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Le zanzare
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Rosario Esposito La Rossa

MOSTRI

Marotta & Cafiero


editori

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Questo libro è rilasciato con licenza Creative Commons “Attribuzione Non Commerciale
- Non opere derivate 2.0”, consultabile in rete all’indirizzo http://creativecommons.org.
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©Marotta & Cafiero editori


Via Andrea Pazienza 25
80144 Napoli
www.marottaecafiero.it
ISBN: 978-88-88234-81-6

Copertina di Carmine Luino

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Il sonno della ragione genera mostri.
Francisco Goya

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Prefazione
Libera la parola!

Ho letto di un fiato il malloppo portatomi da Rosario. Ne


sono rimasto pietrificato, come se fossi stato colpito da una
fitta sassaiola. Mi sembrava un testo molto bello, ma senza
speranza. Che prefazione avrei potuto scrivere?
Telefonai a Rosario che tentò di spiegarmi la genesi di
questo scritto e poi aggiunse che mancava sia la postfazione
dell’amico Gubitosa che l’ultima storia, cioè la nascita di un
bimbo con la scritta di Tagore: “Finché nasce un bimbo è se-
gno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità.”
Dopo aver letto il tutto, incominciai ad inquadrare meglio
il testo e a capirne il suo significato e la sua portata. Raccon-
tando drammatiche e violente storie, questi giovani vogliono
che comprendiamo la loro rabbia per essere nati e costret-
ti a crescere a Scampia, il quartiere mostro di Napoli, è pro-
prio vero che il sonno della ragione genera mostri! Penso in-
fatti che prima di arrestare i camorristi di Scampia, le forze
dell’ordine dovrebbero arrestare e portare in tribunale i po-
litici e gli architetti che hanno costruito quel mostro, non ho
mai visto un quartiere disumanizzante come quello!

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Scampia deve essere distrutta e ricostruita in ambiente due mondi, divisi da un muro che è sempre più alto e sem-
più umano e vivibile. La Scampia attuale non può che gene- pre più invalicabile. Un muro che divide chi ha, da chi non
rare rabbia e violenza, che emanano anche da queste pagine. ha. Altro che muro di Berlino! Riusciranno questi due mon-
E capisco la rabbia di questi ragazzi. di a guardarsi in volto, ad ascoltarsi, ad accogliersi? È l’unica
Le baraccopoli di Korogocho, a Nairobi in Kenya, dove via questa per guarire.
sono vissuto per dodici anni lunghi, mi hanno aiutato a legge- Almeno questi giovani di Scampia hanno incominciato a
re la realtà partendo dal basso, dai sotterranei della vita e della guarire perché hanno incominciato a vedere, a leggere il siste-
storia. E quando si guarda il mondo con lo sguardo degli im- ma, ’o Sistema, entro cui vivono, un sistema economico-fi-
poveriti e degli oppressi, come fanno questi ragazzi di Scam- nanziario che ammazza per fame, per guerra e così finisce per
pia, lo si legge con altri occhi. ammazzare il pianeta. È un tema questo che attraversa i qua-
Si tenta semplicemente, dicono questi ragazzi, di alzare quel ranta racconti di questo libro, proprio come i quarant’anni
sudicio lenzuolo di menzogna che avvolge luoghi, deserti e per- del popolo ebraico nel deserto. Ma soprattutto perché han-
sone, per vedere cosa c’è sotto, ma soprattutto chi c’è sotto. no deciso di non fuggire, ma di rimanere a Scampia, per im-
Questi giovani che si ritrovano in Voci di Scampia, un’asso- pegnarsi contro i mostri, contro il drago, tutto questo men-
ciazione giovanile, hanno avuto la grazia di leggere la loro real- tre c’è una incredibile fuga giovanile da questa città.
tà, nuda e cruda. In questo libro trovo un’incredibile passione È un impegno nonviolento il loro, che vogliono portare
per la verità, ma una verità proclamata pubblicamente. avanti insieme, come comunità. Non si può resistere da so-
Questo è un libro dalle periferie del mondo, che ci aiuta li ai mostri! Questo unire le forze dal basso è un altro aspet-
a leggere la realtà per quella che è. È questo il passo fonda- to fondamentale in questa Napoli dove il mettersi insieme,
mentale verso la liberazione. Il “vedere” è il dono più bello il fare “rete” è la cosa più ostica che ci sia. Questo fenome-
che possiamo ricevere. È il dono dei diseredati, degli emargi- no è chiamato dalle Voci di Scampia defrag, un tipico linguag-
nati, degli esclusi. È il dono delle Voci di Scampia, voci nega- gio giovanile per dire deframmentazione, eliminazione dei
te, voci soppresse, voci allontanate. È quanto fanno i ricchi vuoti.
dei quartieri bene di Napoli, i vari Posillipo, Vomero, Chiaia, Questi ragazzi e ragazze di Scampia hanno deciso di resta-
che tengono lontani i giovani di Scampia e non vogliono che re, di non partire da dove sono nati, di cercare lavoro dove
penetrino nel loro territorio. lavoro non c’è. Scrivono, è un rischio, lo sappiamo, ma l’uni-
Napoli: la città dai due volti. La collina dei ricchi e i palaz- co vero rischio nella vita è non correre alcun rischio. E que-
zoni di Scampia. Come Nairobi con i suoi bellissimi quartie- sto vostro “rischio” ha trovato altre centocinquanta persone
ri residenziali, Lang’ata, Karen, Muthaiga, e le immense ba- che hanno “rischiato”, vi hanno dato credito perché possia-
raccopoli che la circondano come una corona di spine. Sono te realizzare questo primo volume. Avete creato così una re-

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te, ben più larga di Scampia, avete rischiato gettando le reti Sapiens, si tratta ormai della sopravvivenza della razza umana.
ed avete avuto una pesca miracolosa. Viviamo tutti dentro un sistema economico-finanziario
Questa è la strada! È la strada lillipuziana per legare il gi- che ammazza milioni di persone ed ora minaccia lo stesso
gante, il mostro. pianeta, l’unica navicella spaziale che abbiamo.
E la speranza nasce proprio da questa volontà di non ar- “Il nostro tempo,” conclude giustamente David Korten,
rendersi davanti alla violenza e al sangue, neanche davanti al “deve scambiare i dolori dell’Impero con le gioie della comu-
sangue innocente di Antonio, disabile ammazzato dalla ca- nità Terra Madre. Ci auguriamo che i nostri posteri potranno
morra, a cui è dedicata l’associazione. Ma avete trasformato guardare a questo periodo storico come il tempo della grande
quella tragedia in un momento di vita, in Voci di Scampia. svolta, quando l’umanità è stata capace di fare una scelta co-
Non vedo altra strada per far risorgere Scampia, quartiere raggiosa per agevolare l’arrivo di una nuova era votata a rea-
simbolo del degrado di questa città. Non vedo altra strada per lizzare le più alte potenzialità della natura umana.”
far rinascere questa nostra amata città. La guarigione di Scam-
Alex Zanotelli
pia sarà anche la guarigione di questa immensa metropoli.
La speranza nasce dal basso. Dall’alto non possiamo più
aspettarci nulla!
È fondamentale però che le Voci di Scampia si uniscano a
tante altre realtà impegnate in questa città, dai comitati acqua,
alle associazioni rom, a quelle per la pace e il disarmo.
“Il processo di cambiamento inizia,” afferma il noto pen-
satore statunitense, David Korten, nel suo stupendo volume
The Great Turning, “quando uomini e donne prendono co-
scienza delle loro potenzialità e trovano il coraggio di rom-
pere il silenzio, parlando apertamente della verità scoperta.
Più siamo capaci di proclamare la verità, più gli altri trove-
ranno il coraggio di proclamarla. Sarà allora più facile ritro-
varci e finirla con il nostro isolamento, formando comunità
dove possiamo condividere le nostre intuizioni e rinnovare il
nostro coraggio”.
E questo non solo per Scampia o per Napoli, ma per tutti,
poiché viviamo un momento drammatico della specie Homo

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Defrag
ovvero introduzione e ringraziamenti

Non è facile spiegare cos’è Mostri, potrei banalmente ri-


durre il tutto a una raccolta di racconti sui diritti umani, sto-
rie di ultimi, schiacciati, oppressi, ma non voglio gettare il la-
voro di questi quattro lunghi anni, in quel calderone editoria-
le che si compiace del dolore. Non c’è pena in quest’inchio-
stro, non c’è quella maledetta morale borghese di chi guarda
il mondo dall’alto, con le mani pulite. Si tenta semplicemente
di alzare quel sudicio lenzuolo di menzogna, che avvolge luo-
ghi, disastri e persone, per vedere cosa c’è sotto, ma soprat-
tutto chi c’è sotto. Tante volte i personaggi di questo libro si
mettono ad urlare, ma ciò che veramente tappa le arterie so-
no i silenzi. Assordanti silenzi di chi rivendica diritti affogati
nel petrolio, seppelliti tra le mine dei conflitti, rinchiusi nelle
banche dei potenti. Cosa ha da dire questo libro? Forse nien-
te a chi ha vissuto il Vietnam, la Guerra Fredda, le crisi del
Medio Oriente, ma sono sicuro che sarà una spina nel fian-
co per i giovani, per quella generazione che conosce la storia
ufficiale fino alle seconda guerra mondiale. Non è colpa lo-
ro, i programmi questo impongono, ma quel vuoto di infor-
mazioni, quello spaccato di storia, gli ultimi sessant’anni, gli

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anni che hanno generato i nostri giorni, beh forse vale la pe- ok che tutti possono scaricare da internet senza pagare un
na di capire. Non tanto conoscere le date, i generali, quella centesimo.
storia raccontata dai vinti, piuttosto capire, farsi le domande. Contemporaneamente a questo libro è stato prodotto an-
Perché questo titolo? Mostri. Perché quattrocento anni fa, un che un audiolibro per i non vedenti, che sarà distribuito gra-
vecchio sordo spagnolo, un pittore, Francisco Goya, scrisse il tuitamente a chiunque lo richieda. Mostri è un libro realiz-
sonno della ragione genera mostri. Questo libro non ha la pretesa zato in carta riciclata e per ogni mille copie stampate verran-
di dare soluzioni, di cancellare quella nebbia che spesso av- no piantati dieci alberi autoctoni, vogliamo creare un picco-
volge la mente di noi umani, però per distruggere quei Mo- lo bosco, il bosco dei Mostri.
stri chiamati guerre, genocidi, stupri, razzismo, Halabja, Sre- Ho sempre creduto nel potere dei libri, perché un libro
brenica, Majak, Korogocho, il Kurdistan, bisogna conoscerli, può essere anche altro, perché un libro dev’essere sempre
bisogna comprendere le cause, gli interessi, i perché. un punto di partenza. Grazie a questo libro è nata a Scam-
Mostri è un libro composto da oltre quaranta racconti, pia una casa editrice, un gruppo di pazzi, una cooperativa di
ognuno è un flash, una luce abbagliante negli occhi del letto- giovani. Non è solo una provocazione, la realtà socio-com-
re, non è un testo di fotografie scritte, chi viene fotografato, merciale nel quartiere martoriato dalla criminalità, nel peri-
chi ci mette la faccia, è il lettore. Perché queste storie sembra- colosissimo impero della camorra napoletana, questa coope-
no dire: e ora che farai? Chiuderai questo libro nella tua pre- rativa è qualcosa di tangibile, fatta di ragazzi e ragazze che
ziosa libreria e correrai alla tua vita di sempre, vita che consu- hanno deciso di restare, di partire da dove sono nati, di cre-
ma, vita che spende, vita che conta se sei solo attraente. are lavoro dove il lavoro non c’è. È un rischio lo sappiamo,
Non che il mondo avesse bisogno di questo libro, però ma l’unico vero rischio nella vita è non correre alcun rischio.
per me queste pagine sono anche una testimonianza, un pre- Non abbiamo cercato il fiore nel deserto, lo abbiamo pian-
sa di posizione, una scelta. Qualcosa che rimane. tato. Ora è un germoglio fragile, che ha bisogno di prote-
Mostri è un libro registrato con licenza Creative Commons, zione, per questo abbiamo deciso di destinare alla nascen-
è un libro libero. Chiunque può fotocopiare interamente que- te cooperativa editoriale tutti i soldi ricavati dalla vendita
sto testo, utilizzarlo per realizzare lavori teatrali e cinemato- di questo libro. Acquistarlo non significa solo comprare un
grafici, chiunque può distribuire, modificare, esporre in pub- oggetto, significa dare la possibilità ad un gruppo di giovani
blico queste pagine. Dieci euro, questo libro costa dieci eu- scampioti di portare avanti un sogno, una scommessa, una
ro, un prezzo folle vista la mole del prodotto, ma volevamo realtà lavorativa.
realizzare qualcosa che tutti si potessero permettere, un li- Defrag dice il titolo di questa sorta di presentazione. De-
bro acquistabile da qualsiasi famiglia, indipendentemente dal frag tradotto in italiano deframmentazione, eliminazione
portafogli. Per la stessa ragione abbiamo realizzato un ebo- dei vuoti. Infondo Mostri è questo, una deframmentazione

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storica e spaziale. Tenta di avvicinare fatti, storie, pensieri, città dove abbiamo lasciato un pezzo del cuore. E parlando
ma soprattutto uomini. di Piemonte mi preme ringraziare Maria Josè Fava, una don-
Ricordo il giorno in cui io e Lena decidemmo di partire na fantastica, che per noi ha dato tantissimo, con una dispo-
con questa idea pazzoide del libro coprodotto, della produ- nibilità immensa, un senso dell’organizzazione impeccabile,
zione dal basso. un’amica che ci ha trattato da amici.
Senti Lé, io ho pensato una cosa, perché non trasformia- Ringrazio Tommaso Marotta e Anna Cafiero, perché han-
mo questo libro in qualcosa di speciale? È vero possiamo in- no fatto accendere in noi la scintilla dell’editoria, ci hanno
vestire noi, prendere i soldi, stampare e vendere, però alla fi- fornito i primi strumenti, il loro appoggio, la loro competen-
ne, cosa c’è di magico, di diverso, di sincero? Che ci mettia- za ed esperienza. Ringrazio Carla Saponaro, per aver passato
mo a fare i capitalisti? Perché non trasformiamo il lettore in i suoi pomeriggi a correggere le pagine di questo libro, ringra-
editore, praticamente dobbiamo solo trovare centocinquanta zio Carlo Cerciello per averci permesso di pubblicare “Il cielo
persone disposte a comprare qualcosa che non esiste anco- di Palestina”, per il suo teatro di impegno, politico, vero. Rin-
ra, i soldi da loro investiti li utilizziamo per stampare il libro, grazio padre Alex Zanotelli e Carlo Gubitosa, per aver dedi-
così loro diventano i nostri coeditori, il loro nome lo mettia- cato le loro parole a questo libro, li ringrazio perché ci siamo
mo nel libro e ricevono anche una copia a casa. Che ne dici, nutriti delle loro idee, perché abbiamo fatto tesoro delle loro
le troviamo centocinquanta persone disposte a fidarsi di noi? esperienze, perché sono per noi esempi da seguire.
Secondo me è una cazzata, centocinquanta sono troppe. Ringrazio la professoressa Lucarelli, non dimenticherò
No, mi disse Lena, non è una cazzata, si fideranno. mai che tutto è partito dalle sua parole: “scrivi perché le pa-
E così è stato. Centocinquanta benedette persone le ab- role se usate bene possono far più male dei ciottoli”. Forse
biamo trovate, le abbiamo deframmentate ed hanno stipula- la scuola non dovrebbe essere quella cupa prigione di nozio-
to con noi un patto, dove a farci da testimoni c’erano solo il ni, gerarchie e imposizioni, ma una catena indelebile tra chi
sole, la luna e le stelle. Senza vincoli giudiziari, senza leggi o dà e chi riceve, tra chi insegna e chi apprende. Il ricordo del-
contratti, si sono fidati dei nostri occhi, delle nostre parole, la mia scuola felice è rinchiuso nei minuscoli occhi della pro-
di noi e per questo li ringrazio immensamente. fessoressa Lucarelli.
Da Catania a Trieste, passando per Napoli, Fermo, Aosta, Ringrazio Lena perché è la linfa della mia anima. Perché
Trento, Cuneo, Brindisi, Asti, Torino, Sassuolo, Biella, Ver- non dice mai di no, perché mi segue sempre, mi appoggia,
celli, c’è sempre stato almeno un matto che ha detto io vo- perché crede in me. La ringrazio per quei suoi occhi dal co-
glio fare l’editore. Un particolare ringraziamento però va al lor che non esiste, perché solo lei sa cos’è davvero questo li-
Piemonte, regione pilastro di questo libro, e a Novara la cit- bro, questi quattro lunghi anni passati a scrivere, corregge-
tà con il maggior numero di aderenti, una città umana, una re, riflettere, inventare. La ringrazio perché non si è mai tira-

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ta indietro, perché ha messo da parte i suoi sogni, perché ci
mette la faccia. Lei lo sa che mi emoziono a parlare di queste
cose, mi basta dirle lo sai solo tu. Ride e spara
Se un’altra vita ci sarà io voglio incontrarti ancora.
La guerra! È una cosa troppo seria
Rosario Esposito La Rossa per affidarla ai generali.
Georges Clemenceau

Sento degli spari. Resto seduta dove sto, in un angolo del


salotto. Entra un soldato. È americano. Si guarda intorno, in-
dossa la mimetica, un fucile e l’elmetto. Si ferma e mi fissa. Ha
la bocca aperta. Inizia a parlare, non capisco nulla, lui conti-
nua e si avvicina, io non parlo, lui si riavvicina e io non parlo.
Inizia ad urlare, urla qualcosa che non capisco. Urlo anch’io,
è vicinissimo. Mi tappa la bocca, puzza di birra quella mano.
Si avvinghia su di me, mi getta sul divano. Io urlo, mi lascia
urlare. Fuori sento altre urla. Lo graffio, ma lui ride. Sì, ri-
de. Mi strappa i vestiti di dosso, la camicetta, il reggiseno. Mi
morde, mi morde il seno, mi lecca tutta, mi viene da vomita-
re. Infila la sua mano dovunque, mi stringe forte il culo, sca-
va tra le gambe e io urlo, urlo, benedetto il cielo, urlo. Urlo!
Lui ride, ride e si spoglia, lascia cadere il giubbotto antipro-
iettili, una bomba a mano scivola sotto il divano. Lui ride e
si tocca freneticamente. Mi strappa le calze e poi le mutande.
Le annusa, se le mette in tasca. Tira fuori una pistola, me la

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punta alla testa. È fredda. Gelida. Continua a leccarmi, sen-
to i suoi genitali strisciare sulle mie gambe, strisciano e s’in-
duriscono. Intanto la pistola mi perseguita. Pistola e lingua, Addio Tobia
morsi e fregamenti. Mi prende da dietro, mi apre le gambe.
Urlo, urlo, ma lui continua. Mi penetra. Mi penetra e spara in Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
aria, spara in aria e mi penetra, io urlo e lui mi penetra, il sof- Ma pochi di essi se ne ricordano.
fitto traballa, ma lui spara e io urlo, urlo forte, lui spara, spa- Antoine De Saint-Exupéry
ra, spara, spara. Lascia che il suo sperma mi invada. Stanco,
si accascia sul divano. Entra un compagno. Lo trascina fuo-
ri e insieme scappano.

Sono dal ginecologo, mi dice che sono incinta. Esco dallo


studio e mi ficco in bocca la bomba a mano lasciata dal sol-
dato. La stringo tra i denti, sento il sapore del metallo sulla Il piccolo Tobia è in cortile, aspetta che la macchina ar-
lingua. Poi da qualche parte nella mia testa, qualcuno mi ri- rivi. Suor Germana gli aggiusta continuamente la camicetta
corda che il mio cuore batte a coppia. Questo bambino sa- e il cappotto. Ha le scarpe buone l’orfanello di cinque anni.
rà il figlio dell’uomo che ha ammazzato mio padre, mia ma- Attende i suoi nuovi genitori, quelli che gli daranno una vi-
dre e i miei fratelli. ta diversa.
Sono già passati nove mesi e fra poco il dottore mi chia- Io me ne sto in camera mia. Dalla finestra si vede tutto
merà. Fra poco, in questo sporco ospedale, partorirò. Eccolo quello che mi serve vedere. Ogni volta che spiaccico il mio
che arriva, mi mettono sulla barella, arriviamo nella sala ope- naso sul vetro si gela per il freddo inverno. Anche il mio gat-
ratoria. Il bimbo scalcia, sento dolore, il dottore mi dice di tino Pus ha i brividi. Lo trovai qualche anno fa che rovistava
rilassarmi, ma io ho i nervi tesissimi. Fuori è buio, buissimo. tra i pochi sacchetti di spazzatura dell’orfanotrofio e da allo-
Sarà una nottata lunga, lunga come un libro… ra non ci siamo più divisi. Ha un manto nero lucido e delle
zampette minuscole. È magro, si vedono le costole, lui man-
gia le mie rimanenze.
Mi chiamo Rudi, ho tredici anni e sono già vecchio per
una mamma e un papà. Anche se la reverenda madre mi di-
ce di non preoccuparmi, io so già quello che mi aspetta. Altri
cinque anni di reclusione in questo merdaio armeno, ai con-

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fini del mondo. Io sorrido sempre davanti alle loro false spe- nascosto, sotto il letto, l’ho detto per vedere com’era: mam-
ranze, ma dentro il vuoto s’infiamma. So che passeranno altre ma, mammina, mami, mammina mia, ma poi mi dico sempre,
notti in cui non chiuderò occhio, pensando al volto di quel- se nessuno mi risponde che lo dico a fare. Da quando sono
la donna che mai mi canterà la ninna nanna. Nella mia stanza qui non ho mai ricevuto un regalo. Il 25 dicembre non esiste
ho appeso tutti i disegni che ho fatto. Tutti raffigurano la fac- all’orfanotrofio Saint Alexander. Ho sempre pensato che il
cia di una donna. Quando si è orfani tua madre potrebbe es- camino fosse ostruito, che Babbo Natale fosse troppo gras-
sere bionda, castana, rossa, cinese, africana, vecchia, giovane, so per la nostra canna fumaria. Ma poi sul tetto ci sono sali-
cattiva, sensibile. Tua madre potrebbe essere chiunque e nes- to e non c’è niente che chiude il comignolo. Il fumo sale in
suno. Ecco perché faccio tanti disegni, così se magari un gior- aria, senza paura. Mi sa che sulla lista di Babbo Natale non
no verrà a prendermi, già avrò un regalo per lei. c’è l’indirizzo dell’orfanotrofio.
Sono quasi le dodici, il cielo è cupo. Non c’è nemmeno un Quando vado al mercato, gli altri bambini mi chiamano
raggio di sole. Tobia freme. Non l’ho mai visto così pulito, di bastardo. Loro hanno i capelli lunghi, io sempre rasati per
solito indossa una tutina tutta rotta. Sicuramente la passeran- colpa dei pidocchi. Certe volte mi fissano negli occhi e capi-
no a Pedro. Le suore sono gentili, ma che possono fare loro sco che provano paura e pena. Lì mi sento un puntino, una
che amano Dio. Il loro figlio si chiama Fede. Spesso ci pro- nullità. Allora quando torno nella mia stanza faccio un dise-
vo a parlare con quello là, il Signore, ma mi risponde sempre gno, lo metto nel cesso e ci piscio sopra. Piscio in faccia al
il silenzio. Forse per avere un appuntamento bisogna essere mio papà che non mi ha saputo difendere, che non mi ha cre-
preti. Suor Adelaide dice che sono fortunato. Io almeno ho un sciuto. Che si è dimenticato di me. Io non faccio mai male a
pasto tutti i giorni, io almeno non sono stato venduto all’asta. nessuno e so cosa significa il dolore, le cinghiate delle suo-
Qui nessuno mi capisce. Nessuno si mette in testa che non re lasciano il segno. Ma se un giorno incontrerò mio padre
bastano pasta e piselli. per strada gli dirò: “Merda”. Non lo ucciderò, perché, come
Sento il motore arrivare. Finalmente ci siamo. Eccoli, i si- diceva il signor Pastrik, morire in Armenia è meglio che vi-
gnori Mutin. La suora dà il benvenuto alla coppia fortunata. vere. Il compito di sigillargli lo sguardo glielo lascio al mari-
Tobia non parla. La sua nuova mamma pesa centodieci chili. to delle suore.
Forse se l’immaginava diversa. L’omone col cappotto lo pren- Pus è tornato, in bocca tiene il topo. È la quarta volta che
de in braccio. Lo conosco bene Tobia, fa finta di sorridere. lo becca ed io per la quarta volta lo libero. Sennò questo caz-
Pus gira frettolosamente per la stanza, sicuramente è in zo di gatto che fa tutto il giorno qui dentro?
cerca del topo rognoso. Qualche volta ho pensato alla morte. La nuova mamma di Tobia gli strattona le guanciotte. La
Non ho paura, ma so che quando arriverà avrò un rimpian- macchina è già in moto, fra poco se ne andranno. Qui non
to. Morirò senza aver mai detto mamma. Qualche volta di cambierà nulla, avremo a testa un boccone in più e un fra-

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tello in meno. Succede sempre così, i primi mesi Tobia ver-
rà a trovarci due volte alla settimana, poi una volta al mese,
poi una volta all’anno e poi non si ricorderà nemmeno più il Short DragonTooth
mio nome.
Quando uscirò da qui voglio avere un figlio. Uno tutto Due cose mi hanno sempre impressionato:
mio. La prima cosa di questa terra che appartiene a me. Per l’intelligenza degli animali
lui farò tutto. Vivrò per lui e mia moglie farà lo stesso. Gli e la bestialità degli uomini.
comprerò tanti libri di favole, tanti giochi e un pesciolino ros- Tristan Bernard
so come Pinocchio.
Sul davanzale della finestra due piccioni si proteggono dal
vento. Le piume s’increspano sotto le raffiche. Quanto vor-
rei essere come i piccioni, volare lontano e beccare le briciole.
Anch’io mi accontento di poco, ma il Signore ha voluto che
io fossi orfano e chi cresce orfano non sempre è un uomo.
Tobia piange, saluta le suore. Se ne va. Speriamo che non Short DragonTooth, ovvero dente di drago corto. È il
lo riportino indietro. Lui fa sempre le caccole e gli puzzano nome leggendario della mina antiuomo americana BLU-
i piedi, ma l’orfanotrofio non è un supermercato. Piove. Le 43/B, novanta grammi di nitrometano, esplosivo liquido.
gocce battono sul vetro. Pure il cielo piange oggi. Ma all’orfa- È stata sperimentata dagli americani nelle foreste dei Viet
notrofio tutti sappiamo che piangere non serve a niente. Cong, ancora oggi brillano all’improvviso. Di quella mina
con il detonatore di tipo idrostatico, l’ingegnere russo Igor
Addio Tobia,
Shalimov conosceva ogni dettaglio. Erano mesi che studia-
non ritornare mai più.
va appunti e progetti di quella maledettissima bombetta. Da
parecchie notti non chiudeva occhio, la sua creatura era qua-
si giunta alla perfezione. Il vecchio Igor aveva lavorato per
anni con gli italiani fin quando quei figli di puttana di Emer-
gency avevano convinto il governo a vietare la produzio-
ne della famosa Valmara 69. Quanto amava la mina italia-
na l’ingegnere. Tremilatrecento grammi di peso, una prima
carica solleva a ottanta centimetri da terra un cilindro con-
tenente duemila schegge metalliche, la seconda carica gene-

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ra la vera esplosione che spara a 360° i frammenti nella zo- l’ingegnere meccanico, chimico, spaziale. È un modo crude-
na circostante. le, ma efficace di fare guerra. I bambini non moriranno mai
La sua creatura era poco più piccola di una mano, dal- per l’esplosione, ma le loro ferite, la loro cecità, peserà sul-
la forma inusuale, simile ad un uccello, forse una farfalla. La le strutture sanitarie del paese, togliendo risorse per la cura
PFM 1 ha uno scopo ben preciso. Il suo compito non è am- dei soldati feriti.
mazzare soldati, la PFM 1 punta ai bambini. Sganciate dagli Guarda la mina e ride Igor, poi con un pennarello mette
elicotteri, grazie alle due alette, devono planare ricoprendo la la sua firma su un’aletta. Non è una mina quella sul tavolo, è
massima fetta di territorio possibile. Non devono mimetiz- un assegno da milioni di dollari. Finalmente sua moglie Na-
zarsi con il terreno. No, devono essere riconoscibili. Il colo- tasha non lo chiamerà più fallito, non lo sbatterà fuori di ca-
re è verde, ma nella mente di Igor già esistono versioni rosa sa a Natale. Da oggi in poi sarà diverso, da oggi in poi il suo
o azzurre. Per maschietti e femminucce. Dev’essere ben vi- conto in banca avrà parecchi zero. Sono le quattro del matti-
sibile, incuriosire l’occhio dei mocciosi. La sua detonazione no, a Mosca nevica. Igor indossa il suo cappotto, la sciarpa e
non avviene calpestandola. Dà l’illusione di essere un gioco e i guanti, poi spegne la luce e nel laboratorio cala il buio.
può essere tale anche per quaranta ore. Ogni volta che i bam- A Kabul, Ashad segue con gli occhi il suo aquilone, men-
bini se la passano tra le mani, ogni volta che provano a farla tre un elicottero sgancia migliaia di farfalle azzurre, migliaia di
volare come aquiloni, il liquido contenuto nell’aletta spugno- mine volanti. Il bambino non ha nemmeno il tempo di acca-
sa raggiunge il corpo centrale dov’è contenuto il detonatore. rezzare le ali di ferro, che la PFM 1 di Shalimov tuona. Dopo
È una mina infallibile, che si diverte con la psiche dei bimbi. alcuni giorni, un elicottero sgancia un altro stormo di farfal-
Questo suo ritardo nello scoppio serve proprio a far sì che lo le, Ashad è di nuovo lì, questa volta con il suo aquilone stret-
scopritore della mina condivida il suo nuovo toy con gli altri to forte tra i denti.
amici, cosicché il botto provochi più danni possibili. Quel figlio di puttana dell’ingegnere si ripara dal sole co-
Non vede l’ora di mostrarla ai generali sovietici Igor, sa cente di Dubai, sotto le palme, mentre la moglie scopa con
benissimo che questa mina gli riempirà le tasche di soldi. Or- gli arabi.
mai tutto è al suo posto, la piastra di chiusura, le rotaie di Tra le dune del deserto afgano, Ibrahim raccoglie il suo fe-
bloccaggio, la sicura, la linguetta di armamento. Si sente un nicottero di metallo. Dopo due giorni gli salterà in faccia la-
genio Igor, mentre montagne di fogli e floppy sono sparsi nel sciandolo nel buio, per sempre.
suo studio che puzza di caffè marcio. Non mira agli uomi-
ni in uniforme il suo progetto, quelli oramai fanno parte del-
le guerra. Lui è un futurista, va oltre l’immaginario comune.
Oggi bambini, domani soldati, questo si ripete ogni giorno

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Majak è stata per cinquant’anni l’impianto chiave dell’in-
dustria civile e militare russa. Lontani dal Cremlino quattor-
Vomitando l’anima dicimila chilometri, noi, figli degli Urali, al confine del Kaza-
kistan, noi siamo la pattumiera nucleare d’Europa. Nessuno
Ma la terra lo sa. Meno di cinquant’anni fa, sono stati versati nel fiume
con cui hai diviso il freddo Techa tonnellate di rifiuti tossici. Quell’acqua l’hanno bevuta
mai più i miei genitori, i miei nonni, Anna. Quei maledettissimi rifiu-
potrai fare a meno di amarla. ti sono stati riversati anche nei laghi della Siberia. Dove nes-
suno ci va. Uno di questi laghi si è prosciugato e una tempe-
Vladimir Majakovskij sta di polvere nucleare ha bagnato Majak, è entrata nelle ca-
se di centoventiquattromila contadini. Si è intrufolata nei ca-
mini, nei bronchi, nelle speranze.
Ogni tanto leggo i giornali, mai una volta che qualcuno di-
cesse: “Ehi, fottuti terrestri, ci siete? Volevo semplicemente
avvisarvi che qualche anno fa l’impianto di raffreddamento
del reattore di Majak è scoppiato, un incidente pari alla metà
di Chernobyl, duecentosettanta persone esposte a radiazio-
Anna è una lastra di ghiaccio, bianca come la neve della ni. Tutto qui, volevo solo dirvi questo, ora potete tornare a
Siberia, gli occhi sbarrati. La guardo fissa, rinchiusa in quella guardare la vostra telenovela preferita.”
cassa da morto, troppo stretta per lei, bimba bionda. La set- Nonostante Anna sia morta, mio fratello sia morto, nono-
timana scorsa giocavamo tra le strade della regione di Majak, stante continuo a vedere tombe di paglia e croci di legno, il
e ora? Ora Anna chi è, che fa, dov’è? Il padre, piangendo in governo russo imperterrito importa rifiuti tossici dalle gran-
silenzio, scava la fossa nella sterpaglia. Tutti sappiamo perché di nazioni del G8. La frase dei potenti stranieri è sempre la
è morta Anna. Tutti lo sappiamo. È morta nello stesso mo- stessa: “Not in my backyard”. Seppellisci questa merda do-
do in cui è morto mio fratello, mio padre, il signor Vladimir. ve vuoi, ma non nel mio giardino. Dove ha messo, caro Pre-
L’hanno ammazzata le radiazioni. Mentre a Parigi i bambini sidente, l’uranio impoverito americano? Forse ci sono so-
s’ingozzavano di hot dog, la mia amica Anna moriva con le pra e non lo so. Forse in quella merda ci coltivo le mie pata-
convulsioni, vomitando anche l’anima. Il mondo se ne fotte te. Il Minatom, il ministero per l’energia atomica russo, con-
di noi, paesino russo sperduto, e figuriamoci se il Presidente tinua ad importare e stoccare rifiuti tossici per venti miliar-
padrone pensa a noi, quattro gatti. di di dollari l’anno. Chi si arricchisce e chi perisce. È inevita-

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bile. È il sistema. Per ogni diecimila Anna morte, c’è un Pre-
sidente ricco.
Il padre di Anna tossisce, i suoi figli lo aiutano, ma lui li Dieci righe di razzismo
caccia, vuole seppellire sua figlia da solo, come già ha fatto
con sua moglie. Tossisce, è un brutto segno, presto anche lui Per vedere cosa c’è sotto il nostro naso
avrà una bara stretta. Cosa rimarrà di noi, gente di Muslyu- occorre un grande sforzo.
movo, tombe di paglia e croci di legno? Faremo la stessa fi- George Orwell
ne di Tatarskaya Karabolka, la città senza abitanti. Divente-
remo un villaggio fantasma? Vorrei avere una risposta diver-
sa da quella che la mente mi propone.
Io sono down e la metà della mia classe lo è. Qui gli anor-
mali sono i normali. Chi nasce con due gambe, chi ha il viso
identico al Presidente, chi è diverso da me. Io non dovrei dir-
lo, ma mamma mi odia. Sono brutta, lei no. Mamma la notte Una signora anziana è stata rapinata da un rumeno del
piange, pure io lo faccio. Certe volte mi accarezza, ma pro- campo rom della periferia della città. Lo straniero, clandesti-
va ribrezzo perché il mio è un sorriso senza denti. Il signor no, probabilmente ha agito insieme ad altri connazionali. Ha
Wista da trent’anni fa il becchino, certe volte mi guarda qua- seguito la vittima, che dopo aver ritirato la pensione, si ap-
si volesse dirmi: “Presto, piccola, dovrò seppellirti”. Mamma prestava a tornare a casa nel lussuoso quartiere della metro-
dice che lui ha iniziato a vomitare, chissà chi morirà per pri- poli. Un blitz della polizia al campo rom del rumeno non ha
mo, qui è una gara. Quando posso vado al museo di embrio- portato all’arresto di quest’ultimo.
logia di Chelyabinsk, lì ci sono i bambini nei barattoli. Alcuni Le indagini della polizia si stanno incentrando su un possi-
con tre occhi, altri con mezza testa. Non dico bugie. Io vado bile basista all’interno dell’ufficio postale. La persona in que-
là e prego, perché io sono down, ma sono viva. Ce n’è uno di stione è Marco Iodice, che avrebbe fornito le informazioni
nome Elvira, è una femminuccia. È un mostro. Io vivo ogni necessarie per la rapina. Il rumeno non è pregiudicato, sareb-
giorno sperando di non partorire una figlia come Elvira. be penetrato in Italia nel 2002, grazie ad altri rumeni che gli
avrebbero garantito una strada d’ingresso sicura e documen-
ti falsi. I rumeni del campo rom dicono di non conoscerlo. Si
aspettano da un momento all’altro risvolti sul caso. Il rume-
no sarebbe nascosto nelle zone rurali della città.

