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D. Lagache et al.

(a cura di R. Galiani e S. Napolitano)

Il problema del transfert


1895-2015

Collana “I Territori della Psiche”


diretta da Doriano Fasoli
Board scientifico:
Alberto Angelini, Andrea Baldassarro, Marina Breccia, Giuseppina Castiglia,
Domenico Chianese, Salomon Resnik, Marcello Turno, Adamo Vergine

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© PUF, Daniel LAGACHE, «Le problème du transfert», Revue Française de Psychanalyse


16 (1952), pp. 5-75.

I Edizione: 2016

Daniel Lagache (1903-1972), universitario di rango, è stato tra i protagonisti del movimento psi-
coanalitico francese. Sostenitore della “unità della psicologia”, ha dedicato molti lavori al problema
del transfert. Il Rapport del 1951 è il più completo di essi.

Riccardo Galiani, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International


Psychoanalythical Association, insegna come professore associato Psicologia Dinamica e
Psicopatologia delle Relazioni presso il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica della
Seconda Università degli Studi di Napoli. Coordinatore del gruppo di ricerca “Il problema del
transfert”.
Stefania Napolitano, psicoterapeuta di formazione lacaniana, è dottore di ricerca in Studi di
Genere. Coordinatrice del gruppo di ricerca “Il problema del transfert”, è autrice di Dal “rapport”
al transfert. Il femminile alle origini della psicoanalisi (Macerata, 2010) e di Clinica della differenza
sessuale. Fantasma, sintomo, transfert (Macerata, 2015).

In copertina: Rashid Johnson, Promised Land (2008) spray su specchio. The Rubell
Family Collection, Miami, 2009 (modificata).

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


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n. 633 e successive modifiche sulla tutela dei diritti d’autore.
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

Indice

Gli autori ................................................................................................ V

Dalla croce al problema… e ritorno.


Per introdurre al problema del transfert (Riccardo Galiani) .......................... VII

Parte I
Daniel Lagache, Il problema del transfert, 1951 ........................................ 1

Parte II
Il problema del transfert nella clinica individuale. Da Lagache a oggi....... 103
Presentazione, di Stefania Napolitano ....................................................... 105
1. A ridosso del Rapport. Il problema del transfert, anni 1950-1959
(Gilda Di Mezza e Roberto Bonetti) .................................................... 107
Bibliografia 1950-1959 ................................................................ 130
2. Melanie Klein: il mondo interno nel transfert
(Carmela Guerriera e Daniela Cantone) ............................................. 138
3. L’analisi interminabile e la nevrosi di transfert.
Il problema del transfert, anni 1960-1969
(Roberto Bonetti e Gilda Di Mezza) .................................................... 165
Bibliografia 1960-1969 ................................................................ 178
4. Il transfert nell’insegnamento di Jacques Lacan (Stefania Napolitano) .. 183
5. Il problema del transfert, anni 1970-1979.
Tra “scuole” e “efficacia” (Carlo Paone e Maria Pirozzi) ...................... 206
Bibliografia 1970-1979 ................................................................ 220
6. Il transfert per Donald W. Winnicott (Massimiliano Sommantico) ..... 227
7. “Hic et nunc” o Lacan? Il problema del transfert, anni 1980-1989
(Christian Lombardi e Alfonso Davide Di Sarno) ................................ 250
Bibliografia 1980-1989 ................................................................ 261
8. Wilfred R. Bion: il transfert come spazio transitato (Eugenio Tescione) 269
9. Il problema del transfert alle soglie del nuovo millennio. 1990-1999
(Maria Pirozzi e Christian Lombardi) ................................................ 298
Bibliografia 1990-1999 ................................................................ 321
10. In relazione con l’oggetto dell’enigma. Laplanche e il transfert
(Riccardo Galiani e Elena Garritano) .................................................. 336
11. Contaminazione e ristrutturazione:
il problema del transfert, anni 2000-2009
(Alfonso Davide Di Sarno e Carlo Paone) ............................................ 356
Bibliografia 2000-2009 ................................................................ 372

III
Il problema del transfert 1895-2015

12. Neuropsicoanalisi, campo, paradosso.


Il problema del transfert, anni 2010-2015
(Riccardo Galiani, Stefania Napolitano, Carlo Paone, Alfonso Davide Di Sarno,
Roberto Bonetti, Gilda Di Mezza, Christian Lombardi, Maria Pirozzi) .384
Bibliografia 2010-2015 ................................................................ 394

Indice analitico ........................................................................................ 403

IV
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

Autori

Roberto Bonetti, psicologo, membro del gruppo di ricerca “Il problema del
transfert” (Dipartimento di Psicologia, Seconda Università degli Studi di
Napoli, SUN).
Daniela Cantone, è ricercatrice e docente per il settore di Psicologia clinica
al Dipartimento di Psicologia della Seconda Università di Napoli (SUN).
Socio ordinario dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica
dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Famiglia (A.I.P.P.I.). Ha incarichi di
docenza nella Scuola di Specializzazione in Psichiatria del Dipartimento di
Psichiatria della SUN.
Gilda Di Mezza, psicologa, membro del gruppo di ricerca “Il problema del
transfert” (Dipartimento di Psicologia, SUN).
Alfonso Davide Di Sarno, psicologo, membro del gruppo di ricerca “Il pro-
blema del transfert” (Dipartimento di Psicologia, SUN).
Riccardo Galiani, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, profes-
sore associato di Psicologia Dinamica (Dipartimento di Psicologia, SUN),
redattore di “notes per la psicoanalisi”. Tra le sue pubblicazioni recenti:
Contenimento Seduzione Anticipazione (2010), “La situazione psicoanali-
tica come rottura della comunicazione ordinaria” (in P. Fédida, Aprire la
parola. Scritti 1968-2002, 2012), “Pour une métapsychologie de la parole:
trajectoires de l’œuvre de Pierre Fédida” (in P. Fédida, Ouvrir la parole,
2014), “Autobiografia di un vivente in tre capitoli (più uno). Note per
Louis Wolfson” (in M. Balsamo, L’autobiografia psicotica, 2015). Coordi-
natore del gruppo di ricerca “Il problema del transfert” (Dipartimento di
Psicologia, SUN).
Elena Garritano, psicologa, ha conseguito il titolo europeo di Dottore di
Ricerca in “Studi di genere” nel 2011 (Università degli Studi di Napoli
“Federico II”). Frequenta la Scuola di Specializzazione in “Psicologia clini-
ca” dell’Università di Torino.
Carmela Guerriera è professore associato di Psicologia Dinamica al Diparti-
mento di Psicologia della Seconda Università degli studi di Napoli (SUN).
Socio ordinario dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica
dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della famiglia (A.I.P.P.I.), docente della
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica per bambini, ado-
lescenti e famiglie, dell’A.I.P.P.I.

V
Il problema del transfert 1895-2015

Christian Lombardi, psicologo, membro del gruppo di ricerca “Il proble-


ma del transfert” (Dipartimento di Psicologia, SUN); specializzando in
psicoterapia presso la scuola dell’Istituto per la Clinica dei Legami Sociali
(ICLES).
Stefania Napolitano, psicoterapeuta di formazione lacaniana, è dottore di
ricerca in Studi di Genere (Università di Napoli Federico II). Autrice di
diversi articoli, ha dato alle stampe due volumi: Dal Rapport al transfert
(2010), e Clinica della differenza sessuale (2015). Coordinatrice del gruppo
di ricerca “Il problema del transfert”.
Carlo Paone, psicologo, membro del gruppo di ricerca “Il problema del trans­
fert” (Dipartimento di Psicologia, SUN).
Maria Pirozzi, psicologa, membro del gruppo di ricerca “Il problema del
transfert” (Dipartimento di Psicologia, SUN).
Massimiliano Sommantico, psicologo, psicoterapeuta, ricercatore conferma-
to di Psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico
II”, docente di Fondamenti di psicoanalisi presso il Corso di laurea in
Scienze e tecniche psicologiche. Candidato della Società Psicoanalitica Ita-
liana. Autore di numerosi articoli su riviste nazionali ed internazionali, il
suo ultimo libro è Il fraterno (2012).
Eugenio Tescione, psicologo, dirigente del Dipartimento di Salute Menta-
le della ASL di Caserta; psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, spe-
cializzato presso l’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo. È autore di
Architettura della mente (2003) e di saggi sul rapporto tra psicoanalisi e
estetica, pubblicate in riviste di settore e in volumi monografici di archi-
tettura. Cultore della materia di Psicologia Dinamica per il Dipartimento
di Psicologia della SUN.

VI
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

Dalla croce al problema… e ritorno.


