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Bactriana.

Collana di Studi Indo-Mediterranei, diretta da Carlo Saccone


Atti del IV Convegno Internazionale di Iranistica (Bologna, 8-9 novembre 2018)

promosso da: Dipartimento di Storia Culture e Civiltà (DISCI), Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Moderne
(LILEC), Progetto Internazionale IDA (Immagini e Deformazioni dell’Altro) del Centro di Ricerca FIMIM, “Quaderni
di Meykhane. Rivista di studi iranici”, Centro Sa‘di-Shenasi di Shiraz, Centro Culturale Shahr-e Ketab (Book-City) di
Teheran.
Tra le spade e le alcove
Tradizioni e letterature a confronto: dalla origini a Sa‘di e Petrarca

a cura di Carlo Saccone e Nahid Norozi

CENTRO ESSAD BEY

2019
2019 © Carlo Saccone e Nahid Norozi. All rights reserved
2019 Centro Essad Bey - Amazon Independently Published, Seattle (USA)
ISBN: 9781694517012
Il Centro Essad Bey (CEB) è una libera comunità di studiosi e ricercatori, accademici e indipendenti, interessati a
tematiche letterarie storico-religiose e geopolitiche in una prospettiva interculturale e interdisciplinare, che opera
prevalentemente sul web su base volontaria e informale per la promozione di iniziative culturali.

“Bactriana. Collana di Studi Indo-Mediterranei” (diretta da Carlo Saccone)

La Bactriana individua un territorio situato tra l’Hindu Kush (l’antico Caucasus Indicus) e l’Oxus (oggi Amu Darya) che
aveva il suo centro nella città di Battra (o Battria), corrispondente alla Balkh attuale nell’odierno nord dell’Afghanistan.
Già parte dell’impero achemenide a partire dalla conquista di Ciro il Grande (VI sec. a.C.), fu via via sottomessa da
Alessandro, dai Seleucidi, dai Sassanidi e infine dagli Arabi, entrando a far parte del califfato musulmano nel VII-VIII
sec. d.C. Un momento particolarmente significativo della sua storia è segnato dalla fondazione di un regno greco-
battriano (225 a.C., corrispondente all’incirca agli inizi dell’epoca dei Parti) che si rese indipendente dall’impero dei
Seleucidi, e si sviluppò per oltre due secoli in direzione della valle dell’Indo sino a formare un più vasto regno indo-
greco. La lingua greca fu la lingua dell’amministrazione e della monetazione, ma la simbiosi di elementi greci, persiani,
centroasiatici e indiani (uno degli ultimi re di stirpe greca, Menandro si convertì al buddismo, divenendo poi celebre
come re Milinda) fu il tratto più caratteristico di questa civiltà che, per certi versi, ricorda un po’ la civiltà arabo-andalusa
col suo caratteristico melting pot islamico-ebraico cristiano.
In questa collana compaiono volumi dedicati all’approfondimento della storia e della cultura dei popoli indo-
mediterranei, con particolare riguardo alla storia religiosa e della società, delle forme linguistiche, artistiche e culturali in
senso lato, e alla storia delle esplorazioni e scoperte archeologiche.

In copertina: scorcio sul giardino, dal mausoleo di Sa‘di in Shiraz


INDICE

Introduzione di Carlo Saccone e Nahid Norozi p.1

Aliasghar Mohammadkhani, Il mio Iran, la mia Italia. Uno sguardo a Sa’di e Petrarca p.7
Mario Mancini, L’epica di Ferdowsi: echi in Occidente p.11
Nahid Norozi, Atteggiamenti autoriali nel Vis o Ramin di Gorgāni e nel Tristano di Béroul p.23
Alberto Fabio Ambrosio, Come vestono gli uomini di Dio, tra mistica islamica e cristiana p.39
Carlo Donà, Re, leoni e spade: da Persepoli al medioevo europeo p.49
Adone Brandalise, Le ragioni dell’usignuolo e la “bella voce” dei poeti. Da Platone a
Leopardi passando per ‘Attār p.99
Kurosh Kamali Sarvestani, Aspetti dell’umanesimo di Sa‘di p.105
Faezeh Mardani, Sa‘di in Italia. Uno sguardo alle traduzioni italiane del Golestān (Il roseto) p.109
Mitra Mazaherifard, A comparative study of the elements of love conventions in Saadi’s and
Petrarch’s poetry p.117
Francesco Omar Zamboni, Dire ciò ch’è indicibile. Aporie filosofiche nelle mistiche
speculative di Eckhart e ‘Attār p.129
Pietro Laureano, Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini p.141
Carlo Saccone, Sa‘di e Petrarca: poeti che meditano sulla Morte p.175
Minoo Mirshahvalad, Two different European illustrations of Cyrus the Great: Machiavelli
and Voltaire p.185
Ezio Albrile, Ermete, i magi e l’alchimia p.197
Maurizio Silvio Pistoso, Ricordo di Gianroberto Scarcia slavista e studioso del mondo russo
e sovietico d’Asia p.227

Notizie sugli autori p.233


Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Pietro Laureano
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

1. I reconditi caratteri del giardino persiano

“Da quando sono stata in Persia ho sempre cercato i giardini e non ne ho mai trovato alcuno”.
Vita Sackville-West (1892-1962), la grande poetessa e paesaggista inglese, famosa per i suoi intensi
rapporti con Virginia Woolf e per la realizzazione del Giardino del Castello di Sissinghurst nel
Kent, ci sorprende e incuriosisce con questa affermazione riportata nel suo libro di viaggi a Teheran
(Sackville-West, 1926). La scrittrice è conscia della grande reputazione dei giardini persiani e cita a
proposito i versi di Hafiz e di Sa‘di con l’esaltazione dei prati profumati, disseminati di boccioli
colorati. “Ma dove sono le aiuole, le bordure aromatiche e i roseti tanto declamati? niente di tutto
questo. Eppure - dichiara - esistono giardini in Persia, sono fatti di alberi non di fiori”.
Vita Sackville-West, coglie una caratteristica fondamentale della storia e della cultura dei paesi
aridi dal Sahara, alla Persia, fino alla Cina. Non c’è terreno fertile nelle immense distese bruciate
dal sole. I campi di fiori e le piante ornamentali sono un lusso impensabile per chi deve confrontarsi
ogni giorno con l’aridità e l’erosione, la quasi completa assenza di pioggia e i caldi venti essiccanti.
Tuttavia la poetica e la realtà del giardino persiano sono inconfutabili e descritte in importanti studi
(Mahavash, 1994). Ne sintetizzo i caratteri in dodici punti:

1. il recinto o perimetro murato che dà luogo al pairidaeza letteralmente recinto, muro


perimetrale da pairi circondare e daeza muro. Marca la differenza con lo spazio esterno
privo di vegetazione, permette la visione dall’alto e ha tubature nelle murature o canalette in
sommità
2. la porta o ingressi monumentali con portici di accoglienza, contemplazione, rappresentanza
come gli apadana e aiwan, ivan o dalla volta a crociera con la struttura aperta nelle quattro
direzioni il chahar taq

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Pietro Laureano

3. la messa in scena dell’acqua con fontane, vasche (albirka) ripartitori, discese e vie d’acqua
con canali superficiali che attraversano i padiglioni, strutturano la trama ripartita e i percorsi
e creano piccoli e grandi bacini
4. la trama geometrica e ortogonale con moduli ripetitivi di particelle in piano o terrazzate. Il
giardino non imita la natura ma non si impone ad essa. Le piante e siepi non sono
artificialmente tagliate e modellate. Lo spazio è scenico ma non prospettico. Organizzazione
e ordine sono definiti dalle tecniche messe in atto prime fra tutte quelle di irrigazione
5. lo charbagh, letteralmente quattro lotti, da quattro char e lotto bagh è la quadripartizione.
Determina la struttura spaziale generale del giardino che tuttavia non sempre è così ripartito.
Spesso ha un solo asse principale di via d’acqua (shahjuy), interrotta da una o più vasche, ai
cui lati sono disposti i lotti coltivati. Charbagh è il simbolo della quadripartizione ripetuta
nell’incrocio ortogonale dei canali, nelle strutture architettoniche, nelle quattro aperture dei
padiglioni e nelle decorazioni. I termini bagh, e charbagh diventano generici per indicare un
giardino
6. le architetture con le volte a crociera, gli affacci rivolti nelle quattro direzioni, con logge,
verande, balconate (bayqan) poste sul perimetro, al centro, sui bacini e al termine dell’asse
d’acqua in cui si rispecchiano
7. le decorazioni fatte di incisioni e motivi geometrici e floreali con precisi riferimenti al
significato dei colori e dei numeri. I sostegni architettonici sono intagliati smaterializzandoli
(muqqarnas) e facendo sembrare le strutture non appoggiate sulla terra ma discendenti dal
cielo. Le pareti murarie sono completamente decorate con disegni, maioliche, vetri o specchi
non lasciando nessuno spazio vuoto
8. lo spazio sotterraneo, fatto di cripto portici, grotte, bacini ipogei collegati alle torri di
captazione del vento e climatizzazione (badgir)
9. l’andamento del terreno, a volte con parti più elevate evidenti altre volte non apparenti, ma
sempre accuratamente studiato in funzione dell’irrigazione per gravità
10. l’ombra e la protezione fornita da fitte alberature sempre verdi, l’orientamento, il riparo dai
venti e la divisione in particelle coltivate
11. l’esplosione di vegetazione, profumi e canti di uccelli contrapposta all’intorno arido
12. le opere esterne spesso non considerate come componenti il giardino ma fondamentali per
l’approvvigionamento idrico come sorgenti, acquedotti, gallerie drenanti (qanat), le prese
d’acqua dai fiumi con chiuse e ripartitori

Possiamo ancora ammirare questi giardini associati a palazzi, ricche residenze, tombe, moschee,
scuole religiose e caravanserragli. Costituiscono esempi relativamente recenti a causa della
deperibilità dei giardini storici. Le tipologie tuttavia sono ancora quelle degli antichi giardini
persiani con limitate evoluzioni avvenute nelle più recenti dinastie le Safavidi e Qajar dovute alle
influenze occidentali con l’introduzione di fiori e piante. Il Bagh-e Fin realizzato da Abbas I il
Grande (1571-1629), a Kashan ha cortili geometrici circondati da mura con bacini alimentati da un
qanat su cui si specchiano splendidi padiglioni. Il Bagh-e Chehel Sotun costruito nel 1647 dallo
Scià Abbas II a Isfahan celebre per il portico dalle colonne sottili che riproduce quelli achemenidi e
i preziosi affreschi. Il Bagh-e Dolat Abad costruito nel 1750 come residenza dello scià Karim Khan
Zand a Yazd famoso per la torre di captazione del vento (badgir) che con i suoi 33m è la più alta
dell’Iran. Il Bagh-e Eram a Shiraz con gli edifici posti alla fine di lunghi percorsi d’acqua e il Bagh-
e Shahzadeh a Mahan (Kerman) con scale e giardini terrazzati costruiti nel periodo Qajar nel XIX e
XX sec.
L’associazione tra giardino e paradiso è evidente nei nomi dei giardini come Bagh-e Hasht
Behesht, giardino degli otto paradisi nella celebre piazza di Isfahan o Bagh-e Eram, giardino del

