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RITRATTI E IMPRESSIONI
per un pianoforte francescano

MARCO SCOLASTRA
pianoforte

musica di
padre GIUSEPPE MAGRINO ofm conv.

Programma:

Ritratti
Preludio. A Stefano Ragni
Preludio n. 1
Preludio n. 2
Preludio n. 3
Preludio. Buongiorno signor Scarlatti!
Monsieur Rameau. A Eugenio Becchetti
Preludio per Chopin
Monsieur Liszt
Monsieur Poulenc
Preludio quasi blues
Preludio sul Fioretto della perfetta letizia
Capriccio. Omaggio alla Spagna. Al caro maestro Marco Scolastra
Variazioni su un tema di Schumann
Sonatina “Una giornata ad Assisi”

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MARCO SCOLASTRA

Ha compiuto gli studi musicali presso il Conservatorio di Perugia diplomandosi con il massimo dei
voti e la lode con il M° Franco Fabiani. Ha studiato successivamente con Aldo Ciccolini e Ennio
Pastorino e ha frequentato corsi di perfezionamento con Lya De Barberiis, Paul Badura-Skoda e -
all’Accademia Chigiana - con Joaquin Achúcarro e Katia Labèque.
Ha suonato per importanti istituzioni musicali: Teatro Valli di Reggio Emilia; Sagra Musicale
Umbra; Teatro Lirico di Cagliari; Accademia Filarmonica Romana, Teatro Eliseo, Oratorio del
Gonfalone, Auditorium Parco della Musica e Teatro dell’Opera di Roma; Teatro Regio di Parma;
Auditorium dell’Orchestra “G. Verdi” di Milano; Teatro Comunale di Bologna; Festival dei Due
Mondi di Spoleto; Ravello Festival; Teatro La Fenice di Venezia; “I concerti del Quirinale” in
diretta RAI Radio3; Teatro di San Carlo e Associazione “A. Scarlatti” di Napoli; Associazione “B.
Barattelli” di L’Aquila; Musei Vaticani; Teatro Massimo di Palermo; Serate Musicali di Milano;
Conservatorio “P. I. Čajkovskij” di Mosca; Tonhalle di Zurigo; Konzerthaus di Berna; Istituto “F.
Chopin” di Varsavia; Orchestre National du Capitole di Tolosa; Festival van Vlaanderen in Belgio;
Parlamento Europeo a Bruxelles; Musikverein di Vienna.
Come solista ha suonato sotto la guida di molti importanti direttori d’orchestra: Yuri Bashmet (I
Solisti di Mosca); Andrew Constantine (Nordwestdeutsche Philharmonie); Romano Gandolfi
(Orchestra Sinfonica “G. Verdi” di Milano); Howard Griffits (Orchestra da Camera di Zurigo);
Richard Hickox; Claudio Scimone (I Solisti Veneti); Lior Shambadal (Berliner Symphoniker);
Luigi Piovano (Roma Tre Orchestra); Giedrė Šlekytė (Wiener Concert-Verein).
Per molti anni ha suonato in duo con il pianista Sebastiano Brusco. Ha collaborato con grandi artisti
quali Vadim Brodski, Renato Bruson, Max René Cosotti, Roberto Fabbriciani, Cinzia Forte, Fejes
Quartet, Corrado Giuffredi, Raina Kabaivanska, Daniela Mazzucato, Quartetto d’Archi del Teatro
di San Carlo, Quartetto Kodály, Desirée Rancatore.
Intensa la collaborazione con il drammaturgo Sandro Cappelletto. Ha partecipato più volte al
programma Inventare il tempo di Sandro Cappelletto in onda su RAI5.
Ha lavorato con grandi attori tra cui Arnoldo Foà; Elio Pandolfi (lungo sodalizio durato più di
quindici anni); Ugo Pagliai; Jerzy Radziwilowicz; Pamela Villoresi (La musica dell’anima).
Da sempre appassionato della musica del Novecento e dei nostri giorni, ha eseguito molti lavori in
prima esecuzione assoluta o in prima italiana, alcuni dei quali a lui dedicati: Concerto per due
pianoforti e percussioni di D. Milhaud (2004); Concerto della demenza di Vieri Tosatti (Spoleto
Festival 2005); Dance Variations per due pianoforti e orchestra di Morton Gould (2005); Verdi
contro Wagner di Matteo D’Amico (2013); Tirol Concerto di Philipp Glass (2017); Ritratti e
Impressioni di padre Giuseppe Magrino (2018); Aria da concerto di Silvia Colasanti (2019).
Ha registrato per Phoenix Classics, Stradivarius, Brilliant Classics, Decca.

