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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 8 marzo 2013, n.

5845

MASSIMA
1. Non essendo l'avviamento un bene compreso nell'azienda, e del quale si possa
ipotizzare un vizio nel senso in cui tale nozione intesa nell'art. 1490 c.c. in tema di
vizi della cosa venduta, ma soltanto una qualit immateriale dell'azienda, che pu
essere dedotta in contratto e dar luogo alla fattispecie d'inadempimento descritta
nell'art. 1497 c.c. in tema di mancanza di qualit promesse, la sua mancanza, o il suo
valore inferiore alle pattuizioni del contratto non sono oggetto della speciale garanzia
per vizi della cosa venduta prevista dalla legge e non possono essere poste a
fondamento
di
un'azione
di
riduzione
del
prezzo.
2. Le ipotesi rispettivamente previste degli artt. 1490 e 1497 c.c. differiscono perch i
vizi, di cui all'art. 1490 c.c., attengono a imperfezioni del procedimento di produzione,
fabbricazione e formazione della cosa venduta, che la rendono inidonea per l'uso al
quale era destinata o ne determinano un'apprezzabile diminuzione di valore, mentre
la mancanza delle qualit promesse o essenziali, di cui all'art. 1497 c.c., implica che la
cosa venduta debba considerarsi come appartenente, per la sua natura, per gli
elementi che la compongono o per le sue caratteristiche strutturali, a un tipo diverso
ovvero a una specie diversa da quelli dedotti in contratto nella comune intenzione
delle parti, secondo la finalit del negozio.

CASUS DECISUS
La controversia verte sull'esecuzione di una compravendita di azienda di autorimessa,
lavaggio e officina, intervenuta il 28 novembre 1990 tra la Primo Gruppo di Minutoli &
C. s.a.s., venditrice, e il signor F..P. , acquirente. Questi si oppose al decreto
ingiuntivo emesso dal Presidente del Tribunale di Genova, a favore della societ
venditrice, per il pagamento del saldo di L. 30.000.000, allegando che: - la societ
aveva dichiarato di essere in regola con il pagamento dei canoni di locazione; - il
giorno 1 dicembre 1990 essa, avendo comunicato alla locatrice l'intervenuta cessione,
aveva preteso il pagamento della cauzione versata alla societ 5 Maggio s.r.l.
proprietaria dei locali, maggiorata degli interessi convenzionali; - la societ non aveva tuttavia pagato il canone riguardante il periodo 1 marzo - 15 ottobre 1990, e la
proprietaria aveva incamerato la cauzione, chiedendone al cessionario la
reintegrazione; - l'azienda non aveva avviamento commerciale, per essere rimasta
chiusa tra marzo e ottobre di quell'anno, circostanza dolosamente sottaciuta dalla
venditrice. L'attore chiese in via riconvenzionale la riduzione del prezzo e la riduzione
della
corrispondente
parte
del
prezzo
gi
pagato.
2. Il Tribunale respinse l'opposizione al decreto e la domanda riconvenzionale del P. .
Con sentenza 10 marzo 2006 la Corte d'appello di Genova, accogliendo le domande
del P. , in riforma della sentenza di primo grado ridusse da L. 70.000.000 a L.
30.000.000 il prezzo della cessione d'azienda. La corte consider che, secondo
l'espressa previsione contrattuale, il prezzo s'intendeva comprensivo del solo
avviamento, venendo l'azienda trasferita priva di arredi, attrezzature e merci, sicch
la chiusura per il periodo marzo - ottobre 1990, dovuta all'indisponibilit del
necessario certificato di esistenza di prevenzione incendi, aveva ridotto a livelli minimi
quell'avviamento commerciale che esauriva il valore dell'azienda ceduta; la situazione
era stata occultata al P. in sede di visita preventiva al locale con la mendace
affermazione che il locale era rimasto chiuso per una ventina di giorni. La pendenza di
un'intimazione di sfratto per morosit nei confronti della societ cedente riguardo ai
locali aziendali incideva sul sinallagma del contratto, e aveva costretto il P. a stipulare
una nuova locazione, privandolo della successione nel contratto di locazione
precedente e rendendo ingiustificato il pagamento alla societ cedente
dell'ammontare del deposito cauzionale. I vizi del bene venduto inerivano a elementi
essenziali
dell'azienda,
riducendone
in
modo
apprezzabile
il
valore.
3. Per la cassazione della sentenza, non notificata, ricorre la societ soccombente per
nove
motivi.

