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itaca

Itinerari di Antropologia Culturale

Collana diretta da
Cristina Papa
11.

Morlacchi Editore

ITACA
Itinerari di Antropologia Culturale
La collana ITACA accoglie studi e ricerche di antropologia
culturale intesa in una accezione larga, che oltrepassa le
tradizionali partizioni areali, tematiche e temporali. Si rivolge ad
un pubblico universitario e specialistico.

Comitato scientifico
Fabio Dei (Universit di Pisa) - Alessandro Lupo (Universit di Roma
La Sapienza) - Roberto Malighetti (Universit Milano Bicocca) - Chris
Shore (Universit di Auckland) - Valeria Siniscalchi (EHSS Marsiglia Centre Norbert Elis) - Filippo Zerilli (Universit di Cagliari)
Direzione
Cristina Papa (Universit di Perugia)
Comitato di Redazione
Giancarlo Baronti - Giancarlo Palombini
Daniele Parbuono - Sandro Piermattei - Georgeta Stoica

Tutti i volumi sono sottoposti a duplice referaggio anonimo.

a cura di Donatella Cozzi

Le parole dellantropologia medica


Piccolo dizionario

Morlacchi Editore

in omaggio a Tullio Seppilli

Prima edizione:

isbn/ean:

2012

978-88-6074-526-2

copyright 2012 by Morlacchi Editore, Perugia.


Tutti i diritti riservati. vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi
mezzo effettuata, compresa la copia fotostatica, non autorizzata.
editore@morlacchilibri.com www.morlacchilibri.com
Finito di stampare nel mese di novembre da Digital print-Service, Segrate.

Indice

Donatella Cozzi

Introduzione 9
Massimiliano Minelli

1. Capitale sociale e salute

13

Andrea Caprara

2. Contagio

53

Gianfranca Ranisio

3. Corpo femminile e medicalizzazione

67

Donatella Cozzi

4. Dolore

85

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

5. Incorporazione e Stato

113

Alessandro Lupo

6. Malattia ed efficacia terapeutica

127

Fabio Dei

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva


antropologica

157

Giovanni Pizza

8. Medicina popolare: una riflessione

181

Donatella Cozzi

9. Narrazione della malattia

205

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

10. Salute mentale di comunit.


Osservazioni etnopsichiatriche

225

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

11. Salute mentale e migrazioni.


Ipotesi esplicative per il binomio

239

Salvatore Inglese

12. Sindromi culturalmente caratterizzate


(Culture-Bound Sindromes)

253

Pino Schirripa

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni


sanitarie e processi di medicalizzazione
tra egemonia e resistenza

269

Ivo Quaranta

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

285

Bibliografia 301
Indice degli autori

343

Indice analitico

349

Gli autori

353

Donatella Cozzi

Introduzione

Nel 1995 iniziavano le riunioni di redazione della rivista AM.


Rivista della Societ Italiana di antropologia medica, il cui primo numero usc nel 1996. Esse erano state precedute da un lungo lavoro di contatti e sensibilizzazione accademica condotto
da Tullio Seppilli, che aveva avuto molteplici tappe importanti,
prima tra tutte la costituzione, nel 1988, della Societ italiana
di antropologia medica (SIAM). Tra le iniziative che seguirono, nel 1994 ebbero luogo le giornate di studio Per una attivit
formativa della Societ italiana di antropologia medica (Perugia,
24-25 novembre 1994)1, alla quale parteciparono molti degli
allora giovani antropologi, psichiatri ed etnopsichiatri che poi
furono chiamati a collaborare alla redazione di AM e che qui
compaiono con un loro testo. Tullio, conoscendo quello che gi
avevamo iniziato a pubblicare, le nostre aree tematiche di ricerca, i nostri progetti e il nostro lavoro, ci aveva chiamato, attribuendo valore alle nostre potenzialit ed esordi lavorativi ed accademici, permettendoci di incontrare ricercatori pi esperti ed
affermati, come Paola Falteri e Paolo Bartoli, tutti riuniti presso
lIstituto di etnologia e antropologia culturale della Universit
di Perugia. Soprattutto, ci ha fatto partecipi del grande progetto associativo della SIAM, strumento di confronto scientifico e
promozione organizzativa per quellampio campo di indagini,
riflessioni teoriche ed elaborazioni operative conosciuto con
il termine antropologia medica, che ha nella rivista AM la
principale iniziativa editoriale. Per chi partecip a quelle riu1. Altre dense iniziative della SIAM riguardanti incontri scientifici per
la costituzionee il consolidamento della Societ sono segnalati in Seppilli T.,
1996: 364-365.

10

Donatella Cozzi

nioni esse furono un momento impareggiabile di discussione


e confronto, punteggiato da incontri conviviali e lunghe serate passate a vagliare, spesso animatamente, gli articoli proposti
alla rivista per la pubblicazione, illuminate dalla guida esigente
di Tullio, dalla sua inesauribile precisione e curiosit e dal suo
amore per la sistematicit. Il vento della vita, non solo accademica, poi ci ha in parte disperso: alcuni hanno continuato con
maggiore assiduit e grande dedizione limpegnativo lavoro di
redazione della rivista, che ha incorporato nuovi collaboratori,
con altri i rapporti si sono pi rarefatti, seguendo il solco della loro vita professionale, ma non meno vivo il ricordo della
stagione che ha visto avviarsi la pubblicazione dei primi numeri
di AM.
Oggi, una parte di coloro che parteciparono a quelle riunioni di redazione e al Consiglio direttivo della rivista, desiderano rendere omaggio a Tullio Seppilli con questa raccolta di
testi, che ha preso la forma di un catalogo di voci, ciascuna delle quali recupera gli approfondimenti disciplinari nellambito
dellantropologia medica maturati dai singoli autori nel corso
degli anni. Senza lesaustivit di vere e proprie voci enciclopediche, quali quelle che hanno iniziato a comparire sulla rivista a
partire dal 20002, i contributi qui raccolti desiderano offrire una
panoramica ragionata per quanto concisa dello stato dellarte,
dei punti che animano la discussione entro questo ambito disciplinare e che ne manifestano la vitalit critica e la fervida attenzione alla ricerca empirica, mantenendo la libert di ciascun
autore di dare angolature parziali e selettive, di costruire la forma dellargomentazione pi congeniale. Compaiono quindi in
questo lavoro14 argomenti disposti alfabeticamente: Capitale
sociale e salute (Massimiliano Minelli), Contagio (Andrea
Caprara), Corpo femminile e medicalizzazione (Gianfranca
Ranisio), Dolore (Donatella Cozzi), Incorporazione e Stato
(Giovanni Pizza e Helle Johannessen), Malattia ed efficacia

ripa

2. Al momento sono state pubblicate le voci: Sistema medico di SchirP., 2000 e Dolore di Cozzi D., 2002.

Introduzione

11

terapeutica (Alessandro Lupo), Medicine non convenzionali (Fabio Dei), Medicina popolare (Giovanni Pizza),
Narrazione della malattia (Donatella Cozzi), Salute mentale
di comunit (Giuseppe Cardamone e Sergio Zorzetto), Salute
mentale e migrazioni (Giuseppe Cardamone e Michela Da
Prato), Sindromi culturalmente ordinate (Salvatore Inglese),
Sistema medico (Pino Schirripa), Sofferenza sociale e violenza strutturale (Ivo Quaranta). Insieme racchiudono il ventaglio degli approfondimenti personali degli autori e richiamano la vasta area di interessi attraversata da Tullio Seppilli nella
sua vita di ricerca3.
Loccasione iniziale di questo volume stata lomaggio
deferente e affettuoso in occasione del suo ottantesimo compleanno. Ma la gestazione di queste pagine stata pi lunga
e ha oltrepassato quella ricorrenza: ce ne scusiamo con lui.
Lomaggio che abbiamo voluto consegnargli con questo volume
al Maestro che ci ha stimolato e guidato in questi anni con
passione e rigore scientifico.
Ringrazio tutti coloro che per vari motivi non hanno potuto essere presenti in queste pagine, pur manifestando solidale
volont a festeggiare loccasione che ci vede riuniti. Un ringraziamento vivissimo a Cristina Papa, che ospita nella collana di
studi antropologici Itaca da lei diretta questo volume e a Paola
Falteri, che ha concesso la riproduzione della litografia che
compare in copertina.

3. Cfr. i due volumi che raccolgono gli scritti di T. Seppilli, curati da Papa
C. e Minelli M., 2008.

Massimiliano Minelli

1. Capitale sociale e salute1

Lespressione capitale sociale oggi adoperata diffusamente


soprattutto per indicare le risorse che provengono da partecipazione civica, relazioni di fiducia e norme di reciprocit caratterizzanti le reti sociali. Risorse che potrebbero favorire anche
laccesso ai servizi sociosanitari e migliorare i livelli di salute
delle popolazioni.
Con riferimento alle iniziative politiche riguardanti la salute,
vorrei qui esaminare alcuni problemi che fanno la loro comparsa proprio quando si usano i termini capitale e sociale in
rapporto alle interpretazioni e alle risposte collettive a sofferenza e malattia. Il mio obiettivo mostrare come lampio successo avuto dalla nozione di capitale sociale sia ascrivibile ai suoi
flessibili usi in campi politico-amministrativi distinti e pur in
costante rapporto di reciprocit. Il percorso analitico che suggerir attraversa rispettivamente il linguaggio burocratico dei
soggetti pubblici responsabili della salute collettiva (in senso
stretto le amministrazioni regionali in Italia), il cosiddetto terzo
settore, in una fase di profonda trasformazione del welfare verso un modello misto di gestione, con un considerevole impegno
di privato sociale (organizzazioni non governative, cooperative
sociali, volontariato), la medicina territoriale e la salute mentale
1. Questo testo stato scritto nellambito del programma di ricerca che la
Sezione antropologica del Dipartimento Uomo e Territorio della Universit
degli studi di Perugia conduce da alcuni anni su Capitale sociale, salute e
diritti in Umbria. Si tratta di un lavoro che parte della convenzione tra il
Dipartimento e la Direzione salute, coesione sociale e societ della conoscenza della Regione Umbria. Le considerazioni qui contenute sono state discusse
pi volte con Paolo Bartoli che vorrei ringraziare per il costante scambio di
idee e di riflessioni nel corso della nostra attivit di ricerca.

14

Massimiliano Minelli

di comunit, le scienze sociali applicate alla salute pubblica. In


tutti i casi ci si trova di fronte a soggetti con peculiari caratteristiche organizzative e istituzionali, i quali nelle loro interazioni
tendono a utilizzare oggi termini preformati da strutture sovranazionali impegnate in ricerca, indirizzo politico, finanziamento a iniziative riguardanti i bisogni socio-assistenziali dei gruppi
umani.
Viene qui prospettato anche un itinerario attraverso le differenti forme di capitale e le sue possibili trasformazioni. Ritengo
infatti che la maniera pi proficua di riflettere sulla dimensione
sociale delle risorse umane sia di considerare i modi in cui, in
vari contesti e con varie strategie, sono considerate le possibilit
di accumulare risorse economiche, culturali, biologiche connesse alle vita umana e come queste vengono ricombinate allinterno di una particolare nozione di capitale umano. Questa
necessit di comprensione porta alla fine a esaminare le attuali
politiche di accumulazione e scambio che investono i bio-capitali e in senso ampio la bio-economia.
Come si vedr, in questo modo, si pu meglio comprendere
come il capitale sociale venga efficacemente usato per inscrivere il sociale in particolari panorami istituzionali e amministrativi. Sono gli impieghi di questa espressione in scene concrete,
dove si produce conoscenza sulla societ e dove si sviluppano
interventi in campo bio-medico, a mostrare come la metafora
del capitale non sia solo strumento di conoscenza, ma anche
atto performativo che costituisce soggettivit politiche e aree
dintervento. In definitiva, chi impiega lespressione capitale sociale mette in atto poetiche e narrative che letteralmente danno
forma alla questione sociale. Seguire le tracce di tali strategie
retoriche permette di ricostruire alcuni aspetti della governance
neoliberale e i suoi rapporti con leconomia sanitaria e i mercati
di servizi alla persona.

1. Capitale sociale e salute

15

1. Battezzare il denaro
Guillermo! Te vas o te quedas? Te vas o te quedas? Te vas o
te quedas? A causa di questa formula, bisbigliata vicino a un
registratore di cassa di un affollato supermarket di una citt della Colombia, una cliente venne accusata di tentato furto da un
addetto alla sicurezza. Lepisodio, risalente agli anni Settanta,
riportato da Michael Taussig, nel suo saggio The devil and commodity fetishism in South America, come un folgorante esempio
di cosa pu accadere nel punto di congiunzione fra arti magiche
e feticismo delle merci (Taussig M., 2010 [1980]). In quel testo,
dedicato allimpatto socio-economico del mercato capitalista
sulle vite e le relazioni quotidiane di agricoltori colombiani e
minatori boliviani, nella sua analisi della circolazione della moneta e del nuovo assetto economico fondato sul lavoro salariato, Taussig ha attribuito particolare importanza al modo in cui
una banconota pu catturare ricchezza attraverso il cosiddetto
bautizo del billete.
Nel bautizo del billete, se durante il battesimo cattolico il
padrino tiene nascosta nel palmo della mano una banconota da
un peso e recita sottovoce una formula magica associando il nome
del bambino alla moneta, la benedizione divina pu essere deviata verso il denaro. La banconota verrebbe cos sottomessa al
sacramento del battesimo al posto del bambino, il proprietario
della banconota diverrebbe il padrino del denaro, il bambino rimarrebbe non battezzato. Nella costituzione di questo peculiare
legame di parentela spirituale il denaro, una volta battezzato col
nome del neonato, destinato a tornare nelle mani del padrino,
portando con s i soldi con cui entrato in contatto, semplicemente recitando la formula magica Te vas o te quedas? Te vas o
te quedas? Te vas o te quedas? Nel racconto di Taussig, la donna
alla cassa del supermercato sorpresa a evocare Guillermo venne
accusata di furto probabilmente perch sospettata di stregoneria:
dopo aver pagato la merce acquistata con una banconota battezzata, tornandone in possesso, avrebbe potuto magicamente
appropriarsi dellintero incasso della giornata.

16

Massimiliano Minelli

Con il rito illegale del battesimo del billete i contadini della


Valle Cauca, in Colombia, simpegnano in una raffinata operazione analogica che permette di entrare nellarcano della nascita del capitale e delle metamorfosi del valore in denaro.
la capacit di riprodursi, in precedenza esclusiva solo degli
animali allevati, a essere ora riconosciuta al denaro, la cui specifica caratteristica di essere sterile invece cos sovvertita. Nella
commistione di fertilit e denaro, a essere investiti alla radice
sono il principio stesso della riproduzione della vita e la logica intrinseca dei legami sociali. Il segreto della nascita, della
crescita e dellabbondanza entra nella sfera di pertinenza del
denaro e un mezzo di scambio inerte diventa una quantit che
si auto-alimenta e si trasforma cos in feticcio una cosa con
poteri quasi vitali (Taussig M., 2010 [1980]: 128). Questa
metamorfosi, per cos dire, retroagisce sul complesso delle relazioni pensabili e attivabili fra esseri viventi, umani e animali,
e beni da vendere e comprare.2 Il feticismo assume perci una
peculiare configurazione, combinando la magia dello scambio
reciproco e quella dello scambio delle merci.
Sebbene non ci si trovi qui propriamente di fronte al feticismo della merce in forma compiuta, ovvero alla propriet
intrinseca nel denaro di riprodursi come capitale, el bautizo
del billete rappresenta una efficace descrizione esotica della formula marxiana della valorizzazione nella circolazione del
capitale. La formula Denaro-Merce-Pi Denaro (D-M-D comprare per vendere) che si sviluppa in opposizione alla formula
Merce-Denaro-Merce (M-D-M vendere per comprare) esprime
la qualit pi feticizzata del capitale: il lavoro morto oggettivato
sorge davanti al lavoro vivo e lo domina come una presenza
esterna autonoma e potente (Marx K., 1994 [1867]).
Il destino del concetto di capitale sociale ha evidenti analogie
2. Quella di Taussig una esplorazione dei congegni di cattura della forza, scatenata nelle relazioni di violenza e dominio coloniale, che gli consente
di ricostruire allinterno dei rituali sciamanici le trasformazioni e le pratiche
terapeutiche efficaci (Taussig M. 1987).

1. Capitale sociale e salute

17

con le dinamiche di sfruttamento e valorizzazione della vita


umana cui si riferisce lo sketch etnografico ripreso da Taussig.
Luso del termine capitale sembra promettere di rigenerare
quanto contemporaneamente sterilizzato per altre vie: la produzione del legame sociale e la costituzione della solidariet che
dovrebbero provenire da atti disinteressati. Nonostante gli
inviti provenienti da pi parti a considerare la natura evocativa
e metaforica dellespressione capitale sociale, utile ricordare
come il sostantivo al centro di molte iniziative politiche ed economiche sia un capitale sociale lattributo apposto per
qualificare il suo ambito di applicazione che promette risparmio dinvestimenti in una fase storica in cui lo stato diminuisce
la sua presenza come erogatore di servizi alla persona e come
garante dei diritti fondamentali di cittadinanza. Una premessa
comune, nella nutrita congerie di ricerche prodotte negli anni
recenti, che il capitale sociale rappresenti unalternativa locale
alla drastica crisi delle politiche redistributive di scala nazionale. Va peraltro ricordato come, nel caso della salute, la definizione sia il risultato di una preliminare lunga manovra di reificazione e alienazione della produzione sociale della realt medica.
dunque necessario seguire da vicino la produzione del sociale
e le contraddizioni emergenti negli scambi materiali e simbolici
attorno alla vita umana, per analizzare una cosa imbrogliatissima e piena di sottigliezza metafisica e possibilmente svelare
larcano di quanto appare ovvio e naturale, ma nasconde i pi
complicati atti di magia (Marx K., 1994 [1867]: 103).
2. Tradizioni civiche
Impianto teorico e strumenti analitici attraverso i quali inquadrare il capitale sociale sono stati proposti da Robert Putnam
(docente di scienze della politica a Harvard) in una ricerca sulle cosiddette tradizioni civiche delle regioni italiane (Putnam
R.D., 1993). Il testo, pubblicato nel 1993, intendeva studiare
le cause del diverso rendimento delle istituzioni regionali, in

18

Massimiliano Minelli

rapporto alla formazione e allo sviluppo di unattiva societ civile. Secondo lipotesi interpretativa di Putnam, esisterebbe un
rapporto circolare fra i modi in cui le istituzioni danno forma
alla politica e i meccanismi attraverso i quali la storia influisce
sullarchitettura istituzionale di un paese. In questa circolarit, i
contesti sociali avrebbero la capacit di modellare il rendimento delle istituzioni: un contesto sociale favorevole, rappresentato in primo luogo da una comunit (termine ricorrente nella
sua connotazione genericamente positiva) fornita di un bagaglio adeguato di norme e impegno civico, rappresenterebbe la
principale fonte di sviluppo locale.
Gi in questa prima formulazione, il sociale avvicinato al
termine capitale declinando in toni morali le attese derivanti da
un investimento economico, in previsione di profitti da ottenere
con unoculata allocazione di risorse. In effetti, Putnam riprende il concetto dai Fondamenti della teoria sociale del sociologo
Coleman (Coleman J.S., 2005 [1990]), quadro di riferimento
teorico-metodologico pubblicato nel 1990 in cui il capitale sociale compariva come una funzione della struttura sociale ed
era costituito da dimensioni organizzative che possono facilitare lazione degli individui. Laffermazione di questa proposta perlopi dovuta allaspettativa di circoscrivere il capitale
sociale come una risorsa-macro, statisticamente rilevabile con
adeguati indicatori e misurabile su scala regionale e nazionale.
Come tutte le forme di capitale, anche il capitale sociale indicherebbe un valore produttivo misurabile, finalizzato a ottenere
risultati altrimenti irraggiungibili. Le reti comunitarie proliferate ai margini dello stato, spesso in condizioni di povert e di carenze infrastrutturali, potrebbero alla fine entrare ufficialmente
dentro la statistica, la scienza dello stato, portando in dote i
legami e le solidariet.
Il libro di Putnam ha incontrato un certo successo: in primo
luogo per la visione ottimista e volontarista di cui si faceva
portavoce, in secondo luogo per lefficace combinazione del
piano economico-imprenditoriale (il miracolo dei distretti in-

1. Capitale sociale e salute

19

dustriali nel centro-nord e nel nord-est), della performance delle


amministrazioni locali e della cosiddetta virt civica3, infine per
la capacit di presentare come plausibili misurazioni quantitative di fenomeni talvolta identificabili con scambi e reciprocit
in sfere dappartenenza investite di valore relazionale e affettivo. Una rilettura del testo del 1993 oggi mostra tuttavia che
a rivelarsi particolarmente debole lidea di contesto su cui
Putnam ha fatto affidamento, soprattutto perch ritagliata su
macro-parametri poco sensibili alla specifica storia delle regioni
italiane. Nel libro infatti presentato un percorso tipologico ed
evolutivo delle regioni, secondo cui i differenti rendimenti delle
istituzioni sarebbero eredit di tradizioni civiche, retrodatabili
nel centro-nord a modalit associative e di divisione in ceti depoca comunale, al contrario, le connessioni fra i piani analitici
utili a delineare una realt complessa appaiono sganciate dalle
pratiche sociali4.
La mancanza di descrizioni culturalmente sensibili delle differenziazioni sociali e politiche in Putnam una grave lacuna,
soprattutto se si nota il numero elevato di riferimenti a opere di
antropologi (M. Douglas, M. Sahlins, C. Geertz, S. Silverman)
di cui egli si servito per evocare principi di reciprocit generalizzata ed esperienze di mutuo aiuto. Tali riferimenti in
cui le relazioni sociali si traducono in vantaggi collettivi che
supererebbero le eventuali perdite in cui possono incorrere
temporaneamente gli attori delle transazioni introducono la
logica della reciprocit, ma proiettando per cos dire una specie
di esotismo o di orientalismo su vari ambiti dellagire economico. Vengono cos caratterizzate in termini atemporali, non
considerandone le contraddizioni e i conflitti, rispettivamente
le economie del dono e dei mercati ristretti, le reti e gli obbli3. Si veda in proposito Bagnasco A.,1999.
4. Recentemente questa lacuna stata evidenziata ad esempio da Michael Herzfeld in uno studio sui processi di gentrification nel centro storico di
Roma, nel punto in cui egli rilegge storicamente la combinazione fra qualit segmentaria e sussidiariet in vari ambiti della vita urbana (Herzfeld M.,
2009: 77 e segg.).

20

Massimiliano Minelli

ghi di parentela, le organizzazioni del lavoro e dello scambio


nella societ mezzadrile, e recuperato un concetto discutibile
come quello di familismo amorale, coniato da Banfield, per
spiegare larretratezza di alcune realt del Mezzogiorno dItalia
(Banfield E.C., 1961[1958]) 5.
3. Solidariet mancanti
Una pi ampia diffusione della nozione di capitale sociale si
avuta in seguito, nei primi anni Duemila, con lapplicazione
del modello della virt civica agli Stati Uniti dellera Clinton.
Nel libro Bowling alone (Putnam R.D., 2004 [2000]), Putnam
tornato sul concetto gi impiegato nello studio delle tradizioni civiche italiane, proponendone ladozione per contrastare la
minaccia della individualizzazione dei destini e la perdita dei
valori di riferimento nella societ statunitense. Minaccia efficacemente rappresentata con limmagine di un numero crescente
di americani che si recano al bowling per giocare da soli. Gli
illustri precursori richiamati da Putnam oltre alle osservazioni di Toqueville sulla societ americana, egli cita larticolo del
1916 del riformatore Hanifan ove lespressione capitale sociale
indica spirito di collaborazione fra le parti, aiuto e amicizia
sono serviti a richiamare unidea piuttosto nostalgica e di fatto
indefinita di legame comunitario (Putnam R.D., 2004 [2000]:
5. Le critiche qui richiamate fanno parte di un lungo e interessante dibattitto sullo sviluppo economico che sembra la naturale prosecuzione delle
obiezioni mosse da diversi intellettuali italiani agli studi di comunit e alla monografia di Banfield (Mutti A., 1994, 1998, cfr. Bagnasco A., 2006). Nel caso
specifico, Putnam sembrava soprattutto fornire strumenti amministrativi per
lo sviluppo programmato in aree caratterizzate da basso capitale economico
e da mancanze strutturali. Emblematica in proposito la parabola dello sviluppo dei distretti industriali, che Putnam riconduceva alla presenza o meno
di scambi sociali virtuosi, per certi versi ribaltando precedenti letture economiche deterministe. Nella sua visione sarebbe limpegno civico contemporaneo, non lo sviluppo socio-economico a condizionare in modo diretto il
rendimento del governo regionale (Putnam R., 1993: 183).

1. Capitale sociale e salute

21

15). In tale quadro, le cause dellerosione del capitale sociale


sarebbero riconducibili a fattori concomitanti che impediscono
lo sviluppo di legami inclusivi (famiglie con doppia carriera,
cambiamento generazionale dei valori, espansione e dispersione suburbana, tempi e modi del consumo televisivo), ma poco
detto del contenuto materiale e simbolico degli scambi in cui
simpegnano gli attori sociali in differenti situazioni di cooperazione e di conflitto. Il testo di Putnam esamina una cospicua
mole di dati statistici passando dal consumo culturale allassociazionismo, dallaffiliazione a gruppi religiosi alle appartenenze che si sviluppano tramite internet e nuove tecnologie, ipotizzando anche una diretta correlazione fra numero di adesioni
associative e livello di salute della persona. Il problema tuttavia
in questo caso cogliere nel capitale sociale una risorsa di cui si
postula lesistenza proprio mentre se ne denuncia la scomparsa:
la ricerca della solidariet mancante porta a guardare nostalgicamente al passato per trovare quanto sarebbe sparito dalla vita
associata contemporanea6.
Questo genere di capitale, infatti, quando collocato in
unastratta zona intermedia fra lo stato e il mercato, e sistematicamente identificato con caratteristiche comunitarie incapsulate, porta a una problematica riduzione di complessit sia
delle forme culturalmente specifiche di riproduzione sociale,
sia delle interazioni fra macro-aree nazionali e sovranazionali.
Nel primo caso, la separazione degli ambiti impedisce di vedere
le reciproche implicazioni e sovrapposizioni tra dono e scambio
di mercato, con la conseguente sottovalutazione di vaste aree
della prassi sociale nello studio delle transazioni economiche.
Tendono cos a passare in secondo piano le attivit di riproduzione sociale, svolte nella sfera domestica ed entro i rapporti di
parentela, in cui gli attori definiscono le appartenenze attraver6. Per una critica sostanziale ai teorici della solidariet basata sulla fiducia,
in una lettura che pone laccento sulla base razionale dellazione collettiva e
sul ruolo dei processi cognitivi nella formazione del legame sociale (perch
fare sacrifici a vantaggio del gruppo?), si veda Douglas M., 1990 [1986].

22

Massimiliano Minelli

so relazioni familiari e trasmissione di beni inalienabili (Papa C.,


1999: 82)7. Diviene perci difficile cogliere soprattutto le forme
di socialit, costruite attraverso pratiche di cura e di mutuo aiuto, che in modi irregolari si configurano quasi per opposizione rispetto alla parte visibile e legittimata dellagire economico
(Dei F., 2008)8. Lesame etnografico delle sfere di reciprocit nel
campo della salute permette invece di inquadrare in una prospettiva culturale complessa da un lato comportamenti altruistici come la donazione di sangue e di organi, dallaltro scambi di
prestazioni, continuamente frequentati sebbene caratterizzati
da un basso livello di visibilit sociale. Si tratta infatti di scambi
dotati di una costitutiva ambivalenza, connessa al margine di
7. Lo scambio di mercato dovrebbe essere invece considerato nel quadro
delle moleplici combinazioni disgiuntive tra differenti categorie economiche,
considerando il rapporto che la merce instaura con il dono, il baratto, i beni
inalienabili (ci che non viene scambiato ed conservato per passare da una
generazione allaltra) (Papa C., 1999: 82 e segg.). In particolare, la definizione
degli stock e delle rendite ottenibili dai legami sociali porta con s unipoteca
riconducibile alla dicotomia tra dono e merce formatasi storicamente negli
studi economici. Nella genealogia dellopposizione dono-merce (Pavanello
M., 2008), luso combinato delle due categorie segue effettivamente un processo di sovradeterminazione, in cui luna si definisce per negazione dellaltra.
Nella realt delle politiche di sviluppo invece dono e credito non sono inseriti
in separate realt relazionali, ma interagiscono in uno stesso ambito di negoziazioni e scambi.
8. Nei contesti socio-sanitari si combinano variamente le tre tipologie di
dono che Godbout e Caill classificano in base al diverso rapporto esistente
fra il bene circolante e il legame sociale: il dono rituale in cui il bene nega
anche la propria funzione duso esprimendo il puro legame, la prestazione
fondata sulla utilit ove sono in gioco transazioni in presenza di un legame
gi esistente, ma considerate libere, i doni unilaterali a sconosciuti, nei quali, in assenza di legami espliciti e visibili con il destinatario, i beni circolano
secondo un principio di solidariet anche senza una eventuale restituzione
(Godbout J.T., 1994 [1992]: 30-31). Daltra parte in questarea, vasta e poco
definita, fuori dalle pertinenze astrattamente ripartite fra stato e mercato, si
sviluppano quotidianamente interazioni dalle quali esce ridefinito il quadro astratto di assegnazioni di competenze di alcuni modelli di scambio e
reciprocit. Per esempio quei modelli in cui il dono contrapposto sia alla
circolazione delle merci nel mercato sia alla redistribuzione del cosiddetto
Stato-provvidenza.

1. Capitale sociale e salute

23

rischio implicato nel debito e, in definitiva, alla centralit della


fiducia risposta nella restituzione differita.
Nel secondo caso, un deficit di prospettiva analitica genera
limmagine stereotipata e attrattiva di realt locali, descritte in
termini morali come solidali, ma sganciate dai flussi di merci e
denaro di un capitalismo storico senza memoria dei rapporti di
forza coloniali e post-coloniali (Wolf E., 1990 [1982], Wallerstein I., 1985 [1983]). Si tratta di analisi che uniformano dallalto i rapporti differenziali delle politiche economiche, evocando
soprattutto fattori coesivi allinterno degli agglomerati umani.
La chiusura allinterno delle comunit cos in genere affiancata da una etnicizzazione delle divisioni e dei confini e, come
accade per un ampio filone di studi sociali statunitensi, contrassegnata da una sottovalutazione dei rapporti di classe.
4. Campi e trasformazioni
Nella formulazione proposta da Robert Putnam e dopo limpiego da parte della Banca mondiale, il capitale sociale stato
adottato con un certo entusiasmo nelle direttive sullintegrazione socio-sanitaria anche in Italia. Questo effetto di ritorno
parte di un pi ampio processo di acquisizione di termini che
appaiono come ovvi e indiscutibili perch ritraggono come naturale la realt dei rapporti di forza internazionali, un processo
che seguendo Pierre Bourdieu chiameremmo di imposizione simbolica. In effetti, la politica economica applicata dalle
grandi organizzazioni internazionali (ad esempio il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale) afferma e naturalizza tre presupposti taciti delle politiche neoliberali su larga
scala: lesistenza di una netta separazione fra dinamiche sociali
e sfera economica, promuovendo le leggi economiche a regole
dellintera organizzazione sociale, linevitabilit, come fatto storicamente incontrovertibile, del mercato quale unico regolatore
degli scambi e della produzione a livello globale, in particolare
allinterno delle cosiddette democrazie avanzate, la necessit

24

Massimiliano Minelli

dineluttabili tagli della spesa per la sicurezza sociale, sotto la


pressione del debito pubblico e della concorrenza internazionale (Bourdieu P., 2001: 31).
Ironicamente, a fronte della oggi prevalente declinazione
tecnocratica dei lessici riferiti al lavoro sociale, il modo in cui
Pierre Bourdieu ha definito e usato il concetto di capitale sociale nella sua opera avrebbe consentito di cogliere e demistificare
le contraddizioni implicate nel processo, sopra richiamato, di
valorizzazione dello scambio sociale. Un processo che, come
si detto, procede parallelamente allarretramento dellazione
pubblica degli stati dalla difesa della salute come bene comune.
La premessa del ragionamento del sociologo francese che
il mondo sociale storia accumulata e, in questo senso, un
capitale inteso come lavoro sociale accumulato. Ma il lavoro
sociale accumulato, cui Bourdieu si riferisce, va inquadrato
nellambito di uneconomia generale delle pratiche (Bourdieu
P., 2003 [1972]), che ben oltre la sola accumulazione di diversi
capitali presuppone capacit di agire in un intreccio storico di
rapporti di forza, scambi e trasformazioni.
Secondo il campo nel quale agisce, e al prezzo di pi o
meno costose trasformazioni che sono le pre-condizioni per la
sua efficacia nel campo in questione, il capitale pu presentarsi in tre forme fondamentali: come capitale economico, che
immediatamente e direttamente convertibile in denaro e pu
essere istituzionalizzato nella forma di diritti di propriet, come
capitale culturale, convertibile a certe condizioni in capitale economico e istituzionalizzabile nel riconoscimento di qualifiche
educative, come capitale sociale, fatto di obbligazioni e relazioni
sociali, che convertibile a certe condizioni in capitale economico e pu essere istituzionalizzato nella forma di un titolo nobiliare (Bourdieu P., 1986: 243).
Nella definizione dei diversi capitali la convertibilit e listituzionalizzazione sono caratteristiche fondamentali del lavoro
sociale diversamente accumulato. Si comprende come il capitale sociale debba essere pensato in rapporto continuo con gli
altri tipi di capitale (culturale, economico) nei quali pu a certe

1. Capitale sociale e salute

25

condizioni essere convertito e istituzionalizzato, e come il capitale economico svolga una funzione cruciale, senza per essere
il fulcro di una sovradeterminazione sugli altri capitali. Le differenti forme di capitale, infatti, possono essere derivate dal capitale economico quando specifici attori attivano il tipo di potere
efficace ed effettivo nel campo sociale in cui avvengono contese
e transazioni (Bourdieu P., 1986: 252, vedi anche Siisiinen M.,
2000). Daltro canto, il capitale culturale, come lavoro sociale
accumulato nel processo di costruzione della persona, attraversa le capacit di agire e i saperi corporei degli attori, prendendo differenti forme: incorporato (embodied) e naturalizzato
nelle disposizioni mentali e corporee, oggettivato (objectified)
nei beni culturali (dipinti, libri, macchine, strumenti), e istituzionalizzato attraverso lattribuzione di originali qualifiche
garantite al soggetto dal sistema educativo. Investimento personale di tempo in ricchezza esterna convertita in persona, il
capitale culturale incorporato tende in alcune circostanze a
trasformarsi in capitale simbolico vale a dire un capitale su
base cognitiva fondato su conoscenza e riconoscimento e per
questo percepibile attraverso categorie risultanti dallincorporazione delle strutture oggettive del campo considerato 9. Anche a causa della natura mascherata delle condizioni della sua
trasmissione e acquisizione, il capitale culturale agisce cos nei
processi di naturalizzazione e di controllo sociale.
Nellarticolata economia delle pratiche di Bourdieu, com
noto, la definizione dei contesti dipende dal rapporto storicamente determinato fra campo e habitus. Dove il campo
costituito dai modi in cui specifici agenti si riconoscono e interagiscono attraverso posizioni e prese di posizione, mentre
lhabitus storia incorporata, disposizione ad agire con una
9. Il caso di alcuni terapeuti tradizionali particolarmente interessante al
riguardo: il dono che caratterizza un mediatore di guarigione legato a indole
e vocazione, ma spesso acquisito fuori dalla linea genealogica, sviluppandosi
in modo idiosincratico (Friedmann D., 1993 [1987]). In tal senso pu essere contemporaneamente oggetto di appropriazione materiale (come capitale
economico) e di appropriazione simbolica (come capitale culturale).

26

Massimiliano Minelli

peculiare duplice dimensione, strutturata e strutturante sulla


quale gli agenti sociali possono fare affidamento. In tal modo il
campo mantiene un rapporto attivo con le pratiche e la corporeit degli agenti, i quali, mentre agiscono, accumulano diverse
forme di capitale, ne deriva che la struttura e la distribuzione
di differenti tipi e sottotipi di capitale in un dato momento rappresentano la struttura immanente del mondo sociale (Bourdieu P., 1986: 243).
Nella definizione data da Bourdieu, il capitale sociale appare
quindi come una realt con precise caratteristiche relazionali e
contestuali, il suo essere moltiplicatore di risorse dipenderebbe
inoltre dal potenziale suo riconoscimento come credenziale da
giocare in rapporto ai partner degli scambi in cui si coinvolti:
Il capitale sociale linsieme di risorse attuali o potenziali, legate al possesso di una rete durevole di pi o meno istituzionalizzate relazioni di reciproca conoscenza e riconoscimento o
in altre parole alla appartenenza a un gruppo , che forniscono
a ciascuno dei suoi membri il sostegno del capitale posseduto
collettivamente, una credenziale che riconosce loro il diritto al
credito, nei diversi significati del termine (Bourdieu P., 1986:
248-249).
Il volume complessivo di capitale sociale, in questo senso,
dato dallampiezza delle connessioni realizzabili da un attore e riconoscibili in specifici campi. La sua capacit di intervenire nel contesto dovuta inoltre allessere un moltiplicatore
di risorse per lazione sociale. Ecco perch la prospettiva di
Bourdieu implica un inquadramento strutturale, unanalisi delle differenze di classe e richiede una ricostruzione processuale e
storica dei processi di incorporazione.
Lungo le direttrici delineate da Pierre Bourdieu, Gilles
Bibeau ha sviluppato una puntuale critica degli usi recenti del
costrutto capitale sociale in epidemiologia. Egli ha in primo
luogo evidenziato come il deficit teorico principale, nellimpiego
da parte degli epidemiologi di questa nozione, sia riconducibile
soprattutto allassenza di una articolazione concettuale necessaria a pensare la societ nel suo complesso (Bibeau G., 2005). Pi

1. Capitale sociale e salute

27

in generale, nel comunitarismo alla Putnam sostiene Bibeau


la solidariet e la coesione sociale sono richiamate senza chiedersi quali altri fattori (di ordine economico, politico, culturale, etico) perpetuano le ineguaglianze nelle societ neoliberali
e come tali ineguaglianze incidano profondamente sui livelli
di salute collettiva di un paese. inoltre discutibile lidea che
ciascuna persona sia in grado di controllare il suo capitale, senza subire limiti o costrizioni. Il capitale sociale, infatti, proprio
perch indissociabile dai capitali economico e culturale di cui
dispongono rispettivamente lindividuo, la famiglia e il gruppo,
tende ad essere difeso e perpetuato tramite le reti di parentela
e i legami genealogici (Bibeau G., 2005: 158). dunque necessario avvalersi di una teoria critica della societ, che riconosca
nello spazio sociale il ruolo giocato dalle posizioni (relativamente stabili) ascrivibili a soggetti depositari di differenti capitali
(sociale, economico, culturale), per ricostruire adeguatamente
la storia specifica dei meccanismi di trasmissione degli status da
una generazione allaltra. Per questi motivi Bibeau ha suggerito
di studiare il rapporto tra reti sociali e determinanti di salute
seguendo due principi: (a) considerare il capitale sociale come
in costante rapporto con i capitali economico e culturale, (b)
individuare e misurare il capitale sociale in relazione alle storie
di individui, famiglie e gruppi sociali, tenendo conto di ineguaglianze economiche e differenze di classe (Ibidem).

5. Scenari
I programmi di aggiustamento strutturale, promossi dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale a cominciare
dagli anni Ottanta, hanno avuto un impatto negativo di scala
continentale su vaste aree geopolitiche. Come mostrano recenti
rassegne sugli effetti delle politiche neoliberiste sulle economie
sanitarie in vari stati (Pfeiffer J. - Nichter M. 2008, Pfeiffer
J. - Chapman R., 2010), privatizzazioni, riduzioni della spesa
pubblica e deflazione delle valute imposte ai paesi in via di svi-

28

Massimiliano Minelli

luppo hanno portato, nei rapporti internazionali, a un sensibile


allargamento della forbice fra i paesi ricchi e quelli pi poveri.
Nonostante i differenti livelli di crescita dello stato sociale nei
paesi con economie emergenti (si pensi allattuale differente organizzazione ed efficienza dei sistemi di salute in Brasile, India
e Cina), stato notato come insufficienti finanziamenti in servizi pubblici di base, prevenzione primaria e accesso alle risorse
fondamentali, abbiano acuito entro i singoli confini nazionali la
distanza tra grandi ricchezze e povert estreme.
Negli ultimi due decenni, nondimeno, la direzione economica delle campagne di prevenzione e dintervento sanitario
entrata fra le prerogative della Banca mondiale e del Fondo
monetario internazionale, mentre alla redistribuzione di varie
iniziative dellOrganizzazione mondiale della sanit fra diverse agenzie delle Nazioni Unite non seguita una complessiva
pianificazione strategica. La ridefinizione delle competenze in
materia sanitaria stata accompagnata da consistenti tagli agli
investimenti che hanno avuto un effetto sfavorevole, dolorosamente noto, sulle popolazioni pi povere delle macro-aree economiche delleconomia-mondo. Conseguenze negative massicce si sono avute in primo luogo, ad esempio, sulla vulnerabilit
rispetto alle malattie infettive delle popolazioni di paesi asiatici
e africani. Peraltro lo squilibrio fra finanziamenti, sempre pi
ridotti, e azioni politiche necessarie per ridurre lineguaglianza
sociale rappresenta unemergenza anche negli stati con sistemi
sanitari avanzati e pi equamente distribuiti.
Pi in generale, si assistito da un lato allaccentramento
delle strategie dazione in un ristretto numero di centri sovranazionali e privati di finanziamento economico, dallaltro a sistematici attacchi alle politiche di welfare negli stati nazionali.
Tale doppia operazione ha come protagonisti appunto gli stessi
organismi sovranazionali che, in linea di principio, si auto-rappresentano come a-politici e neutrali. Si tratta di una condotta ben conosciuta dai cittadini di quei paesi europei nei quali
sono stati ridefiniti i rapporti fra pubblico e privato, a favore di
questultimo, in settori nevralgici: salute, educazione, formazio-

1. Capitale sociale e salute

29

ne, ricerca. LItalia dei governi di centro-destra nel quindicennio trascorso un esempio. Ma la linea in atto da anni in molti
paesi dellUnione Europea e sembra aver attraversato indenne
diverse fasi politiche ed economiche caratterizzate da spinte inflattive e da crisi recessive.
In Italia, per quel che concerne la salute, alla distinzione
tra welfare state, per cos dire classico (ad esempio secondo il
modello delle socialdemocrazie del nord-Europa), e mercato
neoliberista, andata progressivamente sostituendosi una realt mista, fatta dintervento statale e interessi privati attraverso appalti ed esternalizzazioni. Nella nuova ratio dei mercati
interni alla pubblica amministrazione, lerogazione dei servizi
socio-sanitari stata fatta prevalentemente da un gestore pubblico soggetto a forti pressioni e a conflitti dinteresse. Nella
maggioranza dei casi, con investimenti variabili nelle regioni,
si cercato di produrre un sistema competitivo tra profit e non
profit, tenendo in vita un mercato privato dentro il pubblico.
La tendenza prevalente a proporre risposte predefinite, rispondenti soprattutto a esigenze dellerogatore e in parte al presunto
gradimento dei consumatori (utenti e famiglie), riduce drasticamente lo spazio riservato alla costruzione di soluzioni originali
locali. Evidenti sono i limiti di questo modello di gestione, in
cui la concorrenza del mercato dovrebbe fornire migliori servizi
sociali, soprattutto quando lobiettivo prioritario di ridurre il
costo delle prestazioni si scontra inevitabilmente con la iperregolamentazione centralizzata, frenante il miglioramento della
qualit, e con un sistema degli appalti che aumenta il potere di
enti esterni di certificazione economico-finanziaria-organizzativa (Folgheraiter F., 2006: 25).
In questa situazione, ipotizzare prestazioni in cui sia attiva unastratta virt civica, lasciando che beni e servizi siano distribuiti e accumulati secondo le regole del mercato e
lintervento dello stato, significa ridimensionare il ruolo della
partecipazione attiva nelle politiche democratiche della salute.
Nel caso italiano, ad esempio, le indicazioni affinch le aziende
sanitarie provino a beneficiare di un buon capitale sociale ali-

30

Massimiliano Minelli

mentato dagli scambi informali, nonostante i generici richiami


alla cosiddetta utenza consapevole, non sembrano incidere sui
reali assetti economici e funzionali della sanit. Daltra parte i
membri di alcune associazioni di utenti, spesso i soggetti pi
attivi della societ civile, sembrano consapevoli del modo in cui
economia, cultura e sociale si mescolano nel gioco politico e
possono essere fra loro convertibili. A fronte di operatori sociosanitari costretti a lavorare in organici ridotti (senza turnover) e che vedono accrescersi il carico di lavoro burocratico,
i destinatari delle cure sono invece costantemente impegnati
a intervenire come attivi produttori di relazioni e reciproche
forme di protezione. In questo processo di produzione e riproduzione, possono emergere nuovi scambi e reciprocit, insieme ad aperte critiche alle forme di riduzione del sociale (cfr.
Minelli M., 2011: 99-132). Per questi motivi, da seguire con
attenzione la costruzione di relazioni cooperative dal basso,
non solo quindi la protezione da alcune patologie e la risposta
alle difficolt di accesso ai servizi, ma anche modi innovativi
di produrre salute. Lassociazionismo, la partecipazione civica,
lorganizzazione comunitaria nella gestione di risorse e servizi
sono infatti caratteristiche connesse con buoni livelli di salute,
soprattutto quando la partecipazione diretta apporta trasformazioni microscopiche e profonde, di natura molecolare, alla
vita di individui e famiglie (cfr. Ginsborg P., 2004).
Con questa pluralit deve confrontarsi ogni volta il complesso di reti informali e organizzazioni che costituisce il supporto
ineludibile per azioni sistemiche sulla salute. In modi diversi,
il problema costruire strategie avanzate, in cui la efficacia terapeutica sia fatta interagire con la questione della produttivit dei sistemi medici. Seguendo Allan Young (Young A., 2006
[1982]), con lespressione produttivit medica possibile riferirsi allimpatto sulla popolazione generale, nei termini di morbilit e mortalit, delle pratiche mediche caratterizzate da una
efficacia clinica riconosciuta nel trattamento individuale di ciascun paziente. La distinzione tra efficacia di unazione specifica
e produttivit dellinsieme delle operazioni in cui essa inserita

1. Capitale sociale e salute

31

rilevante per valutare ogni progetto di sviluppo della rete sanitaria in un contesto dato. Vi sono, difatti, varie situazioni in cui
i miglioramenti di efficacia di un trattamento non hanno effetti positivi sulla popolazione generale, in cui dunque lefficacia
delle cure disponibili non ha effetto sulla produttivit medica.
Allan Young descrive tre casi esemplari: (a) quando lefficacia
caratterizza solo interventi destinati a gruppi ristretti, spesso per
pochi utenti legati alle realt urbane, sottraendo risorse al resto
della popolazione in condizioni di povert e bisogno (Young
A., 2006 [1982]: 135), (b) quando farmaci o presidi medici sono
messi a disposizione di ampie fasce della popolazione, senza
per creare le effettive condizioni per un loro impiego adeguato (come accade quando la somministrazione estesa di un
farmaco ha, nel lungo periodo, imprevisti effetti iatrogeni), (c)
quando la cura di casi isolati non procede di concerto con la
ricerca sulle cause sociali di una malattia, amplificandone anzi
la naturalizzazione e la desocializzazione. Il fatto che il modello
biomedico sia strutturato su una logica ospedaliera e farmacologica ha come potenziale conseguenza la naturalizzazione di
vaste aree della sofferenza sociale e la de-socializzazione della
malattia, ecco perch la stessa logica biomedica alla base delle
economie sanitarie pu in certe circostanze diventare il principale responsabile della diminuzione della produttivit di un
sistema di salute.
Si comprende come il rapporto squilibrato tra medicina
ospedaliera e salute comunitaria sia un punto nevralgico per le
strategie sanitarie pubbliche, che meriterebbe un ampio e costante confronto politico. In generale, se i livelli essenziali di
salute fossero ridotti alle procedure e tecnicalit biomediche,
tagliando fuori le azioni di cura della sfera informale e non istituzionalizzata (volontariato e ambiente familiare), si potrebbe
arrivare a parlare di efficacia solo per interventi medici preventivamente separati dal sociale, con evidenti contraccolpi sulle
politiche di welfare pi complesse che dovrebbero invece investire su competenze, partecipazione e reciprocit nelle realt della cura. In tutti i casi, limporsi di una bio-medicina ad

32

Massimiliano Minelli

alta tecnologia, centrata sulla razionalit del costo-prestazione,


oltre che sulla diagnostica strumentale e sulla cura farmacologica, rischia di occultare la fondamentale natura sociale degli
interventi complessi, plurali, prolungati nel tempo e microfisicamente diffusi nelle comunit locali10. Si pensi, per esempio,
alla difficolt incontrata, in vari settori biomedici, a proiettare
lazione di cura fuori dai dispositivi ospedalieri, per impostare invece azioni territoriali socialmente orientate sui problemi
pi rilevanti. In termini complessivi, il problema di come far
interagire approcci clinici e sociali grava sugli interventi terapeutici e riabilitativi con un supporto specifico alla persona. Si
tratta, com noto, dellemergere di nuove complesse situazioni,
a fronte del prolungarsi dellattesa di vita, del progressivo invecchiamento delle popolazioni, con il crescente numero di anziani non autosufficienti, pi in generale, con un largo impatto
sociale delle malattie croniche o degenerative. Sono prestazioni
in cui devono essere coinvolti diversi soggetti istituzionali, reti
comunitarie, datori di cura e, insieme, strategie di mutuo aiuto
negli ambiti domestici. Tali interventi labour intensive non si
vedono oggi riconosciuta una rilevanza nelle economie sanitarie paragonabile ai cosiddetti interventi technology intensive,
considerati invece pi importanti nellassetto organizzativo di
tipo ospedaliero (Vineis P. - Dirindin N., 2004: 74-75).
La definizione di uno spazio autonomo per i legami sociali
e gli scambi altruistici, tra il pubblico e il privato, sembra destinata allo scacco soprattutto se non sono ricercate nuove possibilit di confronto politico rispetto alle reali forme di sperimentazione e produzione della salute come diritto fondamentale e
bene comune. Sono le lotte per la salute nei territori a ridefinire,
di volta in volta e in situazioni plurali e contestative, il difficile
10. Le scelte di politica economica, lequit delle risposte e i dilemmi etici,
come ricorda Paul Farmer, non vanno considerati separatamente dallo sviluppo tecnologico e dagli assetti istituzionali della biomedicina: con tutto
il nostro potere tecnologico, le nostre scansioni a risonanza magnetica, e i
nostri protease inibitor, non solo si consente la riproduzione ma si favorisce il
combinarsi delle ineguaglianze (Farmer P., 2006: 173).

1. Capitale sociale e salute

33

rapporto fra gestione della salute come bene comune ed efficienza dei sistemi medici (Smith-Nonini S., 2006). Tali processi
assumono importanza proprio perch si attivano dalle relazioni
storicamente mutevoli e dalle conoscenze situate di agenti specifici, in arene conflittuali dove sono prodotte la partecipazione
attiva e la coesione sociale. In alcuni incontri pubblici, con vari
soggetti attivi in difesa dei diritti di cittadinanza, Tullio Seppilli recentemente intervenuto su questi problemi e sulla salute
come bene comune, proponendo di definire gli strumenti di
analisi e i modi di confronto politico per il riconoscimento dei
diritti e dei commons (Seppilli T., 2010, 2012). Il suo un vero
e proprio esercizio dimmaginazione antropologica cui importante richiamarsi a questo punto, per riflettere sul rapporto tra
forme condivise di presa in carico e partecipazione democratica
alle decisioni strategiche. Come egli ha ricordato, lobiettivo
comprendere quali siano le radici e i fattori che pesano a sostegno dellattuale assetto economico-politico (e dei suoi successi),
quali le dinamiche attualmente in gioco e quali le contraddizioni che ne risultano, con quali forze sociali e con quali forme
organizzative sia realisticamente pensabile in termini strategici
e tattici, aprire spazi per una societ diversa (Seppilli T., 2012:
116). In questa prospettiva indispensabile riflettere su mutamenti sistemici di larga scala e nello stesso tempo puntare sulla
soggettivit sociale e sulle forme di organizzazione collettiva.
Nella direzione indicata da Seppilli, necessario che alcuni
beni essenziali per la vita delluomo debbano sfuggire alla logica della propriet privata, del mercato e del profitto e vadano
comunque tutelati dalla legge come beni collettivamente controllati e potenzialmente disponibili per tutti, di interesse di
tutti, siano cio beni comuni (Seppilli T., 2010: 370). Inserire
la salute in tal quadro politico ha conseguenze importanti. Se il
potenziamento delle risorse comunitarie locali corrispondesse
effettivamente alla partecipazione politica dei cittadini/fruitori/
abitanti, la tutela, la delega e la rappresentanza potrebbero essere rimesse in discussione. Nuovi modi del confronto democratico potrebbero aprirsi a differenti livelli: locali, coinvolgendo

34

Massimiliano Minelli

nelle politiche economiche le istituzioni regionali e nazionali, e


internazionali, investendo le agenzie sovranazionali responsabili delle politiche di sviluppo.
6. Politiche, ineguaglianze, reti
Nel passaggio dalla sociologia allepidemiologia, come ha notato Didier Fassin, il capitale sociale ha generato problemi rispettivamente di ordine: teorico, giacch il capitale sociale definito
in base ai suoi effetti (giudicati di solito in termini positivi dai
ricercatori) piuttosto che in base alle cause, metodologico, in
merito a come si decide di distinguere il livello individuale da
quello sociale, politico, per lo spostamento dellattenzione verso la responsabilit individuale, a scapito dei fattori strutturali
condizionanti i livelli di salute e le trasformazioni delle politiche
internazionali (Fassin D., 2003).
In tale complicato scenario, per orientarsi in una letteratura scientifica su capitale sociale e salute 11, diventata in pochi
anni vastissima, possibile distinguere tre strategie di ricerca e
cornici teoriche corrispondenti ai principali indirizzi di politica
socio-sanitaria (Muntaner C. - Lynch J.W. - Davey Smith G.,
2000): (a) quella di taglio psicologico-sociale che si concentra
sulla coesione sociale, riconducibile alla nozione elaborata da
Robert Putnam, (b) quella che, nel quadro degli approcci politico-sociologici alle dinamiche istituzionali fra stato e comunit
locali, spesso riferibili alla teoria economica formalista, colloca
11. Unampia panoramica sullo stato della ricerca si trova in Baron S. Field J. - Schuller T. curatori, 2000. Fra i testi di orientamento generale si
pu vedere anche Lin N., 2001, Field J., 2004 [2003] e Bagnasco A. - Piselli
F. - Pizzorno A., - Trigilia C., 2001. Va segnalato inoltre il testo in cui Farr J.,
2003 ha ricostruito una storia concettuale del capitale sociale. Utili rassegne,
anche critiche, sul concetto sono apparse alla fine degli anni Novanta (Portes
A., 1998, Woolcock M., 1998, Foley M. - Edwards B. 1999, Fine B., 2000).
Per un quadro complessivo e unesplorazione della letteratura riguardante la
salute mi permetto di rinviare a Minelli M., 2007.

1. Capitale sociale e salute

35

le priorit di salute entro le teorie del comportamento fondate


sulla scelta razionale, (c) quella riconducibile alla analisi dei
reticoli sociali, un filone di studi che ha avuto un significativo
e autonomo sviluppo in diversi ambiti delle scienze umane, ben
prima che capitale sociale divenisse una espressione chiave usata
per indicare i vantaggi derivanti dalle relazioni comunitarie.
(a) Coesione sociale. Per quanto riguarda il rapporto fra determinanti di salute e livelli di coesione, da ricordare che il capitale sociale stato adottato sulla scia di unimportante ricerca di
Wilkinson sulla correlazione fra salute, relazioni sociali e livelli
di reddito nelle societ industrializzate (Wilkinson R. 1996). In
quella ricerca, il capitale sociale definito, seguendo Putnam,
come partecipazione, responsabilit civica, coinvolgimento
nella vita pubblica stato considerato come elemento di mediazione psicosociale fra caratteristiche ambientali e insorgenza
di patologie (Wilkinson R., 1999, 2001, Wilkinson R. - Marmot
M. curatori, 2003, cfr. anche Elstad J.I., 1998). Parallelamente,
i riferimenti al capitale sociale sono aumentati soprattutto negli
articoli pubblicati in Social Science and Medicine, rivista che
ha alimentato un importante confronto fra scienze mediche e
scienze sociali a proposito del rapporto fra determinanti di salute, politiche pubbliche e gestione collettiva dei sistemi medici. In questo quadro, va collocata anche lattivit di ricercatori
della Harvard school of public health (Boston) impegnati nella
indagine sulle correlazioni epidemiologiche fra capitale sociale,
salute e differenze di reddito (Kawachi I. - Kennedy B.P., 1997,
Kawachi I. - Kennedy B.P. - Lochner K. - Prothrow-Stith D.,
1997, Lochner K. - Kawachi I. - Kennedy B.P., 1999, Kawachi
I. - Kennedy B.P., 2002). In generale, gi in una prima fase, da
pi direzioni stato suggerito di congiungere reti sociali e azioni comunitarie di prevenzione primaria. La costatazione che le
risorse riconducibili ai legami sociali dipendono da processi
ecologici, storici e politici ha sostenuto diverse ricerche comparative sullineguale distribuzione internazionale delle ricchezze
e dei servizi di salute. Un orientamento implicito in tali studi

36

Massimiliano Minelli

che le societ pi ricche non producono necessariamente migliori livelli di salute per la totalit della popolazione e che vi
sia una chiara sinergia fra livello biologico, psicologico e sociale
nel determinare linsorgenza di malattie in persone variamente
collocate sulla scala sociale. Le ricerche appartenenti a questo
filone di studi hanno riscontrato una relazione positiva tra livelli
di capitale sociale, inteso come fiducia e reciprocit, e stato di
salute. Hanno inoltre proposto di rafforzare il capitale sociale per ridurre limpatto delle ineguaglianze socio-economiche
(Kawachi I., 1999).
Negli studi che si muovono lungo questo cammino, tuttavia,
le differenze strutturali (fondate su classificazioni di genere,
etnia, reddito) raramente sono inserite in analisi complessive di come possano funzionare e riprodursi i rapporti di potere
e le differenze di classe. Unaccurata lettura della vasta letteratura scientifica disponibile mostra inoltre che laumento dei
riferimenti alle caratteristiche strutturali degli aggregati sociali
coinciso con unenfasi accordata alla quantificazione a scapito
di ricerche intensive con dettagliate analisi dinterazioni in situazioni specifiche.
I pi critici verso ladozione del concetto di capitale sociale
hanno ritenuto soprattutto discutibile il rapporto tra i principali indicatori di salute della popolazione e i tratti psico-culturali definiti in termini di fiducia e di numero di affiliazioni
ad associazioni. Studi sulla diseguaglianza socioeconomica e
sui dislivelli di classe (Lynch J.W. - Kaplan G.A. - Salonen
J.T., 1997, Muntaner C. - Lynch J.W. - Hillemeier M. - Lee
J.H. - David R. - Benach J. - Borrell C., 2002) mostrano che
se da un lato statisticamente evidenziata una correlazione
strutturale fra reddito pro-capite, spesa pubblica e condizioni
socio-sanitarie di gruppi di popolazione, dallaltro lato non vi
altrettanta evidenza statistica dellimpatto sulla salute di alcuni
indicatori standard del capitale sociale (ad esempio, fiducia negli altri e appartenenza ad associazioni volontarie) (Kennelly
B. - OShea E. - Garvey E., 2003). In proposito, le critiche pi
incisive alluso della nozione di capitale sociale in epidemiolo-

1. Capitale sociale e salute

37

gia provengono da epidemiologi che invitano a ricostruire con


strumenti adeguati gli effetti strutturali delle specifiche politiche economiche dalle quali dipendono la produzione e lorganizzazione del sapere medico (Navarro V., 2002, 2004, Muntaner C. - Lynch J.W., 2002, Muntaner C. - Lynch J.W. - Oates
G.L., 2002, Navarro V. - Muntaner C. curatori,. 2004). Quando tali trasformazioni strutturali sono lasciate sullo sfondo, accade che, con un ribaltamento delle responsabilit, le cause di
vulnerabilit siano imputate alla scarsa coesione sociale dei pi
poveri e dei pi deboli (Pearce N. - Davey Smith G., 2003).
(b) Stato e politiche locali. Il capitale sociale ha cominciato a
circolare nel dibattito internazionale in particolari congiunture storiche (nel passaggio dalla governance neoliberale dellera
Thatcher e Reagan a quella neo-laburista e democratica della
cosiddetta terza via di Blair e Clinton), ma un concetto che
riuscito ad avere accoglienza in differenti stagioni politiche
(Muntaner C. - Lynch J.W. - Davey Smith G., 2001). Gli inviti
a rifugiarsi nella piccola comunit con forti toni identitari sono
propri anche dei governi conservatori, nelle fasi storiche in cui
le differenze di reddito fra i cittadini sono pi marcate. Nel prevalere di una politica di alleggerimento degli investimenti pubblici, di deregolamentazione e privatizzazione di beni e risorse
collettive riconoscibile un chiaro piano di tagli agli investimenti di indirizzo neoliberale. Un progetto che include anche
una complementare strategia dintervento nelle policies locali,
con frequenti richiami alla valorizzazione della solidariet e della partecipazione civica.
La ricerca epidemiologica sul capitale sociale, in merito alle
strategie di politica socio-sanitaria, si sviluppata lungo tre linee di indirizzo: sulle reti come fattori di protezione della salute, sulla disuguaglianza economica, che mette in crisi i diritti
di cittadinanza e la giustizia sociale, sulla disparit di accesso
alle risorse materiali sia a livello nazionale che internazionale
(Szreter R. - Woolcock M., 2004, con replica ai commenti:
Szreter R., 2004). Riguardo alle prospettive di ricerca, sono

38

Massimiliano Minelli

intervenuti sia i fautori del capitale sociale come elemento di


mediazione psico-sociale nei determinanti di salute (Putnam
R.D., 2004, Ellaway A., 2004, Kawachi I. - Kim D. - Coutts
A. - Subramanian S.V., 2004) sia i neo-materialisti focalizzati
sulle ineguaglianze strutturali (Navarro V., 2004, Muntaner C.,
2004, Muntaner C. - Lynch J. W., 2002) 12. Condivisibile la
posizione di Vicente Navarro, il quale sostiene ad esempio che
la rilevanza del capitale sociale come determinante di salute sia
stata sovrastimata, tralasciando i fattori politico-economici correlati alla classe sociale e confondendo allinterno di una sola
definizione tradizioni politiche e modelli di assistenza sanitaria fra loro molto differenti (Navarro V., 2002). Solo apparenti
sono le somiglianze fra il comunitarismo, cos come si configura
negli Stati Uniti, e le politiche di stampo cristiano-democratico
diffusesi in Europa nel Secondo Dopoguerra, con la loro particolare enfasi attribuita alla famiglia secondo un modello naturalizzato e conforme alla morale cattolica quale asse portante
della coesione sociale e garante formale di diritti di cittadinanza. Una tale visione, secondo cui lo stato dovrebbe favorire la
coesione e linclusione sociale, eliminando i conflitti tra diversi
settori della societ, non considera infine la pi avanzata versione socialdemocratica del welfare dei paesi scandinavi, in cui lo
stato visto come il principale agente di redistribuzione della
ricchezza.
(c) Social networks. Lanalisi di configurazioni e scambi relativi
12. Le ipotesi materialiste sono interessanti quando riflettono criticamente sulle principali direttrici di economia politica della salute, vale a dire quando mostrano che la produzione delle disuguaglianze economiche e di classe
sono incorporate in differenti modi nella malattia (Navarro V. curatore, 2004,
Kaplan G. A. - Pamuk E. R. - Lynch J. W. - Cohen R. D. - Balfour J. L., 1996,
Lynch J.W. - Due P. - Muntaner C. - Davey Smith G., 2000, Lynch J. W.,
2000, Lynch J.W. - Davey Smith G. - Kaplan G.A. House E., 2000, Lynch
J.W. - Davey Smith G. - Hillemeier M. - Shaw M. - Raghunathan T. - Kaplan
G. A., 2001). Il loro limite dato talvolta dalla mancanza di adeguati strumenti interpretativi per i livelli specifici della esperienza del corpo e della malattia.
Proprio su questi aspetti il contributo della antropologia medica contemporanea determinante (Nguyen V.K. - Peschard K., 2003).

1. Capitale sociale e salute

39

alla salute e alle prestazioni di cura stata affinata in ricostruzioni dei legami fra individui, famiglie, reti amicali e di vicinato,
luoghi di lavoro, e stili di vita. Varie ricerche sui social networks hanno evidenziato come le informazioni per affrontare problemi sanitari siano accessibili in base alla posizione occupata
dagli attori nei reticoli e siano perci strettamente dipendenti
dai contesti e dalle loro trasformazioni storiche (Campbell C.,
2000, Campbell C. - Gillies P., 2001, Campbell C. - McLean
C., 2003). In particolare, questi approcci alla dinamica strutturale dei reticoli fanno spesso riferimento a progetti di promozione della salute affidati alle comunit (termine ricorrente
nelle raccomandazioni dellOrganizzazione mondiale della sanit per indicare le popolazioni locali), con politiche di coesione e dassistenza sociale volte a potenziare specifici networks.
La costruzione di legami interni ed esterni alle comunit, insieme allopportunit di unire differenti agenti servendosi di diverse fonti dinformazione, sono aspetti sottolineati nello studio
del collegamento fra coesione sociale e ineguaglianze di salute.
In proposito, una distinzione fondamentale riguarda le dimensioni riferibili a legami interni (bonding) e a quelli fra (bridging)
gruppi sociali (Adams J. - White M., 2003). In questa direzione,
studi recenti sulla salute hanno rilevato un modesto ruolo di
protezione da parte del capitale sociale sia bonding che bridging
(Kim D. - Subramanian S.V. - Kawachi I., 2006). Soprattutto
hanno evidenziato che i processi in questione sono dipendenti dalla struttura sociale e dalla natura degli scambi materiali
e simbolici, quindi non deducibili da misurazioni statistiche
applicate a grandi aggregati. Lanalisi dei reticoli ha messo in
evienza inoltre possibili conseguenze negative del capitale sociale: ad esempio, il fatto che la stessa forza dei legami di gruppo tenderebbe ad escludere laccesso di attori considerati estranei, un forte in group che si chiude rispetto allout group. Tra le
caratteristiche dei gruppi vi inoltre la richiesta di conformit:
un controllo sociale esercitato sui membri e, dunque, una limitazione dellautonomia e della libert individuale (uno dei costi
di una organizzazione sociale centrata sui legami forti) pu in-

40

Massimiliano Minelli

cidere negativamente sui progetti di prevenzione e promozione


sanitaria (Portes A., 1998).
Lo studio puntuale delle differenti configurazioni delle reti
mostra che il capitale sociale sarebbe prevalentemente da identificare con i vantaggi, nei termini dinformazione e di controllo,
derivanti dallessere in relazione con persone altrimenti disconnesse nella struttura sociale. In proposito, la teoria dei buchi
strutturali di Ronald S. Burt permette di dare un significato
operativo al concetto di capitale sociale. Nella sua pi concreta
applicazione, essa evidenzia chiaramente le opportunit derivanti dalla posizione occupata e dallattivit di brokerage in un
network con estensione e caratteristiche particolari (Burt R.S.,
1997: 340, Burt R.S., 2001). Seguire la gestione delle relazioni
e delle informazioni, da parte di specifici attori situati in una
rete, permette di rappresentare nel dettaglio le irregolarit dei
mercati reali fatti di gruppi di interesse, di reticoli variamente
interconnessi, di intervento pubblico e privato. Qui le disconnessioni e i cambiamenti di posizione incidono su formazione,
accumulazione e circolazione di capitali. Il problema quindi, da
questo punto di vista, non dato solo dagli eventuali vantaggi
economici e sociali derivabili da un certo capitale sociale, ma
da come il capitale sociale scaturisca da relazioni di potere attivate attraverso specifiche posizioni e configurazioni dei gruppi.
Andando a curiosare fra queste descrizioni molto tecniche si
scopre lutilit dellanalisi dei network nelletnografia dei gruppi dinteresse, dei membri dei consigli di amministrazione di
societ concorrenti in borsa, impegnati a scambiare informazioni con denaro e potere. La fama raggiunta da alcune lobbies
e gruppi di potere sulle pagine di cronaca giudiziaria dedicate
agli scandali che hanno investito la sanit in varie regioni italiane ce ne offrirebbero numerosi esempi.

1. Capitale sociale e salute

41

7. Competenza macchina - flusso


In questa ultima parte dellitinerario sulle modalit di valorizzazione della vita umana, in particolare nella sua peculiare dimensione relazionale, vorrei indicare una ulteriore linea di indagine.
Si tratta pi che altro di un invito a riflettere sul ruolo strategico
svolto dalla teoria del capitale umano nelle economie contemporanee e il modo in cui in essa il capitale sociale stabilmente
inserito.
In genere, le risorse derivanti da reti sociali, norme di reciprocit e virt civica vengono prevalentemente descritte come
un capitale collocato nella terra di mezzo fra capitale fisico e
capitale umano. Per certi versi, il capitale sociale acquisirebbe
valore solo se considerato, analogamente al capitale fisico e al
capitale umano, come un ingrediente della produttivit individuale e collettiva. Limmagine costruita da Putnam per evocare
questi ferri del mestiere particolarmente efficace: come un
cacciavite (capitale fisico) o listruzione universitaria (capitale
umano) possono aumentare la produttivit (sia individuale sia
collettiva), allo stesso modo agiscono pure i contatti sociali
(Putnam R., 2004 [2000]: 14).
Nel riprendere criticamente questo punto, in previsione di
possibili scenari futuri, dovrebbero essere considerati i campi
storico-sociali in cui si definiscono e circolano diverse forme di
capitale. Il quadro di riferimento costituito dalle ricerche sul
capitale umano e sulle sue componenti innate e acquisite. In tale
ambito la ricerca antropologica contemporanea sui processi di
capitalizzazione della vita umana incrocia la questione delle reti
con quella del bio-capitale, qui vanno esplorati meccanismi di
funzionamento, genealogie e trasformazioni di differenti tipologie di capitale.
Una pista in tale direzione stata indicata da Michel Foucault
nelle sue lezioni al Collge de France, del 1978-1979, dedicate
a una disamina delle teorie neoliberali relative al cosiddetto
capitale umano. In proposito, va ricordato che linteresse
di Foucault per le teorie neoliberali parte del suo pi am-

42

Massimiliano Minelli

pio tentativo di ricostruire attraverso quali procedure la Natura


divenga lipoderma indispensabile allesercizio della governamentalit (ibidem). Con lesame delle varie forme di capitale e
delle sue parti costitutive possibile infatti scoprire una certa
naturalit propria della stessa pratica di governo (Foucault
M., 2005 [2004]: 27).
Nellanalisi di Foucault, la pratica di governo implicita nel
progetto neoliberale ribalta il rapporto tra sovranit e fondamento naturale delle relazioni sociali, inserendo i principi
dello stato di diritto nellordine economico. Per questo motivo il nodo strategico del neoliberalismo diviene la teoria del
capitale umano, nella quale lattore principale il soggetto
produttore di s e dei propri redditi e non solo il socius degli
scambi economici ad alto contenuto dinteressi. Nella visione
neoliberale, le ripartizioni economiche e politiche delleredit
della persona (trasmissione, educazione, formazione, gerarchia)
sono ricondotte a pochi principi uniformabili della formazione
di ciascun individuo. Le caratteristiche individuali possono essere cos progressivamente considerate alienabili ed entrare in
flussi di scambi materiali e immateriali, in una gestione imprenditoriale di beni e servizi. Il potenziale della vita individuale
diventa alla fine un capitale umano di rischio incorporato. Allo
stesso tempo, la competenza del lavoratore si configura come
una macchina produttrice di flussi di reddito, con diverse intensit nel corso della sua vita.
La prima conseguenza di tale scomposizione del lavoro in
capitale e reddito che il capitale viene vincolato strettamente
alla persona del lavoratore e alle sue trasformazioni, al sostrato
materiale e vitale della sua stessa esistenza. Si viene cos a creare
una peculiare relazione biunivoca tra reddito e capitale, questa
volta inteso come ci che rende possibile un reddito futuro.
Ne consegue che, se da una parte il salario del lavoratore un
reddito prodotto dal rendimento di un capitale, dallaltra, inversamente, si chiamer capitale tutto ci che pu essere, in
un modo o nellaltro, fonte di redditi futuri (Foucault M.,
2005 [2004]: 184). In modo quasi paradossale, nella genealogia

1. Capitale sociale e salute

43

foucaltiana, il capitale umano diviene una specie di reddito


che accompagna le trasformazioni della persona, essendo sostanzialmente indissociabile dallindividuo considerato come
portatore di una competenza-macchina-flusso.
I meccanismi di formazione, incorporazione e distribuzione della competenza-macchina-flusso possono essere affrontati
distinguendo i processi costituitivi del capitale umano relativamente (a) alle sue parti acquisite, in primo luogo la formazione
e la competenza culturale, e (b) alle sue parti innate, cio dipendenti da caratteristiche biologiche e da eredit genetiche.
(a) Sulle parti acquisite del capitale umano. Per quanto concerne
i caratteri acquisiti, un ambito strategico costituito dai percorsi educativi volti a formare quella competenza-macchina-flusso, di cui parlava Foucault, necessaria a produrre un reddito.
In questo campo la nozione di capitale sociale, mostratasi di
particolare interesse per i sociologi dei sistemi educativi come
Bourdieu e Coleman, ha la peculiare caratteristica di concentrarsi su quella qualit creata fra le persone (il capitale sociale
inteso come conoscere le persone giuste nel posto giusto), che
completa i tratti culturali incorporati nelle persone attraverso
leducazione e lo sviluppo di attitudini individuali. Il capitale
sociale diventa, in altre parole, uno degli caratteri costitutivi del
capitale culturale incorporato nel corso della vita.
possibile oggi ricostruire gli usi variabili di questo capitale culturale incorporato nelle attuali trasformazioni del capitalismo cognitivo. Jean e John Comaroff sono recentemente
tornati a riflettere sullargomento, in un libro dove evidenziano
le conseguenze della cessione di sovranit alle corporations da
parte degli stati nazionali, nei processi di patrimonializzazione culturale e di rivendicazione identitaria (Comaroff J.L. Comaroff J., 2009). Con linstabilit dei mercati finanziari, la
crisi del debito sovrano degli stati-nazione e il rischio generalizzato dinsolvenza, la cessione di sovranit si configurata concretamente non solo attraverso la deregolamentazione finan-

44

Massimiliano Minelli

ziaria e ma anche attraverso inviti alla responsabilit sociale


rivolti a soggetti economici privati, in primo luogo le imprese.
Nello specifico, la subalternit degli stati rispetto al mercato ha
assunto una conformazione peculiare attraverso la combinazione di legislazione leggera (soft law) e di responsabilit sociale dellimpresa (corporate social responsibility). Il sociale
divenuto cos un campo economico ove pu trovare spazio
linvestimento privato, mentre le principali funzioni pubbliche
sono soggette a rinegoziazioni fra gli stati e i pi grandi settori
imprenditoriali multinazionali. In questa dinamica strutturale
trans-nazionale, secondo i Comaroff, le competenze specifiche
dellimpresa sociale entrerebbero in contatto con il volontarismo neoliberale inscritto negli agenti umani che possiedono e
commercializzano le loro abilit, le loro eredit, il loro capitale
incorporato (Comaroff J.L. - Comaroff J., 2009: 130). Nel
quadro internazionale, il lavoro sociale e lintervento umanitario tenderebbero cos a combinarsi, attingendo alla dimensione incorporata del capitale umano, soprattutto nella gestione
delle emergenze delegata a organizzazioni non governative.
Nellamministrazione ordinaria della questione sociale, daltro
canto, il pubblico, chiamato localmente a governare il meno
possibile, si appoggerebbe piuttosto a un diffuso auto-controllo professionale e a una sorveglianza caritatevole incorporate
nelle relazioni di cura. Questo quanto ha cercato di mostrare Andrea Muehlebach in una ricerca etnografica sul welfare
di Regione Lombardia, evidenziando come utopie di destra e
solidariet della vecchia sinistra si combinano in un unico ordine morale (Muehlebach A., 2011). Nella sua analisi, il lavoro del privato sociale tenderebbe e a svilupparsi dentro le
negoziazioni in atto fra stato e mercato dei servizi, accompagnando almeno formalmente lo spostamento di responsabilit
del lavoro di cura: dalle donne, viste riduttivamente come le
tradizionali responsabili dello spazio domestico e familiare, ai
pensionati e ai giovani disoccupati (la cosiddetta popolazione

1. Capitale sociale e salute

45

passiva) da impiegare nel terzo settore13. La tesi di Muehlebach


che unanomala sfera pubblica basata sulla condivisione
della sofferenza e dei doveri si sostituisce cos a quella dei
diritti universali, mentre le ineguaglianze, anzich essere superate, diventano strumento per far funzionare lo scambio sociale.
Il lavoro, a basso costo o non retribuito, fondato sui buoni
sentimenti (fiducia, reciprocit, generosit) diviene essenziale
garante di un contratto sociale per una societ sostanzialmente
disarticolata. In modo pervasivo e quasi impercettibile, il lavoro
di cura non salariato, insieme al capitale culturale incorporato
su cui si fonda, diviene atto esemplare di cittadinanza ed la
partecipazione non retribuita dei cittadini in azioni volontarie
affettive a essere considerata la chiave per la stabilit sociale
(Muehlebach A., 2011: 67). Robert Castel ha offerto il quadro
di riferimento generale in cui collocare questi nuovi modi di
contrattazione e di trattamento localizzato dei problemi, che
hanno operato una complessiva metamorfosi della questione
sociale (Castel R., 1995). In un processo di frammentazione
dei rapporti sociali, che investe massicciamente larticolazione
dei collettivi, il consumo di prestazioni e servizi individualizza i
percorsi dei cittadini, anche se ne unifica i destini proprio perch condizione di socialit diffusa e standardizzante (Castel
R., 1995: 757).
(b) Sulle parti innate del capitale umano. Come si detto, il capitale umano il risultato di una combinazione di abilit acquisite
e caratteri biologici innati. Ne consegue che se, per certi versi,
il capitale sociale pu essere considerato come una delle parti
acquisite del capitale umano, per altri esso non dovrebbe essere separato dal resto delle componenti innate, giacch come
aveva intuito Foucault con lo sviluppo della ricerca e della
13. Sulla situazione del terzo settore in Italia si pu vedere Cartocci R.
- Maconi F. curatori, 2006. Questo settore del lavoro immateriale, con alto
contenuto cognitivo e affettivo, caratterizzato da specifici usi del capitale
umano nella sfera pubblica.