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rezza. È triste la verità di questo processo. Il mondo se ne fot-
te del povero palestinese quarantacinquenne senza il suo pez-
Amen e Amin zo di terra. Sì, la sentenza sarà anche importante, ma il mondo
mediatico è lì per lei, Felicia Langer, l’avvocato israeliano che
Ci sedemmo dalla parte del torto difende i palestinesi. È questo quello che fa notizia, chi appar-
visto che tutti gli altri posti tiene a chi bombarda difende chi viene bombardato.
erano occupati. Felicia ha gli occhi piccoli come un gatto. Quelle due fes-
Bertolt Brecht sure su quel volto sincero raccontano tanto. Un’infanzia in
Polonia, poi la fuga verso l’Unione Sovietica, attendendo la fi-
ne del nazismo, la fine dell’orrore dell’olocausto. Felicia Lan-
ger era partita dal freddo della Russia, con tanta speranza, ver-
so il nuovo Stato d’Israele, ci credeva nell’unione del suo po-
polo sparso per il mondo. Ma le cose non sono andate come
sperava. Un popolo vittima si è trasformato in un popolo car-
“La Corte si ritira per deliberare.” La voce del giudice zit- nefice. E allora Felicia ha deciso che la carta d’identità conta
tisce tutti. Ahmed Assad si alza in piedi. In aula ci sono centi- poco, che il passato non può essere dimenticato così presto,
naia di giornalisti, le tv del mondo fanno eco al processo. Ah- che i suoi ideali sono opposti a quelli dello stato che la rappre-
med ha denunciato lo Stato d’Israele alla Corte Internazionale senta. Le oppressioni subite da un popolo non possono giu-
di Giustizia dell’Aia, per l’esproprio illegale del suo pezzo di stificare la negazione dei diritti di un altro, aveva detto pochi
terra, con cinque alberi d’ulivo e due pecore, uccise durante minuti prima, davanti alla giustizia più alta del mondo. Sorri-
le azioni militari israeliane. Ahmed non ha più una famiglia, il deva mentre guardava Ahmed, quasi volesse dirgli non so se
figlio e la moglie sono morti durante la deportazione in ter- passerà fratello, ma continueremo a combattere. Sa bene Fe-
ra libanese. Lui è rimasto solo. I suoi cinque ulivi non ci so- licia che non è più solo un avvocato, che il mondo si è accor-
no più, al loro posto, il muro della vergogna. Abbassa la te- to delle sue cause, di lei, una scomoda testimone. Gli hanno
sta Ahmed, fra poco saprà se la vita gli avrà reso almeno una conferito il Nobel alternativo, il Right Livelihood Award, un
briciola di giustizia. premio che nessuno conosce perché surclassato dal prestigio
Nella mente ripercorre i giorni in cui tosava le sue pecore, del premio svedese.
schiacciava insieme alla moglie le olive. Un po’ ha paura, stan- Seduto qualche fila più indietro c’è suo marito, Mieciu
no svanendo anche i ricordi. Felicia Langer gli accarezza la Langer. Col pancione, pensieroso. A lui nessuno fa le foto.
mano e migliaia di flash immortalano quel momento di tene- Eppure avrebbe tanto da raccontare. È uno dei pochi uomi-

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ni al mondo che è sopravvissuto a cinque campi di concen- sente Ahmed Assad, con relativi cinque ulivi e due pecore.”
tramento. Kz-Plaszow, Czestochowa, Buchenwald, Rehm- Felicia abbraccia Ahmed che piange. I flash impazziscono.
sdorf Bei Zeitz, Theresienstadt. Quando era nei campi pe- Dovranno restituire la terra ad Ahmed, magari proprio quel-
sava trentotto chili, oggi ne pesa ottantatre. Si sono inverti- la dove abitava venti anni fa. Dove ora c’è il muro, faranno
ti solo i numeri. Lui è la spalla della moglie, la famosa frase un buco. Un buco nella vergogna.
dietro ogni grande uomo c’è una grande donna si è inverti- “Non voglio la terra” dice Ahmed ai giornalisti. “Al po-
ta in questo caso. sto del muro costruite un ponte pieno d’ulivi e lasciate che
Quello che succede in Medio Oriente è un politicidio. due pecore vi pascolino in libertà, lasciate che arabi e israe-
Un massacro deciso a tavolino. Nel 1948, USA, Inghilterra, liani possano riscaldarsi con la stessa lana, e ammazzatele pu-
Francia, Gran Bretagna e URSS decisero che gli ebrei aveva- re le due pecore purché al banchetto non ci siano popoli, ma
no rotto il cazzo, che comandavano troppo. Meglio non far- uomini.”
li ripopolare a questi qua, banchieri, gioiellieri, presta soldi.
Non avete una casa? Ve la diamo noi. E se in quella casa c’è
qualcuno lo cacciamo.
Fa impressione vedere i manifesti della propaganda per la
“Grande Israele”, hanno quasi gli stessi slogan di quelli del
nazismo. Che senso ha l’espansione, che senso ha avuto l’oc-
cupazione, il colonialismo nella Striscia di Gaza? In sala c’è
un arabo, urla qualcosa, lo cacceranno sicuramente, le guar-
die si stanno già insospettendo. È arabo e quindi potrebbe
essere un terrorista, meglio cacciarlo fuori, lui e le bombe.
Ahmed sente quello che dice quell’uomo: “Durante gli anni
dell’olocausto i palestinesi ospitavano gli ebrei nelle loro case,
come fratelli, durante quegli anni le porte delle case palestine-
si erano sempre aperte.” Prima di essere sbattuto fuori a cal-
ci dalla giustizia internazionale quell’uomo riesce solo a dire:
“Tra Amen e Amin cambia solo una vocale, siamo fratelli.”
Il giudice rientra in aula. C’e fermento. Inizia a leggere la
sentenza. “Questa Corte chiede allo Stato d’Israele la resti-
tuzione di sessantotto metri quadri di terra al signor qui pre-

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tieni duro, siamo ostaggi, mi raccomando bocca chiusa, cuci-
ta.” La porta di casa venne sfondata da due soldati. Mio pa-
Il pozzo e la luna dre alzò le mani e un pugno chiuso. Ci fecero uscire. Non mi
piaceva questo gioco, piangevano tutti. Nascosi Mister Brown
Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, sotto la maglia, poi mio padre mi strinse a sé, sotto il suo cap-
ma il silenzio dei nostri amici. potto. Ci fecero salire su un camion, andava veloce, Mister
Martin Luther King Brown piangeva. “Dài, Mister Brown, non piangere, che cre-
di la guerra è questa, bisogna stringere i denti. Ci sono io qui,
non ti lascio solo.”
Iniziò a piovere. I miei capelli lunghi si attaccarono al vi-
so. Papà mi teneva tra le sue gambe, mi alzava con una mano,
mi nascondeva, per lui alto un metro e novanta ero una pul-
ce. I soldati ci circondarono, iniziarono tutti ad urlare. Mister
Papà era attaccato alla radio. Appiccicato con l’orecchio Brown, inzuppato, urlava anche lui. “Zitto, Mister Brown, co-
all’altoparlante. Piccoli sorrisi intervallavano silenzi e strani sì ci scoprono.” Urlavano tantissimo, uomini e bambini scap-
sguardi. Si parlava della guerra. Papà diceva che le carte par- pavano in tutte le direzioni. I nemici sparavano. Qualcuno
lavano chiaro. Avevamo vinto. cadeva, qualcuno ferito continuava a correre. Papà mollò la
La mia casa a Trieste affacciava sul mare. Il mare a Trieste presa e lo persi per sempre. “Corri, Mister Brown, dobbiamo
è sempre increspato, come se sotto bollisse qualcosa, come se trovare papà.” I nemici trascinavano gli uomini in un fosso,
la bora venisse partorita dagli abissi. Quel giorno il mare gri- li lanciavano. Lanciarono tutti e lanciarono anche me. Uno di
gio era calmo. Il vento non soffiava. La gente era in casa. Io loro mi prese per la camicia e mi scaraventò nel vuoto. Cad-
avevo in mano Mister Brown, un rinoceronte di pezza logo- di nel buio per alcuni secondi, muovevo i piedi e non toccavo
ra. Mister Brown era poggiato sopra il tavolo. Era prigioniero mai terra, stavo volando verso il basso. Caddi e svenni.
dei cattivi, dei nemici, ed io nella mia missione immaginaria Qui la storia potrebbe finire, col bambino ammazzato dai
dovevo salvarlo. Silenzioso mi avvicinavo, minaccioso guar- soldati di Tito nelle foibe, gettato come una carcassa in un fos-
davo che nessuno arrivasse dal salone o dalla cucina. Giocavo so, schiacciato sotto il peso dei corpi, ma la storia continua.
a far la guerra, giocavo a vincere la guerra. Giocavo. Aprii gli occhi la sera tardi. Sotto di me decine e decine di
Il pavimento iniziò a tremare, vibrava come i cingolati dei morti, sangue secco, vestiti bagnati. Mi avevano lanciato per
carri armati che si avvicinavano. Il tremolio si arrampicò fin ultimo. Il mio primo atterraggio l’ho fatto sui morti. Morti per
dentro il cuore. Erano arrivati i cattivi. “Ehi, Mister Brown, cuscino direbbe qualcuno. Li muovevo, cercavo di svegliar-

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li, ma nessuno dormiva. “Papà, papà dove sei?” La notte mi no parlavamo, almeno potevo stringere qualcuno. Non ave-
rispondeva col silenzio. Alzai gli occhi e vidi la luna, perfet- vo più forze, i piedi congelati e le labbra crepate dal freddo.
tamente sopra la mia testa, un limone gigantesco nel cielo, Il giorno non passava mai, ma io dovevo parlare con la luna,
una palla gialla. Vidi anche Mister Brown, appoggiato al gia- ormai ero il suo migliore amico, sapevo tutti i suoi segreti,
ciglio della foiba. “Ehi, Mister Brown, corri, corri, va a chia- le storie dei suoi abitanti, i passaggi nascosti dei topini e co-
mare i rinforzi, siamo tutti qui, abbiamo bisogno di te, Mister noscevo anche i nomi di tutti i crateri. Non chiedevo tanto,
Brown, corri. Dài, Mister Brown, ti daranno una medaglia!” non sono mai stato un bambino che fa capricci, volevo so-
Ma il rinoceronte di pezza non si mosse, continuò a guardar- lo esprimere un desiderio, un piccolo desiderio. Il sole sem-
mi con i suoi occhi bottoni. brava farmi i dispetti, c’era sempre luce. Il tempo non passa-
Di giorno urlavo, urlavo per farmi sentire da qualcuno. va mai. Poi arrivò il buio e le stelle. Urlavo: “Luna, luna!” La
Ma il giorno mi rispondeva con lo stesso tono della notte. chiamavo: “Dove sei luna, devo dirti una cosa, devi esaudire
Silenzio. Parole senza note. Ero inzuppato, avevo freddo. un desiderio, luna, luna.” Volevo che per un istante il mondo
Scottavo. Forse avevo la febbre. Mia mamma quando ave- si capovolgesse, tutto sotto sopra, alberi a testa in giù, nuvo-
vo la febbre mi preparava sempre la cioccolata calda, ora in- le per pavimento, mari come tetti di case. Tutto sotto sopra
vece per pranzo e cena avevo solo vermi. Avevo fame, ave- per un solo istante, il tempo di uscire da quel pozzo, prende-
vo sete, avevo sonno, avevo tutto e non avevo niente. La se- re Mister Brown e scappare sulle nuvole. “Dài, luna, me lo
ra la luna tornava, ci facevamo delle lunghe chiacchierate. Lei devi questo piacere, ti ho anche detto che non amo i fagioli e
mi raccontava dei suoi abitanti, dei topolini microscopici che che li mangio solo per far contento papà, lo sai era un segre-
mangiavano i suoi crateri fatti di formaggio. “Ehi, luna, per- to importante, nemmeno Mister Brown lo conosceva.”
ché non dai anche a me un po’ di formaggio?” Nessuno lo La luna non arrivò, quella notte nessun palloncino giallo
sa, ma la luna è avida. “Perché non chiedi aiuto, palla gialla, si piazzò nel cielo. Niente chiacchiere, niente rumori. Solo si-
perché stai zitta? Tu sei in tutto il mondo, basta una parola, lenzio. Buio e silenzio. Tutto dormiva. Anch’io, per rispetto,
diglielo anche tu, Mister Brown, basta una parola. Mio non- chiesi al mio cuore di star zitto.
no Gioacchino ti guarda sempre, abita a Venezia, dopo il ca-
nale, quello con l’aiuola e i fiori rossi, digli che sono qui, di-
glielo, lui ci crede che tu parli.” La luna restava sempre lì, con
quella sua espressione stupita.
Mi sentivo sempre più debole, i morti non dicevano una
parola, sembravano di cartone. Perché son caduto per ulti-
mo, perché Mister Brown non sei qui giù insieme a me, alme-

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sa un cappuccio di plastica nera soffocante. Il viso è nasco-
sto, sembra uno di quei membri delle sette sataniche. Chissà
Il kamikaze di Najaf a cosa serviranno mai questi cappucci del cavolo. Forse a na-
scondere gli occhi di un padre che stringe suo figlio. Il picco-
Chiodo scaccia chiodo, lino è lì per grazia degli americani salvatori. Hanno permes-
ma quattro chiodi fanno una croce. so al padre di tenerlo con sé. Forse la madre sarà già morta.
Cesare Pavese La sua espressione è segnata dal calore, il prigioniero gli ac-
carezza la fronte con lo stesso amore di un cristiano o mu-
sulmano. Intorno a loro un recinto immenso di filo spinato,
quasi fossero tigri o leopardi.
È il 31 marzo quando Jean-Marc scatta la foto, poi ripre-
so dagli americani si nasconde nella sua stanza.

“Devo fare presto porcaccio mondo, devo fare presto!” Pochi mesi dopo il francese Jean-Marc Bouju è il vincito-
Jean-Marc Bouju stringe tra le mani la sua reflex. Nel- re della quarantasettesima edizione del premio World Press
l’obiettivo uno dei rari momenti di umanità del campo U.S.A Photo 2003, nelle sue tasche diecimila euro e la soddisfazio-
di Najaf, regione irachena. La fronte del francese s’imperla di ne di aver battuto ben sessantatremila scatti. Il salone olan-
sudore dinanzi alla scena. Il sole del Medio Oriente picchia dese della premiazione è gremito di giornalisti e fotografi a
forte e lui stenta a scattare, un po’ la mano gli trema. caccia di notorietà e successo. Il presidente della fondazio-
Jean-Marc è un giornalista dell’Ap, un uomo affermato nel ne invita Jean-Marc a salire sul palco. Quando stringe tra le
suo campo, vincitore anche del Pulitzer. Gli americani ancora mani il riconoscimento non riesce a parlare, tutti lo applau-
devono accorgersi della sua postazione. È stato assegnato al- dono. I suoi pensieri volano lontani. Di quel bimbo e di suo
la centounesima divisione aviotrasportata dell’esercito ame- padre kamikaze non conosce nemmeno il nome, non sa se il
ricano, ma i soldati non lo tengono di buon occhio. Non vo- loro cuore batte ancora.
gliono che renda immortale ciò che succede in quel campo
di torture. Il tempo sembra rallentare, Jean-Marc si fa mille
domande mentre guarda i suoi soggetti.
Seduti sotto il sole cocente ci sono un prigioniero e suo fi-
glio di quattro anni. Il ragazzino è scalzo, poco lontano le sue
scarpette si sciolgono al sole. Il padre vestito di bianco indos-

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queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L’aviazione
e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di que-
Discorso all’umanità ste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratel-
di Charlie Chaplin lanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia vo-
ce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomi-
La gran maggioranza della gente ni, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che im-
morirebbe piuttosto che pensare e riflettere. pone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocen-
E lo fa veramente. te. A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità
che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza
Bertrand Russell di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio de-
gli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che han-
no tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usi-
no, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete
a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi
dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che
vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie.
Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il
Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini
mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno.
macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.
Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e
Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!
bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre,
Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore, voi non odiate, co-
dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non
loro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui.
odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto
Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate
per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita
nel Vangelo di San Luca è scritto: Il Regno di Dio è nel cuo-
può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato.
re dell’uomo. Non di un solo uomo o di un gruppo di uomi-
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo
ni, ma di tutti gli uomini. Voi! Voi, il popolo, avete la forza
nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette.
di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il po-
Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stes-
polo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare
si. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scien-
di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome del-
za ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi;
la democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combat-
pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci ser-
tiamo per un mondo nuovo che sia migliore! Che dia a tut-
ve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza

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ti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurez-
za. Promettendovi queste cose, dei bruti sono andati al po-
tere, mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse, e 11 settembre
mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono
schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quel- Aqui manda el pueblo y el gobierno obedece.
le promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminan- EZLN
do confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolle-
ranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo
in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il be-
nessere. Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!
Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guar-
da in alto, Hannah! Le nuvole si diradano: comincia a splen-
dere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità, verso la luce È autunno a Parigi, le foglie gialle iniziano a cadere. Nel
e vivremo in un mondo nuovo. Un mondo più buono in cui cortile della Sorbona gli studenti si preparano per le lezioni.
gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del Cartelle, occhiali, telefonini e vestiti alla moda. Gioventù del
loro odio, della loro brutalità. Guarda in alto, Hannah! L’ani- nuovo millennio. Le classi sono affollate, poche sedie vuote.
mo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a vola- I ragazzi si accomodano anche a terra nell’aula 53 del pro-
re, a volare sull’arcobaleno verso la luce della speranza, ver- fessor Forel. Qualcuno lo definisce insegnante di antropolo-
so il futuro. Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tut- gia, altri di storia, qualcuno di poesia, forse di biotecnologia.
ti noi. Guarda in alto Hannah, lassù. Quando Forel entra in classe si fa subito silenzio. C’è rispetto
per il professore cinquantenne, le sue lezioni sono famose al-
la Sorbona. Non è uno che si piazza dietro la cattedra e spie-
ga, con lui non ci sono solo libri, c’è passione. Ha due baffi
bianchi il professore di Lione, qualcuno lo chiama lo zingaro
per gli abiti che indossa, mimetiche, gilet e vecchi stracci di
seconda mano. Lui dice che sono ancora buoni.
Inizia la lezione, Forel prende parola. “Chi di voi sa co-
s’è successo l’11 settembre del 2001?” Tutti alzano la mano
e un piccolo brusio si sparge nell’aria. “Certo è una data che
Tratto dal film Il grande dittatore regia di Charlie Chaplin (1940).
ha cambiato la storia e le sue conseguenze stanno continuan-

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do a cambiarla, ma quanti di voi sanno cos’è successo l’11 se primarie del paese in barba agli yankee. Questa fu una gra-
settembre del 1973?” Nessuna mano si alza. “Ragazzi miei, ve perdita per gli Stati Uniti, un brutto colpo in piena Guer-
il problema di noi, gente del ventunesimo secolo, è che di- ra Fredda. Allende aveva poco tempo, solo sei anni per cam-
mentichiamo troppo in fretta e più dimentichiamo e più sia- biare quel paese, così accelerò le sue riforme diminuendo la
mo portati a fare gli stessi errori.” Si toglie le scarpe e i cal- disoccupazione e l’inflazione. Nel ’71 Fidel Castro girò tut-
zini e sale in piedi sulla cattedra. Narra la storia nello stesso to il Cile in quattro settimane, cosa che allarmò i conservato-
modo in cui un papà racconta storie fantastiche al suo bam- ri e gli americani. Quello che si temeva era una nuova Cuba,
bino nella tenda al campeggio. un nuovo paese comunista. Per screditarlo gli americani ba-
“Immaginiamoci il Cile, questo lembo di terra sospeso tra nalizzarono la via del socialismo di Allende, definendolo fu-
le Ande e l’Oceano Pacifico. Le Ande, le terrazze del mondo. turo dittatore comunista. La pressione della bandiera a stelle
La parola Cile, per i mapuche, significa dove finisce la terra. e strisce fu fortissima, non solo politica, ma soprattutto eco-
Immaginatevi di camminare per le vie di Santiago nel 1970. nomica. Gli USA iniziarono ad appoggiare i partiti d’opposi-
C’è una certa frenesia per le strade, ci sono le elezioni e i can- zione e le alleanze politiche di Allende si sciolsero tutte. Gli
didati sono tre: Salvador Allende dell’Unidad Popular, l’ex americani attuarono una sorta di embargo e pagarono i sin-
presidente conservatore Alessandri e il democristiano Rado- dacati per scioperare e protestare. L’ultimo sciopero, quello
miro Tomic. Tre stelle per un posto in paradiso. Lo ricordo dei camionisti, paralizzò il paese.
come se fosse ieri il mio primo viaggio in Cile. Appena atter- Quello di buono fatto da Allende si frantumò, il dollaro
rai a Santiago, Luis, un mio vecchio amico, mi regalò la ban- americano aveva nuovamente vinto su programmi e riforme.
diera del Cile. Rossa come il sangue versato per l’indipenden- Dal latte gratis si passò al mercato nero dei prodotti prima-
za, bianca come la neve delle Ande e blu come l’oceano. Nel ri. La logica del profitto sconfiggeva nuovamente l’idea del-
blu una stella, l’unità, lo stare insieme. l’uguaglianza.”
Comunque tornando alle elezioni, dopo alcuni problemi Il professore scende dalla cattedra, apre la sua borsa e ti-
finalmente si votò. Allende 36%, Alessandri il 35% e Tomic ra fuori una bomboletta spray. Passa tra i banchi mostran-
il 27%. Il vantaggio era minimo, ma il congresso decise di de- dola a tutti.
cretare la maggioranza ad Allende. Quello fu un bel momen- “Allende usò uno dei più antichi ed efficaci sistemi del
to per il Cile, si respirava profumo di fiori nel cielo. Allen- mondo per le sue elezioni. Il linguaggio visivo. Niente comi-
de iniziò una serie di riforme, scolastica, agraria, la sospen- zi, lettere, comunicati stampa, ma immagini, murales. Rac-
sione del debito estero, il latte gratis per i bambini. Nazio- contava alla gente analfabeta la sua rivoluzione attraverso le
nalizzò le industrie del rame. Il 78% di queste industrie era- immagini sui muri. In quegli anni Santiago era un museo a
no in mano agli americani. Allende si riappropriò delle risor- cielo aperto. Ragazzi, quando parlo di murales non intendo

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i graffiti, queste scritte che oggi troviamo sui muri delle me- Kissinger disse in un’intervista: Non vedo perché dovrem-
tropoli. I graffiti sono nati come marchi di possesso di zo- mo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese
ne, lì c’è il mio nome quindi comando io. I murales no, han- diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popo-
no intenti politici e sociali. I murales raccontano qualcosa, la- lo. La questione è troppo importante perché gli elettori cile-
sciano un messaggio.” ni possano essere lasciati a decidere da soli.
Prende la bomboletta e inizia a dipingere. Sul muro com- Il Palazzo della Moneda fu bombardato con caccia Hawker
pare un verme, un verme che striscia e diventa farfalla. I ra- Hunter di fabbricazione britannica, fu un assedio, un infame
gazzi restano esterrefatti, un murales nell’aula! E cosa dirà il assedio.
rettore? Per di più rosso comunista. Ora chiudete per un attimo gli occhi e immaginatevi que-
“Vedete ragazzi, questo può essere un disegno su un mu- sto presidente cileno rinchiuso nel suo ufficio, consapevole
ro, ma può essere anche qualcos’altro per chi vede con altri che da un momento all’altro le forze militari del paese, che
occhi. C’è chi su questo muro scorge soltanto la metamorfosi legittimamente guida, faranno irruzione nel palazzo del go-
di un animale, ma c’è anche chi trasforma il verme in un po- verno. Cosa poteva provare Allende? Cosa pensava in que-
polo, in quattordici milioni di persone, che stanche di striscia- gli istanti? L’esercito lo cercava, lo bombardava, lo voleva
re alzano la testa e spiccano il volo. Un banale disegno diven- morto. Quella mattina ad un programma radiofonico Allen-
ta un messaggio politico, storico, sociale. I murales dell’Uni- de disse: Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores!
dad Popular furono fondamentali per raccontare alla gente il E prima che le trasmissioni fossero definitivamente interrot-
programma politico di Allende. Il murales è un’arte, un’arte te aggiunse: Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza
nobile, che non è rinchiusa nei musei, nessuno deve pagare de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que,
per vederla, un’arte di strada nella strada. Un’arte che si con- por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía,
fonde con le persone che passano, che scompare lentamente. la cobardía y la traición.
Non è l’opera dell’artista, ma il sogno di una comunità. Io ho passato tante notti ad immaginarmi questo uomo,
Ritornando a noi, era il 1973, erano passati appena mil- che dalla finestra del suo ufficio difende il suo governo e la
le giorni dall’elezione di Allende, i mille giorni di Allende. La sua patria dal colonialismo economico americano. M’imma-
pressione della destra diventò insostenibile, il Congresso ci- gino questo presidente con gli occhiali appoggiati sul naso
leno chiese aiuto alle forze militari. L’11 settembre del 1973, che inerme suda, che difende la sua patria e la democrazia.
le forze armate guidate dal generale Augusto Pinochet mar- Allende quel giorno morì, qualcuno sostiene che si suicidò
ciarono sul Palazzo della Moneda, sede del governo. Gli Stati con l’AK-47 che gli regalò Fidel Castro, che il suo cranio sal-
Uniti e la CIA hanno avuto un ruolo determinante in quello tò via. Altri invece dicono che fu ammazzato dalle truppe di
che sto per raccontarvi, pensate che il Presidente americano Pinochet. Quel giorno la storia cambiò e siccome la storia a

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raccontarla sono sempre i vincitori, oggi sui vostri libri di sto- Pinochet morì nel 2006 senza aver trascorso nemmeno un
ria, Salvador Allende non esiste. E l’11 settembre del ’73 non giorno in carcere.
è altro che un ricordo, come i murales e il latte gratis. Chi dimentica troppo presto finisce per rifare gli stes-
Il generale Pinochet, invece di consegnare il paese in ma- si errori. Ricordatelo ragazzi. Ah! Per il murales, potete an-
no all’opposizione, si proclamò capo del governo, divenne un che cancellarlo, tanto ci sono cose che anche se non resta-
dittatore. In diciassette anni di dittatura violò quotidianamen- no impresse sui muri, rimangono impresse negli occhi del-
te i diritti umani. Torture, desaparecidos, negazione della li- la gente.”
bertà di stampa. Dichiarò fuorilegge i comunisti, uccise gli op-
positori politici, mentre artisti e intellettuali furono costretti
all’esilio, tra questi anche Neruda. Oggi sappiamo benissimo
chi è stato Augusto Pinochet e sappiamo anche che gli USA
hanno distrutto documenti della CIA che certificavano l’ap-
poggio americano per il rovesciamento del governo di Allen-
de. Trentacinquemila casi di tortura denunciati, ventottomila
accertati. Nonostante paesi come l’Italia e la Svezia non ab-
biano mai riconosciuto il governo del dittatore, Augusto Pi-
nochet era acclamato e sostenuto da molti leader internazio-
nali. Quando nel ’93 Pinochet festeggiò le sue nozze d’oro, da
Roma, dal Vaticano, arrivarono gli omaggi di papa Giovanni
Paolo II: Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua di-
stinta sposa, Signora Lucia Hiriarte Rodriguez, in occasione
delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbon-
danti grazie divine con grande piacere impartisco, così come
ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale.
Nonostante sia stato accusato da mezza Europa, Pinochet
riuscì ad evitare un vero e proprio processo. Morì all’età di
novantuno anni, gli furono negati i funerali di stato, ma rese-
ro omaggio alla sua salma sessantamila persone. Nello stesso
momento in cui il generale veniva seppellito, il popolo cileno
ricordava Salvador Allende.

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nate di gelosia. Marco mio, ma dove sei andato a finire? Tu
non lo sai nemmeno dove sta la Bosnia. Chissà se tieni al col-
Radio Sarajevo lo ancora il nostro mezzo cuore. Ti ricordi la nostra promes-
sa? Per sempre.
Il mondo va avanti Mi dico che avresti potuto fare il cameriere o l’elettricista
perché lo si unge. come tuo padre. Ma tu no. Tu e la tua testardaggine. Voglio
Jean-Baptiste P. Molière fare il soldato, voglio fare il soldato. In fondo hai ragione, un
uomo sceglie per sé, ma che senso ha la mia Scampia senza
te? Sembra ancora più deserta, non riesco neanche più ad af-
facciarmi alla finestra, la villa comunale, che mi piaceva così
tanto, è diventata motivo di agonia. Vedo noi che ci rincor-
riamo come dei bambini per poi sdraiarci su quel prato tut-
ti contenti. È strano parlarti così, sai, non so neanche da do-
È l’ennesima volta che poso la penna su questo maledet- ve cominciare, forse mi converrebbe farti entrare direttamen-
tissimo foglio. Appese al muro ho tutte le cartoline che mi te nella mia mente, così eviterei di perdere troppo tempo, di
hai mandato dalla Bosnia. Da queste immagini non è poi tan- usare mille parole e sicuramente capiresti meglio come mi
to male. Sul cuscino c’è la tua foto. Il mio Marco in unifor- sento. Quasi mi vergogno a dirti quanta paura ho, mi sento
me, col cappello verde esercito e il tricolore sul petto. Il mio una bambina piccola piccola, quasi invisibile, che, muta, non
Marco che non vedo da sei mesi. Il mio principe in missione fa altro che accettare decisioni che non le piacciono. Mi sen-
di pace. Belli stronzi! La pace coi fucili. to impotente. Sì, posso urlare, arrabbiarmi, scassare tutto, e
Ogni tanto la radio passa la nostra canzone. A Radio Nuo- poi? Niente. Tu non ci sei. Questa situazione mi sta logoran-
va San Giorgio le ragazze continuano a salutare i fidanzati in do, piano piano, mi toglie la voce per gridare il mio dissenso.
carcere. Magari potessi farlo io, magari tu mi sentissi. Ci pen- Sono muta, indosso questa maschera ipocrita che non mi ap-
si, io e te a Radio Sarajevo. partiene, ma che ora è diventata la mia compagna più stretta.
Un po’ mi sento stronza quando leggo le tue lettere. Le Che strano, a volte neanche tu ti accorgi di quanto sto ma-
tue frasi contorte senza doppie. Perché ti ho lasciato anda- le, forse dovevo fare l’attrice. Sono rimasta sola, nessuno mi
re? Perché? Non lo so nemmeno io. “Ciuciù fai la brava, e se aiuta in questa situazione, non potranno mai farlo se ti allon-
qualcuno fa lo scemo chiamami, che vengo a nuoto.” Me la tanano da me. Ora che ti chiamo e tu non mi rispondi que-
ripeto sempre questa frase. Roberto Barbato continua a far- sta vita mi pesa, ’o core mio sta troppo male. Vorrei sentire
mi i complimenti, mannaggia, mi mancano anche le tue sce- di nuovo la tua voce che mi parla, le tue braccia che mi cer-

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cano e invece non so che farmene di questo tempo che pas-
sa come un treno impazzito, quel treno che ti ha portato via
da me da un giorno all’altro. E per colpa di chi poi, per co- 23 marzo 2271
sa te ne sei andato? Quanti interrogativi con una sola rispo-
sta. Questo schifo di società ci fa pagare pene che non ci ap- La felicità non è avere quello che si desidera,
partengono. Che stupida, dovevo aspettarmelo prima o poi, ma desiderare quello che si ha.
le persone oneste non si mischiano all’aria putrida di sangue Oscar Wilde
e droga. Te ne sei andato cercando l’oro, la pace e ti hanno
sbattuto laggiù. Cinquemila euro al mese. Glieli butterei in
faccia ai generali dietro la scrivania, a quelli che guadagna-
no il doppio e ti danno gli ordini. Te lo giuro, Marco, appe-
na torni ti sposo e non ti faccio più andare via, vengo con te,
dove vuoi, pure tra le bombe.
Ho sentito al telegiornale di quell’attacco ai soldati italiani. 000000000000000000000000000000000000000000000000
Sono rimasta pietrificata davanti al televisore per un paio di 00000000000000000000000000000000000000000000ooo-
minuti. Non sai quanto ho odiato quella cretina che legge le oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
notizie. Per lei è routine, ma in Bosnia ci sei tu. Mi sembra un oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
film. Le immagini mi hanno gelata, il fumo, il fuoco, le sirene. oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
Ho paura che tra tutto quel sangue ci sia anche il tuo. oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
3208581333. Faccio sempre il tuo numero. Sono davanti oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
alla cornetta, piango e prego per far sì che tu risponda. Ora ci oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
riprovo, rifaccio il numero. Dài, Marco, rispondi ti prego! oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
ooooooooooooooooooooøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøø
øøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøø
øøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøøOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
In collaborazione con Maddalena Stornaiuolo. OOOOOOOOOOOOOOOoooooooooOOOOOOOO-

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OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- Romario de Souza Faria
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- Chi non è mai stato libero
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- non sa di essere schiavo.
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- Anonimo
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- “Messi a Ronaldinho, il fuoriclasse riceve palla a centro-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- campo, accelerazione sulla destra, salta un uomo, triangolo
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO- con Giuly, si avvicina all’area di rigore, mette a sedere il di-
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO fensore con un elastico, tiro e rete!!! Barcellona in vantaggio
al ventottesimo con una magia di Gaúcho Ronaldinho. Un
Tesoro, quale scegliamo? L’etichetta di questo embrione super gol, amici telespettatori, una prodezza da cineteca!”
dice che da grande farà il pompiere, ma vivrà solo cinquan- Rujul è davanti al televisore quando il brasiliano gonfia la
taquattro anni. Mi sembra poco. Che dici, prendiamo il soli- rete. Nella stanza affianco sua sorella Lona lo chiama. Fa cal-
to? Calciatore di successo, capelli biondi e occhi azzurri? do a Sialkot, in Pakistan. La paglia non basta per proteggersi
dal sole. La bidonville pullula di mosche e polvere. In giro ci
sono solo gli onnipresenti signori con i bastoni, i padroni del-
la città. Rujul e Lona fabbricano palloni da calcio. Settecento
punti di filo da mettere insieme. A Sialkot vengono prodotti
l’80% dei palloni in commercio su tutta la Terra. I due fratel-
li hanno ormai le mani deformi per il lavoro disumano. Nes-
suna macchina riuscirebbe a garantire le prestazioni delle mi-
nute mani di Lona. Rujul guarda la sua ultima fatica, sul pal-

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lone il volto di Éric Cantona. Non gli è permesso palleggiare, Rujul per ingannare il tempo ha imparato a memoria quei
né giocare con la palla. I signori con i bastoni gli vietano an- numeri stampati su tutti i palloni. 17461008 200747. Magari
che di parlare con gli stranieri. Se lo fate perdete il lavoro, di- sapesse che quelle cifre servono per truffare i controlli inter-
cono. Il bambino pakistano guadagna trentacinque centesimi nazionali. Monish guarda Lona, quattordicenne. C’è qualco-
per ogni pallone. In Europa le sfere vengono addirittura ven- sa di meschino, spregevole, in quello sguardo avido. Monish
dute a centoventi euro. La Puma, la Mitra, Uhlsport, il Black- ha il volto sfigurato da un proiettile, non ha né moglie né fi-
burn, l’Arsenal, trattano direttamente con i signori coi basto- gli. Rujul sa benissimo che quella mente pazza spoglia sua so-
ni. Sono loro che portano in carrucole arrugginite le pelli ne- rella con gli occhi.
cessarie per la lavorazione. Per Lona i palloni più facili da cu- “Signor Monish, mi scusi, potrei farle una domanda?”
cire sono quelli della Nestlè, i gadget regalati insieme alle me- Con una gentilezza ipocrita, lo sfruttatore risponde: “Cer-
rendine. Sono fatti con materiale scadente e spesso li cucio- to che puoi, piccolo mio” e avvicinandosi accarezza il capo
no malissimo perché la richiesta da parte della multinaziona- del bambino.
le è altissima. “Cosa significa guaranteed: no child labour, è inglese vero?”
Rujul vorrebbe diventare un calciatore, vorrebbe correre “Ma come, Rujul, un bambino sveglio come te non sa l’in-
nei prati del San Siro, accanto a Pirlo e Maldini. È stato pro- glese? Ma non vai a scuola?”
prio lui, insieme agli altri bambini di Sialkot, a cucire i palloni Poi inizia a ridere di gran gusto per la pessima battuta. Ru-
di Francia ’98. Alla fine del mondiale hanno scoperto che nes- jul sta per andarsene quando Monish risponde: “Quella frase
suno dei palloni da loro cuciti si era bucato, una piccola sod- vuol dire: questo pallone è fabbricato dal grande e rispettatis-
disfazione in un mare di frustrazione. Sul pallone che Zidane simo bambino Rujul, della città di Sialkot.”
ha messo in rete nella finale col Brasile di Ronaldo, c’era scrit- “Wow! Allora i campioni leggeranno il mio nome.”
to “cucito a mano” qualcuno aveva dimenticato di aggiungere “Sicuro, tutti conoscono il tuo nome, guarda qua, Kakà ad-
“da bambini dai sette ai quattordici anni”. Lona ama gli anelli, dirittura mi ha spedito il suo autografo per te.”
ma oramai le sue dita sono bucate dagli aghi e la sua vista se- Estrae dalla tasca una fattura rovinata dall’umidità e indi-
riamente danneggiata. Spera di sposarsi, ogni volta che termi- cando una firma la pone nelle mani del fanciullo. “Dice che
na il suo lavoro, prende il pallone e lo lancia in aria. Nel suo deve alle tue straordinarie mani l’effetto delle sue punizioni.”
cuore quel breve volo libera un merlo indiano. Un uccello che Rujul prende il pezzo di carta e lo stringe a sé. La sua men-
volerà dal suo futuro amore, ovunque lui sia. te corre a Milano dal suo nuovo idolo, dal suo nuovo campio-
Il signor Monish entra in casa, senza salutare si avvicina alla ne. Monish prima di uscire incrocia lo sguardo di Lona. La lin-
cesta dei palloni. Nasconde un sorriso, è felice per il gran nume- gua di quel porco volteggia nell’aria, mentre alla quattordicen-
ro di palle prodotte. Controlla i codici dei palloni per un po’. ne vengono i brividi.

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È notte fonda, solo i grilli nascosti nell’erba cantano. Ru-
jul è ancora davanti alla tv. Vasco da Gama – Sport Recife.
Il Vasco è già in vantaggio con un gol di Felipe. Al terzo mi- Nel buio
nuto del secondo tempo l’arbitro decreta un calcio di rigo-
re in favore del da Gama. Davanti al dischetto il quarantu- Ci siamo spostati,
nenne Romario de Souza Faria, 999 gol in carriera. La tele- ma il nostro esercito è ancora lì.
camera zumma sul pallone. Lo riconosce Rujul, è il suo. C’è Saddam Hussein
l’indelebile marchio delle sue mani. Il doppio punto al quar-
to esagono laterale. Non ci può credere il bambino, che urla
e si dimena. “Dài vieni, Lona, il mio pallone è in tv!” Roma-
rio prende la rincorsa e sigla il suo millesimo gol. Per il bam-
bino è festa, quasi come se il Pakistan avesse vinto il mon-
diale. La partita viene sospesa per i festeggiamenti e per le Mi sveglio tutto sudato. Di colpo. Sono nel letto
invasioni di campo. A fine gara davanti ai microfoni della tv dell’ospedale, intorno a me silenzio e il buio fitto del re-
brasilera, Romario commosso dichiara: “Sono contentissi- parto. Ho la gola secca e negli occhi ancora le immagini
mo per questo gol che mi rende storia del calcio. Sono lusin- di quel maledetto incubo. Piango senza accorgermene. Mi
gato per la statua bronzea che verrà eretta in mio onore allo guardo le due gambe che non ho più. Dei miei piedi non
stadio São Januário.” Tenendo il pallone sotto il braccio ag- resta nulla, solo fasce bianche. Vorrei strappare i fotogram-
giunge: “Conserverò questo pallone nello stesso modo in cui mi di quel film che la mia mente continuamente manda in
conservo la medaglia della coppa del mondo. Dedico questo onda sullo schermo delle mie notti. Io lì che calpesto il tap-
gol a mia madre, a mia moglie, ai miei figli e a tutti i bambi- petto di gomma della mina italiana VS-50, poi il boato, il
ni del mondo.” Rujul con il sorriso impresso sul viso pren- dolore terribile, le gambe che volteggiano nell’aria insie-
de un pallone dalla cesta e corre fuori a giocare. Non impor- me al fango e al sangue. La vista che si annebbia, mia ma-
ta delle bastonate di Monish, su quel pallone c’è scritto il suo dre che sviene, mio padre che si strappa la camicia e l’av-
nome e adesso da qualche parte nel mondo, Romario lo leg- volge nella poltiglia delle ginocchia. La corsa nel carretto,
gerà ringraziandolo. l’arrivo in ospedale, il volto del dottor Karl, la siringa nel-
In cucina Lona piange, lei sa leggere, sa che i sogni a la sua mano.
Sialkot sono un lusso per pochi. A me succede una cosa strana. Di solito quando uno fa
un incubo si sveglia e si asciuga la fronte. Ok, tutto è pas-
sato, era solo un sogno. A me no. Quando apro gli occhi
vivo l’incubo. Mi guardo le gambe e non le vedo. Mi stro-

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fino gli occhi, ma non le vedo. Le mie gambe sono lontane, bia negli occhi. Mi fermo dietro al furgone per riposarmi. Al-
sepolte da qualche parte sui monti del Kurdistan. zo lo sguardo al cielo e vedo le stelle. Sono lontane eppure la
Accanto al mio letto Omar parla nel sogno. Ripete sempre loro luce sembra accarezzarmi. Il dottore dice che presto mi
il nome del padre ucciso da una scheggia. Non ho più voglia di metteranno delle protesi, che ricamminerò da solo. Ci spero.
dormire, ma la notte è ancora lunga. Guardo il muro davanti Quanto vorrei ritornare a correre, volteggiare insieme alle far-
a me, mi sembra di vedere i servizi delle tv di mezzo mondo: falle del deserto.
“Nel Kurdistan iracheno tre mine per uomo, l’esercito invisi- Il rumore delle ruote sulle pietre distrugge la mia bolla di
bile continua a macellare braccia e cosce di bambini senza col- silenzio. È un fuoristrada e corre verso l’ospedale. Le luci si
pa. Ogni tanto mi chiedo il perché, poi lascio perdere.” accendono veloci come lampi nelle stanze. Il dottore è già
Devo far pipì. Le stampelle sono lontane. Non voglio sve- fuori. Un altro bambino. Non urla, i suoi vestiti e il suo vol-
gliare nessuno, devo farcela da solo. Mi scopro e, passo do- to sono ricoperti di sangue. Lo trasportano d’urgenza in sala
po passo, come un verme, scivolo giù per il letto. Striscio nel- operatoria. La madre e il padre fuori gridano. Nessuno si ac-
la polvere, trascinandomi dietro la mia infanzia mutilata. So- corge di me. Il pantalone si bagna e io galleggio nel mio stes-
no ancora debole, ma voglio farcela. Dopo pochi metri ho già so piscio. La terra sembra rifiutare i miei umori, non assorbe
le braccia a pezzi e le ginocchia in fiamme. Continuo a farmi nemmeno una goccia d’urina. Mentre la puzza si attacca ad-
forza. Mi accorgo che sanguino e la mia breve scia è già ros- dosso e le lacrime si confondono con il lago giallo, sembro
sa. Sento che la pipì è sul punto di uscire. Le mutande sono una nave alla deriva, il Titanic che naufraga. Chiudo gli oc-
umide. Il bagno è fuori, nel freddo dell’altopiano. Non è al- chi e mi addormento.
tro che un fosso, un pozzo di merda e fetore. Non voglio sve- Il giorno dopo è Susan a rialzarmi. Con altri due dell’ospe-
gliare l’infermiera. Ha lavorato tutto il giorno sotto il sole. La dale mi mettono sulla barella e mi sorridono. Per un’ora mi pu-
sua pelle bianca si sta bruciando. Ho sedici anni, cazzo! Vo- liscono le ferite infette alle ginocchia. Il dottore Karl mi am-
glio smetterla di provare pena per me stesso mentre, appog- monisce con lo sguardo. Sotto la doccia la mano di Susan pro-
giato alle stampelle, mi abbassano i pantaloni e come un ne- fumata di sapone mi pulisce d’ovunque. Indifferente mi acca-
onato mi fanno pisciare. Basta! Basta. I loro nasi si contorco- rezza anche i genitali e il sedere. Abbasso la testa per la vergo-
no mentre dal mio culo esce la rabbia. No, non li chiamo per gna. Da solo chiudo la fontana e lei capisce. Nel letto profu-
nessun motivo. mo di gelsomino e vaniglia.
Finalmente sono fuori. La luna è nel cielo che m’illumi- Il bambino di stanotte si chiama Mustafa e dorme due letti
na la strada. Il mio sangue fosforeggia nella notte. Sembro più in là. La sua faccia è avvolta nelle bende. Bevo il latte men-
sempre più un verme. La strada è ancora lunga. Le pietruzze tre si sveglia. Il suo urlo è disumano. Raccapricciante.
mi scorticano le braccia e la pancia. Il vento mi soffia la sab- Mustafa si è svegliato nel buio.

