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Antonio Gramsci

^dal liberalismo al
comunismo critico
Domenico Losurdo

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Gamberetti Editrice

Per Gramsci
Testi, studi, documenti,
per leggere la realt
attraverso le lenti
di un maestro che sapeva
guardare e ascoltare.
t;

D mondo grande
e terribile, e complicato.
Ogni azione che viene lanciata
sulla sua complessit
sveglia echi inaspettati."
Antonio Gramsci

ISBN

88-7990-023-4

Nonostante il profondo legame simpatetico con le


classi subalterne, sul piano culturale Gramsci inizia
come liberale: fa riferimento a Croce e Gentile e,
sulla loro scia, condanna il giacobinismo. La presa
di posizione a favore del liberalismo la difesa della ^
^ modernit e del soggetto capace di autbdetermina zione. Ma proprio questa conquista viene liquidata
dalla I guerra mondiale e dall'irregimentazione di
massa che essa comporta. Nel salutare la rivoluzione
d'Ottobre, scoppiata sull'onda della lotta contro
l'immane carneficina, Gramsci sviluppa la critica
del liberalismo e matura il passaggio ad un comtmismo critico che vuole essere erede delle conquiste
della modernit.
Domenico Losurdo ordinario di Storia deDa Filosofia all'Universit di Urbino. Tra i suoi lavori pi
recenti: Democrazia o honapdrtismo, 1993; Il revisio-

nismo

storico,19%.

Lire 29.000

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Per Gramsci
collana diretta da
Giorgio Baratta, Eric Hobsbawm,
Domenico Losurdo, Gerardo Maretta,
Edoardo Sanguineti
coordinamento a cura di
Serena Di Giacinto, Fabio Frosini

In collaborazione
con l'Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici

1997, Gamberetti Editrice s.r.l.


Via Fa di Bruno 28, ROMA
Prima edizione
giugno 1997
ISBN 88-7990-023-4

Domenico Losurdo

Antonio Gramsci
dal liberalismo al
comunismo critico

Gamberetti Editrice

Indice

Parte prima.
Per una biografia intellettuale

Gap. I
Tra Risorgimento e I guerra mondiale:
gli inizi di Gramsci
1.
2.
3.
4.

L'incontro con Croce e Gentile


Positivismo e neoidealismo
Liberalismo e antigiacobinismo
La rivoluzione contro il Sillabo

pagma

17
21
25
29

Gap. II
Macello europeo, rivoluzione, fascismo:
l'adesione di Gramsci al comunismo critico
1.
2.

3.
4.
5.
6.

7.

9.

Riforme, rivoluzione e guerra


La guerra, le lite e la moltitudine bambina
Guerra, ingegneria sociale e socialismo di Stato
Ideologie-teologie della guerra e stereotipi nazionali
Guerra e materialismo storico
Morale, guerra e rivoluzione
Dialettica, guerra e rivoluzione
Guerra rivoluzionaria e lotta tra nazioni proletarie
e nazioni capitalistiche
Dal liberalismo al fascismo

35
37
41
46
54
58

61
65
69

10. Rinnegati del liberalismo,


comunismo ed eredit liberale
11.

73

G]il]sa,\aFood-Diplomacy

e il complotto tedesco-bolscevico
12. Americanismo e antiamericanismo
13. Liberalismo, socialismo e questione coloniale
14. Umanesimo integrale e comunismo

75
81

86
90

Gap. Ili
Contraddizione oggettiva e prassi umana:
Gramsci e il neoidealismo italiano
1.
Una categoria del tutto formale
2. Fichte e le filosofie della prassi
3. Centralit della categoria di contraddizione oggettiva
4. Prassi, autoprassi, intimismo
5. Teoria/prassi e morale/politica: unit e distinzioni
6. Marxismo, attualismo, pragmatismo
7. Volont di potenza, materialismo storico
e critica della metafisica del soggetto
Le ideologie non creano ideologie:
Gramsci interprete di Gramsci

Parte seconda.
Il marxismo
e il comunismo critico di Gramsci
10

95
101
105
110
114
120
125

128

Gap. IV
Legittimit e crtica del moderno:
Gramsci, Marx e il marxismo novecentesco
1.
2.

3.
4.
5.
6.

7,

9.

Gramsci, Marx e la teoria della rivoluzione


La complessit e i tempi lunghi della rivoluzione
Marx, Engels e la decadenza ideologica
Problemi di periodizzazione storica
Decadenza ideologica o rivoluzione passiva?
Decadenza ideologica, meccanicismo
e impazienza rivoluzionaria
Anarchismo e delegittimazione del moderno
Decadenza ideologica della borghesia e putrefazione
dell'imperialismo in Lenin
Gramsci e la presa di distanza dalla tesi
della putrefazione
e del crollo dell'imperialismo

10. Liquidazione della modernit, escatologismo


e anarchismo nel marxismo novecentesco
11. Gramsci e il marxismo novecentesco
12. Da Fichte a Hegel, ovvero dall'escatologismo
al comunismo

Gap. V
Estinzione dello Stato?
Il comunismo fuori dell'utopia

137
140
145
147
150
155
160
162

166
171
173
176

1.
2.

3.
4.
5.
6.

7.

Marx, Engels e lo Stato


Potere politico e amministrazione
Lenin e la faticosa presa di distanza
dall'escatologismo e dall'anarchismo
Stato etico, societ regolata e comunismo
Critica del liberalismo e critica dell'anarchismo
nell'evoluzione di Gramsci
Anarchismo, meccanicismo
e stato d'eccezione permanente;
la tragedia dell'Urss
Stato, nazione, mercato, nuovo uomo;
al di l dell'utopia

181
185
187
190
193
198

202

Parte Terza.
La difficile emancipazione:
Gramsci, l'elitismo italiano
e il marxismo occidentale

Gap. VI
Eredit proletaria ed elisir borghese:
un confronto dai tempi lunghi
1.
2.
3.
4.

Critica dell'ideologia e problema dell'eredit


Marxismo critico e lotta per l'egemonia
Antico regime borghese e doppiezza ideologica
Proletariato, borghesia e reciproca influenza ideologica
12

209
212
217
221

5.
6.
7.

Una doppia revisione


La costruzione proletaria
del proprio gruppo di intellettuali indipendenti
Gli intellettuali organici

225
227
235

Gap. VII
Gramsci esponente del marxismo
1.
2.
3.
4.

occidentale?

Oriente e Occidente in Lenin e Gramsci


Dittatura ed egemonia tra Oriente e Occidente
Gramsci cantra Nietzsche
Gramsci come sfida e come elisir

241
244
247
251

Indice dei nomi

255

13

Si presenta qui il testo riveduto di lezioni tenute presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e di relazioni svolte in occasione di Convegni per lo pii organizzati dall'Istituto.

Elenco delle sigle


cui si fa ricorso nel testo.

Q = Quaderni del carcere, ed. critica a cura di


V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975.
In riferimento

In riferimento

a Gramsci:

CT = Cronache Torinesi 1913-1917, a cura di S.


Caprioglio, Torino, Einaudi, 1980.
CF = La citt futura 1917-1918, cura di S.
Caprioglio, Torino, Einaudi, 1982.
NM = Il nostro Marx 1918, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1984.
ON = VOrdine Nuovo 1919-1920, a cura di V.
Gerratana e A. A. Santucci, Torino, Einaudi
1987.
SF = Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo
1921-1922, Torino, Einaudi, 1966.
CVC = La costruzione
del partito
1923-1926, Torino, Einaudi, 1971.

comunista

a Marx e Engels:

MEW = K.Marx-F. Engels, Werke, Berlin,


Dietz, 1955 sgg. (per quanto riguarda la traduzione italiana utilizziamo liberamente quella
contenuta nell'edizione delle Opere
complete
di Marx e Engels in corso di pubblicazione
presso gli Editori Riuniti).
MEGA = a nuova MEGA
{Marx-Engels
Gesamtausgahe,
Berlin, Dietz, 1975 sgg.).
Abbiamo in questo caso liberamente utilizzato
la tr. it., condotta direttamente sull'originale
inglese, contenuta in K. Marx-F. Engels, ndia
Cina Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, a
cura di B. Maffi, Milano, Il Saggiatore.
Infine:
L = V.I. Lenin, (
Riuniti, 1955.

, Roma, Editori

Parte prima

Per una biografia intellettuale

I.

Tra Risorgimento e
I guerra mondiale:
gli inizi di Gramsci

1.

L'incontro con C r o c e e Gentile

Allorch scoppia la I guerra mondiale, momento di svolta nella storia del '900, Gramsci ha ventitr anni. Se anche iscritto al partito
socialista - e la cosa non certa - non si impegna con particolare intensit nell'attivit politica.' Tra tutti coloro che sono gi o sono destinati a
diventare dirigenti di primo piano del movimento operaio internazionale, il provinciale venuto dalla Sardegna si distingue per il fatto di non
aver in alcun modo alle spalle i dibattiti teorici e politici propri della
Seconda Internazionale. Certo, gi chiaro il legame con le classi
subalterne, saldato dalle modeste origini sociali, dall'esperienza dolorosa delle privazioni quotidiane, da una sensibilit e seriet morale che
alimentano ulteriormente l'atteggiamento simpatetico nei confrond di
coloro che sono costretti a subire una vita di stenti. Sono tanti in Sardegna dove, assieme all'analfabetismo, infuriano malaria, tracoma, tubercolosi e inedia.
Ma l'atteggiamento simpatetico di Gramsci nei confronti delle classi e dei popoli tenuti in condizione subalterna non resta certo confinato alla sua isola d'origine. I compiti scolastici testimoniano di una piena
identificazione con quei popoli infelici delle colonie, bollati e trattati

1 Vedi G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Bari, Laterza, 1966, p, 96 e 107.


17

come barbari e incivili dalle periodiche crociate della vecchia


Europa. Epper, sul piano pi propriamente culturale, a suscitare
l'attenzione partecipe dello studente sardo sono soprattutto Croce e
Salvemini/ Approdato all'universit, a Torino, la citt che o sta per
divenire il centro del movimento operaio e socialista, il giovane Gramsci continua a frequentare professori di orientamento liberale (Luigi
Einaudi, Francesco Ruffini, Gioele Solari) e che talvolta risentono
profondamente dell'influenza del filosofo liberale Benedetto Croce.'
Lo stesso Salvemini, cui abbiamo visto rivolgersi l'attenzione del giovane sardo, pur nutrendo qualche simpatia per il movimento proletario impegnato in una battagha di tipo fondamentalmente liberale
contro il protezionismo e ogni forma di intervenzionismo statale; sul
piano teorico, si considera discepolo di Smith ben pi che di Marx."
Assai rari sono invece, nel Gramsci di questi armi, i riferimenti, diretti
o indiretti, a Labriola.'
Concordi sono le testimonianze relative all'influenza che sullo studente sardo e sull'universitario torinese esercita Croce e, successivamente, anche Gentile. Ma nulla sarebbe pi errato di ridurre questa influenza ad una vicenda accademica o astrattamente culturale. L'incontro coi
due filosofi non il dato originario da cui dedurre, sia pure con qualche
variazione, il successivo svolgimento del pensiero di Gramsci; quell'incontro esso stesso un risultato, nel senso che costituisce una prima
risposta ad un problema che non accademico bens rinvia a reali lotte
politiche e sociali.
Croce e Gentile sono da Gramsci messi in rapporto con l'Italia scaturita dal Risorgimento: ad osteggiarli sono gli ambienti clericaleggianti {Cronache Torinesi 1913-1917, [ C T ] , 3 9 2 ) , che nella Sardegna (enelritalia) del tempo costituiscono una forza decisiva della conservazione
con la paura che essi stimolano nei confronti di ogni mutamento sociale,
2 It,p.66e78.
3

Ihid.,P.&6-7.

4 Vedi G, Salvemini, Liberalismo e socialismo (L'Unit del 14 ottobre 1920), ora in Id., Opere, Milano, Feltrinelli, 1964-1978, voi. V i l i , p. 567 e 569.
5 Vedi G, Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p. 108. Va per ridimensionata l'affermazione
secondo cui in tutti gli scritti giovanili, Gramsci cita Lskino\sLunasolavolta (nei 1918!).
18

bollato in anticipo come un pauroso salto nel buio.' Questi ambienti


vedono in Hegel la loro bestia nera (CT, 392) e, assieme alla sua filosofia, intendono respingere il moderno. Senonch, nella lotta tra il Sillabo e Hegel, Hegel che ha vinto. E la vittoria non semplicemente di
un filosofo bens di uno sviluppo storico e di un mondo storico reale
che nel sistema del pensatore tedesco ha trovato la sua espressione teorica. la vittoria di un processo che, a partire dalla Riforma, comporta
la distruzione del feudalesimo e dell'antico regime, l'affermarsi della
secolarizzazione (con il buon vecchio dio, che rientra nel regno delle
larve), l'emergere della figura dell'individuo moderno che afferma il
libero esame e la filosofia pura non impacciata da un'autorit esterna (CT, 72). soprattutto la vittoria della coscienza storica che nella
situazione data rifiuta di vedere e di subire una natura immodificabile.
La presa di posizione a favore di Hegel (e di Croce e Gentile) dunque
una presa di posizione a favore del moderno e, per quanto riguarda l'Italia, a favore del Risorgimento che ha significato il rovesciamento dell'antico regime, l'avvento di un moderno Stato nazionale e la sconfitta
di uno Stato della Chiesa chiaramente ancora premoderno (si pensi al
potere temporale del papa, al carattere confessionale delle istituzioni, al
ghetto per gli ebrei).
Come l'incontro con Croce e Gentile, cos l'antitesi Hegel-Sillabo
non di origine meramente speculativa. Nel documento pontificio, la
condanna della libert di coscienza e d'espressione, dell'eguaglianza
giuridica (con la soppressione del foro ecclesiastico), dell'obbligo
scolastico e della scuola pubblica, la condanna in una parola del mondo
e della libert dei moderni procede di pari passo con la denuncia di
quella visione che vede lo Stato come origine e fonte di tutti i diritti. Il
Sillabo non fa nomi; ma a dissipare ogni equivoco provvede qualche
anno dopo il cardinale Ketteler: Da molti anni il liberalismo ci grida:
tutto per opera del popolo. L'Hegel ci dice: il popolo, come Stato, la
potenza assoluta sopra la terra. Con questa massima si combatt l'autorit che proviene da Dio e si derise la nostra formula: per grazia di Dio.
L'eminente uomo di chiesa cos prosegue: Il liberalismo fa dello Stato

6 Ihid., p. 100.
19

un Dio in terra, nel senso che non c' nessuna legge divina ed eterna
sopra la legge dello Stato. In modo analogo, ancor prima del Sillabo,
argomenta in Italia Antonio Rosmini, secondo il quale la moderna
antropolatria, che trova la sua compiuta espressione in Hegel, sfocia
nella statolatria, nella pretesa di modificare l'ordinamento politico e
sociale secondo l'arbitrio dell'uomo. ^
Lo Hegel da cui prende le mosse Gramsci lo Hegel inviso alla conservazione in quanto liberale e moderno, in quanto espressione della
coscienza storica, della presa di coscienza della possibilit del mutamento e della possibile iniziativa trasformatrice del soggetto umano. La
sua filosofia aveva svolto un ruolo importante nella preparazione ideologica della rivoluzione del '48. In questo quadro altres da collocare il
richiamo a Croce e Gentile, discepoli italiani del filosofo tedesco e
impegnati nella difesa del Risorgimento. Ma ci sta a significare il carattere sin dall'inizio problematico del rapporto da Gramsci istituito coi
due grandi intellettuali laici. Viene loro accordato un credito per cos
dire sub condicione\ la lettura dei loro testi va alla ricerca di una risposta
o di materiali per una risposta ad un problema reale; e il valore di tale
risposta continuer ad essere commisurato sul contributo che essa pu
fornire alla comprensione e soluzione dei problemi reali. Non stupisce
allora il fatto che la successiva evoluzione porter Gramsci a vedere nei
due grandi intellettuali neoideahsti non gi gli alfieri della lotta per la
difesa del moderno quanto i complici dell'oscurantismo anti-moderno
di Pio X, impegnati, in nome della difesa dell'ordinamento sociale, a
non intaccare l'influenza suUe masse popolari della cultura clericale pi
reazionaria {infra, cap. VI, 3). D'altro canto, anche il giudizio sulla cultura
cattolica sempre storicamente e politicamente concreto. Una significativa testimonianza riferisce che gi il giovane Gramsci condanna vivacemente ranticlericalismo stupido di chi non comprende la netta superiorit del pacifismo evangelicamente ispirato rispetto all'interventismo
di certi atei dichiarati.
Per quanto riguarda i due filosofi neoidealisti, essi vengono letti
7 Vedi D. Losurdo, Dai fratelli Spaventa a Gramsci. Per una storia politico-sociale
della fortuna di
Hegel in Italia, Napoli, La Citt del Sole, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1997, cap. IV, 2.
8 VediG. Vion, Vita di Antonio Gramsci, Qp. cit.,p. 123.
20

come l'espressione teorica del Risorgimento e di una rivoluzione borghese che si tratta di condurre a termine (e anzi, secondo una visione
che matura progressivamente, di completare e superare). Croce e Gentile sono dunque sottoposti ad un'interpretazione in cui essi non
potrebbero riconoscersi. E cio anche quando si sente a loro pi vicino,
Gramsci costruisce questo rapporto di vicinanza in modo tale che, agli
occhi dei due autori da lui interpretati, esso apparirebbe soltanto come
la conferma di una reciproca radicale estraneit.

2.

Positivismo e neoidealismo

Ma perch la lotta per la modernit e contro l'immobilismo viene


condotta facendo riferimento ai due grandi filosofi neoidealisti piuttosto che alla cultura ufficiale del partito socialista? L'interesse e l'ammirazione per i due grandi intellettuali dell'Italia post-risorgimentale non
in contraddizione con l'atteggiamento simpatetico nei confronti delle
classi subalterne? Pi tardi, Gramsci ricorder una frase di Camillo
Prampolini: "L'Italia si divide in nordici e sudici" (La costruzione
del
partito comunista
1923-1926, [CFC], 149). Non diversamente la pensa
Turati, il quale, nell'identificare anche lui il Sud con l'arretratezza e la
barbarie, lamenta la presenza di due nazioni nella nazione, due Italie
nell'Italia e condanna quindi il forzato e antifisiologico accoppiamento del decrepito mezzod coU'acerbo settentrione. ' La cultura del partito socialista del tempo non aiuta nonch a risolvere, neppure a comprendere la .questione meridionale, di cui fornisce una lettura in chiave
naturalistica e persino razziale:
Il mezzogiomo la palla di piombo che impedisce pi rapidi progressi allo
sviluppo civile dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri
inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se U

9 Vedi R.Monteleone,F/jppoTamri,Torino,UTET,1987,p.284-5e A.LepK, Italia addio? Unit


e disunit dal 1860 a oggi, Milano, JVIondadori, 1994, p. 83.
21

Mezzogiorno arretrato, la colpa non del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni,
incapaci, criminali, barbari [...] Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo
di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede il suo crisma a tutta la letteratura "meridionalista" della cricca di
scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli
Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi,
in Hbri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli
sfruttati, ma questa volta essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva
essere la scienza del proletariato (CPC, 140).

Questa ideologia viene gi respinta dal giovane liceale, partecipe


delle sofferenze del suo popolo e degli altri popoli infelici, che non
accetta certo di essere bollato come barbaro e confinato tra i barbari e
che, gi in un compito scolastico, osserva: i privilegi e le differenze
sociali, essendo prodotto della societ e non della natura, possono essere sorpassate. A ragione Gramsci considera superiore, sul piano politico oltre che filosofico, la cultura neoidealista che, nell'affrontare il
problema dell'arretratezza del Mezzogiorno, se anche non rinvia al
sistema capitalistico, si rifiuta comunque di abbandonare il terreno della storia.
La cultura neoidealistica continua a dimostrare la sua superiorit
anche in occasione della prima guerra mondiale. Esemplare pu essere
considerato il caso di Guglielmo Ferrer, collaboratore di Critica sociale
e positivista influenzato da Lombroso. A cavallo tra '800 e '900, critica il
governo centrale per la pretesa che gli attribuisce di far mantenere le
regioni oziose a spese delle regioni lavoratrici. Come la questione meridionale in Italia, cos la questione irlandese in Gran Bretagna viene letta
in chiave antropologica: a scontrarsi sono da un lato renergia dominatrice e le altre rare energie della razza anglo-sassone dall'altro un
carattere celtico fatto di leggerezza degli entusiasmi, impazienza
collerica e di spirito indisciplinato e repugnante alla organizzazione.
Persino al carattere fanatico e missionario attribuito a Crispi non sem10 Vedi G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p. 78,
22

bra essere estraneo il sangue albanese che si sussurra scorra nelle sue
vene. "
Negli stessi termini in cui legge la questione meridionale italiana e la
questione irlandese Ferrer legge, negli anni che precedono il primo
conflitto mondiale, il contrasto, a livello europeo e mondiale, tra il prodigioso sviluppo delle razze germaniche (i popoli della Germania,
dell'Inghilterra e degli Usa) e l'immobilismo o l'arretramento delle razze latine [che] vivono sulle ricchezze accumulate del passato. Con lo
scoppio della guerra, la dicotomia germanesimo-latinit continua a sussistere ma viene reinterpretata in chiave antitedesca ed esclusivamente
antitedesca. E ci al fine di bollare, assieme al Secondo Reich di
Guglielmo II, anche una sorta di mitica Germania eterna. La sua
espressione concentrata nella filosofia di Hegel, la cui diffusione sembra evocare le invasioni barbariche.
Quando l'hegelianismo dei paesi settentrionali, dove era venuto alla luce,
usc per il mondo e tent di valicare i confini dell'antico Impero di Roma,
suscit al suo apparire una specie di orrore. Questa sciagurata sofistica, che
confondeva tutti i criteri del bene e del male a servizio di tutti gli arrivisti fossero popoli, Stati, classi, partiti e singoli uomini - incut ribrez2o agli spiriti pi alti, pili profondi e pii nobili dei paesi latini.

A farsi beffe di questi paradigmi antropologici sono Croce e Gentile. "


Il liberalismo dei due filosofi neoidealisti, tutto permeato di cultura storica, si rivela superiore anche a certe correnti del liberalismo anglosassone,
inclini anch'esse a naturalizzare il conflitto. Sorvoliamo pure sul socialdarwinismo di Spencer. Gli stereotipi cari a Ferrer possiamo rinvenirli
anche in un autore come John Stuart Mill. Agli anglosassoni il liberale
inglese contrappone negativamente non solo, s'intende, i barbari fermi
allo stato selvaggio, o quasi (che costituiscono la grande maggioranza
della razza umana), ma anche i popoli del mezzogiorno d'Europa, la

n G. Ferrer, La reazione (1894), Torino, Olivetti, 1895 (II ed.), p. 78,32 e34.
12 G. Ferrer, L'Europa giovane. Studi e viaggi nei paesi del Nord, Wi&no, Treves, 1903, p. 417.
13 Vedi D. Losurdo, Vai fratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. 2-4. A questo lavoro rinviamo
anche per la successiva involuzione di Gentile che porter il filosofo ad accettare gli stereotipi
nazionali precedentemente rifiutati e ad aderire al fascismo.
23

cui indolenza e invidia impediscono lo sviluppo della societ industriale, l'affermarsi di un solido gruppo dirigente e l'ordinato funzionamento delle istituzioni. Persino nel confronto con gli altri popoli che
abitano il cuore dell'Europa, gli anglosassoni finiscono col rivelarsi
superiori, privi come sono di quelle caratteristiche (sottomissione,
rassegnazione, statalismo) tipiche dei francesi e delle nazioni continentali, tutte incancrenite dalla burocrazia e dall'invidiosa smania
egualitaria. "
Della gloria anglosassone non sembra poter partecipare in quegli
anni l'Irlanda, in condizioni di grave arretratezza e vittima della brutale
oppressione britannica. Quando, alla fine dell'Ottocento, una personalit di primo piano della cultura liberale del tempo, lo storico Lecky,
invita il governo di Londra ad una politica di concihazione nei confronti degli irlandesi, la raccomanda in base all'argomento per cui,
dopo tutto, anche gli irlandesi fanno parte della grande razza ariana! "
Non questa per la visione pi diffusa che insiste invece sull'estraneit dei celti irlandesi alla razza anglosassone ovvero teutonica, la
quale abbraccia anche Germania e Stati Uniti. Nel 1860, Lord Robert
Cecil (futuro marchese di Salisbury e futuro primo ministro della Gran
Bretagna) contrappone ai popoli dei climi meridionali, quelli di
ascendenza [...] teutonica; "" nel 1899, Joseph Chamberlain (ministro
delle colonie) chiama ufficialmente Stati Uniti e Germania a stringere,
assieme al suo paese, un'alleanza teutonica. " E come Ferrer, cos
anche la cultura liberale o liberal-positivistica inglese non esita, con lo
scoppio della prima guerra mondiale, a riposizionare in funzione antitedesca i precedenti stereotipi. Non c' dubbio: prendendo le mosse
da Croce e Gentile, Gramsci prende le mosse da filosofi che, in quel

14 J. S. MiU, Considerations on Kepresentative


Government
tr. it., Considerazioni sul Governo rappresentativo, a cura di P. Crespi, Milano-Firenze-Roma, Bompiani, 1916, p. 61-4, passim.
13 W. E. H. Lecky, A History ofEngland
1883-1888 (III ed), voi II, p. 380.

in the Eighteenth

Century,

London, Longmans-Green

16 D. Cannadine, Il contesto, la rappresentazione


e il significato detrito: la monarchia britannica e
l'invenzione della tradizione, inE.J.Hobsbawm eT.Ranger (a cura di), Thelnvention
ofTradition (1983); tr. it. L'invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987, p. 99.
17 Vedi H. Kissinger, Viplomacy, New York, Simon & Schuster, 1994, p. 186.
24

momento, sono da annoverare tra gli autori che esprimono la pi avanzata cultura europea e mondiale.
Si comprende allora il duro giudizio sul positivismo, che in Gramsci
assurge a sinonimo di naturalizzazione, in diverse forme, del processo
storico. Essenzialmente positivistica la visione della storia dell'ylction Frangaise: La societ , per Daudet e Maurras, come una pianta, la
pianta dei gigli d'oro della dinastia millenaria dei re di Francia; essa
sprofonda le sue radici nella particolare anima del popolo e della razza
francese. Questi cattolici e positivisti costruiscono tutto il loro
discorso sugli pseudo-concetti di razza, di regione, di anima, di ordine,
di gerarchia, di eredit. Per loro la "Rivoluzione" non originaria di
Francia; essa dipende dalla Riforma protestante {Il nostro Marx, [NM],
347-8). Se John Stuart Mill considera gli incessanti sconvolgimenti rivoluzionari della Francia come una sorta di malattia ereditaria di un popolo roso dall'invidia e anarcoide, l'Action Frangatse denuncia in quegli
stessi sconvolgimenti un morbo provocato da un agente patogeno esterno. Indipendentemente dal diverso e contrapposto giudizio di valore,
comune alle due posizioni l'evasione dal terreno della storia e il ricorso
al paradigma antropologico ovvero - sottolinea Gramsci con linguaggio
crociano - a pseudo-concetti.

3.

Liberalismo e antigiacobinismo

Allorch scoppia la guerra, lo studente sardo e torinese non guarda a Berlino o all'atteggiamento che avrebbero assunto i leader della
Seconda Internazionale, ma continua a lungo a rivolgere in modo privilegiato la sua attenzione ai due filosofi neoidealisti: non si erano
sempre opposti alla lettura in chiave naturalistica dei conflitti? Non
avevano costantemente contrapposto la storia agli stereotipi nazionali
e al paradigma antropologico? Cosa avrebbero detto di una guerra
presentata dai governi e dai loro ideologi come scontro tra anime
nazionali irriducibilmente ostili? In effetti, dopo l'articolo del 31 ottobre 1914 in cui Gramsci cerca di orientarsi nel dibattito in atto nel
25

partito socialista, i successivi interventi giornalistici sono per un bel


po' di tempo polemiche, condotte facendo tesoro della lezione di Croce e Gentile, contro gli ambienti pii esaltatamente sciovinistici che
pretendono di subordinare sino in fondo la cultura alla totale mobilitazione bellica e di leggere e celebrare la guerra come la crociata di
una civilt superiore contro una civilt inferiore o, addirittura, contro
la barbarie {infra, cap. II, 4).
In conclusione. Muovendo dal Risorgimento e dalle polemiche contro il Sillabo, rivendicando la modernit messa al bando dal documento
pontificio e prendendo le difese di Hegel da esso condannato in quanto
moderno e liberale, facendo costante riferimento a Croce e Gentile (in
questo momento attestati entrambi su posizioni saldamente liberali),
assumendo tali atteggiamento, Gramsci inizia in qualche modo da liberale. Ci non affatto contraddetto dal vivo interesse per Marx, la cui
interpretazione mediata dalla lettura dei due filosofi neoidealisti. Ad
Achille Loria e al suo fantasioso marxismo di stampo positivistico
vengono contrapposti contemporaneamente Antonio Labriola e Federico Engels e B. Croce (CT, 33).
All'influenza dei due grandi intellettuali italiani, neoidealisti e liberali, si deve anche l'accezione negativa in cui Gramsci inizialmente usa il
termine di giacobinismo. Durissimo il giudizio da lui formulato, nel
giugno 1918, su questo movimento politico caratterizzato da incapacit a comprendere la storia, da una visione messianica della storia,
da un discorso costruito tutto su astrazioni, dalla pretesa politica di
sopprimere violentemente ogni opposizione (NM, 148-9).

Alla Terza Repubblica, che pure ha conseguito il suffragio universa18 Si tratta di una presa di posizione cautamente e problematicamente favorevole al pronunciamento di Mussolini per il passaggio del Partito socialista dalla neutralit assoluta alla neutralit
attiva e operante (CT, 10-4). Leader dell'ala rivoluzionaria, Mussolini si appresta a percorrere
la strada dell'interventismo. Si comprende allora la lettura, peraltro giustamente definita settaria, in chiave interventista dell'articolo di Gramsci (G, Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit.,
p,113). Ma, alla luce dei successivi interventi, e dei successivi silenzi, di Gramsci problematica
appare anche la lettura in chiave leniniana dell'articolo in questione, come una sorta di oggettiva
adesione alla parola d'ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria: vedi R, Giacomini, Gramsci e la formazione del Partito Comunista d'Italia, Napoli,
Edizioni di Cultura Operaia, 1975, p. 15-9 e P. Taboni, ha gramsciana neutralit attiva e operante,
in Differenze, n. 10,1979 (Urbino), p. 119-187.
26

le (maschile), il giovane Gramsci sembra preferire non solo gli Usa,


dove continua a infuriare la discriminazione razziale dei diritti politici (e
talvolta anche di quelli civili) ma anche l'Inghilterra, dove la persistente
restrizione censitaria del suffragio si salda con la presenza di un antico
regime ancora soUdo e vigoroso e con l'oppressione dell'Irlanda. Eloquente l'articolo pubblicato svXi'Avanti! del luglio 1918:
La Francia che i democratici ammirano la Francia reazionaria, la Francia
che parla e non opera, la Francia demagogica che distrugge la Bastiglia ma
non distrugge le condizioni dalle quali risorger il dispotismo [...] La Francia
non di molto superiore alla media altezza della Germania e dell'Italia. un
paese a struttura economica ed amministrativa dispotica. Un tiranno impadronendosi di Parigi, dominerebbe la Francia; perch la Francia tutta dipende da Parigi. Un tiranno invece impadronendosi di Londra o di Washington
non dominerebbe l'Inghilterra e gli Stati Uniti, perch il capitalismo anglosassone, nel suo sviluppo orgiastico, si garantito, col decentramento, con la
divisione netta dei poteri, da ogni tirannia (NM, 183).

La condanna della guerra non sembra coinvolgere in pieno il mondo


liberale e anglosassone. In stato d'accusa viene messo, in una serie di
interventi del 1916, soprattutto il protezionismo, la guerra economica
preparata e alimentata dal protezionismo, il quale ha cos distrutto il
liberalismo tra Stato e Stato (CT, 446). Nel riprodurre sul Grido del
Popolo un articolo onesto e serio di Luigi Einaudi contro il protezionismo (CT, 47l), Gramsci si dichiara d'accordo con lui e gU altri autori liberali, i quali credono che il libero scambio oltre che un problema economico sia anche un problema morale. E per questo lato la loro parola ha
un significato imiversale, trascende i limiti di classe (CT, 497).
Certo, almeno in parte, il protezionismo quello che pi tardi
diviene rimperialismo. Ma a confermare la forte influenza della tradizione liberale provvede, ancora nell'ottobre 1918, un giudizio entusiasta sul liberalismo-liberismo di Cobden:
La propaganda per il libero scambio ebbe caratteri di altissima nobilt e si
coordinava con una visione dei rapporti intemazionali essenzialmente pacifici, tali da creare alla produzione e al commercio l'ambiente pi opportuno
ed adeguato per il massimo sviluppo, che avrebbe offerto all'umanit i mezzi
meccanici per il raggiungimento dei fini pi propri della sua natura. Cobden
27

viaggiava l'Europa predicando il verbo nuovo, e la sua scuola metteva nella


propaganda quell'entusiasmo puritano che la base morale dei popoli
anglosassoni (NM, 315).

In questo momento, le posizioni di Gramsci non sembrano molto


lontane da quelle di Schumpeter che, subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, mette il suo scoppio, il bellicismo e il flagello della guerra in quanto tale sul conto esclusivo dell'antico regime che egli vede
incarnato nella Germania e nell'Austria. In tal modo, non solo sorvola
suUa vitalit dell'antico regime nella stessa Inghilterra, ma non sussume
sotto le categorie di guerra le spedizioni coloniali britanniche o i ripetuti
interventi militari statunitensi nell'emisfero occidentale. "
A Schumpeter (e, in parte, al giovane Gramsci) si potrebbe contrapporre proprio la testimonianza di Cobden, il quale traccia, a met
dell'SOO, questo significativo bilancio della politica estera e militare del
suo paese:
Noi siamo stati la comunit piti aggressiva e combattiva che sia mai esistita
dall'epoca dell'impero romano. Dopo la rivoluzione del 1688, abbiamo speso
oltre millecinquecento milioni [di sterline] in guerre nessuna delle quali stata combattuta suUe nostre spiagge, o in difesa dei nostri focolari e delle nostre
case [...] Questa propensione battagliera stata sempre riconosciuta, senza
eccezione, da tutti coloro che hanno studiato il nostro carattere nazionale.

O si potrebbe contrapporre la teorizzazione espHcita della politica


del grosso bastone da parte di un'America che assume l'eredit della
Gran Bretagna nella crociata per la porta aperta e il libero scambio,
senza che questo le impedisca di impegnarsi in una serie di guerre e di
interventi militari, nell'emisfero occidentale, con la Spagna, nelle Filippine sottratte alla stessa Spagna...
Dopo il rovesciamento in Russia dell'autocrazia zarista, mentre
Kerenski, attirandosi l'ironia di Lenin, si atteggia a giacobino che dirige
la nazione rivoluzionaria in armi contro gli eserciti invasori degli Imperi

19 Vedi D. luosnro. Il revisionismo

storico. Problemi e miti, ^omdi'^&n, Laterza, 1996, cap. IV, 3.

20 Riportato in D. Pick, War Machine. The Kationalisation ofSlaughter in the Modem Age ( 1993 ), tr. it.,
di G. Ferrara degli liberti. La guerra nella cultura contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 33.
28

Centrali, Gramsci si preoccupa di difendere la rivoluzione di febbraio


dall'accusa di giacobinismo, fenomeno puramente borghese e quindi
estraneo ad una rivoluzione considerata, come vedremo, proletaria
(La citt futura, [CF], 138-9).
Ancora dopo la rivoluzione d'Ottobre, Gramsci si esprime con calore su Wilson, positivamente contrapposto a Clemenceau che non esita
neppure lui ad assumere pose giacobine ma che in realt, mentre non
pu essere confuso col presidente americano, vicino spiritualmente a
Bethmann-HoUweg (NM, 184). Il presidente americano (il quale dirige
un popolo privo di impacci feudali alle spalle e che con l'indipendenza
ha conseguito le libert economiche e politiche e la liberazione dell'individuo dai vincoli e dalle tutele paterne dei monopolizzatori della
saggezza e della giusta misura) accostato al capo della Russia sovietica:
Lenin e Wilson sono i due geni politici che la guerra ha messo in prima
linea, suUa persona e sull'opera dei quali si fissa l'attenzione della miglior
parte rispettivamente del proletariato e della borghesia (NM, 157-8).

4.

La rivoluzione contro il Sillabo

I profondi legami con la pi avanzata cultura liberale del tempo


non impediscono a Gramsci di salutare la rivoluzione d'Ottobre. E ci
anche perch il liberalismo da cui prende le mosse ha caratteristiche
peculiari o singolari. Torniamo a Ketteler e alla cultura cattolica degli
anni del Sillabo e della polemica anti-risorgimentale. Dopo aver pronunciato la condanna gi vista della filosofia hegeliana e del liberalismo
che, nel respingere la formula per grazia di Dio, non riconoscono
limite alcuno all'iniziativa trasformatrice e legiferatrice dell'uomo, del
popolo e dello Stato, l'eminente uomo di Chiesa cos prosegue:
Se le premesse sono vere, se lo Stato Dio in terra, se la legge assoluta,
chi pu contestargli il diritto di riformare le leggi che regolano la propriet?

21 Vedi D. Losurdo, Il revisionismo

storico, op. dt., cap. 1,2-3.


29

Ci che esso ha fatto come Dio, per parlare il linguaggio dell'Hegel, pu


anche rifarlo. Ci che era giusto la prima volta, deve esserlo una seconda.

A n c h e secondo Rosmini, la m o d e r n a antropolatria o statolatria a fondare la pretesa socialista di poter legittimamente procedere ad
una redistribuzione della ricchezza e del reddito. ^^ Assunto a sinonimo
di una modernit che alle eterne leggi naturali e divine pretende di sostituire l'iniziativa storica dell'uomo, il liberalismo condannato dalla cultura cattolica del tempo si presenta gravido sin dagli inizi del socialismo.
Vediamo ora come argomenta Gramsci a cavallo dell'ottobre 1917.
Poco piti di un anno prima, s'impegna in una polemica coi cattolici che per
la pace pregano la Madorma e invocano la buona volont dei santi, quando sarebbe pivi opportuno fare appello a quella degli uomini. Tale atteggiamento di rassegnazione sta a significare rifiuto o misconoscimento della
modernit: Solo ci che opera, conquista nostra, ha valore per noi,
diventa parte di noi stessi, non ci che viene elargito da un potere superiore, sia esso lo Stato borghese, o sia la Madonna della Consolata (CT, 3923). In questo senso la nostra religione ritoma ad essere la storia, la nostra
fede ritoma ad essere l'uomo e la sua volont attiva [...] E cos che ci sentiamo inevitabilmente in antitesi col cattolicesimo e ci diciamo moderni
(CT, 514). Nel luglio del 1918, nel respingere la campagna scatenata contro
la rivoluzione d'Ottobre, Gramsci scrive che chi trova Lenin utopista [...]
un cattolico, impaludato nel sillabo (NM, 208-9). Il motto di due anni
prima Hegel cantra ilSillabo\ ha assunto ora una nuova configurazione:
Lenin contra il Sillabo ! Pur senza sfociare nella statolatria, la moderna
antropolatria legittima ora la rivoluzione scoppiata sull'onda della lotta
contro la guerra e il sistema sociale che l'aveva provocata. Secondo Gramsci, chi continua a raccomandare la sottomissione delle masse agli Stati
borghesi che le immolano come vittime sacrificali sull'altare della guerra
ancora impregnato di metafisica e di teologismo (e di statolatria),
ancora al di qua della modemit nel suo senso pi alto e pi forte. Attraverso tappe successive, e attraverso im processo complesso e contraddittorio, la modemit si configura come una gigantesca rivoluzione contro il Sillabo. una rivoluzione che vede l'affermarsi della soggettivit libera, e

22 Vedi D. Losurdo, Dai fratelli Spaventa a Grams, op. cit., cap. IV, 2.
30

questa soggettivit libera afferma pienamente s stessa nella lotta contro la


presunta fatalit della guerra e del suo rito sacrificale.
La rivoluzione bolscevica viene dunque vissuta come una conseguente applicazione dei principi liberali. Assieme ad una rottura, essa comporta anche elementi di continuit. Il medesimo articolo dell'ottobre
1918, che abbiamo visto celebrare Cobden apostolo del libero scambio, osserva che l'idea dell'Internazionale matur criticamente nel
pensiero di Marx per l'appunto in quel periodo della storia inglese.
L'elaborazione teorica e politica di Marx non una creazione ex nihilo\
egli elabor criticamente queste tendenze della civilt capitalistica, riconobbe che esse erano essenziali nella storia e costru l'ideologia dell'Internazionale operaia. Lo stesso Wilson esprime una civilt che per i
socialisti rappresenta il presupposto del loro trionfo (NM, 315).
Non mancano ingenuit in questa visione che tende a trasfigurare la
storia del liberalismo reale e sembra sottovalutare l'asprezza dello scontro gi in atto tra Russia sovietica e movimento comunista da un lato e
Occidente capitalista, compresa la sua componente liberale, dall'altro.
Chiaramente, il problema dell'eredit ha bisogno di ulteriori precisazioni che aiutino a cogliere e inquadrare, assieme alle linee di continuit e
di sviluppo nella continuit del processo storico di emancipazione,
anche i drammatici conflitti che lo scandiscono. Epper, un punto gi
fermo: il comunismo pu essere inteso solo come compimento della
modernit. solo in questo senso che si pu parlare di socialismo critico (CT, 392) ovvero di comunismo critico (NM, 348).
L'adesione alla rivoluzione scoppiata contro il Sillabo non comporta
un'immediata rottura con Croce e Gentile. Gramsci nutre la speranza e
l'illusione di poter procedere con la loro filosofia allo stesso modo in cui
Marx ed Engels hanno proceduto nei confronti della filosofia classica
tedesca: ereditarla e incorporarla. Si tratta di realizzare xxa&Aufhehung, un
superamento che, ben lungi dall'essere sinonimo di sommaria liquidazione, implica come momento essenziale anche l'assunzione di un'eredit.
L'Italia il paese in cui esercita pi larga e pi duratura influenza sul
movimento operaio e comunista la tesi (che attraversa in profondit l'opera di Marx ed Engels, anche se poi trova la sua formulazione pi classica, com' noto, nel Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca, pubblicato da Engels nel 1888) secondo cui il prole31

tarlato l'erede della filosofia classica tedesca {Werke, [MEW], XXI,


307). Nella Francia di fine '800, lo stesso genero di Marx, e cio Paul
Lafargue, addita in Kant un semplice sofista borghese. Nella Germania del 1870, Wilhelm Liebknecht, uno dei dirigenti piii prestigiosi
della socialdemocrazia tedesca, nel pubblicare su una rivista di partito
un articolo di Engels, imbattutosi ad un certo punto nel nome di Hegel,
crede opportuno apporre questa nota redazionale: noto al grande
pubblico come scopritore e celebratore dell'idea regio-prussiana di Stato. vero che Engels reagisce con estrema violenza: Questo animale
si permette di stampare, in calce al mio articolo e senza firmarle, note
che sono delle vere e proprie scemenze [...]. Quest'ignorante ha la
sfrontatezza di voler liquidare un tipo come Hegel con la parola prussiano. E pur vero che la reazione di Engels anche quella di Marx, il quale indirizza una dura lettera di protesta a Liebknecht. E tuttavia le
cose non sembrano cambiare sostanzialmente nella socialdemocrazia
tedesca. Anzi, nello stesso 1888 in cui Engels pubblica il suo Feuerbach,
dalle colonne della rivista Die neue Zeit, Kautsky formula un giudizio
assai severo, anzi di sostanziale liquidazione della filosofia classica tedesca: La rivoluzione teoretica dell'Inghilterra e della Francia fu il risultato del bisogno continuamente crescente nella borghesia di una rivoluzione economica e politica [...]. La rivoluzione teoretica della Germania
fu il prodotto di idee importate; teorie che sono essenzialmente
materialistiche in Francia e in Inghilterra, giunte in terra tedesca assumono la forma deiridealismo filosofico. Come si vede, in questo
quadro, a quella economica e politica corrisponde pienamente anche
l'arretratezza ideologica della Germania: non c' posto per la disuguaglianza dello sviluppo, e l'idealismo tedesco difficilmente pu costituire
un punto di riferimento o un'eredit da rivendicare.
Pressappoco in quello stesso periodo di tempo, tracciando il bilancio filosofico e politico della sua vita, Antonio Labriola scrive in una let-

23 F. Mehring, Zurklassischen
iealistischen
deutschenPhilosophie:
GesammelteSchriften,
Berlin, Dietz, 1961, voi. XIII, p. 39.

Immanuel

Kant (1904), in Id.,

24 MEW, XXXII, 501 e 503. Su ci ha richiamato l'attenzione E. Weil, Hegel et l'Etat (1950), tr. it.
in Hegel e lo Stato e altri scritti hegeliani, a cura di A. Burgio, Milano, Guerini, 1988, p. 67 nota.
25 K. Kautsky, Arthur Schopenhauer,mUe

neueZeit,
32

1888, VI,p.76.

tera: Forse - anzi senza forse - io sono diventato comunista per effetto
della mia educazione (rigorosamente) hegeliana, grazie all'incontro
giovanile col rifiorire napoletano dell'hegelismo che ha per protagonisti i fratelli Spaventa. Significativamente, destinatario di questa lettera
Engels, e dell'autore del Ludwig Feuerbach, Antonio Labriola dimostra di conoscere bene e di condividere pienamente la tesi secondo cui il
proletariato l'erede della filosofia classica tedesca. ^^ Questa tesi svolge
un ruolo importante nella formazione del gruppo dirigente dell'Ordine
Nuovo. Scrivendo sulla rivista diretta da Gramsci, Togliatti dichiara,
due anni dopo la rivoluzione d'Ottobre, che Marx figlio diretto di
Hegel. " E nel 1925: Al marxismo si pu giungere per diverse vie. Noi
vi giungemmo per la via seguita da Carlo Marx, cio partendo dalla filosofia idealistica tedesca, da Hegel [...] Per conto nostro la via che abbiamo seguito , rispetto a qualsiasi altra, la via maestra, ed ha tutti i vantaggi dell'essere tale. la via - aggiunge Togliatti - indicata e per primo seguita in Italia da Antonio Labriola, ma poi disgraziatamente
abbandonata per abbracciare il cosiddetto positivismo scientifico,
che in realt altro non che una volgare metafisica della storia intesa
come mera necessit naturale.
Gramsci forse ancora pii radicale: la filosofia della prassi una
riforma e uno sviluppo dell'hegelismo {infra, cap. Ili, 3). Ereditare la
filosofia classica tedesca culminata in Hegel significa per il movimento
operaio e comunista assumere non gi l'eredit di una semplice stagione
filosofica, e sia pure di una stagione filosofica di straordinaria importanza che ha comportato l'elaborazione di categorie teoriche (contraddizione oggettiva, salto qualitativo, dialettica, eccetera) decisive per la
comprensione del processo rivoluzionario; si tratta invece di ereditare il
mondo storico della modernit.
Risiede qui il fascino di un'evoluzione e di una biografia intellettuale
che, a partire da drammatici avvenimenti storici (il primo conflitto mon-

26 Vedi D. Losurdo, Dai fratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. V, 4.


27 P. Togliatti, Che cos' il liberalismo? (L'Ordine Nuovo del 20-27 settembre 1919), in Id., Opere, a
cura di E. Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1973 sgg., voi. I, p. 66.
28 P. Togliatti, La nostra ideologia (L'Unit del 23 settembre 1925), in Id. Opere, op. cit., voi. I, p. 648.
33

diale, la rivoluzione e lo scoppio della prima tappa della guerra, fredda e


calda, contro la Russia sovietica, il processo di radicalizzazione ideologica e politica del movimento operaio in Occidente, il risveglio dei popoli
coloniali e le persistenti ambizioni imperiali delle grandi potenze liberali, l'avvento del fascismo), approfondisce e radicalizza la critica del liberalismo e matura, ad ogni livello, il passaggio al comunismo. Epper ad
un comunismo che neppure per un attimo smarrisce la consapevolezza
del problema dell'eredit. In questo senso, si potrebbe e dovrebbe scrivere per Gramsci (e Togliatti) qualcosa di analogo ad un celebre libro
dedicato a Marx ed Engels dal liberalismo al comunismo. ^
Tanto pi fascinosa appare questa evoluzione dal liberalismo al
comunismo critico per il fatto che essa fa da oggettivo contrappunto
all'evoluzione di non pochi intellettuali che, sempre sull'onda dei medesimi avvenimenti e a partire dalle medesime sfide storiche, intraprendono una marcia di avvicinamento al fascismo, talvolta aderendovi ( il
caso di Gentile), talaltra fermandosi alla soglia dell'adesione, talaltra
ancora partecipando comunque all'elaborazione di temi e motivi ideologici successivamente ereditati dal fascismo.

29 A. Comu, Karl Marx et Friedrich Engels. Lem vie et lem oeuvre (1818/1820-1844) (1955), tr. it.
di E Cagnetti e M. Montinari, Marx e Engels dal liberalismo al comunismo, Milano, Feltrinelli,
1962. Nelle pagine che seguono Gramsci e Togliatti verranno spesso accostati. La loro contrapposizione un mito politico, prima ancora che storiografico, come dimostra in modo efficace e
brillante L. Canfora, Palmiro Togliatti, Milano, Teti, 1997.
34

diale, larivoluzionee lo scoppio delia prima tappa della guerra, fredda e


calda, contro la Russia sovietica, il processo di radicalizzazione ideologica e politica del movimento operaio in Occidente, il risveglio dei popoli
coloniali e le persistenti ambizioni imperiali delle grandi potenze liberali, l'avvento del fascismo), approfondisce e radicalizza la critica del liberalismo e matura, ad ogni livello, il passaggio al comunismo. Epper ad
un comunismo che neppure per un attimo smarrisce la consapevolezza
del problema dell'eredit. In questo senso, si potrebbe e dovrebbe scrivere per Gramsci (e Togliatti) qualcosa di analogo ad un celebre libro
dedicato a Marx ed Engels dal liberalismo al comunismo.
Tanto pi fascinosa appare questa evoluzione dal liberalismo al
comunismo critico per il fatto che essa fa da oggettivo contrappunto
all'evoluzione di non pochi intellettuali che, sempre sull'onda dei medesimi avvenimenti e a partire dalle medesime sfide storiche, intraprendono una marcia di avvicinamento al fascismo, talvolta aderendovi ( il
caso di Gentile), talaltra fermandosi alla soglia dell'adesione, talaltra
ancora partecipando comunque all'elaborazione di temi e motivi ideolgici successivamente ereditati dal fascismo.

29 A. Cornu, Karl Marx et Friedrich Engels. Lem vie et leur oeuvre (1818/1820-1844) (1955), tr. it.
di F. Cagnetti e M. Montinari, Marx e Engels dal liberalismo al comunismo, Milano, Feltrinelli,
1962. Nelle pagine che seguono Gramsci e Togliatti verranno spesso accostati. La loro contrapposizione un mito politico, prima ancora che storiografico, come dimostra in modo efficace e
brillante L. Canfora, Palmiro Togliatti, Milano, Tati, 1997.

34

IL

Macello europeo, rivoluzione,


fascismo: l'adesione di Gramsci
al comunismo critico

1.

Riforme, rivoluzione e guerra

La I guerra mondiale costituisce un momento di svolta nell'evoluzione di un'intera generazione. Essa - scriver pi tardi Gramsci su L'Ordine Nuovo - ha imposto a tutti gli uomini degni di tal nome una revisione completa di tutte le istituzioni, di tutti i programmi, di tutte le forme
dell'attivit politica ed economica moderna {L'Ordine Nuovo 19191920 [ON], 283-4). Particolarmente significativo il dibattito che si sviluppa nel Partito socialista (e negli ambienti culturali e politici ad esso
pivi o meno vicini) e che s'intreccia con quello in atto gi da un pezzo, a
livello internazionale, sul tema delle riforme o della rivoluzione. La professione di fede riformista non immunizza dalla tentazione bellicista o
interventista. C' un momento in cui Turati sembra rendersi conto del
carattere intimamente contraddittorio di tale atteggiamento. Replicando
alle impazienze dei compagni di partito che esigono un inomediato intervento dell'Italia nel conflitto europeo, in una lettera alla Kuliscioff del 12
marzo 1915, il dirigente socialista osserva: Perch mai dovremmo applicare alla politica estera criteri tanto diversi da quelli che abbiamo adottato per la politica interna, a proposito della rivoluzione e delle rivolte?. '
Il problema qui sollevato sembra invece essere del tutto ignorato da

1 In F. Turati-A. Kuliscioff, Carteggio, Torino, Einaudi, 1977, voi. IV, 1, p. 62-3.

35

Salvemini. Ancora nel giugno del 1914, egli condanna le violenze che
hanno accompagnato lo sciopero generale e invoca qualche mese o
magari anche qualche annetto di prigione per coloro che se ne sono resi
responsabili. ^ Ma ecco che, alcune settimane dopo, chiama ad imporre
con la forza delle armi la fine dell'imperialismo germanico, cio la liquidazione degli Hohenzollern e degli Asburgo e delle loro clientele feudali,
e la democratizzazione dell'Austria e della Germania. '
Alla presa di posizione interventista si accompagna im'esplicita teorizzazione del diritto della violenza. " Un diritto che, al di l del piano dei
rapporti internazionali, finisce con l'assumere anche una dimensione di
politica intema, prendendo di mira i pacifisti. Deciso a por fine con ogni
mezzo alla neutralit, Salvemini invita a intensificare le dimostrazioni
antigiolittiane sino alla rivolta, e minacciare il re (lui stesso si dichiara
pronto per un comizio, per una dimostrazione, per qualche impresa). '
Dopo le prime incertezze e titubanze, Gramsci prende invece netta
posizione contro il macello europeo (NM, 489), il sanguinoso dramma della guerra (CF, 409), e chiama i socialisti ad attenersi ai principi
generali di convivenza intemazionale pacifica senza lasciarsi contagiare dal clima bellicista e sciovinista (NM, 39-40), A questo appello risponde polemicamente Salvemini: non bisogna in alcun modo confondere
socialismo e pacifismo e sono decisamente da condannare quei socialisti che minano la resistenza morale del paese e procedono ad un
vero e proprio sabotaggio della guerra, promuovendo, per esempio, i
tumulti di Torino dell'agosto 1917, e contribuendo meglio che hanno
potuto [...] al disastro di Caporetto. ' La tattica esclusivamente critica
e negativa del movimento operaio e socialista' sinonimo di tradimen-

2 G. Salvemini, Dopo lo sciopero generale-Postilla, su L'Unit del 26 giugno 1914, ora in Id., Opere,
op.cit., voi. Vili, p. 458-9.
3 G. Salvemini, La guerra per la pace, su L'Unit del 28 agosto 1914, ora in Id., Opere, op. cit., voi.
III,l,p.361.
4 G. Salvemini, Guerra a neutralit? (2 gennaio 1915), ora in Id,, Opere, op. cit., voi. Ili, 1, p. 473.
3 Lettera a U. Ojetti del 13 maggio 1915, in G. Salvemini, Carteggio. 1914-1920, a cura di E. Tagliacozzo, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 152.
6 G. Salvemini, Una strana affermazione, su L'Unit del 15 giugno 1918, ora in Id., Opere, op. cit.,
voi. Vili, p. 502.
7 G. S a l v e m i n i , L W m ^ ' o m V f f z o , s u d e l 3 luglio 1914,orainId.,Opere,op.cit.,voi. Vili,p.461.

36

to della patria e della causa della democrazia internazionale. Rivolto ai


socialisti, Salvemini esclama: Con la vostra astensione, pii o meno
coraggiosamente sabotatrice, dalla guerra italiana avete indubbiamente
giovato alla guerra della Germania. '
Al fine di stroncare questo oggettivo sabotaggio, pronto a varare
misure terroristiche si dichiara Bissolati, il quale, in Parlamento e dai
banchi del governo cui asceso grazie al suo fervente interventismo,
non esita a minacciare i deputati considerati disfattisti o non sufficientemente bellicosi: Per la difesa del paese, io sarei pronto a far fuoco su
tutti voi! (CF, 409, nota del curatore). Il socialista riformista e patriota
irriducibile appare agli occhi di Gramsci come il rappresentante di una
italianit piccina, pidocchiosa che si fonda su una autorit demagogica [...] bestiale e deprimente. Bissolati uno di quegli uomini che, pur
di raggiungere un fine, peraltro immediato, particolarissimo, sono
pronti a sacrificare tutto, la verit, la giustizia, le leggi pi profonde e
piii intangibili dell'umanit. Per distruggere un avversario sacrificherebbero tutte le garanzie di difesa di tutti i cittadini, le loro stesse garanzie di difesa (CF, 408-9). Una cosa balza subito agli occhi. Si ama in
genere contrapporre riformismo e comunismo come l'amore delle pacifiche riforme da una parte e il culto della violenza dall'altra. Ma l'adesione di Gramsci alla rivoluzione d'Ottobre e al movimento politico che
da essa scaturisce matura anche sull'onda dell'indignazione in lui suscitata dal riformista Bissolati, che dopo aver contribuito a trascinare l'Italia prima nella guerra libica e poi nella guerra mondiale pronto ad
imporre all'interno del paese un terrore sanguinario.

2.

La guerra, le lite e la moltitudine bambina

Nel celebrare la guerra come rivoluzione, gli interventisti di ogni


tipo elaborano o fanno valere una loro teoria dell'avanguardia, o

G. Salvemini, Una strana affermazione, op. cit.,p. 503.

37

meglio A^lite. Di codismo danno prova, secondo Salvemini, i condottieri del socialismo italiano i quali, insuperabili finch si tratta di
criticare e demolire, si lasciano eccessivamente condizionare da
masse arretrate che si muovono per istinti negativi e non per dottrine positive e sono quindi portate a evitare la sofferenza e il dolore
della guerra. ' E invece - incalza Guido Dorso sulle colonne del Popolo
d'Italia - occorre una minoranza audace e geniale che trasciner per
la gola questa turba di muli e di vigliacchi a morire da eroi o a vincere
da trionfatori.
Pi tardi, Salvemini riconosce che le moltitudini operaie e contadine erano ostili alla guerra, nella loro banausicit e volgarit, domandavano semplicemente di essere lasciate tranquille alla loro vita di ogni
giorno. Tutto ci non poteva essere tollerato; le moltitudini subirono
per forza la guerra, perch c'era una spietata organizzazione amministrativa, che le afferrava e le buttava nella fornace. " Ma tale constatazione non assume alcun significato critico: ovvio e pacifico il diritto delle lite illuminate ad imporre la loro volont alle masse riluttanti o ribelli
al sacrificio e sorde ai valori spirituali del gigantesco rito sacrificale. Il
liberale Croce si fa beffe degli obiettivi attribuiti alla guerra dagli interventisti democratici, ma su un punto pienamente d'accordo con loro,
come risulta da un'osservazione fatta nel 1928: I contrari alla guerra
[...] erano certamente molti (in Italia come altrove), e forse "masse", ma
non contavano, perch qui si discorre di coloro che politicamente pensavano, parlavano e operavano; quelle masse non meritavano rispetto
alcuno, dato che erano costituite da uomini attanagliati dalla paura
della guerra, chiusi nel loro comodo e nel loro egoismo. "
Si comprende allora la risposta di Gramsci a Bissolati, bollato gi nel
titolo dell'articolo citato come la scimmia giacobina: in questo
momento i giacobini, nel senso deteriore del termine, sono gli interven-

9 G, Salvemini, Postilla, su L'Unit del 15 gennaio 1915, ora in Id., Opere, op. cit., voi. III, 1, p. 448.
10 Riportato in E. Forcella, Prefazione a E. Forcella-A. Monticene, Plotone d'esecuzione.
della prima guerra mondiale, Bari, Laterza, 1972, p. XII.

Iprocessi

11 G. Salvemini, La diplomazia italiana nella grande guerra. Introduzione premessa alla raccolta Val
Patto di Londra alla Pace di Roma (1925), in Id., Opere, op. cit., voi. Ili, 2, p. 726-7,
12 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 191? (1927), Bari, Laterza, 1967, p. 266.

38

tisti di ogni genere, uniti nel teorizzare tranquillamente il diritto di un'elite a sacrificare in massa un popolo riottoso sull'altare della patria o,
pili esattamente, della guerra imperialista. Successivamente, Gramsci
muter e approfondir il suo giudizio storico sul giacobinismo francese,
si render conto dei suoi profondi legami di massa. Ma, indipendentemente da ci, una prima conclusione emerge con chiarezza: il costante
rifiuto di quello che pi tardi i Quaderni del carcere definiranno come
ratteggiamento "paternalistico" verso le classi strumentali o subalterne, tradizionalmente assunto dagli intellettuali e dalle classi dominanti
dell'Italia prima liberale e poi fascista (Quaderni del carcere, [Q], 204i).
V, lite interventista, liberale, nazionalista o riformista che sia, finisce
col far valere, anche in occasione della guerra, il tema ideologico della
moltitudine bambina caro alla tradizione liberale e che ha a lungo
legittimato il monopolio proprietario dei diritti politici. Una continuit
ben evidente nell'evoluzione di Salvemini, che nella guerra e negli ufficiali esercitati al pericolo e alla direzione delle masse spera di trovare le
"guide" per quel popolo cos difficile a tenere insieme, " ma che gi nel
1907, in una lettera a Gentile, allora chiaramente attestato su posizioni
liberali, aveva scritto:
Bada bene; io sono con te nel ritenere che non tutte le classi sociali sono
fatte per tutte le idee; e la idea, che oggi contribuisce a formare la struttura
morale di un piccolo gruppo di filosofi, non diventer centro di vita morale
dei contadini che fra dieci secoli. Inoltre io mi avvicino molto a te, perch
detesto la mania che hanno certi novatori di distruggere senza edificare [...]
Occorre, dunque prudenza e tatto [evitando la diffusione tra le masse
popolari dei temi dell'irreligione e dell'ateismo] e rispetto in tutto. Summa

debetur pueris reverentia-, e il popolo bambino. "

E come bambino esso dev'essere trattato soprattutto in occasione


delle grandi crisi storiche. Salvemini nota che le moltitudini vengono
gettate loro malgrado nella fornace del conflitto mondiale per il fatto

13 ci che Salvemini riconosce ancora nel 1955 nella sua prefazione agli Scritti sulla questione
meridionale: citiamo dalla raccolta G. Salvemini, Socialismo, riformismo, democrazia, a cura di E.
Tagliacozzo e S. Bucchi, Roma-Bari, Laterza, 1990, p. 328.
14 Riportato in S. Romano, Giovanni Gentile, Milano, Bompiani, 1990 (nuova edizione integrata),
p. 109-110.

39

che non avevano un pensiero proprio ed una volont propria, n per


rivoltarsi contro la guerra, n per fare una rivoluzione. " La constatazione dell'impotenza delle forze politiche che pretendevano di rappresentarle assume toni di aperta irrisione nel nazionalista Maurizio Maraviglia:
La ricerca dei pretesti del socialismo rivoluzionario ed internazionalista e
della democrazia radicale e pacifista, costretti a rinfoderare i loro fieri propositi e ad inchinarsi di fronte al grandioso fenomeno della guerra, qualcosa di ridicolo e di pietoso insieme [...] Come sempre quando i governi e gli
eserciti fanno sul serio, i socialisti non disturbano pi. Brontolano appena,
ma in tono cos basso, che nessuno li comprende. "

Assieme a quello dell'internazionalismo, morto e sepolto, appare il


mito dell'emancipazione delle classi subalterne, che invano tentano di
conseguire un'autonoma soggettivit politica, come dimostra in modo
clamoroso la guerra mondiale. Prima della conflagrazione - osserva Vilfredo Pareto nel 1920 - si diceva che i proletari e specialmente i socialisti l'avrebbero impedita con lo sciopero generale o in altro modo. Dopo
s bei discorsi, venne la guerra mondiale. Lo sciopero generale non si
vide; all'opposto nei vari parlamenti, i socialisti approvarono le spese per
la guerra, o non fecero troppo opposizione ad esse, sicch il precetto
del maestro [Marx] : "Proletari di tutti i paesi unitevi! " si trov implicitamente trasformato nell'altro: "Proletari di tutti i paesi uccidetevi". "
Per Gramsci si tratta per l'appunto di evitare il ripetersi di una tale
tragedia; si tratta di far s che il popolo lavoratore non rimanga nella
condizione di preda buona per tutti e semplice materiale umano a
disposizione delle lite (CT, 175), di materiale grezzo per la storia delle
classi privilegiate (ON, 520). Tale condizione risulta insuperabile fino a
quando le classi subalterne si configurano come una massa amorfa che
ondeggia perennemente fuori di ogni organizzazione spirituale (CT,
175). Questa organizzazione autonoma difficilmente pu essere cercata

15 G. Salvemini, La diplomazia italiana nella grande guerra, op. cit., p. 727.


16 M. rvlaraviglia, J belati del radico-socialismo
nazionalisti, Milano, Feltrinelli, 1981, p, 217.

(6 agosto 1914) in A. d'Orsi {a cura di), 7

17 V. Pareto, Trasformazione della democrazia (1920), in


Torino, UTET, 1966, p, 940.

40

Scritti sociologici, a cura di G. Busino,

e conseguita nell'ambito dell'ideologia e del mondo politico liberale, ai


quali rinvia il tema della moltitudine bambina.
Sul versante opposto, dopo aver celebrato i suoi fasti sanguinosi nel
corso della I guerra mondiale, il motivo ^lite o minoranza eroica,
carica di disprezzo nei confronti delle masse filistee e banalmente e vilmente attaccate alla sicurezza e al comfort della vita quotidiana, viene
poi ereditato e radicalizzato dal fascismo.

3.

Guerra, ingegneria sociale e socialismo di Stato

La guerra imposta alla moltitudine bambina diviene un colossale


esperimento di ingegneria sociale, che pretende di instaurare una nuova
comunit intimamente fusa e rimescolata dalle fondamenta sulla base
dell'esperienza del dolore e del sacrificio. Abbiamo visto la metafora
della fornace in Salvemini. Questi, ancora nel 1955, cos descrive la
funzione pedagogica da lui a suo tempo attribuita alla partecipazione
dell'Italia al primo conflitto mondiale: Ecco un popolo - dicevo fra me
e me - sradicato, per la prima volta nella storia, tutto insieme, dalla sua
vita tradizionale, e rimescolato per anni col resto del popolo italiano in
una vita di pericolo e di sofferenza, durante la quale i cittadini e combattenti, si vedono molte volte la morte innanzi agli occhi, e quindi,
per poter conseguire la salvezza, sono portati e obbligati a tenersi bene
stretti ai loro compagni. Una rigenerazione della presente vita sociale si attende dalla guerra appena scoppiata Benedetto Croce, " il quale
fa ricorso anche lui alla metafora della fornace di fusione, e vi fa ricorso ancora nel 1928, quando pure ormai chiaro che di questa retorica
l'erede e il beneficiario divenuto il fascismo.

18 G. Salvemini, Socialismo, riformismo, democrazia, op. cit., p. 328.


19 B. Croce, Cultura tedesca e politica italiana (dicembre 1914), ora in Id., Ultalia dal 1914 al 1918.
Pagine sulla guerra, Bari, Laterza, 1950 (IH ed. ), p. 22.
20 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 19V, op. cit., p. 271.

41

una retorica non confinata all'Italia e neppure all'Europa. In tutti i


paesi impegnati nel gigantesco conflitto, la mobilitazione corale che
esso comporta viene celebrata come l'agognato superamento e la soluzione alfine trovata dei precedenti conflitti e lacerazioni, come strumento per abolire la struttura di classe. " Si tratta di un motivo ideologico che pu assumere toni palingenetici e che talvolta non ammutolisce neppure con la cessazione delle ostilit. Subito dopo la firma dell'armistizio, Herbert Hoover, alto esponente dell'amministrazione americana e futuro presidente degli Usa, attribuisce al conflitto appena concluso una funzione di purificazione degli uomini e quindi di preparazione di una nuova epoca d'oro: siamo orgogliosi di aver preso parte a
questa rinascita dell'umanit. ^
Sferzante invece l'ironia di Gramsci: Cinque anni di purificazione,
dirigenerazione,di martirio, mezzo milione di giovani vite distrutte, un
altro mezzo milione di giovani vite rovinate, il paeseridottoa un tumulto
obbrobrioso di avventurieri, di trafficanti, di frenetici irresponsabili, il
patrimonio nazionale ipotecato a perpetuit... (ON, 244-5). I Quaderni
del carcerericonoscononaturalmente che la guerra ha costretto i diversi
strati sociali ad avvicinarsi, a conoscersi, ad apprezzarsi reciprocamente
nella comune sofferenza e nella comune resistenza in forme di vita eccezionali che determinavano una maggiore sincerit e un pi approssimato
avvicinarsi all'umanit "biologicamente" intesa (Q, 2212). Ma ci non
comporta n la giustificazione o trasfigurazione dell'intervento n l'adesione alla tesi del miracoloso trascendimento dei conflitti sociali nella
comunit scaturita dalla guerra e dalla vita nelle trincee.
Ben diverso l'atteggiamento di Croce. Gi al tempo della guerra libica, il filosofo napoletano aveva lamentato il fatto che il movimento socialista di ispirazione marxista aveva minato la coscienza dell'unit sociale;
ne era derivata una generale decadenza del sentimento di disciplina
sociale-, gli individui non si sentono piii legati a un gran tutto, parti di un
gran tutto, sottomessi a questo, cooperanti in esso, attingenti il loro valore

21 G. L. Mosse, Legume mondiali dalla tragedia aimito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990, p. 73.
22 M. N. Rothbard, Hoover's 1919 FoodDiplomacy in Retrospect, in L. E. Gelfand (a cura di), Herbert Hoover, The Great War and ist Aftermath 1917-23, lowa. University Press, 1974, p. 89.

