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“1491 : una storia milanese”

alberto carzaniga

gennaio 2009
milano 20124, via marco polo 5
026598679
albertocar@tiscalinet.it

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capitolo primo

Come potrebbe cominciare questa storia?


Ma come tutte le storie, lasciando agire e parlare i personaggi!
E i fatti? Chi garantisce che i fatti siano veri?
I fatti non sono né veri né falsi. Sono come tu credi siano. Un’opinione.
Ma qui che dovrebbe mai accadere?
C'è la storia che ci raccontano i personaggi, e poi ci sono io che ci credo. C'è la verità
che vedo io, quella che potresti vedere tu, e niente altro.
E i dubbi dove li metti? I dubbi ci sono sempre, ci devono essere !
Viene il momento in cui li devi mettere da parte, li devi ignorare, far finta che non ci
siano. Non puoi vivere sempre coi dubbi. Ad un certo punto devi giudicare, devi
scegliere, decidere quali sono i fatti, che cosa è il mondo.
Smettila di divagare, sii concreto ! Che potrebbe mai accadere di nuovo?
Nulla che non sia già accaduto mille volte. Un intrigo. Un gioco condotto da
alcuni per conto proprio e di altri, per comandare di più, per sentirsi vivi...
Ne sei certo? Non potrebbe esserci altro?
No. Nessuno può esserne certo. Nessuno potrà mai essere certo di niente.

Ci fu una sfuriata terribile di Rodrigo alla serva, per motivi che nessuno capì. La
conversazione esitava tra imbarazzati silenzi. Stentava, come paralizzata da un fastidio
crescente, da un evidente quanto inspiegabile nervosismo che da Rodrigo si trasmetteva a tutti
i presenti.
La moglie Bice non sapeva più che fare. Si muoveva incerta tra tavola, dispensa e fornelli,
intimorita e confusa. Ad un tratto, senza profferire parola, Rodrigo si alzò da tavola ed uscì. Si
udirono i suoi passi lenti e pesanti scendere le scale e attraversare il cortile, e stridere i cardini
della porta aperta e rinchiusa.
E infine l'urlo, acutissimo. Bestiale e terribile. Fu subito accorrere di gente, presto
illuminata da torce che i servi si erano affrettati ad accendere, per far luce nel cortile e sul prato
antistante il castello, pochi passi oltre la porta. Rodrigo vi giaceva cadavere, con la gola
squarciata, quasi decapitato.
L'urlo del moribondo, simile a quello del maiale quando viene sgozzato. Nessuno aveva
visto nulla o udito altro. Coloro che più erano in confidenza con la famiglia riempirono presto
la casa di amorevole quanto rumorosa confusione, di sollecite e caritatevoli premure per la
vedova, ammutolita, più sbigottita che addolorata, come pietrificata dall'oscuro e misterioso
lampo di terrore che aveva attraversato la sua vita, seminando all'improvviso la morte dentro
la sua casa, nel cuore dei suoi affetti più cari.
“Il prete! mandate a chiamare il prete!” gridavano alcuni.
“Il notaio! Anche il notaio! Presto il notaio!” gridavano altri. Dalla cucina provenivano
rumori di stoviglie e profumi di aromi. Qualcuno aveva improvvisamente deciso di preparare
vino caldo aromatizzato, che spariva subito, non appena tolto dal fuoco.
Intanto il cadavere era stato rimosso dal luogo del delitto e portato in casa, ove era stato
ripulito del sangue che tutto aveva imbrattato, e rivestito di abiti di gala e adagiato sul letto.
“Allora il prete arriva?”
“Sta arrivando ma con calma. Si è fermato a parlare col notaio.”

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Rino il maniscalco comparve improvvisamente nel cortile, reggendo le briglie del cavallo
di Rodrigo appena ferrato, e rimase come inebetito ad osservare la scena che gli si parava
dinanzi.
“E il signor Rodrigo dov'è?” domandò ai più vicini che lo osservavano silenziosi con facce
di circostanza, mentre le conversazioni, i sussurri, il parlottare, il rumore, scivolavano in un
silenzio pieno di imbarazzo e di interrogativi.
“Il signor Rodrigo è morto!” disse con semplicità il prete appena sopraggiunto alle sue
spalle. “Metti dunque il cavallo nella stalla, e vieni a pregare con noi per la sua anima!”
E il maniscalco uscì dal campo di luce delle torce, mentre le conversazioni e tutti gli altri
rumori riprendevano gradualmente tono.
La cerimonia della benedizione della salma fu insolitamente breve, e ancora più breve ed
insolito il commiato del prete dalla vedova e il tempo per prendere gli accordi per i funerali.
Poche, frettolose e banali parole tra il prete, che appariva quasi assente, con la mente lontana, e
Ascanio, il primogenito di Rodrigo.
Venne subito dopo organizzata una veglia, nel mentre nelle stanze e nel cortile del piccolo
castello, poco più di una casa di campagna, il rumore, i vocii e lo scalpiccio degli estranei si
andavano spegnendo, si dissolvevano poco a poco nel bisbigliare delle preghiere, alla luce
tremolante e piena di ombre delle candele.
La gente sciamava lenta ed incerta verso le proprie case, indugiando a parlare raccolta in
piccoli crocchi, commentando l'accaduto.
Fiorivano le ipotesi più fantasiose e cervellotiche sul movente e sull'autore dell'omicidio,
insieme ai giudizi agrodolci, a volte feroci, sulla personalità del morto e dei suoi familiari.
Un diluvio di chiacchiere sussurrate sino a notte fonda per le stradine del borgo.

“Non sapevo che stesse per partire. Dove diavolo era diretto?”
“Non fate lo gnorri, caro notaio, almeno con me. Stava andando a Milano per un'udienza
dal duca Ludovico, e non raccontatemi che non lo sapevate!” rispose il prete sulla porta della
canonica.
“Dite davvero? Una disgrazia assolutamente incredibile! Un uomo così semplice, di modi
così schivi! Questa e’ la vita. Allora a domani, per il funerale, e buonanotte! .”
“Buonanotte, a domani!” rispose secco il prete.

Il giorno dopo, la cerchia dei monti e dei laghi luminosa e bellissima in una giornata
spazzata da un fresco e vivace vento di primavera, i funerali furono solenni e ricchi di una
partecipazione di popolo memorabile, certamente i più solenni e memorabili tra tutti quelli
celebratisi nel circondario da almeno due secoli. Così almeno proclamò il prete dal pulpito il
giorno successivo, e ciò disse non solo perché Ascanio era stato con lui più che generoso.
Da Erba e persino da Como erano giunti personaggi in pompa magna, gente di rango mai
vista prima di allora così numerosa in paese, molti vestiti in modo vistoso e stravagante, e che
tutti guardavano di sottecchi. Un corteo funebre lunghissimo, così lungo che la salma aveva
già raggiunto la pieve di San Siro, accanto al cimitero, lungo il sentiero a mezza collina, e gli
ultimi dovevano ancora lasciare la chiesa ed il piccolo spiazzo antistante.
Gianmaria Celsi, il notaio, parlava fitto fitto con l'abate del convento di san Pietro al Monte
in Civate, da poco divenuto commenda del cardinale Ascanio Sforza, fratello del duca
Ludovico e con alcuni cavalieri che nessuno conosceva e che nessuno aveva avvertito o invita-
to. Costoro attendevano un poco in disparte che il becchino, aiutato da alcuni volonterosi,
ultimasse la tumulazione alla presenza dei parenti.
Il comportamento della vedova e dei figli, lo notarono tutti, fu molto dignitoso.

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Occhi lucidi di pianto e pochissime sobrie parole, nessun grido o lamento, un cordoglio
riservato, come trattenuto, un dolore pudico, quasi volutamente e forse ostentatamente
estraneo alla folla che li circondava.
Il pomeriggio, dopo la conclusione dei riti funebri, il primogenito Ascanio riceveva i titoli
di proprietà del castello paterno e di qualche piccolo campo circostante dalle mani del notaio
Celsi, che aveva letto il testamento innanzi a tutti gli interessati.
Una amara sorpresa per coloro che assistevano alla cerimonia : una lettera di deposito di
cui i familiari ignoravano l'esistenza, una somma molto ragguardevole pagabile a vista, che il
testamento non destinava alla famiglia, ma attribuiva invece inspiegabilmente al convento di
Santa Maria delle Grazie in Milano.
“Lascito molto strano e curioso!” commentò acido il prete, che il testamento non
menzionava in nulla.
“E che c'entrava Rodrigo coi Domenicani di Milano?” aggiunse irritato e deluso il canonico
della curia di Como, che era arrivato sin lì su espresso incarico del Vescovo per partecipare ai
funerali, ma soprattutto per assistere alla lettura del testamento, in base a voci che davano per
certa l'esistenza di lasciti alla Curia.
“Voci del tutto infondate, una visita inutile, una giornata persa” si disse il canonico.
Il contenuto del testamento, con l'imprevisto codicillo del lascito ai frati, aveva
tangibilmente irritato tutti i presenti: freddo fu pertanto il commiato dei familiari e dei due
preti dal nostro povero notaio.
Celsi per la verità era abituato a situazioni imbarazzanti di questo genere, dopo tanti anni
di professione. Da sempre coloro che avevano riposto speranze in lasciti testamentari, speranze
che si rivelavano poi vane per le esplicite contrarie volontà espresse dal de cuius di turno,
rivolgevano invariabilmente pensieri maliziosi e ostili all'indirizzo del notaio, sospettato di
aver distorto, male interpretato o addirittura subornato le reali buone intenzioni del defunto,
ovviamente per malvagi e poco confessabili fini solo a loro ben noti.
Celsi era stanco ed annoiato, più che infastidito, dal ripetersi di queste reazioni. Se ne tornò
a casa. Nella pace del suo studio, durante le ore della sera, cercava di riempire il vuoto e la
noia che aveva dentro, con riflessioni sulla natura dei tempi che il destino gli aveva riservato di
vivere. E ciò gli procurava sollievo, lo aiutava a tirare avanti con meno pena.
Era così divenuta per lui un'abitudine il tentare di capire “il corso delle cose”, come lui
stesso definiva questo suo riflettere, da privato e segreto osservatore del periodo storico a lui
contemporaneo e di quello immediatamente precedente.
“Che può capire un povero notaio di paese, chiuso nel suo angusto e ristretto cerchio di
relazioni, del corso delle cose? Tutto e niente. Là fuori le cose camminano da sole senza
chiedere permesso ad alcuno, la vita galoppa e macina fatti, ed io qui impegnato in questo
gioco che mi aiuta a vincere la noia, mi aiuta a campare, che cerco di capire. Ma non è forse
questo il gioco che tutti, consapevoli o non, deboli o potenti, ricchi o poveri, cercano di fare?”
Nell'anno del Signore 1491, rifletteva il nostro, anche nelle terre civilissime del Ducato di
Milano, la vita umana sembrava valere ben poco, soprattutto quella delle persone non
particolarmente importanti, così come era sempre stato a Milano e altrove.
Rodrigo, proprietario di un piccolo castello in quel di Pomerio, nei pressi di Erba, era stato
ucciso da ignoti per motivi ignoti. La sera di primavera con le sue ombre profonde aveva
coperto il viso e le tracce dell'assassino forse per sempre.
Costui era scomparso, si era dissolto, o meglio, era come mai apparso.
Quale autorità civile o religiosa si sarebbe mai preoccupata di ricercare il colpevole ed
assicurarlo alla giustizia, di garantire il bene punendo il male?

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Di sicuro Ascanio, il figlio, avrebbe cercato di lottare contro l'oblio che rapido, più rapido
di quanto chiunque potesse sospettare, avrebbe portato tutti, forse con la sola eccezione di
Bice, la vedova, a dimenticare il defunto e le delittuose e impunite circostanze della sua morte.
Lo Stato, con le sue strutture, le sue leggi, i suoi strumenti e la sua organizzazione,
appariva lontano da Pomerio, e nulla lasciava supporre che le cose potessero a breve cambiare.
Così come appariva lontana da Pomerio la corte milanese di Ludovico il Moro, stella
fulgidissima nel firmamento di tutte le corti europee, l'Atene del quindicesimo secolo, come i
molti agiografi del duca Ludovico cominciavano a sostenere con interessata quanto impudica
piaggeria.
Ma come stavano veramente le cose?
Celsi aveva faticosamente raccolto qualche cronaca, alcuni libri, pochi documenti sulla
storia recente del Ducato, con l'aiuto discreto di amici e colleghi che poco o nulla
comprendevano di questo suo maniacale affannarsi attorno ad un problema per loro inesi-
stente.
Su queste basi aveva maturato idee che riteneva più realistiche, più aderenti alla realtà
politica del Ducato di quelle che venivano sbandierate a corte, e che gli pervenivano attraverso
i rari contatti, quasi sempre epistolari, con colleghi che frequentavano quell'ambiente.
Per esempio Giorgio Zunico, notaio ducale, era senz'altro uno di costoro. Zunico, che per
la verità Celsi non aveva mai incontrato di persona, aveva da qualche tempo iniziato a
scrivergli strani bigliettini, l'ultimo dei quali era in quel momento sul suo tavolo, appena
arrivato da Milano.
Diceva: “Caro Gianmaria, godo ottima salute insieme alla mia famiglia, e così spero sia per
te e per la tua. Ho motivo di credere che tu non abbia particolari problemi, ma se ciò fosse,
confida nel mio aiuto certo, rapido e fraterno. Voglio solo aggiungere che a breve sarà certa-
mente opportuno un tuo viaggio a Milano, e in quell'occasione potremo discutere di tutto.
Affettuosamente e fraternamente tuo, Giorgio notaio ducale.”
Questi bigliettini gli cominciavano ormai ad apparire più incomprensibili che strani,
soprattutto per le periodiche segnalazioni di prossimi “opportuni” viaggi a Milano, di cui non
riusciva ad avvertire alcun bisogno, e il cui scopo continuava a non emergere dalle parole di
Zunico.
Celsi ripose il bigliettino in archivio, scuotendo la testa. “Costoro, Zunico ad esempio, si
rendono realmente conto di quale sia la situazione vera di questo stato? Recitano, ostentando
sicurezza e soddisfazione, oppure sono ciechi in buona fede? Non hanno capito nulla di come
stanno realmente le cose per scarsa intelligenza, oppure è il vivere i fatti dall'interno che li
coinvolge e li acceca, ed impedisce loro una lucida visione della situazione?” pensò ad alta
voce.
Dal suo scrittoio vedeva la corte ducale, con tutti i suoi accoliti più o meno importanti,
come avvolta da una atmosfera irreale, riflettente solo le immagini e i desideri provenienti dal
suo stesso interno, fuori del proprio tempo, lontanissima dalla società civile e dai suoi pro-
blemi, folle dilapidatrice di somme enormi, cui dovevano far fronte i debiti del Tesoro Ducale,
le tasse e le gabelle e tutte le altre diavolerie che il Governo doveva inventare per adeguare le
entrate alle spese.
La politica ducale, che a corte tutti lodavano come esempio eccelso di superiore intelligente
abilità, gli appariva ogni giorno di più come un continuo, pericoloso e miope equilibrismo
quasi esclusivamente verbale, tra pace e guerra, sul baratro del disastro.
La pace di Lodi, che da quarant'anni costituiva la traballante pietra angolare dell'instabile
equilibrio tra Milano, Venezia e Firenze, aveva di fatto ibernato definitivamente l'evolvere
delle vicende italiane verso uno stato nazionale sufficientemente forte. Di qui il disegno dei
Francesi e degli altri governi europei di dominare l'intera penisola.

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Celsi, era questa l'idea centrale di tutte le sue riflessioni, vedeva, contro ogni contraria
opinione, lo stato milanese già avviato sulla china di una rapida decadenza, dopo l'apogeo
toccato poco meno di cent'anni prima con Giangaleazzo Visconti, quando il Ducato era stato ad
un passo dal realizzare l'unificazione politica di gran parte della nazione italiana.
Il suo pessimismo era alimentato soprattutto da quelli che egli chiamava “i valori della
vita” di coloro che dominavano apparentemente il governo ducale, e che ne determinavano le
scelte più rilevanti.
Questi valori - era qui il nocciolo della sua tesi - erano sempre più estranei, sempre più
lontani da quelli che avevano aiutato a costruire le fortune dei padri, che avevano stimolato la
trasformazione della terra lombarda nel centro economico ed industriale del mondo cristiano.
I valori prevalenti, questa la sua conclusione, erano ormai il successo, la sua ostentazione,
l’invidia e la maldicenza conseguente, la sua ricerca con ogni mezzo.
E il successo arrideva sempre più a coloro che erano abili più a parlare che ad agire, bravi
più a sembrare che ad essere, più a simulare che a fare.
Una bella lettera, un discorso astuto, una festa memorabile, una battuta salace o spiritosa,
gli artisti più famosi, le cortigiane più belle e ricercate, erano ormai gli strumenti principali se
non esclusivi - solo gli strumenti od anche i fini? - della politica milanese.
Quanto sarebbe durata questa pericolosa ed illusoria cuccagna?
Quando sarebbe calato definitivamente e rovinosamente il sipario sullo spettacolo che la
corte ducale recitava da protagonista sul palcoscenico politico italiano?
Quando sarebbe totalmente svanita l'illusione di conservare lo stato e l'onore solo con le
armi della diplomazia, dell'astuzia e della retorica, senza una strategia, senza valori solidi,
senza un esercito vero, solo fidando in rari e costosi interventi di eserciti mercenari pronti a
vendersi al miglior offerente?
Celsi non aveva dubbi. Era pessimista, percepiva imminente la catastrofe, vedeva
chiaramente la dicotomia esistente tra la forza economica del Ducato e la sua debolezza
strategica, tra la sua inconsistenza politica e militare, e le mire e le ambizioni che lo stato
milanese suscitava in tutte le corti europee, massime in quella francese. Lo preoccupavano le
invidie e la rivalità evidenti di pressoché tutti gli altri stati italiani, e una debolezza morale,
prima che strutturale, che nasceva appunto da una scala di valori di vita più adatta alla
gestione di una scuola di belle arti, che alla guida del governo milanese nei frangenti attuali.
E come spesso gli capitava, rifletteva ad alta voce, e prendeva appunti :
“ Viviamo in una sorta di teatro della realtà, come in un sogno, chiusi in un evanescente
ma impenetrabile ectoplasma, dentro una specie di magico e tragico gioco di specchi, che
riflette solo i nostri sogni e le nostre speranze, le nostre illusorie fantasie, facendoci perdere il
riferimento del reale.
Abbiamo perduto il senso dello stato e abbiamo trovato il senso del nulla. Il gusto
dell’effimero e della suprema raffinatezza, hanno annullato la fierezza bellicosa e la rude
concretezza contadina dello spirito lombardo dei nostri avi.
Il nostro tempo va in pezzi, si sbriciola e si degrada in un turbinio di ludi cerebrali senza
capo né coda. Sono pure immagini e complicati miraggi che si agitano senza spessore. Sono
suoni e colori splendidi nella loro purezza senza significato, bellissimi ed affascinanti, caduchi
e inutili, raffinati e vacui, che invadono la nostra vita, scacciano e irridono la verità, la fatica
dell'essere, la serietà e la modestia, le vecchie e onorate virtù che hanno fatto grande, ricco e
desiderato questo angolo di mondo, ove ora regnano esseri senza peso, si agitano corvi affa-
mati e pecore pazze, mascherati da leoni e da tigri!”.

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Celsi poso’ la penna. Rilesse soddisfatto il suo alato soliloquio, e indugiò a grattare la testa
al cane, che la teneva appoggiata sulle sue ginocchia come di consueto, e che era il fido, muto
ed unico testimone delle sue feroci e solitarie rampogne alla politica ducale.
Celsi aveva motivi ben più concreti e personali per disistimare l'attuale governo. Suo padre
era stato amico di Cicco Simonetta, il cancelliere di Bona di Savoia fatto giustiziare e sostituito
dal duca Ludovico circa dieci anni prima.
Con quella vicenda la Storia era entrata di prepotenza dentro la sua vita privata e
soprattutto in quella di suo padre, che aveva dovuto abbandonare Milano con tutta la famiglia,
e che ne era rimasto così colpito nell'animo e nel morale da morirne di crepacuore dopo pochi
mesi.
A Pomerio, tra le colline e i laghi della Brianza, Celsi aveva ritrovato professione e ragione
di vita, ed aveva iniziato a coltivare studi storici di cui non parlava mai con nessuno, nemmeno
con la moglie, solo qualche accenno al prete, tutti centrati sulla figura di Giangaleazzo
Visconti, il Signore di Milano che era riuscito ad ottenere nel 1395 il titolo ducale dal-
l'Imperatore Venceslao, ed a creare uno stato giuridicamente sganciato dalla sovranità formale
dell'impero tedesco, con un'estensione territoriale enorme per quei tempi: tutta la Lombardia,
l'Emilia e la Romagna, la Liguria, buona parte del Piemonte, buona parte del Veneto, la
Lunigiana, Pisa, Siena, giù verso sud sino a Perugia ed Assisi.
Il sogno di Giangaleazzo di essere incoronato re d'Italia era svanito tragicamente il 3
settembre 1402, quando la malattia e la morte lo colsero all'età di cinquantacinque anni: stava
muovendo l'attacco finale a Firenze ed era ormai in vista della meta agognata. C'è un fato
avverso, pensava Celsi, che colpisce nel momento meno opportuno il nostro stato.
A Giangaleazzo era succeduto il figlio Filippo Maria, morto senza eredi e senza gran
rimpianto nel 1447. Ai problemi dinastici di casa Visconti, aveva poco dopo posto rimedio con
l'impeto delle armi Francesco Sforza, nel 1450, conquistando il Ducato e stabilendo la nuova
dinastia. A costui, che aveva governato con memorabile saggezza ed efficacia, succedette il
figlio, il tirannico e sanguinario Galeazzo Maria Sforza, pugnalato da nobili congiurati nella
chiesa di Santo Stefano nel 1476.
Il fratello di costui, Ludovico Sforza detto il Moro, gli era di fatto succeduto,
esautorandone con l'astuzia la vedova, Bona di Savoia, giustiziandone il fido cancelliere Cicco
Simonetta, e facendosi nominare tutore del figlio, il nipote giovinetto Giangaleazzo.
“Che sarebbe oggi questo stato se Giangaleazzo Visconti non fosse morto così presto?” si
domandò Celsi ancora una volta, guardando il cane negli occhi. Il cane ovviamente non rispo-
se, ma mostrò chiaro il suo consenso alle tesi storiche del padrone, agitando la coda.

La lampada illuminava un documento, probabilmente una copia, che il nostro stava


attentamente esaminando. Era datato 5 settembre 1395, ed era la lista delle vivande del pranzo
seguito alla memorabile cerimonia della vestizione delle insegne ducali, avvenuta quella
mattina sulla piazza antistante la Basilica di Sant'Ambrogio in Milano da parte di Giangaleazzo
Visconti.
La cerimonia era stata preceduta da una altrettanto celebre orazione in latino pronunciata
dal Vescovo di Novara Pietro di Candia, futuro papa Alessandro V, nel corso della quale il
vescovo aveva posto una domanda retorica, divenuta subito famosa per le risate ed i sorrisi
ammiccanti che l’avrebbero da allora accompagnata:
“Dic, quaeso, Novariensis Episcope, quae sacrum moverunt Caesareum animum nostrae
comunitati ducatus exibere fastigium? (Raccontaci, per cortesia, o Vescovo di Novara, che cosa
ha mosso il sacro animo di Cesare a riconoscere al nostro stato la gloria ducale?)”.

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A questa domanda Pietro di Candia rispondeva elencando ben quattro validi e nobilissimi
motivi, puntigliosamente e dottamente esposti nel corso del discorso. Ne taceva un quinto,
invero non secondario, e che il popolo ambrosiano gli aveva subito a gran voce ricordato.
Si trattava dei centomila ducati d'oro con i quali Giangaleazzo aveva affrontato e vinto le
residue esitazioni e perplessità del caesareus animus di Venceslao ad impugnare la penna ed a
sottoscrivere la patente ducale.
Tornando al documento che il nostro stava esaminando, esso gli apparve più una sorta di
appunto del responsabile delle cucine ducali, che una lista destinata ai commensali.
Prevedeva inizialmente la lavanda delle mani in apposite coppe d'oro con acqua
profumata di essenza di rose, cui faceva seguito, accompagnato da squilli di trombe e musica
d'archi, vino bianco servito in tazze pure d'oro, con pasticcini recanti le insegne imperiali e
ducali.
Seguivano le carni, e cioè pollo novello in salsa piccante, uno per ogni commensale; due
vitelli e due maiali interi arrostiti; due petti di vitello stufati su grandi piatti d'argento; quattro
montoni e due agnelli interi allo spiedo; altri capponi e polli novelli arrostiti insieme a salsicce,
prosciutto e spalla di maiale; poi altri due capretti al forno, con lepri e piccioni; poi alcuni
capolavori d'arte culinaria, destinati a strappare gli applausi dei presenti: pavoni cotti e
presentati rivestiti delle loro piume, un intero cervo arrosto rivestito di foglie d'oro posato su
di un gigantesco piatto d'argento portato in tavola da servi neri, seguito da un daino e due
caprioli che avevano subito lo stesso trattamento.
E infine alcune torte di carne rivestite di foglie d'oro, pesci in salse piccanti di vario colore
in scodelle d'argento ed altri arrosto su grandi piatti d'oro, quali anguille, trote e storioni. Ed
infine, per chiudere, grandi torte dolci ricoperte d'argento, frutta sciroppata e confetture di
vario genere, il tutto accompagnato da vino rosso frizzante.

Celsi posò il foglio, accarezzò ancora una volta il cane e volò con la fantasia accanto a
quella tavola imbandita: quanti saranno stati i commensali? come erano disposti? come vestiti?
quali i temi di conversazione?
E si provò a immaginare i sentimenti dell'uomo là seduto al centro della festa, oggetto
dell'attenzione e dell'adulazione di tutti i presenti, pervenuto dopo uno spericolato avventu-
roso duello con parenti, amici e nemici, al suo momento di massimo fulgore, signore di ben
trentacinque città italiane e dei rispettivi territori, e “qui se regem facere cupit et inungere (che
brama farsi incoronare e consacrare re)” come denunciarono in un manifesto i Fiorentini, suoi
irriducibili ed indomiti avversari.
Che pensava Giangaleazzo in quel momento?
Al cammino percorso o a quello ancora da fare?
Alle esaltanti imprese delle sue truppe, la più formidabile macchina da guerra del suo
tempo, guidata da un quartetto di eccezionali condottieri, certamente i più abili e coraggiosi
capitani mai visti in Italia da secoli, quali erano Jacopo Dal Verme, Facino Cane, Alberico da
Barbiano ed Ottone Terzo?
Oppure pensava all'inesorabile scorrere del tempo, che logora ineluttabilmente tutto e
tutti, i vittoriosi ed i vinti, facendoli infine tutti tragicamente e rigorosamente eguali?
Come comparare questo splendido curriculum, pensava Celsi, con le tronfie miserie
dell'attuale duca, che faceva battere moneta con la scritta “Anglus”, nipote di Enea, che una
leggenda impudicamente costruita a maggior gloria dei duchi di Milano indicava come il
fondatore di Angera, sul lago Maggiore, possesso milanese da sempre?
E che dire di quando i principi tedeschi, nel 1401, deposero l'imperatore Venceslao, reo di
aver venduto le terre più ricche dell'impero a Giangaleazzo per pochi danari, ed elessero al suo
posto Roberto di Baviera? Costui subito accorse in Italia con l'obbiettivo di riprendersi il

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maltolto, ma si ritrovò brutalmente sconfitto dalle valorose truppe viscontee, in questa
occasione magistralmente condotte da Alberico da Barbiano, e costretto a tornarsene a casa con
le pive nel sacco.
Come comparare quel governo, che aveva costruito uno splendido esercito col quale aveva
sottomesso in pochi anni mezza Italia e sconfitto le truppe imperiali, col governo attuale,
affannato a comprare malamente Svizzeri ed altri soldati di ventura, e che teorizzava ormai
apertamente la superiorità della penna sulla spada?
“È ormai più che evidente. Questo Giangaleazzo era fatto di altra pasta!” si disse il nostro,
leggendo una annotazione in calce al foglio che aveva dinanzi, che indicava in diciannovemila
ducati la spesa totale preventivata per banchetti e festeggiamenti per l'ottenimento della
patente ducale, e che precisava che questa somma e l'altra spesa per comprare l'animo cesareo
di Venceslao, erano state entrambe sottoscritte interamente, e non si sa quanto
spontaneamente, dai cittadini milanesi più abbienti.
“Un uomo che si compra il più bel ducato dell'impero, e fa pagare tutto agli altri, festa
compresa, doveva per forza essere un grand'uomo!” concluse il notaio.

Il cane si rizzò all'improvviso abbaiando furiosamente. Qualcuno stava bussando alla porta
di casa, nella stanza accanto. Qualche istante dopo il prete entrava sorridendo nello studio del
notaio.
“Allora, notaio mio, come la mettiamo con questo delitto e con questo testamento? Scoppia
l'avvenimento del secolo in questo remoto angolo di mondo, ove non accade praticamente
nulla di interessante dal tempo della creazione, e il mio notaio che ne è, insieme al morto, pace
all'anima sua, il grande protagonista, se ne sta qui rincantucciato a giocare con le sue carte.
Perché questo delitto, e, soprattutto, perché questo testamento? Posso sperare di avere una
risposta plausibile e documentata?”.
“Mio caro amico, mi sorprendete! Siete pastore d'anime da tanto tempo, e ancora non avete
imparato a conoscere l'animo umano ? Sapete a che cosa stavo pensando? In verità a tutto
fuorché al povero Rodrigo, e men che meno al suo testamento, che ha tanto irritato Lei e la
Curia!”.
“Suvvia, notaio, ma chi volete prendere in giro? Non vorrete davvero tentare di farmi
credere che non vi siate posto qualche domanda al riguardo? Non mi direte che non vi siete
domandato cui prodest questo delitto, ed il perché di questo lascito ai frati?” insistette ironico
il prete.
“Caro amico, vi confermo e vi ribadisco che non me ne importa nulla, e che non ho alcuna
intenzione di perderci il sonno. Ciò può forse apparirvi strano, o addirittura falso, ma è così, ve
lo garantisco! Il nostro castellano, il povero Rodrigo, non mi era né amico né nemico: era solo
un cliente. Ma ciò è poco per spiegare la realtà del mio rapporto con Rodrigo. Costui non
aveva per me né passato né futuro. È stato per me una sorta di viandante misterioso con cui
può capitare di fare un poco di strada insieme, uno sconosciuto che sbuca da un crocevia
proveniente da un oscuro passato, vi si affianca per qualche tempo, per proseguire poi solo
verso un ignoto destino.
Abbiamo parlato spesso tra noi, non ho alcuna difficoltà a ammetterlo, ma, ripeto, senza
lasciare nel mio animo o nella mia memoria tracce di alcun genere, non per colpa mia credo,
ma proprio per la natura del suo agire e del suo carattere.
Come ci si può interessare a un uomo, che il Signore perdoni lui e me che ne parlo con
tanto gelido distacco, che è stato per me solo un volto ed una voce sconosciuti, anche dopo
averlo scrutato ed ascoltato centinaia di volte, una voce senz'anima e senza spessore, una
presenza solo fisica e transeunte, immersa solo nel suo presente?

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E poi sono notaio, abituato a tradurre fedelmente sulla pagina le volontà dei clienti, ed il
modo migliore di farlo è quello di spogliarsi della propria volontà e dei propri pregiudizi, per
indossare come un guanto quelli del cliente.
Ebbene, con Rodrigo non ci sono riuscito. Lo dico con piena consapevolezza. Ho tentato
più volte di capire ciò che realmente volesse, senza riuscirci, perché cambiava continuamente
idea, e mai mi ha spiegato il perché. Dopo innumerevoli ripensamenti e rifacimenti di questo
famoso testamento, che voleva sempre controllare e rileggere di persona, e che sempre
considerava non soddisfacenti, l'ho pregato di dettare: io notaio avrei scritto solo ed
esattamente le sue parole.
È quanto è accaduto. Ho scritto sotto dettatura, e non ricordo nemmeno quante siano state
le versioni di questo suo dettato, e ho definitivamente rinunciato a capire qualcosa delle
motivazioni che hanno spinto quest'uomo a fare il testamento che ha fatto. Ho rinunciato a
capire chi fosse. Adesso avete le idee chiare ?”
“Domani il mio vescovo mi vuole a Como, caro notaio. Ho bisogno del suo aiuto, ecco
perché sono qui. Mi chiederà perché questo strano testamento. Non credo che si interesserà del
delitto. Io al mio Vescovo che gli dico?”.
“Dite al vescovo la verità, e sono sicuro che vi crederà. Ditegli che Rodrigo era persona di
cui non sappiamo nulla. Come potremmo pretendere di conoscere le motivazioni reali del suo
testamento?”
“Cerchi di capirmi. Ne va della mia reputazione, se mai ne ho avuta una. Il Vescovo non
crederà mai che un prete non sappia nulla del castellano del luogo ove esercita il suo mestiere,
nulla della sua vita, nulla della sua morte, nulla delle sue ricchezze, così come non crederà mai
che il notaio, che pur lo frequentava più del prete, parimenti non ne sappia nulla. Penserà che
gli sto mentendo, oppure troverà ancora una volta conferma di ciò che già pensa da tempo, che
sono un cattivo prete, forse inetto più che cattivo.”
“Non siate tragico, e soprattutto non siate cinico. Antistene non avrebbe parlato cosi’ del
proprio vescovo, se mai ne avesse avuto uno. La Chiesa è piena di santi virtuosi e la principale
virtù dei santi dovrebbe essere la misericordia, che consiste, credo, nel capire bene le difficoltà
degli altri, con molta tolleranza e generosità. Non credo che cupidigia ed avarizia siano qualità
apprezzate dalla Chiesa. E poi Rodrigo non era il castellano di Pomerio. Era solo il proprietario
di un vecchio piccolo castello, poco più di una casa.”
“Vedo che non avete alcuna intenzione di aiutarmi, e avete invece la tentazione di
canzonarmi.”
“Escludo di avere la ben che minima intenzione di prendervi in giro.”
“Sarà. Comunque voi sembrate, come molti, non capire che cosa sia la Chiesa. La Chiesa
siamo noi, poveri preti peccatori, con le nostre debolezze, ma anche con i nostri bisogni.
Questo e’ mondo di lupi, credenti e miscredenti, dai quali ci si deve difendere non solo con le
armi dei santi, ma anche ricorrendo all'astuzia ed alla malizia dei diavoli. La Chiesa è
istituzione umana, fatta di poveri uomini, condannata a vivere in eterno in mezzo ai loro
problemi. Avete vaga idea di quanti danari servano per servire il Signore? Quale sia la somma
che, ad esempio, il Vescovo di Como deve quotidianamente trovare per far sopravvivere la sua
Diocesi? Non vi credo così ingenuo dal credere che la Chiesa sia quella che è, viva e forte, solo
grazie ai fioretti di San Francesco. Senza danari non si cantano messe, non per la cupidigia o
l'avarizia del prete, ma perché i cantori sono uomini e debbono mangiare tutti i giorni.”
“Scusatemi, ma stiamo perdendo di vista il motivo della vostra visita, e la colpa è solo mia.
Abbiate pazienza con me, poiché da qualche tempo vivo la mia vita con più pena del solito.
Non riesco a stare appresso o dentro ai miei stessi problemi, quelli della mia anima, della mia
stessa esistenza, figuratevi ciò che mi accade coi problemi degl'altri, immerso come sono in un
oceano di noia.”

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“E sperate di sfuggire alla inquietudine che vi portate dentro rifugiandovi nella storia,
esaltandovi solo quando siete in compagnia del vostro Giangaleazzo, uomo mediocre, baciato
in fronte dalla fortuna, arrivato dove è arrivato solo perché non è caduto prima?”
“Lasciatemi giocare con queste cose, soprattutto con la storia, godermi il piacere dell'igno-
ranza.”
“E che c'entra l'ignoranza?”
“L'ignoranza è il primo requisito di chi scrive o di chi legge storia, dovreste saperlo anche
voi. È l’ignoranza che ti permette di semplificare tutto, che ti fa credere di avere idee chiare là
dove chi sa, se costui esiste o è mai esistito, non può che averle confuse.”
“Ma Lei non va in giro a cercare le fonti, i documenti, per accertare i fatti storici?”
“Esattamente! Ma i fatti storici sono ciò che raccontano gli storici, caro il mio parroco. Essi
non esistono finché lo storico non li sceglie, non li interpreta, non dà loro un significato, e
infine finge o crede di autenticarli. È un divertimento antico e appassionante, che ritengo
stimolante e quasi sicuramente innocuo, se uno non ci crede più di tanto e non ne approfitta.”
“E allora del nostro Rodrigo non volete dirmi proprio niente?”
“Volevo dirle che non credo che il suo Vescovo sia interessato poi tanto a questo famoso
testamento di Rodrigo. Credo piuttosto che il Vescovo le riserbi qualche sorpresa, chiedendole
di occuparsi del morto da vivo, lasciando perdere i soldi del morto da morto, se così posso
esprimermi.”
“Di Rodrigo morto oppure vivo, di costui il Vescovo vorrà certamente parlare, ed io non
ne so nulla di nulla!”
“Suvvia, caro curato, proprio nulla non direi, a pensarci bene. Vi sono alcuni elementi dai
quali partire per capirci qualcosa.”
“E cioè?”
“L'appuntamento col Duca di cui avete parlato perché sapevate qualcosa, ad esempio.
L'origine della ricchezza di Rodrigo, su cui si potrebbe fare qualche piccola ricerca. E poi,
soprattutto, il lascito ai frati di Milano, sul quale però, ne sono certo, il Vescovo ne sa molto di
più di tutti noi messi insieme, e comunque più del nulla che Lei dice di sapere.”
“Ci sarebbe anche Lei notaio che certamente sa molto di più del nulla che dice di sapere!”
“Mio caro amico, vi sono cose che non si sanno perché mai sapute. Altre si sapevano, ma
ora sono smarrite nei labirinti della memoria. Quante cose sapremmo se tutto rimanesse nitido
e lucido nella nostra memoria anche a distanza di tanti anni?
Vi sono invece cose che il nostro cervello, lavorando insieme alla nostra fantasia,
utilizzando quell'istintiva facoltà quasi animalesca che tutti in maggiore o minore misura
possediamo, riesce in pochi attimi a cogliere, ad intuire, ad afferrare, ad indovinare.
Sono queste cose che non si sanno perché nessuno ce le ha mai raccontate, perché prive di
riscontri, di prove o verifiche. E tuttavia è come se si fossero sempre sapute, anche se a volte
capita che ci si guardi bene persino dal confessarlo a noi stessi, perché abbiamo paura di
saperle, non abbiamo alcun desiderio di saperle.”
“È bene che me ne vada subito, notaio mio, per rispetto alla vostra casa ed a ciò che resta
della nostra amicizia. Stando qui ad ascoltarvi ancora un po’ potrei dare in escandescenze,
perdere il controllo, passare al turpiloquio. Tolgo il disturbo. Vi lascio ai vostri tortuosi
ragionamenti, ai vostri libri, alle vostre paure, alla vostra maledetta mania di segretezza che
vi impedisce di aiutarmi. Domani andrò dal vescovo a prendermi la consueta lavata di capo, e
voi ne siete il principale responsabile.”
Ed uscì scuro in volto sbattendo la porta.
Il notaio non batté ciglio. Seduto al suo tavolo di lavoro attese che il cane si placasse e
tornasse ad appoggiargli il muso sulle ginocchia, per una delle consuete grattatine, e poi
concluse che era arrivato il momento di por termine anche a quella giornata.

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Prese il lume, e salì a raggiungere la moglie nel talamo coniugale e subito si coricò.
Quella notte dormì malissimo, agitato e inquieto più del solito.
Il volto del morto riempì i suoi sogni. Lo seguiva ovunque, lungo scoscesi sentieri di
montagna, dentro boschi fitti di ombre, su crinali di colline ricche di ulivi, lo affiancava lungo
assolate ed interminabili strade di pianura, all'interno di chiostri affollati di tonache bianche e
cappe nere.
Lo fissava muovendo le labbra senza sosta, come se parlasse in continuazione, come se
pronunciasse un fiume di parole di cui tuttavia il nostro non riusciva ad intendere nulla,
neppure una sillaba, per quanti sforzi lui facesse per comprendere, e per quanto l'altro
visibilmente si sforzasse di farsi comprendere.
Una totale incomunicabilità accompagnata da un disperato desiderio di comunicare.
Rodrigo nel sogno appariva sofferente, di un profondo dolore interiore, intriso di paura,
come posseduto da una cupa angoscia che subito si trasferiva al dormiente, che mugolando si
agitava nel letto sino al repentino risveglio liberatorio dall'incubo appena vissuto.
Risveglio improvviso per il nostro notaio, che quella notte si ripeté per almeno tre o
quattro volte, per tradursi infine in un dormiveglia inquieto, in un continuo rigirarsi nel letto,
sin che il chiarore dell’alba non iniziò a filtrare attraverso i pesanti tendaggi del baldacchino.
La moglie di Celsi, una donna devota e modesta, timida dinanzi al marito, non pose
interrogativi, non fece domande. Più semplicemente ne capì lo stato d'animo e svelta sgattaiolò
in cucina non appena la campana della chiesa diede il primo tocco.
Nella vasta cucina accese un fuoco di fascina leggera, che subito divampò vivace, sino a far
bollire dell'acqua in una pentolina di rame, ove preparò un infuso di tiglio.
Con una tazza di infuso di tiglio bollente in mano, seduto sul letto, il notaio Celsi iniziò
una nuova giornata. Come altre volte gli era capitato di osservare, il giorno gli apparve subito
meno penoso, meno foriero di ansie e timori della notte appena trascorsa. Un senso di pace
interiore, conciliato anche dal sonno perduto, calò gradualmente su di lui.
Bevve lentamente, la bevanda era in effetti anche troppo calda, posò la tazza e tornò sotto
le coperte. La moglie, rientrando nella stanza dopo pochi minuti, lo trovò che dormiva di un
sonno finalmente profondo e sereno.

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capitolo secondo

Milano, martedì, 15 marzo 1491, cinque giorni dopo la morte di Rodrigo Carpani.

Una splendida, luminosa e finalmente tiepida giornata di sole, dopo tanta nebbia, tanto
freddo, e intere settimane passate sotto un cielo grigio ingombro di nubi. Nei prati e negli orti
circostanti Santa Maria delle Grazie, la natura tornava finalmente a sorridere.
E tornavano a sorridere anche i frati, messi a dura prova da quell'inverno rigidissimo,
certamente il più rigido dell'ultimo decennio, che aveva definitivamente collaudato salute, fede
e vocazione di tutti, insieme alle strutture del tetto del nuovo convento.

Il Priore era palesemente soddisfatto.


Sempre più chiari erano i segni della benevolenza e della simpatia del duca Ludovico, che
sembrava aver deciso di finanziare un ulteriore ampliamento ed abbellimento della chiesa e
del convento.
Il progetto sarebbe stato probabilmente affidato a Donato di Angelo di Pascuccio, detto il
Bramante, architetto di fiducia del Duca. Costui poteva già vantare numerosi lavori di
successo, commissionatigli dal governo ducale. Aveva rifatto la chiesa di san Satiro in Milano,
suo era stato il progetto per il completamento del duomo di Pavia, e soprattutto suo era il
progetto risultato vero vincitore del concorso per il tiburio del duomo di Milano, anche se poi
altro era stato il progetto scelto per la realizzazione. Il Duca non avrebbe potuto scegliere me-
glio.
Ma ben più concreti erano i motivi della soddisfazione del Priore.
Sin dai giorni duri ed incerti del primo insediamento in San Vittoretto all'Olmo, sul terreno
e nell'edificio donato da Gaspare Vimercati, e poi nel nuovo convento delle Grazie, i
Domenicani avevano lavorato sodo, ed i risultati, come usava ripetere il Priore, parlavano
ormai da soli.
La comunità, con i suoi uomini più in vista, era ormai divenuta un punto di riferimento
essenziale per la vita religiosa e civile della città. La sua influenza crescente traeva alimento da
una vastissima rete di relazioni personali, saldamente radicata anche all'interno della corte
ducale, e dalla forza propulsiva di una attività intellettuale religiosa e civile vivacissima. Di
qui, il Priore lo capiva benissimo, la benevola attenzione con la quale il Duca, politico
consumato e attento sempre a coltivare le basi del consenso alla propria azione di governo, ne
seguiva da vicino la crescita. Sul piano religioso l'azione dei Domenicani delle Grazie era stata
subito chiaramente orientata dalle idee di alcuni spiriti forti, massime Caterina da Siena, che
propugnavano un ripristino fermo e severo delle regole monastiche originarie, il ritorno
pertanto a forme di vita conventuale austere, il ripristino del primato degli studi e della santità
della vita sugli altri valori.
La “provincia"“ dei Domenicani di Lombardia era stata una delle prime ad attuare quella
che veniva chiamata la “riforma”, e la conseguenza era stata un rifiorire degli studi religiosi,
grazie ad abitudini di lavoro intellettuale divenute di bel nuovo serie e disciplinate, e il ritorno
dei Domenicani al tradizionale ruolo propulsivo e centrale nell'elaborazione dottrinaria della
Chiesa.
Era anche di conseguenza tornato il prestigio e l'autorità necessari per poter predicare
efficacemente la dottrina cattolica, rivisitata ed aggiornata dal lavoro di San Tommaso e San
Domenico, ad una società civile che andava progressivamente spaccandosi in due: da un lato

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una classe sociale ricca, edonistica, scettica e miscredente, i cui valori paganeggianti erano
sempre più influenzati dalla riscoperta della cultura classica, greca più che romana.
D'altro lato, classi operose, borghesi e proletarie, sulle quali gravava obtorto collo il peso
delle follie economiche e sociali della corte ducale, e che sempre meno gradivano la situazione
che si era creata.
A questi successi esterni, si erano accompagnate notevoli tensioni interne allo stesso
Ordine dei Domenicani, che apparivano al momento al nostro priore placate sul piano formale,
ma ancora lontane da una composizione sostanziale.
La minaccia più grave all'autorità del Priore era proprio stata portata dall'interno, e
coinvolgeva un complicato gioco di equilibri politici e dottrinari, ove il ruolo del convento di
Santa Maria delle Grazie e del suo priore era oggettivamente poco rilevante, mentre rilevan-
tissimo appariva il ruolo di fra Girolamo Savonarola, domenicano ferrarese acceso e notissimo
per le sue prediche di feroce critica alla Chiesa ed alla società del suo tempo.
La vicenda, di dominio pubblico, aveva fatto scalpore e suscitato numerosi interrogativi.
Fra Girolamo, allontanato circa tre anni prima da Firenze dai superiori, sicuramente su
esplicita richiesta di Lorenzo de Medici, aveva pericolosamente vagato tra Milano, Genova,
Ferrara e la sua sede provvisoria di Brescia, ed era stato infine inaspettatamente autorizzato a
ritornare in Firenze, ove predicava nel convento di S. Marco, di cui addirittura era stato
nominato priore.
Lorenzo, preoccupato per la carica eversiva delle prediche del frate, e per la manifesta
impossibilità, dopo i tanti tentativi avviati, di scendere con lui a patti, ne aveva chiesto ed
ottenuto allora l'allontanamento. Perché ne aveva ora autorizzato il ritorno?
Fra Girolamo, questo era sicuro, non era certo cambiato.
Il frate infatti, quasi interpretando come segni di debolezza i comportamenti di Lorenzo e
dei propri superiori, aveva intensificato la violenza eversiva delle proprie prediche, tutte
maniacalmente centrate su tre concetti: la ineluttabilità del castigo dei peccatori, che poi erano,
secondo i suoi detrattori, tutti coloro che non la pensavano come lui; la necessità della riforma,
che era poi un modo complicato, così sostenevano i suoi nemici, per dire che tutti dovevano
fare ciò che lui riteneva si dovesse fare; l'imminenza del castigo, che era l'ovvia terribile
minaccia del castigo divino, certo, pronto e garantito, per coloro che tardavano ad adeguarsi
alle sue idee.
Il ritorno di fra Girolamo a Firenze aveva un significato per la vita di quella città che per il
momento era sfuggito a tutti. Chiarissimo era invece il senso che tale ritorno aveva per il
Priore.
Con quel ritorno venivano infatti radicalmente e definitivamente smentite le voci che
alcuni maligni burloni, ammesso e non concesso che questa fosse la corretta spiegazione di
quelle voci, diffondevano periodicamente sul prossimo arrivo di fra Girolamo alle Grazie,
ovviamente con l'incarico di priore.
Con il cadere di queste voci veniva ripristinata la sua autorità piena sul convento, e in
particolare su di un fraticello, tal fra Arimondo da Gallarate, che sull'esempio di fra Girolamo
se non in combutta con lui ed i suoi accoliti, gli stava destabilizzando il convento con la carica
rivoluzionaria delle sue idee e con la violenza verbale e settaria delle sue prediche.
Arimondo, con il suo atteggiamento savonarolesco, avrebbe certamente potuto guastargli i
rapporti con la corte ducale, per tacere dei problemi che comunque gli avrebbe procurato con
la gerarchia.
“Una serpe, una vera serpe velenosa, qui, nel mio convento! E debbo pure stare attento a
come lo tratto, viste le protezioni di cui gode per motivi che rinuncio a capire. C'è una specie di
voluttà morbosa da parte di certi signori a farsi dire in faccia senza tanti complimenti o rigiri di
parole quanto siano ladri od inetti governanti, quanto siano peccatori. E voglio deliberata-

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mente ignorare, poiché sudo freddo solo al pensarlo, ciò che il giovanotto va dicendo,
sottovoce per la verità, e con una certa qual astuta prudenza, sulla Curia di Roma e su chi
dentro ci comanda! E taccio, per carità di Cristo, su aspetti dottrinali che qualcuno mi riferisce,
perché è meglio per me far conto di non sapere!” amava dirsi il Priore nel chiuso della sua
cella, ove aveva preso da tempo l'abitudine di parlare da solo.

