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Indice

Introduzione, di Pierluigi Musarò e Paola Parmiggiani pag. 11

“La distanza inadeguata”: per una riflessione criti-


ca sulla solidarietà come ironia, di Lilie Chouliaraki » 17
1. Introduzione » 17
2. La distanza inadeguata: le rappresentazioni del post-uma-
nitarismo » 19
3. La solidarietà ironica: la moralità del post-umanitarismo » 25
4. La distanza adeguata: per una solidarietà come agonismo » 32
5. Conclusioni » 39
Bibliografia di riferimento » 40

Diversamente umani: retoriche e realtà dell'umani-


tarismo, di Pierluigi Musarò » 43
1. Lampedusa: il lutto e la beffa » 43
2. Chi è Bob? » 46
3. Vittime vs. criminali » 51
4. Dalla compassione all’ospitalità » 54
Bibliografia di riferimento » 59

Comunicare l’immigrazione in Italia, di Paola Par-


miggiani » 63
1. Prologo: la narrazione dell’immigrazione nei media italiani » 63
2. Per una diversa mediatizzazione dell’immigrazione in Italia » 67
3. Immigrazione e comunicazione (sociale) » 73
4. Questioni aperte » 82
Bibliografia di riferimento » 84

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Immigrazione, media, opinione pubblica: crisi
dell’umanitario?, di Andrea Pogliano pag. 87
1. Introduzione » 87
2. I frame dell’immigrazione sui settimanali italiani: securi-
tario, umanitario e del riscatto » 89
3. La ricerca sugli effetti dei frame » 91
4. Riflessioni conclusive » 103
Bibliografia di riferimento » 105

Da extracomunitario a clandestino: l'immigrato nei


discorsi dei media, di Giacomo Solano » 109
1. Introduzione » 109
2. Le ricerche su mass media e immigrazione in Italia: la
terminologia usata » 110
3. Le parole nelle notizie dell’Ansa » 113
4. Conclusioni » 121
Bibliografia di riferimento » 122

Frame dell'emergenza e migrazioni forzate. Il caso


dell'‘Emergenza Nord Africa’, di Emanuela Dal Zotto » 125
1. L’emergenza come frame e panico morale » 125
2. La costruzione dell’‘Emergenza Nord Africa’: attori e mo-
dalità » 126
3. Conclusioni. L’emergenza ingrandisce per far scomparire? » 133
Bibliografia di riferimento » 136

Storia di una gru. Una questione di punti di vista, di


Sara Saleri » 139
1. Introduzione » 139
2. La città vista dalla gru » 142
3. I media locali e la gru. Punti di vista imposti e negati » 147
4. Note conclusive » 152
Bibliografia di riferimento » 154

Ombre migranti. Pratiche discorsive sullo straniero,


di Antonia Cava » 157
1. L’immagine del migrante nei media italiani » 157
2. L’esperienza di Babel Tv » 163
3. La sfida della “doppia presenza” » 167
Bibliografia di riferimento » 169

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Ambivalenza dell'integrazione. Pratiche discorsive
dei rappresentanti dei migranti, di Marco Carniani e
Barbara Andreani pag. 171
1. Introduzione » 171
2. Il fatto mediatico: il discorso sull'allarme criminalità a Pe-
rugia » 173
3. I rappresentanti dei migranti dentro il discorso sicuritario » 178
4. Questioni aperte » 181
Bibliografia di riferimento » 182

Gli autori » 185

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A chi ha deciso di lasciare il proprio luogo di nascita
per r-esistere da un’altra parte