42

dal lavoro che compiono nel tutto. Qualche anno dopo - l'Italia non
ancora entrata nel conflitto mondiale - Croce guarda con ammirazione,
forse anche con un po' di invidia, allo spettacolo dell'unit nazionale della
Germania, dove l'entusiasmo e lo sforzo patriottico hanno contagiato tutti, spazzando via per sempre - questa la diffusa sensazione - ogni traccia
di conflitto sociale e, tanto pi, della lotta di classe cara a Marx. Il paese in
cui pi profondamente e senza riserve sembra essersi realizzata l'integrazione patriottica del movimento socialista, appare a Croce come un
modello carico di un futuro che va ben al di l delle contingenze belliche:
Vedi -scrive ad un amico il 22 dicembre 1914 - io mi sono un tempo
appassionato pel socialismo alla Marx, e poi pel socialismo sindacalistico
alla Sorel; ho sperato dall'uno e dall'altro la rigenerazione della presente vita
sociale. E tutte e due le volte ho visto dissolversi e dileguare quell'ideale di
lavoro e di giustizia. Ma ora si accesa la speranza di un movimento proletario inquadrato e risoluto nella tradizione storica, di un socialismo di Stato e
di nazione; e penso che ci che non faranno, o faranno assai male e con finale insuccesso, i demagoghi di Francia, d'Inghilterra e d'Italia (i quali aprono
la via non al proletariato e ai lavoratori, ma, come dice il mio venerato amico
Sorel, ai noceurs), far forse la Germania, donandone esempio e modello
agli altri popoli. Perci giudico assai diversamente dai socialisti italiani l'atto
compiuto da quelli di Germania; e credo che quei socialisti, che si sono sentiti tutt'uno con lo stato germanico e con la sua ferrea disciplina, saranno i
veri promotori dell'avvenire della loro classe.

Socialismo di Stato e di nazione forgiato dall'esperienza della disciplina militare e della guerra: la categoria cara a Croce fa pensare a quelle analoghe in voga in Germania in quegli anni, socialismo di Stato, socialismo
nazionale, socialismo di guerra. Le due tiltime rinviano in particolare a
quel Plenge che uno dei principali protagonisti, gi nel titolo di un suo
libro, della contrapposizione tra idee del 1914 e idee del 1789. ^

23 B. Croce, Il partito come giudizio e come pregiudizio (1912) e Fede e programmi (1911), in Id.,
Cultura e vita morale (1914), Bari, Laterza, 1926 (II ed. raddoppiata), p. 196 e 163.
24 B. Croce, Cultura tedesca e politica italiana, op. cit., p. 22.
25 J. Plenge, 1789 und 1914. Die symholischen Jahre in der Geschichte despolitischen Geistes, Berlin
1916; vedi D. Losurdo, Hegel e la Germania, filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Milano, Guerini-Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1997, cap. XIV, 13 e 18,

43

La presa di posizione di Croce contenuta in una lettera pubblicata


su Italia nostra del 27 dicembre 1914. Gramsci sembra averne preso
visione. Certo che, qualche tempo dopo, procede anche lui ad un'analisi della situazione politica venutasi a creare in Germania. Alla vigilia
della guerra - osserva su La citt futura - il governo tedesco ebbe l'accortezza di prelevare il denaro occorrente per le maggiori spese militari
con un'espropriazione (almeno apparente) dei grossi reddituari, cio
con un'imposta a carico dei redditi alti. In tal modo, il governo si procur l'appoggio anche della maggioranza dei socialisti, sedotta da
questo esperimento di socialismo di Stato, che cos tanto pi facilmente vota i crediti di guerra. In realt, si votarono dei denari che
andavano a beneficio esclusivo della borghesia e del partito militare
prussiano (CF, 9-10). Con qualche modesta concessione alle classi
popolari, il presunto socialismo di Stato rafforza il potere e il blocco di
potere borghese-feudal-militare.
A conclusioni non molto diverse giunge Gramsci analizzando la
situazione dell'Inghilterra. Qui il liberalismo di Lloyd George, ovvero
il governo radicale e liberal-laburista (i laburisti, non ancora costituiti
come gruppo politico autonomo, lo appoggiano dall'esterno), togliendo
alla Camera dei Lord ogni diritto di veto e presentando un progetto
di legge agraria, che prevede l'esproprio delle propriet private non
adeguatamente coltivate, finisce col prospettare una forma di socialismo di Stato borghese, cio socialismo non socialista. Si tratta di uno
Stato che idealmente sta al di sopra delle competizioni di classe; in
realt un modello utopistico, un miraggio, e proprio questo ne fa
una forza di conservazione (CF, 7-9). E dunque, da un lato Gramsci
valuta positivamente le conquiste politiche e sociali che in un modo o
nell'altro le classi subalterne sonoriuscitea strappare allo Stato borghese
e ne lamenta l'assenza in Itaha. Qui mancato completamente quel
periodo di svolgimento che ha reso possibile l'attuale Germania e Inghilterra, sicch liberali e nazionalisti che prospettano anche per il
nostro paese qualcosa di simile allo stato inglese e allo stato germanico,
e che su tale base sviluppano la polemica contro il movimento operaio e
socialista, pretendono in realt il sacrifizio da parte del proletariato in
cambio di nulla (CF, io). Dall'altro lato, ancora prima della rivoluzione
d'Ottobre, Gramsci decisamente critico nei confronti di un sociali-

44

smo di Stato che non intacca e anzi rafforza il potere della borghesia e
persino dell'antico regime o dei suoi residui. Diffusasi soprattutto sull'onda della guerra, l'idea pi o meno vaga di un socialismo di Stato
comincia ad affacciarsi gi alla fine dell'800, allorch si profilano gli antagonismi e il pericolo o la certezza di una conflagrazione che pu essere
affrontata solo con una mobilitazione corale e totale, e con un'ideologia
comunitaria capace di favorirla e promuoverla.
in questo quadro che va collocata la dichiarazione ad esempio di Sir
William Harcourt, che nel 1894 afferma: Oggi siamo tutti socialisti.
Sono pressappoco gli anni in cui Engels denuncia il carattere reazionario
del socialismo prussiano di Stato {preujiischer Staatssozialismus) e - fatto ancora pi significativo - mette in connessione con i preparativi di
guerra di Bismarck lo sviluppo di questo falso socialismo o preteso
socialismo (MEW, XX, 259 e nota; XXV, 170). ^ Si direbbe che, con lo scoppio del primo conflitto mondiale, il socialismo di Stato ovvero il socialismo o il comunismo di caserma, a suo tempo messi in stato d'accusa da
Marx ed Engels (MEW, vili, 322), diventino l'ideale dei diversi paesi
impegnati nel conflitto e della stessa borghesia liberale o di larghi settori
di questa classe. Se in Germania Spengler teorizza il socialismo prussiano, in Italia Croce esprime la sua ammirazione per il socialismo di Stato
e di nazione. L'adesione di Gramsci al comunismo e il suo pi netto
distacco dal liberalismo sono scanditi anche dal rifiuto di questo socialismo raccomandato da autori sia nazionalisti che liberali.
Ancora nel 1928, a dieci anni dalla fine della guerra e a sei anni dall'avvento del fascismo al potere sull'onda anche della guerra. Croce, pur
ormai partecipe della fronda nei confronti del regime, continua a criticare i socialisti italiani per il fatto che, al momento del conflitto, sopra
la patria e contro la patria ponevano altri ideali, e cos idealmente si
staccarono dal popolo a cui appartenevano. Il filosofo idealista rievoca
con calore e con una certa nostalgia la concordia nazionale, lo stato
d'animo comune e nazionale che aveva presieduto all'entrata dell'Ita-

26 G. M. Trevelyan, History ofEngknd


(II ed.), voi. II, p. 614.

(1942); tr. a., Storia d'Inghilterra, Milano, Garzanti, 1979

27 Su ci vedi D. Losurdo, Tra Hegel e Bismarck. La rivoluzione del 1848 e la crisi della cultura tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 332-5.

45

lia in quella fornace di fusione che la guerra. Gentile va ancora


oltre. Entusiasta interventista, celebra anche lui la guerra, e con enfasi
ancora maggiore, come momento di rigenerazione e fusione della nazione, come consapevole accettazione del sacrificio e dei doveri comuni
in un sociale organismo a cui tutta la nostra persona avvinta e a cui son
pure legate tutte le nostre fortune, e per la cui salvezza ci conviene pertanto fare ogni sforzo ed esporre persino la vita. " A partire da tale
retorica, il filosofo attualista aderisce al fascismo nel quale addita ed
esalta il figlio della guerra e della corale comunit di guerra.

4.

Ideologie-teologie della guerra e stereotipi nazionali

Se anche, a partire dalla I guerra mondiale, la via di Gramsci comincia a divergere nettamente da quella di Croce e di Gentile, non bisogna
perdere di vista i punti di contatto che continuano a sussistere. Nonostante il loro lealismo o zelo patriottico, i due filosofi idealisti assumono
una posizione che, per la sua sobriet, si staglia piuttosto solitaria nel
desolante panorama culturale del tempo, che vede i due schieramenti
giustificare e trasfigurare il gigantesco scontro mediante due diverse e
contrapposte ideologie e teologie della guerra. Pur contando sulla presenza nel suo seno della Russia zarista e pur potendosi avvalere dell'alleanza della celeste autocrazia del Giappone, l'Intesa si presenta come
protagonista di una sorta di crociata e di guerra santa per la difesa e la
diffusione della democrazia e per il trionfo definitivo della pace. Di
crociata e guerra santa parla esplicitamente Wilson, il quale non
esita ad assumere toni che fanno pensare alle prediche che accompagnavano le crociate medioevali: Il momento maturo, il destino

28 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 all9V,

op. cit., p, 261,263 e 268-71.

29 G. Gentile, Che cosa il fascismo (1925) inld., Pot^ca e ctt/furfl, a cura di H. A Cavallera (voi.
XLVI delle Opere), Firenze, Le Lettere, 1991, voi. I, p. 16.
30 G. Gentile, Il fascismo e la Sicilia (1924), zW., p. 50.

46

dischiuso. Si giunti a questo punto non sulla base di un piano da noi


preordinato, bens per volere di Dio, che ci ha guidato fino a questa
guerra. E ancora: Quando gli uomini imbracciano le armi per render
liberi altri uomini, c' qualcosa di sacro e di santo nel combattimento;
la spada scintiller come se la sua lama risplendesse di luce divina;
crociati, protagonisti di una trascendente impresa sono da considerare i soldati americani.
Non meno carica di motivi religiosi risulta la Kriegsideologie - l'espressione ripresa dal Thomas Mann del 1928, impegnato in una
riflessione critica e autocritica - della Germania, la quale individua e
celebra nella guerra, e nella concentrazione e nel sacrificio che essa
comporta, la situazione assoluta o la situazione-limite, grazie alla
quale possibile recuperare o attingere la dimensione autentica dell'esistenza. La vita in trincea e il pericolo e la vicinanza della morte finiscono
col configurarsi come una sorta di cruenti esercizi spirituali che consentono di porre rimedio alle consuete rimozioni della vita ordinaria. Alle
spalle di tale ideologia agisce chiaramente la tradizione religiosa che cerca nella meditatio mortis l'antidoto alla dispersione della banalit quotidiana. Ben si comprende allora la tesi del Thomas Mann del 1918,
secondo cui inseguire l'ideale della pace perpetua significa voler rimuovere dall'esistenza il dolore e la prossimit della morte e quindi rendersi
colpevoli, in ultima analisi, di tradimento verso la Croce {Verrai am
Kreuz). La guerra viene qui giustificata e trasfigurata non solo come
meditatio mortis ma anche come verhum crucis.
Siamo veramente in presenza di due contrapposte teologie della
guerra. Sul versante dell'Intesa, se Boutroux proclama la crociata filosofica contro la Germania, il liberale inglese di sinistra Hobhouse cos
sintetizza il significato dello scontro in atto in ultima analisi in nome di
una religione pi o meno laicizzata: L'Europa subisce il suo martirio,
milioni di persone muoiono al servizio di falsi di, altri milioni nel resistere ad essi. " Per quanto riguarda la Germania, Sombart teorizza il
Glaubenskrieg, ovvero la guerra di religioni e fedi contrapposte e

31 L. T. Hobhouse, The MetaphysicalTheory


Unwin, 1921 (Il ed.), p. 134-5.

of the State. A Criticism (1918), London, Alien &

47

Eucken chiama i suoi concittadini a difendere con tutte le loro forze la


fede tedesca {deutsches Glauben) e ranimo tedesco {deutsche
Gesinnun^, oltre che la conoscenza tedesca [deutsches Erkennen) e
la creativit artistica tedesca {deutsches Kunstschajfen). "
Pur ferocemente contrastandosi, gli ideologi dei due schieramenti
sono concordi nel presentare il conflitto mondiale come un mortale
duello in cui si fronteggiano civilt contrapposte. Un effetto demistificante e disintossicante ha allora l'osservazione di Croce che, nell'ottobre del 1914, annota sarcasticamente: Credo che, a guerrafinita,si giudicher che il suolo d'Europa non solo ha tremato per pi mesi o per
pi armi sotto il peso della guerra, ma anche sotto quello degli spropositi. " E vero: siamo in un momento in cui la neutralit dell'Italia consente al filosofo napoletano di pensare e di esprimersi con particolare spregiudicatezza e con sovrano disprezzo nei confronti della schiera folta e
variegata degli ideologi della carneficina in atto.
Epper, questo atteggiamento non muta sostanzialmente con l'intervento dell'Italia. Assieme a Gentile, Croce non si stanca di polemizzare contro la configurazione del conflitto in termini di scontro tra
opposte visioni del mondo, tra cultura tedesca e cultura francese, ovvero tra civilt germanica da un lato e civilt latina e anglosassone dall'altro. Non un caso che gli imperversanti stereotipi nazionali incontrino
maggiore resistenza proprio in Italia. Si tratta di un paese che non tra i
protagonisti principali della guerra e della competizione imperialistica e
che, solo dopo aver oscillato tra i due contrapposti schieramenti, si
risolve infine a intervenire a fianco dell'Intesa. Fatta tale premessa, bisogna pur dire che, in questi anni. Croce e Gentile, nonch Sorel (interlocutore dei due filosofi e impegnato a polemizzare contro le imperversanti ideologie della guerra con articoli pubblicati sulla stampa italiana),
fanno unafigurada giganti non solo a confronto dei pennivendoli pi o

Ci siamo occupati di tutto ci in D. Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente. Heidegger e


l"'ideotogia della guerra", Torino, Bollati Boringhieri, 1991, passim-, Id., Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, cap. V, 3; Id,
Dai fratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. VI, 2-3.
Vedi B. Croce, Giudizi passionali e nostro dovere. Va un'intervista (ottobre 1914), in Id., L'Italia
dal 1914 al 1918, op. cit p. 12.

48

meno direttamente al servizio dei rispettivi stati maggiori, ma anche di


eminenti intellettuali e filosofi (Boutroux e Bergson ovvero Scheler e
Simmel) travolti anche loro dall'ondata sciovinistica e mitologica.
Ancora a guerra conclusa, lo stesso Weber sembra interpretarla come
Kulturkrieg, come risulta da un brano celeberrimo ma che di rado stato inserito e letto nel contesto problematico che ora stiamo trattando:
Come si possa fare per decidere "scientificamente" tra il valore della cultura tedesca e di quella francese, io lo ignoro. Anche qui c' un antagonismo tra
divinit diverse, in ogni tempo [...] Su questi Dei e sulle loro lotte domina il
destino, non certo la "scienza". E dato solamente intendere che cosa sia il
divino nell'uno o nell'altro caso, ovvero in un ordinamento o nell'altro. '''

La tendenza, particolarmente evidente in Eucken, alla nazionalizzazione persino della religione, si fa avvertire anche in Italia. Sarcastico e
sprezzante Gramsci: Suvvia, creiamoci un nostro vecchio buon dio, un
paradiso per uso nazionale, donde siano esclusi quanti non hanno sangue italico nelle vene (CT, 29-30). La sintonia che non solo Gramsci ma
anche Togliatti avvertono nei confronti della cultura neoidealistica italiana una presa di posizione contro la lettura in chiave ideologica e persino teologica del primo conflitto mondiale. L'influenza di Croce e Gentile
evidente. Mentre infuria la guerra, il secondo polemizza contro l'atteggiamento di coloro i quali, poich non potevano arrolarsi negH eserciti
della patria decidono di pigliarsela con Goethe o con Hegel o con
Fichte; " e difende altres dagli attacchi degli sciovinisti pi furibondi
Benedetto Croce, bollato in quanto filosofo senza patria per il fatto
che, nonostante la guerra controia Germania, continua a studiare
Goethe e si industria persino di tradurlo. Airantitedeschismo
furibondo che finisce col negare il carattere universale della cultura e
della scienza, il giovane Gramsci contrappone a sua volta l'ideale umano di Goethe e di Winckelmann, che erano tedeschi come potevano

34 M. Weber, Wissemchaft ah Senif (1919); tr. it., di A. Giolitti, Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi (1948), 1966, p. 31-2.
35 Gentile, Deformazioni storiche (20 marzo 1916), in Id., Guerra e fede, a cura di H. A. Cavallera
(voi. XLIII delle Opere), Firenze, Le Lettere, 1989 (IH ed.), p. 239-240.
36 G. Gentile, benedetto Croce e i Tedeschi (13 ottobre 1918), in Id., Guerra e fede, op. cit., p, 149.

49

essere italiani o francesi o inglesi (CF, 459-61). Dura la denuncia degli


ambienti intellettuali e politici inclini a distruggere, nel furore della guerra, il carattere sovranazionale della cultura e della comunit scientifica:
La Royal Society di Londra ha proposto, e i delegati delle Accademie di
Parigi, di Roma, di Bruxelles, di Washington, riuniti nella sua sede, hanno
acconsentito, di rompere per sempre ogni relazione con la scienza tedesca
[...] La Royal Society ha proposto di rompere per sempre ogni legame con
la scienza nemica. Noi concludiamo: la Svizzera destinata a un meraviglioso avvenire scientifico (NM, 381-2).

Coloro che vorrebbero liberarsi dai tedeschi boicottando le edizioni dei classici latini e greci finiscono in realt col mutuare il peggio della Germania guglielmina (CT, 30). Sempre negli anni della guerra, Croce
sbeffeggia la diffusa lettura in chiave di contrapposizione tra germanesimo e latinit e fa notare che questa e altre simili contrapposizioni
non perdono nulla del loro odioso carattere razzista una volta che da
parte italiana (o francese o inglese) esse vengano riprese rovesciandone
solo il giudizio di valore: la tesi che condanna il popolo tedesco in blocco come popolo reprobo non meno stolta di quella che lo celebra
come popolo eletto. " Sulla scorta di Croce, delle cui parole esplicitamente si serve, Gentile denuncia come pseudoconcetto il discorso
sulla razza e sottolinea che nulla guadagna in seriet e validit quello
pseudoconcetto se viene utilizzato per dimostrare, invece che la senile
decadenza latina, rinferiorit della razza germanica. In termini
analoghi, su L'Ordine Nuovo diretto da Gramsci, Togliatti ironizza su
coloro che affermano l'esistenza di una sol razza eletta, quella dei germani, o quella dei latini, creatrice di tutto ci che di buono si fatto
sinora, depositaria della capacit di proseguire nel futuro l'opera di
educazione e di rischiaramento dell'umano genere. " Alcuni mesi
dopo, Gramsci fa notare che all'imbarbarimento del conflitto, che con-

37 B. Croce, Noterelle (Cultura e civilt) (1915) e Lo Stato come potenza (1915), in Id., Ultalia dal
1924a/I9IS,op.cit.,p.64e75.
38 G.GeaAe,BenedettoCmceeiTedeschi{\.'i

ottobre I9l&),iald.,

Guerra e fede, op. cit.,p. 151.

39 P. Togliatti, "Franche parole alla mia nazione" di Arturo Farinelli, in l! Ordine Nuovo, del 15 maggio 1919), ora in Id., Opere, op. cit., voi. I, p. 30.

50

tinua a manifestarsi anche dopo la firma dell'armistizio, contribuiscono


forsennate ideologie, compresa quella dell'Intesa che sembra talvolta
voler inserire tra le razze inferiori queUa germanica (ON, 39l).
UOrdine Nuovo riconosce in termini espliciti e solenni il debito contratto soprattutto nei confronti di Croce:
Io ricordo che, nei momenti di calma lasciati dal lavoro cui si era stati chiamati o che ci si era imposto, si cercava con desiderio qualche scritto che si
elevasse un poco al di sopra dell'ambiente di meschinit morale e di falsit
intellettuale che si era venuto formando subito dopo l'inizio della guerra, e
che sempre pi ci opprimeva. C'era dunque ancora, in Italia, chi aveva la
serenit e il coraggio necessari per opporsi, per mettere in luce gli spropositi
circolanti per opera degli improvvisati filosofi della storia e della guerra, e
delle razze, e delle nazionalit e per condannare lo stato d'animo fatto di
leggerezze e di gonfiezza retorica, che si voleva far passare come il solo
autentico patriottismo.

A scrivere e firmare l'articolo Togliatti, il quale per sembra riferire un'esperienza che non solo personale. Il significato dell'influenza di
Croce e di Gentile viene cos ulteriormente precisato: Di questo
nascente spirito internazionalista [che si era faticosamente costruito prima dello scoppio della guerra] eravamo debitori a uomini d'arte e di
pensiero che avevano respinto la pretesa di dividere l'unit di spirito
della specie umana in razze rigide, escludentisi a vicenda. Questo
importante risultato sembra essere stato compromesso dalle passioni
della guerra e delle ideologie della guerra:
Parlare, oggi, di un patrimonio di civilt comune a tutti i popoli, pu davvero sembrare un'irrisione, oggi che la civilt non piti che una grossa parola con la quale si vorrebbe ricoprire la boria nazionale, rinfacciare al nemico
la mancanza di ogni gentilezza, di ogni educazione, di tutte quelle buone e
belle doti che si pretendono distribuire a seconda dei confini geografici e
dei limiti della nostra mutevole passione politica.

40 P, Togliatti, "Pagine sulla guerra" diBenedetto


in Id., Opere, op. cit., voi. I, p. 38-9.

Croce, in L'Ordine Nuovo del 7 giugno 1919, ora

41 P. Togliatti, "Franche parole alla mia nazione" di Arturo Farinelli, op. cit., p. 30.

51

In termini analoghi si era espresso Gentile polemizzando contro


coloro che pretendono di mettere l'ipoteca su tutte le virtii e le pi alte
capacit umane, rivendicandole ad un'esclusiva nazione o tradizione
culturale.
Riprendendo un motto di Romain RoUand, ma limitandone drasticamente il campo d'applicazione, Croce aveva indicato nell'arte e nella
scienza le due forme con le quali lo spirito umano esce di continuo e si
mette in perpetuo al di sopra della mle o tumulto della pratica. "" E
ancora i Quaderni del carcere riconoscono al filosofo napoletano il merito di aver cercato di prendere le distanze dal frenetico connubio tra
filosofia e ideologia proprio degli anni della guerra e di aver cercato
in un certo senso di mantenersi au dessus della mischia (Q, 1356 e
1318), assumendo un atteggiamento che si pu chiamare goethiano e
dando prova di fermezza di carattere sul piano etico. Tutto ci,
mentre tanti intellettuali perdevano la testa (Q, 1216) e procedevano
ad una lettura del conflitto mondiale come guerra di anime nazionali,
coi suoi caratteri di profondit passionale e di ferocia (Q, 285-6).
E, tuttavia, a differenza degli scritti giovanili, i Quaderni del carcere
formulano importanti riserve. Allorch dichiara di volersi mantenere,
per quanto riguarda il piano filosofico e culturale, al di sopra della
mischia. Croce si preoccupa di rispondere alla sfida costituita dal materialismo storico (Q, 1356), non intende privare gli intellettuali e gli elementi dirigenti della capacit di comprensione realistica del conflitto:
Ci che importa al Croce che gli intellettuali non si abbassino al livello
della massa, ma capiscano che altro l'ideologia, strumento pratico per
governare, e altro la filosofia e la religione che non deve essere prostituita nella coscienza degli stessi sacerdoti. Gli inteUettuali devono essere governanti e
non governati, costruttori di ideologie per governare gli altri e non ciarlatani
che si lasciano mordere e avvelenare dalle proprie vipere (Q, 1212).

Al contrario dei volgari ideologi, Croce si preoccupa inoltre di


prendere le distanze da passioni e ideologie cieche suscettibiH di pro-

42 G.Gi:rA\\i,BenedettoCroceetTedescht,o-p.

cit.,p. 151.

43 B. Croce, La guerra e gli studi (settembre 1917), ora in Id., Vltalia dal 1914 al

52

1918,op.dt.,p.2U.

vocare l'autodistruzione del mondo borghese: La pace dovr succedere alla guerra e la pace pu costringere ad aggruppamenti ben
diversi da quelli della guerra: ma come sarebbe possibile una collaborazione tra Stati dopo lo scatenamento di fanatismi religiosi della
guerra? (Q, 1212).
E, tuttavia, non del tutto esatto che il filosofo idealista abbia rifiutato ogni impostazione "religiosa" della guerra. Questa stata da lui
tollerata per quanto riguarda le grandi masse popolari mobilitate e
che devono pur essere disposte a sacrificarsi in trincea e a morire (Q,
1212). La crociana internazionalit ristretta al campo della scienza e
dell'arte cerca di evitare lacerazioni insanabili tra le diverse classi
dominanti e dirigenti, ma non si propone certo di immunizzare contro
le ideologie della guerra le masse popolari. In effetti, nel corso del primo conflitto mondiale, mentre da un lato insiste sul contenzioso geopolitico ed economico, cos Croce idealmente si rivolge ad un popolano o un contadino, per convincerlo ad accettare serenamente i sacrifici
che la situazione impone: Figliuol mio, c' la guerra, come c' la siccit e la grandinata: che vuoi farci? Rassegnati, e, poich non c' altro
da fare, pensa a tener bene in mano il fucile che ti stato dato per
difendete la patria, che siamo tu, io, e i tuoi e i miei figli, perch tutti
quanti viviamo sulla terra d'Italia. Certo - aggiunge Croce- non ho
innalzato quel contadino o popolano alla scienza, alla critica, a problemi concettuali, poich non potevo e non era il caso; ma non gli ho,
poi "detto il falso". Agli occhi di Gramsci, invece, si tratta di una
sorta di doppiezza, quella che caratterizza, nei due filosofi neoidealisti,
la critica della religione in genere. Se da un lato in essi l'internazionalismo culturale lascia un varco per l'aizzamento sciovinistico delle masse
popolari, dall'altro U sentimento nazionale dei sedicenti nazionalisti
"temperato" da un cosmopolitismo [...] accentuato, di casta, di cultura, eccetera (Q, 1213). Si comprende allora l'incontro di Croce e Gentile coi nazionalisti e la collaborazione del primo a "Politica" di A.
Rocco e E Cppola; il nazionalismo in realt una delle frazioni del
liberalismo politico (Q, 1353).

44 B. Croce, Lufficio degli oratori e i doveri degli scienziati (giugno 1918), ihid., p. 250.

33

5.

Guerra e materialismo storico

Ma se non l'antagonismo tra culture e civilt diverse ovvero tra


fedi contrapposte, quale dinamica a fondamento della I guerra mondiale? Prendendo la parola a poco pi di un anno di distanza dall'intervento dell'Italia, il senatore Raffaele Garofalo cerca di analizzare il contenzioso geopolitico ed economico:
Non vero che il presente conflitto europeo sia quello della civilt contro
le barbarie; non vero che sia una lotta di razze, falso che abbia lo scopo di
integrare le nazionalit; ed falso del pari che da una parte si combatta per
la causa della libert e della democrazia e dall'altra per quella del militarismo e della autocrazia [...] Questo gigantesco conflitto rappresenta la fase
acuta e violenta della lunga precedente rivalit economica tra Inghilterra e
Germania, cominciata fin da quando quest'ultima, con le sue industrie e le
sue nuove colonie, minacci la prima nel suo predominio commerciale nel
mondo (in CT, 444).

Com'era prevedibile, queste dichiarazioni suscitano le irate proteste


e le grida di scandalo e di indignazione degli ambienti pi imbevuti dell'ideologia della guerra dell'Intesa. La caccia all'uomo pensante, aperta il 24 maggio 1915, ha avuto come ultima vittima il sen. Raffaele Garofalo: cos si esprime Gramsci che accosta le posizioni sopra riportate a
quelle di Croce, meritevole di aver preso le distanze dalla trasfigurazione del conflitto mondiale in chiave di crociata democratica e di aver
richiamato l'attenzione sulla realt della lotta economica e di potenza
tra gli Stati (CT, 453-4).

Nel loro rifiuto di leggere in chiave meramente ideologica il conflitto, sia il politico che il filosofo cercano di iniettare sulla ideologia borghese il reagente vivificatore del materialismo storico. Epper, la reazione furibonda assai significativa: bisogna allora convincersi che il
materialismo storico, come forza agente sugli eventi, pu solo incarnarsi
nel proletariato (CT, 453-4). Non teorizza Croce la scissione tra materialismo storico e movimento operaio? Bene, i fatti dimostrano che tale
scissione non possibile: la borghesia non in grado non solo di sottoscrivere ma neppure di tollerare una spiegazione non mitologica della
guerra mondiale. Incontestabile risulta allora il buon diritto del proletariato alla vittoria anche politica; esso finir con l'essere ricono-

54

sciuto da tutti, e specialmente, sebbene con amarezza, dai Garofalo e


dai Croce d'adesso (CT, 444).
Come si vede, la polemica non disgiunta da un atteggiamento di
rispetto, dal riconoscimento agli interlocutori di un'onest intellettuale
capace di trascendere i limiti della propria classe. E, tuttavia, le divergenze cominciano a manifestarsi con nettezza. In occasione della pubblicazione degli accordi segreti, di carattere coloniale, stretti tra la Russia zarista e i suoi alleati. Croce condanna i bolscevichi per aver reso
pubblici i trattati diplomatici conclusi sotto la fede reciproca e per
essere inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono.
Proprio perch legge in chiave vitalistica il conflitto mondiale, il filosofo idealista non trova alcim motivo di scandalo nei piani e progetti di
espansione coloniale o di conquista e di spartizione di nuove sfere d'influenza. Diverso e contrapposto l'atteggiamento di Gramsci, il quale
saluta la pubbHcazione dei trattati segreti come un nuovo colpo alla
mitologia democratica dei paesi dell'Intesa, sedicenti Crociati impegnati nella liberazione delle terre sante (NM, 376), e quindi come un
nuovo passo in avanti nell'accertamento delle reali responsabilit, della
reale dialettica e del concreto sistema politico-sociale che hanno provocato la terribile carneficina.
Delle divergenze via via pi profonde rispetto ai due filosofi neoidealisti, il giovane rivoluzionario non si avvede immediatamente. Come
emerge con chiarezza da un suo commento alla presa di posizione di
Gentile (e indirettamente di Croce) relativa alla Societ delle Nazioni, la
cui costituzione in quel momento al centro del dibattito politico e culturale. Secondo Croce, come nella vita di un singolo Stato a periodi di
evoluzione pacifica si alternano periodi di tensioni pi o meno acute che
talvolta sfociano in conflitti sanguinosi, cos avviene anche nei rapporti
intemazionali; a questo livello, la guerra l'equivalente di ci che la rivoluzione rappresenta sul piano di ogni singolo Stato. Dunque, anche la
vagheggiata costituzione di una sorta di Stato mondiale non sarebbe in
grado di prevenire o impedire il verificarsi di conflitti sanguinosi. ^

45 B. Croce, Sopravnivenze ideologiche (giugno 1918), ihid., p. 252 e 254.


46 B. Croce, La "Societ delle nazioni". Intervista (gennaio 1919), ibid., p. 290-4.

55

Sulla connessione tra guerra e rivoluzione, insiste anche Giovanni


Gentile che, in un'intervista del 6 gennaio 1918, cos polemizza contro
la vecchia idea della pace perpetua:
Idea falsa anche per la concezione dello Stato, sulla quale si fonda, giacch
lo Stato nel secolo XIX, e soprattutto per merito del marxismo, ha acquistato chiara coscienza della sua natura dialettica, ossia della lotta che gli
immanente ed essenziale, come funzione normale di vita; per cui lo Stato pic-

colo 0 grande che sia, ha la guerra interna quando non abbia l'esterna, e ha
tanto pi violenta la prima - come accade oggi sotto i nostri occhi - quanto
meno senta ipericoli comuni e la responsabilit della seconda (in CF, 651 ).
Altamente, e singolarmente, positivo il commento del giovane
Gramsci, felice per il fatto che Gentile, autore di un volume sulla filosofia di Carlo Marx, si serva di concetti esplicitamente marxisti (CF,
65o). In realt, il nesso guerra-rivoluzione viene qui sottolineato per raccomandare la prima come antidoto alla seconda. Con lo sguardo rivolto
alla Russia, Gentile procede ad una singolare inversione di causa ed
effetto: ai suoi occhi, la rivoluzione d'Ottobre scoppiata non sull'onda
della lotta contro la guerra, ma in conseguenza dell'esaurirsi dello sforzo e dell'impegno bellico del popolo russo. Soprattutto, i due filosofi
neoidealisti sono concordi nell'interpretare il marxismo, come vedremo, in chiave vitalistica, come celebrazione della lotta e del conflitto.
Ormai chiaramente diverso e contrapposto il percorso di Gramsci. Se ancora ci fosse qualche dubbio sulla vera natura della guerra e
sulle ambizioni imperialistiche di entrambe le parti, a dissiparlo provvede il comportamento delle potenze vincitrici, provvedono il blocco ai danni della Russia sovietica e la vendicativa pace di Versailles. Ora non ha pi senso credere che nel 1914 esistesse una Francia
aggredita e una Germania aggreditrice, una Francia "democratica",
regno della libert, della eguaglianza e della fratellanza e una Germania "assolutista", regno della tirannia, del dispotismo e dell'imperialismo (ON, 249). Questa mitologia serve solo a mettere al riparo il
sistema capitalistico dall'indignazione provocata dalla guerra. Com'
confermato dalla doppiezza di certi organi di stampa. Prima dell'intervento italiano, quando si trattava di combattere il facilonismo e la
speculazione dell'interventismo nostrano, che fingeva di credere e

voleva far credere che la guerra fosse il prodotto di un proposito satanico del Kaiser e il suo entourage, la Stampa amava colpire tale bambinesca e truffaldina interpretazione di un avvenimento come la
guerra, e insisteva nel far notare che le ragioni della guerra trascendevano la volont delle singole persone e risalivano all'antagonismo
politico e soprattutto economico dei gruppi anglosassone e tedesco.
Allora era utile mettere da parte le persone e condannare il sistema.
Ora a guerra conclusa, e dopo lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre, il problema centrale diviene la difesa della pace sociale, ci
che comporta l'occultamento della vera dinamica a fondamento della
guerra (ON, 286-7).
A partire dal comune rifiuto della lettura in chiave meramente ideologica del primo conflitto mondiale, Croce e Gentile lo giustificano e lo
trasfigurano come incontenibile espressione di vitalit, mentre Gramsci
procede a mettere in stato d'accusa l'ordinamento politico-sociale esistente. Giunti a questa conclusione, se inaccettabile la doppiezza dei
due filosofi neoidealisti nei confronti delle ideologie della guerra, insoddisfacente appare anche l'atteggiamento di Benda, pur impegnato a
denunciare con vigore e senza ambiguit il tradimento degli intellettuali
protagonisti o complici dell'avvelenamento sciovinistico delle masse:
La guerra appunto ha dimostrato che questi atteggiamenti nazionalistici non erano casuali o dovuti a caUse intellettuali - errori logici ecc. essi erano e sono legati a un determinato periodo storico in cui solo l'unione di tutti gli elementi nazionali pu essere una condizione di vittoria. La lotta intellettuale, se condotta senza una lotta reale che tenda a
capovolgere questa situazione, sterile (Q, 286).
E, tuttavia, gli stessi Quaderni del carcere attribuiscono a Croce il
merito di aver interpretato il primo conflitto mondiale come la guerra
della filosofia della praxis (Q, 1318). In effetti, ancora nel 1928, il filosofo napoletano fa tesoro della lettura di Marx per ribadire la sua estraneit alla fumosa ideologia degli interventisti democratici e sottolineare
che la guerra era priva o scarsa di motivi ideali, e ricca di quelli industriali e commerciali e che, in questo senso, era una sorta di guerra
del "materialismo storico". Ma tale riconoscimento si trasforma poi
da giudizio di fatto in giudizio di valore e serve allora per mettere in
stato d'accusa i socialisti pacifisti italiani, infedeli al socialismo, a

57

quello effettivo e storico, e, in ultima analisi, a Marx il quale caldeggiava le guerre. E cio, vero che Croce e Gentile non avvertono
il bisogno di occultare il reale contenuto economico-politico dello
scontro tra le grandi potenze, ma questa loro lettura, lungi dall'avere
un significato critico, assume toni vitalistici e persino social-darwinistici. Ed a questa interpretazione che viene piegato lo stesso materialismo storico letto come una franca ammissione della forza e della
volont di potenza nella vita politica.

6.

Morale, guerra e rivoluzione

Epper, questi motivi vitalistici non sono privi di oscillazioni o contraddizioni. Nel settembre 1916, i socialisti italiani che si rifiutano di
partecipare al generale tripudio per l'annunciata conquista di Gorizia
(che tanto sangue costata) vengono da Croce condannati per il fatto di
non saper mettere la Patria, e la difesa della Patria, e la gloria della
Patria al di sopra dei contrasti dei partiti e delle classi. Chiaramente
il vitalismo e la celebrazione del conflitto vengono fatti valere solo per
quanto riguarda i rapporti tra gli Stati, non gi quelli tra le classi sociali e
i partiti politici all'interno di un singolo paese. In quanto non sanno o
non vogliono partecipare alle ansie e ai giubili dei propri cittadini, i
socialisti danno prova di insensibilit morale, oltre che di cecit e
ottusit spirituale; essi si autoescludono da una comunit la quale,
oltre che nazionale e storica, anche morale.
Gramsci risponde rimproverando al filosofo pur idealista di avere
un'idea territoriale della patria, della nazione, di ricadere in una sorta
di positivismo e di collocarsi cos allo stesso livello di Barrs, l'implaca-

47 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 atl9U,

op. cit p. 267 e 263.

48 B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica. Prefazione alla terza edizione (settembre
1917), Bari, Laterza, 1973, p. XIII.
49 B. Croce,! socialisti e la patria (1916), ora in Id., JJltalia dal 1914 al 1918, op. cit., p. 151.

58

bile nemico del dracinement e dei dracins (CT, 608). L'espressione


idea territoriale merita attenzione. Il culto naturalistico del territorio
patrio parte costitutiva del culto del sangue e del suolo che piii tardi si
diffonder in Germania. Ovviamente, rispetto a questa ideologia, Croce
separato da un abisso, gi per la sua formazione idealistica che lo
immunizza largamente dalla tendenza alla naturalizzazione del conflitto. E di ci ben consapevole Gramsci, il quale a tuttavia notare che, in
tempo di guerra, il confine tende a diventare una cosa viva, che sanguina, ferito anche per coloro che, in condizioni di normalit, non
credono al principio naturale e invece eguagliano perfettamente
civilt e storia (CT, 608).
Messi in stato d'accusa in questa occasione in nome al tempo stesso della patria e della morale, pacifisti o marxisti vengono condannati
in quanto moralisti dopo l'ottobre bolscevico, dopo la rivoluzione
scoppiata anche o in primo luogo sull'onda dell'indignazione morale
contro l'immane e interminabile carneficina. E infatti, agli occhi di
Croce, la figura, odiosa e ridicola, del moralista politico s'incarna
soprattutto nei bolscevichi, i rivoluzionari russi che hanno aperto
gran corte di giustizia chiamando tutti i popoli all'esame, in nome
della moralit, sui loro scopi di guerra, per rivederli, ed ammettere gli
onesti ed escludere i disonesti; e cos, moralisticamente procedendo,
hanno reso pubblici i trattati diplomatici, pretendendo di additarli
alla generale esecrazione. Questa tendenza non rimasta limitata alla
Russia sovietica: anche in Italia si accresciuto!...] il numero di
coloro che si sono dati a pronunciare giudizio morale sugli Stati.
Ma, secondo Croce, assurdo voler trattare la politica come morale,
laddove la politica (ecco il semplice vero) politica, proprio politica,
e nient'altro che politica; e [...] la sua moralit consiste tutta e solamente nell'essere eccellente politica. La moraUt della politica sembra qui essere solo la razionalit strumentale. Lo Stato che riesce ad
esprimere concretamente il suo impulso vitale alla forza e alla potenza pi morale dello Stato che a tale livello si muove in modo velleitario, impacciato o, peggio, ingenuo. Comunque, non ha senso argomentare attribuendo diritti a chi non se li sa conquistare o non li sa
difendere, e limiti e doveri a chi, tenendo la propria mente e spargendo il proprio sangue, a ragione non riconosce altro limite e dovere

59

fuor di quelli che la propria mente e la propria forza gli consigliano e


pongono.
Croce non esiter a ribadire questo punto di vista ancora dopo la II
guerra mondiale: Al pari della vita degli animali, quella degli Stati si
svolge come prepotenza e violenza dei pi grossi verso i pi piccoli, che
divorano, o con maggiore o minore prudenza e abilit piegano all'utile
loro. " Gli utopisti, i predicatori di abolizione della guerra, di stabilita pace perpetua oltre che di statica e materiale uguaglianza - la
polemica ancora ima volta diretta principalmente contro i comunisti dimenticano che voler eliminare diversit e perpetuo contrasto significa voler eliminare la realt e la vita.
In modo analogo argomenta Gentile. Dopo aver rivendicato l'intervento dell'Italia nel primo conflitto mondiale in nome della filosofia
della guerra e della celebrazione della guerra come atto assoluto nel
quale si adempie la nostra vita, " il filosofo attualista condanna la
morale astratta ovvero la morale d'intenzioni di coloro che, richiamandosi talvolta a Lenin, vorrebbero mettere in stato d'accusa la guerra. Dopo aver aderito al fascismo, in occasione dell'aggressione all'Etiopia Gentile ribadir che nell'aperto campo delle competizioni internazionali [...] gli organismi infermi soggiacciono fatalmente e quelli sani
si sviluppano e vivono. "
Intrinsecamente immorale invece per Gramsci questo vitalismo
che riduce le classi subalterne, come sappiamo, a materiale grezzo per
la storia delle classi privilegiate. Su L'Ordine Nuovo, Togliatti prende
di mira soprattutto Croce:
Si veda la polemica sul concetto di Stato come potenza e come giustizia: si
parte dalia critica delle astratte idee di giustizia e di libert, e poi via via che si

50 B. CTOC^, Sopravvivenze ideologiche, op. cit., p. 251-3.


51 B. Croce, L'amore verso la patria e i doveri verso lo Stato (1947), in Id, filosofia e storiografia,
Bari, Laterza, 1969, voi. I, p, 240-1.
52 B. Croce, Soliloquio di un vecchio filosofo (1942), in Id., Discorsi di varia filosofia, Bari, Laterza,
1959, voi, I, p. 294-6 passim.
53 G. Qexi-iA^,]^ filosofia della guerra (1914), in Id., Guerra e fede, op. cit., p. 13-14.
54 G. Gentile, Tra Hegel e Lenin (maggio 1918), ihid, p. 139-143.
55 G. Gentile, Dopo la fondazione dell'Impero (1936), in Id., Politica e cultura, op. cit., voi. n, p. 141-9.

60

va in cerca della concretezza, si viene staccando lo Stato dalla coscienza degli


individui, ed a porre tra di essi un abisso. Si partiti alla ricerca della concreta
norma e ragione di vita, e si trovato un ente che non si intende bene in qual
modo possa essere superiore ad ogni legge e usurpare la prerogativa della persona che d legge a s stessa. Lo Stato toma ad essere un'astrazione, perch gli
si tolto il sostegno concreto delle volont morali degli individui. Un resto
dell'antica trascendenza, un'ombra del vecchio dio sembra oscurare la limpidit della concezione: ed il fatto storico, o come altro si voglia dire. ""

Contro tutto ci, Togliatti e il giornale diretto da Gramsci chiamano


a respingere ogni concezione politica la quale attribuisca allo Stato una
volont sopraindividuale " e un diritto ad una vitalit al di l del bene e
del male e al di sopra dei diritti e della stessa vita dei cittadini-individui.

7.

Dialettica, guerra e rivoluzione

Oltre che un dibattito sulla morale e sul rapporto con la politica, gli
anni della guerra e della rivoluzione russa vedono svilupparsi in Italia
anche un dibattito sulla dialettica. Nel novembre 1916, Gramsci rimprovera a Croce di ricadere nel vecchio pregiudizio evoluzionistico;
invece di rendersi conto dell'oggettiva necessit del salto qualitativo
verso rinternazionalismo, messa in luce da un conflitto di cos tragiche proporzioni, il filosofo idealista attaccato airidea territoriale di
patria condatma i socialisti in quanto inclini ad una mitologia putrida
senza riscontro nella realt effettuale e storica (CT, 608).
All'evoluzionismo positivistico Gramsci contrappone implicitamente uno Hegel che in quegli anni al centro di un dibattito anche
politico. A cavallo tra '800 e '900, Bernstein enuncia il suo programma
di epurazione della teoria marxiana da ogni elemento di blanquismo,
ci che ai suoi occhi comporta la liquidazione anche dell'hegelismo:
56 P. Togliatti, "Pagine sulla guerra" di Benedetto Croce, op. cit., voi. I, p. 40.
57 P. Togliatti, "Guerraefede" di Giovanni Gentile,in L'Ordine Nuovo, dell'
Opere, op, cit., voi. I, p. 20.

61

maggio 1919, ora in

Ogni volta che vedremo la dottrina che muove dall'economia come base
dello sviluppo sociale capitolare dinnanzi alla teoria che esalta il culto della
violenza, ci imbattiamo in unatesi hegeliana [...] Quel che di importante
hanno fatto Marx ed Engels, lo hanno fatto non mediante, ma malgrado la
dialettica hegeliana. E se d'altra parte sono passati impassibili accanto all'errore pi grossolano del blanquismo, la colpa ricade in primo luogo sulla
componente hegeliana della loro teoria. "

Dopo l'ottobre 1917, Bernstein non pu che sentirsi confortato nelle


sue opinioni. Epper, l'atto d'accusa da lui formulato contro i bolscevichi
(eredi del blanquismo, essi si abbandonano airesaltazione della forza
creativa della violenza brutale riecheggia oggettivamente quello dodici
anni prima formulato da Weber contro la rivoluzione del 1905, dal grande
sociologo messa sul conto della tradizione hegeliana della socialdemocrazia russa, col suo disdegno per le oggettive leggi di sviluppo e con la
sua celebrazione del carattere creativo del pensiero umano. ^
Le posizioni di Bernstein trovano ampio eco in Italia: in Rodolfo Mondolfo fanno tutt'uno condanna del bolscevismo e del culto della violenza e
dell'etica del successo da un lato e critica dell'hegelismo dall'altro. " A sua
volta, nel 1923, sempre con lo sguardorivoltoal bolscevismo, dalle colonne di Critica sociale Carlo Rosselli condanna rinfelicissimo frutto della
dialettica hegeliana presente nell'opera di Marx. ^^ In questi anni, dunque, la valutazione positiva o negativa della rivoluzione d'Ottobre passa
attraverso la valutazione positiva o negativa della dialettica e della filosofia
hegeliana. Possiamo allora comprendere meglio il celeberrimo articolo di
Gramsci a giustificazione della rivoluzione contro II capitale, dove si

58 E. Bernstein, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgahen der Sozialdemokratie (1899),
tr. it., E. Grillo, Socialismo e socialdemocrazia, Bari, Laterza, 1968, p. 70.
59

lhid,p.2'eAKEpilog6).

60 M. Weber, ZurLage der biirgerlichen Demokratie in Ru^landil906), in Id., ZurRussischen Revolution von 1905. Schriften undKeden I90J-I9I2,acuracliW.J. Mommsen inZusammenarbeit
von D. Dahlmann (voi. 1,10 della Gesamtausgabe in corso di pubblicazione}, Tiibingen, Mohr
(Siebeck), 1989, p. 169.
61 R. Mondolfo, Vorza e violenza nella storia (1921), ora in Umanesimo di Marx. Studi
1908-1966, Torino, Einaudi, 1968, p. 204 -215.
62 C. Rosselli, La crisi intellettuale del partito socialista (192}), in \d.,Scrittipolitici,
Ciuffoletti e P. Bagnoli, Napoli, Guida, 1988, p. 64.

62

filosofici

a cura di Z.

dice a onore dei bolscevichi che essi, al di fuori di ogni dogmatismo, vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che la continuazione
del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato
di incrostazioni positivistiche e naturalistiche (CF, 514). Chiaro U riferimento non solo a Hegel ma anche aifilosofiche in Italia a lui si richiamano.
Ma qui si assiste ad un paradosso. Nel momento in cui, al fine di
comprendere e giustificare la rivoluzione d'Ottobre, Gramsci pensa di
far intervenire anche il pensiero idealistico italiano, il suo pi eminente rappresentante (Croce) si gi pronunciato contro la rivoluzione di
Febbraio, alla quale ultima, se un valore bisogna riconoscere, quello di
avere mostrato, con tremendo esempio, a che cosa conduce il rovesciamento della scala dei valori sociali. Facendo riferimento in particolare
alla costituzione dei Soviet, Croce sembra presagire, con inquietudine o
ripugnanza, gli ulteriori sviluppi in senso sociaUsta del processo rivoluzionario russo. " Si tratta di un'analisi non molto diversa da quella di
Gramsci che, con giudizio di valore rovesciato, gi negli avvenimenti di
febbraio saluta una rivoluzione proletaria, fatta dai proletari (operai
e soldati) e destinata, a causa anche della presenza e del ruolo dirigente
del comitato di delegati operai, a sfociare nel regime socialista (CF,
138). Se il filosofo liberale, nello stesso articolo in cui liquida la rivoluzione che pure ha rovesciato l'autocrazia zarista, critica anche la umilt,
la piaggeria dei giornali borghesi di fronte a operai e contadini e la
tendenziale sottomissione alle arroganze e vanterie, non gi di quelle
classi del popolo, che sono valorose e modeste, ma dei loro conduttori e
demagoghi, " Gramsci saluta con calore l'irruzione sulla scena politica
e storica russa del proletariato che, cancellando ogni restrizione dei
diritti politici, ha distrutto l'autoritarismo e gli ha sostituito il suffragio
universale, estendendolo anche alle donne (CF, 139).
Croce inasprisce ulteriormente il suo giudizio di condanna dopo
l'ottobre 1917. Col loro atteggiamento, i bolscevichi hanno dimostrato
di non essere per nulla all'altezza del materialismo storico che professano: Oltre l'onore, hanno mandato a rovina gli stessi interessi che si

63 B, Croce, La guerra e la borghesia (14 settembre 1917), in Ultalia dal 1914 al 1918, op. cit., p. 218.
64 Ihid.,p. 216.

63

chiamano "materiali" della patria loro, asservendola allo straniero.


Un molo decisamente negativo ha svolto la diffusione in Russia del pensiero non solo di Marx ma anche di Hegel. A provocare la catastrofe
stata l'azione inconsulta di menti impreparate e ancora deboli, a cui
siano state somministrate dottrine complicate e cariche di lunga storia,
le quali in cambio di educarle e fortificarle, le hanno eccitate e sconvolte
e irrimediabilmente rovinate. Il fatto che quella dello Hegel [...]
filosofia da adulti, del tutto inadatta per gli intellettuali russi. ^
Un paradosso analogo si verifica in relazione a Gentile. Mentre Gramsci e L'Ordine Nuovo cercano di piegare la sua filosofia alla giustificazione
della rivoluzione d'Ottobre, il teorico dell'atto puro s'impegna a condannarla ricorrendo ad argomenti di stampo positivistico. Sposando in pieno
la tesi dell'evoluzionismo socialdemocratico e positivistico, egli condanna
l'iniziativa rivoluzionaria bolscevica come un fenomeno di regressione alle
vecchie forme di socialismo utopistico, al di qua della tesi marxiana del
fatale andamento del processo storico e della sua immancabile meta.
Esattamente come nei positivisti denunciati da Gramsci, anche nel filosofo
attualista il marxismo diventa la dottrina dell'inerzia del proletariato:
infatti, secondo Marx, sempre nell'interpretazione che in questo momento
ne d il teorico dell'attualismo, la storia si fa da s, senza che n una celeste provvidenza n una terrena prudenza abbiano bisogno di prendersi
nessuna briga e spingerla innanzi, nella migliore direzione.
Se, gi prima della rivoluzione bolscevica, Hegel tende ad essere per
Gramsci il filosofo che non solo esprime la modernit ma che teorizza
anche il salto qualitativo e la dialettica rivoluzionaria, per Croce e Gentile
Hegel in realt il teorico della guerra: le categorie dialettiche di discontinuit, salto qualitativo, lotta, eccetera, vengono dai due neoidealisti italiani teorizzate sempre in relazione ai rapporti internazionali, al fine di negare l'ideale di pace perpetua, non gi per pensare lo sviluppo all'interno
della societ e dello Stato e meno che mai per pensare una rivoluzione
come quella bolscevica nata sull'onda della lotta contro la guerra.

65 B. Croce, Sopravvivenze ideologiche, op. cit., p. 252.


66 B. Croce, Ilpensiero russo secondo due libri recenti (agosto 1918), in Id., L'Itatia dal 1914 al 1918,
op. cit., p. 282-3.
67 G. Gentile, La crisi del marxismo (14 marzo 1918), in Guerra e/ede, op. cit., p. 239-40.

64

AUa vigilia dell'Ottobre, Croce attribuisce a Marx, letto come filosofo


assertore del principio della forza, della lotta e della potenza, il merito di
aver stimolato la riscoperta di uno Hegel non pi ridotto a una sorta di
teologo o di metafisico platonizzante. Con riferimento poi al conflitto
mondiale che divampa, il filosofo neoidealista aggiunge: il concetto di
potenza e di lotta, che il Marx aveva dagli Stati trasportato alle classi sociali, sembra ora tornato dalle classi agli Stati, come mostrano nel modo pi
chiaro teoria e pratica, idea e fatto, quel che si medita e quel che si vede e
tocca. In tal modo, viene suggerito un percorso a ritroso da Marx teorico della lotta di classe a Hegel, ispiratore e fonte del primo, ma che ora torna ad essere letto in modo autentico, e cio come teorico della guerra.

8.
Guerra rivoluzionaria e lotta
tra nazioni proletarie e nazioni capitalistiche

Il conflitto e la guerra tra gli Stati sono l'analogo a livello internazionale della lotta di classe e della rivoluzione all'interno di un singolo
paese. Croce e Gentile non nascondono la loro preferenza per la guerra. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, la guerra si configura
in Salvemini come l'autentica rivoluzione: Noi vorremmo che il principio democratico uscisse vittorioso da quest'ardua prova: rompesse
nell'impero tedesco quel nodo di forze conservatrici, contro cui si sono
manifestati finora sempre inefficaci gli sforzi del Partito socialista. ''
Gh eserciti dell'Intesa sono chiamati a compiere l'opera che il movimento operaio tedesco non riuscito a realizzare. la rivoluzione della
democrazia interventista la quale, con le armi in pugno, abbatte
nemici e ostacoli che si frappongono alla sua marcia. In questo senso.

68 B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica. Prefazione alla terza edizione, op. cit., p.
XIII-XIV.
69 G. ^lahiQmim, Fra la grande Serbia ed una pi grande Austria, su L'Unit dell agosto 1914, ora in
Id., Opere, op. cit., voi. IH, 1, p. 349.
70 G. Salvemini, La censura, su UUnit del 26 aprile 1917, ora in Id. Opere, op. cit., voi. VITI, p. 482.

65

pi che ad una guerra fra nazioni, noi assistiamo ad una mondiale


guerra civile. "
Soprattutto dopo la rivoluzione di febbraio, la caduta dello zarismo
viene utilizzata per rilanciare la rivoluzione democratica internazionale chiamata a spazzar via il baluardo o il residuo dell'autoritarismo,
costituito dagli Imperi Centrali. Gli avversari della guerra o i tiepidi
verso di essa vengono bollati in quanto avversari di quella che, anche al
di l dell'Atlantico, viene celebrata come la stupenda rivoluzione
chiamata a realizzare un mondo nuovo. " Plekhanov esprime il suo
disprezzo per i tolstoiani e i pacifisti belanti in un proclama pubblicato anche sul Popolo d'Italia diretto da Benito Mussolini l'"* In effetti, di
questo motivo ideologico a risultare beneficiario in ultima analisi il
fascismo, il quale, non a caso, nel programma del giugno 1919, dichiara
di voler porre la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra
di tutto e di tutti".
Se negli interventisti democratici la guerra-rivoluzione vede come
antagonisti Stati democratici e Stati autocratici, nei nazionalisti essa
vede contrapporsi, per dirla con Enrico Corradini, nazioni proletarie
e nazioni capitalistiche. Peraltro, assai labile il confine tra l'una e
l'altra lettura della guerra-rivoluzione. Vediamo il bilancio che, nel
1915, Salvemini traccia dell'alleanza a suo tempo stipulata dall'Italia
con la Germania:
La pace, di cui ha goduto l'Europa dal 1882 ad oggi, stata ben utile ai
tedeschi, che, per mezzo della Triplice Alleanza, hanno visto scaricata su noi
una buona dose di quelle spese militari che avrebbero dovuto pagare essi
per difendersi contro la Francia. Noi abbiamo fatto per lunghi anni gli sche-

71 G. Salvemini, Non abbiamo niente da dire, su L'Unit del 4 settembre 1914, ora in Id., Opere, op.
dt.,vol.III, l,p.366.
72 Si vedano i testi riportati in M. Ferro, UOccident devant la rvolution sovitique, Bruxelles, Editions complexe, 1980, p. 22-4.
73 Stuart I. Rochester, American LiberalDisillusionment
in the Wake of World Warl, Park and
London, Pennsylvania State University Press, 1977, p. 44 e 65.
74 Si vedano i testi riportati in M. Ferro, UOccident devant la rvolution sovitique, op. cit.
75 II programma riportato in appendice a R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario
Torino, Einaudi, 1965, p. 744.

66

1883-1920,

rani della Germania contro la Francia; e abbiamo fatto gli scherani a nostre
spese. E mentre la ricchezza della Germania cresceva, anche in grazia del
nostro aiuto e dei nostri sacrifizi, e i lavoratori tedeschi si dividevano con la
borghesia tedesca i profitti della loro meravigliosa prosperit nazionale, lo
sviluppo economico dell'Italia rimaneva dalle troppe spese militari inceppato e paralizzato.
Quanti lavoratori sono stati uccisi nei tumulti di fame dal 1883 ad oggi?
Quanti lavoratori italiani, costretti dalla miseria ad emigrare, hanno seminato delle loro ossa le cinque parti del mondo? Quanti lavoratori italiani sono
morti in patria di malattie incubate dall'indigenza? Quante terre sono rimaste incolte che avrebber potuto essere rese fruttifere, se le spese utili alla
Germania non avessero distrutta tanta parte del nostro capitale? Quante
fabbriche hanno mancato di nascere? E, se nel 1882, una guerra fosse stata
possibile, e ci avesse risparmiato tanti danni e tante vergogne, questa guerra
non sarebbe stata preferibile alla pace?.

Non il caso di soffermarsi sul singolare ragionamento che individua l'alternativa alle spese improduttive del militarismo, stimolato dalla Triplice Alleanza, nell'ulteriore decisiva scalata del bilancio militare
che sarebbe stata la conseguenza inevitabile dell'intervento a fianco
dell'Intesa! pii importante un altro aspetto dell'argomentazione di
Salvemini: la guerra da lui invocata contro la Germania non ha qui per
bersaglio solo il militarismo e l'imperialismo delle classi dominanti e
dei ceti dirigenti, ma il popolo tedesco nel suo complesso, beneficiario
dello sviluppo economico realizzato a spese dell'Italia. E, per quanto
riguarda quest'ultima, alle classi che soffrono la fame non viene indicato un nemico interno, ma solo esterno. La lotta di classe si svolge cos a
livello internazionale e vede schierati popolo contro popolo. In questo
senso, Salvemini sembra qui collocarsi nelle immediate vicinanze di
Corradini. Entrambi gli autori sembrano ignorare il fatto che il motivo
ideologico da loro agitato presente anche in Germania, dove viene
per chiamato a giustificare la guerra contro Gran Bretagna e Francia:
illuminante il libro di un deputato socialdemocratico che, gi nel titolo, presenta il conflitto in corso come una Weltrevolution, il cui protagonista l'Impero guglielmino, avviato suUa via del socialismo e quindi

76 G. Salvemini, Guerra o neutralit?, op. cit., p. 473-4.

67

impegnato in una lotta mortale contro la coalizione capitalistica o plutocratica. "


Siamo in presenza di un motivo ideologico che comincia ad emergere
gi negli anni che immediatamente precedono il primo conflitto mondiale.
Nel 1909, nel richiamare l'attenzione sul conflitto tra Stati borghesi e Stati
proletari, Salvemini mette in guardia contro le illusioni di un internazionalismo che spinga le classi proletarie degli... Stati proletari a diventare
succubi dei proletari pi evoluti e pi potenti. E ugualmente gi prima
della guerra, Corradini chiama allariscossale nazioni proletarie. "
Una critica di questi ideologemi, tra loro diversi ma non privi di punti di contatto, la troviamo invece gi nel giovane Gramsci il quale, nonostante la sua ammirazione per Croce e Gentile, in un articolo significativamente intitolato Lotta di classe e guerra, esamina e respinge le posizioni
dei nazionalisti: Corradini saccheggia Marx dopo averlo vituperato.
Trasporta dalla classe alle nazioni i principi, le constatazioni, le critiche
dello studioso di Treviri. All'assimilazione di lotta di classe e guerra,
Gramsci obietta: La lotta di classe, morale perch universale, supera la
guerra, immorale perch particolaristica (CT, 499-500). La guerra coloniale e imperialista non pu essere messa suUo stesso piano di una rivoluzione che, proponendosi di cancellare una volta per sempre sfruttamento e saccheggio sul piano interno e internazionale, agli antipodi di una
violenza fondata sull'arroganza etnica e, talvolta, razziale.
Successivamente i Quaderni del carcere sviluppano la polemica contro
la rettorica ideologica (Q, 566) e la xenofobia popolaresca (Q, 1817)
di Corradini ma anche di Pascoli (Q, 205-210). Criticata da Gramsci, che
esplicitamente respinge la teoria della "nazione proletaria" in lotta con le
nazioni plutocratiche e capitaliste (Q, 914), l'ideologia di Corradini viene
poi ereditata dal fascismo. Nel secondo conflitto mondiale. Bottai vede

77 P. Lensch, Dreijahre Weltrevolution, Berlin, Fischer, 1917, p. 212 e passim.


78 G. Salvemini, Irredentismo, questione balcanica e internazionalismo (1909), in Opere, op. cit.,
voi. Ili, 1, p. 89-90. A sottolineare la vicinanza tra Salvemini e Corradini gi A. Asor Rosa,
Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea (1965), Roma, Samone
Savelli, 1969 ( 111 ed.), p. 79-80 nota.
79 E. Corradini, Le nazioni proletarie e il nazionalismo ( 1911), in Id. Scritti e discorsi 1901-1914, a
cura di L. Strappini, Torino, Einaudi, 1980, p. 176 sgg.

contrapporsi da un lato il sangue delle nazioni proletarie [...], sangue di


emigranti sparsi per tutte le strade del mondo a vantaggio di tutte le plutocrazie, dall'altra l'oro dei beati possidenti, dei trafficanti di carne
bianca. "" Motivi analoghi sono presenti anche nella pubblicistica del
Terzo Reich che, con Goebbels, chiama alla lotta contro la tirannide plutocratica ovvero la tirannide dell'internazionale plutocratica.

9.

Dal liberalismo al fascismo

Nel salutare nella rivoluzione d'Ottobre l'affermazione concreta dei


diritti dell'individuo di contro all'immane rito sacrificale della guerra e
alle pretese pedagogiche tVlite dominante, Gramsci e Togliatti
sono portati a rivendicare l'eredit della rivoluzione francese. Croce,
invece, non si stanca di polemizzare contro quelli che chiama con
disprezzo i fossili della democrazia, contro l'idiota religione massonica fondata sulle tre vuote parole "libert, uguaglianza, fraternit". E nello sviluppare tale polemica, il filosofo idealista cerca di
piegare in senso antidemocratico la stessa lezione di Marx, cui attribuisce, oltre al merito di aver richiamato l'attenzione sul momento del conflitto (sia pure con riferimento alle classi piuttosto che agli Stati), anche
il merito di aver contribuito a renderlo insensibile alla seduzione esercitata dagli ideali della rivoluzione francese, dalle alcinesche seduzioni
(Alcina, la decrepita maga sdentata che mentiva le sembianze di florida
giovane) della Dea Giustizia e della Dea Umanit. L'immagine qui

80 In M. Nacci, l^antiamerkamsmo in Italia negli anni Trenta, Torino, Bollati Botinghieii, 1989, p. 57.
81 J. Goebbels, Reden 192-1945, a cura di H. Heibet (1971-72), Bindlach, Gondrom, 1991, voi.
n,p.202el69.
82 B. Croce, Sopravvivenze ideologiche, op. dt., p. 250.
83 Recensione a G. Mosca, Elementi di scienza politica, in La critica, X X I (1923), premessa poi
all'ed, dell'opera citata, Bari, Laterza, 1953 (V ed.), p. X-XI.
84 B, Croce, Materialismo storico ed economia marxistica. Prefazione alla terza edizione, op. dt., p,
XIII-XIV.

69

usata gi presente nello stesso Marx che bolla Lord Palmerston come
una nuova Alcina per il fatto che cerca di dare un volto seducentemente liberale alla sistematica violazione dei diritti dell'uomo e al
loro sacrificio sull'altare degli interessi dell'oligarchia (MEW, IX, 355 e
359-61). Ad essere invece sbeffeggiati da Croce sono gli ideali democratici, non gi lo statista liberale che li calpesta.
La liquidazione delle parole d'ordine deir89 viene radicalizzata ed
ereditata dal fascismo, che considera anche lui decrepita la maga
Alcina, e con lei gli ideali della rivoluzione francese e del socialismo, cui
contrappone la promettente giovinezza del culto della violenza ad opera
di una lite immune dalla tara egualitaria e animata dal disprezzo per la
democrazia e per le masse. Si comprende allora la benevolenza che nei
confronti del movimento e del regime mostrano i grandi intellettuali
liberali che di tale liquidazione sono stati i protagonisti. Nel 1923, Gentile e Croce pubblicano una rivista, ha Nuova Colitica Liberale, il cui
programma in fondo quello di conciliare liberalismo e fascismo. Certo, perch questa conciliazione possa aver luogo bisogna scegliere decisamente - osserva Gentile - tra due liberalismi assai diversi, rifiutando senza esitazioni il liberalismo democratico dei liberali d'oggi. Ma,
una volta operata tale distinzione, un liberale per profonda e salda
convinzione non pu che aderire al fascismo. In questo momento, il
filosofo attualista non certo un liberale isolato: se Giolitti attribuisce a
Mussolini il merito di ristabilire l'ordine e pacificare la nazione, a cavallo della marcia su Roma, il Duce del fascismo enuncia un programma
cos liberista da suscitare l'ammirazione anche di Luigi Einaudi: Tutto
ci liberalismo classico.
Diversa e contrapposta potrebbe a prima vista apparire la posizione
di Croce, che cos scrive al professor Sebastiano Timpanaro: Per me il
fascismo il contrario del liberalismo. Epper, subito dopo, il filosofo
aggiunge:
Ma quando il liberalismo degenera com' degenerato in Italia negli anni tra
il 1919 e il 1922 e resta poco pi di una vuota e ripugnante maschera, pu

85 Vedi L. Salvatorelli-G. Mira, Storia d'Italia nelperiodo fascista, Milano, Mondadori, 1972, voi. I,
p, 249 e D. Losurdo, Daifratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. V, 2.

70

essere benefico un periodo di sospensione delle libert: benefico a patto che


restauri un pi severo e consapevole regime liberale. Un vecchio pensatore
napoletano (Luigi Blanch) lasci scritto circa la reazione seguita ai 1848, che
il principio liberale si stava salvando in Italia non dai mazziniani, ma dai
croati: perch "vale meglio Lucrezia violata che Messalina prostituta".

Ai fini dell'esorcizzazione dello spettro della democrazia di massa e


del socialismo, sbrigativamente assimilati a Messalina o ad un bordello,
pu ben risultare utile la maschia violenza sulla Lucrezia liberale esercitata dai croati o, pi esattamente, dalle bande fasciste. Dunque anche
Croce concorda sulla necessit di rimuovere dal liberalismo le sue
incrostazioni democratiche, avvalendosi a tale scopo anche dei servigi
del fascismo. Si spiega cos l'indulgenza nei confronti della violenza
squadristica: L'eventuale pioggia di pugni pu risultare, in certi casi,
utilmente e opportunamente somministrata. Neppure dopo il delitto
Matteotti il filosofo liberale passa all'opposizione, e anzi motiva il suo
voto di fiducia al governo Mussolini con il ruolo importante e benefico
che i fascisti potrebbero giocare: Se essi comprenderanno l'ineluttabilit del ritorno al regime liberale, sapranno salvare il fascismo come un
elemento forte e salutare della futura gara politica. E avranno distrutto
un labile fascismo dittatorio per crearne uno duraturo. ""
Alla teoria dei due liberalismi in Gentile corrisponde la teoria dei
due fascismi in Croce: se per il primo c' un liberalismo che non pu
non incontrarsi col fascismo, per il secondo il fascismo, una volta sbarazzatosi dei suoi metodi pi rozzamente squadristici e dittatoriali, non
pu non incontrarsi col liberalismo, col liberalismo puro, s'intende,
da non confondere col liberalismo democratico, sinonimo di ideologia astratta e di procedere spiccio e avventato. In un caso e nell'altro, ad essere chiamato all'appuntamento, pi o meno impegnativo, col
fascismo un liberalismo depurato delle sue spurie incrostazioni democratiche, e cio da quel contenuto democratico che, per Gramsci (e
86 J. Jacobelli, Crocf, Gentile. Da/Wafer a/irawffza, Milano, Rizzoli, 1989, p. 147.
87 B. Croce, fatti politici e interpretaiioni storiche (1924) in Id., Cultura e vita morale, op. dt., p. 269-270.
88 Riportato in J.JacobeUi, Croce, Gentile, op.cit.,p. 152-3.
89 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 191}, op. cit., p. 266-7.

71

Togliatti) il presupposto stesso del socialismo. Ancora nel 1927, nel


sottoscrivere implicitamente la condanna operata da Mussolini di ogni
regime demoliberale, Antonio Salandra si definisce antico liberale
di destra (senza demo). ^
Persino dopo l'instaurazione aperta della dittatura mussoliniana e il
ricorso del nuovo regime alla legge sulle associazioni segrete che, col
pretesto di colpire la massoneria, mira in realt a stroncare ogni opposizione, Croce non esita a riprendere la polemica contro i democratici
massonici, " che in quel momento sono il bersagHo sia della stampa
fascista (Su II popolo d'Italia del 2 settembre 1927, Arnaldo JVIussolini
tuona anche lui contro il mondo democratico e massonico), sia degli
ambienti clericali e della Chiesa che si appresta a concludere il Concordato col nuovo regime. Pu essere interessante leggere in questo contesto l'intervento di Gramsci alla Camera del maggio 1925: pur culturalmente e politicamente assai lontano dalla massoneria, di cui mette in
evidenza la tendenza ad accordarsi col fascismo o a capitolare dinanzi
ad esso, il dirigente comunista denuncia, assieme al complessivo piano
liberticida di Mussolini, il sistema terroristico dell'incendio delle logge, per concludere poi che, in quel particolare momento, chi contro
la massoneria contro il liberalismo (CFC, 80 e 76). Sicch, quando
Schmitt osserva, nel 1926, il singolare accordo che sussisterebbe tra
fascisti e comunisti nella lotta contro la massoneria, "" in ogni caso
non coglie nel segno per quanto riguarda Gramsci, la cui presa di posizione, nello smascherare il disegno repressivo e illiberale del nuovo regime, finisce al tempo stesso con l'evidenziare la persistente ambiguit e
debolezza che, nonostante tutto. Croce continua a rivelare nei confronti
del nuovo regime.