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la Rainbow Warrior, la nave dei Guerrieri dell’Arcobaleno,
nome di un’antica profezia degli indiani Cree. Gli sciama-
Rainbow Warrior ni pellerossa raccontavano di un tempo in cui la terra sareb-
be stata depredata di tutte le sue ricchezze, i fiumi avvelena-
Chi non sa mentire ti, gli animali massacrati. In quel tempo gli indiani avrebbe-
non sa regnare. ro recuperato il loro spirito e insegnato ai bianchi il rispet-
Ferrante Pallavicino to per la terra, diventando così i guerrieri dell’arcobaleno, i
Rainbow Warrior.
La nave di Greenpeace si dirigeva verso le Isole Marshall,
precisamente verso l’atollo Rongelap, per l’operazione “Eso-
do”. L’atollo era stato colpito dalle radiazioni dei test nuclea-
ri americani dal 1948 al 1956, la percentuale di cancro alla ti-
roide, di leucemia e di malformazioni fetali, tra i suoi abitan-
Quel giorno se ne andò, lo vidi partire con due enormi ti, era altissima. Al Parlamento delle Isole Marshall, i rappre-
valige e al collo l’inseparabile macchina fotografica. Si voltò sentanti dell’atollo chiesero aiuto a Greenpeace per traspor-
con i suoi baffi da padre premuroso e mi guardò, tra l’incre- tare l’intera popolazione sull’isola di Mejato. La situazione
dibile confusione dell’aeroporto mi fissò negli occhi. Mio pa- sull’atollo era drastica. Nel primo dopoguerra gli abitanti del
dre, Fernando Pereira, quel giorno partì. A casa restammo ad Pacifico subirono gli effetti delle sperimentazioni degli ordi-
aspettarlo io, mia madre e mio fratello Paul. gni nucleari occidentali. Otto bombe brillarono su Bikini, ma
I giorni passavano lenti senza di lui, ricordo che quando nell’intera area oceanica esplosero sessantasei ordigni. Non
vedevamo un aereo nel cielo, io e mio fratello ci apprestava- so quanti di voi ricordano “Little Boy”, la bomba che a guer-
mo ad alzare le mani in aria e salutare. In uno di quei gigan- ra finita distrusse Hiroshima. Nel ’54 gli USA fecero esplo-
ti di ferro, ci doveva essere nostro padre. Io sono olandese, dere “Bravo”, una bomba ad idrogeno migliaia di volte più
mio padre no. Lui è nato in Portogallo, poi è scappato. Non potente di quella sganciata sul Giappone. Le popolazioni di
voleva partecipare alla guerra in Angola del dittatore Salazar. Bikini ed Enewetak furono evacuate per evitare che fossero
È passato per la Spagna franchista fino all’Olanda, dove ha esposte al fallout radioattivo. A centocinquanta chilometri
conosciuto mia madre. È sempre stato un pacifista papà, era di distanza gli abitanti di Rongelap non ebbero la stessa sor-
nel suo DNA. Proprio per questo, il 6 maggio del 1985, par- te. Dopo poche ore dall’esplosione, una cenere bianca cadde
tì per l’Oceania. Era un fotografo freelance per Greenpea- sull’atollo, cadde per tutto il giorno, coprendo ogni lembo di
ce. S’imbarcò alle Hawaii, era membro dell’equipaggio del- terra. Cadde sulla pelle nuda dei bambini, delle donne, degli

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animali, inquinò l’acqua. Il giorno dopo, con tute antiradia- lo scafo. Mio padre, solo su quella nave, annegò. Morì con
zioni, gli americani sbarcarono sull’isola con contatori Gei- la sua macchina fotografica in mano. Steve Sawyer, Bunny
ger. Ripartirono dopo un quarto d’ora senza dire una parola. McDiarmid, Peter Willcox, il resto dell’equipaggio apprese
Gli americani erano a conoscenza dell’inquinamento radioat- la notizia pochi minuti dopo. Mio padre era l’unico membro
tivo dell’atollo e sono molti a pensare che gli abitanti di Ron- dell’equipaggio ad aver figli.
gelap siano stati cavie americane per verificare gli effetti del- Non ci mise tanto la polizia neozelandese a scoprire i col-
la bomba sull’uomo. Gli americani sapevano anche che il rag- pevoli di quel delitto. Verso le otto e mezza di quello stesso
gio delle piogge causate dalla bomba avrebbe travolto l’atol- giorno, alcune persone avevano notato un camper nei pressi
lo e che i forti venti avrebbero portato quella merda bianca della baia che recuperava un sommozzatore. La coppia che
dovunque. Se ne sono letteralmente fottuti delle persone che aveva fittato il camper era francese. Due bombe, me lo ripeto
vomitavano, che avevano diarrea, bruciori, che perdevano in sempre. Non è un caso. Non volevano danneggiare lo scafo,
pochi istanti tutti i capelli. Oggi, a trent’anni di distanza, più volevano eliminarlo. Alain Mafart e Dominique Prieur face-
del 90% dei sopravvissuti ha un tumore alla tiroide. Gli ame- vano parte dei servizi segreti francesi, alla fine furono giudi-
ricani, nonostante l’isola fosse in alcuni punti più radioattiva cati in Nuova Zelanda, con l’accusa ridotta di omicidio col-
di Bikini, dissero che era sicura e consigliarono alla popola- poso. Dicevano che non volevano far del male a nessuno.
zione di mangiare cibo in scatola. Vennero condannati entrambi a dieci anni di prigione. Do-
Mio padre e Greenpeace intervenirono quando i genitori po la prima sentenza, il primo ministro neozelandese, David
di Rongelap urlavano davanti al parlamento delle Isole Mar- Lange, fu messo sotto una forte pressione economica, diplo-
shall: “We love the future of our kids!” L’equipaggio traspor- matica e finanziaria dalla Francia. Il presidente francese Fran-
tò in dieci giorni più di trecento persone e tonnellate di ma- cois Mitterand voleva a tutti i costi che i due agenti tornasse-
teriale da costruzione. L’esodo si compì. Dopo l’operazio- ro in Francia. Promise di far scontare la pena fino in fondo.
ne di salvataggio, la Rainbow Warrior attraccò al porto di Le indagini condotte dai francesi sul sabotaggio della Rain-
Auckland, in Nuova Zelanda, in attesa di fare rotta per Mu- bow Warrior hanno sempre escluso un coinvolgimento del
ruroa, area che i francesi avevano scelto per svolgere i loro governo parigino.
test nucleari. Il presidente Mitterand si è sempre schierato dalla parte
Era notte, mio padre era nella sua cabina, sistemava gli dei servizi segreti, nonostante il Ministro della Difesa d’oltral-
obiettivi, li puliva con fare maniacale. Li rimetteva a posto. pe, Charles Hernu consegnò le dimissioni, ammettendo im-
Era il 10 luglio del 1985, mancavano dieci minuti alla mez- plicitamente la propria complicità. Quando gli agenti segre-
zanotte quando la Rainbow Warrior fu danneggiata da una ti tornarono in Francia furono trattati come degli eroi. Addi-
bomba. Dopo pochi istanti una seconda esplosione affondò rittura ricevettero delle medaglie. Per noi, per me, per Paul,

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per la mamma, è stato come se il corpo di papà venisse tra-
scinato nella polvere.
Sono passati vent’anni da quel giorno, vent’anni senza L’errore di Cristo
giustizia. La verità è annegata insieme a mio padre. Certe
volte alzo gli occhi al cielo e guardo gli aerei passare, sorrido, Right or wrong, my country.
perché su uno di quelli c’è ancora il mio papà. Anonimo

Solo un gatto si muove nel mirino. Mirko Kovacevic è ap-


postato col suo fucile M40 d’alta precisione su uno dei tetti
dei palazzi bombardati di Sarajevo. Fa freddo. Nevica. È av-
volto in un enorme giaccone. In testa un cappello logoro del-
l’esercito. Non si muove. Potrebbe essere morto. Potrebbe,
ma non lo è. Il suo occhio è vivo nel mirino, scruta. Atten-
de. Chi, cosa, quando, dove, perché? Non ha importanza. Un
cecchino non si fa domande. Un cecchino deve solo sceglie-
re quand’è il tempo di sparare, annichilire. Un cecchino deve
fondere l’iride col cristallino del mirino e Mirko ha l’occhio
di vetro. Quello che vede da quel cerchietto non è la realtà, è
un tempo sospeso. Tempo di chi decide per qualcun altro. È
lì da due giorni. Appostato, giorno e notte. Un cecchino non
si fa domande, un cecchino esegue. “Resta lì, soldato Kova-
cevic” ha detto il generale. “Resta lì, cecchino, ricorda il san-
gue dei tuoi fratelli. Ricorda i canali ricchi dei corpi morti del-
la tua gente.” Se la ripete continuamente Mirko la frase in te-
sta. Non vede a colori da quel mirino, vede rosso.

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Sono tre anni che serve la patria per disinfestarla dagli Pavel scava nella spazzatura, rovista tra pezzi di vetro e
sporchi bosniaci. Tre anni in cui valgono solo tre leggi. ferraglia. Non c’è niente da mangiare. Infila la testa nel cas-
Un cecchino non spara ad uomini, un cecchino annichi- sonetto. Apre i sacchetti. Cerca una fetta di pane con la mar-
lisce sagome. mellata, magari con un po’ di burro. Vorrebbe anche del lat-
Un cecchino non conta gli anni della sua vittima, un cec- te, con due uova al tegamino. Mirko lo osserva dal mirino.
chino ne individua la nazionalità. Da un sacchetto spunta un braccio. Il bambino non se ne ac-
Un cecchino non commette peccati uccidendo, un cecchi- corge. Mirko vede tutto. La mano del morto ha ancora la fe-
no epura il mondo dagli errori di Cristo. de, è un morto fresco, il cecchino distingue ancora l’appara-
Il gatto è ancora nel mirino, mangiucchia una lucertola to venoso del defunto. La mano è pulita, il morto non è sta-
morta dal freddo. Lo infastidisce quel felino, vorrebbe farlo to trascinato nella polvere. Pavel trova una mezza mela. Urla
saltare in aria, ma il generale non vuole sprechi di munizioni. qualcosa. Da una baracca lì vicina arriva il nonno. Come dei
Qualcosa si muove, è una sagoma alta novantasette centime- dannati inghiottono quella mela, mangiano tutto, mangiano
tri, nazionalità bosniaca, velocità di movimento dodici chilo- anche quello che non c’è. Mirko accarezza il grilletto. Due
metri orari in direzione nordest. Il sangue, appiattito nelle ve- sagome di nazionalità bosniaca sono immobili nel mirino. Si
ne, rinvigorisce. I muscoli si tendono, Mirko si sente vivo. La nutrono. La sagoma ricurva perde liquido rosso dal braccio.
sagoma-bambino si chiama Pavel, orfano di genitori morti in Mirko sente un rumore alle spalle, si gira, vede la sua stessa
guerra. Il gatto è suo, Modì. Persiano scheletrico. La sagoma uniforme. Gli sono venuti a dare il cambio. Il vecchio ride,
si muove in senso disordinato, la sagoma rincorre il gatto, la ha quattro denti e mezzo. Mirko spara, lo uccide in silenzio.
sagoma non possiede armi, la sagoma è un errore di Cristo. Foro di centimetri tre, altezza collo. Il vecchio è a terra, l’ha
Mirko pensa a suo figlio, sepolto sotto una quercia, a Pi- beccato nell’arteria, spruzza sangue dappertutto. Il nipote ur-
rot, paese al confine con la Bulgaria. Mirko pensa a suo fi- la mentre la neve si fa rossa. I quattro denti sono sporchi di
glio trovato morto in casa. Decapitato, con la testa nel cami- mela marcia. Il gatto scappa.
no. Aveva solo cinque anni. Mirko lo trascinò su un carretto “Ma era solo un vecchio” dice il soldato.
della frutta per sessantatre chilometri. Volle riportarlo a casa, Un cecchino non torna mai a casa senza aver ammazza-
dalla madre. Nove giorni di viaggio. A Pirot il corpo decapi- to un uomo.
tato pullulava di vermi. Mamma Sabrina non c’era più. Per le Un cecchino non torna mai a casa senza aver cancellato
autorità era scomparsa durante l’evacuazione. Con un fazzo- un errore di Cristo.
letto rosso, Mirko legò spalle e testa al figlio. Lo seppellì nel-
la terra umida, senza bara. Sopra ci lasciò un carciofo, l’uni-
co fiore che aveva.

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“Mi scusi, professor Petracca.”
All’ultima fila un gruppetto vivace ancora chiacchiera.
K19 “Stronzetti là dietro, statemi a sentire. Dopo parlate delle
canne e delle ragazze di IV C.”
Tutti gli animali sono uguali, Giuseppe Sorgente all’ultimo banco sbuffa. Che vuole
ma alcuni sono più uguali degli altri. questo qua, oggi che ci tocca, la perifrastica, quel fallito di
George Orwell Leopardi o la solita versione di latino?
La III G non è una buona classe. Lo sa bene il professor
Petracca. Si rompe i coglioni di far lezione, nessuno lo ascol-
ta. Il programma ministeriale dice che oggi tocca a Montale,
ma forse non è il caso.
È venerdì 16 ottobre, quattro anni prima il professore
aveva perso il padre. Erano già passati quattro anni, la foto
Un impero può nascere da un piccolo villaggio / l’esten- nel portafogli già ingialliva. Che cazzo gli dico a questi ven-
sione si misura solo in base al coraggio / l’alone del terro- ti imbranati, che gli racconto, pensa Petracca, che senso ha
re è l’arma migliore / uomini e donne impalati e li cadaveri parlare a Sollazzo, Liccardi, Pollio.
a marcire / apri i libri di storia vedi gente ammazzata / per- “Professó, allora che facciamo?” dice quel secchione di
ché l’imperi hanno bisogno della carne macellata / la storia D’Avanzo.
non insegna niente e si ripete/ ma oggi è peggio / te giustifi- “Quel che facciamo tutti i giorni” risponde il professore.
cano a colpi de cazzate / voglio vedè chi ce rimette le penne “Niente” aggiunge Sollazzo, scatenando una risata nel-
/ voglio bambini morti non la merda della CNN / la guerra la classe.
è errore con le armi e col mercato / chi la dichiara oggi c’ha “Parliamo di un coglione oggi.”
paura del cadavere impalato / Bush è un pupazzo pieno de “E chi è professó?”
pretese / Gengis Khan era un grande massacrava senza scu- “Mio padre.”
se / preparatevi alla nuova Guerra Fredda Mondiale / cade La classe ammutolisce.
un muro a Berlino se ne fa un altro in Israele. “Mio padre era un comunista di merda. Un fissato, utopi-
sta, illuso. Per anni mi ha riempito la testa di merdate marxi-
“Gelardi! Spenga immediatamente quell’mp3.” ste. Mi portava ai congressi, mi faceva cantare l’Internaziona-
Al terzo banco, Mario Gelardi spegne il suo mp3 da cen- le ed io gli andavo dietro, col pugno sempre in alto, col cuo-
totredici euro. re sempre più a sinistra. Mio padre ci credeva davvero alla ri-

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voluzione, al mondo diverso, e guai a criticarlo. Il comuni- dell’equipaggio insufficientemente addestrato, sia del carbu-
smo era per lui un bambino da proteggere, da nutrire, gior- rante tossico e corrosivo usato. Durante un’esercitazione nel-
no dopo giorno. Ricordo che in segreto, mia madre non sa- le acque orientali degli Stati Uniti, un problema al reattore del
peva nulla, aveva acquistato da un vecchio russo una collana sottomarino creò il rischio di un’esplosione termonucleare.
d’oro con un pendolo a forma di falce e martello. Custodiva Un’esplosione quattro volte più grande di quella di Hiroshi-
questo oggetto gelosamente, in garage, dove nessuno pote- ma e Nagasaki. All’epoca era impossibile prevedere il nume-
va vederlo. Mi disse che quello doveva diventare un cimelio ro di morti che uno scoppio del genere avrebbe causato. La
di famiglia, da passare di generazione in generazione. Mi dis- falla al reattore fu riparata per ben due volte da marinai so-
se che un giorno sarebbe stato mio. Non sempre mio padre vietici. Entravano in uno scompartimento ad alta radioattivi-
era d’accordo con le scelte del partito, si arrabbiava, ma dice- tà immaginando di avere addosso delle tute che proteggesse-
va che dovevamo restare uniti, che non dovevamo disperder- ro dalle radiazioni. Nessuno di loro sapeva che quegli strac-
ci. Ricordo bene quella domenica in cui tutto cambiò. Quella ci a stento proteggevano da materiali chimici. Entrarono ot-
domenica in cui mio padre scoprì cos’era successo, trent’an- to uomini in squadre da due. Si davano il cambio ogni dieci
ni prima, al sottomarino nucleare russo K19. minuti. Quando uscivano dalla sala del reattore, avevano la
Il K19 fu il primo sottomarino russo ad avere a bordo pelle irrimediabilmente ustionata e deformata. Vomitavano
missili nucleari balistici. Varò il 30 aprile del ’61. Fu costrui- continuamente. Il medico di bordo, impreparato ad un tale
to in fretta e in furia per contrastare l’azione perlustrativa del- disastro, non poté far altro che curarli con aspirina. Molti di
la Marina Americana. Signorina Rosi, come viene definito lo loro persero i capelli immediatamente, altri la vista dopo po-
scontro tra l’URSS e USA?” chi minuti. In tutto il K19 la presenza di radiazioni aumentò
“Non mi ricordo, professó.” vertiginosamente, il cibo fu contaminato e le trenta tonnel-
“Non si ricorderà mai nulla nella vita se continua ad alli- late di acqua potabile furono utilizzate per refrigerare il reat-
sciarsi i capelli invece di seguire la lezione. tore. A causa della falla il sottomarino utilizzò i soli motori
Lo scontro tra sovietici e americani è passato alla storia col elettrici, andando alla velocità di cinque nodi. Poco più di no-
nome di Guerra Fredda. Entrambi gli schieramenti cercava- ve chilometri all’ora. Per ritornare alla base sovietica più vi-
no di prevalere l’uno sull’altro militarmente, scientificamen- cina, a quella velocità ci sarebbero voluti giorni. I marinai te-
te, economicamente, su tutto. mevano di friggere lì dentro. Gli otto uomini che ripararono
Per costruire il K19 morirono ventisette operai. Mosca ri- il reattore furono coperti da bende e isolati. I loro lineamen-
ferì che quello era il sacrificio per il progresso. Il sottomari- ti trasfigurati dalle radiazioni. Il K19 lanciò messaggi di aiu-
no russo era difficile da maneggiare, sin da subito ebbe molti to via radio. Gli americani subito si prestarono al soccorso,
problemi. I vertici sovietici se ne fregarono letteralmente, sia cosa assai rara in quel periodo. Il Cremlino non volle che la

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tecnologia russa giungesse in mano nemica, così vietò il sal- Voglio dirvi una cosa, ragazzi. E voglio che questa ve la ri-
vataggio per mano americana. L’equipaggio del K19 dovette cordiate per tutta la vita. Meglio del dativo, di Garibaldi e del
aspettare una nave sovietica da traino. Mosca, però, non vo- teorema di Pitagora. Qualsiasi cosa vi venga detta o mostrata,
leva dare prova della sua debolezza al mondo intero, così ri- se c’è qualcuno che vuole inculcarvi un’idea, voi domandate-
ferì al comandante del K19 di rimanere all’interno del sotto- vi sempre perché. Non siate superficiali, mai. Persino adesso
marino, come se nulla fosse successo o stesse per accadere. che vi sto raccontando questa storia, fermatevi un attimo a
Il comandante decise di disobbedire alle direttive del partito. riflettere e dite perché… perché… perché… perché?
Mentre i suoi uomini venivano puliti dalle radiazioni, sapeva
Al professor Filippo Petracca
benissimo a cosa sarebbe andato incontro. Alla Siberia, al la-
voro forzato nei gulag russi. I soviet non vollero privarsi del
K19, gioiellino della marina militare russa, che fu ribattezza-
to Hiroshima, ma non venne mai smantellato.
Nei giorni successivi gli otto uomini che ripararono il reat-
tore morirono tutti. Altri venti uomini, nei seguenti vent’an-
ni, sono morti per la contaminazione delle radiazioni. Il co-
mandante, difeso da tutti i suoi uomini, venne assolto, ma
non guidò mai più un’imbarcazione. Nessuno dei marinai
del K19 ebbe una medaglia al merito, i morti non furono di-
chiarati eroi, perché per l’URSS si era trattato solo di un in-
cidente. Tutti gli uomini che erano presenti sul K19 giuraro-
no di mantenere segreto il disastro, furono costretti. Ci sono
voluti ventotto anni, ragazzi, perché il mondo potesse sape-
re. Abbiamo aspettato che il muro di Berlino crollasse. Mio
padre, quel giorno, quando il mondo scoprì questa tragedia,
prese la sua collana comunista e la lanciò in mare, con rab-
bia, in solitudine, tornandosene a casa con un bambino mor-
to dentro.
Oggi è l’anniversario della morte di mio padre, ma io so-
no sicuro che lui morì veramente quella domenica, quel gior-
no in cui si sentì complice di un’ideologia omicida.

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Sono quel che sono o sono ciò che ho? Chi non ha non è?
Corro? Corro perché gli altri corrono? Corro perché non vo-
Corro perché non so camminare glio restare indietro? Corro per il primo posto? Corro perché
non so camminare?
La struttura alare del calabrone, Sono un uomo di certezze? Cerco le mie certezze? Sono
in proporzione al suo corpo, fatto di certezze? Non amo le certezze? Mi chiedo perché suc-
non è idonea al volo, cedono le cose?
ma lui non lo sa e vola lo stesso. Sono uno che si fa delle domande?
Igor Ivanovic Sikorskij

Perché esisto? Cosa lascerò su questa terra? Per cosa mo-


rirò? Sono pronto a morire per qualcosa? Vivo per qualcosa?
Qual è il mio più grande sogno? Sono libero? Credo di essere
libero? O sono solo libero di crederlo?
Posso dire tutto quello che voglio? Nel mio paese tutti pos-
sono dire quello che vogliono?
Sono schiavo di qualcosa? Qualcuno mi comanda? E io
comando qualcuno? Mi piace un mondo dove nessuno co-
manda nessuno?
I diversi sono quelli diversi da me? Io li voglio i diversi?
Io sono diverso? Chi sono i normali? È bello un mondo tut-
to normale?
Esiste la mia strada? Conosco la mia strada? C’è una bom-
ba sulla mia strada? C’è qualcuno che decide se devo cambia-
re strada?

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no orgogliosi di essere ribelli, di comandare, di avere un fu-
cile in mano.
Issa Mi chiamo Issa ed ho dieci anni. Due anni fa, durante un
agguato dei rivoluzionari nel mio villaggio, sono stato seque-
Ogni volta che un bimbo dice: io non credo alle fate, strato. Da allora sono un soldato. Pochi giorni dopo il rapi-
c’è una fatina che da qualche parte cade a terra morta. mento, per non farmi scappare, mi hanno impresso a fuoco
James M. Barrie il marchio del R.U.F. sul petto. Tutti quelli che lo posseggo-
no vengono uccisi dall’esercito regolare. La mia squadriglia è
composta tutta da bambini. Il più grande ha sedici anni. Non
sappiamo che fine hanno fatto le nostre famiglie. Quelli che
tentano di scappare vengono uccisi. Chi ci riesce, invece, vie-
ne rifiutato dai parenti che lo credono un demone.
Davanti al fuoco Sam e Bo fumano marijuana. Fra poco
Ne catturiamo cinque nella boscaglia. Sono contadini. passerà Sabhat con le pasticche, la droga ci annebbia il cer-
“Vi prego, lasciateci in pace. Siamo gente comune.” vello e ci permette di compiere qualsiasi massacro. Tutti ne
“Stai zitto” dice il comandante. “Nel vostro villaggio si na- siamo dipendenti. Mentre mastichiamo foglie di cassava, dei
scondono le truppe governative.” cani randagi si avvicinano ai corpi dei fucilati e strappano la
Per un po’ ci supplicano. Poi il comandante decide. Devo- loro carne.
no scavarsi la fossa con le mani. Qualcuno piange per il dolore Ecco il segnale. Strisciamo nell’erba. Siamo in diciotto. Il
della terra che insanguina le unghie. La donna strilla, altri han- villaggio ancora dorme. Spariamo raffiche di mitra e la gen-
no già gli sguardi morti. Li facciamo mettere a pancia in giù e te scappa spaventata. Sam invita tutti a stare calmi e riunir-
li fuciliamo con gli M16. Pochi secondi e il gioco è fatto. si nella piazza centrale. Quelli che non lo fanno vengono ab-
È quasi l’alba. Il villaggio che stiamo per attaccare è uno battuti. Saj è un ottimo tiratore nonostante i suoi tredici an-
dei più grandi del Sierra Leone. Secondo alcuni informatori ni. Per lui non esistono donne, bambini e vecchi. I suoi oc-
l’esercito regolare nasconde lì munizioni e vettovaglie. chi mirano ombre. Entriamo nelle case e rubiamo tutto quel-
“Soldati, fra poco scenderemo in battaglia. Non voglio lo che serve. Il comandante arriva dopo poco.
pietà. Ricordatevi il marchio che avete sul petto. Noi portia- “Qui si nascondono soldati del governo. Diteci dove so-
mo la libertà.” no oppure morirete tutti.”
Le parole del capo galvanizzano tutti. Qualcuno si tocca il Nessuno si fa avanti. Scegliamo otto ragazzi e tre femmi-
marchio del R.U.F. (Fronte Rivoluzionario Unito). Certi so- ne. Entreranno a far parte della squadriglia e le donne servi-

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ranno da premio a noi soldati. Il comandante non ci sta. Il no gli occhi scappano dalle orbite. In soli trentaquattro mi-
suo informatore è una persona fidata. Iniziamo con le tortu- nuti sono tutti piantati con il loro stesso sangue ad innaffiar-
re. Sono stanco, il fucile pesa più di me, ma devo obbedire. li. Serviranno come avviso ai soldati nemici e ad altri villaggi.
Bo ha il compito di uccidere tutti i neonati. Sono d’impiccio. Il sole è alto. Il caldo è insopportabile, così come le mosche
Con il machete li divide a metà. Il loro pianto disturba il co- che iniziano a invadere la zona e i cadaveri. Avvoltoi, ratti e
mandante. Ogni volta che ne fa fuori uno il sangue s’intrufo- cani sono già appostati. Prima di lasciare il campo chiudiamo
la nelle tane dei topi del villaggio. tutte le donne in una capanna e poi diamo loro fuoco. Men-
“Issa!” tre ce ne torniamo nella boscaglia, alle nostre spalle le fiam-
“Comandi.” me divampano e il terrore delle voci delle donne si liquefa
“Le donne gravide. Sai cosa fare.” come i loro corpi.
Richiamo tutti gli uomini del villaggio minacciandoli con È notte. Intorno al falò ridiamo e fumiamo. I nuovi arri-
il fucile. vati sono terrorizzati. Li schiaffeggiamo e con il ferro roven-
“Ditemi dove sono le munizioni.” te li marchiamo a fuoco. Svengono tutti. Le donne sono nel-
Nessuna risposta. Con la baionetta squarcio con un sol le tende a scopare con gli ufficiali. Se piangono vengono uc-
colpo le pance gonfie. Le lascio morire esangui. Sorrido do- cise. Bo è un gran figlio di puttana. Obbliga un moccioso di
po un po’. Sono così bravo che con un sol colpo riesco a ta- otto anni a sedersi sotto un albero. Con il suo mitra spara in
gliare la testolina dei neonati. Sono talmente forte che le in- continuazione raffiche sull’arbusto. Il bimbo trema.
cisioni lacerano gli intestini delle donne. I mariti si disperano “Non tremare, cazzo, sei un ribelle!”
senza urlare. Rifaccio la domanda. Stesso esito. Questa volta Lui non smette.
costringo le madri a uccidere i propri figli scaraventandoli ri- “Abituati maledizione, abituati al sangue e al piombo.”
petutamente contro tronchi. I padri piangono e ad ogni raf- Sono di guardia questa notte. Le mie solite tre ore. Non
fica che sparo le loro pupille sobbalzano. si vede nulla all’orizzonte e il fuoco è già spento. Mi guardo
“Signore, i prigionieri non forniscono informazioni sui intorno, tutti dormono, nessuno si accorgerà di me. Prendo
governativi. Ho già ucciso metà delle donne del villaggio, ma il mio sacchetto di biglie e inizio a giocare.
niente, nessuno dice niente.”
“Bene. Impalali e andiamocene da questo merdaio.”
Prepariamo diciannove pali di legno appuntiti. Non riu-
sciamo a piantarli, ci facciamo aiutare dalle nostre vittime. In-
filziamo le aste nei culi o nelle bocche degli uomini. Li sentia-
mo urlare, ma continuiamo ad eseguire gli ordini. A qualcu-

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2° CECCHINO: Ci possono essere stati degli errori… sì in-
somma, che un bambino sia stato ucciso per lo stupido errore
Il cielo di Palestina di un soldato. Ma tra di noi questo non l’ho mai sentito.
di Carlo Cerciello
INTERVISTATRICE: Cos’è un errore? Si è mosso il fucile?

I ricchi hanno Dio e la polizia. 2° CECCHINO: Per esempio, qualcuno dice di aver identi-
I poveri hanno le stelle e i poeti. ficato un tipo sospetto, un ragazzo che si stava muovendo in
modo strano. Forse voleva raccogliere una pietra o qualcosa di
Mu’in Bsisu
simile. Chi lo identifica chiede di poter sparare. Il comandante
non gli dà l’autorizzazione, ma lui continua a chiedere, così il
comandante gli dice: se tu pensi che sia molto sospetto, spara
per spaventarlo, a venti metri e in un’area aperta. Più tardi alla
riunione, viene fuori che il vento… insomma il fucile non ha
mirato così precisamente, e lui gli ha sparato alla testa.
In proscenio, quattro soldati, quattro cecchini israeliani e un’inter-
INTERVISTATRICE: Come spieghi che la maggior parte
vistatrice televisiva.
delle persone è stata colpita nella parte superiore del corpo? È
1° CECCHINO: I tiratori scelti ricevono ordini precisi su necessario essere ben addestrati per colpire in questo modo?
quando e come sparare. Gli ordini ci dicono che dobbiamo
1° CECCHINO: Noi spariamo ad ogni persona alla quale è
essere molto selettivi…
necessario sparare. Spariamo a chiunque lanci una molotov
TUTTI: …una persona che tira molotov, deve essere colpi- che può colpire qualcuno. Non gli spariamo con un’arma au-
ta alle gambe… tomatica, ma con un fucile ad alta precisione, e in molti casi
non da grande distanza. Se un tiratore scelto, a duecento me-
1° CECCHINO: …ma persone armate possono essere colpi- tri, mira alla testa o alla parte alta del corpo…
te nelle parti alte. Ogni persona uccisa viene fotografata. Così
può essere confermato che non si tratta di una persona sotto TUTTI: …non ci sono problemi.
i dodici anni e che aveva un’arma.
2° CECCHINO: Come tiratori dobbiamo aver cura di cerca-
INTERVISTATRICE: I palestinesi mentono quando dicono re posti dove ci possono essere altri tiratori: case, finestre che
che uccidete i bambini? riflettono la luce.

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3° CECCHINO: La cosa che fa paura sono le pallottole va- INTERVISTATRICE: L’Autorità Palestinese dice che voi
ganti. Maledette pallottole vaganti. sparate pallottole ad alta velocità. È vero?

4° CECCHINO: È così. Il loro fuoco non è mirato. 1° CECCHINO: Dipende dalla situazione. La pallottola di
un tiratore se colpisce il corpo…
3° CECCHINO: I Tanzim non sono addestrati e certe volte,
quando alla radio dicono “scambi di fuoco”… TUTTI: …uccide.

TUTTI: …noi ridiamo. 1° CECCHINO: Le pallottole ad alta velocità hanno una co-
pertura di metallo…
INTERVISTATRICE: Chi sta per lanciare una molotov si
muove continuamente, come fate a mirarlo? TUTTI: …metal jacket.

2° CECCHINO: Dipende dalle distanze. A cento metri non 1° CECCHINO: In una pallottola regolare, il fondo non è ri-
è difficile. A cinquecento metri devi considerare il vento e la coperto, e questo…
deviazione, ma a cento metri è un lavoro molto pulito, sem-
plice. Preciso. Perfetto. TUTTI: …incide.

INTERVISTATRICE: È facile sparare alla testa? 1° CECCHINO: L’aria smangia lievemente la punta della
pallottola e gradualmente entra all’interno distorcendone la
2° CECCHINO: Sì. I ragazzi che tirano molotov hanno l’istin- direzione. Nelle armi che usano i tiratori questo…
to di fermarsi un secondo per pensare e questo dà al tiratore
cinque o sei secondi. Se lui si ferma, anche se sei lontano… TUTTI: …non accade.

TUTTI: …la sua testa non è un problema. INTERVISTATRICE: Quindi la punta è tutta di metallo.

INTERVISTATRICE: Nel retro della jeep c’è sempre qual- 1° CECCHINO: Esatto, ed è più aerodinamica. È appunti-
cuno con un fucile. È un tiratore? ta ed è lunga.

4° CECCHINO: Di solito spara pallottole di gomma. 2° CECCHINO: Accanto ad ogni tiratore scelto ce n’è un al-
tro con un binocolo. Attraverso il mio mirino riesco a vede-
INTERVISTATRICE: E tu che pallottole spari? re se ho colpito una persona, ma non vedo esattamente do-
ve sta andando la pallottola. Il soldato con il binocolo inve-
3° CECCHINO: Un tiratore scelto spara pallottole letali. ce ti dice dove hai colpito e se un tiratore non è preciso con

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la prima pallottola, con la seconda è cosa fatta. Poche sono INTERVISTATRICE: Non avrai mica sparato a bambini?
le possibilità di fallimento.
1° CECCHINO: Nessun tiratore ha mai sparato a bambini.
INTERVISTATRICE: Vi dicono di mirare alla testa o di-
pende da voi? INTERVISTATRICE: Ciò nonostante ci sono bambini pa-
lestinesi che sono stati uccisi. A meno che non fossero de-
1° CECCHINO: Se un tiratore spara, lo fa per uccidere… gli errori…

2° CECCHINO: …i più giovani non sanno trattenersi, sono 1° CECCHINO: …se erano bambini, si tratta di errori.
contenti di sparare. Certo! Se sei lì, hai un’arma e stai fermo,
seduto tutta la notte, è molto noioso e alla fine vuoi… vuoi 2° CECCHINO: Gli ufficiali ci vietano di sparare ai bambi-
dargli una lezione. Ci sono soldati che caricano prima… ni. Sono le regole.

TUTTI: …una pallottola normale… INTERVISTATRICE: Come ve lo dicono?

2° CECCHINO: …e poi una di gomma, così quest’ultima 2° CECCHINO: Non sparate a bambini di dodici anni o più
acquista forza e riesce ad uccidere. giovani.

4° CECCHINO: Ad uccidere. INTERVISTATRICE: Ciò significa che avete il permesso


per bambini di dodici anni o più grandi?
TUTTI: Il fuoco palestinese è patetico! Sparano in aria.
3° CECCHINO: Dai dodici anni in su è permesso. Uno a do-
INTERVISTATRICE: Allora perché uccidere, non basta fe- dici anni non è più un bambino.
rire? Preferite la morte?
INTERVISTATRICE: Il Diritto Internazionale definisce un
3° CECCHINO: Ferire i dimostranti produce ancora più bambino una persona che ha meno di diciotto anni.
rabbia. Molta rabbia.
4° CECCHINO: Fino ai diciotto anni è un bambino?
INTERVISTATRICE: Chi te l’ha detto?
INTERVISTATRICE: Già.
3° CECCHINO: È la mia opinione personale: se tu ferisci
qualcuno, la persona si mette ad urlare, dice che sta provan- 1° CECCHINO: Secondo l’Israel Defense Forces lo è fino
do dolore. ai dodici anni. Comunque cerchiamo di vedere che siano so-
pra i vent’anni.

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INTERVISTATRICE: Nei dieci secondi che hai?

1° CECCHINO: Nei dieci secondi che ho, devo stimare l’età, Ad Extirpanda
in che direzione soffia il vento, le deviazioni e in che modo
lui salterà fra un attimo. La storia non dorme mai.
TUTTI: Ma è difficile che ci siano degli errori da parte di ti- Anonimo
ratori scelti.

INTERVISTATRICE: Insomma, se si colpiscono le teste


dei bambini, tutto ciò è per puro caso?

