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Cristiana Cornelio, 16.1.

2018

Ugo Iginio Tarchetti, “Una Nobile Follia” e “Fosca”

Scapigliatura: “Termine tratto dal titolo del romanzo di Cletto Arrighi La scapigliatura e il 6
febbraio (1861), con cui si designa un gruppo di scrittori e di artisti, per lo più lombardi, attivi a
Milano nella seconda metà del 19° sec., contraddistinti dal programmatico ripudio della tradizione,
da modi di vivere o scrivere o dipingere fuori da ogni regola. Il conclamato rifiuto di ogni regola e
la rivendicazione dell’assoluta libertà dell’artista li conducevano, in alcuni casi, a un’originalità del
tutto esteriore o a una vera e propria trasandatezza di scrittura.”
(Treccani)

Una Nobile follia

L’io narratore ricevendo una lettera da un amico d’infanzia, Vincenzo D., da anni creduto morto,
scopre che è ancora vivo. Lo va a trovare. Vincenzo racconta la sua avventura.

“…non è la mia storia quella che mi accingo a raccontarti, ma quella di un uomo generoso, di cui
nessuno ha conosciuto la virtù, di cui nessuno ha apprezzato la nobiltà dell'animo e la dolce mitezza del
cuore. Quell'uomo fu creduto pazzo, visse e morì da pazzo; così avrebbero giudicato gli uomini se la sua
esistenza non fosse sparita ignorata, se il mistero non avesse celato in parte, o mostrate sotto aspetto diverso
dal vero le singolari abitudini della sua vita. Io non istarò a confrontare le opere sue, non i suoi giudizii, non
le sue aspirazioni, non i suoi disegni, con quelli suggeriti dalla saviezza: la società ha stabilito delle norme
fisse per riconoscere quei limiti, oltre i quali la ragione umana è creduta deviare dal suo scopo, e
l’intelligenza sconvolgersi e mutare la sua natura. Elevatevi al disopra di questi limiti, spingetevi oltre quel
termine raggiunto dallo spirito umano nella via della sua perfezione, allontanatevi dalle vecchie idee,
slacciatevi dalle viete opinioni, e la saviezza vi giudica perduti; gli uomini vi condannano alla morte del
pensiero: rimarrete soli, individualità giganti e incomprese, a lottare nel grande oceano dell'idea per una
palma che non vi sarà mai dato di conseguire.” (p. 20)

Grazie all’amore per Teresa il Vincenzo creduto morto esce da una vita dissolta e cerca quella
onesta (“Io contemplai con orrore me stesso; conobbi che poteva tuttavia riabilitarmi” ) ma era
povero. Chiede ad una vicina ricca di donargli uno dei suoi abiti di seta, lei risponde con un
biglietto che gliene da uno usato di velluto “ma Iddio non vi faccia mai conoscere quanto le
costino i suoi abiti di seta”.
Il biglietto gli viene consegnato da un vicino di casa, suo omonimo. Lo incuriosisce
immediatamente il comportamento fuori dalle convenzioni sociali. Invece di criticarlo per aver
dissoluto tutti i suoi averi usa frasi come “La proprietà è l’usurpazione, … il furto” oppure
“Il debito è il riacquisto di una parte della vostra proprietà (intendo dell'eredità comune a tutti gli
uomini) – non v'ha debitore che non sia già creditore” (p.26).

“Voi vedete tuttora il mondo attraverso quel velo che la società ha collocato dinanzi ai vostri occhi per
trasfigurarvelo: voi non avete ancora spogliato il vostro discernimento di quelle credenze superstiziose e
crudeli che avete attinte dalla vostra educazione.” (p.28)

“…sotto questo amore simulato della patria, e questo istinto mendace della grandezza, si nascondono
l’egoismo e la crudeltà instillatavi dall'educazione, e quella sete ardente della proprietà che inebbria tutti gli
uomini!” (p.28)

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Il vicino, Vincenzo anch’egli, racconta la sua storia. La introduce dicendo di essere pazzo. Il fatto di
essere diventato anch’egli causa di distruzione, complice degli esseri che anelano ad uccidere.
Orfano, figlio della ruota, sogna la madre durante gli anni dell’infanzia, finché in un sogno lei lo
accompagna ad un cimitero e gli dice che in realtà lui non ha genitori, e lo abbandona. “La natura
ci dà l'esistenza fisica, la donna ci dà l'esistenza morale”.