Il P. resiste con controricorso e ricorso incidentale


Al
ricorso
incidentale
resiste
la
societ
La difesa di F..P. ha depositato memoria.

con un
con

unico motivo.
controricorso.

TESTO DELLA SENTENZA


CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 8 marzo 2013, n.5845 Pres. Rordorf est. Ceccherini
Motivi della decisione
4. Con i primi due motivi del ricorso principale, vertenti sulla natura dell'avviamento e
sulla sua rilevanza nella vendita di azienda, si censura l'impugnata sentenza per
violazione degli artt. 2555, nonch 1490 e 1492 c.c.. Si sostiene che l'azienda un
complesso di beni organizzati per l'esercizio dell'impresa, e l'avviamento non ne un
elemento, tanto meno essenziale, ma solo una qualit eventuale, che non pu essere
trasferita autonomamente dall'azienda. I due corrispondenti quesiti vertono sul punto
che l'avviamento non un elemento costitutivo essenziale dell'azienda (primo
quesito), e che, in quanto qualit della cosa venduta, esso non rileva per la riduzione
del prezzo per vizi della cosa, a norma degli artt. 1492 e 1490 c.c..
5. I due motivi, intrinsecamente collegati, devono essere esaminati insieme,
traducendosi nella censura di falsa applicazione dell'actio quanti minoris (art. 1492
c.c.) alla vendita di azienda, per la mancanza o il modesto valore dell'avviamento,
trattandosi di fattispecie non qualificabile come vizio della cosa venduta (art. 1490
c.c.).
La questione sottoposta all'esame della corte costituita dall'esatta qualificazione
dell'avviamento, quale presupposto per la corretta identificazione del rimedio
esperibile nel caso di compravendita dell'azienda che ne risulti priva, in tutto o in
parte.
5.1. Sul primo punto, appena il caso di ricordare che la nozione di avviamento,
sebbene d'indubbia rilevanza giuridica per essere considerato a effetti diversi da
numerose disposizioni di legge, non definita nel codice civile, mentre lo quella di
azienda, intesa come complesso dei beni, organizzati per l'esercizio dell'impresa, dal
quale l'avviamento inseparabile. L'azienda suscettibile, com' noto, di costituire in
quanto tale l'oggetto di negozi giuridici, di trasferimento della sua titolarit o del suo
godimento, al pari dei singoli beni che la compongono; ma una consolidata
giurisprudenza, risalente nel tempo (Cass. 7 giugno 1947 n. 873), esclude una tale
possibilit per l'avviamento.
Si ritiene comunemente, infatti, che l'avviamento commerciale, consistente
nell'attitudine dell'azienda a produrre utilit economiche, costituisca una qualit o un
modo di essere dell'azienda medesima, inconcepibile come avulso da essa e
insuscettibile di rapporti giuridici separati (Cass. 18 giugno 1980 n. 3680). Ci non
contraddetto dalla circostanza che l'avviamento un valore economico ben
determinabile, sicch pu avere e, di fatto, ha di frequente una specifica
rappresentazione contabile nel bilancio dell'impresa, dove pu concorrere a definire lo
stato patrimoniale, costituendo una singola posta d'immobilizzazione immateriale. La

