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STORIA CONTEMPORANEA (SABBATUCCI E VIDOTTO)

IL MONDO CONTEMPORANEO DAL 1848 AD OGGI


1 CAPITOLO Le rivoluzioni del ‘48
Il 1848 fu considerato l’anno ufficiale della nascita del movimento operaio e una delle date
più indicative che segnano il distacco tra l’età moderna e l’età contemporanea. Nel 1848
l’Europa fu attraversata da uno sconvolgimento improvviso e radicale, che coinvolse
soprattutto Francia, Italia, Impero asburgico e Confederazione germanica. Fra le
potenze europee la Russia e la Gran Bretagna non furono coinvolte dall’ondata delle
rivoluzioni:
• In Russia l’arretratezza della società civile e un forte apparato repressivo impedivano
l’emergere delle agitazioni democratiche;
• In Gran Bretagna, al contrario, c’è un movimento di richieste politiche che
funziona, esiste la libertà di stampa e una collaborazione tra Tories e Wings, quindi la
popolazione non sente il bisogno di attuare un’insurrezione.
• Berlino, Budapest, Roma e Milano riescono a cacciare le monarchie e ad instaurare
le repubbliche.
Un moto così ampio, esploso in paesi molto diversi fra di loro per assetto politico e
condizione sociale, fu favorito da alcuni fattori in comune.
Un primo elemento comune è la situazione economica: infatti proprio tra il 1846 e il 1847
l’Europa attraversava una situazione generale di crisi, soprattutto sfociata nel settore
agricolo, poi in quello industriale e commerciale, provocando così carestie, fame, miseria,
disoccupazione e un clima di malessere. Al disagio economico si aggiunse anche l’azione
consapevole svolta dai democratici, in particolare dagli intellettuali che seguivano una
tradizione comune, ispirata alla rivoluzione francese. I moti si svilupparono tutti secondo lo
schema delle “giornate rivoluzionarie”, cioè delle dimostrazioni popolari nelle capitali che
poi sfociavano in scontri armati.
Ci fu la voglia di dare uno slancio al moto di emancipazione politica e nazionale già alla
fine del ‘700 (interrotta dalla Restaurazione), per questo i moti del ’48 si collegano
facilmente a quello del 1820-21 e del 1830 e inoltre le richieste degli insorti erano le stesse,
cioè libertà politiche e di democrazia e emancipazione nazionale.
La differenza sta nel fatto che, mentre i moti dell’epoca passata erano basati su rivoluzioni
liberali e democratiche legate all’iniziativa della borghesia ed alle sommosse urbane, nel
1848 emergono obiettivi sociali accanto a quelli politici, quindi nasce la partecipazione delle
masse popolari e dei ceti popolari urbani. Furono artigiani e operai i protagonisti dei
tumulti.
Poche settimane prima dello scoppio dei moti, Marx ed Engels scrissero un Manifesto dei
comunisti, nei quali cercarono di analizzare la realtà e i fatti sociali. Esso divenne testo-base
della rivoluzione proletaria.
La borghesia ha ritenuto opportuno allearsi con il proletariato per ottenere maggiore libertà
e abbattere l’antico regime, cioè la monarchia.

La rivoluzione di febbraio in Francia


Com’era accaduto nel 1830, il moto rivoluzionario si sviluppò principalmente in Francia.
In quel periodo governava il re Luigi Filippo d’Orléans e si era instaurata la monarchia
liberale, uno dei regimi europei meno oppressivi. Infatti dopo il miglioramento economico,

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civile e culturale, la società francese non fu più disposta a tollerare i limiti oligarchici e la
politica troppo moderata di Luigi Filippo e del I ministro Guizot. Così si creò un vasto
fronte di opposizione tra liberali progressisti e democratici (minoritari in parlamento),
bonapartisti e socialisti. I democratici avevano lo scopo di ottenere il suffragio universale
maschile, cioè il diritto di voto a tutti i cittadini maschi senza distinzione di reddito o
condizione sociale. Poiché appartenevano all’opposizione e non potevano riunirsi
legalmente, per protestare i moderati si servirono della “campagna dei banchetti”, ossia
delle riunioni private che consentivano ai capi dell’opposizione di tenersi in contatto e di far
propaganda per la riforma elettorale. La proibizione di un banchetto a Parigi scatenò la crisi
rivoluzionaria. Il 22 febbraio studenti e lavoratori organizzarono una manifestazione e, per
reprimerla, il governo ricorse alla “Guardia Nazionale” (corpo volontario di cittadini armati
che era stato istituito nel 1789 ed era rinato dopo l'insurrezione del 1830), che questa volta
si unì agli insorti. Dopo due giorni di scontri duri e violenti, i rivoluzionari occuparono la
città e il 24 febbraio il re Luigi Filippo abbandonò Parigi. Vi fu la proclamazione della
repubblica e la convocazione di un’Assemblea Costituente da eleggere a suffragio
universale.
Il governo provvisorio era formato da tutti i capi dell’opposizione democratico -
repubblicana (tra cui Ledru-Rollin) e due socialisti (Louis blanc e Alexandre Martin detto
Albert) che rappresentavano i lavoratori.
(In Francia c’erano i repubblicani radicali, che volevano esportare la rivoluzione in altri
paesi e i repubblicani moderati, che ritenevano che lo Stato non doveva essere troppo a
favore dei lavoratori).
La Seconda Repubblica generò un clima di entusiasmo rivoluzionario: fu concessa la totale
libertà di riunioni, sorsero nuovi giornali e aumentarono i club e le associazioni. Le prime
riforme furono: l’abolizione della pena di morte per i reati politici, il rifiuto di cambiare la
bandiera tricolore con la bandiera rossa, simbolo della rivoluzione sociale e inoltre la
Repubblica rinunciò ad esportare la rivoluzione oltre i suoi confini, garantendo così
l’equilibrio europeo.
Il fronte repubblicano (l’opposizione estremista) però non fu d’accordo a questa
moderazione, poiché il loro scopo era di cambiare radicalmente la politica economica e
sociale della Francia. Inoltre il governo provvisorio affermò il principio del diritto al lavoro
e fissò a 11 ore la durata della giornata lavorativa. X attuare questo diritto furono istituiti
degli “ateliers nationaux”, delle cooperative di produzione, capaci di sostituirsi all’impresa
privata. Questi ateliers raccoglievano tutti i partiti dei lavoratori (socialisti) della Francia.
Dato che bisognava aiutare i lavoratori colpiti dalla rivoluzione, gli operai degli ateliers
furono adibiti ai lavori pubblici e posti sotto le dipendenze del ministero dei Lavori pubblici.
Questo però comportò dei gravi problemi finanziari e la parte moderata dei repubblicani si
oppose.
Il 23 Aprile 1848 i repubblicani moderati vinsero le elezioni per l’Assemblea Costituente e
furono loro a costruire le basi per il nuovo governo dal quale vennero esclusi i 2 socialisti
Blanc e Albert. (insuccesso invece x i socialisti e x l'ala più radicale dei democratici). Il 15
maggio un’invasione dell’Assemblea costituente fu repressa dalla Guardia Nazionale e
molti leader della sinistra rivoluzionaria furono arrestati. Il governo emanò un decreto che
stabiliva la chiusura degli ateliers nationaux e obbligava i giovani disoccupati ad arruolarsi
nell’esercito. Così i lavoratori il 23 giugno scesero in piazza per protestare e l’Assemblea
Costituente represse la rivolta. Tutta la borghesia europea vedeva la rivolta dei lavoratori

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parigini come l’incubo della rivoluzione sociale (spettro del comunismo).
Tuttavia i repubblicani moderati mantennero il controllo della situazione, a novembre
l’Assemblea costituente approvò la costituzione democratica che prevedeva un presidente
della Repubblica eletto dal popolo per la durata di 4 anni e un’unica Assemblea legislativa
eletta anch’essa a suffragio universale. Ma alle elezioni presidenziali del 10 dicembre i
repubblicani erano divisi tra moderati (che appoggiavano Cavaignac) e progressisti (che
appoggiavano Ledru-Rollin), mentre i conservatori appoggiarono la candidatura di Luigi
Napoleone Bonaparte, il quale vinse le elezioni anche grazie all’appoggio dei clericali e
della destra conservatrice.
La rivoluzione nell’Europa centrale
Il moto rivoluzionario scoppiato in Francia nel febbraio del ’48 contagiò altri paesi
d’Europa. Anche nell’Impero asburgico, negli Stati italiani e nella Confederazione
germanica, infatti, vi era un malcontento sorto a causa della crisi economica, che si univa
alla protesta per la gestione autoritaria del potere ed alle tensioni provocate dalle “questioni
nazionali” che il congresso di Vienna aveva lasciato in sospeso. (A differenza della Francia
però, la componente sociale non partecipò allo scontro, che invece fu combattuto tra la
borghesia liberale, con l’appoggio delle classi popolari, e le strutture politiche
dell’assolutismo. )
La prima insurrezione del 13 marzo avvenne a Vienna a causa di una manifestazione di
studenti e lavoratori duramente repressa dall’esercito. Allora governava ill'imperatore
Ferdinando I, che eliminò dalla corte il cancelliere Metternich, il quale dopo 40 anni di
potere fu costretto ad esiliare all’estero. La notizia dell’insurrezione e della fuga di
Metternich si propagò nelle altre province dell’Impero asburgico e nella Confederazione
germanica, facendo scoppiare altri tumulti: prima a Budapest (15 marzo), poi a Venezia (17
marzo) e Milano (18 marzo) e contemporaneamente a Berlino, la capitale della Prussia.
Anche a Praga il 19 marzo i cittadini inviarono una petizione all’imperatore chiedendo
autonomia e libertà politica per i cechi. L’impero plurinazionale sembrava sull’orlo del
collasso, l’imperatore abbandonò la capitale promettendo la convocazione di un Parlamento
dell’impero (Reichstag) eletto a suffragio universale.

In Ungheria la creazione di un governo nazionale, autonomo da Vienna,permise la fine dei


rapporti feudali nelle campagne e concesse l’elezione di un nuovo Parlamento a suffragio
universale.

Anche a Praga ad aprile venne formato un governo provvisorio e i patrioti cechi chiedevano
una maggiore autonomia per tutte le popolazioni slave dell’impero. Quindi venne riunito un
congresso con tutti i rappresentanti dei popoli slavi sottoposti alla corona asburgica: sia
quelli settentrionali (Boemia, Slovacchia, Galizia, Rutenia), sia quelli meridionali (Croazia e
Slovenia). A causa di alcuni incidenti scoppiati il 12 giugno tra la popolazione e l’esercito, il
congresso slavo fu sciolto il governo non ottenne più alcuna autorità.
La prima convocazione del Reichstag (parlamento dell’impero) fu bloccata dai contrasti tra
le diverse nazionalità (lingua, cultura…).

L’unica conquista del Reichstag fu l’abolizione della servitù della gleba in tutti i territori
dell’impero. Il maresciallo Radetzky sconfisse i piemontesi e ristabilì il dominio austriaco in
Lombardia, più tardi l’imperatore tornò a Vienna. A questo punto il governo passò allo
scontro con i separatisti ungheresi che rifiutavano ogni compromesso con la monarchia e si

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approfittò delle rivalità tra croati e magiari. Infatti i magiari aspiravano all’unione di tutti i
territori salvi, formando una “grande Ungheria”, mentre gli slavi del Sud e in particolare i
croati volevano appoggiarsi alla monarchia asburgica per conservare la propria identità
nazionale. Ma un’insurrezione improvvisa scoppiata a ottobre a Vienna salvò le sorti
dell’Ungheria, poiché gli insorti si opposero alla partenza di nuove truppe per il fronte.
Quindi l’esercito già impegnato in Ungheria dovette ritornare nella capitale per stroncare la
rivolta. Vienna venne accerchiata e occupata e l’insurrezione venne repressa. Poco tempo
dopo l’imperatore Ferdinando I abdicò in favore del nipote Francesco Giuseppe e il nuovo
imperatore sciolse il Reichstag, promulgando una costituzione moderata che prevedeva un
parlamento eletto a suffragio universale ristretto e dotato di poca autonomia e ribadiva la
struttura centralistica dell’impero.

Anche in Germania si scatenarono delle insurrezioni, prima a Berlino (18 marzo), con
grandi manifestazioni internazionali che costrinsero il re Federico Guglielmo IV a
concedere la libertà di stampa e a convocare un parlamento prussiano (Landtag). Poi le
sommosse si dilagarono anche in tutti gli altri staterelli che componevano la confederazione
germanica. Lo scopo dei tumulti era quello di ottenere un’Assemblea Costituente dove
fossero rappresentati tutti gli stati tedeschi, Austria compresa. La Costituente fu eletta a
suffragio universale ed ebbe sede a Francoforte. In un primo momento sembrò funzionare,
ma in realtà non aveva un potere così forte per dominare i sovrani di tutti gli Stati tedeschi,
ne tanto meno per avviare il processo di unificazione nazionale. In Prussia il movimento
liberal-democratico s’indebolì perché la borghesia era spaventata dalle sommosse sempre
più forti. Federico Guglielmo, re di Prussia, si rifiutò di accettare l’unificazione tedesca
proposta nell’Assemblea a Francoforte, così sciolse il Parlamento prussiano ed emanò una
costituzione poco liberale.
Si scontrarono così due posizioni:
• La grande tedesca, che aveva l’intenzione di unire tutti gli stati tedeschi intorno
all’Austria imperiale;
• La piccola tedesca, sosteneva l’idea di uno stato più compatto da costituirsi intorno
al Regno di Prussia.
Prevalse la tesi della “piccolo tedesca”, ma quando fu offerta (aprile 1849) la corona
imperiale al re prussiano egli non accettò in quando gli veniva offerta da un’assemblea
popolare. Il rifiuto dell’imperatore segnò la fine della Costituente di Francoforte. I delegati
di Prussia,i moderati e i conservatori si ritirarono, quindi l’Assemblea fu sciolta il 18 giugno
1849.
La rivoluzione in Italia e la prima guerra d’indipendenza
La rivoluzione del ’48 in Italia si sviluppò in maniera più autonoma rispetto agli altri paesi
europei, perché scopo fondamentale era la concessione di costituzioni o statuti, fondate sul
sistema rappresentativo. Nel ’48 (12 gennaio) scoppiò una rivolta autonomistica a Palermo,
dove Ferdinando II di Borbone concesse la costituzione nel Regno delle due Sicilie. Questa
conquista rafforzò ancora di più l’agitazione costituzionale in tutto il resto d’Italia e, dopo
continue manifestazioni, anche Carlo Alberto di Savoia, Leopoldo II di Toscana e infine Pio
IX concessero la costituzione. Le costituzioni avevano un carattere fortemente moderato e si
basavano su quella francese del 1830. La più importante fu la costituzione di Carlo Alberto,
essa prevedeva una Camera dei deputati (la cui elezione fu stabilita da una legge che legava
il diritto di voto ai ceti più elevati), un Senato di nomina regia e una forte dipendenza del

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governo dal sovrano. Quindi a differenza della rivoluzione in Francia e nell’Impero
asburgico, dove si diede spazio ai democratici e si risollevò la questione nazionale, in Italia
invece si ottenne una soluzione costituzionale - moderata.

A Venezia una grande insurrezione portò alla creazione di un governo provvisorio e la


proclamazione della Repubblica veneta.

A Milano dal 18 marzo scoppiò un’insurrezione che durò 5 giorni, le cosiddette “5 giornate
di Milano”. Borghesi e popolani assaltarono il palazzo del governo. Gli esponenti
dell’aristocrazia liberale finirono per appoggiare la causa degli insorti e diedero vita ad un
governo provvisorio. Cacciati gli austriaci da Venezia e Milano, il Piemonte dichiara guerra
all’Austria.
L’attacco ebbe diverse ragioni:
• i liberali e i democratici vedevano nella crisi dell’impero asburgico l’occasione per
liberare l’Italia dalla sottomissione;
• la monarchia sabauda aspirava ad espandere i propri territori verso est;
• infine la paura che il regno Lombardo - Veneto diventasse un centro di agitazioni
repubblicane.
Per evitare ulteriori tumulti, Ferdinando II di Napoli, Leopoldo II di Toscana e Pio IX
decisero di appoggiare il Piemonte contro l’Austria. Cominciò così la I guerra
d’indipendenza nazionale e federale. Carlo Alberto però non fu in grado di condurre le
operazioni militari e si concentrò, invece, sull’annessione del Lombardo – Veneto al
Piemonte, suscitando così la diffidenza degli altri sovrani che lo abbandonarono. Rimasero
solo i volontari toscani, mentre Giuseppe Garibaldi guidò il governo provvisorio lombardo.
Le truppe di Carlo Alberto subirono una dura sconfitta a Custoza (Verona) il 25 luglio e si
ritirarono. Il 9 agosto fu firmato l’armistizio con gli austriaci. La I guerra d’indipendenza
fallì.
Lotte democratiche e restaurazione conservatrice
Dopo la sconfitta del Piemonte, rimasero a combattere contro l’Austria i democratici
ungheresi e italiani. Mentre le battaglie condotte dagli ungheresi si intensificarono
divenendo vere e proprie guerre nazionali, in Italia si affrontavano piccoli scontri locali. In
Sicilia dominavano i separatisti,che avevano formato una un proprio governo e una propria
costituzione democratica.
Venezia era rimasta in mano agli insorti anche dopo la sconfitta di Custoza, dove Manin
costituì la Repubblica.
In Toscana il granduca fu costretto dai rivoluzionari a formare un ministero democratico.
A Roma il papa, spaventato da un attentato al I ministro pontificio, lasciò la città e si rifugiò
a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando di Borbone. Così democratici occuparono la
capitale. Nel gennaio del 1849 si tennero le elezioni a suffragio universale per l’Assemblea
costituente e fra gli eletti c’erano Mazzini e Garibaldi. L’Assemblea proclamò la decadenza
del potere temporale dei papi e che lo Stato avrebbe avuto il nome glorioso di “Repubblica
Romana”, con la “democrazia pura” come forma di governo.
In Toscana Leopoldo II abbandonò il paese e fu convocata un’assemblea costituente, che
passò il potere nelle mani del triumvirato: Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni. Intanto i
democratici e Carlo Alberto ripresero la guerra piemontese, ma questa volta l’esercito
austriaco (guidato da Radetzky) era pronto all’attacco, infatti inflissero una grave sconfitta
alle truppe piemontesi nei pressi di Novara. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio

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Vittorio Emanuele II, il quale firmò un armistizio con gli austriaci. Gli austriaci
cominciarono a ristabilire l’ordine nella penisola, reprimendo le insurrezioni scoppiate a
Genova e Brescia e stringendo d’assedio Venezia. Ferdinando Borbone riconquistò la
Sicilia, gli austriaci occuparono il territorio delle Legazioni pontificie (Bologna, Ferrara,
Romagna e le Marche settentrionali) e inoltre sciolsero la Repubblica toscana. La
Repubblica romana invece continuò a resistere e divenne il centro della rivoluzione
democratica. Furono aboliti i tribunali ecclesiastici, fu decretata la confisca dei beni del
clero, fu varato un progetto di riforma agraria, che prevedeva la concessione di parte dei
beni confiscati alle famiglie più disagiate. Nel frattempo però Pio IX chiese aiuto alle
potenze cattoliche per poter ritornare nei suoi territori.
Lo appoggiarono l’Austria, la Spagna, il Regno di Napoli e anche a Repubblica francese.
Infatti Bonaparte, per assicurarsi l’appoggio dei cattolici ed evitare l’intervento austriaco, si
occupò in primis della restaurazione pontificia, mandando un corpo di spedizione di 35,000
uomini. I repubblicani resistettero e l’Assemblea costituente approvò il testo della
Costituzione, che divenne documento – simbolo della politica democratica. Mentre i
francesi entravano a Roma, Garibaldi si spostò con i volontari verso Venezia. La Repubblica
Romana cessò di esistere.
In Ungheria i magiari conquistarono il controllo del paese e proclamarono l’indipendenza.
L’Austria chiese aiuto alla Russia e insieme attaccarono i magiari, sconfiggendoli. Si
concluse così l’ultima fase delle rivoluzioni del 1848.
Cause della sconfitta democratica e conseguenze
La causa principale del fallimento dei moti fu essenzialmente la frattura tra i ceti borghesi e
i ceti lavoratori ( correnti democratico-radicali e i gruppi liberal-moderati).
i liberal democratici erano spaventati dalla rivoluzione sociale, cioè dallo spettro del
comunismo e quindi si avvicinarono alle classi dirigenti. I democratici da soli non potevano
far nulla. Le conseguenze furono:
• la frattura tra ceti borghesi e ceti lavoratori;
• abolizione della servitù delle gleba nell’Impero asburgico;
• l’idea di Metternich di abolizione dello stato nazionale è fallita e lo stato s’è imposto
anche se i moti sono falliti.
L’esperienza dei moti del ’48 lasciò una maggiore partecipazione al potere politico e
l’affermazione degli ideali di nazionalità.

La Francia dalla Seconda Repubblica al Secondo Impero


Luigi Napoleone Bonaparte voleva mantenere gli impegni assunti con il “partito
dell’ordine”. Nelle elezioni per la nuova Assemblea legislativa (13 maggio 1849) vi fu una
maggioranza clerico-conservatrice. Una delle conseguenze delle elezioni fu che si
affrettarono i tempi dell’intervento militare contro la Repubblica romana e questo comportò
l’agitazione e la protesta dei democratici, che organizzarono una manifestazione ma non
ebbe alcun successo. Nel 1850 fu varata una nuova legge sull’istruzione, dove il clero
poteva inserirsi nelle scuole e nelle università e furono aumentate le tasse sulle imprese
giornalistiche. Un’altra legge impediva agli elettori nullatenenti di votare. Così l’alleanza tra
il presidente e la maggioranza moderata cominciò a incrinarsi e inoltre i gruppi conservatori
che avevano appoggiato Bonaparte nelle elezioni poiché credevano di poterlo controllare,
non vedevano di buon occhio il rafforzamento del suo potere personale. Nel ’51 la camera
respinse la proposta di modificare l'articolo della costituzione che impediva la rielezione di

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un presidente alla scadenza del mandato e pochi mesi dopo un colpo di Stato consentì a
Bonaparte di sbarazzarsi di democratici e moderati. Il 2 dicembre 1851 La Camera fu
occupata dalle truppe e sciolta d’autorità e gli oppositori vennero arrestati, i tentativi
d’insurrezione repressi. Un plebiscito a suffragio universale diede la maggioranza a
Bonaparte, affidandogli l’incarico di redigere una nuova costituzione.
• Essa stabiliva in 10 anni la durata del mandato presidenziale;
• ripristinava il suffragio universale, ma toglieva alla Camera il diritto di proporre delle
leggi, riservandolo al presidente;
• istituiva un Senato vitalizio di nomina presidenziale.
La Repubblica a dicembre del 1852 venne abolita e sostituita dalla restaurazione
dell’impero grazie ad un nuovo plebiscito. Luigi Napoleone assunse, quindi, il nome di
Napoleone III e il diritto di trasmettere il suo titolo imperiale ai suoi eredi.

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2 CAPITOLO
Società borghese e movimento operaio
La borghesia europea
I moti del ’48 erano falliti, i vecchi sovrani erano tornati sui loro troni (tranne in Francia) e
le istituzioni rappresentative erano state soffocate dal ritorno dell’assolutismo. Tuttavia le
rivoluzioni portarono un profondo cambiamento alla società, in particolare ai ceti borghesi e
alle classi proletarie. Negli anni successivi al ’48 la borghesia si affermò e si sviluppò molto
rapidamente, nonostante fosse condizionata dalle vecchie gerarchie sociali e sottomessa
dall’aristocrazia. (Il termine “borghesia” abbracciava varie figure e posizioni sociali, dagli
artigiani e i contadini-piccoli proprietari, che si confondevano con la classe proletaria, alle
grandi personalità dell’industria e della finanza, che cercavano di imitare e mescolarsi
all’aristocrazia. In mezzo a questi vi era la borghesia vera e propria, formata da
imprenditori, dirigenti d’azienda, banchieri e grossi commercianti. Accanto a loro vi era la
borghesia tradizionale, cioè quella che traeva le proprie ricchezze dalla terra, che esercitava
delle professioni come il medico, l’avvocato, l’ingegnere e che lavorava nella burocrazia
statale. Infine vi era il ceto medio o piccola borghesia formata da impiegati e insegnanti,
piccoli proprietari e piccoli professionisti. Nel complesso, la borghesia costituiva una fascia
piuttosto ristretta della popolazione, ma nonostante ciò essa emergeva con un proprio stile e
una propria cultura.) La differenza rispetto agli altri ceti sociali si notava dall’abbigliamento
e dall’arredamento, con abbondanza di addobbi, quadri e soprammobili. Nonostante ci fosse
una tendenza ad imitare il ceto aristocratico, i valori fondamentali della cultura borghese
rimanevano quelli tradizionali, quali la moderazione, la propensione al risparmio e la
capacità di reprimere gli istinti. Infatti essi consideravano povera e condannata a rimanere
tale, la gente che non conosceva l’arte del risparmio e non sapeva frenare i bassi istinti. La
famiglia era una struttura patriarcale basata sull’autorità del capofamiglia e sulla
sottomissione della donna, che si occupava della casa ed esclusa dalle attività lavorative. La
borghesia aveva bisogno di appoggiarsi alla famiglia, poiché viveva in un mondo dominato
dalla competizione e quindi doveva costruirsi e difendere un’immagine rispettabile basata su
solidi principi morali.
Ottimismo borghese e cultura positiva
La classe borghese portò novità e trasformazioni nel campo economico, scientifico e
tecnico. Sui progressi della scienza si fondò il positivismo, un indirizzo filosofico che si
basava sull’applicazione delle scienze naturali allo studio di tutti i campi del sapere, e il
massimo esponente di questa filosofia fu il francese Auguste Comte. In campo scientifico,
un altro rappresentante della cultura positivista fu l’inglese Charles Darwin il quale formulò,
nella sua opera dal titolo L’origine della specie, (1859) una teoria dell’evoluzione basata su
lunghe osservazioni scientifiche del mondo animale. Secondo questa teoria, la natura è
soggetta ad un incessante processo evolutivo, guidato da un meccanismo di selezione
naturale, il quale determina la sopravvivenza degli individui che più si adattano all’ambiente
e la scomparsa degli elementi deboli che, al contrario, non riescono a conformarsi ad esso.
L’uomo stesso, secondo Darwin, è il risultato di un processo evolutivo che parte dai protozoi
fino ai mammiferi più complessi. Sebbene la teoria dell’evoluzione venne considerata
positiva per il progresso della specie umana, tuttavia il principio di selezione naturale fu
utilizzato dalle classi sociali per stabilire il principio di diritto del più forte sul più debole (si
parlò di darwinismo sociale). Questa teoria evoluzionistica smentiva le credenze religiose
sulla creazione divina dell’uomo e liberava l’uomo stesso da ogni sorta di condizionamento

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morale, sostituendo le certezze della fede con quelle delle scienze.

Lo sviluppo economico
Superata la crisi del ’46-47, l’economia si sviluppò notevolmente in tutti gli Stati europei,
generando un aumento dei prezzi, dei salari e dei profitti. Questo sviluppo coinvolse tutti i
settori economici, perfino quello agricolo, favorito dal regime di alti prezzi. Il settore
agricolo migliorò soprattutto grazie alle ferrovie che, aumentando la velocità di circolazione
delle merci, aprirono le campagne alla penetrazione dell’economia di mercato. L’espansione
economica si trasformò in un vero e proprio boom industriale (1850-1873), che riguardò
soprattutto Francia e Germania con la crescita dei settori siderurgico e meccanico;
l’economia dell’Inghilterra, invece, poteva contare sull’industria tessile. Lo sviluppo
economico contribuì alla diffusione delle innovazioni nell’Europa continentale, come la
macchina a vapore, i filatoi e i telai meccanici e il combustibile minerale chiamato carbon
coke. Si moltiplicarono le società per azioni, che permettevano agli imprenditori di ridurre il
rischio degli investimenti e far fronte alla mancanza di capitale. I fattori principali che
resero possibile il boom industriale furono:

• la rimozione dei vincoli giuridici. Dopo il ’48, infatti, furono abrogate molte leggi
che fino ad allora avevano frenato le attività economiche, come le leggi che
proibivano il prestito a interesse. Inoltre furono moderate le pene dei condannati per
debiti, si diffuse l’uso della carta-moneta, assegni, ecc…
• il trionfo del libero scambio. Caddero le barriere che bloccavano la libera
circolazione delle merci, cioè le imposte sul traffico delle vie d’acqua, i dazi interni
nonché quelli di entrata e uscita ai confini degli Stati. La Gran Bretagna approfittò di
questa opportunità per offrire i suoi prodotti a prezzi competitivi sui mercati stranieri.
• La disponibilità di materie prime. Vi fu la scoperta e lo sfruttamento dei giacimenti
minerari nell’Europa continentale (come il bacino della Ruhr in Germania), che
aumentarono la disponibilità di materie prime come il ferro e il carbone.
• Capitali e banche. Ci fu un rapido aumento della circolazione monetaria, che causò
l’abbassamento dei tassi d’interesse e l’espansione del credito. Nacquero “banche
d’investimento” o “banche d’affari” soprattutto in Francia e Germania, che avevano
il ruolo di sostenere importanti iniziative con finanziamenti a lunga durata. Vi erano
anche banche di credito mobiliare francesi e banche miste tedesche, che svolgevano
due funzioni: la raccolta del risparmio e l’offerta di credito a breve termine, nonché
l’investimento a lungo termine nelle imprese industriali.
• Mezzi di trasporto. Vi fu la diffusione dei mezzi di comunicazione, come la ferrovia,
che migliorò la circolazione dei prodotti dell’industria e contribuì all’espansione dei
settori siderurgico e meccanico.
Questa fase espansiva fu interrotta da due crisi scoppiate nel ’57-’58 e nel ’66-’67, chiamate
“crisi cicliche” o “crisi di sovrapproduzione”, cioè delle crisi scoppiate per un’eccessiva
produzione di determinati prodotti che causarono il ribasso dei prezzi, dei crolli in borsa e
dei fallimenti a catena. Nonostante ciò, queste crisi furono brevi.

La rivoluzione nei trasporti e nei mezzi di comunicazione


La rivoluzione dei trasporti influenzò le abitudini della gente comune e si diffuse l’idea di
un mondo più unito, costituito da rapporti d’interdipendenza. Aumentò sempre di più

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l’estensione della rete ferroviaria, grazie ai progressi dell’ingegneria civile che permise uno
sviluppo delle linee ferroviarie anche nelle zone più inaccessibili. (es. di linea transalpina
Vienna-Trieste). Rimasero escluse dalla rivoluzione dei trasporti parte dell’Asia e
dell’Africa. Inoltre si affermò la navigazione a vapore nel campo dei trasporti marittimi. Le
navi a vela erano state perfezionate, ma con la rivoluzione ci fu la sostituzione della ruota
con l’elica e degli scafi in legno con quelli in ferro, che aumentarono la velocità e la
capacità di carico delle navi a vapore. Un’altra trasformazione si ebbe nel campo della
comunicazione, con l’invenzione del telegrafo elettrico e questo comportò una maggiore
velocità delle notizie; infatti gli affari e le direttive diplomatiche tra i paesi lontani si
conclusero più rapidamente. Nel settore giornalistico nacquero nuove agenzie specializzate
come la Reuter. (1851)

Il proletariato urbano e il movimento operaio dopo il ‘48


Il proletariato urbano era formato in gran parte da artigiani, domestici, manovali, ma anche
da vagabondi, mendicanti e prostitute. Gli operai delle fabbriche costituivano solo una
minoranza, ma con lo sviluppo industriale il proletariato di fabbrica assunse una maggiore
consistenza. I salari nell’industria erano più consistenti rispetto a quelli del settore agricolo,
ma per il resto anch’essi vivevano in una condizione di precarietà e disagio. Cominciò a
maturare una nuova coscienza di classe, cioè gli operai si associarono per mutare e
migliorare le loro condizioni sociali. Le prime forme di associazioni operaie erano composte
dai lavoratori più evoluti, il cui scopo era la cooperazione e il soccorso fra soci. Dopo le
repressioni del ’48, il movimento di associazione s’indebolì e l’attività dei dirigenti operai si
concentrò sul rafforzamento delle organizzazioni sindacali, chiamate Trade Unions, che si
svilupparono negli anni ’50 ’60. Il Trade Unions Congress (1868) riuniva i rappresentanti
dei sindacati, rappresentò il nucleo del movimento operaio britannico.
In Francia, la maggior parte di questi nuclei erano divisi fra:
• sostenitori di Blanqui, che esaltava il comunismo insurrezionista;
• sostenitori di Proudhon, che sosteneva il federalismo anarchico.
Prevalsero i proudhoniani, poiché le teorie di Proudhon (avversione ad ogni forma di
collettivismo) si adattavano bene al contesto sociale del paese, formato essenzialmente da
artigiani e contadini piccoli proprietari.
In Italia la situazione era la stessa, il proletariato di fabbrica non esisteva e c’erano pochi
nuclei di operai organizzati in società di soccorso, guidati da Mazzini.
In Germania si formò una forte classe operaia e un movimento socialista guidato da
Lassalle, il quale si basava sulla teoria dello sfruttamento capitalistico. Egli credeva che i
lavoratori potessero conquistare lo Stato borghese e trasformarlo attraverso i suffragio
universale. Fondò un’Associazione generale dei lavoratori tedeschi, che rappresentò il
primo esempio di partito operaio nazionale.
Marx e il “Capitale”
“Il Manifesto dei comunisti”, pubblicato da Marx, gettò le basi per una nuova concezione
del socialismo. Costretto ad esiliare a Londra, il filosofo si dedicò allo studio dell’economia
politica e scrisse “Il Capitale”,(1867) un’opera che contiene una descrizione attenta delle
leggi e dei meccanismi su cui si fonda il modo di produzione capitalistico. Il nuovo soggetto
rivoluzionario era il proletariato industriale. Marx sostenne la teoria valore-lavoro, secondo
cui il valore di scambio di una merce è dato dalla quantità di lavoro impiegato per produrla
(es. i costi della formazione e sostentamento dell’operaio). Lo scopo è quello di produrre

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una merce con valore superiore ai costi per produrla. La differenza tra il valore del lavoro e
il valore del prodotto viene definito plusvalore. L’imprenditore assume i salariati, acquista
così una forza-lavoro e vendendo il prodotto di questo lavoro realizzerà un profitto. Dal
profitto si forma il capitale, che si accumula con l’impiego di una nuova forza-lavoro.
Secondo Marx il capitalismo è una fase dello sviluppo dei rapporti di produzione. La
concentrazione del capitale in poche mani è legata alla formazione di una massa proletaria
sempre più ampia e misera e lo sviluppo capitalistico si scontrerà con le crisi di
sovrapproduzione. Quindi possiamo dedurre che sono le leggi della produzione capitalistica
che determinano la crisi del sistema. Il marxismo diventa la dottrina ufficiale del movimento
operaio, ma non fu inizialmente accettata da tutti.
L’Internazionale dei lavoratori: marxisti (socialisti) contro anarchici (proudhoniani)
Il movimento operaio ebbe l’esigenza di un collegamento internazionale. I delegati francesi
e i rappresentati delle Trade Unions britanniche stabilirono un’organizzazione permanente
di coordinamento aperta a tutti i rappresentanti degli altri paesi, formando così
l’Associazione internazionale dei lavoratori (I Internazionale). Di questa associazione
facevano parte i dirigenti inglesi e francesi, un delegato di Mazzini e anche Marx, che ebbe
il compito di pubblicare lo statuto provvisorio. Si stabiliva così l’autonomia del proletariato
e la lotta contro lo sfruttamento. L’Internazionale costituì un modello di riferimento per i
lavoratori di tutta Europa. Tuttavia L’internazionale era divisa da un dibattito tra i socialisti
veri e propri e i proudhoniani. Le tesi proudhoniane furono sconfitte, tuttavia gli ideali
libertari e federalisti rimasero e furono assorbiti da Bakunin, teorico dell’anarchismo
moderno. Le idee di Bakunin si scontrarono con quelli di Marx, nonostante entrambi
difendevano gli operai, ma Marx tutelava gli operai delle fabbriche, mentre Bakunin
rappresentava le masse diseredate e i ceti operai che non avevano ancora conosciuto la
rivoluzione industriale. Bakunin pensava che l’ostacolo principale che impediva all’uomo di
essere libero era lo Stato, insieme alla religione, poiché condizionavano l’uomo e lo
ponevano in una situazione d’inferiorità. Quindi la soluzione era abbattere lo Stato e liberare
le masse dall’influenza della religione, per instaurare il comunismo spontaneamente (senza
la fase di dittatura del proletariato prevista da Marx). Anche per Marx lo stato e la religione
facevano parte della classe dominante, ma egli li poneva nella sovrastruttura, cioè un
prodotto della struttura economica basata sullo sfruttamento, quindi solo la distruzione dello
stato capitalistico avrebbe eliminato lo stato borghese. Anche secondo Marx il comunismo
avrebbe eliminato lo Stato ma dopo una fase transitoria di dittatura del proletariato. Alla fine
prevale il marxismo e gli anarchici vengono isolati. L’Internazionale fu sciolta nel 1876, in
quanto non rappresentava più un modello efficace e si basava solo sullo sviluppo di partiti
socialisti nei vari stati.

Il mondo cattolico di fronte alla società borghese


Anche i cattolici protestarono contro la laicità borghese, in particolare Pio IX, che riaffermò
una rigida ortodossia dottrinaria. Lo scontro vero e proprio si ebbe quando Pio IX emanò
l'enciclica Quanta cura, dove condannava il liberalismo, la democrazia, il socialismo e la
civiltà moderna. Inoltre aggiunse anche un elenco, degli errori del secolo, chiamato Sillabo
(1864) dove erano raccolti tutti i principi dell’illuminismo e della cultura liberale.
Napoleone III proibì la diffusione del Sillabo in Francia, poiché nocivo per la convivenza tra
Stato e chiesa. La situazione peggiorò quando nel Concilio Vaticano I, il papa Pio IX
proclamò il Dogma dell’infallibilità del papa (1870) nelle sue pronunce ufficiali di fede e
morale. I governi degli Stati cattolici isolarono la Santa Sede. In questo periodo di condanna

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alla società borghese, si svilupparono dei movimenti cristiano-sociali, in Francia, Belgio,
Austria e soprattutto in Germania. Nacque l’associazionismo cattolico, fondato sulle
cooperative, sulle unioni di mestiere, un’organizzazione che ha permesso ai movimenti
cattolici di poter contare su lavoratori urbani e i ceti rurali.

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3 CAPITOLO Città e campagna
L’urbanesimo
Contemporaneamente all’affermazione della borghesia e alla crescita del proletariato, ci fu
lo sviluppo dei grandi centri urbani. Ebbe inizio il processo di urbanesimo, che comportò il
trasferimento della popolazione dei paesi industriali dalle campagne alle città. Nell’ ‘800 ci
fu un rapido aumento del numero delle città, stimolato dall’espansione del commercio
europeo nel mondo e si diffonde il termine “metropoli”. Nella metà dell’ ‘800 ci fu una
crescita delle città europee e le grandi capitali di ampliarono a dismisura grazie alla
rivoluzione dei trasporti e dello sviluppo industriale. Furono soprattutto gli Stati Uniti a
elaborare un nuovo modello di sviluppo delle città, con la costruzione di grattacieli e
l’espansione dei sottoborghi periferici.
La trasformazione delle città
Dopo lo sviluppo economico e demografico, la zona abitata si ampliò rapidamente. La vita
cittadina si svolgeva nei centri, i punti di riferimento erano le stazioni ferroviarie, i centri
commerciali, il tribunale e i palazzi dei ministeri. I ceti popolari, espulsi dalle città,
s’insediarono nelle periferie e si distinsero le periferie operaie, sovraffollate, privi di servizi,
e i quartieri residenziali borghesi, zone più verdi e aerate. La costruzione delle periferie
avveniva senza l’uso del piano regolatore; inoltre l’afflusso degli immigrati nelle città
determinava il sovrappopolamento e la diffusione delle malattie infettive. Venne così
migliorata la rete fognaria e si diffuse l’approvvigionamento idrico, vennero illuminate le
periferie e migliorarono anche le reti di trasporto pubbliche. Le città divennero più
confortevoli, si moltiplicarono i centri commerciali, i luoghi di svago …
Migliorò l’amministrazione della città e lo sviluppo di più ampi apparati burocratici per il
governo delle città. Vi fu la creazione di nuovi corpi di polizia sempre più numerosi e la
formazione di nuovi quadri tecnici ( ingegneri, architetti), specializzati nei problemi della
convivenza urbana.

4 esempi di rinnovamento urbano:


Parigi, Londra, Vienna e Chicago
La ristrutturazione di Parigi avvenne negli anni ’60 dell’ ‘800 (grazie al prefetto
Haussmann), aprendo una serie di larghi viali, i boulevards, che rendevano meglio
percorribile il centro cittadino e nel frattempo servivano a facilitare gli spostamenti delle
forze di polizia. Inoltre si costruirono numerosi ponti che attraversavano il Senna, nuove
stazioni ferroviarie e un nuovo sistema di fognature.
A Londra il miglioramento della città era nelle mani dei proprietari terrieri che, attraverso
un meccanismo di leasing, cedevano agli imprenditori edilizi diritti di superficie e usufrutto
per periodi determinati (rimanevano in possesso della terra). A Vienna furono abbattute le
antiche mura e venne costruita la Ringstrasse, ovvero un’ampia strada circolare dove furono
insediati i primi edifici pubblici. Chicago (che era stata distrutta in un incendio del 1871 ma
velocemente ricostruita) fu il simbolo del dinamismo sociale americano, punto strategico
delle comunicazioni ferroviarie tra l’Est e l’Ovest degli Stati Uniti. Nacquero una serie di
infrastrutture urbane e numerosi grattaceli, fu una delle metropoli più moderne di tutto il
mondo.

Il mondo delle campagne


La maggior parte della popolazione era formata dal mondo contadino , che comprendeva

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diverse figure sociali. La Gran Bretagna aveva una popolazione agricola formata da
lavoratori salariati, invece in Russia c’erano i servi della gleba, in Francia aumentava la
piccola proprietà contadina e negli stati tedeschi e asburgici si emanarono una serie di leggi
di emancipazione, che abolirono il lavoro servile e stimolarono il processo di
privatizzazione della terra. Questo comportò da una parte la scomparse del regime feudale
che fu sostituito dalla piccolo e media proprietà, dall’altra la privatizzazione delle terre
favorì i grandi latifondisti, infine i contadini passarono da servi a braccianti senza terra. Una
situazione analoga si ebbe nel Mezzogiorno d’Italia e nell’Europa mediterranea, mentre in
altre zone coesistevano latifondo, azienda capitalistica, lavoro salariato e mezzadria. I
progressi non migliorarono le condizioni di vita delle masse contadine, i redditi erano
bassissimi, l’alimentazione scarsa, l’analfabetismo diffuso e la partecipazione politica
inesistente. La novità fu soltanto che i lavoratori si spostarono dal vecchio continente per
coltivare le terre vergini del Nord America, dove trovavano anche condizioni giuridiche e
tecniche favorevoli. Alcuni abbandonarono le campagne anche per impiegarsi nei centri
industriali.

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4 CAPITOLO L’unità d’Italia
La seconda restaurazione
Dopo il fallimento dei moti del ’48, in Italia tornarono i sovrani legittimi, che fermarono
qualsiasi tentativo riformatore. La seconda restaurazione bloccò l’evoluzione delle strutture
politiche e lo sviluppo economico, soffocato dalla ristrettezza dei mercati e la mancanza di
vie di comunicazione.
• Il Lombardo-Veneto fu sottoposto a un pesante regime di occupazione militare,
guidato da Radetzky, a cui si aggiunse una pesante pressione fiscale che colpiva
imprenditori, commercianti e soprattutto i ceti popolari. Le costruzioni delle
ferroviarie si svilupparono negli anni ’50, in modo lento e disorganico.
• Negli Stati minori del Centro-Nord, come Toscana, Modena e Parma, il ritorno
dell’antico regime inasprì il distacco tra le corti e l’opinione pubblica borghese.
• Lo Stato pontificio si riorganizzò secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico;
democratici e liberali furono perseguitati e il potere fu assunto dall’oligarchia (al
vertice Antonelli).
• Anche nel regno delle due Sicilie il ritorno dell’antico regime comportò una
repressione durissima. In campo economico, la politica dei borboni si basava su un
avaro conservatorismo, inoltre gli alzi dazi doganali ostacolavano lo sviluppo
dell’agricoltura volta all’esportazione. Vi fu una limitazione della spesa statale e i
settori sacrificati furono l’istruzione e le opere pubbliche. L’arretratezza economica e
sociale e la dura repressione comportarono l’isolamento del regno delle due Sicilie e
questo determinò il crollo dello Stato borbonico.
L’esperienza liberale in Piemonte e l’opera di Cavour
In Piemonte, fu concesso lo Statuto albertino e il regno di Vittorio Emanuele II affrontò uno
scontro tra la corona e la Camera elettiva, composta in maggioranza da democratici. Carlo
Alberto combatté la guerra contro l’Austria, con lo scopo di ampliare i propri territori, ma il
Piemonte venne sconfitto e quando fu conclusa la pace di Milano (1849) con L’Austria, che
stabiliva l’obbligo del Piemonte a pagare un’indennità di guerra, la Camera si rifiutò di
approvarla. Così il re consigliò ai nuovi elettori di votare dei rappresentanti moderati
(proclama di Moncalieri). Nacque una nuova Camera di orientamento moderato che accettò
la pace di Milano e D’Azeglio proseguì la modernizzazione dello Stato. Una tappa
fondamentale fu l’approvazione delle leggi Siccardi, che riordinavano i rapporti tra Stato e
Chiesa e ponevano fine ai privilegi del clero. Nella battaglia delle leggi Siccardi vi era una
maggioranza liberal-moderata, il cui massimo esponente fu il conte Camillo Benso di
Cavour, liberale, proprietario terriero molto più aperto dei baroni siciliani. Il suo ideale era
quello di un liberalismo moderato, poiché era convinto che il potenziamento dello Stato
doveva essere attuato gradualmente e incanalato in un sistema monarchico-costituzionale
fondato sulla libertà individuale e sulla proprietà privata. Era l’unico modo per evitare la
rivoluzione e il disordine sociale. Inoltre Cavour vedeva nello sviluppo produttivo, la base
per il progresso politico e civile. Cavour nel 1850 entrò a far parte del governo come
ministro dell’Agricoltura e Commercio e quando D’Azeglio due anni dopo dovette
dimettersi, egli fu incaricato di formare il nuovo governo. Prima di diventare presidente del
consiglio egli aveva sostenuto una piccola rivoluzione parlamentare, che divideva il
centro-destro ( ala più progressista dei moderati) di cui lui stesso ne era il leader e il
centro-sinistro (ala più moderata della sinistra democratica), capeggiato da Rattazzi.
Dall’accordo, chiamato connubio, nacque una maggioranza di centro (conservatori e

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democratici) e Cavour spostò a sinistra l’asse del governo. Anche sul piano istituzionale,
Cavour portò delle innovazioni. Egli stabilì una nuova interpretazione parlamentare dello
Statuto, dove la vita del governo non dipendeva più soltanto dalla fiducia del sovrano, ma
anche dal sostegno di una maggioranza in Parlamento, quindi il Piemonte diventa uno Stato
più liberale e Cavour s’impegnò per lo sviluppo economico del suo paese adottando una
linea liberoscambista:
• furono stipulati dei trattati commerciali con Francia, Belgio, Austria e Gran Bretagna,
• fu abolito il dazio sul grano, caddero le barriere doganali e questo favorì il settore
agricolo.
• Notevoli progressi si ottennero anche nel campo delle opere pubbliche, il
miglioramento delle ferrovie portò effetti positivi sul commercio, stimolando
l’industria siderurgica e meccanica.
Nonostante ciò vi erano squilibri e ritardi nelle città e nelle campagne, che non conobbero
eccessivi miglioramenti, a causa del peso delle imposte.
Il Piemonte aveva un’agricoltura in fase di sviluppo e un’industria che la poneva
all’avanguardia con gli altri Stati italiani, nonché un volume di scambi commerciali con
l’estero. Moltissimi emigrati politici si stabilirono nel Regno sabaudo e presero parte alla
vita politica, incorporandosi alla classe dirigente piemontese.
Il fallimento dell’alternativa repubblicana
Proseguiva, dopo le sconfitte del ’48, l’attività di Mazzini, volta al raggiungimento
dell’indipendenza e dell’unità per via insurrezionale. Così intensificò i rapporti con i
maggiori esponenti di tutto il movimento democratico. In realtà la sua strategia fallì, poiché
il moto fu represso a Milano dagli austriaci. Convinto che il moto fallì per ragioni di
carattere organizzativo, Mazzini fondò nel 1853 a Ginevra il Partito d’azione e molte fra le
società operaie di mutuo soccorso furono sotto il suo controllo. Però c’era chi, fra i
democratici, non era d’accordo con la politica di Mazzini, poiché la consideravano poco
aperta ai problemi sociali.
Ferrari e Pisacane scrissero due libri (1851), “la federazione repubblicana” e “la guerra
combattuta in Italia negli anni 1848-49”, i quali sostenevano che l’indipendenza nazionale
sarebbe avvenuta solo se fossero stati coinvolti anche i ceti popolari nell’emancipazione
economica. Mentre per Ferrari qualsiasi iniziativa era legata ad una ripresa delle forze
rivoluzionarie in Francia, Pisacane si basava su un pensiero socialista e anche se i suoi ideali
si scontravano con quelle di Mazzini, essi collaborarono ad un progetto insurrezionale
nell’Italia meridionale. Pisacane nel 1857 partì da Genova con pochi compagni e si diresse
verso l’isola di Ponza, sede di un penitenziario borbonico. Liberati i detenuti dal carcere, di
diresse verso Sapri (Campania), ma mancò l’adesione dei contadini e, isolati, i rivoltosi
furono sconfitti dalle truppe borboniche. Pisacane si uccise x non cadere prigioniero.
Nacque un movimento indipendentista filo piemontese, guidato da Manin (capo del governo
repubblicano di Venezia nel '48 e '49), che aveva proposto l’unità d’Italia e l’unione di tutte
le correnti democratiche e moderate intorno alla monarchia costituzionale di Vittorio
Emanuele II. Alla proposta di Manin aderì Garibaldi e il movimento assunse il nome di
Società nazionale. (1857)
La diplomazia di Cavour e la seconda guerra d’indipendenza
Cavour non aveva obiettivi così ambiziosi come l’unità d’Italia. I suoi scopi erano soltanto
quelli di allargare i confini del Piemonte verso l’Italia settentrionale e trasformare il
Piemonte da Stato regionale a quello di media potenza europea. Nel 1855 il governo

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piemontese di associò a Francia e Inghilterra per combattere la guerra contro la Russia e
inviò un corpo di 18 mila uomini in Crimea guidati dal generale La Marmora. Nella
conferenza di Parigi il Piemonte uscì dalla guerra come Stato vincitore e cercò di risollevare
le condizioni italiane attraverso il consenso internazionale. Cavour, appoggiato dal re
Vittorio Emanuele, si alleò con Inghilterra e Francia soprattutto per sconfiggere l’Austria.
Infatti egli protestò contro la presenza militare austriaca nelle Legazioni pontificie e contro
il fatto che la cattiva amministrazione dello Stato della Chiesa e del regno delle due Sicilie
avrebbe causato l’instabilità e la minaccia all’equilibrio europeo. Inoltre Cavour era
convinto che con la modifica dell’equilibrio europeo nel congresso di Vienna, egli avrebbe
eliminato gli austriaci dall'Italia centro settentrionale e per fare ciò aveva la necessità
dell’appoggio francese. Fu l’attentato di un repubblicano (Felice Orsini) alla vita di
Napoleone III che spinse Cavour ad affrettare i tempi dell’alleanza franco-piemontese, che
fu sancita a Plombières nel 1858. Gli accordi stabilivano che l’Italia venisse divisa in tre
Stati:
• Regno dell’Alta Italia, che comprendeva il Piemonte, il Lombardo-Veneto e
l’Emilia Romagna sotto il dominio sabaudo. In cambio avrebbe ceduto alla Francia
Nizza e Savoia.
• Un regno dell’Italia centrale, formato dalla Toscana e dalle province ponteficie
• Un regno meridionale, coincidente con quello delle due Sicilie, liberato dalla
dinastia borbonica.
Il papa avrebbe avuto la presidenza della futura Confederazione italiana.
Il progetto di Napoleone era quello di porre l’Italia sotto il suo controllo, mentre Cavour
puntava sull’attrazione degli altri Stati italiani e per ottenere ciò era necessaria la guerra
contro l’Austria, facendo apparire che lo scontro venisse provocato dall’Impero asburgico
per ottenere l’appoggio francese. Il 23 aprile 1859 Il governo asburgico inviò un ultimatum
al Piemonte e Cavour lo respinse. I franco-piemontesi sconfissero gli asburgici nella
battaglia di Magenta. Fu respinto anche un successivo contrattacco austriaco. Napoleone III,
quindi, propose un armistizio agli austriaci, che fu firmato a Villafranca. Con l’accordo
l’Impero asburgico rinunciava alla Lombardia concedendola alla Francia, che poi l’avrebbe
data al Piemonte, in cambio si tenne il Veneto e le fortezze di Mantova e Peschiera. La
notizia dell’armistizio sorprese Cavour che, offeso, rassegnò le dimissioni e fu sostituito dal
generale La Marmora. L’imperatore agì in questo modo per le pressioni dell’opinione
pubblica e soprattutto per evitare che la Confederazione germanica entrasse accanto
l’Austria. Un’altra novità furono le insurrezioni scoppiate nell’Italia centro-settentrionale: a
Firenze, nei ducati di Modena e Parma per cacciare i vecchi sovrani e nello Stato della
chiesa, per liberare Bologna e la Romagna dalle truppe pontificie. A differenza del ’48, i
moti vennero controllati dai moderati e dagli uomini della Società nazionale. Dopo la firma
della pace di Zurigo con l’Austria, Cavour tornò a capo del governo e contrattò la cessione
alla Francia di Nizza e Savoia, anche se non era più obbligato a farlo, in cambio delle
annessioni nell’Italia centrale. Nel frattempo Emilia, Romagna e Toscana, tramite un
plebiscito, dovettero scegliere tra l’annessione al Piemonte o la creazione di stati separati e
la maggioranza optò per la soluzione unitaria.
Garibaldi e la spedizione dei Mille
A questo punto lo Stato sabaudo stava per diventare uno Stato nazionale. L’iniziativa dei
democratici era sempre quella rivoluzionaria, nel Mezzogiorno e nello Stato della Chiesa e
l’idea era l’invio di una spedizione di volontari nel regno delle due Sicilie. (nel '59 era salito

Elisa Terranova
al trono Francesco II). Due mazziniani siciliani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo, attuarono
l’insurrezione nell’isola e cercarono di realizzare una rivolta locale prima che i volontari
sbarcassero. Inoltre si assicurarono l’appoggio del governo piemontese.
Nel 1860 un’insurrezione scoppia a Palermo e la direzione fu assunta da Pilo, mentre Crispi
cercò di convincere Garibaldi ad assumere la guida della spedizione. Egli infatti era l’unico
capace di unire le diverse componenti dello schieramento patriottico, dai democratici ai
moderati. Era un repubblicano e aveva aderito alla Società nazionale, aveva collaborato con
la monarchia sabauda, assumendo il comando dei corpi di volontari e combattendo in
Lombardia. Con una spedizione Garibaldi cercò di sfruttare il malcontento della Sicilia per
cacciare i borbonici. Cavour ostacolò la spedizione, poiché temeva che potesse portare
l’istallazione della Repubblica. Nella notte fra il 5 e il 6 Maggio 1860, mille volontari
partirono da Quarto presso Genova, con due navi, il Piemonte e il Lombardo. Pochi giorni
dopo sbarcarono a Marsala. Il 15 Maggio, a Calatafimi, i volontari Garibaldini misero in
fuga un contingente borbonico e puntarono su Palermo, che insorse. Dopo 3 gg di
combattimenti, i contingenti furono costretti ad abbandonare il capoluogo, dove Garibaldi
proclamò la decadenza della monarchia borbonica. Mentre in Sicilia si formava un governo
provvisorio, guidato da Crispi e si tentava si attuare la riforma sociale (riduzione carico
fiscale, assegnazione terre ai contadini combattenti), l’Italia settentrionale mandava 15 mila
uomini e mezzi in Sicilia per appoggiare Garibaldi nell’attacco delle truppe borboniche, che
sconfisse a Milazzo. Visto il successo di Garibaldi, il ministro piemontese Cavour mandò
una spedizione di volontari e mezzi nell’isola, nel frattempo però cercò di bloccarne gli
sviluppi, cercando di ottenere il consenso pubblico per l’annessione al Piemonte. Il tentativo
fallì di fronte alla reazione di Garibaldi. Nel frattempo, i contadini avevano visto la
possibilità di liberarsi non solo dai borbonici, ma anche dallo sfruttamento che li
condannava ad una struttura sociale arcaica. Così diedero vita a delle violente agitazioni.
Garibaldi era andato incontro ai contadini, ma aveva posto in primo piano l’esigenza di
creare un esercito capace di sconfiggere e cacciare i borbonici. Nacque uno scontro tra i
patrioti e i contadini insorti che si preoccupavano non dei fini generali della guerra ma di
raggiungere i propri obiettivi ( lotta contro le tasse, conquista della terra). Spaventati dalle
agitazioni agrarie, i proprietari terrieri guardarono con favore all'annessione al Piemonte.
L'intervento piemontese e i plebisciti
Il 20 agosto 1860 Garibaldi sbarcò in Calabria e poi risalì l'Italia senza che l'esercito
borbonico potesse opporgli un'efficace resistenza. Il 6 settembre Francesco II abbandonò la
capitale e così il giorno dopo Garibaldi entrò a Napoli. Essa rischiava di trasformarsi in un
quartiere generale dei democratici e di diventare la base x una spedizione nello Stato
pontificio. Quindi dopo lo sbarco di Garibaldi in Calabria e il suo ingresso a Napoli,
divenne urgente per il governo piemontese un'iniziativa al sud tale da evitare complicazioni
internazionali e garantire alla monarchia sabauda il controllo della situazione. A settembre le
truppe regie invasero l'Umbria e le Marche e sconfissero l'esercito pontificio nella battaglia
di Castelfidardo. A ottobre mentre Garibaldi sconfiggeva i borbonici nella battaglia del
Volturno, l'esercito sabaudo iniziò la marcia verso il mezzogiorno. Qualche giorno dopo il
parlamento piemontese approvò una proposta di Cavour che autorizzava il governo a
decretare l'annessione di altre regioni italiane allo Stato sabaudo, però con la volontà
(mediante plebisciti) delle popolazioni interessate. Così a ottobre si tennero plebisciti a
suffragio universale maschile nelle province meridionali, in Sicilia, nelle Marche e in
Umbria: gli elettori erano chiamati ad accettare o respingere l'annessione allo stato sabaudo.