A 10 anni si innamora di Margherita, un’orfana come lui. Poi la conosce e per la prima volta sente
di essere amato. Dipinge e ama, arte e amore.
Nel pieno della felicità arriva una lettera che lo richiama alle armi.
“Incominciò la mia notte: notte immensa, tenebrosa, terribile.” “Fui soldato. Questa parola esprime
tutto.”
“Vi avvertiamo che siete chiamato nelle file dell’esercito; se non vi presentate fra quindici giorni
sarete arrestato; se non avete tremila e duecento franchi siete un disgraziato, e non vi è più via di salvezza
per voi; vi abbiamo visitato, e abbiamo trovato la vostra dentatura sana, e i vostri muscoli forti: d'ora
innanzi non sarete più un uomo come gli altri, non avrete più dei diritti e dei doveri, una volontà, una
coscienza, dei desiderii come gli
altri; non percorrerete una carriera come gli altri; rinuncierete a tutto; se eravate destinato a diventare un
ministro, diventerete un caporale; non avrete più una famiglia, una casa, un avvenire; marcierete al suono di
un tamburo, e conterete uno e due; imparerete come si fa ad ammazzare un uomo, a spiarlo, ad appostarsi
sulla
sua via, a superarlo nella bontà delle armi e nella rapidità delle mosse; questa cognizione chiamerete tattica
e strategia, e la eleverete al grado di scienza: dopo ciò avrete sempre con voi un mostro enorme e
spaventevole
che starà al vostro fianco, che imporrà qualunque obbligo alla vostra volontà e alla vostra coscienza, a cui
sarete pienamente venduto, e che si chiamerà disciplina. Quando essa ve lo ordinerà voi marcierete verso
qualunque luogo, compirete qualunque azione infamante, ucciderete qualunque uomo, caricherete per le
strade del vostro paese i vecchi, le donne e i fanciulli, e non potrete mormorare una parola; se accennerete
di ribellarvi sarete fucilato. Ora venite, noi vi chiamiamo in nome del re; se non vi presenterete fra quindici
giorni, sarete considerato come un vile disertore.»
Così si uccide un uomo e si forma un soldato. (p.85)

Parte con altri 15.000 uomini per la Crimea, il Piemonte entra in guerra al fianco della Francia
contro la Russia. Parte deciso a lasciarsi uccidere senza combattere.
Durante la battaglia viene travolto e sotterrato da cadaveri. Sviene. Si risveglia a battaglia finita e
dimenticato sul campo. Gli viene però incontro un soldato russo. Gli spara e lo manca, Vincenzo
risponde e questo cade. Gli si siede accanto e lo soccorre, inutilmente.
Torna a casa, Margherita è morta. Lui impazzisce, per mesi ha continuamente visioni del soldato
morto e di Margherita.

“ fui malato otto mesi, guarii, ma era pazzo.


Era pazzo! Ecco la terribile condanna che gli uomini hanno pronunciata contro di me. L'hanno essi
pronunciata con giustizia? Lo temo, poichè l'amore ardente del bene, poichè l'ineluttabile potenza di un
rimorso, mi spingono ad opere e a divisamenti diversi troppo dai loro.” (p.168)

Vincenzo, il vicino di casa a questo punto del racconto si ammala e guarisce solamente grazie alle
cure e alle attenzioni del Vincenzo creduto morto e di Teresa. Si affezionano molto i due Vincenzi.
Tra le confidenze: “«Ciò che essi mi hanno tolto, … ciò di cui li accuso, non è la mia felicità, è la
speranza di diventare ancora felice; la vita è nulla, è la fede della vita che si ridomanda e si
piange.» (p.206)
Poco tempo dopo l’amico riceve una lettera da Vincenzo in cui gli confessa di amare Teresa ma di
non averglielo mai detto. Piuttosto di far torto a loro si uccide per la loro felicità, sa che uccidendosi
potrà far sì che loro siano felici.

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…“Voi comprenderete quanto io sarei stato capace di amarla!... non però il dissi, ed ella o lo
presente o l’ignora. – Non poteva sfuggire una passione, poteva ripudiarla e l'ho fatto: ho
sacrificalo il mio affetto all’amicizia, ho immolato alle terribili esigenze del dovere le ultime
aspirazioni di un'anima che per essa avrebbe ancora potuto essere felice. Oh, io l'avrei amata con
furore!.....
“Ora il mio destino sta per compiersi: voglio essere giusto e severo con me stesso, nobile e
generoso coll’uomo che amo: ho errato e me ne punisco, vi ho offeso e ve ne compenso: morrò per
essa e per voi.” (224)

“Non son io che cesso di esistere in faccia alla società, siete voi. Le cronache dei giornali
annunzieranno domani la vostra morte: ove si scoprisse l'inganno, l’identità dei nostri nomi vi potrà
sottrarre a qualunque rigore e a qualunque disposizione della legge. I vostri creditori vi crederanno estinto:
non vi prenderete pensiero di rassicurarli o di distoglierli da questa convinzione.” (p.225)

Sulla tomba avrebbe voluto questo epitaffio:

QUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMI


CHE RIUNITI
FORMARONO PER XXVII ANNI
UN CORPO DELLA RAZZA UMANA
CHIAMATO VINCENZO D...
NON ARRESTATEVI AD INVOCARMI PACE O MORTALI
LA QUIETE DEL MIO SEPOLCRO È INALTERABILE.