“È in ritardo di un’ora.”
“Non è certo da lui.”
Gli studenti iniziavano a scalpitare. Il professor Forel non
arrivava. Qualcuno sbadigliava, altri parlavano al cellulare,
ma nessuno accennava ad andarsene. Nonostante il ritardo
avevano un gran rispetto del professor Forel. Dopo cinque
minuti il cinquantenne arrivò inzuppato d’acqua e con doz-
zine di libri fradici in mano.
“Scusate ragazzi, il tempo è imprevedibile come gli esami
della professoressa di scienze naturali!”
Tutti risero.
Si prese altri cinque minuti prima di iniziare la lezione. Si-
stemò le sue carte, si tolse le scarpe e i calzini, e mettendosi
vicino al termosifone, iniziò la lezione con gli occhiali che gli
penzolavano da un lato.
“Ieri stavo leggendo Harry Potter.”
Tutti risero nuovamente.
Dal quotidiano israeliano Ha’aretz del 20 novembre 2000.
“Sul serio dico, stavo leggendo un capitolo in cui si parla

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dei roghi delle streghe. L’autrice in modo simpatico sostiene trovare la tomba di Innocenzo IV e che solo dopo aver letto
che in realtà le streghe non morivano, ma usavano un picco- l’epigramma sul marmo avrei potuto aprire il pacco. Arrivato
lo incantesimo refrigerante per evitare che il fuoco le disinte- al Duomo, in pochi minuti, trovai questa famosa tomba di cui
grasse. Bella come trovata letteraria, non vi pare? parlava Sylvia. Una tomba molto semplice, tipica dei papi di-
Tempo fa, parlo di vent’anni fa, al mio trentaduesimo ciamo. Sulla lastra di pietra bianca c’era un’incisione: Hic su-
compleanno, ricevetti un regalo. Me ne stavo a Napoli a quel peris dignus, requiescit Papa benignus. Mah, mi dissi, è nor-
tempo, una città d’incommensurabile bellezza e contraddi- male, è stato un papa, cosa potevano scrivere sulla sua tomba.
zione. Stavo seguendo lo stesso itinerario di Stendhal. A Na- Non pensai tanto a quello che avevo visto, ma quando tornai
poli, però, stetti così bene che decisi di rimanere più del tem- a casa e aprii il pacco capii immediatamente. Avvolto in pre-
po previsto. Vi dispiace se metto i calzini ad asciugare? Puz- giata carta olandese, c’era un libro, questo libro.”
zano un po’ e infesteranno sicuramente tutta la classe!” E impugnando un mattone con le pagine gialle lesse il ti-
Nuova risata generale. tolo: “Streghe cristiane”.
“Dove stavo? Ah, sì ecco, al pacco regalo che mi arrivò a Nell’aula 53 della Sorbona ci fu un attimo di sconcerto.
casa. Me lo spediva la mia amica Sylvia von Harden. Una del- Cosa c’entravano con la lezione, Innocenzo IV, Harry Potter,
le donne più intelligenti che io conosca. Una giornalista inter- l’amica giornalista del professore e soprattutto le streghe?
nazionale che si occupa prevalentemente di diritti umani, ma “Lessi questo libro tutto d’un fiato e mi resi subito con-
soprattutto di violenza sulle donne. Pensate che una volta mi to del perché Sylvia avesse voluto che io visitassi la tomba di
disse: Preferirei diventare uomo che farmi mettere i piedi in Innocenzo IV. Il libro inizia così:
testa da un uomo. Una di queste volte la invito, ne restere- Nel nome di Cristo e sotto l’influenza dello Spirito San-
te contenti sicuramente. Lei mi ha insegnato tanto sul mon- to, nel 1252 Papa Innocenzo IV, con la bolla “Ad Extirpan-
do femminile e sui diritti che inconsciamente noi maschi ne- da”, autorizzò l’uso dell’inquisizione e della tortura per estor-
ghiamo alle donne. Uno dei suoi chiodi fissi è la grammati- cere confessioni di stregoneria da tutte le donne sospettate
ca, odia il maschilismo dei vocabolari. È una delle sostenitrici di tale pratica.
del neutro. È talmente fissata con le parole che quando aprii Praticamente le persecuzioni contro il sesso femmini-
il pacco c’era una lettera che iniziava così: Carissima profes- le sono state benedette, secondo la Chiesa, dal Dio genera-
soressa Forel, le mando questo regalo per il suo compleanno. to dal ventre di Maria. Alcuni secoli dopo, Papa Innocenzo
Mi congratulo con lei e spero di rivederla presto. Poi la let- VIII emetteva la bolla “Summis desiderantes affectibus”, che
tera diceva che, prima di aprire il pacco, dovevo fare una vi- ordinava ai fedeli di Cristo di sopprimere sistematicamen-
sitina al Duomo di Napoli. Io abitavo a tre passi dal Duomo te la stregoneria e l’eresia in tutta Europa. La Chiesa pub-
così ci andai subito. La lettera diceva anche che avrei dovuto blicò il manuale del perfetto inquisitore, il “Malleus Malefica-

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rum”, scritto dai frati domenicani Heinrich Institor Kramer e scrittura si faccia riferimento a ciò. Le torture servivano come
Jacob Sprenger. Per spaventare i fedeli, i due chierici, dedica- sostentamento economico per i chierici, che si impossessava-
rono numerosi paragrafi del libro a tutto ciò di cui le streghe no di tutti i beni delle torturate, quasi sempre povera gente.
erano la causa. Hanno per secoli inculcato superstizioni nella testa ignorante
Uccidono il bambino nel ventre della madre, così come della gente, che credeva nei gatti neri, negli specchi che si rom-
i feti delle mandrie e dei greggi; tolgono la fertilità ai campi, pono e portano disgrazie. Le donne sono il bersaglio perfetto,
mandano a male l’uva delle vigne e la frutta degli alberi; stre- considerate deboli ed inferiori da sempre. La donna è peren-
gano uomini, donne, animali da tiro, mandrie, greggi ed altri nemente stata un pericolo per la Chiesa, perché tramandava le
animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, tradizioni, curava gli uomini, era simbolo di saggezza, e tutto
piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano e altri cerea- questo metteva fortemente in discussione il potere maschile.
li; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraver- Tutti conoscete Giovanna D’Arco, la donna che sconfisse
so spaventose sofferenze e dolorose malattie interne ed ester- gli invasori e riconsegnò il regno di Francia nelle mani del suo
ne; e impediscono infine, agli uomini di procreare, e alle don- re. Giovanna D’Arco fu arsa al rogo perché indossava pantalo-
ne di concepire. ni e perché cavalcava come un uomo. Per la Chiesa la sua im-
Straordinario, no? Pensate che in cinque secoli la Chiesa presa era cosa da poco. Pensate che incoerenza, prima si arde
ha ucciso migliaia di persone accusate di eresia, senza proces- viva una donna e poi oggi la si fa santa.
so e con tortura. Se confessavano erano dichiarate colpevoli Attualmente, nel mondo, decine di paesi praticano anco-
di stregoneria, se invece non confessavano erano considerate ra la tortura e molti boia hanno imparato metodi brutali dal
eretiche e poi arse al rogo. Praticamente non c’era via di fuga. “Malleus Maleficarum”. Sylvia ha regalato il manuale del per-
Quando si scovava una presunta strega, non solo la si tortu- fetto inquisitore anche ad un prete, ma non gli è mai stata data
rava, ma veniva spossessata di tutti i suoi beni e conseguenze risposta. Tanto oggi per i peccati della Chiesa bastano le scu-
disastrose ricadevano anche sulla sua famiglia. Venivano ad- se del Papa.
dirittura riesumati i parenti morti della strega per bruciarne le Vi prego ora di seguirmi attentamente e di immaginare, so-
ossa, era una distruzione totale. Sotto il ben servito di settan- lo per pochi istanti, quello che sto per raccontarvi.”
ta papi, la Chiesa ha ucciso bambine soltanto perché avevano Il professor Forel di rado era così serio e i suoi alunni se ne
un neo, una voglia, i capelli rossi, quello che loro definivano il accorsero. Il cinquantenne si accomodò lentamente e, prima di
marchio del diavolo, il Signum Diabolicum. iniziare a parlare, lasciò la classe in un imbarazzante silenzio.
Perché tutto questo? Perché? Per il trionfo del principio “Le donne, oltre ad essere arse vive sul rogo in pubblica
della forza maschilista, perfettamente incarnato in una religio- piazza, venivano spesso gettate coscienti nei forni o rinchiu-
ne che vieta il sacerdozio alle donne, nonostante in nessuna se sotto pesantissime presse. I torturatori praticavano il Tor-

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mentum Insomniae, non facevano dormire la strega per inte- Nelle sue parole c’era del sarcasmo pungente, provocato-
re settimane, provocando uno stress psicofisico tale da indur- rio, beffardo.
re le torturate ad azioni di autolesionismo. Laceravano la pel- “Non è esatto monsieur Oleander. Quella che lei vede sul-
le delle malcapitate e strappavano loro le unghie. Molte era- la fotocopia numero 28 non è una suora, ma un sarcofago.
no sottoposte a mastectomia, ovvero l’asportazione dei seni. Tortura nota nel Medioevo col nome di Vergine di Norim-
È celebre il caso di Anna Pappenheimer, alla quale vennero berga. La vittima veniva rinchiusa all’interno dello strumento
tolti i seni e fatti mangiare ai suoi figli adulti. Un’umiliazione di tortura, dove era penetrata da lunghe lame, congegnate in
atroce. Numerose fanciulle si ribellavano e quando lo faceva- modo che non toccassero mai organi vitali. I lunghi coltelli di-
no venivano impalate. Sto parlando di un palo di legno appun- laniavano la carne delle streghe senza ammazzarle. Questo au-
tito che penetrava l’ano fino a sfondare la testa o fuoriuscire mentava la sofferenza delle torturate in modo immane. Quan-
dalla bocca. Queste poverine venivano esposte come monito do il sarcofago veniva chiuso, assumeva le sembianze di una
in pubblica piazza. Potevano vederle tutti. bella bavarese, per questo signor Oleander le è parso di vedere
Ho fatto delle fotocopie per voi, per farvi vedere le minia- una suora ammazza lesbiche su quella fotocopia. Ma l’elenco
ture realizzate dai due frati domenicani, ma soprattutto per di atrocità riservata alle figlie del diavolo è ancora lungo.
mostrarvi la quantità di torture inventate dalla mente umana Il Crogiuolo, per esempio, era una tortura molto usata per-
per conto della Chiesa.” ché poco dispendiosa. Olio bollente o piombo fuso veniva
I ragazzi dell’aula 53 si passavano le fotocopie con frene- colato nelle orecchie delle martiri, il liquido cancellava l’inte-
sia, borbottavano, commentavano, esterrefatti si chiedevano ro apparato uditivo e spesso bucava anche il cervello. Lo stru-
se tutto fosse vero. Poi dalla terza fila si alzò una mano. Era mento che vedete sulla fotocopia numero 12 si chiama Pera
Peter Oleander. Non so se sia importante per il proseguo di e veniva infilato nella vagina o nell’ano delle streghe. Quando
questa storia specificare che Peter Oleander era il nipote di entrava, attraverso un sistema di viti e perni, si allargava lace-
uno dei prelati più importanti di Parigi. rando tutte le membra interne. Questa tortura era riservata a
“Prego, signor Oleander.” chi aveva avuto rapporti sessuali col maligno.”
“Professor Forel, sfogliando le fotocopie che lei ci ha di- Le facce dei ragazzi iniziarono a farsi molto serie, men-
stribuito, ne ho notata una alquanto particolare. La numero 28. tre il professore parlava. I disegni ti scavavano dentro e la so-
Vi è raffigurata una donna in vestiti principeschi. Mi chiedevo la immaginazione di quel terrore ti faceva sudare. Per molti
che tipo di tortura rappresentasse. Forse ora ci dirà che le le- studenti il tempo si era fermato, qualcuno aveva dimentica-
sbiche di allora venivano assassinate, smembrate e stuprate da to che si trovava all’università, che erano le nove del mattino,
eleganti suore bavaresi, che strappavano la vita di queste pove- che da un momento all’altro la campanella avrebbe messo fi-
re creature anormali con lunghe croci cristiane infuocate.” ne a quel viaggio nel tempo.

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“Come vi ho già detto, molte volte bastava un particola- Anche le candele che si accendevano e si accendono ai
re insignificante sul corpo di una bambina per scatenare nei santi, furono usate per torturare. I boia le infilavano nella
suoi confronti l’ira di un’intera comunità annebbiata da su- bocca delle streghe, ma le candele di allora non erano come
perstizioni ignoranti e religiose. Centinaia di ragazze con i le nostre e una volta accese raggiungevano temperature altis-
capelli rossi venivano torturate con la Squassata, un basto- sime, provocando danni alla vista e al volto.
ne veniva legato ai capelli della strega, poi la vittima veniva Poi c’era la Forchetta, un attrezzo che veniva posto tra il
fatta penzolare nel vuoto. La gran parte delle volte lo scal- collo e il mento. Alle due estremità lo strumento aveva due
po si staccava. arpioni, questo costringeva la vittima a tenere sempre la testa
Alle donne che venivano accusate di lanciare incantesimi alta per non essere penetrata dalle lame. La strega, in questo
staccavano la lingua con una pinza. modo, non poteva addormentarsi.
I preti medievali sostenevano che le creature maligne do- Si dice che per uccidere una strega bisogna tagliarla sul
vevano purificarsi attraverso la Pulizia dell’Anima, ovvero soffio, ovvero quel lembo di pelle tra le labbra e il naso. Spes-
attraverso la forzata ingestione di carbone, acqua bollente e so sfregiavano le donne in quel punto fino a dissanguarle,
persino sapone. l’agonia era tremenda.
L’acqua è sempre stato un elemento importante per i cri- Ogni anno distribuisco ai miei alunni queste fotocopie,
stiani, pensate al Mar Rosso, al diluvio universale, al batte- ne discutiamo insieme, ragioniamo, proviamo ad immagina-
simo. Improvvisamente quella stessa acqua protettrice e pu- re cosa potevano provare queste donne. Io ci ho provato più
rificatrice fu trasformata dalla chiesa medievale in strumen- volte, ho provato ad immaginare il mio scalpo appeso al sof-
to di tortura. fitto, i miei occhi bruciati da cera incandescente, c’ho prova-
L’Ordalia dell’acqua era una tortura che durava anche tre to, ma niente mi è rimasto dentro come la Tortura del topo. Il
giorni. Le donne dovevano immergere le mani nell’acqua bol- ratto veniva infilato nella vagina o nell’ano, poi l’ingresso ve-
lente, alcune volte anche fino ai gomiti e non sto qui ad elen- niva cucito. Il povero animale, spaventato e senza vie d’usci-
carvi le conseguenze. C’era anche un’altra variante con l’ac- ta, iniziava a mordere e rosicchiare tutte le pareti interne del
qua fredda. Le vittime, completamente legate, venivano get- corpo della donna.”
tate in acqua ghiacciata. Se galleggiavano e quindi l’acqua le Una ragazza intervenne: “Professor Forel, questo libro
rifiutava, erano streghe, se invece sprofondavano erano pu- viene ancora stampato?”
re, ma quando scendevano giù, nella maggior parte dei casi, “No, e non chiedetemi il perché. Mentre noi siamo qui,
non risalivano. Altre venivano legate ad uno sgabello e poi qualcuno, nel mondo, subisce queste torture senza che nes-
immerse in zone paludose, le vecchie morivano per il freddo suno parli o muova un dito. Ogni anno mi chiedo sempre
e per i morsi di sanguisughe e altri animali. perché faccio questa lezione. Forse per le donne e per quel-

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lo che hanno subito, forse perché mi fa schifo che tutto que-
sto sia stato fatto da una chiesa ricca ed imbrogliona. Forse
racconto soltanto affinché voi sappiate. Se davvero a crear- Don’t forget
ci è stato qualcuno a noi superiore, il suo unico errore è sta-
to quello di aver generato esseri umani capaci d’inventare si- Abbiamo disimparato ad interessarci
mili cose. Oggi in quest’aula sareste tutte streghe e stregoni. dell’effetto finale delle cose
Mi rifiuto di credere che esista un Dio capace di alimentare di cui siamo collaboratori.
simili cose.” Gunther Anders

La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha deciso


che: la Serbia non ha commesso il genocidio in Bosnia-Erze-
govina; la Serbia non ha pianificato il massacro né istigato alle
uccisioni; la Serbia non ha partecipato al genocidio, ma nello
stesso tempo non ha impedito che questo avvenisse.

Piove ad Assen. Piove e fa freddo il 4 dicembre del 2006.


Sono insieme ai miei cinquecento commilitoni davanti alla
Frisokzerne per ricevere la medaglia all’onore per il servizio
prestato nel ’95 in Bosnia. Siamo tutti qui, l’intero battaglio-
ne Dutchbat III, non manca nessuno. Mentre le nostre divi-
se si fanno più ingombranti per il peso delle medaglie, deci-
ne di persone alle mie spalle manifestano. La pioggia non li
ha mossi di un centimetro. Sono tutti lì con il loro striscione
da cinquanta metri. Uno ad uno leggono i nomi delle otto-
milacentosei persone uccise nella strage di Srebrenica. I no-

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mi sono scintille che mi martellano la testa. Mi perseguitano, Fra poco verrà il mio turno. Ma sono qui solo perché que-
girovagano come fantasmi nella mia mente. sti sono gli ordini. Ancora una volta l’Europa preferisce sep-
Nel luglio del 1995 ero un casco blu e fui assegnato insie- pellire la verità e premiare, con l’appoggio della Commissio-
me al mio battaglione alla protezione della città di Srebreni- ne Europea, finti eroi. La storia ufficiale vuole che quella not-
ca. Nel ’93 l’ONU la dichiarò città protetta insieme a Sara- te morissero settemilaottocento musulmani, ma il bilancio fu
jevo, Tuzla e Zepa. Ricordo bene le parole del sottosegreta- molto più alto. Oggi sono stati esumati da quelle fosse co-
rio alle Nazioni Unite: “Proteggeremo queste cittadine e ri- muni cinquemila corpi, ma solo duemila sono stati identifi-
serveremo a loro aiuti umanitari, anche con l’uso delle no- cati e qualche decina ha ricevuto una degna sepoltura. Vorrei
stre Forze di Protezione.” Balle. L’11 luglio l’esercito serbo- poter parlare a questa piazza che protesta. Vorrei poter di-
bosniaco guidato dal generale Ratko Mladic attaccò Srebreni- re, alle madri di Srebrenica, avete ragione! Mamme senza fi-
ca. Noi olandesi non sparammo nemmeno un colpo e fum- gli, avete ragione! Questo vorrei dire a queste donne, prime
mo costretti alla ritirata dal governo dei Paesi Bassi. Furono sostenitrici di una giustizia internazionale che non esiste più
uccise tutte le persone sotto la nostra protezione. Gli uomini già da tempo.
dai quattordici ai sessantacinque anni furono divisi da don- C’ero anch’io in quell’aula di tribunale quando i legali di
ne, bambini ed anziani. Li fucilarono, torturarono e stupraro- Serbia e Bosnia, Radoslav Stojanovic e Sakib Softic, si strin-
no tutti. Le Tigri Bianche di Arkan e le Aquile Nere di Mla- sero la mano per sigillare negli abissi della menzogna il ge-
dic attaccarono con l’intento di distruggere la comunità mu- nocidio di Srebrenica. Certe volte mi chiedo come sia stato
sulmana della Bosnia. Da dietro le colline, dove con il batta- possibile che bosniaci e serbi, persone che lavoravano insie-
glione eravamo al riparo, sentivo gli spari e le urla. In molti me, si siano massacrati a vicenda. Qualcuno dice che Srebre-
chiudemmo gli occhi quella notte, molti olandesi si tapparo- nica sia stata la vendetta per i massacri che il bosniaco Na-
no le orecchie per non sentire. Questa medaglia non ha sen- ser Oric compì la notte del Natale ortodosso, il 7 gennaio, ai
so, come non ebbe senso la stretta di mano tra il nostro te- danni dei civili serbi. Nessuno sa che fine abbia fatto Oric,
nente colonnello Thomas Karremans e Mladic, che si scam- di lui rimane solo la sua pulizia etnica. Di lui restano le lapi-
biarono regali e brindarono alla vittoria della Serbia. di dei tremila serbi.
È inutile che oggi ci lamentiamo noi soldati, che ci preoc- Molti di noi militari hanno mentito davanti alla legge e
cupiamo della stampa che ci attacca e del nostro stato post- continuano a farlo attraverso i giornali che preferiscono i no-
traumatico. Quell’11 luglio 1995 fallimmo. Il governo ha ten- stri racconti eroici a quelli dei parenti delle vittime. Il “Volk-
tato di nascondere la verità. Ma le dichiarazioni di Medici skrant”, noto quotidiano progressista, ha dedicato sei pagine
Senza Frontiere sono vere, quel giorno il generale si rifiutò di al racconto strappalacrime del soldato Oliver Van Broken e
occuparsi anche dei malati e feriti musulmani bosniaci. solo novanta righe alle Madri di Srebrenica e ai progetti che

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il governo olandese dovrebbe attuare in Bosnia. Non è un Salgo gli ultimi gradini che mi portano sul palco. Già ve-
caso che questa manifestazione di premiazione sia stata or- do il luccichio della mia medaglia, il sorriso del presidente che
ganizzata proprio ora che la politica olandese vive un mo- mi guarda come un eroe. Una bosniaca grida: “La nostra vita
mento di transizione. In questo modo nessun governo por- era nelle vostre mani. Srebrenica è in lutto. Nessuna medaglia
terà sulle spalle il macigno di aver premiato chi non impe- per i soldati di Dutchbat III!”
dì un genocidio. Il tenente colonnello Karremans, respon- Grida più che puoi sorella bosniaca, grida for don’t forget.
sabile olandese della missione in Bosnia, volle che foto, vi-
deo e documenti fossero bruciati e sequestrati. Bisognava
cancellare tutto. Non dovevano esserci prove, di quella sto-
ria doveva rimanere solo cenere. Quando ritornò in Olanda
fu promosso e sparì negli Stati Uniti.
Il tribunale presieduto dalla britannica Rosalyn Higgins
ha accusato di genocidio il commando di Mladic, definen-
do Belgrado esente da tutte le responsabilità. Non ci so-
no prove che dimostrino che gli ordini di sterminare i mu-
sulmani di Srebrenica siano partiti dai vertici serbi. Per la
giustizia internazionale Mladic è il colpevole, non il popo-
lo serbo, accusato solo di non aver collaborato e coopera-
to con il tribunale. Oggi è in atto un nuovo processo, per-
ché gli ufficiali Dragan Obrenovic e Momir Nikolic han-
no ammesso che il massacro di Srebrenica era pianificato e
fu sistematicamente eseguito con il beneplacito del gover-
no. I cinquecento soldati serbi, che parteciparono al massa-
cro di Srebrenica, sono tutti liberi, compreso Mladic. Si na-
scondono principalmente nella Republika Srpska, control-
lata dal partito di Radovan Karadzic, criminale della guer-
ra jugoslava, arrestato a Belgrado il 21 luglio del 2008. In
Olanda non è cambiato nulla. Il governo di Wim Kok si è
dimesso, così come il capo delle forze armate olandesi, il
generale Van Ball.

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Intifada Un po’ più in là
Guerra tra Israele e Palestina.
Forse l’uomo esiste proprio
nel momento in cui incontra l’altro.
Padre Alex Zanotelli

“Scendi! Scendi! Ti ho detto scendi!” Non faccio altro


che ripetere questo a quel bambino seduto sul ciglio del bur-
rone. Sotto di lui, una delle discariche più grandi dell’Africa.
“Scendi piccolo, scendi”, ma lui niente. Guarda sotto, guar-
da l’enorme lago di percolato, i miliardi di colori di spazzatu-
ra che si confondono. Si sporge. La puzza lo invade. Guar-
da un’altra volta il vuoto, una lacrima si stacca dai suoi occhi
e cade giù in un mare di rifiuti. Non dico più nulla, lui scen-
de, lo fa in silenzio. Quando ci fissiamo negli occhi, mi dice
solo: “Aiuta mama, aiuta mama.” Mentre ritorniamo a casa
sua, nella discarica decine di uomini e donne si strattonano,
si spingono tra i rifiuti in cerca di qualcosa di indefinito. Lupi
affamati in un bosco di niente. Cercano qualcosa, lo si vede
dagli occhi, ma quel qualcosa non è lì, non è in quella monta-
La vittoria è di chi si astiene. gna putrida. Non è la banana mangiucchiata, il pane marcio, il
topo morto, lì ognuno è per sé. L’estrema povertà, così come
Johann W. Goethe
l’estrema ricchezza, porta all’estremo individualismo.

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Il bambino mi precede. Cammina a testa bassa. Non sor- dere dalla corona di spine del Cristo il sangue dei poveri, il
ride, e un bambino che non sorride o non è un bambino o gli sangue degli oppressi, il sangue degli ultimi. Quel giorno lo
hanno tappato il cuore. È scalzo, alza la polvere mentre stru- sguardo di Cristo si posò su Agar.
scia i piedi nudi nella strada. Sua madre è sieropositiva. Ha Ora quella donna magra, deperita, era lì che tendeva le
l’AIDS. Sua madre si chiama Agar. È lui ad aprire la porta di braccia al figlio. Mi disse, dandomi del pane: “Spezzalo per
casa, è lui a mostrarmi la via verso il letto di morte. noi e mangiamolo insieme.”
Agar è distesa su una tavola di legno. Quando mi vede ar- Mentre lo dividevo con le mani, nel mio cuore sapevo
rivare sorride. Agar è una puttana. Agar ha tre figli, tutti sal- quello che stava per accadere. Masticavamo tutti insieme,
tati fuori da relazioni con turisti europei. Agar si prostituiva quel pane nero si attaccava al palato. Era incinta Agar, mi
negli hotel. Con le mazzette dei bianchi ha tirato su i suoi fi- guardava ed io pensavo: “Dài, dimmelo, dimmelo che avre-
gli e anche quelli della sorella morta per tumore. Me la ricor- sti voluto anche questo. Che non fa niente se era stato con-
do Agar quando mi disse che faceva la prostituta, mi guardò cepito nel dolore, nella sofferenza di chi offre il proprio cor-
con quegli occhi di chi aspetta la sentenza da noi borghesi po per il cibo dei figli. Dài piccola Agar, parlami.”
moralisti, mi guardò e aspettò che io le dicessi che è immora- Lei disse: “È l’apocalisse, fratello?”
le, che non è giusto. Ma cosa mai potevo dire a quella donna Ed io risposi: “No. L’apocalisse non è questa, non è qui,
di venti anni, a quella bambina coi bambini. Te lo sei scorda- non è oggi. Non scenderà nessun cavaliere dal cielo, non
to mi dicevo, qui sei a Korogocho, sei in Africa, sei in Ken- scoppierà nessun mondo, non ci sarà nessun giudizio univer-
ya, sei in una baraccopoli di centomila persone. Sei in un po- sale. L’apocalisse è la rivelazione, sorella Agar, l’apocalisse è
sto dove il 50% dei baraccati è sieropositivo. Agar la vedevo togliere da Korogocho questo lenzuolo che nasconde i rifiu-
tornare il mattino, infreddolita dalla notte, sporca, quasi nu- ti dell’impero. L’apocalisse è nascosta nel cuore di tutti noi
da, ma camminava con dignità. Quando scoprimmo che ave- ed è lì che scoppierà, dentro, quando ognuno di noi si senti-
va l’AIDS, non scoppiò in lacrime, non fece scenate, guar- rà responsabile della tua morte.”
dò il Cristo in croce e gli parlò: “Abba, Signore mio. Sapevo Aprii la Bibbia e lessi: “A quel tempo Abramo ebbe un fi-
che sarebbe toccato anche a me. Se il mio posto non è qui, su glio dalla sua schiava, Agar. Sara, moglie di Abramo, la cac-
questa terra, abbi la pietà di risparmiare ai miei figli l’imma- ciò insieme al nuovo nato. Agar se ne andò e si smarrì per il
gine di una madre che muore. Chiamami di notte nel sonno. deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a man-
Chiamami ed io verrò. Ti prego Abba, non lasciare che que- care. Allora essa depose il fanciullo sotto ad un cespuglio, e
sta malattia mi consumi, non lasciare che i miei figli portino andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, per-
dentro gli occhi l’immagine di una madre che muore.” ché diceva: Non voglio vedere morire mio figlio. Il bambino
Quel giorno, saranno state le mie lacrime, ma io vidi scen- allora pianse e Dio udì la sua voce.”

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Chiusi il testo sacro e lo poggiai sul petto di Agar. Chiamò Il giorno dopo, mentre migliaia di baracche cadevano,
intorno a sé le sue amiche, le donne delle baracche, le putta- seppellimmo Agar. I suoi figli la portarono sulle spalle, tutti
ne di Nairobi, la sorellanza. Affidò i suoi tre figli nelle mani e tre, piccoli, la sollevavano in cielo, attenti a non farla spor-
di chi sperava li avrebbe cresciuti. Appoggiò delicatamente il care di polvere. Era una Via Crucis, la Via Crucis del 2000.
capo sul cuscino e allargò le braccia. Stava salendo sulla cro- Non il Cristo che porta la croce, ma bambini che portano
ce, inchiodata a quella tavola di legno, raggiungeva il regno la madre morta in croce. Mentre camminavo vedevo intor-
dei cieli, morendo come Cristo, da ultima, oppressa dall’im- no a me l’esodo. Tutti raccoglievano il nulla che avevano e si
pero. Inspirò forte, trattenne dentro di sé gli aliti vivi che la preparavano a morire un po’ più in là. Il corpo di Agar cad-
circondavano e morì. Portarono via i suoi figli, una delle don- de nella polvere durante un blitz delle forze dell’ordine. Re-
ne presenti guardò le altre e disse: “Chi sarà la prossima? For- spingevano poveri che rivendicavano i loro diritti. Lo scon-
se sono io e non lo so, forse porto dentro questo male incu- tro durò ore, mi persi tra la folla. Quando ritornai sul posto,
rabile e non lo so?” Agar non c’era più.
Ci fu il silenzio, il silenzio dei vinti, dei poveri, di chi muo-
re consumato.
Ne avevo viste morire centinaia come Agar, era una vera
e propria epidemia, ma il governo stava zitto, il governo ke-
niano non diceva nulla. Zitti maledetti, state zitti, volete che
i turisti scappino? Non ho mai capito come funziona que-
sto mondo, un milione e settecentomila persone schiacciate
nell’1% del territorio keniano ed elefanti e zebre liberi di pa-
scolare, liberi di essere fotografati dai turisti in safari. Ti han-
no seppellita due volte Agar, sul volto porti il peso della ter-
ra keniana e il fango di chi si arricchisce su quelle come te.
Nessuno se ne accorse della morte di Agar. La baraccopo-
li di Korogocho era in fermento. Tutti sapevano che prima
o poi sarebbero arrivate le ruspe. Sarebbero arrivati i bulldo-
zer del comune, che avrebbero distrutto le loro baracche per
costruire centri di benessere. Tutti sapevano che la povertà
sarebbe stata spostata un po’ più in là. È il destino dei pove-
ri. Farsi da parte.

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Doveva essere la guerra che tutti potevano guardare, la
guerra fotografata e video-documentata, ma non è stato co-
L’appuntamento con la celebrità sì. L’informazione controllata dai potenti, che sbandierano i
diritti umani per impossessarsi di qualche pozzo di petrolio
Il potere logora in più, ha taciuto. D’altronde tutti sapevamo che dopo l’in-
chi non c’è l’ha. vasione strategica dell’Afghanistan sarebbe toccato all’Iraq di
Giulio Andreotti Saddam, proprio come ora che aspettiamo l’ultimo pretesto
per cui gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran.
In questa videoinchiesta abbiamo dato voce alle gente, la
parola agli ultimi, alle vittime della guerra. Alle nostre spal-
le Falluja, o almeno quello che ne resta dopo l’attacco NA-
TO dell’8 novembre. La città era il cuore del triangolo sanni-
ta, paese di scienza e moschee, la regione più ostile all’occu-
Sono le tre del pomeriggio, Mark Manning, cotto dal so- pazione americana, pedina strategica tra Baghdad e la Gior-
le californiano, decide di farsi una doccia. Il giornalista ame- dania. Col pretesto di cercare Al Zarqawi, gli americani han-
ricano entra nell’hotel, camera 108, quarto piano, corridoio no distrutto trentasettemila case. Una scusa banale dicono
a destra. L’albergo è lussuoso, moquette e candelabri. Men- i cittadini di Falluja, che sostengono di non aver mai avuto
tre guarda un vecchio quadro si accorge che la porta della sua contatti con i luogotenenti del super ricercato arabo. Alcu-
stanza è aperta. È stata forzata. I soldi sono al loro posto, an- ne donne ci mostrano i corpi morti dei loro bambini. “Per-
che le carte di credito. “Maledizione, mancano le videocas- ché uccidono i nostri figli? Questo che ho in braccio è un
sette.” Tre nastri sono stati rubati. Riguardavano la battaglia mujaheddin o forse Al Zarqawi?” Rispondiamo col silenzio.
irachena di Falluja. Mark è stato in Iraq, nei ranger zone, ha Il bombardamento di Falluja è iniziato dopo il secondo
intervistato gente comune, vox populi. Non crede ai suoi oc- mandato Bush. Il Pentagono ha dato ordine di non attaccare
chi mentre stringe le custodie vuote. Si siede sul letto e fis- fino a quando non si sarebbero saputi i risultati delle elezioni.
sa il muro. Nella città irachena qualsiasi cosa si muovesse doveva essere
abbattuta. Hanno ammazzato anche ragazzini di dieci anni,
Al Pentagono, il generale dei marines, John Sattler, si av- anche chi teneva in mano fazzoletti bianchi. Ma ciò che vera-
vicina al videoregistratore e inserisce la cassetta. Play. Si sie- mente sconvolge di questa battaglia, o meglio, di questo mas-
de in poltrona e guarda. In tv un uomo stringe un microfo- sacro, è l’uso di armi chimiche. Molti di noi ancora ricordano
no, sullo sfondo città deserto. le parole del presidente Bush, che incitava le Nazioni Unite

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a controllare i bunker di Saddam, convinto dell’arsenale na- va le persone in fiamme umane. Il numero dei morti ufficia-
scosto dall’eterno nemico. Questa guerra menzognera è ini- li non è stato ancora confermato. Nonostante le prove, il ca-
ziata per distruggere armi di distruzione di massa e poi, para- po dei marines, John Sattler, ha dichiarato che lui non è a co-
dosso della storia, i “portatori di pace”, hanno ucciso civili e noscenza di nessun civile ucciso. Gli Stati Uniti hanno cura-
medici con le stesse bombe che cercavano. È ormai accerta- to nei minimi dettagli la censura su Falluja. Alcuni giornalisti
to l’uso del fosforo bianco. Probabilmente simile al napalm di Al Arabiya, che avevano documentato la strage, sono stati
usato in Vietnam. Oggi lo chiamano MK77 e nel linguaggio arrestati dalla polizia irachena. Gli unici giornalisti che posso-
militare Willy Pete, sembra il nome di un giocattolo. Queste no fotografare i resti di Falluja sono quelli pilotati dagli ame-
bombe quando scoppiano liberano una nuvola incendiaria ricani. Anche sul web sono stati bloccati siti che denunciava-
capace di distruggere tutto nel raggio di centocinquanta me- no l’uso di armi chimiche. Non ultimo quello di due soldati
tri. Gli effetti sull’uomo sono raccapriccianti. I corpi dei civi- che ne gestivano uno in Colorado, uno degli stati che forni-
li si sciolgono, la pelle si stacca dai muscoli e spesso ciò che sce maggior uomini all’esercito. Gli Americani a Falluja han-
rimane sono solo le ossa. Il fosforo bianco è capace di lique- no bombardato tutto quello che c’era da bombardare, hanno
fare volti e qualsiasi cosa contenga ossigeno o particelle d’ac- segnato con delle x le case disinfestate dalle milizie della re-
qua. Molti dei corpi rinvenuti dopo la battaglia non avevano sistenza. Sembra un gioco, ma è la guerra. I soldati america-
segni di proiettile. Di alcuni minuscoli bambini sono rimasti ni, ormai frustrati dai mesi di combattimenti, dipingono sui
solo i vestiti: infatti l’arma chimica disintegra la carne, ma non muri delle moschee croci cristiane e bruciano il Corano. Na-
le fibre tessili. I familiari sopravvissuti alla strage hanno tro- zioni “pacifiste”, come Italia e Inghilterra, erano al corren-
vato solo pantaloni e camice dei loro parenti. Le persone che te dell’uso del fosforo bianco, ma hanno preferito il silenzio
non sono state colpite direttamente dalla nuvola incendiaria alla dignità.
attualmente soffrono di disturbi respiratori e i danni sui na- Alla luce del giorno possiamo dichiarare che l’attacco a
scituri sono spaventosi. Molti neonati hanno il cranio defor- Falluja è stato un omicidio di massa.
mato. Tra le vittime di Falluja è stato rinvenuto anche l’imam
di Baghdad, Hassan Nuymy. Ricercato e arrestato più volte, è John spegne la tv, prende il nastro e lo lancia nel cami-
stato ucciso insieme ai suoi seguaci. Sul corpo ci sono segni no. Poi guarda la foto di Mark Manning appesa al muro e
di torture tipiche dei servizi segreti mediorientali. Pelle ustio- dice: “Il tuo appuntamento con la celebrità è rimandato,
nata e fori alle mani provocati da trapani. giornalista del cazzo.”
Nel quartiere di Al Skarj gli americani hanno bruciato
molti morti per nascondere le tracce dell’uso di armi chimi-
che. La sostanza, una volta a contatto col corpo, trasforma-

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con la mente che si sbriciola sotto la paura di lasciare questo
mondo ingiusto, ma meraviglioso. Non piango per chi sof-
Fra poco morirò frirà per la mia mancanza, ma sento dentro che chi rimarrà
vedrà la nuova alba, il nuovo giorno. Il mio popolo farà te-
Un uomo che non morirebbe per soro della mia morte.
qualcosa non è pronto a vivere. Mi hanno arrestato con un processo fasullo: “Signor
Martin Luther King Wiwa, Ken Saro-Wiwa, scrittore e intellettuale, io condanno
a morte lei e i suoi otto collaboratori per aver incitato il po-
polo all’omicidio contro presunti oppositori del movimento
che lei capitaneggia.” Quel giorno, davanti a quella senten-
za, sono morto.
Sono un nigeriano ogoni, una delle popolazioni che da
millenni abita il Delta del Niger. La mia terra è una delle più
Prigione di Port Harcourt, 10 Novembre 1995. ricche del mondo, petrolio, acqua, foreste. Il mio popolo do-
vrebbe vivere nel benessere, ma non è così. Le multinazio-
Fra poco morirò. Fra poco sentirò il rumore delle chia- nali sono venute qui e ci hanno derubato, si sono imposses-
vi scavare nella serratura, fra poco la porta si aprirà per l’ul- sate dei nostri giacimenti, si sono arricchite calpestandoci. I
tima volta nella mia vita. Il secondino non dirà nulla e io ca- carenti impianti di estrazione del petrolio stanno distruggen-
pirò che sarà finita. Questa volta sul serio. In questo autun- do l’ecosistema nigeriano, stanno avvelenando i bambini. È
no nigeriano morirò. Già immagino il mio ultimo sole, che una strage lenta, silenziosa. La Shell ci sta ammazzando, la
brucerà la mia pelle nera, sporca e inferiore, inferiore e sotto- multinazionale della conchiglia costringe al silenzio il nostro
messa. Pelle mai in possesso delle ricchezze della propria ter- governo, ha il potere per farlo, il potere dei dollari. Non ci il-
ra. Fra poco morirò e mai, in tutta la mia vita, ho desiderato ludiamo di votare, di decidere chi ci governerà, i nostri poli-
sapere con esattezza quanto durerà questo fra poco. Questa tici sono bambole nella mani di imprenditori dal profitto in-
cella puzza di muffa, è buia e senz’aria, almeno morirò con il finito. Fra poco morirò perché ho parlato, perché abbiamo
vento nigeriano in faccia, almeno morirò col verde e bianco creato un movimento, MOSOP (Movement for the Survi-
della mia bandiera negli occhi. Quando vivi e pensi alla mor- val of the Ogoni People), trecentomila persone che hanno
te, ti dici, spero che quel giorno verrà all’improvviso, senza urlato, urlato così forte che a Parigi, Londra, Roma, la gen-
preavviso, spero che quel giorno non avrò il tempo di pen- te ha ascoltato. Ha sentito e si è indignata. Per questo mo-
sare che sto morendo. In questa cella muoio poco a poco, rirò, perché la morte del mio popolo non sarà più un segre-