Elisa Terranova
Schiacciante fu la maggioranza del si. Garibaldi si ritirò a Caprera, annunciando la sua
intenzione di riprendere la lotta per la liberazione di Roma e del Veneto, Mazzini andò in
esilio, e l'esercito sabaudo eliminò le ultime resistenze borboniche. Il 17 marzo 1861
Vittorio Emanuele II fu proclamato re d'Italia.
Le ragioni dell'unità
un decennio dopo il fallimento dei moti del 48, si compiva il processo di unificazione
nazionale italiana in tempi molto rapidi. Questa unità non fu solo il prodotto dell'iniziativa
militare di uno stato, ma fu raggiunta anche grazie ad un moto dell'opinione pubblica
desiderosa di creare un mercato nazionale, premessa per lo sviluppo economico. Lo stato
nazionale nacque dunque dalla combinazione di un'iniziativa dall'alto ( politica di Cavour e
della monarchia sabauda) e di un'iniziativa dal basso (insurrezioni nell'Italia centrale e
spedizione di Garibaldi nel sud). Cmq, l'unità non poteva essere raggiunta così velocemente
senza l'aiuto di alcune circostanze favorevoli: neutralità della G.Bretagna, isolamento del
regno delle 2 Sicilie e dell'impero asburgico, appoggio di Napoleone III nella guerra del 59.

Elisa Terranova
5 CAPITOLO L’Europa delle grandi potenze (1850-1890)
La lotta per l’egemonia continentale
Dopo i moti del ’48, le grandi potenze mondiali, cioè quegli Stati che per dimensioni,
capacità economica e forza militare esercitavano un ruolo attivo negli affari internazionali
erano 5: Francia, Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia, cui dopo il 1861 si aggiunse
l’Italia. questi Stati erano impegnati in una lotta per l’gemonia che, tra il 1850 e il 1870,
provocò 4 guerre. Il tentativo egemonico della Francia si contrappose all’Impero asburgico.
Ma l’indebolimento dell’Austria favorì il successo della Prussia, che aveva l’obiettivo di
riunire intorno a se un grande Stato nazionale tedesco e questo costituì una minaccia per la
Francia. Nacque lo scontro franco-tedesco tra il ’70 e il ’71 e si ebbe una svolta decisiva
nella politica europea, poiché la Germania si affermò come maggiore potenza continentale,
capace di garantire l’equilibrio e di formare un sistema di alleanze per isolare la Francia, che
fu sconfitta. Riguardo le politiche interne, la Gran Bretagna consolidò le istituzioni liberali,
la Francia si ritrasformò in repubblica e i regimi autoritari come l’Austria degli Asburgo, la
Germania di Bismark, subirono qualche cambiamento per quanto riguarda gli assetti elettivi,
dando vigore al suffragio universale maschile.
La Francia del Secondo Impero e la guerra in Crimea
La Francia era uno Stato diverso dagli altri, poiché non aveva un sistema liberal-
parlamentare, ma non si poteva nemmeno paragonare ai regime monarchici tradizionali. Il
modello politico del Secondo Impero era il bonapartismo, un potere fondato sulle armi dove
convivevano l’autoritarismo e il centralismo. A questi due Napoleone III univa il
paternalismo e la ricerca del consenso popolare, che si otteneva tramite il suffragio
universale svolto periodicamente. Oltre all’appoggio delle campagne, Napoleone III mirava
a quello della borghesia urbana. Napoleone III aveva, inoltre, aspirazioni tecnocratiche, cioè
dava sempre più potere agli scienziati, ingegneri, economisti, ecc. poiché la vedeva come
via più sicura per realizzare del bene. Il pacifismo di Napoleone III si scontrava però con la
sua vocazione bellicistica, che ereditava dal Primo Impero, che lo portava ad impegnarsi in
una politica estera aggressiva. Le nuove ambizioni francesi si mostrarono nella questione
d’Oriente, dove la Russia voleva espandere i propri territori verso il Mar Nero e i Balcani,
approfittando dell’incapacità dell’Impero ottomano di dominarli. Nel frattempo il governo
inglese temeva il crollo dell’Impero ottomano e alla Gran Bretagna si unì anche la Germania
che voleva affermare la sua presenza nel Mediterraneo, mentre l’Austria si dichiarò neutrale.
L’intervento anglo-francese sul Mar Nero scatenò la guerra di Crimea, che fu una strana
guerra risolta con un lunghissimo assedio di Sebastopoli. Sebastopoli cadde nel 1855 e con
il congresso di Parigi si affermò:
• la neutralizzazione del Mar Nero, che restava chiuso alle navi da guerra di tutti i
paesi compresa la Russia.
• La sovranità nominale dell’Impero ottomano in Serbia, Moldavia e Valacchia.
La Francia non ottenne nulla ma acquisì maggiore prestigio e nel 1858 si alleò con il
Piemonte, nella guerra contro l’Austria. Il risultato della guerra fu l’affermazione dello Stato
nazionale italiano sotto la guida del Piemonte, ma il conflitto provocò l’indebolimento della
Francia. Sul piano interno, lo scontro con l’Austria e l’appoggio italiano determinò un
contrasto tra Napoleone III e i gruppi cattolico-conservatori. Da qui si ebbe un lento
processo di cambiamento, che vide la Francia trasformarsi in un Impero liberale. Ma questo
processo fu interrotto dallo scoppio della guerra franco-prussiana.
Il declino dell’Impero asburgico e l’ascesa della Prussia

Elisa Terranova
L’impero asburgico, dopo le rivoluzioni del ’48, accentuò i suoi caratteri autoritari e
burocratici. Il centralismo amministrativo fu rafforzato e la burocrazia adottò il tedesco
come lingua ufficiale. Il centralismo burocratico però evidenziava sempre più il problema
della coesistenza all’interno dell’Impero di diverse nazionalità, ciascuna con la propria
lingua, le proprie tradizioni e le proprie aspirazioni all’autonomia. L’abolizione della servitù
della gleba aveva agevolato i contadini, che potevano riscattare le terre pagando un
indennizzo modesto, staccandosi dalla sottomissione borghese e costituendo un sostegno per
la monarchia. L’altro pilastro della monarchia era la Chiesa cattolica, con la quale Francesco
Giuseppe creò un’alleanza nel 1855, stabilita da un concordato tra l’Impero e la Santa fede.
L’impero asburgico però non partecipò allo sviluppo economico degli anni ’50 e ’60, infatti
fu la Prussia a riproporsi come guida della nazione tedesca e potenza egemonica del Centro
Europa, potendo contare sul suo sviluppo industriale e sulla sua integrazione economica con
quella degli altri Stati tedeschi. Lo sviluppo dell’industria e la crescita della borghesia
urbana si concentrarono nella Renania-Westfalia, mentre nei territori ad est dell’Elba c’era
un’economia prevalentemente agricola. L’abolizione degli ordinamenti feudale non aveva
danneggiato il potere degli Junker, un gruppo sociale ristretto e compatto, conservatore, che
esercitava un peso nella vita dello Stato ma anche nella sua amministrazione . Il Parlamento
non esercitava un reale controllo sull’attività del governo e il mancato sviluppo delle
istituzioni liberal-parlamentari e la presenza del ceto aristocratico ai vertici dello Stato non
comportarono degli effetti negativi sulla società tedesca, che invece si ebbero in Russia e
nell’Impero asburgico. In Germania esisteva un sistema di comunicazioni interne, una rete
ferroviaria sviluppata e la diffusione dell’istruzione elementare che determinò uno sviluppo
economico e militare del paese. In particolare quest’ultimo avvenne soprattutto quando il
nuovo sovrano Guglielmo I cercò di fare approvare un progetto di riforma delle forze
armate in Parlamento, che prevedeva un aumento degli organici, il prolungamento della
ferma e il potenziamento di quella parte dell’esercito che aveva il compito di difendere la
nazione in caso di invasione. La maggioranza liberale del Parlamento, preoccupata per i
costi economici, si oppose alla progetto. Guglielmo I sfidò l’opposizione nominando
cancelliere il conte Otto von Bismark, esponente degli Junker. Dal momento in cui salì al
potere s’impegno a realizzare il progetto di riforma dell’esercito, a prescindere dal consenso
del Parlamento. Egli voleva risolvere il problema dell’unità nazionale con l’uso
spregiudicato della forza e questo consentì alla Prussia di raggiungere il suo obiettivo di
unificazione e di ottenere l’egemonia sul continente. L’ostacolo che non permetteva di
realizzare l’unificazione tedesca era l’Austria, un impero plurinazionale membro della
Confederazione germanica. Il contrasto di ebbe quando le due potenze, dopo essersi
accordati per strappare i ducati alla Danimarca, entrarono in conflitto per l’amministrazione
dei territori conquistati. Bismark si alleò con il Regno d’Italia, mentre la Russia e la Francia
rimasero neutrali; da parte dell’Austria si allearono invece gli Stati minori della
Confederazione germanica, spaventati che la Prussia li facesse propri. La guerra austro-
prussiana durò solo 3 settimane e l’esercito prussiano, guidato dal generale Von Moltke,
sconfisse quello austriaco. Questa fu definita la prima delle guerre di movimento. Fu firmata
la pace di Praga, l’Austria concesse il Veneto all’Italia e dovette accettare lo scioglimento
della vecchia Confederazione germanica. Gli Stati tedeschi del nord del fiume Meno fecero
parte di una nuova Confederazione Germanica del nord sotto l’egemonia prussiana,
presieduto da Guglielmo I. Quelli del sud, tra cui Baviera, rimasero indipendenti. Il nuovo
equilibrio stabilito dopo lo scontro con la Prussia, spinsero l’Impero asburgico a spostare la

Elisa Terranova
su attenzione verso il Danubio e i territori balcanici. Nel 1867 l’Impero fu diviso in due
Stati, uno austriaco e l’altro ungherese, uniti dal sovrano ma con un proprio Parlamento e un
proprio governo. L’ascesa di Bismarck comportò il distacco dei deputati dall’opposizione
liberale, che diedero vita ad un nuovo partito nazional-liberale. Nel frattempo il Parlamento
prussiano approvava le spese effettuate dal governo senza l’approvazione della Camera. La
borghesia liberale si rifiutò di portare avanti il processo di unificazione nazionale e si
sottomise alla monarchia e all’aristocrazia. Il contrasto tra la Corona e gli elettori si risolse
con la vittoria della prima.
La guerra franco-prussiana e l’unificazione tedesca
Sconfitta l’Austria, l’ultima fase del programma di Bismarck rimaneva l’unificazione di tutti
gli Stati della Confederazione Germanica in un grande Reich tedesco. L’ultimo ostacolo
dell’unificazione tedesca rimaneva la Francia di Napoleone III e Bismarck approfittò della
questione del trono spagnolo per dar vita al conflitto. Il governo provvisorio spagnolo aveva
offerto la corona ad un parente del re di Prussia e questo spaventò la Francia che si sentì
minacciata di accerchiamento. Il popolo francese insorse e il principe degli Hohenzollern
declinò la proposta. Ma dopo l’incontro tra Guglielmo I e l’ambasciatore francese,
Bismarck, astutamente, fece divulgare la notizia del congedo di Napoleone III e questo
provocò in Francia un ondata di delirio nazionalistico. Il 19 luglio 1870 dichiararono guerra
alla Prussia. La Francia affrontò il conflitto con una scarsa preparazione militare, inferiore a
quella prussiana guidata da Von Moltke. La sconfitta francese avvenne a Sedan, dove
l’imperatore venne preso prigioniero e nella capitale si formò un governo provvisorio
composto da repubblicani. L’armistizio fu firmato il 28 gennaio 1871 e nella reggia di
Versailles, simbolo della potenza dei re di Francia, il re Guglielmo I veniva incoronato
imperatore tedesco. Il trattato di Francoforte, imposto da Bismarck alla Francia, fu firmato
nel maggio del 1871 e prevedeva il pagamento di un’indennità di guerra e l’occupazione
militare tedesca sul territorio francese fino al pagamento di questa indennità. Inoltre la
Francia dovette cedere l’Alsazia e la Lorena. La Francia subì una vera e propria umiliazione
nazionale e il desiderio di revanche (vendetta) condizionerà la politica francese dei prossimi
secoli.
La comune di Parigi
La Francia dovette affrontare una crisi interna poiché, dopo la sconfitta a Sedan il popolo
della capitale era insorto e aveva costituito la Guardia nazionale, annunciando la fine del
regime napoleonico; invece nelle campagne vi era una tendenza conservatrice e il desiderio
di pace. Con le elezioni dell’Assemblea nazionale, vi fu una stragrande maggioranza di
moderati e conservatori e a presiedere il governo fu Adolphe Thiers. Il nuovo governo si
affrettò a concludere le trattative di pace, ma il popolo parigino protestò contro le condizioni
imposte da Bismarck, così vi fu uno scontro tra rivoluzionari e conservatori (francesi). I
funzionari governativi vennero ritirati dalla capitale e l’unica struttura organizzata rimaneva
la Guardia nazionale, che rifiutò la consegna delle armi imposta dal governo e indisse le
elezioni per il Consiglio della Comune. La “Comune” rappresentava un organo di
autogoverno cittadino e si ispirava a quella giacobina del 1793-94. La Comune fu a carattere
rivoluzionario, poiché nelle elezioni i conservatori si astennero, quindi il potere fu assunto
dai gruppi di sinistra (socialisti, anarchici, democratico-giacobini …). I dirigenti della
Comune diedero vita alla democrazia diretta.
Vi furono delle riforme sociali, come:
• l’abolizione della distinzione fra potere esecutivo e legislativo;

Elisa Terranova
• l’elezione e la revoca dei funzionari elettivi;
• la sostituzione dell’esercito con le milizie popolari armate.
La Comune rappresentava la prima forma di gestione diretta del potere da parte delle masse,
un modello di società socialista. Ma in realtà la Comune rimase isolata dal resto del paese e
poteva sopravvivere solo se avesse avuto anche l’appoggio delle campagne, ma essi si erano
già rifiutati nelle elezioni.
La Comune durò solo 2 mesi, le truppe governative di Thiers occuparono la capitale e
repressero i gruppi difensori della Comune, quindi il movimento rivoluzionario francese fu
sconfitto.
La svolta del 1870 e l’equilibrio bismarckiano
A causa della politica aggressiva adottata per l’unità tedesca, svanirono i principi
fondamentali di diritto di nazionalità e libertà dei popoli, mentre andava sempre più
diffondendosi la politica della potenza Machtpolitik basata sul rafforzamento dell’esercito e
degli armamenti di terra e mare. Quasi tutti i paesi europei adottarono il protezionismo,
abbandonando il metodo del libero scambio. Tuttavia vi fu un lungo periodo di pace in
Europa occidentale e dopo i processi di unificazione italiana e tedesca, la carta politica
d’Europa assunse una forma ben definita e stabile. Le tensioni si spostarono nella penisola
balcanica, nel Mediterraneo, in Africa e Asia per il possesso delle colonie, mentre in Europa
la pace era garantita dall’egemonia tedesca sugli equilibri dei continenti.
Il sistema bismarckiano prevedeva infatti;
• l’isolamento della Francia, impedendole di allearsi con altre grandi potenze (egli poté
contare sulla neutralità inglese);
• l’alleanza con Italia; l’alleanza tra Germania, Russia e Austria tramite il patto dei tre
imperatori, un patto difensivo che si basava sulla solidarietà dinastica fra gli
imperatori e aveva lo scopo di tutelare gli equilibri conservatori all’interno dei
singoli stati.
C’era però una vecchia rivalità tra la Russia e l’Austria nella penisola balcanica. Nel 1875
l’esercito turco represse le popolazioni slave e la Russia intervenne contro la Turchia,
sconfiggendola. Con il trattato di S. Stefano si formò un grosso stato bulgaro,
l’indipendenza della Serbia e del Montenegro e l’autonomia della Bosnia e dell’Erzegovina.
Inoltre si stabilì l’egemonia russa sui Balcani, che diede fastidio all’Austria e all’Inghilterra.
Così Bismarck cercò di eliminare le tensioni tra gli stati convocando un congresso a Berlino
nel 1878, dove si raggiunse un accordo che ridimensionava i vantaggi della Serbia: Serbia e
Montenegro rimasero indipendenti, l’indipendenza bulgara invece fu ridimensionata e la
Bosnia e l’Erzegovina furono affidate in amministrazione temporanea all’Austria e la Gran
Bretagna ottenne l’isola di Cipro. Quindi venne ripristinata l’alleanza dei tre imperatori e
nel 1882 fu firmata la Triplice Alleanza, che univa la Germania all’Austria-Ungheria e
all’Italia. Tuttavia, anche tra Italia e Austria c’erano delle tensioni per la questione del
Trentino e della Venezia Giulia, oltre a quelle tra Russia e l’Austria-Ungheria, che misero
nuovamente in crisi il patto dei tre imperatori. Non potendo gestire questa alleanza,
Bismarck allora passò agli accordi bilaterali, mantenendo l’alleanza con l’Impero asburgico
e stipulando con la Russia il trattato di contro-assicurazione, un patto di non aggressione che
impegnava la Russia a non appoggiare la Francia in caso di attacco alla Germania e la
Germania a non unirsi con l’Austria in caso di guerra contro la Russia.

La Germania imperiale

Elisa Terranova
Dal punto di vista istituzionale il Reich tedesco si basava sulla struttura della vecchia
Confederazione germanica: era diviso in 25 stati, con propri governi e parlamenti, che
avevano però funzioni amministrative. Il governo centrale invece, presieduto dal cancelliere
che era nominato dall’imperatore, si occupava della grande politica. Il potere legislativo era
esercitato da una Camera (Reichstag), eletta a suffragio universale e da un Consiglio
federale (Bundesrat), cui spettava il compito di approvare o meno le leggi promosse dalla
Camera. Il potere esecutivo era nelle mani dell’imperatore e del cancelliere. Il potere del
cancelliere si basava su un blocco sociale dominante, costituito da un’alleanza tra il mondo
bancario e industriale e l’aristocrazia terriera e militare, strettamente legati da una politica
protezionistica attuata da Bismarck nel 1879. In Germania si svilupparono dei nuovi
movimenti politici di massa: il Partito conservatore, il Partito nazional-liberale e nel
1871 si aggiunse il Centro, un partito d’ispirazione cattolica. Il Partito social-democratico
tedesco (Spd) era formato in maggioranza da operai, mentre il Centro era costituito da
agricoltori e ceti medi urbani e si sviluppava in gran parte negli Stati cattolici. La lotta tra
Bismarck e i cattolici venne definita Kulturkampf e venne combattuta tra il 1872-75, quando
il governo tedesco affermò il carattere laico dello Stato e pose sotto sorveglianza il clero
cattolico. Nel frattempo i cattolici raddoppiarono la loro rappresentanza parlamentare e
Bismarck adottò misure anticattoliche, varando una legislazione ecclesiastica più moderata.
Il cancelliere abbandonò al guerra con i cattolici per difendersi dall’ascesa della
socialdemocrazia, quindi varò delle leggi eccezionali che ponevano delle limitazioni alla
libertà di stampa, dichiaravano illegali tutte le associazioni che avevano l’intenzione di
capovolgere l’ordinamento statale, ponendo la socialdemocrazia in condizione di
semiclandestinità. Il Parlamento approvò delle leggi che tutelavano le classi lavoratrici,
creando un’assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro, le malattie e la vecchiaia
sostenuta in parte dagli imprenditori, in parte dallo stato. La legislazione sociale varata da
Bismarck si collegava a una corrente di riformismo conservatore, molto sviluppato tra gli
intellettuali e per questo veniva chiamato “socialismo di cattedra”, dove la parola socialismo
indicava l’intervento dello Stato nei rapporti economico-sociali, in opposizione alle teorie
liberiste.
Bismarck voleva porre le masse lavoratrici in una posizione subordinata nello Stato,
ispirandosi al modello paternalistico francese. Ma nel frattempo nacque un forte movimento
sindacale guidato da socialdemocratici e le leggi eccezionali varate da Bismarck non
impedirono la crescita elettorale della socialdemocrazia, quindi la politica bismarckiana fallì
e il cancelliere fu allontanato dal governo.

La Terza Repubblica in Francia


Nel 1972 cominciò la ripresa della Francia e l’Assemblea nazionale decise l’introduzione
del servizio militare obbligatorio. Fu pagata l’indennità di guerra ai tedeschi e pian piano la
Francia cominciò a recuperare il suo prestigio, dirigendosi verso le conquiste coloniali.
Questa ripresa era basata sul patriottismo dei contadini e della piccola borghesia, che
sopportarono le pesanti pressioni fiscali. Quindi vi fu una rapida ripresa economica, ma una
lenta stabilizzazione politica. I membri dell’Assemblea nazionale erano in gran parte
favorevoli alla restaurazione della monarchia, solo le fratture interne tra legittimisti (che
volevano il ritorno dei Borboni) e orleanisti (che volevano al trono gli eredi di Luigi
Filippo) e l’accordo tra orleanisti e repubblicani moderati consentirono l’approvazione di
una costituzione repubblicana, approvata nel 1875. La costituzione della Terza Repubblica
stabilì che il potere legislativo fosse esercitato da una Camera eletta a suffragio universale

Elisa Terranova
maschile e da un Senato composto da membri in parte vitalizi in parte elettivi. Il presidente
della repubblica rappresentava una figura di stabilità, esercitava il potere esecutivo molto
esteso e veniva eletto dalle camere. Con la costituzione del ’75, i repubblicani francesi
ebbero l’egemonia nel paese e il presidente della Repubblica Mac Mahon cercò di opporsi a
questa tendenza repubblicana sciogliendo la Camera; ma le elezioni seguenti confermarono
la maggioranza repubblicana, quindi il presidente si dimise.
I repubblicani erano divisi in:
• opportunisti, cioè i repubblicani moderati, appoggiati dai commercianti, impiegati e
piccoli agricoltori che aspiravano al progresso, ma rimanevano conservatrici nei
rapporti sociali.
• Radicali, i repubblicani riformisti, che erano contro gli opportunisti.
Il consolidamento della democrazia avvenne sotto la guida dei governi repubblicano-
moderati. Il Parlamento tornò (da Versailles) a Parigi, fu approvata un’amnistia per gli
incarcerati e i deportati, il Senato fu reso elettivo e furono varate tre leggi:
1. Quella che garantiva la libertà di associazione sindacale;
2. Quella che ampliava le autonomie locali
3. L’elettività dei sindaci e il divorzio.
Lo Stato si dichiarò laico, soprattutto nel settore scolastico. L’istruzione divenne
obbligatoria, gratuita e sottoposta allo stato, mentre le università e gli istituti superiori
invece venivano gestiti dal clero. L’indebolimento dei poteri presidenziali condizionò
l’instabilità del governo. Inoltre vi fu anche la corruzione del potere, che legava il mondo
politico con la speculazione finanziaria. Questo determinò degli scandali e la sfiducia del
popolo parigino. George Boulanger creò un movimento con l’intento di rivoluzionare le
istituzioni in modo parlamentare e autoritario, ma fu accusato di aver partecipato ad un
complotto contro la Repubblica e la sua iniziativa fallì. Fuggì all’estero, ma lasciò nella
società l’aspirazione autoritaria.

L’Inghilterra vittoriana
Dopo i moti del ’48, la Gran Bretagna visse una lunga fase di stabilità politica, tranquillità
sociale e benessere economico, grazie alla consistente produzione di carbone e ferro e
inoltre possedeva una rete ferroviaria avanzata e una flotta mercantile molto grande e
potente. La Gran Bretagna era costituita da istituzioni liberali e, tra il 1848 e il 1866, vi fu
un consolidamento del sistema parlamentare, che consisteva nell’esaltazione del
Parlamento, il quale gestiva la vita politica e subordinava il governo. La corona aveva solo
un valore simbolico d’identità nazionale (regno della regina Vittoria). Molti poteri erano
gestiti dalla Camera alta, cioè la Camera dei Lords, resi per via ereditaria o nomina regia,
mentre la Camera elettiva, cioè la Camera dei Comuni, rappresentava una piccola parte della
popolazione. Negli anni ’60 vi fu la lotta per l’allargamento del suffragio, condotta da
intellettuali radicali. Nel 1865 Willian Gladstone (wings) presentò un progetto di legge che
prevedeva l’estensione del diritto di voto, ma fu ostacolato dalla parte moderata del partito e
questo provocò nel 1866 la caduta del governo liberale e la salita al potere dei conservatori,
guidati da Disraeli (tories). Quest’ultimo assunse l’iniziativa di una riforma elettorale più
avanzata e nel 1867 varò una legge, chiamata Reform Act, che consentiva il diritto di voto ai
lavoratori urbani a reddito più elevato. Il suo scopo era ottenere il consenso del suo partito
dai lavoratori industriali, ma l’allargamento del suffragio favorì i liberali. Nelle elezioni del
1868 i conservatori furono sconfitti e Gladstone tornò alla guida del governo. Egli varò delle

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riforme sociali, incrementò e migliorò il sistema di istruzione pubblica e ridimensionò il
ruolo della Chiesa anglicana nella scuola. Stabilì il reclutamento tramite concorsi e proibì
nell’esercito la compravendita dei gradi. Nel 1872 fu abolita la pratica del voto palese, che
in passato aveva favorito l’aristocrazia terriera. Disraeli cambiò lo stile della politica estera,
adottando un sistema coloniale mirato al consolidamento dei possedimenti indiani cercò
anche il consenso delle masse popolari varando delle riforme e ponendosi in concorrenza
con i liberali: leggi sulla salute pubblica e sulle case operaie, maggiore libertà al diritto di
sciopero (le Trade Unions ne trassero vantaggio) …
Il conservatorismo popolare di Disraeli si concluse quando, dopo alcuni fallimenti coloniali,
egli fu sconfitto nelle elezioni del 1880. Gladstone tornò nuovamente al potere e nel 1884
varò una nuova riforma elettorale, che allargava il diritto di voto alla maggioranza dei
lavoratori agricoli.
Dopodiché il governo si occupò della questione irlandese. L’economia irlandese si basava su
un’agricoltura povera e, proprio a causa di una crisi agricola il paese s’indebolì. Questo
comportò la reazione del movimento nazionale, che si espresse in azioni terroristiche degli
estremisti e repubblicani, oltre alla pressione esercitata in Parlamento dalla rappresentanza
irlandese per porre in luce il problema dell’ autonomia. Per risolvere la situazione,
Gladstone tentò con una riforma agraria, varando una legge, chiamata Land Act, che
migliorava i contratti d’affitto e garantiva agli affittuari di non essere espulsi dal loro fondo.
Alla fine capì che l’unica soluzione era quella di concedere un’ampia autonomia politica
all’Irlanda. Quando presentò il progetto di Home Rule, Gladstone si scontrò con i
conservatori e i ribelli liberali. , tra cui Chamberlain. La secessione degli unionisti, chiamati
così perché erano contrari all’autonomia irlandese, comportò il fallimento della Home Rule
e la caduta del governo. I tories tentarono nuovamente di proporre il nazionalismo unendolo
al riformismo sociale e di ottenere il consenso di massa per la politica imperialistica.

La Russia di Alessandro II
La Russia era l’impero più arretrato fra le grandi potenze europee. Vi era un’economia
basata sull’agricoltura ed era l’unico paese dove esisteva ancora la servitù della gleba, cioè i
contadini erano legati alla terra che coltivavano e sottomessi ai proprietari.
L’organizzazione del lavoro agricolo era fondata su mir, delle comunità di villaggi, dove
delle assemblee formate da capifamiglia affidavano ai contadini le terre da coltivare e
riscuotevano le tasse da dare ai proprietari. L’Impero russo era privo di istituzioni
rappresentative ed era governato da un apparato burocratico-poliziesco. Nonostante ciò, vi
fu uno sviluppo in campo culturale e il tema principale dei romanzi era la diversità sociale
impiantata Russia rispetto alle grandi potenze dell’Europa occidentale. Gli intellettuali russi
si divisero in due correnti contrapposte.
• Gli occidentalisti, i quali volevano risollevare le condizioni della nazione adottando
lo stile politico e culturale dei paesi europei più avanzati.
• I slavofili, s’ispiravano alle tradizioni dei popoli slavi, alla religione ortodossa e alle
antiche istituzioni comunitarie russe.
Gli occidentalisti furono appoggiati dal nuovo zar di Russia Alessandro II, il quale concesse
un’amnistia ai detenuti politici, creò gli zemstvo, cioè consigli distrettuali elettivi e varò una
serie di riforme per modernizzare la nazione. Una di queste fu l’abolizione della servitù
della gleba, i servi acquistarono libertà personale, ebbero la possibilità di diventare piccoli
proprietari terrieri e riscattarono le terre da coltivare con il pagamento delle rate ai

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proprietari. Tuttavia questa riforma deluse i contadini e favorì i signori, che concedevano
una quantità di terreno più piccola di quella coltivata in precedenza e richiedevano una
somma più alta rispetto all’effettivo valore dei fondi. Molti contadini rinunciarono ad
acquistare le terre e vi furono delle ribellioni, represse dall’esercito. Nel 1863-64 i polacchi
insorsero poiché chiedevano maggiore autonomia, ma furono pesantemente repressi e vi fu
il ritorno dell’autocrazia. Aumentarono sempre più i contrasti tra il potere statale e la
borghesia colta e vi fu un rifiuto dell’ordine costituito. Da una parte i nichilisti, non si
preoccupavano dei problemi delle classi subalterne, dall’altra i populisti, che cercarono di
diffondere un’educazione politica e culturale nelle masse. Il populismo raggruppava diverse
componenti: gli anarchici, i democratici e i socialisti e l’obiettivo comune era quello di
diffondere un socialismo agrario risollevasse le condizioni del proletariato delle campagne.
L’ideale populista venne incompreso dalle masse contadine e represso dalla polizia, quindi i
populisti vennero isolati. Alessandro II venne ucciso.

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6 CAPITOLO I nuovi mondi:
Stati Uniti e Giappone
Sviluppo economico
e fratture sociali negli Stati Uniti
Intorno alla metà del 19° secolo, gli Stati Uniti erano un paese in crescita. La popolazione
aumentava grazie ai flussi migratori provenienti dall’Europa, la produzione agricola
migliorava sia per la coltivazione nelle nuove terre colonizzate, sia per lo sviluppo di una
moderna agricoltura capitalistica ad Ovest, mentre nel Nord-Est cresceva uno sviluppo
industriale. Tuttavia vi erano delle fratture interne, che dividevano il paese in tre diverse
società:
• Il Nord-Est industrializzato e influenzato dai valori del capitalismo imprenditoriale,
dove si stabiliva il flusso migratorio.
• Il Sud tradizionalista, con un’economia agricola composta dalle grandi piantagioni di
cotone. La manodopera era costituita da schiavi neri, mentre la vita politica e sociale
era gestita dai grandi proprietari terrieri, che s’ispiravano ad un’etica patriarcale e
paternalistica.
• Gli stati dell’Ovest, agricolo, formata da liberi agricoltori e allevatori di bestiame.
Era una società in rapida evoluzione, si crearono delle aziende stabili e l’agricoltura
mercantile sostituì lo scambio in natura. la società agricola dell’Ovest restava legata
ai valori della frontiera, cioè all’indipendenza e all’uguaglianza delle opportunità.
L’Ovest creò il contrasto tra il Nord industriale e il Sud schiavistico. L’idea di schiavitù
infatti non coincideva con l’ideale democratico diffuso nel nord; tuttavia l’economia delle
piantagioni era molto redditizia per il paese, soprattutto grazie alle esportazioni verso
l’Europa. Ma quando lo sviluppo industriale si ampliò verso nuovi settori, come quello
meccanico, diminuì l’importanza della produzione cotoniera. Incrementarono, di
conseguenza, i rapporti tra il Nord industriale e l’Ovest agricolo, poiché l’Ovest trovava
nelle aree urbane notevoli sbocchi per i suoi prodotti e a sua volta costituiva un ottimo
mercato per il Nord. Sorse lo scontro sulla schiavitù, che si basava sull’introduzione o meno
degli schiavi nei nuovi territori.
Il Sud era favorevole poiché voleva estendere la coltivazione del cotone nei nuovi territori,
mentre il Nord e l’Ovest erano contrari, poiché l’opinione pubblica chiedeva delle terre in
uso gratuito per la coltivazione di cereali. Vi erano due grandi partiti:
• Il Partito democratico, che si ispirava al liberismo economico e al rispetto
dell’autonomia dei singoli stati, di cui facevano parte i piccoli e medi agricoltori e i
lavoratori immigrati.
• Il Partito whig, era appoggiato dalla borghesia e aspirava al rafforzamento del potere
centrale.
All'inizio degli anni 50 entrambi i partiti erano in crisi: i democratici che appoggiavano gli
schiavisti, persero il consenso del Nord e dell’Ovest; il partito whig era diviso in progressisti
e conservatori che si dissolse in pochi anni. Dall’ala progressista nacque il Partito
repubblicano antischiavista, (1854) guidato dal presidente Abraham Lincoln.
La guerra di secessione e le sue conseguenze
Nonostante Lincoln fosse contrario alla schiavitù, egli non l’abolì. Dopo che i repubblicani
vinsero le elezioni del ’60, 11 Stati del Sud chiesero di staccarsi dall’unione per formare una
Confederazione indipendente, poiché pensavano che la vittoria avesse determinato il
rafforzamento del potere centrale e l’emarginazione degli stati schiavisti. Questa secessione

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suscitò la reazione del potere federale. Quindi il potere federale interviene e scoppia una
guerra civile nel 1861, quando le forze confederate, cioè i secessionisti del Sud, attaccano la
piazzaforte del Fort Sumter, dove vi era l’esercito unionista. I confederati speravano che la
Gran Bretagna li appoggiasse, mentre il Nord faceva affidamento sul numero elevato della
popolazione e sul potenziale economico. Inizialmente prevalsero i sudisti, ma dato che la
Gran Bretagna e gli altri paesi rimasero neutrali, cominciarono le prime vittorie nordiste.
Nel 1865 i confederati si arresero e Lincoln fu ucciso da un sudista. Questa venne definita
un guerra totale. Nel 1862 fu approvata una legge che dava gratuitamente, ai cittadini che lo
richiedevano, delle pezzi di terra di proprietà dello stato. Inoltre fu decretata la liberazione
degli schiavi in tutti gli Stati del Sud, soprattutto per far si che essi si arruolassero
nell’esercito unionista. Nonostante il varo di queste leggi la situazione rimase pressoché la
stessa, perché gli schiavi non migliorarono le loro condizioni economiche e la concessione
delle terre venne abolita.
In seguito il Sud fu sottoposto ad un regime di occupazione militare, cioè fu governato da
uomini del Partito repubblicano. Questo comportò una reazione del Partito democratico
negli Stati del Sud, e alla fine degli anni 70 tornò la supremazia dei bianchi e un regime di
segregazione.
Nascita di una grande potenza
Verso la fine dell’800, gli Stati Uniti cominciano ad ampliare il proprio territorio, favorita
dallo sviluppo della rete ferroviaria, colonizzando i territori dell’Ovest. Vittime della
colonizzazione furono le tribù dei pellirosse e il governo federale condusse delle campagne
militari contro di loro per proteggere le vie di comunicazione e facilitare il processo di
colonizzazione. Gli indiani cercarono di resistere alla conquista bianca, ma dopo l’ultima
battaglia delle guerre indiane (1890), i pellirosse furono mandati ai confini. La società
americana nel frattempo attraversava un intenso sviluppo capitalistico, grazie ad un mercato
interno in continua espansione. L’aumento della popolazione americana fu dovuto
soprattutto al flusso migratorio, che servì per la manodopera nelle industrie, oltre a costituire
una società americana multietnica. Nonostante fosse un paese agricolo, gli Stati Uniti
migliorarono i centri urbani e nacquero le grandi metropoli. La crescita economica della
potenza determinò la tutela degli equilibri continentali contro qualsiasi intromissione
esterna. Durante l’opera di colonizzazione, l’America si scontrò con la Francia, poiché
Napoleone III voleva imporre l’influenza francese in Messico. Nel frattempo in Messico vi
era una guerra civile tra le forze democratiche guidate da Benito Juàrez e le correnti
conservatrici e clericali. Per fronteggiare la guerra civile, Juàrez sospese il pagamento dei
debiti con l’estero. Questo scatenò un intervento militare da parte degli stati creditori, cioè
Francia, Gran Bretagna e Spagna; in particolare la Francia ne approfittò per impiantare uno
stato satellite. Fu creato così l’Impero del Messico e la corona fu offerta al fratello minore di
Francesco Giuseppe, principe di casa d’Austria “Massimiliano d'Asburgo”. I repubblicani
messicani si ribellarono e gli Stati Uniti li appoggiarono economicamente e militarmente.
Napoleone III quindi ritirò le sue truppe e Massimiliano d’Asburgo venne sconfitto e ucciso.

La Cina, il Giappone e la penetrazione occidentale


nella metà del 19 secolo le maggiori potenze dell'estremo oriente erano Cina e Giappone.
Entrambe esercitavano una politica protezionistica e si scontravano con le potenze
occidentali che volevano imporre la loro presenza commerciale nel loro territorio. La Cina

Elisa Terranova
era lo stato più popoloso del mondo, la sua politica si basava su un forte potere centrale
rappresentato dall’imperatore e da una classe di potenti funzionari, chiamati mandarini.
L’agricoltura era il motore dell’economia ed era legata allo stato, che finanziava la
sistemazione idraulica dei terreni. La Cina non aveva relazioni diplomatiche con l’esterno,
gli stranieri potevano accedere solo al porto di Canton, in Cina meridionale. Questo
isolamento comportò una grave crisi interna nel momento in cui la Cina si scontrò con
l’Occidente, che avvenne principalmente tra Cina e Gran Bretagna (fine degli anni '30)
riguardo il commercio dell’oppio. La droga veniva prodotta nelle piantagioni indiane e poi
veniva esportata illegalmente in Cina, dove se ne faceva un abbondante consumo. La Gran
Bretagna garantiva il traffico, quindi quando un funzionario imperiale sequestrò il carico
delle navi straniere, la Gran Bretagna attaccò e vinse la battaglia. Con il trattato di Nanchino
del 1842, la Cina cedette Hong Kong alla Gran Bretagna e apri al commercio straniero altri
4 porti, tra cui Shangai. La “prima guerra dell’oppio” indebolì la Cina, la quale fu costretta
ad affrontare una crisi interna, con la ribellione contadina definita “rivolta dei Taiping”, oltre
all’ennesimo scontro con Gran Bretagna e Francia. Nacque la “seconda guerra dell’oppio”
nel ’56 e terminò nel ’60, con la sconfitta della Cina, che fu costretta ad aprire al commercio
straniero anche le vie fluviali interne e a stabilire dei rapporti diplomatici con l’Occidente.
Una situazione simile dovette affrontare il Giappone. La sua economia di basava su un
sistema feudale: l’imperatore (mikado) aveva un potere simbolico, mentre il governo del
paese era nelle mani di una dinastia di feudatari, i Tokugawa, che si trasmettono per via
ereditaria la carica di Shogun, cioè il sovrano assoluto che amministrava direttamente molte
zone del paese e teneva stretti a se i feudatari (daimyo) tramite un patto di vassallaggio. I
daimyo erano un piccolo gruppo che avevano poteri assoluti nei loro feudi e occupavano
regioni molto vaste. Al di sotto stavano i samurai, cioè la piccola nobiltà che si dedicava alle
armi. Non avevano un’autonoma funzione sociale ma erano un ceto numeroso, mentre
mercanti e artigiani erano emarginati.

Le industrie erano controllate dallo shogun. L’agricoltura era basata sulla coltura del riso,
basata su sistemi d’irrigazione avanzati. I contadini erano organizzati in comunità di villaggi
ed erano pressati dalle tasse imposte dai daimyo. Anche il Giappone adottava una politica
estera protezionistica e solo il porto di Nagasaki era aperto ai mercati stranieri. Gli Stati
Uniti nel 1854 inviarono una flotta navale in Giappone, chiedendo allo shogun l’apertura dei
porti per il commercio. Lo shogun fu costretto a firmare degli accordi commerciali, trattati
ineguali che suscitarono l’insurrezione del paese, guidata dai grandi feudatari e dai samurai
contro lo shogun.

La “restaurazione Meiji” e
la nascita del Giappone moderno
i daimyo si resero indipendenti dal governo centrale, prendendo iniziative autonome contro
gli stranieri pervenuti in Giappone. Le forze dei maggiori feudi occuparono Kyoto,
eliminarono lo shogun e formarono un governo a Tokyo e si richiamava all'autorità
dell'imperatore, Mutsuhito, il quale era destinato ad acquisire l'appellativo di Meji Tenno
(imperatore illuminato). “La restaurazione Meiji” fu adottata non solo per cacciare lo
straniero, ma anche per rivoluzionare la situazione d’inferiorità politica, economica, militare
e sociale che il Giappone affrontava rispetto alle potenze occidentali. Il Giappone passò
rapidamente da un sistema feudale a uno Stato moderno: fu proclamata l’uguaglianza
giuridica dei cittadini, i diritti feudali vennero eliminati, fu introdotto l’obbligo

Elisa Terranova
dell’istruzione elementare, fu unificata la moneta, fu creato un sistema fiscale moderno, fu
organizzato un esercito nazionale. Migliorarono i settori agricolo e industriale e crebbero le
infrastrutture. La “restaurazione Meiji” diede il via al processo di modernizzazione dello
Stato giapponese, trasformandolo in una potenza dell’Estremo Oriente.

Elisa Terranova
7 CAPITOLO La seconda rivoluzione industriale
I rivoluzione industriale (ripasso) (inizio in GB nella metà del 18 secolo)
Fu un periodo di trasformazioni, una svolta che avvenne in poco tempo.
Stravolge i ritmi della produzione agricola.
Il settore più importante era quello tessile.
Vi è una produzione più rapida.
Crescita demografica e rottura della trappola maltusiana. *
La I Riv. Industriale vedeva la GBR come paese guida.
Enclosures = recinzioni. Sistema basato sulla proprietà privata e proprietà comune. un
villaggio aveva la possibilità di utilizzare gli usi comuni e da li estirparli. I contadini non
hanno più terre, viene a mancare la produzione e aumenta la disoccupazione. Quindi i
contadini lavorano molto di più e vengono sottopagati.

Il capitalismo a una svolta:


concentrazioni, protezionismo, imperialismo
Gli ultimi trent’anni del 19° secolo sono segnati da un processo di grande trasformazione
economica, chiamato appunto “II rivoluzione industriale”. Vennero modificate le tecniche
produttive, cambiarono i rapporti tra i vari settori di produzione, i rapporti economici
internazionali e le gerarchie mondiali della potenza industriale. Infatti la Gran Bretagna
perse il primato di potenza economica mondiale e fu sostituita da Stati Uniti e Germania.
Nel 1873 ci fu un’improvvisa crisi di sovrapproduzione che determinò il calo dei prezzi;
questa fase fu definita grande depressione. Più che altro, il calo dei prezzi fu determinato
dalle trasformazioni organizzative e innovazioni tecnologiche, che consentirono di
abbassare i costi di produzione. Vi fu un rallentamento dei ritmi di crescita delle nazioni,
breve in America e Germania, più prolungato in Gran Bretagna; tuttavia questo non
comportò un peggioramento delle condizioni di vita, né una diminuzione della produzione
industriale. Il cambiamento, invece, avvenne nella libera concorrenza, che andò in crisi. Le
nuove dimensioni del mercato internazionale, le difficoltà e l’esigenza di aumentare gli
investimenti, spinsero gli imprenditori ad abbandonare il liberismo, organizzandosi in
grandi consociazioni (holdings) per il controllo finanziario delle imprese.
Si formano i cartelli, (o pools) cioè accordi tra le varie imprese dello stesso settore riguardi i
prezzi e la produzione; i trusts, cioè delle concentrazioni di varie imprese in un’unica
azienda e queste concentrazioni potevano essere orizzontali se riguardavano aziende
operanti nello stesso settore, verticali se la concentrazione avveniva tra le imprese che
svolgevano diverse fasi della lavorazione di un prodotto. (es. Krupp di Essen, in Germania).
Alcuni addirittura stabilirono un regime di monopolio, come ad es. negli Stati Uniti la
Standard Oil di Rockefeller, aveva il monopolio sulla produzione petrolifera del paese. Il
ruolo delle banche era quello di assicurare dei flussi finanziari, cioè i capitali di
investimento che servivano per la nascita di nuove potenti industrie. Tra banche e industrie
si creò una compenetrazione, cioè le banche controllavano i pacchetti azionari delle
industrie e quest’ultime potevano partecipare ai consigli di amministrazione delle banche.
Questo rapporto venne definito capitalismo finanziario. Lo stato intervenne, aumentando le
tariffe doganali, per proteggere la produzione interna ed evitare le importazioni. Si ritornò al
protezionismo, che danneggiò paesi come l’Italia e avvantaggiò altri come la Germania.
Solo la Gran Bretagna non aderì, ma fu danneggiata da questa situazione, poiché vide
diminuire gli sbocchi di mercato per le sue merci. Inoltre le industrie dei paesi protezionisti
superarono quelle inglesi nella produzione dell’acciaio, chimico e elettrico. La Gran

Elisa Terranova
Bretagna perse il primato industriale e passò ad occuparsi dell’intensificazione degli scambi
con le colonie, cercando nuovi mercati per i propri prodotti e sbocchi per l’investimento di
capitali. Il mercato interno si satura, quindi iniziò una concorrenza nazionale e si
cominciarono a vendere i prodotti all’estero. Inoltre iniziò una nuova fase d’imperialismo
con la conquista di nuovi territori da colonizzare.
La crisi agraria e le sue conseguenze
La caduta dei prezzi si fece sentire maggiormente nel settore agricolo. L’agricoltura si era
sviluppata notevolmente con l’uso dei concimi chimici, delle trebbiatrici e mietitrici e l’uso
di un sistema di irrigazione. Inoltre vennero coltivati nuovi prodotti e utilizzati dei sistemi di
rotazione che permettevano di far riposare la terra e aumentarne il rendimento. Alcuni paesi
come Inghilterra, Belgio, Germania e le regioni dell’Italia settentrionale aderirono a questo
processo di sviluppo, mentre l’Europa orientale rimase arretrata a causa della persistenza del
latifondo di origine feudale, le gerarchie sociali e la povertà dei contadini indipendenti. Vi
erano colture estensive basate sullo sfruttamento del lavoro umano, l’uso di attrezzature
antiche e arretrate. In America invece si creò una nuova agricoltura, per la disponibilità di
terre e tecniche avanzate. Negli anni ’79-’80 i prezzi agricoli calarono bruscamente e questo
fu un vantaggio per i consumatori delle città, ma andò a discapito di molte industri agricole
e creò disoccupazione, fame, misera nelle campagne. Questo scatenò delle tensioni sociali e
l’aumento delle emigrazioni verso le aree industriali. Per affrontare la crisi agraria, i governi
si servirono del protezionismo, ponendo dei dazi per molti prodotti agricoli, soprattutto per i
cereali. Si riuscì a fermare la crisi ma il declino del settore agricolo avvenne ugualmente.
Scienza e tecnologia
In campo scientifico e tecnologico ci fu la scoperta di oggetti di uso comune, come la
lampadina, il telefono, la macchina da scrivere, la bicicletta. La seconda rivoluzione
industriale fu meno radicale della prima, ma si diffuse maggiormente. I progressi della
scienza e della fisica permisero di compiere nuove scoperte, ma la novità vera e propria fu
l’applicazione di queste scoperte nell’industria creando un legame tra la scienza e la
tecnologia. Mentre i protagonisti della I rivoluzione industriale erano gli imprenditori, la II
riguardò il mondo scientifico. (I rivoluzione industriale → Vi fu l’invenzione della
macchina a vapore, grazie al carbone e questo favorì lo sviluppo della produzione tessile
poiché si accelerarono i tempi di produzione rispetto alla manodopera, che era troppo lenta,
nella II rivoluzione industriale → il motore a scoppio)

Le nuove industrie
Le maggiori industrie che si svilupparono durante la II rivoluzione industriale furono quella
chimica e dell’acciaio. L’acciaio si utilizzava solo per le armi da fuoco e strumenti di
precisione poiché era troppo costoso. Con l’uso di nuove tecniche di fabbricazione si riuscì
in seguito a produrre maggiore quantità a costo meno elevato. Un’altra novità fu l’utilizzo
del cemento armato, con il quale si costruì la torre Eiffel (1889), la Tower Building …
Anche in campo chimico vi furono notevoli sviluppi, come la scoperta dell’alluminio,
l’acido solforico per la preparazione dei concimi, la soda. Fu sperimentata la lavorazione dei
coloranti artificiali, furono inventati la dinamite, il pneumatico e le fibre tessili artificiali. Si
svilupparono anche i settori farmaceutico e alimentare, dove i nuovi metodi di
sterilizzazione, la conservazione e l’inscatolamento dei cibi e la costruzione delle celle
frigorifere eliminarono il terrore delle carestie.
Motori a scoppio ed elettricità

Elisa Terranova
Nella II rivoluzione industriale vi fu l’invenzione del motore a scoppio. Importante anche il
motore a nafta inventato da Diesel nel 1897 e all’inizio del ‘900 si diffusero le prime
autovetture. Il petrolio fu fondamentale per lo sviluppo economico e veniva usato anche
come lubrificante e combustibile da riscaldamento, ma gli alti costi di produzione
impedivano di usarlo con facilità. Riguardo il campo elettrico, furono inventati dei congegni
come la dinamo, le batterie e i motori elettrici, in grado di trasferire, immagazzinare e
trasmettere energia a grandi distanze. Negli anni '80 nacquero le prime grandi centrali
termiche, che fornirono energia ai quartieri; l’energia elettrica fu utilizzata anche per i mezzi
di trasporto e gli usi industriali. Nacque l’energia idrica e infine altre novità furono
l’invenzione del telefono di Antonio Meucci, il grammofono di Edison, il cinematografo dei
fratelli Lumière. Nel 1879 Edison inventò la lampadina a filamento incandescente.