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

paradiso a Shiraz. I primi giardini di cui si hanno menzione storica sono quello realizzato da Ciro II
il Grande a Pasargadae nel 546 BCE, di cui sono state rinvenute le tracce archeologiche, e le opere
di Dario I il Grande a Persepoli nel 515 BCE. Il nome paradiso è usato da Senofonte nel V sec. BCE
per indicare i giardini che lui poté visitare a Susa quando combatté per Ciro il Giovane nel 401 BCE
(Senofonte, Economico). Il termine compare già nell’Avesta, il libro sacro della religione
zoroastriana (I millennio – VI sec. BCE), due volte con il significano di piantare fiori o alberi
attorno all’edificio.
In Persia di solito c’era un terreno intorno a qualsiasi proprietà e tutte le abitazioni erano
immerse in un piccolo giardino. Il termine con cui veniva designato è bagh, giardino, che in origine,
significava lotto, pezzo di terra, quota, eredità, porzione o profitto. È stato applicato per riferirsi a
una piantagione di alberi, cespugli o piante seminate. Le case iraniane, quindi, erano circondate già
3.000 anni fa da un giardino che, dal termine diffuso da Senofonte, è stato chiamato paradiso. Si
trattava, come descritto di seguito nell’esempio della città di Sheki, di uno spazio produttivo. I
giardini di fiori sono declamati dai grandi poeti persiani che creano il simbolismo e la lirica del
giardino (Sacconi, 2018). Ma non è la poetica ad essere derivata dai giardini urbani e delle ricche
dimore di nobili o mercanti. È vero piuttosto il contrario: i giardini dei principi sono stati realizzati a
modello dei luoghi favolosi, mitici o spirituali declamati nelle odi e dei canti. L’epica, il racconto, il
simbolismo, le idee e la religione ne forniscono le forme e i contenuti. L’origine della lirica e delle
categorie simboliche va cercata nella storia produttiva, la realtà geografica e culturale di queste terre
e del lungo processo di adattazione e lavoro per renderle fertili e abitabili.
I deserti sono i luoghi di origine delle prime coltivazioni. La pioggia non è mai sufficiente e
devono essere applicati elaborati metodi di gestione dell’acqua. L’insieme di abitato, agricoltura e
sistemi di captazione idrica costituisce l’Oasi. Le norme e le tecniche appropriate sono state definite
in millenari processi di prova – errore durante i quali i popoli hanno più volte prevalso sulle
condizioni ambientali ostili dei deserti ma ne hanno anche sperimentato la forza e capacità
distruttiva. Nei miti e racconti di tutti i deserti si tramandano le saghe di città e civiltà distrutte. Gli
studi e le ricerche archeologiche hanno documentato la storia riportata nel Corano (sura di Saba
34:16-17) del collasso nel VII sec CE della cosiddetta grande diga di Ma’rib che aveva creato la
fortuna del popolo dei Sabei. La diga era un complesso sistema di ripartitori e sbarramenti d’acqua
che per 2.500 anni aveva reso fertile il deserto nello Yemen fino alla sua distruzione che determinò
la diaspora degli abitanti. All’altro capo del deserto arabico la città oasi di Petra, in Giordania, per
migliaia di anni è stata la capitale del commercio dell’incenso e della mirra rifornendo le carovane
grazie al suo complesso sistema di canali e giardini fino alla sua distruzione nell’VIII sec. CE per
una inondazione dovuta alla mancata manutenzione del sistema di raccolta e protezione delle acque
(Laureano, 1995). Innumerevoli sono le vicende di comunità a piccola scala che in situazioni di
penuria e collasso hanno dovuto riprendere la vita nomade del deserto. Le oasi sono il primo
giardino. Costituiscono il segno e la memoria di queste epopee, del difficile processo di adattamento
e anche delle catastrofi, della caduta e l’agognata rinascita. Proprio per questo il giardino è così
presente nell’immaginario e nella poetica. Dalla grande letteratura Persiana, alle Storie delle Mille e
Una notte, alle miniature Moghul tutta la cultura arabo-musulmana sia lirica che scientifica o
mistica ne è permeata. Questa poetica e simbolismo è all’origine dei giardini estetici e
contemplativi che sono parte integrante delle ricche residenze, dimore di nobili e re di cui abbiamo
descrizioni o che possiamo ancora ammirare. I giardini delle oasi dai tempi più remoti costituiscono
la meta desiderata durante i lunghi percorsi delle carovane, la metafora del difficile cammino della

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Pietro Laureano

vita e del destino eterno, il sinonimo di protezione e appagamento. Rappresentano l’aspirazione e il


premio per la condotta ossequiosa alla religione e le leggi, lo spazio di riflessione e contemplazione
per il mistico, di soddisfazione per il mercante, di rappresentazione e celebrazione del principe, il
rifugio recondito della voluttà e del desiderio.

2. Ecosistema e simbolismo dell’Oasi

Nei deserti ogni più piccola particella coltivata, risorsa d’acqua o presenza vegetale non sono un
dono gratuito della natura ma il risultato di impegno e cultura. Nel giardino produttivo delle oasi
metodi ingegnosi sono usati per captare e gestire acque apparentemente inesistenti e creare la vita
nel regno della desolazione. Le oasi non sono fenomeni naturali, frutto del caso, ma il prodotto
dell’ingegno umano (Laureano, 1994). La loro realizzazione è collegata alla più antiche esperienze
di domesticazione delle piante, di irrigazione tramite canalizzazioni e di protezione dei suoli. Lo
spazio racchiuso in un perimetro murario accessibile da una porta, gli alberi sempreverdi posti a
creare l’ombra, le costruzioni di terra cruda, i sistemi idraulici, le stesse grandi dune di sabbia sono
realizzate e appropriatamente utilizzate dagli abitanti per mantenere un ambiente vivibile in
situazioni estreme, tra le più inclementi del pianeta. Ogni singola pianta è introdotta e curata: è
fertilizzata con i rifiuti organici; è irrigata con acque gelosamente amministrate. A volte imponenti
reti di gallerie sotterranee raccolgono ogni goccia di umidità dalle sabbie. I sapienti sistemi di
captazione idrica sfociano in camere ipogee di raccolta dell’acqua che fluisce sul suolo in una fitta
trama di distribuzione superficiale e bacini. Gli alberi danno ombra e riparo dal sole e dal vento,
mantengono il vapore d’acqua, favoriscono la formazione degli elementi biologici che compongono
il terreno fertile, l’humus. Si crea un'interazione virtuosa di fattori in grado di innescare dinamiche
positive in contrasto con la situazione dura e ostile (Fig. 1).
Lo scorrimento dell’acqua in superficie serve a creare un microclima favorevole. Così l’umidità,
diffusa dai canali di irrigazione e mantenuta dalla protezione delle piante, raggiunge il 90% quando
nel deserto non supera il 5%. L’agricoltura è organizzata su tre livelli: la palma da dattero o il
pioppo che creano una chioma protettiva; gli alberi da frutto che possono così crescere al riparo dai
raggi del sole; gli ortaggi disposti al livello più basso in particelle irrigate. L’esplosione vegetale
attira gli uccelli e l’oasi si satura dei loro suoni e dei profumi di altre piante aromatiche diffuse
grazie ai semi da loro trasportati. La coltivazione produttiva è anche luogo estetico e di
contemplazione. Utilità e sacro, lavoro e spirito, orto e giardino non sono separati. In questi
ambienti la natura non perdona il benché minimo errore così l’accuratezza di ogni gesto, ripetuto in
ottemperanza della tradizione, è garanzia di salvaguardia e di sopravvivenza. Si determina un
sistema strettamente connesso affidato completamente alla cura degli abitanti. La vita dipende da
regole il cui rispetto è assicurato dalla completa adesione tra le attività e la ritualizzazione di ogni
compito. L’inosservanza potrebbe turbare l’ordine in cui sono strettamente collegati i luoghi, gli
esseri viventi e tutta l’oasi. Le quote di appartenenza dell’acqua sono accuratamente gestite tramite
la rete di distribuzione superficiale che si ramifica secondo le proprietà, divide per le eredità e
riunisce nei matrimoni (Fig. 2). Così la planimetria dei giardini è una trama idro genealogica, storia
fluida dell’oasi. Dai tatuaggi e le acconciature delle donne, alla organizzazione dei campi coltivati
alla rete di canalizzazione, ai disegni augurali del tappeto matrimoniale si ripete uno stesso disegno.
È il simbolo della fecondità che vivifica attraverso le generazioni. Non si tratta solo di una

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

astrazione metaforica. Le strutture idriche di captazione, l’abitato, i giardini realizzano un


ecosistema capace di auto alimentarsi e rinnovarsi continuamente. L’acqua, condensata e captata
nelle sabbie, scorre sotto le case, irriga la vegetazione, risale come linfa il tronco delle palme e
ascende al cielo creando ulteriore umidità e un nuovo ciclo vitale. Il corpo e la terra, l’individuo e
l’oasi, il microcosmo e il macrocosmo sono parte dello stesso processo (Fig. 3).

3. Origine e diffusione

La parola oasi deriva dal greco, ma questo termine risale a tempi precedenti. In Egitto, il
termine oasi appare già alla fine dell'Antico Regno in un’iscrizione della Sesta Dinastia (2350-2200
BCE) come wahat, ancora usato in Arabo e Farsi. Il geografo greco Strabone (64 BCE - 24 CE),
nelle sue descrizioni d'Egitto, definisce le oasi in questo modo: "Gli egiziani chiamano oasi tutti i
luoghi abitati circondati da vasti deserti, come isole nel mare aperto" (Geografia, libro XVII,
capitolo 1, 5). Appaiono chiare le caratteristiche delle oasi:

- insediamenti fatti dall'uomo (luoghi abitati);


- tipici delle aree aride (circondati da vasti deserti);
- situati in zone a cui si oppongono per condizioni di fertilità e vita possibile (come le isole in mare
aperto).

Le oasi sono costituite da piccole comunità locali in possesso delle conoscenze ambientali
specifiche dei luoghi. Questi sono resi abitabili da dispositivi che richiedono notevoli sforzi per la
loro realizzazione e manutenzione. L’incontro tra conoscenza e tecniche specializzate e l’esistenza
di una forte motivazione contribuiscono a rendere possibile l’installazione e l’espansione delle oasi.
L’oasi è frutto di un progetto specifico realizzato combinando natura e cultura e utilizzando abilità e
competenze già esistenti in modo nuovo e diversificato. Nasce grazie all'unione delle conoscenze
ambientali dei nomadi cacciatori-raccoglitori e pastori con le tecniche degli agricoltori e, spesso, dei
pescatori. A questi si aggiungono i ruoli del patriarca, del signore della guerra, del leader politico o
religioso, o del mercante. Una sola persona può interpretare tutte queste caratteristiche
contemporaneamente divenendo il promotore del progetto oasi, stimolando e canalizzando gli
impulsi e gli obiettivi che motivano lo stanziamento in luoghi specifici. La volontà di creare oasi
può essere dovuta a:

- Cambiamenti climatici e pressioni ambientali nei luoghi di insediamento che impongono


trasformazioni nella gestione delle risorse naturali
- la necessità di stabilirsi in aree minerarie situate in zone aride (selce, sale, rame)
- l’organizzazione di insediamenti in luoghi strategici impervi
- il controllo dei punti di soglia e scambio tra diversi ecosistemi
- la fondazione di eremi e luoghi di rifugio spirituale
- l’organizzazione su vasta scala di scambi commerciali attraverso le rotte delle carovane

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Pietro Laureano

La genesi dell'oasi come dispositivo completo, realizzata associando conoscenze e elementi di varia
origine, utilizzati in un modo nuovo grazie all'alleanza e dalla simbiosi, è sintetizzata nei seguenti
punti:

• Prime esperienze che anticipano la creazione di oasi sono applicate nel Neolitico quando
gruppi nomadi si stabilizzano nel realizzare opere monumentali e necessitano dell’uso della
agricoltura per l’alimentazione. Sotto la pressione dei cambiamenti climatici e ambientali le
tecniche per perpetuare la permanenza e l'investimento sociale in strutture, punti di sosta e
luoghi rituali divengono sempre più elaborate. Per produrre il sostentamento di fronte alle
mutevoli condizioni e affrontare situazioni difficili, si adottano competenze specializzate,
sfruttano risorse diversificate e si realizza l'intensificazione agricola.

• A partire dal III millennio, le popolazioni nomadi, rimaste al di fuori dei principali processi
di creazione urbana che caratterizzarono il periodo, scelgono uno stile di vita agro-pastorale.
Spinti da motivazioni e pressioni, attraverso l’interazione, l’alleanza, la simbiosi o
l’assimilazione di coltivatori sedentari, mettono in comune uno specifico corpo di
conoscenze che consente un salto nella complessità tecnologica e creano l’oasi come un
sistema completo di condizioni di vita e di produzione. Grazie alle oasi comunità a piccola
scala si installano in zone estreme necessarie per lo sfruttamento delle risorse minerarie
strategiche del periodo o per controllore luoghi e percorsi in aree inospitali.

• Il pacchetto conoscitivo del dispositivo oasi viene utilizzato da popoli in fuga, o comunità in
cerca di protezione, eremi e luoghi spirituali dove è possibile praticare la fede e la passione
mistica.

• Nel I millennio grazie ai migliori attrezzi di scavo si sviluppa la tecnica delle gallerie
drenanti che nel V secolo sono promosse dai grandi imperi per potenziare e diffondere le
oasi e rafforzare il controllo sulle aree desertiche

• La rete di oasi permette l’esistenza delle vie degli scambi commerciali attraverso le rotte
carovaniere che, grazie all'estensione intercontinentale delle zone desertiche, hanno reso
possibile il flusso di comunicazioni e scambi attraverso le terre emerse eurasiatiche.

