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Meditazioni
uesto primo volume dell’e­
dizione critica delle Medi­
tazioni al clero di san Giu­
seppe Cafasso riporta una
porzione considerevole degli Esercizi
spirituali che il santo predicò ai
sacerdoti negli ultimi anni della sua
esistenza terrena.
Nel secondo volume appariranno le
Istruzioni, che costituivano il com­
pletamento delle prediche del Cafas­
so, tenute sempre durante gli Eser­
cizi spirituali.
Queste Meditazioni sono un prezioso
saggio di omiletica rivolta a un udi­
torio esigente, il clero piemontese
di metà Ottocento, e rivelano l’im­
portanza del Cafasso nella storia re­
ligiosa, e non solo, del XIX secolo.
Lucio C a sto è direttore dell’istituto Su­
periore di Scienze Religiose di Torino,
presso il quale insegna Storia della Chie­
sa, e docente di Teologia spirituale pres­
so la Facoltà Teologica dell’Italia Set­
tentrionale, Sezione Parallela di Torino.

SBN 88-7402- 26-7

788374 21260
E d iz io n e N a z io n a l e d e l l e O p e r e d i Sa n G iu s e p p e C a fa sso

Voi. 1 Esercizi spirituali al clero -- Meditazioni


Voi. 2 Esercizi spirituali, al clero - Istruzioni
Voi. 3 Missioni al popolo " Meditazioni
Voi. 4 Missioni al popolo ^ Istruzioni; Predicazione varia
Voi. 5 Epistolario - Testamento e ultime volontà per disporsi alla morte
Voi. 6 Scritti di morale

Commissione scientifica

Marco Carassi
Lucio Casto
Bartolo Gariglio
Giuseppe Ghiberti
Massimo Marcocchi
Francesco Peradotto
Alberto Piola
Renzo Savarino
Francesco Traniello
Giuseppe Tuninetti
Giuseppe Cafasso

Esercizi spirituali al clero


Meditazioni

a cura d i
Lucio Casto

EFFATA7 i l i EDITRICE
© Effatà Editrice 2003
Via Tre Denti, 1
10060 Cantalupa (To)

Tel. 0121.353.452 - Fax 0121.353.839


E-mail: info@effata.it
www.effata.it

ISBN 88-7402-126-7

In coperdna: ritratto di san Giuseppe Cafasso del 1860, anno della sua morte (da
una litografia della Ditta Doyen, eseguita per incarico di san Giovanni Bosco e
contenuta nel testo dell’Abate Luigi Nicolis di Robilant, San Giuseppe Cafasso,
stampato a Torino nel 19602 per conto delle Edizioni Santuario della Conso­
lata).
Grafica: Guido Pegone, Fabrizio Meloni
Stampa: Silgrafica —Pianezza (Torino)

Opera realizzata con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Ristampa Anno
0 1234 5 03 04 05 06 07
Edizione Nazionale delle opere di
San Giuseppe Cafasso

Voi. 1
Esercizi spirituali al clero - Meditazioni, a cura di Lucio Casto
Voi. 2
Esercizi spirituali al clero ^ Istruzioni, a cura di Lucio Casto
Voi. 3
Missioni al popolo ■■Meditazioni, a cura di Pier Angelo Gramaglia
Voi. 4
Missioni al popolo ^ Istruzioni; Predicazione varia, a cura di Renzo
Savarino
Voi. 5 Epistolario - Testamento e ultime volontà per disporsi alla morte, a
cura di Giuseppe Tuninetti
Voi. 6 Scritti di morale, a cura di Mario Rossino
SEVERINO Card. POLETTG
ARCIVESCOVO Dt TORINO

L’abbondante fioritura di santità sacerdotale che caratterizza la Chiesa tori­


nese particolarmente negli ultimi due secoli ha giustamente portato l’at­
tenzione sulle singole figure la cui luce è stata straordinariamente benefica
e feconda, per cui si sono moltiplicate le opere biografiche alle quali si
sono aggiunte alcune ricerche su aspetti della loro spiritualità. Non vi è
stato però altrettanto interesse per la documentazione di prima mano: la
pubblicazione sistematica, redatta con criteri rigorosamente scientifici, dei
loro scritti ha purtroppo tardato ad emergere nonostante che l’accesso alle
fonti sia un criterio fondamentale di correttezza storica.
Sono quindi lieto che l’attenzione degli storici e dei ricercatori sì sia ora
fermata, dopo la pubblicazione degli scritti di diversi altri Santi torinesi,
anche sull’intero corpus dei manoscritti di San Giuseppe Cafasso, di cui fin
dal 1892 - con successive ristampe —erano già state offerte alcune parti
ma non sempre rispondenti alle esigenze di un fondamentale e costante
rispetto del testo originale, specie quando questo non era stato ritenuto
eccessivamente felice dal punto di vista letterario.
L’Edizione Nazionale delle Opere di San Giuseppe Cafasso che viene
ora messa a disposizione degli studiosi si prefigge lo scopo di offrire la serie
completa e critica dei manoscritti del Santo, per la massima parte conser'
vati nell’Archivio del Convitto Ecclesiastico - ora annesso al Santuario
della Consolata in Torino - dove Egli esercitò il suo insegnamento a favore
dei sacerdoti. L’opera di inventariazione e di trascrizione non è stata lieve.
Sono al corrente delle difficoltà affrontate e proprio per questo mi rallegro
del risultato ottenuto in un tempo tutto sommato breve se rapportato alla
mole del lavoro svolto.
Certamente ha giovato, soprattutto nella fase di avvio, l’aver potuto
usufruire del sostegno del Ministero per i Beni e le Attività culturali
che vivamente ringrazio per i contributi preziosi ed indispensabili che ha
offerto, consapevole che la portata di quest’opera editoriale dovrà ancora

7
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

trovare altri apporti munifici per poter completare il programma nella sua
integralità.
Desidero qui evidenziare qualche tratto del giudizio espresso sul nostro
Santo dai Romani Pontefici a cui fu riservata la gioia di procedere alla
beatificazione ed alla successiva sua canonizzazione. Il papa Pio XI lo
definì: «Perspicuas, accuratus, facilis, perlucidus in docendo [..] solidae sana-
eque theologiaeprìncipiis enutritus, Sancii Francisci Salesii suavitate excultus,
Sancii Alfonsi de Ligorio discretione munitus, Sancii Ignatii de Loyola animo-
rum studio succensus» (Acta Apostolicae Sedis 17 [1925], pp. 232-233). E
Pio XII aggiunse: «Difficile dictu est quot sacerdotes in sacris scitissime eru-
dierit scientiis et ad sacrum ministerium sapientissime formaverit...» (Acta
Apostolicae Sedis 40 [1948], p. 219).
Incontrando poi i numerosi pellegrini convenuti a Roma per la Cano­
nizzazione, il medesimo Pontefice affermava: «Niuno forse più di lui ha
scolpito nel clero piemontese dei secoli 19° e 20° la sua impronta. [...]
All’influsso del suo spirito illuminato dall’alto, alla guida della sua mano
sicura quanti ministri del Santuario debbono la loro fermezza nel “sentire
cum Ecclesia”, la santità della loro vita sacerdotale, la indefettibile fedeltà
ai molteplici obblighi della loro vocazione! [...] Senza dubbio i tempi cam­
biano, e anche la cura delle anime deve adattarsi alle sempre mutevoli
circostanze. Così i doveri sociali, che pesano oggi sulle spalle del sacer­
dote, sono incomparabilmente più gravi e difficili che al tempo del novello
Santo. Ma, pur attraverso tutte le umane vicissitudini, il solido fonda­
mento, lo spirito, l’anima della vita e deU’attivitá sacerdotale rimangono
invariabili. Come il faro sta immobile sulla roccia, così la boa, che l’onda
culla e che, con questa elevandosi ed abbassandosi, sembra obbedire al
suo capriccio, non è una guida sicura se non è saldamente ormeggiata al
fondo tranquillo e stabile. Tale è l’insegnamento costante che il nostro
Santo ha dato con le sue lezioni, le sue missioni e i suoi Esercizi e special-
mente con gli esempi della sua vita» (Acta Apostolicae Sedis 39 [ 1947], pp.
398-399).
Il variare dei tempi e la sostituzione della permanenza nel Convitto
Ecclesiastico con altre proposte di formazione permanente hanno di fatto
diminuito il contatto del giovane clero torinese con la figura di San Giu­
seppe Cafasso che rischia così di essere meno conosciuta. Proprio dalla
pubblicazione delle sue Opere manoscritte, io mi attendo una rinnovata
attenzione alla sua dottrina ed alla sua santità che tanto ha inciso nella
Chiesa non solo torinese, per più di un secolo. Mi piace anche sottolineare,
accanto al suo impegno primario di formatore del clero, il lavoro pastorale

8
Lettera del Card. Severino Paletto

a largo raggio che rese il Cafasso un punto di riferimento per molte per­
sone: i’attuazione in prima persona dei principi che trasmetteva ai giovani
convittori gliene consentiva una verifica sul campo e quindi a tutto van­
taggio di un insegnamento sempre più. concreto e valido.
Affido quindi al caro Santo l’opera di quella rinnovata prima evange­
lizzazione a cui ho chiamato la Chiesa torinese in questo inizio di millen­
nio: la sua radicata appartenenza ad una Torino che viveva il travaglio di
trasformazioni epocali in un clima tutt’altro che facile per la vita eccle-
siale, e proprio per questo non così dissimile dalla situazione odierna, ora
riscoperta anche attraverso i suoi scritti resi accessibili nella loro integra­
lità, possa trovare nuova rispondenza e nuovi slanci di generosa evangeliz­
zazione.
Torino, 23 giugno 2003
Festa di San Giuseppe Cafasso

* Severino Card. Poletto

4.

9
Commissione scientifica

prof. Lucio Casto, direttore dell'istituto Superiore di Scienze Religiose e


docente di Storia della Chiesa presso il medesimo Istituto; docente di Teo­
logia spirituale presso la Sezione parallela di Torino della Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale; presidènte;
dott. Marco Carassi, sovrintendente archivistico per il Piemonte e la Valle
d’Aosta;
prof. Bartolo Gariglio, docente di Storia contemporanea presso la Facoltà
di Scienze Politiche dell’Università di Torino;
prof. Giuseppe Ghiberti, docente di Filologia ed esegesi neotestamentaria
alla Facoltà di Lettere e di Filosofìa dell’Università Cattolica del S. Cuore
di Milano e presso la Sezione parallela di Torino della Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale;
prof. Massimo Marcocchi, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà di
Lettere e di Filosofia delTUniversità Cattolica del S. Cuore di Milano;
mons. Francesco Peradotto, rettore del Santuario della Consolata in
Torino;
prof. Alberto Piota, direttore della Biblioteca della Facoltà Teologica e
docente di Teologia Dogmatica presso la Sezione parallela di Torino della
Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale;
prof. Renzo Savarino, docente di Storia della Chiesa presso la Sezione
parallela di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale;
prof. Francesco Traniello, docente di Storia contemporanea presso la
Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino;
prof. Giuseppe Tuninetti, archivista della Curia Metropolitana di Torino
e docente di Storia della Chiesa presso la Sezione parallela di Torino della
Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.

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Presentazione generale

Giuseppe Cafasso moriva a 49 anni, nel 1860, senza essere mai uscito dal
suo ristretto ambiente di vita: l’area del comune di Castelnuovo d’Asti e
quella della metropoli torinese. L’educazione, le condizioni di salute, le
richieste della sua organizzazione diocesana non gli diedero occasione di
realizzare programmi sensazionali. Eppure la sua presenza nella Torino di
metà ’800 lasciò segni profondi per l’attività di educatore, ispiratore di
programmi di promozione sociale, agente equilibratore in una situazione
intricata e carica di tensioni.
Senza peraltro coltivare progetti di pubblicazioni, lasciò molti mano­
scritti, che nascevano dalla sua attività di maestro di teologia morale, di
predicatore di esercizi, di corrispondente con personaggi di estrazione pre­
valentemente clericale. Questa attività non fu molto notata e anche nei
decenni successivi alla sua morte non venne fatta oggetto di molta atten­
zione. Ciononostante essa è da considerare oggi fonte preziosa di informa­
zioni, non solo del suo cammino spirituale e di componenti poco note
della sua personalità, ma anche della situazione culturale dell’ambiente
ecclesiastico del suo tempo, di una tipica sensibilità di reazione alle pro­
blematiche dell’epoca, delle fonti di ispirazione a cui attingevano gli studi
della teologia morale e gli orientamenti dell’educazione e della spiritualità
del clero del tempo.
Alcuni aspetti del suo ritratto agiografìco, come quello del consolatore
dei condannati alla pena capitale, non trovano riscontro nelle sue pagine;
ma non pochi particolari delle vicende, ecclesiastiche e non, del tempo di
Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II di Savoia potranno essere illuminati
da questi scritti.
La convinzione della preziosità del corpus vario risalente a Giuseppe
Cafasso ha suggerito di raccogliere in modo sistematico i manoscritti che

11
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

sono giunti fino a noi e che sono oggi in larghissima parte conservati
nell’Archivio del Santuario della Consolata di Torino: Esercizi spirituali
al clero (meditazioni e istruzioni), Missioni al popolo (meditazioni e istru­
zioni), Predicazione varia, Scritti di morale, Epistolario e testamento. Lo
scopo è quello di proporli all’attenzione degli studiosi di quel periodo: sto­
rici, teologi moralisti e pastoralisti, agiografi.
Numerosi sono stati i promotori del non piccolo lavoro; fra di loro
si contano gli Arcivescovi di Torino, Card. Giovanni Saldarini e Card.
Severino Poletto, la Direzione del Santuario della Consolata, la Sezione
Torinese della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Hanno mostrato
interesse vivo e offerto cordialissima collaborazione la Soprintendenza
Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta e alcuni studiosi dell’Uni­
versità di Torino e dell’Università Cattolica di Milano. Il progetto ha otte­
nuto il riconoscimento e il prezioso appoggio del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali e con decreto del 16 gennaio 2001 il ministro on. Gio­
vanna Melandri ha istituito XEdizione nazionale delle opere di San Giuseppe
Cafasso.
A tutti la Commissione scientifica esprime la propria cordiale ricono­
scenza, che si estende al gruppo numeroso di quanti in vario modo hanno
fornito il contributo del loro lavoro.

La Commissione scientifica

12
San Giuseppe Cafasso
Nota storico-biografica
(Casteinuovo d’Asti 15-1-1811 - Torino 23-6-1860)

La nascita a Casteinuovo dAsti, la formazione sacerdotale a Chicri, il


ministero pastorale a Torino: in tre fasi successive, in località collocate su
di un percorso di una trentina di chilometri, si è sostanzialmente svolta la
non lunga esistenza di don Giuseppe Cafasso, in un periodo storico scon­
volto, in Europa e in Piemonte, da gravi rivolgimenti politico-militari, con
risvolti ecclesiastico'religiosi significativi.

Le radici: PAstigiano e Casteinuovo d’Asti

Giuseppe Cafasso nacque il 15 gennaio 1811, a Casteinuovo d'Asti (dal


1930 Casteinuovo Don Bosco), da Giovanni e da Orsola Beltramo, terzo
di quattro figli, di cui due maschi: i più anziani erano Francesca e Pietro,
la più giovane era Marianna, la futura mamma del beato Giuseppe Alla-
mano.
Terra del Regno di Sardegna, dopo l’annessione napoleonica del Pie­
monte nel 1802 Casteinuovo apparteneva amministrativamente al diparti­
mento del Tanaro, di cui era capoluogo Asti, nella 27a Divisione militare.
Ecclesiasticamente, da sempre, era parrocchia della diocesi di Asti.
La vita del Cafasso sbocciò durante gli sconvolgimenti politico-militari
dell’Europa prodotti dal despota corso Napoleone Bonaparte, si svolse in
gran parte durante la Restaurazione, sotto i regni di Carlo Felice e di Carlo
Alberto, e accompagnò nell'ultimo decennio il Risorgimento italiano -
sotto il regno di Vittorio Emanuele II - che ebbe in Torino il suo centro
propulsore politico-militare-ideologico, con le sue speranze, le sue ambi­
guità e convulsioni, con i suoi gravi contrasti con la Chiesa di Torino e
di Roma, fino alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia nel 1861:

13
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

egli fu dunque suddito del re di Sardegna e non cittadino del Regno d’Ita­
lia. Al mondo della Restaurazione - e della cristianità - egli appartenne
anche come mentalità e come prassi pastorale.
Alla famiglia Cafasso, contadina, non bastavano i propri fondi rustici,
per campare; pertanto si trovava nella necessità di assumere lavori su fondi
altrui1. Sulla base del censimento del 7 gennaio 1804 (16 nevoso anno
XII) Castelnuovo, situato sulle colline del Monferrato, a circa trenta km
da Asti e da Torino, contava 2500 persone2, per lo più dedite aH’agricol-
tura. In quei decenni sulle colline si coltivavano gelsi e vite, granoturco e
frumento; negli anni seguenti la Restaurazione si registrò, con conseguenti
riflessi negativi per la gente, una flessione dei prezzi del vino. Il passaggio
continuo di eserciti —francesi, austro-russi e napoleonici - aveva ridotto
«le campagne alla “fame fisiologica”, (che) videro orde fameliche di cen­
ciosi questuanti vagare pericolosamente e affluire nei capoluoghi, mentre
la piaga del brigantaggio rendeva sempre più insicure le strade e le dimore
isolate»3. Quanto però nel caso specifico Castelnuovo abbia sofferto le
vicende politico-militari, è difficile dirlo: non risulta, ad esempio, sia stata
toccata dal diffuso fenomeno dei preti giacobini, aderenti o simpatizzanti
per la rivoluzione.
La diocesi astigiana peraltro, oltre ad essere sconvolta come tutte le
altre diocesi dalla dirompente politica ecclesiastica di Napoleone (come
la soppressione generale degli ordini religiosi nel 1802 e l’imposizione di
un Catechismo), fu lacerata soprattutto negli anni 1809-1814 (ossia
dopo la morte di monsignor Arborio Gattinara) ancora dai contrasti dot­
trinali pastorali prodotti dall’intensa attività di giansenisti quali il cano­
nico e vicario generale Benedetto Veiluva, e istituzionali-pastorali suscitati
dalla nomina a vescovo da parte di Napoleone del fratello di un suo mini­
stro, ossia del canonico di Carcassonne, Francesco Andrea Dejean, la cui
nomina non venne confermata da Pio VII4. Dopo la caduta di Napoleone,
che nel 1803 aveva soppresso nove diocesi piemontesi-valdostane, aggre­
gando tra l’altro Alba ad Asti, la ristrutturazione delle diocesi sancita dalla
bolla Beati Petri del 17 luglio 1817. di Pio VII, che ristabiliva tutte le anti­
che diocesi e creava quella di Cuneo, penalizzò la diocesi astigiana, che

1 L. N i c o l i s d i R o b i l a n t , San Giuseppe Cafasso, confondatore del Convitto Ecclesiastico


di Torino, 2 a ediz. riveduta e aggiornata da Jose Cottino, Torino 1960, p. 5.
2 G. C r o s a , Asti nel Settecento, Cavallermaggiore 1983, p. 50.
3 G . V a c c a r i n o , I giacobini piemontesi (1794-1814), Roma 1989, p. 4.
4 G. V is c o n t i , La diocesi di Asti tra ’8 00 e ’9 00, Asti 1995, pp. 42-44.

14
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

venne privata non soltanto dèlie parrocchie annesse nel 1803 ma anche di
antiche sue comunità, tra le quali Castelnuovo, che passò definitivamente
a Torino. Fu, questo, un provvedimento gravido di notevoli conseguenze
pastorali-rei¡giose per il Piemonte e non solo: infatti il giovane Giuseppe
Gafasso si rivolse alla sua nuova diocesi di Torino, prima per la sua forma­
zione sacerdotale, a Chieri, poi, per il suo perfezionamento pastorale, a
Torino. Se si pensa poi che a seguirlo sulla stessa strada saranno altri due
grandi preti castelnovesi, Giovanni Bosco (1815-1888) e Giuseppe Alla-
mano (1851-1926), suo nipote, vien fatto di pensare che il 1817 è dav­
vero una data albo signando, lapillo. Se infine si aggiunge che la bolla del
1817 fece ritornare la cittadina di Bra dalla diocesi di Asti a quella di
Torino, orientando definitivamente don Giuseppe Benedetto Cottolengo
(1776-1842) alla capitale subalpina, si evince facilmente quanto abbia
inciso sulla vita della Chiesa torinese, e oltre, la bolla piana.
Sulla pratica religiosa dei castelnovesi al tempo della giovinezza del
Cafasso disponiano di alcune informazioni, non irrilevanti. Nella rela­
zione redatta nel 1825 in preparazione alla visita pastorale dell’arcivescovo
Colombano Chiaveroti il parroco don Giuseppe Sismondo scriveva tra
l’altro che nei giorni festivi, specialmente del periodo invernale e della
Quaresima, la popolazione si accalcava letteralmente nella chiesa parroc-
chi ale5.
D’altra parte, la pratica religiosa, nonostante la bufera rivoluzionaria e
napoleonica, diversamente da quanto accadde nella Francia postrivoluzio-
naria, nella diocesi di Torino - non soltanto nelle campagne ma nella stessa
città di Torino —e nel Piemonte in genere, continuò a essere intensa.
Non a caso probabilmente, Castelnuovo fu negli anni 1829-1880, nella
diocesi di Torino, tra le località più feconde di vocazioni al sacerdozio^,
anzi fa il più fecondo centro piemontese di santità sacerdotale.

La formazione al sacerdozio nel seminario di Chieri


(1830-1833)

Se la prima formazione al sacerdozio del C. va letta alla luce dell’episco­


pato del camaldolese Colombano Chiaveroti (1818-1831), il contesto di

3 Archivio Arcivescovile di Torino, 8.2.12: Relazioni parrocchiali, ff. 436ss.


6 A. N ico la , Seminario e seminaristi nella Torino dell’Ottocento. Assetto economico ed
estrazione sociale del clero, Casale Monferrato 2001, p. 184.

15
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

tutto il suo ministero pastorale fu quello dell1episcopato del discusso arci­


vescovo, il genovese Luigi Fransoni (1831-1862). Fu, questi, uomo di cri­
stallina coerenza, che pagò di persona con carcere ed esilio a Lione dal
1850 al 1862, ma ebbe il grave limite, come uomo di governo, di non
capire i tempi nuovi e di essere incapace di distinguere l’irrinunciabile
da ciò che era caduco, provocando gravi danni alla Chiesa torinese e alla
Chiesa nel suo insieme; in tal modo infatti, inconsapevolmente, fece il
gioco degli estremisti settari, ben orchestrati dalla «Gazzetta del popolo» (e
sostenuti dalla massoneria, presente in parlamento e al governo; forse lo
stesso Cavour era massone e gran maestro), che erano non soltanto anti-
clericali, ma anticattolici e anticristiani, e miravano a colpire a morte la
Chiesa7.
Compiuti gli studi secondari e frequentato il biennio di filosofìa nel
Collegio Civico di Chieri, nel 1830 Giuseppe fu accolto nel seminario
filosofico-teologico di Chieri, aperto nel 1829 dall’arcivescovo Colombano
Chiaveròti, camaldolese, come alternativa a quello di Torino, i cui chie­
rici frequentavano la facoltà teologica dell’università, ritenuta dall’arcive­
scovo ambiente inadatto alla formazione al sacerdozio, anche a causa dei
fermenti politici suscitati dai moti del 1821 e delle contestazioni che ave­
vano coinvolto la cattedra di teologia morale del professore sardo don Gio­
vanni Maria Dettori, di orientamento probabiliorista e tendenzialmente
rigorista. Inoltre, con l’istituzione di un seminario lontano dalia capitale,
l’arcivescovo intendeva sottrarre il più possibile la formazione del clero al
controllo governativo, come avveniva nell’università. Il modello di sacer­
dote voluto dal Chiaverò ti era quello del «ministro di Dio che è essenzial­
mente e prima di tutto curatore d’anime, sulla linea propugnata dal conci­
lio di Trento»8. Il terzo seminario arcivescovile, quello di Bra, riaperto nel
1821, in quegli anni offriva soltanto.il biennio filosofico.
Ammesso alla tonsura e ai primi quattro ordini minori il 18 settembre
1830, ricevette il 23 marzo 1833, nella chiesa deU’Immacolata Concezione
deirArcivescovado di Torino, dalle mani dell’arcivescovo Luigi Fransoni
il diaconato, il 21 settembre 1833* nella stessa chiesa, il presbiterato, dal

7 G. T u n in e t t i - G . L. D ’A n t i n o , Il cardimi Domenico Della Rovere egli arcivescovi di


Torino, dal 1515 a l2000. Stemmi, alberi genealogici e profili biografici, Cantalupa (Torino)
2000, p. 179.
8 A . G ir a i ; d o , Clero, seminario e società. Aspetti della Restaurazione religiosa a Torino,
Roma 1992, p. 279

16
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

vescovo di Bobbio, Giovanni Giuseppe Cavalieri, cappuccino, originario


di Carmagnola9. Fu quello il periodo di maggior abbondanza di ordina­
zioni presbiterali per la diocesi torinese; infatti nel decennio 1830-1840 si
registrò il più alto numero di nuovi presbiteri di tutto il secolo: 663. Nel
decennio precedente erano stati 372, nel successivo saranno 581, per calare
progressivamente, fino al minimo di 196 negli anni 1870'188010.

Cafasso nel Convitto di S. Francesco ¿’Assisi in Torino


(1834-1860)

Allievo e docente di Teologia morale pratica


A questo punto, si verificò la svolta fondamentale della sua vita di prete:
l’ingresso - il 28 gennaio 1834 - nel Convitto Ecclesiastico di S. Francesco
in Torino, per il perfezionamento pastorale. Vi restò per il resto della vita,
assumendovi sempre maggiori responsabilità: dal 1836 ripetitore (ossia
vice) del rettore, abate Luigi Guala, che nel 1844, per ragioni di salute,
gli affidò tutto l’insegnamento; dal 6 dicembre 1848 rettore della chiesa
di S. Francesco d’Assisi e del Convitto (cui seguì la nomina di rettore del
Santuario di Sant’Ignazio presso Lanzo) fino al 23 giugno 1860, giorno
della morte.
Al Convitto di S. Francesco, sotto la direzione del teologo Guala (che
lo aveva fondato su ispirazione di Pio Bruno Lanteri, poi fondatore degli
Oblati di Maria Vergine), era affidata una delle Conferenze di Teologia
Morale (ossia corsi triennali di teologia morale pratica), ricostituite, per il
clero cittadino, in numero di quattro, nel 1814, dal sovrano sabaudo. Pro­
gettate da Vittorio Amedeo II e istituite nel 1738 da Carlo Emanuele III,
erano diventate pienamente operative probabilmente soltanto nel 1768.
Gli arcivescovi intervenivano unicamente per promuovervi e regolamen­
tare la partecipazione del clero11. Tuttavia presso la chiesa di S. Francesco

9 Archivio Arcivescovile di Torino; Registri Ordinatìonum 1830-1833.


10 I, T u b a l d o , I l clero piemontese: sua estrazione sociale, sua formazione culturale e sua
attività pastorale. Alcuni apporti alla sua individuazione, in F. N. A t t e n d in o (a c u ra di),
Chiesa e società nella I I metà delXIXsecolo in Piemonte, Casale Monferrato 1982, p. 195.
11 M. R o s s t n o , Alle origini del Convitto Ecclesiastico della Consolata. Le conferenze di
teologia morale, in A a .V v ., Cultura cattolica ed esperienze pastorali a Torino, (Quaderni d el
Centro Studi C. Trabucco, diretti da F. Traniello, 21), Racconigi (Cuneo) 1995, pp. 8ss.

17
Esercizi Spirituali al Clero Meditazioni

i giovani sacerdoti - in particolare quelli provenienti dalla provincia - tro­


vavano non soltanto una scuola di teologia morale, ma. anche un Convitto
(riconosciuto dal ré Carlo Felice il 25 ottobre 1822 e approvato dall’ar­
civescovo Chiaverò ti il 4 giugno 1823 con la nomina del rettore), dove
conducevano vita comunitaria. Altro aspetto distintivo della Conferenza-
Convitto di S. Francesco era il contesto culturale-spirituale, quello delle
«Amicizie» (Cristiana, Sacerdotale e Cattolica), considerate da Gabriele De
Rosa il «primo incerto vagheggiamento di una forma nuova di apostolato
laicale» in Italia12: di carattere legittimistico e impregnato di spiritualità
ignaziana, mirante a un progetto di sacerdote devoto al papa e formato
nella Teologia morale e nella pastorale alfonsiane.
L’importanza storica del Cafasso nella pastorale, anche oltre i confini
di Torino e del Piemonte (si pensi a don Bosco e ai suoi Salesiani), va
soprattutto attribuita al fatto che egli fu formatore, direttamente e indiret­
tamente, di generazioni di preti-pastori. Il suo compito istituzionale - for­
mare buoni confessori e validi predicatori - lo svolgeva sia dalla cattedra,
sia nella pratica intensa del confessionale e del pulpito. Con la sua vita,
senza ostentazione, ma con semplicità, si proponeva di fatto come modello
di vita sacerdotale.

Predicatore di Esercizi spirituali e di Missioni popolari


Il Convitto era entrato nell’orbita dei Gesuiti e degli Oblati di Maria Ver­
gine anche con la predicazione, sia di esercizi spirituali - specialità igna­
ziana - a preti e a laici, sia di missioni popolari. Ai giovani sacerdoti, suoi
allievi, C. diceva che per riuscire un buon predicatore bisognava avere
innanzi tutto retta intenzione, santità di vita e preghiera, accompagnate
evidentemente da una soda preparazione dottrinale e tecnica. Il meglio di
se stesso e della sua ricchezza spirituale e saggezza pastorale lo offriva anche
al clero in cura d’anime negli esercizi spirituali, che predicava, secondo il
classico schema ignaziano (che si andava diffondendo) - sia pure adattan­
dolo - in varie case di esercizi del Piemonte (i santuari della Madonna dei
Fiori di Bra, di Graglia, d’Andorno, di Cussanio ecc. e varie località di
diocesi piemontesi), ma in particolare presso il Santuario di Sant:Ignazio di
Lanzo Torinese, nei mesi estivi, prima come collaboratore del Guala e poi
come direttore del Convitto e del santuario. Al piano superiore, si conserva
la «sua» stanza, prospiciente il sagrato.

12 G. D e R o sa , Il Movimento Cattolico in Italia, Bari 1970, p. 23.

18
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

Presso questo santuario - fatto edificare-dai Gesuiti nei primi decenni


del. Settecento - gli abati Luigi Guala e Pio Bruno Lanteri avevano predi­
cato nel settembre del 1807 il primo corso di esercizi spirituali al clero:
prassi che è durata, perfezionandosi e intensificandosi, quasi ininterrotta­
mente fino ad oggi. Era stato l’arcivescovo Giacinto Della Torre a suggerire
il santuario come luogo idoneo, perché, tra l’altro, in seguito all’incamera-
mento di tutte le case per esercizi spirituali, era rimasta l’unica casa dipen­
dente dalla mensa arcivescovile. I destinatari del suggerimento non erano
casuali, in quanto - esponenti delle ((Amicizie» - erano persone imbevute
di spiritualità ignaziana e legati a ex gesuiti, i classici depositari del carisma
degli esercizi spirituali. Dopo i lavori di adattamento condotti dal Guala,
anche il Cafasso profuse ingenti risorse finanziarie per la carrozzabile e per
il fabbricato, sia del santuario sia della casa per esercizi13; Durante gli eser­
cizi, era massima, da parte del Cafasso, la cura della predicazione e del
contatto personale con i sacerdoti-
Nel primo decennio di sacerdozio il Cafasso si dedicò anche alla pre­
dicazione delle missioni popolari, che registrarono nei Paesi cattolici euro­
pei il massimo di sviluppo proprio nella prima metà dell’Ottocento14.
Per farsi meglio capire, in tale circostanza predicava in piemontese, come
documenta tra l’altro il testo delle prediche redatto in italiano e ricco di
piemontesismi15.

Confessore e direttore spirituale


Se il Cafasso insegnava il primato della predicazione, fu il sacramento
della confessione ad assorbire il massimo delle sue energie, sia nell’insegna­
mento, sia soprattutto nella pratica. Dedicava ogni mattina almeno tre ore
consecutive al confessionale, ma era sempre disponibile in ogni momento,
tanto era convinto dell’importanza capitale del sacramento per il bene dei
fedeli. A lui accorrevano preti, come don Bosco, e laici d’ogni ceto sociale:
nobili come la marchesa Giulia di Barolo e il marchese E. Ferrerò della
Marmora, parlamentari come Clemente Solaro della Margarita, gente fer­
vorosa e peccatori incalliti. Tale zelo pastorale cercava di inculcare negli

13 G. T u n in e t t i , Il santuario di Sant’Ignazio presso Lanzo. Religiosità, vita ecclesiale e


devozione (1622-1991), Pinerolo 1992, pp. 81ss.
14A. Favale, Missioni popolari, in M. S o d i ■- A. M. T r ia c c a (a cura di), Dizionario di
omiletica, Leumann (Torino) - Gorle (Bergamo) 1998, pp. 965ss.
15 L. N i c o l i s d i R o b I la n t , San Giuseppe Cafasso, cit., pp. 736ss.

19
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

allievi tramite le lezioni di teologia morale, che non erano un’arida paléstra
di casistica, ma una scuola di formazione di coscienze e di vite pastorali,
in cui sapientemente armonizzava le esigenze dei principi morali con la
comprensione dei penitenti, evitando gli opposti scogli del rigorismo e del
lassismo, che allora si esprimevano nella polemica tra probabiliorismo -
più attento alla legge e insegnato nell’Università di Torino e nelle varie
Conferenze di Morale cittadine - e probabilismo, più sensibile alla libertà
e adottato dal- Guala (e dai Gesuiti) sulla linea del beato Alfonso Maria
de’ Liguori. Erano sottesi non solo due diversi approcci alla morale, ma
anche differenti linee pastorali, che concernevano tra l’altro tutta la prassi
sacramentaria.
Linea mediana tra probabilismo e probabiliorismo era ad esempio
anche quella dell’abate Antonio Rosmini, esposta —in lieve polemica con
Alfonso de1 Liguori - nel Trattato della Coscienza, morale del 1840, poi
sostenuta, dopo averla assimilata già nei decenni precedenti, dall’arcive-
scovo di Torino, Lorenzo Gastaldi, negli anni Settanta16.
Il Cafasso ci ha lasciato il suo insegnamento nelle annotazioni d’ispira­
zione alfonsiana del testo ufficiale di teologia morale di Antonio Alasia, di
tendenza probabiliorista, approvato dal sinodo diocesano torinese deli.’ar­
ci vescovo Gaetano Costa del 1788.
Il Gioberti nel Gesuita moderno17 accusò il Convitto di essere scuola di
lassismo; Ì biografi del Cafasso e gli studiosi del Convitto, bollando come
rigorismo tutto ciò che non era probabilismo, presentarono il Cafasso
come il seguace di un probabilismo spinto e maestro di don Giovanni

1S G. T u n i n e t t i , Lorenzo Gastaldi 1815-1883. Volume I: Teologo, pubblicista, rosmi-


niano, vescovo di Saluzzo: 1815-1871, Casale Monferrato 1983, pp. 43ss
17 V. G io b e r t i , Il Gesuita moderno, Tomo quarto, Napoli 1848, pp. 279-281. Tra l’al­
tro si legge: «Il capo della congregazione [il teologo Guala] è uomo di costume irrepren­
sibile, di pietà sincera e di buona intenzione; ma egli è cosi spasimato delle cose vostre,
che dicendo Ignazio e Cristo, gli pare di far grande onore al secondo di questi due nomi.
[...]. Io avrei taciuto volentieri del convitto di san Francesco a contemplazione di alcuni
uomini rispettabili che ci sono [allusione a don Cafasso?], se la gravità del male permet­
tesse tali riguardi; imperocché il danno che questa congrega ha fatto alla religione non
solo in Torino ma in tutto il Piemonte, è difficile a calcolare; e io sentii più volte affer­
marlo da vecchi paraci savi e sperimentati; i quali sono i migliori giudici in queste mate­
rie. Tanto è vero che lo zelo più sincero (coinè senza dubbio quello di chi regge tale
instituto) può nuocere assaissimo invece di giovare, quando non è accompagnato dalla
sapienza».

20
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

Battista Bertagna, poi direttore del Convitto a fine Ottocento (nonché


vescovo ausiliare di Torino), abile a destreggiarsi in un’arida casistica.
La pubblicazione degli scritti, soprattutto di teologia morale, del
Cafasso dirà finalmente chi aveva ragione: se Gioberti o i biografi del
Cafasso; o addirittura rivelerà una terza interpretazione, mediana tra le
due, come sembra intuibile.
Don Cafasso era ricercato consigliere, a cominciare dall’arcivescovo
Fransoni. Non a caso r«Armonia»18 di Torino, ricordando la sua morte,
nel numero del 26 giugno 1860 lo definirà «vìr consiliorutm. A lui si rivol­
gevano fondatori e fondatrici, primo fra tutti don Bosco. Molto influsso
esercitò su quella grande e santa donna che fu la marchesa Giulia di Barolo,
benefattrice e fondatrice. Anche il vulcanico don Giovanni Cocchi fu da
lui illuminato; don Domenico Sartoris fu guidato nella fondazione delle
Povere Figlie di Santa Chiara. Incoraggiamento e sostegno ottennero il
futuro abate Francesco Faà di Bruno, creatore dell’Opera di Santa Zita e
poi fondatore delle Suore Minime del Suffragio; don Gaspare Saccarelli,
primo parroco di San Donato e fondatore dell’istituto della Sacra Fami­
glia (le Verdoline); don Pietro Merla, realizzatore del Ritiro di San Pietro19
poi massacrato da balordi perché sottraeva donne alla strada e allo sfrutta­
mento.

Cappellano dei carcerati e dei condannati a morte


Torino era una città in profonda trasformazione, demografica e sociale,
dovuta all’intensa immigrazione dalle campagne, causata dal bisogno di
lavoro e dalla necessità di sopravvivenza, con conseguenti gravi problemi
sociali, che colpivano soprattutto gli strati più poveri della popolazione e
le persone più deboli, come i giovani, i malati, i carcerati e i condannati a
morte. Il Cafasso, pur non avvertendo probabilmente la portata dei cam­
biamenti sociali, non si sentì tuttavia estraneo e cercò di provvedervi nel­
l’ottica prevalente delia pastorale e della carità cristiana. Nel mondo dei
carcerati e dei condannati a morte s’impegnò, in prima persona, con un
ministero che lo rese popolare come «il prete della forca»: così lo ricorda la
città di Torino con un monumento eretto nel I960 proprio al «rondò della
forca», dove avvenivano le esecuzioni capitali. Accompagnò al patibolo

18 «L’Armonia della Religione e della civiltà», 26 giugno 1860, n. 48, p. 590.


19 L. N i c o l i s d i R o b il a n t , San Giuseppe Cafasso, cit., pp. 641-647.

21
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

(impiccagione) sessantotto condannati, che affettuosamente chiamava i


miei «santi impiccati», portandoli tutti al pentimento. Il più restìo a pen­
tirsi e rimasto più impresso nella fantasia popolare fu il bandito Francesco
Delpero, di Canale d’Alba, vera tigre per l’efferatezza dei suoi delitti, giu­
stiziato con la sua banda in Bra il 31 luglio 1858. Il condannato più illustre
che il Cafasso assistette in carcere e davanti al plotone d'esecuzione fu, il 22
maggio 1849, il generale Gerolamo Ramorino, giudicato colpevole della
disfatta di Novara. L’esecuzione capitale era preceduta da un preciso «rito»,
che per noi ha quasi il sapore del macabro: con al collo il laccio e le mani
legate (ai parricidi si poneva un velo nero sul capo), il condannato saliva
sul carro (il Cafasso gli era seduto al fianco), che percorreva, tra due ali
di folla, le vie della città verso il luogo della forca preceduto dai confra­
telli della Arciconfraternita della Misericordia - che salmodiavano il salmo
Miserere - fiancheggiato dai carnefici e seguito dai soldati, mentre la cam­
pana municipale mandava i suoi lugubri rintocchi. Giunto il momento
fatale, il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato, don
Cafasso ripeteva l’assoluzione e dava da baciare il Crocifisso. Non di rado,
avvenuta l'esecuzione, la folla lanciava sassi contro il carnefice in segno di
disprezzo.

Suggeritore e promotore di opere pastorali: oratori festivi e Opera degli


spazzacamini
Al consiglio del Cafasso si devono due opere di notevole rilievo sociale,
fondate per alleviare i problemi sollevati dall’immigrazione giovanile: gli
oratori festivi di don Bosco e l’Opera degli spazzacamini.
Il primo sacerdote torinese a tentare di dare una risposta concreta di
pastorale giovanile ai problemi sollevati dalla immigrazione giovanile in
Torino negli anni Trenta e Quaranta era stato il viceparroco della SS.
Annunziata, don Giovanni Cocchi, prete di Druent, che nel 1840 nella
zona lungo il Po, detta il Moschino, nel quartiere di Vanchiglia, aveva
avviato il primo oratorio cittadino intitolato all’Angelo Custode. Ma fu
al Convitto di San Francesco che prese le mosse l’opera di don Bosco, al
quale l’arcivescovo Fransoni il 31 marzo 1852, dall’esilio di Lione, avrebbe
affidato TOpera degli Oratori. La culla degli oratori donboschìani furono
infatti i Catechismi che facevano parte del programma di formazione
pastorale dei sacerdoti convittori e ai quali era connessa anche l’assistenza
ai giovani bisognosi. I consigli del Cafasso al giovane don Bosco fecero il
resto, come la fondazione della Società Salesiana nel 1858.

22
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

Tra i ragazzi immigrati stagionali in Torino c’erano gli spazzacamini che


giungevano dalla Valle d’Aosta e da quella dell’Orco (Ceresole). Fu attorno
al 1840 che don Cafasso cominciò a raccogliere, nei giorni festivi, per dar
loro catechismo e cibo, i ragazzi spazzacamini, specialmente valdostani,
che avevano tre luoghi di raccolta non distanti da S. Francesco: le piazze
San Giovanni, Susina (poi Savoia) e San Carlo. Poi li affidò a don Pietro
Ponte, coadiuvato da don Giacinto Carpano e da don Giuseppe Trivero.
Quando nel 1848 il Convitto fu in gran parte occupato dall’esercito per
i feriti di guerra, furono accolti nel seminario metropolitano, dove erano
seguiti anche dai fratelli Ermanno e Enrico Reffo, e poi da una Conferenza
di San Vincenzo istituita per gli studenti della Savoia. Successivamente i
loro punti di riferimento, sempre sotto la guida di don Ponte, furono la
chiesa di San Tommaso e poi la chiesa di Sant’Anna in via Massena. Passata
nel 1885 alTUnione del Coraggio Cattolico, l’Opera degli spazzacamini
continuò ancora, ospitata nell’arcivescovado, nei primi decenni del Nove­
cento20. Tuttavia, sia le origini - attribuite anche alla marchesa Giulia di
Barolo e ad altri - sia lo sviluppo dell’Opera degli spazzacamini, restano
ancora nel vago ed esigerebbero uno studio sistematico.

Don Cafasso e il Risorgimento


Gli anni della direzione del Convitto (1848-1860) coincisero con gli anni
del Risorgimento, anni burrascosi e duri per la Chiesa, emblematizzati a
Torino dal cosiddetto «caso Fransoni». Le biografie sono avare di informa­
zioni sui rapporti del Cafasso con la «politica». Tuttavia, la documenta­
zione archivistica offre sufficienti informazioni sul suo atteggiamento di
fondo, che risulta molto più riservato verso la politica e i politici di quello
del predecessore21. Probabilmente fu tale riservatezza che salvò il Convitto,
che in quegli anni rischiò di essere travolto con i Gesuiti (cacciati dal
Regno di Sardegna con la legge del 25 agosto 1848) e i loro amici, con­
siderati reazionari: proprio in quell’anno il Gioberti nel suo forsennato
attacco ai Gesuiti aveva bollato il Convitto come un covo di gesuitanti,
anche se in realtà non era così. Infatti, se i convittori non parteciparono

20 Ibidem, pp. 445ss.


21 Si deve a Mario Rossino il chiarimento sii questo aspetto, ottenuto con una attenta
indagine archivistica condotta nella sua tesi di laurea: Le orìgini del Convitto Ecclesiastico
di San Francesco d ’Assisi con alcuni cenni biografici sul teol. Luigi Guata. Contributo ad una
ricostruzione storica, Tesi di laurea discussa nella Facoltà di Scienze politiche dell’Univer­
sità di Torino, a.a. 1991-92, relatore il prof. Franco Bolgiani, pp. 971-976.

23
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(diversamente dai chierici del seminario di Torino) alle manifestazioni e


,ai cortei per lo Statuto, essi «erano per oltre una metà giobertiani sfega­
tati»22. Peraltro l’opinione pubblica (quella che contava) ostile e le divisioni
politiche interne possedevano un potenziale dirompente. Si aggiunga che
nell’anno scolastico 1848-1849 il Convitto venne adibito in gran parte a
ospedale militare, pur continuando lo svolgimento delle lezioni di teolo-
già morale, e non rifiutando di contribuire alla sottoscrizione per un pre­
stito nazionale. Per sottrarre il più possibile ai riflettori il Convitto, don
Cafasso rinunciò alla Conferenza pubblica, limitandosi a quella privata;
d’altra parte, non essendo - diversamente dal Guala - dottóre collegiato
della Facoltà teologica, non possedeva i requisiti per presiedere la Confe­
renza pubblica. «In questa situazione, se il Convitto potè sopravvivere e
riprendersi, il merito va esclusivamente alla prudenza e alla sapienza del
Cafasso, che per questo obiettivo si servi di ogni mezzo»23.
Non mancarono gravi noie negli anni successivi. A detta del Chiuso, il
Cafasso fu coinvolto nel 1850 nella dolorosa vicenda di Pietro Derossi di
Santarosa, che come esponente del governo aveva votato le leggi Siccardi e
poco dopo si trovò in punto di morte. Infatti, mentre la commissione dei
teologi Fantolini, Cafasso, Girò e Durando (secondo il Colomiatti i teo­
logi erano Fantolini, Girò, Ravina e Tempo) studiava la formula di ritrat­
tazione, l’ex ministro morì senza i sacramenti richiesti. L’indignazione pro­
vocata travolse l’arcivescovo, che in realtà aveva proposto una formula di
ritrattazione più benigna di quella della commissione''1. Fu ancora il caso
Fransoni a provocare negli ultimi giorni di vita del Cafasso una perquisi­
zione della polizia nello stesso Convitto, compiuta il 6 giugno 1860 nel­
l’intento di trovare corrispondenza con l’arcivescovo in esilio: è chiaro che
i dubbi cadevano sul rettore. Non fu trovato nulla di compromettente, ma
la cosa, ossia l’affronto subito, stando ai biografi, sarebbe riuscita fatale al
Cafasso, già in precarie condizioni di salute25.

Morte. Fama dì santità, canonizzazione e devozione


Ammalatosi il 12 giugno 1860, don Cafasso morì, all’età di 49 anni,
cinque mesi e otto giorni, nella sua camera del Convitto Ecclesiastico alle

22 Ibidem, p. 971.
23 Ibidem, p. 973.
24 M . F. M ellano , Il caso Fransoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848-1850),
Roma 1964, pp. 139ss.
15 L. N i c o l i s d i R o b il a n t , San Giuseppe Cafasso, cit., pp. 824s.

24
San Giuseppe Cafasso. Nota storico-biografica

ore 10 e un quarto del mattino del 23 giugno26, assistito dal superiore gene­
rale della Piccola Casa della Divina Provvidenza, don Luigi Anglesio, fatto
chiamare dallo stesso don Cafasso. Tra i primi ad accorrere fu don Bosco,
in lacrime, accompagnato da don Michele Rua. «Fu un affluire continuo
ed affollatissimo di gente di ogni ceto e condizione, per contemplare per
l’ultima volta le venerate sembianze di don Cafasso, e far toccare alla sua
salma oggetti di devozione: corone, medaglie e crocifissi»27.
La «Civiltà Cattolica» dei Gesuiti di Roma e l’«Armonia» di Torino,
quotidiano dell’intransigentismo cattolico, diretto da don Giacomo Mar­
gotti, ne tesserono gli elogi. La rivista dei Gesuiti ne scrisse brevemente
nella rubrica Cronaca contemporanea dedicata alla vita della Chiesa: dopo
la perquisizione compiuta dalla polizia neU5Oratorio di Valdòcco «contem­
poraneamente si fa una perquisizione a D. Cafasso, il quale poco dopo ne
muore. D. Cafasso era il vero apostolo di Torino, l’educatore del giovine
Clero, il consigliere dei sacerdoti e delle più ragguardevoli persone, l’An­
giolo delle prigioni, il confortatore dei condannati al patibolo».
La domenica 24 giugno si prese al cadavere la maschera in gesso. Il
lunedì 25 giugno, alle ore 7, il teologo Felice Golzio celebrò la messa prue-
sente cadavere con grande concorso di popolo. Fatta la levata del cadavere
da parte del teologo Giovanni Battista Bruno, parroco dei SS. Martiri, il
corteo percorrendo via dei Mercanti e via Doragrossa raggiunse la chiesa
parrocchiale, tra migliaia di persone stipate lungo il tragitto. Venne inu­
mato nel cimitero generale della città nel sito ereditato dal teologo Guala e
lasciato per via testamentaria, dal Cafasso, a don Anglesio.
Tra i primi a testimoniare espressamente della santità del Cafasso fu
don Bosco in due elogi funebri, poi pubblicati nelle «Letture cattoliche»,
pronunciati, in occasione della morte, a Valdocco e nella chiesa di S. Fran­
cesco d’Assisi. Sollecitato da molti, il canonico Giuseppe Allamano, nipote
del Cafasso e rettore del Santuario della Consolata e del Convitto Eccle­
siastico, s’interessò per avviare il processo di beatificazione, la cui introdu­
zione fu firmata il 23 maggio 1896 dall’arcivescovo di Torino Davide Ric­
cardi, preceduta dalla pubblicazione della prima biografia ad opera di don
Giacomo Colombero nel 1895; in tale occasione, precisamente F8 ottobre
1896, la salma venne trasferita dal cimitero nella cripta del Santuario della
Consolata.

26 Ibidem; v. A tti di Morte del 1860 della parrocchia dei SS. Martìri, n. 40, nell’Archi­
vio Arcivescovile di Torino.
27 L. N i c o l i s d i R o b il a n t , San Giuseppe Cafasso, cit,, p. 840.

25
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

Le tappe successive furono queste: il 27 febbraio 1921 Benedetto XV


ne dichiarò l’eroicità delle virtù; riconosciuti i due miracoli richiesti, Pio
XI, il 3 maggio dell’Anno Santo del 1925, lo proclamò beato e lo paragonò
al Curato d’Ars, chiamandolo «la perla del clero italiano»; e la fama si dif­
fondeva a livello nazionale anche grazie alla biografia del Cardinal Carlo
Salotti che lo presentava con le citate parole di papa Ratti; le spoglie del
beato furono collocate, nel 1924, in un’urna di bronzo, dono personale di
Pio XI, nel primo altare a destra dell’ingresso del Santuario della Conso­
lata, ove si trovano ancora oggi. Infine Pio XII, il 22 giugno 1947, lo pro­
clamò santo, chiamandolo «modello di vita sacerdotale, padre dei poveri,
consolatore degli infermi, sollievo dei carcerati, salute dei condannati al
patibolo». Lo stesso papa Pacelli il 9 aprile 1948 lo dichiarò patrono delle
carceri italiane, e nell’enciclica Menti Nostrae del 23 settembre 1950 sul
modo di promuovere la santità della vita sacerdotale, lo propose come
modello in particolare ai sacerdoti impegnati nelle confessioni e nella dire­
zione spirituale.
Seguì un periodo ricco d’interesse verso il Cafasso —anche fecondo dì
scritti - che culminò nella celebrazione del primo centenario della morte
nel I960, a Torino, con numerose iniziative, tra cui un convegno nazio­
nale dei chierici. Il Comune di Torino, da parte sua, gli dedicò un monu­
mento al cosiddetto «rondò della forca» e le reliquie furono portate nelle
principali carceri italiane. Con le discussioni postconciliari sull’identità del
prete e sulla sua storicizzazione, l’interesse al Cafasso conobbe una para­
bola discendente. Nella celebrazione del giubileo dei carcerati nell’Anno
Santo del 2000 una sua reliquia fu portata nel carcere di Vercelli.

26
Fonti e bibliografia

Fonti inedite ed edite

Archivio storico dei Santuario della Consolata. Il Fondo San Giuseppe


Cafasso è costituito dai seguenti faldoni: Esercizi spirituali al cleio. Istru­
zioni-. 43-44; Meditazioni: 45-48. Esercizi spirituali al popolo. Meditazioni'.
48-49. Terzaparte della dottrina cristiana'. 49-51. Collectio ex Sacra Scriptura
Patribtis Doctoribus et aliis Sanctis: 51. Esercizi spirituali prediche varie: 51.
Corrispondenza: 51-52. Morale: 52-57. Biografie: 60-64. Scritti diversi sullft
vita di San Giuseppe Cafasso: 65. Testimonianze su San Giuseppe Cafasso:
65. Processi di beatificazione e canonizzazione. 65-73. Varie (Carte relative
al Convitto, autografi, testamento...): 73-74,
G. C a f a s s o , Meditazioni per Esercìzi Spirituali al Clero, pubblicati per
cura del can. Giuseppe Aliamano, Torino 1892; I d ., Istruzioni per Esercizi
Spirituali al Clero, pubblicate per cura del can. Giuseppe Aliamano, Torino
1893: non si tratta di edizione critica e neppure completa; alcune medi­
tazioni sono state unite, vocaboli ed espressioni sono stati modificati. In
occasione della beatificazione del 1925, i due volumi vennero ripubblicati
tali e quali dai Missionari della Consolata, come 3° e 4° volume delle pro­
gettate Opere Complete del Beato Giuseppe Cafasso; il 2° volume era nuovo
e costituito dalle Sacre Missioni alpopolo, Torino 1925; il 5°, dedicato alla
Teologia Morale e curato da P. Racca, non fu pubblicato. I due volumi del
1892-1893 furono ripubblicati in occasione del centenario della morte,
con un’ulteriore correzione del linguaggio: S. G i u s e p p e C a f a s s o , Esercìzi
'Spirituali al clero, Edizioni Paoline, Alba 1960.
Biblioteca del Seminario Arcivescovile: Compendium theologiae moralis
auctore D. Iosepho Cafasso Collationum Moralìum Praefecto, manoscritto
redatto da don A. Bues, 2 tomi, 1864, pp. 359 e 375.

27
Archìvio Istituto Missioni Consolata di Torino-Roma: Teologia Moralis.
Accurate recognita et ad codicem Juris Canonici accomodata cura et studio
Sac. Petri Racca\ manoscritto di 963 pp., redatto per la pubblicazione su
appunti e scritti del C. posseduti dall’Allamano e mai pubblicato.
Biblioteca del «Centro Studi Don Bosco» dell’Università Pontificia
Salesiana di Roma: si tratta di 1543 pagine autografe del C., facenti parte
di due serie di materiali. Prima serie-. 10 volumi legati in pergamena e
numerati sul dorso, contenenti gli otto volumi della Theologia moralis di
D. A. Alasia (ed. Botta, Torino 1830-1831), smembrati e interpolati dal
C. con pagine bianche su molte delle quali si leggono le sue osservazioni
autografe; in tempi successivi sono state numerate con un timbro le sole
pagine manoscritte. Seconda serie: 30 fascicoli cuciti con filo di canapa a
modo di quaderno; le pagine scritte sono numerate meccanicamente da
p. 849 a p. 1531, continuando la paginazione dei voli, sopra elencati: tra
l’altro si trovano Casi di morale pel concorso di parrocchie -dall’anno 1845
(quaderno 23) e Temi di predicazione dall’anno 1851 (quaderno 30).
Archivio Arcivescovile di Torino 16.30: Processo di Canonizzazione; 13
volumi di manoscritti, di cui quattro del Processus Ordinarìus, 1895-1899
(2476 pp.), e quattro del Processus apostolicus, 1907-1911 (903 pp.), più
tre fascicoli manoscritti.
Sulla causa sono stati pubblicati tra l'altro: Positìo super Introductione
Causae, Romae 1906; Summarium super dubio, Romae 1906; Positìo super
fama in genere, Romae 1909; Positio super virtutibus, Romae 1918; Positìo
super miraculis, Romae 1935.

Bibliografia sul Cafasso e sull’ambiente


p iemontese-astigian o-torinese

Si tratta di volumi scritti sul Cafasso a partire dalla sua morte, citati
in ordine cronologico, per rendere meglio il mutare dell’interesse per il
Cafasso stesso, e a prescindere dal loro valore intrinseco. Sono stati omessi
articoli di giornali (e bollettini) con l’eccezione del primo contributo che
costituisce il primo intervento post mortem. Sono indicate inoltre alcune
altre pubblicazioni o studi utili per la comprensione dell’ambiente (Pie­
monte, in particolare Astigiano e Torinese) e delle principali attività pasto­
rali del Cafasso, del quale a volte vi si parla altre no.

28
Fonti e bibliografia

Come si può notare, i primi quattro scritti appartengono al 1860, in


occasione della morte, poi c’è un singolare vuoto di circa un trentennio,
ossia fino alla pubblicazione del III volume del Chiuso ngl 1888. La svolta
avviene con la pubblicazione della prima biografia nel 1895, quella del
Colombero, in occasione della introduzione della causa di beatificazione.
Tuttavia è tra il 1911 e il 1964 che si assiste ad un gran numero di pub­
blicazioni, in gran parte agiografiche. Poi, celebrato il primo centenario
della morte, l’interesse si attenuò fin quasi a scomparire in termini di bio­
grafie o simili. In compenso, in questi ultimi decenni (a partire dalle «Ami­
cizie» del Bona del 1962) sono stati prodotti studi di valore scientifico sugli
ambienti e sulle attività del Cafasso. La suddivisione dei paragrafi corri­
sponde ai periodi cronologici.

1860
Morte dì D. Cafassi (sic!), in «L’Armonia della Religione e della Civiltà»,
martedì 26 giugno 1860, n. 148, p. 590; Cronaca contemporanea, in «La
Civiltà Cattolica», luglio 1860, 4a serie, voi. VII, p. 244; G. Bosco,
Rimembranza storico-funebre dei giovani delTOratorio di San Francesco di
Saks verso al Sacerdote Caffasso Giuseppe>loro insigne benefattore, pel Sac.
Bosco Giovanni, G. B. Paravia e C, Torino 1860; Id., Biografia del Sac. Giu­
seppe Cafasso, ¿sposta in due ragionamenti funebri dal Sac. Bosco Giovanni,
Torino 1860.

Dal 1887 al 1895


T. C h i u s o , La Chiesa in Piemonte dal 1797ai giorni nostri, voli. 2 °, 3 ° e 4 ° ,
Giulio Speirani e Figli, Torino 1887, 1888 e 1892; G. C o l o m b e r o , Vita
del Servo di Dio D. Giuseppe Cafasso con cenni storici del Convitto Ecclesia­
stico di Torino, Fratelli Canonica, Torino 1895.

Dal 1911 al 1948


E. B r a c c o , Il venerabile D. Giuseppe Cafasso, Fedetto-Mittone, Torino
1911; L. N i c o l i s D i R o b i l a n t , Vita del venerabile Giuseppe Cafasso con­
fondatore del Convitto Ecclesiastico di Torino, 2 voli., Scuola Tipografica
Salesiana, Torino 1912; A . M. A n z i n i , L’angelo delle prigioni. Vita del
venerabile don Giuseppe Cafasso, Edizioni Don Bosco, S. Benigno Cana-
vese (TO) 1912; Id,, Una gemma del sacerdozio cattolico. Vita popolare del
ven. Giuseppe Cafasso, Edizioni Don Bosco, S. Benigno Canavese (TO)
1912; D. F r a n c h e t t i , Alcune Memorie intorno a Monsignor Gio. Battista

29
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Bertagna arcivescovo titolare di Claudiopoli..., Tipografìa Pontifìcia Pietro


Marietti, Torino 1916; L. Zanzi, Lo spinto interiore delB. Giuseppe Cafasso
proposto ai sacerdoti e ai militanti nellAzione Cattolica, V. Fontana, Bassano
del Grappa 1919; Id., La politica delprete. Spirito del ven. Giuseppe Cafasso
gran maestro del clero moderno, 2a ed., Tipografìa Aretina, Arezzo, s.d.; S.
A., Il venerabile Giuseppe Cafasso. Nuova vita compilata sui processi dì beati­
ficazione, Società Editrice Internazionale, Torino 1920; A. M. A n z in i , Vita
del Beato Giuseppe Cafasso, S. E. I., Torino 1925; Il beato Giuseppe Cafasso,
Istituto Missioni Consolata, Torino 1925; Breve vita popolare del beato
Giuseppe Cafasso, Istituto Missioni Consolata, Torino 1925; C. S alotti,
La perla del clero italiano. Il beato Giuseppe Cafasso, Marietti, Torino 1925;
T. P iatti, Un precursore dellAzione Cattolica. Il Servo di Dio Pio Brunone
Lanteri, apostolo di Torino, fondatore degli Oblati di Maria Vergine, introdu­
zione di p. E. Rosa, Marietti, Torino 1926; A. V a u d a g n o t t i , Breve vita
del beato Giuseppe Cafasso, Tipografìa Palatina di G. Bonis, Torino 1928;
A. B a r t o l o m a s i , Discorso per l’inaugurazione delle lapidi in onore ai beati
Giuseppe Cafasso e Giovanni Bosco, Tipografia G. Bonis, Torino 1930; L.
C a r n i n o , Il beato Giuseppe Cafasso. Breve vita popolare, La Palatina, Torino
1933; A. Y a u d a g n o t t i , Brevi cenni sulla vita, virtù e miracoli del Beato
Giuseppe Cafasso, La Palatina Tipografia Bonis, Torino 1936; C. S alotti,
La perla del clero italiano. Il beato Giuseppe Cafasso, La Palatina Tipografia
Bonis, Torino 1936; S. T e s t i , Il Beato Giuseppe Cafasso, Pia Società San
Paolo, Alba 1938; M. B a r g o n i , Il beato Giuseppe Cafasso, Tipografìa
Migliotti e Azzario, Torino 1938; Il Convitto Ecclesiastico di Torino, La
Palatina Tipografìa G. Bonis, Torino 1940; A. G r a z i o l i , La pratica dei
confessori nello spirito del Beato Cafasso, Libreria Dottrina Cristiana, Colle
Don Bosco (Asti) 1944; I. F e l i c i , Don Cafasso santo, Editrice Salesiana,
Pisa 1947; J. C o t t i n o , .S’. Giuseppe Cafasso, il piccolo prete torinese, S.
A. S ., Roma 1947; G. F a v in i, San Giuseppe Cafasso. Triduo e panegirico,
Opera Diocesana Stampa, Torino 1947; Homo Dei. Per la vita e il ministero
sacerdotale, L.I.C.E., Torino 1947; C. S a l o t t i , La perla del clero italiano.
Il santo Giuseppe Cafasso, 3a ed. riveduta, Tipografìa La Palatina, Torino
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Dal 1958 al 1961


F. A c c o r n e r o , La dottrina spirituale di S. Giuseppe Cafasso, Libreria Dot­
trina Cristiana, Torino 1958; Un pensiero al giorno, dalle opere di san Giu­
seppe Cafasso. Spunti dì meditazione, Santuario della Consolata, Torino

30
Fonti e bibliografia

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«Missioni Consolata», I960; S. A., San Giuseppe Cafasso maestro e modello
del Clero, in «Pietà Sacerdotale», V (I960), nn. 3-4. marzo-aprile, qua­
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ammalati, «La fiamma del S. Cuore», Chieri I960; G. B itelli, Il prete
della forca, G. B. Paravia, Torino I960; A. M . C avagna, S. Giuseppe
Cafasso, modello del clero, patrono delTUnione apostolica del clero, Unione
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in «La Civiltà Cattolica», Anno 111 (I960), II, pp. 113-123; G. B osco,
San Giuseppe Cafasso, Memorie pubblicate nel 1860 da San Giovanni Bosco,
riedizione curata da Eugenio Valentini, S.E.I., Torino I960; L. N icolis d i
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Torino, 21 ed. riveduta e aggiornata da Jose C ottine, Torino 1960; A a . V v .,
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Dal 1962 al 2001


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caso Fratisoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848-1850), Pontificia
Università Gregoriana, Roma 1964; P. S tella, Il Giansenismo in Italia.
Collezione di documenti. I/I-III Piemonte, PAS-VERLAG, Ziirich 1966,
1970, 1974; Id., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, 2 voli,
PAS-VERLAG, Ziiricli 1968 e 1969; L. Mugnai, S. Giuseppe Cafasso prete
torinese, Edizioni Cantagalli, Siena 1972; P. S tella, Il prete piemontese
dell’800 tra la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale, Atti del Con­
vegno tenuto presso la Fondazione Giovanni Agnelli di Torino nel maggio
1972, Torino 1972 (litografato); P. C alliari (a cura di), Carteggio del
Venerabile Padre Pio Bruno Lanieri (1759-1830), fondatore della Congre­
gazione degli Oblati di Maria Vergine, 5 voli., Editrice Lanteriana, Torino
1975-1976; Aa.Vv., Arte, pietà e morte nella Confraternita della Misericor­
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1978; G. M artin, Les ramoneurs de la Vallee de Rhèmes, Musumeci, Quart
1982, 19953; Id., Les ramoneurs de la Vallee dAoste, Comité des Traditions
Valdotaines, Aoste 1982; I. T u b a l d o , Il clero piemontese: sua estrazione
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sua individuazione, in F. N. A p p e n d i n o (a cura di), Chiesa e società nella
II metà del XIX secolo in Piemonte, Edizioni Pietro Marietti, Casale Mon­
ferrato 1982, pp. 175-232; I. T u b a l d o , Giuseppe Allamano. Il suo tempo.

31
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

La sua vita. La sua opera, 4 voli, Edizioni Missioni Consolata, Torino


1982-1986, ad Lndìces; G . T u n i n e t t i , Lorenzo Gastaldi 1815-1883, 2
voli., Piemme (Studia Taurinensia), Casale Monferrato 1983 e 1988, ad
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Sacra Teologia discussa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
Milano, a.a. 1983-84; A. P a v io l o , Gli spazzacamini nella Valle dell’Orco,
San Giorgio Canavese (TO) 1987; G . N a l b o n e , Carcere e società in Pie­
monte (1770-1857), Fondazione Camillo Cavour, Santena ( T O ) 1988;
U . L e v r a , L’altro volto di Torino risorgimentale (1814-1848), Istituto per
la Storia del Risorgimento Italiano, Torino 1988; G. T u n i n e t t i , Il san­
tuario di Santlgnazio presso Lanzo. Religiosità, vita ecclesiale e devozione
(1622-1991), Alzani, Pinerolo (Torino) 1992; A.Giraudo, Clero, semina­
rio e società. Aspetti della Restaurazione religiosa a Torino, LAS, Roma 1992;
M. R o s s i n o , Le origini del Convitto Ecclesiastico di San Francesco d ’Assisi
con alcuni cenni biografici sul teol. Luigi Guala. Contributo ad una rico­
struzione storica, Tesi di laurea discussa nella Facoltà di Scienze politiche
deU’Università di Torino, a.a. 1991-92, relatore prof. Franco Bolgiani;
G. C r o s a , Asti nel Sette-Ottocento, Gribaudo Editore, Cavallermaggiore
1993; G. V i s c o n t i , La diocesi di Asti tra ’800 e 900, Edizioni La Gazzetta
d’Asti, Asti 1995; L . Casto, Gli Esercizi spirituali al clero di San Giuseppe
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dinale Giovanni Saldarmi arcivescovo di Torino in occasione del LXX com­
pleanno, «Archivio Teologico Torinese», Anno 1 (1995), pp. 482-500; M.
R o s s i n o , Il Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d ’Assisi. La sua fondazione,
ibidem, pp. 452-481; I d ., Alle origini del Convitto Ecclesiastico della Con­
solata. Le conferenze di teologia morale, in Aa.Vv., Cultura cattolica ed espe­
rienze pastorali a Torino, (Quaderni del Centro Studi C. Trabucco, diretti
da F. Traniello, 21), Racconigi (Cuneo) 1995, pp. 7-33; E S tella, Il clero
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religiosa. L’età, contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 87-113; G .
T u n i n e t t i , Predicabili nell’Otto-Novecento e Predicazione nell’Otto-Nove-
cento, in M. S o d i - A. M. T r ia c c a (a cura di), Dizionario di omiletica,
Editrice Elle D i Ci ^ Editrice Velar, Leumann (Torino) ^ Gorle (Ber­
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Rovere, costruttore della cattedrale, e gli arcivescovi di Torino, dal 1515 al
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talupa (Torino) 2000, pp. 159-180; G. T u n i n e t t i , Organizzazione eccle­

32
Fonti e bibliografia

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Risorgimento (1798-1864). Parte prima: 1798-1814, a cura di U. Levra,
Einaudi, Torino 2000, pp. 231-249; P. S t e l l a , Cultura e Associazioni cat­
toliche tra la Restaurazione e il 1864, in ibidem: Parte seconda (1814-1864),
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Voci di enciclopedie e dizionari


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Bibliotheca Sanctorum, VI, Roma 1965, coll. 1317-1321; A. G a m b a r o ,
Giuseppe Cafasso, santo, in Grande Dizionario Enciclopedico, IX, UTET,
Torino 1969, pp. 206-207; G . T u n i n e t t i , Giuseppe Cafasso, santo, in
Dizionario Biografico degli Italiani, voi. 57, Roma 2001, pp. 134-136.
Giuseppe Tuninetti

33
Introduzione
alle M editazioni a l clero

La biografia del Cafasso ci testimonia che l’attività pastorale che maggior­


mente caratterizzò il suo ministero fu la formazione del clero. In effetti,
furono cosi numerosi i preti che si formarono alla sua scuola per oltre un
ventennio, che risulterebbe oggi impossibile ricostruire una storia del clero
torinese (ma si potrebbe anche dire piemontese) senza verificare a fondo il
modello di prete che quella scuola proponeva.
Accanto al lavoro ordinario di formazione che il Gafasso svolgeva al
Convitto Ecclesiastico di Torino, c'era un’altra attività più ridotta nel
tempo, ma non meno efficace: la predicazione di Esercizi spirituali ai sacer­
doti. Un tale lavoro offriva una possibilità che la scuola di teologia morale
al Convitto non aveva, quella cioè di potersi periodicamente rivolgere ad
un largo uditorio di preti per una sintetica formazione sacerdotale. Ed è
proprio grazie agli Esercizi spirituali che la linea di teologia morale e di
spiritualità sacerdotale, che al Convitto vedeva celebrata la sua versione
dottrinale e pedagogica, potè lasciare un’impronta duratura nel clero non
solo torinese e impostare una ben determinata immagine di prete.
Anche nel ministero degli Esercizi spirituali il Cafasso fu più continua­
tore che iniziatore. Come, però, già stava avvenendo nell’insegnamento
della teologia morale al Convitto, che il santo intraprese a partire dal 1836
prima come «ripetitore» del Guala e successivamente, dal 1844, come inse­
gnante principale, anche nella predicazione degli Esercizi ben presto il
continuatore seppe rivelare una sua autonomia e una sua originalità, pur
restando in una linea sostanzialmente tradizionale.
La guida dei corsi di Esercizi fu assunta dal Cafasso agli inizi degli anni
’40 per incarico del Guala. La data sicura più antica che abbiamo a questo
proposito, posta al termine di uno degli originali delle Meditazioni al clero,
è l’8 luglio 1842; si tratta di una meditazione sulla morte, prevista per il

35
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

terzo giorno degli Esercizi28. Tale data riguarda sicuramente il giorno in cui
la meditazione fu redatta, non quello in cui fu pronunciata per la prima
volta. Infatti la meditazione successiva porta la data: 16 luglio 184229.
Probabilmente le prime esperienze di predicatore vero e proprio, oltre
alle normali omelie festive, il Cafasso le fece nel corso di Missioni al
popolo30.
Come predicatore di Esercizi spirituali al clero il santo svolse il suo
ministero soprattutto al Santuario di S. Ignazio, nelle valli di Lanzo; ma il
suo principale biografo parla anche di altre Case per Esercìzi, nelle quali il
Cafasso fu spesso chiamato a predicare al clero: i santuari della Madonna
dei Fiori in Bra, di Graglia, di S. Giovanni d’Andorno, di Cussanio, e
ancora nelle diocesi di Alessandria, di Mondo vi, di Pinerolo, di Susa, di
Vercelli, di Vigevano e di Alba31.
La predicazione di Esercizi spirituali al clero era ormai una tradizione al
Santuario di S. Ignazio, quando il Cafasso intraprese questo ministero. Già
da tempo l’abate Guala teneva ogni anno in quella casa uno o anche due
corsi di Esercizi molto frequentati da sacerdoti, facendosi spesso aiutare da
quelli che erano all’epoca i predicatori di grido32. E fu appunto il Guala
ad offrire a don Cafasso l’opportunità di iniziare a predicare gli Esercizi
spirituali ai preti al Santuario di S. Ignazio agli inizi degli anni ’40. Da
allora Ì1 Cafasso predicò quasi tutti gli anni, fino alla morte, almeno un
corso di Esercizi, limitandosi negli ultimi anni a tenere solo le Istruzioni e
lasciando ad altri predicatori le Meditazioni. Il successo che riscuotevano le
sue prediche è comunemente attestato da molte testimonianze: il più delle
volte a S. Ignazio non c’era posto per tutti coloro che chiedevano di fare
gli Esercizi spirituali con lui33.

28 Archivio del Santuario della Consolata di Torino, faldone 47, fascicolo 180.
29 Archivio del Santuario della Consolata di Torino, fald. 47, fase. 182.
30 È di questo parere lo studio attendibile di F. A c c o r n e r o , La dottrina spirituale di S,
Giuseppe Cafasso, Torino 1958, pp. 169 e 180, Anche P. A. G ra m a g lia , nella sm Introdu­
zione al voi. 3 della presente Edizione Nazionale delle Opere di San Giuseppe Cafasso, p.
7, conferma tale notizia.
31 L. N ic o l i s D i R o b il a n t , San Giuseppe Cafasso, Torino 1960 (2a ediz.), p, 732.
32 Ibidem, p, 714. Scorrendo i nomi, si può rilevare che ad esser chiamati come colla­
boratori del Guala erano soprattutto i Gesuiti.
33 Si veda la lettera dell’agosto 1853 a don Giorgio Gallo: «Gii aspiranti sono in
numero più di 100, onde mi riesce impossibile farle luogo», citata da G. C o l o m b e r o , Vita
del Servo di Dio don Giuseppe Cafasso, con cenni storici sul Convitto Ecclesiastico dì Torino,
Torino 1895, p. 420.

36
Introduzione alle M editazioni a l clero

Struttura delle M editazion i a l clero

Come facevano i predicatori a metà Ottocento, anche il Cafasso nel gui­


dare gli Esercizi spirituali al clero si atteneva allo schema di otto giorni
interi. E pensabile che gli esercitandi arrivassero sul luogo entro la sera
precedente l’inizio e ripartissero’il giorno successivo alla conclusione.
Dagli originali del Cafasso si riesce a capire che egli predicava media­
mente tre Meditazioni al giorno e due Istruzioni. E possibile però che non
in tutti gli otto giorni questo schema venisse sempre rispettato.
Ci sono state conservate presso l’Archivio del Santuario della Conso'
lata in Torino in tutto 43 Meditazioni al clero. Il numero, però, potrebbe
scendere almeno di una unità, perché, come si vedrà, almeno una Medi-
ta/.ione34 sembra essere parte di un’altra. Appare evidente che, dovendo
essere 24 le Meditazioni di un intero corso di Esercizi, noi possediamo
attualmente quasi una ventina di testi in più. In effetti, non pochi temi,
soprattutto relativi ai primi due giorni, hanno più di una versione: segno
che il Cafasso, in una quasi continua ricerca del contenuto e della forma
più appropriata airuditorio, non si stancò di riscrivere certe tematiche.
Non ci si può qui sottrarre a una domanda, se cioè noi possediamo oggi
tutti gli originali delle Meditazioni al clero. La risposta sembra dover esser
negativa. Prima di tutto, noi non possediamo le Meditazioni di un intero
corso di Esercizi, redatto in una data determinata, con l’aggiunta di altre
Meditazioni scritte successivamente. Noi abbiamo invece 43 Meditazioni
che con le loro tematiche coprono l’intero corso di otto giorni, ma che
sono state redatte in periodi diversi, a volte anche abbastanza distanti tra
loro.
Qui avanzo un’ipotesi che mi sembra plausibile. Se si trattasse della
perdita accidentale di originali, dovute all’incuria di qualcuno o a qualche
causa esterna, sarebbe abbastanza strano che comunque noi rimanessimo
in possesso di testi sufficienti a coprire l’intero sviluppo degli Esercizi spi­
rituali di otto giorni. Non solo, ma ancor più strano risulterebbe il fatto
che le Meditazioni superstiti in modo omogeneo presentino tutti i temi di
quello che era un corso di Esercizi al clero a metà Ottocento. Per questi
motivi ritengo che la perdita di testi originali non fu quasi mai accidentale,
ma fu probabilmente operata dal santo stesso, il quale avrebbe distrutto

34 È la Meditazione 47/157. Così verranno citate in seguito le Meditazioni. Si tratta


della numerazione ultima, frutto del riordino dell'Archivio della Consolata di Torino
avvenuto nel 2001. 11 primo numero indica il faldone, il secondo il fascicolo.

37
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

parte del materiale da lui scritto, in quanto superato da altri testi da lui
redatti successivamente.
Alla luce di quanto ho detto, risulta non facile rispondere ad un’altra
domanda: se cioè il pensiero del Cafasso abbia subito una qualche evolu-
zione nel corso degli anni. Mi sentirei di rispondere in modo sostanziai-
mente negativo, almeno per quanto riguarda la sua immagine di prete cosi
come risulta dalle Meditazioni al clero. Sebbene noi non possediamo piti,
a quanto pare, tutti gli originali, non sembra ci sia un’apprezzabile evolu­
zione del pensiero se si confrontano le Meditazioni più antiche con quelle
probabilmente più recenti. La sua concezione del ministero sacerdotale
nell’arco dell’ultimo ventennio della sua vita, che corrisponde agli anni
in cui furono redatte le Meditazioni al clero, sembra esser stata sostanzial­
mente inalterata: forse negli originali più antichi sembra trapelare di più
un certo gusto ed una maggiore insistenza nell’individuare il negativo nella
vita del clero. .

Ma veniamo allo schema delle Meditazioni secondo la ricostruzione del


testo curata in questa edizione.
Per il primo giorno degli Esercizi noi possediamo otto schemi. Dopo
una «Introduzione a spirituali esercizi per gli Eclesiastici»35, restano sette
Meditazioni, tutte incentrate sul tema del fine dell’uomo e sull’importanza
della salvezza36. La Meditazione 47/166 è l’unica che porta una data: 23
ottobre 1842; ma le due successive, cioè la 47/168 e la 47/170 sembrano
appartenere allo stesso periodo. Queste tre Meditazioni sembrano dunque
essere il primo nucleo di testi preparati per il primo giorno. In realtà la
seconda di questo nucleo originario, cioè la 47/168, ha veramente pochi
riferimenti alla vita ecclesiastica: tutta l’architettura del discorso rivela che
si tratta piuttosto di una meditazione generale sul fine delle creature, con
un paio di applicazioni abbastanza giustapposte alla vita sacerdotale.
Le altre quattro Meditazioni di questo primo giorno sembrano esser rie-
laborazioni più sviluppate degli argomenti delle prime tre. Questo appare
abbastanza chiaro se per esempio si confronta la 47/170 con la 45/90: esse
hanno titoli minimamente divergenti, ma il tema appare maggiormente
elaborato nella seconda.

35 45/75.
36 Sono, nell'ordine seguito nella presente edizione, a partire da quella che sembra
esser delle sette la più antica, la 47/166, la 47/168, la 47/170, la 45/79, la 45/82, la 45/86
e la 45/90.

38
Introduzione alle M editazioni a l clero

Il secondo giorno degli Esercizi era dedicato al tema del peccato. Ci


sono stati conservati sette originali37, di cui i tre più antichi sembrano
essere quelli datati: il primo porta la data 8 agosto 1842; il secondo, 22
agosto 1842; il terzo, 31 agosto 1842. Anche qui si deve ripetere ciò che
è già stato rilevato per le Meditazioni del primo giorno: il confronto tema­
tico tra le prime tre e le altre mostra che queste ultime rappresentano uno
stadio più evoluto degli stessi temi. In genere, gli originali delle prime
tre, oltre ad avere uno schema ed uno sviluppo più semplice, presentano
anche un testo meno tormentato. Il contenuto di queste prime sembra
esser anche più severo, soprattutto in base ai testi degli Autori citati. In
particolare, la 47/174 contiene una lunga sezione (circa metà della Medita­
zione) consistente in un commento al testo di sant5Ambrogio sulla caduta
della vergine Susanna38. Solo un predicatore alle prime armi poteva citare
così prolissamente un tale testo, che solo in linea generale può risultare
attinente all’argomento: è fin troppo evidente che il peccato delFEcclesia-
stico che si vuole stigmatizzare è il peccato di incontinenza. Nella Medita­
zione 46/102 e 46/107 il Cafasso si dimostra più maturo e il lungo testo
sulla vergine Susanna non compare più, anche se si capisce ancora che uno
dei peccati contro cui il santo vuol puntare il dito è la mancanza di castità:
ma qui è solo uno dei peccati del clero, e tutto il discorso presenta un
respiro più ampio.
Relativamente al terzo giorno abbiamo tre sole Meditazioni, tutte sul
tema della morte33. Tutte portano la data rispettiva: 8 luglio 1842 la prima,
16 luglio 1842 la seconda, 26 luglio 1842 la terza. Da queste date si
deduce che lo schema primitivo prevedeva appunto tre Meditazioni per
questo giorno: una Meditazione sulla morte in generale, un’altra sulla
morte del sacerdote peccatore, infine una terza sulla morte del sacerdote
fedele. Queste tre Meditazioni originariamente dovevano essere nell’ordine
la 7a, l’8a e la 9a degli Esercizi.
Questo schema originario subì nel tempo delle modifiche. La Medi­
tazione sulla morte (47/180) appare allo stato attuale con molte pagine
interamente barrate; ciò che resta di un testo già non lungo difficilmente

37 Sono la Meditazione 47/172, la 47/174, la 47/176, la 45/93, la 45/97, la 46/102


e ia 46/107.
38 S, A m b r o g io , De Lapsu Virginis consecratae, PL 16, c. 383-400. Anche la 45/93
riprende il testo di sant’Ambrogio. È una Meditazione antica, che ha subito molti cam­
biamenti in seguito.
3S Sono la Meditazione 47/180, la 47/182 e la 47/185.

39
Esercizi Spirituali ni Clero ^ Meditazioni

poteva esser sufficiente per una Meditazione a sé stante. Il testo non bar­
rato è possibile, allora, che nell’intenzione matura del Cafasso servisse da
introduzione alle altre due sulla morte. Ma un accenno in chiusura sembra
ricollegarlo a 45/82, dal titolo: «Altra meditazione sul fine»: una conferma
di ciò può esser il fatto che nel frontespizio il Cafasso barrò tutta l'intesta­
zione, compresa l’indicazione «giorno terzo».
Restano le altre due. Forse nello stesso rimaneggiamento di cui ho par­
lato, il Cafasso lasciò per esse l’indicazione «giorno terzo»; però quella che
era la «Meditazione seconda» divenne «prima» e quella che era la «Medi­
tazione terza» divenne «seconda». In questo modo, però, il terzo giorno
risultava con due sole Meditazioni. Come il Cafasso ovviasse al venir meno
di uno schema per questo giorno è difficile stabilirlo. Non si può escludere
che egli, in una*fase matura, prevedesse effettivamente due sole Medita­
zioni per questo giorno, oppure che anticipasse un tema preso dai giorni
successivi.
Anche per il quarto giorno ci sono rimasti tre schemi originali40, i primi
due con la data, rispettivamente 23 gennaio 1843 e 16 giugno 1843.
In realtà, nello schema originario del Cafasso solo la prima delle tre
era assegnata al quarto giorno, mentre per le due successive si può ancora
vedere la dizione originaria: «giorno quinto». Ma un successivo rimaneg­
giamento ha fatto sì che nel frontespizio della Meditazione 47/193 tutta
l’intestazione venisse barrata, mentre in quello della Meditazione 47/196
«sopra l’inferno dell’anima» la dicitura «giorno quinto» diventasse «giorno
quarto» e venisse barrata la precisazione originaria «decimaquarta degli
Esercizi».
In base ai vari rimaneggiamenti il quarto giorno aveva per tema il giu­
dizio di Dio e l’inferno.
Può esser significativo il confronto della Meditazione sul giudizio
(47/189) con l’analoga Meditazione preparata per le Missioni al popolo41.
Mentre in quest’ultima il discorso è più immaginifico nell"attardarsi sulla
descrizione della valle di Giosafat e sulla scena del giudizio finale, cosa
comprensibile dal momento che il predicatore si rivolgeva ad un uditorio
fatto per lo più di gente del popolo, nella Meditazione al clero il testo
non solo abbonda di citazioni bibliche e patristiche, ma il tono generale
è improntato ad una particolare severità: si parla infatti del giudizio finale

40 li 47/189, il 47/193 e il 47/196.


41 Si vedano, nel voi. 3 della presente edizione già citata, le pp. 181-199.

40
Introduzione alle M editazioni a l clero

di un sacerdote riprovato, che perciò viene spogliato della dignità sacer­


dotale, mentre vengono pubblicamente rivelate le sue trasgressioni42. Può
esser questo un indizio che il giovane don Cafasso era meno benignista di
quanto una certa agiografia abbia voluto far Credere?
Il quinto giorno appare il più travagliato, quello cioè in cui c’era mag­
gior fluttuazione di temi.
Abbiamo sei Meditazioni che portano ancora, o portavano in origine
la dicitura «giorno quinto». Come è già stato detto, però, due di queste
devono esser assegnate al quarto giorno (la 47/193 e la 47/196) per una
decisione successiva del Cafasso stesso; altre due (la 46/111 e la 46/115)
dovrebbero esser assegnate al giorno in cui il predicatore iniziava a parlare
deliavita del Redentore, verosimilmente il sesto. Ne restano due (la 48/200
e la 48/205) che solo in un secondo tempo furono assegnate dal Cafasso
al quinto giorno con una correzione nelfintestazione. La prima di queste
è una meditazione «sopra l’eternità», datata 26 novembre 184343, che in
realtà è all’inizio una meditazione sul sacerdote all’inferno, per poi diven­
tare nella seconda parte una vera e propria meditazione sull’eternità. L’altra
è una riflessione «sopra la misericordia di Dio», datata 4 dicembre 1843,
che originariamente era in gran parte una meditazione sulla parabola del
figlio prodigo: tale sezione fu poi barrata dal Cafasso.
Il sesto giorno era tradizionalmente riservato alla meditazione della vita
di Cristo, fino alla Passione esclusa. E il giorno o, meglio, l’argomento per
il quale abbiamo il maggior numero di originali, ben dieci44.
Dei primi due ho già parlato a proposito del quinto giorno. In effetti
la Meditazione 46/111 è una riflessione introduttiva sulla vita del Reden­
tore e porta l’indicazione: «quinto giorno» E possibile che questa parte
degli Esercizi, che corrisponde in qualche modo alla terza settimana dello
schema ignaziano, iniziasse già nel pomeriggio di quel giorno.
L’altra Meditazione a cui ho già accennato, la 46/115, è uno schema
riassuntivo «sopra la vita del Redentore in generale», forse da usare nel caso
in cui il temi del sesto giorno dovessero esser concentrati in una sola medi­
tazione a causa del protrarsi dei temi precedenti.

42 Cfr. p. (2380)4 dcU'originale.


43 Questa data fu poi barrata insieme ad altri testi: si veda in nota la p. (2438) 10.
44 Sono la Meditazione 46/111, la 46/115, la 46/119, la 46/123, la 46/127, la 48/218,
la 48/210, la 46/128, la 48/214 e la 46/133.

41
Esercizi Spirituali al Clero Meditazioni

Abbiamo quindi tre Meditazioni sulla nascita di Gesù (la 46/119, la


46/123, la 46/127). Esiste un problema a proposito della terza di queste.
Essa ha un intestazione originale in un foglio a sé stante, ma poi il testo
incomincia dalla pagina 7. La spiegazione di questo fatto sembra essere la
seguente: la Meditazione 46/123 termina in modo mutilo con le parole
«l’altra lezione che ci dà il divin Redentore eto>; queste stesse parole si
trovano all’inizio della 46/127. Sembra dunque che nelle intenzioni del
Cafasso i due testi, che dovevano essere in origine due Meditazioni indi-
pendenti, dovessero in seguito essere uniti. Se le cose stanno così, le prime
sei pagine mancanti della 46/127 potrebbero essere state eliminate dal
Cafasso stesso. Dopo le tre Meditazioni sulla nascita di Gesù esiste, sempre
per il sesto giorno, una meditazione sulla fuga in Egitto (la 48/218): una
Meditazione breve, perché parte del testo fu successivamente barrato dal
Cafasso. In realtà si tratta di una riflessione sull’abbandono alla volontà di
Dio, che doveva forse essere utilizzata, dopo la barratura di una parte del
testo, insieme alla Meditazione sulla nascita di Gesù.
Seguono due Meditazioni sulla vita privata di Gesù a Nazaret (la
48/210 e la 46/128). La prima di queste porta come data 20 gennaio 1844:
è da ritenersi cronologicamente precedente.
Infine esistono ancora due Meditazioni sulla vita pubblica di Gesù (la
48/214 e la 46/133). La prima di queste porta una data: 5 febbraio 1844.
Ancora una volta ritengo che essa sia cronologicamente precedente; anche
la grafia è più larga e sembra meno evoluta.
Il settimo giorno era dedicato al tema della Passione del Signore. Noi
possediamo tre Meditazioni45, di cui solo la prima porta espressamente
detto: «giorno settimo»; essa è anche Tunica che porta una data: 20 feb­
braio 1844. In origine doveva essere la «decima nona degli Esercizi spiri­
tuali», annotazione successivamente barrata. L’argomento è: «sopra Gesù
nell’orto, e ne’ tribunali».
Le altre due, senza data né indicazione del giorno in cui dovevano
esser pronunziate, sono intitolate, una «Sopra la passione di Gesù», l’altra
«Morte di Gesù».
Il testo della meditazione datata è abbastanza travagliato, con numerose
parti barrate e sostituite, soprattutto all’inizio, a differenza delle altre due.
Propendo per la precedenza cronologica della Meditazione datata.

45 La Meditazione 481222, la 46/138 e la 46/142.

42
Introduzione alle M editazioni a l clero

L’ultimo giorno degli Esercizi, l’ottavo, era dedicato a temi gioiosi, atti
ad infervorare l’uditorio e a favorire la formulazione di propositi generosi.
Abbiamo sei Meditazioni: una sul paradiso46, tre sull’amor di Dio47, una
sulle occupazioni giornaliere43 e una come conclusione degli Esercizi49.
La Meditazione sui paradiso doveva essere la prima di questa giornata:
nel testo infatti, dopo aver detto che l’uditorio sta vivendo l’ultima gior­
nata di ritiro, il Cafasso aggiunge che si è appena finito di meditare la Pas­
sione del Signore.
Doveva quindi esserci la meditazione sull’amor di Dio. Noi posse­
diamo due schemi antichi, il 48/226 e il 48/229, datati rispettivamente 12
dicembre 1843 e 31 dicembre 1843. Il primo di essi porta come titolo:
«Sopra l’amor di Dio» ed era originariamente la 2 I a Meditazione: que­
st’ultima annotazione fu successivamente barrata dal Cafasso; ma questa
Meditazione in realtà era prevista per il «giorno settimo»: una annotazione,
questa, non barrata e quindi non smentita.
Il secondo schema, che ha per titolo «Sopra gli effetti dell’amor di Dio»,
originariamente era la 22a Meditazione (annotazione in seguito barrata) ed
era prevista come prima Meditazione per il giorno ottavo: una successiva
correzione la trasformò in «Meditazione seconda», sempre per il giorno
ottavo.
Esiste ancora una Meditazione sull’amor di Dio, la 47/152, senza data,
prevista per l’ultimo giorno come «Meditazione seconda». A questa biso­
gna aggiungere due fogli originali, il primo dei quali porta questa intesta­
zione: «Meditazione ultima. Sopra l’amor di Dio»50. Si tratta di un testo
mutilo sia per quanto dovrebbe precedere, sia per ciò che dovrebbe seguire,
sebbene il Cafasso ponga il numero I come numerazione della pagina.
Probabilmente doveva essere un testo da inserire ad un certo punto alfin-
terno della Meditazione precedente.
Sempre ancora per l’ottavo giorno esiste una Meditazione «sopra le
occupazioni giornaliere», con data 8 aprile 1844 (è la 48/233), che in ori­
gine doveva esser la terza della giornata e la 24a degli Esercizi. Questo
tema, che potrebbe esser stato in qualche corso di Esercizi lo schema con­
clusivo, è insolito perché non è nella tradizione degli Esercizi ignaziani.

46 La Meditazione 47/147
47 La 48/226, la 48/229 e la 47/152, a cui vanno aggiunti due fogli numerati come
47/157.
48 La 48/233-
49 La 47/158.
50 È lo schema 47/157.

43
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Infine ci è stata conservata una Meditazione conclusiva (la 47/158). È


uno degli originali più travagliati del Cafasso: sono frequentissime le sosti­
tuzioni di parole e di interi brani, segno che il testo fu più volte rimaneg­
giato dall’Autore, alla ricerca di una stesura che fosse la più adatta al l’udi­
torio e allo scopo.
Come si vede, i rimaneggiamenti furono molti da parte del Cafasso.
Solo in parte ci è possibile risalire agli schemi redatti nei primi anni ’40:
come ho già detto, un’ipotesi plausibile è che il santo stesso abbia distrutto
un certo numero di quegli schemi. Ci è invece più facile farci un idea di
come dovevano essere gli Esercizi spirituali al clero negli anni della matu­
rità del Cafasso, sebbene anche qui abbiamo spesso più di uno schema
sullo stesso argomento. Sono però gli schemi superstiti, in parte modificati
nel corso degli anni, ma mai sconfessati dall’Autore. Sembra logico pensare
che il Cafasso si riservasse di adottare in ciascun corso di Esercizi quella
traccia che gli sembrava più adatta, inserita in un ordine consequenziale
che poteva avere talvolta delle varianti.
Per comodità del lettore, si riporta lo schema delle Meditazioni così
come è stato ricostruito nel presente volume, accompagnato dalle indica­
zioni della posizione archivistica degli originali:

Primo giorno degli esercizi


(45/75) Introduzione a Spirituali Esercizi per gli Eclesiastici
(47/166) Meditazione prima. Sopra il fine dell’uomo
(47/168) Meditazione Seconda. Fine delle Creature
(47 /170) Meditazione terza. Sopra l’importanza della salute
(45/79) Meditazione prima. Sopra il fine dell’uomo
(45/82) Altra meditazióne. Sopra il fine dell’uomo
(45186) Meditazione. Sopra il fine dell’uomo
(45/90) Meditazione sopra l’importanza del fine

Secondo giorno
(47/172) Meditazione Prima. Sopra la malizia del peccato
(47/174) Meditazione Seconda. Sopra i danni del peccato
(47/176) Meditazione Terza. Sopra i castighi del peccato
(45/93) Meditazione Prima. Sopra il peccato d’un sacerdote
(45/97) Meditazione Seconda. Sopra l’Eclesiastico in peccato
(46/102) Meditazione seconda. Sopra la gravezza del peccato

44
Introduzione alle M editazioni a l clero

(46/107) Meditazione seconda. Sopra gli effetti e danni del peccato

Terzo giorno
(47/180) Meditazione prima. Sulla morte
(47/182) Meditazione prima. Sulla morte del peccatore
(47/185) Meditazione seconda. Sulla morte de Giusti

Quarto giorno
(47/189) Meditazione terza. Sopra il giudizio universale
(47 /193) Meditazione prima. Sopra l’inferno de’ sensi
(47/196) Meditazione prima. Sopra l'inferno dell’anima

Quinto giorno
(48/200) Meditazione seconda. Sopra l'eternità
(48/205) Meditazione prima. Sopra la misericordia di Dio
(46/ 111) Considerazione preliminare All’imitazione del divin Redentore
(46/115) Meditazione prima. Sopra la vita del Redentore in generale.

Sesto giorno
(46/119) . Meditazione prima. Sopra la nascita di Gesù e fuga in Egitto
(46/123) Meditazione prima. Sopra la nascita di Gesù
(46/127) Sopra la nascita del Divin Redentore
(48/218) Meditazione prima. Sopra la Fuga di Gesù in Egitto
(48/210) Meditazione seconda. Sopra la vita privata di Gesù
(46/128) Meditazione Seconda. Sopra la Vita privata del divin Redentore
(48/214) Meditazione. Sopra la vita pubblica di Gesù Cristo
(46/133) Vita pubblica di Gesù

Settimo giorno
(48/222) Meditazione prima. Sopra Gesù nell’orto, e ne’ tribunali
(46/138) Sopra la passione di Gesù
(46/142) Morte di Gesù

Ottavo giorno
(47/147) Meditazione Sopra il Paradiso
(48/226) Meditazione seconda. Sopra l’amor di Dio
(48/229) Meditazione seconda. Sopra gli effetti dell5amor di Dio
(47/152) Meditazione seconda. Sopra l’amor di Dio

45
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(48/233) Meditazione terza. Sopra le occupazioni giornaliere


(47/158) Memoria degli esercizi.

Fonti omiletiche del Cafasso nelle M editazioni a l clero

Solo una ricerca esauriente, condotta sugli Autori che costituivano la


Biblioteca del Convitto Ecclesiastico al tempo del Cafasso, potrà dare
piena luce sulle fonti omiletiche del santo e stabilire esattamente da quali
testi egli dipenda maggiormente51.
Un Autore al quale sicuramente il Cafasso si ispirò è sant’Alfonso Maria
de1 Liguori (1696-1787). La sua canonizzazione nel 1839 diede ulteriore
impulso alla scelta di ispirarsi alla sua dottrina ascetica e morale da parte di
coloro che in quegli anni dirigevano il Convitto Ecclesiastico di Torino, il
Guala prima, e quindi il Cafasso.
In effetti, benché il Guala facesse professione di liguorismo e di proba­
bilismo in campo morale, la sua scuola in concreto non doveva discostarsi
troppo dal probabiliorismo seguito dagli insegnanti di teologia morale del-
TUniversità di Torino e del Seminario52. Tuttavia la scuola del Guala era
in molti ambienti accusata di lassismo, il suo dichiarato probabilismo era
visto da molti ecclesiastici come sospetto. Non solo, ma da parte di alcuni
si accusava il Convitto di non esser altro che una propaggine della Com­
pagnia di Gesù e il Guala stesso un gesuita segreto53.
Di fatto al Convitto le opere di sant’Alfonso godevano di grande stima
e tutta l’impostazione sia pedagogica, sia dottrinale in quell’ambiente ten­
deva ad ispirarsi alla linea benignista propugnata appunto dal Liguori.
Che il Cafasso stesso nutrisse una speciale venerazióne per sant’Alfonso
è documentato, tra l’altro, dal fatto che spesso al termine delle Meditazioni
c’è la scritta: «Laus Deo, B.V.M. et S. Alphonso». Non è però facile tro­
vare nel corpo delle Meditazioni citazioni esplicite tratte dalle opere del
Liguori: e questa è una conferma che il Cafasso, pur conoscendo la vasta
produzione di scritti ascetici e morali di sant’Alfonso, se ne servì non in

51 Per una rassegna degli Autori letti e consigliati dal Cafasso ai frequentatori del Con­
vitto, rimando all’elenco riportato da P. A. G r a m a g lia nella sua Introduzione al voi. 3, già
citato, alle pp. 1 3 -1 9 .
52 G. L a r d o n e , S. Giuseppe Cafasso moralista nel suo ambiente storico, in A a.W v
Morale e pastorale alla luce di S. Giuseppe Cafasso, Torino 1961, p. 21,
53L. N ic o l is D i R o b il a n t , San Giuseppe Cafasso, cit., pp. XXXIII-XXXV.

46
Introduzione alle M editazioni a l clero

modo pedissequo, ma sempre attraverso una profonda rielaborazione per­


sonale. Infatti gli originali deile Meditazioni sono quasi sempre pagine
molto travagliate, con ampie eliminazioni di brani e inserimenti di altri.
Se però c’è un’opera del Liguori a cui il Cafasso è abbastanza debitore,
questa è la Selva di materie predicabili ed istruttive per. dare gli Esercizi a'
preti:>4: si tratta di un vero e proprio sussidio, composto per venire incon­
tro ai predicatori di Esercizi spirituali, nel quale sant’Alfonso offre una
miniera di citazioni bibliche, patristiche e di autori cristiani, raccolte per
argomenti, con brevi annotazioni che legano una citazione e l’altra, onde
mostrare un possibile sviluppo del discorso; non sono, quindi, prediche
vere e proprie, ma schemi di meditazioni, offerti ai predicatori. Le Medita­
zioni al clero mostrano che il Cafasso si avvalse non poco di quell’antologia
di testi. Infatti non poche citazioni bibliche e patristiche sono desunte dal
testo del Liguori. Non pare invece che il Cafasso si sia realmente servito
di un’altra opera di sant’Alfonso, i Sermoni compendiati per tutte le domeni­
che dell’anno, riedita a Torino nel 1831 in due volumi: infatti le citazioni
patristiche che appaiono sia nei Sermoni del Liguori, sia nelle Meditazioni
del Cafasso non sono quasi mai riferite in modo identico.
Il Cafasso stesso nel corso degli anni si era composto una piccola anto­
logia ad uso personale di brevi citazioni bibliche e patristiche da utilizzare
soprattutto nella sua predicazione35.
Un’altra fonte a cui il santo torinese si ispirò, non poteva non essere
sant’Ignazio di Loyola con i suoi Esercizi s p ir itu a liMa le Meditazioni del
Cafasso non sono una riproposizione del testo ignaziano, cosa che del resto
da molto tempo non faceva più nessuno. Il Cafasso riprende liberamente
alcune tematiche relative alla prima e alla terza settimana dello schema
ignaziano, ma trascura completamente il tema dell’elezione (seconda setti­
mana) e anche la contemplazione dei misteri gloriosi della vita di Cristo
(quarta settimana).

