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Il primo libro delle Favole

1
L’agnello di Persia incontrò una gentildonna lombarda, che
prese a rimirarlo con l’occhialino. «Fedro, Fedro», belava
miseramente l’agnello: «prestami il tuo lupo! »

2
Il lupo, accompagnatosi con Parcicorvo, lo scongiurava di
erudirlo nella lingua latina. L’arcicorvo si ricusò: c il lupo, da
allora, usa della faucc in modo improbo.

3
Il leone saziato s’imbatté in un cronico di stomaco. «Salvami
dal chirurgo! » implorò il gasteròpata.

4
Un botanista apprese dal carpentiere che il legno del larice era
buono da finestre e da banco: c volle che fossero tutti larici
intorno alla casa. Andò anche dallo speziale e disse: larici! E
dal cavallaro e disse: larici! E dal mastro muratore c disse:
larici!
Avvenne infine che gli bisognasse una grati tavola, da
disseccarvi alcuni funghi velenosi: che intendeva distinguere
dai mangiativi. Gli disse, il carpentiere, che gli facesse, alla
tavola, le quattro gambe di legno pero: che a tornire vicn
meglio.
13
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

E gli sovvenne, al botanista, che nel secolo pur allora


consumato c’era un pero nel giardino. Ma i larici tenevano il
suo luogo oggi mai.
Questa favoletta ne certifica: ogni forma dell'Essere la
merita tutela nel Jardin des Plantes. E la parola d’ordine è da
incuorare al ballo i dementi.

I rettangolari architetti farebbono cipria del Borromini, come


di colui che rettangolare non c, ma cavatappi.
Questa favoletta ne certifica: la parola d’ordine rinnova l’o-
pere: e I’opere nuove trovano parole a essere commendate.

6
Una belva sinistra, che compicciava in tela certi avortini, ruggì
che le tele vangoghesche fossero distrutte come entartete Kunst.
Mossero, alla parola d’ordine, gli zelatori e i seguaci.

7
I letteratori ingaggiati dopo anni zinque si disingaggiano.

8
Un navicellaio aveva a passar lo Stretto, e con il mare alle
brutte: Scilla dalle molte bocche faceva le boccacce, Caribdi,
dai dentolini di squalo, in tra il frangente e l’onda ne andava
dimostrando l’aguto.
Si pensò, il buon padrone, di rabbonire i due mostri: col
lasciar loro intendere non tutti i navicelli sono boccon da Scilla:
o Caribdi. Richiedati i congiunti se in quel commosso verde,
che aveva quel dì le male creste con più rabbuffi di spuma, gli
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IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

volesse alcun di loro venir compagno a seco dividere i perigli,


e' l’andava facendo luogo fra le botti, in coperta, da poterlo
accomodare per il meglio.

9
La madre della di lui Signora si offerì.
Approdarono felicemente a Zacinto.

10

I pubblicani volevano scrivere nelle tabelle il numero delle


vacche di Zebedìa, per averne oblazione: di duo nummi di
tributo a ogni vacca. Zebedìa andò a vendere issoffatto i
quadrupedi e dichiarò ai pubblicani che le sue vacche se le
erano sognate loro.

II

Un apparitore doveva introdurre l’elefante, reo d’aver adusato


proboscide alla su’ vendetta, nella curia dove sedeva il
proconsole. Al proconsole gli mise in capo la criniera del leone:
dall’elefante si fe’ regalare le zanne.

12

Un convittore trovava che la mensa del propretore era troppo


lauta per il suo stomaco. Invitò il lupo alla mensa, come
aiutoconvittore.

13

Un moralista volle vedere nel caleidoscopio: ma ne torse il


capo ischifito: «Oh, oh, oh! », badava esclamare.
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IL PRIMO UDRÒ DELLE FAVOLE

14

La cornacchia invidiava al pettirosso.

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La cornacchia invidiava all’usignolo.

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Pcrscfonc regina delle ombre ne avrà, spentasi l’angoscia del


cammino.

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Durava il passo tuttavia de’ Lanzi: e l’accorto colono si divisò
di rendere invisiva la vacca, che aveva molto più cara della
moglie: onninamente invisiva a quelle soldatesche pestifere. Ma
nissun luogo gli pareva proprio.
Nel mezzo di una brughiera cavò fossa, un poco più fonda di
quanto non andasse alta dallo strame la testa della vacca: e le
corna pure computò. E, trattavi la cornuta in sull'orlo, per un
tavolone a sdrucciolo ch’avea bene bene saponato ve la fc'
sdrucciolare del sedere: avendovi ogni diligenza, acciò la non si
frangesse Tossa alle gambe.
Quando indi i Lanzi messono a sacco il paese, scrutarono a
lungo la desolazione della brughiera, con cigli raggrottati c
schermando anco il solecchio, della man destra. Ma nulla vi
scorsero.

18
Aristippo cinico non avea fede alle virtù del digiuno, sublima-
tivc dello spirito. E, in fatto, non appena potè, si sgranocchiò un
pollo ai ferri, presolo dall’ala. Donde quel celebrato dittag-
16
IL PRIMO LIBRO tXttXR PAVOLP.
gio de’ filosafi cinici: «Del pollo il volo, del dindo il passo».

19
Quando i Salinatori furono coscritti a' padri e fatti consoli,
Quirino trovò che ne avevano tutti i requisiti.

20
Il dinosauro, fuggito dal Museo, incontrò la lucertola che
ancora non vi abitava. Disse: «Oggi a me, domani a te».

21
Le due tortorcllc, venuto il cielo al Leone, scambiarono
l’autore per Francesco Assisterne e presero a tubare sul
davanzale della di lui finestra dalle quattro a mattino.
Furono raggiunte da corpo contundente.
Questa favoletta ne adduce: che il distinguere i Santi dai
bubboloni non è delle tortore.

22
Il cavallo, mandato nel Carso, traeva una carretta bene leggera
al ritorno, tutto affidatosi al giurare della Notte. Ma la |>e- rjura
Notte gli mancò la parola: c la fascia del mattino che guarda era
già sul Veliki. Nati dal cielo del mattino fiori atroci, i latrati
delle folgori.
Agonizzava tra infinite budella, chiedendo perché, perché.

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IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

23
Apollo incontrò un personaggio del Goldoni indaffarato a
ripetutamente stcrnutirc e, avvisàtosi d’una scatoletta di
tartaruga che quello stringeva nella mano, volle esser messo a
parte del nuovo sortilegio. Il personaggio del Goldoni si fece in
quattro a spiegare ad Apollo le proprietà organolettiche del
tabacco da fiuto, e gli offerì una presa: ma Apollo non ne capì
nulla.
Disparve: lasciato dietro sé un gradevole odore di
brillantina.

24
Il sedano, buttato in pentola, v’incontrò la culatta del bue. Ne
venne un brodo: ch’ebbe succhi e pepsine dalla culatta del bue,
c il gusto c il profumo dal sedano.
Questa tavoletta ne ammonisce, o uomini battiferro, a non
dileggiare gli scrittori.

25
Il ciriegio, venuto dopo gran fuga d’anni al nonagesimo suo, fu
sradicato e messo in tavole. E dette tavole, dopo stagionatura
assai, piallate. E, infine, commesse in una scansia.
Ora egli guarda l’Omero e il Plato, l’Orazio e il Dante. Ma
se il destino gli riconducesse una sola delle trasvolate ore del
temilo, ei si rifarebbe al suo colle, a far zuffa con i venti
dell'aprile.
Questa buona favola del buonissimo abate Zanella ne
adduce: «che al comune degli uomini, e de’ ciriegi, il pensiero
di giovinezza è rimpianto».

26
L’autore non può rimpiangere la sua inesistita giovinezza.
IL PRIMO LIBRO DBU.H FAVOLE

27
La scimmia, trovato un elmo da pompiere, se lo mise in testa.
Ma rimase al buio.

28

Il vecchio asino paterfamilias improverava al figliolo


scapestrato i disdicevoli diportamenti c proponcvagli in
esempio la tavola di cucina: «Un quadrupede a modo: e
veramente fedele al nostro santo numero, ch’è il quattro: o
tristanzuolo!»
Questa favoletta ne accerta: che la morale sessuale si addice
alle tavole.

29
Lo scarafaggio dileggiava l’arco di Costantino Cesare come
architettura supervacante. «Stolta e vuota altezza!», proferì.
Passa da sotto agli usci chiusi catenati.

30
La cimice, annusato il pan di Como, opinò che i lombardi son
fessi.
Questa favoletta ne insegna: che ogni animale si nutrica di
quello gli conviene.

31
L'autore non ha limosinc pei musicanti. Lo ha detto, scritto e
stampato. (In pratica, pusillo, gli molla lire dieci.)
II. PRIMO UBKO DELLE PAVOLE

32
L’autore, se glie ne venisse facoltà, userebbe della frusta sopra
ai musicanti di strada, lì pure dal trattore.

33

L’asino del monisterio, sentendo bussare la Primavera


all’uscio di stalla, pregò la monica superiora d’esser lasciato
solo nel buio. Non vedeva altra soluzione.

34
La città elettrica, ne' musicanti che ingombrano tuttodì le sue
strade, ha i suoi lerci pidocchi.

35
Il beccafico vide quella natura morta del buonissimo pittor
Tomèa: c ritenutala fico d addo vero, del becco vi diede
immani inenti una bcccatuzza delle sue. Che in nella tela ne
risultò un buco, o pertugio.
Questa favola ficaia ne dimostra: che qual non intende,
ncmmanco agisce a ragione.

36

Il generale Salasco, a Milano, soscrisse l’armistizio detto «di


Salasco».
Questa favoletta ne insegna che le istorie vanno vedute
dappresso. Altramente, d’un generale, ne fai un campanile.

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IL PRLMO LIBRO DELLE FAVOLE

37
I buoi dissero all’operaie: «così voi non per voi mellificate, o
api». Risposero Popcraic: «così voi non per voi portate l’aratro,
o buoi».

38
Un meccanico autarchico aveva inventato la macchina per fare
gli zecchini.
Tratto in arresto, fu inviato a Regina Coeli.

39
Il passero solitario fu invitato dall'Agente delle Imposte a voler
pagare la tassa dei celibi, comminategli in caso d'inadempienza
le sanzioni statuite dalla legge.
Parendogli troppo grave il pagare, deliberò di togliersi, a
non pagare, una marfisa. Poiché la passera s’era già coniugata
al beccafico, ci s’ammogliò con la foca.

40
Egnazio ha denti d’avorio e sempiternamente sorride. Come
dentifricio usa la pipì. Di ciò fa fede il poeta Catullo.

41
Le parole sacre, vedute le labbra dclPautore, ne rifuggono. Le
cose sacre, veduto il cuore dell'autore, vi si fermano.

42
In breve, in breve, o cari.
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IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

43
Francois Villon poeta Francesco, nel suo Testament,
commemorò l’Alchepias tra le gran femmine del consumato
tempo. E ciò a quella ripresa buonissima che si rubrica: Ballade
des femmes d’antan. « Mais où sont Ics nciges d’antan? *
Questa favola ne dice: che sui fatti memorabili dell’Alcipia-
de, dopo le folgori di San Girolamo, era scesa gran tenebra.

44
La mosca invitò a cena l’autore, il quale, messosi nelle curiali-
tà, da quell'embricata àiòlà del gran piatto, che immantincnti
conobbe essere rosbiffe, vi ebbe a levare in forchetta quanto
più palesemente gli aggradiva. Indi, e con creanza tuttavia
grandissima, che gli è propria, c a quando a quando forbendosi
nel pannolino, e austeramente alcun sorso dal boccale
richiamando ai precordii, manicò de’ suoi meglio appetiti.
Passati al salotto, c consumato insino al tocco ne’ piacevoli
ed appropriati conversari, egli prendeva licenzia dall’ospite
vivamente rimeritandola. Commendavane altresì la cuoca,
Aspasia, c Firenze gentile.

45
Il municipio de' Genovesi fece distendere sul Bisagno alla sua
foce un ispesso drappo di calcestruzzo. Ingelosito, il Polcèvera
chiede Pigliale.

46
Un conte, alla battaglia del Mincio, non fece nulla, non mosse.
Aveva ordini da non muoversi: nc pas bouger!
Questa favola ne dice coraggio, che il male c di passaggio.
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

47
Il cervo, assetato dopo la rissa, incontrò un milanese. Costui,
manco a dirlo, gli pagò la bira. (Con una sola r tuttavia.)

48

Il polo Sud, non appena avvistato l'ammiraglio Bird, chicsegli


notizia del polo Nord. Questa favola ne dice che talora ci
ricordiamo de' fratelli.

49

Il collettore decumano, tanto ha messo amore agli uomini, che


si beve tuttodì quella buona roba.
Questa tavoletta ne suggerisce: l’amore è cieco: e ogniduno
trangugia il suo vantaggio.

50
Il topo, penetrato nel credenzone, vi messe tutto a soqquadro:
pur d’arrivare a le polpette. Queste lo saturarono d’arsenico: e
anco capocchie. Di zolfanelli.

51
Il corno inglese, con lunga c fuggitiva mélode, suonò la vallèa.
Indi partissi al galoppo, per pavore del non si sa mai: dato
ch’era un corno.

52
Il poeta Allighieri, messa su quella gran fabbrica del Paradiso,
dentro, poi, vi predispose un trono di diamante ad Enrico.
IL PRIMO I IBRO DELLE FAVOLE

53
li maresciallo de’ gendarmi incontrò la gazza ladra c le intimò
l’alt. La refurtiva fu potuta recuperare perché la gazza, presasi
pietà del poveraccio, si astenne dal far uso dell’ale. Il fatto
avvenne presso Montpellier.