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Introduzione

di Pierluigi Musarò e Paola Parmiggiani

«Nel cielo non vi è alcuna distinzione tra est ed ovest; è la gente che
crea
le distinzioni nella propria mente e dopo averle fantasticate più e
più
volte le prende per verità incontestabili».
Sono le parole che Buddha
usa nel Canone Pali (raccolta di testi sacri) per descrivere “il reale stato
delle cose” e insegnare ai propri discepoli che non c’è nessuna fondamenta-
le distinzione tra gli essenti. Queste stesse parole potrebbero essere adottate
oggi per denunciare la rappresentazione distorta dei migranti e dei lori paesi
di origine prodotta dai media italiani. Per quanto le migrazioni costituisca-
no da sempre un fattore di grande importanza nella dinamica della popola-
zione mondiale e siano da più di trent’anni al centro dei processi di globa-
lizzazione che investono il nostro paese, il dibattito sociale, politico ed eco-
nomico degli ultimi decenni risente ancora di produzioni discorsive e visive
distorte, più orientate a costruire confini nell’immaginario sociale, legitti-
mando le distinzioni tra “loro” e “noi”, che non a creare ponti per sviluppa-
re politiche di integrazione e cittadinanza.
Con una percentuale di presenza rispetto alla popolazione italiana supe-
riore alla media europea1, gli immigrati sono oggi parte permanente e strut-
turale del nostro tessuto sociale ed economico: rappresentano un segmento
non trascurabile del mercato del lavoro, versano consistenti contributi pre-
videnziali, contribuiscono alla crescita della popolazione residente, i figli
frequentano le nostre scuole, hanno un conto presso una banca italiana, ac-
quistano beni immobili. Per quanto pochissimi di loro godano della cittadi-
nanza italiana, gli immigrati partecipano allo sviluppo del paese come lavo-
ratori e produttori, contribuenti, consumatori, risparmiatori e, in alcuni casi,
anche come elettori, vivendo dunque l’Italia non più e non solo come un
paese di transito, ma come una meta definitiva dove costruire un nuovo fu-

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Nel gennaio 2011, gli immigrati regolari erano 4.563.000 ossia il 7,5% della popola-
zione italiana, una percentuale superiore alla media europea pari al 6,2%.

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turo. Eppure, le cronache del giornalismo italiano, così come i discorsi pro-
dotti dalla politica e, a volte, dalle stesse agenzie dell’umanitario veicolano
una rappresentazione deformata del fenomeno migratorio, confinandolo al-
la sola dimensione dell’allarme sociale e della criminalità.
Che si tratti della teatralizzazione delle politiche di controllo alle fron-
tiere, dei titoli da prima pagina sullo spauracchio della criminalità comune,
delle preoccupazioni di ordine pubblico legate alla necessità di adeguare i
flussi migratori ai fabbisogni del mercato del lavoro, sino all’agitazione
dello spettro del terrorismo islamico, il discorso mediatico abusa del frame
emergenziale relativo agli sbarchi e all’immigrazione irregolare, così come
della retorica riguardante i crimini attribuiti o realmente commessi dagli
stranieri, al punto da occultare l’immigrazione ordinaria, effettiva faccia del
fenomeno migratorio.
Un esempio? Il tema prediletto dai media sul tema immigrazione riguar-
da gli sbarchi di clandestini sulle nostre coste: compare regolarmente in
estate o in occasione di qualche naufragio, e spesso si accompagna a temi
quali la sicurezza, la criminalità o la presenza di clandestini. Il che ci porta
a immaginare il mare come la via d’entrata degli “irregolari”, che lasciano
in altre terre guerra e fame per raggiungere l’Italia su piccole barche, fragili
gusci di noce, in mano a trafficanti senza scrupoli né pietà. Eppure, i dati
del ministero dell’Interno ci dicono che solo un cittadino straniero irregola-
re su otto (il 12 per cento) arriva via mare, mentre la gran parte raggiunge
l’Italia in aereo utilizzando un visto turistico. Dunque, l'immagine
dell’aeroporto di Roma, Milano o addirittura Parigi, e non il porto di Lam-
pedusa, dovremmo avere in mente quando pensiamo all’immigrazione irre-
golare.
D’altra parte, i problemi sociali non sono sempre chiari e semplici come
presupponiamo. Sono piuttosto costruzioni collettive e al contempo produt-
tori di significato. La definizione dei problemi sociali riguarda i processi di
costruzione simbolica della realtà, e dunque il framing della mente, ovvero
i meccanismi di narrazione e gli schemi interpretativi attraverso cui diamo
un senso a ciò che esperiamo. Processi che si svolgono in gran parte nei
media e tramite i media giungono a condizionare le nostre emozioni, atteg-
giamenti e azioni. Esercitando dunque una forma di potere che riguarda
l'inquadramento delle nostre menti come la definizione del campo entro cui
è possibile sviluppare il discorso pubblico, e dunque influenzare
l’immaginario collettivo e le policies adottate.
Analizzando le rappresentazioni dei migranti che circolano nella nostra
sfera pubblica appare chiaro che le notizie e le immagini diffuse dai media,
così come le dichiarazioni e i proclami degli attori politici, non rendono