4. Creazione e perdita dei primi Paradisi

L’oasi dipende dalla combinazione di abilità qualificate e l’addomesticamento di animali e piante


adattati a questo scopo. Il complesso insieme di conoscenze con tecniche elaborate si realizza
compiutamente durante la prima Età del Bronzo intorno al 3° millennio BCE, ma alcune
caratteristiche appaiono dalle prime culture neolitiche. Queste si svilupparono dal 10.000 BCE
quando a seguito delle modificazioni ambientali dovute alla fine dell’ultima glaciazione alcuni
gruppi umani formarono insediamenti stabili. Al passaggio dal nomadismo alla sedentarizzazione
concorrono due fattori fondamentali: la collaborazione e simbiosi tra nomadi e sedentari con
l’alternarsi e intrecciarsi di questi modi di vita; l’applicazione di conoscenze agricole che
dimostrarono i propri vantaggi proprio nei deserti.
La scoperta del sito di Gobleki Tepe in Anatolia ha fornito la verifica di questi processi
(Schimidt, 2011). Gobleki Tepe è la prima architettura e tempio mai realizzato. Questa struttura
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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

cultuale formata da monoliti di pietra scolpiti disposti a circoli concentrici, risalente al 9.600 BCE, è
l’opera di gruppi di cultura nomade paleolitica, espressione di un pensiero totemico e sciamanico.
Per realizzarlo una comunità è dovuta rimanere stabile per lungo periodo. Si capovolge così la
convinzione corrente che sia stata la scoperta della coltivazione nel Neolitico a determinare le
comunità stabili. È vero piuttosto il contrario. La vita sedentaria ha preceduto l’agricoltura
sviluppata a seguito della stabilizzazione avvenuta con la realizzazione della grande area di culto.
La cultura, la cosmo-visione, il pensiero determinano le scelte. Sotto la spinta di innovatori e
visionari si applicano le tecniche in modo nuovo e attuano trasformazioni del modello socio
economico. Per creare Gobleki Tepe gruppi paleolitici sono divenuti sedentari e per sostenere la
popolazione sono stati motivati ad applicare le conoscenze di piante ed animali di cui erano già in
possesso per sviluppare la produzione agricola. Il determinarsi delle prime coltivazioni proprio
negli attuali deserti è stato dovuto al fatto che in questi, grazie alla grande esposizione solare, si
potevano garantire una resa rapida delle piante coltivate. Questo aspetto è cruciale perché qualsiasi
intervento agricolo necessita un investimento nel tempo. Per averne i risultati occorre attendere che
le piante crescano, selezionare le specie, conservare e seminare i grani. Più velocemente avviene
questo ciclo più facile è verificare i vantaggi di investimento e insediamento stabile. L’affermazione
della agricoltura nei deserti spiega l’enorme quantità di ritrovamenti archeologici ricchi di strumenti
di selce, ceramiche e pietre per macinare e la alta concentrazione di opere di arte rupestre
preistorica. Un immenso patrimonio di graffiti e dipinti, adorna numerose lastre di pietra e ripari
sotto roccia alla base dei pinnacoli e pareti erose di arenarie e basalti nelle aree più sceniche e
spettacolari dei deserti. Sono parte di una rete di luoghi di sosta stagionali, caratterizzati dalla
presenza di punti d'acqua e ripari, sacralizzati da rituali e cerimonie ricorrenti. Le attuali aree
deserte godevano di una disponibilità idrica migliore rispetto a quella odierna ma erano
caratterizzate da un regime catastrofico, alternando piogge torrenziali con lunghi periodi di siccità,
la creazione di paludi con la formazione di distese sabbiose. L’aridità era interrotta da periodi di
forti piogge, che permisero la rigenerazione delle sorgenti montane, il flusso degli wadi (i fiumi a
carattere sporadico del deserto) e il riempimento dei bacini lacustri situati nelle depressioni. Durante
queste fasi umide, gli uomini tornano ad occupare le grandi pianure, i corsi degli wadi e i bordi dei
grandi laghi. Per migliaia di anni, questi periodi umidi si sono avvicendati a periodi secchi fino a
quando le fasi aride hanno predominato. La popolazione e le mandrie si concentrano su alcune aree.
Qui il sovra pascolo e la pressione eccessiva sull’ambiente amplificano il processo di
desertificazione fino al collasso completo dell’ecosistema. I siti delle pitture rupestri erano le
nicchie di persistenza di condizioni ambientali vitali. Santuari di un mondo in via di distruzione.
Apparivano luoghi miracolosi e beati rispetto alle condizioni circostanti. Nei graffiti e simboli
rupestri si tramanda ancora il ricordo di quei paradisi perduti.

5. La poetica del giardino nell’alternanza nomadismo - sedentarizzazione

Gruppi di pastori semi-nomadi hanno coesistito e si sono sviluppati parallelamente ai primi


esperimenti sedentari del Neolitico. La non integrazione è dovuta alle persistenze culturali, basate
sulle tradizioni del Paleolitico e al loro modo di vivere che trovava più agevole e armonioso il
prelievo delle risorse dagli ambienti così come erano in natura escludendo lo sfruttamento agricolo.
Questi nomadi e semi-nomadi possedevano conoscenze e stili di vita che si rivelarono strategici per

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Pietro Laureano

sopravvivere in tempi di crisi, consentendo loro di sviluppare e diffondere nuove tecniche.


L’aumento della popolazione di questi gruppi è stato un evento cruciale nella storia delle regioni
aride dall’Asia all’Arabia. Quando la situazione ecologica del deserto ha raggiunto l’equilibrio
attuale verso la fine del terzo e l’inizio del secondo millennio BCE, il loro apporto è stato
fondamentale. Le esperienze del nomade allevatore combinate con quelle del coltivatore forniscono
le conoscenze ambientali e tecniche. Il quadro geografico e le vicende socio economico
determinano la località d’insediamento. La cosmo-visione e il pensiero simbolico guidano la
concezione, le forme e contenuti, e l’oasi è creata.
La dinamica nomadismo sedentarizzazione, in relazione alla variabilità del clima, è
determinante per la genesi della poetica e simbolismo del giardino. L’alternanza di fasi aride e
umide hanno imposto di convivere con una natura in cui ambienti dove le dune delimitano
depressioni saline sterili possono trasformarsi in praterie circondanti laghi ricchi di pesci e
crostacei. Quando la situazione si inverte si devono applicare soluzioni per mantenere
l’insediamento stabile in condizioni divenute difficili o scegliere le vie del deserto. I gruppi costretti
al nomadismo hanno il ricordo ancestrale di luoghi e città perdute verdeggianti nell’aridità. Nelle
loro migrazioni possono portare con sé solo lo stretto indispensabile, così la memoria di questo
passato scomparso è affidato ai poemi ripetuti durante le veglie delle carovane e ai simboli
trasmessi attraverso i piccoli oggetti di artigianato. Si dice che ogni gruppo nomade tramandi nelle
particolari rappresentazioni dei suoi tappeti il disegno di ancestrali città e giardini perduti. Si spiega
così l'apparente paradosso di popoli nomadi che hanno creato realizzazioni urbane e architetture
straordinarie. Nomade e sedentario non sono condizioni genetiche di gruppi contrapposti ma il
risultato delle vicende e necessità socio culturali. Nella storia si verificano conflitti e rapporti di
dominio ma appena le condizioni lo rendono possibile la vita stabile è ricreata tramite la
cooperazione, la simbiosi e la messa in comune della abilità necessarie. La gestione appropriata
delle risorse necessita una collaborazione sociale, in particolare per quanto riguarda
l’organizzazione di lavori comuni per lo scavo di dighe e canali, la raccolta di acqua, la formazione
e la protezione di terreno coltivabile. Il carattere del progetto, la sua dimensione lirica, la visione
favolistica è frutto del lungo processo di attesa, memorizzazione e trasmissione maturato negli anni
e le generazioni. Porta il segno dei percorsi infiniti delle carovane, della ripetitività senza tempo
degli spazi deserti, del desiderio di protezione e conforto, dell’anelito al premio dopo la lunga
espiazione. Quando il progetto agognato diventa una realizzazione concreta è stato reso essenziale
dalla precarietà e le carenze, perpetuato tramite le astrazioni simboliche, sublimato nel racconto e il
desiderio. La implacabile forgia della vita nel deserto misurata sui ritmi stagionali, ambientali e
celesti ha conferito organizzazione, geometria, armonia e ambizione astrale. Ancora oggi nel Sahara
le coltivazioni delle oasi si chiamano jennat, che significa giardino e Paradiso.

6. Oasi calde e oasi fredde: il ruolo centrale dell’Iran

Le condizioni climatiche e le diversità geomorfologiche determinano le distinzioni fondamentali


tra i tipi di oasi. Una differenza nella scala macroscopica è determinata dalle temperature che
distinguono, all’interno delle regioni aride del pianeta, i deserti caldi e deserti freddi. I primi
includono il Sahara, compresa l’Arabia, i secondi i deserti asiatici a nord e ad est dell’Himalaya.
Secondo questa differenza si possono distinguere le oasi calde e le oasi fredde. Le oasi calde, oltre

148
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

all’aridità e alle variazioni termiche, si confrontano con temperature elevate; sono quindi basate su
piante e animali in grado di resistere a queste condizioni. La loro distribuzione coincide con il limite
di espansione di due componenti fondamentali dello spazio oasi: la palma da dattero (Phoenix
dactiliphera) e il cammello a una gobba (Camelus dromedarius). La palma è la prima forma di
protezione e creazione del suolo, mantiene un microclima umido, favorisce altre associazioni di
flora e fauna, fornisce il legno per le case, foglie per i recinti agricoli e per fissare le dune e produce
il dattero indispensabile per l’alimentazione nomade perché facilmente conservabile e trasportabile
nelle lunghe tappe delle carovane. Il cammello permette di percorrere lunghe distanze, dà latte,
carne e pelli. Per la sua alimentazione non pesa sulla produzione agricola poiché si nutre di piante
selvatiche negli spazi del deserto. È diffuso in tutti i deserti caldi dal Sahara, all’Arabia e l’Iran.
Gli altipiani deserti dell’Asia centrale sono caratterizzati dal completo isolamento dalle influenze
oceaniche. Per questo motivo, e per la presenza di alte montagne che intercettano le piogge, hanno
una mancanza di precipitazioni. Per cui, anche con basse temperature dovute alla latitudine e
all'altitudine, sono estremamente aridi dando luogo ai deserti freddi. Qui il ruolo di protezione del
suolo svolto dalla palma da dattero è fornito dal pioppo (Poplus nigra), la funzione alimentare
adempiuta dal dattero dalla frutta secca, come uva passa e albicocche, il mezzo di trasporto è il
cammello a due gobbe (Camelus bactrianus) addomesticato nella Bactriana antica regione
dell’Hindu Kush nell’odierno nord dell’Afghanistan, che si adatta perfettamente alle temperature
gelide e ai terreni rocciosi ed è diffuso in tutta l’Asia, dall’Iran alla Cina.
Nel Sahara entrambe le componenti fondamentali delle oasi furono introdotte dall’esterno. Il
dromedario è stato addomesticato in Oriente, la palma da dattero nell’Africa occidentale o nell’area
che va dai confini dell’India all’Iran, lungo il Golfo di Oman e il Golfo Persico. Quest'ultima
regione presenta caratteristiche strategiche per l'origine dell’oasi. L’Iran ha condizioni comuni sia ai
deserti freddi dell’Asia Centrale sia quelli caldi dell’Arabia e il Sahara. È costituito da un mix di
zone aride e semi aride circondate da catene di alte montagne ai piedi delle quali si collocano le
città. Ha poca pioggia, dai 5-25 cm all’anno. Fa freddo d’inverno e caldo e secco d’estate, con venti
violenti che spazzano l’intero altipiano e i deserti infuocati. È stato detto che queste condizioni
rendono l’area un luogo inappropriato per la costruzione di giardini (Moynihan, 1980). Questo è
vero se riferito ai giardini europei ma l’esatto contrario pensando al giardino come oasi. Per la sua
posizione geografica, l’estensione, l’importanza dei suoi rilievi, la storia e la dimensione dei suoi
deserti, l’Iran ha rappresentato nel tempo un'area strategica per lo sviluppo e la diffusione di sistemi
di oasi. L’Iran ha un’altissima variabilità climatica e fito-geografica e una straordinaria diversità
delle culture che si perpetuano in territori inaccessibile e ostili. La storia dell’Iran ha plasmato sé
stessa al crocevia di imperi, immigrazioni e commerci, ed è stata forgiata nei deserti terribili del
Grande Kevir e del Lut. Si determinano una cultura e un'identità che sono state chiamate né
occidentali né orientali. È una definizione che si adatta perfettamente al ruolo storico di questa
regione cerniera tra deserti caldi e deserti freddi.
L’antica Persia a partire dalle conquiste di Ciro il Grande nel 550 BCE divenne il più grande
impero del mondo esteso a Ovest dal Mediterraneo, comprendendo i deserti della Libia, dell’Egitto
e l’altipiano anatolico, a Est fino all’Indo al di là del quale si trova il deserto del Thar nel Rajastan
indiano. A nord arrivava fino ai Monti del Caucaso, il Mar Caspio e la Scizia che è la chiave per le
grandi steppe uraliche, della Mongolia fino alla Cina con i deserti del Tklamacan e del Gobi. La
Scizia, patria dei grandi nomadi eccellenti conduttori di carovane, comprende i deserti del Karakum
e del Kizilqum tra il fiume Amu Darya (Oxus) e Syr Daya (Iassarte) che hanno giocato nella storia