^ Il Cafasso potè utilizzare l’edizione pubblicata a Bassano nel 1833, mentre la l a edi­
zione è del 1760. Nel presente volume viene utilizzata l’edizione fatta a Torino nel 1858
presso l’editore Marietti. Da qui in poi si potrà trovare citata per brevità come Selva.
55 Si trovano nell’Archivio del Santuario della Consolata in Torino, faldone 51, fasci­
coli 363-368. Non si tratta di molte pagine. Il fascicolo forse più significativo è il 366, nel
quale le brevi frasi citate sono suddivise per argomenti. Essi sono: morte, paradiso, pec­
cato, fine dell’uomo, importanza della salute, inferno, amor di Dio, giudizio, imitazione
di Cristo, misericordia, sacerdoti, e una raccolta dal testo dlim ita z io n e di Cristo.
Rimando all’edizione critica del testo ignaziano: Gli Scritti di Ignazio di Loyola, a
cura di M. Gioia, UTET, Torino 1988, pp. 91-184.

47
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Dire che il contenuto delle Meditazioni al clero di san Giuseppe Cafasso


raramente risulti per noi accattivante, è fuori luogo: i gusti omiletici cam­
biano e anche i bisogni spirituali dell’uditorio. Le testimonianze però
sono concordi nel dire che gli Esercizi predicati dal Cafasso ai preti erano
sempre molto seguiti.
Pur essendo mutato il nostro gusto e, forse, anche le nostre esigenze,
da un punto di vista formale ritengo che le Meditazioni più riuscite siano
alcune di quelle relative al secondo, terzo e quarto giorno: cioè Medita­
zioni sul peccato del sacerdote, sulla morte del sacerdote mediocre e sul
giudizio. Qualche volta il Cafasso riesce a dipingere dei quadri di un certo
effetto, non privi di ironia; spesso, però, c’è una certa insistenza che a
prima vista può sembrare pedanteria, ma che in realtà doveva essere il risul­
tato di un preciso disegno pedagogico-pastorale.
Anche le Meditazioni sulla vita di Cristo e sulla sua Passione presen­
tano aspetti interessanti. Qui però cercheremmo invano un’esegesi dei testi
biblici: i misteri deliavita di Cristo sono contemplati con una finalità emi­
nentemente morale; l’obiettivo è praticamente solo l’imitazione delle virtù
del Redentore. Sono assenti considerazioni squisitamente teologiche, per
lasciare spazio invece ad una rilettura della vita di Cristo in chiave morale,
applicata alla vita del sacerdote: un approccio decisamente riduttivo, che si
ravvisa anche nell’utilizzo delle fonti scritturistiche.
Nelle Meditazioni al clero cè una generale insistenza sui quadri nega­
tivi. E vero che a volte il tono si alza a considerazioni più ottimistiche,
ma l’impressione globale è quella di una predicazione che voleva prima
di tutto stigmatizzare comportamenti riprovevoli di ecclesiastici. Qui il
discorso potrebbe sfociare nella domanda su quale benignismo il Cafasso
abbia fatto proprio. Fu un fedele interprete del liguorismo? C’è una evolu­
zione nel pensiero del Cafasso? Ossia, passò forse da un certo iniziale rigo­
rismo, progressivamente poi attenuatosi, per diventare un vero e proprio
benignismo? E rischioso rispondere a queste complesse domande in base
soltanto ai suoi Esercizi spirituali al clero, anche perché sembra che non
possediamo più tutti gli schemi da lui composti a quello scopo. Bisognerà
anche, e soprattutto, esaminare le sue lezioni di teologia morale. Tuttavia,
leggendo queste pagine, è difficile sfuggire all'impressione che nel nostro
santo una qualche istintiva tendenza al pessimismo ci fosse; ma si deve dire
anche che si ravvisa in questi Esercizi uno sforzo sincero di condurre l’udi­
torio su posizioni di speranza, nella certezza della reale, e neppur troppo
ardua, possibilità di salvarsi. Viene da chiedersi allora se quel tono generale
un po’ incline a sottolineare il negativo non sia soprattutto un artificio

48
Introduzione alle M editazioni a l clero

strategico per ottenere l'effetto desiderato, cioè la conversione ad uno stile


di vita più conforme all’ideale sacerdotale.
In ogni caso il supposto, tendenziale pessimismo del Cafasso verrà ad
assumere tutt’altro volto, qualora la sua predicazione venga confrontata
con quella di alcuni celebrati autori di testi di Esercizi spirituali del Sette­
cento: al paragone il santo torinese non solo apparirà un moderato, ma
addirittura un ottimista. Sicuramente, quando già nell’Ottocento e poi
ancora nel primo Novecento il Cafasso fu letto e interpretato nella linea
benignista di sant’Alfonso, si aveva presente quale fosse la predicazione
rigorista e perfino giansenisteggiante di certi autori del Settecento e del
primo Ottocento. Valga un esempio fra tutti: la predicazione di Liborio
Siniscalchi, gesuita vissuto nel XVIII secolo, il cui nome appare tra quelli
degli autori presenti nella Biblioteca del Convitto Ecclesiastico di Torino.
È altamente probabile che il santo abbia letto del Siniscalchi almeno il suo
Quaresimale, pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1744 e ancora
riedito nel 1836. Ma quale distanza, praticamente incolmabile, c’è tra il
roboante e barocco gesuita del Settecento e il Cafasso! Nel Siniscalchi c’è
spesso il gusto del macabro ed un pessimismo, insolito in un gesuita, sulle
reali possibilità di salvezza eterna, che a lungo sembra farlo aderire alle tesi
più negative, che solo alFultimo si stemperano in qualche affermazione in
più di speranza57.

57 Prendo a modello la Predica XIV sull’inferno, tratta dal citato Quaresimale del Sini­
scalchi, Venezia 1836, pp. 71-75. Per dare ai suoi ascoltatori un’idea delle orribile pene
delFinierno, il gesuita ritiene di poter rievocare con una calcolata meticolosità i supplizi a
cui fu sottoposto l’infelice assassino di Enrico IV re di Francia. Non parendogli sufficiente
l’orrore destato neU’uditorioi eccolo descrivere dettagliatamente lo scempio a cui Proto­
gene avrebbe sottoposto il suo schiavo Olindo per avere un’immagine adeguata delle pene
di Prometeo incatenato. A questo punto, rivolgendosi alla divina Giustizia, il Siniscalchi
continua: «Veggo la vostra onnipotenza tutta impiegata in fabbricare tormenti» (p. 72);
e dopo aver descritto l’infernale e tenebrosa spelonca, afferma: «Vi regna poi un fuoco
sterminato acceso dal fiato stesso di Dio, che sedendo al mantice di quel vasto incendio, vi
soffia dentro col fiato della sua onnipotenza». Più avanti, rivolgendosi ancora alla divina
Giustizia, il Siniscalchi aggiunge: «Divina giustizia, che dite? Si è ormai ristorato l’onor
vostro vilipeso da’ peccatori? Vi basta egli questo?... no, che non basta»: bisogna infatti
che i dannati, oltre le pene comuni a tutti, siano tormentati con pene appropriate alla
diversità dei peccati; non solo, ma oltre al supplizio dei sensi esterni, ci devono esser
anche tormenti per torturare «le interne potenze dell’anima» (p. 73). La seconda parte
della meditazione è dedicata al tema del numero dei dannati: è qui che si elencano le tesi
teologiche più pessimistiche, per concludere il discorso con una invocazione alle piaghe
di Cristo e al suo sangue, da cui si spera una grazia efficace in ordine alla salvezza.

49
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Vale la pena rilevare ancora un’ultima annotazione rispetto alle fonti


omiletiche del Cafasso, soprattutto nei confronti di sant1Alfonso e di san-
t’Ignazio di Loyola. Nel santo torinese ci sono assenze tematiche signifi­
cative: non esiste una Meditazione sull’Eucaristia, né una vera e propria
riflessione sui misteri gloriosi della vita di Cristo. C’è qui il segno ulte­
riore della relativa libertà con cui il Cafasso tratta le sue fonti. Per quanto
riguarda l’assenza di una Meditazione apposita sull’Eucaristia, la spiega­
zione può forse venire dal fatto che il santo torinese ritenne che, con un
clero spesso tentato di ridurre le opere di ministero alla sola celebrazione
della Messa e alla recita del Breviario, non era il caso di insistere ulterior­
mente sul tema dell’Eucaristia.

La lingua usata dal Cafasso nelle M editazioni a l clero

Mentre le prediche delle Missioni al popolo dovevano esser pronunciate


in dialetto piemontese58, gli Esercizi spirituali al clero erano predicati in
italiano. Per cui soltanto questi ultimi, insieme a molti altri testi pensati
e scritti nella lingua nazionale, possono darci un’idea esatta della lingua
italiana usata dal Cafasso.
Se dunque nelle Missioni alpopolo abbondano i piemontesismi, per cui
avremmo lì un interessante saggio di una lingua, l’italiano, messa a servi­
zio di un dialetto per finalità pastorali, non altrettanto si può dire per le
Meditazioni al clero. Negli originali di queste ultime la lingua nazionale
appare discretamente posseduta dal loro redattore, sebbene egli non avesse
minimamente l’intenzione di fare un’opera letteraria. Sarebbe un imper­
donabile errore, infatti, dimenticare che noi leggiamo degli originali che
erano, e dovevano rimanere, appunti personali: giudicarli come si giudica
un libro dato alle stampe, sarebbe non solo ingeneroso nei confronti del-
l’Autore, ma soprattutto ingiusto.
È alla luce di questo che si possono spiegare certi cosiddetti «errori lin­
guistici» del Cafasso59. Bisogna però tener presente che in un’area territo­

58 Cosi scrive il principale biografo del santo, L. N i c o l i s D i R o b il a n t , San Giuseppe


Cafasso, cit., allap. 743: «Destinate a venir esposte in piemontese (le prediclie deile Mis­
sioni al popolo) furono pensate in dialetto e redatte con stile, costruzione e vocaboli dia­
lettali italianizzati, quando la lingua nazionale non forniva il termine esattamente corri­
spondente a quello, di cui intendeva far uso sul pulpito».
59 Le più vistose divergenze rispetto all’italiano letterario che si riscontrano in questi
originali del Cafasso riguardano l’uso degli accenti e degli apostrofi. A volte la forma ver-

50
Introduzione alle M editazioni a l clero

riale come il Piemonte della prima metà del ¡’Ottocento, così periferica al
resto d’Italia e così poco sensibile al dibattito sul purismo linguistico che
ormai da qualche tempo si stava sviluppando tra letterati in altre parti della
Penisola, errori grammaticali come quelli segnalati sono ampiamente per­
donabili. Il Cafasso del resto, oltre a non voler fare opera letteraria, appar­
teneva ad una società, quella torinese, che fu a lungo incerta tra l’uso del­
l’italiano, che si imponeva sempre più, e quello del piemontese, che per un
secolo avrebbe ancora ben contrastato, soprattutto negli strati sociali più
popolari, l’avanzata della lingua nazionale. Può esser significativo ricordare
che ancora oltre la metà dell’Ottocento un sovrano come Vittorio Ema­
nuele II, diventato ormai re d’Italia, sapeva esprimersi molto male in ita­
liano e si sentiva completamente a suo agio solo usando il dialetto.
A quanto detto si deve aggiungere ancora un elemento che complica
ulteriormente il quadro: praticamente fino all’unificazione italiana il Pie­
monte rimase molto sensibile anche nei confronti della lingua francese.
Soprattutto le classi sociali colte, la stessa corte e buona parte dell’aristocra­
zia non di rado preferivano la lingua d’Oltralpe sia per chiari legami cultu­
rali e dinastici con la Francia, sia a volte per una forma di vero e proprio
esibizionismo. Deboli tracce di francesismi si trovano anche negli scritti
del Cafasso, ad esempio nell’evitare l’uso della doppia negazione60.
Qualche problema viene ancora dal modo del Cafasso di utilizzare la
punteggiatura. Nelle Meditazioni al clero essa abbonda; a farla da padroni
sono soprattutto la virgola e il punto e virgola; ma anche i due punti e
il punto fermo sono ben rappresentati; raro è invece l’uso del punto escla­
mativo e di quello interrogativo. Non è facile individuare esattamente i cri­
teri in base ai quali il Cafasso optò per un segno o per l’altro. Sembra che i
due punti a volte sostituiscano il punto interrogativo, ma non è una regola
fissa. L’impressione che si ricava è che la punteggiatura dovesse servire
soprattutto per la declamazione del testo: una finalità retorica, dunque.
Di fatto, i testi che noi possediamo sono nati per esser predicati oral­
mente. E innegabile, a questo scopo, lo sforzo quasi inesausto del Cafasso
per trovare la forma più incisiva e Tespressione più azzeccata per riuscire

baie fit è accentata; il pronome personale sé quasi mai ha l’accento; così pure la forma
verbale dà (3a pere. sing. indie, pres.). Per quanto riguarda l’avversativa negativa né, a
volte è accentata, a volte no, pur nella stessa frase. Quanto all’apostrofo, spesso manca,
soprattutto dopo l’articolo indeterminato una seguito da una parola che inizia con vocale
(ad es. un eternità; un altra idea).
60 Dalla Meditazione 48/200: «...io darei per consiglio di mai far cosa...», «...e può mai
esser gran cosa...».

51
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

suadente all’uditorio. Avremmo dunque una lingua pensata e costruita per


esser detta: una lingua che è la trasposizione di un parlato, nel quale Fan-
damento oratorio è tutto al servizio della finalità pastorale.

Criteri editoriali seguiti nel presente volume

Tutti gli originali delle Meditazioni al clero di san Giuseppe Cafasso si tro­
vano nell’Archivio del Santuario della Consolata in Torino61. In base all’ul­
timo riordino di tutto il materiale relativo al Cafasso, custodito nel citato
Archivio, le Meditazioni al clero occupano quattro faldoni, dal 45 al 48.
Ogni faldone contiene non solo gli originali, ma anche le trascrizioni dei
medesimi, che probabilmente furono fatte eseguire dal nipote del santo,
il canonico Giuseppe Allamano, sul finire dell’Ottocento. In genere, fatta
eccezione per pochi casi, ogni originale ha più di una trascrizione, ma nes­
suna di esse è purtroppo affidabile: non di rado il testo non è compreso
correttamente, le citazioni latine contengono errori che l’originale non
ha, la punteggiatura è sottoposta a molti adattamenti che talvolta fanno
mutare il senso del testo o lo rendono incomprensibile, mancano molte
parti che nell’originale sono barrate. Queste trascrizioni, perciò, non fanno
testo e non meritano di esser citate nella presente edizione. Vengono citati
invece, in una nota a parte siglata da un asterisco, posta al fondo della
prima pagina di ogni Meditazione, il numero del faldone e quello del fasci­
colo contenente roriginale in questione.
Nella presente edizione non ci si è potuti awalere neppure delle edi­
zioni precedenti delle Meditazioni al clero, perché non appaiono affida-
bili®: si tratta di edizioni incomplete, con ampi adattamenti del tutto
arbitrari, con un lessico molto modificato allo scopo di renderlo più leggi­
bile. Il risultato di queste operaiioni è che gli originali sono di gran lunga
migliori sotto ogni punto di vista.
Il principale criterio seguito per il presente volume è stato quello di
lasciare il testo così com’è, anche se qualche volta può apparire di meno
facile lettura.

61 Ricerche fatte presso altri Archivi hanno dato dei risultati per altri scritti del
Cafasso, ma non per quanto riguarda il contenuto de) presente volume.
62 Esse sono; D. G iu s e p p e C a pa sso , Meditazioni per Esercizi Spirituali al Clero, Torino
1892; D. G i u s e p p e C a p a s s o , Istruzioni per Esercizi Spirituali al Clero, Torino 1893; Sa n
G iu s e p p e C a passo , Esercizi Spirituali al Clero, Paoline, Alba I960.

52
Introduzione alle M editazioni a l clero

Alcuni minimi adattamenti, però, sono stati fatti. Essi riguardano in


primo luogo il vocabolo Dio, che il Cafasso scrive regolarmente con l’ini­
ziale minuscola: qui si è preferito usare l’iniziale maiuscola.
Qualche segno di punteggiatura in più è stato messo: si tratta del punto
fermo, essenziale per la comprensione del testo, nei casi non frequenti in
cui il Cafasso non mette nulla, in genere quando il periodo termina con il
finire della riga.
In pochi casi si è dovuto integrare il testo perché era evidente che l’Au­
tore aveva dimenticato una o più parole: lo si è fatto ponendo queste inte­
grazioni fra parentesi quadre. Di fatto, tutto ciò che è compreso tra paren­
tesi quadre non appartiene all1originale, ma è del curatore del presente
volume.
Si è preferito lasciare invariato tutto il resto, compresi gli accenti di
troppo e gli apostrofi mancanti. Riguardo alle iniziali maiuscole, si è
seguito l’uso attuale nei casi in cui non è chiaro se il Cafasso usi la maiu­
scola o la minuscola.
Le citazioni latine sono quasi sempre sottolineate: quest’uso del Cafasso
è stato rispettato. Talvolta per le citazioni scritturistiche il santo mette
anche la sigla di riferimento, quasi mai in modo completo: tutto ciò che
è dell’originale è stato lasciato nel testo così com’è, mentre in nota viene
citato il riferimento completo.
Per quanto riguarda le numerose parti barrate delForiginale, è stato
seguito questo criterio: in nota sono stati messi i brani barrati quando
essi sono di una certa ampiezza, mentre le cancellature minori sono state
lasciate nel testo con la barratura orizzontale sulla parola o sulla frase. Nel
caso dei brani barrati messi in nota, si è cercato anche di avvertire il lettore
per renderlo il più possibile edotto delle modifiche e dei cambi di pagina
che presenta l’originale.
Infine, nel margine si è conservata la doppia numerazione dei fogli ori­
ginali. Il numero tra parentesi indica la numerazione messa tardivamente
sugli originali, forse a fine Ottocento quando si preparavano le prime edi­
zioni a stampa, mentre il numero fuori parentesi è il solo messo dal Cafasso
stesso, il quale però numerava esclusivamente il recto della pagina, pur uti­
lizzando spesso anche il verso per le numerose integrazioni del testo. Va
notato che queste integrazioni sono poste molte volte nella pagina a fronte,
quella a sinistra di chi legge, cioè nel verso della pagina precedente.
Un’ultima parola va detta a proposito delle citazioni patristiche presenti
nel testo. Tranne forse pochi casi, è fin troppo chiaro che non si tratta di

53
Esercìzi Spirituali al Clero ■- Meditazioni

citazioni di prima mano: il Cafasso non risulta esser stato un lettore dei
Padri della Chiesa. Egli mette in genere l’autore della citazione, e nicnt'al-
tro. Trovare l’esatto riferimento di queste citazioni non è stato cosa facile,
nemmeno con i moderni strumenti informatici. In un certo numero di
casi non è stato possibile rinvenire l’esatto riferimento all’opera e alla sua
collocazione. Questa difficoltà la si deve probabilmente al fatto che non
sempre le citazioni patristiche sono esposte correttamente, e anche al fatto
che talvolta Fattribuzione ad un determinato autore può essere errata: tutte
cose che succedono quando si cita di seconda mano.
Come già detto, una fonte significativa delle citazioni patristiche è
l’opera di sant’Alfonso Selva di materie predicabili ed istruttive per dare gli
Esercizi a preti, mentre molto meno sicura come fonte è l’altra opera del
Liguori Sermoni compendiati per tutte le domeniche dell’anno. Quando la
citazione proviene da queste due fonti, ciò viene segnalato in nota o tra
parentesi quadre.
Debbo ringraziare, prima di concludere queste pagine introduttive, Far-
chivista e paleografo Gian Mario Pasquino, per il contributo notevole
offertomi soprattutto per decifrare espressioni cancellate che sembravano
del tutto illeggibili.
Nel consegnare questo volume allo studioso e al comune lettore nutro
la speranza che questo lavoro possa apportare una migliore conoscenza del-
l’Ottocento torinese, un secolo in una terra ricca di rivolgimenti epocali e
di santità.
Lucio Casto
Introduzione a Spirituali Esercizi ( 1843 )

per gli Eclesiastici

Introduzione1 (1845) 1

Chi avrà veduto la nostra partenza, ia nostra venuta su questo monte, avrà
detto tra se, avrà

anche dimandato ad altri, (1844)


e dove vanno tanti preti, ed a che fare tanti Sacerdoti? Non so se tutti
avranno pensato, avranno parlato nello stesso modo, e quello che è più
se avranno colpito nel vero; comunque però sia, il vero scopo lo dirò
io. Cotesti Sacerdoti che voi vedete ad avviarsi in tanto numero su quel
monte, sapete a che fare? lasciano le loro case, li suoi paesi, le sue occupa­
zioni, ed impieghi, rinunziano a divertimenti, a comodi, che potrebbero

* (fald. 4 5 1fase. 75; nell’originale 1843-1858).


1 A questo punto in un primo tempo il Cafasso scrisse il seguente testo, poi cancellato: Io
sono venuto tra voi, V.1^ fratelli miei non tanto a farla da predicatore, ma piuttosto ad
offrirmi come compagno per godere assieme con voi del frutto, e della quiete di questo
ritiro. È vero che nella maggior parte io non conosco voi, e voi non conoscete me; è vero
che il mio, ed il vostro campo, in cui Iddio ci ha messi a lavorare sono lontani tra loro, ma
tutto ciò non importa, e non deve ostare alla buona unione di questi giorni, perché siamo
servi, e ministri dello stesso padrone, e Signore, tant’io come voi siamo destinati a trattare
li stessi interessi, quali sono la gloria di Dio, è la salute delle anime; e che ha da fare
la lontananza, e la poca conoscenza personale tra noi, mentre io, voi, e qualunque altro
Sacerdote del mondo siamo posti per fare un corpo solo compatto nella Chiesa militante
per far guerra al guerreggiare il peccato, e radunar anime pel Cielo. Se cosi è adunque,
fratelli miei, permettete che vi ripeta, e vi preghi ad associarmi con voi, perché anch’io
pensi, rifletta, esamini i miei
Questo brano è stato sostituito dal Cafasso da un altro che si trova nella pagina a fronte e
che viene trascritto nel testo dopo la parola Introduzione.

55
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

godere, ed invece si sequestrano da tutti, e si portano lassù con dispendio


ed incomodo per pensare a se, per provvedere alle anime loro, per pre­
pararsi alla morte, aH’eternità. Ottima risoluzione fratelli miei, e volen­
tieri mi associo a voi come compagno per pensare per riflettere anch’io [a
miei]2

( 1845 ) 1 conti; le mie partite, lo stato, l’affare dell’anima mia; perche guai a quel
Sacerdote che non pensa, guai all’Eclesiastico che di tanto in tanto non
bada a se, alla sua giornata; datemi pur un Sacerdote dotto, di belle qualità,
anche di buona volontà, ma io spero poco quando sappia che non usa di
raccogliersi, e di pensare, e se non farà gran male, certamente sarà neppur
un Eclesiástico da far gran bene, perché è impossibile riuscire e mantenersi
un buon operaio del Signore senza la pratica di pensare, e pensare soventi,
e pensare seriamente a se stesso; questo però sarebbe il meno, il peggio sta
che il Sacerdote che non arriva per tale mancanza a formarsi un buon lavo­
rante nella vigna del Signore, non solo diviene un servo inutile, ma finisce
con essere un intoppo, un imbroglio di più, ed a rendersi una pietra d’in­
ciampo con tutte quelle conseguenze, e con tutti quei mali, che ognuno di
noi già può sapere, e che spero vedremo nel corso di questi giorni.
Varii sono i modi, i tempi in cui un sacerdote può compiere a cotesto
indispensabile dovere di pensare a se stesso, ma il più utile, il più impor­
tante, il più efficace è certamente quello di qualche giorno d’esercizi, e
di spirituale ritiro nell’anno. O Beata Solitudine, quante anime, e quanti
Sacerdoti la benedicono già a quest’ora in Cielo, e la benediranno per
sempre3,

(1844) Il tempo, come sapete, è breve di questa fermata, è brevissimo4. Otto


giorni e niente più, otto giorni che già hanno cominciato, s’incalzano, sva­
niranno come un fumo, un lampo, e passati ritorneranno mai più. L’af­
fare che noi dobbiamo trattare in questi giorni è massimo; si tratta d’un
Sacerdote, e tanto basta; si tratta di formare in noi medesimi di formare
un vero e degno santo Ministro del Signore, un vero, e degno rappresen­
tante della divinità sulla terra; la grandezza di cotesta impresa deve bastare,
come diceva, per se sola a darci un idea dell’importanza di questi giorni:

2 Quifinisce il brano scritto nella pagina a fronte e riprende il testo della pagina 1.
3 II Cafasso a questo punto pone una nota, intendendo inserire qui il testo che egli scrìve
all’inizio delfoglio a fronte. Le righe successivefuori nota sono la trascrizione di questo testo.
4 Due parole cancellate: Introd. Med. Io.

56
Introduzione a Spirituali Esercizi p er gli Eclesìastici

che se volete di più, che noi in questo tempo abbiam da imparare a vivere,
disporci a morire, e provvedere alla futura nostra eternità, e tutto questo in
otto giorni: epperciò non è il caso di perdere il tempo in parole, in pream­
boli, in complimenti: io entro tant’osto nel fine, per cui noi ci siamo qui
radunati; ed a mio e vostro eccitamento considereremo5:

1. la grazia grande, ed il favore speciale che ha fatto a ciascuno di noi (1845) i


il Signore col darci il comodo di questi esercizi: 2, la dolcezza e la conso­
lazione, che troveremo facendoli nel farli: 3. la maniera, con cui abbiamo
a diportarci e per approfittarci di questa grazia, e per trovarvi quel gusto,
quel contento, che ci sta riservato in questi giorni6.

Il Signore assista me, assista voi, perché il tutto riesca alla maggior sua (1846)
gloria, ed aiuto e conforto della desolata, e militante sua Chiesa, come al
maggior profitto, e vantaggio della mia, ed anima vostra. Cominciamo.
Per conoscere la grazia grande, che Dio ci fa con questi esercizi non
abbiamo bisogno d’altro che dar un occhiata al fine, allo scopo a cui essi
sono diretti; e a che dunque tendono questi esercizii e cotesti giorni; eh!.,
fratelli miei, ella è presto capita; eglino sono fatti per stender la mano,
e rialzare chi per disgrazia fosse caduto; essi sono per dar un po’ di pace
e di quiete, a chi {’avesse perduta; essi sono per ristorare, alleggerire chi
fosse stanco, ed annoiato di questo mondo. Essi sono per riscaldare, per
animare chi fosse freddo rattiepidito e sull’orlo di una caduta. Essi sono
per dir tutto in una parola per far d’un peccatore un Santo, per formare
d’un uomo debole, e fiacco un gigante, un eroe a battere la via della virtù,
a sprezzare questo mondo, a prepararsi una tra le migliori corone in para­
diso; e per venir specialmente a noi Eclesiastici gli esercizi sono fatti per
formare d’un Sacerdote qualunque anche mediocre, anche peccatore un
Apostolo da evangelizar il mondo, e salvar7 chi sa quante anime ed intiere
popolazioni, un Eclesiástico, che ripieno dello Spirito del Signore non

5 Termina qui il testo inserito dal Cafasso. Il brano prosegue con la seguente fiase barrata:
Io non avrò altra materia in [parola illeggibili di questa per trattenermi presentemente
con voi, e decidere che sappiate fin da questa \parola illeggibile] queste tre cose.
6 Queste prime parole del nuovo foglio originale sostituiscono queste due righe cancellate:
quelle veracità che portano con loro. II tempo di questi giorni è troppo prezioso per spen­
derlo in complimenti, e parole, epperciò senz’altro io comincio.
A questo punto nell’originale è posta una nota che rimanda alla pagina afronte in alto:
qui il Cafasso scrive tre righe, che intende inserire all’inizio del nuovo periodo.
7 Tre parole cancellate: anche un paese.

57
Esercìzi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

cerchi nel suo impiego, nel suo stato altro che la gloria del suo Dio, e
la salute delle anime, un Eclesiástico in somma che anche con mediocre
talento, anche già attempato pure saprà trovar modo di corrispondere
al (’alta sua Vocazione, e rendere cosi pieni quei giorni che Iddio nella sua
provvidenza gli vorrà ancor accordare sulla terra. Oh! quanti Sacerdoti, che
purtroppo saran perduti, sarebbero salvi a quest’ora se una sol volta anche
in loro vita avessero avuta la grazia d’un po di ritiro. Quanti rimorsi di
meno al letto di morte se un Sacerdote avesse pensato a procurarsi un po1
di solitudine in vita; e quello che più importa ancora8, quanti Eclesiastici
vi sono nel mondo, che per la loro abilità e talenti colla lor sanità e robu­
stezza, con tutti quei doni, che Iddio loro ha dato potrebbero fare gran
bene, salvar tante anime, e rendere meno infelice questo mondo, se venis­
sero a provare, a sentire nella solitudine le voci del Signore, eppure ci tocca
vederli andar perduti dietro il fango, e le follie di questo mondo. Io era
prete, credeva pure di saper il fatto mio, immaginava chi sa cosa della mia
persona, mi pareva quasi di toccar l’apice, perché la mia condotta mi sem­
brava ancor lodevole, or m’accorgo che era più apparenza che realtà, or
vedo che tanto c’era più di corteccia, e non che di midolla, or conosco i
vuoti, i guasti se non esterni, almen del mio cuore, del mio spirito, bene­
detto il Signore, guai a me se mi fossi toccato morire prima di questi
giorni: è questo soventi Io sfogo doloroso si ma ben dolce assieme, e conso­
lante deirEclesiastico, che si ritira a pensare; molto più se il sacerdote por­
tasse pecche maggiori da rimediare. Un Sacerdote che per rispetto umano
aveva ceduto all’invito di fare gl’Esercizi imbrogliato, confuso,

(1848) 3 spaventato dalfenormità, in cui si trovava si sentiva mancar l’animo a


slanciarsi tra le braccia della Misericordia del Signore, ma coraggio Caro
mio, gli disse chi9 potè scuoprire il suo affanno, e non sa che sia c’è Iddio
che abbi ha disposto che ella verìi'sse a questo luogo10, certo che al demonio
non conveniva: e se Iddio ha disposto la cosa in modo fatto in maniera
ch’ella quasi senza saper il come ed il modo venisse a cotesti esercizi, vuol
temere che Iddio l’abbi chiamata quà per ridersi di lui, per burlarsi, per
scherzare sulle sue miserie, per dirle che è finita, faccia quello che sa e quel
che vuole, uopo è andrà perduto. Buon per lui che seppe approfittarsi di
quel tempo, e sono come certo che benedice a quest’ora, e benedirà sempre

a Una parola cancellata illeggìbile.


9Alcune parole cancellate illeggibili,
10 Mezza riga cancellata: e chi vuol sia altri mai, perché certo.

58
Introduzione a Spirituali Esercizi p er gli Eclesiastici

la grazia di que’ giorni. Eccovi adunque fratelli miei, qual sia il favore, e
la grazia ben grande che Iddio fa a ciascun di noi in questo tempo; qui
ognuno troverà un rimedio, un sollievo, un conforto al proprio bisogno, e
mentre nel mondo vi sono tanti infelici che cercano invano un lenitivo a’
propri mali, e non lo trovano, noi qui l’abbiamo e grande e certo, e facile,
il perdono se siamo peccatori, la gioia se siamo tristi, il fervore se freddi,
forza e coraggio se deboli, e tutto ciò il Signore lo fa, e ce lo dona solo, che
ci contentiamo, e lo vogliamo accettare, e senza nostro sforzo, e fatica: dtte
riflessi lo che fa spiccare vieppiù il bello, il grande di questa grazia, di cui vi
parlo. Noi siamo qui un certo numero: ditemi chi fu il primo a pensare, a
progettare questi esercizi; il Signore o noi: siam noi che l’abbiamo richiesta
a lui, o fu egli il primo che ce la esebì? Fu egli che11 dispose le cose in modo
che potesse aver luogo cotesto ritiro; fu egli che ne fece cader il pensiero nel
nostro capo, anzi dirò di più: forse qualcuno di noi12 pensava di mandar
ad altra volta cotesti esercizi; ma Iddio non volle, aveva una grazia grande,
in mano da fare ad un Sacerdote, e quanti la meritavano più di noi, quanti
la desideravano, eppure no: Iddio la riservò a me, la riservò a voi; e tanto
fece che a chi non la voleva, quasi la fece stringere per forza, e fu un dire,
oh... caro Ministro, parliamoci chiaro, lascia andare tanti pretesti; voglia
o non voglia hai da stare con me alcuni giorni, e sono certo che là giunto
c’intenderemo; dunque ci siamo, fratelli miei, ed il Signore che non opera
invano, compirà certamente i suoi disegni, e manderà a termine la bella
grazia cominciata quasi senza che noi c’accorgiamo, e come vi diceva senza
nostro sforzo, e fatica, anzi sollevati nel tempo istesso da una pace e e soa-
vità da una dolcezza ben grande.
Forse a qualcuno può parere un po’ strano, ed esagerato il dire che l’at­
tendere agli Esercizi sia un godere, sia una vita dolce, consolante, e soave.
Eh! Signori miei io voglio accordare che alla nostra natura, alla delicatezza
ed ai comodi nostri possa essere un poco duro, e pesante l’adattarsi quà per
otto giorni a star chiuso e ritirato, e quello che è più senza volontà; fissato
il riposo, fissato il cibo, fissate le ore tutte delle nostre azioni; noi che nella
maggior parte

a b b i a m la n o s tr a g io r n a t a a n o s t r a d is p o s iz io n e , e lib e r tà , v o g lio a m m e t - (1850) 4


te r e c h e p e s i u n t a n t i n o ; m a sia p u r c o m e si v u o le , n o n è q u e s to d a p o r r e a
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

confronto, e non merita paragone con ciò che D io sa fare ;


solo a chi lo cerca, ma a chi s arrende di venir a trattare con lui in questo
tempo. Io potrei arrecarvi tante ragioni a questo riguardo, ma amo meglio
esibirvi la prova, ed aspettare da voi una risposta: provate, vi dirò adunque,
gustate in questi giorni che cosa sia il Signore, e poi mi sapreste dire se sia
una dolce cosa il servirlo, e lo stare con lui: N on habet amaritudinem con­
versarlo eius, nec taedium convictus illius13. E lo Spirito Santo che parla,
e si metta pur qualunque uomo alla prova se possa arrivare a smentirla. Il
m ondo è pieno di gente che è stanca di rumori, e trambusti; annoiata per­
fino di tutti Ì suoi piaceri, ma non mi troverete un solo che unito, e stretto
al Signore ne senta peso, e gravame; vai più, ed è millevolte più dolce il
ritiro, la solitudine in compagnia, ed in seno al Signore che non tutte le
delizie di questa mondo terra; lo so che la gente del m ondo non lo crede,
e guarda cotesti giorni con orrore, e spavento, epperciò li teme e fugge;
ma che volete che il mondo $ intenda d’esercizi, di ritiro, e di solitudine
mentre è sempre tutto sossopra, in confusione, strepito e rumore; è impos­
sibile che lo possa conoscere; no che il mondo non è degno di sapere quello
che passi tra un anima e D io in questi luoghi, le finezze, le carezze, che D io
tien riservate, i gemiti, i sospiri, i slanci, i voli d’un anima che tratta, che
parla col suo Signore hanno niente che fare col fango di questo mondo.
Fratelli miei cari, noi siamo obbligati anche contro nostra voglia a star
tutto l’anno in mezzo al mondo, a sentire, a vedere i guai, le miserie d’ogni
genere; più d’un a volta ci sentiamo annojati, stanchi da quasi esserci di
peso la vita14;

(1849) lo stesso divin Redentore, lo sappiano, lo faceva, e si ritirava; invitava


gli Apostoli a far lo stesso: venite etc.

(1850) 4 È vero che quando il possiamo guarderemo di prendere un po’ di fiato,


e di requie nella nostra camera, ai piedi del Crocefisso, alla presenza di
Gesù sacramento, ma sono queste piccole goccie di conforto, e refrigerio
in mezzo ad un continuo flusso, e riflusso di noje ed amarezze; Il tempo
proprio di ristorarci egli è questo degli esercizi: qui avremo campo a dire al
nostro buon padre tutti i nostri crucci, aprir intieramente il nostro cuore,
fargli conoscere il nostro stato, i nostri timori, i nostri pericoli; N oi pos-

13 Sap 8,16.
14 Nell’autografo il Cafasso qui inserisce una nota, intendendo inserire a questo punto le
due righe che egli scrive att'ìnizio del suo foglio precedente.

60
Introduzione a Spirituali Esercizi per gli Eclesiastici

siamo fare come fa un figlio, una figlia che trovandosi lontano da padre, da
Madre, ed immersa in mille affanni e pene, inviluppata in m oki imbrogli,
e travagli va via mandando qualche parola, e qualche notizia al padre sia
per averne consiglio, e norma, come per riportarne sollievo, e conforto;
ma vai poco: vede che tutto questo non basta, epperò gli va ripetendo,
che sarà necessario di fissar poi un tempo per vedersi e parlarsi a lungo,
onde poter dire ogni cosa ed intendersi più da vicino: ditemi se questo
figlio dopo d’aver aspettato a lungo ed inviluppato come si trova in mille
affari, e bisognoso all’estremo di consigli, e di coraggio, potesse venire a
capo di questo suo progetto e potesse trovarsi col suo padre, e li a tutto
suo comodo dire ad una ad una tutte le sue pene, contare tutti i suoi guai,
persuaso che quel buon padre saprebbe trovare un rimedio a tutti i suoi
mali, io dimando a voi se quel

figlio troverebbe grave, noioso, e pesante quel tempo, oppure se non ( 1851 ) 5

sarebbe per lui un mezzo paradiso di gioia, pace e conforto. Eccovi fratelli
miei il caso nostro; noi nel mondo, ne’ nostri ministeri, nel nostro impiego
qualunque esso sia, siamo attorniati più o meno da crucci, da affanni,
inquietudini, e timori. Andiam dicendo nell’anno: Signore ricordatevi di
me, io ho il tal cruccio, mi trovo nella tale angustia, epperciò ho bisogno di
voi. Ma noi stessi c’accorgiamo che questo non basta, noi medesimi cono­
sciamo che ci va un tempo più lungo, più comodo per dire tutte le cose
nostre, per sentire il sentimento, la volontà del padrone, che ci ha man­
dati a lavorare: lungo Fanno un po’ le occupazioni, Ì disturbi che più o
meno ci assediano, il frastuono in mezzo a cui viviamo, e soventi anche la
poca voglia tutto fa che è ben poca la relazione, le confidenze, che passano
tra noi e il nostro buon padre, ecco finalmente presentatosi un tempo in
cui ognuno si vede un campo aperto avanti di se per dire, per confidare
a questo buon D io ogni suo male, tutti i suoi timori ed angustie, sicuro,
che è quello che importa, di sentirne un rimedio, ed un conforto; e sarà
adunque grave e pesante cotesto tempo, triste e melanconico il trattenersi
per questi giorni in sfogo, e confidenze con questo Dio; provate, ripeterò,
e lo saprete.
E come volete che un eclesiástico non senta il dolce di cotesto ritiro,
quando pensi che questi giorni sono numerati, sono calcolati in paradiso,
anzi ogni momento, ogni m enoma azione vien portata a registro per essere
un di pagata, e premiata. Come volete non si senta ristorato, incoraggiato,
animato quando rifletta che questi giorni lo possono tramutare in tutt’al­
tro, salvar l’anima sua, e colla sua salvar tante altre; e come non gioire,

61
Esercizi Spirituali al Clero ■- Meditazioni

e non poter godere quando sa che pochi giorni passati in questo modo
saranno sempre la memoria più consolante di sua vita, il conforto più
dolce al letto di morte, l’arma e la difesa più bella e sicura al tribunal del
Signore. Ah! fratelli miei, che più tardiamo, siamo sul luogo, entriamo in
campo, e proviamo che non avremo più bisogno che altri ci venga a dire,
a ragionare, a persuadere; questo buon D ìo ci cori Furiderà talmente che
resteremo stupiti, sorpresi di noi medesimi.
Ci resta ora a vedere come dobbiamo noi diportarci in questi giorni,
perché D io possa compiere in noi quello, che già ha cominciato e noi pos­
siamo trovarne quel gusto, e quella consolazione che vi diceva15; io trovo
necessario prima d’ogni cosa essere noi ben persuasi, e sinceramente com ­
presi che cotesti esercizi sieno proprio una grazia singolare per noi: datemi
un eclesiástico che sia praticamente convinto di cotesta verità che questi
esercizi sono una grazia specialissima per lui, una grazia che Iddio non fa a
tutti, una grazia una grazia da cui può dipendere la sua salute, o la maggior
sua gloria in Cielo, una grazia in cui Iddio può aver legato grandi conse­
guenze tanto per lui, come per altri; una grazia che lo dovrà rendere un
Sacerdote santo, virtuoso, ed edificante, una grazia che sarà una caparra
di quell1ultima qual’è di durarla sino al fine, di morir santamente; datemi
dico un Sacerdote che praticamente creda coteste verità; ebbene per costui
non occorre più altro perché passi santamente cotesti giorni, poiché è
impossibile che voglia perdere, e scialaquare un tempo

(1852) 6 quando lo conosca di quel valore; al contrario se manca cotesta sincera


convinzione varrà ben poco tutto il rimanente, perché si metterà mai dav­
vero, e sarà solo un farli a metà. M a qualcuno può dire, come fare ad avere
questa intima convinzione, quando uno non l’avesse, e nemmeno potesse
averla, giacché mi pare di aver ancor sempre tenuta una vita da buon sacer­
dote, ho buona volontà, lavoro; ¡sicché per me gli esercizi li credo una cosa
buona si, ma per me grazie a D io non poi di tanta importanza. Fratelli
miei io rispondo brevemente: quelli tra voi che sono siete venuti volonta­
riamente, anzi spontaneamente come suppongo16 e questo è già un forte
argomento per poter dire che l’avete hanno cotesta convinzione, e che cre­
dete gli Esercizi di tutta importanza, poiché altrimenti non vi sareste mossi
da casa, esposti a disastri, ed incomodi, quando poi vi fosse qualcuno che

15Mezza riga cancellata illeggibile, sostituita da alcune parole.


Alcune parole cancellate: di tutti, hanno già dentro di loro.

62
Introduzione a Spiritiuilì Esercizi p e r gli Eclesiastici

fosse venuto si, m a17 eccitato, stimolato e quasi costretto, di modo che
gli esercizi fossero soltanto volontari secundum quid, se costui non fosse
convinto della grazia speciale, che D io le fa con questi giorni, gli direi:
senti caro, tutto il mondo, almeno tutti i buoni Eclesiastici che sono vis­
suti, che vivono hanno sempre conosciuto nel ritiro, e negli Esercizi una
grande virtù, ed una grande importanza; a te par diversamente; che segnale
è questo: uno che dica di non vedere, o stenti a vedere in piena luce, è
segno un oggetto quando tutti gli altri vedono, è segno che ha perduto la
vista, ed ha bisogno di lume: Eccovi fratelli miei il caso nostro, chi non
conosce cotesta importanza, e cotesta grazia negli esercizi, è segno che non
vede, epperciò fin da questa sera in camera a’ piedi del Crocefisso chia­
miamo con quel cieco del Vangelo: D om ine ut videam18: Signore che io
veda le vostre mire, Signore che io conosca la grazia di questo tempo,
e quand’anche non cavassimo altro frutto da questi esercizi che partire
di qua con altra idea del ritiro, e della solitudine, sarà già un frutto ben
grande di questi giorni, ed una grazia ben degna per un eclesiástico.
L’altra cosa, che ci tocca fare per ben riuscire in cotesti esercizi è di
metterci di buon animo, e non lasciarci abbattere dalle difficoltà o reali, o
imaginarie che si possono sollevare. Purtroppo che gli Esercizi sono guar­
dati nel mondo, ed anche da qualche Eclesiástico con occhio un po’ bieco,
almen cupo e. triste, perché paiono un peso insopportabile. Soventi anche
alle persone di buona volontà ritirate negli Esercizi si presentano paure,
timori, affanni, inquietudini; pene pe’ peccati passati, pene per qualche
scelta da farsi in avvenire, pene sulla Confessione, come prendersela^ come
fare, come cavarsene. Alcune volte s’aggiungono incomodi di salute, non
si sta bene, si teme di soffrirne, andiam dicendo. Fratelli miei io comincio
a dire di non aver male, di non tener per cattivo augurio tutte queste diffi­
coltà; è impossibile dar mano ad una opera del Signore senza che il demo­
nio non si mischi per attraversarla, anzi io dico che se vi sentite cosi assa­
liti, e stretti o da questo, o da quell’altro motivo ben lungi di disanimarvi,
state allegramente, egli è buon segno, prova che il demonio teme i vostri
esercizi, ed io spero molto da chi cominciando gli esercizi si trova cosi ber­
sagliato

17Alcuneparole cancellate: ma per fini umani. A l loro posto il Cafasso sovrascrive un altro
testo pure cancellato: volontariamente sino ad un certo punto, .
18M e 10,51.

63
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1853)7 ed in questa lotta. Comunque poi sia qualunque difficoltà si presenti,


qualunque paura affanno, non temiamo ho detto, lo ripeto, e lo dirò
sempre in questi giorni troveremo un rimedio ad ogni male, che possa
riguardare lo stato, ed il bene dell’ani ma. nostra. O che coteste pene spa­
riranno da se, o che questo D io vi penserà. Egli per noi: Egli ha tante
maniere nella sua bontà, che certo vi prowederà, se non altro ci manderà
un Angelo suo nella persona d’un suo Ministro ci parlerà, ci dirà i suoi
secreti, la sua volontà, ci dirà parole di conforto, di luce, di coraggio, ci
dirà insomma parole da paradiso da mandarci tranquilli, quieti e contenti
alle nostre case. Va o fratei mio, D io t’ha perdonato: dati pace, o caro,
il Signore ha niente con te; coraggio, amico mio, non aver paura, e non
affannarti D io è contento del tuo posto, e di tuoi lavori; quiete o Sacer­
dote, via quelFincertezza, non cercar altro, che tal è la volontà del Signore:
basta, o Eclesiástico quella Confessione, quell’accusa, non andar più oltre
che già tutto è finito: mai più si parli, si sotterri ogni cosa, si faccia davvero,
si preghi, si lavori, si viva da bravo, e più non si tema, che la morte, la
gloria, la mercede di buoni operai sarà per noi: ah! che parole benedette,
ah che balsamo di pace per un cuore angustiato, irresoluto, e martoriato.
La terza cosa, che raccomando è di prendere fin d’oggi una risoluzione
franca, e generosa di voler assolutamente secondare in tutto la volontà del
Signore, e dir di nò in niente, che Iddio possa desiderare da noi, e questa
è la massima grandemente raccomandata da S. Ignazio ne’ suoi esercizi,
d’intraprenderli cioè magno ac liberali animo19. N oi non sappiamo qual
sia il fine, e quali le mire che il Signore abbia inteso nel chiamarci a questi
esercizi, ma certo che un fine l’ebbe, e grande, ed alto, come grande ed
alta è la nostra vocazione; se noi ci limitiamo a secondare il Signore solo
sino ad un certo punto, e restringiamo le nostre mire a questo, o quello,
ci esponiamo al pericolo dì rompere i suoi disegni, e cosi perdere in tutto
od in parte il frutto di questi giorni. Dunque Signore chiamate quello che
volete da me, sono pronto a tutto, ed ho niente a negarvi, mi piaccia,
o non mi piaccia, costi poco o molto, questo non c’ha da entrare, sono
venuto quà per conoscere i vostri desideri, la vostra volontà, e la voglio
fare: loquere Dom ine, quia audit servus tuus20. D om ine quod bonum est

19 Esercizi Spirituali, Annotazione 5, in Gli Scritti di Ignazio di Loyola, a cura di M.


Gioia, UTET, Torino 1988.
201 Sam 3, 9- 10.

64
Introduzione a Spirituali Esercizi per gli Eclésiastici

in oculis tuis facias21: fate tutto quello, che volete, che io c’entri nemmeno,
perché non vi debbo entrare; a me tocca fare, ubbidire, a Voi disporre.
Cotesta franca, e generosa risoluzione ci frutterà non poco; e primiera­
mente con essa avremo il merito di tante cose senza farle; noi sappiamo che
il Signore calcola, e premia la buona volontà come l’opera; un Sacerdote
adunque che ritirato negli esercizi si disponga, e si risolva a tutto, ha un
merito eguale come se facesse il tutto; e qui guardate che campo spazioso,
e consolante potrebbe tra se e se percorrere un Eclesiástico, e senza m uo­
versi di camera farsi meriti d’ogni specie: Signore per voi sono disposto, a
tutto: oh che bella parola, e basta questo solo atto, questo solo termine per
essere a parte d’ogni ramo22 di opere e di meriti; Signore se mi volete in
quel paese, in queU’impiego, in quel posto, io ci sono; se no e per tutt’altra
parte, per altre occupazioni, decidete pur voi.

Signore al confessionale, sul pulpito, allo studio, in casa, fuori casa (1855) 8
sempre come volete voi e andate discorrendo. Ecco la maniera di guada­
gnar, di meritare senza fatica. L’altro vantaggio di cotesta generosa risolu­
zione sarà la certezza che Iddio allargherà anche più il cuore e le mani con
noi; eh! quale compiacenza dovrà provare il Signore allorché vede un suo
Ministro prostrato a suoi piedi, tra le sue braccia, e dirgli: Ecce ego mitte
me: Signor mio'caro sono a5 vostri cenni, a’ vostri comandi, in qualunque
ora, per qualunque cosa; per ogni dove: mitte. mitte me23. Finalmente se
Iddio volesse in questi giorni qualche sacrificio da noi nella nostra maniera
di vivere, di lavorare, ed un sacrificio che ci fosse anche un po’ sensibile,
lo che se non tutti, almeno qualcuno se lo deve aspettare, con questi senti­
menti generosi ci sarà più facile il farlo, e ce Io allegerirà talmente da non
sentirne quasi nemmeno il peso, e sarà questo anche un vantaggio della
nostra generosa volontà24.

N on sto a dirvi, che cotesti esercizi possono essere gli ultimi, e che (1854)
forte motivo allora sarebbe questo per mettervisi con impegno. Io voglio

21 1 Sam 3,18.
22 Quest’u ltima parola è così in tutte le trascrizioni, anche se tale interpretazione non con­
vìnce totalmente.

24 II Cafasso a questo punto pone una nota col numero 1 ° intendendo inserire qui il testo
che egli scrive nella pagina a fronte. Le righe successivefuori nota sono la- trascrizione di questo
testo.

65
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

augurarvi a tutti quanti una vita lunga, purché possiate far del bene, e
menar con voi molte anime al Cielo, ma ciò nondim eno ritenete cotesti
pochi riflessi; può tenersi come certo che cotesti esercizi per qualcuno sono
gli ultimi; questo qualcuno posso essere io, potesse esser voi, ognuno ne
deduca la conseguenza, che è chiara.

(1855) 8 Finalmente l’ultima cosa che ci resta a fare in questi esercizi è l’osser­
vanza esatta di quanto concerne l’ordine, ed il buon andamento di questi
giorni. Q ui timet Dom inum nihil negliger25, e questa sentenza deve valere
molto più per questo tempo, di modo che chi veramente vuol compir un
opera di D io in cotesti giorni deve far caso di tutto, e negligentar niente
affatto; tanto più che gli esercizi sono come una machina divina compo­
sta, ed ordinata tra se di tante minutezze, orazion vocale, orazion men­
tale, esami, canti, letture, andare•e~vemre? in chiesa, in camera, ricreazioni,
riposo, silenzio, una cosa intrecciata coll’altra: se ognuna si fa a suo luogo,
puntualmente, rigorosamente, la cosa va stupendamente, par un niente,
eppur è il tutto: fate che si guasti, e non se ne osservi una sola, e voi vedete
subito una confusione, uno va, l’altro viene, chi arriva presto, chi tardi chi
sta quieto, chi parla, non sapete più che cosa sia, e che cosa si faccia; e se
questo sta per ogni e qualunque regola, ella è principalmente quasi impor­
tante pel silenzio. Fratelli miei io oso dire che l’esito, ed il frutto di questi
esercizi sarà secondo il silenzio, che si terrà in questi giorni; se regnerà tra
noi una vera solitudine, e si osserverà a rigore questo punto, io spero tutto;
se a metà, sarà scarso il frutto; che se continuasse la divagazione, e non
vi fosse ritegno a parlare, io dubito che battiam l’aria, e faremo un bel
niente26.

(1854) Un secolare interrogato se sapesse che cosa fossero li Spirituali esercizi,


rispose che sì, e che cosa sono; è ritenete che li aveva mai fatti; s’interrogò
la seconda volta, stette un po sopra pensiero e poi disse: non si parla più
in quel tempo e bisogna star quieto: nient’altro, rispose no, e questo basta
perché replicò stando quieto, si pensa, e si prega. Eccovi fratelli miei una
definizione tutta nuova, se volete, degli esercizi, ma che va a toccarne la
midolla.

25 Qo 7,19.
26 II Cafasso a questo punto pone la nota 2°, intendendo inserire qui il testo che egli scrive
nelfoglio a fronte.

66
Introduzione a Spirituali Esercizi p er gli Eclesiastici

Tacciamo per carità, o fratelli cari se vogliamo che parli il Signore; certe (1855) 8
voci si sentono solo nella calma perfetta, poiché le confidenze più strette,
e secrete non si fanno che in luoghi appartati, e quieti. Figuratevi che,un
amico incontri un altro, e gli dica, senti; io tengo poi una confidenza a
farti, ben secreta eh: procura poi di lasciarti vedere in qualche sito remoto,
senza fretta, e con tranquillità, che io possa dirti il tutto, e farmi intendere.
Se costui invece gli dicesse, che tante condizioni, e cautele, se hai qualche
cosa a dirmi, dillo qua: eh... caro le contrade, le piazze, le case rumorose,
e piene di cicaleggio non sono luoghi adattati, e potrebbe pur aspettare,
ma la confidenza non viene, e quand’anche gliela volesse fare, c’è pericolo
di non intenderla bene. Così fece Iddio con noi; col pensiero degli esercizi
Egli ci volle dire che aveva delle confidenze a farci; forse noi avressimo
preferito che ci parlasse anche a casa, ma Iddio no, se non vieni fuori, io
non parlo; siamo usciti, e ci troviamo; che se il Signore anche qua chiusi ci
scorge divagati, loquaci

poco più., poco meno come fuori, eh!... c’è pericolo che dica, è inutile (1857) 9
che parli giacché non m’intende, ed anche fatti gli esercizi ritorniamo a
casa come siamo venuti. O gnuno di noi adunque faccia ogni giorno un
patto colla sua lingua, fuori delle ore stabilite, non parli, e nessuna parola
affatto: sulle prime ci parrà un po’ duro, ma dopo poco tempo lo trove­
remo ancor più comodo: facciamolo anche per spirito di mortificazione,
che D io ci pagherà ogni parola, che riteniamo per lui; ed ogni volta ci verrà
la tentazione, voltiamoci col pensiero a Dio, e diciamogli: Signore questa
parola è per Voi, mettetela a registro, scrivetela in Cielo.
U n Eclesiástico che faceva gli esercizi in un certo luogo, e li faceva alla
moda con far poco conto del silenzio, e ciarlava: chi dirigeva si stimò in
dovere di dirlo avvisarlo alle buone, sapete la risposta che n’ebbe: guardò
bruscamente chi gli usava quella carità, e poi gli disse: senta, io ho una
casa e ben comoda e sappia non ci va gran cosa per andarmene, sappia io
ho tanto di reddito, poco m’imporra; se Lei mi dice ancor qualche cosa,
me ne vo. Ah! D io buono, fanno pietà cotesti Eclesiastici. U n secolare al
contrario, giovane, vivace, accostumato a vivere in mezzo allo strepito delle
armi, faceva parimenti gli Esercizi in altra occasione, ed era così esatto in
tutto, e principalmente nel silenzio che qualcuno crede bene nel decorso
di essi fargliene elogio. Che elogio rispose il giovane Capitano, io penso
che debba farsi così, e sia niente più del m io dovere, perché ogni cosa o
non farla, e lasciarla, oppur farla come si deve. N on abbiam rossore noi
Eclesiastici di prendere questa lezione dalla bocca d un secolare militare

67
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

che il buono sì prende da chicchessia: siam venuti a fare gli esercizi, e farli
bene, ed in silenzio, oppur che potevamo star a casa, e lasciarli; altrimenti
andremo a casa, e crederemo d’aver fatti gli esercizi, e non sarà vero, li
abbiamo guastati, ed avremo fatto una cosa, che non avrà alcun nome, ed
in questa materia principalmente è meglio prescindere affatto dagli eser­
cizi, che farli a metà, perché non facendoli conosciamo d’esserne privi,
epperò possiamo almen dubitare del nostro bisogno, e disporci a farli
bene una volta; che al contrario credendo d’averli fatti, quando non è
vero, perché solo all’apparenza, ce ne stiamo tranquilli nel nostro inganno.
Eccovi adunque fratelli miei quel tanto che voleva dirvi in questa sera per
animarvi vicendevolmente a questa santa impresa. Eh! quanto bene può
aspettarsi Iddio, e la Chiesa da una cinquantina di sacerdoti ritirati in eser­
cizi, quanti peccati di meno già si possono sperare nel m ondo, e quante
anime di più fatte salve in paradiso27.

( 1856) In ultimo non dimentichiamo la nostra cara Madre Maria, ognuno la


preghi, e le dica con confidenza da figlio o-Maria o cara Madre de Sacer­
doti venite voi a sedere in mezzo di noi; Voi che già vi trovaste nell5adu­
nanza de5 primi Sacerdoti là nel cenacolo, degnatevi a loro v’uniste, con
loro pregaste, ed assieme a loro stavate ad aspettando il compimento delle
divine promesse, deh o Madre guardate dal Cielo cotesto bel numero di
Ministri, e Sacerdoti, scendete, vi preghiamo in mezzo di noi, fate in questi
giorni una cosa sola con noi. Sì o fratelli venerandi è questo l’ultimo
riflesso che vi lascio per passare bene cotesti giorni, figuriamoci d’aver una
persona, una compagna di più d i e faccia:gli in Esercizi con n oi, e questa sia
Maria. Imaginarsi di averla a sedere in mezzo di noi, di mirarla, di fissarla,
e quasi di parlare con Lei; noi possiamo essere certi che Maria non rifiuta
il nostro invito: che certo si troverà tra noi; fu madre del primo e Capo di
tutti i sacerdoti, visse e morì ttà sacerdoti,

10 a Lei fummo affidati, a Lei preme di troppo il bene, e l’onor nostro,


come lo stesso onore del suo Figlio, sicché non solo verrà, ma verrà per
ajutarci, verrà per animarci, verrà per dirci, coraggio o figlio, non temere
sono quà per te. Questo pensiero fratelli miei, d’aver compagna, e presente
la nostra madre Maria ci sia d’impegno a regolarci in modo anche esterna­

27 Qui il Cafasso pone una nota col numero 1 intendendo inserire qui il testo che egli
inserisce ¿tU’inizìo delfoglio a fronte.

68
Introduzione a Spirituali Esercizi per gli Eclesiastici

mente che niente possa offendere l’occhio di questa madre, e ci tenga il


cuore aperto a grandi speranze, di m odo che ciascuno di noi in ogni angu­
stia, in ogni affanno corra da lei e le dica con confidenza da figlio: Madre,
tocca a Voi, Madre ho bisogno di Voi. Con sentimenti sì generosi, e con
una confidenza sì grande non potrà a meno che essere più che abbondante
il frutto del nostro ritiro. Fuge, terminerò col celebre avviso che dava già S.
Arsenio a chi voleva far profitto nello Spirito, fuge. tace, quiesce28: fuggi,
ritirati, e taci; fuggi lo strepito del m ondo, e questo noi già l’abbiamo fatto,
datti al ritiro, e noi vi siamo, taci adunque, se noi faremo ancor questo,
come spero, il nostro profitto, e la nostra salute sarà sicura: fuge. tace, quie­
sce: haec sunt principia saluris.

28 Vita e Detti dei Padri del Deserto, a cura di di L. Mortali, I, Città Nuova, Roma
1986, p. 97.

69
Giorno primo
Meditazione prima. Sopra il fine dell’uomo
Prima degli Esercizi

S. Ignazio comincia il gran libro de1 santi Esercizi con ricordare alla per- (2197)
sona che vi si applica una verità non alta, non ascosa, non nuova e scono­
sciuta, ma conosci uLa comune, ed intesa da tutti, e nata coll’uomo stesso,
qual è quella del suo fine. Terribili e funeste sono le conseguenze qualora
questa verità, che è quanto dire questo fine o si dimentichi, o non si curi
non solo dall'uomo cristiano ma anche dall’uom o Eclesiástico; e che spe­
rereste voi di buono da una persona che vive senza sapere, o senza pensare
a quel fine che fu prefisso al viver suo? Che riuscita si potrebbe sperare da
un giovane che mandato alle lettere applicato ad un arte mai o quasi mai si
facesse a pensare: ma... che cosa debbo fare; qual è il fine per cui m i trovo
in questo luogo; che cosa s’aspetta da me? e così dite di qualunque altro,
che viva senza proporsi un fine, od anche scielto non vi pensi? S. Ignazio
10 chiama e lo reputa di tanta importanza sì fatta verità che la tiene come
la chiave, anzi la base ed il fondamento di ogni Spirituale cdifì/.io. Quanti
infatti a sì fatta alla considerazione di questa gran massima aprirono gli
occhi, e fu per essi il principio della loro conversione; ciò è noto a chi
legge, e lo proviamo noi frequentemente nell’esercizio del nostro M ini­
stero: quante volte dopo d’aver sentito una vita di peccati non ci sarà riu­
scito di toccare un cuore, di commoverlo alle volte fino alle lagrime solo
con ricordarle che non era quello il fine de’ suoi giorni: sentí, figlio, il
Signore ha avuto altre mire nel darti la vita: speranze perdute, tu hai deluso
11 Signore, aspettava altre cose da te. Altri poi di questa massima si servi­
rono come di arma potente per mantenersi saldi e fermi nella loro voca­
zione, ed io mi contenterò di citar S. Bernardo.

* (fald. 4 7 /fase. 166; nell’originale 2196-2215)

71
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Or io dico se un S. Bernardo, se un Religioso sequestrato dal mondo al


dire han bisogno di rinnovare frequentemente alla loro memoria la verità
del loro fine, e non ne avrà bisogno un sacerdote che vive tutto Tanno in
mezzo ai trambusti del secolo, tra tanti scandali che lo seducono, e tra tanti
nemici che cercano la sua rovina. Ah! sarà ben difficile che regga quel sacer­
dote che di tanto in tanto non rimonta a questo principio, e non pensa al

Io temo, e temo molto di quel Sacerdote, che di tanto in tanto non


entri in se stesso, e si dimandi: ma che fo io a questo m ondo, ove vado, che
strada io tengo, qual è il mio fine, qual sarà il mio termine: ah! credetemi,
fratelli, di qui hanno origine tutti i disordini tanto de3 secolari, quanto
anche degli Eclesiastici; guai a quella persona, guai a quel Sacerdote, che
non si mette qualche volta a pensare. Dovendosi adunque etc,

(2198) 1 Volendo il dottor S. Bernardo mantenersi in quei primiero fervore, con


cui aveva lasciato sì generosamente il m ondo, ed abbracciato il chiostro
usava di ricordare soventi a se stesso il fine per cui era entrato in Religione:
Bernarde, ad quid venisti?1 se il senso, e la natura ripugnavano all’auste­
rità delle penitenze, alla rigidezza de’ digiuni, che venivano praticati, ma
dimmi o Bernardo, ripeteva tosto a se stesso, sei forse venuto in Religione
a godere cercare dei comodi, a godere le delicatezze della carne: Bernarde
ad quid venisti? se la povertà, l’obbedienza, quel continuo ritiramento, e
silenzio gli pesavano alle volte più del solito, lo sgomentavano, e come va,
o Bernardo, ti credi forse d’esser venuto in questo luogo per dominare, per
essere in piena libertà, ed agire di tuo capriccio, vagare quà e là, e sollaz­
zarti, come più ti piace, deh pensa che ben diverso, anzi contrario deve
essere il fine per cui sei venuto: Bernarde. ad quid venisti. Fortunata quel­
l’anima grande, che tenendo ben fisso in mente il vero fine, per cui aveva
abbracciata la Religione, principiò, e continuò a corrispondervi con tutto
tanto impegno da arrivare a queireminente grado di Santità, che noi tutti
sappiamo.
Lo stesso avviso inculcava ai Religiosi quel venerabile Servo di D io
Tommaso a Chempis nel suo bel libro: D e imitatione Christi: cogita fre-
quenter. ci dice, cogita frequenter ad quid venisti? et cur saeculum reliqui-
sti?2 abbi sovente in mente, o figlio m io, il fine per cui lasciasti il m ondo e
venisti in religione.

1 G u g l i e l m o d i S. T h i e r r y , Vita, I, I, 4 (PL 1 8 5 ).
2 De imitatione Christi, I, XXV, 1.

72
Giorno prim o ~ M editazione prima. Sopra il fin e dell’uomo ~ Prima degli Esercizi

Questa massima, questo ricordo può fare non solo pe’ Religiosi, ma per
noi tutti, e per chiunque vi sii al m ondo per impegnarci a corrispondere
appunto al nostro fine, a quel fine cioè, che a tutti è stato, prefisso nell’en-
trar in questo mondo; anzi più fa per noi che viviamo nel mondo, questa
m assima che pei Religiosi ancora, perché attorniati da mille oggetti, che
ci distraggono, impegnati in chisa quante faccende siamo più in pericolo
di dimenticarlo, e passare i nostri giorni lontani da quelle mire, che Iddio
tiene fisse sopra di noi; ed infatti ella è di tanto peso una sifatta Massima
che S. Ignazio la pone sul bel principio, ed apre con essa il suo gran libro
degli spirituali esercizi, la chiama massima fondamentale, perché la tiene
come il fondamento di tutto l’edifizio spirituale, e come tale la propone
a considerare prima d’ogni altra a tutta persona, che si ritiri, e si faccia a
pensar un po’ seriamente all’anima sua; da questa massima ben considerata
si può dire che principiarono tutti quei che fiorirono in virtù grande, e
santità; su questa massima pensarono, e ripensarono e mesi ed anni per­
sone le più dotte, ed eminenti, come si legge d’un Cardinal Bellarmino che
confessa d’aver meditato per ventidue anni continui nient’altro che il suo
fine, tanta era l’importanza, che vi dava, ed il frutto che ne poteva ricavare.
Dovendo adunque per comando che mi fù fatto parlare a Voi, Sacerdoti
Signori miei, in questi giorni, io tengo dietro

a sì bell’esempio, e do principio col ricordare a me, ed a voi il fine, che (2200) 2


seco noi portammo entrando in questo mondo: e per meditarlo con qual­
che ordine, e con maggior nostro vantaggio, io mi servo delle parole stesse
di S. Ignazio, che sono poco dissimili da quelle che abbiamo imparato dal
catechismo: Creatus est hom o a Deo, ut dom inum deum suum laudet, ac
revereatur; eique serviens tandem salvus fiat3: mi trovo in questo mondo,
ma se vi sono lo debbo a D io, primo punto: sono a questo mondo, ma
debbo persuadermi che vi sono unicamente per D io, secondo punto: final­
mente quand’anche io mi trovi presentemente in questo mondo, non è
questo il mio luogo, il mio centro, il m io cuore è fatto, e tende al suo Dio,
ed eccoci il terzo punto4.

Fratelli miei ognuno di noi in questi giorni deve fare, quel che faceva (2201)
Maria là ai fianchi del suo caro Gesù nel presepio:

3 S. I g n a z i o , Esercizi Spirituali, cit., n. 23.


4 Con una nota il Cafasso rimanda alla pagina seguente.

73
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

La S. Scrittura ci dice, che raccoglieva, e conservava nel suo cuore


quanto passava, e si diceva: Maria conseryabat omnia verba haec, confe-
rens in corde suo. Lue. 2 5.
Così dobbiamo far noi: vi si parlerà da questo Altare con libertà evange­
lica, ma molto più che alle orecchie Iddio ci parlerà al cuore: raccogliamo
ogni piccola cosa, riponiamola, e conserviamola nel nostro cuore, meditia­
mola, pesiamola, e vedremo che in tutto vi troveremo un secreto, giacché il
Signore non parlava invano: e per impegnare appunto questo buon D io a
parlarci, a parlarci molto, a parlarci chiaro, offriamoci pronti ad ascoltarlo,
e diciamogli soventi, il mio cuore è pronto, parlate pur o Signore, che
sono qua per ascoltarvi: paratum cor meum, loquere domine audiam quid
loquatur in me Dominus Deus (P.S.) 84. Se un grande di questo m ondo ci
mandasse a chiamare, con che attenzione ci presentèressimo per ascoltarlo,
un gran Signore ma non di questo mondo ci mandò a chiamare ed a venir
su questo monte che ci voleva parlare.
Maria quella cara Madre de Sacerdoti, S. Ignazio che ci da alloggio in
questi giorni per così dire in casa sua sieno i primi ad essere invocati da noi
per essere pronti e docili a questa gran chiamata ed a queste voci divine. Ah
se partissimo tutti quanti da questo monte con quell'impegno, che aveva
preso quel Santo di far tutto alla maggior gloria di D io, quanto gran bene
si potrebbe aspettare Iddio da noi. D el resto A tal fine entriamo in questi
esercizi con quella disposizione, che il Santo raccomanda, qual’è di por­
tarvi un animo ed una confidenza grande: Magno ac liberali animo6, noi
non sappiamo le mire che abbia avuto D io nel chiamarci a questi esercizi,
ma certo che saranno degne di lui, in conseguenza non potranno a meno
che essere grandi ed alte. Alacri adunque et magno animo diamo mano
all1opera, rutto lo vuole; la natura della nostra vocazione, che è fatta per
cose grandi, l’eccellenza, e l’altezza di ciò per saremo per trattare, la gran­
dezza di quelle mire, e di que’ disegni che certo Iddio avrà formato sovra
di noi, e più grandi ed estesi saranno i nostri desideri, più abbondante e
copioso sarà il frutto di questo ritiro, e delle nostre considerazioni che sono
per cominciare7,

5 ¿c2,19.
6 Es. Spirituali, cit., Annot. 5.
7 II testo prosegue con un brano cancellato che si riporta qui: Voi o Signore, che già sve­
gliaste il vostro diletto Samuele per fargli intendere le vostre voci, e la vostra volontà, ecco
quà tanti Samueli alloggiati nel vostro Santuario, che colle stesse voci vi pregano a par­
lare, a far conoscere la vostra volontà che già sono pronti ad udirvi, ad ascoltarvi, loquere

74
Giorno primo " Meditazione prima. Sopra tifin e dell’uomo * Prima degli Esercizi

Se io sono a questo mondo lo debbo a Dio. Portiamoci col nostro pen- (220°)2
siero diversi anni addietro, e che era di noi quaranta, cinquantanni fa?
Vi era questo m ondo, vi erano paesi, vi erano città, sì, ma noi non c era­
vamo. Tutto era popolato, e le case, le botteghe, le campagne erano piene
di gente, ma noi non c’eravamo.
Tra tanti, che v erano al m ondo ognuno aveva il suo mestiere, la sua car­
riera, chi lavorava alla campagna, chi sudava in u h officina, e chi attendeva
alle lettere; eppure ne io, ne voi eravamo al mondo: si facevano contratti,
si promulgavano leggi, s’instruivano i popoli, s’insegnava dalle cattedre,
e tutto senza di noi, e senza di noi vi erano soggetti abili ad ogni cosa,
per ogni posto; a dir breve tutte le faccende di questa terra camminavano
bene, facevano il suo corso senza di me, e senza di voi; vuol dire dunque
che questo m ondo non aveva bisogno di me, che io più, io meno a questo
mondo vuol dir niente, e che siccome ha fatto senza di me per tanti secoli,
così avrebbe potuto fare un altrettanto, e di più ancora finché volete senza
alcun bisogno che io o qualcuno di voi venisse al mondo; così è Signori
miei, e non può essere altrimenti. Alle volte l’amor proprio ci lusinga a
credere che noi siamo qualche cosa a questo

m ondo, ci pare d’aver talento, prudenza, esperienza, maneggio negli (2202) 3


affari, e quasi .ci diamo a credere che quel paese, quel luogo, quell’impiego
tutto poggi sulle nostre spalle, e quasi abbia a mancare col mancar di noi:
oh! stolti, e superbi che siamo. Possibile che quel mondo che per il corso di
tanti secoli ha fatto senza di noi, sia divenuto tutto in colpo bisognoso di
qualcuna delle nostre persone, quand’anche cela volessimo dare ad inten­
dere, non andrà gran tempo che questo m ondo istesso ce lo caverà di capo,
di qui a poco ci congederà da lui, ci manderà sotto terra, e frattanto quel
paese, quel luogo, quella carica continuerà a sussistere, le cose andranno

domine quia audit servus tuus [1 Sam 3,9]. Parlate pure, o Signore; fatemi pur conoscere i
vostri fini, le mire, le disposizioni che voi avete sovra di me, che in questi giorni ho niente
a negarvi, non metto riserva, non metto condizioni a quanto mi farete conoscere di vostra
volontà.
O Maria, o cara Madre di noi specialmente sacerdoti, voi che dettaste al vostro Servo
Ignazio si importanti verità, deh! assisteteci voi in questi giorni, accompagnate, vi diremo,
l’opera vostra con una copia di tante celesti benedizioni sicché abbiano a produrre ne’
nostri cuori che^nc un frutto che sia degno d ’un Ministro del vostro Gesù. O Angeli del
Cielo, o Santi e Sante tutti del bel paradiso, voi assisteteci, voi pregate, voi intercedete per
noi. Omnes Sancti. et Sanctae Dei.

75
Esercìzi Spirituali al Clero - Meditazioni

egualmente, e forse fioriranno di più a confusione della nostra superbia,


un altro cuoprirà meglio di noi il nostro luogo, sicché essendo mancati noi
non ci sarà di-meno che un imbroglio di meno a questo m ondo da dover-
sene piuttosto godere, che a deplorarne la perdita. Ma andiamo avanti, che
comparirà vieppiù il nostro niente.
Pochi anni sono non solo si faceva senza di noi, ma tra tante migliaia
di persone, che si saranno contate in allora al mondo, neppur uno, sì
nemmen uno parlava di noi: si parlava, e si discorreva d'interesse, di aqui-
sti, di storia, dì divertimenti, di bel tempo, e di mille altre cose, ma non
si diceva nemmen una parola su di noi: di più ancora; non solo si taceva
affatto di noi, ma nemmen si trovava uno che pensasse a noi, come mai
avessimo avuto a venir al mondo, sicché non solo eravamo cacciati dai
privi delFesistenza, e cacciati così dal numero degli abitatori di questa
terra, ma esiliati talmente dalle bocche, e dalla mente di tutti, che mai e
poi mai per andar di secoli anche infiniti si sarebbe per un m omento pen­
sato a noi, se quel Dio, che creò l’universo quanto è grande, tra un novero
infinito di creature possibili che avrebbe potuto creare, non avesse gettato
uno sguardo sovra di me, e sovra di voi, e con un atto di sua volontà non
ci avesse cavato da quel sì profondo nulla in cui tante altre creature a pre­
ferenza di noi staranno eternamente sepolte8.

8 Segue un testo cancellato: Spuntò quei giorno che ci diè vita, sono già più anni che
godiamo della nostra esistenza, a chi dovranno andare i primi nostri ringraziamenti se
non a quei Dio, che a costo d’un nuovo sforzo di.sua onnipotenza volle che anche io, che
anche voi avessimo a trovarci tra il numero de’ viventi; io non so, diceva ai suoi figli quella
Santa, e generosa madre, di cui si parla nel secondo libro de’ Maccabei: io non so come
voi siate comparsi nel mio seno; nescio qualiter in utero meo apparuistis: io non vi ho già
donato lo spirito e l’anima, nemmen sono io che abbia cosi aggiustate le membra: neque
enim ego spiritum et ammattì donavfvobis. et singulorum membra non ego ipsa compegi
[2 Mac 7,22] Così parlò quella madre, e cosi ci debbono parlare i parenti nostri per dirci
che divina è la nostra origine, e da nessun altro che da Dio discendono i nostri giorni.
Ella è questa una verità incontrastabile e d’importante a sapersi, che la prima infra tutte,
fu posta sulle nostre labbra; non sapevamo ancor ben sciogliere la lingua, che già la

(2204) 4 nostra madre, o chi per essa ci sforzava già a balbettare nel miglior modo a noi possi­
bile, che Iddio ci aveva creati. Ma non crediamola perciò una sifata verità propria solo di
ragazzi, mentre è degna della mente più grande, che v’abbia al mondo; e vi par poca cosa,
Signori mìei, poterci chiamare, ed essere veramente figli d’un Dio, opera e fattura deile
sue mani; vi par poco, miserabili quai siamo, pure poter da questa valle di lacrime volar
col nostro pensiero fino sulle porte di quella Regia Celeste, e là quai figli di casa, epperciò
quai principi di Corte avanzando tra quelle tante schiere di Angeli presentarsi al trono di

76
Giorno prim o " Meditazione prima. Sopra tifin e dell uomo " Prima degli Esercizi

D io m’ha creato... gran parola è ella questa che dovrebbe destare in un (22°3)
cristiano, e molto più in un sacerdote sentimenti i più nobili, e santi, sen­
timenti di fede, di grandezza, di confidenza, di gratitudine, e riconoscenza.
Sentimenti di. fede: Dio m’ha creato. N on è questa una congettura, un
m io pio sentimento, un detto di qualche personaggio Sapiente, ella è verità
innegabile che Iddio m’ha creato; verità dhe4o-protesto di credere a qua­
lunque costo, e che porto scolpita in cuore ed in mente e che protesto di
credere in ogni m omento ed in qualunque caso della mia vita: Credo in
Deum Creatorem meum, lo penso, lo dico, lo credo, e lo crederò sempre
che Iddio fu il m io Creatore: Credo in D eum Creatorem meum; e se una
tal confessione onora, e riesce dolce al cuor d’un padre terreno, non sarà
cara al quel nostro buon padre Celeste. Sentimenti di nobiltà e grandezza.
La fede mi dice che D io mi ha creato: dunque io sono un parto divino, io
vengo di lassù, chi vuol saper della mia origine vadi in Cielo là troverà chi
fù il primo autore, la fù decretata la mia nascita, gli aggiunti, le circostanze,
che l’accompagnarono, io sono come una pianta., che nacque in Cielo per
essere trapiantata per un po di tempo in terra. D item i fratelli miei se cote­
sti riflessi non sieno capaci di destare e ben con ragione sentimenti ben alti
e grandi, e d’infrenare nello stesso tempo le nostre passioni. Una persona
di alto rango arrosisce, e si vergogna ad abbassarsi a certe viltà, e mostrarsi
un plebeo nei suoi costumi, nella maniera del viver suo, vuol vivere una
vita da pari suo epperciò declina da tutto ciò che non si confa all’onor,
al decoro dell’alta sua condizione: questo solo pensier che la nascita sua

quel Dio, al cui cenno stanno Cieli, e terra, poterlo salutare, ed abbracciare qual tenero
padre. Io sono chi sono, cosi dirai ai figli d’Israele se ^interrogheranno chi sia io, cosi
comandò Iddio a Mosè, ma a voi, Signori miei, ed a chiunque volesse interrogarmi chi
sia quel Dio, che sta nei Cieli, io posso dare mia risposta piti consolante, che quella di
Mosè; e dirò che quel Dio è il vostro padre, come lo è pure di me: o padre nostro che siete
ne Cieli, cosi c’insegnò a pregare il Redentore, ed in più luoghi dell’Evangelio troviamo
che ricordava alle turbe il padre, che avevano ne’ Cieli. Oh! se questo pensiero stesse fisso
nella nostra mente, oh! se questa verità fosse da noi lasciatemi dir così, forte praticamente
creduta, quanta maggior confidenza si scorgerebbe nelle varie vicende di questa misera
terra, e quante agitazioni e quanti timori di meno; e di che può temere, di che paventare
un cuore pieno di figliai confidenza verso d’un padre si tenero, sì affezionato a noi, d’un
padre che non ha a questo mondo un oggetto più degno delle sue cure, come lo dimostra
l’istesso atto della nostra creazione.
A l posto di questo brano il Cafasso ne scrive un altro, posto nella pagina seguente a fronte:
lo si trascrìvefuori nota,.
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

ne perderebbe, è capace, quando abbi senno, a renderlo forte e fermarlo


davanti tutti gli inviti, e le lusinghe di lo vorrebbe avvilito. La conseguenza
è chiara, e naturale per noi, epperò non mi fermo a spiegarla; noi veniamo
dal Cielo e verso il Cielo camminiamo, viviamo dunque una vita da pari
nostri; una vita di terra, di fango, di vanità, d’inezie, di stoltezze non si
confà da a chi vien da tant’alto, e tende a sì alto destino. Sentimenti diceva
di confidenza; e questa è la parte più consolante epperciò anche più utile di
questo punto della nostra Meditazione: D io m’ha creato, D io è mio padre:
vuol dire dunque che tra me, e D io vi ha un legame, un unione, un vin­
colo, una parentela per dir cosi, che ci stringe e ci fa quasi una cosa sola: e
perché no? fratelli miei, e qual’unione più

(2205) stretta, quale unione vincolo più forte che quello, che passa tra padre
e figlio; ella è tale che di due persone si può dire ne fa una sola, le cose
del padre sono pur cose dei figlio, quello che è del padre si conta pure del
figlio stesso; chi tocca il padre è come toccasse il figlio, e chi tocca il figlio
tocca pure nel tempo stesso il padre; che consolanti, e teneri riflessi sono
questi quando la cosa si applichi tra noi e Dio. D io mi ha creato, D io è
mio padre, io sono suo figlio: dunque io sono dì sua casa, io sono uno
di famiglia, le cose sue posso dirle tutte mie, mia la gloria che Egli gode,
m io il paradiso ove Egli sta, l’onore che egli riceve, mie del pari le offese
che gli si fanno; pel contrario tutte le cose mie sono pur sue, sue le mie
consolazioni, sue le mie angustie, i miei crucci, i miei affanni a lui si fanno
le persecuzioni, che si fanno a me; le ingiurie, i torti che io ricevo ed oh!
fratelli miei, che conforto egli è mai questo? si deus prò nobis quis contra
nos?9 Se noi siamo figli di si gran padre, se Egli in noi guarda una cosa
sua, di che avremo a paventare, chi sarà capace di farci paura? ma che dire,
qualcuno può riflettere quando questo padre da mano a flagelli, ci batte, ci
percuote, ci manda o permette traversie, disgrazie, perdite, guai nella roba,
nella sanità, nella famiglia; lasciate, fratelli miei, che batta, e che si sfoghi
la collera, e l’amore, ricordatevi che è sempre padre, dice Agostino, saeviat
quantum vult pater est10: non è ùn nemico, un scellerato, un traditore,
un tiranno, un carnefice quello che se la prende con noi, ma è un padre,
epperciò ripeto saeviat quantum vult, pater est; sentimenti infine, vi diceva

s Rm 8,31.
10 S. A g o s t i n o , Enarrai, in Psalmos, PL 37, c. 1332.

78
Giorno prim o ^ Meditazione prima. Sopra il fin e dell’uomo - Prima degli Esercizi

ci deve risvegliare la verità di cui parliamo, di ringraziamento, di gratitu­


dine e di riconoscenza11.
Una persona che arrivi a qualche posto, ad avere, a possedere qualche
cosa per opera altrui, e per servirmi d’un paragone più adatto, una persona,
che perduta la sanità giunga a riacquistarla per mezzo di qualche valente
perito, non sa dimenticarlo, si fa un dovere, e le riesce di consolazione il
dirlo.

Ma... se io ancor vivo, se sono quel di prima, se mi trovo a quel tal (2207)
luogo lo debbo totalmente al tale; oh che giorno è stato quello per me, io
potrò mai in vita mia ringraziarlo abbastanza, posso dire che quel lì m’ha
creato un altra volta. Così si pensa, e si parla tra gli uomini, e così si deve
pensare, e parlare, con quanto maggior ragione dovrebbe star fisso in noi
questo pensiero, e cotesti sentimenti di gratitudine e di riconoscenza; se io
sono al mondo, se oggi parlo, vedo, e mi muovo, se da tanti anni io mi
trovo in quel luogo, in quel paese, a quella carica, lo debbo a Dio. è desso
che fra tante ed infinite altre creature possibili ha preferito me; è desso che
con un miracolo di sua onnipotenza mi ha cavato dal nulla, mai e poi mai
si sarebbe parlato di me, pensato a me mai e poi mai io avrei veduto la luce
di questo mondo, ne per passar di secoli, ne per tutta quanta un eternità io
sarei comparso se D io dall’alto non mi chiamava, se la sua voce non veniva
a cercarmi dal nulla: ipse dixit et facta sunt io sono frutto, di sua parola,
ci voleva proprio un suo comando per darmi vita: ipse mandavit. et creata
sunt12 anzi dissi poco: non solo Iddio parlò, non solo Iddio comandò per la
mia creazione, ma per tratto inesplicabile di sua infinita degnazione volle
privilegiare la mia creazione, la volle contradistinguere in tra le altre, volle
crearmi sì ma non bastò , ma ha voluto crearmi per dir così solennemente.
Ved. pg. 4 V i fermaste etc.

N on vi fermaste mai o signori a riflettere come Iddio venne alla crea- (2204) 4
zione dell’uomo? D opo d’aver creato e Cielo, e Terra e le altre creature
tutte niente più che con un fiat, che è quanto dire con un semplice atto

11Segue questo testo cancellato: Aveva Iddio ordinato al popolo d’Israele di aver in per­
petua memoria e solennizzar ogni anno nelle future generazioni quel giorno, in cui l’aveva
cavati dalla schiavitù dell’Egitto, e li aveva collocati in possesso della terra promessa. Ah!
Fratelli noi saressimo troppo ingrati se aspettassimo un tal comando per tributar a Dio un
omaggio di lode in ringraziamento della nostra creazione.
12 S a i32,9.

79
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

della sua volontà, giunto alla creazione dell’uomo pare che l’importanza
dell’opera chiedesse anche riflesso in Dio: venute prima quasi a consiglio
tra di loro le persone della SS.“11Trinità, se ne fece il progetto ed il decreto:
faciamus hominem; se ne stabili la natura: faciamus hominem ad imagi-
nem, et similitudinem nostram se ne fissarono le funzioni, qual era tra
le altre di presiedere, e dominare a pesci del mare, ai volatili dell’aria, ed
a tutte le bestie della terra: praesit piscibus maris et volatilibus coeli, et
bestiis universaeque terrae; quindi si venne al grande atto: et creavit Deus
hominem ad imaginem suam13: non è vero che sifatti passi, con cui la
Scrittura Santa ci pone sott’occhio la creazione dell’uomo pajono fatti a
bella posta per avvertirci, dell’importanza, dell’eccellenza di ciò, che rac­
conta; così si dice di Adamo, e così si può dire d’ogni uomo che viene
al mondo: dunque un giorno io, sì io occupai la Triade SS.11'1. Posso dire
che in Cielo si tenne quasi un consiglio sovra di me: si progettò, si fece il
decreto della mia nascita. Faciamus; non solo facciamo una creatura qua­
lunque, ma una creatura

(2206) 5 ragionevole ad imagine, e similitudine nostra: faciamus hominem etc.


venne quindi, l’ora, ed il momento in cui in me diede Iddio il compimento
al suo decreto: et creavit Deus hominem14.

!3 Gn 1,26-27-
14 Segue questo testo cancellato: O giorno fortunato, giorno tra tutti benedetto, in cui o
Signore gettaste i vostri occhi sopra di me, e voleste dar vita con un vostro onnipotente
soffio a questo pugno di polvere, qual sono io; ma più felice ancora, più fortunato sia
questo giorno, questo momento in cui posso conoscere, ammirare, ed esaltare le vostre
misericordie sovra di me, e mentre vi credo, e vi confesso creator di tutto, vi credo, e mi
confesso ancor io una creatura vostra, un opera delle vostre mani, fate almeno che come
tale io corrisponda alle mire, ed ai disegni di quel buon padre, che in Voi ho tutto il diritto
di riconoscere; ed eccoci, o Signori, al secondo, ed al più importante punto della nostra
meditazione. Se io mi trovo in questo mondo, lo debbo a Dio certamente, ed or che vi
sono, debbo sapere che vi sono unicamente per Dio. Creatus est homo a Deo, ut domi­
nimi Deum suum laudet. ac revereatur [S. I g n a z i o , op. cit.]. Io non parlo a tanti che sono
nel mondo, e che fanno della loro vita una continua catena di temporali faccende sepolti
in un pugno di fango per dir cosi pare che sien nati per marcire su questa terra.
O voi, che de’ vostri giorni non fate che una continua catena di temporali faccende,
Voi che vivete così attaccati, e direi quasi sepolti in un pugno di fango, Voi che. correte
perduti a quanto vi presenta a godere questo mondo, io temo che abbiate cancellato
dal vostro capo l’idea del vostro fine, così si potrebbe fare parlare a tanti che vivono nel
mondo, e che a giudicar dalla loro condotta pajono d’essere su questa terra per tutt’altro
che per servire Iddio; volesse almeno Iddio che nel numero di questi stolti non avesse a

80
Giorno primo " M editazione prima. Sopra il fin e dell’uomo " Prima degli Esercizi

Eccolo eseguito; eccomi al m ondo, eccomi tra viventi. Quello che dico (2207)
di me, ditelo voi di voi stessi; non fermiamoci fratelli miei, in soli atti
di ammirazione, di ringraziamento, andiamo tosto alle conseguenze. Dio
non opera a caso, non opera invano, e se opera deve operare da pari suo: se
con un miracolo di sua onnipotenza mi creò, e se con un portento di suo
amore mi preferì a tanti altri, certo che lo fece per un fine degno di Lui,
epperciò non men grande, e proporzionato; ed infatti egli e tanto alto, e
tanto nobile che maggiore non si potrebbe immaginare: Iddio mi creò, ed
a che fine? Per occuparmi nel suo servizio in terra, e per farmi compagno
di sua gloria in Cielo. Fine altissimo egli è questo, come già vi diceva, fine
non solo principale, primario, ma solo ed unico dell’uomo, solo ed unico
per me. Fine altissimo. Nel m ondo etc. pag. 10.

N el mondo vi sono dei padroni, grandi e ricchi nel secolo, Re e Monar- (2214)
chi ne Regni: questi differenti padroni tutti sono serviti, e chi li serve se
ne vanta, se ne gloria, e si stima felice. Eppure che ha da fare la qualità di
servo, anche del primo Monarca del m ondo, colla qualità che a noi com­
pete di servi di D io , qualità gloriosa oltre ogni credere, qualità eminente
che ci innalza sopra noi stessi, e sopra quanto ci circonda e vi è nel mondo.
U n chiaro esempio ci lasciò su questa materia Giona profeta. Entra cote­
sto profeta in un vascello per andare a Tarso in Cilicia. N on essendo cono­
sciuto, il pilota Io interroga: chi siete voi? che professione è la vostra?
D ’onde venite? Ove andate? Q uod est opus tuum! Ouae terra tua? et quo
vadis? vel ex quo populo es tu? Ion. 1. Io sono servo di D io, risponde
Giona: la mia professione è di onorarlo e di servirlo: D eum Coeli ego
tim eo15. Lasciamo stare la sua condotta in quel punto: ammirabili parole
esclama un Santo padre: quattro domande si fanno a Giona, ed a queste
quattro domande Giona non da che una risposta, e con questa sola crede
di soddisfare a tutto, io sono servo di D io, io temo il Signore: come se
detto avesse: tutta la mia professione, tutte le mie qualità tutti i miei titoli
consistono in questo sol punto deum tim eo. Quanto bene converrebbero
sì nobili sentimenti ad un Eclesiástico che per ¿speciale vocazione è desti-

trovarsi qualcuno di noi Eclesiastici; se si trovi o no, e se siano pochi o molti lo potrete
sapere voi al pari di me; io passo piuttosto a confusion di costoro cd a nostra instruzione a
ravvivare, ed a piantare ne’ nostri cuori, e nella nostra mente questa gran verità del nostro
fine.
Il Cafasso sostituisce questo brano con un altro che si trascrive nel testo.
15 Gio 1,8-9.

81
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

nato a sì glorioso, ed onorevole servizio. Servo di D io : questo dunque è


il m io nome, questo il mio cognome, i miei titoli, le mie speranze; nel
m ondo di questo solo io mi pregio. Altri assumeranno de’ nomi superbi,
de1 titoli grandiosi; alcuni tra gli uomini saranno chiamati grandi, ricchi,
dotti, potenti; ad altri si darà il nome di eroi, di Conquistatori, di Vin­
citori, ma io non ne sento invidia, per me tutti miei titoli si riducono a
questo solo dì servo di D io. Che se altri avranno mire, e si formeranno
progetti di elevazione, di grandezza, di ambizione e di fortuna, tutta la mia
gloria sarà di servir D io, tutta la mia ambizione sarà di ben servirlo. Tale
è la grandezza d’animo a cui il servizio di D io ci innalza, e la nobiltà de’
sentimenti che ci deve inspirare.
Secondariamente questo fine è il solo per me, totale, ed unico: fermia­
moci su questa parte che è la più importante. Ved. Pag. 5 Io sono al mondo
etc.

(2206) 5 Io sono al m ondo per D io, vi sono unicamente per D io, vi sono total­
mente per D io, che tanto vale dir uomo, quanto un servo, una persona,
che serve a D io, perché l’uomo essenzialmente, e di sua natura stessa deve
servire ai suo D io, al suo Creatore: Deum time. et mandata ejus observa
hoc est omnis hom o16; ergo, soggiunge e commenta un dotto Interprete
(Menocchio) absque hoc nihil est omnis hom o, et qui hoc non est, nihil
est perché chi non fa questo, fa niente: qui hoc non agit nihil agit. quo-
niam in vanum recipit animam suam. cum propter hoc solum creatus sit.
Si fatica, si stenta tanto nel mondo, eppur tutto è niente se non si fatica al
fine, per cui siamo stati creati. Q ui hoc non agit. nihil agit; è niente tutto
10 studio, e la scienza del mondo, sono niente tutti i raggiri, le faccende, e
gli affari di questa terra, se non si serve Dio: qui hoc non agit. nihil agit...
cum propter hoc solum creatus sit. Questo è il fine del Re sul trono, questo
11 fine del Capitano, che conduce le armate, questo il fine del contadino
ne’ suoi campi, dell’artigiano nella sua bottega, tutti in sostanza nessuno
eccettuato, e vecchi e giovani, e ricchi e poveri, secolari ed eclesiastici, tutti
siamo al mondo unicamente

{2208) 6 per questo fine per servir Iddio, e tutti lavoriamo al vento, se non
abbiamo in mira questo nostro gran fine; eh quante fatiche inutili, Signori
miei, quanti anni scialaquati, e perduti. Regnò Saulle sul trono d’Israele

,fi Qp 12,13.

82
Giorno prim o - Meditazione prima. Sopra il fin e dell’uomo ~ Prima degli Esercizi

quarant anni come ci disse l’Appostolo Paolo al Capo 13 degli Atti degli
Appostoli, eppure nel Capo 13 del libro primo de Re si legge che regnò
due soli anni; duobus autem annis regnavit super Israel17, e come va una
sì aperta contraddizione? no, rispondono gli interpreti, non credere alcuna
contraddizione; regnò è vero 40 anni, ma si dice che regnò soli due anni,
perché Iddio gli contò soli due anni di regno, che sono quelli, in cui lo
servì; il resto lo computa per un niente, tutte le battaglie, le vittorie, gli
stenti, le fatiche sopportate, niente, niente avanti Iddio, perché con quelle
non lo servì. O fratelli miei, che terribile verità è mai questa, anche noi
contiamo già tanti anni, tanti giorni di vita, chi sa di tanti quanti ne cal­
colerà il Signore, ma... la coscienza ci potrà dire qualche cosa, e D io non
voglia che anche già maturi d’età, e carichi d’anni siam fanciulli, e bambini
avanti Dio, giacché Iddio non la calcola la nostra età dal numero degli
anni, ma dalla qualità delle opere, ed è abbastanza vecchio, e muore vera­
mente vecchio chi ha saputo viver bene, giusta quel gran detto, che satis
diu vixit, qui bene vixit: che al contrario sarà sempre fanciullo, e fanciullo
ancor morrà anche carico d’anni chi avrà speso i suoi anni a tutt’altro che
a servir Dio: hoc est omnis homo; absque hoc nihil est homo: qui hoc non
est nihil est, qui hoc (non) agit nihil agit, in vanum recipit animam suam,
cum propter hoc solum creatus sit. Ma... tanti studi e fatiche per arrivar ad
un posto, tanti raggiri per riuscire un affare, tanti giórni e notti inquiete
per spuntarne un altro, eppur varrà un bel niente un sì fatto vivere se tutto
non è diretto, non tende a servire, ad onorar Dio. O h quanti giorni, oh
quanti anni debbo pur togliere dalla mia vita perché giorni, ed anni vuoti,
in poco, od in nulla passati a servir D io 18?

E qui fratelli miei, facciamo un altro riflesso; noi sappiamo come il (2207)
Signore disgustato, irritato dalle molte offese degli uomini,

per impeto e per eccesso di dolore parlando all’umana, arrivò ad escla- (2209)
mare che era pentito d’averlo creato: poenitet me fecisse hom inem 19, oh
grande, terribile, e compassionevole espressione sulla bocca d’un Dio:
eppure chi sa quante volte si rinnoverà alla giornata cotesto lamento sulle
labbra dello stesso Iddio sulla vita di tanti, e D io non voglia di certuni
tra noi Eclesiastici: poenitet me fecisse, sono proprio pentito d’aver creato

171 Re 13,1 (secondo il testo ebraico e la Volgata).


18 Qui il Cafasso rimanda ad un testo scritto nella pagina, a fronte.
13 Gn 6,7.

83
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

quel tale; avrei potuto crear tanti altri, gli ho data la preferenza, ma mi
duole, mi rincresce d’averlo fatto: poenitet me fecisse: ah! fratelli, che ce ne
dice il cuore, e la coscienza a questo punto: dalla condotta tenuta fin qui
ci pare che Dio sarà contento, si rallegrerà, si compiacerà d’averci creati,
oppur la creazione nostra le sarà un argomento, ed un motivo di rincre­
scimento, e dolore, ognuno senta ia risposta, che le da il cuore; e non
dovrebbe essere cotesto riflesso una ragione di più per impegnarci a ser­
virlo, a contentarlo: non si tratta già di contentare e risparmiare un dispia­
cere ad un amico solo, un parente, un grande di questo mondo, ma si
tratta di rendere per così dire contento e soddisfatto di noi un Dio. Una
persona un po’ onorata del mondo lo prende facilmente cotesto impegno,
e sa mantenerlo, cioè di regolarsi in modo che gli ha fatto un favore, chi
s’è interessato per lui, non abbia a pentirsi, e si dice, si ripete, si protesta
francamente: bada con chi ha da fare, e sia certa che non avrà a provar
dispiaceri, da pentirsi, e ad essere malcontento di me: e se si va con questi
riguardi, e con cotesti impegni cogli uomini, perché con maggior diritto
non avranno ad usarsi con Dio: tanto più che non v’è uomo, non vè
padrone al mondo così tollerante, così paziente, così discreto con noi.
Guardiamo un po’ la condotta che tiene un padrone, e che terremo anche
noi co dipendenti, co’ servi: i padroni migliori, al più avvisano i servi
delle lor mancanze, li sgridano, li minacciano perdonano se volete le prime
volte, ma poi non soffrono, e se ne disfanno: i più poi ia perdonano
nemmen la prima, guai a sgarrarla, guai se non sono pronti, ed alle volte
basta che non prevengano per essere tenuti da poco, e licenziati.

(2208) 6 Oh! quante azioni non compariranno registrate sul libro della vita da
me fatte sì, ma non fatte con questo fine, non fatte con tutte quelle circo­
stanze che pur si richiedono per servire, ed onorare Dio. Deh! mio Dio,
in compensa di tanto tempo pèrduto, e scialaquato accettate quei pochi
giorni, quei pochi anni che ancor mi rimarranno di vita: suscipe domine
residuum annorum mcorum e fate o Signori che d’or avanti nient’altro
io cerchi che di darvi quello che voi con tanto diritto aspettate da me,
ed è che vi ami, vi onori, vi lodi, vi serva qual mio unico padrone, ma
che, Signori miei? e come mai potremo dispensarci dal servir Iddio? non
è questa la condizione, sotto cui ci ricevè la Chiesa tra i suoi figli? non è
questa la promessa, che avremo rinnovata chi sa le volte ai pied i del luo­
gotenente di G.C. nel Tribunale di penitenza, non è questa la scielta, che
solennemente abbiam fatta ai piedi del Sacro Altare allorché fumino arruo­
lati nel Santuario? sono ancora registrate

84
Giorno primo M editazione prima. Sopra il fin e dell uomo - Prima degli Esercizi

e lo saranno a perpetua nostra gloria; o confusione quelle solenne (2210)7


rinunzie, con cui abbiamo promesso di detestare, di fuggire, di abbonii-
nare tutto ciò che si sarebbe opposto all’amore, al servizio del nostro Dio;
ahrenuntias Satanae? et omnibus operibus ejus? et omnibus pompis eius?20
così ci intimò quei buon Sacerdote prima di lavarci colle acque battesi­
mali; e poi non è ai piedi di questo sacro Altare, che solennemente abbiam
scielto tutto, ed unicamente per noi il Signore con quella parole, che un dì
saranno la nostra sicurezza, o la nostra condanna: Dom inus pars haeredita-
ris meae21; non è il sacerdote, di cui dice il Signore, che lo separò dagli altri,
perché attendesse a lui solo, per farselo tutto suo: separavi vos a coeteris ut
essetis mei Levit 2022; non è il sacerdote che l’Appostolo Paolo scrivendo a

un uomo tutto consacrato a Dio: hom o D ei; e come adunque poter far a
meno, poterci esimere dalFamare, e servire Iddio con tanti vincoli, che ci
stringono a lui, con tante ragioni, che ci obligano a servirlo; non sarebbe il
fare diversamente, non sarebbe tradire le mire, che ebbe Iddio nel crearci?
N on sarebbe defraudare le speranze di Chiesa Santa, che nel Battesimo ci
arruolò tra i suoi figli, e quindi ci consacrò Unti e Ministri del Signore?
Oh! quanti testimoni alzerebbero un dì la voce contro un sì nero tradi­
mento, quante bocche parleranno a nostra confusione, e condanna; e se
vogliamo che tacciano, uopo è amare, servir il Signore; così vuole la bontà
di quel D io, che ci creò, così pretende la Chiesa fidata sulle nostre pro­
messe, e proteste, e così esiggono il vantaggio, l’onore, la gloria nostra; Ser­
viamo adunque, Signori miei, e serviam di cuore un sì buon Dio; qui sta
tutto il nostro bene, e qui direi sta fondato perfino il nostro essere: creatus
est homo ad hunc finem , e per nient’altro, non per divertirci, non per fa
roba, non per vivere a capriccio, ma ad hunc finem, ut dominum deum
suum laudet. ac revereatur: siccome il sole, e le stelle sono fatte per illumi­
nare, e risplendere, così io sono fatto per servir Dio; siccome la terra fu
fatta per germogliare, e produrre, così io sono fatto per servir D io, e vi
sono fatto talmente per questo fine, che non si trova ne ragione, né tempo
che mi possa dispensare sicché se sono al m ondo, lo debbo a Dio; ma
quello che importa debbo persuadermi che vi sono unicamente per D io,
per amarlo, e servirlo. Ma non basta ancora.

