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“IL PENSIERO PER BLOCCHI tato avanti dagli anni ottanta agli anni duemila nei confronti della

tato avanti dagli anni ottanta agli anni duemila nei confronti della persistenza di
rappresentazioni visuali coloniali e di prassi non inclusive negli spazi museali, nel-
BLOCCA IL PENSIERO” le loro collezioni e nei loro progetti temporanei, ha senza dubbio aperto le porte
alla “tematizzazione” di questioni come il colonialismo e la migrazione in espo-
SOMATECHNICS COME ASSEMBLEA sizioni, programmi didattici e programmi pubblici in seno alle istituzioni museali,
ma ha raramente generato cambiamenti strutturali e programmatici nel mondo
in cui le istituzioni museali occidentali gestiscono la presenza, spesso sinottica, di
Simone Frangi razzismo e sessismo nelle proprie politiche culturali.
Osservava già nel 2012 Marina Garcès nel suo articolo Honesty with the real 4,
che l’arte sembra essere diventata una soglia di ripoliticizzazione di tutta la cre-
azione contemporanea, anche se queste trasformazioni, spesso giocate solo a li-
vello tematico, non sono la garanzia di una nuova solidarietà tra la creazione e il
politico, ma anzi, producono piuttosto nuove forme di banalità e aprono spazi di
auto-riconoscimento critico molto preoccupanti5.
In Beyond Repair: An Anti-Racist Praxeology of Curating, testo a firma di Na-
talie Bayer e Mark Terkessidis inserito nell’antologia a cura di Bayer, Kazeem-Ka-
miński e Sternfeld, si avanza l’ipotesi concreta che forme di curatela anti-razzista
(per quanto tautologica l’espressione possa essere per la natura profondamente
non discriminante che dovrebbe avere il “curare”) corrispondano a una pragmati-
ca opposizione, nel fare, a quelle forme di “oggettività scientifica” che spesso re-
golano le prassi curatoriali in ambito istituzionale. L’anti-razzismo nella curatela
deve in particolar modo rettificare quelle pratiche che, per la strategica necessità
di bilanciare “staticamente” la propria diversità istituzionale, regolano la propria
politica degli inviti su forme di tokenism e forme di identificazione (spesso razzia-
lizzanti e sessiste) al solo fine di produrre categorie minoritarie nice-to-have da
inserire nel proprio spettro strutturale.
Il progetto Somatechnics – generatosi in risposta all’invito da parte di Mu-
seion di pensare a un progetto che potesse riconnettersi con la missione origina-
ria dell’istituzione, nata come principio di dialogo tra mediterraneità e nordicità
Nel 2017, Natalie Bayer, Belinda Kazeem-Kamiński e Nora Sternfeld, editano l’anto- in un territorio di confine, che tra questi due “spiriti” funge da cerniera – è lenta-
logia Curating as Anti-Racist Practice1, in cui riuniscono una serie di approcci cri- mente emerso negoziando il proprio spazio operativo con queste domande cru-
tici fondati in genealogie femministe post-coloniali che propongono una riforma ciali poste dalle prospettive anti-razziste e anti-sessiste nel mondo della ricerca
della pratica della curatela indipendente e della curatela nelle istituzioni musea- artistica e curatoriale.
li in direzione anti-razzista. Un’antologia necessaria, che crea uno spazio di iner- Con la volontà di visibilizzare criticamente quelle tecnologie che rendono
zia teorico, pratico e pragmatico rispetto alle ingiunzioni che l’attuale involuzione certi corpi piuttosto che altri trasparenti e liberi, relegando quei corpi che resisto-
dei contesti sociali e politici europei impone sulle pratiche culturali. Come sugge- no nell’opacità a uno stato di negazione oscura, Somatechnics ha cercato di ve-
risce infatti anche il lavoro seminale di Frantz Fanon, il razzismo è “l’elemento più rificare le sue preoccupazioni strutturali mettendole in risonanza con la storia di
visibile, più quotidiano, a volte insomma il più rozzo”2 di una determinata struttura una regione segnata da una storia civica conflittuale e da un’attualità che è sen-
culturale. E dunque “studiare i rapporti tra razzismo e cultura significa porsi il pro- za dubbio evoluta nella sua morfologia grazie alle dissidenze e le obiezioni di co-
blema della loro relazione reciproca […] il razzismo è un vero e proprio elemento scienza contro il monolinguismo e la segmentazione etnica.
culturale […] Questo elemento culturale non si è però incistato. Il razzismo non ha Il legame con il territorio in cui Museion opera non è, nell’economia di Soma-
potuto sclerotizzassi. È stato costretto a rinnovarsi, a differenziarsi, a mutare fisio- technics, aneddotico o strumentale: esso è stato, sin da subito, ciò che ha fatto
nomia. Ha dovuto subire la sorte dell’insieme culturale che gli dava vita”3. pressione al pensiero per creare un progetto che fosse “situato”, in risonanza con
In About Curating as Anti-Racist practice, testo collettivo che introduce i con- il contesto in cui si posizionava, ma anche un prisma estremamente efficace per
tributi dell’antologia, le tre editrici sottolineando che il prezioso lavoro critico por-

4 M. Garcès, Honesty with the real, in Journal of Aesthetics & Culture, vol. 4, 2012.
1 N. Bayer, B. Kazeem-Kamiński, N. Sternfeld (a cura di), Kuratieren als antirassistische Praxis (Cura- 5 Cfr. “Art today would seem to be the spearhead of a re-politicisation of contemporary creation. Its
ting as Anti-Racist Practice), De Gruyter, Berlin/Boston 2017. themes, spilling into the real, and its processes, increasingly collective and open to public space, appear
2 F. Fanon, Razzismo e cultura (1954), in Fanon. Opere Scelte, a cura di G. Pirelli, Einaudi, Torino 1962, to attest to this. Yet, such transformations are not necessarily the guarantee of a re-encounter between
p. 48. the creation and the political. We see how easily they reproduce new forms of banality and new spac-
3 Ibidem. es for self-consumption and recognition”, Marina Garcès, op. cit..

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guardare a una situazione più ampia e più complessa come quella dell’Europa sione di genere, alle appartenenze nazionali e alle assegnazioni razziali e al loro
neo-coloniale in cui viviamo, presa in un processo di ri-nazificazione, di viraggio uso vampirizzante. Curare quindi non imponendo una narrativa curatoriale sulle
verso le destre più radicali, di banalizzazione populista e di involuzione nelle sue pratiche artistiche, “parlare per”, ma assestare una piattaforma di lavoro comune
fantasie immunitarie. facendo emergere progressivamente il focus della critica dall’interazione del la-
Le buone pratiche attivate da Museion nei suoi ultimi dieci anni di gestio- voro di un gruppo disomogeneo di soggettività artistiche che abitano lo spazio
ne transnazionale segnavano infatti già una via sull’uso possibile del museo non normativo delle categorie corporee e politiche in modo dissidente, restituendo
come luogo di assestamento di una certa aesthetics and cognitive governance, complessità ai nostri itinerari geopolitici e alle nostre impossibili identità.
in cui alcune pratiche di conoscenza sono legittimate mentre altre destinate a Per situarsi quindi e sventare i sempre presenti rischi di astrazione e sem-
un perenne soggiogamento, quanto piuttosto come un luogo dove suscitare nuo- plificazione, il progetto Somatechnics ha in questo senso deciso sin da subito di
vi immaginari capaci di invertire, in modo attivo, determinate metastasi incistate farsi guidare nella lettura del territorio e delle sue possibilità specchianti dalla ri-
nella società civile. Come suggeriscono Bayer e Terkessidis, se è vero che la cura- flessione lanciata dal politico e attivista Alexander Langer che durante gli anni ot-
tela ha i suoi limiti e non è in grado di trasformare materialmente forme di ine- tanta e gli anni novanta continuò a battersi in maniera insistita contro il dilagare
guaglianze costruite storicamente, può però preparare il terreno a queste riforme del nativismo e dell’etno-nazionalismo nel territorio tra l’Austria e l’Italia e contro
attraverso un allenamento affettivo ed emotivo a immaginare nuove modalità di la reificazione di quelle identità di confine che avrebbero potuto piuttosto essere
fare comunità. fluide, plurali, gioiosamente “indecise”, proprio per il loro posizionamento liminale
Già dai primi dialoghi progettuali con Marissa Lôbo, attivista e artista mi- e sogliaceo. Il Sudtirolo come l’Italia e l’Austria. E l’Italia e l’Austria come l’Europa:
grante black di base a Vienna, impegnata in diverse progettualità educative e ar- tutte piattaforme di costituzione di frontiere interne e di riscrittura delle geogra-
tistiche legate alle lotte anti-razziste e anti-sessiste, responsabile della curatela fie razziali a partire dall’opposizione tra gruppi etnici, sigillate nella loro reciproca
del programma pubblico di Somatechnics, le ambivalenze insolubili dell’istituzio- impermeabilità da un’affiliazione linguistica univoca. Pensare ai nazionalismi e
ne museale emersero come un sito di azione critica non antagonista, legata alla all’Europa dal Sudtirolo ha significato situare il proprio sguardo attivo in un luogo
volontà di operare un uso “disobbediente” dello spazio museale. Come si chiede che è stato storicamente saturato razzialmente8 attraverso l’assolutizzazione del
Lôbo nello statement di una performance del 2015 dal titolo If you run the beast dato etnico. Come osserva Laura Corradi, nonostante “i concetti di etnia e di raz-
will catch you. If you stay the beast will devour you (Se ficar o bicho pega, se cor- za [siano] utilizzati in maniera diversa in sociologia, a indicare tradizioni e imba-
rer o bicho come, based on a popular proverb), “Perché uno dovrebbe insistere a razzi differenti […] sia il concetto di razza sia quello di etnia tendono a guardare
intervenire in e su questi spazi di potere esistenti e non creare spazi di produzioni alle differenze tra esseri umani come a elementi fissi, cristallizzati, permanenti”9.
artistiche socioculturali e altre?”6. Lôbo suggerisce che, per quanto sia vero che i Negli scritti della fine degli anni ottanta e in particolare modo in Südtirol ABC
musei sono un luogo voyeristico per definizione in cui attraverso lo strumento del Sudtirolo10 – testo ruminato per quasi dieci anni e uscito postumo negli anni no-
display (così come venne concepito dalle prassi etnografiche) si creano e si og- vanta – Langer inizia a proporre l’idea lungimirante di affrontare il conflitto etni-
gettivizzano identità subalterne e si contemplano i loro corpi esotizzati, la priori- co (e le relative ingiunzioni alle affiliazioni monolinguistiche) nella provincia auto-
tà della lotta ora non è più quella della contaminazione di questi spazi con una noma di Bolzano oltre la prospettiva meramente localistica e utilizzarlo come un
presenza minoritaria o, peggio ancora, di una preghiera all’inclusione in una lo- vero e proprio prisma attraverso cui leggere le sfide presenti e future poste dalla
gica che per natura è eurocentrica e opera violenza epistemica: la strategia per coabitazione delle pluralità nell’Europa contemporanea.
bilanciare questa violazione sistemica imposta dalla modernità su altre ecolo- Come osserva lo storico Giorgio Mezzalira nell’introduzione alla versione ita-
gie di conoscenza è imporre una nuova logica di distribuzione dell’importanza liana del testo Südtirol ABC Sudtirolo di Langer infatti “molte delle voci dell’ABC,
data a diversi soggetti produttori di conoscenza, reclamando un bilanciamento pensate per un discorso sull’Alto Adige, si prestano a spingere la riflessione oltre
per soggetti razzializzati, criminalizzati e patologizzati. Afferma Lôbo: “Decoloni- i confini del locale, fino a incrociare l’attualità di nodi e questioni europee. C’è un
ze is beyond vocabulary, decolonize is referencing references” legame molto stretto tra il Sudtirolo e l’Europa che Alexander Langer ha saputo
In questo senso, la volontà di Somatechnics è stata quella di usare il museo allacciare, cogliendo proprio nella specifica esperienza locale di una provincia di
come un’assemblea, in cui agevolare il dialogo (non pacificato) tra forze che po- confine stimoli e chiavi interpretative per affrontare i grandi temi della pace e del-
tessero strategicamente usare l’autorevolezza7 accumulata dal museo, invertirla la convivenza tra i popoli e le culture, delle garanzie e dei diritti delle minoranze,
e usarla come strumento per de-familiarizzarsi da idee tossiche legate all’espres- dei regionalismi”11.
Per misurare la necessità di riattivare, in seno a un padiglione Italia-Austria,
6 “Why should one insist to intervene in and on these existing spaces of power and not create spac-
il pensiero di Langer nel suo coefficiente più “speculativo” e meno legato all’ana-
es of sociocultural and other art productions?”, M. Lôbo, If you run the beast will catch you. If you stay lisi del territorio, basta costruire un ponte con le prospettive più assertive all’in-
the beast will devour you (Se ficar o bicho pega, se correr o bicho come, based on a popular proverb),
performance, Accademia di Belle Arti, Vienna 2015.
terno dei critical race studies e dei whiteness studies con le quali Langer mostra
7 Cfr. “It challenged the authority that had accumulated in cultural institutions within the framework
of the nation state. Cultural institutions such as museums had taken on a complex governmental
function. This role has been brilliantly described by Benedict Anderson in his seminal work Imagined 8 J. Butler, Endangered/Endangering: Schematic racism and white paranoia, in R. Gooding-Williams
Communities, where he analyzes the role of the museum in the formation of colonial nation states. In (ed.), Reading Rodney King/Reading Urban Uprising, Routledge, New York/Londra 1993, p. 15.
his view, the museum, in creating a national past, retroactively also created the origin and foundation 9 L. Corradi, Salute e ambiente. Diversità e diseguaglianze sociali, Carocci, Roma 2008, pp. 95-96.
of the nation, and that was its main function (Anderson, 1983).” G. Raunig e Gene Ray (a cura di), Art 10 A. Langer, Südtirol ABC Sudtirolo, alphabeta, Merano 2015.
and Contemporary Critical Practice, MayFly, Londra 2009, p. 14/15. 11 G. Mezzalira, Prefazione, A. Langer, op. cit., p. 88.

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una fisiologica affinità e che ha permesso all’esordio dei lavori per Somatechni- costanti disincentivi e forme di disempowerment nei suoi confronti, rifiutando allo
cs di creare un’architettura analitica solida per il dialogo tra posizioni artistiche. stesso tempo una retorica della rispettabilità, che forzerebbe l’accettazione de-
Già nel 1995, per esempio, nell’introduzione a Beyond Black and White12, lo stori- gli “anormali” nel registro della normalità neo-liberale a prezzo di una loro assimi-
co afroamericano Manning Marable, pensava all’onnipresente realtà della razza13 lazione nell’economia dell’integrazione. In particolare, Telepathic Improvisation
da una parte come una forma di gravità sociale che impatta e orienta le aspetta- (2017), video-performance presente in Somatechnics, concretizza – attraverso il
tive, le emozioni, il linguaggio e i sogni14 dei soggetti razzializzati e dall’altra come riferimento a eventi di protesta urbana, abitudini corporee prese in prestito dal-
un vero e proprio prisma attraverso cui capiamo e vediamo il mondo e soprattut- la vita nel club S&M queer o posture indotte da atti di sorveglianza – la necessità
to attraverso cui distorciamo e “coloriamo” tutto ciò che ci sta di fronte15. A parti- di edificare nuove forme relazionali con l’alterità, umana o non-umana, carnale o
re dall’esperienza delle comunità black americane, Marable denuncia il fatto che oggettuale che sia. Strumento di questa trasformazione, dovrebbe essere la fan-
la segregazione razziale, nelle forme più violente e radicali, ma anche e soprat- tasia, ovvero la possibilità che l’immaginazione speculativa rispetto a un’azione
tutto nelle sue forme più larvate e quotidiane, è responsabile di strutturare in sen- politica necessaria crei una tensione che possa effettivamente realizzarla.
so parziale ed egemonico quella che lui definisce la comunità d’immaginazione, Seguendo questo vettore, la volontà di Somatechnics è stata sin da subito
decidendo dei parametri per la nostra azione sociale e i livelli di possibilità di co- quella di affermare ciò che Nicholas Mirzoeff chiama il diritto di guardare 19 ov-
struzione di un comune16. vero di scrutinare nel dettaglio in quella troppo sospetta trasparenza a cui le no-
Ed è di questo comune censurato tramite gli immaginari, di questa prossi- stre soggettività e i nostri modelli di conoscenza dovrebbero aspirare. Il proget-
mità frustrata17 come la definisce l’artista Yto Barrada parlando di quella relazio- to attinge, come in una pratica di sampling, da un repertorio di contributi artistici
ne tra Marocco e Europa continentale mediata dallo stretto di Gibilterra, che So- prodotti in contesti diversi ma in grado di relazionarsi in un disegno curatoria-
matechnics intendeva occuparsi. Nell’espandere e riattivare nel 2018 l’importante le condiviso, originato dall’analisi del territorio e aperto alla lettura di uno spet-
esperienza teorica e militante di Langer, Somatechnics utilizza il filtro della co- tro politico globale purtroppo omogeneo e per questo quasi invisibile. Per Mirzo-
struzione storica e politica del Sudtirolo con la volontà di ramificarlo a questio- eff reclamare, contro l’omogeneità della visualità, il diritto di guardare significa
ni italiane, austriache e in definitiva europee, cercando di capire come gli stan- reclamare il diritto di sostenere che in quel regime di visibilità che sembra paci-
dard generati immaginativamente dalle norme razziali e di genere in occidente, ficato, in cui le relazioni tra fenomeni visuali sembrano essere autorizzate e dun-
abbiano distorto, in alcuni luoghi illuminato e in altri oscurato18, la realtà socia- que “normali”, in realtà c’è ancora qualcosa da vedere, intenzionalizzare, portare
le della convivenza. Rispondendo al tentativo di non pensare il Sudtirolo in modo a galla come elemento perturbante. Il diritto di guardare interrompe la passivi-
letterale, ma di pensare l’Italia, l’Austria e l’Europa attraverso il Sudtirolo, Soma- tà del vedere20 e apre una frattura di autonomia per quelle soggettività che sono
technics si chiede in particolare come e per quali vie si strutturano gli immagina- state sottoposte a sorveglianza e negazione nel contesto del visuale egemoni-
ri razziali e di genere egemonici; quale relazione essi intrattengono con il potere co. Esordendo nella reciprocità dell’atto di guardare qualcuno negli occhi, il dirit-
– diffuso e centralizzato – e con le sue tecnologie coercitive; come essi entrano to di guardare, continua Mirzoeff nella sua analisi, ha il compito generativo di for-
e fuoriescono da spazi corporei singolari e spazi carnali sociali e condivisi; e in- nire autonomia ai corpi sociali, che non si auto-determinano come individui, ma
fine come gli esercizi identitari ego-centrici dell’Europa gerarchizzano e formino come soggettività politiche in seno a una collettività.
lo spazio di esistenza dei nostri corpi come supremamente bianco, patriarcale e Nello spazio espositivo due sguardi effettivamente si incrociano e si scruta-
eterosessista. no metodicamente, l’uno negli occhi dell’altro, seguendo l’incedere di uno o l’ar-
Rievocando momenti di sollevamento utopico contro queste forme di scrittu- retrare dei passi dell’altro. Nel video On Exile (2018) di Adelita Husni Bey, registria-
ra egemonica della storia, Pauline Boudry e Renate Lorenz mettono sistematica- mo il costruirsi di una paradossale intimità conflittuale tra un giovane richiedente
mente in atto nella loro ricerca processi di scavo e recupero di azioni sovversive asilo africano, residente temporaneo della Caserma Montello di Milano, intento
rese impercettibili dal peso delle politiche dominanti della visibilità. Ripercorren- nella lettura ad alta voce di brani di letteratura prodotta in situazione di esilio e il
do la storia strategica della costruzione della “normalità”, Boudry / Lorenz opera- suo insegnante di italiano, che ne aggiusta la pronuncia, le inflessioni, l’intonazio-
no fattivamente per rielaborare questo standard fittizio dall’interno con l’obiettivo ne delle frasi e ne chiarisce il significato, in un costante movimento di correzione
di rettificare discorsivamente i processi di patologizzazione dei corpi non consi- e richiesta di adeguamento. Oltre a incarnare una chiara dinamica di ospitalità
derati come “conformi”. Con un approccio produttivo alla dimensione esistenzia- egemonica strutturata sull’apertura del proprio spazio esistenziale ma con l’ob-
le della “differenza” nell’ambito di quegli strascichi della modernità sesso-colo- bligo all’assimilazione, la relazione reale e allo stesso metaforica tra il new co-
niale, Boudry / Lorenz cercano di sostenere le traiettorie della “divergenza” oltre i mer e il suo docente di lingua materializza quello che Edward Said nel suo sag-
gio Reflections on Exile descriveva come uno stato di gelosia nel quale il nuovo
12 M. Marable, Beyond Black and White (1995), Verso, Londra 2016.
13 Ivi, p. 1.
14 Ibidem. 19 N. Mirzoeff, The Right to Look, in “Critical Inquiry”, vol. 37, n. 3, primavera 2011, pp. 473-496.
15 “Race exists as a kind of prism through which we understand and see the world, distorting and 20 Cfr. “The right to look is not about merely seeing. It begins at a personal level with the look into
coloring everything before us”, ivi, p. 3. someone else’s eyes to express friendship, solidarity, or love. That look must be mutual, each inventing
16 “In this way the prism of race structures the community of imagination, setting parameters for real the other, or it fails. As such, it is unrepresentable. The right to look claims autonomy, not individualism
activity and collective possibility”, ivi, p. 6. or voyeurism, but the claim to a political subjectivity and collectivity. […] It is the claim to a subjectivi-
17 Y. Barrada, A Conversation Between Yto Barrada and Philosopher Nadia Tazi (Extracts), in Y. Bar- ty that has the autonomy to arrange the relations of the visible and the sayable. Visuality’s first domains
rada, A Life Full of Holes – The Strait Project, Autograph ABP, Londra 2005, p. 59. were the slave plantations, monitored by the surveillance of the overseer, the surrogate of the sovereign”,
18 “It both illuminates and obscures”, M. Marable, op. cit., p. 8. ivi, pp. 473-474.