Per introdurre al problema del transfert
di Riccardo Galiani

1. Bisogna ricordarlo subito: scrivendo di psicoanalisi, molto spesso si scri-


ve di transfert. Si tratta ormai quasi di un’evidenza e richiamarla in apertura
di questo volume non necessariamente equivale a dichiarare preliminarmente
che in psicoanalisi “tutto è transfert”, o che quanto si leggerà nelle pagine che
seguono è all’insegna di questa convinzione. Ricordare che spesso si scrive di
transfert, al limite, è ricordare in altro modo che qualcosa di quel fenomeno
che da Freud in poi ha imposto un cambiamento nell’uso del termine “tran-
sfert” è dappertutto.
“Quel fenomeno che… ha imposto un cambiamento”; anche questo sem-
bra andare da sé: ma da cosa è determinato il fenomeno? E in che modo Freud
e la psicoanalisi hanno trasformato ciò che sino ad allora si intendeva preva-
lentemente quando si diceva Übertragung, transference, traslazione, transfert?
Se non è un fenomeno psicologico nuovo e se non è nuovo, rispetto all’avven-
to della psicoanalisi, nemmeno il tentativo di metterne a fuoco i movimenti
e i moventi (basti pensare a quanto avrebbe fatto risaltare Lacan del Simposio
platonico), la domanda legittima potrebbe allora essere: cosa accade di nuovo
nel transfert con le scoperte freudiane?
Insomma, nonostante si ritenga chiaro e di immediata comprensione il
senso attribuibile a certe affermazioni, nonostante lo si chiami in causa con
prontezza, nonostante il suo essere oggetto di innumerevoli trattazioni (dalle
tesi di laurea “copia e incolla” alle ricerche più raffinate), “transfert” fa proble-
ma. “Una croce”, aveva detto Freud1; meno suggestivamente Daniel Lagache
avrebbe per l’appunto detto, ispirandosi a Trigant Burrow (1927), “proble-
ma”: il problema del transfert.
Questa formulazione “problematica” è quella con la quale Lagache pre-
senta il suo sforzo di analisi e di inquadramento nella veste di un Rapport a
un congresso di psicoanalisti che proprio quell’anno assunse la definizione di
“lingua romanza”2. Alcuni di questi “Rapports” hanno segnato l’evoluzione
della teoria psicoanalitica; si pensi ad esempio al Rapport di Marty e de M’U-

1 Lettera di Freud a Pfister, 5 giugno 1910: “…la traslazione è una vera e propria croce”: S. Freud, O. Pfister,
1909-1939, Psicoanalisi e fede. Lettere tra Freud e il pastore Pfister; tr. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1970 e
successive, p. 39.
2 In precedenza “Conférence des psychanalystes de langue française des pays romans”, l’incontro prese poi,
nel 1960, la denominazione di “Congrès des psychanalystes de langue française” (de Mijolla, 1991).

VII
Il problema del transfert 1895-2015

zan sulla psicosomatica (Barcellona, 1962), alle posizioni espresse da Nacht e


Racamier sulla psicosi nel 1958 a Bruxelles, oltre che, ovviamente, al Rapport
pronunciato a Roma da Lacan nel 1953. In altri casi, il segno lasciato dal con-
tributo proposto, pur se di grande risonanza all’atto del proferimento, sembra
essersi affievolito nel tempo. È quanto accaduto a “Le probléme du transfert”,
che il primo novembre 1951 fu accolto con grande favore, associando la pro-
posta di una tesi originale a una accurata ricostruzione del problema, il tutto
esposto con uno stile argomentativo che si giovava e si giova di un linguaggio
unanimemente riconosciuto come “trasparente, conciso, semplice” (Laplan-
che), caratteristiche che da sole bastano a rendere ragione della sua traduzione,
seppur tardiva, in lingua italiana.
Sessantaquattro anni dopo, e a quasi trent’anni dalla pubblicazione in ita-
liano (Lagache, 1953a, in Genovese, 1988) di un lavoro di poco successivo
al Rapport che di quest’ultimo intendeva presentare, in forma diluita, alcuni
degli argomenti principali ai lettori anglofoni, il testo di Daniel Lagache – lo
psicoanalista che prima di contribuire alla fondazione della APF (Association
Psychanalythique de France) è stato per un breve tratto compagno di strada di
Jacques Lacan, lo psicologo accademico che ha contribuito ad aprire la strada
alla psicoanalisi nell’università – conserva pressoché inalterate le sue capacità
di presentare ciò che “transfert” è divenuto nella psicoanalisi, trasformando
con il suo divenire la psicoanalisi stessa. Si tratta di un’operazione di cui me-
ritano essere sottolineate subito l’ampiezza e l’accuratezza dei riferimenti “di
prima mano” ai testi, freudiani e post-freudiani, frutto non solo della cono-
scenza del tedesco da parte di Lagache, ma di una lunga e accurata ricerca,
condotta ovviamente in assenza di risorse informatiche3.
Il “problema del transfert” è svolto da Lagache in maniera precisa, passan-
do per la presentazione e la definizione di diversi argomenti, a cominciare dal
modo in cui il termine Übertragung viene impiegato nelle diverse fasi del la-
3 Nato a Parigi (1903) da famiglia borghese di origine piccarda, nel 1924, lo stesso anno di Sartre e Can-
guilhem, entra all’École Normale; sarà l’unico di questo gruppo a portare a termine sia gli studi di filosofia
(1928) che di medicina (1934). Nel corso della specializzazione in psichiatria, partecipa alle presentazioni dei
malati con Dumas e, come Lacan, sarà allievo di de Clérambault all’“infirmerie spéciale”. Avvicinatosi alle sco-
perte freudiane, dal 1933 al 1936 sarà in analisi con Loewenstein, divenendo “mémbre titulaire” della Societé
Psychanalythique de Paris nel 1937, stesso anno in cui, a Strasbourg, comincia la sua attività universitaria,
interrotta poco dopo dalla guerra, cui prende parte come ufficiale medico; fatto, prigioniero, evade ed entra
nella resistenza, attività per le quali gli verrà attribuita la Legione d’onore (ma si veda anche quanto scritto nel
2002 da A. Dagfal sul rapporto di Lagache con il governo di Vichy, e la conseguente replica, nel n. 10 di Essaim,
delle figlie di Lagache). Chiamato alla Sorbonne nel 1947, inaugurerà l’insegnamento di psicologia generale con
una lezione in cui riattualizza il termine “psicologia clinica” dopo gli sforzi di Janet per allontanare in tutto la
psicologia da qualunque riferimento alla pratica medica. La sua opera di diffusione della teoria psicoanalitica, di
cui sono oggi testimoni i sei volumi delle Oeuvres curate da Eva Rosenblum (P.U.F., Paris) va di pari passo con lo
sforzo di insediarla nell’università nell’ambito delle scienze psicologiche, al cui sviluppo continua a partecipare
(è per esempio tra gli introduttori del Rorschach in Francia). Dopo essersi schierato con Lacan nella rottura con
la S.P.P., se ne separerà in seguito, contribuendo nel 1964 alla fondazione della A.P.F. Muore nel 1972.

VIII
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

voro di Freud. La ricostruzione delle evoluzioni della teoria-clinica freudiana,


da cui progressivamente derivano, in ragione del nascere e dello svilupparsi di
una comunità psicoanalitica, altre esperienze cliniche e altre teorie, suggerisce
a Lagache la possibilità di mettere a fuoco il valore concettuale del “transfert”
provando a definire l’essenza del transfert, l’espressione del transfert, i limiti del
transfert e le cause del transfert, che vengono discusse valutando separatamente,
anche attraverso numerosi esempi, il ruolo della personalità del paziente e quello
della “situazione psicoanalitica”. È la tesi della dualità delle cause del transfert –
“disposizione” del paziente più “produzione” a opera della situazione – intorno
alla quale molte altre voci si esprimeranno nei decenni che separano il Rapport
dal nostro presente.
La meticolosa operazione di scomposizione del problema, un’operazio-
ne analitica, è il risultato di un’attenzione duratura (cfr. p.e. Lagache, 1948,
1949a, 1949b, 1951a), che avrebbe prodotto, negli anni successivi al Rap-
port, contributi a loro volta ancora meritevoli di attenzione (Lagache, 1954,
1956, 1961). Alcuni di quelli espressamente dedicati al transfert sono stati
tradotti nelle principali lingue della comunità psicoanalitica internazionale;
fa eccezione proprio il Rapport, che nelle sue pagine, numerose e dense, li
raccoglie e li anticipa tutti.

2. Un puntuale commento introduttivo a queste pagine non è necessario:


la loro chiarezza lo rende superfluo. Vanno tuttavia discussi – problematizzati
– alcuni temi, in cui “metodo” e “merito” si confondono. Nella prima cate-
goria (metodo) potrebbe rientrare l’atteggiamento assunto da Lagache rispetto
alle posizioni freudiane. Lagache le presenta mettendo nel giusto rilievo la loro
scansione temporale, limitandosi a una ricostruzione, così come si dispone a
fare per quello che è successo intorno al concetto di transfert nei dodici anni
che separano la morte di Freud dalla presentazione del Rapport, operando tra
l’altro un precoce riconoscimento del ruolo del testo di Ferenczi e Rank sulla
tecnica (Ferenczi, Rank, 1924) e, in generale, del Ferenczi interprete di Freud,
oltre che della posizione di Wilhelm Reich sul transfert (attribuendogli così la
paternità di una concezione del “transfert del transfert”), sul transfert negativo e
sul contro-transfert, sul quale Reich si esprime secondo Lagache “con una preci-
sione clinica maggiore rispetto ad altri lavori psicoanalitici dello stesso periodo”
(infra). In Lagache è l’attenzione per il merito a sostenere il metodo; e il merito
di alcuni interessi di Lagache, presentati esplicitamente nella seconda parte del
Rapport, contribuisce altrettanto a definire la posizione dalla quale si è invitati
a guardare il transfert. È il caso dell’interesse per la relazione tra la “condotta” e
la personalità all’interno dell’indagine psicoanalitica, interesse alla base della tesi
del transfert come “transfert di funzione” (infra).