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to della Shell e nemmeno dell’Agip e nemmeno degli italiani, Non è.
che vengono qui a sotterrare i loro rifiuti tossici. Per questo Sono le bugie che ti hanno martellato
morirò, perché ho denunciato, perché ho raccontato, e im- Le orecchie per un’intera generazione
prigionato son stato. Il nostro è un movimento non violen- È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
to e io sto qui in questa cella di muffa con l’accusa di aver in- Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
vogliato membri del MOSOP all’omicidio. Non è assurdo, è In cambio di un misero pasto al giorno.
il dollaro che vince. Il magistrato che scrive sul suo libro
Prigioniero di coscienza. Sono un prigioniero di coscien- La punizione, lei lo sa, è ingiusta
za. Mi ammazzeranno perché non ho obbedito, perché ho La decrepitezza morale
creduto che la terra appartiene a chi in quella terra nasce. Io L’inettitudine mentale
morirò, ma altri ogoni nasceranno, il movimento vivrà e pri- Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
ma o poi il petrolio finirà, le foreste scompariranno, solo allo- La vigliaccheria travestita da obbedienza
ra si renderanno conto degli omicidi compiuti, dei massacri, In agguato nelle nostre anime denigrate
degli animali estinti. Ho parlato di crimini contro l’ambiente È la paura di calzoni inumiditi
e l’umanità, sembrano parole sconosciute in questo mondo. Non osiamo eliminare la nostra urina
Fra poco morirò, fra poco un nigeriano sarà impiccato insie- È questo
me ai suoi amici, ma… È questo
È questo
La vera prigione Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
Non è il tetto che perde In una cupa prigione.
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella. Sono qui col cappio al collo, questa corda è ruvida. Riem-
Non è il rumore metallico della chiave pio i polmoni della mia ultima aria, dentro il cuore vuol scop-
Mentre il secondino ti chiude dentro. piare. Dentro il cuore piange, e sul volto di chi mi sta ucci-
Non sono le meschine razioni dendo l’indifferenza. Eccolo che si stringe, non è un cappio,
Insufficienti per uomo o bestia ma la mano delle multinazionali. Fisso l’orizzonte, fisso quel-
Neanche il nulla del giorno lo che non vivrò. La terra sotto i miei piedi scompare. Pen-
Che sprofonda nel vuoto della notte zolo, io nigeriano ogoni, penzolo morto per aver detto, per
Non è aver creduto, per aver raccontato.
Non è

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Testamento di Ken Saro-Wiwa

Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io Risposta alla domanda: Che cosa è l’illuminismo?
sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la ver- di Immanuel Kant
gognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto
generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di que- Per perdere la testa,
sta terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconqui- bisogna averne una.
sti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedica-
to tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nel- Albert Einstein
la quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zitti-
to. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vince-
rà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e co-
loro che credono con me in questa causa potremo incontra-
re nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte
potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sot-
Illuminismo è la liberazione dell’uomo dallo stato volon-
to processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto proces-
tario di minorità intellettuale. Dico minorità intellettuale, l’in-
so la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli
capacità di servirsi dell’intelletto senza la guida d’un altro.
imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che
Volontaria è questa minorità quando la causa non sta nel-
emergono da questo processo potranno essere usate come
la mancanza d’intelletto, ma nella mancanza di decisione e
prove contro di essa, perché io vi dico, senza alcun dubbio,
di coraggio nel farne uso senza la guida di altri. Sapere aude!
che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l’ecosi-
Abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto! Questo è il mot-
stema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che
to dell’illuminismo.
i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così
La pigrizia e la viltà sono le cause del perché un così gran-
come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nel-
de numero di uomini, dopo che la natura li ha da un pezzo
la guerra diretta contro il popolo Ogoni. Davanti alle accuse
dichiarati liberi da direzione straniera, restano tuttavia volen-
false che mi sono state qui rivolte, io chiamo il popolo Ogo-
tieri, per tutta la vita, minorenni; e perché ad altri riesce co-
ni, quelli del delta del Niger e le minoranze etniche oppresse
sì facile il dichiararsene i tutori. È così comodo essere mino-
della Nigeria ad alzarsi e a lottare senza paura e in modo pa-
renne. Se io ho un libro che ha dell’intelletto per me, un di-
cifico per i loro diritti. La storia è dalla nostra parte.
rettore spirituale che ha coscienza per me, un medico che giu-
dica del regime per me e così via, io non ho più alcuno sfor-

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zo da fare. Se pago, non ho più bisogno di pensare: c’è chi se lo spirito d’un razionale apprezzamento del proprio valore e
ne prende la briga per me. E che la maggior parte dell’uma- della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. Degno di nota
nità (tra cui tutto il bel sesso) tenga la liberazione non solo è questo: che il pubblico, il quale è stato dai suoi tutori sot-
per incomoda, ma anche pericolosa, è cura dei sopradetti tu- toposto a questo giogo, costringe essi stessi in seguito a non
tori, i quali si sono benignamente assunti la sovrintendenza. uscirne, quando venga a ciò aizzato da quelli, fra i suoi tuto-
Dopo d’aver reso stupido il loro bestiame e d’aver impiegato ri, che sono impenetrabili ad ogni illuminazione: tanto peri-
ogni cura perché questi tranquilli esseri non osino muovere coloso è il seminare dei pregiudizi, i quali alla fine si volgono
un passo fuori del carruccio da bambini, in cui li hanno chiu- contro quelli stessi o i successori di quelli stessi, che li hanno
si, essi mostrano loro in appresso il pericolo che li minaccia seminati. Quindi un pubblico non può essere illuminato che
se s’arrischiano a camminare da soli. Certo il pericolo non è lentamente. Una rivoluzione potrà produrre la fine di un de-
grande e dopo qualche capitombolo alla fine imparerebbero spotismo personale e d’una oppressione cupida e dispotica;
a camminare: ma un caso di questo genere li rende timidi e li ma nuovi pregiudizi serviranno, come gli antichi, a dirigere
dissuade generalmente da ogni ulteriore tentativo. ciecamente la grande moltitudine che non pensa.
È quindi, per ogni singolo, cosa difficile l’uscire da que- Per questa illuminazione non s’esige tuttavia altro che li-
sta tutela diventata quasi in lui natura. Egli l’ha anzi presa in bertà e invero la più innocente di tutte le libertà: quella di fa-
affezione ed è per il momento realmente incapace di servirsi re pubblicamente uso del proprio intelletto in tutti i punti.
del suo intelletto, perché non vi è mai stato abituato. Le re- Io odo bene da tutte le parti esclamare: “Non ragionate!” Il
gole e le formule, questi strumenti meccanici dell’uso razio- militare dice: “Non ragionate, ma fate l’esercizio!” L’agen-
nale o piuttosto dell’abuso dei suoi doni naturali, sono le ca- te delle tasse dice: “Non ragionate, ma pagate!” Il prete di-
tene che lo tengono in questa perpetua tutela. Chi le gettasse ce: “Non ragionate, ma credete!” Qui abbiamo tante limita-
lungi da sé, non farebbe anche sopra il più piccolo fosso che zioni della libertà. Ora quale limitazione è contraria alla illu-
un salto malsicuro, perché non avvezzo a liberi movimenti. minazione? E quale non vi è contraria, ma anzi vi contribui-
Pochi sono perciò quelli che sono riusciti, per una autoedu- sce? Io rispondo: il pubblico uso della ragione deve sempre
cazione del proprio spirito, a liberarsi dalla tutela e tuttavia essere libero ed esso solo può servire ad illuminare gli uomi-
ad acquistare un incedere sicuro. ni; l’uso privato della stessa deve invece essere spesso mol-
Più facile è che si illumini da sé una collettività; anzi è qua- to strettamente limitato, senza che ciò particolarmente noc-
si, quando ne abbia la libertà, inevitabile. Perché si trovano cia al progresso dell’illuminismo. Io intendo per uso pubbli-
sempre, anche tra quelli preposti come tutori della grande co della ragione quello che uno ne fa, come studioso, dinan-
massa, alcuni che pensano da sé e che, dopo d’avere scosso zi al pubblico dei lettori. Intendo per uso privato l’uso che
da sé il giogo della tutela, cercano di diffondere intorno a sé egli deve fare della propria ragione in un dato posto od uffi-

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zio civile a lui affidato. In quelle pratiche, le quali riflettono
il pubblico interesse, è necessario un certo meccanismo, per
virtù del quale alcuni membri della comunità debbono com- È polvere negli occhi
portarsi del tutto passivamente, al fine di poter essere indi-
rizzati, per un artificioso accordo, verso le finalità pubbliche Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di ve-
o almeno essere trattenuti dalla loro distruzione. Qui certo rità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, im-
non è lecito ragionare: bisogna ubbidire. Ma in quanto questo pone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliac-
membro del meccanismo statale si considera come membro cheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che
della comunità, anzi della umanità civile, quindi in qualità di avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, e
studioso, esso può benissimo ragionare senza che ne soffra- le violenze che non è stato mai capace di combattere.
no gli affari, ai quali esso, come membro passivo, è applica- Giuseppe Fava
to. Così sarebbe esiziale se un militare, comandato dai supe-
riori, volesse in servizio apertamente ragionare sulla conve-
nienza o sull’utilità dei comandi: egli deve ubbidire. Ma non
può equamente venir impedito, come studioso, di fare osser-
vazioni sulle deficienze del servizio bellico e di sottoporle al
giudizio del pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare
le imposte: anzi un biasimo indiscreto, nell’atto che si paga, “Favorisca i documenti.”
può essere punito come uno scandalo (che potrebbe provo- “Ecco il passaporto.”
care una resistenza generale). Ma con tutto ciò lo stesso non “Lei è una giornalista?”
agisce contro il dovere di cittadino quando, come studioso, “Si, mi chiamo Sylvia von Harden e sono olandese.”
esprime pubblicamente i suoi pensieri contro l’inopportuni- “Prego, passi pure.”
tà ed anche l’ingiustizia di tali imposizioni. Fortunatamente quando sono atterrata a Mogadiscio non
ho avuto i soliti problemi che noi donne europee abbiamo
nei paesi islamici. Il mio modesto italiano mi ha aiutato pa-
recchio. Il direttore del giornale per cui lavoro non sa che so-
no qui. Diciamo che queste dovrebbero essere le mie vacan-
ze. Devo incontrare un uomo, Amid. Abbiamo un appunta-
mento alle sei in punto al bar Jidka, nei pressi di Warehou-
se. Lo riconosco in un baleno, porta al collo una vistosa stof-

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fa rossa. Lui non può far altro che avvicinarsi, sono l’unica to dove una povera stupida giornalista italiana è morta. Non
donna nel bar. Ci presentiamo con discrezione, mi fissa ne- stiamo parlando del massacro di migliaia di persone, stiamo
gli occhi, resto immobile, non do segni di cedimento. È una parlando di Ilaria Alpi e del suo cameraman Miran Hrovatin.
sua risata a rompere il ghiaccio. Finalmente chiacchieriamo. Che peso avranno mai queste due anime per essere ricordate,
Sa benissimo perché sono qui. Ilaria Alpi. Tenta di spiegarmi per bloccare la gente davanti al luogo dell’esecuzione? Amid
che non vuole esporsi troppo e che, come pensavo, Amid è se ne va. Non accetta i soldi che voglio dargli. È un brav’uo-
un nome fittizio. Non gli faccio delle domande. Non è uno mo. Il luogo dell’esecuzione è un anonimo metro quadro di
al corrente di informazioni utili alla mia causa. Voglio soltan- sabbia e cemento. La gente passa, alza la polvere. Maledizio-
to che mi porti sul luogo del delitto. Accetta. All’alba all’in- ne, vorrei urlare. Qui è morta una giornalista, l’hanno am-
gresso del bar. mazzata, l’hanno fatta fuori. Mi sentite? Bravi, tappatevi le
Il mio pernottamento in Somalia mi ha fatto schifo, un orecchie. Mi sembra di vederti, cara Ilaria, in piedi in quel me-
caldo infernale e un maledetto letto di pietra. Non ho chiuso tro quadro, che freneticamente scrivi sul tuo taccuino.
occhio. Alla fine ho deciso di mettermi sulle mie carte. Nes- Sputerei per terra tutta la rabbia che ho dentro. Ti hanno
suno sa di questo libro che sto scrivendo. Tutti mi conosco- ammazzata, sorella Ilaria. Il perché è semplice, perché non
no come la famigerata e pungente von Harden. L’inappunta- ti facevi i cazzi tuoi, perché non ti accontentavi di startene
bile Harden. I racconti, che con voce soffusa leggo nella not- dietro la scrivania a scrivere di gossip e malapolitica italia-
te somala, sono diversi dai miei articoli gelidi, precisi, asciut- na. No, tu dovevi capire, avevi questo brutto difetto. Capire,
ti, diretti. Leggo e correggo i racconti su Olympe de Gouges, e per capire t’intrufolavi. Tu non eri in Somalia per la guer-
Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni e Kate Millett, Mary ra, no. Quella guerra che tutto il mondo ogni giorno raccon-
Wollstonecraft. Parole gettate su fogli di carta. Scritte nei lun- tava. Quella stupida guerra per tre chilometri di terra deser-
ghi viaggi in treno, quando ho il tempo di pensare. Racconti ta. Sapevi altre cose Ilaria, scoprivi e mettevi tutto in cassa-
che parlano di donne dimenticate, donne che non abbassa- forte, nel tuo taccuino e nelle cassette di Miran. Parlare della
vano mai la testa. Antagoniste. Questo libro parla proprio di guerra è facile, ci sono i buoni e i cattivi, chi spara e chi muo-
loro. Voglio vedere con gli occhi dov’è morta Ilaria Alpi. Pri- re, terroristi ed azioni umanitarie. Diciamo che tu ti eri mes-
ma di scrivere di lei, voglio vedere dov’è morta. Dove l’hanno sa di traverso. Vedevi le cose da altri punti di vista. Avevi ca-
freddata. Non voglio fare cronache, le parole devono uscire pito che i buoni vendevano le armi ai cattivi e i cattivi face-
da sole, dalle viscere. vano seppellire ai buoni tonnellate di rifiuti tossici nel deser-
Amid mi aspetta con la sua jeep. Arriviamo in breve tem- to. Tu lo sapevi, Ilaria, che la Somalia era la pattumiera d’Eu-
po sul posto. Intorno a noi la vita scorre frenetica. La gente ropa. Sapevi ed altri sapevano che tu sapevi e questo non va
non ricorda più, in fondo quello è solo uno scampolo d’asfal- bene. Non va bene, perché i falsi buoni sono personaggi po-

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litici italiani, esponenti dell’esercito. In fondo avevano ragio-
ne, Ilaria Alpi, da qualche parte la merda si deve pur gettare,
loro avevano trovato un accordo. Merda per fucili. Tu cosa Neve nera
c’entravi, perché volevi interferire?
Sarebbe bastato quel tuo ultimo servizio per sputtanare La guerra non si può umanizzare,
tutti quanti. Ma ti hanno fermata, ammazzata a bruciapelo. Io è solo da abolire.
mi immagino sempre quegli ultimi momenti. Tu e Miran se- Albert Einstein
duti sui sedili posteriori, davanti l’autista e la guardia del cor-
po. Poi immagino il rumore della mitraglietta, dei colpi che
spaccano i vetri e tu e Miran senza vita. Giornalista e came-
raman senza vita, autista e guardia del corpo salvi. Sarà un ca-
so? Sarà un complotto? No, Ilaria, per la stampa italiana tu sei
stata ammazzata in un agguato, mica volevano ucciderti, no.
Non volevano. È stato un errore. Perché uno che ti spara a Era il 25 agosto del 1992. Mezzanotte. Era buio. Saraje-
trenta centimetri di distanza non vuole ammazzarti. No. Uno vo riposava sotto un velo di stelle. Davanti alle scale del Mu-
che ti spara guardandoti morire non vuole ammazzarti. nicipio c’era un cane. Un randagio pieno di pulci. Fu il pri-
Di cose strane sul tuo caso ce ne sono tante. Tantissime. mo a svegliarsi in tutta la città. Fu il primo che alzò il muso
Quando sei morta, le immagini del tuo corpo senza vita furo- al cielo e sentì il profumo dell’inferno. Bastarono pochi se-
no riprese dalle reti svizzere RTSI e dagli americani dell’ABC. condi. Quattro aerei serbi sganciarono decine di bombe su
Il giornalista svizzero è morto in un incidente di cui anco- Vijecnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo. Quattro aerei
ra oggi non si conosce la causa, mentre l’americano è stato e quattro secondi per cancellare quattrocento anni di storia.
ammazzato in un albergo a Kabul. Ed è un caso anche il fat- Cadevano precise le bombe sull’edificio ricco di libri. Non
to che siano scomparsi alcuni taccuini e certe videocassette. era un errore, non era un errore. La biblioteca era il bersaglio
Quelli che racchiudevano le informazioni più importanti del dei serbi. Perché bombardare una biblioteca? Perché spreca-
tuo dossier sui rifiuti tossici. Dovevano arrivare sigillate le tue re bombe, tempo e uomini per distruggere qualcosa che non
valigie a Roma ed invece le hanno trafugate, hanno impedito spara? Questo si chiese Ludovic Boban, quando in piazza in-
che i sacrifici, quelli che ti sono costati la vita, venissero fuo- sieme a decine di giovani, con secchi di acqua sporca, cerca-
ri, affinché tutti sapessero. va di spegnere le fiamme. Gli rispose Kemal Bakaršic, il bi-
Non sto piangendo per te, Ilaria, nemmeno per Miran, è bliotecario: “Perché qui dentro la loro guerra non esiste. Qui
questa maledetta polvere somala che mi scava gli occhi. dentro gli scrittori serbi sono nello stesso scaffale di quelli

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bosniaci. E le culture si mescolano, senza odio, senza etnie, sul minareto di una moschea; Raskolnikov e Meursault sus-
senza vergogna.” surravano, per giorni, nella mia cantina; Yossarian già com-
Avevano distrutto un milione e mezzo di libri, centoquin- merciava con il nemico; il giovane Soyer era pronto a vende-
dicimila testi rari, quattrocentosettanta manoscritti e l’archi- re, per pochi soldi, il ponte Principov.”
vio completo di tutti i periodici bosniaci. Dietro il vetro di quella finestra vedevo svolazzare nel cie-
Lo studente universitario Miroslav Popovic, tra le fiam- lo pezzi di carta in fiamme, bruciata, parole di carbone. I li-
me, si rivedeva nella grande sala di lettura, immerso nel si- bri della Biblioteca Nazionale di Sarajevo svolazzavano sot-
lenzio. Rivedeva i suoi amici poveri che venivano alla Vijec- to il vento forte d’agosto, tutta la città era ricoperta da pagi-
nica solo per riscaldarsi. Quanti libri aveva letto, era orgo- ne scure, neve nera.
glioso di quel posto. Quando i suoi parenti dalla Slovenia ar- Dopo sei giorni i bombardamenti cessarono. La bibliote-
rivavano in città, lui li portava sempre alla biblioteca. Anche ca era rasa al suolo. Tra i massi crollati dal tetto e gli scaffa-
quando inviava cartoline, sceglieva sempre quelle con la foto li capovolti, il violoncellista Vedran Samjlovic, in smoking e
della biblioteca. Pochi mesi prima era toccato all’Università camicia bianca, salì su un cumulo di macerie, impugnò il suo
Orientale di Sarajevo. Lì erano conservati testi arabi, cristiani, violoncello e iniziò a suonare. Decine di fotografi dell’Euro-
ebrei. Miroslav frequentava proprio quell’università. Lettere pa occidentale lanciavano flash sui baffi lunghi di quell’uo-
moderne. Passava giorni interi sulle panche di legno a legge- mo che suonava ai funerali della povera gente. Vedran Sami-
re Don Chisciotte e David Copperfield. Nei giorni seguenti i lovic suonava l’Adagio di Albinoni, quel suono malinconico,
bombardamenti continuarono, vigili del fuoco, bibliotecari e irreale, alieno eppure così vicino al dolore.
semplici volontari crearono un cordone umano, un giroton-
do d’anime per salvare più libri possibili. Una catena di carne Non so dove trovarti / Non so come cercarti / ma sento una voce che
ed ossa, si passavano libri vecchi, pieni di polvere, bollenti, nel vento parla di te / Quest’ anima senza cuore, aspetta te / Adagio /
senza pagine. Dai tetti di Sarajevo i cecchini serbi sparavano Le notti senza pelle / I sogni senza stelle / Immagini del tuo viso /
al cordone. La bibliotecaria Aida Buturovic morì trapassata che passano all’ improvviso / Mi fanno sperare ancora / che ti trove-
da un proiettile. Si accasciò tra le macerie, sommersa dai libri rò / Adagio
in fiamme. Si sciolse anche lei in quella biblioteca.
Da una delle finestre di Sarajevo lo scrittore bosniaco Go- Suonò per tre ore tranne un istante in cui si asciugò le la-
ran Simic scrisse: “Liberati dalla canna fumaria, i personag- crime. La musica si perse nella notte di un settembre bosnia-
gi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le co. Qualche nota malinconica, appiccicosa, si attaccò ad un
anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recin- fiocco di neve nera. Qualcuno tempo fa aveva scritto: fanno
to di un cimitero distrutto; ho visto Quasimodo dondolante il deserto e lo chiamano pace.

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dita”. Il padre a tredici anni lo sorprese a rubare e con una
mannaia gli staccò un dito.
Don’t want to close my eyes Da quando Lee è stato giustiziato, Zhang ha cambiato vi-
ta. Sulla sua testa una taglia da centomila renminbi. È latitan-
Ogni persona vale più della sua peggiore azione. te. Ha documenti falsi. È stata sua moglie Cho a salvarlo, a
dal film “Dead man walking” portarlo nelle campagne. Si conobbero la notte della rapina,
Zhang era nervosissimo, c’erano scappati due morti. Quan-
do vide Cho la prese come ostaggio e, da quel momento in
cui le tappò la bocca, non si sono più lasciati.
Sono passati nove anni da quella notte funesta, Zhang è
in giardino, ama passeggiare nel buio della notte, abbandona-
re le orecchie ai grilli, ama sentire il profumo dell’erba umida.
Cho si avvicina, lo stringe. Passano abbracciati dolci minuti
“Cazzo! Cazzo! Fai presto arriva la polizia. Prendi questi in silenzio. La costellazione del drago risplende alta nel cielo,
dannati soldi e scappiamo!” quando Cho annuncia a Zhang di aspettare un bambino. “Lo
“Dove scappate, figli di puttana, adesso vi sbattiamo drit- chiameremo Lee” sono le prime parole del latitante.
ti in prigione!” Il giorno dopo, alle sette del mattino, un furgone si av-
“Maledizione Lee, maledizione! Doveva essere il colpo vicina a casa Shiqiang. Dallo stereo la voce di Phil Collins:
del secolo.” How can I just let you walk away / just let you leave without a trace.
“Che cazzo vuoi, Zhang, ci hanno traditi, ci hanno tradi- A bussare alla porta è un funzionario statale che legge poche
ti quei bastardi.” righe: “Signor Zhang Shiqiang, in base alle leggi che regola-
no lo stato cinese, lei verrà giustiziato oggi, in data 14 apri-
Lee è stato giustiziato circa un mese dopo. Gli hanno spa- le 2006, per l’omicidio di due persone durante la rapina del 7
rato dietro la testa. Non sono riusciti a sfigurargli la faccia dicembre del 1997. Pertanto la invito a salire sul furgone, do-
perché quel fottuto cinese ha aperto la bocca e il colpo è usci- ve perderà la vita attraverso un’iniezione letale. Il video della
to fuori. Zhang Shiqiang è stato fortunato, è riuscito a scap- sua esecuzione sarà trasmesso oggi, alle ore 12.00, in diretta
pare. Ha messo su famiglia, ha due figli: Tycoon e Brad. Col- dalla piazza principale del suo paese di residenza, come mo-
tiva le patate nella regione di Chongqing. nito per tutti i cittadini. Prima di seguirci può salutare i suoi
Prima della sfortunata rapina, Zhang era il più temuto cari, che per le ceneri del suo corpo potranno rivolgersi in se-
bandito della Cina. Era conosciuto come il “Diavolo a nove guito al dipartimento centrale di stato.”

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Li fissa negli occhi Zhang, poi entra per l’ultima volta in Il prossimo è un gangster, ha pagato per morire con l’inie-
casa. Il televisore è spento, il girasole ancora chiuso. Tutto zione, non vuole che il suo corpo cada nella polvere dopo
è in disordine, come sempre. Apre la porta della stanza dei gli spari. Zhang viene bruciato all’obitorio. Le sue ceneri rin-
suoi figli, bacia Tycoon e Brad. Sua moglie dorme abbrac- chiuse in una boccetta di plastica.
ciata al cuscino, gli accarezza la pancia e lascia un biglietti- Il numero dei morti uccisi dai furgoni della morte è segre-
no: “Ti amo”. to di stato. Nessun cinese può assistere all’esecuzione né vi-
A passi lenti il condannato si avvicina al furgone accom- sionare il corpo dopo il decesso.
pagnato da due guardie. Il veicolo è quasi un’ambulanza, tan-
te boccette, siringhe e un letto che non ha nulla di umano. Il Ore 12.00 Cho è nella polvere che si dimena mentre un
funzionario spiega che la barella è ribaltabile, cosicché al mo- ago uccide suo marito. Il video si spegne prima che il dotto-
mento del decesso il corpo potrà essere scaricato senza trop- re squarci il petto di Zhang.
pa fatica. Mentre un dottore prepara il cocktail letale, Zhang
dolcemente piange. La ��������������������������������������
radio sussurra le note degli Aeros-
mith: Don’t want to close my eyes /I don’t want to fall asleep / Cause
I’d miss you baby / And I don’t want to miss a thing.
Il pubblico ufficiale lo accusa di essere un male per la so-
cietà. Sostiene che il condannato è un uomo fortunato per la
morte che sta ricevendo. Il suo decesso sarà clinicamente si-
curo e i suoi compaesani ne trarranno vantaggio economico
perché non saranno costretti, a causa della sua cattiva con-
dotta, a sborsare soldi per pagare il plotone di esecuzione.
L’iniezione confezionata a Beijing è pronta. Sodio thiopental
per rendere il condannato inconscio, pancuronium bromide
per fermare la respirazione, potassio cloridrico per fermare il
cuore. L’ago entra nella vena, prima di perdere conoscenza,
Zhang ha giusto il tempo di vedere che gli stanno aprendo
il petto per asportargli cuore ed organi vitali. Sente solo un
forte bruciore, un lampo in gola. Chiude gli occhi e muore.
“Giustizia è fatta!” grida il funzionario, mentre nasconde in
borse termiche gli organi destinati al commercio nero.

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fare in modo che si continuino ad usare pallottole all’uranio
impoverito perché efficacissime in battaglia. I rischi connes-
Goodbye Baghdad si all’uso dell’uranio impoverito sulla vita delle persone sono
altissimi. Per ogni singola scarica sparata da un carro armato
La gente cancella in fretta le guerre. Abrams vengono liberate dieci libbre di uranio solido, con-
Sally Beauman taminato con plutonio, nettunio e americio. Nel momento
dell’impatto si produce una sottile polvere d’uranio, che rap-
presenta circa la metà della massa originaria. La polvere può
essere inalata creando avvelenamento da metalli ed effetti ra-
diologici sul corpo. Chi entra in contatto con questo mate-
riale subisce gravi malformazioni alla pelle, esantemi. L’ina-
lazione equivale a un litro di metalli pesanti ingeriti. L’ura-
Il Maggiore Doug Rokke è davanti alla sua telecamera ap- nio impoverito genera tumori. Persone colpite da pallottole
pena comprata. L’accende. Si siede e inizia a parlare. all’uranio sono morte di tumore. Alcuni che avevano anco-
Sono il Maggiore Doug Rokke, ex direttore del progetto ra le pallottole conficcate nel corpo avevano tumori proprio
“Uranio Impoverito” del Pentagono degli Stati Uniti d’Ame- nei pressi dei proiettili.
rica. Ho partecipato alla Guerra del Vietnam come pilota di Michael Klipatrick, responsabile dei veterani per il Penta-
B52. Ho preso parte alla Guerra del Golfo del 1991 col com- gono, tempo fa, sostenne che su novanta soldati in missione
pito di ripulire sistematicamente Arabia Saudita e Kuwait da nel 1991, nessuno aveva riportato malattie respiratorie o ri-
materiale radioattivo. conducibili all’uranio. Ha mentito al mondo, semplicemente.
Affermo, immediatamente, di aver subito gli effetti dell’ura- Si continua a mentire per evitare che gli Stati Uniti d’Ame-
nio impoverito. Nel ’91 la radioattività riscontrata nel mio rica subiscano le conseguenze giudiziarie per l’uso spropor-
corpo era cinquemila volte superiore alla soglia massima, una zionato e illegale dell’uranio impoverito in Medio Oriente. Si
quantità capace di bruciare un piccolo paese. Ho avuto pro- continua a mentire per continuare a distruggere.
blemi di respirazione, alla vista e ho subito quindici interventi Nel 2002 il rapporto del dipartimento dei veterani ameri-
chirurgici al fegato per sindrome da uranio. In quanto esperto cani scriveva: “Negli USA ci sono centosessantamila veterani
in materiale radioattivo posso, senza nessun timore, afferma- della Guerra del Golfo disabili e altri ottomila sono morti per
re che le pallottole all’uranio impoverito uccidono e distrug- la sindrome del Golfo.” I veterani della guerra del ’91 stanno
gono ogni cosa entro il loro raggio d’azione. Nonostante gli morendo ad un ritmo di centoquaranta decessi al mese. Que-
effetti devastanti, il Pentagono mi ha espressamente riferito di sti sono dati in continuo aggiornamento. Dal 1991 al 2002,

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duecentocinquantamila soldati americani sono stati esposti a stante scavato di dieci centimetri per disperdere l’effetto ura-
polvere d’uranio in Medio Oriente. Il numero delle persone nico. Gli effetti dei proiettili producono danni per un raggio
che dovrà morire non è stato ancora accertato. Gli Stati Uni- di cinquanta chilometri. Il vento può trasportare la polvere
ti non hanno provveduto alla bonifica dei territori colpiti da d’uranio in ogni angolo della terra. Baghdad, perennemente
munizioni all’uranio, la popolazione tutt’oggi ne subisce le colpita da questi proiettili, non è una città umanamente vivi-
conseguenze. Nell’ultima guerra all’Iraq vengono e verranno bile. La zona resterà contaminata per quattro miliardi di anni,
usate nuovamente munizioni all’uranio impoverito. Scienzia- supponendo che non venga rimossa fisicamente. Ogni solda-
ti di tutto il mondo sono concordi che nelle sola città di Bas- to americano indossa tute di protezione durante le missioni
sora, centomila persone sono state colpite da problemi di sa- in zone uraniche. I bambini iracheni, invece, vengono lascia-
lute legate all’uranio. Gli aerei A-10 Warthog sparano colpi ti sguazzare con mutandine e maglie logore in fanghi radio-
da trenta millimetri con trecento grammi di uranio. In Afgha- attivi. Più di venti milioni di iracheni potrebbero essere col-
nistan questi aerei hanno usato bombe ad uranio, spargendo piti dalle polveri d’uranio. Gli Stati Uniti d’America divente-
sul territorio oltre diecimila libbre di materiale tossico in un ranno così i responsabili della cancellazione di uno stato me-
solo bombardamento. diorientale dalla faccia della terra.
Come vittima e responsabile dichiaro che l’uso dell’uranio Oggi non abbiamo una mappa completa delle zone con-
impoverito è un crimine contro Dio. Non si possono pren- taminate. Probabilmente si continuano a ricostruire città su
dere scorie radioattive e gettarle nel cortile di qualcun altro, zone radioattive. I neonati iracheni saranno le prime vittime
astenersi dal prestare cure mediche, non badare alla bonifica di questa guerra, il loro DNA e RNA subirà cambiamenti ge-
del territorio e dichiararsi con orgoglio uno stato democrati- netici a causa delle radiazioni.
co. Non è un crimine di guerra, è un crimine contro Dio. Dico tutto questo perché sto per morire di tumore ai pol-
Le Nazioni Unite, il 10 dicembre 2001, hanno dichiara- moni. L’uranio è nei miei respiri.
to che le munizioni all’uranio impoverito sono armi di di- Dico perché so. Invio questa mia auto-intervista ai gior-
struzione di massa e devono essere vietate in ogni angolo del nali di tutto il globo affinché i terrestri sappiano che respira-
mondo. Gli Stati Uniti e i suoi alleati si avvalgono del diritto no polveri d’uranio utilizzate dagli USA per impossessarsi di
di seppellire intere città sotto coltri di polveri tossiche e, pa- pozzi petroliferi. Se io non morissi, mi ammazzerebbero. Mi
radosso della giustizia, nel loro codice penale, prevedono l’ar- ammazzerebbero e voi non sapreste che mi hanno ammazza-
resto per chiunque lasci cinquecento grammi d’uranio in ter- to. Questa è la più grande democrazia del mondo: venti mi-
ritorio pubblico. Bonificare le zone colpite richiederebbe ol- lioni di iracheni contaminati, un intero stato cancellato, quat-
tre duecento miliardi di dollari. Ogni veicolo, struttura o zona tro miliardi di anni di invivibilità.
colpita dovrebbe essere rimossa fisicamente e il suolo circo- Goodbye Baghdad.

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caldaie che ci riscaldano, come l’inferno rumeno. Ho impa-
rato a rubare e a mangiare quello che gli altri gettano via. Ca-
I bambini dei tombini sa mia è un girone dell’inferno. Quando ti infili nei tombi-
ni, nelle porte di ferro, il cuore batte in modo diverso. I miei
Io sono un clown e faccio collezioni di attimi. amici si fanno tutti di eroina, tutti, nessuno escluso. Quando
Heinrich Böll penso al futuro in questo posto penso solo a qualcosa di di-
verso. Gli altri non pensano più.
Un giorno è arrivato lui, il pagliaccio di Dio. Mi sono sem-
pre chiesta perché un artista, uno che girava il mondo con i
suoi numeri, si è infilato in questo merdaio sotto terra. Mi-
loud, un franco algerino, col viso bianco e il naso rosso. Ho
sempre odiato i pagliacci, perché non mi fanno ridere e per-
Questa storia potrebbe iniziare con c’era una volta in Roma- ché sono stupidi. Lui no però, lui non fa ridere il volto, lui
nia, oppure tanto tempo fa a Bucarest, e invece inizia con una ra- fa ridere l’anima. Quel giorno perse il suo treno e salì sul no-
gazzina di quindici anni che scappa di casa perché il padre stro. Si è messo al nostro stesso livello, è venuto giù e ha vi-
ubriaco la riempiva di botte. sto con i suoi occhi. Lui non ha sentito dire da amici, lui ha
Mi chiamo Miriam e quando sono scappata di casa ho pas- visto. Non aveva da darci nient’altro che quello che sapeva
sato due giorni digiuna, al freddo, poi mi sono infilata nell’in- fare. Ci ha insegnato ad andare sui trampoli, sul trapezio, la
ferno, poi sono scesa nelle viscere della terra. Ho aperto un magia, la giocoleria. Ha dato ad ognuno di noi un piccolo sco-
tombino e sono diventata una ragazza delle fogne. Appena po per vivere un giorno in più. Un mattino di primavera mi
giunta mi hanno picchiata e rasato i capelli a zero. Ho im- prese la mano e mi portò sul tetto più alto della città, sembra-
parato a vivere in quel posto, sniffando colla e rispondendo va un altro mondo. Con lui ho girato l’Europa, con lui, con
con la violenza alla violenza. Ho visto negli occhi della gente Miloud Oukili, ho visto Roma, Vienna, Berna, la sua Francia
che mi guardava disprezzo, ripudio, pena, perché la mia casa e le strade di Londra. In quelle piazze abbiamo regalato alla
era sotto i loro piedi. Siamo i figli di nessuno, abbandonati, gente quello che il pagliaccio di Dio aveva regalato a noi. Fa-
soli, siamo un popolo a parte. La nostra è una guerra tra po- re il clown è il mestiere del dono, di chi regala istanti, di chi
veri. Nella mia notte non ci sono stelle, nella mia notte sen- si ruba gli attimi, di chi vive per i sorrisi. Miloud è un clown.
to scorrere il piscio dei signori del piano di sopra, sento i to- Miloud è un padre. Miloud è Miloud.
pi che rodono le mie scarpe. Noi, bambini dei tombini, ab- Io vado sui trampoli, dalle fogne al cielo. Da lassù il mon-
biamo gli occhi tutti uguali, freddi e grigi come i fumi delle do si rimpicciolisce e si vedono cose che altri non vedono.

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Ho imparato che la strada è la mia casa, è il mio teatro, il mio
mondo. Sono passati sedici anni dal giorno in cui Miloud in-
contrò i bambini dei tombini, da allora sono cambiate tante Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del
cose. Siamo cambiati noi. Congresso americano sugli immigrati italiani negli
Oggi sto per partorire, sto per mettere al mondo il primo Stati Uniti, ottobre 1912.
bambino nato dalla prima generazione dei bambini dei tom-
bini. Fra poco arriverà il pagliaccio di Dio, mi guarderà, mi La storia si ripete sempre due volte:
stringerà la mano e da gentiluomo si toglierà il cappello. la prima in tragedia, la seconda in farsa.
Sento forte le contrazioni, continue, veloci. Presto nasce- Karl Marx
rai, bambino mio, nascerai nelle viscere della terra, nascerai
col volto bianco e il naso rosso.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non


amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stes-
so vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di
legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vi-
cini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro
affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano
di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Do-
po pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano
lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosi-
na, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e
uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamen-
tosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e
sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto
e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo

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perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la vo-
ce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferi-
che quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governan- Kubark
ti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, ma soprat- manuale per giovani assassini
tutto non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano
nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere Da un soldato non mi aspetto
di espedienti o, addirittura, attività criminali. mai che pensi.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di
comprendonio e ignoranti, ma disposti più di altri a lavorare. George Bernard Shaw
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, purché le
famiglie rimangano unite e non contestino il salario. Gli altri,
quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione,
provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i docu-
menti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurez-
za deve essere la prima preoccupazione.
Che fare se un fottutissimo prigioniero figlio di puttana
non vuole darti informazioni importantissime per il proseguo
della guerra? Come si deve comportare un soldato se l’inter-
rogato oppone resistenza? Quali tipi di torture deve usare?
Non è fantascienza. Sono tre domande che alla “School
of the Americas”, un qualsiasi professore avrebbe potuto fa-
re ai propri allievi. Giovani aspiranti soldati che studiavano il
“Kubark Counterintelligence Interrogation”, il manuale sulle
tecniche di interrogatorio “pesanti”, prodotto di derivazione
militare firmato CIA, servizi segreti. Kubark logicamente è un
nome in codice. Data della prima stesura giugno 1963, rima-
sto segreto fino al 24 gennaio del 1997. Trentaquattro anni.
La CIA è stata costretta dalla Freedom Of Information Act, una
legge che negli Stati Uniti obbliga il governo a rendere noti i
documenti ufficiali, a pubblicare il testo. Logicamente i verti-
ci CIA hanno criptato e censurato numerosi paragrafi.

