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I racconti della Passione

Carlo Maria Martini *

PREMESSA

Tutta la Bibbia non è che il racconto della passione di Dio per l’uomo. Preso da amore
folle per lui, è «innamorato della bellezza della sua creatura», secondo l’espressione di santa
Caterina da Siena.
E i racconti della morte e risurrezione del Signore Gesù costituiscono l’apice di questo
dramma. Mentre la Sacra Scrittura narra ciò che Dio ha fatto per noi, mostrandoci però il suo
volto quasi di spalle, cioè nelle azioni che compie, la Passione di Gesù narra ciò che Dio si è
fatto per noi – e ciò che noi gli abbiamo fatto; ce lo mostra faccia a faccia, senza più alcun
velo, è ri-velazione totale del volto divino.
Nella Passione si realizza quindi ogni promessa; inchiodato al legno, Dio è
definitivamente compromesso con noi. Nei suoi doni preludeva al dono di Sé, sulla croce lo
compie.
Per questo i cristiani dovrebbero leggere e rileggere continuamente i racconti della
Passione dai quattro evangelisti.
E giustamente Paolo ritiene di non sapere altro «se non Gesù Cristo e questi crocifisso»
(1 Cor 2, 2). In lui sono «nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2, 2), anzi
«abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Sulla croce si esibisce e dà
spettacolo di sé «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» di quell’amore che
sorpassa ogni conoscenza e ci ricolma «di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3, 18 ss.).
Su di essa la Trinità si esprime definitivamente, quasi spreme-fuori di sé, nel mondo, la
sua essenza, e si rende percepibile a tutti così com’è: Amore assoluto.
Il frutto di quest’albero ci permette di conoscere Jahvè, e ci guarisce dalla falsa
conoscenza che ci ha dato l’albero della perdizione. Così, contemplando nel Figlio
dell’uomo innalzato il nostro male e tutto il suo bene, veniamo salvati dall’antico veleno.
Vedendolo, guardandolo attentamente, cessa la nostra fuga e siamo irresistibilmente attirati a
lui, perché conosciamo finalmente la verità che ci fa liberi (cfr. Gv 8, 31) da quella
menzogna che ci aveva fatto fuggire dalla vita.
Scrive Giovanni nella sua I Lettera: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’Amore
che Dio ha per noi» (4, 16), perché ce lo ha manifestato nel Crocifisso, sintesi di tutta la fede
cristiana. Nel Crocifisso vediamo tutta la verità dell’uomo rovesciata su Dio e tutta la verità
di Dio riversata sull’uomo, miseria e misericordia che si abbracciano. È ormai il punto fisso
per chi vuol conoscere il grande mistero.
Così, il presente volume – che raccoglie alcune meditazioni sulla Passione tenute dal
Cardinale Carlo Maria Martini – è particolarmente utile perché ci permette di penetrare
almeno un poco nel disegno di salvezza di Colui che «mi ha amato e ha dato se stesso per
me» (Gal 2, 20), «che è venuto a salvare i peccatori dei quali il primo sono io».

* Morcelliana, Brescia 1994.


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Ha inoltre il notevole vantaggio di aiutarci a riflettere sui quattro racconti degli


evangelisti, sulle sfaccettature diverse e complementari sottolineate da ciascuno di essi, a
metterci dalla parte che ci spetta, che è «l’altra parte» rispetto a Cristo. In tal modo ci è
possibile identificarci con i personaggi che, in vario modo, con la loro azione, sono stati
autori della passione e della morte di Gesù.
L’ermeneuta autentico del segreto appeso tra cielo e terra secondo i vangeli, non è
Pietro, non è uno dei discepoli, bensì il centurione, responsabile diretto di quanto avviene sul
Golgota.

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Le meditazioni che qui presentiamo, per gentile concessione dell’Autore, sono i testi di
quattro corsi di esercizi spirituali sui vangeli di Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
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Il racconto del vangelo di Marco

I.
LA PASSIONE DI GESÙ EDUCA PIETRO
ALLA CONOSCENZA DI SÉ E DEL SIGNORE

«In quel tempo Gesù prese a dire: ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre,
perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio
se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio avrà
voluto rivelarlo» (Mt 11, 25-27).

‘Signore, noi vogliamo guardare te per conoscere il Padre. Tu ci riveli il Padre dalla
croce. Rivela, o Signore, a noi il mistero della Croce, fa’ che non ne abbiamo paura, fa’ che
in esso conosciamo Dio, conosciamo te, Figlio del Padre, conosciamo noi stessi, peccatori
salvati.
Donaci quella scintilla di intelligenza del mistero che hai stabilito per ciascuno di noi.
Fa’ che la nostra vita sia coerente con ciò che tu ci fai conoscere, e se vuoi farci prima
praticare che conoscere, farci prima amare che comprendere, donaci il tuo Spirito
attraverso la tua morte e resurrezione gloriosa.
Ti adoriamo presente tra noi, vivo, risorto, glorioso nei secoli. Amen’.

1.1. Sgomento di fronte al mistero della passione


Penso a un aeroplano che dopo aver rullato lungo la pista, si accorge, alla fine, di non
avere i motori abbastanza forti e la corsa abbastanza ampia per salire. Così ci sentiamo di
fronte alle meditazioni sulla Passione.
Diverso è guardare al Signore, soprattutto ricavandone conoscenza di noi stessi.
Quando si tratta invece di guardare a lui per ricavare conoscenza di lui (e questo non si può
fare senza entrare nel mistero trinitario del Padre che ci dona il Figlio, e soprattutto nel
mistero della morte di Dio), ci troviamo del tutto impreparati.
Hans Urs von Balthasar è uno dei pochi teologi che ha trattato a fondo il tema della
croce.
Egli paragona l’entrare nella meditazione della Passione, della morte di Dio e di ciò
che significa per il destino umano, a quanto Isaia descrive nella piccola apocalisse: l’entrare
in un paese di morte.

«Terrore, fossa e laccio / ti sovrastano, o abitante della terra. / Chi fugge al grido di
terrore / cadrà nella fossa, / chi risale dalla fossa / sarà preso nel laccio. / Le cateratte
dall’alto si aprono / e si scuotono le fondamenta della terra. / A pezzi cadrà la terra, / in
frantumi si ridurrà e, crollando, crollerà a terra. / Certo barcollerà la terra come un ubriaco, /
vacillerà come una tenda; / peserà su di essa la sua iniquità, / cadrà e non si rialzerà. /
Arrossirà la luna, / impallidirà il sole,/ perché il Signore degli eserciti regna/ sul monte Sion
e in Gerusalemme / e davanti ai suoi anziani sarà glorificato» (24, 17-23).
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Questi versetti evocano, secondo Balthasar, tutte le realtà su cui siamo per forza
costretti a riflettere entrando in quel mistero oscuro della storia che è la morte di Dio. Infatti,
se Dio muore, tutto muore, se la parola rivelante di Dio a un certo punto tace, tutto il mondo
tace. Così comprendiamo la serietà, la drammaticità di questo tipo di meditazione, che
quando viene fatta con verità, vedendone cioè le conseguenze per la nostra vita, ci appare
più di un gioco, anzi quasi un laccio dal quale si è presi e travolti.

1.2. Perché la passione e la morte di Gesù?


Von Balthasar incomincia la sua riflessione con un interrogativo fondamentale
riprendendo un’espressione di Gregorio di Nazianzo:

«Perché questo sangue è stato versato?».

La Passione e la morte del Figlio di Dio erano veramente necessario dopo l’Incarna-
zione? Su questo punto i teologi sono divisi. La Passione non è forse, come dicevano gli
Scotisti, subordinata allo scopo principale, l’Incarnazione, che è la glorificazione del Padre
attraverso il Figlio Gesù? La Passione non è forse qualche cosa di accidentale, di aggiunto?
Se rifiutiamo tale teoria, che non sembra corrispondere ai dati della tradizione, e
mettiamo invece la Passione al centro, quale termine dell’opera di Dio, ne deriva però un
altro problema: il peccato sarebbe un contributo necessario all’opera di Dio, perché non c’è
morte di Gesù senza il peccato. Se dunque la morte di Gesù è lo scopo, il culmine della
manifestazione di Dio, allora il peccato è necessario a questa manifestazione.
Alcuni teologi risolvono la difficoltà individuando due scopi nell’azione di Dio;
Suárez, ad esempio, parla di un doppio motivo principale dell’Incarnazione. Ma si tratta di
un tentativo per sfuggire il problema: come potrebbe esistere un ‘doppio’ motivo
‘principale’? Il motivo principale è uno, di natura sua. Il tentativo dunque non fa che mettere
maggiormente in risalto la difficoltà, mostrando la complessità del problema e la fatica anche
teologica di chi vuole fino in fondo sceverare il mistero della rivelazione della gloria di Dio
nella morte di Cristo. I due termini sembrano appunto antitetici: la rivelazione di Dio
nell’annientarsi di Dio, e questo è il mistero della Passione.
In un linguaggio semplice ed efficace, von Balthasar afferma che Dio in quanto serve,
in quanto lava i piedi della sua creatura, si rivela nell’intimo di sé. La meditazione sulla
Passione richiederebbe un tentativo di penetrazione amorosa del mistero di Dio che lava i
piedi dell’uomo e, come tale, si rivela il Dio glorioso; un Dio che si sottomette al giudizio e
allo sfruttamento dell’uomo, rivelandosi il Dio potente.
Sono i pensieri che il Signore ci chiede di approfondire.

1.3. Pietro di fronte alla passione


Poiché è difficile entrare nella meditazione sulla Croce, ci lasciamo guidare da
qualcuno che ci aiuta a esplorare alcuni aspetti del mistero.
Vi propongo di contemplare come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù o come la
Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù. Non è ancora la contemplazione
diretta del mistero, ma è un modo di arrivarci per gradi, attraverso le difficoltà che Pietro
stesso ha vissuto. Chiediamogli di farci percorrere il suo cammino, di cogliere la sua
esperienza drammatica.
Partendo dalle parole del Vangelo, cercheremo di ricostruire nella preghiera il suo
atteggiamento. In fondo Pietro è ciascuno di noi, è l’uomo che per la prima volta viene
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abbagliato dal fatto inconcepibile della Passione e ne viene colpito nella carne, perché si
accorge che si riflette su di lui.
Leggeremo da Mt 14, 28 (Pietro sulle acque) a Mt 26, 75 (il pianto finale): dalla prima
presunzione, cambiatasi in paura e presto risanata, allo scoppiare in pianto di Pietro, che
rivela il venire meno, di fronte al Cristo sofferente, di tutte le sue sicurezze, di tutto ciò che
egli aveva pensato di sé e di Gesù.

1.3.1. La presunzione e la paura


Cominciamo da Mt 14, 28. Vedendo Gesù che, come un fantasma, viene incontro alla
barca sul mare e dice: «Coraggio, non abbiate paura!», Pietro risponde:

«Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque».

È una parola molto forte, perché camminare sulle acque è proprio di Jahvè, è una
caratteristica di Dio nell’Antico Testamento. Pietro è molto ardito: chiedere di fare ciò che fa
Gesù, è partecipare alla forza di Dio. Ciò tuttavia corrisponde al sogno di Pietro: seguendo
Gesù siamo stati investiti della sua forza; non ci ha forse comunicato i suoi poteri di cacciare
i demoni e guarire i malati? Dunque entriamo in questa comunicazione di potenza con fede,
con amore, con generosità, partecipiamo alla forza di Dio. Gesù acconsente.

«... e Gesù disse: Vieni. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque
e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e cominciando ad affondare
gridò: Signore, salvami! Subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca
fede, perché hai dubitato?».

Pietro vuol partecipare alla potenza di Gesù, però non si conosce e non sa che questa
partecipazione significa anche condividere le prove di Gesù, lasciarsi sconvolgere dal vento
e dalle acque. Non aveva pensato a tanto, immaginava un gioco più facile e allora, sconvolto,
grida.
Il grido rivela il fatto che Pietro non conosceva se stesso, presumeva di sé, si riteneva
ormai capace di qualunque cosa. E non conosceva Gesù, perché a un certo punto non si è più
fidato di lui, non ha capito che è il Salvatore e che in mezzo alla potenza dell’uragano, là
dove la sua debolezza si manifestava, Gesù era lì per salvarlo.
Questa è per Pietro la prima esperienza della Passione; un’esperienza non riuscita,
chiusa, appena iniziale, dalla quale, come accade anche a noi, non impara molto.
Probabilmente si chiede che cosa gli è capitato e perché si è lasciato prendere dallo spavento.
Ma l’episodio rimane vago, come molte nostre esperienze che non sono interiorizzate finché
una più grande non ce ne rivela il senso.

1.3.2. Evoluzione psicologica di Pietro


Consideriamo ora tutti i luoghi in cui si parla di Pietro, chiedendoci che cosa
significano per la sua evoluzione psicologica.
Al c. 15,15 ss. con molta semplicità Pietro dice:

«Signore, spiegaci questa parabola: quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo,
non quello che vi entra».

Gesù risponde:
«Anche voi siete ancora senza intelletto».
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Pietro è dunque un uomo che ha coraggio, desidera capire, però la sua conoscenza
delle cose di Dio è ancora embrionale, ancora in movimento e questo si manifesterà lungo
tutto il suo cammino.
Il capitolo seguente (16, 16 ss.) ci mostra il punto culminante del cammino. Pietro, a
nome di tutti, è l’unico che ha il coraggio di parlare e alla domanda di Gesù:

«Ma voi chi dite che io sia?»,

risponde:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù:

«Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato,
ma il Padre mio che sta nei cieli. Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa.
Ti darò le chiavi del Regno».

Di fronte a tali promesse Pietro si sente contento: ha risposto alla fiducia che il
Maestro aveva in lui. Egli l’ha chiamato dalla barca quando era un povero pescatore, uno
zoticone, ha avuto fiducia, e lui ora ha mostrato che era ben riposta. È vero che Gesù ha
detto:

«La carne e il sangue non te l’hanno rivelato»

e quindi la rivelazione è di Dio; ma è stata fatta a lui, Pietro. Dio gli ha dato la
possibilità di dare questa testimonianza a Gesù e di avere di conseguenza una responsabilità
nel Regno.
Immaginiamo allora lo smarrimento di Pietro subito dopo: appena pensa di aprire
bocca e di esercitare un po’ delle sue funzioni, viene rimbeccato duramente. Infatti Gesù
comincia a dire apertamente che deve andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli
anziani, dei sommi sacerdoti, degli scribi, venire ucciso (la Passione affiora qui per la prima
volta); Pietro, da uomo prudente, non lo redarguisce in pubblico, ma lo prende in disparte
pensando di dire al Maestro, con onestà, qualcosa che gli sarà utile:

«Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai».

È una parola che gli esce dal cuore, perché Pietro vuole bene a Gesù e crede che
debbano essere loro a morire, perché il Maestro deve risparmiarsi per il Regno. Pietro è
generosissimo, vuole essere lui piuttosto a morire, sapendo benissimo che la vita che hanno
cominciato è contrastata, suscita nemici, difficoltà. Non si illude, però ragiona logicamente:
se la Parola tace, chi la dirà? La Parola non deve tacere, e noi ci sacrificheremo per te.
Immaginiamo perciò il suo disappunto e smarrimento per la risposta di Gesù:

«Lungi da me, Satana, tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma
secondo gli uomini».

Pietro ha parlato con tutta la generosità del suo cuore, ha parlato per il bene di Gesù e
dei compagni, ed è trattato da Satana. Confuso, tace e non fa la sola cosa che dovrebbe fare:
chiedere al Signore di spiegarsi, manifestare la sua perplessità.
Poco dopo eccolo di nuovo nella piena fiducia di ‘maggiordomo’ del Regno. Sul monte
della Trasfigurazione (c. 17, 4) prende la parola e dice:
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«Signore, è bello per noi restare qui».

Ancora una volta prende la parola per tutti, ha capito che tocca a luì interpretare il
pensiero comune:

«Se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Cercando di entrare nella psicologia di Pietro, interpreto le sue parole: provvedo io! E
con magnanimità, perché la tenda per sé non se la fa; però è lui che organizza il Regno di
Dio. Matteo non annota, ma Luca aggiunge:

«Egli non sapeva ciò che diceva».

Sul monte esplode la gioia di Pietro di avere un posto e di voler fare il possibile per
essere degno della fiducia riposta in lui. Dal momento che il Regno di Dio è una cosa
grande, bisogna operare cose grandi; quindi una tenda per ciascuno, che in Oriente è un
grande lusso. Pietro certamente non riflette molto, dice ciò che gli viene in mente, e non è
neanche redarguito da Gesù, mentre la scena rapidamente si evolve.
Giunge la voce dall’alto:

«Ecco il mio Figlio nel quale mi sono compiaciuto».

Forse Pietro avrebbe potuto capire che non era il caso di costruire tende, ma di
guardare a questo Figlio, a come si comporta, a come Dio lo sta rivelando nella gloria e nella
povertà; tutto questo però non rientra nel suo modo di pensare.
Quando poi scendono dalla montagna e si avvicinano alla folla che sta intorno al luogo
in cui l’epilettico non è stato guarito dai discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni non sono
stati bruciati dall’esperimento fallito. Forse Pietro, con una certa soddisfazione interna, si
unisce a Gesù che dice:

«O generazione incredula e perversa, fino a quando starò con voi»,

pensando che se ci fossero stati loro, l’avrebbero guarito, mentre gli altri discepoli, ‘di
secondo grado’, non erano riusciti.

C’è ancora un episodio molto interessante nello stesso capitolo, ricco di simbolismo
(17, 24-27), quello della tassa del tempio.
Gesù con noncuranza dice: getta l’amo, prendi il primo pesce e da’ la moneta. Mi
colpisce l’espressione:

«Prendila e consegnala a loro per me e per te».

È bello questo gesto di Gesù di mettere una moneta sola per sé e per Pietro, e sembra
quasi un avvertimento: guarda che siamo insieme, cerca di accomunarti al mio destino, non
pretendere di fartene uno tuo diverso dal mio, o di guardare il mio dal di fuori.
Non so se Pietro abbia capito la ricchezza di significato dell’unica moneta, la
delicatezza di Gesù. Infatti lo vediamo (nominato insieme con gli altri) al c. 20, 24, mentre si
sdegna contro i due figli di Zebedeo, dopo che la loro madre si è avvicinata a Gesù,
chiedendogli che i due stiano uno alla sua destra e uno alla sinistra.
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Gesù tratta la madre con molta bontà, con pazienza, senza irritarsi, invece i discepoli si
sdegnano perché il posto chiesto dalla madre per i figli lo vorrebbero loro. Gesù ammonisce:
«I capi delle nazioni le governano da padroni, e i grandi esercitano il potere sopra di
esse. Ma tra voi non sarà così; al contrario, chi vorrà tra voi diventare grande, sarà vostro
servo; e chi vorrà tra voi essere primo, sarà vostro schiavo. Così come il Figlio dell’uomo,
che non è venuto per essere servito, ma per servire e per dar la sua vita in redenzione dei
molti» (20, 25-28).
Il testo non ci permette di conoscere il pensiero degli apostoli, però è chiaro, da ciò che
segue, che ancora non hanno capito. Il Maestro parla, ma essi ascoltano senza comprendere;
come accade a noi, fino a che un avvenimento imprevisto e duro, non ci mette a contatto con
la realtà.
Siamo in un punto cieco, che è una situazione psicologicamente ben caratterizzabile: ci
sono verità che non vediamo, su cui siamo ciechi o sordi; ci vengono dette, ripetute,
asseriamo di averle capite, tuttavia non le assimiliamo. Pietro è inquesta linea.

1.3.3. Il dramma di Pietro


Veniamo ora alle ultime battute del dramma di Pietro che abbiamo visto così poco
preparato (Mt 26, 32-35). Mentre Gesù si avvia con gli apostoli verso il Monte degli ulivi,
esclama:

«Voi tutù vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò
il pastore e saranno disperse le pecore del gregge».

È un’indicazione che fa capire tutta la debolezza degli apostoli: siete come pecore; se
non c’è il pastore, non potete fare nulla.

«Ma dopo la mia risurrezione vi precederò in Galilea. E Pietro gli disse: anche se tutti
si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai. Gli disse Gesù: in verità ti dico,
questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte. E Pietro gli rispose:
anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli».

Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità;
davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena
ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con
leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: se dovessi morire con te. Quel con te è
essenziale nella vita cristiana.
Si direbbe che Pietro abbia ormai capito il senso dell’unica moneta per due: sono con
te, Signore, nella vita e nella morte. Quante volte anche noi l’abbiamo ripetuto! Pietro
pronuncia una parola esattissima, sincera, però Gesù non ha detto: mi rinnegherete, ma: «vi
scandalizzerete»; secondo l’espressione biblica: troverete una pietra imprevista. Lo scandalo
è un ostacolo imprevisto che fa da trappola.
Per i discepoli sarà l’imprevisto scarto tra l’idea che avevano di Dio e quella che si
rivelerà nella notte. Il Dio di Israele, il grande, il potente, il vincitore dei nemici, il Dio che
non abbandonerà mai Gesù, è l’idea di Dio che hanno imparato dall’Antico Testamento.
Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si
verificherà.
Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha
accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va
fino in fondo, o almeno cerca di andarci:

«Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».


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Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea


giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il
Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la
morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno, come i Maccabei, come gli eroi
dell’Antico Testamento, morire gridando contro i nemici la verità di Dio, e l’ingiustizia e la
vergogna di chi ha tentato di assalire il suo popolo. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di
morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.

Leggiamo dal brano seguente (Mt 26, 37-56).

«Gesù lo prese con sé con i due figli di Zebedeo e cominciò a provare tristezza e
angoscia. Disse loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me. E
avanzatosi un poco, si prostrava e pregava: Padre mio, se è possibile passi questo calice!
Però non come voglio io, ma come vuoi tu! Poi tornò dai discepoli che dormivano e disse a
Pietro: Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?».

Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti
come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come
tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni. Nessuno di noi si abbandona al
sonno in tali occasioni; piuttosto siamo presi dal nervosismo e non riusciamo a dormire.
Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il disgusto psicologico di una condizione
inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo
insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico; invece Gesù ha paura e fa lo sbaglio
di rivelarsi, di mostrare la sua verità che gli altri non sono preparati a ricevere.
Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo
smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici,
di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una
potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.
È bastato a Pietro che Gesù si rivelasse ‘vero’ e non fosse una volta tanto il Maestro a
cui si appoggiavano, quello che aveva sempre la parola giusta, bensì un uomo come gli altri,
un amico da consolare, per cominciare a scandalizzarsi e non capire; «gli occhi appesantiti»,
dice il vangelo: l’espressione richiama uno stato di accecamento interiore, di confusione
mentale che grava nello spirito e lo rende pesante, torbido, offuscato.
Gesù deve pregare da solo e ogni volta che risveglia i discepoli provoca uno choc.
Vedono la faccia di lui spaventata e angosciata, e comincia ad affiorare il dubbio: è
veramente il Messia? Come può Dio manifestarsi in un uomo così povero? Gesù che si
umilia, che diventa uno straccio, che cammina barcollando, li sconvolge sempre di più,
sgretola il loro castello di forze mentali, la loro idea di come Dio si deve manifestare e deve
salvare un uomo che gli è fedele, che è il suo Cristo.
Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando

«Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni»,

si avvicina a Gesù e lo bacia. Gesù non reagisce, dice soltanto:

«Amico, per questo sei qui!»;

poi viene arrestato:


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«Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco uno di quelli che erano con
Gesù, messa la mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote,
staccandogli un orecchio».

Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe. Di fronte alla moltitudine
della gente il suo è indubbiamente un atto disperato, però coraggioso.
L’ultimo colpo alla sua troppo meschina sicurezza, che ha cercato ancora una rivincita,
è la parola di Gesù:

«Metti la spada nel fodero».

Gesù sconfessa pubblicamente Pietro che non capisce più niente e si domanda perché
il Signore li ha chiamati a seguirlo, se proprio voleva morire.
Tanto più che Gesù sembra dialogare con i suoi avversali:

«Siete venuti come contro un brigante; perché non mi avete preso prima, quando ero
nel tempio? Devono adempiersi però le Scritture».

Se non possiamo noi mettere mano alla spada – si domanda Pietro – perché non
vengono queste famose legioni di angeli, perché Dio non salva il suo consacrato, o almeno lo
fa arrestare nel tempio, mentre la folla grida e succede un tumulto? Invece, così, nella notte,
come un malfattore! E lui neppure reagisce.
Allora, dice il testo al v. 56:

«Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono».

È sottolineato proprio il loro smarrimento, non totale perché avranno conservato


almeno la fede di fondo; tuttavia si accavallavano talmente in loro i pensieri tenebrosi da
mettere in crisi l’immagine che avevano di Dio.
Pietro è confuso anche nella sua identità: non sa più chi è, cosa deve fare, qual è il suo
compito nel Regno, non sa chi è questo Gesù che viene abbandonato da Dio. Tutto si agita
nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il Suo Maestro e quindi, come si dice
subito dopo, al v. 58:

«Lo segue da lontano».

Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può
non seguirlo.
È un uomo diviso, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere;
seguirlo da lontano è il compromesso, che diventa palese per tutti nella scena del triplice
rinnegamento, testimonianza pubblica dello smarrimento di Pietro.
Non sapendo chi è lui e chi è Gesù Pietro dà delle risposte che paradossalmente sono
vere.

«Una serva gli si avvicinò e disse: anche tu eri con Gesù il Galileo. Egli negò davanti a
tutti: non capisco che cosa tu voglia dire».

Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire),
bensì da smarrimento totale.
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Alla seconda domanda:

«Costui era con Gesù il Nazareno, negò: non conosco quell’uomo».

L’evangelista sembra giocare sul sottinteso: veramente non conosco più chi sia, è un
enigma anche per me, non posso più far niente per lui, non so che cosa voglia, tutto sta
crollando; Dio interviene sempre per il giusto, e dunque quest’uomo non è giusto, ci ha
ingannato. Il suo stato di confusione lo porta a giurare e imprecare contro Colui che ama.

1.3.4. La conversione
«Subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: Prima che il
gallo canti, mi rinnegherai tre volte. E uscito all’aperto, pianse amaramente».

L’evangelista è estremamente sobrio. Il canto del gallo sembra cogliere un uomo


ancora confuso, poi il ricordo delle parole di Gesù e quindi, gradualmente, la percezione:
Gesù aveva voluto veramente questi fatti e, se corrispondono al suo piano, corrispondono
anche al piano di Dio. Allora non ho colto nulla del piano di Dio, sono stato un cieco per
tutta la vita, ho vissuto con un uomo per tanto tempo senza capirlo.
Luca dice:

«Gesù passò e lo guardò» (22, 61).

Matteo non ne parla, ma possiamo intuire dalla scena che Pietro pensa: ecco l’uomo
che io non ho capito, di cui mi sono sempre servito per avere una posizione di privilegio, e
che adesso va a morire per me.
Nasce la conoscenza di Gesù e di sé, finalmente si spezza il velo e Pietro comincia a
intravedere tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da
lui e che per lui va a morire. Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, adesso comprende:
il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo
fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che
per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho
respinto. Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella
conoscenza del mistero di Dio.
Chiediamogli che aiuti anche noi a entrare un poco – attraverso la riflessione sulla
nostra esperienza – nella conoscenza del mistero della Passione e della morte del Signore.

‘Signore, Figlio di Dio crocifisso, noi non ti conosciamo. Ci è così difficile


riconoscerti nella tua croce, riconoscerti nella nostra vita!
Aprici gli occhi, mostraci il significato delle esperienze dolorose attraverso le quali tu
spezzi il velo della nostra ignoranza, permettici di conoscere chi è il Padre che ti ha
mandato, chi sei tu che ci riveli il Padre nell’ignominia della croce, chi siamo noi che
abbiamo una rivelazione di te nell’umiliazione della nostra povertà.
Donaci, o Signore, di seguirti con umiltà per il dono del tuo Spirito, che con te e con il
Padre vive e regna nei secoli dei secoli. Amen’.
12

II
LA DEBOLEZZA DI DIO

‘Signore, tu ci hai detto: chi di voi può abitare con un fuoco divorante? Tu vedi che
noi abbiamo timore di meditare la tua Passione, perché abbiamo timore di entrare in questo
fuoco e di essere da esso consumati; abbiamo timore che questa meditazione, da
contemplazione esterna diventi esperienza interna.
Sostieni, o Signore, la nostra paura; ottienici di conoscere la tua verità e noi stessi in
essa. Ti chiediamo di guidarci, nella nostra povertà e nella nostra debolezza, alla
conoscenza della tua povertà e della tua debolezza.
Tu che ti sei fatto debole per noi, ci doni lo Spirito e sei presente in mezzo a noi come
Risorto, il cui Regno dura per tutti i secoli. Amen’.