46

Massimiliano Minelli

industria biomedica il materiale biologico destinato a divenire uno dei principali oggetti di contesa e di sviluppo di nuove
forme di socialit.
Oggi sempre pi evidente il modo in cui la capitalizzazione
del bios nelle reti tecno-scientifiche e finanziare transnazionali
definisce unarea intermedia fra vita umana, bioscienze e socialit. In questo ambito problematico, si profilano gli scenari
contemporanei in cui i ricercatori sociali studiano le contese
attorno al bio-capitale e alle forme emergenti del sociale. Qui
Paul Rabinow ha individuato la biosocialit che si sviluppa, ad
esempio, quando un gruppo di utenti e familiari definiti attraverso lo screening genetico come portatori di una malattia, si
riuniscono per scambiare esperienze, fare lobby, programmare
leducazione dei figli, trasformare gli spazi abitativi e le scelte di
vita (Rabinow P., 1996: 102). Si tratta di relazioni e attivit di
persone concrete che spesso oltrepassano confini e violano interdetti, soprattutto quando sono personalmente impegnate ad
affrontare la malattia e la sofferenza. infatti negli itinerari terapeutici dei pazienti che si possono scorgere da un lato i punti
di accesso alle contraddizioni celate nella prassi burocratizzata
dei servizi, dallaltro i canali di comunicazione (spesso custoditi
da relazioni informali caratterizzate da una certa riservatezza)
tra sfere mantenute normativamente separate e distinte nella
biomedicina. In tale direzione, gli antropologi che si occupano
di malattia sono chiamati a interrogare oggetti, pratiche e discorsi, nella loro sfaccettata conformazione relazionale, lungo
una linea di contaminazione quotidiana tra biologico e sociale.

9. Bioeconomia e biocapitali
Nellaumento degli investimenti alla ricerca sulle biotecnologie
e la genomica, oggi possibile scorgere un nuovo terreno di
contese e di affermazioni politiche costituito dalla bio-economia, da intendere come un dispositivo di capitalizzazione della

1. Capitale sociale e salute

47

vitalit (Sunder R.K., 2006). Tale processo si lega ad una nuova concentrazione di risorse nella ricerca sulla vita. Com noto
la medicina e la biologia, in particolare nella fase dello sviluppo
della ricerca molecolare, richiedono alti investimenti di capitale
di rischio privato, affinch la riconfigurazione complessiva delle
attivit economiche possa catturare il valore latente nei processi biologici e nelle bio-risorse rinnovabili (Rose N., 2008
[2007]: 47). Gli esseri umani, come mostra nelle sue indagini
Nicolas Rose, sono cos soggetti a un rimodellamento della loro
pi intima natura, allinterno di una economia politica della
vita basata sul valore estratto dalle propriet dei processi viventi (Rose N., 2008 [2007]: 46). In questi casi si parla prevalentemente di bio-capitali.
Negli ultimi due decenni, si potuto vedere come il riconoscimento e la manipolazione del corredo genetico costituiscano
un ambito cruciale dellintervento sulla parte innata del capitale
umano. Gli studi sociali e storici delle bio-scienze hanno evidenziato, nel settore della procreazione assistita, nuove costanti
interazioni fra componenti genetiche della valorizzazione nello
scambio di mercato e proliferazione di network tecno-politici
(Franklin S., 2006). Nellambito degli science studies, molteplici ricerche hanno reso disponibili nuove descrizioni e interpretazioni che mettono in gioco oggetti di natura mista (ibridi
e cyborgs), fabbricati in reti operative, collettive e discorsive
attraverso la circolazione di materiali genetici e biologici (Ong
A. - Collier S.J., 2005). La tecnologia necessaria a gestire e
a far circolare informazione proveniente dagli esseri viventi
molto costosa e occupa un posto strategico nella realt politicoeconomica costruita sulla genetica.
I processi storici co-implicati e le interazioni fra assetti istituzionali e produzione di conoscenza biomedica sono particolarmente complessi. Un esempio di tale complessit offerto
dal dettagliato resoconto che Andrew Lakoff ha fatto della
collaborazione, iniziata nel 1997, fra la Genset-genomics e il
Dipartimento di psicopatologia di un ospedale pubblico di
Buenos Aires, finalizzata alla raccolta e alla mappatura del Dna

48

Massimiliano Minelli

proveniente da pazienti affetti da disturbo bipolare (Lakoff


A., 2005). Lipotesi della Genset era che markers di variazione
genetica potessero essere statisticamente correlabili con unalta
vulnerabilit al disturbo bipolare. La ricostruzione di Lakoff
su quanto avvenuto negli anni seguenti mostra che sono indispensabili tecnologie, classificazioni e istituzioni per stabilizzare
gli elementi circolanti nella rete fatta di sperimentazione, brevetti e commercializzazione di sequenze genetiche. La sua analisi evidenzia inoltre come tutto il circuito di interazioni poggi
sulla ridefinizione di alcune dinamiche sociali di cui svaniscono le tracce ai livelli pi astratti degli scambi , in particolare sulla comunicazione e sulla plasmazione dellesperienza del
malato, nellincontro clinico fra psichiatra e paziente. Queste
interazioni nel vivo della pratica quotidiana delle bioscienze, tra esami diagnostici, prelievi e ricerche epidemiologiche
sono sempre irriducibilmente locali. Ci accade anche se, alla
fine di un processo di produzione medica e clinica, le risorse
in gioco sono rese fluide, marcate e scambiabili in un mercato
globalizzato, nel quale circolano informazioni sul Dna di intere
popolazioni stoccate e gestite per mezzo di archivi informatici.
Un mercato dove la validit apparentemente universale della
conoscenza biomedica deve essere forgiata, materialmente e discorsivamente, per mezzo della standardizzazione della pratica,
attraverso molteplici domini (Lakoff A., 2005: 20).
Liquidit il termine che Lakoff riprende dal lessico della
finanza per analizzare la costruzione delle illness populations
al fine di far circolare informazioni e valore monetario sul Dna
dei pazienti. Scrive Lakoff: per essere trasferibile liquido
un asset deve perdere la sua specificit e localit. Il processo di
astrazione del valore di scambio avviene attraverso una classificazione tecnica in cui la diagnosi produce equivalenza appoggiandosi su convezioni in grado di inserire nel medesimo spazio
di misurazione le storie di vita e le esperienze biografiche dei
pazienti (Lakoff A., 2005: 21). Nel processo di reificazione
del dato statistico i partecipanti alla sperimentazione mutano
la propria presenza, al cambiare delle categorie in cui vengono

1. Capitale sociale e salute

49

di volta in volta inseriti: il gruppo emergente diviene alternativamente una popolazione epidemiologica, un segmento di
mercato e una comunit di identit auto-attribuite (Lakoff
A., 2005: 22).
Lo sviluppo, la gestione e linvestimento del bio-capitale
sono possibili quando aumenta la possibilit di processare cellule, tessuti e organi umani, come strumenti terapeutici e farmacologici. Perch questo accada, ovvero perch un bio-valore
venga inserito nel processo di reificazione e mercificazione, la
parte del corpo oggetto di transazioni deve perdere i tratti di
individualit, indivisibilit e riconoscibilit, negando il continuo lavoro necessario per tenere in vita i corpi tecno-scientifici
materiali e semiotici (Haraway D.J., 2000 [1997]: 200). Ne
discende che, entro lo scambio di mercato, il processo di valorizzazione del materiale biologico (quale parte costitutiva del
cosiddetto capitale umano) procede nella direzione opposta a
quella della valorizzazione del legame sociale (la rete relazionale riconducibile al cosiddetto capitale sociale) e potenzialmente distrugge la possibilit umana di affiliazione quale risultato
dello scambio (Lock M. - Nguyen V.K., 2011: 211). Esso tende inoltre a occultare il processo di produzione delle relazioni
biosociali con tutte le sue articolazioni socio-naturali fra i diversi agenti umani e non-umani co-implicati (ricercatori, pazienti,
dispositivi, macchine, embrioni, cellule vegetali) (Latour
B., 1995 [1991]). In questa direzione, piuttosto che separare le
reti sociali da quelle delle bio-scienze e della bio-economia,
urgente concentrare lattenzione sulle loro attuali interconnessioni, provando a evidenziare i processi di naturalizzazione del
corpo e di reificazione dei legami umani.
10. Conclusioni
Alla fine del percorso qui proposto, si vede come il capitale
sociale circoli non come un oggetto che abbia unautonomia
derivante da specifiche caratteristiche, ma perch si presta a es-

50

Massimiliano Minelli

sere spostato rapidamente allinterno delle tecnologie gestionali


e, ricombinato in vario modo, nella governance degli apparati
tecno-scientifici e amministrativi. Si tratta di risorse, definite
come locali e contestuali, ma fatte circolare, nellepoca dei tagli
drastici al welfare, in reti nazionali e transnazionali di dati e
dinformazioni in cui il confine fra biologico e sociale rinegoziato e ridefinito.
Le situazioni reali sono peraltro pi complicate e interessanti di quanto generici riferimenti alla virt civica lascino immaginare. Losservazione diretta e intensiva porta spesso a scoprire come nella prassi quotidiana i cittadini-utenti combinino
sapientemente il piano biomedico con quello politico, mobilitando di volta in volta capitali biologici, economici, culturali e
sociali. Nelle scene concrete della pratica sociale i protagonisti
della costruzione, stabilizzazione, circolazione del capitale sociale sono broker culturali spesso abili nellintervenire, oltre
che in quelli che chiameremmo, con Burt, buchi strutturali delle comunit di appartenenza, anche nello scambio istituzionale e nel dibattito pubblico. Si capisce perci come il capitale
sociale possa essere stato rapidamente incluso nel vocabolario
dei rappresentanti di gruppi di interesse i quali hanno ben compreso come lo scambio economico e politico in cui coinvolto
il terzo settore fosse collegato a risorse non direttamente monetizzabili ma politicamente vantaggiose14. A questo andamento
va affiancato il riconoscimento dellautonomia degli agenti nel
campo biomedico e della loro capacit di auto-organizzazione
e partecipazione politica. La combinazione oculata di cultural
brokerage e di gestione di competenze incorporate, acquisite e
innate, del capitale umano, rappresenta un tratto caratterizzan14. Se il termine per indicare tali risorse comunitarie con un corrispettivo
economico capitale, allora diviene utile inserire tale termine nei progetti
da presentare alle amministrazioni pubbliche integrando i previsti tagli alla
spesa, ne scaturisce una tessitura fine di rapporti sociali e al contempo una
concreta traduzione di reti e di forme di cooperazione in un linguaggio amministrativo. In questo modo, le organizzazioni pi radicate nei territori diventano poi attori nel mercato interno delle amministrazioni pubbliche.

1. Capitale sociale e salute

51

te le strategie anche molto complesse di soggetti che investono


nel capitale sociale. Proprio in questa direzione unetnografia
della prassi amministrativa e delle policies locali potrebbe occuparsi con un rinnovato interesse di quelle azioni che gli attori
adottano in campi di scelta limitati con differenti profili di razionalit strategica15.
Se si vuole, per cos dire, prendere sul serio la metafora del
capitale si pu allora provare a collocare le definizioni dei legami sociali entro networks di pratiche e strategie di valorizzazione centrate su tre aspetti: le componenti della persona umana, i
processi di scambio finanziario, la ricerca in campo biomedico.
infatti particolarmente importante fare attenzione ai meccanismi di scambio e circolazione dei differenti capitali, per evitare lillusione prospettica di un capitale sociale visto come risorsa indissolubilmente legata ai territori e alle cosiddette identit
locali16. A tale scopo, si dovrebbero rispettivamente: (a) distinguere i vari piani e i processi di accumulazione e distribuzione
delle risorse indissociabili dalla vita umana, (b) capire come, nei
termini di Bourdieu, un capitale si trasforma in un altro nello
specifico campo della medicina e della salute, (c) vedere infine
come il capitale sociale venga istituzionalizzato e come i vari
soggetti si riconoscano con azioni di accreditamento un titolo di
nobilt per agire nella solidariet e nella sussidiariet.
Il capitale sociale appare in definitiva come un Giano bifronte (Narotzky S., 2007) e agisce come un dispositivo di governance che unifica in alto quello che spera di riconoscere nella
parte bassa della scala sociale. Il suo carattere ambivalente
per lesito di un peculiare processo di alienazione e feticismo,
analogo a quello subito dalla merce nellanalisi marxiana (e ripreso da Taussig allinizio di questo testo). Leffetto del feticcio,
potere emanato dalla cosa, infatti ottenuto attraverso la circolazione delle componenti dei capitali e le loro trasformazioni
15. Si veda Piselli F. curatore, 2001, Gribaudi M., 1996.
16. Una direzione percorsa in una curiosa caccia la tesoro del capitale
sociale (Cartocci R., 2007).

52

Massimiliano Minelli

continue, mostrando cos un aspetto interessante del potere incantatorio che la merce esprime attraverso il suo movimento. Il
capitale sociale, alla fine di questo percorso, svela la sua natura
reificata e mostra come una parte acquisita del capitale umano
possa contenere larcano dei processi di produzione e accumulazione delle forme emergenti di umanit e di socialit.

Andrea Caprara

2. Contagio

1. Simpatia e analogia
Nel 1546 Girolamo Fracastoro pubblica il trattato De contagionibus et contagionis morbis et eorum curatione nel quale distingue tre forme di contagio: quella che agisce per semplice contatto, quella che opera per contatto indiretto attraverso sostanze
infettive e quella che agisce per trasmissione a distanza. Si tratta
della prima grande opera sul contagio, le cui basi concettuali
lo stesso Fracastoro spiegher in un altro libro, De sympathia
et antipathia rerum (G. Fracastoro, 1968 [1546]). Durante il
Rinascimento, quattro elementi fondamentali costituivano lepisteme che forniva la chiave di lettura delle relazioni che si
instaurano tra elementi apparentemente diversi tra loro: convenientia, aemulatio, analogia e simpatia. Fino alla fine del XVI
secolo, avevano un ruolo chiave nellesegesi dei testi, nellinterpretazione e nella rappresentazione del mondo (Foucault
M., 1966 [1967]). Queste quattro forme di pensiero permettevano una interpretazione dei segni delluniverso mettendo in
relazione elementi apparentemente diversi tra loro, in base a
somiglianze di colore, forma o posizione, stabilendo relazioni
tra il corpo umano, luniverso, le piante, gli animali e le cose.
Secondo Foucault, il potere della simpatia consiste nel rendere
la persona o la cosa simile a quello da cui viene colpito: essa
pu nascere da un solo contatto come quelle rose di lutto di cui
ci si sar serviti durante il funerale, che, con la semplice vicinanza della morte, renderanno chiunque ne respiri il profumo
triste e moribondo (...) Essa altera ma nella direzione delli-

54

Andrea Caprara

dentico (...)1 (cit. in Foucault M., 1966 [1967]: 38-39). La


simpatia genera movimento e, a causa dellattrazione delle cose
tra loro, rende possibile lesistenza del suo contrario - lantipatia
-, che permette alle cose, agli animali e alle piante di rimanere
separati e di mantenere, opponendosi, la loro individualit.
Frazer, nel suo famoso libro Il ramo doro, presenta un insieme interessante di dati etnografici sulla trasmissione delle malattie tra gli esseri umani, gli animali e le piante (Frazer J., 1973
[1911-15]). Gli esempi che lAutore considera, sia nel contesto
europeo che in altre aree culturali, indicano la presenza di simboli, segni ed elementi naturali che sono direttamente legati alla
trasmissione della malattia e che mutano secondo il contesto
culturale preso in considerazione.
Frazer segnala, ad esempio, lesistenza di una pratica, diffusa
nello Cheshire, e riguardante la maniera di curare le verruche:
bisognava sfregare le verruche con un pezzetto di lardo, fare
una piccola incisione nella scorza di un frassino ed inserirvi il
pezzetto di lardo. Le verruche sarebbero scomparse mentre
lalbero si sarebbe coperto via via di nodosit. Il passaggio della
malattia si compiva tra gli esseri umani e il mondo vegetale attraverso lanalogia, la somiglianza tra la forma delle verruche e
le nodosit dellalbero.
Sono numerosi gli esempi che si riferiscono a forme di collegamento tra elementi naturali e simbolici. In particolare, in
caso di malattia, il suo passaggio da un individuo malato ad un
individuo sano pu produrre la guarigione dellindividuo malato portando alla rovina dellaltro. Il meccanismo non funziona
soltanto tra persone ma anche tra gli esseri umani e gli animali,
le piante ed alcune figure simboliche.
Il contatto tra due realt, pianta, animale o essere umano,
si stabilisce intorno ad un elemento mediatore. Questo schema presenta anche unaltra particolarit: il meccanismo di trasmissione si realizza soltanto nel contesto ove esista una precisa
1. Tutte le citazioni in lingua straniera sono state tradotte dallautore, ove
non altrimenti indicato.

2. Contagio

55

relazione tra colui che trasmette la malattia e quello che ne


colpito.
Uno dei pi importanti contributi di Frazer costituito dal
fatto che egli ha definito i due principi associativi che spiegherebbero il pensiero magico: il principio di analogia o di rassomiglianza e il principio di contagio o di contiguit (Tambiah
S. J., 1990 [1993]). Frazer ha suddiviso i principi sui quali si
fondano i sistemi magici in due principali categorie: la magia
simpatica e la magia contagiosa anche se, secondo Tambiah, era
cosciente che, in pratica, cera un parziale accavallamento dei
due (Tambiah S.J., 1990 [1993]). Questi due principi sono stati
considerati da Frazer come le caratteristiche fondamentali del
pensiero magico. Frazer ha cercato anche di identificare gli elementi di base del pensiero magico e del pensiero razionale e di
porli in una prospettiva storica. In maniera tipica degli schemi
evoluzionisti e lineari, egli considera che il pensiero magico preceda il pensiero religioso che, a sua volta, spodestato dallaffermazione del pensiero scientifico. Sul piano storico, queste
tre forme di pensiero si susseguirebbero una dopo laltra.
Il tentativo di Frazer di definire e separare gli elementi del
pensiero magico da quelli del pensiero razionale ha subito gli
attacchi di numerose critiche, una delle pi dure tra queste
stata quella di Wittgenstein. Allopposto di Frazer, Wittgenstein
cerca di mostrare come, in realt, elementi del pensiero magico
appartengano a tutte le societ umane e come degli esseri detti
civilizzati siano, nella loro costituzione logica e culturale, simili ai popoli selvaggi (Wittgenstein L., 1975 [1967]).
Nelle sue note critiche al Ramo doro, Wittgenstein si richiama ad una forma di pensiero comune a tutti gli esseri umani
e che associa continuamente la ragione e limmaginario. Una
tale forma di pensiero caratterizzata da strutture di simbolizzazione che erano familiari a Saussure e agli Strutturalisti, la
metafora e la metonimia, e che Wittgenstein considerava come
arbitrarie e convenzionali ma anche cariche di senso e razionali.
Nel pensiero umano qualunque cosa pu essere scelta e mantenuta per rappresentarne unaltra, anche entit diverse possono

56

Andrea Caprara

essere utilizzate per rappresentare una unica e medesima cosa


(Tambiah S.J., 1990 [1993]). Per Wittgenstein quindi, luomo
civilizzato ha la stessa tendenza a simbolizzare e ritualizzare
delluomo primitivo. Questo sforzo per identificare certe forme
universali di pensiero tuttavia accompagnato dalla consapevolezza della diversit di culture complesse che si sono formate
storicamente. In particolare, Wittgenstein sottolinea limpossibilit di paragonare quello che non paragonabile, come fanno,
ad esempio, coloro che traducono le rappresentazioni di certi
popoli nelle categorie del pensiero occidentale.
Il pensiero analogico rimane in ogni caso il modello esplicativo fondamentale che permette di comprendere e di interpretare la trasmissione della malattia in numerose societ.
questa una delle pi importanti conclusioni di un articolo di
Perrin sulla nozione di contagio presso i Guajiro (Perrin M.,
1985). Questo autore introduce un altro concetto analitico che
mi sembra importante per spiegare la trasmissione della malattia: si tratta del concetto di contaminazione. Due particolari caratteristiche la differenziano dal contagio: per prima cosa
il suo stretto legame con il concetto di impurit e, in seguito,
la sua diffusione generalizzata a partire da un agente infettivo che pu essere un animale o un oggetto. LAutore ricorda
che i Guajiro distinguono principalmente tre tipi di malattie
trasmesse per contaminazione: quelle che provengono da un
animale, quelle provocate dal contatto con le ossa di un uomo
morto e, infine, quelle provocate dal corpo di un uomo morto
assassinato. Nel caso degli animali bisogna notare che soltanto
alcuni di essi hanno il potere di contaminare gli uomini, in particolare i bambini. Una parte di questi animali contaminano
perch mangiano i raccolti oppure resti di cibo (ibidem: 105).
Per curare un bambino contaminato quindi necessario uccidere lanimale ed incorporarlo simbolicamente nel corpo del
bambino per bocca o per inalazione. Lanimale vivo provoca
la malattia, morto permette la cura del bambino malato. Altri
animali possono provocare la malattia semplicemente perch
la forma o il colore dellanimale simile ad uno o allaltro dei

2. Contagio

57

sintomi della malattia medesima. Le differenze interpretative


che variano secondo i contesti culturali specifici (contesti diversi prendono in considerazione animali diversi) testimoniano
tuttavia la presenza di una matrice globale comune che si basa
soprattutto sullassociazione analogica.
2. Empirismo e associazioni metaforiche
Sarebbe un errore per ritenere che il pensiero ed i comportamenti riguardanti il contagio in diverse culture, sia basato sul
solo pensiero analogico (Caprara A., 2001). Questo costituisce
incontestabilmente una componente importante del pensiero
umano presso tutti i popoli, ma losservazione dei fatti e lempirismo giocano ovunque un ruolo senza dubbio altrettanto fondamentale. Talvolta le associazioni metaforiche svolgono una
funzione puramente convenzionale, mentre invece losservazione minuziosa della realt che permette di dare un senso agli
avvenimenti. Osservazione ed empirismo permettono, in molti
casi, di precisare le cause di malattia. La presenza di due persone con la stessa sintomatologia, dopo che vi sia stato contatto
tra di loro, porta a considerare contagiosa la malattia poich si
trasmessa dalluna allaltra. Le epidemie hanno sicuramente
costituito un terreno di osservazione capitale per stabilire certe
interpretazioni relativamente alle cause delle malattie, ma il fatto che una parte soltanto e non tutte le persone siano colpite da
una malattia durante il contagio ha creato dovunque un limite
allutilizzazione del concetto di trasmissione. Per quanto riguarda, ad esempio, la storia europea e pi particolarmente italiana
del XVII secolo, Cipolla ha studiato il caso di un medico di
Prato durante una epidemia di tifo, il quale affermava che non
cerano prove evidenti del contagio perch nessuno, tra gli altri malati e gli infermieri dellospedale, aveva mostrato sintomi
della malattia nonostante frequenti contatti coi malati che soffrivano di tifo (Cipolla C. M., 1989). La questione dellosservazione diretta e dellesperienza concreta porta ad interrogarci

58

Andrea Caprara

sulla funzione del sapere empirico nella costruzione dei sistemi


di sapere e di significato.
Gilles Bibeau, nel suo saggio Entre sens et sens commun, ci
invita a riflettere sulle componenti metaforiche e sperimentaliste
del pensiero umano (Bibeau G., 1992). Egli sottolinea che si tratta di articolare il sapere e il significato: La ricerca del significato
e lattribuzione di senso costituiscono il percorso fondamentale
che caratterizza le culture umane, percorso che inscrive il senso
fino nel cuore delle classificazioni e della messa in ordine empirica del mondo operata dal senso comune (Bibeau G., 1992:
89). Bibeau riafferma il ruolo chiave che lesperienza comune
svolge nella costruzione di ogni sapere: il senso comune presenta
un carattere pratico e coincide largamente con quel che si traduce generalmente nei termini di saggezza popolare. Una prima
esperienza del mondo permette a tutti gli esseri umani che sono
dotati degli stessi organi di percezione2 di concepire ad un livello
elementare il reale, ad esempio sulla base dei tratti esteriori delle
piante e degli animali, ad un secondo livello essi costruiscono le
categorie e le classificazioni in riferimento ai loro valori e sistemi
di rappresentazione. Bibeau riassume cos la sua prospettiva: La
costruzione culturale della realt nei gruppi umani ed anche la
loro teoria del significato possono essere comprese appieno soltanto se lantropologo procede, nelle sue analisi, ad una doppia
lettura complementare dei codici culturali: da un lato quella che
pi vicina ad una interpretazione centrata sulle produzioni del
senso comune e delle percezioni sensoriali, dallaltro quella
ispirata dallantropologia interpretativa alla maniera di Geertz,
Tambiah o dei semiologi post-saussuriani che tendono a scoprire
il senso dei codici di secondo livello. Ogni lavoro antropologico
implica dunque il ricorso ad una doppia ermeneutica capace di
rendere al tempo stesso il senso comune e il sistema di segni la
cui congiunzione genera la struttura del senso originale di ogni
cultura (Bibeau G., 1988: 26).
3. Contagio, trasgressione ed esclusione sociale
2. A questo riguardo vedi i lavori di Atran (Atran S., 1986).

2. Contagio

59

Una componente che si potrebbe definire universale nellinterpretazione della malattia considera questultima come il
prodotto di una trasgressione, come una infrazione a certe regole o leggi precise stabilite dalla societ (Hritier-Aug F.,
1992). La trasgressione pu essere di tipo religioso e provoca
una malattia considerata come una punizione divina, oppure
di tipo sociale attraverso linfrazione di regole comuni, come,
ad esempio, la rottura del legame con gli antenati. Allinizio vi
una trasgressione, un errore dellindividuo o del gruppo nei
confronti di una norma collettiva. Perfino oggi, nella societ
occidentale, che sempre pi retta dalle scoperte scientifiche,
spesso la malattia ancora considerata il risultato della infrazione a certe regole sociali, che variano da una comunit allaltra e
secondo epoca e luogo (Ruffi J. - Sournia J.C., 1985 [1984]).
Il consumo di alcool, di tabacco, vengono appunto considerati
come inosservanze alle regole definite di prevenzione e possono
indurre lapparizione di diverse patologie. Nella nostra societ
si sarebbe colpiti dallAids perch alcune persone andrebbero
contro regole sociali e morali. tuttavia necessario aggiungere
che allinterno di questo paradigma il caso e la probabilit svolgono un ruolo molto importante, perch inscrivono il futuro
del malato nellimprevedibile.
Ogni malattia trasmissibile si comprende soltanto se inserita in un tessuto sociale, poich essa mette in causa i rapporti
dinamici esistenti tra gli individui di un gruppo. Il rischio di
contagio e i meccanismi attraverso i quali si effettua la trasmissione contribuiscono alla costruzione sociale della malattia e
provocano, inevitabilmente, comportamenti che tendono a separare il malato dalla societ attraverso il rifiuto o lisolamento3.
Alcune malattie, ad esempio, come la lebbra, la tubercolosi o
lAids conferiscono subito al malato uno stigma che influenza
i suoi rapporti con la societ: generalmente la percezione del
rischio che genera accettazione o rifiuto, anche nel caso in cui
3. Vedi a questo proposito il volume curato in Francia da un gruppo di
storici della medicina (Bardet J.P. et al., (curatori), 1988).

60

Andrea Caprara

lesatta identificazione del rischio, come per la lebbra, rimanga


relativamente imprecisa (Volinn I.J., 1989). Lindeterminatezza
o lambiguit che contribuiscono alla definizione dello stigma associato alla malattia sono state descritte molto bene da
Erwin Goffman (Goffman E., 1983 [1963]). Prendiamo, a titolo desempio, il caso descritto da Dennis Mull che tratta della
verifica di un programma di controllo della lebbra in Pakistan
(Mull D., 1989): il trenta per cento dei pazienti in cura aveva
abbandonato il programma, la motivazione principale di questo
abbandono era il fatto che essi negavano la malattia. La ricerca
ha rivelato che la paura di essere esclusi dalla societ o di perdere il loro lavoro o ancora limpossibilit di sposarsi li aveva
spinti a negare la loro malattia.
I numerosi casi di esclusione dei lebbrosi costituiscono altrettanti esempi probanti in diversi contesti culturali.
Effettivamente le interpretazioni religiose di questa malattia,
che tipicamente identificata come una punizione divina, ne
fanno ancor pi delle altre una vera malattia-stigma. Questi
esempi mostrano quanto sia importante lo studio della percezione che i malati hanno della propria malattia, come vi si adattino o cerchino forme di destigmatizzazione.
Le rappresentazioni sociali delle malattie incorporano i valori ed i giudizi di una collettivit e traducono i rapporti degli individui tra loro e al tempo stesso di questi con la societ.
Lanalisi culturale e storica di significati, immagini, metafore
costruite a partire dalle malattie, in particolare la tubercolosi
o il cancro, ci permetter di risalire ai valori, ai simboli e alle
regole della societ.
Susan Sontag ha reso popolare negli anni Settanta una prospettiva importante nellanalisi della malattia, quella che la considera come una metafora (Sontag S., 1979 [1977]). Il malato
e la malattia permettono di leggere indirettamente la societ e
il posto che vi occupa lindividuo: cos, ad esempio, la reazione
di una popolazione di fronte ad una malattia pu essere vista
come un atto di difesa che si esprime attraverso lesclusione
della persona malata. Questo rifiuto, questa esclusione manife-

2. Contagio

61

stano pubblicamente una pi fondamentale interruzione della


comunicazione per mezzo della distanza fisica, visiva, spaziale
e verbale. Tali reazioni, secondo Sontag, sarebbero il risultato
di interpretazioni multiple della malattia che sono cariche di
contenuti e significati morali.
Sontag si opposta a queste interpretazioni cercando di
smascherarne il senso nascosto e invitando gli individui a liberarsene. Soltanto la scienza medica, pi chiara e precisa, potrebbe, secondo lei, aiutarci a liberarci di queste strutture simboliche che si sono messe in atto intorno alla malattia. Ma ci si
pu realmente liberare di questo immaginario collettivo che si
storicamente costruito? vero poi che la medicina potrebbe liberarcene? Non ha invece contribuito anchessa alla loro
elaborazione? Se alcune scoperte scientifiche hanno indubbiamente contribuito a chiarire alcuni aspetti del campo eziologico
e nosografico, resta pur vero che una parte consistente della
medicina continua ad essere rituale e religiosa e mantiene
vive numerose metafore.
necessario includere lesperienza della malattia intesa
come illness4 nel processo di diagnosi e nella presa di decisioni.
Parallelamente, tuttavia, necessario combattere, come sottolinea Sontag, laspetto pi pernicioso della malattia, quello legato
alla sua trasmissione nella misura in cui questultima genera la
tendenza ad escludere il malato dalla societ, processo che
stato ritualizzato con la comparsa dellAids.
In effetti, le societ tradizionali definiscono le malattie
contagiose in opposizione alle malattie non contagiose per mezzo di criteri eziologici molto diversi da quelli individuati nel
paradigma occidentale. Tali criteri rinviano non soltanto ad un
asse causale, ma anche ad altri codici, simbolico, corporeo e
sintomatologico che formano modelli di tipo multi-assiale (G.
4. Mi riferisco in particolare ai concetti di disease e illness e elaborati
da Eisenberg (Eisenberg L., 1977) e al modello esplicativo di A. Kleinman
(Kleinman A., 1980). In questa prospettiva per illness si intende la malattia
percepita e vissuta dal malato.

62

Andrea Caprara

Bibeau, 1981). Un esempio fornito da Morton Beiser fa un po


di luce su questa questione. I Srre del Senegal distinguono
due forme di crisi epilettica: la prima chiamata Dof e non
considerata contagiosa mentre laltra, M-Befedin, anche se presenta la stessa sintomatologia, invece considerata contagiosa.
La differenza dovuta alla presenza, nel secondo caso, di saliva
nella bocca del malato durante la crisi (Beiser M., 1985). La saliva nella bocca acquista in questo caso un valore simbolico che
permette di definire la contagiosit della malattia e di cambiare
il quadro concettuale di riferimento. Questo esempio mostra
bene come un approccio interpretativo permetta di comprendere i codici che differenziano una malattia trasmissibile da
quelle che non lo sono: sar infatti unanalisi del ruolo simbolico della saliva, del suo valore in quanto segno e del suo rapporto
con altri codici culturali (concezioni del corpo, dellambiente,
rapporto tra i sessi, esistenza di regole sociali ecc.) che aiuter
a capire come una malattia assuma tutto il suo significato sul
piano concettuale e pratico.
Lo studio delle concezioni e delle pratiche relative alla trasmissione costringe il ricercatore a compiere, in una prospettiva
sociologica, una analisi dei processi di interazione tra gli individui. Questa attenzione al sociale permette di cogliere le vie di
passaggio di qualcosa da un individuo ad un altro o, eventualmente, molti altri. La configurazione dello spazio abitato
(il villaggio, la disposizione delle case, le vie di comunicazione,
eccetera) e lorganizzazione sociale (la vita familiare e comunitaria, la gerarchia sociale, le regole) delimitano un primo campo
danalisi. Inoltre necessario considerare, sul piano cognitivo
questa volta, le concezioni del corpo, della vita e della morte e il
loro ruolo in relazione allinterazione tra gli individui.

4. Ordine e disordine, puro e impuro


Il tema centrale intorno a cui si organizza linsieme di regole e di
proibizioni fa riferimento al rapporto tra puro e impuro. Mary

2. Contagio

63

Douglas ha mostrato che le nozioni di contaminazione e di ordine acquistano realmente significato soltanto se le si considera
nel loro rapporto con una specifica organizzazione della realt
sociale umana (Douglas M., 1981 [1966]). possibile parlare
di proibizioni soltanto situandole in una classificazione fondamentale, primaria, pi o meno esplicita e sempre legata allordine sociale. Ponendosi nella linea di pensiero di Durkheim
e dellantropologia funzionalista inglese - Radcliffe-Brown e
Evans-Pritchard soprattutto - Douglas ha corretto e completato
le tesi di Frazer e di Tylor: la sporcizia - scrive lAutrice - essenzialmente disordine (...) e i riti di purezza e impurit danno
una certa unit alla nostra esperienza (1981: 24).
Douglas ha potuto dimostrare perch la cultura occidentale
e quelle tradizionali hanno ognuna una loro concezione della
sporcizia: nella cultura occidentale, le nozioni di igiene si basano sulla teoria dei germi, nelle societ tradizionali invece la
sporcizia non mai un fenomeno unico ed isolato: dove vi
sporcizia vi un sistema. La sporcizia il sottoprodotto di una
organizzazione e di una classificazione della materia [...] di una
sistemazione delluniverso (1981: 55).
In unaltra opera che dialoga soprattutto con i lavori di
Durkheim e Mauss, Douglas indica come i sistemi simbolici
si strutturino a partire dalle concezioni del corpo, che sono a
loro volta in stretto rapporto con le regole sociali (Douglas M.,
1979 [1970]), cosa che la porta a identificare delle corrispondenze tra il sistema simbolico ed il sistema sociale. In questo
modo trasforma lorganismo umano in un sistema analogo al
sistema sociale, come in un gioco di specchi che si ritroverebbe
in numerose societ del mondo. Effettivamente il corpo umano
fornisce, secondo Douglas, un sistema naturale di simboli che
si inscrivono nellorganizzazione sociale e fanno del corpo una
specie di codificatore primordiale ed universale. Poich ogni
simbolo acquista il suo significato soltanto attraverso la relazione che si stabilisce con altri simboli, il senso non pu essere ricavato che prendendo gli elementi uno ad uno, indipendentemente dalla struttura dinsieme. Ogni sistema simbolico

64

Andrea Caprara

prigioniero del suo contesto, delle regole autonome che lo


controllano ed quindi necessariamente specifico di ogni gruppo umano. Douglas tuttavia non rinuncia ad enucleare alcune
generalit ed alcuni modelli che sarebbero comuni a molte societ e, in questo contesto, distingue quattro sistemi di simboli
naturali: nel primo, il corpo concepito come un organo di
comunicazione, nel secondo, il corpo visto come un veicolo
della vita che mantiene la sua efficacia attraverso la qualit degli
alimenti che gli sono forniti. Nel terzo, il corpo considerato
sul piano pragmatico, concentrandosi principalmente sugli orifizi, i fenomeni di eliminazione e le escrezioni. Nel quarto, la
vita considerata nella sua forma spirituale e il corpo assume
significati negativi perch legato alla vita sociale (Douglas M.,
1979 [1970]).
Quel che interessa Douglas nella questione delle categorie
delle malattie contagiose e nel loro rapporto con la nozione di
contaminazione, il fatto che questultima sia retta da regole
che sono inerenti alla struttura delle idee e non a forme di potere (Douglas M., 1981 [1966]). Ci si trova nellordine della
trasgressione di regole sancite dalla comunit e non a livello di
pratiche di stregoneria. Cos se si esaminano, in una prospettiva
strutturalista, le categorie di pensiero di un determinato gruppo, si scopre che la sporcizia coincide spesso con il disordine e
la pulizia con lordine.
5. Prospettive recenti sul contagio
Negli ultimi decenni, sul piano medico, sociale e culturale, il
problema del contagio5 stato al centro di interesse di numerosi studi in ambito antropologico essendo al centro di tutta una
serie di attivit di prevenzione e di controllo della malattia sia
5. Utilizzo i concetti di contagio e di trasmissibilit della malattia come
sinonimi, anche se, in una parte della letteratura biomedica e socio-antropologica, vengono presentati in forma distinta tra loro.

2. Contagio

65

nella societ occidentale che in quelle tradizionali.


La maggior parte degli studi pubblicati sulle malattie contagiose nelle societ altre hanno affrontato questo tema a partire da diverse prospettive: la storia sociale (Dawson M., 1979,
Janzen J., 1978, Ford J., 1979, Turshen M., 1977, MBokolo
E., 1986 [1984], Feierman S.- Janzen J. M. (curatore), 1992,
Swanson M., 1977, Lyons M., 1985, Darmon P., 1986), lecologia medica (Wiesenfeld S., 1967, Hughes C.- Hunter J., 1970),
la storia delle malattie e delle pratiche di igiene (Ackerknecht
E.H, 1965, Patterson D.K., 1984, Vigarello G., 1985, Sigerist
H., 1933, Salomon-Bayet C., 1986). Per quanto riguarda gli
studi di natura antropologica, questi hanno soprattutto cercato di riflettere sul problema del contagio allinterno di una
comunit, focalizzando lattenzione principalmente sulle interpretazioni e pratiche collettive, sia di natura preventiva che terapeutica adottate allinterno del gruppo. Ricordiamo al riguardo i lavori di Michel Perrin (Perrin M., 1985), di Marguerite
Dupire (Dupire M., 1985), di Gilles Bibeau (Bibeau G.,1996),
di Roberto Lionetti (Lionetti R., 1994), di Doris Bonnet e
Yannick Jaffr (Bonnet D.- Jaffr Y. (curatori), 2003). Va inoltre sottolineato un capitolo del libro di Marc Nichter (Nichter
M., 1989), un volume di Dina Czeresnia (Czeresnia D., 1997)
e due lavori di Sylvie Fainzang (Fainzang S., 1986, 1996). Altri
lavori in campo antropologico riguardano lo studio di singole
malattie controllabili con le immunizzazioni (Heggenhoughen
H.K. - Clements J., 1987, Nichter M., 1990), le diarree (Coreil
J. - Mull J.D. (curatori), 1988, Kendall C., 1989), le malattie
respiratorie acute (Pelto G.H., 1997), la tubercolosi (Nichter
M., 1994, Liefooghe R. et al., 1995), lAids (innumerevoli sono
gli studi di carattere antropologico che riguardano lAids e sarebbe impossibile menzionarli in modo esaustivo in questo lavoro), la malaria (Brown P.J., 1983, Manderson L., 1997), la
lebbra (Volinn I.J., 1989, Justice J., 1997). La maggior parte
di questi studi possono essere inseriti in quel filone di ricerca di
antropologia medica applicata a programmi di sanit internazionale (Coreil J.- Mull J.D. (curatori), 1990).

66

Andrea Caprara

Se i modelli epidemiologici di diffusione delle malattie contagiose sono abbastanza ben conosciuti, sono gli aspetti socioculturali che rimangono in gran parte oscuri. Un approccio orientato
etnograficamente deve porsi lobiettivo di studiare le conoscenze
e le pratiche relative alle malattie trasmissibili a partire da interpretazioni elaborate da ogni singola comunit a proposito della
trasmissione della malattia. Questa prospettiva permette di superare il semplice adattamento dei programmi sanitari in un determinato contesto culturale a profitto di una reale calibrazione
nei processi cognitivi e nel tessuto comunitario della popolazione
(Seppilli T., 1996). Se, ad esempio, si prendono in considerazione i programmi di medicina di base, il problema che si pone il
seguente: come si pu pretendere di modificare i comportamenti
di una popolazione riguardo alla prevenzione oppure alligiene
quando ci si confronta con la coesistenza di diversi paradigmi
di pensiero? Questa domanda non porta a sottovalutare i determinanti sociali, ci spinge invece ad allargare il quadro di analisi e ad introdurvi una maggior complessit. Posta in termine
di intervento, la domanda iniziale potrebbe essere formulata in
questo modo: qual , ad esempio, il significato di un programma
di costruzione di servizi igienici se, per la popolazione coinvolta,
il concetto di trasmissione oro-fecale di una malattia non esiste?
Diversi autori hanno centrato la loro riflessione sui rapporti tra la medicina occidentale e quella tradizionale allinterno di
societ caratterizzate dalla presenza di una pluralit di sistemi
(Bibeau G., 1982, Janzen J.M., 1978, Kleinman A., 1978, Leslie
C., 1980, Perrin M., 1980, Young A., 1976). Lesistenza di un
pluralismo concettuale ci costringe, senza dubbio, a mettere in
evidenza non solo le regole e le permanenze, ma anche e soprattutto le contraddizioni, le incoerenze, le debolezze, che esistono
allinterno di un dato contesto culturale e sociale.

Gianfranca Ranisio

3. Corpo femminile e medicalizzazione

1. Definizione
Il processo di medicalizzazione pu essere definito come lapplicazione delle conoscenze e delle tecnologie mediche ad aspetti
della vita che storicamente non erano considerati di pertinenza
medica, o meglio come un processo di sconfinamento della medicina al di l dei suoi limiti, per cui problemi non medici sono
definiti e trattati come problemi medici (Conrad P., 1992, 2007,
Colucci M., 2006). La medicalizzazione stata analizzata sin
dagli anni Sessanta del XX secolo, dando luogo allo sviluppo di
unampia letteratura, che ha coinvolto vari ambiti disciplinari.
In particolare nelle scienze sociali essa stata associata con il
processo di modernizzazione, che si verificato nelle societ
occidentali. Come stato pi volte sottolineato, perch questo
insieme di circostanze si potesse realizzare stato necessario
che prima si determinassero le condizioni necessarie e che cio
si imponesse a livello culturale laccettazione della separazione
tra soma e psiche, cos come si andata affermando nel pensiero scientifico occidentale.
In una prima fase molti studiosi - tra questi forse il pi noto
Ivan Illich (1977 [1976]) - hanno sostenuto la tesi dellimperialismo medico, considerando alla base del processo di medicalizzazione limposizione di un potere unilaterale, che si realizza con laffermarsi nella societ dellegemonia delle professioni
mediche. E Irving Zola, allinizio degli anni Settanta, a sostenere la tesi secondo cui la medicina stava diventando unistituzione del controllo sociale, in parte soppiantando istituzioni come
la religione e la legge e a denunciare che molti aspetti della vita

68

Gianfranca Ranisio

quotidiana erano stati medicalizzati. Tuttavia, secondo Zola, si


trattava di un processo che non era tanto dovuto ad un conquista professionale, quanto ad una trasformazione culturale che
cercava soluzioni tecniche a problemi essenzialmente sociali
(Zola I., 1972).
Allo stato attuale lanalisi si presenta pi complessa, poich
opinione ormai condivisa che a tale processo hanno contribuito pi soggetti, tra i quali i movimenti sociali, le organizzazioni
dei pazienti, gli stessi pazienti a livello individuale e negli ultimi
decenni, in misura massiccia, lindustria farmaceutica, che ha
operato in modo da trasformare i pazienti in consumatori di
farmaci (Conrad P., 2007: 4-5). Medicalizzare significa, infatti,
creare consenso intorno alla natura oggettiva del corpo malato
e questo presuppone, a livello pragmatico, il coinvolgimento
del singolo soggetto, il quale, per lo pi, accetta la medicalizzazione in quanto la considera parte e forma del diritto alla salute.
E stato cos che bisogni di tipo sociale sono stati riconosciuti
come malattie individuali da curare.
Il corpo femminile stato particolarmente esposto ai processi di medicalizzazione, sia per la complessit e per le caratteristiche del ciclo fisiologico e dellapparato riproduttivo, che
fanno s che le donne si sottopongano a pi regolari controlli ed
esami nel corso della loro vita rispetto agli uomini, sia per il ruolo sociale che le donne ricoprono nelle famiglie, come tramite
con i medici e con i sistemi sanitari, ruolo che le rende pi condizionate, se non pi subordinate al potere medico (Riessman
C. K., 1998, Long M., 2008). Tra i processi di vita che sono stati
medicalizzati rientrano il parto, le mestruazioni, la menopausa,
il controllo delle nascite e allo stesso tempo linfertilit. Nelle
societ occidentali contemporanee la medicalizzazione tende a
condizionare momenti importanti del vissuto e a distinguere ci
che definito normale, da ci che invece considerato patologico. Le implicazioni di questo sulle donne sono notevoli, poich riguardano soprattutto la perdita di un sapere che
non viene pi riconosciuto, la svalorizzazione della capacit di

3. Corpo femminile e medicalizzazione

69

comprendere e intervenire, completamente delegata ai medici,


alla farmacologia e alla tecnologia, il rischio che il corpo femminile si trasformi in un luogo per interventi tecnologici e nuove
sperimentazioni. Sulla medicalizzazione del corpo femminile
esistono oggi numerosi studi, in particolare la medicalizzazione
della riproduzione emersa come un tema centrale in antropologia medica, sia per lattenzione che a questo hanno rivolto le
femministe, che hanno considerato la medicina come unistituzione patriarcale, fonte di oppressione sulle donne1, sia per il
profondo impatto che la biomedicina ha avuto sulle medicine
indigene nelle societ extraoccidentali (Ginzburg F. - Rapp
R., 1991). Molti sono stati gli studi che hanno sottolineato come
alla base della medicalizzazione della gravidanza, dellinfertilit e della procreazione vi sia innanzitutto la rappresentazione
del corpo femminile come corpo naturalizzato e oggettivato.
Privilegiando la riproduzione, come oggetto di analisi, si rischia
di avvalorare la naturalizzazione del corpo femminile e con essa
lo stereotipo che riduce il femminile alla riproduzione, perpetuando ed approfondendo le differenze di genere. Il processo
di medicalizzazione interessa, infatti, lintero ciclo fisiologico
delle donne e per questo importante analizzare il modo in cui
si esteso alle tappe fisiologiche che contraddistinguono la loro
vita, dal menarca alla menopausa.
Alcune sociologhe recentemente hanno proposto il termine
di biomedicalizzazione, che ritengono specifichi ulteriormente i
processi complessi e multidirezionali che riguardano le trasformazioni dellumano e del non umano. Esse sostengono che intorno al 1985 la medicalizzazione ha iniziato a cambiare nelle sue
caratteristiche, in seguito alle innovazioni tecnico-scientifiche,
che, associate a nuove forme di organizzazione sociale, hanno
1. Nel 1971 il libro Our Bodies, Ourselves [tradotto in italiano con il titolo
Noi e il nostro corpo, scritto dalle donne per le donne, Feltrinelli, Milano
1974, I ediz.], ad opera del Boston Womens Health Book Collective, ebbe
un ruolo importante nellinvitare le donne a prendere coscienza del controllo
sociale che veniva esercitato sul loro corpo e a prendersi cura della loro salute,
essendo informate sulle scelte.

70

Gianfranca Ranisio

trasformato gradualmente la medicina dal suo interno (Clarke


A. et aliae, 2010: 47). Secondo Clarke la medicalizzazione era
co-costitutiva della modernit, mentre la biomedicalizzazione
propria della postmodernit. Queste trasformazioni sono state
rese possibili dallo sviluppo di nuovi campi del sapere, come la
biologia molecolare, le biotecnologie, la medicina dei trapianti,
la scoperta del genoma e delle nanotecnologie. Infatti i fattori
che sono considerati alla base della biomedicalizzazione sono:
linformatizzazione e lavvento del digitale, la medicalizzazione della salute e dei fattori di rischio, gli interventi della tecno
scienza e della ricerca farmacologica (Clarke A. E. Shim J.
K., 2009). Secondo questa prospettiva teorica, la biomedicina sempre pi orientata dalla tecnologia che utilizza, ovvero sempre pi dipendente da apparecchiature di complessit
crescente e questo comporta una trasformazione organizzativa
non solo delle infrastrutture, ma anche delle conoscenze e dei
nuovi trattamenti clinici, come in un processo di ibridazione tra
scienza medica e tecnologia (Maturo A., 2010).
A questi progressi si accompagnata una visione della vita
basata sul messaggio neoliberista, secondo il quale i cittadini
sono responsabili delle loro condizioni di salute e devono ottemperare allimperativo morale di essere e sentirsi sani e in
forma, cos ad esempio la vecchiaia a essere medicalizzata,
non solo le sue malattie, mentre la ricerca studia come produrre
terapie anti-invecchiamento (Maturo A. Conrad P., 2009).
Laccento che viene posto sui fattori di rischio collegati alle ricerche sulla genetica comporta un nuovo approccio alla salute, di impronta bio-riduzionista, che riconducendo sempre pi
lorigine dei problemi alla sola dimensione individuale, non fa
altro che opacizzare il peso dei fattori sociali contribuendo ad
una sostanziale depoliticizzazione dei fenomeni.
Rispetto alle problematiche di genere affrontate negli studi
sulla medicalizzazione, questa prospettiva di studi intende considerare il genere come una categoria analitica, utile per analizzare non tanto il corpo femminile, quanto le molteplici relazioni
tra il maschile e il femminile, in opposizione alla tendenza della

3. Corpo femminile e medicalizzazione

71

biomedicina di costruire un corpo naturale (Riska E. , 2010:


149).
2. Profilo storico
Il percorso storico del processo di medicalizzazione del corpo
femminile strettamente intrecciato con la costruzione della
medicina come sapere scientifico. In questo percorso rientrano
listituzione degli ospedali, la lotta tra i professionisti della salute e le ostetriche, lemergere della ginecologia come disciplina
e del ruolo sociale del ginecologo. Secondo limpostazione di
Foucault, il controllo della societ sugli individui non si effettua
solo con lideologia ma anche attraverso il corpo e nel corpo,
tra il XVII e XVIII secolo che si sviluppa quello che egli indica
come il biopotere, cio la gestione e il controllo del corpo umano da parte del potere politico (Foucault M., 1978 [1976]).
Possiamo perci considerare la medicalizzazione attuale come
lesito di un processo lungo che ha inizio a partire dai secoli
XVIII e XIX, quando la medicina si assume lobiettivo della
salvaguardia e del miglioramento della salute della popolazione
e arriva a incidere in modo molto elevato nella seconda met
del XX secolo.
Nel passaggio della medicina da arte a scienza luomo - e nel
nostro caso la donna - diviene un oggetto da analizzare, un caso
clinico. Infatti, le rappresentazioni del corpo femminile si sviluppano e si modificano nel corso della storia della tradizione
medica occidentale, a partire da quella ippocratica. Aristotele
sancisce come naturale linferiorit biologica femminile e rappresenta il corpo femminile come imperfetto e impuro, freddo
poich con le mestruazioni le donne perdono il sangue portatore di vita (Hritier F., 2004: 16 [2002]). Galeno successivamente lo caratterizza per avere gli organi riproduttivi simili a quelli
maschili, ma posizionati allinterno del corpo, con unimmagine speculare ma inversa, riproponendo nel fisico il dualismo
simbolico interno/esterno (Duden B., 2006: 37-38 [2002]). In

72

Gianfranca Ranisio

tale rappresentazione i due sessi non sono considerati eguali, in


quanto il corpo maschile ritenuto pi perfetto. Questa concezione - con alcune eccezioni come Trotula de Ruggiero nella Scuola Medica Salernitana e altre donne che si impegnano
come empiriche nellesercitare una pratica femminile separata,
che sfugge al controllo maschile - diffusa fino al XVII-XVIII
secolo.
Solo con lapparire del discorso scientifico cartesiano inizia
a farsi strada la differenza tra i due sessi, quando, a partire dal
dualismo mente/corpo, nel XVIII secolo si impone la concezione del corpo anatomico, composto di organi (Busoni M., 2002
: 52-53). La visione del corpo femminile considerato nella sua
differenziazione dal corpo maschile, e analizzato come macchina riproduttiva sottoposta a regolarit funzionale, si impone a
livello istituzionale, mentre nella cultura popolare europea permane per un lungo periodo la visione precedente e con essa
la credenza nellutero separato e dotato di vita autonoma, in
grado di muoversi (Charuty G., 1997, Guggino E., 2006: 29,
Pizza G., 2005). Se il corpo considerato una macchina e pu
essere scomposto nelle sue varie parti, ne consegue che la riproduzione rappresentata come un processo lineare e la nascita come un processo industriale, sottoposto a controllo, cos
come esemplificato dalle pratiche ospedaliere (Davis Floyd
R., 1987, Anderson R. 1996). Emily Martin (2001) si sofferma
su questimmagine, attraverso lanalisi dei testi di medicina del
Novecento, per rilevare come alla donna sia attribuita una ridotta capacit di produzione, per la ciclicit delle mestruazioni
e per la loro scomparsa con la menopausa, mentre alluomo viene ascritta una produzione continua. La conoscenza del corpo
femminile e del suo apparato riproduttivo si intreccia con la
rappresentazione del sangue mestruale.
La teoria di Galeno che vede nelle mestruazioni un salasso
naturale dovuto ad un eccesso di sangue (pletora), prevale per
lungo tempo. Infatti prima del XVIII secolo questo flusso, in
quanto considerato sangue in eccesso e pertanto da eliminare,

3. Corpo femminile e medicalizzazione

73

considerato naturale e non patologico2. Tuttavia, pur essendo naturale, il sangue mestruale ugualmente considerato
sporco e contaminante, nelle descrizioni medievali, influenzate
dalla tradizione giudaico-cristiana, esso appare come impuro
(Camporesi P., 1997).
Per tutto un lungo periodo della storia dellumanit, vi una
svalorizzazione dei fluidi del corpo femminile e la discussione
anatomica del mestruo tutta incentrata sulla provenienza di
esso. Il sangue mestruale non ancora collegato alle fasi della riproduzione, nonostante la teoria di un seme femminile
sia piuttosto condivisa. Solo nel 1827 la scoperta dellovulo
permette di collegare la funzione delle ovaie alle mestruazioni. Tuttavia il processo stesso viene visto come patologico e si
accentua la convinzione che le mestruazioni siano debilitanti,
sottolineando limpatto negativo che queste hanno sulla vita e
sul lavoro delle donne.
Agli inizi del Novecento si inizia a sviluppare il concetto di
ormoni e soltanto tra gli anni Trenta e Quaranta del XX secolo
sono individuati e isolati quelli femminili e si comincia a parlare
di ciclo mestruale (Malaguti R., 2005: 56). La prospettiva
meccanicistica insita nella biomedicina del periodo fa s che il
flusso mestruale sia descritto come segno di un mancato concepimento, insinuando progressivamente la concezione delle
mestruazioni come fallimento produttivo. Nei testi di ginecologia analizzati da Emily Martin il sistema riproduttivo rappresentato metaforicamente come un sistema di informazionetrasmissione con una struttura gerarchica, per cui a determinati segnali corrispondono determinate risposte endocrine. In
questi testi sottolineata la funzione che ha la produzione ormonale di preparare la fecondazione dellovulo, per cui quando
2. Allo stesso modo si ritiene che gli uomini eliminino il sangue in eccesso,
ma per altre vie (dal naso o anale). Pomata (1992) definisce questi uomini
mestruanti, sottolineando che per secoli la base corporea della differenza
di genere non legata ad aspetti fisiologici qualitativi ma solo quantitativi
e di posizione.

74

Gianfranca Ranisio

un ovulo non si impianta, questo processo descritto in termini


negativi, come appare da questa metafora molto suggestiva, ma
anche indicativa a livello ideologico del tipo di modello su cui
si basa, che si trova in un testo di ginecologia molto diffuso tra
gli studenti americani: quando la fecondazione non si verifica,
lendometrio si disfa e un nuovo ciclo ha inizio. Questo il motivo per cui si usa insegnare che la mestruazione lutero che
piange per la mancanza di un bambino (Martin E., 2001: 45).
Lindividuazione degli ormoni femminili segna il momento decisivo per il passaggio dallinterpretazione dei segni delle mestruazioni ai sintomi e per la trasformazione di ci che prima
era considerato fisiologico in patologico. Il legame tra natura e
donna mestruata, presente sia nella concezione della contaminazione che in quella magica (si pensi al rapporto con la luna
e le sue fasi), profondamente modificato da questa visione,
che impone alla donna di intervenire per vie scientifiche rispetto agli effetti invalidanti delle mestruazioni, pena lesclusione dal mondo del lavoro. Negli anni Trenta si riteneva che
le donne con le mestruazioni dovessero ridurre le loro attivit
per conservare le loro energie, perch il corpo non pu fare
bene due cose allo stesso tempo e ancora alla fine degli anni
Quaranta nei testi medici si consigliava alle donne di non affaticarsi durante il ciclo, di evitare esercizi fisici e estremi sbalzi di
temperatura, perch potevano arrecare maggiori dolori e traumi emozionali, convinzioni che sono poi rimaste a lungo nelle
credenze comuni (Ranisio G., 2006). Questo tipo di approccio
ha comportato lestendersi di una tendenza sempre pi diffusa:
il ricorso generalizzato al trattamento farmacologico, chiamato
ad annullare disagi e sofferenze.
Emily Martin analizza attentamente come, parallelamente
alla visione di mestruazioni come fallimento produttivo, si
sia imposta nella comunit scientifica la concezione debilitante della donna mestruata e la costruzione della cosiddetta
Sindrome Premestruale (PMS).
La sindrome premestruale introdotta per la prima volta da
un medico, Robert T. Frank, in un articolo del 1931, nel quale

3. Corpo femminile e medicalizzazione

75

egli descrive e mette insieme vari sintomi, distinguendoli in psicologici, quali la depressione e lansiet, fisici quali la nausea,
problemi epidermici e dolori alla pancia e al seno e problemi di
concentrazione, quali la stanchezza e linsonnia. La costruzione
della sindrome premestruale ha avuto risvolti sociali e culturali
rilevanti, infatti, ha consentito che si diffondesse, anche a livello
comune, lopinione secondo la quale le donne sarebbero inabili
a lavorare durante il ciclo. A questo proposito Emily Martin ha
istituito una correlazione tra questa costruzione culturale e il
periodo della Grande Depressione. Infatti, il processo di medicalizzazione delle mestruazioni, con la creazione della PMS
quale categoria diagnostica, si sviluppato in questo specifico
contesto economico e sociale, quando vi era lesigenza di escludere le donne dal mercato del lavoro. Si sono diffuse e sviluppate in questo contesto quelle pratiche mediche che controllavano il corpo delle donne, in una prima fase attraverso luso di
sedativi e calmanti e poi successivamente di trattamenti ormonali. Tuttavia, queste pratiche hanno ricevuto il supporto dalle
donne, che chiedevano un trattamento per i loro sintomi e che
sono state indotte maggiormente a controllare il loro comportamento in quei giorni del ciclo. Questa tendenza a patologizzare
le mestruazioni ha, infatti, determinato nelle donne la convinzione che sia i loro comportamenti che i loro disturbi fisici e
psichici - prima e durante il ciclo - siano dovuti alle variazioni
ormonali. Questa costruzione culturale della PMS ha permesso
e permette tuttora alle donne di utilizzare le mestruazioni come
una scusa legittima per il loro comportamento prima e durante
il ciclo, quando i sintomi mestruali sono spesso usati per manipolare delle situazioni a proprio vantaggio e per ricevere maggiore attenzione (Martin E., 2001: 135).
singolare come la pi recente forma di medicalizzazione
del corpo femminile riguardi le mestruazioni e rappresenti lultimo dei molti tentativi di medicalizzare ci che fisiologico
nella vita femminile. Lintroduzione della pillola che elimina
le mestruazioni, la cui vendita negli USA stata approvata recentemente, pone degli interrogativi sul significato che questo

76

Gianfranca Ranisio

evento potr avere sulla vita delle donne e sul modo in cui possono cambiare le stesse rappresentazioni simboliche del femminile. E significativo che nella pubblicit di questo tipo di
pillole si faccia riferimento pi alla liberazione dal ciclo che alla
contraccezione. La premessa scientifica su cui si basa questo
intervento sulla fisiologia femminile che le donne del passato
avevano molti meno cicli di quelle contemporanee, a causa delle numerose gravidanze e dei lunghi periodi di allattamento. La
soppressione delle mestruazioni pu essere vissuta come una
conquista o una liberazione3, pu intrecciarsi con aspetti del
vissuto soggettivo, ma pu anche essere utilizzata in contesti
in cui le mestruazioni connotano ancora linferiorit femminile.
questo il caso della societ iraniana, studiata da Byron
Good, nella quale le donne usano la pillola durante il mese del
Ramadan o durante il pellegrinaggio, per prevenire con le mestruazioni la contaminazione che ne deriverebbe in entrambe
le circostanze (Good B.J., 2006: 54). La pillola, quindi, in questi casi libera sul piano pratico ma non a livello ideologico,
poich rafforza sul piano simbolico limmagine tradizionale del
sangue sporco e contaminante e la concezione della debolezza e dellinferiorit delle donne.
In tuttaltro contesto, luso della pillola contraccettiva tende
a imporsi tra le giovanissime, al di l di specifiche patologie e
di reali esigenze sessuali. Infatti, una ricerca svolta in Olanda
ha posto in evidenza che questuso, se ha comportato la riduzione della fecondit e del numero di aborti tra le adolescenti,
si tuttavia generalizzato. Le ragazze hanno una grande fiducia
nelle pillole, perch ritengono in questo modo di poter pianificare le mestruazioni, di poter agire sulle irregolarit mestruali e
sullacne, di poter programmare il week-end, insomma il controllo sulle mestruazioni appare come la pi importante funzione della pillola, che viene considerata come una tecnologia di
3. Il sito del mum.org (Museum of Menstruation) contiene la rubrica:
Would you stop menstruating if you could?, nella quale si invitano le donne a
intervenire e ad esprimere la loro opinione.

3. Corpo femminile e medicalizzazione

77

liberazione, consentendo la pianificazione della propria vita.


I medici, dal canto loro, aderiscono a tale ideologia, prescrivendo la pillola di routine, senza fornire informazioni adeguate
sugli effetti collaterali (Hardon A. - Harries J., 2001: 214-215).
Anche Laura Fingerson, in una ricerca effettuata negli USA,
pone in evidenza come le adolescenti (13-19 anni) comprese
nel suo campione, accettino la medicalizzazione sia adeguandosi nel comportamento, che facendo proprie le conoscenze
scientifiche elaborate in campo medico. Le ragazze intervistate
si riferiscono a ci che hanno appreso durante le lezioni e pertanto, invece che parlare di sangue, di flusso, e dellimpatto che
esso ha sulle loro esperienze, parlano di ovuli, ovulazione e utero, collegando il ciclo al processo riproduttivo. Le ragazze tendono a descrivere le mestruazioni come una malattia cronica,
una condizione definita da sintomi che richiedono trattamenti.
Come nota la studiosa, non avvertono le mestruazioni come
qualcosa che accade dentro il loro corpo, ma le percepiscono
come qualcosa che accade a loro, non in loro. Inoltre dimostrano di utilizzare le mestruazioni a proprio vantaggio, non sempre come una scusa, ma piuttosto come un disturbo legittimo
e fisiologico (Fingerson L., 2005). Si pu ritenere perci che
la medicalizzazione non sia di per s avvertita come limitante e
che le donne in certo modo partecipino al processo di medicalizzazione del loro corpo e lo sostengano, accettando la tesi che
le mestruazioni possono arrecare disturbi fisici e psicologici.
La cessazione delle mestruazioni per effetto della menopausa, segna importanti cambiamenti nel corpo e nel destino
femminile, ma anche per questo passaggio linteresse medico
recente. E infatti solo tra il Settecento e la prima met dellOttocento che la manualistica medica costruisce la menopausa
come oggetto scientifico, iniziando a descrivere i disturbi che
caratterizzano questa fase e soprattutto a individuare un nesso
tra lutero e il sistema nervoso centrale4. Lorigine dello stesso
4. Il termine menopausa viene introdotto in Europa da De Gardanne nel
De la Mnopause, ou de lage critique des femmes, nella prima met del XIX

78

Gianfranca Ranisio

termine menopausa si intreccia con lemergere della professione


ginecologica ed a partire dal XIX secolo che la menopausa
considerata come un problema medico e si cerca di individuarne la sindrome (Pizzini F., 1999). In seguito alla scoperta fatta
da Edward John Tilt dellimportanza della rete nervosa delle
ovaie per lorigine dei disturbi della menopausa, nella scienza
medica viene abbandonata la teoria dellaccumulo di tossine,
che si riteneva causato dalla scomparsa dei flussi. Tilt esprime
chiaramente la convinzione che molti problemi associati con
tale fase di cambiamento non siano patologici di per s e che la
menopausa in alcuni casi possa anche apportare effetti salutari
(Lock M., 1993: 311). Egli ritiene inoltre che il sangue che rimane nel corpo, sia la causa delle vampate e successivamente,
dopo la menopausa, dellaccumulo di grasso, senza che ci implichi una patologia. Soltanto nel Novecento, con lo sviluppo
dellendocrinologia e quindi con lindividuazione degli estrogeni e del progesterone, la medicina attribuisce ai cambiamenti
ormonali il potere di agire in modo globale sulla salute femminile, ne consegue che, dopo questa scoperta, le donne in menopausa iniziano a essere curate con terapie ormonali. Luso della
terapia ormonale sostitutiva, largamente prescritta alle donne
in menopausa dai ginecologi statunitensi, che ha prodotto un
incremento di tumori al seno, rappresenta un esempio drammatico dei rischi della medicalizzazione sul corpo della donna
(Lock M. Nguyen V.K. , 2010: 53). Nei testi di antropologia
medica si pone in evidenza che queste conoscenze mediche sulla menopausa e sui disturbi ad essa correlati si sono sviluppate
a partire dai sintomi di donne europee o nordamericane, naturalizzati e biologizzati come universali, senza alcun confronto
con lesperienza di vita della maggioranza delle donne del mondo (Lock M., 2001: 485). Pertanto, la storia della costruzione
secolo, ma soltanto successivamente la menopausa sar poi definita a partire
dal concetto di carenza ormonale. Nella seconda met del XX secolo la medicalizzazione generalizzata ed negli anni Ottanta e Novanta che la menopausa diviene oggetto di analisi storiche e socio-antropologiche.

3. Corpo femminile e medicalizzazione

79

della menopausa come patologia una storia tutta interna alla


medicina occidentale, a riprova di ci, per porre in discussione
la teoria delluniversalit di tali fenomeni, importante analizzare la menopausa allinterno di una prospettiva transculturale
(Alfieri C., 2002, Hritier F., 2004 [2002], Diasio N.- Vinel
V., 2007, Vincent J. F., 2003, Lock M. Nguyen V.K., 2010).
Margaret Lock in un testo che pu essere considerato fondamentale per le prospettive teoriche che ha aperto, Encounters
with Aging: Mythologies of Menopause in Japan and North
America (1993), opera un paragone tra la situazione americana e quella giapponese, ponendo in evidenza come le donne
di queste due societ non vivano questo periodo nello stesso
modo. Partendo dallanalisi dei comportamenti e delle affermazioni delle donne giapponesi durante quello che viene definito
con il termine konenki, che compare in Giappone verso la fine
dellOttocento e non appare come la trasposizione meccanica
del termine occidentale menopausa, lautrice rileva che le donne giapponesi, quando descrivono i sintomi della menopausa,
non ne parlano e non li affrontano nello stesso modo in cui
lo fanno le donne occidentali. La visione che ne forniscono
legata alla concezione che hanno elaborato del corpo e del rapporto tra corpo individuale e corpo sociale, che differente da
quella delle donne occidentali. In altro contesto, Dona Davis
(1997) ha analizzato i cambiamenti intervenuti rispetto alla
menopausa tra le donne di un villaggio dellisola di Terranova,
originariamente un paese di pescatori, dove si recata in due
periodi differenti, la prima volta negli anni Settanta, la seconda
nel 1989-90. Durante il secondo soggiorno, ha avuto modo di
rilevare limpatto e lestensione della medicalizzazione. Infatti,
a differenza degli anni Settanta, quando le conoscenze sulla
menopausa erano ancora basate sulle esperienze di vita ed erano condivise, le donne hanno descritto la menopausa come un
periodo in cui stare sotto controllo medico e che da gestire a
livello privato, facendo ricorso alle spiegazioni mediche e psicologiche, che hanno soppiantato i discorsi popolari. La studiosa
ritrova un cambiamento profondo nella natura dei rapporti in-

80

Gianfranca Ranisio

terpersonali e nel modo di percepire il corpo e ci che avviene


nel corpo, considerati ora come fatti privati. Le donne da lei
intervistate si sentono o troppo grasse, o troppo vecchie, o incapaci di controllare le emozioni, mentre quelle che erano le
metafore condivise, e con esse la forza delle reti femminili, molto presenti negli anni Settanta, hanno perduto ogni rilevanza
nel paese. Questi cambiamenti non possono essere considerati
soltanto conseguenza delle pi ampie forze globali e delleffetto
dei mass-media, poich su di essi hanno inciso anche le trasformazioni socioeconomiche, che hanno profondamente modificato la vita del villaggio, in corrispondenza con il venir meno dei
legami comunitari. Anche dalle ricerche etnologiche traspaiono
immagini complesse, non univoche, che pongono in evidenza,
pi che aspetti medici, problematiche legate ai cambiamenti di
status e alla posizione delle donne in quelle societ.
Ne emerge una ridefinizione della menopausa, che la sottrae
allesclusiva gestione medica: la menopausa un evento che
implica un intreccio tra gli aspetti biologici e quelli sociali e
culturali, un evento biologico, ma, al tempo stesso, una costruzione culturale che determina un cambiamento dello status
sociale della donna, un evento difficile da definire, che deve essere contestualizzato e storicizzato, perch non un fenomeno
universale, ma un fenomeno legato alla storia e alla cultura di
un popolo e alle donne che la vivono (Lock M., 1993, Pizzini F.,
1999, Ranisio G., 2006, Diasio N. - Vinel V., 2007).
3. Problemi aperti
Il processo di medicalizzazione pu essere considerato in relazione da un lato con lesasperazione della medicina difensiva e
della medicina predittiva, dallaltro con lespropriazione del
controllo del corpo femminile. Tale processo di espropriazione ha come conseguenza che le donne stesse si affidino a tutte
le tecniche possibili, a tutte le pratiche che consentano loro di
prevenire eventuali complicazioni, anche a costo di sottoporsi a

3. Corpo femminile e medicalizzazione

81

esami invasivi e di andare incontro a rischi iatrogeni.


Le donne si percepiscono e sono percepite come soggetti
dalla fisiologia debole, che hanno bisogno dellapporto della
scienza medica, per non dire della tutela. Le critiche che sono
state mosse allinterpretazione medica del corpo femminile e
della sua fisiologia pongono in discussione, innanzitutto, il presupposto su cui si basa: il corpo che considerato normale
quello della donna in et riproduttiva e tutto il processo fisiologico considerato finalizzato alla produzione di altri esseri
umani. Questo corpo viene poi preso come termine di paragone
anche quando si considerano le condizioni della donna nelle
varie fasi della vita, sia che abbia le mestruazioni, sia che sia
gi in menopausa. Per questo un insieme di fattori, che sono
fisiologici, sono collegati tra loro per delineare una particolare
patologia.
Gli eventi che avvengono nel corpo e attraverso il corpo delle donne, dalla procreazione al ciclo mestruale, appaiono legati
a pratiche e saperi attraverso i quali il dato biologico interagisce
con il sociale e il culturale. Anche gli studi su altre societ ci
dimostrano che isolare il dato biologico e medicalizzarlo, senza
tenere conto delle implicazioni sociali e culturali che lo caratterizzano, come sta avvenendo oggi, significa operare uninterpretazione riduttiva della complessit umana.
Antropologhe e femministe hanno denunciato leccessiva
medicalizzazione del corpo femminile, ponendo in evidenza come questo modello, elaborato nellEuropa occidentale e
nellAmerica settentrionale durante il XX secolo, rischi di essere esteso anche ad altre parti del mondo e di diventare globale.
Tuttavia le ricerche antropologiche hanno posto in evidenza
anche come il processo di medicalizzazione si presenti in modo
contraddittorio e ambiguo, poich le donne, per sottrarsi al
dominio che i processi biologici esercitavano sulla loro vita,
hanno poi accettato il controllo sul loro corpo da parte della biomedicina (Riessman C. K., 1998: 59, Long M., 2008).
Significativo quanto avvenuto con la pillola contraccettiva,
che ha rappresentato una svolta epocale e che doveva garantire

82

Gianfranca Ranisio

alla donna lautodeterminazione e la liberazione dai vincoli biologici, eppure la stessa autodeterminazione divenuta ambigua,
poich attraverso laccettazione della pillola stata veicolata anche laccettazione di una concezione del corpo che non pu
essere vissuto a livello sensibile, e con questa la consegna della
propria corporeit a una tecnica che promette di esaudire i desideri femminili5 (Duden B., 2006: 141 [2002]).
Se le scienze mediche hanno sviluppato approfondite conoscenze sul corpo femminile e sui processi fisiologici che lo governano, tuttavia necessario riconcettualizzare lintero modo
di pensare il dato biologico e considerare che fenomeni definiti
naturali sono di fatto la conseguenza delle circostanze sociali
della vita delle donne (Riessman C. K., 1998: 60, Martin E.,
2001, Lock M., 2001). Queste conoscenze andrebbero utilizzate per il benessere delle donne e non distorte per vantaggi economici, come nel caso delle industrie farmaceutiche. Esempi
significativi di questo, come abbiamo visto, possono essere considerati lutilizzo della pillola per il controllo e leliminazione
delle mestruazioni, o la terapia ormonale sostitutiva per la menopausa, prescritte in modo indiscriminato.
Ricerche puntuali sottolineano che la prospettiva di genere
non pu essere applicata in modo astratto, ma che si deve intersecare con altre categorie quali la classe sociale, la lingua, letnicit, la religione. Le donne non sono soltanto vittime di questo
processo ma oppongono forme e modalit di resistenza, che
dimostrano un approccio pragmatico, piuttosto che ideologico,
rispetto alle tecnologie e ai servizi medici, cos come ad altri
settori dellesperienza (Signorelli A., 1996). Lattitudine verso
la medicalizzazione pu essere positiva, negativa o ambivalente,
pu mutare nel corso del tempo. La risposta spesso legata alle
5. Su questa posizione, ma con implicazioni di tipo psicologico, Chatel, la quale sostiene che i mezzi che hanno permesso alle donne di liberarsi
dellarrivo intempestivo di un figlio hanno modificato limpulso profondo
della fecondit e hanno introdotto anche lidea che sia possibile fare un figlio
quando lo si desidera (1995: 31-58 [1993]).

