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Le festività celtiche ieri e oggi.

Appunti per una rilettura


di Elena Percivaldi
medievista

da: “Brixia Anno Domini”, Brescia, 2011.

C'è molto di precristiano nel folklore e nelle feste che oggi ancora celebriamo. Il motivo è semplice:
i riti agresti, che affondano le loro radici in un passato remoto e ancestrale, sono rimasti per lungo
tempo profondamente radicati nella società rurale, dove tutto era regolato dai ritmi monotoni della
natura. Così radicati che l’avvento del Cristianesimo non solo non riuscì ad estirpali, ma dovette
convivere con essi adattandoli ai nuovi valori mutandone solo il significato più appariscente. In
queste pagine vedremo quali tracce hanno lasciato nel territorio bresciano le quattro feste dell'anno
celtico e come l'iconografia che rappresenta alcuni santi e la devozione ad essi legata rimandi a
figure e sensibilità tipiche del mondo precristiano. Per ragioni di spazio non parleremo del
Carnevale di Bagolino perché è fin troppo celebre ed è stato oggetto di ampi studi etnologici per cui
esiste una ricca ed esaustiva bibliografia alla quale rimandiamo 1. Quello che compiremo è dunque
un viaggio, ci auguriamo avvincente, alla riscoperta di una componente meno nota ma altrettanto
importante delle radici della nostra cultura.

L'ANNO CELTICO E LE SUE FESTE


E' noto dai frammenti di una tavola di bronzo scoperti a Coligny, in Francia, nel 1897, che il
calendario celtico era stabilito in base al moto del sole e della luna, con un carattere ciclico che
rifletteva il ritmo della natura. L'anno aveva 355 o 385 giorni: di solito era di 12 mesi, ma ogni 30
se ne intercalava un altro di 30 giorni come correzione rispetto all'anno solare. Il mese iniziava col
plenilunio e il giorno dal tramonto. Presso i Celti, le feste principali dell’anno erano quattro e
corrispondevano al “cambio delle stagioni”: Imbolc (inizio di febbraio), Beltaine (inizio di maggio),
Lughnasad (inizio di agosto) e Samonios (inizio di novembre). Esse corrispondevano ai solstizi e
agli equinozi ed erano momenti di ritrovo collettivo allietati da fuochi dal valore apotropaico. I
giorni in cui cadevano erano poco significativi per l'agricoltura, ma importantissimi per la
pastorizia. Le vedremo tra poco nel dettaglio. Qui basti dire che soprattutto Beltaine e Samonios
(che coincideva con l'inizio dell'anno) erano decisive per gli allevatori: la prima, che spalancava le
porte all'estate, era il momento propizio per portare le mandrie al pascolo; la seconda, che decretava
l'inizio del lungo e freddo inverno, indicava che era tempo di rinchiuderle al riparo (e al sicuro) nei
recinti. La connessione profonda con la pastorizia e l'allevamento ha fatto pensare ad un'origine
molto antica di queste feste, che risalirebbero dunque a quando i Celti erano solo pastori e non
avevano ancora iniziato a praticare con metodo la coltivazione dei campi. Ma si tratta solo di
supposizioni.
Certo è che queste festività rappresentavano l'occasione migliore per incontrarsi, commerciare,
celebrare fidanzamenti e matrimoni, stipulare alleanze tra tribù diverse, organizzare assemblee e
fiere. Beltaine e Samonios, in particolare, sembra avessero uno spiccato carattere politico e
giudiziario: in tali momenti, infatti, si sancivano patti e si radunavano i tribunali. A Beltaine si
contraevano anche i matrimoni. Data la loro solennità di festa "pubblica", prevedevano grandi
banchetti, danze e giochi. Ma il grande protagonista era il fuoco, elemento purificatore per
eccellenza, chiamato in causa per tenere lontano il male, le malattie e le sventure, sciagure che
minacciavano l'intera collettività. Lughnasad, invece, cadeva all'incirca a mezza estate, ed era il
momento del grande raduno tribale e dei commerci; a Imbolc, ogni inizio febbraio, si benedicevano
invece le pecore e si cercava protezione contro le epidemie.

La data di inizio di ogni mese e anno, così come il giorno esatto in cui si celebravano le feste, non
era fissa, come avviene ad esempio per il nostro Capodanno, Natale o Ferragosto. Poiché il
calendario celtico si basava sulle fasi lunari, ogni "cominciamento" doveva cadere, per motivi
1 Ad es. SORDI 1976 e CAPPELLETTO 1995.
rituali e come predicato dalle tradizioni, in corrispondenza del primo quarto. Tutte le feste dell'anno,
inoltre, erano dedicate (tranne Samonios) ad una divinità ben precisa del pantheon, e la data era
stabilita ogni volta dalla levata eliaca di una ben precisa stella 2 (cioè il primo giorno della sua
visibilità ad occhio nudo all'alba, in corrispondenza del sorgere del Sole), dai druidi prevista
ovviamente con largo anticipo. A Samonios, la stella attesa era la rossa Antares, l'astro più luminoso
della costellazione dello Scorpione. Imbolc era annunciata dalla levata eliaca di Capella,
appartenente alla costellazione dell'Auriga: durante la festa si celebrava la dea Birgit, divinità che,
tra le altre cose, aveva il compito di proteggere le messi, richiamate in maniera per i druidi evidente
dal colore giallo della stella. Beltaine, invece, era connessa alla visibilità di Aldebaran, stella rossa
della costellazione del Toro: una caratteristica, questa, che spiegava bene la sua connessione col dio
Belenos e con i riti legati al fuoco. Lughnasad infine era celebrata il giorno del primo sorgere di
Sirio, la stella in assoluto più luminosa, appartenente alla costellazione del Cane Maggiore, poco
lontano da Orione. Il suo colore bianco rifletteva le caratteristiche del dio Lug, il più importante del
pantheon celtico, che infatti era definito come il "luminoso" o il "brillante". La levata eliaca di
Antares e Aldebaran serviva ai Celti anche per delimitare le stagioni, che erano solo due, inverno ed
estate: dato, questo, che ben si accorda con il ciclo climatico (e quindi agricolo) proprio delle
latitudini centro e nord europee, quelle appunto da loro abitate.
Questo mondo spirituale era espressione di una religiosità schietta e sincera, ma non certo
"ortodossa", almeno per la Chiesa quando iniziò, intorno al V secolo, ad evangelizzare le campagne.
Due, a quel punto, erano le strade possibili: o procedere alla cancellazione, radicale e violenta, di
tutto il substrato esistente, oppure procedere per lenta assimilazione, cercando di adattare quel che si
poteva al nuovo credo. La prima via era più difficile e rischiosa, e fu scelta in pochi casi. In genere,
si preferì invece operare per sincretismo, reinterpretando figure di divinità o feste e dando ad esse
un volto cristiano. Nonostante gli sforzi, i culti pagani furono duri a morire soprattutto nelle aree
periferiche, nelle campagne e nelle valli, dove il ciclo delle stagioni e il rapporto con la natura era
molto sentito dai contadini. In tanti casi perciò non è stato possibile cancellare completamente tutti i
retaggi ancestrali legati a culti che si perdono nella notte dei tempi. Le feste collegate al fuoco e alla
luce vivono ancora oggi e il loro legame con l'osservazione astronomica, con i ritmi della vita
contadina e con le credenze pre-cristiane risulta ancora evidente. Riconoscerle non è facile. Per
questo risulta straordinario, per il territorio bresciano che qui ci interessa, il lavoro svolto da un
team di ricercatori coordinati da Giancorrado Barozzi e Mario Varini nel raccogliere, analizzare e
indicizzare l'enorme massa di documentazione iconografica e scritta e di testimonianze orali
relativamente a usanze, riti, feste e folklore locale. Lavoro confluito nel fondamentale 3 Atlante
Demologico Lombardo. Tradizioni popolari della Provincia di Brescia disponibile anche su
Internet, cui si rimanda anche per la monumentale bibliografia.