Le nuove frontiere della medicina


Anche la medicina subì un’evoluzione profonda. Prima si basava su superstizioni e
tradizioni popolari e le strutture ospedaliere ospitavano poveri, incurabili e trovatelli senza
separarli. Con la II riv. Industriale (seconda metà 19 secolo) vi fu:
1. la diffusione delle pratiche igieniste, che studiavano le malattie e i mezzi per
prevenirle. Gli igienisti adottarono strategie di prevenzione e contenimento delle
malattie epidemiche.
2. L’uso del microscopio consentì la scoperta dei microrganismi responsabili di
malattie infettive come la peste, il colera e la tubercolosi.
3. I progressi della chimica e della farmacologia consentirono di produrre delle
sostanze in grado di curare le malattie. I nuovi farmaci furono l’anestesia chirurgica,
l’aspirina, il Ddt un potente insetticida per combattere la malaria e si sviluppò anche
un’adatta industria farmaceutica.
4. Furono costruiti dei policlinici, suddivisi in reparti specializzati nelle diverse
malattie e furono adottati essenziali norme igieniche.

Il boom demografico
I progressi della tecnologia, della medicina e dell’igiene contribuirono a migliorare le
condizioni di vita. Questo comportò, anche grazie all’industria alimentare e all’estinzione di
epidemie e carestie, l’aumento della popolazione e l’allungamento della vita media che, dai
30-35 anni passò ai 50. Alla caduta della mortalità però si contrapponeva la diffusione di
metodi contraccettivi e la tendenza a programmare razionalmente la famiglia e il futuro.
Quindi i paesi occidentali avevano un tasso di natalità basso, mentre per quanto riguarda i
continenti extraeuropei, in Asia e Africa c’era un incremento della popolazione
consistente, nonostante ci fossero alti tassi di mortalità.

*Maltus = economista
*Trappola maltusiana = Ad ogni crescita demografica le condizioni della gente peggiorano,
perché la produzione agricola era bassa quindi la gente era debole e nascevano nuove
malattie, carestie e guerre. Pertanto la popolazione diminuisce.

II Maltus, in sintesi, la popolazione aumenta in misura maggiore rispetto alla produzione


agricola.

Elisa Terranova
8 CAPITOLO Imperialismo e colonialismo
Tempo = 1870-1914
spazio = Il mondo intero
Europa, Asia, Africa

La febbre coloniale
Ci sono tre elementi importanti per capire la nascita dell’imperialismo:
• Le potenze;
• Il colonialismo;
• Le interpretazioni del colonialismo.
Negli ultimi decenni del 19° secolo, aumentò la tendenza delle potenze europee ad
espandersi e a costruire imperi coloniali. Mentre prima del 1870 erano i privati e le
compagnie mercantili ad avere l’iniziativa, come la Compagnia delle Indie, adesso erano i
governi a voler espandersi e ordinano alle potenze di conquistare tutto il territorio. Oltre alla
penetrazione commerciale, vi fu anche l’assoggettamento politico e lo sfruttamento
economico dei territori dell’Africa, dell’Asia e del Pacifico, che divennero le colonie o
protettorati delle potenze occidentali. Questi imperi coloniali vennero ampliati e anche gli
Stati che si erano unificati recentemente o comunque non possedevano una tradizione
imperiale, come Italia, Germania, Giappone, Stati Uniti parteciparono a questa corsa per
l’accaparramento dei territori. Questa tendenza avveniva soprattutto per interessi economici,
con lo sfruttamento delle materie prime a basso costo o la ricerca di nuovi sbocchi
commerciali. Riguardo alle motivazioni politico-ideologiche, vi era una mescolanza di
nazionalismo e politica di potenza, razzismo e spirito missionario, poiché i popoli delle
colonie venivano sfruttati e ridotti in schiavitù ma allo stesso tempo l’opinione pubblica si
interessava dell’evangelizzazione dei popoli non cristiani e delle esplorazioni geografiche in
Africa.
COLONIE → se vengono assoggettati all'amministrazione diretta dei conquistatori
PROTETTORATI → se il controllo era esercitato in modo indiretto
Colonizzatori e colonizzati
Quasi tutte le conquiste coloniali furono segnate dall’uso della forza e della violenza contro
le popolazioni indigene, soprattutto nell’Africa nera, dove c’erano frequenti rivolte delle
popolazioni locali contro i nuovi dominatori. Le colonie miglioravano dal punto di vista
economico, con la coltivazione di nuove terre, l’introduzione delle nuove tecniche agricole,
la costruzione di infrastrutture e l’avvio commerciale e industriale. Ma questo veniva fatto
in cambio dello sfruttamento di risorse materiali e umane. L’economia dei paesi sottomessi
si basò sull’esportazione, mentre aumentava all’interno l’autoconsumo e la povertà. Lo
sviluppo favoriva solo gli interessi dei colonizzatori e inoltre anche l’impatto culturale della
colonizzazione risultò violento a seconda delle diverse politiche adottate dai paesi
colonizzatori. Infatti quella britannica fu più rispettosa degli usi locali, mentre quella
francese più oppressiva, imponendo una modernizzazione forzata. L’Asia e il Nord Africa
seppero opporre resistenza, mentre l’Africa più arcaica non riuscì a difendersi dalle
trasformazioni economiche, tecnologiche, sociali, religiose e linguistiche prodotte dalla
presenza dei paesi occidentali e quindi i ritmi di vita, i riti e le credenze delle tribù entrarono
in crisi. Sul piano politico però, l’espansione coloniale favorì il risveglio di nazionalismi
locali.
L’espansione in Asia

Elisa Terranova
All’inizio dell’età dell’imperialismo gli europei avevano imposto la loro presenza in Asia.
Gli inglesi oltre all’India, possedevano Hong Kong, Singapore; gli olandesi dominavano
l’arcipelago indonesiano; i portoghesi controllavano Macao in Cina, Goa in India e parte
dell’isola di Timor; la Spagna possedeva le filippine; la Russia la Siberia e l’Asia centrale;
la Francia aveva un vasto dominio nella penisola indocinese.
Ciò che scatenò l’interesse della conquista dell’Oriente fu nel 1869 l’inaugurazione del
canale di Suez (Egitto, confine tra Asia e Africa), che metteva in comunicazione il
Mediterraneo con il Mar Rosso, abbreviando i collegamenti marittimi tra l’Europa e l’Asia.
Il canale era gestito da una compagnia internazionale controllata da Francia e Inghilterra.
L’India fu a lungo governata da una compagnia privata inglese, la Compagnia delle Indie
orientali. Il territorio rappresentava uno sbocco di mercato per gli inglesi, poiché importava
manufatti ed inoltre esportava grandi quantità di the e cotone. La società indiana aveva
un’economia basata su un’agricoltura povera e arretrata; inoltre la presenza inglese
danneggiò l’industria cotoniera indiana con l’importazione di tessuti dalla Gran Bretagna.
La società professava la religione induista ed era divisa in caste, le quali prevalevano sul
potere statale, che era assente. Gli inglesi si appoggiavano sui signori locali e i sacerdoti
induisti per il mantenimento dell’ordine e la riscossione delle tasse, ma l’iniziativa inglese
di avviare un processo di modernizzazione, con la diffusione della propria lingua e la
propria cultura, scatenò delle reazioni da parte di tradizionalisti e religiosi. Una delle più
importanti ribellioni, scoppiata nel 1857, fu definita “la rivolta di Sepoys”. Vi fu una
repressione e la riorganizzazione della colonia, che non fu più amministrata dalla
Compagnia delle Indie, ma dalla corona britannica, rappresentata da un viceré. L’esercito e
la burocrazia vennero riformati e la regina Vittoria venne incoronata imperatrice dell’India
(1876). La Gran Bretagna entrò in competizione con la Francia quando essa entrò in
Indocina. La penisola era formata da una popolazione di origine buddista ed era divisa in
vari regni sotto il controllo dell’Impero cinese. I più importanti: Annam, Siam, Cambogia.
La Francia era penetrata in Indocina negli anni ’50 con le guerre dell’oppio, limitandosi a
qualche stazione commerciale e delle missioni cattoliche. La Francia intervenne
militarmente quando iniziarono le persecuzioni dei missionari cattolici (1862), occupando la
Cocincina e la Cambogia. In seguito si scontrò anche con la Cina ed estese il suo dominio a
tutto l’Annam. La Gran Bretagna procedette a impossessarsi del Regno di Birmania e la
Francia ebbe il controllo del Laos. Le due potenze arrivarono nel Siam, si accordarono
lasciandolo indipendente e considerandolo stato-cuscinetto. Nella parte orientale dell’India
la Gran Bretagna dovette difendersi dalla Francia, mentre sul fronte nord-occidentale
dovette riguardarsi dalla Russia. L’impero zarista si espandeva in Asia in due direzioni:
verso la Siberia e l’Estremo Oriente; verso l’Asia centrale. La colonizzazione russa della
Siberia venne condotta dall’autorità centrale, mentre cresceva l’ambizione di consolidarle
proprie posizioni verso la Cina e il Pacifico. Infatti la Cina dovette cedere i distretti
dell’Ussuri e dell’Amur (1860). Nel frattempo il governo zarista vendeva l’Alaska alla Gran
Bretagna (1867), poiché era troppo costoso dal punto di vista economico e militare. Fu
costruita la ferrovia Transiberiana, che collegava Mosca a Vladivostok.
Sul fronte asiatico la Russia occupò il Turchestan, importante economicamente per la
produzione di cotone, ma pericolosa poiché vicina all’impero indiano. Ci fu un lungo
scontro anglo-russo in Asia centrale. Nel 1885 le due potenze giunsero ad un accordo con
cui definivano le frontiere tra il Turchestan e il Regno dell’Afganistan e le lasciavano
indipendenti, anche se restavano sotto l’influenza inglese. Riguardo alla spartizione del

Elisa Terranova
Pacifico, la Gran Bretagna occupò le isole Fiji, le Salomone e le Marianne, mentre di spartì
la Nuova Guinea con la Germania.
La spartizione dell’Africa
nel 1870 nel continente africano:
• i francesi occupavano l’Algeria e il Senegal;
• i portoghesi l’Angola e il Mozambico;
• gli inglesi la Colonia del Capo, cioè la parte meridionale della Rep. Sudafricana.
Quando le potenze europee occuparono l’Africa, le antiche civiltà locali erano già in crisi, a
causa della decadenza commerciale, delle guerre e gli effetti devastanti della tratta degli
schiavi. La regione sahariana e la costa nord-occidentale erano controllate da regni locali e
musulmani e veniva praticata la religione islamica. L’impero etiopico invece era cristiano.
Nell’Africa centro-meridionale non c’era una compattezza politica e religiosa, ma vi erano
società tribali disgregate, dedite alla caccia, alla pastorizia e ad una agricoltura arretrata.
Inoltre vi erano delle lotte interne che indebolivano il paese ancora di più, come le guerre
degli zulu, combattute con lance e frecce. La prima tappa della colonizzazione africana fu la
Tunisia, occupata dalla Francia nel 1881 e un anno dopo l’Inghilterra occupò l’Egitto e
cominciò una corsa alla conquista dell’Africa. Le due colonie erano indipendenti, ma
dipendevano ancora nominalmente dall’Impero ottomano. Alla Francia interessò la Tunisia
poiché aveva già colonizzato l’Algeria nel 1830. Anche l’Egitto era sotto l’influenza
francese, ma diventò molto importante per la Gran Bretagna dopo l’apertura del canale di
Suez (1869). La Gran Bretagna partì da Nord-Est e lo voleva unire con il sud, mentre
Francia da Nord-Ovest verso il sud. Negli anni ’70, Tunisia ed Egitto avevano tentato un
programma di modernizzazione, che li costrinse però ad aumentare la pressione fiscale e il
debito con le banche francesi e inglesi.
Per tutelarsi dal rischio che Tunisia ed Egitto non pagassero più il debito, Francia Gran
Bretagna intervenirono militarmente. La Francia attaccò la Tunisia, imponendo un regime di
protettorato; nel frattempo in Egitto nacque un movimento nazionalista che mise in pericolo
non solo il recupero dei crediti esteri, ma anche il controllo internazionale del canale di
Suez. In seguito allo scoppio di moti antieuropei ad Alessandria, il governo inglese mandò
un corpo di spedizione, che sconfisse le truppe egiziane e assunse il controllo del paese.
Dall’Egitto gli inglesi si spostarono nel Sudan, un vasto territorio sotto il controllo egiziano,
dove era scoppiata una rivolta guidata dal Madhi (profeta) Mohammed Ahmed. Il Madhi
lanciò le tribù sudanesi in una guerra santa contro le forze anglo-egiziane, sconfiggendolo e
fondando un proprio Stato, che gli inglesi riuscirono a dominare solo nel 1898. La conquista
personale degli inglesi suscitò lo sdegno della Francia e nacque uno scontro tra le due
potenze che scatenò una corsa alla conquista dell’Africa nera. I primi scontri si ebbero nel
bacino del Congo, dove il re del Belgio Leopoldo II aveva costruito una specie di impero
personale. Dopo la scoperta di importanti giacimenti minerari, il Belgio cercò di consolidare
il suo dominio attraverso uno sbocco sull’atlantico. Questo suscitò l’opposizione del
Portogallo, poiché il Congo confinava con la colonia portoghese dell’Angola. Ci fu una
conferenza internazionale a Berlino (1884) , per definire i principi di separazione
dell’Africa. La conferenza stabilì:
• la sovranità personale del re belga al Congo e gli venne assegnato un piccolo sbocco
sull’Atlantico;
• alla Francia spettarono i territori sulla riva destra del fiume (attuale repub del Congo)
• In Africa occidentale, la Germania ebbe il protettorato sul Togo e sul Camerun.

Elisa Terranova
• L’Inghilterra ebbe il controllo del basso Niger.
• La Francia ottenne il possesso dell’alto corso del fiume. Inoltre gli vennero assegnati
anche i territori che si estendevano dall’Atlantico al Sudan, dal bacino del Congo al
Mediterraneo.
La Gran Bretagna spostò le sue mire espansionistiche in Africa sud-orientale, interessante
per il controllo dell’Oceano Indiano. Fra il 1885 e il 1895 gli inglesi occuparono del bacino
dello Zambesi e il lago Niassa, più a nord si impadronirono del Kenya e dell’Uganda, il lago
Vittoria e l’Oceano Indiano. L’obiettivo inglese era quello di assicurarsi un dominio
meridionale e settentrionale del continente. Questo ambizione si scontrava con la presenza
della Germania nel Tanganika. Vi fu un accordo tra i due paesi nel 1890, dove la Germania
ottenne l’Africa orientale e l’Inghilterra ottenne l’isola di Zanzibar, importante per le rotte
commerciali inglese nell’Oceano Indiano, allontanando i tedeschi dalla regione dell’alto
Nilo. Ma proprio li gli inglesi si scontrarono con i francesi (1898), che erano arrivati fino in
Sudan. Le truppe inglesi e francesi si incontrarono proprio in Sudan e, dato che i francesi
non erano pronti ad uno scontro immediato, si ritirarono e abbandonarono le loro mire
espansionistiche. All’inizio del ‘900 l’Africa era tutta divisa tra le varie potenze europee,
tranne la Liberia, l’Impero etiopico, la Libia e il Marocco rimasero indipendenti.
Il Sud Africa e la guerra anglo-boera
L’imperialismo britannico si scontrò con un nazionalismo boero, provocando un conflitto
coloniale. I boeri avevano colonizzato il Capo di Buona Speranza, ma erano caduti sotto il
controllo inglese. Per sfuggire alla sottomissione, i boeri emigrarono al nord e fondarono le
repubbliche dell’Orange e del Transvaal. La scoperta di giacimenti di diamanti nelle due
repubbliche interessò alla Gran Bretagna, che adottò una politica aggressiva per il timore
che l’economia delle due repubbliche crescesse. Rodhes si occupò del progetto politico e
grazie a lui la Gran Bretagna poté espandere i propri domini in parte dell’Africa
meridionale, fino allo Zambesi, che venne chiamato Rodhesia, circondando le due
repubbliche boere. Inoltre la scoperta di giacimenti auriferi provocò l’immigrazione inglese
nell’Orange e nel Transvaal, quindi i boeri si sentirono minacciati di un’occupazione inglese
e opposero resistenza, discriminando gli immigrati (uitlanders). Questo provocò una
protesta e le tensioni aumentarono fino a quando il presidente del Transvaal dichiarò guerra
all’Inghilterra. I boeri furono sconfitti e le due repubbliche vennero annesse alla Gran
Bretagna (1902). Ma i boeri continuavano ad opporre resistenza, fin quando l’Inghilterra
propose un accordo: le due repubbliche ottennero uno statuto di autonomia e vennero uniti
alla Colonia del Capo, formando L’Unione Sudafricana (1910).
Apartaid = rivolta della popolazione sudafricana contro l’occupazione
ango-boera.

Elisa Terranova
9 CAPITOLO Stato e società nell’Italia unita

L’Italia nel 1861


Dopo l’unità d’Italia, il paese contava 22 milioni di abitanti, la maggior parte analfabeti.
Pochissimi utilizzavano la lingua italiana, altri comunicavano con i dialetti. Nel 1860 l’Italia
era composta da numerose città, ma la maggior parte degli italiani viveva nelle campagne e
il mezzo di sostentamento era l’agricoltura, che occupava il 70% della popolazione. Tuttavia
si trattava di un’agricoltura povera. Nella Pianura Padana si erano sviluppate delle aziende
agricole capitalistiche che impiegavano manodopera salariata. Nell’Italia centrale prevaleva
la mezzadria, la terra era divisa in poderi e coltivata con cereali e alberi da frutta. Ciascun
podere rappresentava il sostentamento della famiglia che viveva e lavorava la terra per
pagarne l’affitto. Il contratto mezzadrile prevedeva la spartizione dei ricavati tra il
proprietario e il coltivatore: quest’ultimo dava al proprietario metà del prodotto e si caricava
dei lavori di manutenzione del terreno in affitto, delle spese del bestiame, degli attrezzi
agricoli. La mezzadria costituì un ostacolo per l’innovazione tecnica e lo sviluppo di
un’agricoltura moderna, ma consentiva una situazione di pace e un equilibrio. Nel
Mezzogiorno e nelle isole, le campagne meridionali si basavano sul latifondo, grandi
distese coltivate a grano con la popolazione concentrata in piccoli o grossi borghi arretrati.
C’erano ancora dei contratti agrari arcaici basati sullo scambio in natura e un rapporto di
dipendenza tra i signori locali e i contadini. Le condizioni di vita nelle campagne erano
pessime, i contadini si nutrivano solo di pane e legumi, quindi erano denutriti e prendevano
facilmente le malattie, anche a causa delle abitazioni piccole e malsane in cui vivevano.
Inoltre in generale mancava un sistema di comunicazione avanzato, una rete ferroviaria
adeguata e una buona rete stradale. Questa realtà di arretratezza economica e disagio sociale
era poco conosciuta dalla classe dirigente.

La classe dirigente: Destra e Sinistra


Poche settimane dopo l’Unità d’Italia Cavour morì (6 giugno 1861). I suoi successori
seguirono la sua politica di libertà costituzionale, economica e laicità dello Stato. Il gruppo
dirigente che prese in mano le redini del paese fu quello di Destra, che rappresentava la
maggioranza. Era formata da piemontesi, dai gruppi moderati lombardi, emiliani e toscani,
che erano compatti socialmente e politicamente, pur avendo caratteristiche diverse. In realtà
essa costituiva un gruppo di centro moderato, poiché la vera destra (storica) formata dai
clericali e dai tradizionalisti si era autoesclusa. Anche a Sinistra, formata dai vecchi
piemontesi e dai patrioti mazziniani o garibaldini, i repubblicani e i mazziniani si
rifiutarono di partecipare alla politica. La Sinistra si contrappose alla maggioranza moderata
(Destra) riguardo il suffragio universale, il decentramento amministrativo e il
completamento dell’unità nazionale attraverso l’iniziativa popolare. Sia Destra che Sinistra
erano costituiti da una classe dirigente ristretta, poiché il suffragio era riservato solo ai
cittadini sopra i 25 anni di età, che non fossero analfabeti e pagassero 40 lire d’imposte
l’anno, quindi rappresentavano meno del 2% della popolazione italiana. Inoltre il 50% dei
votanti spesso non votavano pur avendone il diritto e allora bastavano pochi voti per
eleggere un deputato, dando alla vita politica un carattere oligarchico e personalistico. La
lotta politica avveniva spesso su singole personalità, spesso notabili, che sfruttavano la

Elisa Terranova
propria influenza per ottenere più voti.

Lo Stato accentrato, il Mezzogiorno e il brigantaggio


Le scelte dei governi postunitari furono influenzate dall’obiettivo di salvaguardare l’unità
del paese. La Destra sosteneva, in teoria, un sistema decentrato basato sull’autogoverno
delle comunità locali. Ma in pratica, i governatori stabilirono un controllo stretto e
minuzioso su tutto il paese, adottando il modello accentrato del potere, basato su
ordinamenti uguali per tutto il Regno e su una rigida gerarchia di funzionari dipendenti dal
centro.

Decentramento = forma estrema di federalismo (Svizzera, Usa)


Accentramento = amministrazione locale, regolata dal prefetto, nominato dallo stato (UK e
Italia)
Avvalendosi di poteri straordinari, il generale La Marmora aveva varato alcune riforme
fondamentali per la vita del paese, come:
• l’estensione delle leggi piemontesi ai paesi appena annessi,
• la legge Casati sull’istruzione elementare obbligatoria,
• la legge Rattazzi sull’ordinamento comunale e provinciale, che affidava il governo
dei comuni a un consiglio eletto a suffragio e a un sindaco di nomina regia, mentre le
province acquisivano un ruolo amministrativo importante sotto il controllo dei
prefetti. Anche questa legge venne estesa a tutto il Regno, con la legge di
unificazione amministrativa varata nel 1865.
Uno dei motivi che spinse la classe dirigente ad abbandonare il progetto di decentramento
del potere fu la situazione del Mezzogiorno dove, oltre al malcontento generale, vi era
un’avversione da parte dei contadini nei confronti della politica, che non agiva per mutare le
pessime condizioni sociale. (Le cause principali dello scoppio del brigantaggio furono la
leva obbligatoria e le tasse troppo elevate.) Queste tensioni diedero vita al
brigantaggio,cioè una rivolta che si sviluppò nelle campagne, composta oltre che dai
contadini insorti, anche da bande di briganti che assalivano i centri e li occupavano. I
governi postunitari reagirono rafforzando la presenza militare al sud, che rappresentava la
metà dell’esercito italiano, furono creati dei tribunali per giudicare i ribelli e la fucilazione
immediata per chi oppone resistenza con le armi. L’Italia dichiarò lo Stato d’assedio e il
brigantaggio fu così sconfitto, ma non cambiò ugualmente la situazione nel Mezzogiorno.
La divisione delle terre demaniali, cioè terre pubbliche di origine feudale, l’abolizione degli
usi civili, cioè i tradizionali diritti di cui i governi godevano sulle terre comuni e la vendita
dei terreni dell’asse ecclesiastico si rivelarono inefficienti e poco vantaggiose per il
Mezzogiorno. Il risultato fu un divario tra Sud e Centro-Nord.

La politica economica: i costi dell’unificazione


I governi postunitari si occuparono dell’unificazione economica italiana, uniformando il
sistema monetario, togliendo le barriere doganali fra gli Stati preunitari e avviando un
processo modernizzazione del paese con la costruzione di ferrovie e comunicazioni stradali
per la formazione di un mercato nazionale. La legislazione doganale liberista del Regno
sardo, con l’abbassamento dei dazi di entrata, venne estesa a tutti gli altri Stati. Inoltre lo
sviluppo della rete ferroviaria mise in comunicazione i paesi isolati con i centri più
progrediti. La politica liberista adottata dal governo favorì lo sviluppo dell’agricoltura e

Elisa Terranova
consentì l’inserimento del nuovo Stato nel contesto economico europeo. Il settore
industriale (penalizzato dalla concorrenza internazionale) invece non conobbe un notevole
sviluppo e declinarono i settori siderurgico e meccanico. Il governo però non agì per
sostenere i settori in crescita poiché, oltre alle difficoltà finanziarie, vi era una ristrettezza
del mercato interno, cioè secondo il governo lo sviluppo economico doveva basarsi solo
sulle potenzialità del paese. Grazie all’abolizione delle barriere doganali, lo sviluppo
agricolo consentì l’accumulo di capitali anche tramite entrate fiscali, e si adoperarono per la
realizzazione delle infrastrutture. L’Italia divenne una nazione più unita ed evoluta, ma il
tenore di vita della popolazione non migliorò, a causa della durissima politica fiscale
adottata per coprire i costi di unificazione. All’inizio la Destra ricorse a imposte dirette, cioè
tasse sui redditi e tassazione indiretta, cioè tasse sui consumi (tabacchi, dazi sui generi
alimentari) e sui movimenti di capitale (ipoteche, tasse di successione). Dopo il ’66, a causa
di una crisi internazionale e delle spese sostenute per la guerra contro l’Austria, la situazione
peggiorò. Fu introdotto il corso forzoso, cioè la circolazione obbligatoria della carta-moneta,
furono inasprite le imposte e fu varata una tassa sul macinato, cioè una tassa sul pane che
colpì duramente le classi più povere. L’introduzione della nuova imposta scatenò le prime
agitazioni sociali (1869). La repressione fu durissima, ma nonostante ciò la politica adottata
ottenne dei successi. Le condizioni del bilancio statale migliorarono, ma aumentava anche il
malcontento della popolazione, la quale chiedeva una politica economica meno aggressiva e
la libertà di formazione della ricchezza privata.
Il completamento dell’unità
Un altro problema che i governi di Destra dovettero affrontare fu il completamento
dell’unità, cioè riunire al Regno il Veneto, il Trentino e soprattutto Roma e il Lazio. La
Destra sperava di ottenere i territori con trattative diplomatiche, mentre la Sinistra
(Garibaldi e Mazzini) voleva attuare la guerra popolare. A Roma, l’ostacolo principale era il
papa. Cavour, qualche settimana prima dell’Unità d’Italia, aveva avviato trattative informali
col Vaticano dando piena libertà di esercitare l’insegnamento spirituale in cambio della
rinuncia al potere temporale e del riconoscimento del nuovo Stato (stato pontificio). Pio IX
non accettò e anche con il successore di Cavour fallirono i tentativi di conciliazione. Quindi
il fallimento di questo tentativo ridava spazio ai democratici e Garibaldi tornò in Sicilia
(1862) e organizzò una spedizione contro lo Stato pontificio. Ma il progetto fallì poiché
quando Napoleone III fece capire di voler reprimere la rivolta, il re Vittorio Emanuele II
disapprovò l’impresa garibaldina. Quindi i volontari furono intercettati nell’Aspromonte e
Garibaldi venne arrestato. Preoccupati di ristabilire i rapporti con la Francia, i governanti
italiani stipularono un accordo con Napoleone III, la Convenzione di settembre, con il
quale si impegnavano a rispettare i confini dello Stato pontificio in cambio del ritiro delle
truppe francesi dal Lazio. Il governo trasferì la capitale da Torino a Firenze. L’altro obiettivo
da raggiungere era la liberazione del Veneto. L’alleanza italiana con Bismarck contro
l’Austria e la vittoria prussiana consentirono, nel 1866 tramite la pace di Vienna, l’acquisto
del Veneto (IIIª guerra d’indipendenza). Tuttavia vi era un’amarezza dell’opinione
pubblica, poiché solo grazie alla Prussia l’Italia allargava il suo territorio, ma ne usciva
ugualmente disfatta poiché durante la guerra aveva subito due sconfitte a Custoza e a Lissa.
Nel frattempo Garibaldi organizzò una nuova spedizione per Roma, ma a differenza della
prima, stavolta ai volontari si aggiungevano anche i patrioti romani. La volontà dello stesso
popolo romano avrebbe evitato così l’intervento francese. Anche questo tentativo fallì per la
scarsa partecipazione popolare, le truppe francesi attaccarono Mentana e sconfissero i

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garibaldini. La conquista di Roma sembrava svanire, ma la guerra franco-prussiana e la
caduta del Secondo Impero diede l’ennesima occasione all’Italia di liberare Roma. Il
governo italiano mandò un corpo di spedizione nel Lazio e avviò delle trattative con il papa,
che rifiutò ogni accordo. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane entrarono a Porta Pia e con
un plebiscito si stabilì l’annessione di Roma e del Lazio. La capitale da Firenze fu trasferita
a Roma e la legge delle guarentigie (garanzie)(1871) stabilì i rapporti tra Stato e Chiesa, in
quanto il Regno d’Italia garantiva al papa il libero svolgimento del magistero spirituale e gli
riconosceva anche onori di sovranità, diritto di rappresentanza diplomatica, oltre ad una
dotazione annua per il mantenimento della corte papale, che il papa rifiutò.
L’intransigenza di Pio IX si manifestò nel divieto per i cattolici italiani di partecipare alle
elezioni con la legge del non expedit. (1874)(Lo Stato confisca i beni della Chiesa).
La sinistra al governo
Nella prima metà degli anni ’70, incrementò il numero dei deputati che non si schierarono
né a destra né a sinistra e assunsero una posizione indipendente, di centro. Inoltre
aumentarono le divisioni interne della Destra e la Sinistra parlamentare si orientò verso
posizioni più moderate. Oltre alla Sinistra piemontese guidata da Depretis e alla Sinistra
storica di Crispi e Zanardelli, nacque una Sinistra giovane, formata da una borghesia
moderata che tutelava i propri interessi. A Destra invece, il ritiro di uno dei gruppi
conservatori, quello toscano, provocò la crisi della maggioranza. Inoltre, durante la
discussione alla Camera (18/03/1876) riguardo la gestione statale delle ferrovie, la Destra si
presentò divisa e il governo Minghetti si dimise. Il nuovo governo presieduto da Depretis,
esponente dell’ala moderata della sinistra, segnò il definitivo allontanamento della Destra
dal potere. Nelle elezioni del novembre 1876 la Sinistra ottenne la vittoria e la Destra cadde.
Con la rivoluzione parlamentare del 1876 salì al potere una classe dirigente nuova.
L’avvento al potere della Sinistra segnò l’inizio di una nuova fase nella politica italiana: si
allontanava il periodo delle lotte risorgimentali e si allargavano le basi dello Stato. Depretis
seppe mantenere un equilibrio tra le tendenze progressiste e conservatrici della nuova
maggioranza.
Il programma della Sinistra prevedeva degli scopi fondamentali:
• allargamento del suffragio universale;
• riforma sull’istruzione elementare obbligatoria, con la legge Coppino (1877) che
portò l’obbligo a 9 anni;
Riguardo il secondo obiettivo, la riforma non eliminò l’analfabetismo in Italia, anche se
cominciava a diminuire. Per quanto concerne l’ampliamento del suffragio, la nuova riforma
(1882) consentì il diritto di voto a tutti i cittadini che avessero 21 anni di età e avessero
superato l’esame del corso elementare obbligatorio, dimostrando di saper leggere e scrivere.
Inoltre diminuì il requisito del reddito minimo, da 40 lire a 20. Grazie alla nuova legge, il
corpo elettorale aumentò considerevolmente poiché non era formato solo da borghesi ma
anche da artigiani e operai del Nord.
Le prime elezioni a suffragio allargato consentirono l’ingresso alla Camera del primo
deputato socialista Andrea Costa. In seguito venne stabilito un accordo tra Destra e Sinistra,
definito trasformismo, che trasformò il sistema politico italiano da bipartitico a un grande
centro che racchiudeva le opposizioni moderate e emarginava le ali estreme. La svolta
moderata di Depretis provocò il distacco della maggioranza dei gruppi democratici, che
continuavano a lottare per l’ampliamento del suffragio, per una politica estera antiaustriaca
e una politica ecclesiastica anticlericale. Questo gruppo fu chiamato radicale.

Elisa Terranova
Crisi agraria e sviluppo industriale
I governi di sinistra cercarono di andare incontro alle esigenze dei ceti popolari riguardo la
politica economica del paese, abolendo la tassa sul macinato e aumentando la spesa
pubblica per coprire le esigenze militari. Questa nuova politica favorì lo sviluppo industriale
ma provocò al tempo stesso un deficit nel bilancio statale. Le varie riforme agrarie non
avevano contribuito a migliorare l’andamento del settore agricolo; i progressi si erano visti
solo al Nord: nelle terre della pianura lombarda, nelle colture specializzate del Mezzogiorno
e nelle zone della Bassa Padana. In tutto il resto d’Italia la situazione non era cambiata ed
era documentata sull’Inchiesta agraria di Jacini, dove venivano descritti le reali
condizioni dei contadini, sottopagati, malnutriti, analfabeti. La relazione conteneva anche
una possibile soluzione al problema, come l’estensione delle opere di bonifica e irrigazione
e la rotazione e diversificazione delle coltivazioni. Questa soluzione richiedeva però un
capitale e degli investimenti che il governo non poteva affrontare e quindi nacque una crisi
agraria, che provocò l’abbassamento dei prezzi e della produzione agricola, disagi,
conflittualità nelle campagne e un incremento dei flussi migratori verso i centri urbani. La
crisi economica finì col favorire indirettamente il decollo industriale, poiché non era vera
l’idea che lo sviluppo economico del paese potesse basarsi solo sull’agricoltura.
L’andamento nazionale dell’economia spinse lo Stato ad affermare una linea di appoggio
all’industria che si manifestò nell’adozione di tariffe protezionistiche. Le Acciaierie di Terni,
un nuovo complesso siderurgico, furono realizzate grazie ai finanziamenti delle banche e
all’aiuto dello Stato, che acquistava forniture per le ferrovie. Anche l’industria siderurgica
chiedeva una protezione doganale, così fu varata una nuova tariffa generale che proteggeva
le industrie italiane più importanti (siderurgico, laniero, cotoniero e zuccheriero) dalla
concorrenza estera, ponendo pesanti dazi di entrata alle merci d’importazione. In campo
agricolo il regime doganale fu esteso ai cereali e si stabilì un’alleanza tra l’industria protetta
e i grandi proprietari terrieri. Il protezionismo portò dei vantaggi alle industrie più evolute
ma anche delle conseguenze negative per le industrie non protette, come quella meccanica,
della seta, e riguardo l’agricoltura provocò un rialzo dei prezzi dei cereali. Inoltre il regime
doganale provocò la crisi delle esportazioni agricole e una guerra doganale contro la
Francia.

La politica estera: Triplice alleanza e l’espansione coloniale


DePretis nel 1882 diede una svolta alla politica estera italiana, stipulando con la Germania e
l’Austro-Ungheria il trattato della Triplice alleanza per uscire da una situazione di
isolamento internazionale e dal trauma rappresentato dall’occupazione francese della
Tunisia. La Triplice era un’alleanza di carattere difensivo, che impegnava gli Stati a
garantirsi reciproca assistenza in caso di aggressione da parte di altre potenze, quindi l’Italia
riceveva il sostegno della Germania in caso di un probabile attacco francese, rinunciando
alla rivendicazione delle terre irredente (non redente → non liberate dal dominio austriaco).
Inoltre nel rinnovo della Triplice alleanza, furono inserite due nuove clausole:
• la prima stabiliva che eventuali modifiche territoriali nei Balcani sarebbero state
concordate tra Austria e Italia;
• nella seconda la Germania interveniva a fianco dell’Italia nel caso in cui fosse
scoppiata una guerra provocata dai francesi in Marocco e Tripolitania.
Nel frattempo l’Italia avviò la sua espansione coloniale in Africa, sulle coste del Mar Rosso,
partendo dalla baia di Assab e proseguendo per la città di Massaua, zona che confinava con

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l’Impero etiopico. L’Etiopia era un paese economicamente arretrato, composto da una
popolazione di fede cristiana e un’organizzazione di tipo feudale. L’autorità dell’imperatore
era meno sentita rispetto a quella dei signori locali. L’Italia cercò di avere dei rapporti
diplomatici con l’Etiopia, attuando una penetrazione commerciale, ma quando cominciò ad
espandere i propri territori verso l’interno, l’imperatore etiopico reagì inviando un corpo di
militari che sconfissero l’esercito italiano vicino Dogali (1887). Nonostante la sconfitta e le
proteste del paese, la Camera italiana accordò la richiesta per l’invio di rinforzi e il
consolidamento della presenza italiana sulla costa etiopica.
Movimento operaio e organizzazioni cattoliche
Dati i ritardi nello sviluppo industriale, la classe operaia italiana era costituita solo per una
minoranza da proletariato di fabbrica. L’unica organizzazione operaia più compatta fu quella
delle società di mutuo soccorso, associazioni dominate da mazziniani e moderati, che
avevano il ruolo di educare il popolo. Esse non erano favorevoli alla lotta tra le classi e
all’uso dello sciopero. L’aumento degli scontri sociali diede vita ad un movimento
internazionalista, ispirato all’anarchismo di Bakunin, che organizzava dei moti
insurrezionali facendo leva sul proletariato delle campagne. Il fallimento di questi moti
spinse Andrea Costa, un agitatore del movimento, a dare vita al Partito socialista
rivoluzionario di Romagna(1881). Negli anni ’80 ci fu una notevole crescita del
movimento operaio, con la fondazione di federazioni di mestiere e Camera del lavoro, leghe
braccianti e cooperative agricole. Alcune associazioni operaie milanesi diedero vita al
Partito operaio italiano e cercarono di unirsi al proletariato rurale della Bassa Padana che
aveva organizzato scioperi agricoli, come a Mantovano e Polesine. Grazie ad Filippo Turati,
nacque una organizzazione politica unitaria con il nome di Partito socialista italiano. Gli
obiettivi di Turati erano:
• l’affermazione di dell’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese;
• il rifiuto dell’insurrezionismo anarchico;
• il riconoscimento dell’importanza delle lotte economiche e il collegamento con
quelle politiche.
• La socializzazione dei mezzi di produzione.
Nel 1892 si riunirono a Genova i delegati delle società operaie, leghe contadine per
discutere riguardo la costituzione di un partito. La maggioranza fu favorevole e costituì il
Partito dei lavoratori italiani, che in seguito fu definito Partito socialista italiano. Sul
fronte cattolico invece, i fedeli non organizzavano scioperi né insurrezioni, ma
rappresentavano lo stesso una forza ribelle e pericolosa. Un gruppo di esponenti cattolici
fondarono un’organizzazione nazionale chiamata Opera dei congressi, con il compito di
convocare periodicamente dei congressi di associazioni cattoliche. Essi erano contrari alla
laicità, alla democrazia e al socialismo. Con l’avvento di papa Leone XIII (1878) sorsero
società di mutuo soccorso, cooperative agricole e artigiane controllate dal clero. Gli uomini
di sinistra voleva combattere l’associazionismo cattolico, ma in seguito capì che poteva
essere vantaggioso un possibile accordo con la Chiesa per la stabilità del paese. Ma un
tentativo di conciliazione fallì.
La democrazia autoritaria di Francesco Crispi
Il successore di Depretis (1887 Depretis morì) fu Crispi. Nel 1888 fu approvata una legge
comunale che allargava il diritto di voto per le elezioni (cittadini maschi maggiorenni non
analfabeti che pagassero 5 lire d'imposte annue) e fu varato il codice Zanardelli, che aboliva
la pena di morte e non negava il diritto di sciopero, ma diede maggiore potere alla polizia,

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che poteva perseguitare anche per reati opinionistici (politici). Inoltre Crispi diede inizio ad
un governo autoritario e repressivo, poiché varò una riforma che poneva gravi limiti alla
libertà sindacale e intervenne duramente contro il movimento operaio, cattolico e i circoli
irredentisti. Con Crispi i sindaci vengono eletti, ma solo nei paesi con molti abitanti, mentre
prima i sindaci erano di nomina regia, scelti dal prefetto e non eletti dal popolo. Egli attuò il
DOMICILIO COATTO, domicilio costretto per chi fa propaganda politica, impedendo ogni
forma di opposizione allo stato liberale. In politica estera, il suo obiettivo era quello di
affermare il ruolo dell’Italia come grande potenza e rafforzò quindi i rapporti con la
Germania. Questo provocò lo sdegno della Francia che diede vita alla guerra doganale.
Protetta dalla Triplice alleanza, l’Italia inviò un corpo di spedizione a Massaua, ampliò i
suoi possedimenti coloniali, col nome di Colonia Eritrea e passò alla conquista delle coste
vicine alla Somalia. Crispi trovò l’opposizione pubblica riguardo la politica coloniale,
poiché considerata troppo costosa, così si dimise nel 1891 e fu sostituito da Giolitti. (prima
di Giolitti fu per un breve periodo presidente del consiglio Antonio Rudinì)
Giolitti, i Fasci siciliani e la Banca romana
Il programma giolittiano prevedeva in politica finanziaria la ripartizione equilibrata del
carico fiscale che colpisce con aliquote più alte i redditi maggiori, e in politica interna
l’astensione di misure repressive contro il movimento operaio e le organizzazioni popolari.
Nel ’92 ’93 si svilupparono i Fasci siciliani, associazioni popolari che protestavano contro
le tasse troppo pesanti e il malgoverno locale, chiedendo per i contadini più terre da
coltivare e patti agrari più vantaggiosi. Inoltre il governo fu indebolito dallo scandalo della
Banca Romana, la quale aveva impegnato degli investimenti nell’edilizia ed era andata in
fallimento a causa della crisi economica che colpì il settore delle costruzioni. Anche il
governo aveva ricevuto dei finanziamenti in occasione della propaganda elettorale e
accusato di aver coperto le irregolarità della banca, Giolitti fu costretto a dimettersi e fu
sostituito da Crispi, che ritornò alla guida del governo.
Il ritorno di Crispi e la sconfitta di Ardua
Tornato al governo nel 1893, Crispi aumentò la pressione fiscale e creò la Banca d’Italia,
con una riforma bancaria che gli garantì il monopolio e l’intero controllo del sistema
bancario. Proclamò in Sicilia e in Lunigiana lo stato d’assedio e varò delle leggi
antisocialiste e antianarchiche, che limitavano la libertà di stampa, riunione e associazione.
Le persecuzioni però non riuscirono a contrastare i socialisti, che si allearono con i
democratici radicali e repubblicani. Inoltre aveva ripreso la sua politica coloniale, attuando
un protettorato in Etiopia con la firma del trattato di Uccialli (1889). Ma il trattato fu
redatto in due lingue non corrispondenti (italiano e amarico) che provocarono il conflitto
italo-etiopico. L’esercito italiano fu sconfitto ad Adua nel 1896 e Crispi fu costretto a
dimettersi. Il suo successore Rudinì (destra storica) concluse in fretta la pace con l’Etiopia e
riuscì a mantenere la presenza italiana in Eritrea e Somalia.

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10 CAPITOLO Verso la società di massa
Che cos’è la società di massa?
Verso la fine dell’800, col diffondersi dell’industrializzazione nell’Europa occidentale e
negli Stati Uniti, apparve la società di massa. Nella società di massa i cittadini vivono in
grandi agglomerati urbani, gli uomini hanno contatti tra loro, ma questi rapporti sono
anonimi ed impersonali. Le relazioni sociali avvengono nelle grandi istituzioni nazionali,
come le organizzazioni di massa e gli apparati statali. La società di massa suscitò delle
reazioni positive e negative, poiché il nuovo fenomeno determinò la diffusione del
benessere, ma al tempo stesso divenne una minaccia per le libertà individuali.
Sviluppo industriale e razionalizzazione produttiva
Gli anni tra 1896-1913 furono un periodo caratterizzato dall’espansione economica, grazie
allo sviluppo della produzione. I prezzi aumentarono lentamente, migliorarono i salari e
crebbe il reddito pro-capite dei paesi, che determinò un allargamento dei mercati. Le
dimensioni dei magazzini crebbero e si crearono nuove vendite a domicilio o per
corrispondenza, con forme di pagamento rateali che rendevano accessibili gli acquisti anche
per i ceti meno ricchi. Le città si riempirono di cartelloni pubblicitari. Nel 1913 nelle
industrie della Ford di Detroit fu introdotta la prima catena di montaggio, che consentiva la
riduzione dei tempi lavorativi dividendo il processo produttivo in una serie di piccole
operazioni, ognuna svolta da un singolo operaio, che rendeva il lavoro ripetitivo. La
produttività divenne quindi meccanizzata e razionalizzata ed emerse il malcontento dei
lavoratori, che si sentivano paragonati a delle macchine spersonalizzate e privi di qualsiasi
autonomia. La Ford di Detroit fu la prima industria a produrre automobili in serie e il
fordismo divenne una filosofia imprenditoriale, basata sui consumi di massa, sui prezzi
competitivi e sugli alti salari. Un ingegnere statunitense Taylor, inventò un metodo basato
sullo studio del lavoro in fabbrica, stabilendo regole e ritmi su cui gli operai avrebbero
dovuto basarsi, eliminando sprechi di tempo. La tecnica del taylorismo ebbe successo in
molte industrie, che videro dei progressi in termini di produttività.
Le nuove stratificazioni sociali
La società di massa, oltre ad uniformare i comportamenti e i modelli culturali della
popolazione, cambiò anche la stratificazione sociale. Nella classe operaia si stabilì una netta
distinzione tra manodopera generica e lavoratori qualificati e fra il grosso proletario e le
aristocrazie operaie. Inoltre si creò un ceto medio urbano che di distingueva dagli strati
superiori della borghesia. L’incremento delle attività commerciali e la nascita di nuove
lavori, come il fotografo, il meccanico, favorirono la crescita di lavoratori autonomi, che
determinava la scomparsa di vecchi mestieri. Aumentavano anche i dipendenti pubblici in
base all’aumento delle competenze statali sulla sanità, l’istruzione, i trasporti. Inoltre vi
erano gli addetti al settore privato, come i commessi, che non svolgevano un lavoro
manuale e quindi venivano chiamati colletti bianchi, a differenza dei colletti blu che erano
invece gli operai. Riguardo al reddito i ceti medi erano inferiori rispetto all’alta borghesia,
ma si adattavano agli strati privilegia della classe operaia. Parlando invece di cultura,
mentalità e comportamenti sociali, non vi era distinzione tra borghesia e ceto medio. Infine
riguardo gli ideali, questi erano contrapposti, poiché la solidarietà, spirito di classe e
internazionalismo della classe operaia non coincideva con la proprietà privata, il senso della
gerarchia e il patriottismo dei valori borghesi.
Istruzione ed informazione
Di fondamentale importanza nei determinare i caratteri della nuova società di massa fu il

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diretto impegno dello Stato nel campo dell’istruzione, che ebbe come conseguenza una
radicale diminuzione dell’analfabetismo in tutta Europa. Si allargava, anche per
l’incremento nella diffusione dei giornali, l’area dell’opinione pubblica; diventava così più
facile accedere alle informazioni d’interesse generale, farsi una propria idea sulle questioni
più importanti e far sentire questa opinione sulle scelte di parlamenti e governi.
Gli eserciti di massa
Anche l’introduzione generalizzata del servizio militare obbligatorio e la creazione di
eserciti di massa contribuirono ad accelerare i processi di socializzazione. L’attuazione di
questa riforma però incontrò due ostacoli: quello economico, in quanto le risorse finanziarie
dello Stato non erano capaci a sostenere le spese per il mantenimento dell’esercito; quello
politico, poiché la truppa era formata solo da contadini, in quanto i ceti borghesi si
rifiutavano di sostenere la dura condizione del soldato. C’era la necessità di grandi eserciti e
un elemento favorevole fu la produzione dell’industria di armi, munizioni che coprivano
l’esigenze dello stato, nonché la diffusione dei trasporti che consentiva spostamenti più
veloci. Questo rese possibile la creazione di eserciti di massa che in seguito avrebbero
affrontato il primo conflitto mondiale.
Suffragio universale, partiti di massa, sindacati
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si ebbe un processo di allargamento della
partecipazione alla vita politica determinato dall’estensione del diritto di voto, che prima
era praticato solo in Francia, Germani e Svizzera e poi si estese in quasi tutti i paesi
dell’Europa occidentale. In Italia avvenne nel 1912. L’allargamento del diritto di voto
determinò la nascita del partito di massa e delle organizzazioni sindacali. Nel 19° secolo
il sindacalismo operaio era solido in Gran Bretagna con le Trade Union, mentre negli ultimi
anni dell’ ‘800, le organizzazioni dei lavoratori crebbero in tutti i paesi europei, tentando di
far valere i propri diritti di fronte alla resistenza degli imprenditori. I sindacati si
organizzarono in grandi confederazioni nazionali, come la Commissione centrale dei
sindacati liberi in Germania, confédéracion générale du travail (1895) in Francia e
Confederazione generale del lavoro in Italia (CGIL) (1906).
La questione femminile
L’epoca dello sviluppo della società di massa vide l’emergere della questione femminile. I
primi movimenti di emancipazione femminile si ebbero alla fine del ‘700 in Francia e in
Inghilterra, ma non ebbero un peso rilevante. Alla fine del’ ‘800 le donne erano escluse
dall’elettorato, dalla possibilità di accedere agli studi e ricevevano un trattamento
economicamente inferiore rispetto a quello degli uomini. il lavoro extradomestico non era
visto come una forma di emancipazione, ma piuttosto come una necessità familiare. In
seguito, grazie ai contatti con il mondo esterno, le esperienze collettive e la partecipazione
alle agitazioni sociali portarono le donne a rivendicare i propri diritti nei confronti della
società. In Gran Bretagna, grazie a Pankhurst, che fondò nel 1902 la Women’s Social and
Political Union, nacque un movimento di suffragette che insorse per imporsi sull’attenzione
pubblica, con dimostrazioni in piazza, sciopero della fame … infine nel 1918 le suffragette
inglesi ottennero il diritto di voto, anche se molti non erano d’accordo e vedevano la
concessione del voto come una minaccia poiché poteva favorire i partiti cristiani. Le donne
ottennero anche il diritto dell’istruzione pubblica, ma restavano ancora discriminata sul
campo lavorativo.
Riforme e legislazione sociale
Tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900 la politica delle classi dirigenti si occupò delle

Elisa Terranova
esigenze delle classi lavoratrici, introducendo forme di legislazione sociale come
l’assicurazione contro gli infortuni, la previdenza per la vecchiaia e sussidi per i
disoccupati. Si stabilirono inoltre controlli sulla sicurezza e l’igiene nelle fabbriche, si cercò
di impedire il lavoro dei bambini nelle fabbriche e fu diminuito l’orario di lavoro degli
operai a 10 ore, introducendo il diritto al riposo settimanale. Vi fu l’estensione dei servizi
pubblici, come l’acqua, il gas, ad opera dei comuni e si investì anche nel campo
dell’istruzione, con scuole, biblioteche e dell’assistenza, con ospedali, ospizi …
Per rimediare all’aumento delle spese statali, i governi aumentarono le imposte dirette.
I partiti socialisti e la IIª Internazionale
La fine del secolo fu segnata dalla nascita dei partiti socialisti, che cominciarono a
partecipare alle elezioni, inviando dei rappresentanti in Parlamento. Il primo partito
socialiste emergente fu il Partito socialdemocratico tedesco nel 1875, definito Spd,che
godeva di una compattezza ideologica grazie al marxismo. Anche in Francia si formò il
Parti ouvrier français (1882), ma a differenza del precedente, si divise in diverse frangenti
che alla fine formarono la Sfio, cioè Sezione francese dell’Internazionale operaia. In Gran
Bretagna invece prevaleva il movimento sindacale delle Trade Unions che non lasciava
spazio al consolidamento dei marxisti. Furono comunque gli stessi lavoratori delle Trade
Unions a dar ita ad un nuovo partito che li rappresentasse, il Partito laburista. I partiti
operai europei formatisi in quel periodo avevano comunque ideologie e obiettivi comuni,
come il superamento del sistema capitalistico e la gestione sociale dell’economia e si
basavano su ideali pacifisti. Per questo si unirono sotto un’organizzazione socialista
internazionale, chiamata IIª Internazionale nel 1889. Essi si riunirono a Parigi e discussero
riguardo alcune deliberazioni, come quella che fissava la giornata lavorativa a 8 ore e
proclamavano una giornata mondiale di lotta per il 1° Maggio. L’internazionale si formò
ufficialmente nel 1891, nel secondo incontro a Bruxelles che stabiliva l’esclusione degli
anarchici. Mentre la Iª Internazionale voleva formare un unico partito comunista dirigente
che faceva capo a tutti i piccoli partiti nel mondo, la IIª Internazionale era una federazione di
partiti nazionali autonomi e sovrani nel loro territorio; quindi essa rappresentava un luogo
d’incontro per discutere sui problemi d’interesse comune a tutti i partiti. La dottrina ufficiale
del movimento operaio europeo era il marxismo, che in seguito fu rielaborato in base alla
nuova condizione politica e sociale europea da Engels e Kautsky, due filosofi che
sottolineavano maggiormente la lotta per la democrazia, le riforme e la partecipazione alle
elezioni. In un primo momento la maggioranza dei socialisti aderì a questa nuova ideologia,
in seguito si formarono due opposti schieramenti: una riformista e una tradizionalista. Un
interprete e seguace del primo schieramento fu Berstein, che elaborò le tesi revisioniste. In
queste tesi egli elaborava una più profonda interpretazione della teoria marxista, sostenendo
che il capitalismo non peggiorava la condizione del proletariato, ma la migliorava
lentamente e lo Stato borghese diventava democratico, cioè s’interessava maggiormente alle
esigenze degli operai. Le tesi non furono accettate né dai tradizionalisti, né dai riformisti,
poiché nello stesso periodo si formarono, nel movimento operaio, nuove correnti di estrema
sinistra, che condannavano i revisionismo e contestavano la politica centrista della
socialdemocrazia, accusata di fare il doppio gioco (non rivoluzionari ma riformista e
legalitaria). I maggiori esponenti furono Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.
In Russia Lenin, un esponente della socialdemocrazia, nel 1902 scrisse un opuscolo
intitolato “Che fare?”, dove contestava il modello organizzativo della socialdemocrazia
tedesca (europea) e gli contrapponeva un partito gestito da rivoluzionari di professione, che

Elisa Terranova
rappresentavano i capi del governo e guidavano le classi lavoratrici. In un congresso la
proposta di Lenin ottenne la maggioranza dei consensi e il partito si divise in due parti:
quella bolscevica (maggioranza) guidata da Lenin e quella menscevica guidata da Martov.
In Francia, i sindacati agirono su una linea anarchico-rivoluzionaria, diversa dalle ideologie
della II Internazionale, formando il sindacalismo rivoluzionario. La sua funzione era quella
di addestrare i lavoratori alla lotta contro la società borghese, organizzando uno sciopero
utile a renderli consapevoli della loro forza. La formazione di questo grande sciopero
generale avrebbe sconfitto infine l’ordine borghese. L’intellettuale che aderì a questi ideali
fu George Sorel, che esaltò l’azione violenta degli operai come soluzione per la libertà e
l’importanza dello sciopero come mito capace di coinvolgere gli operai nella lotta. Tuttavia i
principali partiti socialisti non aderirono al nuovo movimento sindacale.
I cattolici e la “Rerum novarum”
L’ascesa al trono pontificio di Leone XIII favorì l’impegno dei cattolici in campo sociale,
emanando la Rerum novarum nel 1891. L’enciclica ribadiva la condanna del socialismo e
riaffermava l’ideale della concordia fra classi. Vi fu la creazione di società operaie e
artigiane ispirate agli ideali cristiani e alla fine dell’800 emerse in Italia e Francia una nuova
tendenza politica chiamata democrazia cristiana e una riforma religiosa definita
modernismo, che proponeva di rimodernare la dottrina cattolica. Con l’arrivo di Pio X i
democratico-cristiani furono ostacolati e le nuove tendenze politiche abolite e il
modernismo scomunicato dal papa stesso nel 1907.

