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Capitolo 8

∗ Flussi potenziali

In questo capitolo verranno studiati dei particolari flussi nei quali gli effetti della viscosità
possono essere trascurati. I flussi potenziali (o correnti euleriane) sono stati storicamente
di grande utilità in quanto possono essere ricondotti allo studio di equazioni lineari con
la conseguente facilità di trattazione matematica. Con questa teoria è stato possibile
ottenere le prime informazioni sul campo di moto intorno a corpi più o meno complessi
anche se la teoria non era in grado di calcolare le forze esercitate dal flusso sul corpo.
Di seguito verrano riportati prima alcuni fondamenti della teoria e quindi degli esempi
di flussi bidimensionali e tridimensionali.

8.1 teoria del potenziale


Ci sono molte situazioni in fluidodinamica in cui il rapporto tra le forze d’inerzia e quelle
viscose per un dato flusso è estremamente elevato; tale rapporto si misura con il numero
di Reynolds definito come Re = U L/ν essendo rispettivamente U ed L una velocità ed
una lunghezza caratteristiche del fenomeno e ν la viscosità cinematica del fluido. Quando
questo parametro è molto grande, l’effetto dei termini viscosi è confinato ad un sottile
strato di fluido in prossimità del corpo dove i gradienti di velocità sono estremamente
elevati mentre il resto del flusso ha una dinamica indipendente dalla viscosità. In tale
situazione si possono verificare essenzialmente due eventualità: la prima è che il flusso
rimanga attaccato al corpo e quindi la regione in cui i termini viscosi sono rilevanti risulta
molto piccola rispetto al campo esterno, la seconda è che il flusso si distacchi dal corpo e
quindi la regione di flusso influenzata dalla viscosità si estende anche lontano dal corpo.
In quest’ultimo caso la distinzione tra regione interna ed esterna (cioè tra zona potenziale
e zona viscosa) diventa meno chiara ed inoltre le due estensioni sono confrontabili. Nel
primo caso, al contrario, la zona potenziale è molto più estesa di quella viscosa e lo studio
della prima può fornire informazioni utili sul flusso intorno al corpo.
Se effettivamente l’effetto della viscosità è trascurabile supponendo le eventuali forze di
massa conservative ed il flusso barotropico (o incomprimibile) si può applicare il teorema
di Kelvin che ci dice che la circolazione Γ calcolata su qualunque linea materiale chiusa C
non varia nel tempo. In particolare se inizialmente risulta ω = 0 allora tale dovrà rimanere
anche per tempi successivi in quanto se per assurdo venisse prodotta una vorticità diversa
da zero, sarebbe possibile trovare un circuito materiale C 0 che la contiene ottenendo
Γ 6= 0. Ma essendo inizialmente ω = 0 ovunque la circolatione calcolata sulla stessa linea
materiale C 0 al tempo t = 0 avrebbe dato Γ = 0 e ciò è contro il teorema di Kelvin. Da

125
126 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

potential U
region
U U
boundary
layer

separated
wake region

viscous
region
a) b)
Figura 8.1: Flusso intorno ad un corpo: a flusso attaccato, b flusso separato. La zona
indicata in rosso è la zona ‘viscosa’.

ciò si deduce che nelle ipotesi del teorema di Kelvin, un flusso inizialmente irrotazionale
rimane tale indefinitamente.
Essendo ω = ∇ × u ≡ 0, è allora possibile definire una funzione potenziale φ tale che
u = ∇φ in quanto risulta identicamente ω = ∇ × u = ∇ × (∇φ) ≡ 0. Se in aggiunta si
considera per semplicità il flusso incomprimibile, allora l’equazione di conservazione della
massa si scrive ∇ · u = 0, che, combinata con la definizione di potenziale fornisce:

∇2 φ = 0. (8.1)

Questa equazione deve essere completata con le condizioni al contorno che sono

∂φ
= v · n, sul corpo e φ = φ∞ all0 ∞, (8.2)
∂n
essendo la prima la condizione di impermeabilità con n la normale alla superficie del corpo
e v la velocità del corpo e la seconda la condizione di congruneza del potenziale con la
corrente indisturbata.
Con queste condizioni è possibile risolvere l’equazione (8.1) che fornisce la funzione
potenziale φ in tutto lo spazio. Una volta noto φ si può calcolare u e quindi dall’equazione
di Bernoulli, che per un flusso irrotazionale si scrive u2 /2 + G + p/ρ = const., si può
calcolare la pressione 1 .
Il vantaggio principale di questa formulazione è che la soluzione del flusso potenziale
richiede l’equazione differenziale (8.1) da cui si ricava il potenziale (e quindi la velocità) e
la soluzione dell’equazione di Bernoulli per il calcolo della pressione. La prima equazione
è lineare e, valendo il principio di sovrapposizione degli effetti, è possibile adottare tutte le
procedure di soluzione per serie note dall’analisi matematica e la costruzione di soluzioni
1
Facciamo notare che come anticipato nel capitolo 5 per i flussi potenziali si può rilassare nell’equazione
di Bernoulli l’ipotesi di flusso stazionario. Risultando infatti u = ∇φ risulta ∂u/∂t = ∇(∂φ/∂t) e
l’equazione (5.16), essendo ω ≡ 0 diventa:

u2 dp ∂φ
Z
+G+ + = const. (8.3)
2 ρ ∂t
8.2. SOLUZIONI TRIDIMENSIONALI 127

complesse mediante addizione di più soluzioni semplici. L’equazione per la pressione è


invece non lineare, ma la non linearità è di tipo algebrico e quindi non presenta partico-
lari difficoltà. A titolo di confronto, volendo risolvere lo stesso problema con le equazioni
di Navier–Stokes per flussi incomprimibili bisognerebbe risolvere un’equazione differen-
ziale non lineare vettoriale (tre equazioni scalari) più la conservazione della massa che è
differenziale lineare.
Chiaramente tanta semplicità nella trattazione ha il prezzo di non poter calcolare le
forze esercitate dal flusso sul corpo (paradosso di d’Alembert); esempi di tale paradosso
verranno dati attraverso lo studio di flussi particolari.

8.2 soluzioni tridimensionali


8.2.1 sorgente e pozzo
Consideriamo un punto nello spazio in cui sia localizzata una sogente di massa, la cui
portata in volume sia Q; in assenza di forze esterne o altre correnti questa massa dovrà
distribuirsi equamente in tutte le direzioni, generando una velocità radiale u r uniforme
in un sistema di coordinate sferiche con origine
R
nella sorgente (figura 8.2). Per la con-
servazione della massa dovrà risultare Q = S ur dS che, essendo la velocità uniforme,
diventa
Q
Q = ur 4πr2 , =⇒ ur (r) = (8.4)
4πr2
e per integrazione si ottiene la funzione potenziale
Q m
φ(r) = − +c=− +c (8.5)
4πr r
avendo posto m = Q/(4π) come intensità della sorgente. Lo stesso ragionamento può
essere ripetuto in modo identico per un pozzo giungendo a delle relazioni uguali alle
precedenti. Tutta la trattazione può essere quindi unificata utilizzando la (8.5) sia per la
sorgente che per il pozzo risultando nel primo caso m > 0 mentre nel secondo m < 0. Per
affermare che la (8.5) sia effettivamente una funzione potenziale bisogna dimostrare che
soddisfi l’equazione ∇2 φ = 0; ciò si ottiene facilmente notando che φ dipende solo dalla
coordinata radiale e scrivendo quindi il laplaciano in coordinate sferiche risulta

1 ∂ 2 ∂φ 1 ∂ ∂ m
µ ¶
∇2 φ = 2
r = − 2 r2 ≡ 0, (8.6)
r ∂r ∂r r ∂r ∂r r
che dimostra la tesi. Come facile esercizio si può vedere che lo stesso risultato si ottiene
utilizzando un sitema di assi Cartesiani.

8.2.2 doppietta
Si supponga ora di avere una sorgente ed un pozzo di uguale intensità m posti ad una
distanza ∆ lungo l’asse delle x e sia A un punto qualunque nello spazio. Per la proprietà
additiva il potenziale in A sarà

m m rS − r P rS2 − rP2
φ = φ S + φP = − + =m =m , (8.7)
rS rP rS rP rS rP (rS + rP )
128 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

ur
S

Q r

Figura 8.2: Schema di flusso generato da un sorgente in tre dimensioni.

avendo posto c = 0.
Se il sistema di riferimento è scelto in modo che l’origine coincida con la sorgente
allora risulta rS2 = x2 + y 2 + z 2 ed rP2 = (x − ∆)2 + y 2 + z 2 da cui rS2 − rP2 = −∆2 + 2∆x.
Supponiamo ora di far tendere a zero la distanza ∆ facendo crescere progressivamente m
in modo che il prodotto m∆ = k rimanga costante, in tal caso si ottiene

−k∆ + 2kx kx
lim φ = lim = 3, (8.8)
∆−→0 ∆−→0 rS rP (rS + rP ) r

in quanto per ∆ −→ 0 rS = rP = r.
Ci poniamo di nuovo la domanda se la soluzione trovata in (8.8) è soluzione dell’e-
quazione del potenziale; la risposta è si in quanto ∂(−k/r)/∂x = kx/r 3 e −k/r è soluzione
dell’equazione. Si può allora scrivere

kx 2 ∂ −k ∂ 2 −k
∇2 = ∇ = ∇ ≡ 0. (8.9)
r3 ∂x r ∂x r

Allo stesso risultato si poteva pervenire ricordando dall’analisi matematica che la derivata
di una funzione armonica è ancora una funzione armonica, se quindi il potenziale della
sorgente è soluzione dell’equazione di Laplace, lo deve essere anche quello della doppietta.

8.3 sovrapposizione di soluzioni tridimensionali


Come abbiamo detto in precedenza, uno dei vantaggi fondamentali della teoria poten-
ziale è che l’equazione (8.1) è lineare quindi se φ1 e φ2 sono soluzioni della (8.1) dovrà
necessariamente risultarlo anche φ = φ1 + φ2 . In questo modo si riescono a costruire
delle soluzioni intorno a corpi di forma relativamente complicata partendo dalle soluzioni
elementari precendentemente esposte. Nel seguito di questa sezione verranno mostrati
alcuni esempi classici, indicando la modalità per costruire soluzioni più complesse.
8.3. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI TRIDIMENSIONALI 129

z
A

rs
rp

∆ x
S P

y
Figura 8.3: Doppietta in tre dimensioni.

8.3.1 il semicorpo
Osserviamo preliminarmente che una corrente uniforme con velocità U diretta nella di-
rezione positiva dell’asse delle x avrà un potenziale φU = U x e questa soluzione soddisfa
l’equazione (8.1).
In questo esempio viene considerata una corrente uniforme orientata nella direzione
positiva dell’asse delle x ed una sorgente posta nell’origine di un sistema di assi. Il
potenziale per questa configurazione è
m
φ = Ux − , (8.10)
r
da cui si ottiene per le velocità
∂φ mx ∂φ my
ux = =U+ 3 , e uy = = 3. (8.11)
∂x r ∂y r
Da queste espressioni si vede che il campo di velocità è simmetrico rispetto all’asse x per
cui basta studiare il flusso nel semipiano meridiano x–y con y ≥ 0.q Se nella prima delle
(8.11) si annulla la ux si trova un punto di ristagno in x = −a = − m/U da cui si scrive

a2 x a2 y
à !
ux = U 1 + 3 e uy = U . (8.12)
r r3

Da queste espressioni si deduce che all’approssimarsi della corrente al corpo questa


viene frenata e le linee di corrente si allargano. Per calcolare quale sia la forma del
corpo, basta verificare la condizione di equilibrio tra le portate in volume della corrente
traslazionale e della sorgente.
La portata totale della sorgente è QT = 4πm distribuita uniformemente su tutto
l’angolo solido per cui una frazione di angolo solido Ω smaltirà la portata Q/Q T = Ω/4π.
Dato allora un cono di semiapertura θ si ha
Z θ
dΩ = 2π sin θdθ, =⇒ Ω = 2π sin θdθ = 2π(1 − cos θ) (8.13)
0
130 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

U 2a

r
θ
a S z x

Figura 8.4: Semicorpo potenziale tridimensionale.

da cui si ottiene Q = 2πm(1 − cos θ). Se invece consideriamo la portata dovuta al flusso
traslazionale si otterrà in generale Q = πy 2 U e le due portate saranno uguali quando
y 2 U = 2a2 U (1 − cos θ)

q
y = a 2(1 − cos θ) e x = −y cotg θ. (8.14)

Per θ = 0, si ottiene y = 0 mentre la x assume una forma indeterminata 0 · ∞; tuttavia


sostituendo la prima delle (8.14)√nella seconda
√ ed utilizzando elementari trasformazioni
trigonometriche si ottiene x = − 2a cos θ/ 1 + cos θ che tende effettivamente a −a per
θ −→ 0. Notiamo inoltre che per θ −→ π, x −→ ∞ ed y −→ 2a da cui si vede che il corpo
rimane aperto. Alla stessa conclusione si poteva giungere osservando che all’infinito tutta
la portata della sorgente deve essere smaltita con una velocità ux = U quindi 4πm = πy 2 U
=⇒ y = 2a.

Si ha in generale che se la somma delle intensità di sorgenti e pozzi non è nulla il corpo
deve necessariamente rimanere aperto in quanto tutta la portata immessa dalle sorgenti
non viene bilanciata da quella riassorbita dai pozzi.
8.3. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI TRIDIMENSIONALI 131

ESEMPIO
Il semicorpo tridimensionale in figura è investito da una corrente uniforme d’ac-
qua U nella direzione x. Sapendo che la pressione nel punto A è PA calcolare il
valore della pressione nel punto B.
U y
B

U = 10 m/s pA = 175870 Pa
A a
B = (0, 3), A = (−2, 0) | a |= 1.5 m
x
Coordinate Cartesiane
espresse in metri.

Soluzione
Il potenziale del semicorpo tridimensionale è
dato da φ = −U r cos θ − m/r + c (per il sis-
tema di riferimento polare in figura). Risul- U y
q B
ta inoltre a = (m/U ) da cui si ricava m =
r
22.5 m3 /s. Per le componenti di velocità sap- θ
piamo che ur = ∂φ/∂r = −U cos θ+m/r 2 ed A a
uθ ∂φ/∂θ = U sin θ da cui essendo A = (r = x
2, θ = 0) e B = (r = 3, θ = π/2) si ottiene
uA = (−4.375, 0), uB = (2.5, 10) e quindi
| uA |2 = 16.14 ed | uB |2 = 106.25 (velocità
in m/s). Applicando infine, l’equazione di
Bernoulli tra i punti A e B si può scrivere:
pB = pA + ρ[(u2A − u2B )/2 + g(hA − hB )] =
102995 Pa.

8.3.2 la sfera
Vogliamo ora vedere quale flusso possiamo ottenere dalla sovrapposizione di una corrente
uniforme e di una doppietta nell’origine degli assi il cui potenziale φD è dato dalla relazione
(8.8).
Per il potenziale totale si può quindi scrivere

kx
φ = Ux + (8.15)
r3

da cui si osserva che, essendo r = x2 + y 2 + z 2 questo potenziale è simmetrico sia
rispetto all’asse y che all’asse z (ciò si osserva sostituendo y a −y e z a −z), ossia il flusso
è assialsimmetrico rispetto ad x. Questa circostanza suggerisce di utilizzare un sistema
di coordinate sferiche come in figura 8.5 da cui si ha x = −r cos θ e quindi
à !
k
φ = − rU + 2 cos θ. (8.16)
r
132 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

U A
r
θ
z
D x

Figura 8.5: Sezione meridiana della sovrapposizione di una corrente uniforme ed una
doppietta nell’origine.

Per il calcolo delle velocità radiale ed azimutale possiamo scrivere


à ! à !
∂φ 2k 1 ∂φ k
ur = ∇φ · r̂ = = −U + 3 cos θ, uθ = ∇φ · θ̂ = = U + 3 sin θ. (8.17)
∂r r r ∂θ r

Da queste espressioni si vede che la velocità radiale è sempre nulla sulla superficie descritta
da à !1
2k 2k 3
= U, ossia r = = R, (8.18)
r3 U
che è una sfera con centro nella doppietta e raggio dato dalla (8.18).
Sostituendo il valore di R trovato nella seconda delle (8.17) si ottiene il profilo di
velocità azimutale sulla superficie della sfera stessa
à !
kU 3
uθ = −U + sin θ = U sin θ, (8.19)
2k 2

che quindi assume il valore massimo per θ = π/2 u(θ) = 3U/2 ed il minimo per θ = 0 e
θ = π con u(θ) = 0.
Per la distribuzione di pressione si utilizza l’equazione di Bernoulli scritta tra un punto
all’∞ nella corrente indisturbata e l’altro sulla superficie della sfera

U 2 p∞ u(θ)2 p(θ)
+ + gh∞ = + + gh(θ), (8.20)
2 ρ 2 ρ
da cui, trascurando le variazioni di quota si ottiene per il coefficiente di pressione

p(θ) − p∞ u(θ)2 9
Cp = 2
= 1 − 2
= 1 − sin2 θ. (8.21)
ρU /2 U 4

Da questa relazione si vede che la pressione massima si ha per θ = 0 e θ = π con Cp = 1


(punti di ristagno) mentre la minima è nel punto θ = π/2 dove vale Cp = −5/4. Nei punti
in cui sin θ = 2/3 (θ ' 42o e θ ' 138o ) si ha Cp = 0 ed u(θ) = U .
Gli andamenti descritti sono riportati nelle figure 8.6 e 8.7 da cui risulta evidente la
simmetria del coefficiente di pressione tra la parte frontale e la parte posteriore della sfera.
8.3. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI TRIDIMENSIONALI 133

Cp
U
r
θ

Figura 8.6: Distribuzione del coefficiente di pressione sulla superficie della sfera (flusso
potenziale).

Questo significa che partendo dal punto di ristagno anteriore (θ = 0) dove la velocità è zero
e tutta l’energia cinetica è stata convertita in pressione, il flusso accelera costantemente
fino al punto θ = π/2 in cui si ha il massimo della velocità ed il minimo di pressione.
Appena superato il punto θ = π/2 il flusso ricomincia a decelerare ed aumentare la sua
pressione e nel punto di ristagno posteriore su ha una situazione speculare rispetto al
quello anteriore.

Mancando l’effetto dei termini viscosi, le uniche azioni che il fluido può esercitare sul
corpo sono quelle normali di pressione che in questa configurazione hanno risultante nulla
per tutte le componenti.

Questo è un caso particolare del paradosso di d’Alembert che si dimostra per corpi di
forma qualunque in condizioni di flusso incomprimibile e stazionario.

Si vedrà nei capitoli successivi che questo flusso è ideale e nella pratica non si realizza.
Infatti le azioni viscose del flusso alla parete trasformano in modo irreversibile parte
dell’energia cinetica in calore e nella zona a valle del punto θ = π/2 il flusso non riesce a far
aumentare la pressione fino al valore che aveva in θ = 0. Ciò provoca uno sbilanciamento
della distribuzione di pressione e quindi una resistenza.
134 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

u( θ )
U 3/2 Cp(θ)

1 1

0 π/2 π θ
0 π/2 π θ

−9/4
a) b)
Figura 8.7: Diagrammi della distribuzione di velocità e coefficiente di pressione sulla
superficie di una sfera. In figura è riportata solo la metà superiore, la metà inferiore si
ottiene per riflessione.

ESEMPIO
Una sfera di raggio R è investita da una corrente d’acqua a velocità costante U
e pressione della corrente indisturbata p∞ . Sapendo che la sfera è composta da
due gusci poggiati come in figura ed utilizzando la teoria potenziale, calcolare la
forza con cui la semisfera di sinistra spinge su quella di destra.

U
R
R = 0.3 m U = 7 m/s p∞ = 101300 Pa

Soluzione
Dalla formula per il coefficiente di pressione per
una sfera cp = 1 − (9/4) sin2 θ si ricava la forza
di pressione nella direzione x
y
1 2
µ ¶
dFx = −px̂ndS = ρU cp + p∞ cos θ2πR2 sin θdθ,
2
da cui per la forza sulla semisfera si ha θ x
π/2 1 9
Z µ ¶
Fx = sin(2θ) p∞ + ρU 2 − sin2 θ πR2 dθ
0 2 4
1 9ρU 2 πR2
µ ¶
2
Fx = πR p∞ + ρU 2 − = 27776 N.
2 16
Se si assume che la pressione all’interno della
sfera è p∞ allora risulta Fx = −πR2 ρU 2 /16 =
−865 N.
8.4. SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 135

8.4 soluzioni bidimensionali


Seguendo dei ragionamenti del tutto analoghi a quelli precedentemente riportati per uno
spazio a tre dimensioni, si trovano le soluzioni potenziali in due dimensioni. Nel seguito
ne verrano riportate alcune a titolo di esempio con dei flussi di interesse pratico ottenuti
dalla loro sovrapposizione.

8.4.1 sorgente e pozzo


Si supponga di avere una sorgente di massa puntiforme da cui esce una portata volumetrica
Q in uno spazio piano. La portata attraverso la circonferenza con centro nella sorgente e
raggio r sarà Q = 2πrur da cui ur = Q/(2πr). D’altra parte essendo ur = ∂φ/∂r si può
ottenere per integrazione il potenziale
Q
φ= ln r + c = m ln r + c, (8.22)

con la costante c che può essere fissata arbitrariamente in quanto nella determinazione
delle velocità entrano solo i gradienti del potenziale.

y ur

x
S

Figura 8.8: Sorgente bidimensionale.

Naturalmente se la portata Q è negativa allora si avrà un pozzo il cui potenziale sarà


φ = −m ln r + c.

8.4.2 doppietta
Data una sorgente ed un pozzo aventi la stessa intensità m e disposti come in figura 8.9
si ha per il potenziale nel generico punto A
φ = m ln rS − m ln rP + c (8.23)
√ q
essendo rS = x2 + y 2 e rP = (x − ∆)2 + y 2 . Ponendo senza perdita di generalità
c = 0, con queste espressioni si può scrivere
rS2 − rP2
à !
rS rS − r P
µ ¶
φ = m ln = m ln 1 + = m ln 1 + . (8.24)
rP rP rP (rS + rP )
136 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

Assumendo che ∆ sia un parametro piccolo e ricordando che ln(1 + x) ' x + O(x2 ) la
(8.24) si scrive
m∆(2x − ∆)
φ' ; (8.25)
rP (rS + rP )
se ora si fa il limite per ∆ −→ 0 mantenendo costante il prodotto k = m∆ (intensità di
doppietta) si ha che rP −→ rS −→ r e per il potenziale si ottiene

m∆(2x − ∆) kx
φ = lim = 2, (8.26)
∆−→0 rP (rS + rP ) r

che è il potenziale cercato.


Con un calcolo diretto si può agevolmente verificare che l’espressione (8.26) soddisfa
l’equazione del potenziale.

y
A

rs
rp

∆ x
S P
Figura 8.9: Doppietta bidimensionale.

8.4.3 vortice libero


Immaginiamo di avere una vorticità ω distribuita uniformemente all’interno di una cir-
conferenza di raggio R, questa avrà una circolazione Γ = ωπR2 . Se ora si fa tendere a
zero il raggio R della circonferenza, aumentando contemporaneamente l’intensità della
vorticità in modo che la circolazione Γ rimanga costante, si ottiene una singolarità nella
vorticità di circolazione finita (figura 8.10a). Per calcolare il potenziale di questo flusso
basta osservare che in base al teorema di Stokes la circolazione Γ può essere calcolata
mediante la circuitazione della velocità lungo un qualunque percorso chiuso contenente
la singolarità. Se in particolare si sceglie una circonferenza con centro nella singolarità e
raggio r si ha:
Γ
Γ = 2πruθ , =⇒ uθ = (8.27)
2πr
da cui essendo
1 ∂φ Γ
uθ = , =⇒ φ = θ + c. (8.28)
r ∂θ 2π
8.4. SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 137

Questa soluzione essendo lineare in θ è sicuramente soluzione dell’equazione di Laplace ed


è quindi il potenziale cercato. Le linee equipotenziale sono delle rette uscenti dall’origine
e la velocità indotta è puramente tangenziale (velocità azimutale) (figura 8.10b).

ω y uθ
φ= const.
r

x
x
R θ
r uθ φ= const.
y
a) b)

Figura 8.10: a) Singolarità di vortice libero. b) Velocità tangenziale indotta e linee


equipotenziali.

ESEMPIO
Nei punti S, P, D vengono posti, rispettivamente, una sorgente di intensità m S ,
un pozzo di intensità mP ed una doppietta di intensità k (quest’ultima allineata
con l’asse x). Calcolare la differenza di pressione tra i punti A e B. Il corpo
risultante dalla sovrapposizione delle 3 soluzioni assegnate è aperto o chiuso?
mS = 0.3 m2 /s mP = 0.3 m2 /s k = 0.5 m3 /s A = (0, 0)
S = (−1, −1) B = (1, 2) D = (3, 0) B = (1, 1)
Coordinate in metri, flusso bidimensionale, flui-
do:acqua (trascurare la gravità).
Soluzione
2
L’espressione del potenziale è Φ = m(ln rS − ln rP ) + k(x − xD )/rD
q con ri =
(x − xi )2 + (y − yi )2 , i = S, D, P . Per derivazione da queste espressioni si
ottiene:
y 2 − (x − 3)2
" #
∂Φ x+1 x−1
ux = =m − + k ,
∂x (x + 1)2 + (y + 1)2 (x − 1)2 + (y − 2)2 [(x − 3)2 + y 2 ]2
" #
∂Φ y+1 y−2 2y(x − 3)
uy = =m 2 2
− 2 2
−k .
∂ (x + 1) + (y + 1) (x − 1) + (y − 2) [(x − 3)2 + y 2 ]2
Sostituendo ad x ed y i valori delle coordinate in A e B si ottiene u2A =
0.0967 m2 /s2 ed u2B = 0.20725 m2 /s2 . Applicando quindi l’equazione di Bernoulli
si ha pA − pB = ρ(u2B − u2A )/2 = 55.255 Pa.
138 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

8.5 sovrapposizione di soluzioni bidimensionali


8.5.1 il semicorpo
Seguendo l’esempio riportato in §8.3.1, ma utilizzando le soluzioni singolari bidimension-
ali, sovrapponiamo una corrente uniforme nella direzione positiva dell’asse delle x con
una sorgente posta nell’origine degli assi (figura 8.11). Abbiamo immediatamente per il
potenziale
φ = U x + m ln r, o φ = −U r cos θ + m ln r, (8.29)
in un sistema di riferimento polare. Noto il potenziale si possono calcolare immediata-
mente le velocità
∂φ m 1 ∂φ
ur = = −U cos θ + , uθ = = U sin θ. (8.30)
∂r r r ∂θ
Da queste espressioni si nota che sull’asse x (θ = 0 e θ = π) risulta uθ ≡ 0 e gli eventuali
punti in cui risultasse ur = 0 ci darebbero dei punti di ristagno. Dalla prima delle (8.30)
si vede che la condizione ur = 0 non è mai verificata per θ = π mentre per θ = 0 si ha
un punto di ristagno per r = m/U = a (x = −m/U ). Per calcolare il contorno del corpo
si procede in modo del tutto analogo al caso tridimensionale, si bilancia cioè la portata
proveniente dalla corrente uniforme e quella uscente dalla sorgente su una generica linea
ortogonale all’asse x. Le due portate saranno in equilibrio quando
θ
U y = 2πm (8.31)

da cui, utilizzando la definizione di a, si ottiene per x ed y

y = aθ e x = y cotg θ. (8.32)

U πa

r
θ
a S x

Figura 8.11: Semicorpo potenziale bidimensionale.

Essendo la sorgente nell’origine l’unica sorgente di massa (che non è bilanciata da alcun
pozzo) ci aspettiamo che il corpo trovato debba rimanere aperto. Si ha infatti che per
8.5. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 139

Figura 8.12: Visualizzazione sperimentale tramite l’analogia di Hele–Shaw delle linee di


corrente nel flusso potenziale bidimensionale intorno ad un semicorpo.

x −→ ∞, y −→ πa ossia all’infinito tutta la portata della sorgente deve essere smaltita


con una velocità ux = U quindi 2πm = 2yU =⇒ y = πa.
Analogamente al caso tridimensionale per θ −→ 0 si ottiene una forma indeterminata
per la x; tuttavia sostituendo l’espressione per la y nella x si ottiene x = −a cos θ · θ/ sin θ
che tende a −a per θ −→ 0 (osservando che limx−→0 (sin x/x) = 1).

8.5.2 il cilindro
Analogamente al caso tridimensionale, vogliamo ora sovrapporre una corrente uniforme
di intensità U nella direzione positiva dell’asse delle x con una doppietta disposta come
in §8.4.2.

U A
r
θ

D x

Figura 8.13: Sovrapposizione di una corrente uniforme ed una doppietta nell’origine (caso
bidimensionale).
140 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

Per il potenziale si può quindi scrivere


à !
kx k
φ = Ux + 2 , oppure φ = − U r + cos θ, (8.33)
r r

se si prende un sistema d’assi polari come in figura 8.13. Dall’espressione del potenziale
si possono calcolare le componenti radiale ed azimutale della velocità ottenendo
à ! à !
∂φ k 1 ∂φ k
ur = = − U − 2 cos θ, uθ = = U + 2 sin θ. (8.34)
∂r r r ∂θ r

Da queste espressioni si vede che q la velocità radiale risulta identicamente nulla per il
valore costante del raggio R = k/U per qualunque θ. Ciò significa che la circonferenza
di raggio R si comporta come una superficie solida (impermeabile) nei confronti del flusso
che quindi rappresenta il flusso intorno ad un cilindro.
Sulla superficie del cilindro il valore della velocità azimutale è

uθ = 2U sin θ (8.35)

da cui si vede che ci sono due punti di ristagno a θ = 0 e θ = π. I punti in cui la velocità
è massima sono a θ = π/2 e θ = 3π/2 dove uθ = 2U ed infine la velocità vale U nei punti
θ = π/6 e θ = 5π/6 (ed i punti simmetrici rispetto all’asse x).
Applicando l’equazione di Bernoulli tra un punto all’∞ nella corrente indisturbata e
l’altro sul corpo possiamo calcolare il coefficiente di pressione sulla superficie del cilindro:

U 2 p∞ u(θ)2 p(θ)
+ + gh∞ = + + gh(θ), (8.36)
2 ρ 2 ρ

da cui, trascurando le variazioni di quota si ottiene

p(θ) − p∞ u(θ)2
Cp = = 1 − = 1 − 4 sin2 θ. (8.37)
ρU 2 /2 U2

Anche in questo caso si ha una simmetria della distribuzione di pressione sul corpo
sia rispetto all’asse x che y con la conseguenza che tutti i coefficienti di forza risultano
nulli. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un caso particolare del paradosso di d’Alembert
che vale per corpi di forma qualunque nell’ipotesi di flusso potenziale.
Dal confronto con le espressioni analoghe per la sfera si osserva che in corrispon-
denza del punto θ = π/2 si ha una velocità maggiore nel cilindro rispetto alla sfera e,
conseguentemente, una maggiore diminuzione di pressione. Ciò si spiega facilmente osser-
vando che a parità di diametro un cilindro crea un ‘bloccaggio’ del flusso maggiore di una
sfera quindi, per la conservazione della massa, la velocità deve aumentare. Per esempio,
se in un condotto a sezione rettangolare l × D viene posta una sfera di diametro D, la
superficie a disposizione per il passaggio del flusso sarà SS = lD − πD2 /4 mentre nel caso
di un cilindro si ha SC = lD − D2 da cui risulta SS > SC per πD2 /4 < D2 che è sempre
verificata.
8.5. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 141

Cp
U
o
30

Figura 8.14: Distribuzione del coefficiente di pressione sulla superficie del cilindro (flusso
potenziale).