54

A Enrico di Lucimburgo, settimo imperator sacro, Matteo


Visconti alla Motta gli promosse una delibera, che gli era fatto
presente di centomila zecchini di oro. Onesti centomila zecchini
di oro, al solito, li pagarono i milanesi.

55

Bertrando Gozio guasco, pontefice in soglio Clemente V,


standosi ad Avignone in castello aveva apprestato ceremonia a
Roma, ad Enrico.
Avvenne che il sediolone celeste fosse appetito et occupato
prima d’esser fatto. Quel caro e virtuoso imperadorc non pur
s’avvisò di quell’allighicrcsco fulgore, che spazientitosi a
volervi insediare il sedere ebbe a tirar le cuoia al Buonconvento
d'Arbia ove l'Ktruria è detta Maritima, o Maremma.
Una cotal favola ne dice: che le zanzarine d’Arbia sono scn-
nate a pinzare.

56
Un cacciatore avea cicca fiducia nella lepre tantoché dopo
corsa lunghissima raggiunse un gatto. Nel frattempo, sendosi
dismemorate le gemi che nel principio di chella corsa usava dar
caccia alla lepre, plaudirono unanimi al cacciatore: perché
insomnia lepre o gatto fa lo stesso.
Questa favola ne dice: che a bocca buona tutto c buono: c
che il progresso non ferma.
24
IL PRIMO LIBRO DFXLE FAVOLE

57
Enrico di Lucimburgo della Magna, sacro impcrador settimo
per il poeta Allighici amatissimo, ricevuta l’assoluzione da’
peccati e cibatosi nel santo cibo del Cristo, principiò percepire
certo mal di corpo ch’ei si pensò scemasse per divino ausilio,
ma crebbe ferocemente con l’ore: tantoché così assoluto e
nodrito ai dì d’agosto 2A a ora terza schioppo morto di budella,
ad anno di nostra non di sua salute 1313 ovvero cioè doppio
tredici al Buon Convento dcll’Arbia: c volò issofatto nelle
Dominazioni e ne’ Troni, ad occupare il felice trono dantesco
sopra alla dominazione delle nuvole.
E fu subita e per tutta la Italia una boce: che il confessore c
ministro del Santo Cibo, dal Santo Padre con li più gravi
argomenti a ciò indotto e con le più secrete promissioni, l’aveva
unguentato la Spezie (o Particola) d’un suo speziale c
particulare inlenimento, o succo, abbenché diafano e
onninamente invisivo, come chi dica in oggi d’arsenicato di
piombo: adde: alcuni stricnidi de’ più deliberati ad agire, e'
quali agirono nell’intenzione di Clemente con l'alacrità c con la
clemenza consuete.
Una tal favoletta nc certifica: il papa ha buon senno. E la
universa Italia non meno di Dante conosce il buon vantaggio
dello impero.

58

La donna di cuore, nel pigia pigia d’una scala, o sequenza, fu


criminata dal re di picca di essersela veduta con il fante di fiore:
«Ponza ai corni di casa tua», gli disse dolcemente la bella.

59
Ad anno di salute nostra milnovecento e quaranta, decimotta-
vo dell’egira, un capostazione vide arrivare uno scarafaggio sul
binario di corsa. Egli penzò: che oramai così fosse.

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II. l'RIMO LIBRO DELLE FAVOLE

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II sole del Sudamerica incontrò il poeta Carducci e si felicitò


secolui grandemente: «Sei Punico che mi abbia capito!», disse.
Questa favoletta ne avverte che dall’emisfero australe, dov’è la
Patagonia, l’astronomia carducciana c quel che Dio fece.

61
Il dinosauro, che dormicchiava al Musco, si sentì vellicar la
groppa da zampini di lacertola, sendoché d'un osso in altro
quella vi andava scintillando a diporto, nell’esercizio mattutino.
Disse: «Oggi a me, domani a te».
Questa favoletta ne adduce: che i piccoli vivi amano rampi-
carc i grandi morti.

62

Il gufo dimorava le rovine: c vi attendeva il poeta, che a suspi-


rar vi andasse. Discesa la notte, udì sospirare lungamente.
Verso l’alba, che si moriva dal sonno, scorse il poeta
allontanarsi. Con la ragazza.

63

La penna disse al pennacchio: «A che sci buono, fanfarone?»


Rispose il pennacchio: «A farti scrivere le mie lodi».

64

La farfalla incontrò una vispa ragazza, di nome Teresa: «Sta


per nascere il mio poeta», pensò.

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IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

65
Il brontosauro opinava che il verbo brontolare l'avevano
inventato per fargli rabbia.
Questa favolctta ne dice: che il permaloso è debole opinante.

66
Il generale Bonaparte incontrò il Monte di Pietà di Milano: e in
dodici ore lo ebbe ripulito.

67
Lucia Mondella, venendo dalla filanda, incontrò il lupo
mannaro: che, levatosi il cappello, c sdrusciatcne le gran piume
per terra, andava sburrandole certe parolcttc ad orecchio, delle
più zuccherose che aveva. Lucia scappò: e raccontò ad Agnese
ogni cosa.
Questa favola ne induce a sospirare: «C’cst dommage! »

68
Il pomo, cadendo, incontrò la parrucca di Isacco Newton.
Questa favolctta ne dice che la gravitazione, accordatasi con
il secolo de’ lumi, de’ pomi, e delle parrucche, usò al suo
filosafo un trattamento di favore.

69
La puzzola era per venir raggiunta e azzannata dal lupo rapace:
a salvarsi, lanciò da poppavia uno de’ suoi temuti siluri allo
stato gassoso: nel che fare è maestra. Il lupo, mezzo morto dalla
schifenza, desistette dall’inscguirla. Da alcuni contadini fu
veduto a vomitare succhi gastrici, c un buon poco di bile, a
II. IWIMO LIBRO DELLE PAVOLB
fiotti, nel vento, mentrcchc andava miseramente
sciamando: «quanto mai! »

70

Gli stoici erano impassibili al dolore e aborrivano il vizio.


Qualcuno era un po' grasso.

71
11 poeta Allighieri sostenne che l’aquila è «l'uccel di Dio».

72

L’aquila volò a lungo. Indi si appollaiò sull'elmo del Kaiser.

73

Sulla sedia o sella curule sedeva lo scrofoloso Nonio. Vatinio


ad ottenere il consolato spergiurava. Quinto Valerio poeta
attendeva la morte.

74

Crisòbulo stoico, secondo l’opinione di Marziale, non sedette


mai.

75

Quando l’aquila ebbe rapito Ganimede, si disse: «che bel


pollo! »

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IL PRIMO I.IHRO DELLE FAVOLE

76
Raphael Sanzio soffuse di un dolce rossore le guance di
Ganimede.

77
La capra non disdegna il sale, anzi lo brama.

78
Alessandro pontefice VI pianse la morte del Duca di Gandìa.
Questa favola ne avverte che il padre del Duca Valentino e del
Duca di Gandìa, se vuol piangere, deve piangere l’uno dei figli
ammazzato dall’altro.

79
Un maniaco voleva comperare un libro. Dopo pochi minuti
arrivò l'autolettiga della Croce Verde.

80
Un vecchio pappagallo, sentendo sé prossimo alla fine, volle
registrate sul disco le frasi che tuttodì andava ripetendo ai
passanti. Nacquero così le opere complete del pappagallo.

81
Un generale del Venezuela, ritenuto de’ più fulminei di quella
felice repubblica, aveva sette vacche lattifere, che lasciava
mungere dall’attendente; vacando egli alle operazioni di
guerra. Trovatosi un giorno nella necessità di far fagotto (per
caso di forza maggiore) mise in salvo le sette vacche lattifere:
ab-
29
IL PRIMO LIBRO DRLLB FAVOLE
bando nò al nemico trecentomila prigionieri, tremila cannoni.
Questa favoletta ne apprende: che i generali sudamericani
sono talora dei bei tipi.

82
Il Tiepolo frcscava una villa della sua terra, che bàgnasi di
Brenta e di Piave: e vi poneva assai diligenza, facendovi anco
lcnzuoli, con polpacci, glutei, cosce, mallèoli ed alluci.
Azzurrissimi erano i cieli, e con un diàfano trasvolare delle
nuvole. «Chi guarderà mai a questi piedi?», si disse il Tiepolo
al mutar pennello.
Passati gli anni, vi erano sul pavimento degli insanguinati e
bendati, con occhi alla volta. La bianca tunica del chirurgo era
tinta del colore abominevole.

83
II verme solitario si esteriorizza pezzo a pezzo.

84
Un genovese incontrò di là dall’Oceano il re degli indiani
Calibèi, avvolto il crine di barbariche penne, che avea spiccate
dal culo del dindone. «Quelli della tua terra verranno ad
occupare il mio regno! », grugnì tutto in ira il Calibéo: e
squassò temibilmente una sua zagaglia. Cristoforo sciamò:
«così fosse!»: c fece il segno della Croce.

85
Monroe disse: «il pollaio ai polli! », e ricinsc d’un bel filo spi
nato la immensità delle terre. Si vedrà.

30
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

86
Il Filarete era tanto amico della virtù che avrebbe potuto
chiamarsi Arctcfilo. Ma aveva troppo buon gusto.

87

Giuseppe Verdi compose una Messa da Requiem che in


Paradiso, appena la udirono, gli pareva d’essere tutti in palco.
Alla Scala.

88
LJn nano gobbo con un sacco chiese agitatissimo a Giuseppe
Verdi: «per portare quest’angelo in Paradiso?» Disse Verdi:
«tira innanzi: in capo a via Manzoni».

89
Il porcello, venuto nel morir la state alle qucrci, appiè la reina
loro v’incontrò un boleto tutto ritto e scarlatto: perlocché
accostati a quella invereconda porpora i duo buchi del grifo gli
bofonchiò a livello: «Io vo a tartufi».
Questa favola ne ammonisce: che ad esercitare la critica, il
buon critico deve prendere esempio dal porcello.

90
Muzio Scevola ebbe nervi speciali, che gli permisero di
realizzare un suo speciale rum-steak.
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

91
Nabuccodonosor, seguitato dal codazzo degli ufficiali
babilonici, incontrò un povero diavolo. Il povero diavolo si
fece tristemente da parte.

92
Uno scolaro vide un poeta: e si domandò atterrito: «Ma non
bastava l’Iliade?»

93
Quando il collo di Cadibona vide arrivar su il generale
Bonaparte, disse: «F. va bc».

94
Un poeta fece un’oda circa il generale Bonaparte, indi se ne
pentì.

95
La Gilda, mentre pregava Iddio, divorava col guardo un
giovane bello e fatale. E ciò tutte le feste, al tempio. Quel
giovine, ch’era un duca, in un primo atto l’amò, in un secondo
la piantò.
Questa favoletta ne susurra: che il fare un pasticcio di Dio e
del giovane bello e fatale è operazione priva di rigore logico.

96
Il pregare Iddio c operazione del mattino. Anche il prendere il
caffclatte è operazione del mattino.
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

97
Il canarino, volendo fare della critica, cominciò a provare il
becco su di un osso di seppia.

98
Il poeta Carducci incontrò il leone col poncho e mormorò
sdegnosamente: «Al collo leonino avvoltosi il puncio». Il leone
gli disse: «me lo infilo».
«Ecché?», fece torvo il poeta Carducci.
«Me Io infilo, me lo infilo», ripete il leone.
Questa favoletta ne ammaestra che il poncho c indumento
senza bottoni: c fatto d’un drappo. Per il buco, che ha nel
mezzo, uno se lo infila dalla testa: c dice proverbialmente il
criollo: «Ix> que tiene agujero, lodo cs poncho».
Altri indumenti te tu te l'infili c non avvolgi: e sono:
camicia, bracolini, calzoni, giustacuore, farsetto, guarnacca,
pastrano. Anco scarpe c calze t’infili. Gli alpini del battaglione
Edolo o del battaglione Pincrolo avvolgevano le fasce intorno
ai tigliosi lacerti dei loro polpacci. Oh! li abbiamo veduti!
Salire, salire. Conosciamo, conosciamo.

99

(ìli ufficiali del generale Bonaparte incontrarono le posate


d'argento di casa Melzi, Scrbclloni, c Beigioioso. Se le
dimenticarono in tasca.

100
Un tale disse all’autore: «Lei deve essere fiero di contribuire*.
- «Sono fierissimo», rispose l'autore contribuendo.

33
IL PRIMO LIBRO DF.LLE FAVOLK

101
Il nibbio apre Tali. E il vento lo porta.

102
La chioccia, non anco ebbe scorto Tocchi (nel capo color caffè
della vipera) che con un dar del becco la fulminò. Questa
favola ne conferma: che lo sdegno c fiamma subitanea.

103
Gli amanti e' paiono imitare i colombi.

104
Un vaso da notte, stanco d’essere intronato gli orecchi, si volse
per aiuto al poeta. Peggio che «andar» di notte.

105
Il Mississipì, che è brentana colma in America, aveva gran
fretta di dar foce nel golfo: ma intendeva pervenirvi alla
chetichella. Contro il suo desiderio di passare inosservato,
usciti dagli zùccari l’infiniti ratti della Luigiana vi vollero
apprendere il nuoto, e i gran baffi li sostenevano a pel d’acqua,
in onor dell1 acque di che la vallea lenta sgrondava,
copiosissime.
Una tal favola ne insegna: per diligcnzia te tu vi ponga, certe
porcheriole non arrivi ad ascondere: né te medesimo in quelle.