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giustizia del profilo demografico, economico e sociale del fenomeno migra-
torio: è infatti minima l’attenzione rivolta alla vita quotidiana degli stranieri
presenti in Italia, alla comprensione dei loro costumi e culture, al ricono-
scimento del loro contributo al paese. Si tratta di un divario tra
l’immigrazione reale e l’immigrazione mediatica che non solo confonde la
percezione collettiva relativa alla presenza degli stranieri, ma contribuisce
ad alimentare quei processi di categorizzazione e di etichettamento da cui
scaturiscono stereotipi e discriminazioni nei confronti dell’altro. E da cui
conseguono stili e contenuti delle politiche implementate. Non è forse vero
che ritrarre l’altro in maniera denigratoria o pietistica, dipingendolo come
un soggetto naturalmente miserabile, ostile, tendente al crimine e dunque
pericoloso per la sicurezza sociale, incoraggia in noi atteggiamenti
d’intolleranza, se non di subdolo razzismo, ostacolando, di conseguenza,
l’inclusione dell’altro nella società italiana?
Per analizzare la rappresentazione collettiva degli immigrati in Italia ci
siamo chiesti in che modo e con quali fini i media producono e diffondono
informazioni e immagini su di essi, focalizzandoci in particolar modo sulla
relazione tra i discorsi prodotti sull’immigrazione e il contesto dell’aiuto
umanitario e della sicurezza. Infine, per non limitare l'analisi alla pars
destruens, abbiamo cercato di individuare il modo in cui narrazioni diverse
possono favorire un’informazione inclusiva dell’alterità e rispettosa delle
diversità.
Non è un caso che negli ultimi anni i movimenti migratori vengano rap-
presentati come vere e proprie emergenze umanitarie: individui disperati,
forzati a lasciare le loro case e i paesi di origine a causa di dittatori spietati,
conflitti e violazioni dei diritti umani; profughi che arrivano sulle nostre co-
ste spinti dalla povertà estrema, cercando nell’emigrazione nuove prospet-
tive di vita; vittime senza nome alla mercé di trafficanti spietati e senza
scrupoli. Identificando nell’estrema povertà, nella guerra e nelle catastrofi
naturali le cause della migrazione, i discorsi prodotti dai media, dalla politi-
ca e dalle agenzie dell’umanitario forniscono un’immagine distorta e ste-
reotipata dei migranti e dei loro paesi di provenienza. Raffigurati come
reietti o potenzialmente pericolosi, i migranti finiscono per essere conside-
rati come appartenenti a un’unica categoria, indipendentemente dalla loro
provenienza e status giuridico, stigmatizzati come clandestini e confinati in
campi (siano essi centri di accoglienza, identificazione o espulsione), dive-
nendo sempre più spesso oggetto di marginalizzazione, esclusione e crimi-
nalizzazione. Un processo di etichettamento e di progressiva spersonalizza-
zione e decontestualizzazione per certi aspetti analogo a quello subito, nello
spazio dell’aiuto umanitario e della filantropia, dalle popolazioni vulnerabi-