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arrivato in uno spazio nazionale di cui non parla la lingua si troverà sempre a vi- è più basata sullo sfruttamento della forza lavoro ma sulla sovrapposizione tra
vere rispetto al nativo. L’esilio per Said corrisponde a un languido stato di peren- forza lavoro e macchina utilizzata per sfruttare tale forza. In questo contesto il
ne tristezza per lo sradicamento e per il constante sforzo di avvicinamento a una corpo (post)umano assume una posizione ambigua e si espone alla capitalizza-
“vera” patria, quella lasciata o quella di arrivo, che non sarà mai raggiungibile o zione non più solo nel suo versante massivo – la carne solida – ma anche e so-
mai trovata di nuovo. In questo sfasamento temporale ed emotivo, lontano dal prattutto nel suo versante soft, immateriale rendendo disponibile alla produzione
romanticismo descritto dalla modernità, “gli esiliati guardano i non esiliati con ri- sociale gli affetti, le emozioni, le prassi di conoscenza e i fluidi.
sentimento. Loro appartengono a ciò che li circonda, mentre un esiliato è sempre Nella serie pittorica A spectacular miscalculation of global asymmetry, che
fuori posto. Come ci si sente a essere nati in un luogo? A stare e vivere lì? A sape- traccia in Somatechnics una colonna vertebrale sia dal punto di vista strutturale
re che sei di quel luogo, più o meno, per sempre?”21. La narrativa del video svela che da quello tematico, Danilo Correale opera nell’ambito di riflessione squader-
progressivamente l’asimmetria di potere che sostiene la relazione tra gli sguardi nato da queste teorie del capitalismo tardivo, analizzando in particolare l’operati-
incrociati dei due protagonisti, chiarendo che i loro rispettivi processi di sogget- vità della data-driven society in cui le astrazioni numeriche operate da statistiche
tivazione politica si articolano su ruoli precisi dettati dall’impossibilità di fluida- e pratiche di profilaggio sociale diventano dei nuovi strumenti di normalizzazio-
mente circolare nello spazio di assestamento tra una terra di partenza e una terra ne dei soggetti. Il lavoro pittorico di Correale sembra in un certo senso mimetizzar-
di arrivo. L’enfasi sul registro linguistico di questa relazione di reciproca esclusio- si con la tradizione dell’espressionismo astratto e contemporaneamente mimare
ne rivela i limiti del monolinguismo nella censura che pone all’eteroglossia, ovve- la qualità estetica e la temperatura dei grafici di visualizzazione di dati: attraver-
ro alla capacità di parlare più lingue simultaneamente ognuna delle quali usata so la temporalità lenta, meditativa e accidentata del processo pittorico, Correale
con un residuo di incertezza. si appropria lentamente, con il filtro della soggettività meditante, di questa fredda
Sintomatico di questo lavoro di trasfer e di mixaggio di contesti geopolitici meta-struttura sintetica del numero, incrinandone da una parte la sua pretesa di
e sociali usato come strumento critico per afferrare con maggiore efficacia il nu- oggettività, ma rendendo allo stesso tempo operativo il suo potenziale nella resa
cleo dei processi normativi che Somatechnics cerca di sciogliere, è il contribu- delle asimmetrie di potere e nella parcellizzazione categoriale del mondo.
to performativo di Mercedes Azpilicueta. In ye-gua-ye-ta-yu-ta (2017), Azpilicueta Nel suo testo Südtirol ABC Sudtirolo, Langer affermava proprio a questo pro-
recita in ordine alfabetico un archivio di insulti nel dialetto castellano rioplaten- posito che “il pensiero per blocchi blocca il pensiero”24, sferrando un attacco fron-
se diretti a donne nello spazio pubblico a Buenos Aires e Montevideo, sostenen- tale, nella più solida tradizione della teoria critica, al pensiero dicotomico, figlio
do l’enactment di ogni insulto con una tecnica vocale che ne deforma la compo- del binarismo fisiologico delle prospettive sessiste e coloniali che hanno struttu-
sizione fonetica e ne esorcizza il contenuto peggiorativo e l’intenzione violenta. rato la modernità e post-modernità europea e la loro passione per la segmenta-
Sezionando con il bisturi della parodia e dell’ironia il sottotesto di body shaming, zione, la classificazione, la produzione di canoni e la riduzione del reale, “messo
slut shaming e razzializzazione che in modo corrosivo sostiene questo archivio, in ceppi, costretto a servire, reso schiavo”25.
Azpilicueta affronta senza mediazioni la responsabilità del linguaggio nella co- Per contrastare questo galoppante fenomeno di riduzione sistematica del-
struzione e nella riproduzione di forme d’ineguaglianza civica, enfatizzando quel- la ricchezza del reale a sterili forme prototipali di vita, Donna Haraway avanzava
la violenza di genere e quella violenza razziale che affollano con noncuranza la già negli anni ottanta, agli esordi della sua militanza cyberfemminista, che siamo
nostra oralità quotidiana e che operano nella carnalità del timbro e nella feraci- di fronte all’urgenza di sviluppare nuove raffigurazioni femministe dell’umanità
tà dell’intenzione linguistica più che nel significato preciso del termine utilizzato. che “resistano alla rappresentazione letterale e creino costantemente nuovi, po-
Proprio attraverso lo strumento dell’arte, Somatechnics si ripropone di pedi- tenti tropi, nuove figure di discorso, nuovi termini di possibilità storica. Per questo
nare quelle forme di “ammaestramento dell’immaginario e del desiderio”22 che si processo, nel punto di flessione della crisi, dove tutti i tropi confluiscono, abbiamo
suscitano utopicamente nei nostri corpi e che sistematicamente vengo sottopo- bisogno di soggetti di discorso estatici”26. Rielaborando l’indicazione del tecno-
sti ad operazioni di addomesticamento ortopedico, come lo definisce la teorica femminismo sia nelle sue forme storiche che nelle sue manifestazioni xenofem-
italiana Nicoletta Poidimani, poiché vanificherebbero altrimenti il lavoro normati- ministe più attuali, Ursula Mayer costruisce il suo film Atom Spirit (2016) come una
vo del profilaggio e dell’assegnazione sessista e razzista a determinati posiziona- speculazione frammentaria e nomade nel tempo e nello spazio sulla necessità
menti. Il fenomeno per cui desideri divergenti vengono riportati in “sedi” già deci- di considerare la pluralità delle ecologie politiche del nostro presente tecnologi-
se appare ancora più inquietante quando si traduce in forme di interiorizzazione co, segnato dall’imminente disastro ecologico, per poter immaginare produttiva-
delle tecniche di potere in cui non c’è più bisogno di una inquisizione esterna poi- mente un futuro o più futuri alternativi e sostenibili nella co-abitazione di diver-
ché la polizia dell’identità23 si è declinata in autocontrollo. Teoriche e teorici del se entità (post)umane con la molteplicità degli altri terra-formatori27. Ambientato
capitalismo cognitivo avanzato, da Toni Negri a Yann Moulier Boutang e Antonel- a Trinidad & Tobago, territorio brutalizzato da diverse waves di colonizzazione
la Corsani fino a Paul. B. Preciado, forniscono da punti di vista diversi una ricostru- europea, Atom Spirit decostruisce in modo parodico la figura proto-coloniale
zione analitica della soggettività e del modo in cui essa si performa nelle nuove
soglie dell’accumulazione capitalistica in cui la vampirizzazione dell’umano non 24 A. Langer, op. cit., p. 135.
25 N. Poidimani, op. cit., p. 40.
26 D. Haraway, Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman and Inappropriate/d Others: The Human in a
21 E. W. Said, Reflections on Exile, in Reflections on Exile and Other Essays, Harvard University Press, Post-Humanist Landscape, in Feminists Theorize the Political, a cura di J. Butler e J. Scott, Routledge,
Cambridge MA 2002, p. 180. New York-London 1992, p. 85.
22 N. Poidimani, L’utopia nel corpo, Mimesis, Milano 1998, p. 56. 27 Cfr. D. Haraway, Tentacular thinking. Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene, e-flux journal #75,
23 Ivi, p. 57. settembre 2016.

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dell’esploratore scientifico bianco, all’occorrenza una scienziata genetista incar- expat, che nella sua crescita italiana è stata per lungo tempo protetta dalla sua
nata dall’attrice transgender Valentijn de Hingh, trascinando nella macchina del- terra d’origine. Oltre a indagare la complessità della costruzione di una identità
la revisione critica il suo istinto tassonomico: nel film di Mayer le metodologie di politica a cavallo di una forte relazione coloniale tra territori, The Green Mountain
lavoro scientifico che avevano permesso lo stabilizzarsi delle categorie di gene- si interroga su quei processi di attribuzione di conoscenza a determinati sogget-
re, razza, sessualità e specie nella modernità più cruenta, vengono attraversate ti sulla base dei pregiudizi che li identificano come appartenenti a un determina-
da forze queer che ne minano alla base la loro performatività normativa nella co- to contesto. La questione per Husni Bey è infatti come usiamo, rendiamo palese
struzione dei principi di conformità. o soffochiamo il “contesto culturale” che ci viene assegnato in modo oggettivo
Nella ricerca per Somatechnics, le iscrizioni territoriali (e per estensione na- e come la nostra esperienza soggettiva e psicologica di relazione con tale con-
zionali) dei nostri corpi operano come figure speculative di quelle “fantasie di testo ci renda più o meno fedeli o infedeli alla nostra provenienza (o destinazio-
espulsione” del non conforme (del diabolico errante28 per utilizzare una termino- ne, o transizione) culturale. In una lettera indirizzata a Adrian Piper e recentemen-
logia forgiata da Poidimani) dagli spazi di costruzione identitaria (sia essa ses- te pubblicata su Frieze34 in occasione della retrospettiva dell’artista americana al
suale, etnica, nazionale) a cui siamo allenati in Europa: incarnazione di quella MoMa, Husni Bey cita un passaggio di Passing for White, Passing for Black che Pi-
società ortopedica che patologizza e criminalizza le deviazioni. Per Poidimani in- per scrive nel 1991, in cui emerge tutta l’incommensurabilità tra il modo profon-
fatti “un efficace paradigma dei meccanismi proiettivi dell’immaginario del do- damente ambiguo in cui le nostre affiliazioni identitarie sono performate da noi
minatore per ridurre la complessità sociale è la riduzione del molteplice all’unità stessi e il modo statico e univoco in cui esse sono lette dagli altri. “Così, non im-
razziale”, che permette di creare, nel regime ottico del dominio, nemici politici tra- porta cosa faccio o non faccio rispetto alla mia identità raziale, qualcuno è le-
mite speculazioni razziste29. gato a sentirsi a disagio. Ma ho deciso che questo qualcuno non sarò più io” 35.
Nella ricostruzione di Langer, il Sudtirolo emerge come una terra popolata da Attraverso questo specchio, Husni Bey legge la sua esperienza di assegnazio-
capri espiatori, razzializzati o auto-razzializzati, costruitisi mutualmente come an- ne alternata a spazi di generica arabness o a spazi di italianità stretta, alle qua-
tagonisti e tradotti in rispettive “immagini stereotipate del nemico”30: i Walschen li sono associate aspettative e proiezioni diverse, in ambito civico, politico e in
“inaffidabili, sleali, fedifraghi, levantini, disordinati, sporchi e fascisti” 31 e i crucchi ambito artistico: “Penso di essere ambigua di non essere abbastanza definita, di
“duri, freddi, avidi di potere, sempliciotti, imbranati, arretrati, nazistoidi e caratte- essere un’araba dalla pelle chiara, un’italiana il cui cognome suona minaccioso.
rizzati dall’istinto del gregge”32. In questo conflitto dalla natura simmetrica, osser- Penso al modo in cui hai brillantemente descritto quella posizione in cui siamo
va Langer, “ci si è scambiati il ruolo dell’oppressore e dell’oppresso più volte nel lentamente bandite da entrambi i campi, da tutti i campi a cui involontariamen-
tempo, si sono avuti invasori provenienti dal sud e dal nord e, a seconda delle cir- te apparteniamo”36. Suggerendo l’arbitrarietà dell’identità e della sua costruzio-
costanze, sia gli uni che gli altri sono finiti in minoranza”33. La saga dell’alternanza ne quasi ingegneristica tramite processi di esclusione, Husni Bey rievoca un’intui-
al dominio ha lentamente creato un’economia differenziale del diritto alla citta- zione dello scrittore e attivista James Baldwin per cui “l’identità sembra essere un
dinanza in cui la protezione delle minoranze ha sempre giocato un ruolo ambiva- abito con il quale si copre la nudità dell’essere”37. Un abito troppo corto però, con-
lente tra il protezionismo e la segregazione. tinua Baldwin, uno di quegli abiti attraverso cui la nudità può sempre essere per-
La potenza negativa delle identificazioni emerge in tutta la sua forza nel la- cepita e, alle volte, vista.
voro The Green Mountain di Adelita Husni Bey, corpus di opere multimediali pro- Secondo Langer, nei processi di contrazione identitaria così come in tutte le
dotto nel 2011 come strumento di riflessione sulla negoziazione perenne da parte forme d’irreggimento di sistema, l’affettività sembra svolgere una capillare boni-
dell’artista della sua identità italo-libica, sia sul piano politico che sul piano arti- fica critica, la cui necessità è ancora viva e non esaurita: l’amore, sostiene Langer
stico, e riassunto in mostra dalla grande installazione in lino che riproduce una ha spesso scompigliato “le carte dell’orientamento etnico”38, è fluito “tra i diversi
mappa usata da settlers italiani in Libia per fini di estrattivismo dopo la chiusu- blocchi etnici”39 e ha rivalorizzato una pratica politica di perturbazione e di valo-
ra del protettorato coloniale italiano nel territorio. La mappa ritaglia la geografia rizzazione delle sfumature: l’amore come attivismo e resistenza ha privilegiato la
di Jebel Al Akhdar, detta la “Montagna Verde”, unico altopiano nella Libia dell’Est via del “mescolamento anti-sistema”40 e la generazione di nuove varianti etniche
nei pressi di Bengasi, che nella toponomastica emotiva del popolo libico rappre- non previste.
senta due esempi di counter-insurgency diversi ma legati dalla medesima ge- Riattivato a distanza di circa sei anni dalle sue prime formalizzazioni, il gruppo
nealogia: la Montagna Verde fu prima infatti campo di battaglia delle guerriglie
anti-italiane guidate da Omar El Muktar in epoca coloniale e, successivamente, 34 A. Husni Bey in Open Letters to Adrian Piper, Frieze, https://frieze.com/article/open-letters-adri-
fulcro organizzativo dei movimenti anti-Gheddafi. La figura della “montagna ver- an-piper (ultimo accesso 23 agosto 2018).

de” opera nel processo artistico di Husni Bey come un oggetto mnemonico, rico- 35 “So, no matter what I do or do not do about my racial identity, someone is bound to feel uncom-
fortable. But I have resolved it is no longer going to be me”, A. Piper Passing for White, Passing for Black
struito contestualmente tramite la geografia oggettiva e i ricordi infantili di una (1991), in Transitions (1992), ristampato in A. Piper, Out of Order, Out of Sight, volume I: Selected Essays
in Meta-Art 1968-1992, MIT Press, Cambridge 1996.
36 “I think of being ambiguous, of being not-quite, of being a light-skinned Arab, an Italian whose last
name is threatening, who can’t quite speak either language. I think of how you brilliantly describe that
28 N. Poidimani, op. cit., p. 45. position of slow banishment from both camps, from all camps to which we unwittingly belong”,
29 Ivi, p. 54. A. Husni Bey, Open Letters to Adrian Piper, op. cit.
30 A. Langer, op. cit. p. 135. 37 “Identity would seem to be the garment with which one covers the nakedness of the self”, ibidem.
31 Ibidem. 38 A. Langer, op. cit., p. 137.
32 Ibidem. 39 Ibidem.
33 Ivi, p. 140. 40 Ivi, p. 138.