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NOSTRA SORELLA TASTIERA
STORIA DI UNA ATTUALITÀ
di Stefano Ragni

«Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno
può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito, e dentro questi tasti, infinita è la musica che puoi
suonare.»
Paradosso di artista rievocato magistralmente da Alessandro Baricco, con una fantasia che fa del
romanzo Novecento uno dei più squillanti inni intonati nell’età moderna alla perenne presenza di
uno strumento che più di altri ha saputo accompagnare l’evoluzione dell’uomo contemporaneo.
Quando nell’attualità dei nostri giorni si pubblica una registrazione discografica di una integrale
pianistica, ci si deve interrogare sulla necessità e sulla congruità di un gesto che racchiude, in poco
più di un’ora, le riflessioni di un autore la cui vocazione si manifesta nei più ampi orizzonti
dell’opera lirica, dell’oratorio, della dimensione sinfonica.

Che padre Giuseppe Magrino sia un musicista che opera nel cuore della cristianità, ad Assisi, città
santa del movimento spirituale planetario, lo attesta la sua presenza da decenni, alla guida della
Cappella Musicale di san Francesco. Autore di opere di straordinaria efficacia come la Salomè
desunta dal testo di Oscar Wilde e allestita da Dario Argento di fronte all’altare maggiore della
Basilica Superiore, sotto gli affreschi di Giotto, artefice della regia musicale di un recente incontro
politico ad altissimo livello con il cancelliere Angela Merkel che si è sentita intonare, sempre nello
stesso luogo sacro, l’Inno alla gioia diretto da Magrino alla guida dei complessi corali e sinfonici
della Basilica, il frate conventuale si colloca in un contesto di piena attualità, con un rilevante peso
che non si esita a definire “politico”.
Pure, nell’urgenza dei servizi domenicali, della preparazione del coro, della continua stesura di
pagine destinate alla consumazione negli spazi della liturgia, un impegno poderoso che colloca
Magrino nel contesto ambientale in cui operava anche il sommo Bach, il laboriose seguace del
Santo Serafico ha trovato il tempo di redigere un suo personale cahier pianistico, una raccolta di
produzioni distribuite nell’arco di venti anni e passa, un percorso interiore che ha avuto sporadiche
apparizioni in spazi concertistici e che oggi vede la luce, nella sua forma organica, grazie a un
raffinato pianista che coniuga professionalità con curiosità, amore per l’indagine e senso della
storia.

Raccogliamo dalle parole dello stesso Scolastra i motivi del suo appassionato intervento sul corpus
pianistico:
«I pezzi per pianoforte di padre Giuseppe hanno una energia e una forza del tutto particolare. Mi
piace lo “specifico” artistico di questo brani, ciò che li anima: vitalità, passione, immediatezza,
fisicità del suono. Non c’è nulla di intellettuale. Dal punto di vista della scrittura molti hanno il
carattere della improvvisazione scritta. È anche molto interessante il fatto che l’autore, a differenza
della maggior parte della produzione contemporanea, non specifichi sempre dettagliatamente
agogica e dinamica, lasciando spesso l’interprete libero di decidere.»

Specifico artistico così come lo aveva definito e descritto un grande padre della tastiera moderna,
Heinrich Neuhaus, un sorta di contenitore dove studio, tecnica, erudizione, spirito di conoscenza,
sapienza e intuizione si incontrano per dare vita all’emozione della musica.

