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14/3/2018 Palermo - Genova (andata e ritorno), Giulio Cesare Giacobbe, intervista n.

3, Fondazione

Palermo – Genova (andata e ritorno)


Emilio Di Gristina
da FONDAZIONE n. 9 - Anno VI - 2006

Nel dicembre 2005, nella collana Urania, veniva pubblicato come


supplemento al numero 1505 il romanzo L’altra realtà di Giulio
Cesare Giacobbe, titolare dell’insegnamento di Fondamenti delle
Discipline Orientali presso l’Università di Genova e psicoterapeuta,
nonché autore di tre bestsellers di psicologia divulgativa Come smettere
di farsi le seghe mentali e godersi la vita (2003), Alla ricerca delle
coccole perdute(2004), Come diventare un buddha in cinque
settimane (2005). Noi l’abbiamo per l’occasione “virtualmente”
raggiunto, grazie anche alla complicità dell’amico Aldo Ottonello.

Fondazione Dai paesaggi, a volte dai toni cupi, di una silenziosa e


deserta Manhattan, emerge un singolare rapporto fra i protagonisti del
romanzo. Vargas, incaricato di rimuovere i cadaveri nella notte, e
Ngozi, finita nella direttiva di eliminazione del Dipartimento di Polizia,
incrociano i loro destini alla ricerca continua, in definitiva, della loro
identità. Come è nata l’idea di questa “meravigliosa storia d’amore, ai
limiti della sopportabilità umana”?
Giacobbe La “storia d’amore”, se mai c’è stata o se mai si possa
chiamare tale, è nata strada facendo. Non so gli altri romanzieri
(probabilmente io non sono uno di loro), ma io sono partito con
un’idea, quella della fuga generale nella realtà virtuale e quindi di una
New York (una città che conosco bene - ho vissuto tre mesi nella 116th
- e amo molto) completamente vuota e poi sono andato avanti
lasciandomi portare dalla mia fantasia, come ho fatto per tutti i miei
libri. Nella prima parte la mia fantasia si è espressa sotto forma
letteraria, dove ho buttato fuori tutti gli stili che avevo dentro (comico,
grottesco, ironico, poetico), ma pare che questo oggi, dove il fast food
è presente anche nella letteratura, non piaccia ad alcuni lettori.

Fondazione Ad una prima parte fa seguito di solito una seconda! In


effetti nel romanzo a grandi linee si ha la sensazione di passare da una
parte ricca di suggestioni, giochi stilistici, interessanti citazioni, seppur
forse dilatata e a tratti riverberante, ad una più distesa che,
concedendo meno spazio a tali elementi, paradossalmente, se dal punto
di vista narrativo appare più scorrevole, non riesce a sostenere fino in
fondo “il gioco delle parti”. Le due “realtà” che si confrontano, dove si
muovono i protagonisti e si snodano i loro desideri, angosce e
inquietudini, quasi sfidandosi, sembrano fare eco a due registri narrativi
differenti che, sottolineandone simbolicamente la dicotomia, ne
richiamano gli elementi costitutivi ed essenziali restituendoli al lettore
modificati, psichicamente “censurati”, con un effetto di amplificazione
sia delle situazioni paradossali che di alcune descrizioni grottesche. La