Quel martedì 15 marzo, allegro e di buon umore, il Priore lasciò la biblioteca richiamato
dalla campana dell'ufficio vespertino e si diresse verso il coro, ove squillavano le note del
nuovo organo da poco installato grazie alla munificenza del segretario particolare del Duca,
Marchesino Stanga. Raggiunse il proprio scranno e con voce tonante, tonante e vibrante come
non gli capitava ormai da mesi, partecipò al canto delle litanie, alla recita delle preghiere ed
alla funzione della benedizione.
Con tutti i frati raggiunse infine il refettorio, ove veniva in silenzio consumato il pasto, nel
mentre il fratello di turno leggeva un brano delle Scritture.
La cena, una minestra di verdure e pane nero inzuppato, preparata con un soffritto di
grasso d'oca al quale erano state aggiunte fave e rape, oltre a qualche erbetta dell'orto, apparve
stranamente passabile, quasi gustosa. “Complimenti! Meno acquosa ed un po’ più saporita del
solito!” commentò sorridendo il Priore al termine della cena rivolto al frate cuciniere, vittima
serafica e imperturbabile dei rimbrotti e dei lazzi quasi obbligati di tutta la comunità.
“Domine non sum dignus!” replicò il cuciniere, come sempre ilare e paziente, come sempre
colmo di cristiana letizia e serena mansuetudine, sfortunatamente non disgiunte da una ferrea
teutonica feroce determinazione nel replicare esattamente giorno dopo giorno le più orripilanti
ricette, le più immangiabili pietanze, che mai frate cuciniere avesse concepito e cucinato, “...
certamente con la fattiva e determinante collaborazione del Demonio in persona”, come
solevano commentare i più comprensivi tra i confratelli.
“Non vi sono dubbi che la situazione del convento volga al meglio, se nella minestra il
cuciniere mette meno acqua!” osservò il Priore a fior di labbra rivolto al suo vicino di tavola,
che annuì vistosamente, sorridendo tranquillo.
La cena e le preghiere collettive erano finite.
Ridendo e schiamazzando i frati corsero tutti all'aperto, nel chiostro, a godersi le ultime
luci del giorno e l'aria quasi primaverile della sera, limpida e chiara, anche se ancora povera di
profumi, dopo una dura giornata di lavoro e di penitenza.
Non tutti in verità apparivano ridenti e spensierati. Alcuni se ne stavano in disparte severi
e accigliati, chi seduto sul muretto delimitante il chiostro e chi in piedi, ad ascoltare fra
Arimondo, che stava parlando loro fitto e gesticolante, a bassa voce e senza un sorriso.
La conversazione stava coinvolgendo un po’ tutti ed era salita di tono. In quel vocio
confuso il Priore non riusciva, per quanti sforzi facesse, ad intendere bene le parole di
Arimondo, e nemmeno gli riusciva di comprenderne il senso generale.
Un confratello poi, con una determinazione assolutamente intempestiva, stava
rumorosamente riferendogli con ricco dettaglio di particolari quelle che erano le ultime notizie
filtrate dalla corte ducale sul difficile avvio, così difficile da non essere ancora avvenuto,
secondo i bene informati, del rapporto matrimoniale del duca Ludovico con la giovanissima
sposa Beatrice d'Este. La sposina appena quindicenne non gradiva la presenza sotto lo stesso
tetto di Cecilia Gallerani, amante di turno di Ludovico, incinta di lui e prossima a partorire, e
resisteva con insospettata energia e determinazione ai tentativi di Ludovico di consumare il
matrimonio.
Sempre i bene informati, riferiva implacabile il confratello ad un Priore sempre più
infastidito e teso a cogliere frammenti del discorso di Arimondo, parlavano ormai di rottura
insanabile, o meglio, sanabile forse solo con l'allontanamento di Cecilia dal castello di Porta

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Giovia, sede della corte ducale. L'allontanamento era ormai dato per imminente, anche perché
sarebbero certamente sorte complicazioni politiche con la potente famiglia d'Este ove a Beatrice
non fosse stata data pronta, piena e pubblica soddisfazione.

La lite scoppiò violentissima ed improvvisa. Una esplosione di urla rauche ed


incomprensibili, tra pugni e calci, grida e scatti rabbiosi, frenata a stento dai confratelli più
vicini, in un turbinio di tonache bianche strappate. Fra Carmelo e fra Arimondo si stavano
furiosamente azzuffando!
Il Priore rimase qualche secondo come paralizzato, allibito per l'accaduto. Subito si riprese
e corse a dividere definitivamente i due che ancora cercavano di colpirsi, paonazzi in volto per
l'ira e lo sforzo di divincolarsi dalla stretta ormai salda dei confratelli.
La scena cambiò di nuovo di colpo. Alla vista del Priore, fra Arimondo si calmò subito e
fra Carmelo poco dopo, tra colpi di tosse, gli occhi bassi, qualche residua spinta ai presenti che
sempre più numerosi continuavano a premerli ed a trattenerli.
Fra Arimondo fu il primo a gettarsi ai piedi di fra Carmelo, ancora tremante di rabbia e
palesemente sorpreso dal gesto del rivale, che in ginocchio innanzi a tutti implorava perdono.
Il Priore, con inopinato tempismo, ne approfittò subito per accennare ad un rapidissimo e
sintetico gesto di benedizione, sollevarlo da terra ed abbracciarlo.
Anche fra Carmelo cadde in ginocchio ai piedi del Priore, e fu anch'egli prontamente e
rapidamente benedetto, sollevato ed abbracciato.
“Suvvia fratelli, fate subito pace! Quale diavolo vi ha per un attimo posseduto? Ricordatevi
della vostra grande fede, ed abbiate tanta santa pazienza, misericordia e carità per il vostro
prossimo e soprattutto per coloro che condividono la vostra scelta di vita, secondo l'esempio e
la lezione del nostro santo fondatore!” proclamò accigliato ma con voce paciosa e suadente il
Priore.
Tra i frati che imbarazzatissimi gli si accalcavano intorno, si fece largo proprio in quel
momento un servo in livrea, che recava un messaggio per fra Arimondo, che aveva ripreso il
pallido consueto colore del volto, lo sguardo suo solito, un totale ed invidiabile controllo di sé.
Arimondo porse il messaggio senza leggerlo al Priore, che accostatosi ad una torcia lo
scorse rapidamente, ed annuì col capo: “Vai pure figliolo. Bada a portarti una lanterna per il
ritorno, che la notte è scura.”
E fra Arimondo scivolò nel buio accompagnato dal servo, con impreveduta silenziosa
celerità, sotto lo sguardo attento e stupefatto dei fratelli, che non cessavano di scrutarsi in viso
l'un l'altro, commentando sbalorditi l'accaduto.
La notte era ormai fonda, mentre le torce illuminavano debolmente androni e corridoi del
convento, e poche candele rischiaravano appena la chiesa ove alcuni si erano recati a pregare,
mentre altri si erano ritirati nelle rispettive celle.
Saluti di buona notte, qualche timida battuta spiritosa per rompere la tensione creatasi,
rumori di passi e di porte che sbattevano, ancora qualche brusio e scalpiccio, e poi il silenzio
usuale, denso e profondo, rotto soltanto da qualche lontano abbaiare di cani.
Il Priore posò sul tavolo della cella la lanterna, e si sedette come faceva ogni sera per
leggere qualche pagina prima di coricarsi. Un caro amico gli aveva spedito da Roma un
bellissimo testo di patristica magistralmente stampato da Sweynheym e Pannartz e dottamente
commentato ed annotato dal Bussi.
La lettura procedeva spedita sulla pagina chiara piena di quella splendida scrittura. Il testo
era tra i più pertinenti ed interessanti ai fini del lavoro che il nostro aveva in corso, ma la
mente vagava inquieta, deconcentrata, riandava all'episodio inaudito di poco prima,
all'inconcepibile venire alle mani di due tra i più autorevoli e colti tra i suoi frati.

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“Chissà che mai c'è sotto a questa lite! Domani, placatisi gli animi, debbo tassativamente
fare discrete indagini per capirne di più, e speriamo di non trovarci davanti a cose grosse!
Questa faccenda è troppo clamorosa per esser messa a tacere. Debbo assolutamente
prendere provvedimenti, anche se non so ancora che mi convenga fare. Certamente debbo
rafforzare la disciplina, tutelare il buon nome della nostra congregazione, la fama e l'immagine
del nostro ordine, e anche la mia posizione, il mio prestigio e la mia autorità!
C'è comunque in questa faccenda qualche cosa che non convince. Costoro sono amici,
hanno sempre fraternizzato ed hanno idee abbastanza simili: che è successo tutto all'im-
provviso? Pettegolezzi non ne sono mai circolati, voci di donne et altera similia, e questo
genere di cose nei conventi si risanno subito. No! Dovrebbe trattarsi di altro, anche se non so
proprio che mi debba aspettare!” si disse a mezza voce il Priore.
Una campana lontana batté la mezzanotte. Nel silenzio più profondo il Priore recitò
l'ultima preghiera della giornata, spense la lanterna e si coricò.
All'alba il sacrestano passò come di consueto a svegliare i confratelli bussando alla porta
delle celle, prima di provvedere al consueto scampanio annunciante le prime funzioni religiose
della giornata.
Nel mentre il sacrestano batteva alla porta di fra Carmelo, frate Arimondo rientrava in
convento accompagnato sin sulla soglia da un servo in livrea del notaio Maffei, che scambiò
un cenno di saluto anche col sacrestano. Arimondo rientrò nella propria cella e ne uscì quasi
subito per recarsi nel coro per i canti e le preghiere del mattino, unendosi a tutti i confratelli già
in movimento.
Non tutti, per la verità. Fra Carmelo non c'era, il suo scranno era vuoto, e quella mattina
non era stato veduto da alcuno.
La porta della sua cella appariva chiusa dall'interno e nessuno rispondeva né alle grida del
sacrestano, né ai rimbombanti baritonali richiami del Priore, subito accorso per rendersi conto
dell'accaduto.
Fra Giuseppe, il fabbro del convento, sopraggiunto con la cassetta dei ferri, fattosi largo tra
i confratelli tra i quali Arimondo in prima fila, iniziò ad armeggiare con punteruoli, spine e
grimaldelli sin tanto che finalmente la porta si aprì. Come tutti ormai si attendevano, Carmelo
giaceva morto stecchito, steso sul suo letto!
Il Priore tentò subito di smuoverlo, ma il corpo appariva rigido e freddo. Nel mentre alcuni
frati cercavano di ricomporre il cadavere, il Priore, memore degli studi di medicina seguiti in
gioventù a Bologna e ben dominando la propria emozione, lo esaminò attentamente, e constatò
che non presentava apparenti segni di violenza.
Anche la cella appariva bene ordinata, come era costante abitudine di Carmelo, con il
mantello, la cappa e la tonaca ben ripiegati sul letto, ed i libri e le carte al loro posto consueto.
Sul tavolo, aperta, una copia del “Macer Floridus”, splendido erbario stampato a Napoli circa
dieci anni prima.
Ancora sul tavolo, accanto alla lanterna, una brocca di tisana mezza vuota, con accanto un
boccale che ancora ne recava tracce. Certamente una delle celebri tisane di fra Carmelo, famose
anche fuori del convento per la cura di numerosi malesseri e malattie, e che facevano accorrere
ogni giorno decine di ammalati ed altri postulanti che si accalcavano nel chiostro. Ivi Carmelo
sovrintendeva alla pubblica distribuzione delle tisane, che Carmelo stesso preparava sul fuoco
della cucina aiutato in questo anche da altri confratelli, autorizzato ed addirittura incoraggiato
in ciò dal Priore, per il lustro e la fama, oltre che per il danaro, che ne ricavava il convento.
La situazione del convento appariva ora gravissima.
La morte del frate avvenuta dopo un inspiegabile violento litigio con Arimondo sollevava
non pochi dubbi nell'animo del Priore, che ad ogni buon conto provvide con destrezza a
chiudere brocca e bicchiere nella propria cella.

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Dire che il nostro fosse preoccupatissimo è dire poco, ma riuscì a mascherare bene i propri
sentimenti.
Modi accattivanti, una bonomia e semplicità di atteggiamenti che qualche superficiale
poteva anche mal valutare, celavano un cervello di prim'ordine e nervi d'acciaio, una perso-
nalità forte, difficile a ingannare e soprattutto a coartare. La persona era di qualità e all'altezza
della situazione che si era creata al convento.
Fra Carmelo era relativamente giovane, di sana costituzione, ed in ogni caso la sera prima
si era mostrato in normali condizioni di salute, ed appariva improbabile che la lite, per quanto
violenta fosse stata, lo avesse scosso sino al punto da provocarne la morte.
A giudicare dalla rigidezza del cadavere, la morte doveva risalire alla tarda serata
precedente. Fra Carmelo si era ritirato nella sua cella, doveva averne chiuso la porta a chiave
dall'interno, cosa che né lui né i confratelli avevano l'abitudine di fare, si era coricato e doveva
esser morto poco dopo, senza la forza o la volontà di invocare aiuto. Questi i fatti!
Nel mentre i confratelli si affollavano freneticamente ed emotivamente attorno al cadavere,
ed organizzavano le cerimonie delle esequie, il Priore era rimasto molto lucido. Il contesto dei
fatti faceva ritenere probabile una morte per avvelenamento, un delitto oppure un suicidio, e
se ciò era vero, il veleno era probabilmente ancora nella tisana.
Nell'ipotesi di un delitto, principale indiziato era Arimondo. Ma proprio per quella sera e
per quella notte Arimondo disponeva di un apparente alibi di ferro, poiché si era allontanato
dal convento prima che Carmelo si rinchiudesse nella sua cella ed era rientrato certamente
dopo la sua morte, a meno di ipotizzare una premeditazione, anteriore all'episodio della lite.
Uscito dal convento, il Priore si diresse verso il pollaio. Ad una delle oche, una delle più
magre, diede da bere in un coccio parte della tisana, che l'oca bevve con buffi rapidi sorsi.
Nell'arco di pochi secondi, dopo alcune disordinate e disperate evoluzioni, l'animale era steso
a terra, morto stecchito.
Non servivano altre prove: Carmelo era morto avvelenato! Afferrò l'oca e la gettò nel
canale che costeggiava il pollaio, ed uscì in istrada dirigendosi verso il centro.
Era ormai giorno fatto, e la strada brulicava di viandanti, carri e animali, che entravano ed
uscivano dalla città. Non vi era tempo da perdere! Nel mentre procedeva lungo strade sempre
più affollate, ove era difficoltoso e lento anche il procedere a piedi, rifletteva sul modo più
adatto per presentare i fatti ai propri superiori. Poco dopo varcava il portone della residenza
del Provinciale dei Domenicani, nei pressi della chiesa di san Maurizio, e, dopo una breve
anticamera, veniva ammesso alla sua presenza.
“Ma che accade di tanto importante e urgente da precipitarvi qui di prima mattina senza
preavviso?”
“Mio caro Provinciale” replicò ancora affannato il Priore “Un fatto gravissimo. Un delitto
dentro al mio convento. Un confratello morto avvelenato, uno dei migliori. Un delitto, senza
alcun dubbio, praticamente sotto i miei occhi!”
“Mio caro Priore...” lo interruppe serafico il Provinciale “... siete proprio sicuro di ciò che
con indubbia precipitazione, accetterete volentieri questo mio modesto rilievo, mi siete venuto
ad annunciare? Siete poi così certo di non essere stato tratto in inganno da circostanze, come
dire, da coincidenze diaboliche quanto estranee al fatto? Non vi sfiora il dubbio, i dubbi sono il
basilare strumento di lavoro di tutti noi che abbiamo l'onere di guidare uomini ed organiz-
zazioni, che ad una più meditata, pacata e sofferta riflessione, quello che potrebbe anche
apparirvi ad un primo affrettato superficiale esame un possibile delitto, od anche, perché no?,
un possibile suicidio, potrebbe risultare solo un maligno concorso di cause letali certamente
per il povero Carmelo, su questo aspetto non è lecito avere dubbio alcuno, ma che potrebbero
pur sempre essere naturali?”
“Ma allora voi già sapete tutto! Sapete anche tutti i dettagli?”

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“No, tutti i dettagli non li conosco. Ho però già avuto informazioni sufficienti per dubitare
della tesi del delitto. Propendo, con qualche dubbio ma che ufficialmente negherò, per la tesi
della morte per cause naturali. Caro Priore, Carmelo è morto per cause naturali! Avete ben
inteso? Solo ed esclusivamente per cause naturali, senza interventi esterni di alcuno! Mi sono
chiaramente spiegato? Non vi è stato alcun delitto ieri sera nel suo convento!” concluse con
voce asciutta guardandolo in viso.
“Certamente, ora capisco, nessun delitto. Deve esserci stato un abbaglio, da parte dei
confratelli, ma soprattutto mio. Dopo una corretta analisi e correlazione dei fatti, appare certo,
ne convengo, che il povero confratello Carmelo ieri sera deve essersi preso un morbo maligno
che lo ha condotto a morte, normalmente e naturalmente.
Una specie di improvviso letale raffreddore!
E pertanto quale delitto? Chi ha diffuso queste chiacchiere?
Provvederò pertanto a normali e regolari funerali, e darò severissime direttive perché
nessuno si permetta di diffondere infondate quanto inutili illazioni sulla natura del raffreddore
di Carmelo. Se il reverendo padre provinciale permette, farò tuttavia pervenire a lei in plico
rigorosamente sigillato una breve relazione riservata riguardante le modalità della morte di fra
Carmelo, perché resti opportuna traccia scritta delle infondate chiacchiere che stamani
circolavano al convento.” replicò il Priore, che aveva riacquistato di colpo tutta la sua solita
calma, la sua solita aria sorniona e compunta.
“Certo, certo, se proprio non ritiene di poterne fare a meno. Scriva pure, scriva ciò che
ritiene assolutamente indispensabile di dover scrivere, attenendosi rigorosamente ai fatti, mi
raccomando. Niente romanzi, poemi, fantasie o dietrologie, una o due paginette sintetiche
senza svolazzi.” disse un po’ seccato il Provinciale.
“Copia della stessa relazione devo farla pervenire anche ad altri? Alle autorità civili, ad
esempio?”
“Ma siamo impazziti? Che sciocchezze sta mai dicendo? Dov’è il fatto delittuoso? Non c'è
stato alcun fatto delittuoso, come lei mi ha correttamente riferito, e pertanto manca l'ubi
consistam, non vi è motivo alcuno per pensare di mandare relazioni alle autorità civili. Piutto-
sto ne faccia copia per l'Arcivescovo, e badi bene che la copia gli pervenga in plico
rigorosamente sigillato, e che nessuno, dico nessuno, sia indotto in tentazione di aprirlo,
leggerne il contenuto e risigillare il plico prima che l'Arcivescovo l'abbia in mano.”
“Caro padre Provinciale...” replicò pacioso e persino ironico il Priore. “... come posso
ringraziarvi della vostra opera di accertamento dei fatti e di chiarimento delle mie idee? Ho in
testa grazie a Voi idee chiare e preziose su come devo comportarmi.
Per questo motivo sono venuto qui da lei questa mattina, e come dice san Bonaventura
“Divinum auxilium comitatur eos qui petunt ex corde umiliter et devote (l'aiuto di Dio
accompagna coloro che lo chiedono col cuore con umiltà e devozione)"!”
“Certamente, caro Priore, ma non dimentichi mai che “Omnia temporalia sub dominio et
potestate ecclesiae et potissime summi pontefici collocantur (le cose di questo mondo si
collocano sotto il controllo ed il potere della Chiesa e soprattutto del sommo pontefice).”
“Credo di non averlo mai dimenticato. Ho ben presente il pensiero di fra Egidio Romano, e
ne terrò preziosissima memoria nel caso, Dio ci aiuti, si verificassero, anche solo in ipotesi,
situazioni che possano dar luogo a turbamenti od imbarazzo per l'autorità ecclesiale.”
“Certo, certo, non credo che possiate avere dubbi al riguardo. Allora quante copie farà di
questa sua benedetta e sintetica relazione, se proprio avverte insistente il bisogno di scriverla?”
“Ve lo confermo. Due sole copie, una per lei e l'altra per l'Arcivescovo, oltre alla minuta,
ovviamente, che conserverò nel mio archivio personale. È inutile dirle che il copista sarò io
stesso. “ aggiunse con lieve ironia il Priore.

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“Benissimo, non avevo dubbi. Vorrei ora aggiungere poche parole sulla questione
generale, perché sia ben chiaro quale sia il mio pensiero al riguardo, e non vi siano fraintendi-
menti di nessun genere, che sarebbero fra noi fuori luogo. Il concetto centrale, l'idea guida, è
che certi fatti in una certa ipotetica situazione potrebbero, se riconosciuti veri dalle autorità,
apparire tali da stemperare, attenuare, in un certo senso corrompere la fede dei popoli nella
Chiesa e nelle sue istituzioni, e ciò è male.
Ecco quindi la necessità o meglio il dovere dell'autorità ecclesiale di opportuni interventi
ed interpretazioni, a piena e doverosa tutela della fede. È importante che la Chiesa mantenga
pieno il controllo sugli avvenimenti e sugli uomini che ne sono protagonisti. Chi deve sapere
sappia bene ciò che accade, l'Arcivescovo ad esempio, oppure io stesso, nel caso del suo
convento, circa il quale posso ben volentieri garantirle di essere perfettamente al corrente di ciò
che è accaduto.”
“Le ripeto di aver ben inteso tutto, compreso il suo discorso sulla questione generale.
Peraltro ho il piacere di apprendere che Ella si dichiara pienamente informato sulle vicende
recenti riguardanti il mio convento, così come vorrei poterlo essere anch'io. Può cortesemente
dirmi ciò che sa?”
“Mio caro Priore, le vicende che hanno coinvolto il suo convento sono molto complesse.
Ciò che lei sa è al momento più che sufficiente per il suo lavoro. Mi comprenda bene e non se
ne abbia a male, ma a volte è un apprezzabile vantaggio, una garanzia di tranquillità,
addirittura di sicurezza, essere poco informati, ignorare, semplicemente non sapere certi
retroscena, certi aspetti nascosti degli avvenimenti di cui si è testimoni, e non celare la propria
ignoranza, ma al contrario renderla nota a tutti, in un certo senso esibirla, ed essere creduti.
Intelligenti pauca!”
“E con l'Arcivescovo come mi debbo regolare?”
“Ne abbiamo già parlato. Gli porti personalmente copia della relazione, e risponda
apertamente e sinceramente a tutte le domande che eventualmente le venissero da lui rivolte.
Taccia con chiunque altro non sia l'Arcivescovo, ci siamo capiti?”
Il Priore si congedò dal Provinciale, e rientrò subito al convento. Si rinchiuse nella propria
cella ove vergò rapidamente una scarna relazione sulla morte di fra Carmelo, che peraltro
conteneva precisi riferimenti a tutti i vari episodi accaduti, quali l'alterco, la tisana e l'oca, la
porta chiusa dall'interno, la probabile ora della morte desunta dalla rigidezza del cadavere,
l'alibi di Arimondo.
Si limitò a riferire i fatti in modo asciutto, senza esprimere giudizi, formulare accuse,
avanzare sospetti, ipotizzare nessi di causalità.
Ricopiò due volte la relazione, rinchiuse la minuta nel suo archivio personale che era
provvisto di chiave, e preparò i due plichi sigillati con ceralacca recante il suo sigillo.
Tutto affannato ed accaldato, il sole ormai era alto e prossimo allo zenit, si precipitò di
nuovo nello studio del Provinciale che, ricevutolo subito, aprì serio ed attento il plico a lui
destinato e, lettolo con la massima concentrazione, lo congedò dicendogli “Sono d'accordo.
Consegni pure il plico all'Arcivescovo, con le modalità concordate, e che il Signore aiuti noi ed
il convento delle Grazie.”

L'Arcivescovo era introvabile.


Il Priore esperì ogni possibile tentativo di seduzione o di minaccia con i segretari di
Guidantonio Arcimboldi, senza alcun risultato.
L'Arcivescovo aveva ottimi rapporti personali con il Priore. Recentemente lo aveva
addirittura mobilitato per la raccolta di fondi e di crediti per l'avvio dei lavori per la
costruzione del tiburio del duomo, la cui prima pietra era stata posta proprio da Arcimboldi

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nel settembre dell'anno prima “a lode di Dio e della Madonna e per la buona fortuna del
Duca”.
I suoi segretari erano al corrente di queste amichevoli frequentazioni, sapevano che
l'Arcivescovo gradiva le sue visite, ma non furono in grado di aiutarlo. Apparentemente
nessuno sapeva ove Arcimboldi fosse, che stesse facendo, quando si sarebbe potuto liberare
dai suoi attuali improvvisi e misteriosi impegni. Unica soluzione possibile era aspettare.
Nella sala delle udienze del palazzo arcivescovile, una folla di prelati stizziti e vocianti
attendeva l'arrivo di Arcimboldi.
Tutti gli appuntamenti del mattino erano saltati. Il segretario alle udienze Giovanni
Crivelli non sapeva più come arginare l'impazienza ed il nervosismo, ed in qualche caso anche
l'ira, di decine di uomini che vedevano compromessa un'udienza spesso postulata e preparata
da mesi, scombinato un programma di viaggio predisposto con cura, franare tutto un castello
di speranze e di attese che coinvolgeva tante persone e tanti interessi.
Un movimento brusco e nervoso di coloro che si accalcavano innanzi alla porta attraverso
la quale si accedeva dalla sala dell'udienze allo studio di Arcimboldi, fece intuire al Priore che
forse il momento dell'avvio delle udienze era finalmente arrivato.
La porta dello studio si aprì e Crivelli si affacciò per chiamare a gran voce il Priore, che
iniziò a fendere la folla dei presenti, tra le risentite e rumorose proteste di tutti coloro che rite-
nevano di avere diritto ad essere ricevuti prima. Riuscì a guadagnare con difficoltà il varco
della porta, ed entrò infine nello studio dell'Arcivescovo.
Arcimboldi non c'era. Crivelli rinchiuse la porta alle sue spalle, nel mentre lo fissava in
viso con uno strano sorriso un po’ obliquo.
“Carissimo ed illustre Priore, Sua Eminenza è occupatissima, ed al momento non può
riceverla. Ho incarico da lui di ritirare dalle vostre mani un plico sigillato contenente una certa
relazione circa un caso capitatovi questa mattina. Sono anche incaricato di riferirvi che non
dovete attendervi risposta alcuna.”
“Ma che sta dicendo? Ma come può essere possibile che dopo un caso come quello
capitatomi, come lei lo definisce, il mio vescovo si eclissa, si nega, mi rifiuta un colloquio? Mi
vuol dire che cosa sta succedendo? Arcimboldi ha paura di sentirsi dire che cosa è accaduto? E
poi chi mi dice che lei non stia raccontando frottole?”
“Si calmi, si calmi, caro Priore. La vedo troppo nervosa. Niente di tutto ciò che pensa è
vero! Semplicemente Sua Eminenza ha cose più importanti da fare in questo momento, e non è
il caso di farne una tragedia. In fondo Sua Eminenza è il vescovo di Milano, capitale del
Ducato, e non il parroco di un paesino qualsiasi, lei è certamente il primo a rendersi conto di
quali e quante siano le sue incombenze e le sue responsabilità. E poi, se Lei permette, non
credo che sia la prima volta che un monaco muore nel suo letto di morte naturale durante il
sonno, non le pare?”
Ed intanto continuava a sorridere con quel suo modo strano ed a fissarlo in viso.
“D'accordo, Crivelli, d'accordo, non sprechi altre parole. Dica pure a Sua Eminenza che
l'episodio capitatomi non è di alcun rilievo, e che pertanto non è il caso che egli perda tempo
ad occuparsene. Per doveroso rispetto verso la legge di questo stato, richiamerò peraltro l'at-
tenzione delle autorità civili sull'accaduto, massime del signor Capitano di Giustizia, al quale
dovrei consegnare una breve relazione, che ho predisposto. Segnali al Vescovo questo mio
intendimento, insieme al mio fermo rifiuto di consegnare copia di questa relazione a chiunque
non sia il mio Vescovo. Sono stato chiaro?”
“Ho capito.” rispose Crivelli che non sorrideva più e proseguì “La prego di attendere nella
sala delle udienze. Le faccio sapere qualcosa quanto prima”.
Nella sala delle udienze il Priore venne subito assalito da una turba di preti e laici
inviperiti, che protestavano per il mancato rispetto delle precedenze, e lo accusavano di aver

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brigato per scavalcarli nella lista delle udienze. Tutti rimasero allibiti nell'apprendere che
l'Arcivescovo era tuttora impegnato altrove, e che le udienze dovevano ancora cominciare.
Stava facendosi sera, e i presenti cominciavano ad allontanarsi, chi per raggiungere casa
prima di buio, ed erano coloro che abitavano nel circondario, chi per cercare un letto ove
dormire, ed erano gli altri che provenivano da più lontano.
Giovanni Crivelli si affacciò di nuovo alla porta dello studio per annunciare il definitivo
annullamento di tutte le udienze previste per la giornata, causa improcastinabili ed imprevisti
impegni sopraggiunti.
A coloro che chiedevano quando sarebbero stati ricevuti, Crivelli rispose che tutti
avrebbero ricevuta notizia per tempo al loro domicilio, non appena l'agenda di Sua Eminenza
lo avesse consentito. Al momento non era possibile dire di più.
Anche il Priore stava per allontanarsi, quando venne raggiunto da Crivelli che serio e
grave in volto lo invitò a seguirlo.
“Ma che avete per esser così preoccupato?” gli domandò il Priore che aveva ritrovato
calma e bonomia.
Crivelli non rispose subito. Imboccò la porta dello studio, ne aprì un'altra che dava su di
una rampa di scale che portava al piano di sopra.
“La sto portando da Arcimboldi!” gli disse Crivelli.
In una sala rettangolare del palazzo vescovile, seduti attorno ad un grosso tavolo di
quercia, il Priore scorse a capotavola l'Arcivescovo Arcimboldi, alla sua destra il Provinciale
dei Domenicani, e di fronte due vescovi, in uno dei quali gli parve di riconoscere il vescovo di
Como, da lui incontrato anni prima.
“Prenda pure una sedia e si accomodi, caro Priore, e lei Crivelli per cortesia ci lasci soli e
chiuda per bene la porta.” disse con voce pacata l'Arcivescovo.
“In primo luogo mi dia la sua relazione sull'accaduto, di cui ha già dato copia stamani al
suo superiore, e poi mi spieghi perché voleva parlare di tutto ciò col Capitano di Giustizia?”
“Eccellenza, ecco la relazione che mi è stato ordinato di porre nelle sue mani. La storia del
Capitano di Giustizia era un artificio per poterle consegnare direttamente la relazione. Non c'è
altro.” rispose il Priore.
“L'avevamo intuito. Ora parliamo di cose serie. Qual è la situazione del suo convento? Ci
sono teste calde, persone che mal sopportano la regola, di dubbia vocazione, insomma
situazioni che sono o potrebbero divenire anomale? Parli liberamente come fosse in
confessione!”
“La realtà del mio convento mi sfugge, ad essere sincero. In primo luogo confermo di non
avere idee chiare su quanto accaduto ieri notte, la cui gravita’ sono l’ultimo a sottovalutare.
Vivo questo avvenimento con un senso di colpa autentico, sostanziale, che credo nasca dalla
consapevolezza di non conoscere abbastanza i miei confratelli, soprattutto alcuni di loro. Non
mi preoccupano coloro la cui vocazione appare poco limpida, vacillante. Al contrario le mie
perplessità ed i miei dubbi nascono dai comportamenti di coloro per i quali la regola non è
mai abbastanza severa, la penitenza non è mai sufficiente, tutto fuori di loro è marcio ed
irrecuperabile, la vendetta del Signore sta per arrivare, nessun compromesso è possibile con la
società civile o, più in generale, con coloro che non la pensano come loro.
Parlo soprattutto di fra Arimondo e dei suoi amici. Hanno un grosso seguito in città, anche
fra persone che non mi paiono particolarmente timorate di Dio né ardentemente ansiose di
diventarlo. È una compagnia strana, di cui mi sfugge il capo del filo che li unisce, composta di
tanti aspiranti Savonarola, se Sua Eminenza mi permette questo modo di esprimermi, e fra
Arimondo è tra i più pugnaci ed autoritari di costoro, ed alcuni autorevoli borghesi e membri
della Corte Ducale, il notaio Maffei ad esempio, con il quale fra Arimondo si è intrattenuto a
fare non so cosa tutta la scorsa notte, dopo l'alterco con fra Carmelo.”

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“Perché il castellano di Pomerio, assassinato da ignoti la scorsa settimana, ha lasciato una
grossa somma di danaro in eredità al suo convento?” l’interruppe uno dei vescovi presenti,
forse il vescovo di Como.
“Non ne so nulla. Non ho mai sentito parlare del castellano di Pomerio, ignoro anche il suo
nome, e soprattutto non so nulla di questa provvida eredità.” replicò il Priore.
“Ne sentirà parlare, non è un delitto ricevere danaro per il convento in momenti come
questi.” interloquì sorridendo Arcimboldi.
“Ha mai sentito parlare di Gianmaria Celsi e di Rodrigo Carpani?” chiese scandendo le
parole il padre Provinciale.
“In tutta verità è la prima volta che sento questi nomi.” rispose il Priore.
“Bene!” concluse l'Arcivescovo “Tenga gli occhi e le orecchie bene aperte, è superfluo
ricordarglielo, e si attenga alle istruzioni che le ha impartito stamani il suo Provinciale. Torni al
suo convento e cerchi di spargere acqua sul fuoco, facendo tacere tutte le chiacchiere, e
badando a ben tutelare il buon nome della Chiesa Ambrosiana e delle sue istituzioni.”
“Stia tranquillo, Eccellenza, provvederò ed agirò con giudizio.”
Il Priore salutò con deferenza l'Arcivescovo e gli altri convenuti e rientrò di corsa al
convento.
Lungo la strada cercò soprattutto di riflettere, di mettere ordine nelle sue idee. Sul delitto
avvenuto era palese che i suoi superiori ne sapessero più di lui e ne fossero molto preoccupati,
com'era provato dalla riunione cui era stato chiamato a partecipare per breve tempo.
Perché nessuno doveva parlare del delitto? Chi doveva essere coperto? E perché? Che cosa
c'era sotto a tutta la questione? Che c'entrava il vescovo di Como?
V'era più di un motivo per esserne irritato e preoccupato. Il Priore rientrò di furia nella sua
cella, ove sul tavolo, in bella evidenza, v'era un plico proveniente dal notaio Gianmaria Celsi di
Pomerio.
“Ecco i soldi! La giornata pare finire meglio di come era cominciata.” si disse soddisfatto il
Priore. La preoccupazione e l'irritazione di poco prima era scomparse.
Con la sua bella scrittura rotonda, il notaio informava che il defunto Rodrigo Carpani
aveva disposto un lascito di mille ducati d'oro a favore del convento di Santa Maria delle
Grazie, pagabile a vista presso il banco milanese dei banchieri Giustiniani di Genova. In
allegato trasmetteva il titolo di credito, rogato dal notaio Maffei, milanese.
Il titolare del banco, Rodolfo Giustiniani, fu cortesissimo col Priore, che conosceva
benissimo, e rapido nel suo operare, quasi che ne attendesse la visita. Trasse da uno scaffale un
libro mastro, verificò rapidamente la rispondenza delle scritture, annotò accanto ad esse data e
nome di chi si era presentato per l'incasso e fece firmare al Priore per ricevuta. Annullò con
identiche annotazioni il titolo di credito che ripose in archivio, ed estrasse infine alcuni
sacchetti di monete d'oro che cominciò destramente a contare innanzi al Priore che
attentissimo seguiva l'operazione.
In pochi minuti vide allinearsi avanti a sé, ben ordinato sul banco di Giustiniani, tanto
danaro quanto mai aveva avuto occasione di vedere in vita sua.
“E ora che faccio di tutto questo danaro?” si chiese ad alta voce “Dove lo custodisco? Come
farò a spenderlo?”
“Quanto al problema di dove custodirlo e che cosa farne, immagino che sappiate che
proprio questo è il nostro mestiere!” rispose sussiegoso il banchiere. “Dovrete solo parlare e
firmare. Al resto sarò lieto di pensare io stesso. Conserveremo il vostro danaro e lo faremo
anche fruttare, se la Chiesa vi consente di prestare danaro ad interesse. Se la Chiesa non ve lo
consente, o se voi aveste qualche scrupolo, la faccenda si risolve ugualmente. Conserverò il
vostro danaro senza pagarvi interesse alcuno. Dopo un anno farò un'offerta al vostro convento

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pari al cinque per cento della somma che mi avrete lasciato in deposito, e tutti i conti
torneranno per bene, quelli del convento e quelli della vostra coscienza!”
“Mi avete fatto venire in mente un'altra idea, caro il mio Rodolfo. Vi lascio in deposito per
un anno i mille ducati, senza pretendere interesse alcuno, perché non voglio passare per usu-
raio. Vorrà dire che Voi farete subito una generosa offerta al convento di cinquanta ducati
d'oro, che utilizzerò per le spese più urgenti. Circa i restanti mille ho bisogno di tempo per
riflettere sul modo migliore di impiegarli.”
“Caro Priore, ho personalmente qualche difficoltà a non passarvi per usuraio, santo
usuraio ben inteso, dopo questa vostra proposta, ma voglio accontentarvi senza fiatare. Anche
i banchieri hanno un cuore, una coscienza, e soprattutto debbono guadagnarsi un posto in
Paradiso!”
Ciò detto, Giustiniani contò rapidamente cinquanta ducati d'oro che introdusse in un
sacchetto di tela, ripose tutti gli altri ducati in cassaforte, che chiuse a chiave, e predispose una
lettera di deposito che sottoscrisse e sulla quale appose il proprio sigillo. Il Priore salutò
allegramente, afferrò la lettera ed il sacchetto con le monete e rientrò in convento.

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capitolo terzo

Bernardino Cazzulani rigirò ancora una volta tra le mani le carte che aveva sul tavolo.
Era solo, nel suo ufficio al secondo piano di uno dei palazzi adiacenti al gigantesco cantiere
aperto per la costruzione del Duomo. Il sole era tramontato da un pezzo, e la luce della torcia
appena sufficiente per distinguere le parole.
Il rapporto pervenutogli alcune ore prima dall'agente residente a Cassano riferiva del
ritrovamento del cadavere di un giovane ben vestito, avvenuto nel Naviglio della Martesana
all'altezza della conca di Cassina de Pomm. Sembrava trattarsi di un caso di annegamento.
Il secondo rapporto proveniva invece da un agente ben addentro alla Milano ricca, nobile e
brillante, che frequentava la corte ducale, e dava per scomparso da ben tre giorni il figlio
secondogenito del Segretario di Stato Bartolomeo Calco, anima vivacissima e spensierata di
tutte le feste che si tenevano in quel periodo, e da qualche tempo nei guai per una segreta
questione di donne, così almeno insinuava l'informatore.
Un terzo rapporto proveniente dall'agente residente ad Erba, dava conto dell'assassinio di
un certo Carpani, proprietario del castello di Pomerio, avvenuto esattamente sette giorni
prima, alla vigilia di una udienza col duca Ludovico, con il quale il morto avrebbe avuto
lontane e rare frequentazioni di caccia.
Un quarto rapporto, proveniente da un agente operante ben addentro alla Curia milanese,
riferiva che fra Carmelo, domenicano del convento di Santa Maria delle Grazie molto
conosciuto per certe sue misteriose tisane capaci di guarire ogni male ed acciacco, era morto
per avvelenamento nella tarda serata di martedì 15 marzo nella sua cella.
Le autorità ecclesiastiche, precisava l'informatore, avevano dato precise direttive al Priore
del convento di tenere segreto il delitto e di attribuirne il decesso a cause naturali.
Il lavoro portava Cazzulani ad occuparsi quasi quotidianamente di delitti, cadaveri et
similia. Fatti sempre riguardanti povera gente, ignota a tutti, mai importante, e di norma
questa attività veniva svolta dal nostro senza particolari assilli, interferenze o sollecitazioni
particolari da parte delle autorità.
Quella sera invece, ben in vista sul suo tavolo accanto alle altre carte, un appunto recante
nientemeno che il sigillo del duca Ludovico, e proveniente dall'ufficio del suo segretario
particolare Marchesino Stanga, impartiva perentorie direttive ai servizi investigativi perché
nulla venisse trascurato per chiarire ogni circostanza dei tre eventi luttuosi sopramenzionati,
con particolare riferimento al morto annegato nella Martesana, e per assicurarne alla giustizia i
colpevoli nel più breve tempo possibile. Era pertanto evidente che Marchesino Stanga ritenesse
che anche il morto della Martesana fosse rimasto vittima di un delitto.
Il nostro, collaboratore diretto del capo dei Servizi Investigativi Ducali Giuseppe Milani,
era in preda ad una vivissima e comprensibile preoccupazione.
Uomo non dotato di particolare coraggio e personalità, le indagini a lui affidate avevano
sempre riguardato casi aventi un rilievo esclusivamente giudiziario, mentre tutto ciò che aveva
rilievo politico, e cioè il lavoro di informazione e di controinformazione sulle minacce interne e
soprattutto esterne alla sicurezza dello Stato, veniva seguito da altri uffici in quotidiano contat-
to con i massimi esponenti del Governo Ducale.
Ed ora, per la prima volta nella sua vita, si ritrovava contemporaneamente responsabile
non di uno ma di ben tre casi giudiziari complicati. Delitti tutti dichiarati di interesse per lo
Stato, come era provato non solo dall'appunto del segretario del Duca, ma anche dal fatto che
per la prima volta da quando ricopriva l'ufficio, e cioè da cinque anni, poteva disporre dei

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servigi di due investigatori normalmente addetti ad altri ben più importanti incarichi,
inviatigli per questo lavoro dal suo capo Milani, senza che ne avesse fatto richiesta.
Posò sul tavolo le carte e rifletté a lungo, la testa fra le mani.
Anche se nessuno gli aveva prospettato chiaramente una graduatoria, era evidente quale
fosse il caso più importante e quale il meno urgente: la scomparsa del secondogenito del
Segretario di Stato era certamente il fatto sul quale occorreva prioritariamente indagare,
mentre la vicenda riguardante uno sconosciuto castellano del pressoché ignoto borgo di
Pomerio, era sicuramente un fatto sul quale le indagini potevano procedere con maggior
calma.
Quanto al frate avvelenato, sapeva per esperienza quanto fosse difficile indagare su eventi
di competenza delle autorità religiose, che gelosissime delle proprie prerogative, vere o
presunte che fossero, facevano regolarmente l'impossibile per confondere le idee di coloro che
avevano l'ingrato compito di indagare.
“E poi le speranze di trovare il colpevole del delitto di Pomerio dovrebbero essere quasi
nulle. Quanto al frate il Duca dice di indagare ma la Chiesa non vuole, tanto è vero che hanno
dichiarato che tutto è regolare e che il morto è morto da solo, senza aiuti da parte di nessuno.
Invece per il figlio di Calco devo correre, correre come mai ho fatto in vita mia, come se avessi
il boia alle calcagna, e portare subito risultati. Diversamente sono guai grossi.” rifletteva il
nostro “Occorre subito scatenare gli informatori, e più del solito occorre tanta fortuna”.
Prese da un cassetto carta, penna e calamaio, e vergò rapidamente un biglietto di risposta
alla nota del segretario del Duca, nel quale assicurava pronta ed efficace risposta alle direttive
ricevute, con ampie ed approfondite indagine già indirizzate su di una ben determinata pista
per quanto riguardava il figlio di Calco (la questione di donne di cui parlava uno degli
informatori). Piegò il biglietto che sigillò accuratamente con ceralacca, lo pose nella cassetta
della posta dopo averlo indirizzato all'attenzione del segretario del Duca, ed uscì nel corridoio
ove lo attendevano due uomini, che fece entrare in ufficio. “Voi due penso che sappiate già
quale lavoro dobbiamo fare. Tu Arnaldo vai subito a Cassina de Pomm, ove hanno pescato un
cadavere dal Naviglio. Cerca di sbrigarti prima che i parenti si portino via il corpo.
Devi in primo luogo ispezionare il cadavere, vedere se ha segni di ferite, o altre indicazioni
che possano farci capire perché è morto. Cerca di interrogare tutti coloro che hanno visto il
cadavere, quando lo hanno trovato, chi lo ha trovato, come lo hanno trovato, tutte le solite cose
insomma che facciamo in questi casi e che tu sei solito fare benissimo. Bada, se ancora non lo
sai, che potrebbe trattarsi, nientedimeno, che del figlio secondogenito del Segretario di Stato
Calco.
Il ragazzo era robustissimo e sanissimo sia di corpo che di mente, abile nuotatore, e senza
alcuna vocazione al suicidio. Non so se mi spiego!
Va e torna quando hai trovato qualcosa che valga la pena di riferire.” Arnaldo annuì ed
uscì senza dire una parola.
“Tu Pietro fa invece un primo giro degli informatori qui in città. Cerca di ricostruire gli
ultimi giorni di Roberto Calco, l'elenco delle persone che l'hanno visto vivo per l'ultima volta,
che gli hanno parlato, che possano dirci dove ha passato le ultime ore prima di sparire, di che
umore fosse, anche qui le solite cose. A proposito, qualcuno mi ha raccontato che sotto
potrebbe esserci una questione di donne. Anche tu muoviti subito, e torna appena sai qualche
cosa.”
Pietro lo guardò come era solito fare quando raccoglieva notizie: uno sguardo tra
l'addormentato e l'ebete, su di un viso tondo ed insignificante, attaccato ad un corpo sgraziato,
piccolo e grosso allo stesso tempo, a forma di pera.
Pietro era in assoluto il miglior agente investigativo al servizio del Ducato, almeno questa
era l'opinione di Cazzulani.

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Aveva risolto casi tra i più difficili e complessi, sempre passando inosservato, vivendo
sempre nell'ombra, noto solo ad alcuni tra i più importanti funzionari dei servizi, e non ignoto
al padre della vittima più illustre di cui al momento si dovesse occupare, perché il morto di
Cassina de Pomm, Cazzulani ormai ne era convinto, non poteva essere altri che Roberto Calco.
Affidare le indagini a Pietro Tradate, pensava Cazzulani, significa fare un'ottima scelta,
probabilmente la migliore per la riuscita delle indagini, e questo spiega perché Milani lo avesse
messo a sua disposizione. Il Segretario di Stato non si sarebbe certo potuto lamentare della
qualità degli uomini utilizzati.
Anche Arnaldo godeva di buona fama, ma era fatto di altra pasta rispetto a Pietro. Era un
metodico, un serio e bravo investigatore. Ma niente di più. Non aveva la qualità di Pietro, che
spesso riusciva a colmare, con il lampo dell’immaginazione e dell’intuizione, le più gravi
lacune investigative.
Un dubbio tuttavia gli balenava comunque a tratti nella mente. Lo tormentava perchè non
riusciva a trovare alcuna risposta convincente. Perché mai Milani, il suo capo, aveva deciso di
non occuparsi personalmente della questione, avocando a sé le indagini come già altre volte
aveva fatto?

“Allora Bernardino...” si scosse Pietro dal suo torpore “... tu vuoi che io mi occupi solo del
caso di Roberto Calco?”
“Certo, solo di questo per il momento, anche se qui mi sollecitano indagini anche su altri
due delitti, un frate del convento delle Grazie, ed un tizio assassinato vicino a Como. Credo
che dobbiamo cominciare da Roberto Calco, non vi sono alternative, anche perché non possia-
mo certo fare tutto e subito!”
Entrambi uscirono in strada, ciascuno con la propria lanterna, e si diressero verso le
proprie case.
Pietro era vedovo e viveva solo. Il suo unico figlio studiava da prete e viveva da due anni
in seminario nei pressi di Canegrate. Pasqua era vicina, e Pietro aveva da tempo programmato
di recarsi a Canegrate dal figlio, per stare un poco insieme.
Improvvisamente il pomeriggio di quello stesso giorno, proprio poco prima di lasciare
l'ufficio, era stato spedito in tutta fretta a fare anticamera davanti alla porta di Cazzulani
insieme all'amico Arnaldo, con ciò che ne era seguito.
“Il lavoro innanzi tutto, d'accordo! Ma non vedo e non parlo a mio figlio da un anno, vivo
solo come un cane da tre, e comincio ad invecchiare, a soffrire di melanconia e nostalgia per ciò
che non ho più ed anche per ciò che non ho mai avuto e mai avrò!” mormorò a mezza bocca tra
sé.
Si infilò comunque, senza perdere tempo, nell'osteria sotto casa dove tutti lo conoscevano
per addetto ad ispezioni contabili presso un ufficio secondario dello spenditore ducale Matteo
Castelluccio, che effettivamente era ubicato nello stesso palazzo ove Pietro aveva un tavolo ed
una sedia, peraltro sempre vuoti, in comune con altri tre suoi colleghi che facevano lo stesso
suo mestiere.
Ad uno dei banconi dell'osteria era seduto in compagnia di alcuni amici un conoscente di
Pietro, tale Michele da Baggio, abituale frequentatore del locale, amico e coetaneo del figlio di
Pietro, con il quale Pietro indugiava spesso a parlare, a bere, a giocare a carte, a volte anche a
cenare insieme.
Si scambiarono i soliti saluti, le solite frasi.
“E di tuo figlio Ariberto che mi dici? Quando si fa vivo?”
“Spero di poterlo vedere per Pasqua, a Canegrate, e stare con lui un paio di giorni. Il mio
solo augurio è che si trovi bene, che non sia pentito della sua scelta, oggi ed in futuro.”
“So bene che tu non eri d'accordo su questa faccenda di andare a prete!”