ESEMPIO
Lungo il perimetro di un cilindro sono praticati due fori a cui è collegato un
manometro ad U come in figura. Se la differenza di quota tra i due menischi è
h ed il fluido manometrico è alcool (ρm = 780 Kg/m3 ) calcolare la velocità della
corrente d’aria che investe il cilindro. (Trascurare gli effetti viscosi).

U
θ h = 2.06cm θ = 30o
h

Soluzione
Essendo gli effetti viscosi trascurabili il flusso intorno al cilindro sarà potenziale
e per il coefficiente di pressione sulla sua superficie si ha cp = 2(p − p∞ )/(ρU 2 ).
Per θ = 30o risulta cp = 0 mentre per θ = 180o cp = 1, di conseguenza
p(30o ) = p∞ e p(180o ) = p∞ + ρU 2 /2. Combinando questo risultato con la
legge di Stevino si ottiene ∆p = p(180o ) − p(30o ) = ρU 2 /2 = ρm gh da cui di
ricava U = (2ρm gh/ρ)1/2 = 16 m/s.
142 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

u( θ ) Cp(θ)
U 2
1
1
0 π/2 π θ

0 π/2 π θ

−3
a) b)
Figura 8.15: Diagrammi della distribuzione di velocità e coefficiente di pressione sulla
superficie di un cilindro. In figura è riportata solo la metà superiore, la metà inferiore si
ottiene per riflessione.

8.5.3 il cilindro rotante


Come ultimo esempio di flusso bidimiensionale potenziale vogliamo studiare il cilindro
rotante che si ottiene sovrapponendo una corrente uniforme con una doppietta ed un
vortice libero, entrambi posti nell’origine degli assi. La peculiarità di questo flusso è
dovuta al fatto che pur essendo potenziale riesce a generare una forza sul corpo diversa
da zero; questa circostanza è dovuta ad una particolarità del flusso indotto dal vortice
libero che verrà spiegata in dettaglio successivamente.
Aggiungendo il potenziale di vortice libero a quello del cilindro della sezione precedente
si ottiene, rispettivamente, per il potenziale e le velocità:
à !
k Γ
φ = − Ur + cos θ + θ, (8.38)
r 2π
à ! à !
k k Γ
ur = − U − 2 cos θ, uθ = U + 2 sin θ + . (8.39)
r r 2πr
Poiché la velocità radiale ur è rimasta invariata rispetto al caso
q senza rotazione, il flusso
sarà ancora quello intorno ad un cilindro di raggio R = k/U . Al contrario, risulta
mutata la velocità azimutale che sulla superficie del cilindro vale
Γ
uθ = 2U sin θ + . (8.40)
2πr
La prima conseguenza della rotazione è lo spostamento dei punti di ristagno avendo sulla
superficie del cilindro uθ = 0 per
Γ Γ
µ ¶
sin θ = − ossia θ = − sin−1 , (8.41)
4πRU 4πRU
con la condizione che risulti Γ/(4πRU ) ≤ 1. Quando questo fattore è proprio uguale ad
1 i due punti di ristagno saranno coincidenti in un solo punto a θ = −π/2 e 3π/2 (per
Γ > 0). Se infine risulta Γ/(4πRU ) > 1 il punto di ristagno non sarà più sulla superficie
8.5. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 143

Figura 8.16: Visualizzazione sperimentale tramite l’analogia di Hele–Shaw delle linee di


corrente nel flusso potenziale bidimensionale intorno ad un cilindro.

del cilindro ma nel flusso sulla linea θ = −π/2 (dove comunque ur = 0) e per un valore
del raggio r tale che
R2
à !
Γ
U 1+ 2 = . (8.42)
r 2πr

Uno schema delle tre situazioni è riportato in figura 8.17.


Non è superfluo notare che la circolazione si può determinare dalla velocità di rotazione
Ω del cilindro come Γ = 2πΩR2 ; tenendo fissa la velocità della corrente U e le dimensioni
del cilindro R la posizione dei punti di ristagno può essere determinata semplicemente
variando la velocità di rotazione del cilindro.

Ω Ω

θ
θ

a) b) c)
Figura 8.17: Schema delle linee di corrente per un cilindro rotante potenziale
bidimensionale: a) Γ < 4πRU , b) Γ = 4πRU , c) Γ > 4πRU .

Dagli schemi di figura 8.17 è evidente che la rotazione del cilindro rompe la simme-
tria rispetto al diametro orizzontale e questa dissimmetria dovrà riflettersi anche nella
144 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI

pressione. Dall’equazione di Bernoulli si ottiene infatti:

1 ρΓ2 ρU Γ sin θ
p(θ) = p∞ + ρU 2 − 2ρU 2 sin2 θ − 2 2 − , (8.43)
2 8π R πR

in cui l’ultimo termine, avendo una dipendenza lineare in sin θ, riflette proprio la mancanza
di simmetria.

Riferendoci alla figura 8.13, e ricordando che le forze di pressione hanno direzione
opposta alla normale uscente, possiamo scrivere per le componenti della forza

Z 2π Z 2π
Fx = p cos θRdθ = 0, Fy = p sin θRdθ = ρU Γ. (8.44)
0 0

Ai due risultati di sopra si perviene facilmente sostituendo la (8.43) nelle (8.44) ed osser-
vando che l’unico termine ad integrale non nullo è l’ultimo della (8.43) moltiplicato per
sin θ. Lo svolgimento analitico degli integrali in (8.44) viene lasciato come facile esercizio.

Il risultato trovato sulla forza è un caso particolare del teorema di Kutta–Joukowsky


che dà come espressione della forza F = ρU×Γ in cui Γ è un vettore che ha la circolazione
come intensità e la stessa direzione e verso della vorticità associata. Il risultato più
importante di questo teorema è che non è possibile generare una forza (di pressione) su
un corpo se non si ha una circolazione netta. A questo punto appare chiaro l’effetto del
vortice libero che generando una circolazione nel cilindro è in grado di produrre una forza,
altrimenti impossibile nell’ambito della teoria potenziale.

La generazione della forza indotta dalla rotazione di un cilindro investito da una


corrente è anche nota come effetto Magnus che ha notevoli implicazioni nella balistica
(moto di proiettili e missili in rapida rotazione, lanci e tiri ‘ad effetto’ nello sport, etc.).
In passato si è anche provato a sfruttare questa forza per fini propulsivi come è mostrato
in figura 8.18 con la ‘Flettner–rotorship’ un’imbarcazione ideata da Anton Flettner nel
1922 in cui una spinta addizionale era fornita dai due cilindri rotanti che fungevano da
fumaioli. Sebbene tale sistema non sia stato utilizzato successivamente si è comunque
visto che, in linea di principio, poteva essere vantaggioso.
8.5. SOVRAPPOSIZIONE DI SOLUZIONI BIDIMENSIONALI 145

Figura 8.18: Immagine dell’imbarcazione ideata da Flettner con sistema di propulsione


basato sull’effetto Magnus.

ESEMPIO
Dato un cilindro a sezione circolare di diametro D investito da una corrente
d’acqua uniforme a velocità U , quale deve essere la velocità di rotazione Ω del
cilindro in modo da avere i due punti di ristagno come in figura? Quanto vale la
forza per unità di lunghezza in tali condizioni?
U

D θ = 300 U = 8 m/s
θ θ D = 1. m
ipotizzare il flusso potenziale
P1 P2

Soluzione
Per il flusso potenziale intorno ad un cilindro circolare si ha che la velocità
tangenziale sulla superficie del corpo è uθ = 2U sin θ + Γ/(2πR), la posizione
angolare dei punti di ristagno è quindi data da uθ = 0, ossia sin θ = −Γ/(4πU R).
Essendo per le condizioni della figura i punti di ristagno a θ = −π/3 e θ = 7π/6
si ricava Γ = 25.132 m2 /s. Dovendo quindi risultare Γ = 2πRΩ · R si ricava Ω =
146 CAPITOLO 8. ∗
FLUSSI POTENZIALI
Capitolo 9

Strato Limite

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, sotto alcune ipotesi, il flusso intorno ad un
corpo può essere analizzato con un modello di flusso non viscoso il che semplifica notevol-
mente la trattazione conducendo alla formulazione potenziale. Sebbene questo approccio
fornisca delle informazioni molto utili, esso presenta delle pesanti limitazioni come l’im-
possibilità di calcolare le forze esercitate dal flusso sul corpo (paradosso di d’Alembert).
Evidentemente, l’ipotesi di trascurare i termini viscosi dalle equazioni del moto non è
applicabile ovunque; in particolare, in un flusso reale il fluido a contatto con il corpo
deve avere la stessa velocità del corpo (condizione di aderenza) che non coinciderà con la
velocità potenziale. Questa differenza di velocità genera dei forti grandienti in prossimità
del corpo che renderanno non trascurabili gli sforzi viscosi. Il sottile strato di fluido adi-
acente al corpo dove i termini viscosi non si possono trascurare (o più precisamente dove
i termini viscosi sono dello stesso ordine di grandezza di quelli inerziali nel bilancio della
quantità di moto) viene detto strato limite (figura 9.1).

y
U potential flow

boundary layer
δ
x

L
Figura 9.1: Flusso uniforme su una lastra piana: la zona indicata in rosso è la zona
‘viscosa’ dove non può essere applicata la teoria potenziale.

Per comprendere i punti essenziali della fisica di questo fenomeno, consideriamo il flusso
stazionario su una lastra piana ad incidenza nulla come in figura 9.1 ed ipotizziamo per
semplicità tale flusso incomprimibile e bidimensionale. Dalle equazioni di conservazione

147
148 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

della massa e bilancio della quantità di moto si scrive


∂u ∂v
+ = 0, (9.1)
∂x ∂y
∂2u ∂2u
à !
∂u ∂u 1 ∂p
u +v =− +ν + ,
∂x ∂y ρ ∂x ∂x2 ∂y 2
∂2v ∂2v
à !
∂v ∂v 1 ∂p
u +v =− +ν + ,
∂x ∂y ρ ∂y ∂x2 ∂y 2
avendo indicato, rispettivamente, con u e v le componenti di velocità ux e uy .
Richiamando il concetto che nello strato limite i termini viscosi sono dello stesso ordine
di grandezza di quelli inerziali, possiamo quantificare il suo spessore δ. Riferiamoci alla
seconda delle (9.1) che rappresenta il bilancio di quantità di moto nelle direzione della
corrente x; detta L la lunghezza della lastra in x dovrà risultare δ ¿ L da cui si intuisce
che il secondo termine viscoso deve essere molto più grande del primo. D’altra parte, dei
due termini convettivi il primo ci dà il trasporto di quantità di moto parallelamente alla
lastra che sarà ostacolato appunto dai temini viscosi all’interno dello strato limite. Da
queste considerazioni ne segue che possiamo porre
∂u ∂2u U2 U
u ≈ ν 2, =⇒ ≈ν 2 (9.2)
∂x ∂y L δ
da cui
¶1
νL 2 L
µ
δ≈ =√ , (9.3)
U Re
avendo assunto che la velocità parallela alla lastra sia dello stesso ordine di U e definendo
il numero di Reynods Re = U L/ν (con Re À 1).
Noto lo spessore δ è possibile calcolare la relazione tra u e v. Dovendo infatti i due
termini dell’equazione di conservazione della massa essere dello stesso ordine di grandezza
si ha √
∂u ∂v U v v Re U
≈ , =⇒ ≈ ≈ , =⇒ v ≈ √ = V, (9.4)
∂x ∂y L δ L Re
da cui si vede immediatamente che nello strato limite, oltre ad avere una dimensione
molto più piccola dell’altra δ ¿ L si ha anche una velocità molto più piccola dell’altra
v ¿ u. Questa caratteristica fu intuita per la prima volta da Prandtl all’inizio del secolo
che formulò la teoria dello strato limite basandosi sul fatto che il fenomeno avviene nelle
due direzioni x ed y con scale differenti.
Volendo dare una stima sulle forze viscose si può calcolare lo sforzo di parete
s
U√
à !
∂u U µρU 3
τw = µ 'µ =µ Re = (9.5)
∂y w
δ L L

da cui si vede che questo cresce come U 3/2 mentre diminuisce all’aumentare della lunghezza
della lastra L. Per il calcolo della resistenza totale si può integrare lo sforzo di parete su
tutta la superficie della lastra per cui detta b la dimensione della lastra in figura 9.1 nella
direzione ortogonale al foglio si ha
Z L q
D=b τ dx = 2b µρU 3 L, (9.6)
0
9.1. EQUAZIONI DI PRANDTL 149

da cui emerge che la resistenza aumenta solo come L. Ciò è dovuto al fatto che lo
spessore dello strato limite cresce con la coordinata x e lo sforzo di parete diminuisce per
cui le regioni più lontane dal bordo d’attacco contribuiscono meno alla resistenza rispetto
a quelle più vicine. Se vogliamo infine calcolare il coefficiente d’attrito possiamo scrivere
D ν 4
r
cf = 1 2 =4 =√ . (9.7)
2
ρU bL UL Re
Bisogna notare che queste relazioni sono basate su considerazioni sull’ordine di grandez-
za delle varie quantità quindi danno delle informazioni solo qualitative sul fenomeno. Per
avere delle informazioni quantitative è necessario risolvere in qualche modo le equazioni
(9.1) cercando di introdurre le semplificazioni delle ipotesi di strato limite.

9.1 equazioni di Prandtl


Abbiamo a questo punto a disposizione gli elementi per derivare le equazioni nelle ipotesi di
strato limite. Le
√lunghezze nelle direzioni x ed y, verranno√infatti scalate rispettivamente
con L e δ = L/ Re mentre le velocità u e v con U ed U/ Re. Introducendo allora delle
lunghezze e velocità adimensionali definite come
x y y√ u v v√
x∗ = , y∗ = = Re, u∗ = , v∗ = = Re (9.8)
L δ L U V U
si ottiene per sostituzione nelle (9.1)

U ∂u∗ U Re ∂v ∗
+ √ = 0, (9.9)
L ∂x∗ Re L ∂y ∗

U 2 ∗ ∂u∗ U2 ρU 2 1 ∂p∗ U ∂ 2 u∗ U Re ∂ 2 u∗
à !
Re ∗ ∂u∗
u +√ v =− +ν + 2 ,
L ∂x∗ Re L ∂y ∗ L ρ ∂x∗ L2 ∂x∗ 2 L ∂y ∗ 2
√ √
U 2 ∗ ∂v ∗ U 2 ∗ ∂v ∗ ρU 2 Re 1 ∂p∗ U ∂ 2 v ∗ U Re ∂ 2 v ∗
à !
√ u + √ v =− +ν √ + .
L Re ∂x∗ L Re ∂y ∗ L ρ ∂y ∗ ReL2 ∂x∗ 2 L2 ∂y ∗ 2
Da queste relazioni, facendo il limite per Re −→ ∞ e ricordando che Re = U L/ν si
ricava
∂u∗ ∂v ∗
+ = 0, (9.10)
∂x∗ ∂y ∗
∗ ∂u

dp∗ ∂ 2 u∗
∗ ∂u

u + v= − ∗ + ∗2 ,
∂x∗ ∂y ∗
dx ∂y
∂p ∗
1
µ ¶
=O −→ 0,
∂y ∗ Re
dove l’ultima equazione deriva dall’osservazione che nella terza delle (9.9) il gradiente
√ di
pressione deve essere dello stesso ordine di grandezza degli altri termini (O(1/ Re)) 1 .
Dal confronto delle equazioni (9.10) con le (9.1) si vede che ci sono evidenti differenze
con notevoli semplificazioni delle seconde rispetto alle prime. Come prima osservazione
1
Nello sviluppare tutti questi passaggi abbiamo anche supposto che la scala di adimensionalizzazione
delle pressioni sia P = ρU 2 ossia che il numero di Ruark ρU 2 /P = Ru sia uguale ad 1. Ciò si verifica
sempre a meno che nel problema non subentri una forzante di pressione imposta dall’esterno.
150 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

notiamo che la pressione ha variazione nulla nella direzione ortogonale alla corrente che
quindi non varia attraverso lo strato limite: ∂p∗ /∂y ∗ = 0. Ciò indica che la pressione
nello strato limite è imposta dal campo esterno che può essere facilmente determinato
dalla teoria potenziale; inoltre il temine di pressione nella seconda delle (9.10) non solo è
una derivata ordinaria perché dipendente solo da x ma non è nemmeno un’incognita del
problema visto che viene dal flusso esterno.
L’altra caratteristica importante è che la seconda delle (9.10) ha un solo termine
viscoso avendo perso il termine di derivata seconda nella direzione x. Da un punto di
vista fisico questo significa che il flusso ad una certa coordinata x nella direzione della
corrente dipende solo da ciò che succede per x ≤ x al contrario delle (9.1) la cui soluzione
in un punto dipende dal flusso in tutto il resto del campo. Matematicamente ciò si esprime
dicendo che le equazioni (9.10) sono paraboliche in x mentre le (9.1) sono ellittiche, avendo
questa distinzione anche profonde implicazioni nelle metodologie di soluzione che risultano
molto più difficili per le seconde rispetto alle prime.
Un’altra caratteristica importante delle equazioni (9.10) è che la loro forma è indipen-
dente dal numero di Reynolds. Ciò implica che una volta trovata la soluzione questa
sarà applicabile a tutte le situazioni geometricamente simili potendo poi trovare i valori
dimensionali di velocità e lunghezze attraverso le definizioni (9.8).

9.2 separazione dello strato limite


Analizzando le equazioni di Prandtl per lo strato limite abbiamo visto che portano a
delle notevoli semplificazioni pur fornendo tutta l’informazione necessaria all’analisi del
flusso. Ci chiediamo ora fino a che punto possiamo usare le equazioni semplificate e quale
fenomeno fisico ne precluda la validità. Ripercorrendo le ipotesi che ci hanno portato alle
equazioni (9.10) notiamo che risulta essenziale la forte differenza di scala δ ¿ L; da un
punto di vista fisico, infatti ciò ha implicato che tutte le variazioni in y fossero molto più
intense di quelle in x permettendo di trascurare alcuni termini. Si può verificare tuttavia
che, a causa dell’azione frenante dell’attrito, il flusso tenda a separare ed una particella
fluida inizialmente in prossimità della parete venga trasportata lontano da essa; in questi
casi l’approssimazione di strato limite cessa di essere valida.
Analizziamo più in dettaglio lo schema di figura 9.2 osservando che a causa della
diffusione lo spessore dello strato limite δ cresce con la coordinata x nei primi 3 profili.
Con la crescita di δ diminuisce progressivamente il gradiente di velocità alla parete fino
ad un punto in cui questo valore può diventare nullo. Nella figura 9.2 ciò accade in S
dove si osserva che, dovendo necessariamente il profilo di velocità recuperare il valore U
per y −→ ∞, il profilo in questo punto deve avere un cambio di concavità. Si osservi che
anche nel terzo profilo la concavità non è unica per cui il cambio di concavità non può
essere utilizzato come criterio per l’identificazione della separazione. Al contrario si può
affermare che essendo un punto di separazione caratterizzato dalla condizione ∂u/∂y|w = 0
il cambio di concavità nel profilo di velocità è condizione necessaria per la separazione.
Se utilizziamo il fatto che alla parete (y ∗ = 0) la condizione di aderenza implica
u∗ = v ∗ = 0 la seconda delle (9.10) alla parete diventa
∂ 2 u∗
à !
dp∗
= , (9.11)
dx∗ ∂y ∗ 2 w

da cui si vede che la concavità del profilo di velocità alla parete dipende dal gradiente di
9.3. ∗
SOLUZIONE SIMILE 151

pressione imposto dal flusso esterno. In particolare se il gradiente di pressione è sempre


negativo, ossia se il flusso è sempre accelerato, il profilo di velocità sarà convesso e la
situazione illustrata in figura 9.2 non potrà mai verificarsi.

S x
Figura 9.2: Separazione dello strato limite su una lastra piana.

Al contrario se il flusso si muove da zone a pressione minore verso zone a pressione


maggiore il gradiente di pressione sarà positivo e la concavità del profilo di velocità a
parete sarà positiva. In questo contesto, si può verificare che in qualche punto il profilo
raggiunga la condizione di gradiente nullo a parete e quindi il flusso separi.
Nelle figure 9.3 e 9.4 sono riportate due visualizzazioni di laboratorio di separazioni
di strato limite. Nella prima la separazione avviene in un divergente a causa della dimin-
uzione di velocità del flusso esterno e conseguente aumento di pressione. In figura 9.4
viene mostrato, invece, che proprio a causa dell’effetto del gradiente di pressione sullo
strato limite le situazioni di contrazione ed espansione non sono simmetriche verificandosi
il distacco del flusso dalla parete solo nel secondo caso.
Evidentemente dall’insorgere della zona di separazione in poi non sarà più vero che le
variazioni nella direzione y saranno più grandi di quelle in x e quindi non si potranno più
usare le equazioni (9.10) ma piuttosto le (9.1).
Riguardo alla relazione (9.11) si deve notare che non è necessario conoscere effettiva-
mente la pressione ma basta conoscere il campo esterno di velocità. Considerando infatti
la prima delle (9.1) e ricordando che il flusso esterno ha solo la componente di veloc-
ità parallela al corpo e che i termini viscosi sono trascurabili si ottiene −(1/ρ)dp/dx =
U dU/dx.
Osserviamo infine che la separazione dello strato limite è un fenomeno che si cerca di
evitare nelle applicazioni pratiche in quanto provoca delle perdite di energia meccanica.
Per esempio nell’aerodinamica esterna degli autoveicoli la presenza di bolle di separazione
aumenta il coefficiente di resistenza e quindi il consumo di carburante.


9.3 soluzione simile
Una delle possibilità per risolvere le equazioni (9.10) è di fare ricorso alle soluzioni simili.
In particolare, poiché nella direzione x non c’è una scala di lunghezze assegnata si può
152 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

Figura 9.3: Visualizzazione sperimentale della separazione dello strato limite all’inizio di
un divergente.

ipotizzare che il profilo di velocità assuma un forma simile in x. Matematicamente ciò si


esprime dicendo che prese due coordinate x1 ed x2 ed il campo di velocità u(x, y) deve
valere ³ ´ ³ ´
u x1 , h(xy 1 ) u x2 , h(xy 2 )
= , (9.12)
g(x1 ) g(x2 )
dove h e g sono due funzioni di forma. In altre parole la soluzione u(x, y) è simile se
è possibile far coincidere i profili di velocità per due sezioni qualunque introducendo un
fattore di scala per la velocità e per la coordinata y. Dato il problema in esame, il fattore
di scala per la velocità è la velocità del flusso esterno U mentre la funzione con cui scalare
la y sarà lo spessore dello strato limite δ.
Se ora introduciamo la funzione di corrente possiamo porre per le velocità u = ∂ψ/∂y
e v = −∂ψ/∂x per cui la seconda delle (9.10) (in forma dimensionale) diviene

∂ψ ∂ 2 ψ ∂ψ ∂ 2 ψ dU ∂3ψ
− = U + ν (9.13)
∂y ∂x∂y ∂x ∂y 2 dx ∂y 3

in cui si possono fare le seguenti posizioni


s
r
νx y U √
h(x) = δ(x) = , η(x, y) = =y , ψ(x, η) = νxU f (η) (9.14)
U δ(x) νx

e per le velocità s
∂ψ ∂ψ ∂η √ U
u= = = νxU f 0 (η) = U f 0, (9.15)
∂y ∂η ∂y νx
s s
∂ψ νU √ y U 1 νU
−v = = √ f (η) − νxU f 0 (η) 3
= [f (η) − ηf 0 (η)].
∂x 2 νxU 2 νx 2 x
9.3. ∗
SOLUZIONE SIMILE 153

Figura 9.4: Visualizzazione sperimentale del flusso attraverso un’improvvisa contrazione


e successiva espansione.

Figura 9.5: Profili di velocità a varie sezioni ed evoluzione della regione di separazione
per il flusso all’interno di un condotto divergente.

Sostituendo queste velocità nella (9.13) ed assumendo un gradiente esterno di pressione


nullo (U dU/dx) si ricava
s s
U η 1 νU U U
µ ¶
Uf0 − f 00 + [ηf 0 − f ]U f 00 = νU f 000 (9.16)
2 x 2 x νx νx
che opportunamente semplificata si riduce a
1
f 000 + f f 00 = 0. (9.17)
2
Questa equazione è nota come equazione di Blasius che può essere risolta con le
seguenti condizioni al contorno

u(y = 0) = 0 ⇒ f 0 (0) = 0, v(y = 0) = 0 ⇒ f (0) = 0, (9.18)

u(y −→ ∞) = U ⇒ f 0 (η −→ ∞) = 1;
154 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

η f f0 f 00
0 0 0 0.332
1 0.166 0.3298 0.323
3 1.397 0.8461 0.161
5 3.28 0.991 0.01591
7 5.28 0.99992 0.00022
8 6.279 1.0000 0.00001
Tabella 9.1: Valori tabulati per la funzione f e le sue derivate

abbiamo cosı̀ un’equazione differenziale ordinaria non lineare del 3o ordine con 3 con-
dizioni al contorno che permettono di risolvere il problema (per esempio per integrazione
numerica).

In figura 9.6 viene riportata una visualizzazione in acqua del profilo di strato limite di
Blasius da cui si può dedurre l’andamento della funzione f 0 (η) al variare di η.

U f’(η)
η

Figura 9.6: Visualizzazione sperimentale di un profilo di Blasius in acqua.

I valori di f sono di solito tabulati ed alcuni dati sono riportati nella tabella 9.1, da
cui si possono fare alcune considerazioni. Il valore di f 0 (η) (e quindi di u/U ) parte da
0 per η = 0 e tende asintoticamente ad 1; convenzionalmente si può definire lo spessore
dello strato limite come come la distanza dalla parete a cui la velocità u raggiunge
q il 99%
della U . Dalla tabella si vede che ciò accade per η ' 5 per cui si ha δ ' 5 νx/U . Il
valore u = 0.99U è tuttavia arbitrario e se si scegliesse u = 0.999U si otterrebbe η ' 6
9.3. ∗
SOLUZIONE SIMILE 155

per cui nasce l’esigenza di una definizione più oggettiva di spessore che prescinda dalla
determinazione di valori di soglia arbitrari.
Osserviamo a tal fine che a causa della condizione di aderenza, considerata una distanza
h dalla parete tale che u ' U si ha che la portata in volume Q risulta più piccola di quella
che si avrebbe se il flusso fosse potenziale(figura 9.7). Ci si può allora chiedere quale sia
la distanza dalla parete δ ∗ tale che considerando il flusso tra δ ∗ ed h costante ed uniforme
si ottiene esattamente il flusso Q. Questa distanza si trova semplicemente imponendo che
h h ∞ u
Z Z Z µ ¶
∗ ∗ ∗
U (h − δ ) = udy, =⇒ U δ = (U − u)dy, =⇒ δ = 1− dy, (9.19)
0 0 0 U
essendo stato esteso l’integrale all’infinito in quanto u/U = 1 per y > h. Usando la
soluzione di Blasius si può quindi scrivere
νx νx νx
Z ∞
r r r
∗ 0
δ = [1 − f (η)]dη = [η − f (η)]η−→∞ = 1.72 , (9.20)
0 U U U
ossia circa 1/3 di δ. Da un punto di vista fisico questa distanza ci dice di quanto dovremmo
spostare verso l’esterno il contorno del corpo in un’ipotetico flusso potenziale per com-
pensare la perdita di flusso di massa dovuto alla condizione di aderenza; questa distanza
è chiamata spessore di spostamento. Riferendoci alla figura 9.1 si tratta di trovare la
distanza δ ∗ per cui le due aree indicate abbiano lo stesso valore.

U y

δ∗
Figura 9.7: Definizione di spessore di spostamento.

