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Mi chiamo Liliana Segre.

Il 12 settembre del 1938


avevo compiuto otto anni due giorni prima
ero in villeggiatura con il mio papà
e con i miei nonni
in un ameno paesino che si chiama Premeno.
Quel giorno so che furono emanate le leggi razziali
e, fra le leggi razziali, quelle che proibivano
anche ai bambini di quell'età
di frequentare la scuola pubblica
che io frequentavo in una scuola vicino a casa
a Milano, dove io ho sempre abitato,
la scuola Ruffini.
Mi ricordo molto bene il momento.
So che eravamo a tavola
Eravamo a tavola appunto
con mio papà
io non avevo la mamma
e mio papà giovanissimo
era tornato a casa dai suoi genitori
e quindi vivevo molto felice e serena
anche con i miei nonni paterni
e mi ricordo i visi di queste tre persone ch mi amavano tantissimo
così come io amavo loro
che non sapevano trovare le parole
imbarazzati, commossi,
turbati,
come dovevano essere?
Finalmente mio papà trovò il coraggio di dirmi
“Quest’anno non puoi più tornare a scuola.
Sei stata espulsa.”
Io lo racconto, adesso, ai ragazzi
quando parlo nelle scuole
E quando la parola
“Espulsa dalla scuola”
La racconto
questa parola pesante
sappiamo benissimo che cosa vuol dire essere espulsi.
Si è espulsi per aver fatto qualche cosa di grave
e io l’avevo fatta:
ero nata ebrea.
Quella era la mia colpa.
Quella di essere nata.
Non di aver fatto qualche cosa di male.
Era un momento molto particolare nella mia vita infantile
e soprattutto mi restò sempre, quel momento,
come mi sentii io di rispondere:
“Perché?
Perché?
Perché?”
E fu il primo di tanti perché
Per quello che capitò poi
a me e alla mia famiglia
per la colpa di esser nati.
Mi ricordo tante cose
perché io ho una memoria
purtroppo o per fortuna
una memoria grandissima
legata a questo fatto
e mi ricordo che i primi giorni in cui gli altri bambini cominciavano la scuola
mio papà non aveva ancora deciso che cosa farmi fare
e chiamò la maestra
chiamò la maestra a casa
era una zitella
come si usava allora dire delle signorine che non si erano sposate
sperando che questa…
ricordo anche come si chiamava e ve lo dico
si chiamava Cesarina Bertani
e venne a casa
e lì la delusione fu terribile
perché invece di abbracciarmi, di consolarmi,
di dirmi quanto le dispiaceva
che io ero una bambina brava
una bambina che faceva il suo dovere
non ero certo la prima della classe
ma ero
una brava bambina
che andava molto volentieri a scuola
anche perché figlia unica
senza la mamma
andavo molto volentieri a scuola…
Lei disse in modo quasi sprezzante:
“Ma non le ho fatte mica io le leggi razziali!
E questo
fu uno di quei momenti di delusione
di solitudine…
Cominciavo a essere l’altra.
Che son stata poi sempre
per tutta la vita, l’altra.
Io avevo otto anni nel ‘38
vuol dire che ce n’ho ottantotto adesso
quindi sappiamo che dobbiamo andare indietro di ottant’anni
e una volta ai bambini non venivano spiegate molte cose
io vedo che
prima con i miei figli, così così
ma invece i miei nipoti fin da piccoli
vengono informati di ogni movimento familiare
e si chiede molto il loro parere
e si tiene conto del loro parere
Invece allora ai bambini
non venivano molto date delle spiegazioni
e io ero anche talmente abituata
dentro di me
proprio come istinto
a proteggere mio papà
come ho sempre cercato di fare
finché ho potuto
avendolo tanto amato
e avendo sentito fin da quando ho cominciato a capire
che mio padre sarebbe stato un perdente
che mio padre sarebbe stato debole, indeciso
colpito negli affetti
è rimasto vedovo così presto
di una moglie amatissima
e poi così pochi anni
prima di avere così grandi pensieri
che io ho sempre cercato di essere in casa
una bambina allegra
una bambina che non voleva aggiungere pensieri
a chi pensieri già ne aveva tanti
per cui io domande ne ho fatte sempre molto poche
ho seguito mio papà fino all’ultimo
ovunque
e
poi lui non è tornato da Auschwitz
così i miei nonni
per cui le domande poi me le sono fatte da sola
e senza psicologi avevo già tutte le risposte.
Quando son state emanate le leggi razziali
le tante leggi razziali di cui poi la gente non sa
quante fossero le cose proibite agli ebrei
si parla sempre della scuola perché è una cosa importantissima
ma le cose proibite erano tantissime.
Io ho sempre visto
quella firma del re
capo delle Forze Armate
quando ha firmato le leggi razziali
come un filo nero
che portava a quelle rotaie
che hanno portato ad Auschwitz.
Da quella firma
si arriva ad Auschwitz.
Non ci si ferma fuori dalla scuola cambiando scuola