Ci sono molte vie per meditare la Passione, molte linee diverse che corrispondono alla
molteplicità dell’esperienza umana rispetto a questo punto centrale, portante della storia e di
tutta l’esperienza del mondo. E ciascuno deve cercare la propria, perché è chiamato
all’esperienza di una di esse, o meglio di diverse, in vari tempi della vita.

2.1. Tre linee meditative della passione


Vorrei considerare tre linee di meditazione della Passione, che si alternano nella nostra
vita; alcuni temperamenti sono più portati per l’una, altri per l’altra. Nessuna di esse,
naturalmente, raggiunge il mistero completo, appunto perché la Passione è l’opera divina per
eccellenza, in cui Dio si manifesta con tale potenza che noi non possiamo coglierne se non
aspetti particolari.
Notiamo anzitutto quale sia il legame tra Passione e risurrezione.
La Passione non è un preludio alla risurrezione; è veramente una fine, la morte di
Cristo e, come tale, è in se stessa definitiva. Tra Passione e risurrezione c’è quindi un abisso
e soltanto dopo averlo compreso possiamo capire come la potenza di Dio passa dall’uno
all’altra.
Ma occorre perciò meditare la Passione e la morte del Figlio di Dio in tutta la sua
terribilità, così come è stata vissuta storicamente dagli uomini che l’hanno provocata, nella
sua definitività.
Dunque per Passione intendiamo tutto il vasto mistero che poi diventa il Mistero
pasquale.

2.1.1. Linea storico-affettiva


C’è una linea meditativa che si potrebbe chiamare storico-affettiva, quella della Via
Crucis, per esempio, che si basa sui vangeli o anche su tradizioni, interpretazioni, scene
aggiunte, che concretizzano la via di Gesù al Calvario; essa medita seguendo stazione per
stazione, tappa per tappa, la sofferenza di Gesù, con la partecipazione affettiva.
Questa linea è chiamata storica, perché parte dalla descrizione della Via Crucis dei
vangeli, e affettiva, perché suppone una partecipazione intima, personale alle sofferenze,
principalmente alle sofferenze dell’uomo così come appaiono.
13

2.1.2. Linea esistenziale-salvifica


Una seconda linea di riflessione, sulla quale insiste spesso san Paolo, si può chiamare
esistenziale-salvifica, e in essa si considera soprattutto il pro me della Passione: ecco Colui
che per me si dona e che, donandosi, rivela il suo amore, la sua grazia per me, il mio peccato.
È la considerazione dell’uomo peccatore salvato, il cui peccato e la cui salvezza sono rivelati
nel processo della Passione. La Passione è il caso limite, nel quale scoppia l’umana
malvagità e di fronte alla quale si mostra la potenza della divina salvezza.
La prima linea, la storico-affettiva, suggerisce la compassione. La seconda, l’esisten-
ziale-salvifica, suggerisce la gratitudine, la conoscenza della verità del proprio peccato.

2.1.3. Linea di contemplazione trinitaria


La terza linea, che si potrebbe chiamare di contemplazione trinitaria, medita la
Passione considerandola come la rivelazione definitiva di Dio, del Mistero pasquale. È la
linea di adorazione, di contemplazione della verità di Dio, da cui risulta anche,
evidentemente, la verità dell’uomo coinvolto in questa azione.
La verità che si contempla è quella di Dio potente fatto debole, Dio vita che entra nella
mone. Ma si tratta soprattutto di una contemplazione trinitaria: il Padre che consegna il
Figlio e il Figlio consegnato, nel duplice senso della parola tradito (tradito dagli uomini e
consegnato agli uomini dal Padre).

2.2. Alcune esperienze mistiche


Qui si aprono misteri di contemplazione e di esperienza misteriosissima della Croce,
perché appare il mistero dell’abbandono; Cristo consegnato, Cristo abbandonato nelle mani
degli uomini, che vive l’abbandono del Padre.
Si apre la linea mistica della desolazione interiore, di tutte quelle prove di apparente
abbandono di Dio vissute da persone che lo amano, vissute talora lungamente e amaramente.
Chi passa attraverso tali esperienze dolorosissime, purificatrici, terribili, afferma che non c’è
nessuna sofferenza al mondo che sia paragonabile; è la sofferenza propria di chi, avendo
messo in Dio tutta la sua speranza e tutto il suo amore, sperimenta momenti di oscurità, di
disgusto, di solitudine, di aridità, quasi di disperazione. Leggendo le opere dei mistici si può
intuire qualcosa del mistero dell’abbandono di Cristo, che sta al centro della Passione.
Isacco di Ninive, per esempio, parla di un inferno mentale, di un gusto della Geenna,
nel quale si vive l’assenza di tempo: la persona non crede più che possa cambiare qualcosa
nella sua vita, che possa mai più trovare la pace. La speranza in Dio e la consolazione della
fede sono completamente scivolate fuori dalla sua anima e quest’anima è riempita, senza
sosta e senza respiro, di dubbio e di angoscia.
Oltre ai mistici dell’Oriente, c’è tutta una tradizione occidentale che va da san
Bernardo fino ad Angela da Foligno e a santa Rosa da Lima.
È interessante la descrizione che di quest’ultima viene data da un grande storico della
mistica:

«La santa veniva ogni giorno provata con i più terribili annebbiamenti, oscuramenti
dello spirito e del sentimento. Restava ore e ore in stati di tale angoscia da non saper più se
stava in terra o nell’inferno. Essa stava là, gemendo sotto il peso insopportabile delle
tenebre; la volontà voleva spingersi, voleva portarsi verso l’amore, ma sembrava raggelata
come ghiaccio. La memoria si rifiutava di pensare, di esercitarsi almeno a ritrovare
un’immagine delle consolazioni precedenti; non riusciva più a rintracciarle, a ripescarle.
Timore e angoscia si impadronivano di lei interamente e il suo cuore gridava: mio Dio, mio
Dio, perché mi hai abbandonato? Ma nessuno rispondeva. Il più grande di questi dolori era
14

che questo male le veniva addosso come se dovesse durare sempre, come se ci fosse un muro
di bronzo che le rendesse impossibile usare da questo labirinto nel quale si aggirava».

In forma più velata di delicatezza, santa Teresa di Gesù Bambino descrive qualcosa di
simile quando parla del suo essere in una galleria oscura di cui non conosce la fine, e lei va
avanti. Ed è la stessa esperienza che appare, in modo più sofferto, nei Novissima verba, le
ultime sue parole raccolte dalla sorella.
Anche sant’Ignazio di Loyola è passato a Manresa per queste prove, quando per
esempio voleva buttarsi nel pozzo per l’orrore della desolazione che lo invadeva; e con
parole molto sobrie, molto delicate, ma chiaramente allusive, le chiama «esperienze
terribili».
Nel libro degli Esercizi spirituali descrive così la desolazione:

«Chiamo desolazione [...] l’oscurità dell’anima, il suo turbamento, l’inclinazione verso


le cose basse e terrene, l’inquietudine dovuta a vari tipi di agitazioni e tentazioni, quando
l’anima è sfiduciata, senza speranza, senza amore, e si trova pigra, tiepida, triste e come
separata dal suo Creatore e Signore» (n. 317).

La descrizione è molto chiara e comprende la teologia della separazione da Dio,


dell’abbandono da parte di Colui che pare non rispondere.
È l’abbandono espresso già in tante pagine della Bibbia, in particolare nei libri dei
Profeti e nei Salmi: solo chi ha veramente posseduto il Dio dell’alleanza, solo chi ha avuto
anche soltanto una volta la sensazione di che cosa significa possedere Dio in un’alleanza di
amore, sa che cosa vuol dire sentirsi abbandonato da lui.
Sono comunque delle prove non facilmente esprimibili a parole, e possono diventare
realtà anche molto drammatica nella preghiera personale, quando Gesù ci chiede di entrare in
una conoscenza più viva della sua Passione.
Qual è dunque la grazia da chiedere nella meditazione? Ciascuno deve domandare ciò
che si sente, nessuno deve fare una richiesta superiore alle proprie forze. San Francesco, alla
Verna, nel culmine della sua esperienza mistica, aveva chiesto di sentire ciò che il Cristo
stesso sperimentava sulla croce, di entrare nel cuore di Cristo derelitto e desolato. Ritengo
comunque importante, per il cammino della fede, desiderare di intuire almeno un poco il
mistero del Figlio di Dio abbandonato dal Padre.

2.3. Un dio debole


Dopo aver considerato in generale il tema della Passione, propongo, a proposito della
debolezza di Dio, qualche pagina della Scrittura, su cui cercheremo di riflettere.
1) Mt 12, 18-21 è una chiave di lettura della vita di Gesù e insieme della Passione. Si
tratta di una lunga citazione dell’Antico Testamento, propria dell’evangelista Matteo, e
quindi tipica della visione matteana della vita di Gesù.
2) Un’altra pista meditativa è in Mt 21, 33-45: la parabola del padrone della vigna, che
Gesù pronuncia riferendosi alla sua Passione imminente. Si può farne una lettura in chiave
esistenziale-salvifica e trinitaria, andando un po’ più in là del significato immediato, storico
della parabola, e vedendola a partire da un’esperienza di Chiesa.
3) Infine una domanda: perché la debolezza di Cristo? Perché egli si identifica con i
minimi (cfr. Mt 25)? Tra questi due fatti esiste certamente un collegamento e ci guiderà nella
riflessione la lettura del c. 18 di Matteo.
15

2.3.1. «Non contenderà... non si udrà sulle piazze la sua voce»


Riflettiamo anzitutto sull’idea che della forza di Dio ha l’Antico Testamento, che ci
presenta (principalmente sullo sfondo dell’Esodo, ma già dal momento della creazione) un
Dio forte, che compie ciò che vuole, al quale nulla è impossibile; un Dio che può sterminare
l’esercito degli Egiziani, può divorare con il fuoco i peccatori; un Dio che schianta i cedri del
Libano, rovescia gli abissi del mare, fa tremare le montagne come i vitelli che saltano nella
prateria.
L’Antico Testamento educa al senso della forza irresistibile di Jahvè: «Chi potrà
resistere di fronte a lui?»; ci fa comprendere che questa forza è tipica di Dio, ed Egli non può
rinunciarvi senza rinunciare a essere Dio, che è il potente di natura sua.
Una seconda considerazione a cui l’Antico Testamento educa il credente, è che Dio
non può non odiare il male con tutta la sua forza; sono talmente opposti che non si tollerano,
quindi Dio distrugge il male, lo annienta. La sua natura di forza, di fronte al male, diventa
collera, ira. Non c’è pace tra Dio e il male che quindi deve sciogliersi, sentirsi distrutto di
fronte a Dio.
Sullo sfondo di queste verità antico-testamentarie, alle quali non ci viene chiesto di
rinunciare, appare Gesù, il servo scelto da Dio, il prediletto (Mt 12, 18-21). Matteo ha
ampliato il testo di Isaia, che diceva semplicemente: «il mio eletto». Qui è il mio prediletto,
il mio amatissimo, ed è già suggerita l’idea di Figlio unico: Gesù, servo prediletto, scelto,
non è soltanto colui che compie le opere di Dio, ma anche colui che ci rende Dio vicino, lo
manifesta, è il Dio con noi. Guardando a lui comprendiamo chi è Dio.
Il paradosso è inatteso e per gli apostoli è molto difficile da capire che questo Gesù sia
debole. Già quando i farisei hanno tenuto consiglio per toglierlo di mezzo, Gesù si è
allontanato, ha ceduto, ha lasciato che l’ira divampasse (v. 15); è stato un primo segno della
sua debolezza.
C’è un altro aspetto che ha colpito Matteo: guariva tutti, ma ordinava di non
divulgarlo (v. 16), Gesù non cerca adesioni, non sa farsi propaganda, non sa farsi valere;
come va d’accordo il suo modo di comportarsi col suo essere inviato di Dio, parola di Dio? I
discepoli vacillano.
L’oracolo dei vv. 18-21 rincara la dose su questa impressione generale che i discepoli
stanno ricavando: quest’uomo non è forte, non sa farsi valere e inoltre ci obbliga a cedere, a
ritirarci con lui, dice di voler parlare al mondo, ma poi non usa i mezzi necessari.
Cosa dice la profezia?

«Porrò il mio spirito sopra di lui, annunzierà la giustizia alle genti, però non
contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce».

Per il momento l’unica consolazione dei discepoli è che, pur se essi non capiscono
(comprenderanno solo dopo la risurrezione), si tratta però di parole pronunciate dal profeta.
Pensiamo a come doveva turbarli il fatto che Gesù non contendesse. Il particolare
sembra aggiunto da Matteo; infatti il testo ebraico diceva:

«Non griderà né alzerà il tono»,

mentre nel vangelo si legge:

«Non contesterà».

Ma l’immagine del Messia che vuole farsi valere contro i nemici è anche quella di uno
che contesta il male, e lo affronta direttamente. Perché dunque
16

«Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce»?

Perché non userà i mezzi per impressionare le grandi masse? Anzi,

«La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante»;


dunque il Messia è un mite, non è invadente, è rispettoso, timido.
Ecco il paradosso del Dio forte che si manifesta debole, che viene per sconfiggere il
male e tuttavia sembra avere una voce così fievole che il male può gridare e soffocarla.
Eppure la profezia mantiene il carattere di missione universale, fino al trionfo della giustizia:

«Nel suo nome spereranno le genti».

Dunque in lui Dio si rivela, e non soltanto Dio è contento di lui, ma anche il mondo, in
fondo, lo aspetta.
La profezia può già essere letta, in Matteo, in chiave di Passione e morte di Gesù:

«La canna infranta non spezzerà»,

però lui stesso sarà spezzato, proprio per tale debolezza;

«non spegnerà il lucignolo fumigante»,

ma saranno gli altri a spegnerlo perché non ha saputo farsi valere.


Sgorga dal cuore una domanda: «Tu, Dio grande, che reggi i cieli e governi la terra,
che hai in mano ogni cosa, perché ti manifesti con scandalo permanente per tutta la storia dei
buoni, dei cosiddetti giusti?».
Dio non annienta, non distrugge, si lascia irridere dalla scommessa di chi dice: se Dio
c’è, venga ad annientarmi. Siamo di fronte al paradosso misterioso in cui noi viviamo in
questo mondo dove l’ingiusto trionfa e chi non si cura di Dio fa i propri affari che vanno a
gonfie vele.
Noi stessi viviamo quindi il mistero della debolezza di Dio; queste realtà sono parte
della nostra esperienza di ogni giorno.

2.3.2. Il padrone della vigna


Mt 21, 33-45 racconta la parabola che Gesù pronuncia a Gerusalemme, in un momento
di polemica ormai tesissima con i suoi avversari.
La «vigna» è il popolo di Israele da Dio amato, per il quale ha fatto tanto. Dio, il
padrone,

«l’affidò a dei vignai oli e se ne andò».

Lo sbaglio è del padrone: se ci teneva tanto alla vigna, doveva starci lui, doveva tenerla
in proprio, non fidarsi di altri.
È la storia della debolezza di Dio, che affida le sue cose più care all’uomo; affida la
vigna, il suo popolo, a gente in cui non dovrebbe riporre fiducia, ma di cui in realtà si fida, e
ciò appare a noi una dabbenaggine e un’illusione.
La debolezza di Dio sta nel fatto che si fida della libertà umana.
Però tale fiducia, come dicevamo, è mal riposta:
17

«Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il
raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi, uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo
lapidarono».

Essi pensavano: la vigna è nostra, ne facciamo ciò che vogliamo. Siccome il padrone li
ha lasciati liberi, si sono presi confidenza e hanno dimenticato che la libertà era loro data per
coltivare la vigna, per farle dare frutti.
Di fronte ai primi servi che vanno per esigere i frutti, i vignaioli si comportano come i
bambini di fronte a una nuova maestra: cominciano con qualche scherzo per vedere come
reagisce, se sa tenere o no la disciplina, e se si accorgono che tutto va bene, continuano
sempre peggio. I vignaioli, infatti, accolgono guardinghi i servi a tavola, fingono di
arrabbiarsi, e poi chi ne schiaffeggia uno, chi un altro. Tentano la forza del padrone: forse
non è tanto capace, forse non ci castighe-rà, forse la vigna è nostra.

«Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello
stesso modo».

I servi sono in numero maggiore, però la scena si ripete. I vignaioli pensano che il
padrone non sa proprio farsi valere, che è troppo debole.
Ed ecco la prova definitiva:

«Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: Avranno rispetto di mio figlio!».

Ormai i vignaioli sono diventati talmente malvagi e strani da non riuscire più a rendersi
conto della situazione. Si chiedono: come mai ci manda il figlio, dopo tante botte ricevute
dai servi precedenti? Vorrà dire che non ci tiene al figlio, forse se ne vuole sbarazzare;
comunque è un ingenuo, un illuso, non ha affatto quella potenza che temevamo. E dicono tra
sé:

«Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità. E presolo, lo cacciarono


fuori dalla vigna e l’uccisero».

Proviamo a rileggere la parabola dal punto di vista del padrone.


Egli vuol dare fiducia: la vigna, a cui tengo molto, la do a questa gente per dare loro la
possibilità di farsi strada, di rendere un servizio importante anche a se stessi. Poi, quando
manda i servi e vede che ritornano malconci, pensa: forse è stato un momento difficile,
dunque devo aiutarli a capire, e se è gente che ragiona si convincerà.
Alla fine manda il figlio, rischia tutto per la fiducia che ha nei vignaioli: avranno
rispetto almeno per mio figlio e finalmente capiranno ciò che stanno facendo.
La debolezza del padrone è quindi amore, è volontà di promuovere, nel bene, la libertà
degli uomini, rischiando tutto. La Croce ci manifesta questo amore salvifico a ogni costo,
l’incredibile fiducia di Dio nei confronti di ciascuno di noi.
Ci pare strano che il padrone mandi il figlio pensando che sia ucciso. Eppure la
Scrittura dice che Dio consegna il Figlio – senza risparmio, senza riserva – agli uomini,
perché bisogna dar loro fiducia fino in fondo.
Che il padrone non sia un debole lo mostrano le parole seguenti, in cui si manifesta la
collera di Dio. Gesù dice:

«Che cosa farà il padrone della vigna quando verrà?»


18

(cioè quando il tempo della prova e della libertà sarà finito). Gli ascoltatori della
parabola rispondono:

«Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli
consegneranno i frutti a suo tempo».
«E Gesù disse loro: ‘Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori
hanno scartata è diventata testata d’angolo? [...] Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato
e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà’».
La Croce non è solo potenza di Dio, è anche terribile giudizio e può esserlo proprio
perché è la prova senza riserve che Dio ci vuole liberi, vuole darci la possibilità di esprimere
la nostra libertà nel servizio. Dandoci questa libertà, ci dà però anche quella opposta. Perché
la debolezza di Dio non è soltanto un artificio retorico (io sono forte, ma per umiliare voi che
credete nella forza, mi faccio debole); piuttosto Dio entra in rapporto dialogico con la libertà
dell’uomo, giungendo fino a un limite per noi inconcepibile. Sono infatti incredibili per noi
le parole del Discorso della montagna, l’assenza di difesa fino a consegnarsi al nemico.
Eppure il Padre consegna il Figlio, nella speranza che il nemico comprenda.

2.3.3. «... l’avete fatto a me»


Consideriamo ora la debolezza di Dio che si incarna nei piccoli e nei deboli, nella
Chiesa, nella comunità e nella storia. Riflettiamo sul c. 18 di Matteo, il discorso ecclesiale, la
cui prima metà è tutta sui piccoli:

«Chi è il più grande nel regno dei cieli? Allora Gesù chiamò un bambino e disse: Se
non vi fate piccoli non entrerete nel Regno [...] chi accoglie in nome mio uno diventato come
questo bambino, è me che accoglie ... non essere di inciampo a loro; strappati mani e piedi,
piuttosto di essere di inciampo a uno di questi piccoli» (cfr. vv. 1-11).

Poi continua:

«Se uno ha cento pecore, non ne lascia novantanove per una?... Così il Padre vostro
celeste vuole che neppure uno di questi piccoli vada perduto».

Da qui si passa alla bontà verso il fratello peccatore:

«Se uno cade in peccato, ammoniscilo a quattr’occhi, se no prendi dei testimoni».

Infine ordina di perdonare senza limite, «settanta volte sette», al fratello (cfr. vv. 12-
22).
Un biblista contemporaneo, nel commento a questo capitolo di Matteo, dopo un
excursus sul singolo individuo nella comunità cristiana, riporta una frase di René Guisan:

«Il solo individualismo che il Vangelo autorizza è quello della pecora smarrita».

Il libro di Matteo è quindi un vangelo ecclesiale, in cui appare il senso del singolo,
dell’unico.
Se rileggiamo attentamente in questa luce il c. 18, ci accorgiamo che, all’interno del
discorso ecclesiale, uno dei motivi più caratteristici è infatti il peso attribuito al singolo, in
particolare nella prima parte polarizzata sulla realtà dei piccoli, cioè dei credenti umili e
vacillanti, che non sono considerati in quanto gruppi, stato e ceto, bensì nella loro
individualità.
Cinque volte ricorre il pronome numerale indefinito uno:
19

«Chi accoglie uno diventato come questo bambino», «chi è di inciampo a uno solo di
questi», «badate di non disprezzare uno di questi piccoli», «che farà un uomo che ha cento
pecore e una ne smarrisce?», «così il Padre celeste non vuole che neppure uno di questi sia
perduto».

E in Mt 25, 40 leggiamo:

«Quanto avete fatto a uno solo di questi minimi l’avete fatto a me».
Siamo chiaramente nella linea del giudizio di Dio sulle opere.
Secondo il commento del biblista, cui ho sopra accennato, tutta la comunità è chiamata
dal suo Signore ad assumere precisi atteggiamenti nei confronti del singolo credente che si
trova ai margini ed è privo di incidenza sociale. Essa gli deve accoglienza, attenzione
premurosa, considerazione, ed è corresponsabile della sua eventuale rovina. Nel vangelo
apocrifo di Tommaso si dice che la pecora smarrita era la più grassa del gregge, però Mt 18,
12 parla di una pecora qualunque, smarrita: ciò basta perché debba essere ricercata dal
gregge. Una pecora sola, disorientata, che non trova il modo di riunirsi alle altre: non occorre
altro perché si debba partire senza esitazioni alla sua ricerca. Fuori parabola: un membro
della comunità si è smarrito, ed è un credente umile, debole, che fa fatica nel cammino della
fede. È sufficiente la sua individualità a mobilitare la Chiesa per ricercarlo.
Il motivo di tanta premura e di tanto amore per l’individuo è molto semplice: ogni
persona conta molto dinanzi al Padre, che non si rassegna ad assistere passivamente alla sua
perdita. Entriamo dunque nella logica del Padre: proprio i piccoli gli stanno a cuore, i
vacillanti, gli emarginati, gli smarriti.
Ricollegandoci alla nostra riflessione, Dio cerca i deboli e per questo sì fa debole. Chi
riconosce in questa debolezza il Figlio di Dio, incomincia a comprendere i disegni di Dio, a
capire qualcosa dei suoi paradossali modi di rivelarsi.
Gesù dice che abbiamo fatto a lui quello che abbiamo fatto a un fratello, non soltanto
per una identificazione di comodo o di misericordia, ma perché così entriamo nel mistero di
Dio che si è rivelato nella debolezza, e possiamo intuire qualcosa della vita di Dio.
C’è dunque una duplice via: il riconoscimento di Dio nel piccolo e nel debole; il
riconoscimento, nella debolezza, di Cristo, forza di Dio.

‘Ti ringrazio, Signore, perché ti manifesti a noi come non ci aspetteremmo, in maniera
sempre inedita, nuova, sorprendente. Ti chiediamo che neppure un briciolo di questa
manifestazione resti nell’aria, ma che subito si applichi a tutte quelle situazioni nelle quali
riconosciamo vicino a noi qualcuno che ti rappresenta, che rivela il tuo volto.
Concedici, Signore, una vita quotidiana pratica, illuminata e approfondita nella
conoscenza e nell’amore della tua Passione e morte. Guidaci in questa ricerca difficile nella
quale possiamo facilmente illuderci. Fa’ che le parole che pronunciamo e che ascoltiamo
siano percepite come parole serie, che un giorno ci potranno condannare se restano solo
verbali.
Salvaci, Signore, per la tua misericordia, tu che ci doni lo Spirito e vivi e regni nei
secoli dei secoli. Amen’.
20

III
LA VULNERABILITÀ DI DIO

‘Vergine Maria, Madre del Signore, tu che hai salito dietro al tuo Figlio,
faticosamente, il monte della Passione, concedi a noi che con fatica camminiamo per questa
strada, di essere col tuo Figlio e di comprendere in lui il dono del Padre e dello Spirito.
Amen’.

Seguiamo dunque la nostra strada, anche se, salendo sul monte della Passione, ne
sentiamo tutta la fatica.
Ci proponiamo di meditare su Gesù e Giuda, Gesù e le guardie, Gesù e Pilato. Di
fronte a ogni episodio, ci metteremo dalla parte di Gesù, dalla parte di Giuda, dalla parte
delle guardie, da quella di Pilato, per chiederci che cosa avviene e perché. Tutto dovrebbe
essere vissuto attraverso l’immedesimazione nella scena, cercando di cogliere il messaggio
per l’oggi.

3.1. Giuda: meschinità e nostalgie di grandezza


Il riferimento è ad alcuni testi di Matteo: 26, 14-16.20.26. 47-50; 27, 3-10.
Chi è Giuda? Non c’è figura evangelica su cui più si sia sbizzarrita la fantasia di
romanzieri e cineasti; una figura che attrae psicologi e letterati, proprio perché rappresenta
tante contraddizioni dell’esistenza umana. Non ci sforzeremo di dare una nuova, ennesima
ricostruzione degli antefatti e dei motivi, ma guardando le cose molto semplicemente, sulla
base dei brani citati, tenteremo una risposta.
Giuda è un uomo che unisce meschinità e nostalgia di grandezza. La meschinità si
manifesta a proposito del denaro: sembra addirittura banale in un fatto così tragico pensare a
un guadagno, e tuttavia se uno è meschino, la banalità affiora anche nelle situazioni più
drammatiche. Giuda ha pure delle nostalgie di grandezza: la sua morte è ‘grande’ in qualche
maniera, vuol essere una tragedia vissuta in se stessa, di fronte a tutti.
Probabilmente è deluso da Gesù. Non possiamo pensare che Gesù, fin dall’inizio,
abbia scelto così male da non accorgersi che quell’uomo non aveva nessun interesse per lui.
Probabilmente era un apostolo desideroso, entusiasta, impegnato, però, dopo un po’ di
tempo, è deluso di Dio: perché Dio si manifesta così, perché non interviene, perché questo
Maestro va di debolezza in debolezza? Non è accettabile, Dio non è con lui! È deluso di
come Dio si manifesta in Gesù e di come Gesù manifesta la potenza di Jahvè, in cui egli
sperava forse come potenza di rinascita politica e morale della nazione.
Gesù non è il leader che si aspettava e, se non lo è, tanto vale perseguire il proprio
sogno di grandezza mettendosi contro di lui. Comunque Giuda pensa a qualcosa di grande,
non si allontana come i mediocri, deluso e basta; è risentito e irritato: se Gesù fa del male al
popolo, io lo impedirò ed è meglio che cada presto, se deve cadere.
Deluso in se stesso, si lascia attrarre da un miraggio di rivalsa, di risentimento, che a
un tratto lo travolge. Dice infatti:

«Ho tradito un sangue innocente» (Mt 27, 4);

significa che la verità l’aveva in mano, ma si è lasciato travolgere dall’emotività


politica, dal risentimento personale, dall’amarezza e insieme dalla meschinità della propria
passione.
21

Come si comporta Gesù con Giuda? Ammiriamo nella nostra contemplazione, la


vulnerabilità di Dio in Gesù. Egli si comporta come si fa con un uomo libero, leale, onesto,
cioè ammonendo, parlando chiaro, cercando di scuotere; però non impedisce, si offre a
Giuda, lascia fare. Dobbiamo aggiungere di più: Gesù facilita il compito di Giuda. Siamo al
limite del paradosso.
Ci sono in proposito due testi che ci fanno pensare. Uno, più chiaro, è Gv 13, 27:

«Ciò che devi fare fallo presto»;

in qualche maniera dà licenza a Giuda di scatenarsi. Quasi che Gesù dicesse, col
linguaggio della libertà: realizza quanto ti sembra giusto, va’ fino in fondo di quella che ti
sembra la tua visione di Dio e delle cose, opera con libertà e vedi che cosa ne viene.
Un’altra pagina, più misteriosa, è in Matteo: la risposta di Gesù al bacio di Giuda (26,
49-50). È già significativo che, andando al Monte degli ulivi, in un posto che Giuda
conosceva, egli si lasci prendere; se fosse fuggito in Galilea, le cose sarebbero andate
diversamente. Si ha l’impressione che Gesù si abbandoni, si consegni, e al bacio di Giuda
risponde con una frase misteriosa:

«Amico, per questo sei qui!»