20 D al rito del battesimo.


21 Sai 15,5-
22 L v 20,26.

85
Esercizi Spirituali al Clero ■- Meditazioni

Perché un padrone sia contento, non basta che il servo lavori di tanto
in tanto, oppur anche sempre, ma è necessario che lavori continuamente,
lavori in ciò, che le piace, ed a modo suo, lavori non per metà, ma quanto
può, per quanto con tutte le sue forze, con tutto se stesso: Ecco, Signori
miei, il vero servizio, che disimpegna, ed onora il servo, e contenta il
padrone; questo è appunto quello che dobbiam dare al

(2212)6 Signore, servirlo continuamente in tutti i giorni, e direi in tutti i


m om enti di nostra vita, servirlo con tutti noi stessi, e servirlo a m odo suo.
Oh! quanta materia di esami, e di riforme ci daranno questi riflessi. Si può
dire che a questo solo si riduce lo scopo, ed il frutto dei Santi Esercizi.
Io sono al m ondo per servir Dio: ma fino a quando, ed in che tempo...
sempre ed in ogni momento; sia lunga, sia breve la vita mia, non si trova
in tutti i miei giorni un ora, un m omento solo, in cui io venga dispensato:
sia di giorno, sia di notte, sia in casa, che fuori, sìa in tempo di Sanità,
o di malattia, di prosperità, o di tribolazioni, sempre mi corre lo stesso
sacro dovere di servirlo; e come va, che alle volte si vede una varietà nel
nostro vivere, un giorno tutto fervore, tutto zelo, di lì a poco non siamo
più quelli, un giorno siamo tutti del Signore, un altro giorno d passerà
quasi senza più pensarvi, in un azione vi poniamo tutta l’attenzione, la
diligenza, Faltra non è più tale: badiamo, Signori miei, che il servizio, a
cui siamo arruolati non ammette vacanze, non soffre vicende; Iddio non ci
cangia, il nostro obligo non si varia; è sempre lo stesso in ogni tempo, in
ogni luogo, in ogni cosa23.

(2211) E che vale servir in una cosa il Signore, e lasciarlo in un altra, adempiere
con esattezza ad un obligo, e poi trascurarne, e mozzarne un altro: ricor­
diamoci che chi usa negligenza ne suoi doveri, li trascura, e li va negligen-
tando, il Signore già lo conta per un operario d’iniquità: declinantes in
obligationes adducet Dom inus cum operantibus iniquitatem24.

(2212) 6 D i più dobbiamo servire il Signore non solo continuamente, ma ancora


con tutti noi stessi. Siamo di D io, siamo tutti di D io, di D io è la nostra
mente, di D io è il nostro cuore, di Dio sono tutti i sentimenti del nostro
corpo, e se tutto in noi è di D io, e quanto siamo, e quanto abbiamo, vi sarà

23 Con una nota il Cafasso intende aggiungere qualche riga scritta nella pagina, a fronte.
24 Sai 124,5.

86
Giorno prim o - Meditazione prima. Sopra il fin e dell’uomo ~ Prima degli Esercizi

difficoltà a credere che con tutto lo dobbiamo servire: un pensiero della


mia mente che non sia riferibile a D io, un affetto del m io cuore che non
sia per D io, è un furto che gli fo mentre do ad altri quello che è dovuto a
Dio solo, e da quel m omento non servo più il m io Dio: basta un occhiata,
una parola sola per farmi reo d’infedeltà ad un sì gran padrone: o mio
Dio quanti furti di questa sorta, quante infedeltà si conteranno nella mia
vita di affetti, di pensieri, di parole, per non parlar di tant e-aitre che cer­
tamente non vi gradirono. Deh! Signore cancellate dal vostro libro, man­
date in eterna dimenticanza tanti testimoni della mia ingratitudine, stam­
patele invece nella mia mente per detestarle finché abbia vita, e mi siano
nello stesso tempo d’impegno a servirvi con più fedeltà, a servirvi conti­
nuamente in ogni giorno di mia vita, a servirvi con tutto me stesso, ed a
servirvi di più a m odo vostro. E questo un punto, Signori miei, a cui vorrei
che vi badassimo ben bene; non basta servir il Signore, ma va servito a
modo suo; merita rimprovero, e castigo non solo il servo ozioso, ma ancora
quel servo, che lavorando non vuol adattarsi alla volontà del suo padrone;
di qui ebbe principio la rovina, e la riprovazione dell’infelice Saulle che
non ostante chiamato da D io a sedere sul trono, pure la terminò

si male; e qual fù il primo passo, voler placar il Signore co’ sacrifizi, (2213) 9
azione santa per se stessa, ma che Iddio non la voleva da lui. Ma veniamo
un po a noi; siamo al mondo per servire il Signore, siamo entrati nel San­
tuario per servirlo più da vicino, diciamo un po tra noi; i nostri giorni sono
proprio pieni di azioni, che piacciano a Dio; sul finir della giornata; al ter­
mine delle nostre occupazioni possiamo rivolgerci al Signore, e dirgli fran­
camente: ecco, o Signore, compito quello che chiamavate da me, ecco una
giornata spesa come spero, secondo la vostra volontà; vorrei pure che tutti
noi la potessimo discorrere così; ma io temo che più d’una volta saressimo
costretti a tacere, o cangiar linguaggio per non mentire collo stesso Iddio.
Ma... e tanto tempo scialaquato in ozio, in divertimenti al di là del neces­
sario, mentre si potrebbe, e si dovrebbe attendere a noi, ed a tante anime
abbandonate, tanti studi secchi, ed inutili che portano a trascurare i neces-
sari, od almeno i più utili, si potrà dire che con tale condotta si serva
il Signore a m odo suo. Andiamo più avanti; noi recitiamo il Breviario,
offriamo il Santo Sacrificio, predichiamo, confessiamo, cose tutte Santis­
sime, e della maggior gloria di D io, ma ditemi, le facciamo noi queste
cose con quel fine, con queíl’impegno, con quella gravità, con quel fervore,
che esiggono sì tremendi misteri: eppure deve esser la nostra condotta, se
vogliamo poter dire di servir il Signore a m odo Suo. Ci si proporrà un

87
Esercìzi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

impiego, un occupazione, e diverse, nel nostro stato potremo occuparci in


diversi ministeri disparati l’uno dall5altro, come avrà a regolarsi chi vera­
mente vuol servire il Signore a modo suo, non cercare il proprio comodo, o
l’interesse, ma cercare la volontà (di) Dio, dove Iddio ci voglia, qual occu­
pazione preferisca in noi, e per conoscerlo esaminare dove si possa atten­
dere più a noi stessi, dove vi sia maggior bene delle anime, e la maggior
gloria di Dio, questa senza dubbio è la sua volontà, e non può voler altri­
menti; del resto andandoci di nostro capriccio, e per ragioni puramente
temporali d’ordinario il Signore non benedice le nostre fatiche, e si farà del
male, invece di bene, e quel poco bene che si farà, v’è pericolo che Dio lo
rifiuti, e ci dica quello che già disse agli ebrei.
Osservate che non erano già opere cattive quelle che rifiutava il Signore,
erano digiuni, mortificazioni, eppur il Signore non sapeva che cosa farne,
perché partivano unicamente dal loro capo, ed erano di suo capriccio: oh
che brutto lavorare è mai quello, quando si fatica senza speranza di mer­
cede. Sia questo, Signori miei, il primo frutto, la prima risoluzione a farsi
nei nostri esercizi di voler risolutamente servir il Signore, ma servirlo a
modo suo, e nel scegliere le nostre occupazioni, i nostri studi, gli impieghi
aver di mira nient’altro che il gusto, e la volontà di Dio.

(2215) IO Oh, noi felici, e fortunati se così partiremo da questi esercizi; in questo
caso non mi resta più a dire se non se animati già come siamo di servir
il Signore, proccurare ancora di servirlo allegramente: servite domino in
Iactinia75, servirlo volentieri, e con allegrezza, non tante malinconie, paure,
spaventi, ma animo tranquillo, e confidenza grande: hilarem datorem dili-
git Deus26, quel poco servizio che gli possiamo prestare, prestiamolo di
buon animo, pronti, e franchi senza pretendere, che quasi ci sforzino, ci
trascinino a farlo; e servirà a tenerci allegri, e farci pronti tener l’occhio
fisso ;

(2214) a queste due cose alla grandezza che in se contiene questo servizio di
Dio ed alla paga che in premio sta preparata. L’altra cosa, che abbiamo
tener a mente per impegnarci in questo glorioso servizio, sia il premio pre­
parato. Un Ministro etc.

25 Sai 99,2.
26 2 Cor 9,7.

88
Giorno prim o r Meditazione prima. Sopra il fin e delVuomo " Prima degli Esercizi

Un Ministro dopo aver servito lunghi anni il suo sovrano, venuto a (2215 )

morte, dimandò in premio dal Re stesso, che si recò a visitarlo, almeno un


ora di vita in compensa di tanti anni passati al suo servizio; non potendo
il Re favorirlo, ruppe l’infelice in mille lamenti, rimproverandosi d’aver
perduto il suo tempo a servir un padrone che Io poteva nemmen pagare
con una sì scarsa mercede: oh quanti al letto di morte sono obligati a far
questa confessione, e prorompere in sì dolorosi lamenti; si serve al mondo,
e che duro servizio per riportarne niente più che crucci, ed affanni, e
tante volte una morte immatura, ed anticipata; deh! Signori miei, se non
vogliamo un dì averci a rimproverare noi stessi, serviamo un padrone che
ci sia più fido, e liberale, che è questo Dio; se gli saremo fedeli in questi
pochi giorni del nostro vivere, non si contenterà dì darci un ora, od anni
di vita più lunga, ma ci darà in premio un interminabile eternità con farci
giungere al nostro ultimo fine, che è quello di salvarci: creatus est homo
ad hunc finem ut D om inum Deum suum laudet. ac revcreatur, eique ser-
viens tandem salvus fiat27. Deh! animiamoci con questa bella speranza in
cuore: juste et pie vivamus in hoc saeculo expectantes beatam spem28; sarà,
se volete un po grande la fatica, ci dice Agostino, ma guardiamo per alle-
gerirla ciò che è promesso, e la speranza del premio sia il sollievo della
fatica: grandis labor, sed respice quod promissum est, spes praemii sola­
ti um est laboris; e poi sia comunque questo è il nostro fine e giusta l’av­
viso di Tommaso a Chempis teniamolo sempre avanti gli occhi memento
semper finis29,costi quanto vuole, ad ogni uopo va conseguito: lo ripeto, e
conchiude: creatus est homo etc.
finis, die 23 8*™1842.
Laus D eo, et B. V. M.

L'originale contiene anche un altro esordio successivamente cancellato.

Altro Esordio (2199)

Lamentava fin da’ suoi di il buon profeta Geremia i gran disordini, che regnavar;o al
mondo, le innumerevoli offese, che giornalmente si facevano a Dio, e nella piena del
suo dolore facendosi a ricercarne la cagione, tutta la ritrovava, e la riponeva nella incon-

27 S . I g n a z i o , Esercizi Spirituali, cit., n. 23.


28 Tt 2,12-13.
29 De imitatione Christi, I, XXV, 11.
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

siderazione, e dissipamento in cui se ne vivevajno quasi tutti, e nella dimenticanza delle


cose eterne: desolatione desolata est omnis terra: quia nullus est qui recogitet corde30.
Cosi esclamava sospirando l’afflitto profeta dopo d’avet descritto nella più commovente
maniera i disordini, ed i castighi che stavano pendenti alla sua disgraziata nazione.
O h... se un altro Geremia alzasse il capo a giorni nostri, e si facesse ad osservare il
costume de’ nostri giorni, e diciamolo pure a confusion nostra, anche di qualcunotra di
noi Sacerdoti, io temo che non minore sarebbe il suo dolore, ed a stento si tratterebbe da
quei giusti rimproveri, che non cessava di far ai suoi nazionali il citato profeta. Il vizio,
che al dire del detto profetta empiva ogni angolo, e contaminava ogni sorta di persone,
perfino il profeta ed il Sacerdote: propheta et Sacerdos polluti sunt Cap. 2331, anche oggi
par che non conosca piti limiti, ed ogni giorno pare che s’aumenti il numero de’ suoi
seguaci, sicché parlando di certe classi di persone possiamo quasi dire, come già diceva
sempre lo stesso profeta: circuite vias... et aspicite, et considerate, et quaerite an invenia-
tis virum facientem judicium32, et quacrentem fidorr seu id, quod rectum et justum est,
come spiegano gli interpreti (Menocchio). Ma e perché tanto mal costume? e d’onde
l’origine di sì fatti disordini? non perdiatn tempo, fratelli miei a cercarne altra da quella
che adduce il profeta: si offende Dio, si vive male, e di giorno in giorno si va di mal in
peggio, perché non si riflette, non si pensa alle cose eterne, a quelle cose, che ci avranno da
toccare per ultime: buon per noi, Signori miei, che il Signore con una delle sue occhiate
amorose ci chiamò dal mezzo al mondo, ci sequestrò in questo luogo onde ricordare, e
ravvivare nella nostra mente quelle tante, e si importanti verità, a cui purtroppo si pensa
cosi poco nel mondo, e che anche noi avremo dimenticato chi sa per quanto tempo nel
corso dei nostri anni. Buon per noi, ripeto, che abbiamo il comodo di questi pochi giorni
per pensare un po’ seriamente all’anima nostra, e rimediare insieme a que’ disordini, in
cui potrà forse averci trascinato la nostra irriflessione, la dimenticanza delle verità eterne.
O giorni, lasciate che esclami, o giorni accettevole e cari, o giorni mille volte benedetti.
Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis33: deh! sia questo un tempo, Signori
miei, che abbi a contare nel novero dei nostri anni, sia questa un epoca, la cui memoria
ci abbia a consolare in vita ed in morte, e dovendo io parlarvi in questi giorni per vero
comando che mi fu fatto, io darò principio col proporci" a meditare per impegnarci tutti
quanti a far profitto di questi santi Esercizi, io darò principio col proporvi a meditare il
fine per cui

(2201) ci fti accordato il tempo, che è quanto dire il fine, per cui fummo creati; ella è questa
una massima di tanto peso, e di tanta conseguenza, che S. Ignazio la chiama nel suo gran
libro degli Esercizi come la base, ed il fondamento di tutto l’edifizio spirituale: da questa
verità, da questa massima si può dire die principiarono tutti quei che fiorirono in Santità,
e virtù grande, e del Cardinal Pallavicini si legge che labbia meditata per venti e più anni
continui; non sarà adunque di troppo che noi conserviamo questa mattina ad un oggetto
sì importante, ed a pensare un po’ seriamente al fine, per cui non gli altri, ma io e Voi
siamo venuti al mondo; e per meditarlo con qualche ordine etc.

30 Ger 12,11.
3! Ger 23,11.
32 Ger 5,1.
33 2 Cor 6,2.

90
Giorno primo (2216 )

Meditazione Seconda. Fine delle Creature


Seconda degli Esercizi

Siamo in questo m ondo, ma vi siamo unicamente per servir Iddio, servirlo (2217) 1
sempre ed in ogni cosa, servirlo a m odo suo. C on questo patto si può dire
sono entrato nel m ondo, e sotto questa condizione il Signore mi lascia la
vita, sicché a ben ragionare non sono io il padrone di me stesso, non
sono io Farbitro delle mie azioni, ma è Iddio il m io gran padrone, come
di tutto questo m ondo, così ancora di m e stesso: tu solus Dom inus. lo
" 'U
diciamo giornalmente al Sacro Altare; a lui adunque, ed a lui solo tocca il
disporre di me, come di cosa propria, e sua; sua per creazione, sua per la
continua conservazione, sua per propria mia scielta, e volontà talmente che
un momento solo che voglia occupare a mio capriccio, un azione sola che
m’allontani dal suo Servizio è un momento, è un azione che mi usurpo, e
che rubo a D io, che ne è il solo padrone; di m odo che sia pur lunga la mia
vita, quand’anche arrivasse a toccar dei secoli, non troverei in tanti anni
un momento da poterlo dir mio, di questo ne posso disporre come voglio,
sta a me comunque lo voglia occupare; no questo mai cria nessuno ne io
ne alcuno al m ondo lo potrà dire senza deviar e far contro a quell’unico
fine per cui fummo creati, e continuiamo nel mondo; ma quello che è più
senza far torto, ed ingiuria a quelFassoluta, ed inalterabile padronanza che
ha Iddio sovra di noi. Le servitù degli che si presta tra gli uomini ammet­
tono soventi eccezioni e di tempo, e di servizi, ma non così la servitù, che
noi dobbiamo a D io, siamo di D io,

ì ; e non solo per metà, ma intieramente, unicamente, e sempre


di Dio: in gioventù, in vecchiaja, di giorno dì notte, in chiesa, in casa,

{ 4 7 ! fase. 168; nell’originale 2216-2242)

91
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

ne’ lavori, ne’ divertimenti, nelle avversità o fortuna, sempre di Dio; così
ancora Ttelle non basta ancora e così senza alcuna differenza sempre ed in
ogni cosa lo dobbiamo

(2219 ) egualmente servire1.

(2218) Tutte le cose, dice la S. Scrittura hanno il suo tempo, ma al servizio


che noi dobbiamo al Signore non si può fissar tempo, perché lui solo com ­
prende tutti i tempi, perfino chi sta morendo non viene ancor dispensato,
perché anche morendo siamo ancora suoi: sive vivimus, sive morimur.
dom ini sumus2; dunque sia che si viva, sia che sì muoja uopo è servirgli.

(2219) 2 Posto questo gran fondamento come lo chiama S. Ignazio, per confer­
mare e rassodare vieppiù la persona in sì importante principio, passa il
Santo ad un altra verità non meno importante, e sì strettamente congiunta
alla prima, che quasi si può dire una sola, ed è dal fine dell’uomo al fine,
e scopo delle altre creature Creatus est hom o ad hunc finem ut D om i­
nimi D eum suum laudet. ac revereatur. eique serviens tandem salvus fiat.
Reliqua vero, ecco l’altra parte che prendiamo a considerare, reliqua supra
terram sita creata sunt hominis ipsius causa, ut eum ad finem creationis
suae prosequendum iuvent3 con altro che siegue: fermiamoci su queste
parole4.

(2218) Ridurremo a tre i punti della nostra Meditazione 1 qual sìa il fine per
cui D io abbia posto tante creature 2 i varii modi, coi quali coteste creature
concorrano al loro fine; 3 finalmente i mezzi, che ci possono agevolare, ed

buon uso di queste creature.

(2219) 2 N on tralasciamo poi con qualche interna aspirazione di continuare a


pregare il Signore, che ci parli in questa giornata proprio da padre, e di

1 Con una nota l ’originale rimanda alla pagina a fronte.


1 Rm 1 4 ,8 .
3 S. I g n a z io , Esercizi Spirituali, c it., n . 23.
4 Le seguenti righe sono barrate: e v e d ia m o p r im o il fin e d i q u e ste c re a tu re , s e c o n d a ­
ria m e n te v e d re m o le n a tu ra li, e p ra tic h e c o n se g u e n z e c h e d a u n ta l fin e b e n m e d ita to
n e c e ssa ria m e n te n e v e n g o n o .
Tale testo è sostituito da un altro, posto nella pagina a fronte.

92
Giorno prim o ~ M editazione Seconda - Fine delle Creature

dirci, ma chiari i suoi desideri sovra di noi: noturn fac D o mine finem
meum... ut sciam quid desit mihi: doce me facere voluntatem tuam5.
Altro Carteiano [?] sotto nom e etc6. .

5 Sai 38,5; 142,9.


6 II testo prosegue con il seguente brano barrato: Sotto nome di creature, di cui park qui
S. Ignazio, s’intende non solo tuttodò che di materiale, e visibile può cadere sotto i nostri
sensi in Cielo ed in terra; ma di più si vogliono comprendere tutte quante le vicende, che
occorrono alla giornata, e che sono indispensabili in questa umana vita, sian prospere,
siano avverse:

Audite verbum quod loctttus est Dominus... si erit malum in civitate quod non fecerit (2218)
Dorninus. Amos III [1.6]. Bona et mala, vita et mors, paupertas etc honestas a Deo sunt.
Ecl. 11,14

che però non porti il carattere del mondo: ebbene tutto quanto senza nessuna eccezione :
reliqua super terram sita: tutto in un modo o in un altro proviene da Dio,

viene, ed accade disposto, ordinato voluto da Dio: quidquid hic agitur, noveritis acci- (22,18)
dere de voi untate Dei, de providentia, de ordine, de nutu ipsius. S. Agostino Mese di
Maria. Sicché ogni essere, ogni vicenda, ogni tempo viene da lui.

Non occorre che ci tratteniamo su questo riflesso, piuttosto chiediamo a noi stessi; e (2219)
perché, e perché mai sarà

tanto apparato di cose, per chi tanta varietà, tanta moltitudine di creature; il Signore (2220) 3
per se non ne abbisognava perché abbastanza beato, gli Angeli come spiriti non hanno che
fare con queste cose materiali, a che dunque? per l’uomo, per il uomo solo: creata sunt
hominis ipsius causa: constituit eum super opera marruum-suararrt e siccome tra tanti
altri uomini vi sono ancor io, cosi per me ancora, si, per me è arrivato il Signore a far
tante e si belle cose; per me ha detto alla luce che si faccia, e fti fatta; per me ha detto alle
aque di ritirarsi e si ritirarono; per me ha detto alla terra di germogliare e dessa germoglia,
per me ha detto alle bestie di servirmi e loro mi servono: omnia subiecisti sub pedibus
ejius; le bestie del campo, gli uccelli dell’aria, i pesci del mare: omnia subjecisti... oves et
boves universas... Volucres coeli, et pisces maris. o Signore, non è poi il uomo un pugno
di polvere che voi vogliate allargare di tanto la vostra mano: quid est homo quod memor
ejus? non contento d’averlo dotato di facoltà poco meno che Angelice: minuisti eum
panilo minus ab Angelis; lo vogliate ancor fare padrone di tanti e sì mirabili opere create
dalle vostre mani: constituisti eum super opera manum tuarum. Psalm 8. O quanto è mai
buono il Signore, dovressimo ancor noi ripetere con Israele, quam bonus quam bonus
Deus [Sai 72,1]. e non sarà dunque egli degno, e più che giusto che la nostra lingua si
sciolga in continue Sodi, e ringraziamenti verso un Dio si buono: vere dignum et iustum
est nos ribi semper, et ubique gratias agere. [Inizio dei Prefazi della Liturgia secondo il rito
romano] e qual padre anche più tenero, ed affezionato avrebbe saputo, o potuto preparare

93
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(2221) 4 Q ui non solo troviamo quanto è necessario per il nostro sostentamento,


ma quante creature unicamente fatte dal Signore per nostro diporto, per
nostro sollievo, e piacere; e dove mai un piacere più dolce, più puro, e più
lecito assieme che considerare le meraviglie della natura, la vanità e bellezza
di tanti fiori, piante ed animali, sentire il canto di tanti uccelletti, che non
sembrano fatti per altro che per ricreare l’uomo, e lodare la bontà di quel
Dio che li creò; e dire con noi: qua.m bonus D eus.
Ma se tanta quantità di Creature ci mostra per una parte la gran bontà
di D io verso di noi, dall’altra ci deve dar un motivo di cercare il perché,
il fine cioè, per cui abbia voluto allargare così la mano con noi; che Iddio
abbia voluto così a caso e per niente fare uno sforzo pomposo di sua
potenza, non si può dire; e che si direbbe di un Monarca, il quale facesse
grandi apparati di guerra, togliesse dal lavoro e dalle loro case tanta gio­
ventù, spopolasse, per così dire le città, ed i paesi, consumasse tanto denaro
e tutto questo al caso senza saperne che fare, per un niente, per puro suo
capriccio, non sarebbe degno di disprezzo, di biasimo, e di burla! ebbene
tanto più si potrebbe dire di D io, quanto maggior è l'apparecchio da lui
fatto per l’uomo; quale adunque sarà questo fine? sarà forse perché queste
cose avessero a formare la nostra felicità, e che ad altro non servissero che
a soddisfare i nostri sensi? come dicevano quei stolti ed insensati nominati
nella sapienza: venite fruamur bonis... quoniam haec est pars nostra7. Biso­
gna darsi ad intendere d’essere come una bestia per discorrerla così: oh che
cose materiali non possono contentare un anima che è tutto spirito: cose
transitorie, e passeggiere, come sono tutte le cose di questo m ondo, non
possono appagare un anima, che

(2222) 4 è immortale: Signori miei non vi vogliono gran prove per questa verità,
e quando mai in vita nostra ci siamo trovati pienamente contenti; e
quando mai il nostro cuore fù totalmente appagato delle cose di questo
mondo; questo m omento certamente nessuno di noi l’ha provato, e mai lo
proveremo finché staremo su questa terra, ripugna adunque un tal fine alla
natura, all’inclinazione del nostro cuore: ma ripugna di più alla Sapienza
d’un Dio; ed a che servirebbe averci dotati di ragione, averci dato un
anima immortale, per cui tanto superiamo le irragionevoli creature, se
dopo d’averci arrichiti di tanti doni la nostra felicità fosse simile a quella

per un suo figlio una casa, ed un alloggio più comodo, più provveduto, più bello di quello
che sia questa terra, che forma la nostra casa per quei giorni di nostra vita.
7 Sap 2,9.

94
Giorno prim o ~ M editazione Seconda * Fine delle Creature

delle bestie; dunque un altro sarà il fine, e fine tale che convenga alla natura
nostra, e che convenga all’onnipotenza, e sapienza di un D io, e questo
non può esser altro che quello che ci viene a dire S. Ignazio: reliqua super
icrram sita a D eo creata sunt hominis ipsius causa, ut iincm ipsum iuvent
ad finem suum consequendum e siccome il nostro fine è doppio, uno pros­
simo che è di servir Iddio su questa terra, l’altro remoto ed ultimo che è
di arrivar a Salvarci, cosi il tutto fù creato da D io per ambi i fini, e perché
ci ajutassero a servir D io, e perché ci ajutassero a salvarci. Gran verità,
Signori miei, la quale se fosse praticamente creduta, si potrebbe dire che
sarebbe cacciato per sempre dal m ondo il peccato, poiché tutti i peccati
senza eccezione vengono da ciò, che si prende, e si considera per fine ciò
che ci dovrebbe servire come mezzo:
Qui osserviamo di passaggio etc foglietto8.

Qui osserviamo quanto sia ingrato e vile quel cristiano, stolto, ed infe- (2223)
lice, che dimenticando il fine per cui il Signore creò tante creature, a loro
si attacca, dì loro si abusa, e di mezzi che dovrebbero essere di Salute ne
diventano tanti scogli di perdizione, ingrato e vile perché mentre fa servire
i doni alla dimenticanza del Creatore: perché il Signore ti ha fornito di
qualche mezzo, di qualche comodo, ti ha fornit o dato una certa destrezza
e maneggio negli affari, una certa capacità nella tua carriera, perché hai
sanità, riuscita nei negozi, nelle raccolte, tu non alzi più il pensiero ed il
cuore a quella mano che te li ha dati, pensi m eno al Signore ed a servir-
tene al fine che D io ebbe: stolto ed insensato: Il Signore col dono di tante
queste creature volle indurci a sperare, a conseguire cose molto maggiori,
ed invece chi vi attacca, è un dire che si contenta e non vuole di più. E non
sarebbe da stolto chi ricevesse da un grande di questo mondo un qualche
regalo perché con questo avesse occasione di conoscer la bontà e la gran­
dezza di quel cuore con cui ha a fare, epperciò sapere sperare dimandare

8 II testo prosegue con il seguente brano barrato: Procuriamo adunque prima di tutto di
stamparci, e persuaderci ben bene di questa gran verità: tutte quante le cose create sono
state fatte per me, ma io non sono fatto per loro: ista propter hominem non homo propter
ista. io non sono fatto per servir loro, ma loro per servir me, io sono loro superiore, sono
loro padrone; tale è ia padronanza che mi

ha dato Iddio, almeno sapessimo mantenerci superiori col cuore, giacché lo siamo (2226) 6
per natura, e non farà vergogna vedere tanta gente che vivono servi, e schiavi delle cose
del mondo, che ogni più piccola cosa si può dire li vince, li guadagna, e loro comanda:
farebbe d’uopo ripetere ad ogni instante quella gran sentenza di S. Leone.
A questo punto il Cafasso allega un foglio, con il quale la meditazione prosegue.

95
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

e conseguire m olto di più; costui invece restringesse le mire, ed il cuore e


contento di quel poco dimenticasse il rimanente. E una disgrazia quando
anime grandi vanno in contatto di anime cuori deboli, e limitati. Tale è
quel cristiano in ordine a Dio, mentre il Signore l’ha favorito cosi larga­
mente e non per altro se non perché sappia

(2224) ed impari a sperare a conseguire molto di più, egli invece di questi doni
ne fa un fine, un centro per riposarsi il cuore. M a infelice sopra ogni altra
cosa, e qui, fratelli miei, comincio a dirvi una cosa che mi toccherà ripe­
tervi soventi, perché mai abbastanza capita: le Creature di questo mondo o
che ci svegliano una spina, o che ci lasciano un vuoto nel cuore, ed oh che
voce eloquente si contiene, e si alza in quel vuoto! si va a quella partita, a
quel divertimento, a quelle feste, a quel tal luogo di sollazzo, e si ritorna col
cuor vuoto; ed fe quello si cerca con altro passatempo di riempirlo, eppur
non si empie, si fa vieppiù sentire ed è quella creatura che alza la voce, per
dirci? che noi non siamo fatti per lei, che più alti, più nobili sono i nostri
destini, che noi siamo destinati a cose più grandi. Si giunge a quel posto,
si arriva ai nostri fini, si fa quell’acquisto, si ha sanità, riescono gli affari,
ciò nonostante il cuor non è sazio, ed in tutto anche nelle cose più cercate,
più stimate del m ondo si trova un non so ché di noja, di malcontento, e
da tutti si sente quel linguaggio: deh ricordati che tu non sei al m ondo per
rroi me. S. Agostino fa parlare di questo mondo ogni cosa creata all'uomo:
noi siamo fattura delle stesse mani, quel D io che creò te, creò anche me:
qui fecit te feci et m e: con questo divario però: che fece m e per te, fece te
per lui: me propter te. te propter se: e chi fa altrimenti, si attacca eccessi­
vamente alle cose di questa terra, e se ne abusa, fa prima di tutto un torto
a D io contravvenendo alle sue mire, fa un torto alla creatura facendola
servire ad un fine, a cui non è destinata, ma '

{2225) un torto finalmente a se mostrandosi un ingrato, un vile, uno sciocco


facendo preparandosi di più la propria rovina3. N on si potrebbe qui con
ragione ripetere quella grande massima di S. Leone etc. pag. 6

9 II brano seguente è barrato: Io ripeto adunque e cesserei mai di ripetere: noi non siamo
fatti per le cose di questo mondo, per grandi e consolanti ci possano parere, noi siamo
sempre più grandi, noi siamo nati per cose più alte, elle ci devono star sotto, e se noi
sappiamo mantenere la nostra padronanza, elle ci devono la propria servitù; tale è il fine
imposto, il comando fatto dal Creatore, che ci servano: a che: al fine che abbiamo già
accennato, di servire il Signore nostro Dio in terra, e proccurarcene il possesso nelfaltra
vita. In quante maniere etc.

96
Giorno prim o - M editazione Seconda - Fine delle Creature

agnosce christiane' ma noi diremo solamente, agnosce o homo digni­ (2226 ) 6

tà rem tuam11J ricordati che sei fatto per esser servito dalle cose di questo
mondo, e non per servir loro; ma se questo fa vergogna in tutti, non la farà
doppia in noi Eclesiastici, a noi sì, che oltre d’essere destinati ad egual fine
come tutti gli altri abbiamo già dato un solenne addio a questo mondo, e
con quella sovragrande scegliendo a nostra porzione ed eredità il Signore
abbiamo chiuso così il cuore a tutte quante le terrene cose, non sarà, dico
e doppia vergogna per noi, e doppia ingiuria per il Signore vedere un pari
nostro andar talmente attaccato alle cose di quesra terra quasi che questo
dovesse essere tutto il nostro paradiso. Oh! giudicatelo voi signori miei
se nel mondo, e se tra sacerdoti si viva proprio persuasi praticamente di
questa gran massima. Io non son fatto per il mondo ma il mondo per
me, io non son fatto per la roba, per gli onori, per godermela, sono fatto
per niente di tutto quello che c’è in questo mondo, ma io sono fatto per
niente, tutto al contrario, ma tutto è fatto per me: ista propter hominem,
non homo propter ista. Tutto fatto per me, e fatto per ajutarmi nel mio
fine, che è Dio servirlo in questa vita, goderlo nell’altra.
: altro Cartelano [?]. In tre modi etc11.

10 S. L e o n e , Discorsi sul Natale, XXI, 3 (PL 54).


11 I I testo prosegue con il seguente brano barrato: In tre modi principalmente le cose
create ci possono aiutare nel nostro fine: primo col condurci come per mano alla

cognizione di Dio, e de’ suoi attributi; secondo col servirci in debito modo di loro (2227) 7
a misura del bisogno, vantaggio, od anche onesto divertimento: finalmente coll’astenerci
anche da ciò che può essere nocivo al nostro fine, ma anche da quello, che può essere
lecito praticando cosi l’astinenza, e la mortificazione.
E prima dì tutto dove prendere un libro, od una lingua che parli più eloquentemente
di Dio che questo vasto campo di cose create; interroga i giumenti, dice Giobbe, e nel loro
linguaggio ti diranno che v’è un Dio che li creò: interroga iumenta, et docebunt te. fin
gli uccelli dell’aria te lo sapranno dire: volatilia Coeli et indicabunt tibi [Gb 12,7]: tutte
le cose create anche più basse, anche più piccole tutte hanno una lingua, ed una voce da
decantare qualche suo attributo: chi non ammira la grandezza, la potenza, e la sapienza
di un Dio nella quantità, e bellezza delle cose create. Coeli enarrant gloriam Dei, et opera
manum ejus annuntiat firmamentum [Sai 8,1] e che pensiamo a noi, che abbiano costato
a Dio tanti e si bei corpi in Cielo, tante e sì varie specie di cose in terra: nient’altro che una
parola, anzi meno un semplice atto di sua volontà: ipse dixit et facta sunt. ipse mandavit
et creata snnt [Sai 32,9]. Che sapienza non mostra, non dirò già il governo così informe
m e costante del mondo, non dirò la costruzione d ’un uomo, ma la formazione d’un solo
insetto. Ma se gli attributi di Dio risplendono, e gareggiamo si può dire fra loro nelle cose
create, chi in questa, chi in quella, in tutte poi senza eccezione parla, e si manifesta la sua
bontà verso di noi; eh! bisogna proprio essere senza cuore per negargli quest’omaggio, e

97
Esercizi Spirituali ai Clero ^ Meditazioni

(2232) Per esser pronti e facili a qualche volontaria, e virtuosa privazione, per
sopportare facilmente le creat con rassegnazione le creature moleste, e tanti
amari accidenti, di cui è piena la vita uopo è

la nostra riconoscenza;-.dii di noi avrebbe pensato di dimandare a Dio tante cosesquan­


d’anche tutto fosse stato in nostra mano, e se l’amore, giusta la regola di S. Gregorio, va
misurato dalle opere, quante prove, e testimonianze del suo amore del nostro Dio non
abbiamo noi ci pose Iddio sottocchio

(2228) 8 nel numero incalcolabile di tante cose create, ma ricordiamoci che mentre ci provano
la bontà, e l’amor del nostro Dio ci chiamano si può dire colla stessa voce la nostra corri­
spondenza; è noto il pio sentimento e la dolce contesa di quel buon Religioso: camminava
egli per la campagna, e gli pareva che fino le erbe, ed i fiori al srro s inchinassero al suo
passaggio per dirgli che eran fatture del suo Dio, e che amasse un si buon Signore: le invi­
tava con santa semplicità a tacere, e pure pareva più. loro alzavan la voce; ma come render
mute quelle lingue, e serrar quelle bocche che la natura stessa, il suo creatore le aveva fatte
così eloquenti; non altrimenti la pensava qucU’infiammato cuore di S. Agostino: Coelum.
et terra, et omnia quae in eis sunt. ecce undique mi hi dicunt ut ameni te [citato da S.
A l f o n s o M. D e ’ L i q u o r i , Sermoni compendiati per tutte le domeniche dell'anno, Marietti,
Torino 1831, p. 329] : solo adunque i nostri cuori saran freddi, e insensibili, e sordi a tante
voci, solo noi, mentre tutto il resto fa la parola del suo Signore, noi soli stenteremo a far
quello che fanno le stesse creature irragionevoli, ebbene da mezzi quai ci sono di salute,
diverranno monumenti eterni e parlanti della nostra ingratitudine e sconoscenza; tanto
più se non contenti di ascoltare tanti loro inviti, ed impulsi, di loro stessi ci abuseremo
contro il Creatore, e contro il loro,, e nostro fine: ed eccoci con questo a quella grande,
anzi massima Conseguenza che dalla verità finora considerata ne deduce S. Ignazio: unde
sequitur utendum illis vel abstinendum eaténus esse, quatemus ad prosecutionem finis
vel conferunt. vel obsunt [Es. Spirituali, n. 23]. Massima, diceva, ella è questa di massima
importanza, ma pure naturalissima e necessaria. Se Iddio è quegli il padrone, e tiene in
sua mano tutte quante le cose create, se egli me l’ha date, me le da, e me le conserva
unicamente a ciò che mi ajutino a servirlo, e salvarmi, uopo è adunque per non contradire
aH’ordine da Dio stabilito che io me ne serva in modo da poter ottenere

(2229) 9 il fine, che Dio intende, Le cose create non si può dire che in se sieno cattive, che anzi
si legge nella Sacra Scrittura: vidit que Deus cuncta quae fecerat et erant valde bona Gen.
cap. 1,31 ma ciò che in se è buono, non è sempre tale relativamente, e ciò è che ad uno è
mezzo di salute, ad un altro può divenire inciampo di perdizione: dice S. Gregorio: quod
uni prodest ad vitam, alteri obest perditionem. Andiamo per esempi: chi può negare che
sieno mezzi e mezzi possenti di Salute: un buon talento, una sanità robusta la roba, le
dignità stesse, che cosa migliore tra le cose create, e quanti meriti e che bel paradiso può
guadagnarsi uno con questi mezzi di Salute, eppure quanti in queste cose invece della
loro salute operarono la Soro perdizione, ed ecco lo scoglio, da cui ci vuol guardare S,
Ignazio: ognuno deve misurare le sue forze, deve considerare le sue [cancellatura illeggi­
bile■] propensioni; deve esaminare tutte le circostanze, e poi appigl se non vuol sbagliarla
appigliarsi, o guardarsi da ciò che secondo lo Spirito di Dio, e non secondo la prudenza

98
Giorno p rim o M editazione Seconda - Fine delle Creature

far un passo, che può parere a prima vista inutile, e troppo difficile, ed <2233) 12
è di proccurare di renderci indifferenti a tutte le cose create, il passo è di

della carne, e del mondo si conosce più conducente al nostro fine. La massima è presto
detta, e non può essere contrastata, ma l’applicazione non sarà cosi facile. Serviamoci
d’un esempio: l’artigiano tiene nella sua officina tanti instrumenti, ed arnesi, chi fatto
d’una maniera, chi d’un altra, chi ha una forma, un altro diversa chi più chi men bello,
e via: a quali si appiglia l’artigiano per compir bene il suo lavoro, forse ai più belli, ai
più lucidi, ai più preziosi? forse sì forse nò, perché non bada già alla bellezza ed al valore
dell’istrumento, ma bensì alla na a ciò che vuol fare, onde prende o lascia quello che lo
può condurre a buon termine del suo lavoro; e scegliesse alla rinfusa si mette al pericolo
di travagliar al vento, perdere il tempo, e la fatica per far niente più che un opera informe,
così, Signori

miei, lasciatemi dir così capita nella grande officina di questo mondo; noi tutti (2230) 10
abbiamo tra le mani un lavoro a fare a compire, che è la salute dell’anima nostra, il
Signore si può dire che l’ha compiuto questo mondo di instrumenti, e di mezzi per lavo­
rarvi d’attorno, ma per non sbagliarla badiamo alla scielta, ed al modo con cui li maneg­
giamo, e perciò veniamo un po’ al pratico per quello che appartiene allo stato nostro;
uno avrà avuto dal Signore una certa capacità, una buona sanità da poter intraprendere
opere da potersi promettere una buona riuscita nella carriera delle lettere; qual genere di
studio adunque intraprendere; se noi consultiamo il mondo, i parenti, l’amor proprio, ci
diranno quello che risplende di più nel pubblico, quello che promette maggior guadagno,
o più pronto, quello che stuzzica di più la curiosità del nostro intelletto; ma badiamo che
il Signore non mi ha dato questa facoltà perché me ne serva a mio arbitrio, perché cerchi
con essa una fortuna, o contenti la casa, ma me l’ha data unicamente perché mi serva di
mezzo al mio fine, adunque quel genere di studio è meno splendente, ma più utile si confò,
col mio stato, quell’altro promette minori risorse, ma mi lascia più campo di lavorare nel
mio ministero, quello studio mi sarà utile sì, ma intanto mi leva il tempo ad un altro che
mi è necessario: e poi senza aver tanto talento, quei poco, che abbiamo, ce ne serviamo
proprio per quel fine per cui l’abbiamo avuto il Signore ce l’ha dato. Oh! fortunato il
mondo, fortunata la chiesa se tutti i sacerdoti trafficassero per questo fine quel tanto di
talento, che hanno per poco che ne avessero, se poi si traffichi giudicatelo voi, eppure o
negare la verità che abbiamo posta e considerata, oppure confessare che i più dei sacerdoti
si abusano di questa loro facoltà: andiamo innanzi: si presentano nel nostro Ministero
diverse occupazioni, diversi impieghi, in diversi luoghi, con persone diverse: qual lasciare,
e qual scegliere? Oh! Signori miei, siamo nello stesso punto: chi la vuol fare da prudente
e da saggio,

colui, che veramente considera queste cose come mezzi che Iddio gli da pel suo fine (2231) 11
non fìssa i suoi sguardi dove vi è maggior lucro, maggior comodo, maggior inclinazione,
ma bensì in ciò solo che più fa pel suo stato, e pel suo fine, dove l’anima è più sicura, dove
vi sono meno pericoli, dove vi sarà maggior campo per far del bene, dove si potrà coltivar
più se stesso; ecco la mira, ecco i riflessi che si devono fare in questa occasione se vera­
mente si mirano le cose create per quello che sono; utendum vel abstinendum eatenus est

99
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

ed ecco le parole del Santo: qua propter debemus absque dif-


ferentia non habere circa res creatas om nes12. e nomina specialmente quat­
tro cose, circa le quali vuole che ci sforziamo ad avere questa indifferenza:
e sono essere indifferenti dall’aver buona sanità, oppure patire incomodi di
salute, indifferenti dall3essere comodi oppure nelle strettezze; indifferenti
dall’essere stimati nel mondo oppure sconosciuti, e disprezzati; indifferenti
finalmente a morir presto oppur vivere lungamente, ecco le sue parole:
dopo d’aver detto l’antecedente, conchiude: ita ut quod in nobis est non
quaeramus sanitatem magis quam aegritudinem' neque divitias paupertati,
honorem contemptui. longam vitam brevi praeferamus13 e nomina queste
quattro cose solamente non già che voglia escludere le altre, ma perché a
questi quattro capi facilmente si possono ridurre tutte altre; del resto rac­
comanda indifferenza a tutto: circa res creatas om nes. Ma questo passo,
come diceva, può parere inutile, e quasi direi irragionevole, e perché volere
questa indifferenza? si vorrà fare un sasso di una creatura ragionevole, e che

quatenus ad prosecutionem finis vel confermi t. vel obsunt: uno avrà sortito dalla natura
un temperamento vivace, una complessione robusta da resistere a fatiche, che eccellente
mezzo per lavorare nella vigna del Signore si sa che questi temperamenti lasciati in lor
balia, in ozio a quanti pericoli espongono la persona dunque utendum . ed intendum in
modo da contenerli nel dovere, come faceva S. Gerolamo; uno sarà stato favorito dai
Signore di beni di fortuna, allevato tra comodi, oh! come è focile che il cuor si attacchi
alla roba e che divenga la sua porzione, ed eredità in vece di quella che ha scelto nel
Signore: dunque abstinendum assuefarsi a qualche volontario sacrifizio e mortificazione
per allontanare questo pericolo, e servirsi invece della roba per quel fine, che il Signore gli
ha dato.
Ma non basta ancora servirsi così delle cose create, ma bisogna di più conformare a
questa norma i nostri desideri; si dice, ed è proprio così, che i desideri sono i carnefici
dell’uomo; sono questi, che se non sono tenuti in briglia fanno del nostro cuore uno
spinajo senza lasciargli un momento, di requie, e che volete per conoscere la loro fame, un
mondo intero non è capace di farli tacere, e contentarli; oh che tanti desideri, tante viste,
tanti impegni e brighe per riuscirvi, non è questa la maniera di trovar pace: limitiamo i
nostri desideri, e come? Desideriamo

(2233) 15 solo ciò, e desideriamolo sólo sino a quel punto ed in quel tanto che il Signore può
conoscere vantaggioso pel nostro fine; vedressimo in allora che troveremo giorni un po’
più di caima, e giorni più tranquilli.
Ma per fare un retto uso delle cose create, e molto più per moderare i nostri desideri,
le nostre voglie.
Terminata questa lunga sezione barrata, con una nota il Cafasso rimanda alla pagina a
fronte.
12 S. I g n a z io , Esercizi spirituali, cit., n. 23.
13 Ibidem, n. 16 6.

100
Giorno prim o " M editazione Seconda Fine delle Creature

disordine vi è a desiderare questi bene terreni: osserviamo, Signori miei per


poco i motivi che ci possono consigliare e persuaderci questa indifferenza:
prima di tutto per una-persona che-siaindifferente per queste cose create vi
è m olto minor pericolo che oh! quanti dispiaceri, e disgusti ci può rispar­
miare questa indifferenza, si sa pur troppo che la nostra vita non è che un

tessuto, ed una vicenda continua di piaceri e di dispiaceri, ognuno (2235) 13


sa per propria esperienza a quanti infortunii, e perdite vada soggetto in
questo misero m ondo, nei beni di fortuna, negli impieghi, nella ripu­
tazione, nella Sanità, nella vita stessa. O h come pesano queste vicende,
queste perdite sul cuore d’una persona attaccata alle cose di questo mondo:
non relinquitur sine dolore quod curri amore possidetur: lo stesso diceva S.
Agostino: cum ea diliguntur. quae possumus contra voluntatem amittere
necesse est ut pro iis miserrime laboremus Med. pag. 5 4 114. Alle volte è tale
e tanto il dolore che dopo d’aver amareggiata la vita conduce ancor innanzi
tempo alla tomba; al contrario datemi una persona distaccata ed indiffe­
rente per le cose del mondo li sentirà è vero questi colpi, perché sono
comuni a tutti, ma non li sentirà certamente con quel peso, e dolore, e non
serviranno ad altro che a farle cader dal cuore vieppiù, questo mondo, ed a
mettere tutte le sue speranze in chi non si muta che è D io 15.

e perché i Santi tante anime sante, di cui leggiamo la vita, si può dire (2234)
che erano sempre con un medesimo sembiante, con una certa serenità, ed
allegrezza, che questo m ondo non sembrava per loro una valle di miserie,
e di pianto; forse ché mancavano a que’ Santi i suoi travagli, non avveni­
vano loro tanti, e si diversi casi: si certamente, e più scabrosi ancora che a
noi perché que’ che sono più Santi sogliono essere da D io maggiormente
provati; ma la cagione stava qui appunto, perché indifferenti a tutto sta­
vano intieramente rassegnati alla volontà di D io, comunque avesse di loro
disposto in questo misero mondo.

D i più oltre che questa indifferenza risparmia alla persona molti sacri- (2235) 13
fici, e disgusti, o per lo meno glieli rende meno dolorosi, la tiene lontana
ancora da tanti e tanti pericoli di prevaricare; tutti i peccati nascono dal
troppo attacco alle cose create dall’abuso che si fa di esse, perché vi si

14 S. A g o s t i n o , Enarr. in Ps., PL 36, c. 107.


15 Una nota rimanda alla pagina a fronte.

101
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

annida il cuore dentro, perché in pratica si vuole guardare come fine, ciò
che dovrebbe servire solo come mezzo; di qui appunto scaturisce l’origine
di tanti disordini, ma disordini che giammai, o solo raramente si vedranno
in una persona che sia giunta a questo segno di distacco di guardar con
occhio d’indifferenza tuttociò che v’ha e che capita in questa valle di mise­
rie, ma il motivo maggiore, che ci deve impegnare per questa indifferenza
si è il gran capitale di melili che ci può fruttare quc numero di grazie che
ci può attirare in questa vita, ed il gran capitale di meriti, che ci frutta
nell’altra; qui bisognerebbe aver campo e per esserne convinti basti solo
questo cioè osservare non esservi grado maggior di virtù, e di perfezione
che questo, cioè fatti indiffirenti a tutto e per tutto metterci come si

(2236) 14 dice di slancio, e ad occhi chiusi nelle mani del Signore, e lasciare che
lui disponga di noi, delle cose nostre, come delle cose tutte del mondo
come meglio richiede la gloria sua, e maggiormente piace alla volontà sua,
volere né più né meno di quello che vuole lui, volerlo non per altro che
perché lo vuole lui, volerlo come, e quando, e dove lo vuole lui; e ciò
senza eccezioni nella roba, nella stima, negli impieghi, nella sanita, nella
vita senza che noi propendiamo ad una cosa più che aH’altra, sempre egual­
mente contenti comunque Iddio voglia disporre, od abbia già disposto di
noi16.
Ma si dice quanto è difficile, questo passo sarà un privilegio solo di
qualche anima straordinaria, non bisogna pretendere che tutti vi possano
arrivare. Adaggio, Signori miei non facciamo la cosa più ardua di quello
che sia; e prima di tutto bisogna osservare che sotto nome d’indifferenza
non s’intende già indifferenza di senso, e nella parte, come si dice infe­
riore, questo sì che sarà un privilegio di qualche anima rara, ed infatti
datemi una persona indifferente quanto volete per la qualità del cibo, o
buono, o cattivo, ma se si dà un cibo ben condito sicuramente che sentirà
un gusto migliore, ma quando si dice d’essere indifferenti, s’intende nella
parte superiore, nella ragione, nella volontà; e vuol dire di rassegnarci intie­
ramente, e totalmente nella volontà del Signore, come già diceva di sopra,
senza clic vuol dire di spogliarci della nostra volontà; .e proccurare che la
nostra e quella di Dio formino una volontà sola, e sarà tanto difficile a
chi considera quasi gli innumerabili motivi che ci devono impegnare per
questa totale conformità, e rassegnazione, e poi la prevedeva anche S. Igna-

16 N el margine della pagina il Cafasso ha lasciato scritto: Mese di Maria.

102
Giorno prim o - M editazione Seconda ^ Fine delle Creature

zio questa difficoltà che si presenta anche a noi, epperò nel suo libro degli
Esercizi, non dice già di essere in un slancio come si suol dire indifferenti,
ma almeno

p r o c c u r a r e e v o le v a d ir e s fo rz a rs i, t e n ta r e p e r o g n i v e rs o d i r e n d e r c i (2238) 15
p o c o p e r v o lta i n d i f f e r e n t i 17.

Facesse e st facere nos indifferentes, e mentre dice di farci, e non esserlo (2237)
da chiaro a conoscere, che ci vuole in noi una violenza per potervi giun-
gere

Cominciar a moderare i nostri desideri, desiderare invece di aver questa (2238) 14


indifferenza, e coi casi che occorrono alla giornata farci forza per giungervi,
c quando si faccia proprio da vero, quand’anche dovesse costar un mira­
colo al Signor ci renderà tali, e giunti ci maraviglieremo, ci stupiremo di
noi stessi come mai ci sia costato tanto sì gran fatica per arrivarvi, tanta
sarà la facilità di praticarla.
: Ma vogliamo sapere il vero motivo, per cui ci sembra tanto difficile
questo passo, perché siamo m olto lontani da quello spirito, che è tutto
proprio delle nostra legge,-e si può dire che ne forma la midolla perché
non siamo convinti, e praticamente persuasi di quello che ella ci dice sulla
vanità delle cose create: consultiamo per poco le Sacre Scritture a che tante
difficoltà ad essere indifferenti per la vita e per la morte quando pensas­
simo come pensa lei che il giorno della morte va preferito a quello della
nostra nascita, tanti sono i mali di cui erano ripieni i nostri giorni melius
est... dies mortis, die nativitatis Ecl. 7 IS: e che tante difficoltà ad essere
indifferenti per le prosperità, od avversità quando la scrittura ci dice che
la casa dove si piange ci deve attrarre di più che quella dove si sta alle­
gramente: melius est ire ad domun luctus, quam ad domum convivi19:
e perché, perché in questa casa vivens cogitai quid futuram sit20. Ma
veniamo più da vicino, e prendiamo quel Sermone detto già dal Redentore
là sul monte alle turbe, sermone che tiene in se compendiato tutto lo Spi­
rito della nostra legge, e che forma il più forte baluardo ai pregiudizi del
mondo, prendiamo solo quello che può fare per noi: beati i poveri tanto

17 Una nota rimanda alla, pagina a fronte.


18 Qo 7,2.
19 Qo 7,3-
20 Qo 7,3.

103
Esercizi Spirituali al Clero -■ Meditazioni

di spirito, come in effetto: Beati pauperes. beati quei che ora piangono, e
sono travagliati: Beati, qui nunc flent. Beati coloro che sono perseguitati
colle parole, o co’ fatti nel loro bene che fanno, e queste persecuzioni man-
cano mai. Beati qui persecutionem patiuntur propter iustizjam: beati in
quel tempo stesso che più sarete vessati e si dirà ogni male di voi: Beati
cium... persecuti vos fuerint. et dixcrint omne malum adversum vos prop­
ter me21.

(2239) 1522 cioè per fare gli interessi miei, per zelare il m ìo onore, la mia gloria:
ora io dico adesso se noi fossimo proprio persuasi di questa verità, se la
pensassimo come la pensa il Vangelo, vi pare che vi andrebbe gran fatica
per giungere a questa indifferenza; se io fossi persuaso che agli occhi [di]
D io è beato non chi è ricco ma il povero, o almeno chi se ne vive distaccato
dalle ricchezze, beato non chi sta allegro, ed in feste, ma chi è travagliato
e piange; beato non chi è onorato, e stimato dal mondo ma chi sta scono­
sciuto, anzi disprezzato, e perseguitato, dovrei non solo essere indifferente,
ma desiderare piuttosto d1esser tale; ma S. Ignazio non va tanto avanti, e si
contenta di ridurci ad essere tali; eppure solo indifferenti, e se non lo
siamo e se troviamo tanta difficoltà per esserlo, segno chiaro è questo che
ancor m olto siamo lontani da quello Spirito le cose dì questo mondo ten­
gono ancor le sue radici nel nostro cuore, e che m olto ancor siamo lontani
da quello Spirito, che forma la midolla dei Vangelo; eppure se non l’ab­
biamo noi questo Spirito chi l’avrà? Lasciamo stare tanta gente che sono
nel m ondo, che a stento osservano i precetti, ben lontani d’aver lo Spirito
del Vangelo, ma noi che abbiamo già date le spalle del m ondo, noi che
scielti tra mezzo del popolo la facciamo da capitani, e da condottieri agli
altri, noi che tutto dì ci tocca inculcare, e far sentire gH altri la vanità;
il niente delle cose terrene, la penseremo come la pensa il comune del
m ondo e contradiceremo cogli fatti e coi nostri desideri a quello che ci
tocca dire giornalmente e dai pulpiti, e dai Tribunali di penitenza, che
tutto questo m ondo è niente, che bisogna vivere distaccati da tutto, star
rassegnati a tutto ciò che il comunque che il Signore voglia disporre di
noi, non sapere noi se sien più. le prosperità che ci convengano oppur le
avversità, se ci sia più utile il vivere o morire però doverci mettere nelle
sue mani ed essere disposti a far sempre ed in tutto la sua volontà: sono

21 M t 5,3-10.
22 Erroneamente il Cafasso segna anche questa come pagina 15.

104
Giorno prim o ^ M editazione Seconda - Fine delle Creature

questi i discorsi, che dobbiamo tenere, queste le massime che dobbiamo


battere continuamente, e lo sapremo solo adoperare per gli altri, e poi farne
eccezione per noi: oh! Signori miei,

la materia è troppo importante, uopo è impegnarci benché costi un po’ (2241) 16


di forza e lo prevedeva anche S. Ignazio che vi voleva violenza, epperciò
non disse propriamente essere indifferenti, ma bensì proccurare, sforzarci
per renderci tali.
Coraggio adunque signori miei, ripeto per giungere a questo punto di
guardar con occhio di indifferenza quanto ha questo mondo: se si tratta di
peccato va fuggito, va impedito ad ogni costo, se si vede la gloria di Dio va
proccurata con ogni impegno, indifferenza no: ma del resto indifferenti a
tutto23.

Tutto quello che Dio ha fatto, o dispone continuamente d’attorno (2240)


a me, o di me stesso, tutto l’ha fatto, o lo dispone perché mi serva al
mio fine; ogni cosa indistintamente, sia prospera sia avversa, sia amara
sia dolce, tutto dico mi può servire egualmente a conseguirlo, comunque
se ne risenta la mia delicatezza, comunque la pensi il mondo, comunque
compaja ai miei occhi, sono certo che tutto può servirmi al fine sieno
disgrazie sieno favori sieno persecuzioni, sieno benedizioni, sia povertà,
sian comodi, sia vanità, sieno malattie, tutto mi può giovare egualmente
di qui partiva quel bel sentimento di S. Francesco di Sales, dove il Santo
diceva, che lui desiderava ben poche cose a questo mondo, e che quel poco
stesso Io desiderava molto poco così quell’altra massima che inculcava:
desiderare niente e rifiutar niente a questo mondo, lo chè si può inten­
dere di tutto ciò che accade dattorno a noi, persuasi che tutto avviene per
volontà di Dio, persuasi che tutto ci può servire egualmente per il nostro
fine non essere solleciti di avere più quello che quello, non essere crucciati
perché le cose sieno accadute, od accadono in un modo più che in un altro,
ma con egual occhio, con egual cuore ricevere ogni cosa, che accada e si
presenti a noi; sia dunque questo il primo proponimento della giornata di
renderci, o almeno sforzarci per essere indifferenti a tutto, indifferenti etc.

per gli applausi, o disprezzi del mondo, indifferenti per le sue pei suoi (2241) 16
comodi, e ricchezze, indifferenti da vivere, a morire; dirò di più: indiffe-

23 Con una nota, il Cafasso rimanda alla pagina a fronte.

105
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

renti perfino al genere di morte, al tempo, al come, al quando al luogo in


cui Dio piacerà a Dio indifferenti inso mina ~a; tutto insomma cui sia caro
egualmente, non una cosa più che l’altra, non più questo che quello, ma
quel solo, e quel tanto, ed in quel modo che a Dio piacerà. Oh il paradiso
in terra, oh il colmo della virtù felice tra noi chi arriverà a gustarlo lo saprà
trovare, felice chi sarà per aquistarlo. Così~sta. Io saprà godere, per costui vi
sarà paradiso in vita, paradiso in morte, ma paradiso più bello all’eternità.
Così sia.
Laus Deo, B.V. et S. Alphonso.

106
Giorno primo (2242)

Meditazione Terza
Sopra l’importanza della salute
Terza degli Esercizi

Siamo al mondo per servir Dio, vi siamo per servirlo sì, ma vi siamo ancora (2244) 1
per andarlo un giorno a godere in patria, che e il Cielo: il nostro cuore non
è fatto per essere felice in questo mondo, ma per meritare d’esserlo un dì in
paradiso. Ma che gioverebbe essere destinati ad un sì alto fine, se poi non
arrivassimo a conseguirlo: quanti, che come noi erano creati parimenti per
il Cielo, eppure al Cielo non vi sono giunti, né vi giungeranno mai più.
Che gioverebbe dico se l’altezza del nostro fine non avesse a servire che a
cavarci un giorno lacrime più amare d’averlo perduto. Bel Paradiso ti vedrò
mai piti, diceva morendo un eresiarca: Boudrant, pensiero del Cielo. Che
sarebbe dico se qualcuno di noi giunto al termine de’ suoi dì dovesse dal
letto di morte mandare questa voce, e questo gemito di dolore. Io voglio
sperare che non sia per capitare ad alcuno di noi sì fatale rovina, ma uopo
è a buon conto pensarvi, e provvedervi; il Signore senza di noi ci creò,
dice S. Agostino ci destinò a sì sublime fine, ma non crediamoci che voglia
fare un altrettanto nel farcelo conseguire, e senza di noi certamente non ci
salverà: qui crcavit te~sine te, non salvabit te siile te. Tocca adunque a noi
il metterci all’opera, e proccurare con tutto l’impegno d’arrivarvi ad ogni
costo. Egli è questo il più grande affare del mondo, il negozio de’ negozi,
come lo chiama S. Agostino: Negotium negotiorum salus aeterna. Egli è
questo l’affare di tutti sopra la terra tanto di me quanto di voi, tanto de’
secolari, come de’ Sacerdoti. Noi predichiamo tutto l’anno sopra questo
grande affare dell’anima, tutte le nostre fatiche, tutti i nostri sudori sono
diretti a questo scopo di salvar le anime, almeno lo dovrebbero essere, ma
in questa sera dimentichiamo per un momento tutte le altre, e figuriamoci
che non vi sia altra anima a salvare che la nostra, ed ognuno dica a se

' (fald. 4 7 ì fase. 170; nell’originale 2242-2261)

107
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

stesso: io che tutto giorno ricordo agli altri l’affare della loro salute, sì io,
anche io ho lo stesso negozio a trattare, ho un anima a salvare e quei Guai
che minacciò agli altri se non si salvano, un istesso Guai, anzi più terri­
bile ancora sovrasta a me, si a me parlo, che medito, se non arriverò a sal­
varmi.
Verità ella è questa fratelli miei tanto chiara e comune altrettanto
importante e necessaria a ricordarsi, ed io voglio chiudere questa prima
giornata del nostro ritiro con farne un particolare soggetto della nostra
Meditazione, io penso cioè trattenermi seco voi a considerare alcuni spe­
ciali motivi che ci devono determinare a pensare, ed a trattar con impegno
il grande affare dell’anima nostra; Ed io ridurrò i miei riflessi a questi tre
punti: cioè 1. che l’affare della nostra eterna salute è il massimo di tutti. 2
che è un affare tutto nostro e tutto proprio: 3 che è un affare senza rime­
dio1.
Figuriamoci che il nostro Angelo Custode dica a ciascheduno di noi
quello che i due Angeli dissero già al buon Loth in Sodoma: orsù è tempo
di salvar l’anima tua: salva animam tuam2: ma bada che è vicino lo stermi­
nio di questa città, non è più che di m omenti la sua vita; se vuoi scapparla,
se ti vuoi salvare uopo è far presto, e non perder tempo: festina, et salvare;
così figuriamoci che ci dica al cuore in questo punto un altro Angelo man­
dato dal Signore: orsù, Sacerdote fratei mio, se vuoi salvarti è tempo; è già
decretato e fisso lo sterminio di questo mondo, non può più durarla gran
pezza, se non altro non possono essere più tanto lunghi i tuoi giorni, se

1 L’originale procede con il seguente testo cancellato: A fine adunque d ’impegnarci tutti
quanti, ci fermeremo in questa sera a considerare la grande importanza, per quindi vedere
qual diligenza, e qual massimo impegno ognuno vi debba mettere: ebbene diciamolo
subito, egli è della massima importanza sia che lo riguardiamo nel suo oggetto, sia nelle
sue circostanze, come nella: finalmente nella sua riuscita. Massimo nel suo oggetto, deli­
catissimo nelle sue circostanze, importantissimo nella sua riuscita.
E di massima importanza, epperciò degno della massima cura primieramente nel suo
oggetto, perché in questo affare non si tratta di meno che salvar un anima, che deve esser
tutto in questo mondo. Secondo è di massima importanza e degno di tutte le attenzioni
nelle sue circostanze, perché dobbiamo trattare questo grande affare tra mille pericoli, in
breve tempo, senza poterlo affidare ad altri in vece nostra; finalmente non è meno impor­
tante se lo guardiamo nella sua riuscita, poiché se mai andasse a male, la perdita sarebbe
irreparabile. Eccovi, Signori miei, i tre punti che chiamano in questa sera la nostra più
grande attenzione.
2 Gn 19,17.

108
Giorno prim o - M editazione . Terza " Sopra, l'importanza della salute

vuoi fuggire la tua rovina, da mano all’opera, che non hai più tempo ad
aspettare:

festina et salvare3. (224fi)2

3 Ibidem. I l testo procede con due pagine cancellate:

O h fosse un po vero, Signori miei, che in questa sera c’infiammassimo di un grande (2246) 2
zelo, non già solo a salvare le anime altrui, im prima d'ogni altra a salvare l’anima nostra
propria, quell’anima che prima di ogni altra ha il diritto di essere da noi salvata, deh!
voi o Signore, voi che da quella croce meglio che ogni altro predicate il pregio, e l’impor­
tanza delle anime nostre, voi fateci in quest’oggi capire, e scolpiteci ben in cuore quella
gran sentenza già registrata ne vostri divini libri, che non v e fortuna che tenga a questo
mondo, non v’è bene che conti quando non vi sia assieme la cura delFanima propria, lo
studio della propria salute: non est, non est bonum ubi non est animae scientia. Proverb.
19, [2],
Se noi, Signori miei, salendo in pulpito ci facessimo a parlar al popolo di un affare
temporale, e gli mettessimo innanzi la speranza di un gran guadagno; di più gli mostras­
simo i mezzi per ben riuscirlo, oh! che attenzione sono certo che riscuoteressimo dalla
nostra udienza, che affluenza di gente correrebbe a sentirci, e che attività, quanti maneggi,
e traffici non si vedrebbero in un po’ di tempo. Ma e come va dunque che tutto l’anno si
predica, si tuona, si può dire, sul grande affare dell’anima propria, centinaia di bocche si
stancano giornalmente ad inculcare, a raccomandare un si importante affare, e nelle città,
e ne’ paesi, e dai pulpiti, e ne tribunali di penitenza, fino nelle case, in conversazioni, per
le strade si batte coll’occasione su questo punto, che v’è un anima da salvare, esser questo
il primo de’ negozi, anzi l’unico al mondo: eppure si usa pena a sentire, e quello che è
più anche tra chi sente pochi sono quei che si svegliano e si mettano proprio davvero a
pensarvi, e studiar per riuscirlo, ed invece di essere il primo da molti appena si ha per l’ul­
timo; si pensa, e si provvede a tutto a questo mondo, ai lavori, ai negozi, ai divertimenti,
vi è tempo per tutto per lavorare, per riposare, per divertirsi, si trova il tempo a far tanti
peccati, solo all’anima non si pensa, e solo per questo grande affare non si trova il tempo:
come va, signori miei, un sì fatto disordine, quale la causa di tanto male? Oh!... a me par
facile l’indovinarla; non si pensa all’anima, si trascurarsi dimentica, perché praticamente
non se ne fa la stima, che si merita, non se ne conosce il suo valore, il suo pregio, l’affare
della propria salute va alla peggio perché in pratica o non si conosce, o non si pensa alla
sua grande importanza: oh! errore, ed inganno fatale che manda in rovina tante anime
infelici. Oh! conoscessimo almeno noi una volta il pregio di quell’anima, che il Signore ci
ha data; e per ben conoscerlo io credo che non abbiamo miglior scuola, e miglior Maestro
che ce

lo insegni che questo Crocefisso. Il Dio che pende da questa, croce è quel Dio stesso (2248) 3
che l’ha creata, è quel Dio che l’ha redenta, deh! se stentiamo a credere a chi l’ha fatta,
dice Eusebio Emisseno, crediamo almeno a ciò che costò la sua redenzione: si non vis
credere Factori. interroga Redemptorem [in Sermoni, cit., p. 257, dove però è attribuito
a S. Eucherio]. A questo mondo si suole misurare il valore e la preziosità di un oggetto

109
Esercizi Spirituali al Clero *• Meditazioni

(2245) Entriamo in questa Meditazione con metterci in mente quella gran sen­
tenza che noi stessi avremo detto tante volte agli altri, cioè che non v è
fortuna al m ondo che tenga, non v’è bene che conti quando non vi sia

dal costo, e dalla spesa che importa; ebbene io domando solo che cosa abbia costato la
compra, lasciatemi dir cosi, ed il riscatto di un anima: non bastò tutto Foro del mondo;
non avrebbero bastate le fatiche, e gli stenti di tutti gli uomini, nemmeno sarebbe stato
sufficiente il sangue, e la vita loro: dico di più; nemmeno un Angelo, anzi nemmeno tutti
gli Angeli insieme avrebbero potuto redimerla, ma se si volle redenta, toccò a un Dìo ad
usare di sua onnipotenza, a sborsarne il costo, e a darne per prezzo il sangue, e la vita;
guarda o anima, esclama già S. Agostino, e mira su questa croce fin dove giunga il tuo
valore: anima erige te. tanti vales [S. A g o s t i n o , Endrr. in Ps., PL 3 7 , c. 1 3 2 0 ] ; è un Dio,
quegli, che te un dì per te agonizzò; e spirò su questa croce, il figliuol deU’eterno padre, la
gioia, la delizia dei paradiso, la consolazione di tutte le anime sante, ebbene tu vali quanto
vale un oggetto si caro al Cielo, ed alla terra: anima erige te. tanti vales: tu vali quanto vale
quel capo stracciato dalle spine, tu vali quanto valgono quelle carni lacerate da flagelli, si
tanti vales. Vuoi di più; tu vali quanto vale quel sangue che sgorgò da quelle piaghe, tu
vali quanto vale quel cuore divino: tanti vales. tu vali in somma quanto può valere e terra
e Cielo assieme, dirò tutto in poco, tu vali quanto vale un Dio. Oh valore... oh pregio
grande d’un anima, chi mai tra gli uomini, e chi mai degli Angeli stessi potrà arrivar a
comprenderlo; ma lo comprende bene il demonio che per guadagnarne una sola non la
perdona a continue fatiche: circuit quaerens quem devoret [1 P t 5,8], e se questo non
basta, gitterebbe un mondo intiero, anzi mille mondi se li avesse per poterla guadagnare:
omnia dabo tibi si cadens adoraveris me \M t 4,9], e ben con ragione lo farebbe, perché
non v’è oro, non vi sono ricchezze a questo mondo che possano meritare il paragone di
un anima, mentre tutti i tesori della terra non sarebbero che poca polvere al suo cospetto:
omne aurum in comparatione illius arena est exigua.
Oh! la capissero un po’ questa verità quei tanti de5 nostri giorni, che trattandosi di
anima, e di salvarsi, loro pare niente più che un giuoco, e sembra proprio che scherzino,
come diceva già Tertulliano ai suoi tempi, sull’affare deU’eterna salute: ludunt de officio
salutis [T e r t u l l ia n o , Apologetica, PL 1, c. 438]; eh!... che a costoro ben sta che lo Spi­
rito Santo per bocca dell’Eclesiastico li preghi, e loro raccomandi d’aver pietà, e compas­
sione deH’anima propria: miserere. mi.serere animae tue [Sir 30,24]. Che si perda a questo
mondo

(2250) 4 un impiego, un eredità, una lite, non si può più aver pace, non v’è ragione che valga a
quietare, si sospira, si geme, si piange, si da quasi in delirio; al contrario si perde l’anima
col peccato, e pende lì per un filo a rovinar eternamente, eppure quasi non si bada, anzi
vi si passano sopra i giorni allegramente come niente vi fosse a temere, e sempre vi fosse
tempo di rimediare; eh! Signori miei, vi sarà tempo sì, ma tempo per piangere, e piangere
con ben amare lacrime, ma non vi sarà più tempo per porvi rimedio, e quanti fin da
questo punto piangeranno alflnferno inutilmente per non aver pianto in tempo utile; ma
lasciamo stare tanti di questi ciechi, ed insensati che vi sono nel mondo, e veniamo a
noi, giacché questi pochi giorni hanno da essere tutti per noi. Dunque io ho un anima
da salvare, è questo il primo, il più grande, anzi l’unico affare si può dire che il Signore
m’abbia dato a trattare in questo mondo: unum mi hi est negotium. praeter hoc nihil
Giorno prim o " M editazione Terza - Sopra l ’importanza della salute

assieme la cura dell’anima propria, lo studio della propria salute: non est,
non est bonum ubi non est animae scientia. Proverb. 19[,2].

curo, diceva il santo Vescovo Eucherio. Cosi è, e cosi deve essere di tutti noi, Signori miei,
l’affare che ha da occupare tutti i nostri giorni, anzi tutti i nostri momenti ha da essere
questo dell’anima nostra, e sarà di troppo quando vorressimo pensare a quello che fece e
fa un Dio per salvar quest’anima stessa, e quello che fece, e fa l’inferno per dannarla; deh!
fratelli miei, conchiuda per me questo punto l’Appostolo Paolo, vi prego, e vi scongiuro
nel Signore a non dimenticare, ma a trattar con tutto l’impegno questo grande affare
dell’anima vostra: fratres rogamus. et obsecramus in Domino ut negotium vestrum agatis
[7 Ti 4,1.11]. E sarebbe la più grande delle pazzie, l’errore degli errori, come dice tra S.
Eucherio, il trascurare, o trattar solo freddamente un tanto affare: supra omnem errorem
negotium salutis aeternae dissimulare [Epistulaparemtica, PL, c. 718].
E dovrà crescere in noi maggiormente un tale impegno per poco che vogliamo riflet-
tere al modo, con cui dobbiamo trattare un si grande affare: ho un anima da salvare, ma
mi tocca di salvarla tra mille nemici, che la cercano di perdere; ho un anima da salvare, ma
debbo sapere che mi sono fissi a questo oggetto gli anni, i mesi, i giorni, fino i momenti,
sicché spirati non vi sarà più tempo; almeno potessi in si breve tempo chiamar altri in
ajuto, e lasciar che altri lavorino con me, o per me, ma nò; questo è un affar tutto mio,
sono io che ho quest’anima, ed a me solo tocca il salvarla; epperciò tutto mi sarà il van­
taggio se la salvo, come tutto mio il danno se mai venissi a perderla.
Primieramente devono impegnarci per l’anima nostra i tanti pericoli, che vi sono di
perderla, e come_.noi non vi vuole né fatica, né tempo per conoscere una tale verità; il
mondo in cui viviamo, i tanti scandali che siamo costretti vedere contro nostra voglia, i!
peso di questa carne, sotto cui gemiamo giornalmente non ce ne lasciano dubitare, talché
bisogna sempre stare colle armi alla mano, ed essere in continua battaglia; militia est vita
hominis super terram [Gb 7,1]; e se ciò vale per tutti, tanto più per noi Sacerdoti, che
siamo come i Capitani di questa spirituale milizia; il demonio ci prende di mira, e ci tiene,
come

dice S. Gerolamo, per il suo cibo più scielto, i carichi grandi, e direi enormi che (2252) 5
pesano sul nostro stato, i pericoli molto più frequenti, a cui ci espone l’istesso nostro
Ministero, oh! Dio chi non temerà di noi, chi non gemerà sotto un sì gran carico. Fu
già detto de’ Sacerdoti antichi, e fu confermato ai nuovi di piangere, di sospirare per il
J i; popolo, per il perdono de’ suoi peccati: plorabunt Sacerdotes Ministri Domini etc [cfr. Gl
2,17]. Ma io dico cominciamo a far la causa nostra, cominciamo a piangere, a gemere per
noi, sui nostri pericoli, e chi dicesse altrimenti, gli direi che o non ne conosce gli obblighi,
le difficoltà, o non ne fa caso, e comunque sia non vi sarebbe che troppo da temere di
questo tale. Io non voglio già dire con questo di perdersi d’animo, di darla vinta e cederla
al nemico, ohimè non è questa la conseguenza, ma bensì di aprir gli occhi, non andar così
alla cieca, star vigilanti sopra di noi, e non perder né occasione, né tempo per trafficar il
gran negozio, che abbiamo prima di tutti noi Sacerdoti di salvar anime, ma soprattutto
l’anima propria; tanto più che non durerà gran tempo questa battaglia, già volge al fine,
e purtroppo presto si vedrà l’esito di sì importante affare.
Queste pagine cancellate sono sostituite da altre che si riportano di seguito nel testo.

.111
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Che nel mondo si trascuri l’affare dell’anima, si pensi, si provveda, e


vi sia tempo per ogni temporale interesse, e non si pensi all’anima; che
si pianga fino alla disperazione una perdita temporale di una lite, di un
guadagno, di un impiego, e si miri con indifferenza, e tranquillità mor­
tale la perdita dell’anima, egli è un mal grande certamente, e cagione della
rovina di molte anime, ma è un male che par che meriti apparentemente
una qualche compassione: l’ignoranza in cui vivono i più, la quantità degli
affari che li opprimono, il rumore e lo strepito del mondo, in mezzo a cui
vivono, i legami che quasi necessariamente devono contrarre con questa
terra possono come diceva dar luogo ad una qualche compassione; ma mai
lo stesso potrà dirsi quando la cosa capiti in un Sacerdote: perditio tua ex te
ciò in special modo va detto del Sacerdote, che si danna; non perdiamoci
fratelli miei, altrimenti la nostra perdita non solo non troverà un motivo di
scusa, ma nemmeno una causa di apparente compassione ne appresso da
Dio, né dagli uomini, ne dalla nostra stessa coscienza, come lo vedremo a
suo tempo.
Ciò supposto per maggior importanza di ciò che sono per dire, io entro
ne’ motivi, che ci devono toccar da vicino a salvare l’anima nostra, ed il
primo io lo trovo in quella risoluzione stessa, che abbiamo preso in questi
giorni. Qual è fratelli miei, il motivo che ci cavò dalle nostre case, che ci
fece troncare le nostre occupazioni, che ci assoggettò a spese, ad incomodi,
che ci racchiuse in questo santo luogo come in un deserto: se qualcuno
ci interrogasse non esiteressimo a rispondere che fu l’affare dell’anima.
Ottima risposta ella è questa degna d’una bocca sacerdotale, e che parte
da un cuore che ha, e che vive di fede; ma non fermiamoci qua; se noi
ci addentriamo in questo pensiero non vi troveremo nascosta una ragione
fortissima a persuaderci della grande anzi massima importanza di questo
massimo affare; se il pensiero dell’anima mia ebbe forza sopra tutti gli altri
miei affari di interesse, di comodi, di sangue, di rispetti umani, e mi fece
sormontare, e mi rese superiore ad ogni altra difficoltà, che certamente il
demonio non avrà cessato di farci nascere, segno è questo che l’affare della
mia salute, dell’anima mia ha un che sopra gli altri tutti, che mi attorniano.
Ci sieno la mia lontananza dalla patria, il mio sequestramento su questo
mondo, Tincomodo di questi giorni come tante lingue me lo dicono, e me
lo devono persuadere, e

(2247) d’or in avanti anche fino alla morte ci sieno impressi questi giorni se
non per altro per tenerci presente l’importanza dell’anima nostra, che essi
ci dicono per la nostra propria scielta, e ci servano a persuadere che quando

112
Giorno prim o ^ M editazione Terza ^ Sopra l ’im portanza della salute

io penso, o dico ho un anima a salvare, sono al mondo per salvarmi, penso


e dico ciò che di più grande, di più importante, di massimo vi sia per me
sulla terra.
Un altro speciale motivo che ci deve impegnare nell’affare deir anima
sta riposto nella differenza che vi passa tra la salute nostra alla salute degli
altri; quando si dice che tanto il Sacerdote quanto il secolare ha un anima a
salvare, pare che sia lo stesso, e la cosa debba correre egualmente per tutti,
eppur non è così, e vi ha una differenza grande. Se il Sacerdote si salva la
sua salute è di maggior importanza, perché con essa avrà una gloria, un
paradiso più bello, più magnifico, se mai si danna la sua rovina più tre­
menda, l'inferno più terribile; chi ha una causa tra le mani, che tiene un
affare pendente va pensando al profitto, al vantaggio che ne avrebbe se lo
riesce, bilancia e misura il danno, che le può toccare se andasse a male, ed
a proporzione che spera, e che teme aumenta, o rallenta il proprio impe­
gno, le fatiche, gli incomodi, le spese. Faccia altrettanto il Sacerdote, pensi
per quello che spetta all’affare dell’anima propria, pensi al grado di quella
gloria che lo aspetta salvandosi, pensi al profondo, ed all’abisso di quella
pena, che lo sovrasta dannandosi, e poi decida e poi misuri qual dovrebbe
essere l’impegno per una felice riuscita; e chi mai tra gli uomini avrà a
sperare di più in Cielo, che un Eclesiástico: quel seggio di distinzione
che occupiamo nella Chiesa militante, stiam certi che io occuperemo pari-
menti nella Chiesa trionfante: nò che un paradiso comune, lasciatemi spie­
gar così, non è fatto per un Eclesiástico, per un anima scielta e grande,
generosa destinata ad alte imprese qual è quella d’un Sacerdote: i titoli, i
privilegi di cui Dio stesso lo favorì, la natura della sua vocazione, la gran­
dezza e quantità de’ meriti che si procaccia, le grandi e magnifiche pro­
messe che stanno registrate nelle sacre carte tutto le presagisce, le assicura
un posto, un seggio, una gloria sovragrande da sorpassar ogni altra: hic
erit magnus in Regno Coelorum4 così sta scritto del vero Sacerdote, sarà
grande tra grandi in Cielo, che vale a dire la sua grandezza eccederà tutte le
altre. Io non parlo qui della sua dannazione, vi dirò solo questo pensiero:
volete sapere l’abisso ed il profondo della sua rovina misuratela a rigore
dell’altezza di sua caduta. Nessuno può cadere di più alto così nessuno ptrò
cadendo può sommergersi, può abissarsi più a fondo; impara adunque o
Sacerdote fratei mio da questi due punti di speranza; e di timore la grande
importanza della tua salute: se tu ti limiti a zelarla al pari anche di un buon
secolare, che zela la propria, segno è questo che tu non conosci abbastanza
la preziosità, la conseguenza, il valore
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

(2249) dell’anima tua, l’importanza di salvarla. Noi abbiamo a sperar di più,


noi abbiamo a temer di più che un secolare, dunque più di lui dobbiamo
impegnarci a salvarci. Vero è che più d’una volta i secolari ci confondono,
e siamo costretti a desiderare che certi Sacerdoti zelassero la propria salute
al pari di un buon secolare, ma ciò non toglie la verità, che andiam con­
siderando, la colpa e la confusione è del Sacerdote che non conosce, o
conoscendola non apprezza questo grande affare, e Dio non voglia che un
dì mentre il semplice cristiano godrà in Cielo il frutto della sua salute, il
Sacerdote non l’abbia a piangere all’inferno irreparabilmente perduta.
Un terzo motivo per impegnarci in questo massimo negozio sì è che
trattandosi della salute di un Sacerdote non si tratta solamente della sal­
vezza di un anima sola, ma di molte e molte. Sìa che si salvi un Sacerdote,
sia che si danni non si dannerà, né si salverà a solo: solo non entra in
paradiso, e solo d’ordinario non cade all’inferno: io sono Sacerdote, e nel
mio stato, nella mia qualità ho un anima a salvare come tutti gli altri con
questo divario però che se io la salvo, colla mia si salveranno molte altre,
se io la perdo chi sa quante altre andranno a perdersi colla mia. Ogni qual
volta vien ordinato un Sacerdote, di lui può pronunziarsi in qualche modo
quello che già profetizó il vecchio Simeone del divin Redentore: positus est
hic in ruinam et resurrectionem muhorum3: ecco un nuo quel Sacro pre­
lato che stende le mani può alzar la voce per dire ecco un nuovo Sacerdote,
ed ecco nella chiesa un nuovo segno di contradizione, ecco una nuova
pietra di salute, o d’inciampo per molti; o che questo Sacerdote corrispon­
derà all’alto fine della sua Vocazione, e terrà una condotta conforme alla
dignità del suo stato, ed allora una quantità di anime, « t i troveranno in lui
un impegno, uno stimolo, un mezzo, un occasione di salute, oppure che
tradirà il suo Ministero, e devierà da’ suoi doveri, e stiam pur certi che
con lui si perderanno molte anime. Grande e terribile verità ella è questa
fratelli miei, che fa gemere più d’un Sacerdote; finché si tratta dell’anima
propria, toccherà noi a pensarvi, il bene od il male che ne avremo sarà
tutto nostro che ne abbiamo la colpa, ma quando trascurando l’affare della
nostra salute, mettiamo in pericolo le anime altrui, ah fratelli che amaro
riflesso egli è questo! e perché sacrificar tante vittime al demonio, e perché
rubar tante anime a Dio, e perché procurarci tanti compagni nella nostra
eterna rovina? si aggiunga a questo, che se noi trascuriamo solamente la
nostra propria salute, potremo prima di morire venire a migliori senti­
menti, e rimediarvi, ma il male che abbiamo fatto alle anime altrui col

5Le 2, 33.

114
Giorno prim o - M editazione Terza ~ Sopra l ’im portanza della salute

trascurare la propria come faremo a porvi rimedio; e se qualcuna fosse già


all'inferno, se diversi non li vedremo più, se altri si trovano già perduti

dietro il vizio e non vi è più mezzo a richiamarli. Ah fratelli miei io lo (2251)


dico schiettamente che non vedo nella nostra qualità un motivo più forte
per impegnarci che questo: io ho un anima a salvare, e dalla salute di que­
st’anima va a dipendere la salute di molte altre: io debbo adunque salvarla
perché non altri non abbiano a perdersi per cagione mia, perché altri non
abbiamo a prendere in me occasione di dannarsi; e quel Sacerdote che
non calcolasse sì fatto riflesso egli è in pericolo di aver un dì a sostenere
amari rimproveri, e crudeli rimorsi. Mettiamoci adunque in un santo e
forte impegno, e se poco cr eale facciamolo per l’anima propria, per quella
gloria speciale, per quel paradiso più bello che la attende, ma facciamolo
ancora per poter così salvare molti altri, e procurarci così più compagni, e
più testimoni della nostra gloria.
Se vogliamo ancor altri motivi che mai saranno troppi in un affare di
tanta importanza, io direi ancora che ci deve spingere a particolar vigilanza
ed impegno 1° la brevità del tempo che ci è concesso, 2 le guerre che deb­
biarli sostenere, per ben riuscirlo, 3 finalmente il poco ajuto che noi Sacer­
doti possiamo prometterci dagli altri in questo affare. Sono al mondo etc.

Sono al mondo per salvarmi, ma debbo pensare che non ho tempo a (2252) 2
perdere, quel D io, che mi affidò un sì gran negozio, mi fissò insieme il
tempo per a doverlo trattare. Chi sa, Signori miei, quanto tempo rimarrà
ancor a ciascuno di noi per provvedere, e salvare l’anima sua; chi sa se
avremo ancor molti anni, oppur pochi,-oppure che per qualcuno -non vi
siano più che mesi, eh!... niuno di noi lo sa, Numerum dierum meorum
quis est, ut sciam quid desit m ihi. Psalm. 38.5.
Solo sappiamo tutti quanti, che per m olti -batte l’ultima ora giornal­
mente finisce questo tempo per una quantità di persone; sappiamo ancora
che per tutti va scorrendo ogni giorni, e per m olti finisce termina nel fior
degli anni, nel meglio dei lor progetti, e mentre si speravano ancor lunghi
•¿imi lunga vita6.

II testo contìnua con le seguenti righe cancellate: Questo si lo sappiamo, nessuno lo può
ignorare, e la storia de’ tempi passati, come la continua esperienza non ce ne lascia dubi­
tare; ora io dico: siamo anche noi nello stesso pericolo, e la sorte degli alteri può essere la
nostra, tanto più che è fisso il numero de’ nostri giorni, e toccato appena il termine, non
vi sarà più scampo, non vi sarà più speranza di dilazione, o di mora.

115
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Una persona che abbia pendente un grande affare, se sa che abbia a


decidersi di giorno in giorno non si può più dar pace, vive in una conti'
nua ansietà, risparmia né a fatiche, né a spese, supplica, prega, raccomanda
onde averne un esito felice; noi siamo nel caso: abbiamo pendente il più
grande affare del mondo, che è quello dell’anima nostra, ogni giorno, ogni
m om ento si può decidere, ogni momento può uscire quella gran sentenza,
che fisserà la nostra eterna sorte, e noi avremo cuore di perdere quei prc-
ziosi momenti, che la bontà del Signore ci vorrà ancor concedere; andar
avanti coi conti aggiustati chi sa come; ma e dove è la prudenza, dovè il
consiglio, sì potrebbe dimandar a tanti, ubi est prudentia, ubi est consi-
lium ma io direi di più, dove è la fede, possibile che si creda ad un anima
immortale, e si viva così7?
N on dorme già il nostro nemico che sapendo d’aver numerato il tempo,
si scatena in furore onde averne la vittoria: venit diabolus habens ìram
magnam sciens quod modicum tempus habet8; questa verità fa per ogni
epoca del viver nostro, giacché la nostra vita in qualunque punto si con-
sideri è sempre breve, e tende rapidamente al suo fine. Almeno questo
nemico ci venisse ad assalirci in massa, ma no capitani quai siamo di questa
spirituale milizia ci prende di mira dice S. Gerolamo, ci fa una guerra par­
ticolare, e più accanita. Com e fa il demonio, così il mondo, la perdonerà
questo maligno ad un secolare, ma non aspettiamoci che la perdoni ad
un Sacerdote, dal punto che abbiamo indossato questa divisa siam dive-
nuti suoi nemici, ci intimò la guerra, e ci fa d’uopo sostenerne lo sconto
(scontro) fino al termine del viver nostro. N on voglio dire con ciò di sgo­
mentarci, e darla vinta, no, ma bensì star avvertiti del nostro pericolo,
e fare come fa un buon soldato che allorché cresce l’impeto del nemico,
aumenta, raddoppia la forza ed il coraggio; tanto più che in questa batta­
glia e nella trattativa di questo grande affare non possiamo affidar la nostra
causa ad altri, e nessuno può fare le nostre veci, non v’è personaggio al
mondo che in questo possa fare per intiero le mie parti; anzi etc9.

7 L’originale rimanda, qui ad alcune righe scritte nella pagina a fiorite.


BAp 12,12.
5 L’originale continua con alcune righe cancellate: Si potrebbe ancor scusare la negli­
genza di costoro quando non curandosi loro, potessero lasciar altri a pensarvi in vece sua,
come si può fare negli affari di questo mondo; ma nò è questo un affare, a così spiegarmi
non ammetto proccure, non v’è personaggio al mondo che in questo possa far la vece
mia.

116
Giorno prim o * M editazione Terza - Sopra l ’im portanza della salute

Anzi quand’anche si mettesse tutto il m ondo a mio favore, non arri- 12254) 6
verebbe senza di me a salvar l’anima mia. Posso lasciar chi m i accudisca
i fondi, posso trovar chi maneggi i miei negozi, posso affidare ad altri
l’aquisto d’un fondo, il conseguimento d una carica, la cura, la difesa del
mio onore, fino della mia vita, ma non trovo già chi possa salvare per me
l’anima mia; è questo un interesse che va trattato tra me, e D io, e se io non
vi penso, nessuno vi pensa per me. Questo è vero per tutti, ma in particolar
maniera si avvera di noi Sacerdoti; se v’è persona al m ondo che nell’affare
della sua salute sia totalmente abbandonata a se stessa siamo noi Sacerdoti,
poiché, quand’anche sia vero che tocca a ciascuno a salvarsi l’anima pro­
pria, tuttavia trattandosi d’un laico, e d’una persona di mondo, se costui
non si da cura dell’anima propria, e viva spensierata, vi sono sempre per­
sone che per dovere, o per carità cercano di ridurlo sul buon sentiero, il
padre, la madre, se sono giovani, un parente un buon amico, se non altro
un buon pastore, che sta attento alle sue pecorelle un giorno o l’altro non
lo perderà di vista, ma per noi Sacerdoti, noi, Signori miei, chi ha coraggio
di avvisarci se non facciamo bene, se noi dimentichiamo l’anima nostra chi
s’accosterà per ricordarci che abbiamo un anima da salvare, eh!... è Sacer­
dote, deve sapere il suo dovere, tocca a lui a pensarvi, lo sa dire agli altri,
e via... si ciarlerà dietro di noi, ma frattanto ognuno si stringe alle spalle,
nessuno si mischia, non si trova chi ci voglia usarci questa carità, e dirci
schiettamente, si ricordi don tale che ha un anima da me, saprà che vi
è anche l’inferno per i Sacerdoti, eh!... nessuno certamente si arrischia a
tanto: alle volte perfino il Confessore non si tiene obligato di dirci quello
che in simili circostanze direbbe ad un laico sul riflesso, eh?... è Sacerdote,
deve sapere il suo dovere, eh?... dal saperlo al farlo vi è un gran passo10;

Oh! qualcuno può dire: io ho molte persone che pregano per me, eh! (2253)
io mi consolo, ma osservo che le preghiere degli altri non ci dispensano
d’ordinario dalla nostra cooperazione, e non devono diminuire la nostra
vigilanza; e poi io chiamerei si prega molto per noi Sacerdoti, io penso di
no, perché il m ondo è composto di buoni e di cattivi; i cattivi pregano
nemmeno per loro, onde non pensano a pregar per gli altri; i buoni poi
hanno un idea tanto favorevole di noi Sacerdoti che quasi credono noi non
averne bisogno, epperciò facilmente si dispensano, opinione certamente

10 II testo continua con alcune righe scritte nella pagina a fronte.

117
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

che ci fa onore, ma che soventi ci confonde e quasi sempre ci fa perdere.


Sicché fratelli miei etc.

(2254) 6 Sicché, Signori miei, lo ripeto, e non finirei di ripeterlo, se non pen-
siamo noi, ma noi a salvarci l’anima, nessuno propriamente vi pensa; ed
è perciò che troviamo così frequente raccomandata ai Sacerdoti di non
dimenticar se stessi, e d’aver cura dell’anima propria; già si sa nel vecchio
Testamento quanto era raccomandato a que’ Sacerdoti di proccurare di
essere santi; nel nuovo Testamento poi l’Appostolo S. Paolo volendo infor­
mare il suo diletto Timoteo per l’Appostolico Ministero innanzi tutto, ed
avanti tutte le cure, che le raccomandava

(2255) 7 e de’ giovani, e de’ vecchi, e delle figlie, e delle vedove, innanzi tutte gli
mette per la prima la cura dell'anima sua: attende tibi11. Il Venerabile servo
di Dio Tommaso a Chempis nel suo aureo libro De imitatione Chris ti, si
può dire che quasi in ogni pagina non fa che battere questa importante
verità, e comincia dal dire, qualunque sia la tua occupazione proccura che
vi sia sempre il tempo necessario per attendere a te stesso: quaere aptum
tempus vacandi tibiJ2; ma non si contenta, e ritornando sullo stesso punto,
vigila super te ipsum, si fa a dirci, te ipsum cxcita. te ipsum admonc, et
quidquid de aliis sii, non negligas te ipsum13: anzi ricordati che il primo
zelo ha da essere verso te stesso: habe primo zelum super te ipsum, e
perché si replicati avvisi, perché tanta raccomandazione? perché? Sentia­
molo; perché sappi continua il servo di Dio, perché è meglio viver nasco­
sto, e attendere a noi stessi, che negligentarci e far anche miracoli: melius
est latere, et sui curam agere, quam se neglecto signa facete14; ed io stimo
da più un vile rusticano, che serva al suo Dio, che un alto, e superbo filo­
sofo, che consideri il corso delle stelle, ed intanto trascuri se stesso: melior
est humilis rusticus' qui deo sérvit. quam superbus philosophus, qui se
neglecto cursum codi consideret15.
S. Bernardo poi fa maraviglia la libertà, e la franchezza ed il calore con
cui parla su questo punto ad Eugenio papa: era pur il Supremo Gerarca
della Chiesa, il Vicario di Cristo, eppur si stimò bene di compor un libro
quasi non per altro che per ricordargli una sì fatta verità. Il primo pensiero

11 1 Tini 4,16.
12 De imitatione Christi, I, XX, 1.
13 De imitatione Christi, I, XXV, 11.
14 De imitatione Christi, 1, XX, 6.
15 De imitatione Christi, I, II, 1.

118
Giorno prim o ** M editazione Terza ^ Sopra l ’importanza della salute

sia sempre rivolto a te stesso: a te considerado inchoet...16 perché che ti


gioverebbe se salvassi l’universo intiero perdendo te stesso. Se ti tengono
per sapiente, non lo sei ancora, se non sarai sapiente per te stesso: si sapiens
sis, des tibi ad sapientiam. si tibi sapiens non fueris se vuoi sapere quanto
ti manchi per esserlo, te lo dirò, ed a pensier mio ti manca tutto: quantum
vero deest ut quidem ego senserim. totum epperciò proccurati di tenerti
un luogo a parte, in cui come in porto ti possi di tanto in tanto ricoverare
dalla gran corrente degli affari, che ti opprimono: eligatur tibi aliquan-
tulum remotus locus. in quem veluti in portum quasi ex multa tempestate
r.nrarum te recipias17. Tu sei un uomo di tutti, gli continua a dire, ma proc-
cura di esserlo ancor per te stesso, perché ti gioverebbe esserlo per gli altri,
e non per te: si es homo omnium, esto etiam tui: alioquin quid tibi pro-
derit. si universos lucreris. te ipsum perdas?18. Signori miei, si belle lezioni
meritano di troppo la nostra attenzione; noi non siamo circondati, è vero,
dalle cure

e dagli affari d’un pontefice, ma non ci mancano anche le nostre occu- (2257) s
pazioni, anche noi nel nostro stato siamo uomini di tutti, ma deh! approf-
fittiamo di un sì bel’avviso, proccuriamo d’esserlo prima per noi, facciamo
in modo che in tutti i giorni vi sia qualche cosa per noi, e ciò sia detto non
solo per chi consumasse il suo tempo in bagatelle, ed in faccende tempo­
rali, ma anche per chi lavorasse da mattino a sera per le anime; io penso
che S. Bernardo abbia scritto, e dato quelli avvisi non già perché temesse
che perdesse inutilmente, ma bensì sul timore che le sue occupazioni per
il bene della Chiesa gli togliessero il tempo per il bene dell’anima sua, e lo
da a conoscere mentre gli dice: che ti gioverebbe salvar tutti gli altri, e
non salvar te stesso; sicché non può essere scusa sufficiente per dispensarci
dal pensare a noi stessi le continue nostre occupazioni per le anime, e poi
sarà mai vero zelo quello che ci porta a dimenticar noi medesimi, perché
il vero zelo, la vera carità, per esser tale deve essere ordinata, e quest’or­
dine vuole che il primo luogo l’abbia l’anima nostra, e che sorta di zelo,
di carità sarebbe mai quello che mentre manda gli altri avanti per la strada
del Cielo, ci ferma noi sul passo anzi ci facesse ancor ritornar addietro: si

16 S. B e r n a r d o , De Conridemtione, II, III, 6 , in Opere, I, Milano 1984. Le due cita­


zioni seguenti provengono dallo stesso paragrafo, ma sono riportate in modo erroneo dal
Cafasso. Esse suonano cosi nel testo di san Bernardo: «Si sapiens sis, deest tibi ad sapien­
tiam... quantum vero deest? ut quidem ego senserim, totum».
17 Ibidem.
18 De Consideratione, I, V, 6.

119
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

studia, si predica, si confessa, s’intraprendono mille facende or per questo,


or per quello, mai un momento, e tutto anche con buon fine, se volete, ma
frattanto come stanno i conti del cuore, che profitto si fa. Eh?... come sue-
cede in pratica alle volte quando si hanno tante occupazioni, si assumono
tante brighe: le pratiche di pietà, ed anche quelle che sono quasi indispen­
sabili in un Sacerdote, come sarebbero la Meditazione, un po’ d’esame di
coscienza, andiam dicendo, o che si om ettono, o si abbreviano, o si fanno
alla meglio: quindi non vi è più quella purità d’intenzione, che v’era prima,
v’entra già qualche cosa di umano in vista, non si prega, non si celebra
più con quel fervore, con quella gravità di prima, si comincia far il prete
per mestiere, non vi è più quella purità di coscienza, si comincia a passar
sopra alle cose piccole. Ohimè: habe primo zelum super te jpsum: vien qui
troppo acconcio ravviso: via si sistemi diversamente la vita, si trinciano
le occupazioni, ma si pensi allo stato dell’anima propria: vigila super te
ipsum, te ipsum excita. te ipsum admone, et quidquid de aliis sit. non
negligas te ipsum perché è questo un affare tutto tuo, un affare di t anto
rilievo che se mai la sbagli, non sei più in tempo, irreparabile ne è la rovina.