90 Vedi R. De Y^\xQ.^,Uussohni il fascista, Torino, Einaudi, 1968 (IV ed.), voi. II, p. 429 e 430
nota.
91 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, op. cit., p. 268.
92 Vedi R. De Felice, Mussolini il fascista, op. cit., voi. II, p. 405,427 e 428.
93 C. Schmitt, Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus, 1926 (II ed.), Berlin,
Duncker & Humblot, 1985, p. 88; per quanto riguarda i bolscevichi, viene citato il discorso di
Trotski al IV Congresso dell'Internazionale Comunista.

72

10.

Rinnegati del liberalismo, comunismo ed eredit liberale

Mentre procede la marcia di avvicinamento al fascismo intrapresa


da non pochi esponenti liberali, questi vengono accusati da Gramsci
di tradimento della migliore eredit della tradizione culturale e politica cui pretendono di richiamarsi: Chiamare liberali i borghesi di
oggi, che del valore morale della libert hanno perduto la coscienza,
[...] assai peggio che stranezza; essi non hanno nulla a che fare coi
liberali del passato, i quali creavano un nuovo mondo economico e
morale, spezzando i limiti di ogni precedente schiavit {Socialismo e
fascismo. L'Ordine Nuovo 1923-1926, [SF], 162-4). Un vero e proprio
inno sembra, su L'Ordine Nuovo, voler sciogliere Togliatti al liberalismo. Esso:
fu pure una grande cosa; chiamarsi ed essere liberali non fu una frase priva
di senso, quando i pensatori e gli uomini d'azione del 7 0 0 e della prima
met dell'800 conducevano la polemica e la lotta contro il sistema di governo monarchico-feudale e contro l'ordine sociale del privilegio e degli abusi
signorili, e compievano quest'opera in modo organico, completo, con consapevolezza del valore dei principi e delle loro inevitabili conseguenze pratiche. Il liberalismo era allora movimento radicale e universale; aveva una sua
filosofa e propugnava un rinnovamento letterario, voleva instaurata su nuove basi la vita morale e preconizzava tutte le trasformazioni politiche e sociali. Fonte prima di tutto il movimento era il principio individualista e rivoluzionario, il quale apre la storia delle et moderne, il quale fu ed anima di
tutta la modernit, giustificatore di tutte le rivolte, scatenatore di tutte le
forze, liberatore da tutte le schiavit.

Nel fuoco della polemica contro coloro che appaiono come i rinnegati del liberaUsmo, questo subisce un processo di trasfigurazione. La
tradizione politica anglosassone viene fusa con la rivoluzione francese e
persino con le sue correnti piii radicali, e il liberahsmo cos inteso viene
visto come liberatore da tutte le schiavit ovvero, per dirla col Gramsci sopra citato, come movimento che spezza i limiti di ogni precedente schiavit. Chiaramente la preoccupazione del rigore storico non

94 P. Togliatti, Che cos' il liberalismo?, op. cit., p. 63-5.

73

quella pi rilevante. Sarebbe agevole contrapporre al quadro qui tracciato la storia reale dei paesi in cui la tradizione liberale si maggiormente radicata, una storia intrecciata in modo inestricabile con quella
dell'istituto della schiavit: uno dei primi atti di politica internazionale
dell'Inghilterra liberale scaturita dalla Gloriosa Rivoluzione di strappare, con la pace di Utrecht, l'Asiento, il monopolio deUa tratta dei neri,
alla Spagna; d'altro canto, solo con la fine della guerra di Secessione viene abolita negli Usa la schiavit dei neri, i quali peraltro, anche dopo
tale data, continuano a lungo ad essere sottoposti a forme di servaggio o
semiservaggio.
Ma, al di l del carattere approssimativo del quadro storico, emerge
un fatto essenziale. Rinnegato dagli esponenti ufficiali del liberalismo
del tempo, lo spirito del liberalismo vive in coloro che lottano [...] per
una sempre pi profonda liberazione del mondo (SF, 162-4). Sin dall'inizio, Gramsci e il comunismo italiano si proclamano eredi delle conquiste ideali e politiche della rivoluzione francese e della civilt moderna, anzi di tutta la modernit, per riprendere l'espressione gi vista in
Togliatti. Per dirla con Gramsci, il compito dei liberali se lo sono
assunto i socialisti (NM, 285-6); il programma hberale integrale
diventato il programma minimo del Partito socialista (CF, 6-7). La
funzione liberatrice dei liberali - incalza Togliatti sempre su L'Ordine
Nuovo - passata ad altri, a una classe nuova che, prendendo a sua
volta coscienza del suo scopo in modo radicale e completo, riscuote nel
suo pensiero tutte le audacie, rivendica a s tutto ci che di universalmente valido ancora vive nella tradizione rivoluzionaria, e non rinnega il
passato mentre si conquista l'avvenire. ""
Ma non stato lo stesso Marx a criticare la rivoluzione francese e a
mettere in luce il contenuto ideologico delle parole d'ordine, o di certe
parole d'ordine da essa scaturite? Vedremo i Quaderni del carcere
distinguere e anzi contrapporre la critica dell'ideologia cara a Marx e
quella cara a Croce e respingere con forza ogni interpretazione in chiave
di semplice liquidazione della lettura che Marx fa della rivoluzione francese come rivoluzione borghese {infra, cap. VI, 2). Possiamo per gi

95

lhid.,p.(>b.
lA

tener fermo un punto. Nel respingere l'atteggiamento nichilistico nei


confronti delle idee del 1789, Gramsci costretto a demarcarsi nettamente dal liberale Croce.

11.

Gli Usa, la Food-Diplomacy

e il complotto tedesco-bolscevico

Ma perch la delusione nei confronti dell'Europa liberale non cerca


e non trova approdo nell'America democratica? Abbiamo visto la simpatia con cui per qualche tempo Gramsci guarda al mondo anglosassone, agli Usa in modo particolare e al presidente Wilson. Per comprendere l'evolversi del giudizio suUa repubblica d'oltre Adantico, conviene
tornare al primo conflitto mondiale e ai suoi sviluppi. Un articolo dell'agosto 1916 esprime orrore per una guerra che anche economica. Essa
colpisce indiscriminatamente la popolazione civile e sembra voler rinserrare il popolo tedesco per farlo illanguidire, per sradicarlo dalla
superficie del mondo (CT, 497).
Questa denuncia pu essere accostata a quella di Weber che, subito
dopo la fine del conflitto, calcola in 750.000 il numero delle vittime
provocate in Germania dal blocco navale britannico che, ben pi dei
combattenti, colpisce la popolazione civile e, al suo interno, i piii deboli e indifesi. '' Disgraziatamente, Inghilterra e Francia prolungano il
blocco al di l della firma dell'armistizio, fino a quando gli sconfitti non
accettano di firmare un trattato di pace umiliante e vendicativo. Nel
gennaio del 1920 Gramsci traccia un quadro drammatico delle conseguenze che comporta per la popolazione viennese la crociata contro
l'impero asburgico, negazione di Dio e della Giustizia umana:
Una citt di tre milioni di abitanti, costituitasi nei secoli con una sua figura
e una sua funzione particolare nell'Europa, si trovata, da capitale di un
aggregato di cinquanta milioni di uomini, ad essere la capitale di un aggregato di sei milioni. Vienna si decompone, la sua compagine umana si dissol-

96 Su ci vedi D. Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap.VI, 6.

75

ve; i bambini muoiono, muoiono le donne; la popolazione langue e si esaurisce in una prigione economica senza possibilit di evasione. La guerra continua, implacabile; la distruzione del nemico procede inesorabile. I viennesi
dovranno abbandonare la loro sede abituale come un giorno gli ebrei
abbandonavano la Palestina; l'emigrazione si iniziata con l'esodo dei bambini, con l'esodo dei pi deboli, dei pii indifesi che sciamano in cerca della
piet intemazionale (ON, 391).

In questa occasione, Herbert Hoover, alto commissario per i rifornimenti alimentari in seno all'amministrazione Wilson e futuro presidente
Usa, procede ad una dura condanna del blocco; una misura estremamente insensata e riprovevole sul piano morale, un orrore. E vero,
questo giudizio non del tutto disinteressato: lo stesso Hoover a spiegare che l'esclusione dal mercato mondiale di Germania e Austria impedisce lo smaltimento delle eccedenze alimentari americane, ne abbassa
il prezzo, rischiando di provocare negli Usa una crisi economica e sociale; a loro volta, Inghilterra e Francia, persistendo nel blocco, non si limitano a dare sfogo ad un'incontenibile brama di vendetta, ma si ripropongono anche di restringere la domanda complessiva, in modo da
poter operare acquisti sul mercato agricolo e alimentare americano a
prezzi per loro pi ragionevoli o vantaggiosi.
Tutto ci vero. Resta il fatto che in questo momento, agli occhi dell'opinione pubblica internazionale (e anche di Gramsci), l'amministrazione Wilson appare ben pi umanitaria del governo Lloyd George o
del governo Clemenceau. Il quadro cambia radicalmente allorch si
tratta di fronteggiare i problemi sollevati dalla rivoluzione d'Ottobre e
dalla profonda eco che essa suscita in particolare nell'Europa centroorientale. Subito dopo la vittoria della rivoluzione comunista in Ungheria, Hoover esprime l'idea che bisogna rovesciare ad ogni costo un
governo rivoluzionario come quello di Bela Kun il quale costituisce un
pericolo economico per il resto dell'Europa, dato che le idee [comuniste] stanno impregnando le classi lavoratrici di quell'area. O si individuano alcimi mezzi per sconfiggere l'infezione, oppure risulter difficile
la rigenerazione economica dell'Europa centrale e sud-orientale. In

97 M. N, Rothbard, Hoover's 1919 Food Diplomacy in Ketrospect, op, cit., p. 90-1.

76

caso di necessit, si pu o si deve intervenire con la forza delle armi,


tanto piii che, per realizzare l'operazione, basterebbero due divisioni
francesi.
Hoover non ha obiezioni di principio all'intervento militare contro la
Russia sovietica cui partecipano anche gli Usa: il cancro del bolscevismo
(minaccia alla nostra sicurezza e airorganizzazione sociale del mondo) dev'essere estirpato con ogni mezzo. "" E, tuttavia, l'alto commissario
per irifornimentialimentari si rende conto dei pericoli insiti negli interventi militari prolungati: i soldati che vi partecipano sono gravemente esposti,
nella Russia sovietica, all'infezione di idee bolsceviche. "" preferibile,
dunque, ricorrere ad altri metodi, al tempo stesso pi efficaci e pi indolori. Hoover suggerisce di inviare al governo comunista di Bela Kun, e allo
stesso popolo ungherese, un ultimatum in forma vellutata ma tanto pi
brutale; si tratta di offrire all'Ungheria un trattamento decente se essa
rovescia il giogo comunista; solo in quest'ultimo caso pu sperare di ottenere assistenza economica e di sfuggire alla catastrofe del blocco. "" Il
primo ministro francese, Georges Clemenceau, che si guadagnato il
soprannome di "tigre" per la determinazione implacabile con cui ha guidato il suo paese nel corso del primo conflitto mondiale e con cui ha perseguito l'obiettivo di sconfiggere e annientare la Germania, e che ora con
altrettanto zelo si lancia nella crociata contro il nuovo nemico rappresentato dal bolscevismo, subito affascinato dalla proposta di Hoover: riconosce che si tratta di un'arma veramente efficace e che presenta maggiori
chance di successo dell'intervento militare.
Gramsci segue con attenzione gli sviluppi della situazione internazionale. Sull'j4mft'del 16 dicembre 1918, riporta la nota trasmessa dall'ambasciatore argentino, su istigazione degli Usa, al nuovo governo austriaco
scaturito dal rovesciamento degli Asburgo: La consegna all'Austria
tedesca dei prodotti alimentari della Repubblica argentina sar eseguita

9S

Ibid.,p.98-9.

99

Ihid.,p.9}.

100 E. P.TItuni, Herbert Hoover and the Russian Revolution, 1917-20, in Lawrence E. Gelfand (a
cmadi),HerhertHoover,
op. cit.,p. 124.
101 M. N. Rothbard, Hoover's 1919 FoodDiplomacy in Retrospect, op. dt., p. 98.
102 Ihid., p. 98.

77

solo all'espressa condizione che sia mantenuto l'ordine nel paese. Al minimo indizio di movimento bolscevico o di sommossa socialista-comunista,
saranno sospesi i trasporti e soppresse le consegne dei viveri. Gramsci
commenta: Wilson propone e la repubblica Argentina dispone ! . A farsi promotore delricatto im presidente "democratico" che ha stimolato o
imposto l'intervento in guerra del suo paese in nome della democrazia e
dell'autodeterminazione dei popoli, che ha esplicitamente fornito ai
popoli dell'Austria-Ungheria le garanzie di uno sviluppo autonomo e
indipendente, ma che poi intima: O la borsa o la vita, o l'ordine borghese
a la fame. il titolo dell'articolo di Gramsci, il quale cos prosegue:
Fra le glorie e gli splendori della societ capitalista non mancava che questo: il
ricatto della fame. Esercitato in grande, su vasta scala, a danno di un intero
popolo. Intanto che si chiacchiera di "Societ delle Nazioni", di "Famiglia delle nazioni", fondata sulla indipendenza e sulla libert dei popoli, dal fondo dell'America giunge il brutale richiamo alla realt. I popoli dell'Europa, aiamati
da quattro anni di guerra, che ha uccisi gli uomini e isterilite le campagne,
subordinino la fame di libert alla fame di pane [...] E nell'ordine borghese e
capitalista delle cose. Si potrebbe osservare che la nota dell'Argentina alla
Repubblica austriaca costituisce un vero attentato al diritto delle genti. Ma il
regime capitalista non un continuo attentato al diritto delle genti, al diritto
individuale ed al diritto collettivo? Non noi quindi, noi "socialisti-comunisti",
possiamo e dobbiamo meravigliarci se l'Argentina intima al popolo dell'Austria il minaccioso dilemma: "O l'ordine borghese o la fame ! ". Ma che cosa ne
dicono i vagellanti apostoli di una "Societ delle Nazioni" in pieno regime
capitalista, grazie al quale permesso lanciare ad un popolo "libero e indipendente" la brigantesca intimazione: "O la borsa o la vita".? (NM, 443-4).

II giudizio di Gramsci severo ma ben fondato. Qualche tempo


dopo, Hoover in persona ad ammonire le autorit austriache che
qualsiasi disturbo dell'ordine pubblico render impossibile la fornitura di generi alimentari e metter Vienna faccia a faccia con la fame assoluta. E, pi tardi, sar sempre lo stesso uomo politico americano a trarre questo bilancio, di cui mena esplicitamente vanto: La paura della
morte per inedia ha trattenuto il popolo austriaco dallarivoluzione.""

103

lbid.,p.%-7.

78

In conclusione, un rovesciamento si verificato. Decisamente critici


del blocco ai danni della Germania sconfitta, gli Usa si pongono alla
testa della micidiale guerra economica contro i popoli sedotti o suscettibili di essere sedotti dal bolscevismo. D bersaglio principale della crociata dell'Occidente ovviamente costituito dalla Russia sovietica. Gramsci segue con passione la lotta disperata dello Stato scaturito dalla rivoluzione d'Ottobre contro l'attacco di una formidabile coalizione:
La Russia viene tagliata da ogni sbocco al mare, da ogni traffico, da ogni
solidariet: viene privata [...] di ogni mercato di materie prime e di viveri. Su
un fronte di diecimila chilometri bande di armati minacciano l'invasione:
sollevazioni, tradimenti, vandalismi, atti di terrorismo e di sabotaggio vengono pagati (ON, 59).

Ad essere messa in atto contro uno Stato che gli altri Stati non possono tollerare una guerra di tipo nuovo che comporta la violazione del
diritto delle genti (una guerra senza dichiarazione, camuffata da operazione di polizia internazionale) e il ricorso ad armi nuove e terribili;
da un lato il monopolio dei mezzi delle informazioni, dall'altro il blocco terrestre e marittimo, il boicottaggio, il sabotaggio (ON, 59 e 149).
Duramente critico anche, nel 1922, il filosofo liberale Guido De
Ruggiero:
Il blocco dell'Intesa che voleva annientare il bolscevismo, uccideva invece
uomini, donne, bambini russi; potevano mai i poveri affamati sottilizzare in
eleganze democratiche con gli affamatori dell'Intesa? Essi, com'era naturale, si sono stretti intorno al proprio governo, hanno identificato nei suoi
. ..
.
. . 104
nemici i propri nemici.

Ma quella di De Ruggiero una posizione fondamentalmente isolata. La micidiale guerra economica antibolscevica non sembra suscitare
l'indignazione n degli ambienti liberali n di quelli socialdemocratici.
Agli occhi di Gramsci, invece, Wilson si definitivamente screditato.
lui ormai l'erede e il protagonista di una forma di guerra totale che non
esita a provocare la morte per inedia della popolazione civile.

104 G. De Ruggiero, Apologia del bolscevismo (1922), in li., Scritti politici 1912-1926, a cura di R.
De Felice, Bologna, Cappelli, 196J, p. 437,

79

A gettare nuove, pesanti ombre sulla repubblica d'oltre Atlantico


provvede un fatto ulteriore. Nell'autunno del 1918, il governo americano decide la pubblicazione di documenti impegnati a dimostrare che la
rivoluzione bolscevica, anzi la rivoluzione russa nel suo complesso, non
null'altro che un complotto tedesco. Si tratta dei cosiddetti Sisson
Papers, dal nome del rappresentante in Russia del Committee on Public
Information, il comitato creato da Wilson in vista della mobilitazione
totale anche dell'informazione. A sostegno dell'autenticit dei presunti
documenti (rivelatosi poi un falso clamoroso) si schierano anche autorevoli storici statunitensi che successivamente si giustificano facendo riferimento alle pressioni su di loro esercitate in nome della necessit del
tempo di guerra. "" C' un fatto curioso da notare. A spiegare la
rivoluzione bolscevica intervengono due teorie del complotto, una che
chiama in causa i tedeschi e l'altra gli ebrei. Entrambe trovano un centro di diffusione privilegiato negli Usa (a propagandare la tesi del complotto ebraico-bolscevico s'impegna in particolare il magnate dell'industria automobilistica Henry Ford). Gramsci ha conoscenza solo della
prima, sulla quale si esprime con sferzante ironia: I due cittadini che si
fanno chiamare Lenin e Trotski in Russia sono due sosia fabbricati nei
gabinetti scientifici tedeschi, i quali, fatti come sono a macchina, non
possono essere uccisi dalle revolverate dei terroristi (l'allusione all'attentato subito nell'agosto da Lenin) (NM, 297). Il Mussolini fervente
interventista sembra prendere sul serio entrambe queste teorie del complotto. A pochi giorni dalla rivoluzione d'Ottobre, egli tuona contro il
bolscevismo giudaico-tedesco. Subito dopo la fine della guerra e la
sconfitta della Germania, Mussohni mette il bolscevismo sul conto
esclusivamente dell'internazionale ebraica.

105 G. F, Kennan, Russia Leaves the War. Soviet-Amerkan Kelations, 1917-1920, Princeton (New
Jersey), Princeton University Press, 1956, p. 450. Vedi anche H. Aptheker, America Foreign
PoUcy and The Col War, New York, New Century, 1962 (Kraus Reprint Millwood, N. Y.,
1977), p. 367-370; P. G. Fiene, Americam and the Soviet Experiment 1917-19)3, Cambridge
(Massacliusetts), Harvard University Press, 1967, p. 47-8.
106 VediD. hosmo,

Il revisionismo storico, op. cit., cap. V, 4 e 8.

107 M. Michaelis, Mussolini and the Jews: German-ltalian Kelations and the Jewish Question in Italy
1922-1945 (1978), tr. it., di M, Baccianini, Mussolini e la questione ebraica, Milano, Comunit,
1982, p. 35.

12.

Americanismo e antiamericanismo

L'appello dai bolscevichi rivolto agli schiavi delle colonie perch


spezzino le loro catene suscita un'ondata d'indignazione, oltre che nei
paesi e negli ambienti interessati alla difesa del dominio coloniale, anche
nell'America della White Supremacy. Due pubblicisti in prima fila nel
denunciare nel bolscevismo il nemico mortale della civilt e della razza
bianca e nordica. Madison Grant e Lothrop Stoddard, giungono subito
a godere di grande popolarit. Negli Usa, il secondo in particolare
pubblicamente elogiato dal presidente Hoover e dal presidente Harding, il quale ultimo dichiara: Chiunque si prender il tempo di leggere il libro di Lothrop Stoddard, La marea montante dei popoli di colore,
si render conto che il problema delle razze negli Stati Uniti non che
un aspetto del conflitto delle razze col quale deve confrontarsi il mondo
intero. A polemizzare contro questa pubblicistica, e in particolare
contro Grant e la sua tesi secondo cui il progresso morale e intellettuale dell'umanit fu [...] dovuto ai nordici, , dal carcere, Antonio Gramsci, il quale osserva: Questo modo di pensare non individuale: rispecchia una notevole e predominante corrente di opinione
pubblica degli Stati Uniti (Q, 199). Il giudizio critico suUa repubblica
d'oltre Atlantico ormai parte integrante della polemica contro i bianchi superuomini (ON, 142), contro il forcaiolismo dei difensisti dell'Occidente (Q, 837 e 2103), i quali si rifiutano, o stentano a riconoscere
la comune umanit delle popolazioni da loro soggiogate, dei barbari
considerati al di fuori della civilt.
A questo punto, conviene inserire il giudizio critico maturato da
Gramsci in un pi ampio quadro storico, anche al fine di confutare un
mito assai diffuso che favoleggia di un'ostilit preconcetta nei confronti
degli Usa che la tradizione marxista e comunista condividerebbe coi critici di destra e fascisti dell'americanismo. E intanto da notare che c'
un'America che gode di grande popolarit proprio negli ambienti di
destra, italiani e europei, e che viene talvolta appassionatamente celebrata a dimostrazione del carattere ineluttabile e benefico dell'imperialismo:

WS Vedi Th, F. Gosset, Rifc-f. The Historyofan Idea in America,"New Yot)!.,SctiockenBooks,


p. 404-5; D. Losurdo, Il revisionismo storico, op. dt., cap. IV, 6.

81

1965,

il yankee rappresenta il superuomo\ Agli inizi del secolo, Theodore


Roosevelt compie un viaggio trionfale nel vecchio continente, nel corso
del quale riceve una laurea honoris causa a Berlino e conquista, soprattutto in Germania, - lo nota Pareto - numerosi adulatori. Lo statista
statunitense, messaggero del militarismo e dell'imperialismo americano e anche un po' del razzismo, diviene il modello dichiarato di
Enrico Corradini. Nella sua Storia d'Italia, Croce osserva che i nazionalisti italiani raccomandano di riformare dal fondo l'educazione e la scuola, buttando via i vecchi libri di timida morale e sostituendoli con quelli
dei Kipling e dei Roosevelt. Pi tardi finiscono col conquistare notevole popolarit in Europa anche i due autori razzisti americani Stoddard
e Grant.
A loro si richiama nientemeno che Alfred Rosenberg, l'ideologo nazista che esprime la sua ammirazione per gli Usa della White supremacy, per
questo splendido paese del futuro che ha avuto il merito di formulare la
felice nuova idea di uno Stato razziale, idea che adesso si tratta di mettere in pratica, con forza giovanile, mediante espulsione e deportazione di
negri e gialli. Anche in Mussolini e nel fascismo italiano, accanto all'odio, condiviso coi nazisti, per il paese di negri e di ebrei, oltre che del
democratismo, si pu sorprendere un'ammirazione per un paese e un
popolo, contrassegnato dalla giovinezza e dal vigore, sano, privo di
certe caratteristiche decadenti deU'Europa stravecchia. "" Nel 1930
Robert Michels ad affermare, anzi a celebrare raffinit tra il tipo yankee
ed il tipo fascista. Essa non nota a nessuno meglio che allo stesso Benito
Mussolini che, nel suo messaggio al popolo americano, ha detto: "Le due

109 Cos, agli inizi del secolo, Angelo Mosso, in M. Nani, Fisiologia sodale e politica della razza latina. Note su alcuni dispositivi di naturalizzazione negli scritti di Angelo Mosso, in A. Burgio e L.
Canali (a cura di). Studi sul razzismo italiano, Bologna, Clueb, 1996, p. 32.
n o V. Pareto, Trattato di sociologia generale ( 1916), ed, critica a cura di G. Busino, Torino, UTET,
1988, 1436, p. 1241-2.
111 R. Hofstadter, The American Politicai Tradition and the Man WhoMade it (1951), tr. it., di G.
Vetrano, ha tradizione politica americana, Bologna, Il Mulino, 1960, p. 206.
112 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, op. cit., p. 251.
113 A. Rosenberg, DerMythus des20. Jahrhunderts (1930), Miinchen, Hoheneichen, 1937, p. 673.
114 Vedi R. De Felice, Mussolini ilDuce, Torino, Einaudi, 1981, voi. II, p. 291,328-9 e 108 (l'espressione "Europa stravecchia" di Vittorio Mussolini).

82

Nazioni, infatti, hanno molti punti in comune. L'Italia di oggi, come l'America, sana, semplice e piena di fiducia in s stessa". In particolare, il
Duce del fascismo ammira la dura e fascinosa, la grande conquista del
Far West che pu servire da modello per l'espansione coloniale e che in
effetti pi tardi ispira Hitler nella sua guerra di sterminio contro gli indigeni dell'Europa orientale.
Specularmente contrapposto l'atteggiamento di Gramsci. Viva la
sua simpatia per un paese che ha la fortuna di essersi affacciato alla storia con la modernit, senza il peso di un passato feudale e di una tradizione di privilegio e arroganza aristocratici e che stato protagonista di
una grande rivoluzione. Ancora dopo la rivoluzione d'Ottobre, L'Ordine Nuovo commemora il centenario della nascita di Walt Whitman, il
grande poeta della democrazia americana (ON, 78-9).
In ci, Gramsci in piena sintonia con la tradizione marxista e
comunista. Si pensi in primo luogo a Marx, ai cui occhi gli Usa sono il
paese dell'emancipazione politica compiuta, ovvero l'esempio pi
perfetto di Stato moderno, il quale assicura il dominio della borghesia
senza escludere a priori alcuna classe sociale dal godimento dei diritti
politici. Al paese che pure ha partecipato all'intervento contro la Russia sovietica lo stesso Stalin guarda con tanta simpatia che nel 1924
rivolge un significativo appello ai quadri bolscevichi: se vogliono essere
realmente all'altezza dei principi del leninismo, devono saper assimilare lo spirito pratico americano. Spirito pratico sta qui a significare non solo concretezza ma anche insofferenza per i pregiudizi,
sinonimo in ultima analisi di democrazia. Come Stalin chiarisce otto
anni dopo: gli Usa sono certo un paese capitalistico; tuttavia, le tradizioni nell'industria e nella prassi produttiva hanno qualcosa del demo-

115 Riprendiamo il testo dall'antologia curata daG. Panella: R. Michela, Soda/ismo


e/asdsmo
(1925-1934), Milano, Giuffr, 1991, p. 109; il riferimento al messaggio di Mussolini del
dicembre 1926.
116 Si veda l'intervento del 14 novembre 1933 in B. Mussolini, Scritti politici, a cura di E. Santarelli,
Milano, Feltrinelli, 1979, p, 282; per quanto riguarda Hitler vedi D. Losurdo, Il revisionismo
storico, op. cit., p. 212-6.
117 VediD. Losurdo, Democrazia o bonapartismo, cap. 1,3-4.
118 J. Stalin, Principi del leninismo (1924), inid.. Questioni del leninismo, tr. It., diP. Togliatti,
Roma, Rinascita, 1952, p. 126-8.

83

cratismo, ci che non si pu dire dei vecchi paesi capitalistici dell'Europa, dove ancora vivo lo spirito signorile dell'aristocrazia feudale.
In realt, il pregiudizio e l'arroganza di casta non sono assenti nella
storia dell'America: si manifestano sotto forma di pregiudizio e arroganza razziale. Di ci sono ben consapevoli, a cavallo della guerra di Secessione, i militanti in lotta contro la schiaviti: e la segregazione razziale, i
quali assimilano gli stati del Sud all'antico regime e parlano dei loro dirigenti come di un'aristocrazia bianca. Soprattutto, di tale fatto rivelano
una lucida consapevolezza gli storici statunitensi pi avvertiti (si pensi a
Edmund S. Morgan), i quali sottolineano che la libert americana
risulta intrecciata con la schiavit americana prima e la segregazione
razziale poi. La netta linea di demarcazione tra bianchi da una parte e
neri e pellerossa dall'altra favorisce lo sviluppo di rapporti di uguaglianza all'interno della comunit bianca. I membri di un'aristocrazia di classe o di colore tendono ad autocelebrarsi come i pari; la netta disuguaglianza imposta agli esclusi l'altra faccia del rapporto di parit che s'instaura tra coloro che godono del potere di escludere gli inferiori. Di
questo fatto, come Stalin e in fondo gli stessi Marx e Engels, non
pienamente consapevole neppure Gramsci, il quale comunque s'impegna a tener presenti i diversi aspetti della vita politica e della storia americana. Oltre che della modernit, gli Usa sono anche il paese che ha
conosciuto a lungo la schiavit e che, dopo la guerra di Secessione, vede
i linciaggi dei negri per parte delle folle aizzate da atroci mercanti spodestati di carne umana (CT, 520-1); sono il paese, la cui pubblicistica
continua a svolgere un ruolo di primo piano nella teorizzazione e celebrazione della White Supremacy.
Bisogna aggiungere che, nonostante l'inasprimento del giudizio critico sugli Usa, e sulla sua politica interna e internazionale, Gramsci non
indulge mai agli stereotipi che dipingono l'America come un mondo

119 J. Stalin, Conversazione con lo scrittore tedesco EmilLudwig


RoterMorgen, 1971,voi. XIII, p. 101-2.

(1932), in Id., Werke, Hamburg,

120 Vedi D, Losurdo, fenomenologia del potere: Marx^ Engels e la tradizione liberale, in A. BurgioD. Losurdo, Autore Attore Autorit, Urbino, QuattroVenti, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1996, p. 83-107 el.,"Democrazie reali" e storia immaginaria. Giovanni Sartori e imiti
del liberalismo contemporaneo, in Democrazia e diritto, n. 2-3,1996, p.137-182.

84

senza anima e senza qualit. Sono gli stereotipi cari, fra gli altri, a
Guglielmo Ferrer. A ridicolizzarli provvede gi la loro stessa storia.
Durante gli anni della I guerra mondiale, a noi figli della Grecia e di
Roma Ferrer contrappone quel popolo [...] invasato dal furore del
colossale che il popolo tedesco. La dicotomia tra il colossale e il
grande fatta intervenire per spiegare la lotta tra Oriente e Grecia'^' e
quella tra Germania e Intesa'^^ pu configurarsi, con una leggera variazione, come la dicotomia tra quantit e qualit e serve allora a spiegare il
rapporto tra America e Europa. Gli stereotipi nazionali sono suscettibili
di molteplici applicazioni a seconda dei conflitti che di volta in volta
emergono; e, d'altro canto, abbiamo visto proprio Ferrer procedere,
nel 1903, ad una celebrazione dei popoli germanici nel loro complesso
(tedeschi e anglosassoni).
Critico radicale della lettura della I guerra mondiale come scontro tra
anime nazionali, Gramsci rifiuta questi stereotipi in qualunque modo
essi vengano fatti valere. D'altro canto, risulta anche in questo caso la
superiorit, rispetto alla cultura incline al positivismo e alla naturalizzazione delle tradizioni culturali, della cultura idealistica e neoidealistica
interlocutrice privilegiata di Gramsci, che forse aveva potuto leggere l'ironico intervento di Gentile suUa contorta evoluzione degli stereotipi di
Ferrer e sulla sua battagliapro aris et focis et qualitate
Dopo aver ironizzato sui luoghi comuni di Ferrer (Q, 347), i
Quaderni del carcere tracciano un quadro complessivo dell'immagine
dell'America in Europa: Si combatte l'americanismo per i suoi elementi sovversivi della stagnante societ europea, ma si crea il clich dell'omogeneit sociale americana per uso di propaganda e come premessa
[ideologica] di leggi eccezionali (Q, 347). In effetti, gi prima dell'avvento del fascismo, diffuso nella cultura conservatrice italiana il
modello stereotipo di una democrazia o societ americana che, al contrario di quelle europee, rivela una natura pii calma e pi concorde e
comunque pu contare su un'aristocrazia nuova che [...] divenuta

121 G. Ferrer, La guerra europea. Studi e discorsi, Milano, Rav, 1915, p. 98,
122 Con riferimento all'espansionismo della Germania guglielmina, il colossale anche insofferenza dei limiti e culto della forza: ibid., p. 85,130.
123 G. Gentile, Guglielmo Ferrer clericale (18 giugno 1918), in Id., Guerra e fede, op. dt., p. 167-170.

85

potente e guida le masse e le domina. "" chiaro: per Gramsci, non si


tratta di scegliere tra Europa e America, ma tra progresso e reazione in
Europa e in America.

13.

Liberalismo, socialismo e questione coloniale

Nell'additare l'ideale del socialismo di Stato o di nazione, Croce si


richiama al Labriola, socialista e patriota, e perfino imperialista, fautore
della guerra, fautore delle conquiste coloniali. Paradossalmente, il
filosofo liberale sembra guardare con favore allo stretto legame tra ferrea
disciplina militare all'interno e politica intemazionale di assoggettamento dei popoli coloniali. Quattro anni dopo, sempre l'autorit dell'ultimo
Antonio Labriola, quello contagiato dalla febbre coloniale dell'Italia giolittiana e liberale, invoca Benedetto Croce per giustificare e celebrare,
assieme all'espansione coloniale, l'asservimento e persino la schiavizzazione dei popoli coloniali: "Come fareste ad educare moralmente un
papuano?" domand uno di noi scolari [...] "Provvisoriamente lo farei
schiavo; e questa sarebbe la pedagogia del caso, salvo poi a vedere se pei
suoi nipoti e pronipoti" [...]. E il filosofo liberale sembra essere sostanzialmente d'accordo, a giudicare almeno dal suo commento, secondo cui
bisogna trovare il modo adatto e concreto per diffondere la cultura. E
questo modo pu essere talvolta anche VOdiprofanutn vulgus, e il respingere violentemente le genti dalle soglie del tempio della scienza, costringendole a restame fuori finch non se ne facciano degne.
Ironico il commento di Gramsci: si riconosce la maturit, o la
capacit di acquisirla rapidamente, ai popoli primitivi, solo allorch si
tratta di inviarli al fronte, dopo averli addestrati al maneggio del fuci-

124 Cos il gi citato Angelo Mosso, in M. Nani, Fisiologia sociale e politica della razza latina, op.
cit.,p.32e52,notal6.
125 B. Croce, Tre socialismi (settembre 1918), in Id., Atalia dal 1914 al 1918, op. cit., p. 284.
126 B. Croce, Libri italiani di filosofia, in Conversazioni critiche, serie II, (1918), Bari, Laterza, 1924
(IIed.),p. 60-1.

le, piuttosto che all'impiego dell'arco, del boomerang, della cerbottana. In realt, nell'atteggiamento del Labriola del tempo della guerra
libica e in Croce agisce la tesi del popolo=fanciuIlo (Q, 1367), quella
tesi che accompagna come un'ombra la tradizione liberale che di essa si
servita per giustificare l'esclusione dei ceti popolari e dei popoli coloniali dai diritti politici e, talvolta, anche dai diritti civili.
Nella sua presa di posizione a favore del colonialismo. Croce tutt'altro che isolato. A guerra appena conclusa, nel programma del Partito
popolare, Sturzo rivendica sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del paese e una politica coloniale in rapporto agli interessi della
nazione e ispirata ad un programma di progressivo incivilimento. Con
linguaggio decisamente pi energico si esprime Salvemini che rimprovera
a Sonnino di non essersi mosso tempestivamente, al momento dell'intervento in guerra, per assicurare all'Italia la Tunisia. Si tratta di un delitto
ovvero di una prova di cretinismo. Nell'aprile 1915 Francia e Inghilterra ci promisero estensioni coloniali proporzionate a quelle che avrebbero fatte esse: un nostro diritto acquisito. E invece: La Siria ipotecata dalla Francia; la Mesopotamia e l'Arabia dall'Inghilterra. Le colonie
tedesche in Africa se le vogliono dividere l'Inghilterra e la Francia [...]
Non esiste nessuna proporzione fra ci che si preparano a inghiottire
Francia e Inghilterra, e ci che lasciano a noi.
Non deve stupire questa rivendicazione cos aggressiva e militante di
uno spazio coloniale per l'Italia. vero che Salvemini si era opposto
all'avventura in Libia, ma solo inizialmente e per ragioni di opportunit
economica, politica, militare, mai per una questione di principio. Si spiegano cos il successivo invito ad abbandonare la protesta sterile e vana
contro una guerra, da cui ormai non abbiamo modo diritirarci,l'auspicio del successo, che auguriamo completo, di questa impresa, e la celebrazione della prova bellissima di seriet nazionale fornita dall'Italia
nel corso del conflitto. Il futuro teorico dell'interventismo democratico
non esita neppure a dichiararsi d'accordo con Giustino Fortunato sul

127 In L, Sturzo, Opere scelte, a cura di G. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1992 sgg., voi. 1, p. 43.
128 Vedi G. Salvemini, Lettera a B. Berenson del26 ottobre 1918, in Id., Carteggio. 1914-1920, op.
cit.,p. 430-2.

87

fatto che attraverso tanti danni e pericoli, la guerra "qualche cosa di


nuovo, di bello, di promettente ha rivelato nella nuova Italia". una
sorta di anticipazione del tema della fornace e della fusione patriottica
e comunitaria, celebrate in occasione della I guerra mondiale.
Il legame tra programma coloniale e interventismo, sia pure democratico, risulta con chiarezza ancora maggiore nel caso di Bissolati.
Dopo aver approvato la spedizione in Libia anche al fine di evitare il
pericolo dell'occupazione di quel pezzo d'Africa da parte di una
potenza concorrente e in nome comunque dei supremi interessi d'Italia, il dirigente riformista celebra raumento di valore che derivato all'Italia dalla dimostrazione di sacrificio e di eroismo che il suo
popolo ha assunto sui campi di battaglia. E ancora una volta emerge
il tema della comunit corale, tenuta a battesimo dal fuoco della guerra e a cui non lecito sottrarsi, portando il partito socialista e le classi
lavoratrici ad isolarsi, in un atteggiamento ostile a tutto il resto della
Nazione. ""
A questa comunit corale finisce poi con l'aderire, nel corso del primo conflitto mondiale e soprattutto dopo Caporetto, anche Turati.
Neppure la sua opposizione alla conquista libica aveva comportato una
condanna dell'espansianismo coloniale in quanto tale: L'Italia non
ancora paese da dovere permettersi lussi di questo genere; al momento
opportuno si tratter di scegliere in modo giusto, dato che ci sono
colonie e colonie. Il dirigente socialista ritiene di potersi richiamare
a Marx: Potremmo essere abbastanza marxisti [...] per riconoscere
nella conquista delle colonie una odiosa, ma fatale necessit dello sviluppo del capitalismo; sviluppo che il presupposto dell'avvento del
socialismo. Dunque, non poi cos grande la differenza rispetto a
quei deputatiriformistibissolatiani che celebrano il colonialismo come

129 G. Salvemini, Colonia e Madre Patria e 1 valori morali della guerra, su L'Unit del 13 gennaio e
del5 ottobre 1912,orainId., Opere,op.cit., voi. Ili, l , p . 152 e240.
130 Cos nell'intervento alla Camera del febbraio 1912, riportato in G. Sabbatucci (a cura di),
ria del socialismo italiano, Roma, Il Poligono, voi. II, 1980, p. 498-9.
131 Discorso al Congresso di Modena del 17 ottobre 1911, in E Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici lS78-m2, a cura di E Livorsi, iVlilano, Feltrinelli, 1979, p. 244.
132 Ihid.,

p.24.

un fattore indispensabile dell'evoluzione economica dei paesi industriali e come uno strumento, altres, per realizzare la coincidenza di
interessi del proletariato e della borghesia.
Secondo l'opinione concorde, pur con un giudizio di valore diverso
e contrapposto, di Pareto e Gramsci, la crisi del socialismo data a partire dalla guerra libica {infra, cap. VI, 6). Inizia allora la marcia di avvicinamento del socialismo riformista alla borghesia liberale e alla sua politica
di conquiste coloniali, marcia che poi conosce la sua tappa decisiva con
la I guerra mondiale. L'Italia un osservatorio privilegiato per comprendere il peso della questione coloniale nella scissione del movimento
operaio, la quale matura gi prima della rivoluzione bolscevica e della
guerra mondiale.
Rispetto alle tendenze dominanti anche a sinistra, Gramsci rappresenta una svolta. Gi prima dell'ottobre 1917, sottolinea le conseguenze
nefaste delle guerre eritree e di quella di Libia (CT, 229). Pur con
una residua concessione all'argomento della possibile giustificazione
morale del colonialismo, un articolo del 1916 denuncia in termini
appassionati l'ipocrisia delle potenze dominanti, le quali enunciano
principi mai trasportati dai confini della madre patria nelle colonie.
Queste continuano ad essere soggette ad un sistema di giustizia penale
inqualificabile, ad arbitri polizieschi enormi, a torture medioevali,
al regime delle leggi d'eccezione. Una conclusione s'impone: Qualunque siano le conseguenze che ne debbano sortire, non bisogna tardare la liberazione degli indigeni da tutte le servit (CT, 255-7). necessario farla finita non solo con l'oppressione delle colonie, ma anche con
l'eurocentrismo (regocentrismo di noialtri europei):
Ci crediamo centro dell'universo e immaginiamo appena che fuori di noi,
fuori della nostra vecchia sfera continentale, vi siano dei grandi movimenti
d'attivit umana, dove stanno elaborandosi gi degli avvenimenti che
potranno avere delle ripercussioni decisive sui nostri destini. Alla guerra
europea non potr molto tardare la guerra delle colonie (CT, 258).

L'adesione alla rivoluzione bolscevica al tempo stesso l'appoggio

133 Vedi M. degl'Innocenti, La crisi del riformismo e gii intransigenti (1911-1914),inG.


(a cura di), Storia del socialismo italiano, op. cit., voi. II, p. 360.

Sabbatucci

alla causa degli schiavi delle colonie e la condanna delle catene imposte
e forgiate dall'Occidente e divenute pi dure e intollerabili che mai nel
corso del primo conflitto mondiale. Gramsci saluta con calore la
rivolta [che] fiammeggia nel mondo coloniale. Alludendo al colossale
drenaggio non solo di risorse materiali ma anche di forza-lavoro coatta
(e di carne da cannone) operato da parte delle potenze belligeranti,
L'Ordine Nuovo osserva che durante la guerra le colonie sono state
sfruttate in una misura inaudita, con un metodo inflessibile e disumano
[...] Per qualche anno noi europei siamo vissuti della morte degli uomini di colore: inconsci vampiri ci siamo nutriti del loro sangue innocente. Come nel romanzo di Balzac, il piatto di riso che fumava dinanzi
alla nostra bocca privilegiata recava nei suoi numeri ermetici la condanna a morte di un lontano fratello in umanit (ON, 69-70).
L'attenzione alla questione coloniale continua a manifestarsi anche
negli anni del carcere. In Occidente, le democrazie moderne continuano a presentarsi con una struttura massiccia e articolata in tutta
una serie di trincee: di guerra di movimento si pu parlare solo per
le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove sono superate e
divenute anacronistiche (Q, 1567). Gramsci sembra aver previsto lo sviluppo del movimento di emancipazione coloniale e il ruolo svolto nel
suo ambito dal movimento comunista.

14.

Umanesimo integrale e comunismo

Nell'appoggiare le aspirazioni al riscatto e alla libert dei popoH


coloniali, Gramsci, gi prima della rivoluzione d'Ottobre, si pone un
problema. Perch la sorte spesso orribile di quelle popolazioni non
suscita un moto di indignazione? Avviene sempre cos. Perch un fatto
ci interessi, diventi una parte della nostra vita interiore, necessario che
esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui spesso abbiamo sentito
parlare e che sono perci entro il cerchio della nostra umanit (CT,
184). questo cerchio che si tratta di allargare sino ad abbracciare tutti
gli uomini. in questo senso che all'idea territoriale di patria rimpro-

verata a Croce vengono contrapposti un socialismo e un'Internazionale capaci di ribadire e far valere concretamente i caratteri generici
dell'uomo e dell'umanit (CT, 609).
Sul tema dell'unit del genere umano torna a insistere, ad un anno di
distanza, un intervento immediatamente successivo alla disfatta di Caporetto, che conviene citare per esteso:
n senso della guerra stato in noi fin dal primo giorno. Noi abbiamo sentito, virilmente, fin dal primo giorno dell'invasione belga, lo spasimo che ora
strazia, e incomincia a straziare anche altri. Perch il nostro internazionalismo era radicato nell'animo nostro, e ci dava un senso del mondo, e ci faceva
vivere la vita degli altri, ci faceva, non solo spettatori, ma anche attori del
dramma degli altri. Perch la nostra fede ci ha dato un senso vivo del valore
di ogni singolo individuo, e nella guerra noi non vediamo solo l'urto di due
stati, di due concezioni, di due civilt, ma vediamo anche gli uomini, le lunghe file di uomini, gli eserciti come composti di singoh uomini e vediamo
questi uomini vivere, muoversi, gettarsi gli uni sugli altri. questa sensibilit
sqmsita dell'uno e della collettivit che caratterizza la nostra passione, che ha
dato il brivido umano e carnale alla nostra concezione ideologica, che ci fa
non semplici cervelli astratti, combattenti per un ideale astratto, ma uomini
vivi, immersi nell'ambiente attuale, palpitante con la vita del mondo.
I borghesi questo brivido hanno sentito solo quando il fatto della guerra ha
traboccato oltre i confini, ha travolto individui della loro classe nella loro
nazione. E tendono a noi le braccia disperatamente, perch l'umanit che
in loro si svegliata a questo brivido, e cercano solidariet e cercano conforto. Le ideologie sono diventate sangue e carne anche per loro, e strazio e
spasimo.
Tendono le braccia per l'abbraccio fraterno: ma per noi nulla cambiato.
Lo spasimo per noi ancora diverso, non pu essere confuso con quello di
altri (CF, 417-8).

II discrimine tra borghesi e liberali da un lato e socialisti dall'altro viene individuato nell'assenza nei primi di un concetto di uomo veramente
tmiversale. L'articolo appena citato del 3 novembre 1917. Dopo l'Ottobre bolscevico, un rinnovato riferimento al romanzo di Balzac mette in
stato d'accusa, come abbiamo visto, un sistema che comporta la condanna a morte di un lontano fratello in umanit. Si tratta ora di riconoscere la spinta immensa e irresistibile di tutto un mondo ricco di spiritualit verso l'autonomia e l'indipendenza. E dunque, il nostro inter-

91

nazionalismo nonrimanerinchiuso nell'ambito dell'Europa o dell'Occidente, ma si estende anche agli indigeni delle colonie (ON, 69-70).
Sono toni che contrastano singolarmente con quelli di Croce che,
nel 1922, sia pure a dimostrazione dell'inevitabile spregiudicatezza realistica dell'azione degli Stati, cos si esprime: Si vista la Francia sollecitare fremebonda l'aiuto da tutti, festeggiare selvaggi barbari, senegalesi e gurkas indiani che calpestavano la sua dolce terra. ""
Netta e incolmabile ormai la distanza che separa Gramsci dal
mondo liberale, comprese le sue componenti di sinistra. Allo scoppio
del primo conflitto mondiale, nel rivendicare l'intervento dell'Italia,
Salvemini avverte che non si tratter di una passeggiata militare di libica memoria. L'espressione qui usata sembra rimuovere del tutto gli
orrori della guerra coloniale. Eppure era stato lo stesso Salvemini a fornire, nel 1912, a conquista pressoch ultimata, un consiglio di per s
eloquente all'esercito invasore: Lasciare che le trib inteme si stanchino di venire ad essere massacrate sotto le nostre trincee. Non c'
ombra di turbamento: gli arabi sono presi in considerazione solo per le
parecchie decine di milioni annui che l'Italia avrebbe dovuto spendere a causa della occupazione militare e della guerriglia, che dovremo a
lungo combattere con quella popolazione indigena. Per il resto, chiaro che nella occupazione militare dobbiamo lasciarci guidare esclusivamente da criteri di tornaconto economico. Quindi bando a qualsiasi
opera pubblica [...] utile forse ai berberi della colonia, ma non redditizia dal punto di vista della potenza occupante. E Salvemini enuncia
una conclusione su cui lui stesso richiama l'attenzione evidenziandola
col corsivo: Jl nostro sentimento di solidariet nazionale non oltrepassa i
confini della nostra patria e i bisogni della nostra stirpe. Intendiamo
lasciare tutta ai nazionalisti la stolta gioia di amare pi i berberi di Tripoli
che i loro fratelli d'Italia.
Paradossalmente, i nazionalisti vengono
qui accusati di essere troppo teneri con la popolazione indigena!

134 B. Croce, frammenti di etica (1922), in Id., ^tica e politica, Bari, LatetEa, 1967, p. 143,
135 G. Saivemim, La peggiore ipotesi, su i ' U ^ t del 26 febbraio 1915, ora in Id., Opere, op. cit.,
voi.Ili, l,p.483.
136 G. Salvemini, Colonia e Madre Patria, op, cit., p. 149-150.

92

Nel prendere decisamente posizione a favore dell'emancipazione


dei popoli coloniali, Gramsci mette in stato d'accusa la borghesia liberale del tempo non solo sul piano pi immediatamente politico: essa
non capace di sentire i problemi, le sofferenze, i diritti degli esclusi
dalla civilt e dall'Occidente. Persino per un prestigioso filosofo come
Bergson, in realt "umanit" significa Occidente (Q, 567). La marcia
del comunismo in un certo senso la marcia dell'universalit. Quale
posto occupano le rivoluzioni borghesi nell'ambito di questa marcia.?
Certo, l'universalit presuppone la presa di coscienza dell'uguaglianza
umana tra plebei e nobili, il superamento di un'ideologia in base alla
quale - osserva Gramsci citando Vico - i plebei credevano s stessi d'ong/^e bestiale e i nobili di divina origine, non si riconoscevano ancora di
ugual natura umana co' nobili (CT, 99).
Epper, il problema appena sollevato non ha ancora trovato una
risposta esauriente. Gramsci sembra qui oscillare. Per un verso, dopo
aver riconosciuto il carattere universale del principio [...] affermatosi nella storia attraverso la rivoluzione borghese, cos prosegue; Universale non vuol dire assoluto. Nella storia niente vi di assoluto e di
rigido. Le affermazioni del liberalismo sono delle idee-limiti [...] Universali per la borghesia, non lo sono abbastanza per il proletariato (CF,
6-7). Per un altro verso, nell'articolo che due mesi dopo, nell'aprile
1917, saluta la rivoluzione russa di Febbraio come rivoluzione proletaria, Gramsci sembra accentuare nettamente le sue riserve nei confronti
della rivoluzione borghese di Francia: La borghesia, quando ha fatto la rivoluzione, non aveva un programma universale: essa serviva degli
interessi particolaristici, gli interessi della sua classe, e li serviva con la
mentalit chiusa e gretta di tutti quelli che tendono a dei fini particolaristici (CF, 139). Epper, nonostante le oscillazioni, si pu tener fermo
un punto. La rivoluzione borghese costituisce pur sempre una tappa
importante del processo di emancipazione che si sviluppa all'insegna di
una universalit sempre piti ricca e pi concreta. I Quaderni del carcere
ricordano come per Pascoli, guadagnato ormai alla causa del colonialismo, il socialismo di ispirazione marxista ha il torto di far germinare...
l'amore universale al posto dell'atavismo belluino e bellicoso (Q, 2089). Epper per il Gramsci che ha aderito alla rivoluzione d'Ottobre, il
comunismo per l'appunto rumanesimo integrale (ON, 41).

93

III.

Contraddizione oggettiva e prassi umana:


Gramsci e il neoidealismo italiano

1.

Una categoria del tutto formale

Abbiamo visto Croce paragonare la guerra ad una catastrofe naturale dinanzi alla quale conviene evidentemente rassegnarsi. Ad una
metafora pifi solenne ricorre Turati nel momento in cui alla Camera
esprime un'adesione ormai totale alla sacra unione patriottarda: Grondante di sangue e di lacrime, onusta di fato, si affaccia e passa la Storia!. E ancora: Quando parlano i fatti, quando il sangue cola a fiotti
dalle vene aperte di una nazione, di una stirpe, il segno che un gran
"giudicio di Dio" si instaura, tanto maggiore dei nostri umani giudizi
che cos spesso errano. ' Il filosofo idealista e il politico riformista sono
d'accordo nel considerare inane e donchisciottesco qualsiasi tentativo
di opposizione alla guerra. Ed entrambi regrediscono, agli occhi di
Gramsci, ad un punto di vista premoderno, quello proprio dei cattolici
impaludati nel Sillabo, che al soggetto, all'uomo, non attribuiscono altra
iniziativa che quella della preghiera alla Madonna della Consolata perch allontani il flagello della guerra.
Si spiega allora l'emergere con forza del problema della prassi: Oggi
nessuno vuole pi che il suo destino sia in balia di un ristretto numero di
persone irresponsabili e incontrollate, che nel segreto dei conciliaboli

1 Intervento alla Camera del 12 giugno 1918, in F. Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia,op.
ck.,p.)28.

95

diplomatici, finanziari e industriali aggruppano i nodi che solo la spada


riesce poi a disfare (NM, 484). E si comprende altres la simpatia che, in
Italia, Gramsci e Togliatti inizialmente avvertono per categorie e motivi
desunti dalla filosofia gentiliana che, in virt dell'insistenza sull'atto e
del rifiuto di ogni rigida distinzione tra le diverse forme dello spirito, si
presenta a prima vista agli antipodi di ogni inerte contemplativismo. Senza prestare attenzione alcuna al fatto che il pathos della prassi si fa avvertire in quegli anni anche in autori di formazione assai diversa e che ignorano persino l'esistenza di Giovanni Gentile - si pensi ad esempio al
Lukcs di Storia e coscienza di classe - , Del Noce riduce una complessa
vicenda storica e politica, che va ben al di l dei confini del nostro paese,
all'influenza esercitata su Gramsci dal filosofo attualista, e pu dunque
concludere che fascismo e marxismo sono solo due diverse espressioni
del primato del divenire e dell'attivismo. ^ Spingendosi ancora oltre,
il filosofo cattolico giunto a vedere in Marx un teorico del superuomo e ad accomunare le due filosofie della prassi, quella di Marx (e di
Gramsci) da una parte e quella di Gentile dall'altra, come due diverse
espressioni della medesima nietzscheana volont di potenza. ^
Data l'eco che ha suscitato questa interpretazione, pu essere utile
saggiarne la validit sul piano storico e filologico. Conviene intanto
notare che i percorsi di Mussolini e Gramsci si presentano diversi e contrapposti. NeU'imboccare la via che lo conduce poi al fascismo, il primo
spinto sempre pi a celebrare la guerra e l'imperialismo come la legge eterna ed immutabile della vita; " il secondo diviene comunista a
partire dalla denuncia della carneficina bellica e del trasformarsi dei
diversi Stati esistenti in Moloch sanguinari che immolano sull'altare delle loro ambizioni espansionistiche e imperiali milioni e milioni di individui concreti. Nel suo ardore patriottico e bellicista, il Mussolini interventista si sente confortato dalla predica di un cappellano militare, da
lui ascoltato il 31 dicembre 1916; Avrei voluto gridargli: Bravai Avrei
voluto andare a stringergli la mano. Voglio qui ricordare il primo

2 A. Del Noce, Suicidio della rivoluzione, Milano, Rusconi, 1978, p. 128-9 e 209.
3

129el2,

4 Cos il r gennaio 1919, in B. Mussolini, Scritti politici, op. cit., p. 182 nota.

discorso veramente ed accesamente patriottico che ho sentito in sedici


mesi di guerra. ' Gramsci invece critica il cattolicesimo per l'atteggiamento di inerzia o di sostanziale appoggio nei confronti dell'immane
rito sacrificale. D'altro canto, la lettura e celebrazione della guerra in
chiave teologica non estranea al pensiero cattolico: ben presente,
paradossalmente proprio nel Maistre inserito da Del Noce tra i grandi
critici del mondo contemporaneo e tra i protagonisti del movimento di
ritorno ai principi del pensiero cattolico. ^
Ancora. Se Mussolini avverte gi nella giovinezza il fascino di Nietzsche, Gramsci si esprime assai duramente sul filosofo e sul mito del
superuomo, influenzato dai romanzi francesi di appendice e ispiratore a sua volta di un'ulteriore letteratura d'appendice (Q, 1092,1657 e
1660). Soprattutto, i Quaderni del carcere sembrano inserire il rivoluzionario divenuto Duce del fascismo fra i tanti mascherotti nietzschiani
rivoltati verbalmente contro tutto l'esistente e che esibiscono un titanismo di maniera privo si sobriet e stomachevole (Q, 1266-7).
Basta a superare queste antitesi il fatto che negli anni a cavallo della
guerra le due personalit avvertano entrambe l'esigenza della prassi per
fronteggiare la crisi senza precedenti che attanaglia l'Italia? Leggiamo
uno dei tanti appelli appassionati stimolati dall'asprezza di un conflitto
senza precedenti: Azione-azione, nessuna esitazione; azione, non parole; azione non agitazione. Questa filosofia della prassi enfatica e persino esaltata rinvia al Churchill della I guerra mondiale, ' uno statista che
ben difficile far passare per un discepolo di Marx o di Nietzsche! D'altro canto, stato osservato che razione ressenza dello spirito
americano: " ecco dunque che una categoria elaborata per denunciare
comunismo e nazifascismo ci conduce al mondo anglosassone.

Cos nel suo diario di guerra: vedi P. Melograni, Storia politica della grande guerra
(1969), Roma- Bari, Laterza, 1977, p. 150.

1915/18

A. Del Noce, Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione. Scritti su "L'Europa" (e altri, anche inediti), a
cura di F. Mercadante, A. Tarantino, B. Casadei, Milano, Giuffr, 1993, p. 410-1.
Action-action, not hesitation; action, not words; action, not agitation; discorso del 5 giugno
1915, in D. Cannadine (a cura di), The Speeches ofWinston Churchill, London, Penguin Books,
1990, p. 68.
H. J. Laski, The American Democracy. A Commentary andan Interpretation (1948), Fairfeld, Kelley,1977,p.42.

97

Il fatto che prassi viene da Del Noce assunta in un'accezione del


tutto formale, sicch essa pu sussumere i contenuti pi diversi. E i contenuti pi diversi pu sussumere anche la polemica contro questa categoria.
A tale proposito, risulta illuminante gi una semplice citazione: L'essere,
lo sfare, al moderno valgono perci quasi come morte: egli non vive se
non agisce, se non si agita. L'autore dal quale riprendiamo questo brano
si esprime in termini vivacemente polemici nei confronti di Gentile: il
cosiddetto "idealismo" post-hegeliano giunge a vedere l'essere nello "Spirito assoluto ", nel suo "farsi", nella sua " autoctisi" - non pi come l'Essere che , che domina, che possiede s stesso: si ha il selfmade man quale
modello metafisico. ' La difesa dell'essere in contrapposizione al divenire sembrerebbe far pensare a Del Noce o a un suo discepolo; senonch il
testo citato di Julius Evola, un autore in ottimi rapporti, come lui stesso
sottolinea, con Benito Mussolini. Sono ben presenti, nell'ambito del
fascismo, voci che mettono in connessione attivismo e culto dell'azione
cieca col disprezzatissimo mito ottocentesco del progresso indefinito,
ovvero col materialismo e utilitarismo. Tutto ci viene considerato
non solo in antitesi col fascismo ma anche estraneo all'autentica civilt
europea: il mito attivistico e rattivismo, cio quella tendenza a miticizzare l'attivit pratica, rinviano semmai all'America che pretende di sostituire la centralit del facto a quella del cogito. " Ancora negli anni della Rsi, la propaganda repubblichina s'impegna a denunciare il faustismo
americano (oltre che il nichilismo asiatico).
Nel sussumere fascismo e nazismo sotto la categoria di primato del
divenire. Del Noce ha presente solo il modernismo reazionario e ignora
invece la corrente del sangue e suolo {Blut undBoden), dimentica la
polemica contro la degenerazione rappresentata dalla citt e dalla frenesia
della vita urbana. Per quanto riguarda l'Italia, un programma fascista del

9 J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1934), Roma, Edizioni Mediterranee, 1984, p, 394-5 e
405.
10 J. Evola, Il fascismo. Saggio di una analisi critica dal punto di vista della Destra, Roma, Volpe,
1964, p. 96.
11 VediM. N^cci, Vantiamericanismo in Italia negli anni trenta, op. dt., p. 167 e 169,
12 Vedi P. Corsini-P. P. Poggio, Materiali per lo studio del collaborazionismo conservati presso la
FondazioneMicheletti, nAnnalidellaFondazioneLuigiMicheletti,
n. 6,1992, p. 195.

1921 addita nell'Homo Rusticus la migliore e la pi sana e piOi sicura


variet deH'Homo Sapiens; " ancora in pieno regime mussoliniano continua a svilupparsi la celebrazione di una nuova civilt rurale, pi equilibrata, pi serena, pi moralmente sana, solidamente vincolata alla terra e
quindi alla Patria. " L'esistenza di un filone anti-attivistico diviene ancora pi evidente se dal fascismo passiamo al nazismo. La polemica contro il
primato del divenire l'autore cattolico la desume in realt da Heidegger. vero, si tratta dell'ultimo Heidegger, quello impegnato a denunciare la parabola rovinosa dell'oblio dell'essere nella storia dell'Occidente e
del pianeta; e per qualche rapporto tale denuncia continua pure a intrattenere col bilancio storico che, negli anni '30, al popolo metafisico per
eccellenza, quello tedesco, contrappone negativamente Usa e Urss come
paesi in cui pi chiaramente si esprime l'essenza rovinosa della modernit: privi di ogni profondit, sono caratterizzati dal culto de]l'estensione, del numero, del quantitativo, dunque dal culto della totale
manipolabilit e dell'incessante mutamento. " Evidente poi la continuit tra la condanna dell'oblio dell'essere propria dell'ultimo Heidegger
e la messa in stato d'accusa, sempre negli anni '30, della modernit come
sinonimo di sradicamento, di galoppante smarrimento della storicit, di abbandono dell'essere e di fuga degli di. ''
E dunque, il motivo ideologico da Del Noce agitato per denunciare
nazifascismo e comunismo finisce paradossalmente col ricondurlo nelle
vicinanze di ambienti culturali che si agitano all'interno del primo dei
due movimenti politici. Persino il linguaggio presenta significative assonanze. In virt della sua critica globale, e non solo meramente politica,
della modernit, il nazismo tende ad atteggiarsi come un movimento
"metapolitico"; " ed per ragioni analoghe che Del Noce ama presentarsi come pensatore transpolitico.

13 R. De Felice, Mussolini ilfascista, op. cit., voi. I, p. 739.


14 Cos Arrigo Serpieri in un articolo su Gerarchia dei gennaio 1925: riportato in R. De Felice,
Mussolini il fascista, op. cit., voi. II, p. 30.
15 VediD. 'Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap. Ili, 10 e 1,3.
16 J t , c a p . V , 3 .
17 Vedi Th. Mann, Zu Wagners Verteidigung (1940), in Id., Essays, a cura di H. Kurzke, Frankfurt
a. M., Fischer, 1988, voi. Ili, p. 141.

Peraltro, la sua diagnosi della modernit ha alle spalle una storia che
non inizia col '900. Gi Rosmini polemizza contro una societ agitata da
incessanti sconvolgimenti rivoluzionari e per la quale il movimento, il
mero movimento divenuto il supremo bisogno. Se negli anni della
Restaurazione i critici della rivoluzione e del divenire credono di poter
additare l'antidoto nelle verit eterne del cristianesimo e, soprattutto,
nella stabilit della Chiesa cattolica, successivamente prima Schopenhauer e poi Nietzsche mettono in stato d'accusa la stessa tradizione
ebraico-cristiana che, in virt del creazionismo e della visione uniHneare
del tempo, da considerare responsabile della smania del nuovo e degli
incessanti mutamenti e progetti rivoluzionari caratteristici della storia
dell'Occidente. Non proprio l'Occidente, profondamente imbevuto
di questa tradizione religiosa, a rivelarsi, agli occhi dei due filosofi critici
implacabili della modernit, piii ribelle e pi esagitato di qualsiasi altro
continente e di qualsiasi altra cultura?
Rosmini e Del Noce si fermano a mezza strada nella loro denuncia
della modernit e del primato del divenire. Proprio per questo essi risultano meno persuasivi dei grandi filosofi reazionari che hanno individuato il punto di partenza della rovinosa parabola dell'Occidente nella tradizione additata come rimedio dai due autori cattolici. E comunque, lo
schema caro all'odierno pensatore cattolico risulta del tutto insostenibile sul piano storico e filologico. Esso risponde ad esigenze di immediata
polemica politica: una sorta di riesumazione della teoria del socialfascismo in chiave anti-gramsciana e anti-marxiana. Se ci si volesse abbandonare al gioco fatuo delle analogie, risulterebbero ben pi evidenti
quelle che sussistono tra Evola e Del Noce, e persino tra Mussolini e
Del Noce: se non altro, entrambi condividono la condanna totale della
rivoluzione francese, " che invece, agli occhi di Gramsci, un momento
essenziale del divenire storico, della modernit e del processo di
emancipazione.

A. Rosmini, La societ e Usuo fine, libri quattro, in Id., Filosofia della politica, a cura di M. D'Addio, Milano, Marzorati, 1972, p. 460.
Vedi A. Del Noce, Prefazione a M. Veneziani, Processo all'Occidente, Milano, SugarCo, 1990, p.
12-3. Sino all'ultimo, il fascismo si attribuisce la "missione" di combattere le idee dell'89: vedi R.
De Felice, Mussolini l'alleato, Torino, Einaudi, 1990, voi. I, p. 1287.

100

2.

Fichte e le filosofie della prassi

Ma concentriamo pure l'attenzione sulle immediate vicinanze deEa


filosofia della prassi. Nella ricostruzione cui Del Noce procede della
parabola rovinosa del primato del divenire c' un vuoto clamoroso.
Rimane nell'ombra un autore la cui filosofia tutta attraversata dal
pathos dell'azione e dell'agire, dal pathos della missione pratico-politica,
&Wengagement dell'intellettuale. Stiamo parlando di Fichte. A lui fa
esplicito riferimento Gentile allorch sottolinea l'influenza che il filosofo dell'infinita attivit dell'io avrebbe avuto nella formazione di
Marx. ^^ questo incontro giovanile, di cui Marx non si sarebbe piii
dimenticato, a spiegare il motivo anti-materialistico e attivistico presente in una filosofia che pur si pretende ed per altri aspetti, sempre agli
occhi del pensatore attualista, grevemente materialistica.
una lettura che, ben lungi dal rinviare ad un "paradigma italiano", abbastanza diffusa nell'Europa del tempo. Ecco come Lenin,
nei Quaderni filosofici, riassume la lettura di Marx in un interprete tedesco che diviene celebre negli anni della I guerra mondiale: Plenge non
riesce a comprendere come il "materialismo" coesista con Io spirito rivoluzionario (che egli chiama "idealismo", eccetera). E s'incattivisce contro la sua stessa incomprensione! ! !. ^^ un'osservazione importante
che pu servire a ridimensionare largamente il giudizio benevolo
espresso da Lenin sul saggio di Gentile per aver colto alcuni aspetti
importanti della dialettica materialistica di Marx, che di solito sfuggono
all'attenzione dei kantiani, positivisti, eccetera (L, XXI, 70). Anche allo
scritto di Plenge del 1911 Lenin riconosce qualcosa di buono rispetto
al kantismo, eccetera, ma il merito di aver sottolineato il lato attivo e
dinamico della dialettica materialistica non impedisce all'interprete
tedesco di essere arcitriviale per aver contrapposto questo lato al
materialismo (L, xxxvm, 379).
Come Gentile, anche Plenge richiama l'attenzione sulla presenza di

20 G. Gentile.La/jfojo/wiijMora, a cura di V. A. Bellezza, Firenze, Sansoni, 1974, p. 164.


21 A. Del Noce, Suicidio della rivoluzione, op. cit., p. 128.
22 L, XXXVIII, 379; il testo cui Lenin fa riferimento J. Plenge, Marx und Hegel (1911), ristampa
anastatica Aalen, Scientia, 1974.

101

Fichte in Marx: Se l'apprendimento culturale, per cos dire \intelletto


del socialismo scientifico, scaturito in buona parte dal seno materno
della filosofia hegeliana, la sua volont invece [...] nata in buona parte
dal rinnovamento vitale della forte energia di Fichte. Dunque, non
un fenomeno esclusivamente italiano la tendenza a leggere in Marx la
compresenza contraddittoria di attivismo (fichtiano) e di materialismo.
In secondo luogo, proprio l'atteggiamento assunto nei confronti del fichtismo pu essere la cartina di tornasole per chiarire la radicale differenza
che sussiste tra la filosofia della prassi di Gentile e la filosofia della prassi
di Gramsci. A suo tempo, nello sforzo di celebrare l'azione e l'impegno
politico, i giovani hegeliani avevano proceduto ad una fichtianizzazione
del pensiero del maestro, rifiutando soprattutto l'atteggiamento di passiva contemplazione che, ai loro occhi, sembrava scaturire dall'affermazione dell'identit di reale e razionale. Non cos Gramsci. Questi chiaramente respinge l'interpretazione volgare del detto hegeliano, la quale per
realt intende l'empiria immediata piuttosto che la dimensione strategica del reale e la tendenza di fondo del processo storico.
Si comprende allora l'affermazione dei Quaderni del carcere secondo
cui razionale e reale s'identificano [...]. Pare che senza aver capito questo rapporto non si pu capire la filosofia della prassi, la sua posizione in
confronto dell'idealismo e del materialismo meccanico, l'importanza e
il significato delle superstrutture (Q, 1420). Gramsci condivide con
Lenin il rifiuto dell'interpretazione volgare del detto hegeliano. La
gentiliana filosofia della prassi, invece, sviluppa una dura polemica
contro la Prefazione alla Filosofia del diritto: L'uccello di Minerva,
secondo l'immagine di Hegel, simbolo di quanto vi di anacronistico

23 J. Plenge, Patriotismus und Kosmopolitismus


Sozialismus, Leipzig, 1919, p, 12}.

beute wie einst (1918), in Id,, Zur Vertiefung des

24 Vedi G. Lukcs, Moses Hess und die frohleme der ideaUstischen Vialektik ( 1926), in Id., Schriften zur Ideologie undPoUtik, a cura di P. Ludz, Neuwiedund Berlin, Luchterhand, 1967, p. 237281. Il i^ichtismo dei giovani hegeliani (Cieszkowski, B. Bauer, Hess) risulta anche da H. Stuke,
Philosophie der Tat. Studien zur Verwirklichung derPhilosophie beiden]unghegelianern
undden
itfijfcrra SozMlirfeK, Stuttgart, Klett, 1963, vedi in particolare p. 117 e224.
25 Vedi D. Losurdo, Hegel eh libert dei moderni, Roma, Editori Riuniti, 1992, cap, II, 1 (al quale
rinviamo anche per l'interpretazione qui avanzata della tesi hegeliana dell'identit di reale e
razionale).