capitalizzazione una possibilit che l'avviamento condivide con beni immateriali,


come i marchi e i brevetti, ma anche con altri valori, quali alcuni costi (d'impianto,
d'ampliamento, di ricerca, di sviluppo e di pubblicit: art. 2424 c.c.) che certamente
non sono dei beni, vale a dire delle cose (seppure immateriali) che possano formare
oggetto (separato) di diritti, secondo la definizione dell'art. 810 c.c. Ne consegue che,
all'interno dell'azienda, l'avviamento non si pone come un bene accanto a tutti gli altri
e a essi intrinsecamente omologo, ma esprime un plusvalore nascente dall'insieme di
tutti i beni aziendali, in quanto organizzati per l'esercizio dell'impresa. Esso ,
dunque, una qualit immateriale dell'azienda, al cui valore concorre in modo
aggiuntivo rispetto agli altri beni, nel senso che nasce dalla loro stessa
organizzazione, sicch a differenza di questi non potrebbe essere considerato
indipendentemente dall'azienda. L'insegnamento di questa corte, al riguardo, ben
sintetizzato da Cass. 29 dicembre 2010, n. 26299, in motivazione, laddove si ricorda
che l'avviamento, pur avendo un valore patrimoniale iscritto in bilancio, non n un
bene n un diritto, bens la qualit dell'azienda di dare profitti.
Occorre aggiungere che si tratta di qualit dell'azienda non essenziale, non potendosi
negare l'esistenza di un'azienda, e la sua idoneit a divenire oggetto di negozi
traslativi, sol perch priva del valore di avviamento.
5.2. Le considerazioni che precedono costituiscono la necessaria premessa all'esame
della questione decisiva sollevata dalla ricorrente, circa il rimedio utilizzabile dal
compratore di un'azienda priva di avviamento, o con avviamento inferiore a quello
pattuito, nel quadro della disciplina delle garanzie del venditore, o alternativamente
della responsabilit di questi per mancanza di qualit promesse o essenziali.
Secondo la consolidata giurisprudenza di questa corte, le ipotesi rispettivamente
previste degli artt. 1490 e 1497 c.c. differiscono perch i vizi, di cui all'art. 1490,
attengono a imperfezioni del procedimento di produzione, fabbricazione e formazione
della cosa venduta, che la rendono inidonea per l'uso al quale era destinata o ne
determinano un'apprezzabile diminuzione di valore, mentre la mancanza delle qualit
promesse o essenziali, di cui all'art. 1497, implica che la cosa venduta debba
considerarsi come appartenente, per la sua natura, per gli elementi che la
compongono o per le sue caratteristiche strutturali, a un tipo diverso ovvero a una
specie diversa da quelli dedotti in contratto nella comune intenzione delle parti,
secondo la finalit del negozio (Cass. 29 ottobre 1975 n. 3659, e succ. conf.).
L'applicazione del principio appena enunciato al caso specifico dell'azienda pu
apparire problematica, in ragione della natura particolare del bene azienda, sulla
quale il dibattito dottrinale non pu ritenersi sopito. Non sembra al collegio, tuttavia,
che queste incertezze rilevino ai fini della decisione qui richiesta. Seppure si volesse
adottare la cosiddetta concezione atomistica dell'azienda, l'avviamento non potrebbe,
per le ragioni gi indicate, essere annoverato tra i singoli beni che concorrono a
costituirla. noto, peraltro, che la giurisprudenza di legittimit costante nel
ravvisare nell'azienda un'universitas (cfr., tra le pi recenti, Cass. 12 giugno 2007 n.
13765; 13 giugno 2006 n. 13676), ancorch del tutto speciale e non riducibile alla
fattispecie dell'art. 816 c.c.: in tale quadro unitario, l'avviamento non pu essere
concepito se non come una qualit, la quale, sebbene non essenziale (per la ragione
pure in precedenza ricordata), ben pu essere promessa, come secondo la corte