19 L’originale contìnua con un lungo testo cancellato: H o un’anima da salvare, mi tocca


di salvarla tra mille pericoli, non ho che pochi giorni per questo affare, sono già tanti
quei die ho perduti, sono quasi al fine colle mani vuote, eppure guai a me se la perdo,
ho perduto tutto in questo mondo, e quel che è peggio senza speranza di rimediarvi mai
più; ho un’anima sola, da_salvate e questa perduta non ne ho più un altra da salvare; ho
un anima, che perduta una volta è perduta per sempre; ad un negoziante che fallisca un
negozio vi è la speranza dì riuscirne un altro; -ad un povero contadino, che fa la raccolta si
consola col pensiero di un altra più abbondante; ma se perdiamo l’anima, Signori miei, è
finita, ella è sola, e con lei muore ogni speranza; in una famiglia, che vi sia un unico figlio,
oh quanta cura se ne ha, si può dire che è la gioja di tutti, si ha tutta l’attenzione possibile,
non si risparmiano né cure, né spese p d suo bene, e guai che venga ad ammaliarsi, guai
che minacci, tutta la casa è sossopra, non v’è più cosa die consoli, né roba, né comodi,
ma tutti in continuo lamento, e sospiro: ma perché? ed è tanto raro che si muoja anche
giovane; ma padre, si sa dire in tali occasioni, non si ha altro figlio, è solo, è l’unico soste­
gno, è la sola speranza, se manca si può dire che con lui manca tutto: bene, Signori miei,
ma perché non si ragiona in tal modo dell’anima: oh!... se si potesse far giungere questa
parola alle orecchie di tanti che sono nel mondo, oh ciechi, e spensierati, si potrebbe dir
loro, e non pensate che avete un anima da salvare, guai se la perdete, ella è sola per voi
tutto è perduto, perfino ogni speranza, perché perduta una volta è perduta per sempre:
ubi ceciderit, ibi erit. Periisse semel aeternum est, non vi saranno più né tempo, né prie-
ghi, né lacrime da potervi rimediare: periisse semel aeternum est. Io non vi trattengo di
più a richiamarvi alla mente una verità si conosciuta, solo io vi chiamo con me ad un
riflesso: portiamoci col nostro pensiero a quel di che chiuderà la nostra vita, figuriamoci

120
Giorno p rim o ^ M editazione Terza ^ Sopra l'importanza della salute

Lasciate fratelli miei che io chiuda questo importante argomento con (2258)

un riflesso che darà seria materia di meditazione per tutti, portiamoci col
nostro pensiero là a quell’ultimo giorno di nostra vita, là a quel punto in
cui daremo un addio a tutto questo mondo, e saremo per partire per la
nostra eternità: che ci gioverà in allora l’aver passati tanti anni di sacerdo­
zio, l’aver condotta una vita anche comoda in una occupazione di nostro
genio, in un luogo di nostra scielta, se la gloria di Dio, se l’anima nostra ne
avesse perduto? che ci gioverebbe aver contentato i parenti, aver secondato
le loro mire terrene, aver radunato anche roba, se poi dovessero finire i
nostri giorni con pene e rimorsi? che ci servirebbe esser giunti a quell’im­
piego, aver atteso a studi più dilettevoli che utili, aver avuto fama di eru­
diti, aver eccitato anche un nome della nostra persona se poi infine ed a
quell’ora fosse in pericolo la nostra salute? che gioverebbe dico? Fatto del­
l’altra Meditazione - secolari: moriva una persona etc. Ma qualcuno forse
può dire: oh! se si fermo avessero a fare sempre tante considerazioni, si
farebbe più niente a questo mondo, e si passerebbe sempre la vita a medi­
tare: si potrebbero a ciò dare tante risposte ma io dico solo, o farli in vita
sì fatti riflessi, cotesta meditazione, o che ci toccherà farla in morte, e cre­
dete voi che sien pochi non solo tra secolari, ma anche de’ Sacerdoti che
finiscono in questi tristi pensieri i loro giorni; noi che siamo testimoni e
depositari degli ultimi sentimenti con cui muojono le persone ed anche
Eclesiastiché più d’una volta l’avremo veduto, e toccato con mano: non
useranno sempre le stesse parole, che ho usato io adesso, ma l’occhio con
cui ci guardano in quel punto, i sospiri, e gemiti che mandano dal cuore,
quelle sortite paurose ed affannose che ci fanno parlano abbastanza chiaro,
e ci fanno conoscere lo stato doloroso del loro interno: sicché io ripeto o
farla adesso questa meditazione, o che ci toccherà farla al letto di morte, o
per sempre e senza frutto alfEternità: quante persone la staranno facendo
a quest’ora, sul fine dei loro giorni,

di trovarci sul letto di nostra morte, e là sul punto di partircene da questo mondo diciamo
un po’ a noi stessi: che ci gioverà in allora Tesser vissuti tanti anni, essere stati i più fortu­
nati del mondo, i più felici, esser giunti a quel tal impiego, l’aver spuntato quel impegno,
se verremo a perder l’anima; che ci gioveranno i comodi, gli onori, i divertimenti se un
di con essi perderemo ancor l’anima; Quid prodest homini. si mundum universum lucre-
tur, anima vero sua detrimentum patiatur [Mt 16,26] O h quante persone per non averla
meditata in vita, l’hanno dovuta meditare e piangere sul letto di morte.
Questo brano è sostituito da un altro scritto nella pagina a fronte, che viene riportato nel
testo.

121
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(2259) e sa quanti altri a quest’ora la piangeranno la faranno aH’Inferno,


con quelle dolorose parole rapportate nel divin libro della Sapienza: Quid
profuit nobis superbia, quid contulit divitiarum jactantia, transierunt
tamquam umbra omnia illa2Q. Castigo ben degno egli è questo, che chi
non vuol saperne di questa verità nel tempo, vi pensi poi, e lo debba meri­
tare poi all’eternità; o dire adesso: che mi giova, oppur che un dì dovrò
anche io dire assieme a tanti infelici: che mi giovò. Ma se lo sbaglio in altro
genere, sarebbe poca cosa, Signori miei, in questo sarebbe troppo grande,
e dove uno sbaglio più grande al mondo che perder l’anima, e perderla per
sempre21;
(Altro fatto etc. Vi erano due figli...)

(2261) io Moriva S. Alfonso de’ Liguori quando si presentò al letto di morte un


suo nipote che colle ginocchia a terra, e colle lagrime agli cocchi lo pregava
di qualche ricordo per sua memoria di un sì gran Zio: Nipote mio, rispose
il santo già quasi moribondo, la memoria che ti lascio è questa, che ti salvi
l’anima e non fc gran tempo che si-fesse. Si legge negli annali della propa­
gazione delle fede (1842. fase. 83) d’un padre, che trovandosi tra ferri e
vicino alla morte per la confessione della propria fede, fù visitato da due
suoi figliuoli. E in quest’ultima e sì cara occasione non potè credè poter
loro raccomandare altra cosa più importante, che questo rilevantissimo
affare: figli miei, stringendoseli al seno disse loro, il vostro padre sta ormai
per morire; udite l’estrema mia raccomandazione, e ripetetela in nome mio
a tutti Ì vostri fratelli: ricordatevi che avete un anima sola...
Quante volte l’avrem annunziata noi dal pulpito questa verità, quante
volte, ed a quante persone l’avremo noi detto nel tribunale di penitenza, a
certe anime principalmente più trascurate, ed indolenti... ma pensi che ha
un anima, che le gioverà infine se verrà poi a perdersi; oh! quante volte avrà
un dì a pentirsi, ed a piangere un tanto male. Ma lasciamo, non è questo il
tempo di pensar ad altri uopo è pensar a noi, figuriamoci in questo punto

20 Sap 5,8.
21 E testo prosegue con il seguete brano barrato: e voglia pur Iddio clic nessuno di noi
l’abbia a provare un di; ma per non averlo a provare, uopo che si pensi davvero: mettia­
moci bene in mente questa gran verità, che non abbiamo altro affare al mondo che quello
di salvarci, abbiamo da salvare un anima, e va salvata ad ogni costo: pereat mundi liicnim.
si perda pur la roba, la sanità, la vita stessa, ma per pietà non si perda l’anima. Maestà,
disse una volta S, Nilo all’imperatore Ottone, si ricordi che ha un anima, ella è più pre­
ziosa che tutto il suo Impero, le dimando questa grazia che proccuri di salvarla.
Giorno prim o - M editazione Terza ^ Sopra l ’importanza della salute

che non vi sia altra anima da salvare che la nostra, e ci si dica a ciascun di
noi quello che abbiamo detto agli altri non è un santo, non è un' Confessor
della fede che parla, è Iddio stesso che da quel Tabernacolo, da questa croce
ci fa sentire le dolci, e secrete sue voci22:

è quel Dio che più d’ogni altro desidera che si salvi il suo Ministro. (2260)

Una grazia ti domando, o figlio mio, una memoria io ti lascio: ricor- (2261) io
dati che hai un anima a salvare, ricordati che hai un’anima sola e pensa
che va salvata ad ogni costo. Stampiamoci in mente, ed in cuore, Signori
miei, si gran verità, sì importante lezione, che più grande non se ne trova
al mondo, portiamola sempre con noi per ricordarla soventi a noi stessi, e
per poterla dire con calore, e con frutto a tutte quelle anime che il Signore
manderà ai nostri piedi23.

Non v’è sentenza, non v’è massima né più utile, né più grande, né più (2260)
degna di risuonare sulle nostre labbra che questa: v’è un anima e pensi, e
si ricordi che va salvata, salvata al più presto, salvata ad ogni costo: egli è
questo si perda la roba, si perda la Sanità, si perda la vita stessa, ma non si
perda l’anima: o ricco o povero, o onorato o disprezzato, da morir presto,
o morir tardi niente importa, ma si salvi Tanima. E perché? perché egli
è questo il primo, il massimo, anzi l’unico affare del mondo arrivar a sal­
varsi. Festina adunque, o Sacerdote, festina et salvare: salva, salva animam
tuam.
Laus Deo et B.V.M.

22 Qui l'originale rimanda brevemente alla pagina a fronte.


23 Ancora l ’originale rimanda alla pagina a fronte; il testo sostituisce il seguente: salvatevi
l’anima, si ricordi che ha un anima da salvare diciamo pur frequentemente, proccuri di
salvarsi l’anima, è questo il primo, il più grande, anzi l’unico affare del mondo arrivar a
salvarsi: salva, salva animam tuam. Festina et salvare.

123
Primo Giorno degli Esercizi (1859)

Meditazione Prima
Sopra il fine dell’uomo

Meditazione l a Sopra il fine dell’uomo ( 1861 ) 1

Grande Iddio io mi presento dinnanzi a Voi, e prostrato avanti la vostra


divina Maestà io vi confesso, e vi adoro per mio Dio, mio Creatore, mio
padre. Permettetemi, o Signore che in questi giorni io mi trattenga, e parli
con Voi, sì lasciatemi godere della vostra divina conversazione: ah! mio
Dio, parlate, ma parlate chiaro al cuore d’un vostro servo, d’un vostro
Ministro, che cerca, e che brama di sapere, di eseguire la vostra santa ed
adorabile volontà: Loquere Domine, vi dirò col buon Samuele, quia audit
servus tuus1. O Maria a voi mi rivolgo, Voi prego o cara Madre di sacerdoti
a farmi sentire le vostre voci assieme a quelle del vostro caro Gesù. Angelo
Custode, santo titolare di questa Chiesa, Angeli e Santi tutti del Cielo etc.

Esordio

Io mi presento [consolo di essere tra]2 a Voi, Sacerdoti fratelli miei non già
per farla da predicatore, molto meno che oratore eloquente, ma piuttosto
io vengo ad offrirmi per essere, e per farvi da compagno per a godere con
voi del ritiro di questi giorni3:

* (fald. 45 ¡fase. 79; nell’originale 1859-1893)


1 1 Sam 3,9-10.
2 Nell’originale le parole che noi poniamo tra parentesi sono scritte sopra la riga, ma nes­
suno dei due testi è stato cancellato dal Cafasso.
3 A questo punto il Cafasso inserisce una nota intendendo introdurre qui il testo che egli
scrive nella pagina a fronte.
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1860) se riesce assai dolce, e consolante anche nel mondo agli amici e cono­
scenti del mondo il trovarsi assieme uniti, conversare, e sollevarsi tra loro:
quanto più lo deve esser dolce e consolante per noi il trovarci qui radunati
in questo luogo come in una sola famiglia noi, amici e compagni di voca­
zione, e di ministero, noi fratelli e compagni noi partecipi di comuni con­
solazioni, ed4 angustie; noi Ministri e V.gerenti del Medesimo Dio, desti­
nati allo stesso scopo, mandati nella stessa vigna, a trattar la stessa causa, a
curar li stessi mali, a medicar le stesse piaghe; noi qua fuori dello strepito
del mondo, lontani dalle brighe del secolo e sulla vetta di questo monte
quasi altrettanti Mosè a conversar col Signore: noi qua venuti per far un
solo de’ nostri cuori, confidarci le nostre pene, aprirci le nostre paure, e
timori, aiutarci, confortarci l’un l’altro: oh che giorni, oh che vita sarà la
nostra di questi di di lume, di pace, di sollievo, e di conforto. Se i Sacerdoti
e Leviti ritornati da schiavitù, trovatisi di nuovo riuniti nel tempio a cantar
le lodi del Signore, ad esercitar il proprio loro ministero, non poterono
trattenersi dall’esclamare ciò che noi ripetiamo nell’ufficio e ne1Salmi: ecce
quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum3: e perché non
potremo ripetere anche noi in quest’oggi ripetere a somiglianza loro: o
quanto ci sarà utile, e quanto ci sarà consolante il vivere assieme di questi
dì. Epperciò io non voglio farla tra voi da predicatore, ma piuttosto da
amico, da compagno per godere assieme a voi dell’utile, e della dolcezza di
questo tempo cosi necessario per noi Eclesiastici; ed infatti se v’è persona
che

(1861) l se v’è persona che abbisogni di sequestrarsi qualche volta dal rumore, e
dallo strepito del mondo Egli è certamente un Eclesiástico. E impossibile
concepire, immaginarsi un Sacerdote di virtù, di zelo, di spirito, in una
parola un sacerdote di nome, e dì fatti senza l’ajuto del ritiro, della quiete,
della solitudine, e quello che tutto comprende, ed importa senza l’uso della
meditazkmcre. Io non mi fermo a ragionarvi su questa verità, perché già vi
fu detta, e d’altra parte è tanto patente che credo noi tutti ne saremo per­
suasi6. Io entro bentosto perciò in quel gran campo di pensieri, di riflessi,
di Meditazioni che ci aspettano in questi giorni, e darò principio con

4 Alcune parole cancellate: disgusti, di lodi e persecuzioni.


5 W 132,1.
6 Frase cancellata: penetrati adunque di questa grande necessità per tutti indistinta­
mente.

126
Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prima * Sopra il fin e dell’uomo

quella Massima, che noi tutti sappiamo, ma che nessuno di voi potrà mai
abbastanza studiare, qual’è il fine deH’uomo. massima che forma la base, il
fondamento, la radice di tutto quel bene che spero faremo in questi giorni,
e per tutta la nostra vita avvenire. Il dottore S. Bernardo abitando il suo
eremo usava di ricordare soventi a se stesso il fine per cui era entrato in
Religione, e nel chiostro: Bernarde ad quid venisti7. Se la noja, l’abbat­
timento, la dissipazione tentavano di entrare in quell’anima grande, era
questa l’arma che il Santo teneva per sua difesa, la memoria, la ricordanza
di quel giorno, e di quel fine, che l’aveva portato colà. Lo stesso ripete,
inculca il divoto Autore dell'imitazione di Cristo: Cogita frequenter ad
quid venisti8: se un Monaco lontano da tanti pericoli, e provvisto di tanti
ajuti abbisogna di rammentar soventi il suo proprio fine, che sarà, e che
dovrà dirsi di un Eclesiástico che vive esposto nel mondo ad ogni sorta di9
dissipazione, attorniato e stretto da tante lusinghe e pericoli? e a dirvela
francamente, fratelli miei fin da questo primo giorno io temo assai di quel
Sacerdote, che non entri qualche volta in se stesso, e si dimandi... ma che
fo io a questo mondo, qual’è la mia vita, qual’è il mio fine, e quale sarà
il mio termine Credetemi, fratelli miei, Ma è verità confermata da giorna­
liera esperienza che tutti i disordini

tanto di secolari, come, di Sacerdoti provengono appunto dal non rac- (1864) 2
cogliersi e da questa mancanza di riflessione: guai a quella persona, guai
all’Eclesiástico che non pensa10.

Due cose io imprendo a considerare con voi in questa prima Medita- (1862)
zione: 1 qual sia cioè il nostro fine sulla terra, e che cosa esso importi
richiegga e voglia da noi; 2. i principali quali motivi principalmente che
ci debbano impegnare a corrispondere, a compiere questo fine. Lo spec­
chio, e la considerazione di questa gran massima ci metterà alla portata
in posizione di far un giudizio della nostra vita passata, e dei bisogni, che
corre ciascun di noi in questi giorni; i sentimenti che sveglierà nelle nostre

7 G u g l ie l m o d i S . T h ie r r y , Vita, I, I, 4 (PL 8 5 ) .
8 De imitatione ChristU I, XXV, 1.
9 Una parola cancellata illeggibile. In questo testo ci sono varie cancellature con tratti di
penna pesanti, che rendono spesso indecifrabile la scrittura barrata.
10 Qui il Cafasso pone una nota, intendendo inserire uno dei testi, scritto nella pagina a

127
Esercizi Spirituali ai Clero - Meditazioni

menti, e ne’ nostri cuori saranno già una misura, ed una caparra dell’esito
di questo ritiro. Fratelli etc.11.
Cotesto tratto si ometterà quando chi fa la Meditazione avesse fatto
Tlntroduzione.

(1864) 2 Fratelli miei Dio ci ha chiamati a questo luogo per parlarci al cuore, e
stiamo certi che ci parlerà12:

(1863) Iddio fece con noi quello che ha fatto già con Mosè quando volendo­
gli associare alcuni compagni pel reggimento del popolo, gli ordinò che li
radunasse davanti al Tabernacolo, e che egli sarebbe sceso m tra mezzo a
foro, per parlar loro, e per far loro sentire e conoscere la propria volontà, e
comunicar loro il proprio Spirito. Congrega mihi viros de senibus israel...
duces eos ad ostium tabernaculi faciesque ibi stare tecum... ut descendam
et loquar. Num. 11.16. Un altrettanto come dissi, fece il Signore con noi;
Egli ci ha chiamati ci ha posti a reggere il popolo Suo sotto la dipendenza
de’ nostri superiori, e per bocca loro ci ha radunati in questo luogo e
quasi loro impone di radunar in questo luogo: congrega mihi viros. abbino
pazienza di fermarsi alcuni giorni. Faciesque ibi stare tecum. e sai il perché?
perché io, si io medesimo voglio pormi tra loro, parlare, conversare con
loro perché sappiano, e conoscano la mia volontà: descendam. et loquar.
Sì, fratelli, il Signore parlerà etc.

(1864) 2 e ci parlerà forte, ci parlerà soventi, e quasi continuamente ci parlerà


nelle prediche e fuori, in Chiesa, in camera, di giorno, di notte; insomma

11 Qui finisce il testo afronte, che sostituisce questo testo cancellato: Io prendo la nostra
meditazione sotto due rapporti; il primo sarà: qual sia il nostro fine relativamente a questo
mondo; secondo: quale il fine, e l’oggetto di questo mondo istesso relativamente a noi.
Due grandi verità, che ci daranno materia di serii riflessi, e di grandi conseguenze.
Dopo il testo cancellato il Cafasso pone una nota, rimandando a ciò che scrive in una riga
scrìtta nella pagina afronte.
12 A questo punto con una nota il Cafasso intende inserire il testo scritto su un foglietto
incollato alla pagina afronte. Precedentemente però aveva scritto un altro testo, poi cancellato,
nella pagina afronte, che riportiamo qui in nota: Dio ha fatto con noi in questa circostanza
quel medesimo che già fece un di con Mosè, quando gli comandò di radunare i Sacerdoti
nel Tempio perché voleva discendere Egli stesso, parlar loro, fermarsi, trattenersi in loro
compagnia. Il nostro buon Dio fece un altrettanto con noi, e quasi come un comando
inspirò al Superiore nostro di chiamarci, e di invitarci in questo sacro luogo, e perché? ed a
che fine? Eccolo, perché Iddio vuol scendere tra mezzo a noi, vuol fermarsi, familiarizzare,
parlare con noi, e stiamo certi che lo farà, ci parlerà forte etc.

128
Giorno prim o degli Esercizi ~ M editazione P rim a - So/»«* il fin e dell’uomo

tutto ciò che ci circonda avrà una lingua per dirci una parola a nome del
Signore, stiamo certi, ripeto che Dio si tratterrà, e converserà con noi;
tocca a noi fratelli miei cari a non lasciar cadere in vano coteste divine
parole, a sentirle, a gustarle, a farne frutto; e per impegnarci ricordiamoci
che13 sono parole di vita, di pace e di quiete, e che una sola consola di
più che non tutte le cose di questo mondo: pensiamo che cotesto parlare
d’ordinario non si sente in mezzo al mondo, e chi lo vuole provare deve
approffittarsi di questi giorni, e di questa solitudine, pensiamo in fine che
coteste parole possono essere per noi le ultime di nostra vita. Coraggio
adunque, Signori miei, imprendiamo questi santi Esercizi magno ac libe­
rali animo come dice S. Ignazio, e sia questo giorno destinato ad allargare
il cuore a grandi speranze, a grandi desideri. Noi non sappiamo le mire
che abbia avuto Iddio nel chiamarci a questi santi Esercizi, ma certo che
saranno degne di lui, è proporzionate all’altezza della nostra vocazione;
così noi non dobbiamo porre limite alcuno, nessuna riserva, nessuna ecce­
zione a tutto ciò che Dio sarà per volere da noi14;

Signore fatemi conoscere la vostra volontà, perciò ripetiamo soventi: (1862)


doce me Domine voluntatem tuam - notum fac finem meum15

ed a misura che sarà più aperto, largo il nostro cuore, più estese le nostre (1864) 2
mire, più grande la nostra confidenza, più copioso parimenti, e più dure­
vole sarà il bene, il frutto del nostro ritiro, delle nostre considerazioni.
Cominciamo16.

13 Una riga cancellata: consola, e solleva di più. una parola, una voce al cuore di questo
Dio, che non.
14 Ponendo un asterisco il Cafasso vuole introdurre due righe che scrive nella pagina a
fronte.
15 Sai 142,9; 38,4.
16 L’originale riporta qui un lungo testo interamente cancellato. Lo si trascrive di seguito:
Se io sono a questo mondo, è un favore, un vantaggio tutto mio, né il Signore né questo
mondo avevano bisogno di me. Se io vi sono, e mi trovo su questa terra, lo debbo a nessun
altro fuorché a Dio. Vi era già un tempo questo mondo, v erano paesi, v erano città, sì ma
io non c’era. Ogni cosa camminava, vera gente capace per tutto, chi per lavorare, chi per
insegnare, chi per maneggiare gli affari anche più difficili, eppure tutti si faceva senza di
me, nessuno ne scapitava, e non vera perciò un vuoto al mondo: vuol dire adunque che
io più io meno a questo mondo non solo vuol dir poco, ma un bel niente; se ha fatto tanti
secoli senza di me, certo che poteva fare parimenti per qualche anno, che può durare la

129
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

(1866) 3 Non restiamocr però quà-fratelli miei, entriamo a dentro a quella mente
divina, dove abbiamo avuto la nostra origine per vedere, per esaminare il
gran perché della nostra Creazione: Creatus est homo a Deo, ut Dominum

mia vita. Sì fratelli miei; noi crediamo nei luogo, in cui siamo, con quei po’ di talento, di
capacità, di roba, che abbiamo di fare un onore, ed un vantaggio a questo mondo a vivere,
e che colla nostra morte abbia a restare in quel paese, in quel luogo un vuoto dietro di
noi, e che questo mondo abbia a lamentare la nostra perdita, no, togliamoci queste idee
dal capo: se facciamo un po di bene, se ci pare d’averne qualche merito, è un onore che
Dio ci ha voluto fare, se il mondo lo riconosce, è una gratitudine, che ci vuol usare, ma
non diamoci perciò ad intendere di essere di qualche importanza, e necessità: quanti altri
soggetti sono capaci di far meglio di noi; aspettiamo da qui a qualche anno nessuno più
di noi comparirà sulla scena di questo mondo, ne io ne voi,

(1866) 3 eppur senza di me, e senza di voi andrà io stesso, e nessuno s’accorgerà che vi sia per ia
nostra morte una persona di meno sulla terra. Se vi sono al mondo, lo debbo a Dio solo,
perché fuori di lui non c’era chi pensasse a me. Fra quanta gente viveva quaggiù nemmen
uno dava un pensiero a me. Si facevan calcoli, progetti chi sa di quante sorta, e di quante
cose: ognuno aveva le sue mire, i suoi fini, i propri desideri, io solo ero lontano dalle mire
di tutti, e nessuno pensava, e mai si sarebbe pensato a me, se Dio tra quel numero infinito
di possibili creature non avesse concepito il disegno sopra di me; mentre il mondo da
tanti secoli mi obliava, e per tutti i secoli futuri m’avrebbe sempre obliato, Dio nella sua
misericordia, e nella sua onnipotenza fece si che io che non esisteva, e mai avrei esistito
cominciassi ad avere una vita decretata fin dalla sua eternità per averla poi nel tempo al
punto da lui destinato.

A questo punto nel testo cancellato vi è la nota numero 2 che rimanda ad alcune righe
scritte nella pagina a fronte e che si riporta di seguito: Altra La principale conseguenza dì
questa gran verità ella è che noi essendo una fattura di Dìo, una cosa tutta sua, Egli è solo
ne è padrone, e a lui tocca disporre di noi; ne siamo liberi di fare a modo nostro, non
ci tocca fare e la nostra volontà epperò qui o fratelli resta di somma importanza che noi
entriamo etc.

(1863) 3 Che grande, e che dolce verità poter assegnare pei primi nostri natali il Cielo, per
padre il Dio dei Ciclo stesso: poter dire d’aver avuto la nostra culla in Dio stesso. Credo,
diciamolo con gioia, con trasporto tanto più quando ci tocca dirlo all’AItare, credo in
Deum... Creatorem. Sì lo credo, e me ne vanto, mi consolo, mi rallegro nel dirlo, nel
ripeterlo: credo in Deum Creatorem meum.

Con una nota il Cafasso rimanda qui a tre righe scritte nella pagina a fronte. Noi le
trascriviamo di seguito. E lo credo

(1865) talmente che sia che questo Dio mi consoli, sia mi provi, sia mi esalti, sia mi umilii,
sia che viva sia che muoia, crederò sempre che quel Dio m’è padre, e se la sua mano mi
batte, il suo cuore mi ama: saeviat quantum vult. pater est S. Agost. [Enarr. in Ps., PL.37,
c. 1332], Il testo riprende alla pagina 3.

130
Giorno prim o degli Esercizi •- M editazione P rim a - Sopra il fin e dell’uomo

Deum suum laudet. ac revereatur, eique serviat tandem saivus fiat17. In


queste poche parole sono rovesciati tutti quanti i progetti, i calcoli degli
uomini. Ognuno a questo mondo ha i suoi fini, li medita, li rumina, vi
lavora d’attorno, si sviscera, si consuma per conseguirli, così il laico, così
anche Feclesiastico, il ricco, il povero, il vecchio, il giovane, tutti insomma
vivono in cotesto martirio, e sotto questo torchio de’ proprii desideri, de’
proprii fini18: e quel che è peggio è ben tutt’altro il fine per cui si vive quag­
giù, se nel mondo si lodi Dio, si serva, si onori, voi lo sapete al pari di me.
La maniera di vivere, di parlare, di pensare degli uomini fanno conoscere
abbastanza quanto ne sieno lontani. Paté Oh! almen voi che noi FEdema­
tico in mezzo a tanta depravazione, e tra tanto abuso chesi fa del tempo,
e della vita19, tendesse fermo al suo destino, e fosse come ùn fanale ttdtìa
stia? da far lume co’ suoi costumi a tanti ciechi, che vivono senza sapere il
perché: guai se questo lume ancor si estingue, guai se anche il Sacerdote
dimentico della propria destinazione si mette ad ingrossar la turba di tanti
infelici20.

Ma lasciamo stare cotesti dolorosi riflessi, che non è né il tempo, né (1865)


il luogo di ponderare, e stiamo al nostro principio: il Sacerdote come un
altro uomo qualunque è nato per servire il Signore: creatus est homo... ut
Deum suum laudet. Per vocazione è stato chiamato in special modo ad
arruolarsi a questo esercizio divino: omnis pontifex ex hominibus assump-
tus constimi tur in iis quae sunt ad Deum21. E nella sacra ordinazione per
un atto solenne della propria volontà si è consecrato totalmente a questo
culto: Dominus pars haereditatis meae22. sicché sulla certezza, sulla chia­
rezza del nostro fine, della nostra destinazione sulla terra non può cader
alcun dubbio, e solo ci resta di ben comprendere che cosa voglia dire, che

17 S. I g n a z io d i L o y o l a , Esercizi Spirituali, cit., n. 23.


18Tre righe cancellate: vediamo un po’ se tutte co teste mire, tutti questi fini sparsi nelle
teste degli uomini vadin d’accordo con quella mira divina, con quel gran fine, che Dio
sì è proposto nelle nostre persone. Dio ci ha creati per conoscerlo: creatus est homo, ut
Dorninum Deum laudet.
15 Due righe cancellate non totalmente leggibili: [...] volesse Dio che noi sacerdoti faces­
simo conoscere altro ben essere il nostro finea da quello che il mondo sì vadi [...]; fosse
pur vero che ogni Eclesiástico fosse come un fanale colla sua condotta.
20 Con una. nota il Cafasso rimanda ad un lungo testo scritto nella pagina afronte, che noi
riportiamo di seguito.
21 Eb 5,1.
11 Sai 15,5.

131
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

cosa importi in noi cotesto fine. La cosa è chiara, e non ci può andar né
tempo, né fatica per ben capirla. Servir uno, vuol dire, essere a’ suoi cenni,
ai suoi comandi, alla sua disposizione: e ciò non per un momento, per
un ora, un giorno soltanto, ma sempre23, ed in ogni momento, perché
sempre dipende, ed ogni momento può essere comandato e deve ubbidire;
e quando la cosa, il servizio non andasse a genio, non piacesse e fosse inco­
modo, e molto fastidioso? piaccia o non piaccia, voglia, o non voglia, costi
poco, costi molto chi vuol esser servo, deve ubbidire senza eccezione, senza
distinzione, di modo che chi serve non è più una persona di stia padro­
nanza, ma piuttosto una persona caduta, rimessa, venduta al suo padrone,
da aver quasi nemmen più gusto, o volontà24 propria, perché il suo gusto,
la sua volontà deve esser quella del suo padrone; e chi non è tale, o non è
servo, od è servo per metà, o quei che è peggio un servo cattivo: badiamo
bene, o fratelli, a questo primo punto di tanta importanza; è presto detto
che un Eclesiástico è nato, è chiamato, fu destinato a servire il Signore; ci
vuol poco a pronunziare, a dire io sono per servire Iddio, è questo il mio
fine25, ma la vita, la condotta è tale quale conviene, ed esigge la qualità
di servo: tutti gli Eclesiastici sono destinati in special modo a servir Dio,
ma io domando a voi: lo servono tutti realmente, o almeno sono molti,
che in pratica possono considerarsi come tali [?]. Fermiamoci un po’ ad
esaminarlo.
Un servo per essere tale deve stare continuamente a comandi del suo
padrone, e mai rifiutarsi in niente, ed in alcun tempo: dunque reclesiastico
che non lavora sta ozioso, o lavora per metà, quando ne ha voglia, quando
le piace, quando lo sanno prendere26

23 Alcune parole cancellate; di giorno, dì notte, presto, tardi, non ha [...].


24 Una parola cancellata illeggibile.
23 Qualche parola cancellata illeggibile.
26 Qui finisce il testo afronte. In realtà il testo continua ancora due pagine dopo, sempre
a fronte, perché la pagina 4 a fronte era già occupata da altre aggiunte. La ripresa del testo ,
alla pagina 3 presenta quasi una pagina cancellata che noi qui trascriviamo: c h e d ire , e c h e
a sp e tta rsi d a u n

(1866) 3 sacerdote ch’è tale solamente di nome, e di mestiere sr mcttesse anche egli si dia a
vivere a tentone, alla giornata; non è luogo, ne mio scopo di tener dietro a questo infelice,
u n to pitrcfae siamo qua per pensare a noi perciò mi rivolgo a quel tanto, che può tornare
di più al nostro conto.
F ra te lli m ie i n o i sia m o c reati, n o i sia m o d e s tin a ti a servire, a d o n o ra re il S ignore:
d e stin a ti a q u e sto fin e fin o ab e te rn o e p r im a d e lla n o s tr a c reazio n e.

132
Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prima ^ Sopra il fin e dell’uomo

quando non lo incomoda, sarà mai un sacerdote che serva veramente il (18©)
Signore, ma piuttosto un servo pigro, un servo di nome e di livrea, e niente

In questi giorni il cuore ci dirà se finora, se nei nostri anni dietro abbiamo corrisposto, (1868) 4
o no. In questi stessi giorni abbiamo da risolvere quello che vorremo fare per quel tempo,
che ci rimarrà ancor di vita, dunque è bene che questo fine si consideri, si mediti.

Qui il Cafasso mette una nota, intendendo inserire il testo di quattro righe scritto nella
pagina afronte. Noi lo trascriviamo di seguito: Primieramente un riflesso consolante per noi
egli è

questo che il compiere a questo nostro dovere sì grande dipende da noi, sol che il (1867)
vogliamo la cosa è fatta; se io desidero di venir dotto, di arrivare ad un impiego, di aver
sanità, di vivere lungamente, quand’anche avessi tutta la buona volontà del mondo, tante
volte non vi riesco, e vanno fallite le mie speranze, è un tempo sprecato; ma se voglio
veramente servir il Signore, se voglio riuscire un virtuoso sacerdote, un zelante eclesiá­
stico, onorare il mio Dio nel suo divin servizio, niente e nessuno me lo può impedire: ciò
posto egli etc. ñeque mors, ñeque vita, ñeque creatura alia poterit nos separare a charitate
Christi [Rm 8,38-39].

Egli è certo, chiaro, manifesto tanto più per noi Eclesiastici, che non ci è possibile (1868)4
darcela ad intendere diversamente, egli è questo il solo, ed unico fine, il motivo totale,
e sostanziale della nostra esistenza. È certo perché ci assicura la fede, ce lo dice il cuore;
la noia, che noi proviamo delle cose di questo mondo, la tendenza del nostro cuore ad
un oggetto che lo contenti, la soddisfazione, che proviamo allorché serviamo il Signore,
tutto ci conferma che là sta il nostro centro, e che siam fatti per colassù. Non dirò solo del
Battesimo, perché noi Eclesiastici abbiamo un altro vincolo di più che ci deve stare ancor
pixt a cuore, e voglio dire quella solenne abiura, queUaddio assoluto che abbiamo dato ai
piedi del sacro Altare a tutto ciò che non sarebbe stato di onore, e di gloria al nostro Iddio:
lo sappiamo tutti quanti che da quel punto siamo stati svelti, e come strappati dal terreno
di questo mondo per essere trapiantati in altra terra, da quel momento siamo diventati
uomini, e gente del Signore, e per spiegarmi in poco siamo stati venduti agli interessi,
all’onore, alla gloria del Signore. Dica adunque quello che vuole il mondo, pensi come gli
pare, e piace, creda, o non creda egli è certo che l’uomo, molto più il Sacerdote è fatto
per servire il Signore; non solo è certo, ma è questo il fine unico, per cui sono al mondo;
questo è quel gran perché che ha fatto decretare la mia creazione; non solo l’ha fatta
decretare, ma nato che fui forma l’unico, e sostanziale motivo, che mantiene e conserva
tutt’ora la mia esistenza, di modo che se non avesse avuto luogo questo fine io mai sarei
venuto al mondo, e se ora potesse cessare dovrei cessare parimenti di vivere, e realmente
avanti il Signore cessa di contare la mia vita quando io cessi dì compiere questo gran
fine. Deum time, et matF Grande e terribile verità ella è questa fratelli miei, che non può
a meno che far raccapricciare quando si pensi quanto sien pochi nel mondo quelli che
veramente vivano della vera vita, cioè del loro fine. Eppure ella è una verità, a cui non si
può rispondere: Deum time et mandata ejus observa: hoc est omnis homo [Qo 12,13]:
pensiamo coteste importanti parole: hoc est omnis hom o: qui sta tutto l’uomo: entra qui
a ragionare un saggio, e pio insegnante.

133
Esercìzi Spirituali al Clero ■* Meditazioni

più; un servo fatto a suo comodo, capriccioso, e che ubbidirà solo quando
le piaccia, e le convenga27; ed infatti dite a certi Eclesiastici a dar mano
ad una qualche opera, a fare un catechismo, ad assistere ad una funzione,
a visitar un infermo, a sentire confessioni, vedrete quanti pretesti metton
fuori, e quanta fatica ci vuole ad indurli e poi lo dicono francamente che
non le piace, non ne hanno voglia, li pesa, li incomoda. Oh fratelli miei,
chi non vuol incomodarsi non si metta a servire, chi vuol contentare se
stesso, e vivere a suo talento, e capriccio, non si dia ai comandi altrui.
Entrate in casa di certi Sacerdoti, esaminateli da mattino a sera, in casa,
e fuori casa, e ditemi quel che facciano, fuori della Messa e Breviario, se
studiano, se pregano, se insegnano, o se lavorano in qualche cosa del Mini­
stero; eh! chi sa quanti giorni noi troveremo in cui non si vede traccia del
loro servizio, oziosi da mattino a sera, oppur occupati in tutt’altro che in
opere del Signore; e questo è servir Dio, qualificarsi per suo servo, chia­
mato, destinato specialmente a Lui28: eh cari miei ricordiamoci, che la qua­
lità, e la missione nostra non è già una qualità, e missione di puro nome,
per cui basti che porti solo l’apparenza sola [tre parole cancellate illeggìbili]
di servire e di faticare, senza che lo sia in realtà; ci comporta richiede
stenti, sudori, fatiche, per cui ci vogliono operarii forti, e robusti di cuore,
e di virtù, e Iddio non terrà altra misura nell’assestarne i conti che quella
del proprio lavoro: unusquisque mercedem suam accipiet secundum pro-
prium laborem29.
Il vero servo deve stare continuamente ai comandi del suo padrone, non
basta, ma di più quello che gli viene ingiunto, e comandato, deve essere
da lui seguito in un modo, che pienamente lo contenti, e soddisfi, e per
esser tale bisogna che il suo servizio sia pronto, ed esatto, lo faccia di buon
garbo, e volenteroso, e che infin si veda, si conosca che il fine, e la ragione
che lo muove a ciò fare, sia proprio quello di contentare, e di appagare
i desideri del suo padrone. Ecco ciò che esigge, ciò che importa, ciò che
vuole il npstro fine quaggiù, il servizio a cui noi Eclesiastici principalmente
siamo tenuti, non basta servir cioè Iddio con esattezza, e fedeltà, servirlo
volentieri, e di buona grazia, e quello che più importa, nel servirlo aver solo
in mira la sua volontà, i suoi desideri, quali sono l’onor e la gloria sua.
La puntualità, l’esattezza, la fedeltà nel servire quanto è assai lodevole, e
quanto è stimata anche tra gli uomini? come mai un padrone si compiace,

27 Seguono alcune righe travagliate da varie cancellature solo in parte leggibili.


28 Due righe cancellate illeggibili.
20 1 Cor 3 ,8 .

134
Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prim a ~ Sopra ilfin e dell’uomo

e tien prezioso un servo, quando vegga che i suoi desideri sono comandi, e
questi eseguiti sul punto senza ritardo, senza dimezzarli, senza cercar scuse,
e pretesti, e tutto ciò di buon cuore, volentieri, e senza il benché minimo
lamento, anzi con gusto, con piacere, con soddisfazione anche quando
sia un lavoro duro, vile, incomodo, faticoso: niente importa: tanto vuole,
tanto piace al padrone, e questo vai tutto per lui. Eh! fosse pur vero che
ogni Eclesiástico fosse un servo di questa natura pel suo Signore!

Eh! sì o cari, diciamolo pure a nostra consolazione, e conforto, non (1871)


mancano tra noi questi veri servi del Signore, la cui vita non è altro che
un impegno, uno studio, una cura, un ansia continua di servir Iddio,
tutto il rimanente vadi come vuole poco loro importa, purché si serva
Dio se hanno un desiderio a questo mondo, egli è quello di poterlo servir
maggiormente, se provano un cruccio, un dispiacere, e quasi un martirio
un crepacuore allora il sentono quando appunto ne soffre questo servizio
divino. Ah! scuotiamoci anche noi una volta o fratelli, all’esempio, ed allo
specchio di questi nostri bravi compagni30 e facciam vedere colle azioni,
colle opere, colle nostre maniere che se serviam il Signore, non lo facciamo
per apparenza, a metà, e quasi forzati, ma volentieri, di cuore e con tutti
noi stessi; e non fa invero compassione a vedere il modo, con cui certi Ecle­
siástico [sic] si' prestano a servire il Signore [?] Lenti, annoiati, infastiditi,
e cercar tutti i pretesti per esimersi, o lasciar al più presto che sia possibile
quasi che servir il Signore, sia un castigo a subirsi, ed abbiasi a tenere come
un peso, una croce, un martirio insopportabile e-fatica la prova: invitate
uno di questi Eclesiastici, e dite lóro che v è gente che aspetta in chiesa
al Confessionale, che hanno fretta, che sono venuti a chiamare per un
infermo, per ministrar un Sacramento, fate loro come diceva, uno di questi
inviti, e vedrete in che modo servono il Signore: un vero servo del Signore,
un buon operario a queste chiamate par un fulmine, non conosce il tempo
di trovarsi sul luogo, e se qualche affare lo trattiene, si vede che péna, che
soffre, e che il suo cuore ha già precorso e non sa più trovarsi lontano; che
invece il Sacerdote di cui vi parlo sente, e torna a sentire, e non è già che
non voglia andare, andrà, ma che tanta fretta, c’è tempo, s’aspetta un po,
e chi non si sente d’aspettare è padrone, non si dispera certo per questo: e
perché questo modo di prestarci a servir Iddio, tanta lentezza, tanta indif­
ferenza con iscandalo di secolari che vedono, che sentono, fatte almen

30Mezza riga ca.ncella.ta: perché non mancano anche tra noi chi.

135
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

per qualche causa ragionevole, meno male, ma che: per dormir ancor un
tantino, per finire-la partita giuocar ancor un poco, per ridere, scherzare
con secolari, per sollevarsi in gofferie, in buffonerie, che pel minor male,
non hanno utile alcuno31 [?] Fatto d’un secolare, che non volle più confes­
sarsi perché il Confessore stava scherzando e facevaio aspettare. Finalmente
vanno, mettiamoci un po’ ad accompagnarli, guai se danno ancor in qual­
che intoppo per istrada, la minima cosa li trattiene, e frattanto chi aspetta,
aspetti; ma fate che arrivino sul luogo, ah allora la fretta li assale tutto in
un colpo

(1873) ed è allora che il popolo è obbligato ad essere spettatore dello scandalo


nostro nel Santuario medesimo, a veder cioè Sacerdoti indossar le vesti-
menta sacre, a celebrare la Messa, a distribuire la santa Eucharistia, ad
amministrare Sacramenti in una maniera così sgarbata che per fin l’arti­
giano si vergognerebbe di maneggiar in quel modo gli instrumenti dell’arte
sua. Oh! quanto a proposito si potrebbe in quel punto rivolti a questi tali
dir loro col V. p. Avila: abbi pazienza, o caro, tratta un pò meglio quel Dio,
perché è figlio d’una buona madre: oppur con S. Ignazio: dimmi chi ti
manda, a far quell'ufficio, e per chi lo fai: naturalmente dovrà rispondere:
eh! non vedi, non mi conosci, son sacerdote, fo le veci di Dio, ed è Egli
stesso che me lo comanda: come? è il Signor che t’incarica, è il Signore che
ti manda a nome suo, e fai quell’azione per Lui, e tu hai tanto coraggio di
farla in quel modo [?] Ditemi, o fratelli, oserebbe un servo servir in questa
maniera il suo padrone, e sotto Ì suoi occhi far così sgarbatamente, e di
mala voglia i suoi comandi? chi sarebbe quel padrone che terrebbe in sua
casa un servo di questa fatta? eppur quante volte il Signore è servito in
questo modo fosse almeno da secolari, ma da noi Eclesiastici.
Finalmente per servir degnamente questo nostro padrone, e renderlo
contento ed appagato del nostro servizio uopo è di farlo colla mira a Lui,
e servirlo per affetto, col fine, colla intenzione di rendere a Lui solo quel­
l’onore, e quella gloria, che gli è dovuta. Anche tra gli uomini si calcola il
cuore e l’affetto, con cui si presta un servizio, ma quand’anche vi manchi,
l’uomo d’ordinario si contenta dell’utile, e del comodo, qualunque sia il
fine, con cui si presti. Ma appresso Dio non è così; Egli non ha bisogno
dell’opera nostra, e se l’accetta, la gradisce, la premia, lo fa con questa con­
dizione che l’opera sia fatta per Lui, altrimenti non la conosce, la rigetta, la

31 L’autografo qui rimanda ad una nota dì una riga scritta in fondo pagina.

136
Giorno prim o degli Esercizi " M editazione Prim a - Sopra il fin e dell’uomo

ripudia, fosse anche la miglior opera del mondo. È qui, o cari, per aprirvi
il mio cuore è e dove io temo purtroppo il maggior male, il maggior vuoto
tra noi Eclesiatici: gli oziosi totalmente affatto da mattino a sera sono
pochi, da’ più si lavora, s i... anche si fatica, ma cotesti lavori, e coteste fati­
che sono poi tutte per Dio [?]: quattro sono e perché ognuno possa capire
il proprio bisogno, io noterò i capi principali per cui possono andar a
vuoto i nostri giorni, ed i nostri sudori, che sono quattro principalmente[:
1.] agire, operare per interesse, lucro, e guadagno, 2. lavorare per fumo, e
vanità, 3. per puro costume ed usanza, 4° finalmente per genio, ed inclina'
zione. Io vi raccomando, o fratelli questo gran punto della nostra Medita'
zione32, ed in questi giorni andiam frugando per tutti i ripostigli del nostro
cuore per vedere se mai nella nostra vita passata, se nelle nostre mire prc-
senti, vi regni, e sia proprio in pieno possesso il Signore di quello che fac-
ciamo, oppure se v’entri, se v’abbia luogo, qualche di fine terreno e qualche
miseria umana di fine terreno, poiché persuadiamoci ben bene che tutto
ciò che non è per Dio, Dio non lo tiene per suo,

non sa che farne, e non lo vuole33. (1875)


A tal fine rammentiamo soventi a noi stessi il bel tratto detf- che noi leg'
giamo dell’Angelico Dottore: stava il Santo genuflesso avanti il suo Signore
etc. Noi siamo ben lontani dalle fatiche, e dai meriti di quel Santo Dottore,
ma anche nel nostro poco imaginiamoci, e non sarà solo imaginazione, ma
realtà, figuriamoci dico che il Signore dica anche a ciascun di noi: senti o
caro, tu hai fatto la tal cosa, tu stai per fare quell’altra34, hai avuto il tal
cruccio, il tal dispiacere per me, non è giusto, e non è volontà mia che
tu la passi senza paga, e mercede: dimmi che vuoi, che mai ti possa far
piacere, un po’ di roba, di sanità, un po più di vita, un po d’onore, qualche
applauso, qualche elogio, un po’ di gloria coraggio, dì pure, che voglio sii
pagato. Eh! mio Dio, giacché mi parlate un linguaggio di quella natura, e
vi mostrate così generoso, così voglioso di ricompensarmi, permettete che

32 Una riga cancellata: qual è di servir Dio con recto fine, retta e pura intenzione.
Prendiamo questo fanale in mano.
33 Segue un testo cancellato che qui riportiamo: A tal fine servir Dio, e per servirlo si
ricerca quanto abbiam detto, servir Dio e guardarsi ben dall’offenderlo, ecco le due cose,
dice la S. Scrittura, che constituiscono, che formano la sostanza, il tutto neU’uomo su
questa terra: hoc est omnis hom o: se adunque ciò solo forma il tutto dell’uomo, ne viene
per legittima conseguenza che senza di questo tutto l’uomo, e quanto può avere, può
pensare, può operare sarà non solo poco, ma un bel niente: hoc est omnis homo ego etc.
34 Qui il Cafasso inserisce una riga, a cui rimanda, che egli scrive infondo alla pagina.

137
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

io vadi più alto, e vi domandi una mercede, che sia degna di chi me la
propone: che roba etc.
Ah! fortunato il sacerdote etc. che vive, che lavora a questo fine, e per
questa causa. Deus de cordibus, quam de manibus facta metitur35: vai più
una parola, un passo anche solo fatto per gloria di Dio, che l’opera più stre­
pitosa del mondo fatta per gloria e vanità e chi sa quante opere, e quanti
sacerdoti, che avranno romoreggiato sulla terra per scienza, per abilità, per
predicazione fatiche, ed anche per le opere più sante del ministero, eppure
un giorno36 il tutto, od in gran parte cancellato sarà scomparso, e perché? si
operò pel mondo, e col mondo tutto fu curnsumara finì. Coraggio adunque
Impariamo o cari fratelli, a servire, a lavorar pel Signore da veri servi, da
veri buoni operairii: saran brevi i giorni che ci rimangono, saranno molti
i crucci che ci attendono, ma niente importa, il tutto sia all’esaltazione,
all’onor, alla maggior gloria di quel Dio, che siam posti a servire. Non
mancheranno etc.

(1876)4 Non mancheranno certo al demonio molti pretesti per rallentarci in


questo servizio, i molti ostacoli che si trovano nel mondo, il poco frutto
che se ne ricava, le difficoltà d’ogni genere che s’incontrano, le nostre stesse
miserie, la noia, la tristezza, la malinconia tutto può mettere a pericolo il
nostro fervore37.

(1881) 11 Eppur egli è necessario, indispensabile per non essere di meno di qua­
lunque altra creatura anche irragionevole, anzi per non perdere ciò, che
è d’intrinseco, e sostanziale in noi medesimi, e divenire come una specie
d’esseri senza nome, informi, e mostruosi. Ogni cosa creata ha, ed è ordi­
nata al suo proprio fine, e quando non serva, non corrisponda, e si renda
inetta allo scopo, ed oggetto, per cui fu creata a cui è diretta, non si
tiene più in alcun conto, e non solo perde tutto il naturale suo pregio e
valore, ma si ha di più in abbominio come una cosa informe, snaturata,
e mostruosa: e non sarebbe un oggetto ben mostruoso il sole, che fatto
per illuminare la terra, invece la coprisse di tenebre; e non sarebbe gran­
demente mostruosa la terra, se invece di dar cibo, e pane, qual’ò il suo

35 Questa citazione ritorna almeno sei volte nelle Meditazioni al clero, ma allo stato
attuale non e possibile stabilirne la paternità. Pare però che debba essere attribuita a san Fran­
cesco di Sales.
% Tre parole cancellate illeggibili.
37 II Cafasso rimanda al testo scritto alla pagina I I e seguente.

138
Giorno prim o degli Esercizi * M editazione Prima - Sopra il fin e dell’uomo

fine, ci desse al contrario veleno; e non sarebbero mostruosi i nostri sensi


quando più non ci servissero al fine, per cui ci furono dati; cosi certamente
si direbbe e realmente si giudica nell’ordine fisico, altrettanto e con mag­
gior ragione dobbiamo dire nell’ordine morale. Noi l’abbiam veduto, sia
come uomini, sia come cristiani, e molto più. come sacerdoti siamo stati
creati; siamo destinati a questo solo fine di servir Iddio, Egli è fuor di
dubio; da quel punto, ed in quell’istante medesimo che noi deviamo, che
noi manchiamo di corrispondervi, non solo perdiamo tutto il meglio, il
pregio del nostro essere, ma ne resta perfin alterata sostanzialmente la
nostra natura da divenirne come altrettanti

oggetti di abominio orrore, e comune abborrimento perché degeneri (1882)


dalla nostra natura, informi, e non più corrispondenti al nostro fine,
epperciò mostruosi in più maniere, mostri in natura come uomini, mostri
in fede come cristiani, mostri nella Chiesa e nell3sacerdozio ecl™Ministero
come sacerdoti38, di modo che noi facciamo la figura in questo mondo,
come la fa quelFinstrumento nell’officina del suo padrone, il quale non
servendo più allo scopo, cui era destinato, e resosi inutile, il padrone lo
getta via, e se lo soffre in tramezzo agli altri nel suo negozio, ma vi calcola
più per niente, e nemmen lo conta novera tra essi: cosi siamo noi sulla
terra, se ci scostiam dal nostro fine, diveniamo tanti instrumenti inutili,
tanti arnesi d’imbroglio in questa grande officina della terra, e niente più;
è vero che il padrone ci soffre ancora presentemente, e ci lascia assieme agli
altri, ma non vi calcola, e non conta più su di noi, sicché siamo uomini,
e non uomini, cristiani e non cristiani, sacerdoti e non sacerdoti: material­
mente siam tutto, e quanto sono gli altri, ina in sostanza siamo un bel
niente avanti Dio. Deum time, etc39

[le due righe seguenti, sebbene cancellate, sono qui riscritte per permettere al (1868) 4
lettore di collegarsi al testo successivo] et mandata eius observa: hoc est omnis
homo40: pensiamo coteste importanti parole: hoc est omnis homo: qui sta
tutto: si hoc est omnis homo: ergo absque hoc nihil est omnis homo: ergo
qui hoc non agit, nihil agit: ergo qui hoc non est nihil est41.

38 Alcune parole cancellate.


35 Qui il Cafasso rimanda alla sua pagina 4.
40 Qo 12,13.
41A questo punto, con la nota 2 ° il Cafasso rimanda al testo nella pagina a fronte.

139
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1867) Dunque se io fossi anche il primo scienziato del mondo, il più famoso
predicatore, ma se nel mio stato non servo il Signore, non opero per lui
sono un bel niente: absque hoc nihil est omnis homo. Io che in quel posto,
in quel paese pare che sia una gran cosa, in realtà sono un niente se nel mio
posto non servo Dio.
Al contrario quand’anche io fossi un povero sacerdote, di poco talento,
di poca sanità, di poca fortuna, se servo il Signore: sono tutto, sono tutto
quello che può essere un uomo, un sacerdote a questo mondo: hoc est
omnis homo; sia pur poco quel tanto che posso fare in quell’impiego, sia
pur dura, ostinata la gente con cui ho a fare, siano pur molte le contradi­
zioni, gli impegni, gli ostacoli che attraversano i miei desideri, e le mie
mire, pure se nel mio stato cerco di piacere al Signore, son tutto: sia pur
un Sacerdote, negletto, disprezzato, perseguitato, ma se nelle sue afflizioni
sa essere paziente, costante, e servir in quel modo il suo Dio, egli è tutto
quello che può essere un sacerdote.

(1868) 4 Eccovir fratelli miei È questa la bilancia, che Dio ci pone in mano in
questi giorni per pesare, per valutare gli anni nostri passati. Ciascuno di
noi un po più, un po meno conta già un certo numero d’anni, passati parte
negli studii, parte nel Ministero, e parte forse in qualche altra occupazione.
Chi sa se tutto questo numero sia parimenti registrato nel libro della vita,
e se conti e valga avanti il Signore come conta, e vale presso gli uomini.
Lo possiamo decidere da noi per poco che vi pensiamo. Già non parliamo
di quell’età, che abbiamo passata senza uso di ragione, molto meno poi
di quel tempo, o breve, o lungo, in cui abbiamo offeso il Signore, poiché
è certo che non ci potrà giovare, ed è più da piangere che da ricordare.
Potremo almeno calcolare sul rimanente della nostra vita passata; io voglio
sperare di sì, ma chi sa forse quanti vuoti, quante deduzioni dovran farsi
sui nostri giorni, e sulle nostre occupazioni: quegli studi fatti

(1870) 5 puramente per fini umani, per genio, per simpatia, col fine di un guada­
gno, di una risorsa vanno dedotti; siccome non erano diretti all’onore, alla
gloria di Dio, Dio non li conta: qui hoc non agit, nihil agit. Quelle opere
di Ministero cercate, esercitate unicamente per interesse, per vanagloria,
per mestiere, valgono un bel niente, perché fatte senza la mira di servire
il Signore, e si hoc non est nihil est sia pure un opera strepitosa, grande,
anche miracolosa: dica pure quello che vuole il mondo, la lodi, la encomii,
la premii, niente importa: avanti Dio: nihil est. Andiamo alle stesse opere
di pietà, preghiera, Breviario, Messa, fatte senza attenzione, di mala voglia,

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Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prim a - Sopra il fin e dell’uomo

sgarbatamente, e quasi per forza, togliamole, togliamole, non furono tali


da onorare il Signore, epperò si ripeta pure che non hanno valore alcuno,
ci manca tutto, e mancandovi tutto, chi la fa, fa un bel niente: qui hoc non
agit. nihil agit: ah! quanti vuoti un giorno si andranno a vedere non dirò
solo nella vita de’ secolari, ma eziandio degli Eclesiastici e Dio non voglia
anche di coloro, che avevano nome, e fama di zelanti, anche di quelli,
che dividevano la loro giornata tra le opere del Ministero: chi sa a quanti
toccherà morir giovani, anzi fanciulli avanti il Signore non ostante che si
muoja con un certo numero d’anni, e di ministero: giacché fratelli miei,
mettiamoci bene in capo che la nostra vecchiaja non si forma già dagli anni
materiali, ma bensì dalla natura, e qualità delle opere nostre. Chi non
ha lavorato pel Signore, abbia pur fatto quello che vuole, conti quanti anni
vuole, ma meriti sempre colle mani vuote, e fanciullo; al contrario morrà
abbastanza maturo, abbastanza vecchio colui che ne pochi giorni del suo
vivere, del suo Sacerdozio abbi cercato di servire, di onorare Iddio. Satis
diu vixit. qui bene vixit. Saulle regnò sul Trono d’Israele quarant’anni
come ci disse l’Apostolo Paolo al Capo 13 degli Atti degli Apostoli42,
eppure nel Capo 13 del libro primo de’ Re si legge che regnò due soli
anni duobus autem annis regnavit super Israel43. E come va, dimanda un
Interprete, cotesta differenza, anzi cotesta contradizione [?] nò risponde,
non credere già qualche sbaglio in queste asserzioni, regnò, e non regnò
40 anni: se noi osserviamo il tempo, lo spazio materiale del suo regno, fu
veramente tale; ma se badiamo al fine per cui doveva regnare, e per cui
Dio l’aveva chiamato al Trono, fh solo di due perché in quei due soli servì
al Signore, e corrispose al suo debito fine: il rimanente fù un bel niente,
Dio non lo guardò, e fu lo stesso come se non avesse regnato: chi sa quanti
stenti, e fatiche, e quante vittorie ha riportato, eppure il tutto non solo
fu poco, ma un niente, talmente ché Dio vuol nemmeno che si nomini,
giacché sta scritto, che tutto l’uomo sta nel servire il Signore: Deum time,
hoc est omnis homo: chi non lo fa, e non Io serve, è come se non vi fosse, e
non facesse cosa alcuna: qui hoc non agit, nihil agit: qui hoc non est nihil
est. Ah! povere fatiche gettate al vento, che amaro punto, che doloroso
pensiero deve essere per un uomo qualunque, e tanto più per un Ecle-
siastico vedersi d’avanti un buon numero d’anni passati, il meglio di sua

A1A t 13,21.
431 Sam 13,1.

141
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

vita già quasi consunto, toccare tosto il termine de’ suoi giorni, aprir in
allora gli occhi ed accorgersi d’aver là mani vuote, rianda colla memoria
gli anni scorsi, le fatiche sostenute, i crucci, i fastidi sofferti, le calunnie le
dicerie con tutte le altre miserie di questa vita, ma non ci vede gran cosa
da potersi

(1872)6 fidare: opere profane, secolaresche, fini umani, e temporali, opere d i


pietà fatte mediocramente, più per usanza, per professione, e perché non
se ne poteva far a meno di quello che sia per spirito di pietà, di zelo, e di
servizio del Signóre44.

(1871) Altra conseguenza di questa verità ben meditata, è che noi attaccan­
doci, e servendo alla terra, noi facciamo un gran torto a Dio, mentre lo
posponiamo alla terra, e facciamo un gran danno a noi medesimi, mentre,
lasciando tutto il rimanente, questo divin servizio era quello che poteva
solo contentare il nostro cuore, noi attaccandolo alla terra lo cacciamo in
mezzo ai guai, ed alle spine: vanità, o fratelli, stoltezza, e pazzia ella è ogni
cosa di terra; e s’è vanità per tutti, lo è molto più per un Sacerdote, che
per ragioni è fatto per Dio e divenuto non solo estraneo, ma nemico alla
terra.

(1872) 6 Deh! fratelli la vita nostra se ne va, ogni giorno, anzi ogni momento
corriamo al fine, apriamo gli occhi prima che ci tocchi arrivar al termine;
è vero che forse ci rimarrà poco da vivere, ma almeno offriamo al Signore
questo pezzo di vita: suscipe Domine residuum annorum meorum. Buon
per noi che abbiamo da fare con un padrone tanto buono che è pronto
ad accettare anche il rifiuto degli altri: il Signore non ha sdegnato di accet­
tare que’ lavoranti che si mostrarono pronti a lavorare nella ultima ora,
seco farà non rifiuterà un Eclesiástico che pentito d’aver perduto, d’aver
scialacquato tanto tempo, e tanti anni nelle miserie di questo mondo, ora
viene ad offrirsi, a pregare di volerlo annoverare tra tanti buoni lavoranti45.
E vero che non siamo degni di tanto onore, è vero che non meritiamo di
essere tra il numero di tanti buoni ministri, è vero che saranno vicine le
ultime ore della mia nostra giornata, sì ma spero che la vostra la bontà, la
misericordia sua supplirà a’ miei nostri demeriti, se dal canto mio nostro

44 Qui il Cafasso inserisce un testo scritto nella pagina a fronte.


45 Tre parole cancellate: nella vostra vigna.

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Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prim a ^ Sopra il fin e dell’uomo

faremo in modo che la buona volontà supplisca a quel tempo, che ci


manca. Sono vostri adunque que’ pochi giorni, che ancor mi restano,
comandate, disponete, fate di me come volete. Eccovi fratelli mici qual
deve essere la prima nostra risoluzione di questo nostro ritiro, servire il
Signore, servirlo46 in modo che sia degno d’un si gran padrone e servirlo
colla mira di compiacerlo ed onorare Lui solo47.

Due righe cancellate: ora servirlo senza riserve; siccome è certo il fine di ogni
momento di questa vita, ed è un onore che ci fa ad accettarlo, servirlo costantemente,
servirlo allegramente.
47 II Cafasso a. questo punto rimanda alla sua pagina 10. La pagina però continua con
un lungo testo cancellato che arriva fino a metà di pagina 8 che noi trascriviamo in nota.
Il testo è il seguente: In primo luogo servirlo senza riserve. Un servo che pei suoi servigi
voglia entrare a patti col suo padrone, voglia solo prestarsi per questo, o per quello, fino
ad un punto, e non più; certo non è poi una persona che contenti pienamente una casa;
quel limite, quella riserva, quelle condizioni mettono parimenti un limite, una riserva
al cuore all’affetto di ambidue; fa che tra l’uno e l’altro vi potrà mai essere una piena, e
totale confidenza, una sincera e reciproca apertura di affetti, e di volontà. Anzi il buon
servo ributta coteste riserve quand’anche la graziosità, e la gentilezza d’un padrone gliele
volesse usare, e prima di comandare, di richiedere volesse, e cercasse di sapere se il servo sia
disposto, e contento, Signore, perché coteste riserve, coteste interrogazioni? non sa che io
non ho volontà in casa sua, sono pronto e sempre, ed in tutto a suoi cenni, non conosco
differenza servizi da servizi; il primo mio dovere, e nello stesso tempo la consolazione più
dolce per me è quella di servire, di contentare il mio padrone, io non guardo già la cosa,
che devo fare, ma miro per chi la fo: questo è il tutto per me; l’opera più bassa è la più
grande per me quando la voglia il mio padrone, la più grande al contrario è ben nulla per
me quando non sappia la volontà del mio Signore. Questi o fratelli Tali sono i sentimenti
che dovrebbero animare un Eclesiástico nelle mani e nella vigna del suo Signore; Dio mio,
giacché sono vostro servo, vostro ministro fatemi la grazia, e l’onore di disporre di me
senza di me; voi lo sapete che io non ci sono entrato nella mia vocazione, e cosi non devo
trovarmi nella scielta, e nell’assegnazione del luogo, e del mio lavoro; non guardate il mio
comodo, il mio utile, quello che più mi piace: questo non ci deve entrare, mio Dio, il
vostro cuore, la vostra gloria, i vostri interessi, ecco la sola cosa che voglio, ecco quel tutto
che cerco nel vostro

servizio. Ah! quanto bene fa un Sacerdote quando entri nel campo del Signore con (1874) 7
queste viste e con sì belle disposizioni: si può dire che diviene onnipotente, come onni­
potente è quella mano, che lo maneggia. Fossero pur molti i ministri, gli Eclesiastici di
questa fatta! e quante volte anche sacerdoti di zelo, di lavoro, e di buona volontà pure
stentano ad arrivare a questo punto; si studia, si lavora, si fatica ma è difficile che nella
scielta di questo o di quello non c’entri un po’ del nostro, e voglio dire, di genio, di
comodo, di vantaggio, e andiam dicendo: eppure ripeto noi non dobbiamo entrarvi,
siamo chiamati per lavorare, e non per determinare, a noi tocca ubbidire, e non disporre,
e per poco che noi ci vogliamo entrare, primieramente ci arroghiamo un diritto, che non

143
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

( 1879) Che se vogliamo altri motivi, altri titoli per impegnarci sempre più in
a questo nostro gran fine di servire il Signore, non

abbiamo, in secondo luogo Dio ci rifiuterà la paga perché potrà sempre dirci che non era
quello il lavoro, che voleva da noi. Ma come conoscere questa volontà di Dio, qualcuno
può dimandare, in tutte le singole cose della nostra vita; io dico un mezzo solo che vai per
tutti, ed è cercarla sinceramente: cercarla, sinceramente in fondo al nostro cuore, cercarla
sinceramente tra noi e Dio nelle nostre preghiere, cercarla sinceramente presso chi la può
sapere. L’ostacolo più comune a ritrovarla, credetemi, è appunto la mancanza di questa
sincerità: si cerca, e pare che si faccia davvero, ci sembra di cercarla di aver in mira Fonore,
la gloria di Dio: sarà vero, se parliamo della massima parte, ma se vi scrutiniamo ben a
dentro, vi troviamo qualche cosa del nostro, e mi spiego: vorressimo che la volontà di
Dio fosse tale quale noi la desideriamo, avressimo piacere che si potesse combinare l’uno
e l’altro assieme, e quando non ci riesca tentiamo, e cerchiamo ogni via per ridurla alla
nostra: e questo fa che non si vede chiaro, si tentenna un po di qua, un po di là, e tante
volte si finisce col farsi una scielta che non sarà poi la più conforme ai desiderii, alle mire,
che Dio aveva sopra di noi; non sarà una scielta cattiva, nò, ma nemmeno la migliore, e
questo basta perché non si facci tutto quel bene, che Dio voleva operare per mezzo nostro,
né si provi tutta quella quiete, tutta quella consolazione che pur era preparata per noi.
Servir adunque il Signore a modo suo, e senza riserve; servirlo costantemente. Il ser­
vizio a cui noi siamo arruolati non ammette né vicende, né vacanze. Siamo lavoranti:
la nostra giornata cominciò dal punto di nostra ragione, e per noi Sacerdoti cominciò
in particolare maniera dall’istante della nostra ordinazione e non deve tramontare che
quando finiremo di vivere. Che vale, fratelli miei, metterci davvero un giorno, due, in
certe epoche dell’anno, e poi lasciare ogni cosa, cambiare come non fossimo più suoi,
come se cessassimo d’essere sacerdoti [?] che vale mostrarvi sì zelanti in una cosa, impe­
gnarsi in un altra, e poi trascurare, e far mediocremente le altre [?] Il servo fedele è quello
che da mattino a sera, e sia pur lunga la giornata si trova sul luogo del suo lavoro, in ogni
momento è ai cenni del suo padrone, in ogni cosa voi lo trovate lo stesso, pronto, esatto, e
vigilante: e chi non è tale, chi misura il tempo, e le cose, chi va trascinando, e cambiando
nel semzio del Signore, Dio lo conta come un servo malvagio, e come un operante d’ini­
quità. Declinantes in obbligationes adducet Dominus cum operantibus iniquitatem [Sai
124,5]. Fate la prova a dimandare che sacerdote sia quel tale, se lavori, se faccia molte
opere: alle volte si risponde, secondo le circostanze, secondo i tempi: e come sarebbe? oh!
se vuole, se si mette di buona volontà, se gli da nel genio, se lo sanno prendere ha paura
di nessuno. Che elogi umilianti sono cotesti per un Eclesiástico: lavora secondo le circo­
stanze: ci siamo forse fatti sacerdoti per vocazione di circostanze [?] la nostra vocazione è
assoluta, è costante, e noi non possiamo disporre a nostro arbitrio d’un

( 1876) 8 momento di nostra vita senza far torto a quel padrone che ci chiamò al suo servizio.
Si ricordi adunque l’Eclesiastico che vuol essere tranquillo del suo servizio, e sicuro della
sua giornata di non metter riserva ad alcuna sorta di lavoro, ma di rimettersi pienamente
a quanto e come vorrà il suo Signore, procuri di tener sott’occhio la sua qualità di Sacer­
dote, e che come tale è legato in ogni cosa, in ogni momento di sua vita. Un Eclesiástico,
che fu richiesto per qualche temporale faccenda, si scusava che non aveva un momento

144
Giorno p rim o degli Esercizi ^ M editazione Prim a * Sopra il fin e dell’uomo

abbiamo a far altro che entrare più a dentro, a considerar ben bene la
natura, e gli aggiunti di questo divin servizio, e nói vi vedremo come la
giustizia, l’equità della cosa voglia che noi lo serviamo l’onore e la gloria
che a noi ne ridonda, la facilità, la dolcezza, la pace che noi vi -proveremo
l’accompagna, il premio finalmente che noi ne riporteremo per averlo ser­
vito: oh che campo, o cari, di pensieri, di affetti, di consolazioni per far di
questo primo giorno una giornata di paradiso: che argomenti, che stimoli
per infervorare, per infiammare questo nostro cuore a darsi per intiero a
servir il Signore.
Io non vi parlo della giustizia di questo divin servizio, poiché qualcosa
più giusta, più equa, più ragionevole, che una creatura, e molto più un
Eclesiástico, serva al suo Dio, al suo Signore, al suo Creatore, al suo Bene­
fattore. Io mi fermo nemmeno sulla facilità, sulla dolcezza, sulla pace che si
prova in questo divino servizio; dirò solo che il Signore è un padrone tale,
che non vuole che il suo servo stia alle sole ragioni, ai patti, alle promesse,
ma vuole desidera che provi, che gusti, e poi decida: gustate et videte48:
chiamatelo, se volete, a tanti buoni Eclesiastici, che servono Dio, dite loro,
se trovino peso, cruccio, fastidio, e grande fatica a servire il Signore, e vi
risponderanno che nò, o se Io sentono un qualche poco, è tanto il com­
penso, che si fa quasi desiderare: vi diranno che non san che fare di tutte le
dolcezze di questo mondo, e non cambierebbero la lor sorte colle migliori,
e più fortunate persone sulla terra: avete sentito, io non ho altro ad aggiun­
gere ai loro detti, ed alla loro esperienza; provate, ripeterò, e poi voi stessi

libero, e che non sapesse che fare. Possibile, insisteva Faltro, che non abbia proprio un
momento [?] nò Signor mio, rispose francamente, cominci egli però vi sarebbe un mezzo
se è capace di usarlo, ed è di trovarmi un momento, che non sia sacerdote, ed allora io
troverò un momento da disporre, e da perdere in quel modo. Cotesta risposta sembrerà
un po’ indigesta a tanti sacerdoti nel mondo, che, come essi dicono, non sanno che fare
nel mondo, eppur ella è cosi; e chi la pensa diversamente non conosce se stesso, non
conosce la sua vocazione, non conosce i suoi doveri. Fatto questo non ci resta che servir
Dìo di buona voglia, con bella grazia, allegramente. D ’ordinario contenta, o disgusta di
più un padrone la maniera, con cui un servo disimpegna il suo servizio che il servizio
stesso; e se questo ha luogo tra gli uomini, che non sarà del Signore quando sappiamo che
misura il nostro servizio più dal cuore che dalle cose [?] Deus magis de cordibus quam de
manibus facta metitur [cfr. nota 35]: hilarem datorem diligit Deus [2 Cor. 9,7], non dice
già un datore, un operatore di gran cose, ma hilarem pronto, esatto, e di cuore.
Con un rimando alla pagina. 10 riprende il testo non cancellato che sì trova però nella
pagina a fronte.
48 Sai 33,8.

145
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

l’avrete a decidere49, e sappiate che in questo mondo dura sunt omnia:


Deus solus requies: guai al povero sacerdote che cerca altrove fuori di
questo Dio la sua quiete, la sua pace.
Finalmente l’onore, la stessa nostra gloria vuol che serviamo il Signore,
come il premio che ci aspetta. Nel mondo etc. pag. 8.

(1876) 8 Nel mondo vi sono de padroni, grandi e ricchi nel secolo, Re e Monar­
chi: tutti questi differenti padroni sono serviti, e chi li serve se ne vanta,
se ne gloria, e si stima felice. Eppure che ha da fare questa qualità di servo
anche del primo monarca del mondo colla qualità che a noi Eclesiastici
compete particolarmente di ministri e servi del Signore, qualità gloriosa
oltre ogni credere, qualità tanto alta, ed eminente che ci innalza sovra
quanto vi è sulla terra50 [?] Quanti nobili, e generosi sentimenti dovrebbe

49 Una riga cancellata: ma intanto ricordiamoci di quel gran detto, che spero ripetervi
altra volta, cioè.
50 Seguono alcune righe cancellate che trascriviamo in nota: Entrato il profeta Giona
sulla nave che doveva condurlo a Tarso, il Capitano io interrogò, dice la S. Scrittura, chi
fosse, quale la sua professione, il suo paese, la sua qualità. Il profeta si limitò a rispondere
con dire che era un servo di Dio, e che temeva il Signore: Deum Coeli timeo Gio 1,9
ammirabili parole, esclama un santo Padre, si fanno al profeta tante e diverse dimande,
ed egli crede d’aver soddisfatto a tutto con una sola risposta, sono servo di Dio, temo il
Signore: come se avesse voluto dire: tutta la mia professione, tutte le mie qualità, tutti i
miei titoli consistono in questo solo: servo Iddio.

(1875) Con una nota il Cafasso rimanda alla p. 8 a fronte dove ce un lungo testo, in seguito
cancellato, che noi trascrìviamo: Ma cotesta nostra obbligazione di servir Iddio poggia su
tali, e tanti motivi che per poco li vogliam ponderare ci sarà come impossibile a non sen­
tirci forzati a superare ogni ostacolo per corrispondere al gran fine della nostra creazione,
e della nostra sacerdotale vocazione. Primieramente è tale l’importanza, e la natura di
questo nostro fine, e di questo nostro dovere che assolutamente, necessariamente va fatto,
va compito per non morire manzi tempo, anzi per non esser già morti ancor vivendo, e mi
spiego: questo nostro fine di servir Dio forma il nostro-fine la ragione totale e sostanziale
della nostra esistenza, e come io fà nel suo principio, così

(1877) continua ad esserlo nella nostra vita, sicché tolto questo fine non saressimo venuti
ai mondo, e venendo a cessare da parte nostra, cessiam parimenti di vivere avanti Dio,
viviamo, eppur siam morti, viviamo avanti il mondo, eppur la nostra vita non c’è più
avanti Dio, cosi che l’Eclesiastico che cerca di scuotere da cotesto servizio, e devia dal
proprio fine, tenta con questo di distruggere se stesso, perché cerca di far crollare il fon­
damento, il punto che forma la base, il cardine della sua esistenza. Sono vivo io che parlo
in questo momento, mi sono ritirato su questo monte, io che fo già i miei calcoli finiti

146
Giorno prim o degli Esercizi - M editazione Prim a ^ Sopra tifin e dell’uomo

parimenti risvegliare in un Sacerdote il pensiero della propria qualità di


ministro, e servo del Signore: io ho poco talento, poca capacità, non posso
far gran cosa, mi consolo però che anche nel mio poco servo il Signore:
sono di bassi natali, non appartengo a gran casa, non ho roba, non ho
impieghi, non ho titoli, niente importa, ho la miglior qualità del mondo,
sono un Eclesiástico, che serve il Signore; di questo solo mi pregio, mi

questi giorni; è vivo quel sacerdote, che fa tanto strepito di se in quel luogo, in quel
paese, si prende tanti cruci per se, e ne da ancor gli altri, vive o no, ed è già morto; pur
ridicola questa dimanda, se la facciam al mondo, cercar se sia morta una persona che vive,
ma lasciamo che il mondo rida di ciò, che non intende; e se noi vogliamo saperlo, guar­
diamo lo spirito, le opere sue: se i suoi fini, i suoi progetti, le sue occupazioni sieno dirette
all’onore, alla gloria di Dio, e quando sien tali, teniam pure per certo, che c’è, che esiste,
che vive, non già perché lo novera il mondo, ma perché lo novera Iddio, e Iddio appunto
lo calcola, lo riconosce, e lo tiene tu tt’ora per un opera sua, un servo, un ministro, perché
compia al proprio fine, al proprio uffizio. Del resto quando viva per tutt’altro, pensi,
studi, fatichi, si logori anche pel mondo, per la terra, è inutile sperarlo, darcela ad incen­
dere Iddio non ci calcola più, e tiene già avanti Lui come cessata, come estinta la nostra
vita, mentre noi ne estinguiamo, e ne facciamo cessare la ragione totale, sostanziale; e
non ci faccia meraviglia perché anche tra gli uomini non-si fa diversamente: interrogate
un Sovrano, se riconosca un Ambasciatore, che non corrisponde ai suoi mandati, e li tra­
scura. Dimandate'ad un padrone, se abbia ancor per servo colui che non vuol più ubbi­
dirlo; certo che no, e chiunque li avrebbe per gente morta nella lor qualità, e che ha ces­
sato di vivere per quel fine; lo stesso dicasi nel caso nostro, colla massima differenza però
che essendo quei fini accidentali nelle cose umane, la persona non ne scapita di molto,
e quasi può dirsi sempre la stessa per ciò che riguarda [a sostanza del viver suo; che al
contrario pel nostro punto poggiando la ragione formale, sostanziale, ed inseparabile dei
nostro vivere su quel gran fine, mancandoci, non resta più che illusoria, ed apparente la
nostra vita, come apparente é tutto ciò che manca della vera suà sostanza. Deum time etc.
pítgT^é
Per chi ha fede, e per chi ha un po di senno dovrebbe bastare questo riflesso per
destarlo, scuoterlo, e far che intenda una volta, ciò che nel mondo non si vuol capire, ed
intendere; per noi Eclesiastici, che siamo qui radunati pe’ nostri esercizi, questa massima
sola può darci materia di ben serii riflessi in questo nostro ritiro: orsù ciascuno di noi,

deve dire a se stesso, che vai andare avanti in questo mondo, passar i giorni, i mesi, (1879)
gli anni, crederci di vivere, e far forse gran cose, quando poi in realtà non fosse che una
vita di nome, di apparenza, di fumo, e niente più che materiale: cosa che ho fatto sin’ora,
che fò, che voglio fare in questi giorni, e per l’avvenire se il Signore vorrà ancor darmene;
or che siamo qui lontani dallo strepito, e da’ tumulti del mondo, liberi dalle brighe, e da
disturbi del nostro impegno, del nostro stato, or che siamo qua venuti a bella posta con
sacrifizi, con incomodi, è tempo di parlarci chiaro, prendere alle strette il nostro cuore, e
vedere a che punto siamo.

147
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

vanto, cxH~questo solermi vanto e questo solo mi basta. Assuma chi vuole
altri titoli, di dotto, di grande, di eroe, io sarò abbastanza ricco, abbastanza
grande quando sia un sacerdote, che servi Iddio.

(1878) 9 Altri formeranno progetti di onori, di acquisti, di ambizione, di for­


tuna, a me basta per tutto, che io serva al Signore, e lo possa servire sino
agli ultimi de’ miei giorni. Tal’è la grandezza d’animo, la nobiltà de’ senti­
menti, la quiete, la consolazione del cuore che genera, che la nostra qualità
di ministri, di servi del Signore quando sia da noi conosciuta, e stimata per
quello che è, e per quello che vale5’.
L’altra cosa che può giovare per eccitare un Eclesiástico a servire alle­
gramente il Signore è la vita, la speranza di quello, che ci aspetta, e ci sta
preparato. Noi sappiamo i lamenti, i gemiti di quel Ministro, che dopo
d’aver servito lungamente il suo sovrano, e non potendo avere in com­
penso nemmen un ora di più di vita, si rimproverava di non aver servito

51 Segue un testo cancellato che trascriviamo in nota: Che se il Signore nell’esercizio del
nostro ministero ci permette travagli, ci addossa qualche opera che ci incomoda, ci pesa,
ci noja sia pel tempo, sia pel luogo invece di lasciarci abbattere, farla a malincuore, e come
per forza dovressimo rallegrarci, e ringraziarne il Signore. Un padrone che tenga un lavoro
difficile, incomodo, nojoso a farsi, si volge al servo più fido, più docile, più sicuro. Un
Capitano che abbi un posto d’importanza da assalire, da guardare s’appiglia al soldato più
fedele; e questo tratto d ’un Superiore, d’un padrone ben lontano di umiliare, di abbattere
un servo, un soldato, che anzi lo onora, lo anima, lo esalta. Tale è l’onore che ci fa a noi il
Signore quando si serve di noi. Vi sarà un penitente rozzo, ignorante, grossolano, che vuol
molta pazienza, e Dio lo manda a noi; ve ne sarà un altro ostinato, duro, dove ci vorranno
per vincerlo tempo, destrezza, preghiera, ebbene Dio dispone che veniam richiesti noi
a preferenza d’un altro: vi sarà un moribondo a ore incomode di notte, in siti lontani,
strade quasi impraticabili, andiatn dicendo: in sì fatte occasioni invece di provarne rin­
crescimento, e peso, e prestarsi per metà, e di cattivo umore, dovressimo anzi tra noi e
noi gioire, rallegrarci, e ringraziare grandemente il Signore: mio Dio vi sono tanti buoni
sacerdoti che potrebbero fare molto meglio di me: che hanno zelo sicuro, buona volontà,
e io farebbero tanto di cuore, e voi mio Dio siete tanto buono da volgervi a me, da affidare
alle mie mani quello, che avete di più caro al mondo, un anima da voi redenta: mentre
tanti marciscono nell’ozio a far niente,.io lavoro per Dio, mentre tanti altri sono in moto
per chi sa quali faccende, io parimenti mi trovo in moto con loro, con questa differenza
però che io mi muovo per Dio, ed eglino per gli uomini, loro per la terra, ed io pel Cielo.
Non basta ancora in quel tempo istesso che altri sacerdoti pregano Dio col profeta: ecce
ego mitte me [Is 6,8] sono pronto ovunque ai vostri cenni, Dio invece chiama me, che
forse non vi penso, e quasi mi pregasse mi dice che gli sta a cuore quel tale, vuol salvare
quell’altro, epperciò a me lo manda, lo raccomanda: Signore mi confondete, e che mai
sono avanti di voi per onorarmi cotanto [?] ah! quanto zelo, quanto cuore, quanta gioia
dovrebbero svegliare cotesti riflessi in un buon Eclesiástico.

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Giorno p rim o degli Esercizi ~ M editazione P rim a Sopra il fin e delluomo

un altro padrone, che in quel punto certo l'avrebbe compensato: e quanti


sono costretti in que’ giorni a fare cotesta dolorosa confessione: hanno ser­
vito, e che duri padroni, hanno faticato, hanno sofferto, sono stanchi da
non poterne più, eppure si vede, si tocca con mano ogni dì come sieno
pagati in quel punto: rimorsi, affanni, inquietudini, e Dio non voglia,
qualche cosa di peggio: consoliamoci, fratelli miei, che il padrone, che noi
abbiamo scielto a servire, ci lascierà niente a desiderare, anzi supererà di
molto le nostre speranze, e

le nostre aspettazioni allorquando volgeranno alfine i nostri giorni. (1880) LO


Il nostro fine ultimo è quello che ce ne assicura: noi non siamo per
questo mondo, ma pel Cielo: Creatus est homo ad hunc finem ut Domi-
num Deum suum laudet, ac revereatur. eique serviat tandem salvus fiat52.
Dunque finiamola, questo mondo o cari, non è per noi; per natura, siamo

per nostra scielta medesima siamo per Dio, e per il Cielo sicché il caso di
fare calcoli, e progetti di terra, di attaccarvi il cuore, di riposarvi sopra nò
questo mondo ripeto non è per me53. Sono nato etc.

52 S, I g n a z io d i L o y o l a , Esercìzi spirituali, eie., n. 23.


53 La pagina, contìnua con un lungo testo cancellato le cui prime due righe sono illeggibili.
Trascriviamo il testo: Abbiamo veduto finora il fine nostro, ed eccovi con questo il fine
di questo mondo reiativamente a noi, di aiutarci noi a conseguire il nostro ultimo fine:
Reliqua super terra .sita creata sunt hominis ipsius causa ut eum adiuvent ad suum finem
persequendum [S. I g n a z i o , Eserc. sp., cit., n. 23]. Per questo mondo s’intende primiera­
mente tutto ciò, che di materiale, è visibile può cadere sotto i nostri sensi: s’intendono
tutte quelle qualità accidentali, che in modo speciale toccano noi stessi, come sarebbero
la nostra condizione, nascita, fortuna, sanità, impiego, talento e cose simili; s’intendono
finalmente tutte quante le vicende che nella giornata incorrono, e sono indispensabili,
sieno prospere, sieno avverse, giacché tutto quanto capita, ed esiste nel mondo, che non
porti il carattere di colpa, tutto indistintamente viene da Dio: Bona et mala, vita, et mors.
paupertas et honestas a Deo sunt. dice lo Sp. Sant. nell’Eclesiastico: 11.14. Ebbene tutto
questo Dio l’ha creato, lo vuole, lo permette per questo solo fine di darci un mezzo per
arrivare all’ultima nostra meta, all’ultimo nostro fine. Gran verità, fratelli miei, da cui ne
vengono necessariamente grandi conseguenze. La prima, e principale è questa che tutte
le cose di questo mondo essendoci date come un mezzo di salute, ed ogni cosa indistin­
tamente sia dolce, sia amara, sia comoda, sia nò potendoci servire egualmente, per quel
fine, anzi Dio avendo disposto in quel modo sono certo con questo che quel mezzo è
il più conducente per me, ne viene naturalmente che ognuno di noi dovrebbe essere
indifferente tanto ad una cosa, come all’altra, sìa sano, sia malato, viva poco, viva molto,
abbondi di talento, di roba, oppur ne scarseggi, si parli bene si parli male, abbia o non

149
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1881) il Sono nato in terra, ma non sono nato per finire sulla terra, sono invece
creato, sono destinato a finire terminare in Cielo: che se fratelli mìei, ci
costa qualche cosa ad attraversare la strada di questo misero mondo, fac­
ciamoci animo cuore, come dice Agostino ci sia di sollievo, e conforto la
vista del premio, la speranza di ciò, che ci aspetta: grandis labor. sed resplce
quod promissum est: spes praemii solatium sit laboris: :
quello è il nostro fine, là bisogna andarci, e costi quanto vuole,
costo va conseguito: lo ripeto e conchiudo: vi conviene conseguirlo: Crea-
tus est homo ad hunc finem ut Dominum Deum suum laudet. ac reverea-
tur, eique serviens tandem salvus fiat. Cosi sia54.

abbia stima nel mondo, per me è lo stesso; guardando ogni cosa come mezzo, e tutto
potendomi servir ugualmente, tanto mi deve essere questo come quello, indifferente ad
ogni cosa, ad ogni accidente, ad ogni caso qualunque possa essere: qui si vuol dire che
è difficile cotesta indifferenza: io rispondo: sia o non lo sia difficile, io dimando ella è una
conseguenza naturale, legittima, o no? Di più osserviamo che non si parla già d’indiffe­
renza di senso, che sarebbe quasi impossibile, ma s’intende indifFerenza nella parte supe­
riore di volontà; voglio ammettere che anche questa contenga qualche difficoltà, ma non
perdiamoci d’animo, fratelli miei, vi sono arrivati, e vi arrivano tanti altri sacerdoti, i quali
se Dio facesse loro l’offerta di scegliere più in caso prospero ed avverso, rifiuterebbero,
e nò direbbero, tutto quello che volete voi o Signore, né più né meno di quello che sia
meglio per la vostra gloria e per la vostra salute, e perché non lo potremo dire anche noi?
tentiamo almeno di arrivarvi, ed awicinarvisi quanto possiamo: felici noi se vi giunge­
remo, quanti pericoli, e quanti dispiaceri di meno con questa santa indifferenza; giacché
appunto i disordini il male tanto de’ cristiani, come degli Eclesiastici proviene appunto
dall’attacco

(1881) 11 di terra, e quello stesso attacco è quello appunto che fa sentire più vive, più dolorose
le vicende di questo mondo. Come poi le cose tutte che ci circondano possano essere per
noi un mezzo di salute, è facile comprenderlo, e lo possiamo capire in poche parole: o elle
sono prospere, di comodo, di vantaggio, di onore, ringraziamone il Signore, impariamo
da questo poco a sperare di più. nell’altra vita, facciamone un buon uso, e procuriamo col­
l’esercizio della mortificazione di andar via togliendo da noi, ed offrire al Signore ciò che
Egli stesso ci ha dato. Oppur elle ci sono avverse, di cruccio, di pena, di umiliazione, di
travaglio, oh! allora possiamo essere più facilmente in guadagno, rassegnarci alla volontà
del Signore, adorare, e lodare la santa sua volontà: e per farlo facilmente, farlo anche alle­
gramente, ricordiamoci sempre, e finisco, ricordiamoci, come raccomanda il divoto servo
dell’imitazione di Cristo, del nostro fine: memento semper finis [I, XXV, 11] io non sono
pel mondo, il mondo non è per me.
5,4 II manoscritto contiene ancora alcune pagine, con tre diversi esordì.

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Giorno prim o degli Esercìzi ~ M editazione Prim a ~ Sopra il fin e deWuomo

Esordio alla prima Meditazione (1883)

Nel dar principio a questo santo ritiro, e nel volgere uno sguardo a Voi,
fratelli miei cari, molti sono i pensieri che si presentano alla mia mente,
e che più. o meno nasceranno in ciascun di Voi. Noi ci troviamo qui radu­
nati in un certo numero, e per poco che vi pensi, non posso a meno che
dimandar a me stesso e come va in un sito così deserto, incomodo, lon­
tano e trovarmi tutto in un colpo, e quasi all’improvviso un tanto numero
di gente? e chi sono cotesti personaggi, d’onde mai sono venuti, perché
tempo si fermeranno, ed a che fare si sono recati costà? Quattro dimande,
che basterebbero per se sole a darci materia più che abondante per tratte­
nerci ben utilmente in questo ritiro. Chi sono cotesti uomini? sono sacer­
doti, sono Ministri del Signore; sono que’ candellieri che Iddio ha posto
qua e là nel mondo per diradarne le.tenebre; sono que’ duci, che Dio ha
destinato a capitanare le elette schiere del Cielo; sono que’ messi che Iddio
ha spedito sulla terra per combattere il peccato, e dilatare la gloria sua;
sono personaggi in una parola prescelti fra tutti, chiamati con particolar
vocazione, allevati con cure tutte speciali, forniti di qualità, e poteri affatto
diversi dagli altri; forse chi li vede, gli pare gente comune e uomini come
tutti gli altri, eppure no; sono uomini sì, ma uomini privilegiati, partico­
lari, e tutto proprii, come tutto proprio è il loro stato. E d’onde vengono
questi uomini? Vengono dal seno di un mondo, in cui tutto è trambusto,
confusione, e discordia. Vengono tramezzo a maligni che non lasciano
loro-inepace da una terra che a stento li soffre, e sovente li copre di53 beffe,
e sarcasmi. Vengono dalle loro case, e paesi, dove sogliono dividere le loro
assieme a molti buoni le loro preghiere, ed il loro dolore; e per che tempo si
fermeranno costì? per poco; eh! un soldato che abbi il suo posto assegnato
in campo di battaglia, non può starsene assente; un capitano, che tenga le
sue schiere in faccia al nemico è impossibile vi stia lontano. Dunque questi
uomini, che vi son giunti, fra non molto spariranno di bel nuovo. Ed a
che fare ci sono venuti? eccoci al punto più interessante per noi: forse per
divertirsi, per passare un po’ di bel tempo? eh! siamo ben lontani miei cari,
questi uomini di cui vi parlo, hanno ben tutt’altro da pensare che a queste
minuzie, e miserie; forse per riposarsi solo e starsene in quiete? Nemmeno.
A che cosa adunque? il fine, il perché

55 Una parola cancellata illeggibile.

151
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1884) è degno del personaggio, che è venuto. Egli è posto nel mondo per fare
presso Dio la causa de popoli, ma venne a quésto luogo per far la causa
sua propria, per trattare dell’anima propria sua. Il tempo come vedete di
questa fermata, è brevissimo, l’affare a compirsi egli è massimo: otto giorni
di tempo, miei cari, per rivedere gli anni nostri passati: otto giorni per
preparare il rendiconto dei nostri lavori: otto giorni per mettersi di par­
tire ogni momento da questo mondo per l’eternità: otto giorni per ren­
derci veri atleti del Signore, fermi, costanti, ed immobili ne’ più duri
cimenti; otto giorni, per formare delle nostre persone la grazia più grande
pe’ popoli, il tesoro più prezioso della terra, qual’è un vero Ministro del
Signore: otto giorni e niente più, otto giorni, che già hanno cominciato,
e nel momento stesso che ve lo dico, s’incalzano, e se ne corrono al fine:
otto giorni che andiamo perdendo in ogni istante, e che passati ritorne­
ranno mai più. O fratelli, sia questo il pensiero che-ci abbia~ad~impegnaTe
in questi giorni che ciascun di noi abbia a tenersi sott’occhio come uno
specchio per impegnarsi in questi giorni. Il tempo passa, il mio affare è
sommo, gettato che egli sia non ritornerà più: cogita frequenter ad quid
venisti515, mi vien ben acconcio qui il ripetere il beH’awiso dell’i m itazione
di -Cristo di quel vlc servo di Dio. Pensa soventi o Sacerdote, in questi
giorni, qual sia il fine, per cui ti sei ritirato in questo luogo. In varie
maniere Iddio avrà chiamato ciascuno di noi a cotesto ritiro, ed in varie
maniere parimenti Iddio ci parlerà; variis et miris modis vocat nos Deus:
con uno~userà la-voce del ad uno indirizzerà e farà sentire una parola di
timore, dello spavento, dell’affanno, con ad un altro tacerà il linguaggio
della pace, della consolazione, e speranza. Chi la sentirà una scossa al cuore
per questa voce in una massima, chi nella recita del nel Breviario, chi nelle
proprie preghiere, chi in chiesa, chi in camera, e direi anche nello stesso
sollievo. Comunque venga, e qualunque sia questa voce ricordiamoci che
ella è di quel Dio che ci ha chiamati; voce che non sappiamo se si ripeterà
altra volta, voce che d’ordinario non si sente che nel ritiro, e quiete; voce
di vita, o di morte poiché se vi sono motivi di temere per un anima, il
egli è quando
persona arriva al punto da trascurare e non badare più ;
a queste voci. Guai al servo, che non s’arrende alla voce del suo
padrone; guai al figlio che non fa più caso delle parole del padre suo: Verba

56 De imitatione Christi, I, XXV, 1.

152
Giorno p rim o degli Esercizi - M editazione Prim a - Sopra il fin e dell’u omo

Dei non auditis quia ex Deo non estis3": perché quell’Eclesiastico è cosi
annoiato dalla parola di Dio, e sentendola non la cura? perché l’ha rotta
con Dio, s’è allontanato da Lui, e non s intendono più. Lo so che questo
non fa per voi che col fatto mostrate il contrario, mentre siete accorsi per
sentirla,

ringraziamone il Signore, e si abbia per non detto, e frattanto entriamo (1885)


senz'altro in quel gran campo di verità, e di disinganni che ci attendono in
questi giorni58.

Era costume come voi sapete V.dl fratelli miei, del nostro divin Reden- (1886)
tore d’interrompere soventi le sue apostoliche fatiche e ritirarsi in solita -
dine non tanto pel materiale riposo ma molto più per ivi attendere alla
preghiera, e contemplazione. Non contento di farlo egli solo, invitava i
primi suoi sacerdoti ed apostoli come leggiamo presso S. Marco Cap. 6°
che essendo ritornati essi un di da tma certe loro fatiche, dopo d’avergli
narrato quanto essi avevano insegnato, ed operato, questo buon padre fece
loro Finvito d’andar seco lui in solitario luogo a prendere un po’ di lena:
venite seorsum in desertum locum, et requiescite pusillum. Ed essi Fascol­
tarono avviandosi seco lui per quel deserto: ... abierunt in desertum locum

57 Gv 9,47.
58A questo punto il testo contiene l ’annotazione 1 °pag. 2, Così scrivendo il Cafasso inten­
deva rimandare alla pagina 2 in alto ¿love ce analogo segno. Segue un testo successivamente
cancellato dal Cafasso che noi qui trascriviamo: Tutto il male nelTuomo proviene perché
dimentica il proprio fine, quel fine cioè che Iddio irrevocabilmente ha segnato a ciascun
di noi nella nostra vocazione, epperciò non v e a stu p ire che fallisca la strada; mostratemi
l’arte, diceva un servo di Dio, di far pensare seriamente, di far riflettere gli uomini, ed io
avrò i Sacerdoti, ed io ve li darò tutti santi; ma finché il Sacerdote non si metta davvero
a tener l'occhio ben fisso alla propria meta, non v’è a sperare che ritorni in meglio, o sarà
fuor di via, o anche trovata la vera, la lascierà nuovamente e come volete che giunga ad
uno scopo, quando questo scopo vi manca, o almen non vi si bada, o si cambia ogni
giorno. Io vi chiamo adunque o fratelli una giornata per darla, per consecrarla intiera­
mente a questa gran verità, per ponderare cioè la natura, l’importanza, e le conseguenze di
questo gran fine. In questa massima possono dirsi compendiati tutti i nostri esercizi, e dal
modo con cui ci faremo a meditarla, dal frutto che ne ritrarremo potremo giudicare fin
d’ora dell’esito, e del frutto del nostro ritiro. Il Signore assista e me, e Voi in questi giorni
sicché il tutto abbia a riuscire alla maggior sua gloria, a consolazione e sollievo della deso­
lata sua Chiesa, ed al maggior profitto, e vantaggio delle anime nostre. Cominciamo.
Il Cafasso, aUa pagina appena trascritta in nota, ha incollato un foglietto di altro colore
contenente un testo che potrebbe essere una variante dell’Esordio testé trascritto. Non lo trascri­
viamo in nota, ma di seguito nel testo non essendo stato cancellato.

153
Esercizi Spirituali ai Clero ^ Meditazioni

seorsum’°- Fratelli miei, già voi lo capite. Cotesto buon Dio ha fatto un
altrettanto con me, e con voi col comodo, e colla grazia di cotesto ritiro, di
questi Spirituali Esercizi sulla cima di cotesto monte. Grazia etc.

(1887) Esordio della Meditazione sul fine


quando si sia fatta j’Introduzione

Uno de’ mezzi, anzi il primo tra tutti per riuscirla in un affare Egli è quello
di richiamarlo soventi alla mente, considerarlo attentamente, conoscerne
l’importanza e pensarne tutte le conseguenze. Tale era la pratica del dottor
S- Bernardo, che ritirato in Religione, benché sequestrato dal mondo, tut­
tavia per non venir meno alla sua vocazione, anzi per impegnarsi vieppiù
a corrispondervi, usava di ricordare soventi a se stesso il fine, per cui s’era
ritirato in Religione venuto con quelle parole che noi sappiamo: Bernarde,
ad qui venisti? La stessa massima inculca l’autore del bel libro dell'lmita-
zione di Cristo: pensa soventi, o figlio, al fine, al motivo, per cui tu sei
venuto: cogita frequenter ad quid venisti. Datemi un padre, un padrone,
od una persona qualunque, che abbia a compiere commettere un qualche
affare d’importanza se viene il caso che l’abbi a~commettere al figlio, al
servo, od altro dipendente od amico, la prima cautela, che usa per sua tran­
quillità, e sicurezza, è appunto cotesta raccomandazione: ricordati bene,
pensavi sempre, guai se lo dimentichi. Tale appunto la regola che tiene
S. Ignazio ne’ suoi esercizi; vuole che per primo la persona che si ritira,
richiami il suo fine, lo consideri, lo mediti, lo pesi attentamente, e tale e
tanta è l’importanza, che dà a cotesta meditazione che la chiama la chiave,
la base, il fondamento di tutto Tedifizio spirituale, di tutto il frutto che sarà
per ricavare la persona dagli esercizi, e ben con ragione, poiché a misura
che noi conosceremo la natura, e l’importanza di questo nostro fine ne
viene per conseguenza che noi vi metteremo maggiore o minore impegno
per riuscirlo: da qui ognun vede il bisogno, la necessità in cui ci troviamo
di entrarvi ben a dentro, conoscerla a fondo, e sortirne pienamente per­
suasi, poiché altro è saperlo solo, da ciò che abbiamo fatto imparata fin da
ragazzo, altro il capirlo, ed intenderlo, lo che non è di molti, non già che
sia difficile, e superi le nostre forze, ma perché non vi si pensa, e non si
considera. Doppio è il nostro fine, etc.

59M e 6,32.

154
Giorno p rim o degli Esercizi ■- M editazione Prim a - Sopra il fin e dell’u omo

Doppio il nostro fine, l’uno presente da compiersi quaggiù sulla terra, (1888)

qual è quello di servir Dio, Taltro che ci attende lassù in futuro nell’eter­
nità, che è arrivare a goderlo. Non so qual più meriti la nostra considera­
zione, tanto è grande l’importanza d’entrambi cotesti due nostri destini.
Noi sceglieremo questa mattina il primo, e per poterlo svolgere, e pene­
trare quanto più ci sarà possibile, conoscerne la necessità, la grandezza colle
pratiche sue conseguenze, noi lo considereremo sotto questi tre punti60.