IX
Il problema del transfert 1895-2015

Probabile testimone dell’influenza di Pierre Janet (cfr. Roudinesco, 1994,


p. 232), l’incontro tra lo studio della condotta e la psicoanalisi era per Lagache
scritto già in origine, convinto che occuparsi dell’isteria implicasse necessaria-
mente il “non perdere di vista le interazioni tra funzionamento corporeo e con-
dotta” (cfr. Lagache, 1949b, p. 134)4. Ma per Lagache niente più del transfert
induce a porsi nella prospettiva della condotta: “[…] il transfert è una determi-
nata maniera che il paziente ha di comportarsi nella situazione psicoanalitica; è
un segmento della sua condotta. In linea di principio gli si può dunque applica-
re la concezione che ci si fa di ogni segmento di comportamento” (Lagache, pp.
1951a, 241-242). L’obiettivo rappresentato da questa applicazione ha senz’altro
indirizzato parte degli sforzi di Lagache; dalla sua comunicazione al congresso
di Psicologia di Edimburgo, nel 1949 (“De la psychyanalyse à l’analyse de la
conduite”), al suo penultimo articolo “La psychanalyse comme science exacte”
(1966), Lagache non ha mai smesso di insistere sul carattere scientifico esatto
dell’approccio psicoanalitico, soprattutto per denunciare una confusione tra in-
dagine e azione terapeutica (Anzieu, 1977, p. 209), contribuendo però a creare
al tempo stesso un’altra – e forse più pericolosa – confusione, relativa all’assi-
milazione della situazione psicoanalitica a una situazione sperimentale dedicata
allo studio, per mezzo della nevrosi di transfert, di una tipologia di condotta5.
Segnalare questo interesse per la “scienza esatta” (che trova molte delle sue ra-
gioni nel momento storico in cui Lagache operava: cfr. Laplanche, 1987; Rou-
dinesco, 1994; Dargfal, 2002; Di Mezza, Bonetti, 2015) è necessario; lo è però
altrettanto accompagnare la segnalazione con una puntualizzazione. L’interesse
e l’attenzione per la psicologia sperimentale e la ricerca empirica non induce-
vano Lagache, contrariamente a quanto accade spesso oggi, anche tra gli psi-
coanalisti, ad assimilare tout court “ricerca” e “empiria”. Nel 1960, in un lavoro
intitolato “La psychologie et les sciences humaines”, Lagache avrebbe definito
la psicoanalisi una action research; al di là della pertinenza metodologica di una
definizione ispirata dalle esperienze di Kurt Lewin, per Lagache si tratta di una
formula che vale soprattutto come sottolineatura della specificità dell’approc-
cio di ricerca, specificità che riflette la singolarità dell’esperienza psicoanalitica:
“[…] la psicoanalisi, ricordava Lagache, ha fondato la propria solitudine con-
vertendo in mezzi gli ostacoli che incontrava sul cammino dell’investigazione e
della cura, tanto dal lato dell’analizzato (la resistenza e il transfert), quanto da
quello dell’analista (il contro-transfert). Il suo strumento è al tempo stesso il
4 Per una lettura esplicitamente critica del rapporto di Lagache con Janet cfr. Dagfal, 2002.
5 “…si tratta, secondo Lagache, di una sorta di situazione sperimentale, più pura, più accessibile, specie per
la soppressione di alcune variabili. Sopprimendo queste variabili che complicano il campo della relazione inte-
rumana, si metterebbero in evidenza alcuni elementi soggettivi, arrivando poi a questa ‘nevrosi di transfert’, di
cui Lagache fa il centro della sua famosa formulazione della cura: ‘dalla nevrosi clinica, passando per la nevrosi
di transfert per risalire alla nevrosi infantile’” (Laplanche, 1987, tr. it. p. 16).

X
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

suo oggetto e il suo sistema di riferimento: la relazione analitica, ossia relazione


dell’uomo con l’uomo, l’intersoggettività, la comunicazione, la parola. A partire
da qui, la psicoanalisi ha essa stessa costruito dei modelli psicopatologici e psi-
cologici, sempre più nel senso dell’intersoggettività” (p. 180).
L’argomentazione di Lagache introduce una questione, quella della “in-
tersoggettività”, sulla quale potremo tornare dopo aver precisato le ragioni di
quella prossimità che Lagache riconosceva con la psicologia sperimentale. An-
dando oltre l’interesse per un comune impiego del termine transfert (che pure
viene spesso ricordato da Lagache: 1949a, 1949b, 1951b), è probabilmente il
ripetuto (è proprio il caso di dire) riferirsi all’effetto Zeigarnik a consentire di
intendere al meglio le motivazioni di questa convinzione6.
Come si vedrà, all’effetto Zeigarnik Lagache ricorre anche nel Rapport; ma la
presentazione più efficace della funzione esplicativa che vi attribuisce è proba-
bilmente quella fattane in “Definition et aspect de la psychanalyse”, dove non
a caso si sofferma sulla lettura datane da Kurt Lewin, che aveva attribuito al
fenomeno la tensione che continua a essere attiva tutto il tempo che un com-
pito resta non compiuto (cfr. Lewin, 1935, p. 305 sgg.). “Ci sembra, scriveva
Lagache, che i fenomeni di transfert possano essere chiariti dall’effetto Zeigarnik:
i conflitti non risolti dell’infanzia sono comparabili a compiti non portati a ter-
mine. Per quanto gli elementi rappresentativi ne siano dimenticati o rimossi, la
tensione latente connessa continua a essere attiva; è questa tensione latente che
si attualizza nel transfert in forme specifiche” (Lagache, 1949b, p. 117).
La posta in gioco è la possibilità di problematizzare il rapporto tra trans­
fert e ripetizione definendo una prospettiva evolutiva e funzionale alla stessa
induzione della ripetizione implicata nella quota di produzione del transfert
che spetta alla situazione psicoanalitica7. È l’indeterminazione della situazione
psicoanalitica a consentire la sua assimilazione al passato e la “proiezione di
un pattern anacronistico”, o, come aveva scritto due anni prima in una nota a
un testo che aveva il valore di un manifesto, “[…] in psicoanalisi, il transfert è
essenzialmente lo spostamento di una condotta emozionale in rapporto ad un
oggetto infantile, specialmente i genitori, ad un altro oggetto o un’altra persona,
specie lo psicoanalista durante il trattamento” (Lagache, 1949a, p. 35, n. 1)8.
6 Si tratta come è noto di una scoperta compiuta nel 1927, quando Bljuma Zeigarnik (1901-1988), ricerca-
trice del gruppo di Lewin, osservò che i compiti interrotti generavano ricordi conservati relativamente meglio
rispetto a quelli portati a termine.
7 In apertura del paragrafo dedicato all’“essenza del transfert” di un altro lavoro degli anni ’50, Lagache scri-
veva: “La definizione del transfert pone subito il problema della coazione a ripetere” (Lagache, 1954, p. 130).
8 Il testo “manifesto” è l’allocuzione dedicata all’Unità della psicologia; allocuzione molto celebre, con la quale
Lagache si proponeva, venendo riconosciuto, come il nuovo punto di riferimento della psicologia francese,
rimpiazzando definitivamente Janet (cfr. Dagfal, 2002, p. 43; Lagache, 1950, per quanto concerne il rapporto
con Janet). Un’ambizione, quella dell’unità della psicologia, storicamente datata, in cui si fa fatica a riconoscere
oggi una prospettiva autentica, tanto per l’insieme delle pratiche psicologiche, quanto per la psicoanalisi.

XI
Il problema del transfert 1895-2015

Tuttavia, poiché la situazione psicoanalitica non è la situazione passata, si


determina la possibilità di “un nuovo accomodamento alla realtà”. Il progresso
della cura psicoanalitica ne farebbe cioè “un fenomeno di apprendimento”,
e l’aspetto propriamente “automatico” della ripetizione interverrebbe “solo
quando l’analisi rigorosa e perseverante del transfert non giunge ad un norma-
le ri-aggiustamento e ad una ri-evoluzione, o quando, al contrario, il paziente
appare inesorabilmente stregato dai patterns di condotta stabiliti dal passato
(Lagache, 1949b, cfr. pp. 117-118). Il transfert è allora realmente compiuto
quando una “situazione-problema” legata all’infantile (cfr. Cupelloni, 2008) è
attualizzata nell’analisi nei suoi aspetti “emozionali e interpersonali”9.
Tramite il transfert, la situazione analitica sollecita la ripetizione per po-
terne lavorare gli effetti di condotta. Il transfert rappresenterebbe cioè la pos-
sibilità di una libidinizzazione della ripetizione (Lagache, 1954, p. 147), che
apre a sua volta allo sfruttamento da parte dell’io della coazione ripetitiva, in
chiave di restituzione sotto forma di ricordo o di rielaborazione; sta qui, per
Lagache, “l’essenziale della teoria freudiana del transfert”10. Se “la ripetizione
è al tempo stesso il problema, lo strumento e l’ostacolo della psicoanalisi”
(Lagache, 1961, p. 233) è però perché il transfert serve due padroni, i pa-
droni del ricordare e del ripetere (Suchet, 2015, p. 180) o, per dirlo ancora
con Lagache (infra), ha come Giano due facce: una rivolta al passato e una
al presente.

3. Che il lavoro svolto ricorrendo agli insidiosi servigi del transfert consi-
sta in un’attività di scioglimento di vincoli affetto-rappresentazione patogeni
che si svolge all’interno di un circuito “rappresentazione di parola (ricercata
o presente)/ ascolto/ nuova rappresentazione di parola”, è un aspetto lasciato
piuttosto in ombra nel Rapport, pur essendovi sottolineata la specificità della
parola e del discorso analitico; nel complesso, l’atteggiamento di Lagache pas-
sa prevalentemente dalle posizioni “riduzioniste” che contraddistinguono testi
9 Il corsivo segnala l’aver voluto intenzionalmente introdurre nel termine una maggiore indeterminazione
rispetto alla formula “passato infantile” usata da Lagache, perché l’oltre mezzo secolo di ricerca psicoanalitica
trascorso testimonia della necessità di superare la confusione tra “infantile” e “infanzia”. L’infantile è il sessuale
infantile che non passa, pur sorgendo storicamente in un tempo passato che corrisponde all’infanzia; tra i nu-
merosissimi riferimenti possibili, rimando per comodità, oltre che allo scritto di Patrizia Cupelloni, all’insieme
dei lavori presentati all’ultimo Congresso degli psicoanalisti di lingua francese (Lyon, 2015).
10 . In questo stesso testo, Lagache (1954, p. 144), per presentare gli “effetti positivi del transfert”, fa ricorso alla
tesi di Bibring (1943) sulla “tendenza restitutiva”, che gli pare ben illustrare la possibilità di utilizzare evolutiva-
mente la ripetizione: “…perché la liquidazione [della libido fissata alle mete della sessualità infantile] sia possibile,
occorre ancora che il problema passato sia nuovamente posto, sul terreno e nei termini dell’analisi. Detto altri-
menti, occorre che la coazione a ripetere sia utilizzata da parte dell’Io sotto la forma di una tendenza restitutiva”,
restituendo cioè all’affetto [“emozione”] la possibilità di svolgersi in un “nuovo contesto”. Il ricorso alla tesi della
restituzione è un effetto dell’influenza su Lagache, evidente in tutti i suoi scritti sul transfert, di Balint (1951).