Il nuovo nazionalismo
Sul piano delle ideologie politiche, nell’Europa di fine ‘800 si sviluppò un nazionalismo di
tipo conservatore. La lotta per i valori nazionali si trasformò in una lotta per il socialismo e
la difesa dell’ordine. Quindi il nazionalismo si spostò verso destra e si diffusero tendenze
razziste e antisemite. In Gran Bretagna, il consenso popolare alla causa imperiale non
suscitò lamentele verso le istituzioni liberali, mentre in Francia il nazionalismo riuniva vari
movimenti come il bonapartista, il cattolico-legittimista che si lamentavano contro la classe
dirigente considerata incapace di tutelare gli interessi del paese. Un forte razzismo si
sviluppò in Germania, dove c’era il mito della razza ariana, considerata pura e perfetta. Così
nacque il pangermanesimo, cioè la riunificazione in un unico Stato di tutte le popolazioni
tedesche. Contrapposto al pangermanesimo nacque il panslavismo in Russia, che si basava
su ideologie tradizionaliste e antisemitiche. L’impero zarista aveva leggi discriminatorie e
praticava il pogrom, cioè il saccheggio e violenze contro gli ebrei. Una reazione
all’antisemitismo fu il sionismo, un movimento fondato nel 1896 da uno scrittore ebreo che
proponeva di restituire ai popoli israeliani un’identità nazionale, con la costruzione di uno
Stato ebraico in Palestina. All’inizio stentò ad affermarsi, in seguito i primi del ‘900 il
movimento riuscì ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e trovò l’appoggio delle
classi dirigenti.

La crisi del positivismo


Sul piano culturale, la fine del secolo vide la crisi del positivismo, a favore del diffondersi di
nuove correnti che ponevano l’attenzione sul ruolo del soggetto, costituito da istinti e
volontà. Le certezze del positivismo in campo scientifico entrarono in crisi anche per le
scoperte della fisica contemporanea, con Einsten e la sua teoria della relatività. Il principale
critici del positivismo furono Nietzsche, con la teoria del superuomo capace di rifondare
nuovi valori, opponendo la visione ciclica con quella dell’eterno ritorno. In Germania la

Elisa Terranova
reazione al positivismo fu sentita da Max Weber, con la distinzione tra scienze dello spirito e
scienze della natura e con il metodo delle scienze sociali. l’idealismo italiano si ebbe con
Croce e Gentile, Mosca e Pareto. In Francia troviamo Bergson che concepiva la realtà come
creazione continua e contrapponeva il tempo dell’orologio con quello della coscienza. Negli
Stati Uniti si sviluppò il pragmatismo, che considerava fondamentale il rapporto di verifica
tra teoria e pratica e tra individuo e natura. infine ricordiamo anche Freud con la sua
psicanalisi e il concetto di Es, io e Super-io.

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11 CAPITOLO L’Europa fra i due secoli
Un quadro contraddittorio
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 l’Europa visse una fase di grandi contraddizioni.
Nonostante ci fosse un benessere materiale ampiamente diffuso, vi era anche un’insicurezza
legata al futuro minacciato dallo scontro della Grande Guerra. Tuttavia possiamo dire che la
guerra fu il prodotto della combinazione di eventi casuali e di cause profonde.
Le nuove alleanze
Tra la fine dell’ ‘800 e i primi del ‘900 si delineò un mutamento nelle alleanze che diede vita
all’assetto bipolare, fondato sulla contrapposizione di due blocchi di potenze. Questo segnò
la crisi del sistema bismarckiano, soprattutto a causa di due fattori: l’uso di Guglielmo II di
una politica più aggressiva e la difficoltà della Germania di tenere uniti i suoi alleati
l’impero austro-ungarico e l’impero russo, a causa delle tensioni nel settore balcanico.
Quindi si scelse l’alleanza con l’Austria e non venne rinnovato il patto di
controassicurazione con la Russia, sottovalutando un’ipotetica accordo tra Francia e
Russia. Invece questo avvenne nel 1894 con un’alleanza di tipo militare. Inoltre la Francia
s’impegnò a finanziare l’industria zarista, avviando un processo di industrializzazione. Nel
frattempo la Germania dedica degli investimenti nel campo militare della marina, per
diventare aggressiva all’esterno e contrastare la superiorità britannica, rendendola più
malleabile. Questo creò una tensione dei rapporti tra le due nazioni e una vera e propria
corsa agli armamenti navali. Vi fu anche un avvicinamento tra Francia e Inghilterra che
portò i due paesi a sistemare la vecchia questione delle colonie. Questo accordo venne
definito Intesa cordiale e si trattava di una vera e propria alleanza militare. L’Inghilterra
stipulò un accordo anche con la Russia per risolvere i loro conflitti in Asia. Quindi i due
blocchi erano costituita da: l’alleanza tra Germania, impero austro-ungarico e Italia che
diede vita alla Triplice alleanza; l’accordo tra Inghilterra, Francia e Russia che formò la
Triplice intesa. L’alleanza della Triplice intesa suscitò nella Germania una sindrome di
accerchiamento, che contribuì ad aumentare l’aggressività tedesca in politica estera.

La Francia tra democrazia e reazione


In Francia restavano forti le correnti contrarie alle istituzioni repubblicane. Tra la fine dell’
‘800 e i primi de ‘900, queste correnti si unirono intorno al caso del capitano Dreyfus, un
ufficiale ebreo ingiustamente condannato per spionaggio. Si creò una spaccatura
dell’opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti. Le forze progressiste
(democratici) ebbero infine la vittoria sul piano elettorale che diede inizio a un periodo di
governi a direzione radicale. Riprese la battaglia anticlericale, con la rottura delle relazioni
tra lo Stato e la Chiesa. I nuovi successori Clemenceau e Briand adottarono nuove riforme,
ma non riuscirono a stabilire quella sul reddito e dovettero scontrarsi con la protesta delle
classi lavoratrici. Le correnti repubblicano-moderate riuscirono a tornare al potere e alla
guida del governo.
Imperialismo e riforme in Gran Bretagna
Sempre nello stesso periodo la politica inglese fu dominata dalla coalizione tra conservatori
e “unionisti”, che cercarono di unire a una politica imperialistica una certa dose di
riformismo sociale. A mettere in crisi l’egemonia conservatrice fu il progetto di introdurre il
protezionismo in Gran Bretagna, con una tariffa imperiale, sconvolgendo così il libero
scambio che esisteva ormai da tempo. Il 1906 fu segnato dal successo dei liberali, che
entrarono a far parte della Camera con un gruppo di deputati laburisti. Essi adottarono una

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linea meno aggressiva in campo coloniale e si dedicarono alle riforme sociali, ma il
tentativo di fronteggiare le spese delle riforme con una politica fiscale progressiva non
venne accettato dalla Camera dei Lords, che aveva il diritto di respingere le leggi. Nacque
un conflitto che vedeva contrapposte le due Camere, liberali e conservatori. I liberali
presentarono un legge parlamentare, il Parliamentary Bill, che negava ai Lords di
respingere le leggi di bilancio e lasciava loro la facoltà di rinviarle due volte alla Camera dei
Comuni. I Lords dovettero accettare la legge e vinsero i progressisti. Contemporaneamente
cresceva a scapito dei liberali, la rappresentanza parlamentare dei laburisti che diede vita ad
una serie di scioperi legati anche al fenomeno delle suffragette.
Riguardo la questione irlandese, nel 1911 il governo Asquith presentò un nuovo progetto di
Home Rule, che prevedeva un’Irlanda autonoma, con un proprio governo e un proprio
parlamento, ma sempre legata alla corona britannica. Questo progetto si scontrò sia con i
nazionalisti, che volevano un’indipendenza completa, che con i protestanti dell’Ulster,
l’Irlanda del nord. Il progetto fu approvato dalla Camera nel 1914, ma sospeso a causa della
guerra.
La Germania guglielmina
Il passaggio dall’età bismarckiana a quella guglielmina non comportò nessun mutamento
sostanziale nel gruppo di potere dominante. La politica estera della Germania guglielmina
(che diede il via alla Weltpolitik (politica mondiale) e al riarmo navale) rafforzava la
tradizionale alleanza tra grande industria, aristocrazia terriera e vertici militari e finiva con
l’ottenere l’appoggio di tutte le forze politiche, socialdemocratici esclusi. La Spd
confermava la sua grande forza, cui si accompagnava però un sostanziale isolamento.
I conflitti di nazionalità in Austria-Ungheria
L’impero austro-ungarico si basava su un’ economia agricola arretrata che si sviluppava solo
in poche aree. Il sistema politico e la struttura sociale delle campagne erano caratterizzati da
un sostanziale immobilismo. Ma in realtà il più grave problema per la monarchia era
rappresentato dalle agitazioni autonomistiche delle varie nazionalità. Con la soluzione
dualistica varata nel 1867, la monarchia asburgica era arrivato ad un accordo con il gruppo
nazionale magiaro. Verso la fine del 19° secolo, si assistette ad una crescita dei movimenti
nazionali, uniti dall’ostilità al centralismo imperiale e alla tendenza a radicalizzarsi. Nacque
il movimento dei giovani cechi (di Boemia e Moravia), che si ribellava contro la politica di
germanizzazione di Vienna. Anche gli salvi del Sud (serbi e croati) che erano soggetti al
dominio ungherese, manifestarono tendenze nazionaliste e persino i magiari rivendicavano
l’autonomia dall’Austria riguardo l’esercito e le tariffe doganali. Così una parte della classe
dirigente propose l’idea di un progetto trialistico, cioè staccare gli slavi del Sud
dall’Ungheria, creando un terzo polo nazionale accanto a quelli tedesco e magiaro. Il
progetto fu sostenuto da Francesco Ferdinando, ma gli ungheresi si opposero e anche i
nazionalisti serbi e croati perché volevano formare un unico Stato slavo indipendente.
Questo fu uno dei motivi che creò la scintilla per lo scoppio della 1° guerra mondiale.

La Russia fra industrializzazione e autocrazia


La Russia si basava su un sistema autocratico. Furono ridotti i poteri degli organi di
autogoverno locale (zemstvo), fu rafforzato il controllo sulla giustizia… In seguito, grazie
all’intervento diretto dello stato, con il ministro delle Finanze Vitte e all’afflusso di capitali
stranieri (soprattutto Francia), si verificò un primo decollo industriale. Si trattò di uno

Elisa Terranova
sviluppo fortemente concentrato, sia dal punto di vista geografico e per le dimensioni delle
imprese, mentre la società russa rimaneva comunque molto arretrata.

La rivoluzione russa del 1905


La tensione politica e sociale crebbe, fino a trasformarsi in un moto rivoluzionario. A causa
della guerra affrontata con il Giappone nel 1904, vi fu un brusco aumento dei prezzi che
fece salire la tensione sociale e a Pietroburgo un corteo di protestanti di diresse verso il
Palazzo d’inverno per presentare al sovrano una richiesta di maggiore libertà politica e
interventi per risollevare le condizioni delle classi popolari. La repressione del movimento
fu definita “domenica di sangue” e scatenò delle sommosse in tutto il paese. La Russia
diventò uno Stato semianarchico. Di fronte alla crisi del governo, sorsero i soviet, cioè
consigli di rappresentanti popolari eletti e continuamente revocabili, sul modello della
Comune di Parigi. Alla fine lo zar promise libertà politiche ma nello stesso tempo le autorità
incoraggiavano segretamente la formazione di nuovi governi paramilitari di estrema destra e
organizzavano spedizioni punitive contro i rivoluzionari. Infine il governo passò alla
controffensiva, facendo arrestare tutti i membri dei soviet e reprimendo le rivolte nella
capitale. Lo zar convocò la Duma, un’assemblea rappresentativa eletta a suffragio
universale, ma con un sistema che privilegiava i proprietari terrieri. L’assemblea fu sciolta
poiché rappresentava un ostacolo per la restaurazione. Anche la seconda Duma venne
abolita, in quanto le elezioni avevano rafforzato le ali estreme ai danni del centro. Così il
governo modificò la legge elettorale, dando maggiore importanza al voto del grande
proprietario rispetto all’operaio per poter disporre di un’assemblea di aristocratici. Quindi la
Russia tornò ad esse un regime assolutista. La restaurazione russa fu condotta da Stolypin,
che represse ogni opposizione politica, ma varò una riforma agraria, riforma Stolypin, così
i contadini si svincolarono dalle comunità villaggio e diventando proprietari terrieri delle
terre che coltivavano, ricevendo anche dei crediti per l’acquisto di altre terre. Lo scopo era
quello di creare un borghesia rurale che modernizzasse al tempo stesso l’economia del
paese. Il progetto si realizzò solo in parte poiché aumentò il numero dei ricchi contadini, i
kulaki, ma la maggior parte della popolazione non migliorò le proprie condizioni di vita con
i loro piccoli appezzamenti. Tutto ciò provocò ulteriori contrasti sociali.

Verso la guerra
Il decennio precedente la prima guerra mondiale vide un aggravarsi dei contrasti
internazionali. Ai vecchi contrasti, come:
• il revanscismo francese nei confronti della Germania;
• la rivalità franco-russa nei Balcani
si aggiunsero i nuovi:
• la tensione scatenata dalla politica aggressiva dell’Impero tedesco;
• la competizione con la Gran Bretagna per il predominio sui mari.
I contrasti più pericolose furono due: la questione balcanica e il Marocco.
La crisi marocchina 1905 e 1911: il Marocco era indipendente, ma la Francia cerca di
conquistarlo durante una crisi interna e la Germania si oppone anche se si ritrova isolata.
Infatti era accaduto il contrario di quello che aveva previsto Bismarck (l’isolamento della
Francia). Quindi la Francia prosegue con la conquista del Marocco, riuscendo ad ottenere il
protettorato, mentre la Germania ebbe la striscia del Congo francese e quindi ne uscì
sconfitta.
Questione balcanica: la crisi dell’impero ottomano creò delle tensioni, dando vita alla

Elisa Terranova
rivoluzione dei giovani turchi, un movimento costituito da intellettuali che proponeva la
trasformazione dell’impero in una monarchia costituzionale. Costrinsero Abdul Hamid a
concedere una costituzione e a cedere il trono a Maometto V. Il nuovo regime tentò l’opera
di modernizzazione dello Stato e i giovani turchi cercarono di adottare un ordinamento
amministrativo più centralistico. Si era concesso all’Austria-Ungheria l’amministrazione
temporanea della Bosnia e dell’Erzegovina, ma nel 1908 l’impero approfittò della crisi per
occuparla direttamente e questo provocò delle tensioni con i paesi confinanti, Serbia e
Russia. Grazie all’alleanza con la Germania, l’Austria riuscì lo stesso ad ottenere i due
paesi.
In seguito anche l’Italia intraprese il progetto coloniale in Africa, occupando la Libia, che in
quel periodo era sottoposta alla dominazione turca. L’Italia occupò la Tripolitania e scoppiò
la guerra che durò circa un anno (1912-13). L’impero ottomano fu sconfitto e l’Italia ottenne
la Libia, le Rodi e le isole del Dodecanneso. Infine nel 1912 vi fu la prima guerra
balcanica quando Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria si coalizzarono contro impero
ottomano, che venne per l’ennesima volta sconfitto. La Turchia perse tutti gli stati e sulla
costa meridionale nacque un nuovo Stato, il principato di Albania, voluto da Austria e Italia
per impedire alla Serbia lo sbocco sul mare. Ma al momento della spartizione dei territori,
l’alleanza fra gli stati si ruppe e la Bulgaria che più di tutti aveva affrontato il peso della
guerra contro la Turchia, dichiarò guerra alla Serbia e alla Grecia. Si formò una nuova
alleanza tra Serbia, Grecia, Romania e Turchia contro la Bulgaria, quindi vi fu la seconda
guerra balcanica nel 1913. Alla fine delle guerre balcaniche, la Turchia venne estromessa
dall’Europa, mentre si faceva sempre più acuto il contrasto tra l’Austria e la Serbia, che era
protetta dalla Russia.

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12 CAPITOLO Imperialismo e rivoluzione nei paesi extraeuropei
Il ridimensionamento dell’Europa
I primi del ‘900 videro il manifestarsi dei primi segni del declino europeo di fronte
all’emergere di popoli extraeuropei, come Stati Uniti e Giappone. Inoltre il
sovrappopolamento dei paesi asiatici apparve come una minaccia per l’egemonia europea,
per questo si parlò di pericolo giallo.

La guerra russo-giapponese
Già alla fine dell’ ‘800, il Giappone si era mosso in Asia per colonizzare i territori.
Cominciò con la Corea nel 1894, uno Stato vassallo della Cina. I giapponesi si scontrarono
con i cinesi e li sconfissero per terra e per mare. Il Giappone prosegue verso il nord-est della
Cina, ma si scontra con la Russia, anch’essa interessata a questi territori per continuità
geografica. Alleatosi con la Gran Bretagna, il Giappone propose alla Russia la spartizione
della Manciuria, ma i russi non accettarono e la flotta giapponese attaccò quella russa,
stringendo un assedio nella base di Port Arthur. Poi entrarono in Manciuria e sconfissero
l’esercito russo. La Russia fu costretta a firmare il trattato di Portsmouth, in base al quale il
Giappone ottenne la Manciuria meridionale e una parte di Sakhalin, nelle coste della
Siberia, oltre al riconoscimento del protettorato in Corea. La sconfitta russa generò una crisi
interna che si trasformò in una rivoluzione del 1905. L’Oriente cessava di essere territorio di
conquista per le potenze europee e si avviava diventare terreno di competizione tra i due
imperialismi: quello giapponese e quello statunitense. La vittoria giapponese spinse i popoli
asiatici ad organizzare movimenti indipendentisti nell’Indocina francese, nell’Indonesia
olandese e nelle Filippine degli Stati Uniti. Infine nell’India britannica nacque il congresso
nazionale indiano, un’organizzazione formata da nazionalisti e radicali che chiedevano la
partecipazione dell’indigeno nella vita della colonia.

La rivoluzione in Cina
Subita la sconfitta dal Giappone, la Cina attraversò un periodo di crisi che provocò la
nascita di un movimento conservatore. La popolazione si organizzò in Società Segrete, tra
le quali nacquero i boxers, che attuarono una rivolta a Pechino e assediarono le ambasciate
occidentali. Stati Uniti e Giappone allora si allearono per reprimere la rivolta, il
nazionalismo tradizionalista cinese venne soppresso e si sviluppò un movimento
democratico guidato da Sun Yat-sen. Nel 1911 scoppiò una rivoluzione, poiché il governo
cercò di avviare il processo di modernizzazione del paese e decise di affidare il controllo
della rete ferroviaria alle imprese straniere. Nel 1912 la dinastia Manciù decadde e Sun Yat-
sen fu nominato presidente della Repubblica. Il generale Yung Shi kai, inviato per
reprimere la rivolta, appoggiò i repubblicani in cambio della presidenza. Il compromesso tra
forze democratiche e gruppi conservatori si ruppe e il nuovo presidente sciolse il Parlamento
e mandò Sun Yat-sen in esilio, instaurando la dittatura. In Cina nacquero una serie di
guerre civili che durarono fino al 1949, con la vittoria della rivoluzione comunista.

Imperialismo e riforme negli Stati Uniti


Negli anni tra l’ ‘800 e il ‘900 gli Stati Uniti diventarono la prima potenza economica
mondiale, superando la Germania e l’Inghilterra. Questo avvenne grazie alla crescita del
settore industriale, con le corporations, concentrazioni industriali come la Stardard Oil, i

Elisa Terranova
trusts dell’acciaio …
I progressi si ebbero anche nel settore agricolo e nell’allevamento. Ma il potere delle
corporations e la politica protezionista suscitarono il malcontento degli agricoltori. Si formò
il Partito populista, costituito da contadini con ideali democratici, che nelle elezioni venne
sconfitto da quello repubblicano e nonostante ciò l’ondata progressista continuò a
manifestarsi, influenzando le scelte politiche di entrambi i movimenti. Gli Usa tentarono di
attuare delle riforme politiche e allo stesso tempo avviare un’espansione coloniale, basata
sul controllo di territori lontani e sull’esportazione di merci e capitali. Questa espansione
venne definita “imperialismo informale” e avvenne verso due direzioni: verso il Pacifico e
verso l’America Latina.

Nel 1895 nacque una rivolta a Cuba contro i dominatori spagnoli. Quindi gli Usa
intervennero per reprimere la rivota, che suscitò delle preoccupazioni per gli interessi nelle
piantagioni di canna da zucchero. L’affondamento di una nave americana provocò il
conflitto ispano-americano, che si concluse con la sconfitta della Spagna nelle Antille e nel
Pacifico. Cuba divenne repubblica indipendente, sotto la tutela degli Usa e la Spagna fu
costretta a cedere anche Portorico e le Filippine. Gli Usa così si assicurarono il dominio
dell’Asia orientale e l’espansione nel Pacifico, rafforzata dall’annessione delle isole Hawaii.
Il presidente degli Usa salito al trono nel 1901 era Roosevelt, esponente dell’ala progressista
del Partito repubblicano. Egli adottò una politica di difesa degli interessi americani,
attuando la pressione fiscale e utilizzando minacce di interventi armati se fosse avvenuta
una rivolta. Nel 1901 gli Usa ottennero dalla Colombia l’autorizzazione a costruire un
canale che tagliasse l’istmo di Panama, aprendo un passaggio tra l’Oceano Pacifico e il Mar
dei Caraibi. Ma dopo due anni la Colombia si rifiutò di ratificare l’accordo e gli Usa
organizzarono una sommossa a Panama, che divenne repubblica indipendente sotto il
controllo americano. Il canale fu costruito e diede la possibilità alla grande potenza di
procedere con la sua politica espansionistica. La politica estera di Roosevelt fu aggressiva e
imperialista, mentre la politica interna si occupò della questione sociale, attuando dei
provvedimenti nel campo della legislazione sociale e affermando un diritto di intervento dei
pubblici poteri nell’economia. Tuttavia non modificò la politica protezionistica tradizionale,
ma cercò di limitare il potere dei trusts per aiutare la piccola e media borghesia, i piccoli
produttori indipendenti e i sindacati operai. Quando Roosevelt lasciò la presidenza, il Partito
repubblicano si spaccò tra l’ala progressista e quella conservatrice e nelle elezioni del 1912,
Wilson ottenne la carica di presidente. Egli riprese l’impegno sociale di Roosvelt ma in
maniera diversa, infatti mentre Roosevelt cercava di rafforzare il potere federale, Wilson
concesse l’autonomia ai singoli stati dell’Unione; mentre Roosevelt non aveva cambiato il
regime doganale protezionistico, Wilson abbassò le tariffe protettive e anche in politica
estera egli adottò una nuova politica, basata sull’espansione economica e sulla fedeltà ai
principi democratici.

L’America Latina e la rivoluzione messicana


Il notevole sviluppo economico dei paesi dell’America Latina non attenuò la loro
dipendenza dagli Stati industrializzati dell’Occidente. La crescita delle esportazioni portò
all’adozione del sistema della monocoltura, cioè la concentrazione su una determinata
produzione (caffè del Brasile) e inoltre le campagne erano dominate dal latifondo, mentre

Elisa Terranova
una ristretta oligarchia terriera controllava la vita sociale e politica. Gli Stati latino-
americani erano dei regimi parlamentari e repubblicani, ma dietro questi c’era la corruzione
del sistema e l’esclusione delle masse dalla vita politica. I maggiori mutamenti in campo
politico si ebbero in Argentina e in Messico. In Argentina vi fu la vittoria dei radicali;
mentre in Messico ci fu una lunga rivoluzione per la democratizzazione del paese. La rivolta
cominciò nel 1910, contro il regime semidittatoriale del presidente Diaz. Diaz fu costretto a
lasciare il paese e Madero venne eletto presidente. A questo punto vi fu uno scontro tra le
due componenti del fronte rivoluzionario: quella borghese che mirava alla liberazione delle
istituzioni politiche e quella contadina che aspirava la riforma agraria. Solo nel 1921 il
conflitto si concluse con la vittoria dei democratici.

Elisa Terranova
13 CAPITOLO L’Italia giolittiana
La crisi di fine secolo
Alla fine dell’ ‘800 in Italia vi fu una crisi politico-istituzionale e l’obiettivo del conflitto era
un’evoluzione del regime liberale verso forme di più avanzata democrazia. In Italia lo
scontro si concluse con l’affermazione delle forze liberali progressiste. Dopo la caduta di
Crispi (1896), il periodo compreso tra il 1896-98 fu governato da Rudinì, che cercò di
organizzare un partito conservatore contro i nemici delle istituzioni: socialisti,
repubblicani e clericali. Un esponente del partito conservatore, Sonnino, in un celebre
articolo intitolato “Torniamo allo Statuto”, propose un’interpretazione più restrittiva dello
Statuto, che rendesse il governo più responsabile di fronte al sovrano e lasciasse alle Camere
i soli compiti legislativi. Inoltre si fece strada tra le forze conservatrici italiane la tentazione
di risolvere in senso autoritario le tensioni politiche e sociali. Essa si manifestò con la dura
repressione militare dei moti per l’aumento del prezzo del pane nel ’98, dove Rudinì
anziché ridurre il dazio sul grano dichiarò lo stato d’assedio a Napoli, in Toscana e a Milano
(8/9 maggio), dove il generale Beccaris ordinò di sparare alla folla causando molti feriti e
morti. Riportato l’ordine, i moderati e conservatori cercarono di attuare un progetto di
riforme repressive, che limitavano il diritto allo sciopero, libertà di stampa e i gruppi di
estrema sinistra reagirono con l’ostruzionismo parlamentare, cioè un prolungamento delle
discussioni che bloccava l’azione della maggioranza. Rudinì per contrasti col re dovette
dimettersi e cedette il posto nel 1898 a Pelloux che non riuscendo a contrastare
l'ostruzionismo rinunciò al suo progetto e sciolse le Camere, inducendo nuove elezioni nella
speranza di ottenere l’appoggio. Ma nelle elezioni del 1900 i liberali persero molti seggi e al
contrario i socialisti ne ottennero molti di più, eleggendo 33 deputati. Pelloux si dimise e
divenne presidente del consiglio Saracco, moderato. Il re Umberto I venne ucciso in un
attentato.

(Crispi 1896 Rudinì 1898 Pelloux 1900 Saracco 1901 Zanardelli 1903 Giolitti 1914 Salandra)

La svolta liberale
Il governo Saracco garantì un periodo di pace nella politica italiana. Questa fu favorita
anche dal buon andamento dell’economia e dalla maggiore disponibilità del nuovo re Vitt.
Emanuele III ad accettare le forze progressiste. Quando Saracco fu costretto a dimettersi per
il comportamento contraddittorio avuto durante lo sciopero a Genova, il re chiamò (1901)
alla guida del governo il leader della sinistra liberale Zanardelli, che affidò il ministero
degli interni a Giolitti. Giolitti non era ostile nei confronti dei sindacati e credeva che le
agitazioni servissero solo per migliorare le condizioni economico-sociali. Inoltre sosteneva
che il governo doveva dichiararsi neutrale nel settore privato e non doveva ostacolare gli
scioperanti, a patto che le manifestazioni non fossero violente. Il governo Zanardelli-Giolitti
condusse varie riforme, come la libertà sindacale e politica e la regolamentazione del lavoro
minorile e femminile, furono migliorate le legislazioni riguardanti le assicurazioni per la
vecchiaia (volontaria) e per gli infortuni sul lavoro (obbligatoria).
Vi fu la crescita delle organizzazioni sindacali, con la ricostituzione della Camera del lavoro
e le organizzazioni di categoria; le organizzazioni dei lavoratori, con le leghe rosse
costituite da braccianti che si unirono nella Federazione italiana dei lavoratori della terra
(Federterra), con l’obiettivo di socializzare la terra. Anche gli imprenditori si associarono ai
lavoratori, creando le prime forme di associazioni imprenditoriali. Aumentano gli scioperi e

Elisa Terranova
le astensioni dal lavoro e ne derivò un aumento dei salari, non solo grazie alla politica
liberale ma anche allo sviluppo economico del paese.

Decollo industriale e progresso civile


In questo periodo l’Italia conobbe un decollo industriale, favorito anche dalla costruzione
ferroviaria che aveva avviato la Destra e la politica protezionistica del 1887 che rese
possibile la creazione dell’industria siderurgica. Infine il riordinamento del sistema bancario
dopo la crisi della Banca Romana, favorì la formazione di una struttura finanziaria solida. Si
svilupparono i settori siderurgico, tessile e agro-alimentare, favoriti dalle tariffe doganali,
ma anche i settori senza dazi come il chimico, l’elettrico e il meccanico. Nacque l’industria
automobilistica, come la Fiat nel 1899 da Agnelli e l’Alfa nel 1910. Il volume della
produzione industriale raddoppiò e il decollo industriale migliorò anche il tenore di vita, con
l’aumento del reddito pro-capite. Ma lo sviluppo economico non riuscì a risolvere tutti i
problemi, infatti le condizioni dei lavoratori rimasero precarie, le case rimasero malsane e
sovraffollate, il tasso di analfabetismo rimase elevato e aumentò l’emigrazione verso il Nord
America, Nord Europa e Stati Uniti. Dal punto di vista economico il fenomeno fu positivo
poiché diminuì la pressione demografica e inoltre i risparmi che gli emigranti mandavano
alle famiglie alleviarono il disagio delle zone più povere; ma favorì un impoverimento della
forza-lavoro soprattutto nel Mezzogiorno.

La questione meridionale
Lo sviluppo industriale si verificò soprattutto al Nord, con il cosiddetto “Triangolo
Industriale”, formato da Torino, Milano e Genova. Invece ciò non si verificò nel
Mezzogiorno, poiché dominato da un’agricoltura latifondista e da un’arretratezza della
società tale da non consentire la modernizzazione del Sud del paese.

I governi Giolitti e le riforme


Nel 1903 Giolitti sostituì Zanardelli alla guida del governo e vi rimase dal 1903 al 1914, con
alcune interruzioni strategiche nei momenti difficili di guida del governo. Egli offrì un
incarico al socialista Turati, il quale rifiutò poiché temeva di non essere più appoggiato dal
suo partito. Giolitti costituì un governo di centro, ma il suo riformismo non era privo di
limiti, a causa del condizionamento delle forze conservatrici e la sua costante attenzione a
non modificare in senso eccessivamente democratico gli equilibri parlamentari. I punti
fondamentali della politica di Giolitti erano:
• Leggi speciali per il Mezzogiorno, volte ad incoraggiare la modernizzazione
dell’agricoltura, con stanziamenti statali e agevolazioni fiscali;
• Statizzazione delle ferrovie, (ancora affidate a compagnie private) che incontrò
opposizioni a destra e sinistra, così si dimise lasciando il posto a Fortis e poi a
Sonnino, governi che durarono pochissimo.
• Nel 1906 Giolitti tornò al governo e varò una legge sulla conversione della rendita,
cioè la riduzione del tasso d’interesse versato dallo Stato ai possessori di titoli del
debito pubblico.

Nel 1907 l’Italia fu colpita dalla crisi internazionale, ma ne uscì velocemente grazie
all’intervento della Banca d’Italia. Nonostante ciò la crisi danneggiò operai e contadini che
provocarono uno sciopero generale. I lobbies, cioè i forti gruppi economici e industriali, si

Elisa Terranova
organizzarono nella Confederazione italiana dell’industria (Confindustria), fecero sempre
più pressioni alla politica e allo Stato, fin quando le scelte del governo oltrepassarono spesso
quelle del Parlamento. Così Giolitti si ritirò per la seconda volta lasciando il potere a
Sonnino e poi a Luzzatti, che avviò un’importante riforma scolastica (legge Daneo-
Credaro). Nel 1911 tornò Giolitti con un programma orientato verso sinistra e gli altri punti
fondamentali furono:
• La concessione del suffragio universale maschile nel 1912;
• L’istituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, approvata nel 1912,
i cui proventi servivano per finanziare il fondo delle pensioni di vecchiaia per i
lavoratori.

Il giolittismo e i suoi critici


La politica di Giolitti fu considerata una vera e propria dittatura parlamentare simile a
quella di Depretis, anche se più aperta. Il suo governo subì molte critiche da entrambi gli
schieramenti politici:
da Destra, liberal-conservatori, perché la sua politica democratica era considerata troppo
filo socialista ed era accusato da Sonnino e Albertini di venire a patti con i nemici delle
istituzione, tradendo gli ideali risorgimentali;
da Sinistra, socialisti rivoluzionari e i cattolici democratici, perché non agiva
concretamente alle richieste dei lavoratori e al problema della corruzione del sistema;
dai meridionalisti, come Salvemini che lo accusò di aver favorito il Nord con l’industria
protetta, ostacolando lo sviluppo delle forze produttive nel Mezzogiorno.

Dalla caduta di Crispi (1896) si affievolirono i rapporti con la triplice, l'Italia infatti dopo la
guerra doganale firmò degli accordi con la Francia, che prevedeva che l?italia aveva campo
libero sulla Libia, e la Francia sul Marocco.

La politica estera, il nazionalismo


e la guerra in Libia
In quest’ultima fase del governo giolittiano, l’Italia diede una svolta alla politica estera. Il
governo intraprese il progetto coloniale in Africa, occupando la Libia, che era sottoposta alla
dominazione turca. Scoppiò la guerra che durò circa un anno (1911-12). Ai nazionalisti si
allearono:
• i gruppi cattolico-moderati, favorevoli alla guerra per conciliare cattolicesimo e
patriottismo;
• il Banco di Roma, che aveva investito in Libia ed era favorevole alla conquista del
territorio per tutelare i propri interessi;
• la propaganda interventista vedeva di buon occhio la colonizzazione poiché la
Libia poteva rappresentare una valvola di sfogo per l’emigrazione.
I gruppi contrari alla guerra erano invece i socialisti e i democratici.
Quando la Francia approfittò della seconda crisi marocchina nel 1911 per imporre il
protettorato sul Marocco le truppe italiane occuparono l’isola di Rodi e l’arcipelago del
Dodecanneso. Nel 1912 i turchi firmarono la pace di Losanna, rinunciando alla Libia.
Sebbene ci fu così tanta insistenza, l’Italia si rese conto che la guerra della Libia non portò
grandi benefici per il paese. I costi furono elevati e la colonia non bastò ad assorbire tutti gli
emigranti. Inoltre la guerra scosse gli equilibri del sistema giolittiano.

Elisa Terranova
Riformisti e rivoluzionari
Nel Psi la corrente riformista incoraggiò la politica giolittiana. Presto però, all’interno del
partito, si svilupparono delle correnti di sinistra, in particolare quella dei sindacalisti
rivoluzionari, che riuscirono a mettersi a capo del partito. Nel 1904 vi fu il primo sciopero
generale nazionale, che non fu violento e quindi non represso dal governo. Infatti si esaurì
da solo per la mancanza di coordinamento e distribuzione territoriale. La fondazione della
Confederazione generale italiana del lavoro (Cgl) nel 1906 segnò un rafforzamento della
presenza riformista sul piano delle organizzazioni sindacali. Ma nel congresso di Reggio
Emilia del 1912, i rivoluzionari riuscirono ad espellere dal Psi i riformisti di destra che
formarono il Partito socialista riformista italiano, di cui faceva parte Mussolini, direttore
del quotidiano “l’Avanti” e leader della propaganda socialista.
Democratici cristiani e clerico-moderati
Nel corso dell’età giolittiana si sviluppò il movimento cattolico italiano. Vi fu
l’affermazione del movimento democratico-cristiano, con a capo Murri, che fondarono le
prime unioni sindacali di classe. Il nuovo papa Pio X non tollerò l’azione dei democratici
cristiani, sciolse l’Opera dei congressi e creò tre organizzazioni distinte: l’Unione popolare,
l’Unione economico-sociale e l’Unione elettorale. Murri fu sconfessato. Nonostante ciò il
movimento sindacale cattolico continuò a svilupparsi, con leghe bianche formate da operai e
lavoratori agricoli. Anche in Sicilia nacque un movimento contadino cattolico, grazie a
Luigi Sturzo e preoccupati dal rafforzamento delle forze socialiste, il papa favorì le tendenze
clerico-moderate. Fu sospeso il non-expedit e venne autorizzata la presentazione di
candidature cattoliche. In vista delle elezioni del novembre 1913, il presidente dell’Unione
elettorale cattolica Gentiloni propose agli iscritti di appoggiare i candidati liberali, ottenendo
in cambio l’impegno da parte della classe dirigente di non appoggiare iniziative
anticattoliche. Il patto Gentiloni salvò i liberali dalla sconfitta elettorale.

La crisi del sistema giolittiano


In seguito alle forti pressioni da parte dei democratici, socialisti e nazionalisti, Giolitti si
dimise nel Marzo del 1914, lasciando la sua carica politica ad Antonio Salandra, che guiderà
il popolo italiano verso l’inizio della 1° guerra mondiale. Infine nel 1914 vi fu la settimana
rossa, un’ondata di scioperi e agitazioni causati dalla morte di tre dimostranti in uno scontro
con la forza pubblica. Questa protesta fu appoggiata da anarchici, repubblicani e nonostante
durò così poco, servì per rafforzare le tendenze conservatrici della classe dirigente.

Elisa Terranova
14 CAPITOLO La prima guerra mondiale
Dall’attentato di Sarajevo alla guerra europea
Il motivo occasionale che spinse i vari paesi al conflitto fu attentato (28 giugno 1914)
all’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, erede al trono austriaco, da uno studente
serbo. Le varie cause del conflitto mondiale furono molto complesse ed articolate e
scaturirono da una serie di contrasti che dividevano le grandi potenze europee agli inizi del
secolo:
• Conflitto austro-russo: sia l’Austria che la Russia volevano impadronirsi del
territorio dei Balcani e approfittare della crisi ormai irreversibile dell’impero turco
per ottenere uno sbocco sul Mediterraneo. L’attentato di Francesco Ferdinando
costituì un pretesto per l’Austria di umiliare la Serbia che, in quegli anni, si era posta
come paese-guida dell’irredentismo slavo, ossia del movimento di liberazione dei
paesi slavi oppressi dalla dominazione straniera. La Serbia si era quindi mostrata
ostile nei confronti della politica austriaca e piuttosto favorevole alla Russia, la quale
presentava un’origine slava e una stessa religione ortodossa.
• Conflitto tra Germania e Inghilterra: nei primi del ‘900 il crescente sviluppo
industriale tedesco spinse la Germania ad andare alla conquista dei mercati esteri e ad
espandere il suo dominio anche per via mare. A tal proposito il nuovo Kaiser
Guglielmo II propose la costruzione di un flotta militare e mercantile capace di
competere con quella inglese; questo suo progetto preoccupò molto i commerci
dell’Inghilterra, che da sempre avevano avuto il predominio sui mari e inoltre la
nazione era ancora l’unica potenza europea che non aveva introdotto il servizio
militare obbligatorio.
• Conflitto Francia e Germania: da sempre la Francia e la Germania nutrivano
rapporti di ostilità; queste ostilità si fecero ancor più acute nel 1870 quando la
Francia perdette l’Alsazia e la Lorena, territori ricchi di carbone e petrolio, nella
battaglia di Sedan.
• Conflitto italo-austriaco: Austria e Italia erano state da sempre in conflitto, per il
problema delle terre irridente (Trento e Trieste) necessarie al completamento
dell’unificazione politica dell’Italia. un contrasto che veniva in parte risolto
all’interno della Triplice Alleanza (1882) che vedeva schierate l’Italia e l’Austria
inizialmente contro una duplice Intesa (Russia e Francia) e poi contro una Triplice
Intesa in seguito all’adesione dell’Inghilterra.
L’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando servì all’Austria come pretesto per accusare
la Serbia e per mandargli un ultimatum in cui gli imponeva di accettare la presenza di alcuni
funzionari austriaci sul suo territorio, che avessero indagato sulle cause dell’omicidio. Ma la
Serbia rifiutò questa proposta e costrinse l’Austria a dichiararle guerra: era il 28 Luglio del
1914. Subito dopo lo scoppio della guerra si schierarono dalla parte dei due paesi le seguenti
potenze europee: a fianco della Serbia si schierò subito la Russia, la Francia e l’inghilterra
(Triplice Intesa), mentre a fianco dell’Austria intervenne la Germania che era legata dal
patto della Triplice Alleanza (Imperi Centrali). Quest’ultima, infatti, credeva che la
situazione fosse durata pochi mesi e che si trattasse di una “guerra lampo” che si sarebbe
conclusa solo dopo la conquista dell’Occidente. La Germania soffriva di un complesso di
accerchiamento, quindi la strategia dei generali tedeschi si basava sulla rapidità e sulla
sorpresa. Il piano di guerra elaborato dal capo di stato Schlieffen prevedeva un attacco
all’esercito francese e poi uno scontro con la Russia. Presupposto essenziale per la riuscita

Elisa Terranova
del piano era passare attraverso il Belgio, nonostante la sua neutralità, e puntare
direttamente su Parigi. Ma sul fronte occidentale, però, la resistenza dei francesi, a cui si
aggiunse l’intervento britannico, fu notevole: l’esercito cominciò a costruire trincee e
fortificazioni per impedire i contraccolpi delle truppe tedesche. Si passò così da una “guerra
lampo” ad una “guerra di posizione”. Ai due blocchi contrapposti si aggiunsero ben presto la
Turchia e la Bulgaria per gli imperi centrali e il Giappone e la Romania per l’Intesa. Inoltre
era ampiamente diffusa, tra l’opinione pubblica, la convinzione che la guerra era necessaria
per soffocare i contrasti sociali e rafforzare la posizione dei governi e delle classi dirigenti.
La Seconda Internazionale cessò di esistere.
Dalla guerra di movimento alla guerra di usura
I tedeschi inizialmente ottennero dei successi, dilagando nel Nord-Est della Francia e
costringendo gli avversari a ritirarsi. Ma riuscirono solo ad arrivare a pochi chilometri da
Parigi, mentre il governo francese si affrettò a scappare. Sul fronte orientale invece, le
truppe tedesche bloccarono i russi che tentavano di penetrare in Prussia. L’offensiva russa
però mise in serie difficoltà sia i tedeschi che gli austriaci, mentre i francesi lanciarono un
improvviso contrattacco sulla Marna che sconfisse definitivamente i tedeschi. In realtà
l’obiettivo delle potenze era quello di approfittare della guerra per soddisfare le loro
ambizioni territoriali, sacrificando le potenze minori. Da qui la tendenza del conflitto ad
allargarsi, fino ad assumere dimensioni mondiali. Sempre nello stesso anno il Giappone
dichiarava guerra alla Germania, approfittando dell’occasione per impadronirsi dei
possedimenti tedeschi in Estremo Oriente. Nello Stesso anno Turchia e Bulgaria si allearono
alla Germania, mentre la Romania, il Portogallo, Grecia e Stati Uniti si allearono all’Intesa.
L’Italia dalla neutralità al’intervento
Allo scoppio della guerra l’Italia, governata da Salandra, aveva dichiarato la sua neutralità
(2 agosto 1914); infatti secondo i patti della Triplice Alleanza, l’Italia era tenuta ad
intervenire in aiuto degli alleati solo se questi fossero stati aggrediti. Ma l’impegno di
cobelligeranza era venuto meno perché l’Austria non era stata aggredita e nemmeno aveva
informato il nostro governo dell’attacco alla Serbia; l’Itlia così allo scoppio della guerra si
era divisa in sue schieramenti:
• I neutralisti: di questo schieramento facevano parte i cattolici, poiché essi erano
contrari per principio alla guerra e se in tutti i casi avessero dovuto partecipare alla
guerra lo avrebbero fatto a favore dell’Austria perché anch’essa professava la
religione cattolica; i socialisti perchè non si riconoscevano nel conflitto che era stato
scatenato dalla borghesia imperialistica e credevano che la guerra potesse ricadere su
di loro (Mussolini invece prima si dichiarò neutrale e poi si schierò a favore
dell'intervento e così fu espulso dal partito); i liberali giolittiani poiché erano
consapevoli dell’impreparazione militare dell’Italia e temevano che uno sforzo
bellico avrebbe messo in crisi la fragile economia del paese. Giolitti era convinto che,
come compenso per la sua neutralità, l'Italia avrebbe potuto ottenere dagli imperi
centrali parte dei territori rivendicati.
• Gli interventisti: di questo schieramento facevano parte gli irredentisti (compresi i
repubblicani e i socialisti) che pensavano che la guerra fosse opportuna per il
completamento dell’unificazione d’Italia (Trento e Trieste che erano ancora sotto il
dominio austriaco); i sindacalisti che pensavano di costruire sulle macerie dello stato
liberale un nuovo ordine sociale; i nazionalisti che consideravano la guerra come un
mezzo che potesse permettere all’Italia di diventare una grande potenza; tra gli

Elisa Terranova
interventisti vi erano anche alcuni studenti universitari ed intellettuali del tempo,
quali D’Annunzio, Gentile, Papini, Prezzolini, Amendola, ad accezione di Benedetto
Croce che si dichiarò a favore della neutralità. Per molti intellettuali la guerra doveva
significare la fine del giolittismo e l’avvio di un radicale rinnovamento della politica
italiana.
Mentre si svolgeva la disputa tra neutralisti e interventisti, Salandra e Sonnino allacciarono
contatti segreti con l’Intesa, pur continuando nel frattempo a trattare con gli imperi centrali
per strappare qualche territorio in cambio della neutralità. Infine senza il consenso del re e
all’insaputa del Parlamento, accettarono le proposte dell'intesa il 26 aprile 1915, l’Italia si
schierò a favore dell’Intesa e stipulò il Patto di Londra, secondo cui in caso di vittoria il
paese avrebbe ottenuto le terre irridente (Trentino, Sud Tirolo, Venezia Giulia e la penisola
istriana, escluso la città di Fiume, e una parte della Dalmazia).
La grande strage (1915-16)
Al momento in cui l’Italia entrò in guerra, l’andamento delle operazioni militari si svolgeva
in modo diverso nei due fronti: sul fronte orientale gli Imperi Centrali riportavano
numerose vittorie nei confronti della Russia, che fu costretta ad evacuare dalla Polonia e
dalla Galizia, mentre sul fronte occidentale le più importanti controffensive furono
condotte dalle truppe tedesche nei confronti dei Francesi nella battaglia di Verdun e degli
inglesi nella battaglia di Somme. Quindi appena entrò in guerra, l’esercito italiano guidato
dal generale Cadorna mandò una serie di offensive lungo l’Isonzo e sul Carso, ma dovette
difendersi duramente dalla “Spedizione punitiva” che l’Austria condusse energicamente
contro l’Italia per punirla del suo tradimento e si impegnò seriamente per mantenere vivo
l’entusiasmo all’interno dell’esercito anche se la situazione di stallo si protrasse fino al
1917. Nel frattempo la flotta tedesca aveva attaccato quella inglese nella penisola dello
Jutland. Le perdite subite nella battaglia costrinsero i tedeschi a ritirare le navi nei porti,
rinunciando allo scontro.