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stessa invenzione della


“sedia”, elemento
tecnologico centrale
del romanzo, sembra
assumere dimensioni e
connotazioni “umane”.
Vorrei anche che ci
soffermassimo sulla
tematica centrale del
romanzo e della
visione di un “futuro
prossimo”, grande
tematica della
fantascienza, che dalle
esperienze individuali e
“stati allucinatori” dei
protagonisti si sposta
su un piano diacronico
sul finire del romanzo.
Giacobbe Caro Emilio,
constato che sei uno
dei pochi sopravissuti
portatori di una cultura
ormai perduta: la tua
analisi non
sfigurerebbe sulle
pagine della critica
letteraria
professionale. Il lettore
di oggi, abituato al fast
reading figlio delle fiction televisive di azione, non è evidentemente in
grado di cogliere, come invece hai fatto tu, questo aspetto elementare
del mio romanzo: la contrapposizione fra realtà virtuale e realtà reale,
un problema concreto oggi già presente. L’altra realtà è stato accusato
di avere una premessa troppo lunga e prolissa. Ma non si tratta di una
premessa. Il romanzo, come tu hai evidenziato, è diviso in due parti: il
mondo della realtà virtuale e il mondo della realtà reale. E non mi
sembra che l’avere riservato 68 pagine alla realtà virtuale e 196 pagine
alla realtà reale costituisca una lungaggine insistente troppo sulla prima
parte. È vero poi che in essa mi sono lasciato andare al mio estro e ho
sfoggiato una pluralità stilistica e poetica che si richiama sia pure
modestamente all’Ulisse di Joyce, con una propensione particolare al
surreale e al comico. Operazione che mi aspettavo fosse apprezzata dai
lettori, anche perché se il surreale è già comparso, nella letteratura
fantascientifica (vedi appunto Sheckley), il comico o meglio l’umoristico
è limitato a pochissimi se non addirittura a un solo caso (Douglas

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Adams). È vero anche che in quella prima parte la descrizione


sostituisce l’azione e quindi non può essere apprezzata da un fast
reading, ma è proprio la descrizione, che spesso è anche descrizione di
azione, a dare la cifra dell’irrealtà a un mondo di cui il lettore non sa e
non capisce, e non deve né sapere né capire, assolutamente nulla. È
proprio l’architettura da romanzo giallo a fare dell’Altra realtà, secondo
me, un romanzo appetitoso. Certo, come ogni pasto, lo si apprezza
pienamente soltanto quando è finito. Ma queste sono, probabilmente,
soltanto argomentazioni difensive di un autore deluso. Mio padre mi
diceva: «Se non apprezzi un libro o il libro non è alla tua altezza o tu
non sei all’altezza del libro.» Probabilmente si tratta del primo caso.
Veniamo adesso al tema in sé. La realtà virtuale. Si tratta di un pericolo
sociale già presente. Gran parte della popolazione del mondo
industrializzato (specie nelle fasce d’età estreme) vive nella realtà
virtuale. Televisione, cinema, videogiochi, i-pod e telefonini hanno
sostituito non soltanto il rapporto con la realtà ma anche il rapporto fra
esseri umani. Milioni di persone credono che quanto avviene nei
cosiddetti reality shows sia reale. Andiamo sempre di più verso
un’umanità che fugge dal mondo reale per rifugiarsi nel mondo
virtuale. L’altra realtà ha semplicemente portato alle estreme
conseguenze questa tendenza oggi già evidente a tutti. È, come hai
detto tu, un romanzo del “futuro prossimo”, che rimane il mio interesse
principale. Ne L’altra realtà non c’è lo sfruttamento politico della fuga di
massa della popolazione e quindi della sua estromissione dal controllo
politico proprio perché c’è la non improbabile estremizzazione del
fenomeno della realtà virtuale e quindi la sua estensione alla stessa
classe di potere. Ma l’alienazione dal controllo politico di gran parte
della popolazione, se non sul piano formale certamente sul piano
sostanziale per il deterioramento o addirittura la privazione
dell’informazione, è già una realtà. Chi vive di televisione d’evasione, di
cartoni animati, di soap opera e di talk shows, è deprivato della sua
capacità critica e del suo diritto politico di opinione perché la mancanza
di informazioni sul reale induce un qualunquismo facilmente pilotabile
con pochi interventi demagogici mirati. Non occorre neppure inscenare
false tribune politiche. Bastano i telegiornali. Che essendo quotidiani
sono efficacissimi. Anch’essi sono elementi della realtà virtuale.