27
“No, non è vero, non stanno così le cose. È che avevo timore che potesse essere infelice, che
dovesse vivere come una pena, da un certo punto in poi della sua nuova vita, la scelta che ha
fatto. Avevo ed ho troppo rispetto per la missione che è stato chiamato a svolgere nella vita.
Avevo paura, forse ho ancora paura, di una sua decisione affrettata, come dire, non
sufficientemente meditata. Ti rendi conto che vuol dire essere prete di fuori, solo di fuori, e
accorgersi di non poterlo mai essere anche di dentro? È questo che più temo.”
“A proposito!” soggiunse Michele abbassando la voce “Che sai della morte di Roberto
Calco?”
“Roberto Calco, il figlio del Segretario di Stato? Per carità, che dici mai, è morto? E quando
sarebbe mai accaduto?”
“Qui lo sanno tutti, o almeno tutti fingono di saperlo. Il fatto è che mi vedo intorno un po’
troppi delitti. È morto avvelenato anche un mio secondo cugino, Carmelo, frate del convento
di Santa Maria delle Grazie.”
Pietro spalancò gli occhi come era bravissimo a fare, esprimendo meraviglia e sorpresa
venata da un certo scetticismo. Si scosse ad un tratto e chiese a Michele “E che c’entra fra
Carmelo con Roberto Calco?”
“Ma è proprio questo il punto. Ne stavo parlando con un amico quando sei entrato, quel
ragazzo laggiù! La mia opinione è che i due fatti non siano collegati, anche se i due si
conoscevano, si frequentavano, si incontravano alle riunioni di fra Arimondo. In effetti è strano
che due che si incontravano e si conoscevano muoiano probabilmente ammazzati a distanza di
pochi giorni, anche se Roberto ufficialmente è ancora vivo e Carmelo ufficialmente è morto di
morte naturale. Ma tu proprio non ne sai niente?”
“Voi siete informatissimi su tutto e io che vivo nei palazzi del Governo non so niente,
sempre preso come sono dai miei conti. Perché Roberto ufficialmente non è morto e Carmelo è
morto ammazzato?” chiese Pietro.
“Ma non è un segreto. Vieni che parliamo con questo mio amico che sa tutto.” disse
Michele che alzatosi era andato a sedersi accanto allo sconosciuto, col quale confabulò breve-
mente, e che subito dopo invitava Pietro a sederglisi accanto.
“Non c'è ormai più nulla di segreto.” disse lo sconosciuto a bassa voce, chinandosi e quasi
bisbigliandogli nell'orecchio.
“Il padre di Roberto ci ha convocato e interrogato per tutta la giornata. Sembra che il corpo
sia stato trovato oggi vicino a Cassano, e che stasera o domattina venga ufficialmente
riconosciuto.” riprese costui.
“Ma il padre di Roberto chi ha interrogato? E voi chi siete?” chiese Pietro.
“Noi, gli amici di Roberto, chi gli stava sempre insieme!”
“Ma come è andato il fatto?” chiese ancora Pietro mostrando una curiosità forse eccessiva
“Non si tratterà per caso di una questione di donne?”
“Ma no, ma quali donne, non credo proprio! Roberto si è allontanato da casa sua lunedì
pomeriggio, dopo un incontro tra amici. Ci congedò dicendo che doveva uscire per una
commissione di lì a poco. È andato alle scuderie, ha preso un cavallo, ed è scomparso. Da quel
momento sembra che nessuno lo abbia più visto. Il padre ha parlato oggi con noi per
ricostruire tutta la vicenda.”
“E il cavallo?”
“Il cavallo è rientrato da solo alle scuderie martedì sera. Non sembrava particolarmente
stanco!”
“Ma è possibile che non si sia saputo ove andasse, a che scopo? Non si va a cavallo in città.
Doveva essere una commissione fuori città e qualche gabelliere dovrebbe pur averlo visto
mentre passava, era una persona conosciuta dopo tutto, anche se io non l'ho mai visto.”
interruppe con foga Pietro.

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“Credo che il padre abbia avviato delle ricerche, o abbia fatto avviare delle indagini
proprio in questo senso. Comunque, per tornare al movente sul quale il padre ci ha interrogato
a lungo, escludo che possa esserci una qualche questione di donne, o almeno io non ho mai
avuto motivo per pensarlo. Non so se voi sapete che Roberto Calco era molto cambiato da
quando frequentava fra Arimondo e gli altri frati delle Grazie. Prima era un po’ libertino,
scanzonato, sempre allegro e pronto a divertirsi, mai però con donne legate ad altri.”
“E come fai a dirlo?” interruppe Pietro.
“Credo di poterlo dire, per cognizione diretta. Ma questo era vero sino a Natale. Da allora
era divenuto molto osservante, c'è stato un cambiamento radicale nella personalità del
ragazzo. Aveva iniziato a pregare molto, era spesso in chiesa, anche da solo, aveva persino
cambiato linguaggio e tono della voce. Ad un certo punto ho pensato che stesse per farsi
monaco!”
“Addirittura! Una specie di conversione!” intervenne Michele.
“Sì, una conversione, una specie di illuminazione, una forma di vocazione religiosa ancora
in embrione, non ancora sicura, ma certamente qualcosa del genere. Non si può spiegare
diversamente il mutamento intervenuto nel ragazzo.”
“Ma dovuto a che cosa?"chiese Pietro.
“Vedo che voi non conoscete bene fra Arimondo. È lui il motore di tutto. La sua è una fede
ardente, che tocca e converte anche i peccatori e i miscredenti più incalliti, anche gli spiriti più
scettici. E poi non c'è solo l'aspetto religioso. C'è la forza delle idee di fra Arimondo sull'assetto
della vita sociale, sulla giustizia divina e i suoi canoni, che debbono subito applicarsi anche alla
giustizia terrena, all'organizzazione dello Stato e alle sue leggi, idee chiare su chi debba gover-
nare e su chi debba ubbidire.
È un trascinatore, un uomo di eccezionale cultura, di grandissimo fascino, di grande
carisma, oltre ad essere dotato di un acume e di una intelligenza fuori del comune.”
“E invece quando sarebbe morto tuo cugino?” chiese Pietro a Michele, cambiando discorso.
“L'hanno trovato morto ieri mattina. Pare che la morte risalga a martedì sera.”
“E tu come fai a dire che è morto ammazzato?”
“Lo so perché un amico mi ha riferito che questa è la voce che corre al convento. Si parla di
veleno. Il Priore sostiene tuttavia la tesi della morte naturale.
Capirai, uno alla sera si corica che sta benissimo, e al mattino lo ritrovano morto di morte
naturale. Ma come è possibile? Certe chiacchiere poi non nascono senza un qualche
fondamento.” concluse Michele accalorandosi.
“Dove mai costui può essere andato lunedì?” si disse Pietro a fior di labbra come parlando
con se stesso.
“Certo si tratta di un bel mistero!” soggiunse Michele dopo un attimo.
“Ma è questo il punto sul quale il padre di Roberto ha tanto insistito con noi!” riprese il
ragazzo. “Nessuno è stato capace di rispondere, di trovare un indizio, di far emergere qualche
traccia. La sua scomparsa è proprio una brutta faccenda. Non aveva nemici, che io sappia, e
faceva una vita ammirevole e timorata di Dio, almeno da qualche tempo a questa parte.”
“E Bartolomeo Calco come si è comportato? Come ha preso la faccenda?”
“Male, malissimo. Mi pare cieco di rabbia, più che di dolore. Ci ha ripetuto per ore e ore le
stesse domande, scavando con brutalità nei nostri ultimi istanti accanto a Roberto, nelle ultime
ore trascorse da Roberto in casa, prima di allontanarsi, ma non ne ha cavato nulla, pover'uomo.
Più che un padre che ha perso il figlio, mi è apparso un uomo furibondo, un leone ferito.”
“I grandi uomini hanno sempre comportamenti che a noi gente comune appaiono
singolari.” concluse Pietro chiamando a gran voce l'oste. “Perché vuoi mandarmi a letto
digiuno! Avanti, non farti pregare più di tanto, solo un po’ di vino, pane e formaggio, non
chiedo altro!”

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L'oste sorridendo servì con rapidità. La conversazione proseguì brevemente su argomenti
banali, in parallelo ad una cena modesta altrettanto breve, al termine della quale Pietro salutò e
uscì nel buio, appena rotto da un sottile arco di luna.
Era evidente la difficoltà dell'indagine. Ma pure evidente era un aspetto di particolare
singolarità in tutta la faccenda. Bartolomeo Calco era la seconda autorità politica del Ducato, e
questo spiegava perché fosse stato prontamente disposto l'intervento dei “servizi” da parte del
segretario del Duca.
Non spiegava però perché Milani, che ne era il capo, avesse passato la mano a Cazzulani,
che era solo uno dei suoi vice, e nemmeno uno dei più brillanti. Anche la reazione di Calco
appariva strana agli occhi di Pietro.
“Un uomo così esperto nell'arte del comando, e così dotato del potere di comandare, che
ritiene opportuno di scendere lui stesso in campo a svolgere indagini, in luogo di attendere
l'esito del lavoro dei “servizi”, quasi non abbia fiducia nelle indagini svolte da altri, come se
voglia far tutto da solo per il timore che prove e responsabilità possano essere occultate, o che
comunque le indagini possano essere depistate.” si disse Pietro.
Arrivato proprio innanzi al portone di casa, ritornò indietro sui suoi passi, e si diresse
svelto verso l'abitazione di Cazzulani, non molto lontana, che raggiunse dopo pochi minuti.
Dagli scuri che coprivano le finestre filtrava la luce di una lanterna accesa.
Cazzulani stava cenando con tutta la famiglia riunita, e si appartò prontamente con Pietro
non appena lo vide.
“Vuoi cenare con noi?” disse subito sorridendo.
“No, grazie, ho appena mangiato qualcosa all'osteria. Volevo solo riferirti che la faccenda
si mette sul complicato perché Bartolomeo Calco ha già interrogato personalmente gli amici
del figlio per saperne di più, ma senza risultato. Ho parlato con uno di costoro, che mi ha rac-
contato tutto l'episodio, e che non riesce a spiegarsi nulla della scomparsa di Roberto.
Sono però venuto soprattutto per farti una domanda: perché Milani ti ha passato la stecca?
Perché non se ne occupa lui in prima persona? C'è qualcosa che tu o lui sapete che potrebbe
meglio indirizzarmi? Perché Bartolomeo Calco si è messo personalmente ad interrogare gli
amici del figlio? Era solo o c'era qualcuno dei nostri che lo assisteva?”
“E tu sei venuto qui a quest'ora per farmi domande come queste? Sai benissimo che io
navigo in acque ben più periferiche di quelle in cui naviga Milani. Anch'io mi sono posto
questi problemi, senza alcun risultato, e stasera comincio ad intravedere qualche vago barlume
di soluzione.
Un informatore mi riferiva, proprio qualche minuto fa, che Milani starebbe battendo piste
riguardanti problemi molto più importanti di quelli di cui ci stiamo occupando noi. Si
tratterebbe di una congiura contro il duca Ludovico, per rovesciare il governo. Ne farebbero
parte nomi grossi, e mi hanno fatto avanti a tutti il nome di Leonardo!”
“Addirittura! Mi pare roba da matti!”
“Questo è quello che mi hanno raccontato. Tu ne sai quanto me : in politica il confine tra
fantasia e realtà è labile e incerto. Il rapporto tra invenzione e fatto, tra opinione e notizia, è
spesso strettissimo. Basta un nonnulla, e la balla di ieri diviene l'evento clamoroso di oggi!”
“Ed il Milani?”
“Che intendi dire?”
“Cazzulani, guardiamoci in faccia! Anche se stesse per scoppiare la rivoluzione, e se il capo
fosse Leonardo credo che non scoppierebbe mai, questa è un'indagine che Milani non avrebbe
mai ceduto, se io che lo conosco bene non sbaglio valutazione. Ti dico subito che sono certissi-
mo di non sbagliarmi.”
“Se le cose stanno così, o Milani sta invecchiando, oppure per me c'è sotto qualche
fregatura.”

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“Ecco, ci sei arrivato. È esattamente quello che penso io.”
“Bene, caro Pietro, e ora che abbiamo raggiunto questa folgorante conclusione, per me che
cosa cambia? Sono in ballo e devo, anzi, dobbiamo ballare! Che faccio? Rifiuto l'incarico perché
sospetto che Milani abbia in testa non so quale fregatura? Credo che sia chiarissimo che non
posso permettermi di rifiutare. Debbo assumermi il rischio!”
“Non sono così stupido da proporti di rinunciare. Sono qui per sapere se sai. Per dirti di
cominciare il tuo lavoro da questo punto. Per quanto mi riguarda cercherò di procedere come
mi hai ordinato. Tu invece, se vuoi darmi retta, cerca di capire perché Milani ti ha passato
l'indagine. Potrebbe essere utile al nostro lavoro forse più che il sapere dove è andato e con chi
il nostro povero Roberto Calco prima di morire.”
“Hai ragione. Devo pensare alla strada migliore per proseguire le indagini. Comunque
buona notte, ci vediamo domani in ufficio!”
“D'accordo, buona notte!”
Steso sul letto, nel mentre cercava di prendere sonno, Pietro rifletteva sull'intera vicenda.
Tutte le indagini, quelle difficili, che erano poi sempre quelle che capitavano a lui, iniziavano
nel buio più totale: nessuno sapeva nulla di nulla!
Questa indagine, da questo punto di vista, appariva indubbiamente anomala: c'erano due
morti ammazzati che si conoscevano tra loro, due cadaveri importanti. Il Duca che sollecita
indagini, e il capo dei servizi che mette avanti per defilarsi questa inverosimile storia della
rivoluzione fatta da Leonardo, e il padre di Roberto che si mette ad interrogare e indagare da
solo, come se non si fidasse più di nessuno.
In ultima analisi era un'indagine anomala perché si avevano da subito troppi elementi in
mano. Forse era il caso di cominciare a sentire qualcuno fuori dal solito giro, ad esempio lo
stesso Leonardo, cui si poteva arrivare facilmente attraverso Michele che lavorava per lui, nella
speranza di raccogliere qualche idea utile alle indagine. Fu con quest'ultimo pensiero che
Pietro si addormentò.
La luce dell'alba, insieme al vibrante consueto scampanio mattutino, trassero Pietro dal
letto come tutte le mattine. Procedette rapido alle consuete operazioni corporali, nel gabbiotto
di legno dietro la casa, si bagnò poi il viso con acqua di secchio versata in una bacinella, si
rivestì e uscì.
Il tempo prometteva bene, con un'aria sempre più tiepida, preannunciante la primavera.
Raggiunse presto la casa ove Michele viveva coi genitori nei pressi della Basilica di
Sant'Ambrogio. Subito lo raggiunse la voce di Michele che dal retro della casa cantava a
squarciagola “Cagatio matutina prima medicina”, canzone di oscura origine, non solo
gogliardica, ma con probabili lontani collegamenti di scuola salernitana.
Michele era un ragazzo semplice, soddisfatto di sé e del proprio lavoro nella bottega di
Leonardo. Un lavoro di fiducia, di contenuto non artistico, ma che richiedeva comunque
fantasia e capacità non comuni, come lui era solito orgogliosamente ripetere. Questa sua
personale convinzione bastava per il momento a riempirgli la vita.
Michele era il preventivista di Leonardo. Era colui che aiutava il Maestro, con pignoleria e
professionalità da Lui apprezzatissime, a preparare il preventivo che Leonardo esaminava
sempre prima di assumere una commessa. Lo aiutava a studiare i tempi di lavoro e la lista dei
materiali da acquistare e di quant'altro necessario, e a definire il prezzo che il Maestro avrebbe
poi chiesto al committente.
Tutti sapevano che Michele stava lavorando ad un preventivo per un lavoro di pittura da
realizzarsi in Santa Maria delle Grazie, e per questo aveva cominciato a studiare la natura della
superficie che doveva essere dipinta, il costo della sua preparazione, il costo dei ponteggi, i
colori ed i pennelli da acquistare, il tempo probabilmente necessario al Maestro e ai suoi
aiutanti per realizzare il lavoro, la compatibilità con gli impegni già assunti.

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“Allegri stamattina?” lo salutò Pietro.
“Allegrissimi, con quest'aria primaverile che ti mette voglia di vita!” rispose Michele.
“Caro amico, ieri sera ho scordato il motivo per il quale volevo parlarti. Tu lavori per
Leonardo. Bene, quest'uomo lavora a Milano da circa un decennio ormai, è famoso in tutto il
Ducato per le sue capacità, oltre che per le sue stravaganze, e io non l'ho mai conosciuto di
persona. Puoi dirmi se posso aggregarmi anch'io per mezza giornata al gruppo di allievi che
vive con lui? Domani pomeriggio, ad esempio. Vorrei ascoltarlo mentre ragiona, poterlo
sentire mentre spiega, osservarlo mentre dipinge, e parlarne con calma con te, che lo conosci
bene. È un desiderio che ho da tempo, ho la curiosità di vedere quale sarà l'opinione che riesco
a farmi su di un uomo così famoso e, a quanto dicono, così strano.”
“Amico mio, credo che problemi non ve ne siano. Vieni pure con me dopodomani, è
domenica, non è vero? Al pomeriggio della domenica di solito si passeggia in campagna tutti
insieme. Lui di norma nemmeno si accorge di chi c'è o non c'è, anche perché di ciò non gliene
importa nulla, né tanto né poco. Vediamoci davanti alla chiesa di San Simpliciano, attorno a
mezzogiorno.”
“E di tuo cugino che mi dici?”
“Quale cugino?”
“Carmelo, ovviamente!”
“Ne abbiamo già parlato ieri, è morto ammazzato. Che vuoi sapere ancora?”
“Nulla di particolare, ma mi era parso di capire che tu sapessi qualcosa sul perché è stato
ammazzato, e potessi avere qualche idea su chi possa essere stato.”
“No, non so nulla, non lo vedevo da tempo. Ma che fai ora? Ti metti a indagare?”
“No, no, per carità di Dio! Solo curiosità. Allora ci vediamo dopodomani.”
Pietro si avviò di buon passo verso l'ufficio di Cazzulani. Era irritato con se stesso per aver
sbagliato i tempi e i modi del colloquio con Michele, che aveva dovuto interrompere per non
insospettirlo troppo. Avvertiva inoltre di essere ancora lontanissimo dall'avere un quadro
appena intelligibile della situazione, dall'aver compreso quello che lui chiamava “il giro del
fumo” della faccenda su cui indagava.
Ma ciò era poco. Nemmeno aveva compreso sino a qual punto fosse arrivato nelle indagini
il Cazzulani, che aveva, almeno a detta dei suoi collaboratori, la pessima abitudine di voler
sempre tenere lui in mano l'indagine, di trattenere per sé le informazioni provenienti da altre
fonti, senza metterne a parte coloro che con lui stavano indagando. Che poi, a guardare bene,
rifletteva Pietro, era il suo stesso basilare difetto.
“Pregio o difetto? Ma è ovvio. Pregio se mio, difetto se di Cazzulani!” si disse
ridacchiando.
Questa conclusione lo rimise di buon umore, e sempre ridacchiando si presentò da
Cazzulani.
“Capitano agl'ordini! Non ho praticamente scoperto nulla, ad eccezione, sia ben chiaro,
delle stesse cose che avete già scoperto voi o che già sapevate sin dall'inizio.”
“Pietro, che ti succede? Siamo rincitrulliti? Hai capito bene che ne va non solo della mia,
ma anche della tua testa? Le orecchie le hai ben aperte?”
“Nessun problema, capitano, tutto chiaro e tutto capito. È solo che ho deciso di
prendermela un po’ comoda, di riderci su, anche perché le cose non cambiano se assumiamo
comportamenti più seri.
Ho di fatto saputo solo alcune cose che vado ad elencare: in primo luogo Roberto e
Carmelo si conoscevano; in secondo luogo credo sia certo che Roberto abbia fatto una brutta
fine per motivi diversi dalla questione di donne di cui parlavi tu; in terzo luogo il padre era
furibondo oltre che addolorato, e questo mi fa pensare che abbia qualche sospetto circa la
causa della scomparsa del figlio.

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Comunque sono qui per farti due domande precise. Voglio sapere che cosa tu conosci che
io non so di questa vicenda, e chiedo il tuo permesso di interrogare Bartolomeo Calco.”
“Le mie risposte sono semplicissime: ho già parlato io con Calco, ricavandone
praticamente nulla di utile alle indagini, e al momento non so nulla di più di quello che tu sai
della nostra faccenda.”
“Senti bene, capitano. Da quando mi occupo di questa indagine, mi sono state raccontate
due grosse bugie: la soffiata sulla questione di donne per Roberto, e la storiella che Milani ti ha
passato la stecca perché Leonardo sta pensando di fare la rivoluzione. Comunque dopodomani
parlo con Leonardo, e non lo faccio per la rivoluzione, lo faccio perché mi interessa il
personaggio.”
“Pietro, il tuo cervello è diventato acqua? Lo vuoi capire o no che non mi interessa, non mi
può interessare, il sapere perché Milani mi ha passato l'indagine? L'interrogativo non ha
importanza perché di risposte ne possiamo avere tante : ad esempio o teme qualcosa o vuole
qualcosa. Potrebbe temere, ad esempio, di non riuscire a scoprire i colpevoli prima che Calco si
adiri con lui e lo faccia impiccare. Oppure potrebbe volere che si sia noi a scoprire cose che lui
sa che sarebbe imprudente scoprire, perché, se scoperte, metterebbero in imbarazzo persone
più potenti di tutti noi messi insieme. Sono solo due delle possibili ipotesi. Potrebbe poi essere
vero che ha altro da fare, il che spiegherebbero bene il comportamento di Milani, ma che non
aiutano per niente il nostro lavoro.”
“Cerchiamo di approfondire le ipotesi cui tu accennavi. Supponiamo che Milani tema,
voglia e speri qualcosa tutto insieme, perché lui sa chi ha ucciso Roberto Calco. Immaginiamo
che sia questa l'ipotesi vera. A questo punto della vicenda, Milani inventa la rivoluzione contro
il duca Ludovico, e si defila.
Se noi non scopriamo niente, tutto bene per lui, perché Calco se la prende con noi. Se
scopriamo qualcosa, per lui sono guai, perché potrebbe venir fuori che lui sapeva, e per il
momento fermiamoci qui. Ecco allora che Milani vuole soprattutto un grosso polverone, e poi
più nulla!
Ci sono poi anche altre ipotesi da approfondire.”
“Mi sembra, caro Pietro, che tu stia sviluppando ipotesi troppo fantasiose, che non so da
che parte ci possano portare. Ma quali sarebbero le altre ipotesi?”
“Poiché il mio cervello non è andato in acqua, non ne vorrei nemmeno parlare.” disse
Pietro con un lampo negli occhi.
“È verissimo, il silenzio in certi casi è d'oro. Ma tu, caro Pietro, non ti sarai per caso spinto
a pensare che io stia dormendo in piedi? Se Milani vuole, se Milani teme, se Milani spera, ma
può il Milani volere senza che altri, sopra di lui, abbiano già voluto la stessa cosa ?”
I due uomini si guardarono negli occhi e si sorrisero, annuendo entrambi.
“Bene, ci siamo capiti!” concluse Pietro “Ma ora che si fa? Tu mi conosci, a me piace
indagare. Finirei per rompere le uova nel paniere a qualcuno, che poi verrebbe a prendersela
con te. Questo mi dispiacerebbe.”
“Torniamo alle nostre indagini. Tu mi sei venuto a dire che Roberto e Carmelo si
conoscevano, e non ti è sfuggita la possibile rilevanza di questo piccolo particolare. Prima che
qualcuno te lo venga a raccontare, vorrei che prendesti nota di un altro non trascurabile
dettaglio. Noi abbiamo un terzo morto per le mani, un tizio che è stato assassinato vicino a
Erba, a Pomerio, guarda caso alla vigilia di un'udienza col duca Ludovico, e sul quale esplicita-
mente siamo chiamati ad indagare. Orbene costui ha avuto, prima di morire, la buona idea di
fare testamento, come quasi tutti coloro che posseggono danari. Ed a chi ha lasciato i suoi
danari? Guarda un po’ che combinazione, li ha lasciati al convento dei Domenicani di Santa
Maria delle Grazie, dove Carmelo faceva il frate, oltre a strane pozioni curative, a volte un po’
velenose, a quanto dicono, e dove Roberto andava per verificare se gli fosse venuta la voglia di

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fare il frate anche a lui. Non trovi che la faccenda è un po’ troppo strana? E poi, siccome hai il
naso lungo e l'occhio vispo, voglio essere buono con te. Smettila di parlare di Milani: a me
l'indagine su tutti e tre i delitti l'ha ordinata direttamente Marchesino Stanga, segretario del
Duca. Ora il quadro è completo?”
“No, Cazzulani, non sono d'accordo, il quadro non è completo. La vittima principale
sembra essere Roberto Calco, con i due particolari che lo legano al povero fra Carmelo e al
morto di Pomerio. Ma c'è anche di mezzo Bartolomeo Calco, la seconda autorità dello Stato.
L'interrogativo che mi frulla in testa, caro Cazzulani, a questo punto della nostra storia, è il
seguente: stiamo indagando su una vicenda criminale di frati o aspiranti tali, alcuni con
parentele eccellenti, oppure stiamo indagando, per qualche motivo che non so, su di un fatto
che coinvolge Bartolomeo Calco, non come padre, beninteso, ma come Segretario di Stato? Se
così fosse, certe cose si potrebbero spiegare meglio, mentre il nostro lavoro diverrebbe ben più
difficile. Non credi?”
“Caro Pietro, credo proprio che tu, per tanti motivi, stia per passare il segno. Il capo sono
io. A me sta bene di occuparmi solo e soltanto di problemi giudiziari. Io voglio che le indagini
a me affidate si svolgano in questo ambito, ristretto e angusto per alcuni, del tutto adeguato
per me e per le mie ambizioni. Non voglio in nessun caso occuparmi di politica. Se ti comoda è
così, se non ti comoda è così lo stesso. Sei libero di indagare sui morti, non lo sei di indagare
sui vivi, su certi vivi! Mi sono spiegato? Ci siamo capiti?”
“Ti sei spiegato benissimo. Indagherò d'ora in poi a modo mio, senza polveroni, perché
non ne sono capace, è contrario al mio carattere. Poiché tu hai bisogno di risultati, cercherò di
fare il massimo che mi sarà possibile, operando nei limiti che mi hai posto. Anche se ai nostri
capi non possiamo andarlo a raccontare, le indagini oggi hanno fatto un passo avanti.
Arrivederci, capitano!”
Pietro salutò Cazzulani ridendo apertamente, e mettendolo ancora di più in imbarazzo. E
uscì col sole che era ormai alto, iniziando subito uno dei consueti pellegrinaggi da un'osteria
all'altra, da un crocchio di sfaccendati all'altro, ad ascoltare, a porre domande apparentemente
sceme, nella speranza di acchiappare qualche notizia utile. Poi, ad una certa ora del
pomeriggio, andò a bussare alla porta di una casa adiacente all'Arcivescovado. Gli aprì
Giovanni Crivelli, da anni agente dei “servizi” ducali e suo vecchio amico, che lo fece entrare.
Là dentro ebbe modo di leggere il rapporto sulla morte di Carmelo che il priore delle
Grazie aveva inviato all'Arcivescovo Arcimboldi.
“Non dice niente di più di quanto già non sapessi.” mentì Pietro “Che c'è d'altro su questa
vicenda?”
“Non sono riuscito a saperne molto. Ciò che posso dirti è che su questo tema l'Arcivescovo,
il Provinciale dei Domenicani, il Vescovo di Como, e un Vescovo appositamente inviato da
Roma, hanno discusso per una intera giornata a porte chiuse, senza testimoni. Apparente-
mente la faccenda è grossa. Per altra via ho avuto conferma della gravità dell'alterco avvenuto
la sera prima tra fra Carmelo e fra Arimondo, ma nessuno ha capito la ragione del litigio.”
“Come faceva il Vescovo “appositamente inviato da Roma” ad essere sul posto al
momento del delitto?”
“Che vuoi che ti dica, dovrebbe essere venuto qui per una faccenda collaterale e
ovviamente antecedente ai fatti delittuosi in sé, ma certamente con questi collegabile
strettamente. Anch'io ho riflettuto su questa coincidenza singolare. Dovrebbe trattarsi di
qualcosa di grave che interessa direttamente la Chiesa, perché per fatti minori non si muove
certo un vescovo di curia da Roma sino a Milano. Poi sono avvenuti i delitti con la sorpresa
dell'eredità del morto di Pomerio. Devo aggiungere che questa eredità è stato uno degli
argomenti più discussi da Arcimboldi e dagli altri tre.”
“E su Roberto Calco i tuoi preti che dicono?”

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“Qui, in questo ambiente, pare che non ne sappiano nulla, ma mi sembra di notare anche la
volontà di rimanerne fuori, ignorare la faccenda, al di là delle condoglianze ufficiali e dei soliti
belati inseriti nelle prediche. Forse domenica l'Arcivescovo nell'omelia userà toni più forti per
deplorare l'accaduto, ma è certo che non intende andare oltre ad una presa di posizione
esclusivamente formale.”
“Ho anche altro da dirti, caro Giovanni. Sono qui anche per chiederti una cortesia
personale, da amico, non so se mi spiego.” gli disse Pietro con tono fermo, scandendo le parole.
“D'accordo, parla pure.”
“Da questo momento, niente più rapporti per Cazzulani. Tutto quello che vieni a sapere lo
passi tassativamente solo a me. Sono stato chiaro?”
“D'accordo!” rispose Crivelli dopo un attimo di esitazione.
I due uomini si strinsero la mano a lungo guardandosi negli occhi, mentre Pietro sorrideva
a Crivelli, che non riusciva più a sorridere.
Il colloquio ebbe fine e Pietro uscì, sicuro che Crivelli non avrebbe disubbidito. Gli doveva
molto. Lo aveva aiutato spesso in passato a barcamenarsi nella sua ambigua posizione di servo
di due padroni, l'Arcivescovo e i “servizi”, nessuno dei quali era incline a perdonare
tradimenti di sorta. E Crivelli sapeva anche che Pietro non avrebbe esitato a bruciarlo con
entrambi nel caso che il tradito fosse stato lui stesso.
“E uno!” disse Pietro tra sé e sé dirigendosi verso il Castello di Porta Giovia. All'ingresso
riservato alla servitù chiese al piantone di servizio di poter parlare con Antonio da Belgirate,
qualificandosi come suo fratello. Poco dopo Antonio comparve nel corpo di guardia, salutò
Pietro, e con lui uscì a passeggiare nei prati esterni al Castello.
“Che sei riuscito a sapere?”
“Niente. La sola cosa che avevo saputo servendo a tavola era la notizia della sparizione di
Roberto Calco. Ne ho fatto un appunto per Milani, che credo l'abbia poi girato a Cazzulani.”
“È inutile che ti chieda di tenere sempre le orecchie e gli occhi bene aperti. D'ora innanzi
puoi mandare i rapporti riguardanti Roberto Calco direttamente a me, poiché sono io che me
ne occupo. Non solo: vorrei essere l'unico ad avere tue notizie. Tu sai come è il nostro mestiere,
siamo tutti curiosi come gazze, gelosi come scimmie, e due agenti ducali sulla stessa fonte
fanno più confusione di cento cani sullo stesso osso.”
Congedatosi da Antonio, che rientrava al Castello, Pietro si recò a casa di Arnaldo, che
stava apprestandosi a cenare, con tutta la famiglia. Si schermì un poco all'invito di cenare
insieme, ma finì con l'accettare.
Durante la cena vi fu una lunga discussione con la moglie di Arnaldo sulle cause del
continuo aumento dei prezzi dei generi alimentari, che Pietro attribuiva soprattutto alla cattiva
stagione, la moglie di Arnaldo alla cupidigia dei negozianti, mentre i loro figli propendevano
per l’esosità e la corruzione dei gabellieri. Arnaldo come sempre era prudentemente neutrale, e
a nessuno riuscì di strappargli un giudizio, anche vago, sull'ardua questione. Finita la cena, i
due uomini si appartarono brevemente.
“Non ho saputo molto!” esordì Arnaldo “Tanto è vero che ancora non sono stato da
Cazzulani. Il morto è Roberto Calco, ufficialmente riconosciuto. Nessuno lo ha visto in zona da
vivo, e poiché il naviglio di giorno è molto frequentato, lo dovrebbero aver buttato in acqua di
notte. Dove? Direi più o meno dove lo hanno trovato. L'idea che mi sono fatto è che Roberto si
sia spontaneamente recato in una delle ville o cascine dei dintorni, dove gli dovrebbero aver
fatto la festa, potrebbe essere stato un veleno o una pozione soporifera, e poi lo dovrebbero
aver gettato nel canale. Sul cadavere non vi sono segni particolari né di ferite né di
strangolamento.”
“Quale potrebbe essere la villa?”

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“Nella zona ve ne sono almeno una decina, tutte proprietà di uomini di rango, banchieri,
conti, notai!”
“Notai?”
“Sì, una delle ville è di proprietà del notaio Maffei!”
“Speranze di trovare un testimone?”
“Ho battuto la campagna per qualche ora senza successo, potrei avere più fortuna domani.
È però mia opinione che non troverò nessuno. Abbiamo certamente a che fare con professio-
nisti, non con dilettanti alle prime armi.”
“Come fai a dirlo?”
“È una mia intuizione, non chiedermi altro.”
“Tu allora domani torni sul posto. Se permetti, verrò nuovamente a trovarti domani sera o
dopodomani. Se scopri qualcosa, fammi la cortesia di non farne parola con Cazzulani, ma
riferiscine solo a me. D'accordo?”
“D'accordo. Immagino che tu abbia buoni motivi per chiedermi questo.”
“Tienlo per certo!”
Pietro salutò l'amico e si diresse verso casa canticchiando tutto soddisfatto.
“E tre!” mormorò a fior di labbra “Ora Cazzulani può dormire tranquillo, senza il timore
di venire disturbato da problemi più grossi di lui!”
L'indagine stava entrando nella fase del coinvolgimento, così si esprimeva Pietro, una sorta
di stato di grazia cui si accompagnava quasi sempre una particolare sua lucidità interiore, una
motivazione intensa, quasi irresistibile. Ancora non c'erano che ombre confuse che si agitavano
su sfondi indecifrabili, ma c'erano elementi sufficienti per iniziare a lavorare su temi precisi,
qualcosa di concreto su cui indagare, e quando si verificava questa situazione Pietro si tra-
sformava, come un cane da trifola che ha fiutato la preda, e iniziava a divertirsi.

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capitolo quarto

L'appuntamento era sul sagrato della chiesa di San Simpliciano attorno a mezzogiorno.
Pietro aveva fatto colazione in casa con una minestra da lui cucinata al momento e un poco di
pane e formaggio, contrariamente alle sue vecchie abitudini di vedovo frequentatore di osterie.
Anche se era parte importante della sua professione il frequentarle, di certo cominciava ad
averne abbastanza della confusione che vi regnava. Faticava a tollerare la mancanza di intimi-
tà, l’affollamento, per non parlare della scontata ripetitività dei gesti e dei discorsi. Non
sopportava più lo stucchevole rito sempre uguale che quotidianamente celebravano l'oste, il
cliente e il coro degli altri avventori al momento della comanda, all'arrivo del cibo e del vino,
in occasione del saldo del conto.
Pranzare a casa, significava per lui apprezzare il sottile piacere di stare solo con sé stesso,
così come momenti di piacevolezza, specie d'inverno, gli derivavano dal necessario e faticoso
protocollo dell'accensione del fuoco, soprattutto quando gli riusciva di accenderlo subito.
Non trascurabili erano inoltre le occasioni di incontro e di conversazione che gli
giungevano dalla pressoché quotidiana necessità di approvvigionarsi di cibo.
Amava la spesa come fatto sociale, come momento di rilassato e distaccato conversare con
bottegai, donne di casa, servi e serve dei ricchi. Adorava le animate ed animose discussioni sui
prezzi, sulla qualità delle derrate, sul miglior battuto per la minestra d'orzo e fave, per il quale
la scuola culinaria cui Pietro fermamente aderiva era quella che prediligeva il grasso d'oca, in
permanente inconciliabile contrasto con le altre scuole, che gli preferivano le cotiche di maiale
oppure l'osso di prosciutto.
E infine si godeva la propria povera spesa di sbirro appassionatamente innamorato della
professione, la spesa intesa come occasione per arricchire il proprio lavoro, come strumento di
raccolta delle informazioni, una miriade di fresche preziose notizie utili che puntigliosamente
archiviava nella memoria.
Ora Pietro era lì sul sagrato di San Simpliciano perché attendeva Leonardo.
Leonardo era a Milano personaggio famoso, argomento di discussioni da strada e da
osteria, complesso, strano e affascinante.
Pietro si sorprese a domandarsi perché solo ora avesse avvertito il bisogno di parlargli,
vederlo da vicino e conoscerlo di persona.
Leonardo abitava in città da molti anni, e Pietro aveva da subito avuto modo di sentirne di
ogni colore sul suo conto, sulle sue stravaganze, sul suo modo di vivere e di concepire le
relazioni con gli altri, sui suoi valori, oltre che infiniti aneddoti riguardanti la sua prodigiosa
capacità di intuire la realtà fisica e il modo di piegarla ai bisogni dell'uomo, di captare i
caratteri e la realtà interiore delle persone e di rappresentarli mirabilmente sulla tela.
Aveva sentito favoleggiare della sua mostruosa abilità di disegnatore, della sua tenacia e
umiltà di sperimentatore, della sua incredibile magica attività di scienziato, che a volte si
prestava anche a realizzare stupefacenti coreografie per le feste che si organizzavano a corte.
Probabilmente, pensava Pietro, l'inconscia ritrosia ad incontrare Leonardo in lui
manifestatasi in passato, conseguiva direttamente dalla sua natura di sbirro, condannato ad
agire sempre nell'ombra e nel segreto. A tanto doveva essere giunta la sua partecipazione al
ruolo che la vita gli aveva assegnato, che inconsciamente, per non correre rischio alcuno,
preferiva girare al largo da Leonardo, che forse, chi mai poteva con certezza saperlo, avrebbe
potuto mettere a nudo i suoi pensieri, in un certo senso smascherarlo, con la mitica e
rabdomantica acutezza della sua intelligenza.

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Michele gli sorrise da lontano vedendolo arrivare, e iniziò subito a parlare, anche se Pietro
non riuscì a badargli: stava fissando Leonardo che era sceso in istrada in quel istante, e che,
salutato Michele con un cenno del capo, si era avviato a lunghi passi verso la campagna, senza
nemmeno volgersi per un attimo indietro.
Pietro e Michele lo seguirono, faticando non poco per raggiungerlo, tale era il vigore con il
quale Leonardo stava marciando, quasi una furia, e dietro loro nessun altro.
Pietro aveva immaginato di accompagnarsi a schiere di discepoli attornianti il maestro, di
assistere a lente e solenni deambulazioni di gruppo sotto gli occhi di folle riverenti e
incuriosite. E invece si trovava innanzi ad un uomo solo, ad una totale assenza di prosopopea e
di posa, che lo fece anche ridacchiare, con un po’ di cattiveria: “Ecco la solitudine dei geni!”
“Zitto!” gli sussurrò Michele “Lascia che sia lui a parlare quando ne sentirà il bisogno.
Soffre ad essere distratto dai suoi pensieri!”
Camminarono in silenzio nella campagna ancora umida per le nevicate e le piogge
invernali, nell'aria ormai tiepida del pomeriggio quasi primaverile, sin tanto che Leonardo si
sedette in riva ad un canale all'ombra di un albero.
“Hai preso quelle misure?” chiese infine Leonardo a Michele “E chi è poi questo tuo
amico?”
“È il padre di un mio compagno d'infanzia, che ora vive in seminario. Si chiama Pietro, e
aveva desiderio di conoscervi anche di persona, dopo avervi conosciuto per fama.”
Leonardo ebbe un moto di stizza.
“Non ti aspettare da me strane cose. Non farmi il torto di venirmi appresso come si va alla
fiera, per assistere allo spettacolo, per applaudire il giocoliere che fa sparire o apparire il
coniglio da dentro il cappello. Tu parli di fama. Quale fama? Sono stufo, stanco, disgustato,
nauseato, della moltitudine di persone apparentemente sane di mente che mi viene appresso
sperando di vedere prodigi, che sono alla ricerca di emozioni, che vogliono solo essere
stupite...”
“Ingegner Leonardo...” lo interruppe Pietro “... non sono qui per questo. Molto
semplicemente chiedo l'onore e il piacere di potervi stare vicino per qualche ora, poter ragio-
nare con voi, e, soprattutto, potervi ascoltare quando parlate. È questo che chiedo.”
“Il piacere lo si può fare a me lasciandomi discorrere in pace e tranquillità. A me piace
lasciare la mente libera di vagare come più le aggrada. Quando sono solo o con amici, voglio
poter pensare a voce alta senza un fine preciso, senza limiti di tempo, come fossimo fuori del
tempo, senza obbligo o timore di compiacere o dispiacere a qualcuno. Sono uomo senza lettere
io, e me ne vanto!”
“Le misure le ho prese tutte.” si intromise Michele “La parete mi è parsa buona, liscia,
anche se mi sembra un po’ troppo fresca. Circa il soggetto, il Priore pare voglia qualcosa di
nuovo, scene moderne, del genere di una tessitura, oppure un porto di mare, mentre altri frati
vorrebbero scene più tradizionali tratte dalle Scritture.”
“Quando sarà il momento di discutere del soggetto ci penseremo. Se hai preso tutte le
misure, mettimi un appunto con i dati sul tavolo, con i tuoi commenti. Non mi va adesso di
parlarne.”
“Senza lettere? Che volevate dire, ingegner Leonardo?” domandò Pietro.
Il viso di Leonardo si era come acceso. Per la prima volta da quando si erano incontrati,
Leonardo guardò Pietro in viso, e anche il viso di Pietro si accese, gli si erano illuminati gli
occhi, gli si erano come trasformati i tratti somatici.
Michele, che osservava la scena, quasi non riconobbe più il padre dell'amico, la persona
scialba e sciapa con la quale aveva conversato tante volte.
“Vedi, amico mio...” riprese Leonardo “... io studio anatomia, e ho sezionato i cadaveri per
vedere come siamo fatti dentro, per capire come funziona questo nostro corpo. E sai che cosa

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ho scoperto? Ho scoperto che dentro siamo fatti come gli animali, come i cani, come i gatti,
come gli uccelli. Certo c'è differenza, anche grande, tra lo stomaco di un bue e quello di un
uomo, tra il tuo braccio e l'ala di un passero! Ma le funzioni fondamentali sono le stesse, gli
organi di base sono gli stessi, il principio di funzionamento è lo stesso.
Ma allora dove sta la differenza? È qui che siamo diversi, qui, dentro la testa sta la grande
differenza!” disse toccandosi enfaticamente il capo. “È la testa che ci fa diversi, è il cervello
l'arma che fa dell'uomo il padrone della terra. E quale è l'essenza vera della nostra forza? Sta
nell'essere senza lettere. La nostra forza sta nella capacità che hanno solo i senza lettere di
accrescere il patrimonio di conoscenze dell'uomo, di arricchirlo giorno dopo giorno, grazie alla
meravigliosa funzione che abbiamo sviluppato qui nella nostra testa.
Essere senza lettere non vuol dire sapere poco e male il latino, oppure l'etichetta di corte, o
le opere degli autori greci oppure arabi. In verità può anche voler dire tutto questo, ma non è
qui il punto!
Vuol dire soprattutto verificare sempre, mai accettare, direi con l'immodestia della
modestia, ciò che i cosiddetti maestri del passato o del presente hanno con tanta autorità
affermato essere il comportamento della natura. E tutto ciò senza mai aver paura
dell'esperienza e della sua grande lezione, ma al contrario sempre ricercandola, addirittura mai
stancandosi di ricercarla!
Caro amico, ti prego di credere, non esiste attività più meritevole e nel contempo più
piacevole e esclusiva, della scoperta dei segreti di natura, secondo il metodo tutto nostro dei
senza lettere.
C'è un universo sterminato di cognizioni nuove che ci attende, che aspetta solo di essere
scoperto, interpretato, utilizzato. Solo gente senza lettere come noi può farlo, caro Pietro, gente
che abbia l'orgoglio di pensare liberamente con la propria testa, il coraggio di abbandonare
idee vecchie e di sposare idee nuove. Gente che possieda l'umiltà di verificare le proprie idee
con l'esperienza e misurarle con la realtà, lavorando con le proprie mani, come gli artigiani.
Caro Pietro, a noi il potere permette di dire e di fare cose che non può permettere a quelli con
le lettere!”
“Che dite, ingegner Leonardo, che c'entra il potere?” interruppe Pietro.
“Vedi, caro amico...” e Pietro trasalì nuovamente d'orgoglio e di piacere ad essere così
chiamato da Leonardo “... vedi come i tempi siano instabili, di transizione, un po’ come l'acqua
di questo canale che accelera verso la cascata, cade, si rialza un poco spumeggiante e turbolen-
ta, prima di ritrovare di nuovo la via lenta e pigra del canale. Orbene, tutti avvertono
l'instabilità dei tempi, ma alcuni pensano di poter fermare l'acqua, di fermarla prima della
cascata, prima che accada qualcosa di violento e turbinoso, e, nel contempo, cercano anche di
trarne vantaggio. E così il potere, in luogo di prendere atto che è nella natura delle cose che
alcuni eventi prima o poi accadano, in luogo di preparare il dopo e capire che il dopo non può
non essere molto diverso dal prima, poiche’ dal prima trae origine, rifiuta di vedere in faccia le
cose. In luogo procedere all’inevitabile, migliorare il deflusso delle acque, pulire il canale,
irrobustirne le sponde e il fondo, raddrizzarne il corso, cerca invece di bloccare l'acqua, tenta di
fermare lo scorrere del tempo.”
“Non so di che parliate, ma di certo non si può fermare lo scorrere del tempo.” annuì
pensoso Pietro che non riusciva a seguire bene il ragionamento.
“Ma certo, amico, come può essere tutto ciò possibile? Come si può ipotizzare che un
popolo come quello milanese o come quello fiorentino, che ha apprezzato la vita del libero
governo comunale o dell'illuminata signoria, si adatti a retrocedere passivamente, senza reagi-
re, verso forme di governo arcaiche, ove il timore di Dio sia strumento dell'oppressione delle
menti, gabbia per le coscienze, tirannia delle idee?

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Il tutto predicando una cosa e facendone un'altra, proibendo agl'altri la libertà di
immaginare senza altro vincolo che i limiti della propria fantasia, ma riserbando a se stessi
l'arbitrio di agire senza alcun vincolo di morale?
Brutti tempi si preparano per i governati quando si proibisce loro l'uso del cervello nel
nome di principi definiti sacri: vuol dire che i governanti si apprestano ad abbandonare
l'osservanza di tutti i principi, sacri e meno sacri. Ma noi, caro Pietro, siamo fortunati. Siamo
ufficialmente “senza lettere”. Siamo liberi, almeno per il momento, di pensare ciò che vogliamo,
perché per gli altri il nostro pensiero è sbagliato o addirittura non esiste, siamo simili ai matti,
almeno nella altrui opinione, e il governante commette sempre l'errore di badare solo a ciò che
dicono quelli “con le lettere”.
Loro continuano a credere che l'aria faciliti e non rallenti il moto dei corpi, perché così
disse Aristotele, e Aristotele non si deve discutere. Noi, caro Pietro, alziamo il braccio e
roteandolo sentiamo il freno che l'aria fa sul nostro braccio, e, almeno su questo punto, non
prendiamo sul serio Aristotele.
Loro credono che Dio muova la Luna e gli altri corpi celesti. Noi crediamo che Dio abbia
altro da fare dopo il molto gia’ fatto al momento della creazione, e cerchiamo di capire perché
la Luna giri attorno alla Terra, o la Terra su sé stessa, oppure attorno al Sole.”