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li e sofferenti, ridotte a vittime silenziose, bisognose di protezione e di aiu-
to.
Inquadrare le rappresentazioni dei migranti nel più ampio contesto dello
spazio umanitario – inteso come imperativo morale universale ad agire di-
rettamente in aiuto dei più vulnerabili, anche se distanti e sconosciuti – e
focalizzare l'attenzione sulla narrazione umanitaria – ovvero sulla struttura
comunicativa che, soprattutto attraverso i media, diffonde questo imperati-
vo a soccorrere gli altri – ci ha permesso di indagare come cambia lo statu-
to di un essere umano a seconda che vesta i panni della vittima da aiutare a
distanza, piuttosto che del clandestino da respingere nel momento in cui
prova a raggiungere le nostre coste. Si tratta di una dislocazione discorsiva
– dal contesto dell’aiuto umanitario e della filantropia a quello della sicu-
rezza e dell’ordine pubblico nazionale – fondamentale per mettere a fuoco
il ruolo del discorso umanitario nella costruzione emotiva, cognitiva e poli-
tica dei processi di interazione tra migranti e società ospiti.
In linea con il saggio di Lilie Chouliaraki che apre il volume, incentrato
sull’inadeguatezza delle rappresentazioni mediali della solidarietà cosmo-
polita, intesa come l’istanza umanitaria per eccellenza, i contributi teorici e
di ricerca empirica qui ospitati analizzano gli aspetti etici, estetici e politici
della narrazione umanitaria che spesso caratterizza le notizie e le immagini
sull'immigrazione in Italia. Come i diversi autori evidenziano, analizzare in
maniera critica il legame perverso tra emergenza e accoglienza permette di
svelare come il processo di securitizzazione e umanitarizzazione si sia af-
fermato nella gestione dei fenomeni migratori e, più in generale, come l'u-
manitarismo sia ormai divenuto un linguaggio che lega inestricabilmente
valori ed emozioni, funzionando come un dispositivo volto a definire e le-
gittimare discorsi e pratiche di governo degli esseri umani.
Il discorso mediatico all’insegna della negatività e della contrapposizio-
ne tra noi e loro dimostra non solo il fallimento delle narrazioni umanitarie
nella rappresentazione degli stranieri, ridotti a figure senza voce e senza
umanità, ma rende ancora più stridenti le relazioni di potere esistenti tra la
“fortezza Europa” e gli altri, indesiderati e non meritevoli di essere accolti.
Si tratta di una distribuzione asimmetrica di umanità che, non solo è in tota-
le distonia con i lineamenti dell’immigrazione reale – la parola migrante, in
quelle terre lontane, vuol dire coraggio, speranza, futuro – ma tradisce l'i-
deale di etica cosmopolita basata sulla condivisione di una “comune umani-
tà” a cui si richiamano le nostre istituzioni, svelando così le forti contraddi-
zione oggi esistenti tra retoriche e realtà dell’umanitarismo.
Quali interessi alimentano questo discorso mediatico all’insegna della
negatività? Possibile che nonostante i continui richiami delle associazioni

