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Pasolini

Vorrei aggiungere però una cosa. Nulla muore mai in una vita. Tutto
sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è
sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando, ciò
che sopravvive sono quei famosi duemila anni di imitatio
Christi quell'irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un
altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi
storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che
sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l'esistenza. Io, per me,
sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono
duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche,
e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono mio patrimonio, nel
contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se
lasciassi ai preti il monopolio del Bene.

Vie nuove n. 47 a. XVI, 30 novembre 1961

«Prima gli uomini e le donne delle borgate non sentivano nessun complesso
d’inferiorità per il fatto di non appartenere alla classe cosiddetta privilegiata.
Sentivano l’ingiustizia della povertà, ma non avevano invidia del ricco,
dell’agiato. Lo consideravano, anzi, quasi un essere inferiore, incapace
d’aderire alla loro filosofia. Oggi, invece, sentono questo complesso
d’inferiorità. Se osserva i giovani popolani vedrà che non cercano più di imporsi
per quello che essi sono, ma cercano invece di mimetizzarsi nel modello dello
studente, addirittura si mettono gli occhiali, anche se non ne hanno bisogno,
per avere un’aria da “classe superiore”».

(1973, intervista rilasciata per il Messaggero a Luigi Sommaruga)

Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

Li osservo, questi uomini, educati


ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'è come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, è disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
È certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
è il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri


a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
è, così, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza è ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profondità che nei sensi.
In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.