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IL TRADIZIONALISMO SPURIO

Pier Paolo Pasolini

Pasolini è uno scrittore dichiaratmente di sinistra che, non lo dimentichiamo, anche "a
destra" non ha mancato di suscitare interesse. Ricordiamo, fra tutti, il controverso
Convegno su di lui organizzato dall'ex Fronte della Gioventù diversi anni or sono.
Sarebbe certamente superficiale liquidare Pasolini a causa della sua insopprimibile
omosessualità, secondo certi canoni moralistici della destra borghese. A parte che
l'accusa si ritorcerebbe su un buon numero di intellettuali non certo di sinistra, da
Mishima a Montherlant, da Brasillach a Pessoa, quello che realmente può interessarci è
verificare se in Pasolini sussista veramente una vena "tradizionalista" che lo pone in
rottura con l'ortodossia marxista alla quale egli stesso, contradditoriamente, diceva di
rifarsi (probabilmente senza aver mai letto Marx).
In una sua ode (battezzata "Poesia della tradizione") Pasolini rimprovera la gioventù
moderna "perchè forse non saprai neanche riandare/ a ciò che non hai neanche
perduto". Commentando questi versi, Mauro Anselmo ha scritto che il poeta "si riferiva
alla distruzione dei valori, a quel rifiuto del passato che sarebbe finito con l'approdare
a un tunnel senza via d'uscita" che avrebbe portato alla "definitiva sepoltura di quei
valori che per più di vent'anni avevano tenuto in piedi l'Italietta contadina e
preindustriale...Distruzione di valori. Ma per sostituirli con che cosa? Questo fu il
rimprovero che il profeta Pasolini rivolse a quella generazione".
Ed infatti Pasolini rigetta proprio un fondamentale mito marxista come è quello delle
"sorti magnifiche e progressive": "Io non credo in questa storia e in questo progresso.
Non è vero che, comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l'individuo che le società
regrediscono o peggiorano." Il rifiuto dell'industrialismo selvaggio degli anni del
doroteismo lo spinge a rivalutare il sano artigianato tradizionale e spiega che "fino al
Cinquanta, fino ai primi anni Sessanta, le cose erano ancora cose fatte o confezionate
da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di
maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale". Pasolini, uomo
tenacemente radicato nei valori della sua terra d'origine, al punto di comporre le sue
opere migliori in dialetto friulano, sente epidermicamente la nostalgia di un "mondo" di
valori ancestrali che si stanno perdendo: "Sono cambiati i valori del Potere borghese.
Che tipo di uomo vuole il nuovo Potere, il Potere della seconda rivoluzione industriale?
Non vuole più che l'uomo sia un buon cittadino, non vuole più che sia un buon soldato,
non vuole che sia una persona onesta, previdente eccettera. Non vuole che gli uomini
siano tradizionalisti e nemmeno religiosi. Il Potere vuole che l'uomo sia semplicemente
un consumatore." Il borghese visto, quindi, non come il"nemico di classe", ma come
espressione del modus vivendi della cosiddetta "modernità". In questo, Pasolini è
vicinissimo ad autori cattolici come De Luca e Peguy. L'ottimismo giovanilistico che
permea la seconda metà di questo secolo, lo infastidisce e confessa: "Per questo
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provoco i giovani: essi sono presumibilmente l'ultima generazione che vede degli operai
e dei contadini: la prossima generazione non vedrà intorno a sè che l'entropia
borghese"
Anche il suo rapporto con la religione è uno schiaffo alla cultura progressista. "Ateo,
ma affascinato dal messaggio cristiano....considerato al tempo stesso un imperterrito
moralista. Ogni suo intervento provocava clamore e scontro di idee: dalla poesia
dedicata al poliziotto ucciso negli scontri a Roma nel '68 agli articoli sul divorzio e
l'aborto, alla richiesta fatta pochi mesi prima di morire di istituire un processo per tutta
la classe politica italiana e di abolire la scuola dell'obbligo e la televisione" ha scritto
Lauretta Colonnelli sull' Europeo del 14/9/85. Ed è proprio uno dei suoi amici più cari,
Enzo Siciliano a confermare che "il suo orizzonte intellettuale non ricadeva
nell'illuminismo d'appartenenza dei laici italiani. Pasolini era un rurale d'antica
tradizione". Non per niente sosteneva che la Chiesa deve diventare "la guida
grandiosa... di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, che è
completamente irreligioso".