(il testo greco dice: «Amico, ecco ciò per cui sei qui!»). Non si tratta di un vero
incoraggiamento, tuttavia si limita a rimandargli: guarda chi sei, guarda ciò che fai! Se vuoi,
compi questo, ma attenzione a quale immagine di te presenta ciò che compi!
Domandiamoci, seguendo il racconto, che cosa deriva dal fatto che Giuda prova fino in
fondo a esercitare la propria libertà, il proprio risentimento, la propria ansia di compiere
qualcosa di grande, deluso da ciò che Gesù non è.
Ne viene la disperazione di Giuda: vedendo come il suo sogno gli si rompe in mano e
un uomo innocente è condannato, riconosce che tutto è sbagliato. Leggendo il racconto,
dobbiamo tener presente che si trova nel c. 27 di Matteo, dove si narra il processo e la morte
di Gesù, che muore anche per Giuda (di nuovo osserviamo il rapporto Dio-uomo: Dio
concede all’uomo la libertà contro di sé, in Cristo, e si offre per questa libertà sbagliata).
Sarà colpa di Giuda se non saprà capire (come invece capirà Pietro) che Dio era per lui.
Chi è dunque Giuda? chi è il traditore? chi è l’uomo sconvolto, che abusa della sua
libertà fino ad accorgersi che è tutto sbagliato? Sono io, è ciascuno di noi. Sono io ogni volta
che deluso, amareggiato, anziché riflettere e far emergere i presupposti sbagliati della mia
delusione, mi faccio un’immagine falsa di Dio e di me stesso. Per non ammetterlo, mi
attacco a qualche miraggio di rivalsa, di ripicca, e arrivo chissà dove.
Chi è Gesù dinanzi a me? È ogni mio fratello vittima delle mie ripicche, delle mie
rivalse, del falso uso della mia libertà. Continua in noi, attorno a noi e accanto a noi questo
gioco drammatico di Gesù e Giuda, questo malinteso sostanziale di un uomo che, non
volendo vedere in se stesso, si butta contro gli altri.
Dio non ci manda più il Figlio direttamente (ricordiamo la parabola dei vignaioli
omicidi); ci manda i nostri fratelli, ci affida gli uni agli altri. Di ogni nostro fratello o sorella
possiamo fare ciò che vogliamo, possiamo fare il peggiore uso della nostra libertà. È
tremendo il pensiero che l’uso della libertà umana verso ogni altro essere non ha limiti, che
Dio affida ciascun fratello a noi e noi agli altri.
Così si realizza la scena finale del giudizio: vi siete riconosciuti? che uso avete fatto
della vostra libertà reciproca? mi avete accolto? vi siete accolti? Oppure vi siete serviti
dell’altro, come ha fatto Giuda con Gesù, quale oggetto di rivalsa, di rivincita, quale sfogo
della vostra sete delusa di essere qualcuno?
22

Occorre ragionare, evidentemente, non soltanto a livello familiare, bensì a livello


sociale e politico: la rivalsa dei gruppi, le ripicche, i personalismi entrano in gioco in tutta la
conflittualità della vita politica e sociale, nazionale e internazionale, costituendo le forze che
incitano gli uni contro gli altri, che spingono alcuni a far valere il proprio orgoglio, magari
mascherato da fini umanitari, ma sempre a scapito degli altri. L’appello di Gesù è alle
nazioni, a ogni gruppo sociale, a ogni classe: che uso avete fatto della vostra forza, della
vostra potenza, dell’affidamento fatto a voi di altre persone, di altri gruppi?

3.2. Le guardie: frustrazione e desiderio di rivalsa


La seconda considerazione è su Gesù e le guardie: Mt 26, 65-68.

«Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: Ha bestemmiato [...] gli


sputarono in faccia e lo percossero ...».

Non è chiaro chi compie l’azione; sembrerebbe essere il sinedrio, tuttavia conviene
pensare che ci si riferisca piuttosto ai soldati, ai servi del sinedrio i quali, visto che Gesù non
ha più dignità, si sfogano su di lui (sembra indicarlo, con maggiore chiarezza, Lc 22, 63-65).
Entriamo in questo racconto e domandiamoci chi sono gli uomini che schiaffeggiano,
bastonano, sputano, irridono:

«Indovina, Cristo».

Se sei profeta, fa’ vedere le tue capacità (è l’unica volta che nei vangeli è usato il
termine Cristo). Gesù viene irriso nel cuore stesso della sua missione e il Padre è irriso in
Gesù, nel dono più prezioso che fa all’uomo. La scelta è davvero meschina.

Dunque, chi sono questi uomini? Sono persone molto infelici, gente mal pagata, dalla
vita grama e misera, gente che sta su di notte senza sapere perché, che è alla mercé di chi la
comanda, di chi la fa andare di qua e di là; gente senza dignità, la cui famiglia, se c’è, è piena
di guai. Gente che odia il servizio che fa, abituata a essere trattata male da chi ha il potere, e
quindi bisognosa di rivalsa. Una volta tanto che questi uomini hanno il potere, lo esercitano;
forse sono stati più volte schiaffeggiati o puniti ingiustamente, e ora c’è un uomo su cui
possono rivalersi, mostrando che sono qualcuno, che hanno una dignità.
Sono la natura umana che è in ciascuno di noi, che alterna il servilismo ossequiente
con la rivalsa su chi ci sembra minore di noi. La rivalsa ha tante forme subdole: c’è per
esempio una rivalsa culturale (di chi sa parlare verso chi non sa), una rivalsa dell’educazione
(di chi ha modi fini verso chi non li ha); tutto ciò che serve a mantenerci in uno stato di
superiorità. Questi uomini sfogano su Gesù le loro frustrazioni, le ore di guardia
pesantissime, la loro vita grigia, senza futuro, sempre col pericolo che capiti loro qualcosa.

Che cosa fa Gesù? Secondo il brano evangelico Gesù non fa e non dice niente; essendo
il Figlio di Dio dato a noi, lascia fare. E vogliamo chiedere nella preghiera, di entrare nel
cuore del Signore crocifisso e umiliato: ‘Signore, che cosa vivevi in quel momento, mentre ti
sentivi abbandonato da tutti, mentre di fuori gli apostoli ti rinnegavano, nessuno veniva a
testimoniare per te e tu ormai non eri più niente per nessuno?’.
Giovanni (18, 23) riporta una parola di Gesù a chi lo percuote, che ci aiuta a
comprendere il significato del suo atteggiamento:

«Se ho fatto male, mostramelo, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».


23

Formidabile, di nuovo, è l’appello di Dio alla libertà umana: guarda in te stesso; che ti
sta succedendo, perché fai così? quale serie di frustrazioni, di servilismi, di paure, ti ha
costretto a un tale punto?
Gesù è la vulnerabilità di Dio che si offre all’uomo, come specchio della sua
meschinità, nel desiderio che l’uomo si veda, abbia orrore di sé, e accetti la salvezza che
questo umiliato gli offre con il suo silenzio.
È la sua vulnerabilità che Dio mi offre in ogni mio fratello debole che non sa reagire,
che non ha magari, semplicemente, la presenza di spirito di rispondere a una mia frecciata, a
una parola amara. Dio si offre a noi in Gesù per risanarci, si offre a noi nei fratelli per
confonderci e insieme per liberarci, per farci vedere chi siamo.

3.3. Pilato: il rispetto umano (Mt 27, 11-16)


Chi è Pilato? È il burocrate attaccato alla sedia; la cosa più importante per lui è non
perdere il posto. Però è preso tra due fuochi, come spesso succede: dall’alto ordini, manovre,
tempeste, faccende da sbrigare; dal basso inquietudini, malcontenti. Pilato vive
quotidianamente lo sforzo amaro di tenere tra i due fuochi un certo equilibrio, di non perdere
la carriera e di non dispiacere a nessuno: non alla coscienza e nemmeno all’imperatore, e alla
gente, perché in fondo l’imperatore è lontano, ma lui con la gente deve vivere.
Siamo di fronte al dramma di un pover’uomo che ha una buona cultura, un senso di
dignità, di onestà fondamentale, pur se i difetti sono gravi. Appare anche come un uomo che
ha una sua linea, e però vuole salvare tutto: il posto, la grazia dell’imperatore, i buoni rap-
porti con le autorità giudaiche e il favore del popolo. Essendo scaltro, cerca espedienti:
quando gli viene in mente l’idea di Barabba, crede di cavarsela con buona soddisfazione di
tutti: è contento il popolo, perché rilascia un prigioniero; è contento l’imperatore, perché non
gli arrivano lamentele; è contenta la coscienza, perché Barabba meritava la morte. Ma
l’espediente non riesce e allora Pilato diventa persino ingenuo dal momento che si presenta a
una folla irata, pensando di riuscire a convincerla. Ciò mostra a quale punto sia giunto il suo
smarrimento e dove sia finita la sua saggezza politica: non ha più presenti le normali reazioni
della gente. Cerca di cavarsela disperatamente, come un leone in gabbia, spera in una via
d’uscita che non sia contro coscienza, con la quale salvare insieme se stesso e colui che non
ha fatto niente di male. La vita probabilmente non l’aveva preparato a una simile situazione,
che da banale è divenuta all’improvviso fastidiosa e umiliante. Cerca tutte le soluzioni, ma
non l’unica giusta, cioè far uso della sua libertà e dignità.

Che cosa fa Gesù? Pronuncia l’unica parola che gli è possibile in quel momento:

«Tu lo dici».

Anche qui, come per Giuda e per le guardie, c’è un rimando alla dignità della persona:
tu vedi, tu sai. Se sono colpevole, sono pronto a essere condannato, se non lo sono, interroga
la tua coscienza; se sei un uomo libero mostrati tale, fa’ che la tua dignità trionfi.
Mi piace immaginare che Pilato abbia avuto un istante di incertezza e si sia
domandato: sono un funzionario o un uomo? Se sono un uomo, ho la mia libertà e questa
persona mi interessa; forse ha qualcosa da dirmi, forse può spiegarmi perché mi sento così
inquieto, cosa mi succede; se ci sediamo, mi dirà qualche parola delle sue.
E cosa gli avrebbe detto Gesù? Più o meno quello che era già contenuto nel suo «Tu lo
dici»: hai il potere di condannarmi, sei libero di farlo se mi riconosci colpevole; e anche se
non trovi colpa in me, sono nelle tue mani. Chiediti però cosa sia l’inquietudine che ti rode,
di che cosa hai paura, che cosa desideri. Pilato, per la prima volta in vita sua, si sarebbe
sentito in un colloquio da uomo a uomo, con una persona che non lo adulava e neppure lo
24

rifiutava, ma parlava con lui liberamente. Immagino che se avesse fatto questo gesto, si
sarebbe sentito libero dal rispetto umano verso l’imperatore e verso il sinedrio, capace di
affrontare il pericolo del tumulto della folla.
Il colloquio a tu per tu con Gesù può rendere un uomo autentico, libero da tante
assurde paure per le quali, all’improvviso, si sente ridicolo. Gesù muore per rivelare anche a
Pilato la via d’uscita. Questo è il colloquio liberatore che Gesù vuol fare con ciascuno di
noi; l’unica soluzione per Pilato era mettersi al livello del fratello e parlargli, perché la
persona era più importante delle leggi, della carriera, della burocrazia.
Gesù ci insegna che c’è sempre, in qualunque situazione, la possibilità di un rapporto
sincero con lui, un rapporto capace di riportarci alla nostra autenticità. Ci insegna che si può
sempre trovare un momento di pausa, pur nelle situazioni più intricate, più assurde, più
ridicole, per scoprirne il significato profondo, per capire il vero rapporto con le persone, per
ridare importanza all’uomo piuttosto che alle cose e alle strutture.
Siamo dinanzi a Gesù che ci rivela la vulnerabilità di Dio, che si lascia trattare come ci
piace, perché vuole che ciascuno di noi lo riconosca. Siamo Pilato che ha una facciata,
un’onorabilità, un’etichetta da salvare a tutti i costi.

Chiediamoci cosa c’è in noi di Pilato, cosa ci impedisce di essere liberi, quali sono le
nostre paure, le nostre etichette, le vesti e le maschere che portiamo in pubblico, per cui non
sappiamo rischiare; cerchiamo di scoprire tutte le nostre assurdità, la capacità di trascurare e
calpestare l’altro per l’apparenza, per mantenere la facciata, o il posto importante, o il buon
giudizio della gente sulla nostra onorabilità, sulla nostra fama o buona stima.
Parla con me – ci dice il Signore –, fatti liberare, sappi che in ogni momento puoi
essere spinto a calpestare l’altro per difendere un mondo che ti sei costruito, a metterti in una
situazione irreparabile, senza vie d’uscita.
Con il suo affidarsi a noi, con la sua vulnerabilità Dio ci rivela la sua volontà di
illuminarci su ciò che siamo e su ciò che possiamo essere se lo riconosceremo nella sua
Verità.

‘Signore che ci hai manifestato il tuo Figlio nella povertà di un uomo, rivelaci quello
che siamo.
Fa’ che il sangue delle tue ferite non sia vano per noi, che per le tue ferite noi siamo
risanati; in virtù di questo sangue ognuno di noi ritrovi la libertà cui è destinato. Amen’.
25

IV
LA MORTE DI DIO

Abbiamo considerato come Gesù offre a Giuda, alle guardie e a Pilato la sua amicizia
che potrebbe farli uscire dal gioco di malvagità, di ripicca, di risentimento, di paura in cui
sono chiusi. Nessuno di loro, tuttavia, si è lasciato vincere da questa offerta, e non perché
particolarmente cattivi: erano semplicemente uomini, gente come noi.
L’uomo non accetta l’offerta di amicizia che Dio gli fa in Gesù, quando si accorge che
essa comporta una verità di se stesso e, di conseguenza, la necessità di venire fuori dal
cerchio che lo tiene stretto.

4.1. L’incomunicabilità della morte


A Dio non rimane se non la morte, non rimane che di lasciarsi uccidere per amore di
chi lo respinge.
Ogni morte porta il segno di un mistero assoluto e l’esperienza di un’assoluta
incomunicabilità. Quasi nulla possiamo comprendere di ciò che accade a un morente, e alla
fine si verifica una totale incapacità di dare e ricevere.
Ma se ci è impossibile capire la morte dell’uomo, come potremmo capire la morte di
Gesù e il mistero che racchiude; una morte definitiva, come per qualunque persona, e da cui
solo Dio potrà far riemergere? Gesù si lascia inghiottire dal mare degli Inferi, esperienza
irripetibile, incomunicabile, esperienza della non esperienza.
In proposito, vengono in mente alcune parole misteriose dell’Apocalisse:

«Quando l’Agnello ebbe aperto il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per lo spazio
di circa mezz’ora» (8, 1).

Questa «mezz’ora» indica appunto l’incapacità di comprendere, l’ammutolimento di


tutte le cose.
D’altra parte anche i tre amici di Giobbe (che erano partiti «per condolersi con lui e
consolarlo») quando lo videro da lontano non lo riconobbero; dando in grida, si misero a
piangere e sedettero accanto a Giobbe per sette giorni e sette notti senza dire una parola (cfr.
Gb 2, 11 ss.).
Avvicinarsi ai misteri di sofferenza e di morte significa esserne travolti e non riuscire a
dire nulla.

Seguendo Matteo, mediteremo ora sugli insulti che Gesù riceve mentre è in croce, sui
suoi ultimi istanti e infine su alcuni avvenimenti successivi alla sua morte.

4.2. Gli insulti rivolti a Gesù


Caratteristica della crocifissione, considerata vergognosissima, era di far morire un
uomo esponendolo all’insulto e alla vergogna pubblica; la stessa posizione del condannato lo
additava al ridicolo.
Così la Scrittura insiste molto sulle ingiurie lanciate contro Gesù (Mt 27, 39-44) e noi
vogliamo cercare di comprenderne il senso.
26

4.2.1.1 passanti
I passanti sono la gente che sapeva sì e no, che aveva sentito parlare Gesù e magari
aveva qualche volta ascoltato i suoi insegnamenti; pur se aveva pensato che parlava bene, se
n’era poi andata per la sua strada e ora, ritrovandolo in croce, si meraviglia di come sia
andato a finire. Naturalmente comincia a venir fuori quel gusto della malignità che è sempre
presente in noi: se Dio era veramente in lui, non avrebbe avuto questa morte; vuol dire che ci
ha ingannati, e le ore passate ad ascoltarlo sono state una perdita di tempo. Il vangelo infatti
annota: «scuotevano la testa».
C’è una parvenza di ragione in questa gente; quando il giusto è perseguitato e
all’estremo delle forze, i benpensanti dicono: se è finito così male, qualcosa ci dev’essere
sotto. Qualcuno si ricorda anche di qualche parola: aveva detto che avrebbe distrutto il
tempio (l’affermazione certamente era passata di bocca in bocca, perché faceva colpo), e
dunque provi a salvarsi, mostri il suo potere! Altri avevano sentito parlare di Gesù più a
lungo, e, ricordando che pretendeva addirittura di essere Figlio di Dio, dicono: se è un amato
da Dio, scenda dalla croce!
Un tale ragionamento, che appare di buon senso, sottende una certa idea di Dio: Dio è
il grande, il potente, il vittorioso; chi si affida a lui, pur se sarà provato da momenti oscuri,
alla fine trionferà. Se non trionfa, vuol dire che Dio non è con lui.
A partire da quella idea di Dio nasce l’insulto che diviene addirittura bestemmia (come
dice il testo greco). Un insulto che è una specie di rivalsa: quest’uomo credeva di dirci chissà
che cosa, ma a noi le sue parole sembravano troppo strane; adesso finalmente si dimostra che
avevamo ragione noi, gente semplice. È la rivincita di chi non si era impegnato troppo, non
aveva voluto capire.
Ancora una volta di fronte a Gesù, anche nella morte, ogni uomo rivela se stesso,
manifesta la sua meschinità, la mediocrità dei propri pensieri, ed essa si esprime con tale
spontaneità che le persone credono di dire le cose più sensate.

4.2.2.1 teologi
Ci sono poi i ‘teologi’, le persone che si erano sentite maggiormente minacciate, nella
loro immagine di Dio, dal modo di agire di Gesù: i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani,
insomma le categorie che tenevano in mano i poteri religioso, culturale e, in parte,
amministrativo. Tutta gente responsabile, seria, che irride e si prende gioco di Gesù, perché
si è svelato il trucco: quest’uomo, per un momento, ci ha impressionato, l’abbiamo preso un
po’ sul serio, ma ora vediamo che non valeva nulla, e non può salvare se stesso.
È interessante vedere come si rivela la mentalità dei teologi e degli eruditi:

«Ha salvato gli altri»

(riconoscono l’attività taumaturgica di Gesù, che li ha impressionati)

«non può salvare se stesso»;

dunque in quel salvare gli altri c’era qualcosa che non andava. Quando noi abbiamo
gridato che in nome di Belzebù cacciava i demoni e lui s’è indignato, in realtà eravamo nel
giusto. Il nostro ragionamento teologico, con cui avevamo smascherato la sua posizione,
diventando odiosi alla gente, si rivela esatto, perché non può salvare se stesso, pur concesso
che davvero abbia salvato altri. Se è «re di Israele», come ha detto, come è sembrato che
dichiarasse nell’ultima seduta del sinedrio e di fronte a Pilato, scenda dalla croce e gli
crederemo.
27

Entra in gioco il momento religioso: scenda dalla croce, mostri di avere il potere di
salvare se stesso e allora crederemo anche che può salvare Israele. Al ragionamento
teologico si aggiunge una citazione della Bibbia:

«Si è fidato di Dio, adesso lo salvi; ha detto di essergli figlio» (cfr. Sap 2, 18-20).

Se veramente è così legato al Padre, Dio confermi la verità di questo legame.

4.2.3. I ladri
La terza categoria di persone sono i ladri crocifissi con Gesù. L’uomo della strada lo
insulta perché si è sentito defraudato e ingannato da lui; i sacerdoti, i rappresentanti della
cultura, perché con la sua dottrina li ha minacciati; i due ladri lo insultano (come pare dal
confronto col racconto di Luca, o semplicemente ripensando alla situazione) perché non li
aiuta: visto che tu, in questo momento, sei un disgraziato come noi, deciditi a dimostrare che
sei ‘qualcuno’, e ci salverai.
Pensiamo a Gesù che ascolta sofferente e agonizzante queste parole che toccano il
cuore della sua missione: la salvezza, essere Figlio di Dio e Re di Israele, il nuovo Tempio,
la capacità di salvare gli altri, la fiducia nel Padre. Tutte le prerogative di Gesù sono messe
alla prova e legate a un filo sottilissimo: se scendi dalla croce, crederemo; ma se ci rimani,
non possiamo accettare tutto ciò per cui hai detto di essere venuto.

4.2.4. Noi
Riflettiamo su che cosa avremmo detto a Gesù, come gente della strada, pur senza
giungere all’insulto. Mettiamoci nella categoria di coloro che, in fondo, non vedevano chiaro
in ciò che stava succedendo. Forse anche noi gli avremmo detto: crediamo in te, ma scendi;
se compi solo un minimo gesto in questo momento, moltissimi crederanno in te! Hai
compiuto tanti miracoli; se sei venuto per farti accettare, che cosa ti costa compierne un altro
per farti acclamare? Fa’ che tutti cadano in ginocchio e gridino: veramente era il Figlio di
Dio, ci siamo sbagliati!
Gesù, invece, chiama direttamente in causa il Padre con la parola ispirata e infallibile
del Salmo 22. E suggerisco a ciascuno di chiederne il perché al Crocifisso, nella
contemplazione.
Il Signore risponderà: rifletti a quale idea di Dio è collegata la richiesta dei sacerdoti,
degli scribi, dei ladri, della gente: l’idea di un Dio potente, vittorioso, che salva con un atto
di forza. Ma l’immagine di Dio che per incarico del Padre vi porto, è quella di un Dio che
assume la vostra debolezza, la vostra vulnerabilità, che si sottopone fino in fondo alla libertà
dell’uomo. Come potrei, senza rinnegare tutto questo, scendere dalla croce? Trionferebbe
l’immagine del Dio potente, e io non porterei a termine la mia missione perché, nel momento
decisivo, rinnegherei la vulnerabilità di Dio messa nelle mani dell’uomo; avrei dato credito
alla vostra libertà, però solo fino a un certo punto. In tal modo si penserebbe che Dio non è
stato serio nell’offerta dell’amicizia, non si è sottoposto a tutte le sue conseguenze e quindi,
in fondo, non ama l’uomo, né la sua libertà. Come si potrebbe affermare che la misericordia
di Dio è senza limiti, se a un certo punto dicesse: basta, l’esperimento è finito, è andato
troppo in là, voi non avete capito?
Domandiamoci dunque: qual è il Dio in cui crediamo? È veramente il Dio del
Vangelo, il Dio della rivelazione di Gesù Cristo, il Dio che nessun filosofo ha mai potuto
pensare o immaginare, che si rivela da sé nel Crocifisso, che non si può riconoscere se non
con una totale conversione del cuore?
Chiediamo al Signore e alla Madonna, che hanno vissuto questa drammatica e seria
rivelazione del Padre, che la imprimano nel nostro cuore, che ci aiutino a capire quanto
28

ancora siamo pagani nel nostro concetto di Dio: vogliamo un Dio che ci provi, ma insieme ci
salvi prima che le cose vadano male, che non abbia in noi la fiducia così totale che ha avuto
in Gesù. Spontaneamente e paganamente, senza volerlo, ritorniamo sempre a un’immagine
di Dio al nostro servizio, al servizio della nostra potenza, della nostra riuscita, non a un Dio a
cui possiamo e dobbiamo affidarci totalmente, così come Gesù si è affidato.
Dio è per noi un mare in cui vogliamo buttarci, però con qualche piccolo strumento di
salvataggio, perché così, se il mare non ci sostiene, riusciremo a salvarci.
Gesù ci pone di fronte al nostro paganesimo e ci interroga: sei disposto ad aprire il
cuore al Dio del Vangelo e a tutto ciò che tale accettazione comporta?

4.3. Gli ultimi istanti


«Dall’ora sesta ci furono tenebre su tutta la terra, fino all’ora nona».

Questa espressione, densa e pesante, pare ricordare le tenebre che ricoprivano l’abisso
all’inizio della creazione. Hans U. von Balthasar, in un suo studio, offre una via di
interpretazione molto rigorosa; egli vuole dare tutto il realismo possibile alla derelizione di
Cristo, approfondendo alcune teorie esposte soprattutto da Lutero e Calvino. Perciò propone
di leggere, in questo momento misterioso della vita del Signore, l’avverarsi di quello stato di
abbandono che, in maniere incoative ed embrionali, è sperimentato dai mistici cristiani nella
desolazione spirituale. Gesù sarebbe giunto a sperimentare al massimo tale stato di
abbandono e di pena del danno, di pena dell’inferno; sarebbe giunto a conoscere l’estremo
della disperazione umana, non in quanto peccaminosità e ribellione contro Dio, bensì come
angoscia e sofferenza.

Comunque è certo che Gesù muore come capo del Corpo mistico. Quindi, tutte le
esperienze che avvengono in noi e che possiamo difficilmente oggettivare e comunicare ad
altri, ciò che in noi si verifica di abbandono, di angoscia, di solitudine, di chiusura, di
mancanza di fede, di speranza e di amore a Dio, tutto questo è per noi una via verso la
conoscenza di Cristo.
Ciascuno di noi, partendo dalla propria esperienza, è invitato a cogliere nelle ultime
parole di Gesù il punto di riferimento per intuire che cosa avviene in noi. Così Gesù, anche
nel suo abbandono, si mostra amico e ci rivela chi siamo e attraverso quali misteriosi
sotterranei (il tunnel di cui parla santa Teresa di Gesù Bambino) giungiamo alla conoscenza
di Dio e alla libertà del cuore.

Una corrente della mistica occidentale ha spesso considerato ineliminabile nell’uomo


spirituale l’esperienza dell’aridità, del tedio, della fatica, dell’oscurità, della notte; sarebbero
semplici cammini ascendenti dalla pesantezza della carne, attraverso la purificazione, verso
la contemplazione della luce di Dio.
In verità è necessario interpretare cristologicamente, alla luce del Vangelo, questa
realtà: noi siamo chiamati a essere là dove è Cristo, a conoscere Dio come Cristo ce l’ha
fatto conoscere. E poiché la potenza di Cristo si è rivelata nella debolezza, la luce di Dio si è
rivelata nell’oscurità delle ore della croce, la gloria e la speranza di Dio si sono manifestate
nel grido di dolore e di abbandono di Gesù, così anche noi, in qualche maniera, siamo
chiamati, attraverso le vie proposte da Gesù, alla conoscenza di un Dio diverso da quello che
pensiamo.
Ritorna la domanda: perché Dio si fa conoscere nella croce? Non poteva Gesù
scendere dal legno e salvarci in maniera più facile? Avrebbe dunque preso davvero sul serio
l’abisso di malignità dell’uomo e del mondo? Di nuovo, siamo spinti a cercare di capire il
suo paradossale modo di morire.
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La morte di Gesù non è gloriosa, non è straordinaria. Ci sono per grazia di Dio delle
morti illuminate, morti di persone presso le quali si respira qualche cosa della serenità, della
pace di Dio. È la forza del Risorto, che si riversa nell’esperienza più tragica dell’uomo e
talora la trasfigura. Ma la morte di Gesù non è stata così.
Dopo le sue ultime parole si verifica il malinteso: credono che chiami Elia e gli danno
una spugna con aceto. C’è confusione, ma nessuno spettacolo di grandezza, non gente
ammirata e che prega; tutto si svolge tra il serio e il ridicolo, in mezzo a persone abituate a
veder morire i condannati. E Gesù di nuovo grida ad alta voce, un grido privo di parole,
misteriosissimo.

La morte di Gesù è drammatica, non ha l’aureola della serenità, della pace: egli
precipita nell’abisso della malvagità umana che lo inghiotte.
Notiamo che mentre Giovanni e Luca ci presentano l’aspetto trasfigurato della morte di
Gesù, Matteo e Marco ne mostrano uno più drammatico e amaro; questo secondo (che non
deve far dimenticare l’altro) rappresenta la sua partecipazione a tante morti senza grandezza,
proprie della maggior parte degli uomini e delle donne della terra.
In un racconto di Ivo Andric sui francescani della Bosnia (dovevano essere tipi
caratteristici, gente che viveva sotto il dominio turco, continuamente in situazioni di
difficoltà e di sofferenza), si legge che uno di loro, ardente e rozzo insieme, è chiamato da un
contadino per un moribondo sconosciuto e viene accompagnato in montagna dove, in una
caverna, c’è un bandito cristiano, che ha combattuto tutta la vita contro i Turchi, ha ucciso
della gente, e ora che sta per morire rifiuta il prete. È una lotta da giganti: il frate semplice,
pieno di entusiasmo, gli ripete le parole più dure sull’inferno, sul Crocifisso; l’altro gira la
testa contro il muro, non risponde. A un certo punto l’uomo si volta e il frate capisce che sta
per arrendersi; allora gli butta addosso un’assoluzione e si rende conto che l’altro, in qualche
maniera, l’ha accettata. Se ne esce tutto contento, pensando: ho salvato un uomo. Più tardi il
contadino torna a chiamarlo; egli corre di nuovo verso la montagna e vede l’uomo crocifisso
su un albero, sul ciglio del burrone, sotto la caverna. Il frate domanda: perché, Signore,
morire così? gli avevo dato l’assoluzione, non poteva morire con più calma? Perché,
Signore, mi hai fatto questo?
Il racconto presenta molto bene come vorremmo si svolgessero gli ultimi momenti
della nostra vita: nella calma, nella serenità, nell’abbandono; e come invece possono essere
strani, misteriosi, imprevedibili. La morte di Gesù partecipa della imprevedibilità dell’espe-
rienza umana della morte.
Non c’è che da adorare il mistero del Signore che si è assimilato con ciascuno di noi.
Non sappiamo quale sarà la nostra esperienza, tuttavia sappiamo che il Signore, con
amicizia, ci ha preparato la strada e ci verrà incontro.