XII
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

come “Conduite et communication en psychanalyse”11, a prese di posizione


in favore del ruolo dell’apprendimento e dell’azione, dunque dell’analisi della
condotta, a scapito del ruolo del linguaggio12.
La “condotta” sembra allora indicare la tendenza di Lagache a spostare l’ana-
lisi di una dinamica contrassegnata dalla presenza di processi psichici inconsci
su di un piano puramente interazionale. In questo spostamento molti hanno
ravvisato l’effetto di un riduzionismo psicologico (nel senso di una simmetrizza-
zione dei processi inconsci a processi della coscienza) i cui effetti riguarderebbe-
ro inevitabilmente il nucleo dei risultati dell’analisi del problema del transfert,
ossia la tesi del dualismo ricordata in precedenza. L’altro aspetto del Rapport da
problematizzare introducendo alla sua lettura sta pertanto qui, nella maniera in
cui intendere la connotazione di questa dualità, da parte di Lagache, in termini
ora di “interpersonalità” o “interattività”, ora di intersoggettività.

Laplanche (1987, p. 17) ricordava come da un certo momento in poi la


risposta alla domanda “cosa c’è di specifico nella psicoanalisi?” fosse divenuta:
la situazione analitica. Sebbene Lagache abbia messo in evidenza alcuni im-
portanti riferimenti freudiani alla “situazione analitica” (cfr. infra), il momen-
to cui Laplanche fa riferimento va collocato proprio agli inizi degli anni ’50;
sono gli studi di Ida Macalpine (1950), la loro ripresa da parte dello stesso
Lagache, insieme alla collocazione da parte di Lacan dell’analisi all’interno
della dimensione del “dialogo intersoggettivo” (cfr. Lacan 1951), a sancire,
più che determinare, il “divorzio ufficiale” (ancora Laplanche, 1987, p. 23) tra
analizzato e transfert: il transfert non è effetto della (pre)disposizione del pa-
ziente, ma è qualcosa di prodotto in misura significativa dal contesto analitico.
Commentando “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoana-
lisi”, il Rapport romano di Lacan (1953), Lagache si riferisce direttamente a Hus-
serl per enfatizzare l’importanza della dimensione intersoggettiva: “Dopo Hus-
serl il problema dell’altro, della conoscenza dell’altro è diventato un problema
capitale della psicologia… queste tendenze le ritroviamo in psicoanalisi, specie
nella preoccupazione per il contro-transfert e per l’ambiente analitico” (Lagache,
1953b, p. 274)13. Il contributo offerto da Lagache nel Rapport alla ricollocazione

11 “…la formulazione dell’esperienza analitica in termini di linguaggio o di condotta diviene in parte una que-
stione di parole e di scelte. La scelta del linguaggio risponde ad un’opzione umanista, alla preoccupazione di espri-
mere la quint’essenza dell’esperienza analitica, di sottolinearne la natura sui generis di esperienza intersoggettiva e
simbolica; ma la totalità dell’esperienza è veramente connotata dal discorso?” (Lagache, 1952-1953, p. 117).
12 “Si è esagerato nel vedere la psicoanalisi come un progresso della conoscenza di sé compiuto attraverso il
linguaggio: essa è innanzitutto un apprendimento nella e attraverso l’azione” (1949b, p. 119).
13 Questa enfasi resta un punto di convergenza tra Lagache e Lacan, di cui è a suo modo testimone anche Ida
Macalpine, autrice di un lavoro molto apprezzato –a ragion veduta- da entrambi. Per quanto concerne l’inci-
denza della declinazione husserliana nel modo in cui l’intersoggettività incontra la psicoanalisi, mi permetto di
rinviare a quanto richiamato introducendo la raccolta di scritti di P. Fédida Aprire la parola (Galiani, 2012).

XIII
Il problema del transfert 1895-2015

del transfert -inteso come produzione- su un piano intersoggettivo è di primaria


importanza. Tuttavia, lo abbiamo ricordato, in Lagache il ruolo dell’altro nell’
“ambiente analitico” (vent’anni dopo, nel 1971, Serge Viderman avrebbe parlato
di spazio analitico) oscilla molto tra quello iscritto in una posizione che ne fa uso
per riaffermare la peculiarità del discorso psicoanalitico, utilizzando il “soggetto”
per riferirsi all’estraneità dell’inconscio, e una posizione che più propriamente
andrebbe definita “interpersonalista” (cfr. Widlöcher, 2007), perché “l’altro sog-
getto” coincide con gli atteggiamenti, gli affetti o le intenzioni dell’ “altra perso-
na”, così come sarebbe possibile dedurli da una ipotetica valutazione di segni ma-
nifesti del suo stare nella situazione. I frequenti richiami alla formula di Rickman
(dalla one body psychology alla two bodies psychology, 1950), ripresa prima da Balint
(1951), e poi da Lacan (che secondo Lagache ne avrebbe forzato i termini a fini
retorici), sono una chiara testimonianza dell’attenzione all’intersoggettivo (riba-
dita, nella discussione del Rapport di Lacan, attraverso il richiamo alla nozione di
campo), ma possono essere letti anche in ottica interpersonalista, specie quando
Lagache utilizza la categoria dell’intersoggettivo per fare riferimento al “sociale” o
alla dimensione “interattiva” (cfr. infra)14.
Didier Anzieu (1977, p. 211), che di Lagache può dirsi allievo e successo-
re, sottolineava come nell’insieme dell’opera di quest’ultimo “la spiegazione
attraverso l’intersoggettività sia stata preferita a quelle offerte dalla biologia
o dal solo fantasma”. Questa visione più ampia, riassuntiva, del percorso di
Lagache e del ruolo esplicativo assegnato all’intersoggettività, legittima una
conclusione: ciò che si presenta come un predominio dell’aspetto interper-
sonale, dello “scambio”, dell’ “interazione”, rientra in quella serie di artifici
di cui la psicoanalisi si è dotata per porre in essere la specificità transferale
della sua situazione e che Lagache avrebbe chiaramente riconosciuto come
tali alcuni anni dopo (Lagache, 1956, p. 31). D’altronde, il ruolo attribuito
ai due vettori dell’identificazione (identificare/identificarsi a) nella dinamica
del transfert in un lavoro di qualche anno successivo (“Quelques aspects de
l’identification”, 1954, pp. 202 e 209), leva ogni dubbio, a meno che non si
voglia ridurre l’identificazione a una strategia di azione o di relazione all’altro
nell’hic et nunc: nella situazione psicoanalitica le nuove relazioni interperso-
nali si strutturano a partire da una rimessa in movimento delle identificazioni

14 “Ciò che rimprovererei a Lacan… è di aver parlato in modo un po’ tendenzioso della formula one body, two
body, three body psychology… Lacan fa dei termini un uso malizioso, fingendo di capire che si tratti del corpo…
ma ciò non toglie che troviamo anche lì una testimonianza del favore che conosce l’intersoggettività. Anche io
ho provato a sottolineare l’importanza di questo punto di vista… utilizzando le strutture in prima, seconda e
terza persona, poi introducendo il concetto di ‘campo psicoanalitico’, ossia di campo delle interazioni tra psico-
analista e paziente” (Lagache, 1956, p. 275). Per i “rimproveri” di Lacan a Lagache e al suo Rapport del 1951
rimando invece a quanto scritto da S. Napolitano (2015, infra) commentando il testo di Lacan in cui essi sono
formulati in maniera sistematica, ossia “La direzione della cura” (1958).

XIV
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

inconsce15. L’opposizione tra “qui e ora” e “lì ed allora” (l’infantile) si rivela


così – ed è spesso il destino delle semplificazioni – fuorviante e ingannevole:
“[…] la dinamica analitica si dispiega nell’oscillazione tra il qui e ora ed il già
là, fra il presente di una relazione e la storia individuale o il passato di quella
storia che esita a divenire tale”, ricorda con chiarezza Balsamo (2015). È nello
spazio e nel tempo di questa oscillazione che può prendere forma quella “in-
terpretazione di transfert” messa di fatto in pericolo dall’eccesso della presen-
za, dal personalismo: “[…] un’interpretazione di transfert non implica affatto,
dal punto di vista clinico, un riferimento diretto ed esplicito allo psicoanalista.
Un dato simile rischia di spesso di essere parziale e ingannevole. Un’interpre-
tazione di transfert corretta e comprensiva deve poggiarsi… sulla significazio-
ne inconscia dell’insieme del materiale presentato” (Lagache, 1951b, infra)16.
Un artificio può oggi essere considerata anche l’insistenza sulla condotta,
allora determinata dal desiderio di Lagache di mettere in risalto possibili punti
in comune con la ricerca psicologica nell’ambito di un progetto unificante
aspramente criticato, sin da subito, da più parti17. La qualità “artificiale” della
condotta ha però delle motivazioni interne allo stesso percorso di ricerca di
Lagache, che quando ha avuto necessità di definire il suo impiego del concetto
di condotta lo ha fatto in questi termini: “[…] dal punto di vista strutturale,
il concetto di condotta, come il concetto di personalità, non implica alcuna
opzione quanto alla qualità cosciente o inconscia delle sue significazioni. Al
di là della relazione soggettiva in cui si svolge il dialogo, la prospettiva della
condotta lascia intravedere una zona nebulosa, in cui gli avvenimenti sembra-
no uscire gli uni dagli altri nella maniera più impersonale” (Lagache, 1952-
1953, p. 120). “Al di là della relazione soggettiva” è questo “impersonale”
che stabilisce il transfert nel territorio nebuloso del fantasma, dove “gli artifici
della psicoanalisi” possono condurre la coppia analitica perché “mettono tra
parentesi i modelli abituali e comuni della conversazione” (“La psychanalyse
15 “Le identificazioni transferali consistono nel fatto che le identificazioni durevoli acquisite nel corso della
socializzazione della personalità [“atto di identificarsi all’oggetto” e “atto di identificare un oggetto”, p. 202]
strutturano nuove relazioni interpersonali. Il transfert psicoanalitico costituisce un materiale scelto, in ragione
delle possibilità di analisi fine che offre allo psicologo” (p. 209).
16 In maniera indiretta la posizione di Lagache sull’interpretazione, che come si vedrà ruota prevalentemente
intorno al commento delle tesi di Strachey e di M. Klein, chiama in causa la differenza tra l’interpretazione del
transfert e l’interpretazione di transfert. Molti i lavori che forniscono in proposito indicazioni e approfondimen-
ti, come ad esempio quello di B. Chervet (“L’interprétation du transfert: une dialectique”) o altri presenti nel
volume Interpréter le transfert (a cura di F. Nayrou e G. Pragier, P.U.F., 2004) e che si potranno trovare indicati
nella bibliografia del capitolo dedicato al decennio nella seconda parte del volume; i lavori dedicati al rapporto
“interpretazione di transfert” “interpretazione nel transfert” sono anche più numerosi, e la loro presenza va
rintracciata attraverso i diversi capitoli della seconda parte.
17 Su tutti si impone il giudizio di Canguilhem, che nonostante la personale amicizia, in una celebre confe-
renza pronunciata al Collége Philosophique nel 1956, trasformò la critica in una radicale stroncatura, parlando
del programma di un’unità della psicologia come di una “filosofia senza rigore”, di una “etica senza esigenza” e
di una “medicina senza controllo” (cfr. Roudinesco, 1994).

