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Nelle "Ricerche Filosofiche" (composte dopo il 1930) questo punto di

vista rigoroso sul linguaggio fu da Wittgenstein abbandonato.


Non esiste, egli affermava, un unico linguaggio che sia l'immagine
logica della realtà, ma esistono molti linguaggi simili a giochi retti
da regole proprie, ognuno dei quali appartiene ad una certa "forma
di vita" da cui ricava il suo significato. Questo significato non
consiste come era stato detto nel Tractatus nell'oggetto cui il
linguaggio si riferisce, ma nell'uso che si fa del linguaggio: uso che
appare chiaro nella consuetudine quotidiana, nei modi di parlare
comuni e ricorrenti nei linguaggi specifici degli artigiani e dei
tecnici e che non ha bisogno di chiarimenti. L'uso a sua volta è
determinato dallo scopo che un determinato gioco linguistico si
propone, scopo per l'appunto indicato dalla forma di vita in cui esso
trova posto. Così altro è il linguaggio della matematica, altro è
quello di chi racconta una storia o recita a teatro o fa uno scherzo o
canta un ritornello, e così via. è perfettamente inutile cercare di
ridurre questi linguaggi a un linguaggio privilegiato ed è inutile
anche metterli in ordine, ognuno di essi è già in ordine perché, dove

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vi è senso, vi è un ordine perfetto, quindi c'è un ordine perfetto
anche nella più vaga delle proposizioni.
Ma neanche sulla base di questo nuovo concetto del linguaggio
Wittgenstein riuscì a trovare una legittimazione della filosofia.
Il compito "terapeutico" che aveva attribuito ad essa nel Tractus,
cioè quello di guarire il linguaggio dai non sensi e dalle assurdità
derivanti dal tentativo di esprimere in esso i problemi della vita e
del mondo, non fu mai modificato o posto in dubbio nella sue
meditazioni successive. Tuttavia, già in quest'opera Wittgenstein
non negava che i problemi concernenti Dio, il mondo, la vita, il
bene e il male potessero essere "sentiti" o "compresi" in qualche
sorta di esperienza intimamente vissuta, cioè "mistica". Negava solo
che potessero dar luogo a problemi autentici cioè suscettibili di
risposta e concludeva l'opera dicendo "Di ciò di cui non si può
parlare si deve tacere."
Questo silenzio però non equivaleva a negare l'esistenza
dell'inesprimibile. L'inesprimibilità è propria di ogni esistenza in
quanto tale. La scienza stessa (cioè il linguaggio autentico) rivela
bensì come il mondo è fatto, ma non che esso esista. Che il mondo
ci sia è testimoniato soltanto dall'esperienza "mistica". Poiché
questa esperienza costituisce l'intera vita dell'uomo, tra la vita e il
pensiero filosofico c'è un constrasto insanabile.