4.4. Dopo la morte


Dopo che Gesù ha reso lo spirito, si schianta il velo del tempio in due parti, trema la
terra, si spezzano le pietre, si aprono i monumenti dei morti, i loro corpi si mostrano in giro,
il centurione teme. In genere gli esegeti rimangono perplessi di fronte alla descrizione degli
evangelisti. A me sembra, però, che la descrizione cerchi di esprimere l’indicibile.
È vero che di fronte alla morte di Cristo non c’è che il silenzio; ma silenzio dalle
risonanze cosmiche e umane, che possono essere colte nella fede.
Ci limiteremo a considerare ciò che accade al centurione e alle guardie.

«Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, sentito il terremoto e visto quel
che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!»
(Mt 27, 54).
30

Siamo di fronte alla prima proclamazione di Gesù e al primo rivelarsi degli effetti del
paradosso di Dio nell’esperienza umana. Nel momento umanamente meno adatto, in cui tutta
l’amarezza della morte di Gesù era apparsa e la gente vi aveva assistito con fretta e
indifferenza, il centurione e le guardie, che sono al di fuori, non possono resistere al
linguaggio degli avvenimenti ed esclamano: malgrado tutto, questo Gesù era qualcuno, forse
il figlio di Dio.
Come sono giunti a tale intuizione? Qui si manifesta il paradosso di Dio, che si è
rivelato nella maniera più contraria a quanto ci saremmo aspettati. Quello che i passanti, gli
uomini della strada, i sacerdoti non hanno capito, l’hanno capito i soldati. Possiamo pensare
che tra loro ci fosse qualcuno che prima aveva insultato Gesù, e che poi, standogli molto
vicino, ha cominciato a comprendere la pazienza di Dio, il suo modo di essere e di agire.
Chi guardava da lontano non ha colto il senso della scena, mentre chi ha visto Gesù a
breve distanza, non è riuscito a sottrarsi all’impressione che Dio fosse nel Crocifisso, pur se
tutto diceva il contrario. Quindi il centurione e le guardie sono preparati e quando i segni
esterni scuotono la loro fantasia e il loro forte senso della divinità, il passo è compiuto:
veramente Gesù era qualcuno, veramente era amato da Dio.

Chiediamo al Signore di non riflettere su di lui soltanto da lontano (chi sei, perché ti
sei comportato così, era proprio necessario, perché anche noi dobbiamo fare così?), bensì di
andargli vicino come hanno fatto i soldati, loro malgrado, in modo che tutte le ricerche
mentali si dissolvano al contatto con la Verità.
Se abbiamo il coraggio di superare il cerchio della gente che da lontano grida senza
capire, e di parlargli, di entrare nel mistero del suo cuore, allora ci sarà anche per noi una
nuova rivelazione e si spezzerà il velo del tempio, che è l’antica conoscenza di Dio, di un
Dio grande, potente, che vince il nemico, che schiaccia l’avversario. Il Dio misterioso che un
velo copriva, conservandone insieme l’intangibilità, l’alterità assoluta, l’inaccessibilità, ora
si è fatto debole, povero, vulnerabile in Gesù, e può entrare nel cuore di ogni uomo, per
divenire esperienza di vita.
Esperienza sia di Cristo sia delle sofferenze umane, di cui abbiamo paura, che stiamo a
guardare da lontano, da cui ci difendiamo con parole convenzionali e alle quali avremo
finalmente il coraggio di avvicinarci pur se apparentemente sono amare, incomprensibili,
assurde.

‘Donaci, Signore, per l’intercessione di Maria tua Madre, di stare con i soldati sotto
la croce e metti sulle nostre labbra le parole con cui la Chiesa ci fa chiedere di essere posti
vicino al Crocifisso: Santa Madre, deh, voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel
mio cuore’.
31

Il racconto nel vangelo di Marco

I
IL MISTERO DEL FIGLIO DELL’UOMO

1.1. Introduzione
Per comprendere meglio il racconto della Passione nell’evangelo di Marco, inizio con
una meditazione alla quale diamo come titolo: il mistero del Figlio dell’uomo, che
comprende i brani che Marco ci presenta tra il capitolo 8 e il capitolo 10.
Entriamo nel più profondo del mistero del Regno di Dio. Di conseguenza la
comprensione di quanto ora andiamo leggendo, deve avvenire più nella preghiera che non
nella considerazione teorica di quello che si ascolta.
In qualche maniera, ora dobbiamo capire più profondamente ciò che san Paolo
desiderava comprendere quando, nella Lettera ai Filippesi, dice:

«Conoscere lui e la potenza della sua risurrezione, ed essere messo a parte dei suoi
patimenti» (Fil 3, 10).

Già nei capitoli precedenti di Marco si può intuire come la sorte del seme calpestato e
soffocato è, in ultima analisi, la sorte di Gesù stesso. Il seme è la parola di cui leggiamo al c.
4: la parola evangelica, ma la parola evangelica è Gesù.
Il Regno, presentato oscuramente nelle parabole come mistero di nascondimento, di
crescita nell’oscurità, di crescita faticosa e contrastata, si rivela più chiaramente nella
seconda parte di Marco, come il mistero del Figlio dell’uomo.
Il catecumeno che ha detto di sì a Gesù Figlio di Dio, quando si è sentito chiamare
presso il lago, esperimenta, nella prova di fede alla quale viene condotto attraverso la
sequela di Cristo, di essere introdotto in una situazione inattesa e nuova; situazione dove
valgono le leggi dell’incontro personale, dell’umiltà, dell’attesa, della pazienza. Questa è la
scuola che Gesù fa nei primi otto capitoli di Marco.
Lo stare con lui porta i discepoli a comprendere gradualmente come la vita che hanno
abbracciato non sia un’esistenza in cui valgono le leggi dell’efficienza, del successo, del
potere, bensì le leggi del nascondimento, dell’incontro personale, della piccolezza.
Dopo il c. 8 tale velata conoscenza del mistero, che avviene soltanto attraverso
accenni, si chiarifica.

Incomincia la seconda parte del vangelo di Marco.


Occorre premettere che Marco si divide chiaramente in due parti di lunghezza quasi
uguale, che si differenziano tra loro per molti aspetti. Per esempio, ci sono vocaboli che
ricorrono di frequente nella prima parte, e non ricorrono più nella seconda e viceversa.
Vocaboli caratteristici della prima parte sono verbi come: comprendere, incapacità a
comprendere, capire, vedere, avere il cuore accecato, indurito; ascoltare, conoscere,
nascondere, rivelare; verbi che indicano come Gesù chiede la comprensione del Regno
attraverso la fiducia nella sua parola. Si lamenta che gli uomini hanno il cuore chiuso, che i
32

discepoli non comprendono. Gesù vuole suscitare l’attenzione, in maniera che la mente sia
tesa verso ciò che egli sta per manifestare.
A un certo punto, però, la richiesta di Gesù cambia: l’insistenza non è più tanto sul
comprendere, sull’aprire gli occhi, sul capire, ma sul fare qualcosa per il Regno, sul dare se
stessi, dare la propria vita, pagare di persona. Ecco allora le tipiche frasi della seconda parte:
solo chi perde la propria vita la salverà; occorre lasciare casa, fratelli, parenti, figli per il
Vangelo; anche la mano, il piede, l’occhio vanno sacrificati per il Regno.
Nella prima parte si tratta di comprendere il Regno, nella seconda parte si tratta di
entrare nel Regno.

Qual è l’evento che segna il passaggio dall’attenzione al Regno all’entrarvi? l’evento


che conduce dalla prima alla seconda fase della predicazione di Gesù?
È l’episodio della confessione messianica di Pietro a Cesarea, punto centrale a partire
dal quale troviamo un mutamento nei temi della predicazione di Gesù. Ed è nella seconda
parte che egli si dedica, in particolare, a una formazione più accurata del gruppo dei Dodici.
Nella prima parte essi lo seguono, vedono ciò che fa; nella seconda egli si rivolge a loro con
maggior frequenza ed intimità.
Perché la confessione di Pietro ha una parte centrale? Perché da questo momento
comincia il Regno sulla terra. Il fatto che Gesù da questo piccolissimo gruppo, piccolo come
un granello di senape rispetto al mondo di allora – da Pietro, cioè, e dai Dodici insieme con
lui – venga riconosciuto nella sua vera identità, segna l’inizio del Regno che Gesù viene a
portare sulla terra. Questo fatto cambia tutto il contenuto della predicazione di Gesù. Egli
comincia a parlare non più per enigmi, ma chiaramente.
Vediamo allora alcuni elementi della seconda parte del vangelo di Marco, in
particolare le predizioni della Passione: la prima segue immediatamente la confessione di
Pietro e le altre due si succedono a intervalli di un capitolo ciascuna, a intervalli regolari. La
successione ritmica, in Marco, è evidentemente intenzionale.
Perché, anzitutto, tre predizioni? Ciò che è essenziale va ripetuto tre volte, quindi si
tratta di un insegnamento estremamente importante. Proprio per questo appare collocato
subito, all’inizio della seconda parte.

1.2. Prima predizione della passione: Mc 8, 31-37


«Gesù cominciò ad insegnare ...»:

evidentemente è un nuovo inizio, un nuovo modo di parlare, un nuovo momento della


formazione dei Dodici.
Cosa insegna Gesù?

«Che il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose ed essere respinto dagli anziani ed
essere ucciso e dopo tre giorni risorgere. E apertamente diceva la parola».

Gesù insegna una cosa che non era mai stata menzionata prima, e che penetra
veramente fino in fondo al suo mistero. Insegna che «deve»; cioè, che quanto comincia
appartiene al piano di salvezza, al disegno di Dio per la redenzione dell’umanità.

«Il Figlio dell’uomo»:

è designazione misteriosa che, nella tradizione apocalittica, esprime una connotazione


gloriosa del Messia, ma che qui viene, invece, utilizzata in un contesto di estrema umiltà e di
totale umiliazione.
33

«Soffrire molte cose ed essere respinto»:

essere respinto dai presbiteri, dai sommi sacerdoti, dagli scribi; cioè, dalla gente di
cultura, dalle categorie sociali che allora contavano.
«Ed essere ucciso e dopo tre giorni risorgere. E apertamente diceva la parola»:

questo ci fa capire, appunto, che finora Gesù non ha parlato apertamente. Egli ha
attratto i suoi – in particolare i Dodici -con il fascino proveniente dalla sua persona, dal suo
potere miracoloso, dalla sua bontà; li ha riempiti di fiducia verso di lui. Adesso che sono un
piccolo gruppo, ormai ben compatto, può parlare loro con chiarezza.
E le parole chiare sono estremamente dure, perché si parla di morire: essere respinto ed
ucciso. Appare, è vero, in prospettiva la risurrezione, ma in una forma tanto misteriosa che i
discepoli non capiscono ancora.
Il mistero perciò è presente nella sua interezza e crea immediatamente nei Dodici un
senso di sgomento e di smarrimento che si esprime, subito dopo, nell’intervento di Pietro (v.
32b-33). Esso manifesta la reazione dell’uomo comune, di ciascuno di noi: questo non
dev’essere, questo non va, non ha senso. Esprime la nostra incapacità a capire il mistero di
Dio così come ci si manifesta nella sua realtà e verità, in Gesù Cristo.
Quando, da una conoscenza esteriore del mistero di Dio in Cristo, passiamo alla sua
vera comprensione, cioè al mistero del Cristo respinto e morto per noi, la nostra prima
reazione potrebbe essere bene espressa dalle parole di Pietro: «Ma come mai, perché?
Questo non va assolutamente ...».
Probabilmente i Dodici capiscono bene che se questo succede al Maestro, a loro è
destinato qualcosa di analogo; la loro sorte per l’avvenire non sarà certamente rosea. Tutto il
loro orizzonte si annebbia e si oscura.
Gesù allora dice a Pietro che egli non capisce niente del piano di Dio. In Pietro, i
Dodici vengono confrontati col piano vero di Dio, sono messi di fronte alla dura realtà del
progetto del Signore; realtà misteriosissima, inaccettabile dal punto di vista della comune
logica umana. Essi, però, per l’affetto che hanno verso Gesù, per il fatto che stanno con lui,
non la possono più respingere. Hanno reazioni interiori contrastanti, ma sono totalmente
presi dalla persona del Signore, tanto che egli sa di poter parlare loro apertamente. Tuttavia
la parola rimane durissima.
Nei vv. 34-37 c’è poi la trasposizione ai discepoli. Gesù ha parlato di sé, ha parlato del
proprio destino in maniera chiara, e ciò suscita la meraviglia, lo sgomento e lo smarrimento
degli apostoli. Ora, gradualmente, incomincia a trasporre la propria via, il proprio mistero di
Figlio dell’uomo, alla vita di quelli che lo seguono. Avviene proprio quello che gli apostoli,
forse inconsciamente, temevano: la via di Gesù è la via di coloro che sono i suoi. Abbiamo
così la parola:

«Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso» (v. 34).

Se pensiamo a Pietro che rinnega Gesù dicendo di non conoscerlo, possiamo affermare
che la parola «rinneghi se stesso» vuole appunto dire: non mi conosco, non tengo più conto
della mia vita, non mi prendo in considerazione. Così dirà Paolo – riassumendo la sua vita –
nel discorso agli anziani di Efeso, riportato in Atti 20, 18-24.
E Gesù continua:

«Prenda la sua croce», ossia tutti i disagi che comporta la sequela del Cristo, e:

«Mi segua».
34

Tutta la forza della frase è riposta nel verbo «mi segua»; le altre cose dette prima e
dopo sono i preliminari necessari per poter essere con Gesù e continuare ad essere con lui.
Potremmo allargare la nostra considerazione a tutto ciò che nei capitoli seguenti,
specialmente al c. 10, viene specificato intorno a questa sequela di Gesù. Qui abbiamo
soltanto la prima delle indicazioni di quello che comporta il mistero del Regno. Nei capitoli
successivi viene specificata la stessa esigenza in forme diverse.

Ho raccolto alcuni brani sotto il titolo: Gesù e i suoi, per mostrare che praticamente il
suo insegnamento al piccolo gruppo dei Dodici si può riassumere nel modo seguente: chi ha
accettato la chiamata personale a seguirmi, a essere con me, deve accettarmi così come sono.
Cfr. Mc 10, 43-45.29.38; 13, 13.
Come viene descritta l’identità e l’agire di Gesù? Egli spiega che come e dove lui è,
anche gli altri devono essere. Dice, per esempio: io non sono venuto per essere servito, ma
per servire; chi di voi vuole essere come me, sia dunque servo di tutti.
Io ho lasciato ogni cosa: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo; così posso
chiedere a voi di lasciare padre, madre, campi, figli ed ogni cosa.
Io sono venuto a voi come uno che non possiede nulla; così posso chiedere a voi che si
lascino le ricchezze con le quali il Regno dei cieli non va d’accordo.
Io bevo per primo il calice della Passione; così posso chiedere che voi beviate il mio
calice.
Io accetto la contraddizione, l’essere respinto dalla maggioranza del mio popolo; anche
voi dovete accettare la contraddizione, la contestazione, da qualunque parte venga, perché il
Figlio dell’uomo è stato respinto per primo.
In altre parole Gesù, nei testi citati, chiede di scegliere coraggiosamente una vita simile
alla sua. Di sceglierla nel cuore, perché l’avere questa o quella situazione esterna non
dipende da noi; dipende da noi, invece, scegliere nel cuore una vita quanto più possibile
vicina al suo modo di vivere fra gli uomini.
Non dipenderà da noi scegliere sempre il servizio più umile, la posizione meno
appariscente, la condizione esteriore più modesta, ma dipenderà da noi l’avere nel cuore
questo desiderio di essere, in quanto è possibile, dove lui è.
Quindi, tra posizioni di maggiore o minore prestigio e potenza, preferire le seconde; tra
condizioni di maggiore o minore ricchezza, preferire queste ultime; tra posizioni di servizio
comodo o disagiate, preferire quelle disagiate.
Ecco come avviene, in questa seconda parte di Marco, l’avviamento alle scelte
evangeliche. Gesù si mette davanti, presenta se stesso e invita ciascuno ad essere là dove lui
si trova, almeno col cuore, almeno con il desiderio, perché questa è la maniera di capire
profondamente il senso del Vangelo.
Si tratta di una scelta estremamente importante perché, al di là di tutte le teologie, di
tutte le teorie, investe la capacità di capire il Vangelo dall’interno.
Quando non si è fatta la scelta fondamentale dell’essere là dove Gesù è, non soltanto
nella sua attività esteriore descritta nella prima parte di Marco, ma lungo l’itinerario che
porta alla croce, descritto nella seconda, non sarà possibile inquadrare le altre verità
evangeliche, dare loro il posto giusto, comprendere quel rapporto tra le singole realtà e il
loro sfondo, che mette ogni cosa al suo posto.
Ogni vera ripresa, ogni vero approfondimento dello spirito, ogni capacità di
comprendere le situazioni nelle quali ci troviamo – la nostra situazione nel mondo, la
situazione presente della Chiesa – parte da una rinnovata adesione alla via di Gesù, come ci è
presentata nella seconda parte di Marco.
È il segreto evangelico che ci dà il modo di capire il nostro posto, il posto della Chiesa
nel mondo; è il cuore delle richieste di Gesù.
35

1.3. Seconda predizione della passione: Mc 9, 31-32


La seconda predizione è molto breve:

«Stava ammaestrando i suoi e diceva loro: il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani
degli uomini che lo uccideranno, ma tre giorni dopo risorgerà. Essi però non comprendevano
un tale parlare e avevano paura di interrogarlo».

Abbiamo Gesù che, sempre più vicino al gruppo dei suoi, li forma all’unico punto
essenziale e presenta il mistero centrale del Vangelo: lui, la sua morte e risurrezione.
Marco tuttavia ci fa notare come questo mistero sia difficile e vada ripensato
continuamente nelle nuove situazioni, nelle nuove esigenze della nostra vita spirituale, e col
crescere di questa.
Quella di Gesù è una proposta assolutamente incomprensibile, che non ha paragone
con nessun’altra proposta umana.
Nessuna proposta umana, infatti, oserebbe parlare di morte e risurrezione: siamo nel
cuore della piena e pura fede richiesta al discepolo, che è l’unica via per arrivare ad una vera
conoscenza di ciò che significa la vita evangelica.

1.4. Terza predizione della passione: Mc 10, 32-34


L’ultima predizione è più ampia delle precedenti:

«Mentre erano in strada verso Gerusalemme, egli precedeva e di ciò si meravigliavano,


mentre quelli che venivano dietro erano presi da timore ...».

Marco sembra voglia farci coraggio dicendo che gli apostoli ce ne hanno messo di
tempo a capire. Gesù era amato da loro, stava in mezzo a loro, anzi andava avanti a loro, ed
essi non potevano non seguirlo; sentivano un’attrazione intensa per lui, però quanto a capire
veramente il cuore del mistero c’era ancora una lunga strada da fare. E il cammino era
estremamente faticoso.

«E tratti a sé i Dodici prese a dire loro: Noi andiamo a Gerusalemme e il Figlio


dell’uomo sarà dato in mano dei grandi sacerdoti e degli scribi e lo condanneranno a morte,
lo daranno in mano ai Gentili, lo scherniranno e gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo
faranno morire, ma dopo tre giorni risorgerà».

È di nuovo presente il mistero, con una notevole insistenza sui momenti in cui Gesù
viene respinto e disprezzato. La predicazione diventa una nuova richiesta agli apostoli di
affidarsi a lui e di accettare tutto il mistero nella sua globalità, perché non c’è risurrezione
senza il passaggio attraverso la sofferenza.

Cosa poteva concludere il catecumeno che veniva educato gradualmente, attraverso


questa lettura, a capire il mistero centrale del regno di Dio?
Il catecumeno era implicitamente invitato – e ciò vale anche per noi – ad adorare prima
di tutto nella preghiera il mistero del disegno divino, riconoscendo che è estremamente
difficile da comprendere. Tutte le volte che ci imbattiamo in esso, non soltanto nella fantasia,
ma nella realtà, proviamo una istintiva incapacità ad adattarci, e dobbiamo insistere nella
preghiera chiedendo di accettare il Cristo così come egli è.
36

In secondo luogo, il catecumeno viene stimolato, insieme con noi, a ringraziare il


Signore, perché si è manifestato con tanta chiarezza, e senza alcun desiderio di illuderci. In
prospettiva, quindi, a chiedergli di poter lodarlo quando egli si manifesta in noi con la stessa
realtà di morte e di risurrezione, perché allora siamo certamente al centro del Vangelo.
Tutte le situazioni che a prima vista ci appaiono incomprensibili e inaccettabili – nelle
quali sale in noi il grido: qualunque altra cosa, ma non questa, – sono in realtà situazioni che
ci pongono al centro della manifestazione del mistero di Dio.

Viene, infine, chiesto al catecumeno, e a noi, di insistere nella preghiera per chiedere
che Gesù ci tenga con sé e ci porti con sé fino in fondo, convinti che tale accettazione è la
chiave per il discernimento, per l’analisi delle diverse mentalità che operano in noi e nella
Chiesa. Perché a questo punto le mentalità e i comportamenti non evangelici si disperdono
dissolvendosi; tutti i sogni, tutti i castelli in aria, tutti i progetti puramente umani vengono
meno, e rimane viva soltanto la verità del Vangelo. Il catecumeno è educato gradualmente e
con insistenza a prendere coscienza che questa è la rivelazione fondamentale del Figlio
dell’uomo e il mistero nel quale entrare se vuole superare una pura programmazione umana e
collocarsi nel cuore del Regno di Dio.
37

II
LA PASSIONE DI GESÙ

Nelle tre predizioni Gesù annunzia la via della Passione che poi percorre con coraggio
fino in fondo.
Siamo invitati a seguirlo, almeno con l’affetto, nella contemplazione che ci avvicina a
lui con il cuore, per realizzare in qualche modo ciò che Pietro non ha potuto, pur avendolo
desiderato, il

«dovessi morire con te» (Mc 14, 31).

Comprendiamo come Pietro avrebbe voluto essere col Maestro, fino in fondo, ma lo
sarebbe stato in seguito, dopo essere passato attraverso la dura lezione che Gesù si appresta a
dargli, subendo la Passione.

2.1. Domande sulla passione


La riflessione sulla Passione è sempre, per vari motivi, molto difficile e lo era già per
la Chiesa primitiva.
Anzitutto era difficile rispondere alla domanda del come storicamente era potuto
accadere un fatto simile. Esso comporta una inspiegabile serie di errori, di decisioni
affrettate e maldestre, di reazioni a catena, di palleggiamenti di responsabilità dall’uno
all’altro dei protagonisti. Non c’era, infatti, nessun motivo di far morire Gesù!
Il modo poi in cui si è giunti a questo così velocemente, in una confusione di passioni,
di sbagli, di tergiversazioni, di paure, certamente mette in imbarazzo chi tenta di raccontarlo.
L’evangelista si dilunga appunto per far comprendere gradualmente la serie di fatti
tragici e drammatici e, di per sé, non adeguatamente motivati.

Un’altra domanda difficile si presentava alla Chiesa primitiva e al catecumeno che


meditava la Passione: cosa può avere di grande una morte?
Tutti coloro che per vari motivi hanno qualche familiarità col mistero della morte,
sanno come immediatamente, di fronte a tale fatto, tutta la retorica cessi.
Non c’è niente di meno umano della morte. L’uomo che muore assume, di solito, una
espressione banale e goffa; oppure, forse, tormentata e incredula. Non c’è situazione nella
quale l’uomo è meno se stesso del momento della morte.
Proprio in quanto realtà alla quale è difficile dare un senso, la morte è un non-senso per
l’uomo che vive. L’uomo morto rappresenta qualcosa di incomprensibile, qualcosa che non
dev’essere.
Ora, pensare che tale realtà, cioè il non-senso per la vita, sia stata affrontata dal
Signore Gesù, costituisce appunto il mistero dei misteri. Perché Gesù, la vita stessa, abbia
voluto ridursi a tutte le espressioni di degradazione umana insite nella morte, è davvero
inspiegabile.
La Chiesa primitiva sentiva profondamente questo mistero perché aveva davanti agli
occhi la reale figura del Crocifisso. Il suo grande problema era: come leggere tale realtà, di
per sé illeggibile? come darle un senso? E ciò da un duplice punto di vista:

1. Dal punto di vista dell’uomo: come leggere tutte le altre realtà della vita che
sembrano mancare di senso, che sembrano pura perdita, pura carenza, e quindi non si
vogliono?
38

2. Dal punto di vista di Dio: come Dio poteva essere con Gesù anche nella Passione e
nella morte? non l’ha forse abbandonato?

2.2. La risposta
Questi i problemi che agitavano il cuore dei primi cristiani nel meditare la Passione. Il
lungo racconto, presente in ciascuno dei vangeli, è la risposta a tale interrogativo.
In Marco comprende due capitoli; gli è dedicato uno spazio estremamente
sproporzionato rispetto al resto. Per il catecumeno e per ciascuno di noi, significa che la
Passione richiede una lunga considerazione; bisogna contemplarla molto la Passione del
Signore, deve avere grande parte nella nostra conoscenza di lui.
Il racconto introduce un mistero difficile, ed è a sua volta presentato da alcuni fatti che
ne danno il senso.
Il senso fondamentale è mutuato dal profeta Isaia:

«Quia ipse voluit» (Is 53, 7: vulgata latina; cfr. testo ebraico: Is 53, 10a.12c).

La Passione non è accidentale, ma è Gesù stesso che ha accettato fino in fondo l’estre-
ma umiliazione. Allora comincia ad acquistare un senso, perché diventa un atto umano di
Gesù.
Quali sono gli episodi che sottolineano il «Quia ipse voluit»?

L’unzione di Betania, dove Gesù dice:

«Ciò che ella ha fatto, l’ha fatto per ungere in anticipo il mio corpo per la sepoltura»
(14, 8);

Gesù va verso il mistero di degradazione umana e lo accetta coscientemente.

Durante la Cena:

«Il Figlio dell’uomo va, come è scritto di lui» (14, 21);

quindi Gesù entra in un disegno che è il disegno del Padre.

Sempre durante la Cena, ancora più chiaramente:

«Questo è il sangue versato per molti» (14, 24).

L’Eucaristia mostra che Gesù accoglie di cuore e anticipa in sé la Passione.

E finalmente, nel Getsemani, l’ultima parola che riprende il tema:

«Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (14, 36).

Tutta la Passione va meditata riportandola, per così dire, nell’intimo del cuore del
Signore che è andato incontro a questo tragico fatto volontariamente.
Voglio sottolineare, in proposito, un aspetto che è conseguente al modo con cui la
Passione ci è presentata da Marco: Gesù è andato incontro alla morte, perché ha voluto
venirci incontro fino in fondo, non ha voluto tirarsi indietro di fronte a nessuna conseguenza
39

del suo essere con noi, affidandosi a noi completamente. Ha compiuto la missione di essere
con i suoi accettando le ultime conseguenze drammatiche dell’affidarsi agli uomini con
fiducia, con buona volontà, con il desiderio di aiutarli.
Dalle riflessioni sul «Quia ipse voluit», possiamo concludere che l’unica cosa capace
di dare senso alle nostre sofferenze, è di giungere anche noi ad accettarle con lui.
È facile, certe volte, per le sofferenze che riusciamo a percepire come tali (per esempio
malattie non troppo gravi), e che possiamo prendere dalle mani di Dio con pazienza,
offrendole per gli altri. Quando però le sofferenze diventano parte di noi stessi, quando
diventano difficoltà che si identificano con il nostro essere, quando finiamo per trovarci in
situazioni a cui è estremamente difficile dare un senso, allora l’accettazione diventa sempre
più problematica, perché non ci sentiamo liberi e distaccati di fronte ad esse. Possiamo così
dibatterci per anni in uno stato di disagio, di insofferenza magari inconscia, di rivolta
interiore verso situazioni che non siamo capaci di accettare. A volte, anzi, la cosa più pesante
a cui acconsentire è costituita proprio da noi stessi.
Gesù ci insegna che, finché non giungiamo a un’accettazione cosciente e libera, le
nostre sofferenze non hanno veramente senso; cominciano ad averlo quando le abbiamo in
qualche maniera guardate in faccia, come lui ha fatto, e le abbiamo accettate con lui.
Questa credo sia una delle chiavi di comprensione del perché della Passione di Gesù:
«Quia ipse voluit».