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Il Kubark è un manuale composto da centoventisei pagine a base di fosforo, sbatterlo ripetutamente contro il muro, co-
di precise indicazioni sui metodi d’interrogazione di detenuti stringerlo alla nudità forzata seguita da scherno di soldatesse,
e nemici. Un addestramento per estorcere informazioni utili simulare atti omosessuali, sodomizzare, e chi più ne ha più
alla causa della propria patria. Gli Stati Uniti l’hanno creato ne metta. Praticamente bisogna spingere il prigioniero a non
per la sicurezza nazionale, niente di più. D’altronde ogni sta- controllare più le sue risposte come un adulto. L’interrogante
to ha il diritto di difendersi. È un libricino diviso in dieci ca- deve tener presente in ogni momento queste tre parole: de-
pitoli, l’allievo impara a riconoscere i comportamenti dell’in- bolezza, dipendenza e terrore, vocaboli basilari per indurre il
terrogante e dell’interrogato, impara i metodi di verifica, di soggetto ad uno stato di intollerabilità. Per quanto riguarda le
indagine e le tecniche del controspionaggio, coercitive e non conclusioni, il manuale dice: “Le pressioni violente dovreb-
coercitive. Il capitolo sui metodi coercitivi si riferisce in mo- bero essere allentate o alleviate una volta ottenuta la resa, il
do particolare ai soggetti resistenti, o meglio testardamente giudizio etico sulla validità dei metodi coercitivi va al di là del-
ostinati a non dire quello che l’interrogante vuol sapere. lo scopo di questo documento.” Il manuale non è un’autoriz-
Nel 1983 il manuale Kubark si dette un nuovo look, cam- zazione all’uso discrezionale dei metodi coercitivi. Infatti non
biando il nome in “Human Resource Exploitation Manual”, esistono autorizzazioni scritte per usare tali metodi.
di maggior effetto e sicuramente dal suono più prestigioso. Il Come già detto, il manuale del perfetto assassino è uno
manuale era la Bibbia di ogni soldato impegnato nella Guer- dei libri di testo della School of the Americas, rinominata nel
ra Fredda, fondamentale per le azioni in Vietnam, Panama e 2001 Istituto dell’Emisfero Occidentale per la Cooperazione
America Latina. alla Sicurezza. Nuovo nome, vecchie pratiche.
Ma quali sono le direttive precise del Kubark, praticamen- La scuola per anni è stato un centro di produzione di mo-
te cosa bisogna fare se il prigioniero non parla? stri. Il suo scopo era quello di formare personaggi in grado di
Il presunto detentore di informazioni utili va prima trat- fomentare e preparare le nazioni latino americane a coopera-
tato con metodi non coercitivi, se oppone resistenza si pas- re per gli USA, o meglio, a leccare il culo agli USA.
sa al piano B, come bèccati questo bel bastone in culo, figlio Diplomati di questa scuola prestigiosissima? Elementi di
di puttana di un vietnamita, afghano, iracheno, cubano, co- spicco della storia dell’America Latina.
reano! I restii alla collaborazione devono essere manipolati Leopoldo Galtieri, dittatore della giunta militare argenti-
psicologicamente sino alla resa. Per arrivare a ciò, si può di- na, precursore della Guerra delle Falkland/Malvine e super-
struggere il legame affettivo del prigioniero con la famiglia, visore, dal 1981, della Guerra Sporca.
alterare i suoi ritmi giorno-notte, privarlo degli stimoli sen- Roberto Eduardo Viola, argentino. Generale golpista,
soriali, minacciarlo con cani da combattimento, colpirlo con condannato per numerosi omicidi, rapimenti e torture du-
scariche elettriche e bastonate, versare sul suo corpo liquido rante la Guerra Sporca.

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Hugo Banzer Suárez, boliviano. Responsabile del sangui- Non hanno addestrato soldati, ma futuri dittatori. I ber-
noso governo militare del 1971 e della conseguente dittatu- retti verdi, il soprannome con cui sono conosciute le United
ra protrattasi fino al 1978, ammesso nel 1988 alla Hall of Fa- States Army Special Forces, forze speciali dell’esercito statu-
me della scuola. nitense, addestrarono con manuale alla mano gli ufficiali del
Luis Arce Gómez, boliviano. Leader paramilitare, respon- regime dittatoriale cileno di Augusto Pinochet.
sabile, con Garcia Meza Tejada, del golpe del 17 luglio 1980, Non è la prima volta che documenti di pratiche violen-
attualmente detenuto negli Stati Uniti per traffico di droga. te, firmati CIA, vengono mostrati al mondo. Tra gli anni ’50
Guillermo Rodríguez, ecuadoriano. Generale golpista e e ’60, la CIA portò avanti lo scandaloso progetto MKUL-
dittatore tra il 1972 e il 1976. TRA, che aveva lo scopo di influenzare e controllare il com-
Roberto D’Aubuisson, salvadoregno. Diplomato nel 1972, portamento di determinate persone, il cosiddetto mind self,
fu il leader di uno squadrone della morte anticomunista fra il attraverso esperimenti che prevedevano la somministrazio-
1978 e il 1992. ne di sostanze ipnotiche, LSD e messaggi subliminali. Uno
Franck Romain, haitiano. Capo dei Tontons Macoutes, degli obiettivi principali era quello di alterare la percezione
responsabile del massacro della chiesa di San Giovanni Bo- della realtà degli individui, per indurli a compiere atti in mo-
sco, dell’11 settembre 1988, durante la messa di padre Jean- do inconsapevole. Praticamente volevano creare degli assas-
Bertrand Aristide. sini non coscienti. Nel 1977, grazie alla legge sulla libertà di
Héctor Gramajo, guatemalteco. Ex ministro, autore di informazione, furono derubricati alcuni documenti. Uno di-
politiche militari genocide negli anni ’80. ceva: “Il direttore della CIA ha rivelato che oltre trenta uni-
Manuel Noriega, panamense. De facto leader militare, ex- versità e istituzioni sono coinvolte in un programma intensi-
collaboratore della CIA, responsabile di violazioni dei dirit- vo di test, che prevede l’uso di droghe su cittadini non con-
ti umani, attualmente detenuto negli Stati Uniti per relazioni senzienti, appartenenti a tutti i livelli sociali, alti e bassi, nativi
con il narcotraffico. americani e stranieri. Molti di questi test prevedono la som-
Juan Velasco Alvarado, peruviano. Dittatore al potere dal ministrazione di LSD. Almeno una morte, quella del dottor
1968 al 1975. Olson, è attribuibile a queste attività.”
Vladimiro Montesinos, peruviano. Militare, collaboratore Il progetto MKULTRA è stato battezzato dal direttore
della CIA, responsabile di repressione politica durante il go- della CIA, Allen Dulles, il 13 aprile 1953, per contrastare
verno di Alberto Fujimori. Presunto leader dello squadrone sovietici e cinesi. Doveva essere l’arma in più della Guer-
della morte Grupo Colina, accusato di rapporti consistenti ra Fredda, l’asso nella manica. Nel 1964 il progetto cambiò
con il narcotraffico. il suo nome in MKSEARCH, da quel momento mirò esclu-
Omar Torrijos, panamense. Golpista, leader militare. sivamente alla realizzazione di sieri della verità, per estorce-

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re da membri del KGB informazioni preziose per la Guerra
Fredda. Il mostro ideatore di tutti gli esperimenti del proget-
to MKULTRA è il dottor Sidney Gottlieb, un uomo perver- Sharon majnoon
so, che sottoponeva le sue cavie a torture fisiche, all’ascol-
to di frasi offensive a ciclo continuo e alla somministrazio- Chi ha cari i valori della cultura
ne di pesanti dosi di droga allucinogena. Le vittime di questi non può non essere pacifista.
esperimenti furono prostitute, pazienti con disturbi menta- Albert Einstein
li, dipendenti della CIA, personale militare, agenti governati-
vi e gente comune.
La scrittrice statunitense Cathleen Ann O’Brien sostiene
di essere stata vittima di abusi e sperimentazioni per raggiun-
gere il controllo della sua mente. Ha raccontato tutto nei suoi
libri, scritti insieme a Mark Phillips, suo presunto salvatore.
Molti documenti, relativi al progetto MKULTRA, sono stati
distrutti dal direttore della CIA Richard Helms. Mi chiamo Michel Woods e sono un uomo con un cuore
Siamo tutti pazzi o sono i pazzi che vogliono farci crede- a metà. Ho i piedi appoggiati sull’orlo di un precipizio. Giù
re che siamo tutti pazzi? il mare si sfracella sulle rocce. Le pietre che mi reggono non
Rudolph Joseph Rummel, professore emerito di scien- crollano, il vento non soffia. Sono solo io che ho paura di
ze politiche all’Università delle Hawaii, ha coniato il termi- morire. Ho paura di passeggiare per un attimo nel vuoto, di
ne “democidio”. Rummel creò questo termine per includere lanciarmi ad occhi aperti, di mettere il punto ai miei giorni. Il
tutte le forme di omicidio che vengono compiute dal gover- mio futuro è chiuso dentro un baule di una nave affondata,
no o da organi governativi, i quali non vengono coperti dal- il mio presente vuoto come un regalo scartato, il mio passa-
la definizione giuridica di genocidio. to è ciò che mi rimane e che mi ammazza. Vorrei poter, con
una pala, scavare la mia mente e seppellire il ricordo di lei,
vorrei poter dimenticare ciò che è successo, ciò che l’ha por-
tata via da me.
Sono un vigliacco, un maledetto vigliacco fifone, preferi-
sco dimenticare invece di soffrire. Chiamatemi pure bastar-
do, urlate forte al balcone maledetto, ma io ho paura, ho pau-
ra di vivere ricordando chi è morta senza aver paura.

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La mia Rachel non aveva paura. La mia Rachel non c’è tava e col silenzio, senza fucili né pistole, li faceva cambiare
più. La mia Rachel non è tra i riflessi delle nuvole, tra il bian- strada. Perché dove c’è chi urla giustizia non c’è posto per chi
core delle onde, tra il rumore delle foglie. La mia Rachel non rivendica potere. I bulldozer d’Israele abbattevano case e ba-
c’è più e non date a quest’uomo su quest’orlo inutili bocconi racche, lei mi diceva cade giù tutto, distruggono senza sape-
di ricordi per consolazione. Non bastano le foto, non basta- re se dentro c’è gente. Le operazioni di demolizione, secon-
no i vestiti, non bastano le canzoni. Rachel non c’è. Non ci do il premier israeliano, servivano a portare alla luce ordigni
sarà mai più. E allora che ci faccio qui, devo rifarmi una vi- esplosivi e a distruggere i tunnel dei contrabbandieri palesti-
ta, devo trovarne un’altra? Un’altra non c’è. Bene, ora direte, nesi. Ma, visti i morti sepolti dalle mura delle proprie case, si
perché leggiamo questa storia, perché continuiamo a legge- sbagliava. Nemmeno mille pagine di libri, mille documenta-
re frasi contorte di un uomo solo? Perché mi è rimasto solo ri, mille conferenze o mille racconti avrebbero potuto pre-
questo, fratello, dividere con gli altri il vuoto lasciato dai suoi pararmi a quello che ho visto qui, mi scrisse in una delle sue
occhi. E ora, amico lettore, promettimi una cosa, fallo sul se- ultime lettere. La gente del posto diceva: “Sharon majnoon,
rio però, giurin giuretto, croce sul cuore. Quando avrai fini- Bush majnoon.” Sharon e Bush sono pazzi. Chissà se i paz-
to di leggere questa storia prendi un po’ di pane e lancialo ai zi sono quelli rinchiusi a suon di elettroshock nei manicomi,
piccioni. Non so il perché, ma Rachel lo faceva sempre. oppure chi ogni giorno, nascosto dietro missioni divine, can-
Rachel Corrie nacque il 10 aprile del 1979, ad Olympia, cella vite come parole di un racconto. La mia Rachel giocava
nello stato di Washington, era un’attivista statunitense, un a pallone e leggeva poesie di Neruda:
membro dell’ISM (International Solidarity Movement). Par-
tì per la striscia di Gaza il 18 gennaio del 2003. Mi scriveva Per il mio cuore basta il tuo petto,
ogni giorno. C’era sempre posta per me. In quella terra stu- per la tua libertà bastano le mie ali.
prata, dava lezioni di inglese ad un piccolo palestinese, Naji. Dalla mia bocca arriverà fino al cielo,
Le prime parole che gli insegnò furono: never, never, never, ciò ch’era addormentato sulla tua anima.
give up. Non aveva casa, spesso la gente del posto la ospi-
tava per la notte. Lei era uno dei tanti scudi umani che non Il 16 marzo del 2003 gruppi di bulldozer, accompagna-
avevano paura. Lei era una che sognava un gemellaggio tra ti da un veicolo da combattimento Nagmachon, ripulivano
la sua città natale e Rafah, un villaggio palestinese al confi- erbacce per gli israeliani e demolivano case per i palestinesi.
ne con l’Egitto. La mia Rachel salì su un cumulo di terra e macerie, aveva un
La mia Rachel non aveva paura dei bulldozer che avanza- giubbotto rosso fluorescente per farsi notare dal conducen-
vano verso di lei, non temeva il rumore dei cingolati che sbri- te del mezzo corazzato. Gridava di girare, di andarsene, ma
ciolavano i pozzi, le strade, le serre. Lei, immobile, li aspet- il bulldozer avanzava, faceva tremare la terra. La mia Rachel

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scivolò e tonnellate di metallo la calpestarono, sciogliendo i stanti sono riusciti a mantenersi sempre in vicinanza ai luo-
suoi principi in una poltiglia di sangue e terra. Il bulldozer la ghi dei lavori. Si precisa che questi avvenimenti si sono svol-
coprì di sabbia e facendo marcia indietro la sotterrò definiti- ti al confine tra Israele ed Egitto, in un’area sotto il control-
vamente. Da quel momento una parte del mio cuore è rima- lo israeliano, come stabilito dall’accordo di pace firmato dai
sta tra la ruggine dei cingolati di quel bulldozer. La mia Ra- due paesi. Verso le diciassette Rachel Corrie si trovava nasco-
chel non aveva paura. La mia Rachel è un verso di Neruda sta da un mucchio di terra, formato dal lavoro delle ruspe, al-
per la pace. la vista del conducente, che ignaro ha proseguito nello svol-
Tutto il mondo ha visto. Tutti sanno che il bulldozer l’ave- gimento della sua attività. La giovane è quindi stata acciden-
va notata, mentre difendeva senz’armi una casa di fango. In- talmente investita da un oggetto contundente. È stato chie-
ternet esplode del volto della mia Rachel. Quel viso bion- sto immediatamente il soccorso di un’unità medica dell’eser-
do con una guancia frantumata dal ferro, con gli occhi vio- cito che si trovava nelle vicinanze, ma quando sono arriva-
la mezzi esplosi, col sangue secco nelle narici e negli ango- ti gli aiuti i compagni della ragazza avevano già provveduto
li di quella bocca che ancora grida pace. È tornata in Ameri- a trasportarla nei Territori Palestinesi. Per far luce sui fatti di
ca avvolta nella bandiera a stelle e strisce. È tornata senz’ani- quel giorno, è stata condotta un’accurata indagine dai verti-
ma. È tornata la mia Rachel senza paura, ed ora tocca a me ci dell’esercito. Il risultato delle investigazioni è stato che Ra-
mettere il punto a questa storia senza lieto fine. Show must go chel Corrie non è stata investita da un veicolo, ma piuttosto
on mi sussurra la vita, ed è vero la ruota va avanti, ma i sorri- è stata travolta da un oggetto molto pesante, probabilmen-
si, i piccoli segreti, le idee dei sognatori, quelle non si posso- te una lastra di cemento, caduto per un cedimento del terre-
no rubare. Appartengono alle stelle. no causato dai lavori. Siamo davanti, quindi, ad un incidente
che non ha avuto nulla d’intenzionale.
Lettera inviata dall’Ufficio Stampa dell’Ambasciata d’Israele
presso la Santa Sede.
Durante un’operazione di bonifica di un’area in cui era-
no nascosti congegni esplosivi, che i terroristi erano inten-
zionati ad utilizzare contro soldati e civili israeliani, un grup-
po di membri dell’ISM è entrato nella zona delle operazioni
cercando di bloccarle. I soldati israeliani hanno tentato di al-
lontanare i dimostranti e nello stesso tempo hanno sposta-
to il luogo delle operazioni per evitare incidenti. I manife-

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“Bene signora Chu, come le ho già detto a telefono qual-
che giorno fa, mi chiamo Sylvia von Harden e lavoro per un
Giallo come Buddha giornale olandese. Vorrei che lei mi spiegasse nei minimi det-
tagli tutto ciò che le è successo. Adesso io accenderò il regi-
Nel tempo dell’inganno universale, stratore, lei faccia finta che non esista.”
dire la verità è un atto rivoluzionario.
“Sono una praticante del Falun Gong dal 1992, pratica-
George Orwell mente dai primissimi giorni in cui il maestro Li Hongzhi ha
fondato questa disciplina spirituale. Il Falun Gong è un si-
stema avanzato di coltivazione del corpo e della mente. È
una delle ottantaquattromila vie della scuola di Buddha. Non
parliamo di una religione, ma solo una pratica mistica. Non
si paga niente e non bisogna iscriversi a nessun registro. Fa
vuol dire legge, Lun ruota e Gong coltivazione della propria
Alzo la cornetta. 000287200. Il telefono squilla. A rispon- anima. Si basa su tre principi: Zhen, Shan e Ren, verità, com-
dermi è Miriam Chu. Un veloce scambio di parole e mi con- passione e tolleranza.”
cede l’intervista. Fissiamo l’appuntamento. Quattro giorni “Perché si è avvicinata a questa pratica?”
dopo, a New York, alle sedici, davanti a Bloomingdale’s.
Preparo la valigia, tacchi a spillo, tailleur blu e le insepa- “È stato mio marito ad avvicinarmi al Falun Gong. Spie-
rabili Rothmans. Il viaggio in aereo lo passo a dormire. New garle adesso il perché mi risulta difficile. Posso dirle soltan-
York è avvolta nella neve quando arrivo all’aeroporto. La to che gli esercizi prescritti ogni giorno rallegrano lo spirito
città è caotica come sempre, tutti corrono, ognuno per caz- e mantengono vivo il corpo. Potrà sembrarle qualcosa di ba-
zi suoi. Pranzo velocemente, poi, con largo anticipo, sono nale, ma è così.”
sul posto. Miriam Chu arriva puntuale, infagottata in un cap-
“Il governo cinese come ha reagito al successo del Falun
potto marrone. Si vedono solo i suoi capelli neri e gli occhi
Gong? È vero che i praticanti hanno superato il numero de-
a mandorla. Ci stringiamo la mano e chiacchierando ci di-
gli iscritti al Partito Comunista?”
rigiamo al Bar Naif. Siamo sole, la sala è vuota. Ordiniamo
due cioccolate calde. Le sue prime parole riguardano il mio “È verissimo, l’ateismo comunista in Cina si è sempre
look. Si concede in vistosi complimenti per i miei occhiali e scontrato con le radici taoiste. Dal ’92 i praticanti sono au-
il carré. mentati a dismisura. Tutto questo ha fatto una gran paura al

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governo. Molti hanno definito il Falun Gong un fantasma. Nel caso contrario viene loro sottratta gran parte dello sti-
Uno spettro capace di insediarsi in ogni strato della socie- pendio. Ecco perché vengono usate torture disumane, per-
tà, che coinvolge i contadini e gli alti funzionari dello stato. ché il governo cinese ha sempre agito in questo modo. Met-
Un’idea capace di smuovere masse troppo grandi per esse- tendo l’uomo contro l’uomo. A distruggere i detenuti non è
re controllate. Ecco perché il presidente Jiang Zemin ha di- solo ciò che accade nei luoghi di reclusione, ma anche fuori.
chiarato che il Falun Gong è una minaccia per la stabilità so- Spesso obbligano i familiari a picchiare i praticanti. I parenti
ciale del paese, per questo ha ordinato persecuzioni contro vengono privati di luce, acqua e gas. In alcuni casi sono sta-
chi pratica e diffonde questa disciplina. Dopo tali affermazio- ti obbligati a divorziare.
ni, tutti i praticanti si sono riuniti davanti alla sede del parti- Molti uomini sono stati sottoposti alla tavola per dormi-
to comunista in un sit-in pacifico. Questo ha colto di sorpre- re, dove con delle corde gli arti sono tirati quasi al punto di
sa il governo, che la notte stessa ha arrestato centinaia e cen- essere spezzati. Alcuni venivano appesi a travi di ferro senza
tinaia di persone.” che i loro piedi toccassero terra. In quella posizione restava-
no anche per giorni. Venivano bastonati, bagnati con acqua
“Quando parla di persecuzione a cosa si riferisce di preci-
bollente e nei loro occhi veniva gettata polvere di chili.”
so? Può essere più chiara?”
“Per le donne invece?”
“Parlo di vere e proprie torture fisiche e psicologiche. Lo
scopo è sempre stato uno: convincere i praticanti a firmare “Le donne vengono torturate, picchiate e subiscono abu-
un foglio in cui rinunciavano al proprio credo definendolo si sessuali di ogni genere. È stato documentato un caso in cui
un male da radiare e perseguitare.” diciotto detenute sono state lasciate nude in cella con crimi-
nali di sesso maschile. Tra uomini e donne già si contano tre-
“Mi spiega le modalità delle persecuzioni?”
mila decessi, e di questi millecinquecento sono documenta-
“Gli arrestati vengono trasportati in carceri, in campi di la- ti con foto e video.”
voro o in cliniche psichiatriche. In questi posti si consumano
“In tutto questo cosa centrano le cliniche psichiatriche?”
le più terribili torture. I detenuti vengono picchiati con man-
ganelli elettrici, che bruciano il corpo. Nei penitenziari è vie- “Il governo ha attuato le stesse tecniche di Stalin. Rin-
tato dormire e in ogni ora del giorno i secondini costringo- chiude i prigionieri in cliniche psichiatriche e l’imbottisce di
no i praticanti a vedere ed ascoltare video che diffamano il farmaci, di elettroshock. Li lega con cinghie ai letti e li tortu-
Falun Gong. Tutto è gestito dall’ufficio 610 che opera al di ra al punto di farli impazzire. Ogni ora sono costretti a pren-
sopra della legge. I secondini ricevono ingenti somme di de- dere delle droghe psicotrope che causano serissimi danni al
naro se convincono i detenuti a firmare il foglio di rinuncia. cervello. Ecco perché, nel momento in cui le immagini dei

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prigionieri vengono mostrate all’opinione pubblica, la gente
concorda con la reclusione. Anch’io sono stata rinchiusa in
una clinica, qui ho subito un aborto forzato all’ottavo mese di Il fantasma Abu
gravidanza. Dopo mi hanno portata al campo di lavoro for-
zato femminile di Masanjia. Lì sono stata violentata anche sei Il potere politico nasce
volte al giorno. Alla fine non ce l’ho fatta e ho firmato il fo- dalla canna del fucile.
glio di rinuncia. Mio marito, invece, non si è arreso ed è sta- Mao Zedong
to ucciso a calci e pugni.
Adesso mia sorella Theresa Chu si occupa a Taiwan della
mia attività di denuncia nei confronti del governo cinese. È
stata lei ad organizzare a Taipei, davanti al memoriale dedi-
cato a Chiang Kai-Shek, l’assemblea generale contro le perse-
cuzioni. Eravamo in duemila quel giorno, tutti vestiti di gial-
lo. Il colore di Buddha. Abbiamo gridato al mondo intero la Un insetto si è appena poggiato sul mio piede. Non ron-
nostra libertà, protestato contro i milioni di libri bruciati e vi- za, non vola. Striscia. Intorno al corpo ha piccoli peluzzi, li
deo-tape distrutti del Falun Gong. Contro i siti internet del muove di qua e di là. Non lo sento nemmeno sul piede. In
movimento bloccati in Cina e le condanne detentive ai gior- questa cella ci siamo io e lui. Buio, ferro e terrore. Che ci fai,
nalisti che hanno documentato i casi di torture con l’accusa amico insetto, in questo inferno? Vattene via, scappa tu che
di aver rivelato segreti di stato.” puoi sprofondare nella terra e bere acqua dalle radici dei fio-
ri. Esci fuori, amico insetto. Esci dove il sole brilla più di que-
“In bocca al lupo, signora Chu.”
sti neon maledetti.
È il 16 maggio del 2005, sono rinchiuso in questa cella di
quattro metri per quattro. L’aria puzza di uova marce. Que-
sta prigionia mi sta entrando dalle narici fin dentro il cuore.
Si insinua come un lombrico giù per le arterie, fino al petto.
Lascio su questo muro il mio nome, lascio sul cemento ar-
mato di questa prigione le lettere del nome che non ho più.
Lo faccio con le unghie che sanguinano, lo faccio con que-
ste mani sporche. Fa freddo in questa cella, il sole iracheno
non batte su questa prigione. Come on, come on, mi dice il sol-

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dato americano. Quando mi alzo dal pavimento, sento le ossa sta. Emetto suoni incomprensibili. Non cado, gli anfibi fan-
scricchiolare. Mi prende per la camicia come se fossi una pez- no più male delle scosse. Uno di loro si avvicina al mio pene
za da gettare. Non urlo. Quelli che urlano arrivano in cella in ustionato. Dopo poco si allontana per la puzza. Per centodo-
fin di vita. Sono davanti al comandante della prigione irache- dici minuti mi fotografano e torturano con la corrente. Alla
na di Abu Ghraib. Blatera qualcosa in inglese, non capisco cinquantasettesima scossa, crollo sfinito. Mi tolgono i cavi e
e dico due parole. Immediatamente mi schiaffeggia, quasi la tutti gli indumenti. Ho le mani quasi bucate, dai miei genita-
mia lingua fosse il dialetto di un diavolo. Si parlano tra loro, li sale fumo. Qualcuno di loro gira video, mentre mi accor-
ridono, fanno battute che non comprendo. Come on, come on, go che il mio glande non esiste più. C’è puzza in sala, mi la-
mi ridice il soldato. Mi portano in una stanza verde fogna. A vano con acqua gelida di un idrante. Dopo quarantasette se-
calci e pugni mi spogliano. Uno degli anfibi del soldato mi fa condi sono di nuovo in cella, ad aspettarmi c’è lo stesso in-
saltare un dente. La radice del molare è ancora dentro la ma- setto, schiacciato dalla scarpa di un soldato.
scella, sputo avorio e sangue. Sono nudo, mi impongono di
salire su una scatola di cartone. Ci provo, ma cado. Mi pesta- A parlare è Satar Jabar, prigioniero iracheno recluso ad
no immediatamente. Ci riprovo e ricado, il cartone si piega e Abu Ghraib. La sua foto in equilibrio su un cartone ha fat-
non mi regge. Mi ripicchiano, vedo il piede quarantasei di un to il giro del mondo. Abu Ghraib è un istituto di detenzione
soldato piombarmi in faccia. Ho sentito l’occhio penetrare di centoquindici ettari, con ventiquattro torrette di guardia.
nel cervello di due centimetri. Salgo sulla scatola, sono in un Una città-prigione. Inaugurato nel 2004, questo penitenzia-
equilibrio precario. Temo di cadere, di sentire sulla faccia la rio di guerra è rimbalzato immediatamente alle cronache per
puzza della gomma degli anfibi. Due soldati arrivano con ca- le torture e le umiliazioni che i soldati americani e britanni-
vi elettrici. Ne attaccano due alle mie mani e uno al pene. Mi ci infliggevano ai detenuti. Satar Jabar non era stato arresta-
coprono con uno straccio scuro. Una sorta di tunica lacerata, to per terrorismo, ma perché aveva rubato una macchina con
quasi trasparente. In testa invece mi mettono un copricapo tutti i passeggeri a bordo.
di plastica triangolare, come quelli che usano gli uomini delle Le autorità americane hanno sostenuto che i cavi non era-
sette sataniche. Riesco solo a vedere ch’è verde. Resto con le no elettrificati, che Satar non è mai stato attraversato dalla
braccia aperte come il loro Dio in croce. Scattano foto, sen- corrente elettrica. Il prigioniero ha dichiarato il contrario, so-
to i flash, il rumore delle digitali. Ridono e gridano Abu ghost, stenendo che quello che lui ha subito era una pratica quoti-
Abu ghost, il fantasma di Abu Ghraib. Si mettono al mio fian- diana ad Abu Ghraib. Pratiche, che in molti casi, hanno por-
co, mi abbracciano come se fossi una statua, un monumento tato i prigionieri alla morte. Jabar è diventato il simbolo del-
di guerra. Scattano foto ricordo. Improvvisamente mi attra- le torture americane. Quando ormai lo scandalo della prigio-
versa la corrente. Dalle mani sento la scossa giungermi in te- ne irachena si era esteso in tutto il mondo, l’amministrazio-

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ne Bush, davanti alla comunità internazionale, ha espresso,
per bocca del Ministro della Difesa Donald Rumsfeld, pub-
bliche scuse per l’accaduto. La storia è stata archiviata così, Tv6
con una conferenza stampa. Il carcere, invece, è stato chiuso
nel 2006, dopo lo scandalo. È rimasto chiuso fino al 21 feb- La contemplazione è un lusso,
braio 2009, quando ha riaperto i battenti col nuovo nome di l’azione una necessità.
Baghdad Central Prison, penitenziario che può ospitare fino Henri Bergson
a quattordicimila detenuti. Di Satar Jabar nessuno sa più nul-
la. Qualcuno sostiene che sia impazzito dopo essere stato se-
viziato dai soldati, altri dicono che sia morto per le bruciatu-
re su tutto il corpo. Forse è ancora ad Abu, gira da una cel-
la all’altra, col suo lenzuolo nero addosso e i cavi ancora at-
taccati alle mani.
Mark Robles apre la porta della sua villa a Miami. La lu-
na è in cielo da un pezzo. Sono le tre del mattino. Uno de-
gli uomini più ricchi degli States si accomoda in poltrona e
accende il suo LCD da cinquantadue pollici. Finalmente un
po’ di relax dopo una giornata passata tra riunioni e business
plan. La sua casa è vuota. Mark è solo. Ha preferito la carrie-
ra alla famiglia.
In tv i soliti film porno e telenovele di merda. Si toglie le
scarpe il manager americano e ascolta il notiziario di Tv6.

“Signore e signori buonanotte, è il vostro Jack Bad che


vi parla…”
San Paolo, Brasile. La Police brasilera ha rinvenuto venti-
tre cadaveri nella foresta amazzonica. Probabilmente la stra-
ge è stata provocata dagli Indios Cinta Larga nel tentativo di
allontanare i cercatori illegali di diamanti. Secondo esperti la
regione sarebbe la più ricca di diamanti di tutto il sud Ame-

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rica. Un indios ha riferito: “Abbiamo ucciso per amore del- le donne della regione sub-sahariana soffre di problemi vagi-
la terra.” nali causati da infezioni o problemi relativi al parto. L’Occi-
dente sta a guardare.
Iraq. Ogni giorno muoiono duecento bambini. Secondo
alcune fonti, dopo l’invasione americana del 2003, il sistema Turkmenistan. Ambientalista viene arrestato dal governo
sanitario iracheno si è ulteriormente degradato. A farne le per aver partecipato ad una conferenza sui diritti umani. La
spese i bambini, che muoiono per la malnutrizione o per ba- repressione del governo turkmeno non ha limiti.
nali malattie. Secondo gli iracheni quattrocentomila bambini
soffrono di perdita di peso e magrezza estrema, tutto ciò con- Baghdad. Centinaia di neonati nascono deformi. Sono gli
tribuisce alla diarrea cronica ed insufficienza proteica. stessi medici iracheni a lanciare l’allarme dopo l’aumento del
20% di bambini nati con malformazioni. A causare il proble-
Cina. Alunni in gita premio assistono all’esecuzione di Ma ma sarebbero le radiazioni assorbite dalle madri in questo de-
Weihua, ventinovenne arrestata per possesso di droga e con- cennio di guerra. Sotto accusa il governo americano per aver
dannata a morte. La donna era gravida e questo avrebbe do- fatto largo uso di uranio impoverito nella Guerra del Gol-
vuto salvarle la vita secondo il codice penale cinese. Nel car- fo del 1991.
cere di Kangati le è stato praticato un aborto forzato. La po-
lizia cinese ha dichiarato: “Il codice penale non dev’essere Nel mondo duecento milioni di donne scomparse. La vio-
un’arma per sottrarsi alle punizioni.” lenza sulle donne è la quarta causa di mortalità nel globo.
Una donna su tre è stata vittima di abusi sessuali o violen-
Mauritania. Secondo un rapporto di Amnesty Internatio-
ze carnali.
nal nel paese africano l’abolizione della schiavitù è solo pu-
ra teoria. Attualmente Moor negri vengono venduti come Gli Inuit eschimesi denunciano gli USA per il massacro
schiavi e lo stesso succede alle donne stuprate e vittime di dei popoli artici. Le popolazioni nordiche protestano per i
violenza. I Morr bianchi, detentori del potere, si difendono cambiamenti climatici provocati dall’inquinamento indu-
da queste accuse. Nonostante in Mauritania la schiavitù sia striale dei vicini yankee. Il governo americano per gli Inuit si
abolita dal 1981, chiunque denunci abusi connessi a tale pra- è “criminalmente” rifiutato di firmare il Protocollo di Kyoto
tica non gode di nessuna protezione legale e spesso è vittima per la salvaguardia dell’ambiente.
di discriminazioni.
Il Niger è il paese più povero al mondo. La crisi coinvol-
Sierra Leone. Milleseicento madri muoiono per mancan-
ge tre milioni di persone. Ottocentomila bambini rischiano di
za di cibo e carenza di strutture prenatali. Trecento bimbi
morire di fame e sete. Lo spazio dei media dedicato alla ca-
su mille non arrivano al terzo anno di vita. Gran parte del-

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tastrofe è di soli diciannove minuti rispetto alle undici ore e una donna cecena prova nel mettere al mondo un solo figlio.
trentacinque minuti dedicate al gossip. Questa tradizione, secondo fonti certe, ha creato un traffico
di bambini che conta centoventicinquemila individui.
Lager americano in Kosovo. Trovati rinchiusi venti pri-
gionieri in tuta arancione in casupole di lamiere. Alcuni, bar- Dopo L’Oréal e Nestlé anche la Coca Cola Company si
buti, leggevano il corano. La costruzione del campo è avve- aggiunge alle multinazionali indagate per violazione dei di-
nuta senza alcun avviso ed intervento da parte dell’Unione ritti umani. Il super marchio è accusato di essere il mandan-
Europea. Il campo è circondato dall’evoluzione del filo spi- te di otto omicidi, decine di sequestri e intimidazione nei
nato, la concertina wire. A pochi passi un Burger King per confronti di sindacalisti e lavoratori. Gli sono stati attribui-
non avere nostalgia di casa. ti l’80% degli omicidi mondiali di esponenti di sindacati. La
Coca Cola si appoggia a gruppi paramilitari per eliminare per-
Lesbiche ordinano bambino sordo. Una coppia america-
sone scomode. È accusata di sfruttamento minorile, infatti i
na di lesbiche sorde sin dalla nascita ha chiesto ai medici
palloni che distribuisce a scopo pubblicitario sono prodotti
una fecondazione assistita con il seme di un uomo che abbia
da bambini indiani. L’aspartame presente in una delle sue li-
nel suo corredo genetico almeno cinque generazioni di non
nee diet può provocare gravissimi danni al cervello, soprat-
udenti. Le donne vogliono evitare al nascituro tutte le idio-
tutto nei bambini.
zie del mondo, per le due lesbo-idiote si tratta di una scel-
ta morale. Mark spegne la televisione. Il marchio della Coca Cola si
Dottori Frankenstein iracheni festeggiano la prima clona- fa pesante sulla sua giacca.
zione animale. Una pecora vissuta solo cinque minuti. L’espe-
rimento, che ha avuto un forte eco in Europa, si è svolto nel-
la centrale nucleare di Isfahan. Anche la Corea del Sud, impe-
gnata nel riarmo nucleare, ha annunciato la prima clonazione
di un cane. Fra qualche anno, miliardari di tutto il mondo po-
tranno richiedere la copia perfetta del loro amato Fido.
Cecenia. La mancanza di orfanotrofi porta decine di ma-
dri, non in grado di accudire i propri figli, a mettere all’asta i
bambini, acquistati poi da famiglie benestanti. Secondo il ca-
po del reparto di maternità dell’ospedale di Grozny, una del-
le cause della tragedia sarebbe riconducibile al disonore che

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mi del suo porcellino fondi una società, la Philippe Corpora-
tion. Allora Phil, il tuo primo investimento consiste nell’ac-
Spermatozoi in fuga quisto di una di queste pietre, quale scegli?”
“La blu.”
La libertà di mercato ti consente “Ok, Phil ha scelto la blu, che mettiamo caso indica una
di accettare i prezzi che ti impongono. risorsa alimentare, un supermercato. Phil per questa risorsa
Eduardo Galeano spende dieci e nel giro di un anno gli frutta venti. Quale sarà
la seconda mossa di Phil?”
“Comprare una seconda pietra, professore.”
“Giusto figliolo, comprare una seconda pietra, che sicco-
me indica una risorsa energetica, per esempio il petrolio, nel
giro di un semestre gli frutterà il quadruplo del valore investi-
to. Azzardiamo e immaginiamo che la Philippe Corporation,
Quando gli alunni entrano in classe il professor Forel è in soli cinque anni, riesca a fare una scalata mondiale ed affer-
già all’opera. Disegni sulla lunga lavagna verde, grafici, stati- marsi in molti campi, acquistando nove pietre. Logicamente
stiche sui banchi. Un insolito sistema viste le variegate lezio- dopo aver acquistato nove pietre Phil vorrà mettere in cassa-
ni dell’insegnante più amato della Sorbona. Non ci sono mol- forte anche l’ultima e lo farà, perché avendo in mano il 90%
ti studenti, la febbre che corre a Parigi ha decimato le classi. delle risorse tutto gli è possibile. Ma nel momento in cui tut-
Al centro dell’aula è ben visibile un tavolino con dieci pietre te le pietre faranno parte della sua azienda, quale sarà la sua
colorate. È un cenno del professore a decretare l’inizio della ultima mossa?”
lezione. Forel chiama un ragazzo del primo banco. La classe Nessuna risposta. Silenzio.
rimane spiazzata. Dov’è andata a finire tutta la diversità del “La risposta, ragazzi, è la stasi, il blocco e l’abbassamen-
professore, possibile si sia ridotto a grafici e interrogatori? to dei guadagni. Questo piccolo esperimento, direi giochino
“Il tuo nome è Philippe, giusto?” stupido, è una piccola dimostrazione della strada futura del
“Sì, professore.” capitalismo.”
“Quanti sassi vedi su questo banco?” Gli studenti si concentrano, il professor Forel non si smen-
“Dieci, professore.” tisce mai.
“Ragazzi, oggi faremo un piccolo esperimento, che vi “La nostra economia mira ad un guadagno infinito in un
chiarirà le idee su un nuovo movimento, che sta prendendo mondo finito. È un sistema destinato a fallire. Le crisi energe-
piede nel mondo. Immaginiamo che Philippe grazie ai rispar- tiche e quelle per gli smaltimenti dei rifiuti sono solo l’inizio.