Simone Frangi 80 Somatechnics come Assemblea 81


di lavori The Lustful Turk di Patrizio Di Massimo sembra risuonare con queste os- razziale – corrisponde a un “dimezzamento della realtà”42. Suggerisce Langer, che
servazioni langheriane e trovare una più ampia pertinenza con l’opportunità di in Sudtirolo “tutto viene visto attraverso lenti etniche”43. Un’identità etnica che è
smantellare il clima di intolleranza anti-islamica edificatosi in un epoca definita vissuta come sinonimo di “peculiarità, gruppo, consapevolezza, caratteristica, au-
“post-terroristica”. Un clima che per effetto di sovrapposizioni aleatorie tra la pro- to-difesa, sopravvivenza …” ma anche come diritto alla supremazia, intolleranza e
fessione di fede islamica, la partecipazione etnica al mondo musulmano e ben aggressività risolte in una ricorrente “regressione della convivenza”44. “La dinami-
più circoscritti fenomeni di radicalizzazione, genera l’immagine di un nemico ge- ca etnica, vale a dire il conflitto etnico, fornisce spesso il modello al quale si ricorre
nerico tramite i vettori orientalisti dell’esotizzazione e della razzializzazione a cui per chiarire la realtà e la cornice per inquadrare ogni tipo di azione. In questo sen-
si aggiunge una morbosa azione di sessualizzazione. Nel lavoro di Di Massimo, so il Sudtirolo è un luogo altamente consigliato per chiunque abbia intenzione di
questi processi sono rintracciati analizzando il personaggio del Turco Lussurioso dedicare degli studi al fenomeno dell’etnocentrismo”45. Le prassi identitarie sono
che dà il titolo ad un romanzo pornografico apparso anonimamente in Inghilter- per Langer, in questa specifica località, sempre concepite “in senso prevalente-
ra nel 1828: un prodotto letterario popolare, crogiolo di pregiudizi culturali violen- mente etnico”46, sono letteralmente organizzate e amministrate con lo strumen-
ti che, usando categorie di razza suprematiste e immaginari di genere coloniali, to del conflitto etnico, offuscandone la complessità intersezionale. La dissidenza
proietta un ologramma etnocentrico dei paesi del Nord Africa e del Medio Orien- di Langer contro il “sangue” e il “suolo” si riassume nel reclamare spazi di costru-
te. La narrazione del romanzo procede in prima persona e accoglie la voce di zione e performatività identitaria “secondo molteplici possibilità”47 rifiutando l’a-
Emily Barlow, giovane donna bianca cresciuta in seno alla morale vittoriana, che busiva semplificazione dell’“affiliazione standardizzata al gruppo etnico”48. Se un
viene rapita e trasferita forzatamente nell’harem di Ali, il Sultano di Algeri (defi- radicamento posizionale può essere utile nel lancio delle prassi identitarie, “esso
nito il Turco), il quale inizia la giovane alla lussuria e la seduce introducendola a non può essere concimato in modo esclusivamente e limitatamente etnico”49.
un repertorio di pratiche sessuali criminalizzate dalla pruderie occidentale. Ope- Milite Ignoto (2015), il contributo performativo dall’artista italo-eritrea Muna
rando sulla qualità simbolica dei materiali e degli oggetti (cuscini, passamanerie, Mussie alimenta in maniera indiretta la riflessione sulla funzione delle tensioni
decorazioni) e sulle sedimentazioni di immaginari che essi trattengono, Di Mas- etniche e razziali nella costruzione di immaginari nazionali chiusi, calandoli nel-
simo traccia in diversi media una serie di ritratti programmaticamente “lettera- la relazione coloniale che l’Italia ha impostato con l’Eritrea, definita dal Fasci-
li” dei personaggi del romanzo, restituendo l’assetto antagonista che il romanzo smo colonia primigenia. Nel suo testo L’italiano negro. La bianchezza degli italia-
istituisce: Emily, incarnazione di una “bianchezza” pervertita nella sua innocenza ni dall’Unità al Fascismo, la ricercatrice italiana Gaia Giuliani sottolinea appunto
e Ali, incarnazione di un’“alterità amorale”, che non merita precisione né comples- la funzione del colonialismo nell’espulsione simbolica e materiale della nerezza
sità. Le figure e le dinamiche della penetrazione, del rapporto orale e del rapporto e delle altre affiliazioni etniche presenti nell’“altra sponda” del Mediterraneo dai
anale descritte nel romanzo sono in realtà, come suggerisce Di Massimo, ricostru- processi di costruzione dell’identità razziale degli italiani: “la metafora dell’ap-
zioni analogiche della violenza ossimorica insita nell’incontro culturale, in cui uno partenenza biopolitica ed emotiva del popolo combattente alla madrepatria,
dei due poli viene tatticamente inferiorizzato tramite azioni ripetute di semplifica- consolidata nelle battaglie del Risorgimento, durante la Prima guerra mondiale
zione della sua consistenza, con l’obiettivo di agevolarne la conquista (neo)colo- e in Libia, e la metafora del “sangue”, qui inteso come legame famigliare fonda-
niale costruendo ciò che si vuole eliminare come minaccioso. tivo della comunità degli italiani, furono alla base di forme di forte e ampia iden-
Lo spazio progettuale collettivo di Somatechnics, così come si è materializ- tificazione con la comunità immaginata della nazione”50. In questa mossa com-
zato a Museion, ha cercato di relazionarsi in maniera indiretta alla costruzione pensativa, Mussie inserisce il suo lavoro critico, operando su quella coincidenza
storica dei conflitti culturali per evitare di percepire fenomeni attuali su cui ha la- linguistica tra il tigrino e l’italiano che lega la figura nazionalistica italiana del Mi-
vorato come de-storicizzati. Tramite il confronto serrato con il conflitto etnico sud- lite Ignoto alla nonna dell’artista, Milite Ogbazghi. Mentre in italiano “milite” signi-
tirolese, ha deciso innanzitutto di rompere con l’ipotesi retorica che il razzismo fica soldato e si riferisce, come sottolinea Giuliani, a quei compatrioti “che aveva-
italiano sia un razzismo semplicemente derivativo per analizzarlo piuttosto nel- no donato la propria vita […] per la grandezza della loro Italia”, in tigrino “Milite”
la sua vera matrice endemica. In particolare modo, la ricerca che ha condotto significa “Maria”, nome proprio che lega in una seconda coincidenza la figura del-
a Somatechnics, ha insistito nel capire come proprio in Sudtirolo si siano gene- la nonna – cresciuta nel contraccolpo della colonizzazione italiana – con Maria,
rate delle specifiche figure della razza utilizzando l’ingegneria sociale dell’etnia, la mater dolorosa, che aveva perso la “carne della sua carne” in battaglia. La per-
strategicamente veicolata come diversa dalla “razza”, come non razzista e non formance di Mussie esplora con l’aiuto del fratello Sherif l’archivio fotografico di
segregante e impiegata solo per arginare processi di “perdita identitaria” e ter- Milite Ogbazghi e le sue memorie dell’Eritrea (tra cui figurano le relazioni di forza
rore di assimilazione mutua. L’indicizzazione etnica – pericolosa tanto quanto le
più deflagranti forme di razionalizzazione diretta, di cui essa è un’imbarazzan- 41 F. Fanon, op. cit., p. 54.
te “foglia di fico” – alimenta consciamente un’acculturazione razzista “che altera 42 A. Langer, op. cit., p. 149.

e sfigura il volto della cultura che la pratica […] un gruppo sociale, un paese, una 43 Ivi, 129.
44 Ivi, p. 134
civiltà non possono essere razzisti inconsciamente. […] Il razzismo non è una sco- 45 Ivi , p. 130, corsivo nostro.

perta casuale. Non è un elemento nascosto e dissimulato. Non occorrono sforzi 46 Ivi, p. 146.
47 Ivi, p. 147.
sovrumani per evidenziarlo”41. 48 Ibidem.

Come sosterrà Langer a più riprese, l’assestamento in Sudtirolo di un modello 49 Ibidem.


50 G. Giuliani, L’italiano negro. La bianchezza degli italiani dall’Unità al Fascismo, in G. Giuliani e C. Lombar-
interpretativo del mondo totalmente stornato su quadrillage etnico – e quindi di-Diop, Bianco e nero Storia dell’identità razziale degli italiani, Le Monnier, Milano 2013, p. 35.

Simone Frangi 82 Somatechnics come Assemblea 83


tra locali e settlers italiani) e le memorie del suo arrivo in Italia, rivelando sottil- di Sophie Utikal. Ispirate alla pratica di cucitura collettiva delle arpilleras che sot-
mente quella violenza coloniale che ancora lega l’Italia alle sue ex colonie. Il dia- to la dittatura di Pinochet in Cile tra il 1973 e il 1990 le donne utilizzavano come
logo con Milite prende la forma di un’intervista impossibile, in cui i fatti storici e la forma di lutto pubblico e strumento di protesta silenziosa, i due gruppi pittori-
loro documentazione fotografica vengono incrinati da livelli emotivi e coinciden- co-installativi articolano figurativamente la condizione inalienabile e desiderabi-
ze irrazionali che trasfigurano la narrazione storica fino a produrne un corto circu- le dell’esistere insieme (co-existing). La metodologia di lavoro di Utikal la porta
ito: riattivando oggetti personali e porzioni biografiche quotidiane della storia di a dipingere attraverso l’atto ripetuto (e condiviso con una pluralità di donne) del
Milite e mixandoli a simboli dalla funzione archetipale riprodotti installativamen- cucire insieme frammenti di tessuti, ottenendo una serie di panorami immaginari
te, Muna e Sherif riformulano la gerarchia tra le voci della storia, invertendo la lo- che vede dentro e fuori dal suo corpo, concepito come punto di enunciazione. At-
gica d’importanza tra quelle a cui era stata affidata una posizione dominante e traverso l’uso cosciente di proporzioni volutamente non corrette, Utikal rompe con
quelle a cui era stata imposta una posizione subalterna. Milite Ignoto costituisce una serie di binarismi che descrivono pregiudizialmente la qualità di un lavoro ar-
un esempio di monumentalità invertita, in cui quelle figure tramite cui “gli italiani tistico, particolarmente in contesto museale: semplice/complesso, soffice/duro,
e le italiane venivano idealmente tradotti in un insieme etnicamente omogeneo bello/disturbante, superficiale/profondo. Nelle due installazioni sviluppate per
ed emotivamente unisono”51 vengono fluidificate e ironicamente sgonfiate. Somatechnics, Utikal riflette su un’analogia ecofemminista tra il corpo femminile
Rispetto alle forme di riduzionismo sistematico operativo a livello naziona- (specialmente quello di donne di colore) e la terra, ponendosi domande profonde
le, Langer – riferendosi certamente allo squalificante Ventennio fascista, alle sue su forme di responsabilità collettiva o individuale per il pianeta e il suo maltrat-
leggi razziali e all’allocazione di nazionalizzazione forzata nel territorio ma anche tamento a partire dalla connessione tra capitalismo e crisi climatica. Quello che
alla sua posterità nel polemos locale – lancia una provocazione realistica: “se la Utikal cerca di invertire attraverso i suoi pannelli narrativi, è la psicologia del di-
parola ‘razza’ non fosse caduta così in discredito è possibile che vi si farebbe an- niego che accompagna l’avanzare di questa crisi, dando forma alla sua ansia e
cor ricorso”52. In un simile afflato critico, anche Stuart Hall53 ha più volte asserito al suo sentimento di disperazione attraverso immagini distopiche. Gli scenari che
nel suo lavoro scientifico che operare in modo decostruttivo sul motivo dell’etnici- ne emergono hanno a che fare con un inventario di keyword, che descrivono le
tà non significa operare su una subcategoria della razza, quanto piuttosto arriva- coordinate entro le quali le immagini di Utikal emergono: indecisione, paradosso,
re al cuore delle pratiche di razzializzazione: la smobilitazione del motivo etnico, paura, scarsità, dipendenza.
spesso giocato sul piano locale e del micropolitico come strumento innocuo, è in Eppure in questa visione non pacificata del nostro presente e del nostro futu-
realtà il primo punto di emergenza di un sistema sociale interamente razzializza- ro ecologico, anche Utikal trova lo spazio per un’attività d’affabulazione specula-
to, in cui le risorse materiali e simboliche sono distribuite in modo iniquo. Così in tiva, immaginando che quegli esseri che popolano i suoi lavori siano i primi speci-
Sudtirolo, la paura di perdere la propria identità linguistica e quindi etnica, dege- men di un’umanità futuribile, giunta nella distruzione della terra per rifertilizzarla.
nera in un’opposizione feroce a ogni accenno di emersione della cultura “mista”
(vissuta come esposizione pericolosa al rischio dell’assimilazione), e si cristalliz-
za in una “poderosa filosofia della divisione [Trennungsphilosophie], non sempre
distinguibile dal razzismo”54. Oltre a generare “alienazione, pregiudizi e ostilità tra
gruppi etnici e persone di lingua diversa”55, il fiorire della Trennung come princi-
pio regolatore territoriale e sociale, espone tutti i cittadini o gli aspiranti tali, in-
dicizzati secondo la loro maggiore o minore adesione a una comunità identita-
ria, a un training emotivo e politico razzializzante ben oltre il quadro stretto delle
tre comunità linguistiche locali. Esso diventa un “meccanismo discriminatorio re-
golato per legge” in cui forme di razzismo istituzionalizzato sottraggono “nativi” e
new comers alla possibilità di quella che Langer chiama “coeducazione”56, ovve-
ro un’educazione che non sia solo “strategicamente europeista” per insabbiare il
conflitto ma che diventi profondamente decoloniale ovvero fuori da una forma di
fratellanza cainica.
A incarnare questo posizionamento contro forme di de-solidarizzazione tra
corpi sociali inscritti nel medesimo territorio (ma anche tra i corpi e il territorio che
essi occupano) troviamo in Somatechnics due ambiziose serie di textile paintings

51 Ibidem.
52 A. Langer, op. cit., p. 130.
53 Cfr. Grossberg, L., Stuart Hall on race and racism: cultural studies and the practice of contextuali-
sm, in Culture, Politics, Race and Diaspora: The Thought of Stuart Hall, ed. B. Meeks, Lawrence & Wishart,
Londra 2007.
54 A. Langer, op. cit., p. 156.
55 Ivi, p. 157.
56 Ivi, p. 159.

Simone Frangi 84 Somatechnics come Assemblea 85


„DAS DENKEN IN BLÖCKEN BLOCKIERT Los des kulturellen Miteinanders ertragen, das ihn beseelte.“3 In dem Kollektivtext
About Curating as Anti-Racist practice, der die Beiträge der Anthologie einleitet,
DAS DENKEN“ unterstreichen die drei Herausgeberinnen, dass die wertvolle kritische Arbeit, die
von den 1980er-Jahren bis in die 2000er-Jahre geleistet wurde und sich mit dem
SOMATECHNICS ALS VERSAMMLUNG Fortbestand bildlicher kolonialer Darstellungen und einer nicht-inklusiven Praxis in
Museen, in ihren Sammlungen und ihren Sonderprojekten beschäftigte, der „The-
matisierung“ von Fragen wie Kolonialismus und Migration in Ausstellungen sowie
Simone Frangi in didaktischen und öffentlichen Programmen zweifellos Tür und Tor geöffnet hat,
jedoch nur selten zu strukturellen und programmatischen Veränderungen in dem
Bereich führte, in dem die westlichen Museumsinstitutionen darüber bestimmen,
ob es in der eigenen Kulturpolitik Rassismus und Sexismus gibt oder nicht.
Bereits 2012 bemerkte Marina Garcès in ihrem Artikel Honesty with the real, 4
dass die Kunst den Auftakt zu einer erneuten Politisierung allen zeitgenössischen
Schaffens gegeben zu haben scheint, wenngleich diese Veränderungen, die häu-
fig nur auf thematischer Ebene erfolgen, keine Garantie sind für eine neue Soli-
darität zwischen dem Bereich der Kreativität und dem Politischen, sondern im
Gegenteil vielmehr neue Formen der Banalität hervorbringen und wirklich besorg-
niserregende Räume für kritische Selbsterkenntnis eröffnen.5
In dem Text Beyond Repair: An Anti-Racist Praxeology of Curating von Nata-
lie Bayer und Mark Terkessidis, erschienen in der von Bayer, Kazeem-Kamiński und
Sternfeld herausgegebenen Anthologie, wird die Hypothese vertreten, dass For-
men antirassistischen Kuratierens (wobei der tautologische Ausdruck für die zu-
tiefst antidiskriminierende Natur stehen soll, die das „Kuratieren“ haben sollte) in
der Praxis einen pragmatischen Widerspruch zu jenen Formen „wissenschaftlicher
Objektivität“ darstellen, die häufig die kuratorischen Tätigkeiten im institutionellen
Bereich regeln. Der Antirassismus beim Kuratieren soll in besonderer Weise jene
Praktiken korrigieren, die aufgrund der strategischen Notwendigkeit, die eigene
institutionelle Andersartigkeit auszugleichen, die eigene Einladungspolitik an For-
men des Tokenismus und (häufig eigentlich rassistischen und sexistischen) Identi-
fikationsformen orientieren mit dem einzigen Ziel, Minderheitskategorien im Sinne
2017 geben Natalie Bayer, Belinda Kazeem-Kamiński und Nora Sternfeld die An- eines nice-to-have zu erzeugen, um sie ins eigene Strukturspektrum einzureihen.
thologie Kuratieren als antirassistische Praxis heraus,1 in der sie eine Reihe von Das Projekt Somatechnics entstand auf Einladung des Museion mit der Vor-
kritischen Ansätzen versammeln, die sich auf postkoloniale feministische Genea- gabe, ein Projekt zu entwickeln, das an die ursprüngliche Mission der Institution
logien stützen und eine Reform der unabhängigen kuratorischen Praxis sowie anknüpft, in einem Grenzgebiet einen Dialog zwischen mediterranem und nor-
des Kuratierens in Museumsinstitutionen in antirassistischer Richtung vorschla- dischem Raum herzustellen und zwischen diesen beiden „geistigen Polen“ als
gen. Eine notwendige Anthologie, die einen Raum für theoretisches, praktisches Bindeglied zu fungieren. Das Projekt hat sich langsam entwickelt aus einer Aus-
und pragmatisches Beharrungsvermögen angesichts der Forderungen schafft, die einandersetzung mit der genannten Vorgabe und mit diesen aus einer antirassis-
der aktuelle gesellschaftliche und politische Rückschritt in Europa dem kulturel- tischen und antisexistischen Perspektive gestellten Fragen, die heute in der Welt
len Schaffen auferlegt. Wie auch schon die Arbeit von Frantz Fanon suggeriert, ist
der Rassismus „das sichtbarste, alltäglichste und mitunter auch das derbste Ele-
ment“2 einer bestimmten festgelegten kulturellen Struktur. Und folglich „bedeu- 3 Ebd.: „[…] studiare i rapporti tra razzismo e cultura significa porsi il problema della loro relazione
tet das Studieren der Zusammenhänge zwischen Rassismus und Kultur, sich die reciproca […] il razzismo è un vero e proprio elemento culturale […]. Questo elemento culturale non si
è però incistato. Il razzismo non ha potuto sclerotizzarsi. È stato costretto a rinnovarsi, a differenziarsi,
Frage nach ihrem wechselseitigen Verhältnis zu stellen […]. Der Rassismus ist ein a mutare fisionomia. Ha dovuto subire la sorte dell’insieme culturale che gli dava vita.”
durch und durch kulturelles Element. […] Dieses kulturelle Element hat sich jedoch 4 M. Garcès, Honesty with the real, in: Journal of Aesthetics & Culture 4 (2012).
5 Siehe Marina Garcès, a.a.O.: „Art today would seem to be the spearhead of a re-politicisation of
nicht verkapselt. Der Rassismus konnte nicht erstarren. Er war gezwungen, sich zu contemporary creation. Its themes, spilling into the real, and its processes, increasingly collective and
erneuern, sich zu unterscheiden, die Physiognomie zu verändern. Er musste das open to public space, appear to attest to this. Yet, such transformations are not necessarily the gua-
rantee of a re-encounter between the creation and the political. We see how easily they reproduce new
forms of banality and new spaces for self-consumption and recognition” („Kunst scheint heute die
Speerspitze einer Repolitisierung zeitgenössischen Schaffens zu sein. Ihre Themen, die sich auf die
1 Nathalie Bayer, Belinda Kazeem-Kamiński, Nora Sternfeld (Hrsg.), Kuratieren als antirassistische Realität ausweiten, und ihre zunehmend kollektiven und dem Publikum offenen Prozesse scheinen das
Praxis (Curating as Anti-Racist Practice), Berlin/Boston 2017. zu attestieren. Doch solche Veränderungen sind nicht zwingend die Garantie für eine erneute Begegnung
2 F. Fanon, Razzismo e cultura (1954), in: Fanon. Opere scelte, hrsg. von G. Pirelli, Turin 1962, S. 48: zwischen Schöpferischem und Politischem. Wir sehen, wie leicht sie neue Formen der Banalität und
„l’elemento più visibile, più quotidiano, a volte insomma il più rozzo”. neue Räume für Selbstzerstörung und Anerkennung reproduzieren“).