Fosca

Commetto io un'indiscrezione nel pubblicare queste memorie? Credo di no; né una titubanza più
lunga, giustificherebbe ad ogni modo la mia colpa. Colui che le ha scritte è ora troppo indifferente alle cose
del mondo, troppo sicuro di sé, perché abbia a godere dell'elogio o a offrire del biasimo che può
derivargliene. Egli sa per quale strana combinazione questo manoscritto è venuto in mio potere, né ignora il
disegno che io avea concepito di pubblicarlo. Gli basterà che io vi abbia tolte quelle indicazioni che
potevano
compromettere la fama di persone ancora viventi, e che il segreto della sua vita attuale sia stato rispettato.
Se l'autore di queste pagine può ancora trovare nella solitudine e nell'egoismo in cui si è rifuggito, qualche
parte di ciò che egli fu un tempo, non gli sarà forse discaro che altri abbiano a versare, nel leggere queste
memorie, quelle lacrime che egli ha certo versato nello scriverle.
Milano, 21 gennaio 1869

Tarchetti pubblica le memorie di qualcuno, ma chi?

“Piú che l’analisi di un affetto, piú che il racconto di una


passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia.” (p.6)

Raccontato in prima persona.


Giorgio perde la madre. Va a Milano, sapendo di dover raggiungere il reggimento due mesi più
tardi. Cercando l’amico da cui alloggerà incontra Clara, bella e giovane donna. Solare, sposata, con
un figlio. Se ne innamora follemente, lei anche. Nasce un amore romantico. Giorgio è ebbro
d’amore. Scambio epistolare, smania.

“Fummo felici, ineffabilmente felici.

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Passammo attraverso una serie di sensazioni nuove, ardenti, vertiginose. Mai due anime avevano
combaciato cosí pienamente, mai due nature si erano congiunte, fuse, identificate in una sola come le
nostre.” (p.14)

Richiamo al reggimento. Dolore.

Cugina del colonnello da cui va a pranzo. Prima sente le grida disumane provenienti da camera sua.
È il medico a descrivere l’isteria. Fosca ha la stessa età di Clara.

“Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui
è impossibile il dare una idea, cosí vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua.
Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, — ché anzi erano in parte regolari, —
quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore
fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora cosí giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione
poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa,
l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume
di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta
la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati — occhi d’una beltà sorprendente. Non era
possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per
la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta.” (p.28)

Lei cerca la pietà di Giorgio e la ottiene. Si getta ai suoi piedi. Spaventato della possessività di
Fosca lui vuole allontanarsi da lei. È il dottore a chiedergli di starle vicino, segretamente, di notte.
Lei si era ammalata ed è solo la vicinanza dell’amato che può farla guarire. Da quel momento in poi
Giorgio si sentirà obbligato a starle vicino e ad assecondarla. Lei, “col suo apparire tombale”, lo
porta via da Clara.

“Una cosa sovratutto — e la noto qui come quella che può dar ragione dell’abbandono in cui ero
caduto, e della sfiducia che s’era impadronita di me — contribuiva ad accrescere il mio dolore: il pensiero
fisso, continuo, orrendo, che quella donna volesse trascinarmi con sé nella tomba. Essa doveva morire
presto, ciò era evidente. Il vederla già consunta, già incadaverita, abbracciarmi, avvinghiarmi, tenermi
stretto sul suo seno durante quei suoi spasimi, era cosa che dava ogni giorno maggior forza a questa
fissazione spaventevole.” (p.82)

Giorgio si ammala. Sfinito dall’attaccamento morboso e insistente di Fosca, che gli risucchia
l’energia in modo quasi vampiresco.
Quando arriva il trasferimento a Milano per Giorgio, annunciato in una lettera letta a voce alta a
tavola in presenza di Fosca, quest’ultima presa dalla disperazione implora: “— O Giorgio, non mi
abbandonare, o mio Giorgio! mio adorato!”. Confessione troppo evidente del suo amore. Era
arrivata un’altra lettera, che Giorgio legge in camera: Clara gli scrive che lo lascia per tornare dal
marito.
Pochi minuti dopo, sempre in presenza del dottore, il colonnello sfida Giorgio a duello a causa
dell’affronto subito.