3. Corpo femminile e medicalizzazione

83

percezioni di come la tecnologia o le cure del corpo possono


migliorare o peggiorare le condizioni di vita. Si vede cos che,
in certe situazioni, la maggioranza delle donne ritiene che sia
nel proprio interesse accettare la medicalizzazione (Lock M.Kaufert P. A., 1998: 1-27, Lock M., 2003, Lock M., 2001: 481).
Per questo, al di l delle rivendicazioni generali, importante
affrontare queste tematiche in modo problematico a partire da
situazioni specifiche, poich molti studi sottolineano ormai che
le donne non sono solo vittime passive, ma ricercano le tecniche
biomediche per acquisire lautonomia dalle condizioni biologiche, o per soddisfare dei desideri personali. Tuttavia, analizzare
le scelte individuali, anche tenendo conto delle differenze economiche e di potere tra le donne, non significa voler escludere
il ruolo della microfisica del potere e delle ideologie dominanti, ma considerare come queste si articolino, si incontrino e si
scontrino con quelle che sono le possibilit di scelta e le capacit di riflettere criticamente sulle situazioni proprie e dei propri
familiari da parte dei soggetti interessati.

Donatella Cozzi

4. Dolore
In uno dei suoi diari, in una pagina scritta nel periodo in cui si stava
sottoponendo alla chemioterapia
per il cancro al seno, mia madre
[Susan Sontag] intimava a se stessa
di essere allegra, stoica, tranquilla. E poi aggiungeva: Nella valle
del dolore, spalanca le ali.
Non fu quella la morte che mor.
Ma alla fine, credo che le sue parole che ci credesse davvero o no,
che chiunque di noi possa arrivare
a crederci davvero o no siano la
cosa migliore che si possa dire del
nostro vecchio essere mortali.
Nella valle del dolore, spalanca le
ali
David Rieff, Senza consolazione,
2009, p. 120
Loncologa a Cinzia: A noi del suo
dolore non importa un bel nulla.

In questo momento sempre pi diffusa nellambito delle cure


la consapevolezza dellimportanza di fornire una assistenza e
cure di eccellenza in caso di dolore acuto o cronico, ai malati
terminali o ai morenti. Questa attenzione il prodotto di un atteggiamento che unisce relazione a cura, con sempre maggiore
sensibilit verso la qualit percepita da chi malato. Inoltre,
listituzione dellOspedale senza dolore, secondo il dettato delle
Linee Guida pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana nel 2001, ha costituito una vera e propria rivo-

86

Donatella Cozzi

luzione copernicana intorno alla persona sofferente. E, ancora


pi importante, la torsione verso una nuova concettualizzazione del dolore possibile restituendo a chi soffre il primato di
esprimere ci di cui sta facendo esperienza, senza che alla sua
voce si sovrapponga la voce degli esperti della cura: il dolore
tutto ci che il malato afferma che sia, reale o immaginario, e
per quanto insignificante possa sembrare allosservatore esterno, il malato non ha dubbi della sua esistenza e importanza
(McCaffery M., 1983: 21).
Tuttavia, un dato sconcertante che emerge dalla letteratura
in ambito medico che il dolore negli spazi di cura viene ancora
troppo spesso sottostimato, poco ascoltato, preso scarsamente
in considerazione e quindi, soprattutto in alcuni ambiti sanitari,
non viene trattato convenientemente. Oppure, il dolore e la sua
valutazione e gestione vengono demandati esclusivamente alle
nuove quipes di terapia antalgica, collegati al riconoscimento
di Ospedale senza dolore come un compito da demandare agli
specialisti del settore. In quanto ambito specialistico, la diffusione di formazione e informazione a medici e infermieri rimane scarsa, quindi non patrimonio comune della cura ma sapere
elitario.
A questa constatazione, si unisce una ulteriore considerazione, ovvero che alla opacit del dolore entro il nostro universo culturale si associa spesso la dichiarata incomprensibilit,
da parte delle figure della cura, del dolore dellAltro culturale,
dei suoi codici, delle sue espressioni e del significato ad esso
attribuito. Linsieme di questi atteggiamenti interroga le nostre
pre-comprensioni culturali sul dolore, e sollecita lantropologia medica ad immergersi nella comprensione del dolore fisico
rivolgendo la propria lettura critica alle epistemologie e ontologie, alle cosmologie e pratiche invocate per trattarlo, teoricamente e materialmente. In altri termini: da un lato il dolore
viene naturalizzato sino a disperderne limportanza come esperienza, individuale e umana, e pu essere trattato tecnicamente
con opportuni farmaci come qualsiasi altro elemento oggettivo
di disease, dallaltro, a turbare la sicumera della naturalizzazio-

4. Dolore

87

ne biologica, autentico prodotto culturale e storico, interviene


la pluralit delle forme di vita e di significato che si iscrivono
in esso. Il dolore, in ogni societ, significa molto di pi dellidentificazione del danno tissutale o del funzionamento neurobiologico. Lenigma del dolore si condensa attorno a ciascuna
delle vie esclusive che possiamo intraprendere nel cercare di
interpretarlo: se leggiamo il dolore solo come risposta soggettiva, rischiamo di precluderci ogni comprensione sociale (come
il dolore viene comunicato utilizzando codici che sono sociali e
condivisi, e quali le radici della sofferenza sociale), se mi limito
allanalisi del racconto, posso perdere di vista i condizionamenti politici e sociali ai quali collegato, se leggiamo il dolore solo
nelle sue qualit espressive e culturali, ci impediamo di affrontare cosa esso significhi per la singola persona, nella peculiarit
della sua vicenda individuale, se lo guardiamo da una prospettiva filosofica, sul piano ontico, rischiamo di annullare la visione
delle differenze ontologiche, secondo le quali non indifferente
n universale come individui, gruppi e societ modellano comprensione ed espressione del dolore, organizzano saperi e tecniche, concretizzano istituzioni e campi del sapere, se guardo
solamente alla molteplicit ontologica, il dramma umano del
dolore e la sua carica etica a perdersi tra i rivoli della differenza.

1. La complessit di una definizione biomedica


Consapevole di non poter accettare come ugualmente valide
le innumerevoli definizioni esistenti, nel 1979 la International
Association for the Study of Pain (I.A.S.P.) richiese ad un gruppo di studiosi presieduto dallo psichiatra Merksey di fornire
una nuova definizione: il dolore una esperienza sensoriale ed
emozionale spiacevole, associata ad un danno tessutale reale o
potenziale e descritta in termini di tale danno, segnalata da una
qualche forma di comportamento rilevabile. Inoltre il dolore sempre soggettivo e anche quando una persona riferisce
di provarlo in assenza di evidenza organica o funzionale deve

88

Donatella Cozzi

essere accettato in quanto dolore (International Association


for the Study of Pain 1979: 249).
Si tratta di una definizione che sottolinea la complessit
dellargomento: esperienza sensoriale e psicologica, strutturata
ad un livello percettivo elevato che implica la sfera emozionale e
affettiva, profondamente collegata alla dimensione soggettiva e
quindi inserita nel prisma delle condizioni storiche e delle relazioni sociali. Tuttavia, in grado di cogliere pi gli eventi puntuali che i processi, nella pratica clinica buona parte di questa complessit si perde e si riduce, e linadeguata gestione del dolore,
acuto e cronico, resta un problema a livello mondiale. Questo
bench una pluralit di studi abbia ampiamente dimostrato che
il dolore non trattato inneschi una cascata di risposte ormonali,
metaboliche, funzionali, psicologiche tali da ritardare ed anche
compromettere un pronto ristabilimento psicofisico.
Dietro al dolore del corpo si annidano sicuramente ostacoli
comunicativi, ma soprattutto i problemi relativi a come vengono strutturate le relazioni tra curanti e curati, nella progressione
storica che va dal paternalismo medico allapproccio tecnico.
Nella misura in cui questa relazione porta ad una progressiva
oggettivazione del paziente, tanto pi la soggettivit che esprime il dolore diventa un fattore di disturbo da rimuovere perch
non oggettivabile, gli strumenti di valutazione del dolore sostituiscono lesperienza che di esso fa il soggetto (vedi infra), e il
tema del dolore diviene opaco alle dinamiche di potere che si
sviluppano entro gli spazi relazionali della cura.

2. Un approccio antropologico al dolore: breve storia degli


studi

Il tentativo pi noto di collegare lesperienza del dolore ad una


dimensione sociale stato quello di Mark Zborowski nel 1952
(Zborowski M., 1977 [1952], Zborowski M., 1969). Non fu il
primo, ma limpatto del suo studio fu di gran lunga maggiore,
valicando lambito degli specialisti del rapporto tra cultura e

4. Dolore

89

sistemi medici. Lautore si rivolse alla differenza di comportamento e di reazione al dolore in quattro gruppi etnici (quelli
pi rappresentati nella citt di New York agli inizi degli anni
Cinquanta: italiani, irlandesi, ebrei e Old Americans, ovvero cittadini americani da pi di due generazioni) in un grande ospedale specializzato nella cura e nella riabilitazione dei reduci di
guerra. Lo studio prende dunque in esame solo la popolazione
maschile appartenente a diverse classi di et. Lobiettivo pratico, che per noi rimane oggi lautentico valore pioneristico di
questo studio, era contribuire a chiarire da dove emergevano le
difficolt nel rapporto tra infermiere, medico e paziente: latteggiamento nei confronti del dolore fisico da parte dei curanti ha,
infatti, grande importanza, soprattutto quando linfermiere o il
medico ritengono che il paziente esageri la sensazione di dolore,
mentre il paziente pensa che il medico o linfermiere minimizzino la sua sofferenza. Questo aspetto ha importanti conseguenze
sulla decisione di somministrare analgesici e sul tipo di risposte assistenziali fornite al paziente. Al nostro sguardo appaiono
invece superati i criteri analitici impiegati, e soprattutto la sopravvalutazione del ruolo delletnicit nella stilizzazione dellespressione del dolore. Le categorie analitiche impiegate sono:
i modelli educativi, ovvero come ciascuno di noi apprende fin
dalla pi tenera et in quali occasioni lamentarsi, come esprimere dolore e sofferenza, quando cercare aiuto se non si sta bene,
seguono le aspettative concernenti il comportamento secondo
il genere sessuale, altre variabili prese in considerazione sono
di tipo pi propriamente sociologico, come il grado di istruzione e lattivit lavorativa. Lautore dichiara esplicitamente che si
tratta di uno studio a carattere descrittivo, ma la scelta delle categorie analitiche alle quali far risalire le differenze significative
tra i gruppi, e limpiego acritico, come nello spirito del periodo,
del termine etnia sortisce un effetto generalizzante e atemporale. Inoltre, latteggiamento in risposta al dolore coagula tutte
queste componenti in uno stile espressivo, verbale e non verbale, il quale per subordinato alla comunicazione di diverse
esigenze psicologiche: ad esempio, provocare preoccupazione e

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Donatella Cozzi

interessamento, o suscitare comprensione per la propria sofferenza. In altre parole, le componenti culturali identificate servono pi a spiegare latteggiamento psicologico soggiacente che
ad avere importanza in quanto tali. La maggiore critica rivolta
a Zborowski quella che il suo studio, nel tratteggiare le differenze tra etnie, fuori dalla storia e dal cambiamento, esemplifica il paradigma discontinuista, ovvero lidea secondo la quale
il mondo composto da un mosaico di etnie, ciascuna delle
quali insediata su un territorio delimitato, con una lingua,
tradizioni, modi di vivere che le sono particolari. Una accanto
allaltra forniscono leffetto di tessere di un mosaico, ciascuna
singolarmente conchiusa e autonoma, immagine che non tiene
conto delle dinamiche identitarie e di ibridazione, omogeneizzazione ed anche sovrapposizione territoriale dei gruppi. Il paradigma discontinuista stato da almeno 20 anni abbandonato
dalle discipline antropologiche, ma resiste tenace nel senso comune, che continua a pensare a un mondo fatto di etnie, ognuna delle quali descrivibile come una entit autonoma, distinta
da quella accanto, portatrice di interessi, con un profilo caratteriale, usi, costumi e comportamenti diversi da quelle intorno.
Nelluniverso sanitario, il rischio che un paradigma discontinuista profila quello di generare negli operatori sanitari aspettative di comportamento dei pazienti standardizzate: quando
litaliano, il ghanese o il cinese sembrano comportarsi in modo
diverso dalle pre-comprensioni, rappresentano una deviazione
dalla norma, che acquista una coloritura morale: allora si tratta
di una incapacit della persona ad esprimersi in modo comprensibile, oppure essa dotata di scarsa autonomia e pretende di
avere tutto, di ottenere risposte per qualsiasi esigenza. Lalone
di notoriet del saggio di Zborowski meglio pi comprensibile
se concentriamo la nostra attenzione su alcuni elementi periferici della sua analisi. Tra di essi, oltre al gi citato problema della
possibile sottovalutazione del dolore del paziente da parte dello
staff medico-infermieristico, che diventer il tema dominante
nella letteratura clinica degli ultimi anni, lo spunto legato alla
dimensione biografica, concernente le conseguenze che una pa-

4. Dolore

91

tologia dolorosa pu avere sulla globalit di vita di una persona


quando interseca la dimensione lavorativa e le risorse attingibili
dai vari sistemi di welfare, e la riflessione sulla differenza tra
dolore previsto e dolore accettato. Scrive Zborowski: la
previsione del dolore nasce da una sofferenza considerata inevitabile in determinate situazioni... Laccettazione presuppone
anche la disponibilit a sperimentare il dolore (Zborowski M.,
1977 [1952]:110) Lesempio fornito dallautore per capire la
differenza tra previsione ed accettazione del dolore riguarda il
parto: il dolore delle doglie previsto in quanto connesso fisiologicamente al parto, ma mentre ad esempio negli Stati Uniti,
gi negli anni Cinquanta, non era accettato e si usavano vari
mezzi per alleviarlo, in altre nazioni esso era previsto e anche
accettato, e di conseguenza si faceva poco o nulla per mitigarne
la sofferenza. Questo spunto ci permette di aprire una riflessione contemporanea sulla lentezza della diffusione delle terapie
antalgiche, segnatamente in Italia sino al 1999, che caratterizza una cultura dellaccettazione sociale del dolore, soprattutto
nel caso dei malati terminali. stato un percorso segnato da
pastoie burocratiche - il peso delegato ai medici di medicina
generale nella somministrazione di oppiacei, quindi di sostanze
la cui prescrizione era materia soggetta a particolari controlli -,
dal timore dei pazienti e dei loro familiari legato allassunzione
di sostanze lette come comportanti dipendenza, da una cultura
del dolore, non possiamo dire quanto influenzata da ideologie
religiose, per la quale il dolore mal trattato e necessariamente
sopportato diventava inevitabile.
A proposito della disponibilit a sperimentare il dolore
si segnala uno degli aspetti meno indagati dalla letteratura, ma
che appare particolarmente pertinente allambito delle cure riabilitative: la mobilizzazione di un arto, il ri-apprendere a camminare utilizzando presidi o supporti per il recupero funzionale
di lesioni muscolo-scheletriche, e gli esercizi ad esso legati, cos
come molti altri trattamenti medici, infermieristici e riabilitativi, implicano la disponibilit a sperimentare dolore da parte
del soggetto. Un dolore che, soprattutto in ambito riabilitativo,

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Donatella Cozzi

non pu essere sedato, perch fornisce al curante e al paziente


la percezione del limite di motilit e di controllo e di percezione
del corpo, se si eccettua lapplicazione preventiva di ghiaccio
sintetico o della Tens (Transcutaneous electrical nerve stimulation, stimolazione cutanea mediante elettricit a basso voltaggio applicata per mezzo di elettrodi nella zona da cui si irradia
il dolore). Rispetto a questa cooperazione tra curanti e curati
intessuta dallesperienza del dolore, stato esaminato principalmente il versante della cooperazione interpretativa, nella
costruzione del therapeutic emplotment (costruzione della
trama terapeutica) esaminata da Cheryl Mattingly (Mattingly
C., 1994): la narrazione mette in forma lesperienza della malattia e ne consente la valutazione dei progressi da parte dei
pazienti e dello staff.
Studi successivi a quello di Zborowski sino alla fine degli
anni ottanta del Novecento hanno approfondito il rapporto
tra dolore e cultura in senso descrittivo, allargandolo ad altri
gruppi culturali (Migliore S. 1989, Lipton J. - Marbach J.
1984, Craig K. - Wyckoff M. 1987). Il merito di tali ricerche
senzaltro quello di evidenziare la relativit di quanto consideriamo scontato nellesprimere qualcosa che ci appare immediato e naturale come il dolore fisico. Tuttavia, studi di questo
genere, orientati ancora su singole popolazioni, ripetono alcuni
dei limiti gi evidenziati: tendono a costruire una immagine stereotipata, rischiano di farci perdere di vista lindividuo, e ci
che per la sua esperienza viene a significare provare dolore.
Inoltre, collaborano a costruire immagini dellAltro come forme di appropriazione, inglobamento, annichilimento della diversit. Ogni cultura crea le forme entro le quali versare e concettualizzare la sofferenza, ma che cosa il dolore significhi per
la vita di ciascuno di noi pu essere chiarito solo attraverso la
relazione complessa tra la nostra esperienza e storia individuali,
e larena politica formata dalle figure e dalle strutture sanitarie.
Meno generalizzante la serie di studi che tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta concentra lattenzione sui modi culturali
di esperienza del dolore, le categorie descrittive e cognitive, la

4. Dolore

93

semantica del dolore che traduce lesperienza in significati condivisi: dalla descrittivit si procede verso i linguaggi e i significati del dolore, avvicinando lapproccio fenomenologico. E il
periodo in cui si approfondiscono gli idiomi della sofferenza,
ovvero i codici espressivi utilizzati per esprimere malessere e
dolore fisico.
Ad esempio, nella vasta letteratura sui nervios, quale particolare idioma del malessere, troviamo lo studio di Abad e Boyce (Abad V. - Boyce E., 1979) concernente due diverse concettualizzazioni del mal di testa (dolor de cabeza e dolor de cerebro),
che si distinguono per sede, intensit dello stimolo doloroso e
qualit dellesperienza. Ohnuki-Tierney (Ohnuki-Tierney E.,
1981), descrivendo la salute/malattia presso gli Ainu giapponesi, elenca le metafore animali impiegate nella descrizione dei
sintomi, come pure Ots (Ots T., 1990) si sofferma sulle forme
di disagio che segnano lincorporamento delle categorie mediche tradizionali cinesi di equilibrio/squilibrio quale causa della
malattia. Ebigbo (Ebigbo P.O., 1982) elenca le forme di malessere e dolore fisico e le espressioni relative che appaiono come
predittive di disagio mentale in una popolazione nigeriana. Va
ricordato inoltre uno studio la cui complessit anticipa le linee
attuali di riflessione sul dolore: Fabrega e Tyma (Fabrega H.
- Tyma S., 1976a, Fabrega H. - Tyma S., 1976b) individuano
la relazione tra dolore e cultura come interrelazione di stupefacente complessit tra elementi neurobiologici, modulati da processi ormonali, emozionali e percettivi, a loro volta influenzati
da categorie culturali e relazioni sociali. Uno studio cos denso
e multifattoriale da rendere improponibile ogni tentativo settoriale (delle scienze sociali o di quelle mediche) di cogliere i
processi che trasformano la fatica in mal di testa, o uno stigma
sociale in crampi addominali. In effetti, la rete delle variabili da
prendere in considerazione nellesperienza del dolore talmente ampia, e la metodologia ancora cos inadeguata, da spiegare
come il dolore sia, per le scienze mediche, uno dei pochi stati
definiti come soggettivi, da un lato, mentre per le scienze sociali ci si concentra maggiormente sulla espressione del dolore

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Donatella Cozzi

ed i codici condivisi.
David Le Breton (Le Breton D. 1995) aggiunge una nuova
tessera alla costruzione della sua antropologia del corpo intrapresa sin dalla met degli anni Ottanta con un testo che affronta
il dolore su un piano antropologico, interrogandosi su come la
trama sociale e culturale in cui esso immerso influisce sui comportamenti e sui valori. Le tre polarit del dolore universalit,
individualit, socialit costituiscono lo sfondo di un percorso
complesso di riflessione. Il dolore, assolutamente irriducibile
alla nudit di un semplice fatto biologico, propone leterno problema del significato del male. Per questo motivo il dolore viene
integrato da tutte le societ in una visione del mondo, che attribuisce significati, elabora misure simboliche e pratiche per limitarne la distruttivit, o trasformarlo in prova creativa e vitale.
Esemplare il cristianesimo, il quale, come altri sistemi religiosi, colloca la sofferenza umana allinterno di un disegno divino
al quale luomo non pu che sottostare. La sofferenza estrema,
la tribolazione della carne in questo disegno divengono segno
di elezione, trasformandosi, come testimoniano le vite dei santi,
in godimento ed estasi. Sulla valenza positiva e vitale del dolore
si fondano anche i riti di iniziazione: il dolore imposto e ritualizzato, insieme alla dimensione del segreto, diventano matrici
generatrici di inclusione e costruzione di umanit, di risorse
morali e fisiche per affrontare lesistenza, individuale e sociale.
Le Breton si sofferma su alcuni usi sociali del dolore, come il
dolore educativo somministrato attraverso le punizioni corporali, o la tortura quale materializzazione di una logica del dominio, o, seguendo lo spunto di Zborowski, il dolore ammesso
e previsto in alcune pratiche sportive, come il pugilato. Lanalisi
di Le Breton senzaltro calzante, quando constata che lappropriazione del dolore da parte della medicina come oggetto
di sua esclusiva competenza ha contribuito a mutare il rapporto
degli individui con la sofferenza fisica. Il dolore sta perdendo
ogni significato morale, cos come si perde progressivamente il
valore un tempo attribuito alla capacit di sopportazione personale, mentre la domanda crescente di analgesici consegna alla

95

4. Dolore

medicina un potere crescente sui corpi, nonostante le attese di


onnipotenza si infrangano contro lincapacit di trattare molte
forme di dolore grave, cronico e invalidante. La gestione monopolistica del dolore da parte della biomedicina lo trasforma
in problema tecnico di pertinenza specialistica. Viene quindi
sottratto alla competenza culturale degli attori sociali, avviandosi a diventare un non senso, incomprensibile, intollerabile.
LAutore conclude ribadendo che in ogni dolore c in potenza
una dimensione iniziatica, una sollecitazione a vivere pi intensamente la coscienza di esistere. Sradicando il sentimento della
propria identit, il dolore antropologicamente un principio
radicale di metamorfosi, di accesso ad una identit rinnovata,
di conoscenza dei propri limiti. Ma sembra che Le Breton si
stia riferendo unicamente al dolore acuto, non a quello cronico,
sembra ignorare quella parte dellumanit per cui non possibile risollevarsi dal proprio male, ed il dolore rimanda ad una
mortificazione della propria umanit, allimpellente e non risolvibile necessit di allontanarsi da esso. Questo tipo di analisi,
alla fine disancorato dalle situazioni concrete, sortisce un effetto disumanizzante.

3. Dare
Scarry

voce al dolore: da

Margo McCaffery

Elaine

Il dolore reale nel senso che provato da una persona: non


esiste quindi disancorato da innumerevoli specifiche esperienze. Il poter essere definito, nella sua intensit e nelle conseguenze che si oppongono alla qualit della vita, unicamente da chi lo
prova, una acquisizione recente per le scienze mediche e per
il campo applicato della terapia e dellassistenza. Si tratta infatti
di un ambito che si sottrae alle istanze di modelli oggettivanti
e di validit generale, in quanto la specifica qualit percettivocognitiva dellesperienza del dolore la sottrae ai paradigmi conoscitivi consolidati. Questa riflessione fu ripresa dallostetrica
inglese Margo McCaffery, una tra le professioniste pi impe-

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Donatella Cozzi

gnate nel campo dellapplicazione della gestione del dolore e


nella divulgazione scientifica rivolta agli infermieri (McCaffery
M., 1983: 21): il dolore tutto ci che il malato afferma che
sia, reale o immaginario, e per quanto insignificante possa sembrare allosservatore esterno, il malato non ha dubbi della sua
esistenza e importanza.
Elaine Scarry (Scarry E., 1990 [1985]) si colloca entro questo nuovo ambito di consapevolezza, e in un poderoso testo
conduce una complessa riflessione sulla violenza, in cui si coglie
la meditazione di Simone Weil, alla luce del concetto di alienazione marxiana. Muovendo da osservazioni sulla difficolt di
esprimere il dolore (avverte lautrice che lavorare per dare voce
al dolore lavorare contro la sua persistente, autoisolante intensit, e perci contro il dolore stesso), Elaine Scarry esamina due
casi di pratiche il cui carattere distruttivo viene socialmente negato, opacizzato: la tortura e la guerra. La sequenza fondamentale dellanalisi dedicata al nesso produzione-violenza: sofferenza, immaginazione, lavoro, oggetto prodotto, differenziando
tra il produrre come civilt e il produrre come estraneazione.
Analogamente il corpo si inscrive in questa produzione: pu
essere colto come espansione, attraverso oggetti e strumenti,
come creazione, proiezione della vitalit, mentre simmetricamente, la decivilizzazione distrugge il corpo, attraverso la
tortura e la guerra, o meglio il corpo si contrae a significare una
ideologia estranea vincente. LAutrice analizza come il dolore
fisico occupi una posizione eccezionale nellintero tessuto degli
stati psichici, somatici e percettivi, perch lunico stato privo
di un oggetto:
sebbene la capacit di esperire dolore fisico sia per gli esseri umani
un fatto altrettanto importante quanto la capacit di udire, toccare, desiderare, temere, aver fame, il dolore si distingue da questi
eventi e da ogni altro evento somatico e psichico, poich non ha un
proprio oggetto nel mondo esterno. Si odono e si toccano oggetti
posti al di fuori dei confini del corpo, un desiderio un desiderio
di x, la paura paura di y, la fame fame di z: ma il dolore non

4. Dolore

97

di o per qualcosa soltanto se stesso. Questa mancanza


di oggetto, la totale assenza di un referente, impedisce di solito la
sua espressione linguistica: privo di oggetto, non pu essere facilmente oggettivato in alcuna forma, materiale o verbale. Ma questa
mancanza di oggetto pu anche dare origine allimmaginazione,
mettendo innanzitutto in moto il processo che alla fine porta alla
luce la marea di artefatti e di simboli che produciamo e fra cui ci
muoviamo (Scarry E., 1990 [1985]: 278).

La prima qualit che caratterizza il dolore, secondo Scarry,


la sua refrattariet al linguaggio. Questo ancora pi vero per
il dolore intenso e prolungato che pu accompagnare un cancro, le ustioni, unamputazione, cos come il dolore intenso e
prolungato che si pu provare senza che si manifesti una malattia definibile. Il dolore fisico non resiste solo al linguaggio,
ma lo distrugge attivamente, porta ad uno stato anteriore ad
esso, ai suoni e ai gemiti che un essere umano emette prima di
apprenderlo. Inoltre, lesperienza dellintensit del dolore non
pu essere condivisa. Quando una persona ci parla del proprio
dolore, ci che accade allinterno del suo corpo pu assumere il carattere remoto di un evento sotterraneo e profondo. A
meno che la superficie del corpo non ne mostri le tracce che
lo giustificano e che lo rendono reale per noi una ferita, una
piaga, un ascesso, un gonfiore il dolore per chi non lo vive non
reale: appartiene ad una geografia invisibile, perch non si
ancora manifestato sulla superficie visibile del corpo. Il dolore
si trova nei corpi di persone che vivono nel mondo in cui si
svolge la nostra vita quotidiana, e che ad ogni istante possono
trovarsi soltanto a qualche centimetro di distanza da noi. Il segno del trionfo del dolore che il suo carattere ripugnante in
parte determinato dalla separazione completa tra il senso della
propria realt e la realt delle altre persone. Quando si parla
del proprio dolore fisico e del dolore fisico di unaltra persona,
pu quasi sembrare che si stia parlando di due eventi completamente diversi. Chi soffre coglie il dolore naturalmente (cio non
pu non coglierlo, neppure con uno sforzo eroico), mentre per

98

Donatella Cozzi

chi estraneo al corpo sofferente, viene naturale non cogliere


il dolore. facile rimanere nella totale inconsapevolezza della
sua esistenza, anche facendo uno sforzo, se ne pu dubitare, o
si pu mantenere la straordinaria libert di negarla. Alla fine,
anche se si riesce a coglierla con il massimo dellempatia e un
prolungato sforzo dellattenzione, quel qualcosa che si osserva
non sar che una parte minuscola e vaga di quello che chiamiamo il vero dolore.
Cos, per la persona che soffre, il proprio dolore un fatto talmente incontestabile e indiscutibile che provare dolore pu
essere pensato come lesempio pi convincente dellessere certi, per laltra persona, invece, ci cos difficile da afferrare
che sentir parlare del dolore pu costituire il modello principale dellessere in dubbio. Cos il dolore si insinua tra di noi,
senza che noi possiamo condividerlo, come ci che non pu
essere negato e non pu essere provato al tempo stesso (Scarry
E., 1990 [1985]: 18-19).
Quindi il problema del dolore il problema della relazione tra
colui che lo prova e gli altri, il problema della sua comunicabilit e delle complicazioni percettive che ne derivano, dellaccogliere come veridica lespressione altrui, il problema della
sua esprimibilit sia corporea che verbale, il problema di rappresentare fenomenologicamente il corpo nellesperienza vissuta del s. la declinazione delle rappresentazioni che hanno il
corpo per oggetto e insieme il rendere conto della conoscenza
incorporata del mondo. porre attenzione ai dispositivi di regolazione, di controllo, di sorveglianza, di dominio dei corpi.
4. Dolore

e comunicabilit: il dilemma del paziente manipo-

lativo e del dolore cronico

Il primo problema quindi quello della comunicabilit: poich la persona che soffre esprime con difficolt quanto prova,

4. Dolore

99

il linguaggio adatto al dolore viene talvolta creato da coloro che


non soffrono, ma parlano per conto di chi soffre. Il confronto
tra gli studi culturalisti degli anni Settanta e Ottanta e gli studi
degli ultimi 15 anni evidenza la svolta dalla leggibilit dei codici
e delle espressioni del dolore, quali repertori di segni ed espressioni che la comparazione culturale costruisce come evidenti, al
dibattito sulla loro opacit. Due sono le forme di questo dibattito: la prima interna allantropologia medica, e si verticalizza
nella riflessione fenomenologica e interpretativa sulla comunicabilit del dolore. La seconda matura nella pratica clinica
e assistenziale, e si sostanzia nella necessit di comprendere il
dolore per linterpretazione clinica e il darne sollievo.
Quando il dolore diventa cronico, si viene a complicare la
possibilit di una rappresentazione culturale. Atipico e difficilmente diagnosticabile, il dolore cronico sfida le forme convenzionali di significato. Soprattutto quando viene a mancare
una causa facilmente rintracciabile (come nel caso di emicranie persistenti, alcune forme di mal di schiena, della sindrome
temporo-mandibolare, eccetera), si avanza il dubbio che il dolore manifestato non sia reale, stia tutto nella testa, o che sia
espressione di mala fede. Molti tra coloro che soffrono di sindromi di dolore cronico, dal canto loro dicono dopo un po
nessuno ti crede. Dalla malattia, intesa come disease, ovvero
quale viene definita allinterno del modello biomedico, si passa
spesso alla valutazione morale: una incapacit della volont,
un lasciarsi andare al lamento senza sapersi controllare, la
cattiva abitudine appresa a casa propria, dove tutti corrono
dietro al paziente. Arthur Kleinman (DelVecchio Good M.J. - Brodwin P.E. - Good B.J. - Kleinman A., 1992), dedica
pagine di severa critica al modello del paziente manipolativo,
che si ritiene tragga vantaggi dalla sua vera o falsa condizione di malattia. Un modello che poggia sulla radicalizzazione dellopposizione tra psiche e soma, allinterno della quale si
suppone lalmeno parziale influenza di un controllo volontario
sui propri sintomi, della cui sincerit si diffida. Questo modello
interpretativo si basa sullassunzione che il soggetto conoscen-

100

Donatella Cozzi

te sia un agente individuale razionale, in grado di utilizzare la


ragione strumentale per raggiungere determinati scopi nel suo
mondo quotidiano. La sofferenza una risposta privata del soggetto, e fintantoch questo soggetto socialmente competente,
pu controllare il fatto che la malattia incida sulla sua vita di
relazione, esterna al suo corpo sofferente. La psicologia ha ridimensionato il riduzionismo biologico: invece di affondare il dolore nelle condizioni oggettive del corpo, essa guarda al dolore
come prodotto o mantenuto in base ad alcuni principi. Tuttavia
spesso allinterno di questa interpretazione vengono mantenute
le stesse categorie che sottostanno allapproccio medico. Se la
letteratura medica sottolinea i processi somatici, qui si focalizza la mente soggettiva (come soggetta a specifiche contingenze comportamentali e dinamiche familiari). Entrambe queste
tradizioni tendono ad ignorare che lesperienza immediata del
dolore unifica le sue origini corporee, psicologiche e sociali. Il
concetto di vantaggi (primari o secondari) che deriverebbero al paziente dalla sua condizione di malattia, esamina come,
ad esempio, le risposte comportamentali della famiglia possano
rafforzare un vissuto di malattia, e come attraverso sintomi e
dolore fisico si possano controllare gli altri, giustificare la propria dipendenza, essere lasciati in pace, evitare i rapporti sessuali, punire gli altri, controllare la propria rabbia, evitare le
relazioni troppo intime. Sono facilmente comprensibili gli effetti negativi di questi comportamenti, che descrivono i giochi manipolativi dei pazienti che usano i propri sintomi per dominare
la propria famiglia o sfuggire alle proprie responsabilit. Ora,
se da un lato vero che sintomi e dolore ristrutturano la vita
dellindividuo e quella di chi gli sta intorno, se vero che esistono famiglie che si impadroniscono dei sintomi di un familiare
o di un figlio per distogliere lattenzione dai conflitti esistenti e
mantenere un precario equilibrio che le metta al riparo dallaffrontare crisi e cambiamenti, anche vero che non facile dire
dove finisce la sofferenza del corpo e inizia la manipolazione,
quanto si coscienti e si in grado di controllare i sintomi e il
dolore, e, soprattutto, se questo dolore fisico vero o falso.

4. Dolore

101

Il medesimo interrogativo viene sollevato da medici e operatori


sanitari che incontrano, per le visite obbligatorie o su richiesta,
molti rifugiati e richiedenti asilo dei Centri di accoglienza: quel
dolore allo stomaco, o alla testa, quel malessere diffuso e opaco
che resiste ad ogni diagnosi puntuale, parla attraverso un corpo sofferente in cui inscritta la temporalit sotto assedio
(Beneduce R., 1998) di coloro che sono in attesa di definire il
loro status.
La dicotomia tra mente e corpo sostenuta sia dalla ricerca
medica che da una parte di quella psicologica, mortifica e indigna molti pazienti quando la loro esperienza viene screditata e
messa in dubbio come non reale, o come dolore funzionale, quando il dolore fisico che comunque provano viene considerato un problema psicologico, non un problema medico.
Attribuire questo dolore ad una disfunzione della mente piuttosto che del corpo implica che colui che soffre che deve essere
biasimato sia per il dolore sia per il fallimento del medico a
trovare una cura.
A partire dal dolore cronico, la prospettiva antropologica sostenuta dagli estensori di Pain as human experience (DelVecchio
Good M.J. - Brodwin P.E. - Good B.J. - Kleinman A., 1992)
ribadisce che lesperienza del dolore richiede sempre un riorientamento cognitivo da parte della persona. Qualsiasi evento di malattia e in modo particolare quelle gravi o croniche,
costituiscono un assalto ontologico che sfida la relazione tra il
corpo, il self e mondo circostante. Diventa a questo punto importante concentrarsi su come viene riferita, narrata, proposta
lesperienza del soggetto, rivelando la dialettica tra i generi, le
modalit di resistenza, le condizioni socio-economiche che
contribuiscono a mantenere subordinazione, miseria, malattia,
disabilit, dispiegate come embodiment, incorporazione.
ancora il testo di Elaine Scarry ed il problema della comunicabilit del dolore ad essere motore di riflessioni critiche:
Vincent Crapanzano (Crapanzano V., 1996), muove la sua critica a Elaine Scarry alla luce della visione di Lacan, pur condividendo che il dolore del corpo una percezione costituti-

102

Donatella Cozzi

vamente priva di oggetto. Oltre al dolore, vi sono anche altri


stati privi di un oggetto, come langoscia, o il godimento, e la
mancanza oggettuale di uno stato non ne impedisce la figurazione, come nella poesia o nelle arti figurative. Al contrario,
Crapanzano pone il dolore a fondamento della significazione, e
i suoni e grida che Scarry considera anteriori al linguaggio vengono letti come istanza comunicativa, richiamo allempatia, non
pi espressione di un s isolato, di un corpo isolato. Il dolore ha
quindi una dimensione interpersonale, interlocutoria. LAutore
ribadisce limpossibilit di raggiungere una definizione univoca
del corpo, e ricorda che il corpo non pu mai essere considerato al di fuori dellesperienza della sofferenza, nella misura in
cui parlare il/del corpo equivale ad agirlo. In questa azione si
basa fenomenologicamente lesigenza di una intersoggettivit.
Questo deve valere come monito alle scienze sociali in generale,
di fronte al pericolo di mimare quel silenzio che collude a perpetuare le forme di sofferenza.

5. Il genere del dolore


Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo.
Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando lostetrica dice
non urli, non mica la prima. Imparano a cantare piangendo, a
suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni
in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della citt a
piedi su e gi per gli autobus. Le donne hanno pi confidenza
col dolore. Del corpo, dellanima. un compagno di vita, un
nemico tanto familiare da esser quasi amico, una cosa che c e
non c molto da discutere. Ci si vive, normale. Strillare disperde
le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa
serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo
da qualche parte perch lasci fiorire qualcosa. una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa (De Gregorio C.,
2008: 3).

Se il dolore una dimensione umana universale, legittimo

4. Dolore

103

leggervi una dimensione di genere? Nel caso di una risposta


positiva, cosa di questa lettura arricchisce il tema generale di cui
stiamo trattando? Pi che a inverare la differenza, le peculiarit di genere, ci permettono di approfondire il tema delle precomprensioni cognitive e culturali in gioco quando si affrontano i problemi posti dal dolore. Abbiamo notato come i primi
studi sullespressione del dolore siano sorti allinterno di uno
spazio decisionale e terapeutico connotato al maschile, come
lospedale per veterani in cui si svolge lo studio pioneristico di
Zborowski degli anni Cinquanta del Novecento. Nel solco di
quella lettura generalizzante lesito stato duplice: spesso si
espunta una prospettiva di genere, considerando lespressione
del dolore come esito di eventuali differenze culturali, ma non
di differenze di genere. Altre volte, del dolore delle donne si
accentuato il carattere di eccessivit espressiva, cresciuto
entro lo stereotipo di matrice ottocentesca della donna come
sregolata detentrice del primato emotivo tra i sessi. Il dolore
espresso dalle donne sarebbe quindi due volte soggetto a fraintendimento: perch le donne sono spesso considerate testimoni inaffidabili, e perch, soprattutto in caso di dolore cronico,
dopo un po nessuno ti crede.
Emma Whelan (2003) mette a confronto due strumenti di
valutazione costruiti per le donne che soffrono di endometriosi.
Questultima una malattia cronica frequentemente descritta
come enigmatica da parte dei professionisti medici, a causa della quale alcuni tessuti collocati nella cavit perineale, in
siti esterni allutero, durante il periodo mestruale si dilatano e
sanguinano, ma non possono essere espulsi dal corpo con le
mestruazioni. Oltre a dismenorrea, lendometriosi associata
a dolore pelvico cronico, infertilit ed una ampia gamma di
disturbi. Whelan mette a confronto lo strumento elaborato
dallAmerican Fertility Association, associazione professionale
costituita da ginecologi, ostetrici ed endocrinologi con quello
sviluppato da Andrea Mankoski, una donna affetta da endometriosi. Il punto di partenza del confronto originale: nel
caso dellendometriosi ma si pu allargarlo ad altre patolo-

104

Donatella Cozzi

gie - lautrice contrappone quanto condiviso da una comunit


epistemologica, in questo caso le donne che collettivamente, e
non solo individualmente fanno esperienza della malattia, con
quanto prodotto da una comunit esperta, quella dei professionisti medici. Ad essere comparati sono i saperi elaborati da
due comunit, quindi, diversamente esperte: suggerisco che
questo concetto di comunit epistemologiche di pazienti potrebbe essere particolarmente utile nel contesto presente, considerata la proliferazione dei gruppi di supporto su Internet,
che sono i riti di interazione di queste comunit di pazienti
(Whelan E., 2003: 465). Le frontiere che separano le comunit
epistemologiche non sono date o autoevidenti, piuttosto sono
il prodotto di quanto un sociologo della scienza come Thomas
Gieryn (1983, 1999) chiama boundary work: una frontiera flessibile, nella pratica spesso violata. Nel caso dellendometriosi,
ogni comunit prende in prestito risorse epistemiche dallaltra,
per affermare qualcosa ed apparire credibile, di fatto superando il confine tra esperti e profani. La co-dipendenza e, insieme,
il conflitto tra le due comunit illustrata dagli strumenti che
ciascuna di esse sviluppa per accertare, e forse costruire, loggetto dolore da endometriosi. Per oltre ottantanni, i ginecologi hanno sviluppato classificazioni dellendometriosi, che
potessero rendere questa patologia pi affrontabile. La classificazione dellAmerican Fertility Society prende soprattutto in
considerazione linfertilit, sottostimando il sintomo principale, ovvero il dolore pelvico. Dipende, come molte altre scale di
valutazione del dolore, dalla percezione di una scala visiva, in
grado di stimare quanto la malattia sia estesa, ma non di determinarne lattivit. Infatti, pare esservi una correlazione inversa
tra lattivit endometriotica e lo stadio di classificazione: una
minima endometriosi anatomica produce una infiammazione
maggiore rispetto ad una endometriosi anatomicamente estesa. Paradossalmente, una endometriosi grave anatomicamente
produce meno sintomi, e meno dolore, di una endometriosi
allo stato iniziale o poco estesa. Come appare evidente, questo strumento di accertamento non in grado di tracciare una

4. Dolore

105

qualche conclusione sulla relazione tra dolore ed endometriosi.


Lo strumento di accertamento dellAmerican Fertility Society
unisce infine indicatori fisici riscontrabili dai medici alla valutazione soggettiva della paziente, che invitata ad esprimere
con alcuni aggettivi la qualit del proprio dolore. Quando ci
che viene riferito dalle donne coincide con quanto rilevato dai
medici, quando la mappatura fisica della malattia combacia con
la geografia fisica del dolore, la narrazione della malata viene solidificata, resa oggetto. Talvolta, per, resoconto della paziente
e indagine fisica non trovano coincidenza, e quanto narrato dalla donna viene screditato, messo in dubbio. Seguendo Emma
Whelan, lunga la traiettoria storica che stringe un legame
causale tra la salute riproduttiva e quella mentale della donna
e nella ginecologia contemporanea lendometriosi continua ad
essere considerata come un fenomeno la cui eziologia tanto
fisica quanto psicologica.
Il dolore e le sue rappresentazioni possono allora esprimere
forme di resistenza alla vulgata dominante, rivendicando margini di contrattazione, attraverso lelaborazione di strumenti
alternativi e di visibilit. Il tema del dolore, attraverso il prisma della sofferenza di genere, permette quindi di sviluppare
le dinamiche di potere implicite negli spazi di cura evidenti
nelle diverse comunit esperte, le forme di negoziazione e di
costruzione di soggettivit, le implicazioni relazionali e quelle
epistemologiche alla base della interpretazione delle evidenze
cliniche, della loro definizione e di quella degli strumenti atti a
valutare il dolore vissuto.

6. Strumenti di valutazione, assistenza sanitaria ed espressione del dolore

Quando faccio esperienza del dolore, la sua realt insistente


ed autoevidente per me. Ma solo per me. Per gli altri, il mio dolore pu non essere nulla di pi che il resoconto del mio dolore
(Whelan E. 2003: 463).

106

Donatella Cozzi

Provare dolore sfida il linguaggio e la capacit di comunicarlo allesterno del corpo. Sapere quanto dolore prova una
persona insieme il primo atto di sollecitudine di chi cura ed
assiste e la pietra dinciampo per ogni pretesa di oggettivazione.
Indubitabile per chi ne fa esperienza, il dolore aggiunge alla
sofferenza che imprime quella di alimentare il dubbio di chi
si volge a coglierlo dallesterno, in assenza di strumenti che
permettano di darne una misurazione oggettiva. In un ambito
come quello clinico in cui prevale la pretesa di riuscire a tradurre ogni esperienza del corpo in dato oggettivo, lesperienza del
dolore per la sua stessa specificit si sottrae a questo universalismo misuratore. Cerchiamo di sfidare la dimensione privata e
individuale del dolore definendolo, misurandolo, teorizzandolo
ed analizzando la narrazione di qualcuno che lo prova. Ma le
rappresentazioni del dolore non sono equivalenti al dolore in
s. Come esperienza privata e soggettiva e crea una separazione
tra chi soffre e chi osserva. Isabelle Baszanger, nel suo studio sullinvenzione della medicina del dolore, nota come gli strumenti
di accertamento e classificazione del dolore siano stati essenziali
per farne un oggetto malleabile, affrontabile oltrepassando la
sfida soggettiva che propone. Intorno a questo oggetto la comunit professionale pu organizzarsi: la classificazione gioca un
ruolo essenziale nel creare una comunit di pratiche e pu diventare una base comune attraverso la quale i medici comunicano tra
loro e con gli altri (Baszanger I., 1995: 34).
Lo studio di Whelan, citato nel paragrafo precedente, riporta come, quando si chieda - ad esempio nel caso dellendometriosi - di esprimere la qualit del dolore scegliendo cinque
aggettivi, questi possono essere usati in modo diverso da persone diverse, ed anche impiegati differentemente dalla stessa
persona in momenti diversi.
Oltre alla complessit che il tema della comunicazione del
dolore schiude per la riflessione antropologica, riposa un grande quesito di fondo, pertinente la possibilit della sua rappresentazione (e rappresentabilit). Comunicare e prestare ascolto al dolore ha comportato e comporta sviluppare strumenti in

4. Dolore

107

grado di affrontare la difficolt di rendere accessibile qualcosa


che incarnato in chi ne fa esperienza, quindi in una soggettivit irriducibile, e rendere tali traduzioni congruenti allo scopo di curare, lenire il dolore, renderlo significativo per comprendere cosa succede nel corpo della persona sofferente. Gli
strumenti di assessment del dolore rispondono allesigenza di
generalizzazione e comparazione delle esperienze individuali,
ma presentano il rischio di ridurre lesperienza di chi soffre o di
sovrapporre il dato tecnico - di norma espresso numericamente - al vissuto. Questa esigenza si diffusa particolarmente in
Italia dopo lemissione delle Linee guida per la realizzazione dellospedale senza dolore (Gazzetta della Repubblica Italiana,
2001), che, con un ritardo storico non indifferente rispetto ad
altre nazioni europee, ha dato impulso ad un nuovo atteggiamento verso questo problema. Largomento di quali strumenti
utilizzare per la valutazione del dolore dei pazienti e di come
affrontare la comunicazione del dolore in persone con difficolt
espressive o cognitivamente svantaggiate stato variamente affrontato nei protocolli delle aziende sanitarie che si conformano alle Linee guida, dando luogo sia a ricerche e discussioni che
permettono una critica culturale degli strumenti adottati, e che
si pongono con attenzione il problema della comunicazione del
dolore, sia a pratiche che inficiano la portata delle Linee guida,
vanificandone gli scopi. Mancano dati concreti su quanto siano
effettivamente diffusi negli ospedali italiani il rilevamento del
dolore e le quipes antalgiche, alle quali esso viene demandato
soprattutto nel periodo post-operatorio, e su quale sia la loro
composizione (che vedrebbe lobbligo della presenza di un medico anestesista). Nel divario sempre possibile tra la teoria della
pratica corretta e la sua applicazione nelle singole realt, si raccolgono notizie sconfortanti: molti medici ospedalieri continuano a considerare la presenza di dolore post-operatorio utile per
comprendere il decorso dopo loperazione, alla rilevazione del
dolore talvolta vengono delegati gli studenti infermieri, indice
che il compito non viene stimato come proprio di una professionalit matura, e quanto essi raccolgono viene poi re-interpre-

108

Donatella Cozzi

tato dallinfermiere dirigente segno che occorre correggere


la traduzione che del dolore dei ricoverati essi fanno, portando
ad una approssimazione di secondo grado rispetto alla enunciazione di chi sta provando dolore, si tende a delegare in toto
allquipe antalgica rilevazione e trattamento del dolore, come
se fosse un ambito di specializzazione e non un atteggiamento
del prendersi cura della persona che deve essere ubiquitario in
ogni ambito sanitario. Soprattutto, come vedremo nelle righe
che seguono, ci si affida spesso acriticamente agli strumenti di
assessment: invece di considerarli una traduzione formalizzata e
una trasformazione dellesperienza dellaltro, quindi come una
finzione in senso etimologico utile per fondare un linguaggio
comune che permetta ai vari professionisti che collaborano alla
gestione del sintomo di interagire in modo affidabile, questi
strumenti possono essere considerati come validi, oggettivi ed
affidabili in s e per s, in grado di sostituire naturalmente
lesperienza, la parola, i bisogni, il vissuto della persona che soffre. Lequivoco nasce dalla ipoteca di misurazione che grava su
questi strumenti. Misura che, per definizione, si pone sempre
come invariante ed oggettiva. Per nulla diffusi sono invece altri
strumenti ad esempio il McCaffery Questionnaire che non
misurano lintensit del dolore, piuttosto chiedono alle persone
come esso interferisce nella loro quotidianit (nel ritmo sonnoveglia, nellappetito, nel movimento, nelle attivit di lavoro e
svago, nel desiderio di incontrare e stare con gli altri) e come
questo cambia dopo la somministrazione di analgesici. Infatti,
cogliere solo lintensit del dolore un approccio limitato ad
una unica dimensione, che trascura la fenomenologia della qualit di vita percepita dalle persone.
Esaminiamo rapidamente alcuni tra gli strumenti pi diffusi,
per passare in rassegna le critiche ad essi rivolte, che mettono in
luce la loro natura culturalmente orientata e come essi riposino
su particolari pre-comprensioni culturali.
- NRS (Numerical Rating Scale) si presenta come una linea di dieci centimetri, ancorata a descrittori verbali, tra due

4. Dolore

109

estremi, in cui 0 corrisponde a nessun dolore e 10 a dolore


insopportabile. Al paziente viene richiesto di posizionarsi,
verbalmente o graficamente (ad esempio con un tratto di
penna) su questa linea. molto diffusa per la facilit di impiego, ma sconsigliata nel caso di persone che presentano
problemi cognitivi, e inoltre perch in due momenti anche
di poco successivi lintensit segnalata pu variare. Le persone che non sono in grado di rispondere a questa scala
come i sordi, molti anziani, i bambini - vengono escluse dalle
ricerche che hanno lo scopo di testare laffidabilit di questo
strumento. Pu essere fraintesa, ad esempio in Italia, perch
a questa scala si sovrappongono altre tipologie di valutazione, come quella scolastica, secondo la quale lindice numerico pi basso corrisponde alla performance peggiore e quello
pi alto a quella migliore. Cos, in perfetta buona fede, si
pu dare alla sensazione di dolore lindice numerico 7 volendo esprimere una sensazione di dolore lieve quando per
gli operatori 7 comporta una verifica clinica delle condizioni del paziente e/o la somministrazione rapida di analgesici,
in quanto vicina al limite di dolore non sopportabile. Questa
scala inoltre, poco atta a descrivere lintensit del dolore
in quegli ambiti culturali in cui scrittura e lettura non si dispongono su un asse orizzontale da sinistra a destra.
- VAS (Visual Analogue Scale), simile alla precedente,
si presenta come una linea di dieci centimetri, ancorata a
descrittori verbali, tra due estremi, in cui 0 corrisponde a
nessun dolore e 10 a dolore insopportabile. In questo
caso la linea presenta, come un righello, segni disposti ad un
centimetro luno dallaltro per sottolineare la progressione
numerica. Gli errori ed i fraintendimenti pi frequenti sono
simili alla NRS.
- FPS (Faces Pain Scale), studiata per la misurazione del
dolore in ambito pediatrico, presenta una serie di faccine
(in numero di 6 o 7) ciascuna delle quali esprime una espressione da sorridente (nessun dolore) a piangente (dolore
insopportabile). Facilmente comprensibile, non richiede

110

Donatella Cozzi

competenze di lettura o scrittura (si chiede al bambino di indicare quale faccina esprima meglio come ci si sente), e viene anche utilizzata nel caso di adulti, come anziani o persone
con difficolt di espressione, in questo caso stilizzando con
tratti meno infantili ogni singola espressione. In questultimo caso per, essendo le stilizzazioni legate ad emozioni culturalmente formalizzate e a percezioni di genere piangere
non ha lo stesso significato ovunque -, alta la possibilit di
incomprensioni.
- IPT (Iowa Pain Thermometer) consiste in sette descrittori della diversa intensit di dolore (da nessun dolore a
dolore insopportabile) disposti verticalmente, simulando
graficamente un termometro, in cui pi si sale, pi intensa
la sensazione di dolore.
Una ricerca recente, condotta tra persone sorde, in grado di
mostrare i limiti di questi strumenti (Palese A.- Salvador L.
Cozzi D., 2011) evidenziandone le pre-comprensioni culturali
implicite. Oltre a quelle gi segnalate per la NRS e la VAS,
privilegiata lespressione verbale e ludito, che mette in difficolt chi non abbia una competenza linguistica adeguata o chi
abbia lesi questi canali sensoriali. Se lambiente non adeguatamente illuminato, le persone sorde non sono in grado di leggere
lespressione labiale delloperatore che sta somministrando lo
strumento, e questo rinvia ad una variabile spesso trascurata,
ovvero le condizioni ambientali nelle quali avviene sovente la
comunicazione tra operatori e pazienti. Inoltre, molti adulti
possono sentirsi offesi dellessere trattati come bambini a cui
vengono mostrate faccine, considerate consone allinfanzia
o a persone con problemi mentali. Faccine che non tengono
conto di come, nella LIS (Lingua Italiana dei Sordi) le espressioni facciali sono quasi sempre in relazione con sentimenti ed
emozioni essere allegri, tristi.. - e non hanno una correlazione
diretta con il dolore. Anche in questo caso non si riflette sulla
natura convenzionale della sovrapposizione tra espressione ed
emozione, considerandole culturalmente neutre.

4. Dolore

111

Nel periodo immediatamente successivo allemissione delle


Linee guida, chi scrive stata coinvolta in numerose attivit di
formazione concernenti il dolore rivolte agli infermieri, e una
delle domande ricorrenti riguardava come rendere oggettiva
la risposta soggettiva del paziente. una domanda significativa: allo stesso tempo rivela le implicazioni epistemologiche di
una assistenza che inevitabilmente si confronta con il paradigma biomedico e limplicita depersonalizzazione di tale modello
e insieme mostra una professionalit che talvolta si dibatte tra
personalizzazione e standardizzazione dellassistenza. Infine
produce riflessione e consapevolezza sugli aspetti che circondano la valutazione del dolore attraverso gli strumenti che abbiamo brevemente presentato: dare ascolto al dolore, renderne la
densit di esperienza vissuta, che culturalmente produttrice di
senso e di pratiche sociali. A questa domanda, talvolta ne seguiva una seconda: come gli stranieri (ovvero come le altre culture) esprimono il dolore. Quando la differenza tutto ci che
notiamo nellAltro (e gli strumenti che richiediamo allesperto
devono sedare la nostra ansia non tanto di comprendere quanto
di normalizzare lAlterit, la malattia, la vecchiaia, riconducendola a quanto ci noto), le attribuiamo una concretezza che si
fa ostacolo allincontro. A questa opera di trinceramento dietro
alle nostre pre-comprensioni culturali, che schiaccia in dimensioni univoche le varie forme di umanit e non tiene conto della
plurivocalit dellaccoglienza, pu contribuire anche la riflessione filosofica, quando non tiene conto della singolarit delle
esperienze, del loro trovare espressione in linguaggi comuni. Si
rischia uno slittamento verso una concezione univoca, rocciosa,
imperiosa dellessere uomini o donne. Di questo costruire la
differenza, se non presente una vigile capacit di ascolto, che
trasforma le pratiche e la relazione terapeutica, si nutre anche
una parte della teoria del nursing transculturale, quando esalta
le modalit attraverso le quali i membri di ciascuna cultura
mantengono e difendono la propria salute in modi peculiari,
senza rilevare la complessit del nostro mondo attuale o senza considerare che quanto viene considerato come cultura

112

Donatella Cozzi

molto pi questione di quello che ciascuno di noi fa che una


essenza che ci compenetra.

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

5. Incorporazione e Stato1

Obiettivo di queste pagine non quello di passare in rassegna i


dibattiti accademici sullincorporazione da un lato e sullo Stato
dallaltro. Cercheremo soltanto di discutere alcuni significati e
implicazioni dei due concetti, per poi provare a focalizzarne la
relazione, cio a delineare qualche tratto del rapporto fra lincorporazione e lo Stato.
1. Sullincorporazione
Lincorporazione un concetto ingannevole, apparentemente
facile da comprendere perch presente in maniera irriflessa
nel contesto dei discorsi ordinari, oggetto di contese piuttosto
1. Questo testo la versione italiana leggermente modificata e arricchita della prefazione inglese dal titolo originale Editorial. Two or three things
about Embodiment and the State, al numero monografico di AM. Rivista della Societ italiana di antropologia medica, n. 27-28, ottobre 2009, a cura di
Giovanni Pizza e Helle Johannessen, dedicato a Embodiment and the State.
Health, biopolitics and the intimate life of State powers. Gli articoli in esso
contenuti sono di Seppilli T., Pizza G. - Johannessen H., Young A., Palumbo
B., Zemplni A., Pandolfi M. - McFalls L., Ravenda A.F., Johannessen H.,
Minelli M., Brogrd Kristensen D., Middelthon A.L., Rostgrd L., Pizza
G., Lock M (2009). Tali lavori possono essere considerati come contributi a
una discussione che incroci medicina e politica. Desideriamo manifestare qui
la nostra profonda e affettuosa gratitudine a Tullio Seppilli, per avere egli incoraggiato e favorito questa discussione, accogliendone i risultati nella Rivista
da lui diretta. Immaginato ed elaborato in comune, il testo stato materialmente scritto: da H. Johannessen, il primo paragrafo (Sullincorporazione), da
G. Pizza, il secondo (Sullo Stato), da entrambi, il terzo (Statualit della vita
quotidiana). La traduzione dallinglese di G. Pizza.

114

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

complesse nei dibattiti scientifici internazionali. In antropologia


esso indica i modi corporei di abitudine al mondo, designando
al tempo stesso liscrizione dei processi sociali nel corpo e liscrizione del corpo nei processi sociali. La parola italiana traduce loriginale termine inglese embodiment, la cui apparente leggerezza deriva dal suo significato ovvio nellinglese ordinario.
Secondo il Dizionario Oxford della lingua inglese, embodiment
il nome riferito al verbo to embody, che significa: Rendere
([una] idea, ecc.) reale o discernibile, (di cose), essere espressione
di, includere, comprendere. Il verbo inglese to embody accomuna significati che in italiano sono distribuiti a due verbi: incorporare e incarnare. Secondo il Dizionario Zanichelli della lingua
italiana, infatti, incarnare vuol dire appunto Dare corpo e figura,
rappresentare concretamente e con efficacia: i. un concetto, unidea, unimmagine, un tipo (), mentre il significato aggiuntivo
di includere, comprendere, assorbire connesso a incorporare,
anche se nel parlare comune i due verbi tendono ad essere in
gran parte sinonimi. Stando a tali significati ordinari, potremmo
dire, ad esempio, che una multinazionale lincorporazione del
capitalismo, un anello nuziale lincorporazione del legame tra
un marito e una moglie, o che questo scritto incorpora idee che
si sono manifestate nella nostra mente alcuni anni fa.
Come accade a molti altri concetti quotidiani, anche lincorporazione stata inclusa nel discorso accademico e qui discussa
e ridefinita nel corso del tempo. Pertanto questo nostro contributo una riflessione personale che si basa sui nostri punti di
vista di antropologi, e quindi esprime una chiara inclinazione a
usare il termine nel senso antropologico.
Una importante messa a punto nelluso antropologico
del concetto di incorporazione costituita da un articolo di
Thomas Csordas pubblicato nel 1990, nel quale lantropologo
statunitense propose di considerare lembodiment come paradigma per lantropologia (Csordas T., 1990). Csordas cerc di
mostrare come lo studio della cultura e del s potesse giovarsi
del paradigma antropologico dellincorporazione (ibidem: 5).
Egli sosteneva che il corpo non un oggetto da studiare in

5. Incorporazione e Stato

115

rapporto alla cultura, ma deve essere considerato come il soggetto, oppure in altri termini come la base esistenziale della
cultura (ibidem, corsivo originale). Csordas si rifaceva a tre
autori in particolare: Alfred Irving Hallowell (1892-1974), per i
suoi lavori sulla costituzione culturale del s, Maurice Merleau
Ponty (1908-1961), sul problematico rapporto tra il corpo e la
percezione, e Pierre Bourdieu (1930-2002), per i suoi studi sui
processi di incorporazione come pratica sociale (ibidem: 5-8).
Riflettendo sulle concettualizzazioni del s, della cultura, del
corpo, della percezione, dellhabitus e della pratica, che nei
dibattiti appaiono talora contraddirsi luna con laltra, fino al
paradosso, Csordas identifica lincorporazione come un concetto sovraordinato che comprende e rende compatibili la visione
fenomenologica con quello che egli denomina strutturalismo
dialettico (ibidem: 12).
In queste prime proposte di Csordas riscontriamo due questioni di interesse tuttora fondamentale. La prima che, nella
interpretazione dellantropologo statunitense, lincorporazione
si conferma come una caratteristica intimamente connessa al
corpo umano. Muovendosi cos agilmente da un concetto allaltro, dal corpo al s, dalla cultura allincorporazione, Csordas
sembra evidenziare un percorso personale che punta a coniugare una antropologia culturale del s con una esplorazione
filosofica dei fondamenti corporei della percezione e con una
teoria sociale dei rapporti fra pratiche sociali e corporee. In una
pubblicazione successiva, Csordas definisce lincorporazione
retoricamente attraverso un paragone: il rapporto fra corpo e
incorporazione equiparato al rapporto fra testo e testualit.
Questa figura retorica gli consente di definire il corpo come
lentit biologica, materiale, e lincorporazione come un campo metodologico indeterminato, definito dalla esperienza percettiva e dalle forme della presenza e dellessere impegnati nel
mondo (Csordas T., 1994: 12). In questa lettura, lincorporazione diventa un concetto riferito alla percezione corporea e
allesperienza dellessere-nel-mondo, in una stretta connessione
con il corpo umano individuale destinata a consolidarsi nel di-

116

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

battito successivo senza mai essere messa in discussione. Per


gli studiosi impegnati nelle scienze sociali della medicina certamente molto rilevante riferirsi al corpo umano, dato che tale
entit il soggetto/oggetto della malattia, della terapia e della
cura. Eppure ripensando al suo significato ordinario noi
vorremmo guardare alla possibilit di considerare lincorporazione come un concetto pi ampio e comprensivo, che non si
riferisca soltanto alla fenomenologia della percezione e allesperienza corporea umana, ma che piuttosto possa essere ricondotto alla pratica che rende le idee, le ideologie o i rapporti di
potere, reali e discernibili, concreti ed efficaci nella vita sociale
e personale degli esseri umani.
Il secondo punto di interesse ancora attuale nella proposta
di Csordas dellincorporazione come paradigma, il tentativo
di coniugare prospettive intellettuali diverse, dellantropologia culturale, della fenomenologia e della sociologia strutturale, in una comune cornice teorica. Perseguendo tale obiettivo
egli illumina la questione del rapporto tra lagente e il contesto
dellagire. Un argomento discusso fin dai primi passi dellantropologia, e che pu essere considerato come il cardine di questa
disciplina. Il dibattito antropologico si trasformato nel corso
del tempo, poich nuovi sviluppi teorici sono stati introdotti,
ma sembra che sotto diverse spoglie queste due prospettive generali dellantropologia ancora continuino a contrastarsi.
Pensiamo qui a quello che nellantropologia internazionale si
and configurando ora come contesa fra struttura e agentivit ora come polemica tra fenomenologia e costruttivismo. La
costante di queste discussioni era stabilire la direzione dellinfluenza: la capacit di agire umana a produrre la societ o la
societ a determinare lesperienza umana? La percezione una
caratteristica preoggettiva, fenomenologica e soggettiva o essa
si costruisce entro specifici rapporti sociali e di potere?
Il dibattito sullincorporazione sembra portare ancora
i segni di queste antiche discussioni (Pizza G., 2005: 37-43).
Lisolamento dellincorporazione allinterno di un approccio
fenomenologico al corpo umano pare essere diventato paradig-

5. Incorporazione e Stato

117

matico, poich gli studi sullincorporazione per lungo tempo


hanno ampiamente privilegiato lesperienza soggettiva del corpo e dellessere nel mondo. Ad ogni modo, in questi studi lincorporazione stata spesso intesa come uno strumento concettuale per estendere lidea del corpo: da una materialit corporale di muscoli e ossa, tipica della biomedicina, a una concezione
comprensiva dellesperienza corporea soggettiva e dei modi di
esistenza in un mondo sociale. Noi sosteniamo decisamente la
ridefinizione concettuale del corpo introdotta dalla nozione di
incorporazione e la riteniamo estremamente importante per la
comprensione delle vite umane.
Csordas, come altri studiosi, ci ricorda comunque la necessit di analizzare e intendere lincorporazione come un processo un modo di essere nel mondo, e non come entit separata
dai pi ampi contesti sociali, politico-economici e strutturali.
Molti studiosi hanno anche considerato i corpi come costruzioni politiche, economiche e strutturali, prevalentemente in
una prospettiva foucaultiana. Eppure sono stati rari i tentativi
di conciliare le prospettive fenomenologiche e quelle costruttiviste attraverso esplorazioni etnografiche di specifici contesti
empirici. Ci sono state proposte teoriche e studi che hanno
esaminato lintreccio fra le caratteristiche fenomenologiche e
quelle strutturali in termini generali, come ad esempio nei lavori sul rapporto tra scienza e corpi femminili. Ci pare, tuttavia,
che molti studi si siano concentrati sullincorporazione come
costruzione sociale dei corpi in modi che hanno spesso ridotto
lesperienza e lagentivit delle persone in carne e ossa a funzioni meccaniche che li trasformavano in burattini della struttura,
oppure, al contrario, hanno focalizzato lincorporazione come
un essere-nel-mondo esistenziale, in forme che hanno in definitiva ridotto il sociale a un livello astratto, lasciandolo confuso,
defocalizzato, avvolto nella nebbia.
Come ha affermato Bruce Kapferer La grande svolta individualista e soggettivista in antropologia [] ha contribuito a
far s che il sociale e la societ diventassero poco pi che gusci
vuoti, dal valore analitico scarso, se non nullo (Kapferer B.,

118

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

2005: 2-3). Riteniamo che, a questo punto, sia urgente impegnarsi ancora in metodologie e analisi che incorporino le due
prospettive, che in un certo senso le comprendano e le superino, programmando ricerche che indaghino i processi e le relazioni che le legano. Ma prima di proseguire in ulteriori discussioni, dobbiamo volgere uno sguardo pi ravvicinato allaltro
polo, al secondo concetto del titolo: lo Stato.
2. Sullo Stato
Il termine Stato ha una storia antica e complessa, discussa in
una ampia serie di scienze. Non vogliamo n possiamo ricostruirne qui la lunga vicenda, ma alcuni brevi tratti possono essere utili. Dopo le rappresentazioni medievali del sovrano come
governo e potere incarnato, i filosofi italiani del Rinascimento
hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo della
parola Stato. Il termine deriva dal latino status e fin dal medioevo si riferisce alla stabilit dei governanti, alle condizioni della
repubblica, status publicus o status rei publicae, e indicava al
tempo stesso la stabilit dei governanti (il Principe, nei termini
di Niccol Machiavelli), la terra (la difesa del territorio era essenziale), e le strutture amministrative del potere del Principe.
con Max Weber che viene formulata una idea razionale di
Stato moderno, caratterizzato da una specifica prerogativa: solo
lo Stato ha il monopolio legale della coercizione fisica. Lo Stato
moderno lentit che ha il monopolio del politico, messo in
atto da procedure e mezzi razionali: la legge, la burocrazia, che
consente la legalit e loggettivit dei processi politico-amministrativi (Matteucci N., 2005).
Il concetto weberiano di Stato molto diverso dallidea di
Stato che ritroviamo nella ricerca antropologica, alla quale torneremo tra breve. Anche se la nozione weberiana dello Stato
pu essere sottoposta a una critica antropologica, tuttavia utile soffermarsi su alcuni aspetti interessanti che emergono dalla
tradizione filosofico-politica europea. Per esempio, come ha

5. Incorporazione e Stato

119

mostrato il filosofo Gianluca Briguglia in un suo recente studio,


la scienza politica dello Stato occidentale ha usato per secoli la
metafora dello Stato come corpo vivente (Briguglia G., 2006).
Poich stiamo esplorando insieme lincorporazione e lo Stato,
non possiamo trascurare una tale intrigante tradizione metaforica usata per descrivere la natura e la funzione dello Stato.
Per approfondire questo punto, troviamo nei lavori di Niccol
Machiavelli (nel 1515) e di Thomas Hobbes (nel 1651) tratti
di un discorso sulla vita corporea dello Stato espressi non soltanto in termini metaforici. Machiavelli infatti descrive lo Stato
come corpo regolato dallequilibrio e dalla stabilit dei suoi
umori (Briguglia G., 2006: 77-110), ma questa metafora non
solo un frammento di una retorica naturalistica, piuttosto
connessa alla pratica medica del tempo, che aiuta Machiavelli
a sviluppare una filosofia dinamica del conflitto e dei processi
di trasformazione rappresentati nei termini di salute, malattia
ed efficacia delle cure. Machiavelli ci invita a studiare lo Stato
come una forma di vita (attraverso la metafora corporea), nelle
guerre, nelle battaglie, nella instabilit, ed elabora una complessa arte dellefficacia, basata sullabilit di manipolare e trasformare i rapporti di forza. In tal senso la metafora corporea non
usata come dispositivo cognitivo o suggestione retorica per
descrivere la fisiologia o la patologia della politica, ma come
una cornice per ragionare su specifiche e concrete situazioni di
conflitto in cui i poteri sovrani dello Stato sono incarnati e messi
in opera. Analogamente, secondo Hobbes, nel suo Leviatano, la
metafora dello Stato-corpo concepita anche in termini teologici: la naturalizzazione dello Stato un processo rappresentato
nei termini di una incorporazione della autorit divina identificata con lo Stato. La direzione che Hobbes imbocca chiara,
se solo citiamo i titoli relativi alle diverse parti del suo trattato:
De Corpore, De Homine, De Cive: corpo, uomo, cittadino. Vale
a dire che gli esseri umani condividono un corpo biologico, ma
anche un corpo statale che costituisce la loro seconda natura
(sudditi/cittadini).
Attraverso questi brevi frammenti di storia del termine Stato

120

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

e della tradizione metaforica dello Stato incorporato, vorremmo


sottolineare come sia possibile disarticolare lidea weberiana
dello Stato come unit monolitica fissa e razionale attraverso un
esercizio di rilettura critica della filosofia politica. Le etnografie
della complessa evidenza dello Stato nella vita quotidiana hanno posto molta attenzione sulla frammentazione e la presenza
microfisica dello Stato (Aretxaga B., 2003). In molti commenti
scientifici a carattere filosofico-politico, tale frammentazione
stata reificata e descritta nei termini di una dissoluzione dello
Stato, ci riferiamo alle letterature sulla presunta crisi dello
Stato. Nel nostro contesto, invece, preferiamo concepire la microfisica disseminazione dello Stato nelle pratiche che lo costruiscono quotidianamente. Quello antropologico piuttosto un
tentativo di vedere come lo Stato viva nelle pratiche della vita
quotidiana, cio nei processi di incorporazione. Questa prospettiva presuppone la disposizione a non separare lo Stato dalla societ civile, ovvero a guardare oltre una simile dicotomia.
In quello che ci appare come il primo tentativo di superare tale
dicotomia il marxista italiano Antonio Gramsci sugger di studiare la statualit nella vita quotidiana. Gramsci ha cercato di
andare oltre la separazione tra lo Stato e la societ civile e nella sua teoria pratica dellegemonia troviamo inclusa unampia
gamma di attivit statali fra le quali considerata anche la pratica intellettuale e scientifica:
Se scienza politica significa scienza dello Stato e Stato tutto il
complesso di attivit pratiche e teoriche con cui la classe dirigente
giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere
il consenso attivo dei governati, evidente che tutte le quistioni essenziali della sociologia non sono altro che le quistioni della
scienza politica (Gramsci A., 1975: 1765).

Nella teoria della egemonia come concepita da Gramsci, una


specifica ideologia non semplicemente una serie di regole e
sanzioni, n laffermazione istituzionalizzata di una visione dominante del mondo, basata sul potere di coercizione, piuttosto

5. Incorporazione e Stato

121

una ideologia lavora costantemente, culturalmente e sentimentalmente, a una costruzione della realt, essa, cio, descrive autorevolmente come il mondo e la realt sono (Mageo J. - Knauft
B. M. 2002: 5, Pizza G. 2003, 2012). pertanto sulle forme di
costruzione della realt che una prassi critica deve esercitarsi.
In primo luogo criticando e riarticolando la nozioni filosofiche
di natura umana, seconda natura, naturale:
Argomenti di coltura. Contro natura, naturale ecc. Cosa significa
dire che una certa azione naturale, o che essa invece contro natura? Ognuno, nel suo intimo, crede di sapere esattamente
cosa ci significa, ma se si domanda una risposta esplicita, si vede
che la cosa non poi cos facile. Intanto occorre fissare che non
si pu parlare di natura come qualcosa di fisso e oggettivo, in
questo caso naturale significa giusto e normale secondo la nostra
attuale coscienza storica, che poi la nostra natura. Molte azioni
che alla nostra coscienza appaiono contro natura, per altri sono
naturali perch gli animali le compiono e non sono forse gli animali gli esseri pi naturali del mondo? Queste forme di ragionamento si sentono talvolta fare a proposito di problemi connessi
ai rapporti sessuali. Perch lincesto sarebbe contro natura se
esso comune nella natura Intanto anche queste affermazioni
sugli animali non sempre sono esatte, perch le osservazioni sono
fatte su animali addomesticati dall uomo per il suo utile e costretti
a una forma di vita che per loro non naturale, ma secondo la
volont umana. Ma se anche ci fosse vero, che valore avrebbe ci
per luomo? La natura delluomo linsieme dei rapporti sociali
che determina una coscienza storicamente definita, e questa coscienza indica ci che naturale o no [ed esiste cos una natura
umana contraddittoria perch linsieme dei rapporti sociali].
Si parla di seconda natura, una certa abitudine diventata una
seconda natura, ma la prima natura sar stata proprio prima?
Non c in questo modo di esprimersi del senso comune laccenno
alla storicit della natura umana? (Gramsci A., 1975: 1032).

