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La circolare di approfondimento 03.12.

2018

APPROFONDIMENTO SU REGIME FORFETTARIO E


FATTURAZIONE ELETTRONICA

Indice di questo numero:

NOVITA’ AMMINISTRATIVE E FISCALI SUL REGIME DEI FORFETTARI ...... 2


1. Nuove comunicazioni in arrivo dall’Agenzia delle Entrate per fatturazione
elettronica e forfettari .................................................................................................. 2
2. Aspetti fiscali ........................................................................................................ 3
3. L’accesso al forfettario comporta la rettifica della detrazione Iva sui beni
ammortizzabili dei professionisti .................................................................................. 5

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La circolare di approfondimento 03.12.2018

NOVITA’ AMMINISTRATIVE E FISCALI SUL REGIME DEI FORFETTARI

1. Nuovi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate per i forfettari per la


fatturazione elettronica

Gli operatori che rientrano nel regime di vantaggio o nel regime forfettario non hanno l’obbligo di conservare
elettronicamente le fatture ricevute, se non comunicano al cedente/prestatore la Pec o un codice destinatario
con cui ricevere le fatture elettroniche.
Lo ha chiarito l’agenzia delle Entrate con una delle Faq pubblicate il 28 novembre u.s..
La legge di Bilancio per l’anno 2018 esclude dalle disposizioni in materia di fatturazione elettronica i
soggetti che adottano il regime dei minimi (Dl 98/2011) e quelli che adottano il regime forfettario (legge
190/2014).
Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2019, questi soggetti saranno esonerati dalla emissione della fattura
elettronica; tuttavia, lo stesso esonero non si applica ai loro fornitori, che dovranno emettere fattura
elettronica rispettando il formato e il contenuto previsto per qualsiasi altro tipo di ‘e-fattura’.
La differenza, rispetto alle fatture elettroniche emesse nei confronti di soggetti passivi, riguarda gli elementi
necessari per il recapito della stessa. Lo Sdi, infatti, generalmente recapita la fattura elettronica attraverso la
Pec, o tramite applicativi o servizi di trasmissione file; queste due ultime modalità necessitano del preventivo
processo di accreditamento, che consente di ottenere un codice destinatario di sette cifre.
Pertanto, ai fini del recapito, generalmente nella fattura deve essere indicato il codice destinatario oppure un
indirizzo Pec. Quando la fattura è emessa nei confronti di un minimo o forfettario, la fattura non deve però
contenere né il codice destinatario né la Pec del cliente secondo l’Agenzia, bensì un codice convenzionale di
sette zeri da inserire al posto del codice destinatario.
Questa indicazione permette allo Sdi di recapitare la fattura elettronica al minimo/forfettario mettendola a
disposizione nella sua area riservata del sito web dell’agenzia delle Entrate, oltre che rendere disponibile al
cedente/prestatore un duplicato informatico della fattura, sempre nella sua area riservata.
Il cedente/prestatore, inoltre, ha l’obbligo di comunicare tempestivamente al cessionario/committente, per vie
diverse dallo Sdi, che l’originale della fattura elettronica è a sua disposizione nella predetta area riservata.
Dunque, seguendo queste modalità, l’agenzia delle Entrate ha chiarito che non sussiste alcun obbligo in capo
ai soggetti minimi e forfettari, nemmeno sul fronte del ciclo passivo, non essendo obbligati alla
conservazione dei documenti ricevuti.

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Minimi e forfetari possono però decidere di ricevere le fatture elettroniche emesse dai loro fornitori anche
comunicando una Pec o, in alternativa, un codice destinatario.
In questa ipotesi, dalla lettura della risposta alla Faq, si desume che scatta l’obbligo di conservazione
elettronica.
Sintetizzando: il contribuente minimo o forfettario che comunica un indirizzo Pec o un codice destinatario
sarà obbligato alla conservazione elettronica dei documenti ricevuti; chi, invece, fa nulla, quindi non
comunica né Pec, né codice destinatario non ha neanche l’obbligo di conservare i documenti elettronici
ricevuti; ovviamente in questo caso dovrà conservare le fatture cartacee.

2. Aspetti fiscali

L’ampliamento fino a 65.000 euro di fatturato del regime forfetario dei piccoli lavoratori autonomi sta
attirando molta attenzione, in ragione della significativa rilevanza dei risparmi fiscali che può attribuire, in
particolar modo ai cosiddetti “collaboratori con partita IVA” senza costi e fatturati tra 30.000 e 65.000 euro
Arriva a 12.675 euro il risparmio fiscale che può conseguire un libero professionista iscritto ad un Albo con
fatturato di 65.000 euro e zero costi di struttura, in quanto inquadrato di fatto come “collaboratore autonomo
con partita IVA” nell’ambito di una struttura professionale o aziendale altrui (inquadramento espressamente
consentito dal Jobs Act per chi è iscritto a specifici Albi professionali), che opta per il regime forfetario con
flat tax al 15%, ampliato dalla legge di bilancio per le partite IVA individuali sino appunto alla soglia di
65.000 euro di fatturato.
Questi i numeri che emergono dalle simulazioni diffuse dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e
degli esperti contabili.