Iddio mi ha creato per se, e questo fine è talmente necessario, inerente, (1889)
intrinseco, e sostanziale al mio essere che d’esso solo e non altro forma la
ragione totale della mia esistenza sulla terra.
Iddio mi ha creato per servirlo, ed è questo Dio medesimo il fine più
grande, più nobile etc. che Iddio potesse destinarmi sulla terra.
Iddio m’ha creato, m’ha destinato ad onorarlo, a servirlo, e fra quante ve
ne potrebbero essere il Signore non poteva segnarmi un occupazione più
facile, più dolce per me.
L’importanza adunque, la grandezza, la soavità del nostro fine quaggiù
ecco il soggetto di co testa nostra meditazione.

Fine dell’uom o61 (1890)

Richiamiamo al pensiero quel pulito momento solenne e strepitoso, in cui


Iddio venne alla creazione del mondo, e principalmente del primo uomo,
che forma nell’ordine sopranaturale il tipo, e l’immagine di quella di cia­
scuno di noi. Iddio aveva creato il mondo-e come terminato l’opera sua
dando una occhiata per lo spazio cotesto immenso spazio dell’universo, se
ne compiacque dell’opera sua e trovò che ogni cosa andava bene62: et vidit
Deus quod esset bonum63. Ma che? vi era vi vedeva un vuoto poiché vi
mancava ciò che64 doveva formare l’oggetto più caro al suo cuore più caro,

60 II testo del Cafasso continua su un foglietto di altro colore incollato alla pagina.
61 Le prime righe di questa nuova introduzione sono state cancellate, si riportano di
seguito: Faciamus hominem fu questa quella grande parola, che ci riferiscono le Sacre
Carte, e che risuonò sulle labbra di Dìo medesimo in occasione che si creò il primo uomo.
Egli è ben consolante per noi il pensare al punto ed alla creazione.
61 Le parole che seguono in latino sono state aggiunte dal Cafasso in nota.
63 Gn 1,25-
64 Una riga cancellata illeggìbile.

155
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

e per dirlo presto vi mancava l’uomo. E qui osserviamo il modo, che tenne
in quella creazione. Aveva già creato il rimanente senza interruzione, ed a
nostro modo di intendere quasi senza riflettervi tanto, che quando pensò
arrivò all'uomo, ristette alquanto, e come se avesse bisogno di pensarvi
prima ben bene e maturarla prima-di farla cotesta grand’opera, cominciò
avanzarne il progetto prima di venirne all’esecuzione; faciamus hominem:
pare che le persone della Trinità SS™ fossero tra loro a consilio per deli­
berarvi d’attorno alla grand’opera che erano per decretarsi faciamus homi­
nem etc.: sì si faccia, si crei quest’uomo: et creavit Deus hominem65

(1891) s’era già ripetuta chi sa quante volte in Cielo cotesta voce, s’erano già
ripiena moltiplicati gli uomini, s’era già ripiena la terra, ma né io né voi
comparivano ancora. Il mondo già ecchegiava per industria, per arti, per
scienza, per armi, ma tutto si faceva senza di me, tutto si compiva senza
di voi. Correvano intanto gli anni, ed i secoli, si succedevano gli uomini
gli uni agli altri, e qui andiamo pure col nostro pensiero di generazione in
generazione fintantoché capitò quel secolo, arrivò quell’anno, spuntò quel
giorno, suonò quell’ora in cui in Cielo si ripetè di nuovo questa voce già
tanto antica: faciamus hominem, sì creiamolo non si ritardi più a lungo,
faciamus hominem sì va creato sull’istante: et creavit Deus hominem. E
chi è quest’uomo che di cui or ora si fa decreto in Cielo: chi è costui, che
come nuova creatura sulla terra? quest’uomo, e questa creatura sono io,
siete ciascun di voi. Esamini ognuno gli aggiunti della questa nuova sua
creazione, e comparsa sulla terra. Il mondo faceva senza di me, non aveva
bisogno alcuno della mia persona e se io non fossi nato non eravi certo un
vuoto al mondo, siccome non c’era prima che nascessi, ne vi sarà da qui a
qualche giorno che io me ne vadi andrò sotto terra. E ciò tenia-

(1892) molo ben a mente per tenerci bassi ed umili e non darci un importanza
che né abbiamo, né meritiamo: quand’anche ad alcuno ove si trova, paja dì
fare qualche cosa, e forse vi passi pel capo che se non si trovasse egli in quel
sito, chi sa le cose come andrebbero, io~ripeto sempre ricordiamoci sempre
che il mondo non ha bisogno di noi, chi sa quanti altri farebbero, e da qui
a qualche tempo faranno meglio di noi. Il mondo non aveva bisogno di
me, e pensava per nulla a me; fu solo Iddio che vi pensò. Chi sa quante
altre creature, e uomini possibili si presenteranno alla mente del Signore

65 Gn 1,26.27.

156
Giorno prim o degli Esercizi ~ M editazione Prima - Sopra il fin e dell’uomo

nel punto della mia creatura, ebbene rigettò ogni altra, e .scielse me. Mi
scielse senza che io avessi merito alcuno: mi scielse colla prescienza che
tanti l’avrebbero corrisposto meglio di me; mi scielse prevedendo le tante
offese che io stesso l’avrei fatto: mi scielse forse mentre vedeva che avrei
rubato al suo cuore tante creature, e sarei stato la rovina di tante altre
anime66: Iddio superò ogni ostacolo, otturò le orecchie a tutti i reclami
che sorgevano a mio carico, voleva crearmi, e realmente mi creò, e sono
comparso sulla terra. Quanti pensieri ed affetti non dovrebbe in noi sve­
gliare cotesta verità! affetti primieramente di fede in questo Dio, che Egli
veramente è quello che mi creò! Credo, sì, credo in Deum Redemptorem
meum. Affetti di nobiltà, e grandezza

per avere un padre sì grande, che niente e nessuno lo eguagli, e nemmen (1893)
s’avvicini. Affetti di gratitudine, e riconoscenza per la preferenza a noi data.
Affetti di speranza, e confidenza in un padre sì potente sì buono: affetti di
zelo, e d’impegno pei la causa suoi beni ed interessi, giacché la comunanza
che corre tra un padre, ed un figlio vuole che lo glorii, e le ignominie il
bene ed il male di uno sue sieno considerate come glorie ed ignominie del^
l’altro nostre67: o padre mio che siete ne’ Cieli, sia conosciuto ed onorato
da tutti il vostro nome: Pater noster qui es in Coelis, sanctificetur nomen
tuum68 e dal canto mio farò ogni sforzo per darvi come figlio, quest’onor e
questa gloria: si dilati il regno della vostra grazia, adveniat regnum tuum,
e quando questa ci ripudii e s’aumentino le vostre offese, deh! per pietà
venga, e venga presto il Regno della vostra Giustizia: adveniat Regnum
tuum. Oh quanta materia ci presenterebbe per trattenerci utilmente tra
noi, se la conseguenza prima, e diretta di questa gran verità non ci chia­
masse a tenerle dietro. Essendo noi una fattura etc.

66 Una parola cancellata illeggibile.


67 Qui il Cafasso intende inserire nove righe che aggiunge in una nota e che noi trascri­
viamo di seguito.

157
Altra Meditazione (1894)

Sopra il fine dell5uomo

Grande Iddio, io credo, ed adoro la vostra reale, e divina presenza: prò- (1895) 1
strato avanti a voi io vi prego ad illuminare la mia mente sicché possa
meditare con frutto le vostre sante verità: domine ut videam1 vi dirò col
cieco del Vangelo, si fate o Signore che io appra gli occhi in questi giorni, e
comprenda il mio fine sulla terra conosca la volontà, e le vostre mire sopra
di me: notum fac domine finem meum: doce me facere voluntatem tuam2.
si o mio Dio parlate al cuore di questo vostro servo e Ministro mentre
sono fermo, e risoluto di fare ad ogni costo la vostra santa Volontà: loquere
domine, quia audit servus tuus3. O Maria, cara madre de’ Sacerdoti, voi
che foste già compagna agli Apostoli, ed a primi compagni del vostro
Gesù, deh assistete, accompagnate anche noi in cotesti giorni. Angelo
nostro Custode etc.
Per cominciare bene cotesti Esercizi ognun di noi dovrebbe farsi quella
dimanda, che già faceva a se medesimo il dottor S. Bernardo: Bernarde,
ad quid venisti4? Sacerdote mio caro, e perché hai lasciato la casa, e le tue
occupazioni? a che fine ti sei recato in cotesto luogo? per qual motivo tu ti
trovi qua ritirato. Può dirsi che basterebbe questa dimanda per assicurarci
il frutto di cotesto ritiro, quando dessa e si ripeta soventi, e si mediti seria­
mente. Il fine degli esercizi, come sapete, e vi fu detto fin da jeri sera è
la riforma della persona quando ne abbisogni, oppur la sua maggior per­
fezione se già si trovi in istato di virtù. Per raggiungere questo scopo, e
perché gli esercizi producano il loro frutto, sono necessarie due cose: riflet-

* (fald. 45 /fase. 82; nell’originale 1894-1907)


l M c 10,51.
2 Sai 38,4; 142,9.
3 1 Sam 3,9-10.
4 G u g l i e l m o d i S t. T h i e r r y , Vita, 1,1,4 (PL. 185).

159
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

tere per primo; 2 dar retta, star attenti, e prestarsi alle voci del Signore.
Mostratemi l’arte, insegnatemi il modo di far pensare un uomo, diceva già
un grande personaggio, ed io ve io do cangiato: sicché fratelli miei cari chi
tra noi in questi giorni vuol far profitto, trafficare questo tempo pel bene
dell’anima sua, partire di qua colla coscienza quieta, tranquilla, con un
carico di meriti pel paradiso, ecco quello che deve fare: starsene raccolto,
pensare, riflettere, meditare, e sarà in questo silenzio, in questo raccogli­
mento che noi sentiremo la voce di Dio, che è la seconda cosa che ci tocca
fare, e che dobbiamo aver presente in questo tempo. Non crediate che sia il
caso, che ci abbia quà condotti, e raccolti, o che possa attribuirsi il nostro
intervento a questa, o quell’altra causa, no è Iddio, e lo ripeto è il Signore
che a preferenza di tanti altri ha voluto usare con noi questo tratto di spe­
cial bontà, e misericordia, e se egli ci ha chiamati

(1897)2 possiamo esser certi che egli ci parlerà, tanto più- che l’ha detto espres­
samente egli stesso, che quando arriva cavar un anima di casa e gli riesce
di condurla, fermarla in solitudine, non è che per parlare, conversare alla
famigliare con essa; onde ravvivare di nuovo, risvegliare in lei la sua memo­
ria: Mei obliviscebatur, dicit dominus... propter hoc ducam eam in solitu-
dinem. et loquar ad cor eius. Os. 9.135. Sicché il Signore vuol ravvivare
anche in noi in questi giorni il pensiero, la memoria di se, vuol che diven­
gano d’or in avanti più frequenti, più vive le nostre relazioni, s’accenda,
s’aumenti, si dilati la nostra fede, la confidenza, l’amore verso di Lui,
epperò ci parlerà da padre, da amico, e quasi da compagno, e chi sa quante
cose, quante voci, quante confidenze, quanti inviti, quanti progetti terrà
in serbo per dire a me, per dire a voi: sta solo a noi a non lasciar cader a
terra coteste parole, a non mandare a vuoto si belle mire di questo buon
Dio, ed a non rompere il filo, la tela di tante misericordie; e per impegnarci
pensiamo che desse possono esser le sole, le ultime, che Iddio riserva per
me; ricordiamoci che elle sono grazie speciali che il Signore concede né a
tutti, né ovunque, né sempre; pensiamo in fine che da esse può dipendere
tutto il nostro avvenire, e che questi giorni possono essere di vita, o di
morte secondo la loro riuscita, poiché guai a quel figlio, che non dà più
retta alle voci, agli avvisi del padre suo; guai a quel servo, che non teme più
il comando, le minaccie del suo padrone: Verba Dei non auditis. quia ex
Deo non estis6. Ecco il perché nel mondo vi sono tanti cuori ostinati, tante

5 La citazione e errata. Quella corretta h Os 2,15-16.


6 Gv 8,47.

160
Altra M editazione ^ Sopra il fin e dell’uomo

orecchie sorde alle voci amorose di questo Dio, perché l’hanno rotta, e non
sono più de’ suoi. Lo so, e mi consola il pensarlo che cotesto rimprovero
non fa per voi che spontanei, volenterosi vi. siete recati con tanto vostro
incomodo in questo sito per ascoltare, per assaporare, per godere, e profit­
tare di queste voci divine, e per secondare questa vostra buona volontà vi
proporrò a meditare per la prima la massima, che vien detta, ed è la base, il
fondamento di tutto quello che saremo per fare, per dire in cotesti giorni,
e voglio dire la Considerazione del nostro fine su questa terra, io la Noi
la consideriamo sotto questi tre punti: Io sono al mondo, e ci son venuto
da Dio. 2. se io sto sulla terra è solamente per Dio. 3 ma non sono per
rimanervi gran tempo, io cammino, e sono diretto nuovamente al mio Dio

sono per Dio, me ne vo al mio Dio7. Ecco tre verità che prego il Signore ad
imprimere ben bene ne’ nostri cuori, sicché il tutto abbi a ridondare alla
maggior sua gloria, ed al più gran bene delle anime nostre.

Se col mio pensiero mi fo addietro d una quantità di anni e mi facessi a (1898) 3


dimandare, a ricercare nel mondo di me e di voi, perderei il tempo, e non
scuoprirei vestigia, indizio di sorta di alcun di noi. Troverei città, paesi, vil­
laggi come al presente, abitanti d’ogni sorta, vecchi, giovani, ricchi, poveri,
dotti, rozzi, andiam dicendo; troverei quel paese, quella casa che abito,
quella famiglia, da cui discendo, ma di me nessun ne sa, ne parla, ne viene
tampoco in mente. Ogni cosa camminava può dirsi come al giorno d’oggi,
gli affari d’ogni genere, il commercio, le scienze, gli impieghi, e quante vi
sono occupazioni nel mondo tutti si sostenevano, si disimpegnavano senza
di me, io c’entrava in niente, io son niente, la cosa più vile del mondo, un
granello d’arena, un atomo dell’aria in allora era più di me. Eppur oggi vi
sono, esisto, ho corpo, ho una mente, ho sensi, e chi, e come, e quando
cominciò cotesta mia vita, ed esistenza. Chi fu capace di darmi un intel­
ligenza per capire, un cuore per amare, un corpo di terra sì, ma fornito
di sì meravigliosi sentimenti. Il niente può far niente, il mondo oltre
che non avrebbe potuto pensava nemmen a me, i parenti non sanno che
dire, epperciò non ci resta che solo Iddio. Sì è questo Dio che mi creò:
Manus tuae Domine fecerunt me: Ps 1188. Oh fratelli miei, fermiamoci un

7 Qui l'originale inserisce una nota che rimanda al testo della pagina a fronte: Iddio fu
il mio principio, questo Dio forma al presente tutto il mio fine, e questo Dio medesimo
sarà pur anche Fultimo mio termine.
8 Sai 118,73.

161
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

momento a considerare quell’instante incomprensibile della mia, e della


vostra creazione: come mai un Dio potè arrivare a tanto di bontà di fissar
il suo sguardo, e mettervi il suo amore in me in mezzo a tante, ed infinite
creature possibili, che certamente si presentavano a preferenza di me, Iddio
le ha rigettate, sono rimaste, e rimarranno sempre nel niente, ed ha posto
la mano sopra di me: tu formasti me Domine, et posuisti super me manum
tirami Iddio m’ha creato e non fu per qualche utile del mondo, poiché io
era necessario per niente, e mille altri avrebbero fatto meglio di me. Iddio
non aveva certo alcun bisogno di me né per sé, né per la sua gloria, di
modo che se venne nel punto di crearmi fu puramente, unicamente un
tratto, un movimento del suo cuore, del suo amore. In charitate perpetua
dilexi te10.
Non solo non aveva merito di sorta di esser creato né presso Dio, né
verso il mondo, ma quanti demeriti prevedeva in me

(1899)4 cotesto Dio medesimo. Egli vedeva che sarei stato un ingrato l’avrei
offeso, tradito, scialaquato il tempo, i doni suoi; forse cagione anche ad
altri d’offenderlo. Che forte ragione non sarebbe stata cotesta di lasciarmi
nell’oblio, e nel niente con sostituirvi una creatura più discreta ricono­
scente, più fedele di me. Gli uomini è vero alle volte fanno benefizi, e sono
mal corrisposti, ma d’ordinario quando li fanno s’attendono tutt’altro, e
sarebbero ben pochi che li farebbero, quando potessero prevedere cotesta
ingratitudine; che Iddio nò, vedeva, prevedeva il tutto, e con tuttociò mi
ha creato, e come? Posto che Iddio voleva crearmi, era padrone, e poteva
collocarmi fra il novero di quelle creature, che più le piaceva, anche le più
basse ed ignobili. Egli invece ha voluto mettermi nel rango delle creature
le più nobili di questo mondo visibile, ha voluto che l’anima mia portasse
l’impronta, l’imagine di se medesimo, e divenisse in parte quasi un altro
Dio. Che diressimo quando alla nostra creazione volessimo ancor aggiun-
gere tutto ciò che per lo stato, la condizione, la sanità ha favorito la nostra
nascita? Quanta materia per noi di umiltà, di stupore, di riconoscenza
quando considerassimo per me, per voi, per noi tutti Eclesiastici la nostra
vocazione al sacerdozio, che può dirsi fa una cosa sola colla nostra crea­
zione: come mai capire, arrivare a comprendere che Iddio abbia voluto
occuparsi di me, ed a quel punto io che era niente, non necessaria per

9 Sai 138,4.
10 Ger 31,3.

162
A ltra M editazione -■Sopra il fin e dell’uomo

ti11 eppure di questo


mio niente se ne occupò ab eterno, io vi fui sempre fisso nella sua mente,
questo niente lo lavorò tanto e poi tanto da farne un soggetto di delizia per
lui, di invidia a tutto l’universo. Io non voglio trattenermi' di più in simili
sentimenti tuttoché sì giusti, e salutari per non mancare a ciò che di più
necessario ancora mi resta a dire sovra cotesta verità.
Io vengo da Dio perché egli mi ha creato, io sono di Dio perché un
essere, un’opera, un prodotto tutto suo. Io sono di Dio più di quello che
10 sia il servo del suo padrone, lo scolaro del suo

maestro, d’un figlio dello stesso suo padre. Io sono di Dio più di quello (1900) 5
che possa essere un dipinto del suo artefice, un albero di chi l’ha piantato.
Ve ne sieno pure de’ diritti negli uomini sovra un altro uomo, ad altra cre­
atura qualunque, ma non eguagliamo per certo quelli che ha Iddio sopra di
me. Io sono come un frutto del suo proprio fondo, e di tutta sua proprietà.
Quid habes quod non accepisti12; che sarebbe di me e che diverrei se Iddio
volesse ritirare, e prendersi quello che è suo in me, se volesse tormi l’intel­
ligenza, come ne è il vero padrone, ecco che verrei subito come un animale
stupido; se mi prendesse il movimento e i sensi, io sarei come un pezzo di
legno, se volesse poi ritirare per intiero la mia sostanza, eccomi di nuovo a
quel niente di prima, ignoto, sconosciuto al mondo tutto. Iddio è padrone
di me e qual sorta di dominio, di padronanza è questa che ha Iddio sopra
di me? Consideriamolo in poche parole.
Un dominio, una padronanza essenziale, e necessaria a cui né io posso
in alcun modo sottrarmi, e nemmeno, a così spiegarmi, Iddio medesimo
vi potrebbe rinunziare. Non era necessario che io venissi al mondo, ma dal
momento che Iddio ha voluto il mio essere, è necessario che io sia una cosa
sua, ed appartenga a lui, e cesserebbe d’esser Dio, se io potessi sottrarmi
dal suo dominio, e non essere più da lui dipendente. Padronanza la più
alta, e suprema da non conoscerne altra sopra di sé. Io sono di Dio avanti
tutto, e sopra tutto, lo che vuol dire io sono di Dio solo, e tutti i diritti
che hanno gli uomini sopra di me non possono esser altri che quelli che
11 Signor medesimo li ha donati; i loro diritti per ciò sono sempre subor­
dinati a quelli di Dio; ogni autorità umana sopra di me è subordinata a
quella prima e suprema essenziale che ne mantiene Iddio spetta a Dio sulla
mia persona.

11 La cancellatura continua ancora con alcune parole di difficile comprensione,


121 Cor 4,'7.

163
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

Dominio, padronanza assoluta da comprendere ogni cosa mia senza


eccezione, fortuna, sanità, onori, vita, morte andiam dicendo, di tutto ne
può disporre e con tutto diritto a suo modo senza che io c’entri per niente
da esserne contento, o no, e quando io volessi disporre di me, e delle cose
mie contro sua voglia d’una minima cosa è un torto, un’ingiuria, un atten­
tato che farei all’assoluto

(1901) 6 suo dominio, che egli ha sovra di me, anzi un lamento solo, una disap­
provazione che io facessi di ciò che egli dispone di me, sarebbe ingiusto,
riprovevole, e sarebbe lo stesso dice l’Apostolo Rom. 9, come se il vaso
volesse dire a chi l’ha formato, e perché m’hai fabbricato cosi. Numquid
dicit figmentum ci, qui se finxit? Quid me fecisti sic13.
Dominio universale egli è quello, che ha Iddio in me da estendersi, ed
abbracciare tutte le vicende della mia vita, tutte le condizioni, nelle quali
sarò per trovarmi, tutte le facoltà della mia mente, tutti i sensi del mio
corpo, infine tutte le ore, i momenti della mia esistenza, sicché sin che
vivrò in tutto, e per tutto a tutto rigore io sarò di Dio solo.
Dominio eterno è quello che ha Iddio sopra di me, dominio immortale
come sono io. Ha cominciato nel tempo, ma durerà per tutta l’eternità: la
morte che tronca agli uomini tutti i loro diritti potrà un bel niente contro
questo diritto, questo dominio che ha Iddio sopra di me, e sia che viva, sia
che muoia io sono, e sarò sempre di Colui che mi ha creato.
Dominio in fine irresistibile, che niente potrà frustrarlo, e mandarlo
a vuoto. Uno può soventi nel mondo sottrarsi al poter degli uomini, ma
non così di quello del Signore: da volere o non volere a cotesto dominio
bisogna che io, che voi c’assoggettiamo: o vivere sotto l’impero, sotto il
dominio del suo amore, o subiremo quello di sua giustizia; o che noi rico­
nosceremo, e glorificheremo cotesta sua padronanza suprema colla debita
obbedienza, e soggezione, oppur vi renderemo gloria con un inevitabile
castigo della nostra ostinazione e superbia.
Io vengo da Dio, io sono di Dio, io sono per Dio, cioè a dire, se il
Signore è stato il solo mio Autore, e principio, così egli solo sarà il mio
termine, l’ultimo mio fine. Ecco il punto più importante, più utile, più
consolante per noi. Iddio come infinitamente sapiente non potè a meno
che crearmi per un fine14, e questo fine non poteva essere altro che per sé
e per la sua gloria,

13 Rm 9,20.
14 Due righe cancellate: e come infinitamente perfetto non poteva che crearmi che per
sua gloria, cioè a dire.

164
Altra M editazione - Sopra il fin e dell’uomo

e p e r m e , c o m e c re a tu ra in te llig e n te p e r c o n o sc e rlo , p e r servirlo e d (1902)7


a m a rlo : C re a tu s e st h o m o a d h u n c fin e m u t D o m in u m D e u m la u d e t, ac
rev ereatu r, so n o le p a ro le d i S. Ig n a z io , ch e m e rita n o la p iù g ra n d e , la p iù
seria n o s tra c o n sid e ra z io n e . Io n o n s o n o al m o n d o , io n o n vivo n é p e r m e,
n e p e r la casa, i p a re n ti, il paese; io n o n esisto p e r fa r p ro g ressi in q u e sta
e d in q u e lla scien za, a rriv a r a q u e ll1im p ie g o , s p u n ta rla in q u e ll1affare; io
vi so n o u n ic a m e n te , e sc lu siv a m e n te p e r D io , p e r l’o n o r, p e r la g lo ria sua,
sicch é d o v e E g li n e g u a d a g n a , lo v o g lio n o i su o i in te ressi, il s u o o n o re , io vi
s o n o , p e rc h é esisto p e r q u e s to so lo , m a q u a n d o n o n a b b i c h e fare c o n D io ,
vi c o n d u c a p e r n ie n te alla su a g lo ria; m o lto p iù v i fosse p e ric o lo n e scapi-
tasse, sia p u r u n affare d i m io u tile , fin c h é v o le te , lo esalti, lo m a g n ific h i il
m o n d o , m a io n o n h o c h e fare, p e r m e d eve essere c o m e u n n ie n te , p e rc h é
n o n s o n o s ta to c re a to , n e Id d io m i c o n se rv a la v ita p e r u n ta le o g g e tto . Oh
ch e g ra n v e rità ella è q u e sta , fra te lli m ie i, e v e rità ta n to fe rm a , ta n to c h iara
c h e resta im p o ssib ile d u b ita rn e .
C h e io sia c re a to p e r D io m e lo d ic e p r im ie r a m e n te la fede. U n iv e rsa
p r o p te r s e m e tip s u m c re a tu s e s t D o m in u s . Prov. 16 15. C h e se o g n i cosa,
m o lto p iù l’u o m o c h e è la p r im a tr a le c re a tu re v isibili; e p o i la ra g io n e , le
stesse c re a tu re , il n o s tro c u o re , la p r o p r ia e sp e rie n z a d i c ia sc u n d i n o i tu tto
ci d ice c h e c h e s ia m o fa tti, sia m c re a ti p e r D io ; e p e l p rim o n o n vi p u ò
essere a ltro che..D io c h e fo r m a r p o ssa l’o g g e tto d ’u n a m e n te , e d ’u n c u o re ,
q u a l è il n o s tro s p in ti d a u n b is o g n o irresistib ile, e q u a si in fin ito d i c o n o ­
scere e d i a m a re . L e C re a tu re colle lo ro im p e rfe z io n i, co lla lo ro in c o sta n z a ,
e frag ilità, c o l lo ro n ie n te , an zi co l lo ro p eso h a n n o tu tte u n a p a ro la p e r
d irc i c h e n o n p o s s o n o essere il n o s tro fine; alle C re a tu re s’u n isc e il n o s tro
c u o re sta n c o , sp o ssa to , v u o to , b ra m o so e d in ce rca d ’u n o g g e t t o c o n te n to
p ie n o , illim ita to , e te rn o , lo c h e n o n p o tr à essere c h e D io . L’e sp erien za in
fin e è q u e lla c h e lo fa to c c a r c o n m a n o o g n i dì; la p a ce, la ca lm a, la c o n ­
te n te z z a c h e p ro v a il n o s tro c u o re a llo rc h é a sc o lta Id d io , e lo serve, c o m e il
rim o rs o , l’a n g o scia, l’in q u ie tu d in e c h e p ro v a a llo rc h é

vi si a llo n ta n a , s o n o u n a p ro v a p iù c h e e v id e n te , ch e il n o s tro fine, il (1903)8


n o s tro d e s tin o , la n o s tr a o c c u p a z io n e su lla te r r a n o n p u ò , n o n deve esser
a ltra c h e lu i, u n D io d a c o n o sc e re , u n D io d a a m a re , u n D io d a servire,
eccovi fra te lli m ie i lo s tre tto n o s tro d o v e re su lla te rra , la v e ra n o s tra gloria,
e t u t t a la n o s tra felicità.

15Pr 16,4.

165
Esercizi Spirituali al Clero ■-Meditazioni

Io debbo, comprendiamo bene, cari miei, cotesta parola, cotesta verità


necessaria; qui non si tratta di suggerimento, di consiglio, o di un pro­
getto solo qualunque, ma si tratta di necessità; non è necessario che io
abbia sanità, talento, fortuna, od una posizione onorevole nel mondo; non
è necessario che io viva lungo tempo, anzi nemmeno che io mi trovi al
mondo; ma supposto che ci sia come realmente vi sono, è necessario, e
rn è indispensabile che io serva Dio, di modo che cessando di servirlo può
dirsi che cesso d’esser quello che sono, quasi mi distruggo ed attento alla
mia propria esistenza, o se non altro talmente la deformo da renderla un
oggetto di orrore, ed un mostro e niente più. Un uomo che cessi dal ser­
vire Iddio nel mondo è lo stesso come se il sole cessasse di risplendere, gli
occhi di vedere, o di muoversi il nostro corpo. Mancando al proprio fine
può dirsi che la Creatura si distrugge da se medesima, cessa in certo modo
di esistere, perché non è più quello che dovrebbe essere, come il sole non
sarebbe più sole quando più non illuminasse, gli occhi non sarebbero più
occhi quando più non servissero a vedere, il corpo non più corpo, ma un
tronco quando più non si muovesse; lo stesso pur dite dell’uomo, quando
venga a mancare a quel solo, a quell’unico, a quel necessario fine per cui
fu creato, ed applicando la cosa a noi in particolare, tutti sappiamo che il
Sacerdote vien detto, e deve essere realmente un uomo di Dio: homo Dei,
un uomo cioè, un personaggio venduto, consacrato, e dato intieramente
agli interessi di Dio, un uomo che dal mattino a sera, ed in tutte le maniere
lavora per l’onore, per la gloria [di] Dio, e ciò forma tutta la sua occupa­
zione; ma se il Sacerdote cessa di servir Dio, ed invece degli interessi di Lui
s’adopera, e passa la sua giornata a divertirsi, a sprecare il tempo, a far roba,
e contratti,

( 1904 ) 9 in una parola s’occupi più di cose secolaresche, che di Dio non è vero
che con questa condotta, con questo deviamento dal proprio fine distrugge
può dirsi se stesso, e la sua qualità, e da Sacerdote, da uomo di Dio si
trasforma in un uomo profano, in un uomo di terra, di fango, che può
dirsi un mostro e niente più: Deum rime, et mandata eius observa: hoc est
omnis homo16.

(1905) io II servire Iddio oltre d’essere lo stretto nostro dovere, forma in pari
tempo tutta, e la vera nostra gloria. Un uomo al servizio di Dio, a suoi

16Qp 12, 13.

166
A ltra M editazione ^ Sopra tifin e dell’uomo

cenni, a suoi comandi, pronto in ogni istante a fare la sua volontà, trattar
Ì suoi interessi, andar in cerca, e procurare di estendere, dilatare il Suo
onore, la sua gloria, e chi può comprendere l’altezza, la sublimità di cotesto
ufficio, qual creatura in terra, in Cielo fra Santi, fra Angeli può vantare,
può gloriarsi di una prerogativa, di una gloria più grande. Noi lo veggiamo
tra gli uomini come sia ambito, e di quanto onore e decoro ridondi alla
persona, alla famiglia, alia parentela Tessere ammesso a servire, a corteg­
giare i grandi; che dovessimo dire quando si volesse far 1’applicazione nel
caso nostro. Sanctificetur nomen tuum, quando io innalzi una preghiera
di questa fatta al Cielo, quando ne concepisca solo il desiderio, e molto
più quando mi adoperi per glorificare sempre questo nome, io do mano,
io compio l’opera più grande, che far si possa sulla terra. Consolante
verità ella è questa fratelli, che fra tutti dovrebbe confortare, animare noi
Sacerdoti. Non occorre essere un cima d’uomo, aver un gran talento, far
rumore, e cose strepitose nel mondo per farsi de’ meriti pel Cielo, essere
un vero sacerdote, ed un uomo non comune sulla terragno; ma datemi
un Eclesiástico sia pur scarso d’ingegno, poco conosciuto, senza titoli, ed
anche ristretto di mezzi, e di fortuna, ma fate che questo Sacerdote cor­
risponda al suo fine, abbi cotesta purità d’intenzioni, e nelle sue poche
occupazioni basse se volete, comuni ma proprie del suo stato abbi in mira
l’onore, la gloria'di Dio, e passi la sua giornata in cotesta santa occupa­
zione, non cercate più altro, egli è tra gli uomini il solo, il primo che
meriti questo nome, egli è il vero e degno Sacerdote, e vi sieno pur per­
sonaggi sulla terra, che danno mano, e stieno compiendo le azioni più
grandi, e gigantesche che dar si possano, ma non sorpassano certamente,
anzi quando non servino Iddio, sono ben lontani dall’eguagliarlo, egli è
un servo di Dio, e tanto basta, e vi sia chi mi trovi un titolo, una qualità,
un’occupazione che la sorpassi.
Il servir Iddio sarà in fine tutta la nostra felicità. Io non parlo di quel
gaudio beato, e sempiterno, che ci aspetta lassù,

su cui spero ci fermeremo un’altra volta, ma piuttosto io voglio alludere (1907)


a quella specie di paradiso, a quel contento, a quella beatitudine che non
può a meno che di godere anche in terra un cuore, un uomo che compia,
che corrisponda al proprio fine. Ella è tanta che la Chiesa non teme di

vivere. Regna costui più di quello che sia vivere semplicemente, come ce
lo fa dire, e ripetere la Chiesa nelle sue orazioni: Deus auctor pacis... quem

167
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

nosse, vivere, ac servire regnare est17, come abbiamo detto le tante volte
nel corso di quest’anno, e quando ne volessimo una prova, non avressimo
a far altro che contemplare due persone, delle quali l’una abbi passato la
sua giornata in ciò che ha più di brillante, ed incantevole il mondo, l’altra
invece ad onorare, a servire Iddio nell’umile, ed anche nel misero suo stato:
interrogatele, ed anche senza attendere la loro risposta, fissatele, esamina­
tele, addochiatele ne suoi movimenti, nel suo sguardo, nel suo sembiante,
voi scuoprirete facilmente dove sia la vera calma, la vera pace, la vera feli­
cità, la sola che si possa godere sulla terra. Guai a quel cuore, guai a colui,
che crede trovare giorni migliori fuori di questo Dio. Fratelli miei, è tempo
che conchiuda, e conchiudendo vi dirò: che se ci sta a cuore d’aver un po’
di pace in questa misera terra, che se vogliamo trovare un po’ di respiro, un
qualche conforto in mezzo al turbine, che ci avvolge noi principalmente
Eclesiastici non si trova altra via che darci senza riserva, consecrará intie­
ramente al servizio di questo Dio, a cercare cioè l’onor, la gloria sua; e per
riuscirvi, e mantenerci costanti richiamiamo soventi la grande verità che
abbiamo meditato questa mattina, e che dovrebbe tanto più da un Ecle­
siástico meditarsi sino all’ultimo respiro di nostra vita: io sono di Dio, io
sono tutto di Dio, io sono sempre di Dio: ogni momento di mia vita, tutte
indistintamente le mie azioni, ogni movimento del mio cuore, il menomo
pensiero della mia mente, tutto, ma tutto senza eccezione deve essere per
lui. Ogni altra azione per grande possa essere, è un niente, è un tempo
perduto, sono giorni scialacquati per me. Felice l’Eclesiastico che arriva

( 1906 ) a comprendere cotesta fondamentale, indispensabile, e necessaria verità.


Compiuto così il proprio destino sulla terra non le rimarrà che sospirare,
ed indirizzare tutti i suoi voti a quella meta, che l’aspetta lassù nel Cielo, e
che formerà l’ultima e futura sua destinazione per tutta l’eternità. Creatus
est homo etc.

17 Orazione tratta dalla Liturgia secondo il Rito Romano, che attualmente è prevista per
le Messe «ad diversa»: in tempo di guerra e di disordini.

168
I

Meditazione (1908)

Sopra il fine dell’uomo

Orazione. (1910)

Grande Iddio prostrato davanti a Voi io vi adoro per mio Supremo Signore,
vi credo, vi confesso per mio Creatore, mio padrone, mio Padre1, Credo,
mi consola il ripeterlo, credo in Deum Creatorem meum, e mi glorio pre=
sento benché il pitt benché indegno di essere uno de un vostro servo ed
un vostro figlio. Deh! o Signore soffritemi in questi giorni d’attorno a Voi,
lasciate che io goda della vostra dolcezza delle vostre parole divine conver-

volontà ed approfitti della vostra divina conversazione: Loquere Domine,


quia audit servus tiius2. Parlate o Signore, si parlate al cuore d’un vostro
Ministro, che brama conoscere, ed eseguire la vostra santa ed adorabile
volontà: o Maria, cara madre di noi Sacerdoti, voi che foste già compagna
ed infervoraste colle vostre-parole de’ primi Apostoli, e Sacerdoti, e li infer­
voraste col vostro esempio, e questi giorni fate un altrettanto per noi, e
fateci sentire le vostre voci materne assieme a quelle del vostro Caro Gesù.
Angelo nostro Custode etc3.

* (fedd, 45 ! fase. 86; neU’originale 1908-1929)


I Con una nota l ’originale rimanda ad una riga scritta nella pagina a fronte.
I I Sam 3,10.
3 Nella pagina a fronte il Cafasso scrive un’altra orazione introduttiva. Dice così: Ah Dio
mio permettetemi che in questi giorni io mi trattenga con voi, io ascolti ed gttsti intenda
le vostri voci. SI fatemi conoscere in questo tempo quali sieno mire, quali i disegni che
voi avete sopra di me,- fate sopratutto, o mio Signore, che io conosca, e ponderi ben bene
qual sia il mio fine su questa terra. Il Cafasso poi aggiunge ancora un’altra variante di
orazione, in parte cancellata: Grande Iddio prostrato avanti di voi, io credo nella vostra
divina presenza assistenza, credo e vi confesso che voi solo siete Fautore e principio d ’ogni

trrioj
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

Nel dar principio a cotesto sacro ritiro lasciate permettete non possiamo

zare d’accordo tutti assieme un tributo, ed un omaggio di lode, e di ringra­


ziamento al nostro buon Dio per la grazia, che oggi ci accorda di comin­
ciare cotesti giorni de’ Santi Esercizi: grazia, fratelli miei, distintissima,
grazia di particolare bontà, e preferenza predilezione, grazia di molte, e chi
sa quali conseguenze. Grazia distintissima, e lo vedremo nel corso di questi
giorni a misura che andremo scuoprendo mano mano la grand’opera de’
Santi Esercizi, opera a dirvela in breve della maggior gloria di Dio, perché
epperciò la più formidabile all’inferno. Grazia di special bontà e preferenza
predilezione. Eh!... quanti Sacerdoti sarebbero migliori sulla terra, quanti
godrebbero di più in paradiso, e chi sa forse più d’uno non sarebbe all’In­
ferno se avessero avuto il comodo, e la grazia come abbiamo noi di ritirarsi
un po’ di tempo per pensare airanìma propria. Grazia in fine di molte, e
chi sa quali conseguenze4.
Io oserei dire che da questi Esercizi può dipendere il tutto pe’ nostri
giorni avvenire: la quiete oppure-Tirrfeiicttà della nostra vita, una morte la
tranquillità della nostra morte c -sema-orrore-ne accompagnata da affanni
eterni, finalmente la nostra ultima sorte per secoli eterni: dirò di più chi
sa che alla grazia di questi esercizi Iddio non abbia congiunto tante altre
grazie, e la salute di tante altre anime, da far parte un di in quella celeste
famiglia. Non crediate già che possa attribuirsi al caso di trovarci noi qui
radunati per dar mano all’opera, di cui vi parlo: se la grazia è grande, come
vi diceva,

(1912) 2 non men grande deve essere il fine, per cui Iddio l’ha operata, né minori
i disegni che ha concepito sovra di noi; ed a me pare che il Signore abbi
fatto con noi in cotesta circostanza ne più né meno di quello che ebbe
già a fare un dì con Mosè, quando volendogli associare alcuni compagni
pel reggimento del popolo, gli ordinò di scegliere un certo numero tra i
seniori d’Israello, li radunasse quindi davanti al Tabernacolo, li invitasse
a fermarvisi alquanto, che Egli sarebbe sceso tra loro mezzo per dir loro

adoro per mio solo e supremo Signore.


4 Nella pagina a fronte il Cafasso scrive un testo, non cancellato, che poteva essere una
alternativa alle righe appena trascritte: Iddio ci ha chiamati su questo monte a cotesti eser­
cizi, ed in cotesta chiamata io veggo evidente, e chiara per noi tutti una grazia specialis­
sima, una grazia di particolar bontà, e predilezione, etc.

170
M editazione - Sopra ilfin e dell’uomo

la propria volontà, e palesar loro i proprii disegni: Congrega mi hi viros


de senibus Israel... duces eos ad ostium Tabernaculi... faciesque ibi stare
tecum... descendam. et loquar. Num 11. 16. Un altrettanto, come già
dissi, fece il Signore con noi; Egli ci ha posti, e ci porrà ancora a reggere il
popolo suo sotto la dipendenza de’ nostri superiori, ma perché non veniam
meno ad un tanto carico ci vuol Egli stesso istruire, e come segnar la strada,
che avrem da battere, epperciò per vie tutte speciali, e differenti quasi senza
accorgersi ci ha condotto a questo luogo, ci prega ad aver pazienza, e fer­
marci alquanto, perché Egli stesso vuol venire, e stare con noi: Congrega
mihi viros... duces ad ostium Tabernaculi... descendam. et loquar. Se Iddio
guarda con occhio di compiacenza, e promise di associarsi Egli stesso a due
soli, che avessero pregato il suo eterno Padre, volete credere che tardi, o
che si faccia aspettare a venir tra mezzo ad uno stuolo di suoi figli, e di
suoi ministri qua radunati per imparare da lui a ben compire quella grande
Missione, che loro venne affidata. Figuriamoci di trovarci noi in cotesta
chiesa come già i primi Sacerdoti ed Apostoli d’attorno al divin Redentore,
e ripeta a noi quel tanto che già diceva per istruzione, per norma, e corag­
gio a que’ primi Campioni dell’evangelico Ministero. Non guardate già
alla meschinità di chi vi parla; voi lo sapete che Iddio nelle opere di sua
gloria va in cerca appunto di ciò che v’ha di più abietto sulla terra, perché
appunto ne sia escluso ogni umano prestigio. Abbi a comparire e trionfare
la sola stra parola; io voglio farla tra voi più da compagno, che di predica­
tore, poiché se tengo l’incarico di parlarvi, mi corre anzi tutto un dovere
qual’è di far profitto al pari e più di voi di-questo parlare, onde senza

che andrem considerando*5.


La Massima, che forma come la base, ed il fondamento di tutti i nostri
Esercizi, e del nostro spirituale profitto, voi lo sapete, ella è quella del
nostro fine, e questa appunto io intendo che formi lo studio, la considera-

5 L’originale continua con un testo cancellato: Io prendo per la prima la massima del
nostro fine, come la base, ed il fondamento di quanto, come spero, saremo per edificare
in cotesti giorni, e ci faremo a ponderare questi tre punti: il bisogno che infra tutti ha il
Sacerdote di pensare al proprio fine. 2. la necessità assoluta, ed indispensabile per ciascun
di noi di corrispondervi. 3. et scanzo di sbaglio

in materia di tanta importanza qua! sia tra Sacerdoti Colui, di cui possa propriamente (1914) 3
dirsi che compie sulla terra il proprio fine. Sono questi ì pensieri che imprendo.
6 II Cafasso rimanda ad un testo scritto nella pagina, a fronte.

171
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

zione, e l’occupazione di cotesta giornata. Doppio è il nostro fine, l’uno


presente da compiersi quaggiù, qual’è di servir Dio; l’altro futuro che ci
attende lassù, qual’è d’arrivare a goderlo. L’uno e l’altro non so qual più
merita tutta la nostra più seria considerazione. Noi sceglieremo il primo in
quest’oggi per vederne7 la necessità assoluta, che seco porta, come la sua
sublimità, e dolcezza con questi tre pensieri: 1° Io sono al mondo per servir
Dio, e cotesto fine è talmente inerente ed essenziale al mio essere, che senza
di esso né il Signore m’avrebbe dato la vita, ne me la conserverebbe sulla
terra, di modo che se vivo egli è unicamente, sostanzialmente per compiere
questo fine. 2° Io sono al mondo per servir Dio, e questo Dio creandomi
non poteva prefiggermi un fine, un scopo più alto, più grande, più nobile,
più glorioso per me.
Io sono al mondo per servir Dio, e cotesto buon Dio nel crearmi
non poteva assegnarmi sulla terra un fine, un occupazione più dolce, più
comoda, e più facile per me. Ecco i tre assunti, che io imprendo

(1914) 3 in quest’oggi a considerare con voi, e che assieme a quanto sarò per dire
in questi giorni io affido all’infinita misericordia di Dio, alle tenerezze della
nostra cara Madre Maria perché il tutto ridondi alla maggior sua gloria, a
sostegno, e conforto della desolata sua chiesa, ed al più grande vantaggio
della mia, e vostra eterna salute. Cominciamo8.

(1913) Che l’uomo, che l’Eclesiastico abbi bisogno, anzi necessità di pensare, e
di pensare soventi, e di pensare seriamente al proprio fine è una cosa tanto
evidente, che non occorre cercarne le prove. Basti il dire che sarà quasi
impossibile etc pag. 59.

7A questo punto esiste anche un altro breve testo alternativo in parte cancellato: le gravi, e
pratiche conseguenze, che da questa gran verità ne provengono; lo che farò con propon g a

8 Con una nota il Cafasso rimanda a tre righe scritte nella pagina a fronte,
5 Segue un lungo testo cancellato. Questo testo, che noi riproduciamo, pone in realtà dei
problemi. Si tratta, infatti, con ogni probabilità di brani aggiunti ed eliminati dal Cafasso in
epoche successive: ne sono testimonianza i rimandi che qua e là ancora affiorano. Bisognerebbe
poter ricostruire il testo nel suo divenire e nelle sue varie mutazioni lungo gli anni, ma questo
è ormai praticamente impossibile. A questo si aggiunge un problema che segnaliamo: nel testo
cancellato esistono alcuni rimandi a testi che dovevano esser sostitutivi; infatti non sono siati
cancellati. Tuttavia è sembrato più giusto porre questi brani egualmente in nota, perché si

172
M editazione ^ Sopra il fin e dell’uomo

Pochi sono i veri Sacerdoti, perché pochi pensano seriamente, e di fre­ (1918)6

quente a se stessi, ed al proprio fine. E impossibile che un uomo in una


carriera qualunque vi si applichi seriamente, ed applicandovisi vi faccia

innesterebbero male con le altre pagine non cancellate, solo avvertendo quando si tratta di testi
non cancellati: Il fine dell’uomo, come tutti sappiamo, è doppio, l’uno cioè prossimo, e
presente sulla terra, qual’è di servire Iddio, l’altro futuro, ed ultimo nell’altra vita, che
è di arrivare a goderlo. Creatus est homo a Deo. ut Dominum Deum suum laudet. ac
revereatur. eique serviens tandem salvus fiat [S. I g n a z i o d i L o y o l a , Esercizi Spirituali,
cit., n. 23]- Cotesto fine è per tutti senza eccezione di sorta, e qualunque degli uomini si
trova in dovere, e coll’obbligo di pensarvi; noi però Eclesiastici che in forza della nostra
Vocazione siamo stati chiamati a servire più da vicino, ed in particolar maniera il Signore,
cosi ci corre un dovere, ed un bisogno speciale di tener ben d’occhio a cotesto meritorio
gran fine, poiché facendo altrimenti non possiamo a meno che meritarci due taccié ben
disonoranti, e dannose per noi, cioè d’ingrati verso Dio mostrando col fatto di non
curarci e far poca stima d’una grazia de’ suoi disegni, tuttoché si pietosi, e sì grandi qtral
è quella d’averci destinati ad un fine sì alto, l’altra di duri, e quasi crudeli con noi mede­
simi, perché non pensandoci ci priviamo d’un gran conforto, anzi [’unico sulla terra, e
ci mettiamo come nella certezza e necessità di perderci, perché sarà impossibile arrivar a
conseguire il nostro fine, se noi non vi pensiamo.
Se noi io sono al mondo, è Iddio che mi creò. Ponderiamo a nostro vantaggio cote-
sta verità. Erano già secoli, e secoli da che esisteva cotesto mondo, e questa terra era già
coperta di gente, ma in mezzo a tanto numero di abitanti non eravamo ne io, ne voi.
Il mondo eccheggiava già per industria, per arti, per scienze, per armi, ma tutto andava
avanti, e si compieva senza di me, nemmen uno che al mondo pensasse a me; solo, e Io
ripeto, solo il Signore in mezzo all’oblio universale, ed assoluto, in cui io giaceva sepolto,
solo il Signore tra un novero infinito di creature possibili che stavano davanti alla sua
gran mente divina fissò il suo pensiero sovra di me. Allorché Iddio creò sul bel principio
tutto questo universo, dice la S. Scrittura, che dandovi un occhiata d’attorno alla nostra
maniera d’intendere, trovò che ogni cosa era buona: et vidit Deus quod esset bonum [Gn
1,10], ma vi vedeva un vuoto, qual’era l’uomo, ed allora appunto lo creò: et creavit Deus

si creò il primo, si creò il secondo, si moltiplicarono a dismisura gli uomini, quasi (1915) 4
da non potersi più misurare, eppur agli il Signore non era ancor pago, agli occhi suoi vi
mancava ancora uno, e come già del primo uomo, ripetè altra volta: faciamus hominem,
sì si faccia Ì’uomo: et creavit Deus hominem: ed eccovi al mondo un uomo, una creatura
di più, e quest’uomo, e questa nuova creatura sono io, siete ciascun di voi. Giova ancora
;l | . 1
li ditto.
Il mondo non aveva alcun bisogno di noi; ha fatto tanto tempo senza di me, e senza
di voi, e fra non molto se ne spaccierà di noi senza che alla nostra morte vi resti un vuoto
sulla terra; anche che in quel sito, in quel paese, in quell’impiego, in quella parrocchia
paja a qualcuno di fare un po’ di bene; anche chi [alcuneparole illeggìbili] conto di quel­
l'affare, non so un altro come se la sarebbe cavata-badi bene si guardi a. non illudersi costui
e non creda perciò d’essere qualche cosa e di qualche utile sulla terra; se è vero che vi

173
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

profitto, e riesca, quando non faccia un gran caso del suo scopo, e come
punto, e fine termine di tutte le sue mire, e fatiche non se lo tenga sempre

sia qualche cosa di buono nelle nostre azioni, in quel nostro impiego, o carriera egli è
tutto, e solo di quel Dio, che vuol servirsi d’un misero instrumento; del resto noi non
siamo che altrettanti esseri inutili da inceppare piuttosto il bene, che ad operarlo: m ilk
altri farebbero meglio di noi sicché morendo non vi sarà che un imbroglio, un intoppo
di meno sulla terra. Nò lo ripeto ne il mondo, ne la Chiesa, né Iddio aveva bisogno di
me: eppure questo Dio giunse a tanto di bontà, e di degnazione quasi ancor gli mancasse
qualche cosa, volle ancor crear me: verano già tante migliaia d’uomini, e che importava
mai la mia persona? eppure nò, non mi basta ancora, pat che dicesse Iddio voglio ancora
che vi sia quest’uomo: quanti si presentavano dinnanzi alla sua mente creature possibili,
rigettò tutte le altre, e scielse me; mi scielse senza che io avessi merito alcuno; mi scicise
prevedendo le tante offese, che io stesso gli avrei fatte; mi scielse sapendo che forse co’
miei scandali avrei allontanato chi sa quante altre creature dai suo servizio. Iddio superò
ogni ostacolo, e può dirsi che chiuse le orecchie a tutti i riclami, che sorgevano contro di
me, voleva crearmi ad ogni costo.
Con una nota, a questo punto il Cafasso rimanda alla pag. 7 afronte (1919). Si tratta di
un testo non cancellato: Creandomi poteva fissarmi un fine qualunque, che per me sarebbe
sempre stato di troppo, ma nò mi elevò tant’altro, che non si trova fra tutta la Corte
Celeste e tra que’ tanti Spiriti beati una creatura, che abbia un fine più nobile del mio.
Una persona che arrivi al servizio d’un altra alto locata in società, se ne fa un vanto, ed
una gloria, cerca di farlo conoscere, ed appalesarlo in quante più maniere le sono possibili
nel garbo, ne’ tratti, colle sue parole, col portamento, e principalmente nelle sue divise,
non cambierebbe la qualità sua con altra più lucrosa ma più misera, e meschina, tanto è
il pregio che anche tra gli uomini si annette alla qualità del personaggio, a cui si serve e se
così è d’un servizio di terra che dovressimo dire dell’uomo, ma molto più d’un Sacerdote
chiamato espressamente qtral a farla da servo e da guardia d’onore decorato di “sue-divise
irèrservrrer corteggiare del Re de’ Re. Sanctificetur etc, pag. 5.
A questo punto, prima, del testo a pag. 5 a cui ha appena rimandato il Cafasso, esiste un
altro testo, pure cancellato e scritto precedentemente, che si riporta qui: e né solamente m i
creò, e creandomi poteva prefìggermi un fine men nobile, e men grande; ma nò m’aggua-
gliò nei fine alle creature più alte del Cielo, anzi mi serve quasi eguale a se stesso, mentre
mi destinò al suo gaudio medesimo; non gli bastò ancora; mi scielse tra gli altri come sua
guardia d’onore, mi destinò a servirlo più da vicino, e corteggiarlo sulla terra per quindi
occupare in Cielo un luogo pari a quello che già ebbi in terra. Dopo tuttociò io dimando
a voi: se non sia da ingrato, e come una slealtà il dimenticar questo fine, ed aver bisogno
che qualcuno ci dica: ma,. Sacerdote mio caro, che fai, e che pensi? rifletti un po’ chi tu
sei, sovvienti del proprio fine, bada a quelle mire che Iddio ha avuto sopra di te. Un padre
che destini un figlio ad un alto, ed onorevole impiego^ e lo veda applicato tutt’altro senza
quasi m ai vi pensi, o ne parli, non può a meno che soffrirne un cruccio, e trarne sinistro
augurio; così e non altrimenti

(1916) 5 pare che debba pensarne il Signore del Sacerdote che vadi passando i suoi giorni senza
rammentarsi il fine, per cui li ha avuti. Il male però sarà tutto nostro, perché con una

174
M editazione ^ Sopra il fin e dell’iwmo

presente: questo è il mio fine, io vivo per questo, io sono perciò solo, ogni
altra cosa per me è un niente, tempo perduto, giorni sialaquati, solo che mi

tale dimenticanza ci priviamo del più grande conforto, che abbi l’uomo sulla terra, e
ci mettiamo come nella necessità di non compierlo. Ditemi se non sia un conforto, ed
un sostegno ben grande per l’Eclesiastico quando pensi che ne in terra, né in Cielo può
darsi ufficio, occupazione più grande, più nobile che la sua, qual’è servire, ed onorare il
Signore.
Sanctificetur nomen tuum quando io pronuncio questa parola dolce, ed affettuosa
preghiera, quando co’ fatti mi vi adopero per santificare questo nome, io compio all’azione
più grande che possa non solo farsi, ma sol immaginarsi nel mondo; e non sarà una con­
solazione pel Sacerdote il pensare, il riflettere, e gustare che questo appunto è il suo fine
e destino. Io non ho gran talento, molta capacità, dovrà dire più d’una volta a se stesso
il Sacerdote, ma poco che importa? nel mio poco, e scarso ingegno posso fare l’opera più
grande, qual’è servire il Signore. Sono di bassi natali, non appartengo a gran casa, non
ho roba, non ho impieghi, non ho titoli, poco conta, direi io a costui, tu hai la miglior
qualità del mondo, se nel tuo stato, nelle tue azioni basse, giornaliere, e comuni, tu servi
il Signore; e qual dignità, qual ufficio più grande, più nobile far in terra quello che un di
faremo tutti quanti in paradiso, far in terra quello che ora stanno facendo gli Angeli, e
Santi del Cielo, quello che tien occupata la stessa nostra gran madre Maria in paradiso;
eh! lasciamo pur ad altri le viste, e le mire di onori, di acquisti di fortuna, e di valore, a noi
Eclesiastici basti il pensiero, il desiderio, il progetto di servire, e servire sempre con più
ardore il nostro buon Dio, giacché pensiero né più dolce, ne più grande può concepirsi
tra noi. "
. Con una nota il testo rimanda a quanto scrìtto allapag. 7 a fronte (1919). Si tratta di un
brano non cancellato: Che se un Sacerdote arrivasse al punto di trascurar questo fine, non
potrebbe a meno che fare un torto massimo a Dio, ed a se medesimo. O che non conosce
il proprio fine, ed allora che dire d’un uomo, che vive senza sapere, pensare, o compren­
dere il perché ei viva, come un viandante che cammina per una strada senza badare ne
al sito, ove tenda, né sapere l’importanza di arrivarvi; che dire d ’un Sacerdote, che abbi
indossato coteste divise senza esserne penetrato del loro valore, della loro grandezza, e
deila loro virtù? oppur che lo conosce, ed allora maggiormente colpevole perché ingrato,
infedele, indegno: sprezza, e mostra col fatto di non far più caso del fango delia terra che
di quell’onore, di quella gloria di cui Iddio Io voleva coronare neli’ammetterlo così vicino
al Suo Servizio. Che dire Come un figlio che avviato per cura, e predilezione del padre
per alta, e luminosa carriera quando se ne mostrasse indolente, e freddo, come avviene
in simili casi invece d ’aLiendersi sarebbe cotesto procedere e di cruccio al padre, e di ben
triste augurio pel figiio, cosi e non altrimenti parmi possa dirsi con tutta ragione del
Sacerdote, che dimentico dell’altezza e della nobiltà del proprio fine si desse sulla terra a
tutt’altro scopo, a tu tt’altra meta che non è quella per cui Iddio lo ha chiamato. O Sacer­
dote, come m i vien bello il ripetere

il gran detto di Leone Magno: agnosce, Sacerdos dignitatem tuam [S, L e o n e M a g n o , (1921)
Serm. XXI, 3 (PL. 54). In realtà S. Leone ha christiane, in luogo di sacerdos]. pensa fratei
mio l’uomo che tu sei, fa di conoscere l’altezza de’ tuoi destini, l’onor, e la gloria di quel

175
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

applichi, solo che riesca in questo ramo, tutto è fatto per me; ed è appunto
in questo caso che v è da sperare, così dall’artigiano, dal letterato, da un

servizio, a cui sei chiamato: tu sei per Dio, non sei già fatto pel lotto, per le follie, e le
inezie di questo mondo; il tuo vivere, i tuoi anni, il tuo ingegno, le tue facoltà, li tuoi
talenti, non sono già tuoi, né pur la casa, pel mondo, per far roba, per pompa, pel bel
tempo: Dio te li ha dati, te li conserva, ma li vuole, li pretende per se, pe’ suoi interessi,
per l’onor, e la gloria sua; e che onore, che gloria maggiore per noi, che miseri quai siamo
ciò nondimeno poter servire da instrumenti da procurar un bene al nostro gran Dìo.
Chi nel mondo non avrebbe per una ventura ben grande poter proccurare un servizio,
un favore ad un gran Monarca, non solo per la mercede, che avrebbe a sperare, ma per
l’onore, pel piacere, pel vanto d’aver in certa maniera obbligato un personaggio sì grande.
Ecco il caso nostro, ecco la fortuna, la gloria dell’uomo, e molto più del Sacerdote, che
serve Dio. Il divin Redentore sulla terra, Dio medesimo nelle sue operazioni non potè,
non può aver un fine più grande, più nobile del mio. Che vogliamo di più.
Iddio mi ha creato, e nella creazione non poteva assegnarmi un fine, un occupazione
più dolce, più comoda per me. Ecco l’ultimo pensiero

Con una nota il Cafasso rinvia alla pag. 9 a fronte (1923) facile: basti il dire che costa
niente più che il volerlo; se in questo mondo in tutti gli affari si potesse riuscire quando
solo la persona il volesse, non vi sarebbero più difficoltà di sorta, o se vi sono, non se
ne farebbe calcolo alcuno; ma questo è solo pròprio del servizio divino, chi vuole può,
epperò costa niente più che il volerlo. Dolce e soave. Quanto costi etc.

(1921) Quanto costi servir al mondo non occorre che io vel dica. Gli stessi suoi seguaci sono
costretti a confessarlo tuttodì, e quand’anche ce lo volessero nascondere la loro persona, il
loro esterno non ce ne lascia il menomo dubio. Io non parlo già di chi tenta, soffre, e geme
tuttodì nel mondo, e pel mondo medesimo. Prendete pure una persona tra quelli che se
ia godono: contemplatela dopo una giornata spesa in tutto ciò che il mondo sa presentare
di più incantevole, e geniale: spossata, stanca, nojata, alle volte così piena di irritazione, e
fastidio da poter nemmeno più soffrire ne se medesima, né gli altri: felici noi, che Iddio
ci ha strappati dal novero di cotesti infelici per collocarci all’ombra e servizio suo: eh
che cambio, fratelli, che scielta, che occupazione. Le delizie, le gioie, le consolazioni, che
accompagnano cotesto divino servizio è inutile che io imprenda il dirvele: ne io potrei
esprimerle, ne voi arrivereste a capirle: venga un vero servo di Dio, un vero amante del
Signore, e costui ne intenderà senza che io parli: da amantem diceva già Agostino, et intel-
liget quod dico [Trattati su Giovanni 26,5, in CCL 36, 262], Dimandatelo a tanti Sacer­
doti nostri compagni, e fratelli, allegri, contenti che non cambierebbero i loro giorni, colle
persone più agiate del mondo, poiché se il servizio, e ministero nostro ha i suoi stenti, e
fatiche, ne è tanto il compenso, che non li lasciava quasi sentire. S. Francesco etc.

(1923) Ma per arrivare a gustar si fatte dolcezze, e non sentir il peso di cotesto servizio fa
d’uopo non vale spendersi per metà, fa d’uopo mettersi a tutt’uomo in cotesta impresa.
Tre sono le condizioni, che indispensabilmente si ricercano nel Sacerdote, perché riesca
un vero servo del Signore, cioè che ei sia disposto a servir questo Dio senza eccezioni,
che lo serva a modo suo, lo che vuol dire in una maniera che lo contenti, e lo appaghi.
Finalmente etc. pag. 10.

176
M editazione ^ Sopra ilfin e dell’uomo

applicato qualunque, e così parimenti dall’Eclesiastico: io sono sulla terra


non per altro che per servir Iddio, questo è il solo mio scopo quaggiù;
in special maniera vi sono destinato ancor più che gli altri: tutto il rima-
nente è un bel niente per me: Dio, la gloria, gli interessi suoi, la salute
dell’anime sue, ecco l’affare che deve occupare, che deve assorbire tutti
indistintamente i giorni, anzi i momenti del viver mio. Datemi un Sacer­
dote che la pensi praticamente in questo modo, e state certi che nel viver
suo non devierà dal suo dovere, e lascierà niente a desiderare nella sua con­
dotta. Purtroppo che questo Sacerdote vero, compito in pratica si trova
raramente: per lo più non si trovano che Sacerdoti divisi, e per metà, metà
per Dio, e per la chiesa, se volete, ma un altra parte, chi la destina alla casa,
chi pe’ suoi beni, chi per i parenti, chi pel guadagno, chi pel traffico, chi
pel divertimento, chi pel giocare, chi per la pigrizia, e andiam dicendo, e
perché coteste divisioni, e tante metà, tante porzioni gettate qua e là d’un
Sacerdote, quando rigorosamente dovrebbe essere tutto del Signore, eh!
non stupitevi, cari miei, la vita è divisa in più, ed in parti, perché sono
divisi, sono molti, sono diversi anche i fini, per cui si vive quaggiù anche
dall’Eclesiástico: io sappiamo speculativamente che un solo è il nostro fine,
ma in pratica ci diamo a credere che si possa anche vivere per qualche fine,

A questo punto, sebbene l ’ultima avvertenza del Cafasso rimandi alla suapag. 10, e neces­
sario riprendere il testo cancellato là dove era stato interrotto dalle annotazioni dell’Autore che
rimandavano ad altre pagine. Bisogna cioè ritornare alla pag. (1916) 5.

Se poi vogliamo far un passo, ed andare più oltre fino a toccare il nostro ultimo fine, (1916) 5
là è dove sorpassa ogni limite, e diviene come inesplicabile il nostro gaudio, e solo sarà
capito da chi lo prova. I mali, le miserie, i pericoli di questa vita, specialmente per noi
Sacerdoti sono noti ad ognuno, e non occorre che mi trattenga per ridire ciò che già
sapete; al peso, al dolore di questa vita non si può opporre altro certo bilancio, non si
trova ad applicare altro rimedio che il pensiero, il desiderio, l’aspettazione di quell’ultima
giornata, che ci strapperà di mezzo a tanti guai, e da tante colpe, e ci metterà in possesso
di quel gaudio che solo può contentare il nostro cuore: satiabor cum apparuerit gloria tua
[Sai 16,15].
Il male però maggiore d’ogni altro è che il Sacerdote non vi bada, non vi pensa, e con
ciò oltre di farsi un gran torto, si cagiona un gran danno, e Dio non voglia l’estrema sua
rovina, ed è che dimenticando il proprio fine sarà quasi impossibile che lo compia; e di
qui tutti i disordini che siamo costretti tuttodì a gemere, a deplorare di noi Sacerdoti:
desolatione desolata est omnis terra, quia nullus est qui recogitet corde [Ger 12,11]; se
così è tra secolari pur troppo, con egual verità lo è di noi Sacerdoti.
Le ultime due righe non sono più comprese dalla linea di cancellatura, ma restaproblema­
tico scoprire se e dove vadano inserite.

177
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

per qualche altra ragione di più: eppure una sola è la nostra destinazione
sulla terra, una sola ripeto10,

(1917) sicché tolta e mancante può dirsi che cessa, e manca nelristante mede­
simo tutta la ragione del mio essere, la vera e formale mia vita.

(1918)6 Ognuno a questo mondo ha i suoi fini, e le proprie mire; li medita,


li rumina, vi lavora d’attorno, si sviscera, si consuma per conseguirli; così
il laico, così l’Eclesiastico, il ricco, il povero, il giovane, il vecchio, tutti
insomma se ne vivono sotto cotesto martirio, e questo torchio de1proprii
fini, e proprii desideri: ebbene tutta questa serie, tutta cotesta schiera, e
falange di viste, di mire, e progetti, che tiene come in combustione tutto
quanto I uman genere, deve tacere, e come scomparire davanti a quel

(1920)7 gran fine, che Iddio ha come scolpito nell’essere, e nella natura del­
l’uomo, per cui solo è venuto al mondo, per cui solo si vive, e per cui solo
Egli deve operare. Creatus est homo... ad hunc filiera, ut Dominum Deum
suum laudet. ac revereatur. eique serviens salvus fiat. Con queste poche
parole sono rovesciati, e ridotti come al niente tutti quanti i progetti, ed i
calcoli degli uomini.
Cotesto fine egli è talmente necessario a compiersi, ed indispensabile,
che l’uomo, il Sacerdote che vi si allontana, diviene come un essere una
creatura senza nome, mostruosa, ed informe, perché manca di ciò che con-
stituisce la formale sua sostanza, ed esistenza. Ogni cosa creata ha, ed è
ordinata al suo proprio fine, e quando più non serva, non corrisponda, e
si renda inetta allo scopo, ed oggetto, per cui fu destinata, non si tiene più
in alcun conto, e non solo perde tutto il naturale suo pregio, ma si ha di
più in abominio come una cosa mostruosa, ed informe. E non sarebbe un
oggetto mostruoso, e deforme il sole, che fatto per illuminare la terra, la
coprisse invece di tenebre? non sarebbe dì abominio, ed orrore la terra, se
invece di dar cibo e pane, qual’è il suo fine, ci desse al contrario veleno?
non sarebbero mostruosi i nostri sensi l'occhio per esempio, e l’udito
quando più non ci servissero al fine, per cui ci furono dati. Così certa-

w Segue un testo cancellato: e tutto il rimanente è un bel niente, quando questa sola
si trascuri, e si trasandi: ed eccoci al punto più importante della nostra meditazione, la
necessità cioè assoluta, ed indispensabile, ed essenzialissima di attendere, di compiere al
nostro fine sulla terra. Questo testo è sostituito da alcune righe scritte nella pagina a fronte. .

178
M editazione ~ Sopra il fin e delluomo

m e n te si d ire b b e , e re a lm e n te si g iu d ic a n e ll’o rd in e fisico, a ltre tta n to e


c o n m a g g io r ra g io n e d o b b ia m o d ire n e ll'o rd in e m o ra le . N o i lo sa p p ia m o
ch e sia c o m e u o m in i, ta n to c o m e c ris tia n i, e m o lto p iù c o m e S ac erd o ti
sia m o c reati, sia m o d e s tin a ti a q u e s to so lo fin e d i servire, d i o n o ra r Id d io , e
q u e sto è fu o r d i d u b io ; d a q u e l p u n t o a d u n q u e , e d in q u e ll’in s ta n te m e d e -
sim o c h e n o i d e v ia m o , e c h e m a n c h ia m o d i c o rris p o n d e rv i, cessiam o d i
essere q u e llo c h e sia m o , n o n solo p e rd ia m o ciò c h e in n o i v’è d i m e g lio , e
d i p iù p reg iev o le, m a n e re sta p e rfin o a lte ra ta la n o s tr a n a tu ra , e so stan za, e
d iv e n ia m o c o m e t a n ti esseri se n z a n o m e , e fu o ri d i u so , e c o m e a ltre tta n ti
o g g e tti d i o rro re e d i c o m u n e a b b o m in io , p e rc h é d e g e n e ri, e m a n c a n ti
alla n o s tr a in trin s e c a , e so sta n z ia le d e s tin a z io n e , e p p e rc iò esseri in fo rm i, e
m o s tru o s i in p iù m a n ie re , m o s tr i in n a tu r a c o m e u o m in i, m o s tri in fed e
c o m e c ristia n i, e m o s tr i n e l S acerd o zio , e n e lla chiesa, c o m e E clesiastici, di
m o d o 11

d i m o d o c h e l ’u o m o , il S a c e rd o te n o n è già so la m e n te u n essere ch e (1923)


p a rla , o p e ra , ra g io n a , m a bensì, u n a c re a tu ra c h e t u tto q u e s to o rd in a a D io ,
c o n t u t t o q u e s to lo serve, lo o n o ra , e p p e rc iò a d e fin irlo in p o c h e p aro le,
E gli è u n essere c h e serve D io , e d a l m o m e n to ch e cessa d i serv ire q u e sto
D io , p u ò d irsi c h e cessa d ’esser u o m o , d ’esser S a c e rd o te , c o m e l’o cch io ,
l’o re c c h io e q u a lu n q u e a ltro n o s tro sen so cessa d ’esser ta le d a l p u n to ch e
p iù n o n v e d o , e a n d ia m d ic e n d o ;

d i m o d o c h e n o i fa c c ia m o in q u e s to m o n d o la fig u ra ch e fa u n in s tru - (1920) 7


m e n to in u tile n e ll’o ffic in a d e l su o p a d ro n e , il q u a le n o n se rv e n d o p iù allo
sc o p o , c u i era fa tto , il p a d r o n e lo g e tta v ia d a se, o se lo soffre a n c o ra tra
m ezzi agli a ltri d e l su o n e g o z io , lo calco la p e r n ie n te , o sa n e m m e n c h ia ­
m a rlo co l p ro p r io n o m e , o se g lielo d a fa c a p ire ch e p iù n o n lo m e rita , n e
lo è! C o sì è d ell u o m o , così sia m o n o i su lla te rra , se ci sc o stia m o d a l n o s tro
fine, d iv e n ia m o ta n ti in s tr u m e n ti in u tili, ta n ti a rn e si d ’im b ro g lio in q u esta
g ra n d e o ffic in a d e lla te rra , e d e lla ch iesa, e n ie n te p iù : o c h e il p a d ro n e ci
stra p p e rà v ia c o lla m o r te , o se ci lascia a n c o r p e r p o c o ci h a n e m m e n

tra il n o v e ro d i c h i lo serve, u o m in i e S a c e rd o ti in u tili, d i p u r o n o m e , (1922) 8


e d a p p a re n z a , m a n o n g ià in realtà, e so stan za: h o m o D e i, v o i Io sapete, si
defin isce, e d ev e essere T E clesiastico: u n u o m o , c h e p e n sa , c h e p a rla , che

11 II Cafasso inserisce qui un testo scritto a pag. 9 a fiorite.

179
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

opera per Dio: un uomo, la cui vita, deve essere tutta quanta applicata agli
interessi, all’onore, alla gloria di Dio; che se il Sacerdote declina, e non
corrisponde a questo suo fine, e da uomo di Dio e di Chiesa si trasforma
in un personaggio, in un uomo dì mondo, di divertimento, di traffico, di
speculazioni, di giuoco, di buffonerie, di ozio, eccolo perciò solo viziato
nella sua sostanza, e midollo, eccolo divenuto quell’essere senza nome di
cui parlavamo, quelFistrumento guasto ed inutile, che il padrone più non
riguarda, un'uomo, un Sacerdote che vive si, che esiste materialmente, ma
che in effetto più non ha avanti Dio ne spirito, ne vita: Deum time. et
mandata ejus observa: hoc est omnis homo]2: poche ma importantissime
parole. Temi Iddio, e servilo a dovere, perché, sappilo che qui sta tutto
l’uomo: hoc est omnis homo. Dunque, sottentra qui un dotto, e virtuoso
interprete, se qui sta tutto l’uomo, senza di ciò tutto l’uomo è niente: si
hoc est omnis homo: ergo absque hoc nihil est homo: ergo qui hoc non
agit. nihil agit: ergo qui hoc non est, nihil est. Dunque quand’anche io
fossi il primo scienziato del mondo, il più famoso predicatore, ma se nel
mio stato non servo il Signore, non opero per luì, non cerco la sua gloria,
sono un bel niente: absque hoc nihil est omnis homo. Io che in quel posto,
in quel paese pare che sia una gran cosa, sono stimato, sono tenuto per
virtuoso, per pio, fossi anche creduto un Santo, in realtà sono un niente,
se nel mio posto, e colle mie fatiche non servo Iddio. E perché? Tabbiam
sentito: qui hoc non agit, nihil agit: qui hoc non est, nihil est. Al contra­
rio quand’anche io fossi un povero Sacerdote, di poco talento, di poca
fortuna, se servo Iddio, sono tutto, sono tutto quello, che può essere
un uomo, un Sacerdote a questo mondo: hoc est omnis homo: qui hoc
est, totum est: qui hoc agit, totum agit: sarà poco quello, che posso fare
in quell’impiego, in quel sito, tante sono le contradizioni, e gli impegni
che s’attraversano alle mie mire, niente importa: con quel poco avanti il
mondo, sono tutto avanti Dio, perché fo’ la sua volontà, e lo servo. Hoc
est omnis homo. Ecco la bilancia, che il Signore pone in questi giorni
nelle nostre mani perché ognuno pesi se stesso, e possa vedere, valutare i
suoi giorni, e gli anni passati. Ciascuno di noi conta già un certo numero
d’anni, chi più, chi meno, passati parte negli studii, parte nell’esercizio del
Ministero, e parte forse in qualche altra occupazione. Chi sa io dimando se
tutto questo tempo, e tutto questo numero d’anni sia parimenti registrato
nel libro della vita, conti, e valga presso Dio, come conta, e vale appresso

12Qo 12, 13.

180
M editazione ^ Sopra il fin e dell’uomo

agli uomini: per po’ che entriamo in noi stessi, lo possiamo sapere da noi.
Lasciamo stare quel l’età che non avevamo ancor la sorte di poter conoscere
Iddio. Seppelliamo parimenti13

in cui purtroppo abbiam offeso il Signore, perché è più da piangere, (1924) 9


che da ricordare, potremo almeno calcolare sul rimanente? Dio volesse!
ma chi sa tra mezzo, quanti vuoti, e quante deduzioni a farsi, e con ciò
altrettante perdite, e irreparabili: que' studi fatti puramente per fini umani,
per genio, per simpatia, col fine d'un guadagno, d’una risorsa temporale,
vanno dedotti; siccome non erano diretti all’onore, alla gloria di Dio, Iddio
non li calcola, e sono un bel niente, perché qui hoc non agit. nihil agit:
quelle opere di Ministero cercate, esercitate unicamente per vanità, per
interesse, e quasi per mestiere, valgono a nulla, perché non fatte per Dio,
e ciò che non è per Dio è una mera nullità: qui hoc non est, nihil est. Sia
pure un opera strepitosa finché si vuole, il mondo la lodi, l’encomii, l’esalti
finché le pare, e piace, ma se non è ordinata a quel fine, è come se non
vi fosse. Le stesse nostre opere di pietà preghiera, Breviario, Messa, ammi­
nistrazione di Sacramenti, fatte senza attenzione, di mala voglia, sgarbata­
mente, e quasi per forza, togliamole pure, non furono tali da piacere al
Signore, epperciò chi le ha fatte, ha perduto il tempo, ed ha fatto un bel
niente. Eh! quanti vuoti un giorno si andranno a vedere non solo ne’ seco-
lari, ma purtroppo negli Eclesiastici, e forse anche di coloro, che avevan
fama, e nome di zelanti, di buoni operai, e che passavano la loro giornata
nell3esercizio del Ministero. Chi sa quanti tra noi morranno giovani, e
colle mani vuote quand’anche vecchi, e maturi d’età, e dopo molte fatiche;
poiché fratelli miei l’età nostra avanti Iddio non si forma già col numero
materiale di anni, ma piuttosto dalla natura, e dal valore delle nostre opere.
L’Eclesiastico che non ha servito Dio, e lavorato per lui, quand’anche
avesse un sufficiente numero di anni, morrà sempre giovane, e come fan­
ciullo; come al contrario morrà sempre adulto, e maturo chi ne pochi
giorni del suo vivere avrà cercato di servire Iddio: satis diu vixit qui bene
vixit. Ah! povere fatiche gettate al vento, quando l’Eclesiastico lavora per
le follie di questo mondo! che amaro punto, che doloroso pensiero deve
essere per un Sacerdote vedersi d’avanti un buon numero d’anni trascorsi,
il meglio di sua vita già quasi consunto, toccar quasi il termine de’ suoi
dì, ed accorgersi allora che Egli è sprovvisto, ed aver le mani vuote. Deh!

13 Sembra che manchi qualcosa tra la fine dì questa pagina e l ’inizio della successiva.

181
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

fratelli miei, la vita nostra se ne va ogni giorno, anzi ogni momento corre al
suo termine, apriamo gli occhi prima che ci capiti di toccar il fine. E vero
che forse ci rimarrà poco da vivere, presto suonerà l’ultima ora della nostra
giornata, volgerà offriamo almeno a Dio questo pezzo che ancor ci rimane:
suscipe Domine residuum annorum meorum. Buon per noi, che abbiamo
da fare con un padrone che non isdegna anche di accettare il rimasuglio de’
nostri anni, ed il rifiuto di questo mondo. Iddio non ha sdegnato d’accet­
tare que’ lavoranti che si presentarono al lavoro nell’ultima ora, e così son
certo che non rifiuterà le braccia d’un Eclesiástico, che confuso, e pentito

(1926) io d’aver perduto, e scialaquato tanti anni nelle miserie di questo mondo,
ora viene ad offrirsi benché tardi per lavorare nella vigna del suo Signore.
È vero che non siamo degni di tanto, è vero che non meritiamo di essere
annoverati ed ascritti tra il novero di tanti buoni ministri, ed operarii, è
vero che saranno vicine le ultime ore, poco o niente il lavoro che saremo
per fare, sì, ma la bontà, la misericordia del nostro buòn Padre, e padrone
supplirà a tutti i nostri demeriti, ed a tutti i nostri vuoti, se dal canto nostro
faremo quel tanto che il tempo, l’età, e le circostanze ci potranno permet­
tere. Eh! sono vostri, adunque, o Signore quei pochi giorni, che ancor mi
rimangono a consumare sulla terra, io li depongo a’ vostri piedi, e fin da
questo punto ve ne fo un dono intero, assoluto, ed irrevocabile: coman­
date, suggerite, disponete, fate pure di me come volete purché io vi serva,
e v’onori fino all’estremo del viver mio. Tale o fratelli sia la nostra prima,
e fondamentale risoluzione di questo nostro ritiro, servir Iddio, e servirlo
in modo da divenir sulla terra veri uomini non già di puro nome, ed appa-
renza, ma in realtà veri uomini, veri Sacerdoti, veri Servi del Signore14.

(1919) Tanto più se vi è gloria, e vera gloria per l’uomo, per rEclesiastico in
terra, ella è appunto questa di esser cioè destinati ad un sì alto scopo, qual’è
quello di servir Iddio; sì Iddio creandomi non poteva prefiggermi una
meta, una mira più grande qual’è quella di poterlo servire. Io prescindo dal
farvi notare come questo fine tuttoché sì alto sia stato totalmente gratuito.
Gratuita la creazione, gratuito il fine, per cui volle crearci Iddio. Il mondo
etc pag. 11.

14 Qui il Cafasso rimanda ad un testo scritto alla pag. 7 a fronte.

182
M editazione - Sopra il fin e dell’uomo

(1926) 10

. Finalmente nel proprio servizio che-presta

non aver altro in mira che l’onore, e la gloria del suo Signore.
Ecco i tre caratteri che d’un uomo comune, meschino, ed il più negletto
fra tutti, se volete, devono formare un vero Sacerdote, un vero Ministro,
un vero servo di Dio: un solo che vi manchi, è inutile darcela ad inten­
dere, noi manchiamo al nostro fine, siamo fuori del numero de’ veri servi
del Signore. Servir primieramente Iddio costantemente senza eccezioni di
tempo, di luogo, di fatiche. Dunque un Eclesiástico che lavora a salti,
quando ha voglia, non sa che fare, non lo incomoda, quando lo sanno
prendere, v e qualche cosa a lucrare, quando gli lasciano la scielta, gli
danno il primo luogo, nessun lo contraria, andiam dicendo, sarà un servo
si, ma un servo capricioso, fatto a suo modo, e di sua testa, e che invece
di dipendere dal padrone, par quasi invece che pretenda che il padrone
dipenda da lui, epperciò a dirlo in breve, non sarà che un servo cattivo16. Il
grande S. Vincenzo de’ Paoli soleva dire jbtrqu nelle sue famose conferenze
che un buon Eclesiástico deve essere nelle mani del Signore come un ani­
male da soma alla discrezione di suo padrone, va, viene, e porta una cosa
qualunque senza far distinzione alcuna.
2.do Servir Iddio in una maniera degna di Lui e che a Dio possa piacere.
Dunque quel servir Dio sgarbato, frettoloso incomposto, senza decoro, e
gravità; quel celebrare così in fretta, con occhi, ed aria, e maniere divagate
e"senza; quel prestarsi ad amministrar Sacramenti di cattiva grazia,

di malumore, e quasi per forza, e necessità; quella recita materiale di (1927) 11


preghiere, di Breviario senza alcuna sorta d’unzione, e di spirito, eh! fratelli
miei credetelo pure, non è questa la maniera di servir degnamente Iddio,
nemmen un padrone del mondo si contenterebbe, e soffrirebbe questi
modi, e cotesto tratto in una persona dipendente. Finalmente perché possa
dirsi che un Eclesiástico serve veramente ai suo Dio è necessario che oltre

15 Seguono, nel testo, alcune righe cancellate: Servire vuol dire, e suona Io stesso che
essere a cenni, a comandi, alia disposizione di qualcheduno, e che vuol servir degna­
mente, e meritarsi il titolo, e la qualità di un buon servo, sono necessarie indispensabil­
mente tre cose; servire costantemente, e senza eccezioni il suo padrone; servirlo in una
maniera che gli piaccia, e lo soddisfi.
16 Con una. nota il Cafasso intende inserire quattro righe della pagina a fi-onte.

183
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

all’essere fermo, e costante nel Suo servizio, oltre di prestarlo degnamente,


e lavorare con esatezza, con puntualità, con modi decorosi, e gravi, in ciò
che fa non cerchi già il suo comodo, il suo interesse, e vantaggio, ma bensì
il bene, l’onore, e la gloria del suo padrone, che è Iddio; ed è qui, o cari,
dove sta il vuoto maggiore di noi Sacerdoti: sono pochi gli Eclesiastici
totalmente oziosi, i più lavorano; ma che vale? quando ne’ nostri lavori,
nell’esercizio del nostro Ministero si cerca l’interesse, il guadagno, la stima,
e l’onor del mondo; quando si lavora con fini bassi, ed umani, per vanità,
per abitudine, per genio, ed inclinazione. Un padrone del mondo che
abbisogna solo del comodo, e dell’utile, quando gli riesca di averlo dal suo
dipendente, d’ordinario non va più avanti, ed è contento, senza cercare
con che fine il faccia; ma Iddio no, Egli non ha bisogno alcuno delle opere
nostre. Che se le accetta, gradisce, e premia, è con questo pattò, e condi­
zione che sieno fatte per Lui, altrimenti non sa che farne. Deus non com­
putai sensum. sed affectum. De cordibus. non de manibu's facta metitur17.
Sicché il Sacerdote che in questi giorni vuol rimediare al passato, e desidera
formarsi un vero servo di Dio, si metta ben di cuore questa gran massima,
di lavorare sì, ma di lavorare, e faticar per Dio: via la vista dell’interesse,
della vanità, dell1amor proprio, e della stima del mondo, ma Dio, e Dio
solo, il bene delle anime, l’onore, e la gloria sua. E perche ognuno di noi
s’impegni Ah! felice FEclesiastico, che avrà servito in questo modo il suo
Signore. Coraggio, o fratelli l’ora è tarda, i bisogni sono molti incalzano, il
tempo se ne fugge, non tardiamo più oltre, mettiamoci una volta da vero a
servir questo Dio; i nostri pensieri, le nostre mire, i nostri progetti, i nostri
discorsi, le nostre opere, in una parola quanto noi siamo, tutto sia per Dio,
all’onore, alla gloria sua18.

(1928) e per riuscirvi, e divenire tali teniamo sempre a mente a quel grande
avviso che ci da il bel libro dell’Imitazione di Cristo e che già praticava con
se il dottor S. Bernardo: fili cogita frequenter ad quid venisti etc. Memento
semper finis19, conchiuderò colla gran Massima raccomandata nel bel libro
dell’imitazione di Cristo: ricordati soventi, o Sacerdote, del fine, a cui Dio
ti ha destinato: cogita frequenter ad quid venisti! Ognuno di noi giornal­
mente a’ piedi del Crocefisso, o davanti a questo Sacramento ripeta, e dica

17 Cfr. nota 35, p. 138.


18 Con una nota il Cafasso intende inserire un testo scritto nella pagina successiva.
19 De imitatione Cbristi, I, XXV, 1.11.

184
M editazione - Sopra ilfin e dell’uomo

a se stesso: io sono un Sacerdote, io sono un uomo di Dio, un uomo


di chiesa, io vivo unicamente per cercare, per trattare gli suoi interessi,
l’onore, la gloria sua: fuori di questo fine, e di questo scopo il mondo per
me è come se non vi fosse, io non conto altra occupazione sulla terra.
Ecco il pensiero, che prendo per me, e lascio a ciascun di voi a meditare
in questo giorno principalmente e finché ci muoveremo sulla terra, ricor­
darsi cioè del nostro gran fine: Ricordati o Ministro del Signore, ricordati
o uomo di Dio, ricordati chi sei, ricordati del fine a cui sei chiamato.
Memento, memento semper finis: ricordati che tu sei per Dio, tu sei fatto
per l’onore, per la gloria sua. Cogita etc20.

Sicché pensandovi, e compiendo il nostro fine quaggiù in terra ci riesca (1928)


di arrivare a quell’ultimo ed eterno che ci attende lassù in Cielo21.

Sia dunque questa la risoluzione da prendersi fin da questo primo (1929)


giorno, e da rinnovarsi soventi in cotesto ritiro, cioè di divenire, d’or
in avanti tutti noi veri servi del Signore, servi che pendono tutt’ora da
comandi, anzi da cenni, e dall’occhio del suo padrone, servi che non per
apparenza, od in un modo qualunque prestano il proprio servizio, ma per­
suasi della sua dignità ed importanza, studiano di prestarlo il meglio, che
sia a loro possibile; servi infine che non cercano il proprio gusto, ma allora
solo sono contenti quando sanno essere appagato il loro padrone. Questi
e non altri è quel solo tra Sacerdoti che ha compreso, e che compie sulla
terra il proprio fine22. Questi è tra gli uomini il più grande, perché fa ciò
che di più grande sulla terra. Questi tra tutti sarà il Sacerdote più contento
e felice, felice per ciò che fa felice per ciò che gode nel tempo, felice per
ciò che spera neireternità; felici pur noi se meditando in questi giorni cote-
ste gran verità ci renderemo degni di dividere in un colle fatiche le gioie
di questi veri servi del Signore, e riportare assieme ancor noi la meritata
corona nella beata eternità ed arrivar assieme a queirultimo fine, che tutti
c’aspetta lassù nel bel paradiso.

20 Con una nota il Cafasso intende inserire due righe scritte nella pagina successiva.
21A questo punto il Cafasso aggiunge un foglio staccato con una nuova conclusione.
22 Segue un testo cancellato: E per riuscirvi ognun di noi se lo tenga sempre davanti,
lo studi, lo mediti, ricordati o Sacerdote, rammentati o uomo del Signore chi tu sei, qual
sia il tuo fine, il perché tu sii venuto al mondo, tu sii entrato in questo stato. Cogita
frequenter ad quid venisti: memento, memento semper finis.

185
Meditazione (1930)

Sopra l’importanza del fine

Importanza della Salute1 (1932) 1

Iddio nel crearmi non poteva assegnarmi sulla terra un fine più dolce, più
grande, più nobile qual’era quello di deputarmi in special modo quaggiù
fra tante creature a lodarlo, a servirlo, ad onorarlo: questo Dio medesimo
nel riservarmi ad una vita futura, ed eterna, esaurì può dirsi verso di me i
tesori di sua bontà, e misericordia con destinarmi ad una meta sì alta, che
Pè quella d’arrivare un dì a vivere
lo in paradiso2.

Consolantissimo pensiero egli è questo, ma che nello stesso tempo deve (1931)
incutermi un tal quale salutare spavento. Ed infatti: che dolore, che ango-
scie un dì sarebbero le mie,

ah! che angoscie, che dolore, che termine fatale sarebbe il mio, se io (1932) 1
colla mia negligenza, colla mia trascuratezza rompessi un sì bel disegno
della divina bontà, e non arrivassi a conseguirlo, ed a salvarmi. Quanti
sacerdoti che al pari di me erano destinati pel Cielo, erano attesi da lassù,
eppure là non vi sono giunti, e quello che più angoscia, vi giungeranno mai
più. Bel paradiso, ti vedrò mai più diceva morente un infelice; purtroppo
io temo, soggiungeva un altro, che il paradiso non sia per me. Che sarebbe

* (fald.. 4 5 /fase. 90; nell’originale 1930-1956)


1 Originariamente leprime pagine di questa meditazione erano diverse, ma furono cancel­
late dal Cafasso e sostituite con circa tre altre pagine che si trascrìvono qui. In nota più avanti
si riporta il testo cancellato.
2 Con una nota il Cafasso intende qui inserire tre righe che scrive nella pagina afronte.

187
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

adunque fratelli miei se il pensiero, la vista, l’altezza di questo fine non


avesse a servire un giorno che a cavarci lacrime più amare. Che gioverebbe
sarebbe se un solo tra noi disteso sul suo letto di morte mirando il Cielo
in quei terribili momenti, dovesse ripetere fra se stesso, temo che quella
patria non sia per me. Io non sono quà per funestare, e generare incertezze,
e timori, ma solo per destare in noi il più pronto, il più vivo impegno
per assicurare la nostra vocazione, e la nostra sorte. Io sono salvo, io sono
perduto: sarà una di queste due infallantemente la mia nostra meditazione
eterna: la scielta, la decisione, la soluzione di questo gran dubio dipende
da ciascun di noi, dalla nostra sollecitudine cioè, e dalla nostra corrispon­
denza, sicché ognun può vedere facilmente l’importanza somma, ed indi­
spensabile di ben penetrare questo punto, conoscere, e ponderare da vicino
cotesto può dirsi inesplicabile affare gran negozio dell’anima nostra, della
nostra salute, del nostro fine. Io mi metterò a considerarlo con voi sotto
due aspetti: 1° per ciò che egli è in se stesso,
principale, secondo
2° delle sue principali circostanze.

Dirò primieramente adunque che trattare cotesto affare gran negozio


(1934)2 adunque è tutto mio, tutto e proprio di me a differenza di quanti altri

può affidarsi ad alcun altro, di modo ché se io non vi penso, e mi vi ado­


pero, nessuno vi pensa, e vi provvede per me. Cotesto affare mi si affida
per una volta sola; sbagliato, perduto, mente altro mi giova né si ripara
mai più. Ciò pertanto debbo sapere che Per trattare, per riuscire tm cote-
sto affare sì-grande ciascun di noi ha un tempo limitato, e questo ancora
incerto, veloce, e che passato non ritorna mai più. Eccovi, o fratelli miei, di
che si tratta, ed in quale condizione ci troviamo quando si dice che ciascun
di noi ha un anima da salvare. Coraggio Sacerdote, se vuoi salvarti, egli è
il tempo, e non tardare, figuriamoci che in quest’oggi dica a noi il nostro
buon Angelo, e questo Dio medesimo, quello che già fecero sentire gli
Angeli al Patriarca Loth: egredere, festina, et salvare3. Fuori di queU’inerzia,
di quella pigrizia, di quella vita insomma vuota, mondana, e secolaresca.
Su via da quei siti, da quelle case, da quelle partite, lo sai che non sono da
prete, e sarà difficile il salvarsi. Orsù si finisca una volta con quell’abito, e

3 Gn 19,22.

188
Meditazione - Sopra l ’importanza delfine

con quelle ricadute, poiché un ritardo anche menomo può esser l’ultimo,
e fatale. Egredere adunque, festina, et salvare. Sono questi i sentimenti con
cui dobbiamo entrare desidero miriamo in cotesta meditazione. Figurarci
soventi che io lo dica a voi e voi lo diciate a me Figuriamoci di dircelo
a vicenda: Sacerdote, salvati l’anima. Noi tutto l’anno lo predichiamo al
popolo, continuamente può dirsi che al Confessionale non facciamo che
ripetere: fratei mio, che ti gioverà tutto questo, pensa che tutto passa,
tutto se ne va, la morte viene, salvati l’anima. In questi giorni, e partico-
larmente in questa sera lasciamo gli altri, ed imaginiamoci che il mondo
tutto rivolto a noi raccolti in questo luogo, dica, ci ripeta: su, o Sacerdote,
posto che hai lasciato il mondo, ti sei segregato da tutti, e stai compiendo
un’opera sovrana così grande, mettiti da vero, e non partire di qua senza
aver messo in sicuro l’anima tua: salva, salva animam tuam '

e felici n o i se q u e s ta sera sarà p r o p r io q u e lla ch e u n d ì c o m e sp ero b e n e - (1933)


d ire m o p e r se m p re in p a ra d iso .

Cominciamo. (1934) 2
Lo so che nel mondo non fa bisogno di raccomandar ad un infermo,
che procuri di guarire, no, non occorre quando un tale abbia pendente una
lite, od un negozio di rilievo, eccitarlo, spronarlo a non perderlo di vista, e
procurare di vincerla, e riuscirla.

Egli è tanto naturale, e così comunemente praticato da tutti che si stima (1935) 3°
affatto inutile una si fatta raccomandazione, e quando si facesse non si ha
che per una gentilezza, e complimento di pura usanza. Ah! volesse Iddio
che un altrettanto potesse dirsi del primo, del solo affare, che veramente ci
tocchi, qual è quello dell’anima nostra. Eh! fosse pur vero che almeno tra
noi, almeno il Sacerdote fosse tale da non aver bisogno che alcuno glielo
venisse a ricordare: tocca a me, o miei cari, tocca a voi a salvarci, nessun
altro può supplire alla mancanza nostra. Egli è questo un negozio tutto
mio, tutto proprio, sicché trascurato egli è perduto, nessuno vi pensa, né
può pensarvi per me. In ogni altra faccenda, si tratti della sanità della roba,
d’un impiego, della mia libertà, perfin della vita, quando io non voglia, o
non possa fare da me, un altro può provvedere per me, solo l’anima, la mia
salute, il mio fine non ammette mezzani, non accetta supplenti, cotesta

4 Gn 19,17. Con una nota il Cafasso rimanda a tre righe scritte nella pagina a fronte.

189
Esercizi Spirituali al Clero Meditazioni

gran causa va trattata tra me e Dio, e niente mi può scusare, né infermità,


né mancanza di forze, di capacità, né la quantità degli affari, né ignoranza,
né impotenza di sorta mi può dispensare. Chi vuole può, tutti sono in
dovere di farlo, chi non lo fa, chi lo trascura, egli è perduto. E se questo
vale per tutti senza eccezione, in special modo milita per noi Eclesiastici,
poiché se v’è persona al mondo5

5 E foglio del Cafasso qui si interrompe e il discorso riprende alla pagina (1944) 4, Tutta­
via tra la pagina (1935) 3 e la pagina (1944) 4 il santo inserì circa 9 pagine successivamente
cancellate, che presentano un diverso esordio della meditazione. Si trascrìvono qui:

(1936) Primo giorno degli esercizi


Meditazione Seconda
Sopra l’importanza della Salute

(1938) 1 primo giorno. Meditazione Seconda. Sopra l’importanza della Salute.


Io non sono per-il mondo, il mondo Orazione.
Eterno Iddio, prostrato avanti a Voi, credo ed adoro qui presente la vostra divina
Maestà. Io vi prego, o mio Dio, a darmi forza e luce per cercare, per-meditare Signore,
ad illuminare la mia mente, e riscaldare il mio cuore sicché possa meditare con frutto le
vostre sante verità.

Con un segno di nota il Cafasso rimanda ad alcune righe nella pagina a fronte:

(1937) Domine, ut videam, vi dirò col cieco del Vangelo [Le 18,41]; deh! mio Dio fate etc

(1938) l che io mi persuada ponderi, ed arrivi ad intendere in questa sera la massima impor­
tanza del mio fine, la necessità di salvarmi: fate che io intenda che cosa voglia dire un
Eclesiástico salvo in paradiso. Madre mia Maria, Angelo custode Voi che corrispondeste
si bene al vostro fine sulla terra, deh ottenete in questa sera cotesta grazia per me. Angelo
nostro Custode etc.
Esordio
Io sono al mondo, ma solo, unicamente per servir Iddio e servendolo, andarlo in fine
a rag [giungere in Paradiso], Io non sono pel mondo; il mondo non è per me: è come se
non vi fosse. Io vi sono: fu questo il termine della nostra meditazione di questa mattina,
e spero che cotesto pensiero sarà parimenti stata la nostra occupazione di questa prima
giornata. Benché formato di terra, pure non sono fatto per la terra, ma sono destinato
pel Cielo: grande e nobile pensiero, che, come già vi diceva, deve formare tutta la nostra
speranza, e darci il massimo coraggio per attraversare i pericoli di questo mondo: però
che gioverebbe, fratelli miei, essere destinati ad un fine si alto, se poi non arrivassimo a
conseguirlo: quanti Sacerdoti che come noi erano creati parimenti pel Cielo, eppur al
Cielo non vi sono giunti, né vi giungeranno mai più! che gioverebbe dico se la grandezza
del nostro fine non avesse a servire che a cavarci un giorno lacrime più amare.

190
Meditazióne Sopra l ’importanza delfine

se c’è persona al mondo che neH’affare della sua salute sia totalmente (1944)4
abbandonata a se stessa siamo noi sacerdoti. Trattandosi d’un laico, d’un
secolare, d’una persona di mondo, sè costui non si dà cura dell’anima prò-

Un segno di nota nell’autografo rimanda alla pagina a fronte:

Bel paradiso, ti vedrò mai più, diceva morendo un peccatore infelice. E che sarebbe, (1937)
dico, se alcuno di noi dovesse da! letto di morte mandare questa voce, e cotesto gemito di
dolore: il paradiso non è più per me! bel paradiso, io temo, forse ci vedremo mai più.

Io voglio sperare di no, ma uopo è a buon conto pensarci, e provvedervi. Il Signore (1.938) 1
senza di noi ci creò, e ci ha destinati ad un fine si alto, ma senza di noi certamente non ci
salverà: il paradiso è aperto per chi lo vuole, la strada è segnata per tutti, ma chi lo desidera
è necessario che si muova, cammini e si sforzi a toccarlo; e per far tutto questo giova
moltissimo, anzi è quasi indispensabile essere ben persuaso della massima importanza di
cotesto affare, cioè adire che cosa importi, che cosa voglia dire salvarsi, quale la differenza,
quale la sorte dell’ d i c h i'arriva-al suo filie Eclesiástico che si salva e del Sacerdote che
la sbaglia e si perde.:

rià. Molti già l’han cercato raggiunto, e lo godono felici in


Cielo cotesto affare-gran fine, altri lo piangono perduto e senza rimedio all’inferno, altri
gemono, e temono di perderlo in punto di morte; noi non. abbiamo ancor toccati questi
punti estremi, decisivi della nostra sorte, ma siamo in via e chi più presto, chi più tardi
saremo a toccarlo vi arriveremo: Dio ha voluto chiamarci intanto a questo luogo, perché
ognuno pensi alle proprie speranze, ed ai proprii timori di questo grande affare. Io sono
salvo, io sono perduto, sarà una di queste due la nostra meditazione eterna, uno di questi
due pensieri avrà da occuparci eternamente, e me, e voi, or ci tocca fermarci sopra un
pensiero del tempo, e sarà questo: chi sa se mi salverò: ci salveremo noi Eclesiastici fratelli
miei, rioi che ci siamo qui radunati? Una rivista dei nostri anni passati, le risoluzioni che
formeremo in questi santi giorni potranno dare a ciascuno di noi una risposta da tranquil­
larci su questo massimo affare punto. Io credo che ognuno di noi ritornando nel mondo,
ed alle proprie case potrà portarsi con se in cuore cotesta dolce e consolante speranza di
arrivare un di ;
r a salute.