XV
Il problema del transfert 1895-2015

et la structure de la personalité”, 1954, p. 231); anche il “problema del trans­


fert”, insomma, non può essere affrontato senza tenere conto che l’instaurar-
si della situazione psicoanalitica necessita della “rottura della comunicazione
ordinaria” (Galiani, 2012)18. E forse la natura di artificio della stessa scelta di
assegnare alla “condotta” il ruolo di protagonista nel confronto con la situa-
zione psicoanalitica e con il transfert era già stata segnalata da Lagache pro-
prio nell’allocuzione sull’unità della psicologia. Perché altrimenti sostenere,
in questo testo quanto mai “diplomatico-accademico”, che “lo scandalo della
psicoanalisi” sta non tanto nel ruolo che la sessualità e l’aggressività giocano
nella vita di ognuno, ma piuttosto nelle infiltrazioni del fantasmatico in ciò
che appare il più “naturale” e il più “normale” (cfr. Lagache, 1949a; p. 14)?

4. Di questi dubbi e delle possibili interpretazioni della nozione di “arti-


ficio” dovremmo provare a ricordarci anche quando ci misuriamo con quelli
che sono, guardandoli oggi, i limiti evidenti del Rapport, che risiedono pre-
valentemente nella parte conclusiva, in cui Lagache espone tesi più personali.
È il caso della tesi, cui viene riconosciuto il valore di “risultato” dell’analisi del
problema, del transfert di funzione, o meglio transfert di un’attribuzione di un
significato a una condotta, dove per Lagache “senso, significazione, funzione”
sono nozioni che possono riferirsi ad un medesimo fenomeno di condotta:
“[s]e la condotta è un insieme organizzato di risposte fisiologiche, motrici,
mentali, mediante le quali la personalità modifica la sua interazione con l’am-
biente, il senso (o significazione, o funzione) della condotta è la proprietà
mediante la quale queste azioni gli permettono di ridurre la motivazione e
di realizzare le possibilità della personalità attualizzabili nel ‘qui e ora’… Tra-
sposta nel campo della psicoanalisi e del transfert, questa definizione della
significazione della condotta vuole dire che i differenti aspetti del ciclo di
comportamento trasferito hanno un’unità non solo di struttura ma anche di
senso… Di conseguenza, si propone l’ipotesi seguente: il transfert è essenzial-
mente un transfert di significazione funzionale o, più brevemente, un transfert
di funzione o di senso” (infra). Lo spostamento di affetto sull’analista andrebbe
considerato come concernente aspetti parziali di singole funzioni di un ciclo
di comportamento completo; in questa ipotesi risiede per Lagache la possibi-
lità di rifunzionalizzare la stessa ripetizione: “la ripetizione è funzionale, non è
un fattore primario… non è… un puro ‘bisogno di ripetizione’”. Mediante il
transfert, il rapporto tra “bisogno” e “ripetizione” potrebbe essere cioè sottrat-
to alla logica di un puro automatismo, e il “bisogno di ripetizione” tradursi
18 Laplanche (1987, cfr. pp. 16-17) notava come quasi suo malgrado Lagache dovesse spesso ricorrere, parlan-
do del transfert, a opposizioni come “reale-dereale (o immaginario, o fantasmatico)” da una parte e, dall’altra,
“adattato al presente vs. anacronistico”.

XVI
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

funzionalmente in una “ripetizione di bisogni” (Lagache, 1951a; 1961); ma


a poter essere intesi come “funzionali” non sono forse specifici fenomeni di
transfert, più che la ripetizione e lo stesso transfert nella loro complessità?
I rischi implicati dalla confusione tra singole manifestazioni o aspetti del
transfert (i transfert al plurale: cfr. Laplanche, 1987, pp. 255-256; Ferruta,
2008) e l’insieme della dinamica transferale sono stati più volte evidenziati
nel corso di questi decenni; nel Rapport, lo sforzo di definire le forme che il
transfert di funzione può assumere nella situazione analitica produce un’ar-
gomentazione di “secondo grado” (il più delle volte segnalata da Lagache an-
che graficamente, mediante un carattere più piccolo) a suo modo esemplare,
per il rischio di un eccesso di categorizzazione costantemente stigmatizzato
da coloro che ritengono che non vada mai messa in ombra, nella riflessione
sull’esperienza clinica, l’aspetto “selvaggio” del processo di transfert19. Come
ricordano Gribinski e Ludin (2005), nell’idea “profana” del transfert come
assimilazione, da parte del paziente, delle relazioni significative della propria
infanzia alla “relazione” con l’analista, vi è del vero, “ma essa nasconde quel
che di strano e di estraneo vi è nel transfert, la sua ‘follia’ in analisi”20. La si
chiami follia o altrimenti, il quoziente di estraneità del transfert era ben pre-
sente allo stesso Freud, che non a caso, fino alla sua ultima opera, non ha mai
nascosto la meraviglia al suo cospetto (Le Guen, 2008, p. 1630).
Oggi se ne parla frequentemente come di un fenomeno ordinariamente un-
derstandable, o anche codificabile, mentre per Lagache a essere “comprensibile”
era tutt’al più il “concetto” di transfert: “[…] tale ripartizione, scrive ad esem-
pio Lagache a proposito della distinzione del transfert in ‘ostile-ambivalente’
e ‘amichevole’ (infra), deve essere considerata come una ripartizione teorica e
generale… questa ripartizione non rende però giustizia alla molteplicità, al po-
limorfismo, alla specificità degli affetti trasferiti”. Per multiformità, intensità e
carattere, il transfert è un fenomeno di cui si è a ragion veduta spesso discusso
sia in rapporto a una possibile identità con quello che per Freud è un caso par-
ticolare, ossia l’amore di transfert, sia per valutare l’opportunità di pensarlo più
con il supporto della psicosi che di quello della nevrosi (cfr. p.e. Fédida, 2002)21.
19 Si pensi ad esempio a quanto diceva Pierre Fédida (2007): “…nella storia del movimento psicoanalitico la
definizione di transfert, vale a dire i tentativi di qualificare il transfert secondo un modo positivo o negativo, o
come materno, paterno, fraterno, sembra obbedire esattamente a quel fenomeno di categorizzazione che lascia
sfuggire ciò che si chiama transfert. Se la parola ‘transfert’ possiede tutta questa oscura e selvaggia potenza di
significazione è proprio perché si sottrae all’essere positivo o negativo, paterno, fraterno o altro ancora. …Parlare
di transfert materno, paterno, è un’incongruità. Occorrerebbe a quel punto giustificare, dire che nel transfert
prende forma momentaneamente qualcosa che appartiene ad un’imago del padre, o della madre. Ma il transfert
non è un processo né materno né paterno. Il transfert è un processo selvaggio”.
20 Il testo che raccoglie il “dialogo” tra M. Gribinski e J. Ludin è stato opportunamente tradotto ricorrendo a
una doppia sensibilità: quella delle due curatrici, M.L. Mascagni e L. Schiappoli.
21 Anche Le Guen (2008, p. 1622-1623) ricorda il rilievo dato da Freud attraverso l’analisi dell’amore di
transfert alla “intensità” del fenomeno di transfert e dei sentimenti che lo connotano.