Fondazione Ti ringrazio, potrei tentare una futura postfazione. Ma, a


parte la narcisistica battuta, il tuo intervento tocca molteplici temi e
oltremodo pregnanti che meriterebbero uno spazio ben diverso da
questo e ci porterebbero anche lontano. Certo Joyce, anche nell’ambito
di una sperimentazione linguistica, ha realizzato un monumento alla
letteratura (opinione non condivisa da tutti) provocando una rivoluzione
espressiva nella quale dalla polifonia vocale, ricca di suggestioni
linguistiche e paesaggistiche, emerge il microcosmo umano che, grazie
alla difficile tecnica dello Stream of consciousness, da frammenti
sensoriali, onirici, reali e inconsci trova una sua ricomposizione

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graduale, e tutto questo, nell’ Ulisse, in una breve scansione temporale.


Questo è stato raccolto invero tardivamente dalla “letteratura di
genere” e la stessa fantascienza ha dovuto aspettare qualche anno, se
non diversi, per recepirne le risonanze. Basti pensare allo stesso J.
Ballard (quanto a Sheckley, maestro di short stories, nutro qualche
lieve perplessità sulla sperimentazione in Scambio Mentale) che con il
suo manifesto, per la futura New Wave e letteratura speculativa, sulla
ricerca e traccia dei confini di uno “spazio interno” ha tenuto il passo
per un certo tempo, il resto è storia. Per altri versi mi sembra
interessante il tuo tentativo di avere inglobato, attraverso
“l’estremizzazione della realtà virtuale”, la classe di potere. Tentativo
che interpreto come una possibilità, se non addirittura, tentando una
forzatura, la “variabile” nel processo di recupero della collettività e del
singolo che sembra profilarsi sul finire del romanzo. Nondimeno i
“Vargas” e le “Ngozi”, se mi permetti l’estensione, che agitano e
sollecitano inconsapevolmente il lettore, appaiono fragili, adulti
mancati, bloccati nel loro processo psicologico di individuazione e
separazione, che si risolve nell’altra realtà e simbolicamente trova
nell’elemento tecnologico, che si polarizza umanizzandosi, in definitiva
nel “John il Divino”, un falso ed effimero “organizzatore”. Lo stesso
ruolo di “eliminatore” assunto da Vargas mi sembra, più che un fuga
consapevole di autonomia intellettuale e psicologica, la “sublimazione”
di un processo ossessivo su base edipica.
Giacobbe Ancora una volta hai colpito nel segno. Vargas e Ngozi sono
non solo due personaggi letterari, necessari nell’economia del romanzo
che necessita di protagonisti delle due realtà, ma anche il ritratto della
tipologia umana di coloro che vivono nella realtà virtuale. Trattandosi di
una fuga dalla realtà reale essa sottintende incapacità di affrontare
difficoltà responsabilità e sofferenza. Quindi decisamente personalità
infantili (vedi il mio best seller Alla ricerca delle coccole perdute, che è
un trattato su questo tema). Vargas e Ngozi ne rappresentano i due
estremi. Vargas ha difficoltà a uscire dal sogno: non solo vi ricorre
volontariamente anche dopo avere scoperto la doppia realtà ma anzi
finisce per precipitarvi e probabilmente per rimanervi prigioniero (la
continuazione della sua storia la lascio all’inventiva del lettore) con i
suoi incubi da cattolico dilaniato dal rimorso. Ngozi ne esce
definitivamente e ricostruisce con Mario la sua vita nella realtà reale.
Sono le due possibili soluzioni dell’inganno. La loro praticabilità dipende
dal grado di nevrosi (la fuga dalla realtà denuncia sempre, una
condizione nevrotica). In Vargas essa è molto avanzata. Lo evidenziano
anche i sogni che egli si autocostruisce, a base di sesso e violenza. Una
proiezione fantasmatica e soggettiva di tanta televisione di oggi.

