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di Gianfranco Ravasi

J'ai pleuré et j'ai cru: "ho pianto e ho creduto".


Bastavano questi due verbi a Chateaubriand per descrivere nel suo Génie du Christianisme (1802)
la conversione che dal razionalismo scettico l'aveva ricondotto alla fede dell'infanzia. Anche a
Gesù nella sua prima, lapidaria predica pubblica erano stati sufficienti due verbi per scuotere la
coscienza dei suoi uditori: Metanoèite kài pistèuete, "convertitevi e credete!" (Marco, 1, 15). Il
verbo greco della conversione era significativo perché esigeva una sorta di torsione del noùs,
ossia della mentalità che doveva optare per una nuova visione della vita e dell'essere (verbo e
relativo sostantivo risuoneranno ben 56 volte nelle pagine neotestamentarie).
Più di taglio "spaziale", ma semanticamente analogo, era il termine che le Scritture ebraiche
avevano selezionato: shûb, cioè "ritornare", invertendo la rotta sbagliata, vocabolo reso
dall'antica versione biblica greca dei Settanta con un pregnante epistrofè, segno di una svolta
radicale. E la mirabile parabola detta "del figlio prodigo" è quasi la sceneggiatura filmica di una
perversione del percorso della vita e del "ritorno" in se stessi e verso la casa paterna lasciata
prima alle spalle (si legga Luca, 15, 11-24).
Alla galleria di ritratti di convertiti che il nostro giornale sta proponendo in questo periodo,
vorremmo aggiungere, allora, una riflessione di carattere generale su un fenomeno che spesso
ha inciso non solo sulla vicenda personale di molte persone, ma anche nella stessa storia
dell'umanità. Certo, le conversioni hanno tipologie differenti e possono ricevere denominazioni
antitetiche secondo le diverse prospettive: ci può essere, infatti, una conversione che è tale per
i cristiani, ma diventa "apostasia" per un'altra confessione di fede. C'è anche la svolta politica
che spesso, però, lascia una traccia di sospetto e può persino essere classificata sotto il termine
realistico di "voltagabbana". C'è la trasformazione ideologica da una concezione filosofica a
un'altra (in filosofia si ha anche il procedimento di "conversione logica", già illustrata da
Aristotele).
Ma la "conversione" per eccellenza rimane quella religiosa. Essa può segnalare il transito
dall'ateismo o dall'indifferenza agnostica all'accoglienza del divino e della trascendenza secondo
un Credo particolare. Ma può anche essere la ripresa ardente di una fede smarrita o appannata
dalla consuetudine: "La conversione più difficile - scriveva un autore spirituale, Louis Evély, nel
saggio C'est toi cet homme - è quella a cui tutti siamo chiamati, all'interno della nostra
religione".
Ed è interessante notare che uno dei più originali teologi del secolo scorso, di cui ebbi la fortuna
di essere discepolo, il gesuita canadese Bernard Lonergan (1904-1984), nella sua opera Method in
Theology (1972), considerava la triplice categoria della conversione - intellettuale, morale e
religiosa - come strutturale nella stessa epistemologia teologica, secondo una gradazione
progressiva d'orizzonte, ma anche secondo un intreccio indissolubile.
Alla sorgente, comunque, della conversione religiosa c'è la teofania: è un atto esterno alla
creatura che, attraverso mediazioni di vario genere, procede da Dio.
È ciò che teologicamente è definito da san Paolo come "grazia", chàris in greco, da cui
nasce la charitas latina, ossia l'atto d'amore divino.
Suggestiva è la frase dell'Apostolo che si stupisce lui stesso dell'asserto profetico su cui
costruisce la sua dichiarazione: "Isaia arriva fino ad affermare: Mi sono fatto trovare (dice il
Signore) anche da quelli che non mi cercavano: mi sono rivelato anche a quelli che non si
rivolgevano a me" (Romani, 10, 20). Potremmo rievocare, a questo proposito, l'intuizione di un
famoso teologo protestante: stravolgendo con una sola lettera il celebre motto cartesiano, Karl
Barth aveva sintetizzato ogni nascita alla fede così: Cogitor, ergo sum, "sono pensato ("amato"
secondo il linguaggio biblico), quindi sono".
Il primato della grazia divina ovviamente non elide la libertà del chiamato che può sottrarsi o
allentare i tempi della conversione. Significativo è il percorso dell'altro celebre convertito della
storia, Agostino.
Il fascino dell'ideologia, l'attrazione del piacere, le esigenze del successo lo trattengono a lungo
nella palude di un'esistenza piacevole ma insoddisfacente. Alla fine, però, la voce di Ambrogio,
il convincente vescovo di Milano e l'epifania divina celata sotto una voce infantile che lo invita:
Tolle, lege; tolle, lege!, lo conducono a prendere in mano e a leggere il codice dell'epistolario
paolino che il futuro santo apre su un appello decisivo:
"Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze,
non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e
non seguite la carne nei suoi desideri!" (Romani, 13, 13-14).