Per Gramsci lo Stato ha il compito di elaborare un nuovo tipo


umano (Gramsci A., 1975: 2146), trasformando il corpo e producendo lidea della soggettivit. Lo Stato agisce, pertanto, in
un dialogo intimo con i suoi cittadini. Gramsci suggerisce che

122

se

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

Stato significa specialmente direzione consapevole delle grandi


moltitudini nazionali, quindi necessario un contatto sentimentale e ideologico con tali moltitudini e, in una certa misura, simpatia e comprensione dei loro bisogni e delle loro esigenze (ibidem:
2197).

Nei Quaderni del carcere Gramsci riflette anche sulle performance concrete e le azioni fisiche degli intellettuali e dei burocrati statali, che sono considerati i riproduttori dello Stato attraverso i loro gesti (come nella scrittura, ad esempio). In sostanza
egli si interroga sulla unit di azione fisica e intellettuale di questi specifici funzionari e sul loro addestramento formativo:
Sulla burocrazia. 1) Il fatto che nello svolgimento storico delle
forme politiche ed economiche si sia venuto formando il tipo del
funzionario di carriera, tecnicamente addestrato al lavoro burocratico (civile e militare) ha un significato primordiale nella scienza
politica e nella storia delle forme statali. Si trattato di una necessit o di una degenerazione in confronto dellautogoverno (selfgovernment) come pretendono i liberisti puri? certo che ogni
forma sociale e statale ha avuto un suo problema dei funzionari, un
suo modo di impostarlo e risolverlo, un suo sistema di selezione,
un suo tipo di funzionario da educare. Ricostruire lo svolgimento
di tutti questi elementi di importanza capitale. Il problema dei
funzionari coincide in parte col problema degli intellettuali. Ma
se vero che ogni nuova forma sociale e statale ha avuto bisogno
di un nuovo tipo di funzionario, vero anche che i nuovi gruppi
dirigenti non hanno mai potuto prescindere, almeno per un certo
tempo, dalla tradizione e dagli interessi costituiti, cio dalle formazioni di funzionari gi esistenti e precostituiti al loro avvento (ci
specialmente nella sfera ecclesiastica e in quella militare). Lunit
del lavoro manuale e intellettuale e un legame pi stretto tra il potere legislativo e quello esecutivo (per cui i funzionari eletti, oltre che del controllo, si interessino dellesecuzione degli affari di
Stato) possono essere motivi ispiratori sia per un indirizzo nuovo
nella soluzione del problema degli intellettuali che di quello dei
funzionari (Gramsci A., 1975: 1632, corsivo mio).

Alla luce di queste notazioni gramsciane possiamo considerare

5. Incorporazione e Stato

123

lo Stato nel senso pi ampio e allargato. Esso presente nella


estensione della vita quotidiana, che la cornice di quella unit
del lavoro manuale e intellettuale, da esplorare minutamente.
Occorrer interrogarsi su come lo Stato viva nelle mani, nelle braccia, nelle gambe, negli elementi del corpo. Percezioni,
azioni, gesti, devono essere scoperti nella vita quotidiana e una
antropologia gramsciana dello Stato dovrebbe essere anche una
etnografia delle tecniche del corpo e dei processi di incorporazione dei burocrati, intesi come agenti di Stato, e dei cittadini.
Tecniche del corpo (incluso il lavoro intellettuale), attraverso le
quali lo Stato fatto, disfatto e rifatto in una incessante dialettica quotidiana.
Ci troviamo in effetti di fronte a una delle principali suggestioni che risultano dalla pi recente antropologia contemporanea dello Stato (Herzfeld M., 1997, Das V. - Poole D.,
curatori, 2004, Sharma A. - Gupta A., 2006, Palumbo B., 2009).
Oggi lo Stato fatto oggetto di ricerche etnografiche che lo osservano come un insieme di rapporti di potere, una serie di pratiche, processi ed esperienze (Aretxaga B., 2003), i cui effetti si
disperdono in molti campi di pratiche istituzionali scuola, famiglia, medicina, patrimonio, ecc. Oppure si identifica con istituzioni simili a esso, che concepiscono la loro sovranit come
potere di stabilire cosa sia la vita e cosa sia la morte, se non chi
debba vivere e chi debba morire, come accaduto storicamente
in forme diverse con la Chiesa, la biomedicina, il terrorismo o la
mafia (Palumbo B., 2009b).
Lo Stato vive anche oltre i suoi confini e i suoi governi, e
anche nelle sue battaglie interne per le identit locali, che pure
sembrano ergersi, ironicamente e apparentemente, contro
lo Stato. In definitiva possiamo aderire pienamente a quanto scrivono Veena Das e Deborah Poole introducendo il loro
Anthropology in the Margins of the State:
La nostra strategia analitica e descrittiva stata quella di distanziarci dalla consolidata immagine dello Stato come forma amministrativa razionalizzata di organizzazione politica, che si indebolisce

124

Giovanni Pizza e Helle Johannessen

o diventa meno articolata lungo i suoi margini territoriali o sociali.


Al contrario, abbiamo chiesto ai partecipanti al seminario di riflettere su come le pratiche e le politiche della vita in queste aree
abbiano modellato le pratiche politiche, normative e disciplinari
che costituiscono in qualche modo quella cosa che noi chiamiamo
lo Stato (Das V. - Poole D., curatrici, 2004: 3).

3. Statualit della vita quotidiana


In quale quadro analitico possiamo cogliere le interrelazioni tra
i processi di incorporazione e lo Stato, e quali strategie possiamo delineare per la ricerca delle reti relazionali? Noi crediamo che una combinazione delle due prospettive possa favorire una posizione pi forte degli studi sociali della medicina.
Vorremmo che negli studi sociali della medicina si superasse il
posizionamento pregiudiziale sia quando animato dalle buone
intenzioni di dar voce alle inascoltate esperienze dei pazienti
come se tali esperienze esistessero unicamente nel corpo-mente
del paziente , sia quando si prefigura come una critica sociale
aprioristicamente ossessionata da discussioni astratte su potere, discorso e corpi docili sui quali la voce autoritaria
della medicina, della legge e della disciplina agisce vincendone
sempre la resistenza. Tali visioni dicotomiche e simmetricamente riduzioniste rischiano di mettere in ombra il gioco reale dei
rapporti di forza che orientano i processi di incorporazione e
le capacit di agire. Osservare tutti gli agenti nella dimensione
ordinaria della vita quotidiana un programma utile a superare
tali rischi.
In riferimento alloriginale significato inglese del termine
embodiment, cos come alle prospettive innovative aperte da un
settore recente degli studi antropologici che si qualifica come
antropologia dello Stato, riteniamo che lidea di osservare la
statualit delle pratiche quotidiane sia un buon punto di partenza per lidentificazione dei rapporti fra lincorporazione e lo
Stato: La sfera delle pratiche quotidiane larena primaria nel-

5. Incorporazione e Stato

125

la quale le persone apprendono qualcosa dello Stato (Sharma


A. - Gupta A., 2006: 11). Auspichiamo dunque ulteriori studi
che pongano lattenzione alle pratiche corporee di persone e
istituzioni varie dello Stato e su come le pratiche concrete delle
persone reali possano influenzare le concrete pratiche statali.
Un approccio su questa linea ci porterebbe a esplorare i modi
in cui lo Stato penetra nei nostri corpi cos come ai modi attraverso i quali i corpi creano e ricreano lo Stato: nel corso della
pratica quotidiana, nelle istituzioni centrali della burocrazia statale e nei siti che sono marginali e solo apparentemente rimossi
o esclusi dalle procedure burocratiche dello Stato. Seguendo
una linea di studio avviata dai lavori di Talal Asad, potremmo
chiederci: in che modo le attitudini del corpo umano (al dolore, al decadimento fisico, allinvecchiamento, alla morte, alla
integrit fisica, alla crescita corporea, al piacere sessuale) differiscono nelle varie forme di vita? Su quale struttura dei sensi
ascoltare, vedere, toccare tali attitudini poggiano? In quali
modi la legge definisce e regola pratiche e dottrine in base al
fatto che esse siano veramente umane? (Asad T., 2003: 17)
La complessit degli aspetti politici concernenti lincorporazione richiede lincontro ravvicinato di diversi campi di studio,
indirizzati ai processi di salute-malattia e a quelli politici, un incontro che implica un ripensamento di concetti quali agentivit,
intimit, potere/poteri, incorporazione e Stato.
Un simile confronto di studi fra antropologia medica, medicina e teoria politica implica anche una analisi dellintimit dei
poteri statali su forme diverse di esperienza corporea, come la
nazionalit, la cittadinanza, la scienza, la violenza, la malattia,
la danza o la possessione. Riteniamo che sia molto importante stimolare ulteriori ripensamenti lungo queste linee. C da
augurarsi che fruttuosi dibattiti possano sorgere a partire da
nuove etnografie rivolte a osservare la ricchezza delle pratiche
corporee e la complessit della vita statale nella dimensione
quotidiana.

Alessandro Lupo

6. Malattia ed efficacia terapeutica

1. Introduzione
Affrontare in prospettiva antropologica la questione dellefficacia degli atti terapeutici impresa non facile, in quanto implica
una riflessione critica ad ampio raggio su cosa si debba intendere per salute e malattia, su chi sia il malato cui la cura rivolta
e a quale oggetto essa si applichi, su quali siano (e per chi)
gli obiettivi che con essa ci si prefiggono, su chi abbia la capacit e lautorit di dichiarare (e quando) il loro conseguimento.
Tutto ci, nella consapevolezza che non possibile applicare a
un fenomeno complesso come la guarigione dei diversissimi tipi
di mali che affliggono gli esseri umani criteri di valutazione oggettivi e universalmente validi1. Una volta di pi, lo strumentario analitico dellantropologia si presta a cogliere la sfaccettata
complessit dei fenomeni bio-psico-sociali, a de-naturalizzare
i concetti con i quali si soliti trattarli e a evitare i rischi di
approcci riduzionistici, cui inevitabilmente sfuggirebbero molti
dei fattori che concorrono a determinare la realt che si osserva.
1. La maggior parte degli antropologi che si sono occupati del tema (cfr.
Young A., 1976, 1983, Foster G.M. Anderson B.G., 1978: 124, Kleinman
A. Sung L.H., 1979, Moerman D.E., 1979, 2004 [2002], Kleinman A., 1980,
Etkin N.L., 1991, Waldram J.B., 2000) hanno rilevato come qualsiasi tentativo di definire lefficacia terapeutica debba fare i conti col fatto che essa
stessa un costrutto culturale (Kleinman A., 1973: 210) e pertanto non possa
ignorare la variabilit dei contesti, delle concezioni, dei sistemi di significato e
di valori sulla base dei quali i diversi gruppi umani orientano le proprie pratiche curative. Tra le pi citate, la definizione di Young (Young A., 1983: 1208),
che recita: Lefficacia la capacit percepita di una determinata pratica di
contrastare la malattia in una qualche maniera auspicabile.

128

Alessandro Lupo

infatti palese sin da un primo sguardo che salute e malattia,


cos come anche cura e guarigione, sono concetti il cui significato varia enormemente nel tempo e nello spazio, a seconda
dei modelli culturali, assiologici e normativi di volta in volta
vigenti, e che si riferiscono a fenomeni impossibili da circoscrivere alla sola dimensione biologica. Un loro approfondito esame non pu non prendere in considerazione anche (e, in casi
particolari, soprattutto) i risvolti psicologici ed emozionali, le
valenze simboliche e il significato, le relazioni sociali, i rapporti
di forza, le implicazioni economiche che sempre riguardano le
diversissime esperienze umane che siamo soliti etichettare come
malattia (o salute). In altri termini, necessario superare le
limitazioni conoscitive ed esplicative derivanti dal paradigma
cartesiano cui negli ultimi secoli si ispirata la medicina occidentale (e che peraltro alla radice di gran parte della sua poderosa capacit di agire risolutivamente su tante patologie che ci
affliggono), in base al quale non solo vi sarebbe una sostanziale
autonomia tra le funzioni corporee e le attivit mentali, ma
per lo meno nellorientamento materialistico dellepistemologia
che ispira buona parte degli attori del campo biomedico i fenomeni riguardanti le distinte componenti del dualismo corpo/
mente avrebbero anche un diverso grado di realt: quelli appartenenti alla dimensione corporea, in quanto suscettibili di
una conoscenza sperimentale sistematica e quantificabile (pensata come oggettiva e dunque vera) nonch di un intervento razionale efficace, sarebbero avvertiti come assolutamente
reali, per contro quelli mentali, appartenenti alla sfera della
psiche e delle emozioni, allorch non siano immediatamente riconducibili a un sostrato organico capace di determinarli in maniera diretta e di renderli cos conoscibili nella stessa maniera
dei primi, sarebbero pensati come assai meno reali (cfr. Lock
M. - Scheper-Hughes N., 2006 [1990]: 155 ss.).
Questa stessa prospettiva empirista ispira la ben nota distinzione biomedica tra le tipologie delle evidenze della malattia,
conferendo ai segni (intesi come le prove oggettive di uninfermit suscettibili di osservazione diretta o indiretta) uno sta-

6. Malattia ed efficacia terapeutica

129

tuto di attendibilit e verit assai maggiore dei sintomi (le


manifestazioni soggettive di una malattia come sono percepite
ed espresse dal paziente), che sarebbero invece viziati dal fatto
di non esser radicati in dimostrabili e misurabili risultanze corporee, ma invece prodotto dellidiosincratica interpretazione e
narrazione del proprio stato da parte del soggetto malato (cfr.
Martnez Hernez A., 1998: 9-10). Le malattie, in questottica,
sono concepite essenzialmente come appartenenti a ununica
tassonomia di entit biologiche o psicofisiologiche universali, imputabili a lesioni o a disfunzioni somatiche (Good B.J.,
1999 [1994]: 14). Il che lascerebbe ben poco spazio per il riconoscimento del fatto che la malattia, anzich un mero fenomeno naturale, anche sempre un fatto sociale che modifica
radicalmente le relazioni, gli status e le attivit di quanti ne sono
pi o meno direttamente coinvolti, e che costoro inevitabilmente la investono di profondi significati, culturalmente plasmati
a seconda dei contesti. La riflessione antropologica permette
infatti di comprendere che:
la malattia non unentit, ma un modello esplicativo. La malattia
appartiene alla cultura [...]. E la cultura non solo un mezzo per
rappresentare la malattia: essenziale nella sua stessa costituzione
in quanto realt umana. [...] Fenomeni umani complessi entrano a
far parte della categoria malattia, diventando cos oggetto delle
pratiche mediche [...]. Allora, la malattia trova il proprio fondamento ontologico nellordine del significato e [d]ella interpretazione umana (Good B.J., 1999 [1994]: 83, corsivo dellA.).

Da simili premesse, risulta evidentemente fallace la pretesa di


stabilire parametri universali per la definizione di cosa siano la
normalit (dunque la salute) e lanomalia (la malattia), specie se ci si propone di farlo secondo valutazioni di ordine quantitativo: proprio dellessenza della salute [...] non lasciarsi
imporre dei valori standard, non conformi ad essa, i quali vengono accostati al caso singolo secondo una media statistica. [...]
In verit non possibile misurare la salute (Gadamer H.G.,

130

Alessandro Lupo

1994 [1993]:117). Lunico criterio normativo che sia possibile


individuare, in questambito, quello basato sullesperienza dei
soggetti coinvolti e sui criteri (culturalmente e individualmente variabili) da questi applicati nel valutare il proprio stato, ne
aveva piena consapevolezza Georges Canguilhem, allorch nel
suo celebre saggio su Il normale e il patologico sosteneva che la
norma, in materia di patologia, [] innanzitutto norma individuale (Canguilhem G., 1998 [1966]: 90), e citava la seguente
affermazione di Jaspers: la considerazione dei pazienti e delle idee dominanti lambiente sociale che, pi del giudizio dei
medici, determina ci che si chiama malattia2. Accantonata
dunque la pretesa di definire in termini oggettivi e basandosi
su criteri empirici di portata universale che cosa sia la malattia,
sar fondamentale tener conto dellesperienza e delle valutazioni degli attori sociali che ne sono toccati, oltre che del contesto
storico-sociale in cui essi sono immersi: unoperazione che porta in primo piano i significati che essi conferiscono alla malattia,
le diverse e talora contrastanti istanze che essa mette in gioco, i
rapporti di forza e le negoziazioni che intercorrono tra di loro,
i valori che ne orientano le scelte e le condotte.
Proprio per render conto della pluralit delle dimensioni in
cui possibile scomporre il fenomeno malattia, alcuni antropologi nordamericani3 hanno avanzato anni fa una distinzione
terminologica tra alcuni vocaboli originariamente sinonimi: con
disease (che in italiano potremmo rendere con infermit o
patologia4) si propone di designare la malattia intesa in termini fisiologici, sulla base delle evidenze cliniche oggettive
solitamente considerate dai medici, illness (traducibile come
2. Karl Jaspers (1933), Psychopathologie gnrale, Alcan, Paris, p. 5, cit. in
Canguilhem (Canguilhem G. 1998 [1966]: 93).
3. Al riguardo si vedano Eisenberg (Eisenberg L. 1977), Kleinman, Eisenberg e Good (Kleinman A. - Eisenberg L. - Good B.J., 1989 [1978]) e Young
(Young A., 2006 [1982]).
4. Per la restituzione in italiano dei tre termini inglesi disease, illness e
sickness, si vedano le soluzioni adottate da Signorini (Signorini I., 1988: 45) e
Quaranta (Quaranta I., 2006: 117), cui mi attengo.

6. Malattia ed efficacia terapeutica

131

malessere o esperienza di malattia) indica la percezione


ed esperienza individuale di determinati stati ritenuti socialmente sfavorevoli, cio lesperienza soggettiva della malattia,
cos come essa viene vissuta dai singoli pazienti (Eisenberg L.,
1977: 11, Young A., 2006 [1982]: 117), infine sickness (traducibile come stato di malattia o relazioni sociali di malattia)
indica il processo attraverso il quale i segni comportamentali e biologici preoccupanti [...] vengono investiti di significati
socialmente riconoscibili (Young A., 2006 [1982]: 124) o, in
altri termini, il processo di socializzazione della patologia (disease) e dellesperienza di malattia (illness).
Connessa a questa distinzione cui non sono mancati i rilievi critici5, ma che per quanto riguarda disease e illness ha
avuto ampia accoglienza, anche in ambito biomedico , ne
stata proposta unaltra, relativamente allazione terapeutica, tra
curing e healing6. Il primo termine, solitamente tradotto con
curare, riservato allintervento tecnico sulla dimensione organica dellinfermit (il disease), che costituisce il fulcro principale dellagire terapeutico della biomedicina, il secondo, reso
con guarire o risanare, indica invece la presa in carico (cos
peculiarmente centrale nelle medicine cosiddette tradizionali e
in quelle non convenzionali) delle afflizioni che riguardano il
vissuto individuale dei malati e gli sforzi per consentire loro
di rielaborare lesperienza di malattia (lillness)7. Per quanto
utile a sottolineare la natura complessa dellazione terapeutica,
evitando i rischi del riduzionismo organicista ed evidenziando
5. Si vedano al riguardo le utili sintesi di Pizza (Pizza G., 2005: 83-92) e
Quaranta (Quaranta I., 2006: xii-xvi).
6. Per alcuni esempi dellapplicazione di questa distinzione, si vedano
Kleinman (Kleinman A., 1980) e Strathern e Stewart (Strathern A. - Stewart
P.J., 1999).
7. Per molti versi analoga una seconda distinzione lessicale, sempre formulata in contesti anglofoni e assai diffusa in ambito biomedico, tra cure e
care, ove il primo termine continua ad indicare lazione tecnica sulle disfunzioni organiche dei corpi e il secondo la capacit di fare ci assistendo e confortando attraverso una efficace relazione terapeutica le persone.

132

Alessandro Lupo

le molteplici vie attraverso cui si pu perseguire e ottenere il


contrasto della malattia e il ripristino della salute, una simile
contrapposizione lessicale rischia di risultare schematica e di
riproporre, sia pure sotto altre vesti, la discussa dicotomia cartesiana tra corpo e mente. Al contrario, i pi recenti studi antropologici sullazione terapeutica hanno insistito sulla necessit di
optare per una prospettiva compiutamente olistica, capace di
render conto di tutti i diversi fattori che operano in quegli intrecci complessi di fenomeni fisiologici, processi psichici, condizionamenti e innovazioni culturali, relazioni sociali e rapporti
di potere che sono gli esseri umani, in quanto corpi pensanti
(mindful bodies), al contempo soggetti e oggetti di esperienza e
di rappresentazione, inseriti in campi di forze che agiscono in
misura determinante sulla loro condizione e sui quali essi stessi
esercitano la propria agentivit (agency)8.
Sta di fatto che per quanto ampia sia la gamma degli elementi che si intendono tenere in considerazione nella disamina
dellefficacia terapeutica questa non potr mai esimersi dal
considerare innanzitutto le esperienze, le rappresentazioni e
le valutazioni dei soggetti, le quali variano enormemente a seconda dei modelli culturali che questi avranno incorporato e
che li indurranno a classificare e rispondere in maniere radicalmente diverse a problemi di salute per molti versi simili (talora
attribuendo cause e nomi distinti a casi di malattia analoghi,
talaltra arrivando a considerare normale, e dunque sana,
una condizione che altri giudicano patologica, e viceversa9).
8. Su queste tematiche, si rinvia a Bourdieu (Bourdieu P. 2003 [1972]),
Lock e Scheper-Hughes (Lock M. - Scheper-Hughes N., 2006 [1990]), Csordas (Csordas T., 1990, 1994, 2003 [1999]), Pandolfi (Pandolfi M., 1996), Pizza (Pizza G., 1998a), Mattalucci (Mattalucci-Ylmaz C., 2003).
9. Emblematici al riguardo sono alcuni casi riportati dalla letteratura etnografica, in cui la stessa vasta diffusione endemica di condizioni che la biomedicina considera patologiche pu far s che la popolazione che ne affetta
le consideri del tutto normali e invece bolli come patologico lo stato dei pochi
che ne sono esenti: valga per tutti quello riportato nel 1945 da Ettore Biocca
riguardo agli indigeni dellAmazzonia settentrionale, tra i quali il mal del
pinto (o Spirochetosi discromica, causata dal Treponema careatum) era dif-

6. Malattia ed efficacia terapeutica

133

infatti evidente che i diversi processi di plasmazione culturale degli individui (dei loro corpi pensanti, degli habitus10
che li caratterizzano, dei modelli valutativi che ne orientano le
scelte) faranno s che le esperienze di malattia vissute da questi e dal loro gruppo sociale siano qualcosa di loro peculiare, e
profondamente dissimili da quelle di soggetti formatisi seguendo altre modalit antropo-poietiche11. Se dunque esseri umani
plasmatisi diversamente patiranno mali diversi (e non di rado
discorderanno nello stesso riconoscimento che una determinata
condizione sia o meno patologica), altrettanto difformi saranno i loro modi di gestire la malattia sul piano terapeutico, nonch le loro reazioni alla terapia e i criteri in base ai quali considereranno guarito chi era ammalato. Queste considerazioni
indubbiamente complicano la possibilit di valutare secondo
modalit uniformi e comparabili lefficacia terapeutica, nondimeno consentono di sfuggire allillusione che ci sia possibile
in maniera oggettiva mediante luso di parametri universali
(come quelli usati dalla biomedicina). Troppe sono le variabili e
gli aspetti del complesso fenomeno della cura e della guarigione
che un simile approccio trascurerebbe. Vediamo invece di esaminarli e di coglierne la rilevanza.
2. Il paziente
Una prima questione che indispensabile chiarire ogniqualvolfuso a tal punto che chi ne era immune veniva considerato malato ed era
conseguentemente escluso dal matrimonio (cit. in Ackerknecht E.H., 1971).
10. Sul concetto di habitus, originariamente introdotto da Mauss (Mauss
M., 1965b [1935]) e successivamente riformulato da Bourdieu (Bourdieu P.,
2003 [1972]), si vedano Csordas (Csordas T., 1990, 1994) e Pizza (Pizza G.,
2005: 39 ss.).
11. Circa il processo di plasmazione culturale degli esseri umani chiamato antropo-poiesi quale elemento caratterizzante la specie umana, si vedano Remotti (Remotti F., 2000) ed Affergan et al. (Affergan F. et. al., 2005
[2003]).

134

Alessandro Lupo

ta si intenda affrontare il tema dellefficacia di un atto terapeutico chi sia il malato da curare (Waldram J.B., 2000: 612).
Non sempre, infatti, a venir curato il singolo individuo (il
corpo individuale dello schema tripartito proposto da Lock e
Scheper-Hughes12). Lapproccio individualizzante alla malattia,
che trascura la sua natura di fatto sociale, isolando il paziente
dalla sua rete relazionale, logica conseguenza di una prospettiva tutta incentrata sul corpo, quando non addirittura sugli organi e i tessuti. Non a caso tra le accuse che pi di frequente
vengono rivolte alla biomedicina vi quella di limitarsi a curare
i corpi, trascurando le persone, ma non di rado le si imputa
di spingere ancor oltre il suo approccio iperspecialistico, ragionando per sineddoche, come quando, con scelte lessicali rivelatrici, gli operatori sanitari parlano fra loro dei propri pazienti
chiamandoli un omero o un triplo by-pass, anzich con il
loro nome. Laddove invece esistano concezioni della persona
meno individualistiche e autonome che nel mondo occidentale
(Aug M., 1980, Geertz C., 1988 [1974]: 75), possibile ed
anzi frequente che a venir curati non siano la singola donna o il
singolo uomo, quasi fossero degli atomi sociali irrelati, ma che
invece lazione terapeutica sia diretta alle pi ampie molecole
sociali che si ritiene la malattia colpisca, sovvertendone i legami
e larmonia. Nelle societ ove la presenza di gruppi corporati
come clan e lignaggi induce a concepire gli individui come
parti inscindibili e interconnesse di un insieme pi ampio, pensato alla stregua di un organismo, sar lintero corpo sociale
a venir curato, non diversamente da come, in ambito biomedico, si somministrano i farmaci al corpo nel suo complesso (ad
esempio con uniniezione endovenosa) anche quando si desidera che agiscano in particolare su una sua singola parte. In simili
casi, lidea dellesistenza di una persona diffusa, che travalica
i confini corporei individuali e coinvolge i congiunti pi pros12. Nel loro saggio (Lock M. - Scheper-Hughes N., 2006 [1990]), le autrici
propongono di distinguere fra corpo individuale, corpo sociale e corpo
politico, la mediazione tra i quali avverrebbe per tramite delle emozioni.

6. Malattia ed efficacia terapeutica

135

simi, giustifica il fatto che lintervento terapeutico sia esteso a


pi soggetti, fino a coinvolgere lintero lignaggio (cfr. Aug M.,
1986 [1983]: 94).
Il fatto che con frequenza le terapie tradizionali (in specie
quelle di carattere rituale) si configurino come delle socioterapie, che hanno come destinatari una pluralit di attori, denota
la consapevolezza, da parte delle societ che vi fanno ricorso,
del fatto che la malattia, anche ove si manifesti in un singolo
individuo, comporta sempre una qualche lacerazione del tessuto sociale, pertanto la sua cura non pu non prevedere la ricucitura dei rapporti strappati, coinvolgendo la collettivit. La
malattia individuale, anzi, pi che lorigine di tali lacerazioni,
spesso interpretata come un epifenomeno della lesione del
corpo sociale, quasi ne fosse la spia, sicch le azioni terapeutiche includono spesso lesplicitazione e la ricomposizione
controllata delle tensioni interne al gruppo, come nel rito ihamba esaminato da Turner, nel quale sembra che il dottore
Ndembu identifichi il proprio compito pi con la riparazione
dei mali di una collettivit che con la cura di un singolo paziente. [...] Il paziente non migliorer finch tutte le tensioni e le
aggressivit nei rapporti del gruppo non saranno state portate
alla luce e sottoposte al trattamento rituale (Turner V., 1970
[1964]: 454). Lattenzione spesso prestata alle cause profonde
(di ordine morale e sociale) che si pensa possano stare dietro la
malattia del singolo individuo fa s che questi sia coinvolto, assieme agli altri membri della comunit, in pratiche collettive di
ricostruzione e risoluzione delle ferite nei loro rapporti, simili a
una vera e propria confessione13.
Questo comporta altres che, analogamente ai casi estremi
in cui per salvare la vita di un paziente si decide di sacrificarne
13. quanto ad esempio avviene tra i Huave del Messico meridionale, ove
la cura dellampia categoria di mali che si credono provocati da una volont aggressiva (e che per questo vengono genericamente chiamati narangch
fatto) prevede quasi sempre la confesin da parte del paziente degli eventi
che hanno causato le forti emozioni (spavento, vergogna, ira, rimpianto di un
defunto) allorigine della malattia (cfr. Signorini I. - Tranfo L., 1979).

136

Alessandro Lupo

un organo o una parte (come lappendice, un rene o un arto),


le terapie possano privilegiare la salute (in senso ampio) di
quel paziente collettivo che il gruppo sociale a discapito di
quella dellindividuo che ne fa parte, non necessariamente giungendo fino ad accettarne la morte14, ma anche solo privilegiando il benessere dei pi su quello del singolo. Sono frequenti gli
esempi etnografici in cui lesame dei molti ed eterogenei effetti
delle terapie mostra come queste non sempre abbiano al vertice delle priorit la guarigione del paziente, ma mirino prima
ancora ad alleviare i malesseri (illnesses) e le altre difficolt dei
suoi congiunti (cfr. Kleinman A., 1980: 354 ss.), quando non a
risolvere problemi di ordine extra-medico, ad esempio fomentando il consenso della collettivit verso il terapeuta e favorendo la compliance e la partecipazione alle sue attivit, mediante il
rafforzamento della sua autorit e del suo prestigio (Atkinson
J.M., 1987).
3. Loggetto dellazione terapeutica
Un secondo aspetto su cui vale la pena soffermarsi quale sia
loggetto dellintervento terapeutico, ovvero su quale elemento che si pensa abbia perturbato la condizione di normalit/salute sia diretta lazione curativa. Il che mette in gioco i
modelli esplicativi (Kleinman A.,1980: 104 ss.), le nozioni
utilizzate dai diversi attori coinvolti nella gestione della malattia
per spiegarne eziologia, sintomi iniziali, patofisiologia, decorso [...] (gravit e tipo di ruolo del malato), terapia (Kleinman
A., 2006 [1978]: 13, 1980: 105). La grande variabilit di questi
modelli esplicativi che non dipende soltanto dalla cultura di
14. Osserva al riguardo Bibeau (Bibeau G., 1998 [1983]: 158) che a volte
pu succedere che il malato muoia, senza che ci significhi che la terapia ha
fallito, i sintomi possono anche permanere, ma si dir che vi stata guarigione
se le relazioni sociali nel gruppo dappartenenza del malato sono migliorate.
La guarigione negli Angbandi non concerne solo il paziente: anche se il prezzo da pagare caro, questa medicina pi olistica della nostra.

6. Malattia ed efficacia terapeutica

137

appartenenza degli attori, ma anche dai loro ruoli e dalle finalit


che perseguono pu far s che costoro dirigano il proprio intervento (o interpretino quello di chi cura) verso bersagli assai
eterogenei, che varieranno a seconda delle concezioni intorno
alleziologia del male e della natura che gli viene attribuita. In
ambito biomedico si va dai germi e i parassiti che possono attaccare lorganismo, alle sostanze tossiche e agli agenti esterni
che ne possono alterare il funzionamento, ai tessuti, agli organi
e ai sistemi che possono accusare traumi, anomalie, degenerazioni e malfunzionamenti. Ma nelle altre tradizioni mediche la
lista pu comprendere una congerie ancor pi vasta, fatta di
organi o parti corporee che si pensa siano andati fuori posto
(come lutero, lo stomaco, le ossa o anche organi immaginari15)
o che abbiano subto guasti di tipo meccanico (come quando
si crede che un pelo ostruisca il dotto galattoforo causando la
mastite16), equilibri alterati (tra fluidi corporei, come nella teoria degli umori ippocratico-galenica, o in termini di freddo/
calore17), forme diverse di contagio e di influssi esterni al corpo (non di rado collegati a relazioni sociali e allinfrazione di
norme18), oggetti introdotti magicamente nel corpo19, sostanze
15. Per gli spostamenti dellutero e dello stomaco si vedano Zanetti (ZaZ., 1978 [1892]), Guggino (Guggino E., 1986) e Pizza (Pizza G. 1998b),
per le ossa si vedano Lis Quibn (Lis Quibn V., 1980 [1949]: 166 ss.) e Quattrocchi (Quattrocchi P., 2006), per organi o parti immaginari, come il tipt e
la fontanella tra gli indigeni messicani, si vedano Quattrocchi (Quattrocchi
P., 2011) e Lupo (Lupo A., 1998).
16. Al riguardo, si vedano Rivera (Rivera A., 1989), Ranisio (Ranisio G.,
1996) e Baronti (Baronti G., 1998).
17. In gran parte dellAmerica Latina, diffusissima lidea che buona
parte delle malattie derivino da alterazioni dellequilibrio termico dellorganismo, inteso in termini simbolici e in relazione a sostanze variamente connotate in tal senso (cfr. Signorini I. - Tranfo L., 1979, Signorini I., 1989, Lupo
A., 1998).
18. Si veda al riguardo quanto illustrato da Caprara (Caprara A., 2001),
Schirripa (Schirripa P., 2005: 54-68) e Hersch (Hersch Martnez P., 1997).
19. Lintroduzione magica di oggetti cos universalmente diffusa che cito
a titolo esemplificativo il solo testo di Lvi-Strauss (Lvi-Strauss C., 1975a
[1949]).
netti

138

Alessandro Lupo

o essenze impalpabili (spiriti) che vi penetrano alterando la salute e il comportamento20, componenti spirituali che si pensa lo
abbandonino (spontaneamente, o per traumi, forti emozioni o
attacchi esterni21).
In tutti questi casi, frequente lidea che la malattia si manifesti su di una pluralit di piani, richiedendo cos unazione
combinata su pi fronti. Ci vale ovviamente tanto in ambito
biomedico quanto nelle altre tradizioni mediche, e se ne dovr
tener conto nel considerare lefficacia della cura, con la differenza che, mentre nel primo caso la terapia, per quanto complessa, ha sempre luogo sul solo piano delle cosiddette cause
empiriche22, senza che ci si curi delle eventuali cause ulteriori che potrebbero soggiacervi (di, spiriti, maghi e altri aggressori, variamente sollecitati dalle condotte del paziente o dei suoi
congiunti), per quanti ricercano nella risposta agli universali
quesiti di perch a me?, perch ora? il significato del male
che li affligge, proprio nellindividuazione e nella rimozione di
quelle cause ulteriori pu risiedere il nocciolo fondamentale
della cura (nonch la fonte di unultima speranza di guarigione,
allorch manchino o si siano dimostrati vani gli strumenti per
combattere le cause empiriche). Non solo tra i popoli ove
20. Qui si va dal veleno che si credeva inoculato dalla tarantola (de
Martino E. 1961) alle innumerevoli forme di possessione spiritica (Ong A.,
1988, Pizza G., 1996, Pennacini C., 2001, Talamonti A., 2005).
21. Anche questa tipologia cos onnipresente che mi limito a citare
le opere di Hamayon (Hamayon R., 1990) per lAsia, Lewis (Lewis I., 1972
[1971], 1993 [1986]) per lAfrica, Signorini e Lupo (Signorini I. - Lupo A.,
1989) e Severi (Severi C., 1993) per lAmerica.
22. Mi riferisco qui alla distinzione tra livelli diversi dellasse eziologico
proposto da Bibeau (Bibeau G., 1982) e sostanzialmente coincidente con la
proposta analitica di Sindzingre e Zemplni (Sindzingre N. - Zemplni A.,
1981), in cui al piano verificabile della causa empirica (il come ci si ammalati) possono sommarsi per quanti lo ritengono fattibile cause ulteriori
appartenenti a un livello socio-psicologico: la causa agente (il chi, con
la propria intenzionalit, avrebbe scatenato la causa empirica) e la causa
iniziale (il perch tale iniziativa avrebbe avuto luogo, in base a considerazioni
di ordine morale che investono la condotta degli attori sociali, in primis il
malato).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

139

la biomedicina ha un minor radicamento rispetto allOccidente


e i saperi autoctoni conservano la propria forza funzionale
(Lee R.P.L., 1982: 630) che lazione terapeutica pu dispiegarsi combinando pragmaticamente molteplici strategie dazione
(ad esempio ricorrendo ai farmaci di sintesi e alla chirurgia,
ma affiancando ad essi le sostanze e i preparati della tradizione locale, nonch le pi diverse pratiche rituali). , lo dimostra
il proliferare delle medicine alternative anche nelle societ pi
prospere e moderne, ove la sanit pubblica vanta la massima
diffusione ed efficienza, ma nelle quali la domanda di senso non
per questo viene meno, cercando comunque chi sia in grado di
farsene carico ed evaderla (Dei F., 1996).
4. Gli obiettivi
Da quanto appena osservato discende che per determinare
lefficacia di una terapia indispensabile tenere ben presenti
gli obiettivi che si prefiggono tutti i diversi attori presenti sulla
scena, che non sempre coincidono. Vi sar chi mira innanzitutto alla eliminazione del dolore, al recupero della funzionalit
compromessa, al ritorno alla normalit (ove ci sia possibile, qualora il danno fisiologico sia irreversibile, si punter alla
massima approssimazione alla possibilit di condurre la vita di
sempre, o alla miglior accettazione della nuova condizione). Ma
vi sar anche chi punta prioritariamente alleliminazione delle
cause della malattia, indipendentemente dalla scomparsa dei
suoi sintomi (analogamente al dentista che, pi che sopprimere il mal di denti con un analgesico, si premura di combattere
lascesso con gli antibiotici), e qui entrano in gioco i modelli
esplicativi, a seconda dei quali si potr tendere alleliminazione
delle cause empiriche (come i batteri che causano lascesso, il
plasmodio che provoca gli attacchi di febbre malarica, il pelo
che ostacola il flusso del latte, lo squilibrio termico cui si imputa il mal di fegato, lapertura delle ossa del bacino che causa

140

Alessandro Lupo

lirregolarit del flusso mestruale23), o si privileger la rimozione


pi laboriosa, ma spesso ritenuta assai pi urgente e risolutiva
delle cause ulteriori. Se si pensa che la malattia (quale che
ne sia la manifestazione fisiologica) sia imputabile al volere di
entit (vicini invidiosi, stregoni prezzolati, antenati offesi, divinit vindici...) capaci di attivare e controllare gli agenti patogeni
empirici, si cercher di contrastare o placare tale intenzionalit negativa, quando non di ribaltarne il segno, attraverso scongiuri, controfatture, suppliche, voti, promesse, negoziazioni rituali, offerte, sacrifici eccetera: solo cos si potr sperare di aver
cancellato la causa agente del male (il chi lo ha scatenato).
Per ottenere questo fondamentale mutamento relazionale, tuttavia, spesso necessario rimediare alle eventuali responsabilit
morali di chi, pur ritenendosi innocente, colpito dalla sventura (la causa iniziale, ovvero il perch del male)24: linvidia e
lavversione del prossimo, cos come la collera degli avi e delle
entit extraumane, difficilmente scaturiscono dal nulla, ed anche quando chi ne vittima non abbia commesso alcunch per
innescarle, non escluso che altri membri del suo alveo sociale
(che con lui possono formare la persona diffusa di cui s detto prima) labbiano fatto, o che egli abbia disatteso le norme di
prudenza, discrezione, devozione e autoprotezione che si pensa
garantiscano dagli incerti della vita associata (la quale naturalmente si estende oltre la cerchia degli umani, in una concezione
delle forze extraumane che spesso proietta su di esse sentimenti e condotte affatto antropomorfi). A questo fine, nelle molte
circostanze in cui la malattia pensata come il riflesso di un disordine sociale (Aug M., 1986 [1983]), uno dei primi obiettivi
della terapia consiste nel ripristinare lordine, facendo emergere
e risolvendo secondo modalit consolidate di mediazione e ne23. Per gli ultimi due esempi citati, rinvio a Lupo (Lupo A., 2007) e Quattrocchi (Quattrocchi P., 2006, 2011).
24. Circa la logica che, nei sistemi medici tradizionali africani, tende ad
attribuire allindividuo la responsabilit del male che lo affligge, rinvio a Zemplni (Zemplni A., 1975) e Aug (Aug M., 1975).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

141

goziazione le tensioni e le mancanze dei membri del gruppo che


si immaginano allorigine del processo patogenetico25.
Quanto appena ricordato evidenzia limportanza di considerare quale tipo di salute venga perseguito dai protagonisti
dellazione terapeutica: se quella del singolo ammalato e in
tal caso se si privileger la piena funzionalit dellorganismo
o il benessere e la serenit della persona nel suo complesso ,
oppure quella della collettivit, che avr verosimilmente a cuore lintegrit e la capacit del suo membro di svolgere i ruoli
che gli competono, ma che si preoccuper sempre anche delle
ripercussioni che la sua malattia ha sulla vita associata e sul benessere comune, degli oneri e del costo che la cura comporta,
della sostenibilit di tale impegno nelleventuale protrarsi della malattia. In questa prospettiva, evidente la possibilit che
gli obiettivi dei diversi soggetti coinvolti divergano e possano
confliggere, e che il prevalere di una strategia a svantaggio di
unaltra dipender dai valori che orienteranno le scelte e dai
rapporti di forza esistenti fra di essi. A chiunque abbia svolto
ricerche etnografiche in ambito medico sar capitato di osservare tali controversie e di assistere alleventualit che la salute del
singolo individuo venga sacrificata a quella del gruppo.
Nuovamente, per, occorre interrogarsi su quale tipo di
salute sia in gioco. Non solo, infatti, societ meno incentrate
della nostra sullassoluta autonomia dellindividuo e sulla sua
salvaguardia possono anteporre la funzionalit, il benessere e
la continuit del gruppo a quelli dei suoi singoli membri (cfr.
Waldram J.B., 2000: 618). Pu succedere che sia lindividuo
stesso a cercare una salus che, pi ancora che con lintegrit
fisica del corpo nella sua transitoria parabola terrena, egli identifica con la salvezza dellanima nel suo destino ultraterreno.
Ed anche se per gli aderenti a tanti movimenti religiosi la salute
spirituale viene spesso a coincidere con (ed condizione per)
quella del corpo, che in tal modo ne diviene esplicita testimo25. S gi menzionata la frequenza delle pratiche di confessione e di condivisione delle presunte responsabilit dei malati e dei loro interlocutori.

142

Alessandro Lupo

nianza nel mondo26, non mancano neppure quanti accettano di


buon grado la malattia, la menomazione e finanche la morte,
ritenendole il necessario strumento per ottenere lunica salute
durevole e vera, quella dellanima, che meglio si raggiunge
attraverso la mortificazione della carne. Per quanto i medici
cerchino con ogni mezzo possibile di preservare la vita e lintegrit fisica dei propri pazienti, non di rado capita che debbano
piegarsi al loro volere, quando quelli rifiutano cure o interventi
che ne assicurerebbero s la sopravvivenza, ma alla condizione
di contravvenire ai propri valori o ai dettami della propria fede
(come nei casi ben noti delle trasfusioni di sangue o emoderivati, dellimpianto di organi o tessuti altrui o dellamputazione
di un arto per scongiurare cancrena e setticemia). A chi spetta,
in casi del genere, di stabilire verso quali obiettivi verso quale
modello di salute debba tendere la terapia?

5. Lautorit di chi decreta la guarigione


La condizione di ammalato come daltronde quella di
persona sana non uno stato oggettivo, n una percezione
soggettiva, ma uno status, cio una posizione sociale che viene
riconosciuta allindividuo dalla societ di cui fa parte sulla base
di evidenze culturalmente definite (Lupo A., 1999). Cos come
non basta che una persona si senta male, n che presenti dei
segni espliciti di alterazione, perch sia malata, ma necessaria
la sanzione sociale che gli attribuisce tale status (il processo di
socializzazione del sickness, cfr. Young A., 2006 [1982]), analogamente perch sia guarita occorre che abbia luogo il processo inverso, culminante nel riconoscimento collettivo della
guarigione. Un processo, dunque, nel quale le condizioni, le
esperienze, lopinione e il volere del soggetto in questione sono
26. Sui movimenti carismatici si vedano, tra gli altri, Charuty (Charuty
G., 1998 [1990]), Csordas (Csordas T.J., 1997 [1994]), Finkler (Finkler K.,
1998), Schirripa (Schirripa P., 2005).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

143

certo assai rilevanti, ma mai di per s sufficienti, ci che conta


la deliberazione di colui o coloro che sulla base delle convenzioni vigenti sono investiti dellautorit di stabilire lesistenza
o meno di una condizione morbosa. Com facile comprendere,
si tratta di una questione dagli evidenti risvolti politici, nella misura in cui le scelte di chi detiene questo potere interferiranno
con la libert dazione del paziente e degli altri attori sociali che
interagiscono con lui, concedendo esenzioni o privilegi, imponendo certe condotte e inibendone altre, attribuendo o negando status e ruoli.
Abbiamo a pi riprese osservato che assai spesso i punti di
vista su quale sia la condizione di salute di un individuo variano considerevolmente, cos come possono divergere le concezioni, i criteri valutativi, gli obiettivi e gli interessi dei diversi
protagonisti del processo terapeutico. Potr dunque succedere
che il paziente si senta guarito senza che chi ha lautorit per
dichiararlo tale riscontri gli elementi per farlo, negandogli cos
il reintegro nelle normali attivit quotidiane da cui la malattia
laveva esonerato, per converso, egli pu esser dichiarato guarito e spinto a svolgere i propri ruoli abituali senza che abbia
superato la propria condizione di malessere, per non dire delle ulteriori discrepanze di opinione che possono sorgere con
le altre figure sulla scena. In casi come questi, praticamente
impossibile per un osservatore esterno non pregiudizialmente
orientato stabilire se la cura sia stata efficace, in quanto il giudizio varier a seconda dei punti di vista presi in considerazione,
nessuno dei quali esaurisce la complessit della realt studiata.
Cos come non possibile trascurare lesperienza e le valutazioni del soggetto che vive in prima persona la malattia e la sua
eventuale risoluzione, altrettanto improprio sarebbe non tener
conto di quelle di coloro che standogli accanto esperiscono i
risvolti sociali della vicenda, o delle valutazioni di chi investito
dalla collettivit della facolt di decretare lo status di sano/malato, o infine delle evidenze empiriche eventualmente rilevabili
delle trasformazioni subite dal suo organismo. Come accortamente fa rilevare Waldram (Waldram J.B., 2000: 615 ss.), la

144

Alessandro Lupo

capacit di stabilire se la guarigione abbia avuto o meno luogo


riflette assai pi la gerarchia dei saperi in campo e il potere di
chi emette il giudizio che non lelusiva (e prospetticamente mutevole) verit di tale enunciato.
6. Tipi di efficacia
Vista lestrema variet di fenomeni che vanno sotto il nome di
malattia, sar bene tener presente che anche con lespressione efficacia terapeutica si designano una molteplicit assai
multiforme di processi (Etkin N.L., 1991: 301), che riguardano trasformazioni complesse, in cui si combinano in variabile
misura le dimensioni fisiologica, psichica, affettiva, sociale e
politica di quanti le vivono. Se per un verso lartificiale scomposizione analitica appena accennata facilita la disamina delle
diverse dinamiche in cui si dispiega il processo di guarigione,
per un altro essa rischia di offuscarne la natura unitaria, cos
caratteristica di quegli animali simbolici e sociali che sono gli
umani, assoggettati come tutti i viventi a leggi naturali, ma al
contempo costitutivamente destinati ad esser foggiati in modi
culturalmente e storicamente mutevoli (Leroi-Gourhan A.,
1977 [1974], Geertz C., 1987 [1973]: 73-133, Remotti F.,
2000, 2008), e dunque dotati come specie della capacit/necessit di rispondere secondo modelli appresi e incorporati irriducibilmente molteplici (Remotti F., 2008: 7) ai bisogni e alle
difficolt che li assillano.
Questa tensione tra lutilit di riconoscere la specificit dei
diversi processi di contrasto alla malattia e lesigenza di preservare lunitariet dello sguardo (lolismo proprio dellapproccio
antropologico) stata una caratteristica di molti degli studi dedicati al tema dellefficacia degli atti terapeutici. Fin dal forse
pi celebre di essi quello di Claude Lvi-Strauss (Lvi-Strauss
C., 1975b [1949]) sullefficacia simbolica , gli antropologi si
sono sforzati di esaminare contrastivamente le diverse dinamiche curative perseguite dai saperi medici dellOccidente e dalle

6. Malattia ed efficacia terapeutica

145

altre medicine, evidenziandone le peculiarit e al tempo stesso


cercando gli elementi di convergenza. Tuttavia, pur applicando
una prospettiva intrinsecamente relativista e contestualizzante,
non si inizialmente sfuggiti alla involontaria riproposizione
del paradigma cartesiano proprio della medicina scientifica,
ad esempio creando una dicotomia tra la cura dellinfermit
organicamente intesa (curing disease, ove la biomedicina esplicherebbe la sua massima capacit dazione) e la guarigione
del malessere soggettivamente esperito (healing illness, ove
le medicine tradizionali mieterebbero i maggiori successi) (cfr.
Kleinman A., 1980, Young A., 1983, 2006 [1982], Strathern
A. - Stewart P.J., 1999). Col passare del tempo, tuttavia, ha preso vigore lorientamento critico che, guardando alla stessa biomedicina come a uno dei tanti saperi sulla realt culturalmente
plasmati, non le riconosce la propriet singolare di essere un
linguaggio scientifico [...] trasparente verso il mondo naturale,
[quasi fosse uno] specchio della natura (Good B.J., 1999
[1994]: 8) e per ci stesso da assumere quale metro con cui misurare tutti gli altri, sicch anche la valutazione delladeguatezza dei saperi medici nel rispondere ai problemi di salute delle
diverse societ va commisurata alle loro particolarit locali:
in ciascun contesto sociale il banco di prova di un sistema medico,
o di un singolo procedimento preventivo o terapeutico, costituito non gi dalla verit della concezione della patologia in base
alla quale esso viene localmente legittimato ma dalla sua capacit
di dare efficaci risposte ai problemi che chiamato ad affrontare: efficaci, comunque, in riferimento agli obiettivi che nei singoli
contesti culturali volta a volta contano (Seppilli T., 1996: 21).

Tullio Seppilli non certo il solo studioso a sottolineare la necessit di sgombrare il campo dallequivoca identificazione tra
verit ed efficacia, che essendo profondamente radicata
nel paradigma biomedico ha a lungo costituito un ostacolo alla
comprensione del funzionamento e al riconoscimento del successo delle pratiche di altre tradizioni terapeutiche. Scriveva

146

Alessandro Lupo

anni or sono Roberto Lionetti:


Verit ed efficacia non si equivalgono, n vanno sempre di pari
passo. I saperi sociali hanno infatti come scopo lefficacia [...].
Perci, a condizione di sortire leffetto desiderato, e non importa
per quale via, i saperi tradizionali hanno anche il diritto di essere
falsi dal punto di vista scientifico (Lionetti R., 1988: 4).

Tanto pi che, come ha acutamente osservato Lvi-Strauss


(Lvi-Strauss C., 1975b [1949]), la ragione del successo di tante terapie (e specialmente di quelle che danno particolare enfasi
alla manipolazione del significato, come le rituali) nel risolvere
i problemi di salute di coloro cui sono dirette sta nella loro capacit di sollecitare i meccanismi di guarigione presenti allinterno dellindividuo. Il che non avviene in ragione della verit
dei modelli cosmologici cui si ispirano e della verificabile realt
empirica degli agenti che esse chiamano in causa (sovente forze
ed entit extraumane, anche mostruose [v. oltre]), ma della
facolt che i simboli di volta in volta evocati hanno di suscitare
nel paziente emozioni in grado di influire sui processi endogeni
dellorganismo nel suo complesso. Se vero che una parte consistente dellefficacia delle terapie dipende sempre dalle aspettative che la relazione col terapeuta e lazione curativa in quanto
tali producono nel paziente, il fatto che entrambi condividano
un orizzonte di significati non solo ne favorisce il dialogo tra
loro e la complicit nella comune lotta contro il male27, ma consente lattivazione di importanti risposte di guarigione, spesso
una delle principali risorse delle medicine tradizionali: non
un caso, osserva provocatoriamente Lvi-Strauss, che gli stessi
meccanismi endogeni spesso osservati nelle terapie sciamaniche
non si inneschino con i malati delle nostre societ, quando si
27. Una condizione che gi Ippocrate (nel cap. 5 del I libro delle Epidemie) aveva individuato come essenziale per il fecondo costituirsi del triangolo che porta il suo nome: Larte si compone di tre termini: la malattia, il
malato e il medico. Il medico il servitore dellarte, il malato deve opporsi alla
malattia con il medico (cit. in Jouanna J., 1994 [1992]: 137).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

147

ben spiegato loro la causa delle loro disfunzioni, invocando secrezioni, microbi o virus. Ci accuseranno forse di paradosso se
rispondiamo che la ragione di ci sta nel fatto che i microbi esistono, mentre i mostri non esistono (Lvi-Strauss C., 1975b
[1949]: 222). Sarebbe il potenziale evocativo dei mostri, derivante proprio dalla loro natura fantastica (proteiforme e potenzialmente inesauribile) e inversamente proporzionale a quello
dei germi freddamente studiati dalla biomedicina, a costituire la fonte dellefficacia delle terapie rituali: la relazione fra
microbo e malattia esterna alla mentalit del paziente, una
relazione di causa ed effetto, mentre la relazione fra mostro e
malattia interna a quella stessa mentalit, ne sia essa consapevole o meno: una relazione fra simbolo e cosa simbolizzata
(ibidem).
In altri termini, una parte consistente dellefficacia di ogni
terapia (e non solo di quelle rituali) deriverebbe dalla capacit
di rendere pensabile la malattia, di darle un nome e permetterne
la rappresentazione28. Per questo la fase diagnostica sarebbe a
pieno titolo parte essenziale del processo terapeutico (Csordas
T.J. - Kleinman A. 1998 [1990], Lupo A., 1999), consentendo di
compiere il primo passo verso quella risignificazione dellesperienza di malattia che costituisce un elemento ricorrente di gran
parte dei percorsi di guarigione (Kleinman A., 1980, 1988a,
Csordas T.J., 1994, Finkler K., 1998, Good B.J., 1999 [1994],
Gallini C., 1998a, 1998b). Un conferimento di senso che assai
spesso nei contesti tradizionali si richiama alla forza rassi28. Ritengo significativo che, pochi anni prima che Lvi-Strauss enunciasse le sue provocatorie teorie sulla potenza terapeutica dei mostri rispetto ai
microbi, nel 1943 Georges Canguilhem formulasse considerazioni per certi
versi analoghe circa la maggior rappresentabilit dei batteri rispetto ai virus:
la teoria microbica delle malattie contagiose deve sicuramente una parte del
suo successo a quel poco di rappresentazione ontologica del male che essa
contiene. Un microbo, per quanto necessiti della complicata mediazione del
microscopio, dei coloranti e delle colture, qualcosa di visibile, mentre non
possibile vedere un virus [miasme] o uninfluenza. Vedere un essere significa
gi prevedere un atto (Canguilhem G., 1998 [1966]: 15-16).

148

Alessandro Lupo

curante dei modelli atemporali del mito, esplicitamente evocati


nelle pratiche rituali, cui si attinge per disporre di un orizzonte
rappresentativo stabile [...] nel quale la variet rischiosa delle
possibili crisi individuali trova il suo momento di arresto, di
configurazione, di unificazione e di reintegrazione culturali,
riconducendola alla iterazione di uno stesso ordine risolutore,
nel quale il negativo per natura sempre sospeso e annientato (de Martino E., (1987 [1959]: 96-97). Questo percorso
passa attraverso il tentativo che accomuna le terapie rituali e
quelle psicologiche, come la psicanalisi di rendere coscienti
conflitti e resistenze rimaste sino allora inconsce (Lvi-Strauss
C., 1975b [1949]: 222) e consisterebbe secondo unormai celebre formula nel rendere pensabile una situazione che in
partenza si presenta in termini affettivi: e nel rendere accettabili alla mente dolori che il corpo si rifiuta di tollerare (LviStrauss C., 1975b [1949]: 221). Il riorientamento cognitivo che
sempre accompagna il percorso terapeutico e che a seconda
dei contesti culturali si declina in forme assai mutevoli viene
qui a soddisfare lavidit di comprensione delluniverso (ibidem: 204) che caratterizza tutte le attivit umane, ma che nella
crisi rappresentata dalla malattia si fa particolarmente acuta.
Fin qui non si ritenuto di differenziare questultimo tipo di
efficacia, basata sulla sollecitazione per mezzo di stimoli psichici dei meccanismi endogeni di guarigione (e non certo agevole
da verificare), da quella di altri strumenti assai pi facilmente
sottoponibili a forme di misurazione empirica, come i farmaci, gli interventi chirurgici e i dispositivi meccanici. In effetti
pu risultare proficuo distinguere come ad esempio fa Daniel
Moerman in un recente volume (Moerman D.E., 2004 [2002])
tra le diverse tipologie di risposte attraverso cui gli esseri
umani reagiscono alle lesioni della loro salute29. Ma non vorrei
29. La distinzione di Moerman (Moerman D.E., 2004 [2002]: 33) fra:
risposte autonome, tutti i processi che lorganismo ha a disposizione per riparare i danni e ristabilire il suo equilibrio, compresa la mobilitazione del
sistema immunitario (dunque reazioni endogene e per lo pi automatiche),

6. Malattia ed efficacia terapeutica

149

qui riproporre la troppo schematica distinzione tra terapie che


perseguono unefficacia empirica e terapie che si basano su
una diversa efficacia, appunto simbolica30. Oltre a ricalcare la
schematica ed etnocentrica contrapposizione tra Occidente (razionale, moderno, scientifico) e Resto del mondo (irrazionale,
arcaico, simbolico), tale dicotomia ostacolerebbe la considerazione unitaria dei processi di guarigione, occultando il fatto che
tra esseri umani la dimensione del significato permea comunque qualsiasi atto terapeutico, rituale o tecnico che sia, e che
tutte le terapie hanno risvolti simbolici31.
Una delle (involontarie) conseguenze della fortunata ma discutibile denominazione coniata da Lvi-Strauss, infatti, stata
quella di prestarsi a far ritenere lefficacia simbolica degli atti
di cura rituali meno reale di quella dei farmaci o del bisturi
(mentre egli era interessato proprio al fatto che lazione rituale non si limitasse a far sentire meglio la donna cuna dellerisposte specifiche, quelle dellorganismo al contenuto di una terapia medica (che pu andare dalla somministrazione di sostanze attive, vaccini e
antibiotici, alla chirurgia e agli ausili meccanici, reazioni a interventi dallesterno), infine quelle che egli battezza risposte al significato, che dipendono
dallinterazione col contesto del processo di guarigione, ovvero linsieme
degli effetti psicologici e fisiologici del significato nellambito della terapia
(ibidem: 31), una formulazione abbastanza generica che indica le reazioni (endogene) innescate dal significato che i malati attribuiscono ai pi diversi elementi dellintervento terapeutico: dalla maggior potenza attribuita al laser
rispetto al bisturi in chirurgia, al colore e alla forma delle pillole, alla forza
riconosciuta alle formule verbali di un rito, alla capacit di un sacrificio di
sostituire con la vita di un animale quella in pericolo del paziente.
30. Si vedano a questo riguardo le osservazioni critiche formulate da Le
Breton (Le Breton D., 1991), che per superare leredit dualista dellapproccio psico-somatico propone di passare a una pi unitaria prospettiva fisiosemantica.
31. Come giustamente osserva Moerman (Moerman D.E., 2004 [2002]:
208) rispetto alla placebofobia di coloro che mostrano una particolare
avversione per la sperimentazione sulla risposta al significato: mentre in
una ricerca si pu decidere di includere o escludere un gruppo di controllo
trattato con placebo, decidere di includere o escludere il significato semplicemente impossibile. Il significato ci sar sempre, e sempre avr effetti,
indipendentemente dalla nostra volont.

150

Alessandro Lupo

sempio etnografico preso in esame, senza agire sul suo stato


fisico, ma potesse risolvere concretamente il suo parto difficile,
portando allespulsione del feto). Un pregiudizio strettamente connesso allepistemologia fondamentalista (Good B.J.,
1999 [1994]: 12 ss.) su cui si basa la biomedicina, che arroga a
s la verit della conoscenza scientifica di contro alla illusoriet delle credenze su cui simperniano gli altri saperi medici.
Lo stesso pregiudizio che ritroviamo in contesti meno esotici nei confronti del cosiddetto effetto placebo32, spesso
inteso come un procedimento terapeutico [che] abbia effetto
su un sintomo, una sindrome, una malattia o un paziente essendo obiettivamente privo di attivit specifica sulla condizione
trattata (Shapiro A.K., 1964: 136, cit. in Moerman D.E., 2004
[2002]: 30), quasi che la sua (pur perfettamente misurabile) efficacia, oltre ad essere in qualche misura immorale perch basata sullinganno (Cozzi D., 2003: 494, Moerman D.E., 2004
[2002]: 243), fosse anche meno reale di quella delle sostanze
contenenti principi dimostrabilmente attivi.
Ci che invece emerge dagli studi dedicati a questo peculiare aspetto dellefficacia la capacit che le pratiche terapeutiche hanno di coinvolgere in termini cognitivi ed emozionali i pazienti, producendo cos concrete trasformazioni nella
loro condizione, verificabili anche sul piano fisiologico. Il che
ha sollevato due ordini di interrogativi. Il primo sulla natura
non specifica delle reazioni endogene innescate dal significato
degli atti e degli strumenti di cura. Il secondo su quali siano
gli esatti meccanismi attraverso cui lattivit psichica e le emozioni producono miglioramenti percettibili nella condizione
dei pazienti (e cio la relazione tra processi psichici, sistema
nervoso centrale, azione delle ghiandole endocrine e risposta
32. Viene definito effetto placebo lesito terapeutico prodotto da una
sostanza inerte che il paziente nel momento in cui gli viene somministrata
ritiene essere efficace: talch la conseguente attesa psichica di un miglioramento e non gi unazione specifica del farmaco, che non c risulta la sola
possibile causa del miglioramento avvenuto (Seppilli T., 2004: 83, cfr. Brody
H., 1998 [1980]).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

151

del sistema immunitario). Per quel che riguarda il tipo di trasformazioni che le terapie rituali producono nellorganismo, fin
dagli studi illustrati da Prince (Prince R., 1982) emerso come
esse comportino la produzione di endorfine, con effetti sostanzialmente generici, soprattutto analgesici, euforici e amnesici,
effetti nientaffatto trascurabili e senzaltro utili a contrastare lo
stato di malattia nel suo complesso, ma non sempre sufficienti
a spiegare lazione di contrasto verso specifiche manifestazioni
patologiche:
non si comprende bene come un processo generale, comune a tutti
i pazienti, possa produrre qualcosa di specifico adatto alla patologia di ciascuno [...] Non possibile limitarsi ad affermare che
il sistema nervoso autonomo ha la possibilit di raggiungere tutti gli organi: occorre assolutamente comprendere meglio perch
guarisca tal parte del corpo in luogo di tal altra, in una situazione
patologica particolare (Bibeau G., 1998 [1983]: 138-139).

Proprio per fornire soluzioni a questo tipo di interrogativi, negli ultimi decenni si registrato un avvicinamento tra branche
disciplinari diverse, alla ricerca di studi e analisi che sappiano
integrare una pluralit di informazioni relative alle diverse funzioni dellorganismo (come fra laltro attesta la nascita in seno
alla biomedicina di una disciplina innovativa quale la psiconeuroendocrinoimmunologia33).
Quanto agli esatti meccanismi attraverso cui le attivit
psichiche sarebbero in grado di produrre la loro efficacia
(curando la malattia, ma a volte causandola o contribuendo

33. A questa disciplina si deve lo sforzo di delineare le complesse e articolate mediazioni anatomo-fisiologiche e chimico-fisiche le precise catene
molecolari, ad esempio attraverso le quali si determina effettivamente il condizionamento del sistema nervoso centrale sul sistema immunitario e dunque
sulla sua attivit modulatoria sui livelli di difesa organica dalle malattie: un
momento essenziale del funzionamento sistemico unitario del corpo umano
e dei suoi meccanismi di attivo adattamento al contesto ambientale (sociale e
naturale) (Seppilli T., 2003: 83, cfr. anche Seppilli T., 1996: 13).

152

Alessandro Lupo

ad aggravarla34), svariate teorie si sono succedute dai tempi


del gi menzionato saggio sullefficacia simbolica di LviStrauss (Lvi-Strauss C., 1975b [1949]) e, prima ancora,
dei lavori anticipatori di Mauss (Mauss M., 1965a [1926]) e
Cannon (Cannon W.B., 1942) sulla morte vodu o morte per
suggestione35. Alla loro base troviamo lipotesi36 che attraverso
limpiego di parole e gesti rituali si stabilisca una connessione
tra la condizione di sofferenza del singolo paziente e i modelli
culturali attraverso cui possibile rappresentarla, dimodoch
manipolando ritualmente tali simboli il terapeuta riesce ad
agire sulla psiche del paziente, trasformandone lesperienza e
attivando processi cognitivi ed emozioni in grado di suscitare
reazioni fisiologiche. Questo tipo di spiegazione dellefficacia
delle terapie rituali che sostanzialmente riprende e rielabora la proposta di Lvi-Strauss presuppone che da parte del
paziente vi sia una effettiva comprensione del significato degli
enunciati verbali (canti, formule, preghiere, narrazioni mitiche,
performance sciamaniche) e degli atti rituali di chi interviene in
suo favore e ai quali si pensa egli assista. Tuttavia almeno in
alcuni casi, tra cui proprio lesempio cuna da cui parte la riflessione dellantropologo francese , levidenza etnografica sembra smentire tale eventualit, in quanto spesso i pazienti non
sono in grado di ascoltare o vedere ci che viene detto e fatto a
loro beneficio, oppure non possono comprendere quelle parole, in quanto formulate in un linguaggio esoterico inaccessibile
ai profani37, o infine non sono neppure fisicamente presenti al
34. Speculare alleffetto placebo vi infatti leffetto nocebo, capace di
causare la malattia (o la morte) attraverso le aspettative di malattia (o di
morte) e gli stati emotivi a ci associati (Hahn R.A., 1998: 139).
35. Sul tema della morte vodu vi una copiosa letteratura, di cui qui
mi limito a segnalare i contributi di Lex (Lex B.W., 1974), Lewis (Lewis G.,
1997 [1977]), Hahn e Kleinman (Hahn R.A. - Kleinman A., 1983), Eastwell
(Eastwell H.D., 1982), Reid e Williams (Reid J. - Williams N., 1984).
36. Mi rifaccio qui soprattutto ai lavori di Dow (Dow J., 1986) e Kleinman
(Kleinman A., 1988b: 131 ss.), cfr. anche Beneduce (Beneduce R., 1997: 21).
37. Si vedano al riguardo le obiezioni sollevate da Sherzer (Sherzer, 1983:
134, 1989 [1974]: 271-272), Squillacciotti (Squillacciotti M., 1998) e Severi

6. Malattia ed efficacia terapeutica

153

rituale terapeutico (cfr. Sherzer, J. 1989 [1974]: 272, Lupo A.,


1999: 79).
Se non nella comprensione cosciente da parte del paziente dei significati della terapia rituale a lui dedicata, dove va
dunque cercata la fonte di questo tipo di efficacia? Come ha
pertinentemente osservato Laurence Kirmayer, qualunque sia
il lavoro metaforico eseguito dal [paziente] sofferente, non lo si
potr rinvenire nella struttura formale degli incantesimi dello
sciamano ma nelle aspettative ingenerate dal pi ampio contesto sociale della guarigione e nelle sensazioni corporee e nelle
immagini evocate dagli aspetti non verbali e paralinguistici del
processo rituale (Kirmayer L.J., 1993: 169). Un punto di vista
che permette di cogliere la centralit del ruolo che nel processo di guarigione svolge la capacit creativa, sollecitata nel
paziente dallintervento del terapeuta, di ridefinire in termini
cognitivi e affettivi la sua esperienza di malattia, elaborandone rappresentazioni aperte a soluzioni positive e molteplici. Mi
sembra che molte delle pi recenti e interessanti proposte analitiche dellantropologia in tema di efficacia38 convergano nel riconoscere la fondamentale funzione degli spazi che, nellambito
del percorso di cura, vengono lasciati alla creativit del malato
e che consentono di sottrarlo almeno in parte alla passivit cui
la malattia per definizione lo condanna. Ci vale sia per quanto
riguarda la possibilit di elaborare del proprio vissuto di malattia rappresentazioni narrative aperte (gli elementi congiuntivi di Byron Good, 1999 [1994]: 234) e suscettibili di risvegliare dalla convenzionalit e dalla finitudine [della malattia],
generando una risposta creativa e rivitalizzando il linguaggio e
lesperienza (Good B.J., 1999 [1994]: 252), sia per quella di
contrastare con limmaginazione la soffocante determinatezza
del passato e costruire una nuova soggettivit (un self) capace
(Severi C., 1993: 242, 2004: 215, 230-238) per il caso cuna.
38. Mi riferisco soprattutto ai saggi di Contreras e Favret-Saada (Contreras J. - Favret-Saada J., 1985), Csordas (Csordas T. J., 1994), Good (Good
B.J., 1999 [1994]), Severi (Severi C., 2004), Beneduce (Beneduce R., 2005).

154

Alessandro Lupo

di contrapporsi alla malattia in un contesto di completo rinnovamento esistenziale (Csordas T.J., 1994: 3, 109, 161-164),
sia infine per la capacit proiettiva mediante la quale il paziente risponderebbe non tanto al contenuto proposizionale (il
significato linguistico) della terapia sciamanica, quanto alle sue
parti incomprese, che verrebbero decifrate iconicamente
quasi fossero una sorta di immagine sonora (Severi C., 2004:
232), dimodoch non sarebbe tanto il terapeuta rituale, ma il
paziente stesso a costruire per s la sua efficacia simbolica, a
prestare la propria parte al canto enunciato dal terapeuta [...
attribuendo] senso agli aspetti latenti di quanto il terapeuta
enuncia. Prima di credere, la paziente dello sciamano proietta
(ibidem: 236-237). Secondo questultima ipotesi analitica, lefficacia terapeutica degli atti rituali risiederebbe nella possibilit
che essi offrono al paziente di effettuare una elaborazione inconscia di rappresentazioni non codificate (ibidem: 220), in cui
collegare le proprie esperienze concretamente vissute a quegli
spazi ancora indefiniti del proprio immaginario che Severi designa come punti neutri (ibidem: 223, 235) o vuoti, spazi
mancanti (ibidem: 235), scarsamente connotati che possono essere creativamente riempiti dal soggetto, rendendogli
possibile immaginare interpretazioni e soluzioni nuove e potenzialmente salvifiche39.
Questultimo accenno al credere (nei modelli cognitivi e
simbolici del proprio orizzonte culturale, cos come nella capacit risolutiva dellazione terapeutica) ci permette di rimarcare
in conclusione lirrinunciabile ruolo che il terapeuta svolge
nel rendere sempre in qualche modo efficace, con la sua presenza, con le sue capacit di ascolto, di dialogo e di persuasione,
con il semplice suo agire, la terapia. Unefficacia che, come s
pi volte ribadito, si dispiega su piani molteplici e pu variare
a seconda delle circostanze, delle persone, dei contesti sociali e
39. Nella prospettiva di Severi, dunque, la stessa credenza un tipo
particolare di proiezione, scatenata dallinterpretazione di particolari indizi
(Severi C., 2004: 226).

6. Malattia ed efficacia terapeutica

155

culturali, ma che ben difficilmente pu prescindere dalla qualit della relazione terapeutica e dalla capacit del paziente di
aderire e partecipare al processo terapeutico e farsene in qualche misura protagonista. Ben lo sanno pazienti e terapeuti, in
qualsiasi latitudine essi si trovino e a qualunque tipo di risorsa
facciano ricorso, come attestano le testimonianze che cito qui di
seguito e che due giovani antropologhe romane hanno raccolto
dalla viva voce di un paziente del pi grande ospedale della
capitale, affetto da un carcinoma al polmone, e di un guaritore nahua della comunit messicana di Cuetzalan del Progreso
(Puebla):
La terapia agisce meglio se lo spirito sollevato, almeno credo. Se
tu vuoi che una cosa ti faccia bene, quella cosa ti fa bene. Lumore
predispone il fisico ad accettare i farmaci, ecco. Se invece si ritiene la terapia un suicidio, quella non funziona. Vale come per
il vino: se mi piace, digerisco meglio. Ma se sa di tappo, non digerisco (Intervista realizzata da Arianna Drudi presso il reparto di Pneumoncologia 1 dellOspedale San Camillo Forlanini, il
2/2/2007).
Se tu lo credi, s funziona, ma se non lo credi, non funziona. [...]
Se vai [dai medici] con la miglior disposizione [con todo corazn]
e ti danno la medicina... Per questo c il Nio Santo Doctor40, se
credi al Nio Santo Doctor, cos anche devi credere se ti d la medicina il dottore. S: credere alla persona che ti far il lavoro! [Un
curandero] ti far la pulizia, ti far le chiamate41, ti dir le preghiere. Ma [funziona solo] se io credo, come dice la preghiera. Se
io credo! Allora s, ti fa effetto la medicina, ti torner utile quello
che fa (Scippa S., 2011: 60).
40. Si tratta di unimmagine di Ges bambino con il camice e gli strumenti
del medico (stetoscopio, valigetta, ecc.), assai venerata a livello popolare e
presente in molte chiese messicane.
41. La pulitura (tachipahualiz) unazione lustrale volta a rimuovere
entit patogene eventualmente penetrate nel corpo, la chiamata (tanotzaliz)
serve invece a recuperare una delle entit spirituali che si pensa sia caduta
per via di una forte emozione, causando cos la malattia (cfr. Signorini I. Lupo A., 1989).

Fabio Dei

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva


antropologica

1. Cosa sono le MNC?


Medicine non convenzionali (MNC) il termine che si affermato negli ultimi anni per definire unampia e assai eterogenea gamma di saperi e pratiche diagnostiche e terapeutiche
che si differenziano in modo sostanziale dalla biomedicina e
che, usualmente (anche se non sempre), non sono praticate
e insegnate nelle istituzioni mediche ufficiali. Le si denomina
talvolta anche attraverso etichette come medicina alternativa,
complementare, dolce, naturale, olistica: lespressione MNC
stata per adottata nelle discussioni istituzionali (ad esempio
dal Parlamento Europeo) ed oggi divenuta la denominazione
standard in Europa (in ambito anglosassone pi diffusa la sigla
CAM Complementary and Alternative Medicine). Omeopatia,
agopuntura, pranoterapia, iridologia, naturopatia, fiori di Bach,
chiropratica, medicina ayurvedica, medicina antroposofica,
shiatsu sono alcuni fra i possibili e pi noti esempi di MNC. In
realt le discipline che rientrano in questo campo sono centinaia, con una tendenza alla proliferazione e alla produzione di
varianti. Si tratta di dottrine e pratiche che in Europa e nei paesi
occidentali hanno goduto di una certa diffusione a partire pi o
meno dallultimo quarto del Novecento, giungendo a far presa
su segmenti significativi della domanda e del mercato sanitario,
in particolare fra i gruppi sociali medio alti, pi giovani e con
un pi alto livello di istruzione. Le ricerche quantitative in proposito sono varie e difformi: si afferma di solito che almeno il

158

Fabio Dei

50% dei cittadini dei paesi occidentali ha almeno una volta fatto ricorso a MNC, e una pi bassa ma importante percentuale,
superiore al 10%, vi fa ricorso in modo sistematico come conseguenza di scelte precise e di una vera e propria filosofia di vita.
LEuropean Forum for Complementary and Alternative Medicine
parla oggi di 100 milioni di utenti in Europa (http:/www.efcam.
eu/content/view/27/45). Dopo alcuni decenni di sviluppo costante, oggi cominciano ad avvertirsi segnali di cedimento
un punto su cui torner in conclusione.
Da dove vengono le MNC? E che coshanno in comune oltre al loro attributo negativo, cio al fatto di non coincidere con
la medicina ufficiale, convenzionale, scientifica? Potremmo
pensarle come un campo che riprende e mischia in nuove configurazioni una serie di ambiti culturali precedentemente separati. Fra questi:
a) la medicina popolare tradizionale (la continuit con essa
particolarmente evidente in forme quali pranoterapia e fitoterapia),
b) le medicine orientali,
c) alcune tradizioni minoritarie della storia medica occidentale,
d) nuove forme di spiritualit, in particolare quelle usualmente etichettate come new age,
e) alcuni aspetti del pensiero ecologista e dei movimenti di
ritorno alla natura.
Questi ingredienti non sono presenti in tutte le MNC, ma nel
complesso ne costituiscono il campo. Li si pu vedere uno accanto allaltro sfogliando le riviste del settore o partecipando
alle rassegne o ai festival di settore il cui successo tra laltro
uno degli indici del progressivo radicamento delle MNC nel
mercato e nel senso comune. Percorrendo simili vetrine, non
inconsueto trovare una accanto allaltra omeopatia, medicina
tradizionale cinese, forme di massaggio e manipolazione corporea come nella chiropratica, gli approcci magici della prano-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

159

terapia, quelli misticheggianti della cristalloterapia e cos via.