E' sempre Siciliano a chiedersi se l'antimoderno Pasolini "uno scrittore che volta le
spalle al presente, tutto 'nostalgia' per un passato senza ritorno" non sia in realtà "da
catalogare tra gli anarco-conservatori che formano la Pleiade della cosiddetta cultura
di destra, fra Pound e Celine, Drieu La Rochelle e Hamsun". Quando Pasolini scriveva
"Sono una forza del passato" e metteva in bocca al regista de La Ricotta (Orson Welles
sullo schermo) quel verso, cosa voleva dire? "L'autore di quel verso, -ha spiegato
compiutamente Siciliano su La Repubblica del 3 novembre- l'autore del famoso articolo
sulle "lucciole" o dell'altro in cui invocava di abolire la televisione, sosteneva idee che
per tutta la propria esistenza aveva ribadito, sottolineato, macerato. Un paese, una
comunità di uomini che cancellano per calcolata volontà o per ottusa, sostanzialmente
retriva concezione della modernità la propria storia e niente vogliono sapere del
proprio passato, perchè risucchiati a occhi bendati dal vortice che li trascina verso il
futuro, costituiscono un paese, una comunità destinata all'annientamento, alla
obliterazione".
Dunque un naturaliter tradizionalista, un congenito antiprogressita? Forse, ma c'è
dell'altro. Lui, uomo dell'estremo nord-est italiano si schiera a favore del sud e della sua
cultura: "Preferisco -egli scrive- la povertà dei napoletani al benessere della
Repubblica italiana, preferisco l'ignoranza dei napoletani alle scuole della Repubblica
italiana, preferisco le scenette, sia pure un po' naturalistiche, cui si può ancora
assistere nei bassi napoletani alle scenette della TV della Repubblica italiana".
C'è dunque una carica "profetica" in Pasolini e nella sua denuncia degli attuali mali del
secolo: la telecrazia, il consumismo, l'agnosticismo, la connivenza tra mass-media e
partitocrazia. Diceva Pasolini che gli intellettuali italiani (e quindi anche i politici) della
gente si occupano "sempre attraverso le statistiche di Doxa o Pragma" . Che direbbe
oggi di fronte ad un Gianni Pilo? La sua guerra contro l'alienazione televisiva è pari a
quella contro la scuola dell'obbligo di illuministica memoria. Nel denunziare che "E'
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sempre meglio un film pornografico che una trasmissione televisiva; c'è materialmente
più realtà in un brutto film pornografico che in tutte le trasmissioni di un intero anno
della televisione" trovando orrende le lingue "dei comunicati del telegiornale, della
pubblicità" ci spiega il suo programma: "Quali sono le mie due modeste proposte per
eliminare la criminalità? 1) Abolire immediatamente la scuola media d'obbligo. 2)
Abolire immediatamente la tivù".Anche la sua nota presa di posizione contro la
Contestazione risponde ad un'esigenza antiprogressista:"I rivoluzionari e i contestatori
del Sessantotto volevano essere dei buoni cittadini? No. Volevano essere dei bravi
soldati? No. Volevano essere delle persone oneste, perbene e previdenti? No. Volevano
essere dei tradizionalisti? No. Volevano essere dei buoni cattolici e dei bravi religiosi?
No. ..Il Sessantotto ha aiutato il nuovo Potere a distruggere quei valori di cui il Potere
voleva liberarsi".
Potremmo continuare a riempire colonne di citazioni pasoliniane tutte di stampo
antimodernista, ma ci pare che basti. Questo è il Pasolini da conservare e utilizzare, il
Pasolini Uno. L'altro Pasolini è invece quello che passa dalla sociologia alla simbologia
e all'esperienza artistica e umana di una personale "via della mano sinistra". E' il Pasolini
dei gironi infernali di "Salò", è il cultore di Sade e di Sacher-Masoch intesi non solo
nella loro perversione sessuale, ma nella intrinsecità luciferina di un Male elevato ad
Ente. Constatata la perdita irrimediabile di quell'antico mondo di valori che lo ha
affascinato, egli vuol cavalcare la tigre esistenziale che lo divorerà. I suoi amici più
stretti hanno confessato che ormai viveva di pratiche sadomasochistiche. Nell'ultimo
scorcio di vita di Pasolini c'è l'altro suo volto: quello di una disperazione spietata, di una
violenza gratuita verso sè stessi e verso gli altri, di un ricercato suicidio spirituale, quello
dell'insana passione per uno scrittore ributtante come George Bataille.
Per questo, il Pasolini Due, quello dell'orgia di sangue e sterco, quello da bruciare, si
pone all'antitesi del Pasolini Uno. Infatti, non è che un disperso nella sadica nebbia di
quello che l'Apocalisse chiama " il Principe di questo mondo".