2.3. Una galleria di quadri


Venendo alla Passione in se stessa, propongo un modo di meditarla che ritengo
consono alla struttura di Marco. Nel suo vangelo la Passione è tutta un susseguirsi di piccoli
quadri che descrivono situazioni umane, confronti di persone.
Non è tanto un resoconto concatenato di eventi, e nemmeno uno studio sulla
concatenazione delle cause, anche se questo è presente.
Il modo di raccontare di Marco è piuttosto la presentazione di una serie di quadri in cui
diversi personaggi entrano in confronto diretto con Gesù, vivendo ciascuno il mistero della
propria chiamata e della propria presa di posizione verso il Regno.
Gesù continua, nella Passione, la sua missione di annunciare il mistero del Regno alle
persone più diverse e più lontane, a quelle che più sembrano respingerlo, per essere con noi
sino in fondo.
In qualche modo si verifica ancora la parabola del seminatore: Gesù si presenta, come
seme, in diversi terreni e in ciascuno va incontro a una sorte diversa.
È possibile allora meditare la Passione come una serie di episodi, di situazioni, in cui
Gesù continua eroicamente a essere il Maestro buono che insegna a perdere la vita per
acquistarla, a rinnegare se stessi, a prendere la croce, a farsi servo e schiavo di tutti, a
realizzare insomma il programma enunciato nei capitoli 9 e 10 di Marco.
Vi suggerisco di contemplare i quadri uno per uno, considerando il mistero del Regno
come seme evangelico che riceve risposte diverse. Ne indico 14 in maniera che possano
eventualmente servire per una Via Crucis.

1° Gesù e Giuda
2° Gesù e le guardie
3° Gesù e il sinedrio
4° Gesù e Pietro
5° Gesù e Pilato
6° Gesù e Barabba con la folla
7° Gesù e i soldati
8° Gesù e Simone di Cirene
40

9° Gesù e i crocifissi
10° Gesù e i derisori
11° Gesù e il Padre
12° Gesù e il centurione
13° Gesù e le donne presso la croce
14° Gesù e gli amici

Una galleria di persone che si confrontano con il seme del Regno. Ciascuno con una
diversa risposta, davanti a un Gesù sempre uguale nel suo atteggiamento di disponibilità e di
offerta di salvezza.
C’è in queste scene una certa progressione, un crescendo continuo di umiliazioni sino
alla scena decima, quella dei derisori.

Un altro particolare importante, in queste scene, è il silenzio di Gesù. Parla brevemente


all’inizio, parla a Giuda, alle guardie, al sommo sacerdote, parla, nella quarta scena, a Pilato.
E poi tace. Tutti girano attorno a Gesù come in una drammatica giostra ed egli, col suo
silenzio, domina tutto. Contempliamo il contrasto tra le persone che si agitano, che fanno e
dicono una cosa o l’altra e Gesù che, con la sua silenziosa presenza, è al centro, dominatore
di una situazione caotica e convulsa.
Con il suo solo esistere, con il suo solo essere là, Gesù parla, Gesù giudica.

Infine l’ultima parola di Gesù, il grido:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (15, 34),

che esprime, al tempo stesso, l’apice e il fondo del cammino della croce, percorso sino
all’estremo della desolazione, ma che insieme manifesta una immensa fiducia (Sal 22 [21],
1.20-32).
Al centro di tutto, nella scena undicesima, sta il grido di Gesù, la sua invocazione al
Padre. Da questo punto comincia un fluire graduale di consolazione e di pace. Già nella
Passione, così com’è raccontata, nasce dunque il senso della consolazione e della pace che
durerà fino al sepolcro, preparando la scena della risurrezione.
Possiamo senz’altro tener conto di questa progressione e poi del graduale subentrare di
una nuova atmosfera quando Gesù è sulla croce. Assaporiamo il mutamento che
misteriosamente il Crocifisso arreca a coloro che gli sono vicini: le donne, gli amici.

Le scene della Passione, per le quali vi ho offerto alcuni spunti, devono costituire un
frequente argomento della nostra contemplazione perché sono il contravveleno quotidiano
all’atmosfera del mondo in cui viviamo e di cui parla Paolo scrivendo agli Efesini:

«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di
Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro
creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di
questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in
piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità,
rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare
il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete
spegnere i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello
Spirito, cioè la parola di Dio» (6, 10-17).
41

Nell’attenta contemplazione della Passione si sciolgono i nodi di questioni difficili a


comprendersi e si chiariscono i giudizi su situazioni ambigue. Confrontato con questo
paradigma, ciò che è scoria viene a cadere e rimane, invece, ciò che evangelicamente vale.
È forse per mancanza di riflessione, di meditazione, di contemplazione sulla Passione
di Gesù, che oggi assistiamo a molte confusioni. La Passione ha una parte preponderante nei
vangeli proprio per offrirci un elemento sicuro di discernimento.
42

Il racconto nel vangelo di Luca

I
GESÙ TRA SUCCESSO E INCOMPRENSIONE

‘Signore Gesù, che per nostro amore vai alla Passione, fa ‘ che ciascuno di noi si lasci
attrarre da te per seguirti là dove vuoi condurci.

1.1. Introduzione
Noi non siamo capaci di capire la Passione di Gesù; essa non ci parla se non attraverso
una grazia di Dio. Ciascuno reagirà dunque, meditandola, secondo la strazia corrispondente
al suo stato di preghiera, che può essere stato di purificazione, di ricerca, di illuminazione.
Non possiamo, infatti, sforzare in noi una rispondenza diversa dal nostro stato presente.
Sintetizzo la mia riflessione nei seguenti termini: Gesù si dona a noi come parola
evangelica sempre buona e desiderosa di portare frutto, ma anche inerme; e noi la riceviamo
a partire dal nostro calcolo e dalle nostre diffidenze; quindi con la possibilità di respingerla;
e Gesù si lascia respingere.
Faremo riferimento alle tre predizioni della Passione che si trovano in Luca (9, 18-23.
43-45; 18, 31-34).
Gesù è ancora nella vita pubblica, ancora nell’altalena tra accoglienza e
incomprensione, però l’incomprensione si accentua soprattutto da parte di coloro che per
missione sarebbero chiamati a comprenderlo meglio. In questo Gesù tra ‘successo e
incomprensione’ vedremo che tra successo e incomprensione si svolge pure la nostra vita.
Già la collocazione delle tre predizioni ci fa intuire che hanno significativamente un posto
diverso rispetto al vangelo di Marco, dove occorrono a intervalli regolari (Mc 8, 31; 9, 31;
10, 32) dal c. 8 fino al c. 10, che prepara l’ingresso in Gerusalemme nel c. 11; sono quindi
inserite nel ritmo della narrazione. In Luca invece due sono molto vicine nel c. 9 e l’altra si
trova nel c. 18, quasi a inquadrare tutto il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, con i miracoli
e le istruzioni (in particolare sull’abbandono al Padre, il distacco dalle ricchezze e dagli
altri ...) che costituiscono, in certo modo, la trama del viaggio.
Ci domandiamo nella preghiera in quale situazione sono fatte queste predizioni; come
si comporta in esse Gesù; come rispondono i discepoli e, infine, come noi veniamo coinvolti.

1.2. «Voi chi dite che io sia?»: Lc 9,18-22


1) La prima predizione si colloca, volendo inquadrare la situazione in una cornice un
po’ più ampia, nel quadro della confessione di Pietro.

Gesù stava pregando da solo – di nuovo Luca si introduce con la scena preferita di
Gesù in preghiera –, i discepoli gli si avvicinano ed egli li interroga: «Chi sono io secondo la
gente?». Stupisce che Gesù voglia sapere cosa la gente dice di lui: evidentemente la sua è
una domanda retorica, tesa a far venire fuori ciò che i discepoli hanno dentro; nondimeno
incomincia alla larga. Non che sia tuttavia insensibile a ciò che la gente dice di lui (questo lo
43

dovremo tenere presente quando Gesù parlerà delle umiliazioni che gli toccheranno), perché
vuole rispondenza al suo annuncio; non predica per essere deriso, ma per essere ascoltato, e
quindi vuol sapere cosa produce la sua parola e cosa, addirittura, si pensa di lui. Riconosce
insomma che l’essere accettato è parte fondamentale della sua visuale ed è perciò importante
conoscere se la gente lo vede come un mago o come un uomo strano.
La risposta di per sé è abbastanza confortante – Giovanni Battista, Elia, un profeta che
ritorna dai tempi antichi –, perché coglie alcune caratteristiche di Gesù:

Giovanni Battista: la gente lo vede come un uomo austero, del modo di vivere
semplice; inoltre Giovanni Battista aveva parlato contro Erode, senza paura, e quindi la
gente stima Gesù un uomo coraggioso, capace di dire la verità a tutti.

Elia è il profeta potente, una delle più grandi figure profetiche, che parlava a nome di
Dio, resisteva ai potenti e ai re del suo tempo; la gente pensa che Gesù parla a nome di Dio,
che compie opere grandi.

Un profeta, cioè un portavoce di Dio; la folla vede giusto, capisce che l’azione di Dio
che si incarnava nei profeti, è ora presente in Gesù non come un profeta poco conosciuto,
bensì come il più grande.

Gesù naturalmente è convinto che questo non basta, e allora chiede agli apostoli:

«Ma voi chi dite che io sia?».

La domanda è audace, punta a un rapporto chiaro; spesso noi sfuggiamo a simili do-
mande, perché le risposte potrebbero deluderci e preferiamo mantenere su di noi l’opinione
che gli altri hanno o vorremmo che avessero.
Pietro risponde:

«Il Cristo di Dio».

È chiaro che Pietro ha colto nel segno. Gesù non è uno dei profeti, è colui che riassume
tutte le promesse di Dio.
Eppure Gesù ci sconcerta di nuovo, ammonendo severamente i discepoli a non dir
niente a nessuno. La parola che qui viene usata è la stessa che Luca mette sulle labbra del
Maestro quando grida allo spirito demoniaco di non parlare più, di tacere (cfr. Lc 4, 35).
Cogliamo dunque una emozione oltremodo forte in Gesù: come mai da una parte vuole che
la gente giunga gradualmente a conoscerlo e poi, a un certo punto, fa marcia indietro? Gesù
sembra spiegarlo con le parole seguenti:

«Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi
sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno» (v. 22).

2) Siamo di fronte a una complessità di elementi.

Vediamo prima di tutto perché Gesù ci viene presentato come colui che proibisce di
parlare; ricaviamo il motivo dagli altri vangeli.
L’espressione «il Cristo di Dio» suscitava immediatamente un insieme di emozioni e di
speranze messianiche, la speranza che questo Cristo avrebbe preso in mano la situazione e
avrebbe avviato la soluzione definitiva di tutti i problemi; è sottesa una determinata
concezione del Messia.
44

Qui è invece proposta una figura marcatamente opposta: il Cristo sarà schiacciato.
Come è possibile? Si tratta di un problema gravissimo per la coscienza degli apostoli, per
l’ebraismo, per i primi convertiti. Il Cristo dovrà soffrire molto: in queste parole Luca
intende già chiaramente la morte, il che viene confermato dal termine greco tradotto con
«essere riprovato». Se «provato» si dice di chi è sottoposto a un esame, egli sarà
«approvato», nel caso di esito positivo. A Gesù capiterà l’opposto: lo metteranno alla prova e
lo bocceranno, diremmo noi.
È uno scandalo tremendo, perché coloro che lo riproveranno hanno l’intelligenza, il
governo, la responsabilità, sono persone a cui la gente si affida e che costituiscono
l’appoggio di tutti i semplici di Israele. Questi lo respingeranno, lo bocceranno all’esame
delle sue credenziali, non lo accetteranno: certamente è un fatto inconcepibile, se si pensa
che Gesù è venuto e vive nel suo popolo. I discepoli si sforzano di intendere il rifiuto in
senso figurato, non accettano che il destino di Gesù debba culminare nell’essere messo a
morte.

Dopo questo episodio, Gesù continua dicendo:

«Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua» (Lc 9, 23).

Riprende quindi il linguaggio figurato, ma i discepoli capiscono poco e a livello


superficiale, senza riuscire ad assimilare quello che ascoltano. In realtà Gesù ha voluto
insegnare sia nella predizione della Passione sia nel discorso seguente che si riferisce
all’impegno della vita cristiana come vita di rinuncia, che non c’è missione senza
coinvolgimento e il coinvolgimento può giungere a casi estremi, paradossali, fino a
cancellare la possibilità stessa di svolgere la missione. La mano che viene offerta non
soltanto viene respinta, ma viene tagliata, e ciò costituisce lo scandalo dell’offerta che Gesù
fa di sé. Tuttavia le parole restano nell’aria e non ci viene detto più nulla delle reazioni dei
discepoli.

1.3. Consegnato nelle mani degli uomini: Lc 9, 43-45


Passiamo alla predizione seguente.

1) Qual è il contesto? È un contesto di entusiasmo, e di stupore, che nasce dalla


guarigione miracolosa del ragazzo tormentato da uno spirito impuro e che i discepoli non
avevano potuto guarire; Gesù lo risana, la gente lo esulta e tutti si meravigliano per la
grandezza di Dio.

2) Proprio nel momento in cui gli apostoli hanno davanti agli occhi la prova della
potenza di Gesù, egli dice loro:

«Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato
in mano degli uomini».

Di nuovo un’affermazione enigmatica, che però sottolinea un altro aspetto della


coscienza che ha della sua missione. Intanto è chiaro dal testo che Gesù ci tiene molto a
sottolineare le parole (Mettetevi bene in mente ...), perché molto importanti:

«Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini».
45

La profezia è più vicina che nella predizione precedente: là era al futuro, qui la
consegna del Figlio dell’uomo è ormai imminente. Il riferimento è evidentemente a qualcosa
di sinistro, perché il Figlio dell’uomo non sarà più in potere di se stesso, ma di altri che
disporranno di lui; venuto nel mondo per restaurare tutto, sarà invece in balia delle mani di
altri.

Possiamo iniziare una più profonda preghiera davanti al Signore e sforzarci di entrare
nel cuore e nella mente di Gesù che sta definendo se stesso – questa, infatti, è la sua
definizione – come colui che è «consegnato in mano degli uomini». Gesù la realizzerà fino
all’Eucaristia, dove si dà nelle mani di uomini, correndo il rischio che ne abusino. Noi
chiamiamo follia il mettersi nelle mani di chiunque, lasciandogli con fiducia di fare ciò che
vorrà, in bene e in male. Gesù però si presenta buono disponibile, misericordioso; per
condividere la nostra situazione, giunge a consegnarsi nelle nostre mani.

3) Luca sottolinea, in una maniera che non si potrebbe immaginare più forte, che gli
apostoli non capiscono nulla e lo ripete tre volte:

«Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne
comprendevano il senso e avevano paura di rivolgergli domande su tale argomento» (Lc 9,
45).

L’evangelista non ha mai calcato tanto su un concetto e, se cerchiamo di considerare


meglio i termini da lui usati, avremo un’impressione ancora più chiara della forza che
intende dare all’episodio.

«Non comprendevano»: il verbo greco significa disconoscere, misconoscere la parola


ed è lo stesso termine usato per indicare che i capi del popolo hanno misconosciuto la
giustizia di Dio, non hanno capito il suo piano e hanno preferito praticare la propria giustizia;
è anche il verbo che esprime la condanna nella prima Lettera di Paolo ai Corinti:

«Se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto» (1 Cor 14, 38);

Dio misconoscerà colui che avrà misconosciuto il suo disegno di salvezza.


Siamo di fronte a un’incapacità di ricevere il piano di Dio da parte di persone (i
discepoli) che hanno compiuto un tirocinio di vicinanza con Gesù, di entusiasmo, di sequela,
ma che sono ancora ciechi. Luca insiste, perché quello che Gesù sta dicendo è estremamente
importante, in quanto specifica veramente come egli è il Cristo: donandosi e consegnandosi.
Questa parola, che definiva il mistero pasquale, era come un velo davanti a loro, e fa venire
in mente il libro dell’Apocalisse, la rivelazione del mistero nascosto che solo Dio può
rivelare e sul quale solo Dio può aprire gli occhi.
Gli apostoli, dunque, hanno ancora gli occhi accecati.
Luca aggiunge:

«Per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso».

Essi sentivano con le orecchie, però mancava loro la percezione profonda della
situazione, e per di più avevano paura a interrogare Gesù. Si è creata una situazione di
ambiguità, così spesso presente tra noi, nelle nostre comunità e nella vita di ogni giorno:
avvertiamo che c’è qualcosa di poco chiaro, e tuttavia temiamo un chiarimento, temiamo di
conoscere la situazione reale, tanto da non volerne andare a fondo.
46

Questa paura può essere inconscia e nella preghiera vogliamo chiedere di superarla, di
sapere metterci di fronte a cose che non siamo disposti ad accettare; è un po’ come la paura
del malato grave che preferisce non approfondire, perché non sa se potrebbe sopportare la
verità.
Il problema è essenziale per i discepoli, si sta parlando di quel Gesù al quale hanno
dedicato la vita; eppure preferiscono non domandare, restare all’oscuro.

‘Signore, possiamo porre a te e a noi stessi la domanda definitiva? Signore, donaci di


comprendere cosa abbiamo paura di domandare e soprattutto facci riconoscere che il
mistero della Croce è nascosto e, per quanto ne parliamo e ci esercitiamo, esso rimane
invisibile al nostro occhio umano; soltanto lo Spirito santo ci può trasformare
permettendoci di intenderlo praticamente, anche se la nostra debolezza ce lo nasconde tanto
che il riconoscerlo sarà sempre una sorpresa ogni volta’.

A ogni modo per gli apostoli c’è ancora tutto il viaggio da percorrere con Gesù verso
Gerusalemme, viaggio durante il quale Gesù con parole e opere proporrà un messaggio
altissimo (in cui è compresa la Passione, il senso della croce, della libertà del cuore, del
distacco, dell’abbandono totale al Padre) e darà la possibilità di verificare a che punto sono
nel seguirlo. Chi mai avrebbe potuto disporre di una scuola migliore?

1.4. Si compiranno le scritture: Lc 18, 31-34


Luca vuole raccontare qual è la situazione al termine del viaggio.

Ormai sono vicini a Gerico e Gesù, prendendo a parte i Dodici, spiega:

«Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al
Figlio dell’uomo si compirà».

Notiamo un elemento nuovo. Prima, l’espressione: «Deve avvenire» o: «Sta per


avvenire», indicava in maniera generale il volere divino. Ora è detto che le Scritture si
compiranno, che siamo al momento culminante del piano di salvezza.

Come si delinea tale momento?

«Il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi
e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà. Ma non compresero nulla
di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto»
(vv. 32-34).

Oltre al richiamo alle Scritture sul compiersi del piano divino, vi sono altri accenni che
mostrano come Luca vede la Passione: Gesù sarà consegnato ai pagani, quindi talmente
respinto che per i suoi concittadini non ci sarà neppure bisogno di sporcarsi le mani; lo
daranno in mano a coloro che non onorano Dio, sarà buttato come qualcosa di cui Israele
non vuole saperne. L’accento è posto soprattutto sulle umiliazioni: sarà preso in giro, deriso,
guardato con disprezzo, gli sputeranno addosso (viene specificato proprio l’aspetto di
umiliazione umana, personale); sarà «consegnato» e il suo essere consegnato gli costerà non
soltanto l’essere trattato male, bensì l’essere svilito in quanto uomo; e poi, dopo averlo
flagellato, lo uccideranno. Interessante il ricordo della flagellazione, che Luca ometterà nel
racconto specifico della passione.
47

«Il terzo giorno risorgerà»: è il punto di arrivo, che mancava nella seconda predizione.
È chiaro che Gesù lo esplicita perché si contempli tutto il quadro; e gli apostoli, che non
capiscono la Passione, non capiscono neppure la risurrezione. Potremmo dire: perché non si
rallegrano almeno della meta? Perché non vedono cosa sta per accadere, e quindi Luca
conclude:
«ma non compresero nulla di tutto questo».

La parola greca tradotta con «non intendere» ricorre parecchie volte nei vangeli di
Luca e di Marco, sempre per situazioni nelle quali non si capisce il mistero:

«Ancora non intendete? non avete capito neanche dopo la moltiplicazione dei pani?
avete il cuore indurito, avete orecchi e non ascoltate, avete occhi e non vedete» (Mc 8, 17 8).

È la stessa parola che si ritrova nel contesto della misteriosa predicazione delle
parabole:

«udranno e non comprenderanno».

Il mistero di Cristo, il mistero pasquale è nascosto all’occhio dell’uomo e solo Dio lo


può far comprendere.
Il problema, in Luca 18, si fa talmente grave che alcuni esegeti preferiscono ritenere
che Luca e Marco raccontino di predizioni anticipate e così spiegano la sorpresa davanti alla
morte di Gesù e la fuga dei discepoli.
A me non pare una buona soluzione, neppure dal punto di vista psicologico; sappiamo
benissimo infatti che ci sono cose che non vogliamo intendere.
Ciò vale per Luca specialmente nella seconda e nella terza predizione. Gesù capiva a
quale evento andava incontro e l’ha espresso; i suoi discepoli però non erano disposti a
capirlo. È il fatto fondamentale su cui l’evangelista vuole farci riflettere: Gesù sapeva che
cosa stava per succedere, sentiva che era collegato alla sua missione, era la consequenzialità
del suo darsi come Parola buona e inerme, del suo offrirsi con amore; capiva e cercava con
accenni velati di spiegarlo ai discepoli, ma inutilmente.
Dobbiamo dunque concludere che, dopo tutta l’istruzione che il discepolo evangelico
ha ricevuto, la sua capacità di discernere è nulla.

Questo mistero di incomprensione ci commuove e ci sconvolge: se gli apostoli non


hanno capito, non potremo capire nemmeno noi, e dobbiamo chiedere al Signore morto e
risorto di fare penetrare il suo mistero nella nostra vita. Con i nostri ragionamenti non ne
verremmo a capo nel senso di accettarlo davvero, perché ci coinvolgerebbe troppo. Abbiamo
purtroppo una capacità estrema di mettere tra parentesi, di scartare quel coinvolgimento,
anche se a parole diciamo di accoglierlo.

‘Signore, facci dunque capire ciò che non accettiamo, ciò che scartiamo da noi, che
lasciamo in ombra girandogli sempre attorno senza volerlo affrontare’.

Quando noi affermiamo: Su questo punto non si discute e lo diciamo con una certa
emotività, è chiaro che si tratta del punto dolente e ogni altro parlare è il tentativo di sfuggire
al vero nodo del problema, nel quale bisogna compromettersi, bisogna perdere qualcosa. I
discepoli si sono comportati proprio così: «Non sia questo per te! Messia, sì, passare
attraverso la prova, no».
Non basta concentrare lo sguardo sulla gloria, occorre fissare il volto di colui che,
avendo patito, è stato reso perfètto ed è giunto alla gloria (cfr. Eb 5, 8-9). Solo in una
48

prolungata preghiera possono emergere in noi le zone oscure, i rifiuti che portiamo radicati e
abbiamo, per così dire, archiviato; e allora ci domanderemo se non c’è forse in qualcuno di
essi il nostro punto debole, il nostro mistero pasquale, il nostro ‘passare’ al Signore, nella
morte. Con la certezza che Gesù ci aiuterà a non perdere mai di vista l’oggetto ultimo della
nostra vita di fede, cioè lui stesso.
La preghiera diventa una sorta di ingresso nella morte, un aprirsi totalmente alla parola
di Dio, nel desiderio che niente di noi rimanga all’oscuro, che la Parola ci illumini e bruci
tutto ciò che di impuro è in noi. L’adorazione e la lode del Dio che ci salva, nella sicura
confidenza della sua grazia, è il luogo della nostra pace, è la nostra vita, è la nostra
risurrezione.

‘Signore Gesù, tu sai che, come gli apostoli, cerchiamo a ogni costo di respingere la
verità del suo messaggio difficile e non sappiamo seguirti come e fin dove tu vai;
immaginiamo una sequela facile, esaltante e respingiamo quella che tu prepari per noi ogni
giorno.
Illumina la nostra mente, riscalda il nostro cuore perché possiamo comprendere ciò
che tu vuoi da noi. Vedi, il discorso sulla tua Passione già in se stesso è per noi difficile
nell’esperienza delle realtà quotidiane. Donaci almeno di intuire che, se andiamo a fondo di
queste esperienze, troveremo quanto da noi desideri: cioè la nostra povera offerta, pur se
debole e saltuaria, di fronte a te. Rendici capaci, Signore, di lasciarci accogliere da te e di
accoglierti completamente, senza nasconderti nulla.
Vergine Maria, tu che hai aderito perfettamente alla parola di Dio e ti sei lasciata
modellare e trasformare dalla Parola, fino al dono completo di te sotto la croce, tu che con
gli apostoli hai goduto della pienezza dello Spirito santo donato alla Chiesa, ottienici di
seguire in verità la vita del tuo Figlio. Rivela a ciascuno di noi in che cosa consiste questa
verità e fa’ che la possiamo vivere con gioia’.
49

II
IL GIUSTO SENSO DELLA CROCE

‘Signore Gesù, tu non hai voluto risparmiare a tua Madre la partecipazione dolorosa
e drammatica alla tua sofferenza. Fa’ che vi partecipiamo anche noi, in qualche modo.
Riscalda il nostro cuore freddo e lontano, perché viva con Maria la tua morte per noi.
Madre di Gesù, fa’ che sentiamo il giusto senso della croce e che questo senso
risplenda nella nostra preghiera, nelle nostre difficoltà, nel nostro contatto con le sofferenze
degli altri e ci metta nella giusta situazione rispetto alle sofferenze del mondo e di tutti gli
uomini. Fa’ che preghiamo con te, Madre di Gesù, in unione con le sofferenze di tutta
l’umanità’.

La grazia da chiedere in questa meditazione è indicata dal titolo: il giusto senso della
croce; titolo che potremmo indicare, più specificatamente: io, Pietro e la croce. La croce di
Gesù è la sua esperienza del fallimento esterno della missione e l’opposizione che lo
conduce alla morte. Pietro rappresenta il discepolo eletto, che lo ha seguito nel suo cammino,
e ci avviciniamo a lui per vedere e vivere la croce dal suo punto di vista, per meditare il
dramma di Pietro così da capire anche il nostro.
In Pietro infatti leggiamo la nostra reazione davanti alla croce. Egli non è solo il
discepolo eletto: è l’uomo semplice, sincero, senza seconde intenzioni, che prende le cose
come sono, vi reagisce secondo la propria sensibilità, e di sorpresa viene portato avanti. Lo
seguiremo nel cammino fino al punto culminante, il suo pianto durante la Passione del
Signore (Lc 22, 62). Momento culminante, ma non ultimo; il momento finale è nell’annuncio
di Lc 24, 34:

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».

2.1. Croce e conversione


Riflettiamo su un tema complesso, nel quale si incontrano tante realtà: la croce di
Cristo, la nostra croce, la croce degli altri, la croce del mondo, la consolazione che possiamo
dare. Tutto si complica per le sfumature che questo problema assume per ciascuno di noi, in
virtù della nostra esperienza, del nostro partecipare alle sofferenze dei fratelli. Siamo davanti
a un elemento personalissimo: come ci sono forme senza fine di preghiera (la nostra
preghiera è nostra e di nessun altro), così ci sono forme senza fine di affrontare, sentire,
vivere la croce, e ciascuno ha la sua. Da una parte quindi ci troviamo disarmati nel parlare,
dall’altra avvertiamo l’urgenza di esortarci a far emergere, ciascuno nel proprio stato di
preghiera, la grazia di affrontare nella verità le proprie e altrui sofferenze. Sarà il frutto della
meditazione.
Uno dei blocchi che impediscono l’emergere della verità di noi stessi, nell’esperienza
della croce propria e altrui, e costituito da alcune carenze intellettuali sul tema teologico
della redenzione, tema difficile, su cui la teologia ha elaborato diverse spiegazioni che ci
hanno soddisfatto poco e non ci hanno aiutato, come speravamo, a chiarire il mistero; anzi,
forse l’hanno caricato di pesi e di oscurità. È la difficoltà di teologie nate non dall’esperienza
vissuta della conversione e della croce, bensì da considerazioni astratte. Dovremmo inoltre
liberarci, se ce ne fosse bisogno, da certe ipoteche che le teologie astratte hanno messo in noi
a proposito del tema della croce, del sacrificio, della mortificazione, e a riguardo di tutti i
temi connessi, come la vittoria sulla sensualità e lo stesso tema della sessualità. Ho
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riscontrato, per esempio, m un autore americano, la totale incapacità a comprendere il senso


del celibato e, quindi, l’assenza totale del senso della croce, unita ad una permissività strana
e sospetta. Una volta scalzati dalla nostra vita spirituale alcuni elementi fondamentali, non si
è più in grado di prevedere dove si arriverà.
Quando manca l’ancoraggio profondo alla conversione, al Vangelo vissuto e si
esaminano i problemi in astratto, le conseguenze possono dunque essere deleterie. Per questo
siamo invitati anzitutto a sviluppare in noi il senso profondo, vero, vissuto della conversione
evangelica e metterci di fronte alla realtà della vita cristiana come la viviamo, per poi
chiedere alla teologia di illuminare tale realtà, e non viceversa.
La realtà della vita evangelica, che leggiamo nella Scrittura e nella vita dei santi, non
può essere condizionata da teorie costruite e da modi di pensare che non partano da una fede
autenticamente adulta.
Ci accorgiamo allora come sia delicato il tema che stiamo trattando e quante risonanze
abbia nel nostro modo di concepire la vita, l’apostolato, l’ascetica, la mortificazione.