Si deve anche pensare che ciascuna disciplina, pur possedendo
una sua visione esclusiva e spesso non logicamente compatibile
con quella delle altre, tende a combinarsi con almeno alcune di
esse. Sia gli operatori che gli utenti praticano molto spesso pi
di una disciplina: il che significa che la variet in s un valore
che viene perseguito (laddove, dal punto di vista biomedico,
proprio la tendenza alla proliferazione degli approcci a dimostrarne linconsistenza).
C qualcosa in comune in questa eterogenea variet? Pu
esser utile, sul piano descrittivo, individuare alcuni tratti ricorrenti o somiglianze di famiglia: caratteristiche che fanno parte o
sono desumibili dalla visione delle MNC, dallautorappresentazione che danno di se stesse.
a) in primo luogo, una concezione del corpo e dellintero cosmo basata sul concetto di energia pi che su quello di materia. il tema teorizzato nel Tao della fisica, e che le MNC
contrappongono alla visione meccanicistica della biomedicina. La salute un corretto equilibrio di flussi energetici,
la malattia il sintomo di squilibri, la cura deve consistere di
conseguenza in interventi volti a riattivare l equilibrio. Il
fatto che non si tratti di materia (o meglio che la materia rappresenti una sorta di effetto secondario o di epifenomeno rispetto alla fondamentale realt dei campi energetici) spiega
il fenomeno dellefficacia simbolica e delle cure spirituali.
interessante osservare come il concetto di energia che circola
nel discorso delle MNC, per quanto pretenda di agganciarsi al significato attribuito al termine dalla fisica, finisca per
distaccarsene del tutto e per funzionare come termine-ombrello, vago e indeterminato e con una connotazione spesso
decisamente religiosa.
b) il carattere olistico. Linsistenza sullinscindibilit di corpo e mente, della dimensione fisica e di quella spirituale,
caratterizza lintero campo delle MNC, le quali dichiarano
invariabilmente di voler curare lindividuo come un tutto.

160

Fabio Dei

Questo uno dei principali argomenti di polemica nei confronti della biomedicina, accusata non solo di separare corpo e mente ma di parcellizzare lo stesso corpo, curandone
singole parti o organi piuttosto che la totalit funzionale. Nel
discorso delle MNC, il cosiddetto dualismo cartesiano il
grande scoglio da superare per una nuova concezione della
salute e della malattia,
c) La naturalit. Il secondo grande argomento critico verso
la biomedicina riguarda il suo approccio intrusivo, che tenderebbe a violare il naturale equilibrio della salute attraverso
luso smodato di farmaci sintetici e di tecniche chirurgiche.
Insieme alle cattive abitudini alimentari, ci introduce nel
corpo un principio inquinante, si muove dunque in una logica patogena. Al contrario, nel campo delle MNC diffusa
lidea che la cura debba rappresentare semplicemente un
aiuto alla fondamentale vis medicatrix naturae.
d) il metodo individuante. Alla biomedicina viene imputata
anche la tendenza a spersonalizzare i pazienti, considerandoli solo come portatori intercambiabili di malattie a prescindere dagli aspetti peculiari della loro personalit. Le
MNC sostengono di curare la persona e non la malattia anche se questa individualizzazione si esprime, come nel caso
dellomeopatia, in un approccio classificatorio a tipi caratteriali, attribuiscono inoltre grande importanza al rapporto
umano tra medico e paziente, rapporto che nella medicina
ufficiale sarebbe oggettivato e burocratizzato. Occorre notare che lindividualizzazione della cura implica limpossibilit
di standardizzare le procedure diagnostiche e terapeutiche:
non detto che si possa formulare la stessa diagnosi per due
persone che presentano gli stessi sintomi, n che gli stessi
rimedi risultino ugualmente efficaci per persone affette in
apparenza dalla stessa malattia. Ci rende incommensurabili le MNC rispetto ai metodi di test di efficacia (come il
doppio cieco) utilizzati dalla medicina ufficiale.
e) il lessico morale. Per quanto solo raramente in modo
esplicito, il discorso delle MNC attribuisce spesso connota-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

161

zioni morali alla salute e alla malattia. La prima frutto di


uno stile di vita buono, equilibrato e naturale, la seconda
scaturisce da disordini nel comportamento, da alimentazione squilibrata, da una vita quotidiana troppo stressante in
definitiva da scelte sbagliate. Se la medicina moderna, come
nella memorabile analisi di Foucault, si evoluta separando in modo netto il peccato dalla malattia e la salute dalla
salvezza, le MNC sembrano riavvicinare queste coppie di
concetti, facendo s che la morale torni ad agire a ridosso del
corpo e delle sue manifestazioni.
f) il carattere alternativo. La denominazione di alternative,
che ha a lungo identificato le MNC, stata lasciata cadere perch sembrava escludere la possibilit di una funzione
complementare rispetto alla biomedicina. Il termine coglieva tuttavia una caratteristica importante del fenomeno:
il suo presentarsi cio in modo oppositivo rispetto alle istituzioni sanitarie ufficiali. Per quanto alcune MNC abbiano
cercato legittimazione nella mimesi del linguaggio e dellatteggiamento biomedico, il campo si piuttosto nutrito della
diversificazione nel linguaggio, negli atteggiamenti e nel
modo di porsi degli operatori, nellapparato simbolico e
rituale che circonda la cura, oltre che nelle vere e proprie
pratiche terapeutiche. Questo carattere alternativo stato e
continua almeno in parte ad essere determinante nellappeal
delle MNC per un certo tipo di pubblico: anche se questo
entra in tensione con la contrapposta tendenza al riconoscimento e alla normalizzazione. Questa tensione definisce
lo spazio sia morale che giuridico in cui si collocano oggi
le MNC, come vedremo oltre a proposito dei problemi del
loro riconoscimento legale.

2. Perch lo studio delle MNC importante per lantropologia medica

Malgrado la loro grande visibilit, le MNC sono state poco stu-

162

Fabio Dei

diate dallantropologia culturale e da quella medica. Sul piano


internazionale, poche sono le monografie di taglio specificamente antropologico (Cant S. - Sharma U., 2001, Sharma U.
1991, Frohock M., 1992, Goldstein M.S., 1999, Lee-Treweek
G. et al. (curatori), 2005) e sembrano mancare ricerche di respiro ampio e comparativo. In Italia, i lavori pi rilevanti sono stati
prodotti in ambito sociologico (Lalli P., 1988, Losi N., 1990,
Colombo E. Rebughini P., 2003), e risentono della difficolt
di individuare metodologie etnografiche adeguate alla natura
del fenomeno. In generale, rispetto ai grandi temi dellantropologia medica, il fenomeno decisamente sottovalutato (basta
sfogliare gli indici delle principali riviste del settore per rendersene conto). Eppure si tratta di un fenomeno cruciale per
gli orizzonti teorici della disciplina. Si potrebbe pensare che la
scarsit degli studi dipenda dal suo controverso statuto teorico. Dal fatto, in altre parole, che focalizzare la questione delle
MNC costringe a scardinare alcuni assunti basilari del discorso
medico-antropologico: in particolare, il modo di pensare il rapporto tra la medicina ufficiale e quella popolare o tradizionale.
Nella sua impostazione classica, la disciplina assume come dato
di partenza la netta separazione tra una biomedicina caratterizzata come ufficiale o egemonica, sostenuta istituzionalmente e
scientificamente fondata, e una serie di saperi e pratiche folkloriche, tradizionali, subalterne, fondate su semplici evidenze
empiriche o su atteggiamenti magici e religiosi. questa la situazione che gli antropologi si trovano di fronte nelle societ
coloniali o ex-coloniali, e i folkloristi nello studio della medicina
popolare. Anzi, in entrambi i casi dislivelli esterni o interni di
cultura lantropologo entra sul campo in un contesto di drammatica contrapposizione pratica tra i due ambiti: la medicina
ufficiale lotta per affermarsi universalmente e capillarmente
contro le resistenze e gli ostacoli delle superstizioni arcaiche.
Lantropologia, vero, si muove (sia pur progressivamente)
nella direzione dellannullamento della dicotomia. Da un lato,
essa rivendica la razionalit della medicina tradizionale: lontano dal risolversi in una congerie di superstizioni o credenze,

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

163

questultima si rivela come una importante istituzione culturale,


radicata nelle strutture della socialit e dotata di una propria
efficacia simbolica. Dallaltro lato, gli strumenti delletnografia
possono mostrare come la stessa medicina scientifica sia legata
a credenze (ad esempio assunti metafisici e non solo evidenze
empiriche), operi nel quadro di modelli simbolici e rituali e abbia a che fare molto pi di quanto pretenderebbe con significati
sociali. Dunque, la biomedicina molto pi significativa e la
medicina tradizionale molto pi razionale di quanto il senso
comune etnocentrico tende a pensare.
Tuttavia, il campo su cui le interpretazioni medico-antropologiche si esercitano resta strutturato dalle coppie concettuali
tradizione-modernit, magia-scienza e simili. La consapevolezza dellopposizione tra la moderna biomedicina e tutto ci che
essa si lascia alle spalle ancora il fondamento epistemologico
della disciplina. Rispetto a questo quadro, le MNC rappresentano un oggetto ibrido e non definibile. Pur essendo un fenomeno decisamente moderno, riprendono e inglobano aspetti
caratteristici delle medicine tradizionali e non scientifiche incluso, come abbiamo visto, dimensioni esplicitamente magiche
e significative. Quale razionalit o sapere le fonda? Lassunto
antropologico secondo il quale dietro certe pratiche e concezioni del corpo, della malattia e della salute debba esservi un
sistema cognitivo compatto e coerente sembra qui non potersi
applicare. Nel caleidoscopio delle MNC di razionalit e di filosofie ve ne sono molte, intrecciate, fluide e mutevoli. La ricerca di coerenza e compattezza non semplicemente perseguita.
Neppure i concetti di sincretismo e di pluralismo medico si
applicano facilmente, legati come sono al classico schema dicotomico (una modernit che si combina variamente con una
resistente tradizione). In cosa consiste allora la cultura che
nutre le MNC? La loro proliferazione ci costringe a considerare
criticamente proprio il concetto centrale dellintera intelligenza
antropologica.
E ancora: come possibile classificarle sullasse colto-popolare, o egemonico-subalterno? evidente come queste nozioni,

164

Fabio Dei

usate per dar conto del divario tra medicina ufficiale e folklorica, non riescono a dir molto sulla natura delle MNC. Queste
non sono prodotte e sostenute dalle istituzioni ufficiali, ma non
sono neppure patrimonio distintivo di ceti sociali esclusi dal
potere e dai circuiti della comunicazione culturale. Si collocano
semmai sul piano intermedio della cultura di massa un terreno che lantropologia medica non molto abituata a studiare.
Certo, sul piano mondiale le MNC restano un fenomeno minoritario rispetto sia alla biomedicina che alle forme tradizionali e
folkloriche di diagnosi e terapia. Tuttavia, la loro stessa presenza obbliga a mutare la percezione anche degli altri due campi,
ai quali irriducibile, e del loro reciproco rapporto. Cos come
obbliga a mettere a fuoco alcune caratteristiche peculiari della
cultura contemporanea, che la distinguono dai pi classici contesti di studio dellantropologia.

3. MNC e biomedicina.
Come detto, la diffusione delle MNC ha riguardato in particolare (anche se non esclusivamente) i paesi occidentali pi ricchi
a partire dallultimo quarto del ventesimo secolo nella fase
che stata variamente definita come tardo-capitalistica, post-industriale o post-moderna. possibile individuare alcune caratteristiche di questo contesto storico-sociale che possano, se non
spiegare, almeno chiarire aspetti e modalit del loro successo?
Cercher di sintetizzare di seguito alcuni dei punti di maggior
rilievo. Alcuni di questi hanno a che fare con gli sviluppi dei
problemi sanitari e della stessa biomedicina, altri riguardano
le culture del corpo, del benessere, dellambiente e della spiritualit, infine, vi sono condizioni riguardanti il pi generale
contesto politico e comunicativo in cui le MNC si radicano,
in particolare quella che potremmo chiamare crisi dei saperi
esperti.
In primo luogo, si soliti porre in relazione la diffusione
delle MNC con alcuni punti deboli o insuccessi della biome-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

165

dicina. Questultima, dopo i clamorosi successi ottenuti nella


lotta alle malattie infettive nella prima met del Novecento, non
ha ottenuto uguali risultati nei confronti delle malattie croniche
e degenerative nella seconda met del secolo. Nonostante gli
indubbi progressi delle tecniche terapeutiche, la scienza medica
non ha trovato risposte certe a malattie come il cancro, i disturbi cardiaci, lasma, lAIDS. In questi casi continua ad esistere
grande incertezza sul piano delleziologia come su quello della
cura, inoltre, sembra prevalere un aspetto idiosincratico (decorsi della malattia e reazioni alle cure molto diversi da persona
a persona) che la biomedicina non riesce a controllare e a inglobare nel suo sapere generalizzante e nomotetico. Perch la
stessa causa pu produrre malattia in un caso e non in un altro,
o produrla in tempi molto diversi (come ad esempio accade con
lHIV)? Perch la stessa terapia pu avere o non avere effetto
sullo stesso tipo di sindrome? In mancanza di risposte, la biomedicina non riesce a dare un chiaro significato a questi disturbi. Si pu pensare allora che le MNC rappresentino una duplice
promessa: trovare soluzioni pi efficaci e attribuire a queste malattie un pi chiaro e coerente significato, che le renda pensabili
e non le sottometta allangoscioso dominio del caso.
A questo argomento se ne affianca spesso un altro, che insiste su diversi punti deboli della pratica biomedica: il suo carattere eccessivamente tecnico e spersonalizzante, la concezione
meccanicistica e parcellizzata del corpo, un rapporto medicopaziente poco umano. E ancora, la tendenza a medicalizzare
ogni tipo di problema e a intervenire in modo invasivo e localizzato, senza porre attenzione allequilibrio complessivo dei
soggetti del processo di cura. A ci le MNC possono opporre
il loro approccio ecologico e olistico, lattenzione agli aspetti
umani e una (presunta) centralit della relazione tra medico e
paziente (tanto che entrambi questi termini divengono inadeguati a definire i rispettivi ruoli).
Simili argomenti sono plausibili, ma solo fino a un certo
punto. Intanto, non funziona lidea che gli attori sociali, di
fronte al fallimento o allincertezza delle cure biomediche, ten-

166

Fabio Dei

dano a rivolgersi a qualsiasi altra soluzione venga prospettata


dal mercato: occorre che esistano le condizioni culturali che
fanno apparire autorevoli, credibili e sensate queste alternative. A maggior ragione, non certo la disperazione provata di
fronte al male incurabile che fa scattare laffidamento a risorse
alternative. Qualcosa di simile stato sostenuto per il ricorso
ai guaritori e alle terapie magiche e miracolistiche. La tesi non
funziona per i guaritori e, a maggior ragione, per le MNC. Non
sono certo persone disperate quelle che vi si rivolgono, o spinte
dallimpulso irrazionale dellultima speranza: sono al contrario
soggetti lucidi e razionali, che compiono scelte motivate nel
quadro di condizioni culturali che occorre comprendere.
Inoltre, la maggior parte delle MNC non offre una risposta
alle pi gravi malattie. Magari viene promosso uno stile di vita
che si ritiene possa prevenire i disturbi cronici e degenerativi:
ma quasi mai vi la pretesa di possedere terapie miracolose,
in grado di salvare la vita delle persone l dove la biomedicina
ha fallito. Piuttosto, le MNC offrono una risposta a tutta una
serie di malesseri che le maglie troppo ampie della biomedicina
non riescono ad affrontare e qualche volta neppure a riconoscere e a nominare. Il loro terreno quello di una domanda di
salute raffinata e consapevole, che presuppone unalta qualit
della vita e lesistenza della rete di protezione di unassistenza
sanitaria (la possibilit di rivolgersi in ogni momento a strutture di pronto soccorso, ospedali, laboratori diagnostici, medici
specialisti, eccetera) che viene assunta come scontata, anche se
considerata non pi sufficiente. Per certi versi, si pu dire allora che le MNC si innestano sui successi della biomedicina, pi
che sui suoi insuccessi: vale a dire, su una domanda di salute
e di benessere che divenuta possibile in seguito al miglioramento delle condizioni di vita (alimentazione, riscaldamento,
sicurezza e igiene sul lavoro e cos via) e alla capillare diffusione
dellassistenza sanitaria e delle risorse biomediche.
Se cos, si pu dubitare del fatto che le MNC costituiscano
una reazione alla progressiva medicalizzazione della societ cui
tende la biomedicina (come sostenuto fra gli altri da Schneirov

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

167

M. Geezik J.P., 2003: 24): ne rappresentano semmai un aspetto. Per il loro tramite, linfluenza dei saperi, delle pratiche e
degli esperti medici si estende in aree della vita quotidiana e
della gestione del proprio corpo e delle relazioni sociali cui la
biomedicina non ha accesso. Questa laltra faccia della medaglia dellapproccio olistico: rifiutando di isolare la medicina
dalla vita, da un lato ne umanizza le pratiche, dallaltro porta
a concepire lintera esistenza in termini di preoccupazioni in
senso lato mediche, riferite cio allo stato di salute e di benessere, allequilibrio tra mente e corpo e cos via.
Le interpretazioni centrate sulla contrapposizione delle
MNC alla medicina ufficiale colgono solo un aspetto del loro
discorso o della loro ideologia: nella pratica, esse sono in larga
parte dipendenti dalle forme ufficiali della medicina e da quelle
che potremmo chiamare le concezioni egemoniche del corpo,
della salute e della malattia. Lidea di leggerle come forme di
resistenza antiegemonica, come pure stato suggerito da alcuni frettolosi lettori di Michel De Certeau, sembra alquanto
forzata. Del resto, una parte almeno delle MNC cerca legittimazione proprio nelladesione a quelli che potremmo chiamare
i presupposti politici della biomedicina: ad esempio un modello forte di autorit (talvolta carismatica) del medico rispetto
al paziente, luso di un linguaggio tecnico e specialistico che
ri-descrive il mondo del senso comune, la pretesa di imporre
ai pazienti regole di buona vita. Naturalmente, questi punti andrebbero dimostrati empiricamente caso per caso. Non facile
farlo sulla base della letteratura, perch la gran parte degli studi
sulle MNC si basano sulla interpretazione della loro esplicita
filosofia pi che sullanalisi etnografica delle pratiche che esse
fondano.

4. Il personale politico
Dunque, improbabile spiegare il successo delle MNC semplicemente come conseguenza dei fallimenti della biomedicina, o

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Fabio Dei

come reazione antiegemonica al biopotere che su di essa si


fonda. Non solo le MNC presentano ampie e rilevanti continuit con la pratica biomedica, soprattutto, esse si innestano
su una serie di tratti socio-culturali che appartengono decisamente alla sfera dellegemonico nelle societ occidentali contemporanee. Prima di tutto, non difficile ipotizzare un nesso forte con alcuni dei grandi mutamenti culturali che hanno
caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Tra
questi, una rinnovata attenzione al corpo, alla sua forma fisica,
al suo rapporto con il mondo naturale, lo sviluppo di nuove
forme di spiritualit orientate verso limmanenza, lattenzione
alle religioni e alle filosofie orientali e alle relative tecniche di
coordinamento mente-corpo. Questi ingredienti sono cruciali
nella costruzione delluniverso delle MNC, cos come cruciale la tendenza sempre pi accentuata a cercare la realizzazione
personale nel perseguimento individuale del benessere fisico e
spirituale piuttosto che, come nella fase classica o solida
della modernit, nelladesione a grandi ideali o a grandi sfere
dello spazio pubblico. Il personale politico, lo slogan che
era sembrato tanto rivoluzionario ai movimenti femministi,
diventato il motto pi distintivo delle societ occidentali di fine
XX secolo. Anche i pi importanti legami sociali sono subordinati allimperativo del benessere. Quelli familiari sono sempre
pi percepiti come vincoli insopportabili rispetto alle esigenze di realizzazione personale, quelli religiosi sono mantenuti al
prezzo della dismissione dei valori e delle regole di condotta
che possono apparire antimoderne, riguardanti la sfera del
comportamento affettivo e sessuale, quella del consumo e delle
gratificazioni (basti pensare alla scomparsa o almeno alla impopolarit, nelle religioni moderne, di ogni pratica penitenziale, di digiuno o mortificazione del corpo, e della proibizione
di ogni forma di soddisfacimento immanente). Infine i legami
politici, sia nei confronti delle istituzioni (lo stato, la patria) sia
degli ideali (il liberalismo, il socialismo), sono decisamente indeboliti e non pi in grado di produrre identificazioni forti e di
orientare progetti di vita.

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

169

La sociologia ha descritto largamente questi fenomeni sotto etichette come cultura delledonismo o del narcisismo, sottolineando la loro connessione con la sfera del consumo e con fenomeni quali il fitness, lo sport e varie forme di estetiche del corpo
(per una connessione forte tra fitness e MNC si veda Glassner
B., 1990, Goldstein M. S., 2003). La centralit del corpo assume aspetti forse contrapposti ma correlati. Da un lato, c
lidea di un corpo da costruire per conformarsi ai modelli commerciali di bellezza, attrattiva e realizzazione, attraverso mezzi
artificiali quali la cosmesi, il body-building, trattamenti estetici come depilazione, abbronzatura eccetera, varie forme e livelli di chirurgia plastica. Dallaltro, c invece il perseguimento
dellideale di un corpo naturale, che occorre sottrarre ai condizionamenti della tecnologia e agli squilibri della vita urbana.
Si tratta di due orizzonti di rappresentazioni e strategie molto
diversi. Il primo rimanda a scenari di aggressivo consumismo,
a idee di successo personale nel quadro di una piena accettazione dei valori del consumismo, il secondo apparentemente antimodernista, rinvia a una cultura ecologista e alternativa
che rifugge il consumismo e sottolinea i valori della purezza,
dellautenticit, della spiritualit.
Apparentemente opposti, questi due atteggiamenti possono
per apparire come facce di una stessa medaglia secondo una
certa visione sociologica della contemporaneit. Fra i pi autorevoli studiosi che hanno sottolineato questo punto si deve citare Zygmunt Bauman, che nel successo del fitness e nelle diffuse
preoccupazioni per limmagine corporea vede una conseguenza
della crisi della sfera pubblica e della privatizzazione radicale
dellesistenza in quella che chiama modernit liquida. In una
societ in cui i legami, le istituzioni e le identit si fanno sempre pi deboli e fluide, le attenzioni e le preoccupazioni per il
corpo occupano una sfera dellesistenza quotidiana e della consapevolezza molto pi ampia che in passato. Sono attenzioni,
per Bauman, di tipo ossessivo, dominate dal senso di ansia e di
insicurezza per una quantit di pericoli, noti o sconosciuti. Nel
tentativo disperato di negare la mortalit, ci concentriamo sulla

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Fabio Dei

difesa dalle minacce esterne (le impurit che possono entrare


nel corpo contaminandolo, dai cattivi alimenti allaria inquinata), oppure sul tentativo di evitare attraverso pratiche sempre
pi scientifiche linvecchiamento e il deterioramento del corpo,
mantenendolo almeno esteriormente prossimo ai modelli pubblicitari. Il tratto comune delle due strategie la sostituzione del valore della salute con il valore del fitness (Bauman Z.,
1999: 82 e 50-55, in direzione analoga, anche se non necessariamente cos critica, vanno le analisi del rapporto tra MNC e
consumismo contenute in Tovey P. Easthope G. Adams J.
(curatori), 2003, Lee-Treweek G., 2005a).
5. Il corpo sociale nelle societ a griglia debole.
Lo scenario che Bauman e altri autori delineano (v. in particolare Coward R., 1989 per una brillante analisi del tema del corpo
naturale) coglie importanti elementi di trasformazione culturale
sui quali il successo delle MNC si innesta. Queste tesi hanno
anche il merito di collegare i mutamenti nelle percezioni del
corpo e nelle relative pratiche a una pi ampia prospettiva socio-politica. Bauman vede nel rilievo dellestetica corporea, del
fitness e del salutismo il frutto dellansia causata dalla liquefazione delle istituzioni moderne, da un lato, dallaltro, di una
privatizzazione radicale della vita sociale, di una fuga dai valori
relazionali della sfera pubblica, di un vuoto edonismo che trasforma gli individui in passivi imitatori di modelli consumistici.
Ma questa prospettiva, oltre che apocalittica, sembra anche un
po troppo semplicistica, o meglio, rimanda a un discorso di
critica al consumismo e di rivalutazione dell essere rispetto
all avere o all apparire che nella cultura contemporanea
tanto diffuso quanto il discorso consumista stesso (il che, per
inciso, spiega la grande fortuna editoriale di Bauman). Dunque,
fa parte del fenomeno da comprendere pi che rappresentarne
una spiegazione.
Nella tradizione antropologica, il corpo non rappresenta

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

171

una sfera puramente individuale in contrapposizione a quella


pubblica: anzi il terreno dincontro privilegiato fra individualit e societ. Com noto, questo punto sta al centro della riflessione di Mary Douglas, che qui importante ricordare
proprio perch ha esplicitamente collocato i temi della culture
alternative e delle MNC nel quadro di una teoria sociale del
corpo e della percezione del rischio (Douglas M., 1994). Il
rapporto tra sistemi simbolici e struttura sociale impostato
da Douglas in modo assai pi complesso rispetto a Bauman:
dove questultimo ricorre a nozioni vaghe e ambigue come ansia e insicurezza, la prima fa riferimento a sistemi cognitivi e di
classificazione categoriale che sono legati, sia pure in modo non
deterministico, a caratteristiche dei sistemi sociali definite dai
valori differenziali del gruppo e della griglia. Queste due
nozioni fanno riferimento rispettivamente alla forza del controllo dei gruppi sugli individui (al gruppo debole corrisponde
un alto livello di individualismo) e al grado di compattezza e
obbligatoriet dei sistemi di classificazione (alla griglia debole
corrisponde unampia gamma di variabilit di rappresentazioni,
mitologie, norme e valori). Ora, per Douglas il controllo
del corpo unespressione del controllo sociale: c un corpo
fisico che contrae o espande le sue esigenze in modo proporzionale alle esigenze del corpo sociale, vale a dire con il tendersi
o il rilassarsi delle pressioni sociali (Douglas M., 1970: 101,
109). Dunque, la gamma di significati che pu assumere luso
del corpo il modo di presentarlo esteticamente, la percezione
della sua purezza e impurit, del rischio e della sicurezza e cos
via legata allesperienza sociale.
La societ contemporanea del tipo gruppo debole-griglia
debole: fortemente individualistica, lascia ai suoi membri una
libert relativamente ampia di scelta di norme, valori, cosmologie. In essa il rapporto delle persone col proprio corpo non
n pi n meno rilevante che in altre epoche o formazioni
sociali, la differenza sta semmai nella diffusione di molti e diversi modelli, orientamenti, rappresesentazioni fra cui possibile scegliere. La gestione del corpo si svincola sempre pi dalle

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Fabio Dei

forme dellautorit (da qui lorrore tutto contemporaneo per la


violenza, la costrizione fisica e la disciplina corporale), dai dettami del rito e dai dogmi cosmologici, per ricadere nella sfera
delle strategie distintive individuali e di gruppo. la libert di
scelta, assieme alla diffusione di una molteplicit di modelli e risorse sia conoscitive sia pratiche (con laumento dellistruzione
e dellaccesso alle informazioni), che pone la gestione del corpo
al centro dellattenzione. In contesti caratterizzati da una griglia
pi forte (non solo le societ tradizionali, ma anche la modernit solida), le questioni riguardanti il modo di presentare
il corpo, di modellarlo, vestirlo, nutrirlo, curarlo eccetera, sono
regolate da schemi culturali relativamente stabili e obbligatori,
accompagnati da forti sanzioni per la devianza e, soprattutto,
da una scarsa disponibilit di risorse alternative. Nella tarda
modernit, le risorse e le possibilit di accedervi aumentano in
modo esponenziale, e tutto ci diviene arena per le stategie distintive di agenti individuali e collettivi.
Sulla base di un simile modello, possiamo forse individuare
con maggior precisione i fattori socio-culturali che negli ultimi
decenni hanno trasformato la percezione del corpo, della salute
e della malattia, ponendo le condizioni anche per la fortuna delle MNC. Lespansione delle risorse conoscitive, in particolare
attraverso la modalit democratica dei mezzi di comunicazione di massa, ha proceduto parallelamente allindebolimento
del principio di autorit. Questultimo ha investito anche lambito del sapere scientifico e medico, che non ha perduto nulla
del suo prestigio ma stato affiancato da altre visioni e voci, le
quali hanno avuto la possibilit di prendere la parola in modo
simmetrico e di non esser presentate come pure bizzarrie devianti. Nella modernit solida, come gi osservato, la diversit in questo campo si presentava sotto forma di residuo di
arretratezza, e nei termini di nette dicotomie quali egemonicosubalterno, scientifico-magico, ufficiale-folklorico. Nei sistemi
a griglia debole assistiamo alla proliferazione di una pluralit
di prospettive che, nellimmaginario pubblico, competono ponendosi, in linea di principio, sullo stesso piano. il fenomeno

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

173

che stato anche definito come indebolimento dei saperi esperti. Lautorevolezza dei ceti intellettuali e delle loro istituzioni
(luniversit, le comunit scientifiche) nel costruire ed imporre
cosmologie non pi cos solida: molte crepe si aprono nel
loro rapporto con la societ civile, con quella politica e con la
comunicazione mediale. I cittadini rivendicano il loro diritto di
scelta attiva in campi che in precedenza erano regolati da rigide
norme dettate dallalto di unautorit indiscutibile, che poteva
esser rifiutata solo ponendosi al di fuori della razionalit e della
normalit. La rappresentazione e la gestione del corpo, della
salute e della malattia non fanno eccezione.
Come in altri campi del consumo culturale, la scelta di modalit di presentazione del corpo, di alimentazione, di forme
di attivit fisica e di pratiche terapeutiche diviene parte della
strategia di costruzione identitaria e di distinzione sociale. Nella
cornice sociologica proposta da Mary Douglas o con le dovute differenze da Pierre Bourdieu lopzione per le medicine non convenzionali appare in primo luogo come una scelta
di ordine estetico e morale, parte di un gusto che identifica
segmenti sociali tracciando linee di separazione da ci che sta
in basso, nellambito della volgarit e del cattivo gusto. Ci
spiega anche il dato di fatto della diffusione delle MNC, e delle
relative estetiche del corpo, tra i gruppi sociali che pi hanno
bisogno di investire in capitale simbolico: i ceti medi con buon
livello distruzione, i giovani e in particolare gli studenti e altri
gruppi caratterizzati da mobilit verso lalto. Questo sembra
valere decisamente per lEuropa, la situazione degli Stati Uniti cos come descritta ad esempio in Schneirov M. Geezik J.D.,
2003, Frohock M. 1992 - corrisponde meno a questo modello
in ragione del diverso tessuto sociale sul quale si colloca e della
tendenza delle culture mediche alternative e complementari
a combinarsi con movimenti religiosi e con forme di associazionismo che veicolano tuttaltro tipo di significati sociali.
in un simile quadro che devono essere intese fra laltro le
rivendicazioni dei cittadini (in qualit di potenziali pazienti
o di consumatori della salute) nei confronti delle istituzioni

174

Fabio Dei

mediche, e i movimenti diretti alla cosiddetta democratizzazione della medicina e allaffermazione dei diritti del malato.
in questo quadro, inoltre, che possiamo meglio comprendere
la diffusa rivendicazione del diritto alla libert di scelta terapeutica il principio che sta alla base delle proposte di riconoscimento giuridico delle MNC, che discuter nel prossimo
paragrafo.
6. Il problema del riconoscimento giuridico delle MNC.
La diffusione delle MNC ha posto alle autorit sanitarie e politiche il problema del loro riconoscimento e della loro regolamentazione. un problema dai molteplici e interrelati aspetti
(per una prospettiva generale si vedano Stone J. Matthews J.
1996, Lee-Treweek J., 2005a). Dal punto di vista dei praticanti,
riconoscimento significa legittimit dellimpiego di terapie non
convenzionali per coloro che sono comunque abilitati allesercizio della professione medica, da un lato, dallaltro, la possibilit di svolgere una professione sanitaria per gli esperti in MNC
che non siano in possesso del titolo di medico. Per i pazienti,
il riconoscimento pu significare libert di scelta terapeutica
ed inclusione delle MNC nel quadro dellassistenza pubblica
e delle prestazioni fornite dal sistema sanitario nazionale, ma
anche garanzia di trovarsi di fronte unofferta sicura, praticanti non improvvisati e formati in modo rigoroso e controllato.
Nellottica della gestione pubblica della sanit, il problema
principalmente quello di tenere sotto controllo un settore che,
come abbiamo visto, tende alla costante proliferazione e rischia
in molti punti di sconfinare verso forme di esercizio abusivo
della professione medica. Tutto questo non affatto semplice: il
pluralismo che contrassegna luniverso delle MNC entra in una
essenziale tensione con il principio monopolistico che ha guidato le politiche sanitarie moderne, basato su una stretta alleanza
tra stato e biomedicina. Se il sapere medico non pi unitario,
garantito cio da una comunit scientifica, da un sistema forma-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

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tivo e da un relativo ordine professionale, su quale base lo stato


pu impiegare criteri di rigore scientifico nel sostegno alla ricerca, di efficacia terapeutica nella spesa farmaceutica, di competenza nel riconoscimento al diritto di esercitare la professione?
La spinta a forme di riconoscimento giuridico delle MNC stata forte in Europa soprattutto verso la fine degli anni Novanta,
oltre che dalle organizzazioni dei praticanti, essa venuta dalle
forze politiche pi legate alla cultura ecologista, in primo luogo
i Verdi. A livello di Parlamento Europeo, una intensa discussione ha portato nel 1997 allapprovazione di una risoluzione che i
promotori (in primo luogo il parlamentare belga Paul Lannoye)
hanno trovato deludente ed eccessivamente cauta, finendo per
disconoscerla: ma la relazione che lha accompagnata e la discussione che essa ha aperto hanno rappresentato il momento
di pi ampia emergenza pubblica della questione delle MNC.
Torner fra un attimo su alcuni punti qualificanti che ne emergono. In Italia, gli echi di questo dibattito si sono manifestati
in un disegno di legge presentato nel corso della XIII legislatura, 1997, (anche qui per iniziativa di un deputato verde, Paolo
Galletti), che d unit a una serie di eterogenee proposte del
decennio precedente (raccolte in Crocella C., 1991), non ne
tuttavia risultato nulla di concreto. Andrebbero analizzate anche le iniziative di alcune Regioni, che come il Piemonte hanno
adottato leggi specifiche, o come la Toscana hanno inserito le
MNC nel Piano Sanitario Regionale. Un quadro complesso e
articolato, in cui tuttavia le difficolt e le contraddizioni inerenti alla materia hanno impedito il raggiungimento di soluzioni
chiare e ben definite.
Possiamo capire il perch analizzando alcuni dei punti cruciali che emergono dalla discussione del Parlamento europeo.
a) il principio della libera scelta terapeutica. La necessit di
legalizzare le MNC sostenuta in base a un doppio principio di libert: libert per i pazienti di scegliere la terapia
preferita e libert per i terapeuti di esercitare la loro professione). Si tratta di un principio liberista, mutuato dal

176

Fabio Dei

campo dei diritti dei produttori e dei consumatori (Kelner


M. - Wellman B., 2000, Tovey P. Easthope G. Adams J.,
2003). Lo stato non dovrebbe intromettersi nelle decisioni
dei cittadini su cosa produrre, cosa consumare e, allo stesso
modo, come e con chi curarsi, limitandosi a garantire condizioni di sicurezza, di informazione e di relativa equit. La
scelta resta affidata alla responsabilit individuale e alla legge
della domanda e dellofferta. Si tratta di un principio che presenta notevoli ambiguit, impostando in modo superficiale il
rapporto tra costruzione dei movimenti dopinione, ricerca
scientifica e pratiche amministrative. Proprio il campo del
consumo dimostra quanto sia in s problematico il concetto
di libera scelta. In ambito sanitario, inoltre, si rischia di
dimenticare che lo stato da un lato eroga servizi ai cittadini,
dallaltro promuove la ricerca scientifica e il perseguimento
di ideali di conoscenza e di efficacia cui quei servizi devono
conformarsi. Ma le logiche delle conoscenza scientifica, ovvero di scelta e formazione del consenso allinterno di una
comunit scientifica, sono molto diverse e spesso inconciliabili con quelle che plasmano la pubblica opinione e i comportamenti di mercato. Confondere i due livelli implica forti
rischi, di cui abbiamo visto un nitido esempio qualche anno
fa con il caso della terapia antitumorale del prof. Di Bella
una situazione nella quale la pressione politica e mediatica
riuscita, sia pure provvisoriamente, a sostituirsi al consenso
scientifico come guida del governo sanitario.
b) il pluralismo scientifico e medico un principio ricorrente nei documenti e nelle proposte di legge sulle MNC (Cant
S. Sharma U., 2001). C qui lidea di una scienza non monolitica, che possa procedere secondo paradigmi diversi e
paralleli, tutti ugualmente legittimati dallo stato, secondo
una certa idea della medicina integrata, questi paradigmi
per quanto incompatibili sul piano epistemologico potrebbero fondersi nelle pratiche di cura. In antropologia, il
concetto di pluralismo medico stato applicato a contesti di
acculturazione (coloniali o post-coloniali) nei quali la medi-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

177

cina occidentale moderna si trovata a convivere con sistemi diagnostici e terapeutici radicati nella tradizione locale.
Il caso delle MNC evidentemente molto diverso. La loro
base non n la tradizione n, in senso stretto, ci che i
filosofi chiamano paradigma o tradizione di ricerca scientifica, piuttosto un approccio in senso lato culturale che
sfrutta le possibilit della rete comunicativa e i circuiti del
consumo di massa. Non dunque corretto presentare la medicina convenzionale e le MNC come paradigmi scientifici
paralleli che, nella loro diversit, si pongono tuttavia su uno
stesso piano. Non c simmetria tra i due: basta confrontare le rispettive letterature specialistiche, i sistemi formativi,
lorganizzazione della ricerca e cos via. Nella pubblicistica
di sostegno alle MNC la biomedicina viene spesso presentata come un campo di chiusura dogmatica stretto attorno alla
difesa dei propri privilegi (nonch degli interessi dellindustria farmaceutica). Dovrebbe essere tuttavia evidente che
le garanzie di apertura e criticit vengono proprio dallorganizzazione sociale della conoscenza su cui poggia la scienza
biomedica, laddove i rischi di chiusura dogmatica sono legati allalone ideologico e talvolta quasi fideistico che circonda
le MNC (almeno una loro parte). Di fronte a un quadro cos
disuguale di fenomeni, dunque assai problematico parlare
di pluralismo scientifico.
c) Il controllo dellefficacia. La risoluzione del Parlamento
europeo, cos come quasi tutte le proposte legislative in materia, rimandano allincremento della ricerca e della sperimentazione per valutare lefficacia delle MNC. Lidea che
latto politico del riconoscimento necessiti dellappoggio di
una valutazione tecnica e neutrale. Solo che una simile neutralit non possibile, dal momento che i diversi sistemi non
concordano sui criteri di valutazione. In particolare le prove
cliniche a doppio cieco, che per la biomedicina rappresentano la principale metodologia di sperimentazione dellefficacia dei farmaci, non sono ritenute probanti nellambito delle
MNC sulla base dellassunzione, gi discussa sopra, del

178

Fabio Dei

carattere individuante della terapia. Questultima si adatta


al paziente pi che alla malattia: non dunque possibile valutarla sulla base di considerazioni quantitative. Il doppio
cieco tende a testare lefficacia di un farmaco eliminando
linfluenza del fattore soggettivo proprio quanto le MNC
non ritengono possibile. vero che esiste un piccolo corpus
di ricerche che applica anche alle MNC, in specie agopuntura ed omeopatia, un metodo di valutazione statistica, con
risultati peraltro contrastanti. Ma in generale chiaro che il
problema politico del riconoscimento non pu essere risolto dal ricorso a metodi oggettivi e reciprocamente riconosciuti di validazione. Il pluralismo scientifico rischierebbe
allora per risolversi nella irrelata compresenza di universi
incommensurabili, ciascuno con proprie regole del gioco, e
la legittimazione pubblica in pura funzione della forza dei
rispettivi gruppi di pressione. Una situazione, dunque, che
con la scienza non avrebbe pi nulla in comune.

7. Ascesa e declino delle MNC?


Infine, la difficolt forse maggiore sulla strada del riconoscimento delle MNC viene dal loro grande numero e dalla loro
eterogeneit. possibile riconoscerle tutte? E altrimenti, quali
criteri selettivi adottare? La proposta di legge europea sceglieva
di privilegiare quelle discipline che godessero gi di una qualche legittimazione legale in alcuni stati dellUnione, che fossero
dotate di una struttura organizzativa internazionale e di un codice interno di autoregolamentazione e formazione. Da questi
criteri esce il seguente elenco: chiropratica, omeopatia, medicina antroposofica, medicina tradizionale cinese (denominazione
sotto la quale ricompresa lagopuntura), shiatsu, naturopatia,
osteopatia, fitoterapia. Difficilmente il quadro potrebbe essere
pi composito, dal punto di vista dellorigine delle discipline,
della loro impostazione filosofica, delle pretese terapeutiche,
delle modalit di esercizio. tanto difficile tenere insieme que-

7. Medicine non convenzionali: una prospettiva antropologica

179

ste MNC quanto giustificare lesclusione di altre. Se le ragioni


del loro successo sono in qualche misura quelle sopra ipotizzate, allora difficile estirpare dalluniverso delle MNC la tendenza ad una eterogenea variet e a un processo di costante proliferazione. Questi aspetti rappresentano la loro forza. Lasciate a
se stesse e isolate dalle altre, le singole discipline perdono molto del loro appeal e mettono a nudo la scarsit dello spessore
scientifico, finendo magari per riprodurre gli aspetti peggiori
della biomedicina (fanno eccezione, per il loro pi profondo
radicamento storico-culturale, la medicina tradizionale cinese e
per certi versi la fitoterapia).
Dunque, le MNC si rivelano un oggetto particolarmente
ostico da assimilare nel quadro giuridico e amministrativo che
ha accompagnato lufficializzazione della biomedicina moderna. Lo sforzo verso il loro riconoscimento produce contraddizioni e difficolt, e forse ne indebolisce il fronte, introducendo
divisioni al loro interno e spezzando il pur tenue filo che stabilisce tra di loro delle continuit. Del resto, la stagione pi intensa
delle lotte per il riconoscimento sembra trascorsa. Certo non
occupa un ruolo di primo piano nellagenda della politica europea ed italiana, indaffarata in altri problemi, pochi sembrano
disposti come accadeva invece negli anni a cavallo del secolo
a farne la bandiera di una concezione davanguardia della salute, della coscienza ecologica e delle libert individuali dei cittadini. Se andiamo a sondare linteresse dei media per le MNC,
ci imbattiamo soprattutto in menzioni negative. Nella stampa
recente (anno 2008) hanno avuto grande risalto i casi di due
giovani morti per la sospensione dei farmaci convenzionali suggerita da medici alternativi, con una certa frequenza compaiono
i risultati di ricerche sulla inefficacia delle MNC, il cui effetto
considerato equivalente a quello del placebo. Laccostamento
tra MNC e la figura ambigua del medico-stregone e del ciarlatano comincia (o ricomincia) a farsi largo nellimmaginario
comune.
Insomma, il clima sembra cambiato. Dati chiari non ce ne
sono. Pu darsi che linfatuazione di una certa cultura critica,

180

Fabio Dei

antiautoritaria, ecologica, antimaterialista e romantica per le


MNC stia declinando, che la fioritura di cento e cento medicine
naturali, umane e colorate sia stato il sogno di unepoca che si
sta ormai chiudendo. Tuttavia, se gli argomenti sopra proposti
sono almeno in parte corretti, le condizioni socio-culturali del
loro sviluppo continuano a sussistere: la centralit politica
del corpo e delle preoccupazioni sulla sua purezza, sulla sua
estetica e sulla sua buona forma, la moltiplicazione delle risorse
culturali e dei canali comunicativi, lerosione dellautorit dei
saperi esperti e cos via. Lo spazio dazione delle MNC resta
aperto anche se esse lo occupano oggi con minore facilit,
finendo per apparire un prodotto ormai un po logoro e scontato, non pi cos nuovo e attraente. Daltra parte, esse hanno
dimostrato fino a oggi una straordinaria capacit di mutare volto, di trasformare la propria immagine, di rinnovarsi e moltiplicarsi. Si pu immaginare che continueranno a farlo.

Giovanni Pizza

8. Medicina popolare: una riflessione1

Le seguenti riflessioni vertono sulle trasformazioni della categoria di medicina popolare, una nozione che ha avuto grande
importanza nella storia dellantropologia internazionale, europea in particolare, e ancor di pi nella vicenda antropologica
italiana. In Italia, infatti, essa ha conosciuto la sua genesi e uno
sviluppo che ha attraversato gli ultimi due secoli, segnando una
lunga fortuna ottonovecentesca, conclusasi con un vertiginoso
declino a fine Novecento. In questo arco di tempo lespressione
medicina popolare design non soltanto un settore di studi, ma anche una categoria analitica e interpretativa, che talora
amb a configurarsi come disciplina autonoma, prima di cedere
a una definitiva disarticolazione critico-culturale.
Questo lavoro evoca un rethinking e pertanto pu essere
1. Il presente testo costituisce la resa verbale del mio intervento di apertura alla seconda giornata del convegno Vicende e protagonisti della ricerca
antropologica in Umbria. Etnografia umbra tra 800 e 900. Contributi per
una storia degli studi, tenuto a Perugia il 17-18 dicembre 2008, curato scientificamente da Paolo Bartoli e Paola Falteri, in occasione delle iniziative di
studio e dibattito svoltesi in onore di Tullio Seppilli, nel cinquantesimo anniversario della costituzione dellIstituto di etnologia e antropologia culturale
(oggi Sezione antropologica del dipartimento Uomo & territorio), nel quadro
delle celebrazioni del 7 centenario della Universit degli studi di Perugia.
Lo scritto conserva i toni delloralit, se non per la divisione in paragrafi, le
correzioni e alcune integrazioni. La bibliografia di riferimento aggiornata
alla data del convegno, tranne laggiunta di alcuni studi pertinenti apparsi
negli anni successivi. Alla medesima occasione appartiene un ulteriore esito,
cui utile rimandare il lettore (Pizza G., 2008), pubblicato come Postfazione
a uno dei gruppi di saggi di Seppilli raccolti in capitoli nella festschrift in due
volumi a lui dedicata (Seppilli T., 2008a). Ringrazio Fabio Dei, Paola Falteri
e Cristina Papa per aver discusso il presente testo, Alessia Fiorillo per aver
curato e messo a mia disposizione la videoregistrazione dellevento.

182

Giovanni Pizza

letto in due modi: come indicazione di un punto di svolta rispetto a una tradizione precedente, o invece come un ritorno,
un omaggio a un pensiero gi pensato e che tuttavia appare ineludibile, necessario da rimeditare per andare avanti. in questa
seconda chiave che auspico sia interpretata lesigenza di ripensare la medicina popolare.
Una strategia endotica
Non frequente nei manuali di antropologia medica internazionali, se si escludono alcuni casi europei, che leffetto del differenzialismo culturale sia cercato e ottenuto attraverso il confronto fra la biomedicina e le medicine cosiddette domestiche
o endotiche, quelle per le quali il differenziale culturale dato
dai rapporti di forza (e di classe, se si vuole usare una nozione frequentemente adottata nelle discussioni di fine Novecento
intorno a questo argomento) allinterno del campo sociale. Si
preferisce in altri casi effettuare questa operazione differenzialista con lapproccio classico delletnologia, e cio evidenziando la differenza nella distanza dello spazio geografico, e quindi
privilegiando il contrasto fra biomedicina e medicine esotiche.
Inserendo in un testo a carattere generale di antropologia medica un intero capitolo sulla genesi, lo sviluppo, e il declino della
categoria di medicina popolare in Europa (Pizza G., 2005: cap.
V), ho voluto sottolineare un tratto saliente che ha segnato la
mia formazione nellantropologia italiana. Cio lesigenza metodologica di considerare le diversit culturali nel quadro dei
rapporti di forza che definiscono leterogeneit delle disuguaglianze nel corpo sociale. Questo dato politico a mio avviso
molto importante perch costituisce il punto di partenza per
una rilettura del concetto di medicina popolare. Anche perch,
se usciamo dallEuropa, la dialettica del confronto endotico sulla questione del popolare (con tutta la pregnanza gramsciana
del termine), emerge con evidenza in tutte quelle aree mondiali

8. Medicina popolare: una riflessione

183

in cui le medicine indigene entrano in una competizione complessa, dialettica e dialogica, con le egemonie delle medicine
ufficiali, sollevando problemi geo-politico-culturali analoghi
(Signorini I. - Lupo A., 1989, Schirripa P. - Vulpiani P. curatori, 2000, Johannessen H. - Lzr I. curatori 2006, Seppilli T.,
2008b).
In verit, negli ultimi trentanni, una rilettura della medicina
popolare stata in gran parte gi svolta, da parte di importanti
studiosi europei, operanti sia in rapporto fra loro sia in totale
autonomia, nella prospettiva di una progressiva disarticolazione della categoria. Quindi il declino della nozione stato positivo, foriero di letture critiche nuove, svolte nei quadri contemporanei dellantropologia simbolica, medica, religiosa e della
corporeit, capaci di attivare inattese visioni in controluce del
rapporto fra il corpo e i poteri governamentali dello stato, ovvero sulle forme storicamente profonde della biopolitica.
A proposito di disarticolazione della categoria, utile fare
una precisazione metodologica. Immagino una certa differenza
fra la procedura critica che possiamo definire disarticolazione e
quella invece detta decostruzione. Attribuisco a questi due termini una diversa valenza, anche in ragione dei significati che
nella storia degli studi e nei dibattiti metodologici sono stati
loro conferiti. Per disarticolazione intendo uno studio di scomposizione critica dei modi di fabbricazione di una categoria,
che implichi una sua apertura in rapporto agli intellettuali che
materialmente e simbolicamente lhanno prodotta. La parola
decostruzione, invece, mi pare che abbia finito per evocare soprattutto lo smascheramento di una sorta di mistificazione ideologica immanente alloggetto da decostruire. Denuncia spesso
fondata, ma che ha il limite di non andare oltre il testo scritto, di
non ricostruirne, cio, la genesi fisica e sociale. Pertanto essa si
rivela talora incapace di risalire alla sua sorgente, cio agli intellettuali in tutta la loro complessit, considerati non unicamente dal punto di vista mentale-cognitivo-ideologico, ma anche
come corpi che agiscono in uno specifico campo sociale.

184

Giovanni Pizza

Intellettuali e organizzazione della medicina popolare


La dimensione dellintellettuale come agente sociale e produttore culturale stata particolarmente importante per ripensare
la medicina popolare. Soprattutto in rapporto alla specificit
di quelle figure di intellettuali, al tempo stesso medici ed etnografi, che furono autori dei trattati sulle medicine popolari
regionali italiane. stata proprio lattenzione agli intellettuali la
pi efficace prospettiva di studio sulla medicina popolare che
abbiamo avuto in Europa, e in particolare in Italia, nella scuola
di antropologia medica di Perugia e in altri luoghi di elaborazione critica.
In Italia, linizio degli anni Ottanta del Novecento coincide
con il punto pi alto della efficacia analitica ed esplicativa della
categoria di medicina popolare, e insieme segna lavvio di una
sua rapida e definitiva disarticolazione critica.
Nellottobre del 1983 fu pubblicato il numero 8 della rivista
La Ricerca Folklorica, uno strumento a quel tempo senzaltro innovativo nellantropologia italiana. Il volume monografico, curato da Tullio Seppilli, dal titolo La medicina popolare in Italia,
rappresentava un raro caso di Atti che escono prima del convegno. Esso infatti anticipava un incontro scientifico di notevole
importanza (Seppilli T., 1983). Il convegno Salute e malattie
nella medicina tradizionale delle classi popolari italiane, di cui
Seppilli fu ideatore e organizzatore, fu dedicato alla memoria di
Ernesto de Martino e si svolse a Pesaro dal 15 al 18 dicembre
1983. Si tratt del primo evento italiano specificamente dedicato alla medicina popolare e riguardante lintero territorio nazionale. Obiettivo di quellincontro era un coordinamento e un
rilancio della ricerca cosiddetta demoiatrica italiana in unottica di dialogo fra discipline differenti: il convegno era centrato
sulla linea antropologica ma integrava (secondo una metodologia che anche un progetto politico-culturale costante nellazione intellettuale di Seppilli) scienze biomediche, psicologiche,
storiche e sociologiche. Come scriveva Seppilli nellopuscolo di
presentazione, si voleva avviare un primo bilancio critico dello

8. Medicina popolare: una riflessione

185

stato della ricerca sul passato e il presente della medicina popolare italiana, saggiare in questo campo pi aggiornati e multidisciplinari modelli interpretativi, indicare nuove prospettive
per ulteriori indagini.2 Si tratt di un evento importante per
quelle antropologie europee accomunate da una attenzione alla
profondit storica dei processi culturali che investono il corpo,
la salute e la malattia, e caratterizzate da una sensibilit politica
capace di cogliere le differenze culturali in rapporto alle disuguaglianze sociali, e non solamente nelle forme della lontananza
esotica e dello scarto cognitivo.
Nel 1983 era apparso anche il libro di Alfonso Maria Di
Nola Larco di rovo, contenente il suo saggio sulla terapia sacrale dellernia infantile. Si trattava di un lavoro che riconfigurava
lefficacia del metodo comparativo in campo europeista, e rileggeva i repertori medico-popolari in un dialogo nuovo fra storia
e antropologia, per certi versi vicino agli sviluppi della ricerca
antropologica europea di quegli anni che assumeva a oggetto di
studio privilegiato il simbolico senza peraltro separarlo dal
materiale (Charuty G. curatore, 1995). In quel lavoro, le
questioni di medicina popolare costituivano un passaggio per
lo studio della costruzione sociale del corpo, in quel caso, del
corpo infantile osservato nelle pratiche rituali destinate contemporaneamente a scongiurare lernia e a garantire laccesso
alla mascolinit. Due anni prima, il lavoro di Di Nola (1981) sul
tema dei processi di salute-malattia si era imposto con un altro
importante contributo: il suo scritto introduttivo al volume collettivo Mal di luna. Anche in quel caso Di Nola aveva posto il
problema del tutto specifico di una tradizione endotica della
ricerca antropologica sulle rappresentazioni e le pratiche della
malattia, e sulla salute mentale, con una attenzione particolare
al contesto storico-culturale e politico italiano.
Ancora alla fine del 1983, usciva limportante monografia
2. La citazione relativa allopuscolo programmatico del Convegno, conservato a Perugia nellarchivio di Tullio Seppilli, presso la sede della Fondazione Angelo Celli per una cultura della salute (Perugia).

186

Giovanni Pizza

storico-antropologica La sonnambula meravigliosa, di Clara


Gallini, in cui erano ricostruite e svelate con chiarezza le astuzie
intellettuali e amministrative nella colonizzazione delle diversit culturali interne al territorio dello stato nazionale italiano
(Gallini C., 1983ab).
Si coglieva in quegli studi una critica rispetto al differenzialismo esotico, e una volont di esplorare il campo statale e
nazionale italiano senza per questo riprodurre la distanza in un
esotismo interno di stampo endo-orientalista. Piuttosto si gettavano le basi di reinterpretazione di quadri classici della storia delle tradizioni popolari italiane, che non erano ancora stati
interrogati sul piano della significanza antropologico-critica e,
quindi, politico-culturale.
Le conseguenze di tali lavori sono state molto proficue. Dopo
il convegno di Pesaro, ad esempio, fu pi difficile usare quei
repertori prodotti dai medici-etnografi in maniera riduttiva,
soltanto per collezionare occorrenze etnografiche comparative
estratte come da unenciclopedia. stata progressivamente privilegiata una sempre pi attenta lettura critica. Indubbiamente
anche qui occorre distinguere i termini del metodo: a volte per
lettura critica si intende, in modo riduzionistico, la totale destituzione di fondamento o di autorevolezza delloggetto criticato. Niente di pi lontano da una idea antropologica, per la
quale la critica vuol dire al contrario individuare la complessit delloggetto da criticare, situarne la conoscenza, estendere
allorganismo autoriale la pertinenza testuale, valutarne le intime contraddizioni, gli elementi dialogici e generativi, i costitutivi antidoti interni che possono rendere profonda una apparente
superficialit. Per esempio, ogni critica allopera di Giuseppe
Pitr che segnali un eccesso di positivismo, o una oggettivazione riduzionistica del dato, apparirebbe anacronistica, non soltanto perch fatta dopo tanti anni, ma in quanto rischierebbe di
occultare la ricchezza delle sue opere che vanno invece etnografate a loro volta nel profondo, come prodotti politico-culturali
complessi. Al contrario occorre elaborare un riconoscimento
del lavoro quotidiano dei medici etnografi dellOttocento e del

8. Medicina popolare: una riflessione

187

Novecento, impegnati nella raccolta e documentazione di una


enorme quantit di materiali. Il richiamo al rispetto del valore
di queste opere presente nei saggi di Tullio Seppilli, e ribadito in un recente scritto di Clara Gallini sulla Medicina popolare siciliana di Pitr (2006), caratterizzava come una costante
lapertura delle lezioni di Alfonso Maria Di Nola allIstituto
Universitario Orientale di Napoli sulla medicina popolare, nei
primi anni Ottanta.
Di Nola proseguiva in un percorso autonomo nel quale era
gi avviata da tempo una rilettura critica dei repertori classici
della demoantropologia medico-popolare ottonovecentesca (Di
Nola A.M., 1981, 1983ab, 1987, 1989), vicina a quella che si
conduceva a Perugia, nei lavori di Seppilli e della sua scuola
(Bartoli P. - Falteri P., 1983, 1987, Seppilli T. curatore, 1989).
Parallelamente, da punti diversi dellantropologia italiana, si
aprivano dunque, a partire dalla medicina popolare, questioni
e problemi talmente nuovi da spingere a una rivisitazione della
categoria. I repertori classici della medicina popolare, quello di
Giuseppe Pitr, del 1896, e quello di Zeno Zanetti, del 1892,
venivano sottoposti a una lettura critica di tipo etnografico, a caratterizzare quasi una specifica estensione del termine etnografico, che non solo designazione professionale di un metodo di
ricerca empirica, ma una pi complessa postura dello sguardo
conoscitivo fondata sullo straniamento e sulla capacit di cogliere nei testi le spie di un sapere pratico, di una conoscenza
corporea (Ginzburg C., 1986). In questo senso si pu ulteriormente ripensare una tradizione italiana che ha talora valorizzato
questa lettura aperta e ampia delletnografico.
Di Nola mostrava come rimuovendo opportunamente le
griglie positivistiche che Pitr aveva imposto a materiali assolutamente eterogenei, si ottenessero imprevedibili effetti di rivitalizzazione antropologica di quei dati. Certo ci era possibile per
chi fosse predisposto o avesse gli strumenti critici per cogliere il
contrasto tra i due sguardi: da un lato quello di Pitr, rigoroso
sul dato ma animato dal positivismo della sua formazione medica, dallaltro, invece, un etnografico sguardo da lontano,

188

Giovanni Pizza

che provava a incrociare locchio ribelle dei dati stessi, i quali,


resistenti nel tempo alle rigide gabbie in cui erano stati reclusi,
cercavano di proiettarsi oltre le maglie tassonomiche, in attesa
di essere definitivamente liberati e riconosciuti come forme di
vita culturale.
Questo vivido contrasto attraversa in effetti il testo di Pitr
e lo sovrasta di senso. Pitr cerca di catturare un dato sensibile,
un dato corporeo. Maneggiando i simboli che servono a descrivere i corpi, attraverso una imponente e rigorosa impresa etnografica (Gallini C., 2006), ottiene un effetto di manipolazione
dei corpi stessi, le cui conseguenze politiche erano immediate,
sia nel senso comune siciliano3, sia nella conoscenza sociale e
culturale italiana ed europea, nonch nel campo intellettuale
medico-folklorico-accademico ottonovecentesco e in uno spazio pubblico dove le questioni della popolarizzazione della medicina, e quindi anche della medicalizzazione, erano in quel momento al punto pi alto del cosiddetto incontro-scontro4. Alla
luce degli studi successivi, le opere di Pitr avrebbero progressivamente svelato la sua costitutiva ambiguit di intellettuale
organico sia alla sfera politico-culturale siciliana, sia allappena
compiuto progetto nazionale italiano. Costruendo tassonomie
3. A proposito della funzione intellettuale organica di Pitr nella storia
dei rapporti fra contesto siciliano e nazionale disponiamo ora di uno studio
antropologico illuminante, mi riferisco ad ampie parti del recente lavoro di
Berardino Palumbo (2009: 242-249, 284-288, 391-393, soprattutto p. 244).
Sulla struttura dellopera Medicina popolare siciliana, in particolare per
quanto riguarda il rapporto fra i materiali della ricerca etnografica (conservati nellArchivio Pitr di Palermo) e le strategie di composizione del testo,
si veda il recente saggio di Clara Gallini (2006). Alcuni interessanti spunti di
riflessione sulla ripresa della nozione di medicina popolare in Italia negli
anni trenta del Novecento sono gi in Vidossi G., 1935, per comprendere il
carattere organico di tale rilancio nel campo politico-intellettuale del positivismo italiano risultano utili le note di Bronzini G. B., 1983.
4. Un conflitto, una lotta, talora una guerra se si pensa ai drammatici esiti
di forte tensione nellordine pubblico, con limpiego del neo-esercito italiano, nel 1867, per imporre le vaccinazioni in Sicilia contro il colera: cfr. 5
di questo articolo (Genealogie del biopolitico), cfr. inoltre Seppilli T., 2000
[2004].

8. Medicina popolare: una riflessione

189

bivalenti e ambigue nelle quali ingabbiare le figure della corporeit siciliana, egli in fondo ci sollecitava a spostare lattenzione
sul rapporto fra intellettuali, medicina popolare, popolarizzazione della biomedicina e populismo medico nella costruzione
corporea della (bio)cittadinanza e dello stato-nazione5.
Pluralit corporee
Fin dallinizio degli anni Ottanta del Novecento, dunque, fu
condotta unattenta disamina critica del vasto repertorio di testi
e materiali di medicina popolare, e si avvi un processo irreversibile di disarticolazione della categoria, capace di liberare
i corpi reclusi nelle tassonomie medico-etnografiche. Nella mia
memoria, quel numero 8 della Ricerca Folklorica, dalla copertina verde chiaro, resta lemblema di questa operazione, e del
dialogo fra Seppilli e Di Nola. Perch si apriva con una introduzione di Seppilli, seguita poi da una seconda introduzione
metodologica di Di Nola. Raramente uno studioso che cura un
lavoro collettivo affianca una seconda introduzione alla sua. Ci
accadde, e quelleffetto di raddoppiamento conserva nel tempo il senso profondo di un sodalizio umano e intellettuale.
interessante seguire alcune attuali riflessioni tratte da quei due
contributi generali.
Secondo Seppilli:
Lo stesso significato attribuito allespressione medicina popolare non sembra univoco e si presta comunque a parecchie ambiguit di lettura [...]. Non esiste dunque una medicina popolare,
cio un assetto specifico di forme di difesa della salute e dellequilibrio psichico comune a tutte le classi subalterne. A rigore,
in effetti, lespressione medicina popolare rinvia esclusivamente
allesistenza, in talune classi subalterne, di forme mediche e oriz5. Su questi aspetti si colgono interessanti analogie nella monografia
storico-antropologica dedicata alla vicenda ottonovecentesca della medicina
popolare in America Centrale (Costa Rica) (Palmer S., 2003).

190

Giovanni Pizza

zonti ideologici di riferimento che si presentano come oppositivi o


comunque altri rispetto alla medicina ufficiale (Seppilli T., 1983:
5).

Cos veniva sottolineata la difficolt di considerare la medicina


popolare come il sistema medico delle classi popolari. Il significato di medicina popolare andava volta a volta concretamente
individuato facendo riferimento a singoli strati subalterni, in un
preciso territorio e in una precisa collocazione rispetto ai centri
propulsori del cambiamento sociale, entro il quadro di specifiche
correlazioni citt-campagna, di specifici processi di circolazione
culturale e di specifici rapporti di classe, di egemonia e di potere (ibid.). Tenendo poi conto anche dellaspetto dellefficacia
delle pratiche terapeutiche, il dibattito sulla medicina popolare
negli anni Ottanta del secolo scorso poneva una questione politica, offrendosi come: un preciso punto di riferimento per
lintera problematica della programmazione sanitaria (ivi: 6), e
la ricerca su questa categoria, analogamente alle ricerche di antropologia medica sulle medicine non occidentali, finiva quindi
per assumere un valore emblematico in vista del ripensamento
e del superamento, ormai maturi, dei ritardi eurocentrici e
delle contraddizioni storiche che frenano un ulteriore sviluppo
della medicina scientifica (ibid.).
Anche la critica proposta da Di Nola (1983b) fu rivolta soprattutto alla definizione e allindiscriminato carattere catalogante dei trattati europei di medicina popolare. Egli esaminava
lintera costellazione terminologica internazionale: dal tedesco
Volksmedizin, ai paralleli italiani demoiatria, demopsichiatria.
Secondo Di Nola, nei saperi e nelle pratiche della medicina popolare si poteva individuare una differenziazione di tipo cognitivo ed epistemologico rispetto alla biomedicina, relativa alle
forme stesse di organizzazione della conoscenza sul corpo, la
salute e la malattia. Il riduzionismo dei medici etnografi operava infatti un taglio netto rispetto a sistemi di conoscenza diversi
da quello occidentale cartesiano e galileiano basato su unidea
di separazione del corpo dalla mente e sul metodo scientifico

8. Medicina popolare: una riflessione

191

della verifica empirica. La dimensione del simbolismo religioso,


come prodotto culturale elaborato per trascendere la natura e la
storia, non era presa in considerazione nei campi di pensiero e
di pratica della biomedicina, cos come veniva escluso il dispositivo del rituale e la sua efficacia simbolica (anche se tale esclusione valeva pi sul piano retorico, teorico e ideologico, e meno
su quello delle pratiche mediche quotidiane). Di Nola riteneva che questo taglio di spessori significanti che non rientrano
nellorizzonte empirico della medicina scientifica non fosse soltanto il prodotto della classificazione, ma anche il segno di una
differenza gnoseologica ed epistemica profonda fra le pratiche
corporee della biomedicina e le esperienze culturali del corpo
classificate come medicina popolare. A partire da unesigenza
di rispetto per la pluralit delle forme di vita culturale, Di Nola
affermava allora lurgenza di uneducazione politica del personale medico-sanitario, improntata a una maggiore attenzione
verso figure e pratiche della corporeit diverse ma interne
allo stato italiano. Perch a suo avviso ci poteva risultare in
una definitiva apertura politica, e in definitiva democratica, del
progetto medico-scientifico. In tal modo, formati alluso di tali
conoscenze critiche, gli agenti del campo biomedico avrebbero
potuto tenere conto della pluralit di rappresentazioni del corpo e del carattere sociopolitico dei processi di salute e malattia,
non riducibili alla sola dimensione naturale e biologica.
Per esempio, la disarticolazione alla quale Di Nola lavorava mostrava come Pitr applicasse un rigido schema di separazione mente/corpo. Schema evidentemente allopera quando
il medico-etnografo siciliano classificava lo stesso malessere sia
nei mali dellapparecchio nervoso, sia in quelli dell apparecchio del corpo. Oggettivando, in particolare, una malattia
particolarmente significativa: la matrazza. Una fenomenologia
di sentimenti e comportamenti che interessava il corpo femminile in una casistica europea estremamente complessa, relativa
alle figure corporee della posseduta e alle rappresentazioni di
spiriti femminili e stregonici siciliani, le celebri donni di fora,
protagoniste invisibili nei processi dellinquisizione antistrego-

192

Giovanni Pizza

nica spagnola in Sicilia, e al tempo stesso connesse, quali esseri


fantastici, alle dimensioni corporee che caratterizzano lesperienza culturale, pre-freudiana, del sogno in Europa. Liberare
le pluralit corporee femminili dalle gabbie tassonomiche di
Pitr significava recuperare la complessit della matrazza a una
interpretazione antropologica, culturale e politica, molto pi
vasta e articolata. Questo argomento non a caso sarebbe stato
trattato da studiosi che avevano a cuore il ripensamento delle
questioni storiche e antropologico-critiche connesse alla categoria di medicina popolare: Elsa Guggino (1986), Giordana
Charuty (1987, 1997), Gustav Henningsen (1990)6.
Vi dunque una intera filiera di studi storico-antropologici
che hanno contribuito a ricostruire la genealogia storica della categoria di medicina popolare. Ricordo i lavori di allievi
e collaboratori diretti di Seppilli, come Alessandro Alimenti,
Giancarlo Baronti, Paolo Bartoli, Paola Falteri e Cristina Papa,
sugli esseri fantastici e le figure metaforiche dellimmaginario
medico-popolare, su intellettuali collezionisti di amuleti, sulla formazione dei guaritori e il loro rapporto con i medici, rivolti a quella fase cruciale di scontro-incontro fra medicina
ufficiale e popolare collocata fra Ottocento e Novecento
(Alimenti A., 1989, Baronti G., 2008, Bartoli P. - Falteri P.,
1987, Bartoli P., 1989, Papa C., 1989). In Francia, penso agli
importanti studi condotti dallantropologa francese, italianista,
Giordana Charuty sulla invenzione della medicina popolare
e sulla nozione della persona cristiana (Charuty G., 1997ab).
In diretto rapporto con la scuola seppilliana, lantropologo spagnolo Josep M. Comelles (e in generale la scuola di antropologia
medica di Tarragona, in Spagna), ha riflettuto sullinvenzione
del concetto di medicina popolare da parte dei medici etnografi, evidenziando in particolare il problema della costruzione
del ruolo dei medici nella configurazione dei valori dominanti
relativi alla comprensione, interpretazione e gestione delle credenze e delle pratiche popolari (Comelles J. M., 1996). Studi
6. Cfr. anche, per il mal di matre in Campania, Pizza G. 1988, 1996, 1998.

8. Medicina popolare: una riflessione

193

che possiamo rileggere oggi anche dal versante dei rapporti fra
antropologia e storiografia in Italia.
Fra antropologia e storia
Sui repertori della medicina popolare si giocato anche un
dialogo difficile, quello fra antropologi e storici. Emergevano,
da quei repertori, i tratti di una possibile lettura, insieme storica e antropologica, delle questioni che vi erano imbricate: il
corpo, il s, la persona, il genere, la sessualit, lintreccio fra il
campo religioso, il campo medico, il campo politico. Nonch
i tentativi e le capacit di questi diversi campi istituzionali di
influenzare i processi di incorporazione, di fabbricare soggetti
docili, di appropriarsi della capacit di agire delle persone, di
fare cio egemonia, per esempio attraverso la medicalizzazione
(Cosmacini G., 1987), da un lato, levangelizzazione dallaltro
(De Rosa G., 1983). Eppure il dialogo fra storici e antropologi
faticava a riconoscersi in concetti comuni. Anche la cosiddetta
microstoria, che pure stata molto importante nella formazione degli antropologi italiani della mia generazione, ha avuto
difficolt nel confronto aggiornato con le antropologie internazionali. Una incomprensione dovuta a uno scarto cronologico
nellaggiornamento delle letture reciproche, oppure a un non
riconoscimento di teorie, linguaggi e campi comuni7.
7. Per una riflessione antropologica attenta e aggiornata sulle difficolt
del dialogo fra antropologia e (micro)storia in Italia, cfr. Palumbo B., 2006. In
generale si pu dire che nel campo delle medicine popolari una differenza
fondamentale nella opportunit dellantropologia di osservare e studiare,
attraverso letnografia, i processi stessi della incorporazione nel loro divenire,
collocandosi al punto pi vicino allesperienza, laddove gli studi storiografici
si centralizzano su fonti che catturano in origine le esperienze corporee nel
dispositivo della scrittura e del testo. Eppure limportanza di una analisi storica della dialettica colto-popolare e della natura corporeo-indiziaria (che va
ben oltre la dicotomia orale/scritto) dei saperi medico-popolari fu avvertita
in tutta la sua complessit e urgenza (quale programma scientifico da avviare)
dallo storico Carlo Ginzburg fin dal 1986, a margine di una sua riflessione sul

194

Giovanni Pizza

Nel 1980, gli antropologi della scuola di Toulouse Giordana


Charuty e Daniel Fabre, avevano cominciato ad applicare le riflessioni teoriche sul concetto di persona, maturate e dibattute nelletnologia africanista8, a una interpretazione delle fenomenologie corporee europee, emergenti dai dati raccolti nei
trattati demologici sulla medicina popolare. Essi lanciavano
cos un progetto di confronto fra etnografie europee ed extraeuropee, una comparazione in grado di porre nuove domande
alla ricerca antropologica europeista. Per esempio: in quale misura era possibile rinvenire nei narrati raccolti e cristallizzati
nella prosa medica di Pitr, e in opere folkloriche analoghe, i
tratti di una idea selvaggia della persona, fluttuante allombra
della nozione giuridica e di quella cristiana?
Su questa comparazione fra esotico e endotico - in particolare per quanto riguarda la nozione antropologica di persona plurale -, si saggiavano insieme difficolt e possibilit di
un dialogo pi ravvicinato fra antropologi e storici.
Osserviamo, ad esempio, una domanda e una risposta tratta
dallintervista a Carlo Ginzburg realizzata da Charuty e Fabre
per ledizione francese dei Benandanti, tradotto con il titolo Les

metodo: In ogni caso queste forme di sapere erano pi ricche di qualsiasi codificazione scritta, non venivano apprese dai libri ma dalla viva voce, dai gesti,
dalle occhiate, si fondavano su sottigliezze certo non formalizzabili, spesso
addirittura non traducibili verbalmente, costituivano il patrimonio in parte
unitario, in parte diversificato, di uomini e di donne appartenenti a tutte le
classi sociali. []. Forse solo nel caso della medicina la codificazione scritta
di un sapere indiziario aveva dato luogo a un reale arricchimento (ma la storia
dei rapporti tra medicina colta e medicina popolare ancora da scrivere)
(Ginzburg C., 1986: 181). Recenti considerazioni storiografiche di notevole
interesse antropologico sui rapporti fra medicina colta e popolare in diversi
momenti storici in Italia sono negli studi coordinati da Giovanna Fiume (Fiume G. curatore, 2003).
8. Si pensi allimportanza che aveva avuto in Francia il convegno internazionale di etnologia africanista, La notion de personne en Afrique noir, svoltosi
a Parigi nei giorni 11-17 ottobre del 1971. Il volume omonimo che ne raccoglieva gli atti fu pubblicato per la cura dellantropologa africanista, Germaine
Dieterlen, allieva di Marcel Mauss (Dieterlen G. curatore, 1973).