149
Pietro Laureano

un ruolo paragonabile a quello di altri grandi fiumi sede delle più antiche civiltà come il Tigre e
l’Eufrate, il Nilo, l’Indo e il fiume Giallo. Sulle loro rive si estendono la Corasmia celebre per la sua
giada e i suoi turchesi; la Battriana luogo di origine del cammello; la Sogdiana la cui capitale è
Afrasiab, in seguito chiamata Samarcanda. Nella parte più orientale si apre valle di Fergana, dove i
cinesi hanno collocato la mitica sede dei cavalli celesti, rinomata per le sue selle e armature.
A Sud l’impero si estende lungo il Golfo Persico, il Golfo dell’Oman e il Mare Arabico
comprendendo nella parte occidentale la Mesopotamia dove si sono sviluppate le prime città. Nella
parte sud-orientale è in contatto con le civiltà della valle dell'Indo dove Harappa e Mohenjo-Daro
risalenti al terzo e secondo millennio, sono antiche aree di agricoltura e domesticazione. Lo stretto
di Hormuz rende facile raggiungere la penisola arabica e le antiche culture di Oman e Yemen.
L'impero persiano achemenide per 200 anni dal 550 al 230 BCE governa su tutte queste aree,
realizzando l’unificazione di gran parte del mondo conosciuto, e attraverso un sistema di strade,
strutturate dalle oasi, promuove gli scambi e la diffusione delle tecniche e conoscenze dal Sahara
all’India e l’Asia centrale.

7. Ai piedi del Caucaso i miti del ghiaccio e del fuoco

7.1 Il Paradiso di Zoroastro


Il Caucaso è un’area strategica nella storia dell’umanità e lo sviluppo delle prime società.
Percorso obbligato dei primi gruppi umani provenienti dall’Africa attraverso l’Arabia e area di
diffusione verso l’Asia e l’Europa di tutte le successive migrazioni. In questa regione hanno origini
popolazioni e miti e che risalgono alla civiltà Kurgan e alle prime culture indoeuropee, le saghe del
fuoco e del ghiaccio. Sulle rive del Mar Caspio, nell’attuale Azerbaijan, il fenomeno geologico
della fuoriuscita spontanea di fiamme dal terreno può essere all’origine dell’uso preistorico del
fuoco e dei culti da esso derivato. La narrazione biblica del diluvio universale potrebbe avere
riscontro proprio nelle alternanti inondazioni e regressioni del Mar Nero e il Mar Caspio dovute allo
sciogliersi dei ghiacciai. Le montagne del Caucaso sono indicate come l’approdo dell’Arca di Noè.
Ricerche scientifiche hanno dimostrato l’esistenza in queste aree della prima coltivazione della vite
e della fabbricazione del vino che nella narrazione biblica si vuole introdotto proprio da Noè dopo il
diluvio. Nel Gobustan sulle rive del Mar Caspio, è possibile ancora ammirare nei graffiti preistorici,
risalenti a quasi 20.000 anni fa, la vita dei cacciatori nomadi e gruppi pastorali, gli esperimenti di
domesticazione, le prime coltivazioni, le grandi barche, i carri e le feste e i riti della vita sociale. Un
ruolo di rilievo era dato alle donne raffigurate in fogge di guerriere e con funzioni di comando. Le
precise raffigurazioni di imbarcazioni richiamano i popoli Normanni, della Danimarca e la
Scandinavia, i cui dei, secondo i loro miti, provenivano dal Caucaso. Le donne vichinghe
combattevano insieme agli uomini. Le imbarcazioni, i drakkar, con cui dalla fine dell’VIII sec CE
secolo all’XII sec. CE dominarono i mari appaiono straordinariamente simili a quelle rappresentate
sulle rupi del Gobustan. Gli antichi Greci collocarono proprio nel Caucaso le vicende di Prometeo
punito perché fornisce il fuoco all’umanità. Prometeo è il padre di Deucalione che insieme a sua
moglie Pirra ricostituì la specie umana distrutta dal diluvio. Per farlo gettarono alle loro spalle delle
pietre che si trasformarono in esseri umani. Il mito esprime il ruolo del giardino nella genesi della
umanità perché liberare dalle pietre un terreno è il primo atto per coltivarlo.
Nel Caucaso, intorno al I millennio BCE, nasce la religione zoroastriana diffusa, nel periodo
achemenide, in tutto l’Iran e i cui templi sono ancora esistenti, come l’Ateshgah a Baku in
150
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Azerbaijan (Fig. 4). L’Avesta il libro sacro di Zoroastro riporta un racconto molto simile alle
vicende bibliche del giardino dell’Eden. Ahura Mazda, la luce, aveva creato la prima coppia umana
collocata in un meraviglioso giardino nei cieli. Questo era irrigato da molti canali, ricco di frutti e
da lui nascevano quattro fiumi. Tutte le creature vi vivevano in assoluta perfezione. Ma Ahriman,
uno degli spiriti incaricati di illuminare il giardino, lasciò cadere una torcia diffondendo il fuoco e,
per punizione, fu scaraventato in basso divenendo il Signore delle tenebre. Nel conflitto che seguì
l’Uomo, che era stato dalla parte di Ahriman, fu cacciato dalla residenza celeste ma Ahura Mazda
gli indicò la via della redenzione raggiungibile attraverso la realizzazione dei giardini di cui gli
insegnò la costruzione come paradisi in terra, a modello di quello celeste. I giardinieri depositari di
queste conoscenze erano chiamati in persiano chaman. Nel paradiso zoroastriano, vahishit,
(behesht) ricorre la ripartizione in quattro. Vi si trovano quattro palazzi: il dominio del Buon
pensiero, delle Buone parole, delle Buone azioni e il più alto il Palazzo della Infinita Luce. I quattro
elementi e i caratteri sacri celebrati nei padiglioni, terra (suolo, nutrimento) acqua (vegetazione),
aria (vento, cielo) e fuoco (luce, piante) si ritrovano nelle culture locali. Gruppi caucasici erano gli
Ari e gli Asi che si spostarono a Sud verso gli altipiani iranici, in Europa e in India.
Linguisticamente è stata dimostrata la comune discendenza indoeuropea di pastori nomadi che
all’occorrenza divengono agricoltori e costruttori di cittadelle su alture fortificate. In vestigia
archeologiche risalenti al I millennio sono chiaramente visibili gli ingressi porticati e i templi con
pianta quadripartita. Nell’incrocio della volta a crociera centrale si erge una torre con aperture nelle
quattro direzioni, versione in pietra di più arcaiche strutture lignee.

7.2. Sheki, il giardino diventa città


Antiche tipologie architettoniche e urbane si perpetuano nella città di Sheki posta lungo una
delle diramazioni della via della seta alle pendici meridionali della catena del Caucaso, nell’attuale
Azerbaijan. Nelle fonti medievali il nome della città si trova in varie forme: Shaka, Shekin. Si
ritiene che la parola Sheki sia associata al nome delle tribù dei Sakas che vagavano nel settimo
secolo CE dalle rive del Mar Nero al Caucaso meridionale e da lì all’Asia Minore attraverso
Derbent. I risultati degli scavi archeologici nelle vicinanze della città, permettono di determinare la
fondazione intorno al primo millennio BCE. Secondo fonti archeologiche, già nel III-V secolo CE i
residenti della zona coltivavano i bachi da seta e ne producevano le stoffe. La mitica città di Asgard
sede degli Asi venerati dai popoli Normanni è stata identificata in questa località. Gli Asi sono
divinità dai caratteri molto umani la cui città Asgard aveva al suo interno splendidi palazzi e vi
crescevano l’albero della vita, da cui sono derivati tutti i semi, e l’albero della conoscenza, l’asse
del mondo. Gli Asi migrarono, seguendo il loro capo Odino, verso le terre del Nord, fermandosi in
Svezia dove dettero luogo all’epopea vichinga. Gard ha la radice di recinzione, recinto così Asgard
è la città giardino recintato degli dei.
Nel 1772 CE Sheki fu distrutta da una inondazione e ricostruita seguendo precisamente le
regole arcaiche che possiamo riconoscere ancora nei villaggi vicini. Per questo Sheki conserva le
antiche forme urbane e architettoniche con il sistema idrico, i giardini, le strutture produttive della
sericoltura e la peculiare organizzazione della casa e i campi coltivati. È un esempio ancora intatto
di come l’integrazione tra produzione agricola e la poetica del giardino divengano città. Il modello è
conosciuto come la nuova concezione urbana della città verde o città giardino che era stato
applicato dal grande nomade delle steppe Timur Lang (Tamerlano) nella ricostruzione di
Samarcanda nel 1370 CE e sviluppato dai suoi successori. Fu utilizzato nel grandioso impianto

151
Pietro Laureano

dello Char bagh di Isfahan dai Safavidi nel 1600 CE (Fig. 5).
La trama urbana della città di Sheki è determinata dal sistema di raccolta e distribuzione
dell’acqua. La città è situata nel bacino idrografico del fiume Kish in uno spazio drenato da torrenti
che sono stati nel tempo intercettati e trasformati in una rete di canali. A questo apporto idrico si
aggiungono le acque provenienti dai ghiacciai montani e quelle meteoriche. La rete di distribuzione
è diversificata distinguendo le acque in più e meno potabili secondo le differenti origini: potabile,
piovana e di torrente.
L’acqua potabile viene captata dallo scioglimento delle nevi e da sorgenti e incanalata con
condutture di argilla alle abitazioni e agli edifici specialistici come gli hammam e le moschee.
Questi marcano la suddivisione in contrade i mehalla, organismi di gestione sociale e di vicinato.
L'acqua piovana viene drenata dal sistema di strade che sono organizzate secondo le linee di
pendenza per sfruttare la gravità. Le stradine hanno un uso multifunzionale. Sono percorsi nei
momenti secchi, formano una rete di torrentelli durante le precipitazioni e, costruite con un leggera
inclinazione verso il centro, dove è incisa una canaletta, sono un sistema di drenaggio e di raccolta.
Le acque convogliate al centro delle stradine sono indirizzate verso i giardini.
La raccolta dell’acqua dei torrenti è realizzata con prese a monte permettendo di rifornire più
a valle terreni a un livello superiore rispetto al corso idrico. Le acque intercettate arrivano in un
sistema di vasche di sedimentazione per eliminare lo sporco e quindi vengono convogliate tramite
canali di superficie. Sono acque meno potabili e, dato il maggior flusso, vengono utilizzate per
l’irrigazione, le strutture dei mulini, la produzione della seta e per le pulizie.
Le linee di trasporto idrico scorrono a cielo aperto interrotte da numerosi pozzi di
decantazione e distribuzione. Piccole piscine quadrangolari servono a monitorarne il flusso e
indirizzarlo secondo le norme e necessità di utilizzo. Tutto il sistema funziona attraverso un
accurato controllo delle pendenze e delle portate d’acqua la cui destinazione finale sono le
coltivazioni. L’irrigazione viene effettuata per gravità con le canalizzazioni superficiali più
importanti lungo le strade principali su cui si diramano le bande ortogonali dei campi. Dalla strada
principale si dipartono uno o più solchi di distribuzione dell’acqua che servono rispettivi giardini
tramite chiuse che regolano il flusso. I giardini sono completamente murati con l’abitazione
collocata con il lato lungo nel margine Nord, sulla strada. Qui la costruzione presenta una superficie
continua senza aperture e l’ingresso si fa per una porta nel giardino. L’edificio è piccolo con i tetti a
spiovente senza comignoli. Il tipo di base ha un piano o due e planimetria allungata formata di due
stanze o poco più. Il lato dell’edificio, verso il giardino, ha una profonda veranda, il seyyan, rivolta
a Sud o Sud-Est coperta da un alto tetto di legno. La facciata sul giardino, costruita in mattoni di
terra o pietra, è decorata con motivi geometrici e intonaci di colore ocra, bianco brillante, gessi
scolpiti e pannelli di legno incisi. La veranda è ornata da alte colonne di legno spesso istoriate in
modo elaborato. Altre decorazioni abbelliscono il tetto e le cornici in legno dell’attico le cui
finestrature sono spesso realizzate con l’elaborato mosaico di vetri colorati della tradizione locale
chiamato shabaka.
Il giardino, elemento strutturante dell’organizzazione urbana, è il punto terminale del
sistema idrico di Sheki. Nel giardino la casa è collocata in una posizione perimetrale con il lato
lungo dove si trova la veranda che si affaccia sull’area coltivata. Ai margini sono disposti gli alberi
più grandi, noce, castagno e gelso. Quest’ultimo è importante perché fornisce il cibo principale per
il baco da seta. Le colture orticole sono costituite da piante stagionali come cetrioli, cavoli e grano
suddivise per tipologie e intervallate da alberi da frutta più piccoli come noccioli, meli, peri,