Il soliloquio leonardesco appariva ancora ben lontano dalla sua conclusione. Un torrente di
parole, un fiume di ragionamenti minacciava di rovesciarsi chissà ancora per quanto tempo sul
povero Pietro, che subiva felice, immobile preda di un estatico rapimento, il diluviante bagno
intellettuale del pensiero leonardesco, insieme al silenziosissimo amico Michele, un po’
passivo, forse rassegnato, dinanzi al sfavillante scintillio cerebrale del maestro, a lui da tempo
familiare.
“Mio caro Pietro, ti confesserò tranquillamente che non vorrei essere il Moro in giorni
come questi. Sono giorni difficili per lo Stato, ma credo che ancora più difficili siano per lui!”
“Ma non è lui che ha il potere?” azzardò timido ed insinuante Pietro.
“Non vorrei apparire irriverente o ingiusto verso colui che mi dà lavoro. Come si può’
arrivare a pensare che il potere sia concentrato o concentrabile in una sola persona ? Credo che
il problema del duca Ludovico sia invece questo: come governare e guidare lo Stato in tempi
difficili, con un potere politico, come dire, distribuito, frantumato, atomizzato, un potere
impotente. E allora, in luogo di rafforzare il governo riducendo la libertà di pensare, forse
conviene agire in senso opposto, distribuendo e frantumando il potere ancora di più,
aumentando e non riducendo la libertà di pensare e agire. Tutti dovrebbero avere la libertà,
insieme alla responsabilita’, di poter affrontare e di risolvere i propri problemi.”
“E i problemi dello Stato?” chiese Pietro.
“Ridurrei la libertà di vivere senza dare, pretendendo tutto dagli altri. Vedi, io do pittura,
pittura di buona, forse ottima qualità, lo dicono anche i miei detrattori. Ho avuto dal Signore
una buona mano, ho potuto e saputo ben coltivarla, con fortuna e capacità ho acquisito un
buon mestiere. Do pittura agli altri, e in cambio ricevo quanto mi occorre e basta per vivere,
per avere una casa ove ripararmi, cibo per nutrirmi, carta per disegnare e scrivere, tempo per
osservare e sperimentare. Altri invece ricevono molto di più di quel che danno, anzi, in certi
casi non vogliono dare affatto. Vogliono solo avere. Prendi ad esempio un banchiere, uno di
coloro che dopo aver accumulato somme immense di danaro, avverta imminente il rischio di
perderle, per un motivo qualsiasi. A questo punto costui può divenire capace di tutto, ritiene
che nulla gli sia proibito e tutto gli sia permesso, e diviene pericoloso, molto pericoloso per
tutti.
Sono costoro che occorre controllare più di ogni altro. Se fossi il Moro, starei molto in
guardia e attento a sorvegliare coloro che maneggiano danaro. Farei come a Venezia. Guarda,

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caro Pietro, come la Serenissima punisce coloro che congiurano contro lo Stato. Non vi è pietà
per costoro. Ma e’ giusto che sia cosi’.”
“Ma nessuno sino ad oggi ha congiurato, che io sappia !” borbottò Pietro.
Leonardo volse lo sguardo verso Pietro, come se lo vedesse per la prima volta.
Improvvisamente aveva cambiato espressione. Appariva chiaro che una nuova idea gli era ad
un tratto balenata in mente.
“Ma tu chi sei ? Da me che ci sei venuto a fare ? ” e sorrideva enigmatico fissandolo in viso.
“Sono qui per imparare. Vorrei saperne di più su ciò che mi avete detto.” replicò
sommessamente Pietro.
“Tu però non hai risposto alle mie domande ! ” e sorrideva ancora guardandolo negli
occhi. “Toscano non sei, questo è sicuro, con questa tua barbara cadenza longobarda... orribile
a udirsi, ma ugualmente potrebbe averti mandato qualche fiorentino, che ben conosco, a
saggiare, come dire, la saldezza delle mie opinioni circa una certa questione sulla quale mi
sono già pronunciato in modo netto e univoco, e per sempre! Non mi pari, tuttavia, a guardarti
bene, persona venuta a far male.
Ma torniamo al discorrere di prima, che mi piace tanto di più. Tu dici che nessuno è
pericoloso. Sembra, ma così non è. Occorre saper vedere attraverso le apparenze, intuire come
si snoderà il cammino degli avvenimenti. Tutto e’ mosso dalla volontà degli uomini e dalla
concatenazione delle cause, tutte ruotanti come pianeti attorno al danaro, che e’ insieme al Fato
il motore della Storia.”
“Il potere del danaro?” interruppe Pietro, tutto felice di aver apparentemente vinto la
diffidenza di Leonardo sul suo conto.
“Potere del danaro o danaro del potere poco importa!”
“Non sono queste solo parole, ingegner Leonardo, bellissime ma vuote, se mi è permessa
una critica? Che volete dire realmente, aiutatemi a capire, quale è il senso di ciò che dite?”
interruppe ancora Pietro.
“Occorre saper cogliere i sintomi inquietanti della malattia che ha roso il senso delle
parole, travisato la funzione dei discorsi, la loro naturale ragione d'essere, annebbiato e sviato
le menti. Non ti sei accorto che il potere, simile ad un branco di termiti, ha attaccato il
linguaggio da dentro, lo ha minato, lo ha svuotato del suo contenuto, distruggendone la natura
e i significati. Pace può significare guerra, verità può equivalere a menzogna, libertà può stare
per il suo contrario, e così via.
I discorsi che sentiamo, e purtroppo talvolta anche quelli che facciamo, sono pieni di
fantasmi sonori travestiti da parole, di rumori che paiono discorsi. Parole e discorsi che non
hanno alcun significato perché possono averne tanti, quello che a ciascuno piace attribuirgli, o,
peggio, che gli attribuirà dopo, quando avrà capito che cosa debba lui volere. È finito il tempo
in cui le parole e i discorsi avevano un significato e uno solo!”
“È mai esistito questo tempo?”
“Dici bene, forse non è mai esistito!” sorrise sereno Leonardo “Ma mi affascina e sempre
mi ha affascinato il tema della vera natura delle parole e del linguaggio. Che cosa è mai il
linguaggio? Veicolo delle idee? E se le idee non ci sono, che diviene mai il linguaggio? Solo
rumore? Forma, vestito oppure struttura organica delle idee? Supporto, in definitiva sostanza,
oppure accessorio, magari inutile o addirittura dannoso, del nostro pensare? È oppure non è
essenza stessa del pensare, il pensare in modo chiaro e univoco, avere consapevolezza piena
del proprio pensiero? E le intuizioni? Il loro linguaggio è confuso, superficiale, approssimativo,
criptico, ma è anche denso, compatto, veloce ed efficace come la folgore nel capire ciò che non
si era capito prima: come può l’intuizione non essere pensiero?
Per contro, come si esprime il potere, se non con un linguaggio delfico, plastico come
l'argilla quando e’ molle. Senza forma e senza nerbo come l'acqua, anche quando di nerbo pare

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averne tanto. Linguaggio che dice tutto e niente insieme. È anche questo linguaggio, oppure
trattasi solo di rito, liturgia, strumento del potere, “lettere”, commedia o tragedia del potere?
Ecco il difficile, direi drammatico e forse impossibile compito dell'uomo “con le lettere” nei
tempi difficili: cercare di dare dignità di parola e di linguaggio alle espressioni sonore che
accompagnano i riti del potere!”

Pietro era sconcertato, non sapeva più che dire, provava un vago senso di paura al
cospetto di quell'uomo, che era penetrato con le sue parole ben addentro alla sua coscienza e
che, iniziava confusamente a percepirlo solo ora, lo aveva rivelato a se stesso.
Come un funambolico incantatore di serpenti, Leonardo aveva col piffero dei suoi
ragionamenti fatto lentamente emergere dal fondo più remoto e riposto del suo spirito i
pensieri che lì dovevano aver sempre albergato, lì dovevano essersi formati e subito nascosti
alla sua coscienza. Ma li c'erano, ne era ormai certo, anzi c'erano sempre stati.
Quel suo strano e contorto discorso sulle parole del potere come gli appariva ora lucido e
chiaro, come già sentito, addirittura come già pensato proprio da lui Pietro, e come gli
sembrava ormai provenire limpido e trasparente dal profondo della stessa sua memoria.
Quante volte, ora ricordava nitidamente, aveva ascoltato discorsi e conversazioni che
aveva finto di capire, che aveva anche applaudito, che tutti applaudivano, ma che la sua mente
e la sua coscienza non capivano o rifiutavano, perché vuoti, perché pieni solo di rumori,
espressioni sonore che avevano solo apparenza ma non sostanza e dignità di parola, quando
non odoravano di turlupinatura sotto l'ornamento di suoni dotti e roboanti.
Lui e Leonardo si erano riconosciuti, entrambi della stessa pasta, entrambi “uomini senza
lettere”.
Il livello intellettuale di Leonardo non era nemmeno lontanamente paragonabile al
proprio, pensava Pietro, e la potenza creativa e elaborativa del cervello leonardesco
apparivano mirabili nella loro irraggiungibile eccezionalità, anche se, a dire il vero, gli sembra-
vano a volte venati da una sottile ma chiara filigrana di follia. Cionondimeno il povero Pietro
si sentiva anche lui uomo libero, uso a pensare liberamente al di fuori degli schemi mentali
usuali, senza tutti quei tabù o blocchi che ostacolavano il corretto e efficace funzionamento
delle teste altrui.
E poi che voleva dire quel uomo con quei discorsi sui banchieri e sul potere? Che valore
indiziario potevano avere le sue affermazioni? Fiorentini che fanno strane verifiche?
Informazioni, intuizioni, presentimenti, oppure deliri e vaneggiamenti di un genio un po’
pazzo? Banchieri che tramano contro lo Stato? Quali e perché?

Un'aquila apparve alta nel cielo luminoso del tardo pomeriggio marzolino, appena mosso
da una brezza lieve e fresca, che aveva spazzato via le nubi, schiarito l'aria, e avvicinato alla
città la bellissima cerchia di monti biancheggianti di neve su di uno sfondo di cielo azzurro
sfumante sul rosso.
Pietro osservò ancora per un attimo il volteggiare del grande rapace e poi si volse verso
Leonardo.
Egli non era più al suo fianco.
In silenzio, senza dir nulla, si era allontanato come rapito dalla visione dell'aquila. Lo
scorse poco lontano, mentre col viso in alto quasi si librava in aria verso l'aquila irraggiungi-
bile, tale era l'intensità della sua concentrazione nell'osservarla e nel tentare di carpirle i segreti
del volo.
Michele gli fece un lieve cenno del capo “Non lo seguire! "sussurrò “ A quest'ora, quando
gli uccelli si mostrano più facilmente, non ascolta e non vuole accanto nessuno. Andiamocene,
torniamo in città da soli!”

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“No, non ho alcuna intenzione di andarmene, se non ti dispiace. Quel uomo mi ha
stregato, mi ha ipnotizzato. Che voleva dire secondo te con tutti quei discorsi? Chi frequenta a
corte costui?”
“A quanto ne so io frequenta praticamente tutti, massime il duca Ludovico, che lo stima
moltissimo.”
“Quali banchieri frequenta?”
“Ma che vuoi che ne sappia io? Credo nessuno. Non penso che abbia mai chiesto o fatto un
prestito. Praticamente non ha denari, se non quelli che gli bastano per vivere.”
“Quali sono i lavori che attualmente più lo occupano?”
“Il cavallo, questo straordinario monumento a cavallo di Francesco Sforza, di cui tutti
parlano e che nessuno ha ancora visto, nemmeno a me permette di vederlo, e poi tante altre
cose, fra cui esperimenti segreti con le armi da fuoco.”
“Ma i discorsi che oggi mi ha fatto, tu li hai mai sentiti?”
“Per la verità non ricordo, ma tu che vuoi da me? Mi stai facendo l'inquisizione?”
“Ma quale inquisizione! È che voglio saperne di più, voglio capire meglio costui, conoscere
anche il tuo parere, farmi un'idea più precisa!”
“Ti vuoi mettere in testa che Leonardo con me parla pochissimo, parla pochissimo con
tutti, oggi è la prima volta che lo sento parlare così a lungo! Forse con me non parla volentieri
perché gli ricordo il lavoro, ciò che deve fare per guadagnarsi da vivere, mentre lui è tipo cui
piace essere libero di fare ciò che più gli aggrada.”
“A tutti piace essere liberi. Piuttosto, tu che lo conosci, levami una curiosità, come mai
attorno a costui non si sente mai parlare di donne?”
“Taci, e non permetterti più di sfiorare nemmeno per un attimo questo argomento! Guai a
te se ti coglie intanto che ne parli! Non tollera che se ne accenni nemmeno per scherzo.”
“D'accordo, ma quale è la tua opinione?”
“Non ho opinioni al riguardo. La persona è sola, e non cerca compagnia, anche se tutti
cercano la sua, e maschi e femmine, belle e brutte, maritate e non. Se ne può concludere che
non voglia impegni, oppure sei libero di pensare ciò che vuoi.”
“Capisco, o meglio, diciamo che faccio finta di non capire, se più ti piace.”
“Credo che tu non abbia capito proprio niente. Questo è uomo da non misurare, perche’
non sei all’altezza di poterlo misurare, tanto vive al di sopra di noi. È matematico, è pittore, è
scultore, è scienziato, e’ filosofo, e’ patologo, e’ tutto, e scrive all'incontrario e con la sinistra.
Gli debbo troppo rispetto e onore, lo ammiro troppo per chiedermi se va con l'una o con l'altro.
E poi caro Pietro, da quando lo conosco non l'ho mai visto andare né con uomini né con
donne...”.
Pietro fece appena a tempo a scorgere un lampo di terrore nello sguardo dell'amico che,
fisso oltre le sue spalle, l'occhio sbarrato, si era ad un tratto interrotto, mentre improv-
visamente braccia robuste lo immobilizzavano da dietro, e Pietro si trovò a precipitare dentro
un buio ruvido e totale. Solo dopo un attimo capì che un sacco gli era stato calato sul capo.
Attraverso il sacco percepì appena un urlo strozzato di Michele, e poi solo una serie di
colpi violentissimi sul capo, sul petto, sull'addome, probabilmente bastonate, forse pugni,
persino un calcio al basso ventre..., e poi il vuoto.

La prima sensazione fu di freddo.


Poi, sempre ad occhi chiusi, si provò a muovere mani, braccia e gambe. E avvertì dolore un
po’ dappertutto, che istintivamente tentò di lenire massaggiandosi con le mani, adagio prima,
e poi sempre più forte. Costatò che il dolore non era poi così acuto come gli era apparso in un
primo momento. Avvertì poi come un calore sul viso e un chiarore attraverso le palpebre e
spalancò gli occhi, che rimasero abbagliati dalla luce vivida di una lucerna che qualcuno gli

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stava tenendo sul viso. Una vecchia reggeva la lucerna. Era in una stanza, disteso su un letto.
Accanto alla vecchia era un suo compagno, e entrambi sorridevano.
“E allora che ti è successo?” ripetettero due o tre volte.
Pietro non rispose. Stava lentamente tornando in sé. Stava riacquistando conoscenza, dopo
un lungo svenimento. Non riusciva a connettere, non riusciva a spiegarsi la sua presenza in
quel luogo con quei due sconosciuti.
“Chi sei? chi sono i tuoi amici?” ripetevano i due vecchi.
“Quali amici?” chiese Pietro, che ormai era tornato in sé.
“Quelli che ti hanno portato qui!” disse la vecchia.
“Qui dove? Voi chi siete?”
“Qui, nella nostra casa, in campagna, vicino alla Certosa!”
“Quale certosa?”
“Ma la Certosa, quella di Garegnano!”
“E Michele? Che fine ha fatto Michele?”
“Qui non hanno portato nessun Michele!” dissero entrambi, parlando insieme.
Provò ad alzarsi, rizzandosi prima sul letto, e poi, sedutosi sul bordo, provando a posare i
piedi a terra ed a reggersi in piedi, sempre tenendosi al bordo del letto, sotto lo sguardo
sorridente ed incoraggiante dei padroni di casa.
Riusciva a stare in piedi.
Danni fisici seri non ve ne erano. Il viso, gli disse affettuosamente la vecchia, era rimasto
privo di segni. Solo un grosso bernoccolo sul capo, un indolenzimento diffuso per le botte
ricevute altrove, ancora un lieve senso di stordimento, e qualche difficoltà a rimanere in equili-
brio.
Gli venne offerto del latte caldo, che bevve a piccoli sorsi.
Chiese di uscire per raffrescarsi un poco e schiarirsi le idee.
Si ritrovò nel cortile di una piccola cascina: alle spalle l'abitazione dalla quale era uscito,
sulla sinistra il fienile ed il granaio, e sulla destra la stalla con le bestie. Innanzi la campagna,
placida sotto un cielo privo di nubi illuminato dalla luna.
Il freddo era pungente, l'aria secca e piacevolmente stimolante, come a volte capita in
pianura nelle giornate tra inverno e primavera, quando sono percorse dalla brezza. Sentiva
ritornare forza e lucidità, e la voglia di camminare, di tornarsene a casa sua.
Si frugo in tasca, e ritrovò tutto intero il poco danaro che era uso portare con sé. Tornò
subito dentro, per congedarsi dai suoi ospiti, e per lasciare sul tavolo una moneta, che i due
accettarono solo dopo qualche insistenza. Due brave persone, rimaste sole dopo l'ultima pesti-
lenza, uniche superstiti di una grande famiglia.
Apprese che era stato portato lì su un carro di contadini, ancora svenuto, probabilmente da
gente che non c'entrava niente, che passava di lì, che lo aveva scorto a terra esanime. Di
Michele realmente nessuna traccia nei discorsi dei due.
Salutò e si diresse verso la città, seguendo con l'aiuto di una lanterna datagli dai due
contadini un sentiero tra i campi che gli era stato indicato. Dopo circa un'ora di cammino,
scorse da lontano la massa scura delle mura. Individuò la porta dalla quale era uscito qualche
ora prima, e riuscì a farsi aprire dal gabelliere di guardia, che conosceva di vista. Dopo una
decina di minuti era innanzi all'uscio di casa sua. Durante il cammino, abbastanza faticoso per
le condizioni fisiche ancora imperfette, solo qualche riflessione sulla sua brutta avventura.
Probabilmente avevano lasciato fuggire Michele, che a loro non interessava. A lui, invece, un
trattamento di riguardo, una pestata in piena regola. In ultima analisi un avvertimento, a lui ed
ai suoi capi: ma quale avvertimento? E da parte di chi?
Stanco e dolorante, aprì l'uscio con una certa concitazione, e posò la lanterna sul tavolo.
Trasalì violentemente.

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La luce della lanterna illuminava malamente il ghigno beffardo e losco di Ambrogio
Olgiati, collega di Pietro, che seduto sulla panca accanto al tavolo, lo stava aspettando.
“Amico mio, dopo tanti anni di mestiere ancora prendi paura se trovi qualcuno in casa che
ti sta aspettando? Comunque tranquillizzati, sono qui per ordini superiori, non volermene per
l'intrusione. Il nostro grande capo Cazzulani mi manda a dire che sei autorizzato ad andartene
da tuo figlio per Pasqua, come già avevi chiesto di poter fare. È una grossa cortesia che ti viene
fatta. Cazzulani è certo che tu l'apprezzerai compiutamente. Puoi, anzi dovresti, partire domat-
tina.”
Fulmineamente Pietro decise di tacere della sua avventura pomeridiana.
“Ambrogio, guardami bene in faccia! Sei qui per ordinarmi di andare subito a Canegrate,
domattina, perché mi si chiede di lasciar perdere le indagini, oppure Cazzulani ha già scoperto
tutto quello che c'era da scoprire? Sino a ieri le indagini che sto svolgendo erano questione di
vita o di morte. Erano le mie indagini ! Stasera trovo in casa mia uno che mi ordina di
andarmene subito da mio figlio. Ho un grandissimo desiderio di andare da mio figlio che non
vedo da un anno. È tuttavia inutile che ti dica che mi spiace profondamente dover lasciare le
cose a metà senza sapere il perché.”
“Pietro, io non so nulla delle tue indagini. Tanto dovevo dirti e tanto ti ho detto. Vattene
comunque subito a Canegrate e non perdere altro tempo a discutere. Dà retta a un collega!”
“Ma è una punizione od una cortesia? Questo voglio sapere!”
“Non ne so nulla. So solo che il tuo viaggio a Canegrate è divenuto per Cazzulani un affare
urgente, anzi urgentissimo, come prova la mia improvvisa e indelicata apparizione di stasera
in casa tua, dopo un colloquio da lui avuto stamattina probabilmente con il segretario del
Moro Marchesino Stanga.”
“Ne so quanto prima. Riferisci comunque a Cazzulani che parto per Canegrate domattina.”
“Ho un altro messaggio per te. Qualche ora fa, un tizio di nome Michele è venuto a
cercarti. Mi è parso preda di una paura tremenda. Stava per fuggire quando gli ho aperto la
porta. Ho dovuto trattenerlo a forza per potergli parlare. Era tutto lacero, la voce gli tremava e
aveva anche un occhio nero. Se ho ben capito, dice che è riuscito a scappare, non so da dove, e
che se ne sarebbe andato a tapparsi in casa per la paura.”
“D'accordo, ho preso buona nota. Ci vediamo dopo il mio viaggio a Canegrate.”

Nel palazzo accanto al Duomo molte torce erano accese, nonostante la giornata domenicale
e l'ora tarda. Marchesino Stanga, capo della Segreteria Ducale, accompagnato da Bernardino
Cazzulani e da alcuni uomini dei servizi, stava ispezionando i locali, cantine comprese. Quella
mattina stessa uno dei guardiani aveva scoperto che mani ignote avevano nottetempo messo a
soqquadro tutti gli uffici. In particolare erano stati aperti gli armadi contenenti gli archivi, che
erano stati tutti apparentemente consultati con cura minuziosa. Non vi erano indizi, al
momento, che potessero illuminare sugli obbiettivi dei misteriosi visitatori e nessuna ipotesi
concreta sulla loro identità.
Ultimato il sopralluogo, Stanga e Cazzulani si rinchiusero in una stanza a confabulare.
“Pace o guerra poco mi importa. Non è questione ove si possano fare grandi ragionamenti,
scoprire regole che si ripetano, che permettano di far tesoro dell'esperienza e regolarsi di
conseguenza.” disse Stanga.
“La pace muore nella guerra, poiché sopravviene una forma acuta di follia, una specie di
peste mentale che sospinge tutti ineluttabilmente e irresistibilmente verso la guerra, verso i
sommovimenti violenti che scuotono i popoli e conducono al suicidio delle nazioni.” ribadì
inaspettatamente e con comica gravità il nostro Cazzulani.
“Cazzulani, smettila una buona volta di ripetere a memoria discorsi letti sui libri! Andando
al nocciolo della questione, la decisione del passaggio dalla pace alla guerra scatta improvvisa

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nella testa dei capi, sotto le apparenze di un calcolo razionale di convenienza. Ma e’ questo il
nostro problema ? Che ne sappiamo di questa dannata vicenda ?” tagliò corto Stanga.
“Ma chi mai può essere colui che qui da noi si sta agitando, cerca la guerra, e perchè?” si
chiese Cazzulani.
“Vedi, Bernardino, la politica è arte ben più complessa delle altre, così complessa da dare
risultati probabilmente indipendenti, di fatto, dalla volontà e dall'azione dei politici, anche se
loro non lo ammetteranno mai. Può essere chiunque che si agita! Non riuscirai mai ad entrare
nella testa di un politico o in un agitatore aspirante politico, se conservi la tua testa di persona
comune.”
“E qui, dopo questo evento, come mi dovrei muovere secondo Lei?” chiese Cazzulani.
“Si potrebbe studiare la solita trappola, facendo raccontare in giro qualche baggianata, e
vedere se qualcuno abbocca scoprendosi. Far sapere in giro, ad esempio, che ci sono altri
archivi da qualche altra parte, e vedere se costui ci crede, si presenta e riusciamo a catturarlo!”
“Prima di muovermi, vorrei saper rispondere ad un paio di domande. Che cercavano qui i
nostri visitatori? Hanno trovato o no ciò che cercavano?”
“Tu queste cose forse non le avverti, anche perché non sei addentro alle cose di governo,
ma io credo che costoro cercassero danaro. Non danaro contante, ma materia per ricatti, che è
come se fosse danaro. Seguimi con attenzione! Così come lo strumento di lavoro dei pittori è il
pennello intinto nei colori, lo strumento di lavoro dei governi è il danaro intinto nelle parole.
La questione nota a tutti da sempre è che le parole abbondano, ma il danaro è scarso, sempre,
in ogni luogo e in ogni tempo. D'accordo? Sono convinto che i nostri visitatori cercassero
elementi per ricattare qualcuno, qualche banchiere o qualche governo, il nostro ad esempio. E i
banchieri fanno i loro migliori affari con i governi, sempre preda del loro inesausto bisogno di
danaro. E qui troviamo appunto il magico potere delle parole. Voci, sussurri, calunnie o mezze
verità, poco importa, possono minare quella che i banchieri chiamano la fiducia, ossia la
certezza che i soldi prestati tornino indietro al legittimo proprietario. Ecco il possibile ricatto!”
“Il tutto collegato coi delitti su cui indaghiamo?”
“Sei tu Bernardino che devi scoprirlo!”

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capitolo quinto

“Quale è l'argomento che dobbiamo discutere?”


“Non ne so nulla. Credo si voglia parlare della situazione economica, del perché le cose
vanno male.”
“Le solite parole, i soliti discorsi, le solite esibizioni perditempo, o c'è qualcosa di più?”
“Non l'ho capito bene. Ci vorrebbero delle idee, un programma, serietà di intenti. Tutti
hanno propositi grandiosi e eroici, ma come sempre confusi e vaghi. Come al solito, non sanno
quello che vogliono, ma lo vogliono grande, memorabile, e subito. E aspettano che qualcuno
spieghi loro che cosa debbano fare. Ci vorrebbe una ricetta.”
“Ma non esiste già questa ricetta? Discuterla non è lo scopo vero della riunione? Non è
Landriani che oggi la tirerà fuori all'improvviso come per magia?”
“Che vuoi che ne sappia io? È strano invece come tutti oggi siano preoccupati. È una gara a
chi è più pessimista, è una sindrome di Cassandra che colpisce un po’ tutti. La domanda giusta
mi sembra questa: perché tutti si lamentano e dicono che gli affari vanno male? A me sembra
che non siano mai andati così bene.”
“Credo che tutti siano d'accordo con te, quando si discute seriamente e a quattr'occhi. Le
cose mi sembrano andare oggettivamente bene, meglio comunque che nel passato. È il futuro
che fa paura, un futuro peggiore del presente, timori di guerre, carestie, i debiti. Tutti hanno
paura dei debiti del Ducato. Pagherà?”
“È solo questo il problema, o c'è dell'altro?”
“Non ne ho idea, ma credo che ci sia dell'altro!”

Febbrili, come pervase da un'ansia apparentemente sincera di purificazione e di azione


corale e fraterna, percorse da aneliti di comunione spirituale mai riscontrati in passato,
trascorrevano le ore antecedenti la solenne processione del venerdì santo.
Nella sacrestia di San Celso, sede della” Venerabile e Santa Arciconfraternita della Morte,
Penitenza e Orazione”, non si riusciva più ad entrare. La porta era chiusa dall’interno. Vi si
erano radunati per una discussione riservata i membri anziani e più autorevoli della
confraternita, e nessuno era voluto mancare. Tutti erano già rivestiti dei sai neri lunghi sino ai
piedi nudi, la vita cinta dal cordone francescano, il capo non ancora incappucciato. Alfonso
Borromeo, titolare di un banco di cambio in Milano, stava parlando ai confratelli con la sua
bella parlata che apertamente tradiva l'origine fiorentina della sua famiglia, spesso interrotto
da voci di consenso e di incoraggiamento.
“È inutile vivere nell'illusione di salvarsi addossando ad altri colpe e responsabilità che
sono interamente nostre! Bisogna in primo luogo avere il coraggio di riconoscere apertamente
che le nostre attività sono in grave pericolo, sono in difficoltà dinanzi alla concorrenza
straniera, e lo sono per nostra grave colpa.
Chiunque tra voi possieda, come io possiedo, banchi e filiali oltralpe, sa che il banchiere di
queste terre ha cessato da tempo di essere il banchiere del mondo, come eravamo e come
qualcuno ancora crede di essere. Tutti sappiamo che il rischio d'insolvenza dei nostri debitori è
in continuo aumento, e tutti abbiamo l'ipocrisia, o meglio, l’ipocrita necessità di chiamare
rischio d'insolvenza quelle che sono vere e proprie insolvenze, per non doverci noi stessi
dichiarare insolventi.
Tutti sappiamo che vi sono interi settori della nostra economia che oggi sono in crisi, e che
invece un tempo erano fonte copiosa e invidiata di ricchezza, protagonisti di un eccezionale
sviluppo delle nostre esportazioni, tutti di importanza indubitabile per lo stato sia per il

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contributo di tasse e gabelle dato all'erario sia per i salari pagati a chi vi presta o prestava la
propria opera. Orbene questi settori hanno ormai perso la propria competitività, il proprio
dinamismo, la capacità di vendere con profitto i propri prodotti.
È superfluo ricordare a tutti voi che cosa ha significato per questo stato l'industria dei
panni di lana, e che cosa questa industria significa oggi, dopo che i produttori di Fiandra
hanno sviluppato nuove tecnologie di produzione, riducendo drasticamente i costi con la loro
fertile inventiva.
Ricordiamoci l'industria delle armi, gloria e vanto dello stato milanese, famosa in tutto il
mondo civile per la sua capacità di armare in pochi giorni interi eserciti, fonte di lavoro e di
reddito per tanti nostri concittadini, costretta oggi a subire la spietata concorrenza non solo sul
prezzo ma persino sulla qualità, primato che qui tutti si illudevano di poter conservare in
eterno, da parte delle botteghe di Norimberga e delle altre città della Germania meridionale.
Fratelli, scuotiamoci di dosso l'ignavia che ci ha colpito!
Ci siamo ridotti peggio di Narciso : contempliamo compiaciuti ciò che i nostri padri hanno
saputo fare, ignoriamo accecati dall'orgoglio ciò che i nostri concorrenti stanno facendo, ci
raccontiamo gioiosamente l'un l'altro come speriamo di apparire e come fantastichiamo di
essere, e dimentichiamo come in effetti siamo, i nostri errori, le nostre debolezze !
È ora di svegliarci da questa nostra esiziale colpevole illusione!
Alla vigilia della solenne processione del Venerdì Santo, alla vigilia della Santa Pasqua di
Resurrezione, ho deciso di uscire dal gregge entro il quale ho sinora vissuto, protetto dalle
convenzioni e dalle ipocrisie, per parlarvi apertamente, fuori dei denti, per proporvi qui una
chiara, franca e non rituale discussione sullo stato della nostra professione di uomini di banca e
quindi, ne è l'ovvia conseguenza, sullo stato tutto dell'economia, perché è nostro dovere
intervenire con proposte costruttive al nostro governo, al fine di curare la malattia forse
mortale che ci colpisce.”
Borromeo si sedette, applaudito a gran voce da tutti i presenti. Si alzò allora a parlare Hans
Fugger, nato a Milano, membro della sempre più autorevole famiglia di banchieri e
commercianti tedeschi, e titolare della filiale milanese della loro casa.
“Cari confratelli, l'amore che porto alla professione, insieme all'affetto che nutro per questa
città ove sono nato e cresciuto ed ove ho deciso di vivere e lavorare, mi spinge forse ad essere
più critico e pessimista sul nostro futuro di quanto sarebbe necessario, ma sento irrefrenabile il
bisogno di gridare forte che senza provvedimenti radicali e rigorosi, non si può più sperare di
evitare la decadenza e forse addirittura la scomparsa di questo stato!”.
Tutti i presenti balzarono in piedi applaudendo e intervenendo con grida di approvazione.
“Confratelli, amici, un po’ di contegno, aspettate ad applaudire che vi abbia interamente
chiarito il mio pensiero! Intendo qui sottolineare che mentre il governo dello stato mantiene
una corte il cui splendore non ha eguali in Europa e nel mondo, la nostra economia è
progressivamente strangolata da un eccesso, che dico, da un diluvio di spesa improduttiva che
costringe a porre balzelli sempre più pesanti per tentare di arginare la crescita del debito
pubblico. È di ieri la notizia che la manifattura di lane Affaitati ha deciso la chiusura dell'atti-
vità, perché non riesce a reggere la concorrenza, e perché soffocata dal peso dei debiti e delle
gabelle. Ciò soprattutto perché è tardata, come in altri analoghi casi, la riconversione alle
nuove tecnologie fiamminghe.
Vediamo ora, cari confratelli, di domandarci quali sono le ragioni profonde di questa
situazione. Come tutto ciò è potuto accadere.
Credo che, purtroppo, la risposta non sia difficile.
Ciò è in primo luogo accaduto perché i danari degli anni grassi sono stati spesi per pagare
lussi e vizi degni dei Cesari! Perché l'amore per il lavoro, l'attenzione costante e instancabile
dell'imprenditore ai propri affari, la tensione morale che deve sostenere chi ha la responsabilità

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del reddito di tante famiglie, la capacità e il merito che soli possono giustificare il maggior
guadagno, sono progressivamente venuti meno, sono svaniti come luce del giorno dopo il
calare del sole. Tutto ciò e’ stato come sopraffatto, annullato. Privilegiamo ormai la
contemplazione, per non dire l'ozio, all'azione, lo svago anche se raffinato, rispetto al lavoro e
al rischio, l'arte rispetto ai commerci.
E qui cominciano le nostre colpe, colpe di noi banchieri, che abbiamo il dovere di vigilare,
attenti come falchi, a che il danaro da noi prestato sia ben speso, le aziende sempre bene
amministrate, le regole della oculata gestione sempre rispettate.
Ebbene, cari confratelli, noi questo lavoro di vigilanza non l'abbiamo fatto! Anche noi
siamo stati presi dal vortice dolce e accattivante del nuovo, come Ulisse innanzi allo scoglio
delle sirene!
Abbiamo permesso che le tecnologie non venissero rinnovate, che le paghe balzassero a
livelli spropositati rispetto ai ridicoli livelli della produttività, che i comportamenti dei nostri
clienti fossero colpevolmente ciechi dinanzi al divenire della realtà. E soprattutto nulla
abbiamo fatto per evitare o per correggere il cattivo esempio che proviene dalle classi agiate e
di governo, che vivono nel lusso più sfrenato, con costumi che farebbero arrossire di vergogna
chi viveva a Sodoma e Gomorra.
Il cattivo esempio viene addirittura da alcuni uomini di chiesa, forse dallo stesso vescovo
di Roma e da alcuni di coloro che lo circondano.
Queste sono le principali cause della nostra attuale situazione.
È venuto meno il gusto per le cose ben fatte, è venuto meno il senso di solidarietà, l'amore
per la comunità, ucciso da un edonismo e un individualismo cieco che ha distrutto il cemento
che tiene insieme le famiglie, le aziende, gli stati.
La nostra malattia è in primo luogo morale. Occorre trovare il modo di ristabilire, in noi
stessi prima che negli altri, valori morali più consoni ai tempi che stiamo vivendo, anche con la
forza, se ragionevolezza e convincimento non bastassero.
Plaudo pertanto all'iniziativa del collega Borromeo, cui do il pieno appoggio mio e della
mia casa!”
Nel mentre Hans Fugger si sedeva tra gli applausi di tutti i presenti, si alzò finalmente a
parlare Antonio Landriani.
Il più autorevole membro della confraternita era un uomo dalla chioma ancora scura e
folta, che da poco aveva passato la cinquantina, il viso sempre segnato da un lieve sorriso,
l'eloquio lento e chiaro, mai prolisso, venato da un leggerissimo accento nasale, sempre
piacevolmente illuminato da una intelligenza acuta e ironica.
Era il discorso più atteso della riunione.
Il personaggio meritava questa attenzione. Eminenza grigia della corte ducale, vero alter
ego segreto del duca Ludovico, di cui era stimatissimo fraterno amico, dotato di una prover-
biale calma olimpica, di un eccezionale controllo di sé, di una lucida capacità di analisi e di
sintesi apprezzatissime nei momenti di crisi, iniziò a parlare dopo un lungo, lento, sorridente
sguardo circolare sul viso di tutti i presenti.
“Cari confratelli, vi sento giustamente preoccupati, seriamente timorosi del futuro della
nostra economia e del nostro stato. Non credo che Annibale sia alle porte, ma nemmeno ho
motivi, purtroppo, per essere ottimista. La realtà si presenta a tutti noi irta di difficoltà, piena
di incognite preoccupanti, come peraltro sempre accade a chi ha visione ampia e profonda
delle cose, ed è nostro dovere tentare di porvi rimedio, nel limite del possibile.
Tutti voi, che indubitabilmente siete tra le persone meglio informate del Ducato, ignorate,
al pari di tutti gli altri, quali siano i propositi e i contenuti dell'azione del governo. È bene che
sia così, perché tanti sono i nemici del nostro stato, ed è opportuno per il bene di tutti che il
segreto copra oggi nella misura massima del possibile le linee del nostro agire.

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Abbiamo un programma, abbiamo un disegno, che a tempo e luogo renderemo noti a tutti
voi, sia per il già fatto che per ciò che rimane ancora da fare.Vi comunico comunque che
condivido la vostra analisi, e che questa stessa analisi è pure condivisa in alto loco. Permet-
tetemi di non aggiungere altro.”
E tra il vivace indispettito mormorio dei presenti ("Anche lui ci vuole prendere in giro!”,
arrivò a dire qualcuno), lesto si infilò in testa il cappuccio nero, si aggiustò i buchi all'altezza
degli occhi, afferrò la pesante croce che aveva l'ambito onore di portare durante la processione,
e si avviò verso l'uscita.
Landriani aveva più di un motivo per essere conciso.
Ondeggiando, tra il rullare dei tamburi e il suono rauco e triste delle trombe, la
processione si andava avviando e snodando con titubante lentezza per le vie e le viuzze del
quartiere di S. Celso.
Nel mentre i membri della confraternita, al lume delle torce, procedendo a piccoli passi,
incappucciati e stretti l'uno all'altro dietro gli stendardi e le immagini sacre, cantavano in coro
il “miserere”, ricreando e rivivendo in sé stessi e negli spettatori la struggente suggestione
della passione di Cristo, Antonio Landriani portava la sua croce alla testa del corteo, pesante,
anzi pesantissima, come mai gli era apparsa in passato, e rivedeva sfilare nella memoria
nitidissime le turbinose e inquietanti vicende di quegli ultimi giorni, le riunioni del Consiglio
Segreto, i convegni con gli ambasciatori, il colloquio col vescovo Ottavio, gli incontri col Duca,
le sofferte decisioni assunte.

Il quadro della situazione era confuso, opaco, quasi indecifrabile. Come sempre l'attività di
governo, sia in pace che in guerra, appariva arte, arte sfuggente e arcana cui si chiede di intuire
lo stato profondo delle cose, disegnare la realtà interna ed esterna, senza farsi ingannare dalle
apparenze e dal fumo delle parole, solo basandosi sull'analisi delle ombre cinesi che le note
degli agenti segreti e i rapporti degli ambasciatori sembravano come proiettare sulle pareti
delle stanze del castello di Porta Giovia.
Il primo allarme era giunto da Venezia.
Ruggero Vimercati, ambasciatore degli Sforza presso la Serenissima, riferiva di avere
raccolto vaghe informazioni circa voci che davano per possibile una sommossa a Milano,
organizzata da elementi estremisti non meglio identificati.
Poche ore dopo un dispaccio cifrato urgente proveniente da Innsbruck, recante il sigillo di
Erasmo Brasca, ambasciatore ducale presso gli Asburgo, riferiva di voci inizialmente confuse,
poi sempre più precise, che confermavano il pericolo di una sommossa imminente contro il
governo milanese, e indicavano in Firenze l'epicentro della congiura.
Subito convocato, l'ambasciatore di Lorenzo de’ Medici presso il governo milanese Pietro
Alemanni, aveva confermato al Segretario di Stato Bartolomeo Calco la stima e i vivissimi
tradizionali sentimenti di amicizia dei fiorentini per il duca Ludovico e il suo governo,
escludendo nel modo più categorico ogni e qualsivoglia possibile loro coinvolgimento, anche
incidentale e involontario, in questioni interne allo stato sforzesco.
Da ovest non erano giunte notizie o segnalazioni allarmanti. Carlo Barbiano, ambasciatore
sforzesco presso la corte francese di Carlo VIII di Valois, non aveva alcunché da segnalare, così
come normali, per non dire ottimi, apparivano i rapporti tra lo stato milanese e la corte
francese, in base ai contatti che il segretario di stato Calco aveva avuto con Peron de Baschi,
loro ambasciatore a Milano.
Non restava che approfondire l'ipotesi di una minaccia proveniente dalla corte napoletana
degli Aragonesi. A Napoli nessuno aveva certo celato il vivissimo disappunto per l'esilio
dorato nel Castello di Pavia cui il Moro aveva praticamente costretto il nipote Giangaleazzo,
legittimo erede del titolo di duca, insieme alla giovane moglie Isabella d'Aragona,

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usurpandone di fatto il trono ducale. Sino a quando lo zio, tutore di Giangaleazzo, avrebbe
continuato a regnare al posto del nipote, impedendo così ad Isabella di divenire la “ regina”
d'Italia?
Era questa la domanda ricorrente presso la corte napoletana, dalla quale avrebbe forse
potuto venire la minaccia se minaccia c'era.
Ma dal castello di Pavia, letteralmente imbottito di agenti ducali, giungevano segnali
tranquillizzanti. I dispacci che giornalmente pervenivano da Pavia, relazionando su tutto,
anche sulla intensità e sulla frequenza delle effusioni sentimentali che il giovane duca, dopo
mesi di deludenti incertezze e trepidanti attese, aveva trovato finalmente il coraggio e la
virilità di rivolgere alla sua sposa, portavano da qualche tempo solo buone notizie.
A Napoli, peraltro, le informazioni sulla normalizzazione dei rapporti sessuali tra i due
sposi, confermati anche dalla recentissima nascita di un figlio maschio, avevano grandemente
ridotto i motivi di tensione tra i due governi, sino al punto che Calco si sentiva di escludere,
anche sulla base delle note degli agenti milanesi residenti a Napoli, un qualsiasi
coinvolgimento napoletano nella vicenda.
Altro elemento inquietante era stato il delitto di cui era stato vittima il figlio di Bartolomeo
Calco, che secondo gli elementi raccolti dai servizi di sicurezza ducali poteva anche essere
collegabile ad altri due delitti avvenuti in quei giorni, uno a Milano e l'altro a Pomerio, in base
al fatto accertato che tutte e tre le vittime in un modo o nell'altro avevano avuto rapporti diretti
od indiretti col convento dei Domenicani di Santa Maria delle Grazie.
C'era infine la presenza a Milano di questo vescovo di curia inviato da Roma, Ottavio
Carminati, munito di una lettera di credenziali firmata dal vicecancelliere pontificio cardinale
Rodrigo Borgia. La Chiesa, e anche l'arcivescovo milanese Arcimboldi l'aveva confermato, era
allarmatissima, e la presenza del vescovo Ottavio a Milano si poteva spiegare solo in base a
queste preoccupazioni.
Bartolomeo Calco e Landriani, dopo lunghe riflessioni, erano arrivati a concludere che la
minaccia non poteva venire da Roma, non potendo al momento essere attribuita alcuna
intenzione ostile al cardinale Borgia, finissimo e temibilissimo tessitore di intrighi, e vero capo
del governo pontificio, ma sinora fedele alleato degli Sforza. Ma a questo punto, aveva
riflettuto Landriani, sarebbe stato essenziale comprendere il motivo reale delle preoccupazioni
della Chiesa. Nessuno era riuscito ancora a trovare una risposta plausibile. Erano i Domeni-
cani, soprattutto fra Arimondo e i suoi seguaci, la causa di queste preoccupazioni?
In questi termini la faccenda appariva inverosimile, da qualsiasi parte si volesse
esaminarla. Doveva esserci ben altro per indurre il governo della Chiesa ad inviare apposi-
tamente a Milano un suo delegato, appunto il vescovo Ottavio, e per preoccupare e distogliere
da altri maneggi un uomo come il Borgia.
C'era una connessione tra l'arrivo di Ottavio e il diffondersi delle notizie sulla congiura? E
l'interesse della Curia e dello stesso Ottavio per i tre delitti avvenuti recentemente sui quali
indagavano anche i servizi, era oppure non era in connessione con la presunta congiura e le
preoccupazioni della Chiesa?
Nulla era comunque trapelato dagli ambienti della Curia milanese, e nulla di interessante
era pervenuto dagli agenti residenti a Roma.
Il coro della confraternita che lo seguiva nella processione, con la sua carica di patos,
esaltata dal profumo e dal fumo dell'incenso, dalle luci delle torce, e anche dall'ora ormai
tarda, aveva come stordito i sensi di Landriani.
La mente invece vagava stranamente libera, autonoma e lucidissima, tra gli avvenimenti di
quei giorni, e continuava a scavare instancabile tra le pieghe dei problemi del quadro politico
del Ducato, del tutto estranea alla cerimonia religiosa cui Landriani stava partecipando.

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I gradini della chiesa di S. Celso gli si pararono innanzi all'improvviso. Per un attivo
vacillò, quasi incespicando. Salì i gradini con estrema fatica, la spalla destra martoriata dalla
croce, la gamba destra in preda a crampi dolorosissimi. Entrò in chiesa e con un ultimo sforzo
di volontà poté finalmente posare la croce sull'apposito sostegno, nel mentre una piccola
orchestra di musici diretta dal solito Franchino Gaffurio, maestro di cappella del duomo,
iniziava uno “stabat mater” particolarmente lento, tutto giocato su note vibrate di flauti e di
archi, che rallentava ulteriormente i movimenti di coloro che entravano in chiesa, e quindi
della processione tutta.
Si inginocchiò al suo banco, e prendendosi la testa ancora incappucciata tra le mani pregò a
lungo a fior di labbra, anche durante le fasi di canto corale della cerimonia.
La fatica lo aveva stremato. Seguì distrattamente il resto della cerimonia religiosa con
distacco estremo, e al termine si alzò tra gli ultimi, ripose la croce in sacrestia, e raggiunse
ancora incappucciato la propria casa poco lontano.
Un servo che lo attendeva presso il portone subito lo aiutò a togliersi il cappuccio, lo
accompagnò nella stanza da letto ove era già pronta una tinozza, che venne prontamente
riempita con acqua che bolliva da tempo sul fuoco, e aggiustata di temperatura con altra acqua
fredda.
L'azione tonificante dell'acqua calda, e dei massaggi che il servo gli stava praticando,
presto gli lenirono l'irritazione dell'epidermide e l'indolenzimento dei muscoli. Indossò vesti
pulite e si sdraiò sul letto, la torcia accesa, lasciando di nuovo libera la mente, fuori del
controllo della volontà, a riflettere sui problemi che lo angustiavano.
Si era fatto tutto il possibile? Si erano trascurati indizi od informazioni? Vi erano altre
possibili interpretazioni dei messaggi ricevuti?
Landriani aveva atteso, come suo solito, il delinearsi di un quadro il più possibile
compiuto e coerente degli avvenimenti, e poi aveva consigliato al duca Ludovico di giocare
d'anticipo, nel limite del possibile.
Aveva avuto con lui lunghissimi colloqui sulla strategia da seguire. Insieme avevano tratto
una prima ovvia conclusione: occorreva comunque rinsaldare le finanze ducali, per non essere
colti da una crisi di liquidità, quando tutto sarebbe potuto divenire più difficile.
Matteo Castelluccio, lo spenditore ducale, era stato pertanto subito incaricato di avviare
negoziati segreti per la formazione di un consorzio di banchieri dai quali ottenere un prestito
di stato dell'ordine di mezzo milione di ducati. Castelluccio aveva istruzioni di negoziare il
prestito senza concedere alcuna garanzia reale. Solo in un secondo tempo, e in funzione
dell'andamento delle trattative, il Governo Ducale avrebbe accettato di costituire in garanzia
parte del Tesoro Sforzesco.
Il ricavo del prestito sarebbe stato utilizzato per un programma di potenziamento delle
strutture di difesa, per un rafforzamento dell'esercito, e per iniziative di sostegno dell'attività
economica. Banchieri genovesi tra i più noti sarebbero stati i primi ad essere interpellati, e la
direttiva data a Matteo era di concludere al più presto.
Erano però gli indizi sempre più gravi di difficoltà economiche nel Ducato che lo
preoccupavano sopra ogni altro motivo.
In primo luogo l'industria della lana, che sembrava non reggere più la concorrenza.
Nessun governo avrebbe potuto a lungo sopportare una difficile situazione politica con minac-
ce interne e presumibilmente esterne, senza una economia efficiente e in espansione, e quindi
era necessario che l'industria tessile tornasse in buona salute.
Landriani non aveva dubbi: solo diversificando, fuggendo la concorrenza più che
combattendola, sarebbe stato possibile rilanciare strutturalmente l'industria tessile. A questo
fine la tecnologia del baco da seta, da poco trafugata dal lontano oriente, ancora pochissimo
diffusa in Europa, mirabilmente si sposava con l'agricoltura delle terre lombarde e con le

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conoscenze tecniche diffuse nel Ducato. Era necessario incoraggiare la coltivazione del gelso e
sviluppare questo settore relativamente nuovo, insieme ad altre connesse attività che già
iniziavano a portare profitti ai più svelti tra gli operatori economici lombardi. Ad esempio i
damaschi e i broccati, tessuti che stavano fruendo di un successo assolutamente strepitoso sui
mercati di tutta Europa.
Il governo ducale avrebbe dovuto subito incoraggiare con una adatta politica fiscale la
conversione delle imprese alle nuove produzioni. La seta era la strada che poteva rapidamente
riportare l'economia a livelli adeguati, seta grezza oppure tinta, oppure intrecciata con fili
d'oro o d'argento, come nei broccati, ma sempre intessuta con fantasia e intelligenza, arricchita
da effetti sempre nuovi, per innovare il gusto e stimolare i consumi.
Ma la seta purtroppo non poteva da sola bastare: occorreva anche ridare vigore
all'industria del ferro.
I segreti della tempra e la stupenda esclusiva abilità dei forgiatori lombardi, che avevano
fatto di Milano il centro dell'industria mondiale delle armi, erano purtroppo arti che anche altri
artigiani di altri paesi avevano ormai iniziato a praticare con successo. In Baviera e nella
Franconia era infatti divenuto possibile da qualche tempo comprare spade, picche, spadoni,
spadini, pugnali, scudi, armature, armi certamente meno belle ma sicuramente meno care e
altrettanto efficaci di quelle che si potevano comprare a Milano.
Ma il futuro erano le armi da fuoco ed era in questo settore che occorreva spendere danaro
e favorire il sorgere di nuove attività. Il duca Ludovico aveva personalmente seguito, oltre che
finanziato, alcuni infelici esperimenti segreti di Leonardo, che avevano letteralmente riempito
la testa e i sogni del Duca di fantastiche idee e grandiose speranze circa nuove formidabili
armi, mai realizzate e probabilmente mai realizzabili.
Landriani, con il suo solito tono arguto e disincantato, aveva sollecitato un ben più
modesto programma. E non nascondeva la sua preferenza per ricercatori rozzi ed ignoranti,
quali potevano essere alcuni tra i più famosi forgiatori lombardi, ma probabilmente, sosteneva
con malizia il nostro, più dotati di mestiere e senso pratico del celeberrimo e fantasioso Leo-
nardo.
Era favorevole, e lo aveva più volte dichiarato, ad un appalto governativo per la
realizzazione di nuove armi da fuoco più leggere e precise di quelle al momento disponibili,
che erano di fatto quasi inutilizzabili sul campo di battaglia per la loro macchinosità e
pesantezza.
Le nuove armi da fuoco così prodotte avrebbero aumentato la forza strategica del Ducato e
aperto nuove vie all’attività economica, ridando competitività alla siderurgia milanese.
Ed infine, Landriani non aveva dubbi, occorreva spingere l'industria dei beni di lusso,
quali oreficeria, vetreria, ceramica, e soprattutto vestiti, vestiti per tutti i ricchi d'Europa, atti-
vità che ben potevano trarre linfa dallo sviluppo delle arti figurative intervenuto nel Ducato.
Su questo punto poi, sogghignava Landriani, non c'era poi molto da spingere poiché già
spingevano le dame di corte, tutte occupatissime a spendere danari e a sollecitare artisti e
artigiani, scomodando persino Leonardo, alla ricerca di nuove fogge, accostamenti di colori
arditi, uso di materiali esotici, in tutti gli oggetti del vivere quotidiano.
In aggiunta a tutto ciò, rifletteva Landriani, era necessario proseguire la politica saggia e
accorta del duca Francesco Sforza, padre di Ludovico, che ben aveva compreso l'importanza
delle grandi opere pubbliche per lo sviluppo economico presente e futuro del paese, strumenti
essenziali di sviluppo e di stimolo dell'economia, indispensabili per la sopravvivenza delle
grandi masse urbane di operai meno qualificati, e, infine, formidabili mezzi di acquisizione e
mantenimento del consenso politico durante i periodi di crisi.