XVII
Il problema del transfert 1895-2015

Nelle poche pagine che Lagache vi dedica, il posto che occupa la questione
dell’amore di transfert in quanto “ripetizione” (“l’amore di transfert è una
ripetizione”) è a sua volta emblematico; in esse vengono precisate questioni di
primo piano (è la situazione, più che la persona dell’analista, a essere implicata
nella genesi dell’amore di transfert), ma l’accento sulla natura di “caso parti-
colare”, incontestabile nei termini in cui Freud espone l’amore tutto sommato
come passione dell’innamoramento, offusca il fatto che è altrettanto vero che
proprio quando sancisce il passaggio del transfert da “ostacolo” a potenziale
“migliore alleato”, in una nota del 1923 al “Frammento di un’analisi d’iste-
ria”, Freud rimanda non allo scritto sulla dinamica del transfert, ma appun-
to a quello sull’amore di transfert, che per altro chiude gli “scritti tecnici”22.
Rimandare a questo scritto significa rimandare all’esperienza la cui potenza
affettiva meglio rende conto del legame consustanziale tra transfert e ripeti-
zione, facendo del primo, in quanto elemento attuale (presente e in atto; the
pressant, chiamava il presente Joyce), il più potente alleato della cura23. Nella
potenza affettiva, nell’attualità della passione non di rado pressante del trans­
fert, risiede l’adeguatezza dell’immagine proposta – non a caso, è evidente –
da Freud al pastore Pfister: il transfert è una croce.
Un’esperienza, un tragitto “di passione” in cui gli “io” coinvolti, gli “io” non
solo dei pazienti, sono costantemente a rischio nella loro funzione sintetica; si
tratta di un aspetto che è pur sempre presente nel Rapport di Lagache, e lo si
ritrova anche dove non lo si attende, ad esempio nella sua discussione delle po-
sizioni di Nunberg (Lagache, 1951b, infra). Per quanto fare riferimento a Her-
mann Nunberg fosse, all’inizio degli anni ‘50, un argomento “di scuola”, alcuni
degli aspetti rilevati da Lagache del lavoro di questo freudiano della prima ora
conservano una certa vitalità, perché sebbene la critica –implicita- di Nunberg
alla “neutralità”, portata avanti attraverso il parallelo con l’ipnosi (cfr. infra),
riecheggi, intesa nella maniera forse più semplicistica, in alcune delle considera-
zioni a favore dell’ingaggio dell’analista come persona nella “relazione analitica”
(ingaggio che può spingersi sino a una “self-disclosure”: cfr. Pirozzi, Lombardi,
2015, infra), quando Nunberg, e Lagache con lui, torna sulla debolezza dell’io
(dell’io dei due protagonisti) nella situazione analitica, ciò su cui viene richia-
mata l’attenzione sono invece gli effetti di un dominio del processo primario di
cui solo la garanzia della dimensione di estraneità (nei termini richiamati con
insistenza per esempio da Fédida: 1982, 1995), può rendere conto.
L’analisi condotta da Lagache non è dunque del tutto al riparo da alcune
delle “incongruità” che abbiamo richiamato. Il transfert però, come ricordava

22 Freud, 1901, tr. it. p. 398; cfr. su questo anche Suchet, 2015, p. 120.
23 Sul modo di leggere l’attualità del transfert si veda anche quanto scritto da A.M. Nicolò Corigliano, 2007,
e da Dominique Scarfone, 2011; 2014. Per Joyce cfr. Finnegans Wake, 1939.

XVIII
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

lo stesso Lagache, è uno dei cardini della teoria psicoanalitica non solo in
quanto protagonista assoluto e strumento essenziale dell’azione terapeutica,
ma perché costituisce “una via di passaggio dalla pratica alla teoria” (infra);
è su questa strada che un tentativo di presentazione sistematica, sotto forma
di “problema” analizzabile e dunque scomponibile, trova tutta la sua attuali-
tà, purché si trovi pure il modo di aver sempre presente la “provvisorietà” di
questa sistematizzazione. Immerso in questo momento sistematizzante, non si
può certo dire che il lavoro di Lagache rientri tra quelli che “shoccano”, come
secondo Bonnet (1991, p. 14) accade spesso quando ci si occupa di transfert;
ma l’operazione problematizzante di Lagache non è manualistica, e, al di là del
riduzionismo evidenziato, lo sforzo ricostruttivo e didattico è oggi di estrema
utilità, come testimonia del resto il fatto che moltissimi lavori, anche recenti,
tra quelli che hanno provato a ricostruire l’insieme del “problema transfert”
mostrano un debito, spesso non riconosciuto, con questo sforzo di Lagache.
Il Rapport non è solo –e non è tanto- un testo “storico” ma, come ebbe a dire
Laplanche (1987, p. 13), è un testo “di riferimento”, la cui analisi del proble-
ma, anche per i limiti che la contraddistinguono, ne fa un classico, ossia un
testo costantemente utile, come utile è la sua ricerca di “guide” per orientarsi e
orientarci tra gli effetti di posizioni potenzialmente semplificatrici24.

5. (Su cosa il lettore potrà trovare nella seconda parte di questo volume)
“Dovendo riferire sulla teoria del transfert, ci è parso comodo e necessa-
rio… mettere a disposizione… gli elementi di una storia”. Lagache apre così
il suo Rapport, dichiarando un’impostazione che aspirava a essere storica, nel
senso di basata su fonti. Lo “storico” Lagache – come si definisce, ad esempio,
quando si occupa del ruolo della psicoanalisi infantile nell’avanzamento della
teoria del transfert (infra) – cerca di lavorare su fonti molteplici, facendone al
tempo stesso un inventario ragionato; gli elementi che ricostruirà sforzandosi
di assumere la postura dello storico, cominciano ovviamente con quelli rac-
colti seguendo le piste freudiane e proseguono fino all’anno del Rapport, dise-
gnando una mappa dei territori di manifestazione del problema del transfert25.
24 Dopo aver contribuito (soprattutto, ma non esclusivamente) all’indagine del lutto patologico (Lagache,
1954), della natura intersoggettiva dell’aggressività (1960), del rapporto tra pratica psicoanalitica e struttura
della personalità (1961), della relazione tra angoscia e rappresentazione (1962, pubblicato postumo con una
lunga “osservazione clinica” – p. 320 sgg.), gli ultimi lavori di Lagache avranno per oggetto prevalentemente
l’attenzione per il fantasma, la fantasia e la sublimazione, il cui rilievo, in questi anni conclusivi, va di pari passo
con l’interesse per l’origine dei valori.
25 Per quanto concerne Freud, in questa sede ci si può limitare ad un’annotazione per ricordare, insieme a Le
Guen (2008, p. 1624), che gli scritti “definitivi” della teoria del transfert sono quelli pubblicati tra il 1914 e il
1916, ossia gli “Scritti tecnici” e le due lezioni (27° e 28°) della prima serie della Introduzione alla psicoanalisi
dedicate al transfert. Nei vent’anni successivi Freud non sentirà il bisogno di tornare sulla teoria del transfert,
facendolo solo con il Compendio di psicoanalisi (1938; cfr. Le Guen, 2008, p. 1628).

XIX
Il problema del transfert 1895-2015

Una mappa (“elaborazione del movimento delle idee”, dice Lagache, infra)
di difficile composizione, tanto in presenza di relativa povertà (come quella
che denuncia Lagache in apertura del Rapport, per farsi poi smentire dalla
sua stessa bibliografia), tanto in presenza di un eccesso di fonti potenziali. A
fronte di queste difficoltà, Lagache si sforza allora di individuare delle possibili
guide, che ritrova soprattutto, oltre che nell’opera di Freud, nella storia della
tecnica tracciata da Fenichel (1941), e nell’articolo di Ida Macalpine (1950).
Dall’impostazione del Rapport abbiamo tratto l’insegnamento necessario
per l’impianto complessivo di questo volume: è la direzione indicata dallo
sguardo dello storico Lagache – che come tale si riferirà ai propri lavori in
terza persona – quella verso la quale abbiamo inteso guardare nella concezione
del volume nel suo insieme e, più in particolare, della sua seconda parte.
Ci è parso cioè possibile partire dalla stessa mappa disegnata da Lagache,
provando ad ampliarla e aggiornarla, mantenendone però, come si diceva,
l’impostazione. Ampliare una mappa significa estendere i territori che si cerca
di far rappresentare al potenziale viaggiatore interessato a muoversi in essi.
Nel nostro caso l’estensione si ritrova nelle presentazioni di ciò che il transfert
implica in alcune precise tradizioni psicoanalitiche assenti per ragioni storiche
(non semplicemente cronologiche) dal lavoro di Lagache, mentre l’aggior-
namento è ovviamente l’effetto del nostro aver lavorato sul “problema” tra il
2012 e il 2015. Entrambi gli interventi, estensione e aggiornamento, sono
però restati nel solco lagachiano della clinica individuale e si sono volutamente
mantenuti distanti da un tentativo di separare gli ingredienti che si trovano
addensati nel “calderone di significati che caratterizza attualmente la nozione
di transfert” (Filippini, Ponsi, 2008, p. 156) per azzardarne una sorta di clas-
sificazione concettuale. Delimitazione e limitazione entrambe necessarie, ci
pare, per immaginare in maniera non velleitaria una ricerca di fonti e guide
nell’ambito di un periodo di oltre sessant’anni.
La selezione dei lavori che, divisi per decenni e intervallati da presentazioni
dei contributi offerti alla teoria del transfert da alcuni “maestri” (Klein, La-
can, Bion, Winnicott, Laplanche), abbiamo inteso segnalare come “fonti”,
ha seguito un criterio che si potrebbe definire “critico-informativo”, messo
all’opera da ricercatori che hanno provato ad assolvere a un medesimo man-
dato: rendere conto del maggior numero possibile di lavori sul “transfert”
all’interno di un singolo decennio.
Il lavoro di ricerca è stato poi presentato dagli autori utilizzando un pro-
prio interesse e la propria sensibilità, proponendo una lettura del movimento
di idee cui gli scritti individuati potevano aver dato vita o in cui si erano inse-
riti. Mentre l’attività dei colleghi che si sono occupati delle presentazioni dei
contributi dei “maestri” (termine impegnativo, ma come altrimenti definire