SAMONIOS, IL CANCELLO DEI MORTI


In tutto il mondo celtico – Irlanda, Galles, Cornovaglia, Scozia, Bretagna, Isola di Man - la notte
tra il 31 ottobre e il primo novembre è celebrata come una delle ricorrenze più importanti dell'anno.
Il motivo è semplice: si tratta del Capodanno celtico, ricorrenza antica le cui origini si perdono nella
notte dei tempi, ma che ancora oggi resiste – malgrado tutto – ai colpi della globalizzazione. Una
data che coincide temporalmente con Halloween, la “notte delle streghe” tanto popolare
oltreoceano, ma che con le mascherate che questa festa comporta ha poco o nulla a che fare. Anzi.
Si può piuttosto dire che Halloween è solo il retaggio più chiassoso di una celebrazione un tempo
ricca di significati ben più profondi. E di cui gli scaffali dei supermercati stracolmi di zucche di
plastica intagliate a mo’ di teschio, maschere da fantasmi, cappelli da strega e dolcetti di ogni foggia
e gusto, sono solo la manifestazione più sempliciotta e commerciale.
Halloween, però, non l’hanno creata gli americani. Il nome deriva dalla locuzione “all hallow's eve”

2 Su questi aspetti e sull'astronomia dei Celti si veda GASPANI, CERNUTI 1997.


3 Volume di 320 pagine, 50 illustrazioni fuori testo, cd multimediale e 26 carte tematiche: materiale disponibile anche
sul web sul sito http://www.demologico.it
e fu portata nel Nuovo Mondo dai milioni di irlandesi che dalla metà dell’Ottocento in poi
migrarono negli Stati Uniti per scampare alla terribile carestia che stava falcidiando la loro isola.
Ma in America, col tempo, il tutto fu progressivamente rielaborato e snaturato fino a perdere,
inesorabilmente, i complessi e ricchissimi significati originari.
Nella sua forma originaria, la festa era celebrata secoli e secoli fa dai Celti di tutta Europa: si
chiamava Samonios (sul continente) e Samhain (nelle isole britanniche: si pronuncia sàuin), e
segnava, tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, l’inizio del nuovo anno. Era una
ricorrenza importantissima e dal forte valore simbolico per una civiltà che, come appunto quella
celtica, era basata sui ritmi ciclici della natura, da sempre uguali e immutabili.

Le due ricorrenze principali del calendario erano Beltaine e Samonios: la prima spalancava le porte
all'estate, l'altra decretava l'inizio del lungo e freddo inverno. Essendo occasione di fiere e di
assemblee politiche e giudiziarie, entrambe venivano celebrate con grandi banchetti, danze e giochi.
Ma mentre Beltaine aveva in programma corse, prove di forza e gare con i cavalli, Samonios
vedeva come grande protagonista – peraltro mai assente, nemmeno nelle altre occasioni - il fuoco. Il
fuoco era considerato l'elemento purificatore per eccellenza: non solo in quanto dispensatore di luce
e di calore, ma perché catalizzatore di energie positive. Essendo Samonios considerata l'inizio del
nuovo anno, i falò sacri accesi durante le celebrazioni dovevano estendere la loro influenza benefica
nell'arco di tutti i dodici mesi e pertanto erano accompagnati da canti festosi e da rituali divinatori.
Come ogni festa che si rispetti, inoltre, anche Samonios/Samhain aveva profondi legami con la
religione e con il culto degli dei. In particolare, per gli irlandesi questa data era la ricorrenza di una
grande battaglia tra divinità celebrate nel ciclo epico, e corrispondeva al giorno della morte del
mitico eroe Cú Chúlainn. Nelle celebrazioni era decisivo l'intervento dei druidi e degli esperti in arti
magiche: per conoscere quale sorte riservava l'anno nuovo, si ricorreva volentieri a pratiche
divinatorie, cogliendo il momento propizio per vaticini e presagi. E i druidi, che conoscevano le
forze della natura ed erano gli unici a saperle interpretarle, giocavano il ruolo dei grandi
protagonisti.
La festa di Samonios infatti, insieme a quella di Beltaine segnava un netto confine tra due periodi
dell'anno molto diversi, ed era perciò considerata un "cancello" particolarmente facile da
oltrepassare per mettersi in comunicazione con il soprannaturale. Poiché si pensava che agli spiriti
fosse più consono l'inverno dell'estate, Samonios diventava il momento più propizio dell'anno per
stabilire un contatto con l'aldilà. Essa corrispondeva all'attuale primo di novembre, ma poiché i
Celti iniziavano a contare il giorno dal calare del sole, la festa vera e propria iniziava al tramonto
del giorno precedente, cioè il 31 ottobre. Col buio si scatenavano le forze magiche ed era possibile
vedere folletti e fate finalmente liberi di girovagare; gli spiriti per una notte potevano tornare alle
loro vecchie abitazioni per scaldarsi e rifocillarsi in vista del lungo inverno. Riti propiziatori per il
nuovo anno, pratiche magiche e culto dei morti dunque si fondevano insieme nella celebrazione di
una ricorrenza che tuttavia non aveva nulla né di malinconico, né lugubre: quella di Samonios era
anzi la notte più lunga e gioiosa dell'anno. Una festa di pace e di amicizia.

Laddove l’identità celtica si è mantenuta viva, la ricorrenza è stata celebrata quasi senza soluzione
di continuità con tutti i suoi simboli fino ad oggi. Così in Scozia, dove si accendono fuochi (detti
“samhnagan”) in Galles, sull’Isola di Man, in Bretagna e in Irlanda. Nei paesi “anglosassoni” alla
tradizione si è affiancata l’antica leggenda di Jack o' the Lantern, “Jack della lanterna”, peraltro nota
in varie versioni. Secondo una di queste, forse la più popolare, questo Jack era un fattore che osò
sfidare il diavolo costringendolo a scappare su un albero. Per non farlo scendere, Jack incise sul
tronco una croce. Il diavolo, però, lo pregava di lasciarlo andare e alla fine i due si accordarono: il
demonio sarebbe sceso a patto di garantire a Jack che, alla sua morte, non lo avrebbe portato con sé
all'inferno. Il fattore trascorse dunque la sua vita in maniera dissoluta, certo com'era che non
sarebbe mai stato punito per i suoi peccati. E quando morì, il diavolo mantenne la promessa: non lo
avrebbe portato con sé alla dannazione eterna. Semplicemente, lo avrebbe costretto a vagare per
sempre sulla terra, di notte, alla ricerca della dimora finale, facendosi luce grazie a una piccola
lanterna. Per evitare che l'importuno spirito si insediasse nelle loro case, gli abitanti del luogo
presero allora l'abitudine di appendere fuori dalla porta, la notte di Halloween, una lanterna ricavata
da una zucca – o da una rapa - svuotata e intagliata a mo’ di faccia, riempita di candele.