Fondazione Prima di passare ad altro, ci sono almeno ancora un paio


di considerazioni. Nel romanzo il tema della sessualità, o forse sarebbe
meglio dire “la sessualità”, oltre che fluire attraverso stati onirici,

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recupera
simbolicamente le sue
radici non sessuali da
un corollario di
elementi che fanno da
cornice,
ricomponendolo
gradatamente, a quel
mondo frammentato,
quasi perduto per
sempre, ed al quale tu
sembri guardare con
occhio nostalgico. Ne
sono un esempio la
revolver
Smith&Wesson modello
60, la Dodge Viper
Coupé del ’95, la
Ferrari F50 del ’96, lo
Zippo CCCXXXIII (con
l’emblema dell’aquila
americana), la
Guinness, i sigari
Romeo y Julieta, la
Whoopi Goldberg,
Marilyn Monroe, il
lettore ne rintraccerà
tanti altri, che
divengono, da
fotogrammi perduti
nella mente dei protagonisti, immagini a forte carica libidica, proiezioni
esplose dello stesso sé. Elementi che sul piano narrativo, reiterati
volutamente, sono legati a quel crogiuolo di espressioni a volte dal
sapore grottesco che tendono a culminare in quel melodico refrain “Ti è
piaciuto?” – “Troppo”.
E arriviamo a New York. Si ha la sensazione, nel romanzo, di essere
guidati da una webcam costantemente puntata nei più remoti angoli
della città, nella quale come dici hai vissuto un lungo periodo. Essa
stessa sembra farsi protagonista della dicotomia che permea il
romanzo, quasi pretendendo l’attenzione del lettore, in un processo di
graduale catarsi attraverso i frequenti cambi di prospettiva e
inquadrature. Complessivamente, ed all’interno di un rapporto a doppio
legame, le descrizioni della città oltre che riproporre, come detto, la
contrapposizione fra le due realtà, sembrano fare eco ad un sentimento
di ambivalenza. Una città, un mondo in sintesi, “amato” come dici, di
cui ne richiami però al lettore, su un piano reale ed attuale, le

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contraddizioni implicite, in una visione che a tratti si fa pessimistica.


Giacobbe Gli ambienti di sfondo del romanzo, più psicologici che fisici,
sono due: i mitici anni Sessanta e New York. I riferimenti al sesso sono
soltanto uno scherzo cabarettistico e tale vogliono rimanere, anche
quando diventano quasi pornografia. Rimane secondo me l’importanza
letteraria dell’introduzione del sesso nella fantascienza insieme con il
comico, anche se vi sono dei precedenti, rimasti comunque isolati. Gli
anni Sessanta si ritrovano soprattutto nella Chevrolet cabriolet rosa del
1957, nei jeans Levi’s, nel giubbotto Carrera nero, negli stivaletti El
Charro, che sono gli stessi che trovi in Happy Days. E Vargas, nel suo
sogno dell’altra realtà, è proprio un Fonzi che vive in un mondo
televisivo mitizzato. Dovevo rappresentare un mondo onirico e mi è
parso che il mondo di Happy Days fosse un mondo facilmente
riconoscibile dal lettore, che ha anche il vantaggio di essere, proprio
perchè nostalgico, persino poetico. L’uso della poesia è presente in
buona parte del romanzo, che senza attingere naturalmente alle vette
di un Ray Bradbury, è spesso immerso in un clima poetico, non solo
dentro l’altra realtà (Ngozi) ma anche dentro quella reale (i panorami,
l’amore fra Aziz e Xin Mei). E poetica è anche, nelle mie intenzioni, la
presentazione di New York. La sua descrizione è come quella che ne
farebbe un innamorato. E come la descrizione di una persona, che deve
necessariamente includere anche il suo passato, New York nel mio
romanzo è vissuta diacronisticamente, anche in dimensioni temporali
(quelle dei musei, dei parchi, dei grattacieli “antichi” che svuotati dal
caos degli uomini appaiono nella loro essenzialità e bellezza)
praticamente sconosciute a molti degli stessi newyorkesi, che come
tutti gli abitanti delle grandi città la conoscono meno dei turisti. E di un
turismo sentimentale in fondo si tratta, nei miei intenti, quel
peregrinare per New York, che è quello stesso peregrinare che io ho
vissuto in concreto quando abitavo là, proprio al numero 351 della
116th di Harlem, nell’ufficio di Vargas, di fronte al bar di Mario, che
esiste davvero, dove altro non avevo da fare che girare Manhattan a
piedi e curiosare dappertutto, al punto che la conosco meglio della mia
città natale, Genova. E la conoscenza, tu lo sai, è amore.