106
Raphael Sanzio era dignissimo giovine.
34
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

107
Il |>ontccorvo ha capellatura corvina: c naso matematico.

108
Per il Poliziano morto, Giuseppe Scaligero e* fece un pitaffio:
ov’è detto: se memorarne la vita e le virtù, o i vizi con altrui
condolerne, c la morte.

109

Ilio Raphael, qui: paventò vivendo il quale esserne superata la


madre alma de le cose: c si morire morendo.
Questa favoletta ne adduce: che '1 pitafio di Pietro Bembo r
Inion dimetro da elegia: ed è travaglio grande a voltarlo. Ad- •
le: che la critica d'arte sostava, come per secoli dimoiti, al
cànone naturalistico.

110
Morire per la patria è dolce cosa c onorevole: infatti alcuni
sono morti per la patria immortale: ed altri, a guardarla dalle
tignole, c bisognato vivessero.
Questa favoletta ne dice: il morto giace, il vivo si dà pace.

Ili
Non anco Provolone si ritrovò allo speco, e n’ebbe nuove al
mutone c le male grotte vi lesse, che nel fioco lume di chcl
molto puzzo e’ si studiò ringrugnarc la su’ grinta: ma un vipi- i
rollo, qual di colà era cive, andavagli pencolando contr’al na-
-<> e così fracido c molle a ogni botta da gli parer sorco bale-
■n.iio: e i di lui cognati, da ultimo, la dogai cuticagna I’impi- -
uvono, e scacazzavono il capo calvo, detto Ginocchio e
35
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE
Marchese delle Caminate Testa di Morto, ch’egli era. Per che
Grugnone Sanguemarcio, messe le mane alla cintola come a
tener le trippe che li davano di fuora e bilanciando sé in su le
piote e naticando indrieto da parer lo si vedere all’esercizio del
gran dóndolo, in fiera: «Poppolo vespertilione» - principiò
bociare: et ebbe nuove cacche in sul naso. Tantoché smagato e’
si tacque: e dal culo, sanza pure v’intendessi dar fiato, quasi per
divin decreto gli trombettò perepepc.
Questa favolina ammaestra ognuno circa il naturale, o fisica,
delle cose da fiato: che sonano per se sole, tal fiata, mancandoli
ogni sovvento di ragione: id est sub-ventum rationis.

112
Volendo l’aquila schernire ’1 gufo, che dava duo lumi nella
tenebra c al dì non istava che per balocchi, rimase coll’ali
impaniate, c fu dall’omo presa e morta.
Questa favolina del gran ornitico Lionardo di ser Antonio di
ser Piero da Vinci ne mostra: che l’ischernire altrui è malo
augurio per se. Adde: quale ha buon senno non insuperbisce ad
imbecille.

113
La rete, che voleva pigliare li pesci, fu presa c portata via dal
furor de’ pesci.
Questa favola poco piscatoria è detta da Lionardo.

114
Il sole pivotò vertiginosamente su sé stesso, cadde indi come
porco morto n’ i’ mmare.
Questa favoletta ne adduce: la stirpe de’ profeti clioballisti-
ci non istinge negli evi: Giosuè, Paneroni: c il terzo, fra cotanto
senno, lo s’aspetta a gloria.

36
U. PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

11 5

I 'n gentiluomo lombardo era pervenuto alla sordità e amava


teneramente un suo pappagallo nonagenario, cioè poco più
giovane di lui. Rimbrottava egli del continovo il suo camcric-
t'v Questi, nel porgergli mantello, cappello e mazza, faceva
ogniqualvolta un leggero inchino e con impeccabile distinzione
tlimandàvalo: «Quan l’è ké té crèpet?» Il gentiluomo, coc- c<
'landò il suo loro, offcrivagli con i labbri disseccati un’aràchide
o una nocciuola parimente secca, che vi teneva nell’atto di chi
dà il bacio: e il loro s’ingegnava, col rostro e con una zampa, a
distoglier dai labbri del gentiluomo quell’aràchide (o
nocciuola), senza far male: torcendo tutto, da un lato, il suo
bellissimo e verde capo, e a tratti velando i due occhi, con le
•ue sei palpebre al centesimo di secondo, che pareva si moris- i
d’amore. Cincischiata c rimuginata a lungo l’aràchide (o
nocciuola) e con il becco e con la lingua ancora inturpiti dalle
hriciolcttc e pellicole, c anco un po’ di saliva, rognava di poi
dolcemente: «Quan l’è kc te crcpct?» Il gentiluomo lombardo •
ledeva che fosse: «À revoir, mon enfant!»: c al tutto beà- vasi.

116
I Ino di Bibbiena, uno di Fucecchio, uno di Navacchio, un
aretino, un genovese, un melanesc, un fiorentino, un padovano,
uu pisano, un romagnolo tornato in bastardo, un senese, un
lucchese, un tudcsco, un porporato a Laterano, un basco, un
francese, e monzignor Carlo d’Angiò primo, conte di Provenza,
e ’I re Roberto a Napoli; un Guidi, un Montefeltro, un
Mulatcsta, un Maghinardo Pagani da Susinana signor d’imo- la.
c ’1 Gactani pontefice in soglio Bonifazio ottavo c sua genie c
famiglia, veddero, in un quaderno a scrivere, l’ombra del |x>eta
Alighieri.
«Di certo la invettiva contro a Busto Arsizio», si dissono.
In chel medesimo momento la Sapla, vedova a Guinibaldo
Saraceni da Castiglioncello di Monteriggioni, e contessa a
moni dura sopr’a Colle in castello, c il conte Mainardi, a Bcrti-
II. PRIMO LIBRO DP.IJ.K l'AVOLI-
noro, e il conte Malvicini, a Bagnacavallo, e il conte da Bar-
biano, a Castrocaro, e il conte di Conio, e 1 feciono il medesimo
penziere.
E ’1 medesimo esso pure sotto la torre di ser Mangia, in
dove podestà fu, Bernardino di ser Fosco faentino, verga gentil
di picciola gramigna.

117
Lamenta circa ’1 poeta Petrarca il poeta Carducci, leggitore
sommo allo Studio, che M vulgare dell’iialiani si credano, per
ignoranzia delle cose notabili d’ogni poeta, lui esser suto «un
canonico grasso vagheggiator di femine: e non fu mai prete! »
La qual favola ne suadc a ritenere: che qual suspira anni di
Dio quarantasei te pieni rifiniti appresso a una femina, e ’n vita
e ’n morte di lei, mai non arrivando quella opprimere viva, e
morta lasciarle pace nella sepultura, l’italiani lo fanno un
canonico.
Et anco di gran ciccia.

118
Una balia reggeva il pupo per le ascelle ad inevitabile
emissione: tantoché simile a brentana colma dall’Alpe il
mississipl traversava il passo al viatore.
«La nourrice a du s’y joindre aussi», mormorò il viatore fra
se.
Questa favolctta ne dice: ad oncia, bigoncia.

119

La madre del corvo, richicduta dai pcnnacchioni di novelle,


non ne so, diceva, non ne so.

38
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

120
Il padre del corvo, richieduto dai pennacchio™ di novelle, non
ne so, diceva, non ne so.

121
Il fratello del corvo, richieduto dai pennacchioni di novelle,
non nc so, diceva, non nc so.

122
l.a sorella del corvo, richicduta dai pennacchioni di novelle,
non ne so, diceva, non ne so.

123
Queste favolette ne adducano: acqua in bocca, e cacio nel
becco. E dattorno a’ corbi e’ fanno buon giulebbe e' babbei.

124
La cheli, estromesso il capo, annaspava un’idea: commise con
il Eie Veloce che lo arebbe superato nella corsa, quando basta-
vaie alcuna precedenza alle mosse. Disse il Tachipo: «di buona
misura, affé di Giove!: prenditi una parasanga in avanti».
«Che sì, che sì», fece la scudata nonna: c biasciando non si
sa che liquerizia codeste befane le le suggano, l’andava
rivolgendo guancia scarna di là, poi di qua, non sopravvenissero
e’ niicidì, come son ghespe o lambruzzc: finche la si risolvette
al cammino, da dover consumare quella anticipata parasanga. E
poi dimolto arrancare delle quattro spatole, con chel crostone
del clipeo così rappreso in sulla sua testudinata pertinacia,
alfine la vi pervenne.
Dal buon centauro, allora, sendogli in nell’antra mano la
39
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE
clepsidra, si abbassò la bandierola scarlatta: «Addio Chirone!»:
«addio ragazzo!» Ed eccolo a perdifiato lasciare dietro di se le
pianure come liberata saetta: che davano scalpito gli quattro
zoccoli, al savio, con gran fersate di sua coda: e ne venia
scintille dalle scici quasi da solicitata focaia.
Tre diti in nella superna fiala non avea scemato la polvere, e
'1 Tachipo aveva fatto il vantaggio. Ma la tcrtuca, in fra tanto,
avacciò di chel vantaggio un millesimo.
Achille fece il millesimo. Ma la Tortuca, in fra tanto,
avacciò un millesimo di chel millesimo.
Mai dunque potè chiapparla: e ancor oggi e’ fuggano.

125
La luna, sopr’ a le stelle reìna, c celebrata a la marina a
Rosolino: con leuto.

126
Una gentildonna lombarda, figlia primogenita a ser Trippotto
vinatticrc c disposata a ser Càrnolo imprenditore, che facea
traffico c rivendita picciola di minugia di porco empie, da
cavarne lo sterco e le sgrassare, la volle ccnquarantatrc milioni
di smeraldi per il dì di sua festa. Ser Càrnolo, a chi non
bastavano e’ milioni, dal grande amore le aveva e dall'uggia di
chel continovo di lei piatire sopraffatto gnene pur diede,
smeraldi c rubini.
La gentildonna lombarda li dimenticò al cesso.
Dopo di che, con istrida grandi facessi: «non l’avio ritrovati
e' mia smeraldi, l’avio lasciati sul vetro d’i’ llavabò, non l’a-
vio chiù ritrovati, gnor commissario gnaffe! », la badava
stridere: e dando gran lacrime nel moccia naso vi soffiava pure
del predetto, che ’1 commissario l’andava mormorando:
«malannaggia».

40
IL PRIMO LIBRO DELLE TAVOLE

127
L’italiani sono di simulato suspiro.

128
L'italiani sono dimolto presti a grattar l’amàndola: e
d’interminato leuto.

129
Il ciuco, ritrovatosi a Pocolume alle grotte, ove udivasi tuttavia
di qua parapapapà parapapapà, v’incontrò Megera dai detestati
cernecchi a erogar feccia a fiotti dal ventre: che, ardendo il
suolo, vi cadeva a friggere per pillacchcroni fetidissimi
sopr’alle selci di quello, dandone gran fummo per ovunque, e in
nelle nari assai acre.
D’occhi vota, c ’n cuffia, la merdosa gli sorrise di duo denti:
c gli posò la mano manca in sull’omero, ch’era ischeletrita con
formkole: «Vieni, caro, vieni il mi’ sponso», gli fiatò cupida al
volto e con fiato di latrina grande: «vieni, tesoro, vieni, ’1 mi'
nano». E il lezzo di chell’alito fu tutto da spirare allo Sposo, e
Somaro: c in nelle di colei cave orbite, c nere, due favilline
minime s’accesero, in guisa di pupille: come da una turpitudine
stanca e da una sua brama turpissima. E avea scarabone al dito
maggio, da nozze, nera margarita.

130
Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il
suo calore dissolve esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo
danno, si destò, e subito annegò.
Questa favola di misser Lionardo di scr Antonio,
matematico, ne dice che M somaro, che s’è addormito, mal
provvede al bisogno.

41
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

131

Trovando la scimia uno nido di piccoli uccelli, tutta allegra


appressàtasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè
pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in
mano se n’andò al suo ricetto: e cominciato a considerare
questo uccelletto, lo cominciò a baciare: e, per Io sviscerato
amore, tanto lo baciò c rivolse e strinse, ch’ella gli tolse la vita.
Questa favola delTornitico Lionardo, da Vinci nel quartiere
Santo Spirito, è per dire: che gli amorosi parenti, per non li
voler gastigare, e per li baciare del continovo, perdono li figlioli
sua.

132

Le madri della universa Italia scndo private di chell’abundan-


zia del ventre che ne assccura la legione, come febbraio venne
et avacciò suo corso in Aquario e le lupercali sagre si ledono,
che cadono con il dì primo delle ide, diliberarono a Junone
Esquilia una giunta perche di tanto male ne addimandassi '1
remedio. Le quale si messono prone al sacello, avanti al
simulacro della dea fatte supplici, e tutte lacrimose drcnto il
velo grandemente roventala ne andavono per preci, e più per
doni, ch’avcan tolto seco interminati, la sua responsione
mitrando: tantoché la sibilia sua, quale in che! trespolo era e
però detta esquilina et avea benda sull’occhi come per le sibilio
usa, non istette guari che la venne in fummo, e ’n tanta
stillazione c regurgito del feminino suo vaso, che non si poteo
tenere dal prognostico: c vie più da quelle solicitata per istrida
con lacerazione de’ vestiti loro, da ultimo la proruppe a bocc c
la vaporò tuono di sua tromba, qual fu paventoso:
«Matres Italicas», inquit, «caper hircus inito».
Che suona, in vulgar favella, che le madri italiane, rispuose,
che il capro barbabucco se le lavori dii un po' po’.
Codesta favola ne adduce: che dov’c’ mariti stracurano
l’officio suo, il santo capro suffragar vorrà. Di ciò fa fede, nel
secondo libro delle Feste, il poeta Ovidio detto Naso, onore
della gente peligna.
42
IL PRIMO LIBRO DPJXE PAVOLE

133
Il ragno, stando in fra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali
uve si pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno
insieme coll’uve.
Questa favola del sommo Lionardo di misser Antonio di ser
Piero di ser Ghuido da Vinci, nel quartiere di Santo Spirito, ne
ammonisce a ritenere: che quale ancide altro animante a suo
vitto, la gran vendemmia del Cristo lui ancide.