Perché questa scelta? Il motivo è chiaro: è noto come i Celti ritenessero la testa la parte del corpo
dotata di maggiori poteri, a cominciare dalla forza fisica e dal valore. Per questo usavano decapitare
ritualmente i nemici vinti – come del resto notavano già Cesare e Diodoro - conservandone le teste
in segno di trionfo, mentre i corpi venivano esposti nei santuari. Pilastri di pietra con spazi per
esporre i teschi dei nemici sono stati ritrovati, in Francia, a Entremont e a Roquepertuse, e non si
contano le stele che presentano scolpite teste umane. Spiccare dal busto il capo di un nemico ucciso
e conservarlo equivaleva, presso i Celti ma anche per i Germani, a tributargli “l’onore delle armi”, e
spesso accadeva che dai teschi essi ricavassero coppe – spesso riccamente ornate - per le libagioni
rituali, il tutto non come affronto al nemico, dunque, ma come tributo estremo al suo valore.
Una memoria di tale usanza potrebbe sopravvivere nella misteriosa intitolazione dell’antichissima
basilica, oggi non più esistente, di San Giovanni alle Quattro Facce a Milano. E così arriviamo a
noi. Non è un segreto - come dimostra ad esempio la facies culturale e linguistica della “civiltà di
Golasecca” - che i Celti abitarono a lungo le nostre zone ed erano presenti ben prima di quella
famosa invasione che, nel IV secolo a.C., vide Brenno e i suoi varcare le Alpi per poi spingersi fino
a saccheggiare Roma. E' naturale che anche qui Samonios fosse ampiamente diffusa soprattutto
nelle campagne e nelle valli, e che continuò ad essere celebrata anche dopo la conquista romana.

Certo, da allora molto è cambiato. Quando la Chiesa, a partire dal IV secolo procedette lentamente
alla cristianizzazione, rivestì le celebrazioni pagane di significati adatti alla nuova religione.
Samonios fu scissa in due: il primo di novembre diventò la festa di Ognissanti, il giorno successivo
la celebrazione dei defunti. Ognissanti fu introdotta per la prima volta sul finire dell'VIII secolo dai
Franchi su consiglio di Alcuino di York, biografo e consigliere di Carlo Magno, ed estesa a tutto il
regno sotto Ludovico il Pio, che accontentò la richiesta in questo senso fattagli da papa Gregorio IV.
Fu resa poi obbligatoria in tutta la cristianità occidentale da papa Sisto IV nel 1475. La
commemorazione dei defunti fu invece introdotta nei monasteri benedettini da Odilone, abate di
Cluny dal 994 al 1049, e adottata ufficialmente dalla liturgia romana nel Trecento con il nome
altisonante di Anniversarium omnium animarum.

L'operazione si giustificava ufficialmente col fatto che sin dai primi secoli del cristianesimo si usava
celebrare i santi - martiri in primis - nel giorno della loro morte. Che era poi il loro vero dies natalis,
cioè giorno della nascita alla salvezza, al Paradiso e alla vita eterna. L'uso venne dapprima
consolidato e poi istituzionalizzato tramite la redazione dei cosiddetti “martirologi”, ossia veri e
propri calendari dove ad ogni giorno dell'anno corrispondeva la data del martirio di uno o più santi,
secondo quanto tramandato dai documenti antichi e dalle “Passioni dei martiri”. Già papa Gregorio
Magno, nel VII secolo, li citava raccomandandone l'uso a fini liturgici. Di lì a poco praticamente
ogni chiesa se ne dotava, traendo le informazioni dalle fonti più diverse. Un primo tentativo di
mettere ordine a tutto questo guazzabuglio di date fu fatto dal dottismo monaco britannico Beda il
Venerabile, all'inizio del secolo VIII. Il suo martirologio, insieme a quelli di Adone di Vienna (860)
e Usuardo di Saint-Germain (865) sarebbe stato utilizzato da Gregorio XIII nel 1584 come base per
il grande Martirologio romano che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto fungere da calendario
ufficiale per quanto riguarda la celebrazioni dei santi. Tuttavia molte, anche in questo caso, si
rivelarono le dimenticanze e le omissioni, per cui si dovette attendere il 1748 e Benedetto XIV per
avere un'edizione che può considerarsi, se così si può dire, definitiva.

Entrambe le “nuove” ricorrenze – Ognissanti e Commemorazione dei defunti - furono adottate e si


diffusero in Europa abbastanza in fretta. Ma estirpare le antichissime credenze pagane non fu affatto
facile: soprattutto nelle campagne, la confusione tra elementi pagani e cristiani perdurò fino in
epoca moderna e fu debellata solo a forza di sinodi e decreti papali che proibirono feste e culti
particolarmente “sospetti”. E' il caso di Samonios, perché alcuni usi, come quello delle zucche
intagliate e tutta la complessa ritualità legata ai morti, rimasero vivi fino a pochi decenni fa in tutta
l'area geografica e culturale un tempo occupata dai Celti, e anche nelle nostre campagne. Da un
nostro studio, condotto qualche anno fa grazie alla collaborazione di una nota emittente radio
nazionale, è emerso come la pratica di intagliare zucche a forma di teschio per poi riempirle con
candele ed esporle a guardia di finestre e porte fosse diffusa capillarmente in tutto l’area padana e
in parte del centro Italia. In Lombardia, ad esempio, queste lucerne improvvisate si chiamavano
popolarmente lümere. E nelle case di tutto l'arco alpino almeno fino agli anni Cinquanta si era soliti,
in quella magica notte, attendere l'arrivo dei defunti intorno ad un lauto banchetto. Tracce di
quest'usanza erano presenti anche nella cultura contadina della Toscana dove fino a pochi decenni
fa, nel cosiddetto “gioco dello zozzo” che si faceva tra settembre e novembre, si svuotava una
zucca, intagliandovi occhi, naso e bocca e inserendo all'interno una candela accesa. La zucca era poi
posta sotto il portico di casa come “segnacolo”. Analoga tradizione si riscontra anche nel Lazio
settentrionale - e la zucca era chiamata, significativamente, la Morte - e in Liguria, ad esempio a
Riomaggiore nelle Cinque Terre.
E ovviamente anche nel Bresciano. A Borno il giorno dei morti si usava apporre sui balconi delle
zucche vuote intagliate a forma di teschio, illuminate internamente da candele a simboleggiare la
presenza dei defunti. La sera stessa la gente restava in casa, recitando il rosario, poiché si credeva
che i morti uscissero dalle tombe4. In Valcamonica si credeva che «i morti … vengano la notte
dall’uno al due (novembre) e, per riceverli si lascia un lume acceso ed il ceppo sul fuoco, perché si
scaldino. Qualche ingenua donnetta prepara loro anche il caffè. E si fan processioni fino al cimitero,
prima per andare a prenderli, poi per riaccompagnarli alla loro dimora»5.

IMBOLC E LA “DONNA SAGGIA”


Dopo Samonios, intorno al primo febbraio si celebrava la festa di Imbolc, detta anche Oimelc a
seconda delle tradizioni, che segnava l’imminente arrivo della primavera. A febbraio erano visibili i
primi segni di risveglio della natura dopo il lungo e freddo periodo invernale. Era un momento
gioioso, da celebrare con canti e riti propiziatori per tutelare nel modo migliore i prossimi raccolti.
Nonostante l’importanza del momento, a differenza ad esempio di Samonios, Imbolc prevedeva un
rituale assai più intimo e locale. Non venivano organizzati grandi banchetti né sacrifici, ma anzi il
centro dell’attenzione era costituito dalle pecore, che proprio ad Imbolc iniziavano il periodo
dell’allattamento. Era una ricorrenza dunque di tipo agreste, profondamente legata – come del resto
anche le altre feste dell’anno celtico – ai ritmi della vita rurale e alla natura.
La festa di Imbolc era connessa alla dea celtica Brigit, la “donna saggia” per eccellenza. Era
invocata come dea della fertilità e del fuoco, ma le si attribuivano svariati poteri, tra cui quello di
saper guarire uomini e animali dalle malattie. Brigit (ma anche Brighid oppure Birgit, come veniva
chiamata in altre zone) era venerata soprattutto in Irlanda. Quando il Cristianesimo si diffuse tra le
popolazioni dell’isola, si operò una lenta sovrapposizione tra la figura della dea e quella di Santa
Brigida6, vissuta appunto in Irlanda tra il V e il VI secolo e fondatrice intorno al 500 dell’abbazia di
Kildare. Le caratteristiche della santa si fusero con quelle della dea, al punto che le due figure
divennero praticamente indistinguibili l’una dall’altra. Già nel VI secolo infatti Cogitosus, l’autore
della “Vita” di santa Brigida, ce la presenta quasi come fosse una fata, mettendone in rilievo la
miracolosa capacità di intervento sulle forze della natura.