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I progetti non mancavano, in particolare quelli di Leonardo erano forse anche troppi, nel
settore dell'irrigazione, della viabilità, della navigazione interna, delle fortificazioni militari e
dell'urbanistica.
Ultimo ma non trascurabile aspetto della politica ducale avrebbe dovuto essere un
programma di risparmio sulle spese di funzionamento della Corte e del Governo, per poter
contenere al massimo le tasse e le gabelle.
Era questa una questione che Landriani avrebbe cercato di porre solo perché la si doveva
porre, era obbligatorio porre nella situazione in cui il Ducato era venuto a trovarsi, ma, questo
Landriani lo dichiarava apertamente, era assolutamente inutile porre. Nessuno, nemmeno il
duca Ludovico, avrebbe saputo o potuto riuscire nell'impresa di ridurre le spese di
funzionamento della Corte e del Governo Ducale. Su questo punto, come su altri, Landriani
aveva le idee molto chiare, e ne aveva discusso infinite volte con Matteo Castelluccio.
Esaurita la fase programmatica, era necessario tornare subito ai problemi contingenti, e tra
questi primeggiava “questa benedetta congiura”, come egli usava definirla, di cui tutti
parlavano e di cui nessuno sembrava sapere alcunché di preciso e certo.
Le voci raccolte concordavano nell'indicare Firenze come possibile luogo baricentrico
dell'intrigo. Per questo motivo Landriani aveva concordato col Duca Ludovico di inviare a
Firenze Giuseppe Milani, capo dei “servizi” ducali, allo scopo di raccogliere direttamente e
discretamente notizie in loco.
Milani era già partito, aggregato alla carovana del mercante e banchiere milanese
Ambrogio Casati, che doveva raggiungere Firenze per affari proprio in quei giorni. Entro un
mese Milani e Casati sarebbero ritornati e probabilmente si sarebbe saputo qualcosa di più
preciso sull'argomento. Nel frattempo le indagini milanesi sarebbero proseguite.
Vi erano alternative a questo piano d'azione?
Si era trascurato o sottovalutato qualche altro aspetto o qualche altra possibilità di agire?
La tesi di Landriani, più e più volte esposta al duca Ludovico e agl'altri membri del
Governo, soprattutto all’amico Calco, si basava sulla convinzione che discussioni e piani ad un
certo punto dovevano cedere il passo all'azione.
“Ciò che deve essere fatto sia fatto, anche se malfatto!” usava ripetere a tutti.
Ormai era tempo di agire!
Era necessario giocare d'anticipo sulla crisi, crisi politica prima che economica, crisi italiana
più che crisi milanese, così pensava il nostro, con lo scopo di guadagnare tempo. Occorreva
trovare le risorse e la volontà politica per risolvere finalmente i più gravi problemi interni dello
stato e contemporaneamente garantire la pace alle frontiere del Ducato. Per fare ciò occorreva
una politica coerente, che invece dal tempo di Francesco Sforza a Milano mancava.
Ed infatti, al di là del fraterno rapporto col duca Ludovico, Landriani non era ancora
riuscito a comprendere quale fosse la vera politica del Moro, se ve ne era una.
Costui, pur approvando almeno apparentemente i ragionamenti e le proposte di
Landriani, appariva non totalmente convinto, e sempre poco convincente nel manifestare il suo
assenso.
Appariva lontano e distaccato, come se avesse altro cui pensare, tanto che il Landriani
aveva iniziato a sospettare, anche in base ad alcuni labili indizi, che il Duca fosse impegnato a
tessere una propria personale differente strategia segreta, ben più ampia e pericolosa di quella
che il Landriani stesso suggeriva.
Il Moro probabilmente pensava a Carlo VIII di Valois, re di Francia, e a Massimiliano
d'Asburgo, probabile successore del vecchio Federico III sul trono imperiale germanico, con i
quali già intratteneva ottimi rapporti personali, come strumenti per squilibrare a suo vantaggio
la situazione italiana, contenendo la pressione aragonese, sua costante e comprensibile

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preoccupazione, e pareggiando una volta per tutte i conti con Venezia, sempre abilmente
pronta ad approfittare delle difficoltà dello stato milanese.
Landriani era terrorizzato da una tale ipotesi che considerava esiziale per le sorti dello
stato. Egli piuttosto sosteneva una soluzione più articolata, tutta interna alla logica della pace
di Lodi, che bene o male aveva permesso un precario equilibrio tra tutti i principali stati
italiani. L'idea era quella di pervenire ad una sorta di lega permanente tra Milano, Firenze e
Venezia, che riguardasse soprattutto aspetti militari e di politica estera, e che fosse, od almeno
apparisse, come sarcasticamente commentava Landriani, una sorta di surrogato del forte stato
nazionale formatosi od in via di formazione in Francia ed in Spagna.
Landriani aveva meditato a lungo, discutendone infinite volte con Bartolomeo Calco e con
l'amico duca Ludovico, su quale potesse essere la politica migliore, e rimanendo a lungo
incerto sul da farsi, come Calco peraltro, che preso com'era dai mille affanni della gestione
quotidiana dello stato, poco apprezzava i grandi disegni strategici.
Poi avvenne il decisivo colloquio con Mariano e Agostino Chigi.
Era accaduto alcune settimane prima, all'albergo “Ai tre re magi”, il più lussuoso di
Milano, ove i due famosi banchieri senesi, padre e figlio, avevano fatto sosta durante un viag-
gio verso le Fiandre.
Aveva ben chiare in mente, scolpite nella memoria, tutte le fasi di quel colloquio. Giacomo
Trotta, ambasciatore degli Estensi a Milano, uomo dotato di una sorta di genio delle pubbliche
relazioni, aveva presentato Landriani ai due Chigi, e costoro si erano ben volentieri prestati ad
un ampio esame della situazione internazionale, così come essa appariva dal loro osservatorio
privilegiato di grandi banchieri papali e europei.
Senza farsi particolarmente pregare, seduti su cuscini e tappeti preziosi di uno dei famosi
salottini dell'albergo, i Chigi avevano subito parlato fuori dai denti, esponendo con esemplare
chiarezza le loro idee, con la loro deliziosa parlata senese.
“Caro Landriani, dica al duca Ludovico di non farsi ingannare dalle apparenze! La politica
italiana ormai non conta più nulla. Il baricentro degli interessi mondiali si sta ormai spostando
sulle rive dell'Atlantico. Ed il cardinale Borgia, che è il vero papa a Roma, lo ha capito
benissimo.
Tutti ritengono che il Borgia pratichi una politica filospagnola perché spagnolo, o per
motivi ancora più ridicoli. Non corra dietro ai pettegolezzi che si raccontano sul Borgia, sui
suoi figli o sulle sue amanti. Sono aspetti di poco conto, anche se in parte veri.
La realtà è che la politica della Chiesa è molto bene impostata, è seria, magistralmente
ideata e condotta dal Borgia a dispetto di tutte le chiacchiere e dicerie che corrono su di lui. È
uomo dotato di grande cervello e determinazione, la prego di crederci, ben al di sopra della
sua fama, più di quanto chiunque possa sospettare.
La Chiesa parte dal presupposto che è imminente una gigantesca espansione verso l'Africa
e le Indie degli stati europei che hanno porti atlantici, e la Chiesa incoraggia e incoraggerà
questa espansione.
Tutti i banchieri italiani più avveduti condividono questa analisi e hanno ormai trasferito
la maggior parte delle loro attività fuori d'Italia, verso l'Atlantico. Dubitiamo che chi non lo
abbia ancora fatto possa farlo in futuro, data la crisi economica, che al di là delle apparenze di
opulenza, sta minando la capacità di rimborso dei grossi debitori italiani.
I commerci e le banche prosperano se i governi sono loro favorevoli, se i rischi di guerra e
di rivolgimenti sono modesti, se c'è libertà d'intrapresa, se ci sono spazi fisici, economici e
giuridici per agire.
È un ragionamento elementare, una verità ovvia, anche se molti qui in Italia rifiutano
ottusamente di prenderne atto.

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Ad Oriente ci sono i Turchi, che premono, vogliono espandersi verso Occidente,
minacciano i traffici, le basi stesse dei commerci che per secoli hanno reso prospere tante nostre
città. Come si possa sperare, in queste condizioni, di mantenere a lungo ad Oriente pace,
commerci e prosperità, come ad esempio pensano a Venezia, ci appare francamente
incomprensibile.
La situazione italiana dovrebbe esservi ben nota: governi rissosi e poco lungimiranti,
costretti a governare sudditi altrettanto rissosi e poco lungimiranti, forse a causa della scarsità
di terre rispetto alla popolazione, o forse per altre cause che carità di patria impone di tacere.
Ad Occidente invece non c'è nessuno. Terre nuove, terre ancora da esplorare, terre ricche
di legno, frutta, spezie, minerali, certamente oro e argento, schiavi, ove una nave con pochi
uomini d'arme, qualche colubrina e qualche archibugio, può avere subito ragione di interi
popoli inermi.
Prendete ad esempio la costa atlantica dell'Africa: vi sono spazi enormi e terre ricchissime
praticamente libere.
Tra non molto sarà certamente possibile, oltre che più economico e sicuro, raggiungere le
Indie via mare dalla costa atlantica, con grande vantaggio rispetto alla via di terra che parte dai
porti orientali del Mediterraneo.
Quante terre nuove vi sono da scoprire? Nessuno lo sa, ma certamente tante. Basta
ragionare sull'enorme dimensione che ha il pianeta! Noi oggi ne conosciamo solo una parte,
una piccola parte, come qualsiasi geografo o matematico avveduto può spiegarvi.
La Chiesa, e per essa il Borgia, ha ben compreso tutta questa evoluzione che sta per
cominciare, e ha di conseguenza ridisegnato la sua politica. Vogliono ovviamente contenere a
tutti i costi i Turchi ad Oriente, e l'onere spetterà soprattutto a Venezia, che per questo motivo
è oggi più debole di quanto non sembri, e sempre più debole diverrà in futuro.
Per avviare l'evangelizzazione delle nuove terre, puntano ovviamente sulle nazioni
atlantiche, massime sulla Spagna. Intendono poi rimanere fuori, se ci riescono, dal pantano
della politica italiana, che ormai rappresenta il passato, certamente non il futuro, della loro
politica.
Di qui l'apertura filospagnola e filoportoghese del Borgia, e lo sforzo della Santa
Inquisizione per tenere sotto pieno controllo tutte le possibili eresie nella penisola iberica, in
questo particolare e delicato momento di transizione.
Purtroppo nessuno dei governi italiani sembra aver compreso questa situazione, nessuno
pare avere qui in Italia la forza e l'intelligenza per capire come sta evolvendo la situazione, che
indebolisce sempre più la posizione strategica dei singoli stati italiani, e progettare una politica
nuova, come è necessario per non scomparire. Ne sembrano privi il governo veneziano e i
genovesi. L'uno perché miope e gretto, chiuso da sempre ad ogni novità politica
extramediterranea. Gli altri, i genovesi, per motivi opposti: perché singolarmente troppo
attenti e pronti ad approfittare con grande rapidità di ogni novità politica ed economica da
avvertire l'opportunità di esprimere collettivamente una politica qualsiasi. Ne sono infine
privi, soprattutto per motivi di intrinseca attuale debolezza strategica, Milano e Firenze.”
Così i due Chigi, nitidi nel ricordo di Landriani, avevano con pacatezza e cognizione di
causa spazzato via con poche battute ogni residuo dubbio, o meglio, ogni residua speranza che
ancora potesse albergare nel profondo del suo spirito, di potersi sbagliare circa il futuro dello
stato.
Purtroppo non vi era alcuna possibilità di errore! Quello scenario, delineato con tanto
chiarezza e competenza, era certamente incompatibile con un ruolo continentale del Ducato, e
per contro, il Ducato era boccone troppo prelibato, ricco e importante, oltre che strategicamen-
te debole, per poter sperare di rimanere indipendente con una politica di alternanti alleanze tra

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Francia, Impero Tedesco e Spagna, quale quella che forse baluginava in quel momento nella
mente del Moro.
Ma la Chiesa, pensò improvvisamente Landriani, perché segue preoccupatissima questa
misteriosa vicenda milanese piena di voci, ma tuttora vuota di fatti, a parte i tre delitti che po-
trebbero forse esserle collegati?
Perché questa preoccupazione delle gerarchie ecclesiastiche?
E il Moro? Anche se gli era amico, era difficilissimo capire, in ogni circostanza e lo era stato
anche nel caso di questa benedetta supposta congiura, quanto sapesse e quanto non volesse far
sapere di sapere o di non sapere.
Con questo turbinio di pensieri che si accavallavano sempre di più, lentamente Landriani
si addormentò nel mentre la torcia stava per esaurirsi.
Era stanchissimo, ma dormì male, agitato soprattutto da una domanda che nel suo
subconscio era nascosta e non aveva ancora preso forma chiara e intelligibile, che ancora
tardava ad uscire dall'ombra, per quanti sforzi facesse, e che nel sonno lo tormentava, gli
appariva rodere e minare dall'interno l'intero lavoro fatto, gli sembrava svelare un punto di
grave debolezza, un minaccia impreveduta, del programma d'azione progettato.

La mattina del Sabato Santo, di buon ora, in un'anticamera di Palazzo Landriani, alcuni
visitatori attendevano di essere ricevuti dal padrone di casa. Erano uomini d'arme, salvo uno,
ivi convocati per discutere con calma, lontano da occhi e orecchie indiscrete, quale avrebbe
potuto essere la reazione dell'esercito ducale nel caso fosse scoppiata una sommossa, e quali
fossero le conseguenti doverose precauzioni da prendere.
Tra essi primeggiava Gian Giacomo Trivulzio, condottiero dell'esercito milanese, i cui
rapporti con il duca Ludovico erano da qualche tempo in via di lento ma sicuro deteriora-
mento, ma della cui fedeltà allo stato nessuno poteva dubitare; era presente Bernardino Corte,
comandante del Castello di Porta Giovia, insieme a Biagino Crivello, comandante del corpo dei
balestrieri. Accanto ad essi attendeva anche Bernardino Cazzulani, capitano di giustizia. I
colloqui furono brevi, come sempre col Landriani.
“Vi parlo a nome del duca Ludovico, oltre che a nome dell'amico Calco, che non si trova
oggi nelle condizioni di spirito opportune per trattare con la dovuta freddezza affari di stato,
come credo che voi tutti sappiate!” esordì con la consueta flemma. “Abbiamo raccolto voci di
possibili disordini che potrebbero scoppiare in città nei prossimi giorni. Notizie certe non ne
abbiamo. Secondo quello che oggi si sa, i fomentatori potrebbero essere religiosi un po’ fanati-
ci, od altri sui quali stiamo indagando.
Rinforzate la guardia, soprattutto al Castello e alle porte della città, e tenete occhi e
orecchie bene aperte, scegliendo con cura gli ufficiali e i soldati cui sarà di fatto affidata nei
prossimi giorni la sicurezza del Governo e della Corte. Nel caso che la sommossa scoppi
davvero, il che è al momento poco probabile, secondo quanto a me risulta al momento, credo
che sarebbe opportuno far uscire la cavalleria e spazzare via con decisione i rivoltosi. Cercate
comunque di spaventare più che di uccidere.
Caro Trivulzio, a lei affidiamo il compito di decidere i tempi e i modi dell'azione militare,
sempre che questa rivolta annunciata si materializzi. Il Governo, il Duca in particolare e tutta
la sua famiglia, troveranno modo di rimanere entro le mura del Castello sin tanto che non
riusciremo tutti ad avere idee più chiare.”
“Da che parte viene la minaccia?” interruppe Trivulzio.
“Non lo sappiamo con certezza. Pare accertato che non venga da governi stranieri.
Dovrebbe esserci una componente religiosa, che potrebbe trovare conferma nelle
apparentemente gravi preoccupazioni della Chiesa.”
“E da Pavia?” insistette Trivulzio.

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“A Pavia in questo momento non c'è tempo o voglia di pensare ad altro che all'amore,
dopo le note difficoltà iniziali, durate anche troppo, e che tante preoccupazioni ci hanno
procurato. Stanno apparentemente recuperando il tempo perduto!” rispose ironico Landriani.
Tutti risero, e uscirono dopo aver salutato con deferenza, anche Trivulzio, che non perdeva
occasione per manifestare la propria stima a Landriani. Rimase solo Cazzulani, che era stato
trattenuto con un cenno.
“Caro Cazzulani” riprese Landriani “Ho voluto vederla per complimentarmi per il
bellissimo lavoro svolto da Lei con l'aiuto di quel nostro bravo investigatore, Pietro Tradate mi
pare si chiami. Vorrei però esortarla a proseguire il lavoro che suppongo Lei abbia al momento
interrotto per qualche motivo che ignoro. Suggerisco di approfondire i legami tra Rodrigo
Carpani, il morto di Pomerio, e gli altri due delitti avvenuti qui a Milano di cui vi siete
occupati.”
“Posso ipotizzare che Ella ha voluto leggere attentamente la relazione che io ho inoltrato ai
miei superiori su questi argomenti?” domandò il Cazzulani.
“Ma è evidente che l'ho letta ed è per questo che Lei oggi è qui. Torniamo ai legami di cui
prima parlavo. Credo che siano il punto focale dell'intera indagine. È qui che dobbiamo
scavare con rinnovata lena e energia; è qui che dobbiamo ancora indagare, approfondire,
perché dalle ipotesi e dalle intuizioni si passi alle prove ed al chiarimento completo della
vicenda. Credo che avrà capito che non interessano tanto i tre delitti quanto il quadro entro il
quale collocarli! Non c'è bisogno che le precisi che occorre dare un taglio più politico e
ovviamente meno giudiziario alle sue indagini. Ci interessa capire i moventi, trovare
complicità, mandanti, ispiratori. Tutto ciò preme a tutti noi, lo ribadisco, molto di più che non
trovare i colpevoli dei tre delitti, che quasi certamente sono solo sicari. È chiaro?”
Landriani congedò anche Cazzulani e uscì diretto a casa del Segretario di Stato Calco, un
po’ per rabbonirlo, in quanto ne stava di fatto usurpando alcune delle funzioni, almeno in
questo specialissimo affare connesso con la morte del figlio, e un po’ perché era comunque suo
dovere informarlo compiutamente dell'andamento delle indagine e per ragguagliarlo sul
procedere delle cose.
Il rapporto con Calco era sempre stato a dir poco eccellente. Cominciavano tuttavia a
affiorare sintomi di un incipiente deterioramento, quasi come se Calco volesse rimproverargli
qualcosa, o avesse qualche lontano sospetto su di un suo comportamento in qualche misura
non totalmente leale e cristallino. Anche se dolorosamente colpito dal comportamento
dell'amico, Landriani non se ne ebbe a male. Semplicemente riteneva di non avere alcun diritto
di inquietarsi con un uomo che gli era amico e che aveva da pochi giorni perso tragicamente
un figlio.
Lasciò Calco dopo un breve ed asciutto colloquio. Passando innanzi alla chiesa di S. Celso,
volle entrare per una breve preghiera. Scoprì ancora una volta di essere distratto, incapace di
concentrazione, con la mente che cercava sempre un filo di Arianna che permettesse di dare
una interpretazione convincente ai fatti ed alle informazioni che era riuscito a raccogliere.
Fuori di chiesa, mentre si recava al Castello per una colazione a corte, constatò con lucidità
quanto incerte e confuse fossero le sue idee, e come ciò si verificasse sempre alla vigilia di
grandi ed importanti scelte politiche.
“Come presero le loro decisioni i grandi del passato, coloro che hanno apparentemente
segnato con le loro volontà il cammino della storia?”
Era una sorta di tarlo mentale che curiosamente lo rodeva sempre nei momenti più delicati
della sua vita e di quella dello stato, distraendolo dai fatti contingenti cui stava applicandosi.
Alessandro, Cesare, Carlo Magno, decisero di getto, confortati da informazioni chiare e preci-
se, oppure, come lui stesso tentava di fare, e come peraltro tutti gli altri comuni mortali erano
costretti a fare nelle ore decisive della loro stessa vita, avevano agito con riferimenti insieme

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reali e fantastici, tra le ombre di informazioni incomplete e confuse ed il luccichio a volte
abbagliante di informazioni false, indistinguibili da quelle vere senza l'aiuto dell'intuizione e
della fortuna?
“La fortuna deve sempre aiutare tutti coloro che comandano. Senza l'aiuto della fortuna,
rapidamente, prima di averne consapevolezza, altri comanderanno al loro posto.” soleva
ripetere a tutti, Duca Ludovico compreso.

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capitolo sesto

“Ma è un problema vecchio quanto il mondo! Cito a esempio ed andando sul filo della
memoria: Concilio Provinciale di Savona del 1266 e quello di Santa Tecla del 1287! Proprio lì
c'era a presiedere i lavori il nostro Santo Arcivescovo Ottone Visconti. E poi, saltando dal
giorno alla notte, rileggetevi a esempio “De malibus urbis Mediolani” di Bonvesin de la Riva, e
poi potrei continuare ancora per ore, andando indietro ed avanti nel tempo!” sorrise il Rettore.
“Dignità, pietà, spirito di servizio verso la Chiesa e verso tutti i credenti: non sono certo
concetti nuovi per tutti noi. Parlavate prima di Santa Tecla. Vorrei ricordare che in quell'assise
si ebbe il clamoroso abbandono dell'assemblea ecclesiale da parte del Vescovo di Vercelli,
perché alla destra di Ottone Visconti sedeva il Vescovo di Brescia e non lui. Esempio di carità e
spirito di cristiano servizio abbastanza singolare!” interruppe il Vescovo.
“E chi era allora vescovo di Vercelli, Aimone di Challant?” chiese una voce.
“Chi altri poteva essere se non lui!” sorrise il Vescovo “E mi fate anche venire alla mente
che in quel periodo vi fu pure la disputa tra il monastero di Biandrate ed Aimone, con un
giudizio che venne appellato avanti al Papa. Ho studiato tutte le carte proprio recentemente,
per una questione di una certa importanza molto attuale.”
“Ricordo anch'io di aver letto alcune relazioni su quella disputa. Aimone era stato
severissimo e rigidissimo.” riprese il Rettore “Aveva preteso con quella prepotenza che tanto
lo caratterizzava che tutti i monasteri della Diocesi pagassero le spese del Concilio di Santa
Tecla, ed ovviamente anche le sue, quelle dei suoi accompagnatori, e persino quelle degli ospiti
che lui stesso aveva invitato. Ma torniamo un attimo al tema principale della nostra
discussione. La questione vera, il nodo centrale di tutta la nostra vita ecclesiale, è quella tanto
brillantemente posta oggi da Arimondo nella sua predica pomeridiana: quale deve essere il
ruolo del prete, dell'uomo di chiesa, nella società corrotta del nostro tempo? Un prete fusti-
gatore dei costumi, implacabile nemico del male e ferreo custode del bene, irriducibilmente
severo e drastico nelle sue scelte, oppure un prete “camaleonte”, che rimanga prete pur
cambiando pelle a seconda delle stagioni, che si mimetizzi nella società, ne assuma le vesti, che
non accetti ma tuttavia ne tolleri i costumi, che in certi specialissimi casi addirittura li adotti,
almeno in parte, al fine santo di meglio tutelare e perseguire la missione divina di Nostra Santa
Madre Chiesa?”
“Tutelare la missione divina della Chiesa, oppure gli interessi materiali e mondani degli
uomini di chiesa e dei loro familiari?” si intromise il vicerettore.
“E ciò che ogni cristiano può constatare ai nostri tempi a Roma, luogo centrale e
privilegiato della nostra Fede, come dobbiamo classificarlo? È quella una chiesa ove possiamo
riconoscerci? È quella la Chiesa umile e santa del Vangelo? Ma state tutti scherzando? Ma
come è possibile avere dubbi al riguardo?” prese a strillare con voce acutissima, quasi
femminile, uno dei commensali.
“Tutti sanno benissimo chi c'è dietro a papa Innocenzo: quel Borgia è un vero diavolo, un
autentico papa diavolo, che tutti comanda e tutto dirige, grazie alla sua demoniaca bravura ed
alla debolezza ed inconsistenza di Innocenzo!” gridò a sua volta rosso in volto il vicerettore.
“Calma, calma e misericordia, badate tutti a come parlate! La Chiesa supererà anche questi
tempi difficili, di scandalo vero o presunto. Prendete per certo che scandali ben peggiori sono
accaduti in passato e certamente accadranno in futuro! Oportet ut scandala eveniant! Badate a
non perdere la Fede!” urlò concitato il Vescovo.
“Noi non perdiamo né perderemo la Fede! Al contrario siamo ispirati dalla Fede e
vogliamo che altri non la perdano, oppure, se già l'hanno perduta, prontamente la ritrovino.

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Vogliamo che il regno di Dio trionfi! E se le teste di coloro che hanno perso o stanno perdendo
la Fede sono dure ed ostinate, più dure ed ostinate devono essere le nostre parole, o il nostro
bastone o la nostra spada se necessario, come usava fare Aimone di Challant, per riportare le
teste e le anime alla Fede, per educarle, per ammorbidirle e renderle duttili ed aperte agli inse-
gnamenti di coloro che la Fede hanno mantenuta integra e pura. Chi ha la Fede guidi quindi il
popolo di Dio sulla strada della salvezza, se necessario anche usando la forza.” riprese
stranamente pacato e solenne il vicerettore, mentre anche il Vescovo riprendeva la parola con
tranquillità : “So che siete in molti a pensarla come fra Arimondo, o come fra Gerolamo
Savonarola, che predica la repubblica di Dio.”
“Di Dio o di fra Gerolamo?” interruppe una voce.
“Non siate impertinenti! Fra Gerolamo è puro e santo! Non osate bestemmiare azzardando
su di lui pensieri men che riguardosi!” gridò il vicerettore.
“Siate calmi! Siate sereni nel valutare, nel giudicare, e soprattutto ricordatevi della forza
della nostra Fede, che è in primo luogo amore, carità, comprensione, tolleranza verso tutti i
nostri fratelli!” disse serio e severo il Vescovo.
“La questione sollevata qui oggi non è nuova né di poco conto, lasciate che io mi ripeta
ancora una volta.” intervenne con pacatezza il Rettore. “Il vero problema è come riconoscere il
sottile e labile confine che separa il lecito dall'illecito, il bene dal male, la voce della coscienza
dalla voce del demonio, il diritto dall'abuso.”
“Questo problema non esiste per l'uomo di Fede, per colui che sente la voce di Dio, che
agisce secondo la Sua guida e la Sua ispirazione, che ha la santa certezza di essere nel giusto,
che vive la sua Fede con santa devozione e determinazione, come fra Gerolamo, o come il
nostro fra Arimondo, che assiste qui silenzioso a questo nostro cicaleccio.” disse con foga e
rosso in volto il vicerettore.
“Sono silenzioso perché angosciato per il futuro del nostro popolo e della sua Chiesa. Vedo
un futuro prossimo attraversato dal lampo della Santa Vendetta del Signore, colmo di
pestilenze, carestie, guerre, di santo dolore. Come dice fra Gerolamo, il santo fra Gerolamo che
ho avuto la grazia di incontrare spesso in questi ultimi tempi e che mi onora e mi gratifica della
sua benedizione e della sua stima, della quale mi proclamo indegno, tutti i fedeli sono chiamati
a combattere il regno dell'Anticristo prossimo venturo, costruendo la Santa Repubblica di Dio,
contro i nemici di Nostro Signore che tentano invano di opporsi ai Suoi voleri. La Fede
accompagni e fortifichi tutti, nella certezza della santità di questa battaglia.”
Gli occhi accesi, rivolti al crocefisso appeso alla parete del refettorio, parlando con voce
bassa ed un poco stridula, le mani giunte all'altezza del mento strette attorno alla corona del
rosario, Arimondo si era levato in piedi in tutta la sua statura, dominando tutti i commensali.
“Perché Lorenzo de Medici ha richiamato fra Gerolamo a Firenze?” domandò una voce.
“Non era stato proprio Lorenzo a pretenderne l'allontanamento da San Marco in Firenze?”
intervenne il Rettore guardando fisso negli occhi Arimondo.
“Il Magnifico non fa mai nulla senza un fine. Perché prima fa cacciare e poi richiama
Gerolamo? La faccenda non è chiara. Devono essere venuti a patti. Quali?” interruppe un'altra
voce.
“Lorenzo è un miscredente incallito. Non è certo uomo da farsi incantare da un povero
frate. Perché ha cambiato politica?” disse il frate che sedeva accanto a Pietro.
“Fra Gerolamo è stato richiamato a Firenze perché Firenze ha bisogno di Dio.” disse con
solennità Arimondo, sempre fissando il crocefisso.
Pietro assisteva tutt'orecchi a questi fuochi di artificio. Sedeva col figlio nel refettorio del
seminario di Canegrate, la sera di Pasqua.
Fra Arimondo aveva predicato da par suo per tre giorni, in un triduo in preparazione della
Pasqua, e poi quella mattina, durante la messa. Aveva dimostrato di possedere le doti, rare a

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trovarsi in una sola persona, che costituiscono la forza dell'oratore di qualità: una intelligenza
acuta, una formidabile memoria, una profonda cultura, una notevole fantasia, ma soprattutto
una sottile sensibilità, che gli permetteva di suonare, da delicato ed esperto virtuoso, lo
spartito che aveva deciso di suonare sulle corde dell'animo dei suoi ascoltatori.
A ciò si aggiungeva, anche Pietro lo aveva capito in quei giorni, una lucidità interiore che
gli permetteva di frenare al momento giusto, che gli impediva di strafare, di andare sopratono,
quando dal pulpito, come un grande attore, metteva in scena la sua predica.
Pietro lo aveva ascoltato per tre giorni sempre più confuso e frastornato dal linguaggio per
lui nuovo ed astruso, pieno di latino oscuro o indecifrabile, perso tra le citazioni dotte e le
lezioni bibliche. Ne aveva comunque colto tutto lo spirito di battaglia, di crociata e di rabbia,
che indubbiamente trascinava ed avvinceva parte dell'uditorio, che appariva comunque diviso,
non vi era alcun dubbio, sulla predicazione di Arimondo e sul consenso ai suoi contenuti.
Da un lato ascoltatori attenti ed interessati, ma non pienamente convinti o addirittura
scettici se non apertamente contrari; gli altri invece totalmente soggiogati e trascinati
dall'oratoria del frate, dalle sue idee, o meglio, dai sentimenti che stavano dietro alle sue idee,
dalla sua volontà, dal suo spirito, che si manifestavano certamente con le parole, ma con ben
maggiore efficacia attraverso la teatralità marcata delle pause e degli sguardi, l’uso sapiente
dei gesti e della voce, ora alta e rimbombante, ora bassa e sussurrante.
In quel mentre Pietro si sentì toccare il braccio: era il frate che gli sedeva accanto, che poco
prima era intervenuto nella discussione. Un francescano dagli occhi chiari con la barba lunga e
grigia, dal viso sorridente e simpatico.
“Allora, che ne pensa di questo fra Arimondo?" gli sussurrò “Santo o impostore?”
“Caro fratello, che volete che dica? Santo o impostore? È un dilemma che va ben oltre le
mie povere capacità di giudicare. Certamente bravo, più bravo di quanto non potessi pensare.
Sa parlare, tiene la scena benissimo, se così posso esprimermi. Le sue prediche mi sono parse
eccezionali, sempre per quel poco che io possa capire. E Lei che ne pensa?”
“Non ho dubbi! Impostore! Impostore nel senso più completo e totale del termine. Ma
credo che anche gli altri non abbiano dubbi, soprattutto il Vescovo Ottavio, venuto apposta qui
a Canegrate proprio per ascoltarlo. È tutta una tresca, una montatura! Lui e fra Savonarola
sono proprio una bella coppia! Che il Signore ce ne scampi e liberi!”
La conversazione era nel frattempo cresciuta di tono. Il volume delle voci si alzava sempre
più, nessuno più parlava, tutti gridavano.
La discussione tra preti e frati stava sempre più rapidamente degenerando, precipitando
lungo le rapide di una travolgente e impetuosa tenzone filosofico-religiosa. Era ormai sul
punto di frangersi rovinosamente e clamorosamente sugli scogli aguzzi e svettanti di sottilis-
sime questioni teologiche.
Dinanzi a un pubblico sbalordito e visibilmente preoccupato composto da una dozzina di
genitori di allievi del seminario, ciascuno con accanto il rispettivo figliolo, una decina di
religiosi tra preti e frati, sotto lo sguardo lievemente ironico del Vescovo Ottavio e quelli
palesemente partecipanti del Rettore e del suo vice, si erano ormai lanciati, urlando tutti
insieme l'uno contro l'altro, alla conquista competitiva delle eccelse vette del pensiero del
“doctor seraphicus” fra Bonaventura, del “doctor angelicus” Tommaso d'Acquino, del “doctor
subtilis” Duns Scoto, con continue citazioni di altri autorevolissimi autori defunti, tutti santi o
in via di diventarlo, che si incrociavano e si scontravano senza soluzione di continuità con
divagazioni, interrogazioni, monologhi ed interruzioni, quasi del tutto inintelligibili per la loro
contemporaneità e per il livello sonoro elevatissimo ormai raggiunto.
Dopo oltre un'ora di quel pandemonio il Vescovo aveva cessato di divertirsi e ne aveva
palesemente abbastanza. Colse con perfetta scelta di tempo un attimo di pausa nella
violentissima rissa verbale scatenatasi, per sbattere con estrema violenza il tagliere del pane

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sulla tavola ed alzarsi in piedi in un silenzio pieno ed inaspettato. Fissò severo in viso tutti i
contendenti, e dischiusa la bocca ad un inopinato sorriso, li apostrofò’ brevemente:
“Fratelli, la disputa è finita. Abbiamo discusso abbastanza, forse anche troppo.
Ricordiamoci ad esempio quanto ha scritto il confratello Nicolò da Cusa, che nessuno di voi ha
citato, nel suo “De pace fidei”. Dice Nicolò: “Ben è vero che la terra è il luogo ove regnano
confusione, morte e corruzione, ma è parimenti vero che su questa stessa terra tutti i teologi si
sono occupati della venerazione dello stesso Dio. Nel suo segno si deve concludere una pace
eterna e rendere così gloria al creatore dell'Universo.”
“Nessuna pace con i nemici di Dio!” urlò fra Arimondo paonazzo in volto rizzandosi in
piedi, mentre sottolineava con un ampio gesto la sua affermazione. Si avvolse infine con uno
scatto del braccio il mantello attorno al corpo, e subito lasciò il refettorio.
Il Vescovo non batté ciglio. Si rivolse senza sorridere, calmo ed apparentemente sereno, al
confratello addetto alla mescita e chiese del vino. Levò il calice al cielo, invitò tutti a fare
altrettanto, e bevve con molta tranquillità.

Pietro assisteva attentissimo e curioso a questi ludi verbali per lui nuovissimi, certamente
intimidito, ma sempre professionale, pronto a cogliere indizi e caratteri dei personaggi.
La sua fede cattolica, sempre praticata, specie ora che il suo unico figliolo frequentava un
seminario, era in verità stanca ed appannata. Forse a causa del dannato mestiere che faceva,
che lo portava a dubitare sempre di tutto e di tutti, forse a causa del carattere un po’ ribelle ed
indipendente che si celava sotto le apparenze grigie ed opache del suo aspetto, egli rimaneva
sempre più freddo, lontano, quasi a guardare in trasparenza con moderata e sempre minore
partecipazione i riti cui regolarmente assisteva, ormai più da spettatore che da fedele.
Ma tutto ciò gli aveva consentito finalmente una lucida e soddisfacente valutazione di fra
Arimondo. Il frate, che predicava alla presenza di un vescovo inviato da Roma, aveva nascosto
la sua mercanzia con molta abilità celandola nelle pieghe di prediche dotte e suggestive,
apparentemente tradizionali, ma Pietro questa mercanzia l'aveva scorta, l'aveva pesata e
capita, e tutto ciò lo aveva riempito di grande soddisfazione.
Arimondo aveva praticamente le stesse idee di fra Savonarola, come talvolta dichiarava
apertamente, anche se con astute prudenze per gli aspetti riguardanti dottrina e gerarchia, e di
queste idee Pietro aveva già sentito altre volte parlare durante il suo lavoro.
“Il mondo è marcio.” diceva all'incirca fra Savonarola “È arrivato il momento di metterlo
sotto cura, di sistemare per bene le cose.”
Chi possiede le idee per la sistemazione, chi deve stabilire il che cosa ed il come di ciò che
si deve fare, sono gli eletti, che poi altri non sono che gli amici di fra Savonarola ed in primo
luogo lui stesso.
“Ed a Milano chi è più eletto di lui?” pensò Pietro riferendosi a Arimondo “Avrebbe
quindi ragione quel frate che poco fa chiamava in causa il Savonarola, e quell'altro che voleva
sapere se i preti debbano agire nell'interesse di Dio o di fra Savonarola. E se avesse ragione
anche quell'altro ancora che mi dice che Arimondo è un imbroglione? Non credo sia
imbroglione. Sono invece convinto che appartenga a quella pericolosissima categoria di
individui che crede sempre fermamente in ciò che fa, e fa sempre ciò in cui fermamente crede.”
Nel frattempo tutti stavano abbandonando il refettorio.
Alla luce delle torce, sotto un cielo attraversato da nubi mosse da un venticello fresco, ove
a volte compariva una pallida lama di luna insieme a qualche stella, il Vescovo con il Rettore al
fianco, seguito da tutti gli altri preti e frati, fra Arimondo sempre assente, aveva iniziato una
lenta deambulazione nel cortile del seminario, accompagnandola con un sommesso e pacato
conversare ed un ampio ed elegante gesticolare delle mani.

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Fu allora che Pietro tirò a sé improvvisamente il figlio e ne accarezzò con tenerezza i
capelli. Era un figlio ormai cresciuto, un uomo fatto e pronto per la vita, che gli stava accanto.
Era l'unico affetto che gli rimaneva, l'unico sentimento che riusciva a muoverlo a commozione,
a far breccia in un cuore reso freddo ed arido da una professione infame, ma che lui amava
tanto, che era ormai divenuta per lui una ragione di vita, che gli dava il piacere celestiale della
scoperta, come gli aveva detto forse con troppa enfasi quel gran cervellone di Leonardo.
“Al diavolo questa banda di frati pazzi e fanatici, con questo Arimondo in testa, attorno ai
quali sono morti il figlio del Segretario di Stato ed un frate esperto di erbe, e forse quell’altro
tizio di Pomerio!” gli venne di pensare. Prese il figlio per un braccio, ed uscì con lui nel cortile
a passeggiare, lontano però da tutti gli altri, a parlare della sua vita in seminario, dei suoi
piccoli grandi problemi, delle sue speranze di giovane aspirante prete.
Parlarono a lungo dei compagni di scuola, delle loro famiglie, degli insegnanti, dei loro
comportamenti, della loro cultura, dei loro pregi e dei loro difetti. Insegnanti seri alcuni,
studiosi e pii, tanto più modesti ed umili quanto più profondi e preparati nelle loro materie,
sempre concretamente vicini ai problemi degli allievi.
“Ma questi sono pochi!” gli disse il figlio. “Gli altri sono come tacchini, che pensano solo a
fare la ruota, che parlano come se avessero sempre innanzi uno specchio ove contemplarsi ed
ammirarsi. Persone odiose e misere, da compatire tanto meschino è il loro vivere. Per non
parlare di qualcuno che è anche peggio e che vorrebbe allungare le mani sugli allievi. Tutte le
volte che costoro aprono bocca viene da chiedersi perché costoro siedano su una cattedra in
luogo di stare a zappare l’orto. E’ una domanda che per me non ha risposta.”
Il tema centrale della conversazione tra padre e figlio doveva ancora essere affrontato.
Pietro la prese alla larga. Iniziò a consolare il figlio circa i cattivi maestri. Gli spiegò con ironia
che solo invecchiando si era reso conto di quanto grande sia il numero dei mediocri e dei
mentecatti rispetto a quello delle persone per bene e di qualità.
“Caro figlio mio, è una sorta di legge di natura, in un certo senso comprensibile, che la
qualità cattiva abbondi e quella buona sia rara. Ma ciò che rende insopportabili certe situazioni
è l’esibizione spudorata della mediocrità, la solidarietà tra i mediocri, il loro prevalere sulle
persone per bene e di qualità quasi ovunque.”
Prese coraggio e cominciò ad entrare nell’argomento che più gli premeva, la situazione
psicologica del figlio, l’assenza oppure la presenza di ripensamenti circa la sua scelta di farsi
prete, la tranquillità del figlio e della sua coscienza dinanzi alla sua attuale e futura vita di
prete. Più volte gli era capitato di interrogarsi su questo suo continuo dubitare della vocazione
del figlio, sulle ragioni più intime di questa sua preoccupazione, sui suoi dubbi più o meno
confessati o confessabili. Ne aveva concluso che certamente vi era una componente di
personale egoismo nei suoi comportamenti, che trovava la sua radice più profonda nell’amore
verso il suo unico figlio, ma vi era anche una vena di agnosticismo, una fede troppo debole per
compensare la separazione tra la sua vita e quella del figlio così netta come quella che andava
prospettandosi.
Il figlio viveva con serenità i dubbi più o meno velati e più o meno espliciti del genitore.
Anche in questa occasione mostrò maturità e sincerità che inorgoglirono Pietro. Lo invitò
esplicitamente a non preoccuparsi.
“Tranquillizzati ! Sono sereno, su questo non ho dubbi. Ciò che ho visto qui a Canegrate
mi piace, insegnanti stupidi e ignoranti a parte. So che ne sei preoccupato, ma credo che non ve
ne sia motivo. È semplicemente questa la mia vita, il mio destino. Non uso la parola vocazione
perché ho paura a usarla.”
“Che il Signore ti aiuti e ti conservi queste convinzioni, questa serenità, le tue speranze,
questa tua pace interiore, questi tuoi sentimenti. È il modo più serio ed umano di sopportare la
vita. In quale altro modo potremmo desiderare di vivere? Io non te lo nascondo: la mia fede è

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debole, deve essere di continuo puntellata dall'abitudine, dal rispetto che ho profondo per le
tue scelte. Una cosa mi consola: il constatare la coincidenza tra le mie convinzioni ed i principi
morali della Fede”.
“E tu come vivi la tua vita? Con quale spirito la vivi?” gli chiese il figlio sorridendo.
Pietro tacque, sorpreso dalla domanda del figlio. Non rispose direttamente. Iniziò a
raccontare del suo lavoro. Spiegò al figlio come il lavoro fosse ormai divenuto per lui quasi
una ragione di vita. Osservare gli avvenimenti politici, che poi erano sempre lo sfondo delle
sue indagini, anticiparne gli sviluppi, intuirne la logica che li muoveva, era ormai divenuto per
lui cosi’ appassionante da ottenebrargli la mente e la coscienza. Intanto che parlava si rese
conto di quanto fosse debole il legame che lo teneva legato alla vita, che dava senso alla sua
esistenza. E proseguì :
“Mai domanda più imbarazzante avresti potuto porre a tuo padre. Vivo nella zona
d'ombra che circonda il potere, spesso abbagliato dalla sua luce, dal suo apparente splendore.
Sono un po’ come una strana falena attratta dalla fiamma, ma che nello stesso tempo conserva
lucida la consapevolezza della pericolosità, della vacuità, della estemporaneità, della precarietà
di questo rapporto col potere. Mi affascina, mi motiva, mi aiuta a vivere lo spiare dal di fuori
questo mondo, l'osservarlo quasi come farebbe un estraneo e tentare nel contempo di capire
ciò che accade, essere soddisfatto quando si riesce a intuire come si sta dipanando e snodando
in quel momento la vicenda del potere.
Ma nello stesso tempo sono anche pienamente cosciente che tutto ciò è un esercizio vacuo,
privo di senso. È come assistere a una partita a carte, o a dadi, sapendo per certo che tutti i
giocatori stanno per barare, o addirittura stanno barando o hanno già barato. Uno strano gioco
quasi senza regole, ove la debolezza del debole, se costui è abile, ha quasi sempre in ostaggio la
forza dei forti.
Tornando alla tua domanda iniziale, la mia vita è tutta qui. Osservando questi giochi,
queste schermaglie, sempre per me nuove ed affascinanti, ho motivo di vivere con minor noia
e pena la mia giornata. È vero che facendo a sera un bilancio di ciò che ho fatto, scopro
invariabilmente di provare un senso di insoddisfazione, di estraneità, di solitudine e di vuoto,
un senso di inutilità che mi fa soffrire. Ma è un breve attimo, perché ho una fortuna : il sonno
arriva rapido, non si fa desiderare, subito mi afferra, mi travolge e mi rapisce in un nulla
profondo, pressoché privo della luce dei sogni, solo interrotto talvolta dal freddo o dal caldo,
secondo la stagione.”
“E le donne? Non pensi a risposarti? Alle donne io ci penso troppo spesso. Non riesco a
tenerne lontano il pensiero! E’ forse questo il mio più grosso problema di giovane aspirante
prete.”
“Ma mio caro, anch'io spesso ci penso, anche se vecchio ormai. Ma è normale! Credo che
sia normale che la nostra povera natura animalesca talvolta prevalga su quella che è la
sentinella della nostra coscienza, e ciò soprattutto alla tua età. Quanto a me, non intendo
risposarmi e non credo che mi sposerei un'altra volta, se potessi ritornare indietro. Non voglio
comunque mettere al mondo altri figli. Non voglio dare ulteriori contributi alla crescita di
questo nostro popolo di formiche. Si nasce, ci si ammazza di fatica e di dolore, si soffre e si
muore, sperando che tutto ciò abbia un significato e un valore. Perché questa vita e questo
mondo? Se non mi fosse tanto antipatico, potrei porre la domanda a fra Arimondo, che ne dici?
Sono sicuro che mi darebbe una risposta decisa, puntuale e circostanziata, ma sicuramente
inattendibile. Ne sono sicuro!”
“Inattendibile perché? Perché imbroglione o perché prete ?”
“Vedo che ti precipiti subito a difendere la tua bandiera, e fai bene a farlo. Non volevo
ridere di nessuno. Non è questo il punto! Volevo solo dire la mia verità, ciò che penso
realmente, e scherzarci un po’ sopra, per dimenticare la realtà che mi aspetta fuori di qui,