102

nella sua filosofia, spiega il suo volo al crepuscolo della sera, quando le
opere del giorno sono tutte compiute. Ma la filosofia in vero non
quella postuma contemplazione della realt, che da Aristotele ad Hegel
si ritenne. Non c' prima il mondo e poi il pensiero.
L'affermazione della razionalit del reale e la conseguente visione
della filosofia non come creazione solitaria del soggetto, bens come
concettualizzazione della realt storica, questa fondamentale tesi hegeliana contiene elementi di materialismo inaccettabili per il teorico
dell'atto puro: la filosofia non ha oggetto a cui sia da commisurarsi;
il suo oggetto lei stessa, quella filosofia che la filosofia costruisce; da
respingere il modo comune di pensare, secondo cui la scienza [...]
suppone la vita. ^ Sul versante opposto, Gramsci, che si riconosce pienamente nella tesi della razionalit del reale, non solo contrappone
ratto "impuro", reale nel senso pi profondo e mondano della parola
airatto "puro" di Gentile, ma assimila il gruppo costituitosi attorno a lui a quello dei Bauer satireggiato nella Sacra famiglia (Q, 1492 e
1370). Una satira che sembra prendere di mira anticipatamente il filosofo attualista di un secolo dopo: Oggetto! Spaventoso! Non c' niente di piii riprovevole, di pi profano, di pi massiccio di un oggetto;
bas l'oggetto; da esso non pu non ritrarsi inorridita la soggettivit
pura, Vactuspurus (MEW, n, 2l).
L'accostamento cui procedono i Quaderni del carcere tra Bauer e
Gentile non uno spunto isolato, e tanto meno un accostamento di
maniera, ma un motivo di grande rilievo teorico. ^^ Gramsci intende

26 G. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, Bari, Laterza, 1922-23 (II ed,), voi. II, p.
273 e 223.
27

[m,p.2}6t272.

28 E invece Del Noce (Suicidio della rivoluzione, op. cit., p. 136), pur di tener fermo all'accostamento o assimilazione Gramsci-Gentile, sorvola disinvoltamente, senza neppure sforzarsi di
comprenderlo, su quel parallelo [istituito da Gramsci a proposito di Gentile] con la posizione
di Bruno Bauer, di cui i marxisti si servono sempre quando si trovano davanti a critiche provenienti filosoficamente da sinistra e a cui difficile rispondere! Ma in realt la successiva radicale svolta a destra di B. Bauer (su ci vedi D. 'Lo^ixtdo,Hegel e la libert dei moderni, op. cit., p.
412 nota 78 al cap. I) conferma in pieno la validit dell'affermazione che Marx fa del carattere
velleitario e impotente della filosofia dell'autocoscienza. Per quanto poi riguarda Gramsci,
vedremo subito che assimila a Bruno Bauer anche le posizioni di un avversario dichiaratamente
di "destra" come Claudio Treves.

103

applicare al filosofo attualista le critiche da Marx rivolte ai giovani hegeliani. La sacra famiglia cos descrive il processo di dissoluzione del sistema hegeliano: Strauss isola e assolutizza il momento della sostanza di
Spinoza e riduce Hegel alpunto divista spinoziano-, Bauer invece isola
e assolutizza il momento fichtiano dell'autocoscienza e riduce Hegel al
punto divista fichtiano (MEW, II, 147). Dopo aver sottoscritto questa
analisi, Gramsci aggiunge che qualcosa di analogo avvenuto dopo la
morte di Marx: II laceramento avvenuto per l'hegelismo si ripetuto
per la filosofia della praxis, cio dall'unit dialettica si ritornati da una
parte al materialismo filosofico volgare (il riferimento soprattutto a
Bucharin) dall'altra all'idealismo (il riferimento soprattutto a Croce e
Gentile); in tal modo si retrocede non solo al di qua di Marx, ma anche
al di qua di Hegel il quale aveva dialettizzato, sia pure in modo astratto,^<materialismo e spiritualismo (Q, I86l).
Il Gramsci critico dei fratelli Bauer il Gramsci critico del fichtismo
dei giovani hegeliani che, nella loro sete di azione, nello sforzo di sottolineare la creativit del soggetto contro ogni atteggiamento di passiva
contemplazione, finiscono col dissolvere l'oggettivit del reale. interessante notare che gi nel 1918, pur nel momento di pi aspra polemica contro la sterilizzazione operata dai socialisti positivisti delle dottrine di Marx ridotte a dottrina dell'inerzia del proletariato, Gramsci
tiene a distinguere nettamente le sue posizioni dalla filosofia dell'autocoscienza dei fratelli Bauer. Anzi, proprio a tale filosofia viene polemicamente assimilata la riduzione positivistica del marxismo nel senso che
in un caso e nell'altro la concretezza della storia e dei rapporti e delle
lotte politico-sociali cede il posto ad un soggetto mitico e metafisico che
nel primo caso rautocoscienza, nel secondo lo strumento del lavoro (CF, 554-5).

In questo momento, al determinismo viene contrapposto, con linguaggio desunto da Gentile (cui probabilmente rinvia l'accenno ai
libri che in Europa sono stati scritti dopo la fioritura del positivismo e
che hanno messo in crisi la riduzione positivistica di Marx), s ratto
storico, ma un atto storico che non pura soggettivit, dato che in
esso si realizza l'unit tra l'uomo e la realt, lo strumento di lavoro e la
volont (CF, 554-6). Nella concreta situazione storica ben si comprende
l'enfasi posta sull'attivit del soggetto (in questo senso si possono awer104

tire echi gentiliani e, tramite Gentile, fichtiani); ma da notare che


ratto storico sin d'ora decisamente impuro; esso sta a denotare
l'unit di soggetto-oggetto. Se da un lato esalta l'energia volitiva di
Lenin e dei bolscevichi, dall'altra il giovane Gramsci vede nel bolscevismo 1'espressione spontanea, biologicamente necessaria, perch l'umanit russa non cada nello sfacelo pi orribile (CF, 516). E da aggiungere
che egli considera sinonimo di sostanziale immobilismo la dissociazione
di questa unit soggetto-oggetto, da qualunque parte la dissociazione
avvenga: e se ora Claudio Treves viene assimilato a Bruno Bauer, pii tardi Giovanni Gentile verr assimilato ad Antonio Labriola, o meglio al
Labriola maggiormente influenzato dal positivismo.

3.

Centralit della categoria di contraddizione oggettiva

A questo punto, prima di procedere oltre, conviene fare un passo


indietro. Dalla storia dell'idealismo tedesco emergono due concezioni
radicalmente diverse della prassi e dell'attivit rivoluzionaria. La prima
risale a Fichte che, in una celebre lettera del 1795, paragona la sua 'Dottrina della scienza alla rivoluzione in atto in Francia: Il mio sistema il
sistema della libert. Come quella nazione libera l'uomo dalle catene
esterne, cos il mio sistema lo libera dai ceppi della cosa in s, dall'influenza esterna, e lo pone, fin dal primo assioma, come ente autonomo. La prassi rivoluzionaria la negazione dell'oggetto. Attestato su
posizioni fichtiane, il giovane Schelling usa una formula particolarmente efficace: Quanta pi soggettivit tanta meno oggettivit. Il concetto di prassi in Hegel meno enfatico, non ha nulla a che fare col titanismo dell'autocoscienza. Prima di essere un'attivit del soggetto, la

29 Lettera (presumibilmente a J . J . Baggesen) dell'aprile 1795, in J . G . Fichte, Bw/ji)<?c^je/, a cura


diH. Schulz, Leipzig, 1930 (ristampa anastatica Hildesheim, Olms, 1967), voi. I, p. 449.
30 J . W. E Schelling, Philosophischeiriefe
iiher Kritidsmus undDogmatismus (1795), in Id., Smmtliche Werke, Stuttgart-Augsburg, Cotta, 1856-61, voi. I, p. 335; tr, it., a cura di G. Semerari, Lettere filosofiche su criticismo e dommatismo, Firenze, Sansoni, 1958, p. 89-90.

105

negativit gi insita nell'oggettivit. Se il negativo appare come ineguaglianza dell'Io verso l'oggetto, esso pure l'ineguaglianza della
sostanza verso s stessa. Ci che sembra prodursi fuori di lei, ed essere
un'attivit contro di lei, il suo proprio operare, ed essa mostra di essere essenzialmente Soggetto. L'attivit gi implicita nelle contraddizioni oggettive che lacerano la sostanza, la realt; il primo presupposto del mutamento, dell'attivit di trasformazione del reale nella
disuguaglianza del reale con s stesso. "
La categoria di contraddizione oggettiva svolge un ruolo assai importante in Gramsci che ripetutamente insiste sulle contraddizioni reali della vita storica, sulle intime contraddizioni della vita sociale, sulle contraddizioni sociali, sulle contraddizioni insanabili presenti nella
struttura e che giungono a maturazione ed esplosione nelle crisi rivoluzionarie, nonostante gli sforzi incessanti e perseveranti della classe
dominante per attutirle o tenerle sotto controllo (Q, 1488,1487,886 e 158o).
La superiorit dellafilosofadella prassi proprio nell'essere l'espressione cosciente di queste contraddizioni, nell'essere la coscienza piena
delle contraddizioni (Q, 39). La filosofia della prassi non va definita a
partire da un engagement extra-teoretico: essa in primo luogo teoria
delle contraddizioni esistenti nella storia e nella societ (Q, 1320). "
Intanto la dialettica hegeliana il punto di riferimento privilegiato
della filosofia della prassi in quanto teoria della contraddizione, teoria
che al tempo stesso riflesso dei grandi nodi storici, cio delle
contraddizioni sociali che hanno segnato la nascita del mondo
moderno. Le varie riforme neoidealiste hanno il grave torto di aver operato la sparizione di queste contraddizioni e di aver quindi ridotto la
dialettica hegeliana a pura dialettica concettuale (Q, 886).

G. W. F. Vie%.,PhdnomenologiedesGeistes
(1807) inId.,
WerkemzwanxigBnchn,ac\mi^l.
Moldenhauer e K. M. Michel, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1969-1979, voi. IH, p. 39; tr. it., a
cura di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia, 1963, voi. I, p. 29.
G. W. F. Hegel, TextezurphilosophischenPropdeutik(lWi-Wl),
in Id., Werke in zwanzig
hdnen, op. cit., voi. IV, p. 14.
Proprio per il fatto che, per Marx e per Gramsci, il nuovo si sviluppa a partire dal reale oggettivamente esistente, con le sue inteme contraddizioni, risulta insostenibile la lettura in chiave gnostica che De! Noce (Suicidio della rivoluzione, op. cit. p. 5) fa del marxismo: La rivoluzione non
sar una nuova forma all'interno dell'eone presente, ma comporter la sua cancellazione.

106

Il tener conto in modo corretto delle contraddizioni oggettive il


criterio decisivo per distinguere tra reale sapere storico da una parte e
utopia/ideologia dall'altra. A base utopistica si rivelano essere la filosofia di Croce e le ultime filosofie (con probabile riferimento anche a
Gentile) che pretendono di rimuovere le contraddizioni del reale (Q,
886). E utopia anche la religione, per il fatto di procedere a conciliare
in forma mitologica le contraddizioni reali della vita storica (Q, 1488).
forse da criticare la genericit della categoria gramsciana di utopia, suscettibile di sussumere contenuti assai diversi ed eterogenei, e
cio da una parte la protesta di movimenti rivoluzionari soggettivamente e oggettivamente immaturi, la protesta dei ceti subalterni incapaci di
trascendere realmente l'ordinamento politico-sociale, del cui confuso
rifiuto essi per altro si alimentano (ad esempio il Cristianesimo primitivo), e dall'altra la trasfigurazione che di un determinato ordinamento
politico-sociale operano gli ideologi della classe dominante (ad esempio
la filosofia del Croce). Resta comunque fermo che per Gramsci l'evasione dall'oggettivit delle contraddizioni, nella loro determinatezza storica, sinonimo di utopia o ideologia.
Anche la filosofia della prassi pu degenerare in utopia, nella
misura in cui evade dall'attuale terreno delle contraddizioni, per
abbandonarsi alla contemplazione del futuro mondo senza contraddizioni (Q, 1488) ( la dinamica che si pu osservare nel socialismo utopistico). Oppure, la filosofia della prassi si trasforma in ideologia in senso
deteriore (come avviene in Bucharin), allorch cessa di porre s stessa
come elemento della contraddizione (Q, 1487-9). Infine, il lorianesimo
(e il bucharinismo) una metafisica, una deviazione infantile della filosofia della prassi perch fa dello strumento tecnico il motore unico di
un processo storico evoluzionistico e unilineare, dimenticando del tutto
la contraddizione, tra forze produttive materiali della societ e rapporti di produzione, che il fondamento della crisirivoluzionariae della conseguente accelerazione del processo storico (Q, 1439-42).
Non bisogna dimenticare che la metafisica della "materia" solo
uno dei due modi in cui pu avvenire la rottura dell'unit di materialismo e spiritualismo, di soggetto e oggetto. Le posizioni teoriche alla
Bucharin sono specularmente contrapposte a quelle di Gentile: metafisica della materia e metafisica della prassi rappresentano pur sempre la
107

rottura di quell'unit che si era cominciata a realizzare con Hegel, col


quale, per la prima volta, sia pure in modo ancora non adeguato, la filosofia si pone come coscienza delle contraddizioni; ed solo in questo
senso che la filosofia della prassi una riforma e uno sviluppo dell'hegelismo (Q, 1487-9).
Come si vede, la categoria di contraddizione oggettiva centrale per
l'autodefinizione e l'autocomprensione della gramsciana filosofia della
prassi. appena il caso di dire che tale categoria risulta invece priva di
senso per Gentile. Nella Riforma della dialettica hegeliana possiamo leggere: L'essere per contraddirsi dovrebbe sussistere. Ed esso sussiste
come divenire; cio non sussiste. Cercare la contraddizione fissare l'essere, cio falsificarlo (uscire dalla logica attualit mentale). Considerazioni analoghe possono essere fatte valere per Croce che, nel polemizzare vivacemente contro la violenta estensione della dialettica e la
falsa estensione del principio dialettico, riduce l'affermazione hegeliana della centralit della categoria della contraddizione ad una reazione necessaria e provvida quanto si voglia contro l'unilateralit del
principio d'identit ma affetta essa stessa da unilateralit. In realt, la
Logica del filosofo italiano finisce col dissolvere non solo la categoria di
contraddizione, ma anche quella di opposizione. "
Alle spalle della riforma gentiliana e crociana della dialettica hegeliana
c', sul piano filosofico, la critica trendelenburghiana della categoria di
contraddizione oggettiva e, sul piano politico, l'orrore suscitato dalla
rivolta degli operai parigini del giugno '48: a partire da questo momento,
tale categoria decisamente sospetta dato che essa evoca, per dirla con
Rosenkranz, lo spettro del giacobinismo e della rivoluzione sociale. '' Alle
spalle dello Hegel di Gramsci agisce la lettura della polemica di Engels
contro la tesi di Dhring secondo cui la contraddizione una categoria
che pu appartenere solo alla combinazione delle idee e non alla realt.
Nelle cose non ci sono contraddizioni o, in altri termini, la contraddizione

34 G. Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, Firenze, Sansoni, 1975 (IV ed.), p. 39.
35 La negativit in Croce si configura o come distinzione o come semplice privazione: vedi Logica
come scienza del concetto puro (1905), Bari, Laterza, 1967 (prima ed. economica), p. 61-4 e 233.
36 Vedi K. Rosenkranz, Tie Selbstandigkeit der deutschen Philosophie gegeniiber der Vranzsischen,
(1852), in NetteStudien, Leipzig 1875-8, voi. II, p. 226.

108

posta come reale, s stessa il colmo del controsenso (MEW, XX, ili);
ma c' anche, e soprattutto, lariattuaiizzazionechela rivoluzione d'Ottobre comporta della categoria di contraddizione oggettiva.
Al fine di sottolineare l'oggettivit del processo storico, i Quaderni
del carcere fanno ripetutamente riferimento alla Prefazione a Per la critica
dell'economia politica. " La rivoluzione non pu scaturire dalla pura iniziativa del soggetto, ma ha la sua condizione preliminare e assolutamente
ineludibile ancora una volta nelle contraddizioni oggettive: Cio la contraddizione economica diventa contraddizione politica e si risolve politicamente in un rovesciamento della praxis (Q, 1279). Il soggetto non pu
creare e plasmare a proprio piacimento il reale; l'iniziativa e la soggettivit rivoluzionaria un momento essenziale e che va tenuto presente
contro ogni forma di meccanicismo; ma tale momento non pu essere
disgiunto dalla tensione dello stesso oggetto a farsi soggetto.
privo di senso ridurre a filosofia della soggettivit creatrice la gramsciana filosofia della prassi, la quale si costituita s nella lotta contro la
versione positivistica e meccanicistica del marxismo (contro coloro che
condannavano la rivoluzione d'Ottobre agitando II capitale), ma anche
nel corso della lotta intrapresa da Lenin contro le tendenze estremistiche
e volontaristiche largamente presenti nella III Intemazionale. Solo cos si
pu comprendere la polemica di Gramsci contro l'abbandono al
"miracolo" superstizioso (Q, 1422), l'insistenza sul fatto che un rapporto di forze sociali (il cui calcolo ovviamente il presupposto di ogni
autentica iniziativa rivoluzionaria) strettamente legato alla struttura,
obiettivo, indipendente dalla volont degli uomini, [...] pu essere misurato coi sistemi delle scienze esatte e fisiche. [...] Questo rapporto quello che , una realt ribelle: nessuno pu modificare il numero delle aziende e dei loro addetti, il numero delle citt con la data popolazione iirbana, eccetera. In conclusione: il grado di realismo e di attuabilit delle
diverse ideologie si misura dal grado di attenzione alle contraddizioni reali sul cui terreno comunque tali ideologie sono sorte (Q, 1583).

Q, 1422 e 1579; per quanto riguarda il brano della Prefazione a Per la critica dell'economia politica tenuto presente in modo particolare da Gramsci vedi MEW, XllI, 9; G. Nardone {Ilpensiero di Gramsci, Bari, De Donato, 1971, p. 321) rinvia invece, erroneamente, alla Prefazione al
Capitale.

109

4.

Prassi, autoprassi, intimismo

Vediamo ora Gentile. La sua categoria di prassi non rinvia a Marx.


La teorizzazione del ministero del Letterato (e cio
engagement
dell'intellettuale), la tesi secondo cui missione speciale dell'arte [e della cultura in genere] spronare gli uomini a tradurre il pensiero in azione e trasformare il contemplatore in apostolo, questi motivi attraversano in profondit le pagine di Mazzini, un autore certo assai distante
da Marx ma caro a Gentile. Quest'ultimo vien messo da Gramsci, giustamente e significativamente, in rapporto con Fichte, e soprattutto col
Fichte dei Discorsi alla nazione tedesca (Q, 1329). In effetti il filosofo
attualista celebra gli immortali principi in essi contenuti, gli sprazzi
di luce vivissima da essi proiettati. "
Gentile cita anche con grande calore la tesi di Mazzini secondo cui
la vertue c'est l'action, sottoscrive la visione del grande agitatore
per cui il pensiero vero pensiero [...] solo quando azione. "" Ma
allora, se alle spalle di Gramsci c' la lettura della dura critica cui La
sacra famiglia sottopone i giovani hegeliani imbevuti di fichtismo, alle
spalle di Gentile c' il Mazzini che aveva finito col sottoscrivere la critica
dei giovani hegeliani alla tesi della razionalit del reale e alla visione della filosofia come concettualizzazione del proprio tempo. Indipendentemente anche da una conoscenza testuale, nel clima del Vormrz e del
Risorgimento italiano, il desiderio di azione, l'aspirazione a fuoriuscire
dalla mera speculazione creava un clima favorevole per la diffusictae di
motivi che direttamente o indirettamente rinviavano a Fichte.
Per il tramite della lettura di Mazzini, motivi fichtiani sono comunque presenti in Gentile, che non a caso conclude il suo Sistema di logica,
prima dell'epilogo, con un capitoletto dedicato al dovere, un dovere che ci dice come non siamo, come dobbiamo essere, nell'ambito

38 G. Mazzini, ^ote autobiografiche, a cura di R. Perdei, Milano, Rizzoli, 1966, p. 61 e 136-37


39 G. Gentile J Discorsi di Fichte alla nazione tedesca (1915), in Id., Guerra e fede, op, cit. p. 237.
40 G. Gentile, Iprofeti del Risorgimento italiano, Firenze, Vallecchi, 1928 (II ed.), p. 79 e 13.
41 Vedi D. Losurdo, Dai fratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. V, 1.
42 G. Gentile, Sistema di logica, op. cit., voi. II, p. 309-10.

110

di un processo in cui non c' mai soluzione: la nostra negazione


[della natura] non viaggio che ci possa condurre ad una meta, raggiunta la quale cessi il bisogno di viaggiare. Senza un ideale perci,
alto o basso che sia, non c' vita umana, non c' Io. '''' La presenza di
Fichte chiara e innegabile e non sfuggita agli interpreti. "" Ma bisogna
interrogarsi sulle modalit di questa presenza.
Dopo il Vormrz, l'altro periodo di grande fortuna di Fichte rappresentato dallo scoppio della I guerra mondiale. il momento in cui pi che
mai cade in discredito la nottola di Minerva cara ad Hegel, cui i Kriegsphilosophen contrappongono una guerresca aquila che, lungi dall'appagarsi di un'inerte contemplazione post factum del reale, tutta protesa
verso l'azione e l'avvenire. Le esigenze della mobilitazione totale, anche
a HveUo ideologico, fanno riscoprire Fichte come filosofo dTengagement
patriottico, ma questo engagement finisce con l'assumere torbidi contenuti che pi nulla a che fare hanno con la filosofia di Fichte, da cui viene
in ogni caso espunta la celebrazione della rivoluzione francese (le odiate
idee del 1789), la critica plebea delle stridenti disuguaglianze sociali
eccetera. una vicenda che pu aiutare a comprendere anche la parabola
di Gentile. Nel Sistema di logica, la critica gi vista dell'uccello di Minerva inserita nell'ambito di una polemica contro una visione che pretende di collocare la scienza [...] al di sopra e al di fuori della vita e della
pratica. Ad essere messo qui in stato d'accusa l'atteggiamento di
distacco, per il quale la scienza allora pi si affina e perfeziona e s'impadronisce degli animi, quando le energie della vita pratica, onde si crea la
potenza e il lustro delle nazioni, s'indeboliscono e decadono. Come nei
Kriegsphilosophen tedeschi, anche in Gentile, il contemplativismo attribuito alla hegeliana Prefazione alla Filosofia del diritto viene condannato
in primo luogo in quanto anti-patriottico; la prassi cui ora si guarda la
difesa della patria (del suo esercito, ma anche delle sue tradizioni).
43 !i/.,p.308e301.
44

53.

45 Vedi F. Valentini, La controriforma della dialettica, Roma, Editori Riuniti, 1966, p. 109-10.
46 In particolare W. Sombart contrappone alla nottola di Minerva l'aquila come uccello del popolo tedesco: vedi D. Losurdo, Hegel e la Germania, op. cit., cap. XIV, 9.
47 G. Gentile, Sistema di logica, op. cit, voi. II, p. 272-73.

Ili

Sull'influenza che, in ultima analisi, pu essere fatta risalire a Fichte,


s'innesta poi in Gentile un topos della tradizione spiritualistica e conservatrice. Ed ecco che la prassi diventa autoprassi, che non solo si
svolge tutta in interiore homine, ma che talvolta assume un significato
ascetico e moraleggiante, dato che viene definita come uno sforzo per
uscire dallo stato in cui il soggetto si adagiato e ha i suoi comodi, la
soddisfazione dei suoi bisogni e i piaceri, come uno sforzo per rinunziare a una maggiore o a una minor parte del mondo in cui si chiude e
circola la vita del nostro particolare soggetto. ""
Configuratosi ormai come celebrazione spiritualistica deirautoprassi, il tema gentiliano della prassi non solo non ha nulla a che fare
con Marx, ma a questo punto ha ben poco a che fare anche con l'attivismo di Fichte. Vien fatto semmai di pensare a Blondel che della filosofia dell'azione fa la moderna apologetica del cristianesimo. A Blondel e
Laberthonnire Gentile fa esplicito riferimento, certo rimproverando
loro di non sapersi mantenere sul terreno dell'immanenza; ma la radicalizzazione del metodo dell'immanenza pur sempre una sorta di religione dell'interiorit spirituale. Sino alla fine, rimmanenza dell'azione - e l'azione nell'uomo il fuoco eterno in cui arde la sua anima da
quando si sveglia, finch vigili'"- viene da Gentile contrapposta alle
dimidiatrici filosofie insidiatrici della vita, e cio al materialismo. "
Si potrebbe dire che l'attualismo radicalizza, e in questo senso finisce oggettivamente col ridurre ad assurdo, una tendenza gi presente in
Croce, il quale si serve del tema del dinamismo, dell'attivit e della storia come incessante divenire, in funzione antimaterialistica: realt la
dinamicit, l'attivit, la finalit, lo spirito. Questa la via dell'idealismo
o spiritualismo assoluto. " Concepire la storia come svolgimento

48 / t , voi. Il, p. 215-16.


49 Ibid., p.2%0.
50 G. Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, op. dt,, p. 232 e 239; l(l.,La filosofia
del Laberthonnire, (1906), in La religione, Firenze, Sansoni, 1965, p. 15-40.

dell'azione

51 G. Gentile, Genesi e struttura della societ (1943), a cura di V, A. Bellezza, Milano, Mondadori,
1954, p. 222-23.
52 B. CLvocz,! "giudizi di valore" nella filosofia moderna (1909), in l.,Saggio sulloHegel seguito da
altri scritti di storia della filosofia, Bari, Laterza, 1967, p. 403.

112

concepirla come storia di valori ideali, i soli che si svolgano. " Di qui la
condanna del materialismo, che, negando ogni valore, non pu
ammettere neppure il valore della storia.
Siamo in presenza di un topos della cultura conservatrice. Abbiamo
visto la sua presenza nella tradizione culturale francese. Possiamo ora
dare uno sguardo alla Germania: Stahl contrappone la cristiana visione
storica del mondo alla visione astorica del mondo propria della
filosofia moderna (e hegeliana in particolare). Questa, fondata com'
sul meccanismo e le leggi meccaniche della natura e della logica, non
lascia spazio n alla storia n aUa vita n al mutamento. ''
Nel celebrare con Mazzini la missione d'azione, Gentile sottolinea a sua volta che essa rinvia allo spiritualismo ed assolutamente
incompatibile col materialismo. Nell'ambito della reinterpretazione
e del riassorbimento della filosofia di Marx, al fine della decapitazione
intellettuale del movimento sociaHsta, Gentile reinterpreta la prassi
marxiana come prassi in interiore homine\ Sia pure con un linguaggio
completamente diverso, facendo quindi intervenire, per dirla con
Gramsci, un elisir nuovo {infra, cap. VI, 4), il filosofo attualista riprende un topos classico del pensiero conservatore, costantemente impegnato a ritradurre il mutamento politico-sociale in mutamento spirituale,
che non ha bisogno di investire e intaccare l'oggettivit del reale: Il
bene e il male dentro di voi. Liberatevi!. "
Come la categoria di prassi, anche la categoria di immanenza, nonostante le assonanze di linguaggio su cui talvolta si fatto leva per assimilare Gramsci e Gentile, rinvia in realt a tradizioni di pensiero profondamente diverse. Abbiamo visto Gramsci insistere sulle intime contraddizioni della vita sociale. Il pensiero corre ad Hegel, per il quale la
contraddizione una determinazione altrettanto essenziale ed imma-

53 B. Croce, Teoria e storia della storiografia,'Rxul.s.tetT.SL, 1927 (III ed.), p. 250.


54 B. Croce, Ci che vivo e ci che morto della filosofia di Hegel (1912), in Id., Saggio sullo Hegel,
op. cit., p. 46.
53 F.J. Stahl, Die Philosophie des Rechts (1878, V ed.), ristampa anastatica, Hildesheim, Olms,
1963, voi. I,p. 41, 98-9 e 352-3.
56 G. Gentile, I profeti del Risorgimento italiano, op. cit-, p, 52,
57 G. Gentile, Sistema di logica, op. cit., voi. II, p. 13.

113

nente quanto l'identit. " O a Marx, che parla anche lui di contraddizione immanente o di leggi immanenti, oggettivamente operanti nella realt sociale o in un sistema sociale determinato. " una categoria
che svolge un ruolo centrale in Labriola, per il quale intanto si pu parlare di socialismo scientifico in quanto l'avvento del comunismo
pensato come il risultato ^immanente processo della storia, la
filosofia della praxis va definita come la filosofia "immanente" alle
cose su cui filosofeggia. " E significativamente, nonostante le critiche
anche aspre che investono soprattutto l'ultimo Labriola, a questi Gramsci riconosce il merito di essere stato il solo che abbia cercato di
costruire scientificamente la filosofia della prassi (Q, 1507-8).
E proprio il significato appena visto di immanenza ad essere respinto sin dall'inizio da Gentile, il quale cos polemizza: Egli [Labriola]
bada a ripetere mille volte che la nuova teoria non che Vautocritica delle cose stesse, la visione della immanente realt della storia. " Nel filosofo attualista cos come in Blondel e Laberthonnire l'immanenza
l'immanenza non gi alla realt oggettiva, bens al soggetto, allo spirito,
all'interiorit.

5.

Teoria/prassi e morale/politica: unit e distinzioni

Resta comunque da spiegare il fascino esercitato da Gentile su tutta


una generazione di rivoluzionari o di ribelli. Per comprendere questo
fatto, bisogna far riferimento ancora una volta alla storia del fichtismo.

58 G. W. F. Hegel, WssenschaftderLogik,\nl.,

WerkeinzwanzigBnden,

op. cit., voi. VI, p. 75.

59 Cos nelle edizioni del Capitale del 1867 (nuova MEGA, voi. II, 5, p, 54) e del 1873 (MEW,
XXIII, 286).
60 A. Labriola, Discorrendo disoalismo e di filosofia (IfSl) eDel materialismo storico. Dilucidazione preliminare (1896), in Id., La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Bari,
Laterza, 1969 (II ed.), p, 117 e 216,
61 Lettera a B. Croce del 17 gennaio 1897, in G. Gentile, Lettere a Benedetto Croce, voi. I, Dal 1896
al 1900, a cura di S. Giannantoni, Firenze, Sansoni, 1972, p. 20.

114

Abbiamo visto due tappe fondamentali di questa storia: il pathos fichtiano dell'azione svolge un ruolo importante prima nella preparazione
ideologica della rivoluzione del '48 in Germania e viene poi piegato a
teoria X'engagement patriottico e guerresco allo scoppio della I guerra mondiale.
Successivamente, la marea montante della protesta contro la guerra,
e contro una societ che ha reso possibile quel massacro senza precedenti, e lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre, tutto ci crea un terreno
favorevole per una nuova e diversa fortuna del fichtismo. Sono gli anni
in cui Lukcs mutua il linguaggio da Fichte per definire il presente
come repoca della compiuta peccaminosit {infra, cap. IV, li); di
assoluta irrazionalit del presente parla invece Togliatti che chiama a
contrapporre ad esso una volont nuova. Ha comunque un chiaro
sapore fichtiano questa ulteriore dichiarazione che appare su l!Ordine
Nuovo: Per noi solo nell'azione vive e si rivela l'assoluto e conoscere il
vero vuol dire concorrere alla creazione di esso.
In Italia, il tramite oggettivo di questa diffusione del fichtismo il
Gentile attualista. Pu sembrare strano e paradossale il ricorso dei giovani rivoluzionari ad un filosofo che successivamente si sarebbe attestato su posizioni decisamente reazionarie. Ma, a parte l'ovvia avvertenza a
non giudicare in modo precipitoso e col senno del poi, c' un'analogia
che forse pu essere interessante. Negli anni che precedono la rivoluzione del '48, i giovani impazienti di produrre un mutamento politico e
sociale, e insofferenti del contemplativismo attribuito alla filosofia di
Hegel, fanno riferimento non solo a Fichte ma, in taluni casi, persino a
Schelling. Si tratta del filosofo che stato chiamato a Berlino dalla reazione prussiana e che tuttavia nella polemica contro Hegel sembra talvolta assumere toni attivistici e comunque polemici nei confronti di un
concetto e una scienza della ragione meramente contemplativi. "
Giocando abilmente sull'equivoco - nota Marx nel 1843 - Schelling
appare al geniale Leroux e ai suoi simili come colui che al posto del

62 P.Togliatti, "Guerra e fede" di G. Gentile, in L'Ordine Nuovo d 1 maggio 1919, in Opere, op.
cit.,vol. I, p.22.
63 P. Togliatti, Che cos' il liberalismo, op. cit., p. 68.
64 Cosi, ad esempio, ne\iaPhilosophiederMythologie,

115

in SammtUche Werke, op. cit., voi. XI, p. 565.

pensiero astratto pone il pensiero in carne ed ossa, al posto di una filosofia scolastica pone una filosofia mondana. Ma, al di l di Leroux,
per i giovanirivoluzionaridel Vormrz non stato immediatamente agevole comprendere che, ben lungi dall'essere un appello all'azione rivoluzionaria, la retorica anti-contemplativistica dell'ultimo Schelling
costituiva la ripresa di un topos conservatore e reazionario che nella speculazione astratta e negli intellettuali astratti individua e denuncia
un pericoloso acido corrosivo della concretezza della tradizione e
dell'ordinamento politico-sociale esistente.
Com' ovvio, le analogie hanno sempre un valore assai relativo. E
tuttavia quella appena tracciata pu essere utile per comprendere il fatto che, per un certo periodo di tempo, su tutta una generazione di rivoluzionari Gentile ha esercitato un fascino ben superiore a quello di Croce. Questi, distinguendo nettamente tra dominio teoretico e dominio
pratico, e configurando il discorso politico come radicalmente allotrio
rispetto a quello filosofico e scientifico, aveva proceduto ad una sorta di
liquidazione epistemologica del socialismo e dello stesso marxismo, nella misura in cui esso esprimeva un'opzione politica per il socialismo. E a
Croce che sembra far riferimento in primo luogo Gramsci, allorch critica i pensatori che da un po' di tempo non parlano del socialismo e del
movimento sociale dei lavoratori che per dimostrarne l'inanit teoretica
o la fallacia storica. Sono pensatori che si lasciano anch'essi trascinare
dalle passioni suscitate dagli avvenimenti (CE, 650) (e cio anche la teoresi del filosofo delle distinzioni non era cos pura e disinteressata come
pretendeva di essere). Per quanto riguarda invece la filosofia di Gentile,
stato a ragione osservato che essa, istituendo una stretta unit tra la
teoria e la pratica, sembrava venire incontro alle esigenze di chi intendeva ancorare ad un solido fondamento la propria partecipazione alle lotte politiche.
Ma c' un aspetto almeno altrettanto importante, cui per stata in

MEW, XXVII, 420 (lettera di Marx a Feuerbach del 3 ottobre 1843); su Leroux, e sull'influenza
per qualche tempo esercitata dall'ultimo Schelling anche su Bakunin vedi M. Frank e G. Kurz,
Eine fmhsoxialistiche Verteidigung Schellings (1842), in Materialien zu Schellings philosophischen
Anfangen, a cura di M. Frank e G. Kurz, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1975, p. 433-43.
E. Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, op. cit., voi. I, p. XLII.

116

genere dedicata scarsa attenzione. Del pensiero di Croce suscita disagio


non solo la distinzione fra forme teoretiche e forme pratiche dello spirito, ma anche, e soprattutto, la distinzione tra sfera morale e sfera economica, con l'inserimento in quest'ultima dei rapporti tra gli Stati in pace
o in guerra. Se ideologia al pari delle altre era il socialismo, ideologia
particolarmente ingenua e goffa era il pacifismo che pretendeva di
applicare il giudizio morale ad un fatto come la guerra, attinente esclusivamente alla sfera economica. L'elaborato sistema crociano di distinzioni non solo ridicolizzava o svalutava, sul piano epistemologico e culturale, qualsiasi ambizioso progetto di trasformazione della realt, ma sottraendo la politica internazionale e i conflitti anche pi sanguinosi al
giudizio morale, sembrava sfociare in uno statalismo disumano e vorace. Agli occhi di Togliatti, riconoscere allo Stato il diritto di immolare i
suoi cittadini in guerra significava attribuirgli qualcosa dei poteri del
vecchio dio, dell'antica trascendenza {supra, cap. Il, 6).
bene sottolineare questo punto, perch in genere si ha la tendenza
a dilatare a dismisura l'influenza di Gentile sul gruppo ordinovista al
fine di dimostrare la genesi e il carattere irrimediabilmente illiberale di
questo gruppo e di presentare gentilianesimo (fascismo) e gramscianesimo (comunismo) come due fratelli gemelli, sia pure in rissosa concorrenza l'uno con l'altro. " Epper, le cose stanno esattamente al contrario di quanto affermano coloro che vorrebbero riesumare in chiave anticomunista la teoria del socialfascismo. Il momentaneo accostamento a
Gentile del gruppo ordinovista avviene in funzione della polemica contro le tendenze illiberali che esso crede di poter leggere in Croce. Dopo
aver riportato e sottoscritto le tesi del filosofo attualista, secondo cui lo
Stato non una personalit diversa da quella dei cittadini, ma la
stessa attivit individuale nella sua profonda razionalit e legalit,
Togliatti conclude che siamo qui in presenza di una concezione liberale idealistica. Da essa sembra potersi desumere la conclusione per cui
gli individui e le masse non hanno alcun obbligo di inchinarsi reverenti

67 Vei A Janm22o,Le
94.

origini geKtiliane del marxismo italiano, aiMondo Operaio, 12,1985, p. 5

68 P. Togliatti, "Guerra e fede" di G. Gentile, op. cit, p. 20.

117

dinanzi ad uno Stato nel quale non possono pi riconoscersi, Venute a


cadere le distinzioni tra morale e politica'' care a Croce, non c' motivo perch l'operosa critica morale e politica si arresti dinanzi ad un
potere politico resosi responsabile della guerra e di un massacro senza
precedenti. La filosofia di Gentile appare in questo momento quella pi
atta a fornire strumenti per rivendicare alla morale, e alla politica sorretta da una profonda ispirazione morale, il diritto di chiedere conto allo
Stato del suo comportamento anche sul piano internazionale.
In conclusione, nel respingere la riduzione positivistica del marxismo, che impedisce di comprendere la rivoluzione contro II capitale,
tutta una generazione di rivoluzionari e ribelli finisce col guardare al
neoidealismo. A suscitare una prima grave delusione la filosofia di
Croce che si rivela presto sfociare in una specie di fatalismo storico.
Si guarda allora con speranza all'attualismo al fine di spazzar via quelle
distinzioni crociane che negano valore teoretico a ogni programma di
trasformazione della societ e allo stesso impegno in favore della pace.
Ma a coloro che salutano con favore la rivoluzione d'Ottobre abbiamo
gi visto il filosofo attualista impartire una lezione di marxismo inteso
come teoria del fatale andamento del processo storico {supra, cap. II,
7). Sia pure con ritardo, interviene nX'Ordine Nuovo un'amara disillusione. Togliatti osserva che tale visione non lascia spazio alcuno all'iniziativa politica, al tentativo di dominare la realt piuttosto che lasciarsi trascinare dalla corrente. E dunque, un difetto di [...] conservatorismo possibile scorgere anche in Gentile. Se anche formulata in
tono assai rispettoso (rivolta com' al maestro pi insigne e ascoltato
della scuola filosofica italiana), la critica assai dura e persino liquidatrice; il conservatorismo pi o meno larvato in ultima analisi altro non
che naturalismo. " Nonostante la sua retorica dell'atto, anche la filosofia di Gentile comporta un irrigidimento naturalistico dei rapporti
politici e sociali.
D'altro canto, incertezze e oscillazioni circa la preferenza da accor-

69

Ibid.,p.21.

70 P.Togliatti, "Paginesulla guerra"diB.

Croce,op,dt.,p,40.

71 P.Togliatti, "Guerra e fede" di G. Gentile,o^.

cit.,p. 21-22.

118

dare all'uno o all'altro dei due filosofi neoidealisti non mancano neppure nel momento in cui il filosofo attualista sembra essere considerato
l'interlocutore privilegiato. Togliatti che, agli inizi del maggio 1919,
abbiamo visto definire Gentile come il maestro pi insigne e ascoltato
della scuola filosofica italiana, ad un mese di distanza parla di Croce
come del maggiore educatore della generazione nostra in Italia.
Nonostante il suo animo un po' arido, un po' freddo e la sua tendenza al fatalismo storico, egli si mostra infinitamente superiore a coloro
che si abbandonano a uno stato d'animo fatto di leggerezza e gonfiezza retorica. L'accusa ha come bersaglio esplicito gli ideologi della
guerra, ma forse comincia ad investire lo stesso filosofo attualista. Le
distinzioni crociane rivelano la loro superiorit rispetto alla conclamata
unit gentiliana, anche se naturalmente Togliatti non dimentica di
aver a che fare con un borghese certo intelligente e di animo onesto, ma che comunque non pu non suscitare la diffidenza e la riserva
dei rivoluzionari.
Dopo qualche tempo, l'affermazione fatta da Gentile della genesi
dello Stato nella coscienza degli individui si rivela come un elemento
non di critica, bens di trasfigurazione ideologica, si rivela come la forma pili greve e pi pericolosa di statolatria, in quanto finisce col circonfondere lo Stato di un'aureola anche morale e spirituale, che non
lascia spazio a contrappesi e non consente un'analisi materialistica o
storicamente concreta: Lo Stato, dichiara il filosofo attualista, non
inter homines, come pare, ma in interiore homine: non niente di
materiale, ma una realt spirituale. " Nel Gramsci dei Quaderni del
carcere, l'accusa di statolatria investe chiaramente non pi Croce, ma
Gentile, che nell'identit-distin2one tra societ civile e societ politica annulla il momento della distinzione (Q, 1028).
Con riferimento all'analogia che abbiamo istituito con gli anni del
Vormrz, si pu dire che, se alla vigilia della rivoluzione del '48 si verifica
un passaggio degli intellettuali rivoluzionari da Hegel a Fichte, negli anni
immediatamente successivi alla rivoluzione d'Ottobre si verifica, dopo le

72 P.Togliatti, "Pagine sulla guerra" di B. Croce, op. cit., p. 39-40,


73 G. Gentile, Videa monarchica (1919), in Dopo la vittoria, op. dt., p. 113.

119

prime ubriacature attivistiche, un movimento in direzione opposta


{infra, cap. IV, il). A stimolare in Italia tale movimento non sono solo la
riflessione filosofica e una pi matura comprensione del reale significato
del fichtismo di Gentile. anche l'oggettiva situazione storica: il tramonto dei sogni di immediato successo della rivoluzione in Occidente e la
presa di coscienza dei tempi lunghi del processo di trasformazione rendono evidente l'inanit di ogni progetto rivoluzionario che si fondi esclusivamente o in primo luogo sul pathos dell'azione e dell'impegno morale.
E necessario anche, e preliminarmente, uno sforzo prolungato di conoscenza della realt, coi suoi diversi livelli e le sue intrinseche distinzioni.
Per quanto riguarda l'Italia, il passaggio a Hegel in qualche modo il
passaggio anche a Croce, che diventa l'interlocutore principale in campo
borghese. Nei Quaderni del carcere Croce continua ad essere l'Erasmo
del mondo contemporaneo, l'uomo del Rinascimento incapace di
misurarsi coi movimenti storici reali (il movimento operaio e la filosofia
della prassi) (Q, 1293-4). E tuttavia ormai chiaro che questa frattura teoria-prassi ben pi persuasiva sul piano filosofico e ben pi progressiva
sul piano politico dell'unit superficiale ed equivoca cara a Gentile: la
visibilissima regressione attualistica rispetto alla cosiddetta dialettica
dei "distinti" si nutre di schemi verbali astratti, sorretti da una fraseologia tediosa e pappagallesca. La resistenza di cui a tale proposito ha
dato prova Croce veramente "eroica" (Q, 1355).

6.

Marxismo, attualismo, pragmatismo

Abbiamo visto gi in Togliatti la sofferta presa di coscienza della grevit naturalistica propria di una certa metafisica dell'atto o dell'azione. Non diversa la conclusione cui giunge Gramsci. C' un fatto particolarmente significativo. I Quaderni del carcere riportano un brano della
voce "Fascismo" eWEnciclopedia italiana, in cui si polemizza contro il
marxismo, secondo il quale la storia delle civilt umane si spiegherebbe soltanto con la lotta di interessi tra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione, senza tener conto che

120

ci sono atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino agisce. Dopo aver trascritto questo brano, Gramsci commenta: L'influsso delle teorie di Loria evidente. vero che qui la polemica
rivolta contro il Capo del Governo (Q, 1145), ma oggi sappiamo che
l'autore della voce in questione altri non era che Giovanni Gentile, che
dunque viene indirettamente accusato di procedere ad una lettura di
Marx non molto diversa da quella di Loria. Non era questa lettura in
chiave fondamentalmente loriana che aveva portato il filosofo attualista
a istituire una contrapposizione tra marxismo e bolscevismo?
In questo quadro va collocato l'accostamento, cui i Quaderni del carcere procedono, di Gentile al Labriola teorico della schiavit pedagogica per i papuani, e comunque giustificatore delle avventure coloniali
della borghesia italiana: in entrambi i casi pare si tratti di uno pseudostoricismo, di un meccanismo abbastanza empirico e molto vicino al pi
volgare evoluzionismo (Q, 1366). L'uno e l'altro sono d'accordo nell'espungere dal processo storico il salto qualitativo, la rottura rivoluzionaria: e infatti, come Labriola impartisce lezioni di marxismo ai popoli
coloniali che non comprendono la necessit di passare attraverso la fase
della dominazione imposta dai paesi capitalistici sviluppati, cos Gentile
impartisce lezioni di marxismo ai bolscevichi che rifiutano di attendere il socialismo dal fatale andamento del processo storico. La metafisica dell'atto e della prassi non sortisce un risultato diverso dall'autocritica delle cose positivisticamente intesa. Ma Gramsci procede oltre,
istituendo un rapporto tra l'atteggiamento non [...] dialettico e progressivo, ma meccanico e retrivo assunto da Labriola nei confronti della questione coloniale e l'atteggiamento "pedagogico-religioso" del
Gentile nei confronti del popolo, con la teorizzazione della necessit
della religione per le masse popolari (Q, 1367). La visione meccanica del
processo storico e delle sue tappe di sviluppo porta Labriola a negare il
diritto all'iniziativa dei popoli coloniali, e sortisce dunque una conclusione elitaria (Xlite costituita in questo caso dai paesi e popoli capitalisticamente sviluppati). La conclusione elitaria inevitabile anche a
partire dallo sconfinato pathos idealistico della prassi: e qui Gramsci ha
presente ancora una volta La sacra famiglia, con l'osservazione di Marx
per cui la celebrazione idealistica della creativit del soggetto, il fichtismo alla Bruno Bauer, tanto pi esagitato quanto pi privo di contenuti

121

reali, procede di pari passo con la negazione non solo dell'oggettivit in


generale, ma anche del massenhaftesSein, cio dell'oggettivit nella sua
dimensione profana e di massa. Con la rottura dell'unit realizzata prima da Hegel, e poi, ad un livello nettamente pi alto, da Marx, la metafisica del soggetto e la metafisica dell'oggetto convergono in un medesimo risultato immobilistico ed elitario.
Eppure un dato di fatto: la stessa gramsciana filosofia della prassi
stata letta e utilizzata in funzione della rottura di quella unit che essa
intendeva ristabilire e sviluppare. Ma questa una vicenda che va al di l
di Gramsci. Prima ancora della pubblicazione dei Quaderni del carcere,
sul Politecnico del settembre-dicembre 1946, Giulio Preti, richiamandosi
all'XI Tesi su Feuerbach, interpreta Marx come filosofo dell'azione,
del lavoro, del pragma, e quindi lo avvicina e lo assimila a Dewey:
il pragmatismo presenta notevoli somiglianze con il marxismo, di cui
sotto certi aspetti, sembra quasi fratello pi giovane, non appesantito
da una farraginosa metafisica materialistica.
Gi agli inizi di questo secolo, Mondolfo definisce il marxismo
come filosofia della prassi ovvero come filosofia dell'azione [...] che
pu sotto alcuni aspetti richiamare per ragioni di somiglianza l'odierno
pragmatismo. Nel contrapporre a questo marxismo-pragmatismo il
materialismo, Mondolfo si richiama anche al saggio di Gentile. " E dunque l'equazione Marx = filosofia del soggetto e della praxis = pragmatismo, Mondolfo sembra estenderla sino all'attualismo.
Ben diverso l'atteggiamento di Gramsci. Possiamo distinguere due
aspetti o momenti. Intanto c' un confronto-contrapposizione tra pragmatismo (o americanismo) e attualismo. Da una parte - osservano i
Quaderni del carcere, facendo riferimento in primo luogo al taylorismo abbiamo l'azione che modifica sostanzialmente sia l'uomo che la realt
esterna (cio la reale cultura), dall'altra il gladiatorismo gaglioffo che
si autoproclama azione e modifica solo il vocabolario, non le cose, il
gesto esterno, non l'uomo interiore (Q, 2152). L'atto o la prassi gentilia-

74 G. Preti, Il pragmatismo, che cos'? (1946), ora in Folitecnico, a cura di M. Forti e S. Pautasso,
Milano, Rizzoli, 1975, p. 273-5.
75 R. Mondolfo, Il concetto di necessit nel materialismo storico (1912), orainid., Umanesimo di
Marx, op. cit., p. 99 e 97 nota 6.

122

na impotente persino al livello dell'interiorit che pure il suo terreno


d'elezione. Ma non solo per la sua impotenza che viene criticata la
retorica dell'azione. Gramsci trascrive un significativo brano di un articolo in cui Gentile tesse l'elogio di una filosofia che non si pensa, ma
che si fa, e perci si annuncia ed afferma non con le formule ma con l'azione. E dunque in questa filosofia, di cui gi stata messa a nudo l'impotenza, si pu sorprendere l'ammissione che essa non si pensa.
Gramsci sottolinea tale involontaria confessione facendola seguire da
un ironico punto esclamativo. Nonostante le sue pose spiritualistiche,
l'attualismo empirismo, non propriamente filosofia, bens ideologia
nel senso piii immediato e deteriore, mascheratura sofistica della
"filosofia" politica pi nota col nome di "opportunismo" ed empirismo (Q, 1651-2). Il confronto americanismo-attualismo tutto a discapito di quest'ultimo. E tuttavia gi nell'ironia a proposito della filosofia
che non si pensa, ma che si fa si pu leggere una critica nei confronti
anche del pragmatismo. Il quale, in ogni caso, viene accostato all'agnosticismo e quindi criticato, suUa scia di Engels, come un materialismo
che si vergogna (Q, 26). Riemerge qui la contrapposizione pragmatismo-materialismo, che abbiamo visto in Preti, ma con un giudizio di
valore diverso e contrapposto.
Per Preti il vantaggio del pragmatismo rispetto al marxismo risiede
nella rinuncia alla metafisica materialistica, e quindi nella possibilit
di potersi configurare come filosofia del soggetto pratico. Gramsci,
invece, insiste sull'unit di soggetto-oggetto. La liberazione dalla presunta zavorra materialistica (gli oggettivi rapporti di produzione e tra le
classi sociali) non rende affatto pi spedita la prassi. In realt, come gi
nel caso di Gentile, anche ora si verifica una sorta di legge del contrappasso: l'immediatezza del politicismo filosofico pragmatista si rivela,
alla prova dei fatti, inconcludente o finisce col giustificare tutti i movimenti conservatori e retrivi. Ben lungi dall'essere sinonimo di effettiva
trasformazione politico-sociale, l'attivismo idealistico si rovescia o pu
rovesciarsi nel suo contrario. Al pragmatismo Gramsci contrappone la
filosofia di Hegel, che del rapporto teoria-pratica ha una visione molto
pi mediata e tuttavia pu essere concepito come il precursore teorico
delle rivoluzioni liberali dell'800. Il fatto che il pragmatista assolutizza la realt immediata, spesso volgare (Q, 1925-6), e cio smarrisce
123

quella realt in senso profondo, in senso strategico, che Hegel si sforza


di comprendere. E di nuovo siamo ricondotti a quella Prefazione alla
Filosofia del diritto che costituisce la pietra di scandalo di tutti gli idealisti, ma che per Gramsci sta a significare il configurarsi della filosofia
come coscienza delle contraddizioni. E i Quaderni del carcere proseguono chiedendosi: Pu il pensiero moderno diffondersi in America,
superando l'empirismo-pragmatismo senza una fase hegeliana? (Q,
97). Senza una preliminare diffusione dell'hegelismo non pu aver successo in America il marxismo che, come sappiamo una riforma dell'hegelismo, in quanto rappresenta il punto piii alto del sapere filosofico
come coscienza delle contraddizioni reali.
Si gi detto che l'interpretazione della gramsciana filosofia della
prassi come metafisica del soggetto rinvia ad un clima spirituale e politico che va ben al di l di Gramsci. Nel secondo dopoguerra, istituendo una contrapposizione tra materialismo e rivoluzione, Sartre mira a
trasformare il marxismo in una filosofia ^'engagement e della prassi.
stata notata anche in questo caso l'influenza di Fichte. '' Di nuovo
l'oggettivit materiale, l'oggettivit in quanto tale viene contrapposta
alla volont e all'attivit rivoluzionaria. un nuovo capitolo della storia del fichtismo, che di volta in volta si presenta con contenuti politico-sociali diversi. Nel clima del secondo dopoguerra, nello sforzo di
costruire un mondo nuovo a partire da un'esigenza puramente e universalmente morale (cos come universale era stata l'indignazione provocata dal nazifascismo), prescindendo da qualsiasi riferimento ad
una dialettica oggettiva, guardata anzi come un elemento di disturbo e
di contaminazione della coscienza morale, Sartre sembra procedere
ad una fichtianizzazione di Marx, cos come, pressappoco un secolo
prima, i giovani hegeliani avevano proceduto alla fichtianizzazione di
Hegel. Ha un suono chiaramente fichtiano la rivendicazione che
Materialismo e rivoluzione fa di una teoria filosofica che mostri che la
realt dell'uomo azione e che l'azione sull'universo fa tutt'uno con la
comprensione di questo universo cos com', o, con altre parole, che

76 C. Luporini, Fichte e la destinazione del dotto, in Id., filosofi vecchi e nuovi, Firenze, Sansoni,
1947, p. 169 nota; F, Valentni, La controriforma della dialettica, op.cit., p. 109-110,

124

l'azione rivelazione della realt e nello stesso tempo trasformazione


di essa."

7.

Volont di potenza, materialismo storico


e critica della metafisica del soggetto

Pur impegnato in una dura polemica con Sartre, l'ultimo Heidegger


finisce a sua volta per criticare il pensiero di Marx come una celebrazione della creativit del soggetto e della prassi, e sia pure di una prassi
vista soprattutto sotto l'aspetto del lavoro e della tecnica. " A partire da
questo momento, gli autori del Manifesto del partito comunista diventano un capitolo di quella volont di potenza che segna tragicamente la
storia dell'Occidente. Ed in questo contesto che s'inserisce l'interpretazione cui Del Noce procede di Marx e di Gramsci.
Un singolare rovesciamento si cos operato nella storia della fortuna. Con lo scoppio della I guerra mondiale, il materialismo storico e i
suoi fondatori e teorici vengono considerati obsoleti, incapaci come
sono di comprendere e apprezzare un gigantesco conflitto che possibile spiegare solo in termini di valori e conflitti spirituali. Per dirla con
Gentile, materialistica la concezione della pace; rocchio materiale che non riesce a coghere il valore della guerra. " Il materialismo
storico da considerare superato anche per il fatto che non pi all'altezza del dinamismo energico, della volont di potenza e dello spirito di
sacrificio che la nuova situazione richiede al tempo stesso. cos che
procede in fondo lo stesso Heidegger allorch, nel suo discorso rettora-

77 J. P. Sartre, Matrialisme et rvolution (1946), tr. it., a cura di E Fergnani eP. A. Kovatti, Materialismo e rivolutone, Milano, Il Saggiatore, 1977, p. 91.
78 Vedi D. Losurdo, Filosofare dopo Hegel e Marx. Rileggendo ArturoMassolo, in N. De Domenico e
G. Puglisi (a cura A), Arturo Massaio a veni'anni dalla morte, Padova, Marsilio, 1988, p. 67-8.
79 G.Gwtie,La
guerra delPapa (3 gennaio 1918), inid., Guerra e fede,op. cit.,p. 96. Sulla diffusione di questi motivi allo scoppio della guerra, in Italia e in Europa, vedi D. Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap. I.

125

le, condanna il pensiero privo di radici (e quindi incapace di dedizione patriottica) ma anche privo di potenza (boden-und machtlos). " Se,
in questi anni e in questo clima spirituale, qualche chance a Marx
ancora concessa, ci avviene solo nella misura in cui lo si reinterpreta in
chiave vitalistica, come agitatore di temi e motivi che trovano la loro
compiuta espressione in altri autori, ai quali conviene alfine ritornare.
Agli occhi di Croce, Marx ha avuto il merito di richiamare l'attenzione
su Hegel, ma ora a Hegel filosofo della guerra che bisogna far riferimento; con Marx torna in Italia il Machiavelli rimosso o maltrattato da
quei professori, che nell'esporne il pensiero gl'infliggevano prediche
moralistiche e lo avrebbero voluto saggio e moderato come loro, ''' ma
ora Machiavelli che bisogna riprendere a studiare.
Dopo la II guerra mondiale, Marx Ietto e condannato come teorico della volont di potenza. Gli viene cos attribuita quella metafisica
del soggetto che Marx critica prima nell'economia politica, poi nel fichtismo dei giovani hegeliani e infine nel programma di Gotha.
E una reinterpretazione singolare, tanto pi che i suoi autori o protagonisti in realt criticano o continuano a criticare Marx da due punti
di vista diametralmente contrapposti. Per un verso lo mettono in stato
d'accusa in quanto responsabile di una metafisica del soggetto e della
sua creativit e prassi. Per un altro verso, si abbandonano ad una
denuncia aspra e indignata del materialismo in virt del quale Marx sottolinea la priorit dell'essere sociale rispetto alla coscienza, dell'oggettivit materiale rispetto al suo rispecchiamento critico e alla teoria, compresa la teoria dello stesso Marx. In questo caso, Heidegger a prendere le difese del soggetto o spirito {Geht) e a protestare sdegnato contro il materialismo marxista (interpretato in chiave grevemente meccanicistica e riduzionistica) che vorrebbe ridurre il soggetto o spirito a
sovrastruttura impotente. Ora le parti sembrano essersi rovesciate:
Heidegger a rammentare a Marx la potenza del soggetto spirituale!

80 D. Losurdo, ha comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap. V, 2.


81 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 19V, op, cit., p. 145.
82 D. Losurdo, Filosofare dopo Hegel e Marx, op. cit.
83 M. Heidegger, Einfuhrung in die Metaphysik (1935), in Gesamtausgahe (in corso di pubblicazione), voi. XL, Frankfurt a. M., Klostermann, 1983, p. 50; corsivo nostro.

126

Questo rovesciamento non deve stupire. Un autore (che si tratti di Heidegger o di un suo lontano discepolo come Del Noce) che pretende, se
non di cancellare, di rimettere radicalmente in discussione secoli di storia, considerandoli alla stregua di un colossale erramento, sarebbe
apparso agli occhi del teorico materialista uno spiritualista esaltato
che crede nS!onnipotenza del volere ed cieco nei riguardi dei limiti naturali e spirituali del volere (MEW, l, 406 e 402).
Lacerando l'unit di soggetto-oggetto, i critici di Marx lo trasformano di volta in volta in un metafisico dell'oggetto o del soggetto. Lo stesso
fenomeno avviene per le correnti e i movimenti che dagli autori del
Manifesto delpartito comunista hanno preso le mosse. Dopo la rivoluzione russa del 1905, Weber vede fronteggiarsi nel movimento operaio
internazionale da una parte il razionalismo naturalistico [naturalistischerRationalismus) di chi crede nell'oggettivit naturalistica delle leggi
di sviluppo del processo storico, dall'altra il razionalismo pragmatico
{pragmatischerRationalismus)
di chi, rifacendosi a Hegel, crede nella
natura creatrice del pensiero umano; vede cio fronteggiarsi metafisica dell'oggetto e metafisica del soggetto. Per la sua polemica contro il
positivismo e ogni forma di meccanicismo, Gramsci era destinato ad
essere letto come metafisico del soggetto e della prassi soggettiva.
In realt, il tema della prassi, in Marx e in Gramsci, non pu essere pensato e valutato correttamente senza metterlo in rapporto col tema
dell'oggettivit materiale. Conviene qui soffermarsi su un testo che
Gramsci ha chiaramente letto in profondit. Nella Sacra famiglia, prassi non ha solo il significato di attivit della trasformazione della realt:
anzi alla coppia di concetti essere/pensiero {Sein/Denken) corrisponde
la coppia di concetti prassi/teoria (Praxis/Theorie) (MEW, II, 204). La
prassi materiale quella che poi diventa l'essere sociale, per il quale
Per la critica dell'economia politica rivendica la priorit rispetto al pensiero. in questo senso che VAnti-Dhring sottolinea la priorit dei
rapporti pratici {praktische Verhltnisse) (MEW, XX, 87). Non a caso
^Ideologia tedesca afferma che la coscienza coscienza della prassi esistente {bestehende Praxis) (MEW, III, 38), un concetto quest'ultimo che

84 M. Weber, ZurLage derhiirgerlichen Vemokratie in Rujland, op. cit, p. 169.

127

avrebbe fatto inorridire Gentile. Una reale trasformazione del mondo


esistente non possibile senza il preliminare superamento della visione
idealistica della realt. Per questo la prassi come attivit rivoluzionaria,
critico-pratica presuppone la consapevolezza della priorit ontologica,
rispetto alla coscienza, della prassi esistente, cio dell'essere sociale. Ecco dunque spiegata la duplicit di significato del termine prassi nel giovane Marx.
Tale duplicit andata smarrita, dopo Gramsci, per ragioni ancora
da indagare, nella cultura marxista italiana, e Marx stato via via coniugato con Sartre, con Dewey, Husserl e, da ultimo, persino con Nietzsche. Non si trattato, purtroppo, di un confronto autentico e autenticamente aperto, ma di ima sostanziale reductio ad unum-, da Marx stata
sempre, in un modo o nell'altro, espunta la novit decisiva, sul piano
epistemologico, prima ancora che sul piano politico. Si potrebbe allora
riprendere, per applicarlo alla situazione odierna e a non pochi degli
odierni interpreti e critici di Gramsci, un rilievo critico contenuto neU'Jdeologia tedesca-, A nessuno di questi filosofi venuto in mente di ricercare il nesso esistente tra la filosofia tedesca e la realt tedesca, il nesso
tra la loro critica e il loro proprio ambiente materiale (MEW, IH, 20).

8.

Le ideologie non creano ideologie :


Gramsci interprete di Gramsci

Al processo di formazione di un autore possibile accostarsi con


approcci ermeneutici diversi e forse contrapposti. Ci si pu concentrare
sulla ricerca delle letture e dei testi che l'hanno influenzato. Il risultato
vagamente tautologico: si viene a scoprire che un determinato autore in un
determinato tempo stato influenzato dalla cultura del proprio tempo.
Per di pi si tratta di un procedimento intrinsecamenteriduzionistico,che
finisce col ricondurre in larga parte il nuovo al vecchio. Nel caso di Gramsci, tutto ci particolarmente evidente: a cosa possono approdare le ponderose ricerche sulla sua formazione intellettuale se non al risultato che
questo provinciale venuto dalla Sardegna si nutriva della filosofia di Croce
128

e Gentile, i quali occupavano una posizione di grande rilievo nel panorama


culturale e filosofico italiano e attraverso cui passava lo stesso dibattito su
Marx, persino quello che si svolgeva al di fuori del nostro paese? Una volta
innalzata tale tautologia alla dignit di scoperta scientifica, facile ridurre
Gramsci ad un semplice episodio della stagione neoidealistica.
Abbiamo invece ritenuto pi fruttuoso un diverso approccio, che
richiama preliminarmente l'attenzione sui problemi concreti posti e
imposti dal tempo storico a Gramsci (la relativa arretratezza dell'Italia
rispetto all'Europa pii sviluppata, la guerra, la rivoluzione d'Ottobre, il
fallimento della rivoluzione in Occidente, il trionfo del fascismo), per
esaminare poi le risposte, fornite naturalmente a partire dalla biografia
intellettuale dell'autore in questione e dagli elementi culturali che il
tempo storico mette a sua disposizione. Solo cos possibile cogliere l'originalit teorica e politica di Gramsci, compresa l'originalit con cui ha
elaborato e usato spunti, temi e teorie desunti dal patrimonio culturale a
lui contemporaneo o a lui accessibile.
H discorso relativo all'influenza di un autore su un altro presenta l'ulteriore inconveniente di far pensare ad un rapporto meramente individuale
tra i due, ad un dialogo che si svolge non in un contesto storico concreto,
bens in uno spazio accademico e politicamente asettico. Se tale approccio
in generale discutibile e sterile, esso appare del tutto privo di senso per
un autore fortemente politico come Gramsci, il cui confronto coi grandi
intellettuali a lui contemporanei sin dall'inizio mediato dal dibattito che
in Italia e in Europa si sviluppa sul nesso esistente tra le elaborazioni teoriche di quegli intellettuali e i grandi problemi politici e sociali del tempo.
Pi radicale di tutti nel perseguire il primo tipo di approccio ermeneutico si rivelato, come sappiamo. Del Noce che, prendendo le mosse dai primi passi e dalle prime letture del futuro dirigente comunista,
pretende di ridurlo a discepolo o epigono del Gentile filosofo dell'attualismo e deirattivismo. Conviene rilevare che l'approccio caro
all'interprete (Del Noce) esplicitamente rifiutato dall'autore indagato
(Gramsci). I Quaderni del carcere iaanonox&Te., che, per comprendere
adeguatamente il pensiero di Marx, bisogna evitare la
confusione tra la cultura filosofica personale del fondatore della filosofia
della prassi, cio tra le correnti filosofiche e i grandi filosofi di cui egli si
129

fortemente interessato da giovane e il cui linguaggio spesso riproduce (sempre per con spirito di distacco e facendo notare talvolta che cos vuol far
capire meglio il suo proprio concetto) e le origini o le parti costitutive della
filosofia della prassi [...]. Lo studio della cultura filosofica di un uomo come
Marx non solo interessante ma necessario purch tuttavia non si dimentichi che esso fa parte esclusivamente della ricostruzione della sua biografia

intellettuale (Q, 1436).

Si tratta di un'avvertenza che sembra scaturire da una riflessione di


Gramsci sul suo stesso processo di formazione intellettuale. A collocarlo su un terreno ben diverso rispetto a quello di Croce e, tanto pii, di
Gentile, il modo stesso di filosofare del nostro autore, il quale nel filosofo di volta in volta analizzato, assieme al pensiero indaga contemporaneamente il tempo storico, le tendenze politiche e sociali che in lui in
modo piii o meno mediato si esprimono. Si prenda l'interpretazione di
Hegel, sin dall'inizio letto come l'espressione teorica della rivoluzione
francese (Q, 504), sicch i conti col grande filosofo tedesco risultano inestricabilmente intrecciati col bilancio critico di quella grande rivoluzione. E solo in questo quadro che si pu collocare il tema della traducibilit dei linguaggi, caro a Gramsci, ma assente nei due filosofi idealisti. Se
Croce respinge l'interpretazione che vede in Hegel e nella filosofa classica tedesca il pendant teorico della rivoluzione francese, attirandosi la
risposta polemica dei Quaderni del carcere (Q, 1473), Gentile s'impegna
in modo esplicito nella celebrazione di Burke, il grande critico degli
esperimenti e dell'ingegneria socialerivoluzionaria.^
Come Gramsci in Croce e/o Gentile, cos Hegel pu essere scomposto nei filosofi idealisti tedeschi della cui lettura egli si nutrito, ovvero
nelle diverse e contrapposte influenze che sul suo sistema hanno esercitato Spinoza da una parte e Fichte dall'altra; l'autore della Critica della
ragion pura pu ulteriormente essere dissezionato nelle correnti filosofiche che agiscono alle sue spalle, e cio razionalismo e empirismo. II
risultato di un tal modo di procedere paradossale: Nihilsub sole novi\

85 B. Croce, Conversazioni critiche, II Serie, Bari, Laterza, 1924 (II ed.), p. 294.
86 II primo volume pubblicato, nel 1930, dall'Istituto Nazionale Fascista di Cultura costituito
dalla requisitoria di Burke contro la rivoluzione francese, che appare con una Prefazione di
Gentile: vedi Politica e cultura, op. cit., voi. II, p. 240-2.