Gli attributi benefici e propiziatori di Brigit-Brigida sono evidenti nel culto che a questa figura
ibrida fu dedicato nel Nord Europa e nelle Isole Britanniche di tradizione celtica. Era usanza sin da
tempi remotissimi, la sera precedente la festa vera e propria, preparare un giaciglio di grano e fieno
sul quale venivano stese delle coperte. Quando tutto era pronto, si invocava l’arrivo di Brigit e la si

4 GOLDANIGA 1983, p. 266. Alcune di queste preziose citazioni sono state raccolte e pubblicate dal CRAAC,
Centro Ricerche Antropologiche Alpi Centrali, sul sito http://siti.voli.bs.it/craac
5 CANOSSI 1930, p. 31.
6 Da non confondere con l'omonima santa vissuta in Svezia nel XIV secolo.
pregava di trascorrere la notte sul giaciglio. Questa pratica rituale era in uso soprattutto nell’Isola
di Man e nelle Isole Ebridi, dove peraltro la dea-santa era invocata anche dalle partorienti.
Gli antichi testi irlandesi parlano di Brigit anche come patrona della poesia e del sapere: una sorta
di Minerva celtica, insomma. Il suo nome è etimologicamente riconducibile al termine “Briganti”,
“l’Esaltata”, poi latinizzato in “Brigantia”, dea protettrice della tribù britannica dei Brigantes;
poiché questo nome – e le sue varianti – ricorrono pressoché ovunque nei toponimi di tutta l’Europa
occidentale, è evidente che il suo culto era assai diffuso e radicato. Forse anche il nome stesso
della Brianza tradisce la presenza di questa dea sul territorio, soprattutto se si tiene conto della
diffusione molto ampia di altre divinità panceltiche come Apollo Maponos e le Matrone.
Tornando ad Imbolc, probabilmente fu proprio questa sua connessione diretta con una divinità
marcatamente pagana a renderla la festa celtica a noi meno nota. La Chiesa, forse imbarazzata
dall’omonimia tra la dea e la santa celebrata nello stesso giorno, cercò di snaturarne lo spirito e la
trasformò nella ricorrenza della Candelora, slittandola di un giorno, al 2 febbraio. Questa festa era la
celebrazione della purificazione della Vergine al Tempio, che secondo la legge mosaica era
avvenuta quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Prima del rito, il sacerdote aveva il compito di
benedire le candele, simbolo della luce portata da Cristo sulla terra; per questo la ricorrenza è nota
anche e soprattutto col nome di Candelora. Pare che essa fosse celebrata in Oriente già nel IV
secolo; tuttavia fu istituita ufficialmente solo nel 492 da papa Gelasio I e si diffuse in Occidente a
partire dal VII secolo, proprio in concomitanza con i grandi sforzi di evangelizzazione che la Chiesa
cattolica mise in atto sul continente, nelle Isole Britanniche e in Irlanda.

Il culto di santa Brigida d'Irlanda è testimoniato anche da noi. La vulgata vuole che fosse stato
introdotto dai monaci irlandesi giunti in Italia al seguito di o dopo san Colombano (612), il
fondatore del monastero di Bobbio sull'Appennino piacentino. Almeno nelle aree subalpine (Val
Averara e Valtellina) il culto risale al Medioevo. La chiesa che si trova a Santa Brigida in alta Val
Brembana (Bergamo) è stata edificata sui resti di un luogo sacro di origine celtica.

I FUOCHI DI BELTAINE
Tra fine aprile e inizio maggio i Celti celebravano, con Beltaine, l’inizio della metà luminosa
dell’anno. Divinità incontrastata era Bel, noto anche come Belenos, anch’egli – come Lug – legato
alla luce, ma a differenza sua dalle forti connotazioni apotropaiche e gioiose. Caratteristici della
festa erano infatti gli abbondanti banchetti e le smisurate libagioni intorno al fuoco, che
sopravvivono ancora oggi nelle celebrazioni del “Calendimaggio” e negli alberi della cuccagna,
intorno ai quali i giovani si esibivano in difficili esercizi di acrobazia o si arrampicavano alla
ricerca, sulla sommità, di un premio. Ai tronchi sfrondati erano appese corone di fiori.
L’albero della cuccagna, il palo retto al centro di una piazza, aveva un significato fallico evidente:
del resto per i Celti Beltaine era una ricorrenza legata alla fecondità, e il nome stesso del dio
Belenos in dialetto ligure sta a indicare ancora oggi, popolarmente, il membro virile. Quale
occasione migliore di Beltaine, quindi, per contrarre i matrimoni? A differenza di quanto avviene ai
giorni nostri, i Celti preferivano sposarsi "a scadenza": le nozze, cioè, duravano un anno, ed erano
eventualmente rinnovabili se i due sposi si fossero trovati in armonia. Un’usanza che però non era
nota solo ai Celti ma anche ai Romani: una delle forme di matrimonio prevedeva infatti che la
donna dovesse convivere con un uomo per un anno, ininterrottamente. Qualora si fosse allontanata
per tre notti consecutive, il patto di nozze avrebbe perso ogni valore giuridico.

La festa rappresentava un momento magico per la natura, che era al culmine della sua fertilità e
ricchezza. «Per questo la notte del 30 aprile era caratterizzata da un’atmosfera orgiastica di
banchetti e danze che terminava con l’espulsione rituale dei morti e l’avvento della nuova vita. Con
la cristianizzazione la notte del 30 subì una metamorfosi, e venne descritta come la notte in cui si
davano convegno streghe e stregoni, che si dovevano espellere grazie all’intervento di Santa
Valpurga. In Boemia i giovani si radunavano dopo il tramonto su un’altura o ad un crocicchio, e
schioccavano le fruste con energia per far fuggire le streghe. Nel Tirolo si preparavano fasci di
frasche resinose di cicuta, rosmarino e pruno; contemporaneamente si purificavano le case e le si
fumigavano con bacche di ginepro e ruta. Al calar della notte, con un gran frastuono di fruste,
sonagli, vasi e casseruole, iniziava il rito di espulsione delle streghe. Poi, al suono della campana, si
accendevano le fascine urlando, in un chiasso assordante: “Fuggi, strega, fuggi, o male sarà per te”.
Infine si correva a perdifiato intorno alle case, ai cortili e al villaggio»7.
Non diversamente era nel Bresciano. Leggiamo la testimonianza di L. Ertani: «Ho trovato tra le
prescrizioni della visita pastorale del Vescovo di Brescia Marino Giovanni Giorgi del 1675 ad una
parrocchia Camuna (si tratta della parrocchia di Ceto) la assoluta proibizione di continuare la festa
del “Magio”. Ma che cosa era? Era la festa del Primo Maggio che consisteva nel tagliare un grande
albero dal bosco (probabilmente un ciliegio in fiore) che, trasportato sul sagrato della Chiesa,
veniva piantato al centro e ornato di molte cianfrusaglie. Era certamente un’usanza antichissima che
si ricollegava alle celebrazioni pagane dell’inizio della primavera. Forse aveva carattere di rito
propiziatorio per ottenere la fertilità del suolo e l’abbondanza dei frutti. Gli uomini trasportavano
giù dal monte un grande albero con tutte le sue fronde che passando per anguste vie del paese
recava offesa a chi non era svelto a nascondersi in qualche porta o andito. Sul sagrato poi, veniva
piantato in fretta e scalato dai giovani più audaci che si divertivano a strabiliare le ragazze con
esercizi di acrobazia»8.