Simone Frangi 86 Somatechnics als Versammlung 87


künstlerischer und kuratorischer Forschung verhandelt werden. eine Logik, die von Haus aus eurozentrisch ist und epistemische Gewalt ausübt:
Mit dem Willen, jene Technologien kritisch zu visualisieren, die bestimmte Kör- Die Strategie zum Ausgleich dieser systemischen Verletzung, welche die Moderne
per mehr als andere transparent und frei darstellen, indem sie jene Körper ver- anderen Wissensökologien auferlegt, besteht in der Durchsetzung einer neuen Lo-
bannen, die in der Undurchsichtigkeit bzw. in einem Zustand dunkler Negierung gik in der Zuweisung von Bedeutung, die man verschiedenen Wissensproduzenten
verharren, hat Somatechnics versucht, ihre strukturellen Zweifel zu verifizieren, in- zuweist, und in der Forderung eines Gegengewichts zu rassistisch geprägten, kri-
dem sie sie mit der Geschichte einer Region in Beziehung setzt, die durch eine minalisierten und pathologisierten Sujets. Lôbo bestätigt: „Decolonize is beyond
konfliktreiche Zivilgeschichte und von einer Gegenwart geprägt ist, die sich zwei- vocabulary, decolonize is referencing references“.
fellos in ihrer Morphologie dank der Widerstände und Einwände gegen die Ein- In diesem Sinne bestand die Absicht von Somatechnics darin, das Museum
sprachigkeit und die ethnische Segmentierung entwickelt hat. als einen Versammlungsort (assemblea) zu nutzen, an dem der (nicht befriede-
Die Verbindung mit dem Gebiet, in dem Museion operiert, ist in der Ökonomie te) Dialog zwischen Kräften erleichtert wird, die das vom Museum erworbene An-
von Somatechnics nicht anekdotisch oder instrumentell: Von Anfang an sollte ein sehen7 strategisch einsetzen, es verkehren und als Instrument nutzen, um sich von
Projekt entstehen, das in dem Kontext „verortet“ ist, an dem es präsentiert wird; toxischen Ideen über Geschlechtszuordnungen, nationale Zugehörigkeit und Ras-
es sollte wie ein Prisma fungieren, durch das man eine weitreichendere und kom- senzuweisungen sowie ihres Missbrauchs zu befreien. Kuratieren bedeutet folg-
plexere Situation als die des neokolonialen Europa betrachten kann; dieses Euro- lich, dem künstlerischen Schaffen keine kuratorische Narrativik aufzuerlegen, das
pa, in dem wir leben, befindet sich im Prozess einer Renazifizierung, einer Wende heißt nicht „Fürsprecher“ zu sein, sondern eine gemeinsame Arbeitsgrundlage da-
hin zur radikalsten Rechten und populistischer Verharmlosung einerseits und einer für zu bereiten, dass man schrittweise den kritischen Fokus aus der Interaktion ei-
Rückbildung immunitärer Vorstellungen andererseits. ner inhomogenen Arbeitsgruppe künstlerischer Subjektivitäten entwickelt, die sich
Die positiven Praktiken des Museion in den letzten zehn Jahren seiner trans- auf dissidente Weise im normativen Raum der körperlichen und politischen Kate-
nationalen Ausrichtung markierten tatsächlich schon einen Weg, auf dem das gorien bewegt und so unseren geopolitischen Wegen und unserer unmöglichen
Museum nicht als Ort einer gewissen geregelten Ästhetik und kognitiven Steue- Identität wieder Komplexität verleiht.
rung – aesthetics and cognitive governance – erscheint, in der einige Erkennt- Um sich dementsprechend zu positionieren und die immer gegenwärtigen
nispraktiken legitimiert sind, während andere ewig unterdrückt werden, sondern Risiken von Abstraktion und Vereinfachung zu vermeiden, sollte das Projekt So-
vielmehr als ein Ort, an dem neue Vorstellungsräume entstehen, die aktiv be- matechnics sich von Anfang an in der Deutung des Raumes Südtirol und seiner
stimmte Auswüchse, die sich in der Zivilgesellschaft gebildet haben, zurückbilden Möglichkeiten von den Reflexionen des Politikers und Aktivisten Alexander Lan-
können. Bayer und Terkessidis stellen fest, dass das Kuratieren zwar seine Gren- ger leiten lassen, der in den 1980er- und 1990er-Jahren beharrlich gegen die Aus-
zen hat und nicht in der Lage ist, historisch entstandene Formen der Ungleichheit breitung des Nativismus und des Ethnonationalismus und gegen die Verfestigung
substanziell zu verändern; das Kuratieren könne aber doch das Terrain für diese jener Grenzidentitäten kämpfte, die gerade wegen ihrer Grenz- und Schwellensi-
Reformen durch ein affektives und emotionales Training ebnen, das Vorstellungen tuation vielmehr fließend, pluralistisch, fröhlich „unentschlossen“ hätten sein kön-
neuer Modalitäten von Gemeinschaft fördert. nen. Was für Südtirol gilt, gilt für Italien und Österreich. Und was für Italien und
Schon bei den ersten Planungsgesprächen mit Marissa Lôbo, einer in Wien Österreich gilt, gilt auch für Europa: immer handelt es sich um Plattformen mit ei-
lebenden schwarzen Migrantin, Aktivistin und Künstlerin, die sich in verschiede- ner Binnengrenzstruktur und einer Neudefinition der Rassengeografie; sie gehen
nen Bildungs- und Kunstprojekten gegen Rassismus und Sexismus engagiert dabei aus von der Gegensätzlichkeit ethnischer Gruppen, die durch eine eindeu-
und als Kuratorin für das öffentliche Programm von Somatechnics verantwort- tige sprachliche Zuordnung hermetisch voneinander abgeschottet sind. An Nati-
lich ist, tauchten die unlösbaren Ambivalenzen der Museumsinstitution als Ort ei- onalismen und an Europa zu denken, bedeutete aus Südtiroler Perspektive, den
nes nicht-antagonistischen kritischen Handelns auf, das an den Willen zu einem eigenen aktiven Blick auf einen Ort zu richten, der historisch durch das Verabso-
„ungehorsamen“ Einsatz des musealen Raumes gebunden ist. Lôbo fragte sich lutieren der ethnischen Gegebenheit auf Rassenebene gesättigt8 war. Dazu merkt
2015 in dem Statement zur Performance If you run the beast will catch you. If you Laura Corradi an: obwohl „die Begriffe von Ethnie und Rasse in der Soziologie un-
stay the beast will devour you (Se ficar o bicho pega, se correr o bicho come, lau- terschiedlich verwendet werden, um auf verschiedene Traditionen und Hindernis-
tet ein bekanntes Sprichwort): „Warum sollte man darauf bestehen, in bestehen- se hinzuweisen […], tendieren sowohl der Begriff der Rasse als auch der Begriff der
de Machtbereiche einzugreifen, und nicht Räume für soziokulturelle und andere Ethnie dazu, die Unterschiede zwischen Menschen als feste, erstarrte, dauerhafte
Kunstproduktionen schaffen?“6 Wenn das Museum per Definition ein voyeuristi- Elemente zu betrachten.“9
scher Ort ist, an dem durch das Instrument des Displays (so wie es von der ethno- In den Schriften von Ende der 1980er-Jahren und insbesondere in Südtirol ABC
grafischen Praxis verstanden wird) untergeordnete Identitäten entstehen und sich Sudtirolo –10 einem Text, über dem er fast zehn Jahre lang gesessen hatte und der
ihre exotisierten Körper betrachten lassen, dann besteht für Lôbo die Dringlichkeit
des Kampfes nicht mehr in der Kontamination dieser Räume durch die Präsenz ei-
7 Anderson 1983 /HITO, S. 14/15: „It challenged the authority that had accumulated in cultural insti-
ner Minderheit oder – was noch schlimmer ist – in einer Bitte um Einbeziehung in tutions within the framework of the nation state. Cultural institutions such as museums had taken on
a complex governmental function. This role has been brilliantly described by Benedict Anderson in his
seminal work Imagined Communities, where he analyzes the role of the museum in the formation of
6 „Why should one insist to intervene in and on these existing spaces of power and not create spac- colonial nation states. In his view, the museum, in creating a national past, retroactively also created
es of sociocultural and other art productions?” M. Lôbo, If you run the beast will catch you. If you stay the origin and foundation of the nation, and that was its main function.”
the beast will devour you (Se ficar o bicho pega, se corer o bicho come, based on a popular proverb), 8 J. Butler, Endangered/Endangering: Schematic racism and white paranoia, in: R. Gooding-Williams
Performance, Akademie der bildenden Künste, Wien. (Hrsg.), Reading Rodney King/Reading Urban Uprising, New York/London 1993, S. 15.

Simone Frangi 88 Somatechnics als Versammlung 89


dann in den 1990er-Jahren posthum erschien – beginnt Langer, seine weitsichtige Yto Barrada in Bezug auf das Verhältnis zwischen Marokko und Kontinentaleu-
Vorstellung davon zu unterbreiten, wie der ethnische Konflikt (und die damit ver- ropa bezeichnet, die nur durch die Straße von Gibraltar getrennt sind. Durch die
bundenen Verfügungen zur Einsprachigkeit) in der autonomen Provinz Bozen über 2018 erfolgende Reaktivierung und Ausweitung der theoretischen und militanten
die rein lokale Perspektive hinaus anzupacken wäre. Er verwendet ihn wie ein Pris- Leistung Langers verwendet Somatechnics den Filter der historischen und politi-
ma, durch das die gegenwärtigen und zukünftigen Herausforderungen, die sich schen Konstruktion Südtirols in der Absicht, diesen mit italienischen, österreichi-
durch das Zusammenleben der Pluralitäten im zeitgenössischen Europa ergeben, schen und in letzter Konsequenz europäischen Fragestellungen zu verbinden; es
gelesen werden können. soll einsichtig werden, wie die Standards, die in der Vorstellung durch die abend-
Wie der Historiker Giorgio Mezzalira in der Einleitung zur italienischen Fas- ländischen Rassen- und Geschlechternormen hervorgebracht wurden, die gesell-
sung von Südtirol ABC Sudtirolo schreibt, „eignen sich tatsächlich viele der Stich- schaftliche Realität des Zusammenlebens – an einigen Stellen offensichtlich, an
wörter des ABC, die einem Diskurs über Südtirol dienen, für eine Ausweitung der anderen verdeckt –18 verzerrt haben. Von Südtirol ausgehend richtet Somatech-
Reflexion über die lokalen Grenzen hinaus, so dass sie sich schließlich mit der Ak- nics seinen Blick auf Italien, Österreich und Europa und stellt die Frage, wie und
tualität europäischer Probleme und Fragen kreuzen. Es besteht eine sehr enge auf welche Weise sich die hegemonischen Rasse- und Geschlechtervorstellungen
Verbindung zwischen Südtirol und Europa, und Alexander Langer hat sie herzu- strukturieren; welches Verhältnis sie zur – diffusen oder zentralisierten – Macht
stellen vermocht, indem er in der spezifischen lokalen Erfahrung eines Grenzge- und zu ihren Zwangstechniken haben; wie sie bei einzelnen Körpern und bei so-
bietes Anregungen und Deutungsschlüssel erfasste, um die großen Themen des zialen bzw. gemeinschaftlichen fleischlichen Körpern ein- und austreten; und
friedlichen Miteinanders von Völkern und Kulturen, der Garantien für und der Rech- schließlich wie die ego-zentrischen identitären Aktivitäten Europas den Lebens-
te von Minderheiten bzw. der Regionalismen anzugehen.“11 raum unserer Körper hierarchisieren und als letztlich weiß, patriarchalisch und he-
Um die Notwendigkeit zu ermessen, im Zusammenhang mit einem „Pavillon terosexistisch ausbilden.
Italien – Österreich“ den „spekulativsten“ Faktor von Langers Denken zu reakti- Pauline Boudry und Renate Lorenz rufen Momente utopischen Aufbegehrens
vieren, genügt es, eine Brücke zu den entschiedensten Perspektiven der critical gegen diese hegemonische Darstellung der Geschichte in Erinnerung: in ihren Re-
race studies und der whiteness studies herzustellen, zu denen Langers Denken cherchen legen sie systematisch subversive Aktionen frei, die von der dominanten
eine natürliche Affinität zeigt; diese Affinität hat bei der Arbeit an Somatechnics Politik der Sichtbarkeit unsichtbar gemacht wurden. Boudry und Lorenz verfolgen
von Anfang an eine solide analytische Struktur für den Dialog zwischen künstle- die strategische Geschichte der Konstruktion von „Normalität“ zurück und versu-
rischen Positionen gebildet. Bereits 1995 dachte beispielsweise der afroamerika- chen so, diesen fiktiven Standard von innen heraus umzugestalten und die Pa-
nische Historiker Manning Marable in der Einleitung zu Beyond Black and White12 thologisierungsprozesse der als nicht „konform“ geltenden Körper diskursiv zu
über die omnipräsente Rassenwirklichkeit 13 nach: und zwar einerseits als Form so- korrigieren. Im Zusammenhang mit den Folgen der geschlechts-kolonialen Mo-
zialen Ernstes, der die Erwartungen, die Emotionen, die Sprache und die Träume dernität suchen Boudry/Lorenz eine produktive Herangehensweise an die existen-
der rassialisierten Personen beeinflusst und leitet,14 andererseits als wahrhaftiges tielle Dimension der „Differenz“. Boudry/Lorenz suchen die Linie der „Divergenz“
Prisma, durch das wir die Welt sehen und verstehen und vor allem all das, was gegenüber den konstanten Einschränkungen und Formen von disempowerment
uns umgibt, verzerren und „färben“.15 Ausgehend von der Erfahrung der amerikani- (Entmachtung), die sich auf „Divergenz“ richten, durchzuhalten; dabei stellen sie
schen schwarzen Gemeinschaften prangert Marable an, dass die Rassentrennung sich auch gegen eine Rhetorik der Akzeptanz des „Anormalen“, die bedeuten wür-
in ihren gewaltsamsten und radikalsten Formen, aber auch in ihren verschleierten de, dass diese in die Form der neoliberalen Normalität gepresst werden, und zwar
und alltäglichen Formen, dafür verantwortlich ist, dass die Vorstellungsgemein- um den Preis ihrer im Rahmen einer Integrationsökonomie erfolgenden Assimila-
schaft sich parteiisch und hegemonisch strukturiert, da sie über die Parameter für tion. Vor allem Telepathic Improvisation (2017), eine in Somatechnics präsentierte
unser gesellschaftliches Handeln und über die Ebenen einer möglichen Errichtung Videoperformance, konkretisiert – durch die Bezugnahmen auf Ereignisse städ-
einer Gemeinschaft bestimmt.16 tischen Protests, Körpergewohnheiten, die dem Leben im Club S&M queer ent-
Somatechnics wollte sich mit dieser durch die Vorstellungswelt zensierten lehnt sind, oder Haltungen, die durch den Akt der Überwachung induziert sind
Gemeinschaft beschäftigen, mit dieser frustrierten Nähe,17 wie sie der Künstler – die Notwendigkeit, neue relationale Formen im Umgang mit Alterität, seien sie
menschlich oder nicht-menschlich, fleischlich oder objekthaft, aufzubauen. Das
9 L. Corradi, Salute e ambiente. Diversità e diseguaglianze sociali, Rom 2008, S. 95–96: „I concetti di Instrument dieser Verwandlung sollte die Phantasie sein: sie sollte ermöglichen,
etnia e di razza sono utilizzati in maniera diversa in sociologia, ad indicare tradizioni ed imbarazzi dass die spekulative Vorstellung einer notwendigen politischen Aktion eine solche
differenti […] sia il concetto di razza sia quello di etnia tendono a guardare alle differenze tra esseri
umani come ad elementi fissi, cristallizzati, permanenti.” Spannung erzeugt, die diese Aktion auch tatsächlich zu realisieren erlaubt.
10 A. Langer, Südtirol ABC Sudtirolo, Meran 2015. Diesem Vektor folgend bestand das Ziel von Somatechnics von Anfang an
11 G. Mezzalira, Prefazione, in: A. Langer, a.a.O., S. 88: „Molte delle voci dell’ABC, pensate per un dis-
corso sull’Alto Adige, si prestano a spingere la riflessione oltre i confini del locale, fino a incrociare darin, das zu bestätigen, was Nicholas Mirzoeff als das Recht zur Betrachtung19
l’attualità di nodi e questioni europee. C’è un legame molto stretto tra il Sudtirolo e l’Europa che Alex- bezeichnet, das Recht zur Detailbewertung jener auch allzu suspekten Transpa-
ander Langer ha saputo allacciare, cogliendo proprio nella specifica esperienza locale di una provin-
cia di confine stimoli e chiavi interpretative per affrontare i grandi temi della pace e della convivenza
tra i popoli e le culture, delle garanzie e dei diritti delle minoranze, dei regionalismi.”
12 M. Marable, Beyond Black and White (1995), London 2016. 16 „In this way the prism of race structures the community of imagination, setting parameters for real
13 Ebd., S. 1. activity and collective possibility” (ebd. S. 6).
14 Ebd. 17 Y. Barrada, A Conversation between Yto Barrada and Philosopher Nadia Tazi (Extracts), in: Y. Bar-
15 „Race exists as a kind of prisma through which we understand and see the world, distorting and rada, A Life Full of Holes – The Strait Project, Autograph ABP, London 2005, S. 59.
coloring everything before us“ (ebd., S. 3). 18 „It both illuminates and obscures“ (M. Marable, a.a.O., S. 8).