Per questa tipologia di profilo, i risparmi rimangono considerevoli anche in corrispondenza di fatturati
nell’ordine di 50.000 euro (8.622 euro il risparmio) e di 30.000 euro (3.538 euro il risparmio).
Più contenuti, ma sempre molto interessanti i risparmi che possono essere conseguiti da un lavoratore
autonomo che sostiene costi effettivi in linea con la percentuale di abbattimento forfettario riconosciuta dal
regime (22% del fatturato): in questo caso, i risparmi di imposta sono nell’ordine di 5.334 euro per fatturati
di 65.000 euro, 2.990 euro per fatturati di 50.000 euro e 1.006 euro per fatturati di 30.000 euro.

Leggermente inferiori a questi ultimi, i risparmi che possono essere conseguiti da un piccolo
imprenditore esercente attività di commercio: 3.248 euro per fatturati di 65.000 euro, 2.081 euro per fatturati
di 50.000 euro e 760 euro per fatturati di 30.000 euro.

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A livello macro, riprendendo i dati della relazione tecnica relativi all’art. 4 del disegno di legge di bilancio
che amplia fino a 65.000 euro il regime forfetario e quelli relativi al successivo art. 6 che, con decorrenza
differita al 2020, introduce anche l’ulteriore ‘flat tax’ al 20% sul reddito di impresa e lavoro autonomo
ordinariamente determinato da partite IVA individuali con fatturato compreso tra 65.001 e 100.000 euro, il
CNDCEC evidenzia i considerevoli risparmi complessivi che la manovra mette sul piatto a favore di questa
platea di contribuenti: 331 milioni di euro nel 2019, 1.925 milioni nel 2020, 2.500 milioni nel 2021 e, a
regime, 2.226 milioni a partire dal 2022.

Resta ovviamente il nodo rappresentato dal fortissimo incentivo implicito alla disgregazione delle attività
economiche e professionali svolte in forma associata, stante l’espressa esclusione da entrambi i regimi fiscali
sostitutivi per coloro i quali, contemporaneamente all’attività svolta con partita IVA individuale, risultano
partecipare a società di persone, associazioni professionali e finanche società a responsabilità limitata. Un
tema particolarmente rilevante nell’ambito delle attività professionali riconducibili ad Albi.

Tali sono infatti i vantaggi che possono essere legittimamente conseguiti, evitando di porre in essere forme
associative o smontando quelle esistenti, che è del tutto evidente che, in tutti i casi in cui risulterà possibile e
conveniente, si privilegerà allo studio associato la formula dello studio professionale individuale con tutti i
costi caricati (ivi compresi quelli fatturati dai collaboratori professionisti a partita IVA) e collaboratori
professionisti a partita IVA che fatturano fino a 65.000 euro e, dal 2020, fino a 100.000 euro.

Proprio per questo paiono particolarmente auspicabili e ragionevoli alcuni emendamenti tecnici sponsorizzati
dallo stesso CNDCEC volti a rimuovere la causa ostativa della contemporanea partecipazione a società e
associazioni, o quanto meno a trasformarla in mera circostanza che impone di tenere conto anche della quota
parte di fatturato della società o associazione imputabile alla partita IVA individuale che vi partecipa, ai fini
della verifica del superamento della soglia massima di fatturato, come già avviene per i casi di esercizio
contemporaneo di più attività in forma individuale.

Inoltre, in particolare, per quanto riguarda la ‘flat tax’ al 15% da ampliamento del “regime dei minimi” e
quella al 20% per partite IVA individuali con fatturato tra 65.000 e 100.000 euro, non risulta riprodotta o
introdotta l’incompatibilità che scatta attualmente in presenza di redditi di lavoro dipendente o assimilati per
oltre 30.000 euro.

L’incompatibilità viene infatti prevista, senza soglie quantitative, solo nel caso in cui l’attività
imprenditoriale o professionale con partita IVA venga svolta in prevalenza nei confronti di uno dei datori di
lavoro che hanno erogato nei due anni precedenti al lavoratore redditi di lavoro dipendente o assimilati.
Quando ciò accade, l’incompatibilità scatta anche sotto i 30.000 euro.