L'usanza è confermata da Cesare Arici nelle Informazioni sul ciclo dell'anno nel Dipartimento del
Mella (Regno Italico, 1804-1814) inviate il 30 dicembre 1811 al sig. Conte Giovanni Scopoli,
Consigliere di Stato e Direttore Generale della Pubblica Istruzione, Stampa e Libreria del Regno:
«Dai giovani si suole piantar il maggio, e questo uso consiste nel porre sulla porta delle loro
innamorate una pianticella verde e farvi festa intorno, cantando e suonando canzoni e strambotti che
alludono all'amore che le portano ed alla speranza di possederle. Se poi le amanti sono sospettate
d'infedeltà, in iscambio de la pianticelle verde pongono sulle porte degli spini e frasche inaridate, e
fannovi intorno disprezzi e scongiuri di non più amarle». Secondo l'Atlante demologico, a Cigole
«La seconda domenica di maggio, in occasione della benedizione delle campagne, i giovanotti
celibi di diciotto-vent'anni che volevano mettersi in mostra prendevano una pianta, la tagliavano e la
piantavano nella piazza del paese. L'albero che era piantato con tutte le fronde, si chiamava “el
mas” (il maggio). Poi, di notte, andavano alle finestre delle morose e portavano via le ante (le
imposte), che venivano poi ammassate in piazza. Questa notte, detta la nòt dei mac (la notte dei
matti), era una notte di burla: in piazza, sul sagrato, si portavano le mole del torchio per l'olio di
lino, oppure i cancelletti di legno degli orti». Un'usanza che ha dovuto fare i conti col progresso e la
sua discutibile “estetica”, se è vero che negli anni Cinquanta, quando la piazza del paese è stata
asfaltata, è stato proibito piantare l'albero perché il buco danneggiava l'asfalto.

SULLE ORME DI LUG


Andando verso l'estate, il solstizio era celebrato con falò e processioni per i campi. Ancora una
volta, questi fuochi avevano carattere propiziatorio e apotropaico: sia gli uomini sia il bestiame li
attraversavano per proteggersi dalle malattie mentre l’altezza raggiunta dalla fiamma era
propiziatoria per la crescita del grano. La festa, con la cristianizzazione, fu assegnata a San
Giovanni Battista (24 giugno) ma non ha perso le sue millenarie tradizioni. Nel nord Italia si
raccolgono rizomi di felce e di altre erbe a uso terapeutico e si crede che la rugiada abbia la
prerogativa di allontanare per tutto l’anno le tarme dai panni9. Usanza che si trova anche nel
Bresciano, ad esempio secondo l'Atlante a Gambara: «Il giorno della vigilia di San Giovanni il papà
staccava un rametto di geranio fiorito, con un sasso lo pestava all'estremità del gambo, poi con una
vermena ritorta (strupèl) lo legava alla sommità di una pertica lunga e sottile fissata ad una
muraglia. Il geranio, irrorato dalla rugiada prodigiosa della notte di San Giovanni, rimaneva intatto

7 CATTABIANI 1991, pp. 215-216.


8 ERTANI 1979, p. 70.
9 CORRAIN, ZAMPINI 1966, pp. 188-189.
con la sua freschezza e i suoi colori per almeno tre mesi». Sempre in area bresciana10 si ritiene che i
fuochi siano anime vaganti che sperano di essere riconosciute.

Il cuore della bella stagione era però rappresentato da Lughnasad, che cadeva nella prima metà di
agosto. La festa, come dice il suo stesso nome, era consacrata al dio Lug, una delle divinità più note
e venerate del pantheon celtico. Il suo culto era diffuso soprattutto in Gallia, ma santuari, statue e
altre testimonianze della sua presenza, tra le quali sono da annoverare le tracce lasciate nella
toponomastica, sono state rinvenute un po’ ovunque in tutta l’area di occupazione celtica. Giulio
Cesare nel suo De Bello Gallico lo identifica con il Mercurio romano 11. Il suo nome era connesso
con la luce ed era il patrono del commercio, delle arti e delle invenzioni. In Irlanda Lug veniva
anche considerato una divinità guerriera estremamente bellicosa, che si aggirava vestita di un elmo
e di una corazza d’oro, indossava una camicia di seta e una mantella verde e calzava sandali dorati.

Malgrado il suo aspetto marziale, il dio Lug era tuttavia in grado di comporre poesie, costruire case,
forgiare il ferro e suonare vari strumenti musicali tra cui l’arpa. Il primo agosto di ogni anno il dio
Lug celebrava il suo sposalizio con la dea Terra , nozze che venivano compiute in un’area sacra.
Durante questo periodo si tenevano fiere commerciali (Lug era dio del commercio), tra le quali una
delle più importanti era senz’altro, come ci tramanda lo scrittore seicentesco Geoffrey Keating 12,
quella di Telltown, in Irlanda. Il nome di questa località deriva da quello della madre adottiva del
dio, la dea Tailtiu (il cui appellativo significa, tra l’altro, “terra” ed è una personificazione
dell’Irlanda). In suo onore fino al 1180 venivano celebrati i Giochi Tailtei, che furono istituiti dallo
stesso Lug per commemorarne la morte – avvenuta, secondo la tradizione, il primo di agosto - e
che avevano la durata di un mese interno: quindici giorni prima e quindici giorni dopo Lughnasad.
Questi giochi funebri prevedevano, tra le altre cose, corse di cavalli e gare di poesia, ed erano
considerati indispensabili alla prosperità del regno. Poiché la loro mancata celebrazione avrebbe
potuto portare sciagure, carestie e guerre, la loro organizzazione e il loro corretto svolgimento era
compito del re in persona. Il carattere propiziatorio di questi “giochi di pace” – considerando
anche che in essi le armi erano proibite - obbligava i contendenti impegnati in un combattimento o
in una guerra a dar inizio ad una tregua che sarebbe durata per tutto il periodo dei festeggiamenti.
L’importanza della ricorrenza fu intuita presto anche da Augusto che, quando designò Lione (che
allora si chiamava, appunto, Lugdunum) capitale della Gallia, decise che il primo di agosto sarebbe
stato giorno di festa per tutti, creando una sovrapposizione tra il culto del dio Lug e quello della
figura stessa dell’imperatore.