territoriale avvenuto nel caso di specie, con gli effetti previsti, per, dai soli artt.
1453 - 1458 richiamati dall'art. 1497 c.c., e non anche dall'art. 1492 c.c..
Discende da tali premesse la fondatezza delle censure in esame, essendo il giudice di
merito incorso nella falsa applicazione dell'art. 1492 comma primo c.c., in una
fattispecie riconducibile non gi a quella di vizi della cosa venduta (art. 1490 c.c.),
bens, eventualmente, a quella di mancanza di una qualit promessa.
5.3. I motivi in esame devono pertanto essere accolti in applicazione del principio di
diritto, che, non essendo l'avviamento un bene compreso nell'azienda, e del quale si
possa ipotizzare un vizio nel senso in cui tale nozione intesa nell'art. 1490 c.c. in
tema di vizi della cosa venduta, ma soltanto una qualit immateriale dell'azienda, che
pu essere dedotta in contratto e dar luogo alla fattispecie d'inadempimento descritta
nell'art. 1497 c.c. in tema di mancanza di qualit promesse, la sua mancanza, o il suo
valore inferiore alle pattuizioni del contratto non sono oggetto della speciale garanzia
per vizi della cosa venduta prevista dalla legge, e non possono essere poste a
fondamento di un'azione di riduzione del prezzo.
6. I motivi dal terzo al quinto vertono sul tema della successione nel contratto di
locazione dei locali dell'azienda. Si sostiene che:
- in causa incontestato che vi fosse stata successione del contratto di locazione,
ancorch il cessionario avesse poi stipulato un nuovo contratto con effetto novativo; e
l'affermazione della corte territoriale, che il P. era stato privato del beneficio della
successione nella titolarit del contratto di locazione, circostanza poi qualificata come
vizio del bene ceduto, viola il principio della corrispondenza tra chiesto e giudicato
(motivo terzo);
- la successione nel contratto, verificatasi con la raccomandata 1 dicembre 1990, di
comunicazione alla societ locatrice della cessione dell'azienda, non poteva essere
logicamente e adeguatamente contraddetta con la circostanza posteriore
dell'intervenuta stipulazione di un nuovo contratto di locazione del P. con la pro
prietaria il 10 gennaio 1991 (motivo quarto);
- la successione nel contratto si verifica per effetto dell'applicabilit alla fattispecie
degli artt. 2558 c.c. e 36 legge 27 luglio 1978 n. 392, e la sua negazione da parte
della corte territoriale costituisce violazione delle norme richiamate (motivo quinto).
Il sesto e il settimo motivo, ai quali le questioni sollevate con i motivi precedenti sono
funzionali, vertono sull'irrilevanza del contratto di locazione dei locali aziendali, in
tema di riduzione del prezzo di vendita per vizi dell'azienda venuta.
Si osserva che:
- il contratto di locazione dei locali nei quali si svolge l'attivit d'impresa non esso
stesso un bene aziendale, e la sua qualificazione come bene - e per questa ragione
suscettibile di vizi estimatori - costituisce falsa applicazione dell'art. 2555 (motivo
sesto);

- per la stessa ragione, nella vendita di azienda il contratto di locazione quel contratto
irrilevante ai sensi e per gli effetti degli artt. 1492 e 1490 c.c. (motivo settimo).
6.1. anche questi motivi, da esaminare congiuntamente per la loro intrinseca
connessione, sono fondati.
A questo riguardo si osserva innanzi tutto, nell'ordine, che:
- la cessione di azienda comporta di per s, qualora non sia diversamente previsto nel
contratto, la successione del cessionario nei contratti stipulati per il suo esercizio (art.
2558 c.c.);
- per il contratto di locazione dei locali nei quali l'impresa esercitata, il fenomeno
successorio specificamente regolato dall'art. 36 della legge 27 luglio 1978 n. 392;
- in forza di questa disposizione, la cessione diviene efficace per il locatore dal
ricevimento della comunicazione, che deve essergli fatta mediante lettera
raccomandata con avviso di ricevimento (art. 36 1. n. 392 del 1978 cit.);
- nella fattispecie non controverso che le formalit richieste da questa disposizione
siano state adempiute, e che l'acquirente abbia conseguito la disponibilit materiale
dei locali. Non pu pertanto dubitarsi che la successione nel contratto di locazione
dell'immobile nel quale l'azienda era esercitata ebbe luogo.
In secondo luogo da considerare che, in forza della regola contenuta nell'art. 2560
comma primo c.c., il locatario cedente non liberato dai debiti inerenti all'esercizio
dell'azienda ceduta, anteriori al trasferimento, se non risulta che il locatore vi abbia
acconsentito (cfr. Cass. 29 novembre 2011 n. 25250; 6 maggio 2010 n. 10964),
rispondendo anzi egli stesso - per quel che in questa sede pu rilevare - pure delle
eventuali inadempienze del cessionario, se il contraente ceduto abbia dichiarato di
non liberarlo, secondo quanto dispone (oltre che, in generale in tema di cessione del
contratto, l'art. 1408 cpv. c.c.) specificamente l'art. 36 legge n. 392 del 1978; - al
contrario, dei debiti anteriori alla cessione risponde anche il cessionario soltanto se
essi risultino dai libri contabili obbligatori (art. 2560 cpv. c.c.), perch questa
disposizione dettata anche dall'esigenza di consentire al cessionario di acquisire
adeguata e specifica cognizione dei debiti assunti (Cass. 21 dicembre 2012 n. 23828).
Dalle norme indicate discende che l'acquirente dell'azienda adeguatamente protetto
dall'ordinamento, nei rapporti con il locatore ceduto, anche nell'ipotesi che il cedente
sia inadempiente al contratto di locazione.
Tanto premesso, deve convenirsi sull'affermazione della ricorrente, che neppure il
contratto di locazione propriamente un bene dell'azienda, tale qualit dovendo
piuttosto riconoscersi ai locali in cui l'impresa esercitata, e per i quali, come s'
detto, l'avvenuto acquisto della disponibilit da parte del cessionario non oggetto di
controversia. Un inadempimento contrattuale del cedente sarebbe peraltro
configurabile, qualora la risoluzione del contratto di locazione, per fatto a lui
imputabile, avesse privato il cessionario del possesso dei locali aziendali, o l'avesse
reso precario, ma questo non stato accertato nel giudizio di merito. N pu
configurarsi un inadempimento del cedente per il solo fatto che vi fosse una