152
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

melograni, nespoli. Questa parte del giardino è suddivisa in sottosezioni secondo le colture. Il
canale principale, attraversa il giardino, per rifornire il proprietario successivo. Insieme alla casa, il
campo coltivato è il fulcro dell'economia della vita sociale, produttiva e familiare. Il complesso
abitato e agricolo è una struttura produttiva e autosufficiente basata su processi di coltivazione e
manifattura. L’attività principale è quella della produzione di seta. A questo scopo il tetto della
abitazione assolve a funzioni importanti in modo ingegnoso. I tetti come si è detto non hanno
comignoli e il modo in cui viene evacuato il fumo costituisce un sistema elaborato multifunzionale.
Il fumo dei caminetti posti al piano sottostante non viene convogliato all’esterno ma si sparge
nell’attico e disperso attraverso la copertura. Si ottengono così molteplici risultati: un ambiente
sterile per seccare i bozzoli; la cura del legno i cui parassiti e insetti sono uccisi dal fumo; la
protezione delle coperture dal peso della neve perché la dispersione del fumo la riscalda, la scioglie
e ne impedisce l’accumulo. Soluzioni di questo tipo, che nella semplicità delle strutture costruttive
sono ingegnose ed elaborate, derivano dall’affinamento di esperienze arcaiche in costruzioni
realizzate con materiali smontabili e riutilizzabili. È probabile che il tetto traspirante derivi dai
villaggi di capanne a pali di legno del nomade. In questi le grandi sale comuni avevano un posto per
il fuoco al centrale dove per ampliare e creare un volume più elevato la copertura si intersecava con
travature ortogonali. La costruzione in questo punto di una torre da cui si disperde il fumo
determina la tipologia costruttiva del tempio a pianta quadripartita con torre centrale di tradizione
caucasica origine delle chiese e moschee locali.
Elaborati dispositivi architettonici di gestione microclimatica e ambientale sono presenti
negli edifici più complessi di Sheki, come il palazzo del Khan, i caravanserragli e le fortificazioni.
Sheki è stata la capitale del Khanato fondato nel 1743, durante il regno di Nader Shah, ed era uno
degli stati feudali più forti tra i khanati caucasici che si formarono come regni indipendenti alla fine
della dinastia Safavide (1501-1722). Dopo la distruzione totale nel 1772 il Palazzo del Khan è stato
ricostruito in una nuova posizione all'interno della Cittadella come principale edificio dominante la
città. Il palazzo è un capolavoro architettonico (Fig. 6). Le dimensioni contenute di soli due piani
non si discostano dalla tipologia della casa di base di Sheki. Utilizzando gli stessi elementi
costruttivi si realizza un’opera eccezionale senza ricorrere a grandiosità di dimensioni e
magniloquenza. La posizione scenica riproduce lo stesso rapporto della casa manifatturiera con il
giardino. La parte posteriore cieca verso la strada è rivolta a Nord. La facciata di ingresso a Sud è
stata posizionata in funzione di due grandi alberi di platano che all’epoca della costruzione avevano
oltre 200 anni e ora ne hanno 500. Questi danno ombra e riparo alla struttura creando un portico
vegetale. La solennità dei tronchi e la maestosità delle chiome sono integrate nel progetto così la
forza della natura diviene parte della architettura. L’edificio si afferma non rivaleggiando nelle
dimensioni ma tramite il disegno, la geometria, il significato. L’intera facciata è completamente
decorata, ripartita dai fregi, scavata dalle nicchie, cesellata nelle volte, impreziosita dalle vetriate
colorate e da caleidoscopi di specchi. Si sviluppa in un solo piano bidimensionale senza giochi
prospettici e di volumi così non c’è una gerarchia di elementi e, da qualsiasi punto, la visione è la
stessa. Le decorazioni conferiscono varietà e intersecarsi di forme con lo stesso effetto che si ha nei
tappeti dove, su una superficie piana, il disegno determina dimensioni molteplici.
L’interno è un’esaltazione dello stesso procedimento (Fig. 7). Si celebra e rappresenta la
sovranità, ma non con la gerarchia dei volumi e la imponenza delle dimensioni. Le stanze hanno
tutte un semplice modulo costruttivo ma sono completamente decorate, dalle pareti, alle vetrate
colorate delle shabaka, al soffitto totalmente istoriato. Si è immersi in un mondo di fiori, piante,

153
Pietro Laureano

vegetazione e animali stilizzati o naturalistici, avvolti dalla luce filtrata dal mosaico delle vetrate,
rapiti dalle trame e dalle sensazioni. Le decorazioni ripetono uno stesso racconto ribadito dal
simbolismo dei disegni e dei colori. Sono stati usati solo pigmenti naturali per realizzare i quattro
colori fondamentali che richiamano i quattro elementi in un caleidoscopio di significati. Il giallo è
terra e cibo, perché i campi maturi sono gialli, ed è anche il colore della maestà, infatti al sovrano si
deve la prosperità. Il verde è acqua, vegetazione e vita. Il blu è il colore del cielo e della divinità. Il
rosso è fuoco, è la fiamma guizzante e la pianta che ondeggia, è la donna che porta in sé il ciclo del
sangue, la passione e le nascite. Il palazzo, specchio della sovranità, riflette al suo interno l’intera
città con i suoi giardini. Nella ripetizione, gli annidamenti e le molteplici dimensioni, inscena il
ciclo delle stagioni, il lavoro e lo svago, la guerra e la pace, la vita e la morte, il tutto nell’uno.

8. Dilmun, l’oasi isola, paradiso dei Sumeri

I confini meridionali dell’impero achemenide si estendono dalla Mesopotamia lungo il Golfo


Persico, Il Golfo dell’Oman e il Mare Arabico fino alla valle dell’Indo comprendendo civiltà che,
tramite le navigazioni e gli scambi commerciali, hanno sviluppato fenomeni culturali comuni.
Hanno tutte un rapporto molto particolare con la natura in cui la coltivazione, la creazione di luoghi
panoramici di osservazione, contemplazione e simbolici, le piantagioni di alberi lungo i fiumi e nei
giardini avevano un carattere insieme produttivo e sacro. I Sumeri dal 4.000 BCE occuparono le
terre tra il Tigri e l’Eufrate inglobando le culture neolitiche semite di Obaid, Uruk e Ur diffuse in
tutto il deserto arabico. Alla cultura di Obaid si devono le prime esperienze idriche nella costruzione
di pozzi, superfici di captazione, argini e canali, i recinti e trincee sub circolari, gli allineamenti di
pietre cosiddetti a buco di serratura, gli estesi campi di tumuli. A partire da queste i Sumeri dettero
luogo nel 3.000 BCE alle civiltà urbane. Fulcro delle città era la Ziggurat, una piramide terrazzata a
più piani. Sulla cima si trovava un tempio utilizzato come osservatorio astronomico e alla base i
magazzini per conservare il cibo e le risorse della città. Dai disegni riportati in tavolette di argilla
sui gradoni terrazzati risultano alberi e vegetazione proprio come nei più tardi giardini pensili di
Babilonia noti come una delle meraviglie del mondo antico. Sono evidenti i caratteri comuni con i
palazzi del paradiso Zoroastriano posti su terrazze sovrapposte. Anche l’uso del chahar taq, la
struttura aperta alle quattro direzioni, e le divisioni quadripartite geometriche dei padiglioni dei
Giardini Persiani fanno parte di concezioni, motivi geometrici e simbolici propri alla Mesopotamia,
le civiltà della Valle del Sindh, in Pakistan, fino all’India. Le antiche civiltà dell'Indo si
svilupparono parallelamente a quelle del Tigri, dell'Eufrate e del Nilo. Quando dal terzo millennio
si formarono complessi urbani lungo i fiumi, ai margini di queste aree, in Arabia e nei deserti di
Iran, Pakistan e India, si intensifica la produzione alimentare grazie alla cultura nomade e alla
pastorizia, la caccia e pesca, con pieno sfruttamento delle varie risorse dell'ambiente desertico. La
vicinanza delle sponde facilita il commercio tra le due rive del Golfo Persico.
La linea costiera è frastagliata da depressioni ed estuari di wadi. Le numerose isole sono
separate tra loro e dalla costa da mari poco profondi che sono facilmente attraversati dai cammelli,
grazie alla testa posta più in alto di quella di altri animali. Così il deserto e il mare si compenetrano
alternando aridità estreme, savana arborea, paludi e lagune. La grande bio diversità, la presenza di
differenti ecotoni, nicchie e micro ambienti specifici ha come riflesso la diversità culturale e la
formazione di competenze diversificate. Il progressivo adattamento e la specializzazione forgia

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

gruppi con le conoscenze necessarie per la sopravvivenza: contadini con cereali e animali,
costruttori di abitazioni di terra cruda; pastori nomadi abitanti nelle tende con i loro animali;
commercianti pescatori che vivono in capanne con il basamento in pietra e copertura globulare di
giunco. Ogni gruppo, organizzato in clan familiari sviluppa e amplifica le competenze nel proprio
settore: agricolo, pastorale, marittimo. Nell’alternarsi delle condizioni climatiche si può ricorrere di
volta in volta all’adattamento opportuno, garantendo la sussistenza. La differenza tra i gruppi non è
etnica né ideologica. Secondo le necessità gruppi nomadi possono compiere una opzione sedentaria,
tornare alla vita brada dei deserti o praticare le attività marittime. Quando la scelta sarà la
cooperazione e l’alleanza in luoghi stabili, si avrà la creazione dell’oasi di mare.
Nel Golfo Persico l’isola del Bahrain è stata riconosciuta come la mitica Dilmun, l’isola -
oasi - paradiso dei testi sumeri, da cui la palma e le altre piante coltivate sarebbero pervenute
all'umanità. Nell’oasi isola si praticava in modo intensivo la coltivazione della palma da dattero.
L’enorme quantità di tumuli sepolcrali ritrovata ne attestano la caratteristica di luogo sacro. Alla
ricerca del Paradiso si recò il re divinizzato di Uruk, Gilgamesh, le cui gesta sono narrate nel primo
poema epico della storia dell'umanità. La più antica attestazione del suo nome compare nella lista
degli dei rinvenuta a Fara sull’Eufrate nell’attuale Iraq risalente al 2.600/2.450 BCE. Il racconto è
giunto a noi su tavolette di argilla in diverse versioni, sumero, accadico, elamita e babilonese. Noto
come l’Epopea di Gilgamesh contiene, tra l’altro, la prima narrazione del diluvio universale e della
pianta dell’immortalità. Vi si dice che quando il dio Enlil scatena il diluvio universale distruggendo
l’umanità il dio Enki salva un uomo, chiamato Ziusudra o Utanapištim a cui affida la costruzione
dell’arca e la salvezza di tutte le specie. In premio ottenne la vita eterna grazie ad una pianta
coltivata a Dilmun, il giardino paradiso affidatogli. Gilgamesh compie il suo viaggio e,
immergendosi in un canale, trova la pianta dell’immortalità che poi perde mangiatagli da un
serpente.
Le ricerche archeologiche hanno confermato che alla fine del terzo millennio BCE, il centro
di Dilmun passò da al-Hasa, nel deserto arabico collegata sino ad allora alla costa da un sistema di
paludi e canali, all’isola di Bahrain dove la città fortificata di Qahalat el Bahrain ne divenne la
capitale. Questo spostamento coincide con il fatto che Dilmun divenne la principale potenza
mercantile nel commercio del Golfo. I ritrovamenti dei celebri sigilli di Dilmun mostrano la
estensione in molti altri siti nella regione del Golfo fino all'Oman e allo Yemen e i rapporti
commerciali dalla Mesopotamia all’India e l’Africa. La flessibilità delle strategie di sussistenza,
insieme alla sua posizione geografica favorevole su una delle principali rotte commerciali del
mondo antico, ha dato a Dilmun la capacità di svilupparsi in una civiltà unica e la capacità di
sopravvivenza in una regione inospitale (Potts, 1983). L’oasi di mare ha forma circolare ancora
riscontrabile in oasi di depressioni caratterizzate dalla presenza di acqua affiorante come a Siwa in
Egitto. È dovuta all’esistenza di un punto centrale, pozzo o polla d’acqua e canalizzazioni a settori
di cerchio sviluppo del modello della cultura neolitica di Obaid. Con il modificarsi de metodi di
captazione e distribuzione cambia anche il modello spaziale dell’oasi.
Le ricerche archeologiche condotta da Serge Cleuziou e Maurizio Tosi in Oman hanno
mostrato l'esistenza di oasi del 3.000 BCE, situate vicino alle miniere di rame di cui hanno
permesso lo sfruttamento (Cleuziou e Tosi, 2007). Queste hanno prosperato per tutto il terzo
millennio attraverso la coltivazione, all'ombra di palme da dattero, di grano e sorgo e l’allevamento
di asini, buoi, pecore, capre e cammelli. La struttura era quella dei pozzi fortificati diffusi in tutta
l’Arabia formati da torri o recinti circolari con al centro un pozzo collegato a sistemi di canali nel