2.2. Io, Pietro e la croce


Di per sé il vangelo di Luca non è il manuale migliore per meditare sul cammino di
Pietro dal momento che risparmia molto l’apostolo (è Marco che presenta bene il dramma e
racconta i rimproveri di Gesù in modo più forte): non troviamo, per esempio, in Luca il
rimprovero di Pietro a Gesù dopo la prima predizione della Passione e la parola «Satana»
rivoltagli dal Signore.
Ancora, Luca non parla di Pietro come colui che dorme nel Getsemani e al quale Gesù
si rivolge con rammarico. Anche la parola «Rimetti la tua spada nel fodero», che Giovanni
riferisce come detta a Pietro, non è riportata. In più, per mettere in buona luce l’apostolo suo
amico, soltanto Luca riferisce la frase:

«Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (22, 31),

mentre la stessa millanteria di Pietro nell’ultima cena («Anche se tutti dovessero


lasciarti, io non ti lascerò») è omessa.
Dunque, risparmia Pietro, lo lascia nell’ombra e noi mediteremo sulla base di Luca,
tenendo tuttavia presenti Marco e Giovanni.
Cominceremo col riflettere su Lc 9, 20, per vedere anzitutto l’inizio del cammino di
Pietro a proposito della via della croce. Poi passeremo a considerare: Pietro nell’ultima cena;
Pietro nell’orto del Getsemani; Pietro in tribunale durante la passione di Gesù.

2.2.1. Provvedere al Regno


In Lc 9, 20 cogliamo Pietro in un momento culminante della sua carriera, quando si
sente soddisfatto perché ha detto ciò che gli altri non sono stati capaci di dire: Tu sei «il
Cristo di Dio». La fiducia mostratagli dal Maestro, fin dalla prima chiamata, gli faceva
sentire e intuire che avrebbe avuto una missione importante; ora è al colmo della gioia
credendo che la missione gli sia stata conferita: egli infatti ha proclamato «il Cristo di Dio»,
ha dato voce a quello che era timido e implicito negli altri, ha avuto coraggio e ha messo
Gesù in buona luce. Immaginiamo la sofferenza e l’umiliazione allorché, subito dopo, Gesù
attenua l’entusiasmo e proibisce di parlarne, mentre incomincia a parlare della croce.
Ascoltiamo Mc 8, 32: Pietro è sconcertato dall’annuncio della Passione, sente il dovere
di rimproverare Gesù e di dirgli: No, questo non è per te; ma ottiene solo il risultato di
irritare fortemente il Maestro.
51

Proviamo a immaginare che sia Pietro a raccontare e chiediamogli cosa gli è successo
in quel momento. Ci direbbe probabilmente di non aver capito più niente: Io, che avevo
esaltato il Signore, non potevo assolutamente permettere che andasse in croce; volevo
evitargli la croce, perché lo stimavo e provavo per lui grande affetto; volevo fargli capire che
noi, peccatori, avremmo dovuto essere votati alla sofferenza, non lui; allora il Signore si è
messo a gridare, a inveire contro di me, e non ho capito più niente. Così mi son chiuso e mi
sono interrogato: chi sarà dunque questo Gesù?
In realtà Pietro, nell’episodio immediatamente seguente la Trasfigurazione, non ha
affatto capito la lezione; di nuovo vuole provvedere al Maestro ed esclama:

«Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una
per Elia».

Luca aggiunge:

«Egli non sapeva quel che diceva» (9, 33).

Proviamo a metterci noi nella sua situazione: convinto di dover provvedere a Gesù e
agli ospiti, sembra quasi dire: Ci penso io; adesso stiamo qui. Notate la sua generosità: le
tende sono solo per Gesù, Mosé ed Elia, mentre gli apostoli staranno all’aperto. Pietro però
si sente al centro della situazione, e forse ancora con questa fiducia in se stesso scende dalla
montagna.

Più avanti, l’evangelista racconta che gli apostoli rimasti in pianura non avevano
potuto cacciare il demonio da un ragazzo (cfr. Lc 9, 27-40); forse Pietro li avrà guardati con
una certa sufficienza, per il fallimento dell’esorcismo, dicendo tra sé, con le parole di Gesù:

«generazione incredula!».

La psicologia di Pietro è in fondo la nostra. Si sentiva investito del Regno, capace


veramente di opere grandi, di provvedere come Gesù e magari un pochino più di lui. Questo
atteggiamento ci penetra rispetto alle nostre opere, rispetto alla Chiesa, quando ci
identifichiamo col nostro lavoro, col nostro apostolato e lo consideriamo appunto «nostro»
più che del Signore.

2.2.2. Autosufficienza
Passiamo, senza che ci sia stato molto progresso (perché Luca sottolinea come gli
apostoli, quindi pure Pietro, non avevano capito niente delle predizioni della Passione),
all’episodio dell’ultima cena, in particolare a Lc 22, 31-34.
Notiamo anzitutto la doppia ripetizione del nome – presente anche nel richiamo a
Marta (Lc 11, 41) –, che indica la serietà della situazione e insieme il molto affetto di Gesù:

«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho


pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi
fratelli». «Pietro gli disse: ‘Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte’.
Gli rispose: ‘Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai
negato di conoscermi’».

Cerchiamo di metterci nei panni di Pietro, interpellato così accoratamente e


amorevolmente:
52

«Simone, Simone».

Egli è oggetto dell’amoroso rimprovero di Gesù: Pietro, non stai comprendendo la


situazione reale, non sei nel giusto, non capisci che cosa sta accadendo intorno. Sei così
pieno di te, della tua capacità di fare qualcosa per me, che quasi ti consideri tu il mio
benefattore, il mio salvatore. Io ho pregato per te, perché sei tu ad aver bisogno della mia
preghiera, la tua fede è in pericolo. Ho pregato per te perché tu possa poi aiutare gli altri, ma
solo quando sarai tornato indietro. E qui c’è un accenno delicatissimo: Guarda, sei al baratro,
sei al limite. Mentre credi di aiutarmi a portare la croce, stai per esserne schiacciato tu.
Pietro risponde con parole bellissime:

«Signore, con te sono pronto»;

cosa potrebbe dire di più? Viene in mente l’espressione di sant’Ignazio negli Esercizi
Spirituali:

«chi vuole venire con me, deve lavorare con me, perché seguendomi nella sofferenza,
mi segua anche nella gioia».

Ma queste parole, pur bellissime, non contano. Come mai Pietro ha sbagliato?
Probabilmente perché sta addirittura abusando delle parole del Signore. Gli è stato appena
detto:

«ho pregato per te»,

e Pietro, invece di ricavare consapevolezza della sua povertà e della sua fragilità, ne
trae motivo di autosufficienza e presunzione. Non ha colto l’accenno al ritorno, al pericolo
per la sua fede; solo l’accenno a se stesso di cui il Regno di Dio ha necessità («conferma i
tuoi fratelli»). Non ha neppure bisogno della preghiera del Signore, perché è sicuro che da
solo ce la farà. Gesù risponde: Guarda, Pietro, che la catastrofe è imminente; e lui continua a
non voler capire, e gli altri apostoli con lui, tanto è vero che, subito dopo l’affermazione:

«son pronto con te ad andare in prigione e alla morte»,

nel v. 38, appena luccicano le spade, queste parole acquistano un altro senso. Lo
leggiamo tra le righe, anche se materialmente non è scritto nel testo: Ecco qui due spade,
siamo pronti a morire, ma per difenderti, Signore. Vogliamo difendere te, vogliamo farti
vedere di che cosa siamo capaci per te.
È lo stravolgimento completo del Vangelo, per cui non è Gesù a salvarci, bensì siamo
noi che salviamo lui e la sua Chiesa; non è più il Vangelo dell’iniziativa divina, è il Vangelo
della nostra bravura nell’operare a favore di Dio.
Al luccicare delle due spade, Pietro ha sentito rinascere in sé l’uomo-uomo, l’uomo
che vuole fare qualcosa per il Signore; perché non è mai riuscito ad accettare che Gesù sia
più generoso di lui, che sia al suo servizio e che egli debba lasciarsi condurre. Pietro ha
sempre tradotto tutto in chiave di autosufficienza e quindi non ha compreso l’insegnamento
di Gesù sul fariseo e il pubblicano, il messaggio di salvezza per i poveri, la necessità della
conversione del peccatore. Persino quando ha dichiarato

«sono un uomo peccatore» (Lc 5, 8),


53

l’ha detto per riprendersi nuovamente la propria potenza, per illudersi sulle sue
possibilità.

2.2.3. Passione
Arriviamo così al giardino degli Ulivi (vv. 39-46).
Abbiamo già sottolineato come Pietro venga risparmiato da Luca e perciò ci lasciamo
aiutare da Marco. Comunque, anche leggendo Luca, contempliamo Gesù che prega,
agonizza e suda sangue; ci chiediamo allora: Dov’è Pietro, perché non è qui? E lo
domandiamo pure a noi, che certamente ci saremmo comportati come lui. Personalmente
confesso che mi sarei spaventato dell’angoscia di Gesù, non avrei voluto vederlo piangere, e
mi sarei messo da parte. Per un senso di protezione e di affetto, non avrei potuto sopportare
di guardarlo in quello stato di abbattimento.
Così Pietro ha paura dell’angoscia di Gesù e non sa trovare le parole giuste: preferisce
restare lontano, cancellare la scena che si rifiuta di assorbire e lasciarsi andare al sonno della
tristezza, di cui parla Lc 22, 45.
Tutti sappiamo per esperienza che è difficile sopportare il dolore di una persona cara
quando siamo impotenti ad aiutarla; forse lo sopportiamo finché ci sentiamo utili e
importanti, ma allorché la sofferenza ci rivela la nostra incapacità e inadeguatezza,
preferiamo ritirarci, temiamo di essere travolti da sentimenti ed emozioni che non riusciamo
a dominare. Pietro avverte di non potere dominare l’angoscia di Gesù, appunto perché il suo
modo di capire il Vangelo glielo impedisce; in questo momento si rivela l’errata concezione
della salvezza che Pietro non ha ancora dissipato del tutto. Si sente perduto di fronte al
dolore del maestro, e la sua sicurezza comincia a crollare.
Avrebbe desiderato essere con Gesù fino in prigione, alla croce, però in una condizione
affrontata virilmente, coraggiosamente, con la spada in mano. Adesso che invece è di fronte
alla tentazione di Gesù, alla sua umiliazione, è di nuovo sconvolto. Lo schiaffo ultimo alla
sua sicurezza lo leggiamo al v. 46: Gesù dice loro – a Pietro, secondo Marco, a tutti in Luca
–:

«Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Gesù vede chiaramente che questi uomini hanno una fede debole, oscura, confusa, e
stanno per essere travolti. E li esorta: «Pregate», cioè mettetevi nella vera situazione di
mendicanti di Dio; non fermatevi a pensare che non sapete in quale modo esercitare la vostra
capacità di reagire, ma confessate la verità del momento, quella che Gesù sta confessando
con le parole: Padre, io non ce la faccio se tu non mi dai la forza, vorrei non bere questo
calice. Gesù stesso sta pregando e gridando con umiltà la verità della debolezza umana;
tuttavia i discepoli non accettano tale debolezza.
Si mettono a dormire sapendo che la preghiera li porterebbe a scoprire la loro miseria,
a riconoscerla, a riconoscere il bisogno di essere salvati loro più di Gesù. Per questo entrano
in tentazione; la falsità nella quale si sono lasciati avvolgere li travolge.
Tutto questo emerge nella scena della cattura (Lc 22, 47 ss.). La situazione cambia
rapidamente: entra la folla, entra Giuda, l’emozione giunge al colmo.
Cosa fa Pietro? Vuole salvare Gesù, ricorre alla spada, e il culmine della sua realtà di
uomo ora salta fuori: il Maestro non deve morire e noi dobbiamo difenderlo da prodi!

Chiediamo a Pietro: cosa intendevi fare con quel gesto? E lui risponde: Avrei voluto
impedire a Gesù di morire, a costo della mia vita; non potevo accettare che fosse catturato,
mentre avrei accettato che catturassero me; ho perso la testa e mi sono scagliato per spaccare
la testa a uno, e meno male che il colpo è andato di fianco perché ho evitato così guai
peggiori.
54

Gesù si oppone, e a questo punto Pietro perde tutto il coraggio e si domanda: che ci sto
a fare allora? cosa vuole da me il Maestro? Mi sono compromesso fino all’ultimo e ora mi
ordina di tornare indietro, anzi sana l’uomo ferito all’orecchio con misericordia. Non capisco
più niente; evidentemente sono diventato inutile.
Sconfessato da Gesù, umiliato e confuso, Pietro è al culmine della tentazione.
C’è ancora un’ultima parola di Gesù che spazza via ogni sicurezza:

«Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (22, 53).

Immagino che Pietro avrà pensato: Ma se lui non resiste neppure alla potenza delle
tenebre, dove siamo andati a finire? se accetta su di sé la potenza delle tenebre, si può sapere
cosa è venuto a fare? quale mai è il Regno di cui parlava tanto?
Per Pietro la delusione è enorme, completa: non solo mi viene impedito di aiutarlo, ma
addirittura non so più quale sia la mia parte!
L’apostolo ha perso la sua identità.

2.2.4. Lasciarsi amare


Tuttavia, siccome è buono e sincero, e Gesù ha pregato per lui, Pietro non vuole
abbandonare del tutto il Maestro, e lo segue con amore, anche se molto avvilito. Continua a
pensare cosa accadrà e, in fondo in fondo, spera ancora di aiutarlo, di essergli utile.
In questo stato d’animo, con sentimenti d’affetto più che con convinzione, va dietro a
Gesù. Finalmente assistiamo all’esplodere della verità di Pietro, che si era già manifestata
nella sua povertà al Getsemani; qui cala a picco, è costretto a riconoscere pubblicamente la
sua situazione di smarrimento totale.
Nel Getsemani poteva ancora cavarsela con una certa gloria, ma ora sente con le sue
stesse orecchie a che punto è arrivato.
Consideriamo le domande che gli vengono poste.
Una serva lo vede seduto al fuoco, lo guarda e dice:

«Anche questi era con lui» (Lc 22, 50).

Come sono belle le parole: «con lui»! Sono le stesse usate da Pietro: «con te». Ma egli
nega affermando:

«Non lo conosco!».

Come è vera questa espressione, che sottolinea l’amarezza di Pietro, non però ciò che
pensava: quell’uomo mi ha deluso, non riesco a capirlo, non lo conosco più. Esse esprimono
la paura e insieme la delusione, lo smarrimento: non so più cosa dire di lui.

Al v. 58 la seconda pubblica umiliazione di Pietro. Un altro lo accusa:

«Anche tu sei di loro!».

Nel primo intervento è messo in questione il suo rapporto con Gesù, nel secondo il suo
rapporto con i discepoli. Risponde, pensando che gli altri sono fuggiti:

«No, non lo sono!».


55

È persino incapace di riferirsi ai suoi amici, che forse stima diversi da sé in questo
momento, perché non sono presenti. Ha perso il senso del rapporto con il Signore e con la
comunità dei fratelli: nega l’uno, nega gli altri.

Luca continua: «Passata circa un’ora»: che terribile ora! Pietro, cosa ti è successo in
quel tempo? È stata l’ora più spaventosa della mia vita: smarrito, mangiato dai rimorsi, dalla
paura, dall’incapacità di riprendermi, dal non sapere cosa dovevo fare e chi ero.
Per lui devono essere risuonate, come martellate nel cuore, le parole che aveva
precedentemente ascoltato:

«Vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo
riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà
rinnegato davanti agli angeli di Dio» (Lc 12, 8-9).

Pietro è sconvolto da queste parole che vanno e vengono, turbinando in lui. E risente
un altro insegnamento del Maestro:

«Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non


preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito santo vi insegnerà in quel
momento ciò che bisogna dire» (Lc 12, 11-12).

Con quale vergogna, invece, Pietro si accorge di essere entrato proprio in quella
tentazione, preoccupato e confuso! Preoccupato di sé, del proprio ruolo, di come doveva
regolarsi nella vicenda poiché toccava a lui salvare Gesù, Gesù che invece non aveva voluto
lasciarsi salvare.

In tale confusione e umiliazione, leggiamo l’ultima domanda, la più insistente:

«‘In verità – dice uno che lo osserva dal fondo – anche questo era con lui; è anche lui
un Galileo’. Ma Pietro disse: ‘O uomo, non so quello che dici’» (Lc 22, 59-60).

Pietro si rivela al massimo. Luca usa la stessa espressione impiegata nel racconto della
Trasfigurazione, a proposito delle tre tende:

«Egli non sapeva ciò che diceva» (9, 34).

Pietro ha lasciato emergere la sua verità, ha lasciato venir fuori la sua povertà ed è
arrivato al punto di non capirsi più; gli è sfuggita completamente di mano la situazione, è
smarrito, non sa cosa deve fare, cosa ci si aspetta da lui. L’unico sentimento che avverte è
l’istinto di salvare la pelle, di non compromettersi, e basta, dal momento che non c’è più
niente che valga la pena di fare.

Così neppure il canto del gallo (v. 60) lo scuote. È la denuncia del peccato, però la
denuncia fredda, tagliente, accusatrice, e l’apostolo non ne capisce il senso. E

«Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro e Pietro si ricordò delle parole che il
Signore gli aveva detto: Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte; e uscito,
pianse amaramente» (v. 61).

Domandiamo a Pietro cosa ha capito in quel momento e perché lo sguardo di Gesù gli
ha aperto gli occhi, rivelandogli la verità di tutta la situazione. Più o meno avrà pensato: Lui
56

muore per me, che sono un verme e un vile (ecco la verità!); io volevo essere chissà chi e
adesso lui sta morendo per me, pover’uomo e ridotto a non sapere chi sono. Mi hai vinto,
Signore, tu sei più buono di me; credevo di farcela, di fare qualcosa per te, ma tu mi hai
sopraffatto con la tua bontà. Vai a morire per me, di cui io stesso mi vergogno!
La prima espressione della conversione di Pietro era stata:

«Sta’ lontano da me, perché sono un uomo peccatore» (Lc 5, 8).

Ora si confronta con la carità del Signore e finalmente capisce che lui lo ama e gli
chiede di lasciarsi amare.
A Pietro sono cadute le squame dagli occhi, si accorge che aveva sempre rifiutato di
lasciarsi amare, aveva sempre rifiutato di lasciarsi salvare pienamente da Gesù, e quindi non
voleva che il Signore lo amasse del tutto. Ma la straordinaria grandezza di Gesù consiste
proprio nel morire per lui e lui deve accettare questo amore, anche se incredibile!
Com’è difficile lasciarsi amare davvero! Vorremmo sempre che qualcosa di noi non
fosse legato a riconoscenza, mentre in realtà siamo debitori di tutto perché Dio è il primo e ci
salva totalmente, con amore.

La conclusione del cammino di Pietro è in Lc 24, 34:

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».

Cerchiamo, nella meditazione personale, di chiedere a Pietro quale differenza c’è stata
tra lo sguardo di Gesù e l’apparizione del Risorto. In fondo, già in quello sguardo aveva
capito di essere amato infinitamente, e tutto il resto gli si era chiarito: Gesù è amore, vita,
Dio; la sua morte è morte per amore e non può non essere per la vita. Perciò la risurrezione
era già compresa in quello sguardo accettato.
Cosa sente allora Pietro quando il Risorto gli si fa presente? Penso che provi
un’immensa gioia per Gesù. Ormai per Pietro è solo il Signore che conta, quindi la sua
consolazione è la consolazione stessa di Gesù, consolazione che gli viene come rovesciata
addosso, da cui è travolto, nella quale resta immerso. L’apertura a lasciarsi amare è
accettazione senza limiti della consolazione del Signore nella risurrezione; non quella
consolazione preoccupata e affaticata che a volte ci sforziamo di raggiungere, bensì la
consolazione di chi si è lasciato travolgere dal piano di Dio, che lo ha fatto proprio, per il
quale la gloria di Cristo è la propria gloria. Chiediamo a Pietro di renderci partecipi della sua
esperienza e del vero senso della croce.

‘Gesù, tu hai permesso che Pietro passasse per tante paure, così che risplendesse in
lui la verità del Vangelo che doveva manifestare agli altri. Fa’ che anche noi ci lasciamo
amare da te in tutte le nostre prove. Donaci di riconoscere la tua bontà, di lasciarci
conquistare dalla tua croce per conoscerti come tu sei, cioè il Dio che ci ama, per poter con
gioia partecipare alla tua gloria e proclamarla agli altri. Tu che vivi e regni nei secoli dei
secoli. Amen’.
57

III
LA CROCE DI MARIA

‘Ti adoriamo, Signore, nella memoria dei dolori di tua Madre. Concedi a noi la grazia
di poterti ripensare con fede, con umiltà, con affetto.
Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, tu sai com’è fragile il nostro amore e
forse per questo ci è difficile parlare di te. Concedici, attraverso il nostro tentativo di farlo,
la tua protezione, il tuo aiuto, la tua bontà, la tua pazienza, il tuo accontentarti del poco che
possiamo dire. Illuminaci e accoglici come siamo. Ottienici di essere ricevuti dall’amore del
tuo Figlio che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen’.

Meditando sulla croce di Maria, dobbiamo ripetere quanto abbiamo osservato a


proposito della preghiera e della croce: il rapporto di ciascuno di noi con la Madre di Gesù è
vario, molteplice come sono diverse e molteplici le stagioni del nostro sviluppo spirituale.
Soprattutto l’espressione di tale rapporto cambia a seconda della nostra educazione spirituale
e affettiva.
Al riguardo va sottolineato che, a partire dal Concilio Vaticano II, questa educazione
spirituale affettiva è diminuita, o che siamo meno portati, socialmente o collettivamente, a
vivere ed esprimere il rapporto spirituale con la Madre di Gesù. Anche per questo
probabilmente è difficile parlarne e manifestarlo, pur se forse rimane vivo e profondo nel
nostro cuore.
D’altra parte mi sembra opportuno riflettere su Maria e la croce, associandoci a lei (io,
Maria e la croce) e vedendo in Maria il discepolo che vuole compiere il nostro cammino. Lei
l’ha capito molto più intimamente e l’ha sofferto più delicatamente di Pietro, quindi ci può
aiutare a introdurci in esso.
Dal momento però che l’episodio di Maria ai piedi della croce è quasi indescrivibile,
ho pensato di incominciare dall’inizio, come fa Luca nella sua prefazione:

«Ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi» (1, 3).

Ora il mistero di Maria è proprio un mistero di origine: lo si comprende là dove


scaturisce.
Ci rechiamo allora alla sorgente del mistero, per meditare gli eventi preparatori della
venuta del Figlio di Dio nel mondo, quelli che Luca descrive con maggiore precisione e
intensità. Considereremo anzitutto il mistero della preparazione (di cui Luca offre il maggior
numero di testi); poi il primo entusiasmo (come momento specifico della preparazione);
quindi i momenti oscuri; infine contempleremo Maria sotto la croce e Maria nella Chiesa.
Il cammino di Maria si snoda tra due estremi: il primo a Nazaret e l’altro con gli
apostoli nel cenacolo. La sua esperienza del mistero pasquale ha il momento culminante
sotto la croce, pur se Luca non ricorda l’episodio e passa direttamente a presentarci Maria
nella Chiesa.

3.1. Il mistero della preparazione


Mi limito a sottolineare gli elementi attinenti alla partecipazione di Maria alla croce,
così da cogliere, secondo questo taglio specifico, come ella venga plasmata da Dio.
Fermiamo la nostra attenzione sul racconto dell’annunciazione, dove troviamo tre
notazioni di Luca (1, 29. 34. 38) particolarmente pertinenti.
58

1) «A queste parole Maria rimase turbata e si domandava che senso avesse tale saluto»
(v. 29).
Il termine originale greco tradotto con «rimase turbata» è di per sé molto forte; indica
un vero turbamento, un profondo sconvolgimento interno. Per esempio, è lo stesso
sconvolgimento che si impadronisce di Erode quando si vede davanti i magi e si rende conto
che sta succedendo qualcosa di nuovo e di grosso, capace di far vacillare i suoi progetti (cfr.
Mt 2, 3). Maria era pia, aveva fermezza, proposito di dedizione e si accorge che Dio
interviene a turbare la sua quiete, che Dio entra nella sua vita come un elemento
sconvolgente.
Il verbo è usato da Luca nel c. 1 v. 12: Zaccaria scopre che Dio sta sconvolgendo le sue
abitudini consolidate, tranquille, di vecchio.
Un altro caso tipico lo troviamo in Mt 14, 26, quando Gesù cammina sulle acque e i
discepoli sono turbati nel vederlo.
Cosa avviene in Maria che si domanda quale sarà l’intervento della potenza di Dio (il
verbo «si domandava» indica quasi una discussione interna, una profonda riflessione)? Sa
che è pericoloso essere toccati da tale potenza, sa che la sorte di chi ne è raggiunto cambia,
come la sorte di Geremia e degli altri profeti. Pur se è pienamente abbandonata al mistero, è
presente in lei la coscienza, tipica della Bibbia, del fatto che Dio viene per sconvolgere. Già
qui si annuncia la croce nella vita di Maria, nel suo lasciarsi prendere in braccio dall’azione
sconvolgente di Dio.

2) Lo stesso sentimento mi pare ritorni al v. 34:

«Come è possibile? non conosco uomo».

Maria ha una sua linea, una sua scelta, però intuisce che la divina potenza vuole
cambiare la sua situazione; non sa come, ma è certa che essa opererà per il bene suo e del
mondo, anche se avverte che la sua vita personale le sfugge dalle mani. Ella finisce di
disporre di sé e del suo proposito buono.

3) Infine al v. 38 la risposta conclusiva, che riassume bene il mistero di Maria:

«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Luca, nel desiderio di andare alla radice «degli avvenimenti successi tra noi», vede in
queste parole la fonte di tutto ciò che accadrà.
L’espressione «Ecco la schiava» indica un affidamento totale ed è quindi abbastanza
dura. Risuona alla nostra mente il canto del salmista:

«Come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona» (Sal 122,2);

ciò che la padrona comanda o dice, sia esso vita o sia morte, così va fatto.
La vita di Maria è dunque affidata al volere di Dio, che la può prendere e fare di lei
quello che vuole. In questo atteggiamento c’è la piena consapevolezza che il Signore ha
diritto alla vita della persona, ha diritto per il bene e per il male.
Possiamo riflettere sullo stato di preghiera di Maria: dal momento dell’annunciazione
la sua è la preghiera dell’affidamento senza limiti. Vedremo tuttavia che dovrà ancora
stupirsi, addolorarsi, perché emotivamente non tutto è compiuto. La sua preghiera prenderà i
colori della sofferenza e dell’amarezza, forse delle delusioni, almeno come madre, per tener
fede al proposito.
59

«Avvenga di me quello che hai detto»: non leggerei in queste parole una seconda
preghiera, che ripete la prima, ma piuttosto un augurio. Maria è già entrata gioiosamente in
quanto le è stato annunciato e si augura che avvenga. Ha ratificato lietamente e serenamente
quello che il Signore le ha fatto comprendere.

3.2. Il primo entusiasmo


La medesima gioia è espressa poco dopo.
Una volta rapita dalla potenza di Dio, ella gode all’inizio del frutto meraviglioso di
questa potenza, e la gioia esplode nel momento della Visitazione, nella lode ricevuta e
restituita.
Maria riceve lode:

«Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (v. 42).

