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di Claudio Canal

da Il Manifesto, 1992

Non sono un medievista né un latinista né uno specialista di


alcunché. Sono però un esperto di "emigranea", come la
chiamava la bella statuina che voglio evocare, Ildegarda di
Bingen, signora badessa di alcuni monasteri tra le valli del
Reno, in Germania, nata nel 1098 e morta nel 1179. "Io
sono sempre in trepidazione e timore, perché so di non
avere in me stessa sicurezza di potere alcunché; ma offro a
Dio le mie mani, perché come una penna, che è priva di ogni
forza e peso e vola portata dal vento, egli mi sostenga ... Fin
dall'infanzia... ho sempre avuto nell'anima queste visioni; in
queste visioni la mia anima, come piace a Dio. ascende fino
agli estremi del firmamento e segue le correnti di venti
diversi, e si espande fra diverse genti, per quanto lontane e
sconosciute ... posso dire soltanto che le vedo nell'anima, e
che i miei occhi esteriori sono aperti, cosicché mai in esse ho
subìto il mancamento dell'estasi; io le vedo di giorno e di
notte, ma sempre da sveglia. E sempre sono oppressa dalle
infermità, e spesso soffro così gravi dolori, che mi pare che
minaccino di uccidermi; ma fino ad oggi Dio mi ha guarita"

Dolorante, ma non addolorata. Nessuna


noche obscura, nessun annientamento
dell'io né mistici godimenti. Una visione di
conoscenza, invece, l'ombra colorata di
una luce vivente che illumina la
comprensione e la spiegazione. In questo,
pulzella anche lei come quella di Orléans
tre secoli dopo. Visioni che contengono un messaggio che
deve essere divulgato al mondo e riguarda le vie di Dio per
la salvezza dell'uomo e del creato. Ma come può una
creatura incolta e per di più donna prendere la Parola, come
può superare la sfiducia in se stessa in una società
patriarcalmente gerarchica? Appellandosi ad una Voce
autorevole, diventando Profeta: "Passata la giovinezza,
giunta all'età della maturità, udii una voce dal cielo che mi
diceva…scrivi ciò che hai visto e udito".

Gli specialisti ritroveranno nelle visioni e nei dolori di


Ildegarda l'aura dell'emicrania, con le sue alterazioni visive e
di coscienza, confortando il nostro moderno scetticismo e
nobilitando le turbolenze craniche di noi emicranici incalliti e
senza visioni. Esploratrice dei segreti di Dio, li racconta nei
suoi libri, nelle predicazioni e nelle lettere. Non vive isolata e
in preghiera nel monastero di Disibodenberg e poi di
Rupertsberg. Corrisponde con papi, arcivescovi, signori,
semplici monache, intellettuali tedeschi e parigini. Incontra
Federico Barbarossa, scrive a Bernardo di Chiaravalle. Visita
monasteri e città, predicando pubblicamente come a
nessuna donna, dopo di lei, sarà più concesso nella chiesa
cattolica. "Ricevetti l'intelligenza dei sensi dei Santi Libri, dei
Salmi, dell'Evangelo e degli altri libri cattolici dell'Antico e del
Nuovo Testamento". Discute della trinità, di papato ed
impero, di mondo e di creazione. "Così la visione mi insegnò
e mi rese capace di spiegare tutto ciò che Giovanni aveva
scritto nel suo vangelo sul principio dell'attività creatrice di
Dio. E mi resi conto che questa spiegazione doveva essere
l'inizio di una nuova Scrittura, che non era stata ancora
rivelata, nella quale si sarebbero dovute cercare molte
spiegazioni dei divini misteri della creazione".