“— Spero — continuò egli riavvicinandomisi, dopo aver fatto alcuni giri per la stanza — che
lascerete a me lo stabilire le condizioni di questo scontro. Voi siete il provocato, ma io sono l'offeso. Voi solo
sapete fino a che punto mi avete offeso. Abborro questi duelli ridicoli che finiscono con una scalfittura. È
necessario che ci battiamo fino a che uno di noi rimanga sul terreno.
— Sia, — io dissi senza sollevare gli occhi — ho bisogno di uccidere un uomo.”(p.117)

“Mi guardò colle pupille scintillanti di passione. Il suo volto pareva illuminato da un entusiasmo
gagliardo che ne rendeva meno sgradevole la deformità; le guancie leggermente rosate, i capelli nerissimi e
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abbondanti che contornavano il suo volto come in una cornice d'ebano, il vivo contrappunto della sua veste
di mussola bianca l'assomigliavano ad una visione fantastica; in quel momento nissuno avrebbe detto che
Fosca era assolutamente brutta. Io pensai a Clara, alle menzogne che le avevano guadagnato il mio cuore,
all’inganno bassamente concepito e stoltamente svelato… Oh! sí, Fosca soltanto aveva meritato il mio
amore, ella sola mi aveva amato, ella che aveva sfidato il ridicolo, il disprezzo, la collera; ella che aveva
rinunziato al suo orgoglio di donna, domandando per pietà ciò che le altre dànno per debolezza, per vanità
o per vizio.”(p.120)

“Egli riprese la sua posizione, io distesi il braccio, sparai alla mia volta senza mirare; egli vacillò
un istante, lasciò scivolare la pistola di mano, e cadde rovesciato. Io non so cosa avvenisse di me in
quell'istante. Il mio respiro si arrestò, le mie vene parvero scoppiare, il
mio cuore schiantarsi; una tenebra mi passò davanti agli occhi, i miei muscoli si contrassero con uno
spasimo atroce, brancicai un momento come per afferrarmi a qualche cosa, proruppi in un urlo acuto,
disperato, straziante, quale non aveva inteso mai uscire da petto umano, se non forse da quello di Fosca, e
caddi fra le braccia del dottore
che era accorso in mio aiuto. Quella infermità terribile per cui aveva provato tanto orrore mi aveva colpito
in quell'istante; la malattia di Fosca si era trasfusa in me: io aveva conseguito in quel momento la triste
eredità del mio fallo e del mio amore.” (p.126)

“La ferita del colonnello fu grave, non mortale; il proiettile lo colpí pure alla spalla, ma girò l'osso
senza fratturarlo. Guarí in quaranta giorni. Il Ministero seppe del duello, e poiché le vostre dimissioni non
erano state ancora né offerte, né accettate, lo costrinse a chiedere il suo collocamento in ritiro. Egli è partito
pochi giorni or sono per Suez ove gli fu offerto un impiego d'ingegnere civile nei lavori del taglio
dell’istmo.”(p.127)

Contrapposizione Fosca (brutta e isterica, portatrice di ogni malattia) - Clara (simbolo di luce e
salute) rappresenta la reazione dell’autore al conformismo della sua epoca.

La bruttezza e la malattia di Fosca può essere vista come strumenti di ribellione all’autorità
patriarcale e ai codici di bellezza neoclassici.

A Giorgio viene impedito di continuare la discendenza familiare da entrambe le figure femminili,


sia da Clara (madre adultera legata a una concezione borghese del matrimonio) che da Fosca
(inspiegabilmente incapace di partorire). Col ritrarre continuamente la disintegrazione della
famiglia – attraverso la rottura di Giorgio e Clara, la scomparsa del misterioso marito di Fosca (il
Conte Ludovico di B.), l’afflizione di Giorgio verso la malattia di Fosca, la morte di questa, e il
trasferimento del cugino colonnello, Tarchetti riesce a oggettivare l’ansia sulla fine della famiglia,
delle discendenze e delle classi.

Tarchetti si era occupato ampiamente di letterature straniere e era stato influenzato a sua
volta dalle correnti letterarie del simbolismo francese, del decadentismo e del gotico americano e
europeo, che riflettevano tutte, in vari modi, le traformazioni della società nel processo
d’industrializzazione.

Inoltre, l’apparire nella sua narrativa di temi come l’isteria e lo scontro delle attitudini sia misogine
che a favore dei diritti delle donne, rivelano una profondità d’analisi psico-sessuale e una tendenza
alla sperimentazione con le convenzioni dell’identità sessuale. In questo modo, Fosca, sebbene non
una dichiarazione proclamata di femminismo (o emancipazionismo, come era allora conosciuto),
può essere vista come coltivare una sensibilità per ideali emancipazionistici¹¹.

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La ribellione di Fosca contro l’oppressione, l’abbandono di valori di obbediente «angelo del
focolare» per quelli della «New Woman», la propongono come il prototipo della moderna eroina.

Bibliografia

David Del Principe,


IL PLAGIO DI “FOSCA” DI IGINO UGO TARCHETTI, da https://www.academia.edu/7468190/
Il_plagio_di_Fosca_di_Igino_Ugo_Tarchetti_Studi_Italiani_38_39_2007-08, visualizzato il 13.1.2018