8. Medicina popolare: una riflessione

195

Batailles Nocturnes9:

Domanda di G. Charuty-D.Fabre: - Mais est-ce que qui arrte les


inquisiteurs et suscite leur interprtation dmonologique ce nest
pas dabord une conception diffrente de la personne? Au fond
peu import de leur propre point de vue que les Benandanti
se dplacent et se retrouvent rellement ou en esprit, lessentiel
nest-il pas dans la possibilit conceptuelle dune personne plurielle comprenant des parties autonomes et mobiles qui vivent les
batailles nocturnes comme des rves incarns ou des preuves oniriques? Ne trouve-t-on pas en Europe les lments systmatiss
diffremment dans certaines ethnies africaines et sibriennes
dune thorie de la personne qui ne correspond pas la reprsentation chrtienne (corps + me) et qui suppose une multiplicit
de pices relativement indpendantes? Songeons par exemple au
mythe de lesprit sparable sous forme animale que les cathares
arigeois utilisaient dans leur sermons et que lon retrouve dans les
traditions orales contemporaines.
Risposta di C. Ginzburg: - Sans doute (Charuty G. - Fabre D.,
1980: 237-238)

La risposta di Ginzburg, affermativa quanto lapidaria, lasciava al lettore antropologo limpressione che non si riconoscesse
pienamente nella nozione di persona plurale una categoria
concettuale comune.
Nella dimensione contemporanea storici e antropologi si
sono incontrati pi agevolmente. Recentemente, in un saggio
apparso nel 2004 sulla rivista britannica Folklore, lo storico inglese David Gentilcore, che ha condotto ricerche sul territorio
italiano, ha posto una domanda provocatoria: mai esistita una
medicina popolare in Europa? Facendo propria la prospettiva
gi indicata da Seppilli nel 1989 per una lettura dei processi
politico-culturali attuali nel campo medico, Gentilcore osserva:
9. La medesima questione, ripensata alla luce della nozione di credenza
(nel quadro di nuove riflessioni sulla nozione lvistraussiana di efficacia simbolica) e in un nuovo dialogo critico con Ginzburg, sar ripresa venti anni
dopo da Carlo Severi (2000). Sul confronto fra storia e antropologia intorno
ai temi del corpo e della possessione cfr. Pizza G., 1995, 1996, 1998, 2003bc.

196

Giovanni Pizza

In unepoca di crescenti tensioni e di pluralismi nellambito medico, c ancora molto da apprendere dal popolare. Tullio Seppilli
suggerisce che per esplorare le strutture mediche di ogni singolo
gruppo subalterno nel contesto sociale, occorre guardare al grado
di specificit, autonomia e dinamismo culturali in relazione ad altri gruppi. La sua enfasi sulle differenze pu apparire ovvia, ma difendendo lo studio dei processi di generazione culturale egli sta di
fatto parlando un linguaggio che gli storici possono ben capire. In
ogni caso, forse esplorare le differenze lunico modo attraverso
il quale possiamo individuare influenze e spiegazioni alternative.
Come afferma Seppilli, queste sono ormai tali da disturbare lautocompiacimento che ha a lungo caratterizzato la biomedicina moderna. Ci appare evidente in rapporto alla troppo lenta risposta
alla sempre crescente domanda di forme di medicina alternativa o
complementare. Queste spesso appaiono nella forma di frammenti
decontestualizzati di altre tradizioni: occidentali (come lomeopatia) o non occidentali (come la medicina erboristica cinese). Quel
che soggiace a tali bisogni, suggerisce Seppilli, sono specifiche
concezioni del corpo, della salute e della malattia, nella cultura
tradizionale delle classi popolari. Il modello offerto dal mercato
biomedico, infatti, non sempre appare adeguato a soddisfare motivazioni e bisogni latenti (Gentilcore D., 2004: 160-161)10.

Gentilcore rilancia in effetti il problema posto da Seppilli della complessit della categoria, ma la sua risposta alla domanda
sulla esistenza della medicina popolare pi che puntare a una
disarticolazione della categoria, sembra centrata su un tentativo
di attualizzazione e rivalorizzazione del concetto di popolare,
nei termini di una attenzione urgente ai processi di differenziazione plurale e di adattamento culturale nelle societ europee
contemporanee. Uno studio la cui motivazione vicina a quella
esigenza di uso sociale della ricerca antropologica e di valorizzazione critica dei repertori etnografici della medicina popolare
nella formazione medica, costantemente perseguiti da Di Nola
e Seppilli.
In effetti proprio il lavoro svolto sulla medicina popolare
10. La traduzione dallinglese mia.

8. Medicina popolare: una riflessione

197

da tempo ha condotto Seppilli sul terreno contemporaneo di


una analisi politico-culturale del pluralismo medico e delle rivendicazioni di legittimit delle medicine cosiddette non convenzionali, spingendolo recentemente allorganizzazione di un
laboratorio permanente di studi e dialoghi transdisciplinari sulla salute e la sanit italiana come beni comuni. A testimonianza
che le linee guida emerse fin dal convegno di Pesaro del 1983,
riuscirono effettivamente a far confluire i repertori folkloricomedici con i lavori condotti a partire da altre prospettive di
ricerca sui processi di salute/malattia e sulle diverse forme di
medicina, in un nuovo campo generale di studi: quello di unantropologia medica sensibile alla dimensione storico-politica della salute, intesa come diritto umano fondamentale (Seppilli T.,
1996).
Genealogie del biopolitico
La lettura antropologica ha quindi gettato le basi per una operazione di disarticolazione dei repertori medico-popolari. Negli
esiti pi felici, poi, non ci si accontentati della valorizzazione culturalistica, ma si preferito, come dicevo, esercitare una
consapevolezza critica che vede nellintellettuale che ha fabbricato queste categorie un organismo strategico, da oggettivare
nellanalisi, per giungere a cogliere il suo ruolo di funzionario,
agente di una burocrazia legata al progetto di fabbricazione della localit e dei suoi abitanti, da parte del nascente stato italiano.
Lapertura della categoria di medicina popolare riserva dunque
esiti inattesi, anche alla luce, gramsciana, della funzione politico-organica, statalista e nazionale-popolare, degli intellettuali
che la produssero. In effetti se una categoria intellettuale fabbricata da specifici funzionari, questa produzione culturale avr
pure un suo obiettivo. Oltre al fine primario di costruire una
categoria omogenea di saperi errati a danno dei quali alimentare lidentit scientifica e razionale della biomedicina nella
fase del suo radicamento territoriale nazionale (Pizza G., 2005:

198

Giovanni Pizza

155-168), certamente uno degli scopi ulteriori era intervenire


massicciamente sulle figure della corporeit: in primo luogo,
avvantaggiandosi della straordinaria diffusione capillare della
medicina a cavallo tra Otto e Novecento, quando gli assistiti diventano informatori per il medico-etnografo, in secondo
luogo perch agire nel senso di una manipolazione dei simboli
della conoscenza corporea popolare, consentiva un immediato
riscontro dellattivit di raccolta, documentazione e narrazione:
lordine del discorso sulla medicina popolare poteva avere immediati effetti pratici, trattandosi di manipolare le parole per
controllare i corpi.
La classificazione dei corpi nelle descrizioni medico-etnografiche deborda dunque il campo specifico delle curiosit popolari tradizionali, lo sovrasta, acquisisce una efficacia governamentale che permea la costruzione della stessa cittadinanza
italiana, peraltro in una fase liminale (e perci strategica dal
punto di vista dellassestamento contraddittorio delle forze in
campo), che quella dei primi anni dellunit dItalia. Questo
lelemento interessante che emerge, direi quasi in una genealogia storica del biopolitico, da uno studio di Seppilli su un testo
di Edmondo De Amicis (Seppilli T., 2000), in cui lo scrittore
ricorda e descrive la sua partecipazione da giovane soldato alle
incursioni dellesercito italiano in Sicilia per imporre la vaccinazione contro il colera, nel 1867. Seppilli incrocia i commenti
che Gramsci aveva prodotto nei Quaderni del carcere su questo
importante episodio, con le retoriche di stigmatizzazione che
Giuseppe Pitr attivava nella Medicina popolare siciliana, stigmatizzando con toni pi forti del solito la paura popolare nei
confronti della vaccinazione anti-colera:
Il colera un veleno. Esso sempre mandato dal Governo, il quale
personificato nel re. Questi, e con lui i principi reali e i capi dello
stato, lo fanno gettare o lo gettano essi impunemente, ed hanno il
contra, ossia il contravveleno, che dispensano alle persone di loro
fiducia e simpatia. [] I medici sono quelli che meglio si prestano
alla diffusione del colera. Essi non meno che i preti son pagati per

8. Medicina popolare: una riflessione

199

far morire la povera gente. [] La origine di questa superstiziosa


credenza storica. I patrioti siciliani per gettare sempre pi il discredito sul governo borbonico vennero spargendo la notizia che il
colera fosse mandato da esso governo per isbarazzarsi del popolo:
e la notizia si diffuse cos rapidamente ed ebbe tanta presa che mai
pi. Lanimo delluomo diventa crudele fino alla superstizione nelle sventure che lo colpiscono [] (Pitr G., 1978 [1896]).

Rimeditando alla luce delle fonti pitreane e gramsciane il testo di De Amicis sulla credenza popolare relativa al rapporto
fra stato e colera, Seppilli coglie quello che a me pare un dato
biopolitico, legato, cio, al rapporto fra produzione della conoscenza corporea popolare e governo delle popolazioni. In verit biopolitico dire poco, perch peculiare della biopolitica
il suo carattere silente: essa, cio, agisce in maniera silenziosa
attraverso microfisici processi quotidiani di costruzione dellabitudine, rispetto ai quali indubbiamente la violenza diretta
dellesercito appare pi tumultuosa. Eppure, anche su questo
aspetto clamorosamente biopolitico, Seppilli offre una lettura
complessa, critica ma non anacronistica n ideologica: se lesercito agisce per imporre la vaccinazione, anche allinterno di tale
campo di azione, al di l del meccanismo violento che si espone
alla condanna morale, pur sempre riscontrabile un tentativo
di fabbricare la cittadinanza sanitaria attraverso la salvaguardia
dellunit della Nazione. Secondo Seppilli questo un dato interpretativo da valutare applicando, per lappunto, una lettura
dialettica di questi processi. In effetti sarebbe un errore frammentare legemonia in un dominante e un dominato, quando
invece occorre indagare una dialettica egemonica che, di volta
in volta, pu essere giocata dallinterno con unestrema complessit, vanificando ogni polarizzazione egemone/subalterno.
Legemonia si rivela come un complesso meccanismo di unificazione delle forze disperse, che si attua attraverso processi di
incorporazione e naturalizzazione del consenso allinterno dei
quali possibile agire in almeno due direzioni: per conservare
e rafforzare lo stato delle cose, o invece per disarticolare lazio-

200

Giovanni Pizza

ne naturalizzante, attivando, per esempio, iniziative di volont


collettiva nella direzione del cambiamento, del capovolgimento dei rapporti di forza vigenti. Oggi le numerosissime letture
gramsciane ci fanno capire che in Gramsci la coppia egemonico/subalterno inesistente come dicotomia. I due termini
sono presi in una visione processuale, di lotta: una dialettica
egemonica che si connette alla minuta valutazione dei rapporti
di forza dentro un campo di azione condiviso, come peraltro
Ernesto de Martino aveva insegnato opponendosi a ogni tentativo, metodologico o analitico, di separare la storia popolare
dalla storia delle lites (de Martino E., 1959, 1961)11.
La rilettura della categoria di medicina popolare, quindi,
consente anche di fare un passo oltre i materiali da essa descritti, per comprendere, cio, gli obiettivi di questi intellettuali, e
aprire la strada a nuove ricerche in grado di cogliere le strategie
politiche e governamentali oltre le tattiche narrative. Ancora
una volta vorrei sottolineare che questo tipo di lettura critica e
di apertura teorica non pu fondarsi solo sul testo, in una prospettiva da cultural studies. Quandanche si basi sul testo, deve
piuttosto considerarlo un terreno in cui cogliere allopera le
spie di azioni concrete. Le biografie reali, quindi, sono importanti, come le reti relazionali. Si pu approfondire lavorando a
una biografia di Pitr, che forse meno difficile da ricostruire
di quella di Zanetti (Cirese A. M., 1978), seguendo le reti so11. Non prendo in esame in questa sede lapproccio di Ernesto de Martino alla visione magica della malattia in Italia meridionale, quale fu messo a punto fin dalle sue etnografie lucane. Ricordo soltanto che il fondatore
dellantropologia italiana non accolse la nozione di medicina popolare, ma
anzi ne propose una precoce spesso implicita disarticolazione critica, rifiutando la semplicistica distinzione colto/popolare e ricontestualizzando
le questioni corporee del malessere e delle cure simboliche in un pi vasto
campo magico-religioso, politicamente sensibile e storicamente profondo,
con una attenzione particolare alle condizioni della efficacia rituale. Ho prodotto alcuni elementi di analisi dellapproccio antropologico demartiniano ai
processi di salute/malattia in Pizza G. 2005: passim (con particolare riguardo
alle opere: Il mondo magico [1948], Sud e magia [1959] e La terra del rimorso
[1961]).

8. Medicina popolare: una riflessione

201

ciali di questi intellettuali. Ricordo, ad esempio, le domande gi


sollevate da Antonino Buttitta con le sue note su Pitr e la mafia
(Buttitta A., 1968), che riecheggiano pi tardi in un articolo
di Nancy Triolo sul medesimo argomento (Triolo N., 1993),
per trovare infine importanti risposte in un saggio recente di
Berardino Palumbo (Palumbo B., 2009: 242-249). Sono studi
molto importanti, infatti, quelli che ricostruiscono, a partire
dal testo, anche gli elementi di una memoria dellazione sociale
reale degli intellettuali, talora veri e propri funzionari politici, agenti nello spazio pubblico locale. Tenendo costantemente
sullo sfondo che poi tanto sfondo non la questione dellunificazione dellItalia, e quindi la questione dello stato.
La fase storica successiva allunit dItalia corrisponde a una
dinamica che Paolo Bartoli e Paola Falteri hanno ricostruito
nella sua complessit definendola dinamica storica dellincontro/scontro tra medicina ufficiale e medicina popolare
(Bartoli P. - Falteri P., 1987: 168, Bartoli P., 1989, Pizza G.,
2005: 155-168). Losservazione di questa dinamica consente di
andare oltre lo sguardo dei medici etnografi. Al tempo stesso,
pu evidenziare le trasformazioni della corporeit e dei saperi e
pratiche a essa connessi, che lintervento dello stato nelle campagne determinava, in vista della creazione di un nuovo tipo
umano12. Nuove risorse venivano elargite, vecchie malattie venivano debellate, ma attraverso forme di controllo, repressione
e dissuasione da pratiche che, fino ad allora, appartenevano alla
vita quotidiana. Lo stato avvi una capillare medicalizzazione
del territorio, con una forma di egemonia e di controllo nuova
e pi incisiva. La politica sanitaria era concepita come un capitolo di ordine pubblico, gestita cio interamente dalla burocrazia dei comuni, delle province, e direttamente dallo stato
12. lespressione che Gramsci usa nel quaderno 22 dedicato ad Americanismo e fordismo (Gramsci A., 1975: 2146) Lattenzione ai termini del rapporto fra il corpo e lo stato in Gramsci notevole. Su questi aspetti biopolitici
dellopera gramsciana cfr. Pizza G., 2003a, 2005: 146, 262 n. 17, Pizza G.
- Johannessen H., 2009, Pizza G., 2012.

202

Giovanni Pizza

attraverso il ministero dellInterno e le prefetture (Cosmacini


G., 1987: 405, Bartoli P., 1989).
Connivenze e conflitti, scambi e ineguaglianze, si attivarono
tra le forze storiche che governarono il processo di medicalizzazione e i soggetti concreti che a quelle forze furono docili o
resistenti: cio i cittadini del nascente stato unitario. Lintreccio
fra storia della biomedicina e processi di egemonia e di controllo sociale ormai un dato acquisito nello studio delle forme
attraverso le quali lorganizzazione sanitaria si diffusa e insediata sul territorio nazionale. La capillare diffusione dellistituzione sanitaria e delle forme dellassistenza pubblica produceva
il miglioramento delle condizioni e delle aspettative di vita, ma
favoriva anche una colonizzazione delle esperienze e dei corpi,
un tentativo di espropriazione della capacit di agire.
Tutto avveniva attraverso la diffusione egemonica di un
modello statuale della conoscenza che si presentava come un
complesso e contraddittorio dispositivo ora riduzionistico e naturalistico, ora pi magico e stregonesco della stessa stregoneria
che intendeva eradicare, in quanto capace effettivamente di catturare e ridurre la complessit dellesperienza corporea, e della
vita stessa, attivando le forme proprie della governamentalit
biomedica, mediata, nel rapporto con le popolazioni, sia dalle
politiche sanitarie, sia dalle procedure dei medici-etnografi sia
dalle pratiche degli stessi guaritori, veri e propri mediatori di
guarigione esperti nella gestione intima dei poteri pubblici13. In
questa prospettiva, la ricchezza di dati delle medicine popolari
offre altrettante occasioni per approfondire la complessa dinamica storica che investe i rapporti fra i corpi e lo stato.

13. Per un confronto fra diversi approcci antropologici allo studio degli operatori terapeutici tradizionali cfr. fra gli altri Renzetti E. -Taiani
R. 1988, Papa C., 1989, Friedmann D., 1993, Lanternari V., 1994, Pizza G.,
1995, 2005, Di Vito A. 2006, Minelli M. 2008. Cfr. inoltre Di Rosa M. curatore, 1987, Annali di San Michele, 16, Museo degli Usi e Costumi della Gente
Trentina, dedicato a Saperi terapeutici tradizionali nellarco alpino, a cura di
Kezich G. e Seppilli T., San Michele AllAdige, 2003, Renzetti E., 2007.

8. Medicina popolare: una riflessione

203

Ritorno a Gramsci
Lo stato, dunque. Allora il Gramsci necessario non pi quello
del folklore, delle presunte dicotomie colto/popolare o subalterno/egemone, ma il Gramsci di una teoria antropologica
dello stato e di una storia critica delle pratiche intellettuali e
della organizzazione della cultura italiana. Per ripensare la medicina popolare importante recuperare pienamente lo spirito
gramsciano, nellegida del quale mi pare che il convegno di
Pesaro del 1983 volesse operare.
In questo senso utile tornare a Gramsci, per rileggere un
suo paragrafo tratto dai Quaderni del carcere. Un passo in cui
la questione degli intellettuali incrocia il campo medico e quello religioso, nella ricerca delle modalit attraverso le quali gli
intellettuali-istituzione costruiscono la seconda natura dei
cittadini inverando, proprio in questa fabbrica biopolitica, il
progetto egemonico (Pizza G., 2003a, 2012).
Si tratta di un paragrafo che testimonia di una parte dei
Quaderni del carcere che Gramsci programm ma non scrisse
mai. Nella sua idea, avrebbe dovuto studiare genesi, ruolo e
funzione organica di una specifica categoria di intellettuali tradizionali, quella dei medici, riservando ad essa una attenzione
pari e analoga a quella poi effettivamente profusa al campo religioso, al quale sono infatti dedicate note e pagine molto importanti.
A rileggerli ora, questi appunti stesi da Gramsci nel carcere
di Turi, cos densi di forza progettuale, mi appaiono come un
manifesto programmatico attuale, in cui ancora possibile discernere chiaramente ci che stato fatto da quello che ancora
resta da fare:
Intellettuali. Intellettuali tradizionali. Per una categoria di questi
intellettuali, la pi importante forse, dopo quella ecclesiastica,
per il prestigio e la funzione sociale che ha svolto nelle societ primitive la categoria dei medici in senso largo, cio di tutti quelli
che lottano o appaiono lottare contro la morte e le malattie oc-

204

Giovanni Pizza

correr confrontare la Storia della medicina di Arturo Castiglioni.


Ricordare che c stata connessione tra la religione e la medicina
e ancora in certe zone, continua ad esserci: ospedali in mano a
religiosi per certe funzioni organizzative, oltre al fatto che dove
appare il medico appare il prete (esorcismi, assistenze varie, ecc.).
Molte grandi figure religiose erano anche o furono concepite come
grandi terapeuti: lidea del miracolo fino alla resurrezione dei
morti. Anche per i re continu a lungo ad esservi la credenza che
guarissero con limposizione delle mani ecc. (Gramsci A., 1975:
846).

Donatella Cozzi

9. Narrazione della malattia

1. Definizione, contingenze storiche e di ricerca


Le illness narratives, le narrazioni di malattia, sono le pratiche
discorsive con cui le persone raccontano la propria illness, ovvero la declinazione soggettiva, esperienziale e al contempo sociale, del loro malessere o della loro malattia. Mike Bury ci offre
questa definizione:
Illness narratives [ una locuzione che] designa le pratiche di narrazione e resoconto che insorgono di fronte alla malattia. Lanalisi
narrativa cerca di comprendere la trama del resoconto fornito,
e le sue dimensioni sociali e motivazionali (Bury M., 2004: 82)1.

Le narrazioni di malattia:
mostrano come le persone riescono ad affrontare momenti di crisi eccezionali, difficili, che trasformano le loro vite interpersonali,
come esse inventano nuovi modi di discorso quando quelli vecchi
diventano insufficienti, come rendono lincomprensibile concepibile e il disastro affrontabile, come sono capaci di mutare levento
tragico in dono (Bochner A.P., 2002: 82).

Le pratiche narrative consentono di iscrivere levento malattia in una temporalit biografica, mantenendo le connessioni
di significato tra il proprio passato, il presente e il futuro, di
rinegoziare la propria identit e di trovare un senso pur entro
le fratture biografiche che sottolineano la nostra vulnerabilit
1. La traduzione di Daniele Nigris (2008: 82). Ove non altrimenti specificato, altre traduzioni sono mie.

206

Donatella Cozzi

in quanto esseri umani. Raccontare una storia organizza, struttura e d senso allesperienza e conduce chi ascolta entro un
viaggio immaginario in un mondo di storie (Mattingly C.
Garro M.C., 2000: 13), dispiegandosi sul piano della soggettivit esperita da un lato, e dellintersoggettivit dallaltro,
attraverso il linguaggio, i segni, il riconoscimento dei sintomi,
i significati condivisi, le sovrapposizioni nosografiche. Infatti,
il vissuto soggettivo della malattia pensato e descritto sempre
anche a partire dalle categorie della scienza medica esistente in
quel determinato sistema medico e in un particolare periodo
storico e declinato sempre anche secondo le categorie sociali
culturalmente disponibili. Arthur Kleinman nota che la sofferenza ci costringe a riconsiderare le nostre vite, e questo conduce alla possibilit di trasformarle (1988a: 3). Vite sempre situate
allincrocio di traiettorie storiche e sociali, arena di confronto
ed esercizio di saperi e poteri.
Due sono le contingenze storico-epistemologiche che accompagnano lattenzione per le narrazioni di malattia: la prima interna allambito dellantropologia e particolarmente
dellantropologia medica, e riguarda la riflessione sullo statuto
del soggetto, la seconda esterna allambito disciplinare, e si
riferisce alla crescente insoddisfazione verso il riduzionismo oggettivante della clinica. Vieda Skultans (2007) ci ricorda quanto
a lungo la nozione di soggetto sia stata considerata spuria per
lantropologia culturale. Gli antropologi tendevano a vedere i
propri informatori in quanto veicoli di valori e pratiche sociali,
piuttosto che come soggetti e agenti morali a pieno titolo. A tale
proposito, Anthony Cohen (1994) scrive:
Gli antropologi non attribuivano alcuna importanza al problema
di che cosa significassero quelle strutture per coloro che le popolavano. In questo tipo di schema teorico, la gente e gli individui erano importanti solo in quanto strutture in s, o in quanto collegati
alla struttura in qualche modo identificabile (1994: 98).

Questa apertura verso la soggettivit va a collocarsi nel solco

9. Narrazione della malattia

207

della riflessione fenomenologica gi presente con Schultz nelle


scienze sociali, si sostanzia della nozione di esperienza incorporata e situata socialmente -, porta a interrogarsi sulle forme
che prende la cognizione di s, sulle strategie narrative, sulle
peculiarit di una vita in cui la malattia interviene con una frattura biografica (Bury M., 1982). allinterno della scuola antropologica e psichiatrica di Harvard, ad esempio con le opere
di Arthur Kleinman (1988a) e Byron Good (1994) che prende
corpo il campo di studi sulle illness narratives, con una pluralit di importanti contributi, tra i quali va segnalato almeno
Cheryl Mattingly (1994). Contemporaneamente, si sviluppa
una scuola sociologica relativa alle narrazioni di malattia in
Gran Bretagna, con gli studi di Mike Bury sulla malattia cronica
(1982, 1991, 2001, 2005). Particolare menzione meritano i lavori di Catherine Kohler-Riessman (1990, 1993), Cathy Charmaz
(1983, 1987), Arthur Frank (1995), Michael Kelly (1992), Alan
Radley (1989), Gareth Williams (1984), autori che dai pi diversi orientamenti teorici, e da posizioni epistemologiche anche
contrapposte, hanno riflettuto con le loro ricerche empiriche,
sulla natura dellesperienza di malattia. Tra gli studi editi in
Italia, va ricordato quello dedicato alle cure palliative e al fine
vita nei malati di cancro realizzato da Debora Gordon e Carlo
Peruselli (2001).
Illness Narratives di Arthur Kleinman (1988a) promuove
nel panorama dellantropologia medica una nuova attenzione nei confronti delle narrazioni dei soggetti colpiti dalle pi
varie forme di malattia, soprattutto cronica. Il testo appare in
un momento in cui pi voci, sia provenienti dal campo medico
che da quello antropologico e sociologico, lamentano come la
progressiva separazione del modello biomedico di malattia (disease) dalla sua esperienza individuale (illness) e lespansione
di tecnologie diagnostiche, terapeutiche e chirurgiche avvenuta
dopo gli anni quaranta del Novecento, hanno congiurato nel
far scomparire il malato dalla cosmologia medica (Jewson N.,
1976). Non ascoltare lesperienza del paziente e quindi la sua

208

Donatella Cozzi

narrazione dei sintomi e insieme di quei lacerti di vita che li


tessono nella trama di una quotidianit vissuta si configura
come un atto di potere che nega lesistenza di un corporeit
vissuta, del mindful body della persona che si propone nella
relazione duale con il curante, o in quella molteplice con le
varie figure che popolano lo spazio ospedaliero. Nega il fatto
che del sintomo, o di quella costellazione di sintomi, qualcuno
stia facendo esperienza, e quindi che questo soggetto sia sotto
qualche aspetto esperto di quanto accade al proprio corpo e
alla propria vita. Nega inoltre che tale esperienza venga interpretata culturalmente, quindi che esistano altre semiologie oltre
a quella universalista e naturalista proposta dalla biomedicina,
e che la malattia sia da situare [] nella storia, nelle relazioni sociali, ricostituendo un ordine temporale dotato di senso
(Good B.J., 1999[1994]: 180). Infine, ma pi importante, nega
lAltro attraverso lopacizzazione della sua soggettivit. Ancora
Kleinman aveva individuato nellinterpretazione delle narrazioni dei pazienti uno dei compiti fondamentali del lavoro del
medico:
[] la malattia ha un significato, e capire come acquisisce significato significa comprendere qualcosa di fondamentale sulla malattia, la cura e, forse, la vita in generale. Inoltre, linterpretazione
della malattia qualcosa che i pazienti, i familiari e gli operatori
debbono intraprendere insieme. Ci in quanto vi una dialettica al cuore della guarigione, che porta loperatore sanitario nel
mondo incerto e pieno di paure del dolore e della disabilit e che
reciprocamente introduce il paziente e la sua famiglia entro laltrettanto incerto mondo delle azioni terapeutiche (Kleinman A.,
1988a: xiv).

Tuttavia, non mancano ambiguit quando le narrazioni di malattia entrano nellambito della bio-medicina, dei suoi spazi di
azione e delle sue finalit. Spesso i termini illness narrative e
narrative-based medicine sono utilizzati in modo intercambiabile, e le medical humanities utilizzano il materiale narrativo
in una pluralit di modi spesso molto diversi da quelli dellan-

9. Narrazione della malattia

209

tropologia medica o della sociologia della salute. Ad esempio,


sollecitano creazioni discorsive da parte dei pazienti (racconti,
affabulazioni, messe in scena, giochi di ruolo, fiabe) o utilizzano favole ed altri materiali con funzioni terapeutiche, oppure
selezionano brani dallampio repertorio di scrittori che hanno
raccontato il loro malessere. O ancora, le illness narratives permettono agli operatori in formazione di conoscere lesperienza
di malattia e il suo trattamento dal punto di vista del paziente.
Lintento in questultimo caso quello pedagogico di progettare e attuare una formazione nella quale i sentimenti dei futuri
operatori possano trovare diritto di cittadinanza (Zanini L.,
2008: xviii). Non entrano, quindi, nellesplorazione dellesperienza di vita delle persone che vivono con una determinata malattia, disfunzione, menomazione o disabilit e di come in essa si
iscrivano elementi sociali e politici. Come scrive Daniele Nigris
in questo modo certe chiavi di lettura scientifiche ancorch
non mediche della malattia non riescono a diventare fattori
sociali operanti per una modifica virtuosa dei rapporti esistenti
tra cittadino e sistema sanitario al livello macrosociale, e tra paziente e operatori della cura al livello micro (2008: 130).
Eccezione al processo di progressiva perdita di rilevanza
della narrazione del paziente in medicina stata la psicanalisi
(Giarelli G., 2005, Skultans V., 2007) e quella parte della psichiatria pi attenta alle modalit di conferimento di senso alla
situazione di crisi del soggetto e a fornire un orientamento per
il processo di cambiamento terapeutico.
Mike Bury (2001) indica quattro fattori che hanno giocato
un ruolo chiave nellemergere della narrazione e che ne segnano
la crescente importanza. Il primo di natura epidemiologica e
demografica: il declino delle patologie infettive, sulle quali era
fondato il modello medico, e il prevalere delle patologie cronico-degenerative prodotta dal processo di invecchiamento della
popolazione, sottolinea limportanza dei mondi di vita quotidiana, rendendo inadeguato il trattamento biomedico classico e
le sue modalit di ascolto e relazionali. La cura diventa polifonica: il malato, i suoi familiari, chi lo accudisce quotidianamente

210

Donatella Cozzi

diventano parte della qualit della vita del paziente cronico. Il


secondo fattore di natura organizzativa a livello di politiche
sanitarie: lospedale perde la sua centralit nellambito dei sistemi sanitari contemporanei e il territorio, il domicilio del paziente e lassistenza sanitaria di base acquisiscono sempre maggiore
importanza. Anche questa ridefinizione aumenta lattenzione
per il mondo del paziente. Il terzo fattore riguarda la messa
in discussione dellefficacia della biomedicina (come nel caso
dellAIDS, del cancro e di diverse patologie cronico-degenerative). La persona malata ritrova il diritto allespressione della
propria sofferenza, a lungo negato dal paternalismo medico.
Connesso a questo il quarto fattore: lespansione dellinformazione sulle malattie attraverso i mass media, la stampa medica e
divulgativa, internet, le medicine non convenzionali e i gruppi
di self-help. Questa crescente possibilit di accesso ha ridotto
lautorevolezza del medico come esclusiva fonte di conoscenza,
ampliando la gamma delle opzioni conoscitive disponibili per
il malato.
Se quelle elencate da Bury sono le contingenze favorevoli che
inclinano verso una attenzione alle illness narratives, non vanno taciuti i problemi metodologici ed epistemologici che esse
pongono. Nigris (2008), per quanto riguarda la teoria sociologica, li sottopone ad una serrata analisi, utile in un approccio
etnografico critico e consapevole del posizionamento reciproco
del ricercatore e del narratore. Lavorare per tracce e punti
tematici invece che seguendo una serie strutturata di domande,
attribuisce allintervistato un enorme potere di dirsi, il difetto
il converso: allintervistato sono richieste una capacit e una
volont di parola che, per varie ragioni, egli pu non possedere (Nigris D., 2008: 133). Inoltre, considerato che la caratteristica del racconto dispiegarsi nel tempo, oltre che impiegare
i modi della temporalit, pu esserci poco tempo prima o
dopo un colloquio clinico, o un trattamento chemioterapico
[] Il tempo pu essere poco anche perch, a volte, siamo costretti a intervistare in setting ospedalieri caotici, e non sempre
gli spazi sono a nostra disposizione riservata, lintervistato, poi,

9. Narrazione della malattia

211

pu trovarsi in una situazione in cui i sintomi della patologia


o, al contrario, i trattamenti gli concedano limitati ambiti
di mobilit, o tempi di concentrazione, o di libert dal dolore,
oppure pu avere una et in cui la presenza di pi malattie contemporaneamente in atto e il declino fisico rendono complicata
la concentrazione e il lavoro di rammemorazione (ibid.: 133).
In breve, quanto ingenuamente, e con notevole etnocentrismo,
possiamo dare per scontato, ovvero quanto sia semplice narrare di s, pu incontrare ostacoli e restrizioni delle condizioni di
effabilit da non sottovalutare. Inoltre, Nigris affronta un altro
problema da non dare per ovvio: entro una narrazione di malattia, tutte le asserzioni si collocano sullo stesso piano, quanto
a statuto epistemico? In altre parole, chi sta parlando? E poi,
di chi sta parlando? Questo secondo interrogativo prelude alla
terza dimensione da esplorare, ovvero chi sta facendo esperienza, e di che cosa? Procedere in questo modo consente di distinguere tra esperienza diretta, mediata e rappresentata, quindi tra
la pluralit di illnesses a seconda che il locutore sia la persona
malata, un suo familiare, il suo medico curante, le figure che lo
seguono nella cura. Ognuna delle narrazioni prodotte riguarda
la illness, ma con statuti di mediazione e fedelt allesperienza
differenti. Tuttavia, quando non la parola della persona malata ad innescare il flusso di senso (Nigris D., 2008: 148) e
siamo di fronte alla sola rappresentazione altrui, il soggetto che
fa esperienza viene puramente evocato: viene oggettivato, gli/le
vengono attribuite sensazioni e vissuti senza che abbia una presenza autonoma nel discorso che lo/la riguarda. Distinguere,
quindi, tra esperienze e rappresentazioni diventa criterio discriminante per situare la illness anche in relazione alla questione
dellagentivit il soggetto presente nelle istituzioni sanitarie
anche soggetto politico -, della relazione con i curanti e della
sofferenza sociale.

212

Donatella Cozzi

2. Intermittenze dialogiche, sofferenza, ethos compassionevole

Il percorso di assestamento nel panorama disciplinare delle


illness narratives non stato lineare: ci sono state oscillazioni
iniziali che riconducevano lascolto al miglioramento della relazione medico-paziente o delle capacit di diagnosi clinica,
elaborazioni centrate sul significato e la rete semantica (Good
B.J. 1977), ma che opacizzavano la dimensione politica e sociale
che forma lordito della trama della malattia, altre interessate
ad approfondire lanalisi narratologica, il dispositivo di costruzione sintattica delle storie (Mattingly C., 1994, 2000), infine
analisi empiriche volte a comprendere in che modo la malattia
de-costruisce e costruisce forme e mondi di vita, cambia la socialit delle persone, le trasforma socialmente (come le ricerche
dedicate allartrite reumatoide, Charmaz K., 1983, 1987).
Dalla seconda met degli anni Novanta, sempre pi numerosi sono stati i riferimenti alla letteratura filosofica - Ricoeur,
Gadamer, Levinas. Un bisogno di radicamento, quello filosofico, che mostra anche quanta fatica abbia fatto lantropologia
contemporanea a confrontarsi con il tema della testimonianza
individuale e delle molteplici verit che ritrae, con i temi della
memoria e delloblio e della loro costruzione, infine a fare proprio il tema di un corpo vissuto, oltre che agente negli habitus,
che incorpora le coordinate sempre mobili e da ridefinire della
sua collocazione storica. A guardare ora la sfaccettata letteratura sulle narrazioni di malattia, emerge un quadro magmatico e
vitale, a volte contraddittorio e organizzato da paradigmi diversi, con diversi gradienti di contestualizzazione storico-sociale, e
diversa accessibilit alle narrazioni da parte di chi legge (ampie
citazioni dirette VS estrapolazioni e riassunti). Talvolta, resta
un senso di incompiutezza dopo la lettura di alcune illness narratives. Verso il lettore si muovono profili dolenti di persone,
immagini sfumate, biografie imperfette, echi di lamenti, di sopportazione, di resistenze: intermittenze dialogiche. Viene da
chiedersi: e poi? Il fine lavoro di accogliere voci, di restituire il

9. Narrazione della malattia

213

punto di vista degli attori sociali coinvolti ha consentito anche


di ridisegnare le forme di cittadinanza entro la malattia? Che
forme di soggettivit ha contribuito a creare? Quale aggancio
ha suggerito con le cause sociali della malattia e le disuguaglianze sociali di accesso alle risorse di cura? Viene da chiedersi, con
Vieda Skultans (2007) quanto dellintento di dare spessore di
presenza allesperienza di malattia non finisca per essere un
conato illuministico, che fa rientrare nella pensabilit e nella
dicibilit ed entro riposanti e assestati orizzonti accademici
- situazioni ai limiti delle consuete capacit di rispecchiamento
etnografico. Viene da chiedersi quanto un ethos compassionevole (Fassin D., 2010) possa interferire nellattutire la potenzialit corrosiva delle narrazioni di malattia, corrosivit verso
i saperi e i sistemi di cura, verso le relazioni proposte, se non
imposte, entro lospedale e le istituzioni sanitarie (Cappelletto
F., 2009). Prendo come esempio il primo lavoro dedicato da
Arthur Kleinman (1982, poi ripreso in Kleinman A., 1986) alla
somatizzazione, alla neurastenia e alla depressione in Cina, che
delinea le conseguenze devastanti della rivoluzione culturale
su coloro che ne patirono lassalto al proprio senso di identit, lo sradicamento dal proprio contesto di vita e relazionale,
lintrusione violenta nei significati della propria vita attraverso
lincertezza e la minaccia fisica. Ma di questa esperienza in questo saggio c a malapena traccia. Lapproccio dellautore alla
neurastenia utilizza categorie classificatorie quasi cliniche del
dolore e della sofferenza, rendendo difficile rendere il senso dei
significati soggettivi. Nel centinaio di persone raggiunte dalla
sua ricerca del 1982, sono riuscita a trovare un solo esempio
di narrazione in grado di rendere lesperienza soggettiva della
sofferenza e della memoria storica della rivoluzione culturale. Si
tratta del Caso 4, una donna di 52 anni soggetta con il marito
e i figli alloppressione e violenza politica. Ecco la parafrasi di
Kleinman (1982: 169):
Fai conto, essa disse, di guardare gi mentre stai arrampicandoti
su una montagna e la montagna molto scoscesa e dura da ar-

214

Donatella Cozzi

rampicare. Alla tua destra e sinistra vedi gente che precipita gi.
Attaccati dietro di te ci sono alcuni dei tuoi familiari, cos se cadi
potresti trascinarli gi con te. Hai arrampicato questa montagna
per venti anni con gli occhi fissi a un appiglio per le mani, a un appoggio per i piedi. Senza guardare avanti o indietro. Finalmente,
raggiungi la cima. Forse la prima volta che guardi indietro, e vedi
tutto quello che hai sopportato, quanto difficile stata la tua vita e
quella della tua famiglia, quanto appassite sono le tue speranze
Ha concluso chiedendomi se queste non erano ragioni sufficienti
per diventare depressa

Ho citato il passo per intero perch illustra quanto si rischia


di perdere in una analisi narrativa che si concentri solo sugli
aspetti di confronto diagnostico transculturale, o ermeneutici, o
narratologici. Il tema del saggio era lincapacit di questi Cinesi
a riconoscere e manifestare emozioni dolorose e a tradurle e
percepirle come disagio psicologico e sintomi somatici, posizione dalla quale il lavoro di Kleinman durante la seconda met
degli anni Novanta si allontana, concentrandosi sugli effetti della violenza statale sulla vulnerabilit individuale. Non qui mio
intento far diventare Arthur Kleinman (uno degli autori a cui
addebito il sorgere della mia attenzione verso le illness narratives e lantropologia medica in generale) il capro espiatorio delle
omissioni dellapproccio narrativo alla illness. Il mio scopo
ricordare come guardare con occhi diversi ad una esperienza,
darle un nome diverso, si ripercuote sul modo in cui rivalutiamo
il resto della nostra esperienza. Come ricorda Cheryl Mattingly
(2005), lincontro con coloro che sono colpiti da una malattia
grave, i loro sintomi e il loro vissuto collocano il ricercatore
ai limiti della facolt di partecipare allesperienza dellAltro. Il
resoconto di Mattingly della sua relazione con Shanelle, madre
di una bambina colpita da un tumore cerebrale, mostra come
coloro che a vario titolo partecipano a questo tipo di ricerche,
che siano pazienti o i loro familiari, manifestano il desiderio che
il proprio racconto raggiunga un auditorio pi ampio, che consenta loro di diventare protagonisti/attori e non solo testimoni
o interlocutori privilegiati, uscendo da quella invisibilit che li

9. Narrazione della malattia

215

tutela attraverso lanonimato garantito di consueto durante le


ricerche in ambiente sanitario. Mattingly riferisce di cartelle
cliniche o altri documenti che Shanelle sottrae clandestinamente allospedale per fornire materiali allantropologa, metterla
in grado di testimoniare le vicissitudini della figlia nelluniverso nosocomiale, perch quella storia possa servire ad altri.
Lavorare con i malati e con la loro malattia non sui malati e
sulla loro malattia conclude Mattingly, una esperienza che
pone al ricercatore molteplici interrogativi etici, ma soprattutto
una esperienza trasformativa: la narrazione trasforma lesperienza di chi soffre tanto quanto quella di chi ascolta, se lascolto uno strumento per esplorare il mondo dellaltro.
3. Emozioni, comprensione relazionale e rappresentazionale
Lesperienza necessariamente soggettiva, e si dischiude attraverso linguaggio e discorso. Osserviamo gli altri e ascoltiamo
quello che ci dicono: questo tipo di comprensione non dispiega
un qualche processo misterioso di identificazione ma piuttosto
la comprensione etnografica dellAltro. Interpretare significa mettere in gioco le proprie precomprensioni in modo che
i significati del testo possano realmente essere in grado di parlarci (Gadamer H.G., 1983: 94). Questo tipo di antropologia
trasforma il self autobiografico in self etnografico (Ryang F.,
2000). La consapevolezza di un self etnografico rende pi difficile dissimulare lesperienza e la storia altrui quanto la propria. Questa considerazione implica considerare il posto che le
emozioni occupano nel dialogo con i nostri interlocutori e nella
ricerca. Ovvero, questione che riguarda il ricercatore quanto
il professionista coinvolto in relazioni di aiuto e di cura, come
trovare un equilibrio tra empatia ed eccesso di coinvolgimento.
Skultans (2007: 14-15) sottolinea la differenza tra una comprensione relazionale ed una comprensione rappresentazionale: Se
un mio informatore mi sta chiedendo una comprensione emozionale, non posso dirgli Mi spiace, non provo nulla, ma cono-

216

Donatella Cozzi

sco qualcuno che pu sentire al posto mio. Molti ricercatori/


trici, nel ricordare vividamente limpatto emotivo dellincontro
etnografico, potranno capire questa distinzione. Frank (1995,
2001) lha identificata nella differenza tra thinking with stories
e thinking about stories: pensare con le storie che ci vengono
narrate un processo esperienziale e trasformativo, che lascia
spazio allempatia (per quanto questo termine vada sottoposto
ad attento vaglio, onde non scadere in superficiale riconoscimento emotivo, cfr. Piasere L., 2002) con il narratore, che a
sua volta fa appello alla nostra immaginazione morale. Quando
ci confrontiamo con il dolore e la sofferenza degli altri, le loro
narrazioni esercitano una sorta di obbligo morale nei confronti
dellascoltatore a non distogliere il nostro sguardo e il nostro
ascolto, ma a riconoscere e condividere (Morris D.B., 2002).
Quello che le voci degli altri possono fare per noi che noi non
possiamo fare per noi stessi, che la loro alterit che ci invade
ci rende altri. Essi possono destare una risposta dialogicamente strutturata in noi, essi possono creare possibilit di cambiamento entro di noi che non siamo in grado da soli di creare
(Skultans V., 2007 p. 15). Le etnografie mediche e psichiatriche
spesso concernono storie di dolore ed esperienze di afflizione,
e il processo del raccontare suscita emozioni in chi racconta. E
latto del rispecchiamento etnografico dellesperienza narrativa
dal campo suscita ulteriori emozioni.
Nella sua eloquente monografia, The Wounded Storyteller
(1995), Arthur Frank descrive le illness narratives come tentativi di prendere la parola: raccontare una storia parte del
processo di cura quando la persona malata chiede alla medicina la restituzione del proprio corpo e costruisce il senso della
malattia nella propria vita. Secondo Frank, lesperienza postmoderna della malattia che genera questo bisogno di narrare,
in quanto veicolo per la riflessione e lespressione in relazione
al self e agli altri. Una narrazione di malattia quindi sia uno
strumento che un risultato del processo di rendere densa di
significato la malattia.
Da un punto di vista concettuale (Kangas I., 2001), il proces-

9. Narrazione della malattia

217

so di costruzione di senso della malattia comprende tre aspetti:


a) contestualizzazione individuale, che riguarda il tentativo di
trovare e dare un significato ed una spiegazione allorigine della
malattia entro il perimetro biografico della vita individuale, b)
contestualizzazione sociale, che abbraccia le considerazioni sugli effetti e i significati della malattia per la posizione sociale e
le relazioni sociali dellindividuo, con ripercussioni pratiche e
morali, c) contestualizzazione culturale che informa e interagisce
con gli altri aspetti della contestualizzazione. Essa comprende
aspetti e saperi condivisi: metafore e immagini che attingono
allorizzonte rappresentazionale, aspettative culturali, atteggiamenti e norme, quindi modelli di condotta e incondotta, teorie
disciplinari. Credenze, conoscenze comuni ed esperte si sovrappongono, cos come possono intersecarsi ad esse ambiti di
non conoscenza o di cui non ci si cura di conoscere, nel senso
che una costellazione di sintomi, una certa forma di malessere
non vengono concettualizzati e nominati da un certo gruppo
(Littlewood R., 2007).
Storie e narrazioni, una volta dette o scritte, sembrano vivere
una vita indipendente da quella del locutore. Infatti Bauman e
Briggs sottolineano la preoccupazione degli antropologi verso la
contestualizzazione delle narrazioni, proprio perch esse rischiano di essere facilmente staccate dal loro contesto: quali sono i
fattori che portano a perdere i legami tra il discorso performato e
il suo contesto? (1990: 73). La scelta di un modello interpretativo finisce col lasciare in ombra ci che potrebbe essere illuminato
da un altro paradigma. Ma molta della ricerca e scrittura antropologica comprende la scelta difficile di cosa lasciar fuori. La domanda da porsi piuttosto: di quanto contesto abbiamo bisogno
per non distorcere o privare le narrazioni del loro significato?
Il processo di costruzione di senso una ricerca attiva di significato, che tenta di trovare una risposta al quesito Perch a
me?. Questo processo stato denominato ricostruzione narrativa
(Williams G., 1984) nella quale la frattura biografica (Bury M.,
1982) provocata dalla malattia tessuta nella trama della vita individuale. Raccontare la propria malattia disponendola in forma

218

Donatella Cozzi

narrativa anche parte del processo di coping attraverso il quale


si costruisce un adattamento attivo alla malattia e alle sue conseguenze (Radley A., 1989). Si tratta di un processo fluido e continuo, in cui nuovi significati sostituiscono o si sovrappongono ai
precedenti, facendo della illness un racconto senza fine manipolato e interpolato. La malattia viene reinterpretata ed il processo continua, ed quindi difficile comprenderlo unicamente da
una singola prospettiva (Giarelli G. - Good B.J. DelVecchio
Good et al., 1995).
Una illness narrative pu anche essere il tentativo di costruire
legittimazione sociale per chi soffre: soprattutto chi soffre di un
disagio mentale, spesso avverte la minaccia di essere considerato incompetente o incapace, e il sospetto che la illness sia una
auto-rappresentazione o che la persona stia mentendo permane
(Radley A. - Billig C., 1996: 228). Byron Good (1995: 134) ci
ricorda che una narrazione di malattia comprende sempre lo
sforzo di raccontare la storia giusta, tamponando la frattura morale che la malattia presenta. Riuscire a giustificare moralmente
quello che si fatto o non fatto, diventa una questione cruciale
per i narratori.
Ilka Kangas (2001) e Donatella Cozzi (2007) hanno raccolto
rispettivamente in Finlandia e in Carnia illness narratives di persone che si dichiaravano depresse. In entrambi gli studi emerge
quella prospettiva emic che spesso abbraccia la lunghezza di una
vita intera, per quanto giovane possa essere let biografica del
narratore. Mescolano costruzioni imperfette della propria identit, brani di intimit, eventi di vita, quotidianit, elementi sociali come lavoro, emigrazione, genere, significato dei sintomi. La
narrativa della depressione essenzialmente contestuale, malgrado la cultura dei servizi la riduca ad una prospettiva individuale
per sofferenza e duale nella relazione con il medico psichiatra, e
mette a fuoco la relazione cangiante tra self e mondo. Come le
altre illness narratives, quella riguardante la depressione descrive
la relazione complessa tra individuo e cultura, relazioni sociali
e malattia (Giarelli G. - Good B.J. DelVecchio Good et al.,
1995: 157).

9. Narrazione della malattia

219

4. Analizzare le narrative: prospettive a confronto


Per lanalisi delle forme che strutturano e organizzano le narrazioni, possiamo seguire tre linee di pensiero: a) narratologica,
b) ermeneutica, centrata sul significato (rete semantica della
malattia, Good B.J., 1977), c) che ricostruisce la co-occorrenza
di modelli esplicativi, prototipi e complessi a catena (MINI
Questionnaire di Groleau D. Young A. Kirmayer L., 2006).
a) La rappresentazione narrativa dellesperienza diventa un
modo di pensiero, il pensiero narrativo (Bruner J., 1988,
1992): noi utilizziamo la narrazione ogniqualvolta vogliamo
comprendere eventi concreti e le azioni che li hanno prodotti. Questa concatenazione di eventi strettamente connessa
al tempo, il tempo concreto dellesperienza, il mondo rivelato da ogni opera narrativa sempre un mondo temporale
(Ricoeur P., 1986: 3). Cosa avvenuto prima e dopo, come
le nostre azioni si sono incontrate con quelle degli altri, costruisce quellintreccio che chiamiamo trama. Tempo e trama sono quindi strettamente connessi, ogni evento particolare acquisisce il suo significato grazie alla sua collocazione
nella configurazione narrativa, come contributo alla trama
(Mattingly C., 1994: 813)2.
Una storia richiede un narratore e un ascoltatore/let2. Secondo Cheryl Mattingly che si ispira allapproccio ermeneutico di
Ricoeur, le sei caratteristiche fondamentali del tempo narrativo sono le seguenti: 1) il tempo narrativo configurato, gli eventi si configurano in un
movimento evolutivo verso un telos, che emerge dallinsieme della storia e dei
soggetti coinvolti, 2) azione e movente sono meccanismi strutturanti, che concatenano gli eventi e nei quali interagiscono le persone, 3) il tempo narrativo
si costruisce tra il divario tra ci che un attore e ci che vorrebbe essere, 4) la
narrazione mostra come le cose cambiano nel tempo, non in modo lineare, ma
attraverso sovrapposizioni, imprevisti, capovolgimenti, 5) il tempo narrativo
drammatico: vanno superati ostacoli, composti conflitti, nemici affrontati, ci
sono rischi da correre e situazioni difficili devono essere affrontate. in questo clima che si svolgono i dialoghi tra gli attori coinvolti, o quello interiore
del protagonista, 6) il finale incerto, e non pu essere previsto.

220

Donatella Cozzi

tore che la decodifica. Questo sposta la nostra attenzione al


contesto nel quale essa viene costruita e agli effetti che essa
produce, ai processi sociali che innesca, alle dinamiche istituzionali. Sulla base di una ricerca durata cinque anni con i
terapisti occupazionali in un ospedale per acuti, Mattingly
sposta lattenzione dalla narrazione come testo raccontato
o scritto alla narrazione come struttura dellazione clinica,
legata allincontro clinico in cui avviene lemplotment, ovvero la costruzione delle trame terapeutiche in un processo
di creazione e negoziazione di significati. Utile allanalisi
identificare le storylines (tracce, linee narrative): una storyline guida la narrazione e deriva spesso da simboli, metafore,
scene o temi drammatici, che costruiscono una trama riconoscibile (Schaefer R., 1992: 29-31). Nelle storie di depressione di Kangas, ad esempio, lautrice rileva tre diverse
storylines: una legata alle ferite e ai traumi infantili e delladolescenza, la seconda focalizzata sulle richieste considerate eccessive del contesto familiare e sociale e sui conflitti di
ruolo (burn-out lavorativo), che si sviluppano o contengono
gi tratti depressivi. La terza storyline riguarda il precipitare
dei fattori provocanti i sintomi in et adulta, che sottolineano una storia intrisa di perdite e drammatici eventi di vita, ai
quali si reagisce con la depressione. Tutte queste storylines,
che possono sovrapporsi, esprimono il legame tra contesto
e depressione: la illness descritta attraverso una causalit
molteplice che collega particolari circostanze e casi della vita
individuale. Le storylines non si concentrano particolarmente sulla spiegazione delle cause della malattia, ma comprendono elementi indispensabili per chiarirla.
b) Il modello ermeneutico culturale (Good B.J. 1977, 1994)
ruota intorno al concetto di rete semantica della malattia, per
definire una rete di parole, situazioni, sintomi e sensazioni
associati a una malattia, e che a essa conferiscono un significato per chi ne soffre. Le reti sono organizzate intorno a
elementi simbolici fondamentali (come nel caso del cuore e
del mal di cuore in Iran, Good B.J., 1977). Lidea di sim-

9. Narrazione della malattia

221

boli fondamentali ricalca quella di Turner di simboli dominanti, che organizzano i significati dei rituali delle societ
pre-industriali. Essi sono polisemici, collegano differenti
domini simbolici, e questo spiega perch le reti semantiche
comprendano elementi eterogenei. Nel caso iraniano, il mal
di cuore collega in modo complesso gli eventi della fisiologia
femminile: nascita, gravidanza, aborto, contraccezione, sterilit, vecchiaia, dispiacere, tristezza. Secondo Byron Good,
quanto afferma un informatore deve essere interpretato nel
contesto della sua esperienza di malattia, e pu variare nel
tempo, in relazione con le circostanze vissute.
c) Il McGill Illness Narrative Interview (MINI) (Groleau
D. Young A. Kirmayer L., 2006) un modello di intervista semistrutturata che raccoglie i risultati delle ricerche di Laurence Kirmayer e di Allan Young soprattutto nel
campo della salute mentale. Nella redazione di questo strumento qualitativo, viene concretizzata la critica che Young
aveva rivolto alla antropologia della illness e alla scuola di
Harvard in generale, ovvero di non considerare gli aspetti
di sickness e le traiettorie che la persona malata compie nei
servizi sanitari. Il MINI considera i modelli esplicativi del
soggetto (il pensiero causale riguardante i processi o i meccanismi allopera nella malattia), i prototipi (il ragionamento
che concatena episodi salienti della propria esperienza o di
un familiare, che consente lelaborazione di un significato
per analogia), i complessi a catena (le esperienze passate collegate metonomicamente ai sintomi presenti attraverso una
sequenza di eventi che circondano i sintomi, senza nesso
causale con questi). Il MINI pu essere utilizzato per esplorare i legami tra significati e percorsi di recupero della salute,
compresi lautocura, le medicine convenzionali o tradizionali, laderenza terapeutica, ladozione di comportamenti
promuoventi la salute, il livello di soddisfazione dei servizi
sanitari, i cambiamenti identitari.

222

Donatella Cozzi

5. Testimoniare la sofferenza sociale


Le narrazioni di malattia infine, permettono di arricchire di senso e situare entro il contesto storico sociale la ricerca sulla varie
forme di sofferenza sociale, laddove essa coniuga malattia e violenza macrosociale. Qui mi limito a menzionare i vari saggi editi
tra il 2000 e il 2005 da Vieda Skultans (ora raccolti in Skultans
V., 2007) sulle conseguenze delle trasformazioni economiche e
politiche attraversate dalla Lettonia, paese dal quale nel 1941 la
famiglia dellAutrice fugg trovando rifugio in Inghilterra. La
pi diffusa diagnosi psichiatrica durante tutto il periodo della
dominazione sovietica in Lettonia (1939-1941 e, dopo loccupazione nazista durante il secondo conflitto mondiale, dal 1944 al
1991) fu quella di neurastenia, derivata dal modello tripartito
pavloviano del sistema nervoso in auge presso la psichiatria sovietica. Ma il discorso profano non adott mai questa diagnosi
nello stesso modo con cui la diagnosi di depressione diventata
parte del discorso quotidiano in altri paesi europei. Le narrazioni e gli scritti autobiografici raccolti dallautrice lasciano
sullo sfondo la neurastenia, e descrivono piuttosto come gli
eventi violenti vissuti abbiano fatto ammalare le persone. Tra
i narratori, molti i medici che hanno visto, come i loro pazienti,
le circostanze brutali e oppressive prima delloccupazione nazista, poi di quella sovietica, con la collettivizzazione forzata delle
propriet agricole e la deportazione in massa in Siberia, reputate aver inferto un colpo diretto e brutale ai danni del sistema
nervoso. Nervi lesi, menti danneggiate, cuori malati diventano
un modo per descrivere il corpo collettivo e irrimediabilmente
ferito della patria, costruiscono memoria contro loblio imposto
dai dominanti: la neurastenia diventa il discorso che articola la
critica contro la dominazione sovietica, con una intensa identificazione tra le narrazioni personali e la pi vasta narrazione della
storia. La storia della neurastenia in Lettonia un esempio del
fallimento del sapere medico che riflette la capacit di resistenza a cinquanta anni di dominazione. Con qualche riserva ironica, Vieda Skultans utilizza il concetto di vnement cratrice

9. Narrazione della malattia

223

di Emmanuel Le Roy Ladurie (1979: 130), per mostrare come


queste illness narratives sono strutturate. Per Ladurie alcuni
eventi storici sono creativi nel senso che spezzano le vecchie
strutture sociali introducendone di nuove. E la storia della Lettonia sovietica presenta numerosi eventi di questo tipo che forniscono il materiale di costruzione sia della macro storia sia di
una intima storia clinica. Ci di cui si soffre non rende incapaci
di vivere e soffrire la propria vita. Piuttosto i loro racconti
ci riportano a quanto Veena Das ed altri sottolineano in merito
allimportanza di non essenzializzare, naturalizzare o rendere
sentimentale la sofferenza. Non c un unico modo di soffrire
(Das V. - Kleinman A. - Lock M. - Ramphele M. - Reynolds
P., 2001: 2). La disgiunzione tra narrazioni e vite riporta anche
ad uno dei compiti pi importanti dellantropologia, ovvero costruire la mappa delle complesse relazioni tra parole e azioni, tra
simboli e significati, tra individualit e societ. Una complessit
riflessa nelle ricerche condotte a partire dal 2002 da Skultans:
se nel 1992 i suoi interlocutori lamentavano il malessere causato da una societ e da una storia che li aveva fatti ammalare,
nel 2002 essi parlavano di depressione, di un disagio interno,
installato nel self, e dellincapacit di riprendere il controllo di
se stessi. Un cambiamento correlato ai mutamenti strutturali
legati al nuovo ordine del liberismo economico e alla ricezione del nuovo linguaggio medico della depressione, incentivato
da corsi di aggiornamento per il personale medico promossi da
grandi case farmaceutiche europee. Il tema qui suggerito, cos
importante per lantropologia medica e per il quale le illness
narratives possono fornire elementi di analisi insostituibili, :
quali circostanze portano le persone ad accettare con facilit
e a fare propria la versione della realt profferita dagli esperti?
Nel caso lettone, lautrice concorda con lipotesi di Rose sulle
tecnologie psy (1988:16) e il peculiare potere pervasivo del
loro linguaggio, che pone particolare enfasi sulla libert personale: Le forme di libert che abitiamo oggi sono intrinsecamente legate ad un regime di soggettivazione in cui i soggetti
non sono solo liberi di scegliere ma piuttosto di comprendere

224

Donatella Cozzi

e mettere in atto le proprie vite in termini di scelta sotto condizioni che sistematicamente limitano le capacit di tanti a dare
forma al proprio destino (ibid.: 17). Mills ci rammenta la complessit interna al concetto di libert: non solo la possibilit di
fare quel che ci piace, n lopportunit di scegliere tra alternative differenti, ma libert , anzitutto, opportunit di formulare le scelte disponibili, di discuterle, e finalmente di scegliere
(1995 [1959]:185). I nuovi linguaggi psichiatrici creano nuove
forme della persona e della personalit, ma non tutti i linguaggi creano senso e aprono nuove possibilit: possono anche mistificare. Nel caso lettone, la superiorit economica del resto
dellOccidente, lidea stessa di Europa quale sinonimo di civilt
e sapere e, non ultimo, la diffusione di psicofarmaci, insieme
colludono a rendere il nuovo linguaggio della psichiatria occidentale difficile da sfidare, nella riduzione che opera ad una individualit sofferente e chiusa in se stessa. La libert che si offre
alle persone illusoria: In questo processo gli individui sono
stati trasformati da commentatori attivi e critici delle circostanze della propria vita a passivi ricevitori di diagnosi (Skultans
V., 2007: 9) e, una volta ancora, questa patologizzazione aiuta
a mascherare le fonti politiche e sociali della sofferenza, e in
che modo la metafora della vittimizzazione come patologia di
un individuo altera lesperienza collettiva quanto individuale
cos che il suo significato vissuto come memoria morale e politica, forse persino come resistenza, viene perduto e sostituito
da colpa, paranoia (Das et al., 2001:10).

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni


etnopsichiatriche

La riforma dei servizi psichiatrici italiani ha dato lavvio ad un


peculiare percorso multidisciplinare e territoriale di presa in carico delle evenienze psicopatologiche. Progressivamente, negli
oltre trentanni trascorsi, tale percorso ha reso possibile il configurarsi di una modalit comunitaria di cura nel campo della
salute mentale (Cardamone G. e Zorzetto S., 2000), che mantiene intatta la sua forza culturale propositiva e la sua originale
metodologia di lavoro (sia sul piano organizzativo che su quello
clinico-operativo).
Si tratta di una prospettiva che richiede il ripensamento continuo dei luoghi e delle prassi delle discipline psicologico-psichiatriche, il coinvolgimento degli utenti e dei loro familiari in
quanto soggetti titolari di diritti, lapertura verso linterazione
intersettoriale con soggettivit individuali e collettive operanti
nel territorio e una visione complessiva delle dimensioni istituzionali attive nei sistemi di cura.
1. Ripensare loperativit dei servizi
necessario osservare, oggi, che le mutazioni sociali e culturali di tali soggettivit individuali e collettive, prodotte dalle
migrazioni internazionali di massa, esigono sempre pi un ripensamento delloperativit dei servizi, in ragione del carattere
strutturale della presenza immigrata e del suo peso ormai anche
quantitativamente rilevante (Zorzetto S. et al., 2001).
Negli ultimi anni si progressivamente diffusa negli ope-

226

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

ratori una consapevolezza riguardo allimpatto della variabile


culturale sulloperativit quotidiana, e le difficolt incontrate
hanno spinto anche i livelli organizzativi almeno in alcuni
casi a promuovere puntuali iniziative che permettessero larticolazione di risposte adeguate (Harrag, 2007). Parallelamente
allimplementazione di competenze transculturali relativamente al momento clinico, risulta necessario immaginare prospettive di sviluppo anche per il lavoro territoriale.
Tanto pi necessarie in quanto ad una tendenza al ripiegamento ambulatoriale dei servizi si somma il rischio di un vissuto xenopatico negli operatori, con la conseguenza per lutenza
straniera di divenire uno dei capri espiatori di carenze organizzative e conoscitive.
Questo attivo ripensamento del lavoro comunitario si rende
auspicabile, in prima battuta, per evitare che i servizi di salute
mentale si ritrovino a dover rispondere alla domanda emergenziale delle agenzie sociali deputate allintervento assistenziale
nei confronti di alcune categorie specifiche di migranti (minori
stranieri non accompagnati, rifugiati e titolari di protezione sussidiaria, donne fuoriuscite dalla tratta).
In questi casi, i dispositivi legislativi esistenti assicurano la
protezione statuale attraverso la predisposizione di una serie di
misure, fra cui lospitalit in strutture di accoglienza. Si creano
in tal modo comunit eterogenee dal punto di vista culturale,
artificiali nella loro costituzione ed a tempo determinato, che
sopportano leventuale carico traumatico dei singoli ospiti (passato), la quota di conflittualit interpersonale e/o interculturale
che si crea al loro interno nei confronti degli altri ospiti o degli
operatori che gestiscono le strutture (presente) e la pressione di
una scadenza che amministrativamente dovrebbe proiettare
le persone verso un inserimento nel contesto sociale allargato di
cui tuttavia rimangono aleatorie le condizioni di realizzabilit
(futuro).
lintera struttura della temporalit ad essere foriera di fattori di rischio capaci di incrementare la vulnerabilit di questa
quota di popolazione, essendo ciascun migrante chiamato a

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

227

farvi fronte pi o meno autonomamente, nellalienazione dalle


risorse relazionali, valoriali e tecniche dei rispettivi mondi di
provenienza.
Le soluzioni problematiche trovate possono ricadere nellautoesclusione sociale oppure nella costituzione di sottogruppi,
ad esempio su base nazionale o linguistica (acculturazione antagonistica), sostanzialmente fittizi, con comportamenti antisociali, soprattutto l dove la tendenziale desocializzazione dalle
formazioni originarie e la carente risocializzazione nel contesto
adottivo provochino linveramento di unindividuazione anonima e astenica (deculturazione).
In queste condizioni, lassenza di collaborazione, anche in
senso preventivo, fra agenzie sociali e servizi di salute mentale
operanti nella comunit pu facilmente produrre una domanda
di psichiatrizzazione da parte delle prime ed una risposta meramente reattiva da parte dei secondi.

2. Etnopsichiatria comunitaria
possibile sottolineare come, almeno per quanto riguarda la
popolazione profuga e rifugiata, letnopsichiatria comunitaria ha
dato prova di efficacia preventiva attraverso lattuazione di una
metodologia di intervento macro- e microgruppale, vedi lesperienza di Badolato in Calabria descritta da Inglese (1999, 2002).
Negli interventi di accoglienza diretti a profughi e rifugiati
richiesta una costante opera di diplomazia fra mondi eterogenei, sempre sottoposti al rischio del sospetto reciproco o della
collisione imminente.
Lesperienza in precedenza richiamata, che ha visto la partecipazione del servizio pubblico di salute mentale, mostra come
gli interventi di accoglienza possano assumere valenze preventive, oltre che terapeutiche, tali da ridurre gli effetti traumatici
della violenza collettiva e dei suoi aspetti emergenziali.
necessario che simili operazioni vengano svolte secondo
modalit culturalmente sensibili e utilizzando tutte le risorse

228

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

locali disponibili (istituzionali e non).


Tali interventi promuovono allinterno di uno scambio sociale allargato anticoncentrazionario una ricostruzione collettiva e comunitaria, a partire dalla valorizzazione dei sistemi
culturali costitutivi dei gruppi ospitati.
Lobiettivo strategico diventa quello di collocare in una posizione attiva ed autonoma coloro che vi partecipano come beneficiari e ci possibile cominciando dal riconoscimento delle
competenze linguistiche, personali e culturali di tutte le persone coinvolte. Parallelamente gli operatori dellaccoglienza sono
chiamati ad una pratica di mediazione verso i contesti ospitanti,
al fine di evitare il rigetto xenofobico dellestraneo.
3. Dilatare il territorio: risorse relazionali e tecniche
Le riflessioni appena esposte muovono da specifiche categorie
giuridiche di migranti. necessario, in seconda battuta, allargare la prospettiva e riflettere sullinclusione del fenomeno migratorio generale allinterno delle strategie di lavoro comunitario
dei servizi.
interessante iniziare a riflettere almeno su alcuni modi
attraverso cui la migrazione pu incidere sulla salute mentale
dei migranti e sui processi sociali e culturali cui i gruppi umani
ricorrono per far fronte al male ed alla malattia.
Si tratta, in ultima analisi, di ragionare intorno al binomio
deculturazione/acculturazione come elemento dinamico ma
ambivalente dei processi culturali in corso di migrazione. Si
pu cos osservare come, bench distali, le reti di relazioni con
la famiglia di origine possano conservare la loro rilevanza ed
efficienza, ritrovandosi in tal modo capaci di attivarsi in caso di
evenienze critiche di uno o pi dei loro componenti espatriati,
fino al ricorso alle figure terapeutiche autorizzate e riconosciute
della comunit allargata.
Si assiste, pertanto, ad una dilatazione del territorio coinvolto nel dramma psicopatologico e ad una moltiplicazione delle

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

229

figure coinvolte nella cura, con ruoli che possono essere, a seconda delle situazioni, complementari o antagonisti rispetto a
quelli esercitati dagli operatori.
Tale territorio dilatato ed esteso diventa un piano su cui
scorrono comunicazioni e attraverso il quale transitano oggetti
(ad es., di protezione) e persone.
In altri casi, invece, le risorse parentali o culturali vengono
rifiutate o al contrario risultano interdette o comunque inattingibili, in relazione a processi identitari aperti ad una molteplicit di esiti.
Al riguardo, lesperienza clinica mostra situazioni molto variegate e differenziate.
Quelle in cui si registra uninterruzione solo superficiale
della possibilit di ricorso alle risorse relazionali e tecniche del
mondo di origine in connessione a momenti di difficolt anche di ordine psicopatologico della vicenda migratoria, con
ampie possibilit di lavoro nel senso di una loro riattivazione
con effetti trasformativi degli esiti clinici e sociali. Quelle, al
contrario, dove il mondo di origine (o porzioni di esso) che si
presenta come espulsivo, minaccioso e persecutorio. Il rischio
in questi casi che alla desolidarizzazione dai legami culturali di
provenienza si saldi una deriva sociale nei contesti di adozione.

4. Migrare di persone, migrare di forme di socialit


Non solo il sistema familiare che tende a ricostituirsi nei luoghi di arrivo della traiettoria migratoria, bench pi o meno
trasformato per via di scomposizioni e ricomposizioni a carico
delle linee di filiazione e dei processi di trasmissione provocate
dai vincoli che tale traiettoria comporta.
Anche altre forme di socialit laica e religiosa tendono a
migrare insieme alle persone, parallelamente alla costituzione
di forme associative almeno formalmente inspirate a modelli
autoctoni (associazioni di migranti su base nazionale/etnica o
multiculturali). Attraverso la migrazione di forme associative

230

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

si dislocano modelli di comportamento, visioni del mondo e


risorse tecniche.
Si struttura in tal modo nel paese di adozione un panorama
sociale e culturale composito e dalle molteplici valenze.
Alcuni modelli di comportamento, ad esempio, possono risultare disfunzionali nel nuovo contesto o comunque generatori di
conflittualit sociale con lambiente circostante, come nel caso
dei comportamenti di uso di sostanze alcoliche da parte di alcune comunit immigrate (Mani E. - Zorzetto S. - Cardamone
G., 2009).
Daltra parte, si rendono disponibili risorse di cura di tipo
magico-religioso, popolari o sapienti, cui le persone ricorrono
in maniera parallela o alternativa rispetto a quelle offerte dai
presidi pubblici.
Queste tipologie di risorse, del resto, non sono a loro volta
esenti da processi di adattamento e scambio rispetto al contesto
in cui si inseriscono, confrontate con i nuovi problemi che questo pone: si pu segnalare, in questo senso, almeno un caso in
cui allinterno di un centro religioso islamico stato adottato il
modello dei gruppi alcolisti in trattamento (adozione di un item
culturale allogeno) al fine di rispondere a problemi di uso alcolico da parte della popolazione musulmana, rimanendo tuttavia
disconnesso dalla rete locale di tali gruppi.

5. Alterit culturale e alienit psicopatologica


La disamina dei processi di preservazione, perdita e mutazione culturale appena svolta, sebbene sintetica in considerazione della natura di questo saggio, permette di porre in risalto la
complessificazione del panorama socioculturale che i processi
migratori innescano.
Ne discende la necessit di una riflessione, argomentata e
con precisi riferimenti storico-antropologici, sul lavoro culturale intorno ai temi della salute e della malattia.
Il contributo delle discipline psicologico-psichiatriche a tale

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

231

lavoro certo rilevante, sia nel momento della costruzione di


saperi scientifici, sia nel momento applicativo, per gli effetti
complessivi che tali saperi producono sugli individui e sui gruppi (modificazioni della situazione soggettiva, interventi sulle reti
di relazioni delle persone, instaurazione di determinati regimi
discorsivi, ecc.).
Da questo punto di vista, le discipline psicologico-psichiatriche si costituiscono come produttrici di eterotopie (Foucault
M., 2006) che a loro volta ingenerano, dentro ed attorno a s, la
costituzione di gruppi sociali variamente composti.
La riforma psichiatrica ha rappresentato, e tuttora rappresenta, un tentativo di rimessa in discussione di simili eterotopie:
delle dimensioni di potere che in esse vigono e dei saperi che al
loro interno si producono e riproducono.
Daltra parte, si cercato di sostenere come esistano e continuamente si riproducano altri luoghi ed altri attori che partecipano al suddetto lavoro culturale ed una complessiva strategia
di salute mentale di comunit deve poter immaginare e intraprendere uninterazione ed un dialogo con simili luoghi e attori,
o quanto meno iniziare a considerare seriamente che, insieme
alla scienza e ai suoi rappresentanti, anche loro sono ospitati nel
medesimo spazio condiviso, pur producendo e riproducendo al
suo interno mondi alternativi, con ripercussioni sulle concezioni del male, della malattia e della sua cura.
La mancata presa datto di questo dato antropologico empirico e levitamento di una sua valutazione a livello epistemologico ha condotto e conduce le discipline psicologico-psichiatriche
a produrre effetti iatrogeni a carico di quelle persone che quei
mondi alternativi abitano (Risso M. - Bker W., 2000 [1964],
Favret-Saada J., 1977) ed effetti negativi rispetto alla possibilit di innovazioni nei loro saperi e nelle loro pratiche (Stengers
I., 1997 e 1996, Devereux G., 1984).
Il mondo magico di de Martino (1973 [1948]) rappresenta
un modo per pensare lesistenza di simili mondi alternativi, al
cui interno le persone sperimentano specifiche modalit critiche della presenza e corrispondenti strumenti di reintegrazione

232

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

culturale.
Il mondo magico non costituisce semplicemente una vestigia del passato italiano ed europeo, ormai interessante soltanto
dal punto di vista folklorico. Al contrario, presenta una sua capacit di vivere la storia, adeguandosi e mutando in relazione
ai cambiamenti che questa produce e continuando a costituire
una risorsa esplicativa per dare senso allesperienza, cos come
una possibilit di cura per mezzo della quale si strutturano, anche se sotterraneamente, reti di relazioni sociali intorno alle
figure terapeutiche (Favret-Saada J., 2009).
Quello che questa autrice mette in evidenza la riproposizione in ambito antropologico-culturale ed anche negli studi
folklorici di un atteggiamento che lei stessa ha incontrato come
posizione (difensiva e di mascheramento in quel caso) nelle
persone presso cui andava strutturando la propria indagine di
campo sulla stregoneria nel Bocage: e cio che il mondo magico
sempre un po pi in l. Nel caso della scienza questo l
laltrove geografico (i paesi extra-occidentali) oppure anche il
qui, ma in un tempo passato ormai superato e lontano.
Ma ci che la sua ricerca mostra , propriamente, la persistenza di tali mondi nel panorama contemporaneo cos come il
loro inserimento nei processi sociali attuali, con ampie capacit
di aggiornamento dei propri costrutti e delle proprie logiche di
funzionamento. Daltra parte, come si cercato in precedenza
di evidenziare, i flussi umani globalizzati conducono laltrove
e dunque anche i mondi culturali che l sono fabbricati e che
a loro volta fabbricano gli umani che li abitano nel panorama
sociale occidentale, contribuendo ad una ulteriore complessificazione del paesaggio di visioni della salute e della malattia,
di pratiche ad esse connesse e di reti di relazioni attraverso cui
queste ultime vengono attuate.
Progressivamente i servizi di salute mentale stanno prendendo atto di quanto i flussi migratori internazionali influenzino il
lavoro clinico ed extra-clinico non solo, o non tanto, in quanto
fattore di rischio psicosociale, ma anche, e forse soprattutto, in
quanto fattore culturale di perturbazione degli assetti conosci-

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

233

tivi ed operativi consueti in dotazione agli operatori.