Non ci può essere per una madre augurio più grande; è il colmo dell’esultanza, perché
Dio ha prodotto in lei ciò che la beatificherà, il suo proprio Figlio. Più di così Dio non poteva
darle. Inoltre è Madre del Signore (1, 43), fa rallegrare Giovanni (1, 44), è beata nella sua
fede (1, 45).
È interessante notare, nelle lodi che vengono dalla bocca di Elisabetta, la schiettezza
della Scrittura, che non ha paura di lodare. Forse noi tante volte usiamo il termine ‘umiltà’ in
modo scorretto dimenticando che è semplicemente il riconoscimento della verità; qui, infatti,
si afferma la verità delle cose. Verrà il tempo in cui Maria dovrà soffrire l’umiliazione e la
solitudine. Ora però si esprime la verità di Dio attraverso Elisabetta che proclama: Beata tu,
beata tu che hai creduto, tu Madre del Signore, tu che porti la gioia nella casa.
E Maria risponde con la semplicità di chi restituisce la lode alla sua origine:

«L’anima mia magnifica il Signore» (v. 46).

Il Magnificat è il canto evangelico per eccellenza. C’è in esso la grandezza di Dio, la


lode di Dio, la povertà nostra, Dio che sconvolge le vicende umane e cambia le sorti, Dio
misericordioso e compassionevole, che viene in soccorso. Il Vangelo è già realtà per Maria e
la risposta è perfettamente evangelica. Non parla esplicitamente di sofferenza, però il suo
canto ne fa cenno, dandone anche il senso; la sofferenza non è terminale, ma è abbandono
alla potenza di Dio che interviene nelle vicende umane inserendosi in questo sconvolgimento
perché ci ama e vuole riempire della sua pienezza la nostra povertà.
Chiediamo a Maria di donarci lo spirito evangelico, da cui nasce la possibilità di
comprendere la croce, spirito di lode e di riconoscimento della grandezza di Dio; di
insegnarci a inquadrare tutto nella misericordiosa iniziativa divina alla quale nulla sfugge.

3.3.1 Momenti oscuri


I momenti oscuri cominciano presto.
1) Appare strano che Luca, nel racconto della nascita e dei fatti che si verificano
intorno a Gesù, non descriva minimamente lo stato d’animo di Maria. Ella è semplicemente
la Madre che lo mette alla luce e lo pone dentro la mangiatoia; mentre c’è esultanza, gioia,
angeli e pastori, Maria è là nella sua funzione di madre e l’unica cosa che viene detta di lei è:

«Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (2, 19).

Cosa sta avvenendo in lei, come vede questi avvenimenti?


60

Maria sta già vivendo la sua crescita interiore, disposta da Dio. In quanto Madre si
dovrebbe sentire al centro degli eventi; in realtà gli eventi le mostrano fin dall’inizio che
quel Figlio le sfugge, è più grande di lei. Subito è messa da parte, perché cielo, terra e
persone, che lei non ha pensato a invitare, arrivano e si congratulano col figlio, non con la
madre, come di solito si fa in occasione di una nascita. È il Figlio al centro dell’attenzione e
dell’interesse, quindi Maria, nella sua gioia immensa di madre, riceve un ammonimento: è
lui solo che conta. Da questo momento impara a fare tutto per Gesù, anche a ritirarsi nel
nascondimento.
Possiamo verificarlo negli episodi dell’infanzia che seguono.

2) Nella presentazione al tempio, Simeone contempla Gesù ed esclama:

«Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione


perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc
2, 35).

È difficile per noi determinare cosa significa questa «spada» per Maria. Naturalmente
pensiamo subito alla croce; però chi riporta l’episodio è Luca, che non ci mostrerà Maria
sotto la croce. Se vogliamo dunque interpretare correttamente il senso della «spada» che le
trapasserà la psiche, l’anima (si tratta di un dolore molto grosso, lancinante: tu sarai
lacerata), non dobbiamo semplicemente riferirlo al fatto di vedere il Figlio che soffre e
muore in giovane età. È qualcosa di più specifico, connesso con il resto della profezia, che
quasi incastona «la spada». Occorre tener presente, infatti, che mentre nella versione della
Bibbia CEI la parola «a te una spada trafiggerà l’anima» è collocata in fondo, in altre
versioni è al centro:

«Costui è qui per la caduta e la risurrezione di molti; la tua anima la trapasserà una
spada, perché siano rivelati i pensieri di molti cuori».

Nel primo caso, la parola è posta in certo senso come una conclusione, non situata
all’interno della profezia su Gesù contraddetto, rivelazione dei cuori. Se però teniamo conto
della diversità segnalata, la «spada» che trapasserà il cuore di Maria vuole significare la sua
partecipazione intima a Gesù contraddetto, il vedere il proprio Figlio bersaglio di
contraddizioni e respinto, il vederlo in mezzo alle ambiguità e il sentirsi lacerata dalla
sofferenza del Messia.
Maria parteciperà dunque direttamente alla sofferenza di Gesù e sarà coinvolta nella
sua vita travagliata: lo vedrà contrastato da tante persone che all’inizio erano sembrate buone
e accoglienti, come i pastori, e soffrirà del fatto che, come Messia, verrà respinto dai capi del
popolo.
Si intravede la vita della Madre strettamente unita al mistero di Gesù e delle sue
sofferenze, e contemporaneamente al di fuori, perché incapace di porvi rimedio. Potrà solo
contemplare passivamente il mistero del Figlio, destinata a lasciarlo emergere come segno di
contraddizione, senza riuscire a portargli direttamente aiuto.

3) Ciò appare più chiaramente nell’episodio di Gesù dodicenne al tempio, di cui voglio
commentare soprattutto una parola:

«Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (2, 48).

In realtà non si tratta di semplice angoscia o di ansietà: è molto di più. È il vocabolo


che esprime la dolorosa sofferenza del ricco nell’inferno:
61

«questa fiamma mi tortura» (Lc 16, 24).

Lo stesso usato da Paolo nella lettera ai Romani:

«Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (9, 2).

Cos’è dunque il dolore di Maria nei tre giorni in cui cerca Gesù? È una serie di
sofferenze: quella della madre che ha perso il figlio; quella della persona a cui è stata affidata
la responsabilità di Gesù e che sente di esserci venuta meno; ancora, quella della possessività
naturale di una madre che si trova di fronte a una grande delusione: il figlio che credevo di
possedere, di avere così vicino, mi sfugge e neppure accetta di partecipare al mio dolore e di
scusarsi.
È un momento molto doloroso per Maria che comprende come l’abbandono completo
alla parola di Dio l’abbia portata a una condizione imprevista nei confronti di Gesù, a una
situazione quasi di malinteso, di distanza, in cui il Figlio le parla con un linguaggio per lei
incomprensibile.
Possiamo pure riflettere sui sentimenti di Maria quando suo Figlio è cacciato da
Nazaret e umiliato di fronte a tutta la città (cfr. Lc 4, 29). Vede l’insuccesso di Gesù, vive la
sofferenza di non poter far niente per lui e capisce di essere chiamata ad accettare
passivamente tale sofferenza quale manifestazione della forza messianica dell’amore di
Gesù: si prepara cioè alla croce.

4) Ma il colpo più duro per Maria, la prova più grande prima della croce, che le viene
dallo stesso Gesù, la leggiamo in Luca al c. 8, 19 ss. Nel descrivere l’episodio egli è molto
delicato, diversamente da Marco, e spiega semplicemente che la madre e i fratelli non
possono giungere da Gesù a motivo della troppa gente; gli fanno perciò dire che stanno fuori
e lo vogliono incontrare. Gesù, tuttavia, rifiuta di vederli:

«Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in
pratica».

Non possiamo negare che sia una parola pesante, dura, rigorosa.
Eppure Gesù ha cuore; proprio nel capitolo precedente, per esempio, si commuove per
la morte del figlio unico di una madre di Nain (Lc 7, 12). Forse sottopone la madre a un
severo rifiuto, a causa dei fratelli con cui non voleva avere a che fare.
C’è un’assoluta libertà in Cristo, libertà che vale pure nei riguardi della madre. Maria
capisce che deve lasciare Gesù al suo destino, che non lo riavrà se non abbandonandolo, non
lo riavrà che continuando a vivere nell’obbedienza il discepolato. Maria è invitata a passare,
pur avendo il privilegio di essergli madre, per la via del discepolato e dell’ascolto.

3.4. Maria sotto la croce – Maria nella chiesa


1) È chiaro che tutto questo lo sapeva e lo viveva, ma Gesù glielo ripete a costo di
strappi emotivi. Così Maria prosegue nel partecipare alla vita pubblica di Gesù mediante
l’assenza. Ci sono sì donne che lo seguono e che sono menzionate da Luca all’inizio del c. 8;
Maria non è fra queste. Possiamo facilmente immaginare come avrà vissuto il suo ruolo di
passività e di adorazione della volontà di Dio, di sofferenza macerata per il crescente
insuccesso del Figlio che «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5, 8).
Era stata obbediente fin dall’inizio, però nel suo cammino ha dovuto imparare ancora,
e amaramente, a lasciar fare a Dio come Dio vuole e lasciar fare al Figlio come il Figlio
vuole. Penso che questo sia stato parte della «spada» di Maria: vedere il proprio Figlio
62

avvicinarsi al precipizio, al pericolo estremo, all’essere sbranato dai leoni, e


contemporaneamente essere spinta fuori, impedita a intervenire.
Differentemente da Pietro, Maria accetta il suo ruolo e forse tale accettazione è la
ragione per cui Luca, così attento e profondo nel ricordare la radice del consenso di Maria, la
radice di tutta l’opera di salvezza, non presenta Maria sotto la croce. Ella tace e Luca tace
sulla sua presenza al Calvario; c’è il gruppo delle donne, ma Maria non ha un ruolo a sé.

2) Luca, invece, vede chiarissimo il ruolo di Maria nella Chiesa: nel momento
culminante della fondazione della comunità, è presente con gli apostoli. E noi intravediamo
lo svolgersi del cammino: Maria ha dato se stessa a Dio e a Gesù; ha dato Gesù alla sua
missione, si è liberata di tutto ciò che in lei costituiva, anche minimamente, possesso
affettivo del Figlio. Per questo riceve in dono – racconta Luca – non la vita del Figlio risorto,
bensì la comunità primitiva. Purificatasi dalla sua affettività, purificatasi da ogni possibile
forma di prevalenza, ora è capace di ricevere una moltitudine di figli. L’evangelista, che non
parla della scena della croce presentata da Giovanni, ci fa capire che Maria, liberata da tutto,
avendo saputo adorare il Figlio dato al Padre e strappato a lei nel suo amore per l’umanità,
può ora aprire le braccia di nuovo e ricevere nella Chiesa il suo posto per gli altri figli.
Pensiamo attraverso quale straordinaria purificazione è passata e come ha dovuto
anch’ella, e mille volte più di Pietro, soffrire vedendo il suo Gesù, non più suo, nelle mani
degli uomini, consegnato agli uomini, ucciso dagli uomini, per loro amore.

3) Vorrei infine riflettere sulla scena di Gv 19, 25-27, che a questo punto possiamo
meglio comprendere. Nella brevissima presentazione di Maria sotto la croce, che dà alla sua
presenza un valore definitivo e perenne, viene esplicitato quanto Luca ci aveva fatto intuire:
nell’accettare che il Figlio muoia, nel privarsene per l’umanità, Maria accoglie altri; riceve
Giovanni e apre il suo cuore per ricevere i figli della Chiesa, per essere Madre nostra.
In Giovanni l’episodio (come in Luca quello di Pentecoste) significa il ritorno di Maria
al Figlio; nel momento cui Gesù è innalzato e glorificato sulla croce, Maria riceve la
definitiva consacrazione del suo sì.
E possiamo considerare come il sì iniziale l’abbia portata lontano. Quale straordinario
corso di eventi interiori, imprevedibili per Maria! Mai avrebbe potuto aspettarsi il travaglio
di essere madre e di doversi staccare dal Figlio, di doverlo abbandonare alle mani degli
uomini, perché l’amore di Dio si manifestasse in lui; mai avrebbe pensato di dover accettare
che l’amore di Dio per gli uomini fosse così grande, che perisse suo Figlio e lei soffrisse in
tale modo. Impara a conoscere nella sua carne che l’amore di Dio per l’umanità è infinito,
non ha limiti; ella ne è momento ed espressione. Per questo la veneriamo come modello
capace di introdurre in quell’amore di cui ha sperimentato il fuoco.

‘O Maria, davanti al tuo mistero, di fronte agli eventi interiori, tremendi, che si sono
verificati in te, noi siamo impotenti e muti. Tu hai sperimentato la forza dell’amore di Dio
per noi; hai sperimentato a tue spese in quale misura tuo Figlio si sia abbandonato alle
nostre mani sfuggendo alle tue; hai sperimentato la nostra cattiveria verso di lui e hai
partecipato alla sua bontà, alla sua dedizione inerme; hai sperimentato la sua infinita
potenza di amore per noi, per ogni uomo e ogni donna della terra.
Ottienici, per la tua intercessione, di sperimentare la forza dell’amore di Cristo e di
accettare, come tu hai accettato, di divenire compartecipe della sua azione potente, pur
prevedendo il baratro di affetto e di sofferenza che questo coinvolgimento può comportare.
Ottienici di non ribellarci al distacco e alla purificazione che il tuo Figlio opera in
noi, distacco da noi stessi, dalle nostre opere, dalle nostre speranze, dai nostri progetti.
Così l’amore di Dio potrà manifestarsi liberamente in noi e negli altri.
63

Ti chiediamo, Madre di Gesù, un cuore semplice, umile, paziente, abbandonato a Dio,


capace di diffondere intorno l’accettazione filiale del piano di Dio che trasforma il mondo.
Amen’.
64

Il racconto nel vangelo di Giovanni

I
LA CROCE E LA GLORIA

1.1. Introduzione
In questa meditazione vorrei dare uno sguardo introduttivo a diversi temi, così da
entrare nella mentalità di Giovanni ed ottenere quella che chiamerei l’«intelligenza spirituale
della Passione»; aggiungerò lo schema di una possibile suddivisione del racconto giovanneo
in sette episodi.
In una seconda meditazione mi fermerò sul terzo episodio della Passione (18, 28-19,
16), che è quello a cui Giovanni dedica più spazio, e brevemente sull’episodio di Gesù in
croce dopo la morte (19, 1-37).

Prima di tutto, dunque, intendo rilevare alcuni aspetti generali del racconto giovanneo,
che individuerò mediante la presentazione di tre temi, invitandovi a tener presente che
valgono anche per la narrazione della Passione due leggi ordinarie dello stile giovanneo: la
compenetrazione dei piani e lo stile ieratico. Mi spiego brevemente.
Giovanni è solito presentare una grande visione unitaria e contemplativa, in cui i
diversi piani sono compenetrati l’uno nell’altro. È come se allo sguardo mistico del veggente
il piano della vita terrena di Cristo, della sua vita gloriosa, della vita della Chiesa presente
(alla quale l’apostolo sta parlando) e della vita della Chiesa futura, fossero di fatto
compenetrati e visti tutti insieme. Tale visione comprende, quindi, presente, passato e futuro;
perciò, nel caso nostro, comprende croce e gloria, la croce nella vita umile del cristiano e la
sua glorificazione. La Passione giovannea, va meditata facendo attenzione a questa densa
compenetrazione di piani.
È innegabile poi che il racconto della Passione risente dello stile ieratico, maestoso,
lento, talora prolisso, che è tipicamente giovanneo. I fatti, pur restando nella loro crudezza –
l’ingiustizia della condanna di Gesù sofferente, lo schiaffo inflittogli ingiustamente, la fla-
gellazione, la crocifissione –, vengono trasfigurati alla luce della realtà profonda che essi
contengono. Si potrebbe quasi accusare Giovanni di mancare di sentimento, di indulgere ai
giochi verbali. E non manca l’ironia giovannea, che anzi si acuisce in ragione dei contrasti –
ora drammatici ora goffi – che esplodono all’interno delle situazioni. Non dimentichiamo
però che gli stessi sinottici ci appaiono talora un po’ impietosi nella raffigurazione della
Passione: se ci pensiamo bene, essi non presentano né un’esclamazione né un’interrogazione
del cuore di fronte alla drammaticità degli eventi. Dobbiamo d’altra parte ricordare che il
racconto, quando fu composto, era già stato lungamente assorbito e amorosamente meditato:
ciò ha fatto sì che il dolore si sia trasfigurato in contemplazione, e gli autori neotestamentari
ci presentano una riflessione già molto avanzata di questi misteri.
Giovanni, dal canto suo, sembra insistere nella linea della sua contemplazione del mis-
tero cristologico. Vede nella Passione la rivelazione del «Dio per noi», il compimento del-
l’incarnazione: fino a che punto Dio si è dato a noi nel suo Figlio, fino a che punto il Padre ci
ama nel Figlio. Veniamo dunque ai temi mediante i quali Giovanni sviluppa la sua
contemplazione del mistero cristologico nella Passione
65

1.2. Il tema della gloria


Occorre segnalare anzitutto il tema della gloria, che troviamo fin dall’inizio del
vangelo:

«Abbiamo visto la sua gloria» (1, 14).

A Cana, inoltre, c’era stata una prima manifestazione della gloria (2, 11), che ci
lasciava intuire in quale dimensione si sarebbe poi manifestata: in un contesto di umiltà e di
servizio, ma ben diverso nella sua drammaticità. Dopo Cana, tutta l’attesa della gloria che
deve rivelarsi è già orientata verso la Passione: questa sarà davvero il momento glorioso per
eccellenza.
Giungiamo così al preludio della Passione (cfr. 12, 23-28). Possiamo leggere qualche
parola del brano che è essenziale per l’intelligenza degli eventi. Il contesto è noto: alcuni
Greci vogliono vedere Gesù. Gesù risponde:

«È venuta l’ora, in cui il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato. In verità vi dico: se il


grano di frumento che cade in terra non muore, rimane solo; se muore, porta frutto in
abbondanza. Chi ama la sua vita la perde [...] Chi mi vuol servire mi segua e sia là dove io
sono» (12, 23-26).

Al v. 28, riprende il tema della gloria:

«‘Padre, glorifica il tuo nome’. Una voce venne dal cielo: ‘L’ho glorificato e lo
glorificherò ancora’».

Al v. 27, il mistero della gloria di Gesù si era manifestato in un contesto di turbamento:

«La mia anima è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora?».

Poi, al v. 28:

«Padre, glorifica il tuo nome».

Questa gloria sta per manifestarsi nella Passione di Gesù. Notiamo un accostamento di
paradossi: il termine «gloria», nella sua accezione ordinaria, significa onore, omaggi, favori,
successo; la gloria di Gesù che ci viene descritta passa attraverso l’infamia, gli insulti, le
percosse e lo schiacciamento da parte degli uomini. Un paradosso che suppone
un’accettazione della paradossalità del mistero di Dio fra noi, che ora si rivela nei suoi
momenti culminanti e più forti. Un paradosso che forse può illuminarsi ai nostri occhi se
consideriamo le due invocazioni: quella di Gesù («Padre, glorifica il tuo nome») e quella che
sta all’inizio del Padre nostro («Sia santificato il tuo nome»). Tali invocazioni prendono tutto
il loro significato da analoghe invocazioni presenti nell’Antico Testamento: «Santifica il tuo
nome, o Dio; glorificalo» voleva significare: «Mostra, o Dio, che tu sei potente, che sei
capace di salvare; mostra la tua strapotenza nelle difficoltà, nelle sofferenze del tuo popolo».
E quindi,

«Glorifica il tuo Figlio» (17, 1)

oppure
66

«l’ora in cui il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato» (12, 23),


stando al senso veterotestamentario, sono espressioni che potrebbero essere tradotte:
«Mostra che il tuo Figlio è potente e capace di salvare».
Ora questa gloria di Dio, questa strapotenza del Figlio, si manifesta sulla croce.
Perché? Giovanni ce lo fa intendere:

«Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio» (3, 16)

e mostra la sua gloria amando il mondo, e amandolo dando suo Figlio mediante la
croce. Dio si rivela nella sua gloriosa pienezza di amore attraverso la donazione totale che
Gesù fa liberamente di sé per noi.

1.3. Il tema dell’esaltazione


Un secondo tema, connesso col precedente, è quello della croce come esaltazione. Cito
tre passi fondamentali.

1. «Come Mosè ha esaltato il serpente nel deserto, bisogna che il Figlio dell’uomo sia
elevato, perché chiunque crede abbia in lui la vita eterna» (3, 14 s.).
Notate che è lo stesso scopo per cui Giovanni ha scritto il suo vangelo:

«Perché si creda in lui e si abbia la vita» (20, 31);

scopo connesso con la elevazione di Gesù, che qui ha ancora un carattere misterioso ed
enigmatico. Cos’è dunque, questa elevazione?

2. In 8, 28 viene di nuovo sottolineato particolarmente il mistero:

«Quando avrete elevato il Figlio dell’uomo, conoscerete che io sono, e che non faccio
nulla da me».

L’elevazione segnerà il momento in cui si conoscerà veramente chi è questo Figlio


dell’uomo, il cui modo di essere ricalcherà, in tutto e per tutto, quello di Jahvè («io sono»).

3. Un altro chiarimento viene dato nel corso del c. 12, che fa da preludio alla Passione:

«‘Quando sarò stato elevato da terra, trarrò a me tutti gli uomini’. Con queste parole
indicava di quale morte doveva morire» (12, 2-3).

Si chiarisce l’enigma: l’elevazione è l’innalzamento sulla croce. D’altra parte, appare


un nuovo paradosso; infatti il termine «elevazione» può essere reso anche con «esaltazione»:
in tal caso serve ad esprimere l’innalzamento al trono di un re. L’elevazione di Gesù sulla
croce, quindi, è un’esaltazione regale nella quale, mentre il re innalzato al trono domina
imponendosi, Gesù domina attraendo. Siamo di fronte a un gioco di concetti, che può
spaventare per la sua drammaticità, ma che in realtà ci permette di vedere come Giovanni
abbia lungamente contemplato il significato cosmico del mistero del Crocifisso quale centro
di attrazione della storia, rivelazione del senso dell’esistenza umana e della stessa esistenza
di Dio.
67

1.4. Il tema dell’«ora»


Il terzo tema – pure strettamente connesso ai temi precedenti – è il tema dell’ora, che
appare già nell’episodio di Cana:
«Non è ancora venuta la mia ora» (Gv 2, 4).

Il mistero dell’ora della gloria di Gesù, comunque, è presente in tutto il vangelo; basti
pensare a testi come:

«l’ora è venuta, in cui il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato» (12, 23), «ecco viene
l’ora» (16, 32)...

Cosa rappresenta l’«ora» nella vita di Gesù? Il tema è molto ricco e complesso; ci sono
inoltre aspetti esegeticamente non del tutto perspicui. Io direi semplicemente: l’«ora» che
accompagna Gesù dall’inizio alla fine (desiderio dell’ora, l’ora che sta per venire, che si
annuncia, che è venuta) esprime la volontà di dono della sua vita. Fin dall’inizio egli è
pronto a donarsi e tende verso il momento del dono, che sarà l’«ora» sua, cioè il momento
previsto dal Padre. In tutta la sua esistenza Gesù rivela se stesso come Figlio abbandonato al
Padre, teso a corrispondere totalmente al suo disegno d’amore, che deve manifestare a noi.
Quando questo disegno d’amore chiederà a Gesù il dono della vita in obbedienza al Padre,
sulla croce, sarà scoccata la sua «ora».

1.5. Il racconto
Vi ho dato alcune indicazioni che ci possono introdurre alla lettura meditata della
Passione. In ogni caso, poiché il racconto è abbastanza lungo (due interi capitoli) e spesso ci
si perde per le molte cose che vi si trovano, può essere utile aiutarne la lettura, tenendo
presente una possibile suddivisione del testo in 7 episodi. Per ciascuno di essi do qualche
pista, che serva a sottolineare l’aspetto su cui Giovanni insiste maggiormente.

1. Il primo episodio (18, 1-12) è quello dell’arresto di Gesù (Giovanni non racconta
l’agonia dell’Orto, perché trascura i temi della sofferenza immediata, fermandosi di più sul
tema di Cristo rivelatore). Dell’arresto di Gesù noto soprattutto tre aspetti:
a) Un paradosso: colui che è ricercato per essere messo a morte si offre
spontaneamente. Gli uomini lo cercano, pensando che sfugga, e lui va e si offre loro.
b) Gesù si rivela come colui che va alla passione nella coscienza della sua divinità: «Io
sono» (egó eimì). Oggi gli esegeti ritengono comunemente che la parola «Io sono» contenga
una chiara allusione all’identità di Jahvè, il cui nome è appunto «Io sono». Giovanni ci
presenta Gesù che va alla passione gloriosamente, nella piena coscienza del suo essere Dio;
assumendo quindi la sua identità divina, ci rivela il mistero del Padre.
c) Gesù si preoccupa di salvare i suoi, di coprirli: egli è il Pastore buono, che difende i
suoi e non vuole che soffrano come egli soffre.

2. Il secondo episodio (18, 13-27) risulta dall’intersecarsi di due motivi: Gesù di fronte
ai sommi sacerdoti Anna e Caifa e Pietro che lo rinnega. Tali motivi si alternano in quattro
quadri: Gesù è condotto dai sommi sacerdoti; la scena si interrompe e si parla di Pietro; Gesù
viene interrogato dal sommo sacerdote; quindi di nuovo si parla di Pietro.
Colpiscono da una parte il coraggio di Gesù, dall’altra la paura di Pietro. Gesù si
mostra testimone coraggioso e tranquillo; Pietro si spaventa e lo rinnega. Gesù si appoggia al
Padre e perciò appare forte nel suo atteggiamento di coraggio, di calma e di dedizione; Pietro
si appoggia a se stesso, e crolla per la propria fragilità.
68

C’è ancora un aspetto doloroso, di natura più intima, che Giovanni vuol sottolineare.
Gesù si appoggia ai suoi amici:

«Domandate a loro; io ho parlato apertamente; interrogate quelli che mi hanno


ascoltato»;

i suoi però si tirano indietro:

«Non sappiamo chi sia»;

c’è dunque un contrasto netto tra la fiducia che Gesù ha in loro e il loro non meritare
tale fiducia.

3. L’episodio seguente, il terzo, è il più lungo (18, 28-19, 16): Gesù davanti a Pilato, e
vi torneremo nella prossima meditazione. Posso anticipare fin da ora, comunque, che il tema
centrale mi sembra questo: colui che è giudicato regna, cioè giudica. Gli uomini stanno
accanendosi per giudicare Gesù, e lui, proprio mentre si lascia giudicare, si mostra di fatto il
loro giudice e il loro re.

4. L’episodio seguente (19, 17-22): la crocifissione. Giovanni insiste sul titolo della
croce, a cui dedica molti versetti. Il tema mi pare consistere nell’esaltazione regale di Gesù,
oppure – se si vuole – nel contrasto tra gli uomini che si agitano per ucciderlo e la sua
regalità che si manifesta.

5. Il quinto episodio (19, 23-30) è quello del compimento: al momento della morte di
Gesù si compiono le realtà della salvezza. La scena è estremamente importante. Si compie la
Scrittura: i soldati si dividono le vesti (è questa una delle poche citazioni bibliche sulle quali
Giovanni insiste). Inoltre viene donata la Madre di Gesù ai suoi. Con il dono della Madre a
Giovanni ha inizio la Chiesa; pochi amici di Gesù costituiscono il nucleo della Chiesa da lui
salvata e può ora pronunciare la sua ultima parola: «Tutto è compiuto».
Poi Gesù «dona lo Spirito». Un’altra ambiguità, perché Gesù «rimette lo spirito», nel
senso che muore, ma l’espressione usata dall’evangelista vuol dire anche: «Gesù dona lo
Spirito», nel senso che con la sua morte apre le porte all’effusione dello Spirito. È la gloria
di Dio che si manifesta, perché attraverso la morte del Signore lo Spirito invade il mondo.

6. Infine, dopo la morte, l’ultimo mistero (19, 31-37). Notiamo due citazioni bibliche
(che Giovanni dà soltanto nei momenti estremamente importanti) corrispondenti ai due temi
dell’acqua e sangue e dell’Agnello di Dio. Il sacrificio pasquale del vero agnello si è
compiuto; il nuovo Tempio, da cui sgorga l’acqua della vita, è ormai consacrato per
l’umanità.

7. L’ultimo episodio (19, 38-42) chiude il racconto con il tema giovanneo del coraggio
degli amici. A partire dalla morte di Gesù si rivela misteriosamente il coraggio nel cuore di
coloro che gli sono amici: essi cominciano a onorarlo, anche se furono non tanto coerenti
durante la Passione. La gloria di Gesù nel cuore degli uomini, iniziata sotto la croce con i più
intimi, si diffonde in altri, i quali prendono coraggio e si fanno avanti per chiedere di poter
portar via il suo corpo. «Cento libbre di mirra e di aloe» rappresentano una quantità
sproporzionata, che serve a dare bene la misura del rimpianto con cui Gesù, dopo aver
accettato il suo destino doloroso, è venerato dai suoi.
69

II
GESÙ DAVANTI A PILATO
E LA TRAFITTURA DEL CROCIFISSO

L’episodio centrale della Passione – Gesù davanti a Pilato – e l’episodio della


trafittura di lancia dopo la morte di Gesù sono due momenti caratteristici del racconto
secondo Giovanni.