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quando domattina partirò per ritornare a Milano. Insomma, volevo dire che questo frate è
bravo, anzi bravissimo, ma mi fa paura perché fanatico, mi è antipatico perché troppo
ambizioso, perché chiuso agl'altri, perché non conosce il dubbio. Vede solo sé stesso e
l'immagine allo specchio di sé stesso, e credo che confonda l'una o l'altra delle due con
l'immagine di Dio. Probabilmente risponderebbe alla mia domanda sul perché fare figli
dicendo che occorre dare forza al popolo di Dio, perché così facendo si può costruire più
rapidamente la” città di Dio”, ove tutti saranno felici e contenti sotto la sua guida, sua di fra
Arimondo ovviamente. Mi spiegherebbe che fare figli è il disegno di Dio, che i figli sono una
benedizione da desiderare ed amare e da allevare nella fede di Cristo.
Io però a queste cose non riesco a crederci. Tu certamente sei per me una benedizione, una
consolazione, una reale ragione di vita. Ma non solo a te mi capita di pensare. Penso a tutti
coloro che vivono nella sofferenza e nel dolore: chi ti da il diritto di generare esseri che
dovranno penare e soffrire per tutta la loro vita?”
“Se pensi a me, credo tu abbia motivi per ritenere di avere questo diritto! Se pensi a coloro
che soffrono, la soluzione del problema e’ eliminare coloro che potrebbero soffrire, oppure
eliminare le sofferenze?”
“Ma io non voglio eliminare nessuno!”
“Mi addolorano le cose che dici. Mi dicono che tu non sei felice, ti mancano pace e serenità
interiore, sembri malato di melanconia, sembri aver perso la speranza.”
“Ma sei sicuro che sia proprio melanconia? Tristezza cronica, o come altro posso dire,
assenza di speranza, disperazione? No, credo proprio che tu ti sbagli! Il fatto è che io non
riesco a vedere ciò che non vedo, non credo se non metto il dito dentro, come san Tommaso. Ti
faro’ un esempio : come potrei prendere sul serio questo matto di Arimondo se mi dicesse,
come sembra che vada dicendo, che facendo comandare lui tutto andrebbe per il meglio?”
“Mi stai cambiando discorso. Su fra Arimondo sono d'accordo con te. Non perché non sia
da prendere sul serio, ed io lo prenderei molto sul serio, ma perché è senza carità, perché è un
frate senza amore e senza fratellanza, e quindi non è buono né come frate né come uomo. È un
frate che sembra inseguire il potere, vuole essere Cesare, e quindi ancora non è un buon frate,
anche se predica bene, anche se dice cose che dobbiamo condividere. Come Cesare sarebbe poi
pessimo, perché troppo pieno di sé.”
“Mi stai ripetendo con altre parole ciò che penso anch'io.”
“E allora siamo d'accordo!”
“Su cosa siamo d'accordo? Su ciò che sembra essere questo Arimondo. Cioè siamo
d'accordo sul nulla! Io non ho ancora capito chi sia veramente costui, chi lo muove, chi lo
sostiene, quali siano i suoi amici, che fini realmente persegua e per conto di chi.”
“Ma ti interessa saperlo?”
“Mi affascina saperlo. Mi fa sentire vivo. C’e’ anche il particolare che, se ho ben capito, mi
stanno pagando per saperlo!”
“Mi permetti di esercitare con te, che sei mio padre, un po’ del mio mestiere di prete?
Posso essere brutale ? Tu vuoi sentirti vivo perché hai paura di sentirti morto, non è così?”
“Ho sentito un prete dire che è molto importante imparare a vivere ma che è essenziale
imparare a morire. C'è tempo tutta la vita per questo, ma pare che non basti. Sembra che tutti
ci arriviamo impreparati. Personalmente spero di avere ancora tanto tempo per rimediare
all'impreparazione. Comunque mi sta bene ciò che hai detto. È vero, comincio a avere paura di
morire, paura di soffrire, e di soffrire a lungo senza speranza, prima di sparire nel nulla, senza
lasciare traccia. Per te che sei giovane è facile non avere questi timori.”
“Giovane sì, ma con una certezza, identica a quella che hanno tutti: per l'appunto la
certezza di morire, un giorno più o meno lontano o vicino, come è vero che sono nato. Non è

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necessario esser prete e aver frequentato un seminario per arrivare a questa conclusione. È solo
necessario avere il coraggio di trarne le ovvie necessarie conseguenze.”
Il colloquio tra padre e figlio proseguì ancora. Pietro era felice. Non gliene importava più
molto della conversazione col figlio. Aveva capito, ormai ne era sicuro, che suo figlio era
sereno, e viveva bene la sua scelta e ciò aveva riempito il suo animo di gioia autentica, totale.
La notte era fonda. Il cortile ormai deserto. Tutti se ne erano andati a dormire. Pietro
resisteva al freddo ed agli sbadigli, orgoglioso delle parole del figlio.
“E allora spiegami come si possa vivere col cuore sereno, tranquilli e allegri, come tutti
dovremmo vivere, pur essendo inseguiti o perseguitati dall'idea della morte!” insistette Pietro
sorridente.
“È una scoperta che ho fatto qui, dopo che avevo deciso di farmi prete. La scoperta che la
morte, con la sua presenza fisica, direi quotidiana, radicata dentro la nostra vita con la sua
materiale certezza, unica certezza tangibile che accomuna il destino di tutti noi, dà alla mia vita
e soprattutto alla mia scelta di vita un significato che prima non aveva.
Prima la mia scelta era come tutte le scelte, insidiata dal dubbio, giustificata a volte dalla
ragione ma criticata dalla coscienza, o viceversa, e questi miei dubbi tu li avevi intuiti e ne eri
preoccupato. Dopo no! È divenuta per me una scelta serena, accettata sia dalla ragione che
dalla coscienza. È nella mia vita che devo trovare il senso primario della vita. Deve riguardare
l'unica cosa che io possa governare, ossia la mia volontà, le mie buone intenzioni. Non può
ritrovarsi nei risultati, nel successo o nell'insuccesso delle mie imprese mondane, belle o brutte
che siano, non può riguardare i miei danari, le mie cose, o altro di consimile, tutte governate
dal caso e dalla fortuna. Non ho scelto io i miei genitori, il tempo ed il luogo della mia nascita.
Come posso pensare che sia ugualmente artefice della propria fortuna il figlio del re ed il figlio
del troglodita ?”
“E perché solo gli aspetti morali della nostra vita e non quelli materiali? Non è degno
essere ricordati per ciò che di importante e meritorio si è fatto? La sconfitta dei nemici del tuo
paese, la costruzione di un'industria che porti pane e lavoro ai tuoi concittadini, un dipinto che
dopo secoli altri vengano da lontano ad ammirare, un libro che mille anni dopo altri
continuino a leggere?”
“Non ti accorgi che tutto ciò riguarda solo un pugno di uomini, e non sai mai bene quanto
meritevoli o quanto fortunati? E per l'immensa moltitudine degli altri, non solo per gli sconfit-
ti, ma per tutti coloro che mai ebbero la ventura di emergere dal mucchio, che mai ebbero la
consapevolezza di sapersi in corsa per una qualche vicenda che in qualche modo li portasse a
distinguersi dagli altri, per tutti costoro che senso avrebbe mai la vita? E per noi, che
apparteniamo a questa moltitudine sterminata e anonima di formiche, come tu le hai chiamate,
credi che potrebbe mai bastare per dare senso alla vita la sola speranza di partecipare, forse,
uno tra mille o diecimila, a qualche impresa degna di essere ricordata da quelli che nei secoli
verranno dopo di noi? E questa speranza ti potrebbe forse sorreggere sin tanto che sei giovane,
sei in forze, sei sano, sei attivo. E quando cominci a invecchiare, quando la speranza diviene
consapevole illusione, e quando anche l'illusione svanisce nella delusione, quando sei malato,
quando nasci storpio oppure scemo, scemo sì ma non tanto dal non avere consapevolezza
piena di esserlo, che ti resta da fare? Buttarti nel fiume e sparire nel nulla?”
“Comincio a capire. La morte non come condanna, ma come gancio solido e concreto cui
appendere la fune sulla quale ti arrampichi per elevarti, per dare un fine a tutto quello che fai.
Il fatto, figlio mio, è che non ho ancora capito quale sia questo fine.”
“Per quanto mi riguarda, credo invece di averlo capito. La mia presenza terrena breve e
transeunte ha senso solo se vivo la mia vita per gli altri, con amore, come insegna la nostra
santa religione.”

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“Ma mio caro figliolo, come può la pecora vivere la sua vita con amore e serenità in mezzo
ai lupi? Non è questo sogno, illusione, parole di chi è ben riparato da mura spesse, da
convenzioni efficaci, da una veste autorevole?”
“Mi rendo conto che tu dici cose vere, non nego l'evidenza. Ma ciò che tu dici è regola
senza eccezioni? Anche i lupi prima o poi muoiono. Anche i lupi, dopo aver azzannato tutte le
pecore, cominciano a azzannarsi tra loro. Quando sono finite le pecore, e sono rimasti solo i
lupi, i più forti e prepotenti azzannano i lupi più deboli, e poi alla fine, dopo aver vinto tutti i
duelli con gli altri, sanno di perdere, come finiscono col perdere, l'ultimo duello, quello con la
morte. Ha senso tutto ciò? Io credo che il mondo avrebbe senso solo se i lupi aiutassero le
pecore, in luogo di azzannarle!”
“Ma tu lupi così fatti ne hai mai visti? Ne hai mai sentito parlare? Il lupo di Gubbio aveva
davanti san Francesco, che non era una pecora.”
“Io studio da prete. Lupi così li devo sognare, li devo immaginare, non tanto per coerenza
con le mie scelte, perché sarebbe forse sciocco puntellare con un sogno una scelta di vita.
Debbo sognarmeli perché debbono esistere, debbo immaginarmeli proprio perché ancora non
ne ho incontrati, ma sono certo che esistono, che sono maggioranza tra i lupi, perché anche
loro debbono dare un senso alla loro vita, e ciò non può che riportarli a assomigliare al mio
sogno!”

Il rumore di passi pesanti che si avvicinavano fece levare il capo di entrambi. Il solito
francescano vicino di tavola di Pietro stava arrivando sorridendo con aperta simpatia e venne
a sedersi accanto a loro su di un piccolo sedile di pietra.
“Cari amici, avete allora deciso? Arimondo è santo o imbroglione?” sorrise beffardo
rivolgendosi a entrambi.
“Ci illustri piuttosto Lei la sua tesi, ci dia qualche elemento di giudizio!” gli rispose Pietro
con la sua solita faccia spenta e un po’ ebete che usava durante le indagini.
“Ma mi invita a nozze! Arimondo è un argomento sul quale credo di sapere praticamente
tutto ciò che si sa, anche se mi mancano altri elementi che posso solo immaginare. Convengo
come sia importante per giudicare sapere da dove venga questo Arimondo, quale sia stato il
suo itinerario spirituale, quale il percorso morale e intellettuale che la sua coscienza e il suo
cervello hanno seguito sino a oggi. Orbene, voi conoscete un frate santo e ascetico che predica
con rigore e vigore il regno di Dio, si indigna se si parla di venire a patti con i miscredenti, i
nemici di Dio, come lui li chiama: io a Firenze ho conosciuto un uomo tutto diverso, ed è la
stessa persona!”
“C'è stata quindi una conversione. Non sarebbe la prima volta che accade tra voi frati.”
“Ma quale conversione d'Egitto! Io l'ho conosciuto che era già frate, ma vi confermo di
aver conosciuto un frate tutto diverso. Eravamo entrambi a Firenze, nei rispettivi conventi, e ci
si incontrava spesso. Era mite, generoso, umile, per la verità serio e studiosissimo. Sapeva tutto
sulle Sacre Scritture che rappresentavano il suo principale interesse. Non c'era nulla in lui di
arrogante, di fazioso o di settario. Mostrava di avere un carattere buono, comprensivo delle
opinioni altrui, tollerante e umano. Un giorno, saranno stati circa tre anni fa, scopro per caso
che ha iniziato a frequentare laici altolocati, quali banchieri, notai, imprenditori. Davo lezioni
di latino a un rampollo di costoro, e la madre del rampollo mi snocciola sotto al naso tutte le
conoscenze e le frequentazioni di Arimondo. Era anche in relazione abbastanza stretta con fra
Savonarola.”
“Frequentava anche casa Medici?” lo interruppe pronto Pietro.
“Ma che dice?! Niente casa Medici, quello è un giro differente, anche se ci sono, come è
ovvio, alcuni personaggi in comune. Veda, Firenze io la conosco poco, un po’ per il mio
carattere un po’ chiuso, un po’ perché credo di averci fatto il frate con impegno: messe, cate-

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chismo ai ragazzi, visite agli infermi e ai carcerati, qualche lezione di latino per raccogliere un
po’ di danaro per il convento, e tanto studio e preghiera. Lui invece frequentava persone
importanti, frequentava i palazzi, questo è sicuro!”
“E lì che faceva? Perché ci andava?”
“Questo è il punto! Ma lasciate che vi spieghi. Lo interrogai alcune volte, chiedendogli un
po’ sul ridere un po’ sul serio se si fosse dato alla conversione degli infedeli, tanto era
profondamente irreligiosa la vita delle persone che frequentava, e costui inizia a cambiare
atteggiamento nei miei confronti. Inizia a mentire spudoratamente, negando tutto, e dopo le
mie contestazioni sempre più circostanziate, mente ancora nel modo più sconsiderato e
impudico possibile, negando fatti, incontri, colloqui, che lo avevano visto certamente, al di là di
ogni possibile dubbio, addirittura protagonista non secondario, e lasciandomi esterrefatto
dinanzi a tanto singolare comportamento. Richiamato alla realtà anche da un confratello che
assisteva a queste scene, e che casualmente poteva testimoniare delle menzogne di Arimondo,
prese a togliermi il saluto, a voltarmi le spalle ogniqualvolta ci si incontrava. E ciò accadde sin
quando improvvisamente egli non venne trasferito al convento di Santa Maria delle Grazie a
Milano, pare su esplicito intervento dei superiori dell'Ordine.
Ma c'è dell'altro!
Seppi poi che, arrivato a Milano, il suo atteggiamento nei confronti di amici, conoscenti,
confratelli, era totalmente cambiato, quasi si trattasse di un altro uomo, come se a Milano fosse
arrivata una persona diversa da quella che era partita da Firenze. A Firenze i suoi interessi
erano esclusivamente religiosi, almeno così a me risultava. Mai ebbi occasione di sentirlo,
anche per una sola volta, accennare a problemi che non fossero squisitamente religiosi, e
sempre con una impostazione dottrinaria rigorosamente ortodossa e tradizionale. Direi anzi
che lo sentii sempre discutere solo di problemi biblici. Il Vecchio Testamento era il suo campo
prediletto di indagine e di studio. Aveva cominciato a studiare l'ebraico e parlava anche di
recarsi in Palestina per approfondire certe sue ricerche.
Arrivato a Milano, costui cambia radicalmente registro. Il frate appena giunto da Firenze
ha come oggetto della propria attività e dei propri interessi i problemi sociali, o meglio i
fondamenti politico-religiosi che dovrebbero ispirare e delineare una riforma radicale delle
istituzioni civili e religiose. Affiora nell'uomo un odio profondo per le classi dominanti a
Milano e un disprezzo totale per la Curia Romana nel suo assetto attuale. Predicando in
privato, perché in pubblico il ragazzo è attento e abile a non scoprirsi troppo, egli sostiene
l'esigenza di una politica di chiesa locale, indipendente per certi versi da Roma sul piano
disciplinare e organizzativo, e, forse, anche sul piano dottrinale. Anch'io venni poi trasferito,
prima a Bologna, poi a Pavia, e infine qui a Canegrate, ove risiederò per almeno un anno.
Avete ora colto bene che è successo? Avete ben compreso che costui è totalmente cambiato
come uomo, come atteggiamenti, come interessi? È quindi, per tabulas, un autentico
imbroglione !”
“In effetti tutto ciò appare proprio strano, quasi incomprensibile.” borbottò Pietro “È
tuttavia possibile, una volta mi capitò di constatarlo, che la stessa persona assuma
atteggiamenti diversi, comportamenti anche opposti, in funzione del ruolo che ritiene di avere.
Lo studioso delle Sacre Scritture può essere buon compagno di tutti, semplice e umile con i
confratelli. Il frate domenicano arrivato a Milano proveniente da San Marco in Firenze, il
convento di Savonarola, può trasformarsi, su spinta autonoma interiore o su spinta di altri, in
ogni caso per motivi che al momento non comprendiamo, in un agitatore polico-religioso, in
un altro uomo, senza per questo dover essere di necessità considerato un imbroglione!”
“Ma non diciamo sciocchezze! Non se la prenda, per cortesia, ma su questo punto non
possono esserci dubbi, non accetto di discutere. Sono frate da tanti anni, e ho imparato da
tempo a scrutare l'animo umano. Ho visto spiriti onesti e semplici divenire persino cardinali,

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qualcuno addirittura papa, e rimanere semplici e onesti. Ho visto persone bacate nell'anima
comportarsi sempre, per tutta la loro vita, come Arimondo. Mai ho avuto la ventura di vedere
il contrario, vedere una sorta di redenzione! Come dice il proverbio, chi nasce quadro non
muore tondo !”
“Siete categorico nel vostro pessimismo!”
“Credo di averne i motivi! La faccenda non è personale, come potrebbe apparire a prima
vista. Personalmente sono amareggiato per ciò che è accaduto tra me e Arimondo, ma è
l'aspetto pubblico, direi politico, che mi preoccupa vivamente. Costui è stato influenzato da
qualcuno, certamente incaricato di portare a compimento qualcosa. Chi lo ha influenzato e
perché? Che vuole in realtà Arimondo, e per conto di chi lo vuole?”
“Mi permetta una domanda che potrebbe apparirle inutile. Quale è la vicenda umana di
Arimondo, intendo dire prima che lei lo conoscesse a Firenze?”
“Non ne so nulla. Non ci poniamo mai domande di questo genere. Indossare la tonaca
significa cambiare vita. Quello che eri prima non c'è più: c'è solo il religioso di oggi, un uomo
nuovo dal giorno in cui ha indossato la tonaca. Il tuo passato non conta: ha senso solo il tuo
futuro!”
“Sarebbe forse stato utile saperne qualcosa di più sul nostro personaggio. Per quanto mi
riguarda, sono convinto che costui stia giocando in proprio. Avrà avuto certamente contatti,
indicazioni, suggerimenti, appoggi o promessa di appoggi, di cui io, ben più di lei, ovviamente
ignoro tutto. Ma ora Arimondo ci crede. Crede profondamente, non penso che finga su questo
punto, a un proprio ruolo autonomo, a una sua sorta di missione, come dire, storica,
memorabile. È comunque molto interessante questa strana metamorfosi della personalità
subita dal nostro fraticello. Ci sarà un nuovo suo mutamento? Sotto quali vesti potrebbe capi-
tarci di vederlo prossimamente?”
“Non mi interessa il prossimamente, mi interessa l'oggi. Voglio sapere chi è Arimondo
oggi e chi rappresenta. Sono curioso come una scimmia. Sono ingolosito da quello che deve
essere il dramma della coscienza di un uomo che incontra il suo passato, cioè me stesso, e vi si
specchia, e deve spiegare a se stesso il perché della maschera che porta sul volto.”
“Non sono così esperto dell'animo umano come Lei, che è sacerdote, ma mi permetto di
avere idee un po’ diverse. In primo luogo la coscienza di Arimondo potrebbe sapere benissimo
il perché della maschera, e quindi non avrebbe problema alcuno di spiegazioni. In secondo
luogo la maschera potrebbe averla avuta allora, quando lei ha avuto occasione di incontrarlo a
Firenze, e non ora, così come potrebbe averla sia ora che allora. In terzo luogo a me capita
talvolta di non capire bene chi sia io stesso, e ne ho tratto la conclusione che è molto difficile
capire gli altri, siano essi mascherati o no.”
“Di questo passo Lei arriva a concludere che tutti, compreso il nostro Arimondo, siano al
di fuori della sfera che delimita l’intelligibile, il giudicabile, ciò che ci è permesso di
comprendere. Diamo in pratica al nostro Arimondo un salvacondotto per l'eternità, in senso
storico ben si intende!”
“Non sarei così drastico! Non sono uno storico. Non voglio assumermi la tremenda
responsabilità, che di solito gli storici si assumono volentieri con una certa dose di presunzione
che a loro mai manca, di decidere se tramandare ai posteri come degna di memoria la mia
versione delle vicende di Tizio, oppure, ad esempio, se lasciare avvolte e sepolte in un oblio
eterno le vicende di Caio, perché, ad esempio Tizio è loro simpatico e Caio invece no.
Sono uomo pratico e modesto. Volevo solo affermare che ho molte difficoltà a inquadrare e
capire le caratteristiche personali del mio prossimo e a giudicarle.
Registro, ed è pura constatazione, che i giudizi sugli uomini e sul loro operare sono
contraddittori. Ogni testa emette una sua sentenza diversa da quella del vicino sullo stesso

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singolo fatto, visto nelle stesse identiche circostanze, quasi che i fatti prendano corpo solo nella
nostra testa, e non fuori di noi, avanti ai nostri occhi e vicino alle nostre orecchie.
Avete mai provato a chiedere a due o tre persone diverse, tutte testimoni dello stesso fatto,
di descriverlo, di raccontarlo? Vi domanderete dopo questa esperienza che cosa sia mai un
fatto, o meglio, che cosa sia mai la verità su di un certo fatto.”
“E secondo voi che cosa è mai questa verità?”
“Vuol dire farsi una opinione di ciò che è accaduto, farsela con animo puro, sgombro da
astio o animosità o pregiudizi, e credo già di aver posto condizioni impossibili a verificarsi.
Vuol dire, detto con semplicità, prendere il fatto, ficcarlo ben bene nella nostra testa e
ragionarci sopra, capirlo, e raccontarlo così come noi l'abbiamo capito. A questo punto quanti
errori, chiamiamoli così, possiamo aver commesso?
Tanti, tantissimi, così tanti da finire col dubitare della possibilità di conoscere un fatto,
figuriamoci una persona. Ciò premesso, Arimondo non l'ho ancora capito bene perché non l'ho
ancora ficcato per bene dentro la mia testa. È per questo motivo che non riesco a seguirvi nel
vostro giudizio!”
“E che aspettate a ficcarvelo in testa? Dubitate di poterlo fare, perché lui, così lungo, forse
non riuscirebbe a entrare nella vostra testa così piccola, piccola come la mia o quella di
chiunque altro, beninteso?”
Tutti e tre risero apertamente alla battuta del frate.

“No, non è certo un problema di geometria della testa. “ intervenne calmo e sorridente il
figlio di Pietro, che aveva assistito silenzioso sino a quel momento alla conversazione ” Credo
che ciò accada perché è difficile capire le parole di Arimondo, il suo linguaggio, ciò che vuol
dire. Intendiamoci bene: lo capisco benissimo quando, è solo un mio esempio, dice “sedia”.
Quando dice “Repubblica di Dio”, “Regno dell'anticristo”, et similia, dice parole che non
significano cose, ma significano azioni, fatti o persone che si nascondono dietro o dentro a
queste parole, e mio padre e io non riusciamo più a capire che cosa dice. È quasi come se costui
parlasse una lingua straniera.”
“E non è da imbroglione non farti capire quello che lui vuole?” domandò serio il frate.
“Non è detto. A volte si può sviluppare una malattia delle parole, una forma di linguaggio
così particolare da essere intesa solo dai propri amici, da quelli coi quali si parla tutti i giorni, e
a volte nemmeno da quelli, mentre tutti gli altri non comprendono ciò che vuoi dire. Oppure
può anche essere che questo Arimondo sia partito sano da Firenze e sia ammattito durante il
viaggio, un colpo di sole a esempio!”
“Ma quale colpo di sole, non diciamo sciocchezze. Era pieno inverno quando fece il
viaggio.” ribatte di nuovo serissimo il frate.
“Ho solo cercato di scherzarci sopra.” rispose il figlio di Pietro sempre sorridente.
“Non ho ancora un'opinione su Arimondo per il motivo più banale.” intervenne
improvvisamente Pietro “Non ho ancora deciso di farmela, non è ancora il momento, non ho
ancora visto o udito o capito di lui tutto quanto e’ necessario.”

Arimondo rimase ancora a lungo l'argomento della conversazione. Il figlio di Pietro aveva
ereditato dal padre il gusto per l'indagine, il desiderio di scavare nell'animo di coloro che
incontrava, comprenderne le motivazioni e lo stato d'animo. In particolare era attratto, e non
era poi difficile capirlo, dalle motivazioni religiose di Arimondo, dai suoi obbiettivi di
sacerdote.
“Dove voglia arrivare credo che non lo sappia nemmeno lui.” gli rispose il francescano, che
proseguì pensoso: “Appartiene a quella categoria di persone che più hanno più vogliono. Più
ottengono e più si lamentano e si agitano per ciò che secondo loro ancora rimane da ottenere, e

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cioè tutto, sempre secondo loro. In ogni caso sento puzza di zolfo, sento aria di eresia, e questo
vescovo che qui è venuto da Roma a trascorrere la Pasqua, deve esserci venuto proprio per
questo motivo. Le critiche che ormai apertamente lui e i suoi seguaci rivolgono al Sommo
Pontefice e alla sua Curia, e massime al Cardinale Borgia, sono l'aspetto più evidente
dell'eresia, ma c'è dell'altro. Sul piano pratico, che vuol dire non accettare l'autorità di Roma?
Vuol dire rivendicare in primo luogo una autonomia di giudizio non solo morale ma
soprattutto dottrinale! Ciò che credo lui rivendichi nei fatti, è l'integrazione completa tra valori
religiosi e società civile, come conseguenza diretta della dottrina. È allora evidente, secondo
lui, che la vita che si conduce presso la Curia romana pone tutti costoro fuori dalla dottrina.
Credo che lui ormai pensi di essere l'unico vero autentico interprete della dottrina. Tutte le
conseguenze politiche sono la diretta conseguenza di questo ragionamento. Se non e’
imbroglione, e’ totalmente matto.”
“Le conseguenze politiche non mi interessano. Sono le conseguenze religiose che mi
interessano!” insistette il figlio di Pietro.
“Non credo ci sia molto da spiegare. Se Arimondo rivendica apertamente autonomia
dottrinale, credo che le possibili conseguenze siano due: o Arimondo si proclama papa, o
qualcosa di simile, e torniamo a situazioni già vissute dalla Chiesa nell'arco della sua storia,
oppure tutti gli Arimondi della terra, oppure tutti in assoluto, proclamano il proprio diritto di
stabilire, e se necessario di imporre agl'altri, come peraltro lui vuol fare, l'interpretazione della
parola del Signore che loro ritengono vera. Costui sembra volere due cose: vuole essere lui a
stabilire ciò che è bene e ciò che è male sia sul piano religioso che su quello politico, e vuole
essere lui solo a farlo. A me sembra però che questa sua idea di subordinare la politica alla
religione, porti invece a subordinare la religione alla politica. Per poter imporre anche con la
forza le sue idee deve di necessità venire a patti con la politica. Parlando di Arimondo, non
puoi separare la religione dalla politica.” insistette con un sorriso il francescano.
“Se costui riesce a realizzare quella che chiama la “Repubblica di Dio”, cioè a governare,
dopo poco tempo i sudditi imbestialiti si ribelleranno. Che accadrà dopo?” chiese Pietro.
“Mi sembra evidente. Questa sua repubblica diverrà sempre meno di Dio e sempre meno
repubblica. Sarà al contrario sempre più dura e brutale tirannia, che cerca di nascondersi dietro
il dito di severi e rigorosi ideali morali, religiosi e, credo che possiamo ben dirlo, politici. Come
sempre è accaduto e accadrà, l'ideologia e la tirannia sono due facce della stessa realtà: dietro
l'una si nasconde l'altra!” riprese il frate.
“Non ho alcun dubbio al riguardo.” sorrise enigmatico Pietro.

La conversazione proseguì a lungo sullo stesso tono, tra il frate e il figlio di Pietro, volando
sempre più alta, mentre Pietro sonnecchiava sempre più distratto e estraneo.
“Non ho capito ancora il filo che lega i fatti che stiamo vivendo, la sostanza, l'essenza, di
ciò che muove i fatti.” disse il figlio di Pietro.
“ Scordati di poter mai capire l'essenza di qualcosa! Andrai vicino a intuire quell'aspetto,
quel dettaglio, quella connessione, quella certa situazione. In un determinato particolare
momento riuscirai anche ad avere un'idea completa e soddisfacente di ciò che tu vedi e senti.
Ma le cose sono sempre là, fuori di te, che corrono senza chiederti il permesso su dove andare,
senza dar retta a ciò che tu hai capito o immaginato, senza che sentano alcuna necessità di
muoversi sulla strada che tu pensavi di aver intuito per il loro corso futuro. Noi siamo come la
mosca che sta in groppa ad un elefante, e che per un attimo si illude di poterlo guidare. Poi
l’illusione passa. È questo il nostro povero limite!”
“E quelli che comandano, quelli che hanno il potere, anche loro sono come formiche in
groppa all'elefante?”

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“E che dubbio ci può essere ? Il potere è un'idea astratta, impalpabile, eterea, anche quando
è violenza fisica bestiale, sopruso e ingiustizia cieca e assurda, amoralità totale. È un contenito-
re dentro il quale mettiamo tante cose diverse. Ad esempio, a sentire coloro che comandano, il
potere è servizio, dovere, regola, legge. Per alcuni, non sempre in mala fede, e’ dono di sé
stessi e sacrificio.”
“ Non diciamo sciocchezze! Il potere è voluttà, è gioia perversa di dominio, è sfruttamento
di pochi sui tanti, piacere per alcuni pagato dalla sofferenza e dal dolore di tutti gli altri.”
“Questo è ciò che tu vedi, se osservi da fuori, oppure provi sulla tua pelle, se hai la
disgrazia di esserne coinvolto. Ma il cuore del problema è diverso. La situazione non è statica
ma sempre in movimento: chi è sotto vuole salire, e chi è sopra vuole ovviamente rimanerci.
Un primo punto fermo è questo: prima o poi chi è sopra cade e sparirà. Sono cadute
Sparta, Atene, Gerusalemme, Roma: vuoi che non cadano anche tutti quelli che sono venuti o
che verranno dopo?”
“E chi dubita di questo? La questione è capire il meccanismo delle motivazioni e dei
comportamenti che portano chi è sotto a cacciare quelli che stanno sopra, e quelli che stanno
sopra a tentare di rimanerci, ovviamente, il più a lungo possibile. È questo il principale oggetto
da riporre nel contenitore.”
“È così importante capire questo meccanismo? È secondo te possibile capirlo? La vita non è
un gioco di scacchi.”
“È verissimo. Ad un certo punto della tua vita incontri un nessuno, uno sconosciuto che,
per ambizione, amoralità o ignoranza, vuole uscire dal mucchio. Vince o perde, non importa,
ma combatte ed è combattuto.”
“Perché dici ambizione, amoralità, ignoranza?”
“L'ambizione come molla interiore, come elemento scatenante, come detonatore della
azione; l'amoralità come assenza di vincoli, di scrupoli, come perdita del senso dei propri
limiti, come accecamento della ragione; infine ignoranza, intesa come non conoscenza o
sottovalutazione delle reazioni altrui, delle reali difficoltà che si andrà a incontrare. Quante
azioni umane sono state intraprese perché si ignoravano le reali dimensioni dei problemi da
affrontare? Forse tutte!”
“E perché non parli della disperazione come elemento scatenante di azioni e reazioni?”
“Quanto alla disperazione non perdere tempo. Non sono i disperati che muovono il
mondo. Essi sono sempre e solo strumento in mano ad altri!”

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capitolo settimo

Sera della domenica dopo Pasqua, 10 aprile 1491, Castello di Pomerio.


Più delle torce, il fuoco che ardeva nel grande camino della sala del castello illuminava di
improvvisi bagliori rossastri i visi di coloro che vi sedevano attorno. Oltre al padrone di casa,
Ascanio Carpani erede di Rodrigo, erano ivi convenuti Corrado Parravicino, buon amico di
Rodrigo e appassionato studioso di problemi militari, e due inviati del governo ducale
provenienti da Milano, il geometra militare Arnaldo Campari e il suo assistente Pietro Tradate,
che da un paio di giorni avevano in corso misure topografiche sul territorio a ovest e a sud-
ovest di Erba, proprio attorno al Castello di Pomerio.
La vivace ma amichevole discussione ruotava attorno al tema principe per gli esperti di
questioni militari di ogni tempo, ben riassunto dal Parravicino che da oltre un'ora stava
tenendo banco tra gli astanti.
“Il vero interrogativo che qui ci siamo posti è in definitiva il nodo centrale del problema
militare di qualsiasi esercito durante il tempo di pace: come deve essere condotta la prossima
guerra? Con quali armi, con quali strategie e con quali tattiche?”
La discussione era molto meno accademica e disinteressata, almeno per Ascanio che aveva
promosso quella riunione, di quanto non potesse apparire a prima vista.
Il “geometra” e il suo assistente erano arrivati giovedì sera da Milano, e avevano preso
alloggio nella locanda gestita da Cesare Ponti, agente residente dei “servizi”, nei pressi della
torre di Villa Incino di Erba. Viaggiavano muniti di una lettera di credenziali sulla quale
compariva addirittura il sigillo di Giangiacomo Trivulzio, comandante in capo dell'esercito
milanese.
La sera dell'arrivo, confidandosi durante la cena con alcuni frequentatori abituali della
locanda, avevano trovato modo di mostrare la lettera e di parlare in gran segreto della loro
missione, missione non coperta da segreto militare ma comunque di natura riservata: aggior-
nare le carte militari della zona in vista di un possibile rafforzamento, o meglio, di una
revisione del sistema di fortificazioni esistenti. In tarda serata, poco prima di coricarsi, e
mentre Arnaldo conversava col padrone della locanda, Pietro non aveva potuto evitare, forse
anche per il vino bevuto, di rivelare tra mille reticenze ai suoi interessatissimi commensali che
l'obbiettivo vero della missione riguardava addirittura il castello di Pomerio, che alcuni
ufficiali dello Stato Maggiore di Trivulzio avevano in animo di confiscare per installarvi una
guarnigione permanente.
La missione vera dei due era ovviamente un'altra.
Cazzulani era impazzito per rintracciare Pietro, dopo il colloquio avvenuto col Landriani
la mattina del Sabato Santo. Lo aveva potuto incontrare solo nella mattinata di martedì 5 aprile
e gli aveva trasmesso un ordine perentorio : “Accelerare le indagini! Estenderle a Pomerio, se
ritenuto necessario! Portare risultati, soprattutto sul contesto dei delitti avvenuti, sul quadro
dei mandanti, su eventuali complicità politiche! Trascurare i dettagli, i sicari a esempio, che
non interessano a nessuno!”
Pietro aveva accolto gli ordini di Cazzulani ridacchiando apertamente, ma non aveva
perso tempo in polemiche. Subito aveva deciso di recarsi a Pomerio e indagare sul morto e sui
suoi precedenti. A questo fine occorreva una copertura plausibile, per poter lavorare con un
minimo di efficacia in un ambiente piccolo e pettegolo come Pomerio e il suo circondario.
Aveva deciso che era arrivato il momento di interrogare i familiari e i conoscenti del morto
a suo modo. Dopo aver brevemente riflettuto, aveva scelto la copertura del “geometra militare
che deve fare alcuni rilievi”, e si era fatto accompagnare dal collega Arnaldo che aveva già

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fatto realmente questo lavoro in passato. Erano partiti da Milano a piedi attorno a
mezzogiorno di mercoledì, con una mula sulla quale avevano caricato strumenti, bagagli,
mappe e un po’ di vettovaglie.
Nella serata di giovedì erano già al lavoro nell'osteria di Cesare Ponti, attenti a seminare la
falsa notizia di una possibile confisca del castello, che doveva servire da esca per Ascanio,
notizia che l'indomani stesso era stata come previsto puntualmente riferita all'interessato.
E i due “geometri” avevano trascorso l'intera giornata di venerdì a misurare con perfida
meticolosità i terreni proprio tutt'intorno al castello di Pomerio, sotto gli occhi preoccu-
patissimi di Ascanio, dandogli così tangibile e concreta conferma delle voci che gli erano state
riferite. La sera stessa di venerdì Arnaldo e Pietro ricevevano alla locanda l'invito a recarsi al
Castello domenica pomeriggio.

Il dottissimo monologo guerresco di Corrado Parravicino sembrava non aver fine.


“Non è lecito avere più dubbi di sorta, dopo l'esito della guerra burgundica del 1475!
L'architrave dell'esercito che combatterà la guerra prossima ventura sarà la fanteria armata di
picche di scuola svizzera. È finalmente il ritorno della fanteria, di nuovo al centro della
battaglia, di nuovo arma decisiva, arma strategica, arma vincente, di nuovo sugli scudi dopo
un'eclisse durata più di mille anni, dopo un lungo periodo di declino, nel corso del quale aveva
dovuto cedere lo scettro di arma regina alla cavalleria. È la piena rivincita dei concetti stra-
tegici di Giulio Cesare sulla tradizione guerresca dei barbari invasori, che per troppo tempo ha
condizionato i nostri strateghi.
I picchieri svizzeri, armati di picche lunghe da quattro a sei metri, che manovrano con
entrambe le mani, hanno mostrato di poter rinnovare la tradizione della falange macedone e
romana, costruendo una invalicabile barriera d'acciaio, infrangibile da parte della cavalleria
corazzata attuale, in funzione, si badi bene, non solo difensiva ma anche offensiva, grazie alla
mobilità e alla compattezza della formazione.”
“Ma la cavalleria corazzata è allora finita? Che ne sarà dei corpi ausiliari, gli arcieri, i
balestrieri, gli scoppettieri? Il futuro è dei picchieri o degli scoppettieri?” osò arditamente
chiedere Arnaldo, inaspettatamente uscito dal dormiveglia che lo possedeva ormai dal primo
pomeriggio, dopo le abbondanti libagioni che ne avevano annaffiato prima il pranzo e poi la
cena.
“Lasciamo stare il futuro e occupiamoci concretamente del presente! Il presente è la nuova
falange di picchieri alla svizzera! È ben vero che una massa così serrata di uomini potrebbe
offrire facile bersaglio a esperti tiratori, ma è anche vero che questa stessa massa è anche molto
compatta e è mobilissima, svolge un'azione rapida e travolgente, è una sorta di valanga
metallica che nessuno può fermare.
È nella mobilità della nuova falange alla svizzera che sta la puntuale risposta alla sua
domanda. Che possono fare i tiratori dinanzi a questa compatta massa d'acciaio che velo-
cemente rovina loro addosso? La risposta è evidente: nulla possono fare se non fuggire!
I picchieri superano con rapidità la zona battuta dai tiratori, e i tiratori sanno che i danni
che possono infliggere ai picchieri sono minimi. Il principio tattico del nostro esercito che
prevede tuttora una fanteria al servizio della cavalleria corazzata, deve assolutamente essere
capovolto, e il nostro Stato Maggiore pare non averlo ancora capito! È la cavalleria, con tutti i
tiratori, che deve essere al servizio della fanteria. La cavalleria, con rapida azione, deve
impegnare e neutralizzare i tiratori avversari affinché costoro non procurino danno alcuno ai
nostri picchieri, mentre costoro avanzano tutto travolgendo. Basta ricordarsi di ciò che
avvenne a Canne sub Hannibale magistro: nihil sub sole novum!

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Ne consegue un lemma tattico fondamentale: al quadrato di picchieri alla svizzera non può
che opporsi un pari quadrato di picchieri. E questo, ripeto, a Milano non l'hanno ancora capito!
E siamo all'alfabeto dell'arte militare!”
“E per il futuro? Io credo molto nelle nuove armi da fuoco! Ho udito di nuove armi da
fuoco temibilissime.” replicò Arnaldo.
“Ma non diciamo sciocchezze, caro geometra, e lasciamo che dell'arte militare discettino
solo gli esperti e non i dilettanti che tanti danni possono causare con la loro perniciosa
incompetenza. Il campo di battaglia è una cosa seria, ove piove, tira vento, c'è polvere, paura e
trepidazione, e lì le armi da fuoco non funzionano.
Oggi le armi da fuoco sono praticamente soltanto fonte di tremendi boati, di odori pestiferi
e nauseabondi, di fumi irrespirabili. Non hanno precisione alcuna, sono troppo pesanti e lente
da muovere e da caricare, sono anche molto costose, e in ultima analisi sono innocue per il
nemico. Il mio giudizio meditato e, mi permetta, abbastanza autorevole, è che queste armi
siano armi da parata, da utilizzarsi solo nei tornei. Anche se non posso escludere che in futuro
possa esserci un certo miglioramento delle armi da fuoco, oggi le battaglie si vincono con le
picche, questo è certo!”
“E quale sarà secondo Lei l'evoluzione del nostro esercito?” domandò Ascanio.
“Questo non lo so, perché dipenderà da ciò che capiranno e decideranno di fare i nostri
condottieri. Dipendesse da me, non avrei dubbi! Se la cavalleria deve essere ancella della
fanteria, che a sua volta torna a assumere il ruolo di arma strategica, è evidente che i migliori
ufficiali e soldati sono necessari in fanteria e non in cavalleria. Inoltre il soldato di fanteria
dovrà essere il più addestrato e il meglio equipaggiato di tutto l'esercito, ossia tutto il contrario
di quanto accaduto sinora.”
“Quindi, se ho ben capito come stanno le cose, se oggi ricomparisse come per magia Giulio
Cesare con i suoi uomini, batterebbe di nuovo tutti quanti. È mai possibile?” disse
improvvisamente Pietro, che sino a quel momento non aveva detto una parola.
“Certo che è possibile. È quanto vado da tempo sostenendo. Abbiamo perso la nozione
della guerra. Il nostro popolo, i nostri soldati, tutti noi, abbiamo da tempo perso l'idea che a un
certo momento della nostra vita può capitarci di dover combattere per difendere il nostro
paese, le nostre famiglie, i nostri campi, la nostra vita.
Abbiamo invece acquisito l'idea sbagliata che eserciti mercenari stranieri si occupino loro
in nostra vece di questo problema e lo possano risolvere meglio di noi. Dobbiamo tornare,
sull'esempio di Roma repubblicana, a un esercito nazionale permanente, bene addestrato e
fortemente armato.
In Francia, a quanto mi dicono, questo è ormai divenuto l'orientamento di quel governo.
Quando anche noi arriveremo a questa consapevolezza?”
“Ma che accadrà allora delle guarnigioni? Ne avremo di più oppure di meno rispetto alla
situazione attuale?” domandò Ascanio, sempre preoccupatissimo per l'annunciata possibile
confisca della proprietà.
“Delle guarnigioni parleremo dopo. Ora parliamo ancora di come gli eserciti debbano
cambiare.” proseguì implacabile il Parravicino.
“Se deve esservi un nucleo di picchieri addestrati e fidati, questi devono essere cittadini
devoti allo Stato, e che lo Stato deve ben compensare per il lungo tempo che essi dedicano alla
difesa della Patria. Questo esercito costa di più delle milizie mercenarie e non di meno, almeno
in teoria. In pratica è mia ferma opinione che i mercenari costino meno ma non servano a nulla,
quando non fanno danni, perché mai combattono valorosamente il nemico, e talvolta persino si
rivoltano contro il governo che li paga.
Un esercito serve se è addestrato, armato e guidato per vincere il nemico, per terrorizzarlo,
per togliergli in partenza la speranza di uscire vivo dalla battaglia. Tale deve essere la fama

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della bontà dell'addestramento e della determinazione a vincere di questo esercito che il
soldato nemico deve acquisire prima di combattere la certezza di non rivedere più la famiglia,
la propria casa, di non avere speranza alcuna di vittoria!
Solo un esercito di cittadini che lottano per la salvezza dei propri cari e dei propri averi
può perseguire con credibilità questo obbiettivo.”
“Si vis pacem para bellum!” biascicò Arnaldo che era stato in seminario.
“Ma certamente!” accondiscese il Parravicino. “ Ma ricordatevi anche ciò che usa ripetere il
nostro Trivulzio : “Per fare la guerra e vincerla ci vogliono tre cose: danaro, danaro, e danaro!”
Ed il danaro deve essere speso soprattutto per addestrare i soldati durante i periodi di pace. Il
soldato non può essere un cittadino che lavora nei campi o nelle botteghe quando c'è la pace ed
è chiamato alle armi quando c'è la guerra. Il cittadino soldato deve essere chiamato alle armi
molto prima, deve essere addestrato periodicamente durante i periodi di pace, così come usa
presso il popolo svizzero, sino a divenire un vero e proprio professionista. E qui veniamo alle
guarnigioni! Per alloggiare tutti questi uomini e non allontanarli troppo dalle loro famiglie e
dai loro interessi, ci vogliono alloggi, castelli, depositi e arsenali diffusi in tutto il territorio del
paese, e quindi ancora e sempre danaro, danaro, danaro!”
“Ma che ne sarà allora di questo castello?” sbottò angosciato Ascanio.
“Di chi è il castello e da quanto tempo?” intervenne a sua volta Pietro.
“Il castello è mio. L'ho ereditato da mio padre, assassinato un mese fa nel prato qui fuori,
sul sentiero che conduce al borgo. Assassinio tuttora impunito!” disse Ascanio con una smorfia
di dolore sul viso.
“Siamo spiacenti di aver sollevato un argomento per lei così delicato e toccante, e la
preghiamo di scusarci.” disse Arnaldo con tono imbarazzato.
“Possiamo fare qualcosa per aiutarla ad individuare l'assassino?” proseguì poi.
“Non credo. Nemmeno so chi potrebbe essere stato e perché. Ho solo qualche vago
sospetto, intuizioni tutte da verificare e che tengo solo per me. È stato assassinato alla vigilia di
un viaggio a Milano ove doveva incontrare il Moro. Forse è stato ucciso proprio per questo.”
“Credo che sia molto triste perdere il padre in queste circostanze, senza nemmeno poterlo
vendicare.” soggiunse Pietro.
“Mio padre era stato mercante per tanti anni, prima di ritirarsi qui a Pomerio. Aveva
viaggiato molto, conosciuto tante persone. In questi ultimi tre anni invece si era mosso
pochissimo, una vita tranquilla, senza problemi. Solo due viaggi a Milano, e, recentemente, un
viaggio sin nei pressi di Firenze.”
“Ma perché mai doveva venire a Milano?” borbottò Pietro come parlando tra sé e sé.
“Mio padre non parlava mai con nessuno, nemmeno con mia madre o con noi figli, dei
suoi viaggi o dei propri affari, dei suoi problemi.” rispose con tono un po’ seccato Ascanio."Ma
voi piuttosto che mi dite delle mie proprietà: verranno o non verranno espropriate?”
Arnaldo sorrise candido e indulgente: “È tutto così prematuro! Abbiamo ordine di
rivedere le mappe, aggiornarle e fornire una prima documentazione allo Stato Maggiore. Fossi
in Lei non mi preoccuperei più di tanto, anche perché non credo che il Duca voglia far torto
agli eredi dei suoi amici. Si conoscevano bene, suo padre e il Duca, non è vero?”
“Certo, certo, si conoscevano. Ma era una conoscenza di caccia, a quanto mi risulta. Si era
conosciuti proprio qui, da queste parti. Il Duca era venuto a cacciare su verso le montagne di
Canzo, e mio padre era tra coloro che lo accompagnavano.” riprese Ascanio.
“E quale potrebbe essere il ruolo della fortezza nella guerra moderna?” chiese Pietro al
Parravicino, ritenendo opportuno di alleggerire la pressione su Ascanio, che sembrava reagire
un po’ bruscamente alle domande riguardanti il padre.
“Ma mi sembra più che evidente! Sinora la fortezza è stata un importante, direi un
fondamentale strumento di difesa. Ma se si riflette alla sua funzione in una sorta di guerra

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totale, che coinvolga tutto il popolo in armi, allora il suo ruolo si riduce a luogo ove conservare
le armi, ad alloggio per le guarnigioni la cui l'attività prevalente è l'addestramento. Con un
esercito mobile, che punta come dicevo ad un concetto di guerra totale, la fortezza cessa di
avere un ruolo strategico, ove il condottiero si rifugia per resistere all'assedio del nemico
durante la ritirata, in attesa dei rinforzi. La guerra futura sarà ovunque, e quindi il nuovo
esercito lascerà alle sue spalle le fortezze nemiche intatte e inutili, a meno che le armi da fuoco
non progrediscano al punto da permettere la loro distruzione da lontano, senza perdite di
tempo e di uomini. La nuova strategia punterà ad attaccare la struttura economica del nemico,
la sua agricoltura, le sue industrie e i suoi commerci, la sua capacità di resistenza. Nelle
fortezze possono sopravvivere un pugno di uomini, non una nazione! La guerra deve puntare
a distruggere tutto ciò che il nemico possiede.”
“Non mi sembra, a ben guardare, una dottrina così nuova e moderna. Non è la prima
volta, specie qui nel nostro stato, che un esercito invasore spegne la propria rabbia e la propria
ira contro il popolo, le sue case, le sue cose, i suoi campi!” intervenne Arnaldo, sempre calmo e
pacato nel suo argomentare.
“No e poi no! Contesto nel modo più categorico questi perniciosi luoghi comuni! Non
confondiamo ciò che dicono le cronache e la tradizione, e ciò che accade realmente! Quante
volte, ai nostri giorni, la battaglia è decisa ancora prima che la giornata abbia avuto il suo
inizio, quando i soldati ancora dormono, i cavalli riposano, tutto deve ancora cominciare? E ciò
perché i condottieri hanno nascostamente trovato l'accordo, oppure uno stato non ha pagato
ciò che doveva pagare, oppure ha al contrario pagato ben più di quanto l'avversario
promettesse di pagare.
Ciò che dice il Trivulzio circa il potere del danaro in guerra è fin troppo vero, e vero
rimarrà in eterno. Ma noi dobbiamo capire che è cambiato l'uso che si deve fare del danaro:
oggi lo Stato compra la vittoria, domani dovrà comprare la pace, preparando con durezza e
coscienza i propri sudditi alla guerra, dotandoli di armi sempre nuove e migliori di quelle del
vicino, mantenendo un esercito devoto perché composto tutto di cittadini che si addestrano
periodicamente e seriamente all'uso delle armi, come hanno imparato a fare gli svizzeri,
maestri in ciò a tutto il mondo. Una forza diffusa, determinata e preparata in tutto il territorio
dello stato, soldati forti e bene armati pronti ad attaccare l'invasore dentro ogni casa, dietro
ogni riparo, in ogni dove.
Una difesa di massa quindi, praticamente invincibile, tale da rendere costosissimo e mai
pagante un attacco da parte di chiunque!” concluse soddisfatto e ispirato il Parravicino,
socchiudendo gli occhi.
La notte era ormai fonda. La conversazione si stava inaridendo e raffreddando, almeno
quanto la temperatura esterna che le braci del camino contrastavano a fatica, e per l'argomento
che interessava praticamente solo il Parravicino, e per l'ora tarda.
In breve tutti convennero di sciogliere la riunione, tra ringraziamenti e saluti molto
formali.
“Mi sorge un dubbio! Tutti costoro che parlano di guerra, che studiano come farla, che
sanno come vincerla, che tipi sono?” domandò calmo Arnaldo, una volta giunto in strada.
“Che significa questa tua domanda? È evidente chi sia Parravicino, i suoi limiti, le sue
debolezze, e non è generoso burlarsi di lui. Gli altri, tutti gli altri esperti, sono come lui, o
peggio di lui: a volte nemmeno credono a quel che dicono. Noi però non facciamoci distrarre
da queste questioni, che non c'entrano col nostro lavoro!” lo rimproverò Pietro.
Rientrarono rapidamente alla locanda con l'aiuto di una lanterna, ove trovarono Cesare
che li stava aspettando. Subito si trasferirono in una stanza appartata e isolata, sopra il pollaio,
ove al riparo da orecchie indiscrete Cesare fece loro un rapporto sulle notizie raccolte nei tre
giorni trascorsi dal loro arrivo.