Sempre a causa della condizione di aderenza si ha una diminuzione di flusso di quantità


di moto per cui seguendo il ragionamento precedente si può trovare uno spessore analogo
θ (detto spessore di quantità di moto) tale che:
u u νx
Z ∞ Z ∞ Z ∞ µ ¶ r
2
ρU θ = ρ u(U − u)dy =⇒ θ = 1− dy = f 0 (η)[1 − f 0 (η)]dη
0 0 U U 0 U
q (9.21)
che integrato numericamente dà θ = 0.664 νx/U .
Al bordo dello strato limite la quantità ηf 0 −f ∼ v è sempre positiva quindi la velocità
normale al bordo dello strato limite non è nulla. La linea y = δ(x) non è conseguentemente
una linea di corrente non essendo verificata la relazione v/u = dy/dx.
156 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

Per l’attrito di parete si ha


à ! s s
∂u U3 ρµU 3
τw = µ = µf 00 (0) = 0.332 (9.22)
∂y w
νx x

mentre per la resistenza


Z L q Z L d q
D=b τw dx = 0.332b ρµU 3 √ = 0.664b ρµU 3 L. (9.23)
0 0 x
Per il coefficiente d’attrito si può infine scrivere
D 1.328
cf = 1 = √ . (9.24)
2
ρU 2 bL Re
Vogliamo ricordare che tutte queste considerazioni sono valide nel caso in cui il flusso
sia bidimensionale, stazionario ed in assenza di gradiente di pressione imposto dal flusso
esterno. Queste condizioni sono eccessivamente restrittive per le applicazioni pratiche,
tuttavia il fatto di disporre di una soluzione esatta ci permette di utilizzare lo strato
limite su una lastra piana come flusso test per validare eventuali metodi approssimati che
permettano di risolvere più facilmente anche casi più complessi.
Come ultima osservazione dobbiamo sottolineare che i risultati trovati valgono per
flussi laminari, flussi cioè in cui il fluido scorre sopra la lastra come se fosse formato
da tante lamine parallele che scorrono una rispetto all’altra. Ciò si verifica nella realtà
solo per numeri di Reynolds minori di 2 · 105 –5 · 105 ed il valore esatto dipende dalle
perturbazioni nel flusso esterno e dalla rugosità della lastra. Per valori superiori del
numero di Reynolds si ha la transizione del flusso alla turbolenza condizione in cui il flusso
è completamente tridimensionale e non stazionario. A questa condizione si accennerà in
un capitolo successivo.
ESEMPIO
Data la lastra in figura investita da un profilo di velocità UX (z), calcolare la
densità del fluido sapendo che la forza sulla lastra (considerata bagnata da un
solo lato) è F .
l

z
b
Ux (z) = 5z 2 m/s l=1m b2 = 0.5 m
F = 6x̂ N µ = 10−1 Ns/m2
Ux(z)
x

Essendo il flusso laminare e non essendo prescritto alcun profilo di velocità ap-
prossimatoq si possono usare le formule di Blasius che danno per lo sforzo di parete
τw = 0.332 ρµU 3 /x, con x la coordinata nella direzione della corrente misurata
a partire dal bordo d’attacco della lastra. Per la forza sulla lastra si avrà quindi
Z b Z l q Z b Z l dx q b4 √
F = τw dxdz = 0.332 ρµ53 z 3 dz √ = 0.332 ρµ53 2 l.
0 0 0 0 x 4

Ricavando da questa relazione ρ si ottiene ρ = 26755 Kg/m3 .


9.3. ∗
SOLUZIONE SIMILE 157

ESEMPIO
La resistenza di una lastra piana L1 ad incidenza nulla ed investita da una cor-
rente a velocità U1 è pari a D1 . Calcolare la resistenza di una seconda lastra L2
investita dallo stesso fluido della lastra precedente ma a velocità U2 .

U2 L2
b1 U1 L1 b2
D1 = 290 N b1 = l1 = 1. m U1 = 20 cm/s
l1 b2 = 1.3 m l2 = 1.5 m U2 = 11 cm/s
l2

Soluzione
Essendo il flusso laminare su lastre piane ad incidenza nulla (e non essendo
specificato alcun tipo di profilo di velocità approssimato) si può usare la soluzione
di Blasius che fornisce
s
ρµU 3 Z b Z l q √
τw = 0.332 , D= τw dS = 0.664 ρµU 3 b l.
x 0 0

√ q √
Per la prima lastra si ha D1 = 0.664 ρµb1 l1 U13 da cui si ricava ρµ. Per la
seconda lastra si potrà quindi scrivere
¶ 32 Ã !1
√ U2 b2 l2 2
q µ
D2 = 0.664 ρµb2 l2 U23 = D1 = 188.3 N.
U1 b1 l1
158 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

ESEMPIO
La ‘ventola’ in figura ha due pale ad incidenza nulla e ruota in aria a velocità
costante Ω. Calcolare la potenza necessaria a mantenere la ventola in rotazione
supponendo il flusso laminare e localmente bidimensionale (ossia ogni striscia di
pala parallela al lato h si comporta indipendentemente dalle altre).

h = 20 cm l = 0.5 m Ω = 150 giri/min

Soluzione
Prendendo un asse y allineato con il bordo d’attacco della pala ed un asse x
ortogonale, Essendo lo strato limite laminare e bidimensionale, risulterà
s
ρµΩ3 y 3
dF = τ dxdy = 0.332 dxdy
x
con U (y) = Ωy la velocità che investe ogni striscia di pala ed x la distanza dal
bordo d’attacco. Per il momento dispetto all’asse di rotazione risulta
s
Z lZ yh/l q 0.332 ρµΩ3 h 4
dM = ydF, M= 0.332 ρµΩ3 y 5/2 x−1/2 dxdy = l .
0 0 2 l
Considerando ora che ogni pala ha 2 superfici bagnate ed il rotare ha due pale
ne risulta che la potenza sarà data da
q
W = 4M Ω = 0.664 ρµhΩ5/2 l7/2 = 0.1232 W.

9.4 equazione integrale dello strato limite


Nella sezione precedente abbiamo visto un caso in cui l’equazione per lo strato limite può
essere risolta in modo esatto trovando la soluzione in ogni punto del campo. In generale
questa procedura non può essere seguita in quanto la soluzione analitica presenta delle
difficoltà insormontabili. Una possibile alternativa consiste nel richiedere che l’equazione
non sia soddisfatta puntualmente ma che lo sia una sua media effettuata su tutto lo spes-
sore dello strato limite. Partendo allora dalle equazioni per lo strato limite ed integrando
in direzione normale alla parete fino ad un’altezza h (essendo h grande abbastanza da
essere per qualunque x al di fuori dello strato limite) si ottiene:
µ Z h ∂2u
à ! à !
Z h ∂u ∂u dU
u +v −U dy = dy. (9.25)
0 ∂x ∂y dx ρ 0 ∂y 2
Il secondo membro dopo l’integrazione può essere immediatamente posto uguale a −τw /ρ
risultando ∂u/∂y = 0 per y = h. Dall’equazione di continuità ricaviamo
∂u ∂v Z y
∂u
=− =⇒ v = − dy, (9.26)
∂x ∂y 0 ∂x
9.4. EQUAZIONE INTEGRALE DELLO STRATO LIMITE 159

che possiamo sostituire nel primo membro della (9.25)


à !
Z h ∂u ∂u Z y ∂u dU τw
u − dy − U dy = − . (9.27)
0 ∂x ∂y 0 ∂x dx ρ

Integrando il secondo termine per parti


à !
Z h ∂u Z y ∂u Z h
∂u Z h
∂u Z h
∂u
dy dy = U dy − u dy = (U − u)dy. (9.28)
0 ∂y 0 ∂x 0 ∂x 0 ∂x 0 ∂x

Risostituendo l’espressione trovata nella (9.27), aggiungendo e sottraendo il termine ∂uU/∂x


nell’integrale e combinando opportunamente i termini si ottiene
Z h ∂ Z h
dU τw
[u(U − u)]dy + (U − u)dy = . (9.29)
0 ∂x 0 dx ρ

Osserviamo ora che poiché h non dipende da x le derivazioni in x possono essere portate
fuori dal segno di integrale. Inoltre per y > h tutte le funzioni integrande vanno a zero
quindi gli integrali si possono estendere fino all’∞ da cui, ricordando le espressioni per lo
spessore di spostamento e di quantità di moto si ottiene

dθU 2 dU τw
+ δ∗U = . (9.30)
dx dx ρ

Questa è l’equazione integrale dello strato limite anche detta equazione di von Karmán
che mette in relazioni le grandezze integrali dello strato limite con lo sforzo di parete.
L’essenza della soluzione di questa equazione consiste nell’assumere un profilo di ve-
locità che soddisfi le condizioni al contorno e la continuità con la soluzione esterna e
procedere con il calcolo di δ ∗ , θ e τw i cui valori saranno funzione della coordinata x e
dei parametri liberi assunti nel profilo di velocità. Sostituendo il risultato in (9.30) si
otterrà un’equazione differenziale dalla cui soluzione si ottengono le formule per δ ∗ , θ e
τw e quindi per le quantità derivate.
A titolo di esempio consideriamo il flusso intorno ad una lastra piana ad incidenza nulla
per il quale abbiamo la soluzione esatta di Blasius come termine di paragone. Risultando
il gradiente di pressione esterno nullo (dU/dx = 0) l’equazione integrale si riduce a

dθ τw
U2 = . (9.31)
dx ρ

Assumendo come profilo di velocità u/U = y/δ = η si ha che questo soddisfa la condizione
di aderenza alla parete (u = 0 per y = 0) e la continuità con la soluzione esterna (u = U
per y = δ). Dalle definizioni di θ e τw abbiamo
à !
∞ u u Z 1
δ ∂u U
Z µ ¶
θ= 1− dy = η(1 − η)δdη = , τw = µ =µ , (9.32)
0 U U 0 6 ∂y y=0
δ

e sostituendo queste espressioni nella (9.31) si ottiene una semplice equazione differenziale
in δ
U 2 dδ µU √ r νx
= =⇒ δ = 12 , (9.33)
6 dx ρδ U
160 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

che ci dà l’espressione per lo spessore dello strato limite in funzione di x. Noto δ(x) è
possibile procedere a ritroso e calcolare tutte le altre quantità

s
νx νx ρµU 3
r r
θ = 0.557 , δ ∗ = 1.732 , τw 0.288 , (9.34)
U U x

mentre per il coefficiente d’attrito e la resistenza si ottiene

ν
r q
cf = 1.152 , D = 0.576b ρµU 3 L. (9.35)
UL

Tutti questi valori vanno confrontati con la soluzione esatta di Blasius e dal confronto
si vede che nonostante il profilo u/U = η sia il più semplice che si possa usare i valori
numerici non vengono troppo dissimili da quelli esatti. Valori ancora più prossimi a
quelli esatti si possono comunque ottenere utilizzando profili di velocità più complicati
che replichino anche le caratterstiche di curvatura del profilo di Blasius (funzioni cubiche,
seno oppure funzioni a tratti).

Vogliamo infine ricordare che se il contorno del corpo non è di forma semplice, se il
gradiente di pressione non è nullo o se il profilo non è simile la procedura di soluzione
(concettualmente identica) si complica notevolmente e si deve ricorrere a diverse fun-
zioni a seconda del gradiente di pressione. Alla fine si giunge comunque ad un’equazione
differenziale per δ(x) dalla cui soluzione si ricavano δ ∗ , θ e τw .
9.4. EQUAZIONE INTEGRALE DELLO STRATO LIMITE 161

ESEMPIO
Data una lastra piana ad incidenza nulla investita da una corrente uniforme d’aria
a velocità U , considerando il flusso laminare ed assegnato l’andamento del profili
di velocità u(y), determinare l’andamento dello sforzo di parete in funzione di x
µ ¶3
u(y) 1 y 3 y
µ ¶
=− + , δ≥y
U U 2 δ 2 δ

u(y) δ
u(y)
=1 δ<y
U
x

U = 1.5 m/s
Soluzione
Partendo dall’equazione integrale dello strato limite (nel caso di gradiente di
pressione nullo) τw /ρ = U 2 dθ/dx, per il profilo di velocità assegnato su ha τw =
µdu/dy |y=0 = 3µU/(2δ) e per θ
∞ u u 39δ
Z µ ¶
θ= 1− dy = .
0 U U 280
Questi valori risostituiti nell’equazione di partenza forniscono
s
3µU 39ρU 2 dδ 140ν 280ν √ √
= =⇒ dx = δdδ =⇒ δ= x = 0.0145 x m,
2δ 280 dx 13U 13U
da cui s s s
117ρµU 3 1 1 Kg
τw = = 0.00284 .
1120 x x s2 m
162 CAPITOLO 9. STRATO LIMITE

ESEMPIO
Su una lastra piana con un gradiente di pressione nullo scorre dell’acqua a velocità
U . Supponendo il profilo di velocità nello strato limite simile ed approssimabile
con due tratti rettilinei come in figura, calcolare lo spessore dello strato limite
ad una distanza l dal bordo d’attacco.

y/δ
1

l = 20 cm U = 2.7 m/s
1/2

u/U
2/3 1

Soluzione
Per il profilo di velocità si ha: u/U = 4y/(3δ) per 0 ≤ y ≤ δ/2 e u/U =
(2y + δ)/(3δ) per δ/2 ≤ 1. Lo sforzo di parete è τw = µ4U/(3δ) mentre lo
spessore di quantità di moto sarà θ = 0.1574δ. Dall’equazione integrale per lo
strato limite si scrive
τw dθ 4ν √
= U2 , δdδ = dx, δ = 0.00177 x,
ρ dy 3U 0.1574

da cui δ(0.2) = 1.12 mm.


Capitolo 10
∗ Turbolenza

10.1 fenomenologia della turbolenza


L’osservazione di flussi turbolenti è un’esperienza quotidiana che identifichiamo con il
moto non stazionario, irregolare ed apparentemente caotico di un fluido. Le volute formate
dal fumo di una sigaretta nel suo moto ascensionale, il miscelamento tra latte e caffè
all’interno di una tazza o la scia irregolare di un fiume a valle del pilone di un ponte sono
solo alcuni esempi tra un’innumerevole quantità.
Sebbene il concetto di turbolenza sia abbastanza chiaro per ognuno di noi, non è
altrettanto chiaro l’effetto che ha la turbolenza sulle caratteristiche globali di un flusso.
Si consideri, per esempio l’accensione di una sigaretta all’interno di una stanza; è
esperienza comune che dopo pochi secondi la presenza del fumo può essere avvertita in
tutta la stanza, indicando che il fumo ha “diffuso” ovunque. Un’interpretazione ingenua
potrebbe indurre a pensare che la diffusione sia la causa di questo fenomeno ma una
stima delle scale temporali esclude inequivocabilmente questo fattore. Detta infatti ν la
viscosità cinematica dell’aria ed L la distanza percorsa dal fumo, il tempo impiegato dal
fumo per percorrere tale lunghezza risulta Tν = L2 /ν che, utilizzando i parametri dell’aria
ed ipotizzando L = 4m fornisce Tν ' 1.07 · 106 s (circa 12 giorni)! In realtà il tempo
risulterebbe ancora maggiore in quanto per tale calcolo non bisognerebbe considerare ν
che dà la diffusività della quantità di moto ma la diffusività κ del fumo in aria; potendo
porre κ = νSc (essendo Sc il numero di Schmidt che vale circa Sc = 0.7 per l’aria) si
otterrebbe Tν ' 17.7giorni.
Si potrebbe comunque osservare che poiché il fumo di sigaretta è più caldo dell’aria
circostante, la convezione naturale ha un ruolo rilevante nella diffusione del fumo. Una
stima dimensionale, tuttavia fornisce delle velocità dell’ordine dei cm/s che, combinata
con l’osservazione che il fumo caldo sale verso l’alto e non si propaga orizzontalmente,
porta comunque a dei tempi di ore in netto contrasto, con l’esperienza quotidiana.
La ragione della discrepanza tra l’esperienza pratica e le due stime quantitative è
che in entrambi i casi, si è trascurata la presenza della turbolenza. Le fluttuazioni di
velocità indotte nel fluido dal moto turbolento, infatti, hanno la capacità di trasportare
una quantità (scalare o vettoriale) molto rapidamente anche in assenza di moto medio. Ciò
porta ad assimilare l’effetto della turbolenza con un notevole aumento della diffusività del
fluido che arriva ad essere anche due o tre ordini di grandezza maggiore rispetto al valore
molecolare. Un studio più attento dei fenomeni turbolenti mostrerà comunque che questo

163
164 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

è solo l’effetto più visibile di una dinamica molto complessa che coinvolge principalmente
i termini non lineari delle equazioni di Navier–Stokes.
Per fornire un altro esempio sugli effetti macroscopici della turbolenza consideriamo la
portata di un fluido attraverso un tubo a sezione circolare di raggio R e lunghezza L per
una data differenza di pressione ∆p. In base alla soluzione laminare di Hagen–Poiseuille
si potrebbe scrivere Q = πR4 ∆p/(8µL) indicando che sarebbe sufficiente una differenza
di pressione di un Pascal per ogni metro di lunghezza per avere in un tubo di raggio
R = 0.5 m una portata d’acqua di Q ' 20 m3 /s. Questo risultato sovrastima in modo
molto grossolano la portata reale che risulta 1 invece Q ' 0.25 m3 /s. Il motivo di tale
differenza è che il numero di Reynolds del flusso è Re ' 3 · 105 ossia molto al di sopra del
limite Re = 2100 di validità della soluzione laminare; in tali condizioni, il flusso all’interno
del condotto non può considerarsi nè stazionario nè tantomeno piano (ossia contenente
la sola componente di velocità nella direzione della corrente) e le intense fluttuazioni
di velocità “diffondono” la quantità di moto in modo molto efficiente comportando un
apparente aumento degli sforzi viscosi.
Questo esperimento è stato descritto per la prima volta in modo sistematico da O.
Reynolds nel 1883 il quale, conducendo degli esperimenti sul flusso all’interno di tubi a
sezione circolare, osservò che combinando la velocità media del flusso U , il diametro del
tubo d e la viscosità cinematica del fluido ν nel fattore U d/ν (che in seguito prese il
nome di numero di Reynolds) si poteva descrivere la dinamica del flusso in 3 categorie
differenti. Per Re ≤ 2100 il flusso si manteneva stazionario e si comportava come se
delle lamine rettilinee (da cui il temine flusso laminare) scorressero le une sulle altre
interagendo solo attraverso degli sforzi tangenziali. Questo comportamento fu notato
osservando l’evoluzione di una “streakline” di inchiostro rilasciata da una posizione fissa
all’interno del condotto; la linea di colorante, infatti, si manteneva rettilinea diffondendo
molto debolmente mentre si allontanava dalla sorgente.

Re < 2100

2100 < Re < 4000

Re > 4000

Figura 10.1: Disegno schematico dell’esperimento di Reynolds.

Per 2100 ≤ Re ≤ 4000 la linea di colorante perdeva la sua stazionarietà e si propa-


gava lungo una traiettoria ondulata con caratteristiche dipendenti dal tempo. In questo
1
Questo risultato è stato determinato utilizzando il valore del fattore d’attrito f determinato dal
diagramma di Moody ipotizzando una rugosità relativa delle superfici del tubo pari a ²/D = 10 −3 .
10.1. FENOMENOLOGIA DELLA TURBOLENZA 165

regime transizionale, tuttavia la traccia di colorante preservava la sua coerenza spaziale


rimanendo confinata in una linea sottile.
Al contrario, per Re ≥ 4000, dopo un tratto iniziale con oscillazioni di ampiezza
crescente la traccia d’inchiostro veniva diffusa vigorosamente in tutta la sezione trasversale
del tubo fino a distribuirsi omogeneamente in tutto il flusso. Quest’ultimo regime è detto
turbolento ed è caratterizzato da un moto disordinato, completamente tridimensionale e
non stazionario e da delle fluttuazioni di velocità con caratteristiche non deterministiche.
Un tipico esempio di segnale turbolento di velocità è mostrato in figura 10.2 da cui si
vede che la velocità oscilla intorno ad una valore medio senza alcuna frequenza specifica.
Un’altra caratteristica comune a tutti i flussi turbolenti è che se si ripete lo stesso esperi-
mento e si misura la stessa quantità nello stesso punto per lo stesso intervallo temporale si
ottengono dei segnali notevolmente differenti se confrontati istantaneamente mentre essi
hanno le stesse caratteristiche statistiche (valore medio, deviazione standard, etc.).

Exp.1 Exp.2
1.08 1.08
1.06 1.06
1.04 1.04
1.02 1.02
u/U 1
0.98
u/U 1
0.98
0.96 0.96
0.94 0.94
0.92 0.92
0.9 0.9
0.88 0.88
0 5 10 15 20 25 0 5 10 15 20 25

T T
Figura 10.2: Segnali turbolenti di velocità per due realizzazioni successive dello stesso
esperimento.

Questa osservazione sembra a prima vista inconciliabile con la natura delle equazioni
che governano il fenomeno, cioè le equazioni di Navier–Stokes; essendo infatti le equazioni
di tipo deterministico ed avendo condizioni iniziali ed al contorno definite si ha che anche
la soluzione deve essere deterministica nello spazio e nel tempo. Questo dilemma è stato
risolto da Lorentz che nel 1963 mostrò che alcuni sistemi non lineari possono avere una
tale sensibilità alle condizioni iniziali che perturbazioni inapprezzabili nei parametri di
partenza determinano rapidamente soluzioni completamente differenti 2 .
A tale scopo si consideri il sistema di equazioni

ẋ = σ(y − x), (10.1)

ẏ = ρx − y − xz,
ż = −βz + xy,
in cui i parametri valgono σ = 10, β = 8/3 e ρ = 35 con le condizioni iniziali x(0) = 0.5,
y(0) = 0.1 e z(0) = 0.3; la soluzione di questo sistema è riportata in figura 10.3 dove
2
Questo esempio è stato preso dal testo ‘Turbulent Flows’ by S.B. Pope, Cambridge Univ. Press,
2000).
166 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

il tempo è il parametro lungo la curva si può osservare il noto attrattore di Lorentz. In


figura 10.4, viene riportata invece con una linea continua l’andamento temporale per una
della variabile y(t) del sistema (10.1).
Se, lasciando tutto invariato, si considerano le condizioni iniziali x(0) = 0.5, y(0) =
0.100001 e z(0) = 0.3 si nota che dopo un intervallo di tempo iniziale (in questo caso
t ≥ 15 ma il valore dipende dalle condizioni iniziali e dai parametri σ, β e ρ) le due
soluzioni differiscono nei valori istantanei e possono essere confrontate solo nei valori
medi e nell’ampiezza delle fluttuazioni (figura 10.4, linea tratteggiata).

z 70
60
50
40
30
20
10
0
40
30
-25 -20 10
20 y
-15 -10 0
-5 0 -10
5 10 -20
15 20 -30
initial condition x

Figura 10.3: Attrattore di Lorentz nello spazio tridimensionale x–y–z.

Facendo un parallelo con le equazioni di Navier–Stokes possiamo annoverare tra i


parametri iniziali sicuramente il campo di velocità, la pressione e la geometria del con-
dotto, ma anche la distribuzione iniziale di temperatura (che determina la viscosità del
fluido) la presenza di eventuali impurità e le condizioni di finitura superficiale del tubo.
Questi ultimi parametri non possono essere controllati in modo arbitrariamente preciso e
ciò determina (attraverso la non linearità delle equazioni) la dinamica non deterministica
precedentemente descritta. In altre parole, per quanto si cerchi di mantenere controllati
tutti i parametri di un esperimento è impossibile che due relizzazioni successive dello stes-
so fenomeno abbiano le condizioni iniziali replicate con una precisione infinita e ciò porta
inevitabilmente a soluzioni divergenti nel tempo.
I termini non lineari sono anche gli artefici della produzione di fluttuazioni ‘locali’
di velocità che comportano la generazione di strutture fluidodinamiche di piccola scala.
Riconsiderando infatti l’esempio del flusso nel condotto, ci si convince facilmente che la
differenza di pressione imposta ∆p fornisce energia solamente al moto medio, mentre la
dispersione dell’inchiostro in tutto il flusso richiede l’azione di strutture piccole rispetto al
diametro del tubo in grado di miscelare localmente il colorante con il fluido non marcato;
come viene trasferita l’energia dal moto a grande scala fino alle strutture più piccole?
Per rispondere a questa domanda consideriamo l’equazione di Burgers, un’equazione
monodimensionale, che ha tutte le caratteristiche principali delle equazioni di Navier–
10.1. FENOMENOLOGIA DELLA TURBOLENZA 167

30
20
10

y(t) 0
-10
-20
-30
0 10 20 30 40 50 60
t
Figura 10.4: Evoluzione temporale della variabile y(t) soluzione dell’equazione di Lorentz:
condizioni iniziali originali, condizioni iniziali perturbate.

Stokes tranne il termine di pressione:


∂u ∂u ∂2u
+u =ν 2 . (10.2)
∂t ∂x ∂ x

sin(x) sin(3x) sin(5x)


1 1 1

0.5 0.5 0.5

0 0 0

-0.5
L1 -0.5
L3 -0.5
L5
-1 -1 -1
0 1.57 3.14 4.71 6.28 0 1.57 3.14 4.71 6.28 0 1.57 3.14 4.71 6.28

x x x
Figura 10.5: Esempio di variazione di lunghezza d’onda Lk con il numero d’onda k.

Immaginiamo ora che l’intervallo di definizione della soluzione sia x ∈ [0, 2π) e che la
soluzione sia periodica in x con media nulla; con queste ipotesi è possibile espandere la
u(x, t) con una serie di seni

X
u(x, t) = Ak (t) sin(kx), (10.3)
k=1

in cui la dinamica della soluzione è tenuta in conto dai coefficienti Ak (t) mentre la base
di seni soddisfa automaticamente le condizioni al contorno. A titolo di esempio vengono
riportate in figura 10.5 le funzioni seno per k = 1, 3, 5 da cui si può notare che la lunghezza
della singola onda (detta appunto lunghezza d’onda) è pari ad Lk = 2π/k e che il gra-
diente della curva diventa tanto più ripido quanto più aumenta k. Con questo semplice
168 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

esempio abbiamo quindi imparato che l’indice k ci dà l’informazione sulla dimensione
della struttura e sui gradienti spaziali che, rispettivamente, diminuiscono ed aumentano
al crescere di k.
Avendo fatto questa precisazione, possiamo utilizzare la sommatoria (10.3) per es-
primere i singoli termini della (10.2) ed ottenere

∂u X
= Ȧk (t) sin(kx), (10.4)
∂t k=1


∂u X
= Ak (t)k cos(kx),
∂x k=1
∂2u ∞
Ak (t)k 2 sin(kx),
X
= −
∂2x k=1
∞ X ∞
∂u X
u = Al (t)Am (t)m sin(lx) cos(mx) =
∂x l=1 m=1

∞ X
X Al (t)Am (t)m
{sin[(l + m)x] + sin[(l − m)x]}.
l=1 m=1 2
Questi termini possono essere risostituiti nell’equazione (10.2) che diventa
∞ ∞
∞ X ∞
Al (t)Am (t)m
Ak (t)k 2 sin(kx).
X X X
Ȧk (t) sin(kx)+ {sin[(l+m)x]+sin[(l−m)x]} = −ν
k=1 l=1 m=1 2 k=1
(10.5)
Osservando ora la proprietà di ortogonalità delle funzioni seno
Z 2π
sin(px) sin(qx)dx = πδpq ,
0

abbiamo che moltiplicando l’equazione (10.5) per sin(kx) ed integrando tra 0 e 2π si


ottiene

∞ X
πAl (t)Am (t)m
= −πνk 2 Ak (t),
X
Ȧk (t)π + k = 1, 2, ...., ∞,
l=1 m=1 2

essendo la doppia sommatoria ristretta ai soli m ed l tali che l + m = k ed l − m = k ossia



Am Ak−m Am Ak+m
µ ¶
= −νk 2 Ak ,
X
Ȧk + m + k = 1, 2, ...., ∞. (10.6)
m=1 2 2

L’equazione appena trovata indica che le variazioni nel tempo della quantità di moto
nel modo k–esimo (Ȧk ) hanno due cause, una lineare ed una non lineare. Per compren-
dere meglio l’effetto dei due termini sorgente immaginiamo per un istante di cancellare
dall’equazione di partenza (10.2) i termini non lineari, ottenendo che la (10.6) diventa
2
Ȧk = −νk 2 Ak , =⇒ Ak (t) = Ak (0)e−νk t , k = 1, 2, ...., ∞, (10.7)

da cui si nota che ogni componente Ak decresce inesorabilmente nel tempo tanto più rapi-
damente quanto più è viscoso il fluido e quanto più è piccola la struttura (ossia quanto più
grande è k). L’altro risultato notevole è che in assenza di termini non lineari l’evoluzione
10.1. FENOMENOLOGIA DELLA TURBOLENZA 169

di ogni modo Ak è indipendente dagli altri; ciò implica che una condizione iniziale che
contenesse solamente un numero finito di Ak (0) (per esempio k = 1, 3, 8) evolverebbe uni-
camente con i modi 1, 3, 8 ognuno decrescendo nel tempo indipendentemente dagli altri
secondo la soluzione appena ricavata. In figura 10.6 è riportata la soluzione in termini di
u(x, t) e di Ak (t) dell’equazione (10.7) in cui si vede che effettivamente solo i coefficienti
Ak presenti nella condizione iniziale determinano la dinamica del fenomeno e che questi
decrescono nel tempo tanto più rapidamente quanto più è grande k.

3 1

2
0.75
1
u(x)0 Ak 0.5

-1
0.25
-2

-3 0
0 1.57 3.14 4.71 6.28 0 2 4 6 8 10 12 14
x k
Figura 10.6: Evoluzione temporale dell’equazione di Burgers (senza i termini non lineari)
ν = 10. A sinistra e’ riportata l’evoluzione temporale di u(x, t), rispettivamente per
t = 0, t = 0.5 e t = 1. A destra ci sono i coefficienti Ak per gli stessi
tempi.