134
Mascella d’asino Mattone conducendo Megera ad artigiana, c
tuttavia bramando a perigordino rivolgerla, chiamò Perillo e di
poi Dèdalo ingegnosissimi pscudobòfici che a Pocolumc per
istipendia si stanno a fabbricar le bacche a quel re, di che altresì
ristorano l’aguto de le sanne, sopr’al ceffo a’ demonii, c le
consunte corna sopr’al capo: e n’ebbe un tauro da quello assai
fiero dove andar éntrovi la persona sua con tutto che '1 genital
fusto, che picn di lebbre avea comportato di qua, per una
fenestretta che nel ventre del toro era, ne dovessi uscire am-
minchiato: et una giovenca da questo, che pareva Europa, che il
detto fusto la |>otcssi recepere, et aggradire a sua brama. Et
allocatosi in nel tauro |>cr Perillo fatto, volendo Megera la
dedalea vacca la intrassi, andavala per tal modo esortando che
vi consentì quella c pruriginosa di tutte le forinicole, che sopra
Tossi avea, la vi ritrovò camara da potervi stare, secondo già la
Pasifacia principessa in la grande isola cretese costumò. E
messosi il ciuco sopr’allc quattro zampe e’ mugliava: «Boh! ah!
facciamola da quattro zoccoli, ch’io son tauro c tu vacca, cioè
zòccola*: c della coda che Perillo gli aveva apprestata di tauro e
non d'asino dava di gran fersate in nel legno, che simulava un
cui di bove, e la Megera, come già la Clara, alla giu- mcntcsca
bisogna s’acconciò. Che parevagli d’essere a Palagio tuttavia
nel gran drappo de’ monzesi, e avea Megera per Clara, c sopra
colei giucando a guisa d’uno impcstatissimo tauro vi montò, da
vigilare le fortune della patria c ne recar l'arme a triunfi.
43
IL TRIMO LIBRO DELLE FAVOLE
Ma non gli bastorno i piò fessi, ché (l’un balano (l'asino
l’andava pennelleggiando il sentiere. H la Megera vi fiaruò gran
copia della sua. E Perillo pscudobòficc, si credendo contentar
Falàridc a Cicilia, s’ebbe scordato cl caldaio sotto al sacculo,
detto scroto, di cbella bestia che la sua ciciliana imitò, ch’ai
Maltone gli vennero bruciate le castagna, con il culo, e dava
ragli: «hi, ha! », che ne istrideva Pocolume in ogni grotta,
insino al trono del re. Così stéasi in eterno. Amen.

135
Le caramelle sono amiche del gàstrico, leggiamo in Dioscori-
de, e la postilla vi ammarginò il Cesalpino: quando non le fus-
sino di piombo.

136
Supplici, ascolta, o Sole, i ciltielli: bicorne rcìna de le stelle,
ascolta, Luna, le citte: supplices audi pueros, Apollo: siderum
regina bicornis audi, Luna, puellas.

137
Veduta c non anco annasata la Megera, Caminate la iscambiò
per Clara: e arrapò: e armò: sì come il ciuco a maggio ch’egli
era. E d’un subito fatta fava, che dimolto marcia a tutte le di-
monia gli parve, principiò ragghiare: «hi, ha».
«Ili ha» risonava tutto il vestibulo a Pocolume. Dove dal
cielo capofitti sono a pencolare c’ Vipistrelli, ch'è da presso, e
neri Parpaglioni vi vanno ad acre, ch’è da quaranta bracci me-
lanesi.

44
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

138

Non anco vedute le stalagmiti tartaresche, e’ s’isforzò


superarle di sua minchia il Minchione Ottimo Massimo. Talché
l’andava periurando alle grotte: «Hi ha». Che di qua udivasi la
canzona tuttavia: parapapapà parapapapà.

139

« Ma signor colonnello! »
Questa favola ha pur chiosa da Ovidio, pcllignese poeta, là
dove nel primo libro dell’arte deU’amorc ne ammonisce:
«Ncque enim lex aequior ulla - quam necis artifices arte perire
sua».

140

I.a viola mammola, ad assccurare sua verginità, si asconde fra


Perbe.
Questa favola ne adduce: o quelle vergini! l’erba l’c ben
fatta per voi.

141

Un tale, denominato la Fava, richiedé l’autore ch’clli ascoltas


se un poema che ’1 detto Fava avea fatto sulla libertà.
«Preferisco la schiavitù», rispuose l’autore.

142

Un romanziere appresentò all’autore uno suo interminato


romanzo.
« Lo leggerò con estremo interesse», fece l'autore.
«Grazie», fece il romanziere.
IL PRIMO LIBRO DELLE PAVOLK

143
Un broccolo andava enarrando all’autore sé essere uscito di
tenebre a Battipaglia. «A Battipaglia ci fanno l’Eleati», rilevò
l’autore: e quello dolcemente sorrise.

144

Dal ponte flaminio novo, dove sonsi annidate quattro avile, e


dalle memorie antique condutti, per il viale Gaio Flaminio si
perviene al largo Maffeo Pantaleoni.
Questa Tavoletta ne adduce: la toponomastica urbana ha
sapore classico.

145
Un sarto, a nome Bafféo, dandosi di gran fregatine alle mani c
riverito l’autore grandemente pur lo seguitava dimandare: «un
completo grigio? un doppio petto blcu?»
«No», rispose l’autore: «un paio di pantaleoni».
Il colloquio si svolse a piazza Montanara.

146
Il viale Giulio Cesare mette capo al largo Ermenegildo Fre-
gnetti. E tal è di noi. Amen.

147
Dallo Sparlàtico, in dove risiedeva sopr’a’ mille polli
imperando e le mille poma da settembre cuocendo, c
stiacciando, c da maggio le mille rose annasando, Nasanda
degli Strozzi telefonò al cartolaro, il Ferdinando Gobbi ch’ha
bottega a via de’ Malcontenti, n’ i’ ccanto de' Menci: e gni fé’
parole dentr’al tubo che ne’ fogli da dar lettera, quali innanzi
otto dì gli avea
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE
commesso, per rilevato nero le dovessi imprimere il motto
ch’era quasi l’odor suo, «il mio profumo! la mia professione di
fede! il cotidiano mio credo!», ciò è chella verità eterna a
proferir la quale il suo spirito, che celeste era, avea sofferito
farsi cicce, e dimoltc: si come nell'evangelio d’Efeso
legghiamo: «verbum caro factum». «Icché ciò a mette?»,
dimandò il Gobbi in nel tubo.
«Quante volte glie l’ho a dire sor Nando? come l’ho detto
lunedì».
«E icchc la m’ha detto, lunedì?»
«Le ho detto il motto».
«E come gli è codesto motto?»
«Ovvia! Minchiolini ha sempre ragione».
«Lo vedo bene madonna bona che l’ha sempre ragione, o lo
dic’anchio: ma o ddove l’ho a mettere?»
«Da sinistra in alto, sotto al nome e al casato: Nasanda degli
Strozzi, e un poco al disotto: Minchiolini ha sempre ragione. Ha
capito?»
« Ho capito, sora Nanda... »
«Non sono la sora Nanda. Sono la contessa Nasanda degli
Strozzi. ArrivederP a Ilei».
Questa favoletta ne predispone a ritenere: che sette giorni
dopo la Gianna Margacci ebbe lettera, di carta di filo di bambù
220 x 75, l’apcrse, vi lesse:
- Nasanda degli Strozzi - Dallo Sparlàtico, 1 settembre 1939
- Minchiolini ha sempre ragione. Cara Gianna, ti aspetto
mercoledì per il tè. Scusa la fretta, le mie marmellate mi danno
un gran da fare. Vieni senza meno! Ci sono Puffi, Lallo, Teresa
Bicci, Ubaldo Soldanieri, la contessa Malafica. Bacioni. Tua
Nasanda degli Strozzi.

148
Un tale, avendo pescato nel vocabolario il verbo erigere, lo usò
al perfetto coniugando crigcrono. Ebbe issofatto la sospirata
cattedra.

47
1
IL PRIMO l.mRO DB LB P A VOLE

149
Il coniglio, venuta la guerra, badava a dire: «orsù ragazzi,
andiamo ragazzi». Manchevole il manoscritto, non ci risulta
dove cavolo volesse andare. (1939)

150
Il conigliolo, impennacchiatosi di gran pcrnacchio il colbacco c
i baffoni tirandosi c trainando sciabola da dirieto, con tutte
nappe e fiocchi, da ultimo dopo tuoni paventosi venuta
finalmente la guerra, abbadava dire tremolando: «Orsù ragazzi,
andiamo ragazzi». Manchevole il manoscritto, non ci risulta
dove rrr...gazzo volesse andare. (1948)

151

Il conigliolo traeva sciabola da dietro e levava gran pcrnacchio


in sul colba, da parere il re Murat: come s’udì predicare il
cannone, gli stivali lustri cantavano cri-cri, le gambe gli facevan
giacomo giacomclto. «Orsù ragazzi», badava dire, «andiamo
ragazzi ».
Manchevole il magliabcchiano, illeggibile il parisino,
grattato il vaticano, salmistrato dalle acque alte il marciano,
tarmato il casanatcnsc, bombardato l’ambrosiano, ammuffito il
parisiense, sotterrato il berolinense nel bunker, deportato il
vindoboncnsc, pugnalato il malatestiano, inriccardito il ric-
cardiano, andato in mona il monacense, austcrizzato
l’oxoniense, restituito il bodleyano agli credi del buon vescovo
cui era stato rubato, adibito a involtar l'affettato per la mensa
della Broda il braidense, c mal medicato con l’alloro del poeta
Pispoli il laurenziano-medicco, non ci c possibile mettere in
chiaro, a distanza di anni, dove diavolo voleva andare a
sbattere.

48
IL PRIMO LIBKO DELLE FAVOLE

152
Una carogna di cane rigirata in un gorgo fu sopravvenuta da
una carogna d’asino, che imprese a roteare con lei: «Che fetore!
» sdamò.

153
Un critico, veduta una bionda che si pettinava, le chiese un
capello.
« Per che farne? », domandò innamorando la bella.
«Per spaccarlo in quattro», rispuosc il critico.

154
L’autore vide uno spring-granata venirgli incontro dalla region
dei rondoni, che con una gialla fiamma nel crepuscolo
orridamente latrò.
«Stronzo! », gli fece l’autore.
Ma già quello era cosa del passato: e bisognava badare a
quell’altro.
Il Golgota saliva alle croci. (1939)

155

Giuseppe Scaligero tolse a memorare l’Ambruogini Agnolo per


imaginato pitaffio, ov’c scritto: ch’elli dubita se de le virtù
gratularsi e de la vita al detto Agnolo, o pur de’ vizi c de la
morte condolersi.
Questa favola ne adduce: che vcrtù c vizio è tutt’uno, con la
vita e con la morte.

49
II. ITI!MO LIBRO DBLLB FAVOLE

156
Una signora di Gallarate conobbe un poeta, che in versi
immortali ne celebrò le chiome biondissime nel mentre un pitlor
d’Erba, detto il Verdicci, ne raffigurò in tavola sanza
comparazione il divino sembiante. Mal richicduta da un inetto
quale prediligesse delle due arti, ciò è delle due facultà, e delli
stro- menti di esse, la savia donna ch’cll’era non dubitò
rispondere: «Del poeta la penna, del pittore il pennello*.

157
Un poeta lasciò in carta: qualmente l’alcaica strofe golava ad
aere, con la penna che sa le tempeste. L’obiurgò il critico:
d'aver lasciato a terra il calamaio.
Questa favoluccia ne ammaestra: ad ogni poeta il suo critico.

158

Un tedesco, bramoso di volgere a suo idioma una lirica, la qual


s’apre: «Onde venisti?*, andava interrogando l’autore se
«Onde* potesse voltarsi per l’appunto con « Wellen».
L’autore, che si ritrovava con l’ipocondri a mal modo, ri-
spuosc: «No. Onde venisti significa: da che parte sei venuta: o
venuto».
«Ach so!», fece il buon tedesco.

159

li lupo si fece innanzi al padron di casa c, invece di sbranarlo,


cortese e curioso lo richiedeva: «dimmi, dimmi». Il padron di
casa non potè far motto, gli additò la sanguisuga.

50
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

160
Un francesista, avendo a tradurre «$a me soulève le cocur»,
tradusse: «questo mi solleva il cuore».

161

L’autore incontrò il Padreterno: e inchinatolo e infinitamente


revcritolo, si gratulò ad Esso della perfezione delle cose create.