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“In sostanza, caro Pietro e caro Arnaldo, notizie vere non ne ho. Il morto frequentava il
notaio Celsi e il parroco, don Michele. Più il primo che il secondo. Già saprete probabilmente
del testamento e dello strano lascito ai Domenicani di Milano, che ha fatto parlare e sparlare
tutto il circondario, ma senza costrutto, senza che ne sia uscita fuori una notizia degna di
essere riferita. Il Vescovo di Como, che tutti davano per molto irritato per la faccenda del
mancato lascito alla Curia, sembra invece molto interessato ad altro, tanto da incaricare don
Michele di indagare a fondo su di un argomento tanto riservato e segreto da resistere ai
tentativi della perpetua di don Michele di venirne a conoscenza, e che per questo è molto in
collera con lui.
Il notaio Celsi, che pare non essere l'argomento delle indagini di don Michele, è persona
indubbiamente singolare. Intrattiene relazioni con strana gente di Como, riceve lettere da
Milano e da altri posti, e ha fatto un misterioso viaggio a Firenze col morto, praticamente
l'unico che costui abbia fatto da quando era venuto a vivere qui. Non risulta invece che
dovesse accompagnarlo nel viaggio a Milano dal duca Ludovico.
Resta da dire qualcosa sulla ricchezza di Rodrigo: ebbene, parrà strano, ma qui nessuno ha
mai saputo nulla dell'origine di questa ricchezza.”
“Non è poi l'unico in questa situazione. Di quante persone che noi tutti conosciamo
potremmo dire la stessa cosa?” interruppe Arnaldo placidamente.
“Il personaggio era nato a Carnate, mentre la moglie è milanese. Non hanno parenti né ad
Erba, né tanto meno a Pomerio, né nel circondario. Facevano vita ritirata e modesta, fuori dal
tiro dei maldicenti e dei pettegoli, e questo spiega le difficoltà che purtroppo ho incontrato nel
raccogliere notizie sul defunto. Sono veramente mortificato...” soggiunse Cesare “... ma di più
non mi è riuscito di sapere.”
“Siamo praticamente a zero. Non ci resta che interrogare il prete e il notaio.” proclamò
serafico Arnaldo.
“Ho sonno, e non riesco ad avere idee. Andiamocene a letto. Domani, a mente fresca,
decideremo sul da farsi.” concluse Pietro.

Aperta la porta della canonica, il prete sorrise ai due visitatori.


“Confesso che non aspettavo di vedervi così presto! Sapevo che sareste venuti, ma
sinceramente non pensavo che il vostro lavoro di geometri fosse già finito.”
“Siamo qui per interrogarla, caro don Michele, non per perdere tempo in chiacchiere. Il
Vescovo di Como, che non l'ha molto in simpatia, sarebbe probabilmente lieto di trovare piena
conferma delle idee che ha su di voi, solo che noi gli raccontassimo dettagli molto intimi, ma
totalmente veritieri, delle vostre periodiche frequentazioni di serve d'osteria. Le piacciono
molto le tette dell'Agnese, a quanto pare.” sussurrò a muso duro Pietro, sorprendendo
Arnaldo, che non lo conosceva sotto questa luce.
Don Michele cessò di sorridere.
“Ma che volete mai da me? Il Governo vi manda qui a Pomerio da Milano per tormentare
un povero prete peccatore?”
“Apra bene le orecchie, don Michele. C'è stato qui nella sua parrocchia un morto
ammazzato, circa un mese fa, e lei ne ha celebrato i funerali. C'è stato un recente viaggio a
Firenze del morto, quando era ancora vivo, di cui i familiari dicono di ignorare tutto. Doveva
esserci un viaggio del morto a Milano. C'è questo strano notaio Celsi, amico suo e del morto. Ci
sono infine queste indagini che lei sta svolgendo, su incarico del Vescovo di Como. Suvvia don
Michele, ci dica tutto, proprio tutto senza dimenticare nulla di quello che sa, e noi sapremo
essere discreti.” disse Pietro con voce bassa, guardando il prete negli occhi.
“Non so nulla. Nessuno mi crede, nemmeno il Vescovo, ma di tutto ciò che a voi interessa,
di tutto ciò che di importante è successo qui nella mia parrocchia, ebbene non so nulla. Circa

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l'Agnese, il Vescovo sa tutto, io stesso gli ho confessato tutto. Qualcosa però posso raccontarvi
ugualmente. Abbiate solo un po’ di pazienza, cercate di capirmi. Vivo qui come in esilio, come
ibernato, come un eremita senza vocazione, probabilmente come un pazzo, alla ricerca di mille
piccoli pretesti capaci di rendermi meno pesante la pena di vivere.
Ricerco le piccole cose capaci di prendermi, di avvolgermi, di ubriacarmi, di distrarmi,
quando ci riesco.
Cose utili ad impedirmi di riflettere su questo dannato quotidiano ciclico ripetersi sempre
uguale e monotono di gesti elementari: dormire, svegliarsi, vestirsi, fare le cose che facciamo
noi preti, e poi mangiare, ruttare, fare cacca e pipì, e poi di bel nuovo svestirsi, dormire e
ricominciare da capo!
Uno cerca di non pensare a questo suo corpo, a questa sorta di strano pupazzo meccanico
all'interno del quale vive, sente, soffre, pensa, e che tutti sappiamo che ha ricevuto una carica,
il giorno della nascita, che dura all'incirca “una vita”, come si usa dire.
E uno vive cercando di non pensare a quanto può essere lunga “una vita”, tentando di
ignorare ciò che accadrà dopo, allora, in quel momento che nessuno sa quale sia, quando finirà
la carica del pupazzo che lo ospita.
Un giorno dopo l'altro questa carica si esaurisce, è un po’ più debole, gli attriti dei
meccanismi crescono, compare un po’ di ruggine qua e là che rende un po’ impacciati i
movimenti, e anche io stesso che nel mio pupazzo ci vivo, avverto che anche il mio sentire, il
mio stesso pensare ha qualche impaccio.
Non vi sono dubbi che la mia stagione sta per avviarsi verso l'autunno, l'inverno arriverà
prima che io me lo aspetti, portandomi una sorta di letargo sempre più profondo.
È questa l'origine dell'ansia di vivere, di creare, di costruire, di fare, che molti di noi si
portano dentro? È quindi quest'ansia una specie di vino che giorno dopo giorno si beve per
dimenticare la “carica” che sta per finire?”
“Ma tutto ciò che c'entra con quello che noi vogliamo sapere?” gli rispose Pietro tutto
pensieroso.
“Abbiate pazienza che ci sto arrivando. Lasciate che io mi prenda tutto il tempo necessario.
Lasciate che io parli, perchè pur essendo prete, ho rare occasioni di parlare a gente che mi
ascolta e mi capisce.
Gli altri che quest'ansia di vivere non hanno più, oppure non hanno mai avuta, come
vivono? Quale è la loro angoscia, la loro sofferenza nell'applicarsi al ciclico e monotono
affannarsi quotidiano? Quanto è grande questa loro sofferenza? Quanto può essere soffocata,
ridotta, lenita da unguenti, da creme esotiche, da prodotti “uso esterno” quali potrebbero
essere estratti di erbe strane e sconosciute provenienti da lontani e misteriosi paesi posti al di là
di mari, monti e deserti, cui si siano miscelati secondo antiche, sapienti e segretissime ricette,
metalli influenti e preziosi ben macinati e disciolti nel nettare freschissimo dei nostri boschi?
Come possiamo noi, prigionieri a vita del nostro personale pupazzo trarre giovamento da
questi rimedi “ uso esterno"?
Forse essi potranno giovare al pupazzo, ma noi, che qui dentro siamo ben chiusi a vita,
l'unguento nemmeno lo sentiamo. Lui ne è toccato, ne è spalmato, ne può avvertire i
meravigliosi benefici effetti, quando ci sono, ma lui è poi così importante?
Può esser importante rimuovere un po’ di ruggine e riacquistare scioltezza e scatto,
velocità di movimento. Ma la carica lui la riacquista?
Noi che viviamo dentro a lui, questo problema lo conosciamo bene, anche se cerchiamo di
non parlarne mai. È tutto così chiaro e definito, tutto così ben analizzato e sviscerato da non
essere più un problema. La soluzione è ben nota, certa, precisa, non equivoca, indubbia : al
pupazzo che ci ospita nessuno potrà mai ridare la sua carica!

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Questo è un punto fermo, anzi fermissimo, che dobbiamo volenti o nolenti accettare e
acquisire come base di tutti i ragionamenti che ci piace elaborare e distillare raffinatissimi
dall'alambicco del nostro cervello.
Ma allora che fare? Chiudiamo subito la questione, usciamo dall'incertezza e cerchiamo di
spegnere in qualche modo la vitalità residua del pupazzo, quando noi con un orgoglioso colpo
di testa decidessimo di volerlo, spalmandolo ad esempio con un unguento malefico oppure
spingendolo giù da un precipizio o facendogli bere la cicuta? È allora tutto così semplice?”
“Ma che razza di prete siete? Che state mai dicendo? Che c'entra tutto ciò con la nostra
indagine?” ribadì Pietro che aveva iniziato a sorridere, quasi con aperta simpatia, visibilmente
sorpreso e ammirato dai discorsi che stava sentendo.
“Lasciatemi parlare, lasciatemi sfogare, non fatemi perdere il filo del discorso!” sorrise a
sua volta con ironia il prete.
“Eravamo arrivati al pupazzo che stava per bere la cicuta, ad imitazione di
Socrate!"intervenne con serena tranquillità Arnaldo.
“Sicuro, la cicuta! Non può essere la cicuta la soluzione corretta, anche se addolcita od
impreziosita da miele di arancia o di altri fiori profumatissimi od altro a Vostro piacere. Deve
essere altra la ratio che ci permette di trovare una forma di coabitazione accettabile se non
soddisfacente col nostro personale pupazzo e con la questione della finitezza della sua carica.
Dovrebbe essere il nostro prossimo, quello attuale e quello che verrà, la sua memoria, il
nostro vivere nella sua memoria, il nostro rivivere in ciò che di bene abbiamo fatto e lasciato, il
nostro rivivere nel nostro prossimo per quel poco di grande o di piccolo, di buono o di male,
di utile o di disutile che possiamo aver voluto o realizzato.
Dovrebbe essere la serena accettazione di vivere la nostra stagione come ci è concesso dal
fluire e rifluire del vorticoso divenire che ci avvolge, come ci è permesso dall'agitarsi del
grande oceano dell'essere che ci circonda, dal casuale susseguirsi delle tempeste e delle
bonacce che condiziona la nostra navigazione, col suo imprevedibile alternarsi di fortune e
sfortune, con moralità e serietà, con grande tolleranza e rassegnazione, con pazienza e allegria,
con un grande e costante senso della misura di ciò che ognuno di noi può e deve fare o non
fare, sperare o sognare, avere o non avere!”
“Bene! Bravo! Ci avete tenuto un bellissimo, piacevole e sorprendente sermone, siete stato
bravissimo! Ma lo scopo della nostra visita era un altro, non serve ricordarcelo. Che ci dite
allora di ciò che è accaduto attorno alla sua canonica nel recente passato? Spero che non
ricominciate a parlarci di Adamo ed Eva, o di altre ingenue favolette!” disse Pietro sorridendo
accattivante, ma spazientito.
“Il sermone non so se fosse bellissimo o vuoto, ricco o bruttissimo. L'ho tenuto a me stesso,
ho parlato soprattutto ad un povero prete che non sa più chi è, perché campa, per chi campa,
con quale scopo.” sorrise sempre più apertamente il prete.
“Un piccolo scopo l'avete davanti a voi! Aiutateci a capire che è successo qui attorno a voi!
È cosa più importante di quanto Lei non possa immaginare.” interruppe Arnaldo, anch'egli
sorridente.
“Anche il Vescovo sostiene questa tesi! Obbedendo al suo invito, ho cercato di raccogliere
informazioni sul passato della vittima, ove devono esserci alcuni misteri. Ho parlato persino
col parroco di Carnate, da dove veniva il morto, ed è emerso il quadro di un mercante che
viaggiava molto all'estero, soprattutto Francia e Fiandre, ma per conto d'altri, con la merce
d'altri, con i soldi d'altri.
Di suo, mi dice il parroco di Carnate, Rodrigo non aveva nulla o quasi. Da questo colloquio
emerge un quadro singolare: circa tre o quattro anni fa, di ritorno da un viaggio, il nostro
sparisce con la famiglia da Carnate povero in canna, e ricompare ricco ad Erba, ove viene a
comprarsi un castello, sia pure piccolo e quasi in rovina, ma pur sempre un castello.”

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“E che pensa di questo strano appuntamento milanese, proprio all'indomani della sua
morte?” suggerì Arnaldo.
“Appuntamenti, non appuntamento! Erano due, non uno. È da una settimana che cerco di
sapere con chi fosse il secondo, ma non riesco a cavare un ragno dal buco. È la moglie del
morto che me ne è venuta a parlare, ma non sa altro. Il marito le aveva confidato che sarebbe
rimasto a Milano due giorni, proprio per questo motivo.”
“E gli altri familiari che dicono?”
“Niente di niente. Il morto era persona apparentemente piena di segreti. Aveva una
conversazione ricca di silenzi, che lasciavano l'ascoltatore sempre dubbioso e incerto se attri-
buirne la causa ad un eccesso oppure ad un difetto di attività cerebrale, non so se mi sono
spiegato. Ad una paranoica inguaribile mania di ostentare riservatezza sul nulla oppure a reale
necessaria e consapevole protezione di inconoscibili misteri.
Vaghe e colme di imbarazzata quanto imbarazzante e stupida riservatezza erano le sue
parole anche quando si discuteva di cosa la moglie gli avesse preparato per cena!
Altro mistero erano i suoi rapporti col notaio Celsi, che è il bel tomo che ha steso il
testamento, sul quale credo che sappiate tutto, e che era informato del viaggio a Milano.”
“Avrebbe potuto dirglielo lui stesso, il morto!” disse Arnaldo.
“Verissimo. Ma Celsi non mi piace. Incontra troppa gente sconosciuta, si muove troppo
pur stando quasi sempre fermo. C'è qualcosa in quel uomo che sa di mistero, che insospetti-
sce.”
“E sul viaggio a Firenze che ci può raccontare?” insistette Arnaldo.
“Anche questa è una bella storia! Al solito nulla di preciso, anche se il viaggio venne fatto
da due persone con cui ho parlato praticamente tutti i giorni che il Signore ha mandato in
terra, sia prima che dopo questo famoso viaggio. Sul perché venne fatto, mi venne raccontata
da Celsi la favoletta che i due era andati in pellegrinaggio a San Domenico, a Fiesole, non a
Firenze, per esaudire un voto fatto da Rodrigo durante un viaggio in anni lontani. Silenzio
pieno su quale viaggio, dove e perché venne fatto il voto, e perché il pellegrinaggio l'hanno
fatto in due. Non sono riuscito a saperne di più.”
“Anche al Vescovo di Como non avete raccontato altro? Faccende, come dire, un po’ più
riservate? Suvvia don Michele, non vorrà che si vada noi a chiedergli che cosa Lei gli ha
raccontato?” domandò Pietro con la sua solita aria da addormentato.
“Siete bravi, e vedo che avete lavorato bene. Però su quest'ultimo punto, signori agenti
ducali, potete pure andare dal Vescovo di Como anche subito. Fate ciò che volete, ma questi
sono fatti miei e del mio Vescovo!”
Don Michele concluse la frase con un mezzo sorriso e si alzò dirigendosi verso la porta, che
aprì lentamente.
“Vi prego di andarvene. Se dopo aver interrogato altre persone, riterrete opportuno fare
un'altra conversazione con me, consideratemi a vostra disposizione. Ma ora andatevene, vi ho
già detto tutto ciò che so e che posso dirvi!”
Sorpresi dalla reazione del prete, Pietro ed Arnaldo decisero di non rispondere. Lasciarono
la canonica e senza perdere altro tempo si diressero verso la casa del notaio Celsi, lontana non
più di cento passi, e bussarono con vigore alla sua porta.
“Sono il notaio Celsi!” disse loro l'uomo venuto a aprire. “Immagino che siate qui per
farmi delle domande!” continuò con un sorriso un po’ stanco.
“Proprio per questo!” rispose Pietro sorridendo.
Il notaio li fece prontamente entrare in una specie di salottino, ove erano una panca e
qualche sedia, e tutti sedettero. La moglie di Celsi portò subito una brocca di vino fresco di
cantina e alcuni biscotti all'anice da inzuppare nel vino, una sua specialità, che Arnaldo e
Pietro gradirono moltissimo.

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“Don Michele mi aveva anticipato che sareste venuti. Credo che abbia avuto la notizia per
lettera dalla curia di Como. State dunque indagando sulla morte del povero Rodrigo, per conto
del governo ducale. Ebbene, sono certamente la persona che ha conversato con Rodrigo più a
lungo di tutti, almeno qui a Pomerio, poiché Rodrigo mi aveva eletto a suo compagno di
conversazione, meglio dovrei dire a ascoltatore dei suoi monologhi. Sei mesi fa mi costrinse, in
realtà con molta forma e cortesia, a recarmi con lui a Fiesole, per un pellegrinaggio che lui
disse di dover fare. Poco prima di quel viaggio fece testamento, un testamento tormentato,
fatto e rifatto tante volte, proprio qui nel mio studio. Di lui non so praticamente altro. Se vi
interessa il contenuto delle sue conversazioni.. “ e Pietro a questo punto annuì vistosamente “...
ebbene esse erano strane. La persona non era stupida, forse di vedute un po’ ristrette, ma
appariva dominata come da un incubo, parlava praticamente sempre delle stesse cose. Aveva
una grande esperienza di vita poiché aveva viaggiato in lungo e in largo, soprattutto in Francia
e nelle Fiandre. Aveva esercitato, a suo dire, il commercio e il credito per conto di una casa di
Piacenza prima e di una di Lucca poi, di cui non fece mai i nomi.
Aveva idee che a lui sembravano molto ferme e precise, non so quanto chiare, su come si
sarebbe dovuta gestire l'economia, e continuava a ripetere, praticamente sempre con le stesse
parole, era un suo chiodo fisso, che a comandare debbono essere in pochi. Criticava senza
riserve il governo attuale perché troppo debole. A suo dire, al di là delle apparenze, troppi
sono quelli che comandano. Ed a comandare avrebbero dovuto essere i banchieri, come se già
non comandassero abbastanza.
Altra sua tesi era che oggi i governi spendono troppo, e quindi sono costretti a imporre
troppe tasse, specie su coloro che posseggono beni al sole. Mi ripeteva questa affermazione
tutti i giorni, più volte al giorno, ogniqualvolta ci si incontrava. Era divenuta una specie di
ossessione sia per lui che per me.
Era terrorizzato dall'idea di ritornare povero. Doveva aver sofferto molto in passato della
sua povertà, e nulla credo avesse dentro di sé all'infuori della compiaciuta soddisfazione che
gli derivava dal contemplare il danaro che era riuscito ad accumulare.
A me, dopo tanti colloqui, mai riuscì di scorgergli dentro altro : mai il desiderio di
conoscere qualcosa che non fosse strettamente connesso al danaro, suo o di altri; mai un
barlume di interesse, anche solo superficiale e temporaneo, per argomenti diversi e meno
prosaici. Non riusciva a capire i problemi politici che condizionano l'azione del governo
ducale, che bene o male deve accontentare tutti.
Ripeteva in continuazione il concetto che secondo lui occorreva un governo forte, che
rimettesse tutti in riga, che si facesse obbedire e rispettare, sia dai cittadini che dai contadini,
dai nobili e dai plebei, dagli italiani e dagli stranieri.
Del suo passato mi raccontò solo avvenimenti marginali, aneddoti di viaggio, storie di
mercanti e di osteria, ma mai nulla, dico nulla dei suoi affari. Soprattutto nulla, e qui il nostro
don Michele non vuole assolutamente credermi, circa l'origine della sua ricchezza, niente circa
i motivi del lascito testamentario ai frati di Milano.
Non mi è mai apparso un vero credente, un uomo pio nel senso letterale del termine. Per
questo mi stupì moltissimo quando mi parlò di questo famoso pellegrinaggio, che disse di
voler fare per assolvere a una specie di voto, di cui ovviamente mai disse nulla, e mi chiese di
accompagnarlo. Accettai, praticamente per noia, per uscire da questo ghetto, per vivere per
qualche tempo fuori del mio tempo, per poter fare un viaggio in compagnia di un uomo
esperto di viaggi. Vi è colpa nell'essere annoiati, nell'essere stufi di far sempre le stesse cose,
nell'aver desiderio di vedere un po’ di facce nuove, luoghi nuovi, di cui solo si è letto talvolta
sui libri?
E questo desiderio prevalse. Fu una specie di fuga durata all'incirca cinque settimane fuori
dalla mia realtà, una parentesi sabbatica lontano da Pomerio, lontano da questi luoghi e queste

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facce. Delle nostre conversazioni, anche durante il viaggio, ho già detto: impossibile
conversare, inutile dialogare, solo monologhi stranissimi, ripetitivi, ossessivi, anzi
praticamente sempre lo stesso monologo!”
“Caro notaio” riprese Pietro “mi permetta di riassumere la situazione, solo per essere
sicuro di aver capito bene, beninteso. In primo luogo Lei ignora quale sia stato il passato di
Rodrigo. Intendo dire chi fosse realmente costui prima che si trasferisse a Pomerio, e quale sia
stata l'origine della sua ricchezza. È proprio così? In secondo luogo il pellegrinaggio. Chi
incontrò Rodrigo a Fiesole? La prego di fare uno sforzo di memoria, e cercare di ricordare tutti
i dettagli di quel viaggio, anche quelli apparentemente insignificanti. In terzo luogo don
Michele e il suo interesse post mortem, si dice così?, per Rodrigo. Perché questo interesse? Che
cerca secondo Lei questo prete? In quarto luogo la famiglia: la moglie, il primogenito Ascanio e
gli altri. È possibile non essere capaci di ricostruire nemmeno qualche modesto episodio che
permetta di capire che carattere abbiano, che attività svolgano, che tipi siano?
Le faccio queste domande in modo semplice e diretto perché la so uomo di legge, devoto
allo Stato. Con Lei non è il caso di fare complicate cerimonie.”
“Praticamente vi ho già risposto. Sul passato del de cuius non ho notizie di prima mano e
non ho svolto indagini: a voi dico di svolgerle, perché sono sicuro che qualche elemento
interessante dovrebbe certamente uscirne.
Quanto a Fiesole, ricordo solo che Rodrigo si assentò per incontrare una persona, un amico
mi disse, che abitava da quelle parti, mentre io lo attesi in convento. Questo incontro potrebbe
essere stato il vero motivo del viaggio, a voler fare i sospettosi. Ora questo particolare mi viene
in mente poiché voi me lo avete chiesto. Lì è rimasto una intera giornata, e non chiedetemi chi
era l'amico perché non lo so! A Fiesole si rimase altri due giorni, sempre in convento :
prediche, preghiere, esercizi spirituali, discussioni religiose!
Tornato dal viaggio lui volle rifare ancora una volta il proprio testamento, con la sorpresa
del lascito ai domenicani, che prima non vi compariva.
Quanto a don Michele, costui è persona più sottile di quanto non appaia. È qui in castigo
perché gli piacciono troppo le donne, con alcune delle quali deve aver avuto rapporti troppo in
vista e con qualche imbarazzante conseguenza, e il Vescovo è costretto a tenerlo qui in quaran-
tena. Non ho ancora capito quanto sotto la tonaca sia prete per vocazione e quanto lo sia per
disperazione. La sua testa però spesso funziona bene e vi consiglio di ascoltarlo con attenzione.
L'eredità ai domenicani ha scatenato la curia di Como che ha messo don Michele sotto
pressione per acclarare la questione. Sono addirittura arrivati a sospettare di me, come quasi
sempre succede quando salta fuori un testamento inatteso! Debbono aver pensato prima a un
plagio, poi a un falso, e forse anche a un ricatto! Che stiano pensando ora non lo so. Sembra
che don Michele abbia ricevuto incarico di svolgere segretissime e riservatissime indagini su
argomenti che ignoro, e che tutto sommato poco mi importa di sapere.”
“Ed il viaggio a Milano di Rodrigo? Quando l'avete saputo?” chiese Arnaldo.
“L'ho saputo da lui, il giorno stesso in cui morì. Non era poi un gran segreto se anche don
Michele ne era al corrente.” rispose con aria annoiata Celsi.
“Ed i suoi rapporti con i domenicani di Milano e di Fiesole?” domandò Pietro fissandolo in
viso.
“Ma quali rapporti d'Egitto! Anche voi con questi Domenicani! Mai visti e conosciuti quelli
di Milano! Ho fatto questo benedetto viaggio a Fiesole e ho dormito in convento. I miei
rapporti con quelli di Fiesole sono tutti qui. Caro Tradate, non perda altro tempo a indagare su
questo punto della questione, mi dia retta!”.
“E col notaio Maffei di Milano invece?”
“Con Maffei è altro discorso! È collega autorevole e ogni tanto ci scambiamo cortesie per
lettera. Mi crede se le dico che non l'ho mai incontrato di persona? E poi che c'entra Maffei con

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questa faccenda? Se vuole un consiglio, caro amico, ci pensi due volte prima di importunare
Maffei. È uomo di buone amicizie, non so se sono stato chiaro, molto rispettato e ascoltato.
Non è un povero notaio di provincia come me!”
“Mio caro notaio, so apprezzare appieno il valore del suo consiglio, perché conosco bene il
notaio Maffei. Lei però, se mi permette l'osservazione, sottovaluta il nostro rispetto per Lei.”
intervenne suadente Arnaldo.
“È arrivato per noi il momento di partire. Ringraziamo Lei per la sua cortese
collaborazione. Debbo confessare di essere un po’ deluso dai risultati di questo nostro viaggio
qui a Pomerio: sembra che qui non vi siano più notizie da raccogliere, se mai ve ne sono state,
oltre alle pochissime che abbiamo già raccolto, e che, duole dirlo, già conoscevamo.” concluse
Pietro.
“Allora un viaggio inutile?” disse il notaio col solito sorriso stanco.
“I viaggi non sono mai inutili, Lei credo lo sappia bene!" rispose Pietro sorridendo
lievemente, prima di accomiatarsi.

L'ora era tarda.


Cesare si era esibito al meglio di se stesso, oltre la sua stessa leggendaria fama di cuoco
raffinatissimo, come ebbe ad osservare Arnaldo con sorprendente e entusiastica adulazione,
stimolata certamente, e forse anche giustificata, dal livello qualitativo sicuramente memorabile
della cena appena consumata.
Sulla tavola pochi sparsi miseri resti di un'oca arrosto meritevole delle lodi del cuoco del
Papa, vaghe tracce di una lepre marinata nel latte e cotta in casseruola con lardo e erbe
aromatiche, dolcissima e tenerissima, saporitissima e soprattutto nuova, ovviamente come
sapore, lontano come era dal solito sapore forte di vino rosso che sempre hanno tutte le lepri
ovunque siano mangiate.
Avanzi di pane e di altro cibo non particolarmente degno di menzione, e due grosse caraffe
di terracotta ormai vuote, prima di cena piene sino all'orlo di un vino rosso di incerta e sicu-
ramente povera origine, ma ora ricco del rimpianto unanime dei commensali per la sua troppo
rapida dipartita.
“Ma è possibile, mio caro Cesare, che noi non si riesca a sapere nulla del passato di
quest'uomo? Senza questo elemento basilare rischiamo di brancolare nel buio per chissà
quanto tempo.” disse Pietro cogliendo il tempo tra uno sbadiglio e l'altro.
“E se rapissimo Bice Carpani, la moglie, e la spaventassimo a morte, per vedere se confessa
qualcosa? Qualcosa deve pur sapere!” disse Cesare tutto rosso in viso, come ispirato.
“Ma non diciamo sciocchezze, figlioli miei. “ interruppe Pietro. “Qui non stiamo giocando
alle spie. È vero che abbiamo altre volte usato questi sistemi, ma nessuno sapeva che eravamo
sul posto, nessuno poteva sospettare di noi, mentre qui tutti sanno tutto. Dobbiamo muoverci
con cautela, perché è come se ci muovessimo sulla scena di un teatro, con gli spettatori che
vedono noi, e noi che abbagliati dalle torce non vediamo loro”.
“C'è un aspetto da chiarire subito!” intervenne Arnaldo “Quale era il secondo
appuntamento di Rodrigo a Milano?”
“Non serve chiarirlo. Sapevo già questo particolare prima di venire qui a Pomerio : si
trattava del notaio Maffei.” farfugliò stancamente Pietro.
“Ed ora che si fa?” chiese Arnaldo.
“Devo parlare ancora un po’ con don Michele, da solo. Fatemi fare domattina quest'ultimo
tentativo, e poi si torna a Milano. Forse è più facile sapere qualcosa su Rodrigo a Milano che
qui a Pomerio.” rispose Pietro.

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Don Michele era in canonica, intento alla lettura di un testo stampato riguardante
sant'Agostino, con innanzi carta per scrivere, penna e calamaio. Stava preparando un sermone
importante. Tutto di lui, il luccicare degli occhi, il sorriso sottile e beffardo, le rughe del viso
attorno al naso, dicevano della sua soddisfazione per aver capito in anticipo che Pietro sarebbe
tornato.
“Ci avrei scommesso, sbirro, ed avrei vinto la scommessa!" sogghignò il prete.
“È inutile nasconderlo. Tutti possono sbagliare, ed io con te ho sbagliato tutto. Il fatto è che
io ho il mio unico figliolo in seminario, e il passare degli anni non ha cancellato la mia iniziale
antipatia per i preti che, in un certo senso, me lo hanno portato via. Sono qui, come hai capito
benissimo, per ricominciare da capo il nostro... chiamiamolo colloquio!” disse Pietro con
grande tranquillità.
“In primo luogo voglio dirti, tu ormai lo hai capito benissimo, che io sono un prete sui
generis, non puoi considerarmi un prete classico, un prete normale. Sono qui in castigo e sono
prete per necessità. Forse non sono nemmeno un prete. Ne ho piena e tranquilla coscienza, e
ciò mi assolve verso il Signore e il mio prossimo, anche se per onestà debbo dirti di avere
qualche serio dubbio di piacermi, anzi credo proprio di non piacermi. Forse, a essere schietto,
mi faccio un po’ schifo.
Tu sei qui per sapere tutto quello che io so sul noto problema, perché sei convinto che io
ieri ti abbia mentito, taciuto qualcosa, portato, come dire, un po’ a spasso con la scusa della
predica che vi ho fatto.
Ebbene ti sbagli di grosso! Non ti ho mentito, e nemmeno ti ho taciuto qualcosa, salvo ciò
che il mio vescovo mi ha ordinato di fare tacendo e che probabilmente né ti riguarda né ti
interessa. Anzi proprio perché né ti riguarda né ti interessa, e hai avuto la delicatezza questa
volta di venirmi a trovare da solo, ti racconterò tutto. Sappi che io avrei su questo tema
l'obbligo del segreto e quindi regolati di conseguenza!
La faccenda è semplice: il vescovo vuole sapere tutto dei frati di Santa Maria delle Grazie!
Costoro sembra proprio che stiano facendo pipì fuori dal vaso. Bada bene: ciò che interessa al
Vescovo non è tanto sapere il perchè del testamento, come io in un primo tempo pensavo,
quanto che cosa hanno in testa costoro, che vogliono fare. Perché, dice lui, nel nome del
Vangelo non si proceda contro il Vangelo.”
“E che cosa hai saputo?”
“Pietro, ma allora mi stai prendendo per scemo? Che vuoi che scopra di nuovo un povero
prete sepolto vivo qui a Pomerio? Ho scoperto ciò che hai da tempo già scoperto tu, ne sono
sicuro! Ho scoperto, per meglio dire, ho intuito che attorno a questi frati girano troppi notai,
troppi strani amici, troppo danaro, perché questi frati siano frati normali.”
“E Rodrigo che c'entra?” interruppe Pietro.
“Ma te lo vuoi ficcare in testa che su Rodrigo non so niente, e che, pace all'anima sua, né a
me né al mio Vescovo importa proprio niente di lui e della sua morte?
Io devo capire tutto dei frati: è questo il mio compito!
Ed a me questi frati mi stanno proprio appesi... alla tonaca. Da quel che intuisco, costoro
sono troppo intelligenti e colti per essere così fanatici, se non fossero anche falsi, dicono di
voler fare una cosa ma ne hanno intesta un’altra. In ogni caso gatta ci cova, c’e’ puzzo di
bruciato! Vedi, caro sbirro, mi è molto più simpatico il Borgia, che ha amanti e figli, mi è molto
più caro come religioso, perché è sì un peccatore, ma ha testa, ha cervello, vuole comandare lui,
vuole salvare l'indipendenza della Chiesa pur tra le mille difficoltà in cui si dibatte. Non sarà
un santo, ma non è un venduto! Sarà un puttaniere, e io sono l'ultimo prete che potrebbe ardire
di parlare su questo argomento e con questo tono del Vescovo di Roma, ma lui e’ un uomo
vero, non è lì a prendere ordini da banchieri e mercanti!”

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“Ma tu sei sicuro di quello che dici? Su cosa basi queste tue affermazioni, nel nome di
Dio?” chiese quasi urlando Pietro.
“Calmati e ascolta. All'apparenza il vino di questi frati è vino vecchio : povertà, moralità,
ritorno al Vangelo, pentimento e conversione dei peccatori, guerra all'Anticristo che deve
arrivare, o forse è già tra noi, non l'ho capito bene, e compagnia cantando.
Ma la realtà credo sia diversa, e, miracolo dei miracoli di San Siro, anche il mio Vescovo è
d'accordo con me, crede ciò che credo io, e me lo ha anche detto!
Vedi io vivo qui a Pomerio, ma le notizie volano, le parole corrono, è come se ci fosse un
grande e distinto conversare che da Milano, attraverso un immenso orecchio di Dioniso, arriva
dritto fin dentro alla mia canonica.
Ebbene, mio caro sbirro, io, povero prete di campagna quasi spretato, credo di aver capito
costoro chi siano, credo fermamente di averli smascherati, solo basandomi sulla mia intuizione,
sulla mia modesta e povera intelligenza. E tutto ciò mi riempie di grande soddisfazione!
Qui sotto c'è l'eterna sempiterna lotta tra chi ha i danari e li vuole mantenere tutti lui, e gli
altri, che ne vorrebbero un poco anche loro!
Qui i Vangeli non c'entrano per niente. Danaro e potere sono il motore primo di questi frati
: se non di tutti, di almeno alcuni tra i più autorevoli di loro. Quando tu sarai meglio entrato
dentro a questa sporca faccenda, te ne convincerai anche tu e mi darai pienamente ragione.”
“Ma abbi pazienza! Perché il tuo Vescovo ha chiesto proprio a te di fare questa indagine
sui frati?”
“Ma ancora non l'hai capito che tutti i preti di tutto il Ducato hanno ricevuto l'ordine di
stare con le orecchie ritte? Non solo io, ma anche tutti gli altri, quelli fidati, si intende, che non
corrano subito a spiattellarlo agli interessati. È una faccenda grossa, caro Pietro, non puoi non
averlo capito, se il Vescovo si mostra così interessato, e se ci e’ già scappato il morto! Ed ora
vattene, e siimi amico, che ho parlato anche troppo, e cerca quindi di evitare di andare a Como
od altrove a spifferare tutto ciò che ti ho detto. Va, e fa buon viaggio!”
“Addio, caro il mio don Michele! E grazie per ciò che mi hai detto.”
Pietro uscì e raggiunse Arnaldo alla locanda, ove la mula già carica aspettava in strada
legata al muro. Salutarono Cesare e si incamminarono verso Milano.

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capitolo ottavo

La sala era quella buona di Palazzo Landriani. Un ambiente vasto, coperto da una volta
austera con mattoni a vista, con due grandi camini e tre finestre che davano su di un bellissimo
giardino interno, al centro del quale zampillava una fontana. In tavola, al posto d'onore, una
zuppiera di riso bollito nel brodo, impreziosito dal fiore del fiore di zafferano, sì da assumere
un bel colore giallo oro, di profumo e sapore sapido e stuzzicante, grazie ad abbondantissime
spolverate di parmigiano ben stagionato, venato di striature scure, derivanti da modeste
volute bruciacchiature del riso rimasto attaccato al fondo della pentola. Una novità quasi
assoluta, che andava a impreziosire ulteriormente un cibo ricco, estremamente costoso oltre
che prezioso, oggetto persino di interventi del governo ducale che ne aveva proibito
l'esportazione delle sementi.
La conversazione languiva, tra stanche lodi per lo splendido colore e il formidabile sapore
del riso appena servito, e i consueti pettegolezzi e le solite pesanti malignità riguardanti i
tesissimi rapporti tra le tre primedonne della corte sforzesca. Beatrice d'Este in primis, moglie
“non ancora moglie” del Moro, secondo i soliti maligni. A dire di costoro, i timori virginali
della sposina tuttora erano di ostacolo alla consumazione del matrimonio, a tre mesi dalla sua
celebrazione. Il destino degli Sforza, sempre secondo costoro, mostrava povertà di fantasia,
riproponendo sotto altra forma lo stesso dramma del matrimonio del nipote del Moro, che per
i ritardi di consumazione aveva seriamente imbarazzato la diplomazia sforzesca per più di un
anno. Altri bene informati confermavano i problemi matrimoniali del duca Ludovico, ma ne
attribuivano l'origine non tanto a una presunta immaturità o a un eccesso patologico di
timidezza della sposa appena quindicenne, quanto al suo carattere rivelatosi inaspettatamente
meno docile e ben più duro del previsto. E causa concreta e oggettivamente comprensibile
dell'irritazione di Beatrice, era la perdurante e dichiaratamente inaccettabile convivenza sotto
lo stesso tetto con Cecilia Gallerani, amante ufficiale del Moro e “prima donna” ormai in
declino, incinta del Moro e prossima al parto, la cui eccezionale avvenenza era stata su incarico
del Duca immortalata da Leonardo in un quadro che aveva suscitato universali plausi e
consensi. La sposina quindicenne stava vivacemente negoziando l’allontanamento della rivale
dalla corte, secondo quest'ultima scuola di pensiero, prima di concedersi senza riserve
all'autorevole e imbarazzatissimo marito, e non v'erano dubbi che avrebbe in breve tempo
raggiunto il suo scopo. Isabella d'Aragona infine, moglie di Giangaleazzo, nipote del Moro, era
per il momento occupatissima a crescere il figlio natole da poco più di due mesi, dopo il
travagliato avvio matrimoniale da molti ricordato e di cui sopra è cenno, figlio che i soliti
inguaribili anonimi maligni mormoratori di corte volevano troppo somigliante all'esuberante
zio Ludovico e molto poco somigliante all'esangue e debole Galeazzo, legittimo consorte di
Isabella. La gravidanza prima e il parto poi, avevano momentaneamente messo in disparte i
problemi che Isabella aveva procurato e avrebbe ancora potuto procurare al duca Ludovico,
rivendicando il proprio buon diritto a occupare nel cerimoniale di corte la posizione di “ prima
primadonna”, nella sua qualità di moglie del legittimo erede del titolo ducale.
A capotavola sedeva il padrone di casa, che con un soave sorriso ma con tono secco e
autorevole aveva in quel momento allontanato i servi, fatto chiudere le porte della sala, e
interrotto il libero e futile conversare post prandium in cui tutti i commensali cercavano di
rimanere impigliati, al fine, conscio od inconscio che fosse, di ritardare l'avvio dell'esame dei
gravi problemi che i presenti dovevano affrontare e dibattere.
“Cari amici, siamo qui riuniti per discutere di questioni serie e difficili, non per cicalare
come serve al mercato. È arrivato il momento di metterci a lavorare. I termini della faccenda

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sono noti, ma vale la pena di riassumerli prima di iniziare la discussione. Lo Stato ha entrate
per circa 500.000 ducati all'anno, e ha uscite per altrettanto. Le uscite riguardano
prevalentemente spese correnti, che sono al 90% salari e lussi di corte. Solo 50. 000 ducati circa
sono impiegati ogni anno per lavori pubblici ed altri investimenti. Per avere un sostanziale
rilancio dell'economia occorrerebbe investire molto di più. Il carico fiscale, soprattutto nelle
campagne, è oggi elevatissimo, così elevato da avere effetti negativi. Se questa analisi è
corretta, e se, come aveva insegnato la politica di Francesco Sforza, occorre che lo Stato investa
di più in opere pubbliche, i danari non sono reperibili con nuove tasse, ma solo con un prestito,
che poi dovrebbe essere rimborsato con una riduzione delle spese correnti e con le maggiori
entrate che in futuro deriveranno dagli investimenti fatti. Il prestito che il governo ducale
potrebbe decidere di sottoscrivere è dell'ordine di 500.000 ducati, un anno circa delle entrate
attuali, garantito dal Tesoro Sforzesco se necessario, e non vi sono dubbi che comunque sarà
necessario fornire opportune garanzie, da rimborsarsi in dieci anni, con un tasso di interesse
annuo del 7 od 8 % circa. La rata annuale di servizio del debito che ne consegue è dell'ordine di
75000 ducati, che non pare essere fuori della portata del nostro stato. A questo punto, prima
ancora di avviare la discussione, vorrei che l'amico Matteo, nella sua veste di spenditore
ducale, riferisca sui contatti preliminari avuti con i rappresentanti di un costituendo consorzio
di banchieri.”
Matteo Castelluccio esitò prima di iniziare a parlare, e per lunghi attimi che imbarazzarono
tutti i presenti, corrugò la fronte, lo sguardo fisso nel vuoto innanzi a sé, come colto di
sorpresa, come se non sapesse da dove cominciare. Si strinse le mani, si agitò sulla sedia, aprì
per due volte la bocca senza pronunciare parola, si volse verso Landriani, che rimase impassi-
bile senza battere ciglio, e verso Arturo Gallerani, fratello di Cecilia e buon amico del duca
Ludovico, come per chiedere aiuto.
Castelluccio era un omino dall'aspetto insignificante. La sua forza era la fiducia di cui
godeva presso il duca Ludovico, fiducia che derivava dalla precisione con la quale era capace
di controllare e gestire i fondi dello Stato e quelli personali del Duca, e dalla fama di uomo
onesto che si era costruito nel corso della sua carriera. La sua debolezza era il carattere, roso
dall'invidia per i successi altrui, incapace di slanci generosi, di assunzione di rischi o di
responsabilità, incline più a distruggere che a costruire, a criticare più che a fare, capace di
mettere ordine nel già fatto da altri, ma incapace di realizzare dal nulla alcunché.
Castelluccio finalmente iniziò a parlare.
Aveva avuto i primi contatti con banchieri genovesi, da tempo profondi conoscitori della
realtà del Ducato, forti come pochi altri sul piano finanziario, con interessi politici convergenti,
disse Matteo, con quelli del governo milanese. Proseguì raccontando in dettaglio, anche troppo
in dettaglio, il lavoro di analisi dei conti dello Stato che costoro avevano fatto, la verifica dei
debiti in essere e della consistenza delle garanzie reali già prestate a favore di altri, la stima da
loro effettuata delle ulteriori garanzie necessarie e di quelle che potevano essere ancora
utilizzate. Il lavoro procedeva rapido e svelto verso una più che probabile positiva conclu-
sione, quando, disse a questo punto Matteo, sono iniziati a sorgere dubbi e perplessità sempre
più evidenti.
“Costoro giudicano, come sempre io ho sostenuto, che le spese correnti sono troppo
elevate in rapporto alla dimensione del nostro stato. Sembra che l'opinione di costoro sia quella
di pretendere che pregiudizialmente il nostro governo riduca le spese, soprattutto le spese di
corte, con risparmi annui almeno pari alla rata di rimborso del futuro prestito. Ma ciò è il
meno.
Sono poco soddisfatti dell'azione del nostro governo.
Dicono che investimenti senza un correlativo rafforzamento politico del governo
avrebbero conseguenze troppo blande sull'economia. In altri termini non produrrebbero effetti

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positivi apprezzabili, e potrebbero quindi tradursi in uno spreco, e quindi costituire un rischio
troppo elevato per i creditori, soprattutto per carenza di fiducia nel governo ducale..
Si vorrebbe un governo più saldo, più fermo nel promuovere un ritorno verso stili di vita
meno opulenti nelle classi ricche, e, soprattutto, determinato a imporre paghe più basse per le
classi povere. La tesi di costoro è che i settori portanti della nostra economia sono ormai troppo
cari rispetto alla concorrenza, per eccesso di costi, e quindi occorrerebbe riportare i costi, che
sono poi soprattutto paghe, al livello prevalente nei paesi nostri concorrenti.
Le osservazioni per noi più negative riguardano però le prospettive di mercato, e io temo
di doverle condividere. Investire significa produrre di più e ciò ha senso solo se si spera di
vendere di più. Chi garantisce che si venderà di più? Chi garantisce che non avremo brutte
sorprese?”
“Ma queste sono obiezioni tue o dei banchieri genovesi?” interruppe soave il Landriani.
“Ma sono le obiezioni dei Genovesi, è evidente!” protestò Castelluccio. E proseguì
chiarendo che l'ipotesi di una espansione degli scambi tra stati, che era alla base del progetto
del governo milanese, era stata contestata dai Genovesi, che invece ipotizzavano una immi-
nente fase recessiva dell'economia, caratterizzata da politiche di controllo della spesa
generalizzate da parte di tutti i governi, da dazi doganali sempre più alti, e il sorgere di
ostacoli di ogni genere al commercio e allo scambio delle merci. Insomma, proprio tutto il
contrario di ciò che il governo ducale sperava accadesse.
“In sostanza costoro non sono d'accordo su niente, ma mi è sembrato di notare una volontà
di criticare e di dissentire un po’ troppo generalizzata, direi eccessiva. E soprattutto è profonda
la sfiducia verso le nostre istituzioni, ed è profondissimo il dissenso, anche se mascherato da
rispetto formale e cortesia diplomatica, verso la nostra politica estera. Giudicano ambigua e
velleitaria la politica di equilibrio e di libero scambio tra tutti gli stati che in sostanza noi
stiamo tentando di perseguire, e giudicano essenziale una politica più decisa, più chiara, più
lineare, come dicono loro, che trovi un maggiore equilibrio e costanza di linea, più vicina alla
politica italiana della casa francese.
Se vi fosse questo mutamento di politica estera, a quanto mi pare di capire, il prestito
sarebbe probabilmente cosa fatta, pur in presenza di tutte le perplessità di cui vi ho riferito.”
concluse con un sospiro Matteo Castelluccio.
Tutti gli occhi si puntarono su Bartolomeo Calco, Segretario di Stato e responsabile della
politica estera.
“Non è ancora il mio momento di parlare. Prima voglio sentire il parere di tutti. Voglio il
vostro consiglio, amichevole ma soprattutto chiaro e franco. Siamo qui attorno a una tavola in
casa dell'amico Landriani proprio per questo.”
Il viso serio e tirato, la voce aspra e decisa, il suo fu un discorso che non ammetteva
repliche.
“Avanti, parla tu Vimercati, raccontaci per bene ciò che hai appreso a Venezia. Riferisci
apertamente senza alcuna riserva tutto ciò che ti hanno detto i nostri agenti.” disse Landriani
con naturale immediatezza.
Ruggero Vimercati, ambasciatore milanese a Venezia, non era personaggio di particolare
acutezza intellettuale, ma lavorando coscienziosamente e silenziosamente era riuscito a
penetrare ben addentro ai complessi meccanismi di governo della Serenissima, e utilizzando
con abilità tali relazioni era riuscito più di una volta a pescare notizie e informazioni di
estremo interesse per il Ducato.
“Signori!” prese a dire il Vimercati “Come vi ho anticipato per lettera, una sommossa di
popolo sarebbe in preparazione qui a Milano. La fonte è riservata. Mi basterà dire che la
notizia proviene dai servizi segreti veneziani che, è inutile sottolinearlo, sono al momento i
meglio organizzati e informati del mondo. A loro non sfugge mai nulla. Ho avuto dalla stessa

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fonte notizie dettagliate sui delitti di cui sono stati vittime Roberto, figlio del qui presente
Segretario di Stato, cui ho riferito subito non appena informato, e un certo fra Carmelo,
domenicano del Convento di Santa Maria delle Grazie, con una dovizia di particolari e di
dettagli che so essere noti solo a pochissimi qui a Milano.
Le mie fonti veneziane giudicano la faccenda seria. Si tratterebbe di un tentativo di
destabilizzare il governo ducale con obbiettivi di cui vi parlerò dopo. Chi sia la testa pensante
che ha progettato e dirige l'intera operazione non sono riuscito a saperlo, ma a Venezia lo
sanno, e anche a Roma lo sanno, e tutti ne sarebbero molto allarmati.
Ho inoltre saputo che la vicenda sarebbe iniziata nel luglio scorso, in una villa nei pressi di
Fiesole, ove si sarebbero dati convegno una decina di persone. È lì che sarebbe stato steso il
disegno dell'operazione; successivamente sarebbero stati assoldati alcuni agenti per condurre
in porto le prime fasi di organizzazione del lavoro. Le finalità mi risultano poco chiare: sembra
si miri a un governo provvisorio apparentemente teocratico, che dovrebbe poi approdare a un
governo apertamente filofrancese.”
“Ti ripeto qui la domanda che ti ho già fatto quando ci siamo visti subito dopo il tuo
arrivo: perché i Veneziani hanno fatto filtrare la notizia?” domandò secco Bartolomeo.
“Ti ho già risposto. Io credo di aver avuto la notizia senza secondi fini, solo perché pago le
notizie. Tu Bartolomeo non ci credi, e insisti nel ritenere che la notizia ci è stata passata di
proposito, perché loro non vedrebbero di buon occhio l'espansione francese in Italia, o per altre
ragioni che io non riesco a immaginare. Sempre secondo le mie fonti, vi sarebbero inoltre
diverse e precise ragioni che pure ignoro, a fondamento delle preoccupazioni di Roma.”
“Ma che speranze hanno di riuscire nella sommossa?” chiese Gallerani.
“Ma non l'hai ancora capito?” quasi gli ringhiò addosso il Segretario di Stato” Ma quale
sommossa? La sommossa è la scusa. È la campana che suona l'ora dell'infamia e del
tradimento, che si consumerà dentro il Castello, non fuori! Chi c'era a Fiesole quel giorno?
Quanta è lunga la lista di coloro che qui a Milano stanno aspettando l'inizio della sommossa
per agire? Sei sicuro che basti un libro intero per contenere l'elenco dei loro nomi?”
“Il mio cervello mi dice che tu non puoi non avere ragione, ma il mio spirito, la mia anima,
si rifiuta di credere che il danaro abbia il potere di corrompere le coscienze sino al punto da far
loro tradire la patria.” disse solenne e serissimo Landriani, guardando Bartolomeo fisso in viso.
“E qui ti sbagli di grosso ! Non è il danaro il corruttore principe delle coscienze. È
l'ambizione, esasperata dalla mediocrità, che genera questi comportamenti ignobili!” ringhiò
Calco e proseguì:
“Questa è una banda di mediocri furbacchioni, cui danno ascolto tanti ambiziosi e
presuntuosi cretini! Non li conosco e non li ho mai visti, ma è come se fossi sempre vissuto in
mezzo a loro, è come se avessi sempre ascoltato i loro discorsi, conosciuto i loro piani. La loro
forza sono la nostra indecisione, le nostre rivalità e le nostre divisioni. Sono in altri termini il
materializzarsi dei nostri difetti, il coagularsi delle nostre miserie, l'estrinsecarsi di quanto di
più negativo c'è in noi stessi. È lo scontro tra noi e la nostra stessa pochezza!”
“Ti ho ascoltato con paura e sgomento” disse scandendo le parole Matteo “Ma ora che si
fa? Non credo che basti parlare di mediocri e di cretini per esorcizzare il pericolo e risolvere i
nostri problemi.”
“Amici, ascoltatemi, faccio il Segretario di Stato da anni, e ho acquisito ormai alcune verità,
alcuni principi, che credo siano l'essenza di questo mestiere. In primo luogo bisogna sempre
diffidare di tutti e di tutto, ma soprattutto dei cretini ambiziosi. Poi, e qui concordo
pienamente con Matteo, bisogna badare ai fatti, che sono testardi, sono sempre lì, davanti a
noi, anche se cerchiamo di ignorarli, a condizionare il nostro presente e il nostro futuro. Ai fatti
occorre sempre opporre fatti!