Al contrario, la presenza dei termini non lineari modifica completamente la dinamica


del fenomeno, trasferendo quantità di moto dalla componente k alle componenti k − m
e k + m. Per illustrare più in dettaglio questo concetto, immaginiamo che il numero di
termini della sommatoria (10.3) sia limitato a 3 invece che infinito. L’equazione (10.6)
scritta per componenti risulterebbe allora:
1 2 3
Ȧ1 + (A1 A0 + A1 A2 ) + (A2 A−1 + A2 A3 ) + (A3 A−2 + A3 A4 ) = −νA1 , (10.8)
2 2 2
1 2 3
Ȧ2 + (A1 A1 + A1 A3 ) + (A2 A0 + A2 A4 ) + (A3 A−1 + A3 A5 ) = −νA2 ,
2 2 2
1 2 3
Ȧ3 + (A1 A2 + A1 A4 ) + (A2 A1 + A2 A5 ) + (A3 A0 + A3 A6 ) = −νA3 ,
2 2 2
e osservando che risulta Ap ≡ 0 per p ≤ 0 e p > 3 si riducono a

A1 A2
Ȧ1 + + A2 A3 = −νA1 , (10.9)
2
A1 A1 A1 A3
Ȧ2 ++ , = −4νA2
2 2
3A1 A2
Ȧ3 + = −9νA3 .
2
Se ora consideriamo una condizione iniziale contenente solo A1 (per esempio un seno
come il primo pannello di figura 10.7) si vede che a causa del termine A1 A1 /2 risulterà
170 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

nell’istante iniziale Ȧ2 6= 0 indicando che parte della quantità di moto viene trasferita
nella componente A2 . D’altra parte, quando risulta A2 6= 0, anche il temine 3A1 A2 /2
verrà attivato nell’equazione per A3 e quindi anche la terza struttura verrà interessata
dal moto del flusso. Se ricordiamo quindi che al crescere di k diminuisce la dimensione
della struttura, abbiamo che i termini non lineari hanno come effetto quello di trasferire il
‘moto’ (e quindi l’energia) dalle strutture grandi a quelle più piccole 3 con un meccanismo
detto di ‘cascata’ dai moti a grande scala verso quelli più piccoli e locali.
In particolare se nell’esempio precedente invece di limitare a 3 il numero di termini ne
avessimo infiniti, avremmo un trasferimento di energia verso strutture sempre più piccole
(k grandi) in un tempo tanto più lungo quanto più distante risulterebbe k dal modo k = 1
contenente energia nella condizione iniziale. Questa osservazione ci pone quindi un nuovo
interrogativo e cioè se il trasferimento dell’energia procede indefinitamente fino a k = ∞
oppure se interviene qualche meccanismo in grado di bloccare questa cascata.
La risposta è fornita dalla soluzione analitica (10.7) da cui si vede come la viscosità
diminuisca rapidamente il contenuto energetico del modo k–esimo all’aumentare di k. Se
in particolare questa diminuzione è sufficientemente rapida, si può inibire il trasferimento
di energia verso numeri d’onda k elevati semplicemente perché l’energia viene dissipata
prima ancora che riesca ad essere trasferita. In pratica la viscosità opera un ‘taglio’ sulla
dimensione minima della struttura che è possibile generare (o sul k massimo) in un flusso
e questo taglio dipende sia dal valore della viscosità ν sia da quanto velocemente l’energia
viene trasferita da un modo all’altro; si potrebbe verificare, infatti, che il flusso di energia
verso le piccole scale è cosı̀ rapido che la viscosità è costretta a ‘spostare’ il k di taglio
verso valori maggiori dove può agire più efficientemente.
Le considerazioni appena fatte sono mostrate mediante due esempi in cui si riporta
la soluzione dell’equazione di Burgers, entrambe con la medesima condizione iniziale, ma
con due diversi valori di viscosità. Confrontando le figure 10.7 e 10.8 si nota come nel
caso a viscosità minore la curva presenti un gradiente più ripido in corrispondenza del
punto x = π. Ragionando in termini di Ak abbiamo quindi che la soluzione con viscosità
piccola conterrà Ak con k più elevati rispetto alla soluzione più viscosa. Ciò è confermato
dai pannelli di destra delle figure 10.7 e 10.8 che riportano l’evoluzione temporale della
distribuzione degli Ak , consistentemente con gli argomenti precedentemente discussi.
Riconsiderando con quest’ottica l’esperimento di Reynolds per il flusso all’interno di
tubi, si comprende che se il numero di Reynolds è piccolo (Re < 2100) gli effetti viscosi
prevalgono su quelli inerziali (non lineari) e, essendo inibito ogni trasferimento di energia,
il moto medio a grande scala non degenera in strutture più piccole. Al contrario, quando
gli effetti inerziali prevalgono su quelli viscosi (Re > 4000) il trasferimento tra i modi sarà
attivato ed il moto inizialmente uniforme produrrà strutture fluidodinamiche più piccole.
Queste ultime osservazioni costituiscono la base di partenza della teoria della turbolen-
za tridimensionale che illustreremo brevemente in una sezione successiva.

3
Ciò non è vero nella turbolenza bidimensionale dove l’effetto combinato dei termini non lineari ed i
termini viscosi crea un trasferimento in direzione opposta rispetto al caso monodimensionale e tridimen-
sionale. Questo spiega la formazione di strutture di grande scala nell’atmosfera e negli oceani (grandi
circolazioni e correnti).
10.2. EQUAZIONI DI REYNOLDS 171

1 1

0.5 0.75

u(x) 0
Ak 0.5
-0.5 0.25

-1 0
0 1.57 3.14 4.71 6.28 0 2 4 6 8 10 12 14
x k
Figura 10.7: Evoluzione temporale dell’equazione di Burgers ν = 10−1 . A sinistra e’
riportata l’evoluzione temporale di u(x, t), rispettivamente per t = 0, t = 0.5 e
t = 1. A destra ci sono i coefficienti Ak per gli stessi tempi.

1 1

0.5 0.75

u(x) 0
Ak 0.5
-0.5 0.25

-1 0
0 1.57 3.14 4.71 6.28 0 2 4 6 8 10 12 14
x k
Figura 10.8: Evoluzione temporale dell’equazione di Burgers ν = 10−3 . A sinistra e’
riportata l’evoluzione temporale di u(x, t), rispettivamente per t = 0, t = 0.5 e
t = 1. A destra ci sono i coefficienti Ak per gli stessi tempi.

10.2 equazioni di Reynolds


Nella sezione precedente abbiamo visto che in un flusso turbolento, anche con condizioni al
contorno e forzanti stazionarie, il campo di velocità è non stazionario con oscillazioni non
deterministiche intorno ad un valore medio che eventualmente può dipendere anch’esso
dal tempo.
È utile chiarire immediatamente che questa dinamica cosı̀ complessa è interamente
contenuta nelle equazioni di Navier–Stokes che sono in grado di descrivere il moto e l’in-
terazione di tutte le scale di moto, fino alle più piccole e dissipative. Purtroppo dal punto
di vista pratico, l’estremo dettaglio con cui queste equazioni descrivono il flusso costitu-
isce al tempo stesso la debolezza del modello in quanto le risorse di calcolo necessarie per
la risoluzione di queste equazioni crescono vertiginosamente con il numero di Reynolds
(∼ Re3 ). Se si considera che nei problemi pratici si ha Re = 106 − 109 si capisce im-
mediatamente che una soluzione del problema con un metodo ‘diretto’ è tecnicamente
impossibile.
D’altra parte per alcune applicazioni pratiche la sola conoscenza delle grandezze medie
172 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

può essere sufficiente per la soluzione del problema, ci si chiede quindi se sia possibile,
partendo dalle equazioni di Navier–Stokes, derivare delle equazioni più semplici per le sole
grandezze medie.
A tal fine, iniziamo con l’osservare che dato un qualunque segnale dipendente dal
tempo (nella fattispecie la velocità) è possibile decomporlo in un valore medio ed una
fluttuazione. Nel caso in cui il valore medio sia costante nel tempo allora si può porre:

u(x, t) = U(x) + u0 (x, t), (10.10)

risultando
1ZT
U(x) =< u(x, t) >= lim u(x, t)dt e u0 (x, t) = u(x, t) − U(x), (10.11)
T−→∞ T 0

in cui tutta la non stazionarietà del segnale è nella fluttuazione (figura 10.9). Dalle
definizioni risulta identicamente < u0 (x, t) >≡ 0, proprietà che tornerà utile nella decom-
posizione delle equazioni del moto.

0.8 0.8 0.8

0.6 0.6 0.6

0.4 0.4 0.4

u 0.2 =U 0.2 + u’ 0.2

0 0 0

-0.2 -0.2 -0.2

-0.4 -0.4 -0.4

0 5 10 15 20 0 5 10 15 20 0 5 10 15 20

t t t
Figura 10.9: Decomposizione di un segnale statisticamente stazionario in parte media e
parte fluttuante.

Se la velocità media risulta invece anch’essa funzione del tempo allora l’operazione di
media non va effettuata per un tempo infinito ma su un’intervallo finito che risulti molto
grande rispetto alle scale temporali delle fluttuazioni ma abbastanza breve se confrontato
con i tempi di variazione del campo medio 4 (figura 10.10).
La decomposizione appena illustrata può naturalmente essere effettuata per la pres-
sione p e per tutte le altre variabili dipendenti delle equazioni di Navier–Stokes e di
conservazione della massa. Per semplicità tratteremo solo il caso ρ = const. (flusso
incomprimibile omogeneo) per cui, l’equazione di continuità si può decomporre in

∇ · u = ∇ · (U + u0 ) = 0, =⇒ ∇ · U = 0, e ∇ · u0 = 0, (10.12)

rispettivamente per la velocità media e quella fluttuante. La seconda delle (10.12) è


stata ottenuta dalla prima dopo aver affettuato un’operazione di media, aver notato che
< u0 >≡ 0 e che l’operazione di media e di divergenza commutano (in quanto entrambi
operatori lineari). La terza delle (10.12) è infine ottenuta semplicemente per sottrazione
della seconda dalla prima.
4
Questa operazione è ben definita quando esiste una netta separazione tra i periodi delle piccole
fluttuazioni e quelli del campo medio. In turbolenza questa eventualità si verifica assai raramente (a
meno che non ci siano forzanti periodiche imposte esternamente) e la decomposizione in parte media e
parte fluttuante può presentare delle ambiguità.
10.2. EQUAZIONI DI REYNOLDS 173

0.8 0.8 0.8

0.6 0.6 0.6

0.4 0.4 0.4

u 0.2 =U 0.2 + u’ 0.2

0 0 0

-0.2 -0.2 -0.2

-0.4 -0.4 -0.4

0 5 10 15 20 0 5 10 15 20 0 5 10 15 20

t t t
Figura 10.10: Decomposizione di un segnale statisticamente non stazionario in parte
media e parte fluttuante.

Per decomporre in modo analogo le equazioni di Navier–Stokes


∂u 1
+ ∇ · (uu) = − ∇p + ν∇2 u, (10.13)
∂t ρ
osserviamo che per tutti i termini, tranne quello non lineare possiamo porre
∂u ∂U ∂u0
= + , ∇p = ∇P + ∇p0 , ∇ 2 u = ∇ 2 U + ∇ 2 u0 . (10.14)
∂t ∂t ∂t
Il termine non lineare si decompone invece secondo

∇ · (uu) = ∇ · [(U + u0 )(U + u0 ) = ∇ · (UU) + ∇ · (Uu0 ) + ∇ · (u0 U) + ∇ · (u0 u0 ). (10.15)

Se ora sostituiamo i termini cosı̀ decomposti nell’equazione (10.13) e ne facciamo la media,


osservando che risulta < Uu0 >=< u0 U >≡ 0 mentre < u0 u0 >6= 0 si ottiene
∂U 1
+ ∇ · (UU) + ∇ · (< u0 u0 >) = − ∇P + ν∇2 U, (10.16)
∂t ρ
e sottraendo questa equazione dalla (10.13) si ricava l’equazione per le fluttuazioni
∂u0 1
+ ∇ · (u0 u0 ) + ∇ · (Uu0 ) + ∇ · (u0 U) − ∇ · (< u0 u0 >) = − ∇p0 . + ν∇2 u0 , (10.17)
∂t ρ
L’equazione (10.16) e la seconda delle (10.12) costituiscono le equazioni della dinamica
del campo medio e se non fosse per il termine ∇·(< u0 u0 >) queste sarebbero identiche alla
(10.13) e la prima delle (10.12) che sono le equazioni di partenza. La differenza potrebbe
sembrare marginale ma mentre il sistema originale di equazioni è chiuso (4 equazioni nelle
4 incognite u e p) le equazioni del campo medio rimangono 4 a fronte di un numero di
incognite che sale a 13, u , p ed il tensore 5 del secondo ordine < u0 u0 >. Questo problema
è noto come ‘chiusura’ della turbolenza e si presenta sempre con un numero di incognite
superiore al numero delle equazioni ogni volta che si tenta di derivare un’equazione per la
turbolenza. Una conferma di questa affermazione si può ottenere ricavando l’equazione
per < u0 u0 > dalla (10.17) dopo averla moltiplicata per u0 ed averne effettuato la media.
Infatti, poiché l’equazione (10.16) introduce un’incognita aggiuntiva, potremmo essere
tentati di ricavarne un’equazione per chiudere il problema.
5
Notando evidenti proprietà di simmetria del tensore < u0 u0 > il numero delle incognite si riduce a
10, non risolvendo comunque il problema della chiusura.
174 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

Purtroppo se effettivamente derivassimo questa nuova equazione noteremmo che l’evoluzione


di < u0 u0 > introduce la nuova incognita < u0 u0 u0 > e la procedura potrebbe essere ripetu-
ta all’infinito senza mai riuscire a bilanciare il numero di incognite con le equazioni. Si
otterrebbe cioè una gerarchia di equazioni in cui le incognite sono sempre superiori ripetto
alle relazioni disponibili rendendo impossibile la soluzione esatta del problema.
La via comunemente utilizzata è quindi quella di troncare il numero di equazioni ad un
certo ordine e modellare le incognite di ordine superiore con delle relazioni approssimate.
Chiaramente maggiore è l’ordine a cui si tronca la gerarchia, maggiore sarà il numero
delle incognite da modellare e conseguentemente la complessità del modello utilizzato.
Lasceremo ai testi specialistici del settore la disamina dei numerosi modelli ed equazioni
di ordine elevato mentre in queste note ci limiteremo al semplice caso in cui i termini
< u0 u0 > vengono modellati con una semplice ipotesi di ‘gradiente diffusivo’.
Per comprendere il significato fisico di tale approssimazione, riconsideriamo l’equazione
(10.16) e riscriviamola nella forma
∂U 1 1
+ ∇ · (UU) = − ∇P + ∇ · (2νE− < u0 u0 >), con E = (∇U + ∇UT ) (10.18)
∂t ρ 2
da cui si osserva che i termini < u0 u0 > possono essere considerati come degli sforzi
aggiuntivi (detti sforzi di Reynolds) che sottraggono energia al campo medio per trasferirla
alle fluttuazioni. Identificando queste fluttuazioni come la componente turbolenta del
moto, detta K l’energia cinetica turbolenta (per unità di massa) definita come
1 1
K = (< u0x u0x > + < u0y u0y > + < u0z u0z >) = T r(< u0 u0 >), (10.19)
2 2
si può, analogamente al caso laminare, porre per la parte deviatorica degli sforzi di
Reynolds,
2
− < u0 u0 > + KI = 2νT E, (10.20)
3
in cui νT è la viscosità turbolenta ed è la nuova incognita del problema.
Con questa posizione l’equazione (10.16) assume la forma
∂U 1
+ ∇ · (UU) = − ∇P∗ + ∇ · (2ν ∗ E), (10.21)
∂t ρ
che è identica all’equazione originale avendo usato la pressione modificata P ∗ = P + 2K/3
ed avendo definito una viscosità ‘totale’ ν ∗ = ν + νT . Sebbene le espressioni (10.20) e
(10.21) possano sembrare particolarmente attraenti data la loro semplicità, è bene sot-
tolineare che nascondono diverse insidie, sia matematiche che fluidodinamiche. Infatti,
mentre ν è una proprietà molecolare del fluido e nelle ipotesi ρ = const. è costante in tutto
il campo, νT è una proprietà del flusso il cui valore cambia in ogni punto del campo e nel
tempo (νT = νT (x, t)) ed il suo comportamento varia da problema a problema. Inoltre,
anche se a prima vista la relazione (10.20) sembra solo aver spostato l’incognita < u 0 u0 >
nell’incognita νT , dobbiamo osservare che la prima è un tensore del secondo ordine mentre
la seconda è uno scalare. L’equazione (10.20) implica quindi che il primo e secondo mem-
bro abbiano le stesse direzioni principali ossia che gli autovettori dei due tensori siano
paralleli. Questa proprietà non è giustificabile teoricamente ed infatti una verifica diretta
della (10.20) attraverso simulazioni numeriche ed esperimenti di laboratorio ha mostrato
che ciò non è verificato per la maggior parte dei flussi; questo ‘disallineamento’ porta in
10.3. VISCOSITÀ TURBOLENTA E LUNGHEZZA DI MESCOLAMENTO 175

qualche caso a piccole differenze tra le soluzioni calcolate e quelle misurate, mentre altre
volte induce errori grossolani. Ricordiamo infine che, anche accettando in modo acritico
l’equazione (10.20), il problema non risulta ancora chiuso in quanto le equazioni sono
sempre 4 mentre le incognite sono ancora 5 (U, p e ν ∗ oppure νT ).
A questo proposito abbiamo detto che νT dipende dal flusso, ossia a seconda che si stia
studiando un flusso a valle di un’ostacolo, uno strato limite o un getto turbolento, esistono
leggi empirico–euristiche (spesso con correzioni sperimentali o ad hoc) che permettono di
calcolare la νT dalla geometria del problema o dalle caratteristiche del flusso medio e
quindi di chiudere il sistema di equazioni. Anche in questo caso, la descrizione di tutti i
modelli per la νT viene lasciata ai testi di modellistica della turbolenza mentre in queste
note ci limiteremo a commentare un particolare modello algebrico basato sul concetto
di lunghezza di mescolamento. Ricordiamo tuttavia che alcuni modelli possono essere
tanto complicati da richiedere per il calcolo della νT un set di equazioni differenziali più
complesse di quello per il calcolo del campo medio.

10.3 viscosità turbolenta e lunghezza di mescolamen-


to
Uno dei primi tentativi effettuati per la determinazione della viscosità turbolenta è stato
fatto costruendo un’analogia tra la turbolenza e la diffusione a livello molecolare della
quantità di moto. Ricordiamo infatti brevemente che la diffusione molecolare avviene a
causa degli urti casuali tra molecole dovuti al moto di agitazione termica. Dalla teoria
cinetica dei gas ne consegue che, detta V la metà della velocità media delle molecole e λ
il libero cammino medio si ottiene ν ≈ Vλ.
Se allora si identificano i vortici più piccoli del flusso come le ‘molecole’ della turbolen-
za si può immaginare che questi, dopo aver percorso una distanza ` ad una velocità V ,
interagiscano mescolandosi tra loro e quindi diffondendo la quantità di moto. Il proble-
ma della determinazione di νT si tradurrà quindi nella valutazione di ` (detta appunto
lunghezza di mescolamento) e di V .
In figura 10.11 è riportato uno schema di flusso (tipo strato limite) sul quale si possono
effettuare semplici ragionamenti intuitivi per determinare l’andamento di ` e V . Per
questo flusso, infatti, la velocità media U sarà prevalentemente orizzontale ed il suo profilo
dipenderà dalla coordinata normale alla parete y. Immaginiamo quindi di posizionarci
alla distanza y ∗ dalla parete ed osservare in quel punto sia fluttuazioni di velocità verso
il basso che verso l’alto. Nel primo caso, una particella inizialmente nella posizione y ∗ + l
verrà trasportata in y ∗ generando una fluttuazione di velocità orizzontale

dU
u0+ ≈ ∆U+ = U (y ∗ + l) − U (y ∗ ) ' l ,
dy

avendo troncato lo sviluppo in serie di Taylor per la velocità al primo ordine. Analoga-
mente, le fluttuazioni verso l’alto porteranno una particella fluida inizialmente nella
posizione y ∗ − l in y ∗ inducendo una fluttuazione di velocità

dU
u0− ≈ ∆U− = U (y ∗ ) − U (y ∗ − l) ' −l .
dy
176 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

l
v u*
y*
u l

Figura 10.11: Schema di flusso per la definizione di lunghezza di mescolamento e viscosità


turbolenta.

Statisticamente avremo quindi che le fluttuazioni di velocità orizzontale in y ∗ avranno un


modulo pari a ¯ ¯
0 1 0 0
¯ dU ¯
u = (|u+ | + |u− |) = l ¯¯ ¯¯¯ .
¯
2 dy
Osserviamo ora che per la conservazione della massa, una variazione positiva di u (parti-
cella che si muove da y ∗ + l ad y ∗ ) induce una fluttuazione negativa di v mentre l’opposto
accade per una particella che si muove da y ∗ − l ad y ∗ . Ciò implica che si può porre
v 0 ≈ −c1 u0 con c1 costante di ordine uno e che il prodotto u0 v 0 deve essere sicuramente
negativo. Con queste ipotesi si può scrivere
¯ dU ¯2
¯ ¯ ¯ ¯2
2 ¯ dU ¯
¯ ¯
0 0 0 0 2
< u v >= −c2 |u ||v | = −c1 c2 l ¯¯ ¯¯ = −` ¯¯ ¯¯
¯ ¯
(10.22)
dy dy

in cui c2 è ancora una costante di ordine uno, ` è la lunghezza di mescolamento e


`|dU/dy| = V è la velocità cercata. Ciò si evince facilmente confrontando la relazione
appena trovata con la (10.20) ed osservando che per questo semplice flusso risulta 2E12 =
dU/dy da cui si ricava νT = `V = `2 |dU/dy|.
L’ultimo punto che rimane da chiarire è come determinare ` in funzione della geometria
del flusso. Prandtl nel 1925 osservò che risultando alla parete (y = 0) u ≡ 0 anche gli
sforzi turbolenti dovranno essere nulli in quel punto; con questo vincolo l’assunzione più
semplice per la ` è
` = Ay. (10.23)
Prandtl suppose anche che, tranne che per gli strati di fluido immediatamente adiacenti
alla parete, gli sforzi turbolenti fossero molto più grandi degli sforzi puramente viscosi, che
quindi erano trascurabili, e che i primi si mantenessero di intensità costante. Indicando
con τT /ρ = − < u0 v 0 > gli sforzi turbolenti l’assunzione (10.23) implica quindi
¯ ¯2 s s
τT ¯ dU ¯ τT dU ρ 1
= `2 ¯¯ ¯¯ , =⇒ = Ay =⇒ U = ln y + C, (10.24)
¯ ¯
ρ dy ρ dy τT A
10.3. VISCOSITÀ TURBOLENTA E LUNGHEZZA DI MESCOLAMENTO 177

che fornisce l’andamento della velocità media U in funzione della distanza dalla parete.
D’altra parte, queste ipotesi non possono essere applicate alla parete dove, a causa
della condizione di aderenza, il flusso deve essere laminare. In quella regione infatti si
deve assumere che gli sforzi turbolenti siano trascurabili, mentre quelli viscosi sono i
più rilevanti e sono approssimativamente costanti (che è equivalente ad ammettere che
il profilo di velocità alla parete sia linearizzabile). Indicando quindi lo sforzo viscoso di
parete come
¯
τw dU ¯¯
=ν , (10.25)
ρ dy ¯y=0
¯

q
è possibile definire delle scale di velocità e lunghezza uτ = τw /ρ e δτ = ν/uτ dette,
rispettivamente velocità e lunghezza d’attrito, con le quali è possibile adimensionalizzare
le quantità della turbolenza di parete. In particolare, la relazione (10.25) con τ w costante
può essere facilmente integrata
s s
ρ τw y
U= + c =⇒ U + = y + , (10.26)
τw ρ ν

dovendo risultare c = 0 per le condizioni alla parete ed avendo indicato


s s
+ U ρ + y y ρ
U = =U e y = = (10.27)
uτ τw δτ ν τw

dette quantità di parete.


Allo stesso modo, uτ e δτ possono essere utilizzate per rendere adimensionale la (10.24)
che assume la forma
1
U + = ln y + + β (10.28)
α
in cui α = 0.4 e β = 5.5 sono delle costanti in cui sono compresi tutti i fattori di
normalizzazione e risultano universali per tutti i flussi turbolenti di parete che ricadono
nella tipologia della figura 10.11.
Un andamento tipico della velocità normalizzata U + in funzione delle coordinate di
parete y + è riportato in figura 10.12 da cui si nota che il flusso ha due comportamenti
distinti. Il primo per y + ≤ 5 in cui la U + segue la legge (10.26); questa regione è detta
sottostrato laminare ed è caratterizzata da sforzi puramente viscosi di intensità circa
costante. La seconda regione per y + ≥ 30 segue la legge riportata in (10.28) ed è dovuta
a sforzi turbolenti di intensità costante. La regione intermedia (5 ≤ y + ≤ 30) è una
regione di sovrapposizione dei due regimi in cui sia sforzi viscosi che turbolenti hanno
rilevanza sul fenomeno.
Il profilo di velocità di figura 10.12 mostra chiaramente che l’assunzione (10.23) per
la lunghezza di mescolamento descrive in modo adeguato la dinamica della turbolenza
di parete. Questo risultato, tuttavia, non deve trarre in inganno in quanto una tale
semplificazione funziona solo nel caso in cui nel flusso non ci sono separazioni, in assenza
di gradienti di pressione esterni e per geometrie piane. Nelle applicazioni pratiche la
geometria del flusso è solitamente più complicata e devono essere utilizzati modelli più
complessi e con fisica meno intuitiva.
178 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

25

20

15
+
U
10

0
0.1 1 10 y+ 100 1000

Figura 10.12: Andamento della velocità media in funzione della distanza dalla coordinata
y (quantità di parete). Le linee indicano gli andamenti teorici, mentre i simboli sono valori
misurati.

10.4 turbolenza omogenea ed isotropa


L’esempio della soluzione di Burgers ha mostrato come nelle equazioni di evoluzione di
un fluido ci sono i termini viscosi e quelli non lineari che hanno meccanismi di azione
completamente diversi ed in competizione tra loro. I primi, infatti, sono dissipativi ed
hanno un’azione locale, interessano cioè singolarmente i vari modi senza implicare alcuna
interazione. L’efficacia con cui viene dissipata l’energia cresce con il quadrato del numero
d’onda k e quindi con l’inverso del quadrato della dimensione della struttura. I secondi,
al contrario, data la loro natura non lineare sono responsabili del trasferimento di energia
tra i vari modi senza alterarne il valore globale.
Sebbene le equazioni di Navier–Stokes abbiano una struttura più complessa dell’e-
quazione di Burgers, l’azione dei temini non lineari e di quelli viscosi è analoga a quella
appena descritta e questa dinamica ha dato spunto a molti scienziati del ventesimo secolo
per ipotizzare lo scenario evolutivo della turbolenza. In particlare Richardson nel 1922
immaginò che l’energia entri nel flusso alle scale più grandi e, attraverso meccanismi di
instabilità, vengano prodotti vortici più piccoli che a loro volta generano vortici ancora
più piccoli e cosı̀ via fino a quando le dimensioni non sono talmente piccole che la viscosità
dissipa le strutture impedendo ogni ulteriore trasferimento 6 . Questa descrizione implica
un trasferimento a cascata (essenzialmente non viscosa) dell’energia dalle scale più gran-
di del moto verso quelle sempre più piccole fino alle scale dissipative dove la viscosità
trasforma tutta l’energia in calore.
Lo scenario appena presentato descrive in modo abbastanza fedele ciò che accade
in un flusso turbolento anche se, senza ulteriori ipotesi, non è possibile quantificare il
fenomeno descritto; per esempio, quanto piccole sono le dimensioni a cui prevalgono gli
effetti viscosi, e cosa succede tra le scale in cui l’energia viene immessa nel flusso e quelle a
cui viene dissipata? Questi quesiti hanno trovato una risposta solo recentemente quando
6
L’asserzione di Richardson era:“Big whorls have little whorls, which feed on their velocity and little
whorls have lesser whorls and so on to viscosity”.
10.4. TURBOLENZA OMOGENEA ED ISOTROPA 179