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L’argomento di questa lezione è la decrescita, ovvero l’in- Gli studenti sono pensierosi, probabilmente la maggior
versione di rotta, l’andare controcorrente. Un sistema econo- parte di essi sta calcolando quante docce fa al giorno e quan-
mico basato su principi ecologici e sociali. Quanti di voi oggi te risme di carta consuma.
sanno come si misura il benessere di una nazione, di un pae- “Il PIL non riuscirà mai a dirci com’è la qualità della giu-
se, di una società? Dal PIL, Prodotto Interno Lordo. In po- stizia in un paese, i rapporti tra i cittadini, la qualità dell’aria, la
che parole e senza perderci troppo in chiacchiere, per far sì qualità di quello che mangiamo. Capite l’assurdità, anche mo-
che il benessere di una nazione aumenti, deve crescere il PIL rire, con le rispettive spese per il funerale, fa crescere il PIL.
e per far crescere il PIL bisogna consumare. Voi comprate Vi siete mai chiesti quanto pesate sulla terra? Cioè, di
più vestiti, aumenta il PIL, comprate tre automobili, aumenta quanto spazio avete bisogno per produrre ciò che vi serve a
il PIL, fate la doccia sei volte al giorno, aumenta il PIL. Pur- vivere e di quanto spazio avete bisogno per seppellire i vostri
troppo il PIL è soltanto un indicatore monetario, un numero, rifiuti? Sto parlando della vostra impronta ecologica, la vo-
è un monetizzatore di benessere. Pensate che cosa assurda, stra richiesta alla natura. Provate a scaricare da internet i mo-
il benessere è l’effetto di quello che consumiamo. Di conse- duli da compilare per poi creare la vostra statistica persona-
guenza il massimo del benessere richiederebbe consumi infi- le. Oggi ci sono delle fonti che sono impressionanti. La sola
niti in un mondo che ha risorse limitate e ritorniamo al pun- Europa ha bisogno di tre pianeti Terra per continuare a vi-
to di partenza, che blocca l’economia capitalista. vere in questo modo. Logicamente tutto quello che consu-
Questa corsa frenetica al consumo per arricchirsi ha pro- miamo è a discapito di altri. Se possediamo novantanove ci
dotto perdite spaventose non quantificabili in soldi. Faccia- sarà chi avrà solamente uno, ed è questo il divario, la voragi-
mo un esempio, una fabbrica di carta ha bisogno di alberi, va ne tra i paesi industrializzati e quelli poveri. Chi mangia per
in Congo perché ce ne sono di più e perché costano di meno. tre e chi digiuna per te.
Abbatte centomila piante. La società guadagnerà, i cittadini Dalla decrescita e da altre iniziative equosolidali e bioso-
penseranno di star meglio perché sale il PIL, ma gli uccelli- stenibili sono nate delle piccole risposte ai problemi che ab-
ni che abitavano su quegli alberi moriranno. In questo mo- biamo elencato. Una di queste sono i GAS, Gruppi d’Acqui-
do perderemo una percentuale di biodiversità irrecuperabile sto Solidale, cioè gruppi di persone che acquistano secondo
e inquantificabile. Da poco è nato il PIL verde, un indicatore logiche ben precise, tenendo conto dei consumi, dei dirit-
che misura i danni all’ambiente e le emissioni di anidride car- ti dei lavoratori, della qualità dei prodotti. Persone che non
bonica. Questo strumento è limitato visto che è impossibile vogliono restare nelle prigioni delle multinazionali. Su que-
trasformare in perdita di soldi l’estinzione di un animale o di ste esperienze sono nati i sistemi di scambio non monetario,
un vegetale. Capite ragazzi, bisogna decrescere in un mondo qualcosa che io reputo preistoricamente eccezionale. Si trat-
che mira a crescere.” ta di persone che si scambiano beni senza l’utilizzo di dena-

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ro, che, come ben sapete, ha il brutto vizio di dar valore ad
ogni cosa. Nella bassa Francia, ho due parenti che hanno ade-
rito a questo sistema. Logicamente in piccola scala, ma ve- Ti amo Fouad
derli all’opera è straordinario. Una famiglia produce pomo-
dori e un’altra uva. Una famiglia darà all’altra pomodori bio Quando due elefanti combattono
e passate, in cambio di frutta fresca, marmellata e vino. È il a rimetterci è sempre l’erba del prato.
metodo più antico del mondo, il baratto, un metodo soste- Proverbio africano
nibile per il pianeta.
Ma la vera ciliegina sulla torta sono gli ecovillaggi. Fami-
glie che decidono di vivere secondo principi ecosostenibili. Si
parte dalla creazione di nuclei abitativi a basso impatto am-
bientale e con materiale edile non inquinante, si continua con
l’uso di energie rinnovabili e si termina con l’autosufficienza
Immaginatevi un prete. Immaginatevi un prete cristiano
alimentare, attraverso la permacultura, un sistema produtti-
maronita, che benedice le case della sua terra. Prende l’ac-
vo molto innovativo. Certe volte l’uomo si impegna così tan-
qua santa e con la mano lancia il liquido sulle porte delle ca-
to a trovare soluzioni che si dimentica di guardare il primo
se. Lo fa una, due, tre, sette, otto volte. Alla nona volta con-
maestro assoluto: la natura. La permacultura si basa princi-
centratevi. Immerge la mano nell’acqua, la tira forte fuori e
palmente sull’imitazione della natura. Si creano piccoli centri
via. Cinquantasei gocce partono. Trentanove si stampano sul
di produzione agricola, che riescono a rinnovarsi con il mini-
portone, sedici cadono a terra ed una rimane in aria. Pensate
mo di energia. Si tratta di riproposizioni di ecosistemi già esi-
a quella goccia, fermate il tempo. Guardatela, è lì sospesa, gi-
stenti. La permacultura non utilizza insetticidi, non inquina e
ratele intorno. Osservatene la limpidezza, la forma precisa, i
si basa principalmente sulla forza della natura.
riflessi, la frescura. È bella no, non ne avevate mai vista una
Prima di finire la lezione, visto che si è fatto tardi, volevo
così, da vicino dico.
dirvi un’ultima cosa. Secondo un gruppo di studiosi interna-
Non vi sto prendendo per il culo, quella goccia c’era dav-
zionali, i gas di scarico dei mezzi di trasporto e i pesticidi, ren-
vero il 9 gennaio del 1976 e fu attraversata da un proiettile.
derebbero l’uomo sterile entro il 2060, quindi, cari maschiet-
Il colpo passò a tre millimetri dall’orecchio di Don Mansour
ti, tenetevi stretti i vostri spermatozoi!”
Labaky. Il prete sentì un fischio, poi si girò e disse ci han-
no attaccati.
Da quel momento in poi non so come spiegarvi bene la
storia, so solo che se ci fosse stato un cameraman a registra-

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re il tutto, avreste visto un video confuso, un video che sal- “Kamal sei tu? Non staccare questo benedetto telefono
ta, di gente che scappa, che urla, polvere che si alza. Quando sennò quanto è vero Iddio ti scomunico.”
Don Labaky chiude la porta della chiesa alle sue spalle, ha la Il prete racconta i fatti, mentre dall’altra parte il parlamen-
fronte imperlata di sudore. Si asciuga con una mano. Dodi- tare sente i boati delle granate.
ci gocce gli bagnano i polpastrelli. Se l’aspettava il prete, se “Non posso farci nulla Labaky, dipende tutto dal Presi-
lo sentiva che sarebbero arrivati. “E ora che facciamo, dove dente Arafat.”
andiamo?” Beve acqua santa. “Magari faccio un miracolo.” “Allora trovami questo maledetto numero di Arafat, sei o
Le truppe terroriste palestinesi di Sa’Iqa hanno attaccato la non sei un parlamentare, benedetto il cielo!”
cittadina di Damour, venti chilometri a sud di Beirut, venti- “Dammi qualche secondo, Labaky.”
cinquemila abitanti, cinque chiese, qualche cappella e un so- Il prete stacca. Ricomincia a girare frettolosamente.
lo ospedale. Sa’Iqa conta sedicimila uomini, sono tutti lega- “Sono in un film, non è possibile. Fuori bombardano ed
ti all’OLP, nei loro ranghi mercenari provenienti da tutto il io aspetto la telefonata di un parlamentare che deve darmi il
mondo arabo, Pakistan, Afghanistan, Iraq. Don Labaky sen- numero di Arafat in persona. O sono pazzo o posso spera-
te forti gli spari, le granate che piombano giù precedute da un re solo in questo.”
fischio. Gira nervoso in chiesa il prelato, fa sempre lo stesso Kamal non chiama. I bombardamenti si fanno frequenti,
cerchio e al settimo giro si ferma, fa un sorso d’acqua santa il pavimento sobbalza. Poi il telefono squilla.
e ricomincia. “Che faccio, che faccio?” Alza la cornetta, im- “Il numero è questo 02445643.”
mediatamente cerca di mettersi in contatto con i suoi supe- “Grazie Kamal, grazie Kamal.”
riori, con le altre parrocchie. 043257685. 02445643. Squilla, forse ci siamo.
“Pronto, sono Don Mansour Labaky della parrocchia di “Salve, cerco Yasser Arafat.”
Sant’Elia, siamo stati attaccati, ripeto, siamo stati attaccati.” Dall’altra parte qualche secondo di silenzio. Eccolo pensa
Dall’altra parte un ministro di Dio risponde freddo: “Ma Labaky, maledetto Kamal mi ha ingannato, ma l’uomo a te-
sono palestinesi? E come possiamo fermarli amico mio?” lefono risponde: “Un attimo, attenda.”
Labaky attacca. La cornetta si fa di fuoco. “Risponda Presidente, rispon-
“Che faccio ora, chiamo direttamente lo Spirito Santo?” da, la prego.”
Prova a contattare politici di destra e sinistra. Tutti se ne la- Sente qualcosa: “Il leader Arafat in questo momento non
vano le mani con scuse banali, tutti sembrano avere le mani è in sede, può comunicare tutto a me, garantisco che ogni pa-
legate, tutti si fanno i cazzi loro. Il prete chiama Kamal Jum- rola sarà riferita.”
blatt, rappresentante parlamentare druso del distretto di Da- “Mi ascolti buon uomo, sono Don Mansour Labaky e la
mour, un pezzo grosso. chiamo da Damour, in Libano. Siamo sotto bombardamen-

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to, le truppe di Sa’Iqa ci sparano addosso. La prego fratello, ro corpi e li posò delicatamente sull’apecar. Accarezzò quella
faccia qualcosa. Qui tutti hanno votato per Jumblatt, è un uo- fronte lacerata e continuò il suo giro. I vivi, se c’erano, non
mo vicino a voi. La scongiuro faccia qualcosa.” uscivano. Lui raccoglieva morti, corpi carbonizzati, non rico-
“Padre, non si preoccupi, non vogliamo farvi del male. nosceva più nemmeno il sesso. Sparse per la strada c’erano
Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni ossa di tombe profanate. A molti uomini avevano amputato
strategiche.” Bum, il funzionario mette giù. i genitali e poi glieli avevano conficcati in bocca. Dopo quin-
E ora immaginatevi sto prete con la cornetta in mano e dici minuti non c’era più spazio sull’apecar. Labaky rimise in
lo sguardo perso nel vuoto. Senza risposte, senza domande, moto e ripartì sotto il peso di trenta morti. Il mezzo andava
senza soluzioni. Che poteva fare, dove poteva andare, quan- piano e ogni tanto sentiva qualche corpo scivolare nella pol-
do sarebbe morto? C’era troppo silenzio quella notte e Don vere. Non c’entravano tutti in quel carretto per frutta. A due-
Labaky lo sapeva. Era seduto davanti alla finestra, ad illumi- cento metri dal cimitero, finì la benzina. Don Labaky scese e
nargli il volto solo la luce di una mezza candela. L’aria non spinse l’apecar nonostante i suoi cinquant’anni. Dal cimite-
rimbombava più, ma lui sentiva che qualcosa stava per acca- ro, nascosti nelle fosse, vennero fuori i sopravvissuti. Aiuta-
dere. Se l’immaginava i terroristi, che, silenziosi come spet- rono il prete. Mentre seppellivano i morti, i palestinesi rico-
tri, si aggiravano tra i vicoli deserti pronti ad attaccare. L’urlo minciarono a bombardare, quasi volessero dire non è finita
di una donna gli confermò che il suo non era solo un incubo. qui. Cinquecento sopravvissuti si ammassarono nella chiesa.
Non si mosse, se vogliono ammazzarmi, mi ammazzeranno Qui Labaky scoprì che molti erano scappati verso la spiaggia,
qui, nella mia chiesa. Restò tutta la notte a pregare, la cande- sperando di fuggire via mare, ma la tempesta li aveva bloc-
la si spense, ma nessuno gli sparò alla testa. cati. Immagina il prete, donne, vecchi e bambini dinanzi alla
A mezzogiorno in punto aprì la porta della casa di Dio e furia del mare in tempesta. Immagina i loro volti silenziosi,
fu invaso dalla luce del sole. Era come se un pittore fosse sce- gli sguardi che si perdono nell’incresparsi delle onde, mentre
so dai monti e avesse dipinto l’inferno di Dante in una sola alle loro spalle Damour è sotto le bombe.
notte. Salì su un vecchio apecar, le chiavi erano nascoste sot- “Padre, hanno ammazzato mio fratello, l’hanno impicca-
to il sedile. Lo mise in moto, il mezzo liberò una nube di fu- to. Dopo si sono messi in posa accanto a lui, scattavano fo-
mo nero. Lo stesso fumo che dai monti segnalava che i ne- to, padre. Vogliono darle ai giornali europei, vogliono far sa-
mici pranzavano con selvaggina e pietanze saccheggiate. A pere al mondo che loro sono i più forti.”
Damour l’unico rumore che si sentiva era quello del vecchio Sotto l’altare è nascosta una bambina. Ha il volto sporco
apecar, che trotterellando cercava sopravvissuti. Labaky vide di roba violacea. “Perché sei tutta sporca, piccina?”
la porta di una casa aperta. Entrò, c’erano due bambini, ave- “È stata mia madre, ha detto che se mi mettevo questa ro-
vano gambe e braccia amputate e gli occhi cavi. Prese i lo- ba in faccia i cattivi non mi avrebbero violentata.”

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“Dov’è tua madre?” bocca aperta dal dolore: “Ti amo Fouad!” I palestinesi la uc-
“L’hanno stuprata.” cisero, le spararono alla testa. Due proiettili le uscirono dalla
Lo scemo del villaggio, con tre denti in bocca e un sorriso bocca, sfiorarono Fouad e si conficcarono nel muro alle sue
stampato sul viso disse: “Issiamo la bandiera bianca, arren- spalle. Ora il vecchio li aveva in mano quei proiettili e men-
diamoci, solo così ci salveremo.” Molti gli ordinarono di star tre la terra tremava lui diceva: “Perché non avete ucciso an-
zitto. Don Labaky, in silenzio, quasi credesse che quello fos- che me, perché a me mi avete punito con la vita?”
se un messaggio di Dio, prese la tovaglia dell’altare e l’attac- La prima granata piombò sulla chiesa di Sant’Elia distrug-
cò alla croce di ferro sulla cupola della chiesa. Quando risce- gendo la cupola e l’ingresso. Fouad, coi proiettili stretti in
se disse ai suoi fratelli: “Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiag- mano, si sedette immobile sotto l’altare di marmo. I pale-
gia, so che vi ammazzerebbero. Se vi dicessi di rimanere qui, stinesi lanciarono quarantanove granate e spararono seimi-
so che vi ammazzerebbero.” la colpi di mortaio. La chiesa fu rasa al suolo. Nella strage
In quel silenzio qualcuno bussò alla porta. Si strinsero tut- di Damour persero la vita cinquecento persone. Il vecchio
ti le mani. Era arrivato il momento. Ribussarono di nuovo. Fouad non morì. Anni dopo fu lui a riferire a padre Labaky
Don Labaky guardò la bambina tremolante sotto l’altare e le che il macellaio di Damour, Zuhayr Muhsin, capo di Sa’iqa
sorrise. Si alzò e passando tra i fedeli benedì tutti. Si avvicinò e responsabile della strage, era stato ucciso il 15 luglio 1979
alla porta ed aprì. Due uomini si intrufolarono nella chiesa. a Cannes, nel sud della Francia. Mentre lo diceva, appesi al
“Il mare non è più in tempesta, ora bisogna scappare, que- collo aveva due proiettili, uno per chi è morto e uno per chi
sto è il momento giusto. Vi copriamo noi le spalle, non pos- è condannato a vivere.
siamo perdere altro tempo.”
Cinquecento persone, protette da due uomini armati di
mitragliette, scapparono verso la spiaggia di Camille Cha-
moun. Scapparono tutti, anche Don Labaky, tutti tranne un
vecchio storpio, che restò lì, solo nella chiesa. Quando l’edi-
ficio fu vuoto, la prima bomba toccò terra e le mura tremaro-
no. Mentre aspettava di morire, quel vecchio pensò a sua mo-
glie, che aveva visto correre verso di lui la notte prima, strap-
pandosi i capelli dalla paura. Li vedeva quei capelli di don-
na, che planavano nel vento libanese, che si perdevano tra la
sabbia del massiccio. Vedeva sua moglie vecchia, acciaccata,
correre verso di lui con gli occhi sbarrati. Leggeva in quella

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pendente della centrale di Dimona? Non sto parlando di un
capo, del boss della situazione, sto parlando dell’uomo sem-
Il ministro del bavaglio plice, del fatigador. Ebbene, l’insospettabile, una mattina di
venti anni fa, si sveglia e rivela ad uno dei giornali più letti al
Se la paura fa 90, mondo che Israele possiede duecento testate nucleari. Suc-
la dignità fa 180. cede un casino, uno scandalo, il coglione di merda, l’insigni-
’A67 ficante tecnico ha sparlato, ha detto cose che non si possono
dire. Gli israeliani non stettero a guardare e Mordechai ven-
ne sequestrato dagli agenti del Mossad, servizi segreti israe-
liani, a Roma. Fu imprigionato e accusato di alto tradimento.
Il suo processo venne fatto a porte chiuse, senza telecamere,
senza occhi indiscreti. Il caso Crossman doveva scomparire.
E così fu. Il tecnico venne condannato a diciotto anni di car-
John Crossman non vi dirà sicuramente nulla. Sono sicuro cere, undici dei quali in completo isolamento.
che nessuno di voi nel 1986 lesse l’articolo del Sunday Times, Ed ora tu, lettore spaparanzato sulla poltrona che leggi sto
che parlava di quest’uomo. John è un seppellito vivo dal po- libro, vatteli ad immaginare undici anni di prigione in com-
tere. La sua storia è giunta alle orecchie di chi scrive per caso. pleto isolamento. Mordechai non aveva solo parlato, figuria-
Per sentito dire, amici di amici. Ciò che più mi ha colpito di moci se il mondo si andava a fidare di un tecnico da mille eu-
lui sono state le sue parole: “È il momento, per il mondo, di ro. Mordechai aveva anche fotografato, documentato, aveva
ricordarsi e di preoccuparsi dell’olocausto palestinese.” svelato al mondo il segreto nucleare israeliano, segreto rin-
Ora logicamente penserete che una frase del genere l’ab- chiuso nella centrale di Dimona, nella regione di Bersabea.
bia detta un terrorista imbottito di bombe o il padre dispe- Ma che ci faceva in quella fabbrica lo spione, come lo chia-
rato di un bambino affamato o meglio un umanista pacifista mano i vertici dell’esercito israeliano? Non faceva nient’al-
del cazzo, che gioca a fare l’eroe. E invece no. A pronunciare tro che produrre materiali radioattivi utilizzabili per bom-
questa frase è un israeliano. Nato il 13 ottobre del 1954, nella be atomiche. Roba di prima scelta. Enormi quantità di ma-
madre patria ebraica. John Crossman è il suo secondo nome, teria fissile per svariati tipi di ordigni top secret. Cazzo però,
il nome che si è dato da quando si è convertito al cristianesi- nell’86 gli israeliani avevano già duecento bombe atomiche,
mo, da quando si è lasciato alle spalle l’ebraismo. Il suo pri- e che minchia dovevano fare, conquistare il mondo? Secon-
mo nome è Mordechai Vanunu. Cosa avrà mai fatto di tanto do le dichiarazioni di Mordechai, avevano anche comincia-
straordinario un tecnico nucleare israeliano, un semplice di- to a produrre la bomba H, la bomba all’idrogeno, potentis-

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sima. Forse volevano far guerra ai marziani. Ma mi viene da un figlio traditore nello spirito, un figlio cristiano. In carcere
chiederti, caro Mordechai, non lo sai che nel 1986 siamo in Mordechai non se l’è passata bene, i secondini gli riservava-
piena Guerra Fredda e le armi nucleari proliferano in tutto il no particolari trattamenti mirati allo stress psicofisico. Vole-
mondo? Perché ti sei scomodato tanto? D’altronde gli israe- vano fargli perdere la calma. Per un anno intero lo hanno sor-
liani si stavano solo adeguando agli standard mondiali. Sape- vegliato giorno e notte con delle telecamere, hanno lasciato
te come ha risposto il tecnico israeliano: “L’ho fatto per dare nella sua cella la luce accesa per tre anni di fila. Gli impediva-
un contributo alla pace, l’ho fatto per evitare una guerra nu- no di dormire, lo picchiavano di continuo. Però, mi verreb-
cleare in Medio Oriente.” be da dire, che culo fratello Mordechai, almeno non ti hanno
Cazzo, amico, allora vuoi fare l’eroe, allora ti sei messo in tirato il collo, non sei rimasto appeso nel vuoto. Te la sei ca-
testa di fare il superman della situazione, che ti aspettavi che vata, perché il ministro della giustizia di allora, Tommy La-
ti dessero una medaglia d’oro da infilarti nel culo nei mo- pid, voleva riservarti il trattamento della gallina, corpo da una
menti di stress? parte, testa dall’altra.
“No, sapevo che mi avrebbero punito, che forse mi avreb- Comunque, passa un anno, passano due, passano tre, cade
bero ammazzato, sapevo anche che le mie dichiarazioni pun- il muro di Berlino, scoppia la guerra in Iraq, serbi macedoni
tavano il dito dritto dritto contro il governo israeliano. Quan- albanesi croati bosniaci kosovari sloveni si rompono il culo a
do mi hanno arrestato nell’aula bunker c’ero solo io e il mio vicenda, cadono le torri gemelle, riscoppia la guerra in Iraq,
avvocato. Non mi hanno rinchiuso solo in carcere, hanno e arriviamo finalmente al 21 aprile del 2004, quando il signor
tentato di cancellarmi. Non potevo avere rapporti coi me- Vanunu viene rilasciato. Evviva, bum bum, champagne, sei
dia, non potevo vedere nessuno in carcere e hanno portato uscito, che te ne fotte che hai passato diciotto anni in carce-
avanti una campagna diffamatoria nei miei confronti. Hanno re e ora hai cinquant’anni, vivi la vida loca, scopa, fotti, ses-
sempre avuto il potere mediatico in mano e un bel lavaggio so, droga e rock and roll. Avrebbe potuto essere così il gior-
del cervello all’opinione pubblica sul caso Crossman sicura- no della scarcerazione di Mordechai, ma il destino volle di-
mente non ha potuto che far bene. Così gli israeliani hanno versamente. Non erano bastati i continui tentativi dei secon-
creduto che io fossi un malvagio, uno che andava contro gli dini di spezzare il tecnico mentalmente, dovevano persegui-
interessi dello stato ebraico. Figuriamoci poi se a fare que- tarlo anche fuori.
ste accuse è un ex ebreo convertito al cristianesimo, il peg- Allora signor Vanunu, che cosa crede? che è uscito dal
gio sulla piazza.” carcere e può fracassare le palle al supermegaiper potente sta-
La famiglia di Mordechai non si è mai schierata, non si è to israeliano? Lei non può avere contatti con cittadini di al-
mai indignata per la situazione carceraria imposta al loro pa- tri paesi che non siano Israele. Non può avvicinarsi ad am-
rente. Per loro è stato molto più difficile accettare di avere basciate e consolati. Non può possedere un telefono cellula-

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re. Non può accedere ad Internet. Non può lasciare lo Sta- Stati Uniti, hanno contribuito all’accrescimento della poten-
to di Israele. za nucleare israeliana, hanno speso bei soldini, e ora per un
“Allora che cazzo mi avete liberato a fare? Io me ne vo- fantomatico gesto di equità, usiamo pure questa brutta paro-
glio andare da questo merdaio, voglio andare in Canada in la, di giustizia, buttano all’aria tutto? Ma siete pazzi. Israele è
una casetta rossa con tanti fiori di lillà…” uno stato coloniale nel mondo arabo. È una bella torretta di
Mordechai vive praticamente rinchiuso in uno stato-pri- guardia per l’occidente in Medio Oriente. Un bel carroarma-
gione. Non ha accesso alle moderne tecnologie e a qualsiasi to che, un giorno sì e un giorno no, regala stazioni petrolifere
mezzo di comunicazione. L’hanno fatto uscire imbavagliato ai cugini inglesi. È tutto un gioco di amicizie e scambi, Israele
e possono arrestarlo ogni volta che vogliono, così all’improv- ha aiutato Francia e Gran Bretagna a rompere il culo all’Egit-
viso, perché Israele è uno stato Democraticooooooooooo! to, e Francia e Gran Bretagna aiutano Israele a rompere il cu-
L’anno scorso gli hanno detto che gli era vietato lasciare lo già rotto dei palestinesi. Ah! Dimenticavo l’Africa del Sud.
Israele per 365 giorni, e quest’anno gli hanno rinnovato la li- C’entra sempre l’Africa del Sud. Dove hanno svolto i test nu-
mitazione e l’anno prossimo lo faranno di nuovo. Possono cleari gli israeliani? In Polinesia? No, lì c’erano i francesi. A
farlo all’infinito, fino alla morte. Bikini? No, lì c’erano gli americani. E dove allora? Ma nella
Mi sorge un dubbio, fraterni amici, perché tre quarti del fraterna e amica Africa del Sud, che ha messo a disposizione
mondo mette sotto torchio un paese come l’Iran? Perché il della discendenza di re Salomone un intero deserto.
G8 setaccia angolo per angolo l’impero di Persia? Eppure gli Però, caro Israele, ma che te ne fai di duecento bombe
iraniani hanno aperto le porte agli organismi internazionali, atomiche. Ma ti sei forse scordata che i tuoi acerrimi nemici,
hanno dato il via libera alle ispezioni senza nessun problema. Siria, Libano, Giordania sono tuoi vicini di casa? E che fai,
E come mai, invece, Israele non permette a nessuno di viola- piazzi una bomba a Damasco così, dopo, tutte le polveri ra-
re i cancelli delle sue centrali nucleari? Per quale motivo Isra- dioattive renderebbero la vita impossibile anche a Gerusa-
ele non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare? lemme. Che dici? Non lanci nessuna bomba. Ah, ho capito,
Trattato firmato da centottanta paesi tra cui tutti i paesi ara- la bomba è uno strumento di ricatto politico. Ma tu sei uno
bi, compresi Egitto, Siria, Libano, Iraq, Giordania, eccetera stato figlio di puttana, ma sei furbissimo, caro Israele. Uti-
eccetera? Vuoi vedere che Shimon Peres al posto della Nu- lizzi la bomba atomica senza farla esplodere, soltanto con la
tella nei mobili tiene le bombette nucleari? E noi europei del minaccia di farlo. Così puoi mantenere il tuo status quo. Co-
cazzo, che non facciamo nient’altro che seguire gli america- sì puoi fare i cazzi tuoi, puoi svegliarti la mattina e produrre
ni, perché ce ne strafottiamo di questa situazione e non co- altre duecento bombe atomiche, puoi decidere di andare in
stringiamo Israele ad aprire le frontiere alle ispezioni AIEA? Palestina e costruire cinquanta colonie. Tu puoi fare quello
Elementare Watson! Non si può. Francia, Gran Bretagna, che vuoi, a te nessuno ti dice niente, e chi può dire niente a

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chi c’ha duecento bombe nucleari. Allora sai che ti dico, che
da oggi io sono con te, santissimo Stato di Israele, sono con
te e condivido anche la costruzione del muro della vergogna, La bambina che non c’è più
che poi tanto vergognoso non è. Potrebbe essere una nuo- di Maddalena Stornaiuolo
va muraglia cinese, sono opere possenti che si vedono an-
che dallo spazio. Io da oggi sono filo israeliano, non nel sen- Ogni volta che avete fatto questo
so che prendo il filo spinato e vado a richiudere palestinesi al più piccolo dei miei fratelli
morti di fame in campi profughi, nel senso che voglio stare lo avete fatto a me.
col più forte e il più forte sei tu.
Da ora in avanti io porterò insieme a te una campagna dif- Matteo (25, 31 - 40)
famatoria nei confronti di Mordechai Vanunu, quello spione.
Lui dice che Israele è stato edificato sulla disinformazione,
che quello che lui ha fatto è esattamente il contrario di ogni
atteggiamento politico israeliano, che la muraglia, i posti di
blocco, le colonie, rendono gli ebrei uno stato religioso, na-
zionalista, razzista. E beh! Chi se ne fotte. Abbiamo sempre
duecento bombe atomiche nuove di zecca. Io mi autocandi-
do a ministro del bavaglio, così nessuno potrà più dire che Mia madre è morta durante il parto perché non c’era
Israele è il contrario della democrazia, che non c’è bisogno di nessuno che la potesse de-infibulare per farla partorire. Mio
uno stato ebraico, ma di uno stato aperto a tutti senza riguar- fratello è rimasto bloccato dentro di lei. Mio padre non se l’è
do alla loro fede religiosa. Nessuno potrà più dire che la so- mai perdonato, anche se non è colpa sua. Se fosse successo
luzione è uno stato unico, che in Medio Oriente ci sono due prima sono sicura che non avrebbe mai permesso che anch’io
stati fondamentalisti, l’Iran e Israele. Con me nessuno potrà e mia sorella fossimo operate. Ora teme che possa succederci
più dirlo. Non chiedo niente in cambio, solo una bombetta quello che è accaduto a mamma.
atomica, tanto ne tieni duecento… Sono incinta, al sesto mese di gravidanza.
Ho una maledetta paura.
Siyad non vede l’ora di conoscere la faccia di suo figlio.
Mio marito c’ha impiegato una settimana per aprirmi bene.
Un male cane. La prima notte di nozze nemmeno lui godeva
perché io piangevo. Era come un trapano che si ferma

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solo quando ha forato la parete. Mi ha aperto lui a furia di Mi ha tagliato il clitoride e le piccole labbra. Non so se l’ha
penetrare. Ho perso molto sangue. Sentivo un dolore atroce. fatto con delle forbici o con un coltello. Non potevo vedere.
Urlavo, fino a lecerarmi la gola. Poi mi ha cucita con del filo. Non riuscivo a stare ferma,
Per un attimo ho pensato a quando, da piccola, le mie allora altre due donne hanno dovuto bloccarmi mani e piedi.
amiche mi chiamavano puttana e io allora abbassavo le mie Poi la signora mi ha legato le gambe, unite, strette strette,
mutandine colorate e gliela facevo vedere con orgoglio, fino a sotto le ginocchia.
guardate, è tutto chiuso, non sono una puttana. Sono stata a letto così per una settimana. Mi bruciava.
Quando è arrivato il mio momento, ho insistito tanto con Non riuscivo nemmeno a fare pipì. Non bevevo. Cercavo di
mamma perché potessi farlo insieme a mia sorella. Non lo trattenermi. Ho urinato piangendo.
so, forse per farci coraggio, forse per crescere insieme. A Prima dell’operazione correvo, facevo le capriole, giocavo
sette anni tutte le mie amiche erano già state infibulate e io con la palla insieme a tutti gli altri bambini. Ora no. Non
mi vergognavo da morire a dire che non lo ero ancora. Mi potevo più. Ora camminavo piano piano, per non strapparmi.
sentivo diversa, avevo paura che non mi facessero giocare più Ogni passo era un inferno, speriamo che non si riapre tutto
con loro, finsi persino con la mia migliore amica. Inventavo mi dicevo. Sono diventata grande adesso. Sono una donna.
mille scuse per non farla entrare in bagno con me. Finalmente.
Sono stata circoncisa a otto anni insieme a mia sorella più Mamma ha fatto una buca nel terreno per accendere un
piccola. La signora che ci ha operate era grassa, non molto fuoco. Dice che ogni tanto devo chinarmi per far asciugare la
alta, non faceva paura, non sembrava cattiva. Ha operato ferita. C’è aria di festa, la mia casa è piena di parenti, hanno
prima mia sorella, poi me. Mia mamma si è chiusa in bagno portato un sacco di regali per me.
per non sentirci piangere. Il giorno dell’operazione ci siamo Per salutare quella bambina che non c’è più.
alzate molto presto, non ricordo che ora era di preciso, però
non c’era ancora il sole e poi avevo sonno. Non ho chiuso
occhio tutta la notte, pensavo solo all’indomani, ero eccitata
all’idea di diventare donna anch’io. Finalmente.
Quando è arrivato il mio turno, la signora mi ha stesa
su un tavolo. Nuda. Mia madre mi aveva detto che dopo
l’operazione potevamo stare più sicure, più tranquille. Non
ci sarebbe potuto succedere niente di brutto, solo cose belle.
Il tavolo si è sporcato tutto di sangue, lo sentivo scorrere
sulla pelle, ma non mi faceva il solletico. Sentivo solo dolore.

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ti. Tu non sarai iracheno, americano, israelita, africano, eu-
ropeo, cinese, tu sarai un uomo libero, che non ha paura dei
L’Inizio diversi, che non dimenticherà mai da dove viene e mai do-
ve sta andando.
Finché nasce un bambino, Ti chiamerò Miroslaw, uomo pacifico. Sì, così ti chiame-
Dio non si è ancora stufato dell’uomo. rò piccolo bambino nato tra i fischi delle bombe, tra le urla
Rabindranath Tagore delle mamme che vedono i figli morire. Non ci sarà nessuna
coccarda ad annunciarti al mondo, ma non fa niente perché
oggi tu sei qui e questo basta. Non so cosa potrò darti, co-
sa potrò dirti, mi piacerebbe che tu diventassi un uomo che
piange davanti ad un cielo stellato, alle onde del mare, al si-
lenzio del mondo. Che tu possa trovare la bellezza intorno a
te, Miroslaw. Che i tuoi occhi possano innamorarsi della vi-
È nato. Mio figlio è nato. Ha la pelle chiara e gli occhi az- ta. Perché potranno spazzare via popoli, distruggere foreste,
zurri. Gli stessi occhi del padre americano che mi violen- disintegrare città, ma non potranno mai fermare il miracolo
tò. È paffuto, pochissimi capelli. Dorme beato al mio fian- della vita. E potranno capire come va il mondo, in che ver-
co. Lo guardo. Sono stanca, affannata, debole. Ma lo guar- so gira la Terra, quanti miliardi di granelli di sabbia abbiamo
do e so che qualcosa voglio dirgli, che il mio cuore esplode sotto i piedi, ma nessuno potrà mai spiegarti cos’è l’emozio-
di parole. ne, nessuno avrà mai tante parole in bocca per dirti perché
Crescerai figlio mio e assomiglierai a lui, ti farai grande ed un bacio cancella il tempo. Non cercare risposte che non po-
io ti guarderò mentre andrai a scuola. Ti guarderò e pense- tresti mai trovare, non correre perché lo fanno tutti. Siediti,
rò a lui. Penserò alle sue mani che sfregavano dentro di me, ascolta il vuoto, le foglie morte, i canneti, il ronzio delle api,
alla puzza di birra, alla mia mutandina nascosta nella sua ta- il battito del cuore. Miroslaw non arrenderti mai, non china-
sca. Forse ti stai già chiedendo perché ti ho messo al mon- re mai la testa e se qualche volta hai voglia di piangere non
do. Per torturami, per orgoglio, per rivederlo in te per il re- farlo. Diceva un vecchio saggio che gli alberi sono lo sforzo
sto dei miei giorni? No. Tu sei nato perché so che il mondo della terra di parlare al cielo. E tu sei una quercia millenaria,
può cambiare, perché so che un uomo può scegliere il pro- sei un tronco altissimo che squarcia la roccia e si innalza tra
prio destino, le proprie azioni, i propri sogni. Tu non sarai il le nuvole colme d’acqua. Tu sei un messaggio, sei un abbrac-
fantasma del tuo papà assassino, sarai un iris che nasce dopo cio, un sorriso per il nostro cielo di morti ammazzati, inno-
la tempesta in un campo di pietre arido e di spine infestan- centi, torturati, deboli, ultimi, indifesi.

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Ora piangi, mio indifeso Miroslaw, piangi perché hai fa-
me. Il tuo corpo chiede alla natura la forza, vieni qui bambi-
no mio, appoggia il tuo piccolo capo sul mio petto, prosciu- Una modesta proposta
ga il mio seno, prenditi ciò che è tuo, rendimi pure un fio- Per evitare che i figli
re senza petali. della povera gente del mondo
Mi sento debole, troppo debole. Sento che il cuore rallen- diventino un peso per il loro paese e per i genitori, e per
ta. Forse non sarò io la donna che al mattino sciacquerà il tuo renderli utili alla società.
bel viso, forse non sarò io la mamma che ti racconterà le fa-
vole, forse non sarò io e non posso farci nulla. Sai Miroslaw, di Rosario Esposito La Rossa
tante volte in sogno ho visto questa finestra che ho davanti Liberamente ispirato all’omonima opera di Jonathan Swift
a me. Tante notti ho visto quel papavero laggiù, la nuvola in del 1729.
cielo a forma di cigno, il pesco in fiore. Magari avessi sapu-
to che questo sarebbe stato il luogo dove sarei morta. Mi sa-
rei lanciata contro il male senza paura, impavida, coraggiosa.
Ma la morte è così, credi sia davanti a te e invece ti sta appic- La politica dev’essere l’arte di rendere possibile domani
cicata dietro. La morte è così, un fulmine che danza, un ser- quello che oggi è impossibile.
pente pennuto che canta, un carnevale, un attimo. La morte
è un attimo e sono felice di condividere quest’attimo con te. Eduardo Galeano
Vivi Miroslaw, l’uomo non è su questo mondo per esistere,
ma per vivere. Ed ora chiudi gli occhi, concentrati e chiudi
gli occhi. Oggi sentirai il silenzio, l’ultimo battito, il violinista
che allontana l’archetto.
Buona vita figlio mio, questa non è la fine è l’inizio. Sulla scena tavoli e sedie. Tutto è addobbato come se fosse un ristoran-
te. Il pubblico non si siede in platea, ma viene fatto accomodare su tut-
te le sedie disponibili sul palco da tre camerieri. In scena un cuoco, ve-
stito di bianco con il cappello da chef. Prepara qualcosa, canticchia la
canzone “Bella Notte”. Prepara il piatto in modo acrobatico. Entra-
no tre cuochi, portano in scena enormi pietanze. Iniziano a litigare con
lo chef. Infornano la pietanza che stanno preparando.
Lo chef finalmente li caccia.