Ora, muoversi con disinvoltura di fronte alla voracità dannunziana che caratterizza i conglomerati
musicali che Magrino gestisce con appetiti insaziabili è un’operazione che richiede le cautele con

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cui ci si deve muovere davanti a una produzione che sgorga ancora ininterrotta dalla penna di un
maestro la cui età vuole che si applichi ancora al suo mestiere con vigore e fecondità.
Proprio muovendoci dalle parole di Scolastra possiamo desumere alcuni spazi di analisi esegetica
per condividere, chi scrive e chi ascolta, le sensazioni che scaturiscono da questa avvincente
registrazione.

Per conoscenza diretta degli spartiti e per l’ascolto delle versioni di Scolastra sono sempre più
convinto che padre Giuseppe operi, sulla tastiera, con un persistente gesto drammatico. Con la
parziale esclusione della Sonatina di Assisi, vera oasi idilliaca, una sorta di pagina di viaggiatore di
un incantato Grand Tour, i pezzi francescani, i ritratti, le variazioni sono improntate a una sorta di
“rabbia” creativa.
Con ogni probabilità, e qui concordo con Scolastra, la drammaticità è la cifra connotativa di una
scrittura che sembra condividere la memoria di Rembrandt: in ogni pagina le pennellate sonore
risultano dense, magmatiche, scolpite quasi come macchie di colore stese col coltello da pittore. La
materia rimane grumosa, emergente e ostile: le ombre si sovrappongono al disegno, la pagina si fa
densa di peso e il suono risulta quasi rauco, bronzeo.
Ma, al disotto di questo spessore “antico” il pianismo di Magrino condivide con Prokofiev il senso
del sarcasmo e dell’amarezza.
Sarcasmo, etimologicamente “dilaniare la carne”.
Nella apparente lineare anedotticità delle dediche agli amici, come negli svolazzi sulle memorie di
Rameau, di Chopin, di Schumann, vive un corpo lessicale di distonie acute e squillanti.

Si pensi, a questo punto, agli Esercizi di stile con cui Raymond Queneau ha saputo distorcere la
visione della realtà: penetrare nel cuore del linguaggio vuole dire farsi strada nel cuore del mondo.
Magrino, al pari dello scrittore francese tanto amato da Umberto Eco, esplora la sintassi tonale
tradizionale in cerca di paradossi con una mano dionisiaca, acrobatica, sempre in cerca
dell’ossimoro.
Il puro gioco combinatorio, che dalle tomistiche rytmomachie della Scolastica medievale si estende
fino al Gioco delle perle di vetro di Herman Hesse, il libro di culto degli anni ’70, si lega in
Magrino all’intertestualità e alla storia in un gioco di scattanti appartenenze.
Nella fulmineità di pagine piuttosto brevi, il gioco delle appartenenze fa squillare alta la cifra di una
intelligenza vigile e proiettata in un futuro di cui non si può squarciare la prospettiva. Prokofiev
dell’amarezza, abbiamo detto, ma anche il Rossini dei Riens, moti attoniti di meccanicismi ritmico-
armonici che si sovrappongono cinicamente gli uni agli altri in una tensione quasi non-euclidea.

Il rigo musicale, curato da Scolastra in ogni particolare, anche nei passaggi più “irsuti”, si fa teatro
di una dialettica speculativa. Si pensi alla parola sonora con cui Magrino fascia il suo Fioretto aspro
e scosceso come quei paesaggi dell’iconografia giottesca presente negli affreschi in Basilica. E’ una
musica che si autoalimenta di dialettica speculativa. Come Gadamer amava ricordare a proposito
della sua teoria del “gioco”, comprendere significa anche “applicare”.
Sulla tastiera di Magrino si “applicano” i momenti di una virtù umana graffiante ed esemplare.

E si torna così a Baricco:


«[…] e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica
che puoi suonare. Tu se seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.»