130

Le novit e i salti qualitativi, le rotture epistemologiche, le nuove categorie, tutto ci dileguato dalla storia del pensiero perch dileguato in
realt lo stesso tempo storico con le sue contraddizioni che incessantemente si rinnovano, assumendo una configurazione sempre storicamente determinata ed esigendo o stimolando risposte nuove.
cos che procede Gentile nei confronti di Marx, dissolto nelle due
componenti, considerate reciprocamente inconciliabili, di materialismo
e idealismo. Ma proprio questo tipo di lettura che viene da Gramsci
rifiutato sulla scorta di Marx il quale, esaminando gli sviluppi in Germania della filosofia post-hegeliana, si fa beffe del modo di procedere degli
epigoni: dal maestro pretendono di ereditare i motivi fichtiani liquidando quelli spinoziani o viceversa. In un modo o nell'altro va smarrito l'essenziale del pensiero di Hegel, il suo sforzo grandioso, a partire da esperienze storiche reali, di affermare l'unit di oggetto e di soggetto e di
ancorare l'impulso al mutamento, alla trasformazione, alla prassi non
semplicemente nell'ispirazione maturata nella coscienza privata di un
individuo pi o meno geniale o piti o meno smanioso di azione, bens,
ancor prima, nel configurarsi stesso della realt, nelle sue incrinature e
contraddizioni oggettive.
Nonostante le assonanze verbali, nel passaggio da Hegel ai giovani
hegeliani certe categorie assumono un significato radicalmente diverso.
Svaniti i processi storici reali, dileguato il nesso che in Hegel sussiste tra
esperienza della rivoluzione industriale e della rivoluzione politica da
un lato e tema della prassi dall'altro, l'attivismo di un autore come
Bauer si configura come una sorta di autocelebrazione narcisistica del
soggetto, il quale smarrisce ogni contatto con la coscienza comune e
guarda con sufficienza al tempo stesso all'oggettivit e alla massa.
Mosso dall'esigenza di salvare ed ereditare la parte per lui pi vitale del
sistema di Hegel, Bauer finisce col non cogliere l'essenziale e col liquidare il tutto. Sia chiaro. Il suo torto agli occhi di Marx non la libert
con cui procede nei confronti del pensiero del maestro; al contrario, il
fatto di partire dal sistema o dai suoi pezzi o frammenti arbitrariamente
selezionati, piuttosto che dai processi storici reali e dall'analisi al tempo
stesso delle loro espressioni teoriche, dei problemi da essi posti e delle
risposte foreite ed elaborate dai diversi pensatori.
in quest'ultimo modo che filosofano Hegel e Marx, i quali si misu131

rano in primo luogo con la rivoluzione industriale, la rivoluzione politica, lo Stato moderno, i conflitti interni e internazionali. cos che filosofa anche Gramsci. E ancora una volta pu essere interessante vedere
qual l'ermeneutica filosofica da lui suggerita. Dal Croce di Cultura e
vita morale riprende e sottoscrive un brano di per s eloquente: Poesia
non genera poesia; la partenogenesi non ha luogo; si richiede l'intervento dell'elemento maschile, di ci che reale, passionale, pratico, morale. I Quaderni del carcere commentano'. Questa osservazione pu
essere propria del materialismo storico. La letteratura non genera letteratura ecc., cio le ideologie non creano ideologie, le superstrutture non
generano superstrutture altro che come eredit di inerzia e di passivit:
esse sono generate non per "partenogenesi" ma per l'intervento dell'elemento "maschile" - la storia - l'attivit rivoluzionaria che crea il "nuovo uomo", cio nuovi rapporti sociali (Q, 733).
E un brano che Gramsci cerca di far valere anche contro Croce, la
cui filosofia intrattiene tuttavia un rapporto pi stretto coi processi storici e rivela un senso piii robusto della realt che non la filosofia del
teorico dell'atto puro. Profondo conoscitore della storia del pensiero
nei suoi complessi svolgimenti e nei suoi intrecci, che ignorano e travalicano i confini statali e nazionali. Gentile svolge un ruolo assai positivo
e di rilievo internazionale allorch ridicolizza gli stereotipi emersi nel
corso della I guerra mondiale. Egli sa mettere a frutto brillantemente il
suo idealismo per contrastare gli ideologi della guerra, francesi o tedeschi che siano, i quaU irrigidiscono in senso naturalistico le diverse tradizioni culturali, contrapponendole l'una all'altra senza tener conto dei
loro scambi e dei loro rapporti reciproci, della circolazione dello spirito che, nonostante il conflitto, le congiunge e le intreccia. E sempre dal suo idealismo Gentile trae grande profitto per confutare le letture in chiave positivistica e volgarmente materialistica di Marx e per
evidenziare in quest'ultimo il tema della prassi e, quindi, della soggettivit e dell'attivit del soggetto. Ma c' un rovescio della medaglia.
Estremamente rigoroso nello spingere l'idealismo sino alle sue estreme
conseguenze, il filosofo attualista non si mai realmente interrogato sul

87 Vedi D. Losurdo, Daifratelli Spaventa a Gramsci, op. cit., cap. VI, 3.

132

grande tema marxiano del rapporto tra coscienza e realt. Le categorie


di condizionamento materiale del pensiero, di ideologia, di falsa
coscienza, di critica dell'ideologia sono rimaste per lui un mistero dai
sette sigilli. Tutto ci non privo di conseguenze sulla capacit di Gentile di leggere il reale. Si pu addurre un esempio clamoroso. Siamo
alla fine del giugno 1943. II paese prostrato e gi in parte occupato
militarmente e il fascismo, dopo gli ulteriori colpi subiti a seguito dei
grandi scioperi operai di marzo, ormai agonizzante, ma il filosofo non
esita a ribadire che l'Italia destinata ad adempiere una sua missione
nel mondo e che gli italiani sono tutti virtualmente fascisti, perch
sinceramente zelanti di un'Italia che conti nel mondo, degna del suo
passato. Forse eccessivamente severo il giudizio pronunciato da
Togliatti nel 1954 a proposito di Gentile; nel suo verbalismo filosofico
scompaiono anche le tracce di una preoccupazione e ricerca della
effettiva realt della vita sociale. E, tuttavia, risultano fondati su
mere assonanze verbali i ripetuti tentativi di accostare Gentile a Marx.
Anche a voler fare totale astrazione dalle opzioni politiche, agli occhi
dell'autore dell'Ideologia tedesca il filosofo che nella prassi celebra la
dissoluzione ideale dell'oggettivit del reale nell'atto puro, sarebbe
apparso come quel valentuomo il quale si immagin che gli uomini
annegassero nell'acqua perch ossessionati dal pensiero della gravit,
per cui, se si fossero tolti di mente questa idea [...], si sarebbero liberati dal pericolo di annegare (MEW, III, 13-4).
Diverso il caso di Croce. In lui c' maggiore vicinanza rispetto
all'impostazione hegeliana della filosofia come concettualizzazione del
proprio tempo e, almeno in una prima fase, c' maggiore sensibilit e
apertura nei confronti delle categorie di condizionamento materiale
della coscienza e di falsa coscienza. Sotto l'influenza di Marx si assiste
al capovolgimento della posizione tradizionale dei problemi filosofici e
alla dissoluzione della filosofia intesa nel modo tradizionale (Q, 1355).
Questa l'opinione espressa dai Quaderni del carcere, i quali ritengono

88 G. Gentile, Discorso agli italiani (194}), in l.,Politica e cultura, op. cit., voi. II, p.
89 P. Togliatti, Ver una giusta comprensione del pensiero di Antonio Labriola (1954), in
ca culturale,
Gruppi, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 311.

133

passim.
La politi-

anche di poter affermare che la dottrina del Croce sulle ideologie politiche di evidentissima derivazione dalla filosofia della praxis, anche
se si tratta di un materialismo volgare che vede in quelle ideologie una
sorta di inganno pi o meno consapevole (Q, 1319). Epper, l'ultimo
Croce, dopo aver ulteriormente accentuato in senso riduzionistico la
critica marxiana dell'ideologia, procede a denunciarla addirittura come
il vero Anticristo, per la totale negazione e irrisione della vita spirituale che essa comporterebbe!
Del tutto ignorata da Gentile, distorta prima in senso volgarmente
materialistico e quindi tanto pi agevolmente resa odiosa e degna di una
denuncia apocalittica ad opera di Croce, la categoria di ideologia svolge
un ruolo decisivo e costante nel pensiero di Gramsci, il quale dimostra
di aver ben compreso e assimilato il nuovo significato assunto dal filosofare dopo Hegel e Marx. Voler leggere l'evoluzione dell'autore dei Quaderni del carcere e dei suoi rapporti con Gentile a partire esclusivamente
dai presunti nessi speculativi significa filosofare al modo dell'idealista
attuale, non certo di Gramsci. cosi che procede Del Noce. Si tratta
ovviamente di una scelta legittima: ma perch l'interprete cattolico si
ostina a proiettare il proprio genriJianesimo sull'autore da lui indagato.?

B. Croce, Uanticristo in noi (1946), in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1969, p. 315.

134

Parte seconda

Il marxismo e il comunismo critico di Gramsci

IV.

Legittimit e critica del moderno:


Gramsci, Marx e
il marxismo novecentesco

1.

Gramsci, Marx e la teoria della rivoluzione

Abbiamo visto l'approdo di Gramsci al comunismo critico. Possiamo ora analizzarne le caratteristiche peculiari. Conviene non perdere
di vista un dato di fatto biografico che al tempo stesso di grande rilievo
sul piano teorico. Si tratta di un autore e di un dirigente politico che ha
vissuto la tragedia della sconfitta del movimento operaio e della vittoria
del fascismo e, proprio per questo, stato costretto a rompere con le
speranze di rapida e definitiva palingenesi rivoluzionaria, per approfondire invece l'analisi del carattere complesso e contraddittorio e dei tempi lunghi del processo di trasformazione politica e sociale. Tale approccio teorico non pu non risultare particolarmente stimolante e fecondo
in un momento storico come quello attuale, in cui il movimento di emancipazione delle classi e dei popoli in condizione subalterna costretto a
registrare una nuova e disastrosa sconfitta.
Secondo Gramsci, il passaggio dal capitalismo alla societ regolata, cio al comunismo, durer probabilmente dei secoli (Q, 882).
D'altro canto, per quanto riguarda la Francia, il ciclo della rivoluzione
borghese abbraccia, come vedremo, un periodo che va dal 1789 al
1871. Ci possiamo allora chiedere se a fondamento di una lettura della
modernit, e della storia in generale, fondata sul criterio dei tempi lunghi, non ci sia una precisa teoria della rivoluzione e della trasformazione politica e sociale.
137

Conviene prendere le mosse da Marx, presso il quale possibile sorprendere almeno due diverse e contrastanti versioni della teoria della
rivoluzione, anche se il punto di partenza pur sempre costituito dall'acutizzarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Grevemente meccanicistica la versione consegnata alla celeberrima pagina del Capitale che vede la rivoluzione socialista come conseguenza immediata e automatica del compiersi del processo di accumulazione capitalistica;
La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro
raggiunge un livello in cui essa diventa inconciliabile col suo involucro capitalista. Questo involucro vien fatto saltare via. Suona l'ultima ora della propriet privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati (MEW,

XXin,79l).

La politica, le peculiarit nazionali, i fattori ideologici, la stessa


coscienza rivoluzionaria, tutto ci sembra non giocare alcun ruolo, ed
chiaro che tale teoria inservibile per spiegare una qualsiasi rivoluzione
concretamente determinata.
Altrove, Marx fa discendere invece dall'acutizzarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione non una singola
rivoluzione, bens un'epoca di rivoluzione sociale (MEW, XIII, 9): nell'ambito di tale epoca si sviluppano processi rivoluzionari diversi e
pecuhari, ognuno dei quali pu essere spiegato solo a partire da una
specifica costellazione nazionale e facendo intervenire altri fattori che
non siano quelli puramente economici. Non detto neppure che la
rivoluzione politica esploda nel paese in cui piij acutamente si manifesta
la contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione. Qual
la situazione che si viene a creare in Europa nel '48? Leggiamo Le lotte
di classe in Francia:
Se le crisi originano rivoluzioni prima nel continente, la loro causa tuttavia da collocare sempre in Inghilterra. E naturale che le esplosioni violente
si manifestino prima alle estremit del corpo borghese che nel suo cuore
perch qui le possibilit di un riequilibrio sono pi grandi (MEW, VII, 97).

Il Manifesto giunge a prevedere la possibilit di una rivoluzione


socialista in un paese che, sul piano dello sviluppo capitalistico ancora
138

piuttosto arretrato rispetto all'Inghilterra e che, per quanto riguarda


l'assetto propriamente politico, al di qua della rivoluzione borghese:
Sulla Germania i comunisti rivolgono specialmente la loro attenzione,
perch la Germania alla vigilia della rivoluzione borghese, e perch essa
compie tale rivoluzione in condizioni di civilt generale europea pi progredite e con un proletariato molto pii sviluppato che non avessero l'Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII; per cui la rivoluzione borghese non pu essere che l'immediato preludio di una rivoluzione proletaria (MEW, IV, 493).

La rivoluzione proletaria in Germania - scrive pii tardi, nell'aprile 1856, Marx a Engels - non pu aver successo senza intrecciarsi strettamente con una riedizione della guerra dei contadini, e quindi con lo
sviluppo della lotta anti-feudale nelle campagne (MEW, X X I X , 4 7 ) .
In ogni caso, la maturit economico-sociale della rivoluzione socialista non va di pari passo con la maturit politica. L'Inghilterra, la metropoli del capitale ovvero la potenza che domina il mercato mondiale,
costituisce unico paese in cui le condizioni materiali di questa rivoluzione si sono sviluppate sino ad un certo grado di maturit. Ma a tale
situazione oggettivamente favorevole corrisponde rimpotenza della
classe operaia inglese (profondamente contagiata dalla dominante
ideologia sciovinistica), la quale si sente e si comporta come membro
della nazione dominante, riducendosi, in tal modo, a strumento dell'aristocrazia e dei capitalisti contro l'Irlanda. proprio qui che bisogna cercare la chiave per la trasformazione rivoluzionaria della Gran
Bretagna nel suo complesso. Certo, si tratta di un territorio economicamente sottosviluppato, di una colonia, dove la questione agraria finora la forma esclusiva della questione sociale, dove, cio, tutto ruota
attorno al possesso della terra: e, tuttavia, la rivoluzione agraria,
intrecciandosi strettamente con la questione nazionale e con la lotta
nazionale irlandese, e facendo tesoro del carattere degli irlandesi, pi
passionale e pi rivoluzionario che non quello inglese, pu abbattere il
dominio deiraristocrazia terriera inglese, gettando cos le condizioni
per l'emancipazione della stessa classe operaia inglese (MEW, X X X l i ,
6 6 7 - 9 ) . Nella lettera qui citata dell'aprile 1870, la rivoluzione viene fatta
risalire non esclusivamente allo sviluppo del capitalismo e all'acutizzarsi
139

della contraddizione tra borghesia e proletariato industriale, bens ad


un insieme e ad un intreccio di contraddizioni diverse, nonch alle tradizioni storiche e culturali di un determinato popolo.

2.

La complessit e i tempi lunghi della rivoluzione

La tesi leniniana della rivoluzione che scoppia nell'anello debole


della catena dell'imperialismo, in seguito all'accumularsi e all'intrecciarsi di molteplici contraddizioni padroneggiate sul piano teorico e pratico
dall'iniziativa cosciente del soggetto rivoluzionario, tale tesi si colloca in
una linea di continuit e di sviluppo rispetto alla teoria della rivoluzione
presente nel Manifesto del partito comunista, nelle hotte di classe in
Francia, nonch nelle lettere sopra citate. A quella che fa riferimento
all'auspicata riedizione in Germania della guerra dei contadini fa esplicito riferimento Lenin per giustificare la rivoluzione d'Ottobre in polemica contro coloro che la condannavano in nome del Capitale (L,
X X X I I I , 4 3 6 - 8 ) . Ma, proprio nel trattare della guerra dei contadini, Engels
era giunto a una conclusione diversa e persino contrapposta. Prima
ancora che dai rapporti di forza sul piano politico-militare, la sconfitta
di Miintzer discende dalla sfasatura della sua azione rispetto all'oggettivit del processo storico. L'impotenza del dirigente di una rivoluzione
che agita ideali vagamente comunisti in una situazione ancora pre-borghese gi evidente nel breve periodo di tempo in cui esercita il potere:
Il peggio che possa capitare al capo di un partito estremo di essere
costretto a prendere il potere in un momento in cui il movimento non
ancora maturo per il dominio della classe che egli rappresenta e per l'attuazione di quelle misure che il dominio di questa classe esige [...] In breve, egli
costretto a rappresentare non il suo partito, la sua classe, ma la classe per il
cui dominio il movimento maturo. Nell'interesse del movimento egli deve
fare gli interessi di una classe che gli estranea, e sbrigarsela con la propria
classe con frasi, con promesse, con l'affermazione che gli interessi di quella
classe ad essa estranea sono i suoi interessi. Chi incorre in questa falsa posizione irrimediabilmente perduto.
140

A tale proposito, oltre che quello di Mntzer, che pretende di realizzare il comunismo in una situazione ancora nettamente al di qua, sia
in Germania che a livello internazionale, dei rapporti sociali borghesi,
Engels adduce l'esempio anche dei rappresentanti del proletariato
nel governo provvisorio francese scaturito dalla rivoluzione di febbraio del 1848 (MEW, VII, 4 0 0 - 1 ) . Ma la situazione da ultimo evocata fa
pensare piuttosto a quella cui fa riferimento il Manifesto il quale prevede e auspica, perla Germania del 1848, il trasformarsi della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria. Nel trarre le conclusioni gi
viste dall'analisi della guerra dei contadini, Engels non fa cenno, invece, alla rivolta operaia di giugno, la quale, comunque, difficilmente
potrebbe trovare una sua legittimazione nell'ambito della filosofia
della storia da lui qui schizzata, che sottolinea l'inanit di ogni iniziativa rivoluzionaria la quale non discenda da una situazione oggettivamente matura. Il destino di Miintzer la dimostrazione che l'anticipazione del comunismo mediante la fantasia diviene in realt un'anticipazione dei moderni rapporti borghesi (MEW, VII, 346). Nel condannare la rivoluzione d'Ottobre, la Seconda Internazionale si attenuta in qualche modo alla versione meccanicistica della teoria della
rivoluzione, quella consegnata nel Capitale e nella pagina di Engels
qui citata, cui, significativamente, ancora oggi si richiamano storici
liberal-conservatori impegnati a dimostrare l'illegittimit, anche dal
punto di vista della teoria di Marx, del movimento rivoluzionario guidato da Lenin e dai bolscevichi. '
C' da aggiungere che, oltre che meccanicistica, questa versione
marxiana della teoria della rivoluzione tendenzialmente eurocentrica:
se tutto si decide nel punto pi alto dello sviluppo capitalistico, le colonie possono solo attendere l'emancipazione dall'esterno, e si comprende allora la tendenza diffusa nella Seconda Internazionale a giustificare
l'esportazione, a partire dalla metropoli, del capitalismo, in attesa dell'auspicata esportazione del socialismo o dell'auspicato sviluppo della
rivoluzione socialista anche nei paesi arretrati, ma pur sempre suUa base

1 La verit che Lenin era troppo impaziente per essere un marxista ortodosso: cos. P. Johnson,
Modem Times. Vrom the Twenties to the Nineties, New York, Harper Collins, 1991, p, 55.
141

della preliminare introduzione al loro interno di quei rapporti capitalistici di produzione che gi costituiscono il presente dell'Occidente.
E evidente e noto l'approccio anti-meccanicistico di Gramsci, il
quale polemizza contro l'ultimo Labriola, impegnato a giustificare, in
nome della civilt e del socialismo, l'espansione coloniale delle grandi
potenze. Ma, sin qui, si tratta dell'assimilazione della lezione di Lenin.
C' per da aggiungere che Gramsci forse il primo a rendersi conto
della compresenza in Marx di due versioni diverse e contrastanti della
teoria della rivoluzione. ci che emerge con chiarezza dalla celeberrima presa di posizione a favore della rivoluzione scoppiata in Russia contro Il capitale e cio in assenza di quella maturit economica che secondo Marx condizione necessaria del collettivismo: non a caso l'articolo cui qui si fa riferimento sottolinea la necessit di depurare il marxismo delle sue incrostazioni positivistiche e naturalistiche (CF, 5 1 4 - 6 ) .
La difesa dell'Ottobre e la polemica contro le posizioni meccaniciste
della Seconda Internazionale procedono di pari passo con la presa di
coscienza della necessit di una rilettura critica di Marx.
Ritorniamo alla lettera sull'Inghilterra e l'Irlanda. S, Marx pensa ad
una rivoluzione agraria e nazionale nella colonia, ma sempre in funzione
della rivoluzione socialista nella metropoli capitalista. un atteggiamento che continua a farsi sentire in Lenin, che a lungo vede nella rivoluzione d'Ottobre solo il preludio della rivoluzione in Occidente, considerata ormai imminente. Certo, il dirigente bolscevico si rende poi conto dell'erroneit di tale previsione e della necessit di concentrarsi in
Unione Sovietica sulla costruzione del socialismo o, comunque, di un
ordinamento politico-sociale post-capitalistico. Ma la morte interviene
a troncare tale processo di ripensamento: il punto d'approdo del dirigente bolscevico costituisce invece il punto di partenza della riflessione
dei Quaderni del carcere.
Si comprende allora la polemica con Trotski. Non tanto significativa l'insistenza sul fatto che, in Occidente, la rivoluzione socialista presuppone una lunga e complessa guerra di posizione. Pi ancora della
critica immediatamente politica, riguardante l'analisi della situazione
oggettiva e dei reali rapporti di forza, importante la critica di carattere
filosofico, la quale individua nella teoria della rivoluzione permanente una forma moderna del vecchio meccanicismo (Q, 1 7 3 0 ) . Negare
142

la possibilit del socialismo in un paese solo significa continuare a far


discendere meccanicamente la maturit politica dalla maturit economica del collettivismo, significa continuare ad essere prigionieri di
quella ideologia in base alla quale i campioni della Seconda Internazionale, agitando 11 capitale, negavano la legittimit della rivoluzione d'Ottobre. In questo senso, per Gramsci, nella ideologia e nella pratica del
trotskismo rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e
del sindacalismo (CPC, 130). Proprio perch la rivoluzione il risultato
dell'accumularsi e intrecciarsi di contraddizioni diverse, possibile analizzarla, promuoverla e dirigerla solo a partire da un'accurata ricognizione di carattere nazionale (Q, 866). Dopo aver fatto tesoro della teoria leniniana per cui la rivoluzione socialista risulta dallo spezzarsi della
catena dell'imperialismo nei suoi anelli pi deboli, i Quaderni del carcere si muovono, anche se forse non ne sono pienamente consapevoli, in
una prospettiva ben diversa da quella dell'Internazionale comunista, la
quale, nell'indicare l'obiettivo della repubblica sovietica internazionale, tende a presentarsi come un partito comunista mondiale, rigorosamente centralizzato. ^ L'idea del fondersi delle pii diverse sezioni
nazionali in un unico partito ed esercito, ferreamente diretto dall'alto ad
opera di un ristretto stato maggiore della rivoluzione planetaria, finisce
di fatto col rimettere in discussione l'acquisizione teorica del carattere
sempre peculiarmente determinato della situazione e del processo rivoluzionario, con una grave sottovalutazione del peso e dell'importanza
della questione nazionale.
Peso e importanza che, per Gramsci, non diminuiscono neppure
con la conquista del potere; anche il proletariato vittorioso deve sapersi
in qualche modo nazionalizzare, tanto pii poi se chiamato, come in
Unione Sovietica, ad esercitare regemonia su un fronte variegato che
comprende strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi
spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini) (Q, 1729). Emerge qui tutta la difficolt della costruzione di una
societ post-capitalistica. Al fine di far conseguire al paese la maturit

2 Riportato in A. Agosti, Ld Terza Internazionale. Storia documentaria, Roma, Editori Riuniti, voi. I,
l , p . 7 4 e 278.
143

economica necessaria al consolidamento della rivoluzione (CF, 516), il


proletariato costretto a far concessioni anche onerose a strati sociali
borghesi che, pur privati ormai del potere politico, continuano a godere
di condizioni di vita nettamente migliori e persino di privilegi scandalosi {infra, cap. VII,3). Tale contraddizione oggettiva, su cui facilmente si
esercita l'ironia dei critici di destra o di sinistra del potere sovietico,
viene da Gramsci messa in evidenza non certo per contestare la legittimit storica della rivoluzione d'Ottobre o per legittimarla solo nella
misura in cui essa riuscisse ad essere il preludio della rivoluzione in
Occidente, bens per sottolineare l'estrema complessit del processo di
costruzione del socialismo, complessit che l'arretratezza della Russia
sovietica si limita ad accentuare ulteriormente. La critica del tentativo di
costruzione del socialismo in un paese ormai rimasto drammaticamente
solo, e per di pi costretto a fare i conti col suo ritardo storico, sembra
presupporre l'illusione per cui la transizione al di fuori del capitalismo
sia agevole nei paesi pi sviluppati. Ci significa partire dal presupposto
che la maturit economica determini immediatamente la maturit politica del processo rivoluzionario, e in ci risiede, secondo Gramsci, l'essenza del meccanicismo.
In realt, la drammatica situazione in cui il gruppo dirigente bolscevico viene a trovarsi dopo la conquista del potere rinvia ad una difficolt
di carattere pi generale, quella che caratterizza il processo di conquista
dell'autonomia da parte delle classi subalterne, la cui tendenza all'unificazione, anche nei paesi capitalistici pi sviluppati, continuamente
spezzata dall'iniziativa dei gruppi dominanti (Q, 2283). Tale difficolt
di carattere generale non era sfuggita a Marx e Engels, i quali per avevano insistito soprattutto sulla dimensione economica del problema:
secondo il Manifesto, rorganizzazione dei proletari in classe, e quindi
in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi e che sono portati a farsi
per le caratteristiche stesse del lavoro salariato (JVIEW, IV, 471 e473-4).
Certo, la lettera citata su Inghilterra e Irlanda sottolinea il ruolo nefasto
del contagio sciovinistico, epper c' la tendenza a far discendere
immediatamente quest'ultimo dai sovraprofitti coloniali e dall'opera di
corruzione che tramite essi le classi dominanti possono sviluppare tra la
classe operaia. quello che si desume da due lettere di Engels, il quale
144

sottolinea l'emergere in Inghilterra, in una nazione che sfrutta tutto il


mondo, di un proletariato borghese, i cui membri si godono tranquillamente [...] il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra
sul mondo. A queste due lettere si riallaccia Lenin nella sua denuncia
del carattere corrotto delI'aristocrazia operaia (L, X X I I , 2 8 3 - 4 ) . Ma, il
rapporto cos stretto, istituito tra economia da una parte e politica e
ideologia dall'altra, fa s che l'iniziativa con cui la borghesia spezza il
processo di costruzione dell'autonomia ad opera del proletariato o delle
classi subalterne venga considerata in chiave esclusivamente o prevalentemente economica, che si tratti della concorrenza in atto tra i lavoratori
salariati oppure della distribuzione anche tra gli operai dei sovrapprofitti borghesi derivanti dall'espansione coloniale. Dal punto divista di
Gramsci, invece, lo sciovinismo e l'eccitazione colonialistica sono solo
due modi in cui si manifesta l'iniziativa delle classi dominanti, la quale si
sviluppa sul piano politico e culturale, oltre che su quello economico.
D'altro canto, il processo attraverso cui le classi subalterne cercano di
sottrarsi all'egemonia della borghesia non si conclude neppure con la
conquista del potere da parte loro: certo, dopo tale salto qualitativo, il
problema culturale dell'autonomia ideologica e politica delle classi
popolari tende a una soluzione coerente, che per non affatto
garantita; anzi, proprio in seguito alla creazione dello Stato nuovo,
quel problema si impone in tutta la sua complessit (Q, 1863).

3.

Marx, Engels e la decadenza ideologica

Si gi detto della presenza nel pensiero di Marx e Engels di diverse e


contrastanti versioni della teoria della rivoluzione. Ora conviene soffermarsi sulla configurazione del periodo successivo alla rivoluzione del '48
e alle giornate di giugno in Francia. La rivolta operaia viene repressa ferocemente. Ma pi importante il fatto che, invece di essere indagata nella
sua concreta genesi storica e materiale, essa viene vissuta e condannata
dalle classi dominanti come una nuova invasione barbarica o, peggio,
come l'irruzione escatologica delle forze del Male; d'altro canto alla storia
145

della Francia devastata dal virus giacobino e socialista viene contrapposta


la descrizione oleografica dell'Inghilterra, come isola felice in quanto non
toccata dal morbo gallico. ' In quest'ultima operazione si distingue Guizot, e con riferimento ironico allo statista e storico francese, Marx scrive
che assieme ai re, anche les capadts de la bourgeoisie s'en vont (MEW,
VII, 212). Concluso il suo ciclo rivoluzionario, la borghesia ormai diventata non solo conservatrice o reazionaria sul piano politico, ma anche decadente, e in qualche modo moribonda sul piano culturale e ideologico.
Tale l'opinione anche di Engels il quale, con riferimento questa volta a
Carlyle e al suo punto d'approdo francamente anti-democratico, osserva
che a volgere al declino non sono solo le capacit della borghesia, ma
anche il suo genio letterario (MEW, vn, 255).
Dopo la repressione della rivolta operaia di giugno, anche l'avvento
del bonapartismo sembra costituire un'ulteriore conferma di questa tesi.
Nei mesi che precedono il colpo di Stato del 2 dicembre, spinta dalla sua
ossessione anti-operaia e anti-socialista, la borghesia sopprime il suffragio universale (maschile), colpisce gravemente la stampa operaia e di
opposizione, restringe il diritto di associazione e s'impegna a introdurre
o ristabilire il monopolio clericale del sistema d'istruzione. Secondo l'analisi di Marx, la borghesia si rendeva giustamente conto che tutte le
armi che aveva forgiato contro il feudalesimo rivolgevano la loro punta
contro di lei; che tutta la cultura che aveva generato si ribellava contro la
sua propria civilt, che tutti gli di che aveva creato l'avevano rinnegata
(MEW, V i l i , 1 5 3 ) . Una classe gi illuministica e voltairiana vede ora
nell'incoscien2a e istupidimento violento delle masse la condizione del
mantenimento del potere (MEW, vn, 86). Tanto pi evidente e irrimediabile appariva la decadenza ideologica della borghesia, per il fatto che
all'orizzonte sembrava profilarsi la rivoluzione chiamata a creare un nuovo ordinamento sociale: Le lotte di classe in Francia descrivono le provocazioni di Luigi Bonaparte, all'inizio del febbraio 1850, per spingere ad
una sommossa che avrebbe poi giustificato la pi brutale repressione;
ma il proletariato non si lasci trascinare ad una Emeute, perch era sul
punto di fare una rivoluzione (MEW, vn, 9 0 - 9 l ) .

3 VediD. Losurdo, Tra Hegel e Bismarck, op. cit., p, 71-107.


146

Forse qualche dubbio su tale schema dev'essere emerso in Marx, in


seguito allo stabilizzarsi della situazione politica in tutta Europa. E, tuttavia, gli eventuali dubbi vengono spazzati via dallo scoppio della guerra franco-prussiana prima e daUa Comune di Parigi poi, cio da avvenimenti che sembrano riaprire il ciclo rivoluzionario: Parigi in armi
la rivoluzione in armi e la classe operaia si rivela ormai chiaramente
come l'unica classe capace di un'iniziativa sociale (MEW, X V I I , 3 1 9 e
344). Anche questa volta, come dopo le giornate del giugno '48, la
repressione feroce e, soprattutto, l'incapacit a comprendere la genesi
storica degli avvenimenti e le ragioni degli insorti di cui danno prova le
classi dominanti, impegnate a gridare allo scandalo per il repellente
sussulto di barbarie, " tutto ci rafforza in Marx la convinzione dell'irrimediabile decadenza ideologica della borghesia. La Prefazione del
gennaio 1873 alla seconda edizione del Capitale dichiara che ormai
suonata la campana a morto per la scienza economica e per la cultura,
nel suo complesso, della borghesia. Non si tratta di un fenomeno che
riguardi solo la Francia: dopo il '48, anche in Inghilterra, al posto della
ricerca disinteressata subentr l'attivit di spadaccini assoldati; al posto
della spregiudicata indagine scientifica, la cattiva coscienza e la premeditazione dell'apologetica (MEW, X X I I I , 21).

4.

Problemi di periodizzazione storica

La tesi della decadenza ideologica viene chiaramente formulata a


partire dalla persuasione secondo cui il ciclo storico della borghesia si
sarebbe ormai chiuso, sicch la rivoluzione proletaria sarebbe all'ordine
del giorno. Nel momento in cui scrive Le lotte di classe in Francia, Marx
sembra avere pochi dubbi: la repubblica borghese che ha trionfato,
stroncando nel sangue la rivolta operaia di giugno, ha un solo merito.

4 Cos si esprime, ad esempio, P. Bourget, riportato in N.Priollaud (a cura di), 1871: la Commune
de Paris, Paris, Levi-Messinger, 1983, p. 33.
147

q u e l l o d i e s s e r e la

serra della rivoluzione,

la q u a l e u l t i m a a v a n z a in

m o d o tanto pi imperioso p e r il fatto c h e ormai al proletariato divenut o chiaro c h e il piii insignificante m i g l i o r a m e n t o della sua situazione
wn utopia

dentro

la r e p u b b l i c a b o r g h e s e , u n ' u t o p i a la q u a l e d i v e n t a

delitto n o n appena vuole attuarsi ( M E W , Vii, 94 e 33 ).

Com' ovvio, la periodizzazione storica che individua nel '48 un


momento di svolta epocale cade sempre pii in crisi man mano che
avanza il processo di consolidamento del regime borghese. Circa 25
anni dopo, la Critica al programma di Gotha prende atto dell'avvenuta
stabilizzazione, ironizzando sulla democrazia volgare che vede nella
repubblica democratica il millennio realizzato, senza immaginare gli
sconvolgimenti destinati a superarla, i cui tempi, per, non vengono piti
indicati (MEW, XIX, 29). Ancora un ventennio pii tardi, nl'Introduzione del 1895 alle Lotte di classe in trancia, Engels procede di fatto ad una
nuova periodizzazione storica, con l'osservazione per cui, con l'avvento
al potere in Francia di Napoleone III, si concludeva provvisoriamente
il periodo delle rivoluzioni dal basso e seguiva un periodo di rivoluzioni
dall'alto, un periodo quest'ultimo, di cui non sembra facile prevedere
la fine (MEW, V I I , 5 1 7 ) .
Si tratta di un testo che agisce profondamente sulla storia del movimento operaio. Alla vigilia della I guerra mondiale, Lenin procede a questa periodizzazione storica: Nell'Europa occidentale, continentale, il
periodo delle rivoluzioni democratiche borghesi va, approssimativamente, dal 1789 al 1871. Il secondo periodo (1872-1904) si distingue dal
primo per il suo carattere "pacifico", per l'assenza di rivoluzioni. L'Occidente ha terminato le rivoluzioni borghesi. L'Oriente non ancora maturo per esse. Con la rivoluzione russa del 1905, cominciato, nell'Europa orientale e in Asia, il periodo dellerivoluzionidemocratiche borghesi (L, XX, 387 e XVIII, 562). In questo momento, n in Occidente n in
Oriente sembra essere all'ordine del giorno la rivoluzione proletaria. Lo
scoppio del primo conflitto mondiale spinge ad una periodizzazione sensibilmente diversa. Resta fermo che la prima epoca, che va dalla grande
Rivoluzione francese alla guerra franco-prussiana, l'epoca dell'ascesa
della borghesia, della sua completa vittoria. La seconda, per, non si
chiude pili col 1905 bens col 1914, cio con l'inizio della guerra imperialista. Ma soprattutto importante la caratterizzazione della terza epoca.
148

la quale pone la borghesia nella stessa "situazione" in cui erano i feudatari durante la prima. l'epoca dell'imperialismo e degli sconvolgimenti
imperialisti, o derivanti dall'imperialismo (L, XXI, l3o). D'altro canto, la
stessa rivoluzione del 1905 viene ora definita s democratica borghese,
per il suo contenuto sociale, ra.& proletaria per i suoi mezzi di lotta; ed
essa costituisce non pii l'inizio di un periodo di rivoluzioni democraticoborghesi in Oriente, bens il prologo della prossima rivoluzione europea. Ormai chiaro: L'Europa gravida di rivoluzioni, e questi
rivolgimenti non potranno finire che con l'espropriazione della borghesia e con la vittoria del socialismo (L, XXIII, 239 e253). Senei gennaio del
1917 Lenin dell'opinione secondo cui noi, vecchi, non vedremo forse
le battaglie decisive di questa rivoluzione che s'avvicina (L, xxm, 253),
poco pili di due anni dopo sembra considerare a portata di mano l'obiettivo della repubblica sovietica internazionale, della vittoria intemazionale del comunismo (L, xxvril, 483).
Vediamo ora Gramsci. La delimitazione temporale del primo periodo non muta: ma come collocare nel suo ambito la rivolta operaia del
giugno '48 e la Comune di Parigi? Si tratta di rivoluzioni socialiste sia
pur premature? Non sembra essere questa l'opinione dei Quaderni del
carcere che tendono invece a considerarle come le ultime convulsioni
prima dell'assestamento del regime borghese. Solo con la Terza Repubblica, dopo aver schiacciato l'opposizione che gli viene anche, per cos
dire, da sinistra, la societ borghese riesce a conseguire una stabilizzazione, dopo 80 anni di rivolgimenti a ondate sempre pii lunghe: 8994-99-1804-1815-1830-1848-1870. Il periodo di tempo sempre pi
lungo che trascorre tra l'una e l'altra sta ad indicare che si tratta delle
scosse di assestamento di un regime che comincia ad assumere forma e
stabilit:
solo nel 1870-71, col tentativo comunalistico si esauriscono storicamente
tutti i germi nati nel 1789, cio non solo la nuova classe che lotta per il potere sconfigge i rappresentanti della vecchia societ che non vuole confessarsi
decisamente superata, ma sconfigge anche i gruppi nuovissimi che sostengono gi superata la nuova struttura sorta dal rivolgimento iniziatosi nel
1789, e dimostra cos di essere vitale e in confronto al vecchio e in confronto
al nuovissimo (Q, 1581-2).
149

L'Ottobre segna l'inizio del ciclo dellerivoluzioniproletarie e dell'abbattimento a livello internazionale del sistema capitalistico? Gramsci deve
certo aver condiviso per qualche tempo questa illusione comune al movimento comunista internazionale nel suo complesso. Ma da essa sembrano
prendere le stanze Quaderni del carcere iquuH sottolineano che, dopo
la repressione dell'insurrezione comunarda, la Terza Repubblica francese
ha conosciuto 60 anni di vita politica equilibrata (Q, 1581-2). Il conflitto
mondiale e larivoluzionesocialista che ha dato origine all'Unione Sovietica non sembrano costituire un momento di svolta radicale nella storia della Francia: anzi, la guerra non ha indebolito, ma rafforzato l'egemonia;
non si avuto il tempo di pensare: lo Stato entrato in guerra e quasi subito il territorio stato invaso [ci che ha rafforzato il senso di solidariet
nazionale e quindi la base sociale di consenso del regime borghese]. Il
passaggio dalla disciplina di pace a quella di guerra non ha domandato
una crisi troppo grande (Q, l64o). Pi in generale, per quanto riguarda
l'Occidente nel suo complesso, vero che, nel periodo del dopoguerra,
l'apparato egemonico si screpola e l'esercizio dell'egemonia diviene permanentemente diificile e aleatorio (Q, 1638); e, tuttavia, le democrazie
moderne continuano a presentarsi con una struttura massiccia e articolata in tutta una serie di trincee; sicch, di guerra di movimento si
pu parlare solo per le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove
sono superate e divenute anacronistiche (Q, 1567).

5.

Decadenza ideologica o rivoluzione passiva?

Dall'attesa di un'imminente rivoluzione socialista e dall'impazienza


rivoluzionaria, Marx prende le distanze nella Prefazione a Per la critica
dell'economia politica (1859):
Una formazione sociale non perisce finch non si siano sviluppate tutte le
forze produttive a cui pu dar corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alia vecchia
societ le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perch l'umanit
non si propone se non quei problemi che pu risolvere, perch, a considera150

re le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le


condizioni materiali della sua soluzione esistono gi o almeno sono in formazione (MEW, XIII, 9).
una dichiarazione che suona anche come la spiegazione del fallimento della rivoluzione del '48 e, soprattutto, dell'insurrezione operaia
di giugno; per un altro verso, essa per chiarisce che o pu essere sufficiente che siano in formazione le condizioni materiali del nuovo
ordinamento politico-sociale perch subentri un'epoca di rivoluzione
sociale, un'epoca che, nei diversi paesi, pu essere caratterizzata dalla
sfasatura tra maturit economica e maturit politica della rivoluzione e
nell'ambito della quale i singoli processi rivoluzionari hanno caratteristiche assolutamente peculiari. Si tratta di un brano particolarmente
caro a Gramsci che pi volte lo cita (Q, 1579) e che in esso pu leggere al
tempo stesso sia la confutazione della teoria meccanicistica e positivistica della rivoluzione presente nel Capitale, e quindi la giustificazione della rivoluzione d'Ottobre, sia la conferma della tesi dei tempi lunghi del
passaggio planetario da una formazione sociale all'altra.
Ma, se il regime capitalistico non ha ancora esaurito la sua missione
storica, alquanto problematica risulta allora la tesi dell'irrimediabile
decadenza ideologica della borghesia. Allorch sottolinea la funzione
sommamente rivoluzionaria della borghesia, il Manifesto non sembra
coniugarla solo al passato. Rileggiamo il ben noto brano di celebrazione
di una classe che
non pu esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti
sociali [...] Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante
scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni
contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le altre. Tutte le stabili e
arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese
venerabili dall'et, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di
aver potuto fare le ossa. Tutto ci che vi era di stabilito e di rispondente ai
vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini
sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la
loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci (MEW, IV, 464-5).
L'incessante trasformazione tecnologica dunque, al tempo stesso,
151

un processo in atto di emancipazione intellettuale di larghe masse. In


questa medesima direzione va la costruzione del mercato mondiale il
quale fa s che, assieme alla produzione materiale, divengano bene
comune anche i prodotti intellettuali delle singole nazioni. Col farsi
cosmopolita della produzione e del consumo, si spezza rantico isolamento locale e nazionale, sul piano economico come su quello culturale: I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano sempre pi
impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale (MEW, IV, 466). cos poco coniugato al passato il giudizio qui espresso sulla funzione storica della borghesia che Marx lo
riprende ancora nella Critica del programma di Gotha, dove, polemizzando con Lassalle, si richiama esplicitamente all'analisi sviluppata nel
Manifesto per sottolineare che la borghesia concepita qui come classe rivoluzionaria, in quanto organizzatrice della grande industria
(MEW, X I X , 2 3 ) .
Difficilmente conciliabile con tutto cirisultala tesi della conclusione
del ciclo storico della borghesia e quindi della sua irrimediabile decadenza ideologica. E ancor meno conciliabile con quella tesi il giudizio che il
Manifesto e altri testi, in particolare quelli sull'India, esprimono sull'espansione coloniale, allora agli inizi: in qualche modo alla borghesia viene
riconosciuto il merito di trascinare nella civilt tutte le nazioni, anche
quelle pi barbare (MEW, W, 466), di portare avanti la pii grandiosa e,
a dire il vero, l'unica rivoluzione sodale che l'Asia abbia mai conosciuto
(MEGA, 1,12, p. 172); anzi all'Inghilterra e alla sua classe dominante viene
attribuita una doppia missione {mission) [...] una distruttiva, l'altra rigeneratrice - demolire l'antica societ asiatica, e gettare le basi materiali della societ occidentale in Asia (MEGA, l, 12, p. 248). La missione che alla
borghesia compete di allargare il mercato e di esportare la civilt nella
campagna ha una dimensione anche interna ai paesi capitalistici. II processo di industrializzazione in qualche modo l'accesso alla civilt della
massa enorme di contadini piccoli proprietari. Essi provengono da un
campo di produzione su cui, oltre all'arretratezza tecnologica e al mancato emergere della divisione del lavoro, pesa un'ulteriore caratteristica:
nessuna variet di sviluppo, nessuna diversit di talenti, nessuna ricchezza di rapporti sociali (MEW, vm, 198).
Certo, quella che rOccidente impone airOriente non la
152

civilt in quanto tale, bens la cosiddetta civilt, cio i rapporti


borghesi (MEW, IV, 466), esportati nei paesi coloniali con metodi la
cui barbarie viene talvolta denunciata con parole di fuoco da Marx, il
quale anzi sottolinea che la profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie
della civilt borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle
grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli
occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude (MEGA, l, 12, p, 252). In
conclusione, le sciagure inflitte all'Indostan dalla Gran Bretagna sono
di un genere essenzialmente diverso, e mille volte pi concentrato, di
tutto ci che il paese dovette soffrire in epoche precedenti (MEGA, I,
12, p. 169). Per di pili, il ruolo oggettivamente progressivo dell'espansione coloniale si manifesta per cos dire via negationis, cio nella misura in
cui essa stimola lo sviluppo di forze capaci di scrollarsi di dosso il giogo della dominazione inglese. Solo in tal modo, o attraverso la vittoria
della rivoluzione proletaria in Inghilterra, gli indiani raccoglieranno i
frutti degli elementi di una societ nuova seminati in mezzo a loro dalla
borghesia britannica (MEGA, l, 12, p, 25l). Resta il fatto che difficilmente si pu conciliare con la tesi della generalizzata decadenza politica e
ideologica deUa borghesia l'attribuzione ad essa di una missione storica consistente nella creazione del mercato mondiale. Di tale difficolt sembra avvedersi Marx, allorch s'interroga scettico suUe possibilit di stabile successo della rivoluzione proletaria in Europa contro una
classe che in fase ascendente a livello mondiale o, comunque, nelle
colonie (MEW, XXIX,36o).

C' da aggiungere che la categoria di decadenza ideologica sembra


implicare un processo di reazione generalizzata, con una sostanziale
adesione, quindi, alla visione delle classi diverse dal proletariato come
un'unica massa reazionaria. Ma tale tesi, enunciata da Lassalle, il
bersaglio della dura polemica della Critica del programma di Gotha, che
insiste nel respingere ogni appiattimento del ruolo svolto dalla borghesia su quello svolto dalle classi feudali. E una tesi che vale solo per la
Germania, per un paese, cio, dove pii fortemente si fa sentire il peso
dell'antico regime? In realt, Marx sottolinea il ruolorivoluzionariodella borghesia non solo rispetto alle classi feudali ma anche ai ceti
medi (MEW, XIX, 22-3). In ogni caso, difficile considerare meno progressiva di quella tedesca la borghesia francese protagonista della Terza
153

Repubblica e di incisive riforme politiche e sociali. Su un piano pi


generale, nel periodo storico successivo alla presunta svolta epocale del
1848, incalzate dal movimento operaio, e sia pure attraverso un processo tormentato e contraddittorio, le classi dominanti si vedono costrette
a proseguire sulla strada dell'allargamento del suffragio a strati popolari
via via pi vasti. un fatto che ha una rilevanza anche culturale; la critica della restrizione censitaria dei diritti politici, inizialmente appannaggio solo della tradizione giacobina e del movimento socialista, finisce
col penetrare negli ambienti pi avanzati della borghesia liberale. La
quale ultima costretta a recedere dalla tradizionale visione dei lavoratori salariati come strumenti di lavoro e macchine bipedi, come
esseri sub-umani e membri in qualche modo di una razza diversa e inferiore rispetto a quella che costituisce la classe dominante. Certo, la derazzizzazione dei lavoratori salariati della metropoli capitalistica s'intreccia con un processo di pi violenta razzizzazione delle popolazioni
coloniali. ' In questo senso, emancipazione e de-emancipazione s'intrecciano, ma ci ben diverso dalla reazione generalizzata implicitamente
presupposta dalla categoria di decadenza ideologica. In questi decenni,
la borghesia liberale europea finisce col rivelare il suo volto pi repellente nelle colonie, proprio l dove il giudizio di Marx e Engels, anche
loro condizionati dal generale eurocentrismo della cultura del tempo, si
rivela pi ambiguo e, talvolta, benevolo.
Abbiamo visto invece Gramsci (che opera in un periodo storico
diverso) criticare l'eurocentrismo gi prima della rivoluzione d'Ottobre
e, successivamente, far tesoro della lezione di Lenin relativa alla questione nazionale e coloniale {supra cap. Il, 13). Per quel che concerne, invece,
la metropoli capitalista, significativo il quadro che, prendendo le mosse dalla categoria di rivoluzione passiva, i Quaderni Xf&zsRO dello sviluppo economico e politico della Francia, il quale parte dal 1789, e, senza arrestarsi con la rivoluzione del '48, dura, in linea generale, fino
all'epoca dell'imperialismo e alla guerra mondiale:
La base economica, per lo sviluppo industriale e commerciale, viene continuamente allargata e approfondita, dalle classi inferiori si inrvalzano firio alle

5 Vedi D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo, op. cit., cap. 1,11.


154

classi dirigenti gli elementi sociali pi ricchi di energia e di spirito d'intrapresa, la societ intiera in continuo processo di formazione e di dissoluzione seguita da formazioni pi complesse e ricche di possibilit [...] In questo
processo si alternano tentativi di insurrezione e repressioni spietate, allargamenti e restrizioni del suffragio politico, libert di associazione e restrizioni
o annullamenti di questa libert, libert in campo sindacale, ma non in quello politico, forme diverse di suffragio [...] (Q, 1637).

A partire dalla sconfitta operaia e popolare del giugno 1848 e poi del
1871 inizia, secondo Gramsci, in Francia e in Europa, una fase di rivoluzione passiva, non identificabile n con la controrivoluzione n, tanto
meno, col crollo ideologico e politico della classe dominante. Quella di
rivoluzione passiva una categoria di cui i Quaderni del carcere si servono per denotare la persistente capacit d'iniziativa della borghesia, la
quale, anche nella fase storica in cui ha cessato di essere una classe propriamente rivoluzionaria, riesce a produrre trasformazioni politicosociali, talvolta di rilievo, conservando saldamente nelle proprie mani il
potere, l'iniziativa e l'egemonia, e lasciando le classi lavoratrici nella loro
condizione di subalternit. Per leggere gli avvenimenti successivi alla
rivoluzione del 1848, la categoria di rivoluzione passiva si rivela molto
pi adeguata che non quella di decadenza ideologica.

6.

Decadenza ideologica, meccanicismo e impazienza rivoluzionaria

Bisogna allora interrogarsi sulle ragioni dell'attaccamento di Marx e


Engels a questa categoria. La periodizzazione storica che nei loro scritti
comincia ad affacciarsi man mano che si delinea il processo di stabilizzazione del regime borghese dovrebbe far cadere definitivamente in crisi la tesi del 1848 come svolta epocale che segnerebbe il passaggio della
borghesia europea nel suo complesso ad una fase di reazione generalizzata. Come dimostra la rivoluzione dall'alto da essa promossa, la classe
dominante ancora capace di iniziativa politica e, dunque, anche culturale; la conservazione e il rafforzamento del potere politico della borghesia non coincide con la stagnazione e la putrefazione di questa classe
155

sodale. Engels non sembra voler rompere con la teoria della decadenza
ideologica, la quale teoria finisce con l'emergere anche dalla tesi apparentemente caratterizzata da maggiore apertura. S, celebrando la
scienza [che] procede in modo spregiudicato e deciso e il senso teorico che sdegna l'accomodamento ideologico, Engels rivendica al proletariato l'eredit della filosofia classica tedesca. Ma quest'ultima nettamente contrapposta al successivo sviluppofilosoficoe culturale, il quale
continua cos ad essere liquidato in blocco senza sfumature e differenziazioni interne:
Con la rivoluzione del 1848 la Germania "coita" dette congedo alla teoria
e si pose sul terreno dell'attivit pratica [...] Ma nella misura in cui la speculazione usciva dalla stanza di lavoro del filosofo ed erigeva il proprio tempio
nella Borsa dei valori, nella stessa misura andava perduto anche per la Germania quel grande senso teorico che aveva costituito la gloria della Germania nel periodo della sua pi profonda decadenza politica: il senso per l'indagine scientifica pura, indipendentemente dal fatto che ilrisultatoraggiunto fosse praticamente utilizzabile oppure no, fosse oppure non fosse contrario alle ordinanze di polizia [...] E nel campo delle scienze storiche, compresa la filosofia, insieme con la filosofia classica veramente scomparso il vecchio spirito teoretico spregiudicato [...] I rappresentanti ufficiali di questa
scienza sono diventati gli ideologi dichiarati della borghesia e dello Stato
esistente, e questo in un tempo in cui entrambi sono in aperta antitesi col
proletariato (MEW, XXI, 306-7).

A ben guardare, pi che scaturire da una concreta analisi storica, la


tesi dell'irrimediabile decadenza ideologica della borghesia post-quarantottesca discende immediatamente da un presupposto teorico, sulla
cui validit conviene ora interrogarsi. Ancor prima del 1848, gi Jideologia tedesca esprime l'opinione per cui quanto pi la forma normale di
relazioni nella societ, e quindi le condizioni della classe dominante, sviluppano la loro opposizione contro le forze produttive progredite [...],
tanto pi falsa diventa naturalmente la coscienza della classe dominante stessa, ormai incline e in qualche modo costretta dalla logica oggettiva della difesa del suo potere e dei suoi interessi a ricorrere all'ipocrisia
premeditata (MEW, III, 274). Essendo gi iniziata, come ribadisce
anche il Manifesto del partito comunista la ribellione delle moderne
forze produttive contro i rapporti di produzione e di propriet bor-

156

g h e s i ( M E W , IV, 467), n e c o n s e g u e c h e i n i z i a t a a n c h e la d e c a d e n z a
politica e ideologica della borghesia.

Coi loro ritorni periodici, le crisi commerciali sono l a dimostrare che ormai la borghesia dominante rassomiglia allo stregone che non
pu pili dominare le potenze sotterranee da lui evocate, e cio le nuove
forze produttive (MEW, IV, 467). Ma, secondo Gramsci, si tratta di distinguere la crisi organica da quella di congiuntura, dalle fluttuazioni di
congiuntura (Q, 1078 e 1588). un problema che non sembrano porsi
Marx e Engels, almeno negli anni a cavallo del '48. La ribellione indomabile delle nuove forze produttive dimostrata gi daU'esserci di una teoria critica della societ borghese. Per dirla con l'Ideologia tedesca, quando questa teoria, teologia, filosofia, morale, eccetera, entrano in contraddizione con i rapporti esistenti, ci pu accadere soltanto per il fatto che i
rapporti sociali esistenti sono entrati in contraddizione con le forme produttive esistenti (MEW III, 31-2). Il fatto che intellettuali di estrazione
borghese (come Marx e Engels) si schierino col proletariato la riprova
definitiva della maturit, e forse persino dell'imminenza della rivoluzione sociale:
Nei periodi in cui la lotta di classe si avvicina al momento decisivo, il processo di dissolvimento in seno alla classe dominante, in seno a tutta la vecchia societ, assume un carattere cos violento, cos aspro, che una piccola
parte della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe rivoluzionaria, a quella che ha l'avvenire nelle sue mani. Perci, come gi un tempo
una parte della nobilt pass alla borghesia, cos ora una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi
che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo
insieme (MEW, IV, 471 -2).

In tal modo, finisce con l'essere istituito un rapporto meccanicistico


tra economia e ideologia: una critica della societ borghese resa possibile solo dal maturare della rivoluzione sociale? Ben diversamente si
esprime, in altra occasione, Engels: Affinch potessero venire assicurate almeno quelle conquiste della borghesia che erano mature e pronte
ad essere mietute, era necessario che la rivoluzione oltrepassasse il suo
scopo, esattamente come in Francia nel 1793 e in Germania nel 1848.
Sembra che questa sia una delle leggi della evoluzione della societ bor157

ghese (MEW, xxii, 30l). L'emergere di un ceto di intellettuali radicali e


con tendenze socialiste indice di dissoluzione della societ borghese?
Vediamo l'analisi che Marx fa del periodo che precede in Prussia lo
scoppio dellarivoluzionedel '48:
La borghesia, ancora troppo debole per intraprendere misure concrete, si
vide costretta a trascinarsi dietro l'esercito teoretico guidato dai discepoli di
Hegel contro la religione, le idee e la politica del vecchio mondo. In nessun
periodo precedente la critica filosofica fu cos audace, cos possente e cos
popolare come nei primi otto anni del dominio di Federico Guglielmo IV
[...] la filosofia doveva il suo potere, durante questo periodo, esclusivamente alla debolezza pratica della borghesia; dato che i bourgeois non erano in
grado di dar l'assalto nella realt alle istituzioni invecchiate, dovettero
lasciare la direzione [Vorrang) agli audaci idealisti che davano l'assalto sul
terreno del pensiero (MEW, XII, 684).

In tale quadro Engels colloca l'attivit della stessa Rheinische Zeitung diretta da Marx (MEW, Vili, 19). E, dunque, alla vigilia della rivoluzione borghese in Prussia, l'asprezza della lotta per l'abbattimento
dell'antico regime stimola l'emergere di un ceto di intellettuali su posizioni cos radicali da annoverare tra le sue file colui che si appresta a
scrivere il Manifesto del partito comunista-, e, per un certo periodo, non
potendo disporre di intellettuali a lei organici, la borghesia lascia largo
spazio a intellettuali a lei ostili o potenzialmente ostili. In questa fase,
nonostante la presenza consistente di intellettuali di orientamento
socialista provenienti dalle file delle classi proprietarie, la borghesia,
ben lungi dall'essere immersa in un processo di dissoluzione, deve
ancora conquistare il potere politico.
Il fatto che, come sottolinea L'ideologia tedesca, a causa della divisione del lavoro, si sviluppano spesso contraddizioni e tensioni tra ceti
ideologici da una parte e frazione imprenditoriale della borghesia dall'altra (MEW, III, 47). Lo schierarsi al fianco del proletariato di intellettuali di estrazione borghese non implica necessariamente la maturit
della rivoluzione sociale, ma pu spiegarsi tranquillamente a partire dall'ordinario funzionamento e conflittualit della societ borghese esistente. Tanto pili che lo stesso Marx a sottolineare che la borghesia
di continuo in lotta, anche al suo interno, a livello nazionale e internazionale, e che tali conflitti favoriscono in piii modi il processo di svi158

luppo del proletariato, ma anche - si pu aggiungere, sempre citando


il Manifesto - di una parte degli ideologi borghesi i quali giungono
cos a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme (MEW, IV, 471-2).
Il meccanicismo si salda con l'impazienza rivoluzionaria. Se il ciclo
borghese giunto ormai al suo termine, come dimostrano la ribellione
delle forze produttive e il conseguente schierarsi a fianco del proletariato degli stessi intellettuali di estrazione borghese, ognuno dei
ritorni periodici delle crisi commerciali pu trasformarsi in una
risolutiva crisi rivoluzionaria. Significativo il bilancio che Marx traccia degli avvenimenti del '48, dopo la repressione della rivolta operaia
di giugno e il consoUdarsi sul piano politico e economico del potere
borghese:
Data questa prosperit universale, in cui le forze produttive della societ
borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che , in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si pu parlare di una vera rivoluzione

[...] Um nuova rivoluzione non possibile se non in seguito a una nuova crisi.
Luna per altrettanto sicura quanto l'altra (MEW, Vn, 98).

Siamo in presenza, in un certo senso, di una terza versione della teoria della rivoluzione, la quale ha in comune con quella consegnata al
Capitale il fatto di far discendere la rivoluzione non gi da un intreccio
di contraddizioni, bens, immediatamente, dall'economia; solo che, in
quest'ultimo caso, non si ritiene necessaria l'attesa che il processo di
concentrazione capitalistica trasformi in proletariato la stragrande maggioranza della popolazione: la rivoluzione socialista viene fondamentalmente pensata sul modello di un colpo di mano giacobino, i cui protagonisti dovrebbero essere, in questo caso, gh operai radicalizzati dalla
crisi economica.
Gramsci procede ad una critica rigorosa della visione economicistica del processo rivoluzionario: Si pu escludere che, di per s stesse, le
crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo la
storia volgare tradizionale, che aprioristicamente "trova" una crisi in
coincidenza con le grandi rotture di equilibrio sociale. Ci vale per la
stessa rivoluzione francese: non si pu dire che la catastrofe dello Stato
assoluto sia dovuta a una crisi di immiserimento (Q, 1587).
159

7.

Anarchismo e delegittimazione del moderno

Un difficile equilibrio tra legittimazione e critica della modernit


caratterizza la lettura marxiana del processo storico che porta allo sviluppo del capitalismo. Per un verso il Manifesto riconosce, anzi celebra,
come abbiamo visto, l'enorme contributo della borghesia allo sviluppo
delle forze produttive nonch alla diffusione del sapere e di uno spirito
critico sconosciuto al precedente isolamento provinciale e all'ottusa vita
patriarcale all'ombra del campanile. Per un altro verso II capitale sottolinea di che lacrime e di che sangue gronda la modernit capitalistica, la
quale prende il suo decollo a partire dalla tratta degli schiavi neri deportati soprattutto dall'Inghilterra liberale e rivenduti in America, e cio,
per dirla con Marx, dalla trasformazione dell'Africa in una riserva di
caccia ai pellenera - l'espressione qui usata contiene una trasparente
allusione alla tragica sorte anche dei pellerossa, ovvero airannientamento, schiavizzazione e seppellimento degli indigeni nelle miniere - ,
e da altri idilliaci processi del genere (MEW, XXIII, 779 e 78l).
bene sottolineare che l'equilibrio tra critica e legittimit del moderno piuttosto difficile. Marx ha una visione drammatica del progresso,
sottolinea i suoi enormi costi taciuti dagli ideologi borghesi: La borghesia [...] ha mai compiuto un passo avanti senza trascinare gli individui e i
popoli attraverso il sangue e il sudiciume, la miseria e l'abbrutimento?.
Certo, grazie anche all'espansione coloniale, quella classe ha creato le
basi materiali del mondo nuovo: da un lato lo scambio di tutti con tutti,
basato sulla mutua dipendenza degli uomini, e i mezzi per questo scambio; dall'altro lo sviluppo delle forze produttive umane e la trasformazione della produzione materiale in un dominio scientifico sui fattori naturali. Ma tale sviluppo stato pagato con perdite e sofferenze enormi, ed
solo con la vittoria della rivoluzione proletaria che il progresso umano
cesser di assomigliare a quell'orribile idolo pagano, che non voleva bere
il nettare se non dai teschi degli uccisi (MEGA, l, 12, p. 251-3).
Non si deve perdere di vista il fatto che, nell'ambito del movimento
rivoluzionario, a questo bilancio basato su un sofferto equilibrio si contrappone sin dall'inizio quello ben diverso tracciato da Bakunin, il quale
sembra talvolta condannare, assieme alla modernit, la scienza in quanto tale. Rivelatore un articolo del 1869:
160

Che cosa costituisce oggi, principalmente, la potenza degli Stati? la


scienza. S, la scienza. Scienza di governo, di amministrazione e scienza
di tosare il gregge popolare senza farlo gridare troppo e, quando incominciasse a gridare, scienza d'imporgli il silenzio, la pazienza e l'ubbidienza
per mezzo di una forza scientificamente organizzata; scienza di ingannare
e dividere le masse popolari, di mantenerle sempre in una salutare ignoranza affinch non possano mai, aiutandosi mutualmente e riunendo i
loro sforzi, creare una forza capace di rovesciare gli Stati; scienza militare
soprattutto con tutte le sue armi perfezionate e quei formidabili strumenti
di distruzione che "fanno meraviglie"; scienza del genio, che ha creato le
navi a vapore, le ferrovie e i telegrafi; le ferrovie che utilizzate dalla strategia militare decuplicano la potenza difensiva e offensiva degli Stati; i telegrafi che trasformano ogni governo in un Briareo con cento, mille braccia,
fornendogli la possibilit d'essere presente, di agire e di colpire ovunque,
creano la centralizzazione politica pi formidabile che mai sia esistita al
mondo. '

Lo sviluppo tecnologico e delle forze produttive va di pari passo con


l'aggravarsi della schiavit della grande massa: ci basti fare l'esempio delle macchine perch ogni operaio e ogni sincero fautore dell'emancipazione del lavoro ci dia ragione. La conclusione che allora s'impone che la scienza borghese va rifiutata e combattuta allo stesso
modo della ricchezza borghese, tanto pi che i moderni progressi
della scienza e delle arti sono causa dell'aggravarsi della schiavit
intellettuale, oltre che di quella materiale. ^ Tale visione luddistica
s'intreccia strettamente con un bilancio storico che liquida la modernit, anche sul piano pi propriamente poHtico. Nessun progresso
costituisce il regime rappresentativo, dipinto a tinte fosche e repugnanti
{infra, cap. V, 6). D'altro canto, gh sviluppi della scienza non fanno altro
che rafforzare la potenza degli Stati, questi eterni protettori di tutte le
iniquit politiche e sociali; ' il medesimo risultato finiscono col conseguire anche i movimenti politici apparentemente di emancipazione:

M. Bakunin, Dagli articoli per L'Egalit: L'istruzione integrale (1869), in Id., Stato e anarchia e
altri scritti, Milano, Feltrinelli, 1968, p. 270-1.
Ihid.,p.269-272.
Ibid., p. 270.
161

basti pensare alla storia della Francia, caratterizzata da una ferrea continuit all'insegna del dispotismo di Stato che accomuna bonapartismo, giacobinismo, ' nonch i socialisti di Stato protagonisti della
rivolta operaia del giugno '48.

8.

Decadenza ideologica della borghesia


e putrefazione dell'imperialismo in Lenin

Il difficile equilibrio che abbiamo visto in Marx tra legittimazione e


critica del moderno, che sembra gi incrinarsi con la tesi della decadenza ideologica, cade in crisi con la Seconda guerra dei Trent'anni,
cio col tragico periodo che va dal 1914 al 1945. A dimostrazione della
ribellione delle nuove forze produttive contro i vecchi rapporti di
produzione e di propriet, il Manifesto aveva citato le periodiche crisi
di sovrapproduzione col loro seguito di distruzione di ricchezza sociale: ben poca cosa rispetto all'ecatombe di vite umane e di beni materiali
provocata dalla I guerra mondiale e, cio, dalla sfrenata concorrenza
delle varie borghesie imperialistiche. La crescente ribellione delle
forze produttive e la barbarie della guerra sembrano ora costituire la
conferma definitiva del fatto che la borghesia moribonda, sul piano
politico come su quello ideologico e culturale. Ben si comprende, allora, la configurazione a cui Lenin procede dell'imperialismo come fase
di putrefazione radicale e irreversibile, nell'ambito della quale la borghesia risulta incapace di sviluppo sul piano propriamente economico
e di iniziativa sul piano ideologico e politico. Rileggendo il celebre
opuscolo a tale tema dedicato dal dirigente rivoluzionario, ci si accorge
che esso, mentre continua a conservare una chiara attualit per quanto
riguarda l'analisi dell'imperialismo come tendenza delle grandi poten-

9 M.Bakunin,Le/fera ijC^). L. Ckassin (aprile 1868),


n\.,StaatichkeitundAnarchieundandere
Schriften, a cura di H. Stuke, Frankfurt a. M.-Berlin-Wien, Ullstein, 1981, p. 724.
10 M, Bakunin, DerSozialismus (1867), ihid., p. 67-8.
162

ze all'egemonia e alla rivalit e allo scontro, si presenta invece del tutto


obsoleto nella definizione del capitalismo monopolistico come semplice putrescenza.
Nei suoi punti deboli, la teoria leniniana dell'imperialismo in qualche modo debitrice della tesi, cara a Marx e Engels, della decadenza
ideologica della borghesia post-quarantottesca. Gi poco dopo l'inizio
del primo conflitto mondiale, il dirigente bolscevico caratterizza il
periodo che va dalla repressione della Comune di Parigi allo scoppio
della guerra imperialista come l'epoca del completo dominio della
borghesia e della sua decadenza, l'epoca del passaggio dalla borghesia
progressiva al capitale finanziario reazionario e ultrareazionario (L,
XXI, 130). Successivamente, il saggio sull'imperialismo dedica un capitolo centrale all'analisi e alla demmcia di parassitismo e putrefazione del
capitalismo nell'epoca dell'imperialismo. Non si tratta solo del formarsi di una potente oligarchia finanziaria che vive di rendita e di speculazione, limitandosi a staccare cedole senza aver alcun rapporto, neppure
assai mediato, col mondo della produzione. C' di pi:
Nella misura in cui s'introducono, sia pur transitoriamente, i prezzi di
monopolio, vengono paralizzati, fino ad un certo punto, i moventi del progresso tecnico e quindi di ogni altro progresso, di ogni altro movimento in
avanti, e sorge immediatamente la possibilit economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico (L, XXII, 276).