Con una nota il Cafasso rimanda alla pagina a fronte:

Ma per maggiormente assicurarci io credo bene che ci tratteniamo in questa sera in (1937)
questo grande argomento, qual è la salute d’un Eclesiástico giacehé-uno destinato per

m ente i m otivi certi e sica ri che abbiamo da parte di Dio di aspirarvi culi certezza e
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

pria, vi sono sempre persone nella famiglia, nella parentela, nel vicinato,
nel paese che cercano di ridurlo sul buon sentiero, il padre, la madre, un
parente, Un vicino, un buon amico, se non altro un buon pastore, che sta

di questo grande affare. Ed a tal fine io propongo alla vostra considerazione cotesti tre
punti: I o La riuscita etc. Figuriamoci che in quest’oggi il Signore dica a ciascun di noi qui
radunati quello che gli Angeli dissero già al Buon Loth: coraggio, o Loth se vuoi salvarti, è
tempo, e non tardare: egredere. festina et salvare [Gn 19,22]: olà, o mio Ministro, corag­
gio, o caro mio Sacerdote, se veramente pensi, e sei deciso di salvarti, qui non è più tempo
né di burlare, né di differire; questo mondo se ne va, i giorni passano, il fine s avvicina, chi
vuol salvarsi, si salvi ma presto: egredere et festina: orsù, Eclesiástico mio caro, egredere.
fuori di quella inerzia, di quella pigrizia, di quella vita mondana e vuota: egredere via da
quel luogo, da quelle persone, da quelle partite se vuoi salvarti: egredere fuori si finisca
una vaha da con quell’abito, con quelle ricadute da quella imimézzj cosi fatale. Egredere
et festina. Via su, finiamola una volta, se veramente è vero che vogliamo salvarci, si rompa
quella catena, si faccia un ultimo sforzo, e si tronchi d’un colpo ogni difficoltà, ed indu­
gio... che nel mondo, o fratelli etc. pag. 2.

L’originale rimanda a questo punto ad un testo, sempre cancellato, etpronte della pagina 3:

(1941) Se v è un punto ,in cui pare che a prima vista non faccia bisogno di raccomandare ad
un cristiano, e molto più ad un Sacerdote, è quello che proccuri di salvarsi l’anima; pare
che lo debba toccare tanto da vicino, che non occorra raccomandarlo; e quando mai
si sente nel mondo che si raccomandi ad un ammalato, che proccuri di guarire, ad un
tale che abbia un negozio, ed una lite che cerchi di riuscirla, e di vincere; che bisogno
dico di ripetere ad un figlio, che non perda l’eredità di suo padre; sta troppo [a] cuore a
tutti costoro di aquistare la sanità, di riuscire quel negozio, di possedere quell’eredità, che
sarebbe quasi un tempo perduto a parlarne. E non dovrebbe essere così, e molto più con
ragione parlando dell’anima, eppur la cosa succede a rovescio. Nel mondo etc.

(1940) 2 Che nel mondo si trascuri l’affare dell’amma, si pensi, si provveda, e vi sia tempo per
ogni temporale interesse faccenda, e che frattanto non si pensi all’anima; che si pianga
fino alla disperazione una disgrazia temporale, la perdita di una persona, di un guadagno,
e poi si guardi con indifferenza e tranquillità mortale la perdita, e la disgrazia di un’anima,
v’è nessuno che meglio di noi la conosca: persone, che abitualmente vivono in peccato
senza il menomo pensiero di risorgere: altri che si presentano in apparenza di penitenti
ma che pare una penitenza fatta per carità, senza pentimento, e senza una vera cognizione
del mal fatto. Mal grande egli è questo non si può negare, ma l’ignoranza, in cui vivono i
più, la quantità degli affari che li opprimono, il rumore, e lo strepito del mondo in mezzo
a cui vivono, i legami che quasi necessariamente devono contrarre con questa terra, tutto
questo pare che meriti una certa compassione. Ma che un Eclesiástico poi tratti medio­
cremente e freddamente cotesto affare, che si metta anche egli tra la turba di tanti ciechi
ed insensati, io non so che si debba dire. Noi siamo al mondo per fare cogli uomini
quello stesso ufficio che fece quà l’Angelo mandato dal Signore a Loth: egredere. festina,
et salvare: coraggio, o caro, se vuoi salvarti è tempo, non tardare, che questo paese andrà

192
Meditazione ~ Sopra l'importanza delfine

attento alle sue pecorelle non lo perde di vista, ed or in un modo, or in


un altro, or da questo, or da quello può trovare, e spesso trova un mezzo
di salute, ma per noi sacerdoti chi vi è che si presti? Il superiore che cosa

in rovina: così dobbiamo far noi, e vi siamo per questo, cogli uomini: sentite, o cari, il
mondo se ne va, la morte viene, chi vuol salvarsi, non dorma, non tardi, egli è tempo;
festina, et .salvare: Questo, non si può negare, è l’uffizio nostro da mattino a sera colle
parole, coll’esempio e quando non possiamo né in un modo, né in un altro, dobbiamo far
valere le nostre preghiere, e lasciare che Dio le faccia per noi. Che dire adunque quando
quegli che è destinato a sottrarre gli altri dalla comune rovina si metta egli stesso nel peri"
colo precipizio? € hc penserà? che è messo a risvegliare gli altri, a sollecitarli, onde riuscit t
s r grande affare a spingerli alla propria salute s’addormenti egli stesso medesimo c se ne

e si fermi e burli, e scherzi sull’orlo della perdizione.

A questo punto un segno rimanda ad alcune righe scritte nella pagina afronte:

Non si saprebbe come spiegare, quando non sapessimo che anche i disordini tra noi (1939)
provengono perché l’Eclesiastico non pensa. Ah! Sacerdoti fratelli miei, svegliamoci su
questo massimo affare, che troppo pericolosa, e fatale sarebbe ella è la nostra sonnolenza
nostra in si importante materia, c~per n ostra consolazione ritcnum cm fiaLelli che Lutto
d’atromo a noi ci vuol salvi poiché se noi non vi pensiamo, nessun altro può, né si mette
a fare per noi. Se v’è persona pag. 4.
E ci servano a svegliarci i tre riflessi che io ho accennato, e pensiamo primieramente
[lo vuole pel primo questo capo, e principe de Sacerdoti, lo vuole il sentimento, ed il bene
de’ fedeli, lo vuole il decoro del nostro ministero e carattere, lo vuole finalmente oltre il
generale, e comune, l'interesse nostro speciale.] per nostro impegno, e conforto che ella è
intenzione, e volontà del Signore che noi Sacerdoti andiam salvi.
Una prova speciale che Dio vuol salvi noi che siamo qui radunati, è la grazia patente
che ci fa di questi esercizi. Che Iddio voglia sinceramente la salute di tutti quanti gli
uomini lo sappiamo, perché l’abbiamo imparato ne’ nostri studi; ma che lo voglia in spe­
cial modo di noi Eclesiastici non può venirci alcun dubio. Possibile che ci avrebbe chia­
mati a suoi Ministri, possibile che [ci] avrebbe affidato se stesso, e tutte le cose sue nelle
nostre mani quando non fosse stato vera volontà sua d’averci poi seco Lui in paradiso:
questo però è poco, poiché anche fondate, non sarebbero che congetture.
La ragione più forte si trova nelle E che vogliono dire quelle speciali promesse fatte
agli Apostoli, ed a noi Sacerdoti: Volo Pater ut ubi sum ego, illic sit et Minister meus:
Vado parare vobis locum: in mundo pressuram habebitis: confidite... tristitia vestra verte-
tur in gaudium [Gv 14,2; 16,33; 16,20]: con tante altre di questa sorta: ora io domando:
o negarle queste promesse, o dire che il divin Redentore abbia voluto darcela ad intendere,
e gabbarci, oppur credervi pienamente: e non è da stolto, e da pazzo, che un Eclesiástico
si perda, e si consumi a farsi un nido, un tugurio di fango in terra, mentre i! capo lo vuol
alloggiare a tutti i costi in palazzo, in Corte sopra i Cieli. Che si direbbe d’un povero
suddito se il sovrano Volo, ripetiamolo a nostra consolazione, sì lo voglio con me il mio
Ministro, e vado fin d ’ora a prepararne il luogo. Dunque la salute nostra è conforme al

193
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

può sapere di noi, il meno e chi sa a che tempo, e poi non sa ancora come
prendersela; quei di casa non osano fiatare, se non ci adulano ancora: gli
altri, i vicini, i conoscenti, i paesani, parrocchiani, parleranno, mormo-

sentimento dei buoni, e la vuoie il comune bene di tutù. Chiamate ad un buon fedele se
un Sacerdote si salverà, intendo parlare di un buon Eclesiástico, e vi sentite a rispondere
senza esitazione: e chi ne dubita? loro Sacerdoti, sono già sicuri, hanno il paradiso come
in pugno, di noi secolari chi sa che cosa sarà, non è vero che dicon cosi; ma voi direte,
questa è un opinione, che hanno, ma che non dà a noi maggior sicurezza; è un opinione lo
concedo, ma che è fondata, e parte da veri e sodi motivi; è un opinione che ci deve con­
solare, animare, impegnare a non smentirla noi co’ nostri fatti; e per verità che sarebbe se
un di quel buon fedele, che ci teneva già sulle porte del Cielo, ci avesse a vedere confinati
fra la turba de’ reprobi, ed in mezzo alle anime più ribalde che vi fossero sulla terra; e qui
toccherò parimenti l’altro motivo, che vuole ed ha diritto di pretendere la salute nostra,
qual è il decoro del nostro Carattere. Se un pagano, che si perde non profana e deturpa
che la bellezza dell’anima, imagine di Dio; se il cristiano, una bellezza di più del Santo
Battesimo; ma se si danna un Eclesiástico, si deturpa, si sconcia, si mette in ludibrio il
Carattere più augusto, che dopo Dio vi sia in Cielo ed in terra; non è qui mia intenzione
di trattenervi sù ciò, che avrà a soffrire all’inferno un nostro pari pel suo impronto Sacer­
dotale, ma solo di accennarlo perché uno de principali motivi a scuoterlo, ad impegnarlo
a salute, poiché quando non gli cale per sé, la perdoni almeno, e risparmi quest’onta
all’onor Sacerdotale. Vuole la nostra salute il bene degli altri. Ricordatevi, fratelli miei:
pag. 3

A questo punto, nel testo afronte della pag. 2, restano due righe che il Cafasso intendeva
aggiungere in un punto che allo stato attuale risulta difficile individuare. Le trascrìviamo
qui:
E non può essere altra la volontà del Signore quando si pensi a ciò che importa, a ciò
che vuol dire la salute del Sacerdote. Quando si dice etc.

(1940) 2 Quando si dice che tanto i Sacerdoti, quanto i secolari hanno un anima da salvare, e
che v’è per tutti un paradiso, per tutti un inferno, par che sia lo stesso, eppur non è così.
L’Eclesiástico è un uomo spedale, distinto per vocazione, e carattere, scielto e messo fuori
del comune degli altri uomini, dunque non può essere comune cogli altri tanto il suo
premio, come il suo castigo, giacché la qualità singolare che Io distingue nei tempo, e lo
rende come un uomo particolare a questo mondo, sarà eterna, e lo dovrà distinguere per
tutta l’eternità; e con ciò voglio dire che l’Eclesiastico sia che si salvi, sia che si danni,
avrà da godere, avrà da patire molto di più degli altri: un premio, un luogo, una corona
distinta, e speciale in Cielo, ma parimenti una pena, un castigo più fatale, più terribile
all’inferno. Un tale che tenga pendente, ed abbia tra le mani un affare, una causa, va pen-'
sando alle conseguenze, bilancia, e misura il danno, come il vantaggio che ne può venire,
ed a misura che spera, e teme di più aumenta, e rallenta il proprio impegno, le spese, le
fatiche, gli incomodi. Faccia un altrettanto l’Eclesiastico, e soventi pensi quello che ha a
sperare salvandosi, quello che deve temere perdendosi, e poi giudichi, decida se convenga,
o no, se convenga molto, o poco a mettersi davvero d’attorno all’anima propria. Sarebbe
necessario se si potesse, entrare, contemplare per un momento un buon Sacerdote in parà-

194
Meditazione ~ Sopra l ’importanza delfine

reranno dietro di noi, ma in nostra presenza tacciono, e Dio non voglia


che facciano ancora elogi. Si troverà soventi un personaggio, che in bella
maniera sì, ma chiaro e tondo ci dica, sig. Abate quella vita, quel giuoco,

diso per avere un idea di quella gloria, che ci aspetta: sarebbe conveniente poter sentire per
un istante i gemiti, i pianti di un Eclesiástico all’inferno per poter capire la sua perdita,
e che

voglia dire un Sacerdote perduto: comunque però sia la fede^non deve stare sotto a (1942) 3
quello che ci direbbero i sensi, e stiamo certi che nessuno tra gli uomini siccome non
ha da temere, cosi in Cielo ha da sperare di più che un Eclesiástico: quel seggio di distin­
zione che occupiamo nella Chiesa militante, l’occuperemo parimenti nella Chiesa trion­
fante: siamo posti a combattere come capitani, e non come soldati, e come tali parimenti
dovremo essere premiati. No: un luogo, una corona comune non è fatta per un Eclesiá­
stico, per un’anima scielta e grande, destinata ad alte imprese qual è quella d’un Sacerdote:
i titoli, i privilegi, di cui Dio stesso ci favori, la natura della nostra vocazione, la grandezza,
e varietà de’ meriti che ci possiamo fare nell’esercizio del nostro ministero, le grandi, e
magnifiche promesse, che ripetutamente a noi Sacerdoti fece il divin Redentore tutto ci
presagisce, ci assicura un seggio, una gloria sovragrande da sorpassar ogni altra; e questo
posto è per me, solo che io voglia; ma che trono più grande possiamo mai aspettarci
quando il Signore ci promise di farci sedere accanto a Lui e dividere con noi la stessa sua
autorità di chiamare a rassegna, a giudizio l’universo intiero. Sedebitis et vos super sedes
judicantium. judicantes duodecim tribus Israel \Lc 22,30]. Che dire, che pensare di più
alto, di più sublime, di più grande. Io non parlo qui della dannazione d ’un Eclesiástico,
che non è luogo, ma vi dirò solo questo pensiero: volete sapere l’abisso, ed il profondo
della rovina di un Sacerdote, misuratela dall’altezza di sua caduta. Nessuno può cadere di
più alto, così nessuno cadendo può sommergersi più a fondo: Nemo altius ruitur, nemo
profundius mergitur.

Con una nota il Cafasso intende inserire un testo che si trova nella pagina afronte:

Se voglio il Cielo è per me, primo riflesso, ma se non vi penso, e lo trascuro, io più che (1941)
un altro vi pericolo e nessun altro vi provvede per me. per me etc. pag. 4 Pericolo per i
molti grandi oblighi del nostro stato: pericolo per la guerra speciale che a noi Sacerdoti ci
fa il demonio ed il mondo: pericolo in fine per parte nostra cioè per quella certa durezza
ed insensibilità, a cui purtroppo noi andiam soggetti nelle cose spirituali dell'anima. Peri­
colo pe’ grandi oblighi; io non voglio già dire che il Sacerdote, che fa da vero, abbia da
sgomentarsi e sia più difficile che ad altri il salvarsi, no: se grandi sono le nostre obbliga­
zioni, grandi a proporzione sono le grazie e gli ajuti che Iddio ci prepara; ma intendo solo
di dire rilevare il gran rischio a cui s’espone l’Eclesiastico, che tra mezzo a tanti carichi vadi
così a tentone, e cominci a fallire: guai al Sacerdote che appunto perché non pensa a se
stesso cammina di difetto in difetto, di peccato in peccato, di sacrilegio in sacrilegio. Chi
può calcolare il pericolo, e prevederne il fine: ditemi: credereste voi in egual pericolo due
viandanti, che non curanti amhidue dove mettessero il piede, ma l’uno camminasse in un
piano nel basso, l’altro invece sopra d’una grande altezza, e di più con molti intoppi, ed
ostacoli. Direste eguale il pericolo, eguale la caduta: mai più. Applicate la cosa a noi, che

195
Esercìzi Spirituali al Cler,o ■-Meditazioni

quella perdita di tempo non va; vi sarà chi avrà il coraggio di dirci, mi
perdoni, ma senta, quella persona, quella casa, quelle facezie non vanno,
fanno parlare di lei, e dei preti; dimando a voi, fratelli miei, se possa spe-

milita a tutto rigore. Con una nota il Cafasso intendeva inserire qui una riga da lui aggiunta
infondo alla pagina. Essa dice: differenza tra l’Eclesiastico ed il secolare nel conseguimento
del fine. Pericolo per la quella speciale, che ci si fa. Quando un soldato, e molto più un
Capitano in un campo di battaglia è preso di mira dal nemico, ed è osservato, e cerco per
ogni dove, guai se non sta all’erta, non si guarda, può dirsi che è perduto; così è di noi,
o Cari, in questo gran campo di battaglia, che è questo il mondo; noi formiamo, al dire
del massimo dottore S. Gerolamo la preda più gradita del demonio, epperciò non ci lascia
in pace, e sempre ci adocchia, e ci agguata a preferenza d’ogni altro, sia perché ci ha per
capitali suoi nemici, ma molto più perché da noi dipende la riuscita, il guadagno di molti
altri; sia che cammini bene, (Scrivendo pag. 7, il Cafasso intende avvertire che il testo conti­
nua alla pagina 7 a fronte)

(1949) sia male, va mai solo, ed è come certo che con lui s’associano molti altri: positus est
hic in ruinam. et resurrectionem multorum [Le 2,34]. Ciò che sarebbe avvenuto per altrui
malizia del primo Sacerdote il divin Redentore, s’awera tuttodì purtroppo nella condotta
deH’Eclesiastico, sicché può dirsi che vinto il Sacerdote, il demonio ha il vinto tutto, e
fatto sua preda cotesto capitano, il rimanente vi cade, e si disperde da sé da se-medesimo,
sicché contro di lui tiene rivolti tutti i suoi sforzi, e indirizza tutte le sue assalti insidie.
Con lui collegato il mondo non ce la perdona, e par che non abbi una giornata più. bella
che quando le viene di far traviare un Sacerdote, ridere, e scherzare sulla sua caduta; e
presi così di mira, e per tutti i lati da nemici così vicini, e potenti, crederemo di non correr
pericolo, e pericolo ben grande, a vivere indolenti così trascurati per ciò che riguarda la
nostra salvezza. Pericolo in fine sull’affare dell’anima, e penseremo poterla scampare, e
salvarci senza darcene un serio pensiero. Pericolo in fine per parte nostra per quella certa
insensibilità, e durezza, che noi Sacerdoti più o meno siamo in pericolo di contrarre nelle
cose dell’anima; sia questo un effetto proveniente dall’abitudine di trattare simili mate­
rie, sia un castigo, die Iddio ci permette per colpa delle nostre negligenze, ma il fatto è
vero, è reale, e di qui ne vengono due funeste conseguenze: la prima che certi mezzi di
salute, e più frequenti, e comuni, come sarebbero le ispirazioni, certi impulsi al cuore,
certi rimorsi, un qualche castigo, un buon esempio, un avviso, che sono poi i mezzi ordi­
nari di cui si serve Iddio, per lo più coteste cose, attesa la nostra insensibilità, o passano
inosservate, o non si ascoltano; epperciò, se non si peggiora, si vive, si continua a vivere,
e si vive sino alla fine sempre li stessi, e co’ medesimi difetti, e Dio non voglia, anche con
le stesse medesime colpe, pericolo adunque di finirla quali noi ci troviamo. Di più. l’altra
conseguenza, che ne viene da quella nostra insensibilità contratta, è che non penetrando
più a dentro nello spirito del nostro stato, e non facendoci più seriamente a pensare a’
nostri doveri, ci diamo a quella certa vita materiale, e superficiale, così comune purtroppo
in noi Sacerdoti, per cui pare di fare abbastanza a schivar ciò che può dare più nell’occhio
a noi, ed al nostro prossimo, senza aver poi il corredo di molte altre virtù, che sono pure
indispensabili, quando l’Eclesiastico voglia camminar sicuro per l’anima sua, ci mettiamo

196
Meditazione " Sopra l ’importanza delfine

rarsi che qualcuno ci voglia usare il servizio di dirci, mi scusi, ma se vi


pensa un po’ quella Messa, quegli occhi sempre spalancati, e girovaghi per
le contrade, nella Chiesa, e perfino in tempo delle funzioni, quella maniera

a vivere come vivono gli altri, e ci pare di fare abbastanza, quando io fo quello che fa un
altro mio pari. È vero che noi siamo soliti etc. pag. 4.

I l testo contìnua a metà di pagina 4 a fronte:

Noi siamo soliti a predicare, a ripetere quasi tutto l’anno che il cristiano non deve (1943)
prendere la norma del suo vivere dall’esempio altrui, da quel che vede a farsi, a praticarsi
dagli altri, ma bensì da’ precetti, e dagli esempi di questo divin Redentore; che i difetti,
i mancamenti degli altri non possono essere una scusa per li nostri; che chi vuol mettersi
tra i più, e camminare co’ molti, si mette al pericolo con loro. Ottim i insegnamenti per
verità, e mai abbastanza inculcati, e ripetuti, epperciò appunto io vorrei che in questa sera
ne facessimo un po’ l’applicazione a noi, ed al ceto nostro. N on vi saranno Sacerdoti,
e forse più d ’uno, che soventi si scusano, e cercano di tranquillarsi sull’esempio altrui.
Con un richiamo rimanda ad una riga aggiunta in fondo alla pagina: Avvisato un prete
rispose: che ne’ suoi paesi tutti facevano così. Facciamone la prova. Sorgerà alle volte
all’Eclesiástico una qualche pena, una qualche inquietudine, una certa spina, e rimorso su
certi punti di sua vita, e della sua condotta. Quell’ozio, quella vita dissipata, e vuota, que’
negozi secolareschi, quella noia, quella nausea per l’orazione, pel ritiro, per tutto ciò che
sa di Spirito; quella frequenza di. persone, quel modo di diportarsi in società, di parlare,
di ridere, dì scherzare; verrà, come diceva, alle volte una paura, un sospetto, ehi sa poi se
questo vadi, questa vita sia da prete, se non vi sia che dire? Ora io domando due cose: che
cosa dovrebbe fare un Sacerdote a questo punto? e che cosa in pratica ordinariamente si
faccia. La prima pare che sia chiara per sé. Un Eclesiástico, a cui stia veramente a cuore sal­
varsi, in queste paure deve mettersi ai piedi di questo Signore, pregarlo a fargli conoscere
il proprio stato, e la sua volontà, quindi se non può da per sé rapportarsi al Consiglio d ’un
bravo compagno, d’un Confessore; e qual sarebbe il consiglio a darsi, è presto indovinato:
senta, cato mio, lasciamo ciò che può essere di stretto rigore in materia d’obbligazioni,
appigliamoci a quello che in pratica può renderci più

tranquillo, e sicuro: faccia un taglio, lasci que’ divertimenti, quelle faccende tempo- (1945)
rali, si dia ad una vita più ritirata, studiosa, laboriosa: vedrà che troverà giorni più quieti, e
finirà più contento; altrimenti sentirà sempre un vuoto, e non è fuori pericolo d’aversene
a pentire. Così si dovrebbe fare, ma invece come si fa? Eccolo in poche parole: vengono
queste paure, si cerca di mandarle via, non farne conto, sprezzarle, ma che? alle volte
la misericordia del Signore le fa sentire ancor più, sicché bisogna cercare, trovare, una
ragione da darci a noi medesimi, e questa appunto si trova nell’esempio, e nella condotta
degli altri. Cotesto Sacerdote si da uno sguardo d’attorno, pensa a questo, a quello che
conosce, esamina la loro vita, si prendono anche destramente informazioni, che cosa fa
quel tale, quel tal altro, come si regola in casa, fuori casa, visite, pranzi, partite, a che ora
e per che tempo va in confessionale, come se k prende in materia di predicazione: dopo
tutto ciò forma il suo raziocinio, e conclusione: oh! mi pare che fa, e si regola come fo
io, non v’è gran differenza, si vede che la pensa, come la penso io: bisogna proprio che
sia così, poiché altrimenti non si può vivere nel mondo: dunque, ecco la conclusione, se

197
Esercizi Spirituali a l Clero ~ Meditazioni

di vestire, di parlare, in sostanza di condursi, vedrà che non è da buon


prete.

quelli sono tranquilli, e credono abbastanza a regolarsi in quella maniera, posso regolarmi
anch’io in quel modo: non sarà poi vero che abbiano a perdersi tutti, se si salveranno
loro, m i salverò anch’io: ma io ripeto, e se quelli non si salvano, come andrà per voi? Io
non mi fermo, o fratelli, a combattere questa regola di vita insussistente, pericolosa, e
fatale per tutti, ma molto più per noi Eclesiastici. invece io dico che il Sacerdote che
lo vuol esser davvero, e che vuole francamente salvarsi, deve chiudere gli occhi ad ogni
altro, considerarsi come se fosse egli il solo Sacerdote al mondo, vivere in modo come se
egli solo dovesse avere le virtù tutte del vero Sacerdote, ed in questo tenor di vita esser
fermo, e costante: facciano quel che vogliono gli altri, si divertano, si riposino, passino
pure come credono i loro giorni, io non cangio, io non mi muto, io non vario perché
voglio assolutamente salvarmi,
e tal è il solo che tra Sacerdoti si salvi. L’affare dell’anima etc. pag. 9. ]
T t jp c r r c o r r a v c t m o
i. L’altra cosa che mi fa temere della
salute di noi Eclesiastici è come diceva, una certa insensibilità, e durezza di cuore, per cui
le cose anche più sante, le massime più terribili difficilmente ci scuotono, di rado ci fan
colpo, ed ottengono su noi un qualche frutto: sia questo un effetto della nostra abitudine
di trattare simili materie, sia un castigo della nostra negligenza, e poca corrispondenza alle
grazie del Signore, il fatto pur troppo è vero, e reale. Non parlo di Sacerdoti abitualmente
buoni, virtuosi, e che si vanno di giorno in giorno perfezionando, poiché non è il caso di
dubitare della loro salute; nemmen voglio parlare di Sacerdoti abitualmente peccatori, e
che vanno di precipizio in precipizio e che purtroppo lasciano ben poco a sperare della
loro salute, io intendo que’ tali Eclesiastici, che formano la maggior parte, e che stanno
tra due estremi, cioè non compajono decisamente, assolutamente né buoni, né cattivi, se
pure può darsi,

(1947) ma tengono come una via di mezzo, un po’ di chiesa, un po’ di mondo, cosi nel
parlare, nel trattare, nelle azioni della loro giornata: ebbene dico che Sacerdoti tali diffi­
cilmente, e più ancor de’ secolari, s’arrendono alle impressioni della grazia chiamate del
Signore, a quell’ voce eccitamento, a quell’impulso con cui Iddio vorrebbe farli migliori,

noi sappiamo quali sicno. Le inspirazioni, rimorsi, castighi, le esortazioni, prediche, i


buoni esempi, che sono il mezzo ordinario con cui Dio suol parlare al cuore; per lo più in
noi Eclesiastici non fanno gran senso, e con qualche pretesto cerchiamo sempre di quie­
tarci, e scusare cotesta nostra vita appunto perché non compare totalmente profana, seco­
laresca, e cattiva: le voci interne si sprezzano, a’ castighi non si bada, le prediche s’inter­
pretano alla nostra moda maniera, gli esempi de’ buoni, sono casi che non fanno regola,
ed ecco con ciò resa illusoria, inutile la via ordinaria della divina misericordia; si vive, e si
muore in questo stato; e che ne sarà in fine? Un motivo ben forte di dubitare della nostra
eterna salute. Prima d’andar avanti, permettete o fratelli che io faccia per voi un riflesso.
Finalmente l’ultimo riflesso, che ci fa temere delia salute nostra, è quella mancanza di
ajuto, di eccitamento esterno, in cui ci troviamo noi Eclesiastici. Se v’è persona etc. pag.
4.

198
Meditazione " Sopra l ’importanza delpine

Volesse pur Dio che ce lo venissero a dir chiaro davanti, invece che per (1946) 5
io più si empiono le case, i paesi di ciarle, di dicerie sul nostro conto, e
perché nessun ci dice niente noi siamo così sciocchi da credere che tutti
siano ben impressi di noi; lo so che la colpa sarà anche nostra perché nes-

A tutto questo aggiungete un altro riflesso ancor più grave, qual è che dalla anima (1942) 3
condotta, dalla salute del Sacerdote, è collegat a ram ina, c la salute -chi ha di quanti
dipende quasi necessariamente la perdita e la salvazione di molti. Sia che l’Eclesiastico
si salvi, sia che si danni, né si salva, né si danna solo: solo non entra in paradiso, e solo
d’ordinario non cade all'inferno; così che ogni Eclesiástico deve pensare, deve dire tra
sé: io sono Sacerdote, e come tale ho un’anima da salvare come un altro qualunque, con
questa differenza che se mi salvo, colla mia spero salvare molti altri, ma se la sbaglio, e
mi perdo, purtroppo farò piombare altri nella mia rovina. Positus est hic in ruinam et
resurrectionem m ultorum . così fu dato del primo de’ Sacerdoti Christo Gesù dal vecchio
Simeone, e così a proporzione si può, e si deve ripetere di ogni suo successore, di ogni
Sacerdote. Quel Sacro prelato, che stese le mani sul nostro capo, poteva dire fino d’allora
di ciascuno di noi: ecco un nuovo Sacerdote, ed eccovi in questo Eclesiástico un nuovo
segno di contradizione, una nuova pietra o di salute o d’inciampo per molti: o che cotesto
Sacerdote corrisponderà all’alto fine della sua vocazione, e terrà una strada conforme alla
propria dignità, e carattere, ed in questo caso possiamo esser sicuri d ’aver in lui uno sti­
molo, un mezzo, un occasione di salute: oppure che devierà da’ suoi doveri, ohimè quanti
andranno a perdersi in questo scoglio. Grande e terribile verità, ella è questa che fa gemere
più d’un Eclesiástico, che abbi declinato dal suo stato, e che deve mettere in apprensione,
e timore qualunque altro buon Sacerdote; finché si tratta dell’anima propria, toccherà
a noi a pensarvi, il bene od il male che ne avremo sarà tutto nostro, che ne abbiamo
la colpa, ma quando trascurando la propria salute, mettiamo in pericolo ..quella degli
altri, ah, fratelli, che amaro riflesso, cavare anime dal Cielo per precipitarle all’inferno. Si
aggiunga ancora, che se noi trascuriamo noi stessi, potremo ancora prima di morire venire
a migliori sentimenti, e rimediarvi; quando il male, che abbiamo fatto alle anime altrui
col trascurare la propria, come faremo a porvi rimedio; se qualcuna fosse già all'

Inferno, se non li vedessimo più, se altri fossero già perduti dietro il vizio, e non fosse (1944) 4
più possibile ridiiamarli.
Ciascuno adunque di noi ritenga sempre presentì al suo pensiero queste dtte gran

siastico, Dio solo non mi alloggia, o una corona di Beati in Cielo, od una compagnia di
dannati all’inferno, ecco la sorte futura che mi attende. Chi sa quanti buoni Eclesiastici
a quest’ora saranno in Cielo a festeggiare colle anime da lor salvate quel giorno eterno,
coraggio, fratelli miei, per arrivare presto anche noi, non basta, ma per arrivarci con gran
numero di anime a godere di quella festa, che cominciata finirà mai più

199
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

suno parla, e ci avvisa, perché sanno che la prendiamo a male, ci adon-


tiamo, e ci stimiamo offesi, perciò tacciono: ma comunque sia io dico
sempre che noi sacerdoti più che ogni altro siamo lasciati soli per l’anima,
giacché tutti si ritirano, e sono da compatire, perché hanno una certa
ragione oltre la già detta: oh! è sacerdote, dicono, lo sa bene, avvisa, pre­
dica bene agli altri, che bisogno di dire, vi pensi egli, che lo sa più degli
altri. Alle volte perfino il Confessore non si tiene obbligato di dirci quel
tanto che direbbe ad un secolare in simili occasioni; anche egli cerca di

Con una nota, il Cafasso intende inseiire cjui un testo che scrive nella pagina a fronte:

(1943) Vi giungeranno poi gli Eclesiastici, vi giungeremo noi, vi giungeranno molti tra noi
Sacerdoti; io lo voglio sperare non solo per le ragioni già addotte, ma perché l’Eclesiastico
che si metta davvero, e voglia sinceramente, e francamente salvarsi, risoluto e deciso a
qualunque sacrifìcio, come spero saremo noi, io sono certo che si salverà. Ed è questo
un pensiero etc. Pine dell’uomo pag. 4. Però io non voglio ommettere, giacché ne ho
l’occasione, di toccare alcuni peccati parola illeggibile i principali motivi, che pensandovi
tra me e me mi fanno dubitare, e mi fanno temere anche della salute di noi: csapete
quali sono? ed eccoli in poco: 1° l’usanza, la pratica piuttosto purtroppo di molti tra noi
Eclesiastici di misurare, di regolare la nostra condotta, il nostro tenor di vita piuttosto dal
comune vivere degli altri che dagli oblighi intrinseci, ed indispensabili del nostro stato. 2°
la disgrazia, che abbiamo noi Sacerdoti maneggiando appunto cose sante di contrarre, se
non stiamo bene all’erta, una certa insensibilità, indifferenza, e quasi durezza di cuore in
tutto ciò che ha rapporto al bene, alla salute dell’anima, per cui si trascurano, o riescono
inefficaci tante grazie, ed impulsi. 3° finalmente la mancanza di certi ajuti e mezzi esterni
in noi Sacerdoti, e che di cui invece hanno abbondano i secolari molto più di noi.

che Tutto questo grande affare tutto poggia totalmente su noi, è affidato esclusivamente
a noi soli; sì, se v’è affare proprio di tutti e di ciascuno di noi egli è questo, sicché se io fo
qualche cosa, se consacro qualche fatica, se soffro, se tollero, se paziento, se m’impegno
in qualche maniera a questo oggetto, è per me e non per altri; da vivere a morire, da
viver poco a vivere molto, il mondo mi biasimi, mi perseguiti, mi uccida se vuole, ma
quello che ho fatto per l’anima nessuno me lo toglie, questa è quella cosa che veramente è
mia, né vivo né morto la posso perdere; ma al contrario se io non vi penso, non vi lavoro
d’attorno, non fatico, nessuno vi pensa, nessuno vi fatica per me: posso lasciare chi faccia
per me in tutto altro affare, di fondi, di acquisti, di maneggi, di negozi: posso trovare chi
prende a cuore ed a cura il. mio onore, la mia sanità, la difesa della mia vita, ma non già
chi s’incarichi di salvarmi: è questo un interesse tanto proprio, e delicato che va trattato
tra me e Dio, e quand’anche si mettesse tutto il mondo a mio favore, non arriverebbe
senza di me senza: a salvarmi; non basterebbe tutta la penitenza delle anime buone, non
sarebbero sufficienti tutte le preghiere degli uomini, nemmeno varrebbero tutti i meriti
de’ santi; perché? perché tocca a me. Questo è vero per tutti, ma in particolar maniera si
avvera di noi Sacerdoti.

200
Meditazione ^ Sopra l ’importanza delfine

ragionarsi, con pensare, con dire: è sacerdote, è confessore egli stesso, il suo
dovere lo sa, non occorre batter tanto, sa che io deve fare, lo farà: eh!...
fratelli miei dal saperlo al farlo vi è un gran passo, ed anche un sacerdote,
un Confessore penitente, ha bisogno di aiuto, di stimolo, di sprone, di
lume per farlo. Oh! almeno io ho un po’ d’ajuto per l’anima, qualcuno
può pensare tra sé, vi sono molte persone che pregano per me: le preghiere
sono belle e buone, ma non arrivano a salvarci senza di noi, come ho già
detto, non dispensano dalla nostra cooperazione, e non devono diminuire
la nostra vigilanza: ma si pregherà poi molto per noi Sacerdoti; io temo di
no, perché i più pregano né per loro, né per altri, e molto meno per noi;
i buoni poi, su cui potressimo calcolare qualche cosa, ci nuociono senza
volerlo, hanno un’idea tanto favorevole di noi Sacerdoti che quasi credono
di perder tempo a pregare per noi; perciò facilmente ci dispensano, cosi-
che per conchiudere cotesto pensiero, ripeto di nuovo, e ripeterei sempre,
se non vi pensiamo noi, proprio noi a salvare Fanima nostra, nessuno
vi pensa; e quali dovranno essere le conseguenze di questa gran verità?
Eccole:
primieramente uopo è parlarci chiaro mentre siamo qua tra noi e dirci
schiettamente le nostre verità, perché fuori di qua, fuori di questi luoghi
non abbiamo la fortuna di sentircele dire, ed un Sacerdote che passi la sua
vita senza ritirarsi qualche volta in questi luoghi, d’ordinario tocca il fine,
e scende nella tomba senza aver sentito una lingua che gli abbia parlato
chiaro di lui, gli abbia detto francamente i suoi doveri del suo stato, le sue
obbligazioni; giacché dobbiamo saperlo tutti quanti che non siamo quà
per farci di complimenti, per veder un po’ come si sa condurre una pre­
dica: siamo quà per veder le cose con quel lume, e con quell’occhio che
le vedremo al punto di nostra morte, siamo quà per esaminare la nostra
vita, e fare tra noi e noi que’ conti che un dì faremo con questo Dio al
Suo Tribunale: felici noi che abbiamo la sorte di poterne godere, e quanti
Sacerdoti che hanno deplorato, e deplorano di aver sentito troppo tardi
appunto in questi luoghi, ed in questi tempi il vero quadro della loro vita,
e delle loro obbligazioni6.

6 II testo continua con una mezza pagina circa cancellata: Altra conseguenza della verità
sovraccennata sia questa di proccurare d ’aver qualche buon amico, qualche confidente,
oltre il Confessore, pregarlo che ci voglia usar la carità di darci mano, di aiutarci nel trat­
tare sì grande affare, ci consigli, ci dirigga, ci avvisi, e se vede qualche cosa in noi che non
regga, che possa dare a temere, e sia per farci scapitare, ce lo dica chiaro, e netto, non
va, mio caro, bisogna lasciar questo, bisogna far quello: quella leggerezza, quella dissipa-

201
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

(1947) Se Iddio in questi giorni ci parlerà al cuore, e ci parlerà certamente, se ci


farà conoscere il vuoto de nostri giorni, la bellezza de’ nostri fini nel nostro
ministerio, e forse anche l’enormità di qualche nostra colpa; se il Signore
chiamerà da noi un sacrifizio, un taglio, una risoluzione anche grande, deh!
o cari guardiamoci bene di sprezzare questa voce, e lasciar andare a vuoto
cotesto tratto della divina Misericordia, perché facendo altrimenti, non
potremo scampare una di queste tre sorti: o che Iddio non ci parlerà più,
e quali ci troviamo ci toccherà andare a render conto della nostro rifiuto,
e chi sa che sorte ci toccherà: o che Dio parlandoci ancora, siccome già resi
induriti, ed ostinati per altri rifiuti, purtroppo sprezzeremo anche gli altri
inviti, oppur che finalmente supposto il meglio che Iddio sia ancor per par­
larci, e noi per secondarlo, non potremo fare a meno di rimproverarci ben
amaramente di aver tardato si a lungo a corrispondervi, e qualunque sia
per essere il caso nostro, non potrà a meno che essere per noi ben amaro,
e doloroso: quanti sacerdoti che aprendo una volta gli occhi e vedendo il
male od il vuoto de’ loro giorni, non sanno darsi pace, pentiti, gemebondi
passano il resto della loro vita in amaro cordoglio, appunto perché hanno
differito si lungamente a provvedere alla loro salute. Sero te amavi7, era già
il lamento del penitente Agostino, ma poteva ancor addurre una qualche

zione, quell’ozio, quella vita vuota non è da Sacerdote: ci vuol un po’ più di ritiratezza,
di studio, di orazione, di gravità. A h ! quanti sacerdoti sarebbero migliori, e farebbero più
del bene, se avessero chi parlasse loro un linguaggio caritatevole sì ma franco, e libero, ed
avessero]

(1948) 6 la virtù, la sofferenza di sentirselo a ripetere. Che se vogliamo trovarlo cotesto vero
amico è necessario primieramente mostrarci disposti a sentirlo, anzi far conoscere che lo
desideriamo di cuore, e siamo persuasi che è una carità, che ci fanno: e quanti infatti
sarebbero capaci di parlare, e disposti a farlo, ma a che volete che parlino, quando si sa già
che l’avviso è preso in mala parte, disgusta, irrita, e si finisce con far niente, seppur non
si fa peggio. Eppure, sacerdoti fratelli miei, persuadiamoci ben bene che è della somma
importanza che ciascun di noi possa calcolare, riposare su qualcuno che gli parli franca­
mente la verità, perché credetemi nessuno, o ben pochi ce la dicono, chi per un motivo,
e chi per un altro, o si ritira e tace, oppur parla a metà, quando non si vadi più in là
anche all’adulazione. E di qui ne viene che si passa la vita tentennando tra i doveri, e le
trasgressioni, sacerdoti e secolari nello stesso tempo, contenti e non contenti di noi, finché
si arriva al fine, ed allora si aprono gli occhi, si vedono i vuoti, le mancanze, e quindi
timori, inquietudini, in una parola una morte che non contenta soddisfa.
U Cafasso a questo punto con una rnta rimanda alla pagina a fiorite che noi trascriviamo
nel testo.
7 S. A g o s t i n o , Confessioni, X, XXVII, 3 8 .

202
Meditazione - Sopra l ’importanza delfine

scusa, quia sero te cognovi: ma che noi non potremo nemmen darcela per
ad intendere, perché noi Dio lo conosciamo, e si farà conoscere ancor più
in questi giorni.

Altra ed ultima conseguenza di quanto abbiamo considerato è di stare (1948) 6


ben attenti su di noi, vegliare non solo sulle nostre opere, ma sulle nostre
mire, su’ nostri affetti, sul nostro avanzamento, su nostri pericoli, in
sostanza vegliare ben bene su tutto ciò che può avere qualche relazione a
questo grande affare, e vegliare non solo di tanto in tanto, ma continua-
mente, ed aver per la prima questa nostra occupazione: zelar sì la salute
degli altri, ma per la prima zelare la propria; ed è perciò che troviamo
così frequentemente raccomandato a Sacerdoti di pensare a se stessi. Già
si sa nel Vecchio Testamento quanto fosse inculcato a que’ sacerdoti di
proccurare d’essere santi: l5Apostolo S. Paolo volendo formare il suo diletto
Timoteo per l’Apostolico Ministero innanzi tutto e prima d’ogni altro gli
inculca la cura, la vigilanza sopra se stesso: attende tibi8. Fratelli miei, rite­
niamo bene coteste importanti parole, che sono dette anche per noi9. In
capo a tutte le obbligazioni sta questa prima di pensare, attendere a noi:
attendere, e pensare come passiamo la nostra giornata, se si studia, se si
prega, se si lavora, e che cosa si fa: attendere e pensare il come facciamo le
cose nostre se .per Dio, per la gloria sua, oppure per fini bassi, ed umani,
se la maniera con cui facciamo le cose nostre, ordinarie, la maniera per
esempio di dir la Messa, di predicare, di sentir le confessioni, piaccia total­
mente a Dio, e lasci invece a desiderare qualche cosa di più. Attendere e
pensare come si parla da noi, come si pensa, come si vive, se da secolare,
da mondano, oppur da uomo di Dio di chiesa, o di Dio, come veramente
dobbiamo essere: in sostanza: attende tibi. è dovere di tutti, di ciascuno
de’ sacerdoti, dovere di prima e di assoluta necessità, da cui nessuno ci può
dispensare. II Venerabile servo di Dio Autore del bel libro dell’imitazione
di Cristo si può dire che quasi in ogni pagina non fa che battere cotesta
importante verità, e comincia dal dire: qualunque sia la tua occupazione,
non parla già agli oziosi, procura che vi sia sempre il tempo necessario per
attendere a te stesso: Ouaere aptum tempus vacandi tibi: e sia quel che
si vuole degli altri guardati bene dal negligentare te stesso: quidquid de

8 1 Tim 4,16.
9 A questo punto troviamo le seguenti tre righe cancellate: Soventi noi forse ci mettiamo
a riandare i nostri doveri, le nostre obligazioni di stato, di professione, di impiego, cr..*
buona, ma pensiamo che inanzi a tutto questo ve ne sta un altra qual.

203
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

aliis sit non negligas te ipsum: e sentiamo la ragione di quell'anima divota,


perché, sappi, è meglio viver nascosti ed attendere a noi stessi, che far stre­
pito, e miracoli e negligentarci: melius est latere, e sui curam agere. quam
se neglecto signa facere10. E credimi, conti-

(1950) 7 nua sempre a dire, è molto più da stimarsi un povero rusticano, che
attenda a se servendo a Dio, che un alto filosofo, che trascuri se stesso:
melior est humilis rusticus. qui Deo servit, quam superbus philosophus,
qui se neglecto cursum coeli consideret11.
In S. Bernardo poi fa meraviglia la libertà, la franchezza, con cui parla
su questo punto ad Eugenio papa: era pure il Supremo Gerarca della
Chiesa, il Vicario di Cristo, eppure stimò bene di comporre un libro quasi
non per altro che per ricordargli sì fatta verità. Il primo pensiero, comincia
dal dirgli, sia sempre rivolto a te stesso: a te consideratio inchoet. Che se ti
tengono per sapiente, sappi che sarai mai tale finché prima non sii sapiente
per te stesso: si sapiens sis, deest tibi ad sapientiam, si tibi sapiens non
fueris12. Fermiamoci un po’ su questi due pensieri del Santo per vedere,
per esaminare come la passino in noi. A te, o Eclesiástico, consideratio
inchoet... sapiens non es si tibi sapiens non fueris: si può dire di noi che
il primo, il principale pensiero sia rivolto su di noi, sul nostro bene, sul
nostro andamento interno, e vantaggio spirituale: qual è il primo pensiero
del mattino, il principale nella giornata, quale, e quanto il tempo impie­
gato per una rivista su di noi, sui nostri conti: oh! Dio buono, quante
inezie, quante minchionerie, quante vanità occupano le teste anche degli
eclesiastici, e non già di rado, ad intervalli, così per passatempo, ma dite
pure continuamente: non parlo solo del gran tempo che si passa oziosa­
mente, e che resta divorato intieramente da tante bagatelle, ma alle volte
anche facendo, anche trattando opere di Ministero, perché in tanti sacer­
doti quasi si possono considerare due personaggi, in un tempo solo, l’uno
che agisce come una macchina e che si occupa materialmente in ciò che
è di dovere più di professione secondo cotesti che di ministero interno,
altro che si ferma, e si porta a tutt’altro: la fretta, la maniera sgarbata dì
farle, la noia, la divagazione che si mostra in tutte le parti lo fanno cono­
scere abbastanza: se cercate poi il tempo, e quale, e quanto ne consumino

10De imitatione Christi, I, XX, 1.6.


11 De imitatione Christi, I, II, 1.
12 S. B e r n a r d o , De Consideratione, II, III, 6.

204
Meditazione " Sopra l ’importanza delfine

giornalmente o di tanto in tanto non dico solo certuni, ma anche molti


Eclesiastici per rivedere lo stato loro interno, saressimo ancor molto più
imbrogliati a rispondere: se si cercasse il tempo che spendono ogni dì a
sentire, a raccontare novelle, a far visite, partite, a trattar di vendite, di
compre, di prezzi, di maneggi, o simili faccende, chiunque lo sa, quasi dal
primo all’ultimo del paese saprebbero descrivere l’orario di cotesti sacer­
doti, e saprebbero dire: or dorme, or giuoca: adesso è alla campagna, a
quest’ora si trova alla bottega, a quell’altra in quella casa, quindi il passa
in quell’altra, quindi quà, quindi là: ma è il tempo di pensare a se, e l’ora
di raccogliersi un tantino, di pregare, di fare un po da mediatore tra Dio e
gli uomini, qual deve essere ogni Eclesiástico: oh! si può abondantemente
credere che lo facciano, ma del resto non si sa, non sempre, e nemmeno
si può supporre: oh! non potrà bastare la Messa, il Breviario: nò, che non
basta tanto più come la dicono cotesti Eclesiastici.
Deest tibi ad sapientiam, si tibi sapiens non fucris, altra sentenza del
Santo. Saranno molti i veri sapienti, e di questa fatta tra i sacerdoti. Quanti
tra rroi Eclesiastici che passano per dotti, sanno dar leggi, e consigli giusti
e pesati, sono capaci di sbrogliarsi con facilità, e destrezza anche di affari
complicati, oh! fosse un po vero, che quel tanto di capacità, che il Signore
ci ha data sapessimo usarla anche per noi! Oh! quanto sarebbe felice il
mondo e la Chiesa se lo spirito, la vita, e la condotta d’ogni Eclesiástico
fosse conforme a que’ detti, a quelle regole, a quella scienza che sa ed usa
cogli altri: eppure se non facciamo in questo modo, se non siamo tali, il
mondo ci chiami, e ci tenga come vuole, anche per dottori, e cime d’uo­
mini, saremo mai tali, quando a tutta questa scienza ci manchi l’altra più
importante di saperla usare per noi: l’ha detto un dottor S. Bernardo ad un
papa, con molto più di ragione si può dire di noi, e prima del Santo l’aveva
già detto in più

maniere lo Spirito Santo. Dunque, proseguiva S. Bernardo, sia tua cura (1951) 8
di sceglierti un luogo a parte, in cui come in porto tranquillo ti possa di
tanto in tanto ricoverare dal gran torrente degli affari, che ti opprimono:
eligatur tibi aliquantulum remotus lo cus, in quem veluti in portum quasi
ex multa tempestate curarum te recipiens. Ben lontano d’andarsi a cercare
un Eclesiástico delle occupazioni non sue, secolaresche, profane, estranee
al suo Ministero, ed alla sua Vocazione, che anzi deve guardarsi dalle stesse
opere sue di zelo, e proprie dello stato in questo senso, che non gli rubino
quel tanto di tempo, che è indispensabile perché ognuno pensi per se. Oh!
se tutti gli Eclesiastici prendessero cotesto consiglio del Santo, e proccu-

205
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

rassero nel loro stato, nel loro impiego d’aver questo tempo questo luogo
anche materiale, se si potesse, se non altro ai piedi d’un Crocefisso, di
modo che guardandolo ci potessimo dire: ecco là il mio Tribunale, il luogo
di mio ritiro, di riposo, di riflessioni: là chiamo a rivista la mia giornata, là
esamino, provo i miei fini, i miei affetti, le mie tendenze, là vengo a ripo­
sarmi delle mie fatiche, a prender forza, e coraggio per faticare ancor più;
là depongo i miei timori, e le mie speranze, là godo le consolazioni del mio
Dio, là verso con Lui i miei affanni, i miei crucci, le mie tribolazioni. Beati
noi se ci siamo già prima d’ora procurati uno di questi porti tranquilli,
o almeno se ci risolviamo di procurarcelo, per ripararci dentro e salvarci dal
turbine delle cose di questo mondo, per tenere netti, ed aggiustati i nostri
conti per una partenza anche improvvisa per l’eternità: il consiglio fu dato
ad un pontefice, ma ogni Eclesiástico ne ha bisogno; e non parlo solo di
quei sacerdoti, che consumano il tempo in leggerezze, o faccende tempo­
rali, poiché questi tali hanno bisogno di qualche cosa di più, ma anche per
un Sacerdote santo, e che da mattino a sera lavorasse pel bene delle anime;
S. Bernardo non ha già scritto a quél gran pontefice perché temesse che
passasse la giornata in ozio, che anzi dai termini che usa fa conoscere che lo
credeva continuamente occupato, e temeva appunto delle sue occupazioni;
sicché non può essere una ragione sufficiente per dispensarci dal pensare a
noi il pensiero: oh... io lavoro già, e sono sempre occupato del mio Mini­
stero: che bisogno di tanto ritiro, di badare, di riflettere così soventi sopra
di me, quando so che la mia vita è quella d’un Sacerdote. Fratelli miei
dimentichiamoci mai che la nostra vita consiste più nello Spirito, che nelle
opere: le opere valgono secondo lo spirito, togliete, diminuite in un Ecle­
siástico lo spirito interno e proprio del suo stato, e voi togliete e diminuite
nello stesso tempo a proporzione il valore delle opere: che se vogliamo che
regni in noi cotesto Spirito, non s’intiepidisca, anzi s’aumenti, s’infiammi
è necessaria, è indispensabile uria continua, e costante vigilanza sopra di
noi, è di tutta necessità un luogo, un tempo di ritiro, di studio, di esame
sulla nostra giornata: altrimenti come capita, e che ne viene? si studia, si
predica, si confessa, s’intraprendono mille faccende or per questo, or per
quello, mai alle volte un momento da mattino a sera, e tutto anche con
buon fine, se volete, ma frattanto come va l’interno, che profitto si fa, e
come stanno i conti del cuore? Ecco quello che succede quando si hanno
tante occupazioni: le pratiche di pietà, o si omettono, o si abbreviano, o si
fanno alla meglio, cosi la Meditazione, lettura, esame di coscienza, visita al
SSmo., poco per volta v’entra qualche cosa di umano, si ferma, si raduna un

206
Meditazione " Sopra l ’importanza delfine

po’ di polvere sul cuore, non v’è più quella purità d’intenzione di prima,
non si prega, non si celebra più colla solita gravità

e divozione: spuntano sulla coscienza certe;negligenze, certi difetti, e (1953)9


diciamo pure certe colpe che prima, non si vedevano, si comincia a passar
sopra le cose piccole, in sostanza si comincia a fare il prete un po’ all’in-
grosso, e per mestiere. Ecco i primi inconvenienti a temersi necessaria­
mente quando il sacerdote perda un po’ di vigilanza sopra se stesso, e Dio
non voglia che si vadi più in là, sicché io ripeto di nuovo: attenti sopra di
nói, attenti su questo grande affare dell’anima, che è tutto proprio, guai se
lo dimentichiamo, nessuno farà per noi; e non ci paja di far troppo, fratelli
miei poiché come ben sapete, è un affare cotesto, che se si sbaglia tutto è
perduto, se va male non si rimedia più13!
Perdidimus omnia, esclamava un infelice morendole quanti giornal­
mente in morte se non lo dicono, lo temono, lo temono secolari, lo
temono Eclesiastici: eppur è cosi, guai se la sbagliamo, in un colpo, in un
solo affare, tutto è perduto: siccome per un solo affare viviamo, qual’è ser­
vire Iddio, così per un solo affare moriremo, qual è salvarsi di andar salvi:
lasciati a parte questi due affari, trascurati, falliti, tutto è esposto, tutto è
rovinato, tutto è perduto, vita e morte, Dio ed anima, tempo ed eternità,
perdidimus omnia: negli sbagli, e nelle perdite di questo mondo, qualun­
que esse siano, o si possono rimediare, o si spera, e si trova qualche com­
penso: datemi un anima perduta, un Eclesiástico in perdizione, e poi cerca­
temi, se potete, un compenso nei due mondi, e quando si potesse sperare,
cotesto compenso non potrebbe esser altro che la memoria del passato, le
reminiscenze de’ beni, de’ comodi, de’ contenti goduti; e se cotesta memo­
ria sia un compenso, un conforto per un peccatore qualunque, oppur piut­
tosto una spina, un tormento di più, lo vedremo nel decorso di questi
giorni, sicché non ci resta che esclamare col divin Redentore: e che mai
può giovare tutto questo mondo quando l’anima ne venga a soffrire: ah!

13 Alcune righe cancellate: Un disgraziato, che moriva vittima de suoi delitti, ma che
tocco dalla divina Misericordia moriva rassegnato, e pentito de’ suoi peccati si confortava
ne’ suoi estremi con questo consolante pensiero che se in vita aveva sbagliato ogni cosa,
sperava d’indovinar l’ultima che valeva per tutte, qual’era salvarsi l’anima. Beato chi potrà
morire con questo conforto, e con questo testimonio in cuore.

Felice chi indovinerà e la riuscirà nell’ultima giornata di sua vita, ben disgraziato chi (1952)
la sbaglierà!

207
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

che gran parola ella è questa, fratelli miei, uscita Quid prodest1'1: ella è
uscita dalla bocca del primo Sacerdote, ed ogni altro Sacerdote la deve stu­
diare, la deve meditare, la deve usare. In questa parola sta racchiusa tutta
la scienza, e la vera sapienza del mondo, chi la sa, è abbastanza dotto, chi
non la sa, sa un bel niente, perché non sa salvarsi. Quid prodest13:

(1952) Questa parola la meditano per loro confusione ed a loro dispetto tut­
todì i cattivi:, dopo che si sono dati al mondo, al fine stanchi, irrequieti,
malcontenti van esclamando: quid prodest, e adesso che cosa ne ho? Un
imperatore romano Settimio Severo esclamava morendo: io fui tutto, ed a
questo punto nulla mi giova.

(1953) 9 Ecco spiegata in una parola tutta la vanità, l’apparenza di questo


mondo: quid prodest? ecco il termine, che empie di lamenti, di gemiti, di
sospiri due mondi la terra e l’inferno: di qui 1’Eclesiástico ha sono partiti
tutti gli Eclesiastici, che hanno fatto del bene, su questa Massima si sono
formati tanti buoni operari del Signore, e di qui dobbiamo partire anche
noi e formarci anche noi alla scuola di questo termine, e di questa gran
parola, quando ci stia a cuore di lavorare con frutto, e fare un po’ di bene
nella Vigna del Signore; di qui l’Eclesiastico deve partire per staccarsi e
disprezzar questo mondo, da qui imparare e conoscere l’importanza delle
anime, e da qui prender forza, pazienza e carità per salvarle. Quid prodest
homini. E qui per capirlo fin d’ora a nostro prò, e vantaggio portiamoci col
nostro pensiero là a queirultimo giorno di nostra vita, là a quel punto, in
cui daremo un addio a tutto questo mondo, e saremo per partire verso la
nostra eternità: che ci gioverebbe in allora l’aver passato tanti qualche anno
di Sacerdozio, aver condotta una vita a nostro comodo, a nostro genio,
se la gloria di Dio, se l’anima nostra ne avessero perduto: che conforto ci
potrebbe

(1955) io dare la memoria d’aver contentato i parenti, aver secondato le loro


mire, aver radunato un po’ di roba, se poi il bene delle nostre anime ne
avesse a scapitare? Che ci servirebbe in allora esser giunti a quelFimpiego,
aver coltivato certi studi, aver eccitato anche un po’ di nome della nostra
persona, se poi in fine ed in quell’ora fosse in pericolo l’anima nostra.

14M e 8,36.
15 Con un segno di nota il Cafasso intende inserire qui alcune righe scritte nella pagina a
Meditazione ^ Sopra l’importanza delfine

E ciò io dico non solo quando dovessimo andare dannati, ma anche nel
caso che ci potessimo salvare: e mi spiego. Che giovamento, che utile di
quanto ho detto, quando per questo dovessimo penar di più in purgatorio:
a che prò quando in paradiso dovessimo esser privati di un grado di gloria
per sempre, a che tutto il passato quando non ci dovesse costar altro che
morire con paura, affanni e timori. Ah! quanti disordini di meno anche
tra noi Eclesiastici, e quanto zelo di più tra noi Sacerdoti, se si pesasse,
se si meditasse questa sola parola: quid prodest. Oh! se si avessero a fare
tante considerazioni, e riflessi, si farebbe più niente a questo mondo; e si
dovrebbe passar la vita a meditare: eh!... non vi sembri strano, quando vi
dicessi che la vita del Sacerdote deve essere un continuo studio, uh assidua
meditazione della legge del Signore, e lo diciamo tante volte ogni giorno
nel Breviario: lex tua meditatio mea est16: dilexi Domine legem tuam. quia
tota die meditatio mea est17. È verità o bugia? Oh!... sì fatte meditazioni o
farle in vita, o che ci toccherà poi farle in morte. E credete voi che sieno
pochi non solo tra secolari ma de’ Sacerdoti che finiscano i loro giorni
in sì tristi pensieri; noi che siamo testimoni, ed i depositari degli ultimi
sentimenti, con cui muoiono le persone, ed anche Eclesiastiche, più d’una
volta l’avremo veduto, e toccato con mano: non useranno le parole che noi
abbiamo recato, ma l’occhio, con cui ci guardano in quel punto, i sospiri,
i gemiti che mandano dal cuore, quelle certe sortite affannose, inquiete
parlano abbastanza chiaro, e fanno conoscere lo stato doloroso del loro
interno. Cosicché non ci resta che scegliere, o farla in vita cotesta medita­
zione del gran vuoto, del gran nulla di questo mondo, quid prodest anche
tutto l’universo assieme, o che la faremo agli ultimi de’ nostri giorni, e
chi sa forse per sempre, e senza frutto all’eternità. Quante persone la sta­
ranno facendo a quest’ora sull'ultimo dei loro giorni, e quanti altri la
faranno all’inferno con quelle dolorose parole rapportate dalla Sapienza:
quid profuit nobis superbia, quid contulit divitiarum iactantia18: infelici,
non hanno meditato in vita, e che giova: quid prodest, ebbene dovranno
meditare in eterno che mi giovò, quid profuit19.

16 118,174.
17 Sai 118,97.
18 Sap 5,8.
19 Con un segno il Cafasso rimanda ad un testo di cinque pagine scrìtto alcuni fogli più
avanti.

209
Esercìzi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1957) 7 Moriva S. Alfonso de’ Liguori quando gli si presentò al Ietto un giovane
suo nipote20 pregandolo tutto commosso a lasciarli per ricordo un ultima
sua parola. Figlio mio rispose il Santo, io ti raccomando di salvarti l’anima.
Non saprei che dire di meglio anch’io in questi giorni, e particolarmente
in questa sera, che ripetere a me e a voi: fratelli miei, salviamoci l’anima, e
non comunque alla meglio, quando ci tornerà comodo, ed avremo meno
occupazioni, o meno crucci: nò, presto, subito, senza ritardo perché ed
eccoci alla seconda all’ultima parte della nostra Meditazione, perché non
istà già nell’arbitrio nostro il maneggiare, il trattare quando e come vor­
remo cotesto affare, ma egli è certo che v’è un tempo limitato per tutti;
di più ancora incerto, veloce, e che passato non ritorna di più. Qui non si
tratta, o miei cari,

(1958) 8 di parole, di sottigliezze, di artifizi oratori, ma sono verità .nude e


schiette, alla portata di chiunque, ma che purtroppo sono dimenticate, o
non curate nel mondo. Ognuno di noi si trova quaggiù sulla terra per trat­
tar la propria causa ed arrivare a salvarsi. Per questo oggetto fu assegnato
a ciascun di noi un tempo, spirato il quale, toccato quel punto, io sono
salvo, io sono perduto: constituisti terminos qui praeteriri non poterunt21:
non c’è proroga, non v’è replica, non vi sarà scusa alcuna, non vi sarà
perdono, lo ripeto: toccato quel punto, per me è finita, egli è deciso, io
sono salvo, io sono perduto. Noi vediamo in pratica per ragioni anche
del nostro ministero, quanti mezzi si adoperano per allungare un tantino
questo tempo: non parlo delle cure, e de’ rimedii, e dispendiosi, ed al
sommo alle volte dolorosi, ma voglio piuttosto accennare tutta quella sva­
riata serie di mezzi, ed industrie, che la voglia di vivere e la paura di morire
sa suggerire in quel punto per ottenere se è possibile dal Cielo una dila­
zione di questo tempo: quanti voti, e proteste, e sospiri, e lacrime, pre­
ghiere di famiglie, di comunità intiere, e novene, tridui, limosine, sacrifizi
di Messe, e se qualche cosa d’altro sa suggerire la speranza di vivere, ma ella
è finita, è fissato il tempo, e sia pur poco non s’oltrepasserà d’un istante.

20 Trascriviamo qui un breve testo cancellato che si trova alla pagina 10 a fronte, perché si
tratto del medesimo riferimento a sant’Alfonso. Tuttavia non è stato possibile definire in modo
più adeguato l’esatta ubicazione di queste poche righe: Detto di S. Alfonso al nipote. Fratelli
miei, lasciate che un amico, ed un compagno, che divide le vostre speranze ed i vostri
timori, ve lo dica: salvatevi l’anima: voi sapete come il mondo ci tratta, e che la nostra
sorte non è sulla terra, deh! procuriamo d’assicurarcene una migliore in Cielo.
21 Gb 14,5.

210
Meditazione " Sopra l ’importanza delfine

Verrà adunque un giorno in cui forse d’attorno al mio letto, nella mia
camera, in casa mia, si piange, si pensa, si prega, si spera, si teme, in
sostanza ogni cosa in moto per allungarmi di poco il mio tempo, quando
in un istante io métterò fine ad ogni cosa, io muoio, io sono morto, il
tempo è finito, io sono salvo, io sono perduto. Negli affari del móndo,
tanto più quando sono di molto rilievo, e che irremisibilmente vha un
tempo fisso a trattarli, spirato il quale non v’ha più luogo a speranza, può
ri irsi che la persona interessata più che agonizza più di quello che viva, ogni
ora che batte quasi che gli riesce come un colpo di morte, tanta è l’ansia,
il timore, Faffanno, la sollecitudine, che le cagiona il pensiero che il tempo
che passa è il tutto per lei. O fratelli miei, se noi volessimo fare a questo
punto un po’ d’applicazione, che serii riflessi; io mi trovo provvisoriamente
sulla terra, il Signore m’ha assegnato un tempo a salvarmi; non dirò solo
ogni giorno, ma ogni momento, ogni respiro questo mio tempo si spezza,
si frange, s impiciolisce, s’abbrevia,

si consuma, e quasi che senza che m’avvenga un giorno scomparirà (1959)9


affatto, il tempo è finito per me. E quando? Ecco un altro pensiero non
men serio del primo, quando sarà per me quell’ultimo istante, che strap­
patomi di mano il grande affare, che mi veniva affidato, pronunzierà del­
l’esito suo, e semenziera se io sono salvo, o se io sono perduto. Egli è
incerto: quello che manchi ancora a me, ciò che manchi ancora a ciascuno
di voi nessuno lo sa. Numerum dierum meorum quis est, ut sciam quid
desit mihi. ps. 3822. Può scorrere qualche anno, e forse si tratterà se non di
mesi o di giorni, e poi tutto è finito per me, il grande, il solo, l’unico mio
affare sarà terminato, io sarò salvo, io sarò perduto: e finché non arrivi quel
punto io debbo aspettarlo ogni momento, in ogni azione, e nella maniera
qualsiasi, perché incerto il tempo, il sito, il come cotesto gran affare termi­
nerà per me. Ma frattanto in mezzo a queste terribili incertezze sarebbe
non solo un imprudenza somma, ma una vera follia il trascurare un nego­
zio sì fatto, poiché da un momento, da un azione qualsiasi, da un grado di
più di diligenza, od uno di meno negli di negligenza può dipendere l’esito
di cotesto affare. Impariamo dagli stessi uomini del mondo a star cauti,
attenti e vigilanti per ciò che riguarda il nostro fine. Nessuno certamente
lascierebbe dormire, o se ne starebbe neghittoso d’attorno ad un affare di

11 S ai 38 , 5.

211
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

molta importanza, quando sapesse che a sua insaputa, e senza previo avviso
può essere chiamato e trattato, e da quel momento senza più altra speranza
di prenderne la riuscita. E chi lo facesse, tutti gli griderebbero contro con
tacciarlo d'imprudente, mancante di buon senno, e presuntuoso, e ben gli
starebbe quando la venisse a sbagliare. Se così si pensa, e si ragiona trattan­
dosi delle folle del mondo, ditelo voi che cosa pensare, che cosa debba dirsi
di colui, che ad un rischio di questa fatta espone quanto può avere che le
importi a questo mondo e per l’eternità. E di qui, o miei cari fratelli miei,
tutte quelle morti, che succedono giornalmente, da serrare il cuore, e far
piangere di dolore senza aver campo ad aggiustare in modo le nostre partite
da prometterci un buon successo in quel gran passaggio, o che manca il
tempo, o che stringe talmente, o come cosi confuso

(I960) 10 da far temere purtroppo che si muoia come s’è vissuto. Ma supponiamo
che possiamo ancor essere diversi gli anni del nostro vivere, potrà dirsi per
ciò lungo il tempo che ci rimane, e che questo tempo non sia per essere
veloce, e fugace. Fratelli miei, io non chiamo altri a farci da maestro in
cotesta parte che la vita nostra trascorsa. Gli anni nostri passati trenta, qua­
ranta, o cinquantanni e forse più ci diranno quello, che è il tempo. Quasi
un lampo, e niente più, gli anni, i giorni, i momenti come un torrente di
onde s’incalzano; si vive, si corre, e quasi si vola senza posa, e senza requie
alcuna, lavorando, ridendo, scherzando, nella veglia, nel sonno, sempre si
va: ogni altra azione è quasi impossibile che sempre si continui, qualche
rilascio ci va: solamente il corso del tempo, la fuga, la velocità della nostra
vita resta impossibile arretrarla: o che s’estingue, oppure che ella vuol cor-
rere, quando si fermi, ella è al fine, il tempo è spirato, la vita non c’è più.
Eppur guai a me, se questa vita già incerta, e cosi fugace va a terminare
prima che io abbi posto in salvo, ed in sicuro il mio fine. Il tempo è pas­
sato, e non ritorna più. Eccoci alfultimo riflesso. Le stagioni, come tante
vicende del mondo passano, ma si attendono, e si ripetono altre volte; i
giorni invece di mia vita passano per ritornare mai più: ogni sera io posso,
anzi dovrei ragionarla così tra me stesso. Questo giorno che Iddio dava a
me per salvarmi, egli è passato, posso sperarne altri, e forse anche molti, e
migliori, ma questo che oggi ho trascorso, per me è passato irremediabil-
mente, e ritornerà mai più, sicché se mai in tutto od in parte egli è perduto,
se per la mia negligenza, e trascuraggine mi giovasse ben poco, oppur un
bel niente al mio fine, egli è questo un male, egli è un vuoto che non si
rimedia più; posso pentirmene, dimandarne perdono, venirne perdonato,
impegnarmi a passarne altri migliori, tutto vero; ma sta sempre fermo che

212
Meditazione - Sopra l’importanza delfine

quello che è perduto, è perduto, e non si ripara più; in vita e sia dessa pur
lunga, in morte, e per tutta l’eternità dovrà dovrò sapere, dovrò ricordar­
mene che in terra io ho fatto una gran perdita, e voglio dire un giorno del
vivere m io, un giorno in cui avrei potuto farmi tanti gradi di merito di
più in paradiso, un giorno che trafficato per D io varrebbe di più che tutto
insieme l’universo, un giorno che dato ad altri, avrebbe

bastato ad assicurare loro una sorte eterna in Cielo, questo giorno si (1961)
10 Fho perduto, e quello che è più, ne gemiti, ne sospiri, ne preghiere, né
lacrime, ne penitenza qualunque può far si che esso ritorni si ripeta, epper-
ciò ritornerà mai più. Ah! fratelli miei, se con questa bilancia si pesasse
11 tempo che passa, quanti rimorsi di m eno in morte, e quante anime di
più arriverebbero al proprio fine. Transeunt dies sa.lut.is, et nemo cogitat
sibi perire diem nunquam rediturum. Si consumano i giorni come mai ci
avessero a mancare, si passa il tempo come stesse in mano nostra, invece
di trafficarlo fino alfultim o pezzetto per quel solo affare, per cui ci è dato,
lo spendiamo in vanità, in follie, e nelle inezie del m ondo, finché arrivi
quel di, che ce lo sentiamoremo a strappare di mano, e a dirci, e ripeterci:
tempus non erit amplius23. Olà è finita; il tempo è passato: comincia l’eter­
nità. Fatto di Guglielmo24.

Un certo Guglielmo che visse totalmente immerso negli affari del (1955) io
mondo, per cui aveva perfin dimenticato Fanima propria, dovette in
morte venire a questa dolorosa confessione, che consecrato alle pompe,
ai comodi, agli impicci d’una Corte moriva, e partiva dal mondo prima
che avesse pensato seriamente al fine per cui era venuto: chi sa che anche
quanti certi Eclesiastici se non dicono, lo dovranno pensare tra sé, toccar
forse l’ultimo giorno, e doversene partire prima che abbino pensato seria­
mente al fine, per cui erano al mondo, per cui erano stati chiamati al
Sacerdozio25. Il punto, fratelli miei, sarebbe troppo doloroso, lo sbaglio

23 Ap 10,6.
24 Qui termina la lunga inserzione. Con le ultime parole il Cafasso rimanda al suo testo
dì p. 10.
25 Con una nota il Cafasso rimanda ad un lungo testo scritto nella pagina a fronte, che
però fii in seguito da lui completamente cancellato. Per questo lo riportiamo in nota:

Di qui ne viene quella massima conseguenza che S. Ignazio vuole che ne deduca il (1954)
Sacerdote, che fa gli esercizi cioè che essendo un solo l’affare, il fine per cui si serve, e per

213
Esercizi Spirituali a l Clero - Meditazioni

troppo grande, per non pensar davvero a ripararlo, perciò io termino colle
parole, e coll’avviso del grande Apostolo: Fratres rogamus et obsecramus in
D om ino ut negotium vestrum agatis Tessal. IV26. Riguardo agli altri affari
di m ondo, per ciò che spetta alle faccende di terra fate come volete, rie-

cui morremo, e tutto potendo egualmente servirci, e condurre a questo fine, l’Eclesiastico
debba essere totalmente indifferente a tutte le conscg cose sensibili di questo mondo, e ne
nomina alcune in particolare, indifferente a viver poco, a viver molto, indifferente per la
sanità, od incomodi di salute; indifferente all’onore o disistima del mondo; indifferente in
fine alle comodità o temporali strettezze. Grande, gigantesca e quasi impossibile porre a
prima vista cotesta indifferenza, e poco vi mancherebbe quando noi la vorressimo portare
al senso. Ma qui si parla d’indifferenza di affetto, e di volontà, e sotto questo rapporto
io dico che ella è necessaria, di sommo vantaggio, di un grande merito, e la più sicura
garanzia deU’ultimo nostro fine. Necessaria: o che il Sacerdote è persuaso d’esser al mondo
soltanto per servir Dio e salvarsi, e allora siccome ogni cosa ogni vicenda sia piacevole, che
disgustosa ci può egualmente ajutare per cotesto scopo, ne viene per necessità che deve
essere indifferente. Di sommo vantaggio, poiché ci risparmia molti crucci, e può dirsi che
ci allontana da ogni pericolo: tutti i nostri disordini o grandi o piccoli provengono o dal
troppo attacco, o da un eccessivo abbonimento alle cose sensibili. Cotesta indifferenza
ci pone come in equilibrio da non lasciarci soverchiare di un grande merito ed indurre
ad offendere Dio per avere le une od isfuggire le altre. D ’un grande merito perché questa
indifferenza non può acquistarsi e mantenersi senza continui sacrifizi, lo che vuol dire
altrettanti gradi di gloria in paradiso: mezzo sicuro in fine per arrivare a salute. E ciò è
chiaro, giacché oltre la ragione già detta, che dessa ci allontana, o almeno ci rende supe­
riori ad ogni pericolo, la serie e la concatenazione di coteste cose sensibili ci mena da per
sé all’acquisto deila nostra salute. Tutti i mezzi come v’ho detto, sono egualmente valevoli
pel nostro ultimo fine la sanità, e la malattia, l’onore od il disonore, purché se ne faccia
buon uso: ora chi sa dirmi se per me sìa più sicura questa o quella cosa? nessuno ne io, ne
voi, ne un altro qualunque del mondo lo può sapere. Solamente Iddio: epperciò se io mi
rendo indifferente, e lascio che operi Dio, e disponga secondo la sua provvidenza come
infinitamente sapiente sono certo che disporrà di tutte le mie vicende in quella maniera
che sarà migliore e più sicura per me, e siccome

(1956) siccome nelle sue disposizioni è onnipossente, nessuno lo può impedire ed attraver­
sare, è certo che verrà al suo intento, e cosi io sarò salvo; che se al contrario col mio attacco
io rompo e guasto quest’ordine di provvidenza, e mi proccuro, o cerco di procurarmi una
cosa più che un altra, come andrò a finire? Eccovi o miei cari in poche parole l’impor­
tanza, e la necessità di cotesta indifferenza; io ve l’ho detta in pochi termini, ma vorrebbe
esser considerata per più giorni, anzi dorrebbe essere la meditazione di tutta la vita. Ma
riteniamo sempre che saranno inutili tutti i nostri sforzi, finché non arriveremo ad essere
ben compresi, ben penetrati del nostro fine: sono al mondo unicamente per salvarmi:
sbagliato cotesto affare, fallita cotesta meta, tutto è perduto per me. Il punto o fratelli, è
troppo importante etc.
261 2Ì 4,1.11.

214
Meditazione ^ Sopra l ’importanza del fine

scano, non riescano vadino bene, vadino male poco importa, ma per pietà

mai che non la sbagli,


non si perda un Sacerdote: si viva poco, si viva molto, poco monta, ma si
tocchi la meta, si arrivi al fine, TEciesiastico si salvi. Ah!... un Eclesiástico
salvo...

che dolce parola, che pensiero consolante: un Sacerdote, un Ministro (1956) 11


del Signore, un Appostolo di più in paradiso27:

dote che sarà per coronare le sue vita fatiche con un sì bel termine di vita?
Ah ci consoli il dirlo, sarò io, sarete ciascuiro-di voi se veramente in questi
giorni metteremo senno, e seriamente proporremo di volerci salvare: ed oh
che sorte felice sarà la nostra, se in questi esercizi noi prenderemo una si
fatta risoluzione! un giorno, sì un giorno tempo si piangerà in questa valle
di miserie lacrime, si soffrirà chi sa quanti guai, e miserie, chi sa quanti altri
Sacerdoti un di oppressi, calunniati, perseguitati nel m ondo passeranno
giorni di tristezza, e di dolori, io non più; io invece sarò salvo, sarò felice,
sarò beato in.paradiso.

27 Le dieci righe seguenti sono alquanto tormentate, con frequenti correzioni e rimandi. Il
testo così come e ricostruito dì seguito sembra essere il più plausìbile.

215
Giorno Secondo (2262)

Meditazione Prima
Sopra la malizia del peccato
Quarta degli Esercizi

Tale, e si grande si è l’affare della nostra eterna salute, che non v e tempo (2264) 1
troppo lungo, non v’è fatica che si possa dire eccessiva per ben riuscirlo; e
che sono pochi anni di nostra vita quand’anche s’impiegassero tutti senza
tregua, senza riposo, se con sì poco arriveremo a por in salvo l’anima
nostra. Oh!... felice adunque chi in questo breve tempo saprà ben trafficare
questo grande affare; non v’ha certo richezza al m ondo che possa comprare
sì gran fortuna, tanta è l’importanza, tanto il valore di un sì fatto negozio:
ma per ciò stesso non vi sarebbero lacrime abbastanza per piangerlo, per
lamentarlo, quando rovinasse, e andasse a male. Oh! disgraziata quell’ora
fatale, quello scoglio, che ci cagionasse tanta rovina1.
E non vi vuole, o Signore, né gran tempo, né fatica per poterlo cono-
non sono
le richezze, i comodi, oppur le miserie, gli incomodi di salute, le tenta­
zioni, la qualità d’un temperamento duro, e ritroso che ci possa impedire
l’acquisto della nostra eterna salute. Osserviamo infatti che v’ha in Cielo m

i: là vi è un Lazaro mendico, un Paolo

* (fald. 4 7 ! fase. 172; nell’originale 2262-2279)


1 Segue questo testo barrato; Potessimo almeno far in modo che nessuno avesse ad
inciamparvi dentro: ma per poterlo schivare, uopo è conoscerlo, uopo è sapere dove stia
posato, e nascosto un laccio per noi sì funesto, uopo è, a dir chiaro, sapere, e conoscere
ben da vicino, che cosa mai in questo mondo ci possa rubar di mano quella gloria che
ci aspetta, e mandarci invece in eterna perdizione; e per abb orrido, e cacciarlo lontano
da noi io consacro ad un tale oggetto questa giornata, chiamata appunto negli Esercizi
giorno di dolore, di compunzione perché destinata a piangere, a detestare assieme a voi
etc. Io consacro questa giornata assieme a voi per cercare, abbonire e cacciare lontano da
noi quel mostro, che solo può far la nostra eterna rovina.

217
Esercizi Spirituali al Clero ■-Meditazioni

bersagliato dalle più moleste tentazioni, un Elia, un Pietro, un Gerolamo


con un temperamento pronto, e direi quasi indomabile2

(2263} là v è un Giacobbe, di cui non so chi abbia avuta una vita più trava­
gliata e crucciata; un Giobbe, di cui tutti sanno le prove, e per venire a
tempi più vicini una Liduina, che colla miseria ebbe a soffrire per tanto
tempo ogni malanno di corpo.

(2264) 1 Segno chiaro adunque che non sono questi gli ostacoli che abbiamo a
temere, anzi di queste cose istesse, se ne sapremo valercene ci possiamo
formare una scala per ascender ancor più alto in quella gloria; ma il sapete
meglio di me, o Signori, l’unica cosa, che possa essere la nostra temporale,
ed eterna rovina si è il peccato: sì quel peccato che già rovinò tanti Angeli
in Cielo, quel peccato che potè convertir un paradiso terrestre in questa
vai di miserie, sì questo peccato è quel solo che può attirare la nostra per-
dizione. Oh! peccato maledetto!... oh! peccato esecrando; quante anime a
quest’ora lo piangeranno all’inferno, ma lacrime troppo tarde, pianto inu­
tile, ed infruttuoso. Vorrei che in questo giorno cadesse dai nostri occhi, od
almen sortisse dalla nostra bocca qualcuno di que’ sospiri, che anche noi
a quest’ora dovressimo dare daH’Inferno: un cuor un po’ umano, un po’
sensibile allorché s’accorge d’aver offesa una persona, tanto più se le fosse
cara, e benefica, non può a meno di rimproverarsi il suo sbaglio, di sospi­
rarvi sopra, e di dolersene, e di far conoscere in qualche modo il dispiacere,
che ne prova: solo le nostre lingue saranno mute, soli i nostri cuori saranno
insensibili pensando d’aver

(2266) 2 offeso tanto, e sì villanamente un D io, che meritava tutt’altro da noi:


sono questi Ì due riflessi che io propongo a considerare in quest’oggi, cioè
tutta persona che pecca, e tanto più un Sacerdote, fa a D io un ingiuria la
più grande, un torto il più manifesto: 2. gli usa un ingratitudine la più
enorme. Questa giornata è chiamata negli esercizi giornata di dolore, di
compunzioni perché destinata a piangere, a detestare le nostre colpe, la
nostra insensataggine d’aver offeso un sì buon Dio: entriamo adunque in
questa meditazione, con quei sentimenti di confusione, di pentimento,
con cui il dolente Agostino esclamava: qua fronte attolam ad te oculos
tam bonum patrem, ego tam malus filius. E ripetiamo qualche volta in

2 Una nota rimanda alla pagina a fronte.

218
Giorno Secondo ■- M editazione Prim a " Sopra la m alìzia del peccato

questa giornata quella bella giaculatoria dello stesso Santo: da misericor-


di am. Dom ine, poenitenti. qui tamdiu pepercisti peccatori: D eh Signore,
volgete uno sguardo di misericordia a questo cuor penitente mentre si a
lungo lo sopportaste peccatore: da misericordiam etc.
Che cosa sia è il peccato3?

Comincia a definirlo nel primario suo effetto, e diciamo pure nella for­ (2265)

male sua sostanza: est recessus. est aversio a D eo : è un allontanamento,


è una divisione, è una separazione che si fa tra D io e l’uomo: basterebbe
ciò solo per far vedere l’eccesso che egli è, l’abisso de mali che contiene:
un figlio che la rompa, e si separi dal padre, ahimè che giorno, una bassa
persona del popolo, che la rompa con un gran signore, un suddito che se
la prenda col suo sovrano, lo lasci, gli si ribelli, si giurino guerra, inimici­
zia, ahimè che funeste conseguenze; che partito sconsigliato; dite adesso
dell’uomo che lascia, la rompe con Dio, si erge tra loro due un muro di
divisione, sono sciolti, sono separati, sono aversi, fa proprio ribrezzo andar
più avanti. Ma prendiamo la definizione più comune: che cosa è il peccato?
è un detto, etc.

tutti lo sappiamo una parola, un azione nostra, un desiderio, che si (2266) 2


oppone alla legge eterna di Dio: vuol dire adunque che chi pecca infrange e
fa contro agli eterni ed immutabili decreti di Dio: vuol dire adunque che il
peccatore peccando disubidisce non ad un uom o, ma a D io, si ribella a lui,
e scuote il giogo della sua legge: questo poco mi pare dovrebbe bastare per
darci un idea di quel mostro, che egli è il peccato, di quello che faccia un
peccatore, l’eccesso di temerità, di m aliziala cui giunga, l’ingiuria grandis­
sima, che le fa, un uomo, un vii verme di questa terra alzar bandiera contro
Dio: e come mai, grida attonito S. Bernardo, un pugno di vii polvere
osa irritare una Maestà si terribile, qual’ è un Dio: tam terribilem maiesta-
tem audet vilis pulvìsculus irritare/j? E se tutto questo m ondo scompare,
e diventa come un niente, al dire di Isaia, posto al confronto d’un Dio:
omnes gentes quasi non sint. sic sunt coram eo5, dite adesso d’un uomo
solo, se faccia d’uopo parlarne quando si voglia mettere in confronto d’un
Dio. U n Dio? U n D io che comanda al mare, ed il mare l’ascolta, si pre-

3 II Cafasso-rimanda qui alla pagina a fronte,


4 S. B e r n a r d o citato d a S. A l f o n s o M a r ia de’ L iq u o r i , Sermoni, cit„ p. 77.
5 ¿4 0 ,1 7 .

219
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

senta alle tempeste, loro si chcttano: un D io, che tien pronti gli elementi
tutti a far i suoi ordini: ignis. grando. nix glacies. spiritus procellarum...
faciunt verbum eius6. Un D io, che con un occhiata fa traballare la terra:
qui respicit terram. et facit eam tremere7: che tocca un tantino i monti, e
fumigano non m eno che ardenti fornaci: qui tangit montis, et fiimigant8.
Ebbene questo D io istesso comanda all’uomo, e l’uomo superbo, temera­
rio si ricusa, rifiuta d’ascoltarlo: Oh Cieli! che vista, che spettacolo: Iddio
vuole una cosà, l’uomo ne vuole un altra: Iddìo gli impone un precetto,
e l’uom o non vuol conoscerlo, Iddio proibisce un azione, e l’uomo vuol
farla, D io e l’uom o, l’uomo e Dio quasi in guerra, a contendere. O h mise­
rabile! oh vii verme di questa terra: e come? un po’ di terra osar di prender­
sela con un D io, voler far fronte, voler resistere, voler giuocar di capo con
Dio. N oi sappiamo la temeraria risposta data da Faraone a Mosè: nescio
D om inim i, et

(2268) 3 populum non dimittam9. N oi siamo soliti predicare agli altri, che una
simil risposta da un peccatore a D io, ogni qualvolta egli pecca, e così dirò
d’un Sacerdote, quando arrivi a questo eccesso. Voi sapete meglio di me,
la risposta che si suol dare a questa verità, che dovrebbe far inorridire non
un sacerdote solo, od un cristiano dabbene, ma un uomo qualunque anche
perverso, quando abbia ancor un po’ di fede: ma quando si pecca non si
pensa a tanto, e nessuno certamente oserebbe dire simili parole, fa orrore
solo il pensarvi. Signori miei, lasciamo star gli altri, che non sono qua a
sentire, e veniamo a noi: richiamiamo alla mente quegli anni, disgraziati,
que’giorni infelici, quell’ora fatale in cui abbiamo offeso Iddio: quante
volte in allora avremo sentito qualche buon Ministro, che con tutto il suo
zelo tuonava contro quel peccato, che avevamo indosso, ci esortava, cer­
cava di ridurci quasi per forza ad ascoltar una volta le voci di Dio, e quel
Confessore chi sà le volte c’avrà avvisato, c’avrà detto di lasciar quell’abito;
e non erano questi preti personaggi altrettanti Mosè che ci comandavano
d’arrenderci a Dio: se non altro que’ tanti rimorsi che avevamo al cuore,
quelle tante pene erano ben tante voci, con cui Iddio ci parlava al cuore,
c’intimava d’ubbidirlo, e ci diceva, come già a Faraone: dimitte populum

6 Sai 148,8.
7 Sai 103,32.
8 Sai 103,32.
9 Es 5,2.

220
Giorno Secondo - M editazione Prim a - Sopra la m alizia del peccato

lascia, figlio mio, una volta quella via, lascia quel luogo, quel costume,
quella vita: dimitte. dimitte populum . Che risposta abbiam dato, signori
miei, che ascolto a queste voci, a questi comandi; Oh!... non avremo detto,
nò: nescio Dom inum come Faraone, ma ciò nullameno avremo usato le
altre sue parole: populum non dimittam: oh! Signore, per ora non mi sento
ancor le forze, non so come fare a sbrigarmi, ad emendarmi, v’ascolterò
un’altra volta10.

Cras, Cras, D om ine, avremo detto nel nostro cuore con Agostino11, ma (2267)
per ora populum etc.

populum. populum non dimittam. Se non altro lasciavamo che gri- (2268)3
dasse la coscienza, alzasse pur la voce il Ministro di D io, e noi frattanto
abbiamo continuato forse e mesi, ed anni a portar il peccato nel cuore, e
non cessare d’offenderlo: ditemi adesso che gran differenza vi può essere
tra la condotta, che tenne Faraone e la nostra, non era, e non sarà un
dirgli o colle voci, o colle opere: eh!... che tanti comandi, che tanti pre­
cetti, voglio far a m odo mio, non voglio in questo conoscere alcun Dio:
nescio Dom inum . et peccatum non dimittam. così, o Signore, abbiam
detto, cosi abbiamo parlato ogni qualvolta abbiamo peccato in vita nostra:
O gran D io che sfacciataggine è mai stata la mia, e qual affronto alla vostra
Maestà; come mai ha saputo la bontà vostra sopportare una lingua si arro­
gante, un cuore si presuntuoso? Deh! si cancelli, questo giorno, vi dirò con
Giobbe, dal computo degli anni12;

non computetur in diebus anni, nec numeretur in mensibus. lob. Cap. (2267)
3 ,[ 6 ] ,

e vorrei che mai fosse comparso al m ondo un giorno sì sciagurato: (2268)3


pereat dies, in cui ti offesi o mio Dio, dies ille vertatur in tenebras... occu-
pet cum caligo, et involvatur amaritudine13: ma che vale lagnarmi del
tempo, se io, io solo ne sono la cagione; deh! adunque o Signore mentre
vi prego a dimenticare quel giorno, vi prego a ricordarmi di questo mio

10 Qui il Cafasso rimanda alla pagina a fronte.


11 S, A g o s t in o , Confessioni, V ili, XII, 1.
12 Con una nota il Cafasso rimanda ad una riga nella pagina a fronte.
13 Gb 3,5.

221
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

cuore, ed a far che pianga con altrettanto di dolore quanta fìi la mia teme­
rità, la mia audacia neU’offendervi.

(2270) 4 Ma non basta; s’aumenta vieppiù, l’ingiuria, che si fa a D io peccando,


diviene più grande e manifesto il torto, quando si voglia pensare al motivo,
ed al m odo per cui s’offende14:

(2269) si offende, per un niente, si offende sotto i suoi occhi, si offende nell’atto
che ci prega, e ci ricorda a non offenderlo, si offende perfino con quel dono
che egli stesso ci ha dato. Si possono dare circostanze più aggravanti, per
l’uomo, più sensibili, più ingiuriose a D io,

(2270) 4 si lamentava già il Signore del suo popolo, per bocca di Ezechiele
profeta, che lo offendeva, lo abbandonava propter pugillum hordei. et
fragmen panis15: e non avrà ragione di ripeterlo continuamente questo
lamento il nostro buon D io anche ai nostri di: si fanno tanti peccati,
si offende giornalmente in tante maniere il Signore, e per qual motivo?
propter pugillum hordei... propter fragmen panis: per un pugno di terra,
per un capriccio, per un po’ di fumo, per una cosa momentanea, e di
niun momento. E chi anche tra gli uomini non si stimerebbe gravemente
disprezato, e non avrebbe tutto il motivo di lamentarsi, quando vedesse
che una persona lo cura sì poco, che per un niente lo offende, qualunque
cosa, per poco, e vile che sia pur basta perché sia capace di fargli voltar
le spalle. Questo si fu anche il motivo, per cui tra gli altri molti, fu tanto
grave il peccato di Giuda, vendere il suo Signore per trenta monete; se gli
avessero posto innanzi una gran quantità d’oro, benché sempre reo; pure
sarebbe stato più da compatire, ma venderlo per sì poco, per trenta denari!
O Signori miei, diciamolo un po’ qua tra noi; ci vorrà tanto ai nostri dì
per vendere il Signore, la sua grazia, la sua amicizia? Si offende il Signore
per un misero rispetto umano, per non disgustar una persona, per non
sentirsi una parola, vedersi una burla. Si offende il Signore per un palmo
di terreno, per spuntar un impegno, aver un po’ di gloria; si offende il
Signore per soddisfar l’occhio d’un occhiata, per non licenziar un pensiero
dal nostro capo, un misero affetto dal nostro cuore; e via, o Signore, è
meglio che taccia, perché se vado avanti, sono costretto a dire che quasi
ogni cosa a questo m ondo vale ai nostri dì più che Voi; voi eravate, e
lo dovreste pur esser tuttora il D io d’ogni cosa, eppure per molti ogni

14 L’originale qui rimanda a quattro righe scrìtte nella pagina a fronte.


15 Ez 13,19.

222
Giorno Secondo ^ M editazione Prim a ^ Sopra la m alizia del peccato

cosa è Dio fuorché voi, perché tutto trova accesso a quel cuore fuorché
la vostra grazia, la vostra amicizia. Certamente che fu ingiurioso, ed oltre­
modo ignominioso il confronto, che ebbe un dì a soffrire il nostro divin
Redentore con Barabba, e quasi fosse ancor poco essere stimato meno
che Barabba, essere posposto ad uno scellerato di quella fatta: eppure un
tale affronto lo deve soffrire ad ogni peccato, che si commetta: chi pecca
paragona Dio con Barabba, lo paragona al demonio, che è peggiore che
Barabba, lo paragona al vile oggetto del suo peccato: e non solo lo para­
gona ma lo stima meno, lo pospone, e come i giudei d’una volta alza la sua
voce per chiamar la morte a Gesù; e da chi? da chi ha da sostenere Iddio
una tale ingiuria, un tale affronto, da un infedele, da un cristiano, da un
Angelo? Da un sacerdote che nella sua qualità è più che ogni Angelo; ed è
per questo che dissi che chi pecca fa a Dio un ingiuria la più grande, tanto
più un Sacerdote; se grande è certamente in ogni uomo una tale ingiuria
che si reca a Dio peccando, divien massima in un Ministro

in un Sacerdote, sia per la sua qualità che tiene in terra, sia per le spa- (2271) 5
ventose conseguenze del suo peccato. A che cosa è destinato il Sacerdote?
Scielto come egli è, e segregato dal resto del popolo viene consecrato, dedi­
cato totalmente a Dio di modo ché diventa una persona più del Cielo, che
della terra; egli è posto a far le veci di Dio in terra, a cercar la sua gloria,
a dilatar il regno della sua grazia, a far guerra al peccato, esser di guida
alle anime, condurle al seno del Creatore, e salvarle. Or fate che un tale,
destinato a tali, e tanti uffizi arrivi a peccare; già l’abbiam detto, che chi
pecca disubidisce a Dio, si rivolta, si ribella a lui, e non vuol più sapere né
di legge, né di soggezione, né di dipendenza. Come? si ribella adunque a
Dio, gli volta le spalle, non ha più riguardo alla sua legge, ai suoi ordini!
Chi?... Chi?,., colui che sempre ed in tutto non deve cercare che la gloria
di Dio; colui... che è posto a far gli interessi in terra del suo Signore; colui
che deve contenere gli altri in dovere; colui che elevato sul candeliere non
ha da essere men puro, né risplender meno che un sole ne’ suoi costumi;
colui... che ha è il secondo Salvatore delle anime, perché si può dire che
tiene nelle mani la loro salute. Costui adunque sarà si perfido, sì scelle­
rato, sì empio da abbandonar la causa del suo Dio, e l’interesse delle sue
anime, voltargli col suo peccato le spalle, dichiarargli guerra, arruolarsi ai
suoi nemici, ed ingrossar il numero di chi lo vorrebbe distrutto, di più
farsi così un laccio di perdizione a tutte quelle anime, che doveva salvare;
oh! scelleraggine senza pari; oh! enormità senza confini. Povero Signore,
lasciate che così mi spieghi, oh in che cattive mani avete affidato il tesoro

223
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

delle vostre grazie, l’acquisto delle vostre anime; oh che lancia crudele mi
pare vadi a trapassarvi il cuore allorquando un sacerdote, un vostro M ini­
stro in terra vi volta così empiamente le spalle, e vi offende. G sacerdoti
fratelli miei, piangiamo pure, sospiriamo, ma non hanno i nostri occhi
lacrime sì dolorose, non ha il nostro cuore sufficienti sospiri per lamentare,
per deplorare l’enormità d’un peccato in un nostro pari.
D i più il Sacerdote tiene per ufficio, ed ha per ¿specialissimo impiego
di placare colle sue orazioni, e co’ sacrifici l’ira di D io sdegnato contro
il suo popolo, e di essere mezzano di pace tra l’uomo e Dio: Mediatores
D ei et hom inum 16 come ci chiama l’Appostolo Paolo; pensate un po’ che
affronto, che ingiuria, che iniquità farebbe un Ministro, che mandato dal
suo Sovrano con tutti i pieni poteri a trattar di pace, tradisse la confidenza,
e le speranze del suo principe, ed invece gli machinasse la guerra, e s’arruo­
lasse ai suoi nemici, s’unisse ai ribaldi, ai rivoltosi; tale è la gran scellerag-
gine che fa un sacerdote, mentre destinato a negoziare la pace tra il Cielo,
e la terra, e ridurre alla debita sogezione i disubbidienti, i rei, si rivolta col
suo peccato a D io, gli intima la guerra, s’arruola ai suoi nemici per difen­
dere così il regno di Satanasso. O sacerdote fratei mio, se qui l’avessi, vorrei
dirgli,

(2273) 6 lascia di peccare, o lascia d'essere sacerdote. E come osare chiamarti


Ministro d’un D io, delle sue grazie, della sua gloria, e poi tramargli coi fatti
la guerra, e cercar di distruggere col peccato il suo regno, e dove prendere
una monstruosità tale, tanta iniquità. Io sono di questo sentimento, che
se il sacerdote pensasse qualche volta alla grandezza, airenormità dei suo
peccato, sarebbe quasi impossibile che venisse ad occhi aperti a commet­
terlo. Ma anche tra sacerdoti tutto il male proviene, perché nullus est qui
recogitet corde17,
Va ancor più avanti la cosa se vogliamo ancor badare alle conseguenze
del peccato in un sacerdote, quando venga a trappellare al pubblico, e che
è tanto difficile che stia nascosto in noi il peccato: qui, Signori miei, io ho
né tempo, né parole per calcolarvi le funeste, e spaventose conseguenze che
d’ordinario ha in noi il peccato: dirò solo non ad una ad una, ma a piene, a
piene conduce le anime all’inferno il sacerdote, che pecca; e non stupitevi
perché il peccato, quando sii da noi commesso acquista tanto di forza, che
arriva perfino a togliere dal cuore de’ fedeli, quello che è più difficile, ed
ultimo a perdersi che è la fede; ed infatti si vedono alle volte persone le

,s 1 Tim 2,5.
17 Ger 12,11.

224
Giorno Secondo - M editazione Prima ^ Sopra la m alizia del peccato

più ferme nella fede, e che reggerebbero a tutt’altra prova, di tentazioni,


di discorsi irreligiosi, di altri scandali, ma al peccato del sacerdote si vede
la lor fede vacillare, mettono fuori dei dubbi, dei chi sa, che mai si sono
sentiti da quella bocca; oh peccato del sacerdote! oh povero sacerdote che
pecca! Di più il peccato del sacerdote cuopre d’ignominia non solo la per­
sona, che lo commette, ma cuopre ancora d’obbrobrio, e fa pagar il fio,
per dir così, da tutta quella Religione di cui ne è il Ministro, dallo stesso
primo, e gran sacerdote Gesù, di cui fa le veci, e la rappresentanza in terra:
heu! fratres, lo diceva piangendo Agostino, heu patitur in nobis Christus.
pati tur in nobis cariiolica Religio: patitur in no bis Christus obbrobrium.
dice Salviano, patitur lex christiana detrimentum18.

Datemi un sacerdote che manchi, e fate che si venga a sapere, o solo a (2272)
sospettarsi del suo peccato, e poi mettetelo all’esercizio del suo Ministero,
si rideranno i maligni delle sue Messe, si burleranno delle sue prediche, si
faranno uno scherzo, una burla delle sue benedizioni, delle sue esortazioni,
dei sacramenti che amministra, ogni cosa insomma più sacrosanta trattata da
quelle mani non diviene più che un soggetto di risate, di sarcasmi, di vitu­
pero: ed ecco proprio per il peccato del sacerdote divenuto Christo e la sua
Religione una materia di vituperi, d’ignominia, di maledizioni. Patitur etc.

La chiesa, entra a dire S, Bernardo, fu già addolorata nella strage, che (2273) 6
gli fu fatta de’ suoi figli, più ancora lo fu negli assalti degli eretici, ma
al sommo della desolazione l’hanno portata, e la portano i costumi, la
condotta de’ suoi domestici: amara Ecclesia in nece mar tvrum, amarior
in conflictu haereticorum, amarissima in moribus domesticorum19. E chi
sono questi domestici, questi di casa che coi suoi disordini danno tanto
di dolore, di opprobrio alla povera madre di Chiesa, se non in particolar
maniera i sacerdoti. Nullum puto fratres, terminerà S. Gregorio Magno, ab
aliis maius praciudiciunu quam a sacerdotibus tolerat Deus... quando ipsi
peccamus. qui compescere peccata debuimus20. Or dire adesso voi che peso

1S Qui il testo rinvia a nove righe scritte nella pagina a fronte. La citazione patristica si
trova non identica in alcuni passi del De vera religione di sant’Agostino (PL 34), ma anche
in modo più fedele in S a lv ia n o , De gubernatione Dei, XVII, 87, PL 53, c. 82.
19 S. B e r n a r d o , citato da S. A l f o n s o M a r ia d e ’ L i g u o r i in Selva di materie predica­
bili ed istruttive per dare gli Esercizii ai preti, p. 44, L’opera di S. Bernardo è Sermones in
Cantica Cant., PL 183, c. 959, 15.
20 S. G h e g o r io M a g n o , Hom. XVII in Evangelia (PL 76), citato in Selva, cit., pp. 62
e 99.