La creazione, la sua bellezza fisica e sensibile, la creatura


umana. I suoi legami con il cosmo sono identificati da una
vibrazione costante in armonia con la natura. Ne scrive in
alcuni libri spiegando le piante, gli elementi dell'universo, la
sessualità umana. "Quando una donna fa l'amore con un
uomo, una sensazione di calore nel suo cervello, che porta
con sé il piacere dei sensi, comunica il gusto di quel piacere
durante l'atto e richiama l'emissione del seme dell'uomo".
Sorella Ildegarda analizza limpidamente sessualità e
riproduzione, senza sconvolgere il quadro gerarchico
ricevuto da quella grande macchina simbolica che è la chiesa
medievale, e le "causae et curae" vengono da lei descritte
con puntigliosa probità. Superiora e fondatrice di un
monastero di donne, Ildegarda non predica ascetismi e
mortificazioni, vuole che le sorelle non rinuncino alla bellezza
del corpo e vestano come autentiche spose di Cristo.
Soprattutto che siano ripiene di musica. Perché
"symphonialis est anima", l'anima è musicale e Ildegarda
riscrive la storia cristiana della salvezza secondo una propria
teologia della musica che dovrebbe piacere a Sun Ra e alla
sua Arkestra. La caduta di Adamo ha rotto l'incantesimo di
voci e di suoni e gli umani oggi ne hanno solo un vago
ricordo e una marcata nostalgia.
Il respiro che ci serve per cantare è un soffio che deriva
dallo Spirito e in una nuova economia spirituale il canto è la
perfetta integrazione degli elementi umani con quelli divini.
E' immorale essere non musicali. Quando le autorità
ecclesiastiche di Magonza colpirono con l'interdetto il
monastero perché aveva dato sepoltura ad uno scomunicato
che le monache ritenevano che si fosse alla fine riconciliato
con Dio, Ildegarda protesta vibratamente, non tanto per la
sospensione della comunione eucaristica, quanto per
l'imposizione del silenzio. Non si possono tacitare le voci che
cantano in bellezza la lode di Dio. Farlo significa creare
un'artificiale separazione tra cielo e terra e la creazione
smetterebbe di essere quella sinfonia dello Spirito che invece
è. L'anima del canto è nella terra e il signore della danza sta
nei cieli.

Mi piace immaginare Ildegarda con una tenera voce blue e le


sorelle un po' lunari e un po' vibranti mentre nel mattino
intonano una nuova musica. Tromba di Dio diceva di se
stessa ed esplorava le sonorità della lode componendo
musica. Se si esclude una canzone della trobairitz Contessa
di Dia e la ricca produzione di Kassia, monaca bizantina, le
sue musiche sono le uniche che ci siano rimaste di una
donna del medioevo. Una settantina di canti e il primo
dramma allegorico della Letteratura occidentale, Ordo
Virtutum. Li chiama sinfonia dell'armonia delle celesti
rivelazioni, espressione di una vox inaudite melodie, come
scriveva Volmar, il suo segretario.

I testi sono all'altezza della vocazione visionaria di


Ildegarda, sibillini, riverbero di echi lontani, in una forma
totalmente libera da regole metriche, immaginistica e
irregolare, come è difficile trovare nella produzione
contemporanea. In essi è riversato tutto il linguaggio
sapienziale che anima lldegarda, in cui Maria è anche la
Terra e Adamo l'Uomo cosmico.
Ma la voce di Ildegarda non resta sulla carta, torna come
nostra archeologia sonora a riaprire la questione della
musica specchio o profezia. Tecnicamente colonna sonora di
un monastero femminile renano del dodicesimo secolo, i
canti di lldegarda sono pieni dell'ambiguità di ogni musica.
Cantano l'ordine simbolico di una società rigidamente
gerarchica e il tragitto soggettivo ed autonomo di una donna
che da questa gerarchia esce a modo suo. Materia sonora
che sta contemporaneamente nel medioevo e tra di noi. Già
allora in bilico tra retroguardia e avvenirismo. Siamo ancora
lì a cercare di capire dove finisca il canto del potere e
l'annuncio di liberazione. Dove la ripetizione e dove la
composizione. Ildegarda per staccarsi dalla sonorità dei
poteri aveva creato anche una Lingua Ignota, un repertorio
di parole con un nuovo alfabeto che travestiva il bisogno di
una comunicazione a parte. Un linguaggio e una scrittura per
iniziati, un codice per una comune di donne che sa di stare
dentro e fuori del suo tempo. Ritorno al presente. Dove
stanno le lldegarde oggi? C'è un rumoroso silenzio nella
musica del mondo che potrebbe metterci a tacere.

Ma c'è anche chi prende fiato, chi cerca lo scarto necessario


per le proprie visioni in musica. Badesse del suono o fragili
monache della melodia. Poteva essere "Too close to Heaven"
di Mahalia Jackson o il "Kozmic blue" di Janis Joplin, può
essere "Incosciente colectivo" di Mercedes Sosa o "Non ho
più voglia di dormire" di Chaba Fadela, algerina, o i canti
delle pietre di Kamila Jubran, palestinese.

Può essere il sonoro dei sogni di redenzione non ancora


estinti.