Kolmogorov nel 1941 ha pubblicato i risultati di una sua teoria applicabile alla turbolenza
omogenea ed isotropa 7 .
È bene precisare subito che la turbolenza omogenea ed isotropa è un’astrazione con-
cettuale e che non è mai riprodotta in modo esatto da alcun sistema fisico reale. Tuttavia
la sua utilità per lo studio della turbolenza è duplice in quanto da un lato semplifica
enormemente la trattazione teorica e permette quindi una migliore comprensione della
fisica, dall’altro si osserva che tutti i sistemi reali soddisfano ‘localmente’ le condizioni di
omogeneità ed isotropia.
Quest’ultima asserzione costituisce la prima ipotesi fondamentale di Kolmogorov e
cioè “per numeri di Reynolds sufficientemente elevati le strutture fluidodinamiche piccole
in un flusso turbolento sono statisticamente isotrope”. In questa affermazione ‘strutture
fluidodinamiche piccole’ è inteso rispetto alle scale di moto in cui l’energia turbolenta
viene immessa nel flusso e questa osservazione chiarisce anche perché vengano richiesti
‘numeri di Reynolds sufficientemente elevati’. Ciò infatti implica che gli effetti inerziali
siano di gran lunga più importanti di quelli viscosi rendendo possibile un lungo processo
di cascata dell’energia dalle strutture più grandi alle più piccole. Se si ipotizza che ad
ogni passo della cascata le strutture perdano sempre più memoria delle caratteristiche dei
vortici che hanno innescato la cascata, si conclude facilmente che le strutture più fini di
qualunque flusso turbolento hanno tutte le stesse caratteristiche. Si avrà quindi che le
piccole scale generate dietro un cilindro o a valle di un getto hanno la stessa statistica
nonostante le scale più grandi abbiano una dinamica completamente differente.
La seconda ipotesi di Kolmogorov trae spunto dall’osservazione che la dinamica del-
la turbolenza dipende da quanto rapidamente l’energia viene trasferita dalle grandi alle
piccole scale e dal valore della viscosità che fissa il numero d’onda k a cui viene operato
il taglio nel trasferimento di energia. Se il fenomeno fluidodinamico è statisticamente
stazionario, essendo la cascata dall’energia non viscosa, si deduce che, detta ² l’energia
cinetica turbolenta (per unità di massa) prodotta nell’unità di tempo, questa sarà anche
l’energia dissipata nell’unità di tempo 8 . Con questa osservazione si può comprendere
la seconda ipotesi di Kolmogorov che dice:“per numeri di Reynolds sufficientemente ele-
vati, le caratteristiche delle piccole scale di tutti i flussi turbolenti sono universali e sono
determinate dalla viscosità ν e dalla potenza dissipata ².”
Questa osservazione potrebbe apparire di scarsa utilità per stime quantitative, tuttavia
considerazioni di tipo dimensionle ci portano a concludere che con ² e ν c’è un solo modo
per costruire delle scale di lunghezza, velocità e tempo. In particolare, osservando che ²
è un’energia per unità di tempo e unità di massa si ottiene
!1/4
ν3
à µ ¶1/2
ν
η= , uη = (ν²)1/4 , tη = , (10.29)
² ²
7
La turbolenza si definisce omogenea ed isotropa, rispettivamente, quando le sue caratteristiche statis-
tiche non dipendono dalla posizione nello spazio e sono uguali in tutte le direzioni. Tecnicamente la
definizione rigorosa richiede l’introduzione di variabili random; detta infatti u(x) una variabile random
funzione della posizione x (per esempio la velocità) questa è definibile mediante tutti i suoi momenti
statistici (media, deviazione standard, etc.) < um >= f (x)um du dove f (x) è la funzione densità di
R

probabilità. Un fenomeno si definisce omogeneo se la funzione f (x) è indipendente dalla posizione x. La


definizione di isotropia richiede invece che f (x) sia invariante sotto ogni rotazione e riflessione degli assi
in x.
8
Infatti, se cosı̀ non fosse, l’energia si dovrebbe accumulare alle scale intermedie che, avendo un
contenuto di energia variabile nel tempo, non potrebbero essere statisticamente stazionarie.
180 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA

rispettivamente per la lunghezza, velocità e tempo delle scale dissipative (le più piccole).
Ricordiamo ora, che per un processo stazionario ² coincide con la potenza immessa
nel flusso dalle scale di moto più grandi; dette quindi U ed L, rispettivamente, la velocità
e la lunghezza caratteristiche di queste scale, si ottiene da considerazioni dimensionali
² = U 3 /L. È utile osservare che in questa stima dimensionale non è stata considerata
la viscosità in quanto per le strutture più grandi gli effetti viscosi sono trascurbili e le
questioni energetiche devono coinvolgere fattori puramente inerziali.
Dalla stima per ² e dalle relazioni (10.29), ricordando la definizione del numero di
Reynolds Re = U L/ν, si ottiene:
L U T
= Re3/4 , = Re1/4 , = Re1/2 , (10.30)
η uη tη
dove T = L/U è la scala dei tempi dei moti a grande scala.
Queste relazioni permettono di stimare i rapporti tra le caratteristiche delle scale più
grandi e quelle più piccole in un flusso turbolento in funzione del solo numero di Reynolds
ed hanno ripercussioni di straordinaria importanza pratica per le misure sperimentali, per
le simulazioni numeriche e per la possibilità di predizione di un flusso turbolento.
Dopo aver messo in relazione le strutture più piccole con le più grandi, rimane da
analizzare la dinamica delle strutture intermedie con dimensione r tale che L À r À η.
In base a quanto visto finora, è facile convincersi che la viscosità avrà un’influenza
trascurabile in quanto agisce solo alle scale più piccole. D’altra parte l’energia viene im-
messa nel flusso dalle scale più grandi da cui ne consegue che le scale intermedie vedranno
solo un flusso di energia in transito, proveniente dai grandi vortici e trasferito verso i
vortici dissipativi. In base a quanto detto, la terza ipotesi di Kolmogorov afferma che per
numeri di Reynolds sufficientemente elevati le caratteristiche (la statistica) delle strutture
di dimensione r (con L À r À η) sono universali e dipendono unicamente da ² (e quindi
sono indipendenti da ν).
Ciò comporta che se ur è la velocità delle scale di dimensione r si ottiene
u3r U3 U r L1/3 2/3
=²= , =⇒ ur = 1/3 r1/3 , e tr = = r . (10.31)
r L L ur U
Queste stime indicano che le strutture con scale r intermedie tra L ed η hanno una velocità
caratteristica che cresce solo come r 1/3 mentre i tempi caratteristici crescono come r 2/3 .
La conseguenza di ciò è che i vortici più grandi hanno le velocità più intense ed una
dinamica più lenta mentre per i gradienti di velocità ∇u ∼ ur /r ≈ r−2/3 si ha che quelli
più intensi sono alle scale più piccole 9 .
Notiamo a margine che dall’ultima ipotesi si deriva la famosa legge di potenza (k −5/3 )
per lo spettro di energia. Se infatti si definisce lo spettro come E(k) tale che
Z ∞
K= E(k)dk, (10.32)
0

con K energia cinetica per unità di massa del flusso, dalla terza ipotesi di kolmogorov e da
argomenti dimensionali si ottiene E(k) = C²2/3 k −5/3 , in cui C è una costante universale
10
.
9
Da questa stima sembrerebbe che i gradienti diventino infiniti per r −→ 0, mentre in realtà bisogna
ricordare che le formule (10.31) valgono solo per L À r À η. Viceversa quando r −→ 0 risulta r dello
stesso ordine di η ed il campo di velocità si ‘regolarizza’ essendo ur ∼ r con dei gradienti finiti.
10
A questo risultato si giunge facilmente ricordando che dimensionalmente k è l’inverso di una lunghezza
10.4. TURBOLENZA OMOGENEA ED ISOTROPA 181

0.1
0.01
0.001
1e-04 −5/3
1e-05
E(k) 1e-06
1e-07
1e-08 range
1e-09 inerziale
1e-10
1e-11
0.01 0.1 1 10 100
k
Figura 10.13: Spettro della turbolenza omogenea ed isotropa. La linea è la legge di
potenza k −5/3 riportata per confronto.

da cui ne consegue che le dimensioni di E(k) sono una velocità al quadrato per una lunghezza (ossia quelle
di un’energia cinetica per unità di massa moltiplicata per una lunghezza). D’altra parte nel range inerziale
si dispone solo di ² per poter soddisfare requisiti dimensionali per cui ponendo [E(k)] = C[² α k β ] = [U 2 L]
si ricava α = 2/3 e β = −5/3.
182 CAPITOLO 10. ∗
TURBOLENZA
Capitolo 11

Forze fluidodinamiche e similitudini

Da un punto di vista ingegneristico, le grandezze di maggior interesse in uno studio


fluidodinamico sono le forze che il fluido esercita sul corpo, sia localmente che integrate
su tutta la struttura. Per esempio un aereo in volo si sostiene grazie alle forze di pressione
che il fluido esercita sui pannelli di rivestimento dell’ala; la determinazione delle forze
locali sarà importante per dimensionare lo spessore dei pannelli di rivestimento ed il
tipo di rivettatura mentre l’entità della forza integrata sezione per sezione servirà per il
dimensionamento della trave alare (longherone) (figura 11.1).

forze sulla
trave alare

forze di pressione
locali
Figura 11.1: Schema di forze locali ed integrate su un’ala tridimensionale.

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, la soluzione per via analitica di problemi
fluidodinamici è relegata a casi estremamente semplici e di scarsissima applicabilità pratica
per cui di regola si ricorre all’analisi sperimentale. In questo caso, tuttavia, ci si scontra
immediatamente con problemi pratici che risulteranno immediatamente evidenti con un
esempio pratico.
Immaginiamo di voler determinare la forza di resistenza R alla quale è sottoposto un
cilindro infinitamente lungo investito da un flusso ortogonale all’asse.
Identifichiamo le grandezze significative per studiare il problema in:

U, D, a, ρ, µ

con U velocità del flusso indisturbato, D diametro del cilindro, ρ densità del fluido, µ
viscosità dinamica del fluido ed a velocità del suono.

183
184 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

Individuate le grandezze che influiscono sulla resistenza R si tratta quindi di deter-


minare una funzione f tale che

R = f (U, D, a, ρ, µ), (11.1)

funzione che non possiamo definire teoricamente, ma solo tramite una prova sperimentale.
Volendo procedere in modo sistematico, per valutare l’influenza di ogni parametro
sulla resistenza R, bisogna fissarne quattro e variare il rimanente per un numero discreto
di valori; per esempio, fissati D, a, ρ e µ, eseguiamo le prove facendo variare la velocità
U . I dati che si ottengono formeranno una curva che sarà tanto più continua quanto più
i valori di velocità per cui si sono effettuate le prove sono numerosi (figura 11.2).

R a,D,µ,ρ R a,U,µ,ρ

U D
Figura 11.2: Variazione della resistenza con la velocità ed il diametro lasciando invariati
gli altri parametri.

Per ogni serie di prove si otterrebbero quindi dei grafici come quelli di figura 11.2
applicabili sono per il set di valori fissati. Appare allora chiaro che se volessimo esplorare
la dipendenza di R da U in modo completo dovremmo ripetere delle prove come quelle
riportate in figura 11.2 per tutti i possibili valori dei parametri.
Si arriva quindi facilmente alla conclusione che in un problema cosı̀ semplice, accon-
tentandoci di avere ogni curva interpolata su dieci punti, bisogna effettuare 10 5 prove
sperimentali per conoscere la dipendenza di R dai parametri selezionati 1 .
A parte l’impossibilità pratica di effettuare un cosı̀ elevato numero di prove, sorge
immediatamente il problema della fruibilità dei dati ottenuti: se immaginiamo infatti
di organizzare i risultati come in figura 11.2 otterremmo 104 grafici la cui consultabilità
sarebbe sicuramente problematica. C’è inoltre il problema dei costi del modello in quanto
far variare D implica effettuare prove con cilindri di dimensioni diverse. Se invece del
cilindro si immagina di dover fare delle prove su un modello in scala di un aereo, di
un’automobile o di una nave (i cui modelli possono costare alcune decine di milioni) si
capisce immediatamente che c’è un solo modello a disposizione e da quello bisogna estrarre
tutta l’informazione necessaria.
Evidentemente c’è un metodo sperimentale più semplice che permette effettuare un
ridotto numero di prove ed organizzare l’informazione in modo razionale; questo metodo
si basa sulla teoria della similitudine dinamica che poggia le sue fondamenta sul teorema
di Buckingham.
1
In realtà le prove sono molte di più in quanto ogni caso andrebbe ripetuto più volte per poter
calcolare un valore medio della resistenza e poter stimare l’errore di misura. Lasceremo comunque queste
considerazioni al di fuori della presente trattazione.
11.1. TEOREMA DI BUCKINGHAM ED ANALISI DIMENSIONALE 185

La similitudine dinamica permette anche di rispondere ad un’altra domanda che ci si


deve porre quando si effettua un esperimento: se si effettuano le prove sperimentali su un
modello in scala, come si utilizzano le informazioni ottenute sul fenomeno di dimensioni
reali? Sebbene il quesito potrebbe sembrare banale, la risposta è stata trovata solo nel
secolo scorso attraverso innumerevoli tentativi in diverse direzioni.

11.1 teorema di Buckingham ed analisi dimensionale


Il teorema di Buckingham si basa sull’assunzione che le relazioni utilizzate siano dimen-
sionalmente omogenee, ossia che tutti i termini di un’equazione abbiano le stesse dimen-
sioni. Se questa ipotesi è verificata si può affermare che se un fenomeno è governato da N
parametri attraverso una relazione del tipo f (P1 , P2 , ..., PN ) = 0, , e questi N parametri
possono essere descritti da K dimensioni fondamentali (K numero minimo), è allora pos-
sibile studiare il fenomeno tramite N − K gruppi adimensionali Πj con una relazione del
tipo g(Π1 , Π2 , ..., ΠN −K ) = 0.
Per passare dalla funzione f alla funzione g si deve individuare una base di K variabili
Pi che vengono utilizzate per adimensionalizzare le rimanenti e le K variabili devono avere
le seguenti caratteristiche:

1. contengano tutte le K dimensioni fondamentali;

2. siano tra loro indipendenti, cioè non devono da sole costituire un gruppo adimen-
sionale.

Riconsideriamo ora il precedente esempio del cilindro e vediamo come procedere prati-
camente:
Per prima cosa scriviamo le dimensioni relative alle grandezze che descrivono il fenomeno,
indicando con L la lunghezza, M la massa e T il tempo

[R] = [M LT −2 ]

[U ] = [LT −1 ]

[ρ] = [M L−3 ]

[µ] = [M L−1 T −1 ]

[D] = [L]

[a] = [LT −1 ]

da cui osserviamo che risulta K = 3 (M , L, T ) e N = 6 ( D, R,U , a, ρ, µ ) con N −K = 3


si ha pertanto:
186 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

R = f (U, D, a, ρ, µ) ⇐⇒ Π1 = g(Π2 , Π3 ).

Per trovare i gruppi adimensionali Π1 , Π2 , Π3 , utilizziamo il metodo delle variabili ripetute


che consiste nell’isolare i K parametri in modo da far comparire tutte le dimensioni
fondamentali. Per esempio la terna ( U , D, a ) non è accettabile poiché in queste variabili
manca la dimensione M , mentre la terna ( U , D, ρ) va bene perché contiene tutte le
dimensioni fondamentali M , L, T .
Consideriamo come K variabili D, U , ρ, assicurandoci che i parametri scelti siano tra
loro indipendenti, cioè la seguente equazione deve ammettere come unica soluzione quella
banale,

[D]α [U ]β [ρ]γ = M 0 L0 T 0 ,
che equivalentemente si può scrivere:

Lα Lβ T −β M γ L−3γ = M 0 L0 T 0 ,
ed esplicitando i termini si ha:

 α + β − 3γ = 0

−β = 0
γ = 0.

Il sistema, avendo determinante non nullo, ha come unica soluzione α = β = γ = 0


e quindi la base è indipendente; inoltre se la base non sodisfacesse la condizione 1, la
matrice del sistema conterrebbe una colonna nulla e quindi non avrebbe rango massimo;
di conseguenza la condizione 1 è condizione necessaria per soddisfare la condizione 2.
Determiniamo i parametri adimensionali imponendo le seguenti condizioni:

Π1 = U α Dβ ργ µ, Π2 = U α Dβ ργ a, Π 3 = U α D β ργ R (11.2)
con α, β, γ costanti incognite, tali da rendere adimensionali i gruppi Πj , con j=1, 2, 3,
costruiti affiancando al gruppo U α Dβ ργ le variabili che non formano la base prese una
alla volta. Imponendo l’adimensionalità dei gruppi formati si ottiene:
h i h i h i
M 0 L0 T 0 = M L−1 T −1 Lα T −α Lβ M γ L−3γ = M (1+γ) L(−1+α+β−3γ) T (−1−α) ,
h i h i h i
M 0 L0 T 0 = LT −1 Lα T −α Lβ M γ L−3γ = M γ L(1+α+β−3γ) T (−1−α) ,
h i h i h i
M 0 L0 T 0 = M LT −2 Lα T −α Lβ M γ L−3γ = M (γ−1) L(1+α+β−3γ) T (−2−α) ,
da cui, ponendo l’uguaglianza fra gli esponenti dei termini omologhi si ottengono i seguenti
gruppi adimensionali:
µ a R
Π1 = , Π2 = , Π3 = . (11.3)
U Dρ U ρU 2 D2
Con questi gruppi adimensionali si giunge quindi ad una relazione del tipo
à !
R µ a
2 2
=g , , (11.4)
ρU D U Dρ U
11.1. TEOREMA DI BUCKINGHAM ED ANALISI DIMENSIONALE 187

che è il risultato del teorema di Buckingham.


Bisogna notare che la determinazione della funzione g richiede ancora delle prove sper-
imentali ma con evidente vantaggio rispetto alla relazione originale (11.1). Imponendo
infatti le stesse richieste sulla sperimentazione, cioè avere informazioni su curve ricavate
interpolando dieci punti, occorrono 102 esperimenti usando la funzione “g” contro i 105
necessari per determinare la funzione “f”. Analizzando l’espressione (11.4) scopriamo che
la forza del teorema di Buckingham consiste nel riunire le variabili in gruppi adimensionali
ed escludere tutte quelle prove che danno lo stesso numero adimensionale. Per esempio
nella relazione (11.1) avremmo variato separatamente µ, U D e ρ ognuno indipenden-
temente dall’altro mentre al contrario l’espressione (11.4) ci dice che questi parametri
agiscono in modo combinato quindi qualunque set di valori di µ, U D e ρ che fornisca lo
stesso valore per il gruppo µ/(U Dρ) darà lo stesso risultato in g.
A patto di soddisfare le ipotesi di completezza dimensionale ed indipendenza, qualunque
set di K variabili è corretto per la determinazione dei gruppi adimensionali. Nel caso
precedente, ad esempio, le terne (a, D, ρ) o (µ, ρ, U ) potevano essere ugualmente uti-
lizzate giungendo chiaramente ad una relazione finale diversa dalla (11.4) e contenente
differenti gruppi adimensionali. Sebbene in linea di principio non ci sia una funzione g
migliore delle altre, praticamente è invalso l’uso di alcuni gruppi adimensionali per i quali
è disponibile una maggiore esperienza sperimentale ed una letteratura più vasta.
L’operazione precedente alla determinazione della funzione g, quindi, è quella di ren-
dere più ‘comoda’ la sua espressione, per cui solitamente si cerca di ottenere gruppi adi-
mensionali noti. Notiamo a tal fine che da un punto di vista dimensionale un parametro si
può moltiplicare per un fattore numerico, oppure usarne l’inverso o sostituire un suo ter-
mine con uno dimensionalmente equivalente senza alterarne il significato. Chiaramente
la funzione g assumerà una forma completamente differente ma ciò non costituisce un
problema visto che è ancora da determinare sperimentalmente. Riferendoci sempre all’e-
sempio considerato osserviamo che i seguenti gruppi adimensionali sono largamente usati
in fluidodinamica
U Dρ U R
Re = , M= , cD = 1 , (11.5)
µ a 2
ρU 2 S
dove S è la superficie frontale del cilindro esposta alla corrente fluida, Re è il numero di
Reynolds, M è il numero di Mach e cD è il coefficiente di resistenza.
La relazione (11.4) è quindi equivalente alla seguente

cD = h(Re, M ), (11.6)

per la quale sono disponibili molti risultati in letteratura.


La trasformazione di parametri adimensionali in una forma nota nasconde talvolta
delle insidie alle quali bisogna fare attenzione analizzando fisicamente le operazioni com-
piute. Per esempio la sostituzione del primo membro della (11.4) con il termine cD implica
la moltiplicazione per un fattore 2 e la sostituzione di D 2 con S. Se con S si intende la
superficie frontale del cilindro per unità di lunghezza allora l’operazione è lecita ma se, al
contrario, S = Dl è la superficie frontale allora si è introdotto involontariamente un altro
parametro che è la lunghezza assiale del cilindro l e questo non è ammesso a meno che
non si introduca a secondo membro il nuovo gruppo adimensionale l/D.
La sostituzione di S con Dl non è ammessa in quanto nella (11.1) non era stata in-
izialmente contemplata la lunghezza del cilindro l tra le variabili del fenomeno. Questa
188 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

osservazione pone in risalto il fatto che la selezione iniziale delle variabili è la fase più del-
icata di tutto il processo di analisi. La mancata inclusione di un parametro fondamentale
porterebbe infatti ad una relazione finale priva degli effetti fisici più rilevanti. Al con-
trario, considerare dei parametri ininfluenti produrrebbe delle relazioni finali inutilmente
complicate che renderebbero troppo costosa o impossibile la sperimentazione.

11.2 similitudine dinamica


La relazione (11.6) dà la risposta ad una delle prime domande di questo capitolo cioè:
come utilizzare i risultati ottenuti su un modello per il fenomeno in dimensioni reali?
Osserviamo infatti che nella (11.6) compaiono solo gruppi adimensionali e non c’è rifer-
imento esplicito alle dimensioni del modello, questo implica che la funzione h si applica
ugualmente al fenomeno reale ed a quello in scala ed i dati ottenuti per un caso possono
essere applicati all’altro. La relazione (11.6) dice in particolare che se sono uguali i gruppi
adimensionali per fenomeno reale e fenomeno in scala allora saranno uguali anche i co-
efficienti di forza ossia i due fenomeni avvengono in condizioni di similitudine dinamica.
Se osserviamo poi che anche le equazioni della fluidodinamica possono essere espresse in
forma adimensionale allora si vede che i campi di moto saranno cinematicamente simili
ossia i valori adimensionali di velocità pressione densità etc. saranno gli stessi in punti
corrispondenti.
Per riassumere possiamo dire che se due fenomeni sono geometricamente simili ed
hanno i gruppi adimensionali uguali allora avranno gli stessi coefficienti di forza ed un
campo di moto cinematicamente simile permettendo di trasferire informazioni da un caso
all’altro.

fenomeno reale

fenomeno in scala
Dm
U D Um Rm
R

ρm νm

ρ ν
Figura 11.3: Esempio di similitudine dinamica per un edificio investito dal vento.

Riferendoci sempre all’esempio del cilindro immaginiamo che il fenomeno reale si svol-
ga in aria a Re = 105 , per un cilindro di diametro D = 1m e lunghezza l = 2m men-
tre per modello in scala 1 : 20 in acqua in condizioni di similitudine dinamica viene
misurata una resistenza Rm = 8N. Vogliamo calcolare quale sarà la forza di resisten-
za sul prototipo. Come primo passo calcoliamo il coefficiente di resistenza del modello
2
cD = 2Rm /(ρm Um Sm ), per il quale ci serve la velocità. Questa possiamo ricavarla dal-
l’uguaglianza dei numeri di Reynolds Re = Rem = 105 , da cui, nota la viscosità cinemat-
11.2. SIMILITUDINE DINAMICA 189

Figura 11.4: Prova in galleria del vento di un modello di edificio e della sua interazione
con il centro abitativo circostante in determinate condizioni di vento.

ica dell’acqua si ricava Um = 2m/s. Dal calcolo del coefficiente di resistenza si ottiene
facilmente cD = 0.8 per cui per il cilindro di dimensioni reali si avrà R = ρU 2 ScD /2 = 1.N.

ESEMPIO
In un fenomeno di fluidodinamica geofisica in aria, si stima che l’energia dissipata
E è funzione della velocità di rotazione Ω del sistema, della velocità del fluido
U , della sua densità ρ, dell’accelerazione di gravità g e delle dimensioni carat-
teristiche del fenomeno l. In un laboratorio si riproduce il fenomeno in acqua
in scala fS e si misura un’energia dissipata Em . Calcolare l’energia dissipata nel
fenomeno reale. Se la velocità in laboratorio è Um quanto vale la U del fenomeno
reale?
fs = 1 : 105 Em = 2.04 J Um = 0.003 m/s
Soluzione
La relazione è del tipo E = f (Ω, U, l, g, ρ) che, risultando N = 6 e K = 3, può
essere scritta con 3 parametri adimensionali Π3 = F (Π1 , Π2 ). Dal metodo delle
variabili ripetute si ricava Π1 = U/(Ωl), Π2 = g/(Ω2 l) e Π3 = E/(Ω2 l5 ρ).
Dall’uguaglianza dei parametri adimensionali tra esperimento √ e fenomeno reale
4 17
si ottiene: E = Em ρ/(ρm fs ) = 2.5297 · 10 J e U = Um / fs = 0.9486 m/s,
essendo fs = lm /l.
190 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Lo scambio termico C di un dispositivo viene misurato dal rapporto tra la potenza
termica smaltita e la differenza di temperatura ([C] = W/K). Da un’analisi
preliminare risulta che C = f (U, ρ, k, ∆T, L) in cui U è la velocità, ρ la densità
e k la diffusività termica del fluido. ∆T è la differenza di temperatura applicata
ed L una dimensione del dispositivo. Se l’unica grandezza che varia è U e per un
modello di dimensione Lm lo scambio termico vale Cm , quanto vale C per un un
dispositivo di dimensione L?
Lm = 0.4 m Cm = 80 W/K L=2m
Soluzione
In base al teorema di Buckingham essendoci N = 6 variabili e K = 4 dimensioni
fondamentali il fenomeno può essere descritto mediante N −K = 2 parametri adi-
mensionali. Utilizzando il metodo delle variabili ripetute si ha una delle possibili
soluzioni: Ã !
C∆T k
=g .
U 3 ρL2 UL
In condizioni di similitudine dovranno risultare uguali i gruppi adimensionali ed
essendo U l’unica grandezza che varia (oltre naturalmente ad L e C) si ottiene

k k Lm C∆T Cm ∆T U 3 L2
= =⇒ U = Um , = =⇒ C = C m
UL U m Lm L U 3 ρL2 3 ρL2
Um m
3 L2
Um m

da cui C = Cm Lm /L = 16 W/K.

ESEMPIO
Il calore C che smaltisce un particolare dispositivo in aria a 15 o C è espresso dalla
relazione C = f (g, ∆T, α, H, ν, ρ) con g accelerazione di gravità, ∆T differenza
di temperatura, α coefficiente di espansione termica, H dimensione principale, ν
viscosità cinematica e ρ densità del fluido. Se un modello in scala fS funzionante
in acqua alla temperatura di 20 o C per un dato ∆Tm smaltisce il calore Cm ,
quale sarà il ∆T di funzionamento ed il calore smaltito dal dispositivo reale in
condizioni di similitudine dinamica?
fS = 1 : 7 ∆Tm = 1.8 o C Cm = 280 J
Soluzione
Dal teorema di Buckingham, risultando N = 7 e K = 4 si ha che la relazione
si può esprimere tramite 3 parametri adimensionali. Prendendo come variabili
ripetute ∆T , H, ν e ρ si ottiene

gH 3
à !
C
=F , α∆T ,
Hρν 2 ν2

da cui si ricava facilmente ∆T = ∆Tm αm /α = 0.108 K e C =


Cm (H/Hm )(ρ/ρm )(ν/νm )2 = 435.93 J (con i valori per α = 3.48 · 10−3 K−1
per l’aria e αm = 2.10 · 10−4 K−1 per ’acqua).
11.3. SIMILITUDINE DISTORTA 191

11.3 similitudine distorta


Nell’esempio del paragrafo precedente è stato in realtà commesso un ‘errore’ che costi-
tuisce praticamente la regola in campo sperimentale. Ricordiamo, infatti, che la con-
dizione di similitudine dinamica prevede che tutti i gruppi adimensionali che governano
il fenomeno debbano essere gli stessi per poter applicare i risultati della simulitudine di-
namica. Considerando che la velocità del suono in acqua è di circa 1500m/s si ha che
se calcoliamo il numero di Mach di esperimento e fenomeno reale si ha, rispettivamente
Mm = Um /am = 0.0013, M = U/a = 0.0044; poiché risulta M 6= Mm verrebbe da
concludere che la similitudine dinamica non è rispettata!
Prima di tirare delle conclusioni, vediamo mediante un esempio con parametri legger-
mente differenti se è possibile mantenere la similitudine dinamica in qualche altro modo.
Si consideri il problema del cilindro in cui siano assegnati i seguenti dati:

D = 1.5 m, U = 50 m/s, Dm = 30 cm
Abbiamo per i parametri adimensionali:
Ud U dρ ρ m U m Dm
Re = = ; Rem =
ν µ µ

U Um
M= ; Mm =
a am
Un primo modo per avere lo stesso numero di Reynolds è quello di aumentare di cinque
volte la velocità del flusso lasciando invariate le altre grandezze. In questo modo si ottiene
lo stesso numero di Reynolds, ma diverso numero di Mach

M = 0.147, Mm = 0.7.
Proviamo allora a cambiare il fluido, considerando l’acqua al posto dell’aria, e utilizzi-
amo una velocità per il modello tale da conservare la similitudine dinamica del numero
di Reynolds:
Ud U m Dm
Re = Rem ⇒ =
νaria νacqua

νacqua d
Um = U
νaria Dm

1
Um = 5 50 = 25 m/s
10
Anche se la similitudine del numero di Reynolds è rispettata, non lo è quella del numero
di Mach; infatti
M = 0.147

Um 25
Mm = = = 0.016
am 1500
192 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

Sembrerebbe che non ci sia via di uscita perché qualunque accorgimento si cerchi di
adottare nasconde comunque degli inconvenienti dovuti al fatto che non si riescono a
fissare i parametri in conformità con le regole dell’analisi dimensionale 2 .
In realtà sebbene le due soluzioni proposte sembrano essere equivalenti in quanto
portano entrambe ad un differenza nel numero di Mach da un punto di vista fluidodi-
namico sono profondamente differenti e mentre la prima risulta inaccettabile, la seconda
costituisce la procedura effettivamente adottata nei laboratori. È infatti noto nella flu-
idodinamica che gli effetti della comprimibilità in un flusso divengono apprezzabili solo
per numeri di Mach > 0.3 mentre al di sotto di questo valore di soglia il flusso si com-
porta come incomprimibile. Questo implica che per M ≤ 0.3 il numero di Mach non è
un parametro che governa il flusso e quindi può essere trascurato. Alla luce di questo
risultato appare allora chiaro che la prima soluzione che dà Mm = 0.7 non fornirà dati
in similitudine dinamica in quanto il flusso sarà influenzato da effetti di comprimibilità
che sono assenti nel fenomeno reale. Al contrario la seconda soluzione con Mm = 0.016
fornirà dei risultati in perfetta similitudine dinamica nonostante la differenza tra i numeri
di Mach. In questa categoria di flussi ricade anche l’esempio della sezione precedente i
cui risultati sono quindi corretti.
Questi esempi di similitudine vengono chiamati di similitudine distorta per distinguerli
dalla similitudine esatta in cui tutti i parametri adimensionali sono uguali. In questo
campo non ci sono delle regole fisse ma ci si affida piuttosto alla sensibilità ed esperienza
dello sperimentatore che conosce quali paramentri può trascurare e quali invece deve
preservare fedelmente per ottenere risultati utilizzabili in pratica.

11.4 Studio di flussi particolari


In questa sezione mostreremo attraverso degli esempi tipici come si applica l’analisi di-
mensionale a problemi applicativi. Rimane inteso che i seguenti esempi sono solo alcuni
tra i problemi più comuni mentre, in generale, bisogna ricorrere alla teoria per trovare i
gruppi adimensionali di interesse.