LA LUCE CHE SPLENDE D’INVERNO


L'eredità precristiana si intravede non solo in occasione delle feste “canoniche” ma anche durante le
innumerevoli celebrazioni proprie del folklore locale, e in questo il territorio bresciano non fa
eccezione. E non è difficile intravedere dietro alle figure di santi venerati dai valligiani e dai
contadini tracce di un passato remoto difficile da cancellare. Tra i tanti esempi possibili abbiamo
scelto Santa Lucia e Sant'Antonio abate perché il loro culto, nel Bresciano, è ancora oggi tra i più
sentiti e diffusi.
Com'è noto, vi sono zone d'Europa in cui il 13 dicembre, festa di Santa Lucia, viene atteso dai più
piccoli con la stessa trepidazione con cui si aspetta il Natale. La ricorrenza è molto popolare
soprattutto nei Paesi nordici - dove le bambine indossano corone di candele accese in segno di festa
- , ma anche nella Mitteleuropa, ad esempio in Tirolo e in Boemia, dove Lucia porta i doni ai
bambini come San Nicola (celebrato invece il 6 dicembre). Da noi è popolarissima nei territori tra
l'Adda e le Venezie13, dove il 13 dicembre viene vissuto dai più piccoli come il vero "giorno di
10 Cimbergo, Cevo, Zoano, Precasaglio, Pezzo, Pontedilegno. Cfr FAPPANI 1984, pp. 37-38.
11 De Bello Gallico VI, 17.
12 Geoffrey Keating (Seathrún Céitinn), The History of Ireland (Foras Feasa ar Éirinn), 1634.
13 Nel Trentino occidentale e nelle province di Udine, Bergamo, Brescia, ma anche a Cremona, Lodi, Mantova,
Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Verona. Importante è anche il culto nell'Italia meridionale e soprattutto in Sicilia,
luogo di origine, ma qui assume valenze molto diverse. Cfr GOZZI 2002.
Natale" perché ci si scambiano i regali. Per quanto riguarda le terre bresciane, ecco cosa scrive
ancora Cesare Arici: «Altro costume si è quello de' fanciulli che espongono le loro scarpe sulle
finestre nella notte di S. Lucia. E' pia credenza nella buona fede de' ragazzi, che quella Santa con
certo suo alato asino celeste, svolazzi quella notte su pei balconi delle case e riempia di doni le
scarpe che si trovano esposte, di ciambelle, di canditi e di confetti. Né per tutta quella lunga notte si
chiude occhio tanta è la divota trepidazione e il desiderio che la mattina trovinsi piene le scarpe, che
di soppiatto appunto si empiono dai parenti. Quest'uso è pure pretesto gentile di regalarsi fra i
maggiori e gli amanti».
Ma chi era Lucia e perché è diventata così popolare? Innanzitutto, bisogna premettere che sul suo
conto si sa davvero poco, e quelle poche notizie che abbiamo per di più hanno molto della leggenda.
È certo comunque che fosse una giovane donna vissuta a Siracusa tra la fine del III secolo e l’inizio
del IV. Era figlia di genitori che ancora mantenevano le proprie antiche tradizioni pagane ed erano
ostili al Cristianesimo che proprio in quei secoli si stava comunque diffondendo in quasi tutte le
province dell’Impero (l’Editto che conferì ai cristiani la libertà di culto, lo ricordiamo, è del 313).
Nonostante tutto, i tradizionalisti pagani che vedevano con sospetto l’avanzare del nuovo culto
erano tanti, a cominciare dall’imperatore Diocleziano. E quest’ostilità si traduceva spesso in vere e
proprie persecuzioni di massa dei seguaci della "setta cristiana". Ora, la giovane Lucia apparteneva
ad una famiglia molto in vista, una delle più ricche della città, e come era consuetudine di quei
tempi (e non solo) i suoi genitori le prepararono un matrimonio combinato con un giovane della
nobiltà, naturalmente anch'egli ostile alla nuova religione. Ma la giovane pur nel segreto, aveva
accettato di seguire Cristo e aveva consacrato a Dio oltre che la sua anima, anche il suo corpo e la
sua verginità. Quando giunse il momento del fidanzamento e del matrimonio, si oppose in maniera
ferma alle nozze, e ai genitori che la esortavano a rinsavire rispose distribuendo la sua dote ai
poveri. La reazione del promesso sposo a questo punto fu terribile.
Dopo aver accusato pubblicamente Lucia di essere un’adepta cristiana, la deferì al prefetto
Pascasio, che la condannò com’era d’uso alla prostituzione forzata. Ma la povera ragazza, pur
trascinata nei quartieri più squallidi e malfamati della città, riuscì a resistere con coraggio. Il
prefetto allora decise di condannarla alla pena peggiore di tutte, la morte, e secondo costume cercò
per lei il supplizio più spettacolare: il rogo.
Cosparsa di pece e di olio sulle vesti e sul corpo, Lucia fu data alle fiamme, ma come per miracolo
uscì illesa dal rogo. Adirato e deciso ad averla vinta, il prefetto decise di farla uccidere con una
pugnalata al collo. E questa volta la morte arrivò all’istante. Era 13 dicembre dell’anno 304.
Naturalmente, data la straordinarietà degli eventi che l'avevano vista protagonista, sul suo conto
fiorirono subito varie leggende. Una su tutte, quella secondo la quale durante il martirio le
sarebbero stati strappati gli occhi. In realtà - è stato appurato -, Lucia non dovette mai subire questo
tormento, che invece le è stato attribuito per l'etimologia che collega il suo nome con il latino lux,
luce, e fu dunque a torto venerata come protettrice della vista, diventando la santa patrona di tanti
disgraziati che facevano mestieri in cui gli occhi correvano seri pericoli: i lapicidi e i marmisti del
Duomo di Milano, ad esempio, che le dedicarono un altare nella chiesa di S. Maria Annunciata in
Campo Santo. E un illustre devoto alla santa fu - sembra - nientemeno che il buon Dante: il poeta
in gioventù sarebbe stato colpito da una strana malattia agli occhi e abbia ottenuto da lei la grazia 14.
E infatti nei versi della Divina Commedia, Lucia compare più volte, alcune per aiutare il poeta, ed è
simbolo della Grazia Illuminante15.
Ma la complessità della devozione per Lucia non si esaurisce nella venerazione di cui la fecero
oggetto i cristiani. A ben guardare "sotto il velame" pare di scorgere una traccia netta di antichi culti
di derivazione pagana e in particolare celtica. Come si è già ribadito, nelle religioni pre-cristiane
grande era l’importanza riservata al culto della luce (e, in qualità di generatore di luce, al sole e al
fuoco). La festa di Santa Lucia era celebrata come "festa della luce". I motivi sono da ricercarsi
innanzitutto nella connessione etimologica - come abbiamo detto poc’anzi - del nome della santa
con la parola "luce". Ma non va dimenticato nemmeno un altro aspetto fondamentale della

14 Convivio III, IX-15.


15 Inferno II, 92-96 e 103-108; Purgatorio, IX, 55-57 e 61-63; Paradiso XXXII, 133-138.
questione: e cioè il momento dell'anno in cui questa festa cade. Il giorno è ricordato dalla tradizione
popolare e dai proverbi come il più corto dell'anno, passato il quale la luce torna a trionfare sulle
tenebre invernali e le giornate si allungano. Sarebbe, insomma, il solstizio d’inverno, che però si
celebra il 21 dicembre. Perché questa discrepanza? La risposta è semplice. In occasione della
riforma del calendario operata da papa Gregorio XIII nel 1582 per mettere fine ad alcuni problemi
sorte per errori di calcolo, quell'anno furono soppressi dieci giorni: il giorno più corto passò ad
essere il 21 dicembre, solstizio invernale, e tale rimase da allora. Ma l'antico proverbio può essere
ritenuto ancora valido perché il sole il 13 dicembre tramonta effettivamente qualche minuto prima
del 21.

SANT'ANTONIO, ABATE E DRUIDO?