155
Pietro Laureano

palmeto come quelli rinvenuti a Hili nell’oasi di al Ain. Si sviluppa la tecnica dei canali superficiali
che spesso si intersecano tra di loro in quadripartizione chiamati falaj. Per l’esaurimento delle
risorse idriche questi siti furono abbandonati nel secondo millennio e riutilizzati intorno al 1300
BCE grazie all'introduzione delle gallerie drenanti sotterranee. Si tratta di una tecnica che, dove non
esistono acque apparenti, permette di estrarle dal sottosuolo e canalizzarle in superficie utilizzando
solamente la gravità. Le gallerie drenanti, qanat, sono citate in un'iscrizione del settimo secolo del
re assiro Sargon II e sono menzionate dallo storico greco Polibio nel secondo secolo BCE (Polibio,
storie X, 28). Sono descritte nelle cronache cinesi della dinastia Han nel 53 BCE (II Libro di Han,
Storia della Regione occidentale) e sono presenti in molti manuali agricoli di tradizione araba, la
monumentale opera dall'agricoltura nabatea dal 1° secolo CE al trattato di Al Karagi dell’XI secolo
CE. Le gallerie sono scavate per chilometri lungo il pendio con un allineamento quasi orizzontale al
terreno, perfettamente calcolato al fine di mantenere una leggera pendenza e permettere il trasporto
dell’acqua nei luoghi di coltivazione. Il loro modo di operare è determinato dalle situazioni
ambientali variando da una funzionalità di semplice convogliamento d’acqua, simile ad un
acquedotto sotterraneo quando nelle situazioni a monte ci sono sorgenti, a una vera e propria
capacità di produrre acqua, tramite la captazione di microflussi e il vapore atmosferico, nelle
situazioni iperaride (Laureano, 2012). Ai qanat sono abbinati una serie di altri dispositivi come
mulini e frantoi sotterranei e sistemi di climatizzazione come i badgir le cui torri captano e
distribuiscono il vento nella abitazione raffrescato tramite il passaggio nella canalizzazione.
La tecnologia delle gallerie drenanti diventa un fattore determinante per la creazione di oasi che
a partire dal primo millennio sono sviluppate su grandi estensioni territoriali dagli imperi per
strutturare le carovaniere intercontinentali. La diffusione è attestata in molteplici aree geografiche
con una grande varietà di denominazioni: qanat in Iraq e Iran, karez in Cina lungo la via della seta,
falaji Oman, surangan in India khettara in Marocco, foggara in Algeria, guettara e m’louka in
Tunisia madjirat, cimbras, mine, zanias in Spagna, cunicoli, ingruttati, bottini in Italia, mambo in
Giappone.
La rete di oasi struttura il commercio attraverso le vie carovaniere che, grazie alla diffusione
inter continentale dei deserti nel vecchio continente, permettono gli scambi sull’intera Terra emersa
eurasiatica e ne rendono possibile anche la circolazione delle idee e concezioni.

9. Specchio del cielo e mondo sotterraneo: i bacini d’acqua di Shushtar

Nell’Iran Sud Occidentale, il Kuzestahn, al confine con l’attuale Irak si sviluppò dal 2400 al 539
la civiltà Elamita in rapporto con gli antichi regni mesopotamici dei Sumeri e degli Accadi, loro
successori. La capitale elamita era Susa, oggi un importante sito archeologico, 60 km a nord-ovest
dell’attuale Shushtar. A Chogha Zambil trenta chilometri a sud-ovest di questa stessa città si eleva il
più grande centro cultuale di questa civiltà, una ziggurat di antica tradizione sumera, risalente al
1.275 - 1.240 BCE (Fig. 8). L’area, completamente desertica, è attraversata dal fiume Karun parte
del bacino idrografico dell’Eufrate. Le popolazioni hanno nel tempo sviluppato tecniche ingegnose
per sfuggire l’arsura e utilizzare le risorse del fiume. Siamo abituati a considerare la Ziggurat un
monumento isolato che si eleva verso il cielo tralasciando la parte non visibile della struttura, quella
semi sotterranea, realizzata nella massiccia mole e collegata alla rete di lavori di scavo e idraulici,
opere fondamentali per la comprensione del complesso nel contesto urbano e ambientale. Sono state

156
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

rinvenute superfici impermeabilizzate con bitume, canali per intercettare l’acqua, e ingegnosi
dispositivi di camere scavate in successione per filtrarla. È difficile comprenderne tutti gli usi
specialmente rispetto a quelli agricoli e vegetali deperibili e di problematica individuazione
archeologica. Numerose tecniche sono ancora diffuse nella regione per difendere le piante dalle
temperature usando cavità scavate per la coltivazione. La vite, che si ramifica in altezza, viene
piantata in profonde buche. La chioma emerge dal terreno per captare i raggi del sole mentre la gran
parte della pianta rimane al riparo nel sottosuolo dove può usufruire di protezione e umidità
realizzando veri e propri giardini sotterranei. La terra di scavo viene ammassata in cumuli a terrazza
funzionali per l’inerzia termica, per altre attività agro pastorali e liturgie familiari. Conosciamo solo
una piccola parte di queste opere che dovevano realizzare una complessità di interazioni, sia
pratiche che simboliche, tra l’uso dello spazio sotterraneo e il tumulo che, come la ziggurat
monumentale, si eleva verso il cielo.
Un esempio della organizzazione a scala urbana della gestione dell’acqua è riscontrabile
nella città di Shushtar (Fig. 9) che realizza nella varietà ed elaborazione delle funzioni una
meraviglia dall’alto valore scenico e simbolico. In mezzo al deserto i palazzi, le logge, i giardini e le
terrazze di Shushtar si ergono intorno a un bacino, specchio del cielo, in cui si riversano acque di
provenienza non apparente da cui, come in un gorgo abissale, spariscono in cavità sotterranee senza
alcuna fuoriuscita visibile. Il risultato è ottenuto grazie a un sistema complesso di scavi, movimento
e accumulo di terra e opere idrauliche che organizzano e modellano, secondo la gravità e il flusso
d'acqua, l'intera città e il paesaggio su una vasta scala territoriale. Grazie a queste opere, le
inondazioni del fiume Karun sono state regolate e convogliate verso il deserto dove per mezzo di
argini e canali, bacini e serbatoi creano spazi per l'agricoltura e anche la pesca. L’abitato antico è
collocato intorno a una grande area che è stata tutta scavata per formare, nei depositi alluvionali
della pianura desertica, una depressione. Qui vengono indirizzate le acque del fiume Karun, che
scorre vicino la città. Il fiume è sbarrato più a monte con una diga di ripartizione per deviarne una
parte fino alla depressione attraverso il canale Gargan che corre in alcuni tratti a vista e in altri
sotterraneo. L'acqua è convogliata nel sottosuolo passando al di sotto dell’abitato fino a sgorgare
nella depressione. In questa il livello dell’acqua è tenuto ancora più basso da ulteriori cavità che ne
garantiscono il deflusso. Si crea così un salto di quota alla fuoriuscita dei tunnel che si aprono sulle
pareti tutto intorno e danno luogo a numerose cascate d’acqua. L’aumento della velocità dei flussi e
le cadute d’acqua vengono utilizzate per azionare le macine di mulini nelle cavità lungo il perimetro
del bacino. I flussi sono regolati attraverso un sistema di dighe, chiuse, ripartitori, tunnel, canali e
bacini a vari livelli che creano questo sorprendente paesaggio formato da laghi nel fondo di pozze e
crateri artificiali in cui si riversano cascate. L’acqua circola grazie al calcolo preciso delle line di
gravità a partire degli sbarramenti sul fiume attraverso le gallerie alimentando i bacini ipogei nelle
case che così hanno acqua corrente e un sistema continuo di raffrescamento. Le abitazioni grazie
alle canalizzazioni sotterranee, l’architettura adatta allo scopo, lo spessore delle pareti, i materiali
costruttivi e i condotti di areazione che collegano le cavità alle torri del vento, godono di condizioni
climatiche ottimali. Di numerosi ambienti sotterranei ora in abbandono non si conoscono gli usi e
potevano essere dedicati all’allevamento, lo stoccaggio o lavorazioni e produzioni artigiane.
L’estensione e vastità delle cavità fa pensare a attività di tipo agro pastorale e manifatturiero estese
ed elaborate.
Non è possibile dare una precisa datazione delle opere idriche perché continuamente
utilizzate nel tempo sono oggetto di continuo riuso e di interventi che si sovrappongono per periodi

157
Pietro Laureano

estremamente lunghi. Le più antiche strutture risalgono alla civiltà elamita quando si realizzarono i
grandi lavori di sterro canalizzando le acque del fiume Karun. Durante il periodo del grande impero
iraniano, dal 550 BCE al 330 BCE, furono eseguiti acquedotti e dighe di ripartizione sul canale
Gargar, controllando e suddividendo le acque, per azionare i mulini. L'imponente galleria che
trasporta le acque del fiume Karun verso la città e i suoi campi, risale al Re dei Re Achemenide,
Dario il Grande (521-485 BCE) ed è tuttora conosciuta come Nahr e Dariun, il canale di Dario (Fig.
10). È possibile che le esperienze a Shushtar negli intensi lavori di ingegneria idraulica sotterranea
abbiano dato origine alla tecnologia dei qanat a cui le dinastie regnanti dettero impulso. Il qanat
rinvenuto nell’oasi di Kharga in Egitto è stato datato proprio all’epoca della occupazione Persiana. I
sovrani achemenidi crearono il contesto favorevole e adottarono le istituzioni giuridiche necessarie
di antica origine mesopotamica per lo sviluppo delle tecnologie idriche locali in tutto l’impero e nei
paesi collegati e usarono la realizzazione di giardini e palazzi a scopo di propaganda e immagine
politica. Le dinastie regnanti hanno promosso queste attività attraverso norme e con interventi
diretti nelle opere a più larga scala. I nobili e i ricchi potevano permettersi i costi di opere
imponenti, come scavare i qanat, modellare il terreno, importare le piante, progettare e architettare il
giardino. Questo diventa il centro di sperimentazione di buone pratiche e di affermazione di
immagine. Proprio nelle terre aride, non c’è niente di meglio per mostrare la potenza e la dignità
che trasformare la zona in un luogo abitabile e piacevole. Tuttavia, tranne nel caso di totale e nuova
fondazione da parte di un sovrano, gli insediamenti e città sono il risultato di una continua
applicazione e sviluppo locale a cui contribuisce la cooperazione e tutta la comunità. Le opere
idriche, in particolare, poiché indispensabili per vivere, sono introdotte fino dal primo insediamento
e, nel tempo, costantemente restaurate ed elaborate. Aumentano a tale punto di complessità e
imponenza che spesso la stessa tradizione locale le attribuisce al volere di un potente sovrano.
Questi, per avere promosso un’opera, finanziato il restauro o l’ingrandimento di quelle esistenti, è
ricordato, nelle fonti di archivio, in targhe di iscrizione o nella memoria comune, come l’unico
realizzatore. A Shushtar si comprende come il complesso ed elaborato sistema idrico sia risultato di
un lungo processo di elaborazione le cui radici rimontano alla storia e le pratiche dei popoli. La
maggior parte delle case e dei palazzi iraniani erano collegati con sistemi di captazione di acque,
spazi sotterranei giardini facenti parte di una cultura diffusa e antica. Nelle campagne numerosi
tecniche erano messe in atto per gestire le acque, potabilizzarle, ombreggiare il terreno, proteggere e
fertilizzare le piante. Oltre che le opere funzionali come prese d'acqua, ponti, dighe, sbarramenti,
fosse, cumuli di terra, torri di misurazione e controllo dell’acqua, canali, condotte sotterranee,
condotte forzate, condotti di areazione, grandi bacini vi sono anche strutture simboliche come
luoghi di culto sotterranei, bacini di purificazione, tumuli, fonti battesimali e sale per abluzioni.
Tutte le religioni hanno considerato l’acqua l’elemento fondamentale nei culti e le cerimonie.
Ognuna ha lasciato le sue tracce come i templi della divinità dell'acqua Elamita, Anahita, celebrata
sui giardini pensili delle Ziggurat o su semplici cumuli di terra; i quattro elementi di culto
zoroastriano del periodo Achemenide rappresentati nell’Avesta con i quattro fiumi che dalla
montagna si riversano nei 4 giardini; i bacini ottagonali delle liturgie sabee e le sale di abluzione
dell’Islam. L’inserimento di piante e la realizzazione di aree verdi, intrinseci alla cultura dei popoli
dei deserti, sono sempre stati reputati in Iran uno strumento per avere la possibilità di ascendere al
Paradiso tanto che tagliare o sradicare alberi è considerata un’azione malaugurata. Questo
sentimento religioso popolare e le competenze agricole e produttive del mondo rurale, agro
pastorale e delle oasi, sono la base per la creazione della città.