11.4.1 Flusso intorno a corpi immersi


In questa categoria ricadono tutti i flussi in cui uno stesso fluido ‘bagna’ completamente
uno o più corpi e non sono presenti fenomeni di superficie libera. Un vento in atmosfera
che investe un palazzo, un’automobile che corre in autostrada, un aereo in volo di crociera
o un sottomarino in immersione profonda sono tutti flussi intorno a corpi immersi. Al
contrario, una nave in mare aperto o persino un sottomarino con il periscopio in emersione
(ossia con lo scafo immerso di qualche metro) non possono essere analizzati nell’ambito di
2
Una possibilità estrema è usare lo stesso fluido ma aumentarne la densità nell’esperimento ρ M = 5ρ,
mantenendo la velocità del modello pari a quella del prototipo e conservando l’uguaglianza del numero di
Mach. L’aumento della densità del fluido può essere ottenuta, per esempio, aumentandone la pressione
e contemporaneamente diminuendone la temperatura (per evitare l’aumento della velocità del suono)
anche se questa soluzione risulta estremamente costosa e pericolosa per la presenza di gas in pressione. In
aggiunta questo stratagemma diventa tanto più oneroso quanto più diventa grande la scala del modello
e produce delle forze estremamente elevate sui modelli a causa della crescita con ρ m della pressione
dinamica.
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 193

questa schematizzazione in quanto i fenomeni di deformazione della superficie libera non


vengono contemplati nella scelta dei parametri di interesse.
Indicando con q una generica grandezza da determinare la relazione che si utilizza per
questa tipologia di problemi è la seguente:

q = f (L, l, ², ρ, µ, U, a)
in cui L è la dimensione caratteristica del corpo, l tiene in conto le altre dimensioni
(eventualmente l può essere del tipo li i = 1, ...., M per corpi di geometria complessa), ²
caratterizza la rugosità superficiale, ρ è la densità del fluido, µ la sua viscosità dinamica,
U la velocità della corrente indisturbata ed a la velocità del suono. Un’ispezione delle
dimensioni dei parametri elencati rivela immediatamente K = 3 per cui se q non introduce
dimensioni aggiuntive la relazione di sopra si può mettere nella forma
à !
l ² ρU D U
Πq = g , , , .
L L µ a

Il primo parametro dà le dimensioni dell’oggetto in forma adimensionale, il secondo è la


rugosità relativa, il terzo il numero di Reynolds ed il quarto il numero di Mach. Dalla
relazione di sopra si può osservare che, dando per scontata la similitudine geometrica (il
che include anche la condizione sulla rugosità superficiale), il parametro Πq dipende solo
dal numero di Reynolds Re e dal numero di Mach M a.
Prendiamo come esempio un aereo la cui velocità di crociera sia U = 400Km/h ed un
suo modello in scala 1 : 10 e proviamo a calcolare il rapporto tra le forze di resistenza D.
Supponendo rispettati i rapporti l/L ed ²/L, imponiamo preliminarmente la similitudine
sul numero di Reynolds assumendo di utilizzare lo stesso fluido per cui µ = µm . Osservi-
amo immediatamente che se pensassimo di aumentare la velocità del modello di un fattore
10 per compensare il fattore di scala geometrico otterremmo una velocità Um = 4000Km/h
' 1100m/s che è chiaramente inaccettabile in quanto in regime ampiamente supersonico
e quindi non renderebbe possibile nemmeno la similitudine distorta.
Se decidiamo allora di lasciare invariata la velocità della prova U = UM l’unica pos-
sibilità che ci rimane è aumentare la densità del fluido del modello di dieci volte rispetto
a quella del prototipo, preservando cosı̀ tanto la similitudine in Re quanto quella in M a.
Ricordando ora che il coefficiente di resistenza è uguale per il modello e per il prototipo,
possiamo scrivere per le forze:
cD = cDm

D Dm
1 = 1
2
ρU 2 L2 ρ U 2 L2
2 m m m

ρm L2m
Dm = D
ρ L2

1
Dm = D
10
con D e Dm forza di resistenza rispettivamente sul prototipo e sul modello.
194 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

Un modo sicuramente più semplice per effettuare questa prova, consiste nel cambiare
tipo di fluido ed utilizzarne uno con viscosità minore di quella dell’aria. In questo caso
si deve quasi sicuramente rinunciare alla similitudine in Mach, tuttavia essendo il Mach
del prototipo M a ' 0.32 si è giusto al limite per poter trascurare gli effetti della com-
primibilità ed un qualunque esperimento con un Mach minore del valore trovato darebbe
risultati simili.

Viene lasciato al lettore, come facile esercizio, lo studio della similitudine con un fluido
differente.

ESEMPIO
In una galleria del vento viene posto un modello di sciatore durante un salto (sci
nordico) con una dimensione caratteristica di 40 cm ed investito da una velocità
di 67.5 Km/h in una corrente d’acqua. Sapendo che la resistenza e la portanza
misurate sul modello sono rispettivamente 4500 N e 5400 N, calcolare le forze
corrispondenti avvertite da uno sciatore con dimensione caratteristica di 2 m in
condizioni di similitudine dinamica. Perché l’esperimento non è stato fatto in
aria?
L

Soluzione
In condizioni di similitudine dinamica modello e sciatore devono avere lo stesso
numero di Reynolds Um Lm /νm = U L/ν, U = ν/νm · Lm /L · Um = 50. m/s. I
2
coefficienti di forza devono essere gli stessi risultando: cL = 2Lm /(ρm Um Sm ) e
quindi L = ρU ScL = 1190.4 N (avendo usato la relazione S/Sm = L2 /L2m ).
2

Procedendo analogamente per la resistenza si ha D = 992 N.


Se l’esperimento fosse stato fatto in aria, per mantenere la similitudine sul numero
di Reynolds sarebbe stata necessaria una velocità Um = 281.2 m/s sconfinando
cosı̀ nel campo dei flussi comprimibili.
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 195

ESEMPIO
Un grattacielo alto h con una pianta quadrata di superficie S deve essere costruito
in una zona dove mediamente si hanno venti di velocità massima U con un profilo
come in figura. Facendo le prove su un modello in scala fS in condizioni di
similitudine dinamica si ottiene un coefficiente di resistenza pari a CD (basato
sul valore di velocità media). Calcolare il valore della resistenza del grattacielo
e le condizioni per un esperimento in acqua.

h = 150 m CD = 0.85 a = h/3


S = 900 m2 U = 15 m/s fS = 1 : 75
Per il calcolo della re-
sistenza utilizzare la
h
superficie frontale del
grattacielo.
a

Soluzione
La velocità media è data da:
à !
1Zh 1 Z a Uy Z h
1 Ua
µ ¶
U= U dy = dy + U dy = + U (h − a) = 12.5 m/s.
h 0 h 0 a a h 2
2
Per la resistenza D = ρU SF CD = 3.705 · 105 N (essendo SF la superficie frontale
del grattacielo pari a SF = 30 · 150 = 4500 m2 .
Per l’esperimento, dovendo uguagliare i numeri di Reynolds si avrà U L/ν =
U m Lm /νm , U m = U · L/Lm · νm /ν = 62.5 m/s.
196 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Per determinare la portanza di un aereo al decollo in atmosfera standard viene
effettuato un esperimento in galleria del vento su un modello in scala fS e per
mantenere la similitudine dinamica viene pressurizzata la galleria del vento. Cal-
colare la pressione di esercizio dell’esperimento sapendo che il rapporto tra la
velocità del prototipo e quella del modello è U/Um . Sapendo inoltre che sul
modello viene misurata una portanza Lm calcolare la portanza sul prototipo.
Ipotizzare uguali le temperature
fs = 1 : 20 U/Um = 1/3
dell’aria nell’esperimento e nel
Lm = 90500 N
fenomeno reale.
Soluzione
Un aereo al decollo ha velocità ancora contenute, il parametro fondamentale di
similitudine sarà quindi il numero di Reynolds. Re = Rem implica che ρm /ρ =
µm U L/(µUm Lm ) = 1 · U/Um · 1/fS = 6.66 ossia, essendo i due fenomeni alla
stessa temperatura (p/ρ = const.) pm = 6.66p0 = 6.66 atm.
Dall’uguaglianza tra i coefficienti di portanza L = Lm · ρ/ρm (U/Um )2 · S/Sm =
603340 N.

ESEMPIO
Misurando il coefficiente di resistenza di un albero mediante un modello in galleria
del vento in scala fs si ottiene un valore CD . Sapendo che l’albero viene investito
da un vento di velocità U calcolare le condizioni sperimentali per realizzare la
similitudine. Se la superficie frontale dell’albero può essere stimata come S =
0.55H 2 calcolare le forze di resistenza sull’albero e sul modello.
U

H
fs = 1 : 8 H = 16 m
U = 12 m/s CD = 1.22

Soluzione
Affinché valga la similitudine dinamica ci deve essere l’uguaglianza tra i numeri
di Reynolds per l’albero e per il modello in galleria del vento Re = Rem , ossia
U L/ν = Um Lm /νm . Trattandosi per entrambi i casi di aria a pressione ambiente
si ha ν = νm e quindi Um = U L/Lm = U/fS = 96 m/s (notare che non è
importante definire la grandezza L in quanto alla fine entra in gioco solo il fattore
di scala fS ). Quindi dalla definizione di resistenza: D = ρU 2 (0.55H 2 )CD /2 =
2 2
15138 N e Dm = ρm Um (0.55Hm )CD /2 = 15138 N.
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 197

ESEMPIO
Nel primo tentativo di volo con esito positivo (1903) i fratelli Wright usarono un
aereo con superficie alare S, apertura alare L che, utilizzando una potenza P ,
volò per alcune decine di secondi ad una velocità U . Calcolare il coefficiente di
resistenza dell’aereo. Sapendo che la galleria del vento dei fratelli Wright non
poteva contenere modelli più grandi di Lm , dire se questi furono in grado di
effettuare esperimenti in similitudine dinamica.
S

L S = 57 m2 L = 13.44 m
U = 60 Km/h P = 5100 W
Lm = 40 cm

Soluzione
Dalla relazione P = DU (con D la forza di resistenza) si può scrivere P =
ρU 3 SCD /2 da cui CD = 2P/(ρU 3 S) = 0.0311. Per avere la similitudine dinamica
modello e prototipo devono avere lo stesso numero di Reynolds (per queste basse
velocità di volo), ne consegue che Um Lm /νm = U L/ν ossia Um = U L/Lm =
560 m/s. Questa velocità purtroppo a temperatura ambiente darebbe un valore
del numero di Mach pari a M a = 1.64 il che invaliderebbe completamente i
risultati dell’esperimento. (A parte il fatto che la galleria del vento dei fratelli
Wright non era in grado di raggiungere velocità cosı̀ elevate, a quei tempi non
erano nemmeno noti gli effetti del numero di Reynolds sui coefficienti di portanza
e resistenza. Infatti i fratelli Wright effettuarono le prove in galleria a numeri
di Reynolds considerevolmente più bassi di quelli di volo ottenendo dei risultati
solamente indicativi per le prestazioni del prototipo.
198 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Un cartellone pubblicitario di superficie S viene investito da un vento costante
di velocità U e necessita di due pali di sostegno per contrastare l’azione della
corrente. Se un cartellone geometricamente simile (anche nella lunghezza dei
pali) di superficie tripla venisse investito da una corrente a velocità doppia di
quanti pali (identici ai precedenti tranne che per la lunghezza) si avrebbe bisogno
per mantenere i pali in posizione?

U
S
Suggerimento: considerare in en-
trambi i casi il flusso in regime di
turbolenza sviluppata ed approssi-
mare il numero dei pali all’intero più
vicino.

Soluzione
Sul cartellone agirà una resistenza D =
ρU 2 SCD /2 che generarà un momento alla base
dei pali 2Ml = M = Dl, con Ml il momento sop-
portato da ogni singolo palo. Per il cartellone
2
in scala si avrà Mm = Dm lm = ρUm Sm CD /2lm , S D
dove si e’ tenuto conto che il CD è lo stesso in
entrambi i casi in quanto il flusso è in regime di
turbolenza sviluppata. Ponendo Mm = nMl e
ricavando il CD dall’espressione di M si ottiene
µ
Um

Sm l m √
n= 2 = 4 · 3 · 3 ≈ 42,
U S l
avendo approssimato il risultato all’intero più
prossimo.

11.4.2 Flussi con superficie libera


Quando un corpo si muove tra due fluidi immiscibili o, in modo equivalente uno dei due
fluidi si muove in presenza o meno di un corpo, si ha inevitabilmente la deformazione
dell’interfaccia tra i fluidi con la generazione di onde o comunque di fenomeni che coinvol-
gono scambi tra energia cinetica e potenziale. Due esempi tipici di questi flussi sono una
nave che produce delle onde durante la sua navigazione oppure dell’acqua che passa da un
bacino idrico ad un fiume attraverso una diga. Su una scala più piccola questi fenomeni
si possono osservare anche in un bicchiere, mettendo sul fondo uno strato d’acqua ed in
superficie uno d’olio. Agitando il bicchiere si osserva la formazione di ‘onde interne’ la
cui dinamica è appunto regolata da fenomeni di superficie libera.
Per questi flussi una qualunque quantità incognita q sarà esprimibile tramite una
relazione del tipo:
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 199

q = f (µ, ρ, U, g, σ, ², L, l)
in cui g è l’accelerazione di gravità e σ la tensione superficiale. In base al teorema di
Buckingham, questa espressione è equivalente alla seguente forma:

l ² U U Lρ ρLU 2
à !
Πq = h , ,√ , , (11.7)
L L gL µ σ
in cui compaiono i nuovi parametri
ρLU 2 U
We = e Fr = √ ,
σ gL
che sono rispettivamente il numero di Weber ed il numero di Froude. Il primo tiene in
conto tutti i fenomeni relativi alla tensione superficiale e sarà importante per descrivere
la dinamica su piccola scala. Il numero di Froude, al contrario, esprime il rapporto tra
le forze d’inerzia e quelle di gravità ed è un parametro rilevante per tutti i fenomeni che
coinvolgono bilanci di energia potenziale.
I parametri l/L ed ²/L sono gli stessi discussi nella sezione precedente e coinvol-
gono la similitudine geometrica. Questi di solito si suppongono simili anche se man-
tenere la similitudine sulla rugosità relativa può alle volte risultare di difficile realizzazione
sperimentale.
Il numero di Reynolds esprime al solito il rapporto tra le forze d’inerzia e quelle viscose
e la sua influenza sul fenomeno va valutata caso per caso. Nei flussi intorno a carene di
navi o dighe, il numero di Reynolds è solitamente dell’ordine delle centinaia di milioni o
miliardi indicando che il flusso si trova in regime di turbolenza sviluppata. In questo caso
la dipendenza del flusso dal numero di Reynolds diventa trascurabile rispetto agli effetti
degli altri parametri e può essere semplificato dalla relazione (11.7). Questa operazione,
tuttavia, nasconde un’insidia in quanto l’eliminazione di Re dalla (11.7) non implica che
nel fenomeno non ci sono effetti viscosi ma solo che la loro entità non dipende dal valore
del numero di Reynolds; ciò implica che quando si realizza l’esperimento in scala si deve
essere sicuri che questo avvenga in regime di turbolenza sviluppata cosı̀ come nel fenomeno
reale.
Consideriamo come esempio il caso di una diga con dimensione caratteristica L = 20m
e portata pari a Q = 125 m3 /s, il cui modello è in scala 1 : 15 da cui risulta che Lm =
L/15 = 1.33 m.
La scala di velocità nella diga reale sarà U = Q/cL2 con c costante che dipende dalla
geometria della diga e la portata del modello è quindi

Qm = cUm L2m .

Poiché in questo caso né il numero di Weber né quello di Reynolds contano, imponiamo
la similitudine sul numero di Froude:
Um U
√ =√ ,
g m Lm gL

à !1/2 µ ¶1/2
gm Lm Q
Um = ,
g L cL2
200 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

essendo g = gM . Dai calcoli fatti sulla scala delle velocità del prototipo e sulla portata
smaltita dal modello, risulta:

1 Q
Um = √ ,
15 cL2

1 Q 2
Qm = c √ Lm = 0.143 m3 /s.
15 cL2

Vediamo cosa accade alla scala dei tempi:

TU Tm Um
= ,
L Lm

Q
U Lm cL2 Lm
Tm = T = Qm T,
Um L cL2m
L

¶3
Q Lm
µ
Tm = T = 0.258T.
Qm L

Il risultato ottenuto indica che l’analisi dimensionale permette di costruire modelli nei
quali il fenomeno si sviluppa più velocemente. Quindi se il fenomeno impiega 24 ore
per svilupparsi nella diga, nel modello impiega solo 6 ore, per cui è possibile, per esem-
pio, prevedere tempestivamente l’evoluzione di un incidente con una sperimentazione in
laboratorio.
ESEMPIO
Per un prototipo di nave lungo 200 m, del peso di 105 tonnellate e con velocità
di crociera di 18 nodi, viene realizzato un modello in scala fS = 1 : 30. Calcolare
le condizioni sperimentali per una prova sul modello in similitudine dinamica.
Quale dovrà essere il peso del modello? Citare gli accorgimenti che dovranno
essere presi per gli eventuali parametri non in similitudine (similitudine distorta).
Soluzione
In questo problema, avendo la superficie√libera un ruolo √ fondamentale bisogna
mantenere la similitudine in Froude U/ gL q = Um / gm Lm , ed essendo le ac-

celerazioni di gravità identiche si ha Um = U Lm /L = U fS = 3.286 nodi =
1.69 m/s.
Se il rapporto di scala tra le dimensioni lineari è fS , il rapporto tra i volumi sarà
fS3 e lo stesso dovrà risultare per le forze peso. Quindi Pm = P/fS3 = 3703 Kg.
Per il numero di Reynolds, se si usa lo stesso fluido (ν = νm ) si avrà: Rem =
√ 3/2
Um Lm /νm = U fS · LfS · 1/ν = Re · fS . Essendo i numeri di Reynolds diversi
(similitudine distorta) si dovrà essere sicuri che entrambi i flussi siano nello stesso
regime (turbolento).
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 201

ESEMPIO
Per studiare le caratteristiche di una diga ne viene realizzato un modello in scala
FS . Se la portata che smaltisce il modello è Qm , quale sarà la portata smaltita
dalla diga reale? Commentare le ipotesi fatte ed il tipo di similitudine ottenuta
(esatta o distorta).
ricorda: dimensionalmente una por-
tata in volume è data da una velocità fs = 1 : 200 Qm = 90 l/m
per una superficie.
Soluzione
Essendo unqfenomeno conqsuperficie libera bisogna
q preservare la similitudine
q in
Froude. U/ (gL) = UM / (gLM ) da cui U = UM (L/LM ) = UM (1/fS ).
q
5/2
La portata sarà Q = U S = UM (1/fS ) · SM /fS2 = QM /FS = 5.09 · 107 l/min
(848.5m3 /s).

11.4.3 Flusso nelle macchine rotanti


Rispetto agli esempi precedentemente elencati, nelle macchine rotanti entra come parametro
fondamentale la velocità di rotazione. Una qualunque grandezza q si può quindi esprimere
dalla relazione
q = f (L, l, ², Q, µ, ρ, Ω, a)
essendo Q la portata smaltita dalla macchina ed Ω la sua velocità di rotazione. Si noterà
che non è stata inserita una scala di velocità U in quanto questa è ricavabile sia dal
rapporto tra portata Q ed una superficie caratteristica (S ∼ L2 ) sia dalla velocità di
rotazione attraverso U = ΩL. Ricorrendo al teorema di Buckingham la relazione appena
scritta si riduce a:
l ² Q ΩL2 ρ ΩL
à !
Πq = g , , , , .
L L ΩL3 µ a
I parametri l/L e ²/L sono fissati dalla similitudine geometrica mentre il numero di
Reynolds Re = ΩL2 ρ/µ può essere trascurato se il regime di flusso tra prototipo e modello
è lo stesso. Per il numero di Mach M = ΩL/a valgono le considerazioni fatte nei precedenti
esempi, quindi si può trascurare se prototipo e modello lavorano entrambi nel regime
M ≤ 0.3 altrimenti sarà un parametro di similitudine da rispettare. Il rapporto Q/(ΩL 2 )
è il coefficiente di flusso cQ ed è un parametro fondamentale per la similitudine.
Nelle macchine rotanti il parametro Πq può essere il rendimento “η”, il coefficiente di
prevalenza “cH ” oppure il coefficiente di potenza “cP ”, definiti come segue:
PU gh PI
η= , cH = , cP = ,
PI Ω 2 L2 ρΩ3 L5
con PI potenza immessa, PU potenza utile ed h la prevalenza cioè l’altezza della colonna
fluida equivalente alla differenza di pressione che la macchina può creare (nel caso si tratti
di una pompa).
Supponiamo di volere determinare le caratteristiche di una pompa che abbia dimen-
sione L = 8inch, ed Ω = 1200rpm operante nelle condizioni di massima efficienza, note
le caratteristiche di una pompa geometricamente simile con dimensione caratteristica di
LM = 12inch funzionante alla velocità di rotazione ΩM = 1000rpm.
202 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

100 100
80 η η 80 η
efficienza 60 60
40 40
20 20
h (m) 0 CΗ 0
20 .21 CΗ
prevalenza
PΙ (kw)
15 5.6 .16 .020
4.2 .015 C
10 .10 P
CP
potenza 2.8 .010
5 .05
1.4 .05
0 0 0 0
0 0.063 0.126 0.189 0.252 0 0.025 0.050 0.075 0.10
Q (m 3/s) CQ

Figura 11.5: Curve caratterstiche di un pompa (curve dimensionali ed adimensionali).

Dalle curve caratteristiche con le quantità dimensionali si ricavano delle curve analoghe
per i parametri adimensionali come è mostrato in figura 11.5. Dal grafico (η, cQ ) si ricava
per le condizioni di massima efficienza cQ = 0.0625, e dalla sua definizione il valore della
portata Q = cQ L3 Ω = 0.176 m3 /s.

Conoscendo il valore di “cQ ”, determiniamo dal grafico (cP , cQ ) il valore del coefficiente
di potenza pari a 0.015 e, ricordando che il fluido è acqua, calcoliamo la “PI ” dalla seguente
relazione:

PI = cP ρΩ3 L5 = 10312 W

Infine dal grafico (cH , cQ ) calcoliamo il valore di cH e, di conseguenza, quello di h come


segue:

³ ´
h = cH L2 Ω2 /g = 18.34m
11.4. STUDIO DI FLUSSI PARTICOLARI 203

ESEMPIO
Il salto di pressione attraverso una pompa di forma assegnata è ∆p =
f (D, Ω, ρ, Q) essendo D una dimensione caratteristica, Ω la velocità di rotazione,
ρ la densità del fluido e Q la sua portata. Un modello funzionante in acqua di
diametro Dm , alla velocità angolare Ωm fornisce una curva come in figura. Sti-
mare il ∆p per una pompa geometricamente simile di dimensione D operante in
acqua alla velocità angolare Ω.
∆ p (KPa)
56

42

28 Ωm = 40π rad/s Dm = 25 cm
Ω = 60π rad/s D = 32 cm
14

Q (m3/s)
.015 .03 .045 .06

Soluzione
Dalle relazioni fornite si nota che ci sono N = 5 grandezze in gioco descritte
dimensionalmente da K = 3 dimensioni fondamentali. In base al teorema di
Buckingham si ha che lo stesso fenomeno può essere descritto da N − K =
2 parametri adimensionali. L’applicazione del metodo della variabili ripetute
(scegliendo come terna fondamentale D, Ω e ρ) fornisce Π1 = ∆p/(ρD 2 Ω2 ) e
Π2 = Q/(ΩD 3 ). Noti quindi D ed Ω di modello e prototipo è possibile riscalare
la curva in figura ed ottenere il ∆p per la pompa simile.
204 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Si supponga che la prevalenza H di una pompa sia esprimibile tramite la relazione
H = f (W, Ω, ρ, l, ν) in cui W è la potenza assorbita, Ω la velocità di rotazione,
ρ e ν la densità e la viscosità cinematica del fluido di lavoro ed l una dimensione
caratteristica. Sapendo che un modello di dimensione lm con fluido acqua assorbe
una potenza Wm ed ha una prevalenza Hm , calcolare W ed H per una pompa
geometricamente simile in scala f = 2.3 : 1 (ossia il prototipo è 2.3 volte più
grande del modello) che lavora in olio in similitudine dinamica.
lm = 16 cm Hm = 21 m Wm = 6.1 kW
f = 2.3 : 1 νolio = 10−5 m2 /s ρolio = 850 Kg/m3
Soluzione
Applicando il teorema di Buckingham risulta N = 6 e K = 3 per cui si può
esprimere la relazione con 3 parametri adimensionali.
à !
H W ν
=g 3 5
, 2 .
l ρΩ l l Ω

Uguagliando i parametri adimensionali si ottiene quindi H = Hm l/lm = Hm f =


48.3 m.
à !2 µ à !5 µ ¶3 ¶3
lm ν ρ l Ω ρ lm ν
¶ µ
Ω = Ωm , W = Wm = Wm = 1.604 Mw.
l νm ρm lm Ωm ρm l νm

11.5 Flusso in circuiti chiusi


Nella classe dei flussi in circuiti chiusi rientrano tutti quei flussi in cui un fluido scorre
all’interno di un sistema tubi, contemplando anche eventuali variazioni di sezione, gomiti,
valvole, rubinetti etc., come in figura 11.6. Bisogna notare che l’aggettivo chiuso del
circuito non si riferisce al fatto che il circuito si chiuda su se stesso ma all’assenza di
superfici libere che vanno trattate come mostrato precedentemente.
In questa categoria di flussi, detta q la generica quantità da determinare possiamo
scrivere

q = h(l, D, ², ρ, µ, U ),
che, applicando il teorema di Buckingham, può essere ridotta alla forma
à !
l ² ρU D
Πq = g , , . (11.8)
D D µ
In questa relazione, al solito, il rapporto l/D descrive la geometria del sistema, la rugosità
relativa ²/D esprime la natura della superficie dell’oggetto, mentre il numero di Reynolds
ρU D/µ esprime il regime di moto del flusso nel condotto.
Come esempio consideriamo una valvola con una dimensione caratteristica D = 60cm
e supponiamo che smaltisca una portata Q = 0.1 m3 /s. Ci chiediamo quale deve essere la
portata di un modello in scala con dimensione Dm = 7.5cm.
11.6. LEGGE DI DARCY-WEISBACH 205

l4 d3

l3

U
d1 d2

l1 l2
Figura 11.6: Esempio di flusso in circuiti chiusi.

Osserviamo che, essendo un problema in scala, sono rispettati i rapporti l/D e ²/D,
per cui rimane da verificare la similitudine sul numero di Reynolds.
Dalla portata della valvola, possiamo calcolare una scala di velocità per il prototipo
U = Q/D2
quindi, imponendo l’uguaglianza del numero di Reynolds:
UD U m Dm Dνm
= , =⇒ Um = U,
ν νm Dm ν

ed assumendo di utilizzare lo stesso fluido nell’esperimento e nel fenomeno reale (ν = νm ),


0.60 · 0.1
Um = · 1 = 2.22 m/s.
0.075 · 0.36
Con questa velocità e con il diametro del modello siamo quindi in grado di calcolare
la portata richiesta

2
Q m = U m Dm = 0.0125 m3 /s.

11.6 Legge di Darcy-Weisbach


Sebbene la trattazione di questi flusso rientri a tutti gli effetti nell’ambito dell’analisi
dimensionale, la rilevanza pratica di circuiti per il trasporto di fluidi ha dato origine a
delle formule empiriche di grande utilità nelle applicazioni pratiche.
Consideriamo un tubo a sezione circolare di lunghezza l e diametro costante D at-
traverso cui passa una portata Q di un fluido viscoso; assumendo il flusso incomprimibile
possiamo mettere un relazione la velocità media nel tubo con la portata attraverso

(πU D2 )
Q= .
4
Per questo flusso, essendo gli effetti viscosi non trascurabili, non sarebbe possibile
applicare l’equazione di Bernoulli, tuttavia, aggiungendo un termine correttivo h che
206 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

tenga conto degli effetti viscosi si può porre:

p1 U12 p2 U22
+ + gz1 = + + gz2 + gh. (11.9)
ρ 2 ρ 2
Dalla conservazione della massa si deduce che, essendo il diametro costante, le velocità
nelle due sezioni sono uguali e quidi l’equazione di Bernoulli diventa:
p1 p2
+ gz1 = + gz2 + gh, (11.10)
ρ ρ
e, se si suppone inoltre nulla la variazione di quota delle sezioni del condotto, si ha
p1 p2 p1 − p 2
= + gh, =⇒ h = . (11.11)
ρ ρ ρg
L’interpretazione fisica di questa relazione è che l’effetto dei termini viscosi è equiv-
alente ad una sezione di uscita posta ad una quota più alta di h rispetto alla sezione
di entrata oppure, in base alla (11.10), a parità di ∆p la presenza dei termini viscosi
diminuisce di h la quota massima raggiungibile
∆p
z2 = + z1 − h.
ρg
Esplicitando invece la relazione precedente rispetto a z1 si nota che partendo dalla
quota z2 , ed arrivando alla quota z1 < z2 , (mantenendo una portata Q) si genera un
differenza di pressione minore rispetto al caso non viscoso

ρgz1 = ρgz2 − ∆p + ρgh.

In definitiva sia per portare in quota il fluido che per farlo tornare indietro occorre sempre
una differenza di pressione più grande del caso non viscoso e ciò esprime la dissipatività
del termine h in contrasto con la reversibilità della trasformazione dell’energia potenziale
in energia cinetica nel caso ideale.
Per mettere ora in relazione le perdite dovute agli effetti viscosi con le grandezze
adimensionali osserviamo che possiamo esprimere la differenza di pressione alle estremità
del tubo come à !
∆p l ² U Dρ
1 =φ , , .
2
ρU 2 D D µ
In base ad innumerevoli osservazioni sperimentali è stato visto che l’effetto del parametro
l/D interviene linearmente nella funzione φ il che implica fisicamente che le perdite per
attrito in un tubo di lunghezza 2l saranno doppie rispetto ad un tubo identico ma di metà
lunghezza Questo risultato implica
à !
∆p l ² U Dρ
1 2
= Φ ,
2
ρU D D µ

per cui definendo il fattore d’attrito f


à !
∆p D ² U Dρ
f = 1 2 =Φ ,
2
ρU l D µ
11.6. LEGGE DI DARCY-WEISBACH 207

Figura 11.7: Diagramma di Moody.

si ottiene
∆p l
1 = f.
2
ρU 2 D

Ricordando infine dalla (11.11) che h = ∆p/ρg si giunge alla legge di Darcy-Weisbach:

1 U2 l
h= f, (11.12)
2 g D

che consente di calcolare le perdite per effetti viscosi nota la geometria del condotto (l/D),
la velocità media del flusso (U ) ed il fattore d’attrito f .
Osservando criticamente la relazione (11.12) dovremmo concludere che non abbiamo
fatto alcun passo in avanti in quanto abbiamo espresso una quantità incognita h in funzione
del fattore d’attrito f che non è noto a priori. In realtà il fattore d’attrito si determina
facilmente dal diagramma di Moody (figura 11.7) che consente, noto il valore di ²/D
ed il numero di Reynolds del tubo, di determinare f . Questo diagramma è stato molto
utilizzato nel passato in quanto l’assenza di calcolatori elettronici rendeva problematico
208 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

l’utilizzo di formule implicite non lineari. Attualmente queste formule possono essere
agevolemente impiegate anche con l’ausilio di una calcolatrice programmabile rendendo
più rapido il calcolo di f . Una di tali formule è quella di Colebrook
à !
1 ²/D 2.51
√ = −2 log10 + √ , (11.13)
f 3.7 Re f
che è stata ottenuta come fit empirico del grafico del diagramma di Moody.
Vale la pena infine notare che se il flusso nel tubo è laminare, e quindi possiamo usare
la soluzione di Hagen–Poiseuille, il fattore d’attrito f può eseere calcolato analiticamente.
Risulta infatti
128Qµl 128Qµl 1 U2 l 64
h= 4
=⇒ 4
= f =⇒ f = , (11.14)
πD ρg πD ρg 2 g D Re
che nel diagramma logaritmico di figura 11.7 è appunto la retta a pendenza negativa che
dà il valore di f per numeri di Reynolds minori di ∼ 2100.