Come si vede, Lenin si esprime con cautela. Per un altro verso, egli
sottolinea raccresciuta rapidit dei progressi tecnici, sia pur nell'ambito di uno sviluppo sempre pi squilibrato; in ogni caso, con l'avvento
del capitalismo monopolistico, assieme al generale e immenso processo di socializzazione della produzione, ha luogo anche la socializzazione del processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche (L, XXn,
210 e 207). A sua volta, runiversale socializzazione della produzione
sembra comportare un progresso culturale e politico che in qualche
modo preannunda una nuova formazione sociale (L, XXII, 207 ),
Si direbbe, dunque, che non si possa parlare in modo univoco di
decadenza ideologica. Su questo punto possibile sorprendere incertezze
e oscillazioni nel rivoluzionario russo. Alla vigilia della I guerra mondiale,
egli parla non solo di tre fonti, ma anche - si badi bene - di tre parti
163

integranti del marxismo (la filosofia tedesca, l'economia politica inglese


e il socialismo francese), " Per questo, il marxismo da intendere come
il successore legittimo di tutto ci che l'umanit ha creato di meglio
durante U secolo XIX: non solo non c' qui alcun riferimento alla svolta
epocale del '48, ma si afferma con forza che tutta la genialit di Marx sta
proprio in ci, che egli ha risolto dei problemi gi posti dal pensiero d'avanguardia dell'umanit (ancora una volta, non viene indicato alcun
limite temporale), sicch nel marxismo non v' nulla che rassomigli al
"settarismo" inteso come una specie di dottrina chiusa e irrigidita, sorta
fuori della strada maestra dello sviluppo della civilt mondiale (L, XIX,
9). Certo, in un altro articolo sempre del 1913, Lenin sottolinea che, dopo
la rivoluzione del '48, il liberalismo vile striscia dinanzi alla reazione (L,
X V I I I , 5 6 2 ) , ma in quella corrente non sembra risolversi completamente
l'insieme del mondo culturale e politico della borghesia post-quarantottesca. Ancora nel 1917, Limperialismo fase suprema del capitalismo si richiama ad Hobson, cio ad un liberale di sinistra cui attribuisce il merito di
aver scritto una fondamentale opera [...] sull'imperialismo e di aver fornito im'ottima e circostanziata esposizione delle fondamentali caratteristiche economiche e politiche di questa nuova (e ultima) configurazione
del capitalismo (L, X X I I , 189 e 197). Si pu, dunque, imparare dalla cultura
borghese ancora nell'epoca dell'imperialismo, e proprio a proposito di
questa categoria e di questo tema decisivo.
Epper, nel complesso, lo scoppio del primo conflitto mondiale sembra conferire attualit al tema marx-engelsiano della decadenza ideologica
della borghesia, e sembra conferirla persino al di fuori degli ambienti
marxisti. Il configurarsi della guerra come guerra anche ideologica tende a
ridurre gli intellettuali, anche quelli pi prestigiosi, al ruolo di addetti culturali dei contrapposti stati maggiori. Sui loro spropositi abbiamo visto
farsi beffe Croce (supra, cap. Il, 4). Pi tardi, nel tracciare il bilancio del
gigantesco scontro, e con lo sguardo semprerivoltoallo zelo sciovinistico e
bellicistico e all'irregimentazione degli intellettuali nei diversi paesi, Benda

11 Sul fatto che Lenin parli non solo di fonti ma anche di parti integranti, ha giustamente insistito H. H. Holz, Marxismus. Philosophische Politik-Lenin, in H. J . Sandkiihler (a cura di),
Europische Bnzyclopdie zu Philosophie und Wissenschaften, Hamburg, Meiner, 1990, voi. Ili,
p. 199-205.
164

parla di tradimento dei chierici. In questi anni, dunque, possibile


ascoltare voci di denuncia dell'immiserimento della vita culturale anche al
di fuori del movimento operaio e degli ambienti marxisti. Naturalmente,
presso questi ultimi che la tesi dell'irrimediabile decadenza ideologica e
politica della borghesia trova un'accoglienza particolarmente favorevole.
E in questo contesto che bisogna inserire la tesi dell'irrimediabile
putrefazione del capitalismo imperialistico. Una nuova fase interviene
negli anni della costruzione della societ scaturita dalla rivoluzione
d'Ottobre. Lenin costretto a prendere atto che molto la Russia sovietica ha da apprendere, per quanto riguarda il funzionamento dello Stato
e dell'amministrazione pubblica, dai paesi capitalistici pi avanzati. Il
dirigente rivoluzionario chiama lo Stato e il partito da lui diretto a mettersi alla scuola dell'Occidente anche in altri campi: sono degni di
chiamarsi comunisti solo coloro i quali comprendono che non si pu
creare o instaurare il socialismo senza mettersi alla scuola degli organizzatori dei trust, dato che il socialismo presuppone l'assimilazione da
parte dell'avanguardia proletaria che ha conquistato il potere, l'assimilazione e l'applicazione di ci che stato creato dai trust (L, XXVII, 318).
Per la Russia sovietica risulta assolutamente necessario imparare l'organizzazione e il funzionamento dell'industria moderna, senza esitare ad
andare a scuola anche dagli Stati che rappresentano l'espressione pi
compiuta dell'imperialismo. Si verifica, anzi, un paradosso:
E avvenuto che proprio il tedesco incarni ora, accanto a un imperialismo
feroce, anche i principi della disciplina, della organizzazione, della collaborazione armonica sulla base dell'industria moderna meccanizzata, dell'inventario e del controllo pi rigoroso.
E questo proprio quello che a noi manca. proprio quello che dobbiamo
imparare (L, XXVII, 142-3).

Questo necessario apprendimento si limita solo alia tecnica, quella


politico-amministrativa e quella industriale? In realt, Lenin s'impegna
in una dura polemica contro coloro che troppo, e troppo alla leggera.
12 Vedi D. Losurdo, L'engagement e i suoi problemi, in G. M, Cazzaniga- D. Losurdo-L. Sichirollo,
Prassi. Come orientarsi nel mondo, Urbino, QuattroVenti -Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,
1991, p. 105 sgg.
165

blaterano [...] sulla "cultura proletaria". E, invece, per incominciare


ci accontenteremmo della vera cultura borghese, ci basterebbe sbarazzarci dei tipi di cultura preborghese particolarmente odiosi, cio della
cultura burocratica, feudale, eccetera (L, X X X i l i , 4 4 5 ) .
Dunque il problema dell'apprendimento e dell'assimilazione da
parte del giovane Stato socialista di ci che di piij avanzato stato prodotto all'estero si pone anche per la cultura pii propriamente teoretica:
Il marxismo ha acquisito il suo significato storico mondiale, in quanto ideologia del proletariato rivoluzionario, perch, invece di respingere le conquiste pi
preziose dell'epoca borghese, ha al contrario assimilato e rielaborato quanto vi
era di pi valido nello sviluppo pi che bimillenario della cultura e del pensiero
umani. Soltanto il lavoro svolto su questa base e in questa direzione [...] pu
esserericonosciutocome Io sviluppo di una cultura veramente proletaria.

Bisogna allora respingere nella maniera pi energica, come teoricamente sbagliati e praticamente dannosi, tutti i tentativi di inventare una
propria cultura particolare (L, X X X I , 3 0 l ) . Per la Russia sovietica, per il
proletariato giunto al potere, ignorare le conquiste della societ borghese significa non solo precludersi la possibilit di avanzare realmente, ma
anche regredire o restare bloccati ad uno stadio di sviluppo pre-borghese. Di questa dialettica, che si sviluppa sia a livello politico che culturale,
Lenin ormai consapevole. A partire dai compiti di edificazione di una
societ post-capitalistica, egli tende a ricostituire l'equilibrio tra critica e
legittimit del moderno, caduto in crisi nel corso del primo conflitto
mondiale. E tuttavia il dirigente rivoluzionario russo non rimette in
discussione n la tesi della decadenza ideologica della borghesia postquarantottesca n della putrefazione del capitalismo imperialistico.

9.
Gramsci e la presa di distanza dalla tesi
della putrefazione e del crollo dell'imperialismo

Le cautele e le distinzioni fatte valere da Lenin a proposito della tesi


della putrefazione dell'imperialismo sembrano successivamente dile166

guare all'interno del movimento comunista. L'instabilit economica del


dopoguerra e poi lo scoppio della grande crisi del 1929, l'avanzata del
fascismo e il progressivo acutizzarsi delle contraddizioni internazionali
che poi sarebbero sfociate in un nuovo, disastroso conflitto mondiale,
tutto ci sembra confermare la tesi dell'agonia politica e culturale di un
intero sistema sociale. in tale quadro che bisogna collocare l'emergere
deUa categoria del socialfascismo, la quale, radicalizzando all'estremo
la tesi della decadenza, finisce col disattendere la messa in guardia di
Marx contro lo schematismo di una visione della societ ridotta ad
un'unica e indifferenziata massa reazionaria. In un certo senso, assistiamo ad una reviviscenza, questa volta in ambiente non pi socialdemocratico bens comunista, della teoria del crollo. Naturalmente non si
tratta dell'attesa di un tracollo del sistema capitalistico, indipendentemente dalla lotta organizzata della classe antagonista: evidente che,
data la presenza alle spalle della lezione di Lenin e del Che fare?, la trasformazione rivoluzionaria continua a presupporre l'iniziativa politica
cosciente di un partito di avanguardia. E, tuttavia, a partire dalla configurazione dell'imperialismo come fase di putrefazione radicale e irreversibile, la borghesia, incapace di sviluppo sul piano propriamente
economico e di iniziativa sul piano ideologico e politico, sembra gi avere l'encefalogramma piatto.
in questo senso che, con poche eccezioni, si muovono le analisi non
solo dell'Intemazionale Comunista, ma anche degli intellettuali marxisti
pi prestigiosi. Nel 1938, Lukcs dedica un saggio a Marx e al problema
della decadenza ideologica e, in tale occasione, sottoscrive pienamente la
gi vista periodizzazione storica contenuta nella Prefazione alla seconda
edizione del Capitale e ribadisce il tema della borghesia post-quarantottesca come classe la cui scienza e cultura risulta ormai in decomposizione. " di qui che bisogna partire per comprendere le forzature pi tardi presenti nella Distruzione della ragione, anche se bisogna aggiungere
che, fortunatamente, non sempre il filosofo ungherese coerente coi
suoi presupposti di fondo, dato che finisce col riconoscere il vigore teo-

13 G. hukcs, Marx e il problema della decadenza ideologica (1938), ml.. Il marxismo e la critica
letteraria, Torino, Einaudi, 1964 (II ed.), p. 148-9.
167

retico di autori che pure dovrebbero rappresentare in modo eminente


l'avvenuta decomposizione della cultura borghese. "
Infine, ad un capitolo grottesco della storia della fortuna del tema
marxiano della decadenza ideologica si assistito ai giorni nostri. Nei
suoi ultimi anni di vita, tornandosi a confrontare con l'analisi leniniana
dell'imperialismo e con le cautele in essa, contraddittoriamente, presenti, Stalin si era chiesto: Si pu affermare che sia tuttora valida la nota
tesi di Lenin, da lui enunciata nella primavera del 1916, che, nonostante
la putrefazione del capitalismo, "nel suo insieme il capitalismo cresce
con ritmo incomparabilmente piii rapido di prima?". Penso che non lo
si possa affermare. " Sulla scia di questa ulteriore radicalizzazione della
tesi della decadenza e della putrefazione, ancora alla vigilia del crollo
del "socialismo reale", nell'Europa dell'Est, gli ideologi di quel regime
hanno continuato ad insistere, ad esempio nella Repubblica Democratica Tedesca, sulla categoria xSptkapitalismus, e cio di capitalismo tardo e capace di esprimere solo la cultura di una classe da lungo tempo in
agonia e, anzi, ormai sopravvissuta a s stessa.
Ma, per tornare al periodo tra le due guerre, da aggiungere che il
tema in questione ha fatto sentire la sua influenza, in forme diverse,
anche al di fuori del movimento comunista propriamente detto. Esso
ben presente all'interno stesso della Scuola di Francoforte, con la
variante (e l'ulteriore aggravante), per cui della decadenza ormai partecipe anche il proletariato, incapace di costituire un'alternativa e, anzi,
esso stesso condannato, secondo Horkheimer, alla sterilit e all'impotenza ideologica, gi per le condizioni oggettive venutesi a creare nel
mondo contemporaneo, "" Nessuna forza sociale e politica in grado di
contrastare il nuovo genere di barbarie o di sottrarsi al presente sfacelo della civilt borghese, e generale la decadenza della cultura teo-

14 Vedi D. Losurdo, Lukdcs e la distruzione della ragione, in D, Losurdo-P. Salvucci-L. Sichirollo (a


cura di), Gydrgy Lukdcs nel centenario della nascita 188^-198}, Urbino, QuattroVenti-Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici, 1986, p. 135-162.
15 J. Stalin, Problemi economici del socialismo nell'Urss (1952), tr. it., Milano, Cedp, 1973.
16 M. Horkheimer, Vimpotenza della classe operaia tedesca, in Dmmerung. Notizen in Deustchland
1926-1931 (1934); tr, it., di G. Backhaus, Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931,Tonno, Einaudi, 1977, p. 62-8.
168

retica: " l'unica eccezione rappresentata dallo sparuto gruppo di


intellettuali che alimentano la teoria critica in un mondo peraltro
incapace di accoglierla e, forse, anche solo di comprenderla.
Di qui si pu utilmente partire per illustrare la diversa posizione di
Gramsci il quale registra con interesse l'uscita di un libro sulla grande
crisi pubblicato da Grossmann (Q, 890 e 1279), un autore legato alla
Scuola di Francoforte. Ma i Quaderni del carcere non condividono la
prospettiva catastrofista. Il loro autore non era passato invano attraverso la critica che, alla fine dell'SOO, Croce aveva sviluppato della legge
marxistica della caduta del saggio di profitto. Rispondendo alle obiezioni del filosofo napoletano, Gramsci sottolinea la natura per cos dire
doppiamente tendenziale della legge formulata da Marx:
Poich ogni legge in Economia politica non pu non essere tendenziale,
dato che si ottiene isolando un certo numero di elementi e trascurando
quindi le forze controperanti, sar forse da distinguere un grado maggiore o
minore di tendenzialit e mentre di solito l'aggettivo "tendenziale" si sottintende come ovvio, si insiste invece su di esso quando la tendenzialit diventa
un carattere organicamente rilevante (Q, 1279).

Dunque, una netta presa di distanza dalla teoria del crollo in ogni
sua variante. In tale quadro si colloca l'atteggiamento riservato che, nei
confronti della tesi della putrefazione cara a Lenin, mostra Gramsci.
Certo, anche lui insiste, sulla scia dell'opuscolo dal dirigente bolscevico
dedicato all'analisi dell'imperialismo, sul peso crescente degli improduttivi parassitari. Allorch denunciano l'estendersi di una categoria
di "prelevatori" che non rappresenta nessuna funzione produttiva
necessaria e indispensabile, mentre assorbe una quota di reddito imponente (Q, 793), i Quaderni del carcere chiaramente fanno tesoro della
lezione di Lenin, il quale aveva gi sottolineato l'aumentare della classe
o meglio del ceto dei rentier, cio di persone che vivono del "taglio di
cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione
17 M. Horkheimer-Th. W, Adorno, Dialektik der Aufklrung (1944); tr. \l.,Dialettica dell'illuminismo, a cura diR. Solmi, Torino, Einaudi, 1982, p. 3.
18 Vedi B. Croce, Una obiezione alla legge marxistica della caduta del saggio di profitto (1899), in
Materialismo storico ed economia marxistica (1900), Bari, Laterza, 1973, p. 139-150.
169

l'ozio. E anche l'ulteriore osservazione di Lenin che, a conferma del


carattere parassitario dell'imperialismo, sottolinea come in Inghilterra
si sottrae all'agricoltura sempre maggiore quantit di terra per adibirla
allo sport, al divertimento dei ricchi (L, XXII, 276 e 28l), anche quest'ulteriore osservazione sembra trovare un'eco in Gramsci, il quale, a sua
volta, mette l'accento sulla presenza particolarmente accentuata in
Inghilterra di "parassiti rituali" cio di elementi sociali impiegati non
nella produzione diretta, ma nella distribuzione e nei servizi [personali]
delle classi possidenti (Q, 1132).
Per il resto, sensibilmente diversi sono gli accenti nei due autori qui
messi a confronto! Il fatto che, al contrario di Lenin, - ecco un dato da
non perdere di vista - Gramsci vive l'esperienza del fascismo e della stabilizzazione del capitalismo. S, i Quaderni del carcere sottolineano l'ostacolo allo sviluppo tecnologico e industriale costituito dalla presenza
in Europa di detriti di vecchi strati in sfacelo (Q, 2179) i quali, per,
non costituiscono l'insieme della societ capitalistica in quanto tale.
Significativa soprattutto l'analisi che viene sviluppata degli Stati Uniti:
qui, a causa della mancanza di un passato feudale alle spalle, sono assenti resercito di parassiti e le classi assolutamente parassitarie che
caratterizzano il vecchio continente (Q, 2i40-l), anche se non mancano
nuovi parassiti legati alla speculazione finanziaria e borsistica (Q,
1348); e, proprio a causa di questa pi razionale composizione demografica, gh Usa sono in grado di introdurre una forma modernissima di
produzione. Nel complesso, sembra si stia assistendo alla sostituzione all'attuale ceto plutocratico, di un nuovo meccanismo di accumulazione e distribuzione del capitale finanziario fondato immediatamente
suUa produzione industriale (Q, 2139-40).
Quello che colpisce la capacit da un lato di descrivere senza indulgenza la situazione di un paese pur considerato imperialista, dall'altra di
cogliere la capacit di resistenza e di futuro del modello americano.
Quando Gramsci si pone la quistione se l'americanismo possa costituire un'"epoca storica", se cio possa determinare uno svolgimento graduale del tipo, altrove esaminato, delle "rivoluzioni passive" proprie del
secolo scorso o se invece rappresenti solo l'accumularsi molecolare di
elementi destinati a produrre un'"esplosione", cio un rivolgimento di
tipo francese (Q, 2140), chiaro che propende per la prima ipotesi.
170

10.

Liquidazione della modernit, escatologismo


e anarchismo nel marxismo novecentesco

Dopo essersi scontrato con l'anarchismo, il difficile equilibrio tra


legittimit e critica della modernit che caratterizza l'opera di Marx
cade in crisi con la I guerra mondiale. La terribile esperienza del massacro con i diversi Stati in lotta, anche quelli liberali o democratici, che si
presentano e si comportano effettivamente come Moloch sanguinari,
decisi a sacrificare milioni e milioni di uomini sull'altare della difesa della patria e in realt della concorrenza imperialistica, tale esperienza traumatica non pu non rafforzare le tendenze alla liquidazione della
modernit. una tendenza che si manifesta con particolar forza in Germania - dove pi devastante che altrove l'impatto del conflitto - e trova la sua pili compiuta espressione, mentre ancora infuriano la barbarie
del Terzo Reich e le devastazioni del secondo conflitto mondiale, nella
Dialettica dell'illuminismo di Horkheimer e Adomo. "
In questo contesto bisogna collocare l'irrompere all'interno stesso
degli ambienti marxisti di tendenze in qualche modo escatologiche. Il
giovane Bloch viene descritto in alcune testimonianze come un ebreo
apocalittico cattolicizzante o come un nuovo filosofo ebreo [...] che si
credeva, manifestamente, il precursore di un nuovo Messia. Ed lo
stesso filosofo che, dopo essersi definito un ebreo con coscienza di razza, individua e celebra come caratteristica centrale del sentimento
giudaico del mondo la tensione [...] verso una meta messianica non
ancora esistente e collocata al di l del mondo. ^^ Il futuro post-capitalistico sembra allora assumere una dimensione, piii che politica, morale e
religiosa. I Soviet sono chiamati a metter fine non solo a ogni economia
privata ma anche a ogni economia del denaro e, con essa, alla
morale mercantile che consacra tutto quello che di pi malvagio vi
19 Su ci vedi D. Losurdo, ha comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap. VII.
20 Vedi M, Lowy, Rdemption et utopie. Le judaiime librtaire en Europe centrale. Une tude d'affinitlective (1988); tr. it., di D. Bidussa, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 147.
21 E. Bloch,Brie/e 1903-1975, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1985, voi. I, p. 232-3.
22 E. Bloch, Geistder Utopie (1918: ersteVassung), Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1971, p. 321-2.
171

nell'uomo; sono chiamati a realizzare la trasformazione del potere in


amore.
Considerazioni analoghe si possono fare per il giovane Lukcs.
Marianne Weber lo vede animato da speranze escatologiche e teso
verso robiettivo finale della redenzione dal mondo in seguito ad
una lotta finale tra Dio e Lucifero. ^^ Se anche si tratta di una descrizione tendenziosa, d comunque da pensare la configurazione del proprio tempo a cui il giovane Lukcs procede come repoca della compiuta peccaminosit. Dichiarato infine il messianismo in un autore
come Benjamin.
L'attesa di un inizio della storia assolutamente nuovo e tale da fare
tabula rasa del passato, condannato nel suo complesso come storia del
potere e del dominio e quindi come negazione dell'interiorit e dello
spirito, tale atteggiamento non pu non favorire lo sviluppo di tendenze
anarchiche. Come vedremo, l'idea di rappresentanza a Bakunin fa pensare a Saturno. Nel corso della I guerra mondiale, anche gli Stati liberali
o liberal-democratici effettivamente funzionano nel modo descritto dal
dirigente anarchico, dato che tranquillamente immolano mihoni di
uomini e di rappresentati in un gigantesco rito sacrificale. una
situazione che provoca uno stato d'animo efficacemente descritto, nell'estate del 1915, da un interlocutore ebreo del giovane Lukcs:
Guerra una designazione fuorviarne per questo sbranarsi dell'Europa.
altro dal tramonto del mondo europeo e da un sinistro destino su tutti? E in
noi tutti che siamo aggiogati alla macchina dello Stato, di tutti gli Stad, non
dovrebbe in questa comunit di pena fiorire un nuovo sentimento di fraternit e amore degli uomini, che una buona volta spezzi questa macchina?.

A tutta una generazione lo Stato in quanto tale finisce con l'apparire


23 Ihid., P.29S.
24 Marianne Weber, Max Weber. Ein Lehemhild, Tubingen, Mohr (Siebeck), 1926, p. 474.
25 G. Lukcs, Die Theorie des Romans (1916; in volume, 1920), tr. it.. Teoria del
wmanzo.LuSpezia. Club del libro, 1981, p. 189; su ci vedi G, Lukcs, Gelehtes Denken, intervista di I, Eorsi
(1980), tr. it., a cura di A. Scarponi, Pensiero vissuto. Autobiografia in forma dialogata, Roma,
Editori Riuniti, 1983, p. 58 e209.
26 Lettera di A. Salomon del 22 luglio 1915, in G. 'Lvkics, Epistolario 2902-2937, a cura di . Kardi e . Fekete, Roma, Editori Riuniti, 1984, p. 365.
172

come il Moloch del militarismo pronto in ogni momento ad inghiottire la vita dell'individuo. il caso del giovane Lukcs, il quale cos
argomenta:
E per un peccato mortale contro lo spirito quanto hariempitoil pensiero
tedesco a partire da Hegel: fornire una consacrazione metafisica a ogni
potere. S, lo Stato un potere - ma dev'essere per questo riconosciuto
come essente, nel senso utopico della filosofia, nel senso di attivo essenzialmente della vera etica? [...] Lo Stato e tutte le strutture che da esso discendono sono un potere; ma lo sono anche un terremoto o una epidemia. "

Nel giovanile saggio incompiuto su Dostoievskij (1915), lo Stato


definito come tubercolosi organizzata, ovvero come l'immoralit
organizzata, all'interno come polizia, punizione, ordini sociali, commercio, famiglia; all'esterno come volont di potenza, di guerra, di conquista,
di vendetta. Il giovane Bloch non solo condanna la mistica tedesca
dello Stato, ma considera in quanto tali malvagi il dominio e il potere
{das Herrschen un die Macht)-e esige pertanto, come abbiamo, visto, la
trasformazione del potere in amore {Umbruch derMachtzurLiebe). ^
L'anarchismo dichiarato in Benjamin, il quale si richiama a Sorel per
affermare che non solo lo Stato ma il diritto in quanto tale violenza. "

11.

Gramsci e il marxismo novecentesco

Alla luce di tutte queste considerazioni, assai discutibile appare l'accostamento che non poche volte viene operato tra Gramsci da una parte
e Bloch e Lukcs (e, talvolta, U cosiddetto marxismo occidentale nel
27 Lettere a P. Ernst del 2 agosto e del 14 aprile 1915,inG. Lukcs, Epto/anb 1902-1917, op. dt.,

p,366e357.

28 M. Lowy, Rdemption et utopie, tr. it. op. cit., p. 157.


29 E. Bloch, Geist der Utopie, Erste Fassung, op. cit., p. 298 e 406.
30 W. Benjamin, ZurKritik der Gewalt-, tr. it., di R. Solmi, in Angelus Novus. Saggi e frammenti,
Torino, Einaudi, 1982, p. 24-5.
173

suo complesso) dall'altra. Senza dubbio, c' un innegabile tratto comune, il rifiuto della lettura positivistica del materialismo storico. Stimolati
alla militanza comunista dall'orrore della guerra e dal sentimento di
liberazione e dalle speranze suscitate dall'Ottobre, da una rivoluzione
scoppiata in circostanze e con modalit che spingono gli ortodossi
della vulgata marxista a gridare allo scandalo o a scuotere la testa, gli
autori qui messi a confronto sottolineano, sia pur con accenti diversi, il
momento della soggettivit, della coscienza e della prassi.
La comune presa di distanza dal positivismo e dal materialismo
meccanicistico favorisce il rifiuto di una visione riduzionistica della critica dell'ideologia. Come avremo modo di vedere, Gramsci considera
nichilistica e politicamente di destra ogni critica dell'ideologia che,
assieme alla forma contingente da essi assunta in un determinato
momento storico, pretenda di liquidare in blocco gli ideali scaturiti dalla rivoluzione francese {infra, cap. VI, 2). Significato analogo ha in Bloch
l'osservazione secondo cui necessario qualcosa di pii di un illuminismo parziale, che allontana da s gli antichi sogni eretici della vita
migliore invece di vagliarli e di ereditarli. " E anche l'opera forse pi
significativa della Scuola di Francoforte, la Dialettica dell'illuminismo
non si pu comprendere senza lo sforzo di tener distinti i due contrapposti tipi dell'ideologia di cui parla gi il giovane Marx. "
In questo medesimo contesto dev'essere collocato il rifiuto di dissolvere la morale nella filosofia della storia. L'interesse per il problema
morale caratterizza Lukcs in tutto l'arco della sua evoluzione, com'
testimoniato dal saggio giovanile lattica e etica. Il suo autore viene definito come l'assoluto genio della morale ad opera di Bloch, " il quale si
pone il compito di realizzare il salvataggio della morale: la critica
economica dell'apparenza morale scopre il nocciolo morale e proprio
per questo non ne l'annientamento. Dato che il marxismo una

31 E. Bloch, Der Geist der Utopie {92, II ed.), tr. it. a cura di F. Coppellotti, Spirito dell'utopia,
Firenze, La Nuova Italia, 1992, p. 321 -2.
32 Vedi D. Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente, op. cit., cap. VII, 3.
33 E. Bloch, Geist der Utopie (erste Fassung), op. cit., p, 347.
34 E. Bloch, Rettung der Moral (1937), in Politische Messungen, Pestzeit, Vormdrx, Frankfurt a. M.,
Suhrkamp, 1970, p. 243.
174

sorta di critica della ragion pura per la quale non ancora stata scritta
una critica della ragion pratica^"", si direbbe che tale lacuna possa e debba essere colmata mediante un ritorno a Kant:
Morale, etica, amoralit, moralismo non hanno quasi posto nella letteratura comunista [...] Io ho mostrato come le precedenti rivoluzioni hanno avuto senz' altro una morale, come vi sia una morale kantiana e come l'imperativo categorico sia in fondo comunista quando dice: " Agisci sempre in modo
che la massima del tuo agire possa essere il principio di una legislazione universale". Sarebbe assurdo chiedere ci in una societ di classe, sarebbe anzi
tradimento di classe. "

Bloch sembra esplicitamente collocarsi sulla scia del socialismo neokantiano, allorch dichiara che socialismo ci che inutilmente si cercato
sinora sotto il nome di morale. '' Qualche punto di contatto con tale visione pu forse avere l'affermazione di Gramsci secondo cui, data la storicit
della stessafilosofiadella prassi, molte concezioni idealistiche [e filosofie
morali], o almeno alcuni aspetti di esse, che sono utopistiche durante il
regno della necessit, potrebbero diventare "verit" dopo il passaggio ad
un mondo unificato e non pi lacerato dalle contraddizioni di classe (Q,
1490). In ogni caso, anche in Gramsci, pur alieno, come vedremo, dai toni
neokantiani, la morale non si dissolve certo nellafilosofiadella storia: basti
pensare alla lettura dellafilosofiadella prassi come coronamento di tutto
questo movimento di riforma intellettuale e morale (Q, I86O).
In tale medesimo contesto dev'essere infine collocato il problema
dell'eredit. Bloch dell'opinione secondo cui nella rivoluzione francese, esplosione di storia eretica certo non solo "borghese", il cuore, la
coscienza, la spiritualit, la comunione di tutti i viventi, la comunit fraterna, la filadelfia e la fine di ogni chiusura trovarono il loro riflesso pii
vicino sulla terra. Il problema dell'eredit naturalmente ben presente in Lukcs il quale, a partire dalla legge dell'ineguagHan2a dello sviluppo nel campo delle ideologie, sottolinea come all'arretratezza eco-

35 E. Bloch, Der Geistder Utopie (1923; Il ed.), tr. it. op. cit., p. 321.
36 E. Bloch, Tagtrume vom aufrechten Gang, Frankfurt a. M, Suhrkamp, 1977, p. 69-70.
37 E. Bloch, DasPrmzip Hoffnung (1938-1947), Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1973, p. 640.
38 E. Bloch, Der Geist der Utopie (1923; II ed.), tr. it. op. dt., p. 320-1.
175

nomica e politica della Germania del 700 e '800 corrisponde una filosofia e una cultura all'avanguardia e gravida di futuro che non pu certo
essere liquidata alla maniera di Zdanov, il quale vedeva in Hegel solo il
riflesso meccanico di una Germania ancora fondamentalmente pre-borghese e quindi un critico romantico della rivoluzione francese. "
Tuttavia, il problema dell'eredit non pu essere affrontato in modo
adeguato nei giovani Lukcs e Bloch, nei quali si fa sentire il peso della
liquidazione in chiave escatologica della modernit e quindi, in modo
pi o meno mediato, l'influenza della lettura anarchica del processo storico. La successiva evoluzione di questi autori e la progressiva assimilazione del marxismo contrassegnata dallo sforzo di liberarsi dall'iniziale messianismo, dal loro originario modo di pensare in termini pi
morali e religiosi che non propriamente politici.
Non sembra ci siano tracce di messianismo nel giovane Gramsci, il
quale si muove in un contesto ben diverso da quello dell'intellettualit
ebraica. Assimilando l'escatologismo rivoluzionario alla religione e persino, come vedremo, ad una sorta di droga, i Quaderni del carcere si
preoccupano di indagare le condizioni oggettive che favoriscono il sorgere della letteratura utopistica, delle correnti messianiche, della
religione propriamente detta, la pi gigantesca utopia in quanto
costituisce il tentativo pi grandioso di conciliare in forma mitologica
le contraddizioni reali della vita storica (Q, 812-3 e 1488).

12.

Da Fichte a Hegel, ovvero daD'escatologismo al comunismo

Nel parlare del proprio tempo come dell'epoca della compiuta


peccaminosit, il giovane Lukcs fa uso di una categoria e di un'espressione di Fichte. Col suo pathos di un dover essere che si contrap39 Su d vedi D. 'Losmiio,Lukcs

e la distruzione della ragione, op. cit., p. 136-7.

40 VedJ. G. Fichte, Grundztige des gegenwrtigen Zeitalters (1806), in Fichte's Werke, a cura di
I H . Fichte, Berlin, De Gruyter, 1971, voi. VII, p. 11 e 18.
176

pone al mondo in quanto tale e a leva sulla coscienza morale pi che


sull'azione politica per redimerlo, il fichtismo pu ben saldarsi con l'escatologismo. Ecco allora emergere il tema dell'estinzione dello Stato,
superfluo una volta che si sia realizzata una societ perfetta, nell'ambito della quale la purezza morale prenda il posto della coazione giuridica: sar allora finalmente possibile abbandonare il terreno delle attuali
costituzioni politiche che il terreno della fatica e del lavoro.
Il giovane Bloch accosta Fichte a Isaia e Mos, i quali guardano
all'empiria a partire dalle tavole della legge. E ben si comprende,
allora, la condanna o liquidazione di Hegel: nel suo sistema, davanti a
tanta pace e a tanta abdicazione della coscienza nei confronti dello Stato
e dell'esistente, nulla rimane dell'esigenza insoddisfatta: n uno spazio
intelligibile n la consolazione dell'ai di l; scomparsa la tensione tra
ci che si raggiunto e ci che si doveva fare. Particolarmente preso
di mira da Bloch il celeberrimo aforisma della Prefazione alla filosofia
deldiritto-, La dottrina hegeliana, secondo la quale ogni razionale gi
reale, conclude una pace prematura e totale con il mondo. Ma abbiamo visto anche la polemica che il giovane Lukcs sviluppa contro Hegel,
accusato di fornire una consacrazione metafisica a ogni potere.
Il successivo approdo dei due filosofi al marxismo contrassegnato
dal progressivo distacco da Fichte e accostamento a Hegel. Il fatto ben
noto per Lukcs il quale, allorch critica i giovani hegeliani per aver cercato, al contrario di Marx e Engels, la via della rivoluzione neirattivismo di Fichte e nella fichtianizzazione di Hegel, procede in qualche
modo ad un'autocritica. La quale ultima emerge con maggiore chiarezza dall'osservazione secondo cui il torto di Fichte di contrapporre
airepoca della compiuta peccaminosit un futuro contemplato utopisticamente, mentre il merito di Hegel consiste nel dar prova, nonostante le sue opzioni politiche immediate, di un grandioso senso della
realt che lo immunizza da una disposizione d'animo meramente uto41 Sud vedi D. Losurdo, He^e/e/a Germania, op. cit., cap. Ili, 3.
42 E. Bloch. Der Geist der Utopie (1923; Il ed.), tr. it. op. cit., p. 347-8.
43 z i , p . 2 3 3 e237.
44

lhid.,p.22K
42

pistica. II passaggio da Fichte a Hegel contrassegnato dallo sforzo


di pensare in termini politici pi che etico-religiosi: nella corrispondenza sviluppata nel corso del primo conflitto mondiale, Lukcs aveva
esplicitamente dichiarato di prendere le mosse da un punto di vista
utopico e di ragionare in termini filosofici ed etici, mettendo almeno momentaneamente da parte in quanto molto intricata la questione pratico-politica.
Considerazioni analoghe si possono fare a proposito dell'evoluzione
di Bloch, il quale, negli anni della maturit, si preoccupa anche lui di
differenziare rispetto a Marx le molteplici "filosofie dell'azione" che si
sviluppano nella sinistra hegeliana a partire da Fichte e da Hegel, ritornando a Fichte. Nonostante i suoi toni appassionatamente attivistici, la
Tathandlung fichtiana si rivela semplicemente etere. In ultima analisi, essa finisce con l'annullare totalmente il mondo del non-io piuttosto che migliorarlo mediante la trasformazione. Siamo allora in presenza di una "prassi" nemica del mondo che costituisce il punto d'approdo dell'idealismo soggettivo. In un autore, poi, come Hess, profondamente influenzato da Fichte, l'azione {Handeln) ha una tendenza a
staccarsi dall'attivit {Ttigkeit) sociale e a ridursi alla riforma della
coscienza morale. Ben pi vicina alla visione del rapporto teoria-prassi
si rivela, nonostante il suo contemplativismo, la filosofia hegeliana.
L'esigenza di intervenire in concreto sulla realt politica stimola il
distacco da una filosofia che, col suo pathos esaltato del dover essere,
sfociava in una liquidazione apocalittica del mondo piuttosto che nella
sua faticosa trasformazione, attraverso ostacoli e compromessi.
Anche in questo caso, sensibilmente diverso il punto di partenza di
Gramsci che, come abbiamo visto, sin dall'inizio fa riferimento in modo
privilegiato a Hegel e che non sa che farsene di un dover essere inteso
in senso moralistico. necessario scegliere tra due dover essere, quello astratto e fumoso del Savonarola e quello realistico del Machiavelli;
si tratta cio di vedere se il "dover essere" un atto arbitrario o neces-

43 Vedi G. Lukcs, Die neue Ausgabe von LassallesBriefen


undPolitik, op. cit., p. 205 e 207-8.
46 Lettera a P. Ernst del 14 aprile 1915, op. cit., p. 357.
47 E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, op. cit., p. 312-5.
178

(1925), in l.,Schriften

zurIdeologie

sario, volont concreta, o velleit, desiderio, amore con le nuvole.


Non ha senso allora contrapporre il dover essere, quello che mira ad
una concreta azione politica e non si limita ad un sospiro interiore, alla
realt effettuale, la quale ultima non qualcosa di statico e immobile, bens un rapporto di forze in continuo movimento e mutamento di
equilibrio (Q, 1577-8). La realt effettuale non altro che la Wirklichkeit e il dover essere non altro che il Sollen, dettato dalla ragione, di
cui parla la Prefazione alla Filosofia deldiritto-, fra i due termini in questione, Gramsci istituisce il medesimo rapporto di Hegel e, infatti, i
Quaderni del carcere sottoscrivono pienamente la tesi dell'unit di razionale e reale, una volta, s'intende, che quest'ultimo non venga confuso
con l'empiria immediata e inerte, ma compreso nelle sue interne contraddizioni e nel suo interno movimento.
Sorvolando disinvoltamente sulle profonde differenze, l'accostamento tra i tre autori mira a costruire la categoria di marxismo occidentale
da contrapporre a quello orientale e, soprattutto, alla concreta vicenda
storica sviluppatasi dopo la rivoluzione d'Ottobre. un atteggiamento
che finisce col sussumere tutti e tre gli autori nell'ambito della letteratura
utopistica, appiattendo arbitrariamente le differenze tra loro esistenti e
riconducendo o riducendo Lukcs e Bloch ai loro incerti inizi giovanili,
quando non avevano ancora incontrato o assimilato la lezione di Marx.
Si tratta di un'operazione direttamente agli antipodi del pensiero e dell'atteggiamento di Gramsci, il quale ultimo ha sempre inteso il comunismo come il bilancio critico e il compimento della modernit. Ora, invece, si procede ad una sua liquidazione ancora pi globale, in modo da
sussumere, senza residui, sotto la parabola catastrofica della modernit,
anche la vicenda storica iniziata con la rivoluzione d'Ottobre.

179

V.

Estinzione dello Stato?


Il comunismo fuori dell'utopia

1.

Marx, Engels e lo Stato

Nel quadro della netta presa di distanza da ogni forma di escatologismo, bisogna collocare anche il rifiuto o il ridimensionamento pi o
meno radicale a cui, sin dagli inizi, procede Gramsci della tesi dell'estinzione dello Stato, la quale pure gioca un ruolo assai importante nell'ev<y
luzione complessiva di Bloch e Lukcs e, in modo tutto particolare, nei
loro scritti giovanili. Ma, per cogliere sino in fondo l'originalit delle
posizioni di Gramsci, conviene dare uno sguardo alla tradizione marxista precedente.
Bisogna subito dire che in Marx e Engels la teoria dello Stato pi
problematica e complessa di quanto non appaia dalla formula, a cui
spesso essa stata ridotta, della finale estinzione dello Stato nella societ
comunista. Secondo Uideologia tedesca, il compito dello Stato non si
esaurisce esclusivamente nel controllo e nella repressione delle classi
subalterne. Intanto da notare che il potere e l'interesse della classe
dominante non si esprime in modo immediato, ma attraverso la forma
generale ad essi conferiti dall'organizzazione statale (MEW, III, 62).
Naturalmente, la forma non la sostanza, ma non il nulla. Marx era
lettore troppo attento e partecipe della Logica hegeliana per non conoscere e non condividere in qualche modo la tesi qui espressa per cui persino la semplice parvenza esprime un livello, e sia pure infimo, di
realt (una tesi, quest'ultima che trova il consenso anche del Lenin dei
181

Quaderni filosofici) (L, XXXVIII, 98). E, dunque, la forma e persino la parvenza della generalit o universalit costituisce pur sempre un qualche
limite all'esercizio del potere della classe dominante. D'altro canto,
sempre secondo Uideologia tedesca, lo Stato la forma di organizzazione attraverso cui gli individui della classe dominante realizzano la
garanzia reciproca della loro propriet e dei loro interessi (MEW, III,
62). Analogamente, in un testo del 1850, Engels definisce lo Stato borghese come rassicurazione reciproca della classe borghese nei confronti dei suoi singoli membri come pure nei confronti della classe sfruttata (MEW, VII, 288). Qui, la funzione in qualche modo garantista per
gli individui della classe dominante viene persino indicata prima ancora
della funzione di mantenimento dell'oppressione o del controllo sociale
delle classi subalterne. E non si comprende perch, dopo la scomparsa
delle classi e della lotta di classe, dovrebbe diventare superflua la
garanzia o rassicurazione da fornire ai singoli membri di una
comunit unificata.
questa l'occasione per dare uno sguardo alla tormentata evoluzione di Marx e Engels sul tema dello Stato. Nel descrivere La situazione
della classe operaia in Inghilterra, il secondo osserva nel 1845: La libera
concorrenza non vuole limitazioni, non vuole controlli statali, tutto lo
Stato le di peso, essa si troverebbe al massimo grado di perfezione in un
assetto totalmente privo di Stato, dove ciascuno potesse a suo piacimento sfruttare gli altri, come ad esempio nell'" Associazione" dell'amico
Stimer (MEW, n, 488). Siamo qui in presenza di una sorta di critica anticipata delle posizioni alla Nozick che amano civettare con l'anarchismo
per conferire rispettabilit libertaria ad un liberismo ferocemente antipopolare. ' E sul legame tra liberismo, anarchismo e una sorta di socialdarwinismo ante litteram, Engels insiste vigorosamente. La Londra del
tempo offre uno spettacolo ripugnante della brutale indifferenza,
deirisolamento spietato di ciascuno nel suo interesse personale, della
decomposizione dell'umanit in monadi, in ultima analisi della guerra di tutti contro tutti: Allo stesso modo dell'amico Stirner, gli uomini

1 VediR. 'Ho'z.ii, Anarchy, State andUtopia (1974), tr. it., di E. Bona e G. ionn, Anarchia, Stato e
utopia, l fondamenti filosofici dello "Stato minimo", Firenze, Le Monnier, 1981.
182

considerano gli altri soltanto come oggetti utilizzabili; ognuno sfrutta


l'altro, e ne deriva che il pi forte si mette sotto i piedi il pi debole, e che
i pochi forti, cio i capitalisti, si impadroniscono di tutto, mentre ai molti
deboli, ai poveri, a malapena resta la nuda vita (MEW, ii, 257).
vero, si tratta di un testo giovanile di Engels, ma ancora II capitale
di Marx costretto a registrare il fatto che per ottenere la regolamentazione dell'orario di lavoro in fabbrica necessario far ricorso all'intervento dello Stato, in modo da evitare che la libera concorrenza e le
leggi immanenti della produzione capitalistica provochino la rovina
irreparabile della salute e della durata della vita dell'operaio (MEW,
XXIU, 285-6 e nota 114). Mentre liberisti e borghesi denunciano come statalista il movimento operaio e socialista, quest'ultimo, soprattutto quello di ispirazione marxista, viene a trovarsi in una situazione per certi versi
imbarazzante. Per un futuro pi o meno remoto agita la parola d'ordine
dell'estinzione dello Stato, in sintonia, su questo punto, con l'anarchismo; per quanto riguarda invece l'agitazione concreta e quotidiana, il
movimento operaio di ispirazione marxista costretto a rivendicare l'intervento del potere politico nella sfera economica, scontrandosi con le
parole d'ordine semi-anarchiche degli interessi costituiti i quali, in nome
della libert del contratto e dell'iniziativa individuale, rivendicano lo
Stato minimo. Pi agevole la situazione degli anarchici che, coerentemente al loro programma di abbattimento dello Stato in qualsiasi forma, predicano gi per il presente l'astensionismo politico.
Torniamo al testo di Engels del 1850: qui si parla di abolizione
{Ahschaffung} dello Stato come risultato necessario dell'abolizione
delle classi, con le quali viene a cadere da s il bisogno della forza organizzata di una classe perla repressione di un'altra (MEW, VII,288).
evidente il salto logico: la scomparsa dello Stato viene dedotta dal divenire superfluo di ima sola delle due funzioni ad esso attribuite; si sorvola
sul fatto che rimane pur sempre in piedi il compito di assicurazione o
garanzia per gli individui della classe dominante ovvero, nelle mutate
condizioni, di una societ senza classi. Ma soprattutto importante sottolineare l'ambiguit della parola d'ordine qui lanciata da Engels, il quale, significativamente, distingue tra abolizione dello Stato in senso
comunista, in senso feudale, o in senso borghese. Esaminiamo quest'ultimo significato: Nei paesi borghesi l'abolizione dello Stato significa la
183

riduzione del potere statale al livello del Nord-America. Qui i conflitti


di classe sono sviluppati solo in modo incompleto; le collisioni di classe
vengono di volta in volta camuffate mediante l'emigrazione all'Ovest
della sovrappopolazione proletaria. L'intervento del potere statale,
ridotto ad un minimo ad Est, non esiste affatto ad Ovest (MEW, VII,
288). Siamo di fronte ad un testo singolare, che in qualche modo risente
dell'immagine oleografica fornita dalla pubblicistica liberale del paese
d'oltre Adantico. Pochi anni prima si era conclusa la guerra con cui gli
Usa avevano strappato al Messico un immenso territorio; ancora prima,
il giovane Stato si era impegnato in un conflitto con l'Inghilterra; e non
il caso di parlare delle spedizioni militari contro gli Indios: la macchina da guerra, settore importante e decisivo dell'apparato statale, era gi
ben sviluppata nella repubblica nord-americana! Qui Engels sembra
chiaramente prescindere dalla politica internazionale.
E non si tratta dell'unico silenzio: non si fa cenno alcuno all'istituto
della schiavit, il cui mantenimento comporta obblighi statali o pubblici
per gli stessi padroni bianchi, tenuti a far parte di una milizia chiamata a
difendere la legge e l'ordine dalla minaccia potenzialmente rappresentata dalla popolazione nera, e cio dalla forza-lavoro servile. ^ L'affermazione allora secondo cui lo Stato negli Usa ridotto al minimo o totalmente
abolito pu solo significare che in quel paese, nonostante la presenza della milizia, non sono cos sviluppati quei corpi militari separati come la
Guardia nazionale, le Guardie mobili, eccetera, che l'aspra lotta di classe
ha prodotto e resi necessari in Francia. Non c' quell'esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milioni di soldati, di cui Marx parla a proposito della Francia bonapartista (MEW,
Vin, 196). Per il resto, anche al di l dell'Adantico lo Stato funziona come
monopolio della violenza legittima, e funziona in modo egregio e spietato. Tocqueville aveva osservato la persistenza di una legislazione che gettava i poveri in prigione anche per debiti assolutamente insignificanti: si
poteva calcolare che, in Pennsylvania, il numero degli individui annualmente arrestati per debiti ammontava a 7.000; se a questa cifra si aggiun-

2 VediW. D.Jordan, White over Black. American Attitudes Toward the Negro
York, Norton & Company, 1968, p. 108-11.
184

i;?0-1812,Hsvr

geva quella dei condannati per delitti pi gravi, risultava che su 144 abitanti ve ne era pressappoco uno che ogni anno finiva in prigione. ' E, per
quanto riguarda il Far West, vero che il monopolio della violenza legittima non ben consolidato, ma ci non sta affatto a significare una scomparsa o anche solo una riduzione della violenza!

2.

Potere politico e amministrazione

Nel testo che abbiamo appena esaminato, l'inesattezza del quadro


storico degli Usa si salda con le ambiguit della parola d'ordine dell'abolizione o estinzione dello Stato ovvero - precisa Marx nel 1875 - dello Stato nell'attuale senso politico (MEW, X V I I I , 6 3 4 ) . Gi in Miseria
della filosofia si pu leggere che, con la scomparsa dell'antagonismo
di classe, non vi sar pi potere politico propriamente detto (MEW,
IV, 182). Pi tardi, Marx e Engels preciseranno questo punto mediante la
tesi per cui, nel comunismo, scompare il potere o la violenza di Stato e
le funzioni di governo si trasformano in semplici funzioni amministrative (MEW, X V I I I , 5 0 ) ; ovvero, per usare il linguaggio elVAntiDhring, al posto del governo sulle persone appare l'amministrazione
delle cose e la direzione dei processi produttivi (MEW, XX, 262).
Non per questo, le cose sono diventate pi chiare. Ci si pu porre
anzi il problema se alcune delle critiche all'anarchismo rivolte da Marx
ed Engels non si ritorcano contro alcune delle formulazioni da loro stessi usate. Il torto di Bakunin - scrivono - di prendere di mira il concetto astratto di Stato, ovvero lo Stato astratto, lo Stato in quanto tale,
lo Stato che non esiste da nessuna parte o che pu trovar collocazione
soltanto nelle nuvole (MEW, X V I I I , 3 4 2 - 3 ) . Tale obiezione non finisce
con l'investire la stessa teoria dell'estinzione dello Stato? Nel farsi beffe
degli anarchici e degli antiautoritari e per confutare la loro crociata

3 A. de Tocqueville, Ecrits sur le systme pnitentiaire en Trance et l'tranger, in Oeuvres compltes,


a cura dij. P. Mayer, Paris, Gallimard, 1951 sgg., voi. IV, 1, p. 323-4.
185

contro il principio d'autorit in quanto tale, Engels adduce l'esempio


di una nave in pericolo di naufragare e la cui salvezza dipende dall'obbedienza istantanea e assoluta di tutti alla volont di uno solo. L'articolo
Sull'autorit, che qui sto citando, cos prosegue: Allorch io sottoposi
simili argomenti ai pi furiosi antiautoritari, essi non seppero rispondermi che questo: "Ah! Ci vero, ma qui non si tratta di un'autorit
che noi diamo ai delegati, ma di un incarico ! ". Questi signori credono di
aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi. Ma ad un
semplice cambiamento di nome fa pensare anche il passaggio (in cui
consiste l'auspicata estinzione dello Stato) dal potere politico alle funzioni puramente amministrative; tanto piii che lo stesso Engels a osservare che c' un'autorit e persino un dispotismo indipendente da ogni
organizzazione sociale, come dimostra, oltre che l'esempio della nave,
la concreta realt del funzionamento della grande industria e dei servizi
pubblici dello Stato moderno (MEW, xvni, 305-7).
evidente l'influsso che l'anarchismo ha esercitato suUa Critica del
programma di Gotha e suUa tesi, qui formulata con particolare radicalismo, dell'estinzione dello Stato. Lo riconoscono in qualche modo anche
Marx e Engels (MEW, XXXIV, 137 e 128) in lettere che precedono immediatamente la pubblicazione di tale testo e che mettono in evidenza la
difficile situazione in cui si venivano a trovare in seguito alle accuse di
Bakunin, il quale non esitava a mettere sul conto del loro statalismo
anche la politica di collaborazione di Lassalle con Bismarck.
Ovviamente, a spiegare la tormentata riflessione di Marx e Engels
sullo Stato, pi importante degli influssi ideologici risulta l'esperienza
storica reale, e cio l'esperienza del rapido trasformarsi del regime rappresentativo in una dittatura militare a partire dall'apparato statale esistente e, talvolta, col sostegno e con l'approvazione di quegh stessi
ambienti liberali che pure non si stancano di proclamare l'inviolabilit
delle regole del gioco. In particolare, Marx e Engels sono spettatori del
fatto che in Francia, ancor prima dell'avvento del bonapartismo, la
seconda repubblica nata dalla rivoluzione democratica di febbraio e dal
suffragio universale maschile, al fine di spazzare via l'agitazione e la rivolta degli operai affamati, proclama, nel giugno del '48, lo Stato d'assedio a
Parigi e conferisce i pieni poteri al generale Cavaignac. La politica del
pugno di ferro prosegue anche dopo il ristabilimento deirordine e
186

giunge sino ad escludere vasti strati popolari dal suffragio universale


maschile che pure era sancito dalla Costituzione. " Si comprendono dunque le conclusioni cui giungono i due grandi rivoluzionari; anche lo Stato pi democratico comporta la presenza di un apparato di repressione
pronto a entrare in azione nei momenti di crisi e a dispiegare una violenza spietata contro coloro che minacciano la classe dominante; si tratta
allora di far in modo che, attraverso un lungo processo storico, si estingua l'apparato repressivo, senza che per questo venga minata la necessaria funzione di amministrazione della societ. Ma se cos, la parola d'ordine chiamata a sintetizzare tale esperienza e riflessione storica piii il
sintomo di un problema reale e drammatico che non la sua soluzione,
come dimostrano le oscillazioni nella sua formulazione: estinzione dello
Stato in quanto tale o dello Stato nell'attuale senso politico?

3.

Lenin e la faticosa presa di distanza


daU'escatologismo e dall'anarchismo

Si tratta di una parola d'ordine destinata comunque a subire un'ulteriore radicalizzazione nel '900. Come dimostra in modo lampante Stato e rivoluzione. La cosa ben si comprende: l'esperienza sconvolgente
della I guerra mondiale non pu non rafforzare le tendenze escatologiche e anarchiche. Tragico il quadro tracciato da Lenin:
l'oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello Stato [...]
acquista proporzioni sempre pi mostruose. I paesi pi avanzati si trasformano - ci riferiamo alle loro "retrovie"- in case di pena militari per gli operai. Gli inauditi orrori eflagellidi una guerra di cui non si vede la fine, rendono insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione.
Se al fronte rimbombano le armi, nelle retrovie regna un'ingannevole silenzio di tomba. Ecco allora che il problema dell'atteggiamento

4 Vedi D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo, op. cit., cap. Ili, 6-7.


187

verso lo Stato assume un significato pratico anche immediato; la lotta


contro il socialsciovinismo appare impossibile senza una lotta contro i
pregiudizi opportunistici sullo "Stato" (L, XXV, 363-4 e XXIII, 253). La
situazione oggettiva impone la priorit alla lotta contro quei pregiudizi
che hanno portato il socialismo all'inaudita vergogna di giustificare e
di imbellire la guerra, applicandole il concetto di "difesa della patria"
(L, XXV, 385).
In questo contesto storico, e in tale situazione emotiva, la necessaria
resa dei conti col socialsciovinismo finisce con l'appiattire il marxismo
sull'anarchismo; e Lenin infatti dichiara che comune ad entrambi la
visione dello Stato come un puro e semplice organismo parassitario
(L, XXV, 385). Non c' pili posto per la funzione garantista, sia pure
esclusivamente all'interno della classe dominante, attribuita allo Stato
da Marx e Engels, e non c' neppure posto per la forma generale che
l'ordinamento giuridico e statale conferisce alla stessa violenza della
classe dominante, certo legalizzandola e legittimandola, ma al tempo
stesso in qualche modo limitandola. Persino la distinzione tra potere e
amministrazione delle cose sembra dileguare: Noi non siamo degli
utopisti. Non "sogniamo" difareameno, dall'oggi al domani, di ogni
amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici
(L, XXV, 401 ). A giudicare almeno da tale affermazione, sembrerebbe
che, sia pure attraverso un processo pi faticoso di quello immaginato
dagli anarchici, anche l'amministrazione delle cose sia destinata a divenir superflua in una societ senza classi!
A conferma dell'ulteriore radicalizzazione che la tesi dell'estinzione
dello Stato subisce in Stato e rivoluzione, pu servire un piccolo ma
significativo particolare. Nell'Ong/we della famiglia, della propriet privata e dello Stato, Engels scrive: Basta guardare la nostra Europa di
oggi, in cui la lotta di classe e la concorrenza nelle conquiste ha portato
il potere pubblico a un'altezza da cui minaccia di inghiottire l'intera
societ e perfino lo Stato (MEW, XXI, 166). Ma l'affermazione per cui il
processo di militarizzazione finiva con l'inghiottire anche lo Stato doveva apparire inaccettabile o incomprensibile a Lenin, il quale, infatti,
dopo aver riportato il brano in questione, cos lo parafrasa o lo emenda:
un potere statale vorace "minaccia di inghiottire" tutte le forze della
societ (L, XXV, 370). Si comprende allora l'insistenza sulla piena con188

vergenza che ci sarebbe tra anarchismo e marxismo per quanto riguarda


rabolizione dello Stato come fine (L, XXV, 411).
Epper, un dramma comincia a svilupparsi subito dopo l'Ottobre.
Il proletariato si servir del suo potere politico per [...] accentrare tutti
gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato - sottolinea il Manifesto del partito comunista (MEW, iv, 48l); il proletariato s'impadronisce del potere dello Stato e trasforma tutti i mezzi di produzione in propriet dello Stato - ribadisce Engels vvXAntidhring (MEW, XX, 26I).
Citando e sottoscrivendo, alla vigilia della rivoluzione, questi due testi
(L, XXV, 380 e 374), Lenin si accinge ad un compito del tutto inconciliabile con la condanna anarchica dello Stato e di ogni statalizzazione, '
ma difficilmente conciliabile anche con la tesi, sempre contenuta in Stato e rivoluzione, secondo cui il proletariato vittorioso ha bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione (L, XXV, 380).
Man mano che procede alla costruzione della nuova societ, Lenin
costretto, ne sia o no consapevole, a prendere sempre pi le distanze
dall'anarchismo. Per rendersene conto, basta dare uno sguardo ad un
importante intervento. Meglio meno, ma meglio, pubblicato sulla Vravda del 4 marzo 1923, la cui parola d'ordine, insistita, suona: migliorare
il nostro apparato statale (L, XXXIII, 448), impegnarsi seriamente
neiredificazione dello Stato (L, XXXIII, 45o), costruire un apparato
veramente nuovo che meriti veramente il nome di socialista, di sovietico. Si tratta di un compito di lunga lena che richiede molti, moltissimi
anni (L, x x x m , 446) e il cui apprendimento dev'essere stimolato
mediante concorsi'per due o pi manuali sull'organizzazione del lavoro in generale, e del lavoro amministrativo in particolare (L, XXXIII,
450). N si deve esitare a imparare dai migliori modelli dell'Europa
Occidentale (L, XXXIII, 445), inviando alcune persone preparate e
coscienziose in Germania o in Inghilterra o in America e nel Canada
per raccogliere le pubblicazioni esistenti e per studiare questo problema (L, XXXIII, 450). Radicali appaiono le differenze rispetto a Stato e
rivoluzione, il quale afferma, come abbiamo visto, che il proletariato vittorioso ha bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione.

5 M. '^skunm, Stato e anarchia {l^l)

Stato e anarchia e altri scritti, op. dt.,p. 146.


189

Ora non solo il fine dell'estinzione viene taciuto o aggiornato ad un


futuro quanto mai remoto, ma si affaccia in qualche modo la consapevolezza che trascurare il compito dell'edificazione di uno Stato nuovo
significa in ultima analisi perpetuare o prolungare la sopravvivenza del
vecchio apparato statale zarista: Dobbiamo eliminare ogni traccia di
quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico
ha lasciato in cos larga misura in eredit al nostro apparato (L, XXXIII,
458). E, tuttavia, si tratta di un ripensamento che si ferma a mezza strada, per il fatto che continuano a rimanere immutati i presupposti teorici
di fondo. Cos Lenin rifiuta di tener separati gli apparati di Stato e di
partito e polemizza contro coloro che tale distinzione o separazione esigono (L, XXXIII, 453).

4.

Stato etico, societ regolata e comunismo

Nell'ambito del marxismo novecentesco e della tradizione marxista


in quanto tale Gramsci l'autore che si dimostra pii critico nei confronti delle tendenze anarchiche e escatologiche. La cosa ben si comprende. Far coincidere la fine del dominio borghese con la fine dello
Stato in quanto tale una forma di meccanicismo che fa delle istituzioni
politiche una semplice sovrastruttura dell'economia. D'altro canto, l'attesa del dileguare dello Stato, del conflitto e, in ultima analisi, della politica rende privo di senso il problema dell'eredit che sta invece particolarmente a cuore a Gramsci.
Non stupisce allora che, pur tra oscillazioni e contraddizioni, egli si sia
sforzato di ridimensionare, reinterpretare o mettere in discussione la tesi
dell'estinzione dello Stato. Gi il socialismo viene visto dS Ordine Nuovo
non come l'inizio del processo di estinzione, bens come la costruzione
dello Stato sociale del lavoro e della solidariet (ON, 5l). Ma soprattutto interessante un ulteriore intervento, sempre sulla medesima rivista
(7 giugno 1919), in cui si legge che non esiste societ se non in uno Stato,
che la sorgente e il fine di ogni diritto e di ogni dovere, che garanzia di
permanenza e di successo di ogni attivit sociale (ON, 57).
190

Gramsci riconosce che la situazione provocata dalla guerra ha stimolato un clima spirituale favorevole al diffondersi di atteggiamenti
anarchici: Il mito antisocialista deUo Stato-caserma diventato una terribile asfissiante realt borghese (ON, 48); si cos moltiplicato il
numero degli aderenti all'idea libertaria. E, tuttavia - aggiunge subito
polemicamente - non crediamo che sia una gloria dell'idea; si tratta,
invece, di un fenomeno di regressione (ON, 116). In tale contesto,
significativo il fatto che i dirigenti bolscevichi vengano celebrati come
una aristocrazia di statisti e Lenin come il pi grande statista dell'Europa contemporanea per il fatto di aver saputo dare forma statale
alle esperienze storiche e sociali del proletariato russo, impegnandosi a
por fine al cupo abisso di miseria, di barbarie, di anarchia, di dissoluzione di una guerra lunga e disastrosa (ON, 56-57). L'instaurazione dello Stato proletario non sembra qui esser visto come l'inizio dell'estinzione di ogni forma statale. Anzi, a questo proposito, L'Ordine Nuovo sviluppa una polemica esplicita e dura: Si costruito uno schema prestabilito, secondo il quale il socialismo sarebbe una "passerella" all'anarchia; e questo un pregiudizio scemo, una arbitraria ipoteca del futuro
(ON, 116). Gramsci non sembra prestar credito alcuno alla tesi del
fine identico (una societ senza Stato), perseguito, secondo Stato e
rivoluzione, da anarchici e comunisti.
Il problema su cui si sono affaticati Marx, Engels e Lenin viene poi
ripreso dai Quaderni-, si tratta di trovare una forma di organizzazione
della societ che, superando ogni antagonismo di classe, sappia fare a
meno dell'apparato di repressione, costruito in vista della guerra di classe all'interno e dello scontro armato con altre classe sfruttatrici concorrenti a livello internazionale. Ma tale forma di organizzazione della
societ comunista essa stessa una forma di Stato. Cos almeno sembra
pensarla Gramsci: L'elemento Stato-coercizione si pu immaginare
esaurientesi man mano che si affermano elementi sempre pi cospicui
di societ regolata (o Stato etico o societ civUe) (Q, 764).
Naturalmente, non mancano dichiarazioni che vanno in direzione
diversa e contrastante e che prospettano cio uno sparire dello Stato e
il riassorbimento della societ politica nella societ civile (Q, 662);
tuttavia da tener presente che per Gramsci la societ civile [...]
anch'essa "Stato", anzi lo Stato stesso (Q, 2302), e dunque resta a vede191

re fino a che punto il riassorbimento della societ politica nella societ


civile comporta l'avvento di una societ realmente senza Stato. I Quaderni del carcere mettono esplicitamente in guardia contro rerrore teorico che, nell'indagare il rapporto tra societ civile e Stato, trasforma
una distinzione metodica in distinzione organica, dimenticando che
nella realt effettuale societ civile e Stato si identificano (Q, 1590). Ma
non per l'appunto in questo errore che incorre la tesi dell'estinzione
dello Stato?
Una volta che non venga perso di vista il carattere metodico della
distinzione in questione, possibile affrontare pi adeguatamente il
problema sollevato dal gi citato testo di Engels del 1850: non esatto
dire che l'America dell'Est e dell'Ovest del tempo fosse caratterizzata
da uno Stato estinto o ridotto al minimo; il dominio anche esplicitamente violento della classe dominante si manifestava e organizzava gi a
livello della societ civile, che essa stessa in qualche modo Stato.
Interessante anche la configurazione in Gramsci del comunismo
come societ regolata, la quale ultima ben difficilmente pu essere
identificata con l'anarchia. Per comprendere il senso di tale configurazione, bisogna in realt partire da Hegel che nella societ borghese del
suo tempo, caratterizzata dalla polarizzazione di ricchezza e povert,
vede un residuo dello stato di natura, cio di una condizione fatta di
violenza e sopraffazione. ^ Il superamento di tale condizione, da Marx e
Engels definita di preistoria dell'umanit, viene da loro individuato nel
comunismo che dunque rappresenta l'inizio della storia dell'umanit
conciliata. Ma tale ciclo storico qualitativamente nuovo per Gramsci
non l'avvento dell'anarchia, col venire a cadere di ogni norma, bens di
una societ che regolata proprio per il fatto che supera lo stato di
natura, l'anarchia e la sopraffazione propri di una societ fondata sul
dominio di classe. I Quaderni del carcere sembrano riconoscere il debito
nei confronti di Hegel allorch fanno risalire quest'"immagine" di Stato senza Stato ovvero di Stato etico, il quale ha preso il posto dello
Stato come organizzazione della violenza di classe, e in cui consiste il
comunismo, ai maggiori scienziati della politica e del diritto (Q, 764) e

6 G. W.F.Hegel, Grundlinien derPhilosophie

desRechts,S2m
192

K.

anche esplicitamente a Hegel (Q, 2302). Il comunismo viene visto allora


come la realizzazione di quella immagine che nell'autore della Filosofia del diritto rimane al livello della pura utopia, dato che prescinde
dai colossali sconvolgimenti materiali che soli possono conferirle concretezza (Q, 764).

5.

Critica del liberalismo e critica dell'anarchismo


nell'evoluzione di Gramsci

Gramsci non si limita a mettere in dubbio o a ridimensionare la tesi


dell'estinzione dello Stato. L'Ordine Nuovo aggiunge anche che nella
dialettica delle idee, l'anarchia continua il liberalismo, non il socialismo (ON, 116). In effetti, tutta la tradizione liberale contro lo Stato
e la concorrenza la nemica acerrima dello Stato (ON, 117). Quest'ultima affermazione sembra riecheggiare l'analisi gi vista neUo Engels del
1845, secondo cui sono la libera concorrenza e la borghesia sfruttatrice a non volere limitazioni e controlli statali e possibilmente neppure lo Stato in quanto tale. Epper, solo Gramsci a trarre la conclusione esplicita della filiazione dell'anarchismo dal liberalismo.
In effetti, le idee politiche di Bakunin si presentano, sotto molti
aspetti, come la radicalizzazione del liberalismo post-quarantottesco. Si
prenda la lettura della storia della Francia, caratterizzata da una ferrea
continuit all'insegna del dispotismo di Stato che conduce al bonapartismo a partire dal giacobinismo, ' o forse, gi prima, dall'antico regime. Siamo chiaramente in presenza di una lettura alla Tocqueville, e
l'influenza diretta o indiretta di tale lettura porta anche il dirigente anarchico a tuonare contro i socialisti di Stato che avevano organizzato la
rivolta operaia del giugno '48. ' In tale quadro, ben si comprende l'accu-

M. Bakunin, Lettera a Ch.-L. Chassin, op. cit., p. 724.


M. Bakunin, Prinzipien und Organisation
Geheimgeselkchaft

einer internationalen

revolutionr-sozialistischen

(1866), in Id., Staatlichkeit und Anarchie, op. cit., p. 10.

M. Bakunin, Der Sozialismus, op, cit., p. 67-8.


193

sa rivolta ai giacobini non solo di statalismo, ma persino di aver sacrificato la libert all'uguaglianza. "
A questa condanna del giacobinismo corrisponde una visione sostanzialmente oleografica dell'Inghilterra che, secondo il dirigente anarchico, non mai stata, a rigore, uno Stato nello stretto e nuovo senso della
parola e cio nel senso della centralizzazione militare e poliziesca.
Osserva giustamente Marx che in tal modo Bakunin finisce col risparmiare lo Stato propriamente capitalistico, quello che costituisce la
punta di lancia della societ borghese in Europa (MEW, XVIII, 610 e 608),
con una visione la quale rinvia ancora una volta alla pubblicistica liberale. Il paese che tiene sotto controllo l'Irlanda mediante la legge marziale e
che, per quanto riguarda l'Inghilterra propriamente detta, ai primi vaghi
cenni di agitazione popolare, negli anni della rivoluzione francese,
sospende le libert costituzionali, il paese che si era distinto, secondo il
giudizio di Marx, per la sua legislazione sanguinaria contro gli espropriati e i vagabondi, e che puniva o aveva punito con la forca o la
deportazione in Australia anche furti del valore di pochi scellini, " il paese che deteneva il pi grande impero coloniale, l'Inghilterra, insomma,
diviene in Stato e anarchia quasi la prefigurazione dell'estinzione dello
Stato o per lo meno l'esempio di una sua riduzione al minimo.
Nel tracciare questo quadro storico e ideologico, Bakunin si richiama
in termini entusiastici a Proudhon e al suo libro sulla Giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa^* che, pubblicato nel 1858, sembra risentire dell'influenza dell'opera da Tocqueville dedicata due anni prima
Antico
Regime e la rivoluzione, o comunque del clima spirituale e politico da cui
essa scaturisce. All'autore di quest'opera, oltre che a Proudhon, si richia-

M. Bakunin, Programm undReglement der Geheimorganisation der internatiomlen


Brudenchaft
und der internationalen Allianz der soxialistischen Demokratie (1868), in Id., Staatlichkeit und
Anarchie, op. cit., p, 86.
M. Bakunin, Drei Vortrge por den Arheitern des Tals voti St. Imier im Schweizer Jura (1871 ), ihid.,
p.334.
M. Bakunin, Stato e anarchia, op. cit., p. 36-7.
Rinvio alla mia introduzione al cap. IV di G. W. F. Hegel, he filosofie del diritto. Diritto, propriet,
questione sociale, a cura di D. Losurdo, Milano, Leonardo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,
1989, p. 131-137.
M. Bakunin, Lettera a Ch.-L. Chassin, op. cit., p. 726.
194

ma esplicitamente Sorel allorch accusa i giacobini di essersi lasciati guidare da un culto superstizioso dello Stato, anzi del Dio-Stato, e di
aver con ci ripreso la tradizione dell'antico regime. ''
Attraverso Sorel, questa lettura della storia della Francia agisce suUo
stesso Gramsci il quale, per, lasciandosi alle spalle il giovanile antigiacobinismo, rompe con gli stereotipi risalenti in ultima analisi alla borghesia liberale e, attraverso tale rottura, riesce a porsi con una spregiudicatezza tutta nuova il problema dello Stato e dello statalismo. Ripetutamente, i Quaderni del carcere criticano Sorel che, influenzato da
Proudhon, si abbandona a continue [...] filippiche contro i giacobini
(Q,611e513).

Naturalmente, al di l dell'influenza di un autore su un altro, si tratta


di indagare il concreto contesto storico in cui maturano certi giudizi e
certe tendenze:
Il 70 e il 71 videro in Francia due terribili disfatte, quella nazionale, che
pes sugli intellettuali borghesi e la disfatta popolare della Comune che
pes sugli intellettuali rivoluzionari: la prima cre dei tipi come Clemenceau, quintessenza del giacobinismo nazionalista francese, la seconda cre
l'antigiacobino Sorel e il movimento sindacalista "antipolitico". Il curioso
antigiacobinismo di Sorel, settario, meschino, antistorico, una conseguenza del salasso popolare del 71 [...] Il salasso del 71 tagli il cordone ombelicale tra il "nuovo popolo" e la tradizione del 93 (Q, 1498).