Era l'estate del 386: nasceva così uno dei maggiori Padri della Chiesa, sbocciava quel capolavoro
che saranno le Confessioni, storia di una conversione, si apriva l'itinerario ideale di uno dei geni
dell'umanità e si delineava anche il modello di ogni conversione, talmente intrecciata con la
scelta ascetica del vescovo di Ippona da aver successivamente fatto designare i monaci nella loro
professione di vita religiosa come conversi. Certo, tanti altri sono i convertiti emblematici, a
partire dalla peccatrice evangelica o da Zaccheo, passando per Francesco d'Assisi o Ignazio di
Loyola, fino al nostro Manzoni.
Tante saranno le conversioni più modeste e nascoste che coinvolgeranno pure i transiti da una
fede all'altra. Ma per tutti risuonerà sempre quel monito di Cristo: "Convertitevi!", destinato
anche a chi frequenta i luoghi di culto e si ritiene un credente che non ha bisogno di
conversione. Due importanti teologi francesi del Novecento, Jean Daniélou e Yves Congar, per
vie diverse giungevano, infatti, alla stessa conclusione: "Un cristiano non è che un pagano sulla
via della conversione (...) Le nostre chiese sono ancora piene di pagani che vanno a messa".
Per la tradizione cristiana il prototipo per eccellenza del convertito rimane, comunque, la
figura di Paolo. Egli rievoca, autobiograficamente, in modo allusivo nelle sue lettere
l'esperienza vissuta - forse nell'anno 32 - sulla strada che lo stava conducendo a Damasco.
Così, scrivendo ai cristiani di Filippi, ricorre a un folgorante verbo greco, katelèmften, cioè "fui
afferrato, ghermito, conquistato, impugnato" da Cristo (3, 12). In altri passi del suo epistolario si
accontenta di indicare una divisione netta tra un "prima" e un "poi", linea di demarcazione tra il
persecutore e l'apostolo di Cristo (Galati, 1, 11-17; Filippesi, 3, 3-17; 1 Timoteo, 1, 12-16): non
per nulla nel suo famoso oratorio Paulus il musicista Felix Mendelssohn-Bartholdy farà
impersonare da due bassi diversi la voce di Paolo prima e dopo la conversione.
Ai Corinzi semplicemente chiede con una domanda retorica: "Non ho io visto Gesù, il Signore?" (i,
9, 1) e conferma: "Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto" (i, 15, 8). Oppure,
riferendosi a un simbolo luminoso (che poi riprenderemo), ricorda che "Dio rifulse nei nostri
cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo" (ii, 4, 6).
Il massimo che riusciamo a strappargli è ciò che confessa ai Galati: "Quando Dio, che mi scelse
fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio
suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza
andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai
a Damasco" (1, 15-17).
Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde su quella strada per la capitale siriana
(diventata l'emblema delle conversioni: si pensi solo all'opera Verso Damasco del drammaturgo
svedese August Strindberg), dobbiamo ricorrere a chi - almeno per un certo periodo della sua
vita - fu compagno dell'Apostolo nei suoi viaggi missionari, cioè san Luca.
Ebbene, egli nella sua seconda opera, gli Atti degli apostoli, per ben tre volte narra la svolta
radicale che fece di Paolo un missionario di quella "setta" che egli voleva contrastare con
fierezza fin nel territorio della Siria. Infatti, Luca ricorda che egli recava con sé "lettere" del
sommo sacerdote gerosolimitano destinate alle comunità ebraiche damascene perché si
impegnassero nel bloccare la nuova eresia che veniva denominata (a più riprese negli Atti) col
suggestivo vocabolo "Via".
La prima narrazione è nel capitolo 9 ed è alla terza persona. Due sono gli atti. Da un lato, c'è
l'incontro di Paolo con Gesù e poi con un membro della comunità cristiana di Damasco di nome
Anania, che non solo gli va incontro accogliendolo come un fratello, ma che lo libera anche dalla
cecità causata dal bagliore della visione. D'altro lato, c'è ormai l'Apostolo che "subito nelle
sinagoghe annuncia che Gesù è il Figlio di Dio" (v. 20). Ma fermiamoci per un momento
all'esperienza iniziale dell'incontro, che Luca dipinge coi contorni di una visione, simile a quelle
che costellano la Bibbia e che hanno come destinatari, ad esempio, il patriarca Giacobbe o i
profeti Ezechiele e Daniele. Ecco le parole dell'evangelista: "All'improvviso lo avvolse una luce

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dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?
Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!" (9, 3-5).