XX
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

psicoanalisti il cui lavoro ispira, in modi ovviamente diversi, quello di molti


altri venuti dopo di loro e spesso venuti – alla psicoanalisi – perché ci sono stati
loro?) si è svolto in autonomia, l’attività di ricerca sui sette decenni analizzati,
è stata condotta da un gruppo di giovani colleghi coordinato e accompagnato
da Stefania Napolitano e da me26.
Nostra, seppure preliminarmente discussa in gruppo (il gruppo di ricerca
“Il problema del transfert”), è la responsabilità di aver assunto criteri di ricerca
piuttosto semplici, includendo nei risultati prevalentemente (non esclusiva-
mente, come si vedrà) lavori pubblicati in riviste e:
a. che fossero dichiaratamente dedicati al transfert nella clinica psicoanalitica
individuale, come quelli al centro delle attenzioni di Lagache;
b. che segnalassero questa loro intenzione sin dal titolo, dall’eventuale sottotito-
lo, e/o dall’abstract;
c. il cui ricorso al “materiale clinico” fosse chiaramente associato a uno sforzo di
teorizzazione (proprio o altrui)27.
Sicché, al di là dei grandi classici, dei lavori che a diverso titolo hanno fatto
scuola e/o di quelli che soggettivamente sono stati ricordati come significativi,
il criterio individuato per il reperimento dei lavori è stato inizialmente ampio.
Al termine della fase di ricerca bibliografica condotta su pubblicazioni in
lingua inglese, francese e italiana, i lavori individuati sono stati all’incirca
180028. A partire da questi, dopo l’organizzazione del materiale dovuta alle
impostazioni scelte dagli autori e alla nostra revisione dei criteri di selezione e
presentazione, sono stati poi a diverso titolo (come oggetti di commento, come
spunto di riflessione, o come riferimento bibliografico) “trattati” nel volume 1410
titoli.
La differenza è dovuta non solo alle scelte operate nella seconda fase, ma
evidentemente ancora di più al criterio “titolo-abstract”, per il quale sono stati
esclusi, oltre che tutti lavori “centrati” sull’amore di transfert (rispettando la
distinzione freudiana ripresa da Lagache), un numero alto di contributi che
devono molto e danno molto spazio al transfert così come esso si presenta e
agisce nella clinica psicoanalitica individuale ma che non vi fanno riferimen-
to nel titolo o nell’abstract. Molti saranno allora i contributi sul tema cui il
criterio da noi scelto farà torto, ma ritenendo comunque utile provare ad

26 Tra quelli che abbiamo definito “maestri” avrebbe dovuto figurare anche André Green, l’assenza del cui
pensiero dalle presentazioni contenute nel volume non coincide con la nostra scelta originaria.
27 Per questo criterio ci siamo riferiti anche alle indicazioni offerte da A. Ferruta (2008, p. 5) introducendo il
volume che raccoglie i lavori dell’ultimo convegno che la Società Psicoanalitica Italiana ha dedicato circa dieci
anni fa ai transfert (“I transfert. Cambiamenti nella pratica clinica”, Siena, 28 settembre-1 ottobre 2006).
28 La ricerca è stata condotta essenzialmente sugli indici delle principali riviste di area psicoanalitica. Senza
le risorse -elettroniche, ma non solo- della biblioteca “Marisa Sbandi” del Dipartimento di Psicologia della
Seconda Università degli Studi di Napoli (SUN), il lavoro non sarebbe stato possibile; nella persona della dott.
ssa Maria Elena Sportiello, responsabile della biblioteca, ringraziamo per questo l’intera struttura.

XXI
Il problema del transfert 1895-2015

aggiornare la mappa di Lagache, ci è parso preferibile seguirlo anche in una


limitazione che fa sì che, ad esempio, a “Il delirio e i sogni nella Gradiva di
Wilhelm Jensen” (Freud, 1906), dove il transfert è protagonista dall’inizio alla
fine, sia dedicato nella sua rassegna lo spazio di una singola nota29.
Nel volume non sono stati nemmeno inclusi lavori espressamente dedicati
(criterio “titolo-abstract”) al contro-transfert, perché siamo convinti che trans­
fert e contro-transfert siano sì indissociabili nella fenomenologia della clinica
(pur non essendo simmetrici), ma non necessariamente nello sforzo di teo-
rizzazione; ciò non toglie che “dicendo” del transfert, molti scritti selezionati
“dicono” del contro-transfert (o dell’amore di transfert)30.
Nonostante queste esclusioni, il panorama della seconda parte del volume
apparirà ugualmente multiforme. Nella loro non esaustività, i risultati del
nostro lavoro intendono infatti mettere a disposizione il più ampio nume-
ro possibile di riferimenti trovati, offrendoli al lettore in una forma discor-
siva “plurale” in grado di riprodurre, meglio di un repertorio bibliografico,
la vitalità del transfert. Ciò non toglie che le bibliografie dei singoli capitoli
dedicati alle sette finestre temporali (1950-1959, 1960-1969, 1970-1979,
1980-1989, 1990-1999, 2000-2009, 2010-2015) costituiscono una parte
tutt’altro che secondaria del lavoro, raccogliendo tutti i titoli reperiti per ogni
singolo decennio, siano poi essi stati commentati – sono i titoli contrasse-
gnati con un asterisco – o meno.
Anche in questo Lagache ha offerto un esempio, ritenendo che più che un
altro “manuale” potesse essere utile, come si diceva più sopra, suggerire poten-
ziali “guide” da confrontare tra loro e tra cui magari scegliere. Ci è parso così
anche più facile provare a evitare un rischio che, su una questione come quella
del transfert, può costituire un vero e proprio pericolo, specie immaginando
29 Un esempio “tematico” di questa condizione è offerto da numerosi scritti dedicati al rapporto “formazione
analitica - transfert sulla teoria - transfert sull’istituzione” o sul gruppo psicoanalitico, come La filiazione e la
trasmissione nella psicoanalisi, di F. Napolitano (1999), o come la coppia, che ha goduto a lungo di una certa
notorietà, costituita da due volumi che François Roustang firma tra il 1976 e il 1980, dedicandoli in buona
parte a questo tema (i loro titoli: Un destin si funeste e… Elle ne le lâche plus, editi entrambi dalle Éditions de
Minuit, Paris). Un altro possibile esempio è rappresentato da un lavoro, piuttosto noto in Italia, di Luciana Nis-
sim Momigliano (1989) sulle componenti extra e preverbali dei fenomeni di transfert e intitolato La relazione
telepatica. Come ultimo esempio ricordo i lavori che compongono il n. 23 dei Libres cahiers pour la psychanalyse,
che affrontano tutti la questione dell’amore di transfert ma nei cui titoli (fatta eccezione per uno scritto di D.
Scarfone) la parola “transfert” non compare.
30 Rispetto alla non inclusione dei lavori esplicitamente intitolati al contro-transfert in questo volume, alcune
pagine fanno – inevitabilmente, direi – eccezione; è ad esempio il caso di quelle dedicate ai lavori prodotti sul
contro-transfert nel corso degli anni ’50 (cfr. Di Mezza, Bonetti, 2015, infra). Sulla relazione transfert/con-
tro-transfert va notato che uno dei migliori lavori di presentazione “dizionaristica” prodotti negli ultimi anni
(Le Guen 2008), sceglie di trattarli in un’unica voce, considerando sostanzialmente il contro-transfert come
“il pendant del transfert nell’analista, corrispondendo alle sue reazioni inconsce ai sentimenti che il paziente
trasferisce su di lui” (p. 1618). Sul controtransfert ricordo le due antologie curate da C. Albarella e M. Donadio
(Il controtransfert. Saggi psicoanalitici, Liguori, Napoli, 1986) e da L. Epstein e A.H. Feiner (Controtransfert e
relazione analitica, ed. it. a cura di C. Albarella e D. Petrelli, Liguori, Napoli, 1997).

XXII
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

un lettore in formazione “psi”: il rischio di cercare, in una pubblicazione che


copre oltre un secolo di letteratura, una sorta di “prontuario”: il problema del
transfert, istruzioni per l’uso.
Ricordo il “sospetto” cui alludeva Celestino Genovese (1988, p. XII) intro-
ducendo la raccolta Setting e processo psicoanalitico: “…il sospetto che l’Araba
Fenice si annidi tra i fantasmi di chi, alle prese con le fatiche e le difficoltà
quotidiane della pratica clinica [ma anche, aggiungerei, dei diversi passaggi
formativi] o può essere tentato di rifugiarsi nella rassicurante illusione del
manuale dello psicoanalista (‘classico’ o di là da venire non fa differenza), op-
pure, viceversa, rivendica l’arbitraria licenza di emanciparsi da ogni disciplina
e rigore scientifici, appunto riesumando, per poi ripudiarlo, il fantasma di
cerimoniali costrittivi e desueti”.
In questi stessi motivi risiede anche la ragione di un’opzione di traduzione, la
traduzione dell’espressione situation psychanalythique con situazione psicoanaliti-
ca e non, come talvolta accade, con setting. Nel riprendere Lagache, la possibilità
di riproporre l’uso di situazione psicoanalitica ci è parsa allora un’opportunità,
perché il termine setting ha esplicitamente –e “convenzionalmente” - inteso le-
gare insieme, come notava Genovese (1988, p. XIII) nell’esprimere la propria
preferenza per esso, “alcune precise condizioni ‘formali’ del trattamento che ten-
dono a rimanere virtualmente costanti”. Ma se queste condizioni formali “vir-
tualmente costanti” si sviluppano attraverso i “fantasmi” che il transfert ospita,
l’idea delle condizioni formali del trattamento corre costantemente il rischio di
trasformarsi, più che in ideologia, in una “mitologia”, specie nelle fasi iniziali
della pratica clinica formativa: rispettiamo ora, durata, cerimoniali di saluto,
di inizio, manteniamo costante l’ambiente, siamo regolari comunicando pun-
tualmente (con tot anticipo) interruzioni, sospensioni, siamo regolari nei nostri
timing, ecc. e una parte importante del lavoro di base sarà fatto; rassicurati dalla
stabilità della procedura associata al “setting” e dalla natura “positiva” (facile da
individuare) delle sue componenti, quanti riusciranno poi a non identificare
una precondizione con lo sviluppo della situazione?
Sebbene non lo faccia in modo netto e costante, per riferirsi a questo insie-
me di elementi Lagache adopera però piuttosto spesso un termine differente,
rispetto a situation: è il termine entourage, traducibile come cornice, contesto,
ambiente umano (“le persone che abitualmente circondano qualcuno”: Rey,
1998). Quando è costretto a precisare, come nell’occasione di un riferimen-
to diretto a un’esperienza di cura, la situation psychanalythique è definita da
Lagache come attesa inconscia, da parte del paziente, di qualcosa (un’inizia-
zione sessuale, in questo caso) a opera dello psicoanalista (infra). La situazione
psicoanalitica è dunque un fantasma intersoggettivo che utilizza, per la sua
messa in scena, l’entourage.