225
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

debba aver agli occhi di Dio il peccato del d’un sacerdote, un peccato...
che fa tanta strage di anime... un peccato che cuopre d’opprobrio lo stesso
Dio... un peccato che fa crollare perfino le fondamenta della sua Religione,
che è la fede. 7

(2274) 7 Ah! che aveva ragione il massimo Dottore S. Gerolamo di invitare i


fedeli, gli uomini tutti a lamentare, a piangere allorquando pecca un sacer­
dote: timeamuS' timeamus ad lapsum sacerdotum. grandis dignitas. sed
grandis ruina si peccent21.
Almeno per un povero sacerdote si potesse addurre quella scusa, che già
adduceva il divin Redentore sulla croce per ottener il perdono ai suoi per­
secutori: Pater, ignosce illis, quia nesciunt quid faciant22; almeno io dico si
potesse pregar in questo modo per muovere Iddio a pietà verso di noi allor­
ché pecchiamo, e si potesse dire, Signore, perdonate a tanti poveri sacer­
doti perché non sanno che cosa si facciano: ma si potrà pregare in questo
modo? e non sarebbe piuttosto una tale ignoranza il massimo de1delitti in
un sacerdote? E poi come supporlo ignorante; sa ben dipingere agli altri il
male, l’enormità del peccato, è ben lui che tuona dal pulpito, e dal confes­
sionale, contro questo mostro, è ben lui che insegna agli altri la vera strada
della salute, che ne scuopre i pericoli, che mostra i mezzi, e tiene in mano
gli ajuti per superarli; dunque sarà ignorante, si potrà dire a Dio che lo
perdoni perché non sa che cosa si faccia? Ah! che piuttosto la sua scienza è
quella appunto che mette il marchio della massima malizia nel suo peccato:
scienti, et non facienti peccatum est grande dice S. Ambrogio23. Ubi magna
est cognitio. maius est peccatum: Io conferma S. Bonaventura; questo è un
motivo, per cui fu tanto grave il peccato degli Angeli, perché commesso
con tutta la cognizione del gran male che facevano: ebbene chi pecca tra
il Clero è come FAngelo, che peccò in Cielo, dice S. Bernardo: peccans in
Clero, peccar in Coelo24. Peccato egli è questo di pura malizia, perché non
v è né ignoranza, né debolezza che possa scemarlo: non ignoranza, perché
la legge tutta quanta di Dio gli sta, o almeno gli deve stare sulle labbra:
non debolezza sa tutti i mezzi per rendersi forte, e se non lo vuole, la
colpa è sua25: nulla re deus magis offenditur. afferma S. Giò Crisostomo,

21 S. G ir o l a m o , Lib. 18. in cap. 44. Ezec., in Selva, c it., p. 30.


22 Le 23,34.
23 S. A m b r o g i o , in Selva, cit., p. 26.
24 S. B e r n a r d o , i n Selva, c it., p. 2 7 .
25 Segue questo testo cancellato: ed il peccato di pura malizia, dice FAngelico est contra
Spiritimi Sanctum. e già sappiamo da S. Matteo al capo 12. che il peccato contro io Spi-

226
Giorno Secondo - M editazione Prima ^ Sopra la m alizia del peccato

quam quando peccatores sacerdotii dignitate praefulgeant26: da niuno si


tiene tanto offeso il Signore, quanto da coloro che nella dignità di sacerdoti

dono, e come volete, Signori, Come fare adunque, sacerdoti fratelli miei,
a placar il Signore, a riparargli un’ gran ingiuria, un offesa sì grande, quan­
d’anche non avessimo che un peccato solo fatto con queste divise sacer­
dotali indosso: quanti anni dovressimo piangere un momento per noi sì
disgraziato: e come potrà infatti darsi pace il nostro cuore su d’un tanto

male, che nemmeno sa darsi pace un D io, e non fa che prorompere in (2276) 8
continui, e ripetuti lamenti della nostra ingratitudine, della nostra enorme
sconoscenza, come sono brevemente per dirvi. Se ogni offesa, se ogni
ingiuria punge, ed è sensibile, nqn ha però paragone con quella, che parte
da una persona da noi beneficata; il peccato, dice l’Angelico, tanto cresce
di peso, quanto maggiore è l’ingratitudine di chi lo commette,
ed è naturale anche in noi, dice S. Basilio, il sentir più vivamente l’af­
fronto quando esso ci venga fatto da un amico, da un famigliare, da un
intimo nostro. Premessi questi due principii, ognun di noi facilmente
può comprendere a qual segno di ingratitudine arrivi il nostro peccato, e
quanto giusti siano i lamenti, i rimproveri che appunto, o principalmente
almeno fa de’ sacerdoti. Io non voglio qui entrare nel gran mare de’ bene­
fizi che un sacerdote come un altro cristiano qualunque ha ricevuto sia
nell’ordine di natura, sia di grazia; io prescindo d’accennarvi tutta questa
serie di favori, di grazie, perché non potrei andarvi al fine, solo io v’invito
a questo riflesso: date un occhiata a quanta gente esiste al m ondo, cercate
pure in ogni angolo, passate per ogni ceto di persone, e poi ditemi se v’ab­
bia al mondo chi sia stato più favorito, più beneficato che il sacerdote. Chi
tra gli uomini, dirò di più, chi tra gli Angeli in Cielo può vantare le qualità,
i doni, le prerogative di un sacerdote; egli colla sua vocazione è posto tan-
t’alto da dover rappresentare la divinità in terra: F.go dixi: dii estis. Psalm.
81. [6]. Egli diviene l’intimo, il famigliare, il Confidente di D io, come dice
S. Cirillo: dei intimi familiares: egli è fatto il dispensatore di tutti i regii
tesori, come s’esprime S. Prospero: dispensatores regiae dom us; ma di un
Re, che non conosce ne superiore, ne eguale: e poi che andar numerando e
scorrendo le qualità, i privilegi del Sacerdote, e non basta il nome, esclama

rito Santo non remittetur neque in hoc saeculo. neque in futuro. Espressione terribile, la.
quale, se per una parte fa vedere, non dico già l’impossibilità assoluta d’ottener il perdono
d’un tale peccato, nò, ma la difficoltà maggiore solamente, da un altra ci mostra e ci fa
toccar con mano l’abisso della malizia, che Iddio ravvisa in uno de’ nostri peccati.
26 S. G io v a n n i C r is o s t o m o , Hom. 4 l. inM ath, in Selva, cit., p. 27.

227
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

S. Efrem, non basterà il dir solo Sacerdote per dire la grazia più. grande,
l’onore, il grado più esimio, eli e v’abbia in terra: enumera honores, digni-
tates, om nium apex est sacerdos. Eppure non contento ancora il Signore
d’aver innalzato si alto il sacerdote, quasi per vuotare i tesori della sua
bontà, e starei quasi per dire della sua potenza, promettegli ancora tma
la Custodia la più gelosa che da non lasciargli perire un capello senza il
suo assenso: Capillus de capite vestro non peribit27 da stimarsi lui stesso
offeso nella parte più viva, e delicata da chi avesse solamente tocco un
sacerdote: Q ui tetigerit vos. tangit pupillam oculi m ei: Zach. 228, Quid
debui, lasciamo che conchiuda il Signore, quid potui facere vinae meae. et
non feci29: si parla qui in particolar modo del Sacerdote; lo dica pur chiun­
que se poteva andar al di là il Signore per esaltare, per onorare, ingrandire il
suo Ministro: la meraviglia però nostra non sia già questa, che il Signore sia
arrivato a tanto, egli è Dio, ed ha operato da quel grande è, ma lo stupore,
la maraviglia nostra sia piuttosto nel vedere l’ingratitudine, la sconoscenza,
la sfacciataggine che questo intimo, questo familiare, questo Ministro d’un
D io, usa verso un Benefattore di tanto merito. Sentite le doglianze,

(2277) 9 che per bocca di Geremia profeta già faceva il Signore: dilectus méus in
domo mea fecit scelera multa30: il mio Sacerdote, il m io Ministro, il mio
diletto, l’intimo, e famigliar m io in quello sì alto stato, in cui l’ho messo
quasi in mia propria casa, mi ha voltato le spalle, mi ha fatto mille scelle­
ratezze: fecit, fecit scelera multa. Deh! ascoltate voi, o Cieli, apri le orec­
chie tu o terra, audite Coeli, et auribus percipe terra. Perché? a che fine?
per sentire sì enorme delito, così esecranda ingratitudine; filios enutrivi, et
exaltavi: ipsi autem spreverunt m e. Isai. 1.2. E chi sono questi figli cotanto
esaltati, e favoriti, eppur così ingrati che Cielo, e terra li abbia da abomi­
nare, sono appunto i Sacerdoti, che sollevati a tanta altezza, e nutriti gior­
nalmente colle medesime carni del Signore, hanno il coraggio di villana­
mente offenderlo, e disprezzarlo: si inimicus meus maledixisset mihi. susti-
nuissem utique31. Se un m io nemico, un pagano, un cristiano ancora, un
mondano, un ignorante mi offendesse non sentirei tanto amara l’ingiuria,
ma un Sacerdote, un confidente, un famigliare, a tal segno da potersi dire
quasi una cosa stessa con me mi strappazzi, mi offenda, mi disonori32:

11 ¿¿-21,18.
2SZc 2,8.
29 Is 5,4.
30Ger 11,15.
31 Sai 54,12.
32 Una nota rimanda ad un testo scritto nella pagina a fronte.

228
Giorno Secondo - M editazione Prim a ^ Sopra la m alizia del peccato

heu Domine Deus, piange sopra un tanto male S. Gregorio Magno, (2276)

heu Domine Deus, quia ipsi sunt in persecutione primi, qui videntur in
Eclesia tua regere principatum: purtroppo, o Signore, che sono i primi a
farti guerra, chi per sua qualità fa come da principe nella Chiesa, che sono
appunto i Sacerdoti.

Chi sa, o Signori miei, che mentre io ricordo i lamenti che già faceva un (2279) 9
di Iddio per bocca de’ suoi profeti, non li rinnovi lui stesso da quella croce,
da quel tabernacolo a più di noi in quest’oggi, chi sa, io dico, che rivolto
a noi questo divin Redentore nelFamarezza del suo dolore non ci ripeta al
cuore le istesse doglianze, anche tu diletto mio, anche tu mio Sacerdote,
anche tu, che ti condussi per una via di tante grazie, che ti elevai con tanti
doni, che anche tu, che si può dire vivi in casa mia, tu che dici anche
di zelare l’onor mio, la mia gloria, anche tu lascia che tei dica, lasciami
questo sfogo, anche tu: fecisti scelera multa in domo mea: quanti peccati,
quante colpe già conti ne’ tuoi anni di sacerdozio, ebbene sappilo pure,
sono stati pel mio cuore altrettante saette di morte. Oh Signore Oh!... ma
basta Signore, è tempo che alzi la voce il mio cuore, la mia lingua, pec­
cavi Domine, sentite la mia confessione, o mio Dio, peccavi, e lo dirò
sempre, e dappertutto, ho peccato, ho fatto un gran peccato; ma lo dovrò
dire disperato come Giuda, mentre è si grande il mio delitto, peccavi tra-
dens sanguinem justum33. oppur io potrò ancor dire con isperanza, come
un Davidde, ed ottenere il perdono, come l’ottenne quel vostro gran peni­
tente Oh! potessi ancor io in questi giorni sentirmi dire da un uomo del
Signore: Dominus transtulit peccatum tuum34. Che consolazione sarebbe
la mia, che impegno a non più offendervi. Condotto S. Policarpo dalla sua
Chiesa

di Smirne a Roma, e fatto entrare neiranfìteatro, il tiranno gli propose (2279) 10


di maledir Gesù Cristo. A queste parole il buon Santo alzati gli occhi al
Cielo, e sospirando gli die questa risposta: sono ottantasei anni che io servo
Gesù Cristo, Egli mi ha mai fatto alcun male, che anzi ho ricevuto tanti,
e tanti favori; e come mai potrò ora maledirlo? maledir il mio Signore,
il mio Creatore, il mio Redentore: questa è la risposta che dovrebbe dare
ogni sacerdote allorché viene posto in pericolo di peccare, e tradire la sua
coscienza: alzate le mani al Cielo, se non altro alzati gli occhi, il cuore a
Dio, dovressimo esclamare: sono tanti anni che sono nato alla fede, sono

33 M t 27,4.
34 2 Sani 12,13.

229
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

tanti anni che sono stato consecrato sacerdote, sono tanti anni che servo in
questo stato a Gesù Christo, mi ha distinto di tanti favori, di tanti doni,
possibile che io abbia adesso corraggio a lasciarlo, ad offenderlo, a male­
dirlo col m io peccato35.

(2278) Questa risposta la diede S. Policarpo alla vista de’ tormenti, e della
morte: questa risposta la sanno dare tanti ne pericoli tanti poveri laici
molto meno favoriti di noi, e non sapremo darla noi sacerdoti, cederemo
noi Ministri del Signore; una Susanna sceglie e si dispose a morire piutto­
sto che peccare: un Giuseppe s’assoggettò ad una calunnia la più infame,
ed alla prigione anzi che offender D io, un Paolo sfidava ogni cosa di questo
mondo a farlo mancare, e noi sacerdoti e Ministri, che facciamo, come la
pensiamo? Ah! caro mio D io togliete quest’onta nel vostro Santuario e date
ad ogni sacerdote, date a me, date a tutti noi una fermezza tale che niente
più vi sia al mondo capace di farci cadere in peccato: ah!... questa si che
sarebbe la nostra gloria, la gloria del nostro Iddio, la gloria della nostra
religione. Talmente a dir un sacerdote sia fosse Io stesso che dire una per­
sona che non ha altro nemico a questo mondo, altro male che il peccato,
una persona che ha mosso la guerra al peccato, e guerra tale da non dar
speranza di pace. Guardate là un sacerdote: quella è una persona che non
sa regnare col peccato, guai al peccato quando un tale lo scuota lo venga a
scoprire, o lo sappia; e lo sappia il Cielo, lo sappia la terra, lo sappia perfino
l’inferno: che sacerdote e peccato sono due termini incompatibili, sono
due voci inconciliabili. Questo sì lo ripeto sarebbe il vero nostro onore, e
la vera gloria del nostro stato. Siamo stati noi tali, lo siamo, o almeno lo
saremo per l'avvenire. Ognuno vi pensi.

(2279) io S. Policarpo sostenne la sua risposta a fronte del fuoco, e delle bestie,
che gli minacciava il tiranno, e muori piuttosto che offendere il suo
Signore, e per noi? U n po di roba, un piacer momentaneo, un po’ di fumo,
d’onore, tutto basta per farci traviare dal nostro dovere. Ah! ingrati che
siamo, e sconoscenti, anzi mostri d’ingratitudine, e d’empietà; tanti poveri
laici, che molto meno favoriti di noi, ma che pur servono fedelmente nel
loro stato il Signore, e non commetterebbero un peccato per tutto l’oro del
m ondo, cominciano ad essere fin d’oggi la nostra confusione, e saranno un
dì la nostra condanna.
D ie 8 Augusti 1842
Laus Deo, et B. V. M.

35 II testo rimanda alla pagina a fronte.

230
(2280)
Giorno Secondo
Meditazione Seconda
Sopra i danni del peccato
Quinta degli Esercizi

Non sarebbe così comune, e tanto frequente il peccato, se si conoscesse (2281 ) 1

a fondo la sua malizia, Feccesso, che egli è di temerità, di perfìdia, d’in­


gratitudine, e di sconoscenza la più mostruosa. Quid egisti, così rivolto
al peccatore esclamava S. Bernardo, e che cosa mai hai fatto, o peccator,
peccando dove mai sei giunto? non hai ancora badato all’abisso, in cui sei
caduto, l’enormità, che hai commesso: quid egisti? hai offeso, hai disgu­
stato, hai ingiuriato, hai disonorato, hai cercato di soppiantare, di distrug­
gere con una ribellione la più perfida, e mostruosa, non un uomo qua­
lunque, un Re, un Angelo, ma il Dio dei Re, e degli Angeli, il Dio del­
l’universo, il tuo Dio. Un giorno che S. Teresa si stava preparando ad una
Confessione generale di sua vita, e che ai piedi d’un Crocefisso si stava
eccitando a dolore, fu talmente compresa dall’orrore de’ suoi peccati, che si
mise come disperata a gridare: quid feci? quid feci?, e ne fu tanto penetrata
che svenne, e diede in deliquio; già si sa che i peccati di questa Santa non
giunsero ad essere mortali, eppure li piangeva, li lamentava cotanto, che
dovremo fra noi, che il cuore ci dirà in questo momento di averne com­
messi chi sà quanti? Quid feci? ognun di noi deve dire a se stesso tanto
più in questo giorno: e che cosa ho mai fatto peccando: diciamolo ripeto,
altrimenti il Signore ce lo dirà lui un giorno a nostra confusione, e con­
danna: Quid egisti? Quid amisisti? continua il Santo dottore S. Bernardo1,
non credere, o fratei mio, che il peccato si fermi in Dio solo, egli è questo

* (fald. 4 71 fase. 174; nell’originale 2280-2294)


1 S. B e r n a r d o , in Selva, eie., p. 3 5 .

231
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

mostro, una spada a due ragli, che mentre offende così amaramente Iddio,
fa ancor la rovina, e la disgrazia più fatale di chi lo commette. Oh!... le
gran perdite, che fa un anima peccando, oh! i gran castighi, che si attira sul
capo. Io non so se sia più da deplorarsi il peccato per i beni, di cui ci priva,
oppure per i mali, che ci cagiona, quello che di certo so dirvi si è, che da
qualunque lato lo consideriate non vi sono né occhi, né lingue sufficienti
per piangere, per deplorare la strage, che fa d’un anima il peccato, ed i
riflessi che andrem faciendo serviranno di prova, a quanto io vi dico.
Per farci adunque un idea in qualche modo compita de’ gran danni,
che arreca il peccato, cominciamo in quest’oggi tratteniamoci a conside-
rare la terribile caduta, che fa una persona peccando, l’altezza, la bellezza,
da cui cade unitamente alla perdita dei più gran beni, che seco porta una
tale caduta. Oh! quante anime all’inferno piangono a quest’ora le perdite
che hanno fatte col peccato: quante altre persone a questo mondo gemono
sovra quei beni che il peccato loro ha tolti: uniamoci anche noi in que­
st’oggi assieme a questa gran turba di gente per mescolare le nostre lagrime,
e gemere al pari di loro su tali gran perdite che avrem fatto un dì. Oh!
volesse Iddio che piangendo le perdite, che abbiam fatto nel tempo col
peccato, potessimo scansare di piangere le perdite più terribili

(2282)2 che già provano tante anime alPeternità. Seguite Voi o Signore, ad
accompagnarci colla vostra grazia, sicché questo abbia ad essere quel giorno
fortunato, in cui bandito il peccato dal nostro cuore, mai più abbia ad
entrarvi, mai più abbia ad aver luogo in un solo di noi.
Per comprendere in breve qual sia la caduta, quali le perdite di chi
pecca, non abbiam a far altro, che paragonare tra di loro lo stato d’un
anima in grazia con quella che sia miseramente caduta in peccato. Che
cosa adunque è un anima in grazia. Ella è l’oggetto il più prezioso, il più
caro, il più gradito agli occhi di Dio, e di tutto il paradiso; non vi è ne rie-
chezza, ne grandezza al mondo che la pareggi. Iddio si compiace, si delizia
nel rimirarla, e non sa come toglierle gli occhi di sopra: oculi Domini super
metuentes eum2. Di più tanta è la cura, che se ne prende, che si protesta
per bocca del Reai Salmista di correre direi così in suo ajuto in ogni caso,
che venga ad urtare in qualche cosa di avverso, e di ripararle colla sua stessa
mano ogni offesa: cum ceciderit, non collidetur, quia Dominus supponit
manum suam3. E non ci faccia meraviglia Signori miei tanta cura in Dio

2 Sai 32,18.
3 Sai 36,24.

232
Giorno Secondo - M editazione Seconda ~ Sopra i danni del peccato

in prò d’un anima giusta, ci Faccia piuttosto stupore quello che in altro
luogo dice per bocca di S. Giovanni, ed è che tanto si compiace d’un anima
giusta, tanto si delizia del suo cuore, che .lo vuol preferire lasciatemi dir
così alla Reggia del paradiso, alla compagnia di que’ tanti celesti cittadini:
sentiamo le Sue istesse parole, uscite dalla sua bocca, e rapportate dal detto
Evangelista al capo 14. si quis diligit me, ... et Pater meus diliger eum. et
veniemus ad eum4, che degnazione, che calamita d’un cuore da attirare un
D io dal Cielo in terra; non basta; veniemus ad eum . E poi partire dopo
una breve visita; nò; sarebbe già molto; ma nò; mansionem apud eum
faciemus5: di questo cuore, di questa anima che ci ama ne faremo nostra
casa, nostra dimora, nostra continua abitazione. Oh! bella prerogativa d’un
anima, o tempio veramente vivo dello Spirito Santo, casa deificata o cuore
benedetto non più bersaglio, e ricettacolo di vili, e tiranne passioni, ma
deificato, divinizzato, fatto Reggia della divina Maestà d’un Dio. Pensate
voi adesso con che festa, e direi con che invidia stia guardando quest’anima
il Paradiso tutto, con che stupore dovrà rimirare questo cuore già fatto
la sede, ed il trono di quel D io, che nemmeno i Cieli stessi sono capaci
di contenere: fin l’inferno m’immagino che attonito la dovrà guardare, e
arrabbiato, e disperato, pure sarà costretto di temerla, di rispettarla.
D i più; un anima in grazia è la figlia prediletta di Dio, e come tale già
fatta, già instituita erede dell’eredità stessa del Signore, e se potessimo arri­
vare tant’alto coi nostri occhi, una ricca corona, un gran trono già le ved re­
si mo preparata in quella gloria, dove tutti già ansiosi aspettano il momento
che sii chiamata da questa vai di lacrime per riceverla, abbracciarla, ed
averla eternamente compagna.

Ed oh che bella condizione d’un anima che volta da questa misera terra (2284) 3
a quel bel Regno là ci può mostrare il suo luogo, la sorte, che l’aspetta.
Vivrà, è vero, alle volte quest’anima tra le miserie, ed ì cruci, sarà il bersa­
glio di mille lingue nemiche, ma frattanto qual pace, qual tranquillità non
sarà la sua anche in mezzo a tutto il rumore, e lo sconquasso di questo mar
in burrasca; oh! chi può dire, chi saprà esprimere la dolcezza, le conten­
tezze che accompagnano i giorni dell’uom giusto: pax, multa diligcntibus
legem tuam6. Pace che non può dare tutto questo m ondo assieme, pace
che vai più d’ogni piacere, d’ogni sodisfazione di questa terra; e come potrà

4 Gv 14,23.
5 Gv 14,23.
6 Sai 118,165.

233
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

essere altrimenti quando pensi che ha Dio con se, e per se in ogni cosa,
quando pensi che pochi giorni più la tengono lontana dalla visione di
quel Dio, che ama, da quel Regno, che sospira, da quelle tante anime che
Taspettano. Eccovi, Signori miei, in poco descritto lo stato d’un anima
giusta, l’idea che ve ne dovete formare, la preziosità, il valore che seco porta
un tal cuore, una tal anima. Che se volete ancor di più, osservate ancora:
era disposto Iddio a ritrattare i suoi ordini, a sospendere i suoi castighi, a
perdonare a migliaia di peccatori, e peccatrici le più infami; e per che cosa?
solo per riguardo di poche anime giuste, e chi sà forse l’avrebbe fatto anche
per una sola, se si fosse trovata fuor della famiglia di Loth. Il fatto anche
voi lo sapete: ma povera città che si trovava sprovvista affatto. E povera
ogni città, dirò io, povero paese, povera famiglia, che non abbia in sé.qual­
che giusto, egli è questo il tesoro unico che trovi Iddio in questa valle di
lacrime, non le grandezze, non le pompe, che anzi in più luoghi tutte le
abbomina, ma solo un anima fornita della Sua grazia, il cuor d’un giusto.
O cuor adunque mille volte benedetto, degno di tutti gli eneomii e degno
più di viver in Cielo che in terra, più di stare tra Angeli e Santi, che tra
uomini e peccatori.
Ma un tesoro di tal natura è impossibile che non abbi nemico, che non
conti chi Io invidia; il demonio, che ne conosce il valore gli gira d’attorno
e giorno e notte, e con lui congiurati il mondo, e la carne tendono lacci
per ogni parte, e guai se per una strada, o per l’altra arriva il peccato a
toccar quel cuore, a macchiare quell’anima. Ohimè che cangiamento! che
decadenza] che scena! Non avrei bisogno di recarvi per prova che quegli
Angeli disgraziati, che peccarono in Cielo: erano pur le più belle creature,
che fossero sortite dalla mano d’un Dio, erano pur forniti dei più eccellenti
doni, entrò in loro peccato, e li deformò, e stravolse talmente che da Angeli
li rese in un colpo demonii, da portenti, quali erano di bellezza li convertì
in un subito in mostri i più orrendi, e deformi, ed ogni qualvolta il peccato
mortale entra in un anima, la rende, lasciatemi dir così per l’orridezza un
demonio7,

(2283) come disse il Redentore ai suoi discepoli parlando di Giuda: ex vobis


unus diabolus est. Joan. Cap. 68.

1 Con una nota il Cafasso inserisce una riga dalla pagina a fronte.
sGv6,7 1 .

234
Giorno Secondo " M editazione Seconda - Sopra i da n n i del peccato

Anzi direi peggio ancora che il demonio, poiché se un peccato solo di (2284) 3
pensiero ha deformato talmente tante migliaja d’Angeli, che cosa sarà poi
d’un anima, che n’abbia commesso

tanti in numero, e si gravi in malizia. Fatta adunque così deforme que- (2286) 4
st’anima infelice, si ritira Iddio, la abbomina, la detesta, non vuole più
riconoscerla per sua; le giura di più un odio, un inimicizia mortale: odio
sunt Deo impius. et impietas ejus9, la cancella dal suo libro, e con ciò la
disereda del paradiso, la consegna quasi a discrezione de’ suoi nemici, che
ne fanno festa, ne cantano vittoria, la chiamano ad alte voci, la vogliono,
la pretendono, è sua: e l’anima? l’anima sta pendente per un filo sull’orlo
dell’inferno, e guai se Iddio viene a troncare quel filo di vita, non farà
che a piombare in quel baratro, ed è perduta per sempre. Riflettiamo per
un momento, o Signori, a questo lacrimevole passaggio: prima così bella
quest’anima agli occhi di Dio, che ne formava la sua gioja, la sua delizia,
e adesso così brutta, così deforme da rendersi abbominevole, già figlia,
sposa di Dio, amica di tutto il paradiso, ed erede di quel bel Regno, ed ora
nemica sua giurata, inseguita dall’ira, dalla collera d’un Dio, e privata di
quella sovragrande eredità.
Sentiamo qui a parlar il dottor S. Ambrogio lrr ncl suo libro De Lapsu
Virgin is1'"

per formarci un idea della catastrofe de’ mali, e dell’abisso, in cui mena (2285)
una tale caduta.

Una Vergine per nome Susanna dopo d’aver superati molti ostacoli (2286) 4
per parte de’ suoi parenti era riuscita di consecrarsi intieramente a Dio; il
Santo Vescovo le diede il sacro velo nel solenne giorno di pasqua, la enco­
miò, la confermò in tale occasione con un forte, e commovente discorso, le
continuò, come dice lo stesso Santo Dottore lui stesso, la sua assistenza, i
suoi consigli nella dolce speranza d’aver a cavare un nuovo fiore, un nuovo
giglio per il mistico giardino di Chiesa Santa; restò di ghiaccio il Santo,
allorché dopo pochi anni accusata questa istessa vergine d’essere caduta, fu
dedotta al suo tribunale, e convinta del suo delitto. La cosa viene riportata
nel suo libro intitolato De Lapsu Virginis consecratae. e fa totalmente per

9 Sap 14,9.
10 Qui il Cafasso con una nota inserisce una riga dalla pagina a fronte.

235
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

un Sacerdote qualunque, che venga a mancare, tanto più. in certo genere di


peccati, perché consecrato e di corpo e di anima, più che qualunque ver­
gine, a Dio. Un cuore più addolorato, più oppresso, più trafitto non si può
esprimere; espressioni più veementi non si possono desiderare. Comincia
il Santo dall’invitare i fedeli, gli uomini tutti a prender parte al suo dolore,
e ad ascoltar le sue parole: audite me qui prope estis. et qui longe, et qui
timetis Dominum; Vos... appello qui caritatem Christi retinetis... advertite
verba oris mei, et quae ex iusto dolore proceclunt.. j ridicale11: annunziato
quindi con orrore il gran delitto, e dato sfogo lamentandosi, e piangendo
alla piena del dolore che l’opprimeva, fatta la sua faccia come di fuoco, e
divenuta la sua voce come un tuono, si rivolge alla vergine caduta: ad te
ergo nunc mihi sermo sit12. si, tu che sei la causa di sì grandi mali, e di
tanto mio dolore, tu che colla gloria del tuo candore verginale, hai anche
perduto assieme perfìn il nome; nò che non è più lecito che si chiami
Susanna

(2288) 5 colei, che non è più casta, e dirti ancor un giglio quando non lo sei più.
Nefas est Susannam vocari non castam: non licet lilium nominari. quod
non es. Parole sono queste che già l’avran fatta imbrividire, ma che pure
non erano che i primi sfoghi di quel cuore addolorato. E donde ho da
cominciare a parlarti, si fè a dire il Santo, qual cosa ho da dirti la prima,
e quale riservare per ultima: unde incipiam. quid primum. quid ultimum
dicam? ho da ricordarti primieramente i beni, che perdesti, oppur da pian­
gere dapprima i mali, in cui sei piombaia; Bona commemorem. quae per-
didisti? an mala defleam. quae invenisti? Eri pur una Vergine nel paradiso
di Dio, e tenuta come un fiore di Santa Chiesa: eras Virgo in paradiso Dei,
utique inter flores Eclesiae: eri la sposa diletta di Cristo Gesù: eras sponsa
Christi: eri il tempio del Dio vivente eras templum Dei; eri il soggiorno, la
casa d’abitazione del Santo Spiritò: eras habitaculum Spiritus Sancti. Ma
che vale a me il ricordarti quello, che eri un giorno, se ora non lo sei più:
cum dico toties eras, necesse est toties ingemiscas quia non es. quod fuisti.
Incedebas in Eclesia tanquam columba. ... splendebas ut argentum.
fulgebas ut aurum,... eras tanquam stella radians in manu Domini... e
cosa è mai questo cangiamento repentino? e d’onde mai questa subitanea
mutazione? De Dei Virgine, sentiamo queste tremende parole, de Dei Vir-

11 S. a m b r o g i o , De
Lapsu Virginis consecratae, 1, 1-2, PL 16, c. 383.
12 Ibidem,2, 6, c. 384-385. 1 passi successivi sono tutti presi da questa breve opera (PL
16, c. 383-400).

236
Giorno Secondo ^ M editazione Seconda ^ Sopra i danni del peccato

gine facta es corruptio Satanae, de sponsa Christi scortum exsecrabile, de


tempio dei fanum immunditiae, de habitaculo Spiritus Sancti tugurium
diaboli. Signori miei, se quel buon Prelato che diede anche a noi il sacro
velo, e mi spiego, se quel Vescovo di Santa Chiesa, che colla imposizione
delle sue mani e colla sacra unzione ci elevò al disopra del popolo, ci con­
sacrò, e dedicò intieramente a Dio potesse con un suo sguardo penetrare
nel fondo de’ nostri cuori, e neirintimo della coscienza nostra, ohimè qual
dolore non sarebbe il suo, e chi sa a quanti fra noi non sarebbe costretto ad
esclamare, e d’onde mai, fratei mio e Sacerdote di Gesù Cristo, d’onde un
sì gran cangiamento, e sì presta mutazione in te’3?

Memor esto unde excideris, ti dirò coll’Angelo dell’Apocalisse come a (2287)


quel Vescovo di Efeso.

Ti ricordi di quei primi giorni, di quei primi anni del tuo Sacerdozio (2288) 5
era pure l’anima tua la prediletta sposa di Gesù, era il tuo cuore la cara
dimora del Signore Iddio: eras sponsa Christi, eras templum Dei. Eri per
la tua condotta un fiore di Chiesa Santa, eri come una stella raggiante n d
bel nella mano del Signore: eras stella radians in manu Domini. Ouae ista
subitanea conversio? Ouae ista repentina mutatio. De tempio Dei fanum
immunditiae, de habitaculo Spiritus Sancti tugurium diaboli. Tu, o Sacer­
dote, che folgoreggiavi come oro pel tuo carattere, e pel candore de’ tuoi
costumi, e adesso ti veggo vile più che il fango delle stesse piazze: qui ful-
gebas ut aurum... nunc vilior factus es luto platearum, tu che già eri quella
stella così raggiante, adesso come caduta dall’alto de5 Cieli, si è perduta
tutta la tua luce

e sei divenuto un carbone: qui fueras stella radians... veluti de alto ruens (2289) 6
coelp' lumen tuum extinctum est, et conversus es in carbonem. Ohimè!
proseguiva lacrimando il Santo, mi credeva in te di aver edificato oro,
argentone pietre preziose, e adesso m’accorgo d’aver lavorato niente più
che legno, fieno, e stoppa atta alle sole fiamme. Heu me. quia ubi puta-
bam aedificare aurum. argentum. lapides praetiosas, inventus sum lignum,
foenum. stipulam laborasse. Invano ti ho messo sott’occhio i tanti pregi
della bella purità, appunto per impegnarti nel tuo proposito, ed a maggior
osservanza: ma ho seminato lungo la strada, tra le spine, e su terreno pie-

13 Con una nota il Cafasso inserisce una riga dalla pagina a fronte.
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

troso, dove le mie parole sono state rapite, suffocate, o rese sterili, e secche
dalle da fiamme profane. Seminavi in spinis, seminavi secus viam. semi­
navi in petrosa. Lamenti sono questi da intenerire un cuore di pietra, e
che mostrano fino a quel segno giugnesse il dolore del Santo dottore. Oh!
a quanti Sacerdoti potrebbe rivolgere simili lamenti Chiesa Santa e con
molto più di ragione, perché non ha paragone quello s’aspetta con tutto
diritto la Chiesa da un Sacerdote con quello che da quella vergine s’aspet­
tava S. Ambrogio: heu me, mi pare che tutto dì debba ripetere, heu me.
quia ubi putabam aedificare aurum. ... inventa sum foenum, et stipulam
laborasse. Ma mi credeva in quel Sacerdote d’aver un nuovo Giuseppe per
la sua purità, un novello Samuele occupato e dedicato intieramente alla
casa di Dio, un altro Geremia che avrebbe pregato molto per il suo popolo,
e zelato la sua salute: putabam aedificare aurum, ma adesso vedo, e m’ac­
corgo foenum. et stipulam laborasse. un Sacerdote invece accidioso, dissi­
pato, mondano, e chi sa forse d’obbrobrio ancora a tutto il ceto Sacerdo­
tale per la sua condotta, ah! invano gli ho lavorato tanto d’attorno, frustra
hvmnum Virginitatis exposui... seminavi secus viam: invano tanta coltura,
invano tante istruzioni, invano tante indagini: seminavi in spinis, seminavi
in petrosa.
O Signori miei, un occhiata a questo punto sopra di noi, ci siamo man­
tenuti in quel primo fervore, a cui ci portarono tante cure usate verso
di noi? non abbiam avvilito coi nostri peccati il decoro, lo splendore di
quello stato, in cui siamo stati posti? non ci siamo degradati da noi stessi?
abbiamo corrisposto alle speranze che la Chiesa nostra madre aveva su
di noi concepite. Oh! fosse pur vero, che di tutti noi si potesse dir un
altrettanto, e che ognun di noi potesse sentire senza nessuna sorte di pena
simili lamenti; io non so dirvelo, ma il cuore ce lo dirà ad ognuno; del
resto se mai la coscienza ci fa sentire qualche voce, deh! mettiamo senno,
e badiamo all’abisso, in cui siamo' caduti, ed alle gran perdite, che per cose
di un momento abbiamo fatto: vae tibi misera, continua sempre lo stesso
dottore, et iterum vae. quae tanta bona propter parvi temporis luxuriam
perdidisti; ma non ti ricordasti in quel punto di quel solenne giorno, in cui
ti sei presentata al Sacro Altare per essere velata: non es memorata diei S.
Dominicae

(2290) 7 in quo divino Altari te obtulisti velandam? non ti ricordasti, di quelle


nozze, che hai contratto col Re celeste davanti a tanta adunanza di popolo,
tra tanti cerei, che risplendevano in mano de neofiti, tra la schiera di tante
anime consacrate a Dio: ah! che mi sento superare dalle lacrime, mi sento

238
Giorno.Secondo ■- M editazione Seconda " Sopra i danni del peccato

il cuore divorato da rimorsi quando io vi penso; vincor lacrvmis, compun-


gor stimulis, cum haec recordor. Lasciamo che pianga il Santo dottore su
quella vergine disgraziata, e veniamo a noi: un altrettanto si può dire a
tutta ragione a qualunque tra noi che dimentico de suoi grandi doveri,
tenga una condotta non da pari suo, ed offenda Dio: ma dimmi Sacerdote
fratei mio, non pensasti in quel punto, che hai offeso Iddio, non ti venne
in mente quel giorno, quell’ora memoranda, in cui ai piedi di quel prelato,
steso colle ginocchia sui gradini di quell’Altare dato un addio al mondo
scegliesti a tua sola eredità porzione, ed eredità il Signore Dio tuo: non
sei tu, non è la tua lingua, non sono le tue labbra, che hanno detto,
hanno pronunziato Dominus pars haereditatis meae. Non es memoratus
diei sanctae, dirò anche io, in quell’ora che col tuo peccato ripudiasti una
sì grande eredità; non sei tu che nelle mani di quel sacro prelato consa­
crasti il tuo corpo al Signore, e facesti le tue nozze col Cielo: ricordati di
quanto popolo era accorso in quel dì: reminiscere... quantus convenerit
populus ad sponsi tui, et Domini nuptias, e non dovevi adunque impe­
gnarti a mantener quella fede, che hai promesso in vista di tanti testimoni:
ti conveniva piuttosto, dirò sempre collo stesso Dottore, dar la vita ed il
sangue che arrivare a perdere, e macchiare la tua castità. Facilius té oportuit
sanguinem cum spiri tu fondere, quam perdere castitatem... e non ti veniva
in mente, ripiglia sempre S. Ambrogio, non ti veniva in mente in queiratto
vergognoso il tuo abito da Vergine, quella sedia, su cui siedevi separata dal
resto delle pari tue, non ti ricordavi di quei baci di pace, che le matrone
divote a gara ti chiedevano, così si costumava in quei tempi; ah! che pur
troppo hai dimenticato in un punto ogni cosa: oblita es propositum...
oblita es Eclesiam, oblita gloriarci Virginitatis. oblita honorem dignitatis,
edam oblita promissionem regni, oblita judicium terribile, amplexa es cor-
ruptionem... Ditemi, Signori miei se parole più adatte si possono trovare
per noi; non è vero che da quei peccati ci dovevano ritenere questo abito
istesso, che portiamo, quel luogo separato, che occupiamo nella Chiesa,
quei baci che a gara ci si domandano da divoti fedeli, ma abbiamo dimen­
ticato tutto, abbiamo dimenticato e abito, e stato, e Chiesa, e onore, e
promesse, e minacce, anche noi amplexi sumus corruptionem. Io non la
finirei se volessi tener dietro a questo Santo dottore in quel suo aureo libro,
mi contenterò di rapportar ancora questo suo sentimento: sarebbe meglio,
dice sempre alla stessa vergine, che fossi morta, poiché

ì tuoi parenti dopo d’averti pianto alcun po’ avrebbero avuto piuttosto (2292) 8
motivo d’esultare grandemente sul riflesso d’aver premesso in Cielo una
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

vergine immacolata, un ostia viva, e gradita al Signore: che invece adesso


ti hanno da piangere morta e non morta; morta purtroppo all’onore, al
candore del tuo stato, ma viva ancora al disonore, alla macchia del tuo pec­
cato: at nunc te plangunt mortuam, et non mortuam; lugent vivam et non
vivam: mortuam utique gloria virginitatis, vivam dedecore turpitudinis.
Sarebbe meglio certamente per ognuno che morisse prima che peccasse,
ma tanto più per un Sacerdote. Se fossi morto, fratei mio, allor quando
il tuo cuore era tutto di Dio, prima che arrivassi ad offenderlo, già tutti
i conoscenti avrebbero pianto un po’ sulla tua tomba, ma non avrebbero
tardato a darsi pace e ad esultare pensando d’aver mandata innanzi loro
al Cielo un ministro fedele, un anima a Dio gradita, ma come trattenersi
dal piangere, e come piangerti or che non so se t’abbia da dire o vivo,
o morto, perché sei l’uno e l’altro: morto alla grazia, all’amicizia del tuo
Dio, e chi sa forse ancora alla stima, all’onore di questo mondo, ma vivo
sempre alla brutta macchia della colpa, alPodio, allo sdegno d’un Dio, al
disonore, all’infamia che d’ordinario cagiona: oh vita infelice, e rincresce-
vole! oh morte ancor più deplorabile; e non vi sarà mezzo a risuscitar da
questa morte, e di godere un genere di vita meno grave, e più dolce? Il
rimedio è un solo, ed unico, ed è quello che la divina voce per mezzo di
Ezechiele profeta fa sentire ai miseri peccatori: solum et unicum tentan-
dum est remedium illud. quod divina vox per Ezechielcm ifìiseris porri-
git: convertimini ad me... nolo mortem peccatoris. sed ut convertatur. et
vivat, haec... dieta poenitentiam sapiunt... vocant ad poenitentiam pecca-
tores14. Eccovi l’unico rimedio la misericordia di Dio congiunta alla peni­
tenza nostra. Così consolava quella Vergine caduta il Santo dottore dopo
d’averle così fortemente rimproverato il suo delitto. Grandi plagae alta et
prolixa opus est medicina: grande scelus grandem habet necessariam sati-
sfactionem, diceva: epperciò le prescriveva tante e molte e rigide pratiche
di penitenza, ma più di tutto le inculcava di piangere giorno e notte il
suo delitto, e di non lasciar passar giorno senza percorrere cum lacrimisi
et gemitu il Salmo 50 di penitenza. Gli ripeteva di abominare, maledire
quel giorno infausto della sua caduta, e d’invitare le creature tutte a seco
piangerla, e deplorarla. Eccoci, Signori miei la strada aperta anche per noi:
abbiamo offeso Dio, è più che giusta, che necessaria una soddisfazione;
chi è andato all'illecito, dice S. Gregorio, compensi la colpa con togliersi
anche parte di quello, che è lecito; ma quello che abbiamo sopratutto da

14.Es 33,11-

240
Giorno Secondo - M editazione Seconda ^ Sopra i danni del peccato

fare, perché indispensabile, e di assoluta necessità si è di detestare, di abo­


minare, di piangere il mal fatto: il peccato, fratelli miei, o per amore o per
forza va pianto: o piangerlo presentemente con

gran vantaggio, e consolazione: o piangerlo con mille spine, e rimorsi (2293) 9


al letto di morte; oppur piangerlo disperati airinferno. Ce lo fa sentire
chiaro il Signore, che senza far piangere almeno il cuore, non ne è con­
tento, e non ci perdona: convertimini' ma: in fietu, et in planctu disrum-
pite corda vestra15. In questo modo fu giustificato un Davide, si perdonò
a Ninive peccatrice, trovò misericordia un Pietro, una Maddalena e quanti
altri ebbero la disgrazia di cadere colla bella sorte d’ottenerne il perdono:
gemiamo adunque, e finché avremo vita non cessiamo di lamentare ne’
nostri cuori quei giorni malaugurati, quelle ore disgraziate, in cui siamo
arrivati a commettere un tanto male; e per tenerci impegnati in questo
dolore, ed in questi gemiti teniamo presente l’importante avviso* che
appunto per questo fine dava S. Ambroggio alla vergine penitente: cioè
avrai sempre avanti gli occhi l’altezza di quello stato, di quella gloria, da cui
sei caduta, e la qualità, e preziosità di quel libro, da cui sei stata cancellata.
Tibi ante oculos ponas de quanta gloria rueris, et de quo libro vitae nomen
tuum deletum sit16. Se questo faceva per quella Vergine, molto più deve
fare per noi che peccando siamo caduti di tanta gloria, e con ciò siamo
stati cancellati da quel libro, che solo ci può dare diritto ad una vita eterna.
E questo ancora uno de’ pessimi danni, che oltre ai mentovati, fa il pec­
cato a chi lo commette, di cancellare cioè dal libro della vita tutti quanti
i meriti, che si poteva aver fatto, ed insieme fargli perdere ogni diritto
che per mezzo loro poteva aver alla gloria: un povero contadino, che tutto
l’anno sudi, e stenti nei campi allora ché un improvisa tempesta gli manda
a male la raccolta, geme, e sospira, non sa come darsi pace: povere fatiche,
poveri sudori andati tutti al vento! Tale è la tempesta meno strepitosa, ma
non meno terribile, che capita in ogni cuore, che pecca: conti pure quanti
meriti vuole, abbia pur lavorato un Sacerdote in tanti anni di Sacerdozio,
numeri finché vuole anime salvate, se mai viene a mancare in quello stato
tutto è perduto: justitiae eius non recordabuntur17; e se si avanza alle porte
di quella gloria sarà rigettato, e scacciato come un temerario, un audace

15 G /2,12.
16 S . A m b r o g i o , De Lapsu Virginh consecratae, 8, 3 4 ,
17 Ez 1 8 ,2 4 .

241
Esercizi Spirituali al Clero ~ Meditazioni

perché senza diritto di entrarvi. Uno che adesso abbia fallito un contratto,
perduta una lite, sia stato soppiantato in un impiego, dismesso da una
eredità non sa più darsi pace, riposa né giorno né notte, non v’è ragione
che basti per quietarlo; al contrario si peccale col peccato si perde ogni
diritto alla gloria, che è la più grande eredità del mondo: eppur si ride,
si gode, non si cessa per questo di vivere allegramente: ah, insensati che
siamo! verrà un giorno, che conosceremo il valore, la preziosità di un tanto
diritto, e Dio voglia che non f abbiamo a piangere irreparabilmente per­
duto; anche Esaù quando per poco cibo vendè al suo fratello Giacobbe il
diritto

(2294) 10 alla primogenitura, ne fece poco caso, mangiò, e bevé allegramente, e


se ne partì tranquillo: accepto lentis cdulio, comedit. et bibit- et abiit par-
vipendens quod primogenita vendidisset18. Ma quando sentì dal padre che
non era più in tempo a conseguire la benedizione che bramava, irrugiit cla­
more magno13, allora conobbe la gran perdita, che aveva fatto, e ne sentiva
tutta l’amarezza, ed il dolore: ma fu un pianto inutile, furono ruggiti dati
al vento, non era più in tempo a ripararla. Oh quante anime a quest’ora
mandano dall’inferno voci, ed urli da disperati per quella gran gloria, che
hanno perduto, eppur tutto inutile, ed a nient’altro loro serve che a mag­
gior rabbia, e disperazione; una voce sola, un gemito che avessero dato in
vita di quella sorta, avrebbe bastato a dar loro in mano di nuovo quanto
avevano perduto: ma miseri non seppero farlo, epperciò è fatta per loro,
non v’è più tempo. Signori miei la conseguenza ognuno può dedurla,
perché è troppo chiara: ogniqualvolta la coscienza ci dice d’aver peccato
mortalmente, sappiamo che altrettante volte abbiamo perduto il diritto
alla gloria, siamo stati disereda cancellati dal numero degli eredi di questo
Celeste Regno; chisa se questo diritto l’avrem già riacquistato, chi sa se il
nostro nome sia già stato di nuovo ascritto nel libro della vita; io lo voglio
sperare e di me, e di Voi, ma frattanto non temiamo in questi giorni di
metter gemiti su gemiti, perché si tratta di piangere una caduta, un male,
che per piangere si pianga, sarà mai pianto abbastanza né nel tempo, né
nell’eternità.
die 22 Augusti 1842.
Laus Deo et B. V M.

18 Gn 2 5 ,3 4 .
19 Gn 2 7 ,3 4 .

242
Giorno Secondo (11%)

Meditazione Terza
Sopra i castighi del peccato
Sesta degli Esercizi

Quid egisti? Quid amisisti? Quid meruisti? È questo l’ultimo riflesso, che (2297) 1
fa sul peccatore il dottor S. Bernardo. Non basta al peccato il tor via dalla
persona, che pecca que’ tanti, e si preziosi beni, di cui abbiamo parlato, ma
dopo d’averla deformata, degradata, avvilita, e resa un oggetto d’ abbomi-
nazione al Cielo, alla terra, la getta, la sprofonda in un pelago di guai, di
miserie, di mali, che non vi è lingua capace di numerarli. Oh!... se certe
anime, che stimano sì poco il peccato, se certuni che dormono così tran-
quilli nello stésso peccato, dessero davvero un occhiata alle funeste conse­
guenze, che sempre ha prodotto la colpa, io credo che un tal pensiero non
tarderebbe ad aprire quegli occhi, che il peccato ha chiusi, e per renderlo
a noi salutare, prendiamolo in questa sera a soggetto della nostra medita­
zione. Io non farò che mettervi sott’occhio i principali castighi, che Iddio
mai sempre fulminò, e non cessa di fulminare tutto giorno contro il pec­
cato, onde dall’amarezza de’ frutti possiamo giudicare della malignità della
pianta, che li produce. Parleranno ad instruzione nostra gli Angeli del
Cielo, e i demoni dell’inferno; parleranno i primi personaggi che compar­
vero al mondo; che parleranno quanti altri sciagurati che provarono nel
corso dei secoli passati, o che provano tutt’ora il peso della mano vendica­
trice di Dio, si~ttittt sicché dovremo confessare tutti ad una voce che ben
diversa cosa deve essere il peccato da quello che compaia agli occhi di molti
anche tra cristiani. Ed è forse raro, Signori miei, il sentire ai giorni nostri

* (fald. 4 7 / fase. 176; nell’originale 2295-2310)

243
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

a battezzare per bagatelle, per debolezze più da compatirsi che da sgridarsi


peccati i più enormi, peccati, contro cui le sacre pagine scagliano tanti Vae.
O Signore, parlate Voi al cuore di questi miserabili, tuonate alle loro orec­
chie, ma tuonate forte, sicché v’intendano, ed aprano finalmente gli occhi
su quell’abisso, su quel precipizio, in cui stanno per cadere. Noi intanto,
fratelli miei, già persuasi come siamo del gran male, che è il peccato, sia
per la malizia che in se contiene, sia per i beni, di cui ci priva, per maggior­
mente abborrire, e detestare un si fatto mostro, passiamo ancora a consi­
derarne le spaventevoli conseguenze gli inevitabili, i castighi tremendi, che
d’ordinario raduna sulla testa del misero peccatore. Faccia Iddio, che medi­
tando, e paventando in questo mondo si fatti colpi della divina Giustizia,
abbiamo la sorte di schivare i castighi eterni, ed interminabili che stanno
riservati neH’eternità.
Voi tutti sapete, Signori miei, la ribellione, la guerra, che un dì si suscitò
da Lucifero in Cielo: factum est proelium magnum in Coelo1. Conscen-
dam, et similis ero Altissimo2 osò pensare, osò proferire quel Superbo, e
non contento di ribellarsi a Dio lui solo, arruolò al suo partito una quan­
tità immensa di quegli Spiriti Angelici; purtroppo che il mal fare ha

(2298) 2 sempre trovato compagni, fino in Cielo ha avuto seguaci. La ribellione


adunque è decisa, il peccato è fatto, alle prove, Signori, che ne pensi Iddio:
è il primo peccato che compaja al mondo, non si ha ancora esempio, non
si sa che giudizio ne formi Iddio, sono gli Angeli, che lo commettono, cre­
ature le più belle, che siano mai sortite dalle sue mani, oh!... che loro
avrà riguardo, userà misericordia. Andiamo a vedere; non avevano ancor
nemmeno dato mano al loro progetto, che Iddio penetrando, e già lcggen-
doh? leggendo ne’ loro cuori, ne aveva già giudicata la causa, e decretata
la pena: e la pena fu? Via dalla gloria, via dal paradiso, e via per entrarvi
mai più, poiché la scrittura Santa dopo d’averci annunziata l’insurrezione
degli Angeli ribelli, conchiude con dire: che non la poterono spuntare, e
che non si trovò più il loro luogo in paradiso: non valuerunt, neque locus
inventus est eorum amplius in Coelo3. E dove furono cacciati? et projec-
tus est draco ille magnus. qui vócatur diabolus... et Angeli eius cum ilio
missi sunt4. Iddio aprì la bocca all’abisso infernale, e dentro lì seppellì tutti

1 Ap 1 2 ,7 .
2Is 14,14.
3 Ap 1 2 ,8 .
4Ap 12,9.

244
Giorno Secondo ^ M editazione Terza ^ Sopra i castighi del peccato

quanti coi loro capo per uscirne mai più. Ecco la prima traccia della divina
giustizia sul peccato, e sul peccatore, uopo è ben capirla. Chi sono i puniti?
Angeli, principi del Cielo, i Cortiggiani del Re dei Re; Creature le più
nobili, le più eccellenti in maestà, e bellezza, le più privilegiate. Possibile
che tanta nobiltà, tanta altezza non abbia potuto trattenere la mano vendi­
catrice di Dio, non abbia almen potuto ottenere qualche riguardo; niente
affatto. Ma castigati puniti col più orrendo castigo, che è l’inferno; e forse
qualcuno solamente, soltanto i più colpevoli, gli autori; alle volte la molti­
tudine di colpevoli lega la mano a chi li deve punire, arriva a sotterare il
delitto, e fa d’uopo che sia già questo ben grande per arrivare a decimarne
i delinquenti. Ma che decimazione che misure in questo caso; sian quanti
vogliono, il delitto agli occhi di Dio è tale che neppure uno va risparmiato,
e che delitto fu poi? per che cosa si condannarono tante migliaia d’An-
geli? Per un peccato solo, per il primo, che hanno commesso, per un pec­
cato di puro pensiero, per un peccato d’un instante: eppur bastò questa
colpa per spopolare il paradiso di sì belle creature, e convertite in altrettanti
mostri farne tanti carboni destinati ad ardere eternamente nell’inferno.
Dica adunque adesso chi avrà il coraggio che il peccato sia una burla, uno
scherzo, una bagatella da ridervi sopra.
Ma se fosse un uomo, che avesse fulminato questo castigo, potressimo
sospettare che ciò sia stato una prevenzione, una relazione esagerata, un
atto di primo sangue; ma in Dio chi mai Io può dire? chi avrà il coraggio
di sospettarlo? un Dio che è la stessa Giustizia, che è assolutamente impos­
sibile che punisca al di là del demerito, che anzi, essendo la stessa Miseri­
cordia, dice l’Angelico dottore, che castiga sempre al di sotto del merito;
un Dio che è Fistessa sapienza, e che nessuna sorta d’innavertenza, o di
precipitazione può arrivare

a turbarla; un Dio che è la stessa Santità, ed in cui non può aver luogo (2299) 3
né passione, né pregiudizio. Se dunque un Dio sì giusto, sì buono, sì santo,
sì sapiente, diede un colpo sì tremendo su quegli Spiriti sciagurati, chi
oserà, ripeto, negare, che grande, enorme che massima, che enorme abbia
ad essere agli occhi di Dio la malizia, la gravezza anche d’un sol peccato;
si renderà ancor più patente questa verità, se consideremo il punto in cui
furono puniti gli Angeli. Quand’è che furono puniti? In un tempo, in cui
non c’era ancor stato esempio, non s’era ancor fatta alcuna minaccia; non
avevano ancor veduto il mondo intero andar naufrago nelle aque per il
peccato, non sapevano di Sodoma abbruciata, ed incenerita per la colpa;
ma niente di questo li scusò; furono puniti, e puniti nel momento istesso

245
E sercizi S p iritu a li a l Clero - M e d ita zio n i

del peccato senza accordar loro un momento di tempo per ravvedersi;


oh quanti perdoni avrebbero chiesto, se un po di tempo fosse stato loro
accordato, quanti ringraziamenti, quante lodi avrebbero dato a Dio tante
migliaia di creature per tutta quanta l’eternità, se Dio avesse loro perdo­
nato; eppure no; niente valse a trattenere il braccio della divina Giustizia; è
questo un riflesso che deve far tremare, ed insieme cuoprire di confusione
ogni anima che vive. Peccarono gli Angeli; è vero, ma peccarono una volta
sola, di pensiero puramente, e senza precedente esempio, o minaccia come
vi diceva, che loro facesse aprire gli occhi, eppure furono castigati così tre­
mendamente sul momento istesso del loro delitto, e noi con tanti esempi
sotto gli occhi dell’ira di Dio, con tante minaccie alle orecchiè peccammo
chi sa in quante maniere: peccammo la prima, la seconda, la terza volta, e
Iddio ci perdonò; peccammo la quarta, la decima e chi. sa quante volte, e
Iddio ci perdonò egualmente: continuammo a peccare e Iddio ci continuò
a perdonare. Ma Signore, che cosa ho da dire, e d’onde tante deferenze e
perché tanta pazienza, tanta bontà; forse che il vostro cuore sia cangiato,
forse che il peccato non suoni più. così male alle vostre orecchie non paja
più così deforme ai vostri occhi. Ma nò, alza qui la voce il dottor S. Ber­
nardo, che anzi ricordati che il Dio di que’ tempi è anche il Dio de’ giorni
nostri; l’odio che ha giurato al peccato non si è scemato di un punto, e
sappi che quel Dio, che non la perdonò agli Angeli, nemmeno la perdo­
nerà a te, che sei putredine, e vermi; si superbientibus Angelis non peper-
cit Deus, quanto magis tibi putredo et vermis. Tanto più a noi Sacerdoti,
Signori miei, perché non vi è peccato che più s\avvicini a quello degli
Angeli, quanto il peccato nostro sia per la maggior ingratitudine, che in se
contiene, sia per la maggior cognizione con cui lo commettiamo, come ho
già detto altra volta; Iddio negli Angeli punì il peccato sul momento, ed
anche in noi non pare che possa soffrirlo lungo tempo; non voglio già dire
che abbia a spalancare

(2301) 4 subito l’inferno ogni qualvolta un Sacerdote arriva a peccare, lo farà


qualche volta non però sempre per sua misericordia, ma a Dio non man­
cano mezzi a mostrarsi sdegnato, ed a fare sentire la sua collera: due sono
specialmente i temporali castighi, che io trovo minacciati nelle Sacre carte
ai peccati de’ Sacerdoti, e sentiamolo per bocca di Malachia profeta; Nunc
ad vos o Sacerdotes, così il Signore, si nolueritis ponere super cor, idest
diligente^ et attente cogitare, come spiegano gli interpreti, a che cosa? ut

246
Giorno Secondo ~ M editazione Terza. * Sopra i castighi del peccato

detis gloriarti nomini mco, mittam in vos egestatem5. Signori miei, se da


più anni questo castigo si veda ne’ Sacerdoti, lo saprete voi più di me; e poi
chi può ignorare la maniera con cui si parla sulla roba del Clero, i modi
sfrontati, ed artificiosi con cui si cerca d’impoverirlo, si può dire che la roba
nostra conta tanti nemici, tanti invidiosi quasi quasi quanti sono i viventi:
mittam in vos egestatem: è minaccia antica, ed infallibile; non incolpiamo
la malizia de’ tempi, la rapacità di tanti lupi affamati; chi sa che negli alti
ed imperscrutabili Giudizi di Dio la primaria cagione non ne siano i pec­
cati nostri; chi sa che non siano le nostre colpe, che ne abbiano dato la
spinta, ed abbiano svegliato una sì rabbiosa fame. Ma non basta: Vos. con­
tinua il Signore ai Sacerdoti, vos recessistis de via, et scandalizastis pluri-
mos in lege6... epperciò io vi ho umiliati, io vi ho avviliti, vi ho fatto un
oggetto di burla, di disprezzo davanti i popoli: propter quod et ego dedi
vos contemptibiles, et humiles omnibus populis7.

Io, dice Dio, tengo solo conto dell’onore, e della gloria di colui, che (2 3 0 0 )
tiene conto della mia. Ouicumque glorificaverit me. glorificabo eum:
qui autem contemnunt me, erunt ignobiles8. Terribile minaccia, ma pur
troppo avverata ai nostri tempi.

Che è divenuto il Sacerdozio agli occhi di tanti se non un oggetto di Ì23!)i) 4


scherzo, di sarcasmi, di fanatismo; si stima quasi più il buffone di casa, che
il Sacerdote. Ci lamentiamo Siamo soliti lamentarci che il nostro grado,
il nostro stato è avvilito; in quel luogo, in quel paese non ci si usa più il
rispetto, che si deve, la nostra qualità non è più stimata, non si fa più conto
delle nostre parole, si conta per niente il nostro posto, anzi sfacciatamente
si sparla di noi, si mormora, si prendono impegni dal più vile del popolo
senza alcuna sorta di riguardo, come fossimo uno di loro, pare che non
conoscano più deferenza: recessistis de via... propter quod dedi vos con-
temptibiles... omnibus populis; la nostra condotta, Signori miei, non devia
in niente da quella retta strada, che deve battere, il nostro vivere, il nostro
parlare, il nostro conversare non ha dato scandalo ad alcuno: se così è
lamentiamoci che abbiamo ragione, è un vero torto, è una vera ingiuria,
che ci fanno, ed il Signore saprà un dì fare bene le nostre difese, vendicare

5 M al 2,1-2.
6 M al 2,8.
7 M al 2,9. L’originale qui rimanda a due righe della pagina a fronte.
8 1 Sam 2,30.

247

V
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

lui stesso il nostro onore, la nostra dignità; del resto invece d’incolpar
Iddio, dark tutta addosso agli altri, diamola invece a noi, perché noi, sì
noi ne siam la cagione, noi siamo il vitupero del nostro stato coi nostri
peccati9;

(2300) il flagello di noi stessi, non solo, ma ancora il flagello degli altri, poiché
siccome se i Sacerdoti sono buoni, per loro riguardo benedice, e prospera
Iddio il resto del popolo, come si legge nel 2° libro de’ Macabei, dove si
dice che tutta la Santa città viveva in somma tranquillità, e pace propter
Oniae pontificis pietatem10. Così se i Sacerdoti mancano Iddio si tiene tal­
mente offeso, che non si contenta di castigarli soli, ma non la perdona ne’
a persone, né a luoghi i più sacrosanti. Così dice S. Bonaventura parlando
dello sterminio di Gerusalemme, ove sostiene che la massima' parte in una
tale distruzione l’ebbero i peccati de5Sacerdoti; maxima causa destructio-
nis fuit peccatum sacerdotum. Lo stesso dice S. Prospero, che talmente
s’adira l’Altissimo per i peccati de’ Sacerdoti, che non solo non la perdona
alle città, ed ai popoli, ma né anche alla sua medesima casa, ed alle cose
sue permettendo che siano profanate le chiese, rubati i vasi sacri, calpe­
stati e derisi i sacri Riti, i Sacramenti: sic enim Deus irascitur peccantibus
Sacerdotibus. ut etiam sacratis locis suis. vasisque non parcat. (Réel. Ritir.
de Ruggiero p. 106). O Signore, chi sa che tanti mali, che opprimono al
giorno d’oggi i popoli, non sieno pei peccati miei, pei peccati di altri miei
pari Sacerdoti. Chi sa che tanti innocenti non portino la pena per me,
e piangano per colpa mia! Chi sa che castighi più tremendi ancora non
stiano per piombare per colpa di noi Sacerdoti. Povero paese, dirò sempre,
povera famiglia, a cui il Signore abbia dato il più terribile de’ castighi, cioè
un Sacerdote non buono: chi sa quanta collera di Dio radunerà colle sue
colpe sulla testa di tanti poveri infelici. Ma almeno tanti temporali castighi
ci servissero

(2303) 5 a scansar gli eterni; ma sarà Iddio contento di questo solo per un pec­
cato del Sacerdote; gli userà poi misericordia; gli accorderà il perdono: sen­
tite la spaventosa sentenza di Ugone Cardinale: dice questo, dotto Autore,
che tra la pena de’ peccati, che commettono i secolari, e quella de’ peccati

5 Qui il Cafasso inserisce un lungo testo scritto nella pagina a fronte.


w 2 Mac 3,1.

248
Giorno Secondo - M editazione Terza ~ Sopra i castighi del peccato

che commettono i Sacerdoti, vi è la stessa differenza, che tra il peccato di


Adamo, il quale fù perdonato, ed il peccato degli Angeli, che non merita
perdono: Adam peccavit in terra, et veniam consequutus est: Lucifer in
Coelo, et diabolus factus est: sic differunt peccata laicorum, et Clericorum:
dunque non vi sarà speranza di perdono per un Sacerdote peccatore? Io
non dico questo, anzi dico francamente che vi sarà perdono, se vi sarà
pentimento; ma vi sarà poi questo pentimento? si pentirà poi veramente,
e sinceramente un Sacerdote? E perché no? io lo voglio sperare; ma udite
quello, che dice il Dottor massimo S. Gerolamo: n u l l a certe in mundo tam
crudelis bestia, badate che non è mio il termine, quam malus sacerdos.
nam corrigi se non patitur11; e S. Giovanni Crisostomo: Laici delinquentes
facile emendantur: clerici, si mali fuerint, inemendabiles sunt.

S. Alfonso. Selva degli esercizi p. 43. (2302)


So che S. Gerolamo, e S. Gio Crisostomo fanno spavento su questo
punto: Laici etc. Ma ciò non ostante fratelli miei non perdiamoci d’animo:
la voce di questo Dio che ci chiamò dalle nostre case su questo monte ci
dice e ci assicura che ci vuol perdonare, sol che alziamo un sospiro, un
gemito di dolore; e sarà possibile che in questi giorni, ed in questo luogo
isolati dal mondo occupati di cose sante, colla meditazione di tante mas­
sime questo cuore non dia un segno, una voce di dolore. Ah Signore, voi
siete testimonio del mio interno, Voi mi siete presente in quella camera
ai vostri piedi, Voi dunque sapete il linguaggio di questo mio cuore, Voi
sentite i gemiti d’avervi offeso; ah quante volte vi ho già detto, e quante
altre volte spero ancor di dirvi che mi rincresce, mi ferisce, e mi cruccia la
memoria di avervi offeso. Ogni respiro che darà metterà questo cuore, ogni
occhiata sguardo che i miei occhi getteranno sulla vostra croce intendo
che sia una voce che vi chiami perdono. Fratelli miei, sia questa la vita, il
linguaggio del nostro cuore in questi giorni. Abbiamo peccato, ed il pec­
cato va pianto: o piangerlo presentemente, o che lo piangeremo al letto di
morte, o che lo dovremo piangere airinferno, ma badiamo alla differenza
di queste lacrime, e di questo pianto. Il pianto di questi giorni ci consola
e solleva, il pianto della morte sarà di amarezza, di dolore e di affanno, il
pianto dell5altro mondo sarà inutile e da disperato: ognuno scelga il pianto
che vuole, ed io passo ad un altro peccato e ad altri castighi.

11 S. G ir o l a m o , Epistola ad Damas, c ita to d a S. A l f o n s o M a r ia d e ’ L i g u o r i , Selva di


materie predicabili ed istruttive per dare gli esercizi ai preti, cit., p. 3 0 .

249
Esercizi Spirituali al Clero ■- Meditazioni

(2303) 5 Prescindo da altre simili sentenze di altri padri, date voi a queste due la
spiegazione, che vi piace, ed io passo ad altro peccato, e ad altro castigo.
Il secondo peccato, che si vidde al mondo fu quello di Adamo, e non
meno terribile fu il castigo, che per la seconda volta scaricò la divina Giu­
stizia. Aveva Iddio collocati Adamo, ed Èva là nel paradiso terrestre, che
vale a dire, come si esprime la Scrittura Santa, in un luogo di piacere, e
di delizie, in paradiso voluptatis12. ed una sola leg(g)e positiva aveva loro
dato, qual’era di non stendere la mano alla pianta detta della sciènza del
bene, e del male, e mangiar de’ suoi frutti: de ligno scientiae boni et mali
ne comedas13: disubbidirono gli infelici sulla speranza di divenire altri dei:
eritis sicut dii scientes bonum, et malum14. Figuriamoci, Signori miei,
col nostro pensiero di trovarci là presenti in quel momento fatale, in cui
rovinò Adamo con tutto il genere umano. Appena consumato il delitto
si fé’ tosto sentire la voce di Dio nel paradiso, ed all’udir questa voce
pieni, e quasi secchi di paura si vanno a nascondere: cum audissent vocem
Domini... abscondit se Adam, et uxor eius13. Adamo, alza la voce Iddio,
dove sei? Adam ubi es? sforzato da un tale comando, si scuopre Adamo,
e tutto palpitante si presenta al Signore: io m’immagino che avrà tremato
da capo a pie’, colla faccia tutta stravolta e contrafatta per lo spavento, il
cuore le si batteva si forte che quasi quasi stentava a profferir parola. In tal
attegiamento Iddio per aumentargli la sua confusione, e vergogna si fa a
deriderlo con dirgli: Ecco che Adamo adesso è divenuto quasi uno di noi:
ecce Adam quasi unus ex nobis factus est sciens bonum. et malum16. Ma
lasciate quindi le burle, e le beffe Oh! povero Adamo: il bel dio che sei
divenuto.

(2304) 6 Ma dovè quella pace di prima, quella tranquillità, quella contentezza,


quell’allegria che spirava sulla tua faccia; oh! i bei giorni, che eran quelli:
che bel vivere! Ma è entrato il peccato, e già ogni cosa è disordine, è impos­
sibile ancor aver contento, e pace: guardate, fratelli miei, come è menzo­
gnero il demonio, la prima cosa che promette, che ci mette in vista per ade­
scarci, si è la pace, il contentamento, la contentezza, pare che se facciamo

12 Gn 2,15-
13 Gn 2,17.
14 Gn 3,5.
15 Gn 3,8.
16 Gn 3,22.

250
Giorno Secondo - M editazione Terza ^ Sopra i castighi del peccato

la tal cosa, se arriviamo alla tal altra, toccheremo il colmo della felicità,
saremo i più felici, i più contenti del mondo; prova e poi vedrai: la prima
cosa a perdersi sarà appunto la tranquillità, la pace, come appunto capitò
a que’ miseri: ma non bastò, che anzi questo non fu che il preludio di
quella catastrofe di mali, che s’aprì col loro peccato: lasciate adunque da
parte Iddio le burle, le derisioni, e maledetto il serpente, e minacciata Èva
di grandi mali, e dolori, si volge infine ad Adamo: e tu, o Adamo, si fe a
dirgli, tu che hai ascoltato la voce della tua compagna più che la mia, tu,
che hai mangiato del frutto vietato, sappi adunque che d’or in avanti sarà
tutta quanta la terra maledetta in ogni tua azione: maledicta terra in opere
tuo... spinas et tribulos germinabit ti hi17, il pane che ti ha da nutrire deve
esser bagnato del sudore di tua fronte, finché? donec revertaris in terram.,
de qua sumptus es: quia pulvis es, et in pulverem reverteris18. Quindi lo
scacciò di quel luogo per entrarvi mai più: eh! quanti sospiri, signori miei,
quante lacrime avran messo que’ due disgraziati a lasciare quel paradiso di
piaceri, quante volte avran maledetto quel momento fatale, in cui disub­
bidirono a Dio: ma niente valse a conservare ancor loro un luogo anche
piccolo in quella terra di delizie, furono sul momento cacciati, e posto un
cherubino alla porta per proibirne a tutti e per sempre l’entrata: sudò e
faticò il povero Adamo per novecento anni, pianse, e sospirò mai sempre
tra suoi stenti sopra la gran perdita, che aveva fatto, furono i suoi giorni
accompagnati dalle più grandi amarezze, quali furono per le prime la bar-
bara uccisione d’un figlio diletto, e la divina maledizione colla dispera­
zione d’un altro vagabondo fuggitivo per il mondo, finalmente chiuse i
suoi amari giorni colla cenere, colla tomba che Iddio gli aveva minacciati:
pareva già lunga, già grande una tal penitenza, eppure novecento anni di
stenti, di gemiti, e di lacrime non bastarono per pena d’un sol peccato:
sono vicini i sei mille anni da che si piange, eppur non basta; si conti­
nuerà a piangere fino alla fine de’ secoli, non basterà ancora; vi sarà ancor
da piangere per tutta quanta l’eternità; o peccato maledetto! esecrando
mostro! se entra in una ragionevole creatura da Angelo la converte in
demonio, se si lascia penetrare in qualche sito

d i u n p a ra d is o n e fa u n ric e tta c o lo d i p ia n to , d i g u a i, d i m iserie: (2305)7


d o v re m o d u n q u e , d ire c h e sia u n a b a g a tella, u n a d e b o le z z a p re sto p e rd o -
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

nata un peccato, che empie di mali l’universo, che condannò alla morte
tante migliaia di vittime, che avrebbe seppellito nelITnferno il mondo
intero, se la misericordia d’un Dio non vi avesse posto riparo. Sarebbe
da farsi con costoro, come si dice che abbi fatto un Sovrano, che per
allontanare da un suo figlio un progetto di guerra, per cui era impegnato,
fece stendere un gran quadro, che potesse contenere tutti'gli orrori d’una
guerra, un mare di sangue, un macello di vittime, saccheggi, incendi, e
via con tutto quello che vi siegue, e poi lo fece porre sottocchio al figlio
con questo motto: fructus belli. Così io dico, si dovrebbe fare con chi osa
scherzare, e ridere sul peccato quasi niente più che un giuoco, sarebbe il
caso di stendere un quadro di tutte le calamità, e miserie, che da sessanta
secoli in circa, fanno piangere la povera generazione di Adamo, che orrori,
che scene saremo costretti a vedervi! Ed a chi ite cercasse l’origine, l’in­
fausta cagione, la pestifera radice di tanti mali, rispondiamo francamente,
tutto è conseguenza, tutto è frutto del peccato: ma io non mi metto in
questo impegno, solo io y invito a venir meco in certi luoghi, dove par
che questo mostro abbia fissato in special modo il suo teatro: entriamo
in un Cimitero; oh Dio! quante ossa ammucchiate, quante tombe, quanti
cadaveri, quante persone un giorno sane, giovani, robuste, ed ora non più
che cenere, e polvere; e chi mai fece tanta strage? chi troncò tante vite? Il
peccato, mettiamovi pur sopra: fructus peccati! Andiamo in una prigione;
chi racchiuse tra que’ ferri, come altrettante bestie, que’ poveri disgraziati;
il peccato fructus peccati. Portiamoci in un Ospedale, chi inchiodò in
quei letti tanta gente? chi le aperse tante piaghe? il peccato: fructus pec­
cati. Andiamo di famiglia in famiglia, e dappertuto troviamo guai, miserie,
crucci, e guerre; chi empiè le case di tanti malanni? chi introdusse tante
discordie: il peccato; fructus peccati. Tanto è vero che dove entra il pec­
cato, vi entra insieme ogni sorta di miserie; miseros facit populos pecca­
timi19, è registrato nelle sacre carte, e non può fallire; ed è questa la vera
cagione, per cui tante volte arrivano le disgrazie nelle famiglie, i negozi van
male, tutto va al rovescio, le malattie una nell’altra, morti inaspettate, ed
immature, crucci d’ogni sorta, e perché? Si dirà dà la colpa or a questo, or
a quello, s’incolpa la nostra buona fede, la nostra inavvertenza, alle volte
si arriva a mormorare fino contro Dio, di troppo duro, di parziale, ah via
si finisca un si empio parlare. E perché andar cercar tant’altro, e tant’oltre,
quando la funesta cagione si può dire che è di famiglia; vi è il peccato

19Pr 14,34.

252
Giorno Secondo -■M editazione Terza ~ Sopra i castighi del peccato

in casa, quell3odio, quelle risse continue, quella roba, que’ cattivi discorsi,
quella pratica, quell’abito,

que’ libri pestiferi: ecco la vera causa, ecco il Vulcano, da cui sgorgano (2306) 8
tanti mali; finché in famiglia vi sarà questo mostro, finché non vi sarà in
casa il timor di Dio, non crediamoci che abbiano andar meglio le cose,
chè anzi vi è a temere che vadino di male in peggio, poiché sta scritto
che: justitia elevat gente in, miseros facit populos peccatum20. Ma non si
vedono, qualcuno può dire, famiglie irreligiose, persone date ad ogni vizio,
pure trionfare ogni giorno più, toccar quasi il colmo della fortuna, e passar
i suoi giorni allegri, ed in mezzo ad ogni sorta di contentezze, e prosperità.
Non ci faccia specie, Signori miei, un tale spettacolo, poiché non è nuovo;
Davidde ci lasciò scritto d’aver veduto ai suoi giorni l’émpio onorato, ed
elevato tant’alto da pareggiare co’ cedri del Libano: vidi impium superexal-
tatum, et elevatum sicut cedros Libani21. Ma attenti a quello che soggiu-
gne; io l’oltrepassai appena, e mi rivoltai per mirarlo, e più non lo viddi,
e già era sparito: et tramivi, et ecce non erat22: cercai in allora almen
il luogo, ove posava, ma invano, poiché si potè nemmen più trovarne
vestigio alcuno: quaesivi euin, et non est inventus locus ejus23. Tremende
parole, che mentre dovrebbero empiere di spavento ogni empio, tutto pec­
catore prosperato, servono a disingannare tanti insensati, che dall’appa­
rente, e transitoria fortuna di questi tali, si dànno a credere poi che il pec­
cato non sia tutto quel male, che si dice, mentre anche col peccato indosso
si può andar avanti, e far fortuna; ma quello che vidde il buon Davidde,
e ci volle lasciar scritto a nostro disinganno, ed instruzione, lo possiamo
veder ancor noi; chi può negare questi colpi della divina giustizia anche ai
nostri di; persone, famiglie intiere che oggi anche nel peccato trionfano,
lampeggiano per la gloria, ma sono fulmini che scoppiano per andarsi a
perdere e nascondere dopo un breve lampo in un pozzo, sotto terra: un
colpo avverso di fortuna aU’improviso li getta a terra, ed alle volte morti
immature li manda sotterra di modo ché di lì a poco si sa nemmen più
il nome, che portassero, ed il luogo che tenessero: transivi, et ecce non
erat; quaesivi eum, et non est inventus locus eius: e poi quand’anche avesse
a durare un po’ di tempo la loro gloria, sovvengavi, dice S. Ambrogio

20 Pr 14,34.
21 Sai 36,35.
22 Sai 36,36.
23 Sai 36,36.

253
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

delle vittime destinate al macello, si lasciano in riposo, sono nutrite a cibo


scielto fino alla nausea; ma che vale? nessuno invidia la loro sorte, anzi
in mezzo a tutti questi buoni trattamenti sono degne della maggior com-
passione, e perché? perché il macello le aspetta: questo è il misero stato
di peccatori prosperati, camminano per una strada, se volete coronata di
rose, segnata di fiori, ma che vale? se una tale strada va a por fine, va a
terminar al macello: ducunt in bonis dies suos. et in peccato ad inferna
descendunt24; e non può essere altrimenti, perché egli è scritto che la rac­
colta sarà secondo la semenza gettata: Quae seminaverit homo, haec et
metet25.
Alle volte si raccoglie nel punto istesso,

(2308) 9 che si semina, ma per lo più. la riccolta non si fa subito, anzi accade
che la zi/ania cresce tant’alta, e rigogliosa, che pare voglia sopprimere il
buon grano: ma non temete, non tarderà a spuntare quel giorno desti­
nato a strapparla, e farne altrettanti fasci per gettare nelle fiamme. Ma non
diamoci a credere che la giustizia di Dio voglia tacere sino allora, se non
altro si farà sentire con divorare, e tormentare il cuore del peccatore; ah!
se potessimo entrarvi dentro, quante spine, quante torture, quanti rimorsi
troveressimo sotto queH’ailegria apparente, sotto quelle rise bugiarde: essi
sono tanti che fecero credere a taluni non esservi altro castigo per il peccato
che si fatti rimorsi, perché a giudizio loro già sufficienti; error grande, dice
Agostino, ma che spiega un gran vero, cioè a dire mostra fino a qual punto
debba giungere l’infelicità di si fatte persone: e poi che dubitarne ancora
quando l’ha protestato il Signoresche non vi sarà pace per gli empii: non
est, non est pax impiis26.

(2309) Sì, continua a dire il Signore, le vie de’ peccatori non sono segnate che
di dolori, di tempeste, d’ infortunii, e ben lungi dall’aver pace, che non ne
sapranno nemmen il nome e dove ella stia. Contritio et infelicitas in viis
eorum. et viam pacis non cognoverunt27.

24 Gb 21,13.
35 Gal 6,8.
16 Is 48,22. Con un segno il Cafasso intende inserire qui alcune righe scritte nel verso della
pagina: fatto insolito, perché in genere l'autore scrive i brani aggiuntivi nella pagina a fronte,
ma il senso del discorso sembra esìgere di fare così.
27 Sai 13,3.

254
Giorno Secondo ~ M editazione Terza ~ Sopra i castighi del peccato

Tutti i divertimenti sono amari, non si trova più quiete ne’ giorno, né (2308)
notte, fino il cibo divien insipido sulle labbra del peccatore, ogni movere di
foglia, per cosi dire, par un assassino che insidi! alla vita, ogni parola, anzi il
solo pensiero di morte, d’inferno diviene un fulmine, e quante confessioni
di questa sorta il pentimento ha strappato, e strappa ogni di dalla bocca di
tanti infelici, che dopo d’aver sfiorato in vita loro ogni piacere, stesi poi sul
letto di morte lo dicono, lo confessano di non aver mai avuto un giorno,
anzi un’ora sola di vera pace, e quiete; e se questo è per tutti, lq è molto più
per noi Sacerdoti, se mai abbiamo la disgrazia di mancare; primo perché
il peccato nostro è più grande, più malizioso, più enorme, onde alza più
alto la voce. Secondo perché il secolare guarda di schivare in tale stato tutto
ciò che può rammentargli il suo delitto. Che al contrario il Sacerdote deve
sempre avere alle mani, e sott’occhio una cosa o l’altra che gli ricorda il
suo fallo quand’anche se ne volesse dimenticare, l’Altare, il Confessionale,
il pulpito, le sue stesse vestimenta, persino il Breviario, che è obbligato a
dar mano più volte al giorno par che mettano voce, e tutto sembra fatto a
posta per rimproverargli il suo peccato28;

solamente il Breviario par a me che debba essere per un Sacerdote in (2307)


peccato uno spinajo il più terribile; e per capirlo fermiamoci un po’ tra
noi a considerare,..a pesare, se ci sarà possibile, la serie de’ contrasti, de’
crepacuori, e degli affanni e spaventi che la recita sola del divino ufficio
deve svegliare nella mente, e nel cuore d’un Sacerdote peccatore. E primie­
ramente non sarà contrasto continuo per lui, epperciò un rimorso, ed un
rimprovero per lui ben amaro, quel dover protestare così frequentemente
colle labbra al Signore l’odio che ha alla colpa, la protesta di non voler
declinare dalla sua legge, mentre sa, e lo sa ben di certo, che porta con
lui la reità, e non sa determinarsi risolutamente di lasciarla: iniquitatem
odio habui. et abominatus sum. luravi. et statui custodire iudicia iustitiae
tuac, ab omni via mala prohibui pedes meos29. Ah! mentitore che sei, mi
pare che gridi una voce dentro a quel cuore, hai coraggio di mentire così
sfacciatamente col Signore, tu odii la colpa, tu hai fermo in cuore di non
commetterla; tu fuggi ogni via cattiva ? mentitore ripeto, non è vero, e lo sa
Iddio; ma lo sai anche tu, il contrasto, la ripugnanza, il ribrezzo che provi
al pronunziarlo, al dirlo, sono un argomento, anzi prova evidente della tua

28 A questo punto del testo un segno avverte che qui va inserito il lungo testo della pagina
a fronte e di metà dì quella successiva.
25 S a li 18,163 - Sal 118,106 - Sal 118,101.

255
Esercìzi Spirituali al Clero - Meditazioni

bugia, e la potrà dire, e ripetere tante volte il Sacerdote senza sentirsi al


cuore un rimorso il più crudele.
Ma non bastano sì fatti contrasti anche fieri e tormentosi, dovrà di più
il Sacerdote peccatore sostenere, trangoggiare infiniti crepacuori; quante
volte ne" Salmi s’incontra a suo dispetto in quelle carezze, in quelle dolci
promesse, che lo Spirito Santo fa sentire alle orecchie, ed al cuore delle
anime giuste. Beatus vir, qui timet Dominum30 con quello, che segue di
quel salmo capace di allargare, e consolare qualunque anima buona. lusti
haereditabunt terram. et inhabitabunt in saeculum saeculi 363!. Ouam
magna multitudo dulcedinis tuae timentibus te. 3032 Pax multa diligenti-
bus legem tuam33. Ma che vale? questa pace non è per lui, si fatte dolcezze
non sa che siano: che crepacuore dover dir pace, ripeter pace, riandare ad
uno ad uno i beni, le consolazioni, le gioje deU’uom giusto per non altro
se non per provarne più amara la privazione: pace sulle labbra, angustia ed
affanni nel cuore, promesse beatitudini di terra, e pel Cielo, ed invece per
lui timori e spavento orribile d’ ogni genere. E qui fratelli miei, è dove io
trovo per il Sacerdote peccatore una sorgente d’ affanni,

(2309) di terrore il più spaventoso: egli è ne’ Salmi delle ore canoniche che
trova quelle terribili sentenze da far agghiacciare ogni peccatore: vultus
Domini super facientes mala, ut perdat de terra memoriam eorum. Psalm.
3834. Injusti punientur. et semen impiorum peribit - 36 - reliquiae impio-
rum interibunt. 3635. Si possono dare minaccie più forti, più vibrate, più
spaventose, quando il Signore si protesta di non volerla nemmen perdo­
nare ad una menoma particella d’un peccatore: reliquiae impiorum inte­
ribunt. Ma il più terribile, non l’abbiamo ancor detto: Virum injustum
mala capiunt in interitu - 13936. Mors peccatoruin pessima - 3337. Ecco il
termine, il tragico fine del peccatore: mala capient in interitu - mors pec-
catorum pessima. Ditemi, adesso, se un Sacerdote col peccato sulFaninia,
tanto più se fosse già recidivo, ed invecchiato, se possa, dissi, pronunziare,

30 Sai 111,1.
31 Sai 36,29. Il Cafasso nello scrivere sbaglia il dittongo: hereditatmnt è la lezione giusta.
32 Sai 30,19.
33 Sai 118,165.
■^ Sai 33,17.
35 Sai 36,28.
36 Sai 139,12.
37 Sai 33,21. .

256
Giorno Secondo " M editazione Terza " Sopra i castighi del peccato

ripetere si terribili minaccie, senza sentirsi ad abbrividire: sono troppo


chiare, non occorre cercare interpreti per intenderle; non può saltarle, le
deve dire, le deve per così dire tra denti masticare per inghiottirne tutto
Tamaro, ed a me pare che mentre le pronuncia, è impossibile che taccia il
cuore, e come già un Natan la coscienza gridi tu es ille vir38: a te, sì per te
sono scritte, sono imminenti si fatti mali.

Oh povero cuore! oh infelice Sacerdote! oh stato deplorabile! Dio voglia (2308)


che nessuno di noi l’abbia provato, o quel che è peggio, l’abbia ancora a
provare. Deh! se mai avessi a parlare con uno di questi disgraziati vorrei
farmi a dire: se non ti cale l’offesa che fai a Dio peccando, se non ti muove
l’avvilimento, la bassezza in cui sprofondi colla tua colpa, deh! almeno ti
tocchi l’abisso de’ mali, che ti attiri sul capo, la rovina che ti prepari co5
tuoi peccati: e che dovrò ancor dirti se un tal riflesso stenta a farti decidere?
e che più miserabile di te, dice Agostino, che non sai aver conpassione di
te stesso: Quid miserius misero non miserante seipsum39. Signori miei, io
finisco di parlare sul peccato qundJanche, e finisco col dirvi che non vorrei
che il peccato dopo aver fatto

la nostra rovina temporale, avesse poi ancora ad essere la nostra rovina (2310) io
eterna; e non lo sarà sicuro se in questi santi giorni procureremo di cac­
ciarlo, anzi di stirparlo fin dalle radici dal nostro cuore, di concepire verso
questo mostro un odio, un abominio tale che non abbia più speranza di
potervi entrare. Ma non basta in noi Sacerdoti tener pulito il nostro cuore
dal peccato, dobbiamo per ragione del nostro stato, del nostro ministero
inseguirlo negli altri, siamo posti sulla terra per questo, siamo per dilatare
il regno della gloria di Dio, e sterminar quello del peccato, impegniamoci
adunque in questa santa guerra, ed a cacciarlo non solo da noi, ma dal
paese, dal luogo in cui siamo, dalla nostra casa, da tutte quelle anime che
Iddio manderà ai nostri piedi; ci vorrà fatica, ci vorrà tempo, ci vorrà
pazienza; niente importa, purché si distrugga il peccato. S. Ignazio soleva
dire che avrebbe lavorato volentieri in tutto il tempo della sua vita per
impedire un peccato solo, perché sapeva quanto danno arrechi ad un
anima un sol peccato, e quanta gloria tolga a Dio; ad esempio di questo
gran Santo usiamo anche noi quanto abbiam di forza per impedirlo: dal

38 2 Sam 12,7.
39 S. A g o s t in o , Confess., PL 32, c. 670.

257
E sercizi S p iritu a li a l Clero -- M e d ita zio n i

pulpito, dal Confessionale, in pubblico, in privato gridiamo, minacciamo


contro il peccato: e quando ncm ci sia chiusa ogni strada per impedirlo,
oppure sieno inutili i nostri sforzi, allora è tempo di prostrarsi ai piedi di
questo primo, e gran Sacerdote, gemere, sospirare su quel male, che non
possiamo impedire, supplicarlo a darci ajuto, a stenderci la mano, e a darci
vinto quel nemico, che si osa burlar delle nostre fatiche; oh noi felici se
tal sarà in avvenire il nostro impegno: distruggendo così il peccato, e coo­
perando a dilatare così il regno della grazia, e della gloria di Dio, avremo
poi tutto il diritto a quella corona di gloria, che questo Dio istesso tiene
riservata per coloro, che avranno zelato l’onor, la gloria sua: Quicumque
glorificaverit me, glorifìcabo eum. 1 Reg. II40.
Cerchiamo la gloria di Dio nel tempo, e questa gloria istessa sarà la
nostra nella grande per tutta quanta l’eternità.
Die 31 Augusti 1842.
Laus Deo, et B. V. M.
Giorno Secondo (1962)

Meditazione Prima
Sopra il peccato di un sacerdote

Meditazione prima. Sopra il peccato Mortale. (1964) 1

Orazione

Mio Dio mi presento a Voi, umiliato, e confuso. Io so, lo confesso vi ho


offeso Signore, la coscienza me lo dice, un giorno ho peccato contro di voi.
Io spero che la vostra misericordia che mi Ah! Signore che mi sopportaste
sì lungamente peccatore, continuerà a soffrile deh soffritemi ora che vengo
a voi penitente a vostri piedi Sono qua a vostri piedi, ah mio Dio, a chia=

almen conoscere in questo giorno che è, che cosa sia il peccato d’un mio
pari, d’un Sacerdote. Fate che io intenda una volta che cosa voglia dire
un Eclesiástico peccatore. Vergine Madre e Rifugio de’ Sacerdoti peccatori
Voi che mai aveste ombra di peccato ricordatevi, e pregate per me. Angelo
nostro Custode, Angeli e Santi tutti del Cielo, e Voi specialmente che foste
anche un di peccatori intercedete per noi.

Esordio1

Io sono fatto pel Cielo, là sta la mia meta, ed il mio ultimo fine. Però se (1963)

* (fald. 45 /fase. 93; nell’originale 1962-1980)


1 11 testo incomincia con un rimando alla pagina a fronte in parte barrato.

259
E sercizi S p iritu a li a l Clero - M e d ita z io n i

(1964) l Un Sacerdote può esser salvo se vuole, ma può andar perduto, quando
se ne viva indolente, e trascurato. Noi siamtnal mondo, ma ntrrr ci siamo

quasi infinito di gente e di Sacerdoti già ci precedette nel cammino, già


fece la sua comparsa su questa terra, e se ne partì. Una gran parte, come
spero, arrivò al suo fine, e si salvò; un’altra parte purtroppo l’ha sbagliata,
si perde, e vi arriverà mai più. Qual ne fù la causa, quale il motivo? Ecco il
punto interessante per noi. Un tale che entri in un affare, o per una strada,
in cui sappia che altri avanti di lui parte già rovinarono, parte riuscirono, fa
quanto può onde arrivare a conoscere l’origine di sì differenti effetti. Cote-
sta appunto e non altra è la nostra posizione sulla terra: siamo in viaggio,
e per istrada, ma sappiamo che migliaia di gente, ed una quantità grande
anche di Eclesiastici la batterono avanti di noi; gli uni finirono bene, altri
rovinarono: pendente questo viaggio ci fu affidato un affare, un negozio
grande a trattare, e quanti vissero prima di noi lo trattarono egualmente;
chi n’ebbe buona riuscita, e chi nò: che cosa sarà di noi, Eclesiastici fratelli

stiamo aspettando l’esito finale, la prudenza vuole di cercare, di esaminare


ben bene, quai sieno i scogli, gli intoppi, le cause, per cui possiamo rovi­
nare, come hanno già rovinato tanti altri. Non crediamo che sieno tante né
tali, quali il mondo crede. Chi manca, e rovina, d’ordinario si fa a pensare,
almeno si sforza esser caduto quasi costretto, chi dalle miserie, chi per la
tentazione, chi pel temperamento, chi per le dicerie, per le persecuzioni del
mondo: ma ntm Nò fratelli miei, non sono questi i scogli, i pericoli, che
dobbiamo temere, le cause della nostra eterna rovina, e ne sia la prova tutta
quella gente, che già vi regna lassù; là vi è un Lazaro mendico, un Paolo
bersagliato dalle più moleste tentazioni, un Elia, un Pietro, un Gerolamo
con temperamento di fuoco: là vi è un Giacobbe di cui non so chi abbia
avuta una vita, più travagliata, e laboriosa, e con questi se ne trovano chi sa
quanti altri, che vissero ne’ stessi cimenti. Vuol dire adunque che un Ecle­
siástico anche povero, e nelle strettezze, un Eclesiástico soggetto a lorde
tentazioni, un Eclesiástico vivace, e pronto, un Eclesiástico umiliato, per­
seguitato potrà salvarsi? e chi ne dubita di noi: Una sola come il sapete,
può esser la causa della nostra rovina, ed è il peccato: quel solo, quel-

260
Giorno Secondo M editazione P rim a ~ Sopra il peccato d ì un sacerdote

l’u n ic o , q u e l v e ro m a le d e l m o n d o : u n u m b o n u m D e u s, u n u m m a lu m
p e c c a tu m 2,

q u e i m a le che n e s s u n u o m o d e l m o n d o p u ò a rriv a r a c o m p re n d e re , q u e l U963)


m a le c h e n e s su n a lin g u a p o tr à m a i e sp rim e re , q u e l m a le c h e n e ssu n b e n e
d a lla te rra m o n d o p u ò g iu n g e re a c o m p e n s a re .

A h! p e c c a to m a le d e tto 3, (1964) 1

io lo rip e te re i c e n to v o lte , a h m a le d e tto p e c c a to , e c h i sa q u a n ti p re c i- (1963)

pltt' .
f-,'

Q u a n te -p erso n e q u a n ti E clesiastici h a già m a n d a to in ro v in a : d e sti- (1964) 1


n ia m o q u e s ta se c o n d a g io rn a ta d e l n o s tro ritiro p e r m e d ita rlo , p e r p ia n ­
g erlo , p e r d e te sta rlo . U n n u m e r o sen za n u m e r o m e d ita , e p ia n g e il p e c ca to .
N o n p a rlo d i q u e lla tu r b a d i p e r d u ti c h e p ia n g o n o n e ll’a lt ro m o n d o e te r­
n ità . I n q u e s to m o n d o n o n c’è casa ove n o n si m e d iti, e si g e m a sul p e c c a to
c o n q u e s ta

d iffe re n z a c h e c h i Io p ia n g e p e r p e n tim e n to , c h i lo p ia n g e p e r d isp e ra - (1966) 2


z io n e n e ’ ca stig h i. Io vi c h ia m o a d u n q u e fra te lli m ie i a m e d ita re c o n m e in
q u e s to g io rn o la p iù te rrib ile , la p iù fatale d e lle c a d u te , q u a l’è q u e lla di u n
E clesiástico in p e c c a to : a tre p u n t i, io r id u r r ò la p re se n te m e d ita z io n e , c io è

il p e c c a to d el S a c e rd o te è g ra n d e , è s o m m o , il m a ssim o d e ’ m a li p r im ie - (1965)
à o è 1. p e r l ’in g ra titu d in e , e p e rfid ia c h e co n -

2 Con una nota l'originale rimanda alla pagina a fronte.


3 II testo rimanda alla, pagina a fronte.
4 II testo barrato continua: Debbo però ricordarmi che egli è questo un affare tutto mio,
e che nessun altro vi pensa per me. Che mi fu affidato per una volta sola, e che perciò
andato a male non si ripara più in fine. Infine poi mi fu limitato, determinato il tempo per
ben riuscirlo, e che passato non ritorna più: fu questo il soggetto, il termine dell'ultima
nostra meditazione.
5 Con una nota l ’originale rimanda alla pagina a fronte.

261
Esercizi Spirituali al Clero ^ Meditazioni

tiene verso ii Signore Dro6, ma felice 2. per lo spoglio sfregio fatale clic fa
d d arreca al misero Sacerdote, come l’abisso de’ mali, Ìn cui lo sprofonda.

(1966)2 Questo giorno è chiamato negli esercizi giorno di dolore, e di compun­


zione perché destinato a destino piangere, e riparare le nostre colpe, perciò
entriamovi con sentimenti di pentimento, e di confusione: diciamo col
penitente Agostino: qua fronte attollam ad te oculos tam bonum patrem
ego tam malus filius: ma volgete o Signore uno sguardo di misericordia
ad un cuore che avete sopportato sì a lungo peccatore. Da misericordiam
Domine poenitenti qui tamdiu pepercisti peccatori7.

(1965) Ah! voglia Iddio benedire le mie parole, ed ispirare in quest’oggi a tutti
noi un orror tale alla colpa sicché possa dirsi una volta finita tra noi, ed

ciamo una grande parola, una parola che rallegri tutto il paradiso, una
parola che faccia sbalordire tutto l’inferno, una parola... e sia questa: pec­
cati mai piti­
che cosa è il peccato; se io facessi questa dimanda ad un Angelo, ad
un beato del Cielo, se fosse possibile resterebbe sbalordito e morrebbe di
dolore al rimbombo di questa parola peccato. Se la facessi ad un dannato,
mi risponderebbe con urli e grida da disperato. Se la indirizzassi ad un
anima buona nel mondo, tremerebbe per la paura e spavento; se mi rivol­
gessi a certi Eclesiastici che vi sono nel mondo, che sarebbe di costoro,
e quale sensazione e risposta potrei attendermi, Dio non voglia che mi
risponda con riso, e con burla, se non altro sono certo che non lascierebe
conoscere tanta apprensione, ed affanno. Ma veniamo a noi Sacerdoti che
facciamo gli Esercizi, che ne pensiamo del peccato9?

(1966) 2 ComincianTO Che cosa è il pedcato? Considerandolo nel primario suo


effetto, anzi nella formale sua sostanza, il peccato è un allontanamento,

6 Seguono alcune righe barrate di cui si riesce a capire solo qualche parola qua e là.
7 Con una nota il Cafasso rimanda alla pagina a fronte.
8 Segue una riga cancellata quasi totalmente incomprensìbile.
9 Forse a questo punto va inserito il seguente testo barrato, di cui risulta difficile stabilire
un’altra collocazione: Che un Sacerdote viva bene, nessuno fa meraviglia, perche' è suo
dovere ed è per questo: fate che cada, che pecchi ma non cosi quando pecchi; tutti fanneri
meravigliati ed hanno di che dire perché il disordine è tale che ognuno lo conosce: guar­
date il sole: egli illumina da mattino a sera, e con che tempo, con che ordine, e con che

262
Giorno Secondo - M editazione Prim a ■- Sopra il peccato d i un sacerdote

una divisione, una separazione tra Dio e l’uomo. Peccatum est recessus.
est aversio a Deo. Basterebbe ciò solo per far vedere l’eccesso, che egli è,
l’abisso de’ mali che Esso contiene. Un figliò, che la rompa, e si separi del
padre, ohimè che giorno! una bassa persona del popolo, che la rompa con
un gran Signore, un suddito che se la prenda col suo Sovrano, lo lasci,
gli si ribelli, si giurino guerra a vicenda, inimicizia, ahi che funeste conse­
guenze, che partite disperate. Dite adesso d’un uomo, d’un cristiano, d’un
Sacerdote che lascia, la rompe con Dio, si erge tra loro due un muro di
divisione, sono separati, sono sciolti, sono avversi10:

non parlate più a questo Sacerdote del suo Dio che lo spaventa: non (1965)
ricordate al Signore cotesto Sacerdote, che più non lo conosce, l’hanno
rotta, si fuggono, come due nemici:

fa proprio ribrezzo andar più in là. Ma prendiamo la definizione più (1966) 2


comune: che cosa è il peccato? Una parola, un azione nostra, un desiderio
che si oppone alla legge eterna di Dio. Vuol dire adunque che chi pecca
infrange, e fa contro gli eterni ed immutabili decreti di Dio; vuol dire
che l’uomo peccando disubbidisce non già ad un grande, un potente del
mondo, ma a Dio, a lui si ribella, e cerca di scuotere il suo giogo. Io non
voglio fermarmi a farvi rilevare l’eccesso della malizia, temerità, e perfidia,
che contiene un tal passo del peccatore; noterò solo di passaggio col Dottor
S. Bernardo: e come mai un pugno di polvere vile osa irritare una Maestà si
terribile, qual’è un Dio: tam terribilem Maiestatem audet pulviculus irri­
tare11. Che se tutto questo mondo scompare, e diventa come un niente, al
dire d’Isaia, posto al confronto d’un Dio omnes gentes quasi non sint. sic
sunt coram eo12. che sarà d’un uomo solo quando si metta in confronto

forza, non è una meraviglia? eppur nessun si stupisce perché è dover suo ed è fatto per
illuminare; fate che questo sole anche una sol volta, e per un momento s’eclissi, ohimè che
fracasso voci, che confusione, che disordine generale: eccovi fratelli un idea di quello che
siamo noi tra gii uomini: siamo come tanti soli, vos estis lux mundi, lo disse il Reden tore,
finché illuminiamo, sia pur una gran cosa, quasi nessun vi bada, ma se facciam tanto
d’eclissarci un tantino per il peccato, vedrete ia confusione, le dicerie, ed il rumore del
mondo, € hi può più di tuui eu., pag.6. Perfino la Religione, il Medesimo Signore si può
dire che ne va di mezzo: heu fratres etc. Pag. 5.
10 Forse vanno inserite qui due righe scritte nella pagina a fronte, per le quali è difficile
trovare una collocazione più adeguata. Così noifacciamo.
11 Citazione da S. A l f o n s o M. d e ’ L i g u o r i , Sermoni, cit., p. 7 7 .
11 Is 40,17.