controversia in atto tra lui e il locatore, se manchi ogni elemento per apprezzare la
virtuale soccombenza del primo. In ogni caso, qualora un inadempimento del locatario
vi fosse, e tale da pregiudicare le ragioni del cessionario del contratto, troverebbero
applicazione le norme ordinarie in materia contrattuale, ma mancherebbero i
presupposti per far valere la specifica garanzia del venditore di cui all'art. 1490 c.c..
6.2. In conclusione deve ritenersi che anche sotto questo profilo la sentenza sia
viziata da una falsa applicazione dell'art. 1492 c.c.. I motivi in esame devono pertanto
essere rigettati in applicazione del principio di diritto, che, a norma dell'art. 36 della
legge 27 luglio 1978, nella cessione d'azienda l'acquirente succede nel contratto di
locazione degli immobili aziendali per effetto della comunicazione data al locatore nelle forme di legge - dell'avvenuta cessione, a ci non essendo di ostacolo
l'eventuale inadempimento del cedente locatario, che non abbia gi dato luogo alla
risoluzione del contratto; e l'inadempimento medesimo, laddove abbia comportato la
perdita del titolo al possesso dell'immobile per il cessionario, nei rapporti con questo
valutabile come vizio funzionale del contratto di cessione dell'azienda, ma non come
vizio della cosa venduta.
7. L'accoglimento dei motivi esaminati comporta la cassazione dell'impugnata
sentenza, che ai principi di diritto sopra enunciati non si uniformata, con
l'assorbimento degli ultimi due motivi, vertenti sull'erronea determinazione del prezzo
originario della cessione, e sul vizio di motivazione circa l'ammontare della riduzione
del prezzo. Resta altres assorbito l'esame del ricorso incidentale, con il quale si
lamenta l'omessa pronuncia su domande dipendenti dalla domanda principale del P. .
8. La causa, inoltre, pu essere decisa anche nel merito, a tal fine non richiedendosi
ulteriori indagini in fatto, con il rigetto dell'opposizione del P. al decreto ingiuntivo per
il pagamento del saldo del prezzo del contratto di cessione d'azienda.
9. L'assenza di puntuali precedenti in termini sulle questioni controverse giustifica la
compensazione delle spese dell'intero giudizio tra le parti.
P.Q.M.
La corte riunisce i ricorsi; accoglie i primi sette motivi del ricorso principale, e dichiara
assorbiti gli altri motivi e il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata e,
decidendo nel merito, rigetta l'opposizione al decreto ingiuntivo. Dichiara compensate
tra le parti le spese dell'intero giudizio.