La perturbazione, di certo, investe le stesse categorie di giudizio adoperate e, in ultima analisi, il concetto stesso di realt (de Martino E., 1973 [1948]), esattamente nel momento in
cui mondi eterogenei incarnati dai rispettivi rappresentanti
seppure collocati in ruoli diversi della scena clinica (quello di
paziente e quello di terapeuta) vengono in contatto.
Quando questi mondi eterogenei e le rispettive realt vengono in contatto, ci che rischia sempre di prodursi che un
difetto di umanit della coscienza storica, un suo limite interno,
viene ipostatizzato nel magico: invece di scoprire il lato negativo di un pensiero che non riesce a comprendere, si considera
come negativo, come non dotato di vera realt storiografica,
loggetto incompreso (de Martino E., 1973 [1948], p. 164).
La mancata assegnazione di un dato fenomeno (sensazione,
percezione, spiegazione, ecc.) ad una specifica modalit dellesserci radicata in uno specifico mondo culturale, e secondo le logiche di questo fabbricata, produce boria culturale o astenia
scientifica, da una parte, e in ogni caso degradazione dellalterit a follia o mera superstizione e creduloneria dallaltra (controtransfert culturale).
La lezione demartiniana, pur lasciando tracce che saranno
riprese parzialmente in seguito nelletnopsichiatria italiana, non
riuscita ad innervare la psichiatria riformatrice nel momento
in cui il modello manicomiale veniva messo radicalmente in crisi e, con il suo superamento, si dava avvio alla nascita dei servizi
su base territoriale, nonostante la possibilit di confrontarsi con
la molteplicit dei modelli culturali autoctoni riguardo alla malattia ed alla cura, seppure popolari e subalterni. Va ricordata,
in questo contesto discorsivo, la singola esperienza descritta nel
volume di Corino, Tavolaccini e Verrua (1976), rimasta unica
nel panorama italiano sia nei suoi aspetti epistemologici che
di programmazione e gestione dei servizi sanitari operanti sul
territorio. Semplicemente si pu sostenere che la cultura popolare italiana fu guardata con distacco, se non proprio ignorata,
nellambito dello sviluppo di modelli di presa in carico alterna-

234

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

tivi a quello asilare (Cardamone G. - Inglese S. 1996).


Lostracismo cui and incontro de Martino rispecchia, a
livello del dibattito culturale e politico, un atteggiamento generale rispetto alle logiche dei mondi culturali subalterni ed
alle prassi e vissuti ad esse sintonici, che ha avuto ed ha ampia
diffusione nei servizi pre- e post-riforma, anche se ovviamente
esistono significative eccezioni (tra queste ricordiamo Harrag,
2007, Taliani S. - Vacchiano F., 2006).
Lerrore potrebbe non essere considerato tale, o al pi semplicemente veniale, se alla postura ideologica non conseguisse
una prassi che corre sempre il rischio di tramutare unalterit
culturale in unalienit psicopatologica o, comunque, di misinterpretare il senso psicopatologico di un comportamento o di
un insieme sintomatico (Risso M. Bker W., 2000 [1964],
Zorzetto S. et al., 2002). E se, inoltre, non ne discendesse lelisione di prospettive possibili nellambito del lavoro territoriale
e comunitario in salute mentale.
La presa in considerazione della dimensione antropologica della salute mentale, richiede una riflessione sui processi di
scambio o, viceversa, di chiusura conseguenti al contatto fra le
discipline psicologico-psichiatriche ed i saperi non-scientifici
(religiosi, tradizionali, ecc.) a cui sono connesse pratiche di
cura.
6. Le strategie di delimitazione del campo di lavoro: il caso
delle CBS
Uno di noi ha gi osservato come esistano, da parte degli operatori della salute mentale, delle strategie attive bench implicite di delimitazione del proprio campo di lavoro (Cardamone
G. Schirripa P., 1994 e 1997).
Osservando lazione di cura dei servizi si possono individuare azioni di demarcazione che segnalano e riproducono una
frontiera al cui interno vigono determinate conoscenze e modi
di espressione della soggettivit che vi si confanno.

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

235

Si tratta, cio, di unazione disciplinare che stabilisce quali siano i vissuti, le pratiche ed i saperi ammessi e quali gli esclusi.
Sebbene si verifichino di continuo delle infrazioni alla disciplina, attraverso lazione di spoletta fra mondi esercitata dagli
utenti (attraverso i loro sintomi, le loro parole ed i loro comportamenti), le demarcazioni mirano a mantenere lordine a scapito
della conoscenza e dellinnovazione disciplinare.
Le azioni di demarcazione hanno come conseguenza non
solo la tendenziale esclusione dei sistemi di cura religiosi o tradizionali dalla gamma degli interlocutori nel lavoro territoriale
dei servizi di salute mentale, ma il loro effetto si esercita anche
sulle modalit e forme della sofferenza dei pazienti allorquando
inscritte allinterno di regimi discorsivi alternativi a quelli ammessi (Inglese S. Cardamone G. - Da Prato M., 2008).
Ci che si produce lesposizione delle pratiche scientifiche
della cura al rischio della battaglia ideologica rispetto ad altri
ricorsi terapeutici esistenti e la moralizzazione del rapporto con
gli utenti e la societ nel suo complesso (Stengers I., 1997).
Daltra parte, lisolamento fra culture e fra gruppi una pratica
difficile da realizzare, anche quando effettivamente perseguita
o semplicemente dichiarata.
Senza soffermarsi su come vengono gestite le conoscenze
provenienti dalle farmacopee tradizionali, si pensi al lento percorso che ha condotto dalle prime descrizioni di forme morbose
esotiche allinserimento delle Culture Bound Syndromes (CBS),
allinterno della quarta edizione rivista del manuale diagnostico
dellAssociazione Psichiatrica Americana (DSM-IV TR).
Quello che si verificato un adattamento tecnico a fini
diagnostici, terapeutici e di ricerca prodotto ed in qualche
modo obbligato dallincontro della psichiatria con altri mondi
culturali.
Ci non significa, per altro, che ladattamento tecnico non
possegga parallelamente anche finalit politiche: ad esempio,
quella di massimizzare la diffusione di un simile strumento conoscitivo, aumentandone la pertinenza per altri contesti geoculturali (per i clinici che in esso operano e per i pazienti che da

236

Sergio Zorzetto e Giuseppe Cardamone

essi provengono).
Ladattamento tecnico si configura come un affinamento degli strumenti conoscitivi e di intervento al fine di rispondere ad
un problema nuovo, ma anche un sottoporre a lavorazione
loggetto che attraversa i confini della disciplina per giungere
infine ad essere accolto al suo interno.
Le CBS, infatti, non sono solo fenomenologie morbose riscontrabili in determinate popolazioni e passibili di assimilazione a diagnosi descrittive.
Sono, soprattutto, costrutti complessi, conosciuti e riconosciuti da quelle stesse popolazioni che ad essi assegnano uno o
pi nomi.
Tali nomi rinviano a saperi (eziologici ad esempio), modi di
fare, pratiche diagnostiche, interventi terapeutici e mitologie.
A ben vedere, si assai lontani dalla modalit di costruzione
delledificio nosografico psichiatrico, caratterizzata da una lenta
opera di distinzione e di battesimo degli insiemi sindromici individuati con nomi che ne esprimessero il senso fenomenologico, eziopatogenetico e/o prognostico1 o che semplicemente ne
riconoscessero la paternit. In questo caso, sono interi oggetti
ad un tempo empirici e teorici, incarnati nel singolo e rappresentati collettivamente che vengono assimilati allinterno
della nosografia psichiatrica, seppure relegati in una posizione
marginale.
La modalit di assimilazione delle sindromi culturalmente
caratterizzate in quanto semplici fenomenologie morbose, daltra parte rischia di far dimenticare che si tratta di realt empiriche inserite in una cultura vissuta e agita da una pluralit
di attori e da essi costruita: non solo le persone sofferenti che
a tali fenomenologie danno corpo, ma anche i loro familiari e
vicini che condividono con loro ethos e visioni del mondo e
della malattia, insieme alle figure tecniche deputate alla cura ed
1. Landamento ciclico della psicosi maniaco-depressiva, il senso psicopatologico della Spaltung nella schizofrenia o il destino degenerativo della
demenza precoce.

10. Salute mentale di comunit. Osservazioni etnopsichiatriche

237

allinterazione con le forze invisibili.


Rischia di far dimenticare quellinsieme di relazioni definibili, almeno descrittivamente, come comunit e quelle potenzialit di elaborazione culturale che tutti i gruppi umani esprimono.
Le migrazioni internazionali offrono, pertanto, ai servizi
pubblici di salute mentale operanti nella comunit la possibilit
di pensare la dimensione culturale della cura e di aprirsi ad un
territorio riscoperto nella sua dimensione antropologico-culturale, oltre che nei suoi aspetti sociologici, politici o urbanistici.

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

11. Salute mentale e migrazioni.


Ipotesi esplicative per il binomio
Metalogo 1: fallacia dei principi esplicativi
METALOGO
Che cos un istinto (parte 1)
Figlia: Pap, che cos un istinto?
Padre: Un istinto, tesoro, un
principio esplicativo.
Figlia: Ma che cosa spiega?
Padre: Ogni cosa quasi ogni
cosa. Ogni cosa che si voglia spiegare con esso.
Figlia: Non dire sciocchezze. Non
spiega la forza di gravit.
Padre: No. Ma cos perch nessuno vuole che listinto spieghi la
forza di gravit. Se qualcuno volesse, la spiegherebbe. Si potrebbe
semplicemente dire che la luna ha
un istinto la cui forza varia in maniera inversamente proporzionale
al quadrato della distanza.
Figlia: Ma non ha senso, pap.
Padre: Si, daccordo. Ma sei tu che
hai tirato fuori listinto, non io.
Figlia: Daccordo ma allora che
cos che spiega la forza di gravit?
Padre: Niente, tesoro, perch la
forza di gravit un principio esplicativo.
Figlia: Ah.

240

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

Questa prima parte di uno dei pi conosciuti metaloghi di


Gregory Bateson (2007 [1976]: 70) ben ci introduce ad una
versione critica delle spiegazioni che, in tempi remoti e non
solo, sono state prodotte intorno al binomio salute mentale e
migrazione.
Nello specifico, la presenza di disturbi di tipo psicologicopsichiatrico stata considerata alla stregua di un principio
esplicativo che poteva giustificare la migrazione stessa di un
individuo. Cos come la migrazione, in un secondo posizionamento, poteva essere individuata come principio causale e primario rispetto allinsorgenza di problemi di salute mentale. Per
lungo tempo gli studi intorno a questo oggetto hanno oscillato
tra queste due polarit causali, pensate e articolate in maniera
pressoch lineare e diretta per cui, in sintesi, la migrazione la
causa di un disturbo psichico verso la migrazione lespressione di un disturbo psichico1.
Gli studi che interessano la prima posizione sono alquanto
eterogenei ed accompagnano, tuttora, la mole di lavori che cercano di far luce sulla relazione esistente tra questi due termini
appartenenti ad ordini discorsivi diversi, quello clinico della
salute mentale e quello che potremmo condensare allinterno
delletichetta sociale della migrazione (presentandosi, in
realt, come un oggetto di lavoro polimorfo e multiplo che assume in s le coordinate relazionali personali e familiari, comunitarie e gruppali, sociali e culturali, geopolitiche). Dettaglieremo
in un secondo momento questo tipo di relazione che, pi che
causale, oggi potremmo definire di co-occorrenza (modificando
sostanzialmente il tipo di associazione e legame che pu connettere i termini del discorso): quando la migrazione si installa
violentemente nella vita di un individuo e di un gruppo familiare come momento di rottura o interrogazione, anche positiva e
fruttuosa, dellassetto pre-esistente.
Per quanto riguarda la seconda posizione, ne sono unespres1. Ad esempio il contributo di Johannes Hofer, Dissertatio medica de Nostalgia, in Hernst F. 1949.

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 241

sione conosciuta, ad esempio, gli studi e i resoconti di Achille


Foville2 figlio, direttore del manicomio Quattro mari di Le
Havre, che descrisse nel 1875 quattordici casi di individui migranti da lui definiti lipemaniaci (affetti da follia melanconica, allucinazioni croniche, delirio con idee di persecuzione
ecc.), individuando nel viaggio e nella migrazione lespressione
diretta di un disturbo mentale. La figura del migrante alienato
diventa con il tempo il principio esplicativo pi accreditato per
spiegare i fenomeni migratori, esiti e risultanti di tare o difetti
genetici. Alcuni autori si orientarono verso questa ipotesi, come
lo psichiatra norvegese rnulv degard3 che ipotizz negli anni
Trenta del secolo scorso una personalit schizoide di base che
avrebbe innescato la spinta al migrare. Questa posizione rimase
forte e generativa anche da un punto di vista clinico nonostante
le discordanze e contraddizioni dei risultati delle indagini sperimentali e le successive critiche metodologiche (ad esempio, sui
campioni di studio individuati e indagati).
soprattutto nella seconda met del Novecento che compaiono in maniera pi determinante i tentativi di ribaltare i termini del discorso, non pi leffetto psicopatologico racchiuso
nellimmagine del migrante alienato4 ma lipotesi di un effetto contrario, del tipo migrante sano, secondo il quale sarebbe
proprio la migrazione ad intervenire in termini distruttivi e patogeni in individui partiti dal paese di origine in buona condizione di salute psico-fisica.
allinterno di questa impostazione che prendono forma
altri principi esplicativi come quelli conosciuti e diffusi dello
shock culturale, del goal striving stress e dellacculturazione5.
Lipotesi parziale dello shock culturale evidenzia il carattere
dirompente e brutale dellimpatto della migrazione (in termini
2. Foville A., 1875.
3. In Hfner H., 1987.
4. Si vedano i contributi di Frigessi Castelnuovo D. - Risso M., 1982,
Frigessi D., 1993.
5. Per un approfondimento si veda Zorzetto S. Inglese S. Da Prato
M. Cardamone G., 2002a, Cardamone G. Inglese S. Zorzetto S., 1999.

242

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

di sradicamento, spaesamento, fragilizzazione e vulnerabilit),


lipotesi parziale del goal striving stress narra degli effetti pi
dilatati nel tempo dellimpossibilit nel realizzare gli obiettivi
del progetto migratorio, quando lindividuo posto di fronte
alle difficolt materiali sul piano lavorativo, relazionale e sociale
(cos come quando lindividuo riesce effettivamente a realizzare
gli obiettivi prefissati e si apre un mondo di tensioni e distanze
pericolose con il gruppo dellorigine). Le evidenze cliniche
mostrano quanto il disturbo psichico del migrante sia connesso
ad unesperienza di rottura, avendo a che fare con unidentit
spesso fratturata dalla migrazione in contesti culturali diversi da
quelli dorigine. Si tratta di una frattura insanabile ed impensabile, nucleo dellesperienza che deve poter diventare anche un
punto decisivo nella clinica, quando ci aspettiamo di svolgere
un intervento psicoterapeutico in senso stretto che presuppone
la pensabilit dei propri conflitti. La domanda di aiuto del
migrante si presenta con i caratteri della provvisoriet, perch
provvisorio nel tempo percepito il progetto migratorio, come
instabile e precaria spesso la sua condizione lavorativa e la
possibilit concreta e fattiva di raggiungere gli obiettivi sperati.
Ed anche precaria diventa la sopravvivenza della sua identit,
in perdurante conflitto tra il contesto di appartenenza e quello
adottivo: questa particolare situazione di provvisoriet spesso finisce per diventare permanente.
La terza ipotesi esplicativa, complessa sul piano della discussione teorica e delle implicazioni cliniche, definisce lacculturazione come un potente motore disarticolante lidentit dellindividuo migrante, nel suo lento ma inesorabile movimento di
apparentamento problematico con il luogo di nuova residenza.
Non questa la cornice esaustiva nella quale collocare il dettaglio di questi spunti, richiamati in particolare per la loro funzione di ipotesi esplicative, come suggerito dal metalogo citato
da Bateson: spiegazioni, ipotesi, per definizione parziali e modellizzazioni spurie che hanno tentato di dire qualcosa intorno
allimpatto di un fenomeno-esperienza sulla vita di qualcuno,
o viceversa, sullimpatto della componente personologica nel

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 243

verificarsi ed attuarsi del fenomeno-esperienza del migrare.


Ci che lega entrambe queste posizioni, chiaramente ben
distinte tra loro, la necessit riscontrata di mettere in correlazione stretta due termini di un discorso che appartengono, in
verit, a domini altrettanto distinti. la necessit di trovare il
punto di partenza, di stabilire un vettore, che possa collegare
insieme due proposizioni che la storia del pensiero psicologico
e, soprattutto, psichiatrico ha voluto giustapporre.
Su questo punto avremo modo di ritornare, dopo aver ricevuto una ulteriore suggestione dal gi citato metalogo batesoniano.
Metalogo 2: complessit epistemologica della salute mentale in migrazione

Che cos un istinto (parte 2)


Figlia: Vuoi dire che non si pu
usare un principio esplicativo per
spiegarne un altro? Mai?
Padre: Uhm quasi mai. Questo
ci che Newton intendeva quando
diceva hypotheses non fingo.
Figlia: E che cosa vuol dire?
Padre: B, sai che cosa sono le ipotesi. Ogni proposizione che colleghi
tra loro due proposizioni descrittive
unipotesi. Se dici che il 1 febbraio cera la luna piena e che il 1
marzo cera di nuovo, e poi colleghi
queste due proposizioni in qualche
modo, la proposizione che le collega unipotesi.
Figlia: Si, e so anche che cosa vuol
dire non. Ma fingo che cosa vuol
dire?
Padre: B fingo un termine

244

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

della tarda latinit che significa


fabbrico. Da esso si forma un sostantivo, fictio, da cui proviene la
parola finzione, che oggi spesso
intesa come fabbricazione non
vera.
Figlia: Pap, vuoi dire che il signor
Isaac Newton pensava che tutte le
ipotesi fossero solo fabbricate come
le storie?
Padre: Si proprio cos.
Figlia: Ma non stato lui a scoprire
la gravit? Con la mela?
Padre: No, tesoro, lha inventata.

Lipotesi di una correlazione tra problemi di salute mentale


e lessere migranti trova chiaramente una sua collocazione
legittima nelle pieghe dei racconti delle persone che, come clinici o operatori impegnati nellambito di cui stiamo discutendo, ascoltiamo e lavoriamo come materiale prezioso e denso,
abitato da una pluralit di oggetti e esseri, non sempre umani,
come negare la presenza dellesperienza di migrazione, e la
conseguente delocalizzazione geografica e culturale, nelle storie
di disagio o di agio di chi la sta vivendo o lha vissuta?
La questione pi radicale che, in questo contributo, vorremmo mettere in evidenza , fondamentalmente e squisitamente,
una questione di posizionamenti, ovvero, in che termini e con
quale intenzione di fondo si intenda studiare e lavorare questa
presenza di senso e di nesso.
Mentre in passato il senso e il nesso si erano installati come
principi causalistici, ormai da tempo che la maggior parte dei
punti di vista sulla questione attenta alla pluralit e molteplicit dei discorsi che intorno a quel famoso binomio si agitano e
manifestano.
Si sono inventate altre e altrettanto complesse ipotesi esplicative.

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 245

E allora, come stato giocato - in questo ambito di interesse - il


confine tra invenzione/fabbricazione di ipotesi e scoperta di
una realt oggettiva?
Per procedere nel nostro ragionamento abbiamo bisogno di
articolare la formulazione di tre passaggi fondamentali, che potremmo cos definire e condensare:
1. la necessit di far emergere gli ordini discorsivi ai quali i
nostri termini appartengono,
2. la necessit di controbilanciare il peso delloggetto studiato con il peso del soggetto che studia (la dinamica ricorsiva
tra sistema osservato e sistema osservante),
3. la necessit di alleanze epistemologiche (tra discipline e
saperi, tra persone supposte sapere).
Abbiamo gi introdotto la criticit di connettere e vedere insieme due nuclei operazionabili provenienti e sostanziati da
ordini discorsivi differenti. Quando parliamo di ordine discorsivo ci riferiamo al contributo di Michel Foucault intorno a
due aspetti per noi cogenti (Foucault M., 1966, 1971): la questione dei codici fondamentali di una cultura che impongono
un ordine allesperienza umana, le strutture dei discorsi delle
varie discipline che hanno costruito teorie e detto qualcosa sulla
societ, sugli individui e sul linguaggio, andando cos a fondare
attraverso regolarit discorsive i principi costitutivi di un sapere
diffuso e condiviso da una comunit (anche scientifica).
Relativamente al primo aspetto, si fa allora interessante lindagine sullesperienza nuda dellordine e dei suoi modi dessere e come questa si intrecci (inscindibilmente) con le pratiche
discorsive e ricorsivamente organizzate di una comunit, o del
singolo pensato comunque come parte di una comunit. Questa
prima riflessione ci permette di collegare lattenzione posta dal
clinico su un individuo-in-(pi di una) comunit allinterno
di un approccio alla salute mentale su base comunitaria, a partire da una data metodologia, da peculiari aspetti tecnici, da
unintenzione che sia anche politica. Non si potr lavorare nelle

246

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

societ multiculturali esimendosi dal considerare le forze e


pressioni comunitarie, sempre presenti anche laddove esse
fossero latenti o retrostanti ai fenomeni osservati. Parliamo cos
di un lavoro che mette insieme i territori, le zone di frontiera,
gli oggetti reali delle comunit di appartenenza dei migranti e di
quelle adottive. Daltra parte, si pu ritenere che la malattia - o
il benessere - non sia mai un affaire privato ma un problema di
interesse sociale e comunitario.
Relativamente al secondo aspetto, declinato nellambito del
nostro intervento, cruciale poter pensare e analizzare criticamente le discipline psicologico-psichiatriche come discipline/
discorsi e saperi forti che si sono collocati nella posizione di
esercitare un potere consensuale sulluomo, stabilendo un confine tra il modo del sano e dellinsano, stabilendo categorie di
riferimento e tassonomie accreditate da una parte di mondo
(una comunit scientifica che ha fabbricato teorie ed ipotesi
esplicative oltre che descrittive, entrate a far parte anche di un
sentire comune e non specialistico). Una forza e un potere che
non sono sostanzialmente modificate dallintroduzione della
rubrica delle Culture-bound Syndromes (Inglese S. Peccarisi
C., 1997, Cardamone G. Inglese S. Zorzetto S., 1999).
A questo punto del nostro ragionamento indispensabile
rivedere i termini in oggetto, passando alla seguente ulteriore
giustapposizione: discipline-istituzioni psi e migranti. Si
compiuto cos un primo aggiustamento, sostituendo il termine
diffuso di salute mentale con quello della disciplina che, presso di noi, deputata ad interagire e intervenire. Solo apparentemente si pu mostrare come un cambiamento vezzoso, diventa
evidentemente sostanziale, quando pensiamo che si sostituito
un oggetto di studio che si presume risiedere nella persona (lo
stato di salute o malattia) con il soggetto che solitamente deputato a studiarlo (la teoria e la lente che orienta lo sguardo).
Siamo cos al secondo passaggio che fa dialogare il sistema
osservato (il migrante, la migrazione, il contatto tra culture, lo
stato di salute ecc.) con il sistema osservante (le discipline psicologico-psichiatriche e, per estensione, il punto di vista teorico

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 247

e metodologico di turno).
Si tratta, quindi, di passare da una netta distinzione tra un
Io e Tu, un Noi e Voi, un Soggetto e un Oggetto ad una scomoda ma pi adeguata riflessione sulla relazione che si installa
tra pi sistemi che si incontrano e interfacciano. E la relazione
che si dispiega ha il carattere della perturbazione reciproca tra
osservatore ed osservato, accadimento - la perturbazione - che
diventa il perno dellinteresse.
In questo gioco al rialzo e rispettoso della complessit epistemologica esistente, una disciplina come la psichiatria non
pu essere da sola a condurre loperazione.
Dal nostro punto di vista questo passaggio fondamentale
inaugurato con rigore e coerenza da Georges Devereux (1967,
1970), padre delletnopsichiatria teorica, che gi nella sua formazione personale e professionale ha portato in s il senso incarnato di una profonda molteplicit: fisico, etnologo, psicoanalista, pianista, grecista, Gheorghe, Georg, Gyrgy, Gyuri,
George e infine Georges, i nomi usati per presentarsi e farsi
conoscere, a seconda dei paesi attraversati.
Lidea della necessit di una molteplicit di punti di vista su un oggetto osservato o studiato trae spunto dalle leggi
della Fisica Quantistica e il Principio di Indeterminazione di
Heisenberg, secondo questo ultimo Principio, due grandezze
come la velocit/movimento e la massa/posizione (relative, ad
esempio, a particelle luminose) non sono osservabili e misurabili contemporaneamente, e la misura delluna genera incertezza
nellaltra. Le due misurazioni, che si accoppiano, daranno una
descrizione/spiegazione esauriente di porzioni del problema
posto alla base dellanalisi, e saranno valide entrambe.
Affiancando questo modo di procedere al comportamento
umano (e alle scienze che lo studiano e pretendono di dirne
qualcosa) ci ha significato iniziare a pensare alla possibilit di
spiegare in termini esaustivi un fenomeno o un comportamento
umano almeno in due modi, ognuna delle funzioni conoscitive e
delle risultanti sar ugualmente valida allinterno di un dominio
parziale e ben delineato. il complementarismo che si andr

248

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

a collocare come generalizzazione metodologica, e lapertura


necessaria delle discipline psicologico-psichiatriche alla collaborazione e al coordinamento con discipline come letnologia.
Abbracciare questo principio metodologico ha significato in
prima battuta muoversi pensando ai comportamenti umani (e,
in clinica, alle problematiche psi) come ordinati a partire da
una molteplicit di principi organizzatori, e per questo, descrivibili e spiegabili a partire da una molteplicit di categorie
esplicative (ipotesi esplicative pertinenti non tanto - o non solo
- rispetto alloggetto quanto rispetto alla disciplina di riferimento). In seconda battuta, ci ha significato introdurre una riflessione intorno alla dimensione del potere e dellegemonia della
psichiatria occidentale nella sua affermata capacit di cogliere i
segreti dellanimo umano come se lumano fosse universalmente declinato in ununica forma, struttura e sostanza.
Altri autori, come lo stesso Gregory Bateson percorrendo
altre strade, hanno parlato della mente (il presunto oggetto
del contenzioso, quando parliamo di problematiche di salute
mentale) come un processo interattivo in cui il complesso del
sistema evolutivo che interessa non pi lorganismo in senso
stretto ma esso nel suo ambiente, nel suo contesto, la stessa nozione di mente o di psiche come qualcosa che appartiene allindividuo e che sta nella sua testa non regge di fronte, invece,
allidea che essa sia il prodotto di interazioni tra elementi ed
unit ricorsivamente connessi tra loro.
In questa produzione, dobbiamo aggiungere come protagonista partecipante il sistema di pensiero stesso che dice qualcosa e sa, sia esso il pensiero delle scienze occidentali che
si auto-eletto come sistema razionale e scientifico, siano esse
i sistemi molteplici e le visioni delluomo, della malattia e della
cura.
attraverso la via regia del complementarismo e dellindeterminazione che arriviamo al terzo passaggio postulato, ovvero la
necessit di creare alleanze epistemologiche prima ed operative
poi, tra discipline e saperi, tra persone supposte sapere.
Riferendosi nello specifico al tema del nostro contributo,

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 249

ne consegue che una buona prospettiva orientata al luogo che


si apre avvicinando i termini salute mentale e migrazione
debba poter agire ed osservare tenendo fermi i seguenti vincoli
conoscitivi:
- il filo sottile ma sostanziale che lega insieme chi/cosa
osservato e chi osserva (sia esso un clinico, un ricercatore,
uno sperimentatore delle cosiddette hard sciences),
- la parzialit, la non neutralit, la non esaustivit di ciascuna teoria, modello, strumento o prospettiva adottata,
- la necessit di aprire un dialogo e un dibattimento aperto, nel caso degli umani, con i sistemi di idee e di oggetti che
li hanno fabbricati.
Si afferma cos una conoscenza localmente situata e posizionata
in coordinate ben definite, una fabbricazione di ipotesi esplicative che hanno necessit di accoppiarsi con quelle prodotte da
altri saperi, e questo si struttura come un procedimento interessante anche, e soprattutto, in campo clinico.
Nellambito dei saperi intorno alla psicopatologia, cos come
intesa dalla psichiatria globalizzata e accreditata da un punto di vista accademico, questa dmarche implica la necessit di
dialogare non tanto con un uomo universale o statisticamente
inquadrabile, ma con i gruppi e i collettivi, oltre ai singoli individui, allinterno dei quali quello specifico uomo possa mantenere un posto (utilizzando questa sua appartenenza ad una
storia e ad un luogo come punto di riferimento per orientare la
pratica clinica). implicato, pertanto, un modo di procedere
che non esclude dal suo interesse tutte le forme di intervento
sullumano (le terapeutiche tradizionali) che si collocano a lato
del territorio globalmente accreditato (da una comunit ristretta, quella accademica e scientifica), e che possa cos rinunciare al concetto di psiche cos come comunemente la intende
(Nathan T. 1998).
Questo ribaltamento, che prima di tutto epistemologico e
di concerto metodologico, pone grossi interrogativi alle nostre

250

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

discipline cliniche, ne forza i confini e i saperi, le tecniche e le


teorie di riferimento, i sistemi esplicativi e le ipotesi eziologiche. Spesso vuol dire forzare e mettere in uno spazio pubblico
di commento ci che generalmente considerata una realt
di fatto mentre, dal nostro punto di vista, pu essere meglio
ridefinita nei termini di principio esplicativo, fabbricato da
qualcuno (anche un gruppo), parte di un ordine discorsivo ben
situato e storicamente consolidato. Ne sono un esempio luso
di nozioni-strumento come intrapsichico, psiche oppure lo
stesso inconscio. Riformulando la suggestione apportata dal
metalogo di Gregory Bateson, alla stregua della gravit, anche lintrapsichico, la psiche oppure linconscio sono invenzioni
piuttosto che scoperte o realt di fatto.
Su questa linea, chiaro che le pratiche, gli oggetti, le idee,
le prospettive portate dai migranti nei racconti che fanno al
mondo ospitante non potranno essere considerate in termini
di credenza, piuttosto in termini di altre ipotesi esplicative
fabbricate e inventate, altrettanto parziali ma pertinenti, alla
stregua di quelle prodotte da chi ascolta.
il passaggio stesso che lantropologia medica evoluzionista
e funzionalista ha dovuto compiere per affrancarsi dallutilizzo di concetti quali credenza, superstizione, pre-logico,
selvaggio. Contributi successivi sono stati ridefiniti a partire
da una prospettiva interpretativa che tenesse conto della narrativit e modalit discorsive. Ma questa battaglia non si giocata
(e non si gioca tuttora) sul piano delle discipline, ma inesorabilmente sul piano del confronto tra consorzi umani: storicamente, almeno nella parte di mondo alla quale apparteniamo, la
credenza entrata nella matrice collettiva come stato inferiore
e incompatibile con la conoscenza, ci che differenzia chi
crede da chi sa, il non vero e mitico dal vero e certo.
Lesperienza di Tobie Nathan nellambito delletnopsichiatria clinica ben ha evidenziato questo scarto, questo ribaltamento di prospettiva e metodologia di lavoro, non agendo allinterno di una dualit pensiero-credenza.
E questo il presupposto per promuovere e praticare alleanze

11. Salute mentale e migrazioni. Ipotesi esplicative per il binomio 251

epistemologiche e collaborazioni che possano effettivamente


dire qualcosa di pertinente anche intorno a ci che accade a
un individuo, alla sua famiglia e al suo collettivo posti di fronte
allesperienza della migrazione, nel punto-momento dellincontro con il sistema istituzionale e disciplinare del paese che abita.
A partire dalla nostra prospettiva, si tratta anche di decidere
per una collocazione etica, e in qualche sorta politica, intorno
alle questioni che riguardano il posto che i paesi di origine dei
migranti hanno in seno alle societ cosiddette di accoglienza.
Il movimento che un orientamento etnopsichiatrico propone,
infatti, coerente con un principio di distribuzione dei poteri,
delle forze e delle capacit/competenze dei gruppi umani, in
clinica, ci corrisponde ad un progressivo interessamento per
i dispositivi tecnici di intervento da questi costruiti ed utilizzati (Nathan T. 1996). Cos anche Devereux, ribaltando il focus
di interesse clinico sul transfert, ha postulato il controtransfert
come terreno di studio pi proficuo (Devereux G., 1984).
Nel nostro paese non per niente nuovo il richiamo ai sistemi terapeutici tradizionali, basti pensare ai contributi di de
Martino (1959, 1975, 1977) o di Risso e Bker nei rispettivi ambiti di interesse: etnologia e clinica (dei migranti) si intrecciano
in una affascinante esperienza che possiamo spingere oltre le
categorie di credenza, superstizione, irrazionale. Laddove i fatti e i feticci, secondo Latour (2001 e 2005), combinati insieme
nel neologismo fatticci mostrano latto di fabbricazione comune
che li rende entrambi veri e attivi, la verit dei cosiddetti fatti
come la verit dei cosiddetti spiriti.
Riteniamo che tutto il fervente movimento di idee, spesso
anche conflittuali e dissonanti, che si mosso intorno alla clinica di ispirazione etnopsichiatrica ben rappresenti e interpreti
quel posizionamento epistemologico che necessario e fondamentale per costruire e condurre interventi adeguati e efficaci
nellambito della clinica con i migranti. Non questa la sede
per discutere nel dettaglio le potenti implicazioni metodologiche che questo posizionamento richiede e si rinvia in particolare ai contributi di base di Tobie Nathan (ad esempio, Nathan

252

Giuseppe Cardamone e Michela Da Prato

T., 1990, 1994, 1996, 2001, 2005) e ad alcuni testi introduttivi


scritti sullargomento (Coppo P., 1996 e 2003, Cardamone G.,
2006).
Una implicazione importante, contenuta nel ragionamento
che in questa sede abbiamo voluto punteggiare, riguarda la declinazione di una data prospettiva interpretativa e metodologica in forme istituzionali di presa in carico, tra lintenzione psicoterapeutica e un approccio cosiddetto di comunit (Bracci
F. Cardamone G., 2005, Cardamone G. - Bracci F. Da
Prato M. - Zorzetto S., 2005, Cardamone G. - Da Prato M. Zorzetto S., 2005, Cardamone G. - Da Prato M. - Zorzetto
S., 2007, Harrag, 2007, Zorzetto S. - Da Prato M. - Inglese
S. - Cardamone G., 2001 e 2002a, Inglese S. - Cardamone G.,
1996).
Le alleanze epistemologiche, in definitiva, devono potersi
tradurre in prassi adeguate e predisposte allemersione delle
collettivit coinvolte (quelle dei clinici, quelle dei pazienti migranti e dei loro consorzi di umani e non umani). Lincontro
che si genera impone un ripensamento continuo del proprio
modo di lavorare, che sembra non poter pi contare n su un
linguaggio condiviso, n su modi codificati di gestire la relazione terapeutica: esiste un modo culturalmente determinato di
impostare la relazione terapeuta-paziente, esistono costruzioni
sociali ed attese implicite pertinenti la malattia, il terapeuta, la
guarigione e queste sono condivise allinterno di specifici gruppi umani.

Salvatore Inglese

12. Sindromi culturalmente caratterizzate


(Culture-Bound Sindromes)

1. Costellazioni sintomatiche particolari


Le classificazioni descrittive della psichiatria contemporanea
hanno sempre patito la difficolt di posizionare per mezzo di
algoritmi decisionali costellazioni sintomatiche particolari, ricorrenti in alcune societ ma infrequenti o inesistenti nelle altre (Leff J., 1988, Littlewood R. e Lipsedge M., 1987). Tali
configurazioni psicopatologiche, denominate Culture-Bound
Syndromes (CBS ovvero Sindromi culturalmente caratterizzate,
Hughes C.C., 1998, Pfeiffer W.M., 1982, Prince R. - TchengLaroche F., 1987, Yap P.-M., 1974), sono accolte nel sistema
diagnostico pi diffuso al mondo in un contenitore supplementare (DSM-IV-TR. Appendice I) dove vengono considerate
come categorie diagnostiche popolari locali che conferiscono
significati coerenti a certi complessi di esperienze ripetitive,
strutturate e disturbanti (American Psychiatric Association
2001: 958). Tale formulazione oscura il fatto che esse si fondano
su concezioni eziologiche popolari, ma spesso provengono dai
costrutti nosologici delle tradizioni mediche elaborate dalle pi
diverse popolazioni. Il contenitore suddetto stato predisposto
nellattesa che il problema generale dei disturbi mentali correlati
o determinati dallinfluenza della dimensione culturale su quella psicopatologica (Alarcon R.D., 1995, Devereux G., 2007,
Kirmayer L.J., 1998) venga infine risolto su vari piani proposizionali, epistemologico: sono realt patologiche che scaturiscono dallinterazione tra mente e culture (Coppo P., 2003) oppure
sono narrazioni clinicamente illegittime (Ciminelli M.L., 1998,

254

Salvatore Inglese

Merli C., 1999)?, epidemiologico: quanto, dove e in quali condizioni socioambientali sono diffuse (Murphy H.B.M., 1961,
1982)?, diagnostico: cosa sono in se stesse e come si distinguono
dagli altri disturbi mentali (Inglese S., 2005)? clinico: cosa le
genera, come evolvono, ne esiste una cura attraverso dispositivi
terapeutici, tradizionali o moderni, comunque culturalmente
orientati (Nathan T., 1996, 2001)?, antropologico: la cultura esercita davvero qualche effetto nei loro confronti oppure
bisogna disconoscerle ogni funzione pragmatica sullaccadere
psichico (la cultura stessa, in quanto categoria euristica, sembrerebbe aver perduto di consistenza finanche allinterno del
suo dominio disciplinare, Appadurai A., 2001, Bhabha H.K.,
2001, Bibeau G. - Corin E., 1994)?
Le CBS sono ancora oggi un autentico rompicapo che ha
interdetto la psichiatria occidentale fin dai tempi dellimpresa
sistematica di Emil Kraepelin, finalizzata ad aggregare i sintomi psicopatologici elementari in complessi sindromici distinti
per imporre la sovranit della tassonomia naturalistica (rigidamente universalistica e biomedica (Jaspers K., 1965, Kraepelin
E., [1904], 1996). Il problema affrontato dallantenato tedesco
costituisce il fondamento stesso della psichiatria scientifica alla
continua ricerca delle corrispondenze necessarie tra fatto psicopatologico e lesione o disfunzione cerebrale. Il metodo kraepeliniano ha instaurato un ordine logico-formale ma non
ancora riuscito a decretare lannessione dei disturbi mentali dal
regime delle sindromi (a forma nota) a quello delle malattie (a
causa nota). Lordinamento categoriale non riesce a dispiegarsi compiutamente perch ai suoi margini pullulano singolarit
cliniche che non si lasciano sistemare entro luna o laltra definizione diagnostica. Tali entit sono particolarmente diffuse e
in via di moltiplicazione anche a causa di una sintomatologia
ricombinante in grado di generare forme ibridate (Hinton D.
et al., 2002, Suryani L.K. - Jensen G.D., 1993). Dal secolo di
Kraepelin al Terzo millennio, la situazione diventata ancora
pi complicata poich gli eventi clinici una volta collocati oltre
frontiera superano con facilit irrisoria i confini ormai virtuali

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

255

dellOccidente, importandovi problemi che, un tempo, erano


relegati in un altrove remoto ed esotico (Adouane S., 20012002, Littlewood R., 1990, Murphy H.B.M., 1977). La comunicazione velocizzata tra gli spazi geopolitici e la progressione
inarrestabile del movimento di massa delle popolazioni propongono questi stessi dilemmi anche nelle societ non occidentali dove operano i princpi generali della psichiatria scientifica
(Ebigbo P.O. - Ihezue U.H., 1992, Gaw A.C. 1993, Ilechukwu
T.C., 1991). Piuttosto che venir superato dai mutamenti sociologici planetari (da cui si attende unimprobabile omogeneizzazione epidemiologica), lostacolo delle CBS si mette di traverso
praticamente ovunque (Inglese S.- Peccarisi C. - Casadei F.,
2002, Peccarisi C. - Inglese S., 1999). In effetti, le CBS devono
adesso sopportare un processo trasformativo in ragione dello
scambio generalizzato indotto dalla globalizzazione dei mercati, delle culture e delle malattie (rarefazione di quadri clinici,
acquisizione di nuove caratteristiche, nascita di forme morbose
prima impensabili, Bibeau G., 1997, Littlewood R., 1997).
La difficolt principale della psichiatria biologica di non
sapere giustificare le anomalie cliniche delle CBS nel momento
in cui postula lesistenza di nuclei biologici invarianti e universali, agenti come causa naturale dei disturbi mentali. Per conciliare il determinismo biologico con la variabilit fenomenica, la
psichiatria ammette che lendogenicit (genotipi) lasci comunque emergere manifestazioni multiformi (fenotipi) dei disturbi
mentali a causa dellazione patoplastica dellambiente sociale.
In effetti, questa concessione contraddice un assunto della psicopatologia biomedica secondo cui i disturbi mentali devono
dimostrare un core sufficientemente invariante anche sul piano
clinico-empirico - sia trasversale (osservazione di stato: presentazione) che longitudinale (osservazione diacronica: esito) da
cui poter inferire lesistenza di un nucleo biologico altrettanto
invariante (Inglese S. 2000, Jenkins J. 1998, Nathan T. et al.
2000). Tale nucleo, che irradia la propria potenza dalla profondit silenziosa del codice genetico verso la superficie dellevidenza comportamentale, pu concedere alla singolarit espres-

256

Salvatore Inglese

siva del disturbo solo una ristretta banda di oscillazione (es., una
concezione delirante influenzabile dai fattori esterni solo nei
suoi contenuti tematici, ma, in quanto disordine del pensiero,
sarebbe provocata da una disfunzione della neurotrasmissione
molecolare). A causa di ci lincidenza epidemiologica e il core
psicopatologico resterebbero indifferenti alla variazione ambientale e alla pressione del contesto socioculturale. Kraepelin
inaugura questa impostazione e risolve lequazione nosografica
sostenendo che le malattie mentali sono ovunque le stesse,
per cui sono organizzabili in una classe finita di entit patologiche distinguibili. Tale posizione scientifica enfatizza i costrutti
morbosi come altrettanti tipi clinici ideali (puri) e contempla la
possibilit di recuperare nellordinamento nosografico anche i
tipi ibridi (forme di transizione, miste e atipiche). Essa rimane
piuttosto frigida alla seduzione di riscontrare nuove malattie
mentali in altre realt geoculturali poich ritiene di essere riuscita a concludere la catalogazione di tutte le entit cliniche
esistenti nel mondo, avendone gi compiuto il censimento
allinterno dellesteso campione costituito dalla variegata popolazione europea. La stagione della ricerca kraepeliniana ha fatto
maturare il suo frutto (tassonomia) e ai clinici delle generazioni
successive lascia il compito di estendere il nomos dellordinamento classificatorio alle varianti eccezionali (a bassa frequenza:
esistono in alcune societ ma non in altre), bizzarre (gravide di
sintomi inusuali: sussulti emozionali e motori, corse omicidesuicide, retrazioni di organi e perdita di sostanze biologiche,
intervento di entit invisibili sulla soggettivit umana), recalcitranti alla diagnostica formalizzata (amok, dhat, koro, latah: le
denominazioni delle varie lingue locali illustrano il senso dei
rispettivi eventi morbosi meglio di quanto riesca a fare la loro
traduzione nel codice della psichiatria classificatoria).
La psichiatria transculturale continua a cimentarsi su queste sindromi per riscattarne lesistenza come entit autonome
o, pi spesso, per assoggettarle ai disturbi mentali gi esistenti e universali. Essa evidenzia limpatto degli ambienti reali di
vita sullincidenza dei vari disturbi, misurando la frequenza

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

257

statistica delle varie forme cliniche in correlazione sia al tipo,


sia alla natura dei fattori che permettono lespressione di certi caratteri patologici e la recessione o la soppressione di altri.
Accoppiando la conoscenza clinica a quella antropologica, si
impegna in un esercizio comparativo tra le categorie cliniche
universali e quelle locali, reso possibile dallipotesi di unequivalenza transcontestuale dei sintomi pi importanti. Sente di
poter condurre a buon fine una siffatta operazione dirimente tradurre accuratamente nelle categorie diagnostiche scientifiche
le forme del disordine riscontrate nelle diverse culture grazie
alla leva culturale che permette di spostare verso il campo della
comprensibilit lentit clinica ignota (secondo questa istanza,
la matrice culturale serve come codice di decifrazione del senso
criptico di un quadro clinico culturalmente caratterizzato).

2. Psichiatria transculturale e teoria della cultura


La peculiarit del sintomo psicopatologico di emergere da
uno sfondo generativo dominato dallinterazione tra forze biologiche e culturali. Lassegnazione di un valore determinativo
maggiore alle une o alle altre dipende da un osservatore interagente con un proprio sistema di osservazione (gnoseologico:
teoria, pragmatico: tecnica, Stengers I., 1997). Se, in quanto
specializzazione della clinica medica, la psichiatria generale assegna un rango superiore alla teoria del determinismo biologico, la psichiatria transculturale deve accoppiarvi una teoria
della cultura, riconoscendo in questultima una facolt elettiva e
un fattore determinativo indipendente dellessere umano socializzato. Proponiamo qui di considerare la categoria antropologica di cultura come un insieme di modelli trasmissibili di comportamento (es., costumi, usi, tradizioni, abitudini) e come
una serie di meccanismi di controllo (progetti, prescrizioni, regole, istruzioni, programmi) che orientano le condotte umane
in tutte le contingenze vitali. Linvenzione della cultura da parte
della nostra specie denota quanto la vita di questultima dipen-

258

Salvatore Inglese

da da dispositivi extragenetici ed extracorporei (programmi culturali) selezionati storicamente per dare un ordine e un
senso allesistenza dei suoi membri (Geertz C., 1987). Luomo
pertanto un soggetto essenzialmente culturale: crea e viene
creato dalla cultura con cui interpreta e influenza il caos del
mondo, trasformato dai gruppi umani per mezzo di strumenti
culturali fino a diventare mondo domestico e socialmente condiviso (Devereux G., 2007). Il mondo (nel suo essere di fronte
alluomo - per o contro di esso) e il comportamento delluomo
(nel suo esser-ci nel mondo per o contro di esso, de Martino
E., 1977) sarebbero praticamente ingovernabili e, soprattutto,
incomprensibili in assenza di schemi culturali trasmessi lungo
le generazioni. Questa interpretazione attraversa il DSM IV-TR
dove la cultura viene definita come:
una serie di significati, norme comportamentali e valori adottati
dai membri di una particolare societ nella costruzione della loro
originale visione del mondo. Questi valori o punti di riferimento
coinvolgono aspetti come le relazioni sociali, la lingua, lespressione non verbale dei pensieri e delle emozioni, le credenze religiose,
la morale, la tecnologia e leconomia. Inoltre, la cultura non una
nozione statica ma cambia nella sua trasmissione da una generazione allaltra (American Psychiatric Association, 2004: 6).

Da questa formulazione si ricava che la cultura una propriet


generale dei gruppi umani organizzati in societ specifiche, capace di produrre unazione profilattica ma anche psicopatogena, essa emerge dal sistema di pensiero dei gruppi umani come
una forza-invenzione che ispira i sistemi nosologici e ne fabbrica le leve terapeutiche (Coppo P., 1993, Devereux G., 1996,
Zemplni A., 1966).
Il riconoscimento del ruolo della cultura negli accadimenti
vitali degli esseri umani prescrive una focalizzazione dellanalisi
psicopatologica al di fuori del suo ristretto recinto naturalistico (Kleinman A., 1987, 1988a). Esso preconizza lestensione
dellorizzonte disegnato dal principio culturalista ben oltre la
petizione di principio o la raccomandazione di un metodo su

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

259

cui sintonizzare lesercizio della psichiatria: invita la ricerca e la


pratica professionale a sciogliere il groviglio di problemi insoluti della psichiatria biologica, psicologica e culturale nel momento in cui questi diversi circoli interpretativi si sono sviluppati in
modo indipendente, ignorandosi o in conflitto reciproco.
La psichiatria transculturale deve ritornare su tutti gli oggetti psicopatologici per rintracciarvi la nervatura delle influenze
culturali anche nel modo in cui queste stimolano le risposte al
disordine mentale. Non si tratta di offrire una diversa spiegazione alle sole CBS ma allintero ventaglio delle sindromi psichiatriche che vanno riposizionate rispetto agli assi culturali,
esistenti in tutti i mondi umani (Carr J.E., 1985, Kleinman A.,
1988b). Per realizzare un simile progetto si dovrebbero elevare le CBS a punti cardinali di un nuovo ordine clinico: questa
categoria altrimenti marginale, proposta ancora come riserva
naturale di creature cliniche chimeriche, diventerebbe centrale
poich vi si accumula la massa critica delle anomalie dovute al
ruolo decisivo dei fattori culturali specifici di un gruppo dato.
Essa potrebbe provocare un cambiamento progressivo del paradigma psichiatrico dominante (biologico e, simmetricamente,
psicologico, Kuhn T.S., 1969, Nathan T., 1994). Per avviarsi
verso una nuova direzione bisogna valorizzare scientificamente
le nosologie originali che i gruppi umani utilizzano per classificare i disordini mentali, individuarne leziologia e praticarne
la conversione terapeutica (Bastide R., 1965, Nathan T. et al.,
2000).
Questo richiamo metodologico si giova della tipizzazione
dei disturbi mentali insorgenti nei diversi gruppi umani costruita da Devereux (cfr. disturbi etnici, 2007). La sua teoria prevede
che: ogni area culturale possiede almeno uno o diversi disturbi del genere, strutturati e coordinati culturalmente, identificati da un nome specifico e interpretati localmente sulla base
di teorie esplicite riguardo alla loro causa e natura, i sintomi
hanno unevoluzione e una prognosi prevedibili, sono trattati
per mezzo di terapeutiche e procedimenti tecnici in grado di
controllarne a profitto del gruppo gli effetti pi disturbanti, la

260

Salvatore Inglese

sindrome prevalente viene scatenata da molti stimoli differenti


e fornisce un modello ideale di cattiva condotta soggettiva
dove appare deformata una serie di norme e comportamenti
culturali caratteristici del gruppo (Linton R., 1956). Secondo
Devereux la cultura definisce la natura e il grado di intensit
dello stress o del trauma capaci di imporre il modello patologico culturalmente caratteristico che costituisce un marcatore
dellintero processo di fabbricazione culturale di ciascun membro del gruppo considerato.
Egli evidenzia altri aspetti importanti di questa classe: a)
alla presentazione dei disturbi etnici possono concorrere processi eziopatogenetici diversi (sindromi organiche a causa nota
o ignota, stress e reazioni di disadattamento, stati traumatici e
post-traumatici, processi psicopatologici endogeni inizialmente
dissimulati dietro entit nosografiche locali) indirizzati verso
una sorta di via finale comune e che costringono a constatare
limpatto trasformativo dei fattori culturali su esordio, forma,
esito e terapia di un qualunque epifenomeno clinico anche a
patogenesi biologica (Carr J.E., 1985, Carr J.E. - Vitaliano
P.P., 1985), b) se si opera una dissezione e una riaggregazione
dei sintomi costitutivi di un disturbo etnico, esso perde la sua
coesione sindromica culturalmente determinata e fluttua con
un inarrestabile nomadismo transnosografico (Inglese S., 1999)
che lo fa riapparire contemporaneamente in varie categorie
psichiatriche (apparentate o estranee tra loro), fino a rendere
contraddittorio il processo clinico eterodiretto (esterno alla cultura del gruppo considerato, il Koro potrebbe essere classificato
come disturbo ipocondriaco, dismorfofobico o psicosessuale,
di panico o di depersonalizzazione, lAmok potrebbe essere un
disturbo dissociativo ma anche uno dominato dal discontrollo
di impulsi aggressivi).
Non bisogna limitarsi a riconoscere in astratto la cultura
come dimensione correlata al disturbo ma ci si deve applicare alla ponderazione delleffetto puntuale e verificabile che la
cultura esercita su di esso. Vanno costruiti gli assi decisionali
per stabilire non solo quale ruolo gioca la dimensione culturale

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

261

nella categoria generale delle CBS ma anche per ricostruire le


modalit con cui la cultura condiziona il singolo caso.
Per effettuare questo passaggio conviene sapere quale sia
linsieme sintomatico necessario a classificare il disturbo come
CBS appropriata oltre che conoscere i dettagli psicopatologici
e culturali del caso in questione. Dopo aver fatto convergere
questa doppia serie complementare di dati clinici e antropologici si pu ripercorrere la catena patogenetica a cui il caso
verosimilmente legato. Bisogna ruotare intorno al tipo ideale
di CBS conosciuto nella sua maggiore o minore precisione descrittiva (Inglese S. - Peccarisi C., 1997, Simons R.C. - Hughes
C.C., 1985) per poter affrontare le contingenze cliniche dove il
ruolo della cultura appare verosimile ma che sono ancora prive
di nome o non assegnate a uno specifico dominio esplicativo
(religione, clinica, costume culturale, Kiev A., 1974).
Il modello teoretico e operazionale di Tseng (2003) sembra
soddisfare queste istanze e conferisce una precisione pi accurata alla comprensione dei rapporti tra cultura e psicopatologia,
individuando le reti culturali che condizionano ciascuna CBS.
Egli preferisce ricategorizzarle come Sindromi specifiche correlate alla cultura per spiegare che alcune di loro non sono confinate in unarea culturale ma si presentano anche in altre societ,
manifestando aggregati sintomali affini.
Questo modello contempla che la cultura possa agire come:
a) fattore patogenetico: le sindromi sono il risultato diretto di
concezioni culturali che, al contempo, possiedono gli strumenti
per curarle. Il sistema noetico del gruppo il motore patogenetico del disturbo perch crea il circuito di stress che produce i
sintomi caratteristici della sindrome (es., Koro, Dhat, Malgri), b)
fattore patoselettivo: la cultura seleziona e modella determinate
reazioni comportamentali a vari tipi di stress, guidando lindividuo ad adottare schemi preformati (favoriti) di risposta alle
perturbazioni esterne (es., per riscattare un sentimento intollerabile di vergogna, viene socialmente prescritta una scarica
violenta contro bersagli casuali e impersonali estremo Amok,
o individuati e personali (suicidio allargato alla famiglia) estre-

262

Salvatore Inglese

mo Ikkashinju), c) fattore patoplastico: la cultura modifica la forma dei sintomi fino a lasciar emergere una sindrome apparentemente unica e caratteristica del contesto sociale considerato.
Leffetto patoplastico traveste un disturbo ubiquitario, a nucleo
psicopatologico invariante, facendogli assumere laspetto di
un fenotipo sintomatologico singolare e culturalmente caratterizzato (presentazione atipica, ma caratteristica, di un disturbo tipico, es., Ataques de nervios, Brain fag, Pibloktoq,
Taijinkyofusho), d) fattore patoelaborativo: la cultura elabora reazioni comportamentali elementari universalmente osservabili
(es., risposte motorie improvvise e stereotipate innescate da un
riflesso neurofisiologico automatico), le articola e struttura in un
comportamento pi complesso, culturalmente convenzionale.
In alcuni casi il fenomeno non necessariamente patologico e
spesso appaga bisogni individuali o sociali (es. Latah), e) fattore
patofacilitante: la cultura favorisce un incremento della frequenza con cui un particolare disturbo, potenzialmente universale,
si manifesta in certi contesti sociali e in determinati frangenti
storici. In questi casi, linfluenzamento della cultura agirebbe su
un piano epidemiologico quantitativo (es., alcolismo dei nativi,
isteria di massa), f) fattore patoreattivo: la cultura offre unelaborazione interpretativa del disturbo a cui il soggetto reagisce con
una particolare espressione sintomatologica congruente allinterpretazione culturale (es., Hwabyung, Susto). Questa induzione socioculturale condiziona anche il processo evolutivo di
altre malattie (es., interferenza sociale sullesito variabile delle
Schizofrenie, del Disturbo da Stress Post-traumatico).
Il modello di Tseng disposto a riconoscere lesistenza di
manifestazioni comportamentali di natura incerta e non facilmente assimilabili a sindromi cliniche (es., Stati di trance/possessione: praticamente ubiquitari, in cui si attivano circuiti neurofisiologici e manifestazioni comportamentali tra loro comparabili oltre che riproducibili attraverso tecniche di induzione
operanti soprattutto in contesti rituali, Windigo: la sua esistenza
reale viene ancora discussa dagli studiosi pur conoscendo che la
tensione verso atti cannibaleschi (prescritti ritualmente da alcu-

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

263

ne societ iniziatiche, segrete o nella zona dombra della stregoneria) potrebbe convertirsi in sintomatologia soggettiva. Sono
documentati passaggi allatto cannibalesco in quelle forme di
efferatezza comportamentale innestate su condizioni psicotiche
estreme nonch rare. Non si pu comunque escludere la possibile esistenza di una categoria sindromica a un solo membro,
Arens W.E., 2001, Cooper J.M., 1933, Parker S., 1960).
3. Le

retroazioni continue tra epifenomeno e costruzioni

sociali

Alcuni anni fa abbiamo definito le CBS come Sindromi


Culturalmente Ordinate (Inglese C. - Peccarisi C., 1997) per
rimarcare che ogni gruppo culturale elabora un ordinamento
nosologico tributario della propria visione del mondo, del male
e della malattia. Il sistema classificatorio adottato (povero di
elementi interpretativi o di figure cliniche: polo Sedang, ricco
di ambedue: polo Mohave, Devereux G., 1996) pu essere realmente compreso solo conoscendo i valori generali e lo statuto
assegnato da quel mondo culturale alla persona, al corpo, alle
emozioni e alla dimensione dellinvisibile non umano (spiriti,
antenati, forze naturali), insieme alle sue concezioni sullanatomia, fisiologia e patologia degli esseri umani. Ordinato significa
anche che le culture selezionano e prescrivono modi altamente
specifici di ammalarsi, corrispondenti al processo di costruzione dellidentit culturale di una collettivit. La cultura, inoltre,
ordina modalit elettive di terapia e trasformazione corrispondenti alle fenomenologie patologiche selezionate da essa. In
sintesi, il fattore culturale si dispiega come una rete di dispositivi di protezione psicologica, fisica e relazionale, al contempo rappresenta un sistema perturbativo capace di predisporre,
precipitare e causare linsorgenza di tali disturbi. La cultura,
quindi, garantisce un ordine di senso al comportamento o assegna un ordine particolare alle forme del disordine mentale.
Si pu sintetizzare una formula operativa generale della clini-

264

Salvatore Inglese

ca transculturale: il grado di comprensibilit di una sindrome


culturalmente ordinata dipende dalla contestualizzazione della
sua fenomenologia allinterno dei mondi culturali in cui viene
riscontrata, ci richiede una conoscenza delle leggi costitutive
e delle dinamiche socioculturali esistenti in mondi siffatti. Solo
questo sapere animerebbe un saper fare rispettoso di concezioni, valori, descrizioni e spiegazioni dei pazienti iscritti in una
propria matrice culturale.
Ogni forma di disordine mentale non definibile solo in
base alla sua natura o alla causa ma al suo divenire globale che
implica retroazioni continue tra lepifenomeno e le codificazioni realizzate dagli attori sociali coinvolti (medici, guaritori, famiglie, organizzazioni politiche, sistemi religiosi). Un approccio
dinamico alle trasformazioni dei pi diversi tipi psicopatologici
lungo lasse della storia sociale - dagli anormali alle personalit
multiple si scopre tanto pi pertinente rispetto alle CBS, una
volta stabilito che esse sono esposte alla mutazione incessante delle societ e delle rispettive culture (Foucault M., 2000,
Hacking I., 1996).
Ci richiede di provvedere a un aggiornamento continuo di
queste sindromi per disegnarne la deriva epidemiologica (movimento nella spazialit e temporalit culturale), registrare il
grado di stabilizzazione delle loro sintomatologie (quanto dei
loro caratteri si conserva, si riproduce, si perde e si deforma),
analizzarne le condizioni di salienza nel contesto della storia di
un gruppo umano (chiusura e apertura massiva o selettiva delle
frontiere culturali). Le culture umane, insieme alle sindromi che
le caratterizzano, sono tali proprio perch si adattano al divenire storico. Le CBS vanno considerate in quanto entit peculiari
a spiccato dinamismo (plastiche e variabili) ma esse non sono
volatili o effimere (possiedono radici robuste con cui si attaccano al sostrato culturale e se ne nutrono), semmai diventano
recessive (talvolta si eclissano fino ad evaporare nel mito o nella
leggenda dove continuano ad agire come deposito di comportamenti disponibili) o si nascondono in nicchie sociali non apprezzabili da un osservatorio esclusivamente clinico (passaggio

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

265

silenzioso dal dominio clinico a quello religioso e viceversa). La


maggioranza delle CBS conserva una vitalit a prova di tempo
e segue un ciclo vitale che le difende dallestinzione finanche
nellepoca della mondializzazione e delle migrazioni internazionali su scala di massa (ormai quasi un esodo e una diaspora di
popoli). Questa realt prepara alcuni scenari clinici altrettanto
mobili e sorprendenti, comprensibili solo rivolgendosi allindividuazione dei destini che i processi di metamorfosi culturale
riservano ai collettivi umani (acculturazione, deculturazione,
Devereux G., 1985).
Nelle situazioni di contatto sociale squilibrato, conseguenti
a uno sradicamento degli individui e a una disgregazione del
loro modello culturale, le CBS non sono immediatamente e
necessariamente sostituite dai disturbi tipici di unaltra realt
culturale (es. disturbi schizofrenici al posto di perturbazioni
isteriformi). Esse possono riprodursi su se stesse quando la mutazione del contesto materiale di vita non riesce a determinare
la trasformazione delle matrici mentali culturalmente condizionate. Soprattutto nelle prime fasi della dislocazione migratoria,
i soggetti ripropongono i sintomi delle CBS prevalenti nel mondo di provenienza. In modo pi sorprendente, questi disturbi
mantengono la loro tipicit anche dopo un lungo intervallo dalla migrazione degli individui nei luoghi pi lontani ed estranei.
Si pu parlare di una migrazione delle CBS rinvenibile nella
conservazione tenace e inalterata delle loro caratteristiche al di
fuori delle aree culturali di pertinenza. Nellincapacit di individuare la sindrome culturalmente ordinata, a causa di uninclinazione negazionista delle differenze cliniche e culturali, gli psichiatri si applicano a tradurre la lingua sintomatica ad impronta
culturale nel codice artificiale di una diagnosi forte e standardizzata (categorie universali). Questo impegno gravato da un
notevole rischio di equivocit: il senso originario della lingua
sintomatica viene tradotto in due o pi categorie diagnostiche
percepite come equivalenti, ovvero sostanzialmente indecidibili
in mancanza di una bussola di orientamento culturale. Quando
persiste tale incertezza nel caso in cui un sintomo inusuale fa

266

Salvatore Inglese

deragliare lappropriatezza della diagnosi - si scelgono qualificazioni del disturbo che vorrebbero impedirne levasione dalla cella categoriale predisposta (quadro atipico perch non
altrimenti specificabile). Quando la configurazione morbosa
subisce unoscillazione pi brusca o pi ampia - ad esempio,
quando si assiste al transito dalla lamentela corporea soggettiva,
inizialmente stimata come disturbo umorale mascherato, alla
percezione o alla convinzione delirante a tema somatico anche
la diagnosi tenta un salto categoriale azzardato (si polarizza in
favore di una forma tipica stigmatizzando lestraneit della
sindrome e del paziente che, da semplicemente Altro - atipico - diventa radicalmente alieno, ovvero incomprensibile sia
sul piano antropologico che psicopatologico).
In relazione ai processi distopici indotti da cambiamenti socioculturali rapidi e massivi, si profila una dinamica progressiva
a causa della quale i sintomi della CBS incominciano a disgregarsi dalla loro originaria struttura come frammenti non pi
compattati dalla forza di legame del sistema culturale originario.
Senza questo centro di attrazione coesiva i sintomi elementari si ricombinano tra loro come se fossero preda di un vortice
clinico centrifugo. In questa fase predomina un polimorfismo
dinamico della sintomatologia che si proietta attraverso campi nosografici eterogenei. Questo dovuto allesplosione della coerenza sindromica del disturbo determinata dalla perdita
della coesione del nucleo culturale originario dove sono ormai
rintracciabili elementi della cultura originaria e di quella acquisita. La sovrapposizione disordinata genera situazioni cliniche
ibride e instabili in cui, ad esempio, condotte di abuso alcolico
(tipiche del contesto adottivo) sono innescate dallinduzione
persecutoria di un sortilegio (tipica del modello culturale dorigine), o sono talvolta il punto di partenza per una conversione
religiosa che si render virtuosa fino al fanatismo.
In tali situazioni, dove sintomi appartenenti a diverse matrici
culturali si condensano in un solo disturbo a caratteri molteplici, necessario spingere la conoscenza sulla componente culturale originaria che resterebbe altrimenti inattaccabile dallazio-

12. Sindromi culturalmente caratterizzate

267

ne clinica perch scotomizzata.


La cura dei migranti stranieri conferma lesistenza di situazioni sature di CBS ricalcate sul loro ideal-tipo convenzionale
che, in assenza di dispositivi transculturali, non si espongono
allattenzione psichiatrica. Quando poi riescono a sollecitarla
non sono percepite come tali (a causa della barriera linguisticoculturale o della distorsione etnocentrica che separa il clinico
da questi pazienti) n concepite come entit autonome provenienti da altre filiere generative. Esse diventano invisibili
(salvo rare eccezioni non superano alcuna soglia di rilevamento
statistico) o vengono travisate dietro la maschera diagnostica
di una declinazione atipica.
Esiste anche la possibilit che la lesione irreparabile del
modello culturale originario provochi la separazione definitiva
del paziente dalla propria matrice sociale. In questo caso viene
inibita la capacit del paziente di far ricorso alla CBS specifica
utilizzabile per rispondere allo stress a cui si trova esposto e non
previsto, peraltro, dalla cultura dorigine. Tale vuoto sindromico viene infine riempito da un disturbo mentale tipico della societ ospitante ed esso rappresenta il segnale di unaffiliazione
individuale alla cultura adottiva (iniziazione e naturalizzazione
culturale per via morbosa e/o iatrogena). Una simile deviazione psicopatologica pu avvenire anche allinterno della societ
originaria del paziente laddove riesca a manifestarsi un disturbo
etnico provvisorio sovrapposto a una forma totalmente idiosincrasica (deviazione individuale dal modello nosologico idealtipico esistente nel contesto culturale del soggetto).
Infine, non si deve escludere che in aree sociali dove impera uno scambio incessante tra molti modelli culturali estranei
e competitivi si possa instaurare una ricombinazione imprevedibile di sintomi e sindromi. Da questultima pu insorgere un nuovo caos psicopatologico che dovr attendere il suo
Kraepelin, forse, per molto tempo ancora

Pino Schirripa

13. Sistema Medico.


Campo politico, istituzioni sanitarie e processi di
medicalizzazione tra egemonia e resistenza

1. Definizione
In un testo di qualche anno fa avevo proposto, assieme a Csar
Zniga Valle, una definizione di sistema medico. Per quanto
non sia in genere cosa auspicabile porre allesordio di un intervento una autocitazione, riprendo quella definizione perch,
almeno a mio avviso, tutto sommato chiara e sintetica. In quel
caso scrivevamo che in prima approssimazione si pu definire il
sistema medico come:
linsieme delle rappresentazioni, dei saperi, delle pratiche e delle
risorse, nonch le relazioni sociali, gli assetti organizzativi e normativi, le professionalit e le forme di trasmissione delle competenze, che in un determinato contesto storico-sociale sono finalizzate a individuare, interpretare, prevenire e fronteggiare ci che
viene considerato come malattia o comunque compromissione
di un normale stato di salute (Schirripa P. - Zniga Valle C.,
2000: 210).

Tale definizione, nella sua ampiezza, ci permette di definire


come sistema medico, qualunque insieme di concettualizzazioni e di pratiche, comunque sia esso organizzato, attraverso cui
un dato gruppo umano pensa, previene e fronteggia gli eventi
che considera come patologici.
Su questa definizione, e ripercorrendo la complessa e a volte contraddittoria costruzione di questo concetto nella storia

270

Pino Schirripa

delle nostre discipline, notavamo come il concetto di sistema


medico abbia, nelle differenti tradizioni di studi, consentito di
guardare, e ancor pi di analizzare, le pratiche e gli orizzonti
culturali riferibili a forme di terapie altre, non tanto e non
come a un brogliaccio di pratiche empiriche, pi o meno efficaci, di carattere erboristico e manipolativo cui si sommano un
insieme di teorie della causazione del male e della sua risoluzione, non sempre intimamente coerenti, e interventi di carattere magico, considerati invece di dubbia efficacia. Attraverso
questo concetto, infatti, emerge dallanalisi lintima coerenza di
tali sistemi di cura, e ancor di pi la stretta correlazione tra i
vari ambiti: quindi le pratiche empiriche sono viste come diretta conseguenza di un insieme, teoricamente ordinato, di ordine simbolico e cognitivo. Sottolineavamo inoltre come, specie
nellantropologia britannica, diversi autori1 sottolineassero non
solo come tali sistemi manifestassero un buon grado di coerenza, ma come essi non operassero solo al livello della eziologia e
della cura di ci che, in quel contesto, considerato come stato
patologico. Essi invece rispondono a una pi generale esigenza
di mantenimento di ci che viene, in ogni determinato contesto,
considerato come uno stato di salute, attraverso norme e pratiche volte alla prevenzione.
Ripercorrendo la storia del concetto notavamo inoltre due
cose, che in questo contributo, bene ribadire. Da una parte
come negli ultimi decenni diversi autori, spesso sulla scorta di
ricerche empiriche, abbiamo messo fortemente in discussione il
carattere di coerenza interna dei sistemi medici. Ci non certo
per riproporre, sia pur mascherata, una concezione dei sistemi
altri come giustapposizione disorganizzata di pratiche empiriche e teorie, quanto invece per proporre modelli pi sfumati e
complessi2.
Tali riflessioni scaturiscono anche da uno sguardo differen1. Cfr. ad esempio J. Janzen (1978, 1979),
2. Si vedano a questo proposito M. Last (1981), R. Pool (1994), R. Mass
(1997)

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

271

te in cui le tradizioni terapeutiche non erano viste nella loro


unicit, o purezza potremmo dire, ma invece sottolineando il
carattere impuro, il continuo scambio di pratiche e teorie
della malattia tra tradizioni differenti. Ci ci porta al secondo
problema che notavamo con Zniga Valle, cio quello della indagine dei sistemi medici plurali. Su questo tema, torner pi
diffusamente nel prossimo paragrafo. Vorrei invece qui notare,
anche per una completezza di dati sulla storia di questo concetto, come lindagine dei sincretismi, delle situazioni creole per
meglio dire, sia diventato uno dei punti salienti del dibattito degli ultimi tre decenni. Una pluralit di pratiche che si ritrova ad
esempio negli studi incentrati sui percorsi terapeutici che sottolineano come un individuo che cerchi la guarigione si muova
allinterno del ventaglio di risorse che un determinato sistema
medico offra. A creare un percorso terapeutico concorrono le
sue interpretazioni del male e quelle dei suoi familiari, la disponibilit delle diverse risorse terapeutiche e, non ultima la possibilit di accesso a queste, possibilit da intendersi sia sul piano
cognitivo sia, e soprattutto, su quello economico e strutturale.
Non facile formalizzare i differenti percorsi terapeutici, perch tante sono le variabili sulle quali poggiano. Inoltre non sempre vi coerenza tra un ordine cognitivo e simbolico dellindividuo e le scelte terapeutiche che egli stesso opera, questo perch
a guidare la scelta delle risorse quella che potremmo definire
come una logica pratica il cui fine la guarigione e per il peso
che le diverse variabili sopra ricordate possono assumere un
una specifica situazione. il muoversi incessante dei pazienti
tra le diverse risorse a disposizione che la cifra dellimmagine
complessa dei percorsi terapeutici. Come sintetizza Didier Fassin, un percorso terapeutico:
appare come il risultato di logiche multiple, di cause strutturali
(sistemi di rappresentazione della malattia, posto del soggetto nella societ) e di cause congiunturali (modificazioni della situazione
finanziaria, consigli di un vicino) che rendono vani tutti i tentativi
di formalizzazioni precise (Fassin D., 1992: 118).