Simone Frangi 90 Somatechnics als Versammlung 91


renz, nach der unsere Subjektivität und unsere Erkenntnismodelle streben sollen. Groll. Diese gehören immer zu dem, was sie umgibt, während ein Verbannter im-
Das Projekt schöpft wie bei der Praxis des Samplings aus einem Repertoire künst- mer deplatziert ist. Wie fühlt es sich an, an einem Ort geboren zu sein? Dort zu le-
lerischer Beiträge, die in verschiedenen Zusammenhängen entstanden sind, je- ben? Zu wissen, dass man mehr oder minder immer von diesem Ort stammt?“21
doch in einem kuratorischen Entwurf zueinander in Beziehung gesetzt werden: Der Die Handlung des Videos enthüllt schrittweise die Asymmetrie der Macht, auf der
Entwurf ist aus der Untersuchung einer Region hervorgegangen, die sich als of- das Verhältnis zwischen den sich kreuzenden Blicken der beiden Protagonisten
fen für die Deutung eines politisch globalen, jedoch homogenen und daher fast besteht. Das Video zeigt, dass ihre Verfahren politischer Subjektivierung exakt
unsichtbaren Spektrums erwiesen hat. Das Recht zur Betrachtung gegenüber der zwei Rollen folgen, die davon diktiert sind, dass in dem Anpassungsraum zwi-
Homogenität des Visuellen zu reklamieren, bedeutet für Mirzoeff, die Behauptung schen einem Herkunftsland und einem Ankunftsland keine fließende Bewegung
aufzustellen, dass es in jenem scheinbar befriedeten Regime der Sichtbarkeit, in möglich ist. Der Nachdruck, der auf der sprachlichen Ebene dieses Verhältnisses
dem die Beziehungen zwischen visuellen Phänomenen legitim und folglich „nor- wechselseitigen Ausschlusses liegt, zeigt die Grenzen der Einsprachigkeit, und
mal“ zu sein erscheinen, in Wahrheit noch etwas zu sehen, zu intentionalisieren, zwar in Form der Zensur, die der Heteroglossie gegenüber praktiziert wird, also ge-
als störendes Element zu entdecken gibt. Das Recht zur Betrachtung unterbricht genüber der Fähigkeit, mehrere Sprachen zu sprechen, wenngleich jede mit einem
die Passivität des Sehens20 und eröffnet einen Bruch der Autonomie für jene Sub- Rest an Unsicherheit.
jektivitäten, die einer Überwachung und einer Negation im hegemonischen visu- Symptomatisch für diese kritische Transfer-Arbeit und dieses Mixen geopo-
ellen Kontext unterworfen sind. Angefangen bei der Wechselseitigkeit des Blicks in litischer und gesellschaftlicher Kontexte, mit deren Hilfe effektiv der Knoten der
die Augen eines anderen hat das Recht zur Betrachtung für Mirzoeff die genera- normativen Prozesse angegangen werden soll, den Somatechnics zu lösen ver-
tive Aufgabe, den gesellschaftlichen Körpern, die sich nicht selbst als Individuen, sucht, ist der performative Beitrag von Mercedes Azpilicueta. In ye-gua-ye-ta-yu-
sondern als politische Subjektivitäten im Schoße einer Kollektivität definieren, Au- ta (2017) trägt Azpilicueta auf Rio-de-la-Plata-Spanisch und in alphabetischer
tonomie zu verleihen. Reihenfolge ein Liste von Schimpfwörtern vor, die in Buenos Aires und Montevi-
Im Ausstellungsraum kreuzen sich tatsächlich zwei Blicke und mustern ein- deo öffentlich an Frauen gerichtet werden; das enactment (die Inszenierung) der
ander systematisch, den Schritten des einen folgend oder vor den Schritten des Beleidigungen wird von einer Vokaltechnik getragen, die die phonetische Zusam-
anderen zurückweichend. In dem Video On Exile (2018) von Adelita Husni Bey re- mensetzung der einzelnen Wörter umformt und dadurch den abwertenden Inhalt
gistrieren wir die Entstehung einer paradoxen, konfliktgeladenen Vertrautheit zwi- sowie die gewalttätige Absicht exorziert. Indem sie mit dem Skalpell von Parodie
schen einem jungen afrikanischen Asylbewerber und seinem Italienischlehrer: und Ironie den Subtext von Body-Shaming, Slut-Shaming und Rassialisierung se-
der Asylbewerber, der vorübergehend in der Caserma Montello in Mailand unter- ziert, den diese Liste transportiert, konfrontiert sich Azpilicueta direkt mit der Rolle
gebracht ist, liest laut aus literarischen Texten vor, die in einer Exilsituation ent- der Sprache bei der Konstruktion und der Reproduktion von Formen sozialer Un-
standen sind; der Italienischlehrer verbessert seine Aussprache, den Tonfall, die gleichheit; die Künstlerin macht jene geschlechtsspezifische und rassistische Ge-
Intonation der Sätze und erklärt deren Bedeutung, er verharrt in einem bestän- walt sichtbar, die in unserem täglichen Sprachgebrauch völlig unbekümmert lebt
digen Korrekturmodus, der sich mit der insistenten Bitte um Anpassung verbin- und die durch die Fleischlichkeit des Tonfalls und die Brutalität der Intention stär-
det. Die Beziehung zwischen den beiden verkörpert deutlich die Dynamik einer ker wirkt als durch die eigentliche Bedeutung des Begriffs.
hegemonischen Gastfreundschaft, bei welcher die Öffnung des eigenen Exis- Mit dem Instrument der Kunst geht Somatechnics jenen Formen der „Unter-
tenzraumes auf der Verpflichtung zur Assimilation basiert; die reale und zugleich weisung der Phantasie und des Verlangens“22 nach, die sich auf utopische Weise
metaphorische Beziehung zwischen dem new comer und seinem Sprachlehrer in unseren Körpern regen und die systematisch Aktionen orthopädischer Domes-
materialisiert das, was Edward Said in seinem Essay Reflections on Exile als ein tizierung unterworfen sind, wie es die italienische Theoretikerin Nicoletta Poidima-
Zustand der Eifersucht beschrieb, in dem sich der Neuankömmling immer in seiner ni definiert; denn anderenfalls würden sie die normative Leistung der sexistischen
Beziehung zum Einheimischen befindet, wenn er in einen nationalen Raum eintritt, und rassistischen Profilierung und Zuweisung zu bestimmten Positionen vereiteln.
dessen Sprache er nicht spricht. Das Exil entspricht für Said einem gefühlsmäßi- Das Phänomen, dass divergierende Wünsche bereits im Vorfeld definierten Orten
gen Zustand permanenter Trauer desjenigen, der entwurzelt worden ist und sich zugewiesen werden, erscheint noch beunruhigender, wenn man es auf Formen der
ständig um die Annäherung an ein „echtes“ Heimatland bemüht – an das, das er Verinnerlichung von Machttechniken überträgt, bei denen man keine externe In-
zurückgelassen hat, oder das, in dem er angekommen ist; beides wird er aber nie quisition mehr braucht, weil die Identitätspolizei 23 bereits Selbstkontrolle übt. The-
erreichen oder wiederfinden. Auf Grund dieser zeitlichen und emotionalen Pha- oretiker_innen des fortgeschrittenen kognitiven Kapitalismus – von Toni Negri über
senverschiebung, die nichts zu tun hat mit der von der Moderne beschriebenen Yann Moulier Boutang und Antonella Corsani bis hin zu Paul B. Preciado – liefern
Romantik, „betrachten die Verbannten diejenigen, die nicht verbannt wurden, mit von unterschiedlichen Gesichtspunkten aus eine analytische Rekonstruktion der
Subjektivität und der Art, wie sie sich an den neuen Schwellen kapitalistischer Ak-
kumulation präsentiert, wo die Vampirisierung des Menschen nicht mehr auf der
19 N. Mirzoeff, The Right to Look, in: Critical Inquiry, Bd. 37, Nr. 3, Frühjahr 2011, S. 473–496.
20 Vgl. „The right to look is not about merely seeing. It begins at a personal level with the look into
someone else’s eyes to express friendship, solidarity, or love. That look must be mutual, each inventing
the other, or it fails. As such, it is unrepresentable. The right to look claims autonomy, not individualism 21 Edward William Said, „Reflections on Exile,” in Reflections on Exile and Other Essays (Harvard
or voyeurism, but the claim to a political subjectivity and collectivity. […] It is the claim to a subjectivi- University Press: Cambridge, Mass., 2002), S. 180.
ty that has the autonomy to arrange the relations of the visible and the sayable. Visuality’s first domains 22 N. Poidimani, L’utopia nel corpo, Mailand 1998, S. 56: „ammaestramento dell’immaginario e del
were the slave plantations, monitored by the surveillance of the overseer, the surrogate of the sovereign.” desiderio.”
Ebd., S. 473–474. 23 Ebd., S. 57: „polizia dell’identità“.

Simone Frangi 92 Somatechnics als Versammlung 93


Ausbeutung der Arbeitskraft basiert, sondern auf der Überlagerung von Arbeits- Gebiet, das unter verschiedenen europäischen Kolonisierungswellen stark gelitten
kraft und der Maschine, die dazu dient, diese Kraft auszubeuten. In diesem Zu- hat, dekonstruiert parodistisch die protokoloniale Figur des weißen wissenschaft-
sammenhang nimmt der (post)humane Körper eine mehrdeutige Position ein und lichen Forschers, hier eine Genetikforscherin, die von der Transgenderschauspie-
setzt sich der Kapitalisierung nicht nur mit seiner materiellen Seite – dem Fleisch lerin Valentijn de Hingh verkörpert wird und ihren taxonomischen Instinkt dem
– aus, sondern auch und vor allem mit seiner weichen, immateriellen Seite, wo- kritischen Überprüfungsapparat unterzieht: In Mayers Film werden die Methodo-
durch die Affekte, Emotionen, Erkenntnispraktiken und die Flüssigkeiten der sozia- logien wissenschaftlichen Arbeitens, welche in der harten Moderne die Festlegung
len Produktion überlassen werden. von Gattungs-, Rassen-, Sexualitäts- und Artenkategorien ermöglicht hatten, von
In der Gemäldefolge A spectacular miscalculation of global asymmetry, die Queer-Kräften durchkreuzt, die ihre normative Performativität bei der Konstruktion
in Somatechnics sowohl in struktureller als auch in thematischer Hinsicht eine von Konformitätsprinzipien unterminieren.
zentrale Position einnimmt, bewegt sich auch Danilo Correale im Bereich der von Die Vorarbeiten für Somatechnics haben gezeigt, dass die territorialen (und
diesen Theorien zum Spätkapitalismus angestoßenen Reflexionen. Er analysiert im erweiterten Sinn nationalen) Prägungen unserer Körper wie spekulative Figuren
insbesondere die Wirksamkeit der data-driven society, in der die numerischen jener „Ausschlussphantasien“ des Nonkonformen (oder des teuflisch Umherirren-
Abstraktionen durch Statistiken und Praktiken gesellschaftlicher Profilierung zu den,28 um einen Begriff von Poidimani zu verwenden) aus den Räumen der (sexu-
neuen Instrumenten der Normierung von Subjekten werden. Die Malerei Correales ellen, ethnischen oder auch nationalen) Identitätskonstruktion funktionieren, an
scheint sich mit der Tradition des abstrakten Expressionismus zu tarnen, gleich- die wir in Europa gewöhnt sind: die Verkörperung jener orthopädischen Gesell-
zeitig übernimmt sie die ästhetische Qualität und Temperatur der grafischen Vi- schaft, die Abweichungen pathologisiert und kriminalisiert. Für Poidimani stellt die
sualisierung von Daten: Durch einen langsamen, meditativen und bewegten Reduktion der Multiplizität auf die rassische Einheitlichkeit „ein wirksames Para-
Malprozess macht sich Correale über den Filter einer meditativen Subjektivität digma in der Vorstellung des Herrschenden dar, um gesellschaftliche Komplexität
diese kalte synthetische Metastruktur der Zahl zu eigen; einerseits kratzt er an de- zu reduzieren und im optischen Regime des Herrschaftssystems politische Feinde
ren Objektivitätsanspruch, gleichzeitig jedoch nutzt er deren Potenzial zur Darstel- durch rassenideologische Spekulationen entstehen zu lassen.29
lung von Machtasymmetrien und zur Gliederung der Welt in Kategorien . In Langers Rekonstruktion stellt sich Südtirol als ein Land von Sündenböcken
In seinem Text Südtirol ABC Sudtirolo bestand Langer darauf, dass „das Den- dar, die andere und sich selbst rassisch definieren, die sich wechselseitig als An-
ken in Blöcken blockiert das Denken“,24 und startete so in der soliden Tradition der tagonisten konstituieren und dementsprechend zu stereotypisierten Bildern des
Kritischen Theorie einen Frontalangriff auf das dichotomische Denken, das ein Re- Feindes werden: die Walschen sind „unzuverlässig, heimtückisch, wortbrüchig, le-
sultat ist des natürlichen Binarismus sexistischer und kolonialer Prägung; diese vantinisch, unordentlich, schmutzig und faschistisch“30, und die crucchi sind „hart,
Prägung hat die europäische Moderne und Postmoderne strukturiert, ebenso ihre kalt, machthungrig, einfältig, töpelhaft, rückständig, nazi-lastig und dem Herden-
Leidenschaft für Segmentierung, Klassifikation, Kanonbildung und die Reduktion instinkt ergeben“.31 Zu diesem Konflikt symmetrischer Natur bemerkt Langer: „Die
des Realen, „das in Fesseln gelegt ist, dienen muss, versklavt ist“.25 Rolle der Unterdrücker und der Unterdrückten ist mehrmals hin- und hergewech-
Um diesem galoppierenden Phänomen systematischer Reduktion der Viel- selt, Invasoren kamen bald aus dem Süden und bald aus dem Norden, und je
falt des Realen auf sterile prototypische Formen des Lebens entgegenzuwirken, nach dem Bezugsrahmen waren und sind bald die einen und bald die anderen in
vertrat Donna Haraway bereits in den 1980er-Jahren – zu Beginn ihres cyberfe- der Minderheit“.32 Die Geschichte der alternierenden Herrschaft hat langsam eine
ministischen Aktivismus – die These, dass wir uns der Dringlichkeit gegenüber- differentielle Ökonomie des Staatsbürgerschaftsrechts entstehen lassen, bei der
sehen, neue feministische Darstellungen der Menschheit zu entwickeln, die „der der Schutz der Minderheiten immer eine ambivalente Rolle zwischen Protektionis-
wörtlichen Darstellung standhalten und ständig neue, schlagkräftige Tropen, neue mus und Rassentrennung gespielt hat.
Gesprächsformen, neue Begriffe für das historisch Mögliche schaffen. Am Wen- Die Macht negativer Identifikationskraft kommt in der Arbeit The Green Moun-
depunkt der Krise, an dem alle Tropen zusammentreffen, brauchen wir in diesem tain von Adelita Husni Bey zum Vorschein, einem Korpus multimedialer Werke von
Prozess ekstatische Gesprächsthemen.“26 Indem sie den Hinweis auf den Techno- 2011, in dem sich die Künstlerin mit ihrer italienisch-libyschen Identität sowohl auf
feminismus sowohl in seinen historischen Formen als auch in seinen aktuellsten politischer als auch auf künstlerischer Ebene auseinandersetzt. Die Installation in
xenofeministischen Erscheinungsformen aufgreift, konstruiert Ursula Mayer ihren der Ausstellung besteht aus einer großen Landkarte, die nach dem Ende des itali-
Film Atom Spirit als fragmentarische, zeitlich und räumlich nomadische Speku- enischen kolonialen Protektorats von italienischen Siedlern zum Zweck der Extrak-
lation über die Notwendigkeit, die Pluralität politischer Ökologien unserer von der tion von Bodenschätzen verwendet wurde. Die Karte ist ein Ausschnitt des Jebel
unmittelbaren Umweltkatastrophe geprägten technologischen Gegenwart zu be- Al Akhdar, des sogenannten „Grünen Bergs“, der einzigen Hochebene Ostlibyens
rücksichtigen; nur so lassen sich alternative und nachhaltige Zukunftsformen im nahe Bengasi, die in der emotionalen Toponomastik des libyschen Volkes an zwei
Zusammenleben verschiedener post(menschlicher) Entitäten mit der Multiplizität
anderer Erdschöpfer 27 denken. Atom Spirit, der in Trinidad & Tobago spielt, einem
27 Vgl. D. Haraway, Tentacular thinking. Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene, e-flux journal, #75,
September 2016.
28 N. Poidimani, a.a.O., S. 45: „diabolico errante“.
24 A. Langer, a.a.O., S. 51. 29 N. Poidimani, a.a.O., S. 54: „un efficace paradigma dei meccanismi proiettivi dell’immaginario del
25 N. Poidimani, a.a.O., S. 40: „messo in ceppi, costretto a servire, reso schiavo.” dominatore per ridurre la complessità sociale è la riduzione del molteplice all’unità razziale.”
26 D. Haraway, Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman and Inappropriate/d Others: The Human in a 30 A. Langer a.a.O., S. 52.
Post-Humanist Landscape, in: Feminists Theorize the Political, hrsg. von J. Butler und J. Scott, New York/ 31 Ebd.
London 1992, S. 85. 32 Ebd. S. 56.

Simone Frangi 94 Somatechnics als Versammlung 95


verschiedene Momente von counter-insurgency erinnert, die eine ähnliche Genea- Die Liebe, sagt Langer, hat häufig „die Volksgruppenordnung“37 durcheinander-
logie aufweisen: Der „Grüne Berg” war in der Kolonialzeit das Kampfgebiet der von gebracht, ist „quer durch die ethnischen Blöcken“38 geflossen und hat eine poli-
Omar El Muktar angeführten antiitalienischen Guerilla und später der organisa- tische Praxis des Durcheinanders und der Beachtung von Nuancen aufgewertet:
torische Knotenpunkt der Anti-Gaddafi-Bewegung. Das Bild des „Grünen Bergs“ Die Liebe als Aktivismus und Widerstand hat den Weg der „systemwidrigen ‚Ge-
fungiert im künstlerischen Schaffen von Husni Bey als Erinnerungsobjekt, das mischten‘“39 und das Entstehen neuer, nicht vorgesehener ethnischer Varianten
durch die objektive Geografie und gleichzeitig durch die Kindheitserinnerungen begünstigt.
einer Expat rekonstruiert wird, die in ihrer Jugend in Italien Schutz gefunden hat. Sechs Jahre nach ihrer Entstehung erscheint die Werkgruppe The Lustful Turk
The Green Mountain untersucht einerseits die komplexe Konstruktion einer poli- von Patrizio Di Massimo als eine Art Echo auf diese Bemerkungen Langers; gleich-
tischen Identität, die auf einer kolonialen Beziehung zwischen zwei Ländern ba- zeitig scheint sie dazu beitragen zu können, das in einer sogenannten „postter-
siert; andererseits untersucht sie jene Prozesse der Bewusstseinszuschreibung, die roristischen“ Phase entstandene Klima antiislamischer Intoleranz abzubauen.
bestimmte Subjekte auf der Grundlage von Vorurteilen erfahren, die sie einem be- Ein Klima, das aufgrund zufälliger Überlagerungen von islamischem Glaubens-
stimmten Kontext zuordnen. Husni Bey stellt sich die Frage, wie wir den „kulturellen bekenntnis, ethnischer Teilhabe an der muslimischen Welt und klarer umrissenen
Kontext“, der uns in objektiver Weise zugeordnet wird, verwenden, offenlegen oder Radikalisierungsphänomenen das Bild eines generischen Feindes erzeugt, woran
unterdrücken und wie unsere subjektive psychische Erfahrung in diesem Zusam- die orientalistischen Vektoren der Exotisierung und der Rassenzuordnung sowie
menhang bewirkt, dass wir unserer kulturellen Herkunft (oder auch dem Ankunfts- eine krankhafte Sexualisierung mitwirken. In der Arbeit Di Massimos werden die-
oder Durchgangsland) mehr oder weniger treu oder untreu sind. In einem Brief an se Prozesse durch die Analyse der Figur des „Lüsternen Türken” aufgespürt, der
Adrian Piper, der jüngst anlässlich der Retrospektive der amerikanischen Künstle- einem 1828 anonym in England erschienenen pornografischen Roman seinen Ti-
rin im MoMA in Frieze veröffentlicht wurde,33 zitiert Husni Bey eine Passage aus der tel gab: Ein populäres literarisches Erzeugnis, ein Schmelztiegel starker kultureller
1991 von Piper verfassten Schrift Passing for White, Passing for Black, aus der die Vorurteile, das durch die Verwendung suprematistischer Rassenkategorien so-
Inkommensurabilität zwischen der Mehrdeutigkeit, in der wir selbst unsere iden- wie kolonialer Vorstellungen und Phantasien ein ethnozentrisches Hologramm der
titäre Zugehörigkeit darstellen, und der statischen und eindeutigen Weise, in der Länder Nordafrikas und des Nahen Ostens abgibt. Der Roman ist in der Ich-Er-
sie von den anderen gedeutet wird, hervorgeht. „Ganz gleich, was ich mit meiner zählform aus der Sicht Emily Barlows geschrieben, einer jungen Weißen, die in der
Rassenidentität mache oder nicht mache, irgendjemand fühlt sich unwohl. Doch viktorianischen Moral aufgewachsen ist. Sie wird geraubt und gewaltsam in den
ich habe beschlossen, das werde nicht mehr ich sein.“34 Aus dieser Perspektive Harem Alis, des Sultans von Algier (bezeichnet als der Türke), verschleppt, der die
deutet Husni Bey ihre Erfahrung wechselnder Zuweisungen zu einem generischen junge Frau in die Lust einweiht, sie verführt und mit einem Repertoire von Sexu-
Raum von arabness oder zum Raum enggefasster italianità, mit denen jeweils alpraktiken bekannt macht, welche die abendländische Prüderie kriminalisiert.
verschiedene Erwartungen und Projektionen in staatsbürgerlicher, politischer und Di Massimo setzt auf die symbolische Qualität der Materialien und Objekte (Kis-
künstlerischer Hinsicht verbunden sind: „Ich denke, dass ich mehrdeutig und un- sen, Posamente, Dekorationen) sowie auf die Bilder und Vorstellungen, die sich
durchsichtig bin, nicht hinreichend definiert, eine Araberin mit heller Haut, eine Ita- mit ihnen verbinden; er skizziert so in verschiedenen Medien eine Reihe von ab-
lienerin, deren Nachname bedrohlich klingt. Ich denke daran, wie brillant Du die sichtlich „wörtlichen“ Porträts der Romanfiguren und spiegelt die im Roman ent-
Position langsamer Verbannung aus beiden Räumen beschrieben hast, aus allen worfene antagonistische Situation wider: Emily, Verkörperung einer ihrer Unschuld
Bereichen, denen wir unabsichtlich angehören.“35 Indem Husni Bey die Willkürlich- beraubten „Weißen“, und Ali, Verkörperung einer „unmoralischen Andersartigkeit“,
keit von Identität und ihrer fast ingenieurhaften Konstruktion durch Ausschlussver- die weder Genauigkeit noch Komplexität verdient. Die Figuren und die im Roman
fahren suggeriert, erinnert sie an eine Eingebung des Schriftstellers und Aktivisten beschriebenen Vorgänge von Penetration, Oral- und Analverkehr sind in Wirklich-
James Baldwin, für den „die Identität ein Kleidungsstück zu sein scheint, mit dem keit, so Di Massimo, analoge Rekonstruktionen der widersprüchlichen Gewalt, die
man die Nacktheit des eigenen Ichs bedeckt.“36 Jedoch ein zu kurzes Kleidungs- der Begegnung zweier Kulturen innewohnt und bei der einer der beiden Pole durch
stück, so Baldwin weiter, eines jener Kleidungsstücke, durch die die Nacktheit im- wiederholte Reduktion seiner Konsistenz taktisch herabgesetzt wird mit dem Ziel,
mer wahrgenommen und mitunter auch gesehen werden kann. die (neo)koloniale Eroberung zu begründen, indem man das, was man eliminieren
Für Langer bewirkt die Affektivität sowohl in den Prozessen identitärer Kon- will, als bedrohlich darstellt.
traktion wie auch in allen Formen der Systemverhärtung eine flächendeckende Der kollektive Raum des Projekts Somatechnics, wie es sich im Museion ma-
kritische Urbarmachung, die immer noch notwendig ist und sich nicht erübrigt: terialisiert hat, versuchte, einen indirekten Bezug zur historischen Konstruktion kul-
tureller Konflikte herzustellen, um zu vermeiden, dass aktuelle Phänomene, mit
denen die Ausstellung arbeitet, enthistorisiert wahrgenommen würden. Durch
33 A. Husni Bey, in: Open Letters to Adrian Piper, Frieze, https://frieze.com/article/open-letters-adri-
an-piper. (23.08.2018) die eindringliche Gegenüberstellung mit dem ethnischen Konflikt in Südtirol soll-
34 A. Piper, Passing for White, Passing for Black (1991), in: Transitions (1992), wieder abgedruckt in: A. te die Ausstellung vor allem mit der rhetorischen Hypothese brechen, dass der
Piper, Out of Order, Out of Sight, Bd. 1: Selected Essays in Meta-Art 1968–1992, Cambridge 1996: „So, no
matter what I do or do not do about my racial identity, someone is bound to feel uncomfortable. But I italienische Rassismus lediglich abgeleiteter Natur sei, um ihn vielmehr in seiner
have resolved, it is no longer going to be me.”
35 „I think of being ambiguous, of being not-quite, of being a light-skinned Arab, an Italian whose last
name is threatening, who can’t quite speak either language. I think of how you brilliantly describe that
position of slow banishment from both camps, from all camps to which we unwittingly belong” (A. 37 A. Langer a.a.O., S. 53.
Husni Bey, Open Letters to Adrian Piper, a.a.O.). 38 Ebd.
36 „Identity would seem to be the garment with which one covers the nakedness of the self“ (Ebd.). 39 Ebd., S. 54.