162
L’autore incontrò a Milano la su’ socera, con l’antre milanesi
perfezioni dall’E terno Padre creata: e a sé strettala, c Lasciatoli
di tutta sua saliva le gote, gni disse: «Mamma cara! »

163
Don Liberio Liberoni della Libertà, ch’c casata grande in Fre-
gnano c a la pieve di esso, ch’è detta il Pagolo, principale,
standosi davanti al ceppo in castello donde non si sa che gemito
uscivane cigolando sotto a la lividura de la fiamma, c’ ministri
sua convocò li avessino a ricercare uno famiglio da sovvenir sé
nel procedere poi che le zanche aveva imbecillate per
vecchiezza c gni dicessi bada! se alcuna ombra era innante,
come a colui che isvagellava dello ’ntendere, e né disccrncssi al
tutto se la fussi bove, o cavallo.
E’ ministri, fatta cognizione de la terra, li trassono duo
mutoli, c’ quali, cotali essendo, de’ ragionamenti loro non
importunavano ad uomo. 11 principe, come fu edotto di ciò, li
disse: «orsù, mostratemi le lingue vostre*. E veduto come
dell’uno era nera più che pece, e rossa, dell'antro, me’ che non
l’erbe al Monte Aperto allor ch’a giornata vi vennono, sbadato e
dimentico gne ne dimandò. Quelli, che mutoli erano, con
l’agitar le lingue in nell’acre quasi ancor che suspenso al suo
legno
51
n. PRIMO LIBRO DB1.1-K FAVOLE
alcuno dolce pomo leccassino, Io certificarono che ’1 color
d’ognuna veniva dall’officio, che avevino esercitato infin là.
Don Liberio, come que’ che fu savio, et ebbi di sua vita ’I
color delPArbia in orrore, e ’n biasimo, elesse Linguancra per
famiglio.
Il quale, venutogli a tremolar le gambe di più in più, da
ultimo spento con da fuor la lingua, fu per Linguanera mutolo
vestito, e la lingua rificcatagli, poi che cadavero non potco ri-
trarla esso medesimo: e da’ famigli tutti inseguitato al morto-
ro, con infiniti preti innanzi et infinito populo diricto, c cerei
n’ovunche, per fitte incensa c cantate grandissime a la Deità
Eterna fu commendato l’avessi in grazia e perdonassi, le quale
erano a inalitar lo spirto ad ascendere, ma per decreto d’Essa o
intenzione d’alcuno cantatore in contradio lo secondarono
discendere, discendere, insino là giù ov’c '1 reame di Berlicche.
Dove d’ogni libertà liberato si ristette, a noverar li vermini che
di sue budella, qui su, facien pasto sapito.
Questa favolina minima ne appresenta: qu’cntrc le rouge et
le noir il n’y a que l’embarras du choix.

164
Scendendo il crepuscolo, la zanzara si ridestò: e imprese a far
dello spirito. Verso le quattro a mattino non fu più zanzara,
{miche la ciabatta l’aveva tramutata in una macchia, del muro.
Questa favolctta raggiunge le personcine di spirito c ad
ognuna vorrebbe susurrare: «abbòzzala».

165
La sanguisuga, dal servigio reso, era piena di sangue e
d’orgoglio.

52
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

166

La madre avea veduto rivenire dallo strazio i figli degli altri:


ma non invidiò a nessuno.

167
La madre non volca lasciare la casa, poiché vi aveva nutrito e
allevato «tutti* i suoi figli.

168
Il padron di casa ben sapeva che la madre non voleva lasciare
la casa.

169
Adamo Smith e Davide Ricardo erano economisti.

170
Un cerusico da denti avendo inferto a l’autore, poi li ebbe
ingiunto «apri!», e n’una gingiva inoculatoli quanto cne d’una
suttil fiala, o sia ampolla, il tenuto, o vero di chcl farmaco tanto
il qual ha sustanzia d’una spezie, che novocaina è detta,
quantum sufficeret, da poterli sanza veruna doglia di esso uno
dente, che malissimo era, trar di fuora, si rimase clli per alcun
tempo quasi da balbugia impedito, c scilinguato de’ vocabuli, c
n’alcun tratto de lo infermo labro tutto tremulo come d’uno
parietico novo, nc più senziente o bene o male d’alcunché: c
igualmente quel nervo che basioglosso c nomato per li fisici, ciò
è de la basi de la lingua.
Or avvenne che 'n quello ch’ci d’un coiai nerbo ismagato
così per via Torn aquinci a’ suo’ miseri negozi a capo chino
dilungavano, dove a capo alto et eccelso per li gran signori c
53
n. PRIMO LIBRO DF.U.F. PAVOI.K
gran dottori e per solenne proceder vassi, imbatte in uno leg-
gitor di studio, ch’alio studio di Poggio a Cacàtico leggeva, di
nome Baso Grosso, ciò c d’onni dottrina gran vaso: il quale,
avendo bocc da cantare, c labro sanza incommodo da
trombettare, guatando fiso al del sommo ne pur mirando a
l’autore, quale appetto di tanta eccelsitudine uno fugitivo sorco,
avegna ché di gran persona, pareva, cantò c trombettò: «Sì
come fanno el ceppo e le sue baita, o radiche, al melo, che ne
son la basi, del melo, igualmcntc la famiglia esser le barbe e la
base della società: la base della società».
L'autore, che ’n quel punto era balbo, né certe voci poteo
fare né soffiare, pur assentì farfugliando, c tutto del labro
tremolando: «base...melo..., socie...melo... ».
«Vedo che lei la pensa come me», tuonò satisfatto il Ieggi-
tor del Poggio, c partissi: con rcvcrcnzia grande di chclli tutti,
che quinci tornavano.

171
Uno spagnolo di capegli nerissimo, di bianca pelle, di lucida
guardata c gemmanti occhi, e’ quali davan lampi in ovunche, e
scoperti denti dal ferino suo sorriso quali parean le mennole
acerbe, et eloquio fermo, aperto, caldo, vibrante, sonoro, in nel
salotto di madama Filistruzzi secolui ragionando, e’ dimandò
l’autore a voce alta: «^Quién es Bora?»
«Katharina von Bora diede sei figli a Martin Lutero, da
taluni denominato deuterio, o vero il Liberatore: c furono essi
Giovanni, Elisabetta, Magdalena, Martino, Paolo, Margarita».
Le signore presenti commendarono d'un adorabil cinguettio
la secura scioltezza, il bel garbo, e l’interminata dottrina
dell’autore.

54
IL PRIMO MURO DELLE TAVOLE

172
Andava, la paziente carovana, lungo l’infinito scntiere.
Questa favola è detta de’ cammelli, de li arabi, de’ muli, delli
alpini, delle inestinte formicolo.

173
La pecora si attardò a brucare: e il cane arlecchino l’azzannò
nelle càccole.

174
Un fiorentino voleva che il suo gatto secolui parteggiasse. «Ma
dalla tua parte c’è già il cane», disse il gatto.

175
Il prosatore si credeva di emulare il Guicciardini, ma emulò
Bertrando Spaventa.

176
Il bruno pontccorvo, atterrando un mattino in fra l’crbcttc ad
una sua picciola occorrenza, fu avvicinato per cauti passi da la
volpe, detta il Fuchs, la qual si disponeva in chcl medesimo
vantaggio.
Profittò la volpe dell'incontro e gli passò certo cacio da si
tener del becco allora che dal pratetto svolasse. «Eleggimi a tua
guida, amico: dov’io trotto, e tu volavi: ti darò più d’un fischio,
tu non mi dare alcun gracchio». Il corbaccio, liquidata in alcune
gocce l’occorrcnza ch’era di per sé liquidissima, col cacio nel
becco si levò ad aere, dove sbatacchiando l’ale seguitò pei cicli
il terrestre viaggio di quella. Si ritrovarono a Irkutsk.
55
IL PRIMO LIBRO DELLE TAVOLE
Questa favola ne adduce: rinato il secolo, capovoltato ser
Gianni, visconte della Fontana, il pontccorvo e la volpe si sono
mutuati un’occhiata: vedutone l’un dell’altra il pipì, essi
procedono uniti nella fede, che è da serbar cacio a Siberia.

177
Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, c la corrente tirò la ripa
insieme col giglio.
Questa favola è detta per il morale c matematico Lionardo,
d’ogni speculazione de le fisiche e de le morali cose maestro, ed
c per avventura a quelle femine recitata, che troppa stima de la
sua castità faciendo, da ultimo, c tardi, son tratte a far ciò che
tutte fanno.

178
Correndo quello c subitamente sostando, la gentildonna dalle
fattezze autoritarie andò ’gni volta a sbattere contro un vicino di
tram.
«Si attacchi a codesto cilindro di alluminio, signora», presela
ad esortare il vicino.
«Non ho bisogno dei suoi consigli», negò dura la signora.
«Ogni cilindro verticale è di per se stesso un consiglio: il
migliore dei consigli».
Questa favoluccia c per dire: che certe parvenze tramviarie
mutamente nc suggeriscono: «attàccati».

179

Andando l'autore per certi campi c venuto al guado, s'imbatté


in uno ani malaccio di più corna c di grifo paventoso che gli
mugliò sul volto: sé essere il Padreterno degli animali. «Ben lo
credo», assentì revercntcmentc l’autore: e sfangò di là in tutta
fretta.

56
IL PRIMO LIBRO DELLK FAVOLE

180
Il passero, venuta la sera, appiccò lite a* compagni da eleggere
ognuno la su’ fronda, e ’1 rametto, ove posar potessi.
Un pigolio furibondo, per tanto, fumava fuorc dall’olmo:
ch’era linguacciuto da mille lingue a dire per mille voci una sol
rabbia.
D’un'apcrta fenestra dcll’ipiscopio com’ebbe udito quel
diavolìo, monzignor Basilio Taopapagòpuli arcivescovo di
Laodicea se ne piacque assaissimo: e dacché scriveva l’omelìa,
gli venne ancora da scrivere: «inzino a’ minimi augellini, con el
vanir de’ raggi, da sera, c nel discolorare de le spezie universe,
e’ ratinano a compieta: e rendono a l’Onnipotente grazie di
chelli ampetrati benefizi eh' Ei così magnanima mente a lor
necessitate ha compartito, et implorando de le lor flebile boci,
contro a la paurosa notte soprawencnte el Suo celeste riparo, da
sotto l'ala richinano ’1 capetto, e beati c puri s'addor- mono».
Ma i glottologi del miscredente ottocento e’ sustengono che
'n sua favella, ciò è dclli storni e de’ passeri, quel così rabbioso
e irriverente schiamazzo che fuor (Tonni fronda vapora, o tiglio
o càrpine od olmo, non c se non:
«di sò, el mi barbazzàgn, fatt bèin in là... »
«diti con me?»
«proppri con te, la mi fazzòta da cui!... »
«mo fatt in là tc, caragna d’un stoppid...»
«t’avèi da vgnir premma, non siamo mica all’opera qui...»
« sto toco de porséo... »
«va a remengo ti e i to morti!...»
«quel beco de to pare... »
«e po’ taja, se no at mak el grogn, ... tel dig me, ... a te stiand
la fazza...»
«in mona a to mare...»
«levate 'a 'lloco, magnapane a tradimento!...»
«né, Tetti, un fa’ 'o bruttone...»
«i to morti in cheba... »
«to mare troja... »
«puozzc sculà!...»
«’sta suzzimma, ’c tutte ’c suzzimme!»
57
IL PRIMO LIBRO DUI LE FAVOLE

«piane fforte 'e loffie!...»


«chitarra ’e stronze!...»
«mammete fa int’ ’o culo... *
«e soreta fa int’ e rrccchie...»
«a ttc tc puzza 'u campà...»
«lòati, porco, ’ccc’cro prima io...»
«ccc’ero io, invece!... l'è mmaiala!»
«... mandolin ’emmerda!...»
«... sciu’ 'a faccia tua!...»
«chiàveco!...»
«sfacimme!... »
«recchio’, te ne metti se uomo o no! »
«c ’ttrasuta donn’Alfunsina! »
«c cc’ero io, maledetta befana, costassù costì l'è la mi
casa!... »
«vaf fungili ’ a mammet a! »
«abbozzala, pezzo di merda, o ti faccio fori...»
«levate da’ ccoglioni... accidenti a la buhaiòla ’he tt’a messo
insieme!...»
«to màae...»
c altre finezze, c maravigliosc e dolce istampitc del trobàr
cortes.

181

Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla


dònnola, la quale con continua vigilanzia attendea alla sua
disfazione, per uno piccolo spiraculo riguardava il suo gran
peri- culo. Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa
dònnola, c immediate l’ebbe divorata.
Allora il ratto, fatto sagrificio a Giove d’alquante sue
nocciole, ringraziò sommamente la sua deità: c uscito fori dalla
sua buca a possedere la già persa libertà, de la quale subito,
insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia c denti della gatta,
privato.
Questa favola di Lionardo di ser Antonio di scr Piero da
Vinci, de’ costumi d’ogni animale studiosissimo, ne conforta
remorare '1 salino dopo fortuna adempiuta: c ne ammonisce
58
IL PRIMO LIBRO DKU.B PAVOLB

dubitar del re Giove, che de’ troppi offici non si reca a mente c’
precipui.

182

Piovute le bombe, un moralista salvò la moglie, i figli, le


poltrone del salotto e l’orologio a cucù.

183

Una collana di perle non sofferiva l’odor del populo, qual’è


malissimo, tanto che umiliò sua supplica appiè il trono del
Tonante, o Pedente, si benignasse permetterli uno albergo, o
alloggio, o recetto, qual fussi propriamente degno di essa.
Udito il conziglio di Erme, lo Psicopompo, c d’Afrodite
Lucanica, lo ’mpcradorc de' celesti fulmini, e re dei tuoni, per
augusto borborigmo dispuose: ch’ella risiedesse, vita naturai
durante, c portante, al collo de la marchesa Maria Carolina
Ghiniverti Basobibonio Nasozincone Tettamanti dello Sproc-
chio di Castclcàvolo, nata dei duchi di Panigaròla, principi di
Torrebcrrctti.

184
Il topo delle chiaviche, tesoreggiando li enunciati della scienza
demografica del Merda, propagò sua stirpe in nel canale re-
defosso, ciò è il ri-scavato.