L'antigiacobinismo anarchico o pii o meno anarcoide dunque il


risultato di una disfatta. In effetti, in non pochi momenti della sua storia, lungi dal rappresentare un momento di radicaUzzazione politica, il
tema dell'estinzione dello Stato sta invece a significare un doloroso
ripiegamento e una dolorosa rinuncia ad un programma concreto di
trasformazioni delle istituzioni esistenti. Cos, ad esempio, nella Germania di fine '700, nel momento in cui vano sembra essere ogni progetto
pohtico di rovesciamento del dispotismo vigente ovvero dileguate sono
le speranze e le illusioni scaturite dalla rivoluzione francese. ""

15 G. Sorel, Kflxions surla violence (1908); tr. it.,TUflessioni sulla violenza, in Id., Scritti politici, a
cura diR.Vivaielli, Torino, UTET, 1963, p. 195-8.
16 Vedi D, Losurdo, Hegel e la Germania, op, cit., cap. Ili, 3.
195

Pienamente persuasiva risulta dunque la ricostruzione storica di


Gramsci, il quale sembra abbozzare al tempo stesso una riflessione sulla
sua biografia intellettuale. Aveva bollato come scimmia giacobina il
Bissolati che minacciava di far fuoco sui deputati scarsamente inclini al
suo oltranzismo bellicista. Il bersaglio oggettivo di questa polemica era
stato il giacobinismo nazionalista che ora si tratta di distinguere rigorosamente dal giacobinismo storico e autentico, quello popolare. La
liquidazione sommaria di quest'ultimo indice di subalternit ideologica alla borghesia liberale. E la rinuncia di fatto all'azione politica in conseguenza della interiorizzazione della disfatta della Comune di Parigi (e,
ancor prima, del giugno '48). Carattere "astratto" (spontaneista) ha
l'aspra polemica antigiacobina di Sorel (Q, 952). In lui feticismo sindacale o economicistico, antigiacobinismo, economismo puro e
radicale "liberalismo" fanno o tendono a fare tutt'uno (Q, 1808 e
1923). Abbiamo visto il giovane Gramsci collocare l'anarchismo sulla
scia del liberalismo; in questo medesimo contesto viene ora collocato
l'antigiacobinismo di Proudhon e Sorel e l'antigiacobinismo che, attraverso l'uno e/o l'altro, continua ad influenzare settori non trascurabili
del movimento operaio e popolare.
Il Sorel che celebra Proudhon ossessionato dal giacobinismo e
dal fenomeno del centralismo-burocrazia (Q, 450). Epper questa
ossessione non impedisce allo stesso Proudhon di civettare con Napoleone III: si spiegano cos i suoi libelli contro l'unit italiana combattuta dal confessato punto di vista degli interessi nazionali e statali francesi (Q, 2016 e 2026). Se da un lato non di per s immune da servilismo
nei confronti del potere e persino del potere dittatoriale, l'antigiacobinismo di fatto rinunciatario nei confronti dell'azione politica sfocia in un
nichilismo nazionale che favorisce, talvolta anche con piena coscienza
soggettiva, i disegni imperiali di un autocrate.
E a questo punto che interviene una riflessione di notevole rilievo
anche sul piano epistemologico, I Quaderni del carcere cos polemizzano
con un autore non privo di simpatie soreliane:
Per Halvy "Stato" l'apparato rappresentativo ed egli scopre che i fatti
pi importanti della storia francese dal 70 ad oggi non sono dovuti ad iniziative degli organismi politici derivanti dal suffragio universale, ma o da organismi privati (societ capitalistiche. Stato maggiore, ecc.) o da grandi fun196

zionari sconosciuti al paese, ecc. Ma cosa significa ci se non che per Stato
deve intendersi oltre all'apparato governativo anche l'apparato "privato" di
egemonia e societ civile?

L'unilateralit del concetto comune di Stato pu solo condurre a


errori madornali (Q, 80i), quali l'identificazione del luogo del dominio, della violenza e della sopraffazione sempre e solo nello Stato propriamente detto e la celebrazione univoca della societ civile come il
luogo della libert in quanto tale. I Quaderni del carcere sottolineano
invece che anche la societ civile in qualche modo Stato, nel senso che
anche al suo interno si possono esercitare forme terribili di dominio e di
oppressione (il dispotismo delia fabbrica capitalistica e persino la schiaviti) rispetto alle quali possono rappresentare un contrappeso o uno
strumento di lotta le istituzioni politiche, sia pur borghesi.
Questa analisi critica obbliga ad una rilettura di Marx e Engels, e
soprattutto del secondo. Abbiamo visto il testo del 1850 in cui si indica
negli Usa il paese dove gi di fatto realizzata l'abolizione dello Stato in
senso borghese. Sia pure in termini pi sfumati tale tesi continua a farsi
avvertire ancora ni'Origine della famiglia, dove gli Usa vengono indicati
come il paese in cui, almeno per certi periodi della sua storia e certe parti
del suo territorio, l'apparato politico e militare separato dalla societ tende
a ridursi a zero (MEW, XXI, 166). Siamo nel 1884: in questo momento, i neri
non solo vengono privati dei diritti politici conquistati immediatamente
dopo la guerra di Secessione, ma sono costretti ad un regime di apartheid e
sottoposti ad una violenza che giunge sino alle forme pi efferate di linciaggio. Nel Sud degli Usa era forse debole lo Stato ma era tanto pi forte il
Ku Klux Klan, espressione certo della societ civile, la quale per, secondo
l'indicazione di Gramsci, pu essere essa stessa il luogo dell'esercizio del
potere, e di un potere anche brutale. Proprio l'anno prima della pubblicazione del libro di Engels, la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale una legge federale che pretendeva di vietare la segregazione dei neri
sui luoghi di lavoro o sui servizi (le ferrovie) gestiti da compagnie private,
per definizione sottratti ad ogni interferenza statale.
Possiamo giungere ad una conclusione. Tramite l'anarchismo, il
bilancio liberale degli sconvolgimenti rivoluzionari in Francia finisce
con l'agire anche su Marx e Engels: in tale prospettiva, la teoria dell'estinzione dello Stato, pur sviluppando spunti gi presenti in preceden197

za, sembra costituire, nella sua formulazione pi radicale, il tentativo di


sfuggire all'accusa incalzante di statalismo, proveniente, oltre che dai
liberali, anche dagli anarchici. Dopo essere stato largamente influenzato, negli anni giovanili, da questo tipo di lettura, Gramsci giunge ad una
critica dell'anarchismo e della sua fenomenologia del potere che va ben
al di l di Marx e Engels.
I Quaderni del carcere fanno notare che Benedetto Croce, esponente, almeno nella sua ultima fase, di un liberalismo pi o meno deificato (Q, 437), al tempo stesso il leader delle tendenze revisionistiche e
ispiratore del Bernstein e del Sorel (Q, 1082). La decapitazione ideologica e politica delle classi subalterne pu passare anche attraverso l'anarchismo. Le frasi di "ribellismo", di "sovversivismo", di "antistatalismo" primitivo ed elementare sono espressione di apoliticismo, e
dunque di rinuncia, di accettazione o interiorizzazione di una situazione
di subalternit. In realt, scarsa comprensione dello Stato significa
scarsa coscienza di classe. Nella migliore delle ipotesi, quelle parole
d'ordine possono stimolare un "sovversivismo" popolare impotente
a produrre un nuovo ordinamento politico-sociale; talvolta, possono
persino spianare la strada al "sovversivismo" dall'alto delle classi
dominanti (Q, 2108-9 e 326-7). Solo ima fenomenologia ingenua del potere pu celebrare nel sovversivismo e nell'antistatalismo in quanto tali un
momento di emancipazione.

6,

Anarchismo, meccanicismo e stato d'eccezione permanente:


la tragedia dell'Urss

Negli stessi anni in cui Croce condanna l'Urss come espressione di


estremo statalismo, " Gramsci si rifiuta di conferire a tale sostantivo
un significato univocamente negativo e prende invece nettamente le

17 B. Croce, Cultura tedesca e cultura mondiale (1930), in Conversazioni critiche. Serie quarta, Bari,
Laterza, 1951, p. 287.
198

distanze solo da quello statalista dogmatico e non dialettico che


Lassalle (Q, 764). Ma, con questa valutazione positiva dello statalismo
sia pur dialettico, non si rivela corresponsabile degli sviluppi totalitari
verificatisi in Urss e, successivamente, negli altri paesi socialisti? In
realt, su di essi, oltre che la situazione oggettiva e uno stato d'eccezione
permanente, ha pesato gravemente l'azione congiunta di anarchismo e
meccanicismo. Dopo la rivoluzione d'Ottobre, vediamo esponenti
socialisti rivoluzionari proclamare che l'idea di Costituzione un'idea
borghese. Al Lenin maggiormente sedotto dalle parole d'ordine
anarchiche, lo Stato appare come il puro e semplice riflesso della lotta di
classe e del dominio borghese, sicch il dileguare di tali fenomeni comporterebbe non solo l'estinzione dello Stato ma anche l'estinzione della
democrazia (L, xxv, 376). In questa prospettiva, la stessa idea di uguaglianza giuridico-formale appare come un semplice riflesso dei rapporti di produzione mercantile (L, XXXI, 160).
E dunque, oltre alfinedell'estinzione dello Stato, marxismo leniniano
e anarchismo sembrano avere in comune anche la visione meccanicistica
dell'ordinamento giuridico e politico moderno come semplice sovrastruttura dell'economia capitalistica e del dominio borghese. Epper, anche i
testi, come Stato e rivoluzione, scritti nel momento in cui pi aspra , e
non pu non essere, la denuncia dei regimi rappresentativi liberali o liberal-democratici corresponsabili del macello della I guerra mondiale, finiscono tuttavia col riconoscere che, in attesa dell'estinzione dello Stato e
della democrazia, la democrazia, anche quella proletaria, non pu fare a
meno di istituzioni rappresentative (L, XXV, 400). In effetti, se da un lato
non si stancano di celebrare la democrazia diretta, dall'altro i bolscevichi
realizzano nella pratica la diffusione di organismi consiliari, di Soviet, fondati essi stessi sul principio della rappresentanza e che, talvolta, fanno
persino ricorso alla rappresentanza di secondo grado.
Ma per Bakunin la rappresentanza come Saturno che rappresentava i propri figli a misura che se li divorava. " Si tratta di una categoria
18 E. H. Cm,AHistoryofSovietRussia.TheBokhevikKevolutionm7-1923
(l950),tt.it.,.iV.
Lucentin, S. Caprioglio e P. Basevi, La rivoluzione bolscevica, Torino, Einaudi, 1964, p. 128.
19 M. Bakunin, Circolare ai miei amici d'Italia {IKlD.inld.,
199

Stato e anarchia e altri scritti, op. dt., p. 397.

gi per ragioni per cos dire epistemologiche assolutamente inaccettabile dal punto di vista dell'esponente anarchico, costantemente impegnato a celebrare ristinto e la vita in contrapposizione al pensiero
e alla sua pretesa di prescrivere regole alla vita. Si pu allora parlare
di convergenza di marxismo e anarchismo, per quanto riguarda il
fine, solo a condizione di ritenere che nel comunismo siano destinate
a diventar superflue anche le istituzioni rappresentative. Se non
chiara la posizione di Lenin al riguardo, difficilmente avrebbe potuto
sottoscrivere una tesi del genere Marx, per lo meno il Marx teorico dell'estinzione dello Stato solo nell'attuale senso politico.
Bakunin non si limita a liquidare sprezzantemente l'idea stessa di
rappresentanza. Teorizza il ricorso al terrorismo e a misure anche le
pili spietate, rese comunque sacre dal fine della rivoluzione ovvero
dalla santa causa dell'annientamento del male. ^^ Fin qui non ci sono
differenze rispetto ai bolscevichi. Accenti almeno in parte diversi risuonano nella rivendicazione di una dittatura invisibile, ma pi potente di qualsiasi altra proprio perch priva di segni esteriori di riconoscimento, senza titoli e senza diritto ufficiale. La divaricazione diviene
infine chiara e netta allorch Bakunin precisa ulteriormente il suo programma: Abolizione del personale giudiziario, della giustizia ufficiale e
della polizia, eccetera, ma anche annientamento del diritto giuridico
legale e sua sostituzione dappertutto mediante il fatto rivoluzionario;
bisogna abolire e dare alle fiamme tutti i titoli di possesso, atti di eredit, vendite e donazioni, tutti gli atti processuali, in una parola tutto
l'apparato cartaceo. Dappertutto e costantemente subentra il fatto rivoluzionario al posto del diritto creato e garantito dallo Stato. Non si
tratta di sostituire una norma con un'altra, ci che, secondo il dirigente
20 M. Bakunin, Programm und Keglement er Geheimorganisation der internationalen
op. cit.,p. 73,

Bruderschaft,

21 Ci atteniamo alla traduzione tedesca contenuta in M. Bakunin, Staatlichkeit und Anarchie


(1873), in l..Staatlichkeit und Anarchie und andere Schriften, op. cit., p. 560~l,vedild., Stato e
anarchia, op. cit., p 143-4.
22 M.QLmn,DiePrinxipienderKevolution(\&6'))Ml..,Staatlichkeit

und Anarchie, op. cit,p. 104-5.

23 M, Bakunin, Lettera a A. Richard (1 aprile 1870), ihid., p. 744-5,


24 M, Bakunin, Programm und Keglement der Geheimorganisation der internationalen
op, cit., p. 73-86.
200

Bruderschaft,

anarchico, avrebbe il risultato di soffocare e uccidere la vita; si tratta


al contrario di alimentare, risvegliare, scatenare tutte le passioni, di
dar libero corso a quello che il giovane Bakunin celebra come il piacere della distruzione. A questo punto, c' posto solo per la violenza
nella sua immediatezza, una violenza che rifiuta sdegnosamente l'idea
stessa di una sua formalizzazione e regolamentazione giuridica.
Hannah Arendt ha giustamente osservato che la politica totalitaria
non sostituisce un corpo di leggi con un altro, non instaura un proprio
consensus juris, non crea con una rivoluzione una nuova forma di legalit, sicch peculiare del totalitarismo non tanto la struttura monolitica, quanto la mancanza di struttura. D'altro canto, pur teorizzando l'estinzione dello Stato, gli stessi Marx e Engels osservano che, spinto all'estremo, l'anti-autoritarismo, rendendo impossibile ogni decisione secondo regole generali e fondata sul consenso e il controllo democratico, finisce di fatto col favorire l'esercizio di un potere arbitrario ad
opera di una piccola minoranza: il sedicente anti-autoritarismo si
rovescia cos nel comunismo di caserma (MEW, XVin,425). per l'appunto la dialettica che si sviluppata dopo la rivoluzione d'Ottobre.
A partire dall'anarchismo, non solo privo di senso ogni tentativo
di regolamentazione giuridica dello stato d'eccezione ma, soprattutto,
risulta assai problematico o impossibile passare dallo stato d'eccezione
ad una normalit costituzionale e giuridica, gi in anticipo bollata
come borghese. A questo punto risulta chiara l'antitesi rispetto a
Gramsci. Vediamo qual il pi importante o uno dei pii importanti
capi d'accusa formulati da Bakunin nei confronti di Marx. Quest'ultimo avrebbe esercitato un'influenza nefasta sul movimento operaio
tedesco, convincendolo, direttamente o indirettamente, a inserire nel
suo programma la tesi seguente: La conquista dei diritti politici (suffragio universale, libert di stampa, libert di associazione e di riunione
pubblica, eccetera) come conmone.preliminare indispensabile aU'e-

25 M. Bakunin, Lettera a A. Richard, op. cit., p, 744.


26 M. Bakunin, Die Reaktion in Deutschland (1842), in Id., Philosophie der Tal, K)n, Hegner, 1968,
p.96,
27 H, Arendt, The Origins ofTotalitarianism, tr. it. op. cit p. 633 e 543; suil'anti-statalismo nazista,
vedi D, Losurdo, Hegel e la Germania, op. cit., cap. XIV, 18-25.
201

mancipazione economica dei lavoratori. Una rivendicazione del genere dimentica che i diritti politici non sono altro che ciarpame borghese e lo strumento attraverso cui la borghesia sottopone il popolo
a un nuovo potere, a un nuovo sfruttamento, Lo sforzo di Gramsci
va in direzione esattamente contrapposta: egli cerca di dare un'anima
pohtica alla teoria di Marx, rifiutando ogni forma di meccanicismo e
insistendo sull'eredit che il proletariato deve saper assumere dell'elaborazione culturale e politica dei secoli precedenti, distinguendo tra
ci che perituro nella rivoluzione borghese e ci che costituisce
invece un'acquisizione permanente per l'umanit nel suo complesso
{infra, cap. VI, 2). Se per un verso, con la sua denuncia indifferenziata
dello statalismo e del giacobinismo, e in ultima analisi della rivoluzione
francese, Bakunin si rivela subalterno alla borghesia liberale, per un
altro verso, col suo rifiuto di ogni idea di rappresentanza e con la sua
liquidazione come ciarpame borghese della stessa idea di diritti politici giuridicamente sanciti e garantiti, impedisce di ereditare i punti
forti della tradizione liberale e della rivoluzione francese. Sulla base del
materialismo meccanicistico non possibile costruire una teoria (e sia
pure una teoria socialista) dei diritti dell'uomo. Impegnandosi in tutto
l'arco della sua evoluzione a confutare il meccanicismo e le incrostazioni positivistiche presenti negli stessi Marx e Engels, Gramsci a
fornire gli stimoli pi preziosi per poter pensare una democrazia e uno
Stato post-capitalistico.

7.

Stato, nazione, mercato, nuovo uomo: al di l dell'utopia

Il realismo di Gramsci e la sua riluttanza ad abbandonarsi ad attese


pi o meno messianiche non si manifestano in relazione solo all'analisi
dello Stato. Tale questione rinvia immediatamente alla questione nazionale. Il gi citato articolo su L'Ordine Nuovo, che formula la tesi secon28 M. Bakunin, Stato e anarchia, op. cit,, p. 197-8.
202

do cui non esiste societ se non in uno Stato, provoca la reazione


polemica di un anarchico il quale lancia l'accusa di statolatria. Gramsci
non sembra lasciarsi particolarmente impressionare. Se una qualche
concessione all'interlocutore rappresenta forse il vago accenno al movimento storico tendente a sopprimere lo Stato nell'Intemazionale, viene tuttavia ribadita la sostanza delle posizioni prese di mira: scompariranno s Stati nazionali capitalistici, ma non verr soppresso lo Stato, inteso come "forma" concreta della societ umana. La societ come
tale una pura astrazione; nell'ambito dell'internazionale comunista
[...] ogni Stato, ogni istituzione, ogni individuo trover la sua pienezza
di vita e di libert (ON, 115-6).
Quest'ultimo intervento dell'inizio dell'estate 1919. Qualche mese
prima, e per l'esattezza il 6 marzo 1919, nel concludere il congresso
costitutivo della Terza Internazionale, Lenin vede nella fondazione di
questo organismo il preludio della repubblica sovietica internazionale {supra, cap. IV, 4)). Pur avendo ideologicamente preparato e guidato
la rivoluzione sottolineando costantemente l'enorme importanza della
questione nazionale, il dirigente bolscevico, trascinato dall'entusiasmo
per i progressi fulminei e apparentemente inarrestabili della rivoluzione
in Occidente, sembra per un momento abbandonarsi all'illusione di un
rapido dileguare dei confini statali e nazionali. Nella nuova situazione,
che Lenin crede gi di poter intrawedere, se di Stato si pu ancora parlare, ci pu avvenire solo nell'ambito di un discorso declinato al singolare. Ancora pi sognanti sono le attese e le speranze di altri esponenti
del movimento comunista, russo e internazionale. Gramsci, invece,
sembra partire dal presupposto del permanere, anche nella fase di sviluppo comunista della societ, non solo dello Stato ma anche di una
pluralit di Stati nazionaU, sia pur pacificamente e soUdarmente organizzati nell'Internazionale.
La consapevolezza dell'importanza della questione nazionale si
rafforza ulteriormente in Gramsci grazie alla lettura degli scritti e degli
interventi di Lenin e non si attenua e non cade in crisi neppure in seguito all'imperversare della retorica sciovinistica del fascismo. Rivolgendosi prima al presidente del tribunale speciale fascista e poi ai giudici nel
loro complesso, il dirigente comunista italiano accusa il regime di portare l'Italia alla catastrofe:
203

Penso, signor generale, che tutte le dittature di tipo militare finiscano prima o poi per essere travolte dalla guerra. Sembra a me evidente, in tal caso,
che tocchi al proletariato sostituire la classe dirigente, pigliando le redini del
Paese per sollevare le sorti della Nazione [...] Voi condurrete l'Italia alla
rovina ed a noi comunisti spetter di salvarla. ^^

Pi tardi, al VII Congresso dell'Internazionale comunista, Dimitrov


lancia un appassionato appello ai rivoluzionari a legare le loro lotte
attuali alle tradizioni passate del loro popolo, a respingere il nichilismo
nazionale e a recuperare criticamente quanto vi di prezioso nel passato storico della nazione. una lezione impostasi ineludibilmente,
soprattutto dopo la catastrofe dell'avvento al potere di Hider il quale, col
suo programma esplicitamente revanscista, annuncia una nuova ondata
di espansionismo imperialistico e, quindi, una nuova ondata, da parte
dei popoli aggrediti, di guerre di resistenza e liberazione nazionale.
Ma gi i Quaderni del carcere sottolineano il fatto che, per conferire
concretezza al suo internazionalismo, un comunista doveva saper
essere profondamente nazionale (Q, 1729 e 866). Non si tratta di uno
spianto isolato bens di un tema centrale della riflessione di Gramsci. Alle
spalle agisce forse la lezione di Cuoco che fa risalire la sconfitta della
rivoluzione napoletana anche alla sua incapacit di operare la saldatura,
verificatasi in Francia, tra causa della rivoluzione e causa della nazione.
Questa mancata saldatura segna il destino dellarivoluzionepassiva; " e al
fallimento destinata secondo Gramsci ogni rivoluzione che non sia
capace di radicarsi nella nazione e divenire nazional-popolare.
Non c' assolutamente spazio in questa visione per la teoria o per la
tentazione dell'esportazione della rivoluzione. Di qui la dura critica
rivolta a Trotski di "napoleonismo" anacronistico e antinaturale (Q,
1730). Ancora una volta, emerge il carattere artificioso di certi collegamenti dell'autore dei Quaderni del carcere con altri esponenti, sia pur

29 Vedi G. Fiori (a cura di), Processo Gramsci, Roma, l'Unit, 1994, p. 17-8.
30 II rapporto di Dimitrov al VII Congresso dell'Intemazionale comunista riportato in F. De Felice,Fajajmo, democrazia, 'Frontepopolare, Bari, De Donato, 1973, p. 101-167 (la citazione a p.
155).
31 Vedi D. Losurdo, Vincenzo Cuoco, la rivoluzione napoletana del 1799 e la comparatistica
rivoluzioni, in Societ e storia, n. 46,1990, p. 895-921.
204

delle

assai significativi, del cosiddetto marxismo occidentale. Assente nella


Scuola di Francoforte, la questione nazionale non gioca un ruolo particolarmente rilevante neppure in Lukcs e Bloch che talvolta, al contrario di Gramsci e ancora pi di Lenin, si rivelano inclini a celebrare in
Napoleone il protagonista di una sorta di esportazione della rivoluzione
e a condannare le guerre di liberazione nazionale antinapoleonica.
Una conferma dell'approccio anti-utopistico si pu forse leggere
anche nell'insistenza di Gramsci sul carattere storicamente determinato
del mercato, la cui configurazione concreta non pu essere pensata
indipendentemente da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica (Q, 1477). La categoria di mercato va declinata al plurale:
destinato esso a dileguare col dileguare della societ capitalistica?
Infine da notare che il tema del nuovo uomo praticamente
assente in Gramsci. Nei rari casi in cui l'espressione ricorre, essa sta solo
a significare nuovi rapporti sociali. Li questo senso, il passaggio dal
vecchio al nuovo uomo non affatto una caratteristica esclusiva del
comunismo: il vecchio "uomo", per il cambiamento, diventa anch'esso
"nuovo", poich entra in nuovi rapporti, essendo stati quelli primitivi
capovolti (Q, 733).

32 Su ci vedi D. Losurdo, Fichte, la resistenza antinapoleonica e la filosofia classica tedesca, in Studi


Storici, n.1/2,1983, p, 189-216.
205

Parte terza

La difficile emancipazione: Gramsci,


l'elitismo italiano e il marxismo occidentale

VII.

Eredit proletaria ed elisir borghese:


un confronto dai tempi lunghi

1.

Critica dell'ideologia e problema dell'eredit

Ambizioso e difficile si presenta l'obiettivo del comunismo critico e non solo per la solidit sociale, politica e militare dell'antico
regime che si tratta di rovesciare. Al di l dei tempi lunghi, ormai
evidenti, del processo di trasformazione rivoluzionaria, emergono
con forza due questioni centrali: quale teoria chiamata a stimolarlo
e quale soggetto politico-sociale a dirigerlo? La teoria in questione
non nasce dal nulla e in un tempo storico per cos dire vuoto. C' un
problema di eredit da rivendicare e assumere. La critica dell'ideologia deve ben guardarsi dall'assumere un atteggiamento nichilistico
ovvero di sbrigativa liquidazione degli ideali che possono trovare
espressione, sia pur inadeguata o fuorviante, nelle idee e nell parole
d'ordine dei precedenti movimenti rivoluzionari.
In un suo scritto giovanile, Marx distingue tra una critica dell'ideologia che distrugge i fiori illusori per spezzare le catene reali e
una critica dell'ideologia che invece distrugge i fiori solo per rinsaldare le catene, solo p e r d i m o s t r a r e l'inanit di ogni tentativo di
infrangerle. in quest'ultimo m o d o che p r o c e d o n o quegli autori
che denunciano la n a t u r a sostanzialmente schiavistica del lavoro
salariato non per mettere in discussione anche quest'ultimo bens
p e r a f f e r m a r e la legittimit della schiaviti! p r o p r i a m e n t e d e t t a
(MEW, 1,79-81). il tipo di critica dell'ideologia che poi ritroviamo
209

in Nietzsche. ^ Ci si pu chiedere se Marx si sia sempre impegnato a


tener distinti con la necessaria chiarezza i due diversi e contrapposti
tipi dell'ideologia. un fatto, comunque, che anche il secondo penetrato in qualche modo nel movimento socialista. Esso chiaramente
presente nel Mussolini socialista e rivoluzionario (il quale coniuga
Marx con Nietzsche), ^ ma, al di l di una singola personalit, si fa
anche avvertire, attraverso molteplici mediazioni, nella storia del
socialismo reale. Allorch, nel suo ambito, politici e ideologi si sono
impegnati a mettere a nudo il carattere formale della democrazia
borghese non gi per rendere concreto e agevole per tutti l'esercizio
dei diritti democratici ma per svuotarlo di significato, c' da chiedersi
se questa non sia un'operazione di distruzione dei fiori in vista della
giustificazione e legittimazione delle catene; c' da chiedersi cio se
non ci troviamo dinanzi a quel tipo di critica dell'ideologia denunciata
dal giovane Marx come una forma piii sottile, ma anche pi pericolosa
e pi radicale, di legittimazione del dominio nella sua immediatezza.
In tal modo, la critica della libert come semplice ideologia, invece di
aprire la strada ad un ampliamento e arricchimento dei suoi contenuti
concreti, ha finito col legittimare la dittatura anche nella sua forma pi
immediata e pi brutale.
Della lezione del giovane Marx tiene invece ben conto Gramsci il
quale, nei confronti degli ideaH scaturiti dalla rivoluzione francese,
distingue un sarcasmo appassionatamente "positivo", creatore, progressivo, che di quegli ideali mette in discussione solo la forma immediata, connessa a un determinato mondo "perituro", da un sarcasmo
di "destra", che raramente appassionato, ma sempre "negativo",
scettico e distruttivo non solo della forma contingente, ma del contenuto umano di quei sentimenti e credenze (Q, 2300). Viene cos rivendicata l'eredit delle conquiste ideali e politiche della rivoluzione francese e
della civilt moderna.
Come sappiamo, questo tema presente gi in Lenin. Epper, esso

Su ci vedi D. Losurdo, La comunit, la morte, l'Occidente,

2 Vedi E. Nolte, Marx und Nietzsche im Sozialismus


B a n d 191, H e f t 2 (ottobre 1960), p. 249-335.

210

op. cit., cap. VII, 3.

des jungen Mussolini,

in Historische

Zeitschrift,

difficilmente poteva trovare adeguato sviluppo in un paese come la


Russia, oppressa da una tradizione autocratica, sconvolta da un conflitto catastrofico e, successivamente, dopo la rivoluzione d'Ottobre,
oggetto di una guerra totale scatenata prima dall'Impero guglielmino,
poi dall'Intesa liberale e democratica e infine dalla Germania nazista. Gramsci opera, invece, in una situazione oggettiva profondamente
diversa, in un paese non sottoposto ad uno stato d'eccezione permanente e dove ben presente una tradizione liberale impegnata nel confronto con Marx. Ed a partire anche da questo confronto che l'abbiamo visto giustificare la rivoluzione d'Ottobre come un momento della
lotta contro il Sillabo e contro l'antico regime e, successivamente,
rivendicare l'eredit pi alta del liberalismo nella lotta contro le squadracce fasciste spesso appoggiate o guardate con benevolenza dai liberali del tempo {supra, cap. Il, lo).
Le tre fonti e parti integranti del marxismo, di cui parla Lenin,
conoscono ora una significativa ridefinizione. Piuttosto che di socialismo francese, Gramsci parla, in termini pi generali, di letteratura e
pratica politica francese (Q, 1247). E cio, ad essere ora rivendicata
l'eredit del movimento rivoluzionario francese nel suo complesso il
quale, nei suoi momenti di massima radicalizzazione, ha prodotto un
pensiero (come quello che si esprime nel giacobinismo e nel socialismo
utopistico) caratterizzato da un'eccedenza rispetto al quadro borghese
della rivoluzione. Non a caso, i Quaderni del carcere insistono ripetutamente sul fatto che la rivoluzione francese trova la sua espressione teorica nella filosofia classica tedesca e, in modo tutto particolare, in Hegel,
il quale ultimo costituisce un'altra fonte essenziale del marxismo. Per
questo, Gramsci pu affermare che la filosofia della praxis uguale a
Hegel-f- Davide Ricardo: la terza fonte non affatto dileguata, dati i
rapporti di identit sostanziale tra il linguaggio filosofico tedesco e il linguaggio politico francese (Q, 1247). In altra occasione, lasciato cadere il
riferimento all'economia politica inglese, i Quaderni iorrmAmo persino
la tesi secondo cui la filosofia della praxis [...] corrisponde al nesso
Riforma protestante-i-Rivoluzione francese; per essere pi esatti, il
marxismo in primo luogo il coronamento di un lungo processo storico che ancora una volta trova la sua espressione teorica nella filosofia
classica tedesca e, in modo tutto particolare, in Hegel (Q, 1860).
211

Risulta ora evidente la differenza rispetto a Lenin, il quale assume


Hegel esclusivamente come il teorico della dialettica (L, XIX, io), di questa algebra della rivoluzione, come il dirigente bolscevico la definisce
sulla scia di H e r z e n (L,xvni, 18). Questo aspetto non certo assente in
Gramsci il quale per, nel contrapporre Hegel al Sillabo, lo legge come
il c o m p i m e n t o e il p u n t o pi alto della modernit, caratterizzata dalla
conquista della libert di coscienza e dei diritti dell'uomo che il documento pontificio aveva inteso condannare.
Ma il p u n t o pi importante un altro. I Quaderni del carcere si pongono un problema:
Come occorre intendere la proposizione di Engels sull'eredit della filosofia classica tedesca? Occorre intenderla come un circolo storico ormai chiuso, in cui l'assorbimento della parte vitale dell'hegelismo gi definitivamente compiuto, una volta per tutte; o si pu intendere come un processo storico
ancora in movimento, per cui si riproduce una necessit nuova di sintesi culturale filosofica? A me pare giusta questa seconda risposta (Q, 1248).
Il problema dell'eredit da considerare p e r m a n e n t e e n o n risolto
una volta p e r sempre dai f o n d a t o r i della filosofia della prassi; ed esso
n o n si esaurisce nel c o n f r o n t o con la cultura b o r g h e s e p r e c e d e n t e il
fatale 1848!

2.

Marxismo critico e lotta per l'egemonia

D u n q u e , la costruzione della teoria rivoluzionaria n o n pensabile


senza un confronto serrato non solo con la precedente tradizione politica e culturale, ma anche con le teorie e le idee che la vecchia societ continua ad esprimere. Epper, se da un lato questo confronto ineludibile
e n o n si p u considerare terminato n col 1848 n col 1914-1917, dall ' a l t r o esso carico di pericoli. N e t t a o r m a i la d i s t a n z a dalla tesi
marxiana dell'irrimediabile decadenza ideologica della borghesia postquarantottesca o da quella leniniana della putrefazione dell'imperialismo. A b b i a m o visto la ^refazione alla seconda edizione del Capitale
212

denunciare l'abbandono della ricerca disinteressata e della spregiudicata indagine scientifica da parte di una classe sociale che ormai si
affida soltanto all'attivit di apologeti e spadaccini assoldati. Leggiamo ora i Quaderni del carcere-.
Nell'impostazione dei problemi storico-critici, non bisogna concepire la
discussione scientifica come un processo indiziario, in cui c' un imputato
e c' un procuratore che, per obbligo d'ufficio, deve dimostrare che l'imputato colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella discussione scientifica, poich si suppone che l'interesse sia la ricerca della verit
e il progresso della scienza, si dimostra pi "avanzato" chi si pone dal punto di vista che l'avversario pu esprimere un'esigenza che deve essere
incorporata, sia pure come un momento subordinato, nella propria costruzione (Q, 1263).
Diversamente, si rimane rinchiusi nella prigione delle ideologie
(nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico). Quel che peggio,
senza l'incorporamento deUe ragioni dell'avversario, la classe rivoluzionaria non pu conseguire l'egemonia, si rivela priva delle legittimit e
maturit storiche necessarie per la conquista del potere e la costruzione
di una nuova societ. Infatti, l'avversario che qui si tratta di comprendere e incorporare, attingendo un punto di vista "critico", o pu essere tutto il pensiero passato (Q, 1263).
Rovinosa sul piano politico oltre che insostenibile su quello scientifico, la tesi che vede negli intellettuali avversari dei semplici spadaccini
assoldati non ha atteso il '48, contrariamente a quello che sembrano
ritenere Marx e Engels, per fare la sua apparizione. Se esaminiamo il
dibattito che si sviluppa a cavallo della rivoluzione francese, vediamo gli
illuministi, Rousseau, Robespierre e Marat bollare i difensori dell'antico
regime come mantenuti dai despoti ovvero sofisti assoldati, per
essere denunciati a loro volta, ad opera degli autori liberali o conservatori, come folli affetti da delirio o intossicazione ideologica. ' In un
caso e nell'altro viene elusa o rimossa l'oggettivit delle contraddizioni
per rinviare invece ad una cattiva soggettivit, cui viene addebitato lo
scoppio del conflitto.

3 V e d i D . Losurdo,

Il revisionismo

storico, op. cit., cap. II, 1-2,

213

Il materialismo storico si sviluppato p r o p r i o nel corso della lotta


contro questa incapacit di comprendere le radici storiche e sociali del
conflitto politico e culturale. Si p r e n d a una definizione classica dell'ideologia che consiste, secondo Engels, in un processo che viene bens
c o m p i u t o dal c o s i d d e t t o p e n s a t o r e con coscienza, m a con u n a falsa
coscienza. Le vere forze motrici che lo m u o v o n o gli rimangono sconosciute, altrimenti non si tratterebbe di un processo ideologico (MEW,
XXXIX, 97). Questa impostazione permette di superare il p u n t o di vista
moralistico comune a sostenitori e avversari dell'antico regime. Mettendo fine all'accusa e al sospetto adpersonam, la categoria di ideologia
come falsa coscienza consente in qualche m o d o di r e n d e r giustizia a
e n t r a m b e le parti in causa. La tesi della generalizzata e irrimediabile
decadenza ideologica sembra invece far ritorno alla categoria di menzogna cosciente e, in questo senso, rappresenta una regressione; la critica
dell'ideologia non fa piti riferimento all'oggettivit dell'essere sociale,
bens alla soggettivit insincera e corrotta degli autori borghesi. Q u e st'ultimo tipo di critica dell'ideologia, che finisce col diffondersi largamente all'interno del movimento socialista e comunista, oggetto della
dura critica di Gramsci:
Avendo dimenticato che la tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali nel terreno delle ideologie non di carattere
psicologico e moralistico, ma ha un carattere organico gnoseologico, si
creata la forma mentis di considerare la politica e quindi la storia come un
continuo march de dupes, un giuoco di illusionismi e prestidigitazione.
L'attivit "critica" si ridotta a svelare trucchi, a suscitare scandali, a fare i
conti in tasca agli uomini rappresentativi (Q, 1595).
Poniamoci un ulteriore problema: la critica dell'ideologia riguarda
solo la borghesia e le classi sfruttatrici? Sembra essere questa l'opinion e di Engels, il quale d p e r acquisita e pacifica la f u s i o n e tra senso
teorico e movimento operaio: Q u i n o n si p u distruggerlo; qui non
esistono preoccupazioni n di carriera, n di guadagno, n di benigna
protezione dall'alto (MEW, XXI, 307). Di nuovo la critica dell'ideologia tende a ridursi alla denuncia della venalit e dell'opportunismo personale, come se i problemi di carriera non si ponessero anche all'intern o delle organizzazioni operaie e, t a n t o piii, dello Stato socialista! P e r
214

Gramsci, invece, la fusione tra movimento operaio e teoria scientifica


della societ e della storia un dato problematico, non una certezza. La
filosofia della prassi pu ben trasformarsi in ideologia in senso deteriore, oppure in utopia (Q, 1487-9).
La lotta per una societ nuova, condotta da movimenti di ispirazione marxista, pu assumere una forma di religione e di eccitante (ma al
modo degli stupefacenti). Caratterizzata com' dall'attesa dell'immancabile palingenesi sociale, la concezione meccanicistica del marxismo
costituisce un fenomeno storico di religione da subalterni. Dunque,
non solo il cristianesimo (istituzionalizzato) ovvero la religione in senso stretto ad agire come puro narcotico per le masse popolari (Q,
1388-9); assumendo una configurazione in qualche modo religiosa e messianica, il marxismo stesso pu trasformarsi in queiroppio che esso
denuncia nella coscienza religiosa propriamente detta. Certo, si tratta di
una droga che tende a stimolare, in condizioni difficili, la lotta per la trasformazione sociale di ceti subalterni i quali non riescono a sollevarsi ad
una forma di coscienza superiore, ad una pi matura comprensione del
processo storico. Ma tale aspetto non assente neppure nella religione
propriamente detta la quale, secondo l'analisi del giovane Marx,
insieme Vespressione della miseria reale e a protesta contro la miseria
reale (MEW, 1,378).
Se, come ritiene Habermas, " l'autoriflessione, e cio la capacit di
applicare a s medesima i criteri di lettura e di critica che enuncia per i
discorsi altrui, costituisce un requisito irrinunciabile di ogni teoria
autenticamente critica, non dogmatica, bisogna dire che Gramsci l'autore che con maggior forza e rigore si sforzato di rileggere in chiave di
auto-riflessione Marx e la storia del marxismo. Il materiaUsmo volgare
d prova di ingenuit allorch afferma l'apparenza delle superstrutture: tale affermazione non costituisce un atto filosofico, di conoscenza,
ma solo un atto pratico, di polemica politica, come risulta dal fatto che
essa non posta come "universale", ma solo per determinate superstrutture; e, dunque, quella affermazione sta solo a significare che

4 Vedi J, Habermas, Erkenntnis undInteresse, F r a n k f u r t a. M., Suhrkamp, 1968; L. Ferry-A. Renaut,


La pense 68. Essai sur i'anti-humanisme contemporain, Paris, Gallimard, 1985, p. 225 sgg.

215

una determinata "struttura" condannata a perire (Q, 1475). Il materialismo storico dev'essere in grado di spiegare la sua stessa storicit. In
genere, ogni filosofo e non pu non essere convinto di esprimere l'unit dello spirito umano, cio l'unit della storia e della natura, anche
se il suo pensiero in realt la manifestazione delle intime contraddizioni sociali di un determinato stadio di sviluppo storico: facendo tesoro della lezione di Hegel, il materialismo storico non solo comprende
le contraddizioni ma pone s stesso come elemento della contraddizione (Q, 1487).
Gramsci sente con tale forza il problema della riflessione o autoriflessione da giungere a formulare la tesi secondo cui lo stesso materialismo storico destinato a trasformarsi in apparenza e poi a perire, una
volta che, con l'avvento della societ regolata, finiscano col dileguare
la struttura sociale e le contraddizioni nella quale esso affonda le sue
radici (Q, 882). Epper, tale tesi per un verso appare affetta da un residuo di utopismo (il vagheggiamento di una societ in ultima analisi priva di conflitti), per un altro verso sembra non aver compiutamente
superato il riduzionismo meccanicista (l'affermazione della caducit del
materialismo storico lascia presupporre la coincidenza immediata della
genesi storica con la validit di una teoria). Nonostante queste debolezze, resta il fatto che Gramsci l'autore che con maggior forza e rigore si
sforzato di rileggere in chiave dialettica il materialismo storico sino a
configurarlo come la sola filosofia veramente capace di autoriflessione,
o in grado di innalzarsi ad essa.
per da aggiungere che questo sforzo di ridefinizione del marxismo
in chiave di teoria critica capace di comprendere s e l'altro da s non mira
a staccarlo dai movimenti reali di emancipazione, come in ultima analisi
avviene nella Scuola di Francoforte e in Habermas. Secondo Gramsci, la
filosofia della prassi (e il movimento politico che da esso ha preso le mosse)
attraversa ancora la sua fase popolaresca (Q, 1860); si tratta di aiutarla a
conseguire uno stadio superiore. Contrariamente a quello che riteneva
Engels, il passaggio del socialismo da utopia a scienza non acquisito una
volta per sempre. Esso richiede al tempo stesso il confronto critico con
rawersario e la costante vigilanza critica nei confronti delle ideologie
che le stesse classi subalterne sono portate ad esprimere e sviluppare.
216

3.

Antico regime borghese e doppiezza ideologica

Costruire la teoria rivoluzionaria non ancora costruire il soggetto


rivoluzionario. La diffusione di massa della teoria rivoluzionaria, anzi
gi di u n a teoria critica della societ, ostacolata in vario m o d o dalla
classe dominante. Gramsci testimone della celebrazione, cui procede
il sia pur laico Vilfredo Pareto, del cattolicesimo come la sola ancora di
salvezza p e r le n a z i o n i m i n a t e d a l l ' a n a r c h i a ed in s e n o alle quali il
patriottismo si esaurisce. E il cattolicesimo qui invocato quello refrattario ad ogni stimolo critico p r o v e n i e n t e dal m o n d o m o d e r n o , con
esclusione esplicita quindi del modernismo. '
A sua volta, Gaetano Mosca sviluppa un'aspra denuncia deU'iUuminismo (e della sua critica della religione):
Il grossolano materialismo prevalente fino a pochi anni fa, e contro il quale
solo da poco tempo e fra le classi pi colte sorta una certa reazione, rinfocolando le aspirazioni verso i beni terrestri e togliendo ogni consolazione ai
vinti della vita, necessariamente fomentava sempre pi l'odio, non gi l'amore, fra i popoli, fra le classi e i singoli individui.
Il teorico dell'elitismo c o n d a n n a in m o d o esplicito la lotta ideologica che ha accompagnato e stimolato l'ascesa della borghesia:
[Le] classi dirigenti [...] troppo tardi ora si accorgono che, emancipando
le plebi da quelle che, con soverchia leggerezza, venivano chiamate viete
superstizioni, le gettavano in braccio ad un gretto e grossolano materialismo
ed aprivano la strada a superstizioni peggiori. '
La doppiezza in questo caso cos scoperta che Croce, recensendo
l'opera del Mosca, si sente obbligato a prendere le difese di quelle classi
dirigenti: rostilit mostrata nei confronti della religione tradizionale
torna a loro onore, perch la loro lealt ha ripugnato a inculcare altrui
quel che per esse non aveva pii forza di vero. ' E tuttavia il filosofo idea-

5 V, Pareto, La questione religiosa (1907), in Id., Scritti sociologici, op. d t . , p. 378.


6 G.Uosa,Elementidiscienzapolitica

(1896), Bari,Laterza, 1953 (Ved.), voi. I l , p . 210 e222-3.

7 La recensione, originariamente apparsa in Critica, X X I , 1923, f u poi ripubblicata come Premessa


per l ' a p p u n t o aU'opera del Mosca, vedi
f/^ ^a^Kj^apoZ/V/Ci?, op. d t . , voi. I, p. X.

217

lista finisce con l'assumere xm atteggiamento simile a quello da lui criticato. In seguito alla svolta in direzione della Realpolitik successiva alla
guerra franco-prussiana, ci si rese conto - osserva Croce poco dopo l'avvento del fascismo al potere - che l'illuminismo e l'anticlericalismo non
valevano a dissolvere e ad abbattere la Chiesa cattolica, anzi portavano il
pericolo di privare prematuramente la societ di una delle loro salde forme di organamento e di ordine. Ancora a distanza di molti anni, il filosofo idealista far propria la teoria di Burnham secondo cui al popolo si
addice il mito pi che la verit, anche se si affretta a precisare: il
mito non gi il "falso", ma un "vero" imperfetto, unilaterale, vago,
malcerto, frammischiato o avvolto di sentimenti e d'immaginazioni, il
solo vero comunque cui le masse riescono ad innalzarsi. ' Questa precisazione non basta a fugare il sospetto di doppiezza, almeno agli occhi di
Gramsci, il quale osserva che in Croce c' un modo ipocrita di ripresentare il vecchio principio che la religione necessaria per il popolo. Si
spiega cos la liquidazione del modernismo (Q, 1295 e 1304-5). A quel
movimento i due filosofi neoidealisti riservano lo stesso trattamento di
Pareto: Poich non possibile pensare un passaggio delle masse popolari dallo stadio religioso a quello "filosofico", e il modernismo praticamente erodeva la massiccia struttura pratico-ideologica della Chiesa, l'atteggiamento del Croce serv a rinsaldare le posizioni della Chiesa (Q,
1213). N nei due filosofi neoidealisti n nel sociologo che si autodefinisce, come subito vedremo, ricercatore delle verit sperimentali, c'
posto per il progresso intellettuale di massa caro a Gramsci.
comunque Pareto l'autore pii significativo per cogliere ripocrisia denunciata dai Quaderni del carcere, la doppiezza insita nell'intreccio tra critica dell'ideologia (nel discorso rivolto alle classi dominanti) e
sua giustificazione (nel discorso rivolto alle classi subalterne). Esplicita
la dichiarazione del teorico deU'elitismo:
Ho detto e ripeto che unico mio scopo la ricerca delle uniformit (leggi)
sociali; ed aggiungo che espongo qui i risultamenti di tale ricerca, perch
ritengo che pel ristretto numero di lettori che pu avere questo libro, e per

B. Croce, Clementi di politica (1925), in Btica e politica, op. cit., p. 259.

9 B. Croce, VeritpoUtica e mito popolare, \n\., Discorsi di varia filosofia, op. cit., voi. E , p. 162-4.

218

la coltura scientifica che in essi presupposta, questa esposizione non pu


fare danno; ma me ne asterrei ove potessi ragionevolmente credere che quest'opera potesse diventare un libro di coltura popolare.
Le masse devono continuare a credere nella religione, nell'ideologia,
diversamente verrebbe compromessa la stabilit sociale: la critica delle
ideologie pu riguardare solo le lite e pertanto sarebbe un grave errore
il voler giudicare del valore sociale di una religione considerando unicamente il valore logico o ragionevole della sua teologia. " In realt, una
stessa dottrina pu essere derisa sotto l'aspetto sperimentale, e rispettata
sotto l'aspetto dell'utilit sociale, e viceversa. " L'autore del brattato i
sociologia generale afferma di volersi muovere solo come scienziato, ma
poi ammette di subordinare, e persino di essere p r o n t o a sacrificare, i
risultati della ricerca scientifica ad un obiettivo squisitamente politico.
Cosa stanno qui a significare societ e utilit sociale? La carica dissacratoria di Pareto sembra qui arrestarsi: le disuguaglianze e i conflitti di
classe vengono ideologicamente trascesi e trasfigurati in un organismo
che appare ora essere senza incrinature, e la cui utilit p u essere definita
in modo univoco; l'interesse della classe dominante a mantenere all'oscuro le classi subalterne sulla realt e sui meccanismi di potere viene gabellato come interesse generale. In realt, la duplicit di piani (verit scientifico-sperimentale da una parte e interesse sociale dall'altra) teorizzata dal
Trattato di sociologia generale occulta una duplicit ben diversa: la critica
dell'ideologia, nella misura in cui diventa patrimonio della classe dominante, rafforza l'ordinamento sociale esistente ma, nella misura in cui
penetra tra le masse popolari, l'indebolisce e lo mette in pericolo. Pareto
dichiara di voler tenere rigorosamente distinto il ricercatore delle verit
sperimentali dairapostolo, " ma apostolo qui s colui che vuole
persuadere le masse, ma anche, in ultima analisi, colui che non si preoccupa di tenerle all'oscuro dei risultati della ricerca scientifica, la quale, per il
suo carattere dissacratorio e demistificatorio, diventa pericolosa per l'or-

to
11
12

V. Pareto, Trattato di sociologia generale, op. cit., 86, p. 106-7.


167,p. 163.
Ihid.,i7,p.97.

13 7 M , 8 6 , p . 106.

219

dinamento politico-sociale esistente, nel momento in cui travalica la cerchia ristretta delle lite dominanti.
Possiamo ora comprendere adeguatamente, nella sua interna strutturazione teorica oltre che nel suo significato politico immediato, l'affermazione fatta a proposito del fascismo: La fede dei gregari concede di recare in opera provvedimenti che il senno dei capi fa utili al paese. " Ecco,
questa dal punto di vista di Pareto la situazione ideale: i residui della
seconda classe (la persistenza degli aggregati che porta ad assolutizzare
e venerare la comunit politica o religiosa in cui si vive e che pertanto di
per s suscettibile di stimolare atteggiamenti sia conservatori che rivoluzionari) bene s che siano diffusi tra le masse, a condizione per che le
classi subalterne non sviluppino un'ideologia e un senso di solidariet in
antitesi con la classe dominante, e assorbano invece i valori e le idee di
quest'ultima, identificandosi ideologicamente ed emotivamente con la
persistenza dell'aggregato politico-sociale esistente. I residui della prima classe (ristinto delle combinazioni che comporta spirito d'innovazione e anche d'avventura e che s'incarna in un tipo umano emancipato
sia dai valori tradizionali, sia da qualsiasi altra ideologia, e capace quindi
di comportarsi con grande spregiudicatezza) bene che predominino
nelle lite dominanti, senza per che siano del tutto assenti i residui della
seconda classe: se fossero del tutto assenti, diverrebbe troppo aspra la
concorrenza all'interno delle lite dominanti e verrebbero a mancare la
convinzione e la determinazione necessaria per respingere eventuali
minacce e rivolte. La classe che detiene il potere dev'essere costituita da
volpi, ma in caso di necessit deve ugualmente saper esprimere un'energia leonina. Deve essere abile e consumata e quindi dotata dell'istinto
delle combinazioni, ma deve possedere al tempo stesso un certo grado di
compattezza, il senso per la persistenza dell'aggregato, in modo da evitare che i suoi elementi dissidenti forniscano alle classi subalterne quell'abilit di cui queste ultime mancano e che potrebbe portarle alla vittoria.
Pu darsi che delle volpi si formino anche tra le classi subalterne, ma allora devono nella misura del possibile essere assorbite nella classe dominan-

14 V. Pareto, In margine del bilancio De Stefani ( 1923 ), in Id., Scritti sociologici, a cura di G. Busino,
Torino, UTET, 1974, voi. Il, p. 1203.

220

te che, proprio in questa operazione di preventiva decapitazione di ogni


eventuale rivolta o contestazione, dimostra la sua astuzia volpina, la duttilit e spregiudicatezza che sono parte integrante dell'istinto deUe combinazioni, in ultima analisi la sua capacit di governo. "
Alle classi dominanti potrebbe risultare fatale un'accentuata presenza del residuo della persistenza degli aggregati, un'adesione a quella
ideologia che pure bene propagandare per le classi subalterne. Il
macchiavellismo di Croce - sottolinea Gramsci - consiste in ci: Gli
intellettuali devono essere governanti e non governati, costruttori di
ideologie per governare gli altri e non ciarlatani che si lasciano mordere
e avvelenare dalle proprie vipere (Q, 1212). E un rilievo critico che vale
in pieno anche per gli elitisti e, in particolare, per Pareto. Il ricercatore
della verit sperimentale a lui caro svolge una duplice funzione politica: con la sua critica dell'ideologia, e quindi con la sua lezione di spregiudicatezza e realismo, rafforza ristinto delle combinazioni nella
classe dominante; d'altro canto evita di mettere in pericolo la persistenza degli aggregati, si intende degli aggregati dominanti, tra le masse popolari, tenendo queste ultime all'oscuro dei risultati della critica
dell'ideologia. Il ricercatore della verit sperimentale provvede dunque a distribuire i residui della prima e seconda classe nel modo pi
favorevole per il mantenimento dell'ordine esistente, e quindi si distingue dairapostolo non per l'assenza di preoccupazioni politiche, ma
per essere mosso da una preoccupazione politica di segno opposto.

4.

Proletariato, borghesia e reciproca influenza ideologica

Epper, la doppiezza ideologica in senso stretto (quella che cerca di


diffondere nelle masse una religione nella quale pi non si crede) rinvia
ad uno stadio fondamentalmente premoderno della lotta politica, ad
uno stadio in cui le masse, a composizione ancora prevalentemente rura-

15 V. Pareto, Trattato di sociologia generale, op. cit., 2190, p. 2087.

221

le, vivono all'ombra del campanile, sono del tutto immuni dairistinto
delle combinazioni e conoscono un unico aggregato, quello caro alla
classe dominante. L'anticlericalismo stupido, diffuso nell'ambito del
movimento operaio e oggetto di critica gi nel giovane Gramsci (supra,
cap. I, i), ha il torto di modellare la sua critica dell'ideologia su rapporti
sociali che appartengono al passato.
Ben diversamente si esprime l'iniziativa ideologica della borghesia
capitalistica matura e ben pi sofisticata la metodologia suggerita da
Pareto con l'occhio rivolto ad una situazione radicalmente nuova, caratterizzata dal movimento in cui si trovano irrevocabilmente immerse le
masse popolari (prevalentemente urbane). L'importante che questo
movimento, anche quando sia ispirato da un marxismo pi o meno
vago, non giunga a porsi il problema della conquista del potere politico
e della costruzione di un nuovo Stato. Pur desumendo dalla filosofia
della prassi alcune affermazioni mutilate, e pertanto banalizzate, il
sindacalismo - osservano i Quaderni del carcere - non in realt che un
aspetto del liberismo. Solo che, mentre questo proprio di un gruppo sociale dominante e dirigente, il sindacalismo esprime l'ideologia di
un gruppo ancora subalterno che non sa ancora uscire dalla fase di
primitivismo e che anzi, proprio con questa teoria, viene impedito di
diventare mai dominante, di svilupparsi oltre la fase economico-corporativa per elevarsi alla fase di egemonia etico-politica nella societ
civile e dominante nello Stato (Q, 1589-1590).
Negli anni immediatamente successivi alla I guerra mondiale, il gruppo ordinovista testimone di una singolare avance di Salvemini. Questi,
dopo essersi dichiarato discepolo di Smith, attribuisce alla propaganda
anarchica, la quale - lo vogliano o non lo vogliano i marxisti ortodossi -
una delle molteplici forme deUa propaganda marxista, il merito di costituire un ostacolo prezioso contro le tendenze statolatre dei pi fra i
socialisti. Agli anarchici chiamato sostanzialmente ad affiancarsi llOrdine Nuovo: esso dovrebbe sforzarsi di risolvere da s i suoi problemi,
nei sindacati e nelle organizzazioni comunali, provinciali, regionali, invece di invocare ad ogni passo l'intervento dello Stato. " Questo appello

16 G . Salvemini, Liberalismo

e socialismo, op. cit., p. 570.

222

dell'interventista democratico che, polemizzando anche con Gramsci,


aveva chiamato i socialisti e la classe operaia a sostenere con calore o,
almeno, ad appoggiare disciplinatamente la guerra e il massacro decisi
dallo Stato, n o n poteva n o n apparire, agli occhi dello stesso Gramsci,
come la riconferma del carattere subalterno di ogni movimento politico
che non si ponga il problema della conquista del potere politico e della
costruzione di un nuovo Stato.
Peraltro, la soluzione di questo problema non possibile, come sappiamo, se si ignora o si rimuove il p r o b l e m a dell'eredit. M a m e n t r e il
proletariato impegnato ad assumere l'eredit della borghesia, questa
non rimane certo inattiva. Abbiamo visto che il Marx di Croce non quello di Gramsci il quale ultimo, per, ben consapevole dell'insegnamento pratico che la filosofia della prassi fornisce agli stessi avversari che la
combattono aspramente per principio, cos come i gesuiti combattevano
teoricamente Machiavelli pur essendone in pratica i migliori discepoli
(Q, 1857). Croce definisce Marx come il Machiavelli del proletariato, "
inserendolo tra quei benemeriti della scienza politica che sono i pensatori che hanno instaurato o restaurato il concetto della forza, si chiamin o Machiavelli, Vico o Carlo Marx. Nel respingere nettamente questa
lettura del marxismo in chiave di teoria e tecnica dell'impiego della forza,
Gramsci osserva che essa costituisce u n o dei modi in cui le classi dominanti cercano di assimilare alcuni elementi della filosofia della prassi, spogliandola al tempo stesso del suo significato critico e rivoluzionario:
Gli intellettuali "puri" come elaboratori delle pi estese ideologie delle
classi dominanti, come leader dei gruppi intellettuali dei loro paesi, non
potevano non servirsi almeno di alcuni elementi della filosofia della prassi,
per irrobustire le loro concezioni e moderare il soverchio filosofismo speculativo col realismo storicista della teoria nuova, per fornire di nuove armi
l'arsenale del gruppo sociale cui erano legati (Q, 1855).
Le classi dominanti acquisiscono in tal m o d o una visione della storia piti attenta alla dimensione materiale, assorbono la critica marxiana
dell'ideologia e la piegano a loro volta ad arma di lotta contro il movi-

17 B. Croce, Materialismo

storico ed economia marxistica, op. cit., p. 104.

18 Ibid., p. X V (Prefazione alla IV ed.),

223

mento operaio e il socialismo, utilizzano talvolta la stessa denuncia del


carattere intrinsecamente violento proprio della stessa democrazia
borghese per proclamare apertamente il loro diritto alla violenza. Non
bisogna perdere di vista il fatto che all'iniziativa del proletariato per
assimilare e incorporare ci che di meglio la borghesia ha prodotto sul
piano culturale e politico corrisponde e si contrappone l'iniziativa della borghesia la quale, ben lungi dall'essere una classe dall'encefalogramma piatto (come lasciava supporre la tesi della decadenza ideologica), s'impegna con costanza ed accortezza a consolidare la sua egemonia e il suo dominio, cercando di incorporare ci che della filosofia
della praxis le pu risultare utile o indispensabile per trovare qualche nuovo elisir (Q, I86l).
In un certo senso, tale atteggiamento costituisce la riprova della
robustezza e fecondit del marxismo, a cui non a caso il vecchio mondo costretto a ricorrere per fornire il suo arsenale di armi pili moderne ed efficaci (Q, 1434). Ma cos rafforzata di temi e motivi desunti dalla
filosofia della prassi, la cultura borghese capace di influenzare a sua
volta il movimento operaio, e di influenzarlo in profondit sino al punto
da riuscire, in certi casi, a decapitarlo ideologicamente. Succede cio che
la cultura tradizionale [...] che ancora robusta e soprattutto pi raffinata e leccata, tenta di reagire come la Grecia vinta, per finire di vincere il
rozzo vincitore romano. L'esempio pii clamoroso costituito da Croce,
il cui sistema un tentativo di riassorbire la filosofia della prassi e incorporarla come ancella nella cultura tradizionale (Q, 1435). Il filosofo
napoletano era stato in gioventii discepolo di Labriola e si era nutrito
di letture marxiane che gli avevano permesso di elaborare una teoria
fornita di un senso robusto della storia e della politica. Attraverso tale
teoria riesce poi ad influenzare un dirigente di primo piano della
socialdemocrazia tedesca ed europea come Bernstein e, in Italia, Bissolati e Bonomi (Q, 1214-5), riesce cio ad influenzare i diversi teorici e
protagonisti della subordinazione del proletariato dei diversi paesi
alla rispettiva borghesia imperialistica. In questo senso, proprio Croce
pu essere considerato il leader intellettuale dei revisionisti (Q,
1214): la mezza vittoria conseguita dalla filosofia della prassi con l'influenzare un prestigioso esponente della cultura tradizionale si trasforma o pu trasformarsi nella disfatta del movimento operaio deca224

pitato ideologicamente e invitato a subordinarsi alla borghesia, accettando o subendo la guerra imperialista, prendendo le distanze dalla
rivoluzione d ' O t t o b r e e rinunciando ad ogni autonoma soggettivit
politica e ideologica.

5.

Una doppia revisione

Quello enunciato da Gramsci un criterio metodologico molto


fecondo e pu essere applicato non solo alla storia delle idee ma anche a
quella della realt politico-sociale. I diversi e contrapposti sistemi ideologici e politico-sociali non possono essere indagati separatamente, prescindendo dai rapporti molteplici di sfida, di condizionamento e di
influenza reciproca che esercitano l'uno sull'altro. E come assurdo
voler ricostruire una storia del marxismo, in Italia e nel mondo, tutta
interna al movimento operaio e socialista, cos assurdo voler ricostruire una storia dei regimi nati dalla rivoluzione d ' O t t o b r e rimanendo
esclusivamente all'interno del movimento comunista o, peggio, deducendola a priori dalle idee di Marx o di Lenin. Si tratta invece di non
smarrire mai il quadro storico unitario e le condizioni concrete in cui
esso si svolge. In questo senso, la complessa dialettica sinteticamente
tratteggiata nei Quaderni del carcere pu essere di grande aiuto per comprendere la storia del '900 sino ai giorni nostri. un fatto che la rivoluzione d'Ottobre ha dispiegato una profonda influenza a livello mondiale, non solo imprimendo in Oriente e nel Sud del pianeta un impulso
decisivo al processo di decolonizzazione, ma stimolando profonde trasformazioni anche in Occidente. Lo riconosce un implacabile ma lucido
avversario del comunismo e cio Hayek il quale, infatti, criticando la
libert dal bisogno teorizzata da Roosevelt e inserendola poi in una
linea di continuit con la teorizzazione dei diritti sociali ed economici
che trova la sua espressione nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo adottata dall'Onu nel 1948, osserva: Questo documento
apertamente un tentativo di fondere i diritti della tradizione liberale
occidentale con la concezione completamente diversa della rivoluzione
225

marxista russa. " Dunque, per esplicito riconoscimento del patriarca del
neoliberismo lo Stato sociale realizzatosi in O c c i d e n t e n o n p u essere
pensato senza l'impulso e la sfida provenienti dalla rivoluzione d'Ottobre.
Ma cosa poi avvenuto? Il sistema capitalistico, rafforzato dall'assorbimento di elementi desunti dal bagaglio ideale e politico del movim e n t o operaio e comunista e dalla stessa realt del sistema sociale svil u p p a t o s i a partire d a l l ' O t t o b r e , ha poi s a p u t o esercitare a sua volta
un'attrazione irresistibile sulla popolazione dei paesi caratterizzati da
u n socialismo che sin dall'inizio p o r t a impressi sul volto i segni della
guerra scatenata e imposta dall'Occidente e che poi diviene via via pi
ossificato e sclerotico sino a diventare la caricatura di s stesso. E cio, i
regimi nati sull'onda della rivoluzione bolscevica n o n h a n n o s a p u t o
misurarsi c o n c r e t a m e n t e con q u e l l ' O c c i d e n t e che essi stessi avevano
contribuito a modificare in profondit; in ultima analisi ha vinto il sistema politico-sociale che meglio ha saputo rispondere alla sfida lanciata o
oggettivamente costituita dal sistema contrapposto e concorrente. E d
cos che anche in questo caso l'iniziale vittoria parziale conseguita dal
movimento operaio e comunista, con la capacit dimostrata di dispiegare la sua concreta efficacia storica anche in c a m p o avversario, si trasformata in una sconfitta totale, col risultato che al crollo verificatosi ad
Est corrisponde lo smantellamento di quegli elementi di Stato sociale,
di quei diritti sociali ed economici che ad Ovest si erano imposti o si eran o affacciati come risposta alla sfida dell'Ottobre.
A partire da tah considerazioni, emerge l'originaht del concetto
gramsciano di revisione del marxismo. Il pericolo p e r l ' a u t o n o m i a
ideologica e politica del movimento operaio non rappresentato solo dall'incorporamento del marxismo, in funzione subalterna, nell'ambito della
cultura tradizionale e dell'ideologia dominante. Anzi, chi crede di contrapporsi a tale revisione, cercando scampo nell'arroccamento dogmatico dell'ortodossia, incorre a sua volta in un'altra revisione, forse ancora pi pericolosa e devastante. Ecco allora l'approdo o il ritorno al materialismo tradizionale, al pi crudo e banale materialismo (Q, 1854-5),

19 F, A. von H a y e k , Law, legislation and liberty (1973-1982); tr. it. di A. P e t r o n i e S. M o n t i Bragadin, Legge, legislazione e libert, Milano, Il Saggiatore, 1986, p. 310.

226

impegnato esclusivamente nella critica della trascendenza religiosa e che,


nel migliore dei casi, f u n g e da arma di lotta nei confronti della cultura
medioevale delle grandi masse (soprattutto di quelle pi arretrate), ma
che impedisce al proletariato di conseguire l'obiettivo pi importante,
quello di costituire il proprio gruppo di intellettuali indipendenti (Q,
1858). Il proletariato non pi in grado di sviluppare un'autonoma elaborazione culturale e politica, una volta che la filosofia della prassi, ridotta a
materialismo volgare e a metafisica della "materia", diventa o comincia a diventare una ideologia nel senso deteriore, cio un sistema dogmatico di verit assolute ed eteme (Q, 1489), incapace di leggere criticamente la realt e di rispondere alle sfide sempre nuove del tempo.
Ridotto a dogmatismo, il marxismo non p u pi affrontare adeguat a m e n t e il p r o b l e m a dell'eredit, u n p r o b l e m a che p e r G r a m s c i da
considerare permanente e non risolto una volta per sempre dai fondatori della filosofia della prassi. C o m e sappiamo, il movimento operaio e
marxista non pu sconfiggere l'avversario senza intenderne e in qualche
m o d o assimilarne le ragioni. Ancora una volta, si tratta di u n a tesi da
Gramsci formulata con riferimento al c o n f r o n t o e alla lotta delle idee,
ma che p u essere fatta valere anche per il confronto e la lotta dei sistemi politico-sociali. Resta fermo il fatto che il rifiuto o l'incapacit a comprendere e incorporare le ragioni dell'avversario, la revisione ortodossa e dogmatica della teoria rivoluzionaria, il presupposto su cui si
innesta l'altra revisione, quella che, riducendo il marxismo a semplice
appendice o elisir della cultura delle classi dominanti, porta a termine la
decapitazione ideologica e politica delle classi subalterne.

6.
La costruzione proletaria del
proprio gruppo di intellettuali indipendenti
La conquista dell'autonoma soggettivit politica passa dunque per il
proletariato attraverso la formazione del proprio gruppo di intellettuali
indipendenti, e dunque attraverso la costruzione di xm autonomo partito
politico. Epper:
227

Suscitare un gruppo di intellettuali indipendenti non cosa facile, domanda un lungo processo, con azioni e reazioni, con adesioni e dissoluzioni e
nuove formazioni, molto numerose e complesse: la concezione di un gruppo sociale subalterno, senza iniziativa storica, che si amplia continuamente,
ma disorganicamente, e senza poter oltrepassare un certo grado qualitativo
che sempre al di qua del possesso dello Stato, dell'esercizio reale dell'egemonia su l'intera societ che solo permette un certo equilibrio organico nello sviluppo del gruppo intellettuale (Q, 1860-1).
La conquista dell'autonomia delle classi subalterne non un risultato irreversibile, ma p u c o n t i n u a m e n t e essere messo in discussione e
viene in certi momenti liquidato dall'iniziativa politica e ideologica delle
classi dominanti:
La storia dei gruppi sociali subalterni necessariamente disgregata ed episodica. E indubbio che nell'attivit storica di questi gruppi c' la tendenza
all'unificazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza continuamente spezzata dall'iniziativa dei gruppi dominanti, e pertanto pu essere
dimostrata solo a ciclo storico compiuto. I gruppi subalterni subiscono
sempre l'iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono; solo la vittoria "permanente" spezza, e non immediatamente, la
subordinazione (Q, 2283).
La riflessione di Gramsci in qualche m o d o la risposta agli elitisti.
D o p o aver fatto notare che generalmente i movimenti rivoluzionari
degli strati inferiori sono capitanati da individui degli strati superiori, Pareto osserva che uno dei mezzi che la classe eletta ha a disposizione per mantenersi al potere
il chiamare a fare parte della classe governante, purch consenta di servirla,
ogni individuo che ad essa potrebbe riuscire pericoloso [...] Questo mezzo fu
adoperato in molti tempi e presso molti popoli; oggi 0 solo quasi che adoperi la plutocrazia demagogica la quale domina nelle nostre societ, e si
dimostrato efficacissimo per mantenerne il potere.
Secondo il Trattato di sociologia generale
difficile spodestare una classe governante che sappia avvedutamente usare

20 V.V&texo,Trattato

di sociologia generale,1958,2482,2483,p.

228

1956,2441.

l'astuzia, la frode, la corruzione; difficilissimo, se riesce ad assimilarsi il maggior numero di coloro che, nella classe governata, hanno le stesse doti, sanno adoperare [le stesse arti] e che quindi potrebbero essere i capi di coloro
che sono disposti ad usare la violenza [...] Tale circostanza d stabilit alle
societ, poich basta alla classe governante di aggiungersi un numero
ristretto di individui, per togliere i capi alla classe governata.
A tale proposito, Pareto fa l'esempio del socialista "intellettuale" e
"trasformista" Bissolati. ^^ Vediamo ora Gramsci. Cosa avvenuto per
la filosofia della prassi?
I grandi intellettuali formatisi nel suo terreno, oltre ad essere poco numerosi,
non erano legati al popolo, non sbocciarono dal popolo, ma furono l'espressione di classi intermedie tradizionali, alle quali ritornarono nelle grandi
"svolte" storiche; altri rimasero, ma per sottoporre la nuova concezione a una
sistematica revisione, non per procurarne lo sviluppo autonomo (Q, 1862).
E, ancora una volta, emerge il carattere tormentato e contraddittorio della lotta p e r l'emancipazione. Essa richiede sforzi incessanti per
guadagnare la massa degli intellettuali, n o n solo al fine di indebolire e
disarticolare il fronte nemico ma anche al fine di accrescere il capitale di
conoscenze di cui le classi subalterne h a n n o disperatamente bisogno. Si
tratta allora di lavorare per p r o d u r r e una frattura di ampie p r o p o r zioni tra borghesia e intellettuali, suscitando al loro interno una diffusa
t e n d e n z a di sinistra e f a c e n d o s che u n certo n u m e r o f r a di essi si
schierino coerentemente col proletariato, aderiscano al suo programma e alla sua dottrina, si confondano nel proletariato, ne diventino e se
n e sentano parte integrante (CPC, 158). E p p e r , in situazioni di gravi
crisi storiche, la conquista faticosamente conseguita p u rovesciarsi in
u n a f u g a di massa, a n n u l l a n d o o r i c a c c i a n d o i n d i e t r o il p r o c e s s o di
emancipazione.
Per essere ancora piti tranquilla, oltre a cooptare dalle classi subalterne elementi volpini che tengano a b a d a le masse con l'astuzia e le promesse, la classe d o m i n a n t e d o v r e b b e secondo P a r e t o riuscire anche a

21

2179, p. 2068-9.