Simone Frangi 96 Somatechnics als Versammlung 97


wirklichen ortsspezifischen Prägung zu analysieren. Die Untersuchung, die zu So- anderen ethnischen Affiliationen, die „am anderen Ufer“ des Mittelmeeres zu fin-
matechnics geführt hat, hat insbesondere zu klären versucht, wie gerade in Süd- den sind, von der Konstruktion der Rassenidentität der Italiener hervor: „Die Meta-
tirol die spezifischen Rassenbilder entstanden sind; und wie dabei das social pher der biopolitischen und emotionalen Zugehörigkeit des kämpfenden Volkes
engineering der Ethnie angewandt wurde, die strategisch als von der „Rasse“ ver- zum Mutterland, die sich in den Schlachten des Risorgimento, während des Ers-
schieden, als nichtrassistisch und nicht trennend vermittelt wurde, die nur einge- ten Weltkriegs und in Libyen verfestigt hatte, und die Metapher des ‚Blutes‘, hier
setzt wird, um Prozesse von „Identitätsverlust“ und den Schrecken gegenseitiger als familiäres Gründungsband der Gemeinschaft der Italiener verstanden, waren
Assimilation einzudämmen. Die ethnische Indizierung – die genauso gefährlich ist die Grundlage für die Formen starker und weitreichender Identifikation mit der er-
wie die explosivsten Formen direkter Rationalisierung, deren peinliches „Feigen- dachten Gemeinschaft der Nation.“49 In diesen Kontext reiht Mussie ihre kritische
blatt“ sie ist – nährt ganz bewusst eine rassistische Akkulturation, „die das Gesicht Arbeit ein, in der sie sich mit der zufälligen sprachlichen Übereinstimmung zwi-
der praktizierten Kultur verändert und entstellt. […] Eine Gesellschaftsgruppe, ein schen der Sprache Tigrinya und dem Italienischen beschäftigt, welche die nati-
Land, eine Kultur können nicht unbewusst rassistisch sein. […] Der Rassismus ist onalistische Figur des Unbekannten Soldaten (Milite Ignoto) mit der Großmutter
keine zufällige Entdeckung. Er ist kein verborgenes und verheimlichtes Element. Es der Künstlerin, Milite Ogbazhi, in Verbindung setzt. Während im Italienischen „mi-
sind keine übermenschlichen Kräfte erforderlich, um ihn hervorzuheben.“40 lite“ Soldat bedeutet und sich, wie Giuliani darlegt, auf die Landsmänner bezieht,
Langer vertritt immer wieder die Position, dass die Anwendung eines Deu- „die ihr Leben gelassen hatten […] für die Größe ihres Italien“, steht „Milite“ in Tig-
tungsmodells der Welt nach einem ethnischen – und folglich rassischen – Muster rinya für den Eigennamen „Maria“; dieser Name verbindet also die Figur der Groß-
in Südtirol eine „Halbierung der Wirklichkeit“ bedeutet. 41 Langer suggeriert, dass in mutter, die unter der italienischen Kolonialherrschaft aufgewachsen ist, mit Maria,
Südtirol alles „durch die ethnische Brille betrachtet [wird]“42: Eine Ethnik, die als Sy- der mater dolorosa, der Schmerzensmutter, die „das Fleisch ihres Fleisches“ in der
nonym für „Eigentümlichkeit, Gruppe, Bewusstsein, Charakteristik, Selbstverteidi- Schlacht verloren hat. Mussies Performance erkundet mit der Hilfe ihres Bruders
gung, Fortbestand…“ erlebt wird, aber auch als Recht zu Dominanz, Intoleranz und Sherif das Fotoarchiv von Milite Ogbazghi, ihre Erinnerungen an Eritrea (darun-
Aggressivität, die sich in einem wiederkehrenden „Rückschritt im Zusammenle- ter Beschreibungen der Machtverhältnisse zwischen Einheimischen und italieni-
ben“ manifestieren.43 „Die ethnische Dynamik (d.h. des ethnischen Konflikts) dient schen Siedlern) und die Erinnerungen an ihre Ankunft in Italien; dabei deckt sie
gerne als Grundmuster für jedwede Erklärung der Realität und Allzweck-Hand- subtil jene Kolonialgewalt auf, die Italien immer noch mit seinen ehemaligen Ko-
lungsrahmen. So kann man Südtirol als ideales Terrain für Studien über Ethnozen- lonien verbindet. Das Gespräch mit Milite nimmt die Form eines unmöglichen In-
trismus empfehlen.“44 Die identitären Gepflogenheiten sind für Langer in diesem terviews an, in dem die historischen Fakten und ihre fotografische Dokumentation
spezifischen Gebiet immer „vor allem ethnisch verstanden“, 45 sie werden buch- Risse bekommen durch eine emotionale und irrationale Ebene, die die historische
stäblich mit dem Instrument des ethnischen Konflikts organisiert und verwaltet, Darstellung verdreht und einen Kurzschluss erzeugt: Indem sie persönliche Ge-
wobei dessen intersektionale Komplexität verdunkelt wird. Langers Ablehnung genstände und alltägliche biografische Details aus der Geschichte von Milite zu
von „Blut“ und „Boden“ mündet in die Forderung von Räumen, die Identitätskons- neuem Leben erwecken und sie mit archetypischen Symbolen mischen, formulie-
truktion und -performativität gemäß „vielfältiger Möglichkeiten“46 erlauben; die ren Muna und Sherif die Hierarchie zwischen den historischen Positionen neu und
missbräuchliche Vereinfachung der „normierten Mitgliedschaft in der Volksgrup- stellen die herkömmliche Rangordnung auf den Kopf: die bisher dominante wird
pe“47 lehnt er ab. Wenngleich eine positionelle Verwurzelung bei der Verbreitung durch die bisher subalterne Position ersetzt. Milite Ignoto stellt ein Beispiel für eine
der identitären Praktiken nützlich sein kann, so „kann [sie] nicht so ausschließlich invertierte Monumentalität dar, bei der jene Gedankenfiguren, welche „die Italie-
und einseitig ethnisch gedüngt werden.“48 nerinnen und Italiener ideell in eine ethnisch homogene und emotional überein-
Milite Ignoto, der performative Beitrag der italienisch-eritreischen Künstlerin stimmende Gesamtheit übersetzt haben“,50 verflüssigt und ironisch geschrumpft
Muna Mussie, befördert die Reflexion über die Funktion der ethnischen und ras- werden.
sischen Spannungen, die sich bei der Bildung geschlossener nationaler Vorstel- Bezüglich der Formen eines auf nationaler Ebene systematisch praktizierten
lungen ergeben, indem sie diese auf die koloniale Beziehung zwischen Italien Reduktionismus äußert Langer – wobei er sich auf das faschistische Regime, auf
und Eritrea zurückführt, das der Faschismus zur colonia primigenia erklärt hatte. dessen Rassengesetze und die in Südtirol durchgeführten Zwangsenteignungen,
In ihrem Text L’italiano negro. La bianchezza degli italiani dall‘Unità al Fascismo aber auch auf dessen Fortsetzung im lokalen polemos bezieht – folgende rea-
hebt die italienische Wissenschaftlerin Gaia Giuliani die Funktion des Kolonialis- listische Provokation: „Wenn das Wort ‚Rasse‘ noch salonfähig wäre, würde man
mus beim symbolischen und tatsächlichen Ausschluss der Schwarzen und der vielleicht lieber zu den gleichen Zwecken den Ausdruck ‚rassisch‘ verwenden.“51
In einem ähnlichen kritischen Geist hat auch Stuart Hall52 mehrfach in seiner wis-
senschaftlichen Arbeit festgestellt, dass der dekonstruktive Umgang mit dem Mo-
40 F. Fanon, a.a.O., S. 54: „che altera e sfigura il volto della cultura che lo pratica […] un gruppo sociale,
un paese, una civiltà non possono essere razzisti inconsciamente. […] Il razzismo non è una scoperta
causale. Non è un elemento nascosto e dissimulato. Non occorrono sforzi sovrumani per evidenziarlo.”
41 A. Langer, a.a.O., S. 64. 49 G. Giuliani, L’italiano negro. La bianchezza degli italiani dall’Unità al Fascismo, in: G. Giuliani und
42 Ebd., S. 47. C. Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, Mailand 2013, S. 35: „La
43 Ebd., S. 51. metafora dell’appartenenza biopolitica ed emotiva del popolo combattente alla madrepatria, conso-
44 Ebd., S. 47. Hervorhebung des Verfassers. lidata nelle battaglie del Risorgimento, durante la prima guerra mondiale e in Libia, e la metafora del
45 Ebd., S. 62. ‘sangue’, qui inteso come legame famigliare fondativo della comunità degli italiani, furono alla base
46 Ebd. di forme di forte ed ampia identificazione con la comunità immaginata della nazione.”
47 Ebd. 50 Ebd.
48 Ebd. 51 A. Langer, a.a.O., S. 47.

Simone Frangi 98 Somatechnics als Versammlung 99


tiv der Ethnizität nicht bedeutet, auf eine Unterkategorie von Rasse einzuwirken, Bilder ihrer Angst und ihrem Gefühl der Verzweiflung Form verleiht. Utikals Szenari-
sondern zum Kern der Rassialisierungspraktiken vorzudringen: In der Demobili- en haben mit einer Anzahl von Schlüsselbegriffen zu tun, welche die Koordinaten
sierung des ethnischen Motivs, das häufig auf lokaler und mikropolitischer Ebe- ihrer Bilder bezeichnen: Unentschlossenheit, Paradox, Angst, Mangel, Abhängig-
ne als harmloses Instrument ausgespielt wird, manifestiert sich in Wirklichkeit ein keit. Dennoch findet Utikal in dieser nicht befriedeten Vision unserer Gegenwart
gänzlich rassialisiertes soziales System, in dem die materiellen und symbolischen und unserer ökologischen Zukunft auch den Raum für einen spekulativen Hand-
Ressourcen ungerecht verteilt sind. So entartet in Südtirol die Angst, die eigene lungsverlauf, indem sie sich vorstellt, dass jene Lebewesen, die ihre Arbeiten bevöl-
sprachliche und folglich ethnische Identität zu verlieren, in eine wilde Opposition kern, die ersten Musterexemplare einer künftig vorstellbaren Menschheit sind, die
gegenüber jedem Anzeichen für das Entstehen einer „Misch“-Kultur (mit der Ge- es geschafft hat, nach der Zerstörung der Erde diese wieder fruchtbar zu machen.
fahr der Assimilation ) und erstarrt in einer „Trennungsphilosophie - nicht immer
ganz leicht vom Rassismus zu unterscheiden.“53 Nicht nur, dass sie „Entfremdung,
Vorurteile und Feindseligkeit zwischen den Volksgruppen und den Menschen ver-
schiedener Sprache“54 entstehen lässt; die Trennung als regulierendes territoriales
und soziales Prinzip setzt alle Bürger_innen oder Anwärter_innen auf das Bürger-
recht, die gemäß ihrer größeren oder geringeren Zugehörigkeit einer identitären
Gemeinschaft zugeordnet werden, einem emotionalen und politisch rassialisie-
renden Training aus, das weit über den Rahmen der drei lokalen Sprachgemein-
schaften hinausgeht. Die Trennung wird damit zu einem „gesetzlich geregelten,
diskriminierenden Mechanismus“, bei dem Formen von institutionalisiertem Ras-
sismus „Einheimischen“ und Newcomern die Möglichkeit der „Koedukation“55 vor-
enthält bzw. eine Erziehung, die nicht nur „strategisch europäisch“ tut, damit der
Konflikt verdeckt wird, sondern die wirklich zutiefst dekolonial ist und nicht eine
Bruderschaft nach Kains Vorbild praktiziert.
In Somatechnics erfolgt in zwei Serien von textile paintings der Künstlerin
Sophie Utikal eine Positionierung gegen Formen der Entsolidarisierung zwischen
gesellschaftlichen Körpern, die im selben Gebiet angesiedelt sind, aber auch zwi-
schen den Körpern und dem von ihnen eingenommenen Gebiet. Inspiriert durch
die Tradition des gemeinschaftlichen Nähens von Arpilleras, die die Frauen un-
ter der Diktatur Pinochets in Chile zwischen 1973 und 1990 als Form öffentlicher
Trauer und als Instrument stillen Protests praktizierten, stellen die beiden male-
risch-installativen Werkgruppen bildlich den unveräußerlichen und wünschens-
werten Zustand gemeinschaftlicher Existenz (co-existing) dar. Utikals Arbeits-
methode besteht darin, dass sie durch den wiederholten (und mit vielen Frauen
gemeinsam ausgeführten) Akt des Zusammennähens von Stoffteilen Phantasie-
panoramen entstehen lässt, die meist ihren Körper als Ausgangspunkt haben.
Durch den bewussten Verzicht auf korrekte Proportionen bricht Utikal mit einer
Reihe von Begriffspaaren, die Vorurteile über die Qualität einer künstlerischen Ar-
beit im musealen Kontext transportieren: einfach/komplex, weich/hart, schön/ver-
störend, oberflächlich/tiefgehend. In den beiden für Somatechnics entwickelten
Installationen stellt Utikal eine ökofeministische Analogie her zwischen dem weib-
lichen Körper (vor allem farbiger Frauen) und der Erde, und stellt Fragen nach kol-
lektiver oder individueller Verantwortung für die Misshandlung unseres Planeten
und nach dem Zusammenhang zwischen Kapitalismus und Klimakrise. Das, was
Utikal durch ihre narrativen Paneele umzukehren sucht, ist die Psychologie der Ne-
gation, die das Fortschreiten dieser Krise begleitet, indem sie durch dystopische

52 Siehe L. Grossberg (2007), Stuart Hall on race and racism: cultural studies and the practice of
contextualism, in: Culture, Politics, Race and Diaspora: The Thought of Stuart Hall, hrsg. von B. Meeks,
London.
53 A. Langer, a.a.O., S. 71.
54 Ebd., S. 71-72.
55 Ebd., S. 73.