185
Pier Luigi, non per altro Farnese, c il cane dimolto birbo c
dimolto ghiotto e tutto nero dell'amico: e ha lunghissime c
pelosissime orecchie da ricader grevi a intingolarsi nel piatto, se
lappa, quasi d’uno piangente salice le chiome che a lambir lo
specchio discendano, d'alcuna gora ove l'anitre fan pasto: e
59
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

datogli comodo andare, pur va, e in ovunche fiuta a naso a terra


con analitico animo e pertinace, e le struscia in tutto il
marciapiede quant’è lungo, e vestito d’attestati, e di speranze
fiorito: e non anco sente gli pur meriti la pena, ivi annasa le tre
volte: e di levar la zanca ci sprizza un autografo.
L'autore, invitato, si piacque moderarlo al guinzaglio per la
via di Bologna, a la varia consecuzione delle pierluigesche
indagini benignamente indulgendo: «Odori, odori! deh! odori
mille e millanta! venitene al naso! al nero, all'timido, al glabro,
al papillantc meo naso! Oh, estasi! oh, sogno! oh, musica! oh,
vertigo!»

186
Zorzi pittor veneto fece San Liberale in figura d’uno giovane
bellissimo non più rivenuto da le guerre, che pare con San
Francesco povero da’ duo lati una basi ov’è nostra Donna, c
reina, ’1 suo gentil parto reggendo, seduta: e legasi lo scalzo,
già ignudato c de la povertà del suo saio rivestito, d’uno
capestro a la cintola, sì come allora che de le cinque piaghe di
crocifissione c passione, sul crudo sasso in fra Tcvero e Arno
s’aderge, da Cristo prese l’ultimo sigillo: quando che 'I cavalieri
c da ritto, c, tutto chiuso dentro l’arme co Luna mano in nella
guardia de la poggiata sua spada, la celala dell’antro braccio
sustenta, quale dal biondo ca|K> s’è distolta, e dal sereno suo
viso: et enc '1 detto bacinello con piumicini buonissimi e’ quali
d’uno tenero color verde in uno àzulo disvariano, ch’c’ paian li
steli de la primavera al tallire.
Et è per il detto Zorzi fatto a dimostrar quello ne la pace a
color tutti che il piangano c a l'offerente genitore, e per revc-
renzia di nostra Donna la qual siede con el putto ’n pie sul
ginocchio di essa, in una basi o plinto frammezzo i predetti
intercedenti santi assai alto, e d’onice e di lapislazulo fabricata e
d’aspide e giada verde, o ver pietra malva, con ornatissimi c
folti drappi da piè di Quella, che di Damasco e I.issandria
tuttodì recano a le lor terre quelli vinigiani per nave.
Meravigliosa favola c questa, per Zorzi detta, c ne dice: ch’a
rimembrare i non venuti a sua casa, a la misericorde Ma-
60
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

ciré accomandando essi, da sé, Zorzi di Castelfranco,


imparando pingere te tu argomenti: «a suo merto steasi! che le
ranocchie son qua: l’elmo li distolgo, e '1 capo e ’I volto gli
faccio ne la luce».

61
NOTA BIBLIOGRAFICA
Codeste favole ciò e picciole fave o vero minimissime fa-
vuzze o faville d’un foco sopr'a duo rocchietti stento e d’una
manata di stipa, codeste nugae ove non c Francia nc Spagna, nc
coturno tragico né penziere eccelso di filosafo, sonsi accestite
come le foglie pazze d’un cavolo d’ai torno il grumolino qual
principiomi germigliar del capo a Panettopoli c fu in luogo
d’altra melior escrescenza, o corona, di che non potette un-
quanco venirmene '1 capo indurato, o coronato, donna non
avendo tolta a’ mici anni.
E fu nell’anno de la Salute Nostra milnovecento trenta nove:
e di poi vi stetti insino a presso mezzo giugno il quaranta.
Erano di prima mandata del trenta nove manu scriptae più
alquante che '1 primo stampatore non aggradisse alla chiesta, e
il leggitor con esso, ma tuttavia ne aggradì: et erano in certe
carte o pagine di tre quaderni distese ch’hanno coperta di color
làzulo dov’è «ristampato Scuola Svizzera in una comparita che
c bianca, o vero «etichetta», e ’1 luogo eie la scuola, c chi li ha
fatti, c da cui ebbe il negozio, et il Ferrata me ne presentò. Et
hanno, i quaderni detti, misure di ser Borda da millimetri 169 x
244 di coperta.
Io non rammento a quest’antr’anni che sono ora di Salute
Nostra c cinquanta, e cinquantuni, quando c né perché ’1
Ferrata me ne presentassi a Panettone: sicuramente non avanti
ftfssi maggio il trentotto: sì ben m'avvedo certi nepoti del
Ferrata, ch’elii avea cari c discepoli, a la detta scuola ne
usavano.
Né non anco ricordami, a questo tempo, se ’1 mio grumoli-
no mi ruppe fuora da maggio, o vero in quel seguente autunno,
da ottobre o novembre: ma direi d’autunno ritenghiamo però
n’andai peregrino la state: et una infermità mi possctte insino
dal nascimento dello 'nténdere, di che non m’avviene
65
IL PRIMO LIBRO UP.LI.K FAVOLE
iscrivere a quaderno, o foglio, quale per più lune in mia camara
con esso meco posare, o vegghiarc, a purgazione della inanità
d’esso io noi ponghi, sì che lo ’meriore mio spirto, che c per
mantice ingegnato a gran vento, Tonfandovi alla buon’ora da
presso, o dréntovi, non l’abbi le sopra dette quaderna, o le carte,
tutte consecrate di sé.
Fu lo stampator primo d’alcune «Il Tcsoretto» del 1939,
anno dell’era del Fetente il XVII, il qual fu somaro grandissimo
più che d’issopo unquanco o di ser Gianni la Fontana faci- tor
francesco non potiamo per lezion di essi venir cavando di
favola: da doverne dire in contradio del poeta che non già lui,
come Provcnzan Saivani, Toscana sonò tutta, sì bene ch'clli cl
raggiratore, Italia tutta sonò: la quale non disiava d’altro, a quel
tempo, che dalla appcstatissima fistula d'un tanto quadrupede
esser sonata.
«Il Tcsoretto», almanacco de le lettere 1939-XVII, venne
primo, c d’un altro 1940-XVIII ebbe giunta poi l’anno, ch’c bei
tesori di ch'era Italia divitissima principiorno stiantare o aver
suo dannaggio di schioppa, ciò è, secondo per li vinigiani
dichcsi, andar a remengo.
E codesto primo lo fecero a Melano il Ferrata, con
Beniamino Dal Fabbro, Leonardo Sinisgalli, Arturo Tofanelli,
nomi in nel moderno cielo d’onni studio e d’onni gentil bontà
lucidissimi, e vi sono per ordine di sua lettera a carte tre, che c
l’intestata da sotto al titulo di loro volumine, descritti: e lo
mandò a torcolo da darne stampe una bottega, o arte, ch'ebbe
insignia d’Edizioni Primi Piani a Milano: ch’è da intender per
tropio, sì come li piani de’ dipingitori ciò è l’obietti che primi c
quasi di sua determinazione fannosi innanzi a la vista, di cui
guata, non già li primi piani de’ palagi, ove ne dimora il porco.
Et c volumine che a carte dugenqua- rantotto n’andiamo, et
altre ancora ve n’ha per l’indice, e di color perso, ove sono e’
richiami de’ sustcntatori, qual ha coperta d’un colore di
diacciato di nocciuola, et cpistacchi, e ne misura il formato, poi
che l’ho veduto, millimetri di ser Borda 135 x 215, e di coperta
un po’ più 215: et è un gallo verde sopr’essa che sembra dare la
vegliata, conte allora che ’1 prencipc de’ suo’ sequaci ’1
Segnor Nostro negò, secondo in Marco legghiamo: «In verità ti
dico: a questa venente
NOTA BIBLIOGRAFICA
in»ltc avanti '1 gallo canti duo volte, e tu m’arai renegato le l re
*.
Nel qual tesoro d’in fra i maggio lumi di Parnaso le favilline
mia vi si ponno scernere, ove a carte 75 76 77 da sotto al titulo /
avole per il Tesoretto di Carlo Emilio Gadda uno legga: et c di
vero, ch’a que’ litterati l’ho perfette e quasi dedicate di ch’ho
fatto paravole diami, né in altrove arci sofferito darne a lorcolo,
e di poi ancora sott’a uno titulo igualc, se non che ’1 nome vi
par meno, a carte 222 223 224: e son dieciotto, da prima, c di
poi ventotto. Adde ’I disegno qual’è sopra al primo mulo, a
carte 75, è uno assecurato mnemosine di Sergio Solmi l'oda e di
sua mano fatto del '38, c di penna, a la riva, innante ove dà
Magra a la marina, più qua, in dov’eràvimo alle vagna- ture
ch’c detta ivi Luncgiana la terra, |>erocché v'è Lune, che In
tosca città, e v’ha uno teatro de’ romani, et c dirupata tanto che
vi fanno l’erbe da sópravi: c vi dà guizzo, tal fiata, da IKitcrne
asconder suo lampo allora ch'è in canicula meriggio litto,
alcuno inaurato ramarro: e vi prude fugitiva una laccrtu- l.i. ch'è
ivi, detta Suponispa. E quelli ch’è disteso nella tavola et ha il
pie’ dritto avviluppato in certe bende, è Giansiro Feruta, qual
s’avea distorto uno dito d’uno pie’, contr’a nepoti giocando,
eh'oltre onni dire avea cari, e vi dava di pie nudo in una balla, c
per tal modo si ruppe: e quelli in pie’ ritto son io, |K’r nome
Carlo Emilio, cui li figlioli del Solmi c’ nepoti del I errata el
maggiore O’ Connel impresero nomare, vedutane la forma di
mia brache, e '1 colore, qual'era in sul perso, avvegna che lo
istingesse il vento, che dal mare veniva, le quali asscm- pravano
d'alcun’offiziale di quelli fanti d’Inghilterra ch’a le Indie si
partono, sì come nel Chcplingo è descritto. E '1 disegno tutto,
qual’è buonissimo, et è vero testimonio de le cose, e dclli
omini, fu digniamcntc per lo suo facitore intitulato Romance
sans parola, cavando esso titulo nel singulare da quello del
poeta, che è nel plurale, però ch’c il Solmi studiosissimo donni
poeta leggitore e de’ nostrali et istrani, e massimamente c’
franzesi.
Iu hannovi certe parole, da lato, del melanese idioma
vestine, le quale sturbano lo stilo del disegno, e le caddero per
avventura più grosse che la sottilità di quello, che ve n’appose
di sua penna quel Sandro che per se medesimo è Penna d’A-
Il PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

pruzzo nato non so se frcntano o marrucino, e però non mcla-


nese poeta et esquisito tuttavia: che se peligno fussi, ben po-
tria dire di se:
Manina Vergjlio gaudet Verona Catullo
Petignae dicar gloria gentis ego.

E sono la marina, c lo ippocampo, e '1 nicchio, e di più


spicchi la balla, c la stella, e ’I giovinetto fante che discorre
proda c battigia, c la lontana vela in quel vasello, ch’è nel mare,
buonissimi da primo piano c da terzo piano e fondo, a mano et a
penna del detto Solmi fatti, per ausilio, ch’clli ha, del gentil
vedere e dello ntcnder meglio, che igualemcntc '1 sustcntano.*
E ’n fra tanto, da' duo quaderni espunte eh’crino delli tre li
più gravati, di codeste favole del fior di zucca n’andai
cospargendo in altrove, che non mi temoli, ché venia tardo cl
tesoro. E ne diedi una pisciatina in Camj>o Marzio quali
veddero suo lume a Firenze, avanti a Melano fussi lo
infrascritto volume per le stampe, con alquanto indugio ad
apparar la moneta dello spendio, apprestato. Era, di questo
Campo, dircttor valoroso misser Enrico, egli c il Vallecchi,
hodie stampator grande in Italia il qual darà, salmista, uno libro
da me fatto el quale di poi molt’anni ho ponzato.
E fu la insegniatura così:
CAMPO DI MARTE
Quindicinale di azione letteraria e artistica

c fu quello
Anno I-II - N. 10- 1 Num. doppio Cent.
80 10 Gennaio 1939 - XVII
Al>l>onawcnto annuo lire 8

che facìan dinaio, in allora, quanto a’ dì presenti le cinquanta


volte da più, se vogliamo badare a’ saputi e a’ comparatori delle
cose, e non a' venditori di quelle. E misurava, il foglio
Vedi figura 1, p. 79. (n.d.c.)