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di categoria dei giornalisti e le indicazioni fornite dalla Carta di Roma sulle
modalità da utilizzare per trattare il tema immigrazione attraverso una reto-
rica della dignità, ancora oggi i media falliscano nel presentare immigrati e
richiedenti asilo come persone con una loro storia e identità, che hanno una
voce e un’idea sulle loro vite, che fanno delle scelte e lottano per portarle
avanti, e dunque, come persone che meritano la nostra empatia, attenzione
e cura?
Se è vero che il discorso mediatico incentrato sulla contrapposizione
noi-loro riflette l’umana inquietudine provocata dallo straniero, in quanto
portatore di una diversità che ci induce inevitabilmente ad interrogarci sulla
nostra identità, la nostra storia, i nostri valori; è al contempo vero che, so-
prattutto in questo periodo di pauperizzazione della classe media e di uno
sviluppo senza crescita, l’inferiorizzazione dei migranti serve a rassicurare
il cittadino italiano e a legittimare pratiche sociali ed istituzionali basate
sull’esclusione e la militarizzazione delle frontiere. Eppure, l’analisi della
trattazione mediatica dell’immigrazione qui proposta ci racconta qualcosa
di importante non solo su come “loro” vengono ritratti, ma anche sulla geo-
grafia morale del mondo, sulla vulnerabilità umana come un problema che
riguarda l’ingiustizia globale e la responsabilità collettiva, nonché sulla no-
stra capacità di percepire, riflettere ed agire nel mondo. Ad esempio, sulla
nostra convinzione che profonde distinzioni tra gli esseri umani esistano,
così come i confini fisici nel paesaggio, e che questi ultimi vadano milita-
rizzati per accogliere o respingere i primi proprio in conformità a quelle di-
stinzioni. Senza riuscire neppure a immaginare l’attuazione di un diritto co-
smopolita, spaventati come siamo di fronte all’idea di un’invasione barba-
rica propinataci dai media.
Preso dunque atto che i media hanno una responsabilità primaria nella
costruzione del noi e dell’altro - la costruzione della realtà da questi propu-
gnata si ripercuote sulla condizione dello straniero, sul suo status simboli-
co, sulla legittimazione di politiche d’inclusione o d’esclusione – potremmo
concludere chiedendoci: come informare correttamente sulla reale condi-
zione degli immigrati e dei richiedenti asilo? Come dare spazio
all’immaginazione affinché possa produrre una visione di solidarietà che
vada oltre il sé individuale e solitario? È immaginabile una struttura comu-
nicativa differente per la rappresentazione degli immigrati, che possa anda-
re oltre l'etichetta di disperati o potenzialmente pericolosi?
Come evidenziato da diversi saggi contenuti nel volume, per far emer-
gere frame alternativi rispetto alla consueta rappresentazione del fenomeno
migratorio è necessaria un’informazione meno etnocentrica, libera da gene-
ralizzazioni, fobie e pregiudizi. Prestare maggiore attenzione alla vita ordi-

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naria degli immigrati, alla conoscenza delle loro culture, alla riconoscenza
del loro contributo al nostro paese aiuterebbe a dissipare quella confusione
tra quotidianità migrante e la sua parte deviante o eccezionale. Una diversa
immagine dell’alterità dovrebbe, inoltre, considerare la differenza come
una risorsa e un bene da tutelare, delineando l'attuale contesto pluriculturale
e multietnico anche attraverso una maggiore complessità in termini di con-
tenuti, immagini e chiavi interpretative. Fondamentale è dunque includere
la voce degli immigrati in modo da potere ascoltare le loro storie sullo stes-
so piano delle nostre.
Ma, al di là delle specifiche indicazioni, peraltro già contenute nella
Carta di Roma così come nella neonata Carta di Lampedusa (entrambe più
volte citate nel volume), per segnare una reale differenza occorre comuni-
care la vulnerabilità umana come una questione politica di ingiustizia che
può diventare l’oggetto della nostra riflessione collettiva, della nostra emo-
zione empatica e della nostra azione trasformativa.
La speranza è che questo volume possa rappresentare un primo passo in
questa direzione, intrapreso con l'auspicio di produrre una visione alternati-
va di solidarietà, non più basata sulla compassione né su una generica con-
divisione della nostra comune umanità, ma che sia capace di riconoscere
l'altro come un essere umano che si sforza attivamente di gestire la propria
vita, sebbene nelle condizioni duramente oppressive delle strutture
dell’ingiustizia, globali e locali.
Solo così possiamo sperare di superare i limiti della rappresentazione e i
confini che ci impediscono di costruire un destino comune. Confini che so-
no dell’uomo e mai della natura.

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