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Di contro, quando ciò non accade, la titolarità di redditi di lavoro dipendente o pensione anche per
ammontari superiori a 30.000 euro non sembra più destinata a precludere la via né della “vecchia” flat tax al
15% per la fascia under 65.000 euro a partire dal 2019, né della “nuova” flat tax al 20% per la fascia 65.000-
100.000 euro a partire dal 2020.

Si attende’ quindi’ la versione definitiva della lett. d-bis) del comma 57 dell’art. 1 della L. 190/2014.

3. L’accesso al forfettario comporta la rettifica della detrazione Iva sui beni


ammortizzabili dei professionisti

Molti contribuenti stanno valutando, in base alla propria situazione specifica, l’opportunità di utilizzare
il regime forfetario (L. 190/2014) in ragione dell’estensione che lo stesso dovrebbe subire dal 2019.
L’accessibilità al regime può essere condizionata non solo al rispetto del limite di ricavi/compensi fino a
65.000 euro e all’assenza delle cause ostative (così come saranno riformulate dalla prossima legge di
bilancio), ma anche dal costo vivo che il passaggio a tale regime può comportare per effetto dell’obbligo di
operare la rettifica della detrazione IVA (art. 1 comma 61 della L. 190/2014). L’aspetto si pone in modo
particolare quest’anno perché l’ampliamento del regime porta a coinvolgere soggetti più strutturati.
La rettifica della detrazione va operata sui beni e servizi non ancora ceduti o utilizzati e sui beni
ammortizzabili.
Per i beni ammortizzabili, compresi quelli immateriali, l’IVA detratta all’atto dell’acquisto è rettificabile solo
nel caso in cui non siano ancora trascorsi:
- cinque anni (l’anno di entrata in funzione e i quattro successivi), per i beni diversi dai fabbricati o loro
porzioni;
- dieci anni (l’anno di entrata in funzione e i nove successivi), per i fabbricati o loro porzioni.
Non si considerano ammortizzabili i beni di costo unitario non superiore a 516,46 euro e quelli il cui
coefficiente di ammortamento stabilito ai fini delle imposte sul reddito è superiore al 25% (comma 5 dell’art.
19-bis2 del DPR 633/72). Rispetto a tali beni la rettifica della detrazione resta comunque dovuta nella misura
in cui i medesimi non siano ancora entrati in funzione al momento del passaggio al regime agevolato, ossia
non siano state ancora eseguite le deduzioni integrali o delle relative quote di ammortamento (chiarimento
reso dalla circ. Agenzia delle Entrate 28 gennaio 2008 n. 7, § 2.8, quesito m, con riferimento al previgente
regime dei contribuenti minimi).
Si ipotizzi che il professionista abbia acquistato (e contestualmente iniziato a utilizzare) il bene strumentale
A, nel 2015, per 5.000 euro (con IVA al 22% interamente detratta) e il bene strumentale B, nel 2017, per
7.200 euro (con IVA al 22% interamente detratta). In funzione dell’accesso al regime forfetario dal 2019, la
rettifica dell’imposta a suo tempo detratta ammonta complessivamente a 1.170,40 euro, derivanti dalla

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sommatoria del quinto residuo per il bene A (1.100 x 1/5=220) e dei tre quinti residui per il bene B (1.584 x
3/5=950,4).
Nel caso esemplificato, quindi, per accedere al regime forfetario dal 2019, dovrebbe restituire
complessivamente 1.170,40 euro di IVA.
Dal punto di vista operativo, la rettifica va operata nella dichiarazione IVA dell’ultimo anno di applicazione
delle regole ordinarie (cfr. anche comma 9 dell’art. 19-bis2 del DPR 633/72). Ipotizzando l’accesso al regime
forfetario dal 2019, il riferimento è alla dichiarazione IVA 2019 relativa al 2018 (ultimo anno di
applicazione del regime ordinario).
Il versamento dell’importo a debito va operato in un’unica soluzione entro il termine di versamento del saldo
IVA relativo all’anno precedente. Pertanto, per i soggetti che accedono al regime forfetario dal 2019, l’IVA
oggetto di rettifica va versata in unica soluzione, entro il prossimo 16 marzo 2019.
Per questa ragione, è stata sollecitata da più parti l’introduzione, nel corso dell’iter parlamentare della legge
di bilancio, di una disposizione che consenta il versamento dilazionato dell’imposta rettificata, analogamente
a quanto già previsto per il regime di vantaggio (in cui il pagamento poteva avvenire in cinque rate annuali di
pari importo, senza interessi).

Le informazioni riportate potrebbero subire delle modifiche a seguito di eventuali aggiornamenti normativi successivi alla
data della redazione del presente approfondimento

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