11.6.1 tubi a sezione non circolare


In molte applicazioni pratiche i circuiti per il trasporto del fluido hanno sezione non
circolare (per esempio negli impianti di condizionamento dove i condotti hanno una sezione
quadrata) ed in questi casi il diagramma di Moody non può essere utilizzato nella forma
descritta nella precedente sezione.
Evidentemente, si potrebbe ripetere una campagna di misure, cosiı̀ come è stato fatto
per i tubi a sezione circolare per ottenere un diagramma, analogo a quello di Moody,
ma specifico per la particolare geometria di interesse. Data tuttavia la grande varietà
di geometrie possibili questa procedura non viene seguita e si preferisce ricavare delle
informazioni, seppur approssimate, direttamente dal grafico di figura 11.7 anche se il
tubo non è circolare. A tal fine si definisce il diametro idraulico Dh come il rapporto
tra l’area della sezione trasversale del tubo S divisa per un quarto del perimetro bagnato
P/4; in questo modo per un condotto a sezione quadrata il diametro idraulico è proprio
pari al lato, mentre per una sezione rettangolare Dh è il prodotto dei lati diviso per la
loro media.
Dopo aver calcolato Dh per una data geometria, questo viene usato per valutare il
numero di Reynolds Re = U Dh /ν, la rugosità relativa ²/Dh da cui si ricava il fattore
d’attrito f dal grafico 11.7 e quindi la perdita di carico hf = f (l/Dh )U 2 /(2g); la velocità
media U viene calcolata dividendo la portata in volume Q di fluido che transita nel
condotto per la sua sezione S.
Questo tipo di approssimazione, permette di risolvere agevolmente problemi per i quali
non esiste un diagramma specifico per le perdite di carico oppure flussi in cui si hanno
tubi di geometria diversa in uno stesso circuito. Normalmente, per condizioni di flusso
turbolento completamente sviluppato l’errore rimane contenuto intorno a valori del 15%:
per quei problemi nei quali è richiesta un’accuratezza maggiore bisogna allora ricorrere a
diagrammi specifici o prove sperimentali ad hoc.

11.6.2 perdite concentrate


L’assunzione che gli effetti viscosi siano proporzionali alla lunghezza l del condotto fun-
ziona nel caso di condotti a sezione uniforme in cui il flusso sia in un regime di turbolenza
11.6. LEGGE DI DARCY-WEISBACH 209

.6 1.
K .4 .75
.5
.2
.25

0 .25 .5 .75 1 0 .25 .5 .75 1


A 2 /A1 A1 /A2
A1 A2 h= k V22 A1 A2 h= k V12
2g 2g
Figura 11.8: Esempio di grafico per la determinazione delle perdite concentrate per
variazioni di sezione repentine.

A B
Figura 11.9: A: coefficiente di perdita Kc in un gomito a 90o in funzione del raggio di
curvatura e della finitura superficiale; B: perdite associate ad una variazione di direzione
del flusso con angoli retti (a) flusso senza ‘guide’, (b) flusso con guide.

completamente sviluppata. Riferendoci alla figura 11.6 appare evidente come ci siano dei
componenti, come i gomiti, il rubinetto e la variazione di sezione, in cui tale condizione non
è assolutamente verificata. L’analisi sperimentale mostra comunque che in corrispondenza
di tali tratti del circuito si verificano delle perdite di energia la cui entità può superare
quella nei tratti rettilinei. Chiaramente, l’entità delle perdite viscose dipende dalla forma
dei componenti, dal modo in cui sono accoppiati con i tratti rettilinei di tubo oltre che
dalla portata che li attraversa. Queste perdite vengono dette perdite concentrate (h c ) e
vengono quantificate attraverso dei coefficienti empirici Kc

U2
hc = K c .
2g

L’effetto di ognuno di questi componenti è quindi assimililabile ad una perdita concentrata


equivalente ad una quota parte dell’energia cinetica del flusso.
I valori numerici di Kc possono essere trovati sia in forma di tabella in cui è specificata
la forma del componente, il materiale con cui è costruito ed il modo in cui è collegato con
210 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

A B

Figura 11.10: A: coefficiente di perdita Kc per differenti modalità di uscita del flusso: (a)
Kc = 1., (b) Kc = 1., (c) Kc = 1., (d) Kc = 1.. B: coefficiente di perdita Kc per differenti
modalità di ingresso del flusso: (a) Kc = 0.8, (b) Kc = 0.5., (c) Kc = 0.2, (d) Kc = 0.04.

i tubi rettilinei oppure in forma di grafico come gli esempi forniti nelle figure 11.8, 11.9,
11.10.
ESEMPIO
Data la presente configurazione determinare la portata in massa di olio che
attraversa il condotto.
l1
p p1 − p2 = 106 Pa d = 0.3 inch
1
l1 = 10 m l2 = 6 m
l2
d
ρolio = 840 Kg/m3 µolio = 0.01 Ns/m2
tubi commerciali gomito avvitato
Stimare le perdite concentrate (as-
p sumendo valori opportuni dei Kj ),
2
giustificando le assunzioni fatte.

Soluzione
Dall’equazione di Bernoulli generalizzata scriviamo p1 + ρU12 /2 + ρgh1 = p2 +
ρU22 /2 + ρgh2 + f (l1 + l2 )U 2 ρ/(2d) + j Kj ρU 2 /2, essendo U la velocità nel
P

condotto e risultando U1 = 0, U2 = U . Osservando che h1 − h2 = l2 si ricava per


U:
2 (p1 − p2 ) + ρgl2
U2 = ,
ρ 1 + f (l1 + l2 )/d + j Kj
P

dove j Kj = K1 + K2 + K3 = 0.5 + 1.5 + 1. = 3. ottenute da tabelle per la


P

strozzatura in ingresso, per il gomito e per la sezione di uscita. Dalle tabelle


per tubi commerciali ricaviamo ²/d = 0.0059 da cui iterando sul diagramma
di Moody tra f e Re = U d/ν si ottiene U ' 4.78 m/s (ricordiamo che per la
procedura iterativa conviene partire da un valore di tentativo di f nella parte
piatta del diagramma di Moody che per ²/d = 0.0059 fornisce f ' 0.032). La
portata in massa nel condotto sarà quindi ṁ = ρU πd2 /4 = 0.183 Kg/s.
11.6. LEGGE DI DARCY-WEISBACH 211

ESEMPIO
Dato il circuito in figura, calcolare la pressione pI nel serbatoio per avere una
portata Q uscente dal rubinetto.
h1 = 2 m h2 = 4 m
l1 = l2 = l3 = 3 m d2 = 5 cm
.6 1. d3 = 15 cm d4 = 2.5 cm
K .4
pI .75
.5
Q = 500 l/min
h1 .2
.25 Fluido:acqua
0 .25 .5 .75 1 0 .25 .5 .75 1
A 2 /A1 A1 /A2 Tubi commerciali a sezione circolare.
A1 2
A2 h= k V2 A1 A2 h= k V12 Rubinetto con k = 2 basato sulla velocità
h2 d2 2g 2g nel tubo (in d2 ).
C d3 D d Trascurare le perdite distribuite
d2 2
nel serbatoio.
d4
l1 l2 l 3 Raccordo serbatotio–tubo k = 0.5 basato
sulla velocità nel tubo.
Per le variazioni di sezione in C e D
vedi tabelle. Gomito avvitato.
Soluzione
Prendendo i due peli liberi dei serbatoi come sezioni A e B e scrivendo l’e-
quazione di Bernoulli generalizzata si ottiene: pA = pI , uA = 0, pB = p0 e
uB = 4Q/(πd24 ) = 16.976 m/s, hA − hB = h1 + h2 e quindi:
 
u2B X li u2i X u2j
pI = p0 − ρg(h1 + h2 ) + ρ + ρg  fi + kj  .
2 i di 2g j 2g

Dalla costanza della portata si ha u2 = 4Q/(πd22 ) = 4.244m/s e u3 = 4Q/(πd23 ) =


0.4715m/s. Dal diagramma di Moody con Re2 = u2 d2 /ν = 212206, ²/d1 =
0.0009 e Re3 = u3 d3 /ν = 70570, ²/d2 = 0.0003 si ottiene rispettivamente f2 =
0.021 ed f2 = 0.026 con cui si possono calcolare le perdite di carico distribuite.
D’altra parte, noti i valori di kj si possono calcolare anche le perdite concentrate
ottenendo:
X li u2i h2 + l1 + l3 u22 l2 u23
fi = f2 + f3 = 3.861 m,
i di 2g d2 2g d3 2g

u2j u2
= (0.5 + 1.5 + 2 + 0.8 + 0.5) 2 4.82 m.
X
kj
j 2g 2g
Note le perdite si calcola infine pI ottenendo pI = 271666 Pa.
212 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Dato il circuito in figura, quale deve essere il livello dell’acqua H nel serbatoio
per avere una portata Q?
h1 = 2 m h2 = 2.5 m
H l 1 = 2.2 m l2 = 3 m
d1 = 1.5 cm d2 = 3 cm
C hS = 1 m Q = 100 l/min
h1 d1 ² = 0.1.5 mm pI = 150000 Pa
l1
E Tubi circolari in cemento
D d1 p I Trascurare le perdite nei due serbatoi
h2 d 2 D ed F gomiti avvitati
d2 h S Gomito in E con k = 1.8 basato sulla
velocità in d1 . Raccordo in C con k = 0.5
F
l2 basato sulla velocità in d1
Attenzione: H viene molto grande
(> 20m) ed il disegno non è in scala.
Soluzione
Prendendo i due peli liberi dei serbatoi come sezioni A e B e scrivendo l’equazione
di Bernoulli generalizzata si ottiene: pA = p0 , uA = 0, pB = pI e uB = 0,
hA − hB = H + h1 + h2 − hS e quindi:

pI − p0 X li u2i X u2j
H = h S − h1 − h2 + + fi + kj .
ρg i di 2g j 2g

Dalla costanza della portata si ha u1 = 4Q/(πd21 ) = 9.431m/s e u2 = 4Q/(πd22 ) =


2.358m/s. Dal diagramma di Moody con Re1 = u1 d1 /ν = 141471, ²/d1 =
0.0066 e Re2 = u2 d2 /ν = 70735, ²/d2 = 0.0033 si ottiene rispettivamente f1 =
0.034 ed f2 = 0.029 con cui si possono calcolare le perdite di carico distribuite.
D’altra parte, noti i valori di kj si possono calcolare anche le perdite concentrate
ottenendo:
X li u2i h1 + l 1 2 h2 + l2 u22
fi = f1 u1 /2g + f2 = 44.94 m,
i di 2g d1 d2 2g

X u2j u21 u22


kj = (kC + kD + kE ) + kF = 17.67 m.
j 2g 2g 2g
Note le perdite si calcola infine H ottenendo H = 64.08 m.
11.6. LEGGE DI DARCY-WEISBACH 213

ESEMPIO
Nel dispositivo in figura transita una portata Q, calcolare il valore della pressione
pA necessaria a mantenere il sistema in condizioni stazionarie.
l1 l2
A d1 D
p d2
A l3
C l1 = 4 m l2 = 3 m l3 = 8 m
.6
d3
K .4 θ d1 = 10 cm d2 = 3 cm d3 = 1 cm
d3 ² = 0.12 mm Q = 27 l/min θ = 30o
.2
B raccordo in D k = 1 basato sulla
0 .25 .5
A 2 /A1
.75 1 velocità del tubo con diametro d3 ,
A1 A2 h= k V22 rubinetto k = 2.
2g

Soluzione
Scrivendo l’equazione di Bernoulli generalizzata tra A e B si ha

UA2 pA U2 pB X li Ui2 X Uj2


+ + ghA = B + + ghB + fi + kj ,
2 ρ 2 ρ i di 2 j 2

risultando: UA = 4Q/(πd21 ) = 0.0573 m/s, UB = 4Q/(πd23 ) = 5.7295 m/s,


pB = p0 e hB − hA = −l3 sin θ = −4 m. Per i tre tratti si ha, rispettivamente,
²/d1 = 0.0012 e Re1 = 5116, ²/d2 = 0.004 e Re2 = 17051 e ²/d3 = 0.012 e
Re3 = 47746 per cui dal diagramma di Moody si ottiene f1 = 0.038, f2 = 0.034
e f3 = 0.04. Per le perdite concentrate e distribuite risulta quindi

Uj2 U22 U32 li Ui2


= 49.342 m2 /s2 , = 525.92 m2 /s2 .
X X
kj = 0.5 (1 + 2) fi
j 2 2 2 i di 2

Dalla prima espressione si ricava quindi pA = 653734 Pa.


214 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Il dispositivo in figura rappresenta un circuito di raffreddamento in cui entra
acqua alla pressione pA a sinistra ed esce nell’ambiente dal rubinetto in B dopo
aver attraversato il dispositivo da raffreddare schematizzato con una perdita di
carico concentrata con K = 20. Con i dati a disposizione, calcolare la portata
d’acqua che smaltisce il circuito.
l3

l1 = 2 m l2 = 5 m l3 = 4 m
R
l4 = 1 m R=3m d = 1.5 cm
l2
² = 0.02 mm pA = 4 atm
l1 k=20 B tutti i diametri sono costanti, gomiti
l4
A d avvitati, rubinetto con k = 2.

Soluzione
Dall’equazione di Bernoulli generalizzata scritta tra A e B, risultando U A =
UB = U , pB = p0 ed hA − hB = R − l2 , si ottiene

2[(pA − p0 )/ρ + g(R − l2 )]


U2 =
f i (li /d) + j kj
P P

ossia in termini numerici


à !1/2
568.56
U=
1218.88f + 26.5

Dal valore di rugosità relativa ²/d = 0.0013 si ipotizza dal diagramma di


Moody un valore per il fattore d’attrito f = 0.02 di primo tentativo e, iteran-
do nell’espressione sopra si ottiene U = 3.125 m/s da qui si ricava la portata
Q = U πd2 /4 = 5.522 · 10−4 m3 /s = 0.552 l/s.
Il valore f = 0.02 è stato ottenuto dalla parte piatta della curva del diagramma
di Moody. Dal valore f1 = 0.002 si è ottenuto rispettivamente U1 = 3.343 m/s
e Re1 = 44772. All’iterazione successiva con questi dati risultava f2 = 0.026,
U2 = 3.125 m/s e Re2 = 41852. L’iterazione è stata a questo punto fermata
non potendo apprezzare, manualmente e su un grafico logaritmico, variazioni del
numero di Reynolds più piccole di alcune centinaia.

11.7 forze aerodinamiche


Nella prima parte di questo capitolo abbiamo visto come la similitudine dinamica perme-
tta di determinare delle grandezze di interesse per un problema mediante un esperimento
in scala ridotta. Questa tecnica, anche se estremamente potente da un punto di vista
quantitativo, non dà alcuna informazione sui meccanismi fisici presenti nel flusso e quindi
non permette di migliorare la comprensione fluidodinamica di un fenomeno. Ciò è parti-
colarmente importante quando si voglia progettare un dispositivo con certe caratteristiche
fluidodinamiche (per esempio un’automobile con basso coefficiente di resistenza) piuttosto
che valutare il comportamento di un sistema già esistente.
Tra le varie quantità fluidodinamiche le forze occupano un posto di particolare rilievo
11.7. FORZE AERODINAMICHE 215

in quanto da esse dipende sia il dimensionamento della struttura che il suo comportamento
dinamico. Per esempio, nella progettazione di un ponte sopra un fiume si deve tener conto
sia della forza che la corrente del fiume esercita sui piloni, sia della forza che eventuali
raffiche di vento esercitano sulla struttura sovrastante. In aggiunta, essendo queste forze
non stazionarie bisogna anche evitare che le frequenze proprie del ponte siano vicine alle
frequenze delle forze in quanto l’instaurarsi di fenomeni di risonanza può portare al collasso
della struttura anche per forze di modesta entità.
In generale preso un corpo di forma qualunque ed isolato un suo elemento di superficie
si avrà che la forza sarà generata dall’azione della pressione che agisce normalmente alla
superficie e dagli sforzi viscosi che invece agiscono tangenzialmente (figura 11.11).

- pn

τw

dS θ
U
y

x
S
Figura 11.11: Schema di forze locali di pressione e viscose.

Dallo schema di figura appare chiaro che se dS è l’elemento infinitesimo di superficie


del corpo risulterà dF = (−pn + τ w )dS da cui per integrazione si ottiene
Z
F= (−pn + τ w )dS (11.15)
S

che è la forza cercata. A dispetto della sua semplicità l’espressione (11.15) non è pratica-
mente mai calcolabile per via analitica in quanto la conoscenza della funzione integranda
presuppone la determinazione dei campi di pressione e velocità nell’intorno del corpo che
a loro volta sono governati dalle equazioni di Navier–Stokes.
Data l’impossibilità di valutare esplicitamente la (11.15) consideriamo allora come
semplice esempio il flusso intorno ad un cilindro circolare e cerchiamo almeno di vedere
in che modo agiscono i due termini della funzione integranda ed in quali casi uno diventa
preponderante rispetto all’altro.
Iniziamo con il ricordare che nel caso di flusso potenziale le linee di corrente sono
come in figura 11.12a e che a causa della loro simmetria tra la parte frontale e quella
posteriore del cilindro danno una risultante nulla delle forze di pressione. In aggiunta,
nelle ipotesi di flusso potenziale le azioni tangenziali sono identicamente nulle da cui si
conclude che il flusso esercita un sistema di forze a risultante nulla sul corpo (paradosso
di d’Alembert). Nel caso reale le cose vanno in modo ben diverso come è schematizzato
216 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

a b

Figura 11.12: Linee di corrente per il flusso intorno ad un cilindro: (a) flusso potenziale,
(b) flusso viscoso. (La zona marcata in rosso indica una bolla di ricircolazione con il flusso
separato).

nella figura 11.12b. Si osserva infatti che già per numeri di Reynolds O(50) lo strato
limite separa immediatamente a valle della sezione massima generando una scia vorticosa
e non stazionaria.
È intuitivo che un primo effetto della viscosità è quello di generare degli sforzi viscosi
sulla superficie del cilindro che indurranno delle forze assenti nel caso potenziale. Il
confronto tra le figure 11.12a e 11.12b mostra tuttavia che la viscosità produce un evidente
fenomeno di separazione il cui effetto non si può confinare ad un sottile strato di fluido
adiacente al corpo. La separazione dello strato limite si spiega facilmente ricordando
che la velocità tangenziale sul contorno del corpo calcolata secondo la teoria potenziale
è uθ = 2U sin θ in cui U è la velocità della corrente all’∞ e θ la coordinata azimutale
misurata a partire dal punto di ristagno anteriore. Questa espressione ci dice che il flusso
esterno accelera tra θ = 0 e θ = π/2 mentre deve decelerare tra θ = π/2 e θ = π.
In base all’equazione di Bernoulli si ha quindi una pressione decrescente (gradiente di
pressione favorevole) per 0 ≤ θ ≤ π/2 ed una pressione crescente (gradiente di pressione
sfavorevole) per π/2 < θ ≤ π. Lo strato limite si troverà quindi nelle condizioni di separare
nella seconda metà del cilindro e poiché parte dell’energia cinetica è stata dissipata per
effetti viscosi già nella prima metà del cilindro la separazione si verifica inevitabilmente per
numeri di Reynolds maggiori di circa 50. La maggiore conseguenza di questa separazione è
il mancato recupero della pressione a valle del cilindro che induce quindi una dissimmetria
tra monte e valle come mostrato in figura 11.13. Evidentemente, questa dissimmetria
produrrà una forza di pressione la cui risultante è diretta come il flusso ed è quindi una
forza di resistenza; per il cilindro, e più in generale per tutti i corpi tozzi, il termine
di pressione nella (11.15) risulta dominante rispetto a quello viscoso che per numeri di
Reynolds sufficientemente elevati diventa trascurabile.
Osservando la figura 11.13 potrebbe sembrare singolare il fatto che si ha un recupero
di pressione maggiore nel flusso a Re > 106 rispetto al quello a Re < 105 . Questo
comportamento è dovuto alla transizione dello strato limite da laminare a turbolento; in
quest’ultimo caso, infatti, la diffusione di quantità di moto dal flusso esterno all’interno
dello strato limite risulta molto più efficiente del caso laminare e, con una maggiore
energia cinetica, lo strato limite riesce a risalire più a lungo la zona con gradiente avverso
di pressione prima di separare 3 (figura 11.14).
3
Questo fenomeno è ben noto ai costruttori di palle da golf i quali provocano artificialmente la tran-
sizione alla turbolenza dello strato limite mediante delle irregolarità della superficie (dimples). In questo
11.7. FORZE AERODINAMICHE 217

Cp(θ) flusso
potenziale
1
π/2 π
0 θ
Re > 10 6
5
Re < 10

−3
Figura 11.13: Coefficiente di pressione per un cilindro bidimensionale: confronto tra flusso
potenziale e flusso viscoso.

S S

a) b)
Figura 11.14: Schema di scia a valle di un cilindro bidimensionale: a) flusso laminare, b)
flusso turbolento.

Una realizzazione di laboratorio della fenomenologia appena descritta è riportata in


figura 11.15 dove si può notare le minore estensione della zona di separazione nel flusso
in regime turbolento rispetto al caso laminare.
L’evoluzione con il numero di Reynolds di tutti i fenomeni descritti viene riassunta nella
figura 11.16 in cui è riportato l’andamento del coefficiente di resistenza CD in funzione di
Re. Ricordiamo che il coefficiente di resistenza è definito come
2D
CD = (11.16)
ρU 2 S
modo si riesce a diminuire la resistenza della palla che può quindi percorrere uno spazio maggiore, rispetto
ad una con superficie liscia, a parità di quantità di moto iniziale.
218 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

a) b)

c) d)
Figura 11.15: Visualizzazione sperimentale del flusso intorno ad una sfera a) flusso lam-
inare, b) flusso turbolento. I pannelli c) e d) riportano degli ingrandimenti delle zone,
rispettivamente, di separazione e di transizione.

Figura 11.16: Coefficiente di resistenza per un cilindro bidimensionale.

dove D è il modulo della forza di resistenza ed S è la superficie frontale del cilindro.


Nel primo tratto, per Re < 1 si ha il coefficiente di resistenza che diminuisce come
Re (CD ' 16π/Re) e quindi la resistenza D cresce linearmente con la velocità. Questo
−1

comportamento è tipico di tutti i flussi a numeri di Reynolds estremamente bassi e deriva


dal poter trascurare i termini inerziali nelle equazioni di Navier–Stokes; in questo regime
(regime di Stokes) si ha quindi un semplice bilanciamento tra forze di pressione e forze
viscose e la resistenza è generata oltre che dalle azioni tangenziali anche dalla deformazione
del fluido intorno al corpo (che per bassi Re non è più limitato ad uno strato sottile
adiacente alla superficie stessa).
Da un punto di vista teorico questo comportamento può essere facilmente compreso
ricorrendo all’analisi dimensionale. Per velocità del flusso estremamente ridotte, infatti,
non solo gli effetti della comprimibilità ma anche quelli inerziali sono ininfluenti e per la
11.7. FORZE AERODINAMICHE 219

Figura 11.17: Coefficiente di resistenza per una sfera.

resistenza D del cilindro si può porre D = f (U, d, µ). Il teorema di Buckingham ci dice
che questa relazione deve essere governata da un solo parametro adimensionale, ossia

D
= C,
µdU

o, in termini di coefficiente di resistenza CD ,

D 2CµdU 2C
CD = 1 = 2
= , (11.17)
2
ρU 2 S ρU S Re

essendo S = Ad2 (con A costante dipendente dal particolare corpo) e C = C/A: questa
relazione rispetta l’andamento trovato nel primo tratto della curva in figura 11.16. Bisogna
notare che il valore specifico di C dipende dal corpo considerato (per esempio per un
cilindro si ha CD ' 16π/Re e quindi C ' 8π mentre per una sfera risulta CD = 24/Re
ossia C = 12) al contrario l’andamento CD ∼ 1/Re è caratteristico di tutti i flussi a numeri
di Reynolds minori o uguali all’unità (flussi di Stokes).
Tornando alla figura 11.16, un secondo tratto interessante è quello in cui il numero
di Reynolds è compreso tra 2 · 104 e 3 · 105 dove il CD è costante e vale circa 1.2. In
questo tratto i fenomeni di separazione sono ormai completi e la resistenza di pressione
dà il contributo dominante alla resistenza totale; consistentemente il CD rimane costante
anche se con l’aumentare del numero di Reynolds aumentano gli sforzi viscosi alla parete.
In base alla definizione (11.16) un coefficiente di resistenza costante implica una resistenza
che cresce con U 2 e quindi molto più rapidamente che nel caso precedente.
Per 5 · 105 ≤ Re ≤ 106 si verifica una brusca diminuzione del coefficiente di resistenza
dovuto alla transizione da regime laminare a turbolento precedentemente discussa. Vale
la pena di notare che durante la transizione si ha una cosı̀ brusca diminuzione del CD che
persino la resistenza D diminuisce lievemente. Per Re > 106 tuttavia, il coefficiente di
220 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

Figura 11.18: Il coefficiente di resistenza per corpi di varia forma.

resistenza si attesta nuovamente ad un valore costante (CD ' 0.6) e la resistenza ricom-
incia a crescere come U 2 . Purtroppo, a parte pochissime eccezioni, tutte le applicazioni
pratiche si trovano in questa condizione che implica un elevato dispendio di energia per
11.7. FORZE AERODINAMICHE 221

Figura 11.19: Il coefficiente di resistenza per corpi di varia forma.

mantenere lo stato di moto.


Nel flusso intorno ad un cilindro si può affermare che la forza di resistenza è generata
essenzialmente dalla distribuzione di pressione sul corpo a sua volta determinata dai
fenomeni di separazione dello strato limite. Questa caratteristica è comune a tutti i flussi
222 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

Figura 11.20: Il coefficiente di resistenza per corpi di varia forma.


11.7. FORZE AERODINAMICHE 223

d 10d

a) b)
Figura 11.21: Il coefficiente di resistenza per un cilindro bidimensionale di diametro d e
per un profilo alare di spessore 10d sono circa uguali.

intorno a corpi tozzi in cui si generano intensi gradienti sfavorevoli di pressione.


Il comportamento del cilindro bidimensionale è caratteristico di tutti i corpi tozzi per
alcuni dei quali vengono riportati in tabella alcuni coefficienti di resistenza per il flusso in
regime di turbolenza sviluppata (figure 11.18–11.20).

1.4
CL .14 CD 1.4
CL
1.2 .12 1.2
1.0 .10 1.0
.8 .08 .8
.6 .06 .6
.4 .04 .4
.2 .02 .2
CD
0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 α 0 2 4 6 8 10 12 14 16 18α .02 .04 .06 .08 .10 .12 .14
a) b) c)

Figura 11.22: Esempi di portanza a) e resistenza b) in funzione dell’angolo di incidenza


per un corpo affusolato, e polare del profilo c).

α=0o α>15o

Figura 11.23: Visualizzazione sperimentale delle linee di corrente intorno ad un profilo


alare bidimensionale (NACA 0012) a basso ed alto angolo di incidenza.

Se un corpo, al contrario, è affusolato i gradienti di pressione saranno più deboli ed i


fenomeni di separazione possono essere generalmente evitati. Un tipico esempio di corpo
affusolato è il profilo alare in cui la resistenza è quasi totalmente generata dagli sforzi
viscosi; le forze prodotte da questi ultimi, tuttavia sono di entità più modesta rispetto
alle forze di pressione e, per fare un esempio, il profilo in figura con dimensione trasversale
10d ha lo stesso coefficiente di resistenza di un cilindro circolare di diametro d.
224 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

La distribuzione di pressioni su un corpo, comunque, non genera solo forze di resistenza


ma anche una forza ortogonale alla direzione della corrente detta portanza L. Questa
forza viene prodotta quando la distribuzione di pressione sulla superficie del corpo non
ha simmetria rispetto ad un piano orizzontale e può essere quindi prodotta da corpi
asimmetrici oppure da corpi simmetrici disposti asimmetricamente rispetto alla direzione
della corrente. Analogamente alla resistenza anche per la portanza si può definire un suo

L
L
U U

a) b)
Figura 11.24: Esempi di corpi in grado di generare portanza: a) corpo asimmetrico, b)
corpo simmetrico disposto asimmetricamente nella corrente.

coefficiente

2L
cL = ,
ρU 2 S

per il quale possono essere applicati tutti i risultati della similitudine dinamica.
È intuitivo immaginare che detto α l’angolo di incidenza di un profilo rispetto alla
corrente, al crescere di α crescerà il coefficiente di portanza cL (in quanto aumenta la
dissimmetria delle pressioni tra le superfici superiore ed inferiore) ma aumenterà anche
il coefficiente di resistenza cD (perché aumenta la superficie frontale nella direzione or-
togonale al flusso). Per i profili alari è usuale riportare in un unico grafico i coefficienti
di resistenza e di portanza ponendo l’angolo di incidenza come parametro. L’andamento
di figura 11.22 è caratteristico dei profili alari e, più in generale, dei corpi affusolati. In
particolare si osserva che al crescere di α non si ha un aumento indefinito del cL ma dopo
una valore limite dell’angolo di incidenza si ha un crollo improvviso del cL ed un brusco
aumento del cD . Ciò si verifica quando si ha il distacco dello strato limite dal corpo che,
in pratica, si comporta come un corpo tozzo (vedi figura 11.23). Questa condizione è
detta di stallo ed è particolarmente indesiderata nei velivoli in quanto viene bruscamente
a mancare la forza di sostentamento a fronte di un forte aumento di resistenza.
11.7. FORZE AERODINAMICHE 225

ESEMPIO
Una sfera d’acciaio di diametro d precipita in acqua alla velocità U . Con quale
velocità ‘precipiterebbe’ la stessa sfera immersa nel mercurio?
ρf e = 7800 Kg/m3 ρhg = 13600 Kg/m3
d = 15 cm U = 5.775 m/s
Soluzione
Dal bilancio tra spinta di Archimede e forza peso in acqua si ha

4 d3 1 d2
π (ρF e − ρH2 O )g = ρH2 O U 2 π CD , =⇒ CD = 0.4.
3 8 2 4
Da una relazione analoga per il mercurio
v
u 4dg(ρF e − ρHg )
u
U = −t = −1.446 m/s,
3ρHg CD

(la sfera si muove verso l’alto). I numeri di Reynolds sono in entrambi i casi
> 3 · 105 ed il CD è approssimativamente indipendente dal Reynolds.