68
NOTA BIBLIOGRAFICA

«lei Campo, millimetri di scr Borda 351 x 501, et era d’otto


carte, o pagine, esso Campo. E v’ha impresse le mia fave a i
arte otto, da la seconda colonna; c son quindccc: c hanno
numero ogniuna. E n’erino li redattori Alfonso Gatto, poeta, c l
iuasco Pratolini discrittorc di romanzi buonissimo, e il Gatto me
ne impresse quindccc, e furono, che gni diedi, alcune più.
Azione letteraria c artistica il che si fussi non curai
conoscere allora, né a' dì presenti sovvicncmi, ché nullo può, il
non Miputo, ricordare. Voi direte che del non sapere io fui
bestia, e dico sì: c dico dimolte azioni in nella terra nostra vi
furono, quali noi hodie non pervenghiamo da’ commisti effetti
discernere ogniuna, e da le consecuzioni loro isturbate: ma è
questo uno caso generale della Italia, c del mondo. Poi la
guerra, che fu di sizigia di Saturno con el figliolo Jovc, che è
pessima, un’altra azione ci sopravenne, di che molti buoni
omini se proferirono azionisti però che, de la salvazione
zelatori, sé dissono e la salvazione e la Italia salva esser uno,
ciò è uno c irino, com’arme a campo qual sia di tre colori
partita: et elli d’uno colore ebbono drappo, e fu grande, c
scarlatto: e in sul balcone di loro casa, a piazza del D’Azeglio,
era immenso, e tutto dì a pencolar presentatovi, più ch’io non
veddi, oh ine! ninno scarlatto drappo in mia vita: c vi stette
tanto, il rosso, quanto era il nero in la piazza statovi ch'è detta
de la Vecche- ria, da fuori ’1 borgo a la Croce. E furono priori
negli offici, che per senno c per opera prestata anzi non prestata
al Batrà- co s’arrocarono de jure, nel vacar di quelli repentino
dopo che s’erino transiti l’eserciti, c ne’ ragionamenti loro
maestri, quali copiosissimi di sua facundia, come da la fontana
di papa Bagolo fan Tacque, gli profluivano interminatamente
alle lingue.
Ma poi ch’c uopo rivenghiamo ’n Campo Marzio, rammen-
tovi Alfonso Gatto e Guasco Pratolini crino li redattori del
detto: e delle mia favole ne impresse quindcci ’I Gatto, che gni
diedi, et erano alcune più: ma le più supervacavino del luogo,
ch’è a carte otto, del detto Campo, la seconda colonna.
Dipoi l’azione letteraria e artistica, qual per mare e per terra
battéo Tali, da la magnanima città di Firenze primamente
insurta a suo volo, e di poi li tesori ’n «Tcsoretto» e 'n
«Corrente», quali fur tesorettati a Melano, o córsovi, accaddero
quelle cose universe, che sono a li anni dal dimonio addutti,
69
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE
quando la pestilenzia ond'cra incimurrata la Italia nel suo pii)
grande strazio pervenne: e l’Appestato Appestatorc, com’ebbe
al piàcito che contr’a’ populi finiti aveva indetto ricevuta
rcsponsion di sorbe, mcntr’e' si pensava di mcnnole, e il
malanno di tutta terra vedutone, con lo scempio dclli omini,
considerata sua gran lauda e quo modo la potessi aggrandire,
s’avvisò lo 'mpcrio, qual sopra le calamità d’ogniuno avea fatto,
dover disfare, da cavarne ordito da republiea al socio, o vero
sociale: e a la tedesca rabbia con gaudio infinito di certe femine
chiamanti esso e di quelli imbecillati sua garzoni el nostro
sangue offerendo, e li figlioli c le cose, Roguredo c Trento c
Bellunio e Tergesto a essa bestia famelica li dié pascere, ad
saccula omnia, c la rimanente Italia sbranare fin tanto un lacerto
non ne rimanessi: c allora che la oltramontana bestia, sé
rivolgendo per le terre, dava nel rugghiare e nel mordere, c
mozzicava a’ drappi eh'erano in quel palagio ismisurati, contrai
rugghiare di tanto diavolo, il somaro nostro di cui dolce
ragghiava all’an tifone ja ja ch'era il solo ch’c’ ragghiar sapessi
per tudcsco rugghio all’antifone: e mette» da fuori la lingua, la
qual fu rossa e poi nera e poi rossa e nera, ma ognora di lecca-
culo ciò è secondo per li tedeschi dichcsi Ilarshleckner, da
compiacere esso diavolo: che usò reverirc d’ogni tempo di sua
vita e adulare e leccare qual s’avvisava ne' micidì fussi maggio,
o populo pazzo o ispiritato tiranno. E venutone tutto spaurato in
cacche da’ monti, c’ levava di suo lividore '1 triun- fo, c feo dar
grida a’ trombetti allegando se, Priapo d’Asino c Testa di
Morto Fava Marcia Marchese de le Caminate, con l’assentire la
infernal bestia aver provveduto a la salvazione d’Italia: che
l’aveva assassinata c destrutto l’omini, e a la bestia data da la
furar tutta e necare, c ne bcvcrc suo sangue, c d’onnc cosa
fattone guasto et incendio infin da l’Alpe de La Magna
n’andava '1 fummo a Cicilia.
Ma se intendiate ch’co me ne rivenghi a le favole, dico di poi
mesi anno Domini 1939 ne tolsi le rimase ch’erino de’ tre
quaderni, a raccorrc, et altre nc feci, et ancora ne lasciai: c nc
misi in un brogliazzo quarantacinque per uno foglio che davano
allora a Melano ch’aviano titulato «Corrente», igualemen- te il
Courant: e chesto nostro l’ebbe fondato c da poi diretto a bene
il Treccani, pittore, a nome Ernesto. Lo titulo non era
NOTA BIBI.IOGRAKICA

l'cr piacermi, sì come un vocabulo ch’era suto imitato e direste


augnato a’ franzesi, quali fannosi inventori deili modi, e
vocabuli, e’ litterati nostri, di Francia tirandoli, s’avisano
averne grande lauda et insignia allora che null’altra invenzione
fatt’hanno che voltar di là in qua, e bene spesso, quando
voltano, gli c pur cane per pane. E ne potco satisfarmi la
imagine, che ne venia, che c d’un’acqua d’uno fiume la qual
sospinga le inanimate cose verso il mare o li spenti animali, o
vero le lor caronie: che fanno a gallo come alcuna enfiata
cornamusa qual abbi ad aera le ciaramelle, che de la piva son
tre, ma degli asini quattro, c le son le gambe risecchite, e da le
mo- sche prese e destrutte, le quali vanno sopr’a li cadaveri, sì
co- m’co veddi, c annasai, nel tempo lontano di mia milizia.
E pur tuttavia sendo valorosissimi omini, e cittielli di grande
animo e pittori e poeti, che ’n sì trista coniunzionc de le duo
spere, c de’ funesti lor lumi, c ’n tanto ragghiare del So- maro-
in-tromba facevino c davino da sotto al torcolino loro quel
meglio, o quel meno peggio, che ’n tanto suspctto si potessi
dare per istampe, e poi che per avventura era la «Corrente» per
imago, ciò è simulata paravola, o gioco, sì che ’I Somaro vi
legghiessi che li assennano, quand’e’ voliano avanti
schioppasse, che di suo core, ch’era in contradio, darli veritiera
pace e concordia, così mi fu onore poterne recare al Ferrata,
ch’ai Treccani le porgessi, quarantacinque favole che ne stampò
trcntacinquc, perché le diece sopra crino di troppo ismodata
catena in detto foglio, avendovi le meglio cose da imprimere
che le mia favette non fussino: e soprastandonc di là, dalla
contrada del Monfortc, con ammonimento c minaccia del tor
via la corrente c la gora, c ’1 laco c ’1 mare, la censoria
verecundia, c paura, che da la paura e da la verecundia d’i’
Priapo ritto dcscendea. Et era, il Priapo, uno orecchiuto
quadrupede che nolea di fave né di favole, però che solo paglia
d’asino pascea, fattone strame a la bestialità dcll’orinare, e la
sua favola solo, o fava, doveva adergere nella gran lauda d’o-
gni lume d’Apolline; ma li lumi erino Jove, il figliolo, e
Saturno, il padre, talché di lor sizigia famelica, e
perniciosissima n’andò appianato '1 gran tumore di sua favola,
o fava, ed c' finio con dire: «ma signor colonnello!», allora che
s’avvisò ch’era piombo: c, coinè Iddio volse, per esso ehi.
71
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

E cotesto, in che le mia favule sono, è il numero di


«Corrente» dicccssctte, anno II di essa, e decimo settimo
dell’egira nova del Fetente. E uno editoriale corsivo circa l'età
maggiore di que’ valorosi adolescenti, c icché fatt'hanno e icchc
sono determinati di fare, indi una «Postilla a Boccili» di Pier
Bi- gongiari ’1 poeta, ne dischiudono la pagina, c la salubre
gioia del leggervi. Le trcntacinque mia cosucce te tu le vedrai a
carte tre, sotto allo titulo Favole: et hanno el numero ogniuna: c
da ultimo, e per neretto impresso come pur d’altro in chel
foglio, vi sta lo nome mio. E le vedrete a la colonna terza, e
quarta, quinta, sesta, a Iato uno rame ch’è suto bulinato n’una
valle d’uno eccelso monte, che la neve secondo ’1 poeta ha
detto ne è rosa, dov’c uno fiume quale di che’ gran diacci
descende, ch’ha nome del giglio: c questo inciso madonna
Gianna l’ha fatto. E v’è, da sopra, una canzonetta di ser Berto,
egli è il Saba, che di certi alberi si conduce a ragionare. E le
dette cose le paiono sustcncrc le mia, sì come pur accade per
cammino, che ’1 maggiore l’abbi a sustentare ’1 minore. Et è il
detto foglio di quattro pagine, o carte, et c di misura di
millimetri 376 x 526 di ser Borda: e n’è lo titulo, sì come detto,
«Corrente», in una partita gialla di millimetri 38 x 310, c n’c
ogni lettera assai grossa, e nera, c da millimetri 22.
E da ultimo io vi dirò che per più anni, allora che venne a
piaga onni gavocciolo, ch’io non potetti aver animo a le favole
poi che di detta pestilenza io n’ebbi doglia non più creduta et
angoscia, e tribulazionc infinita: e non ho genio a cicalar di
quelle, o memoria, c si le tolga '1 dimonio. A favole ci rivenni
anno: ne li morti resurgono, c ne di tanto incendio arse, e
combuste, ponno le destruite cose rifacersi, che soltanto la
stoltizia umana si rifa, c sono eterni li sciocchi: c' valorosi sono
spenti: e la malvagità nc lo strazio, né le forche piantate a
piazza e a mercato, e '1 nostro sangue appèsovi, ti lasciano
alcuna pace, o modo, da poter di tempra di sottil pennuzza a
che’ miseri balocchi, quali sono le tua maladctte favole e carte,
vacare. Io so che anno, ch’erino dalla Salutifera Incarnazione a'
1951 se bene di febbraio non finito, il Neri Pozza, eh'è
stampatore in Vincgia, oltr'a ogni loda nobilissimo, per alcun
giorno a Firenze conduttosi, ov’io vi stetti, di Roma andatovi,
dalli diciotto alti ventiduc del detto mese, che d’aver
72
NOTA BIBLIOGRAFICA

dispogliata sua robba fatto àlacre d’Aquario uscendo a’ lucidi


Pesci abbrancavasi, con alcuni gentili vuomini, che a Firenze
sono, mi circonvenne gni ne dassi: o queste, o altro: et altri
m’incuorava fare, da Roma, come Leon Piccioni o Julio Cata-
neo, e da molto avanti lo Zampa da San Severino della Marca.
A spianato schioppo non t’attenti dir none, e gni dissi le darci.
Talché ne feci c ne rimisi a sesto, e l’ho ripulite le più: e tali
altre, ch’crino nello infradetto brogliazzo di sopra delle
trentacinque, o pure ne' quaderni, che sopravanzavino al Campo
Marzio e al Tesoro, rivenuto ad opera la state, e d’autunno,
v’ho rificcato punta con l’umor del diavolo: e del me- glior
aguto di mia penna potetti, l’ho riscritte, e cost l’ho perfette. E
fu a Roma. E chelle novamente ho fatte, ch’ho detto, di leggieri
tu le potrai discernere sopr’a le antiche: da poi che non
abbicndo clic grazia a’ tiranni, e né a’ famigli loro
malignissimi, o neri o verdi, d’anno di nostra perdizione
diecesset- te non l’arei potute dare nelle stampe: et ancora
quelle parti, dell’altre, che v’ho inframesso a quest’anno, quali
sono sopr’al mortorio del Somaro, a guisa d’una cantata, die si
fa sui morti, c prcncipia: «de profundis». Se non ch’eo non
chiamo ivi a meo domino, el Signor Nostro, che '1 mi tragga su,
sì ch’ei pinga colui colà giù dentro il pozzo, e quel da basso lo
tiri dove le sue dimonia stannosi, ch’hanno e’ corni e i raffi e
cagnazzi ceffi da parer paventosi a qualunchc, e ciò a quel
modo che per esso diavolo è detto:
venir sen deve giù ira ' miei meschini.
E pur dolevasi '1 Pozza che di mese in mese i' li traevo lunga
Ia spcnc, c mia rubrica fieramente corta li solvevo poter
leggere, non si sappiendo l’affanni, ch’io m’ebbi: poi d’uno
travaglio ebbi durato sanza modo, a notte alta e di nullo
sustento di civo sopr’alle favole adopcrandoinc, in cotal guisa
che d’un certo stilo quale acerrimo era studiosamente bulinato
et incisovi, da ultimo a doverle forbire d’ogni sbavo duna sottil
ugnella adusavomi, e d’una valorosa grattabugia, co me
condussi a tale che d'aprile ch’era d’in Ariete uscendo infermai,
e riparatomi ad una mia cameretta n casa la nanina Strozza
allocata a ognuno, che vi vada, insino crai calendi-
73
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