Fondazione Certamente mi incuriosisce e diverte l’immaginare Henry


Winkler nei panni di Vargas. Quanto alla sessualità, nelle sue molteplici
e mutevoli espressioni, essa ha in effetti accostato spesso ed in epoche
differenti la fantascienza, innestandosi in opere innovative e pregevoli
dal punto di vista stilistico. A volte ciò è avvenuto in modo
inconsapevole, mentre in altre occasioni si sono perseguiti fini non
strettamente letterari, basta considerare le copertine di
alcuni pulpscome ad esempio Startling Stories o magazines anni ’50
come Immaginative Tales, fenomeno erede delle pin-up girls degli anni
’20, ma che affonda le sue radici in Europa sul finire dell’Ottocento e
che ha influenzato successivamente anche i nostri artisti.

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Il romanzo L’altra realtà è apparso nella mitica collana Urania, che in


Italia ancora oggi, per molti, rappresenta di fatto e simbolicamente “la
fantascienza”. Hai già accennato a qualche autore ma in effetti, qual è il
tuo rapporto con questa “musa ispiratrice”? Innamoramento o amore?
L’altra realtà è solo un primo appuntamento?
Giacobbe Scrivere su Urania per me ha avuto più valore che vendere
quattrocentomila copie del mio primo libro, Come smettere di farsi le
seghe mentali e godersi la vita. Per farlo infatti sono passato a
Mondadori, che già da due anni mi faceva la corte. E li ho ricattati. O mi
pubblicate il mio romanzo su Urania o non vi do i miei libri. Questo la
dice lunga sul valore del mio romanzo. È stata soltanto un’operazione
affettiva. Il secondo libro di Urania, della prima serie, quella
nera, Hedrok l’immortale (A.E. Van Vogt, 1952) è stato il primo libro
che ho letto in vita mia fuori della scuola. Per me Urania è un mito. La
leggevamo tutti, in famiglia. Anche mia madre. E abbiamo continuato
per tutta la vita. Anche se negli ultimi tempi c’è stata un’inflazione e
quindi una caduta. Ma adesso gli autori italiani stanno dando a Urania
una nuova dignità e una nuova speranza. Io non pretendo di inserirmi
né nell’una né nell’altra. Non pretendo neppure di essere un
romanziere. Il mio editore mi ha detto di lasciare perdere.
Probabilmente ha ragione. Gli editori hanno quasi sempre ragione,
perché hanno esperienza del mercato. E infatti il mercato gli ha dato
ragione. Ma per noi scrittori il mercato non sempre ha ragione. A volte
le nostre creazioni sono frutti così raffinati che soltanto pochi palati
raffinati le sanno apprezzare. Rivendico pienamente la bellezza e la
raffinatezza delle prime sessantanove pagine del mio modesto
romanzo. In esse c’è umorismo, ricerca letteraria, invenzione,
intelligenza, raffinatezza, persino genialità. Però, lo riconosco, non c’è
aggiornamento letterario né adeguamento al mercato. Sono pagine
descrittive. E oggi il lettore non è più abituato alle pagine descrittive. Le
pagine descrittive costituivano il sessantanove, a volte il novanta per
cento dei romanzi. Come I promessi sposi. Oggi nessuno riesce a
leggere I promessi sposi. Lo so. Me ne rendo conto. Oggi ci siamo
abituati ai telefilms americani. Tutti azione. E vogliamo romanzi fatti
così. Come i telefilms americani. Ci hanno americanizzati anche nella
letteratura. I loro romanzieri sono così. Azione, azione e solo azione.
Dialogo e azione. Lo so. Ma le mie sessantanove pagine descrittive sono
azione. È questo, che non mando giù. Sono d’accordo che le descrizioni
di paesaggi o stati d’animo e di pensieri sono noiosissime. Io stesso non
le sopporto. Ma, ripeto, le mie sessantanove pagine descrittive sono
azione. Soltanto descrizione di azioni. E allora? Perché non sono
piaciute? Anzi, perché sono state addirittura giudicate insopportabili? Ve
lo dico io, perché. Perché sono fatte di periodi lunghi. Anzi, lunghissimi.
E oggi la gente non è più capace di leggere. Il cervello della gente è
stato frantumato dalla televisione e non è capace di seguire un’azione
per più di quattro secondi. Ma la lunghezza dei periodi che uno scrittore