Come è evidente, non si parla di una caduta da cavallo come amerà immaginare l'iconografia
successiva (chi non ricorda il celebre dipinto di Caravaggio in Santa Maria del Popolo a
Roma?), ma di una folgorazione che fa incespicare e cadere a terra. C'è un elemento
interessante in quel dialogo tra Saulo (che è il nome ebraico dell'Apostolo e che vuole
idealmente marcare il suo passato, destinato ora a morire con "l'uomo vecchio", per usare una
nota espressione paolina) e la voce di Cristo. Saulo stava recandosi a Damasco per incatenare i
discepoli di Gesù; Cristo si identifica con loro: "Io sono Gesù, che tu perseguiti!".
Come ha fatto notare Benedetto xvi nel suo discorso di apertura dell'anno paolino, Cristo
stabilisce un nesso di identità con la Chiesa che è il suo corpo. Ed è altrettanto significativa una
nota apparentemente marginale ma forse allusiva: Saulo rimane cieco per tre giorni (9, 9) e
quando viene battezzato si dice che i suoi occhi si illuminano ed egli "si alza": ora il verbo greco
anàstas, l'"alzarsi", è lo stesso che viene usato nel Nuovo Testamento per la risurrezione di
Cristo. Ai tre giorni oscuri del sepolcro subentra il levarsi luminoso della risurrezione-rinascita:
nella Lettera ai Romani Paolo descriverà il battesimo in modo analogo, secondo lo schema della
"sepoltura-risurrezione" di Cristo (6, 3-9).
Abbiamo detto che sono tre i racconti lucani di questa avventura spirituale radicale vissuta
dall'Apostolo. Riserviamo un cenno anche agli altri due. Nel capitolo 22 degli Atti, la narrazione
è in prima persona. Siamo nel tempio di Gerusalemme e Paolo sta per essere linciato dai suoi
antichi correligionari. Ma il comandante della coorte romana di stanza in quell'area lo sottrae
alla folla e lo conduce nella fortezza Antonia, ove gli concede di arringare il popolo che continua
a pressarlo. In ebraico Paolo racconta autobiograficamente la vicenda della via di Damasco,
ricalcando il primo testo degli Atti. Egli, però, sottolinea ora che i suoi compagni di viaggio
"videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava", a differenza del primo racconto
("sentivano la voce, ma non vedevano nessuno" 9, 7). Si tratta, quindi, di un'esperienza che ha
qualche eco esterna, ma che rimane profondamente personale e interiore. Ci sono stati, perciò,
alcuni critici che hanno parlato in modo "razionalistico" di allucinazione.
In realtà, la menzione esplicita dei personaggi coinvolti (anche con nomi propri, come Giuda che
ospita Paolo a Damasco nella sua casa sulla "via Diritta" o come il citato Anania) attesta il
realismo di un evento che è confermato, come si diceva, anche da una terza testimonianza. Essa
è presente in Atti 26, 12-23. Ora l'Apostolo è agli arresti presso il governatore romano Festo
nella città di Cesarea Marittima, la residenza degli alti funzionari imperiali in Palestina (si ricordi
che qui si svolgerà anche la vicenda del centurione Cornelio, descritta nel capitolo 10).
In visita ufficiale in quella città costiera si presenta la coppia principesca di Agrippa ii,
discendente del re Erode, e di sua sorella Berenice che era anche la sua compagna incestuosa.
Ebbene, Paolo davanti a loro - in attesa di essere trasferito a Roma per il processo d'appello da
lui richiesto come cittadino romano - ripete la storia della sua conversione al cristianesimo.
La sostanza dell'evento è sempre la stessa, ma appaiono anche alcune variazioni e novità. Così,
non entra in scena Anania; a terra cadono pure i compagni di viaggio e non solo Paolo;
curiosamente Cristo cita un proverbio greco, attestato anche dagli scrittori Euripide e Pindaro,
che è però detto dalla voce divina in ebraico: "Duro è per te recalcitrare contro il pungolo" (26,
14). L'immagine è forte e vivace ed è desunta dal mondo agricolo: il contadino stimola l'animale
da soma con un bastone chiodato in punta.
Ma le parole di Cristo, in questo racconto, vanno oltre e delineano la futura missione
dell'Apostolo, "ministro e testimone", quella di "aprire gli occhi (a ebrei e pagani, proprio come
era accaduto allo stesso Paolo) perché passino dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio
e ottengano la remissione dei peccati e l'eredità" della salvezza (26, 18). Sono queste le ultime
parole di Cristo presenti nell'intera opera lucana, un mirabile suggello alla storia di un
convertito, che per tutta la sua vita e con tutta la sua stessa esistenza testimonierà quelle
parole di Gesù da noi citate in apertura alla nostra riflessione: "Convertitevi e credete!".