Simone Frangi 100 Somatechnics als Versammlung 101


“THINKING IN BLOCKS, cious critical work conducted between the 1980s and the 2000s with regard to the
persistence of colonial points of view and non-inclusive procedures in museum
BLOCKS THINKING”: SOMATECHNICS spaces, collections, and temporary projects had indisputably opened the door to
the possibility of “focusing” on issues such as colonialism and migration in ex-
AS AN ASSEMBLY hibitions and didactic and public programs. This rarely generated, however, any
structural or programmatic changes in the way western museums handle the of-
ten-synoptic presence of race and sexism in their own cultural policies.
Simone Frangi As early as 2012, Marina Garcès observed in her article “Honesty with the
Real,”4 that art seems to have become the spearhead for a re-politicization of
contemporary creation, even if the transformations that are taking place, often
only at a thematic level, do not guarantee a new solidarity between creation and
politics. Instead, they seem to produce new forms of banality and extremely wor-
rying spaces for critical self-recognition.5
In their article Beyond Repair: An Anti-Racist Praxeology of Curating, pub-
lished in the anthology edited by Bayer, Kazeem-Kamiński, and Sternfeld, Bayer
and Mark Terkessidis argue that forms of anti-racist curatorship (no matter how
tautological the expression may seem given the profoundly non-discriminatory
nature that curating should have) in the way they do things constitute a pragmat-
ic opposition to the forms of “scientific objectivity” that often regulate the practice
of curating in the institutional sphere.
To “statically” balance institutional diversity in order to meet strategic re-
quirements, anti-racism in curatorship should therefore rectify practices that reg-
ulate in particular their invitation policy according to forms of tokenism and iden-
tification (which are often racializing and sexist) for the sole purpose of producing
nice-to-have minority categories to insert in their structural spectrum.
The Somatechnics project was generated in response to Museion’s invitation
to create an initiative that would reconnect the institution with its original mission
of stimulating interaction between the Mediterranean and Northern Europe by
acting as a kind of hinge between these two spirits thanks to its borderland posi-
In 2017, Natalie Bayer, Belinda Kazeem-Kamiński, and Nora Sternfeld edited the tion. The project, in fact, emerged slowly by negotiating its own operating space
anthology Curating as Anti-Racist Practice,1 a volume that combined a series of with these crucial questions posed by anti-racist and anti-sexist perspectives in
critical approaches founded on post-colonial feminist genealogies which de- the world of artistic and curatorial research.
manded anti-racist reform in independent and institutional museum curatorship. In order to critically visualize the technologies that make certain bodies free
This much-needed anthology created a theoretical, practical, and pragmatic mo- and transparent and others not, while also relegating bodies that insist on re-
ment of inertia in relation to the rulings that the current regression in the social maining opaque to a state of shadowy negation, Somatechnics has sought to
and political contexts in Europe is imposing on cultural practices. As argued in check its structural concerns by comparing them to the history of a region marked
Frantz Fanon’s seminal work, racism is “the most visible, the most day-to-day, and by its conflictual civil history and a contemporary situation that has without doubt
not to mince matters, the crudest element” 2 of a given cultural structure. Hence evolved in terms of morphology thanks to dissidence and conscientious objec-
“to study the relations of racism and culture is to raise the question of their re- tions against monolingualism and ethnic segmentation.
ciprocal action. […] Racism is indeed a cultural element. [...]This precise cultural The bond with the local area that the Museion operates in is not in the econ-
element, however, has not become encysted. Racism has not managed to harden. omy of Somatechnics, either anecdotally or instrumentally. Right from the begin-
It has had to renew itself, to adapt itself, to change its appearance. It has had to ning it has been what advanced the idea of creating a project that was “located.”
undergo the fate of the cultural whole that informed it.”3 In other words, in harmony with the context it is positioned in, as well as being an
In About Curating as Anti-Racist Practice, the joint article that introduces the extremely effective prism for looking at a broader and more complex situation,
various articles in the anthology, the three female editors emphasize how the pre-

4 Marina Garcès, “Honesty with the Real,” in Journal of Aesthetics & Culture, vol. 4 (2012).
1 Curating as Anti-Racist Practice, edited by Natalie Bayer, Belinda Kazeem-Kamiński, Nora Sternfeld 5 Ibid. “Art today would seem to be the spearhead of a re-politicization of contemporary creation.
(De Gruyter: Berlin/Boston, 2017). Its themes, spilling into the real, and its processes, increasingly collective and open to public space,
2 Frantz Fanon, “Racism and Culture,” in Toward the African Revolution—Political Essays, trans. appear to attest to this. Yet, such transformations are not necessarily the guarantee of a re-encounter
Haakon Chevalier (Grove Press: New York, 1967), p. 32. between the creation and the political. We see how easily they reproduce new forms of banality and
3 Ibid. new spaces for self-consumption and recognition.”

Simone Frangi 102 Somatechnics as an Assembly 103


like that of the neo-colonial Europe we live in, which is currently undergoing a pro- focus from the working interaction of a non-uniform group of artistic subjectivities
cess of re-Nazification, with a trend towards the more radical right wing, populist that inhabit the regulatory space of corporeal and political categories in a dissi-
banalization, and regression into immunitarian fantasies. dent form, thereby restoring complexity to our geopolitical paths and our impos-
The good practices activated by Museion in the last ten years of transnation- sible identities.
al management have already indicated, in fact, a way of using the museum not as To be properly rooted, then, and to avoid the current risks of abstraction and
a place for adjusting certain aesthetics and cognitive governance, where certain simplification, the Somatechnics project decided right from the start to use the
practices are legitimate while others are destined to be eternally subjugated, but thoughts of Alexander Langer as a beacon in its attempt to understand the lo-
as a place where new images can be aroused to actively invert certain encysted cal area and its potential to act as a mirror. Langer was a politician and activ-
metastases in civil society. As Bayer and Terkessidis suggest, if it is true that cu- ist who during the 1980s and 1990s constantly fought the spread of nativism and
ratorship has its limits and cannot materially transform forms of historically con- ethnic-nationalism in the border area between Austria and Italy, as well as the
structed inequality, it can, however, prepare the terrain for these reforms through reification of certain border identities which he insisted could have been fluid,
a sentimental and emotional training process in imagining new ways of living as multi-faceted, and joyfully “undecided” instead, thanks to their liminal borderline
a community. position. South Tyrol can therefore be seen as a microcosm of Italy and Austria,
Right from the initial planning conversations held with Marissa Lôbo (a black and Italy and Austria as a microcosm of Europe. In other words, they are platforms
migrant artist and activist based in Vienna and involved in various anti-racist and for setting up internal borders and rewriting racial geography, starting from the
anti-sexist, educational, and artistic projects), the head curator for the Somatech- opposition between ethnic groups who remain sealed within their reciprocal im-
nics public program, the unsolvable ambivalences of the museum established it permeability on account of a univocal linguistic affiliation. Viewing nationalisms
as an institution typified by critical, but non-antagonistic action, hence the move and Europe from the perspective of South Tyrol means locating one’s active view-
towards a “disobedient” use of the museum space. As Lôbo asks in the statement point in a place that has been racially saturated 8 historically through the absolu-
she made in her 2015 performance entitled If You Run the Beast Will Catch You. If tization of ethnicity. As Laura Corradi notes, although “ethnic and racial concepts
You Stay the Beast Will Devour You (Se ficar o bicho pega, se correr o bicho come, [are] used in a different way in sociology, to indicate different traditions and em-
based on a popular proverb), “Why should one insist to intervene in and on these barrassments […] the concepts of both race and ethnicity tend to look at differ-
existing spaces of power and not create spaces of sociocultural and other art pro- ences between human beings as elements that are fixed, crystallized, and perma-
ductions?”6 Lôbo suggests that while it is true that museums are voyeuristic by nent.”9
definition in that they create and objectify subordinate identities by displaying In his articles written at the end of the 1980s, and especially in Südtirol ABC
them (as conceived by ethnographic practices) and contemplating their exoti- Sudtirolo10—a work he pondered over for almost ten years and which was only
cized bodies, the priority of the struggle is no longer that of contaminating these published posthumously in the 1990s—Langer begins to sketch out the far-sight-
spaces with a minority presence, or worse still, a cry to be included in a ration- ed idea of tackling ethnic conflict (and the relative injunctions against one-lan-
ale that is by its very nature Eurocentric and from an epistemological perspec- guage affiliations) in the Autonomous Province of Bolzano as well as any purely
tive operates violently. The strategy for balancing this systemic violation imposed local perspective, and using it as a prism for interpreting the present and future
by modernity on other ecologies of awareness is to impose a new rationale for challenges constituted by the widespread diversity that co-exists in contemporary
the distribution of the importance given to producers of awareness by reclaiming Europe.
a balance for individuals that have been racialized, criminalized, and patholo- In his introduction to the Italian version of Langer’s Südtirol ABC Sudtirolo
gized. Lôbo states: “Decolonize is beyond vocabulary, decolonize is referencing the historian Giorgio Mezzalira observes, “many of the voices in ABC that were
references.” designed to create a debate on the Alto Adige region can help to push the dis-
In this sense, Somatechnics seeks to use the museum as an assembly, where cussion beyond the confines of the local area until it meets current European
interaction is facilitated (not pacified) between powers that can strategically use nodes and issues. There is a very close bond between South Tyrol and Europe that
the authority7 accumulated by the museum, invert it, and use it as a tool for de- Langer succeeded in tapping into by focusing on the specific local experience of
familiarizing people from toxic ideas linked to the expression of gender, national a border province to find the stimuli and interpretative keys required to address
belonging, and racial assignation and their vampire-like use. This means curat- the important issues of peace, coexistence between peoples and cultures, and
ing without imposing a “speaking for” curatorial narrative on artistic practices but the guarantees and rights of minorities and regionalisms.”11
setting up a common operating platform, instead, by gradually creating a critical In terms of an Italy-Austria pavilion, to measure the need to reactivate
Langer’s thinking in its more “speculative” and least territory-analytical coef-
6 Marissa Lôbo, If You Run the Beast Will Catch You. If You Stay the Beast Will Devour You (Se ficar o ficient, a bridge needs to be built to the most assertive perspectives within the
bicho pega, se correr o bicho come, based on a popular proverb), performance, Academy of Fine Arts
(Vienna, 2015).
7 “It challenged the authority that had accumulated in cultural institutions within the framework of
the nation state. Cultural institutions such as museums had taken on a complex governmental function. 8 Judith Butler, “Endangered/Endangering: Schematic Racism and White Paranoia,” in Reading
This role has been brilliantly described by Benedict Anderson in his seminal work Imagined Communi- Rodney King/Reading Urban Uprising, edited by Robert Gooding-Williams (Routledge: New York/London,
ties, where he analyzes the role of the museum in the formation of colonial nation states. In his view, 1993), p. 15.
the museum, in creating a national past, retroactively also created the origin and foundation of the 9 Laura Corradi, Salute e ambiente. Diversità e diseguaglianze sociali (Carocci: Rome, 2008), pp. 95f.
nation, and that was its main function (Anderson, 1983).” Art and Contemporary Critical Practice, edit- 10 Alexander Langer, Südtirol ABC Sudtirolo (alphabeta: Merano/Meran, 2015).
ed by Gerald Raunig and Gene Ray (MayFly: London, 2009), pp. 14–15. 11 Giorgio Mezzalira, Prefazione, in ibid.

Simone Frangi 104 Somatechnics as an Assembly 105


critical race studies and whiteness studies, with which Langer has a clear phys- register of neo-liberal normality at the cost of assimilation in the economy of in-
iological affinity and which, from the onset of the project, have enabled Soma- tegration. In particular, Telepathic Improvisation (2017), a video performance in-
technics to create a solid analytical structure for stimulating interaction be- cluded in Somatechnics, puts into practice—through references to urban protest
tween different artistic positions. For example, as early as 1995 in his introduc- events, bodily habits taken from life in an S&M queer club, and postures prompt-
tion to Beyond Black and White,12 the African American historian Manning Mar- ed by acts of surveillance—the need to build new forms of relationships with oth-
able talks about the omnipresent reality of race 13 as a form of social gravity erness whether they are human or non-human, carnal or object. The instrument
that, on the one hand, impacts and orients expectations, emotions, and the lan- required for this transformation has to be fantasy, or better, the possibility that
guage and dreams14 of racialized individuals and on the other, acts as a “kind speculative imagination in relation to a necessary political action can create a
of prism through which we understand and see the world, distorting and colour- level of tension that can implement it.
ing everything before us.”15 Starting from the experience of the black American Right from the start, Somatechnics has followed this path to affirm what Nich-
community, Marable denounces the fact that racial segregation, in its most violent olas Mirzoeff calls the right to look,19 or better, to scrutinize in detail that highly
and radical forms, but also in its most veiled and everyday forms, is responsible for suspicious transparency to which our subjectivities and models of awareness
structuring in a biased and hegemonic sense what he defines as the “community of should aspire. Like a sampling exercise, the project draws on a repertoire of ar-
imagination by setting parametres for real activity and collective possibility.”16 tistic contributions produced in different contexts but is able to relate them to a
It is this community censored via collective imagination, this frustrated prox- shared curatorial plan that has its roots in an analysis of the local area but is also
imity17 as the artist Yto Barrada defines it when speaking about the relationship open to the interpretation of a global political spectrum that is homogeneous, un-
between Morocco and mainland Europe mediated by the Strait of Gibraltar, that fortunately, and therefore almost invisible. For Mirzoeff to reclaim the right to look,
Somatechnics seeks to focus on. To reactivate and expand Langer’s important despite the homogeneity of visuality, means to sustain that which seems pacified
theoretical and militant experience in 2018, Somatechnics takes the filter of his- in that regime of visibility, and in which relationships between visual phenomena
toric and political construction in South Tyrol and extends it to Italian, Austrian, seem to be authorized and therefore “normal.” There is, in reality, something else
and ultimately European issues while seeking to understand how the standards to see, to intentionalize, to bring to the surface as something that is disturbing.
generated imaginatively by racial and gender norms in the West have distorted— The right to look interrupts the passive nature of seeing20 and opens up a fracture
in both illuminated and obscure places18—the social reality of living together. By of autonomy for those types of subjectivity that have been subjected to surveil-
refusing to think of South Tyrol literally and using it instead as a prism through lance and denial in the context of the hegemonic perspective. Starting from the
which to view Italy, Austria, and Europe, Somatechnics asks, in particular, how and mutual act of looking someone in the eye, the right to look, continues Mirzoeff’s
in which ways racial and hegemonic images in general are structured, what rela- analysis, has the generative task of making social bodies independent. These
tionship they have with both centralized and decentralized power and the coer- bodies are not self-determined as individuals but as political subjectivities within
cive technologies of power, how they enter and exit individual bodily spaces and a community.
social and shared carnal spaces, and, last of all, how European, egocentric iden- In the display space, two viewpoints effectively cross over and methodically
tity practices create hierarchies and form the spaces in which our bodies exist as scrutinize each other, looking in each other’s eyes, and following each other as
supremely white, patriarchal, and heterosexual. they advance or retreat. In Adelita Husni Bey’s video On Exile (2018), the construc-
By evoking moments of utopian uplifts against these hegemonic written in- tion of a paradoxical conflictual intimacy is recorded between a young African
terpretations of history, Pauline Boudry and Renate Lorenz systematically activate asylum seeker, temporarily resident at the Montello Barracks in Milan, and his Ital-
in their research excavation processes and the recovery of subversive actions ian teacher. The asylum seeker reads aloud pieces of literature produced in situ-
made imperceptible by the weight of the prevailing politics of visibility. Revisit- ations of exile while his Italian teacher adjusts his pronunciation, intonation, and
ing the strategic history of the construction of “normality,” Boudry/Lorenz operate inflection and explains what the words mean in a process that constantly corrects
actively to reprocess this fictional standard from the inside, with the aim of dis- and calls on the student to adapt. In addition to embodying a clear dynamic of
cursively rectifying the pathologization processes of bodies that are not seen as hegemonic hospitality structured on the opening of one’s own existential space,
“complying.” With a productive approach to the existential dimension of “differ- but with the obligation of assimilation, the real and metaphorical relationship be-
ence” in the sphere of the residual effects of sexual-colonial modernity, Boudry/ tween the newcomer and his language teacher is a concrete example of what
Lorenz seek to sustain the trajectories of “divergence” beyond the constant dis- Edward Said describes in his article “Reflections on Exile” as a jealous state in
incentives and forms of disempowerment towards it, by simultaneously refusing which newcomers to a national space in which they do not speak the language
a rhetoric of respectability that would force the acceptance of “abnormals” in the will always find themselves living in relation to native-born people. Exile for Said

12 Manning Marable, Beyond Black and White (1995), (Verso: London, 2016). 19 Nicholas Mirzoeff, “The Right to Look,” in Critical Inquiry, vol. 37, no. 3 (spring 2011), pp. 473–96.
13 Ibid., p. 1. 20 Ibid, pp. 473f. “The right to look is not about merely seeing. It begins at a personal level with the
14 Ibid. look into someone else’s eyes to express friendship, solidarity, or love. That look must be mutual, each
15 Ibid., p. 3. inventing the other, or it fails. As such, it is unrepresentable. The right to look claims autonomy, not in-
16 Ibid., p. 6. dividualism or voyeurism, but the claim to a political subjectivity and collectivity. […] It is the claim to
17 Yto Barrada, “A Conversation Between Yto Barrada and Philosopher Nadia Tazi (Extracts),” , in Yto a subjectivity that has the autonomy to arrange the relations of the visible and the sayable. Visuality’s
Barrada, A Life Full of Holes—The Strait Project (Autograph ABP: London, 2005), p. 59. first domains were the slave plantations, monitored by the surveillance of the overseer, the surrogate
18 Ibid., p. 8. of the sovereign.”

Simone Frangi 106 Somatechnics as an Assembly 107


corresponds to a languid state of perpetual sadness on account of this eradica- ambiguous position and is exposed to capitalization no longer only in its solid
tion and the constant effort of seeking to embrace a “real” homeland that may flesh form—but also, and above all, in its soft, immaterial form by making affec-
be either the one arrived in or the one left behind, but can never be reached or tions, emotions, knowledge practices, and flows available for social production.
found again. In this temporal and emotional gulf, far from the romanticism de- In the pictorial series A Spectacular Miscalculation of Global Asymmetry, which
scribed by modernity, “exiles look at non-exiles with resentment. They belong in acts as the backbone of Somatechnics from the perspective of both structure and
their surroundings, you feel, whereas an exile is always out of place. What is it like theme, Danilo Correale operates in the sphere of reflection displayed by these the-
to be born in a place, to stay and live there, to know that you are of it, more or ories of late capitalism, by analyzing, in particular, the operations of data-driven
less forever?”21 The video narrative progressively reveals the asymmetry of power society in which numerical abstractions operated by statistics and social profiling
that sustains the relationship between two people who are looking at each oth- practices have become new instruments for normalizing people. Correale’s picto-
er, clarifying that their respective processes of political subjectification are divid- rial work seems in a sense to be camouflaged by the tradition of Abstract Expres-
ed into clear roles dictated by the impossibility of circulating fluidly in an adjust- sionism while simultaneously mimicking the aesthetic quality and temperature
ment space between a land of departure and a land of arrival. The emphasis on of data display graphs. Through the slow, meditative, and bumpy timing of the
the linguistic register of this relationship of mutual exclusion reveals the limits of pictorial process, Correale slowly appropriates this cold synthetic meta-structure
monolingualism in the way it censures heteroglossia, that is to say, the capacity of the number, using the filter of meditational subjectivity, and upsetting on one
to speak several languages simultaneously even if they are all used with a rem- side its pretense of objectivity but activating at the same time its potential in the
nant of uncertainty. defeat of the world’s asymmetries of power and the fragmentation of categories.
Mercedes Azpilicueta’s performance is symptomatic of this transfer and mix- In his work Südtirol ABC Sudtirolo, it is this issue that Langer is addressing
ture of social and geopolitical contexts that are used as a critical tool to grasp when he states: “thinking in blocks, blocks thinking.”24 This is a direct attack in the
the nucleus of regulatory processes that Somatechnics seeks to untangle more firm tradition of critical theory on dichotomous thinking, the product of the physio-
effectively. In ye-gua-ye-ta-yu-ta (2017), Azpilicueta recites in alphabetical order logical binarism of the sexist and colonial perspectives that have structured Euro-
a list of insults in the Castellano Rioplatense dialect, directed at women in the pean modernity and post-modernity and their passion for segmentation, classifi-
public domain in Buenos Aires and Montevideo. Each insult is pronounced with a cation, the production of canons, and the reduction of reality to a state where it is
vocal technique that deforms its phonetic composition and exorcises its derog- “put in irons, forced to serve, and enslaved.”25
atory meaning and violent intent. By surgically dissecting the parody and irony To combat this runaway phenomenon of the systematic reduction of the rich-
from the subtext of the body shaming, slut shaming, and racialization that sus- ness of reality to sterile prototype forms of life, Donna Haraway was arguing as
tains this list so corrosively, Azpilicueta confronts with no mediation whatsoever early as the 1980s, at the beginning of her cyber-feminist militancy, that there is an
the responsibility language has in the construction and reproduction of forms of urgent need to develop new feminist representations of humanity that must “re-
civil inequality by emphasizing the gender and racial violence that carelessly fills sist representation, resist literal figuration, and still erupt in powerful new tropes,
our everyday speech, which operates through the carnality of tone and the fertility new figures of speech, new turns of historical possibility. For this process, at the
of the linguistic intention more than in the precise meaning of the term used. inflection point of crisis, where all the tropes turn again, we need ecstatic speak-
Through the instrument of art, Somatechnics seeks to stalk those forms of ers.”26 Re-elaborating this idea of techno-feminism in both its historic and its more
“imagination and desire taming”22 that are engendered as a utopia in our bodies, current xenofeminist forms, Ursula Mayer has structured her film Atom Spirit (2016)
and which are systematically subjected to “orthopedic” taming operations, as the as a fragmentary and time and space wandering speculation on the need to con-
Italian theorist Nicoletta Poidimani defines them, as otherwise they would under- sider the plurality of political ecologies in our current technological world, marked
mine the regulatory work of profiling a sexist and racist allocation to certain po- by ecological disaster, to fruitfully imagine an alternative and sustainable future
sitions. The phenomenon of shifting divergent desires to pre-decided “locations” or futures co-habited by different (post)human entities with a multiplicity of oth-
appears even more disturbing when it is translated into forms of power technique er earth-formers.27 Set in Trinidad & Tobago, a land brutalized by various waves
interiorization that no longer need an external inquisition, as the identity police23 of European colonization, Atom Spirit parodically deconstructs the proto-colonial
have been converted into a form of self-control. Theorists of advanced cogni- figure of the white scientific explorer and drags this classic obsession with clas-
tive-cultural capitalism, from Toni Negri to Yann Moulier Boutang and Antonella sification into the critical limelight by choosing the transgender actress Valentijn
Corsani to Paul. B. Preciado provide from different points of view an analytical re- de Hingh to play the role of the geneticist scientist. In Mayer’s film, the scientif-
construction of subjectivity and the way in which it performs in new thresholds ic methods used to establish the categories of gender, race, sexuality, and spe-
of capitalist accumulation, where human vampirization is no longer based on cies in this cruelest of modern worlds are crossed by queer forces that destroy the
the exploitation of the workforce, but on the overlap between the workforce and roots of their regulatory role in the construction of the principles of conformity.
the machine used to exploit it. In this context, the (post)human body assumes an
24 A. Langer, as in note 10, p. 135.
25 N. Poidimani, as in note 22, p. 40.
26 Donna Haraway, “Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman and Inappropriate/d Others: The Human in
21 Edward William Said, “Reflections on Exile,” in Reflections on Exile and Other Essays (Harvard a Post-Humanist Landscape,” in Feminists Theorize the Political, edited by Judith Butler and Joan
University Press: Cambridge, MA., 2002), p. 180. Wallach Scott (Routledge: New York/London, 1992), p. 85.
22 Nicoletta Poidimani, L’utopia nel corpo (Mimesis: Milan, 1998), p. 56. 27 Cf. Donna Haraway, “Tentacular Thinking: Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene,” e-flux journal
23 Ibid., p. 57. #75 (September 2016).