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compone non è il risultato di un’operazione a tavolino. È il risultato di


una creazione spontanea. Perché non siamo noi scrittori, che scriviamo,
ma il nostro inconscio. E la lunghezza dei nostri periodi non è
determinata da una nostra scelta ma dalla materia stessa che stiamo
trattando. «A ogni contenuto la sua forma» diceva Benedetto Croce, un
filosofo della letteratura oggi completamente sconosciuto. Io sono
capacissimo, a scrivere periodi brevi. I lettori dei miei saggi lo sanno
benissimo. Sono lo scrittore più telegrafico di tutta la letteratura
italiana. E forse questo è anche uno dei segreti del successo dei miei
saggi. Ma anche nell’Altra realtà ci sono parti telegrafiche. Tutta la
seconda parte, quella dopo le fatali prime sessantanove pagine, è
telegrafica. E per questo è piaciuta. Ma è un madornale errore di
lettura. È naturale, che sia telegrafica, perché è azione vissuta
dall’interno. Quando l’individuo compie delle azioni le vive al loro
interno e le vive scandendo gli istanti. Appunto telegraficamente. Ma
quando l’azione è vissuta dall’esterno, da un osservatore, allora è
rallentata. Nel cinema questa dimensione si rende proprio con il
movimento al rallentatore. Esso indica il sogno, il ricordo. Allora non vi
sono più istanti fulminei e scanditi ma un fluire continuo e rallentato
dell’azione. Perché il tempo è sospeso. È quello che io ho fatto nelle
prime sessantanove pagine del mio romanzo. Ho descritto l’altra realtà
come un sogno. Quindi visto dall’esterno dell’azione. E la forma
spontanea di questo è la descrizione. Dove non c’è tempo. Dove
l’azione è rallentata. E quindi meditata. E quindi commentata. Forse è
vero che non sono un romanziere. Ma come scrittore dico che la parte
che è piaciuta, la seconda parte, per me scrittore è banale. Per me
scrittore è geniale soltanto la prima parte, le fatidiche sessantanove
pagine iniziali. Quella che alcuni lettori hanno fatto fatica a leggere.
Perché non sono più abituati alla letteratura. Perché vogliono la
televisione anche nei libri. La televisione americana. Credo proprio che
smetterò di scrivere romanzi. Continuerò a scrivere quei saggi che
vendono centinaia di migliaia di copie. Il prossimo, che uscirà in aprile
con Mondadori sarà intitolato Come diventare bella ricca e stronza. E la
frase più lunga è di due righe.

Fondazione Dovendoci congedare dai lettori, lo facciamo con la


speranza di potere leggere ancora altri tuoi romanzi, e perché no anche
sulla “nostra” amata Urania che, come ben dici, ha ormai da qualche
anno dato spazio agli autori italiani.
Ringraziamo Giulio Cesare Giacobbe

(fine)

da Fondazione science fiction magazine - n. 9 - anno VI - 2006

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