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Il caso Google: questione di trade off

Scritto da MarioEs giovedì 30 novembre 2006

Ci si può scervellare sugli aspetti giuridici relativial caso Google, ma è evidente che la legge è “figlia della cultura del tempo” e pertanto ne rispecchia la visione

del mondo della classe politica e di quella dirigente.

Google ha ragione o torto? Dipende.

Questione di trade off, direbbe Adair Turner autore del famoso libro Just Capital . Perché alla fine tutto dipende dagli obiettivi che vogliamo conseguire.

Il buon Turner, ad esempio, nel suo libro sfata il concetto di competitività nazionale affermando che non ha senso parlare di competitività di una nazione, semmai è

sensato parlare del suo successo relativo rispetto alle altre nel raggiungere gli obiettivi economici considerati prioritari dalla sua classe politica, ma anche dalla società nel suo insieme.

La competitività può riguardare un settore industriale o la singola impresa, mai uno stato-nazione.

Inoltre, per raggiungere un dato obiettivo non è detto che ci sia un’unica ricetta, ma quel che è certo è che ci sono sempre dei trade off: come quello fra la produttività del lavoro e la creazione di nuovi posti di lavoro.

E’ insomma questione di scelte, come ad esempio la scelta “sociale” francese di lavorare “solo” 35 ore alla settimana : è evidente che questa scelta è volta a

privilegiare il tempo libero alla maggiore produzione di reddito. Sarà un bene o un male?

Dipende.

Tornando a Google, quindi, dovremmo considerare – al di là della legislazione vigente e del tentativo di interpretare il “fattaccio” alla sua luce – innanzittutto il trade

off tra libertà di espressione sulla Rete, ma direi su qualunque media, e altri valori sociali come la dignità umana, l’ordine pubblico, la sicurezza, l’etica.

Ma con un accorgimento: non confondere mai causa ed effetto e non travisare il mezzo con il fine.

Siamo ormai circondati da “oscenità” culturali e nessuno se ne lamenta o le denuncia con forza. Una di queste, ad esempio, è la “politica spettacolo”.

Eppure nessuno se ne cura, anzi fa “audience”. Salvo che poi tutti indistintamente ne parliamo male al bar o in generale con gli amici: quello che si potrebbe definire una sorta di masochismo collettivo.

Però il motore di ricerca deve essere controllato, perché altrimenti si vedono “sconcezze”.

Occorre fare dunque prima chiarezza nelle nostre teste e poi giudicare cosa è lecito sulla Rete e cosa non lo è, ma a quel punto ricordiamoci che qualunque decisione legislativa si prenda “la legge deve essere uguale per tutti” e non solo per Internet, che vorrei ricordare che a tutt’oggi è lo strumento più democratico e intrinsecamente libero inventato dall’uomo.

Non roviniamolo con i pregiudizi o i giudizi di parte. Evitiamo le crociate, per favore.