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Il problema del transfert 1895-2015

La parabola di Lagache è molto utile anche per questo, se l’esito del suo
sforzo problematizzante è quello di ricordare che il transfert è una condotta
unicamente nella misura in cui nulla può dirsi di essa senza inquadrarla a
partire dalla situazione psicoanalitica, ossia da un fantasma.

6. Come si è visto nel caso della traduzione di situation, e come la stessa


vicenda del termine Übertragung, transfert, insegna, nessuna scelta traduttiva
è esclusivamente una questione di lessico o linguistico-filologica; è forse allora
il caso di dire qualcosa su alcune altre opzioni di traduzione31.
Abbiamo tradotto psychologie de la conduite con psicologia della condotta; la
cosa non va da sé, perché nel tradurre in inglese il suo “Quelques aspects du
transfert” per la conferenza alla British Psycho-Analytical Society già ricorda-
ta, Lagache (1953a) adotta per conduite il termine behaviour32. “Conduite” ha
però, anche in Lagache, il valore di un riferimento implicito a Janet e, attraver-
so di questo, all’opposizione tra psicologia filosofica, fondata su di un’introspe-
zione che faceva dell’uomo un puro spirito, e psicologia del comportamento,
che vedeva nell’uomo unicamente un organismo vivente alle prese con l’am-
biente. Nella prospettiva di Lagache, l’opposizione veniva superata e integrata
dalla psicologia della condotta, espressione che vede “la specificità dell’uomo nel
suo essere alle prese con se stesso” (cfr. Anzieu, 1974, pp. 188-189)33.
Un termine il cui valore può non essere evidente è remémorer. Contrariamen-
te a quanto accade in altri scritti di lingua francese, in Lagache l’uso ricorrente
di espressioni come remémorer o remémoration non mira a lavorare intenzional-
mente un aspetto particolare del “ricordare” condizionato dalla natura inconscia
del contenuto; di fatto, Lagache usa spesso remémorer e se souvenir (o se rappeler)
come sinonimi. Spesso, ma non nella maggior parte delle occorrenze; di conse-
guenza, abbiamo comunque preferito tradurre remémorer e derivati con forme
di neologismi che ne segnalassero la presenza: rimemorare, rimemorazione.
L’uso di signification, anch’esso frequente, per lo più non è in accordo con
l’idea saussuriana di differenza, ossia di messa in opera (compiuta o meno) di
relazioni tra termini, di azione produttrice di un senso mediante un rapporto
reciproco che unisca un significante e un significato (cfr. Rey, 1998, p. 3507).
In quasi tutte le occorrenze, Lagache usa signification come equivalente di
signifié, significato, ed è per questo che lo abbiamo pressoché sempre tradotto

31 A proposito della traduzione di Übertragung: per le citazioni freudiane provenienti dalle O.S.F. (Bollati
Boringhieri), abbiamo generalmente mantenuto il termine traslazione.
32 Nella versione per l’International Journal of psychoanalysis (1953) del suo intervento del 1951 (in Oeuvres
II), Lagache parla di una psicoanalisi che “tended more and more to become a psycho-analysis of behaviour”
(Lagache, 1953a, p. 1; tr. it. in Genovese, 1988).
33 Nelle traduzioni di Janet l’espressione maggiormente utilizzata (cfr. anche L. Mecacci, Storia della psicologia
del Novecento, Laterza, Roma - Bari) è psicologia della condotta.

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R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

così; non però per la formula cui, come visto, Lagache arriva per esprimere
la propria posizione: transfert de signification fonctionelle, dove ci è sembrato
potesse essere utile il ricorso a “significazione”, per l’aspetto di azione in esso
implicato (per quanto indipendente da una considerazione dei rapporti tra
significante e significato).
Il termine instinct, che talvolta appare nello scritto di Lagache, lo abbiamo
quasi sempre tradotto con pulsione, e ciò per tre ordini di motivi. Il primo,
apparentemente paradossale, è la presenza, nel Rapport, anche del termine
pulsion; tale coabitazione in questo testo si chiarisce con il fatto che il più delle
volte pulsion deriva da traduzioni dirette dal tedesco o da citazioni di traduzio-
ni francesi già esistenti, mentre il termine instinct deriva, nella maggior parte
dei casi, dal riferimento di Lagache alle traduzioni inglesi dei testi di Freud.
Il secondo motivo sarebbe già da solo sufficiente a giustificare la scelta di tra-
duzione, perché risiede nelle posizioni che lo stesso Lagache avrebbe espresso
in lavori successivi al nostro Rapport; è il caso di “Situation de l’agressivité”
(1960), dove Lagache manifesta chiaramente tutta la propria perplessità circa
l’uso della definizione instinct: “…in materia di antropologia psicoanalitica
nessun problema che riguardi le pulsioni [pulsions], ossia quelle tendenze fon-
damentali troppo spesso chiamate istinti [instincts], può essere posto senza ri-
collocare le pulsioni nel contesto interpsicologico in cui esse passano dalla po-
tenza all’atto” (p. 146), o di “La psychologie et les sciences humaines” (ancora
1960), dove la dizione instinct è senza mezzi termini definita “impropria” (p.
180), o, pochi anni più avanti (1963), è il caso di “De la fantaisie à l’action”,
dove in maniera esplicitamente più attenta alla lingua, Lagache ricorda come
“Freud non impieghi a caso i termini Instinkt e Trieb; un comportamento
ereditario ed innato non si confonde con una pulsione più indeterminata e
plastica quanto alla sua meta ed al suo oggetto” (p. 101). Il terzo motivo di
quello che per noi rappresenta un aggiornamento dei criteri di traduzione è
strettamente didattico: riteniamo infatti elementare, dopo gli insegnamenti di
Lacan, Laplanche e Green (per citare en passant solo i principali) - restituire
a Trieb la sua identità pulsionale, ben sapendo quanto sia stata perniciosa la
“confusione”, di matrice anglofona, tra instinct e drive34. Dove possibile, in
quasi tutti i casi di citazioni provenienti da altri testi abbiamo confrontato la
traduzione fatta da Lagache con il testo originale; quando opportuno, l’abbia-
mo adeguata ricorrendo a una traduzione italiana esistente. In tutto il volume,
le traduzioni sono a cura degli autori e/o dei curatori.
34 L’adozione del termine “pulsione” in sostituzione, nell’uso di vecchie traduzioni, del termine “istinto”, è
ormai abbastanza diffusa; in alcuni, molti casi, è però evidente che l’estensore del lavoro non trae le conseguenze
dell’adozione del termine, e la conseguenza principale sta nella centralità del sessuale infantile, da cui discen-
dono una serie di esigenze pratiche e tecniche, come l’ascolto de-significante e non interattivo, che mira a fare
posto all’estraneo che parassita ogni tentativo di rappresentazione.

XXV
Il problema del transfert 1895-2015

Laplanche (1987) sosteneva che fosse impossibile parlare del transfert senza
tenere conto che si tratta di un fenomeno accessibile – e “producibile” – solo
a determinate condizioni: dissimmetria della relazione, neutralità dell’anali-
sta, non intervento, primato assegnato alla parola e all’immaginario rispetto
all’azione, oltre alle altre condizioni dall’apparenza più “organizzativa”. La po-
sizione espressa da Laplanche, e che a sua volta Fédida (1973, 1978, tr. it. p.
104), in quello che è a tutti gli effetti un testo sul transfert come allucinazione
negativa, definiva “topica dell’altro assente… presente alla parola”, è prossima
alla posizione in cui non di rado penso di riconoscermi, ma questo testo è
volutamente a più voci, intendendo riflettere la diversità delle posizioni teori-
co-cliniche derivanti dal confronto con la realtà del transfert nella situazione
psicoanalitica, riflessione che dovrebbe aiutare a non cadere nella tentazione
di farsi rassicurare da un’operazione di scomposizione, di analisi del problema.
È indispensabile, specie per chi al fenomeno intende avvicinarsi dall’interno
di una singolare situazione psicoanalitica e nella posizione di produttore o di
provocatore del transfert (come avrebbe appunto detto Laplanche, 1987), guar-
dare al transfert anche attraverso una luce che aiuti a coglierne la natura di
organismo vivente, e il noto riferimento freudiano al cambium (“zona di cam-
bio”: cfr. Freud, 1917 e infra) è essenzialmente da intendersi come una ma-
niera per sottolineare che il “sistema transferale” (per dirla con Bonnet, 1991,
p. 307), non è dato preventivamente, ma sopravviene, reagisce, dal momento
in cui alcune condizioni di base sono rispettate. E le reazioni possono spesso
essere appassionate e passionali.

In una lunga intervista, alla domanda “Cos’è per lei il transfert?”, Green
(2006, p. 269) rispondeva: “[…] in fondo siamo sempre in attesa di un pos-
sibile ricettacolo su cui possiamo far funzionare l’illusione di essere compresi,
amati, difesi, e ciò creando al tempo stesso in noi questo rifiuto del riconosci-
mento della dipendenza di fronte a colui o colei in rapporto a cui nutriamo
la speranza […] ciò che è importante è che non siamo coscienti di essere in
attesa di un ricettacolo che si proporrà a noi in forme minimali”. Insomma,
è la necessità di inquadrare i fenomeni di transfert ad essere un problema, ma
se con il transfert ci si vuole lavorare davvero, in una situazione psicoanalitica
che consenta, come dice Green, di far funzionare un’illusione, il transfert, in
quanto fantasma, finisce il più delle volte per avere la forza evocativa di una
croce.

Tutti quelli che hanno preso parte alla stesura del volume sapevano che il
risultato del loro impegno -intenso, serio, prolungato- dal punto di vista dei
criteri accademici in vigore avrebbe avuto un valore pressoché nullo; siamo

XXVI
R. Galiani - Dalla croce al problema… e ritorno. Per introdurre al problema del transfert

però piuttosto fiduciosi nella possibilità di una diversa valutazione da parte


dei lettori.

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XXIX