158
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

10. Dalla Persia all’Europa: le ceneri di Persepoli

Le prime fonti storiche dell’introduzione nella cultura occidentale del giardino persiano
risalgono a Senofonte. Questi era uno dei 10.000 spartani che parteciparono alla celebre spedizione
come mercenari di Ciro il Giovane che fu satrapo delle provincie di Lidia, Licia e Cappadacia dal
408 BCE al 401 BCE anno della sua morte. Senofonte descrive il giardino di Sardi chiamato il pairi
daeza e riporta le parole di Ciro il Giovane, che lo aveva realizzato, al generale spartano Lisandro:
“Ho piantato tutti gli alberi. Ho misurato i lotti e fatto scavare le buche. Posso persino mostrarti i
molti alberi che ho piantato di persona” (Senofonte, Economico, 48-51). Ciro il Giovane perpetua
una tradizione risalente ai suoi grandi predecessori Ciro II il Grande, imperatore dal 559 al 530
BCE, e Dario I dal 522 al 486 BCE che avevano fondato rispettivamente le capitali di Pasargadae e
Persepoli dotate di splendidi giardini. A Pasargadae le fotogrammetrie hanno rivelato la trama
ortogonale dei giardini. Di Persepoli riferisce Erodoto che Serse imperatore dal 486 al 465 BCE vi
aveva compiuto importanti lavori supervisionando la costruzione della Porta delle Nazioni, la Sala
delle Cento Colonne e il completamento dell’Apadana, e aveva ordinato a tutti i governatori delle
città all'interno dell’Iran, o in altre città dell'impero anche al di fuori dei confini, a realizzare
giardini ad esempio del pairi daeza a cui fa riferimento quando menziona le strutture che ha
costruito.
Persepoli, conquistata quasi senza combattere nel 330 BCE, è stata deliberatamente
incendiata e distrutta da Alessandro il Grande tramandato, per questa e altre efferatezze, nella
memoria persiana come uno scellerato saccheggiatore e devastatore. Molto si è dibattuto sui motivi
di questa azione ritenuta estranea allo spirito di Alessandro che in altre occasioni si era dimostrato
rispettoso del passato storico ed estimatore della cultura persiana. L’ipotesi più accreditata è la
vendetta per la distruzione di Atene da parte di Serse nel 480 BCE. Diodoro Siculo la ritiene
un’azione preventivamente decisa ed eseguita in un eccesso di delirio dionisiaco. Dopo alcuni mesi
di permanenza, portati via i tesori saccheggiati, che avevano richiesto un carico di 10.000 muli e
5.000 cammelli, Alessandro e i suoi compagni, festeggiano la vittoria con un simposio. Istigati da
Taide, una cortigiana ateniese, che voleva vendicare i santuari greci bruciati dai Persiani, ebbri di
vino e in preda all’esaltazione formano un corteo dionisiaco con fiaccole in mano accompagnati da
suonatori di flauti e zampogne. Alessandro per primo avrebbe scagliato la torcia nella reggia di
Serse dando inizio alla furia incendiaria (Diodoro 17, 72, 1-6). Le ricerche archeologiche a
Persepoli hanno confermato la vicenda attraverso il ritrovamento di uno strato di cenere che copre il
palazzo che fu costruito da Dario e sviluppato da Serse e Artaserse I. La città non fu mai ricostruita
ma le sue vestigia sono tuttora la splendida testimonianza della gloria degli imperatori Achemenidi.
Persepoli è collocata ai piedi della parete scoscesa di una montagna a cui si appoggia per uno dei 4
lati dove sono scolpite le tombe reali (Fig. 11). È formata da una terrazza artificiale di pietra
calcarea di 440X300 metri alta 14 metri realizzata scavando, riempiendo e livellando la roccia
naturale. Al di sotto scorrono i tunnel per le acque di scarico e un grande serbatoio è scavato nella
parte orientale della montagna. La terrazza si elevava a sua volta in 4 livelli ricchi di magnifici
complessi come il grande Apadana, il Palazzo delle Cento Colonne, il Tachana, disposti secondo
una pianta ortogonale. Sono adornati da possenti colonnati, imponenti architravi, portici slanciati,
statue colossali di sfingi e tori alati e murature di pietra rivestite di piastrelle di smalto colorato.
L’accesso alla prima terrazza si fa tramite la splendida scalinata a doppia rampa simmetrica divisa

159
Pietro Laureano

in due tratti, i primi in direzioni opposte, i secondi convergenti verso la Porta di Tutte le Nazioni e il
viale delle processioni. I rilievi e le incisioni scolpite sulla pietra della parte sud dell’Apadana
mostrano l’esistenza di piante come il loto, riconoscibile dai dodici petali, la palma e gli alberi di
pino e cipresso disposti in file ordinate su terrazzamenti. Illustrano il percorso della processione
composta da delegazioni che venivano da ogni parte del mondo a recare omaggi al Re dei Re e Re
di Tutte le Nazioni (Fig. 12). La città è la celebrazione di questa cerimonia, rito di propaganda
politica e sentimento religioso. La scalinata monumentale di ingresso ha una pendenza minima per
permettere agli offerenti una salita solenne. Attraverso giardini e vie d’acqua le delegazioni
procedevano verso le terrazze successive dai cui portici, padiglioni e aiwan li osservavano i
dignitari divisi, nei rispettivi ripiani, in quattro gerarchie crescenti: i nobili, i funzionari, gli
amministratori e la famiglia reale. Persepoli non è una capitale burocratica, è una città immagine
fatta per mostrare; non respinge con fortificazioni e mura, si presenta su un podio; non si chiude,
accoglie per celebrare. È un giardino paradiso, armonia degli elementi, ascesa verso il cielo. Ancora
oggi, osservandone le rovine, si può capire che Alessandro rimase abbagliato dalla città, fino ad
allora tenuta segreta come uno scrigno prezioso, tanto che i Greci non ne conoscevano nemmeno
l’esistenza. Capì che Persepoli avrebbe per sempre tramandato la gloria dei suoi nemici
trasmettendo il messaggio di sublime bellezza, grandezza e filosofia del mondo persiano. Per questo
ha dovuto distruggerla. Ma, così, ne ha fatta propria l’idea e contribuito a diffonderla.
Alessandro fu allievo di Aristotele il quale si narra gli avesse chiesto una pianta e un libro da
ogni luogo raggiunto. In tutto il mondo ellenistico, dalle città-oasi nel deserto alle grandi capitali di
fondazione, furono creati giardini di sperimentazione e adattamento di piante e animali alla stregua
di quelli persiani, da cui derivarono le forme e la concezione. A Petra sono stati rinvenuti bacini
d’acqua con padiglioni quadripartiti e i Seleucidi e Tolomei realizzarono ad Alessandria in Egitto
giardini come luoghi di contemplazione, ispirazione e conoscenza. Già Zoroastro insegnava in un
giardino. I suoi 4 elementi sono ognuno alla base della concezione dei filosofi presocratici
dell’Anatolia e Pitagora ne celebrò la sacralità nel simbolo della tetractys (il sacro quattro). Si dice
che Pitagora avesse ricevuto gli insegnamenti dei Magi, la casta sacerdotale zoroastriana, tenesse la
sua scuola in una grotta e coltivasse erbe officinali. Nella Grecia post-Alessandro le influenze
persiane si estesero in misura sempre maggiore. Teofrasto, il creatore della botanica, ereditò da
Aristotele la conduzione del Liceo, dove l’insegnamento si svolgeva in modo peripatetico,
camminando sotto i portici di un giardino e all’ombra di un platano. Epicuro (342-270 BCE)
possedeva un giardino dove fondò la sua scuola che lasciò in eredità ai sui discepoli che avessero
continuato gli studi di filosofia. L’interesse per i giardini si perpetua attraverso il mondo romano e
bizantino. Lo storico Ammiano Marcellino, che partecipò alle campagne militari romane in Persia
nel 370 BCE, nella sue Res Gestae, descrive un grande giardino nei pressi di Ctesifonte in cui si
conservavano vari tipi di piante e animali, con padiglioni dipinti da scene di caccia. L’esercito
romano diffuse in Occidente il culto misterico di Mitra, preposto nella religione zoroastriana, ad
accompagnare le anime in Paradiso. Era celebrato il solstizio di inverno in ipogei in seguito, spesso,
trasformati in chiese e fu identificato con l’Arcangelo Michele.
Le ville romane erano fattorie produttive con corti porticate a giardino. Nelle ricche dimore
di Pompei e Roma gli affreschi riprendono i temi di decorazioni di piante e animali di tradizione
ellenistica e bizantina. Dall’atrio delle ville romane derivano i chiostri, da claustrum luogo chiuso,
giardini murati di meditazione e produzione diffusi in tutta Europa dal movimento monastico. La
realizzazione di eremi e cenobi cristiani era sentita come la creazione di un paradiso nel deserto.

160
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Durante i primi secoli del cristianesimo i monaci si ritirarono proprio nei deserti dell’Egitto e della
Libia, regione che sotto la dinastia dei Tolomei, era chiamata la Tebaide e aveva la responsabilità
della navigazione sul Mar Rosso e sull'Oceano Indiano. I monasteri basiliani, benedettini e
cistercensi rispondevano a regole precise di costruzione e orientamento. Il chiostro, hortus
conclusus, racchiuso da mura, ha il pozzo nel centro della quadripartizione che, con sincretismo
religioso, è identificata come il simbolo della croce. Nel giardino si praticava la meditazione
silenziosa e la preghiera ma anche si coltivavano ortaggi, frutta, erbe medicinali e si sperimentavano
tecniche di irrigazione e agricoltura. I monasteri con la promozione di conoscenze e tecnologia, la
conservazione e riproduzione dei libri antichi divengono l’ossatura di quel processo di
rinnovamento di tutta l’Europa che sfocia nel Rinascimento. A questi sviluppi contribuiscono i
contatti e gli scambi con il mondo musulmano che nella sua espansione intercontinentale diffonde
tecniche idriche, coltivazioni e il simbolismo del giardino. Nel XIII secolo si crea a Salerno il
giardino dei semplici, il primo orto botanico europeo, in cui si coltivavano piante officinali e che
rappresentava il punto di arrivo delle prime classificazioni sistematiche e delle scienze mediche. A
queste conoscenze contribuirono le competenze, dottrine e scuole islamiche che dall’VII al XIII sec.
CE fanno sentire la loro influenza in tutto il Sud Italia veicolate dalle conquiste e anche dalle
divergenze, scontri e diaspore che ne seguirono. Sono note le contrapposizioni, conflitti e scissioni
che contraddistinguono la storia dell’Islam. La prima grande divisione è quella tra Sunniti depositari
dell’ortodossia libertaria e indipendentista dei gruppi nomadi che volevano un affidamento elettivo
del potere alla morte del profeta Maometto e gli Sciiti propugnatori della discendenza del genero
del profeta Alì che fu assassinato. I primi hanno storicamente caratterizzato la cultura araba, i
secondi quella persiana favorevole a un sistema dinastico consono alla sua tradizione imperiale.
Nei primi secoli dell’Islam la dinastia Ommayyade, di fede sunnita, conquista tutta l’Africa
settentrionale e l’Andalusia servendosi di guerrieri e condottieri yemeniti in possesso delle
conoscenze idrauliche e metodi di coltivazione nelle zone aride. Successivamente con il predomino
degli Abbasidi si attua il sopravvento dello sciismo e l’antica cultura persiana permea tutto il mondo
islamico. Il califfo abbaside Al Mansour fonda nel 762 CE la nuova capitale in Irak sul Tigri nel
luogo di un antico giardino persiano dal nome Bagh Dad e che da questo sarà chiamata Baghdad.
Alla città fu data una pianta circolare con due assi che si incrociano al centro nella forma
quadripartita dove fu collocata la Casa della Saggezza che raccolse le traduzioni di tutti gli antichi
libri persiani e riunì i più grandi studiosi da tutto il mondo. La forma circolare era già presente nella
vicina Ctesifonte celebre per il grande Iwan di terra cruda alto 40m e largo 27 e i suoi giardini,
capitale della dinastia persiana Sasanide. La struttura circolare richiama gli antichi luoghi di culto
zoroastriani come il giardino Firooz Abad in Iran, un cerchio sacro che racchiude un bacino tondo
da cui l'acqua fluisce per le coltivazioni. Un astrologo ebreo e uno persiano tracciarono il perimetro
di fondazione di Baghdad spargendo sulla sabbia nafta che, infiammata con torce, visualizzò in un
cerchio di fuoco la forma della futura capitale. Sono evidenti i rapporti con lo zoroastrismo da
sempre l'anima della cultura persiana. Si conferma la relazione tra giardino e città caratteristica dei
popoli del deserto. Nei nuovi impianti urbani si applica la forma e il simbolismo dei giardini e nello
sviluppo ed evoluzione storica la città si estende sulla trama idro-agricola. Nella consuetudine
iraniana la città si rappresenta nella strada principale tra i giardini. La quadripartizione è un
elemento della vita urbana dotandosi di edifici scenici e funzioni di svago e passatempo. Le
abitazioni sono collocate in base alle norme e dispositivi che regolano i giardini in particolare la
distribuzione dell’acqua, gli spazi sotterranei e le torri di areazione. L'importanza delle varie parti