22

1858, p. 1773.

229

reclutare elementi forniti di istinti bellicosi. In tale prospettiva pu


essere utile la guerra [la quale] tende ad aumentare l'intensit dei residui della classe II, cio dell'attaccamento corale ad una determinata
comunit nazionale e al suo sistema sociale. Si comprende allora l'errore di Crispi: Egli voleva far nascere il sentimento del nazionalismo in un
popolo in cui ancora non esisteva, ed al solito l'opera sua fu vana; invece
di adoperare i socialisti, li combatt e quindi ne ebbe nemici i capi pi
intelligenti ed operosi. L'errore di Crispi consiste non neU'aver tentato
di sviluppare un'ondata nazionalistica mediante una politica di avventure coloniali, ma nel non aver saputo coinvolgervi le masse popolari e il
Partito socialista, o una parte del suo gruppo dirigente, come riesce poi a
fare Giolitti in occasione della guerra libica appoggiata da Bissolati e da
altri capi riformisti. in questo momento che inizia la crisi del socialismo italiano. A parte il giudizio di valore diverso e contrapposto, questa anche la datazione e l'analisi di Gramsci (Q, 68 e I8l).
Ma Pareto va oltre. La classe governante adopera per mantenere il
suo potere individui della classe governata, ma deve saperli adoperare
anche per l'uso della forza, come fa coi soldati, gli agenti di polizia, i
bravi dei secoli passati. In fondo, la societ romana fu salvata dalle
legioni di Cesare e da quelle di Ottavio (di estrazione popolare) e persino dai barbari (pure agli antipodi dell'aristocrazia romana). E dunque
- conclude il teorico dell'elitismo - potrebbe anche darsi che la societ
nostra fosse, nel futuro, salvata dalla decadenza da coloro che saranno
allora gli eredi dei sindacalisti e degli anarchici nostri. Questi transfughi
del movimento operaio saranno chiamati a difendere l'ordinamento esistente anche mediante atti energici. ^
Queste tesi del Trattato di sociologia generale vengono riprese e positivamente commentate da Agostino Lanzillo, il sindacalista divenuto
focoso interventista e che si appresta ad accodarsi a Mussolini e al fasci-

23

2223,p.2114.

24

2255,p.2147.

25
26
27

1 3 0 2 nota, p. 1085-6.
2257, p . 2 1 5 6 .
1 0 5 8 e 2 0 5 9 , p . 1774.

230

smo. In questo momento impegnato nella celebrazione del sindacalismo dei sindacati e nella lotta al t e m p o stesso contro il materialismo
socialista e per la difesa con tutti i mezzi senza cedere un'unghia della posizione della nuova Italia nel mondo:
Il sindacalismo trova nella guerra la sua conferma per quel che riguarda la
necessit che il proletariato non si adagi nelle concezioni pacifistiche, che
sia educato al sacrifcio, alla lotta, al ristretto consumo dei beni, ad una valutazione benevola di tutti i valori morali e religiosi.
L e attitudini p u g n a c i e l ' a t t a c c a m e n t o agli aggregati v e n g o n o
messi al servizio d e l l ' o r d i n a m e n t o b o r g h e s e esistente. l'obiettivo
dichiarato di Pareto. Gi su L'Ordine Nuovo, Togliatti ironizza sul singolare miscuglio di nazionalismo di Maurras, sociologia paretiana
e qualche spruzzo civettuolo di marxismo. D o p o aver richiamato l'attenzione suirammirazione per Pareto dei sindacalisti come Lanzillo e
C. (Q, l5%9),Quaderni del carcere {mno notare come i "movimenti"
antiautoritari, anarchici, sindacalisti-anarchici finiscano spesso col raggrupparsi intorno a personalit "irresponsabili" organizzativamente,
in u n certo senso carismatiche (Q,234). C o n o s c i a m o gi l'analisi di
Gramsci relativa alla subalternit ideologica di sindacalismo e anarchismo rispetto alla borghesia liberale; in questo ambito che bisogna collocare il passaggio di alcuni elementi addirittura al nazionalismo e al
fascismo.
A suo tempo, P a r e t o aveva collaborato a li Regno assieme a Corradini, il quale, p r i m a ancora della guerra libica, aveva espresso la speranza di poter un giorno utilizzare, in funzione subalterna al nazionalismo e all'imperialismo, lo stesso sindacalismo e socialismo alla Sorel,
f a c e n d o leva sulla sua energia e forza d'azione, sul suo carattere
antiborghese, eroico, sul suo spirito di solidariet e la sua carica
militante e combattiva. Si trattava solo di spostare tale spirito di soli-

28 A. Lanzillo, La disfatta del Socialismo. Critica della guerra e del socialismo,


della Voce, 1918, p. 2 5 2 , 2 5 4 , 2 6 5 e 256.

Firenze, La libreria

29 P. Togliatti, La disfatta di A. Lanzillo (1 maggio 1919), in Id., Opere, op. cit., voi. L P - 1 7 .
30

E. Cotran, Sindacalismo, nazionalismo,


imperialismo (1909), in l.. Scritti e discorsi
1914, a cura di L. Strappini, Torino, Einaudi, 1980, p. 150, 162 e 151.

231

1901-

dariet (per Pareto la persistenza degli aggregati), in s sommamente guerresco dalla guerra fra le classi all'arena internazionale e
alla gara imperialistica. "
I Quaderni del carcere sottolineano ripetutamente che l'avventura in Libia a segnare il passaggio di un gruppo di sindacalisti al partito nazionalista (Q, 68) e a consentire rimportazione sindacalista
nel nazionalismo (Q, I8l). Ma gi nel corso del primo conflitto mondiale Gramsci polemizza contro Corradini e la sua mitologia della
lotta delle nazioni proletarie contro le nazioni capitalistiche
(supra, cap. 11,8).
Lo stesso Pareto era troppo smagato e cinico per poter aderire ad
una tale mitologia, ma l'autore del Trattato di sociologia generale
comunque d'accordo col capo nazionalista nel voler utilizzare la carica
di lotta e la combattivit di settori del movimento socialista in funzione
del rafforzamento del sistema sociale esistente e ^'lite dominante.
qui in qualche modo prefigurata la parabola di Mussolini (e di personalit come Lanzillo). E, significativamente, dopo la marcia su Roma, nel
dedicare al Duce dell'Italia vittoriosa la sua raccolta di Discorsi politici, Corradini celebra in lui l'uomo chiamato dalla Provvidenza a
dare la sua forza ad una causa che in giovent era stata o era apparsa
quella socialista, ma che poi si rivela essere quella della patria e della
guerra, in cui comunque continuano a vivere l'originaria volont e
l'originario misticismo.
D'altro canto, lo stesso Mussolini a vantarsi, ormai fascista, di
tale sua parabola ideologica e politica, di essere un eretico espulso
dalla chiesa ortodossa del socialismo, nel quale aveva comunque da
giovane immesso, lui per primo, la lezione di Blanqui. " Ed in polemica per l'appunto con l'ex-dirigente massimalista e capo fascista che
Gramsci osserva: Il blanquismo la teoria sociale del colpo di mano,
ma a pensarci bene, il sovversivismo mussoliniano non aveva preso di
esso che la parte materiale [...] Del blanquismo Mussolini aveva rite-

31

146el45.

32 E, Corradini, Prefazione ^Discorsi politici (I92), in \.,Scritti e discorsi 1901-1914, op. cit., p. 3 e 10.
33 Cos nel discorso alla Camera d e l 2 1 giugno 1919: vediR, De'eice,Mussolini
ilfascista, op. cit., voi.
I, p. 126; un tema che ritoma anche nel discorso alla Camera del 7 giugno 1924, vedi ihid., p. 599.

232

nuto solo l'esteriorit, o meglio, egli stesso lo aveva fatto diventare


qualcosa di esteriore, lo aveva ridotto alla materialit della minoranza
dominatrice e dell'uso delle armi nell'attacco violento. Non solo
Gramsci condanna il blanquismo di questo epilettico (Mussolini),
ma esprime un giudizio complessivo: Il blanquismo, nella sua materialit, pu essere oggi sovversivo, domani reazionario, ma giammai
rivoluzionario (SF, 205-6). L'articolo, pubblicato su L'Ordine Nuovo
del 22 giugno 1921, porta il titolo Sovversivismo reazionario, e si tratta
di un tema su cui si svilupper ulteriormente la riflessione dei Quaderni del carcere. Contrariamente alla tesi sostenuta da Michels (ma,
abbiamo visto, anche da Bernstein), il bolscevismo non ha nulla a che
fare col blanquismo (Q, 257).
Nella speranza di spostare il conflitto dal piano interno a quello
intemazionale, Pareto invoca, dieci anni prima del suo scoppio, la guerra mondiale come strumento per ricacciare indietro il socialismo almeno per mezzo secolo. " Ma qui non si rivela sufficientemente lungimirante. solo nella fase iniziale che alle lite riesce di utilizzare le classi
subalterne come materiale grezzo, secondo la denuncia gi vista del
giovane Gramsci. La svolta epocale della rivoluzione d'Ottobre non
segna la fine di questo atteggiamento della classe dominante. I Quaderni
fanno notare che il capo carismatico, caro a Michels e agli elitisti,
considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via (Q, 772).
La teoria dell'avanguardia rivoluzionaria, che Gramsci desume e
rielabora a partire da Lenin, costituisce la risposta a questa teoria e a
questa pretesa delle lite. Si tratta di realizzare un'idea del tutto diversa
di capo e di gruppo dirigente: essi devono tendere a raggiungere fini
politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico; lungi dal creare il deserto intorno a s [...] il capo politico dalla
grande ambizione invece tende a suscitare uno strato intermedio tra s e
la massa, a suscitare possibili "concorrenti" ed eguali, a elevare il livello
di capacit delle masse, a creare elementi che possono sostituirlo nella
funzione di capo (Q, 772). Se l'avanguardia rivoluzionaria individua il

34 V. Pareto, Percif (1904), in \.,ScrittipoUtici,

op.cit., voi. II, p. 414-15.

233

suo compito in un'opera tesa a rendere in qualche modo superflua s


stessa, mediante il superamento dell'arretratezza, storicamente e socialmente determinata, delle masse, Ylite trova la sua ragion d'essere nella
contemplazione compiaciuta del presunto abisso che la separa dalla
massa o dalla folla, considerata antropologicamente o ontologicamente
incapace di irmalzarsi al di l della sua inguaribile meschinit intellettuale e morale. Pur sottolineando il ruolo dell'avanguardia rivoluzionaria,
Gramsci condanna con forza, in tutto l'arco della sua evoluzione, l'atteggiamento di quegli intellettuali che si considerano depositari di un
sapere privilegiato cui le masse possono solo inchinarsi. Si tratta di un
giacobinismo "deteriore" che si manifesta anche in seno al movimento comunista, ma che in ultima analisi riproduce le posizioni elitiste della tradizione liberale o liberal-conservatrice o francamente reazionaria.
In questo senso, mutate le stature intellettuali, Amadeo [Bordiga] pu
essere avvicinato al Croce (Q, 1213), ad un autore cui in qualche modo
cara una sorta di variante moderna della teoria della doppia verit, e
che comunque istituisce una barriera insormontabile tra lite e masse.
Ma l'avanguardia rivoluzionaria non finir con l'autonomizzarsi e
configurarsi come una nuova classe dominante? Ineluttabile il dominio
della classe politica ovvero della lite-, la tesi che, con linguaggio
appena diverso, non si stancano di ribadire Mosca, Pareto, Michels. In
realt - osservano i Quaderni del carcere - la cosiddetta "classe politica" ovvero lite non altro che la categoria intellettuale del gruppo
sociale dominante (Q, 956). Ed chiaro che anche il proletariato deve
costruire il proprio gruppo di intellettuaH indipendenti. Ma esso incalzano Michels e gli elitisti - non si trasformer ineluttabilmente in
una nuova oligarchia? Nel partito socialista o comunista, il proletariato non finisce col trovare nuovi padroni? La complessit progressiva
del mestiere politico non finisce col produrre nei partiti avanzati una
flagrante contraddizione [...] tra le dichiarazioni e le intenzioni democratiche e la realt oligarchica? Sono queste le tesi degli elitisti. Con esse
il confronto di Gramsci non si limita alla risposta, che pure troviamo nei
Quaderni, secondo cui tale quistione diventa politica, acquista un valore reale [...] quando nell'organizzazione c' scissione di classe, quando
interviene una differenza di classe tra capi e gregari, come si verificato nei sindacati e nei partiti socialdemocratici (Q, 236).
234

7.

Gli intellettuali organici

Ormai chiaro. Il passaggio dalla classe in s alla classe per s, il processo di sviluppo della coscienza di classe del proletariato e del movimento di emancipazione, tutto ci assume nei Quaderni del carcere uxia
configurazione nettamente pi complessa e tormentata che in M a r x e
nello stesso Lenin. Siamo in presenza del problema centrale della riflessione di Gramsci: in che m o d o dare o ridar voce alle classi subalterne, in
che m o d o evitare che vengano ideologicamente e politicamente decapitate nei momenti di svolta storica, a causa dell'abbandono degli intellettuali che le h a n n o rappresentate o che h a n n o preteso di rappresentarle.
Il fatto che, per una serie di ragioni storiche e sociologiche, gli intellettuali, anche quelli schierati al fianco della classe operaia, p r o v e n g o n o
dalla piccola e media borghesia, cio da ceti che di solito sono specializzati nel "risparmio" (Q, 1518), e che d u n q u e sono portati a guardare
alla c u l t u r a e all'istruzione c o m e ad u n o s t r u m e n t o di p r o m o z i o n e
sociale. La militanza politica e sindacale spesso serve allora come u n
semplice trampolino di lancio che conduce, s o p r a t t u t t o in occasione
delle grandi crisi storiche, al di l e comunque al di fuori del proletariato
e delle classi subalterne.
Il proletariato deve allora sforzarsi di p r o d u r r e degli intellettuali
organici, ad esso legati da molteplici fili: n o n solo le idee, ma anche
l'estrazione sociale, i sentimenti, le passioni. L'impresa tutt'altro che
facile. L'estrazione sociale non di per s una garanzia. Per conquistare
a u t o n o m a soggettivit politica, le classi subalterne devono riuscire a
distaccarsi d a l l ' a r r o c c a m e n t o corporativo e saper p r o c e d e r e ad u n a
catarsi culturale e politica:
Il metallurgico, il falegname, l'edile, eccetera, devono non solo pensare
come proletari e non pi come metallurgico, falegname, edOe, eccetera, ma
devono fare ancora un passo avanti; devono pensare come operai membri
di una classe che tende a dirigere i contadini e gli intellettuali, di una classe
che pu vincere e pu costruire il socialismo solo se aiutata e seguita dalla
grande maggioranza di questi strati sociali. Se non si ottiene ci, il proletariato non diventa classe dirigente (CPC, 145).
Tutta una tradizione di pensiero, liberale o reazionaria, pretende di
235

individuare nell'invidia o nel ressentiment la molla del socialismo: cos


Nietzsche e cos in Italia, per fare solo un esempio, Pareto. La riflessione di Gramsci in carcere si sviluppa mentre in Germania il na2smo
attizza il risentimento e l'invidia degli strati popolari pi arretrati nei
confronti degli intellettuali soprattutto rivoluzionari e incanala contro
gli ebrei la frustrazione delle masse impoverite dalla guerra e dalla crisi
economica. Contrariamente al luogo comune della tradizione di pensiero liberale o reazionaria, il ressentiment si rivela uno strumento della
reazione per deviare su falsi bersagli la protesta sociale, per frantumare
le classi subalterne in innumerevoli rivoli corporativi e spezzare e liquidare il movimento operaio e comunista. Alla luce di tutto ci, acquista
particolare rilievo la riflessione dei Quaderni che, significativamente,
individuano nel momento "catartico" [...IH punto d partenza per tutta la filosofia della prassi (Q, 1244).

Alle difficolt insite nella catarsi si aggiungono quelle di natura


pi propriamente intellettuale;
La classe operaia una classe sfruttata e oppressa; essa stata privata sistematicamente del sapere scientifico; per la classe operaia lo Stato borghese
ha organizzato un particolare tipo di scuola, la scuola popolare e la scuola
professionale, che rivolta a mantenere la divisione delle classi, a ottenere
che il figlio sia anch'egli un operaio. Data questa organizzazione generale
della scuola secondo le classi, dato che gli operai come classe sono tenuti
lontani dalle scienze generali, in realt l'operaio non sopravvaluta mai le sue
conoscenze, ma invece portato a sottovalutarsi; l'operaio crede sempre di
essere anche pi ignorante e pi incapace di quanto sia realmente; l'operaio
prova sempre una grande esitazione neU'esprimere le sue opinioni perch
persuaso che la sua opinione valga poco, perch stato abituato a pensare
che la sua funzione nella vita non quella di produrre idee, di dare direttive,
di avere opinioni, ma invece quella di seguire le idee degli altri, di eseguire
le altrui direttive, di ascoltare a bocca aperta le altrui opinioni (CPC, 60).

E ancora;
Il proletariato, come classe, povero di elementi organizzativi, non ha e
non pu formarsi un proprio strato di intellettuali che molto lentamente,
molto faticosamente (CPC, 158).

E, tuttavia, affrontando queste molteplici difficolt, il proletariato


236

s'impegna, deve impegnarsi nella formazione di intellettuali ad esso


organici che, facendo da contrappeso agli intellettuali organici della
classe dominante, dovrebbero garantire le classi subalterne dal pericolo
di essere lasciati soli e senza voce nei momenti di crisi storica. Contrariamente ai miti correnti, questi intellettuali organicamente e stabilmente
legati alla classe operaia gi per la loro estrazione, oltre che per il loro
orientamento politico e ideologico, non sono affatto chiamati a svolgere
il ruolo di funzionari di partito subalterni e burocraticamente zelanti e
obbedienti. Nei momenti di crisi storica, pu anzi accadere che gli intellettuali siano in grado di mantenere i loro legami organici alla classe
operaia solo spezzando i vincoli organizzativi col partito che pretende o
pretendeva di rappresentarla. in tale chiave che Gramsci legge e interpreta la sua stessa vicenda personale che l'aveva portato a rompere col
Partito socialista e a partecipare alla costruzione del Partito comunista.
E comunque, indipendentemente dalle grandi crisi storiche, gli intellettuali, anche quando provengano dalle file del proletariato, si rivelano ad
esso organici e possono sperare di esprimere i suoi bisogni e i suoi obiettivi, solo nella misura in cui danno prova di spirito critico e di reale
capacit a sviluppare creativamente la filosofia della prassi, chiamata,
come sappiamo, a misurarsi di continuo con la cultura pili avanzata del
tempo e a porsi permanentemente il problema dell'eredit.
Certo, agisce qui la speranza che il partito comunista possa essere il
luogo della formazione degli intellettuali organici della classe operaia
(Q, 1522); e indubbiamente, ci sono stati momenti storici in cui il partito
politico della classe operaia ha svolto per l ' a p p u n t o tale funzione,
istruendo e formando, culturalmente e politicamente, intellettuali e
dirigenti di estrazione popolare. Gramsci, tuttavia, non ha vissuto l'esperienza storica del crollo del socialismo reale e dell'emergere di una
classe capitalistica, spesso corrotta e marcia, di un ceto di burocrati cresciuti in seno al partito che pretendeva di essere espressione della classe
operaia. E l'autore dei Quaderni s&mhta anche pensare che la conquista
del potere politico da parte del partito della classe operaia metta quest'ultima definitivamente al sicuro dai pericoli di decapitazione ideologica ad opera dell'avversario: Dopo la creazione dello Stato, il problema culturale dell'autonomia ideologica e politica delle classi popolari
tende a una soluzione coerente (Q, 1863).
237

Colpisce p e r la cautela delle espressioni qui usate: s e m b r e r e b b e


trattarsi di u n a linea di tendenza, pi che di una garanzia definitiva;
come gi abbiamo visto, il possesso dello Stato r e n d e possibile un
certo equilibrio organico nello sviluppo del g r u p p o intellettuale, ma
nulla di pi. C ' c o m u n q u e un'osservazione critica di Gramsci su cui
vale la pena di riflettere:
L'errore dell'intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza
comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo
del sapere in s, ma per l'oggetto del sapere) cio che l'intellettuale possa
essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cio senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e
quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e
collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il "sapere" ;
non si fa politica-storia senza questa passione, cio senza questa connessione sentimentale tra intellettuaU e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i
rapporti dell' intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti
di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una
casta o un sacerdozio (cos detto centralismo organico) (Q, 1505).
Tale osservazione critica finisce col colpire, almeno oggettivamente,
a n c h e i b u r o c r a t i di p a r t i t o e di Stato del s o c i a h s m o reale, spesso
preoccupati solo per la loro carriera. Evidente risulta la problematicit
del legame organico che si tenta di istituire tra proletariato e i suoi
intellettuali.
Bisogna allora convenire con Mosca e gli elitisti che, in ogni situazione, spetta alla scelta minoranza, in cui consiste la classe dei governanti, governare e tenere a f r e n o gli intelletti che sono e saranno eternamente minorenni? " Bisogna evitare le grandi crisi sociali, applicando alla vita politica lo stesso metodo che la mente umana mette in pratica q u a n d o vuole padroneggiare le altre forze naturah? ' ' Conviene
rassegnarsi a inserire fra queste ultime la grande massa dei governati e le
sue agitazioni e convulsioni? Com' chiaro, non questa la conclusione

35 G .At%C2.^Elementi di scienza politica^o'g. cit., p. 241 e 2 3 9 .


36

195-6.

238

di Gramsci: il suo comunismo critico intende porre fine, una volta


per sempre, ad una situazione, tragicamente evidenziata dalla I guerra
mondiale, in cui le classi subalterne si riducono a materiale umano, a
materiale grezzo per la storia delle classi privilegiate, a preda buona
per tutti {supra, cap. Il, 2).

239

VII.

Gramsci esponente del


marxismo occidentale?

1.

Oriente e Occidente in Lenin e Gramsci

Si tenta talvolta di spiegare il fascino di Gramsci a partire dalla coppia di concetti m a r x i s m o o c c i d e n t a l e / m a r x i s m o orientale. ' Certo, il
grande rivoluzionario riconosce il diverso e superiore grado di sviluppo
storico dell'Occidente rispetto all'Oriente. Ma sarebbe del tutto errato
p r e t e n d e r e di d e d u r r e dall'arretratezza politico-sociale della Russia il
suo ritardo teorico. Procedere in tal m o d o sarebbe dar prova di meccanicismo, e contro il meccanicismo implacabile la polemica di Gramsci,
p i e n a m e n t e consapevole delle disuguaglianze, delle sfasature e delle
contraddizioni che possono sussistere fra sviluppo economico-sociale,
sviluppo politico e sviluppo culturale. A teorizzare lucidamente lo Stato
nazionale Machiavelli che pure vive e opera in una realt politica frantumata, n o n in un paese come l'Inghilterra, la Francia, o la Spagna. A
infliggere il p r i m o d u r o c o l p o al m o n d o f e u d a l e L u t e r o , n o n gi il
Rinascimento. A d esprimere teoricamente i risultati della rivoluzione
francese sono Hegel e il ciclo che da Kant c o n d u c e ad Hegel, autori e
filosofi che rinviano, ancora una volta, ad un paese che n o n tra i pi
avanzati n sul p i a n o e c o n o m i c o - s o c i a l e n su q u e l l o p o l i t i c o . A d

1 Sono categorie che h a n n o conosciuto grande fortuna a partire dal libro di P. Anderson, Considerations on Western Marxism (1976), tr. it., di F. Moretti, Il dibattito nel marxismo occidentale, RomaBari, Laterza, 1977.

241

affrontare per primo e con maggiore coerenza il problema dell'egemonia (la cui soluzione essenziale per la vittoria della rivoluzione socialista anche in Occidente) Lenin. Il livello pi avanzato raggiunto dal
marxismo per Gramsci costituito dal rivoluzionario russo, non da pur
prestigiosi filosofi europei come Lukcs o Korsch, Bloch o Adorno.
Tale l'ammirazione per Lenin che i Quaderni del carcere affermano che
fare un parallelo tra Marx e Ilici [Lenin] per giungere a una gerarchia
stolto e ozioso (Q, 882).
bene subito notare che il dirigente russo giunto a questa altezza
teorica e politica non in quanto si estraniato dalla realt del suo paese
arretrato ma, al contrario, in quanto ha saputo mantenere salde e
profonde radici nella realt nazionale da cui proveniva. Semmai si pu
parlare in Russia di marxismo occidentale, questo rappresentato da
Trotski che, stando ai Quaderni del carcere, non riesce a depurare il suo
internazionalismo deirelemento vago e puramente ideologico (Q,
1729). Gramsci ha pienamente ragione a impostare cos il problema. La
grandezza di Lenin per l'appunto nell'aver superato la dicotomia occidentalismo/slavofilia e nell'aver superato e aiutato a superare analoghe
dicotomie in riferimento ai paesi e ai popoli da lui chiamati a spezzare il
giogo coloniale. Qualcosa di analogo si pu dire per tutti i grandi rivoluzionari del nostro secolo: Ho Chi Min, Mao, Castro hanno conseguito la
vittoria nella misura in cui sono riusciti a vietnaminizzare, a sinizzare, a cubanizzare il loro marxismo, ad unire in esso Oriente e Occidente, caratteristiche generali e peculiarit nazionali. Fidel Castro ha
tracciato un bilancio assai significativo della disfatta del socialismo reale e del movimento comunista: Noi socialisti abbiamo commesso un
errore nel sottovalutare la forza del nazionalismo e della religione. ^ Ad
essere stato sconfitto, nel Terzo Mondo e nello stesso campo socialista, un marxismo occidentale che, non avendo tenuto conto dell'identit nazionale e religiosa - la religione spesso un essenziale elemento costitutivo dell'identit nazionale - dei paesi in cui operava, non ha
saputo per cos dire orientalizzarsi.

2 D a u n a conversazione riportata in A. Schlesinger jr., FourDays with Fidel: AHavana


New YorkReview ofBooks, 26 marzo 1992, p. 25.

242

Dary, in The

La chiave che i Quaderni del carcere ci forniscono per comprendere


la grandezza di Lenin ci pu essere d'aiuto per comprendere la grandezza dello stesso Gramsci. il primo in Occidente a sforzarsi di comprend e r e filosoficamente il significato storico mondiale della rivoluzione
scoppiata in Oriente, in un paese arretrato. Celebrare il marxismo occidentale in contrapposizione a quello orientale significa collocarsi sulla
scia n o n gi di G r a m s c i b e n s di Turati, il q u a l e u l t i m o , d o p o aver
denunciato come decrepito e incapace di sviluppo economico e civile
il Mezzogiorno d'Italia (supra, cap. 1,2), d o p o la rivoluzione d ' O t t o b r e
n o n riesce a v e d e r e nei Soviet null'altro che l'espressione politica di
un'orda barbarica. ' Come chiaro il nesso tra il disprezzo riservato ai
b a r b a r i d e l l ' O r i e n t e e quello riservato ai b a r b a r i del Sud, altrettanto
chiaro il nesso tra autocompiaciuto provincialismo occidentale e nordico e incapacit a comprendere il significato internazionale della rivoluzione d ' O t t o b r e e la questione meridionale italiana come questione
nazionale.
L'esatto contrario avviene in Gramsci, anche lui, come i dirigenti rivoluzionari che egli apprezza e ammira, profondamente nazionale e profondamente internazionalista. Gi a febbraio comprende e saluta la radicalit
del nuovo che sta emergendo in Russia e, ancor prima dell'Ottobre, guarda con simpatia ai movimenti di liberazione dei popoli coloniali. E d una
simpatia che non rimane ristretta all'ambito immediatamente politico.
L'abbiamo visto, nella Torino del 1916, pur profondamente immersa nel
clima cupo della guerra e dell'eccitazione sciovinistica, denunciare regocentrismo di noialtri europei {supra, cap. Il, 13). I Quaderni del carcere
riprendono e approfondiscono questa riflessione:
Est e Ovest sono costruzioni arbitrarie, convenzionali, cio storiche, poich fuori della storia reale ogni punto della terra Est e Ovest nello stesso
tempo. Ci si pu vedere pi chiaramente dal fatto che questi termini si
sono cristallizzati non dal punto di vista di un ipotetico e malinconico uomo
in generale ma dal punto di vista delle classi colte europee che attraverso la
loro egemonia li hanno fatti accettare dovunque (Q, 1419).

F. Turati, Leninismo
cit.,p.332.

e marxismo

(1919), in Id., Socialismo

243

e riformismo

nella storia d'Italia,

op.

Continuare a far valere la dicotomia marxismo occidentale/marxismo orientale significherebbe agli occhi di Gramsci continuare a subire
l'egemonia delle classi dominanti in Occidente; difficile allora immaginare un'incomprensione o distorsione pi radicale di quella che pretende di trasformare lo stesso autore dei Quaderni del carcere in un rappresentante, e sia pure nel rappresentante pi eminente, di un presunto
marxismo occidentale!
Ma se i profondi legami con la realt e la cultura italiana non sono
di ostacolo alla comprensione immediata della portata storico-mondiale degli sconvolgimenti russi e orientali, d'altro canto la simpatia e
l'ammirazione da Gramsci riservata alla rivoluzione bolscevica non gli
impediscono di impegnarsi a fondo in uno sforzo di occidentalizzazione, per cos dire, dei suoi contenuti. Pur col suo significato di rottura
epocale, l'Ottobre 1917 non contiene indicazioni di carattere immediato per la trasformazione in senso sociaUsta di un paese come l'Italia.
Nettamente pi articolata si presenta qui la societ civile, coi suoi partiti, i suoi sindacati, le sue innumerevoli associazioni di carattere privato, la sua tradizione liberale e democratica sconosciuta ad una Russia
zarista tutta costruita attorno al dispotismo di Stato. Un progetto rivoluzionario di ambizioni realmente mondiali deve saper tener conto delle condizioni peculiari delle diverse aree e dei diversi paesi e pensare la
trasformazione socialista o post-capitalistica nel suo rapporto non solo
di rottura ma anche di continuit rispetto al precedente sviluppo storico dell'umanit.

2.

Dittatura e egemonia tra Oriente e Occidente

Ancora pi assurdo sarebbe voler far corrispondere alla dicotomia


marxismo occidentale/marxismo orientale quella di marxismo fondato
sull'egemonia/marxismo fondato sulla dittatura e pretendere poi di
interpretare alla luce di questo schema il pensiero di Gramsci. Egli non
ha esitazione ad approvare lo scioglimento cui bolscevichi e socialisti
rivoluzionari procedono dell'Assemblea Costituente che si contrappone
244

ai Soviet e al nuovo potere rivoluzionario, e non esita ad approvarlo


come un episodio di libert nonostante le forme esteriori che fatalmente ha dovuto assumere (CF, 603). Qualche mese prima, Gramsci ha
polemizzato contro il ministro riformista Bissolati che ha minacciato non
gi di sciogliere il Parlamento ma di aprire il fuoco contro di esso, o contro i suoi settori riluttanti a lasciarsi contagiare fino in fondo dal clima di
guerra totale e di fanatica eccitazione sciovinistica {supra, cap. Il, l).
Sono gli anni in cui, persino negli Usa, gli organismi rappresentativi
vengono epurati, in violazione delle stesse norme vigenti, degli elementi
ritenuti indesiderati. Non si vede perch ai bolscevichi, che hanno vissuto l'esperienza della deportazione in Siberia dei loro deputati contrari
alla guerra, debba essere negato il diritto di ricorrere, al fine di salvare
la rivoluzione e bloccare per sempre la guerra, a misure analoghe a quelle progettate o messe in atto, in condizioni assai meno drammatiche,
dagli stessi paesi liberali in funzione della continuazione ad oltranza della mobilitazione totale e della guerra. Tanto pi che, se in Occidente ad
essere colpito o minacciato di essere colpito da misure straordinarie
sono gli organi che pure incarnano in modo esclusivo il principio di
legittimit, neUa Russia sovietica lo scioglimento dell'Assemblea Costituente solo un momento dello scontro tra due principi di legittimit
che in pratica si affrontano gi dalle giornate di febbraio. A quest'ultimo fatto accenna Gramsci, allorch insiste sul contrasto tra Costituente e Soviety (cos suona il titolo dell'articolo) ovvero tra le diverse forme rappresentative scaturite dal processo rivoluzionario (CF, 602).
Abbiamo visto Gramsci condannare inizialmente il giacobinismo in
termini anche assai aspri. Sono proprio le lotte della rivoluzione russa
ad aiutarlo a comprendere quelle a suo tempo sviluppatesi nel corso
della rivoluzione francese e a spingerlo a rivedere il giudizio sul giacobinismo. Su L!Ordine Nuovo pubblica il saggio in cui Albert Mathiez, il
grande storico della rivoluzione francese, paragona giacobini e bolscevichi. C' un altro fatto significativo per la comprensione della formazione del gruppo ordinovista. Ancora in et matura, Togliatti ama ricordare di essersi impegnato da giovane nella traduzione della Fenomenologia
dello spirito, l'opera che non a caso, pur nella critica pi severa di Robespierre, rifiuta di demonizzare e di trattare alla stregua di un semplice
criminale uno statista semmai ossessionato dalla virt; un'opera che
245

smaschera l'ipocrisia dell'anima bella e, indirettamente, dell'ipocrisia di


cui intessuta la demonizzazione del giacobinismo.
Per questo suo sforzo di comprendere le ragioni del Terrore, giacobino e bolscevico, dobbiamo escludere Gramsci e il gruppo ordinovista
dal marxismo occidentale? E dobbiamo includervi invece Rosa Luxemburg, la quale condanna lo scioglimento dell'Assemblea Costituente e
accusa i bolscevichi di ripercorrere la via del dominio giacobino? '
Nello stesso momento in cui prende le difese della democrazia, la grande rivoluzionaria critica duramente i bolscevichi per la loro riforma
agraria piccolo-borghese, che concede la terra ai contadini, '' e invita il
nuovo regime a soffocare sul nascere con pugno di ferro ogni tendenza
separatistica proveniente da popoli senza storia, cadaveri imputriditi che emergono dai loro sepolcri secolari. ' In questa critica e in questo invito sono implicitamente contenuti gli elementi che condurranno
circa dieci anni dopo alla diffusione su larga scala del gulag e degli orrori dell'universo concentrazionario. La collettivizzazione forzata dell'agricoltura - vero atto di nascita dello stalinismo - si svilupper per
l'appunto all'insegna del pugno di ferro contro le tendenze borghesi e
piccolo-borghesi dei contadini che sono membri per lo pi di popoli
senza storia, per usare l'infelice linguaggio che la Luxemburg desume
da Engels.
Per suggestive e lungimiranti che possano apparire e siano in effetti
le parole della grande rivoluzionaria (la libert sempre solo la libert
di chi pensa diversamente) che sembra qui presagire il successivo orrore e la successiva catastrofe del regime nato dall'Ottobre bolscevico,
bisogna tuttavia dire che, nel complesso, Gramsci a rivelare un senso
pi robusto della realt storica. E non solo per il fatto che, in quella

4 Togliatti dichiara di aver tradotto negli anni universitari 150 pagine di quest'opera: Marcella e Maurizio Ferrara, Conversando con Togliatti, Roma, Editori Riuniti, 1953, p. 29; vedi E. Ragionieri, Introduzione, op. cit, p. XLVI.
5 R. L u x e m b u r g , Die russische Revolution (1918), in Politische Schriften, a cura di O . K. Flechtheim,
Frankfurt a. M., Europaische Verlagsanstalt, 1968, voi. Ili, p. 136,
6 M . , p . 116-119,
7 Riportato in R. Rosdolsky, Friedrich Engels und das Problem der "geschichtslosen Vlker", in Archiv
fiir Sozialgeschichte, voi. IV, 1964, p. 143, nota.

246

determinata situazione la scelta non tra dittatura e democrazia parlamentare bens tra dittatura e dittatura, come b e n sapevano anche tanti
statisti borghesi (Churchill in testa) che gi d o p o gli avvenimenti di Febb r a i o m a n o v r a n o in ogni m o d o p e r stabilire in Russia u n a d i t t a t u r a
capace di imporre all'esercito e al popolo la continuazione di una guerra
e di una carneficina senza fine. N o , G r a m s c i rivela un senso r o b u s t o
della realt, anche per l'attenzione che rivolge alla questione nazionale e
alla questione contadina, le due questioni strettamente intrecciate, la cui
rimozione o il cui disinvolto trattamento hanno provocato la catastrofe.
E, per di pi, comincia a prendere coscienza, come abbiamo visto, delle
conseguenze catastrofiche dell'attesa messianica dell'estinzione dello
Stato, oltre che della coscienza e identit nazionale. d u n q u e Gramsci
l'autore che pu fornire spunti preziosi per u n bilancio impietosamente
critico, e tuttavia non liquidatorio, della vicenda storica iniziata con la
rivoluzione d'Ottobre.
I n ogni caso, n o n resiste all'indagine critica la c o n t r a p p o s i z i o n e
marxismo occidentale f o n d a t o sull'egemonia/marxismo orientale fondato sulla dittatura. Con la loro incomprensione della questione nazionale e contadina, con il loro escatologismo che attende la fine dello Stato, della nazione, della religione, del mercato e, in ultima analisi, della
storia, il cosiddetto marxismo occidentale esso stesso corresponsabile
della catastrofe verificatasi a Est. D'altro canto, il Poi P o t che ha fatto i
suoi studi a Parigi e operato i suoi misfatti in Cambogia da sussumere
sotto la categoria di marxismo occidentale o orientale?

3.

Gramsci cow/w Nietzsche

Invece che con la coppia di concetti marxismo occidentale/marxismo orientale, si opera talvolta, in m o d o pii o m e n o consapevole, cont r a p p o n e n d o in m o d o antitetico esperienza storica del socialismo reale da una parte e pensiero utopico dall'altra. In tal caso, o si predica un
fantomatico ritorno a Marx o p p u r e alle personalit direttamente coinvolte nella gestione dei paesi e dei regimi scaturiti dalle rivoluzioni
247

comuniste si contrappongono le figure considerate nobili anche perch


lontane dall'esercizio del potere. Se ci interroghiamo sugli autori pi
citati e pi amati a sinistra oggi, dopo il crollo del socialismo reale,
non credo ci possano essere molti dubbi sulla risposta: sono Gramsci,
Luxemburg, Che Guevara. Si tratta di personalit tra loro assai diverse
ma che hanno in comune il fatto di essere in qualche modo degli sconfitti, che non hanno potuto partecipare alla gestione del potere scaturito
dalla rivoluzione e che hanno invece dovuto subire la violenza dell'ordinamento politico-sociale esistente. Esprimendo tali preferenze, possibile proclamare la propria fedelt agli ideali del sociaUsmo, il proprio
dissenso o disagio nei confronti del capitalismo trionfante e del Nuovo
Ordine Internazionale, senza prendere posizione sul bilancio storico
del regime o dei regimi nati a partire dalla rivoluzione d'Ottobre.
Rispettabile questo atteggiamento che ha il merito di rifiutare le
palinodie pavide e precipitose, e tuttavia esso ha gi liquidato l'essenziale della lezione di Marx ed Engels, i quali hanno costantemente insistito
sul fatto che la teoria rivoluzionaria si sviluppa attraverso il confronto
col movimento storico reale. Soprattutto, un tale approccio si rivela del
tutto incapace di comprendere il pensiero e la personalit di Gramsci.
Questi stato anche dirigente comunista di primo piano e non pu
essere trasformato in una sorta di Horkheimer o di Adorno itaHano,
impegnato a costruire una teoria critica senza rapporto o con un rapporto esclusivamente polemico col movimento comunista e col movimento reale di trasformazione della societ. Assente nella Scuola di
Francoforte il problema dell'unit tra intellettuali e coscienza comune.
Essa assume idealmente le posizioni di Erasmo, cui i Quaderni del carcere contrappongono, ripetutamente e positivamente, Lutero. Ben lungi
dall'avere la finezza e la cultura del grande umanista, il contadinesco
riformatore mette tuttavia in moto un processo di tumultuosa trasformazione: nella sua rozzezza esprime il travaglio del parto di una societ
nuova; il vecchio mondo si presenta certo pi luccicante o pi laccato,
ma lo splendore di una civilt fondata sull'esclusione e al tramonto.
Oltre che un avvenimento storico concreto, la Riforma anche la
metafora della rivoluzione d'Ottobre. Per questa sua accanita difesa
deirordine nuovo, nelle configurazioni da esso via via assunto nel
corso del processo storico, Gramsci potrebbe essere considerato l'anta248

genista di Nietzsche. Questi, nel perseguire sin nelle sue pi remote origini la modernit e la rivoluzione, contrappone ad ogni tappa di questa
rovinosa parabola la maggiore ricchezza culturale e il maggior equilibrio dell'antico regime di volta in volta rovesciato. Paragonato a Voltaire o Montaigne fa una pessima figura Rousseau, e lo stesso vale per
Lutero nel confronto con Erasmo e il Rinascimento; rispetto poi agli
autori dell'antichit classica. Ges e gli agitatori cristiani [...] chiamati
Padri della Chiesa sono come l"'esercito della salvezza" inglese rispetto a Shakespeare e agli altri "pagani" che esso pretende di combattere.
Non solo sul piano propriamente culturale, anche su quello morale e
antropologico, gli esponenti del vecchio regime si rivelano superiori ai
rappresentanti del nuovo, immancabilmente rozzi e fanatici. H a un
valore paradigmatico e esemplare il modo in cui Nietzsche descrive il
contrasto tra romanit e cristianesimo: da una parte Pilato, il quale
dichiara di non sapere cos' la verit, dall'altra Ges che con essa pretende di identificarsi; da una parte la nobile e frivola tolleranza di
Roma, che ha al suo centro non gi la fede, ma la libert dalla fede,
dall'altra lo schiavo che vuole l'incondizionato, comprende solo il
tirannico, anche nella morale. Poco propenso a distinzioni o giustificazioni, Nietzsche traccia una linea di continuit dal fanatico Credo quia
absurdum di Tertulliano alla fede altrettanto fanatica del movimento
socialista nella palingenesi sociale.
Gramsci pienamente consapevole del fatto che il vecchio ordinamento pu trovare nella poesia un canto del cigno che pu essere di
mirabile splendore (Q, 733). E come se tutte le diverse configurazioni
dell'antico regime rovesciato dalle successive ondate della modernit e
della rivoluzione avessero trovato in Nietzsche un canto del cigno
straordinariamente seducente. Ma non per Gramsci, il quale continua
ad essere col nuovo, di cui tuttavia non sottovaluta e non occulta le terribili difficolt e deformazioni. Nel salutare la rivoluzione d'Ottobre,
egli sottolinea che essa inizialmente produrr solo il collettivismo della
miseria, della sofferenza (CF, 516). Ma non neppure questo l'aspetto
pi importante. Gramsci s'impegna in uno sforzo di comprensione sim-

Vedi D. Losurdo, Nietzsche e la modernit, Roma, Manifesto Libri, 1997, p. 48-60

249

patetica del nuovo anche quando, agli occhi di un osservatore superficiale e ignaro della terribile complessit del processo storico e del processo rivoluzionario, esso appare tradire le ragioni stesse della sua nascita. Straordinaria la pagina dedicata, nel 1926, all'analisi dell'Urss e del
fenomeno mai visto nella storia che implicito nel faticoso processo
di costruzione di una societ socialista o postcapitalistica: una classe
politicamente d o m i n a n t e viene nel suo complesso a trovarsi in
condizioni di vita inferiori a determinati elementi e strati della classe
dominata e soggetta. Le masse popolari che continuano a soffrire una
vita di stenti sono disorientate dallo spettacolo del nepman impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra; e, tuttavia, ci non
deve costituire motivo di scandalo o di ripulsa, in quanto il proletariato,
come non p u conquistare il potere, cos non p u n e p p u r e mantenerlo,
se non capace di sacrificare interessi particolari e immediati agli interessi generali e permanenti della classe (CPC, 129-30).
N o n avrebbe alcun diritto di richiamarsi a Gramsci chi volesse trasformarlo nel teorico di un utopismo impotente e impegnato a fuggire
ogni contaminazione del reale. La sua lezione va, invece, in direzione
esattamente contrapposta. Nel 1924, mentre infuria lo squadrismo e si
delinea ormai con chiarezza la vittoria del fascismo, il dirigente comunista rifiuta ogni bilancio liquidatorio della storia del movimento operaio,
respingendo gi nel titolo di un articolo
Ordine Nuovo la tesi secondo cui il passato f u tutto u n errore; e, invece, nel passato esiste [...]
l'errore, la negativit, la morte, ma esiste anche la vita, lo sviluppo della
tradizione sana del m o v i m e n t o rivoluzionario italiano; c' anche nel
passato una parte positiva che oggi continua a svilupparsi nonostante la
reazione e il terrore bianco (CPC, 167-9).
E u n criterio che i Quaderni del carcere f a n n o valere p e r q u a n t o
riguarda il passaggio dal capitalismo al socialismo, nonostante che l'esperienza traumatica del macello consumatosi nel corso della I guerra
mondiale e del successivo avvento del fascismo stimoli un atteggiamento di liquidazione della storia della borghesia come un cumulo di errori
e orrori. In polemica contro tale tendenza, che trova espressione anche
nel Saggio di Bucharin, Gramsci invece osserva:
Giudicare tutto il passato filosofico come un delirio e una foUia non solo
250

un errore di antistoricismo, perch contiene la pretesa anacronistica che nel


passato si dovesse pensare come oggi, ma un vero e proprio residuo di
metafisica perch suppone un pensiero dogmatico valido in tutti i tempi e in
tutti i paesi, alla cui stregua si giudica tutto il passato. L'antistoricismo metodico non altro che metafsica.

Liquidare il passato come "irrazionale" e "mostruoso" significa


ridurre la storia politica e delle idee a una grottesca vicenda di mostri, a
un trattato storico di teratologia (Q, 1417).
E dunque da considerare ancor piti grevemente metafisico l'odierno atteggiamento di coloro che, anche all'interno della sinistra, vorrebbero ridurre il periodo storico iniziato con la svolta epocale dell'ottobre 1917 ad un nuovo capitolo di teratologia, che poi l'altra faccia
dell'insulsa e improbabile agiografia con cui la borghesia oggi trionfante
pretende di ascendere alla gloria degli altari. Nonostante gli orrori della
I guerra mondiale e del fascismo, Gramsci si rifiutato di leggere la storia moderna come un trattato di teratologia; non c' motivo di leggere
in questo modo la storia del socialismo reale, nonostante gli errori, le
colossali mistificazioni e gli orrori che l'attraversano. L'autore che ha
insistito sulla necessit di ereditare i punti alti della rivoluzione francese
pu ben essere d'aiuto oggi a comprendere l'ineludibilit del problema
dell'eredit della rivoluzione d'Ottobre. Ancora una volta, non pu
essere definito critico il comunismo che non si ponga con rigore il
problema del bilancio e dell'eredit storica del passato.

4.

Gramsci come sfida e come elisir

Per comprendere un autore che continua a risultare cos fascinoso a


tanta distanza di tempo e a cos grande distanza geografica e ideale
rispetto agli ambienti nei quali ha operato, piti fecondo ci sembrato e
ci sembra l'approccio fondato sulla coppia di concetti comunismo messianico/ comunismo compimento della modernit ovvero marxismo
tabula rajiz/marxismo eredit critica. Questa dicotomia non corrisponde affatto a quella che contrappone marxismo occidentale e marxismo
251

orientale. Se si manifesta con forza in Russia, il messianismo non certo


assente in Germania: sul piano oggettivo, si tratta dei due paesi nei quali
pi rovinoso si rivela l'impatto della guerra e degli sconvolgimenti postbellici. Un'ulteriore, feconda, coppia di concetti quella meccanicismo/antimeccanicismo. Epper, questa dicotomia risulta strettamente
intrecciata e subordinata a quella appena enunciata. Meccanica una
visione del processo storico che faccia discendere immediatamente la
cultura dall'economia e che faccia corrispondere, senza sfasature e senza residui, cultura borghese a rivoluzione e societ borghese ovvero cultura proletaria a rivoluzione e societ proletaria. evidente che, in tale
prospettiva, risulta improponibile il problema dell'eredit e del bilancio
critico della modernit. L'antimeccanicismo, che stimola la comprensione e giustificazione della rivoluzione scoppiata nonostante e contro II
capitale positivisticamente interpretato, aiuta poi a respingere la lettura
dell'avvenimento in chiave escatologica, quale inizio di una politica e di
una cultura senza alcun rapporto con la precedente fase di sviluppo
borghese, anzi senza alcun rapporto con la storia universale svoltasi
sino a quel momento.
Nell'ambito della tradizione marxista, Gramsci colui che in modo
pi radicale si posto il problema dell'eredit, della critica del meccanicismo e del rifiuto di ogni forma di messianismo. L'anti-meccanicismo continua ad agire nella stessa storia della fortuna di Gramsci, il quale oggi non
a caso viene talvolta innalzato alla dignit di classico. Questa definizione coglie nel segno se intende evidenziare il fatto che la lezione dei Quaderni del carcere e, in parte, degli scritti giovanili travalica i confini del
movimento comunista (e della stessa sinistra): categorie come quelle di
egemonia, societ civile, blocco storico, rivoluzione passiva
sono ormai ineludibili per chi voglia adeguatamente comprendere i meccanismi del potere e la dialettica storica; siamo in presenza di un'opera
che ha arricchito e reinterpretato il lessico, ha riformulato la grammatica e
la sintassi del discorso politico e storico. Ma una considerazione analoga
vale anche per Marx (e per ogni grande autore); e comunque ci non
significa che Gramsci sia al riparo dal conflitto politico. Per fare un esempio, classici sono senza dubbio Platone e Hegel, i quali restano pur
sempre, secondo Popper, il nonno e il padre del totalitarismo! Classico
senza dubbio Rousseau, ma il dibattito storiografico e politico che verte
252

attorno alla sua figura s'intreccia strettamente col dibattito che divampa
suUa rivoluzione francese e suUa stessa storia del '900.
I tentativi di neutralizzare politicamente Gramsci innalzandolo alla
dignit di classico sono essi stessi un momento della lotta politica. E di
una lotta politica che non nuova e che data almeno dal Benedetto Croce che, subito dopo la pubblicazione delle Lettere dal carcere, scrive del
suo autore: Come uomo di pensiero egli fu dei nostri. ' N l'utilizzazione di categorie desunte dai Quaderni del carcere ad opera di ambienti
assai lontani, sul piano culturale e politico, dal mondo caro a Gramsci,
n il tentativo di innalzare quest'ultimo in una presunta sfera di classicit metapolitica stanno a significare la fine della lotta politica, oltre che
culturale, attorno a questa straordinaria figura del '900. Ed una lotta
di cui forse proprio Gramsci ci fornisce la chiave di lettura, allorch
mette in evidenza i ripetuti sforzi della classe dominante di incorporare
e utilizzare in funzione subalterna, come elisir e ricostituente del suo
potere e della sua egemonia, le stesse sfide che contro tale potere e tale
egemonia vengono via via lanciate.

B. Croce, Recensione alle LeWeret^e/cdrc^r^ (1947), in E . Santarelli (a cura di), Gramsci


1937-1947, Catanzaro, Abramo, 1991, p. 269.

253

ritrovato

Indice dei nomi

Agosti, Aldo, 143n

Adorno, Theodor W., 169n, 171,242,248

Bissolati, Leonida, 37,38,88,196,224,229,230,


245

Anderson, Perry, 241n

Blanch, Luigi, 71

Aptheker, Herbert, 80n

Blanqui, Louis-Auguste, 232


Bloch, Ernst, 171,173-179,181,205,242

Arendt, Hannah, 201

Blondel, Maurice, 112,114

Aristotele, 103

Bona, Elena, 182n

Asor Rosa, Albeno, 68n

Bona, Gaspare, 182n


Bonomi, Ivanoe, 224

Baccianini, Mario, 80n

Bordiga, Amadeo, 234

Backhaus, Giorgio, 168n

Bottai, Giuseppe, 68

Baggesen, Jens Immanuel, 105n

Bourget, Paul, 147n

Bagnoli, Paolo, 62n

Boutroux, mile, 47,49

Bakunin.Mikhail, 116n, 160, 161n, I62n, 172,

Bucchi, Sergio, 39n

185,186,189n,193,194,199-202

Bucharin, NikoJaj, 104,107,250

Balzac Honor de, 90,91

Burgio, Alberto, 32n, 82n, 84n

Barrs, Maurice, 58

Burke, Edmund, 130

Basavi, Paolo, 199n

Bumham,James,218

Bauer, Bruno, 102n, 103-105,121,131

Busino, Giovanni, 40n, 82n, 220n

Bauer (Bruno ed Egdar), 103,104


Bellezza, Vito A-, lOln, 112n

Cagnetti, Francesco, 34n

Benda, Julien, 57,164

Canali, Luca, 82n

Benjamin, Walter, 172,173

Canfora, Luciano, 34n

Berenson, Bernard, 87n

Cannadine, David, 24n, 97n

Bergson, Henri, 49, 93

Caprioglio, Sergio, 199n

Bernstein, Eduard, 61,62,198,224,233

Carlyle, Thomas, 146

Bethmann-HoUweg, Theobald von, 29

Carr, Edward H.,199n

Bidussa, David, I71n

Casadei, Bernardino, 97n

Bismark, Otto von, 45,186

Castro, Fidel, 242

255

Cavaignac, Louis-Eugne, 186

Einaudi, Luigi, 18,27,70


Engels, Friedrich, 26,31-33,45,62,84,108, 123,
139-141,144-146, 148,154-158,163, 177,
181-186, 188,189,191-193,197, 198,201,
202,212-214,216,246,248
Ersi, Istvn, 172n
Erasmo da Rotterdam, 120,248,249
Ernst, Paul, 173n, 178n
Eucken, Rudolf, 48,49
Evola, Julius, 98,100

Cavallera, Herv A., 46n, 49n


Cazzaniga, Gian Mario, 165n
Cecil, Robert, 24
Cesare, Caio Giulio, 230
Chamberlain, Joseph, 24
Chassin, Charles-Louis, 162n, 193n, 194n
Churchill, Winston, 97,247
Cieszkowski, August, 102n
Ciuffoletti, Zeffiro, 62n
Clemenceau, Georges, 29,76,77,195
Cobden, Richard, 27,28, 31

Farinelli, Arturo, 50n, 51n

Coppellotti, Francesco, 174n

Federico Guglielmo IV di Hohenzollern, 158

Coppola, Francesco, 53

Fekete, va, 172n

Comu, Auguste, 34n

Fergnani, Franco, 125n

Corradini, Enrico, 66-68, 82,231,232

Ferrara, Marcella, 246n

Corsini, Paolo, 98n

Ferrara, Maurizio, 246n

Crespi, Pietro, 24n

Ferrara degli Liberti, Giovanni, 28n

Crispi, Francesco, 22,230

Ferrer, Guglielmo, 22-24,85

Croce, Benedetto, 18-21,23, 2 4 , 2 6 , 3 1 , 3 8 , 41-

Ferri, Enrico, 22

46,48-53,55,57-61, 63-65,68-72,74,75,

Ferro, Marc, 66n

8 2 , 8 6 , 8 7 , 9 1 , 9 2 , 9 5 , 104, 107, 108, 112,

Ferry, Lue, 215n

113,114n, 116-120,126,128,130,132-134,

Feuerbach, Ludwig, 116n

164,169,198,217,218,221,223,224,234,

Fichte, Immanuel Hermann, 176n

253

Fichte, Johann Gottlieb, 49,101,102,105,110-

Cuoco, Vincenzo, 204

112,115,119,124,130,176-178
Filene, Peter G.,80n

D'Addio, Mario, lOOn

Fiori, Giuseppe, 17n, 18n, 20n, 22n, 26n, 204n

Dahlmann, Dittmar, 62n

Flechtheim, Ossip K., 246n

Daudet,Lon, 25

Forcella, Enzo, 38n

De Domenico, Nicola, 125n

Ford, Henri, 80

De Felice, Franco, 204n

Forti, Marco, 122n

De Felice, Renzo, 66n, 72n, 79n, 82n, 99n, lOOn,


232n

Fortunato, Giustino, 87
Frank, Manfred, 116n

degli Innocenti, Maurizio, 89n


Del Noce, Augusto, 96-101, 103n, 106n, 125,
127,129,134

Garin, Eugenio, 114n


Garofalo, Raffaele, 54,55
Gelfand, Lawrence E., 42n, 77n
Gentile, Giovanni 1 8 - 2 1 , 2 3 , 2 4 , 2 6 , 3 1 , 3 4 , 3 9 ,
4 6 , 4 8 - 5 3 , 5 5 - 5 8 , 6 0 , 6 4 , 6 5 , 6 8 , 7 0 , 7 1 , 85,
96, 98, 101-105, 107, 108, 110-119,123,
125,128-134
Giacomini, Ruggero, 26n
Giannantoni, Simona, 114n
Giolitti, Antonio, 49n
Giolitti, Giovanni, 70,230
Goebbels, Joseph, 69

De Negri, Enrico, 106n


De Rosa, Gabriele, 87n
De Ruggiero, Guido, 79
De Stefani, Alberto, 220n
Dewey, John, 122,128
Dimitrov, Georgi, 204
d'Orsi, Angelo, 40n
Dorso, Guido, 38
Dostoievskij, Fdor, 173
Dhring, Karl Eugen, 108

256

Goethe J o h a n n Wolfgang, 49
Gosset, Thomas F., 81n

Kant, Immanuel, 32,175,241

Gramsci, Antonio, 17, 18,20-22,24-31,33,3440, 42, 44-46, 4 9 , 5 0 , 5 3 , 5 4 - 5 9 , 60-64, 68,


69, 71-81, 83-86, 89, 90, 92, 93, 95-97,100,
102-110,113,114,116,119-125,127-132,
134,137,142-145,149-151,154,155,157,
159,169,170,173-176,178,179,181,190193, 195-198,201-205,210-212,214-218,
221-223,227-239,241-253
Grant, Madison, 81,82
Grillo, Enzo, 62n
Grossmann, Henryk, 169
Gruppi, Luciano, 133n
Guevara, Ernesto, 248
Guglielmo II di HohenzoUem, 23
Guizot, Francois, 146

Kautsky, Karl, 32

Kardi, va, 172n


Kennan, George E, 80n
Kerenski, Aleksandr Fdorovic, 28
Ketteler, Wilhelm Immanuel von, 19,29
Kipling, Rudyard, 82
Kissinger, Henry, 24n
Korsch, Karl, 242
Kuliscioff, Anna, 35
Kun,Bela,76,77
Kurz, Gerhard, 116n
Kurzke, Hermann, 99n
Laberthonnire, Lucien, 112,114
Labriola, Antonio, 1 8 , 2 6 , 3 2 , 3 3 , 8 6 , 8 7 , 105,
114,121,133n,142,224

Habermas, Jrgen, 215,216

Lafargue, Paul, 32

Halvy, Daniel, 197

Lanzillo, Agostino, 230-232

Harcourt, William, 45

Laski,HaroldJ.,97n

Harding, Warren G., 81

LassaUe, Ferdinand de, 152,153,186,199

Hayek, Friedrich August von, 225n, 226

Lecky, William E. H.,24

Hegel, Georg W.E,19,20,23, 26,30, 3 2 , 3 3 , 4 9 ,

Lenin, (Vladimir Ilic Uljanov), 28-30,60, 80,101,

61, 6 3 - 6 5 , 1 0 2 - 1 0 5 , 1 0 6 n , 108, 111, 113,

102,105,109,140-142, 145,148,149,154,

114n, 115,119,120,122-124,126,127,130,

162,163,164-170,181,187-191,199, 200,

131,134,158,173,176-179,192-194,211,

203,205,210-212,225,233,235,242,243

212,216,241,252

Lensch, Paul, 68n

Heiber, Helmut, 69n

Lepre, Aurelio, 21n

Heidegger, Martin, 99,125-127

Leroux, Pierre, 115,116

Herzen, Aleksandr Ivanovic, 212

Licbknecht,WUhclm, 32

Hess, Moses, 102n, 178

Livorsi, Franco, 88n

Hitler, Adolf, 83,204

Lloyd George, David, 44, 76

Hobhouse, Lonard Trelawney, 47n

Lombroso, Cesare, 22

Hobsbawm, Eric J., 24n

Loria, Achille, 26,121

Hobson,John A., 164

Lwy, Michael, 171n, 173n

H o Chi Min, 242

Lucentini, Franco, 199n

Hofstadter, Richard, 82n

Ludwig, Emil, 84

Holz, Hans-Heinz, 164n

Ludz, Peter, 102n

Hoover, Herbert, 42,76-78, 81

Lukcs, Gyorgy, 9 6 , 1 0 2 n , 115, 167, 172-179,

Horkheimer, Max, 168,169n, 171,248

181,205,242

Husserl, Edmund, 128

Luporini, Cesare, 124n


Lutero, (Martin Luther), 241,248,249

Jacobelli, Jader, 71n

Luxemburg, Rosa, 246,248

Jannazzo, Antonio, 117n


Johnson, Paul, 141n

Machiavelli, Niccol, 126,178,223,241

Jordan, WinthropD., 184n

Maistre, Joseph de, 97

257

Mann, Thomas, 47, 99n

Nani, Michele, 82n, 86n

Mao, Zedong, 242

Napoleone 1,205

Marat,Jean-Paul,213

Napoleone III (Luigi Bonaparte), 146,148,196

Maraviglia, Maurizio, 40

Nardone, Giorgio, 109n

Marx, Karl, 1 8 , 2 6 , 3 1 - 3 3 , 4 0 , 4 3 , 4 5 , 5 6 - 5 8 , 62-

Niceforo, Alfredo, 22

6 5 , 6 8 - 7 0 , 7 4 , 8 3 , 8 4 , 8 8 , 96,97, 101, 102,

Nietzsche, Friedrich, 97,100,128,210,236,249

103n, 104, 106n, 110, 112-116, 121, 122,

Nolte, Ernst, 21 On

124-134,138,139,141,142,144-146,147,

Nozick, Robert, 182

150,152-155,157-160,162-164,167,169,
171,174,177-179,181-186,188,191,192,

Ojetti, Ugo,36n

194,197,198,200-202,209-211,213,215,

Orano, Paolo, 22

223,225,235,242,247,248,252

Ottavio, 230

Massolo, Arturo, 125n


Mathiez, Albert, 245

Palmerston, Henry John, 70

Matteotti, Giacomo, 71

Pannella, Giuseppe, 83n

Maurras,Charles,25,231

Pareto, Vilfredo, 40, 82, 89,217-222, 228-234,


236

Mayer, Jacob Peter, 185n


Mazzini, Giuseppe, 110,113

Pascoli, Giovanni, 68,93

Mehring, Franz, 32n

Pautasso, Sergio, 122n

Melograni, Piero, 97n

Pertici,Robeno,110n

Mercadante, Francesco, 97n

Petroni, Angelo, 226n

Michaelis, Meir, 80n

Pick, Daniel, 28n

Michel, Karl Markus, 106n

Pio X (papa), 20

Micheletti, Luigi, 98n

Platone, 252

Michels, Robert, 83n, 233,234


Mill, John Stuart, 23,24,25

Plekhanov, Georgi) Valentinovic, 66

Mira, Giovanni, 70n

Plenge, Johannes, 43,101,102

Moldenhauer, Eva, 106n

Poggio, Pier Paolo, 98n

Mommsen, Wolfgang J., 62n

PolPot,247

Mondolfo, Rodolfo, 62,122

Popper, Karl Raimund, 252

Montaigne, Michel de, 249

Prampolini, Camillo, 21

Monteleone, Renato, 21n

Preti, Giulio, 122,123

Monti Bragadin, Stefano, 226n

Priollaud, Nicole, 147n

Monticone, Alberto, 38n

Proudhon, Pierre-Joseph, 194-196

Montinari, Mazzino, 34n


Moretti, Franco, 241n

Ragionieri, Emesto, 33n, 116n, 246n

Morgan, Edmund S., 84

Ranger, Terence, 24n

Mosca, Gaetano. 69n, 217,234,238

Renaut, Alain, 215n

Mosse, George L.,42n

Ricardo,David,211

Mosso, Angelo, 82n, 86n

Richard, Albert, 200n, 201n

Mntzer, Thomas, 140,141

Robespierre, Maximilien, 213,245

Mussolini, Arnaldo, 72

Rocco, Alfredo, 53
Rochester, Stuart L, 66n

Mussolini, Benito, 26n, 66,70-72,80,82,83n, 96-

RoUand, Romain, 52

98,100,210,230,232,233

Romano, Sergio, 39n

Mussolini, Vittorio, 82n

Roosevelt, Franklin Delano, 225


Roosevelt, Theodore, 82

Nacci, Michela, 69n, 98n

258

Rosdolsky, Roman, 246n

Spencer, Herbert, 23

Rosenberg, Alfred, 82

Spengler, Oswald, 45

Rosenkranz, Karl, 108

Spinoza, Baruch, 104,130

Rosmini, Antonio, 20,30,100

Stahl, Friedrich Julius, 113

Rosselli, Carlo, 62

Stalin, (Josif Vssarionovic Dzugasvili), 83,84,168

Rothbard, Murray N., 42n, 76n, 77n

Stimer, Max, 182

Rousseau, Jean-Jacques, 213,249,252

Stoddan, Lorthrop, 81,82

Rovatti, Pier Aldo, 125n

Strappini, Lucia, 68n, 23 In

Ruffini, Francesco, 18

Strauss, David Friedrich, 104


Sabatucci, Giovanni, 88n, 89n

Stuke, Horst,102n, 162n

Salandra, Antonio, 72

Sturzo, Luigi, 87

Salomon, Albert, 172n


Salvatorelli, Luigi, 70n

Taboni, Pierfranco, 26n

Salvemini, Gaetano, 18,36-39,40n, 41, 65, 66n,

Tagliacozzo, Enzo, 36n, 39n

67,68,87,88n,92,222

Tarantino, Antonio, 97n

Salvucci, Pasquale, 168n

Tertulliano, 249

Sandkhler, Hans Jrg, 164n

Timpanaro, Sebastiano, 70

Santarelli, Enzo, 83n, 253n

Tocqueville, Alexis de, 184,185n, 193,194

Sartori, Giovanni, 84n

Togliatti, Palmiro, 3 3 , 3 4 , 5 0 , 5 1 , 6 0 , 6 1 , 6 9 , 7 2 -

Sartre, Jean Paul, 124,125,128

7 4 , 8 3 n , 9 6 , 1 1 5 , U 6 n , 117-120, 133,231,

Savonarola, Girolamo, 178

245,246n

Scarponi, Alberto, 172n


Scheler,Max,49

Trani, Eugene P., 77n

Schelling, Friedrich Wilhelm Joseph, 105,115,


116

Treves, Claudio, 103n, 105

Schlesinger jr., Arthur, 242n

Trotski, Lev Davidovic, 72n, 80,142,204,242

Schmitt, Cari, 72

Turati, Filippo, 21,35,88,95,243

Trevelyan, George M., 45n

Schopenhauer, Arthur, 100


Schulz, Hans, 105n

Valentin!,Francesco, l l l n , 124n

Schumpeter, Joseph Alois, 28


Scuola di Francoforte, 168,169,174,205,216,248

Veneziani, Marcello, lOOn

Semerari, Giuseppe, 105n

Vetrano, Giuseppe, 82n

Sergi, Giuseppe, 22

Vico, Giambattista, 93,223

Serpieri, Arrigo, 99n

Vivarelli, Roberto, 195n

Shakespeare, William, 249

Voltaire, Frangois-Marie Arouet de, 249

SichiroUo, Livio, 165n, 168n


Simmel, Georg, 49

Weber, Marianne, 172

Sisson, Edgar, 80

Weber, Max, 49,62,75,127

Smith, Adam, 18,222

Weil,Eric,32n

Solari, Gioele, 18

Whitman,Walt, 83

Solmi, Renato, 169n, 173n


Sombart, Werner, 47, l l l n

Wilson, Thomas Woodrow, 29, M, 46,75,76.78-80

Sonnino, Sidney, 87

Winckelmann, Johann Joachim, 49

Sorel, Georges, 43,48,173,195-196,198,231


Spaventa, (Bertrando e Silvio), 32

Zdanov, Andrej Aleksandrovic, 176

259

Tra il 1929 e il 1935 Gramsci in carcere stende "note e appunti", come egli stesso li definisce, in
29 quaderni di vario formato (quaderni scolastici, registri, un quaderno da computisteria). Si
tratta di testi di diversa lunghezza su argomenti vari, preceduti di norma dal segno di paragrafo
e, spesso, da un titolo. A partire dalla primavera del 1932 Gramsci comincia a "cancellare" a larghe linee di penna una parte dei testi gi scritti, e a trascriverli, riveduti e spesso ampliati, raggruppandoli in quaderni monografici da lui stesso chiamati "speciali". Possiamo perci distinguere i quaderni dal carcere in "miscellanei" e "speciali", e le "note e appunti" in testi di prima
stesura (nei quaderni miscellanei), denominati dal curatore dell'edizione critica, Valentino Gerratana, "testi A", e in seconda stesura, (nei quaderni speciali) denominati "testi C". A questi
due tipi se ne aggiunge un terzo, denominato dei "testi B", di stesura unica, reperibili sia nei
quaderni miscellanei che in quelli speciali.
Le pagine di quaderno qui riprodotte appartengono a testi A e testi B del quaderno 1 (19291930). Il quaderno 1 ha un carattere per cos dire fondativo, giacch in quasi tutti i quaderni
"speciali" si ritrovano testi C corrispondenti a testi A del quaderno 1.
Si ringrazia la Fondazione Istituto Gramsci, in particolare il suo direttore, prof. Giuseppe
Vacca, la dott.ssa Chiara Daniele e il fotografo Angelo Palma, per aver reso possibile la riproduzione dei manoscritti di Gramsci.

Copertina:
rilievo della firma autografa
di Antonio Gramsci.
Pagine 4 e 5;
dal primo quaderno,
p. 57 bis e 58.
Pagine 260 e 261:
particolare ingrandito
dal primo quaderno,
p. 70 bis.

Progetto grafico di base


Patrizio Esposito

Impaginazione video
Sagp, Roma

Stampato per conto della


Gamberetti Editrice s.r.l.
nel giugno 1997
presso la tipografia
Futura grafica s.r.l. di Roma
su cana Palatina
della Cartiera Milani Fabriana s.p.a.