2.1. Gesù e Pilato: Gv 18, 28-19, 16

2.1.1. L’interrogatorio
Il brano è molto complesso e lungo; anzi chi legge non può sottrarsi all’idea che
Giovanni dica troppo. Quasi 30 versetti per narrare alcuni fatti indubbiamente fondamentali
(la condanna a morte di Gesù), ma che Marco racconta in quasi metà spazio.
I Giudei vanno da Pilato per far condannare Gesù; Pilato lo interroga e non riesce a
convincersi che sia colpevole; cerca di farlo liberare per acclamazione, però a lui viene
preferito Barabba; Pilato fa flagellare Gesù; i soldati lo deridono come un re da commedia;
infine Gesù lascia il pretorio e va al Calvario. Questi i fatti.
Che cosa vuol dire Giovanni narrandoli in maniera così ampia e diffusa?
Gli esegeti, sulle risposte, non sono concordi. Alcuni hanno voluto vedere nella scena
l’intenzione di Giovanni di descrivere il dramma psicologico dell’indecisione umana: Pilato
di fronte alla verità non ascolta, non si convince e alla fine viene travolto dagli eventi. Al
centro del dramma, dunque, ci sarebbe Pilato, cioè l’uomo: le tenebre di fronte alla luce.
Altri preferiscono vedere l’insistenza di Giovanni su un dramma di tipo teologico-
politico, che avrebbe il suo centro in 19,11:

«Tu non avresti su me alcun potere, se non ti fosse dato dall’alto».

L’espressione «dall’alto» è interpretata come se alludesse all’autorità romana. In tal


caso il tema coinciderebbe con quello che sarà sviluppato poi nell’Apocalisse: l’opposizione
tra impero e Chiesa. In realtà tutte le interpretazioni sembrano sovrapporre al testo degli
interessi posteriori.
Occorre piuttosto partire da una lettura oggettiva, per vedere quali siano veramente le
insistenze di Giovanni, cioè lo specifico messaggio giovanneo, nel descrivere il momento più
drammatico della vita di Gesù.
Abbiamo detto che Giovanni dà l’impressione di una certa prolissità. Già qualche
esegeta del secolo scorso, quando il brano non era ancora stato analizzato a fondo, notava
una frequente e quasi oziosa menzione di Pilato, che entra ed esce più volte dal pretorio:
l’andare e venire di Pilato quasi dà il ritmo della narrazione.
Indico di Gv 18 i vv. 29. 33. 38 e di Gv 19 i vv. 1.4.9.13, che parlano dei movimenti di
Pilato:

18, 29: Pilato esce dal pretorio incontro ai Giudei;


v. 33: rientra nel pretorio e parla con Gesù (e qui abbiamo la domanda sul Regno e
sulla verità);
v. 38: esce di nuovo a parlamentare coi Giudei riguardo a Barabba;
70

19, 1: Pilato fa flagellare Gesù (si suppone il rientro: è l’unico punto in cui non se ne fa
menzione esplicita);
v. 4: esce e presenta Gesù dicendo: «Ecco l’uomo»;
v. 9: rientra per interrogare ancora Gesù.

Naturalmente c’è una ragione storica che spiega questi movimenti di Pilato: i Giudei
non potevano entrare in casa di un pagano senza contrarre un’impurità legale, che avrebbe
impedito in quella sera la partecipazione ai riti sacri che stavano per iniziare. Volendo quindi
evitare ogni contaminazione, essi rimangono fuori del palazzo. Gesù invece, quale accusato,
non è sottoposto a tale scrupoli e viene portato dentro, nella sala delle udienze; l’udienza,
comunque, si tiene in parte dentro e in parte fuori. Pilato entra e esce per rispetto ai Giudei
che gli hanno portato Gesù.
A partire da questa constatazione di ordine storico, però, ci sembra di poter notare una
elaborazione stilistico-teologica, derivante dalla specifica intenzione dell’evangelista di
distinguere l’una dall’altra diverse scene. Ci sono almeno due ragioni che lo suggeriscono.
La prima emerge dall’osservazione per cui, dato questo modo di narrare «a blocchi»,
alcuni eventi della Passione, pure gravissimi come la flagellazione, sono messi un po’ nel-
l’ombra, o sono menzionati di passaggio, e non entrano se non di sfuggita nel quadro delle
varie scene. Ciò che domina invece è, da una parte, la figura di Gesù, solo e quasi silenzioso
nella sala delle udienze, dall’altra il popolo che grida, e in mezzo Pilato.
La seconda ragione per intendere in questo modo le cose si potrebbe dedurre dal fatto
che le menzioni dell’entrare e uscire di Pilato si succedono a intervalli regolari, scandendo
un ritmo (e lo abbiamo già notato). Ora, se seguiamo fino in fondo il procedere delle azioni,
secondo appunto il ritmo, ci accorgiamo che abbiamo a che fare con sette scene distinte;
cosicché l’intero episodio presenta uno sviluppo successivo, ascendente, che culmina nella
settima scena, quando Pilato dice:

«Ecco il vostro re» (19, 14).

Tralasciando temi gravi – come la flagellazione che viene appena menzionata –, tutto
l’episodio punta dunque a illustrare e celebrare la regalità di Gesù.
Inoltre, se si dispongono le sette scene secondo l’ordine indicato nel quadro, si constata
facilmente una corrispondenza di tipo chiastico, quanto al contenuto, tra la prima e la settima
(1-7), tra la seconda e la sesta (2-6), tra la terza e la quinta (3-5), mentre la quarta (4) rimane
al centro. Voglio dire che non soltanto è posta in rilievo la scena finale (Gesù è re), ma pure
la scena quarta (l’incoronazione di spine) ha un suo valore particolare: quello di una farsa
dell’incoronazione regale. Il testo ha perciò una struttura in parte ascendente e in parte
concentrica, che al nostro gusto può sembrare eccessivamente barocca; il fatto è, comunque,
che troviamo qui il risultato di una meditazione che fa propri gli eventi e li mette a
confronto, fino a giungere ad una espressione verbale che, nello stesso ritmo delle parole, li
collega l’uno con l’altro, allo scopo di aiutare il ripensamento e la contemplazione.

Abbiamo detto che le scene si corrispondono nelle parole introduttive, le stesse per
ogni coppia di scene (la prima e la settima, la seconda e la sesta, ecc.). Esse si corrispondono
anche nel luogo: la prima e la settima si svolgono fuori davanti alla gente; la seconda e la
sesta nel palazzo; e la terza e la quinta di nuovo davanti al popolo. Poi si corrispondono nel
contenuto: la prima e la settima sono scene di negazione di Gesù, nelle quali si richiede la
sua morte; la seconda e la sesta sono scene in cui Gesù parla del Regno e del potere regale,
cosicché affiora sempre di più la domanda centrale: come Gesù è re? qual è la vera regalità
di Gesù? La terza e la quinta scena contengono due dichiarazioni di Pilato circa l’innocenza
di Gesù. Tutto il processo, insomma, s’incentra attorno a Gesù. La complessità della forma
71

serve a stimolare l’approfondimento di ciò che sta dietro ai fatti della storia, per coglierne
appunto il significato.
È chiaro allora che, mentre nella struttura scalare ascendente è la scena settima ad
essere messa in risalto («Ecco il vostro re»), nella struttura concentrica la scena che si vuol
mettere in risalto è l’incoronazione di Gesù. Quindi, sono due i momenti della regalità
sottoposti all’attenzione di colui che contempla le scene.
Cominciamo così a capire come a Giovanni stia più a cuore il tema della regalità.
Perciò la domanda tematica fondamentale è la seguente: qual è la vera regalità di Cristo, se,
quando volevano farlo re, era fuggito, mentre ora, dai fatti e dalle situazioni viene
insistentemente proclamato re? in altre parole: dove il Cristo è veramente Messia? dove si
attua la pienezza del trionfo messianico? dove si manifesta la gloria di Dio nel trionfo
messianico del re?
Evidentemente la risposta più immediata che ci viene in mente è: nella Risurrezione.
Tuttavia Giovanni vuol farci andare oltre questa prima risposta e mostrarci che già nella
Passione il Cristo regna davvero, e per conseguenza che il mistero pasquale è già in opera.

2.1.2. La vera regalità di Gesù


Vediamo dunque con quale progressione, nelle diverse scene, viene approfondito il
tema della vera regalità di Cristo.
Nella seconda scena è Gesù che si proclama re di fronte a Pilato, ma di una regalità
speciale, non ancora specificata; il tema è presentato come reale, ma insieme misterioso.
Nella quarta scena, che è in posizione centrale rispetto alle altre, Gesù viene coronato
di spine, circondato di porpora e salutato come re. Qui lo storico legge vergogna, ignominia
e derisione; Giovanni invece contempla la scena come trasfigurata, vedendone il significato
trascendente: Gesù si manifesta re, e i soldati, proprio mentre credono di avvilirlo, compiono
il disegno della salvezza. In questa realtà ignominiosa della regalità di Gesù è l’amore di Dio
che si manifesta tra noi, è la gloria di Dio.
Nella scena seguente, la quinta, Gesù è presentato con le insegne regali. Tuttavia Pilato
non dice ancora: «Ecco il vostro re», come dirà alla fine, ma dice: «Ecco l’uomo». Quale
progressione denota la dichiarazione di Pilato? Probabilmente sul piano storico traspare in
queste parole un certo senso di compassione verso Gesù: «Ecco questo povero uomo,
quell’uomo di cui si ha tanta paura».
O forse, secondo altri, non essendo Pilato un uomo da usar compassione, c’è in esse un
senso di disprezzo verso i Giudei: «Ecco quell’uomo che si vuole eliminare come pericoloso,
come turbolento».
Tuttavia, sul piano teologico, proprio di Giovanni che sempre filtra i fatti attraverso la
meditazione, è chiaro che le parole hanno un senso più profondo. Infatti, Gesù non è
chiamato «uomo» allo stesso modo di quando è presentato la prima volta a Pilato, che esce e
dice:

«Quale accusa avete contro quest’uomo?» (18, 29),

ma è chiamato in senso pregnante ho ánthropos:

«Ecco l’uomo».

E questa frase viene detta di quell’uomo lì presente, dell’uomo che porta la corona, la
porpora, e che nello stesso brano è chiamato «colui che si fa Figlio di Dio». Quindi,
probabilmente – stando sempre allo stile di Giovanni –, c’è un’allusione al titolo di «Figlio
dell’uomo»: ecco l’uomo preannunziato, l’uomo che doveva venire, quello che col suo titolo
di «Figlio dell’uomo» evoca la potenza giudiziale e regale del Messia.
72

In altri termini, Giovanni contempla nell’umiliazione del Cristo il segno della potenza
misteriosa del Figlio dell’uomo presente sulla terra. Egli vede, in questa contemplazione, la
coincidentia oppositorum, che è il segno delle opere divine. Dio aveva promesso questo
misterioso «Figlio dell’uomo», giudice e re; ora egli esercita, dall’interno della situazione di
ignominia, la sua potenza di giudizio sull’umanità.
Finalmente l’ultima scena, la settima, che comincia col v. 13, è presentata con
particolare solennità.
Anzitutto Giovanni vuole attirare l’attenzione sul luogo in cui tutto avviene: siamo
all’esterno, in un luogo chiamato «litostroto», in ebraico gabbata, probabilmente un luogo
elevato allora conosciuto, e comunque tale da fermare lo sguardo e la mente di chi legge.
In secondo luogo, per Giovanni è importante precisare l’ora: siamo verso l’ora sesta,
l’ora della preparazione della Pasqua, l’ora in cui si immola l’agnello pasquale. In quello
stesso momento si sta compiendo il grande mistero, che realizza la verità dei segni che
avvengono nel tempio. Tutto questo fa pensare che siamo davvero di fronte a un evento di
grande significato. Dal punto di vista storico si tratta della condanna a morte di Gesù: un atto
di viltà e di ingiustizia. Pilato siede in tribunale, presenta Cristo come re da burla, poi lo
abbandona perché sia crocifisso. È quanto appare stando ad una prima ovvia lettura del
brano. Se rileggiamo però attentamente i versetti notiamo almeno due particolari: 1. la
condanna in realtà non c’è, perché non viene pronunciata una sentenza specifica; 2. c’è una
frase che ha dato molto da pensare agli esegeti e che al alcuni di essi sembra volutamente
ambigua: si tratta dell’espressione ekáthisen epì bématos nel v. 13, tradotta dalla Vulgata
«sedit pro tribunali». Mentre comunemente si pensava che la frase significasse che Pilato si
sedette, data la vicinanza del nome di Gesù e la possibile attribuzione di un valore attivo al
verbo ekáthisen sembra che Pilato «fece sedere Gesù», nel senso che lo installò sullo
scranno. Infatti la Bibbia ecumenica traduce: «Portò Gesù all’esterno e lo installò su una
tribuna». L’impressione che si ricava dalla scena, dunque, è che colui che sembra essere
giudicato, in realtà sta giudicando l’umanità. L’episodio, che sul piano storico si conclude
con la condanna di Gesù, sul piano interpretativo – data la presenza del potere giudiziale e
regale, che a Cristo compete come a Figlio dell’uomo e che Giovanni contempla – fa
risplendere la gloria del Cristo nell’umiliazione della sua morte.
Forse siamo a quel limite in cui si passa dall’esegesi al virtuosismo esegetico. Ma a
parecchi esegeti sembra di essere nella vera interpretazione giovannea: Giovanni ha un tale
sguardo paradossale – perché ha conosciuto il mistero di Dio, che è paradossale rispetto a
ogni azione umana – che è portato a leggere, anche nelle più obbrobriose circostanze della
morte di Gesù, il segno del compimento della sua missione messianica; Gesù manifesta
l’amore del Padre in modo talmente inaudito da diventare, in forza di questo amore, re e
Messia, fonte di salvezza per l’umanità, sia che lo si accetti sia che lo si respinga. Abbiamo
qui l’intronizzazione messianica di Gesù, che avviene nel momento in cui egli porta a
compimento la sua missione fondamentale, consistente nel manifestare agli uomini,
mediante la sua donazione fino in fondo, l’amore del Padre. Presentandoci nel suo vangelo lo
scontro drammatico tra luce e tenebre, l’evangelista Giovanni ci conduce al momento
culminante, in cui le tenebre sembrano trionfare: è l’ora più nera dell’umanità; eppure, già
nel momento in cui l’umanità tenta di schiacciarlo, in realtà il Cristo regna e trionfa. Ciò che
avviene di fronte a Pilato costituisce un segno in cui lo storico legge la morte; il credente
invece vi legge l’adempimento della vera missione di Gesù, il suo trionfo.
Tale serie di paradossi ci può far riflettere su quella vicenda paradossale che è la vita
cristiana, la nostra stessa vita: Dio regna per noi in situazioni apparentemente paradossali, in
particolare nella situazione più paradossale di tutte, che è la morte. In essa noi siamo
chiamati a manifestare la gloria di Dio, non attraverso parole che non riescono ad esprimerla,
bensì attraverso la stessa realtà dell’evento, che ci associa al momento in cui il Cristo ha
donato se stesso per noi.
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Riflettendo poi sul significato più vasto che può avere la regalità di Gesù, possiamo
rivolgere la nostra attenzione alla dottrina sinottica circa il Regno di Dio. Che cosa significa
«Regno di Dio», o «Regno del Padre?». Esso significa che Dio è al centro di ogni realtà e
che tutta la realtà è perfettamente ordinata sotto il dominio divino. È questo il «Regno di
Dio», che Gesù è venuto ad instaurare. Secondo la dottrina esposta in Giovanni, il dominio
viene dato a Gesù precisamente quando compie il supremo servizio di carità e di verità. Si
compie allora anche la parola di Gesù circa la «attrazione». Gesù non regna dominando,
estendendo la sua influenza mediante un potere dall’alto, bensì regna attraendo. Facendo
risplendere in sé l’amore di Dio per l’umanità derelitta, Gesù è capace di attrarre a sé
chiunque sa leggere il segno, chiunque attraverso la mediazione della croce sa leggere nella
propria povertà e derelizione – situazione del tutto simile a quella del Figlio – la certezza di
essere amato da Dio.

2.2. Il colpo di lancia


Propongo di meditare il brano che segue immediatamente il racconto della morte in
croce di Gesù (19, 31-37). Tutto è concluso, Gesù è morto e di per sé non ci sarebbe più
nulla da raccontare. Eppure Giovanni vuole ancora dirci qualcosa che ne faccia meglio
comprendere il senso.
Gesù è morto; nella sua morte si è compiuta la Scrittura e si è compiuta la sua opera.
Ma che cosa significa la sua morte? L’evangelista scorge in un semplice particolare
anatomico il significato trascendente di quanto è avvenuto.
Il fatto storico di per sé è molto semplice e abbastanza plausibile. È vicino il giorno del
Sabato; bisogna che i condannati non stiano sulla croce. Secondo i costumi dell’epoca si
debbono spezzare loro le gambe. Tale costume è stato documentato drammaticamente con la
scoperta, fatta alcuni anni fa in una tomba vicino a Gerusalemme, delle ossa di un crocifisso:
è la prima volta, nella storia dell’archeologia, che si trovano le ossa di un uomo crocifisso, in
particolare l’osso della gamba, in base al quale si è potuto anche ricostruire la posizione di
quel crocifisso, che è più o meno del tempo di Gesù (probabilmente faceva parte di coloro
che in gran numero – secondo Giuseppe Flavio – furono crocifissi intorno a Gerusalemme
poco prima del 70 d.C.). Il risultato degli studi sul reperto archeologico è veramente
impressionante, perché nelle ossa del condannato si può quasi leggere tutta la struttura del
crudele supplizio della croce; si vede il foro del chiodo e lo spezzamento dell’osso, praticato
a conclusione della condanna. Giovanni allude a un fatto di cronaca. A Gesù però non
vengono spezzate le gambe; gli viene dato solo il colpo di grazia, per assicurarsi che sia
morto, un colpo di lancia nel costato. Ciò che segue non è interpretabile da un punto di vista
medico: oltre che sangue, esce qualcosa come acqua. Ad ogni modo Giovanni non vuole
insistere sul perché del fatto – se sia miracoloso o no –; prendendolo come episodio di
cronaca, ne cerca il significato nelle Scritture.
E allora si domanda cosa significhino i particolari avvenuti dopo la morte di Gesù.

«Non gli è stato spezzato un osso» (cfr. Es 12, 46);

Giovanni pensa all’agnello pasquale, ci fa contemplare nella croce di Gesù il vero


sacrificio d’Israele, con il quale si compie perfettamente tutta l’attesa del tempio. Il tempio
da distruggere e ricostruire è Gesù stesso, nel quale si compie il sacrificio del vero agnello.
Più misteriosa è l’altra profezia:

«Guarderanno in colui che hanno trafitto» (cfr. Zac 12, 10).


74

Storicamente si applica ai soldati e a coloro che stavano a guardare, e forse anche al


discepolo che, da testimone, ha guardato con una certa curiosità l’ultimo flusso di vita del
crocifisso. Il pensiero di Giovanni, attraverso le parole della profezia, si rivolge a tutta
l’umanità che guarderà al crocifisso come a manifestazione piena del Dio che è per noi, di
Gesù Cristo che è per noi fino al limite estremo del suo amore.
Lo stesso mistero del sangue e dell’acqua, benché non venga commentato da Giovanni
con testi biblici, è espressamente posto in rilievo:

«Chi ha visto ne rende testimonianza e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice
il vero, perché anche voi crediate».

Esso ha certamente un significato. Quale? Gli esegeti ne propongono alcuni. Giovanni


è così ricco nelle sue indicazioni, che non ha mai una sola cosa in mente: ne ha due o forse
tre contemporaneamente, e tutte validamente applicabili. L’acqua è la vita; è il dono dello
Spirito; ed è, nell’interpretazione battesimale dal c. 3 in avanti, il sacramento del Battesimo.
Il sangue versato nella morte è il sangue di cui Gesù ha detto:

«Chi beve il mio sangue avrà la vita in sé» (6, 54).

Dalla scena che Giovanni ci presenta emerge dunque un primo significato: dalla morte
di Gesù nasce la vita sacramentale, Battesimo ed Eucaristia. La Chiesa riconosce di ricevere
questi doni dal Signore crocifisso. Probabilmente la scena ha pure un altro significato, a cui
ci orienta la profezia di Ezechiele: come, secondo la promessa (Ez 47, 1-12), dal nuovo
Tempio sarebbero sgorgati fiumi di acqua viva – e Gesù riprende proprio questa parola nel v.
7 –, così dal nuovo Tempio, distrutto e prossimo ad essere riedificato, sgorga la nuova acqua
dello Spirito e della Vita. In Gesù c’è il sacrificio perfetto, il perfetto Tempio, la vita della
Chiesa. Giovanni non ha spinto esplicitamente la sua meditazione fino a questo punto; però è
espresso chiaramente il fatto che la vita sacramentale sgorga da Gesù e che da essa nasce la
Chiesa.
Concludiamo la meditazione chiedendo a Gesù che ci aiuti a intuire il mistero del
colpo di lancia. Umanamente sembrerebbe voler dire: neppure in morte Gesù viene
risparmiato, perché un destino implacabile e maligno lo sovrasta; di fatto questa trafittura
mostra la potenza di chi lo ha mandato sulla terra e la stessa potenza di Gesù che, attraverso
un’ultima umiliazione che gli viene inflitta, dà la vita all’umanità.
Sono misteri paradossali e difficili; soltanto la nostra adorazione può in qualche modo
afferrare ciò che le indicazioni giovannee stimolano in noi come ripensamento del significato
cosmico, valido per tutta la storia, dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce.
75

Conclusione

I
IL MESSAGGIO DEL RISORTO*

1.1. Le apparizioni di Gesù


Se consideriamo le tre letture che sono state proclamate in questo solennissimo giorno
di Pasqua (At 1, 1-8; 1 Cor 15, 3-10; Gv 20, 11-18) ci accorgiamo come vengono raccontati
gli incontri di Gesù con diverse persone, in diversi tempi.
Gesù apparve ai suoi

«per quaranta giorni parlando del regno di Dio»,

dice Luca negli Atti. E Paolo scrive che Gesù

«apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in


una sola volta [...] Inoltre apparve a Giacomo»

e poi allo stesso Paolo. L’evangelista Giovanni racconta l’apparizione di Gesù a Maria
di Magdala.
Il Risorto dunque appare ricostituendo una serie di rapporti: con singole persone, con
gruppi, con la folla, per donare a tutti quella forza della risurrezione che egli vive e che è il
punto cruciale della storia; Gesù ha raggiunto questo punto nella sua unità gloriosa con il
Padre, per poi diffonderla intorno a sé.
E tra le persone che Gesù incontra ci siamo anche noi, perché ciascuno di noi viene
incontrato da lui come singolo, come gruppo e nell’ambito della comunità ecclesiale.

1.2. Il risorto ci chiama per nome


Tra i tanti incontri del Risorto, Giovanni ce ne descrive uno più a lungo: quello,
appunto, con Maria di Magdala, il primo incontro, dove Maria rappresenta la ricerca di
ciascuno di noi verso Gesù risorto e Signore, la ricerca verso un senso compiuto e definitivo
della vita, la ricerca verso un’amicizia che non tramonta, verso una pienezza di Dio che sola
è capace di riempire il cuore.
E ciascuno di noi, come Maria di Magdala, per poco che si lasci prendere dall’ansia di
tale ricerca, giunge al pianto, alla ricerca affannosa di segni di speranza, di segni della
presenza di Dio; ricerca tanto più ansiosa, quanto più i segni sembrano deludere, quanto più
ci sembra di incontrare solo silenzio dall’altra parte.
Tuttavia il vangelo ci mostra come la ricerca di Maria di Magdala sia sbagliata, perché
non dà spazio alla novità radicale di Dio, che è vittoria sulla morte. Ella ricerca Gesù nella
tomba, cioè nell’ambito delle cose mondane, dell’esperienza quotidiana cui è abituata; non
* Riportiamo il testo dell’omelia pronunciata dal card. Martini nel Duomo di Milano, in occasione della
Pasqua 1992.
76

permette che Dio le venga incontro dal di fuori di tale esperienza, al di là e al di sopra di
essa, inserendovisi dentro, con piena naturalezza, ma con una forza che supera tutte le
esperienze quotidiane.
Gesù risorto si manifesta a Maria con una presenza discreta, che è un appello di libertà:
la chiama per nome – «Maria!» –, cosicché ella possa sentirsi interiormente appellata. E
Maria, che con gli occhi non l’aveva riconosciuto, lo riconosce dalla voce, perché la voce
esprime meglio l’interiorità.
Dunque, è nell’interiorità che noi possiamo oggi ascoltare e scoprire come Dio ci ama;
è dentro di noi che possiamo sentirci chiamati e restituiti alla nostra identità profonda, alla
nostra vocazione di figli. Quando la voce di Gesù risorto ci scuote, allora anche gli occhi si
aprono e possiamo dire con Maria di Magdala:

«Ho visto il Signore»

e ora so che c’è per me una via da percorrere, una via lungo la quale amare Gesù e i
fratelli come lui li ha amati.
Nella ricerca di questa donna cogliamo, perciò, la nostra ricerca, le nostre fatiche, e
pure le nostre gioie improvvise, i nostri entusiasmi allorché sentiamo che la voce di Gesù
possiamo riascoltarla dentro e che essa concorda con quanto ci dicono le voci della Chiesa,
della fede, della storia. In questi momenti di luce, di gioia, di illuminazione interiore, noi
comprendiamo che la risurrezione di Cristo ci rivela il senso della storia umana, di tutti gli
eventi quotidiani, ci rivela la direzione di tutta la realtà, tesa verso la vita, verso la pienezza
di espressione della nostra libertà. Comprendiamo che in Gesù risorto viene glorificato un
frammento di corporeità, di storia, di cosmo e che questo è l’inizio di un’umanità nuova, è il
destino dell’umanità. È infatti a partire dalla Pasqua che incomincia il tempo della crescita
del Regno, del lavoro comune tra la libertà umana e lo Spirito di Cristo, per abbracciare
l’universo intero.

1.3. Un annuncio di grande speranza


Oggi dunque, riproponendo il grido della Pasqua, la Chiesa rivolge al mondo un
annuncio di speranza. Ogni uomo, ogni donna di questa terra può vedere il Risorto, se
acconsente a cercarlo e a lasciarsi cercare. L’evangelista Giovanni ci fa sapere che la prima
creatura a scoprire i segni del Risorto è una donna piena di sensibilità, di affetto, di
tenerezza. Tuttavia Gesù si rivela anche a gruppi di persone, addirittura a cinquecento fratelli
in una sola volta; gente cioè dai temperamenti disparati, dai cammini diversi, gente in
situazioni morali differenti. Il Crocifisso risorto, Figlio unico del Padre, dona la risurrezione
a tutta questa massa umana, ai fratelli e alle sorelle di ogni tempo e di ogni razza. La
risurrezione segna quindi il passaggio mediante il quale noi rivediamo il nostro modo
ristretto di concepire Dio, ci convertiamo dalla tristezza e dalla meschinità a una visione
larga dell’universo, aperta sull’eternità.
In questo grido della risurrezione, nel nostro credere alla risurrezione, siamo invitati a
cambiare vita, a cambiare modo di pensare e di vedere. Dobbiamo accettare che l’amore di
Dio dissolve la paura, che la grazia rimette il peccato, che l’iniziativa di Dio viene prima di
ogni nostro sforzo e ci rianima, ci mette in piedi da ogni nostra caduta.
Questo annuncio di speranza riguarda tutti, tocca i singoli, le comunità, le società. Non
ci deve essere oggi in noi la diffidenza, la tristezza, lo scoraggiamento, ma la disponibilità a
dare spazio a quella speranza incredibile e pur vera che nasce dalla risurrezione di Gesù, dal
messaggio che Dio è Padre, che dà la vita a tutti noi suoi figli e che nessuno è escluso da tale
dono straordinario.
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‘O Gesù, tu che sei risorto, dona a ciascuno di noi di comprendere che tu sei l’oggetto
ultimo, vero, dei nostri desideri e della nostra ricerca. Facci capire che cosa c’è al fondo
dei nostri problemi, che cosa c’è dentro le realtà che ci danno sofferenza. Aiutaci a vedere
che noi cerchiamo te, pienezza della vita; cerchiamo te, pace vera; cerchiamo una persona
che sei tu Figlio del Padre, per essere noi stessi figli fiduciosi e sereni. Mostrati a noi anche
oggi in questa Eucaristia, o Gesù risorto, perché possiamo ascoltare la tua voce che ci
chiama per nome, perché ci lasciamo attirare da te, entrando così nella vita trinitaria dove
tu sei col Padre l’unico Figlio, nella pienezza dello Spirito’.

Vi auguro che il frutto di questa Pasqua sia la pienezza della gioia e della fiducia in
Cristo risorto che ci rende figli del Padre e ci apre alla potenza rinnovatrice dello Spirito
santo.