La guerra nelle trincee


La Grande Guerra fu denominata Guerra di Trincea (di posizione o di logoramento), perché
le truppe si proteggevano scavando dei fossati con parapetto rivolto verso il nemico.
L’Artiglieria, armata di baionette, attaccava le trincee nemiche, che venivano assaltate in
seguito dai fanti, così si impedivano gli attacchi di fanteria a campo aperto. I soldati
vivevano in mezzo al fango, in condizioni sanitarie penose.
La nuova tecnologia militare
Il primo conflitto mondiale si caratterizzò per l’uso sistematico di una nuova tecnologia
militare: artiglierie pesanti, fucili a ripetizione e mitragliatrici. Sorprendente fu l’impiego di
armi chimiche e furono i tedeschi i primi ad usarle. Allo stesso modo si svilupparono le
tecniche di difesa, come le maschere antigas. La guerra stimolò anche lo sviluppo delle
telecomunicazioni e dei mezzi motorizzati, come la radiofonia e l’aeronautica. Protagonisti
della guerra furono il carro armato e le autoblindo, cioè autocarri ricoperti da piastre
d’acciaio e muniti di mitragliatrici. Anche il sottomarino ebbe un notevole successo e furono
i tedeschi ad utilizzarlo per attaccare le navi da guerra nemiche.
La mobilitazione totale e il “fronte interno”
Durante il primo conflitto mondiale le vittime della guerra furono soprattutto i civili,
costretti a lasciare le loro case e le loro terre per partire verso il fronte. C’era inoltre il

Elisa Terranova
problema di chi risiedeva in un paese diverso dalla propria patria d’origine e si ritrovava
nelle condizioni di nemico. Un esempio è il caso degli armeni, popolazione di religione
cristiana che abitava nella regione del Caucaso divisa tra l’Impero ottomano e quello russo.
Dopo la rivoluzione dei “Giovani Turchi” gli armeni di Turchia erano stati puniti per le loro
ribellioni e mentre Turchia e Russia si combattevano nel Caucaso, gli armeni furono
deportati. La guerra produsse anche delle trasformazioni sociali, culturali ed economiche, i
più importanti riguardarono il settore industriale (industrie belliche). Questo comportò una
riorganizzazione del settore produttivo e un considerevole intervento dello stato, che
stabilivano quanto e cosa si dovesse produrre. Riguardo gli apparati statali, venne rafforzato
il potere esecutivo e aumentata la burocrazia. Gli stati maggiori avevano in realtà poteri
assoluti, infatti possiamo ricordare la dittatura militare in Germania con a capo Hindenburg;
la dittatura giacobina in Francia; il gabinetto di guerra di David Lloyd George in GBR. Col
protrarsi del conflitto e l’inasprirsi del regime repressivi, cominciò ad allargarsi
l’opposizione socialista, nonostante al suo interno vi fosse una spaccatura fra pacifismo
delle sinistre riformiste e la proposta dei rivoluzionari di utilizzare la guerra come occasione
per la rivoluzione.
La svolta del 1917
Quest’anno si aprì con un colpo di scena: la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra a
fianco dell’Intesa. La rivoluzione russa scoppiata a Pietrogrado nel 1917 aveva abbattuto lo
zarismo e proclamato un governo repubblicano che annunciò la fine della partecipazione
alla guerra. Scomparsa dalla scena politica, la Russia sembrò ben presto essere rimpiazzata
dall’entrata degli Stati Uniti i guerra; in realtà i motivi che spinsero quest’ultima potenza ad
entrare nel conflitto non furono soltanto altruistici: la goccia che fece traboccare il vaso fu la
dichiarazione della Germania della Guerra Sottomarina Illimitata. Infatti già
precedentemente intorno al 1915, u sottomarino tedesco aveva abbattuto un transatlantico
britannico Lusitania e aveva provocato la morte di molti uomini, tra cui cittadini americani.
Anche negli imperi centrali cominciava un processo di declino; particolarmente difficile era
la posizione dell’impero austro-ungarico, dove l’insuccesso in guerra aveva ridato alle
nazionalità oppresse la forza di ribellarsi. Fu costituito un governo cecoslovacco e stabilito
un accordo tra serbi, croati e sloveni per la costruzione di uno stato unitario degli slavi del
Sud: la Jugoslavia.
L’Italia e il disastro di Caporetto
Anche per l’Italia il 1917 fu l’anno più difficile della guerra. Le nuove offensive ordinate da
Cadorna e i disagi causati dall’aumento dei prezzi scatenarono delle manifestazioni di
protesta, come i moti di Torino per la mancanza di pane. Inoltre la sconfitta della Russia
aveva permesso all’Austria di rivolgere la sua attenzione sul fronte italiano, che fu
duramente sconfitto a Caporetto, (24 ottobre 1917) sul fiume Piave. In questa occasione
l’Italia perdette un numero elevato di uomini e materiale bellico; a questo proposito il
governo italiano rimosse dal comando supremo militare il generale Luigi Cadorna e lo
sostituì con Armando Diaz, il quale, dopo aver incoraggiato l’esercito, riuscì a sferrare una
controffensiva agli austriaci e li costrinse alla ritirata.
Rivoluzione o guerra democratica?
Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, Wilson aveva dichiarato che il paese avrebbe
combattuto solo per ristabilire la libertà sui mari violata dai tedeschi. Egli organizzò la sua
politica in un programma di 14 punti:
• L’abolizione della diplomazia segreta;

Elisa Terranova
• Il ripristino della libertà di navigazione;
• L’abbassamento delle barriere doganali;
• La riduzione degli armamenti;
• Reintegrazione del Belgio, della Serbia e della Romania;
• Restituzione alla Francia di Alsazia e Lorena;
• Evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi;
• Sviluppo autonomo per i popoli soggetti all’Impero austro-ungarico;
• Rettifica dei confini italiani
• L’istituzione della Società delle nazioni, per rispettare le norme di convivenza fra i
popoli.
Il programma wilsoniano non fu condiviso dai rappresentanti dell’Intesa, che dovettero
ugualmente accettarlo perché avevano bisogno dell’appoggio americano.
L’ultimo anno di guerra
L’ultimo anno di guerra fu combattuto sul fronte francese, dove i tedeschi sferrarono
l’ultima offensiva e avanzarono nel territorio. Nel frattempo gli austriaci tentarono di
sferrare il colpo decisivo sul fronte italiano, attaccando le forze sul Piave, ma furono
respinti. Infine un ultimo attacco sulla Marna fu fermato dagli anglo-francesi. Le forze
dell’Intesa passarono al contrattacco e i tedeschi subirono la prima grave sconfitta sul fronte
occidentale. La prima nazione sconfitta fu la Bulgaria, seguita dall’Impero turco. Anche
l’Austria-Ungheria venne annientata e grazie alla nascita di vari movimenti nazionali,
nacquero nuovi Stati: Cecoslovacchia e Jugoslavia. Sconfitti a Vittorio Veneto, gli austriaci
firmarono l’armistizio con l’Italia (3 novembre). In Germania Ebert fu nominato capo del
governo e il Kaiser fuggì in Olanda. I rappresentanti del governo provvisorio tedesco
firmarono l’armistizio con i francesi (11 novembre), accentando durissime condizioni:
consegna dell’armamento pesante (che per non cadere in mano del nemico si autoaffondò) e
della flotta, ritiro dal Reno delle truppe, annullamento dei trattati con Russia e Romania,
restituzione dei prigionieri. Gli Stati dell’Intesa, vincitori grazie all’alleanza con gli Usa
uscivano scossi dal conflitto, che causò troppe perdite umane.
I trattati di pace e la nuova carta d’Europa
• Con il trattato di Brest-Litovsk firmato nel 1918, la Russia fu costretta a rinunciare
alla Polonia, ai territori baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) alla Finlandia e
all’Ucraina.
Finita la guerra i rappresentanti dei paesi vincitori (Wilson, Clemenceau, Lloyd George e
Orlando) si riunirono a Parigi nel 1919 per le trattative di pace. vi era un contrasto tra i
sostenitori di una pace democratica e quelli di una pace punitiva. Alla fine si optò per la
seconda, che fu chiamata anche Diktat.
• Con il trattato di Versailles, (28/06/1919) la Germania sul piano militare fu costretta
a ridurre il suo esercito per la tutela dell’ordine interno e a smilitarizzare il territorio
della Renania; sul piano territoriale, essa perdette tutti i suoi possedimenti coloniali,
fu costretta a restituire alla Francia il territorio dell’Alsazia e della Lorena e alla
Polonia cedette Slesia e Posnania, che comportò la divisione tra Prussia occ. e
orient.; sul piano economico , essendo considerata la principale causa della guerra,
dovette pagare ingenti somme di denaro per il risarcimento dei danni dei paesi
dell’Intesa;
• Con il trattato di Saint-German l’Austria fu divisa in quattro parti: l’Austria e
l’Ungheria costituivano i territori dell’antico regime, mentre la Jugoslavia e la

Elisa Terranova
Cecoslovacchia costituivano i nuovi territori formatisi con l’annessione della Croazia
e della Slovenia per la prima, e di Praga per la seconda.
• Con il trattato di Neuilly, la Bulgaria fu costretta a cedere tutti i suoi territori alla
Romania, alla Jugoslavia e alla Grecia.
• Con il trattato di Sèvres, la Turchia fu costretta a cedere tutti i suoi territori alla
Francia e all’Inghilterra.
• Infine la GBR concesse al nuovo Stato libero d’Irlanda un regime di semi-libertà, con
l’esclusione dell’Ulster protestante.
L’equilibrio del nuovo assetto territoriale fu mantenuto dalla Società delle Nazione, che
subì un grave colpo per la mancata adesione degli Stati Uniti.

Elisa Terranova
15 CAPITOLO la rivoluzione russa
Da febbraio a ottobre
Nel marzo del ’17 (febbraio per il calendario russo) una rivolta popolare scoppiata a
Pietrogrado abbatté il regime zarista e lo sostituì con un governo provvisorio di
orientamento liberale. Il nuovo governo era presieduto dall’aristocratico L’vov e costituito
dai membri della Duma, dai cadetti (gruppi liberal-moderati), dai menscevichi e dai
socialisti rivoluzionari, con Kerenskij come ministro della Guerra. Gli unici a rifiutare una
collaborazione con il governo provvisorio furono i bolscevichi e i soviet (le associazioni
costituite da operai), poiché credevano che solo la classe operaia alleata con le masse più
povere e arretrate sarebbe riuscita a trasformare le sorti del paese. Lenin, leader dei
bolscevichi, rientrò in Russia dalla Svizzera e fu aiutato dalle autorità tedesche, le quali
speravano che il suo arrivo avrebbe consentito il ritiro sovietico dalla guerra. Lenin diffuse
“le tesi d’Aprile”, un documento costituito da dieci punti dove rifiutava il carattere borghese
della rivoluzione e stabiliva invece la presa del potere dal proletariato. Egli rovesciò la
teoria marxista (secondo cui la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata prima nei paesi più
sviluppati) e affermò che la Russia, in quanto debole e arretrata, poneva le basi per lo
sconvolgimento del sistema. Infine obiettivo di Lenin era quello di dare “tutto il potere ai
soviet”, poiché il governo provvisorio rappresentava qualcosa di simile al vecchio governo
zarista. Il largo consenso delle masse operaie e contadine permise al Partito bolscevico di
ottenere la maggioranza e a metà luglio vi fu la prima ribellione di soldati e operai che
impedirono la partenza per il fronte di alcuni reparti. L’insurrezione fallì. Il principe L’vov
si dimise e fu sostituito da Kerenskij, il quale non era ben accolto dall’opinione pubblica a
causa del fallimento dell’offensiva contro gli austo-tedeschi. Il comando dell’esercito passò
a Kornilov, che mandò un ultimatum al governo, chiedendo il passaggio dei poteri alle
autorità militari. Quindi Kerenskij chiese aiuto alle forze socialiste, compresi i bolscevichi e
bloccò il tentativo di colpo di Stato militare organizzato da Kornilov. Questo consentì il
rafforzamento dei bolscevichi, che si preparavano per attaccare il governo provvisorio.
La rivoluzione d’ottobre
Il 23 ottobre del ’17 i bolscevichi, guidati da Trotzkij, attuarono un’insurrezione e
rovesciarono il governo provvisorio di Kerenskij. I soldati rivoluzionari e le guardie rosse
assaltarono il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio, mentre nel frattempo si
riuniva a Pietrogrado il Congresso panrusso, nel quale si riunirono tutti i rappresentanti dei
soviet russi. Il Congresso stabilì due punti fondamentali:
• La pace equa senza annessioni e senza indennità;
• L’abolizione della proprietà privata.
Venne costituito un governo rivoluzionario chiamato Consiglio dei commissari del popolo,
composto da bolscevichi e presieduto da Lenin. I menscevichi, i cadetti e i social
rivoluzionari reagirono convocando l’Assemblea costituente e i risultati sorpresero tutti i
bolscevichi, poiché ebbero pochi seggi e i vincitori furono i social rivoluzionari. La
Costituente fu sciolta dai militari bolscevichi, i quali ruppero ogni rapporto con i socialisti e
i democratici e cominciarono ad instaurare una dittatura di partito.
Dittatura e guerra civile
Il governo rivoluzionario riuscì facilmente ad impadronirsi del potere centrale, ma ebbe
molta difficoltà nell’amministrare un paese immenso, complesso e arretrato, anche perché il
partito bolscevico si era isolato e non poté contare sull’appoggio di altre forze politiche, che
emigrarono verso altri paesi. Tuttavia essi erano convinti di poter costruire rapidamente un

Elisa Terranova
nuovo Stato proletario, ispirato alla Comune di Parigi. Inoltre Lenin riprendeva ancora una
volta le teorie di Marx (che vedeva lo Stato come strumento del dominio di una classe sulle
altre e affermava che una volta scomparso questo dominio, esso si sarebbe estinto) e
affermava che la società socialista si sarebbe autogovernata secondo i principi di
democrazia, senza bisogno di apparati burocratici. Il 3 marzo 1918 fu conclusa la pace con
la Germania, con la firma del trattato di Brest-Litovsk. I social rivoluzionari si opposero e i
boscevichi rimasero isolati definitivamente. Le potenze dell’Intesa considerarono la pace di
Brest-Litovsk come un tradimento e appoggiarono con armi e uomini l’opposizione al
governo bolscevico. Le armate bianche attaccarono dall’Est e assunsero il controllo della
Siberia; altri scontri sorsero nel Nord della Russia, dove era più forte la presenza dell’Intesa;
infine l’Ucraina diventò uno Stato nominalmente indipendente, sotto il protettorato tedesco.
Nel frattempo il governo rivoluzionario assumeva sempre di più dei caratteri autoritari,
creando una polizia politica (la Ceka), un Tribunale rivoluzionario centrale che processava
chiunque disubbidisse al governo, i partiti d’opposizione diventarono fuori legge e venne
reintrodotta la pena di morte. Venne riorganizzato l’esercito per iniziativa di Trotzkij, e gli
venne dato il nome di Armata rossa degli operai e dei contadini, il quale consentì ai
bolscevichi di resistere agli attacchi dei nemici alleati all’Intesa. Tuttavia c’erano delle
divisioni all’interno delle forze controrivoluzionarie e inoltre le potenze occidentali smisero
di appoggiare i bianchi, poiché temevano che la rivoluzione bolscevica si sarebbe diffusa
anche nei loro paesi. Nel momento in cui i bolscevichi si liberarono degli oppositori, il
regime dovette affrontare un attacco dalla Repubblica di Polonia, che approfittò della
debolezza del governo rivoluzionario per rivendicare dei vecchi territori appartenenti alla
Grande Polonia. Scoppiò il conflitto e l’Armata rossa agì rapidamente, ma una
controffensiva polacca costrinse i russi a ritirarsi. Con la firma dell’armistizio la Polonia
ottenne la Bielorussia e l’Ucraina.
La Terza Internazionale
Nel ’19 Lenin decise di sostituire la vecchia Internazionale socialista in una nuova
Internazionale “comunista”, rompendo definitivamente con la socialdemocrazia europea. La
prima riunione della Terza Internazionale avvenne a Mosca e venne chiamata con
l’abbreviazione Comintern. All’inizio la nuova organizzazione non svolse alcuna attività di
rilievo. Nel II congresso si discusse riguardo le regole che i singoli partiti dovevano seguire
per entrare a far parte dell’Internazionale. essi dovevano ispirarsi al modello bolscevico,
cambiare il proprio nome in quello di Partito comunista, difendere la causa della Russa
sovietica ed eliminare gli esponenti delle correnti riformiste. Tra il ’20 e il ’21 l’obiettivo
espresso nel II congresso venne realizzato, si creò in tutto il mondo una rete di partiti che si
basavano sul modello bolscevico e la Russia divenne il centro del comunismo mondiale.
Tuttavia i partiti comunisti rimasero minoritari rispetto ai socialisti.

Dal comunismo di guerra alla Nep


Quando i comunisti presero il potere, l’economia russa era instabile e precaria. Vi erano
piccole industrie che producevano solo per l’autoconsumo, senza portare beneficio
all’economia del paese. Riguardo la situazione finanziaria, le banche furono nazionalizzate e
i debiti con l’estero cancellati, ma questo non migliorò la situazione e dato che il governo
non era in grado di riscuotere tasse, stampava carta moneta che non aveva nessun valore. Si
ritornò così al baratto. Il governo bolscevico attuò allora una politica più autoritaria,
chiamata comunismo di guerra, basata sulla centralizzazione delle decisioni e sulla

Elisa Terranova
statizzazione di gran parte delle attività produttive. La nuova politica ebbe scarsi risultati e i
contadini manifestarono la loro insofferenza, dando vita tra il ’20 e il ’21 a delle
insurrezioni, seguite da una terribile carestia che dilagò nelle campagne. Il regime represse
la rivolta e si tenne a Mosca il X congresso del Partito comunista che segnò la fine del
comunismo di guerra. Venne istituita la Nep, nuova politica economica, basata su una
parziale liberalizzazione delle attività economiche, che stimolò la ripresa produttiva. I
contadini ebbero la possibilità di vendere sul mercato i prodotti in eccesso, dando una quota
fissa allo Stato e venne liberalizzato anche il commercio. Tuttavia la Nep ebbe degli effetti
non previsti, come la crescita il kulaki, cioè il ceto dei contadini ricchi che controllò il
mercato agricolo, degli imprenditori e degli affaristi (i nepmen) Mentre le piccole imprese
facevano progressi, l’industria statale stentava a svilupparsi e non era in grado di offrire alti
salari agli operai, quindi alla fine fu proprio la classe operaia ad essere danneggiata dalla
Nep.
L’Unione Sovietica: costituzione e società
La prima costituzione della Russia fu varata nel ’18 e prevedeva che il nuovo Stato avesse
carattere federale, rispettasse l’autonomia delle minoranze etniche e si aprisse all’unione
con altre repubbliche sovietiche. Nel 1922 i congressi di soviet delle singole repubbliche
decisero di dar vita all’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss). La nuova
costituzione dell’Urss affidava il potere supremo al congresso dei soviet, ma il potere reale
era nelle mani del Partito comunista, il quale controllava la polizia politica e basato su un
sistema centralizzato. Gli obiettivi dei bolscevichi erano: “l’educazione della gioventù” per
consentire lo sviluppo economico e “la lotta contro la Chiesa ortodossa”, in contrasto con la
dottrina marxista. L’influenza della Chiesa fu ridimensionata, venne legalizzato l’aborto, fu
proclamata la parità dei sessi e l’istruzione divenne obbligatoria fino a 15 anni. L’esperienza
rivoluzionaria si sviluppò maggiormente nei giovani e negli intellettuali, che si misero al
servizio della politica e andarono incontro ai bisogni delle masse.
Da Lenin a Stalin: il socialismo in un solo paese
Con l’ascesa di Stalin alla segreteria del partito nell’ ’22 e la malattia di Lenin, che morì nel
’24, si scatenò uno scontro all’interno del gruppo dirigente bolscevico, tra Trotzkij e Stalin,
riguardo il problema della burocratizzazione del partito. Inoltre mentre Trotzkij voleva
esportare la rivoluzione in altri paesi, proprio perché era convinto che era stato l’isolamento
del paese a non permetterne lo sviluppo; Stalin sosteneva il socialismo in un solo paese e
affermava che la Russia era in grado da sola di affrontare le ostilità del mondo capitalistico.
Trotzkij fu emarginato e sconfitto e Stalin si sbarazzò anche dell’opposizione di sinistra, che
chiedeva la fine della Nep e l’accelerazione dello sviluppo industriale. Prevalse la tesi
opposta di Bucharin, favorevole alla prosecuzione della Nep e all’incoraggiamento della
piccola impresa agricola, sempre sotto il controllo dello Stato.

Elisa Terranova
16 CAPITOLO L’eredità della GRANDE guerra

Mutamenti sociali e nuove attese


La Grande Guerra fu la prima a coinvolgere un grande numero di paesi, poiché vi erano
delle tensioni su altri scenari e i paesi approfittarono della situazione per risolvere le loro
problematiche, come il Giappone e la Cina. Il concetto di guerra totale si basò su un
coinvolgimento europeo ed extraeuropeo, nonché della società all’interno del paese. Infatti
la guerra fu una grande esperienza di massa, poiché ci fu un sistema di mobilitazione
dell’intera società per occupare i territori. L’esercito coinvolse un numero elevato di militari
rispetto alle precedenti guerre, che erano stati strappati alla loro vita abituale per combattere
la guerra. Si erano abituati a vivere in gruppo, ad usare le armi, ma tornati alla vita civile
non trovarono più il loro posto nella società. Infatti il primo problema che affrontarono le
classi dirigenti fu proprio quello del reinserimento dei reduci di guerra, che dopo aver dato
la vita per la patria si aspettavano un nuovo riconoscimento dei propri diritti. Sorsero
associazioni di ex combattenti che facevano pressione allo stato, ma a causa dei problemi
finanziari causati dalla guerra gli aiuti economici in favore dei combattenti, come polizze di
ass., pensioni, furono molto modeste. La politica si fece sempre più un fenomeno di massa.
Dappertutto si diffondevano le aspirazioni al cambiamento, sia di tipo rivoluzionario, sia
sulla pace e giustizia sociale.

Il ruolo della donna


La Grande Guerra contribuì allo sviluppo dell’emancipazione delle donne, non intesa
come conquista dei loro diritti, ma come necessità di prendere il posto degli uomini arruolati
nell’esercito. Quindi cominciarono a lavorare nelle fabbriche, ad indossare abiti più comodi,
assumendo compiti e responsabilità fino ad allora preclusi. Da quel momento le donne
cominciarono a prendere coscienza dei loro diritti e crebbe in loro l’autostima e
l’autonomia. Fino ad allora l’emancipazione e la concessione del diritto di voto era avvenuta
in Inghilterra (1918), Germania (1919) e Stati Uniti (1920). Finita la guerra, davanti alle
difficoltà d’inserimento dei reduci e all’opposizione dei conservatori, molte donne furono
costrette ad abbandonare le occupazioni svolte durante il periodo bellico e ritornare a casa.
Le conseguenze economiche
Tranne gli Stati Uniti, tutti i paesi belligeranti uscirono dal conflitto in condizioni di dissesto
economico. Per far fronte a queste enormi spese i governi aumentarono la pressione fiscale
e ricorsero ai prestiti dei paesi amici. Nonostante ciò questo non bastò a risollevare le
condizioni economiche. L’inflazione crebbe e modificò la distribuzione della ricchezza,
mentre la nuova situazione del commercio internazionale vedeva ridotto il ruolo
dell’Europa. Stati Uniti e Giappone avevano aumentato le esportazioni; anche paesi come
l’Argentina, Brasile, Canada avevano sviluppato una propria produzione industriale
evitando la dipendenza dai paesi dell’Europa centrale, che avevano perso molti partner
commerciali. Fu necessario nei vari paesi, di fronte ai problemi posti dal ritorno
dell’economia di pace, tenere ancora in piedi le strutture statali di intervento nell’economia.
A un’iniziale e artificiale espansione economica seguì, nel 1920-21, una fase di crisi.

Il biennio rosso (rivendicazioni sindacali)


Il periodo compreso tra la fine del ’18 e l’estate del ’20 fu definito “biennio rosso”, poiché
il movimento operaio europeo fu protagonista di un’impetuosa avanzata politica che assunse
anche tratti di agitazione rivoluzionaria, sul modello della rivoluzione russa. L’ipotesi

Elisa Terranova
rivoluzionaria fallì ovunque, mentre si accentuò, all’interno del movimento operaio, la
divisione tra riformisti e rivoluzionari, con la fondazione del Comintern e la nascita di partiti
comunisti.

Rivoluzione e controrivoluzione nell’Europa centrale


Dopo l’armistizio e la caduta dell’impero, la Germania si trovava in una situazione
rivoluzionaria simile a quella della Russia nel ’17. il governo legale era esercitato da un
consiglio dei commissari del popolo presieduto dal socialdemocartico Ebert. Ma la
socialdemocrazia (Spd), che in quel momento era il partito più forte e controllava il governo
repubblicano, si oppose a esperienze di tipo sovietico, trovando un compromesso anche con
la vecchia classe dirigente. I più radicali del movimento operaio tedesco, cioè gli
indipendenti dell’Uspd e la Lega di Spartaco ( Partito comunista) insorsero nel ’19 sebbene
in minoranza; la rivoluzione fu repressa. Le elezioni per l’Assemblea costituente che si
tennero poco dopo (19/01/1919) videro l’affermazione della socialdemocrazia e del Centro
cattolico. L’assemblea, riunitasi a Weimar, elaborò una costituzione democratica fra le più
avanzate dell’epoca. Nonostante ciò continuarono i tentativi rivoluzionari da parte di
comunisti, indipendenti ed estrema destra (quest’ultima era convinto che se la classe
dirigente non si fosse arresa, l’esercito tedesco avrebbe vinto la guerra → pugnalata alla
schiena). Nelle elezioni del 1920 la Spd subì una dura sconfitta e dovette lasciare la guida de
governo. Simili furono le vicende politiche in Austria: dopo che i socialdemocratici
governarono nella fase di trapasso del regime, il governo passò nelle mani del Partito
cristiano-sociale. In Ungheria nel 1919, dopo la breve esperienza comunista, il potere fu
conquistato dalle forze conservatrici capeggiate da Horty, che instaurò un regime autoritario.

La stabilizzazione moderata in Francia


e in Gran Bretagna
Dopo la fine del biennio rosso e delle agitazioni operaie, le classi dirigenti di Francia e Gran
Bretagna cercarono di riportare i tradizionali equilibri politici e sociali, di frenare i fenomeni
inflazionistici e di assicurare una certa stabilità. In Francia la politica di centro-destra attuò
una politica conservatrice, ma nel ’24 i radicali di sinistra riuscirono a strappargli la guida
del governo. Il nuovo governo non seppe affrontare la crisi economica del paese e nel 26 la
guida del governo fu assunta dai moderati, con Poincaré che riuscì a stabilizzare il corso
della moneta e a risanare il bilancio statale aumentando la pressione fiscale.
Più lenta fu la ripresa economica della Gran Bretagna. Le forze moderate avevano in mano
le redini del governo e tra il 1918-1929 furono sempre al potere, a parte un intervallo nel
’24, quando salì alla guida un esponente del partito laburista Mac Donald. Ma i conservatori
riuscirono sciogliere la Camera e a vincere le successive elezioni. Tornati al potere i
conservatori avviarono una politica finanziaria rigorosa e il contenimento dei salari portò
allo scontro con i sindacati, che chiesero aumenti salariali e proponendo la
nazionalizzazione del settore minerario. Nel ’26 cominciò lo sciopero dei minatori, che
dovettero cedere e il governo ne approfittò per vietare gli scioperi. Nel ’29 infine si formò
un nuovo Partito laburista sempre guidato da Mac Donald che durò anch’esso poco.

La repubblica di Weimar
In Germania nacque la Repubblica di Weimar, un modello di democrazia parlamentare
aperta e avanzata, ma allo stesso tempo caratterizzata da una forte instabilità politica.
L’unica forza era la socialdemocrazia riunificatasi in un unico partito nel 1922, l’Spd.

Elisa Terranova
L’opinione pubblica borghese, che rappresentava la destra conservatrice e moderata, nutriva
diffidenza per un sistema democratico che considerava associato alla sconfitta, soprattutto a
causa delle riparazioni che la Germania fu costretta a pagare per i danni causati durante la
guerra. Il grosso ammontare delle riparazioni suscitò un’ondata di proteste e i gruppi
dell’estrema destra nazionalista, tra i quali il partito nazionalsocialista capeggiato da Hitler,
scatenarono un’offensiva terroristica contro la classe dirigente repubblicana. il governo
s’impegnò comunque a pagare le riparazioni, cercando di non aumentare la pressione fiscale
ma aumentando la stampa della carta moneta e questo provocò l’aumento dell’inflazione e
la crisi del marco.
La crisi della Ruhr
Nel 1923 la Francia e il Belgio inviarono delle truppe nel bacino della Ruhr, la zona più
ricca e industrializzata della Germania. Lo scopo era quello di controllare la consegna dei
materiali dovuti, ma in realtà il vero obiettivo era controllare che i tedeschi non si
sottraessero alle riparazioni. Il governo tedesco reagì con una resistenza passiva,
imprenditori e operai della Ruhr abbandonarono le fabbriche, rifiutandosi di collaborare con
gli occupanti. Questo provocò ulteriori spese finanziarie per sostenere i sussidi da dare ai
lavoratori disoccupati. Il marco precipitò e aumentò ancora di più la pressione fiscale,
quindi chi riceveva in pagamento denaro svalutato cercava in fretta di liberarsene (1 kg di
pane costava 400 miliardi). Nel 1923 si formò un governo di coalizione dei gruppi
costituzionali, presieduto da Stresemann, leader del partito tedesco-popolare. Egli sosteneva
che il risolleva mento della Germania sarebbe stato possibile solo grazie ad un accordo le
potenze vincitrici. Egli ordinò la fine della resistenza passiva e allacciò i contatti con la
Francia. A Monaco, le truppe nazional-socialiste di Hitler insorsero contro il governo
centrale, ma il tentativo fallì e d egli venne arrestato. Il governo cercò di porre rimedio alla
situazione economica con l’emissione di una nuova moneta, Rentenmark (marco di rendita),
il cui valore era garantito dal patrimonio agricolo ed industriale tedesco. Fu avviata una
politica protezionistica e un accordo con le potenze vincitrici, sulla base del piano Dawes,
secondo cui la Germania avrebbe potuto far fronte alle riparazioni di guerra solo mettendo
in moto la sua macchina produttiva e ricevendo dei prestiti a lunga scadenza. La Germania
così riottenne la Ruhr e in poco tempo aumentò il volume di produzione. Le elezioni del ’24
videro un calo dei partiti democratici e un’avanzata dei comunisti e tedesco-nazionali, che si
opponevano al piano Dawes. Nelle elezioni presidenziali del 1925 vinse il maresciallo
Hindenburg (successore di Ebert) e durante il suo governo il paese visse un periodo di
stabilità. I partiti di centro e centro-destra mantennero il potere fino al 1928, quando i social-
democratici ottennero il governo. Stresemann rimase comunque Ministro degli Esteri fino
alla sua morte (1929).
La ricerca della distensione in Europa
Il superamento della crisi tedesca segnò una svolta per i rapporti franco-tedeschi e
l’equilibrio europeo. Dopo la guerra, la Francia si era sentita tradita dagli alleati e aveva
cominciato a costruirsi da sola un sistema di sicurezza, reclamando il rispetto delle clausole
del trattato di Versailles e il pagamento delle riparazioni. Questa politica culminò
nell'occupazione della Rurh, ma nel 1924 la Francia accettò il piano Dawes e vi fu quindi
una fase di distensione e collaborazione tra la Francia e la Germania, che ebbe come
protagonisti Briand e Stresemann. I due avevano obiettivi opposti: Briand voleva rafforzare
l’equilibrio del trattato di Versailles, mentre Stresemann voleva superare quell’equilibrio per
riportare la Germania il titolo di grande potenza. La volontà comune comunque era quella di

Elisa Terranova
mantenere la sicurezza collettiva, con gli accordi di Locarno del 1925, che consistevano nel
riconoscimento da parte della Germania, Francia e Belgio delle frontiere comuni tracciate a
Versailles e nella perdita della Germania di Alsazia e Lorena. Così la Germania venne
aggiunta alla Società delle Nazioni e con il piano Young venne ridotto il pagamento delle
riparazioni. 15 Stati, tra cui Germania e URSS firmarono il patto Briand-Kellogg, con cui si
impegnarono a non usare la guerra per risolvere le controversie tra di essi. La stagione della
distensione s’interruppe alla fine del decennio in coincidenza con la crisi economica
internazionale. La Francia diede il via alla costruzione di un complesso di fortificazione
chiamato linea di Maginot, lungo il confine con la Germania.

Elisa Terranova
17 CAPITOLO Il dopoguerra in Italia
e l’avvento del fascismo
I problemi del dopoguerra
Sebbene l’Italia uscì vittoriosa dalla 1° guerra mondiale, subì come gli altri Stati una crisi
economica e sociale. La crisi economica scaturiva dal problema di convertire l’industria
bellica con quella di pace, poiché la produzione delle armi non serviva più. Inoltre c’è un
deficit gravissimo del bilancio statale, un alto tasso d’inflazione e una difficoltà
d’integrazione della società. La classe operaia chiedeva maggiore potere nelle fabbriche, i
contadini volevano le nuove terre che erano state promesse dalla classe dirigente prima della
fine della guerra e i ceti medi, danneggiati dalla crisi economica, si mobilitarono per
difendere i loro interessi. Inoltre l’Italia non godeva di strutture politiche avanzate e radicate
nella società, la classe dirigente andò in crisi poiché mostrò di non essere in grado di
dominare le insurrezioni e di conseguenza le forze socialiste e cattoliche presero il
sopravvento.
Cattolici, socialisti e fascisti
I cattolici diedero vita nel 1919 al Partito popolare italiano (Ppi), capeggiato da don Luigi
Sturzo. Era un partito laico che rappresentava i cattolici, un partito di massa con centinaia di
iscritti. Crebbe anche il Partito socialista italiano (Psi), composta d due correnti: quella
riformista, guidata da Turati e quella massimalista, diretta da Serrati. Infine fra questi
movimenti nacque quello fondato da Benito Mussolini (1919), chiamato Fasci di
combattimento. Il movimento era di sinistra, ma allo stesso tempo mostrava un’ostilità
contro i socialisti e si caratterizzò per la sua azione violenta e aggressiva.
La vittoria mutilata e l’impresa fiumana
Riguardo gli equilibri internazionali, l’Italia si liberò del nemico austro-ungarico, ma nel
Patto di Londra si stabilì che la Dalmazia fosse annessa all’Italia e che la città di Fiume
restasse all’Austria-Ungheria. L’Italia si sentì trattata come una ruota di scorta e considerata
una potenza mondiale secondaria. Così nella conferenza di Versailles la delegazione italiana,
capeggiata da Orlando, chiese l’annessione di Fiume sulla base del principio di nazionalità.
Gli alleati si opposero e il fallimento di Orlando segnò la fine del suo governo, che venne
sostituito da Nitti. Si parlò di vittoria mutilata, una celebre espressione di D’Annunzio,
poeta con grandi capacità oratorie che affermava che l’Italia non aveva ottenuto i territori
stabiliti nel Patto di Londra. L’Italia non era entrata in guerra per difendersi, ma per
conquistare dei territori. Nel ’19 D’Annunzio raggruppa gente di varie ideologie politiche,
per lo più sbandati, e organizza un’impresa militare verso Fiume.
Le agitazioni sociali e le elezioni del ‘19
Tra il ’19 e il ’20 l’Italia attraversò un periodo i agitazioni sociali e cambiamenti degli
equilibri politici. I tumulti scoppiarono per il caro-vivere, per l’aumento del costo di vita ed
erano capeggiati da operai dell’industria e lavoratore agricoli,che si organizzarono in leghe
rosse e leghe bianche cattoliche. La differenza tra i due è che le leghe rosse aspiravano alla
socializzazione delle terre, mentre quelle bianche cattoliche difendevano la mezzadria per
favorire lo sviluppo della piccola proprietà contadina. Nelle elezioni del 1919 tenute col
metodo della rappresentanza proporzionale (cioè alla lista vanno in proporzione i voti
ottenuti), il partito socialista ottenne la maggioranza 32% e vinse le elezioni, cui seguì il
Partito popolare 20%. I reduci non si schierarono a favore di nessun partito, ma ne
fondarono uno proprio che ottenne il 4%, mentre il resto lo ottennero le forze tradizionali
(liberal-democratici). Esce un governo liberale, poiché c’è una forte concorrenza tra il Psi e

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il Ppi.

Giolitti, l’occupazione delle fabbriche e la nascita del Pci


indebolito dal risultato delle elezioni, Nitti rimase alla guida del governo fino al 1920 e
dopo lo sostituì Giolitti. In politica estera Giolitti avviò un negoziato con la Jugoslavia che
si concluse con la firma del trattato di Rapallo, (12/11/1920) secondo cui l’Italia conservò
Trieste, Gorizia, Zara e tutta l’Istria. La Jugoslavia ebbe la Dalmazia e la città di Fiume fu
dichiarata libera. In politica interna il governo impose la liberazione del prezzo del pane e
avviò il risanamento del bilancio statale. Ma il disegno giolittiano di ridimensionare le
spinte rivoluzionarie del movimento operaio cercando di attuare qualche riforma fallì. Nel
’20 i conflitti sociali esplosero con l’agitazione dei metalmeccanici, i quali occuparono le
fabbriche. Vi era un contrasto tra gli industriali del settore metalmeccanico e la categoria
operaia organizzata nella Fiom (federazione italiana operai metallurgici) e nei consigli di
fabbrica, cioè organismi eletti direttamente dai lavoratori. Il sindacato presentò una serie di
richieste economiche che gli industriali rifiutarono; quindi gli stabilimenti metallurgici e
meccanici furono occupati. La maggior parte dei lavoratori era convinta che il moto
rivoluzionario potesse allargarsi, ma in realtà non fu così. Prevalse così la linea dei dirigenti
della Cgl, che intendevano impostare lo scontro sul piano economico e presentavano come
obiettivo il controllo sindacale sulle aziende. Il capo del governo riuscì a far accettare agli
industriali un accordo che accoglieva le richieste economiche della Fiom e affidava ad una
commissione paritetica l’incarico di elaborare un progetto per il controllo sindacale. Gli
operai vinsero ma rimasero delusi, mentre i borghesi sentivano il desiderio di una rivincita.
Inoltre la conclusione dell’occupazione accentuò le divisioni nel movimento socialista. Al
congresso socialista di Livorno del ’21, la corrente di sinistra guidata da Bordiga e Gramsci
si scisse dal Psi e fondò il Partito comunista.
Il fascismo agrario e le elezioni del ‘21
L’occupazione delle fabbriche e la nascita del Pci segnarono la fine del biennio rosso in
Italia. la classe operaia fu colpita dalla crisi dell’economia italiana e vi fu un aumento della
disoccupazione. Durante questa periodo si sviluppò il fascismo agrario. Nelle elezioni del
’19 le liste dei Fasci avevano ottenuto pochi voti e nessun deputato, ma tra la fine del ’20 e
l’inizio del ’21 il movimento subì un improvviso cambiamento che lo portò a rafforzare le
strutture paramilitari, cioè le squadre d’azione, con l’obiettivo di abbattere il socialismo.
Nel frattempo le leghe socialiste avevano creato un sistema forte e compatto, controllavano
il mercato del lavoro e si accordarono con i lavoratori riguardo salari e orari di lavoro.
Tuttavia le leghe aveva al suo interno degli aspetti autoritari (infatti chi si opponeva alla
lega veniva espulso dalla comunità) e mostrava debolezza per il contrasto tra:
• le organizzazioni socialiste che difendevano i salariati senza terra;
• le categorie intermedie come mezzadri e piccoli affittuari, che volevano elevarsi
rispetto ai braccianti per trasformarsi in proprietari.
La nascita del fascismo agrario viene collegata a i fatti di Palazzo d’Accursio del 21
novembre 1920, quando i fasci si mobilitarono per impedire insediamento socialista. I
socialisti, incaricati di difendere il palazzo comunale, spararono per errore sulla folla,
composta da socialisti stessi. Quindi i fasci utilizzarono l’accaduto per creare ritorsioni
antisocialiste. I proprietari terrieri appoggiarono i fasci finanziandoli e al movimento
fascista aderirono anche molti giovani e ufficiali che non riuscivano ad inserirsi nella vita
civile. Lo squadrismo si diffuse nel Nord e Centro Italia, ma non nel Mezzogiorno.

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L’obiettivo delle spedizioni punitive era quello di assaltare le sedi delle leghe per
distruggerli e adottare violenze contro i socialisti costringendolo a lasciare il paese. La forza
pubblica non si oppose quasi mai all’azione dei fasci e nemmeno Giolitti ne ostacolò lo
sviluppo, pensando di poterli utilizzare per ridurre le richieste dei socialisti. Così convocò le
elezioni nel ’21 e favorì l’ingresso dei Fasci nei blocchi nazionali, cioè nelle liste di
coalizione, formati da conservatori, liberali e democratici. A causa della campagna elettorale
aumentarono le violenze e le intimidazioni e i risultati furono:
• i socialisti ottennero il 25%;
• il Pci ottenne il 5%;
• i popolari e i liberal-democratici si rafforzarono;
• i fascisti entrarono alla Camera con 35 deputati, capeggiati da Mussolini.
L’agonia dello Stato liberale
Dopo l’esito delle elezioni, Giolitti si dimise e venne sostituito da Bonomi, che trova
difficoltà nell’unificare il Parlamento. Cercò di porre fine alla lotta tra socialisti e fascisti
con il patto di pacificazione 1921. Mussolini sconfessò il patto e divenne leadership del
movimento, che divenne un vero e proprio partito, il Partito nazionale fascista. In seguito
la guida del governo passò a Facta, un giolittiano, mentre nel frattempo la violenza
squadrista aumentava e si propagava dappertutto. I socialisti erano troppo deboli per opporre
resistenza alle offensive fasciste e lo sciopero generale legalitario in difesa delle libertà
costituzionali si rivelò un disastro, poiché i fascisti lo repressero apparendo agli occhi dei
borghesi come garanti dell’ordine. Così nel ’22 avvenne a Roma la scissione del partito
socialista e i riformisti di Turati formarono il Psu (partito socialista unitario).

La marcia su Roma
Mussolini passò al problema della conquista dello Stato, adottando una doppia tattica,
violenta e legalitaria. Da un lato rassicurò la monarchia, gli esponenti liberali e gli
industriali, dall’altro organizzò un apparato militare per attuare un colpo di Stato. Il 28
Ottobre del ’22 il quadrumvirato fascista composto da Balbo, De Vecchi, De Bono e
Bianchi, marciarono su Roma e la occuparono, mentre Mussolini rimase a Milano per
organizzare una fuga in Svizzera nel caso in cui ci fosse uno stato d’assedio. Vittorio
Emanuele III non dichiarò lo stato d’assedio, non bloccò la marcia e convocò Mussolini per
conferirgli l’incarico di formare un nuovo governo. A questo punto il sistema liberale cessò
di esistere e il cambio di governo diventò un cambio di regime.
Verso lo Stato autoritario
Salito al potere Mussolini cominciò ad attuare il suo progetto politico. Fu istituita la Milizia
volontaria per la sicurezza nazionale, con lo scopo di disciplinare lo squadrismo e limitare
il potere dei ras (capi locali fascisti). Fu costituito il Gran consiglio del fascismo, Mussolini
sottrasse numerose funzioni al Parlamento e diede al governo i poteri burocratici,
amministrativi e giudiziari per attuare il suo nuovo progetto di riforme. Inoltre Mussolini
ottenne il sostegno dalla Chiesa cattolica, poiché il suo avvento aveva allontanato la
rivoluzione socialista. Tra l’altro Mussolini abbandona il suo atteggiamento anticlericale e si
mostrò favorevole ad attuare delle concessioni,come la riforma scolastica di Giovanni
Gentile, che stabilì l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e l’introduzione
dell’esame di Stato. Il partito popolare venne abolito. Con l’alleanza della Chiesa Mussolini

Elisa Terranova
rafforzò la maggioranza in Parlamento, tramite la legge elettorale maggioritaria e ottenne il
25% dei voti in più. Con le elezioni del ’24, il partito fascista ottenne il 65% dei voti e
guadagnò la maggioranza assoluta in Parlamento.

Il delitto Matteotti e l’Aventino


Quando si aprì la nuova legislatura, cominciarono le lamentele degli oppositori contro il
modo violento di agire del nuovo governo. Il deputato socialista (segretario del psu)
Giacomo Matteotti si scagliò contro Mussolini, accusando il fascismo di aver manomesso
le elezioni con la violenza. Il 10 giugno 1924 fu rapito a Roma da un gruppo di squadristi e
venne assassinato e il gesto suscitò lo sdegno da parte dell’opinione pubblica. L’opposizione
era troppo debole per prendere dei provvedimenti, nonostante ciò attuarono la secessione
dell’Aventino, cioè l’iniziativa di astenersi dai lavori parlamentari e unirsi separatamente.
Nel 1925 Mussolini diede una svolta autoritaria, minacciando di usare la forza contro gli
oppositori (03/01/1925). Il delitto Matteotti trasformò il governo autoritario in una dittatura.
La dittatura a viso aperto
All’avvento della dittatura, vengono eliminati tutti partiti d’opposizione, chiusi i giornali
avversari del fascismo e i pochi oppositori rimasti furono costretti all’esilio, come Turati,
Gramsci. Vennero disciplinai i rapporti di lavoro e venne abolito il diritto allo sciopero.
Il fascismo procedette alla formulazione di nuove leggi fascistissime:
• la legge del dicembre 1925 rafforzava i poteri del capo del governo rispetto al
parlamento e agli altri ministri
• aprile 26: legge sindacale: solo i sindacati legalmente riconosciuti (cioè fascisti9
avevano il diritto di stipulare contratti collettivi
• novembre 26: (dopo l'ultimo attentato a Mussolini) furono sciolti tutti i partiti
antifascisti
Venne istituita una polizia segreta, l’OVRA (organizz. Vigilanza e repressione antifascista),
fu reintrodotta la pena di morte per i colpevoli dei reati contro lo Stato e fu istituito un
Tribunale speciale per i reati politici. Infine la legge elettorale del ’28 introduceva il sistema
della lista unica, cioè periodicamente Mussolini convocava le elezioni con il sistema della
lista unica e la presenza di un solo partito, per conoscere il numero dei consensi e punire
invece i dissensi. Si formò così un regime a partito unico che controllò le masse, in cui la
separazione dei poteri fu abolita e tutte le decisioni venivano prese da un solo uomo.

Elisa Terranova
18 CAPITOLO La grande crisi:
economia e società negli anni ‘30
Crisi e trasformazione
Gli anni ’20 furono caratterizzati da una fase di ripresa per le maggiori potenze europee che
avevano affrontato la guerra. L’economia capitalistica dell’Occidente aveva cominciato a
svilupparsi, ma nel 1929 ci fu una grande crisi economica che coinvolse tutti i paesi del
mondo. La crisi scoppiò in primo luogo negli Stati Uniti e durò fino agli anni ’30,
coinvolgendo la politica, le strutture sociali e le istituzioni statali. La crisi compromise gli
equilibri internazionali, ma contribuì anche a numerose trasformazioni, come la crescita
delle classi medie, lo sviluppo del terziario, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di
massa …
Gli anni dell’euforia:
gli Stati Uniti prima della crisi
Gli Stati Uniti erano usciti dal conflitto mondiale come paese finanziario più forte, il
dollaro era la moneta forte dell'economia (gli USA avevano concesso dei prestiti ai loro
alleati). Tra il 1920-21 si assistette al boom industriale americano e si sviluppava il
fordismo, industria automobilistica che al suo interno applicava la vendita rateale, per
consentire agli stessi operai di comprare le macchine. Ford inventò “l’automobilismo di
massa”, per questo motivo il fordismo significava proprio produzione di massa. Mentre
Taylor adottava una standardizzazione nelle fabbriche, Ford introdusse la catena di
montaggio, un nastro trasportatore che affidava ad ogni operaio la creazione di una parte del
prodotto e insieme garantivano la produzione finale. All’interno delle fabbriche Ford era un
dittatore perché non permetteva lo sviluppo dei sindacati e non aumentava i salari. e allo
sviluppo del settore terziario. Riguardo la situazione politica, dopo Wilson, vincono
esponenti del partito repubblicano, che adottano una politica estera conservatrice. Tuttavia
vi erano forti squilibri sociali e, temendo l’influenza delle ideologie rivoluzionarie, gli Usa
decidono di porre dei freni all’immigrazione. Si sviluppa un terrore verso lo straniero
(xenofobia), a causa dell’uccisione di due anarchici italiani che non avevano colpe e si
adottarono pratiche discriminatorie nei confronti della popolazione di colore (Ku Klux
Kan). Lo stato intervenne nell’ordine pubblico e poiché c’era il timore della diffusione della
criminalità a causa dell’alcol, venne adottato il proibizionismo (1920-1934), cioè il divieto
di fabbricare e vendere bevande alcoliche. Questo commercio diventerà perciò illegale ma
finirà nelle mani della criminalità organizzata. In politica estera, gli Stati Uniti puntarono sul
commercio internazionale, diventando i maggiori creditori dell’Europa. Presta soprattutto
alla Germania, che deve pagare l’indennizzo di guerra a Francia, Belgio, che a loro volta
con la liquidità compravano dalle industrie americane. Inoltre il boom economico
convinceva la popolazione a speculare sulle azioni delle ditte. C’era un ottimismo
propagandato dai presidenti americani e la popolazione comprava le azioni non per avere un
profitto alla fine dell’anno, ma per rivenderle ad un prezzo più alto, poiché c’era una fiducia
nelle vendite e nell’aumento del valore delle azioni.
Il grande crollo del 1929
Nel 1929 una grande crisi improvvisa generò il crollo della borsa di Wall Street. Questo
causò la caduta dell’intero meccanismo dell’azione speculativa, infatti tutti gli azionisti
cominciarono a liquidare i pacchetti azionari per recuperare i guadagni finora ottenuti. La
corsa alle vendite determinò la caduta del valore dei titoli e il crollo del mercato che colpì i
ceti più ricchi. (giovedi nero 24 ottobre furono venduti 13 milioni di titoli). Ci fu una crisi di

Elisa Terranova
sovrapproduzione: la domanda cioè diventava insufficiente rispetto all’offerta (+offerta –
domanda) e questo determinò troppa produzione rispetto alla vendita. Le banche fallirono. Il
nuovo presidente, Hoover, adottò una politica deflazionistica e fece dei tagli sulla spesa
pubblica. Ci fu una minore circolazione della moneta e vennero ridotti i prestiti verso
l’estero. Infine, l’adozione della politica protezionistica da parte degli Usa determinò la crisi
del ’29 a livello internazionale.

Appunti
Secondo uno studioso di nome Galbraith, la fragilità del sistema economico degli Usa è
avvenuto per dei fattori principali:
• La rateizzazione, cioè tutti potevano comprare, quindi alcuni contavano sul proprio
reddito, sullo stipendio, altri invece si indebitavano. Quindi la distribuzione del
reddito non era ottimale.
• Le speculazioni.
• Gli Usa videro colpire le banche, poiché vi furono troppi prestiti facili. Quando
falliva una banca, falliva anche la fabbrica che si appoggiava a quella banca e questo
determinò un’eccessiva frammentazione del sistema bancario.
• Troppi prestiti esteri privati, per esempio la banca Morgan logica di profitto privato.
Era il privato che aveva il compito di regolamentare il sistema dei prestiti ma non la
faceva e questo determinava la crisi.
• Lo Stato non doveva garantire nell’economia, poiché creava sprechi. In seguito ci
sarà un’alternanza di fasi in cui l’intervento dello Stato in economia è fondamentale
(L’Unione sovietica prevederà l’abolizione del capitalismo).

La crisi in Europa
La fine dei prestiti da parte degli Usa indebolì la Germania, che non poté più pagare
l’indennizzo alla Francia. (nel '32 fu ridotta l'entità delle riparazioni e sospeso il versamento
x 3 anni, ma in verità non fu mai ripreso). A sua volta la Francia non poté più comprare
dall’America e si creò così un circolo vizioso negativo. Anche l’Inghilterra venne colpita da
questa crisi e le banche inglesi dovettero far fronte al ritiro dei capitali stranieri. La sterlina
venne svalutata e ne venne sospesa anche la convertibilità in oro. Il presidente laburista Mac
Donald cercò di far fronte a questa crisi attuando il taglio dei sussidi per i disoccupati. Le
Trade Unions si opposero e Mac Donald si accordò con i liberali e conservatori per la
formazione di un governo nazionale. Abbandonò la politica liberoscambista e adottò il
sistema dei dazi doganali (1933-34). Nel 1933 l’economia europea cominciò a migliorare
poiché, a causa delle tensioni internazionali, i vari Stati procedettero al riarmo e quindi
aumentò la spesa pubblica, dando il via al rilancio produttivo.

Roosevelt e il “New Deal”


Nel 1932 si tennero negli Usa le elezioni presidenziali (presidente uscente → Hoover) e
venne nominato capo del governo Roosevelt, democratico, che riuscì a stabilire un buon
rapporto con le masse. Roosevelt creò il New Deal (nuovo patto), una politica economica
basata su un forte intervento dello Stato nel settore finanziario e sociale (i 100 giorni di
Roosvelt). Il New Deal prevedeva l’attuazione di alcune riforme per risollevare il paese

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dalla condizione di crisi.
• Fu svalutato il dollaro per rendere le esportazioni più competitive;
• Fu favorita l’inflazione, che non fu negativa perché favorì la liquidità, quindi anche il
movimento della circolazione della moneta;
• fu ristrutturato il sistema creditizio;
• Furono aumentati i sussidi di disoccupazione e furono concessi prestiti per estinguere
le ipoteche sulle case;
• Fu avviata una riforma bancaria.
Lo Stato agì anche nella spesa pubblica.
• Fu limitata la sovrapproduzione agricola (AAA);
• Venne imposto un “codice di comportamento” per evitare la concorrenza (NIRA);
• Vi fu la costruzione della diga, che servì per l’industria idroelettrica (TVA).
Alla fine del ’34 i risultati del New Deal non furono soddisfacenti, così si ricorse
all’aumento dei lavori pubblici, che offrì nuovi posti di lavoro. Roosevelt sostenne i
sindacati e ottenne la “contrattazione collettiva”. Le controparti si riunirono con l’obiettivo
di aumentare i salari e nacque una legge anti-trust, cioè bisognava andare contro certi grandi
proprietari d’industria, come Ford e contro i monopoli che non volevano seguire questa
linea. Vi fu una riforma fiscale e una legge per la sicurezza sociale. Il New Deal fu
importante dal punto di vista economico e politico, ma non risolse la crisi del ’29. solo con
lo sviluppo della produzione bellica durante la II g mondiale si giungerà alla piena ripresa.

Il nuovo ruolo dello Stato


Un po’ in tutti i paesi la grande crisi finì col far adottare nuove forme di intervento dello
Stato in campo economico, che giunsero a configurare una forma di capitalismo diretto.
Un’economista di nome Keynes sosteneva che lo Stato doveva sostituirsi ai privati, i quali
non sapevano riportare l’equilibrio. Politica del deficit spending: Egli sottolineò il ruolo
della spesa pubblica, che poteva essere finanziata anche col ricorso ai deficit di bilancio e
l’aumento della circolazione della moneta. Questo comportava l’incremento della domanda
e il raggiungimento della piena occupazione.

I nuovi consumi e le comunicazioni di massa


Nei paesi europei si verificò proprio durante la grande crisi uno sviluppo di quei consumi di
massa che si erano affermati in Usa negli anni ’20. Grande diffusione ebbero la radio e il
cinema, che divennero elementi caratteristici della società di massa: mezzi di svago, di
informazione ma anche di propaganda, essi contribuirono ad accentuare il lato spettacolare
della politica.
La scienza e la guerra
Negli anni ’20 e ’30 vennero fatte alcune scoperte scientifiche destinate a segnare la storia
del XX secolo: innanzitutto quella dell’energia nucleare, che porterà in seguito alla
costruzione della bomba atomica. Sul piano delle applicazioni belliche della scienza, sono
da ricordare anche i grandi sviluppi dell’aeronautica.
La cultura della crisi
Nella cultura europea si accentuarono allora i fenomeni di disgregazione e di perdita
dell’unità, tanto che nessuna delle correnti di quel periodo fu particolarmente
rappresentativa. Furono anni, per gli intellettuali, di grandi contrapposizioni ideologiche
(liberismo-comunismo, democrazia-fascismo) e di impegno politico. L’emigrazione degli

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intellettuali tedeschi durante il nazismo provocò un impoverimento culturale europeo.