161
Pietro Laureano

della casa è caratterizzata dalla vista sul giardino e gli spazi verdi. L’iwan, la veranda o una
semplice alcova, sono considerati gli spazi più importanti e disposti lungo l’asse del giardino. Con
l’Islam il simbolismo è assunto, rinnovato e reinterpretato in un continuo sincretismo. La quadri
ripartizione rappresenta il mondo, i quattro elementi, regole e geometrie che trascendono la sfera
terrestre. La professione di fede islamica è caratterizzato dalla doppia negazione: non c’è Dio
all’infuori di Dio. Questa è riconosciuta nella quadripartizione come l’incrocio dei due assi che si
negano e si congiungono al centro nell’unità.
Dal IX al XIII sec. BCE la dottrina ismaelita, una estremizzazione dello Sciismo, diventa un
movimento politico da cui sorsero i Fatimidi che dominarono in Egitto, Africa settentrionale, Sicilia
con forti presenze in tutto il Sud Italia. Base del movimento era il pensiero nomade e libertario dei
clan del deserto e anche l’operosità di piccoli coltivatori e commercianti. I Fatimidi diffusero nuove
varietà di cedri, aranci e limoni, le coltivazioni dello zafferano, il carrubo e il pistacchio, raffinate
tecniche di irrigazione di origine babilonese ed egiziana e nuovi ingegnosi congegni idraulici. Il
loro gusto nel piantumare e crescere ulivi, melograni, mandorli, albicocchi, peri, e numerose varietà
di agrumi si diffonde in tutto il bacino del Mediterraneo tanto che in Sicilia le coltivazioni
produttive vengono ancora oggi chiamate giardini. L’ismaelismo era una religione esoterica e il
potere fatimida si basava allo stesso tempo su un impero inter continentale, una setta religiosa e una
organizzazione segreta. Fuori dai domini, in posizioni inaccessibili a controllo di risorse strategiche
e vie commerciali, vengono creati capisaldi fortificati come nelle Rabatane, di Tursi, Tricarico e
Pietrapertosa in Basilicata, e a Frassineto, La Garde Freinet (Jabal al-qilal, monte degli alberi), e
Ramautelle (Ramat Allah), in Provenza, quest’ultimi opera di dissidenti ommayadi andalusi. Le
conoscenze islamiche nell’idraulica e la creazione di oasi si fondono con la tradizione berbera del
controllo del territorio senza organizzazione statale tramite presidi e granai fortificati su vette
inaccessibili. Su crinali a sorveglianza di itinerari, via fluviali e risorse preziose per gli scambi
internazionali, come il legname e la pece per la navigazione, in luoghi privi di acqua e di suolo
vengono create coltivazioni, insediamenti urbani e empori commerciali. Come nel movimento di
monaci guerrieri sviluppato nei successivi ribat almoravidi questi complessi fortificati sono allo
stesso tempo centri di diffusione spirituale, speculazione filosofica, conoscenze naturali e
addestramento. La loro attività è di difficile ricostruzione perché gli affiliati potevano dissimulare la
loro fede religiosa e avevano una condotta basata sulla concezione della storia fatta di periodi di
manifestazione e di occultamento. La numerologia, il pensiero neo pitagorico e gnostico hanno un
ruolo fondamentale che si riflette nella concezione architettonica e nei giardini. Raffinate
realizzazioni sono i sistemi d’acqua Aglabidi a Kairouan (Fig. 13), in Tunisia con la splendida
moschea e il suo minareto a piani sfalsati come una Ziggurat (Fig. 14), i giardini di Palermo,
Granada e Siviglia dove le sale d’acqua sotterranee e i criptoportici hanno il nome di giardini
persiani (Fig. 15).
Al crollo della dinastia Fatimide il movimento si perpetuò nella celebre setta degli Assassini
di cui è noto l’uso della simbologia del giardino (P. Filippani-Ronconi, 1973). Marco Polo descrive
il giardino di Alamut ai piedi del Caucaso da dove il loro capo Hasan I Sabbah, conosciuto come il
Vecchio della Montagna, comandava agli adepti distribuiti in rifugi inaccessibili di tutto il mondo i
delitti che condizionarono le vicende politiche del periodo. I seguaci inebriati e storditi dall’hashish,
da cui è derivato il termine assassino, venivano risvegliati in questo giardino di delizie dove
potevano godere di cibi prelibati e donne bellissime. Ritenendo di essere in Paradiso erano convinti
di tornarvi appena morti, così erano disposti a dare la vita in qualsiasi momento e pronti a ogni

162
Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

impossibile missione. Al di là delle esagerazioni di colore e la forzatura di presentare come fanatici


drogati quelli che erano colti e ispirati uomini di fede la vicenda di questi sicari, che ebbero un
ruolo importante in seno all’Islam sciita durante le crociate, contribuì alla leggenda del giardino
dimostrandone il valore propagandistico e favorendone il mito nelle epoche successive.
La propensione conoscitiva enciclopedica e sincretica del Rinascimento vede nel giardino la
summa di tutti questi aspetti: luogo mitico della creazione, della vita e della fertilità, metafora di
spiritualità e fede, spazio di esaltazione dei sensi, ispirazione letteraria e artistica, rappresentazione
e celebrazione del potere, ma anche laboratorio di piante, animali e tecniche, centro di formazione,
insegnamento e speculazioni filosofiche. Anticipate dalle realizzazioni di Sicilia e Napoli, a Firenze
si creano giardini sintesi delle nuove idee rinascimentali e delle concezioni neopitagoriche e
neoplatoniche (Fig. 16). Nel 1462 Marsilio Ficino, fonda per incarico di Cosimo de’ Medici
l’Accademia neoplatonica che ebbe la sua sede nella Villa medicea di Careggi e il suo splendido
giardino. A Pisa si realizza nel 1543 un giardino botanico a cui seguono quello di Padova che, con
la sua forma circolare quadripartita racchiudente riquadri dalle precise regole matematiche e
significato numerologico, è la sintesi delle concezioni botaniche pratiche e magico simboliche. A
Roma in Vaticano la prima cattedra di botanica fu istituita nel 1513 parallelamente a un giardino dei
semplici a cui si dedicò anche Leonardo da Vinci che basava la sua ricerca sull’attenta osservazione
della natura. Il giardino è luogo di indagine analitica, sperimentazione e individuazione di leggi e
armonie non separabili dall’incanto e la contemplazione: lo scorrere dell’acqua, le sue turbolenze,
l’intersecarsi dei cerchi di propagazione d’onda in una vasca, la distorsione ottica di uno stelo
immerso, l’umidità che risale all’interno del fusto, la forza che ne spinge la crescita, il conteggio dei
petali di un fiore, il suo sbocciare e deperire, la fragranza che permane, l’eterno ritorno della
memoria. L’opera di Leonardo innesca quel processo di sintesi tra speculazione filosofica e
applicazioni pratiche che darà impulso a tutta la scienza occidentale. Nel 1512 Leonardo ridisegna
le proporzioni umane così come erano state indicate nel manuale di architettura da Vitruvio (80
BCE circa - 20 BCE circa). Raffigura la quadripartizione con l’uomo vitruviano inserito in un
quadrato e in un cerchio. Nelle opere di autori precedenti risultava difficile fare coincidere le
estremità delle mani e dei piedi con le forme geometriche. La soluzione geniale ed estremamente
avanzata di Leonardo è ottenere la corrispondenza sdoppiando il personaggio in due immagini
sovrapposte. Così, tramite il movimento e l’evoluzione, si ha l’armonia dell’uomo, misura del
cosmo.
Oggi a fronte delle catastrofi ambientali, la crisi urbana e il collasso degli ecosistemi la
visione olistica che il giardino esprime è sempre più attuale.
Non c’è un giardino in Persia? Ma se il giardino è un’oasi e questa è un modello di armonia
e responsabilità ambientale, allora sono un giardino tutti i luoghi, dell’animo o del reale, che
abitiamo con conoscenza e amore. Il giardino è il luogo dove le ispirazioni e le idee si riflettono nel
divenire, si alimenta la memoria e si rendono concrete le passioni; è lo spazio dell’immaginario e
della pratica, della conoscenza e della esperienza, del profumo e della rosa. Il giardino insegna che
la presenza umana si realizza in un ciclo di trasformazione ed evoluzione, nel continuo deperire e
apparire, nell’alternanza dell’essere e il nulla. Dalle ceneri di Persepoli si perpetua il messaggio di
quel luogo recintato, pairidaeza, nato dalla terra, l’acqua, il cielo e il fuoco del deserto.

Se c’è un paradiso è in terra è qui, è qui, è qui.


Sa‘di (Fig. 17)

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Pietro Laureano

Riferimenti:

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Fig. 1 Oasi di Taghit, Algeria

Fig. 2 Ripartitore d’acqua, oasi di Timimoun Algeria

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Pietro Laureano

Fig. 3 L’ecosistema dell’oasi. L’oasi è un sistema autocatalitico. La fornitura d’acqua è mantenuta


e aumentata dall'installazione di palme che producono ombra, attraggono gli organismi e formano
l’humus. Il palmeto determina un microclima umido alimentato da precipitazioni nascoste,
condensazione dell’acqua e drenaggio sotterraneo attraverso le gallerie drenanti (qanat). L’abitato
viene mantenuto fresco dall’aereazione fornita dai tunnel e fornisce rifiuti per fertilizzare i campi.
L’acqua scorre superficiale nei giardini un una rete di diramazioni ripartita secondo le proprietà. Il
sistema gestisce la risorsa idrica in un ciclo di utilizzo che non solo è compatibile con le quantità
rinnovabili disponibili, ma le aumenta (Laureano 1995).

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Fig. 4 Tempio del fuoco XVII sec., Baku Azerbaijan

Fig. 5 Isfahan, Charbagh, XVI sec., Iran

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Fig. 6 Palazzo del Khan, Sheki XVIII sec., Azerbaijan

Fig. 7 Palazzo del Khan interno, Sheki, Azerbaijan

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Fig. 8 La Ziggurat di Chogha Zambil, II millennio A.C., Iran

Fig. 9 Shushtar, Iran

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Fig. 10 Il sistema dei canali sotterranei VI-V sec. A.C., Shustar, Iran

Fig. 11 Persepoli, Iran

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Fig. 12 Fregio con terrazzamenti e offerenti, Persepoli

Fig. 13 Bacini Aghlabidi, IX sec., Kairouan, Tunisia

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Pietro Laureano

Fig. 14 Quadripartizione e Minareto della grande moschea di Kairouan VII-IX sec., Tunisia

Fig. 15 Bacini ipogei nei Giardini dell’Alcazar XII-XIV sec., Siviglia Spagna

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Tra Persia e Europa. Struttura e simbolica delle oasi e dei giardini

Fig. 16 Certosa di Firenze XIV sec., il chiostro rinascimentale quadripartito, Italia

Fig. 17 Mausoleo di Sa‘di, Shiraz, Iran

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