Simone Frangi 108 Somatechnics as an Assembly 109


In the research conducted for Somatechnics, the local (and by extension, na- in an objective manner, and how our subjective and psychological relationship
tional) registration of our bodies operates as a speculative figure of those “ejec- experience with this context makes us more or less faithful or unfaithful to our cul-
tion fantasies” of whatever does not comply (of the errant demon28 to use a term tural origins (or destination or transition). In a letter addressed to Adrian Piper and
coined by Poidimani) with the identity construction spaces (sexual, ethnic, or na- recently published in Frieze34 to mark the American artist’s retrospective at MoMA,
tional) we are used to in Europe—in other words, the incarnation of the orthopedic Husni Bey quotes a passage from Passing for White, Passing for Black written by
society that pathologizes and criminalizes deviation. According to Poidimani, in Piper in 1991 that captures the immeasurable divide between the profoundly am-
fact, “an effective paradigm of the protective mechanism of the dominant party’s biguous way in which our identity-based affiliations are performed by ourselves,
vision for reducing social complexity is the reduction of racial multiplicity to racial and the static and univocal way they are read by others. “So, no matter what I do
unity,” which, in a domino effect, allows political enemies to be created via racist or do not do about my racial identity, someone is bound to feel uncomfortable.
speculations.29 But I have resolved it is no longer going to be me.”35 Through this mirror, Husni Bey
In Langer’s reconstruction, South Tyrol emerges as a land populated by ra- interprets her experience of being assigned to alternating spaces of either gener-
cialized or self-racialized scapegoats, mutually constructed as antagonists and al Arabness or narrow Italianness together with the wide range of civil, political,
translated into respective “stereotyped images of the enemy.”30 On the one hand, and artistic expectations and projections associated with them. “I think of being
there are the Walschen, who are “untrustworthy, deceitful, treacherous, dirty, un- ambiguous, of being not-quite, of being a light-skinned Arab, an Italian whose last
tidy, fascist Levantines,”31 and on the other, there are the crucchi or krauts, “hard, name is threatening, who can’t quite speak either language. I think of how you
cold, power hungry, clumsy, backward, Nazi simpletons with a common herd in- brilliantly describe that position of slow banishment from both camps, from all
stinct.”32 In this symmetrical conflict, Langer observes that, “the role of oppressor camps to which we unwittingly belong.”36 In her depiction of the arbitrary nature
and oppressed has changed sides various times over the years as there have of identity and its almost mechanical construction via exclusion processes, Husni
been invaders from both the north and south, and depending on the circumstanc- Bey quotes the writer and activist James Baldwin, who said, “identity would seem
es both one side and the other have ended up as the minority.”33 This alternating to be the garment with which one covers the nakedness of the self.”37 He then con-
saga of dominion has slowly created a differential economy of the right of citi- tinues by saying, it is a garment that is best worn loose, like a robe through which
zenship in which protecting minorities has always played an ambivalent role be- one’s nakedness can always be felt, and, sometimes, discerned.
tween protectionism and segregation. According to Langer, in processes that shrink identity as with all forms of sys-
The full force of the negative power of identification emerges in Adelita Hus- tem regimentation, human affection seems to have been a widespread and key
ni Bey’s The Green Mountain, a body of multimedia works produced in 2011 as a rehabilitator. Love, says Langer, has often ruffled “the cards of ethnic ordering.”38
reflection on the artist’s perpetual political and artistic discussion regarding her It has flowed “between different ethnic blocks”39 and enhanced the status of a
Italian-Libyan identity. This appears in the exhibition in the form of a large linen practical policy of disruption and recognizing the importance of nuances. Love as
installation that reproduces a map used by Italian settlers in Libya for the purpose a form of activism and resistance has favored the path of “anti-system mixing”40
of the extraction of natural resources after the closure of the Italian colonial pro- and the generation of new and unexpected ethnic variants.
tectorate. The cloth maps the geography of Jebel Al Akhdar, better known as the Reactivated about six years after it was first formed, Patrizio Di Massimo’s
“Green Mountain,” a unique plateau in East Libya, situated near Benghazi, whose work group The Lustful Turk seems to resonate with Langer’s observations and
emotional place name represents two examples of counter-insurgency for Libyan to find a wider relevance with this opportunity of dismantling the climate of an-
people that are different but bound together by the same genealogy. The Green ti-Islamic intolerance constructed in what has been defined as a “post-terrorist”
Mountain, in fact, was the battleground of the anti-Italian guerilla war waged period. Through the random overlapping of followers of the Islamic faith, ethnic
by Omar al-Mukhār in the colonial period and later, the organizational center of members of the Muslim world, and the decidedly more circumspect phenomena
anti-Gaddafi movements. The figure of the “Green Mountain” acts in Husni Bey’s of radicalization, this climate has generated an image of a general enemy via
artistic process as a mnemonic object, contextually reconstructed via objective exotic and racialized orientalist stereotypes that even include a certain dose of
geography and the infantile memories of an expat who, having grown up in Ita- morbid sexualization. In Di Massimo’s work, these processes are tracked through
ly, was kept from her homeland for long periods. In addition to investigating the an analysis of the Lustful Turk, the title and lead character of a pornographic nov-
complexity of the construction of a political identity that straddles a powerful co- el published anonymously in England in 1828. This book, which was extremely
lonial relationship between different lands, The Green Mountain also questions popular, is a melting pot of violent cultural prejudices that uses supremacist race
the processes of attributing knowledge to certain subjects on the basis of preju- categories and colonial images to project an ethnocentric hologram of North
dices that identify them as belonging to a certain context. The issue for Husni Bey
is, in fact, how we use, manifest, or suffocate the “cultural context” assigned to us 34 Adelita Husni Bey in “Open Letters to Adrian Piper,” Frieze, https://frieze.com/article/open-let-
ters-adrian-piper (last accessed August 23, 2018).
35 Adrian Piper “Passing for White, Passing for Black” (1991), in Transitions (1992), reprinted in Adrian
Piper, Out of Order, Out of Sight, vol. I: Selected Essays in Meta-Art 1968–1992 (MIT Press: Cambridge,
28 N. Poidimani, as in note 22, p. 45. MA., 1996).
29 Ibid., p. 54. 36 A. Husni Bey, as in note 34.
30 A. Langer, as in note 10, p. 135. 37 Ibid.
31 Ibid. 38 A. Langer, as in note 10, p. 137.
32 Ibid. 39 Ibid.
33 Ibid., p. 140. 40 Ibid., p. 138.

Simone Frangi 110 Somatechnics as an Assembly 111


Africa and the Middle East. The novel is a first-person epistolary work of fiction in this specific locality, are always conceived “in a prevalently ethnic sense,”46 are
that narrates the story of Emily Barlow, a young white girl who, having grown up literally organized and administered with a tool of ethnic conflict that blurs their
with stern Victorian morals, is then kidnapped and taken to the harem of Ali, the intersectional complexity. Langer’s dissent against “blood” and “soil” is summa-
Bey of Algiers (defined as the Turk), who seduces her and introduces her to a se- rized in a call for spaces for identity-based construction and performance “with
ries of sexual practices outlawed by western prudery. By focusing on the symbolic multiple options”47 and by refusing the abusive simplification of a “standardized
quality of materials and objects (such as cushions, embroidery, decorations) and affiliation with an ethnic group.”48 If enrooting a position can be useful in launch-
the sedimentation of the imagery they contain, Di Massimo traces in various me- ing identity-based practices, “it cannot be nourished in a way that is exclusively
dia a series of programmatically “literal” portraits of the characters in the novel. and restrictedly ethnic.”49
This includes restoring the novel’s antagonistic structure in which Emily is the in- Milite Ignoto (Unknown Soldier; 2015), a performance by the Italo-Eritrean
carnation of “whiteness,” whose innocence is perverted by Ali, the incarnation of artist Muna Mussie, indirectly stimulates reflections on the function of ethnic and
an “amoral otherness” that deserves neither an accurate nor complex description. racial tensions in the construction of closed national images by framing them
The characters and dynamics of penetration, oral and anal sex described in the in the colonial relationship imposed by Italy on Eritrea, which was known as the
novel are really, as Di Massimo suggests, analogical reconstructions of the ox- Colonia Primigenia, or First Colony, by the Fascist government. In her article L’ital-
ymoronic violence inherent in a meeting of cultures where one of the two poles iano negro. La bianchezza degli italiani dall’Unità al Fascismo (The Black Italian:
is tactically made to feel inferior through the repeated simplification of its sub- The Whiteness of Italians from Unification to Fascism), the Italian researcher Gaia
stance, and (neo)colonial conquest is facilitated by depicting everything that one Giuliani emphasizes the role of colonialism in the symbolic and material expul-
wants to eliminate as threatening. sion of blackness and other ethnic affiliations present in the “other shore” of the
The collective design space of Somatechnics set up at the Museion seeks to Mediterranean to Italian racial identity construction processes. “The metaphor of
create an indirect relationship with the historical construction of this conflict; it people fighting for the motherland having a common biopolitical and emotional
focuses on avoiding the current phenomena of being perceived as isolated from home that was consolidated in the battles of the Risorgimento, during the First
their historical context. By confronting the ethnic conflict in South Tyrol head-on, a World War and in Libya, and the metaphor of ‘blood,’ in the sense of the found-
decision was made, first and foremost, to break with the rhetorical hypothesis that ing family bond of the community of Italians, were the cornerstones of a strong
Italian racism is simply a derivative form of racism, and to analyze it within its true and wide-reaching identification with the imagined community of the nation.”50
endemic matrix. In particular, in the research that led to Somatechnics, a concert- Mussie inserts her critical work in this compensatory move by using the linguistic
ed effort was made to understand how specific racial figures have been gener- coincidence between Tigrinya and Italian that links the Italian nationalistic figure
ated in South Tyrol using ethnic social engineering and how they have been stra- of the Unknown soldier (Milite Ignoto) to her own grandmother, Milite Ogbazghi.
tegically displayed as other than “the race” in a way that claims to be non-racist While in Italian “Milite” means soldier and refers, as emphasized by Giuliani, to
and non-segregating, and used only to stem the processes of “a loss of identity” those compatriots “who have given their own lives […] for the greatness of their
and the fear of mutual assimilation. Ethnic indexing—which is as dangerous as Italy,” in Tigrinya “Milite” means “Maria,” a name that links through a second co-
the most explosive forms of direct racialization, of which it is an embarrassing “fig incidence, the artist’s grandmother—who grew up in the backlash of Italian colo-
leaf”—consciously nourishes racist acculturation which “bloats and disfigures the nization—to the Virgin Mary, the mater dolorosa, who lost the “flesh of her flesh”
face of the culture that practices it […] This means that a social group, a country, a in battle. Mussie’s performance explores, with the help of her brother, Sherif, Milite
civilization, cannot be unconsciously racist […] racism is not an accidental discov- Ogbazghi’s old photographs and her memories of Eritrea (which include the pow-
ery. It is not a hidden, dissimulated element. No superhuman efforts are needed to er relations between local people and Italian settlers) and her arrival in Italy. All of
bring it out.”41 these subtly reveal the colonial violence that still binds Italy to its former colonies.
As Langer argues in various places, the way an interpretative model of the The conversation with Milite takes the form of an impossible interview, in which
world that has shifted completely onto ethnic—and therefore racial—quadrillages historical facts and photographic documentation are undermined by emotions
has become settled in South Tyrol, corresponds to an “ethnic halving of reality.”42 and irrational coincidences that transfigure the historic narrative until it short cir-
Langer suggests that in South Tyrol, “everything is seen through ethnic lenses.”43 cuits. By reactivating the personal items and everyday biographical events of Mi-
So, ethnicity is experienced as a synonym of “distinctiveness, group, awareness, lite’s story and mixing them with archetypal symbols reproduced in an installa-
characteristic, self-defense, survival…” but also as a right to supremacy, intol- tion, Muna and Sherif reformulate the hierarchy between the voices in this piece
erance, and aggression, which is resolved in a recurrent “regression of coexist- of history by inverting the importance factor of those who played a dominant role
ence.”44 “The ethnic dynamic, that is to say, the ethnic conflict often supplies the
model that is used to clarify reality and provide a framework for all kinds of ac-
tion. In this sense, South Tyrol is a place that is ideal for anyone wanting to study 44 Ibid., p. 134.
45 Ibid., p. 130 (our italics).
the phenomenon of ethnocentricity.”45 Identity-based practices, which for Langer, 46 Ibid., p. 146.
47 Ibid., p. 147.
48 Ibid.
49 Ibid.
41 F. Fanon, as in note 2, p. 37. 50 Gaia Giuliani, “L’italiano negro. La bianchezza degli italiani dall’Unità al Fascismo,” in Gaia Giuliani
42 A. Langer, as in note 10, p. 149. and Cristina Lombardi-Diop, Bianco e nero Storia dell’identità razziale degli italiani (Le Monnier: Milan,
43 Ibid., p. 129. 2013), p. 35.

Simone Frangi 112 Somatechnics as an Assembly 113


and those who were forced to accept a subordinate one. Milite Ignoto is therefore that prejudice the description of an artwork, especially in the museum context:
an example of inverted monumentality, in which the figures through which “Ital- simple/complex, hard/soft, beautiful/disturbing, superficial/profound. In the two
ian men and women were ideally translated into an ethnically homogeneous and installations created for Somatechnics, Utikal reflects on an eco-feminist analo-
emotionally united group”51 are watered down and ironically deflated. gy between the female body (especially that of women of color) and the earth,
With regard to this systematic reductionism, Langer—without doubt refer- which includes asking profound questions about forms of collective or individu-
ring to the discreditation of the twenty-year period of fascism, its racial laws and al responsibility for the planet and its mistreatment starting from the connection
the allocation of forced nationalization in the area, and to posterity in the local between capitalism and the climate crisis. What Utikal seeks to invert through her
polemos—launches a realistic provocation: “If the word ‘race’ had not fallen into narrative panels is the psychology of denial that accompanies the advance of
discredit in this way, it may have been appealed to again.”52 In a similar critical this crisis. She does this by giving form to her feelings of anxiety and desperation
inspiration, Stuart Hall53 has also asserted several times in his scientific work that through dystopian images. The scenes that emerge are based on an inventory of
to operate on the motive of ethnicity in a deconstructive way does not mean op- keywords, such as indecision, paradox, fear, insufficiency, and dependence, that
erating on a subcategory of race, but rather at reaching the heart of racialization mark out the coordinates within which Utikal’s images emerge.
practices: The demobilization of the ethnic motive, often played at a local, mic- Despite this unbridled vision of our present and ecological future, Utikal also
ropolitical level as an innocuous tool, is in reality the first point of emergency in finds space for speculative storytelling by imagining that the people who popu-
an entirely racialized social system, in which material and symbolic resources are late her works are the first specimens of a futuristic humanity who have come to
distributed unequally. So, in South Tyrol, the fear of losing your own linguistic and, re-fertilize the destruction here on earth.
therefore, ethnic identity degenerates into ferocious opposition to any suggestion
of the emergence of a “mixed” culture (experienced as a dangerous exposure to
the risk of assimilation) and crystallizes in a “powerful philosophy of division [Tren-
nungsphilosophie] that is not always easily distinguishable from racism.”54 In ad-
dition to generating “alienation, prejudices, and hostility between ethnic groups
and people of different languages,”55 when Trennung (division) flourishes as a
social and territorial regulatory principle that exposes all citizens or aspiring citi-
zens—indexed according to their major or minor adherence to an identity-based
community—to emotional and political racializing training, it goes far beyond the
narrow framework of the three local linguistic communities. It becomes a “legally
regulated discriminatory mechanism” in which forms of institutionalized racism
subtract “natives” and newcomers from the chance of what Langer calls “coed-
ucation”56 or better, an education that is not only “strategically pro-European” in
order to cover up the conflict, but which becomes profoundly decolonial or more
precisely, beyond a form of Cain-like fraternity.
This position that combats forms of de-solidarity between social bodies lo-
cated in the same territory (but also between the bodies and territory they occu-
py) appears in Somatechnics in two ambitious series of textile paintings by So-
phie Utikal. Inspired by the groups of women who used the collective sewing of
patchwork pictures or arpilleras as a form of public mourning and an instrument
of silent protest under Pinochet’s dictatorship in Chile between 1973 and 1990,
these two pictorial installations figuratively articulate the desirable and inalien-
able condition of co-existing. Utikal’s work method involves repeatedly sewing
together (along with a number of other women) fragments of fabric that, when
put together, form a series of imaginary scenes that she sees inside and outside
her body, which is conceived as a point of enunciation. Through the conscious
use of deliberately incorrect proportions, Utikal breaks with a series of binarisms

51 Ibid.
52 A. Langer, as in note 10, p. 130.
53 Cf. Lawrence Grossberg, “Stuart Hall on Race and Racism: Cultural Studies and the Practice of
Contextualism,” in Culture, Politics, Race, and Diaspora: The Thought of Stuart Hall, edited by Brian
Meeks (Lawrence & Wishart: London, 2007).
54 A. Langer, as in note 10, p. 156.
55 Ibid., p. 157.
56 Ibid., p. 159.

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