272

Pino Schirripa

Non sono solo gli attori sociali ad attraversare il crocicchio delle terapie, per riprendere una nota metafora di Benoist (vedi
oltre), ma sono anche i terapeuti che si pongono allincrocio
di differenti tradizioni, utilizzando nel corso del processo terapeutico pratiche e teorie di differente provenienza, coniugando
in tal modo pratiche, teorie e simboli in insiemi nuovi. Tutto
ci ha consentito un ampliamento, nonch una maggiore complessit, del quadro teorico e analitico. Ribadivamo comunque
come proprio una tale complessit induca a non eludere problemi stringenti legati al costituirsi delle realt creole come esiti
di processi storici lunghi e complessi, quindi ribadendo la necessit di indagare le dinamiche storiche e sociali, i processi di
egemonia e le pratiche di resistenza e, soprattutto, i rapporti di
forza ineguali tra i gruppi sociali coinvolti in questi processi.
2. Sistemi medici plurali
La pluralit di pratiche e di logiche, insomma ci che si convenuto chiamare sistemi medici plurali, rappresenta sicuramente
uno dei campi problematici di indagine lasciati tuttora aperti.
Del resto i sistemi medici tendono sempre pi a essere plurali,
tanto nelloccidente euro-americano che negli altri continenti.
Sicuramente i due autori che vengono pi spesso citati quando si discute del concetto di sistemi medici plurali sono Irwin
Press e Arthur Kleinman. Per molti versi le loro posizioni e
spesso anche la stessa prospettiva di indagine sono opposte,
e ci ha favorito una certa polarizzazione del dibattito intorno
alle loro posizioni.
Irwin Press propone una definizione precisa, e molto ristretta di sistema medico: un corpo integrato e interrelato di valori e pratiche intenzionali governato da un unico paradigma di
significazione, identificazione, prevenzione e trattamento della
malattia (Press I., 1980: 47). La prospettiva di Press quella
della tassonomia. Per identificare un sistema medico occorre
che sia chiaro il paradigma unitario cui ricondurre non solo lin-

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

273

sieme delle pratiche e dei valori che governano lazione degli


attori sociali, ma anche il modo di interpretare la malattia e di
intervenire su di essa. una prospettiva condivisa da diversi
studiosi di lingua anglosassone, tra questi Yoder che, commentandola, scrive:
Questa concezione del sistema medico contiene sia aspetti sociali
sia culturali. Gli aspetti culturali sono quelli concernenti lascrizione di un significato agli episodi di malattia (illness). Cio, i sistemi
medici servono a ordinare, classificare e spiegare la malattia. Sono
comunque parte di una pi larga realt simbolica che costruita
culturalmente. Nella nostra societ limportanza degli aspetti culturali della malattia (illness) stata oscurata dallassunzione che
tutti noi accettiamo il modello biomedico di malattia (disease) per
come definito dai medici. Gli aspetti sociali del sistema medico
sono quelli che riguardano i ruoli e gli status dei partecipanti. I sistemi medici contengono assunti su chi siano le persone o i gruppi
qualificati a fornire informazioni, prendere decisioni o prescrivere
terapie [Yoder P.S., 1982: 9]

evidente in questo commento come lattenzione di questi autori sia concentrata sulla tassonomia dei sistemi medici. Questi
sono definiti principalmente attraverso i loro aspetti sociali e
culturali, ponendo lattenzione soprattutto sulla loro coerenza
interna, e principalmente su come i vari elementi (per esempio
le eziologie e le pratiche terapeutiche) siano tra loro interrelati
e derivino da comuni assunzioni di carattere pi generale. Non
dunque strano che Press rifiuti il concetto di sistema medico
plurale in favore di quello di configurazioni sanitarie plurali.
Press sostiene che non si possa parlare di un sistema medico
che contiene al suo interno dei sottosistemi (cio ad esempio la
biomedicina e una medicina tradizionale africana, o piuttosto
lomeopatia) e che funzioni su differenti paradigmi culturali,
poich ci contraddirebbe quella coerenza interna che ascritta al concetto stesso di sistema. Al contrario, lidea di configurazioni sanitarie plurali manterrebbe tale coerenza, poich starebbe a significare la coesistenza di diversi sistemi medici (cio
di diversi paradigmi coerenti) allinterno di una data situazione

274

Pino Schirripa

sociale. Quel che rimane ai margini degli interessi tassonomici


di Press sono le pratiche di intervento dei terapeuti che purtroppo per lui sono spesso impure, sincretiche e poco coerenti
, e i comportamenti di ricerca della salute, cio le concrete
azioni che i pazienti compiono per guarire e che li portano a
muoversi incessantemente tra le diverse risorse terapeutiche a
loro disposizione.
Sicuramente pi attenta ai comportamenti dei pazienti
la posizione di Kleinman (Kleinman A., 1978, 1980). Partendo dalla sua ricerca sul campo a Taiwan, lantropologo e psichiatra statunitense propone un modello tripartito che, a suo
avviso, pu essere utile anche come base per la comparazione
transculturale dei sistemi medici intesi come sistemi culturali.
Tale tripartizione prevede un settore popolare, che comprende
linsieme delle pratiche e delle credenze della comunit di cui
un dato individuo fa parte, comprese le forme di autocura, uno
professionale, che comprende le pratiche di quanti svolgano un
lavoro terapeutico in quanto rappresentanti di una medicina
istituzionalizzata, sia essa la biomedicina o qualche altra forma
terapeutica, uno folk, in cui vengono comprese le pratiche di
quanti svolgono unattivit terapeutica a partire da un sapere
che non diffuso , ma che non godono di riconoscimenti istituzionali (Kleinman A.,1980). La proposta di Kleinman ben
lontana da quella di Press, individuando proprio nella pluralit
di risorse una caratteristica dei sistemi medici. I tre settori individuati dallantropologo nordamericano, infatti, vanno visti
come delle arene sociali, ma anche come un luogo in cui i saperi
medici si rimescolano e in cui hanno origine sintesi nuove.
Una simile attenzione alla pluralit di risorse terapeutiche si
ritrova anche in Benoist (Benoist J., 1993, Benoist J. curatore,
1996). Nella sua pratica etnografica Benoist predilige i contesti
creoli, cio quelle societ in cui diverse tradizioni non solo
terapeutiche convivono una a fianco allaltra trovando momenti di sintesi creativa. In questi contesti egli insiste sullunit
strutturale del sistema medico che visto come:
[] uno spazio dove le piante si fanno simboli, gli di medicine,

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

275

i rituali trattamenti e le promesse vaccini [] [uno] spazio dove


anche la medicina moderna, lassistenza sociale, la TAC e gli antibiotici hanno il loro luogo incontestato [...] ma dove queste si
adeguano a quelle venute dalla tradizione completandole (Benoist
J., 1993: 148)

Un sistema medico plurale perch prodotto storico di storie


particolari, ma soprattutto figlio di specifici rapporti sociali.
Studiando le societ creole, Benoist vuole interrogarsi direttamente sulle dinamiche sociali e culturali attraverso cui il
plurale prende forma, in cui le stesse tradizioni terapeutiche
diventano sia strumenti di definizione dellidentit che luogo
di scambio fra tradizioni differenti (Benoist J. curatore, 1996).
Qui diventa centrale la metafora dellincrocio, del crocicchio,
del luogo in cui tradizioni differenti si incontrano. Questi incroci sono continuamente attraversati da pazienti che scelgono
anche modelli di cura differenti dal proprio per arrivare alla
guarigione, dando cos vita a un incessante movimento da una
tradizione allaltra. La pluralit di regole, di logiche e di pratiche
curative disponibili, attraversata dai singoli individui che nel
loro percorso di recupero della salute si rivolgono a pi risorse
per la risoluzione dei propri problemi, ma anche dai terapeuti, diventando cos campi in cui diverse tradizioni terapeutiche
(tra cui va compresa anche la biomedicina) si incontrano. Ci
d luogo interessanti incroci di pratiche che rendono sempre
pi impure le singole tradizioni.
La dimensione del potere, nellindagine sui sistemi medici,
diventa centrale in Fassin, tanto da rimettere in discussione la
stessa nozione di sistema medico (almeno nellaccezione tassonomica di Press):
[] la nozione di sistema medico non pu, da un punto di vista
euristico, dar conto di realt complesse in cui convivono diverse
tradizioni di cura. Partendo dalla sua ricerca sul campo in una
banlieue di Dakar, Fassin (D. Fassin, 1992) mette in discussione un
tentativo di classificazione dei sistemi medici basati sullasse tradizionale/moderno, cos come anche rende pi sfumate le differenze
tra i diversi sistemi medici, mettendo in luce come vi siano zone di

276

Pino Schirripa

convergenza e sincretismi. Partendo dal punto di vista degli attori


sociali, in particolar modo dei terapeuti, egli sottolinea come in
situazioni di pluralismo medico marcate anche dai processi di
legittimazione della medicina tradizionale si assista ad una continua rinegoziazione del ruolo sociale dei terapeuti che li riposiziona
continuamente su diversi livelli del campo complessivo dellofferta
terapeutica (Schirripa P. - Zniga Valle C., 2000: 217-218)

Gli autori appena presi in considerazione accettano la sfida


dellanalisi di un sistema medico plurale, sottolineando come
il suo farsi plurale ci costringa a rendere conto delle dimensioni dei rapporti sociali e di potere. In questa prospettiva, ad
esempio, Rance Lee, discutendo del sistema medico cinese,
sottolinea i rapporti ineguali, ancorch complessi, che esistono allinterno di un sistema medico plurale, sostenendo che si
debba parlare nel suo caso particolare per il contesto cinese,
ma naturalmente un discorso che pu essere applicato anche
altrove di una superiorit strutturale della biomedicina, dovuta al suo maggior potere economico e politico e al conseguente prestigio sociale. Di contro, e complementare a ci, troviamo
il potere funzionale delle medicine tradizionali, cio la loro
grande diffusione sul territorio e il loro utilizzo da parte di ampie fasce delle popolazioni (Lee R.P.L., 1982).
Il sistema medico plurale quindi non un insieme armonico:
in esso trovano espressione i conflitti che attraversano le societ, cos come al suo interno i differenti attori sociali competono
per le risorse e rinegoziano le loro posizioni.
Pur se da prospettive teoriche differenti, molti degli autori
citati sottolineano come un sistema medico plurale sia una arena gerarchizzata di competizione tra attori sociali che stanno in
posizione asimmetrica. Competizione che d luogo, se seguiamo Fassin, a una continua rinegoziazione dei ruoli sociali.
Credo che in questa prospettiva possa risultare utile il concetto di campo di Bourdieu. In diversi saggi il sociologo
francese (ad es. Bourdieu P., 1971a, 1971b, 1995 [1994]) ha
definito il campo come un sistema di relazioni che dipende
ad ogni momento dai rapporti di forza esistenti al proprio in-

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

277

terno, creati dalla relazione tra i diversi agenti. Inoltre, secondo


Bourdieu, ogni campo si presenta come dotato di una struttura
gerarchizzata che si articola sulla base di posizioni dominanti e
subalterne, legate alla ineguale distribuzione di capitale (simbolico, sociale, culturale, eccetera). Il campo non una struttura
statica, ma un luogo di lotte per conservare e trasformare le
posizioni e le relazioni al suo interno.
Utilizzare la nozione di campo nel caso dellanalisi dei sistemi medici ci permette di abbandonare definitivamente il
terreno della tassonomia, e le conseguenti questioni legate alla
minore o maggiore coerenza degli stessi sistemi coerenza comunque oramai messa largamente in questione anche come
problema euristico per spostare il nostro discorso nellambito
politico. Arena sociale, spazio in cui si articolano posizioni sociali, la cui gerarchia continuamente definita da relazioni mai
date come statiche, il campo delle terapie dunque un ambito
in cui rapporti sociali e di potere si determinano e si significano
mutuamente. Essi sono il frutto di particolari processi storici,
nei quali rapporti di forza, di potere e dinamiche di resistenza
assumono caratteristiche distintive.
proprio su questo che vorrei concentrarmi nella seconda
parte del mio contributo. Pi precisamente vorrei interrogarmi sulla natura politica dei sistemi medici, cosa che in parte
ho gi fatto nella monografia dedicata alle politiche della cura
nel Ghana contemporaneo (Schirripa P., 2005). Vorrei partire
da una prospettiva specifica: quella dei processi di estensione
dellegemonia della medicina occidentale nel mondo e quindi
di un determinato modellamento e di una peculiare diffusione
di particolari istituzioni sanitarie. In breve, vorrei guardare ai
sistemi sanitari a partire dalla prospettiva storica della diffusione egemonica della biomedicina (mettendo dunque al centro le
relazioni di potere e le conseguenti dinamiche di resistenza), e
di quel processo correlato, presente tanto nellOccidente che
nel resto del mondo, chiamato medicalizzazione.

278

Pino Schirripa

3. Istituzioni sanitarie e processi di medicalizzazione


Entrambi, istituzioni sanitarie e processi di medicalizzazione,
possono essere interpretati in diversi modi, quel che certo
che il loro significato non pu essere dato per scontato. Utilizzare il termine istituzioni sanitarie vuol dire operare una precisa distinzione allinterno di una realt sociale, cio riferirsi al
fatto che esistono delle organizzazioni che hanno come compito
principale, precipuo e riconosciuto come tale dalla societ (o,
se si vuole, dal gruppo sociale, dalla realt in cui un individuo
agisce), di fronteggiare i processi di salute e malattia.
Spesso, inoltre, parlare di istituzioni sanitarie significa, sia
pur implicitamente, riferirsi alle istituzioni della biomedicina.
Per fare un esempio banale, il bagaglio di ogni viaggiatore comprende solo alcuni farmaci, perch gli altri sono reperibili nel
posto in cui ci si reca (qualunque esso sia), pressoch ovunque,
infatti, ormai possibile fare affidamento ad istituzioni di riferimento a noi note, che sono quelle della biomedicina. Questo
altro non che il segno di un particolare processo storico che
segue pari passo il predominio occidentale nel pianeta. In questo senso, quando ci si riferisce alle istituzioni sanitarie, identificando tali istituzioni con quelle specifiche della biomedicina,
bisogna essere consapevoli che si sta richiamando implicitamente o esplicitamente il processo storico dellegemonia occidentale nel resto del pianeta.
Ovviamente si possono rintracciare in diversi contesti istituzioni sanitarie che non sono quelle della biomedicina, e che
si propongono programmaticamente e coscientemente come
istituzioni sanitarie. Esse sono frutto ogni volta di una peculiare
storia, che rispecchia le modalit dellincontro avvenuto attraverso la colonizzazione e la diffusione dei processi di dominio
dellOccidente nel resto del mondo. Un processo che ha fatto
s che specifiche istituzioni si trasformassero in sanitarie, pur
essendo prima qualcosa di probabilmente pi complesso. Mi
riferisco a quellinsieme variegato, multiforme e sfumato che
noi definiamo medicina tradizionale termine quanto mai am-

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

279

biguo e che qui uso solo per comodit . Questo significa che
anche altrove i processi egemonici hanno fatto s che istituzioni
e figure che potevano riferirsi al contempo ad un ambito terapeutico, a uno religioso, nonch ad altri (penso ad esempio alla
figura del sacerdote-guaritore in Africa occidentale), si siano
declinati principalmente come sanitari perch figli della storia
complessa della colonizzazione e dellimposizione del dominio
occidentale.
Che si voglia studiare il presente o si intenda procedere a
una analisi cronologicamente pi profonda, occorre comunque
mantenere la consapevolezza di essere di fronte al risultato di
processi storici complessi e di relazioni ineguali tra parti del
mondo.
Il termine medicalizzazione ci pone qualche problema in
pi. Vorrei partire da una riflessione di Franca Ongaro Basaglia:
Alla fine del diciottesimo secolo si era assistito ad una trasformazione del concetto di assistenza che implicava una contemporanea
trasformazione dellatteggiamento nei confronti della morte. Non
pi intesa come un destino cui luomo non pu sottrarsi, la morte
viene gradualmente riconosciuta come il risultato di processi patologici per la maggior parte ancora sconosciuti che possono cadere
sotto il controllo e il dominio delluomo. Il problema del contatto
delle malattie e quello delle misure igienico-alimentari che avrebbero potuto prevenirle spostano lasse di una generica assistenza fondata sulla carit e sul soccorso allindigenza e alla miseria,
dallaccettazione religiosa della morte ad un concetto di lotta contro ci che pu prematuramente produrla. Lindividuazione o la
collocazione della malattia che sar oggetto di ricerca della clinica
dalla seconda met del diciottesimo alla met del diciannovesimo
secolo ci che libera luomo da un destino ineluttabile accettato
come naturale, ponendolo in condizione di lottare contro la malattia che non viene pi identificata con la morte. (Ongaro Basaglia
F., 1982: 178-179)

Partendo da tale riflessione, si potrebbe definire la medicalizzazione come il processo attraverso cui tutta una serie di pratiche
e atteggiamenti della vita quotidiana, e non solo, sono ricom-

280

Pino Schirripa

presi entro un ambito che quello del sapere medico. Potremmo fare a questo proposito numerosi esempi che riguardano
la vita quotidiana dei nostri giorni. Fumare, per chi lo fa, un
piacere ma oggi viene visto principalmente come una controindicazione alla salute. E quello che era un atteggiamento privato
diviene un comportamento regolamentato a livello pubblico.
Esempio banale, forse, ma che serve a mostrare come una serie
di comportamenti della vita quotidiana sia continuamente disciplinata, facendola in tal modo rientrare nel quadro di una
normativit/normalizzazione implicita in un sapere medico che
si erge a disciplina del corpo e del comportamento3. Quanto
qui detto si richiama chiaramente alla prospettiva biopolitica
inaugurata da Foucault.
Se utilizziamo tale prospettiva dobbiamo dunque, parlando di medicalizzazione, fare riferimento al campo del potere e
quindi del politico. Come giustificare il riferimento al politico?
La medicina nel suo costituirsi ha a che fare con una costruzione di regole che costruzione di soggetti: dunque abbiamo a
che fare col potere. Questa una dimensione che nellambito
delle analisi dei processi di salute e malattia si affermata prepotentemente nellantropologia medica a partire dagli anni 90
e che ancora oggi produce fertili analisi.
Vorrei ritornare brevemente al testo di Ongaro Basaglia:
La trasformazione avvenuta nellatteggiamento nei confronti della
morte attraverso lindividuazione di una malattia contro cui lottare, coincide con la modificazione dellidentit tra vita e destino. Se
la morte non pi naturale non pi naturale neanche la vita.
La vita pu essere modificata dalluomo, la miseria e la malattia
possono essere debellate, la salute pu essere conquistata nel momento in cui il ruolo di chi comanda non pi espressione di un
diritto divino, cos come la sua subordinazione non pi condizione naturale. Scoperte scientifiche, lotta contro le malattie, lotte
3. Si veda ad esempio D. Fassin - D. Memmi curatori, (2004), dove i
diversi contributi, utilizzando una prospettiva biopolitica, si concentrano su
come la medicina governi i corpi analizzando i dibattiti e la costruzione di
regole riguardo la fine della vita, lutilizzo del tabacco, la gravidanza.

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

281

per la salute e per una maggiore possibilit di vita sono aspetti di


uno stesso fenomeno storicamente riferibile alla nuova filosofia del
mondo sorta dallilluminismo e dalla rivoluzione francese. (Ongaro Basaglia F., 1982: 184)

Questa citazione, che tratta da un paragrafo che si intitola


in maniera significativa Nascita della salute, ci permette di
meglio definire il processo di medicalizzazione della societ
come qualcosa non immediatamente riferibile al contrasto della
malattia, quanto invece ad un dominio che si determina storicamente come ambito di riflessione e di intervento, costellazione
di teorie ma anche insieme di pratiche: la salute. La possibilit
di intervenire medicalizzando, di dare regole e comportamenti
di vita, di costruire un soggetto attraverso tali regole, avviene
non quando insorge la patologia ma nel momento in cui lobiettivo il mantenimento degli organismi in quel certo stato che
viene definito come salute.
4. Sistemi medici e dimensione politica
Nella parte conclusiva vorrei tentare di riassumere in breve
quali possano essere i punti di riferimento di una analisi dei
sistemi medici che tenga in conto principalmente la loro dimensione politica.
a questo proposito utile rifarsi a quanto scrive Didier Fassin in un noto saggio sulla genesi dello spazio politico della salute:
In tutte le societ la malattia mette in gioco dei rapporti di potere.
Essa si esprime nei corpi attraverso le differenze tra gli individui
di fronte al rischio dellesistenza o alla possibilit di curarsi, che
sono altrettanti modi di iscrivere fisicamente lordine sociale. Essa
si rivela nellintervento di quelli che sono accreditati della capacit
di guarire, che siano sciamani, marabutti o medici, ma anche nelle
relazioni che si instaurano tra professionisti della salute e poteri
pubblici. Infine si svela nella ricerca di risposte collettive, ad esempio i rituali di purificazione, o programmi di prevenzione, la cui

282

Pino Schirripa

efficacia rappresenta sempre un test dellautorit tanto tradizionale quanto statale. Iscrizione dellordine sociale nei corpi, legittimazione dellazione dei terapeuti, gestione collettiva della malattia,
tre figure nelle quali il potere si manifesta. (Fassin D., 1996: 3)

Il brano qui riportato ci consente di meglio definire il senso


della natura politica dei sistemi sanitari e dei processi che in tal
modo si possono individuare. Per comodit e brevit, procedo
schematicamente:
a) Non abbiamo tutti le stesse possibilit di curarci, poich
queste sono immediatamente riconducibili a condizioni
strutturali (la prossimit o la distanza delle risorse terapeutiche) ma ancor di pi al nostro status economico e sociale,
e alla rete di relazioni sociali che possiamo mettere in atto.
Al nostro capitale economico quindi, ma anche al capitale
sociale e questo in tutte le societ, non solo in Occidente,
perch ovunque le relazioni sociali sono ineguali. Va sottolineato che ci rende evidente quale sia il rischio insito nel
processo di medicalizzazione, ovvero la mistificazione: rendere esclusivamente naturale e iscritto nei processi biologici
e fisiologici del singolo individuo, quanto invece si presenta anche come liscrizione fisica di relazioni sociali. I rischi
dellesistenza non sono uguali per tutti. Lineguaglianza si
segna fortemente nella storia individuale attraverso il corpo
e quindi attraverso liscrizione dellordine sociale nel corpo.
b) Legittimazione dellazione dei terapeuti. Chi cura investito di questo ruolo dal gruppo, riceve una legittimazione
allazione terapeutica. Nel momento in cui a un individuo,
sia esso uno sciamano o un medico, riconosciuta la capacit di intervenire positivamente per risolvere una situazione che si considera di malattia, e quindi le sue azioni sono
investite di unaura di efficacia, viene a lui riconosciuto un
potere che non solo quello della cura. Chi cura, attraverso le eziologie proposte, le pratiche di disciplina del corpo,
le norme di comportamento e cos via, si pone attivamente
nellarena sociale contribuendo alla costruzione dei sogget-

13. Sistema Medico. Campo politico, istituzioni sanitarie


e processi di medicalizzazione tra egemonia e resistenza

283

ti, sciogliendo o istituendo relazioni sociali, risolvendo o


creando conflitti. Allo stesso modo, lo stesso gioco delle
eziologie, nella sua trama intersoggettiva, ad avere non solo
una dimensione individuale (la spiegazione di quella singola
malattia), ma anche una pi latamente politica, investendo la
costruzione di relazioni sociali4.
c) Gestione collettiva della malattia. La malattia, da Marc
Aug in poi (Aug M., 1986 [1983]), vista in antropologia
medica come ad un tempo la pi individuale e contemporaneamente la pi sociale delle dimensioni esistenziali. La
malattia, infatti, pu mettere in causa lesistenza del s
dunque ha una dimensione fortemente individuale connessa
al rischio di non esserci e allo stesso tempo necessita di
una spiegazione, e quindi si declina socialmente. Diventa,
quindi, un problema per la comunit che deve far fronte al
rischio della morte da tre punti di vista: cercando di evitarla
(la prevenzione e la cura), dandosi un sistema di spiegazione
rispetto al processo in atto (le eziologie e le nosologie), infine
dando un senso a quellevento, qualunque sia il suo esito (il
significato dellevento morte e dellevento malattia in quella
societ). Allora la gestione collettiva della malattia mobilita sempre risposte sociali che, va ribadito, sono il frutto di
storie complesse di violenze e di relazioni ineguali iscritte
nellevento malattia e nellatto della cura. Scrive Fassin: L
4. Qui intendo principalmente fare riferimento a Zemplni (Zemplni A.,
1988) quando insiste sul fatto che le eziologie e i discorsi sulla malattia non
possono essere compresi se non come parte di una trama intersoggettiva che
interessa, e ad un tempo investe, un pi ampio tessuto sociale. Tale trama
intersoggettiva ha una doppia posta: un gioco manifesto, la cura, e uno latente, la messa in forma ed eventualmente la risoluzione di problemi sociali,
ideologici e politici. Zemplni nel saggio qui citato, discutendo di alcuni casi
etnografici e facendo appello a categorie analitiche antropologiche e psicoanalitiche, insiste sul gioco progressivo delle interpretazioni del fatto patologico e delle sue eziologie che permettono allindividuo, al suo gruppo parentale
e a pi estese categorie sociali di riflettere sulle proprie relazioni, e soprattutto
sulle trasformazioni in atto nel campo sociale. I discorsi sulla malattia e sulle
sue cause riflettono non solo specifici orientamenti culturali, ma anche precise
relazioni e pratiche sociali.

284

Pino Schirripa

iscrizione dellordine sociale passa per un marchio sui corpi


della violenza e attraverso lincorporazione dellineguaglianza sotto la forma della diseguaglianza di fronte alla malattia
e alla morte (Fassin D., 1996: 3).

Ivo Quaranta

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

1. Sofferenza sociale: un riposizionamento critico


Il concetto di sofferenza sociale si imposto negli ultimi anni
come tentativo di ridefinizione delloggetto di analisi di quellanima critica dellantropologia medica che oggi va sotto i diversi
titoli di Critical Anthropology of Health (Farmer P., 1996, 1999,
2003) o di Antropologie Politique de la Sant (Fassin D., 1996,
2000, 2006). Gi nel 1984 Robert Hahn aveva proposto di individuare nel concetto di suffering il campo di indagine della
disciplina nel tentativo di affrancarla dai presupposti epistemologici e ontologici della biomedicina, che lautore identificava
come pervasivi nellincapacit delle precedenti proposte di
problematizzare adeguatamente il disease, e dunque il corpo.
Da allora tuttavia molte cose sono cambiate: il radicale ripensamento della corporeit in termini storico-culturali e fenomenologici (Scheper-Hughes N. Lock M., 1987, Csordas T.J.
1990) parallelamente ad una nuova cittadinanza accademicoistituzionale delle prospettive critiche. Le attuali prospettive
critiche, infatti, cercano di cogliere i meccanismi attraverso cui
forze sociali di ampia portata fanno registrare i loro effetti nella
carne, arrivando cos a concepire la malattia come una e non
la sola, dunque delle possibili forme di sofferenza sociale. Nel
primo di un trittico di volumi dedicati a questo tema il concetto
viene cos definito dai curatori:
La sofferenza sociale [] accomuna una serie di problemi umani
la cui origine e le cui conseguenze affondano le loro radici nelle
devastanti fratture che le forze sociali possono esercitare sullesperienza umana. La sofferenza sociale risulta da ci che il potere po-

286

Ivo Quaranta

litico, economico e istituzionale fa alla gente e, reciprocamente,


da come tali forme di potere possono esse stesse influenzare le
risposte ai problemi sociali. Ad essere incluse nella categoria di
sofferenza sociale sono condizioni che generalmente rimandano
a campi differenti, condizioni che simultaneamente coinvolgono
questioni di salute, di welfare, ma anche legali, morali e religiose
(Kleinman A. Das V. Lock M., 1997).

Fatto sociale, dunque, che rinvia a condizioni e campi assai


differenti fra loro, il cui elemento comune sembrerebbe essere costituito dallessere conseguenza del disagiato rapporto fra
soggetto e ordine sociale, nonch delle modalit in cui tale malessere viene affrontato.
Se il rischio del concetto di suffering (Hahn R., 1984) era
quello di fare appello a un generico e universale fenomeno - la
sofferenza umana -, con laggettivo sociale si specifica chiaramente che la sofferenza sempre organizzata culturalmente,
e che con tale concetto ci si intende riferire espressamente alle
dimensione della sua produzione sociale.
La questione fondamentale , tuttavia, come indagare tale
rapporto. Come sottolinea Veena Das, infatti:
Come rendere la sofferenza significativa rimane un compito formidabile per lantropologia sociale e la sociologia. Questo deriva in
parte dal fatto che una societ deve, in qualche misura, nascondere
a se stessa quanta sofferenza imposta agli individui come prezzo
della loro appartenenza ad essa, e le scienze sociali possono correre il pericolo di mimare il silenzio della societ nei confronti di tale
sofferenza (Das V., 1997: 563).

Fondamentale in questo dibattito stato il contributo dellantropologia critica della salute di Paul Farmer (1992, 1996) e la
sua ridefinizione del concetto di violenza strutturale
Ripreso dal lavoro di J. Galtung, il concetto di violenza
strutturale stato posto dallantropologo e infettivologo nordamericano Paul Farmer al centro delle sue analisi. Con tale concetto egli intende riferirsi a quelle forme indirette di violenza

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

287

che non derivano dallazione diretta di un individuo, ma piuttosto la loro natura processuale proviene dallessere esercitate
dalle forme stesse dellorganizzazione sociale, meglio ancora da
quelle forme di organizzazione sociale pervase da profonde disuguaglianze. La violenza strutturale agirebbe dunque tanto a
livello locale quanto a quello globale sulla vita di chi occupa i
segmenti pi marginali di ordinamenti sociali segnati da profonde disuguaglianze.
Limpatto del lavoro di Farmer stato senza dubbio rivoluzionario. La sua proposta infatti non si pone come ulteriore
variante paradigmatica nel variegato campo dellantropologia
medica, nella misura in cui egli arriva a mettere sotto accusa
lantropologia culturale tutta su due fronti, intrecciati fra loro:
da un lato egli rinfaccia alla tradizione nord-americana di aver
limitato lo scopo dellimpresa analitica della disciplina al solo
studio delle rappresentazioni culturali della malattia, del corpo,
della persona, eccetera ignorando cos lanalisi di quei processi
economico-politici che contribuiscono alla distribuzione delle
patologie e della sofferenza in modo ineguale nella realt sociale, dallaltro lato egli sottolinea come questa impostazione teorico-metodologica, derivante da una problematica interpretazione dellatteggiamento relativista, abbia portato gli antropologi
a non indagare i processi geograficamente ampi e storicamente
profondi che fanno s che alcuni siano maggiormente esposti
a processi patogenetici. In questo modo gli antropologi si sarebbero fatti complici inconsapevoli della violenza strutturale
stessa, arrivando a rappresentare certi fenomeni come prodotti
di processi culturali locali, occultando la loro matrice generativa sociale. Farmer mette in luce come spesso lantropologia
medica abbia rappresentato gli effetti della violenza strutturale
in termini di differenza culturale:
Siamo stati mandati sul campo in cerca di culture differenti dalla
nostra. Abbiamo visto oppressione, tutto sommato ci apparsa
differente dalla nostra vita confortevole alluniversit, cos labbiamo chiamata cultura (Farmer P., 1999: 7).

288

Ivo Quaranta

Per contrastare questo atteggiamento egli propone unanalisi economico-politica della sofferenza attraverso un approccio
che colloca il locale allinterno di triangolazioni storico-politiche capaci di mettere in luce i meccanismi sociali delloppressione. Celebri sono ormai le sue analisi dellAIDS e della tubercolosi farmaco-resistente, patologie la cui capillare diffusione
in contesti del sud del mondo stata spesso ricondotta dalle
agenzie internazionali a valori culturali locali.
2. Aids e individualizzazione dei processi sociali
Per quanto riguarda lHIV-AIDS, infatti, fin dai primi anni della
presa di consapevolezza dellepidemia la ricerca biomedica, nel
caso dellAfrica sub-sahariana, si concentrata principalmente
su particolari gruppi a rischio, quali militari, prostitute e camionisti, identificati attraverso il trinomio prostituzione vagabondaggio sessuale - avversione al preservativo. Al fine di comprendere i meccanismi della diffusione dellepidemia, lOMS
invit ad indagare le pratiche sessuali di questi gruppi. Tuttavia
lattenzione esclusiva sulle pratiche sessuali ha prodotto lidea
che il modo migliore di procedere alla prevenzione dellAIDS
fosse quello di fornire una corretta informazione circa la sua natura e trasmissione, in modo da generare un mutamento comportamentale. evidente come questo protocollo di ricerca,
che andava sotto lacronimo di K.A.P. (Knowledge, Attitudes,
Practices), poggiasse su un modello razionalistico dellazione
umana che privilegia il livello individuale: il comportamento
non sarebbe altro che il risultato di un calcolo costi/benefici
che, una volta fornita la corretta informazione, porter i soggetti interessati ad agire in modo adeguato. Lillusione dellapproccio cognitivo-comportamentale, alla base del K.A.P., consisteva
nel considerare il problema dellAIDS in Africa una questione
radicata nella locale cultura sessuale: obiettivo del K.A.P. era,
infatti, quello di giungere ad una comprensione dei saperi, atteggiamenti e pratiche relative alla sessualit, s da mettere a

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

289

punto strategie di prevenzione che tenessero conto dei codici


locali.
In primo luogo bisogna mettere in luce come il concetto di
persona alla base del KAP affatto particolare, radicato com
nella cultura occidentale, in secondo luogo questo approccio
non solo tende ad individualizzare i processi sociali della malattia e della sua trasmissione (depoliticizzandoli), ma offusca
anche quelle dinamiche (non solo individuali ma anche collettive, non solo culturali ma anche economiche, sociali e politiche)
che producono contesti di rischio. Ascrivendo questultimo alle
scorrette informazioni degli attori sociali, questo protocollo da
un lato ha prodotto una visione della cultura locale come essa
stessa fattore di rischio, dallaltro era strutturalmente destinato
a non cogliere le decisive forze socio-economiche e politiche,
tanto locali quanto globali, che fanno da contesto allazione individuale.
I lavori di Farmer, come di altri, hanno invece preso le mosse
dallesigenza di elaborare una comprensione differente del fenomeno AIDS, capace di cogliere il ruolo dellazione umana nel
plasmarne non solo la comprensione, ma anche la diffusione e
il suo eventuale controllo. Secondo Farmer, infatti, il problema
della diffusione dellHIV, come di altre patologie, non andrebbe ricercato nelle locali concezioni culturali, quanto piuttosto
nelle costrizioni che le forze sociali esercitano sulla capacit di
scelta dei soggetti, spingendoli ad esempio verso forme di scambio sessuo-economico o limitando la loro capacit di negoziare
i termini dei propri rapporti sessuali. In altre parole, sostiene
Farmer, sono le limitazioni economiche e sociali allagire individuale che esporrebbero le persone a specifici rischi e forme
di vulnerabilit. in questo senso che egli giunge a parlare
di patologie del potere (Farmer P., 2003) e di incorporazione
biologica della violenza strutturale. Durante la mia personale
esperienza di ricerca nel Nord-Ovest del Camerun (Quaranta
I., 2006), il ricorso a forme di scambio sessuo-economico rappresentava una modalit residuale di azione, volta ad accedere
a risorse materiali altrimenti precluse. Quello della sessualit

290

Ivo Quaranta

emerge allora come un terreno non riducibile ai meri comportamenti individuali, configurandosi piuttosto come un terreno in
cui si materializzano ineguali rapporti di potere ancorati a disuguaglianze socio-economiche , differenze di genere, rapporti tra
generazioni, che insieme concorrono a strutturare la vita sociale
dellagente virale.
Attraverso tale prospettiva la malattia viene a configurarsi
come un processo sociale: non pi mera realt biologica, frutto
di un beffardo destino o di rischio statistico, ma realt attivamente prodotta da particolari assetti sociali informati da profonde disuguaglianze.
Se dunque la violenza strutturale agisce limitando la capacit di azione dei soggetti, proprio sul fronte della promozione
di questultima che la lotta per la salute pubblica deve essere
combattuta, mettendo al centro lazione politica per la promozione dei diritti sociali ed economici.
Lo stesso tipo di analisi Farmer dedica al tema della tubercolosi farmaco-resistente: le agenzie internazionali hanno infatti
ricondotto lemergere di ceppi resistenti alla cattiva compliance dei pazienti che nellassumere scorrettamente i farmaci (seguendo le loro concezioni culturali non allineate con i principi
biomedici) sarebbero i primi responsabili da biasimare. Nel
contesto haitiano, ma non solo, Farmer e i suoi collaboratori
hanno chiaramente dimostrato che la compliance direttamente legata alle condizioni materiali di esistenza: raffrontando il
comportamento di pazienti a cui venivano dati solo farmaci per
la TBC con quello di chi riceveva oltre ai farmaci anche un contributo economico, che seppur minimo li affrancava dallobbligo di dedicarsi alla produzione della immediata sussistenza,
stato messo in luce quanto la compliance fosse direttamente
legata a fattori non esclusivamente culturali, ma principalmente
economico-sociali.
Il lavoro di Farmer stato estremamente pervasivo nel produrre un riallineamento degli approcci critici in antropologia
medica, mettendo chiaramente in luce quanto salute e malattia debbano essere considerati nei termini di processi sociali: le

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

291

patologie possono, in altre parole, essere intese come prodotti


finali di pi ampi processi tutti da indagare e non solo attraverso prospettive bio-psicologiche. In modo evocativo Farmer
sostiene che certamente si potr sostenere che i mattoni della
nostra esistenza sono (culturalmente concepibili in termini, aggiungerei io) biologici, ma certamente il progetto di edificazione squisitamente sociale.
3. Etnicizzazione dei processi eziopatogenetici
In linea con questa prospettiva Nancy Krieger (2005), parimenti, mette in luce quanto le istituzioni nord-americane, ad esempio, utilizzino concetti come quelli di etnia e razza nella compilazione delle statistiche epidemiologiche da cui emerge che le
minoranze definite in termini etnico-razziali presentano una
performance estremamente minore dei loro indicatori sanitari
rispetto alla popolazione bianca. Questi dati hanno spesso
portato istituzioni come i Centres for Disease Control di Atlanta
a finanziare ricerche volte ad indagare quali valori culturali possano essere alla base di comportamenti lesivi della salute nelle
comunit in questione, riproponendo quellatteggiamento culturalista (Fassin D., 2001a) secondo cui la cattiva salute sia da
imputare a scelte comportamentali di carattere esclusivamente
individuale. Nancy Krieger propone di eliminare concetti equivoci e assai problematici come quelli di etnia e razza a favore di
quello di classe socio-economica: in modo assai poco sorprendente emerge la lapalissiana verit che ad ammalarsi di pi e a
morire prima sono i poveri. Se concetti come quelli di razza, ma
ormai anche quello di etnia, emergono come scientificamente
infondati, parimenti vero che la discriminazione su base etnica e razziale invece esista, eccome. Dove rintracciare a questo punto le ragioni di un tale quadro epidemiologico emerge
quanto mai evidente: certamente non sul piano esclusivamente culturale e del comportamento individuale, ma nei processi che strutturano e limitano la capacit di azione dei soggetti,

292

Ivo Quaranta

socialmente esclusi in virt di discriminazioni etnico-razziali.


Sulla stessa linea si collocano anche le analisi che Didier Fassin
(2001b) dedica ai temi dellimmigrazione in Francia.
Il concetto di sofferenza sociale allora permette di ripensare profondamente loggetto stesso dellantropologia medica, in
virt del fatto che ci consente di cogliere come differenti esisti
bio-psicologici individuali (disagio, malattie infettive, violenza politica, abusi sessuali e di genere, malnutrizione, mortalit
infantile, eccetera) possano essere ricondotti a processi simili,
tutti da indagare alla luce dei particolari risultati prodotti dalla triangolazione fra indagine etnografica, analisi storicamente
profonda e contestualizzazione geograficamente ampia.
Non si intende con ci delegittimare le categorie biomediche di malattia, quanto piuttosto mettere in luce quanto ci che
culturalmente chiamiamo malattia possa essere conseguenza
della sofferenza sociale.
A caratterizzare lAnthropologie Politique de la Sant, proposta in contesto francese da Didier Fassin (1996), tuttavia
un pi marcato accento sulliscrizione dei processi storici nella
carne. Non fermandosi ai soli determinanti sociali delle condizioni biologiche, le sue indagini permettono di recuperare efficacemente lanalisi anche dellesperienza soggettiva e della voce
degli attori sociali, temi questi fortemente assenti nei resoconti
della Critical Anthropology of Health nord-americana. Nel lavoro di Fassin (2007a) le storie di vita fanno da terreno per lanalisi della costruzione storico-sociale dellesperienza vissuta che,
lungi dallessere deterministicamente schiacciata, viene piuttosto apprezzata come flusso emergente in cui il destino sociale e
la capacit di azione individuale danno vita a forme di azione
che certamente non possono essere meccanicamente ricondotte
da approcci culturalismi a mera articolazione personale di dettami simbolici collettivi.
Ad accomunare queste differenti anime della sofferenza sociale la volont di cogliere i meccanismi delloppressione e
parimenti di destare lantropologia alle sue responsabilit politiche di denuncia e di azione pubblica.

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

293

Coerentemente con questa posizione Farmer fond Partners


In Health e lInstitute for Health and Social Justice (braccio di ricerca di Partners In Health). Sfruttando consapevolmente la sua
posizione di professore ad Harvard, Farmer si fatto vettore di
fondi nel Sud del mondo per combattere le patologie del potere
creando accesso alle risorse sanitarie dove queste sono assenti.
In molti hanno messo in luce le contraddizioni pi o meno latenti di questo impianto. Nguyen (2006), ad esempio, sottolinea
come questo approccio, sebbene prenda le mosse da una critica
del riduzionismo biomedico alle sole dimensioni biologiche individuali, a favore di una visione sociale e politica della sofferenza, si traduca in definitiva in una estensione dellaccesso ai
servizi biomedici.
Farmer in pi occasioni ha ribattuto a questo tipo di critiche
segnalando che a suo modo di vedere ci sarebbe pi violenza
strutturale nella mancanza di servizi sanitari che nel promuovere la capacit di accesso ai benefici della ricerca farmacologia.
Difficilmente gli si potrebbe dare torto, anche se rimangono valide alcune cautele: in primo luogo se le disuguaglianze minassero la salute solo attraverso le difficolt di accesso, allora certamente la promozione di questultimo sarebbe la via maestra, ma
esse come lo stesso Farmer mette in luce sono chiamate in
causa anche a livello eziopatogenetico e dunque a monte, in secondo luogo, seguendo sempre Nguyen, non bisogna tralasciare lanalisi dei processi che sono generati dalla presenza delle
tecnologie biomediche in contesti in cui i diritti umani, associati
a quelli di cittadinanza, rimangono lettera morta in virt del
fatto che gli stati del Sud del mondo sono spesso impossibilitati
ad assolvere le loro funzioni di promozione del benessere della
popolazione. In un contesto in cui, ad esempio, la cooperazione sanitaria mobilita risorse enormemente superiori a quelle
disponibili alle locali istituzioni sanitarie, ecco che la possibilit di sperimentare la tutela e la promozione dei propri diritti,
ovvero lesperienza della moderna cittadinanza, si realizza nei
contesti dellindustria umanitaria e dunque in riferimento alla
propria eleggibilit a tale tutela. Nelle sue ricerche sullimpatto

294

Ivo Quaranta

delle terapie antiretrovirali in Africa Occidentale, lo studioso


mette in luce, infatti, come quanto pi le disuguaglianze sociali fanno registrare il loro impatto nei corpi degli svantaggiati,
tanto pi il loro destino legato alla biologia e alle politiche di
intervento su di essa (Nguyen V.-K., 2006). Basti pensare alle
campagne per invitare le popolazioni a sottoporsi al test per
lHIV, nei contesti del Burkina Faso e della Costa dAvorio da
lui esaminati: chi risulta sieropositivo viene inserito in programmi di qualificazione professionale, di assistenza domiciliare e di
trattamento sanitario, mentre chi risulta siero-negativo non avr
accesso a quelle forme di tutela che noi sperimentiamo come
associate allo status di cittadini. In questo senso si pu parlare
tanto di cittadinanza terapeutica, quanto di forme di modernit
derivata.
4. Biopolitica e biosocialit
Adottando una prospettiva biopolitica, ispirata direttamente
dai lavori di Foucault e di Agamben, Nguyen indica come la
condizione di sieropositivit abbia rappresentato, dunque, per
molte persone lunico modo di avere accesso a una serie di diritti che normalmente ascriviamo al concetto di cittadinanza. in
questo senso che possiamo parlare, seguendo Rabinow (1992),
di biosocialit, termine con cui si rimanda allemergere di
relazioni sociali e di movimenti organizzati intorno a una condizione biologica condivisa. Risulta chiaro, nel caso presentato
da Nguyen, come la presa in carico della sofferenza dia vita ad
ulteriori dispositivi di potere, che oggi vedono la loro chiave
di volta in quello che Didier Fassin definisce un ethos compassionevole (2006): , infatti, in quanto nuda vita, mera esistenza
biologica, che si possono vedere riconosciuti diritti e la partecipazione a quella che Nguyen definisce una modernit derivata,
come abbiamo appena discusso.
Il caso dei programmi per laccesso agli ARV viene cos
iscritto in seno al pi ampio ambito dellindustria umanitaria

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

295

che oggi, sempre pi, interviene (parallelamente ad azioni militari) a sopperire le mancanze degli stati nazionali nellassolvere
le proprie funzioni biopolitiche (Fassin D., 2007b, Pandolfi
M. 2005). Tuttavia, come questi autori sottolineano, sempre pi
spesso il complesso umanitario-militare ben lontano dallessere una forma transitoria che entra in scena in casi di emergenza,
per ergersi invece a forma di bio-sovranit che corre insieme
alla globalizzazione delle tecnologie biomediche.
In questa direzione Leslie Butt (2002) sviluppa ulteriori riflessioni critiche mettendo in luce come le iniziative sanitarie
perorate da organizzazioni come Partners In Health si iscrivano nella promozione di una nuova agenda politica che finisce
con il legittimare nuove forme di intervento improntate a un
problematico universalismo che tradirebbe la specificit stessa
della riflessione antropologica: la sua imprescindibile considerazione del punto di vista degli attori sociali circa la propria
realt. Lautrice, in modo assai poco caritatevole, mette in luce
come lutilizzo delle biografie nei resoconti antropologici per
cogliere lazione della violenza strutturale ci offra narrazioni
decontestualizzate di esperienze il cui fine quello di convalidare pi ampi assunti teorici circa i diritti umani e la giustizia
sociale: cos facendo tuttavia si maschera lassenza di una sfera
pubblica internazionale in cui le voci di queste persone possano trovare legittimit ed essere udite (se non ascoltate). Leslie
Butt sostiene quanto un serio attivismo dovrebbe non solo esaminare le distruttive relazioni di disuguaglianza, ma dovrebbe
anche mettere in discussione gli assunti, culturalmente orientati
e politicamente implicati in strutture economiche globali, su cui
si fonda oggi unindustria umanitaria e filantropica sempre pi
universalista che si arroga il diritto di sapere cosa sia meglio
per gli altri, per i poveri e gli svantaggiati, ulteriormente privati
della propria voce.
Ci troviamo qui di fronte ad una profonda tensione fra
unetica della nuda vita e unetica della giustizia sociale, che
certamente non possono e non devono essere pensate in termini mutuamente esclusivi (Fassin D., 2000). Quello che va per

296

Ivo Quaranta

certamente evitato lo schiacciamento dei temi della giustizia


sociale su quelli della promozione e salvaguardia della vita in
termini meramente biologici.
Se la sofferenza direttamente legata allincorporazione individuale e collettiva di pi ampi processi socio-politici, al punto che la stessa possibilit di pensare individuo e societ, biologia e storia come ontologicamente distinti emerge nei termini
di una finzione culturale, allora ovvio che ci che riteniamo
essere il pi intimo e personale degli eventi inevitabilmente
implicato in trame storico-sociali. In questo senso la sofferenza sempre e comunque una questione politica, nella misura
in cui chiama direttamente in causa il rapporto fra soggetto e
ordine sociale. Eppure oggi a dispetto di quanto sembra sostenere la Das (1997), il silenzio stato rotto, e la sofferenza
sembra onnipresente: dai media alle scienze umane, alle azioni umanitarie e filantropiche, dai centri di ascolto allindustria
degli aiuti umanitari, dalle guerre preventive alle politiche dei
flussi migratori, dal conflitto sociale al disagio del lavoratore,
ci troviamo di fronte ad uno stesso dispositivo che traduce un
problema sociale e politico nel linguaggio della malattia e della
salute mentale. Siamo di fronte a una politica che si impegna ad
alleviare la sofferenza, allontanando al tempo stesso lo sguardo
dalle sue cause. Il rischio quello di rinunciare a pensare la
disuguaglianza e la violenza sociali per quello che sono, preoccupandoci solamente di quello che fanno.
La sfida allora emerge nei termini non di una contrapposizione fra etica della nuda vita ed etica della giustizia sociale,
quanto nellincessante sforzo di non ridurre le questioni etiche
alle sole dimensioni della mera esistenza biologica, ma di concepirle allinterno di una pi robusta pratica e politica della cittadinanza (Comaroff J., 2006) in cui le dimensioni biologiche
dellesistenza non siano svincolate dalle dimensioni politiche
che le informano e che sollevano.

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

297

5. La revisione critica del concetto di cultura e i processi di


costruzione della realt sociale

Unultima considerazione merita tuttavia attenzione nel volgere


alla conclusione. Certamente tradizioni critiche in antropologia
medica non sono una novit dei nostri tempi: lo stesso contesto
italiano, da Ernesto De Martino a Franco Basaglia, sempre
stato caratterizzato da una profonda attenzione per le dimensioni politiche (oltre che fenomenologiche e storico-culturali)
della salute, cos come Rudolf Virchow, Frederich Engels e
Salvador Allende hanno rappresentato i padri fondatori di una
antropologia critica della public health (Singer M. Baer H.,
1995). un dato di fatto tuttavia che solo oggi questi approcci
critici abbiano guadagnato una cittadinanza senza precedenti
in ambito tanto accademico quanto politico-istituzionale (basti pensare alla offerta del Presidente nord-americano Barack
Obama a Farmer di assumere il coordinamento delle iniziative
statunitensi in materia di salute internazionale, alla recente nomina del co-fondatore di Partners in Health, Jim Yong Kim, a
presidente della Banca Mondiale, eccetera). Certamente questa
legittimit da ricondurre anche alle complesse implicazioni di
questi approcci con quelle nuove forme di diplomazia sanitaria che oggi fondano le nuove forme globali di sovranit su cui
Mariella Pandolfi e altri dirigono la nostra attenzione.
Ciononostante questa virata critica ha prodotto non poco
disagio per unantropologia che sempre pi si andata sentendo orfana del suo elettivo terreno di riflessione: il concetto di
cultura, progressivamente sottoposto a profonde revisioni critiche. Non un caso che il tema del meeting annuale dellAmerican Anthropological Association del 2009 sia stato The End(s)
of Anthropology, titolo che gioca sul doppio senso di fine e di
finalit, in cui ci si interroga proprio su quale spazio di praticabilit abbia oggi la nostra disciplina.
Come le contemporanee correnti critiche segnalano infatti,
molto problematico ricondurre la sofferenza a quadri analitici meramente simbolico-culturali, laddove essa affonda spesso

298

Ivo Quaranta

le sue radici in privazioni socio-economiche e dinamiche politiche. Detto schiettamente: se il punto sono le disuguaglianze
socio-economiche, noi antropologi che centriamo?
Una domanda di tal fatta avrebbe senso allinsegna di una
visione dellantropologia come studio delle differenze culturali.
Ma se nostro compito diviene quello di indagare i processi generativi della datit, allora le cose cambiamo profondamente,
in virt del fatto che i processi di costruzione della realt non
sono certamente solo simbolici. Nuovamente per in che termini questo ci distinguerebbe da altri ambiti disciplinari, se non
la nostra imprescindibile dipendenza dalle prospettive degli attori locali circa la realt che vivono? In questi termini allora la
nostra vocazione etnografica emerge come partner dialogico di
uneconomia-politica dellafflizione, allinsegna di un concetto
di cultura fortemente processuale e anti-essenzialista, in cui essa
viene concepita come
in continua creazione - [] fluida, interconnessa, diffusa, interpenetrata, compatta, resistente, riformulabile, creolizzabile, pi
aperta che chiusa, pi parziale che totale, [che] supera i propri
stessi confini, si conserva immutata dove non ce lo aspettiamo, e si
trasforma dove ce lo aspettiamo (Sanjek R., 1991: 622).

In altre parole: una visione della cultura non tanto e non solo
come qualcosa che abbiamo in quanto membri di un gruppo,
ma anche come quel processo intersoggettivo di produzione di
senso socialmente posizionato allinterno di specifici configurazioni storiche di potere, in cui i soggetti mantengono la loro
capacit di rapportarsi criticamente ai processi della propria costrizione/costruzione proprio in virt dellessere in essi partecipi (attraverso le forme della loro plasmazione storico-culturale).
In questi termini possiamo pensare di superare quelle aporie che tanto disagio creano nellaccademia antropologica nordamericana, ricomponendo quella arbitraria e assai problematica
frattura fra dinamiche sociali e processi simbolici. Sulla scia del
concetto di sofferenza sociale possiamo cos ripensare la malat-

14. Sofferenza sociale e violenza strutturale

299

tia come uno (certamente non il solo) degli ambiti dellesistenza


umana in cui cogliere analiticamente in che modo lesperienza sociale viene culturalmente elaborata nellesperienza vissuta, sfidando le nostre traduzioni culturalmente legittimate sul
piano professionale secondo il linguaggio della sintomatologia
bio-psicologica.
Ma affinch questo atteggiamento analitico possa creare uno
spazio in cui i temi della salute vengono posti in termini vicini
allesperienza degli attori sociali, dobbiamo innanzitutto impegnarci nel creare una sfera in cui quelle voci siano udibili.
Nuovamente la tradizione italiana si impone come contesto da cui imparare molto, se non altro a livello delle cornici
teoriche per formulare buone intenzioni. Chi oggi si impegna
sul fronte dellantropologia medica difficilmente pu sottrarsi
allimpegno e allimplicazione rispetto ai contesti istituzionali in
cui le dinamiche, micro- o macro-, (bio-)politiche si dipanano.
Recuperando una dimensione etnografica che non pi mera
descrizione densa di un contesto di significati ma pratica di coproduzione di scenari di senso a partire dalla partecipazione
degli attori, si possono evitare anche quelle derive universaliste
che oggi caratterizzano alcuni approcci nel campo della sofferenza sociale.
Interessante sottolineare come queste riflessioni siano
centrali anche nel recente rapporto della Commissione sui
Determinanti Sociali di Salute della OMS (CSDH 2008), in
cui si parla della necessit di colmare il divario fra ci che sappiamo (le dimensioni eziopatogenetiche delle disuguaglianze
socio-economiche) e ci che facciamo, partendo da analisi quali-quantitative, in cui le prospettive degli attori sociali circa la
propria realt e la definizione dei propri bisogni abbiano piena
cittadinanza al fine di garantirne la diretta partecipazione nelle
politiche che li riguardano.

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Indice degli autori

Abad V., 93
Ackerknecht E. H., 65, 133
Adams J., 39, 170, 176
Adouane S., 255, 301
Alimenti A., 192
Anderson R., 72
Appadurai A., 254
Aretxaga B., 120, 123
Asad T., 125
Atkinson J. M., 136
Aug M., 134-135, 139-140, 283
Bagnasco A., 19-20, 34
Banfield E. C., 20
Baron S., 34
Baronti G., 137, 192
Bartoli P., 9, 13, 181, 187, 192,
201- 202
Basaglia F., 279-281, 297
Bastide R., 259
Bateson G., 240, 242-243, 248,
250
Bauman Z., 169-171, 217
Beneduce R., 101, 152-153
Benoist J., 272, 274-275
Bhabha H. K., 254
Bibeau G., 26-27, 58, 62, 65,
136, 138, 151, 254-255
Bochner A. P., 205
Bker W., 231, 234, 251
Bonnet D., 65
Bourdieu P., 23-26, 46, 51, 115,
132-133, 173, 276-277
Boyce E., 96
Briguglia G., 149

Brodwin P. E., 99, 101


Brody H., 150
Bury M., 205, 207, 209-210, 217
Butt L., 295
Buttitta A., 201
Campbell C., 39
Canguilhem G., 130, 147
Cannon W. B., 152
Cant S., 162, 176
Cappelletto F., 213
Caprara A., 10, 57, 137
Cardamone G., 11, 225, 230,
234-235, 241, 242, 252
Carr J. E., 259-260
Casadei F., 255
Castel R., 45
Chapman R., 27
Charmaz C., 207, 212
Charuty G., 72, 142, 185, 192,
194-195
Cipolla C. M., 57
Cirese A. M., 200
Cohen A., 206
Cohen R. D., 38
Coleman J. S., 18, 43
Collier S. J., 47
Colombo E., 162
Comaroff J. e J., 43- 44, 296
Comelles J. M., 192
Conrad P., 67-68, 70
Contreras J., 153
Coppo P., 252-253, 258
Corin E., 254
Cosmacini G., 193, 202

344

Indice degli autori

Coward R., 170


Cozzi D., 10, 110, 150, 218
Crapanzano V., 101-102
Crocella C., 175
Csordas T. J., 114-117, 132-133,
142-147, 153-154, 285
Da Prato M., 11, 235, 252
Das V., 123-124, 223-224, 286,
296
Davey Smith G., 34, 37-38
Davis D., 79
Davis Floyd R., 72
Dawson M., 65
de Martino E., 138, 148, 184,
200, 231, 233-234, 251, 258, 297
De Rosa G., 193
Dei F., 11, 22, 139, 181
DelVecchio Good M.-J., 99, 101,
218
Devereux G., 231, 247, 251, 253,
258-260, 263, 265
Di Nola A. M., 185, 187, 189191, 196
Di Vito A., 202
Diasio N., 79, 80
Dirindin N., 32
Douglas M., 19, 21, 63-64, 171,
173
Duden B., 71, 82
Dupire M., 65
Easthope G., 170, 176
Ebigbo P. O., 93, 255
Eisenberg L., 61, 130-131
Elstad J. I., 35
Etkin N. L., 127, 144
Fabrega H., 93
Fainzang S., 65
Falteri P., 9, 11, 181, 187, 192,
201

Farmer P., 32, 285-287, 289-290,


293, 297
Farr J., 34
Fassin D., 34, 213, 271, 275-277,
282-285, 291-292, 294-295
Favret-Saada J., 153, 231-232
Field J., 34
Fingerson L., 77
Folgheraiter F., 29
Ford J., 65
Foucault M., 41-43, 45, 53-54,
71, 161, 231,
245, 265, 280, 294
Fracastoro G., 53
Frank A., 207, 216
Frazer J., 54-55, 63
Friedmann D., 25, 202
Frigessi Castelnuovo D., 241
Frohock M., 162, 173
Gadamer H. G., 129, 212, 215
Galeno, 71-72
Gallini C., 147, 186-188
Geertz C., 19, 58, 134, 144, 258
Gentilcore D., 195-196
Giarelli G., 209, 218
Ginsborg P., 30
Ginzburg C., 69, 187, 192, 194195
Glassner B., 169
Godbout J.T., 22
Goffman E., 60
Goldstein M. S., 162, 169
Good B. J., 76, 99, 101, 129-130,
145, 147, 150, 153, 208, 212,
218-220
Gordon D., 207
Gramsci A., 120-122, 198, 201,
203
Groleau D., 21, 221

Indice degli autori

Guggino E., 72, 137, 194


Gupta A., 123, 125
Hacking I., 264
Hallowell A. I., 115
Hamayon R., 138
Haraway D.J., 49
Hardon A., 77
Harrag, 226, 234, 252
Harries J., 77
Henningsen G., 192
Hritier F., 71, 79
Hritier-Aug F., 59
Hersch Martnez P., 137
Herzfeld M., 19, 123
Hobbes T., 119
Hofer J., 240
Hughes C. C., 65, 253, 261
Illich I., 67
Inglese S., 227, 234-235, 252,
254-255, 260-261, 263
Jaffr Y., 65
Janzen J., 65, 270
Janzen J. M., 65-66
Jaspers K., 130, 254
Jensen G.D., 259
Johannessen H., 113, 183, 201
Jouanna J., 146
Kangas I., 216, 218, 220
Kapferer B., 117-118
Kawachi I., 35-36, 38-39
Kelner M., 176
Kennedy B. P., 35
Kiev A., 261
Kim D., 38-39
Kirmayer L. J., 153, 253
Kleinman A., 61, 66, 99, 101,
127, 130-131, 136, 145, 147, 152,
206-208, 213-214, 223, 258-259,
272, 274, 286

345

Knauft B. M., 121


Kohler-Riessman C., 207
Kraepelin E., 254, 256, 267
Krieger N., 291
Martnez Hernez A., 129
Marx K., 16-17
Mattalucci-Ylmaz C., 132
Matteucci N., 118
Mattingly C., 92, 206-207, 212,
214-215, 219-220
Mauss M., 63, 133, 152, 194
McCaffery M., 86, 95-96, 108
Merleau Ponty M., 115
Migliore S., 92
Minelli M., 10-11, 30, 34, 113,
202
Muehlebach A., 44-45
Muntaner C., 34, 36-38
Murphy H. B. M., 254-255
Mutti A., 20
Narotzky S., 51
Nathan T., 248, 250-251, 254255, 259
Navarro V., 37-38
Nguyen V. K., 38, 49, 78-79,
293-294
Nichter M., 27, 65
Nigris D., 205, 209-211
Ohnuki-Tierney E., 93
Ong A., 47, 138
Ongaro Basaglia F., 279-281
Ots T., 93
Palumbo B., 113, 123, 188, 193,
201
Pandolfi M., 113, 132, 295, 297
Papa C., 11, 22, 181, 192, 202
Pavanello M., 22
Peccarisi C., 246, 255, 261, 263
Pelto G. H., 65

346

Indice degli autori

Perrin M., 56, 65-66


Peruselli C., 207
Pfeiffer J., 27
Pfeiffer W. M., 253
Piasere L., 216
Piselli F., 34, 51
Pitr G., 186-188, 191-192, 194,
198-199, 200
Pizza G., 10, 11, 72, 113, 116,
121, 131-133, 137-138, 181-182,
192, 195, 197, 200-203
Pizzorno A., 34
Poole D., 123-124
Press I., 272-275
Prince R., 151, 253
Putnam R. D., 17-21, 23, 27, 34,
38, 41
Quaranta I., 11, 130-131, 289
Quattrocchi P., 137, 140
Rabinow P., 46, 294
Radley A., 207, 218
Ranisio G., 10, 74, 80, 137
Rebughini P., 162
Remotti F., 133, 144
Renzetti E., 202
Riessman C. K., 68, 81, 82, 205
Riska E., 71
Risso M., 231, 234, 241, 251
Rivera A., 137
Rose N., 47
Ruffi J., 59
Sahlins M., 19
Sanjek R., 298
Scheper-Hughes N., 128, 132,
134, 285
Schirripa P., 10-11, 137, 142,
183, 234, 269, 276-277
Schneirov M., 166, 173
Schuller T., 34

Seppilli T., 9-11, 33, 66,


113, 145, 150-152, 181, 183-185,
187-190, 192, 195-199, 202
Sharma A., 123, 125
Sharma U., 162, 176
Sigerist H., 65
Signorini I., 130, 135, 137-138,
155, 183
Silverman S., 19
Singer M., 297
Skultans V., 206, 209, 213, 215216, 222-224
Smith-Nonini S., 33
Sontag S., 60-61, 85
Sournia J. C., 59
Squillacciotti M., 152
Stengers I., 231, 235, 257
Stewart P. J., 131, 145
Stone J., 174
Strathern A., 131, 145
Subramanian S.V., 38-39
Suryani L.K., 254
Szreter R., 37
Tambiah S. J., 55-56, 58
Taussig M., 15-17, 51
Tcheng-Laroche F., 253
Tovey P., 170, 176
Trigilia C., 34
Turner V., 135, 221
Tyma S., 93
Vidossi G., 188
Vigarello G., 65
Vineis P., 32
Vinel V., 79-80
Vitaliano P. P., 260
Vulpiani P., 183
Waldram J. B., 127, 134, 141,
143
Whelan E., 103-106

Indice degli autori

Wiesenfeld S., 65
Wilkinson R., 35
Wittgenstein L., 55-56
Yap P. M., 253
Yoder P. S., 273
Young A., 30-31, 66, 113, 127,
130-131, 142, 145, 219, 221
Zanetti Z., 137, 187, 200
Zanini L., 209
Zborowski M., 88, 90-92, 94,
103
Zemplni A., 113, 138, 140, 258,
283
Zola I., 67-68,
Zorzetto S., 11, 225, 230, 234,
241, 246, 252
Zniga Valle C., 269, 271, 276

347

Indice analitico

adolescenti e medicalizzazione,
76-77
agentivit, 116-117, 125, 132,
211
agopuntura, 157, 178
AIDS, 59, 61, 65, 165, 210, 288289,
amok, 256, 260, 261
arene sociali, 274
asse eziologico, 138
bio-economia, 14, 46, 49
biopolitica, 183, 199, 203, 280,
294
- e medicina popolare, 199
bios, 46
- capitalizzazione del, 46
biosocialit, 46, 294
brain fag, 262
capitale sociale, 13-52, 277
- come valore misurabile, 18
- e analisi dei reticoli, 35, 39
- e disuguaglianze socioeconomiche, 27, 37
- e ricerca epidemiologica, 37
- e solidariet, 17-18, 20-21,
27, 37, 44, 51
care, 131
CBS, 234-236, 253-267
Vedi sindromi culturalmente
caratterizzate
chiropratica, 157-158, 178
ciclo mestruale, 73, 81
complementarismo, 247-248
compliance, 136, 290
comunit epistemologiche, 104

configurazioni sanitarie plurali,


273
contagio, 53-66, 137, 147,
- e associazioni metaforiche,
57
- e pensiero analogico, 56, 57
- per contiguit, 55
- contaminazione, 46, 56, 63,
64, 74, 76
corpo
- come macchina, 72
- come simbolo naturale, 63,
64
- concezioni del, 62, 63, 163,
167, 196
- controllo del, 68, 71, 80, 82,
92, 98, 171
- naturalizzazione del, 49, 69
- e medicine non
convenzionali, 159
- e percezione, 83, 92, 115,
170, 172
- femminile, 67-83, 191
corredo genetico, 47
- manipolazione del, 47
credenza, 72, 154, 195, 199, 204,
250-251
Culture Bound Syndromes Vedi
CBS
cure, 131
deculturazione/acculturazione,
227-228, 265
depressione, 75, 213, 218, 220223
determinismo biologico in

350

Indice analitico

psichiatria, 255, 257


dhat, 256, 261
disease, 61, 86, 99, 130, 131,
145, 207, 273, 285
disturbi etnici, 260
disturbo da stress posttraumatico, 262
Dna, 47-48
- mappatura del, 47
- dolore, 85-112
- acuto, 85, 88
- cronico, 85, 88, 95, 98, 99,
101, 103
- definizione, 87
- e comunicazione, 106, 107,
110
- e cultura, 91-93
- e genere, 102-103
- ed esperienza, 86, 88, 9293, 95, 97, 100, 105, 106
- interpretazione del, 99-100
- strumenti di accertamento
del, 104-106
donazione di sangue e di organi,
22
dono, 22
- economie del, 19
- e credito, 22
- e merce, 22
- e scambio, 21
DSM-IV, 235, 253
dualismo corpo/mente, 72, 128
effetto nocebo, 152
effetto placebo, 150
efficacia, 127-155
- clinica, 30
- simbolica, 144, 149, 152,
154, 159, 163, 191, 195
- e lavoro metaforico, 153
embodiment. Vedi

incorporazione
empatia, 98, 102, 215-216
endocrinologia, 78
endometriosi, 103-106
ethos compassionevole, 212,
213, 294
etnopsichiatria, 233, 247, 250
etnopsichiatria comunitaria, 227
eziologia, 105, 136-137, 165,
259-260, 270
fenomenologia della percezione,
116
fenotipi, 255
fiori di Bach, 157
fitness, 169-170
fitoterapia, 158, 178-179
follia melanconica, 241
frattura biografica, 207, 217
genotipi, 255
gentrification, 19
goal striving stress, 241, 242
Guajiro, 56
guaritori, 166, 192, 202, 264
habitus, 25, 115, 133, 212
- e imposizione simbolica, 23
healing, 131, 145
hwabyung, 262
illness narratives, 205, 207, 209210, 212, 214, 216, 218, 223
- definizione, 205
incorporazione, 25-26, 43, 101,
113-125, 193, 199, 284, 289, 296
iridologia, 157
istituzioni sanitarie, 161, 211,
213, 269-284, 293
knowledge, attitudes, practices,
288
koro, 256, 260, 261
matrazza, 191, 192
medical humanities, 208

Indice analitico

medicalizzazione,
- definizione, 67, 279
- della procreazione, 69
- e fisiologia femminile, 69,
75
- processi di, 278
- processo storico di, 278
medicina alternativa.
Vedi medicine non convenzionali
medicina antroposofica, 157, 178
medicina ayurvedica, 157
medicina complementare.
Vedi medicine non convenzionali
medicina naturale. Vedi
medicine non convenzionali
medicina popolare
- definizione, 181, 189
- e fenomenologie corporee,
194
- e intellettuali, 184
- genesi della categoria
analitica di, 182
- incontro/scontro con
medicina ufficiale, 188, 192,
201
medicina tradizionale cinese,
158, 178, 179
medicine non convenzionali,
157-180
- concezione del corpo nelle,
159
- definizione, 159
- e corpo, 159
- e razionalit, 161-163, 173
- ed estetica del corpo, 170
olismo, 144
menopausa, 68-68, 72, 77-82
mestruazioni, 68, 71-77, 81-82,
103
metalogo, 239, 242, 243, 250

351

migrazioni, 225, 237


- e forme di socialit, 229
- e salute mentale, 239-252
mindful bodies, 132, 208
MNC. Vedi medicine non
convenzionali
modelli esplicativi, 136, 139,
219, 221
morte per suggestione, 152
narrative-based medicine, 208
narrazioni di malattia, 105-107,
111, 205- 208, 212-213, 222
- problemi metodologici, 210
naturopatia, 157, 178
Ndembu, 135
neurastenia, 213, 222
omeopatia, 157-158, 160, 178,
196, 273
OMS, 288, 299
paziente manipolativo, 98-99
percorso terapeutico, 148, 271
pibloktoq, 262
pluralismo medico, 163, 176,
197, 276
pranoterapia, 157, 158
pratiche rituali, 139, 148, 185
psichiatria, 209, 222, 224, 233,
235, 247-249, 253-254
- biologica, 255, 259
- transculturale 256-259
- principio esplicativo in,
239, 240, 250
- tipi clinici ideali in, 256
- tipi ibridi in, 256
psiconeuroendocrinoimmunologia, 151
rete semantica della malattia,
212, 219-220
rifugiati, 101, 226, 227
salute

352

-
-

Indice analitico

determinanti di, 27, 35, 38


determinanti sociali della,
299
- e bene comune, 24, 32-33,
197
- e gestione di servizi, 233
- e livelli di reddito, 35
- e reciprocit, 22, 36
- e welfare state, 29
salute mentale, 13, 185, 221,
226-227, 234-237, 246, 248
- di comunit, 225-237
- e migrazioni, 239-252
salute riproduttiva, 105
sangue mestruale, 72, 73
sciamano, 153, 154, 282
Srre, 62
servizi di salute mentale, 226227, 232, 235
- e flussi migratori, 232
shiatsu, 157, 178
shock culturale, 241
sickness, 130, 131, 142, 221
simboli naturali, 64
simbolizzazione, 55
sindrome premestruale, 74-75
sindromi culturalmente
caratterizzate, 236, 253-267
- definizione, 253
sistema medico, 145, 190, 206,
269-284
- definizione, 269
sistemi medici plurali, 271-272
sofferenza sociale, 31, 87, 211,
222, 285, 299
- definizione, 285
somatizzazione, 213
stato
- come colonizzazione delle
diversit

culturali, 186
- come corpo vivente, 119
- e incorporazione, 113-125
- e tecniche del corpo, 123
stregoneria, 15, 64, 202, 232, 263
strutture di accoglienza, 226
susto, 262
taijinkyofusho, 262
therapeutic emplotment, 92, 220
tubercolosi, 59, 60, 65, 288, 290
vaccinazione, 198-199
- e paura popolare, 198
violenza strutturale, 285-299
- definizione, 286
- incorporazione biologica
della, 289
windigo, 262

Gli autori

Andrea Caprara, medico e antropologo, attualmente visiting


professor presso lInstituto de Sade Colectiva, Universidade
Federal da Bahia e presso la Escola de Sade Pblica do Cear,
Fortaleza, Brasile. In queste istituzioni insegna antropologia
medica, antropologia dei sistemi sanitari, metodologia di ricerca e si interessa di metodi educativi come lapprendimento per
problemi (problem based learning). Tra le numerose pubblicazioni, il volume Interpretare il contagio. Una indagine storicoetnografica sulle pratiche mediche presso gli Alladian della Costa
dAvorio (2001).
Giuseppe Cardamone, medico psichiatra e psicoterapeuta. Attualmente lavora presso lAzienda USL 9 di Grosseto nel ruolo
di Direttore Dipartimento di Salute Mentale e continua ad occuparsi di salute mentale dei migranti, in particolare rifugiati e
richiedenti asilo.
Donatella Cozzi, insegna antropologia medica presso lUniversit di Milano Bicocca e presso lUniversit di Ca Foscari Venezia, e da oltre venti anni nei corsi di laurea in Infermieristica
di diversi Atenei. Si interessa della relazione tra antropologia e
professioni sanitarie e di illness narratives. Attualmente membro associato alla UMR 7236 Culture et Socit en Europe,
Universit de Strasbourg nel quadro del programma ANR Expriences du corps et passages dge: le cas des 9-13 ans (France
et Italie), coordinato da Nicoletta Diasio.
Michela Da Prato, psicologa e psicoterapeuta specializzata
presso lIstituto di Psicoterapia Relazionale di Pisa, presidente
dellAssociazione culturale S.I.P.R. Societ Italiana di Psicote-

354

Gli autori

rapia Relazionale, vice-Presidente Ce.R.I.S.C. Centro Ricerche e Interventi nei Sistemi Complessi onlus, Prato. Nellambito della clinica e interventi con i migranti svolge attivit di
consulenza, supervisione e formazione, nonch attivit clinica
con utenti dei Dipartimenti di Salute Mentale, profughi, richiedenti asilo e rifugiati.
Fabio Dei, insegna Antropologia culturale presso lUniversit
di Pisa. Si interessa di epistemologia delle scienze sociali, antropologia della violenza, forme della cultura popolare e di massa
nellItalia contemporanea. Fra i suoi pi recenti scritti: Antropologia della violenza (2005), Culture del dono (con M. Aria,
2008), La donazione del sangue. per unantropologia dellaltruismo (con M. Aria, G.L. Mancini, 2008), La materia del quotidiano. Per unantropologia degli oggetti ordinari (con S. Bernardi,
P. Meloni, 2011), Antropologia culturale (2012).
Salvatore Inglese, medico e psichiatra. Da molti anni cura la
salute mentale delle popolazioni straniere allinterno dei sistemi
di salute pubblica. La sua attivit di ricerca e formazione si concentra sullo sviluppo della metodologia clinica delletnopsichiatria. Nellintento di costruire e perfezionare dispositivi operatori sensibili alle nosologie degli altri mondi culturali, lavora sulle
modalit teorico-pratiche con cui utilizzare le lingue dorigine
nella clinica transculturale.
Helle Johannessen, professore ordinario presso lInstitute of
Public Health, University of Southern Denmark. Esperta in antropologia del pluralismo medico, ha svolto ricerche etnografiche in Danimarca, Canada e Italia. Dal 2005 direttrice di una
quipe multidisciplinare presso la Facolt di Health Sciences
del medesimo ateneo. Dirige progetti europei sulla integrazione fra metodologie qualitative e quantitative nella ricerca interdisciplinare sullefficacia delle terapie. Fra i suoi lavori pi
recenti, Multiple Medical Realities: Reflections from medical
anthropology (con Imre Lzr 2006), Embodiment and the Sta-

Gli autori

355

te (con G. Pizza, 2009), Citizens needs and attitudes towards


CAM (European Commission, 2012).
Alessandro Lupo, insegna Etnologia presso l Universit di
Roma La Sapienza, dove coordina il Dottorato in Etnologia ed
etnoantropologia. Dirige la Missione Etnologica Italiana in Messico, di cui fa parte dal 1979, svolgendo ricerche tra i Huave
dellIstmo di Tehuantepec e i Nahua della Sierra di Puebla, su
temi quali la residenza, letnoastronomia, la cosmologia, la tradizione orale, i saperi medici e le pratiche rituali, nonch le dinamiche culturali in generale. Coordina inoltre diversi progetti
di ricerca etnografica su temi di sanit pubblica, in Italia e in
Messico. Tra i suoi lavori: I tre cardini della vita. Anime, corpo,
infermit tra i Nahua della Sierra di Puebla (con I. Signorini,
1989), La Tierra nos escucha. La cosmologa de los nahuas de la
Sierra a travs de las splicas rituales (1995), Antropologia della
salute indigena: popolazione nativa e istituzioni sanitarie in Messico (a cura di, in stampa).
Massimiliano Minelli, insegna Antropologia medica ed etnopsichiatria e Metodologia della ricerca etnografica nella Facolt
di lettere e filosofia della Universit degli studi di Perugia (Corso di laurea magistrale in Antropologia culturale ed etnologia).
I suoi principali interessi riguardano il rapporto fra dinamiche
culturali, forme di disturbo psichico e azioni comunitarie nel
campo della salute mentale. Da alcuni anni su questi temi coordina diversi progetti di ricerca etnografica in Italia e in Brasile.
Tra i suoi recenti lavori: Memorie e possessione (2008), Santi,
demoni, giocatori. Una etnografia delle pratiche di salute mentale
(2011).
Giovanni Pizza, insegna Antropologia medica e culturale nelle
Facolt di Lettere e Filosofia e di Medicina e Chirurgia nellUniversit degli Studi di Perugia. stato visiting professor in
diverse universit europee. Si interessa di medicina popolare,
antropologia del corpo, processi di incorporazione, posses-

356

Gli autori

sione, patrimonializzazione del tarantismo, migrazioni, studi


gramsciani. Attualmente coordina un gruppo di ricerca sulla
diagnosi precoce della malattia di Alzheimer. Fra le sue pubblicazioni Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del
corpo (2005), Embodiment and the State. Health, biopolitics and
the intimate life of state powers (con H. Johannessen, 2009).
Ivo Quaranta, insegna Antropologia Culturale e Antropologia
del corpo e della malattia presso lUniversit di Bologna. I suoi
principali interessi di ricerca lo vedono impegnato sul fronte
dellanalisi del rapporto fra disuguaglianze socio-economiche e
salute, delle politiche e dei servizi socio-sanitari e dellesperienza vissuta di sofferenza. Tra le sue pubblicazioni, ha curato il
volume antropologia medica. I testi fondamentali (2006).
Gianfranca Ranisio, insegna Antropologia Culturale presso la
Facolt di Sociologia dellUniversit di Napoli Federico II. Si
occupa da anni di tematiche di antropologia medica e di gender
studies. In particolare si soffermata sui processi di medicalizzazione che interessano le tappe biologiche femminili ponendo
in evidenza come queste si intreccino con le rappresentazioni
simboliche e culturali di genere. Su questo ha pubblicato: Venire al mondo. Pratiche, credenze e rituali del parto (1998), Quando le donne hanno la luna. Credenze e tab (2006) e numerosi
articoli.
Pino Schirripa, insegna Antropologia Religiosa ed Etnopsichiatria presso il Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della
Sapienza, Universit di Roma. Si occupato di migrazioni, terapie religiose e processi di professionalizzazione della medicina tradizionale svolgendo ricerche in Italia, Ghana ed Etiopia. Attualmente dirige una missione di ricerca di antropologia
medica in Etiopia. Tra i volumi recenti pubblicati: Le politiche
della cura. Terapie potere e tradizione nel Ghana contemporaneo
(2005), Materiali di ricerca sulla medicina tradizionale in area
nzema (Ghana) (con M. Pavanello, 2008), Health system, sikness

Gli autori

357

and social suffering in Mekelle (Tigray Ethiopia) (2010), Terapie religiose. Neoliberismo, cura, cittadinanza nel pentecostalismo contemporaneo (2012).
Sergio Zorzetto, psicologo e psicoterapeuta. Dottore di ricerca
in Antropologia ed Epistemologia della Complessit Universit di Bergamo. Presidente di Ce.R.I.S.C Centro Ricerche e
Interventi nei Sistemi Complessi onlus, Prato. Con G. Cardamone ha pubblicato Salute mentale di comunit. Elementi di
teoria e pratica (2000).