maggio vi giacqui. Et ammalando indi n’uno sturbo del


gastrico, fu voluto da’ medici scienziati, a certificar di me sua
dottrina, vedere nella luce: né pur m’avvenne potetti prenderne
miglioramento se non a l’otta ch’era già il sole per li Gemini. E
la luce, poi ch'ebbe gracitato alquanto e assai cigolato
friggendo, per uno suo specchio o vero «lastra» fece uno
responso in aenigmate sì come in Augustino legghiamo per
l’antique sibilio divinar soléasi, che le davino le future cose con
ambage in che le genti invescavono, quali hodie ’n Delfo, o
Cuma, fatte savie, a niuna pania le invescano, o cuméa o
delfica: e disse: ch’eo potea pur sanare, sendo infermo, c scndo
sano infermare. Et eo dissi: amen.
Et era, la notturna consumazione, dopo a’ prestati offici del
raccor le melodi ’I dì, quali per le festevoli upupe o melodiose
pilomele soglionsi al dolce tempo isbernare, o per Tattiche
progne, sopr’a’ tetti di lor ville o castella o ne le selve pim-
plée, o ne l’amenissima eliconia valle innov’c la fontana che
del borio incostro è nomata Aganippe, o ’n sul poggio alto a
mattino, ov’è Ippocréne: c del darne in tromba a l’Italia: da
chetar de’ più bramosi la santa voglia d’intendere, per musical
favola, ciò che le nove musiche sirocchie vi van soffiando
d’Elicona tuttodì, ne Tùvola dei detti uccelli.
E così come ’1 cavai che giace, poi cadde, e né pur guata a li
stanti, ma battuto alfine duramente, et empiamente per il
cavallaro minacciatoli c datone biastima a tutte le deità
dell’Olimpo monte Torecchie drizza, c ’1 collo, e stravolge
Tocchi di là sì che ’I biancore ne dimostra, e si scote allotta
come di sua morte resurga e con più sdruccioli sopr’alle selci c
stramazzi da ultimo rilevasi, et è per li fantoli una subita
allargata quasi da paventosa zuffa o periculo, tale de le quattro
zanche rifattomi, che son prudenzia, pazienzia, giustizia,
fortitudine pervenni alfine tanto eccelso del capo, c del muso,
quanto si affa- ceva a la greppia: c T an tre favoline rimediare, e
ripulire Tanti- che.
In quel tempo m’es|>edì lettera il Pozza, che fu a dodici a
settembre, e ne compiegava in essa le prove, o «tazze», di
chcllc mia nugelline uvea fatto, quali ne mandò vedere et
emendare: et crino centoquattro: ma in quella emendazione
andai tardo, e stanco. E ne obiurgava, di lettere ch’avevo di
74
NOTA MB UOG RAPITA

Vinegia, l’accidia imputandomi c 'I mal talento dello scrivere:


e non fu: che d’alcuno pane ho pur d'uopo da campar mia vita a
frusto a frusto: e nulla fava dà pane, sì come ser Pctracco,
fiorentino uscito, al magnanimo figliolo facitor di fave
ammoniva, qual fu cancellieri esso medesimo sopr’allc pistole
di messer Giovanni Visconte, arcivescovo fulminato di
scomunica da messer Io papa, che si stava in Avennione a
castello, e di poi per Galeazzo Visconte c Barnabò Visconte
oratore, se pur di nulla orazione.
Voi avete dunque conosciuto, carissime donne, c amici non
meno per altro moto del cuor cari, per quanta pena a quanto
furore di tempesta le minime mia vele con il dolente Pozza ne
andassero, da ne poter dire ’1 poeta:
di sotto il mar, di sopra muffi? il ciclo,
il vento d'ogn ’intorno c la procella'.

c come di dì in dì, poi che al giusto suo credito li era tanto


avaramente satisfatto, di quel pelago, ov’elli era incorso, de le
mia vane promessioni e dell'interminati spergiuri circa e non
futuri favagelli deliberatosi d’uscirne a proda a ogni patto, di-
sciolte l'ale del dispitto ne venne a Roma volando, ad altra
reliquia santa romèo qual non fu stinco né creduto dente di
Piero, nc di Paulo, ma per avventura uno osso dal demonio
portatovi, e quel son io: e nc disse: ch’elli arebbe così torchiato
le favole quale clic crino s’co lo volume non chiudeva. Sì che
stracurando le musiche selve pimplée, gni detti emendate le
cento quattro: e promisine, e fecine. E ciò fu agli 8 a decembre.
Et clli avutene, a Santa Maria di Lido avendo impresso le nove,
ne mandò sapere di Viccnzia che a uno dipintore di colà, di
que' che furo a nostri dì, o sono ora, delli eccellenti, cui nomen
est Mirko Vucetich, o vero Mario, gentil vermena de la fiera
veneta pianta, e a tal proda insorto ove non è per li signori di
Vinegia ministrato, e retto, ma per li eguali obedito de la
stiavoncsca republiea, quel di mia penna era così mal piovuto
avcvali accomandato ne vedessi: acciò d’una sua punta o vero
bulino volessi cicra o volessi lamina incidere, o d'una suttil
subbia certo legnio intagliare, da sustcncrc de la strength
d’alcuna imago le mia pigolate fanfaluche: poi che più pa-
IL PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

re, '1 disegno, e per più nero incostro ne la mente si scrive, e


per più fermo, che non pare e non si scrive lo vocabulo. Or si
pose ad opera '1 Vucetich: il qual poi ch’onni fuggevol cenno,
d'in sul dittato li porse ’I Pozza, ebbe colto et onne indicio men
sicuro, purtuttavia dell'arte studiosamente valendosi uno aguto
suo coto vi portò sopra, e d'attorno: sì che per ingenio
divitissimo lo mio scarso annotare multiplico. E riscontrar vi
piaccia, le sollerti e le ben sagaci mie donne, come d’innocivo
pccoro et agno c lupo rapace e de le fere tutte, e omini e femine
c mammoli c grandissime tentatrici serpi ch’in nelle favole
dicano, c fanno, e’ ne tolse assemprare le sentenzie: e d’onni
mia troppo candida carta per la sua tavola inoltratissima ne curò
adempiere ’1 vacuo: c de’ molti latti e portamenti di tinelli, e
quelle, onesti o inonesti, e dimore, e luochi, e monti, e arbori, c
poma, c uve, c machine e suppelletile fece imagini, ch’eo non
facessi, per lo più attento c per lo minuto vie più, da si poter lo
dubio de le paràvole e le folte ombre d’ambagia a qualunche
semplice e insino a’ critichi di parte monalda, a le tiepide e
belle gatte, c a’ morali sofistici, dichiarare: tal che potiate dire
in verità che di poco fummo di mie castella, o di torre, quelli
segnàcoli erin dati e’ ben vedde, c vi rese cenno per ben
significato latino, c fecine dell’arte sua, uno incantamento, o
magìa. Per che a la deità d’Apollinc odorosissima, non
sana’alcuna mollizie del riparo che voler portare di sua mano
sopr’a non veduto vulnere de la persona sua o contro a non
saputa saetta ella sembri, di chell’infi- nito lume ch’c di essa e
degl’infiniti e onestissimi suoi raggi li volse 1 capo ricingcrc, c
al goldoniano conte, qual da fiutar tabacchi ha gran naso, uno
tricorno impostoli, quello n’una sicura forma appianò a similare
cotal nave quale per li vinigiani gondola c detta, o ver picciola
gondi, che è, della greca gente c favella, uno tardi usitato
vocabulo; e vi ficcò uno legno, ch’in lor lacuna son fitti, ch’e’ li
noman briccole: c son depinti, e d’uno cappelletto parati, da
legarvi nave per fune, o per catena, con anella.* E dov’c l’elmo
d’uno spengitor d’incendia, che la scimia s’è pigiato ’n capo,
ivi è una lumiera e son due candele con la moccolaia che arde,
poi che nella favola è det-
* Vedi figura 2, p. 80. (tt.J.c.)

76
to, messosi l'elmo, la detta scimia per quello effetto si rimase
nel buio: e però vuol esser lume di là. Et cnc Telmo, per sé,
quasi uno diverso c non più ritenuto animale ne le rete, o a la
caccia, o per Ovidio o per Plinio o per altro fisico o poeta satiro
mentitamente discritto: e la cresta d’esso, quale ha volto, e
bocca, la par nell’atto di suggere o prender e’ vapori d’una
fistula: e lampa c lume e candela c poco foco c molto fummo e
filato di lumiera son quelli obbietti a che li spengitori
contrastano, c ne garriscono cui ne stracuri governare. 1 E dov’c
recitato, di Crisobulo filosafo, ch'elli stoico fu sì che seder non
volse già mai, ivi è fatta per questa epigramma una tavola, et è
il detto Crisobulo veduto ’n fiera, tale uno «fenomeno*, e
molte grucce lo reggano.* E conoscete altrove, con il
gendarme, impedito, le mura e le torri Monpellieri, c come la
furace pica, o sia gàzzcra, ha figura d’esso ch’c chiamato a
Parigi uno « apache », la qual recasi, con «grimaldelli», uno
anello a la cintola, sì come lo 'ngcnicr suole allora con molte
chiave sen va, da disserrare a’ non potenti: e la gàzzera, non
anco veduto ’I gendarme, le furate cose renunziandoli n’uno
involto ha deposte, e con suo bieco occhio c pur piatoso quasi
benignamente il sogguarda.* E alla favola de la primavera e
dell’asino e della mollica badessa provvide ’I Vucetich, aunche
di disegno chiaro e d’aguto, d’alcuna Primavera c d’alcuna
Nunziata de’ maestri lo paese e l'aere traendone c Tarchivolti c
colonne, e per avventura sopr’a diruto monte uno arbore, quasi
|>er bio- nardo fatto o ver Giovan Bellino di pittura.* E
simulando l’arte de’ silógrafi, per uno suo zeppo, ch’ebbe
intinto del meglio, si condusse in sul folio a contraffar ciò, che
viene per lo consueto dal risalto impresso, che cavando al
legnio vi pure arebbono rimaso le ciàppole. E’ disegni fece
dodece, e poi quattro, e quattro ancora: e la somma sarà
computata per lo poi: da che, venuto a pungermi '1 Pozza, del
pungello malo de’ telegrafi poi si fu partito seguitò: e di
Vinegia e di Vicenzia e di terra ferma c di lido me bove, per
quelli, ad aratro e sé lavora tor faciendo, di Storpio 'n Sagittario
discesimo, e del Sagittario in Capricorno e ’n Aquario
trapassati, del cinquantuno in chcst'altro vennimo, che già fila
di sua lana. E nove uve al

1 Vedi figure 3, 4, 5, 6 alle pagine 81, 82, 83 e 84. [n.d.c.)


II. PRIMO LIBRO DELLE FAVOLE

mio bigoncio versando, ne versava Mirko le sua: c n’abbiamo


un tino. Et è il primo libro de le favole, ove troverà ogniuno
rubrica da suo riso, o pianto. E Neri Pozza, virtuoso pungula-
tor del bove, l’ha impresso in Vinegia.
Per tal modo in tra poco sonno e fatica faciendo l’opera e tra
dispendio e malanno, le son qua, da ne sapirc appieno di tua
lingua, com’è de pepe, o del grano del sànapo. E’ critichi
v’aranno civo esquisitissimo, non dirò pasto, che è de le galline:
e le galline, sopr’al molto fimo di mia carte a razzolar venute, e
pascendone, e beccuzzando qua o là, sentirannosi l’ale voler
batter, e dar volo: e levarannosi, e saranno avile in cielo, o sia
morali sofistici. E dove queglino a inquisir si faccino li
mutamenti, ch’eglino dican «variami», ciò c ‘1 cangiare del
modo, o del vocabulo, o l’omcssioni o l’adiuntc, o paroluzzc,
paroline, parolacce, di un cotal mutare dell’ordini dello dittato
mio per me fatto e’ n’aranno disputare e stampare li mille
secoli, secondo nel poeta puossi leggere colà, ov’è scritto:
«innumerabilis annorum series et fuga temporum».
E le infrascritte varianti dal trentanovesimo e quarantesimo
anno di chesto scculo di Salute Nostra e d’infinita delizia, o
pure cinquantesimo c cinquantunesimo son procedute: e
l’cbbino insino dal «Tesoretto» 1939-XVII, suo movimento e
procedere, et augumcnto da stare: però che fu lo «Tesoretto» si
conte del divenire che le future cose uno germine, o seme: e che
favuzza el fussi potrai per te medesimo conoscere ove tu legga a
carte duo, che è nel verso de lo primo folio di quello, una
dichiarazione de’ facitori la qual dice: «Nato nc la nostra idea
come uno quaderno di fine d’unno, il “Tesoretto” ci è cresciuto
tra mano via via...»: et ette qualitas d’onni tesoretto, cotesta, del
crescere tra mano, e tesoronc farsi, e parere altrui paventoso:
tanto che domino Joanne de Certaldo costumava dire, d’uno
tesoretto, ch'clli era il crcscinmano.
Carlo Umilio Gadda

Roma, 14 gennaio 1952.

78
Sergio Solmi, Romar.ee suns paroles, «II Tcsorctto»,
Almanacco delle lettere 1939, Milano, Primi Piani, p. 75.
(Ingrandimento). Cfr. Nota bibliografica, p. 68.
79
:i PHIMO I Inno I'l 11 r PAYOI r

Mirko Vucctich, favola 23. Cfr. Nota bibliografica, p.


76.
80
NOTA BIBLIOGRAFICA

Mirko Vucctich, favola 27. Cfr. Nota bibliografica, p.


77.
81
Il I TOMO r 1BRO un I I-- FAVOLI

Mirko Vucetich, favola 74. Cfr. Nota bibliografica, p.


77.
82
NOTA BIBLIOGRAFICA

Mirko Vucetich, favola 53. Cfr. Note bibliografica, p. 77.


83
Il PRIMO LIBRO DF-LLK PAVOI.H
6

Mirko Vucetich, favola 33. Cfr. Nota bibliografica, p.


77.
84