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Cap 19 L’età dei totalitarismi
L’eclissi della democrazia
Nel corso degli anni ’20 si affermarono in molti Stati dell’Europa mediterranea e orientale
dei regimi autoritari, poiché la società era convinta che le democrazie erano troppo deboli
per tutelare gli interessi nazionali e garantire benessere ai cittadini. Le uniche alternative
rimasero il comunismo sovietico e i regimi autoritari di destra. I regimi fascisti avevano
molte caratteristiche, tra cui quella di proporsi come artefici di una rivoluzione che potesse
cambiare l’assetto politico e sociale. Nel campo dell’organizzazione politica, il potere
veniva esercitato solo dal capo e la popolazione veniva forzatamente massificata. Vi era un
forte controllo dell’informazione e della cultura, mentre sul piano economico e sociale il
fascismo vietò la libertà dialettica sindacale e rafforzò l’intervento dello Stato in economia. I
regimi dittatoriali trovarono vasti consensi nella grande borghesia e nei ceti medi, ma
soprattutto giovani ed intellettuali accolsero con entusiasmo il nuovo autoritarismo, convinti
che poteva rivelarsi un’alternativa alla diffusione del comunismo. I governi fascisti
sfruttarono le tecniche e gli strumenti di massa per ottenere un maggiore controllo dei
cittadini: i mezzi di propaganda come la radio e il cinema, i canali d’informazione ed
istruzione, le strutture associative giovanili, ecc. Proprio per questo vennero definiti
totalitarismi.
La crisi della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo
(nel 1923 Hitler era finito in carcere per aver tentato di organizzare un colpo di stato a
Monaco di Baviera). Nel 1933 Adolf Hitler, capo del Partito nazionalsocialista dei lavoratori
tedeschi (NSDAP), ricevette l’incarico di formare il governo. Fallito il tentativo di un colpo
di Stato a Monaco, Hitler cercò di dare maggiore prestigio al suo partito, prendendo come
modello la politica di Mussolini. Il partito esercitava violenza contro gli avversari politici
attraverso una forte organizzazione armata, le SA o reparti d’assalto. Il programma di Hitler,
scritto nel Mein Kampf durante i mesi passati in carcere, consisteva nella denuncia del
trattato di Versailles e nella riunione di tutti i tedeschi in una Grande Germania. Egli infatti
considerava la razza ariana perfetta e superiore alle altre, quindi il suo obiettivo era
eliminare tutte le altre etnie, prima fra tutti quella ebrea. Un altro punto del programma era
quello di recuperare tutti i territori perduti ed espandersi verso lo spazio vitale, cioè
l’oriente, a danno delle popolazioni slave. In un primo momento, nello svolgimento delle
elezioni, il partito ottenne pochi voti, ma con lo scoppio della crisi la popolazione perse
fiducia nella Repubblica e così la destra appoggiò le forze eversive, mentre la sinistra si
avvicinò ai comunisti. Hitler ottenne l’adesione poiché garantì alla popolazione la nascita di
una nuova forza politica in grado di ristabilire l’ordine contro i traditori e i nemici interni.
Nelle elezioni del ’30 si ebbe il successo dei nazisti a danno dei partiti democratici, mentre
nel frattempo la situazione economica e la produzione industriale precipitarono
considerevolmente. La crisi, inoltre, venne accompagnata dagli scontri tra nazisti e
comunisti che provocarono il collasso del sistema politico. Nel ’32 si svolsero le elezioni
per la presidenza della Repubblica (si candidò anche Hitler) e venne rieletto Hindenburg,
che cercò di porre fine alla crisi ed eliminò il cancelliere Bruning. La guida del governo
venne affidata a due uomini di destra (Papen e Schleicher) che si rivelarono un fallimento e
furono sostituiti nel ’33 da Hitler. Gli esponenti conservatori credevano di aver ingabbiato
Hitler.
Il consolidamento del potere di Hitler
In pochi mesi Hitler trasformò la Repubblica di Weimar in una dittatura monopartitica

Elisa Terranova
(Mussolini aveva impiegato 4 anni). Il 27/02/1933, traendo pretesto dall’incendio del
Reichstag da parte di un comunista, Hitler assunse i pieni poteri e annientò l’opposizione,
adottando misure eccezionali che ne limitarono le libertà di stampa e di riunione. L’obiettivo
di Hitler era quello di eliminare il Parlamento e il Reichstag lo assecondò approvando una
legge che conferiva pieni poteri al governo, compreso quello di modificare la costituzione.
Hitler passò all’eliminazione dell’Spd (partito operaio), che fu accusata di “alto tradimento”,
(rimanevano a votare solo i socialdemocratici). Il Partito tedesco-nazionale e il Centro
cattolico si auto sciolsero su pressione dei nazisti, quindi Hitler proclamò il Partito
nazionalsocialista come l’unico consentito in Germania. Gli unici ostacoli rimanevano:
- l’ala estremista del nazismo, le SA, che non erano disposti a sottomettersi al partito;
- la destra conservatrice, che chiedeva a Hitler di tutelare le tradizionali
caratteristiche delle forze armate, frenando le SA.
Hitler risolse il problema delle SA nella “notte dei lunghi coltelli”, dove si compì un
massacro che eliminò i reparti d’assalto. In cambio chiese alla destra conservatrice la
nomina di cancelliere e capo dello Stato (1934), sostituendo Hindenburg e assumendo il
comando delle forze armate.
Il Terzo Reich
(I impero → sacro romano impero medievale
II impero → impero nato nel 1871
III impero → 1934 impero di Hitler)
Nel ’34, con la presidenza di Hitler, scomparve la Repubblica di Weimar e nacque il Terzo
Reich. Tra i principi-base del nazismo stava il particolare rapporto tra il capo (Fuhrer) e le
masse, inquadrate nel partito unico e nei suoi organismi collaterali. Il capo rappresentava la
guida del popolo, prendeva le decisioni più importanti ed era dotato di un forte carisma, cioè
la capacità oratoria di coinvolgimento delle masse. Nacquero delle organizzazioni di massa,
come il Fronte del lavoro (in sostituzione dei sindacati), con lo scopo di raggruppare i
cittadini in una “comunità di popolo”, dalla quale erano esclusi gli antinazionalisti, i
cittadini stranieri e in primis gli ebrei. La discriminazione vera e propria cominciò nel 1935,
con le leggi di Norimberga, che tolsero agli ebrei la parità di diritti, proibirono i matrimoni
misti e li emarginarono dalla vita sociale, costringendoli ad abbandonare la Germania.
Memorabile fu la notte dei cristalli del ’38, nella quale i nazisti distrussero tutte le vetrine
dei negozianti ebrei. La persecuzione fu devastante e arrivò all’apice con la deportazione in
massa e il progressivo sterminio. Venivano anche effettuate le pratiche eugenetiche, poiché
la purezza ariana non riguardava solo l’eliminazione degli ebrei ma anche l’uccisione dei
portatori di handicap e di malattie ereditarie, dei malati di mente, dei gay, considerati
“imperfezioni della razza”.
Repressione e consenso nei regime nazista
Durante il regime nazista non vi fu alcuna forma di opposizione politica. La Chiesa cattolica
e quelle luterane finirono con l’adattarsi al regime (la chiesa di Roma nel 1933 stipulò un
concordato col governo nazista assicurandosi la libertà di culto e la non interferenza dello
stato negli affari interni del clero). Nonostante il paese godesse di un fortissimo proletariato
industriale che appoggiava la sinistra, la repressione poliziesca e i lager nazisti resero debole
l’opposizione. Il regime ottenne, invece, un largo consenso grazie ai successi di Hitler in
politica estera e la sua capacità di riportare la Germania al ruolo di protagonista della
politica europea. Altri importanti fattori furono: la ripresa economica, con la liberazione del
paese dal peso delle riparazioni,il raggiungimento della piena occupazione e il

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miglioramento dei servizi sociali. La politica attuata dal regime nazista può essere
paragonata a quella americana di Roosevelt, poiché incoraggiò l’iniziativa privata legandola
al potere politico (attraverso le commesse statali). Nel settore agricolo impose delle norme
che tutelavano la piccola e media borghesia, mentre in quello industriale Hitler divenne
capo delle aziende. Il consenso al regime avvenne anche per l’uso che il nazismo seppe fare
delle cerimonie pubbliche e dei mezzi di comunicazione di massa.
Il contagio autoritario
Già nel corso degli anni ’20 i regimi autoritari si erano affermati in molti paesi:
- nell’Europa centro-orientale, in particolare in Ungheria e Polonia. Anche in Austria
lo scontro tra i cristiano-sociali, i conservatori e i socialdemocratici portò Dollfuss a
varare una costituzione di ispirazione fascista;
- nei Balcani, in particolare in Grecia il regime autoritario si stabilì grazie ad una serie
di interventi militari, in Bulgaria questo avvenne con un colpo di Stato, in Jugoslavia
lo scontro tra i gruppi etnici portò il re Alessandro I ad attuare un colpo di Stato.
- nella penisola iberica, in particolare in Spagna Primo de Rivera attuò la dittatura, in
seguito fu costretto a dimettersi per le molteplici proteste del popolo e nelle elezioni i
partiti democratici e repubblicani ottennero la maggioranza, dando vita alla
Repubblica. In Portogallo nacque il regime salazarista (da Salazar, economista
cattolico).
L’Unione sovietica e l’industrializzazione forzata
In Urss, alla fine degli anni ’20, Stalin pose fine alla Nep (nuova politica economica), dando
inizio all’industrializzazione forzata. Egli avviò la collettivizzazione delle attività agricole,
eliminando i kulaki, cioè i contadini benestanti che si erano arricchiti a scapito del popolo.
La repressione determinò la nascita della carestia, poiché i contadini preferivano macellare
il bestiame piuttosto che consegnarlo alle fattorie collettive e le autorità centrali
continuarono ad esercitare la politica delle requisizioni, senza preoccuparsi di aiutare la
popolazione affamata. Nonostante tutto la situazione migliorò lentamente, ma il vero scopo
di Stalin non era tanto incrementare la produzione agricola, quanto favorire
l’industrializzazione del paese, che avvenne con il piano quinquennale (1928). Gli operai
vennero sottoposti a pesanti sacrifici, ma ricompensati con incentivi per i più meritevoli e
anche la letteratura, la stampa e il cinema celebravano i trionfi degli operai. Nacque un vero
e proprio movimento detto Stachanovismo in seguito al caso di un minatore Stachanov
diventato famoso dopo aver estratto in una notte un quantitativo di carbone superiore di ben
14 volte a quello normale. E così nacque questa voglia di emulazione socialista.
L’Occidente provò ammirazione per lo sforzo dell’Unione Sovietica, dimenticati invece
furono i costi umani e politici per il raggiungimento dell’impresa.
Lo stalinismo
Gli anni ’30 videro il continuo rafforzamento della dittatura personale di Stalin, sostenitore
della dottrina marxista e capo carismatico dell’Urss, che si serviva di un forte apparato
poliziesco per sottomettere la popolazione e utilizzava la letteratura, il cinema, la musica a
scopo propagandistico. Vi sono varie interpretazioni dello stalinismo:
- Alcuni lo hanno collegato con la tradizione centralistica e autocratica del regime
zarista;
- Altri hanno interpretato il fenomeno come una sorta di dispotismo industriale;
- Altri lo hanno spiegato come una conseguenza della storia del bolscevismo, delle

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teorie di Lenin e della dottrina antidemocratica.
- Altri, al contrario, lo hanno considerato come una deviazione di “destra” della
rivoluzione e lo hanno paragonato alla dittatura napoleonica.
Col 1934 ebbe inizio la stagione delle “grandi purghe”, repressioni poliziesche contro i
traditori e i nemici di classe, che venivano catturati, fucilati o deportati nei lager, campi di
lavoro forzato (Arcipelago Gulag, Amministrazione centrale dei lager). Lo stesso Trotzkij fu
ucciso nel 1940. Quello che si consumò in Urss fu un vero e proprio sterminio di massa.
La crisi della sicurezza collettiva e i fronti popolari
Le prime iniziative di Hitler in politica estera, vale a dire il ritiro della delegazione tedesca
(1933) dalla conferenza di Ginevra e il successivo ritiro della Germania dalla società delle
nazioni, rappresentarono una minaccia all’equilibrio internazionale. Con l’assassinio di
Dollfuss, i gruppi nazisti procedettero all’unificazione fra Austria e Germania e Mussolini
reagì schierando delle truppe al confine italo-austriaco. Hitler, che non era pronto ad
affrontare la guerra, si ritirò. In seguito i rappresentanti di Italia, Francia e GBR si riunirono
a Stresa per denunciare il riarmo tedesco, per porre in rilievo i patti di Locarno e per
rendere l’Austria indipendente. Ma il successivo attacco italiano in Etiopia ruppe il fronte di
Stresa e permise il riavvicinamento italo-tedesco. Riguardo all’Urss, in politica estera Stalin
nel 1934 entrò nella Società delle nazioni e stipulò un’alleanza militare con la Francia
(1935). Questa svolta capovolse la linea seguita dal Comintern, cioè quella di isolare il
movimento comunista ed esaltare il nazismo tedesco. Infatti nel VII congresso del
Comintern, si stabilì l’alleanza tra i comunisti, gli operai e le forze democratico-borghesi,
che favorirono la nascita di larghe coalizioni, dette fronti popolari, volte a combattere il
fascismo. In Francia, a causa dell’instabilità governativa e di scandali politico-finanziari, si
insediarono dei movimenti filofascisti, che nel ’34 organizzarono una marcia sul Parlamento
per impedire che il radicale Daladier salisse al governo. Socialisti e comunisti si opposero e
con la firma dei patti d’unità d’azione cercarono di combattere le forze di estrema destra. La
sinistra si era illusa che la nuova linea unitaria avrebbe potuto fronteggiare il fascismo, in
realtà la politica di sicurezza collettiva svolta dall’Urss non bastò a fermare l’avanzata
italiana in Etiopia e quella tedesca in Renania; i fronti popolari riuscirono solamente a
rendere più compatto il movimento operaio e a ridare alle sinistre l’opportunità di governare
le democrazie occidentali. Nel ’36 una coalizione di fronte popolare vinse in Spagna, mentre
in Francia si formò un governo di sinistra, presieduto dal socialista Blum. Gli operai
scioperarono, occuparono le fabbriche e con la firma degli accordi di Palazzo Matignon,
ottennero aumenti salariali, la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore e la concessione
di 15 giorni di ferie pagate. A causa di un improvviso aumento del costo del lavoro, scattò
un processo inflazionistico che comportò la fuga dei capitali all’estero e il Fronte popolare
fu costretto a svalutare il franco ben 2 volte. A causa dell’ostilità delle industrie e della
pressione esercitata dalla destra, Blum si dimise e il Fronte popolare decadde.
La guerra civile in Spagna
Fra il 1936 e il 1939 nacque in Spagna una violenta guerra civile, tra democrazia e fascismo,
che contribuì ad aggravare le tensioni internazionali. Dopo la dittatura di Primo de Rivera e
la successiva proclamazione della repubblica, la Spagna si presentava come un paese
agricolo fortemente arretrato, dove qualsiasi tentativo riformatore veniva bloccato dal ceto
reazionario. La centrale sindacale veniva controllata dagli anarchici e anche l’aristocrazia
terriera esercitava una forte influenza nel paese. Le forze politiche spagnole erano
costituite: a sinistra dal partito socialista; a destra dai cattolici e dai conservatori; al centro

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dal partito radicale e dai democratico-repubblicani. Quando il Fronte popolare vinse le
elezioni nel 1936, la destra reagì con violenza, suscitando lo scoppio della guerra civile.
Dopo l'uccisione di un conservatore da parte di polizziotti repubblicani, un gruppo di
militari decise di ribellarsi al governo repubblicano e a capo della rivolta vi fu Francisco
Franco. Anche le forze fasciste aiutarono concretamente i franchisti nella rivolta, con l’invio
di volontari e materiale bellico. Inglesi e francesi invece rimasero neutrali. L’unico stato che
aiutò la Repubblica fu l’Urss, che favorì la formazione di Brigate internazionali, cioè
reparti di volontari comunisti e antifascisti. Tuttavia le brigate erano troppo poche per
affrontare i franchisti e inoltre i repubblicani erano indeboliti dalle divisioni interne, mentre
Franco era appoggiato anche dai cattolici, dall’aristocrazia terriera e dalla borghesia
moderata, completando così la coalizione in un partito unico di destra chiamato Falange
nazionalista. Nel ’37 i comunisti sconfissero a Barcellona gli anarchici, ma in seguito
l’offensiva franchista si concluse con la caduta di Madrid e la disfatta dei repubblicani. La
guerra civile provocò morte e distruzione, ma anticipò anche gli schieramenti politici (Urss
contro i fascisti) e generò, per la prima volta, l’uso di metodi e tecniche di guerra.
L’Europa verso la catastrofe
L’Europa si avvicinava verso il 2° conflitto mondiale, a causa dell’espansionismo hitleriano.
(obiettivo di Hitler:
• distruzione dell'assetto europeo uscito da Versailles, con la riunione di tutti i tedeschi
in un unico grande Reich
• espansione verso est ai dannid ella Russia)
In GBR Chamberlain assunse la guida del governo (1937) e attuò la politica
dell’appeasement, basata sul presupposto che se Hitler fosse stato accontentato sarebbe
stato più facile poterlo addomesticare, ma i programmi di Hitler non erano affatto
ragionevoli. Churchill, al contrario, sosteneva che l’unico modo per fermarlo era opporsi
con forza alle sue richieste, anke a costo di affrontare una guerra. La Francia non era ancora
pronta ad un nuovo scontro, poiché risentiva delle conseguenze subite durante il primo
conflitto mondiale. Hitler procedette nel ’38, all’Anschluss, l’annessione dell’Austria al
Reich tedesco. Nessuno si mosse per fermarlo e allora passò all’annessione dei Sudeti, i
tedeschi che vivevano ai confini della Cecoslovacchia. Anche in questo caso Francia e GBR
accettarono l’annessione con gli accordi di Monaco (1938) e conservarono la pace ma,
accettando per l’ennesima volta le richieste tedesche, finirono per scatenare un nuovo
conflitto mondiale.

Elisa Terranova
Elisa Terranova
Cap 20 L’Italia fascista
Il totalitarismo imperfetto
Nel regime fascista l’organizzazione dello Stato e quella del partito venivano a sovrapporsi,
anche se la prima rimaneva sempre più importante. La funzione del Pnf, sempre più
burocratizzato, fu quella di occupare la società civile soprattutto attraverso le sue
organizzazioni collaterali, come l’opera nazionale dopolavoro fondata nel’25, che si
occupava del tempo libero dei lavoratori organizzando gare sportive ed eventi gestiti dalle
organizzazioni di classe o dalla Chiesa. Lo scopo di Mussolini era quello di totalizzare la
società, soprattutto quella giovanile, attraverso le organizzazioni di massa.
Gli ostacoli maggiori che non permettevano allo Stato di essere totalitario erano la Chiesa e
la Monarchia. Con la prima Mussolini cercò di creare un’intesa politica, iniziata nel 1926 e
conclusa l'11/02/1929 chiamata Patti Lateranensi. I patti si articolavano in 3 parti:
1. la Chiesa poneva fine alla questione romana, riconoscendo lo Stato italiano e la sua
capitale e anche lo Stato stesso riconosceva la sovranità dello “Stato della Città del
Vaticano”.
2. Inoltre l’Italia s’impegnò a pagare al papa un forte indennità a titolo di risarcimento
per la perdita dello Stato pontificio e infine
3. il concordato regolava i rapporti tra chiesa e regno d'Italia, stabiliva che il
matrimonio religioso fosse anche civile e che la dottrina cattolica doveva essere
introdotta nelle scuole e che i sacerdoti fossero esonerati dal servizio militare.
I Patti Lateranensi portarono a Mussolini un successo propagandistico, infatti nel plebiscito
del ’29 ci fu un grande afflusso alle urne e il partito ottenne il 98% dei voti. Il vantaggio per
la Chiesa invece fu quello di rafforzare la sua autonomia e la sua presenza nella società.
L’altro limite era la monarchia, Mussolini infatti dovette fare i conti con l' autorità del re
che, anche se aveva dei poteri teorici, egli non era subordinato al fascismo e poteva in ogni
momento revocare il capo del governo.
Il regime e il paese
L’Immagine dell’Italia fascista era costruita attraverso l’abbondante materiale
propagandistico prodotto durante il regime. I ritratti di Mussolini erano sparsi per la città,
ovunque c’erano scritte guerriere e alla radio venivano trasmessi i discorsi tenuti dal duce.
Tuttavia, nonostante l’aumento dell’urbanizzazione e degli addetti all’industria e ai servizi,
la società italiana restava notevolmente arretrata. L’arretratezza economica e civile della
società italiana fu per certi aspetti adeguata al regime e all’ideologia fascista e favorì le
tendenze conservatrici e tradizionaliste. Il fascismo inoltre incoraggiò l’incremento della
popolazione, dando premi e sussidi alle famiglie che procreavano maggiormente e
imponendo una tassa agli scapoli. Il fenomeno di fascistizzazione fu ampio, ma riguardò
essenzialmente gli strati intermedi della società. Il regime riuscì a cambiare i comportamenti
pubblici e le forme di partecipazione collettiva, ma non la mentalità e le strutture sociali.
Cultura, scuola, comunicazione di massa
Il fascismo dedicò un’attenzione particolare al mondo della cultura e della scuola (controllo
libri scolastici, sorveglianza sugli insegnanti, giuramento di fedeltà). Soprattutto s’impegnò
nel campo dei mezzi di comunicazione di massa, essendo consapevole della loro importanza
ai fini del consenso. La radio e il cinema furono, così, sia strumenti di propaganda sia mezzi
di semplice intrattenimento.
Il fascismo e l’economia,
Elisa Terranova
la “battaglia del grano” e “quota novanta”
Per risolvere il problema dell’economia Mussolini adottò la linea del corporativismo, cioè
una gestione diretta dell’economia da parte delle categorie produttive organizzate in
corporazioni distinte per settore e comprendenti sia imprenditori che lavoratori. In realtà il
corporativismo non fu mai adottato e creò solo una nuova burocrazia (1934) sovrapposta a
quella esistente. Il fascismo non inventò una nuova politica economica.
Nei suoi primi anni di governo (1922-1925) aveva adottato una politica liberista e produttivi
sta, incoraggiando i privati e diminuendo i controlli statali. Questa linea provocò
l’inflazione, un abbassamento del valore della lira in rapporto alla sterlina.
Quando Nel 1925 il ministro delle finanze Destefani fu sostituito da Volpi il governo adottò
un nuovo sistema economico, basato sul protezionismo, sulla deflazione, sulla
stabilizzazione monetaria e su un più diretto intervento dell’economia. Il primo
provvedimento fu il dazio sui cereali e la battaglia del grano (scopo di questa campagna era
l'autosufficienza nel settore dei cereali attraverso l'aumento della superficie coltivata e
l'impiego di tecniche avanzate), seguito dalla lotta per la rivalutazione della lira, con
l’obiettivo di quota novanta, cioè di far valere una sterlina 90 lire. I prezzi diminuirono e la
moneta acquistò valore, ma questo comportò un abbassamento dei salari. La rivalutazione
invece portò dei vantaggi ai grandi proprietari, favorendo i processi di concentrazione
aziendale.
Il fascismo e la grande crisi:
lo Stato-imprenditore
Anche l’Italia subì le conseguenze della grande crisi mondiale. Il commercio con l'estero si
ridusse, l’agricoltura s’indebolì a causa del calo delle esportazioni e anche le grandi imprese
incontrarono difficoltà e ci fu un nuovo taglio dei salari. Per affrontare la crisi il regime
diede il via allo sviluppo dei lavori pubblici e adottò un intervento diretto dello Stato nel
sostegno dei settori in crisi. La crisi si ripercosse anche nel sistema bancario, poiché le
banche miste si ritrovarono a controllare quote azionarie sempre più consistenti. Il crollo
della borsa avvenne anche in Italia e mise in difficoltà le banche , le quali, per sostenere il
corso dei titoli effettuarono nuovi acquisti e aggravarono la loro esposizione. Per evitare il
collasso delle banche il governo creò (1931) un istituto di credito pubblico, con il compito
di sostituire le banche nel sostegno delle industrie in crisi e in seguito (1933) diede vita
all’Istituto per la ricostruzione industriale, che grazie ai fondi dati dallo Stato divenne
maggiore azionista delle banche in crisi e acquistò il controllo delle maggiori imprese
italiane. Lo Stato divenne uno Stato-imprenditore. Intorno alla metà degli anni ’30 l’Italia
superò la crisi. In seguito Mussolini cercò di avviare uno sviluppo delle condizioni della
popolazione, accentuando l’isolamento economico del paese.
L’imperialismo fascista
e l’impresa etiopica
Nella metà degli anni ’30 ripresero le aspirazioni imperiali del fascismo, con l’aggressione
all’impero etiopico. Mussolini intendeva creare un’occasione di mobilitazione popolare per
distrarre il paese dai problemi economico-sociali. Quando l’Italia nel 1935 invase l’Etiopia i
membri della Società delle Nazioni intervennero con l’adozione di sanzioni che
consistevano nel divieto di esportare in Italia merci necessari all’industria di guerra. In
realtà le sanzioni furono poco efficaci perchè non impegnava i paesi che non facevano parte
della società delle nazioni (es Usa e Germania). Gli etiopici affrontarono l’invasione

Elisa Terranova
italiana, ma il loro esercito era troppo debole e così l’Italia vinse la guerra (1936 guidati da
Badoglio). Dal punto di vista economico, la conquista dell’Etiopia non portò molti benefici,
ma sul piano politico l’Italia ottenne il ruolo di potenza mondiale, anche se in realtà fu
un’illusione poiché l’Italia non era in grado di affrontare uno scontro con un’altra potenza.
In seguito vi fu un riavvicinamento con la Germania, segnato dall’asse Roma-Berlino
(1936), che non si può considerare un’alleanza militare. Seguì nel 1939 la firma di un patto
di alleanza con la Germania, il cosiddetto patto d’acciaio.
L’Italia antifascista
In Italia la maggioranza degli antifascisti, soprattutto ex popolari e liberali, rimasero in una
posizione di silenziosa opposizione. I comunisti invece s’impegnarono, benché con scarsi
risultati, nell’agitazione clandestina; sulla stessa linea si mosse il gruppo di “Giustizia e
Libertà” di indirizzo liberal-socialista. Gli altri gruppi in esilio all’estero cioè socialisti,
repubblicani, democratici, uniti nella concentrazione antifascista, svolsero soprattutto
un’opera di elaborazione politica in vista di una sconfitta del regime, che l’antifascismo non
era in grado di provocare. Nonostante questa debolezza, l’antifascismo fu importante per la
preparazione di una struttura politica della futura Italia democratica.
Apogeo e declino del regime fascista
La conquista dell’Etiopia segnò l’apogeo del regime fascista, ma superato questo momento
di euforia, si ripresentarono contrasti tra il regime e il paese riguardo la politica economica.
Mussolini decise di attuare l’autarchia (1935), cioè l’indipendenza e autosufficienza
economica, con un’ulteriore aumento del protezionismo. Tuttavia l’autarchia non fu mai
raggiunta. Crebbero i prezzi e questo comportò un peggioramento delle condizioni di vita
del popolo. Inoltre l’opinione pubblica non vedeva di buon occhio l’alleanza con la
Germania. Prevedendo un nuovo conflitto generale, Mussolini passò al riarmo del paese,
trasformando gli italiani in un popolo di attitudini guerriere. Adottò un atteggiamento duro e
punitivo nei confronti della popolazione e passò e incrementò il carattere totalitario del
paese. Nel 1938 introdusse nuovi leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei, limitandoli
nelle attività professionali e vietando i matrimoni misti. Le leggi razziali suscitarono la
perplessità dell’opinione pubblica e l’impegno di Mussolini di costituire un regime quanto
più totalitario fu incompleto, poiché riscosse successo solo fra le nuove generazioni. Ma con
lo scoppio del conflitto, il fascismo cominciò a perdere anche il sostegno dei giovani e si
avviò verso il fallimento, dimostrandosi incapace di affrontare la guerra.

Elisa Terranova
21 CAPITOLO Il tramonto del colonialismo.
L’Asia e l’America Latina
Il declino degli imperi coloniali
Negli anni fra le due guerre mondiali, le maggiori potenze europee cominciano a perdere la
loro egemonia sugli imperi coloniali, poiché a causa del conflitto mondiale, non avevano più
risorse economiche e militari per mantenere il controllo sulle colonie. Gran Bretagna e
Francia si erano serviti delle colonie non solo per le materie prime, ma anche per gli uomini
da mandare al fronte. Infatti l’esperienza della guerra e il contatto con altri popoli spinsero i
popoli sottomessi ad insorgere per acquistare nuovi diritti. Nacquero i movimenti
indipendentisti in Asia e Africa, influenzati dalla rivoluzione russa che sosteneva la
liberazione dei popoli e i movimenti anticoloniali. Mesopotamia, Libano, Palestina e Siria
vengono tolti dal comunismo bolscevico da Wilson e vengono sottoposti
all’amministrazione fiduciaria di Gran Bretagna e Francia con tre tipi di mandati:
• Si prevedeva una preparazione dei territori all’indipendenza
• La Società delle nazioni aveva il compito di supervisionare il Camerun, Togo,
Tanganica (mandati a metà)
• La Namibia entrò a far parte del Sud Africa.
Il Medio Oriente:
nazionalismo arabo e sionismo
Le stesse potenze coloniali avevano strumentalizzato i movimenti indipendentisti al fine di
danneggiare gli avversari, come fece la Germania nel Nord Africa con le popolazioni arabe,
rivoltandole contro il dominio francese. Anche gli inglese adottarono questa tattica,
appoggiando il nazionalismo arabo per sconfiggere i turchi. Nel 1915-16 un esponente
britannico Mac Mahon, promise al nazionalista arabo Hussein l’appoggio britannico nella
costruzione del regno arabo indipendente formato da Arabia, Mesopotamia e Siria, in
cambio della collaborazione militare contro l’Impero ottomano. Hussein organizzò una
guerra santa contro i turchi a fianco di Lowrence d’Arabia, una spia britannica che aiutò gli
arabi a combattere contro i turchi. Finita la guerra, gli arabi vinsero, ma non ottennero la
promessa inglese.
In realtà un accordo segreto con la Francia prevedeva la spartizione della zona compresa tra
la Turchia e la penisola arabica.
La Francia ottenne: la Siria, il Libano.
L’Inghilterra ottenne: la Mesopotamia e la Palestina. La Mesopotamia venne divisa in Iraq e
Transgiordania e in Iraq venne previsto un territorio a tavolino con musulmani sunniti (a cui
apparteneva Saddam Hussein), sciiti e curdi. Nel 1917 Balfur, ministro britannico, dichiarò
la Gran Bretagna favorevole al’insediamento degli ebraici in Palestina. Ma quando i sionisti
emigrarono in Palestina si scontrarono con i residenti arabi.

Rivoluzione e modernizzazione in Turchia


A causa del nazionalismo arabo, l’Impero ottomano entrò in crisi. Fu ridimensionato dal
punto di vista territoriale, privato dall’occupazione greca di Smirne e spartito tra Francia e
Gran Bretagna. Mustafà Kemal, esponente del movimento dei giovani turchi, assunse la

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guida del movimento nazionale per liberare il paese dallo straniero. Inglesi e francesi
rinunciarono alla penetrazione, mentre rimase la Grecia che fu sconfitta dall’esercito di
Kemal e costretta a lasciare Smirne. La Turchia ebbe restituita la Tracia orientale e ottenne
l’Anatolia; venne proclamata uno Stato nazionale, laico e repubblicano. Nel ’22 venne
abolito il sultanato e fu proclamata la repubblica, con a capo Mustafà Kemal.
Nel mondo arabo c’era una mescolanza tra il potere laico e religioso, chiamato teocrazia.
Non c’era uno stato nazionale come nell’Europa occidentale, ma un’identità nazionale turca,
un’identità araba, ma soprattutto un’identità islamica. Kemal abolì tutti i simboli religiosi,
negli anni ’30 diede il diritto di voto alle donne e tuttora c’è uno scontro contro l’esercito
che ha il compito di mantenere la struttura laica.

L’Impero britannico e l’India


Mentre la Francia represse brutalmente i movimenti indipendentisti dell’Africa e
dell’Indocina, la Gran Bretagna alternò momenti di resistenza a momenti di concessione.
Nell’area meridionale si crearono nuovi regni arabi di Iraq e Transgiordania e gli inglesi
rinunciarono al protettorato sull’Egitto, mentre il Nord Africa fu trasformato nel ’22 in
regno autonomo. L’Inghilterra conservò il controllo del canale di Suez. Nella conferenza
imperiale i dominions bianchi (Canada, Sud Africa, Australia) furono riconosciuti come
comunità autonome, unite solo dal comune vincolo di fedeltà alla corona d’Inghilterra.
L’India era la più importante fra le colonie britanniche sul piano economico e strategico.
Durante la guerra l’Inghilterra aveva promesso l’autogoverno all’India, ma queste promesse
non bastarono a bloccare il movimento nazionalista. Le truppe inglesi la repressero
(massacro di Amritsar). Vi fu lo sviluppo del movimento indipendentista e il leader fu
Gandhi, che lottava per la non-violenza, la resistenza passiva e rifiutava qualsiasi
collaborazione con i dominatori. In seguito l’Inghilterra diede nuove concessioni che
tuttavia non servirono a fermare la marcia dell’India verso la piena indipendenza.

Nazionalisti e comunisti in Cina


Negli anni fra le due guerre la Cina fu teatro di una lunga guerra civile. Fino alla metà degli
anni ’20 il contrasto fu tra i nazionalisti alleati con i comunisti e il governo centrale. Negli
anni successivi si scatenò una dura lotta tra il Kuomintang, alla cui testa era ora Chang Kai-
shek, e i comunisti. Sconfitto il governo centrale, Chang proseguì nella sua lotta contro i
comunisti, relegando in secondo piano quella contro i giapponesi che, nel ’31, avevano
invaso la Manciuria. Il Partito comunista cinese, guidato da Mao Tse-tung, estese la sua
presenza tra i contadini e, nel ’34, con la lunga marcia riuscì, nonostante notevoli perdite, a
salvare il suo gruppo dirigente. Un accordo tra comunisti e nazionalisti in funzione
antigiapponese non riuscì ad impedire di li a poco che il Giappone invadesse il paese e ne
occupasse un’ampia zona.

Partito comunista = leader Mao Tse-tung


Partito nazionalista = Chang Kai-shek

Imperialismo e autoritarismo in Giappone


In Giappone gli anni tra le due guerre videro un notevole sviluppo economico e l’affermarsi
di una spinta imperialistica, in coincidenza con lo sviluppo dei movimenti di destra e con un
crescente autoritarismo del sistema politico.

Elisa Terranova
Dittature militari e regimi populisti in America Latina
In America Latina la grande crisi ebbe conseguenze fortemente negative, ma stimolò
comunque in alcuni paesi un processo di diversificazione produttiva. Sul piano politico,
molti Stati latino-americani videro l’affermarsi di dittature personali o di governi più o
meno autoritari. In alcuni casi (Brasile, Messico, Argentina) questi regimi assunsero un
indirizzo populista e godettero dell’appoggio dei lavoratori urbani.

Elisa Terranova
22 CAPITOLO La II Guerra Mondiale
Le origini e le responsabilità
Le potenze europee si erano illuse con la conferenza di Monaco del 1938 di aver ammansito
la Germania con la cessione dei Sudeti. In realtà le mire espansionistiche di Hitler andavano
ben oltre, verso Boemia e Moravia, parte più popolosa della Cecoslovacchia. La Slovacchia
nel 1939 si rese indipendente con l’appoggio dei tedeschi, mentre Boemia e Moravia venne
annessa al terzo Reich. Quindi la Germania completò l’occupazione dell’intera
Cecoslovacchia, ponendo di nuovo l’Europa di fronte al fatto compiuto. Questa volta
Inghilterra e Francia reagirono con un’offensiva diplomatica, stipularono dei patti militare
con Belgio, Olanda, Grecia, Romania e Turchia e infine firmarono l’alleanza con la Polonia,
dichiarando che, se la Germania avesse invaso quest’ultimo paese essi sarebbero intervenuti,
anche a costo di affrontare una guerra. Nel frattempo l’Italia (1939) occupò il piccolo Regno
di Albania, importante per la penetrazione nei Balcani, e trasformò il vincolo dell’asse
Roma-Berlino con la Germania in una vera e propria alleanza militare, chiamata patto
d’acciaio. Il patto stabiliva che, se una delle due parti fosse stata coinvolta in una guerra,
anche in veste di aggressore, l’altra doveva intervenire in suo soccorso. Mussolini accettò
questo patto pur sapendo che l'Italia non era pronta ad affrontare una guerra, ma si fidò di
Hitler che gli rassicurò di non scatenare una guerra prima di 2, 3 anni, ma intanto si
preparava all'invasione della Polonia. Per quanto riguarda i sovietici, si schierarono dalla
parte di Hitler, firmando a Mosca il patto di non aggressione nel 23 agosto 1939, utile ad
entrambi i paesi poiché la Russia allontanava la minaccia tedesca dai suoi confini e Hitler
ingoiò il suo anticomunismo per risolvere la questione polacca, evitando uno scontro su due
fronti. Il 1° settembre 1939 i tedeschi invasero la parte occidentale della Polonia, mentre i
sovietici s’impadronirono di quella orientale. Divisa in due, la Polonia scomparve dalla
cartina d’Europa.
La distruzione della Polonia e l’offensiva al Nord
La vittoria tedesca scaturì dall’uso della strategia Blitzkrigg (guerra lampo), fondata su un
massiccio uso di aerei e carri armati nello sfondamento delle linee nemiche, lasciando alla
fanteria il compito di eliminare gli ultimi sopravvissuti. Il 3 settembre Gran Bretagna e
Francia dichiararono guerra alla Germania, mentre l'Italia proclamava la sua non
belligeranza. Stalin si impossessò oltre alla metà della Polonia, anche gli stati baltici
(Est.Lett.Lit) e la Finlandia meridionale, mentre Hitler passò all’occupazione della
Danimarca e della Norvegia, dove insediò un governo fantoccio di Vidkun Quisling
(simbolo del traditore per eccellenza).
L’attacco a occidente e la caduta della Francia
il 10 maggio 1940 i tedeschi attaccarono Belgio, Olanda e Lussemburgo, mentre un
massiccio schieramento attaccava il fronte francese a Sédan. A provocare la sconfitta furono
gli errori dei comandi francesi, troppo fiduciosi nell’efficacia della linea Maginot: una
fortificazione che copriva la frontiera franco-tedesca, lasciando scoperto il confine col
Belgio e Lussemburgo. Solo un momento di rallentamento dell’offensiva consentì alle forze
britanniche, francesi e belga un reimbarco a nord, nel porto di Dunkerque. La sosta tedesca
era dovuta all’esigenza di riorganizzare le forze per sconfiggere definitivamente la Francia.
Le truppe francesi collocate a sud, invece, subirono una disfatta. La Francia era ormai
sconfitta; il 14 giugno Parigi fu occupata, Paul Reynaud si dimise, sostituito da Petain, e
venne stipulato un armistizio che divise il paese in due parti: a nord il potere fu assunto da
un governatore militare tedesco, mentre a sud nasceva un governo autoritario con sede a

Elisa Terranova
Vichy presieduto dal maresciallo Philippe Pétain (uno stato satellite controllato dai
tedeschi). Nel frattempo, da Londra, il generale De Gaulle incoraggiava i propri
connazionali a continuare la guerra a fianco dei francesi e a liberare la Francia. La sconfitta
della Francia e l’avvento di Pétain segnarono anche la fine della Terza Repubblica. Pétain
diede la colpa della sconfitta del paese alla classe dirigente repubblicana, considerata troppo
permissiva, mentre egli riportò il paese al tradizionale e autoritario ancien régime. Petain
ruppe i rapporti con la Gran Bretagna, che reagì distruggendo la flotta francese per evitare
che cadesse in mano ai tedeschi.
L'intervento dell'Italia
L'Italia che da poco aveva concluso il patto d'acciaio con i tedeschi annunciò la propria non
belligeranza, giustificando questa decisione con l'impreparazione ad affrontare una guerra
così lunga. Ma Mussolini decise di non consentire che l'Italia rimanesse solo spettatrice nel
conflitto e, convinto che la guerra stesse per concludersi, il 10 giugno 1940 dal balcone di
palazzo Venezia annunciò l'intervento dell'Italia a fianco dell'alleato nazista. Ma l'esercito
italiano fornì una pessima prova sia contro i francesi (che firmarono l'armistizio con la
Germania), sia in Africa e nel mediterraneo contro gli inglesi. Un'offerta di aiuto da parte
della Germania fu respinta da Mussolini convinto che l'Italia dovesse combattere una sua
guerra, parallela a quella tedesca.
La battaglia d’Inghilterra
Nel 1940 la Gran Bretagna era rimasta da sola a combattere contro la Germania. Hitler era
disposto ad evitare lo scontro se la GBR riconosceva le sue conquiste, ma la classe dirigente
e il popolo britannico non erano disposti a cedere. Churchill fu chiamato alla guida del
governo. Hitler attaccò gli inglesi con un’imponente operazione aerea, chiamata
“operazione leone marino”, bombardando le città inglesi, (tra le quali Coventry.) Ma il
paese non si piegò e da quel momento Hitler perse la supremazia aerea. L’aiuto degli Stati
Uniti sarà molto importante perché, grazie alla legge “affitti e prestiti” forniva agli inglesi
armi e materiali militari a condizioni molto favorevoli..

Il fallimento della guerra italiana:


i Balcani e il Nord Africa
il 28 ottobre 1940 l’esercito italiano attaccò la Grecia per ragioni di concorrenza con la
Germania, la quale in quel momento stava penetrando in Romania. Tuttavia l’attacco si
rivelò un fallimento, poiché la resistenza fu più dura del previsto. Nello stesso anno gli
inglesi passarono al contrattacco, conquistando la Cirenaica, parte orientale della Libia. Per
evitare la definitiva espulsione dalla Libia, Mussolini dovette far ricorso all’aiuto della
Germania, che con mezzi corazzati comandati dal generale Rommel lanciò una
controffensiva. Gli inglesi si stavano impossessando dell’Africa orientale italiana e
Mussolini rinunciò al sogno di combattere una “guerra parallela” con Hitler. L’intervento
tedesco avvenne anche nel Nord Africa e nei Balcani, mentre l’anno seguente le truppe
italo-tedesche attaccarono la Jugoslavia e la Grecia e gli inglesi si ritirarono. Rimase solo il
Nord Africa, dove gli inglesi erano in netto vantaggio, ma Hitler si concentrò verso un altro
obiettivo: la conquista dello “spazio vitale” a est ai danni dell’Urss.
L’attacco all’Unione Sovietica
Nel 1941 Hitler cercò di realizzare ciò che aveva scritto nel Mainkanf: l’invasione dell’Urss.
Oltre a cancellare il nemico comunista, il territorio rappresentava anche una conquista
coloniale e gli obiettivi erano espandere il territorio verso est e ridurre gli slavi in schiavitù.

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Il movimento comunista si convertì alla democrazia e alla lotta contro il fascismo; tuttavia
Stalin era convinto che Hitler non avrebbe attaccato l’Urss prima di chiudere la partita con
la GBR. Il 22 giugno 1941 I tedeschi diedero il via “all’operazione Barbarossa”,
attaccarono Leningrado, conquistarono Kiev e si avvicinarono a Mosca. A questo punto i
russi aumentarono la loro resistenza e spostarono le fabbriche, portandole a est del Volga.
Con l’arrivo dell’inverno e delle condizioni climatiche sfavorevoli, l’avanzata tedesca
rallentò, fino ad esaurirsi. La “guerra lampo” prevista dai tedeschi si rivelò una guerra lenta
e difficile.
L’aggressione giapponese
e il coinvolgimento degli Stati Uniti
Alla fine del 1941 gli Stati Uniti entrarono in guerra a favore della GB e ruppero le relazioni
diplomatiche con Germania e Italia. Nello stesso anno (14 agosto 1941) vi fu un incontro tra
Roosevelt e Churchill per la realizzazione della Carta atlantica, un documento in 8 punti in
cui i due rappresentanti ribadivano la condanna dei regimi fascisti e fissavano le linee di un
nuovo ordine democratico da costruire a guerra finita: rispetto dei principi di sovranità
popolare e autodecisione dei popoli, libertà dei commerci, libertà dei mari, cooperazione
internazionale, rinuncia all’uso della forza nei rapporti fra gli stati. Il Giappone approfittò
del conflitto per estendere il proprio dominio nel Sud-Est asiatico e quando invase
l’Indocina francese gli Usa e la GBR reagirono bloccando le esportazioni verso il paese.
L’impero asiatico si trovò di fronte ad un bivio: piegarsi alle richieste delle potenze
occidentali o scatenare la guerra per conquistare nuovi territori. Optò per la seconda scelta,
distruggendo la flotta americana a Pearl Harbor e ottenendo la supremazia navale sul
pacifico. Nel ‘42 controllavano le Filippine americane, la Malesia e la Birmania britanniche,
l’Indonesia olandese e passarono ad attaccare l’Australia e l’India. Pochi giorni dopo
l'attacco a pearl Harbor anche Germania e Italia (che erano legati al Giappone dal patto
tripartitico) dichiaravano guerra agli USA. Il conflitto a questo punto diventava mondiale.
Il “nuovo ordine”.
Resistenza e collaborazionismo
Nel ’42 le potenze del Tripartito raggiunsero la massima espansione territoriale. Il Giappone
dominava il Sud-Est asiatico, la Cina e le isole del Pacifico, mentre Italia e Germania
controllavano un territorio molto ampio dell’Europa. I loro alleati “minori” erano: Ungheria,
Romania, Bulgaria, Slovacchia, Croazia e Francia di Vichy, mentre in Olanda, Norvegia e
Boemia governavano dei funzionari tedeschi. Spagna, Turchia e Svezia rimasero neutrali e
l’Italia aveva un ruolo marginale. Il centro nevralgico dell’Asse era la Germania, grazie al
lavoro obbligatorio dei prigionieri di guerra e degli operai prelevati dai paesi occupanti. Sia
la Germania che il Giappone fondarono un “nuovo ordine” basato sulla supremazia della
nazione e sulla subordinazione dei popoli alle esigenze dei dominatori. La differenza tra le
due potenze stava nel fatto che mentre il Giappone si appoggiò ai movimenti indipendentisti
locali e s’impegnò nella lotta contro l’imperialismo europeo, la Germania non concesse
autonomia ai popoli ad essa soggetti. La persecuzione più feroce fu attuata contro gli ebrei,
confinati nei ghetti e discriminati, obbligati a portare la stella gialla e deportati nei lager
della Polonia e della Germania (Auschwitz, Dachau). I deporttati venivano sfruttati
fisicamente, usati come cavie per esperimenti medici e infine eliminati in massa nelle
camere a gas. 5-6 milioni di israeliti morirono così durante la guerra. Inoltre il sistema di
sfruttamento, terrore e sterminio portò dei vantaggi al paese, come la forza-lavoro gratuita,
materie prime, ricchezza e beni di consumo. Qualcuno resistette all’occupazione nazista, per

Elisa Terranova
esempio i gruppi antifascisti, appoggiati dagli inglesi e legati ai movimenti di liberazione. I
movimenti popolari più importanti furono quelli in Jugoslavia e Grecia. Tuttavia all’interno
della Resistenza ci furono varie divisioni, ma accordi unitari furono ugualmente raggiunti in
Italia e Francia. La collaborazione invece non avvenne nei Balcani, spaventati che i
comunisti sovietici invadessero il territorio per scopi egemonici. In Jugoslavia l’esercito
popolare guidato da Tito prevalse sui nazionalisti e monarchici. I paesi sottomessi alla
Germania, invece, crearono una sorta di collaborazionismo con i dominatori e accettarono di
essere posti alle dipendenze degli occupanti. I governi collaborazionisti erano: gli esponenti
locali del fascismo, i movimenti separatisti e le frazioni della classe dirigente.
1942-43: la svolta della guerra e la “grande alleanza”
Fra il ’42 e il ’43 l’andamento della guerra subì una svolta decisiva. Nel Pacifico i
giapponesi furono bloccati dagli americani, nelle due battaglie del Mar dei Coralli e delle
isole Midway e i marines conquistarono l’isola di Guadalcanal. Un cambiamento si verificò
anche nell’Atlantico, dove i tedeschi avevano condotto fino ad allora una guerra sottomarina
contro le navi americane e britanniche che trasportavano armi. Quest’ultimi riuscirono a
limitare le perdite, grazie ad innovazioni tecniche. Ma la svolta più clamorosa avvenne in
Russia, dove anziché autorizzare la ritirata, Hitler ordinò la resistenza a oltranza,
indebolendo l’esercito tedesco. Un’altra decisiva battaglia fu quella combattuta contro la
GBR a El Alamein, nel Nord Africa, che si concluse con la cacciata dal continente di italiani
e tedeschi. Nella conferenza di Washington (gennaio 1942) russi e anglo-americani si
incontrarono per sottoscrivere il patto delle Nazioni Unite, impegnandosi a rispettare i
principi della Carta Atlantica, a combattere le forze fasciste e a non concludere armistizi e
paci separati. Tuttavia fra gli alleati rimasero dei contrasti riguardo l’apertura di un secondo
fronte in Europa. Stalin era d’accordo, mentre Churchill voleva prima chiudere la questione
in Africa. Prevalsero gli inglesi. Nella Conferenza di Casablanca, (1943) in Marocco,
inglesi e americani stabilirono, chiuso il fronte africano, lo sbarco sarebbe avvenuto in
Italia, sia per motivi logistici, che politico-militari. Inoltre si impegnarono a continuare la
guerra fino alla vittoria totale, senza patteggiamenti (principio della resa incondizionata).
L’Italia: la caduta del fascismo e l’8 settembre
L’attacco all’Italia avvenne prima nell’isola di Pantelleria (12/06/0943) e poi in Sicilia
(10/07), dove la popolazione accolse gli alleati come liberatori. La crisi del fascismo generò
degli scioperi operai a Torino e nei maggiori centri industriali del Nord, per il caro-vita, i
disagi alimentari e i bombardamenti aerei. La caduta di Mussolini fu causata da una
congiura monarchica che tentava di portare il paese fuori dalla guerra e assicurare la
sopravvivenza della corona. Nel Gran Consiglio del fascismo del 25 Luglio del ’43, il re fu
invitato ad assumere le sue funzioni di comandante supremo delle forze armate e fece
arrestare Mussolini. Il maresciallo Pietro Badoglio fu nominato capo del governo. il Partito
fascista scomparve nel nulla. I tedeschi rafforzarono la loro presenza in Italia per punirne il
tradimento e Badoglio avviò delle trattative con gli alleati per giungere alla pace separata.
Gli italiani dovettero firmare un atto di resa il 3 settembre e l’armistizio fu reso noto l’8
settembre. Il re e il governo abbandonarono la capitale e i tedeschi occuparono la parte
centro-settentrionale dell’Italia. Abbandonate a se stesse, le truppe si sbandarono; alcuni si
ritirarono, altri continuarono ad opporre resistenza e furono violentemente puniti dai
tedeschi, come il caso della Cefalonia. Con la linea Gustav, che andava da Gaeta a Sangro, i
tedeschi riuscirono a difendersi dall’offensiva alleata. L’Italia si trasformò così in un campo
di battaglia.