La festa di Sant’Antonio abate, celebrata ogni anno il 17 gennaio, era in passato una delle ricorrenze
più sentite nelle comunità contadine. Anche oggi è piuttosto diffusa, soprattutto nelle zone rurali e
nei paesi della provincia dove le tradizioni sono molto più radicate che nelle grandi città. Nella
cultura popolare, Sant’Antonio abate veniva raffigurato con accanto un porcellino; i contadini, per
distinguerlo dall’altro Antonio, quello comunemente detto da Padova (e che invece è di Lisbona), lo
chiamavano infatti “Sant’Antoni del purscell”; spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi
e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino; sul suo abito spiccava il
“tau” , croce egiziana a forma di “T”, simbolo della vita e della vittoria contro le epidemie – cosa a
cui sembra alludere anche il campanello, che era utilizzato appunto per segnalare l’arrivo dei malati
contagiosi.
Malgrado tutte queste connotazioni “agresti” attribuitegli da una tradizione secolare, in realtà
Antonio aveva poco o nulla a che fare col mondo contadino: era infatti un eremita ed un asceta tra i
più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico. Antonio, di cui conosciamo bene la vita grazie alla
biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra
del Nilo, intorno all’anno 250. Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin
da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste e ai banchetti
infatti preferiva il lavoro e la meditazione, e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai
poveri. Compiuta la sua scelta di vivere come un eremita, si ritirò dunque in solitudine a lavorare e
a pregare, dapprima nei dintorni della sua città natale e successivamente nel deserto. Qui trascorse
molti anni vivendo in un’antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del
demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse
rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce – soprattutto di porco
- allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze
riuscendo sempre a trionfare.
La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto tra i fedeli e Antonio, che voleva vivere distaccato dal
resto del mondo, fu costretto più volte a cambiare luogo per sfuggire alla ressa di quanti
accorrevano a lui per averne i consigli e per vederlo. Intorno al 311 si recò ad Alessandria per
prestare aiuto e conforto ai cristiani perseguitati dall’imperatore Massimiano; poi si ritirò sul monte
Qolzoum, sul Mar Rosso, ma dovette tornare ad Alessandria poco tempo dopo per combattere
l’eresia ariana, sempre più diffusa nelle zone orientali dell’impero. Malgrado conducesse una vita
dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: la morte (da lui stesso predetta) lo colse infatti
all’età di 105 anni, il 17 gennaio del 355 (o356), nel suo eremo sul monte Qolzoum. Sulla sua
tomba, subito oggetto di venerazione, furono edificati una chiesa e un monastero; le sue reliquie nel
635 furono portate a Costantinopoli per poi dirigersi verso la Francia a cavallo tra il IX e il X
secolo. Si narra che la prima tappa oltralpe delle spoglie mortali di Antonio fosse La Motte-
St.Didier, località dove sorse l’ordine degli Ospitalieri, che furono detti appunto “Antoniani”. Ora
esse riposano nella chiesa di Saint Julien, ad Arles.
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio sono antichissimi e legati
strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio abate un vero e proprio “santo del popolo”. Il
suo intervento è formidabile contro le epidemie sia dell’uomo sia degli animali. E’ infatti invocato
come protettore del bestiame (che durante la festa viene benedetto), dei porcai, dei macellai e dei
salumieri e la sua effigie era in passato collocata sulla porta delle stalle. Il santo veniva interpellato
anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes (herpes
zoster) nota appunto come “fuoco di Sant’Antonio” o “fuoco sacro”. Questo morbo invase
ripetutamente l’Europa tra il X e il XVI secolo, e fu proprio in questo periodo che si diffuse la
credenza nei suoi poteri contro questo male. Narra la leggenda che un gentiluomo francese di nome
Gastone pregò a lungo il santo per ottenere la guarigione del figlio, destinato a soccombere
all’infezione. Ottenuta la grazia, Gastone dimostrò la propria riconoscenza dedicandosi alla cura
degli ammalati di “fuoco sacro” e fondando per loro un ospedale. Nel 1095 papa Urbano II approvò
l’ordine degli Antoniani, che appunto avranno in tempi successivi proprio il compito di prestare
aiuto ed assistenza a questi malati.
Antonio è anche il protettore dei fornai, che un tempo tenevano l’effigie del santo nella loro bottega.
Il 17 gennaio a Milano si usava andare nella chiesa a lui intitolata a ricevere la benedizione contro
le malattie; subito dopo si andava in fiera; chiudeva il tutto una processione durante la quale i fornai
portavano ai piedi della statua del santo le loro offerte. Venerato a gennaio – che era il mese dei
matrimoni -, era invocato dalle ragazze da marito che cantavano “Sant’Antoni gluriùs, damm la
grazia de fa ‘l murùs, damm la grazia de fal bèll, Sant’Antoni del campanèll”.
La festa di Sant’Antonio è ancora oggi molto viva un po' ovunque, soprattutto in Lombardia 16. In
Brianza è celebrata tra frittelle e vino brûlé, e soprattutto tra i falò. Antonio infatti era considerato il
patrono del fuoco e i riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture
precristiane, soprattutto quella celtica e druidica.
La sua raffigurazione nell'iconografia - stampe, quadri, affreschi – è in effetti molto simile a quella
degli antichi druidi: età avanzata, barba lunga, lingue di fuoco ai piedi, e soprattutto la presenza di
un maialino che lo accompagna. Nelle versioni più antiche il maiale è un cinghiale, che per i Celti
era animale sacro e rappresentava l'autorità spirituale. Viveva nella foresta, si nutriva di ghiande,
prodotte dalle querce, alberi sacri. Il legame tra i druidi e il bosco e il loro utilizzo del vischio, che
cresce appunto sulle querce, è noto: naturale che il cinghiale fosse il loro animale totemico al punto
da farsi chiamare "grandi cinghiali bianchi". Inoltre il cinghiale era consacrato al dio Lug, che porta
agli uomini la luce, ed era quindi collegato alla sapienza. L'immagine di sant'Antonio Abate col
cinghiale sarebbe dunque la rivisitazione in chiave cristiana del dio Lug, la cui festa - che
coincideva con quella del fuoco nascente - cadeva proprio intorno al 17 gennaio. Tanto più che il
campanellino che porta con sé rimanda all'utero della dea Madre, di cui Lug era figlio, e rappresenta
la vita, la morte e la resurrezione.
La festa di Sant'Antonio Abate è popolarissima anche nel Bresciano. L'Atlante demologico17 riporta
notizie di celebrazioni nelle seguenti località:
Artogne
Bedizzole
Bovegno
Capo di Ponte (località Cemmo)
Castelcovati
Casto
Cigole
Concesio
Fiesse (località Cadimarco)
Gambara
Gardone Val Trompia
Ghedi
Gottolengo (località Solaro)
Lonato
Magasa
Manerbio

16 Su cui chi scrive ha in preparazione un volume di prossima pubblicazione.


17 ATLANTE 2001, s.v. “Provincia di Brescia”.
Mazzano
Montirone
Orzinuovi (località Coniolo)
Pian Camuno
Pontoglio
Prevalle
Rovato
Sale Marasino (località Marasino)
Sonico(località Rino)
Trenzano
Verolanuova
Valvestino
Vobarno
Zone

In moltissime si accendono falò, si benedicono le mandrie e le macchine agricole e si preparano


piatti particolari (dolci, casonsei, ecc.). L'atmosfera gioiosa, che saluta i rigori e i rischi dell'inverno,
chiama la primavera e apre ormai al Carnevale.