ESEMPIO
Una vettura procede in autostrada alla velocità U1 impiegando una potenza
P1 con un consumo di carburante f c1 . Assumendo trascurabili tutti i fattori
tranne quelli aerodinamici e che il consumo di carburante varii linearmente con
la potenza, quale sarà il consumo di carburante alla velocità U2 ? Se il motore
può erogare una potenza massima Pmax , quale è la velocità massima raggiungibile
dall’automobile?
Pmax = 9.5P1 f c1 = 4.41 l/h
U1 = 75 Km/h U2 = 130 Km/h
Soluzione
Se la vettura procede a velocità costante, la spinta del motore bilancerà la
resistenza aerodinamica (abbiamo supposto tutti gli altri fattori trascurabili)
si avrà quindi per la resistenza D e la potenza P , rispettivamente, D =
1
2
ρU 2 ScD , P = DU = 12 ρU 3 ScD . Avendo assunto il consumo di carburante
linearmente dipendente dalla potenza si può porre f c = A · P , essendo A una
costante. Utilizzando tutte le relazioni precedenti per le velocità U1 ed U2 ed
osservando che, in regime turbolento il coefficiente di resistenza diventa indipen-
U3
dente dal Reynolds si ottiene: P1 = 12 ρU13 ScD , P2 = 12 ρU23 ScD = P1 U23 , e
1
U3
f c1 = A · P 1 , f c2 = A · P2 = f c1 PP21 = f c1 U23 = 22.96 l/h. Per la velocità
1
massima infine
3 ¶ 13
1 3 Umax Pmax
µ
Pmax = ρUmax ScD = P1 3 =⇒ Umax = U1 = 159 Km/h.
2 U1 P1
orza aggiuntiva verso il basso sarà Fy = −588.273 N.
226 CAPITOLO 11. FORZE FLUIDODINAMICHE E SIMILITUDINI

ESEMPIO
Un corpo ha un andamento del coefficiente di resistenza con il numero di Reynolds
come riportato in figura. Il corpo ha una dimensione caratteristica L e, quando
viene investito da una corrente a velocità U1 , fornisce un valore di resistenza D1 .
Sapendo che il fluido ha viscosità ν, calcolare il valore della resistenza quando la
velocità del fluido è U2 .
CD
1.2
1.0
0.8
L = 0.25 m U1 = 3 m/s
0.6
D1 = 1.35 N ν = 1.5 · 10−5 m2 /s
0.4
U2 = 90 m/s
0.2
Re
4 5 6 7
10 10 10 10

Soluzione
Noti U1 , L e ν si ricava Re1 = 50000 per cui dal grafico si ha cD1 = 1.2 e
dall’espressione D1 = ρU12 ScD1 /2 si ricava ρS = 0.25 Kg/m. Dal valore di U2 si
calcola quindi Re2 = 1.5 · 106 e dal grafico cD2 = 0.35. Il valore di D2 risulta
quindi D2 = ρU22 ScD2 /2 = 354.375 N.

ESEMPIO
La formazione dei chicchi di grandine è dovuta a correnti ascensionali all’interno
delle nubi che consentono il continuo accumulo di ghiaccio intorno ad un nucleo
fino a quando il peso proprio del singolo chicco diventa troppo grande e cade al
suolo. Per un vento ascensionale di 130 Km/h, quanto può valere il diametro di
un chicco di grandine? Fare tutte le assunzioni ritenute necessarie e giustificarle.
Soluzione
L’andamento del coefficiente di resistenza CD per una sfera in funzione del nu-
mero di Reynolds presenta due “plateau”: il primo CD1 ' 0.4 per 103 ≤ Re ≤
2 · 105 ed il secondo CD2 ' 0.2 per Re > 5 · 105 .
D’altra parte, dal bilancio tra resistenza, peso e spinta di Archimede, per un
chicco di grandine supposto sferico risulta
1 4
ρa U 2 SCD = πR3 g(ρg − ρa )
2 3
con ρa la densità dell’aria, ρg = 920 Kg/m3 la densità del ghiaccio S = πR2 ed
R il raggio della sfera. Dall’espressione sopra si ricava

3ρa U 2 CD
R=
8g(ρg − ρa )

che, per CD1 = 0.2 fornisce R1 = 1.35 cm mentre per CD2 = 0.4 risulta R2 =
2.7 cm. Per i numeri di Reynolds risulta invece Re1 = 64800 e Re2 = 129600 la
seconda soluzione, quindi, R2 == 2.7 cm è quella giusta.
Capitolo 12
∗ Cenni sui flussi comprimibili

Nei capitoli precedenti abbiamo visto che in molte applicazioni pratiche la dinamica dei
flussi si può considerare incomprimibile anche se il fluido in questione è un gas. In parti-
colare è stato accennato che se il numero di Mach è approssimativamente minore di 0.3
i fenomeni associati alla comprimibilità si possono trascurare; questa assunzione tuttavia
cessa di essere valida per i flussi ad ‘alta velocità’ o più in generale quando si voglia tenere
conto degli effetti di velocità di propagazione finita delle perturbazioni.
In questo capitolo verranno brevemente accennati alcuni di questi fenomeni lascian-
done l’analisi più approfondita ai testi specializzati di gasdinamica.

12.1 propagazione di piccole perturbazioni e velocità


del suono
Per comprendere in modo più intuitivo il motivo per cui le perturbazioni si propagano
nei fluidi con velocità finita conviene per un istante ricordare che una particella fluida è
in realtà composta da un elevatissimo numero di molecole 1 in continua collisione tra loro
in quanto animate da un moto di agitazione termica. Ciò implica che una perturbazione
applicata in un punto di un fluido si propaga al suo interno a causa degli urti caotici tra le
molecole e giunge in un altro punto solo dopo un tempo finito che dipende dalla frequenza
delle collisioni tra molecole e quindi dalla temperatura del fluido stesso.
Se ora ritorniamo al nostro modello di fluido continuo, perdiamo l’identità delle singole
molecole ma manteniamo il concetto di velocità finita di propagazione dei disturbi, quindi
delle perturbazioni di temperatura, densità etc. non saranno avvertite istantaneamente
ovunque ma viaggeranno con una velocità propria a.
Per calcolare
√ tale velocità supponiamo di avere un condotto di lunghezza L, sezione S
, con L À S, nel quale è presente del fluido. Ad un’estremità del condotto è posto un
pistone che al tempo t1 = 0+ inizia a muoversi con una velocità infinitesima dU spostando
il fluido adiacente alla parete del pistone nella direzione del moto (che supponiamo verso
destra).
Dopo un tempo t2 = t1 + dt il pistone si sarà spostato trascinando nel suo moto
1
Ricordiamo infatti che l’ipotesi di continuo si basa sul fatto che dei volumi di fluido di dimensioni
‘infinitesime’ rispetto alle dimensioni caratteristiche del flusso [O(µm 3 )] contengono sempre un cosı̀ ele-
vato numero di molecole da poter definire velocità, densità, temperatura, etc. in modo statisticamente
significativo.

227
228 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

t1= 0+

dU

a)
t2 > t1

dU

b)
t 3> t 2

dU

c)
Figura 12.1: Moto del fluido all’interno di un tubo in conseguenza della partenza impulsiva
di un pistone.

le particelle fluide immediatamente adiacenti e modificandone le loro variabili di stato.


Per esempio, riferendoci alla figura 12.1 si vede che nell’intervallo [t1 , t2 ] le particelle
inizialmente contenute nel volumetto di controllo tratteggiato sono ancora rimaste al
suo interno (in quanto la perturbazione di velocità non si è ancora propagata oltre tale
volumetto) mentre è diminuito lo spazio a loro disposizione. In tale volume si avrà quindi
un aumento di densità, pressione e temperatura oltre che di velocità.
Per un tempo t3 > t2 (figura 12.1c) il fronte della perturbazione si sarà spostato
ulteriormente verso destra accrescendo la regione di fluido interessata dall’azione di com-
pressione del pistone. Isolando una regione di fluido a cavallo dell’onda di compressione
si ha la situazione riportata in figura 12.2a, situazione chiaramente non stazionaria data
la velocità di propagazione a dell’onda.
Se tuttavia si riconsidera la stessa configurazione in un riferimento solidale all’onda
(ossia si somma al flusso una velocità pari ad a e diretta verso sinistra) si ottiene una situ-
azione stazionaria che può essere facilmente analizzata utilizzando il volume di controllo
indicato dalla linea tratteggiata in figura 12.2b.
Dall’equazione di conservazione della massa in forma integrale per flussi stazionari si
ottiene:
12.1. PROPAGAZIONE DI PICCOLE PERTURBAZIONI E VELOCITÀ DEL SUONO229

u2 = du u1 = 0 u2 = -a+du u1 = -a
p2 = p+dp p1 = p p2 = p+dp p1 = p
T2 = T+dT T1 = T T2 = T+dT T1 = T
a
ρ2 = ρ+dρ ρ1 = ρ ρ2 = ρ+dρ ρ1 = ρ

S
a) b)
Figura 12.2: a) Stato del fluido a monte e valle dell’onda di compressione, b) la stessa
situazione precedente in un riferimento solidale all’onda.

ρaS = (ρ + dρ) (a − du) S, (12.1)


che esplicitata e trascurando gli infinitesimi di ordine superiore al primo si scrive

adρ = ρdu.

Applicando quindi il bilancio della quantità di moto al volume di controllo risulta:

ρa2 S − (ρ + dρ)(a − du)2 S + pS − (p + dp)S = 0, (12.2)

che, dopo aver sostituito dalla (12.1) ρa = (ρ + dρ)(a − du), diventa

ρadu = dp, (12.3)

e mettendo a sistema le equazioni (12.1) e (12.3) si ha:

du = adρ
( (
adρ = ρdu dp
⇒ ρ ⇒ a2 = .
ρadu = dp ρadu = dp dρ
Osserviamo ora che, essendo la variazione di velocità del pistone infinitesima, si può
considerare con buona approssimazione la trasformazione è isentropica. Pertanto risulta
che la velocità del suono è calcolata dall’espressione:
và !
u ∂p
u
a= t
∂ρ S

che è valida per qualsiasi fluido che subisce una trasformazione isentropica.
Introducendo il modulo elastico del fluido, definito dalla seguente relazione:
∂p E
=
∂ρ ρ
si ha quindi: s
E
a= .
ρ
I valori di E sono riportati nelle tabelle da cui si possono ricavare i valori di velocità di
propagazione delle piccole perturbazioni; nella seguente tabella vengono riportati alcuni
esempi.
230 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

Benzina E = 1.3 · 109 N/m ρ = 680Kg/m3 a = 1382m/s


Mercurio E = 2.85 · 1010 N/m ρ = 13600Kg/m3 a = 1447m/s
Acqua E = 2.15 · 109 N/m ρ = 1000Kg/m3 a = 1581m/s
Nel caso particolare in cui il fluido in questione sia un gas perfetto, si può ricavare
dalle relazioni per una trasformazione isentropica e l’equazione di stato:
p p
= C, = RT,
ργ ρ
la velocità del suono per gas perfetto:
( p
ργ
=C
p
ρ
= RT

∂p
= Cγργ−1
(
∂ρ ∂p γγ
q
p ⇒ = Cρ = γRT ⇒ a = γRT .
ρ
= RT ∂ρ ρ

Da questa espressione si nota che la velocità del suono in un gas dipende dalla natura del
gas attraverso γ ed R e dalla sua temperatura; questa espressione conferma la descrizione
intuitiva data all’inizio di questo capitolo secondo cui la propagazione di un disturbo in
un gas è dovuto all’interazione successiva delle sue molecole attraverso le collisioni indotte
dal moto di agitazione termica.
Nella seguente tabella si riportano a titolo di esempio le velocità del suono per alcuni
gas e per differenti temperature.
Argon γ = 1.666 R = 207.85J/(KgK) T = 293K a = 246.78m/s
Elio γ = 1.666 R = 2078.5J/(KgK) T = 293K a = 1005.45m/s
Aria γ = 1.4 R = 277.13J/(KgK) T = 293K a = 337.16m/s
Aria γ = 1.4 R = 277.13J/(KgK) T = 800K a = 557.12m/s
Supponiamo ora che la velocità del pistone subisca più incrementi infinitesimi dU in
successione. In base a quanto appena visto, ogni incremento di velocità darà luogo ad
un’onda di compressione la cui velocità dipende dalle condizioni termodinamiche del fluido
in cui si propaga. Osservando che in ogni compressione il fluido subisce un incremento
di temperatura, si ha che, dopo la prima, ogni onda si propaga in un fluido preriscaldato
dall’onda che la precede e quindi con una velocità maggiore dell’onda che insegue e minore
dell’onda che precede (figura 12.3). Ciò implica che, dopo un tempo finito la coda del
treno di onde raggiungerà la testa dando luogo ad un’unica perturbazione che si muove con
una velocità intermedia tra quella delle singole perturbazioni. Chiaramente la coalescenza
di più perturbazioni di ampiezza infinitesima darà luogo ad un disturbo finito detto urto;
è interessante notare che questo si propagherà con una velocità maggiore di quella del
suono a quella temperatura un quanto la velocità dell’urto è maggiore di quella della
prima onda di compressione.
Un altro fatto interessante è che la fenomenologia non è simmetrica per un moto
del pistone verso sinistra. Se infatti il pistone si muovesse verso sinistra,
√ inizierebbe la
propagazione a destra di un’onda di espansione con velocità a1 = γRT , essendo T la
temperatura del fluido indisturbato. Il passaggio di quest’onda lascerebbe a valle un fluido
espanso e quindi più freddo a temperatura T2 = T − dT ; un’onda di espansione successiva
12.2. FLUSSO QUASI UNIDIMENSIONALE 231

t1

a1 a2 a3
a)
t2 > t1

a1 a2 a3
b)
t3 > t2

a
c)
Figura 12.3: Coalescenza di onde di compressione generate ad istanti successivi.


si dovrebbe quindi propagare in un fluido più freddo con una velocità a2 = γRT2 < a1 .
Ciò implica che un treno di onde di espansione inizialmente equispaziate tenderebbe sem-
pre di più a distanziarsi in quanto la ‘testa’ si propaga a velocità maggiore rispetto alla
‘coda’ precludendo cosı̀ la formazione di ‘urti di espansione’. Questa eventualità è peral-
tro preclusa dal secondo principio della termodinamica in quanto un urto di espansione
comporterebbe una variazione di entropia negativa; questi argomenti rientrano tuttavia
nell’ambito della gasdinamica e vengono lasciati ai testi specializzati.

12.2 Flusso quasi unidimensionale


Dato un flusso all’interno di un condotto si avrà in generale che le sue variabili saranno
funzione delle coordinate spaziali e del tempo. In qualche caso, tuttavia, è possibile che
la dipendenza da alcune direzioni spaziali e dal tempo si possa trascurare semplificando
notevolmente il problema. Per esempio, nella geometria a sezione variabile come quella
di figura 12.4 la componente u di velocità lungo l’asse del condotto avrà un profilo come
quello rappresentato con la linea tratteggiata; tale profilo soddisfa la condizione di aderen-
za alla parete mentre, fuori dallo strato limite, ha la distribuzione piatta caratteristica
dei flussi turbolenti. Se il regime di flusso permane turbolento lungo tutto il condotto il
232 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

profilo di velocità si può ragionevolmente assumere simile lungo tutta la lunghezza del
condotto, rendendo sufficiente la sola conoscenza della velocità media per caratterizzare
il flusso. In molte applicazioni, inoltre (specialmente quelle aeronautiche), la lunghezza
di tali condotti è limitata, rendendo trascurabile tanto l’effetto dei termini viscosi quanto
gli scambi di calore e permettendo quindi l’uso del modello di fluido perfetto.
Notiamo a margine che in un modello di flusso senza termini viscosi la condizione di
aderenza non può essere soddisfatta alle pareti dove invece il vettore velocità è tangente
al contorno. In un condotto a sezione variabile ciò comporta la generazione di una compo-
nente di velcocità v ortogonale all’asse del condotto e se vogliamo che v risulti trascurabile
rispetto ad u deve essere v = u tan α ≈ uα = udh/dx ¿ u ossia dh/dx ¿ 1. Questa con-
dizione implica che il condotto abbia una sezione lentamente variabile ossia che le pareti
formino un angolo piccolo con l’asse x.

y
v h(x)
u
u1 u2 x

Figura 12.4: Schema di condotto a sezione variabile con un flusso quasi monodimensionale.

Descriviamo quantitativamente il flusso quasi unidimensionale partendo dalle equazioni


di conservazione della massa, della quantità di moto e dell’energia scritte in forma dif-
ferenziale.

∂ρ
+ ∇ · (ρu) = 0
∂t
à !
∂u µ
ρ + u∇ · u = −∇p + ∇ (∇ · u) + µ∇2 u + ρf
∂t 3
à !
∂E
ρ + u∇E = −u∇p + µΦ + ρq + ∇ · (k∇T ) + u · f .
∂t
Se supponiamo che il flusso sia non viscoso: µ = 0 ed anche termicamente non condu-
cente ∇ · (k∇T ) = 0, che le forze di volume siano trascurabili f = 0, e che la produzione
interna di calore risulti nulla q = 0 le equazioni di conservazione diventano:
12.2. FLUSSO QUASI UNIDIMENSIONALE 233

∂ρ
+ ∇ · (ρu) = 0
∂t
à !
∂u
ρ + u∇ · u = −∇p
∂t
à !
∂E
ρ + u∇E = −u∇p.
∂t
In forma integrale, su un volume di controllo V di superficie S, (figura 12.4) la
conservazione della massa assume la forma
Z
∂ρ Z
dV + ρu · ndS = 0
V ∂t S

ossia
∂ Z Z
ρdV = − ρu · ndS
∂t V S

∂ Z x2
µZ ¶ Z
ρdS dx = − ρu · ndS
∂t x1 S S

∂ Z x2 Z
ρSdx = − ρu · ndS
∂t x1 S
1 R
essendo ρ = S S ρdS la densità media sulla sezione.

Sl
dh = 1 dS
dx 2 dx
V y
S1 S2
2h(x) u1 dx u2 x
x1 x2
p

Figura 12.5: Bilancio su un volume di controllo in un condotto a sezione variabile.

Sia la densità che la velocità sono grandezze non costanti in y che possono essere
scomposte nella somma di due contributi dei quali uno rappresenta il valore medio e
l’altro ne rappresenta lo scostamento; in quest’ottica quindi il prodotto ρu diventa:

ρu = (ρ + δρ) (u + δu) = ρu + δρδu + uδρ + ρδu.


234 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

Se ora si suppone che gli scostamenti rispetto alla media siano notevolmente più piccoli
della media stessa si può porre:
ρu = ρ u
da cui ne consegue per la conservazione della massa
∂ Z x2 Z
ρSdx = − ρu · ndS
∂t x1 S

oppure, notando che u è la componente lungo l’asse del condotto del vettore u,
∂ Z x2
ρSdx = − [(ρ · uS)2 − (ρ · uS)1 ]
∂t x1

∂ Z x2 Z x2

ρSdx = − (ρ · uS) dx
∂t x1 x1 ∂x
Z x" #
∂ ∂ ∂ ∂
(ρS) + (ρ · uS) dx = 0 ⇒ (ρS) + (ρ · uS) = 0.
x1 ∂t ∂x ∂t ∂x
Introducendo la derivata materiale D/Dt = ∂/∂t+u∂/∂x (indicata con D per distinguerla
da quella con la velocità u) l’equazione di conservazione della massa si può scrivere come:
Dρ ∂u ρ · u dS
+ρ + = 0.
Dt ∂x S dx
Procediamo ora in modo analogo per il bilancio della quantità di moto in forma integrale:
Z
∂ Z Z Z s2
(ρu) dV + ρuu · ndS + pndS = − (bp sin α) ds
V ∂t S S s1

∂ Z Z Z Z x2
dx
(ρu) dV + ρuu · ndS + pndS = − (bp sin α)
V ∂t S S x1 cos α
in cui il termine a secondo membro è la reazione vincolare (di pressione) data dalla
superficie laterale del condotto, b è la sua profondità nella direzione ortogonale al foglio.
Notando inoltre che α è piccolo si ha tgα = sinα = α = dh dx
e considerando che S = 2hb
dh 1 dS
risulta dx = 2b dx da cui
à !
Z
∂ Z Z Z x2
1 dS
(ρu) dV + ρuu · ndS + pndS = − 2bp − dx
V ∂t S S x1 2b dx
ossia
à !
Z x2 ∂ Z x2
∂ ³ ´ Z x2
∂ Z x2
∂S
(ρSu) dx + ρSu2 dx + (pS) dx − p dx = 0
x1 ∂t x1 ∂t x1 ∂t x1 ∂x
∂ ∂ ³ ´ ∂ ∂S
(ρSu) + ρSu2 + (pS) − p
∂t ∂t ∂t ∂x
∂ ∂ h³ ´ i dS
(ρSu) + ρ · u2 + p S − p =0
∂t ∂x dx
che, tenendo conto del’equazione di conservazione della massa scritta come S ∂ρ
∂t

+ ∂x (ρ · uS) =
0, diventa à !
∂u ∂u ∂p
ρ +u + =0
∂t ∂x ∂x
12.2. FLUSSO QUASI UNIDIMENSIONALE 235

In modo del tutto analogo si può trattare l’equazione dell’energia che diventa

u2 u2 p
" Ã ! # " Ã !#
∂ ∂
ρ e+ S + ρSu e + + =0 (12.4)
∂t 2 ∂x 2 ρ
e, tenendo conto dell’equazione della conservazione della massa e quella della quantità di
moto,
De ∂u u · p dS
ρ +p + =0
Dt ∂x S dx
Infine, calcolando il termine S1 dS
dx
dall’equazione della conservazione della massa scritta in
forma di derivata materiale dall’equazione dell’energia si ottiene :
à !
De D 1 Ds
+p =0⇔ =0
Dt Dt ρ Dt
Quest’ultima equazione indica che il flusso è isentropico cioè che l’entropia di ogni
particella non cambia lungo la sua traiettoria.
Per allegerire la notazione, da ora in poi ometteremo il simbolo · per denotare le
quantità mediate; se facciamo l’ulteriore ipotesi che il flusso sia stazionario le equazioni
di conservazione si semplificano in
d
(ρSu) = 0 =⇒ ρSu = cost (12.5)
dx
d h³ 2 ´ i dS
ρu + p S − p =0 (12.6)
dx dx
Se moltiplichiamo l’equazione (12.5) per u e la sottraiamo alla (12.6)
du dp du 1 dp
ρSu +S =0 =⇒ u + =0 (12.7)
dx dx dx ρ dρ
quindi l’equazione della quantità di moto in forma differenziale si scrive:
dp
udu + =0 (12.8)
ρ
Una forma utile dell’equazione di conservazione dell’energia si ottiene dalla (12.4)
nell’ipotesi di stazionarietà dopo avere sottratto la (12.5) moltiplicata per E e la (12.6)
moltiplicata per u

u2 p
à !
d
e+ + =0 (12.9)
dx 2 ρ
che sancisce la natura omoenergetica del flusso, ossia con energia costante ovunque e non
solo lungo una linea di corrente.
Le relazioni appena trovate possono essere sfruttate in modo semplice per trovare
l’andamento di grandezze fluidodinamiche e termodinamiche all’interno del condotto al
variare della sua sezione.
Per flusso isentropico si ha pρ−γ = C e differenziando entrambi i membri si ha
dp dp dρ γp
γ
+ p (−γ) ρ−γ−1 dρ = 0 =γ dp = dρ
ρ p ρ ρ
236 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

e, utilizzando l’equazione di stato dei gas perfetti p/ρ = RT e la definizione di velocità


del suono a2 = γRT ,
dp = γRT dρ dp = a2 dρ (12.10)
L’equazione di conservazione della massa è ρuS = C e dalla differenziazione logarit-
mica si ottiene
dρ du dS
+ + = 0. (12.11)
ρ u S
Mettendo a sistema la relazione (12.8) con la seconda delle (12.10) ricava una relazione
differenziale tra la densità del fluido, la velocità del flusso ed il numero di Mach

dp = a2 dρ
(
dρ u dρ du
dp ⇒ = − 2 du ⇒ = −M 2
udu + ρ = 0 ρ a ρ u
Sostituendo l’ultima delle precedenti nella (12.11) si ottiene la relazione tra variazione
di velocità e variazione di sezione il cui comportamento dipende dal numero di Mach.
dal sistema dell’equazione precedentemente trovata con l’equazione di conservazione della
massa ricaviamo l’equazione differenziale tra la velocita del flusso e la sezione sulla quale
viene la velocità è calcolata ed il numero di Mach

= −M 2 du
(
³ ´ du dS

ρ
du dS
u
⇒ 1 − M2 =−
ρ
+ u + S =0 u S

du 1 dS
= 2 (12.12)
u M −1 S
il legame tra densità e sezione sulla quale è calcolata e il numero di Mach si trova dal
seguente sistema

= −M 2 du M 2 dS
(
ρ u

du ⇒ = −
u
= M 21−1 dS
S ρ M2 − 1 S

Differenziando l’equazione dell’isentropica abbiamo visto che dp


p
= γ dρ
ρ
e dal seguente
sistema troviamo la relazione tra pressione e sezione e numero di Mach.

dp

p
= γ dρρ dp M 2 dS
dρ 2 ⇒ = −γ

ρ
= − MM2 −1 dS
S p M2 − 1 S

differenziando l’equazione di stato dei gas perfetti risulta che dpp


+ dρρ
− dTT
= 0
dp dρ
che accoppiata all’equazione differenziale dell’isentropica, p = γ ρ ,fornisce la seguente
relazione:
dT dρ
= (γ − 1)
T ρ

dT du
= − (γ − 1) M 2
T u
12.2. FLUSSO QUASI UNIDIMENSIONALE 237

dT M 2 dS
= − (γ − 1) 2
T M −1 S

Ricapitolando le equazioni ricavate sono:


du 1 dS
=− 2
u M −1 S

dT 2 du M 2 dS
= − (γ − 1) M = (γ − 1) 2
T u M −1 S

dρ 2 du M 2 dS
= −M = 2 (12.13)
ρ u M −1 S

dp 2 du M 2 dS
= −γM =γ 2
p u M −1 S

Analizziamo la variazione delle grandezze temodinamiche al variare della sezione di


un condotto attraversato da due tipi di flusso uno subsonico e l’altro supersonico.
(
dS > 0 → du < 0, dT > 0, dρ > 0, dp > 0
M <1⇒
dS < 0 → du > 0, dT < 0, dρ < 0, dp < 0

(
dS > 0 → du > 0, dT < 0, dρ < 0, dp < 0
M >1⇒
dS < 0 → du < 0, dT > 0, dρ > 0, dp > 0

Il fenomeno più interessante da notare è che in base all’equazione (12.12) la velocità


di un flusso reagisce in modo opposto alle variazioni di sezione e seconda che il numero
di Mach sia maggiore o minopre di 1. In particolare se il flusso è subsonico (M < 1) per
una dS negativa si avrà una du positiva e viceversa, ossia il flusso accelera se la sezione
del condotto diminuisce mentre decelera se la sezione si allarga. Al contrario, se il flusso
è supersonico (M > 1) variazioni di sezione e di velocità avranno segno concorde e quindi
il flusso accelera se la sezione cresce in x e decelera se la sezione si riduce. Il motivo
di tale comportamento è dovuto al fatto che velocità e densità si comportano in modo
opposto rispetto alle variazioni di sezione (confronta le equazioni 12.12 e 12.13) e mentre
per M < 1 le variazioni di velocità superano quelle di densità nei flussi supersonici accade
il fenomeno opposto.
Un’altra importante osservazione è che la transizione di un flusso da subsonico a super-
sonico o viceversa, in un condotto a sezione variabile può avvenire solo in corrispondenza
di una gola dove dS = 0. Se infatti ciò non accadesse, in corrispondenza di M = 1 si
avrebbero variazioni infinite di tutte le quantità indicando l’impossibilità di far avvenire
il fenomeno.
238 CAPITOLO 12. ∗
CENNI SUI FLUSSI COMPRIMIBILI

L’ultima questione che si vuole brevemente menzionare è la variazione di alcune


grandezze lungo l’asse di un condotto a sezione variabile nel caso in cui valgano le equazioni
(12.5), (12.7) e (12.9).
Ricordando che l’entalpia per un gas perfetto è h = e+p/ρ = cp T con il calore specifico
γR
a pressione costante pari a cp = γ−1 riscriviamo l’equazione di conservazione dell’energia
tra due generiche sezioni del condotto ottenendo:
u2 u2
à ! à !
cp T + = cp T + , (12.14)
2 2
2 1
e, se in particolare si ha una sezione in cui la velocità è nulla si ottiene
u21
cp T1 + = c p T0 , (12.15)
2
dove T0 è detta temperatura totale e misura l’energia totale del sistema. Bisogna no-
tare che la relazione sopra costituisce anche una definizione della temperatura totale che
può essere calcolata indipendentemente dal fatto che nel condotto si verifichi o meno la
condizione u = 0 in qualche sezione.
Con qualche trasformazione la relazione 12.15 assume la forma
T0 u21
=1+
T1 2cp T1
T0 γ − 1 u21
=1+
T1 2 RγT1
T0 γ − 1 u21
=1+
T1 2 a21
T0 γ−1 2
=1+ M1
T1 2
se il flusso è isentropico valgono le relazioni:
γ γ
p0 T0 γ−1 2
µ ¶ γ−1 µ ¶
γ−1
= = 1+ M1
p1 T1 2
1 1
ρ0 T0 γ−1 γ − 1 2 γ−1
µ ¶ µ ¶
= = 1+ M1
ρ1 T1 2
con le quali è possibile definire la pressione e densità totali del flusso.
In forma equivalente, utilizzando la definizione cp = γR/(γ − 1) ed introducendo la
velocità del suono si pu‘øporre l’equazione di conservazione dell’energia nella forma
γRT1 u21 γRT2 u22
+ = +
γ−1 2 γ−1 2

a21 u2 a22 u2
+ 1 = + 2
γ−1 2 γ−1 2

(γ − 1) 2 (γ − 1) 2
a21 + u1 = a22 + u2
2 2
e nuovamente è possibile definire la velocità del suono totale a0 ponendo in qualche sezione
u = 0.