Elisa Terranova
L’Italia: guerra civile, Resistenza, liberazione
Nel ’43 l’Italia si presentava divisa in due entità statali distinte: a sud sopravviveva il
vecchio stato monarchico, sostenuto dall’occupazione militare degli alleati; a nord
risorgeva il fascismo, appoggiato dalle truppe tedesche. Dei paracadutisti tedeschi il 12
settembre 1943 liberarono Mussolini, il quale diede vita alla Repubblica sociale italiana
(Rsi), ad un nuovo Partito fascista repubblicano e a un nuovo esercito. Lo stato si trasferì da
Roma al nord, tra Lombardia e Veneto e cercò di raccogliere dei consensi, socializzando le
industrie, ma in realtà la Repubblica di Mussolini non riuscì più ad avere il successo di una
volta, a causa dell’occupazione tedesca che sfruttava le risorse economiche e umane
italiane. Mentre i tedeschi avanzavano velocemente, si formarono piccoli gruppi
combattenti, i partigiani. Erano vestiti in borghese e operavano vere e proprie attività di
spionaggio. Erano organizzati in vere e proprie brigate, con varie denominazioni: brigate
Garibaldi (di orientamento comunista); Matteotti (di or. Socialista); Giustizia e libertà
(azionista, partito repubblicano); Fiamme verdi (democristiane). Essi cercarono di
distaccare i tedeschi dal fronte per rendere sicure le vie di comunicazione che servivano per
portare i rifornimenti alle prime linee. Nel frattempo fu avviata la ricostituzione dei partiti
antifascisti: il Partito d’azione (Pda); la Democrazia cristiana (che deriva dal Partito
popolare); il Partito liberale e il Partito repubblicano e quello socialista col nome di
Partito socialista di unità proletaria (Psiup). Dopo l’8 settembre, i rappresentanti di questi
sei partiti si riunirono a Roma nel Comitato di liberazione nazionale e si proponeva come
guida in contrapposizione sia agli occupanti tedeschi che al governo Badoglio. Tuttavia il
Cln era debole e così Togliatti propose l’alleanza con il governo. Nacque così il 24 aprile il
governo di unità nazionale, sempre presieduto da Badoglio e comprendente i
rappresentanti dei partiti del Cln. Nel giugno 1944 dopo la liberazione di Roma il re Vittorio
Emanuele trasmise i propri poteri al figlio Umberto. Quando Badoglio passò il governo a
Bonomi, si ebbe il rafforzamento della Resistenza e molte città, fra cui Firenze vennero
liberate. Tuttavia sorsero dei contrasti nel movimento partigiano, a causa della difficoltà di
coinvolgere la popolazione impaurita e stanca della guerra. La Resistenza subì una disfatta
nel ’44 quando l’offensiva alleata si bloccò sulla linea gotica. Nel ’45 le truppe tedesche
cedettero e la Resistenza avviò un’insurrezione generale contro gli occupanti in ritirata.
Le vittorie sovietiche e lo sbarco in Normandia
Fra il ’43 e il ’44 vi fu l’avanza dell’Armata rossa sul fronte orientale, che si concluse con la
conquista di Berlino. Nello stesso periodo Churchill, Roosevelt e Stalin si riunirono nella
conferenza interalleata di Teheran, dove Stalin ottenne dagli anglo-americani l’impegno per
uno sbarco delle forze sulle coste francesi. Il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia
(D-Day o anche operazione overlord) di un corpo di spedizione di anglo-americani,
australiani, sudafricani, quasi tutto il Commonwealth, ebbe inizio la liberazione della
Francia. I tedeschi commisero l’errore di pensare che lo sbarco avvenisse nella zona più
vicina all’Inghilterra, dove appunto disposero gli aerei per difendersi dall’attacco,
rimanendo scoperti in Normandia.
La fine del Terzo Reich
nell'autunno del 1944 La Germania fu sconfitta. I suoi alleati cambiarono fronte (Romania,
Bulgaria) e Finlandia e Ungheria chiesero l’armistizio all’Urss. Gli inglesi sbarcarono in
Grecia, mentre i russi entrarono in Jugoslavia. Gli alleati cominciarono a bombardare la
Germania, ma Hitler non voleva arrendersi, poiché si era illuso di rovesciare la situazione
bellica con le armi segrete (razzi telecomandati). Nella conferenza di Mosca Churchill e

Elisa Terranova
Stalin stabilirono delle zone d’influenza nei Balcani (Romania e Bulgaria all’Urss, Grecia
alla GBR, equilibrio in Jugoslavia e Ungheria). Roosvelt, Churchill e Stalin si rincontrarono
nella conferenza di Yalta, dive fu stabilito che la Germania sarebbe stata divisa in 4 zone di
occupazione e che i popoli potevano esprimersi tramite le elezioni libere. E per la Polonia il
nuovo governo sarebbe dovuto nascere da un accordo tra la componente comunista e quella
filo-occidentale. In cambio l'Urss si impegnò ad entrare in guerra contro il Giappone. Infine
vi fu l’ultima offensiva degli alleati: i sovietici entrarono nel territorio polacco, cacciarono i
tedeschi dall’Ungheria per poi puntare su Vienna (23 aprile) e Praga (4 maggio). Gli anglo-
americani attaccavano sul Reno e penetrarono nel cuore della Germania, raggiunsero Elba e
accerchiarono Berlino. Sul fronte italiano, Mussolini fu catturato e fucilato dai partigiani (28
aprile) ; il suo cadavere fu esposto a piazzale Loreto a Milano. Hitler si suicidò il 30 aprile,
lasciando la presidenza del Reich a Donitz, che si arrese.
La sconfitta del Giappone e la bomba atomica
Gli Stati Uniti cominciarono a riacquistare le posizione perse nel Pacifico, bombardando il
territorio nipponico. I giapponesi fecero ricorso ai kamikaze, aviatori suicidi che si
gettavano sulle navi avversarie carichi di esplosivo. Il 6 agosto il presidente americano
Truman diede l’ordine di sganciare le bombe atomiche a Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9
agosto); con la resa del Giappone si concluse così il secondo conflitto mondiale (2 settembre
1945).

Elisa Terranova
23 CAPITOLO Il mondo diviso
Le conseguenze della II guerra mondiale
Molti fra i conflitti, le trasformazioni e le tensioni della società contemporanea sono il
risultato dei processi avvenuti durante la II Guerra Mondiale. (Conseguenze): Essa, infatti,
segnò la fine del nazifascismo e l’affermazione delle democrazie, cambiò la carta territoriale
del vecchio continente, ma comportò soprattutto il declino delle potenze europee. La
Germania era stata sconfitta, ma anche la Francia e Gran Bretagna ne uscirono indebolite.
Gli Stati che mantennero il ruolo di potenze mondiali furono Usa, dal punto di vista
economico, e Urss dal punto di vista delle conquiste territoriali. Entrambe disponevano di
risorse naturali e di un forte apparato industriale, ma ciascuna aveva un’ideologia
contrapposta all’altra:
- La cultura e la politica americana si basavano sull’espansione di una democrazia
liberale, costituita da un pluralismo politico e un parlamento regolarmente eletto e
fondata sulla concorrenza economica e sull’individualismo;
- L’etica sovietica si basava sul modello del collettivismo, fondato sul partito unico
(poiché l’ideologia comunista non prevedeva la divisione di classe), sulla
pianificazione centralizzata e statale dell’economia, attraverso i piani quinquennali.
La contrapposizione delle due superpotenze generò la formazione di un sistema bipolare.
Fu proprio l’alleanza tra il capitalismo democratico e il liberismo comunista consentì la
vittoria sulla Germania. Sul piano morale, il grande conflitto mondiale lasciò nella società
l’orrore e il disprezzo per la guerra, a causa dei bombardamenti, delle carestie, dei mezzi di
distruzione di massa; ma i traumi più gravi furono causati dai crimini nazisti, dal genocidio
degli ebrei e dall’apparizione della bomba atomica. Questo comportò l’esigenza di
cambiamento e la ricerca di basi più stabili per la rifondazione dei rapporti internazionali.
Venne codificato e aggiornato il diritto internazionale e venne introdotto il settore penale,
messo in atto nel processo di Norimberga contro i capi nazisti. Venne creato un tribunale
speciale per processare i colpevoli dei crimini nazisti, gli alti gerarchi che non si erano
suicidati, ma cercavano di difendersi gettando la colpa sui loro superiori. Il processo si
concluse con la condanna a morte dei collaboratori di Hitler, mentre alcuni scapparono o si
rifugiarono in Sud America, in particolare in Argentina.
Da qui nacque il termine epurazione, cioè la condanna di chi si era macchiato dei crimini
razziali, con l’arresto o la proibizione di inserirsi nei reparti burocratici, nella polizia, etc…
Gli Usa conquistarono l’egemonia mondiale, diventando il principale punto di riferimento
per gli Stati europei.
Le Nazioni Unite e il nuovo ordine economico
Nel 1945, nella conferenza di San Francisco, nacque l’Onu (Organizzazione delle Nazioni
Unite) di origine americana, che sostituì la vecchia Società delle Nazioni. L’Onu è formato
da:
- un’Assemblea generale degli Stati membri, la quale viene convocata annualmente e
ha il potere di adottare risoluzioni, che però non sono vincolanti;
- un Consiglio di sicurezza, organo permanente che, in caso di crisi internazionale, ha
il potere di prendere decisioni vincolanti per gli Stati e adottare misure che possono
giungere fino allo scontro armato. Il Consiglio è composto da 15 membri: le 5
potenze vincitrici (Usa, Urss, Cina, Francia e Gran Bretagna) che rappresentano i
membri permanenti, mentre gli altri 10 vengono eletti a turno, secondo il principio di
rotazione. Ogni membro permanente ha un diritto di veto, che può utilizzare per

Elisa Terranova
bloccare l’azione del Consiglio quando si rivela contraria ai propri interessi.
- Il Consiglio economico e sociale, da cui dipendono le “agenzie specializzate” per la
cooperazione nei vari campi (Unesco per l’istruzione e la cultura, Fao per
l’alimentazione e l’agricoltura)
- La Corte internazionale di giustizia, che ha il compito di appianare i contrasti tra i
vari Stati.
Gli Stati Uniti si occuparono anche della rifondazione dei rapporti economici internazionali,
creando un vasto mercato mondiale fondato sulla libera concorrenza. Vennero
ridimensionati i vincoli protezionistici e con gli accordi di Bretton Woods, del 1944, fu
creato il Fondo monetario internazionale,con lo scopo di costituire delle riserve valutarie
mondiali di cui gli Stati membri potevano usufruire in caso di necessità. Si assicurò la
stabilità dei cambi fra le monete e il dollaro ottenne il primato come valuta internazionale
per gli scambi, sostituendo la sterlina.
La Banca mondiale ebbe il compito di concedere dei prestiti ai singoli Stati per favorirne la
ricostruzione e lo sviluppo. Sul piano commerciale, fu stipulato a Ginevra nel ‘47 l’Accordo
generale sulle tariffe e sul commercio (Gatt), basato su un sistema liberoscambista che
prevedeva l’abbassamento delle tariffe doganali. Tutte queste riforme costituirono gli
strumenti della ripresa economica occidentale.
La fine della “grande alleanza”
Le due maggiori potenze vincitrici erano in contrasto riguardo il diverso approccio ai
problemi della pace. Gli Usa erano interessati a riportare l’ordine mondiale, mentre l’Urss
pretendeva il riconoscimento del suo ruolo di grande potenza e inoltre insisteva sulla
questione delle riparazioni. Roosevelt era convinto di poter mantenere l’alleanza con Stalin
e per evitare l’ennesimo conflitto, lasciò i paesi danubiani e balcanici sotto il controllo
dell’Urss. Ma la cooperazione tra Occidente e Unione Sovietica morì con Roosevelt e
l’avvento di Truman al potere comportò una chiusura americana nei confronti dei sovietici.
Inoltre il rifiuto degli Stati Uniti di concedere un prestito all’Urss e le bombe atomiche
sganciate contro il Giappone manifestarono la superiorità degli Usa e Stalin divenne
diffidente loro confronti. Nella conferenza di Potsdam di decise la divisione della Germania
e la spartizione dell’Europa in zone d’influenza. Negli Stati dell’Europa orientale, l’Urss
impose la propria egemonia attraverso i partiti comunisti locali, appoggiati dall’esercito
sovietico e venne creata la cortina di ferro, una linea di confine che separava il blocco
occidentale da quello comunista orientale. Nella Conferenza di Parigi che si tenne nel ’46,
si accordarono i paesi vincitori riguardo i trattati con Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e
Finlandia. L’Urss occupò Estonia, Lettonia, Lituania e parte della Polonia, che a sua volta si
estese verso ovest in Germania. Rimase irrisolto il problema tedesco.

La “guerra fredda” e la divisione dell’Europa


Nel 1946 nacquero nuovi contrasti fra l’Urss e le potenze occidentali su due fronti: in Iran,
dove Stalin si rifiutò di ritirare le truppe e nei Dardanelli, dove l’Urss chiese alla Turchia,
che rifiutò, nuove condizioni per l’accesso agli stretti. I due territori erano sotto il controllo
della Gran Bretagna, che doveva garantire gli equilibri europeo, ma a causa della difficile
condizione economica che stava attraversando, dichiarò di non poter rispettare l’impegno

Elisa Terranova
preso e perse il ruolo di potenza mondiale. Gli Usa la sostituirono, inviando una flotta nel
Mar Egeo e costringendo Stalin a rinunciare alle sue richieste. Venne applicato così il
containment, cioè il contenimento dell’espansionismo russo con l’uso della forza. Inoltre,
in base alla dottrina Truman, gli Usa s’impegnarono ad appoggiare i popoli liberi nella
resistenza contro le pressioni straniere e nel ’47 venne lanciato il piano Marshall (European
Recovery Program ERP), un programma di aiuti economici all’Europa. Convinti che il
piano servisse agli Usa per sottomettere l’Europa, i sovietici lo rifiutarono e costrinsero gli
Stati satelliti a fare altrettanto. Fra il ’48 e il ’52 il piano Marshall consentì la ripresa
dell’Europa occidentale, che si basò sull’economia liberista e comportò un rafforzamento
delle tendenze moderate in politica, un’attenuazione dei conflitti e una maggiore
collaborazione con gli Usa. Scopo degli Usa era quello di evitare che il comunismo si
dilagasse anche nei paesi occidentali. Nacque il Cominform (Ufficio d’informazione dei
partiti comunisti), qualcosa di simile alla 3° Internazionale che era stata sciolta nel ’43. Tra
il ’46-’47 i contrasti fra le due superpotenze si accentuarono dando inizio a quella
contrapposizione fra i due blocchi che fu definita guerra fredda. Le conseguenze
avvennero in Grecia, dove scoppiò una guerra civile e si creò un attrito tra Usa e Urss,
poiché le forze comuniste sovietiche si scontrarono con quelle conservatrici sostenuti dalle
forze occidentali. I comunisti furono sconfitti nel 1949. In Francia e Italia, i comunisti
furono estromessi dai governi di coalizione. Lo scontro più grave avvenne per la
spartizione della Germania, che venne divisa in 4 zone di occupazione (americana,
inglese, francese e sovietica. Anche la capitale Berlino venne divisa in 4 zone, dove Usa e
GBR liberalizzarono l’economia e la migliorarono con gli aiuti del piano Marshall, mentre
Stalin reagì con il blocco di Berlino, chiudendo gli accessi alla città e impedendo il
rifornimento ai paesi occidentali, per far si che essi abbandonassero la parte ovest. Tuttavia
gli americani non reagirono con uno scontro militare, ma organizzarono un ponte aereo per
rifornire la città, fino a quando i sovietici tolsero il blocco poiché si era rivelato inutile.
Furono create le due Germanie: le tre zone occidentali furono unificate con la
proclamazione della Repubblica federale tedesca (capitale Bonn), la parte orientale del
paese divenne una Repubblica democratica tedesca (capitale Pankow). Nel 1949 il patto
Atlantico sanciva l’alleanza difensiva tra i paesi dell’Europa occidentale (Fra, GBR, Bel,
Ola, Luss, Norv, Danim, Island, Portog, Ita, Usa, Canada) e prevedeva un dispositivo
militare composto dai contingenti dei singoli paesi membri chiamato Nato (Org. Del
Trattato del Nord Atlantico). Nel ’51 aderirono anche Grecia e Turchia e nel ’55 Germania
federale. L’Urss rispose stringendo un’alleanza militare con i paesi satelliti nel 1955,
chiamata patto di Varsavia. Le conseguenze della guerra fredda furono:
- il vincolo di politica estera sulla vita dei singoli Stati;
- l’importanza assoluta di compattezza dei rispettivi blocchi;
- corsa agli armamenti.
Mentre in Urss la conservazione dei regimi comunisti avvenne in cambio della perdita di
libertà dell’Europa orientale, in Occidente gli Usa sostenitori della democrazia si
ritrovarono ad appoggiare i regimi autoritari per difendere la libertà dell’Europa occidentale.
?

L’Unione Sovietica e le “democrazie popolari”


Nell’Unione Sovietica si ebbe nel dopoguerra, un’accentuazione dei caratteri autoritari del
regime. La ricostruzione economica avvenne rapidamente, privilegiando l’industria pesante

Elisa Terranova
e comprimendo i consumi della popolazione. L’Urss divenne una grande potenza militare e
nel 1949 fece esplodere la sua prima bomba atomica, ponendo fine al monopolio nucleare
americano. La ricostruzione del paese avvenne anche grazie a massicce riparazioni imposte
ai paesi dell’Est controllati dall’Armata rossa (Germania, Ungheria, Romania e
Cecoslovacchia). Tutti questi paesi furono trasformati in democrazie popolari, cioè stati
satelliti politicamente ed economicamente dipendenti dalle decisioni della potenza egemone
e modellati secondo il sistema sovietico.

--Riguardo la Polonia, Stalin la considerava una minaccia poiché più volte, attraverso essa, i
nemici erano entrati in Russia. Quindi nel 1945, grazie a degli accordi interalleati, egli
insediò a Varsavia un governo controllato dai comunisti, che s’impadronirono dei principali
centri di potere e ruppero la coalizione con i borghesi. Nonostante la resistenza opposta,
anche in Romania, Bulgaria e Ungheria i partiti comunisti avviarono il processo di
sovietizzazione e nel ’49 si tennero le elezioni a lista unica. La Cecoslovacchia era
costituita da un governo formato dall’alleanza fra i partiti di sinistra. Questa coalizione, si
ruppe quando si trattò di aderire al piano Marshall, sostenuto da socialisti e borghesi e
ostacolato dai comunisti. I comunisti attuarono un colpo di stato e assunsero il pieno
controllo del governo. Nel ’48 si tennero le elezioni a lista unica, il presidente della
Repubblica si dimise e il paese divenne una democrazia popolare.--
L’unico stato satellite che si riuscì a separarsi dall’Unione sovietica fu la Jugoslavia, nel
1948, grazie alle resistenze di Tito ai piani staliniani di divisione del lavoro. L’Urss sospese i
rapporti con i comunisti jugoslavi e li estromise dal Cominform. Il paese prese così le
distanze da entrambi i blocchi e in politica interna cercò di stabilire l’equilibrio tra
statizzazione ed economia di mercato. In campo economico adottò un sistema basato
sull’autogestione delle imprese che, tuttavia, non consentì lo sviluppo di un’economia di
mercato. Lo scisma jugoslavo provocò una reazione repressiva verso il mondo comunista,
con l’attuazione di purghe nei confronti dei dirigenti dell’Est.
L’imposizione del collettivismo sovietico consentì l’avvio del processo di modernizzazione
e decollo economico dei paesi più arretrati, anche se questo sviluppo era condizionato dalla
subordinazione economica dei paesi satelliti a quella dello dell’Unione sovietica. I legami
economici tra l’Urss e le democrazie popolari vennero così regolati attraverso il Comecon
(Consiglio di mutua assistenza economica), fondato nel ’49.

Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale


negli anni della ricostruzione
Alla fine della guerra gli Stati Uniti dovettero affrontare il problema della riconversione
delle industrie che, dalla produzione bellica, passarono a quella di pace. Truman passò alla
guida del governo e cercò invano di portare avanti la politica riformista di Roosevelt,
ostacolata dal Congresso e dai democratici. L’aumento del costo di vita generò la nascita di
agitazioni operaie, che furono soppresse dal Congresso nel 1947 con il Talf-Hartley Act, una
legge antisindacale che limitava la libertà di sciopero nelle industrie nazionali. Nel ’49
nacque una campagna anticomunista, sostenuta da McCarthy e chiamata appunto

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maccartismo. Grazie all’Internal Security Act i comunisti furono emarginati e il
maccartismo durò fino al 1955. L’Europa occidentale, nell’immediato dopoguerra, fu
attraversata da una forte spinta riformista. Il caso più emblematico fu quello dell’Inghilterra,
dove nelle elezioni del 1945 Churchill fu battuto dai laburisti di Attlee. Il nuovo governo
attuò un vasto programma di riforme sociali (nazionalizzazione della Banca e delle
industrie, l’introduzione del salario minimo e del Servizio sanitario nazionale, ecc.) che
gettò le basi per la nascita del Welfare State. In Francia, i programmi di sicurezza sociale
furono varati dal governo provvisorio di De Gaulle e dai ministeri di coalizione basati
sull’accordo tra i partiti di massa: Partito comunista, la Sfio e il Movimento repubblicano
popolare. Nel ’46 fu varato un piano quadriennale (piano Monnet) d’ispirazione liberista e
sempre nello stesso anno, tramite varie assemblee elettive, nacque la quarta Repubblica a
carattere parlamentare. Nel ’47 De Gaulle favorì la nascita di un movimento che sosteneva il
rafforzamento del potere esecutivo (raggruppamento del popolo francese Rpf), nel frattempo
si ruppe l’alleanza tra i partiti di massa, a causa dei contrasti con i comunisti, che vennero
estromessi dal governo. Grazie agli aiuti americani, la Germania si risollevò rapidamente
dalle disastrose condizioni della fine della guerra e fu protagonista di un miracolo
economico. Ma mentre nella zona orientale la ripresa fu frenata dal peso delle riparazioni e
dalla collettivizzazione forzata imposti dall’Urss, la Germania Ovest fu favorita dall’unione
con il blocco occidentale, dove gli Usa intendevano stabilire un’economia capitalistica
contrapposta a quella orientale. Essi rinunciarono comunque alle riparazioni e consentirono
alla Repubblica federale di usufruire degli aiuti del piano Marshall.
La rinascita del Giappone
Un altro miracolo economico fu quello del Giappone, dove gli Usa imposero una
trasformazione in senso democratico-parlamentare, senza tuttavia intaccare il potere delle
grandi concentrazioni industriali, che divennero il motore principale della ripresa economica
giapponese. Questo sviluppo fu inoltre favorito sia dall’assenza di spese militari, sia da una
politica economica fondata sul contenimento dei consumi che consentì un tasso
d’investimento molto alto. Negli anni successivi il Giappone si affermò come una delle
maggiori potenze economiche mondiali.

La rivoluzione comunista in Cina e la guerra di Corea


Nel 1949 ci fu l’avvento al potere dei comunisti in Cina. L’alleanza tra i comunisti di Mao
Tse-tung e i nazionalisti di Chang Kai-shek, stretta nel ’37 per combattere l’invasione
giapponese, si sciolse con lo scoppio della guerra nel Pacifico. I nazionalisti trascurarono la
lotta contro i giapponesi per fermare i comunisti, che avanzavano verso l’interno. Il regime
si presentava corrotto e repressivo nei confronti della società, la quale considerava i
nazionalisti incapaci di cacciare lo straniero. Al contrario i comunisti continuarono a
combattere contro il Giappone e inoltre rafforzarono i legami con le masse contadine,
attraverso delle riforme agrarie. Gli Usa cercarono di stabilire un nuovo accordo tra
comunisti e Kuomitang, ma Chang rifiutò e attaccò i comunisti,scatenando la ripresa della
guerra civile. In un primo momento i nazionalisti ebbero il sopravvento, ma i comunisti con
l’aiuto dei contadini riuscirono ad organizzarsi e contrattaccare. Entrarono a Pechino, dove
fu proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, mentre Chang si rifugiò nelle
isole di Taiwan. La nuova Repubblica comunista varò delle riforme di socializzazione e nel
’50 stipulò con l’Urss un trattato di amicizia e di mutua assistenza. Nello stesso anno vi fu il
confronto fra i due blocchi in Corea, che era stata divisa in due zone delimitate dal 38°
parallelo. La Corea del Nord era governata dal comunista Kim Il Sung, mentre la Corea del

Elisa Terranova
Sud era guidata da un governo nazionalista appoggiato dagli americani. Le forze
nordcoreane, armate dai sovietici, invasero il sud e gli Usa reagirono mandando un forte
contingente di truppe, che respinsero i nordcoreani e oltrepassarono il confine.
La Cina intervenne a favore dei comunisti, inviando dei volontari che respinsero gli
americani. La guerra si concluse nel ’53 e si rivelò inutile. Le conseguenze furono: il riarmo
americano, l’ostilità americana nei confronti dei comunisti per la minaccia nel Pacifico e un
rafforzamento dei legami militari fra gli Usa e gli alleati asiatici ed europei.
Dalla guerra fredda alla coesistenza pacifica
Negli anni successivi alla fine della presidenza Truman nel 1952 e alla morte di Stalin, si
affermò progressivamente un nuovo rapporto meno conflittuale tra le due superpotenze,
basato sull’accettazione reciproca e sulla coesistenza pacifica. Inoltre l’equilibrio fra i due
blocchi venne mantenuto attraverso il reciproco riconoscimento delle rispettive sfere
d’influenza.
Il 1956: la destalinizzazione e la crisi ungherese
Nel ’56 il segretario del Pcus Kruscev prese il posto di Stalin alla guida del paese. Ebbe un
atteggiamento di maggiore apertura sia in politica estera, con il trattato di Vienna, l’incontro
con i capi occidentali a Ginevra, la riconciliazione con i jugoslavi e lo scioglimento del
Comiform; ma anche in politica interna con l’abolizione delle purghe, che consentì lo
sviluppo dell’agricoltura e il miglioramento delle condizioni di vita della società. Nel corso
del XX congresso del Pcus, il leader sovietico fece una clamorosa denuncia dei crimini di
Stalin e il processo di destalinizzazione avviato in Urss alimentò nei paesi dell’Europa
dell’Est la speranza di un cedimento del controllo sovietico. Diffusi movimenti di protesta si
verificarono in Polonia, con lo sciopero di Poznan che venne represso e l’ottobre polacco,
moto di protesta antisovietico. I dirigenti dell’Urss favorirono l’ascesa al potere di
Gomulka, che adottò una politica di liberazione e riconciliazione con la Chiesa e mantenne
dei rapporti di alleanza con l’Urss. Anche in Ungheria vi furono agitazioni e proteste. Il
comunista Nagy divenne capo del governo e le truppe sovietiche si ritirarono, ma il regime
di piena libertà istauratosi nel paese consentì l’avanzata delle forze antisovietiche. I
comunisti persero il controllo della situazione e fecero ricorso all’intervento sovietico.
L’Armata Rossa occupò Budapest e stroncò la resistenza popolare, riprendendo il pieno
controllo dell’Ungheria.

L’Europa occidentale e il Mercato comune


Nel corso degli anni ’50 gli Stati occidentali persero la loro condizione di grandi potenze.
Mentre l’economia britannica visse un prolungato ristagno, in tutti i paesi dell’Europa
occidentale si verificò una crescita economica sostenuta. Rapida fu soprattutto la ripresa
della Germania, che adottò un modello di economia sociale di mercato, basata sul liberismo
e la produttività. La disoccupazione fu assorbita, il marco acquistò valore e il tasso
d’inflazione venne mantenuto entro i limiti. Il rilancio del paese avvenne grazie a diversi
fattori, come la disponibilità di manodopera e soprattutto la stabilità politica. Alla guida del
governo vi era l’Unione cristiano-democratica, in coalizione con il Partito liberale, mentre il
Partito socialdemocratico rappresentava l’opposizione. Il definitivo ridimensionamento
politico dell’Europa, causato dal conflitto mondiale, favorì l’integrazione economica dei
vari Stati con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), che aveva il compito
di gestire la produzione e i prezzi dei settori più importanti dell’industria continentale. In

Elisa Terranova
seguito fu progettata la Comunità europea di difesa (Ced), un’organizzazione militare che
fallì per il mancato consenso della Francia. inoltre i governanti europei cercarono di attuare
un’area di libero scambio e coordinamento delle politiche economiche, così nel 1957 i
rappresentanti di Francia, Italia, Germania federale,Belgio, Olanda e Lussemburgo
firmarono il trattato di Roma, che istituiva la Comunità economica europea (Cee). Lo scopo
era quello di creare un Mercato comune europeo (Mec), con l’abbassamento dei dazi
doganali, la libera circolazione della forza-lavoro e dei capitali, il coordinamento delle
politiche industriali e l’intervento delle autorità in favore delle aree depresse. Organi
principali della Cee erano:
- la Commissione, che propone e attua i piani d’intervento;
- il Consiglio dei ministri, che prende le decisioni finali;
- la Corte di giustizia, che attenua i contrasti tra gli Stati;
- il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, che ha funzioni consultive.
Gli effetti del Mercato comune consentirono un rilancio delle economie dei paesi associati,
ma tuttavia l’integrazione rallentò a causa degli egoismi nazionali.

La Francia della Quarta Repubblica al regime gaullista


La Francia attraversò negli anni ’50 una grave crisi istituzionale, legata al problema
dell’Algeria. Nacque un forte movimento indipendentista, represso duramente dai governi
francesi che, nel 1958, minacciarono un colpo di Stato. Nel frattempo il generale De Gaulle
assunse la guida del governo e varò una nuova costituzione, che segnò la nascita della
Quinta Repubblica. Egli cercò di rafforzare il potere esecutivo, con delle leggi che davano
al capo dello Stato il potere di nominare il capo del governo, sciogliere le Camere e porre a
referendum le questioni più importanti. Fu costituito un nuovo Parlamento che elesse De
Gaulle alla presidenza della Repubblica e nel ’62 una legge sanciva l’elezione del capo dello
Stato da parte dei cittadini. In politica estera De Gaulle concesse l’indipendenza all’Algeria
e nel ’62 firmò gli accordi di Evian con i ribelli. Infine cercò di risollevare il prestigio
internazionale del suo paese, cercando di allontanarsi dai due blocchi per riottenere
l’egemonia in Europa. Tentò di dotarsi della forza nucleare, ritirò le truppe francesi dalla
Nato, contestò la supremazia del dollaro proponendo nuovamente il sistema della
convertibilità in oro e si oppose ai progetti d’integrazione politica. La sua politica di
governo suscitò vaste consensi, che resero ancora più solida la nuova Repubblica.

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24 CAPITOLO La decolonizzazione e
il Terzo Mondo
I caratteri generali della decolonizzazione
La seconda guerra mondiale sancì la definitiva crisi del colonialismo. I gruppi
indipendentisti acquistarono sempre più forza e, appoggiati dai giapponesi, agirono in Asia
per cacciare inglesi e francesi. Anche Usa e Urss intervennero per rimuovere la presenza
europea dall’Asia e dall’Africa, a scopo di affermare la loro egemonia. Fu così che
avviarono il processo di decolonizzazione e con la Carta atlantica del ’41 gli alleati
proclamarono il principio di autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto di tutti i popoli a
scegliere la forma di governo da cui intendono essere retti. Vi furono varie forme di
decolonizzazione: la Gran Bretagna concesse l’indipendenza in modo graduale e indolore,
mentre la Francia oppose resistenza ai movimenti indipendentisti. Raramente i nuovi Stati
indipendenti ebbero regimi democratici, prevalsero in generale i governi autoritari o militari,
sia per il fatto che avevano una tradizione diversa da quella europea, per la difficoltà di
avviare un processo di sviluppo a causa delle condizioni economiche di arretratezza e per il
carattere delle dirigenze locali, formate da élites e non da borghesie radicate nella società.
L’Emancipazione dell’Asia
L’Asia precedette il continente africano nella liberazione dal dominio coloniale, grazie ad
una più avanzata organizzazione politica e sociale. Inoltre il contatto con gli europei favorì
la nascita di gruppi locali che avviarono i paesi verso l’emancipazione. Tale fu il caso
dell’India dove, grazie all’affermazione del Partito del congresso (borghesia indiana) e
all’influenza politica e morale di Gandhi, nacque un movimento nazionalista. Con una serie
di campagne di disobbedienza civile, Gandhi riuscì ad ottenere importanti concessioni, fino
a raggiungere la piena indipendenza. Nel 1947 furono creati due nuovi Stati: L’Unione
Indiana e il Pakistan musulmano, ma tuttavia continuavano i contrasti tra indiani e
musulmani, fino a sfociare in una guerra civile. Lo stesso Gandhi fu ucciso da un estremista
indù nel ’48.
La situazione indiana fu aggravata dai problemi interni, come la povertà, il sovraccarico
demografico, le tensioni fra i diversi gruppi etnici e religiosi, ecc. Problemi che
continuarono ad esistere nonostante le iniziative riformiste e lo sviluppo economico e
tecnologico che risolse il problema alimentare.
Nel Sud-Est asiatico il processo di emancipazione fu condizionato dal confronto tra le forze
nazionaliste e i movimenti comunisti, insediati nelle campagne.
- In Birmania e Malesia prevalsero i nazionalisti;
- In Indonesia il movimento nazionalista ottenne l’indipendenza nel ’49 e fu avviato il
processo di emancipazione economica;
- Nel Regno di Thailandia le forze moderate mantennero sempre il potere;
- Nelle Filippine, che ottennero l’indipendenza dagli Usa nel ’46, i governi autoritari
dovettero fronteggiare la guerriglia condotta dai comunisti e dai separatisti
musulmani.
I Comunisti, invece, prevalsero nei paesi dell’Indocina. Un esempio è il Vietnam, dove i
comunisti guidati da Chi-minh condussero la lotta per la liberazione. Nel 1945 egli
proclamò la Repubblica democratica del Vietnam, ma i francesi non riconobbero il nuovo
Stato e occuparono la parte meridionale. Nacquero degli scontri tra francesi e vietnamiti,
che si conclusero nel 1954 con la sconfitta dei francesi. Gli accordi di Ginevra stabilirono il
ritiro dei francesi da tutta la penisola indocinese. Il Vietnam fu diviso in due Stati: uno

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comunista a Nord, l’altro filo-occidentale al Sud.
Il Medio Oriente e la nascita d’Israele
In Medio Oriente, già agli inizi del secolo, si era sviluppato un movimento nazionalista
arabo, rivolto contro gli ottomani e le potenze europee. Questo movimento era formato da
due componenti: una tradizionalista, più integrale e una laica e nazionalista, più attenta alla
modernizzazione economica. Prevalse quella tradizionalista. La II guerra mondiale accelerò
il processo di emancipazione, costringendo le potenze europee a concedere l’indipendenza
ai paesi meridionali:
- Nel ’32 la GBR riconobbe l’indipendenza dell’Iraq e nel ’46 quella della
Transgiordania;
- La Francia ritirò le truppe dalla Siria e dal Libano;
- Egitto, Arabia Saudita e Yemen formarono nel ’45 la Lega degli Stati arabi.
Infine la Palestina ottenne l’indipendenza dagli inglesi, ma era contesa fra arabi ed ebrei. La
pressione del movimento sionista per la creazione di uno Stato ebraico si fece sempre più
forte e sostenitori della causa furono gli Usa; al contrario le autorità inglesi si opposero,
poiché non volevano scontrarsi con i vicini Stati arabi. I sionisti chiedevano libertà
d’immigrazione e passarono alla lotta armata contro arabi e inglesi, fino a quando la GBR si
ritirò le truppe dalla Palestina e fece ricorso alle Nazioni Unite, che proposero una
spartizione in due Stati. Gli arabi non accettarono, invece gli ebrei proclamarono la nascita
dello Stato d’Israele. La guerra arabo-israeliana si concluse con la sconfitta delle forze
arabe e l’affermazione dello Stato ebraico.
Lo Stato d’Israele era moderno, con un’organizzazione economica a sfondo capitalistico e
cooperativistico e in politica estera riuscì ad allargare i propri confini occupando la parte
occidentale di Gerusalemme. La Giordania tolse i territori agli arabi, che abbandonarono la
Palestina.
La rivoluzione nasseriana in Egitto e la crisi di Suez
L’Egitto era uno Stato formalmente indipendente dalla GBR. All’inizio degli anni ’50
s’instaurò nel paese un forte nazionalismo arabo che riuscì a raggiungere un compromesso
con gli inglesi, i quali rinunciarono al controllo sulla politica estera e sulla difesa, ma
lasciarono la loro presenza militare nel canale di Suez. Nel 1952 una rivolta di ufficiali
guidati da Nasser rovesciò la monarchia e insediò un nuovo regime socialista. Nasser varò
delle riforme e avviò un processo d’industrializzazione. In politica estera guidò i paesi arabi
nella lotta contro Israele, liberò il Canale di Suez dalla presenza inglese e stipulò con l’Urss
degli accordi per aiuti economici e militari. Nel ’56 gli Usa bloccarono il finanziamento
della Banca mondiale per la costruzione della diga di Assuan, sul Nilo e Nasser reagì
proclamando la nazionalizzazione del Canale di Suez, dove francesi e inglesi avevano forti
interessi. Questo scatenò la crisi internazionale e nel ’56 Israele attaccò l’Egitto,
sconfiggendolo. Penetrò nel Sinai, mentre inglesi e francesi s’impossessarono nuovamente
del Canale. Gli Usa rimasero neutrali, l’Urss invece inviò un ultimatum a Francia, GBR e
Israele, che cedettero e ritirarono le loro truppe.
L’Egitto acquistò un notevole prestigio grazie a Nasser che, riproponendo il panarabismo,
cioè l’unione di tutti i popoli arabi, acquistò la popolarità tra le masse. Nel ’54 la Siria si unì
all’Egitto, formando la Repubblica araba unita controllata da Nasser. Tuttavia il sogno
dell’unità araba venne contrastato dalle gelosie nazionali e dalle divisioni ideologiche. In
Libia, nel 1969, una rivoluzione portò al potere il colonnello Gheddafi, che cercò di creare
un “socialismo islamico” e, sul piano internazionale, una politica che avrebbe alimentato le

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tensioni nell’area meridionale.
L’indipendenza dei paesi del Maghreb
All’inizio degli anni ’50, nei paesi del Maghreb il nazionalismo arabo si scontrava con la
dominazione coloniale francese. In Marocco e in Tunisia si fece più intensa la lotta per
l’indipendenza e, dopo vari tentativi di repressione, nel 1956 i francesi concessero
l’autonomia. Più drammatica e cruenta fu la situazione in Algeria, dove la presenza francese
era più radicata. Nacque l’Fln, Fronte di liberazione nazionale, un’organizzazione
clandestina che agiva allo scopo di ottenere l’indipendenza. Lo scontro con i nazionalisti
algerini terminò nel ’57, con la battaglia di Algeri, dove i francesi repressero duramente
l’insurrezione. L’anno seguente, la costituzione di un Comitato di salute pubblica nelle
colonie mise in crisi la Quarta repubblica e consentì l’ascesa al potere di De Gaulle, che
revisionò la costituzione e formò la Quinta Repubblica. Egli capì che perdita dell’Algeria
era inevitabile e con gli accordi di Evian concesse l’indipendenza. L’Algeria costituì un
regime autoritario e centralizzato, con un’economia statizzata; tuttavia mantenne dei
rapporti i collaborazione con la Francia.
L’emancipazione dell’Africa nera
A sud del Sahara, nell’Africa nera, il processo di decolonizzazione si compì fra la fine degli
anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 e fu un processo generalmente pacifico. Il primo paese che
ottenne l’indipendenza fu il Ghana, seguita dalla Guinea. Il 1960 fu “l’anno dell’Africa”, in
cui ottennero l’indipendenza 17 nuovi Stati, tra cui il Congo belga, la Nigeria, la Somalia e
il Senegal. Particolarmente difficile invece risultò il raggiungimento dell’autonomia in
Kenya e nella Rhodesia del Sud, attraversati da una dura e sanguinosa repressione inglese.
La resistenza dei coloni bianchi resistette fino a quando fu proclamata l’indipendenza e
l’uscita dal Commonwealth.
Nell’Unione Sudafricana vi era il regime dell’apartheid, cioè la discriminazione compiuta
dai bianchi ai danni della popolazione di colore. Nonostante fosse in minoranza, la comunità
dei bianchi possedeva il monopolio politico.
Particolarmente drammatica fu la lotta per l’indipendenza nel Congo, ottenuta dal Belgio nel
’60, cui seguirono all’interno lo scoppio della guerra civile e il tentativo di secessione del
Katanga, ricca di risorse minerarie. L’equilibrio venne ristabilito con l’intervento dell’Onu.
Il conflitto del Congo divenne il simbolo di tutti i contrasti che attraversavano l’Africa e che
misero in evidenza la fragilità delle stesse istituzioni politiche, le quali lasciarono il posto ai
regimi militari di stampo autoritario. All’instabilità politica si aggiunse anche una debolezza
economica che rischiava di provocare l’ennesima dipendenza dai paesi industrializzati. Per
evitare il neocolonialismo, i paesi ruppero con l’Occidente e avviarono uno sviluppo basato
sul mercato interno ed esclusivamente gestito dallo Stato. Anche l’Angola e Mozambico
raggiunsero l’indipendenza dal Portogallo nel ’75. Tuttavia rimasero irrisolti i problemi di
povertà, carestia, disgregazione sociale ed emarginazione dal mercato mondiale.
Il Terzo Mondo, il “non allineamento”
e il sottosviluppo
I nuovi paesi indipendenti sentirono il bisogno di distinguersi sia dall’Occidente
capitalistico che dall’Est comunista e con la partecipazione alla conferenza afroasiatica di
Bandung nel 1955, cominciarono ad adottare una politica di “non allineamento”. La
conferenza, a cui parteciparono 29 Stati compresa la Cina, proclamò l’uguaglianza fra le
nazioni, il sostegno ai movimenti impegnati nella lotta al colonialismo e le alleanze militari
controllate dalle superpotenze. Essa segnò inoltre la nascita di un Terzo Mondo sulla scena

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mondiale e lo sviluppo del “terzomondismo”, cioè la tendenza a individuare nella nuova
indipendenza dei paesi un fattore di cambiamento. Il movimento dei non allineati divenne
sempre più ampio e coinvolse paesi strettamente legati all’Urss, come Cuba e Vietnam del
Nord. Per questo motivo vi fu il tentativo di spostare l’asse di non allineamento verso l’Est,
considerando l’Urss una naturale alleata. In campo economico emerse il sottosviluppo, cioè
l’arretratezza e il ritardo rispetto allo sviluppo economico dei paesi più ricchi e
industrializzati.
Le cause del sottosviluppo erano molteplici: l’arretratezza dell’agricoltura, le persistenza dei
vecchi regimi fondiari, la produttività troppo bassa, lo squilibrio tra risorse disponibili e una
popolazione in continuo aumento. Nei paesi in via di sviluppo il reddito pro-capite era
ancora basso, l’analfabetismo ancora molto diffuso e le masse diseredate si raggruppavano
nelle bidonvilles, baracche costruite con mezzi di fortuna. Con la decolonizzazione la
povertà di massa aumentò considerevolmente e smentì quel principio di uguaglianza dei
popoli stabilito dopo la II guerra mondiale. Al contrario nacque un desiderio di vendetta dei
paesi del Terzo Mondo nei confronti delle potenze occidentali, i quali si arricchirono
sfruttando i loro territori e le loro risorse.
Dipendenza economica e instabilità politica in America Latina
Nei paesi dell’America Latina lo sviluppo socio-economico fu rallentato a causa
dell’arretratezza e della forte dipendenza dagli Usa, che avevano sostituito l’influenza
britannica. In alcuni casi, come in Messico, l’aiuto americano consentì la crescita
industriale; in altri come nel Centro America, gli americani ostacolarono qualsiasi forma di
miglioramento. In generale avevano la funzione di tutelare il continente, infatti nel 1948 fu
creata l’Organizzazione degli Stati americani, che garantiva una collaborazione economica
tra i continenti, ma aveva anche lo scopo di impedire l’aggravarsi dell’instabilità politica per
evitare l’avanzata del comunismo. Gli anni della guerra furono anni di sviluppo economico
per i paesi latino-americani, che riuscirono a far crescere le industrie nazionali. Inoltre
questo generale miglioramento consentì la incremento del ceto medio urbano, che si alleò
con le classi più povere. L’instabilità politica dell’America centrale e meridionale si
caratterizzò nell’oscillazione tra liberismo, populismo e autoritarismo. Un esempio fu il
regime populista-autoritario di Peròn in Argentina. Sul piano economico vi fu un continuo
aumento dell’inflazione e una crisi della produzione agricola e nel 1955 Peròn fu eliminato
da un colpo di Stato. Nel 1966, con un nuovo colpo di Stato, si affermò una dittatura di
destra. In Brasile venne instaurato da Vargas un movimento populista, abbattuto nel ’45.
Nel ’50 Vargas tornò al potere, ma non riuscì a risollevare le difficili condizioni del paese e
si suicidò. I successori non riuscirono a liberare il paese dai rapporti di dipendenza
commerciale con l’estero e a risolvere gli squilibri sociali. Nel ’64 un nuovo colpo di Stato,
appoggiato dagli Usa, riportò al potere i militari, che insediarono un regime di repressione
interna. Regimi militari e dittatoriali si affermarono anche negli Stati del Sud America
(Venezuela, Colombia, Paraguay, Bolivia, Perù). Gli unici paesi democratici rimasero
l’Uruguay, il Cile e il Messico, dove la stabilità politica era garantita Partito rivoluzionario
istituzionale. Sorprendente fu la rivoluzione cubana di Fidel Castro, che rovesciò la
dittatura reazionaria del 1959 e stabilì per la prima volta un regime di orientamento
comunista. Egli avviò una riforma agraria e strinse dei rapporti con l’Urss, rompendo le
relazioni diplomatiche con gli Usa. Questi ultimi risposero in un primo momento con il
tentativo di repressione, poi proposero l’Alleanza per il progresso, cioè un programma di
aiuti per lo sviluppo dei paesi dell’America Latina.

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26 CAPITOLO La società del benessere
Il boom dell’economia
Negli anni ’50 e ’60 l’economia dei paesi industrializzati attraversò una fase di intenso
sviluppo, che gli storici definirono “età dell’oro” del capitalismo industriale. Il boom ebbe
inizio negli Stati Uniti e poi si diffuse nell’Europa Occidentale e nel Giappone; riguardò
essenzialmente lo sviluppo di tre settori:
• L’industria, grazie all’uso di tecnologie avanzate e alla produzione di beni di
consumo di massa (tv, automobili, elettrodomestici);
• L’agricoltura, con un notevole incremento della produttività, ma con un numero di
addetti al settore ridotto;
• Il terziario, dove cresceva al contrario il numero degli occupanti (commercio,
servizi, amministrazione).
Il boom dell’economia comportò l’esplosione demografica, l’aumento della domanda dei
beni di consumo, l’impiego di forza-lavoro giovanile e una maggiore espansione del
mercato, che fu agevolato dal basso costo delle materie prime come il petrolio. Vi fu un
rinnovamento tecnologico, un processo di razionalizzazione produttiva e di concentrazione
aziendale. Si svilupparono le multinazionali, cioè grandi imprese che posseggono
stabilimenti e reti di distribuzione commerciale in diversi paesi del mondo e trasferiscono
all’estero le quote importanti delle loro attività. Un altro fattore di sviluppo dell’economia
fu rappresentato dalla liberazione degli scambi internazionali, che determinò un incremento
del commercio mondiale, migliorato soprattutto dall’efficienza dei trasporti e dalla stabilità
dei cambi fra le monete. Infine nacquero delle politiche statali in sostegno della crescita,
basate su accordi tra i singoli Stati o gruppi di Stati che garantirono così un maggiore
equilibrio del mercato.
Le nuove frontiere della scienza
Le componenti fondamentali dello sviluppo economico furono le scoperte scientifiche e le
innovazioni tecnologiche. I governi investirono sulla ricerca e nel giro di pochi anni
l’applicazione delle scoperte alla produzione divenne velocissima. Nel campo della chimica
si svilupparono le materie plastiche e le fibre sintetiche. In medicina ci fu la produzione di
nuovi farmaci (antibiotici, ormoni, psicofarmaci, anticoncezionali, ecc.) e i grandi processi
della chirurgia. Le conseguenze dello sviluppo tecnologico si fecero sentire in modo
decisivo nel campo dei trasporti, in particolare nella motorizzazione privata e nello sviluppo
dell’aviazione civile, che sostituì il treno e le navi da trasporto. Nel 1957, con il lancio del
primo satellite artificiale sovietico, iniziava la conquista dello spazio e nel ’69 vi fu il primo
sbarco dell’uomo sulla Luna che determinarono una “ricaduta” di tecnologia in tutti i settori.
Il trionfo dei “mass media”
Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la televisione, ha
rappresentato, tra i prodotti dello sviluppo tecnologico, quello che più di ogni altro ha
condizionato la vita quotidiana e i modelli di comportamento delle società industrializzate.
Un’altra componente fondamentale fu la musica leggera, sviluppatasi in primo luogo in
GBR. I mass media cambiarono le abitudini familiari e consentirono una maggiore
distribuzione dell’informazione sulla massa.
L’esplosione demografica
Una caratteristica dei decenni del dopoguerra è il forte aumento della popolazione,
concentrato però soprattutto nel Terzo Mondo, dove al calo della mortalità si è
accompagnato un tasso di natalità notevolmente elevato. Nei paesi industrializzati l’aumento

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demografico è stato invece molto contenuto e in alcuni di essi si è giunti ormai alla “crescita
zero” della popolazione. Questo fenomeno avvenne soprattutto a causa dell’incremento del
lavoro femminile e dei costi elevati per l’educazione e il mantenimento dei figli. Con lo
sviluppo della medicina, inoltre, si diffusero le pratiche anticoncezionali che consentirono
un maggiore controllo della fertilità e delle nascite.
La civiltà dei consumi e i suoi critici
L’espansione economico generò un rapido miglioramento delle condizioni di vita della
popolazione e una notevole espansione dei consumi superflui. Si parlò di “società del
benessere” e “civiltà dei consumi”, che sperperava il salario per beni e servizi non
essenziali, come l’abbigliamento, gli elettrodomestici.. Questo boom dei consumi eccessivi
generò una certa omologazione e massificazione della società e suscitò fenomeni estesi di
rifiuto ideologico, nonché di critica da parte di alcune correnti intellettuali, come la scuola
di Francoforte.
Contestazione giovanile e rivolta studentesca
Alla fine degli anni ’60 si verificò un’esplosione della protesta giovanile contro la “società
del benessere”: protesta iniziata negli USA e poi diffusasi nell’Europa occidentale e in
Giappone. C’era un rifiuto per le convenzioni sociali e la ricerca di culture alternative, come
quella degli hippies, basate sulla non-violenza, la pratica di religioni orientali, ma anche un
consumo di droghe leggere che consentivano l’evasione dalla realtà consumistica.
L’episodio più clamoroso della contestazione studentesca fu la rivolta parigina del maggio
’68. La fase della ribellione giovanile lasciò un segno profondo nelle società occidentali,
soprattutto nel campo dei valori e dei modelli di comportamento.
Il nuovo femminismo
Negli stessi anni si sviluppò un nuovo femminismo che, raggiunta ormai la parità dei sessi
sul piano dei diritti sociali, criticava la divisione dei ruoli tra uomo e donna nella famiglia e
nel lavoro, e più in generale, rifiutava i valori maschilisti dominanti nelle società
industrializzate. Dopo il secondo conflitto mondiale riprese vigore la battaglia per la
conquista dei diritti politici e la richiesta di un trattamento egualitario per il lavoro
femminile. Tuttavia c’era anche chi sottolineava la diversità con l’uomo ed esaltava la
spontaneità, la dolcezza, il sentimentalismo, caratteristiche che solo la donna era in grado di
possedere.
La chiesa cattolica e il Concilio Vaticano II
Di fronte alla nuova realtà della società del benessere, la chiesa cattolica, pur ribadendo la
sua critica al diffondersi dei valori materialistici e dei comportamenti contrari alle sue
dottrine nell’enciclica, tentò un proprio rinnovamento interno e un’apertura ai problemi del
mondo contemporaneo con una nuova enciclica. Tale svolta iniziò con pontificato di
Giovanni XXIII, che produsse due celebri encicliche: Mater et magistra, che condannava
l’egoismo dei ceti ricchi e incoraggiava il riformismo politico ed economico e Pacem in
terris, che riguardava i rapporti internazionali e sanciva l’apertura verso i paesi di nuova
indipendenza. Ma l’atto più importante fu la convocazione del Concilio Vaticano II, che
consolidò la svolta diplomatica della Chiesa. Le riforme più importanti furono la
celebrazione della messa in volgare, l’importante delle Sacre Scritture e un maggiore
dialogo verso le altre religioni cristiane.