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CHEF: Ah! Il silenzio. CHEF: È uno schifo! È davvero uno schifo! È triste per tutti
quelli che passano per questa città, che viaggiano per il nostro
Immediatamente rientrano i tre cuochi.
paese, vedere sui bordi delle strade queste donne coperte di
1° CUOCO: Grande chef sono tornati! stracci chiedere l’elemosina, sempre seguite da tre o quattro
marmocchi, mocciosi puzzolenti. Ma quello che più è disgu-
2° CUOCO: Sono quattro, sono quattro! stoso è l’atto dell’importunare, del distrarti dai tuoi pensie-
3° CUOCO: Sono tornati, sono tornati! ri per render conto a loro, che ti sottraggono illegittimamen-
te i tuoi beni con l’arma della pena. La colpa non è delle ma-
CHEF: Ma chi? Chi? dri, che povere non possono lavorare per badare ai cosi spu-
talatte, che gli prosciugano il petto senza alcun riguardo. Le
TUTTI I CUOCHI: I marmocchi!!!
donne sono costrette a tale vita, non possono truccarsi, far-
Si crea una grande confusione, numerosi oggetti sul tavolo si capovolgo- si belle, né scegliere di far ciò che vogliono del proprio tem-
no. Lo chef consegna freneticamente ai cuochi tre manici di scopa. Pog- po. Io non so, cari commensali, se siete d’accordo con me,
gia sulle loro teste tre secchi. ma queste donne non fanno altro che nutrire bambini disgu-
stosi, che una volta cresciuti diventeranno ladri, mascalzoni,
CHEF: Ora statemi a sentire, non aprite per nessun motivo
delinquenti, da succhia latte a succhia sangue.
la porta. Preparatevi a sferrare anche un attacco se necessa-
Credo che i partiti del mondo siano d’accordo con me quan-
rio, con i marmocchi non siamo mai al sicuro.
do dico che questi bambini sono motivo di lamentele deplo-
I cuochi hanno un’espressione terrorizzata. revoli, vergognose, indegni della civiltà. Ragion per cui cre-
do che chiunque riuscisse a trovare un metodo onesto, faci-
3° CUOCO: Se dicono che hanno fame che facciamo, che le e poco costoso per rendere questi bambini una parte sana
facciamo? e utile della comunità, acquisterebbe tali meriti che il popolo
CHEF: Zitti, zitti, non dite nulla. a gran richiesta gli intitolerebbe una strada.

2° CUOCO: E se piangono? Se piangono? Entrano i tre cuochi, indossano mantelli e maschere da supereroi.

CHEF: Fate attenzione, piangono così tanto che potrebbe- 1° CUOCO: Per questo ci siamo noi…
ro allagare il ristorante. E ora andate, senza nessuna paura, 2° CUOCO: …Ambara…
mi raccomando.
3° CUOCO: …bà…
I cuochi escono di scena impauriti.

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1° CUOCO: …ciccì … diventeranno probabili barboni, ladri, prepotenti, delinquen-
ti, assassini, stupratori. Domanda: è possibile sfamare cin-
TUTTI I CUOCHI (indicando lo chef): …coccò!!!
quecentomila bocche?
2° CUOCO: E il nostro progetto…
3° CUOCO: Direi di no. Direi che questo numero continua
TUTTI I CUOCHI: …marmocchi!!! a crescere e che i bambini saranno a carico dei genitori come
minimo fino a sei anni, periodo in cui, secondo un abile ladro
1° CUOCO: Il nostro progetto non si occupa solo di questi parigino, un bambino può iniziare a rubare e quindi mante-
luridi mendicanti, il nostro progetto si estende a tutti i bam- nersi da solo, logicamente solo come apprendista. Se calcolia-
bini che hanno genitori incapaci di nutrirli. mo che per mantenere un bambino ci vogliono in media dieci
2° CUOCO: Noi, cari commensali, abbiamo studiato le ope- euro al mese, ci troveremo questi assurdi risultati.
re dei più grandi pensatori che su questo tema si sono espres- Il 3° cuoco prende una calcolatrice e recita con frenesia questi calcoli pi-
si. Nei loro testi abbiamo sempre trovato errori grossolani, giando con forza i tasti.
errori così grandi che han reso le loro proposte ridicole.
3° CUOCO: Dieci euro moltiplicato per dodici mesi, cen-
3° CUOCO: Noi vogliamo soltanto che un bambino di circa toventi euro moltiplicato per sei, numero di anni minimi in
un anno sia utile alla società e non dannoso. cui il bambino viene allevato, settecentoventi euro a bambi-
1° CUOCO: Questo nostro progetto, che fra poco vi illu- no. Settecentoventi per cinquecentomilioni uguale trecento-
streremo, non solo renderà utili i bambini, ma eviterà quella sessanta miliardi, necessari per sfamare sommariamente que-
vergognosa pratica che è orribile abitudine del mondo: l’ele- ste bocche.
mosina. CHEF: Trecentosessanta miliardi di euro! Tenete ben a men-
CHEF: Forza, prendete il cartellone. te questo numero.

I cuochi tirano fuori da un baule un cartellone gigantesco. Lo appendo- 1° CUOCO (con accento inglese): Vorrei aggiungere una
no alla parete. piccola considerazione. Questi bambini non possono essere
nemmeno venduti, prima dei dodici anni non rappresentano
CHEF: Nel mondo ci sono sei miliardi e mezzo di persone. nemmeno merce vendibile o forza lavoro, il che crea ai geni-
Un miliardo e mezzo muore di fame. Se calcoliamo che di tori solo un danno e non un guadagno.
questo miliardo e mezzo, un terzo sono uomini oltre i venti Chiederei ora a lei, grande chef, di esporre umilmente la no-
anni, un terzo sono donne oltre i venti anni, rimangono mez- stra proposta che, spero, non sollevi alcuna obiezione.
zo miliardo di bambini che muoiono di fame. Bambini che

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CHEF: Mi è stato assicurato da un dotto capitalista america- TUTTI I CUOCHI: …vi stiamo proponendo…
no che un bambino, se ben allattato, all’età di un anno è il ci-
CHEF: …una materia prima rinnovabile, non è petrolio qua-
bo più delizioso, genuino e nutriente che si possa trovare sia
lunque è carne succulenta che l’uomo produrrà per sempre,
in umido, all’arrosto, al forno, lessato e non ho dubbi anche
eternamente. La nostra (guardando i tre cuochi) proposta è rivo-
al ragù. Un bambino, all’età di un anno, pesa all'incirca…
luzionaria, va ben oltre tutte le logiche post-moderne e fu-
TUTTI I CUOCHI: …dieci chili… turistiche.
A noi, a noi, ci dovrebbero dare qualche premio perché sia-
CHEF: …ma se nutrito a dovere…
mo andati oltre, la mossa del cavallo, scacco matto.
TUTTI I CUOCHI: …anche dodici.
I cuochi mimano quello che dice lo chef.
CHEF: Un bambino potrebbe essere il piatto, qualitativa-
CHEF: Ma ora immaginatevi che catene di montaggio e
mente parlando, migliore sul mercato. Tenero e reperibile su
quanto lavoro si andrà a creare, nuovi mestieri, per esempio
tutta la Terra, tipo i McDonald’s. Il prezzo sarà un po’ caro,
ammazza bambini, ingrossa bambini, produttore di bambi-
quindi adatto solo alle tavole dei padroni, che, siccome hanno
ni, sommelier di bambini, e le mamme avranno un ruolo de-
già ridotto all’osso i genitori dei bambini morti di fame, cre-
terminante e la figura della donna sarà rivalutata e probabil-
do che giustamente abbiano la priorità su queste prelibatezze
mente supererà di gran lunga quella dell’uomo. Riflettete un
che propongo. La carne di bambino sarà di stagione durante
secondo, il progetto marmocchi in soli due minuti, e dico
tutto l’anno e il prezzo scenderà nove mesi dopo la Quaresi-
due, ha cancellato disoccupazione, capitalismo ed emargina-
ma. Come ci insegna il nostro buon Dio, nel periodo quare-
zione della donna.
simale si mangia molto pesce, cibo afrodisiaco, che porterà
molti più concepimenti, che, dopo nove mesi si trasforme- Applausi dei tre cuochi.
ranno in nascite, che riverseranno sul mercato carne in ab-
CHEF: Non chiamateci sabotatori, macabri, per il nostro
bondanza. E voi mi insegnate la regola della richiesta e of-
progetto di capitalizzare la prolificità stessa dei selvaggi a be-
ferta. Più carne in giro, minore sarà il prezzo. E guarda caso
neficio delle tavole. Dicesi rivoluzione…
quando scenderà il prezzo? Sotto Natale, quando fa freddo e
bisogna nutrirsi adeguatamente e perché no, anche quando si 1° CUOCO: …etno…
festeggia e si possono preparare pranzetti a dovere. Io…
2° CUOCO: …socio…
TUTTI I CUOCHI (con tono di ammonimento): …Noi…
3° CUOCO: …culinaria.
CHEF: …vi sto proponendo…

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CHEF: Ma voi vi immaginate quanti soldi potrebbero fare i CHEF: Costolette…
genitori di questi bambini morti di fame? Ci pensate quanti
3° CUOCO: …sei euro al chilo.
soldi? Soldi che trasformerebbero il tenore di vita di miglia-
ia di mamme e papà. CHEF: Ma si potrebbero mangiare anche occhi, cervello, lin-
gua. Un bambino di dieci chili costerebbe intorno ai cento-
Il 1° cuoco si spoglia in mutande. Si infila un ciuccio in bocca. Sul suo
cinquanta euro. Soldi liquidi immediati che il papà potrebbe
corpo sono evidenziati con un pennarello alcuni punti.
gestire per comprare un pezzo di terra, una casa, un ipod.
CHEF: Ora vi faccio vedere quanto un bambino potrebbe
Il 1° cuoco sputa il ciuccio.
far guadagnare alla sua famiglia.
1° CUOCO: La novità è che del bambino non si butta nien-
Il 2° cuoco indica con una lunga stecca i punti nominati dallo chef.
te. Le ossa per esempio? Un bambino conta duecentododici
CHEF: Prosciutto di bambino… ossa. Una metà ne facciamo candele e se calcoliamo un eu-
ro ad osso abbiamo già guadagnato i primi centosei euro, le
3° CUOCO: …dieci euro al chilo.
restanti ossa invece ne facciamo manufatti: ombrelli, pettini,
CHEF: Girello… sapone, gingilli, per un guadagno intorno ai settecentotredici
euro. E immaginate quanto lavoro si creerà. Fabbriche di sa-
3° CUOCO: …undici euro al chilo. pone, pettini pregiati, ombrelli in avorio.
CHEF: Puntina… 2° CUOCO: E le interiora? Oltre a farne trippa dal costo di
3° CUOCO: …sei euro. sei euro al chilo, maciniamo il tutto e facciamo cibo per ani-
mali da allevamento, così eliminiamo la mucca pazza e tutte
CHEF: Palettina… le malattie tipo l’aviaria che si mischiano tra gli animali ma-
lati. Ma voi vi immaginate un porcellino che mangia intestini
3° CUOCO: …nove euro.
di un bel bambino grassoccio, quello il maialino si fa un bi-
CHEF: Gambetto… joux. E ci guadagniamo diciamo altri…
3° CUOCO: …otto euro. TUTTI I CUOCHI: …cinquanta euro.
CHEF: Arrosto… 3° CUOCO: I capelli? Ne facciamo filo per le sarte e ci gua-
dagniamo altri…
3° CUOCO: …tredici euro.
TUTTI I CUOCHI: …dieci euro.

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3° CUOCO: Con la pelle produciamo guanti, giubbotti e per- ri ne trarrebbero verrebbe dagli organi, ma lo sapete quanto
ché no anche scarpe caldissime e impermeabili. I dentini di- costano gli organi? Sentite un po’ le tariffe.
ventano portafortuna incastonati in oro diciotto carati e ci
1° CUOCO: Quindicimila euro cuore.
prendiamo un’altra…
2° CUOCO: Diecimila rene.
TUTTI I CUOCHI: …venti euro.
3° CUOCO: Settemila cornee.
CHEF: E infine, il pezzo grosso, i teschi di bambini, venduti
a tutti i teatranti del mondo per recitare l’Amleto. 1° CUOCO: Tremila retina.
I tre cuochi improvvisano una scenetta dell’Amleto. Il 3° cuoco inter- CHEF: E fino a un milione di euro per i testicoli che sono
preta il teschio. i più cercati. Ma diciamoci la verità: perché far morire tutti
quei poveri vecchietti miliardari americani, malati di tumore
CHEF: Signore e signori, questa sera al teatro dell’Opera di
in ogni dove, reduci dal Vietnam, ricoperti di napalm. Ma sai
Parigi, l’Amleto con teschio di bambino africano.
quanti dollari sborserebbero arabi e yankee pur di aver un bel
1° CUOCO: To be or not to be… cuoricino nuovo di zecca appena nato? E chi non vorrebbe
avere, al posto della cosiddetta guallara appesa, due belle palle
2° CUOCO: …that is the question…
turgide e sprizzanti! Così faremmo pure un bel piacere a tutte
1° CUOCO: …whether ’tis nobler in the mind to suffer… quelle donne giovanissime che vanno con i vecchi miliardari
per i soldi, almeno si fanno una trombata decente. E poi, si-
2° CUOCO: …the slings and arrows of outrageous fortune. gnori cari, questi bambini se ne fanno così tanti che cinque o
CHEF: In questo modo valorizziamo anche la cultura e per- seimila li possiamo dare anche alla ricerca, prezzo mille euro.
ché no anche il teatro che è in decadenza. Un teschio lo ven- Saltiamo le tappe, io sono un ambientalista, basta con questi
diamo sui… topolini, agiamo direttamente sugli uomini, proviamo sul tes-
suto umano, la ricerca va più veloce, magari troviamo il gene
TUTTI I CUOCHI: …centosessanta euro… che non fa più morire.
Mo guardate qua, ho tolto da mezzo commercio illegale di
CHEF: …se è senza fratture.
organi, notti in bianco, finanziamenti per la ricerca, valorizza-
TUTTI I CUOCHI: Duecento euro… zione del teatro. Ma che volete più? Io sono così geniale…
CHEF: …se è femmina, perché hanno la testa più tonda e TUTTI I CUOCHI (con tono di ammonimento): …Noi…
lucida e creano l’effetto. Ma il maggior profitto che i genito-

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CHEF: …ma così geniale che con questa idea ribalterei tut- TUTTI I CUOCHI: Zero.
to l’universo.
CHEF: Tutt’al più un po’ di latte. Guadagno?
TUTTI I CUOCHI: Ribalteremo!
TUTTI I CUOCHI: Ventimila euro.
Lo chef continua a dire che l’idea di rendere i bambini utili alla società
CHEF: Metti che una mamma cinese tiene cinque figli, a ven-
è sua. I tre cuochi si innervosiscono alle sue spalle. La tensione sale.
timila euro sono centomila euro di guadagno, niente stress,
CHEF: Quelli che mi devono appoggiare in questa mia idea niente preoccupazione, ma solo benessere e soldi per vacan-
sono i paesi del Terzo Mondo, dove ci sono più bambini ze a Dubai.
morti di fame. Io farei fare a costoro così tanti soldi che non
1° CUOCO (con marcato accento tedesco e atteggiamento
sarebbero più Terzo Mondo, ma Primo! Dopo, il sud sareb-
mussoliniano): Spiegati in termini economici PIL alle stelle.
be ricco e il nord povero. Poi ti farei vedere come al nord ri-
Qualcuno dice che questo è cannibalismo, ma io dico che è
comincerebbero a fare figli. La vera rivoluzione per la donna
solo una dieta alternativa, che rispetta gli animali liberi che
non è la carriera lavorativa, ma ritornare a fare quello per cui
non sono costretti a morire e sacrificarsi sempre loro.
è stata creata, fare i figli. Qualcuno dice che questo è un pro-
getto comunista, e tutto sommato lo è perché più soldi ce li L’atteggiamento del 1° cuoco diventa sempre più minaccioso, impugna
avrebbero i proletari, quelli con più figli. Caro Marx ti ho su- un coltello e lo sventola sotto il naso dello chef. Con violenza ruba il
perato, sei roba vecchia vicino a me. cappello dello chef.
Ma mo facciamo due conti. Dicevamo che per crescere un
bambino ci volevano nei paesi poveri settecentoventi euro 1° CUOCO: Un mio amico mi ha detto che circa venti an-
per sei anni, con una spesa complessiva di… ni fa, a Londra, arrivò un indigeno dell’isola di Formosa e
raccontò che il boia, quando uccideva il delinquente che si
TUTTI I CUOCHI: …trecentosessanta miliardi di euro. era trombato la regina, avvelenato il re, succhiato il pisello al
principe, il boia vendeva il cadavere a caro prezzo, come una
CHEF: Secondo i miei calcoli un bambino farebbe guadagna-
prelibatezza alle alte cariche dello stato. Ma vi sembra la no-
re alla propria famiglia all’incirca ventimila euro. Che molti-
stra un’idea stupida? Immaginate che profitto ne ricavereb-
plicati per mezzo miliardo fanno…
bero i ristoratori e gli osti, invece di zuppe economiche, pre-
TUTTI I CUOCHI: …dieci biliardi di euro. parerebbero sempre costosissime coscette di bambino. E im-
maginate quanti cuochi si diletterebbero a cucinare con ricet-
CHEF: Altro che paesi sottosviluppati, tra spesa e guadagno
te variopinte i bambini di mezzo mondo. Io…
non c’è paragone. Spesa?

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Gli altri due cuochi provano a dire Noi, ma il 1° cuoco li ammonisce bistecca di bambino, per i romani amatriciana al bambino,
con lo sguardo. per i torinesi agnolotti al bambino.
1° CUOCO: …siccome sono l’inventore di questa rivoluzio- Il 1° cuoco li picchia e li caccia dalla scena.
ne ho già scritto un libro di ricette. Cameriere!
1° CUOCO: Logicamente ci sono delle differenze. La car-
2° CUOCO: Comandi! ne nera come sempre è meno pregiata, ma più sostanziosa, la
gialla ricca di fibre e poco grassa, i bambini scandinavi trop-
1° CUOCO: Illustra le mie ricette.
po gelati e quindi più adatti alle scatolette, mentre quelli che
2° CUOCO (accenna ad un balletto): Fegato di marocchino meglio si adatterebbero alla cucina mondiale sono gli italia-
con tartufo bianco: far bollire per circa due ore il fegato in ni, i francesi e gli spagnoli. Mo immaginatevi paesi come il
pentola, quando l’organo ha assunto un colore violaceo, im- Congo, diventerebbero produttori mondiali di carne, Congo
mergervi anche il tartufo leggermente condito con olio extra & Co. Altro che Coca Cola col sangue dei bambini, t’inven-
vergine di oliva e un pizzico di sale. Servire il tutto con una terei certe bevande pazzesche.
spolverata di rosmarino e una scaglia di gorgonzola.
Canticchia le parole a seguire con lo stesso motivo precedentemente can-
Mentre il 2° cuoco illustra le ricette, il 3° cuoco e lo chef iniziano a bal- tato dai tre cuochi cacciati.
lare in modo strano.
1° CUOCO: Sanguinaccio, sanguinetto, sanguotto, sanguiet-
2° CUOCO: Avambraccio di bambino in salsa di liquirizia e tino, sanguese.
purè di patate. Trippa di bambino all’acqua pazza rosolata in
Entrano i due cuochi prima cacciati e lo chef. Indossano abiti militari,
melanzane e funghetti. Bistecca di bambino al sangue. Ragù
impugnano forchettoni e cucchiai al posto dei fucili. Hanno in testa sco-
di bambino. Involtini di bambino.
lapasta al posto degli elmetti.
La lista di ricette diventa un allegro motivo e anche il 2° cuoco si met-
2° CUOCO: Ammutinamento!
te a ballare.
CHEF: Libertà ai fornelli!
2° CUOCO: Carne macinata di bambino, spiedini di bambi-
no, salsicce di bambino, pancetta di bambino, salame di bam- 3° CUOCO: Impugniamo i coltelli!
bino, prosciutto crudo e cotto di bambino, cotechino di bam-
Inizia una violenta colluttazione, il 1° cuoco viene legato con una cor-
bino, cordon bleu di bambino, sofficini di bambino e polpet-
da, lo chef gli piazza in bocca una mela. Il 2° cuoco prende il comando
te di bambino. E per gli amanti dei cani anche crocchette di
indossando il cappello da chef.
bambini. Per i napoletani pizza al bambino, per i fiorentini

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2° CUOCO: Dove eravamo rimasti? Ah, ecco, il problema Molti non sono d’accordo con la nostra proposta, dicono
della carne. Il problema della carne di bambino è che subito sempre e cosa faremo con i bambini oltre i dieci anni, con
deve essere consumata e non è molto adatta all’esportazione, quelli che non sono stati ammazzati prima della vostra gran-
se non sotto sale o sott’olio (dà uno schiaffo al 1° cuoco). Io ho de invenzione, che fine faranno, eh? Quelli che sono malnu-
già preso contatti con Burger King (dà uno schiaffo al 1° cuoco), triti, i quindicenni troppo magri che fine faranno? Certo non
che acquisterebbe in esclusiva, al posto delle chele di gran- possono mica diventare succulente bistecche fiorentine, pe-
chio, manine di bambino da sgranocchiare dolcemente (dà uno rò un’utilità la tengono pure loro. Questi quindicenni, sicco-
schiaffo al 1° cuoco), azzannare con cautela (dà uno schiaffo al 1° me hanno la carne troppo dura a causa dell’esercizio fisico,
cuoco) inoltre venderebbe in barattolini da cento grammi piedi- potrebbero essere venduti alle riserve naturali, dove i grandi
ni sotto aceto (dà uno schiaffo al 1° cuoco). Vedete penso a tutto, signori miliardari vanno a caccia.
ho già una distribuzione mondiale (dà due schiaffi al 1° cuoco).
Il 3° cuoco e lo chef improvvisano una battuta di caccia.
A questo tipo di cucina però dovremmo sottrarre diversi
bambini. I finti grassocci, ovvero quelli con il pancione gon- 2° CUOCO: Certo il guadagno non sarebbe molto, duecento
fio d’aria. euro per ogni ragazzino che diventa selvaggina, ma comun-
que è una minima entrata per la famiglia. Uccidere un ragaz-
3° CUOCO e CHEF: Puà!!!
zo è una soddisfazione di gran lunga superiore che ammaz-
2° CUOCO: Quelli che per fame sniffano colla. zare un coniglio. Immaginatevi il miliardario che cerca di sco-
vare il ragazzino nudo nella sua tana, è lì tra gli alberi, ecco-
3° CUOCO e CHEF: Puà!!!
lo l’ho visto. Bum. Dritto in fronte. Magari dopo lo lascia al
2° CUOCO: E quelli che si nutrono di escrementi animali. cane. Alla fine a questi ragazzi gli evitiamo una vita di sacri-
fici e delusioni.
3° CUOCO e CHEF: Puà, puà, puà!!! Non so, cari commensali, se siete d’accordo con me, ma io
2° CUOCO: Questi bambini non li possiamo cucinare per credo che in questo modo anche nelle famiglie ci sarebbe più
legge, per la tutela della salute del consumatore e per il presti- amore, immaginatevi una coppia in dolce attesa…
gio dei nostri prodotti. Anche le cubane non possono essere Lo chef e il 3° cuoco si abbracciano.
cucinate. Le bambine cubane sono pericolose. Hanno varie
parti del corpo, giù in basso, come dire… consumate dal turi- 2° CUOCO: …si amerebbero di più pensando ai ventimila
smo col servizio in camera. Per questo sono al palato sgrade- euro. Il marito non si sognerebbe mai di picchiare la moglie
voli. Non fate i furbi, non è che per imbrogliare fate come fan- rischiando l’aborto e nemmeno di abbandonarla e di creare
no nei ristoranti cinesi, chiedi il coniglio e ti danno il gatto?! così il problema delle ragazze madri. Il marito tratterebbe la

214 215
moglie come una scrofa che aspetta un maialino. Dall’ute- vo con mia madre per Dublino a fare l’elemosina, seduti sui
ro non usciranno più bimbi ma soldi. E poi con questo si- marciapiedi con stracci per vestiti.
stema possono fare tutte le guerre del mondo, attentati, ae-
1° CUOCO: Me la ricordo l’Irlanda, io a sei anni che già ru-
rei dirottati, muoiono trecento bambini, non fa niente, più
bavo i portafogli, mio padre ubriaco che scopava mia sorel-
carne per tutti.
la di undici anni.
Dico questo per il bene della nazione, della collettività e del
mondo intero. Il problema sono i politici e i loro partiti, che 2° CUOCO: Bella l’Irlanda, belle le camice sempre stirate de-
non capiscono niente, dicono sempre che non sono d’ac- gli inglesi e mia mamma con le mani sanguinanti.
cordo, che questo è contro la Dichiarazione Universale dei
Diritti del Fanciullo, ma andassero a chiederlo ai bambini 3° CUOCO: Ah, le serate a Natale, quando avevamo tre pi-
dell’Uganda se preferiscono campare così o diventare pre- selli a testa!
stigiosi piattini parigini. Questo è un progetto mondiale! Ma CHEF: I pomeriggi a giocare nei tombini…
i governi non capiscono, sono stupidi, annebbiati, rinchiusi
nelle gabbie papiste. 1° CUOCO: …a lanciarci merda di cani.
A noi ci hanno cacciato. Hanno detto…
2° CUOCO: Ah, se mi avessero ammazzato a un anno, paf-
3° CUOCO: …banda di mangiabambini… futello, dentro al forno, insieme alle patate, oggi non sarei qui
a cucinare bambini.
CHEF: …luridi cuochi spregevoli.
Il 1° cuoco riesce a slegarsi.
1° CUOCO: Noi, Corte Suprema d’Irlanda, lecca culo degli
inglesi, vi esiliamo.
2° CUOCO: A noi, a noi i più grandi cuochi di Dublino, a
noi esiliate!
3° CUOCO: Hanno risposto sì drappieri, sì lava pentole, sie-
te esiliati.
Si tolgono tutti i cappelli e si mettono in riga a proscenio.
CHEF: Mi ricordo dell’Irlanda, quando a quattro anni anda-

216 217
Postfazione
L’energia creativa della penna

Questo libro è un’ottima raccolta di racconti brevi, che ho


letto d’un fiato gustandomi ogni passaggio e ogni ambien-
tazione. E non ci sarebbe da dire nient’altro per presentar-
lo. Ma c’è tanto da dire su quello che c’è attorno al libro, sui
ragazzi che lo hanno prodotto e sognato assieme, sulla vita
nel quartiere napoletano di Scampia, che spesso costringe a
fuggire, a volare con la fantasia, a trovare nelle parole e nello
scritto quello che spesso si cerca invano per strada.
È un libro che ha pagine fatte di sangue come inchiostro
e di memoria come carta su cui appoggiare le parole per non
farle cadere nel vuoto.
Il sangue è quello di Antonio, un ragazzo di 25 anni uc-
ciso dalla camorra durante una faida. La memoria è quella di
suo cugino Rosario e di altri ragazzi come lui, che hanno tra-
sformato questo episodio di morte in uno strumento di vi-
ta, l’associazione Voci di Scampia nata per ricordare Antonio
e per guardare al futuro senza paura.
Questi ragazzi hanno deciso di non fare le valige, questi
ragazzi hanno deciso di restare, ma soprattutto di lavorare sul
territorio, aprendo a Scampia una casa editrice. Per me è un

218 219
grande onore scrivere la postfazione del loro primo libro, che beto di orrore impastato a speranza che accomuna i soprav-
non a caso si chiama “Mostri”. Le mostruosità di questi rac- vissuti di tutte le guerre e chi vive in terra di camorra è in uno
conti servono a combattere i mostri generati dal sonno della stato di guerra permanente.
ragione, quel torpore mentale, morale e spirituale del mondo Sono racconti disperati che trasmettono speranza, scon-
adulto, che ha spinto questi ragazzi a scrivere e stampare libri figgendo la banale violenza della spada con l’energia creati-
per tenersi svegli, per non mollare, per non abbandonarsi alla va della penna.
morte interiore del “tanto che posso farci”. La via d’uscita ai mali del mondo descritti in questo libro
La cooperativa editoriale che nasce attorno a questo libro è non la troverete nelle parole dei racconti, ma nella decisione
uno schiaffo in faccia alla cultura dominante che toglie sogni di scriverle. Scrivere è una potentissima e liberatoria terapia
e prospettive, uno scatto d’orgoglio verso chi vorrebbe obbli- di guarigione dall’angoscia, dalla paura e dalla disperazione, e
gare questi ragazzi a scegliere se farsi sfruttare da una azienda a volte questa terapia passa proprio attraverso la scrittura di
o dalla malavita, un gesto concreto per dimostrare che si può racconti angoscianti, impauriti e disperati. Anche immersi nel
essere liberi e onesti camminando sulle proprie gambe grazie male si può sempre scegliere di raccontare il male che ci av-
al potere delle parole. volge, e già questo è sufficiente per tenerlo a distanza, impa-
Sostenere i giovani che costruiscono lavoro è la vera vitto- rando a guardarlo negli occhi senza mai farsene contamina-
ria contro le mafie, e la vittoria è doppia quando questo lavoro re. È questa la grande lezione di vita che questo libro ci tra-
è capace di produrre cultura, pensieri, emozioni, consapevo- smette con messaggi e significati che vanno al di là del senso
lezza e cambiamento, tutte cose che questo libro è stato capa- di ogni singolo episodio narrato.
ce di far nascere in me ancora prima della sua pubblicazione. È un libro che mi ha sorpreso come un fiore nel deser-
La letteratura del nostro tempo non cercatela nei pompo- to, un grande regalo fatto al mondo da chi ha deciso di stam-
si premi letterari o nelle classifiche dei best-seller: io l’ho tro- parlo e di “liberarlo” con una licenza di utilizzo che non lo
vata nel cuore di questo libro di periferia e nella voglia di re- rinchiude nella gabbia del copyright tradizionale, e permette
sistere di questi giovani editori. Se “Mostri” riesce a parlare a chiunque di utilizzare come strumento di cultura un testo
di guerra, accompagnando il lettore nella violenza che afflig- che per questo piccolo gruppo di editori esordienti sarà an-
ge Cina, Iran, Afghanistan, Russia, Jugoslavia, Sierra Leone, che una fonte di guadagno, da reinvestire nei loro sogni per
Bosnia, Pakistan, Cile, Niger, Somalia e territori occupati pa- farli diventare realtà.
lestinesi, è perché c’è voglia di riscatto, rivincita, cambiamen- Oggi più che mai c’è bisogno nel mondo di gente convin-
to, nelle mani di chi scrive e produce questo libro. Questi ra- ta che lo scopo di un libro sia quello di farsi leggere e non di
gazzi, l’assurdità delle morti violente che “Mostri” racconta, fare soldi, e questi ragazzi/editori lo sanno benissimo, spin-
l’hanno guardata negli occhi, imparando a leggere quell’alfa- ti come sono dalla loro insopprimibile esigenza di gridare

220 221
dai tetti di internet la loro rabbia per tante ingiustizie note,
ma sconosciute, censurate dal nostro disinteresse, dalla no-
stra fretta e dalla nostra passività nel consumare informazio- La Storia
ni predigerite che fanno annegare la conoscenza in un mare
di notizie inutili.
Per tutte queste ragioni, e per la voglia di leggere il prossi-
mo libro di questa collana, auguro ai ragazzi di Voci di Scampia
di trovare il successo che meritano, incontrando un pubblico
di lettori capace di apprezzare la ricchezza interiore, l’umani- La storia non si snoda
tà e l’onestà che in libreria sono una merce sempre più rara. come una catena
In bocca al lupo a loro e buona lettura a noi. di anelli ininterrotta.
Carlo Gubitosa In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.

222 223
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta. Elenco dei coeditori grazie ai quali è stato possibile
La storia non è poi realizzare questo libro.
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto Agnellini Luca, Ambrosino Luna, Angela Emanuele, Are-
di notizie, non compie tutte le sue vendette. na Matteo, Associazione A.M.A., Associazione Acmos, As-
La storia gratta il fondo sociazione Chi rom… e chi no, Associazione Giochimpa-
come una rete a strascico ra, Associazione No Mafie, Associazione Terra del Fuoco,
con qualche strappo e più di un pesce sfugge. Associazione Voci di Donne, Associazione Wo(r)ld, Aver-
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma sa Alfonso, Balsofiore Silvia, Bassetti Andrea, Bassetti Mi-
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice. lena, Bertino Adalgisa, Biblioteca “Città Studi” di Biella, Bi-
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato. blioteca “Rosalia Aglietta Anderi” di Biella, Biblioteca Ci-
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui. vica Comunale di Biella, Bifulco Aldo, Boccalon Luciano,
Bonicatti Maria Luisa, Borgia Vittorio, Bosco Sara, Bottino
Eugenio Montale
Claudia, Buffa Gianluca, Caligaris Andrea, Cappuccio Re-
nata, Carambia Roberta, Cascini Vincenzo, Castellano Gior-
gio, Centro Territoriale Mammut, Ceresa Chiara, Checcuc-
ci Agnese, Checcucci Serena, Chiarini Andrea, Cillerai Fran-
cesco, Cipolat Domenico, Collovà Francesca, Comunità dei
Tessitori di Torino, Consulta scuole superiori di Biella, Cor-
radini Cristina, Corradini Francesca, Cortella Gabriele, Co-
senza Monica, Cossavella Eleonora, De Ambrogio Martina,
De Lima Rita, De Maria Marika, Declich Roberto, Della Val-
le Elisabetta, Di Gregorio Paolo, Di Matteo Matilda, Diado-
ro Mario, Dovenna Sara, Ferrari Irene, Ferrari Paolo, Fidan-

224 225
go Roberto, Filiberti Fabrizio, Fino Ignazio, Folk Road (Be- la, Trapani Flavia, Trento Mariella, Valletti Fabrizio, Vanoli
nenati Francesca, Drago Anais, Greggio Gabriele, Greggio Cristina, Vitiello Giuseppe, Zampetti Biagio, Zanetta Chia-
Maurizio, Franzoni Alessandro), Gambaro Francesca, Gangi ra, Zummo Andrea.
Dino Filippo, Garlanda Stefano, Garzotto Maria Elena, Ge-
lardi Mario, Gelovizza Gabriella, Gioda Daniela, Gionta Ma-
rianna, Giorgio Francesco, Gobbi Stefano, Gorlero Silvana,
Iorio Aurora, Ivaldi Mauro, La Magna Mirella, La Terra Lia,
Laganà Maria Carmela, Lannino Francesco, Lombardo Jes-
sica, Lucarelli Daniela, Luciani Carla, Lupi Francesco, Maf-
fia Corrado, Mancini Andrea, Mancini Pamela, Marsano Lu-
igi, Marucco Paolo, Mattiello Davide, Mignemi Niccolò, Mi-
lozzi Giulia, Milozzi Marco, Miola Giorgio, Mostardi Erne-
sto, Naglein Franco, Nota Elena, Oberosler Marco, Odoma-
ro Ferruccio, Odomaro Luciano, Olia Manuela, Osenda Ma-
rina, Osenda Paola, Paliotti Genoveffa, Palumbo Lorella, Pa-
lumbo Patrizia, Papi Livia, Pezzotti Valeria, Pianese Anna,
Piazza Cristina, Piermartire Marina, Pignataro Martina, Pin-
nisi Gianluca, Pitacco Giorgio, Presidio di Libera “Barba-
ra Rizzo” di Biella, Presidio di Libera “Rita Atria” di Chie-
ri, Presidio di Libera “Springer – Azoti” di Biella, Prolo Gio-
vanna, Radiosca, Rapè Aldo, rappresentanti d’istituto d’istru-
zione superiore “Rubens Vaglio” di Biella, Rippa Marina, Ri-
spoli Francesca, Romagnoli Clara, Romano Elio Rocco, Ron-
goni Andrea, Rosano Carmelo, Rosin Federica, Rossi Dome-
nico, Rossi Giuseppe, Ruzzier Giorgio, Saglio Costanza, Sal-
vatori Marisa, Sanges Gennaro, Santanelli Paolo, Santarelli
Giuseppe, Saporito Annarita, Sarno Diego, Scalamera Pao-
lo, Scarpa Giulia, Scorzato Stefano, Sette Leonardo, Soudaz
Costantino, Stranisci Marco, Suma Simone, Tamagnini Da-
vide, Tommasini Massimo, Tonon Marco, Trapani Emanue-

226 227
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FILMOGRAFIA SITOGRAFIA

Amistad, regia di di Steven Spielberg (1997) www.peacereporter.net


Bordertown, regia di Gregory Nava (2007) www.remembersarowiwa.com
Enron, l’economista, regia di Alex Gibney (2005) www.greenpeace.it
Fahrenheit 9/11, regia di Michael Moore (2004) www.emergency.it
Hotel Rwanda, regia di Terry George (2004) www.peacelink.it
Il più crudele dei giorni, regia di Ferdinando Vicentini Orgna- www.obiezione.it
ni (2003) www.amnesty.it
Il segreto di Vera Drake, regia di Mike Leigh (2004) www.lav.it
L’ultimo re di Scozia, regia di Kevin Macdonald (2006) www.petatv.com
La città di Dio, regia di Fernando Meirelles (2001) www.tmcrew.org
La masseria delle allodole, regia di Paolo Taviani, Vittorio Ta- www.parada.it
viani (2007) www.nigrizia.com
Lettere dal Sahara, regia di Vittorio De Seta (2006) www.hrw.org
No man’s land, regia di Danis Tanovic (2001) www.libera.it
Pa-ra-da, regia di Marco Pontecorvo (2008) www.cnms.it
Persepolis, regia di di Marjane Satrapi (2008) www.barbiana.it
Salvador Allende, regia di Patricio Guzmán (2005) www.fairtradeitalia.it
The Corporation, regia di Mark Achbar, Jennifer Abbott, Joel www.bancaetica.com
Bakan (2004)
www.decrescita.it
Train de Vie, regia di Radu Mihaileanu (1998)
www.arcoiris.tv
Vai e vivrai, regia di Radu Mihaileanu (2005)
Valzer con Bashir, regia di Ari Folman (2008)

230 231
Indice

232 233
Libera la parola! 11
Defrag, ovvero introduzione e ringraziamenti 17

Ride e spara 23
Addio Tobia 25
Short DragonTooth 29
Vomitando l’anima 32
Dieci righe di razzismo 35
Amen e Amin 36
Il pozzo e la luna 40
Il kamikaze di Najaf 44
Discorso all’umanità
di Charlie Chaplin 46
11 settembre 49
Radio Sarajevo 56
23 marzo 2271 59

234 235
Romario de Souza Faria 61 Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione
del Congresso americano sugli immigrati italiani
Nel buio 65
negli Stati Uniti, ottobre 1912 147
Rainbow Warrior 68
Kubark 149
L’errore di Cristo 73
Sharon majnoon 155
K19 76
Giallo come Buddha 160
Corro perché non so camminare 82
Il fantasma Abu 165
Issa 84
Tv6 169
Il cielo di Palestina
Spermatozoi in fuga 174
di Carlo Cerciello 88
Ti amo Fouad 179
Ad Extirpanda 95
Il ministro del bavaglio 186
Don’t forget 105
La bambina che non c’è più
Intifada 110
di Maddalena Stornaiuolo 193
Un pò più in là 111
L’inizio 196
L’appuntamento con la celebrità 116
Una modesta proposta 199
Fra poco morirò 120
L’energia creativa della penna 219
Risposta alla domanda: Che cosa è l’illuminismo?
di Immanuel Kant 125 La Storia
di Eugenio Montale 223
È polvere negli occhi 129
Elenco dei coeditori 225
Neve nera 133
Bibliografia 228
Don’t want to close my eyes 136

236 237
Filmografia 230
Sitografia 231

238 239
Finito di stampare
nel mese di giugno 2010
da Arti Grafiche Zaccaria

Stampato su carta riciclata al 100%


Per realizzare questo libro non è stato necessario abbattere nessun albero

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