263
Esercizi Spirituali al Clero " Meditazioni

con Dio: Un Dio? un Dio che comanda al mare, ed il mare l’ascolta, si


presenta alle tempeste, ed esse s’acchetano: un Dio che tiene pronti gli ele­
menti tutti a fare i suoi ordini: ignis, grando. nix, alacies, spiritus procel-
larum... faciunt verbum eius13. Un Dio, che con un’occhiata fa traballare
la terra: qui respicit terram et facit eam tremere14: che tocca un tantino i
monti, e danno in fumo come ardenti fornaci: qui tangit montes, et fumi-
gant15; ebbene questo Dio istesso comanda all’uomo, e l’uomo temerario,
arrogante si rifiuta, ricusa d’ubbidirlo: oh! Cieli! che vista, che spettacolo!
Iddio vuole una cosa, l’uomo ne vuole un’altra; Iddio impone un precetto,
e l’uomo non vuol conoscerlo. Iddio proibisce un azione, l’uomo vuol
farla, in sostanza Dio e l’uomo, l’uomo e Dio come in guerra, a conten-
dere, a disputare. Ah! miserabile vii verme di terra e come? un po’ di fango
un sacco di miserie, un niente voler resistere, voler far fronte, pretendere,
ostinarsi a giocare di capo con Dio?
Il punto però più grave, più sensibile, più doloroso nel peccato di un
Eclesiástico ella è l’ingratitudine. Ah! quanto è acerba, profonda, e stra­
ziante una ingiuria, puntura, una puntura

(1968) 3 quando parte da persona amica, beneficata intima e carezzata: chi è il


Sacerdote? guardate fra tanti personaggi vi sono al mondo Egli è il più alto,
il più grande, il solo il primo privilegiato. Enumera honores, dignitatcs,
omnium apex est sacerdos. I titoli, i poteri, gli uffizi tutto ci fa conoscere
nell’Eclesiastico non un uomo, ma un Dio. Imaginiamo che questo Dio
terreno rovini e cada in peccato. Ah! un Eclesiástico peccatore! non più
l’uomo contro Dio, Dio contro l’uomo, ma Sacerdote contro Sacerdote,
il Ministro contro il suo Signore, il Rappresentante contro il suo padrone
Sovrano: oh che caduta, che momento, che danni, che dolore. S. Teresa
in occasione che si stava preparando per una Confessione generale, ai
piedi del Crocefisso, nel fissare quel cuore e quella faccia divina, che aveva
offeso, sebben si creda non sia stato mortalmente tuttavia fu presa da tanto
rammarico e pentimento che si diede a gridare: Quid feci. Quid feci e
svenne per un po’ di tempo: or che dovrà dire, che dovrà pensare un Sacer­
dote quando si fermi un tantino ai piedi di questo Dio a meditare il suo
peccato: ah! Eclesiástico fratei mio permettimi che io esamini qui tra noi
un peccato di un nostro pari: tu hai offeso il Signore, purtroppo in quel-

13 Sai 148,8.
14 Sai 103,32.
15 Sai 103,32.

264
Giorno Secondo - M editazione Prim a ~ Sopra il peccato d i un sacerdote

l’anno, in quel luogo, in quell’ora, la coscienza lo dice, ho peccato: Quid


fecisti? hai pensato dove sei giunto col tuo peccato? tu hai offeso quel Dio,
che avevi preso a servire, tu hai offeso quelle braccia quel Signor che ti
strinsero al petto nella sacra ordinazione, tu hai offeso quegli occhi che ti
cercavano quel padre che ti cercò tra la plebe per alzarti tant’alto, ma sopra
tutto tu hai offeso quel cuore che ti amò cotanto, quel cuore che ti porta
con sè e ti guarda come la pupilla dell’occhio suo, si tu l’hai offeso grave­
mente, l’hal offeso ad occhi aperti, l’hai offeso più volte: ah! caro, perdona,
ma Dio non meritava, non aspettava questi torti da te16.

Dilectus meus in domo mea fecit scelera multa17: fermiamoci un (1967)


momento alla voce di un padre oh! il bel tratto di un cuor buono, pietoso,
ed amante; invece di castigare, come potrebbe, minacciare, gridare, questo
Dio si contenta di far sentire il suo dolore, di far conoscere la spina, che
lo punge: un mio carorun mio diletto e voleva dire, io sono offeso, sono
addolorato, e se vi par troppo il mio dolore, ve ne dirò la ragione: egli è
un amico, un mio diletto che mi ha offeso, è un mio Sacerdote, un mio
rappresentante, un mio Ministro: e sapete come? e sapete dove? nella stessa
mia casa al mio altare, ne’ tribunali di penitenza, colle mie divise in dosso,
col mio carattere in fronte, ciò non fu bastante a fermarlo, mi strapazzò,
mi offese, e non solo una volta d’azzardo, e quasi per forza, ma ad occhi
aperti ripetutamente e senza riguardo alcuno: dilectus meus in domo mea
fecit scelera multa18.

E che dire, che rispondere, fratelli miei, a questi lamenti, a questi gemiti (1968) 3
d’un Dio, d’un padre, d’un amante ferito, commosso, ed offeso19.

Un figlio sia pur spensierato, ed ingrato, ma se un padre, una madre (1967)


offeso, ingiuriato, gli si presenta per dirgli: figlio mi conosci, io sono tuo

16 Con una nota l ’originale rimanda alla pagina afronte.


17 Ger 11,15.
13 II testo continua con le seguenti righe barrate: E che dire oltre etc. Si inimicus meus
maiedixisset mihi sustinuissem utique [Sai 54,13], ma che un figlio, un confidente, un
famigliare, e quasi un altro me stesso si volti contro, m'offenda: filios enutrivi, et esaltavi,
e a chi mai più di noi possono adattarsi cotesti rimproveri, nutriti in tante maniere e per
tanto tempo, studi grazie, Sacramenti, ed esaltati fino ad esser come tante deità in terra:
filios enutrivi et exaltavi. ipsi autem spreverunt me [/ì 1,2]. E che dire etc,
19 Con una nota l'originale rimanda alla pagina a fronte.

265
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

padre, e perché o figlio m’offendi, mi tratti in quel modo, e te la prendi


con me: non mi conosci',-hai dimmi o caro che cosa avresti a lagnarti di
me, e che cosa vorresti da~me potrei ancor fare per te! non può a meno che
intenerirsi anche un cuor ostinato? e noi che diremo alla voce, al dolore del
migliore di tutti i padri: ah Dio mio: ho peccato, lo dico di cuore, lo dirò
sempre, lo dirò dappertutto, ho peccato, ho fatto un gran peccato: peccavi
Domine: peccavi20 lo disse un Davidde, e fu perdonato, peccavi lo disse
un Appostolo e si perde21. Che sarà, o Signore, di me? che sarà di cotesto
ingrato, e sconoscente, che un dì vi offese: eh! potessi ancor io in questi
giorni sentirmi dire da un uomo del Signore: dominus transtulit peccatum
tuum22. Oh che termine eh che dolce parola, che consolazione, che impe­
gno, per me a non offendervi più.

(1968)3 Ma chi sarà stato tra noi così ingrato, così sconoscente, così vile da arri­
var a quel canto? meritarsi quei rimproveri? chi sarà? Il profeta Natan allor­
ché per parte del Signore si presentò a Davidde, come voi sapete, per rim­
proverargli il suo peccato, si fece strada co*la parabola di quel ricco ingrato,
e sconoscente che favorito dal Signore di molte pecore e bestiame, capi­
tandogli un bisogno per risparmiare le proprie s’avventò sopra un povero
uomo per torgli una sol pecorella quella sola che formava tutta la sua
sostanza, ed aveva tutto il suo amore. Il Re ad un racconto così doloroso,
e commovente si sentì ardere di sdegno contro quel crudele, e stava decre­
tando la sentenza, quando il profeta, ferma Maestà, le disse, tu sei quel
tale, tu sei quell’ingrato, tu sei quel crudele tu es ille Vir23: Dio t’ha cavato
dal pascolo e dal fango, Dio t’ha liberato dalle mani di Saule, t’ha unto Re
d’Israele, ti ha fatto padrone della casa del tuo Signore, e se tutto questo è
poco, è pronto a dartene ancor più: si parva sunt ista. adiiciam tibi multo
maiora: e perché adunque l’hai offeso, con disprezzare la sua parola; Quare
ergo contempsisti verbum Domini, ut faceres malem in conspectu meo. 2
Reg. 1224. Figuriamoci che si presentasse anche noi un personaggio grave,
e dignitoso e che con voce accento parte commosso ed affettuoso adirato
si facesse a dirci: lo crederesti, o caro? Senti: caso fatale25.

m 2 Sani 12,13. .
21 Evidente l'allusione a Giuda Iscariota (cfr. M tT ] ,•4).
22 2 Sani 12,13.
. 13 2 Sani 12,7-8.
24 2 Sam 12,9,
35 II testo continua con le seguenti righe cancellate: un Cale che era un niente, povero,
ramingo: menava una vita infelice, perseguitato ancora or da questo or da quello: vi fu

266
Giorno Secondo * M editazione Prima ^ Sopra i l peccato d i un sacerdote

Un sovrano per un tratto di bontà, ed grandezza amore di cui non v’ha 'I''t'7)
esempio, mandò a ricercare un certo tra la plebe, negletto e qua.si scono­
sciuto: per incredibile grandezza d’animo lo volle con se a palazzo, lo arri­
chì lo esaltò, lo ricolmò di tutti gli onori, e poteri da confidare nelle sue
mani tutte le cose sue non men eccettuato se stesso con ordini, e minacce
al suo popolo: guai chi lo toccava, guai a chi l’avesse sprezzato, e guai anché
a solo chi non l’avesse ubbidito. Cotesto ingrato etc.

Cotesto ingrato, cotesto sconoscente invece di sapergliene bene, si voltò (1968) 3


contro il suo benefattore e dimentico d’ogni cosa lo offese, lo ingiuriò, lo
oltraggiò ne fece ogni strapazzo. Chi di noi fratelli miei, io dimando ad un
racconto patetico di questo fatto non si sentirebbe se non altro un affetto
di compassione verso quell’uomo tradito, ma molto più un senso accesso
di bile, di irritazione, di aversione verso un mostro d’ingratitudine, di viltà,
e di perfidia.

Ebbene imaginiamoci che mentre ci stessimo adirando con quel tale, e (1970) 4
pensassimo per niente a noi, fermati, ci dicesse, perdona, non prendertela
con altri poiché sei tu: tu es ille vir sei proprio tu o Eclesiástico, quell’in-
grato :

t u c h e h a i q u e ll’im p ie g o , t u sei in q u e l lu o g o , t u p o r ti q u e i tito li, t u (1969)


ch e g o d i p u r e ta n ta stim a , t u c h e passi p e r d o tto , p e r e sp e rto , e d a n c h e p e r
v irtu o s o , sì, t u sei queU ’in g ra to :

ed ascolta bene quello che ti dice il Signore: io t’ho cavato dal fango, (1970) 4
lo sai, e ti ho elevato tant’alto, t’ho fornito di mezzi, di comodi, di onori,
ognun lo vede, e se tutto questo è poco, dimanda, fa sentire quello che
desideri adiiciam tibi multo majora, e perché adunque rivoltarti contro di
me, ed oltraggiarmi: quare contempsisti verbum domini, ut facies malem
in cospectu meo? Ouare dì la ragione, parla, almen sappia il perché? ah!
mio Dio, giacché il volete io parlo, ma non parlo già per difendermi, ma

chi lo prese ili grazia, e favore, lo sollevò lo arridi!, lo fece grande nel mondo e perché
nessuno osasse offenderlo e toccarlo, si valse della sua autorità, anzi si prese egli stesso a
guardarlo. Ma lo crederesti?
Questo testo è sostituito da un altro scrìtto nella pagina a fronte.
26 Potrebbe essere questo il luogo in cui inserire due righe scritte nella pagina a fronte.

267
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

parlo, o piuttosto piangerò per dirvi, per ripetervi che ho peccato. Lo so,
e mi sta inchiodato come una spina in cuore quel giorno disgraziato, in
cui vi ho offeso, in cui ho cominciato ad offendervi: ah!... potessi mio
Dio cancellare col mio dolore quei giorni infelici di mia vita, ah! quanto
sarei contento se potessi disfar quel giorno fatale di vostra offesa, e di mia
rovina: pereat dies, dirò con più ragione che Giobbe, si perisca quel giorno
infausto, la luce si s’asconda la luce, né abbi a contarsi nel novero degli
anni: pereat dies... dies ille vertatur in tenebrisi non computetur in diebus
anni, nec numeretur in mensibus27. Ma nò o Signore, ho peccato, ed è
giusto che lo sappia, me ne ricordi, lo lamenti, e lo pianga, e finché avrò
vita, finché avrò voce dirò sempre che ho peccato, ho fatto un gran pec­
cato. Condotto S. Policarpo etc. Pag. sec.28

(1972) Condotto S. Policarpo dalla sua Chiesa di Smirne a Roma, e fatto


entrare nelFAnfiteatro, il Tiranno gli propose di maledire il suo Redentore
Gesù Cristo. Inorridì il Santo a tale proposta, ed alzati gli occhi al Cielo

27 Gb 3,3.6.
28 L’originale continua con il seguente testo cancellato: Cresce ancor più la nostra ingra­
titudine, la nostra sconoscenza per le circostanze, che accompagnano il nostro peccato:
figuriamoci una persona che dopo d’aver beneficato un tale in tante, e tante maniere,
venisse ancor al punto di concepirne tanto credito, e confidenza, che gli affidasse tutti
i suoi interessi, anche i più secreti, i più delicati, i più importanti anzi si assoggettasse
egli stesso a lui come per dipendere a’ suoi cenni, a suoi comandi. Che direste, se costui
abusandosi de’ favori, e della confidenza del suo Benefattore, rovesciasse tutti i disegni,
volgesse a suo danno, e disdoro ciò che doveva essergli di utile, e vantaggio; di più che
per effettuare un sì nero tratto di perfidia, si servisse del nome, ed autorità dello stesso
suo benefattore, ed i favori stessi ne facesse tanti mezzi, e strumenti per offenderlo, per
tradirlo: ecco il caso nostro, fratelli miei, è doloroso, è umiliante il dirlo, ma la è così.
Iddio non solo ci beneficò, e ci favorì in maniera straordinaria, e quasi incredibile, ma
dopo d’averci così cumulati di grazie, doni, e favori affidò a noi, alle nostre mani quanto
aveva di più caro, e di più grande, di più importante. Creò un’anima, la riscattò coi suo
sangue, e poi la diede mila quanta la redense e l’affidò alle nostre mani; per salvarla.
Fondò una chiesa sua diletta, e ne affidò la costruzione e la consegnò all’Eclesiastico, a
noi commise il suo onore, la sua gloria, a noi le chiavi della stessa sua Regia, che più? si
pose egli stesso in nostra balia, e noi che facciamo? ah!... Dio mio che rovescio di cose...
noi invece peccando ci approfittiamo della nostra posizione per tradire le sue speranze,
per sconvolgere i suoi interessi: siamo posti per guidar le anime, per correggerle, e noi col
nostro peccato le diamo occasione di ruma; ci tocca per dovere di stato cercare, proccurare
la gloria del nostro Signore, e noi invece la oscuriamo; siamo in debito di combattere, di
diminuire il peccato, e noi l’aizziamo, l’aumentiamo; posti a radunar gente pel Cielo, e
noi piuttosto coi nostri peccati li allontaniamo: e tutto ciò si fa dal Sacerdote tante volte, e

268
Giorno Secondo ^ M editazione Prim a -■Sopra il peccato d i un sacerdote

sospirando rispose: sono ottantasei anni che servo al mio Dio, Egli mi ha
fatto alcun male, anzi mi ha sempre compartito grazie e favori, e possibile
che io abbia il coraggio di maledirlo: tale è il sentimento che dovrebbe
svegliarsi, tale la risposta, che dovrebbe dare ogni Eclesiástico in un peri­
colo di peccare: è tanto tempo che sono al mondo, da tanti anni che sono
Sacerdote, Dio m’ha sempre fatto doni, e favori, di più ho promesso, ho
giurato di servirlo, e come adesso avrò coraggio a lasciarlo, ad offenderlo,
a maledirlo col mio peccato! Cotesta risposta la diede il Santo al cospetto
de’ tormenti, e della morte: cotesta risposta la sanno dare tanti poveri laici
ne pericoli molto meno favoriti di noi, e noi Sacerdoti, noi Ministri del
Signore staremo indietro, avremo paura e non sapremo sbrogliarci d’un
pericolo, d’una tentazione. Una Susanna scelse, si dispose a morire piutto­
sto che peccare: un Giuseppe s’assoggetò ad una calunnia la più infame,
alla prigionia piuttosto che offender Iddio, un Paolo sfidava ogni creatura

per lo più co’ quei mezzi stessi, che Dio gli diede per tutto altro fine: si serve del comodo,
che gli da il Ministero, dell’ascendente del suo Carattere, de’ lumi, della coltura che ha
avuto per offendere Iddio, per rovesciare que’ disegni che lo stesso Signore aveva formato
di lui, e della sua Vocazione: ah! che ingiuria, che ingratitudine, e

che perfidia ogni qualvolta un Eclesiástico sta per offendere Dio, mi pare che questo (1972) 5
Signore debba andargli all’incontro, e gettandosigli al colio debba fargli quel lamento,
che già fece all’Apostolo traditore: amice ad quid venisti [M t 26,50], Ah Sacerdote mio
caro dimmi, a che pensi, che vuoi, che mediti di fare: ad quid venisti: dì, e parla, sono
pur tuo Signore, amico tuo, dimmi adunque: a che fine in quella casa, in quel luogo, con
quella persona: perché quell’ozio, quella vita, quell’abito, perché la Messa in quel modo,
in quello stato: amice ad quid venisti almen sappi che è un amico che ti parla, ti dimanda,
un amico che ti che ri ama, e non vorrebbe separarsi, un amico che ti scusa, perciò t’av­
visa a pensar quel che fai: senti adunque, e rispondi: amice ad quid venisti cosi ci dice
il Signore da quella croce, cosi ci parla da quel Tabernacolo, e così ci parla con queste
divise stesse, che indossiamo; e ce lo dice non già solo una volta ma sempre, e tanto più
in quel punto istesso che lo offendiamo; altra circostanza che rende ancor piìr grave la
nostra ingt'aüm dine: che un amico offenda un altro si può dare; ma che un amico abbi
tanto coraggio in quel punto istesso che l’altro benché oltraggiato pure si umilia, e prega,
e cerca di quietarlo pronta a ricevere il colpo, l’ingiuria purché lo guadagni, non lo perda,
è quello che non si sa né spiegare, né intendere: eppure è il caso nostro, e più per noi che
per gli altri, poiché sia pur vero si possa intendere per tutti, ma è vero altressì che usci
una volta sola dalla bocca di questo divin Redentore, e fu diretto ad un Appostolo, ad un
Sacerdote peccatore. Ah! Sacerdoti fratelli miei quanta forza avrebbero cotesti riflessi sul
nostro cuore, e quanto freno per non peccare quando si meditassero da noi; ma il male
sta che anche tra noi, anche tra gli Eclesiastici pochi sono quei che pensino seriamente, e
di qui pur troppo anche i nostri disordini.

269
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

di questo mondo a cimentarsi con lui per. farlo peccare, e noi fratelli miei
come la pensiamo? ah! caro mio Dio tegliate quest'onta nel vostro Santua­
rio, e date a me, date ad ogni Sacerdote una fermezza tale che non abbia
a venir meno a qualunque cimento; questa sì o fratelli sarebbe la nostra
gloria, la gloria del nostro Dio, la gloria della nostra Religione29,

(1971) di modo ché al vederci chiunque potesse dire: guardate là un Sacerdote.


Lo conoscete? quegli è un Eclesiástico che a questo mondo teme, paventa
nient’altro il peccato; le capiti pure qualunque disgrazia, sa darsi pace, ed
è sempre lo stesso, ma guai che si parli di colpa, gli si presenti qualche
pericolo, è irremovibile, non conosce più né quiete né pace. In un crocchio
di secolari si parlava di certi preti, e si dimandava di che colore essi fossero.
Un certo non so se per difesa o per ischerzo, si fece a dire, da quanto sento
sono di quei preti che l’hanno sempre, e solo col peccato; che si viva bene,
che non si faccian peccati, e poi sì che loro importa e statuto, od altro30;
come voi vedete, questo fù il più bel elogio che potesse farsi d’un prete,
e volesse Iddio che si potesse dite di tutti. L’altro detto Guai a peccati, e
peccatori se tutti i preti fossero tali.

(1972) 5 Facciam di tutto per arrivarvi in questi giorni, E se non ci basta il pen­
siero della nostra ingratitudine, della nostra sconoscenza, ci smuova un
altro motivo31.

(1971) Non men forte, ma forse più sensibile ancora, qual’è il pensiero di
quella catastrofe orrenda che pur troppo accadde allorché l’Eclesiastico
precipita nella colpa e voglio dire la perdita che egli fa peccando de’ beni
più grandi, come de’ mali gravissimi in cui rovina. Per conoscere e valutare
la gravità di cotesta caduta sarebbe necessario etc. Pag. seg. N. 6 32.

(1974) 6 sarebbe necessario comprendere lo stato di grazia di un Sacerdote eh!


che tenero caro oggetto, che nome consolante e caro un Eclesiástico puro,
un Ecclesiastico santo un Eclesiástico in grazia del suo Signore33,

29 L’originale rimanda alla pagina a fronte.


30 Qui c’è una allusione alle discussioni politiche di quel perìodo.
31 II testo rimanda alla pagina afronte.
32 Una nota avverte che il lesto continua alla pagina successiva.
33 Questo testo sembra completato da alcune righe barrate scritte nella pagina afronte, il
cui ordine è stato ricostruito: Vedeste mai un tenero padre vicino ad un figlio suo diletto,

270
Giorno Secondo ~ M editazione Prim a - Sopra il peccato d i un sacerdote

che formi tutta la sua delizia, e tutto ii suo tesoro: oh con che occhio lo guarda, con che
dolcezza gli parla, con che finezze lo tratta: se voi ben lo osservate sono due in un cuore,
in un anima sola: indivisibili, concordi, uniformi di modo che non fanno che un cuor,
un anima sola: sono due felici perché ambedue tra loro contenti: applicate la cosa ad un
buon Sacerdote. Oculi domini super timentes eum [Sai 32,18] Iddio lo fissa, lo guarda, Io
contempla, lo solleva l’aiuta, l’accompagna, lo difende: cum ceciderit iustus non collide-
tur. quia supponit Dominus manutn suam [Sai 36,24]. Così in casa, fuori casa, vegliando,
dormendo, comunque, e sempre; sicché chi più felice, più contento, più sicuro di questo
buon Sacerdote.
Che delizia, che invidia pel paradiso vedere un Sacerdote che vestito delle due divise alza
gli occhi al Cielo, e fatto quasi padrone di quella Reggia chiama con una parola a venir in

Iddio Io guarda, lo mira, lo solleva, l’aiuta, l’accompagna lo difende in casa, fuori casa, con
Itti vegliando, dormendo, ovunque, e sempre, di m odo d ir ai veder uniti, compagni indivi' .
sibili, di modo che al veder un Eclesiástico che ne suoi costumi corrisponda all’altezza di
sua vocazione non so se possiate chiamarlo con più ragione un uomo divinizato, oppur un
Dio di nuovo umanato. iernerrrscnetc. Mi fa spavento etc.
Contemplatelo solo all’Altare questo buon Sacerdote col suo Sacramentato Signore
tra le mani. Ah che intimità, che unione che confidenza, che delizia che paradiso. Dio
buono: chi può capire chi può spiegare

questi momenti, questi i voli, i slanci, i trasporti, gli affetti di un buon Sacerdote. Ma (1975)
basti, non andiam più avanti, fate che entri il peccato.

iddio si compiace di quella lingua che lo chiama dal Cielo, gode di quelle mani che lo (1974) 6
trattano all’altare, si delizia di quel cuore che lo riceve ed alloggia: oh! che dolce sentire:
un Dio che è contento, e si compiace del suo Ministro, un Ministro che vuole, e cerca
di compiacere il suo Dio; sono due, ma si forma quasi un solo, perché un solo il cuore,
una sola la volontà: hanno gli stessi fini, le stesse mire, li stessi progetti: uno dal Cielo,
l’altro dalla terra lavorano d’accordo allo stesso scopo e per una causa comune. Si amano,
si sospirano a vicenda, finché venga quel dì che li unisca in Cielo, Giorno che ihpadn r ha

Il testo sembra continuare con un lungo brano barrato scrìtto nella.pagìna 1971: Io non
ho termini, o fratelli, mi mancano le parole per spiegarvi, e darvi un idea del disordine,
del danno, e delle funeste conseguenze che cagiona nel popolo il nostro peccato; Dio solo
è capace di misurare e trovar il termine di questa colpa: epperò fratelli miei quando nel
nostro Ministero ci si presentasse un nostro compagno peccatore, e deponesse a’ nostri
piedi il proprio peso, non ributtiamolo nò, anzi con quanto abbiamo di cuore, e di carità,
stringiamolo al nostro petto, e facendo quasi un solo tra due, preghiamo, e piangiamo per
la comune salvezza, perché non si perda un nostro confratello, ma non crediamo perciò
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

di poterla noi soli perciò ; te comprendere e con tutti i nostri lumi


di scienza anche eminente, .C A IO , tn iT - i C I c S iH 5 iI C C r ^ p c C C a r o T c i c U i C T I t

[parole incomprensibili], mi dica chi può il


iti che mi dica di lui, c con che nome

Sì che Dio, e Dio solo il ripeto la può conoscere, la Lomprendc. Egli solo misurarne i
tristi effetti, c le più funeste conseguenze: ed invero andiam alt’esperienza: fate che pecchi,
e si faccia reo di peccato un Sacerdote: ohimè? che sbalordimento nel mondo, che bisbi­
glio, che susurro, che dicerie, che tumulti. I buoni si cuoprono la faccia, arrossano per
vergogna, e sbalorditi non sanno che dire, piangono, e tacciono; i maligni al contrario
ne fan fes La, c trionfo quasi che avessero riportato una gran vittoria non cessano di fare
festa e trionfo, e perché? perché un Eclesiástico è caduto, il Sacerdote ha peccato. Che un
Eclesiástico etc. Pag. 2. n, 2

A questo punto seguono due pagine, di cui una a fronte, ampiamente barrate e parzial­
mente sostituite. Non siamo certi di riuscire a ricostruire perfettamente la successione dei testi
scritti e poi barrati, quindi parzialmente sostituiti. Ci sembra logico riprendere dall’inizio
della pagina 6 dell’originale, testo anch’esso barrato:

Il nostro peccato è un mostro tale che cuopre d’infamia, e d’ignominia non solo l’in­
felice che lo commette, ma perfino Christo stesso e la stessa sua Religione. Heu frates,
esclamava fin da suoi tempi Agostino, heu pati tur in nobis Christus. patitur in nobis
Catholica Religio. Lo stesso ripeteva Salviano. patitur in nobis Christus obbrobrium.
patitur lex Christiana detrimentum [S a l v ia n o , Degubematione Dei, XVII, 87, PL 53, c.
82]. Datemi infatti un Sacerdote che pecchi tanto pii) in certe materie più umilianti, fate
che si venga a sapere o solo a formar sospetto del suo peccato, e poi mettetelo all’esercizio
del Ministero; i buoni piangono, e si ritirano; i maligni ridono e burlano. Le sue Messe,
le sue prediche, le benedizioni, le esortazioni, i Sacramenti stessi che amministra, ogni
cosa insomma più sacrosanta trattata da quelle inani diviene, e si trasforma in un soggetto
di risa, di sarcasmi, e di vituperio: ed ecco proprio pel peccato del Sacerdote divenuto
Christo, e la sua Religione motivo oggetto d’ignominia e di maledizione: patitur in nobis
Christus opprobrium. patitur Catholica Religio.

Con una nota il testo barrato continua alla pagina afronte.

(1973) Ed è questo un danno tanto più fatale, in quanto è ben difficile vi si trovi rimedio
senza un concorso straordinario del Signore, tanta è la forza dell’esempio, e dello scan­
dalo del Sacerdote: mettete prediche, esortazioni ragionamenti, vi sien pure altri Sacerdoti,
buoni, edificanti, anche santi; sanno sempre dirvi per lo meno se non dicon peggio: se è
caduto il Sacerdote, che stupire che cada anch’io: dite e ridite hanno sempre una scusa,
ed un appoggio, e chi lavora nel Ministero, lo saprà, e andrà convinto di quanto dico:
perciò con ragione temeva, e piangeva, e seco lui invitava quanti altri poteva a lamentare,
a piangere la caduta, il peccato d’un Sacerdote, timeamus ad lapsum sacerdotum: grandis
dignitas, sed grandis ruina si peccent. Il discorso sembra continuare alla pagina 1975:

( 1975) Figuratevi un amico il più stretto il più intimo, il più confidente, che si possa avere al
mondo: un figlio tutto cuore per un tenero suo padre, e ne riceva le prove più affettuose,

272
Giorno Secondo - Meditazione Prima ~ Sopra il peccato di un sacerdote

Fate che pecchi, e che pecchi mortalmente un Eclesiástico, ohimè che (1974) 6

Io non so meglio descrivere lo stato orribile di cotesto infelice Sacerdote (1973)


che usando le parole che il grande Ambrogio già indirizzava ad un anima,
ad una Vergine peccatrice. Io mi rivolgo etc.

Lascio che parli in mia vece un gran Dottore della Chiesa S. Ambrogio (1974) 6
in caso che si avvicina al nostro. Una vergine

che si chiamava Susanna (1973)

dopo aver superata molti ostacoli per parte de’ suoi parenti era riuscita (1974) 6
di consacrarsi intieramente a Dio. Il Santo Vescovo le diede il sacro velo nel
solenne giorno di pasqua, la encomiò e la confermò in tale occasione con
un forte, e commovente discorso. Restò fuori di se il santo dottore quando
venne a sapere la perdita e la caduta di questa Vergine. La cosa viene rap­
portata nel suo libro De’ Lapsu Virginia, e fa totalmente per un Sacerdote
qualunque che venga a mancare tanto più in certe specie di peccati, perché
consacrato e di corpo, e di anima più che qualunque vergine a Dio. Un
cuore più addollorato, più oppresso, più trafitto non si può imaginare, né

e cordiali. Immaginatevi un Ministro che sia per cosi dire il tutto presso il suo Re. Imma­
gini ben deboli sono queste dì quello che sia un buon Sacerdote assieme, e innanzi al suo
Dio. Iddio se lo tiene stretto al cuore come l’oggetto più caro al suo amore da chiamarlo
perfino la sua delizia lo starvi in compagnia sua: protesta di guardarlo di custodirla con
tanta cura come la pupilla dell’occhio suo, nemmen un Cappello vuol che gli cada senza
il suo assenso, guai chi l’offende, lo tocca, lo tiene niente meno come se lo offendesse, lo
toccasse Egli stesso: oh! che stato, che vita felice da far invidia quasi al paradiso medesimo,
se mai Capita si trovi in angustie in pene, in bisogni vuole che a lui s’appelli: non solo li
dice d ’esser provato ad aiutarlo, ma pretende che vadi da lui, l’offende se mai ricorresse
ad altri e perciò le prometti l’assicura e perfin gli giuri che mai sarà negarli il suo aiuto,
qualunque sia il suo bisogno e la sua necessità; ed oh con che confidenza, con che slancio
un Sacerdote buono, in grazia si porta, e tratta con questo Dio: a piè di questa Croce,
davanti al Sacramento, aU’altare principalmente tu per tu prega, piange, geme, parla, certa
con questo buon Dio e si conforta si consola, si solleva, e con d ò alle volte in mezzo a’
cruci e travagli i più sensibili e pesanti, Egli è il uomo più felice, più contento di questo
mondo: Non è raro, o cari che tali sieno i sentimenti, la condotta, di questo buon Dio
coll’anima buona, e molto più d’un Sacerdote, tale la felicità dell’uomo giusto. Fate che a
quest’uomo di Dio, a questo uomo da paradiso s avvicini la colpa ed ei cada in peccato.
Ohimè etc,
34 Con una nota l'originale rimanda, alla pagina a fronte dove esiste il testo sostitutivo.

273
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

si possono trovare espressioni più forti, più dolorose. Dopo molti una serie
di gemiti e di lagnanze, finalmente si rivolge alla Vergine caduta, e con te
voglio parlare, le disse: ad te sermo sit. si con te che sei la causa del mio
dolore, l’origine di tanti mali; sì a te io parlo, che colla gloria del tuo can-
dore hai perduto perfino il nome; nò che non è più lecito nominar Susanna
Colei che non è più casta, e perché denominar un giglio che più non l’è:
nefas est Susannam vocari non castam: non licet lilium nominari. quod
non es35.

(1976) 7 Che motivo di umiliazione, di orrore, di angoscia, anche per un Eclesiá­


stico quando pensi a quel nome che lo innalza fino ai Cielo, e poi lo con­
fronti col peccato che lo sprofonda e l’imbratta nel fango; si tolga perfin il
nome giacché invano si appella chi più non l’è: nò, non licet lilium nomi­
nari. quod amplius non es.
E donde mai ho da cominciare parlando di te, continuava il Santo;
unde incipiam: ho da ricordarti in prima i beni, che perdesti, oppur da
piangere dapprima i mali, in cui cadesti: Bona commemorem. quae per-
didisti? an mala defleam quae rinvenisti? tu eri una Vergine nel paradiso
del Signore, tu eri un fiore dì Santa Chiesa, tu eri la sposa di Cristo; tu
eri il tempio del Dio vivente, tu il soggiorno e l’abitazione dello Spirito
Santo: eras virgo in paradiso dei eras sponsa Christi. eras eius templum
Dei, eras habitaculunt Spiritus Sancti: ma che vale ricordarti quello che eri
un giorno, se adesso non lo sei più: ah! che dolci, e che amare memorie!
io gemo, io sospiro, io piango ogni volta che mi tocca dir quello che eri,
perché penso che adesso non lo sei più: quam toties dico eras... toties ingc-
imisco quia non es quod fuisti. Ah! fratelli miei cari, che materia di medi­
tazione, che fonte anche per noi di consolanti, e di angosciosi pensieri.
Tu, sì tu, o Eclesiástico, eri un dì un giglio di paradiso, un fiore di Santa
Chiesa, tu eri una perla del Signore, la gioia del suo cuore, l’abitazione
del Santo suo Spirito: eras Virgo in Paradiso Dei eras templum Dei...
eras habitaculum Spiritus Sancti: ma che giova ripetere, che vale ricordare
anche per te quello che eri un giorno, se adesso non lo sei più. Ma come?
e non sei tu che un giorno innocente, semplice e contento candido e puro
camminavi come colomba nella Chiesa del Signore; non sei tu, che un
dì pel candor de’ tuoi costumi, pel decoro della tua dignità folgoreggiarvi

35 S. A m b r o g i o , De Lapsu Virginis consecratae, 6, 2, PL 16, c. 383-400.

274
Giorno Secondo " M editazione Prim a - Sopra il peccato d i un sacerdote

come oro, e parevi una stella raggiante nel Cielo del Signore: Incedebas
in Eclesia tamquam columba... fulgebas ut aurum... eras stella radians in
manu Domini: e come va si repentino cangiamento, e d’onde mai cotesta
subitanea mutazione: quae ista subitanea co nversio? Quae repentina muta-
tio? Ah! fratelli miei, ognun pensi per se, ciascuno ricordi quello che era
un giorno: in quei primi anni di chiericato, e di Sacerdozio, in quei giorni
di vita ritirata e divota, in quel tempo, che lavoravamo di cuore e con zelò
pel Signore allora quando facevamo una vita da veri Eclesiastici lontani dal
tumulto e dalle grinfie del mondo, fuori degli affari secolareschi, e mon­
dani; che modestia a quell’epoca, che ilarità, che giorni, che candore non
è vero: ebbene io dimando: dove mai andarono si bei tempi, come va che
sparirono que’ giorni troppo felici, e donde e qual la cagione di tanto diva­
rio?
Ah! che orrore, entra qui di nuovo il santo, e che cosa è mai quel che
veggo in te? sentiamo le tremende sue parole: tu sei divenuta, e vuoi che
tei dica? de Dei Virgine facta es corruptio Satanae, de Sponsa Christi scoi-
tum cxccrabile, de tempio Dei fanum immunditiae, de habitaculo Spiritus
Sancti tugurium diaboli. Possibile che il cuore di un Eclesiástico destinato,
preparato con tanta cultura per alloggiare il suo Signore, abbia da trasfor­
marsi in una fogna d’immondezza? Sarà vero che quel petto che doveva
essere come una reggia di Dio in terra sia per divenire un ricettacolo del
demonio, ah!... Sacerdote mio caro quae est ista, ripeterò, repentina muta-
tio? tu che eri come una gemma preziosa ora vilior factus es luto platea-
rum: tu che raggiavi come una stella, come va che lumen tuum extinctum
est, et conversus es in carbónem. Ecco fratelli miei, dove va a finire, in che
profondo s’immerge l’Ecfesiastico, che

devia nel suo stato, e pecca; ah! quanti anche fra noi di queste stelle un (1977) 8
dì raggianti sì, ma ora estinte e senza lume: buon per noi se ci fermassimo
a questo punto, ma nel pendio la persona non si arresta che al fondo: un
Eclesiástico che più non luce per la colpa, e pel peccato, si fa carbone,
e carbone che tinge, che macchia, meno male, ma carbone che fumiga,
che ammorba, lumen tuum extinctum est, et conversus es in Carbonem.
Finché il Sacerdote vive da Sacerdote, sta ritirato, prega, studia attende al
suo Ministero, e vive d’uno spirito proprio del suo stato, sia pur di poco
talento cotesto Sacerdote, qualunque sia il suo impiego, il suo luogo, la sua
condizione, è una stella che luce, che risplende, ritirato risplende lontano
lo stesso, ai buoni, ai cattivi luce per tutti, e luce che incanta che rimpro­
vera, che avvisa, che predica, che minaccia, che incalza, che alletta; luce

275
Esercìzi Spirituali al Clero - Meditazioni

che nessuno può impedire, nessuno la può. oscurare, nascondere, cè solo il


peccato che la estingue in un colpo: fate che cotesto Eclesiástico si metta
nel mondo, viva alla secolaresca, si mischi negli affari di terra, si dia ai
divertimenti, alle partite, eccolo cambiato: più vile alle volte, che il loto
stesso delle piazze: factus es vilior luto platearum, e perduta la sua luce
naturale, e divina, non gli resta più che un misto di fumo di terra e di fumo
da farne un carbone.
Povero il Santo dottore: aveva adoperata tanta fatica, e tanta pazienza
per la cultura di quella pianta, e ne aveva concepito le più grandi speranze,
quando in un colpo si trovò intieramente deluso. Se ne lamentava il Santo
colle più amare doglianze: heu me!... quia ubi putabam aedificare aurum,
lapides praetiosos, purtroppo inventus sum lignum et stipulam laborasse.
Invano ti ho messo sottocchio i tanti pregi della bella, purità, per niente
mi sforzai a renderti forte, e costante agli assalti del nemico: ho perduto il
tempo, or m’accorgo che faticai inutilmente: seminavi in spinis, seminavi
secus viam, seminavi in petrosa. Fratelli miei cari, chi sa quanti altri ad
esempio del Santo Dottore alzerebbero li stessi gemiti, e le stesse lagnanze
se potessero leggere nel nostro cuore, si potessero riandare i nostri anni
passati, chi sa quanti dico, che hanno avuto parte nella nostra carriera,
ne1 nostri studi, nella nostra educazione, parenti, superiori, amici, benefat­
tori, sarebbero costretti ad esclamare: ehu! me... ubi putabam aurum aedi­
ficare... inventus sum stipulam laborasse: ma io mi credeva in quel giovane,
in quel Sacerdote di allevare un nuovo Giuseppe per la purità, m’immagi­
nava di formate un novello Samuele occupato intieramente della casa del
Signore, sperava d’aver un altro Geremia, che pregasse per la salute del
suo popolo: putabam aedificare aurum invece ne sortì tutf altro, lavorai
al vento, e non mi trovai che stoppa: inventus sum stipulam laborasse un
Sacerdote accidioso, indolente, dissipato, mondano da essere più di danno,
e-disonore di onta, che di utile, e di decoro alla Chiesa del Signore: invano
tanto tempo, invano tante fatiche, invano tanti studi, diligenze ricerche,
invano tanti avvisi, consigli tutto andò a male, tutto restò inutile: seminavi
secum vi am, seminavi in spinis. Ognuno di noi entri in se stesso, e pensi se
nella sua vita, nella condotta che ha tenuto fin ora non abbia dato motivo
di tali lagnanze, e di si dolorosi rimproveri. Sulla nostra Vocazione, e dal
punto della nostra ordinazione si son fatti gran calcoli, e si sono concepite
grandi speranze: le concepì Iddio, le concepì la Chiesa, se l’aspettava il
mondo: pensiamo in questi giorni a che furono ridotte tutte queste aspet­
tazioni, in cui si viveva sul nostro conto. Quasi tutti abbiamo già passato la
maggior parte de’ nostri anni, per qualcuno può essere che non sia più lon-

276
G iam o Secondo - M editazione Prim a - Sopra il peccato d ì un sacerdote

tano il termine, sicché ciascuno un po più un po meno può render conto


a se stesso di cotesto esame così importante3*5.

Finalmente il tratto che segue del Santo dottore è quello che ci tocca (1978) 9
ancor più da vicino, e che io pongo per termini della nostra Meditazione.
Io vorrei sapere, proseguiva l’addolorato padre, se in quel momento che
cadesti non ti sia venuto in mente quel giorno solenne, in cui ti presentasti
aH’altare: non es memorata diei S. dominicae, quo divino Altari te obtulisti
velandam. Possibile che non ti sieno venute in mente quelle nozze, che
hai contratto col tuo Sposo Celeste avanti tanta adunanza di popolo, tra
la schiera di tante anime consecrare, e fra mezzo a tanti ceri, che risplende­
vano nella casa del Signore. Ah!... che mi sento superare dalle lacrime, mi
sento a lacerare il cuore da rimorsi quando vi penso: vincor lacrvmis. com-
pungor stimulis cum haec recordor. Vorrei piangere, eppure mi è forza par­
lare; dimmi non veniva in mente in quclPatto del tuo peccato quell’abito
da Vergine, che indossavi, quella sedia di distinzione che occupavi fra le
altre: dimmi: non ti sei ricordata di quei baci di pace che per divozione
riverenza ti chiedevano le materne divote, di quegli ossequi che a gara ti si
usavano: ah!.., che purtroppo hai dimenticato in un colpo ogni cosa, e sei
caduta: oblita es propositum... oblita es Eclesiam. oblita honorem dignita-
tis: dimenticasti perfino il Regno, che ti fu promesso, il giudizio terribile,
che ti sovrasta; oblita etiam promissionem regni, oblita iudicium terribile,
ed hai peccato: amplexa es corruptionem. Io non so se possano trovarsi
concetti più forti, ed insieme più adatti per noi, per un Eclesiástico, che
abbi peccato; e che dire, che rispondere quando ci venisse a dire: ah?
Sacerdote, tu hai peccato: e non ti sovviene in quel punto di quel giorno
solenne, in cui ti presentasti all’Altare per celebrare le tue nozze con questo
Signore: quanti compagni, ricordatene un momento, quante feste, quante
cerimonie, quanta ilarità in te, in quanti v’erano presenti: non ti venne in
mente quel seggio di distinzione preparato per te nella Chiesa, quel nome
quel titolo, con cui sei chiamato, sei venerato dal popolo: non es memora-

36 II testo continua con le seguenti righe cancellate: Che se qualcuno di noi sarà costretto
purtroppo a veder ne suoi anni passati quei motivi di dolore, e di angoscia, che affligge­
vano il Santo dottore si rammenti per maggior sua confusione, e pentimento la causa di
tanti mali, il motivo di tale caduta. Vae tihi. et iterum vae. e per che cosa? quia tanta
bona propter parvi temporis luxuriam perdidisti. Ah Eclesiástico che umiliazione, che
confusione per te quando pensi: tanto danno alla Religione, alla Chiesa, tanto disonore
al ceto Sacerdotale, tanto disdoro per te, e pei tuoi ministeri, tante perdite insomma, e
perché? per qual cosa? per un peccato, per un niente, propter parvi temporis luxuriam.

277
Esercizi Spirituali al Clero * Meditazioni

tus diei sanctae - quantus convenerit populus ad tul et domini nuptias.


Non è vero, dillo pur tu, non è vero che quell’abito stesso, che porti ti
doveva frenare, quelle divise che indossi, quelle riverenze che ricevi, quei
riguardi che godi, tutto doveva tenerti a freno: ma purtroppo anche noi
abbiamo dimenticato ogni cosa, abbiamo lasciato a parte, abito, e stato,
onore, e Chiesa, promesse e minacce, perciò anche noi siamo caduti,
anche noi amplexi sumus corruptionem, oblitus es proposìtum... oblitus es
Ecclesiam. oblitus honorem dignitatis, oblitus promissionem Regni, obli-
tus iudicium terribile: amplexi sumus corruptionem. Fratelli miei desti­
niamo questo giorno a meditar tra noi e noi nelle nostre camere, ai piedi
di questo Crocefisso i passi accennati del nostro peccato: l’ingratitudine
somma, di cui si cuopre un Sacerdote peccando, il profondo dell’umilia­
zione, in cui lo piomba il peso del suo peccato. Già sarebbe meglio, come
già diceva il Santo a quella infelice, che il Signore ci avesse presi prima di
peccare: può essere che qualche parente avrebbe pianto un po’ su noi, la
Chiesa che sperava qualche cosa ne1 nostri anni

(1980) lo forse avrebbe dato lamento sulla nostra perdita. Ma buon per noi
che saressimo morti innocenti; avressimo cosi lasciato intatta la gloria, il
decoro del nostro stato, vi sarebbe stato un giglio di più nella Chiesa, un
Sacerdote santo, intemerato; ed a che serve qualche anno di vita di più,
ed anche molti se dopo mi convenga morire coll'amara memoria di aver
peccato37

(1979) e lascio un onta di più al mondo, qual è un Sacerdote peccatore.

(1980) io Ora però il male è fatto; la prefata consolazione non è più per noi, pre­
ghiamola per quelli, che ci verranno dietro, a noi tocca piangere e gemere
deplorare il mal fatto. Ho peccato; è questo il pensiero che fa gemere tante
anime nel mondo: ho peccato, è questa la paura, e l’affanno di tanti, che
muoiono giornalmente. Ho peccato sarà questa l’eterna, ed amara memo­
ria del dannato alflnferno: noi siamo venuti qui ciascuno per conoscere,
per confessare, per piangere lo stesso sentimento: anch’io un giorno ho
peccato: e che fare, che risolvere a si dolorosa memoria? terminiamo pure
col nostro Santo dottore: grande scelus grandem necessariam habet sati-
sfactionem: abbandonarsi alla tristezza, alla malinconia, ed a che vale? dif-

37 L’originale rimanda ad una riga scritta nella pagina, a fronte.

278
Giorno Secondo ■- M editazione Prim a - Sopra il peccato di un sacerdote

fidar del perdono, fratelli nò: v è una voce che consola: nolo mortem pec-
catoris... haec dieta poenitentiam sapiunt... ad poenitentiam vocant pecca­
to res38: ah! che parola consolante per un cuor che geme, che sospira,
che lamenta d’aver peccato: Convertimini... nolo mortem peccatoris: a
questa voce, a cotesto invito si scossero già tanti Sacerdoti peccatori, pian­
sero il loro peccato; trovarono perdono, e si sono salvati, scuotiamoci
anche noi, fratelli miei, mentre abbiam tempo: noi Sacerdoti più che ogni
altro abbiamo tanti stimoli al pentimento nel nostro stato: ogni giorno ci
cadono sott’occhio nel Breviario molte massime di confidenza, e terrore:
frequentemente ci vengono ai piedi peccatori pentiti, che gemono, che
piangono stanchi del loro peccato: soventi sentiamo sul letto della morte
le pene, le angustie de’ peccatori: e che aspettare adunque, che tardare?
abbiam peccato, e questo peccato va pianto: non c’è mezzo: o piangerlo
presentemente con lacrime di pace e di consolazione in questi giorni, o
piangerlo poi co’ dolori della morte, nelle nostre ultime ore, oppur che ci
toccherà piangerlo disperati aH’Inferno: pentiamoci: x he~Bio ci preservi.
Non v’è mezzo, ripeto, e perché non ci capiti, Iddio dia a me, dia a voi
un orror tale alla colpa, che fin d’oggi, e soventi nel giorno e nella nostra
vita avvenire abbi a risuonare come una voce sola sulle nostre labbra, una
grande parola, una parola che rallegri tutto il paradiso, una parola che
faccia sbalordire tutto l’inferno, una parola in somma e sia questa: mai più
peccati, peccati, mai più.

38 Ez 33,11 .I n realtà la citazione viene dalla Liturgia, che ha ripreso il riferimento ad


Ezechiele.

27 9
Giorno Secondo (1981)
Meditazione Seconda
Sopra l’Eclesiastico in peccato

Orazione (1983)1

Mio Dio, io vi credo qui presente, ed adoro la vostra divina Maestà. Ho


peccato o Signore, e lo ripeterò sempre che ho fatto un gran peccato. Io
bacio mi umilio in questa sera quella mano, che mi percuote, e mi rassegno
a io accetto tutti que’ castighi che la vostra giustizia sarà per condannarmi,
ho peccato, ed è giusto che senta la pena del mio peccato. Fatemi la grazia,
o Signore, che io impari a temere la vostra collera, ma che tema ancor più
la cagione qual’è i ["peccato la Colpa. Cara mia Madre Maria, Voi che ¿
piedi della croce vedeste i castighi del peccato pregate per me, pregate per
un povero vostro figlio: Angelo mio Custode etc.

Esordio.

Il peccato di un Eclesiástico fù il soggetto dell'ultima nostra Meditazione


fu l'occupazione della nostra giornata. Noi vedemmo in quelFatto la
somma, e mostruosa ingratitudine, di cui si fa reo un nostro pari1,

la perdita immensa che egli faccia, come l’abisso di que mali, di quel- (^82)
l’ignominia etc. e l’abisso di quell’ignominia ed umiliazione ed awili-

* (fald. 45 ¡fase. 97; nell’originale 1981-2001)


1 Qui il Cafasso intende inserire due righe cancellate scritte nella pagina afronte: Questa
mattina abbiamo considerato il peccato di un Eclesiástico, questa sera mediteremo un
Eclesiástico in peccato. Questo testo viene sostituito da altre righe, nuovamente cancellate, dì
travagliatissima lettura. Restano però due righe non cancellate che riportiamo nel testo.

281
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

mento, in cui si sprofonda: questo però non può ancor essere il fine, il
termine... [alcuneparole di difficile lettura\ ora io dimando: che cosa sarà di
cotesto infelice Sacerdote? che cosa sarà in vita, che cosa sarà in morte, che
cosa sarà all’altro mondo2?

(1982) È impossibile che io possa d’un colpo solo rispondere a tre dimande,
quando una per una è capace di far inorridire, e tremare. Prendiamo in
questa sera a considerarlo ancor vivente tra noi; e sia questa la materia
della presente nostra Considerazione, la chiusa -di-questo secondo giorno,
il meditare cioè, pensare, conoscere chiaramente qual sia lo stato, la posi­
zione, la vita infelice di un Eclesiástico in peccato3 o per dirlo spiegarmi
in termini più chiari, che cosa abbia ad aspettarsi, che cosa abbia a temere
in questa vita un Sacerdote peccatore, e lo dirò in qualche parola ed ecco
il soggetto della presente nostra Meditazione. 10 lo sdegno e la collera del
Signore ne’ temporali castighi, 2 ° una vita travagliata, lacerata da mille
rimorsi, ed angustie, 3° finalmente il timore la minaccia pur troppo spa­
ventosa di finire in peccato terminare e terminar presto con una morte pari
alla vita la sua infelice carriera in questo mondo.

(1983) 1 Nel mondo si commettono tanti peccati: si dorme tranquillamente


nella colpa, perché non si pensa, non si bada alle conseguenze, e quello
che è peggio si sente ben soventi a qualificare per bagatelle, per debolezze
comuni, ordinarie certi peccati anche enormi, peccati, contro cui le sacre
pagine scagliano tanti vae. Ah! mio Dio, parlate voi al cuore di tanti mise-
rabili, tuonate voi alle loro orecchie, ma tuonate forte sicché si destino, vi
ascoltino, ed aprano una volta gli occhi su quel precipizio, in cui stanno
per cadere. E non vi sarà anche tra gli Eclesiastici chi parli, o almeno la
pensi in questo modo: cadrà in certi eccessi, in certi disordini, ne sente il
rimorso; invece di cercarne subito il perdono con un vero pentimento, si
sforza per darsela ad intendere: eh!... sarà male purtroppo non lo voglio
negare; ma alla fin fine sono un uomo come un altro, e non v’è a stupire
gran cosa se porto, e se cado nelle stesse miserie. Ah!... mio caro, io gli
direi, ah!... Caro Sacerdote, fratei mio, tu t’inganni di molto: se tu sei un
uomo come un altro non dovevi entrare in questo stato, perché sappi che
coteste divise non sono fatte per un uomo qualunque: non omnes capiunt

2 Qui di nuovo il Cafasso inserisce due righe scrìtte nella pagina a fronte.
3 Vengono ancora inserite alcune righe scritte nella pagina affante.

282
Giorno Secondo -- M editazione Seconda - Sopra l\'Eclesiástico in peccato

verbum istud4: e se tu non lo intendevi, non dovevi farti avanti, nessuno


t’ha chiamato, molto meno nessuno ti ha forzato: un Sacerdote deve avere
qualche cosa di più che gli altri: avrà le stesse miserie, e se volete anche
maggiori, ma deve avere più petto, più coraggio, più virtù per sostenersi,
per combatterle, e chi non si sente stia indietro; chi non è capace di condur
se stesso non si metta a farla da capitano agli altri; il soldato fiacco, e pau­
roso che stenta a combattere nelle ultime file non vada a porsi di primo­
petto al nemico. Noi frateBi mici ringraziamo il Signore perché ci abbia
dato e comodo, e lumi per conoscere, per detestare questo gran male, anzi
l’unico del mondo qual’è il peccato: preghiamolo in questa sera che ci apra
sempre più gli occhi tanto sulla colpa, quanto sulla persona d’mi Eclesiá­
stico in peccato: e faccia Iddio che temendo, e paventando la sorte infelice
di un Eclesiástico peccatore in vita, ci

riesca di scampare quella più terribile che l’attende in morte, ed all’eter­ (1984) 2
nità5.

4 M t 19,11.
5 Segue un lungo testo di quattro pagine, interamente cancellato, che noi riportiamo in
nota:

Dio l’Iia mai perdonata al peccato: Dio per lo più tace, soffre, pazienta, aspetta, ma (1984) 2
alla fin fine si fa sentire, epperciò molto meno non la perdonerà al pecca to.dell’Eclesia-
\
stico. Le Sacre Scritture parlano chiaro, e l’esperienza lo fa toccar con mano. Io non parlo
di castighi eterni, che qui non saiebbe al1tempo intendo di scorrere, accennare quelle
miserie, quei guai, quelle disgrazie d ’ogni genere, che o tardi o tosto suole attirare il pec­
cato sulla testa de’ peccatori, sulle case, sulle famiglie, sulla società, sul mondo; e per far­
cene una giusta idea prendiamo la norma dal primo peccato, che si commise, e dal primo
castigo, che si fulminò dalla divina Giustizia.
Noi tutti sappiamo, la ribellione, la guerra che un dì suscitò Lucifero in Cielo:
factum est proelium magnum in Coelo: conscendam et similis ero Altissimo [Ap 12,7; Is
14,13-14], osò pensare, ed ebbe tanto ardire di pretenderlo quel superbo; e non contento
di ribellarsi a Dio egli solo, cercò di avere al suo partito quanti più potè di quegli Spiriti
Angelici: ed ecco la gran forza del mal esempio: non genera trova la strada non solo tra
secolari, rozzi, ignoranti, ma agisce pur troppo, ed è capace di grandi rovine anche tra
persone dotte, virtuose, sacre, giacché ha potuto far strage perfin di Angeli: e non cre­
diamo che il mal esempio stia solo per le contrade, sulle piazze, entra nelle case, entra
nelle Chiese, entra nel Santuario, e non v’è a stupire poiché entrò perfino in Cielo. La
ribellione adunque è decisa, il peccato è fatto, alle prove, fratelli miei, che ne pensi Iddio:
figuriamoci di non aver ancor idea del peccato, è questo il primo che si commette, e
che compare a1 mondo, non si ha ancor esempio, non si sa che giudizio se ne formi,

283
Esercizi Spirituali al Clero ■-Meditazioni

(1987) Iddio l’ha mai perdonata, e non può perdonarla al peccato: pazienta,
dissimula, aspetta, ma finalmente si sveglia, e di tanto in tanto non può
a meno che lasciare travedere qualche lampo della sua divina giustizia. Io
non parlo di castighi eterni, che saranno il soggetto di altre future, e più

sono gli Angeli che lo commettono: ecco in poche parole lo stato della cosa: aperto il
Tribunale, instituito il giudizio, pronunciata la sentenza, esagitata ia pena. Via di là, fuori
dalla Gloria, lontani dal paradiso, giù nell’abisso per uscirvi mai più. La Sacra Scrittura
dopo d’averci annunziata l’insurrezione degli Angeli ribelli, conchiude con dire: che non
la poterono spuntare, che non si trovò più luogo per loro in paradiso, che vennero gii.tati
cacciati in quel pozzo dell’abisso: non valuerunt, neqùe locus inventus est eorum amplius
in Coelo... projectus est draco ille magnus. qui vocatur diabolus... et Angeli eius cum ilio
missi sunt [Ap 12,7-9]. Questa è ia prima traccia della divina giustizia, il primo esempio
sul peccato, e pel peccatore. Uopo è ben capirla. Tre cose io considero: chi sieno i parenti,
in quali circostanze, con che pena? e primieramente se vi fosse caso di dover usar qualche
riguardo trattandosi di castigar il peccato, sarebbe stato certamente quello degli Angeli,
sia pel numero, sia per la loro qualità; un numero spaventole, smisurato, e quasi infinito,
e noi sappiamo le sentenze de’ SS. Padri, e de’ Dottori su tale oggetto, eppur nemmen
uno risparmiato: creature fra quante erano già create, o stavano per crearsi le più grandi,
le più nobili, niente impedì che si eseguisse in sull’istante la pena nemmen un grado di
meno: si perde l’opera più bella della creazione, ma si doveva castigare l’opera più mal­
vagia, qual’era il peccato. Ili quali circostanze? sull’istante medesimo, che si commetteva
il peccato, senza previe minaccie, e senza esempio di castigo, per la prima volta che pec­
cavano: non si può negare che sieno circostanze tutte di momenti, e per cui par che un
colpevole possa meritare qualche riguardo, qualche compassione: eppure nò: il delitto è
tale da non lasciare luogo ad alcuna riserva: peccarono, e tanto basta, la sentenza è data,
non ammette appello, v è più né uomo, né angelo che la possa cambiare. E che pena
adunque pel primo peccato, per un pecato di un momento, per un peccato di pensiero?
eh?... nessun uomo di questo mondo se lo sarebbe potuto immaginare, perché nessun
uomo avrebbe potuto conoscere

(1986) 3 la malizia, la gravità del peccato. La pena fù la perdita di una gloria, che non si
potrebbe spiegare tra noi, la condanna a tormenti da finirla mai più; ed a compimento di
questo tremendo castigo, e per capire ben bene cotesta prima lezione osserviamo chi sia
stato il giudice di cotesta fatale sentenza: non fù già un uomo anche sapiente, buono, e
santo: fu un Dìo incapace per natura, e per essenza di prevenzione, di impeto, di vendetta,
di inganno, un Dio che essendo la stessa Giustizia è impossibile che castighi al di là del
demerito, anzi come la stessa Misericordia castiga sempre, al dir dell’Angelico, al di sotto
della colpa; un Dio che non vuole, ma desidera, e cerca la salvezza de’ peccatori; e che
forza, che violenza non dovrà aver fatto a se stesso questo buon Dio per fulminar questo
colpo, eppur il peccato glielo strappò di mano, la reità, l’enormità fu tale che la sua giu­
stizia lo volle: fratelli miei cari io vedo in questa tremenda verità molte conseguenze per
noi: primieramente non possiamo a meno che umiliarci, e confonderci paragonando i
nostri falli, le nostre cedute con quella degli Angeli; noi mancammo in tante maniere,
noi mancammo dopo tante promesse, noi mancammo dopo tante minacce, castighi, éd
esempi, e mancammo più volte, sicché peccati sopra peccati, e per giorni, e per mesi, e
Giorno Secondo - M editazione Seconda ^ Sopra l ’Eelesiastico in peccato

serie considerazioni; io voglio attenermi solo in questa sera a quella falange


sterminata di guai, di miserie d’ogni genere, e di temporali castighi, che

Dio non voglia anche per anni, inutili le promesse, inutili gli avvisi, inutili le minacce, i
castighi.

Con una nota il Cafasso intende inserire qui un testo di 13 righe scritte nella pagina a
fronte:

E se sia vero esaminiamolo qui tra noi; e riandiamo per un momento, benché ci costi (1985)
gli anni nostri passati. Ditemi, fratelli miei, che spavento quando ciascun di noi dovesse
mettere assieme i proprii peccati, chi sa forse a che numero saressimo costretti ad ascen­
dere c a fissarne-il ■immero: ognun lo fissi da se, e poi con questa gran lista alla mano,
guardi l’inferno e dica: ognuna di queste colpe, la prima meritava per se sola, un Inferno,
cosiché per castigare la seconda degnamente Iddio avrebbe dovuto crearne un secondo
all’istante, e così successivamente crearne tanti quanti furono i miei peccati; ma quello
che ancor più ci aggrava ah se all’Angeio dopo il primo peccato gli fosse stato minacciato
l’inferno al secondo, certo che non vi sarebbe caduto; a noi invece, e non è vero, o cari
quanti avvisi, e minacce per rimorsi, per letture, per prediche, per buoni esempi, e di tanti
altri che ci capitavano come fulmini senza saper noi né il perché, né come.

Io lascio pensare a voi se tute queste circostanze messe assieme, e considerate al lume, (1986) 3
ed allo specchio del peccato, e del castigo degli Angeli non ci rendano molto più rei,
molto più colpevoli di loro. Sentimenti di umiltà, di confusione per ciascuno di noi sia
questo il primo frutto di questa nostra considerazione, il primo passo die ci spinga al
pentimento, ed a gettarci nelle braccia di quella Misericordia, che ci ha sostenuto fin ora,
ecco [’altra conseguenza ben consolante per noi; se Iddio non ci ha puniti al primo pec-
cato, se ebbe tanta pazienza di soffrirci per tanto tempo, e dopo tante offese, cadute, e
ricadute Egli è evidente che ci vuol perdonare. Ah! fratelli miei non mandiamo a vuoto
sì belle speranze della nostra salute, e del nostro perdono, deh: sia mai vero che abbia ad
essere inutile per noi tanta misericordia del Signore. Se agli Angeli fosse stato accordato
un po’ di tempo, se Dio li avesse minacciati di castigarli, quando non si fossero pentiti, io
penso che nemmen uno si sarebbe rifiutato, nemmen uno avrebbe differito un momento
a conoscere, a detestare il proprio fello, ed eh! a quest’ora quante anime di più in paradiso,
quante lodi, quanti ringraziamenti a quella divina misericordia del Signore che li aveva
salvati, ma purtroppo questo tempo non l’ebbero, e l’avranno mai più: noi che l’abbiamo
saremo sì ciechi, sì pazzi, sì ostinati da non volerlo, da rifiutarlo, da non saperne che fare.
Possibile che un castigo si tremendo non ci spaventi; possibile che tanti maestri assieme
non sieno capaci di farci imparare una lezione di tanta importanza per noi: io non lo
voglio credere ma a buon conto ognun pensi al pericolo, che corre, a quel tanto, che si
espone, quando non metta senno a cotesto lampo, a cotesto tuono della divina giustizia.

Con una nota il Cafasso inserisce qui un testo di 1 6 righe scritto nella pagina a fronte

Una persona fù colpita dalla giustizia di Dio nell’atto del peccato, e morì repentina- (1985)
mente, il compagno lo vidde, e possiamo imaginarci il suo spavento, e disse tra se: questo
colpo poteva capitar a me: ma non andò più avanti, si fermò tutto in questo detto, e

285
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

più. presto o più tardi, in questo od in quel modo la colpa suol attirare sui
popoli, ma principalmente sull’infelice peccatore. Se v è una verità che sia
più che evidente nelle sacre Carte, Ella è questa. Leggetele da capo a fondo,

continuò la sua vita di peccato. Iddìo permise che per la seconda volta fosse testimonio
oculare di simile morte, ed allora mise senno, aprì gli occhi, e ragionò seco stesso: io
avrei già dovuto imparare la prima volta, e fui già ben imprudente a non farlo: oggi però
sarebbe non sol da temerario, da pazzo, l’aspettare, cimentarmi di più, perché la terza deve
essere per toccherebbe a me. Così risolse, e così fece a costo di grandi sacrifizi, e la durò
sino al fine fermo, e costante in mezzo a tanti e tali travagli ad una serie de’ più fieri assalti
quasi ad agonie di m o n e, ma la vinse. Dio già lo chiamò ad altra vita a godere il frutto
della sua risoluzione, e delle sue battaglie. Noi fratelli miei, noi specialmente Sacerdoti
abbiam già sentito, abbiam già ne sappiam già mille di questi colpi cominciando da quello
degli Angeli, e scorrendo la storia di secoli, e quanti forse per ragione del nostro ministero,
od in altro modo sapremo anche a’ di nostri: facciam senno, Signori miei, qui non si
burla.
Ed ecco l’ultima conseguenza per noi di timore, e di spavento per questo peccato. Se
Dio non la perdonò agli Angeli, a creature sì grandi, sì nobili, vorremmo credere che la
perdonerà poi a noi fango, e polvere? si superbientibus Angelis non pepercit Deus, quanto
magis tibi putredo. et vermis. Se Dio si adirò talmente contro gli Angeli per un peccato
solo, pel primo, senza ostinazione, senza mancargli di parola,

(1988) 4 che sarà di noi, e di noi specialmente Eclesiastici, perché se c’è peccato in terra che
s’assomigli, che s’avvicini al peccato degli Angeli in Cielo è il nostro, di modo che diceva
il dottor S. Bernardo che l’Eclesiastico che pecca tra il Clero è come l’Angelo che peccò
in Cielo: peccans in Clero peccat in Coelo [citazione tratta da Selva, cit., p. 27]; e ciò
per due ragioni principalmente, perché noi Sacerdoti benché vili per natura, e formati
di terra, per uffizio, per dignità, per Carattere siamo altrettanti Angeli, e più che Angeli;
secondariamente, ed è la ragione più forte, perché l’Angelo peccò con piena cognizione
del male, che faceva, fu questa la circostanza più grave del suo peccato, e la ragione più
forte di sua condanna; così è del Sacerdote, die conosce pienamente la gravezza del male,
conosce l’obbligo, conosce i mezzi, conosce i motivi di schivarlo, e ciò nonostante lo fa:
peccans in Clero, peccat in Coelo. E che'cosa avrà a temere un Eclesiástico in peccato?
Air! fratelli miei cari, è questa una dimanda, a cui lascierei che ciascuno pensi, e
risponda da sé; i motivi di temere, e di temer grandemente sono tanto forti, e tanto
patenti che ognuno li conosce, e nessuno può a meno che intenderli. II guasto, il male che
ha fatto il peccato in Cielo l’abbiam veduto, il guasto che ha fatto, e fa continuamente in
terra, il mondo ne è pieno. La perdita di quel paradiso di piaceri, la morte violenta e bar­
bara d’uno di loro primogeniti, secoli e secoli di stenti, di fatiche, e di lacrime, finalmente
la discesa nella tomba furono i primi effetti del peccato ne’ nostri infelici progenitori, ed
il funesto annunzio di tutti i guai avvenire. Scorriamo per le età passate, cerchiamo in
ogni angolo del mondo, sempre ed ovunque noi troveremo le traccie della divina giustizia,
sempre ed ovunque si fanno sentire i tristi effetti, le conseguenze funeste della colpa. Fruc-
tus Belli stava scritto appiè d’una tela che conteneva dipinti tutti gli orrori d’un campo
di battaglia: fructus peccati sarebbe il motto ad appendersi alla tela de’ secoli, alla storia

286
Giorno Secondo ^ M editazione Seconda ^ Sopra l 'Eclesiástico in peccato

cominciando da primi libri, il Levitico principalmente, il Deuteronomio,


scorrete quindi i Salmi, ed Ì Profeti, e voi troverete un pieno accordo in
tutti, una voce sola, lo stesso linguàggio cioè al nostro proposito, un tes-
suto cioè di grazie, e benedizioni temporali per chi si manterrebbe fedele
al suo Dio, pace, sanità, abondanza di raccolti, prosperità perfino negli
armenti, ma al contrario una serie tremenda di guai, di minaccie, di casti­
ghi sulla terra per ogni persona che avrebbe osato allontanarsi da precetti
e da’ comandamenti del suo Dio. Come dicevo potrei citarvi un infinità
di questi passi, a me però fa specie, e non può a meno che esser di terrore
per un peccatore qualunque il tratto che noi troviamo nel citato Deute­
ronomio al capo 28. dopo d’aver il Signore promesso loro ogni verità di
benedizioni, se l'avessero ascoltato, ed obedito, viene finalmente al punto,
che noi trattiamo, che cosa cioè avrebbe dovuto aspettarsi qualora gli fosse
stato infedele. Ecco le sue parole: quod si audire nolueris vocem Domini
Dei tui. ut custodias, et facias... mandata ejus... venient super te omnes
maledictiones. Maiedictus in civitate... maledictus in agro... maledictum
harvum tuum maledictae reliquiae tuae... maledictus egrediens... maledic-
tus ingrédiens6... così continua per ogni passo il peccatore. Che se non

del mondo, alla serie de guai che lo devastarono, e la devasteranno sino alla sua consuma­
zione. Frutto di peccato sono le miserie, di cui sono piene le case, le famiglie, le discordie,
i rancori, le rabbie, le gelosie: frutto di peccato sono tutti que malanni, di corpo, e di
spirito, a cui ognuno di noi va soggetto: frutto di peccato sono que colpi un po’ più
strepitosi della divina Giustizia, che soventi si vedono, si lamentano, si piangono: morti
immature, repentine, dolorose: disdette, grandini, inondazioni, e andiam dicendo: Non
crediate però che scorrendo per questo quadro in genere di cause e di effetti, cioè di pec­
cati, e castighi, io voglia confondere l’Eclesiastico ed il secolare, e fare una causa sola e
comune di tutti i peccatori: nò, è vero che ognuno ha a temere a ragione de’ suoi demeriti,
e de’ suoi peccati, ma è vero altresì fra tutti i peccatori nessuno a proporzione si trova
in condizione più deplorabile che l’Eclesiastico peccatore: sì a nessuno tocca soffrire di
più, nessuno ha da temer tanto in questa vita quanto un Eclesiástico in peccato. Ah: che
misera sorte, che giorni infelici, che vivere disgraziato deve essere quello d’un Sacerdote
peccatore, pag 7. Tre cose etc.
Io ho già premesso che non voglio parlare di quelle pene eterne, che stanno riservate
all’altro mondo; io non parlo ancora di que’ castighi che necessariamente deve paventare
anche in questa vita, e che da un giorno all’altro lo possono sorprendere. Io mi restringo a
quel castigo, o per meglio dire a quel supplizio che porta serrato, e chiuso nel cuore, e che
continuamente senza tregua, senza riposo lo rode, lo squarcia, lo divora.
Qui finisce la lunga sezione cancellata ¿lai Cafasso. A i termine egli pone una nota che
rimanda alla pag. 4 a fronte [1987] con la quale riprende il testo.
6 D t 28,15-19.

287
'Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

basteranno cotesti temporali flagelli a farvi conoscere le vostre colpe, ed a


ritirarvi dalla mala via, in cui vi siete messi, ebbene il Signore aggraverà
la sua mano: augebit Dominus plagas tuas et plagas seminis tui. plagas
magna.s, et perseverantes infirmitates pessimas. et perpetuasi Sicché, o cari
miei, se v è personaggio al mondo che abbi a temere sulla terra, e temere, e
paventare in tutto egli è il peccatore: temer per se, per la casa pe’ suoi, nella
roba, ne; maneggi nc suoi affari, nella sanità, in casa, fuori casa, comunque
insomma, ,

(1989) e dappertutto v’è una minaccia, una maledizione, un castigo, che lo


attende, e già gli pende sul capo. Credo che a nessuno verrà in mente che
coteste minaccie, e castighi erano limitati solo, e diretti agli Ebrei, poiché
bisognerebbe dire o che i peccati de’ vecchi fossero maggiori de’ nostri,
oppur che Iddio avesse cangiato di sentimento nel giudicare del peccato, lo
che è impossibile solo ad immaginarsi nel nostro caso, e quando Iddio su
qualche peccatore in particolare non facesse cosi tosto sentire la sua mano,
ben lontano di presagirne in bene, non sarebbe che un indizio più funesto
ancora, d’una collera cioè a dismisura più grande a proporzione che venne
sulla terra allungata. Né è impossibile possa andar bene dove c’entra la
colpa, purtroppo non avrà a temersi che male, dove arriverà a penetrare
questo mostro. Entrò in Cielo, e voi sapete il guasto, e la strage, la rovina
che apportò a tante e si belle Creature, che mai fossero uscite dalla mano
del Signore. Entrò nel paradiso terrestre, e via subito che un peccatore
non è più fatto per goderne; si propagò sulla terra, e noi sappiamo dalle
storie i malanni, i guai, le calamità terribili, con cui ebbe a travagliare la
misera umanità: continua, e si propaga ancor più a nostri giorni, e noi
vediamo, e noi tocchiamo con mano ogni giorno i frutti, gli effetti di cote-
sta colpa: propter peccatum veniunt adversa: miseros facit populos pecca-
tum8: miseri i popoli, misere le famiglie, ma misero infra tutti l’infelice
peccatore, di modo che può dirsi, che tutto questo mondo, ogni cosa,
ogni famiglia, ogni persona ha una lingua, una voce per dirci, per ripeterci
quella terribile minaccia, che già scagliava Isaia profeta contro il peccatore,
la terra, la persona peccatrice: vae impio: vae terrae. vae genti peccatrici9.
La scuola, fratelli miei, è antica, la lezione è sonante, eppure non si vuol
capire, epperciò il Signore da mano a ciò che minacciava già agli ebrei:
augebit Dominus plagas super plagas. Fra tutti però chi ha più a temere

7 .£*28,59.
8 Pr 14,34.
9 Is 1,4; 3,11.

288
Giorno Secondo ■- M editazione Seconda ^ Sopra l ’Eclesiastico in peccato

sulla terra dalla Collera e dallo sdegno di Dio, egli è I’Eclesiastico pecca­
tore10.

Tre cose noi rileviamo dalla Sacra Scrittura pel nostro punto: primiera­ (1993)7
mente che ai peccati nostri come più gravi Dio fulmina castighi più grandi;
secondo, siccome il nostro peccato d’ordinario conduce seco quelli del
popolo così Dio pe1 peccati nostri castiga popolo e sacerdote; finalmente
per l’Eclesiastico peccatore Dio ha minacciato certi temporali castighi, che
tardi o tosto si faranno sentire. È un riflesso fatto da molti autori che nel­
l’antica legge ogni qualvolta Dio faceva qualche legge a Sacerdoti di fare
qualche cosa, o di astenersene, finiva sempre con minaccia di morte, od
altra ben grave a’ trasgressori... ne moriamini... ne moriantur... ne morien-
tur così nell’Esodo, nel Levitico, nei Numeri; acciò si vegga, dicono essi, il
peso che il Signore da alle colpe de’ Sacerdoti, lo sdegno che ne ha. I flagelli
poi con cui ha fatto conoscere la sua collera su’ sacerdoti antichi, parlano
ancor più che le parole. La morte caduta subitanea di Ozia levita11,

la morte repentina de’ novelli sacerdoti Nadab e Abiud Lev 10 [10,1-3]. (1992)

i castighi della casa di Eli, che furono tali: ut quicumque audierit. (1993) 7
timeat ambae aures eius. 1 Reg12. la pena data a Mosè ed Aronne, non
ostante fossero suoi cari, E non ci deve parer strano cotesto rigore sulle
nostre colpe, poiché essendo noi molto più rei che qualunque altro nel
peccato, è giusto che ne siamo anche temporalmente più severamente
puniti. Ciò però che ci deve arrecare non poco fastidio, e non poco dolore
è l’altro punto, che già abbiamo accennato, cioè che pel peccato nostro il
popolo intiero ne abbia a portare la pena13.

Noi, fratelli miei, possiamo essere pe’ popoli la grazia più grande, ed (1992)
eletta, che loro possa concedere Iddio, quando ciascun di noi sia proprio
un vero Sacerdote, ed infatti il Signore l’aveva promesso al suo popolo,
quando si fosse regolato bene, e l’avesse meritato, e si fosse convertito:
Convertimini... et dabo vobis pastores iuxta cor meum. Ier. cap. 314. che

,0 Con una annotazione il Capasse rimanda allapag. 7.


II Con una nota il Cafasso inserisce una riga scritta nella pagina a fronte.
I I I Sam 3 ,11.
13 Con una nota il Cafasso rimanda ad un testo dì 15 righe scritte nella pagina a fronte.
14 Ger 3,14-15.

289
Esercizi Spirituali al Clero. - Meditazioni

al contrario saremo il flagello, il castigo più terribile, quando deviassimo


dal nostro dovere e Iddio medesimo per bocca del suo profeta l’aveva già
minacciato al popolo antico; quia non perché non hai ascoltato la mia
voce: io farò che i tuoi Sacerdoti sian vuoti, leggieri, e pasciuti di vento:
quia non audisti vocem meam... omnes pastores tuos pascer ventus. Ier.
cap. 2215. Sacerdoti mondani, dissipati, secolareschi, dominati dal fumo, e
dal vento della superbia, dall’ambizione, epperciò ti lasceran correre per la
stessa via; ma io saprò far giustizia degli uni, e degli altri, epperciò guai a
quella casa, guai a quella famiglia, guai a quel paese che a cui tocca il più
grande de’ castighi perché tocchi cotesto flagello di aver tra se un cattivo
Sacerdote. L’Eclesiastico quando sia buono, virtuoso, esemplare chiama
sopra di se, come sopra del popolo, fra cui vive le benedizioni, le grazie del
Signore, e fra altri casi, che abbiamo nella sacra Scrittura basti quello che si
nota nel 2° libro de’ Maccab. dove si dice che tutta la santa città viveva in
somma pace e tranquillità propter Oniae pontificis pietatenr".

(1992) Ma chi sa quali e quanti castighi il Signore sarà per fulminare e permet­
tere in quella terra infelice, in cui il Sacerdote pecchi, e purtroppo col suo
peccato più o meno s’aggiungano i peccati altrui,

(1993) 7 ma guai ai -popoli, come diceva, guai alle famiglie quando il Sacerdote
la sbagli, e la manchi. Pel peccato di diversi Leviti in occasione della ribel­
lione di Core, Datan, ed Abiron, Iddio si sdegnò di maniera che con un
fuoco improvviso ne castigò più di quattordici mille. Pel peccato de’ due
fratelli sacerdoti Ofni e Finees Dio permise fosse rotto, e disfatto un eser­
cito, e che il popolo fosse trattato da schiavo, finché fe’ sorgere Samuele.
Per le colpe de’ Sacerdoti, come dicono i profeti Geremia, ed Ezechiele
Gerusalemme fu data nelle mani de’ Caldei, saccheggiata, e distrutta.
Qualcuno può dire che sono castighi antichi, ma io dico che antichi, o
recenti ma è certo, e non si può negare che furon frutto de’ peccati de’
Sacerdoti, ed i peccati nostri non cangiarono, anzi se allora erano già gravi,
lo divennero ancor più per l’eccellenza del Sacerdozio nostro. Noi sap­
piamo in quei casi, ed a que tempi i castighi, che attirarono sul popolo
le colpe dei Sacerdoti, quali e quanti ne attirino al tempo nostro Ì peccati
di noi Eclesiastici, noi possiamo sapere cosi di certo, ma è certo altresì che

^ Ger 22,22.
16 2 Mac 3,1. Con un altro rimando il Cafasso inserisce tre righe della pagina a fronte.

290
Giorno Secondo - M editazione Seconda ^ Sopra l\'Eclesiástico in peccato

noi vi abbiamo la mano, noi ne siamo in qualche modo la cagione. Che se


possiamo dubitare de’ castighi altrui, siamo tanto più certi di quegli altri
speciali, che Dio già da tanto tempo ci ha minacciati.
Tre sono i temporali flagelli, che a chiare parole Dio ha scritto nelle
sacre scritture per nostra norma, ed a nostro salutare spavento, ed avesse
pur voluto Iddio che mai l’avessimo dimenticato: povertà temporale,
povertà spirituale, lo scherno, e la burla del popolo: Ad vos, o Sacerdotes,
cosi pel profeta Malachia, si nolueritis audire... ut detis gloriam nomini
meo - che ne sarà? sentiamo: ait Dominus: mittam in vos eges tate tri,
povertà temporale; maledicam benedictionibus vestris...17 projiciam ster-
cum solemnitatum vestrarum18—povertà spirituale; propter quod dedi vos
contemptibiles in omnibus populis. ecco lo scherno del popolo: e tutto ciò
per qual cosa? sicut non servastis vias meas19.

Fratelli miei cari, Dio non poteva un dì parlare più chiaro colle parole, (1995) 8
né parlar presentemente più forte, e più chiaro co’ fatti. Io prescindo dalla
povertà temporale, come dall’ignominia nostra avanti i popoli, che sono
i castighi minori; ad un buon Eclesiástico quello che più lo deve accorare
è la povertà spirituale, e voglio dire la sterilità, la povertà del nostro Mini­
stero, l’inutilità delle nostre fatiche, e de’ nostri sudori; noi siamo soliti
ad incolparneJa malizia altrui, a cercar altre cause, sarà anche vero, ma
perché Iddio permette cotesto trionfo del vizio, cotesto insulto alla virtù,
non mettiamoci fuori, perché in qualche modo per qualche parte ognuno
di noi forse, od anche senza forse ci entra: nolueritis audire... ut detis
gloriam nomini meo... non servastis vias meas... maledicam benedictio­
nibus vestris... projiciam stercum solemnitatum vestrarum. Siamo deviati
dalla nostra strada, cercammo piuttosto la nostra gloria, i nostri comodi,
i nostri interessi, che l’onore, la gloria di Dio, ebbene il Signore ci umilia,
ci castiga, e fa che quella parola, quel potere che un dì domava gli stessi
elementi, ora sia vuota, fiacca, e senza forza, anzi alle volte ancor burlata, e
derisa. Ah Sacerdoti fratelli miei, facciamo senno, apriamo gli occhi, anche
lo stolto al dir dello Spirito Santo mette giudizio al rigor del castigo: impa­
riamo da cotesti temporali flagelli a guardarci da altri, e più terribili, e più
funesti. Facciamolo per l’onor di quel Dio, che siamo destinati a servire,

17 M al 2,2.
w M a l2,5.
^ M a l2,9.

291
E sercizi S p iritu a li a l Clero - M e d ita z io n i

facciamolo pel bene di quell’anima, che ci tocca salvale, facciamolo pel


decoro della nostra Religione, e per la gloria del nostro Carattere, e del
nostro Ministero. Egli è già lo scherno, e la burla de’ maligni, deh per pietà
ritiriamo la nostra mano, e non aiutiamo noi stessi à metterlo tra il fango
colle nostre colpe20.

(1994) Né lasciamoci lusingare da quel pensiero, che vi sieno Sacerdoti non


tanto buoni, eppur sono fortunati, felici, e contenti: se v’è uno spettacolo
triste agli occhi di chi crede, è quello di veder un uomo, un Sacerdote,
che prospera in peccato, che ride, e scherza nella colpa, simile ad un mori­
bondo che ride, e dice non aver più male alcuno, ma egli è agli estremi:
tu ridi, dice S. Gio. Crisostomo, tu ridi nella colpa, ma io piango per te,
perché non piangi; e poi non credete che questi tali sien felici, sien con­
tenti, come voi lo immaginate, ed eccoci al 2,do punto.
2d° punto: ed eccoci al secondo riflesso, di ciò che abbia ad aspettarsi un
Sacerdote peccatore, una vita cioè la più travagliata, ed affannosa che.
Tribulatio et angustia in omnem animam hominis operantis malum.
Rom 2. 9.
Il Signore parlando per bocca di Geremia, e lamentando le colpe, i
disordini di que’ tempi, particolarmente de Sacerdoti, minacciava loro
amarezze, afflizioni tali e-tante da doversi paragonare all’assenzio e fiele,
e non già per ad intervalli o per poca durata, o per pochi giorni. Ma lo
sapessero bene, questo e non altro era ma cosi dappresso e continuamente21

20 II testo seguente e cancellato: lo trascriviamo qui in nota: Ne lasciamoci lusingare da


quel pensiero, che può avetrfcraa anche nascere in qualcheduno di noi: oh! tanti altri
Sacerdoti, che io conosco non se la prendono poi tanto a cuore, e tanto calda, si sa, e si
vede tu tt’assieme come pensano, come vivono, è certo che il primo loro pensiero non è
poi quello dell’onore, e della gloria di DTo, eppure sono allegri, contenti, vivono comodi,
onorati, e pare che non vi sieno altri più felici. Ciascuno di noi conosce l’innesistenza
di questo ragionare, e la conseguenza, che se ne vorrebbe dedurre: pure non sarà inutile
qualche nostro riflesso. Quanti a questo mondo, che pajono felici, e non lo sono, e non
v’è chi lo sappia meglio di noi Sacerdoti; vi è roba, vi sono onori, vi sono titoli, vi sarà
sanità con tutto quello assieme che ancor volete, ma vi manca il più, che è la pace, la con­
tentezza, la felicità del cuore: sono piene le case, le famiglie di queste persone, e perché?
v’è un ladro, che la ruba, egli è il peccato. E tra queste persone mettete pure l’Eclesiastico
che vuol far l’allegro, e parer contento senza vivere del suo spirito, senza le opere del suo

rimando alla pagina a fronte il Cafasso sostituisce il testo cancellato e aggiunge altre 20 righe.
Noi riportiamo il tutto nel testo.
21 Alcune parole cancellate illeggibili.

292
Giorno Secondo ^ M editazione Seconda - Sopra l ’Eclesiastico in peccato

che questo, e non altro sarebbe stato il loro pane quotidiano e bevanda:
propterea... cibabo eos absintio. et potabo eos felle. Ier. 23. 15. disgusti,
amarezze, crucci, dispiaceri d’ogni genere, come spiegano gli Interpreti,
ma sopratutto disgusti e dispiaceri per parte del mondo {alcune parole di
difficile lettura\ per parte di quelle persone medesime, di parenti, contradi-
tori nemici, perfin dagli amici: amarezze e crucci nell’impiego, nelle occu­
pazioni, per la roba, per la sanità, nella fama, sempre, ovunque, per ogni
parte perché sta scritto che: cibabo eos absintio. et potabo eos felle. Il fiele
però più amaro, l’assenzio più disgustoso, che Iddio tiene riservato all’Ecle-
siastico peccatore egli è-ceitamente sarà in lui medesimo, e voglio dire
quelFlnferno, che porta chiuso, e serrato in cuore della propria coscienza,
e che continuamente lo rode, lo strazia, lo divora22.

Non est pax impiis3 . L’ha detto il Signore, ed è parola che non può (1988) 4
mancare; e realmente sono tali e tanti i rimorsi, le spine, gli affanni che da
il peccato al cuore del peccatore, che certi gentili stessi giunsero a credere
che cotesto supplizio, cotesto tormento

dovesse essere sufficiente a punire il peccato; error grande egli è questo, (1990) 5
#• dice Agostino, ma errore che prova una grande verità, che fa cioè conoscere
sefr,:-
ìMf-<
sino a qual punto giunga l’infelicità di un peccatore, e quai sieno le pene
che gli conviene soffrire; tutto questo mondo è misto di amarezza per un
peccatore; datemi qualunque divertimento, qualunque delizia, qualunque
soddisfazione, ogni cosa ha un pungolo, ha una spina per la persona di un
peccatore che è in peccato, non parlo già del pensiero della morte, dell’In-
ferno, dell’eternità, che lo agghiacciano; non voglio dir solo di que’ colpi
tremendi della divina giustizia, che lo sbalordiscono, e lo mettono quasi
fuori di se, ma anche le stesse cose innocenti, dilettevoli per lui sono tristi,
sono amare: si sfoga per aver pace, e pace non c’è; par che goda, e non è
vero; ride ma soffre, mostra d’esser contento, eppur non l’è oh! che fallace
apparenza, che triste e dolorosa realtà; e quante confessioni di questa sorta
il pentimento ha strappato, e strappa continuamente ogni di dalla bocca
di tanti infelici, che stanchi di gemere, di soffrire sotto il peso del peccato
vengono a cercare un po’ di riposo, e di quiete all’ombra di questa croce, e
nelle braccia di questo Dio24.

22 Qui il Cafasso rimanda alla sua pagina 4, infondo.


23 Is 48,22.
24 II Cafasso rimanda ad una riga scritta nella pagina a fronte.

293
Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

(1989) Confessione: che aveva mai avuto una bella giornata etc.

(1990) 5 Se questo però è vero per tutti, come lo è senza dubbio, lo è molto
più fuor d’ogni misura per noi Eclesiastici, se mai abbiamo la disgrazia di
mancare. Primo perché il peccato nostro essendo più grave, più malizioso,
più enorme, alza più alta la voce, e manda grida più forti, sia perché il
secolare guarda di schivare tutto ciò, che gli può ricordare il suo peccato,
e qualche volta vi arriva; il Sacerdote al contrario deve avere sempre alle
mani, e sott’occhio ciò che glielo ricorda, e quand’anche lo volesse dimen­
ticare FAItare, il Confessionale, il pulpito le sue stesse divise, e vestimenta
par che ogni cosa abbia una lingua, e tutto sembra fatto a bella posta per
rimproverargli il suo peccato.
Il Breviario solo pare a me che debba essere per un Sacerdote in peccato
uno spinaio il più terribile. E per capirlo fermiamoci un po tra noi a con­
siderare, a pensare, se ci sarà possibile la serie de’ contrasti, de crepacuori,
degli affanni, e de5 spaventi, che deve sentirsi, deve provare un Sacerdote
peccatore sulla Recita del Divin Uffizio. Primieramente Ed in verità non
dovrà esser per lui una contradizione continua, ed un rimorso, e rimpro­
vero ben amaro quel dover protestare così continuamente, giurare perfino
che ha in odio la colpa, che non vuol declinare dalla sua legge, che è fermo
di osservare i suoi comandi, mentre sa, e lo sa di certo, che questa colpa
istessa la porta con lui, e non sa determinarsi a lasciarla, e che lasciata l’ha
ripigliata di nuovo. Iniquitatem odio habui et abomininatus sum. Iuravi
et statui costodire judicia justitiae tuae. ab omni via mala prohibui pedes
meos25. Ah!.., caro, che solenne menzogna, e sappi che tu non menti
cogli uomini, ma menti con Dio: ah! mentitore, mi pare che una voce
debba gridare daH’interno, nò, non è vero: falso che tu odii il peccato,
falso che sii deciso di starne lontano; e che rispondere, e che fare? potesse
almeno tacere, ma nò che gli conviene parlare, è in dovere di dirlo, con
che ribrezzo, con che ripugnanza, con che contrasto, lo potrà dire quel­
l’infelice, che l’ha provato. Non basta ancora per un disgraziato Sacerdote,
superati que’ primi rimorsi, altre strette più dolorose, altri incontri più
angosciosi lo attendono: molte volte ne’ salmi deve dire, deve ripetere, deve
rammentare anche a suo dispetto quelle gioie, quelle carezze, quelle dolci
promesse, che lo Spirito Santo fa sentire alle orecchie ed al cuore delle
anime giuste: Beatus vir. qui timet Dominunr con quello, che siegue

25 Sai 118,101.
26 Sai 111,1.

294
Giorno Secondo ^ M editazione Seconda * Sopra l ’Eclesiastico in peccato

di quel Salmo capace d’intenerire, di consolare qualunque cuore: Ouam


magna multitudo dulcedinis tuae —timentibus te i7

pax multa diligentibus legem tuam28. Ma che vale se coteste beatitudini, (1991 ) 6
coteste dolcezze, cotesta pace non è per me: povero Sacerdote, Fannunzia,
l’augura, la prega, la porta agli altri, ed egli non l’ha, l’annunzia, e la prega
ogni mattino alFAltare: pax Domini sit semper vobiscum, ma egli geme e
vive tra pene, e rimorsi; la porta nelle case: pax huic domui e vuol che tutti
ne godano: et omnibus habitantibus in ea29. egli solo ne è escluso: eppur
qui non finisce ancora tutto il doloroso, e tutto l’amaro del Sacerdote pec­
catore, anzi ci resta ancora il più terribile; ed è appunto ne’ salmi delle ore
canoniche che troviamo registrate quelle terribili sentenze da far spavento
a qualunque peccatore: Vultus Domìni super facientes mala, ut perdat de
terra memoriam eorum 3830. Ini usti punientur. et semen impiorum peri-
bit 3631 —reliquiae impiorum interibunt 3632. Si possono dare più forti,
più vibrate, più spaventose quando il Signore si protesta di non volerla
nemmen perdonare ad una menoma particella d’un peccatore: reliquiae
impiorum interibunt, ma andiam al termine, giacché il peccatore più che
ogni altro corre al fine: Virum injustum mala capient in interitu 13933
—Mors peccatorum pessima34. Ditemi, se un Sacerdote col peccato sul­
l’anima, tanto più se fosse recidivo, invecchiato, se possa pronunziare, ripe­
tere e come masticare tra denti si terribili minacce senza sentirsene un
orrore, uno spavento, un raccapriccio sommo; non può ometterle, le deve
dire, sentirne tutto Tamaro, ed a me pare che mentre le pronuncia sia quasi
impossibile che taccia il cuore, e come già un Natan la coscienza deve
gridare: Tu es ille vir35; tu sei proprio quel tale, sono per te coteste minac-
cie, sono per te cotesti giorni di spavento e terrore. Ah! povero essere: ah!

Redentore nel separarsi da’ suoi Appostoli lasciò loro in dono, in regalo

27 S/j/30,20.
28 Sai 118,165.
29 Dal Rituale Romano.
30 Sai 33,17.
31 Sai 36,28.
32 Sai 36,38.
33 Sai 139,12.
34 S a i33,22.
35 2 Sam 1 2 ,7 .

295
Esercizi Spirituali ai Clero - Meditazioni

questo gran tesoro più prezioso della pace; pacem meam do vobis. pacem
relinquo vobis36. e la lasciò specialmente anche a noi suoi successori, e
ministri, e quanti buoni Eclesiastici nuotano in questo mare di dolcezze.
Egli invece agonizza più di quello che viva, e ben lungi dall’aver pace, sa
quasi nemmeno che cosa essa sia: contritio et infelicitas in viis eorum. et
viam pacis non cognoverunt37.
Se prendiamo poi il Ministero di cotesto Sacerdote non può a meno
che essergli un nuovo fonte di dolore, ed amarezza: io lascio a parte tutto
il rimanente, e mi appiglio solo al Sacramento di penitenza: giornalmente,
e almeno ben soventi si vede a piedi anime traviate che stanche di soffrire
vengono a mettersi tra le sue braccia per dimandar perdono, per cercar
ajuto, per avere un po’ di conforto. Che colpi per Itti costui, che rimpro­
veri, che eccitamenti, che contrasti sentire dalla loro lingua, che hanno
fatto male, che sono pentiti, vogliono cangiare: sentire li loro affanni, le
loro paure, i loro rimorsi; voler cangiare ad ogni costo, non poterla durare,
esser pronti ad ogni cosa. Io non so come se la cavi, e che cosa debba sof­
frire un Eclesiástico in tali occasioni quando pensi che egli medesimo si
trova in tale stato, egli stesso stanco in peccato, egli stesso stanco, cruciato,
e divorato da rimorsi; ah! che acute saette devono essere al cuore di cote­
sto Sacerdote ogni parola, ogni gemito, ogni sospiro di tali penitenti; ah!
che scuola devono essere per noi coteste dolorose confessioni. Fratelli miei
cari, se non ci cale l’offesa del Signore, ci tocchi almeno la miseria del
nostro stato, perché non c’è persona più da compiangersi a questo mondo
di quella che non sa aver compassione di se stessa: Quid miserius misero
non miserante seipsum38, e tanto più misero ed infelice TEclesiastico tra
y, due parole

in quanto esso solo senza alcuna sorta di sollievo deve soffrire il proprio
male39.

(1995) 8 Se uno ha un cruccio, un travaglio che lo tormenti, e che ne possa par-


lare, sia al caso di trovare uno sfogo in qualcuno che lo animi, lo compa-

3(5 Gv 14,17.
37 Sai 13,3.
3S S. A g o s t i n o , C onfessPL 32, c. 670.
35 II Cafasso rimanda qui alla sua pagina 8 al fondo.

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Giorno Secondo " M editazione Seconda * Sopra, l\‘Eclesiástico in peccato

tisca, gli faccia coràggio, è già questo solo un conforto, un rimedio; ma


quando uno ha una spina, che lo trafigge e lo divora, e non può dirlo,
non osa parlarne, e nessuno lo vuol sentire, lo intende, ah!... allora sì che
non si soffre, ma si agonizza. Così è del peccatore, e principalmente del-
rEciesiastico: ha un inferno in cuore, altro che una spina, ha un fuoco, che
internamente lo brucia, e gli fa soffrire agonie di morte, eppure non può
parlare, deve tacere, anzi bisogna che si sforzi per non lasciarlo conoscere,
e faccia vedere tutt’altro: soffre al di dentro per il dolore, soffre al di fuori
per la violenza: vorrebbe piangere, e deve ridere, e se ha qualche momento

in sua balia non può più. contenersi, geme, sospira, piange, sa nemmen (1997) 9
più quello che si voglia, quel che si faccia40.

Un Eclesiástico, che andava a celebrare la Santa Messa in stato di pec- (1996)


cato mortale, fu talmente sorpreso da affanni, rimorsi nel partir di Sacre­
stia, nell’andar all’Akare, che sapeva nemmen più quello che si facesse e
non era più capace di dire quello che avesse letto, quello che avesse fatto
alFAltare; e lui felice che si approfittò di questo tratto di misericordia del
Signore per mettersi sul buon sentiero, e batterlo costantemente come
fece.
Un altro Sacerdote che era caduto in peccati fu preso da tale e tanto
affanno, che andava qua e là come fuori di se, finché gettatosi ai piedi d’un
Confessore, io ho quasi perduto la testa, proruppe, mi levi per carità da
questo stato; oh le belle felicità! Ecco le contentezze d'un Eclesiástico pec­
catore; ma non sono tutti così, qualcuno può dire, sono casi rari. Io vorrei
che parlassero per me tutti gli uomini, che hanno un po’ d’esperienza, e
saprebbero dirlo se sono casi rari, anche dato che esternamente non sien
tali, ma nelFinterno sono pressoché tutti eguali, epperciò non sono che
contentezze apparenti,

ecco la contentezza di un Eclesiástico peccatore contentezza apparente, (1997) 9


e niente più; supposta anche vera sarà da fame caso? chi può assicurarmi
che cosa sarà di un peccatore da un momento all’altro? Uno che abbia un
nemico potente, e forte, e che sappia vuol vendicarsi, e non lascierà certa­
mente passar l’ingiuria, è mai tranquillo, e vive sempre in timore, paura, e

40 Qui il Cafasso rimanda ad alcune righe scrìtte nella pagina a fronte.

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Esercizi Spirituali al Clero - Meditazioni

dice tra se: chi sa cosa sarà di me da un giorno all’altro: ecco il caso nostro;
il Sacerdote in peccato ha un nemico terribile, un nemico potente, che un
nemico che presto o tardi vorrà una soddisfazione, e la vorrà da pari suo, e
potrà ciò non ostante vivere senza paura, contento e tranquillo41.

(1994) La sua vita sarà di terrore, e spavento da mattino a sera e talmente


ripiena di neri fantasmi e spauracchi da saper quasi nemmen lui se viva
ancora, e se possa vivere lungamente, come già minacciò Iddio il pecca­
tore con quelle terribili parole: dabit tibi Dominus cor pavidum... et erit
vita tua quasi pendens ante te. Timebis nocte et dieisl, et non credes vitae
tuae. Deut. cap. 2842. Ma supponiamo anche che possa scuotersi da si fatto
timore, e vivere un po’ contento, come finirà etc.43.

(1997) 9 Guardiamo il termine, consideriamo il fine: Respice finem; è una gran


massima, è regola di prudenza in ogni cosa portar sempre l’occhio all’ul­
timo punto: e qual sia il fine, il termine, a cui va incontro un Sacerdote di
questa fatta, non è più il caso di farvelo meditare, perché sarà oggetto di
altra meditazione, ma certo che nessuno di noi lo vorrebbe, anzi sono certo
che tutti lo temiamo. A che vale adunque una felicità apparente di pochi
giorni, e sempre incerta, se poi si va a finire in un ultima rovina44?

(1996) Terzo punto:


ed infatti, o fratelli vi sarà da sperar molto sull’emendazione, e sulla
salute d’un Sacerdote peccatore; e sarà il nostro terzo riflesso45.

(2000) La prima cosa a temere, è che abbi a terminar presto la sua mortale
carriera. Stimulum mortis peccatum46. Anni impiorum breviabuntur47. Le
minaccie sono chiare, ed il fiato di Dio non è come quello degli uomini,
che si perde al vento. Una persofia che la misericordia di Dio voleva gua­
dagnare ebbe a vedere co’ suoi occhi per ben due volte il peccato a troncar
la vita sul punto che si commetteva e Dio volesse che capitassero di rado si

41 Una nota rimanda ad un testo scritto a fronte della pag. 8, in fondo.


42 D t 28,66.
43 II testo riprende a pag. 9 con alcune parole cancellate illeggibili.
44 II Cafasso inserisce qui un testo che incomincia a metà della pagina 9 a fronte.