SEGA LA VECCHIA
Prima, però, non si può dimenticare il rogo del fantoccio della “vecia”18, rito che in alcune zone si è
ritagliato uno spazio a sé stante fino a diventare festa “autonoma”, quella di “Sega la Vecchia”
appunto19. Cade a metà della Quaresima ed è diffusa un po' ovunque in tutta la provincia 20 ma anche
in altre parti d'Italia, dalla Romagna (celebre quella di Forlimpopoli, non lontano da Forlì) alla
Toscana, dall'Umbria alle Marche. In questa occasione un pupazzo rappresentante la "vecchia"
(altrove solo un tronco d'albero, ad esempio di quercia) viene fatto a pezzi e carbonizzato su un falò
al centro del paese.
Ecco come la descrive sempre l'Arici nel documento già citato: «Da tempo immemorabile sussiste
fra noi la costumanza di bruciar le vecchie e questo baccanale à luogo il giovedì della Mezza
Quaresima. Indarno si cercarebbe l'origine e il vero significato di quanto sono per dire, a meno che
la Quaresima, spiacevolissima parte dell'anno pel comune del popolo, non sia presa per una brutta
vecchia, la quale per dispetto si voglia abbruciare. La mattina del giovedì da quasi tutte le famiglie
si espongono sulle finestre e sui veroni delle case capricciosi fantocci, o si conficcano dalla plebe
sovra acuti pali di mezzo alle strade maggiori. I fantocci dalle finestre si ritirano alla sera e quelli
sulle vie si abbruciano con fuochi d'artificio con grandi clamori e battimano. Non si direbbe quel
giorno d'aver pranzato se non si mangiassero frittelle e bevesse vin bianco».
La festa richiama alla memoria quella analoga, diffusa ancora oggi della “Gibiana” o "Giubiana" 21.
Il nome in questo caso sembra significare "fantasma", ed è accostabile al trentino "zobiana", strega,
al bresciano "zobiana", sgualdrina, e deriverebbe dal lombardo "gioebia", giovedì, ovvero il giorno
creduto delle streghe. La sera dell'ultimo giovedì di gennaio le famiglie brianzole si radunavano
davanti ad un falò per bruciare un fantoccio fatto di paglia e stracci vecchi chiamato, a seconda
delle zone, "Gibiana", "Gioebia", "Giubiana". Dopo il rogo, ogni famiglia tornava a casa e cenava
con risotto giallo condito con salsiccia, alimenti entrambi appartenenti alla cucina tradizionale: il
riso dal valore bene augurante, la luganega (salsiccia) di maiale simbolo di opulenza. Durante la
giornata le ragazze giravano per il paese indossando una gobba finta (interessante il raffronto tra il
nome della Giubiana e il latino gibba, gobba) e una latta da percuotere con un bastone; i ragazzi
trascinavano per le strade delle latte vuote cantando filastrocche in dialetto per allontanare il
18 Ad es. a Fiesse (loc. Cadimarco), dove secondo l'Atlante la sera c'è la «tradizionale accensione di un falò alto 25 m.
(1997), costituito da tre pali conficcati nel terreno riempiti da fascine. In cima sta la vecia da bruciare sul rogo.
Organizzano gli “amici del falò”». Idem a Gambara.
19 BEDUSCHI 1982, pp. 37-46.
20 CANOSSI 1930 (1993), p. 25.
21 MONTORFANO G., MACCHI A. 2000 e PERCIVALDI 2003, p. 174-5.
malocchio.
In alcune zone della Brianza, accanto alla Giubiana era presente anche il "Gianèe", suo marito, che
la accompagnava in una lunga visita alle cascine danzando e cantando filastrocche, percuotendo il
terreno con bastoni ricavati da rami tagliati. Una volta entrati nella stalla, sfioravano col bastone il
contro-soffitto per benedire i bozzoli dei bachi da seta che vi pendevano. Come ricompensa,
ricevevano una cucchiaiata di risotto, che veniva versato nel cappello del Gianèe. Il piatto veniva di
solito preparato dalla donna più anziana e più autorevole della casa. A fine giornata, i due fantocci
di pezza raffiguranti il Gianèe e la Giubiana venivano bruciati in piazza; a seconda del modo in cui
essi ardevano, si traevano auspici per il futuro.
Questa forma della celebrazione è, ovviamente, tarda. La bachicoltura, già conosciuta intorno al
Mille, si diffuse massicciamente in Lombardia solo durante l'età visconteo-sforzesca così come il
riso, che sarebbe stato introdotto solo nel Quattrocento (la prima apparizione storicamente
confermata della sua coltivazione risale al 1475): è da immaginare quindi che il piatto dal valore
apotropaico fosse preparato con altri cereali come l'orzo e il farro o con legumi.
Con l'avvento del Cristianesimo, la Giubiana passò da figura benefica e propiziatoria, simbolo di
fecondità, a strega, ricettacolo di tutti i mali: distruggendola col fuoco, il contadino si sarebbe messo
al riparo da eventuali rischi e la collettività sarebbe stata protetta dagli influssi negativi e avrebbe
goduto di salute e prosperità per tutto l'anno. Questa ritualità non può non richiamare alla memoria
i citati fuochi rituali accesi dai Celti a Imbolc per distruggere le tenebre e le influenze negative, e
per propiziare la fecondità dei campi e del bestiame e salutare l'arrivo della bella stagione 22. A volte
in quell'occasione si bruciavano fantocci o simulacri rappresentanti spiriti negativi allo scopo di
esorcizzarli. Lo stesso spirito che si riscontra nella festa della Giubiana, che quindi risulta nello
spirito di probabile, per quanto lontanissima, origine celtica23.

CONCLUSIONI
Abbiamo visto come i riti agresti di matrice precristiana e celtica in particolare si siano radicati
nella società rurale così a fondo da non poter essere del tutto cancellati dall’avvento del
Cristianesimo. Malgrado gli sforzi e anche le repressioni a volte violente la Chiesa – che
considerava i culti pagani demoniaci e pericolosi - non solo non riuscì ad estirparli, ma fu costretta a
cercare una soluzione che si potrebbe definire “di convenienza”: cercò come si è detto di “adattare”
le tradizioni celtiche al sistema di valori cristiano mutandone i significati ma lasciando quasi intatte
le forme. Ciò è accaduto con in particolare con le festività di Samonios, Imbolc e Beltaine, divenute
rispettivamente le nostre Ognissanti/Festività dei defunti, Candelora e Calendimaggio. Ma un po’
dappertutto si sono conservati anche echi di celebrazioni “minori” che, in qualche caso,
sopravvivono ancora ai giorni nostri. Frutto del sincretismo sono del resto anche gli attributi di vari
santi molto popolari, che accanto all'aureola conservano caratteristiche derivanti da culti ancestrali.
Si è parlato di santa Brigida e sant'Antonio Abate, ma sono solo due tra le molte figure legate al
mondo celtico e precristiano sopravvissute “sotto mentite spoglie” fino ai giorni nostri.
Come ha scritto Abraham Joshua Heschel, «Occorre una particolare intelligenza per scoprire il
significato ultimo del tempo. Noi lo viviamo e ci identifichiamo in esso tanto da non riuscire ad
accorgercene. Il mondo dello spazio, che circonda la nostra esistenza, non è se non una parte del
nostro vivere: il resto è tempo. Le cose sono le sponde, ma il viaggio si svolge nel tempo». Sta a
noi, oggi, andare al vero significato delle tante feste che si celebrano sul territorio che nel tempo
sono mutate nella forma, ma conservano - anche se ben nascosto - il mistero di una sapienza antica.
Squarciare il velo e andare oltre le apparenze è l'unico modo per conoscerle davvero e, forse,
mantenerle vive.

22 CATTABIANI 1991, p. 113.


23 PIROVANO 1985, passim.
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