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27 CAPITOLO Distensione e confronto
Mito e realtà degli anni ‘60
Gli anni ’60 sono ricordati come un decennio felice, un periodo di grande sviluppo
economico e civile e di grandi speranze. Tuttavia lo sviluppo economico non placò i conflitti
politici e sociali e spesso si diffusero ideologie rivoluzionarie. In quegli anni si consolidò
l’equilibrio fra i due blocchi politico-militari in cui era diviso il mondo, un equilibrio basato
sulla fiducia reciproca, ma soprattutto sulla consapevolezza dell’uno e dell’altro di non poter
prevalere sull’avversario se non mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza. Questo
equilibrio dunque venne definito un equilibrio del terrore.
Kennedy e Kruscev: la crisi dei missili e la distensione
Nel 1960 il candidato democratico Kennedy salì alla presidenza degli Stati Uniti,
suscitando vari consensi fra l’opinione pubblica per l’adozione di una politica ispirata a
quella progressista di Wilson e Roosevelt. In politica interna incrementò la spesa pubblica e
i programmi sociali, ma cercò anche di imporre l’integrazione razziale negli Stati del sud
che discriminavano i neri. In politica estera, da un lato esaltava la pace e la distensione con
l’Est, dall’altro sosteneva un’intransigenza verso le questioni essenziali e una difesa
spregiudicata degli interessi americani. Il primo incontro tra Kruscev e Kennedy dedicato
alla questione di Berlino Ovest si rivelò inutile, poiché gli USA ribadirono il loro impegno
in difesa del paese, invece l’Urss avrebbe voluto trasformarla in una città libera. Quindi i
sovietici innalzarono un muro che separava le due parti della città e rappresentava il
simbolo della divisione della Germania. Il confronto più tragico che rischiò di trasformarsi
nell’ennesimo conflitto mondiale fu quello in America Latina. Kennedi tentò di reprimere
il regime di Fidel Castro, appoggiando un’insurrezione scoppiata nella Baia dei porci. La
ribellione si rivelò un fallimento; inoltre l’Urss offrì a Cuba appoggio economico e militare
e istallò alcune basi di lancio per missili nucleari. Kennedy ordinò un blocco navale attorno
a Cuba per evitare che le navi sovietiche entrassero nell’isola. Infine Kruscev cedette,
smantellò le basi missilistiche a patto che Kennedy non attaccasse più Cuba. Nel 1963 Usa e
Urss firmarono un trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari
nell’atmosfera, al quale no aderirono Francia e Cina. Kruscev aveva considerato la
divisione fra i due blocchi come una competizione economica fra i due sistema, ma questo
ottimismo svanì quando l’economia sovietica cominciò a retrocedere e Kruscev fu
estromesso dalle sue cariche (1964). Un anno prima Kennedy era stato ucciso e sostituito da
Johnson, che portò avanti la politica del suo predecessore e avviò gli Usa verso la
partecipazione alla guerra del Vietnam.
La Cina di Mao: il contrasto con l’Urss e la “rivoluzione culturale”
La fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 fu un periodo caratterizzato dal contrasto tra
Cina e Urss, causato da rivalità statuali e divergenze politico-ideologiche. In quegli anni
l’Urss si proponeva come Stato-guida capace di mantenere l’equilibrio mondiale, mentre la
Cina appoggiava i movimenti rivoluzionari e si poneva come guida dei paesi in via di
sviluppo in lotta contro l’imperialismo. I comunisti cinesi si ritrovarono a gestire un paese
sovrappopolato ed economicamente distrutto; perciò nazionalizzarono i settori industriale e
commerciale, cercarono di dotarsi di una propria industria pesante e avviarono la
collettivizzazione dell’agricoltura, ridistribuendo le terre ai contadini e creando piccole
aziende agricole. tuttavia il settore agricolo non vide sostanziali miglioramenti e per
promuove un rilancio della produzione i comunisti vararono “il grande balzo in avanti”. I
gruppi aziendali furono riunite in comunità più grandi, le comuni popolari, l’intera

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popolazione venne maggiormente controllata, ma l’esperimento risultò comunque un
fallimento. Il crollo economico fu aggravato dai contrasti con l’Urss, che criticò le scelte
comuniste di rilancio dell’agricoltura e si rifiutò di fornire assistenza nucleare. Nel ’69 le
tensioni sfociarono in un conflitto ai confini tra la Siberia e la Manciuria. Si manifestarono
anche delle divisioni interne tra i comunisti cinesi e Mao ne approfittò per dar vita ad una
rivoluzione culturale, una rivolta giovanile con lo scopo di provocare un mutamento nella
cultura e nella mentalità collettiva. Questa rivoluzione fu breve poiché il movimento non era
compatto. Un ruolo importante fu assunto da Chou En-lai, primo ministro che diede una
svolta alla politica estera, avviando una linea di apertura verso gli Usa. La Cina venne
ammessa nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).
La guerra nel Vietnam
Il processo di decolonizzazione più drammatico avvenne in Vietnam, tra il ’64 e il ’75, e fu
caratterizzato da un violento scontro tra gli Usa e il mondo comunista, che vedeva schierati i
blocchi cinese e russo uniti nella lotta contro l’imperialismo. Nel ’54 gli accordi di Ginevra
avevano diviso il Vietnam in due parti: quella a Nord comunista di Ho Chi-minh e quella a
Sud americano governata da Ngo Dinh Diem. In seguito nacque un movimento di
guerriglia comunista contro il governo del Sud, chiamato Vietcong. Gli Usa erano
preoccupati che il comunismo si espandesse anche Vietnam del Sud e inviò un contingente
di consiglieri militari. Il presidente Diem fu ucciso da un colpo di stato e il nuovo governo si
rivelò inefficiente e corrotto. L’arrivo di Johnson diede una svolta decisiva al conflitto,
ordinando il bombardamento nel Vietnam del Nord e incrementando il corpo di spedizione
impegnato nel Sud. Le iniziative di Johnson non bastarono a fermare il movimento dei
vietcong e a piegare la resistenza della Rep. del nord e gli Usa andarono in crisi, non solo
per l’avanzamento dei nordvietnamiti ma anche per il disagio morale dell’opinione
pubblica, che considerò la guerra ingiusta e sporca, poiché combattuta non tra soldati ma tra
la popolazione civile. Vi furono manifestazioni di protesta che generarono l’isolamento della
presidenza americana. Il successore di Johnson, Nixon ritirò gli Usa dal conflitto e spostò
gli scontri in Laos e Cambogia per accerchiare il Vietnam del Nord, non sapendo che li
c’erano forti movimenti comunisti. Nel 1973 fu firmato un armistizio a Parigi che prevedeva
il ritiro delle forze statunitensi; tutta l’Indocina divenne comunista e gli Usa subirono la
prima sconfitta di tutta la storia. La guerra del Vietnam fu una guerra televisiva, poiché i
mass media seguirono il conflitto passo per passo. Molti americani pensavano che gli Usa
combattessero per l’esportazione della democrazia, invece usarono armi chimiche e
sterminarono la popolazione. Inoltre c’è da specificare che in generale il blocco comunista
non era rappresentato dall’alleanza tra Cina e Russia, poiché la rivoluzione cinese esaltava il
mito delle campagne, mentre la rivoluzione russa era una rivoluzione sociale. Gli Usa
pensavano che Cina e Russia costituivano insieme la 2° parte del bipolarismo, poiché uniti
nel nome del comunismo. In realtà i due paesi avevano ideologie diverse. Quindi negli anni
’70 ci fu una svolta, il tripolarismo, poiché la Cina si rafforzò e si alleò con gli Usa per
isolare l’Urss.
L’Urss e l’Europa orientale: la crisi cecoslovacca
Dopo l’allontanamento di Kruscev, Breznev divenne cancelliere e leader del paese. Egli
attuò la repressione di ogni forma di dissenso, in economia varò una riforma che offriva
maggiore autonomia a alle imprese ma poneva sotto il controllo del potere centrale i singoli
settori produttivi. In politica estera tutto rimase invariato. Solo la Romania acquisì una certa
autonomia che fu tollerata dall’Urss, cosa che non avvenne invece con la Cecoslovacchia

Elisa Terranova
nella primavera di Praga del ’68. Il ceco Dubcek, avviò un processo di rinnovamento del
paese per aprire la porta verso la democrazia e il partito comunista cercò di conciliare il
mantenimento del sistema economico socialista con l’aggiunta di elementi di pluralismo. La
Cecoslovacchia visse un periodo di rinnovamento, chiamato “socialismo dal volto umano”,
che costituì una minaccia per l’Urss preoccupata che lo spirito di indipendenza ceco si
sarebbe esteso anche negli altri pesi del blocco orientale. Così i sovietici bloccarono il
processo di liberazione, occupando Praga. Con la repressione della primavera di Praga,
l’Urss suscitò la diffidenza dei partiti comunisti occidentali. Inoltre nel ’70 a Danzica e
Stettino (Polonia) gli operai che protestavano contro il rigore della politica e l’aumento dei
prezzi imposto da Gomulka. La crisi fu risolta con l’aumento dei salari.
L’Europa occidentale negli anni del benessere
Gli anni ’60 e i primi anni ’70 rappresentarono per i paesi occidentali un periodo di
benessere e cambiamenti politici. In Italia, Germania e GBR, entrarono al governo i
socialisti, da soli o in coalizione con altri partiti, mentre in Francia i gruppi gaullisti
rimasero alla guida del governo. In Germania federale governarono i cristiano-democratici
fino al 1966, poiché dovendo affrontare una congiura economica e non trovando accordi con
i liberali, formarono una grande coalizione insieme ai socialdemocratici. La nuova
coalizione dovette affrontare sia la destra neonazista, sia la rivolta giovanile del ’68. Risolta
la situazione i socialdemocratici ruppero la coalizione e si allearono con i liberali.
Cristiano democratici + socialdemocratici (grande coalizione)
Socialdemocratici + liberali
Il socialdemocratico Brandt adottò una politica estera nuova, di conciliazione con l’Est e
propose la riunificazione delle due Germanie attraverso il superamento dei blocchi. Questa
politica orientale, definita Ostpolitik, venne messa in pratica con la stesura di rapporti
diplomatici coi paesi comunisti, che riconoscevano i confini stabiliti dopo la II guerra
mondiale e stabilivano dei contatti con i tedeschi dell’Est. In GBR Wilson dovette affrontare
la questione irlandese. Nell’Ulster, cioè l’Irlanda del nord, la minoranza cattolica diede vita
a violente agitazioni per la rivendicazione dell’unità irlandese. Le difficoltà economiche e
politiche ridussero l’avversione della classe dirigente e dell’opinione pubblica. Nel ’67 la
GBR Irlanda e Danimarca entrarono nella Cee, ma nonostante ciò le condizioni economiche
del paese non migliorarono.
Il Medio Oriente e le guerre arabo israeliane
Il Medio Oriente fu teatro di scontro tra Israele e i paesi arabi, ma anche tra l’Urss e gli Usa.
Nel ’67 il presidente egiziano Nasser (arabo) chiese il ritiro delle forze dell’Onu dal Sinai e
proclamò la chiusura del golfo di Aqaba, necessario per il rifornimento israeliano,
stringendo un patto con la Giordania. Gli israeliani (ebrei) reagirono attaccando Siria, Egitto
e Giordania. L’Egitto perse la penisola del Sinai, la Giordania tutti i territori della riva del
Giordano, inclusa Gerusalemme e Siria perse il Golan. La guerra fu devastante e causò la
divisione dei movimenti di resistenza palestinese, riuniti nell’Olp (organizzazione per la
liberazione della Palestina) e tutelati dagli arabi. Guidata da Arafat, l’Olp si stabilì in
Giordania e il re di Giordania Hussein oppose resistenza. Nel “settembre nero” del ’70
mobilitò le sue truppe contro i palestinesi che furono costretti a fuggire in Libano. Da allora
l’Olp ampliò il terrorismo a livello internazionale, attuando vari attentati, come quello a
Monaco nelle olimpiadi del ’72. Nel frattempo Nasser morì e fu sostituito da Sadat, che
revisionò la politica egiziana e recuperò il sinai. Nel ’73, giorno della festa ebraica dello
Yom Kippur, le truppe egiziane attaccarono improvvisamente le truppe israeliane, ma

Elisa Terranova
Israele riuscì a respingere gli invasori grazie agli aiuti americani. Gli israeliani dimostrarono
di essere più forti degli egiziani, ma il blocco petrolifero e la chiusura del Canale di Suez
decretata dagli arabi con gli alleati occidentali di Israele mutarono l’equilibrio
internazionale.

Elisa Terranova
28 CAPITOLO Anni di crisi
La crisi petrolifera
Gli anni ’70 furono un periodo segnato da una grave crisi economica mondiale, causata da
due fattori principali:
- la sospensione da parte degli Usa della convertibilità del dollaro in oro, poiché essi
dovettero far fronte ai costi della guerra in Vietnam;
- la decisione presa dai paesi produttori di petrolio di quadruplicare il prezzo della
materia prima.
I due avvenimenti sconvolsero l’equilibrio internazionale e crearono una fase di instabilità e
disordine monetario. La produzione industriale diminuì e aumentarono al contrario i prezzi
delle materie prime. Questo fenomeno venne definito stagflazione, cioè un processo di
stagnazione dell’economia legato all’inflazione (l’aumento dei prezzi del petrolio e delle
materie prime). Tuttavia i salari si adeguarono ai ritmi di vita e in un certo qual modo i
lavoratori furono tutelati. Sul piano sociale la conseguenza più grave della crisi fu la crescita
della disoccupazione, un problema reso meno drammatico dagli interventi sociali, come i
sussidi, le sovvenzioni alle industrie. Anche il Welfare State fu colpito dalla crisi e
l’aumento della spesa pubblica comportò un crescita della pressione fiscale, suscitando così
le critiche contro lo Stato assistenziale e contro l’intervento pubblico in economia.
Riemersero le teorie liberiste e del monetarismo, opposte al kenesianesimo, che
sostenevano dei tagli alla spesa pubblica. Il monetarismo era una corrente di pensiero che
attribuiva importanza alla quantità di moneta come elemento regolatore dell’attività
economica. È l’ammontare di moneta resa disponibile dalla banca centrale a determinare il
livello dei prezzi e della produzione. Infatti un’espansione della moneta determina un
aumento della domanda, che a sua volta stimola un incremento della produzione e dei
prezzi. Con l’arrivo di Margaret Thatcher al potere del partito conservatore e di Reagan alla
presidenza degli Usa, la situazione cominciò a prendere una piega diversa.

La crisi delle ideologie e il terrorismo politico


A causa delle trasformazioni economiche, nei paesi occidentali si manifestò negli anni ’70
una crisi delle ideologie di sinistra, sia riformiste che accettavano la società del benessere,
sia rivoluzionarie che al contrario la rifiutava e contestava il riformismo. Vi fu la tendenza
all’abbandono dell’impiego politico per un ritorno al privato o ai valori tradizionali e venne
utilizzato il termine “grande riflusso” per indicare la caduta dei più ambiziosi progetti di
trasformazione politica e sociale. Nello stesso periodo esplose inoltre il fenomeno del
terrorismo politico, attuato da piccoli gruppi clandestini (come ad esempio le Brigate rosse
in Italia) che colpivano con gesti esemplari sequestri, attentati) quei personaggi e quelle
istituzioni che si identificavano con il sistema politico da abbattere. I gruppi terroristici, che
affermavano di agire in nome delle masse lavoratrici, furono sconfitti politicamente poiché
non ottennero l’appoggio della classe operaia. Tuttavia il fenomeno non scomparve e si
manifestò nuovamente con l’attentato a Giovanni Paolo II a piazza S. Pietro da un terrorista
turco.

Gli Stati Uniti e la “rivoluzione reaganiana”

Elisa Terranova
Nel corso degli anni ’70 gli Usa attraversarono un periodo di incertezza politica ed
economica, a causa della crisi del dollaro, dei costi della guerra in Vietnam, ma anche per la
crisi interna provocata dal caso Watergate, in cui il presidente Nixon fu costretto a dimettersi
poiché accusato di aver coperto azioni illegali di alcuni suoi collaboratori, responsabili di
spionaggio ai danni del P. democratico. Carter divenne capo dello Stato e adottò una politica
di tipo wilsoniano, che contribuì a peggiorare i rapporti con l’Urss e a creare regimi ostili
all’Usa in Africa e America Latina. La delusione dell’opinione pubblica generò la caduta di
Carter e all’affermazione di Reagan, esponente dell’ala destra del P. repubblicano. Egli
propose un progetto liberista in economia e in politica estera adottò una linea più dura verso
l’Urss. Grazie a Reagan, l’economia americana cominciò a riprendersi con il miglioramento
dei settori principali. Venne riassorbita la disoccupazione, bloccata l’inflazione e il dollaro
riacquistò valore. Reagan mantenne un alto livello di armamenti e acquisì maggiore potenza
rispetto all’Urss. Ricordiamo l’Iniziativa di difesa strategica, una sorta di scudo elettronico
spaziale capace di neutralizzare i missili con i laser. Reagan avviò inoltre un programma di
interventi all’estero, sostenendo con armi e materiali gli afghani, i contras del Nicaragua.
Nel ’88 l’incontro tra Reagan e Gorbacev determinò la nascita di una nuova fase di
distensione. In seguito Reagan fu sostituito da Bush, che mandò avanti la politica reaganiana
e intervenne militarmente in Panama per abbattere il dittatore che aveva a che fare con la
droga e in Iraq contro Saddam Hussein.

L’Unione Sovietica: da Breznev a Gorbacev


Negli ultimi anni dell’età di Breznev, l’Urss, pur non avendo risolto i suoi problemi interni,
allargò la sua sfera di influenza mondiale. Particolarmente costoso, anche dal punto di vista
umano, fu l’intervento militare in Afghanistan che dovette scontrarsi con i gruppi
guerriglieri islamici. Inoltre l’Urss inasprì l’autoritarismo del regime, reprimendo i
dissidenti. Nel ’75 il paese partecipò alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la
cooperazione in Europa e firmò degli accordi che stabilivano il rispetto dell’uomo e delle
libertà politiche. Dopo la morte di Breznev, Gorbacev divenne segretario del Pcus e avviò
una radicale svolta sia in politica estera che in politica interna (riforme economiche e
istituzionali, maggior libertà di informazione). Lanciò una nuova Costituzione con un
limitato pluralismo e questo consentì un sistema di candidature plurime alle elezioni e
l’entrata dei rappresentanti del dissenso. Nel ’90 Gorbacev divenne presidente dell’Urss. Le
riforme migliorarono l’andamento dell’Urss ma suscitarono anche alcune contraddizioni,
poiché il paese non era pronto a riceverle e sorsero delle tensioni. Nacquero movimenti
autonomisti e indipendentisti prima nelle Rep. Baltiche (Est. Lett.Lit) e nelle rep. caucasiche
(Armenia, Georgia, Azebaigian) e nelle regioni musulmane dell’Asia centrale. Anche la
Rep. russa rivendicò la sua indipendenza. Un’altra importante riforma fu la liberazione
interna basata sulla Glastnost, cioè la libertà d’espressione. In seguito, Gorbacev avviò una
serie di negoziati con il leader statunitense e s’instaurò dopo l’85 un nuovo clima di
distensione internazionale, che consentì alcuni accordi fra le superpotenze sulla limitazione
degli armamenti. La nuova collaborazione contribuì positivamente a risolvere i vari conflitti
locali.

L’Europa occidentale: svolte politiche e nuove democrazie


Tutti i paesi della Cee dovettero affrontare le conseguenze dell’aumento del prezzo del
petrolio, ossia il declino dei settori industriali e la nascita di tensioni sociali. Inoltre sul

Elisa Terranova
piano economico e militare l’Europa occidentale perse terreno rispetto a Usa e Giappone. In
politica interna la crisi mise in difficoltà i partiti socialdemocratici europei e in GBR i
laburisti furono sostituiti dai conservatori, con Thatcher a capo del governo. La politica
della Thatcher, fondata sul liberismo, attaccò il Welfare State e privatizzò l’industria
pubblica, ma nel ’90 la Thatcher fu sostituita da un altro conservatore, Major. Anche nei
paesi scandinavi (Svezia, Danimarca, Norvegia) le democrazie diventarono fragili e nella
Germania federale vi fu un ritorno al potere dei cristiano-democratici. I partiti socialisti si
affermarono nell’area mediterranea e latina. In Francia vi fu l’Unione delle sinistre, che
portarono alla presidenza Mitterrand, e avviarono un processo di nazionalizzazione del
paese. Ma le difficoltà economiche impedirono ai socialisti di attuare il programma e così
accantonarono le riforme adottando misure restrittive. Questo contribuì alla caduta del
partite nelle successive elezioni. Governi socialisti si affermarono anche il Portogallo, dove
lo Stato parlamentare e pluripartitico sostituì il regime sala zarista; in Grecia, dove si passò
dalla dittatura dei colonnelli alla presa del potere dei partiti democratici; e infine in Spagna
dove Adolfo Suarez legalizzò i partiti, concesse la libertà sindacale e consolidò rapidamente
la democrazia nel paese. La Cee si allargò ulteriormente con l’entrata dei tre paesi.

Dittature e democrazie in America Latina


In America Latina gli anni ’70 e ’80 videro prima la massima espansione delle dittature
militari e poi il graduale ritorno alla democrazia politica. In Cile Allende fu a capo del
governo di Unità popolare. Tentò di avviare un programma di nazionalizzazione del paese
ma dovette scontrarsi con la borghesia, gli Usa e con una grave situazione economica.
Allende fu cacciato da un colpo di Stato e sostituito da Pinochet, che attuò un regime
militare. In seguito Pinochet sarà sconfitto in un referendum, voluto da lui stesso, e
sostituito da un democristiano. Anche in Argentina il regime militare non riuscì ad
affrontare la crisi economica e si alleò con l’ex dittatore Perόn, che ebbe il compito di
riportare l’ordine nel paese. Ma l’alleanza non portò miglioramenti. La situazione peggiorò
quando salì al governo la moglie Isabelita. I militare presero in mano il potere, instaurando
una dittatura. Ma nemmeno questo servì a risollevare le condizioni economiche del paese.
Nel 1982 il governo argentino occupò le isole Malvine, situate vicino al GBR, che reagì
violentemente, cacciando gli argentini dal territorio. Le successive elezioni riportarono la
democrazia. In Brasile, Perù, Uruguay e Bolivia si tennero le prime elezioni presidenziali
libere. in Paraguay il regime dittatoriale venne abbattuto e in Colombia, Venezuela e
Ecuador le democrazie erano sopravvissute. Quindi alla fine degli anni ’80 l’America Latina
era diventato democratico. Tuttavia il processo di democratizzazione fu ostacolato quasi
ovunque da fattori di destabilizzazione economica, politica e sociale. Quasi tutti i paesi
furono attraversati dall’inflazione e dovettero far fronte ai debiti con l’estero, prodotti per
finanziare dei programmi di sviluppo.

I conflitti nell’Asia comunista


Dopo la vittoria dei comunisti in Vietnam e l’uscita di scena degli americani, il Sud-Est
asiatico vide l’esplodere dei conflitti tra i vari paesi comunisti. I nordvietnamiti assorbirono
il Sud e avviarono la collettivizzazione forzata dell’economia. Ancora più drammatiche
furono le vicende in Cambogia, dove vi fu una violenta rivoluzione sociale dei khmer rossi
guidata da Pol Pot, in nome dell’utopia agraria. Il regime di Pol Pot costituiva un ostacolo
per i vietnamiti, che volevano installare un protettorato in Indocina. I vietnamiti invasero il
paese, rovesciando il regime. Ma i cinesi risposero con una spedizione punitiva che provocò

Elisa Terranova
molti danni. Solo nell’88, grazie all’intervento dell’Onu e al miglioramento dei rapporti tra
Cina e Urss, le forze vietnamite si ritirarono dalla Cambogia. Si giunse ad accordi di
pacificazione e un Consiglio nazionale supremo con il compito di convocare elezioni libere.
tuttavia il paese continuò ad essere attraversato dai conflitti tra monarchici e comunisti
conro i khmer rossi.

La Cina di Mao
In Cina la fine degli anni ’70 vide l’ascesa di Xiaoping alla guida del partito e dello Stato.
Egli promosse una serie di modifiche nella gestione dell’economia, introducendo differenze
salariali e incentivi per i lavoratori; venne incoraggiata l’importazione tecnologica e furono
introdotti elementi di economia di mercato. Anche la Cina aderì ai modelli consumistici e il
contrasto tra la modernizzazione economica e il mantenimento di strutture burocratiche
determinò la contestazione studentesca nell’ ’89. Xiaoping represse la rivolta a piazza
Tienanmen e questo fenomeno incise negativamente sui rapporti con l’Occidente. Tuttavia
le relazioni economiche furono ristabilite per l’interesse dei paesi industrializzati e il regime
cinese riuscì a sopravvivere.

Il “miracolo giapponese”
All’inizio degli anni ’80 il Giappone visse un eccezionale sviluppo economico, che lo portò
ad affermarsi come terza potenza mondiale, dopo Usa e Urss. I fattori che consentirono
questo miracolo furono soprattutto di tipo culturale e politico: coesione nazionale,
patriottismo, elevato livello d’industrializzazione, stabilità politica con il Partito liberal-
democratico. Anche il Giappone subì gli effetti della crisi petrolifera, ma riuscì a superarla
rapidamente. In seguito una serie di scandali finanziari investirono il Partito liberal-
democratico, che fu costretto a dividere la guida del governo con altre formazioni. Possiamo
inoltre affermare che la forza economica del paese andava in contrasto con la debolezza
militare ed veniva invitato dai suoi alleati ad investire maggiormente nella propria difesa e
nelle attività delle Nazioni Unite.

Elisa Terranova
31 CAPITOLI La caduta dei comunismi
Un sistema in crisi
Il declino dell’Urss, e in generale dei sistemi comunisti, manifestatosi già negli anni ’70,
conobbe una brusca accelerazione nel decennio successivo. La crisi fu determinata dal
fallimento del tentativo di Gorbacev di avviare un processo di parziale liberalizzazione
aprendo limitati spazi di pluralismo nel sistema sovietico e nei rapporti con i paesi satelliti.
Anche i regimi comunisti di Cina, Vietnam e Cambogia furono attraversati dalla crisi. Nella
penisola indocinese, dopo il ritiro delle truppe americane, si era instaurati dei regimi
autoritari, come quello del Pol Pot in Cambogia. In Cina s’instaurò un capitalismo di Stato e
la liberazione dell’economia si accompagnò alla repressione del dissenso; veniva quindi
mantenuto un regime autoritario a partito unico che controllava la società.
La transizione polacca
La Polonia aveva già anticipato i mutamenti in atto nell’Urss all’inizio degli anni ’80, con
la nascita del Solidarnosc, un sindacato indipendente a base operaia e d’ispirazione
cattolica. La Chiesa aveva il ruolo di difesa l’identità nazionale e, allo stesso tempo, fungeva
come punto di riferimento per l’opposizione. Nell’ ’81 il generale Jaruzelski assunse la
guida del governo e del Partito operaio polacco (Partito comunista) e attuò un colpo di
Stato, mettendo fuorilegge il sindacato. In seguito, con l’avvento di Gorbacev, lo stesso
Jaruzelski riprese il dialogo con il sindacato indipendente e nacque un accordo su riforma
costituzionale che, pur assicurando ai comunisti la maggioranza, prevedeva lo svolgimento
libero delle elezioni. Le elezioni si tennero nell’ ’89 con la vittoria del sindacato e nacque un
nuovo governo di coalizione.

La fine delle democrazie popolari e la caduta del Muro di Berlino


Influenzati dagli avvenimenti polacchi, le altre democrazie popolari rovesciarono gli
equilibri politici dell’Europa orientale. In Ungheria furono attuate delle riforme, come la
legalizzazione dei partiti e la realizzazione di libere elezioni. Inoltre furono rimossi i
controlli polizieschi al confine con l’Austria e così avvenne la prima apertura della “cortina
di ferro”. In seguito le manifestazioni popolari misero in crisi il sistema comunista e il 9
novembre 1989 furono aperti i confine tra le due Germanie, compresi i passaggi attraverso il
Muro di Berlino. La caduta del Muro di Berlino simbolizzò anche la fine della guerra
fredda. Anche in Cecoslovacchia le proteste popolari determinarono la caduta del
comunismo e l’apertura verso un processo di democratizzazione. In Romania la dittatura di
Ceausescu venne abbattuta da un’insurrezione popolare. In Bulgaria e in Albania fu
avviato un processo di liberalizzazione. In queste democrazie popolari scomparve il
comunismo e grazie alle elezioni nacquero dei partiti di centro-destra e centro-sinistra. Un
caso a parte fu la Jugoslavia, attraversata da una crisi economica, dove le repubbliche più
sviluppate di Slovenia e Croazia videro la vittoria dei partiti autonomisti, mentre in Serbia
nasceva un neocomunismo nazionalista di Milosevic. Nella Germania dell’est i regimi
comunisti furono sostituiti dai cristiano-democratici, in pieno accordo con i loro omologhi
dell’Ovest, che riuscirono rapidamente ad assorbire la Germania orientale alla Repubblica
federale tedesca. Nacque una nuova Germania unita e integrata nell’Alleanza atlantica con

Elisa Terranova
un trattato per l’unificazione economica e monetaria.
La dissoluzione dell’Unione Sovietica
Il collasso della superpotenza avvenne non solo a causa dei movimenti nazionalisti, ma
anche dall’aggravarsi della situazione economica. Gorbacev cercò di alternare concessioni a
interventi repressivi, ma quest’equilibrio si ruppe nel ’91, quando gli esponenti del Partito
comunista attuarono un colpo di Stato e sequestrarono il presidente. Il golpe fallì a causa di
un’inattesa protesta popolare e del mancato sostegno dell’esercito. Il fallimento del golpe
accelerò lo smembramento dell’Unione, la riforma economica non riuscì a decollare e il
sistema degli scambi entrò in crisi. Gli stati satelliti proclamarono la loro secessione
dall’Urss e Gorbacev propose un nuovo trattato di unione, ma fu anticipato dalla tre
repubbliche slave Russia, Ucraina e Bielorussia, che si accordarono con gli altri paesi ex
sovietici proclamando la Comunità degli Stati indipendenti (Csi). Nata nel 1991 e formata
da 11 repubbliche, la Csi sancì la fine dell’Unione Sovietica. Gorbacev si dimise e la
bandiera sovietica fu sostituita da quella russa.
L’Europa orientale e la crisi jugoslava
Negli anni ’90 l’Europa orientale attraversò momenti difficili dal punto di vista politico ed
economico e le delusioni suscitate da queste difficoltà finirono col riportare al potere i partiti
ex comunisti (fu il caso della Polonia). In Cecoslovacchia si svilupparono nella minoranza
slovacca tendenze separatiste che, nel 1993 portarono alla creazione di due repubbliche: una
ceca, formata da Boemia e Moravia e governata da partiti liberali, e una slovacca dominata
dai gruppi ex comunisti. In Jugoslavia vi fu la disgregazione dello Stato federale. L’inizio
dei conflitti avvenne con il contrasto tra la Serbia di Milosevic e le repubbliche di Slovenia,
Croazia e Macedonia che volevano l’indipendenza. Gli organi federali accettarono
l’autonomia serba e macedone, rifiutarono invece quella croata e ne nacque una vera e
propria guerra. Nel ’92 il conflitto si spostò in Bosnia, che aveva proclamato
l’indipendenza, e i serbi reagirono attuando la “pulizia etnica” (massacri, deportazioni). La
guerra fu difficile da fermare e per giungere alla tregua fu necessario l’intervento degli Stati
Uniti, la Nato attuò una serie di raid aerei contro le posizioni serbo-bosniaci e imposero ai
croati i negoziati. L’accordo di pace fu firmato a Dayton e prevedeva il mantenimento di
uno Stato bosniaco, diviso però in una repubblica serba e in una federazione croato-
musulmana. Tensioni politiche avvennero anche tra i singoli Stati: nella Federazione
Jugoslava (Serbia e Montenegro) vi furono delle agitazioni contro Milosevic e in Croazia
contro l’autoritarismo di Tudjman. In Kosovo nacque un movimento di protesta autonomista
della popolazione albanese (Uck) che fu represso dai serbi. Ancora una volta il conflitto
venne cessato grazie all’intervento della Nato e dell’Italia, che intervennero militarmente
per riportare l’equilibrio nel paese. Questo fu criticato dalla Russia, alleata dei serbi, ma alla
fine anche tramite la mediazione russa, Milosevic ritirò le truppe dal Kosovo. Alle elezioni
egli venne sostituito da Kostunica. Nello stesso anno Montenegro dichiarò la propria
indipendenza. In Albania ci fu una situazione di collasso delle istituzioni, il fallimento di
una serie di società finanziarie e delle divisioni fra Nord e Sud. Buona parte del paese
piombò nell’anarchia ma grazie all’intervento dell’Onu, che inviò un contingente di pace, fu
avviato un processo di normalizzazione e stabilizzazione economica che determinò il
consolidamento dello Stato.

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32 CAPITOLO Il nodo del Medio Oriente
Un’area strategica
Il Medio Oriente è una zona dai confini non precisamente definiti che va dall’Egitto all’Iran,
dalla Turchia all’Arabia Saudita. Negli ultimi anni del ‘900 la sua centralità strategica si
accentuò per l’intrecciarsi di tre fattori di tensione: l’accresciuto interesse per il petrolio, il
prolungarsi del conflitto arabo-israeliano, la diffusione del fondamentalismo islamico.
Riguardo al conflitto arabo-israeliano, Sadat comprese che per risollevare le condizioni del
suo paese era necessario porre fine alla guerra. Rovesciò le alleanze, espellendo i sovietici
dall’Egitto e congedando i rapporti con l’Urss. La sua politica assunse un carattere filo-
occidentale e nel ’77 andò in Gerusalemme per proporre la pace al governo israeliano. Il
leader israeliano accolse la proposta e si giuse così agli accordi di Camp David, grazie ai
quali l’Egitto ottenne il Sinai e stipulò un trattato di pace con lo Stato d’Israele. La
maggioranza degli Stati arabi si ribellarono alla scelta di Sadat e il presidente egiziano fu
ucciso. Due anni dopo il fondamentalismo si insediò alla guida dell’Iran.
La rivoluzione iraniana
Il mondo arabo-israeliano era formato da due componenti: una laica e nazionalista e un’altra
integralista e tradizionalista, a sfondo religioso, che invocava la “re islamizzazione” della
società. La componente integralista si sviluppò in Egitto, dove venne attivato il movimento
dei Fratelli musulmani e in Siria e Iraq, dove il potere fu assunto da esponenti del partito
Baath, sostenitori del socialismo panarabo. I nazionalisti, invece, si stabilirono in Turchia,
una repubblica basata sui modelli istituzionali europei, sulla lotta contro il tradizionalismo
religioso e sull’avvicinamento all’Occidente. La presenza occidentale si sviluppò anche in
Iran, paese ricco di risorse naturali e collocato in posizione strategica. Dopo il tentativo
riformatore, il paese fu governato in modo autoritario dallo scià Palhavi, che avviò una
politica di modernizzazione volta a trasformare il paese in una potenza militare. Sia le
correnti di sinistra che il clero islamico tradizionalista si opposero generando un moto di
protesta popolare. Lo scià tentò di reprimerla, ma fu costretto a lasciare il paese. in Iran
s’istaurò una Repubblica islamica di stampo teocratico, ispirata al riformismo sociale basato
sui dettami del Corano e guidato da Khomeini. Il nuovo regime di carattere antioccidentale e
antiamericano, entrò in contrasto con gli Usa e, rimasto isolato, venne attaccato dal vicino
Iraq, il quale voleva impadronirsi di alcuni territori contesi. La guerra tra Iraq e Iran venne
cessata grazie all’intervento dell’Onu e con la morte di Khomeini subentrarono nuove
componenti più moderate che riportarono l’equilibrio nel paese.
La questione palestinese
Gli accordi di Camp David tra gli arabi e gli israeliani non furono avviati a causa
dell’opposizione degli Stati arabi e dell’Olp, che considerarono l’Egitto un traditore poiché
aveva negoziato con il paese nemico. In seguito gli Stati arabi e l’Olp assunsero una
posizione più moderata e furono disposti a trattare con Israele e a ritirare le truppe dai
territori occupati, cioè Cisgiordania e la striscia di Gaza. Questa volta fu lo Stato ebraico a
non voler trattare e si oppose alla creazione dello Stato palestinese. Nell’87 i palestinesi
diedero vita ad un’insurrezione, denominata intifada, contro gli occupanti che attuarono la
repressione. L’irrisolto nodo palestinese si fece sentire anche in Libano, dove l’Olp aveva
stabilito le sue basi. Questo mise in crisi l’equilibrio della convivenza fra le diverse
comunità libanesi (cristiani, musulmani sunniti, sciiti, drusi). Nacque una violenta guerra
civile e la situazione peggiorò quando l’esercito israeliano intervenne per cacciare le basi
dell’Olp. Grazie alla forza multinazionale di pace da parte di Usa, GBR, Fra e Ita i

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componenti dell’Olp furono evacuati, ma questo non bastò riportare l’equilibrio nello Stato
libanese, lacerato da lotte interne.
La guerra del Golfo
Nel 1990 il dittatore dell’Iraq Saddam Hussein invase il Kuwait, piccolo paese che si
affacciava sul Golfo persico e maggiore produttore mondiale di petrolio. L’invasione fu
subito condannata dalle Nazioni Unite, che decretarono l’embargo all’Iraq. Gli Usa
inviarono un corpo di spedizione nell’Arabia Saudita per difendere gli Stati arabi e
costringere Saddam Hussein a ritirarsi. Agli Usa si unirono anche Grb, Fra Ita e una parte
dei paesi arabi fra cui Egitto e Siria. Neanche l’Urss si oppose all’intervento armato. Il
dittatore allora seguì una strategia che collegava l’occupazione del Kuwait al problema dei
territori palestinesi occupati da Israele, proponendosi come il vendicatore delle masse arabe
oppresse. Questo consentì un maggiore consenso dell’opinione pubblica e l’alleanza offerta
da Arafat, che si schierò a fianco dell’Iraq. Il consiglio di sicurezza dell’Onu stabilì che se
l’Iraq non si fosse ritirato dal Kuwait, avrebbe impiegato l’uso della forza. Nel ’91 venne
avviato un attacco aereo all’Iraq e Saddam rispose lanciando dei missili in Arabia Saudita e
Israele. Si passò all’offensiva di terra contro le forze irachene in Kuwait, che si ritirarono
sconfitte. Gli Usa ottennero una clamorosa vittoria.
Una pace difficile
Nel ’91 grazie al presidente degli Usa Bush, fu convocata a Madrid la prima conferenza di
pace sul Medio Oriente, in cui i rappresentanti del governo israeliano incontrarono le
delegazioni dei paesi confinanti. Nel ’92 il partito laburista vinse le elezioni politiche
israeliane, sostituendo i nazionalisti di Likud. Il nuovo ministro Rabin bloccò i nuovi
insediamenti ebraici nei territori occupati e concesse dei territori in cambio della pace. Nel
’93 Rabin trattò direttamente con l’Olp e un primo accordo, firmato a Oslo, prevedeva
l’avvio dell’autogoverno palestinese nei territori occupati, in Gerico, Cisgiordania e nella
striscia di Gaza. L’accordo fu firmato a Washington da Rabin e Arafat e supervisionato da
Clinton. Tuttavia rimasero delle questioni aperte: le forme, i tempi e l’estensione
dell’autogoverno palestinese; il destino degli insediamenti ebraici nei territori; la sorte di
Gerusalemme; l’atteggiamento ostile dell’Iran e della Siria; l’opposizione estremista
dell’Olp e della destra nazionalista israeliana; infine la minaccia dei movimenti integralisti
islamici. Inoltre si svilupparono numerosi attentati suicidi che estero al massimo la loro
violenza con l’uccisione del premier Rabin. Il partito laburista fu sconfitto e rimpiazzato da
una coalizione di destra, guidato da Netanyahu. Un nuovo accordo forzato tra Netanyahu e
Arafat stabilì il ritiro israeliano dai territori occupati in cambio della fine del terrorismo. Nel
’99 le elezioni politiche israeliane portarono alla vittoria una coalizione di centro-sinistra
guidata dal laburista Barak. Nel 2000 Clinton cercò di riavviare i colloqui di pace di Camp
David e gli israeliani si mostrarono più aperti a trattare. L’accordo di pace però fu ancora
una volta ostacolato dai contrasti relativi alla sovranità di Gerusalemme. A provocare il
conflitto fu la visita di Sharon, leader della destra israeliana, alle Moschee di Gerusalemme.
Si sviluppò la seconda intifada, rafforzata dall’appoggio della polizia. Attentati suicidi
furono compiuti contro i civili delle organizzazioni estremiste come Hamas: un movimento
islamista radicatosi negli strati più poveri della società palestinese. Il governo di Barak andò
in crisi e nelle elezioni del 2001 si affermò il centro-destra di Sharon. Il nuovo governo
contestò Arafat per la sua incapacità di fermare il terrorismo. Gerusalemme costruì una
barriera difensiva contro gli attacchi terroristici e in seguito fu lo stesso Sharon a ritirare le
truppe dalla striscia di Gaza; Likud contestò la sua decisione e Sharon spaccò il suo partito

Elisa Terranova
creando una nuova politica di centro. Nel frattempo morì Arafat e anche Sharon uscì di
scena, sostituito da Olmert. Nuove elezioni a Gaza e Cisgiordania videro l’affermazione
degli estremisti di Hamas, che rifiutarono di riconoscere Israele. Continuò la lotta contro
Israele e lo scontro tra Hamas e Al Fatah per la contesa dell’Autorità nazionale palestinese.
Solo nel 2007 gli Usa convocarono ad Annapolis una conferenza internazionale con la
partecipazione dei principali paesi arabi e imposero a Olmert un negoziato da firmare entro
il 2008. In Libano il problema fu risolto dall’intervento siriano, anche se rimanevano i
contrasti interni di natura etnico-religiosa. L’omicidio di al-Hariri provocò un’insurrezione e
la Siria fu costretta a ritirare le su truppe dal Libano. Lo Stato ebraico attaccò il paese e la
tregua avvenne grazie all’intervento dell’Onu che impose il ritiro alle truppe israeliane. La
crisi indebolì Gerusalemme e devastò l’equilibrio interno libanese.
L’emergenza fondamentalista
Sull’onda della rivoluzione iraniana, le correnti fondamentaliste si diffusero in tutto il
mondo islamico e, nel ’96-’97, trovarono una base in Afghanistan sotto il regime dei
talebani. Ma la loro presenza si fece sentire anche nei paesi di tradizione laica, come la
Turchia, dove era nato un partito di ispirazione islamica, ma in seguito i militari convinsero
i partiti laici a formare una nuova maggioranza islamico-moderata, chiamata Giustizia e
Sviluppo e guidata da Erdogan. Il processo di modernizzazione fu lento e difficile. Peggiore
era la situazione in Algeria, dove l’egemonia dei dirigenti laici, organizzati nell’Fln (Fronte
di liberazione nazionale), cominciò ad indebolirsi a causa della crisi economica. Nelle
elezioni del ’92 gli integralisti del Fis (Fronte islamico di salvezza) ottennero la vittoria. Ma
il governo decise di annullare le elezioni e i fondamentalisti reagirono attuando una serie di
spaventosi massacri.

Elisa Terranova
36 CAPITOLO La seconda repubblica
La crisi del sistema politico
Con l’espressione “seconda repubblica” viene indicato il nuovo assetto politico
determinatosi in Italia negli anni 1992-94. I fattori che caratterizzano il sostanziale
cambiamento del nostro paese furono: il crollo del sistema dei partiti, la nuova legge
elettorale maggioritaria, il profondo rimescolamento e rinnovamento della classe politica e
infine la nascita di un tendenziale bipolarismo. Le novità politiche però furono
accompagnate dall’aggravarsi dei fattori di crisi, sia sul terreno dell’economia, dove vi fu un
aumento del deficit pubblico, rallentamento della produzione, la svalutazione della lira; sia
su quello della convivenza civile, con la ripresa dell’offensiva mafiosa e il dilagare della
corruzione. Sul piano politico, le maggiori novità furono la trasformazione del Pci in
Partito democratico della sinistra e l’emergere di nuovi movimenti ostili al sistema dei
partiti come i verdi, le Leghe e la Rete capeggiata da Orlando. Le forze politiche
cominciarono a prendere in considerazione l’ipotesi di una nuova legge elettorale che
rafforzasse l’esecutivo. La questione fu sollevata da un comitato composto da esponenti di
diversi partiti e presieduto da Segni e anche il presidente della repubblica Cossiga
dimostrava, attraverso varie polemiche, il desiderio di cambiare il sistema che lui stesso
rappresentava. Nel ’92 Cossiga sciolse le Camere e indisse le elezioni che, segnavano la
sconfitta delle forze tradizionali (Dc e Pds) e la vittoria delle forze politiche nuove ostili al
sistema dei partiti, cioè la Lega Nord guidata da Bossi, i verdi che rafforzarono la loro
presenza in Parlamento e la Rete. Dopo le dimissioni di Cossiga il Parlamento nominò
Scalfaro, democristiano, presidente della Camera. In quel periodo la maggior parte dei
politici furono accusati di ottenere delle tangenti in cambio della concessione degli appalti e
quindi di adottare un sistema di finanziamento illegale dei partiti e di autofinanziamento,
denominato Tangentopoli. Inoltre si aggiunsero le stragi della mafia, con l’uccisione di
Falcone e Borsellino e l’incremento dei problemi della crisi produttiva e dei debiti statali.
Scalfaro nominò Amato presidente del governo, il quale ottenne alcuni successi
nell’affrontare l’emergenza economica e quella dell’ordine pubblico. Ma il ceto politico,
delegittimato dalle inchieste della magistratura, non riusciva a trovare un accordo sulle
riforme istituzionali.
Una difficile transizione
Nell’aprile 1993 un referendum abrogativo impose il passaggio al sistema maggioritario
uninominale al Senato, passaggio confermato dalle nuove leggi elettorali. Nel frattempo i
rappresentanti dei partiti come Craxi, La Malfa, Altissimo, ricevettero l’avviso di garanzia
per i reati legati al sistema delle tangenti, mentre Andreotti era accusato di collusione con la
mafia. Dopo le dimissioni di Amato, il governo fu affidato a Ciampi che affrontò la crisi
economica e occupazionale del paese, appoggiato dalla vecchia maggioranza quadripartita
(Dc, Psi, Psdi, Pli). Si astennero il Pds, Lega, verdi e Pri. Vi fu il varo di una nuova legge
elettorale per le due Camere che recepisse il principio maggioritario indicato dal referendum
per il Senato. Inoltre continuarono le privatizzazioni, la riduzione della spesa pubblica e le
riforme fiscali. Un’importante novità furono le elezioni comunali per la nomina diretta del
sindaco, che decretarono l’ascesa della Lega e la sconfitta per la Dc e il Psi. Nel centro e nel
sud prevalse il Pds. Tuttavia il governo si ritrovò nuovamente in difficoltà, a causa della
ripresa del terrorismo e degli intrecci fra politica e criminalità organizzata. Sul piano
economico diminuì la produzione, nonostante il costo del denaro venne diminuito per
favorire le esportazioni.

Elisa Terranova
L’avvio del bipolarismo
Nel frattempo le forze politiche si prepararono ad un nuovo confronto elettorale (Lega e Pds
le richiedevano, Dc cercava di posticiparle). Vi fu una trasformazione dei partiti:
- il Psi affidò la segreteria del partito prima a Benvenuto, poi a Del Turco;
- la Dc guidata da Martinazzoli decise di tornare alla vecchia denominazione del
partito cattolico fondato da Sturzo, “Partito popolare italiano” Ppi, ma alcuni
dirigenti democristiani ostili al predominio delle sinistr nel nuovo partito formarono
il Centro cristiano democratico (Ccd);
- una nuova scissione del Partito popolare diede vita ai Cristiani democratici uniti
(Cdu);
- il segretario del Msi Fini avviò la trasformazione del suo partito in Alleanza
nazionale, puntualizzando che il fascismo era finito ed esaltando alcuni aspetti
positivi del movimento;
- la novità fu la nascita di un partito di centro-destra “Forza Italia” presieduto da
Berlusconi, imprenditore televisivo e proprietario del Milan.
Egli fondò un cartello elettorale con la Lega nord nell’Italia settentrionale (Polo della
libertà) e con Alleanza nazionale nel centro-sud (Polo del buon governo). Alla coalizione del
centro-destra si unirono i radicali di Pannella, il Ccd e altri partiti di centro. Sul fronte
opposto attorno a Pds si concentrarono tutte le forze di sinistra da Rifondazione comunista
ai socialisti, dai verdi alla Rete. Isolati erano il Ppi e il gruppo Segni. Le elezioni del ’94,
tenutesi con nuovo sistema maggioritario uninominale, che poneva le premesse per
instaurare un meccanismo di alternanza tra maggioranza e opposizione chiamato
bipolarismo, portarono al governo una precaria maggioranza di centro-destra guidata da
Berlusconi, che ottenne il maggior numero di voti in tutta Italia, soprattutto nelle regioni
settentrionali e meridionali. Il secondo partito fu il Pds, seguito da Alleanza nazionale, Ppi.
Costretto solo dopo 7 mesi a dimettersi per i contrasti sopraggiunti all’interno della
maggioranza, gli succedeva un ministero di tecnici presieduto da Dini e sostenuto da uno
schieramento di forze di centro-sinistra. Il centro-destra passò all’opposizione. La
realizzazione più significativa del sistema fu la riforma del sistema pensionistico, cioè le
pensioni non sarebbero state legate all’ultima retribuzione percepita ma in base ai contributi
versati negli anni di lavoro. Nel frattempo Prodi, esponente del Ppi, si candidò come
antagonista di Berlusconi e leader di una nuova alleanza di centro-sinistra, l’Ulivo. Nelle
elezioni regionali il centro sinistra prevalse sul centro-destra e seguirono vari referendum
sulla riduzione della pubblicità, della distribuzione delle reti concesse ai privati, mirati a
ridimensionare il potere televisivo di Berlusconi, che prevalse comunque. Nelle nuove
elezioni politiche si schierarono centro-destra (Forza Italia, Alleanza nazionale, Ccd, Cdu e
radicali) guidata da Berlusconi e rappresentata dal Polo delle libertà e centro-sinistra
(Pds,Ppi, ex socialisti, verdi, Rinnovamento italiano di centro promossa da Dini) guidata da
Prodi e rappresentata dall’Ulivo. La Lega era sola e Rifondazione comunista aveva dato il
suo appoggio all’Ulivo. Le elezioni del ’96 videro il successo dell’Ulivo che ottenne la
maggioranza assoluta al Senato e alla Camera. Il nuovo governo schierò Veltroni come
vicepresidente, Napolitano agli Interni, Berlinguer all’Istruzione, alcuni verdi, Dini agli
Esteri e Di Pietro ai Lavori Pubblici.
L’Italia nell’Unione europea
Il governo di centro-sinistra affrontò il problema del deficit di bilancio riuscendo a ridurlo

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nel corso del 1997 e quindi a rientrare nei parametri indicati del trattato di Maastricht per
l’ingresso nell’Unione monetaria (l’euro entrò in vigore in Italia a partire dal 1° Gennaio
2002). Fra i problemi politici del paese rimanevano aperti quello dei correttivi al Welfare
state e quello relativo alle riforme istituzionali, in presenza di una continua instabilità
politica. Lo stesso Berlusconi, in collaborazione con D’Alema segretario del Pds, aveva
favorito la costituzione di un sistema bicamerale per delineare in Parlamento un progetto di
riforme istituzionali. La commissione giunse a elaborare una proposta che prevedeva
l’istituzione di un sistema semipresidenziale e l’introduzione di una serie di elementi di
federalismo. Ma l’incrinarsi dei rapporti tra centro-destra e centro-sinistra impose la
rinuncia del progetto. Nel frattempo si aggregò intorno a Cossiga l’Unione democratica per
la repubblica (Udr) e nel 1998 il governo Prodi cadde, sostituito da un nuovo centro-
sinistra guidato da D’Alema. Nell’anno seguente l’Italia partecipò con gli altri paesi della
Nato all’intervento militare in Kosovo. Nel 2000, dopo la sconfitta elettorale nelle regionali,
D’Alema fu sostituito da un altro governo di centro-sinistra presieduto da Amato. Alla fine
della legislatura la maggioranza approvò un’importante legge costituzionale che ampliava i
poteri degli enti locali.
La società italiana alle soglie del nuovo secolo
Nel campo delle trasformazioni sociali, l’Italia registrava uno spiccato calo demografico e
un invecchiamento della popolazione, causato dal ruolo crescente della donna e dalla difesa
dl livello di benessere. L’omologazione dei consumi non riusciva a nascondere differenze
sociali basate soprattutto sulla disuguaglianza dei redditi e dei livelli culturali. Si presentò
un deficit dell’etica pubblica, causato dalla corruzione del sistema politico, dall’affermarsi
della criminalità organizzata: compito della classe politica era quello di educare il popolo
italiano ad una nuova pedagogia.

Il centro-destra al governo
Gli schieramenti politici si preparavano anticipatamente alle elezioni del 2001. Amato fu
sostituito da Rutelli, sindaco di Roma, come leader del centro-sinistra. Nel frattempo il
leader di Forza Italia Berlusconi guidava la coalizione della Casa delle libertà (Cdl)
composta da Alleanza nazionale, Ccd, Cdu uniti nell’Udc Unione dei democratici cristiani e
di centro, e Lega Nord. Il centro-sinistra proponeva l’alleanza dell’Ulivo con i Ds, la
Margherita (democratici, Ppi, Rinnovamento italiano), i verdi, i Socialisti italiani e il Partito
dei comunisti italiani. L’Italia dei valori di Di Pietro si era posto fuori la coalizione di
centro-sinistra. Le elezioni politiche del maggio 2001 diedero una netta vittoria alla Casa
delle libertà, la coalizione guidata da Berlusconi, che nel giugno successivo formò il nuovo
governo di centro-destra. Il successo di Berlusconi è dovuto alla raccolta di voti moderati
ottenuti da diversi strati sociali, in particolare dai giovani e dagli anziani, e dalle regioni
meridionali e insulari. Berlusconi affidò a Fini la vicepresidenza, a Bossi il ministero per le
Riforme istituzionali e il governo presentò un progetto ambizioso volto a dare una scossa
all’economia attraverso incentivi fiscali e snellimenti nelle procedure d’investimenti.
Tuttavia il governo si ritrovò ad affrontare alcune difficoltà come il mantenimento
dell’ordine pubblico e l’approvazione di una serie di provvedimenti che all’opposizione
apparivano troppo mirati alla tutela della posizione del presidente del consiglio. Si
aggiunsero le tensioni politiche per il consenso dato da Berlusconi, nella linea americana di

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intervento nell’Iraq e per progetto della modifica dello Statuto dei lavoratori disapprovato
dal Cgil. Nel tentativo di sfruttare questi contrasti tra maggioranza e opposizione, emersero
le Brigate rosse con una serie di attentati e sequestri. La grande riforma istituzionale voluta
dalla maggioranza nel 2005 fu respinta dal successivo referendum di conferma. Le elezioni
del 2006, tenute con una nuova legge elettorale, segnarono la sconfitta, con stretto margine,
del centro-destra. Dopo l’elezione del nuovo presidente della repubblica, Napolitano,
Romano Prodi formò il nuovo governo di centro-sinistra. Ma due anni dopo le divisioni
interne alla maggioranza provocarono una serie di crisi di governo. Alle elezioni anticipate
del 2008 si presentarono schieramenti rinnovati: il popolo della libertà, la nuova
formazione politica creata da Berlusconi, prevalse nettamente sul Partito democratico,
guidato da Veltroni. E Berlusconi riassunse la guida del governo.

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