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Oggi il Ducato di Milano è lo stato più ricco al di qua delle Alpi, dentro la regione più ricca
d'Europa, forse del mondo. La nostra economia è anche la più equilibrata, poiché siamo forti in
agricoltura, industria, commerci e finanza. Ma se siamo un gigante economico, siamo anche un
nano politico e militare ! Il sovrano, che tutti si ostinano a considerare l'erede legittimo, è un
ragazzino imbelle, debole e malato, che appunto per queste sue caratteristiche tutti i nostri
nemici vorrebbero che governasse. Chi governa è invece lo zio suo tutore, il nostro duca
Ludovico, che ha gran testa e tanto coraggio, e che quindi tutti i nostri nemici vorrebbero
naturalmente colpire e allontanare dal governo dello Stato, avendo essi correttamente indivi-
duato nella sua intelligenza e nella sua forza d'animo i principali ostacoli che si frappongono
all’attuazione dei loro perversi disegni.”
“È la solita infame regola della lotta politica: cercare sempre di promuovere gli incapaci a
danno di quelli che hanno cervello e carattere, per poter sempre meglio dominare!” interruppe
Gallerani guardandosi intorno.
“Lasciami parlare, dannazione! A questo punto dell'analisi è opportuno domandarsi se sia
possibile una politica che preservi la nostra indipendenza, al di fuori di una difficile opera di
mediazione e equilibrio tra i vari stati.
Quale sarebbero la forza e la prosperità nostre se venisse meno la nostra indipendenza?
Quale reale libertà di traffici e di commercio vi potrebbe essere senza autentica indipendenza?
L'unica vera possibile alternativa alla politica sinora seguita sarebbe una politica tutta
interna alla logica della nazione italiana. Sarebbe la costruzione di una federazione di stati,
attorno all'asse Milano - Firenze. Tutti sappiamo che sarebbe un'idea splendida, se non vi fosse
l'ostacolo della politica gretta e cieca di Venezia. Una federazione, tu Landriani non hai certo
bisogno di esserne convinto, tra noi, Firenze e Venezia, darebbe luogo a uno stato senza eguali
al mondo, capace di eccellere in tutto, come ebbero a intuire Francesco Sforza e Cosimo de
Medici quarant'anni fa. Mancano tuttavia a Venezia, perché a Milano e a Firenze tuttora vi
sarebbero, gli uomini che abbiano la furbizia somma di cessare di essere furbi, un'intelligenza
così acuta da perseguire un programma politico apparentemente così ingenuo, una cultura
politica così aperta da apparire quasi ignoranza delle cose del mondo. Manca il volo della
fantasia, il prevalere della forza della ragione e della creatività dello spirito sul gretto, pigro e
miope egoismo bottegaio, che impedisce alla mente di vedere oltre il proprio naso.
Quanto alla politica cosiddetta filofrancese, che alcuni propugnano apertamente e tanti
altri, sotto sotto, vorrebbero che io attuassi, ebbene trattasi di non politica, dato lo squilibrio
strategico esistente. Tanto varrebbe mettersi tutti nudi avanti al re di Francia, e invitarlo a
accomodarsi, senza nemmeno porsi una mano avanti e una dietro, se lor signori mi
permettono un linguaggio che in altro luogo non mi permetterei di usare.
Se far politica vuol dire cercare attivamente e concretamente di decidere al meglio del
proprio destino, ebbene tanto vale dire subito apertis verbis che il nostro destino lo
deciderebbe il re di Francia. Questo Stato diverrebbe una regione francese sotto ogni profilo
con tutti gli svantaggi e senza alcuno dei vantaggi conseguenti, e dovremmo comunque
smetterla di parlare del Ducato di Milano, perchè in realtà questo stato cesserebbe di esistere.
L'intervento francese a mio avviso deve essere solo da noi minacciato e utilizzato ai nostri
fini, deve essere uno dei bastoni della nostra politica, cui dobbiamo però affiancare la carota
della pace e del libero scambio. È in definitiva solo uno degli elementi della politica di
equilibrio che stiamo perseguendo dalla pace di Lodi in poi.
Dobbiamo stare molto attenti a possibili anche se improbabili mutamenti della politica di
Venezia, che mi sembra condizionare la nostra oggi più di ieri. È per questo motivo, caro
Vimercati, che ascolto con interesse ma anche con sospetto queste voci che il governo vene-
ziano lascia filtrare su fatti veri o presunti di casa nostra.
Quanto a questi banchieri genovesi, non fatemi dire quello che penso!

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Sono capaci di spiegarci dopo quello che conveniva a loro che noi facessimo prima, se nella
loro miopia politica e economica lo avessero saputo e capito allora e non ora.
Teste dure, sempre in ritardo sui tempi, sempre ciecamente ferme e ancorate a una realtà
che non esiste più, a idee defunte da generazioni, attivissime a combattere ombre di nemici già
scomparsi da tempo, e totalmente ignare delle reali forze che muovono oggi il mondo.
Sono capaci unicamente di rivestire di cifre una sola banale verità: le loro idee altro non
sono che il riflesso ottuso dei loro crediti e della loro paura di perderli, povere idee figlie
degeneri delle mire e dei desideri dei loro padroni, che sono poi i governi o le istituzioni che
debbono loro del danaro.
Sarebbe filofrancese la politica che ci viene “suggerita”, se questi banchieri non avessero
oggi in Francia la più parte dei loro crediti?
Sarebbero ancora filofrancesi se costoro, nel loro infantilismo cerebrale, non pensassero alla
Corona di Francia come alla forza capace di imporre un ordine nuovo, una specie di invincibile
spada ergentesi, nel loro vaneggiare, a tutela dell'impresa bancaria e che risolva come per
magia i loro problemi e che quindi faccia inaspettatamente e miracolosamente prosperare i loro
affari? Ma in che mondo vivono costoro? Ma non si rendono conto questi omuncoli
presuntuosi e poveri di spirito che non esiste per loro alcuna reale prospettiva di profitto senza
indipendenza e autonoma forza politica?
La Storia non è riuscita a insegnare loro nulla. Ignorano totalmente la lezione impartita
dalle disavventure in terra d'Inghilterra di altri banchieri italiani nel secolo scorso, ciò che
insegna il fallimento dei Bardi e degl'altri.
Oppure, è una mia ipotesi che qui vi sottopongo, questo pervicace misterioso
innamoramento francese, nasconde forse solo e soltanto la squallida speranza dei nostri
banchieri di vendersi il Ducato per un piatto di lenticchie, il Ducato contro il rinvio del loro
fallimento?
I Francesi hanno forse già deciso di fare come a suo tempo fecero gli Inglesi, e cioè di non
pagare più i loro debiti?
Per quanto mi riguarda personalmente, ho perso un figlio che mi era carissimo, in
circostanze poco chiare e che spero saranno chiarite. Non vorrei che il rapimento di mio figlio
avesse a che fare con una nostra politica “non sufficientemente filofrancese”.
Non voglio fare l'eroe, perchè non ne ho la vocazione, ma sono arrivato alla mia ormai non
più giovane età pensando e ragionando con la mia testa e non con quella degli altri, e non vedo
alcun motivo per cambiare il mio metodo di lavoro. Così lavorando, credo di essermi tolte più
soddisfazioni di quelle che mi spettassero. Sono pertanto in credito con la vita, a parte la
vicenda di mio figlio, e non ho alcuna intenzione di svendere questo mio credito in cambio di
non so che cosa e comunque venendo meno alle mie convinzioni e ai miei principi. Sono
affezionato a questo mio modo di vivere libero e non condizionato da alcuno. Il duca
Ludovico, che è il responsabile politico ultimo di questo stato, può sempre sostituirmi in ogni
momento, solo che lo voglia. Se non mi sostituisce, è perché credo condivida il mio operato.
Ebbene, miei cari amici, io ritengo fermamente e senza riserve che una politica estera
ciecamente e ottusamente filofrancese sarebbe contraria ai fondamentali interessi di questo
stato, e non ci sono desideri o imposizioni di banchieri genovesi o di altro paese che possano in
alcun modo modificare questa mia convinzione, né col sopruso, né col ricatto, né soprattutto
col delitto!”
“Ma che stai mai dicendo?” intervenne subito il Landriani, acceso in viso.
“So bene quello che dico!” ribatté secco Bartolomeo Calco.
“Ma non abbiamo inviato il capo dei nostri “servizi” a Firenze per raccogliere
informazioni? Attendiamo il suo ritorno, prima di trarre conclusioni forse premature, teniamo
l'esercito in allarme, e affrettiamoci a negoziare il prestito. Homo sine pecunia imago mortis,

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figuriamoci un governo! Ho ricevuto ordine di contattare i Genovesi, ma, date le circostanze,
potremmo anche cambiare cavallo, per vedere se il risultato non abbia a mutare in meglio.”
disse tutto in un fiato Matteo Castelluccio.
“Sono buon ultimo, a quel che sento, a rendermi conto di ciò che sta accadendo!”
intervenne Gallerani “Anche se poco informato, ho il dovere di dirvi con franchezza che ciò
che ho qui udito mi lascia perplesso, non mi convince. Da che mondo è mondo, la politica è
lotta, è intrigo, tradimento, delitto. Credo che ognuno di voi lo sappia bene! Che c'è qui di
nuovo rispetto a ciò che è sempre stato? Alcuni delitti, e chiedo scusa all'amico Calco per come
mi esprimo, quattro frati, una masnada di banchieri, anche qualche notaio, a quanto mi
risulterebbe, non credo che cambino poi molto i termini della questione della sicurezza dello
Stato.
Oppure c'è dell'altro? Se lo Stato è efficiente, se la percentuale di traditori, di vigliacchi, di
infiltrati, di inetti, di opportunisti, rientra nella normalità, è in altri termini quella consueta e
pertanto modesta, orbene io credo che i problemi che lo Stato deve affrontare siano i soliti,
quelli di sempre. Non vedo particolari situazioni di emergenza. Se invece siete fortemente
preoccupati, come in effetti siete, se ne discutete a questo livello, se qualcuno di voi dubita,
allora la faccenda può essere diversa, più seria di come a me appare attualmente. Potrebbe
allora davvero aver ragione Calco, che paventa un colpo di stato, innescato da una sommossa
di popolo.
Io non sono un politico di professione. Sono, come dire, una sorta di parente del Duca, ma,
voi lo sapete bene, sono anche un buon amico di Ludovico. In politica, è questa una tesi sua,
vale la ragione, l'astuzia, la forza, ma vale soprattutto una capacità teatrale, che è l’essenza
stessa dell'arte del politico, una sorte di dote ipnotica. Come l'attore sul palcoscenico riesce a
trascinare il pubblico al pianto o al riso, così il politico di razza riesce a radicare nell'animo
degli avversari e delle masse di coloro che assistono da spettatori esterni alla lotta politica,
l'idea della ineluttabilità degli eventi che egli annuncia o preannuncia.
Tanto più tutti si convincono, sono come trascinati o ipnotizzati sino a raggiungere questa
convinzione, tanto maggiore sarà il potere che il politico è riuscito a conquistare.
In altri termini, il potere è un concetto vuoto, di per sé non esiste, così come non esiste
nella meccanica che tanto piace al nostro Leonardo una forza isolata, sola nello spazio, senza
una forza uguale e contraria che le si opponga.
Il potere esiste solo se c'è obbedienza, e non c'è obbedienza senza volontà di obbedire. Non
è la forza o la prepotenza che da il potere! È il diffondersi dell'idea dell'inutilità a opporsi, o, se
volete, dell'utilità a obbedire che genera il potere!
Questo è a mio avviso il punto centrale della questione, ed è anche il punto ove ritrovo
tutte le mie perplessità: siamo davvero dinanzi a una situazione ove la maggioranza dei
sudditi di questo stato si prepara a accodarsi al cavallo del presunto vincitore, come credo
ritenga l'amico Bartolomeo?
Chi è e dov'è questo presunto vincitore?”
“Ci è stato sinora negato il sommo piacere di conoscerlo!” rispose ironico il Landriani.
“Se ben riflettiamo, ciò conta poco.” riprese pronto il Gallerani “Potrebbe esserci, miei cari
amici, un tessitore occulto che emerge dal nulla solo se è sicuro di poter vincere.”
“Ma non vi sono dubbi, è tutto così evidente fin dal primo momento, è esattamente il
nostro caso!” interruppe Calco quasi con stizza.
“Fatemi finire per cortesia, anche se sono lento e arrivo dopo di voi. Addirittura questo
tessitore potrebbe essere così astuto da non voler pretendere nemmeno di apparire lui il
vincitore! Potremmo anche essere per sempre privati del piacere di conoscerlo! Se l'obbiettivo è
quello di arrivare a un governo compiacente, un governo di burattini, non sono certo i
burattini che mancano o che contano, ma il burattinaio. Cerchiamo di capire questo burattinaio

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che cosa vuole, perchè per quanto mi riguarda non l'ho ancora capito. Altra faccenda da
chiarire sono i rapporti tra costui e la Chiesa.”
“Su quest'ultimo aspetto sto cominciando a capire.” intervenne lentamente il Landriani con
la sua voce lievemente nasale. “Si vuole un governo che governi per conto d'altri, tanto per
cominciare, e quindi non questo governo. All'ombra della tonaca dei nostri ardimentosi
fraticelli, dietro il dito del loro verboso rigore morale, sull'onda della paura suscitata dal
prossimo arrivo dell'Anticristo, che a sentire in particolare fra Savonarola sarebbe evento
ormai imminente, quelli di Fiesole pensano soprattutto ai loro affari, e questo, non credo di
sbagliarmi, è un fatto certo. Poi vi dovrebbero essere i militari, nostri ben s'intende, anche se
per ora non li abbiamo né visti né intravisti. C'è sempre qualche condottiero od aspirante tale
che sogna la gloria, ma nel frattempo non disdegna la carriera. Aspira e cospira da mane a sera
per ottenere il comando, ma solo dell'esercito del vincitore, e lui ancora non ha chiare le idee su
chi sarà il vincitore, ed è per questo che aspetta a esporsi. Deve essere questo il motivo primo
per cui fanno tutte queste riunioni in gran segreto: in questo modo non sono costretti a rivelare
da che parte intendono schierarsi, anche perchè ancora debbono deciderlo.
La Chiesa potrebbe essere allarmata per un motivo che mi è venuto in mente solo ora,
parlando con voi. È l'eventualità di uno scisma che allarma la Chiesa ? Riflettiamoci bene: come
può essere questo nuovo governo teocratico contemporaneamente contro il Papa e ubbidire al
Papa? Contro il Borgia e ubbidire al Borgia? Questo governo deve andare di pari passo con
una chiesa a lui non ostile, e pertanto svincolata da Roma, che ubbidisca al nuovo principe, che
lo sostenga, che sia funzionale al suo potere. A Roma, ove occorre ricordare che non mancano
né cervelli sottili né esperienze millenarie, dovrebbero averlo capito subito! Questo gran
parlare contro la corte papale, questa logorroica esaltazione della necessità del ritorno alla
purezza originaria del Vangelo, appunto perchè sottende interessi politici e non spirituali, non
può che tradursi in una chiesa indipendente da Roma.
E infine il mio parere sul burattinaio. Mi sembra di comprendere che vi siano tutti gli
ingredienti per fare la sommossa e conquistare il potere, salvo uno. Se vedo correttamente la
situazione, mi sembra di notare l'assenza della forza politica e militare che dall'esterno del
nostro stato dovrebbe appoggiare l'operazione, e presentare successivamente il conto al nuovo
governo e sottomettere il Ducato. Quanto ci ha raccontato Matteo farebbe supporre che i fili li
tirino dalla Francia. Ma è possibile anche un'altra ipotesi: quella di un burattinaio che
inizialmente agisca in proprio, per vendere poi la propria impresa a coloro che potrebbero
essere interessati, a esempio la Francia, che attualmente non ha alcun interesse a intervenire
per non creare squilibri e malintesi con altre potenze, quali gli Asburgo. Mi sembra finito il
tempo in cui era ipotizzabile la conquista di uno stato come il nostro unicamente contando le
proprie forze, e non anche quelle degl'altri.”
“Caro Landriani, su quest'ultimo punto a mio avviso ti sbagli! L'analisi che hai svolto è
corretta, sono le conclusioni che non condivido. La situazione che stiamo vivendo è pericolosa,
come vi ho già detto prima, molto più pericolosa di quanto tu apparentemente pensi. Perchè
sono pessimista? Perchè noi tutti ignoriamo quanto vasta sia la congiura. La trovata di
mantenere tutto segreto è il loro grande vantaggio: possono, sin tanto che non entrano in
azione, far credere essere vero tutto e il contrario di tutto! E, ripeto quanto ho già prima dichia-
rato, questo modo di agire ha un grosso potere di attrazione sui cervelli e sui caratteri deboli!”
disse Calco con maggior pacatezza, forse distacco.
“Ma che c'è di realmente nuovo in questa situazione? Non mi vorrai far credere, caro
Bartolomeo, che questa sia la prima società segreta che si pone l'obbiettivo di complicare la
nostra vita?” intervenne ancora il Gallerani.
“Sono il Segretario di Stato, ed ho il dovere di valutare i pericoli con la dovuta serietà.
Questo è, a mio avviso, un grosso pericolo! Verrei meno al mio dovere se accettassi di

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sottovalutarlo, ma anche il mio cervello, al di là del mio senso del dovere, mi impone di
mettervi in guardia!”
“A questo punto della discussione, ascoltate il vostro povero spenditore ducale, che vi
implora di dirgli che deve fare. Questo prestito lo volete o no? Devo provare ancora con i
Genovesi? Debbo sentire anche altri banchieri, oppure preferite attendere che maturino eventi
a noi più favorevoli? Quali sono le direttive che debbo seguire?”
La discussione divenne subito accesissima. Calco si batté a lungo difendendo la propria
tesi che finalmente venne chiaramente alla luce. Calco propugnava una politica di austerità per
tutte le spese correnti, il licenziamento degli svizzeri e il correlativo rafforzamento dell'esercito
di leva, una sorta di riedizione della gloriosa Lega Lombarda, molto meno costoso dell'attuale
esercito di mercenari ma soprattutto più affidabile, come continuò a sostenere per oltre due ore
di discussione.
Voleva inoltre la sospensione delle trattative per il nuovo prestito, da lui giudicato non
indispensabile, oltre che pericoloso, perchè metteva in piazza la debolezza politica e finanziaria
del Ducato.
Tutti gli furono contro. Alla fine prevalse la tesi di Landriani, che riteneva opportuno
proseguire nel tentativo di negoziare il prestito, a condizione che non fosse messa in
discussione l’indipendenza politica del Ducato e la sua politica estera, anche se nessuno ne
capiva bene le conseguenze politiche pratiche.
“È meglio affrontare i tempi duri con buone disponibilità liquide, piuttosto che in
bolletta!” fu la sua sintesi che concluse le discussioni, difficile da contestare nella sua totale
ovvietà.
Il tema dell'esercito di leva sarebbe stato affrontato direttamente in una apposita riunione,
alla presenza del duca Ludovico e di tutti i militari interessati, per meglio analizzarne e
discuterne tutte le implicazioni positive e negative, al momento di difficile valutazione.
Matteo avrebbe pertanto proseguito la trattativa con i Genovesi, senza aprirne altre
parallele, mentre Calco avrebbe riservatamente fatto sapere a Genova che un eventuale rifiuto
alla concessione del prestito sarebbe stato considerato “atto ostile” dal governo milanese, con
tutte le ovvie possibili conseguenze.
La riunione si sciolse stancamente. Calco non aveva più voglia di combattere, e aveva
finito per accettare per stanchezza le ambigue conclusioni di Landriani, che non concludevano
niente, poiché rinviavano praticamente a dopo le scelte di cui il governo ducale era
responsabile, e che sarebbe stato utile a suo avviso decidere subito.
Salutò tutti per primo, e uscì in strada. Il sole era ormai prossimo al tramonto, le strade
ancora affollate di cittadini che si affrettavano verso casa al termine della giornata di lavoro.
Svoltò verso la cattedrale, e poi ancora lateralmente, verso la chiesa di San Satiro. Bussò a un
portone, ove un servo lo introdusse in una stanza al primo piano zeppa di strani oggetti,
uccelli impagliati, astrolabi, volumi e carte sparse in un disordine che sempre non mancava di
sorprenderlo e di divertirlo.
Ambrogio Varese da Rosate lo attendeva seduto su di un curioso sgabello a tre gambe
basso e largo.
“Che i diavoli ti portino via con loro!” salutò beffardo Ambrogio “Ti sto aspettando da
ore!”
“Non è stata colpa mia. La riunione si è protratta oltre il pensabile.”
“Cerchiamo di sbrigarci! Dimmi che debbo fare per te di tanto urgente!”
“Voglio sapere che dicono gli astri, voglio sapere che c'è nel mio futuro, quale è il mio
destino, quali altre disgrazie dovrò sopportare prima di crepare!”
“Del tuo futuro abbiamo già parlato più volte. Ti ripeto che il tuo futuro è scritto, ma è
difficile da leggere, debbo studiare, debbo approfondire i vari temi, non posso risponderti così

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sui due piedi... sarei irresponsabile! Vedo un avvenire denso di sciagure per il nostro stato, l'ho
detto anche al Duca stamani, che stenta a crederlo perchè dubita della mia arte, o forse troppo
confida nella sua fortuna. Quanto a te, ti sento sfiduciato, come impaurito, direi pronto a
perdere, a accettare la sconfitta, che arriva sempre in queste circostanze.”
“Quanto tempo ti serve per darmi il tuo responso?”
“Rimani qui innanzi a me in silenzio. Cercherò di iniziare il lavoro e darti una prima
risposta. Questo è un anno difficile! Gli astri ti sono contro, ma io cercherò di aiutarti, a questo
servono gli amici. Cercherò di penetrare il segreto del tuo futuro, cercherò di capire te e i tuoi
problemi, e di vedere che cosa ti riserba il destino. Tu devi solo ascoltarmi in silenzio, rilassarti,
non pensare a nulla, aiutare il mio spirito a entrare nel tuo e a leggerlo come si legge un libro.
Non ostacolare questo mio indagare, questo mio rovistare dentro di te, dentro gli antri
della tua anima, della tua coscienza, della tua volontà e della tua memoria.
Occorre partire dai tuoi nemici, descriverli, analizzarli, capirli, interpretarli, e tentare di
vedere te di fronte a loro, come reagisci e come reagirai, quale sarà la tua voglia e la tua
capacità di combattere e di vincere. Ti vedo mal messo, ti scorgo in difesa, come rincantucciato
dentro te stesso, pronto solo a schivare colpi, non a colpire. Sembri aver rinunciato a
sorprendere gli avversari, impegnato solo a attendere il compiersi del tuo destino. Chi sono
questi nemici? Che vogliono da te? Dove hanno colpito e dove ti colpiranno?”
“Mi hanno rapito e ucciso un figlio! Che altro debbo aspettarmi?”
“Sei cieco di rabbia e di dolore per la scomparsa di tuo figlio, ma non mi hai risposto. Chi
sono questi nemici?”
“Sei tu l'astrologo, il grande astrologo di corte, il più famoso di tutti i veggenti. Sei tu che
devi dirmi chi sono i miei nemici, chi mi ha ucciso il figlio che mi era più caro!”
“Io so chi ha ucciso tuo figlio, e tu pure dovresti saperlo. Ti sono amico, e quindi cerco di
aiutarti. Non riacquisterai mai pace e serenità interiori, non ritroverai mai più la forza del tuo
intelletto, la lucidità che ti era propria se non parli, se non apri il tuo animo, la tua coscienza, se
non ti liberi di tutto il fiele che hai dentro!”
“Per mille diavoli, smettila di divagare e blaterare a vuoto, smettila di concionare sul nulla,
e sbrigati a leggerle queste stelle, se ci credi e se ne sei capace!”
“Caro Bartolomeo, nelle stelle, che sono fredde e lontane, sepolte laggiù negli abissi del
cielo, io leggo solo ciò che ho già in mente di leggere! Il sole dell'intelligenza illumina solo il
mondo beato delle idee, non questo nostro povero e effimero mondo delle apparenze, come
dice il nostro eccellentissimo Platone.
Che c'è di più apparente, cioè che pare essere ma potrebbe anche non essere, di ciò che noi
siamo?
Posso solo dirti ciò che tu appari essere a te stesso, se sono abbastanza bravo di capirlo,
descriverti l’immagine che tu stesso proietti ben addentro la mia coscienza.
Mai però avrei la sciocca presunzione di dirti chi tu veramente sei, o addirittura chi mai tu
in futuro diverrai!”
“Ma guardami negli occhi! Tu astrologo di corte come ci sei diventato? Al Duca, quando ti
chiede consigli o vaticini, tu che cosa gli racconti?”
“Vedo che continui a non capire. Nessuno, che non sia imbroglione patentato, potrebbe
mai predire il tuo futuro guardando il cielo e consultando le effemeridi, puntando un
astrolabio, o muovendo un pendolino. Queste sono cose ben più difficili e complesse di pochi
calcoli astronomici che chiunque potrebbe fare se opportunamente istruito. E smettila di ridere,
che ti sto parlando da amico!”
“E il più potente e celebrato astrologo del mondo cristiano, illustrissimo e chiarissimo
titolare “lecturae Almansoris” presso il famosissimo e celebratissimo ateneo patavino, in un

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momento di particolare inspiegabile debolezza, confessò al suo più caro amico che predire il
futuro è impossibile. E tu mi chiedi di non ridere?”
“Non ho confessato niente, né mai confesserò alcunché di simile. Il futuro non è scritto
sulla pietra! Non è il prodotto automatico e meccanico dell'influenza di un pianeta congiuntosi
con un altro al momento della tua nascita o del tuo concepimento, e così via proseguendo e
saltando tra le varie case della zodiaco, come gli sprovveduti possono essere indotti a credere.
È il risultato di più forze che componendosi determinano il corso della tua vita. Quali sono
queste forze?
L'influenza degl'astri, che ha plasmato dalla nascita il tuo carattere; il vigore della tua
volontà e la scintilla della tua intelligenza, che determinano insieme alla fortuna i risultati del
tuo operare, sempre comunque condizionati dall'azione dei tuoi stessi simili, che ti limita o ti
favorisce, secondo l'altalena del caso.
Che fa l'astrologo? Pesa, secondo la potenza della propria arte e lo scrupolo dettatogli dalla
coscienza, i vari elementi che determinano il tuo destino, e cerca di leggere la labile traccia che
segna il percorso futuro della tua vita.”
“Non riesco a stanarti! Te ne stai chiuso dentro il ben munito castello delle tue parole vuote
e ridicole, senza mostrare volontà alcuna di abbassare il ponte levatoio, e vuoi lasciare a me
intera l'angoscia del futuro.”
“Te la lascio intera perchè tu non vuoi che io ti aiuti, perchè vuoi tenerti intera la libertà di
credere o di rifiutare il futuro che io ti predirò! Sono un astrologo, non un mago. Un povero
astrologo dotato solo della sua arte. Se non guarisco prima l'ansia che ti domina, come potrei
leggere il tuo futuro?”
“Potrei essere quello che sono senza quest'ansia? Ci vivo insieme da quando faccio questo
maledetto e bellissimo mestiere, è così evidente che è inutile parlarne ancora. L'ansia è un dato
del problema, è un pezzo di me stesso. Mi vuoi togliere l'ansia per placarmi, per evirarmi, per
rendermi diverso da quel che sono e che ho il dovere di essere?”
“Non drammatizzare! Voglio solo fare l'astrologo, come mi hai chiesto di fare, seguendo
l'insegnamento sapiente di tutti i maestri. Ben è vero che sostituire l'autorità dei maestri a
quella sempre sovrana delle proprie convinzioni, o viceversa, non muta di un solo millesimo la
natura del problema, perchè non accresce o diminuisce il contenuto di verità o di bugia di ciò
che facciamo. O ci credi o non ci credi!”
“Questo, caro Ambrogio, è un tuo problema! Il mio è un altro. Sono qui da te non per
liberarmi dalla mia angoscia o per portare altri allori o riconoscimenti alla tua bravura. Se vuoi,
te ne do tanti ben volentieri, da amico, senza pretendere nulla in cambio. Sono qui perchè tu mi
dica tutto ciò che sai su quanto sta accadendo, su ciò che tu pensi che accadrà a me in
particolare, ed a tutti quanti gli altri in generale.
Te lo chiedo, ripeto, da amico a amico.
Guarda nelle stelle, nelle coscienze, ovunque tu voglia guardare, senza trascurare di
guardare anche negli angolini della tua memoria. In conclusione, questo ponte levatoio lo
vogliamo abbassare o no?”
“Chi garantisce della mia incolumità?”
“Ah! Vedo finalmente che il ponte si sta abbassando. È la mia amicizia che garantisce!
Credo che possa bastare.”
“Che vuoi sapere?”
“Te l'ho già detto. Chi ha ucciso mio figlio e perchè. Che stanno ora preparando sul mio
conto e perchè. Quale è il disegno e chi tira le fila. A farla breve, mio caro Ambrogio, voglio un
oroscopo completo, fatto senza parsimonia!”
“Proprio tutto fuorché un oroscopo! Da me ti aspetti una confessione od una delazione? Sai
che credevo davvero che tu volessi da me un oroscopo?”

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“Cominciamo da mio figlio e non perdiamo altro tempo. Che è accaduto?”
“Tuo figlio è morto per causa tua, per la tua testardaggine, per la durezza con la quale
sostieni le tue idee. Volevano solo ricattarti, a quanto ne so, e Roberto gli è morto tra le mani.”
“Volevano chi?”
“È una setta, una compagnia segreta. Tra loro nemmeno si conoscono. Però sono tanti,
tantissimi, e hanno le mani molto lunghe, arrivano dappertutto.”
“Che stanno preparando ora sul mio conto?”
“Credo che ti vogliano allontanare dal governo. È questo quello che vogliono.”
“Non mi hai fatto nomi. Voglio almeno tre nomi, i nomi dei capi!”
“Ho paura a far nomi. E poi, con te sarò sincero, ho giurato col sangue che... che avrei
mantenuto il segreto... non posso parlare. I capi poi non li conosco.”
“Rispondimi sì oppure no! Landriani è della partita?”
“No! Landriani, a quel che so, è contro. È dall'altra parte! Tu lo dovresti sapere bene
meglio di tutti quanti!”
“E tu come ci sei entrato nel giro? Perchè?”
“Mi hanno avvicinato! Mi hanno fatto promesse. Avrei avuto fama, gloria e danaro. E,
capiscimi, ho avuto tutto quanto mi era stato promesso.
Ero un nessuno.
Oggi sono l'astrologo più famoso del mondo e il professore più pagato dell'università di
Pavia, con allievi che vengono da tutta Europa. Capisci il mio stato d'animo?”
“Chi ti ha avvicinato?”
“Ho giurato di non dirlo!”
“Chi ti ha avvicinato? Fuori il nome, o sei comunque morto, perchè ti denuncio!”
“Un poeta. Il poeta di corte. Bernardo Bellincioni.”
“E come hai potuto far credito a questo grandissimo fregnone?”
“Mi ha fatto delle promesse, l'incarico di astrologo di corte, la cattedra a Pavia, la fama, la
ricchezza. Sulle prime non ho creduto. Poi ho dovuto ricredermi. Ti ripeto che hanno
mantenuto le promesse. Sono fortissimi, arrivano dappertutto!”
“E quali erano le contropartite? Quali sono stati gli impegni che hai dovuto prendere?”
“Nessun impegno, te lo giuro!”
“Ma mi hai preso per babbeo? Quali sono stati questi impegni?”
“Non sempre, solo qualche volta, quando me lo avrebbero segnalato, avrei... avrei dovuto
fare oroscopi..., come dire, un po’ mirati. Ma ora che fai? Perchè ridi?”
“Rido perchè penso al duca Ludovico, che consulta il suo astrologo anche per decidere se
andare o non andare a caccia. E gli amici della compagnia della buona morte hanno catturato
l'astrologo perchè gli oroscopi siano quelli giusti, quelli che a loro interessano. Niente male
come idea. E tu, grandissimo astrologo, riesci ancora a guardarti allo specchio senza
disprezzarti nel più profondo dell'anima o riderne a crepapelle ?”
“Mi disprezzi perchè non capisci che cosa ha significato per me questa avventura.”
“Guardami ora bene in faccia! Quale era la “segnalazione” che riguardava il mio oroscopo?
Chi te l'ha data?”
“Bellincioni, sempre lui. Chi ti presenta è quello che tiene i contatti. Praticamente è l'unico
che conosci di tutta la compagnia. Quanto a te, avrei dovuto spaventarti, predirti un futuro
nerissimo, suggerirti di mollare.”
“E non ti vergogni? Vendere l'amicizia per quattro soldi, come Giuda, e farti catturare e
sfruttare da una banda di fregnoni! Ti rendi conto di quante beffe si sono fatti costoro alle
spalle tue, del Duca e mie e di tutti quelli che li hanno presi sul serio?”
“Non mi rovinare! Se il duca Ludovico lo viene a sapere ho finito di campare.”

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“Credo proprio che non vi siano dubbi. Ti fa prima mangiare le palle dai suoi cani all'uopo
specializzati, come tu hai già visto fare con la dovuta ferocia e perizia in altre occasioni, e poi
inventerà qualche altro divertente servizietto del genere. Ma certamente non ti fa crepare
subito, ti fa durare per qualche settimana! E questo non è uno dei tuoi oroscopi, è come se fosse
descrizione di cosa fatta!”
“Di nuovo ti chiedo, ti imploro, di non rovinarmi. Sono nelle tue mani!”
“Si, mio caro amico, sei proprio nelle mie mani! Prendi buona nota che un notaio fidato,
fuori dal giro della tua compagnia, avrà tra un ora nel suo archivio un documento con data
certa che ti accusa di ogni malefatta. Se sparisci tu, perchè te ne scappi, o sparisco io, come è
successo a mio figlio, questo documento compare sul tavolo del duca Ludovico, e tu sei uomo
morto! Ti chiedo per il momento soltanto questo: rimanere al tuo posto, e tacere con tutti, salvo
che con me, ben si intende! Mi farai un altro oroscopo tra qualche giorno, perchè questo non è
riuscito bene, mi sembra incompleto. Cerca in ogni caso di non tradirti con i tuoi amici. Spero
che ti sia evidente che saranno loro a ucciderti, se trapela qualcosa. Ben prima del duca
Ludovico!”

100
capitolo nono

La lunga fila di muli carichi di merce si snodava lenta lungo i tornanti stretti e sassosi della
Via Bolognese, tra boschi fittissimi, verdi d'erbe e di foglie, risalendo un Appennino ormai
quasi interamente sgombro di neve.
Rade parole degli uomini della carovana risuonavano tra il rumore degli zoccoli degli
animali e quello delle pietre smosse dal loro passaggio, che a volte per brevi tratti rotolavano a
valle. Urla e imprecazioni rivolte ai muli che troppo spesso indugiavano a brucare qualche filo
di erba tenera appena spuntata, rallentando la marcia di tutti.
Il tempo era incerto e l'aria raffrescata da folate di vento di tramontana che rendevano un
poco più erta la salita.
Immerso in pensieri lontani, come di consueto durante i suoi viaggi, Ambrogio Casati
procedeva ondeggiando sulla sua mula. Aveva accompagnato a Firenze Giuseppe Milani, capo
dei “servizi” dello stato milanese, e lo aveva “coperto” per tutta la durata della sua missione. E
ora, dopo dieci giorni di soggiorno a Firenze, riportava a Milano una storia ambigua, piena di
ombre e di vuoti, con poche notizie e ancor meno fatti, ricca solo di voci incredibili e
contraddittorie.
Così incredibili, ragionava Casati, da sembrare quasi confezionate su misura apposta per
loro, venuti in gran segreto da Milano proprio per raccogliere informazioni.
Milani aveva setacciato sotto i suoi occhi, aiutato dagli agenti ducali residenti a Firenze,
tutti i possibili informatori, senza risultati concreti per i primi nove giorni della missione. Poi,
improvvisamente, alla vigilia della partenza, mentre cenavano in un'osteria di Calimala piena
di avventori vocianti, ove avevano finito di trattare l'ultima partita di merce, bellissime pezze
di damasco originale di Siria che Casati intendeva rivendere a certi suoi clienti di Bamberga,
era arrivata la soffiata.
Tra i commensali si era fatto largo un misterioso viandante, che chinatosi all'orecchio di
Casati, il viso coperto da una sciarpa, lo aveva invitato a recarsi l'indomani in Santa Maria
Novella, di buon mattino, a confessarsi nel primo confessionale sulla destra entrando.
Là recatosi in compagnia del Milani, inginocchiatosi senza poter vedere in viso colui che lo
attendeva, aveva ascoltato una voce che con accento toscano aveva iniziato a raccontare di
alcuni anonimi e autorevoli membri dell'Arte di Calimala e della loro iniziativa di fondare una
associazione segreta, una vera confraternita di sangue, ove ciascun socio conosceva solo colui
che lo aveva iniziato e solo coloro, non più di tre, che aveva lui stesso iniziato.
“Riferisci a chi ti ha mandato” aveva sussurrato la voce “che la Santa Confraternita
Fiesolana nulla ha a che fare con le trame che si stanno tessendo a Milano! Scopo della Con-
fraternita è il Bene di tutti, l'Amore per i poveri, la Fratellanza Universale, la promozione del
Culto del Verbo del Signore! Tutti i fratelli milanesi, ma non solo loro, tutti indistintamente, e
sono così tanti che nessuno può immaginare quanti siano e quanto capillarmente diffusi in
tutto il mondo, sono profondamente indignati per le voci calunniose che si vogliono ad arte
diffondere sul loro conto e soprattutto sul conto della Confraternita. Riferisci a chi di dovere di
ricercare il bandolo delle trame criminose soprattutto in casa propria, a Milano, prima di
perdere tempo cercando altrove. Si esamini per bene ciò che stanno tramando Bartolomeo
Calco e i suoi amici, e tutto apparirà più chiaro!”
E il convegno di Fiesole? Niente, solo una riunione tra fratelli, un normale convegno come
tanti altri, ove si era discusso di normali problemi interni della Confraternita.

101
E la temuta sommossa di Milano? La Confraternita era totalmente estranea sia alla
diffusione delle voci che alla sua preparazione, opera di agenti provocatori in contatto con
elementi fedifraghi del governo ducale.
E i frati? Nulla di particolarmente pericoloso. I frati badavano a fare i frati. Anche Lorenzo
de Medici aveva accordato il suo permesso al rientro a Firenze di fra Savonarola, ben più
vivace dei fraticelli delle Grazie, e quindi perchè preoccuparsi?
E i delitti? L'informatissimo interlocutore di Casati ebbe anche qui la risposta pronta. Con
tanta gente che muore di morte violenta, non era proprio il caso di concedere particolare
attenzione a tre delitti spiegabilissimi senza troppe fantasie politiche: donne, danaro,
appropriazioni indebite et similia.
Sul delitto Calco pesava poi fastidiosamente la contorta personalità del padre del morto,
persona fantasiosa e vendicativa, ormai arteriosclerotica, che il duca Ludovico aveva da tempo
deciso di allontanare dal governo : a farla breve, un uomo finito che non si rassegna ad
accettare il suo destino.
Ma allora tutta una montatura? Non esattamente. C'erano i depositi clandestini d'armi, che
in luogo opportuno attendevano l'avvio della sommossa, e poi anche altro di cui non era il caso
di far cenno.
“Basta, abbiamo parlato anche troppo!"interruppe improvvisamente la voce misteriosa. E
Casati fece appena a tempo a intravedere la svolazzante tonaca bianca e nera di un domeni-
cano che di corsa lasciava la chiesa. Casati e Milani gli balzarono entrambi dietro, ma fuori di
chiesa incapparono inaspettatamente in una processione che stava transitando proprio in quel
momento. E il contatto ebbe il tempo di svanire tra la folla.
Ambrogio si scosse dai suoi pensieri e si volse cercando con lo sguardo il Milani. Lo scorse
a una svolta della strada, mentre arrancava a piedi accanto al suo mulo, tutto sudato e rosso in
volto.
Il dubbio balenò improvviso nella sua mente: e se Milani fosse anche lui della partita? E se
fosse lui il regista occulto della sceneggiata vissuta in Santa Maria Novella? E se fosse lui stesso
membro della famosa confraternita?
La memoria gli andò immediatamente alle altre voci raccolte direttamente dal Milani a
Firenze. Tra gli informatori, riferiva il Milani, circolavano voci sulla misteriosa confraternita
segreta e sull'identità di alcuni dei soci più autorevoli.
Nomi del tutto inverosimili quali Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, e altri
autorevolissimi membri dell'Accademia Platonica, oltre a quello ancora più incredibile di
Leonardo da Vinci.
Ma la voce più stupefacente attribuiva un ruolo non marginale nel vertice della
Confraternita allo stesso Lorenzo de Medici.
È possibile, si domandava Casati, che Lorenzo, nel mentre tranquillizza il Moro circa il
mantenimento leale degli accordi che i rispettivi avi avevano sottoscritto e che avevano
permesso di preservare la pace per tanti lunghi anni, non sia al corrente delle notizie che circo-
lano in Firenze, e pertanto non informi lui stesso il Moro? Delle due l'una: o Lorenzo e’
ammattito ed è parte attiva della vicenda, o chi mente è il Milani, che si sta inventando voci e
notizie per suoi oscuri fini.
Ambrogio Casati non era uno sprovveduto.
Ingegno pronto e vivace, astuto, con una vastissima esperienza d'uomo d'affari, di viaggi e
di commercio. Ma era anche un uomo colto, e non gli sfuggiva la contraddizione tra lo spirito
libero e critico, ad esempio, di un Giovanni Pico, e la prassi segreta e sostanzialmente
autoritaria, oligarchica, contraria agli ideali di libertà, di questo genere di confraternite.
Ingegni come lui e come Marsilio Ficino non potevano che preferire di gran lunga i dibattiti a

102
viso aperto, i confronti chiari e trasparenti, anche aspri, e per contro rifuggere dalle riunioni tra
incappucciati, ove chiunque può essere se stesso e il suo contrario, nello stesso momento.
Quanto a Leonardo, Casati aveva avuto modo di conoscerlo bene: la sua partecipazione
alla Confraternita era da escludersi nel modo più totale, per l'assoluta incompatibilità tra il suo
carattere e il suo spirito libero ed indipendente, e le regole maniacalmente esoteriche e
sostanzialmente ridicole della Confraternita, dietro le quali chiunque poteva intravedere, al di
là delle vuote affermazioni di principio riguardanti i nobili fini dell'organizzazione, solo e
soltanto l'astuta difesa di interessi particolari.
Leonardo, si disse Casati, non avrebbe mai potuto prendere sul serio le comiche liturgie di
queste congreghe.
Ma al di là di tutte queste considerazioni, ragionava sempre tra sé e sé il Casati,
rimanevano irrisolte alcune questioni di fondo.
A Firenze qualcuno era informato di fatti che stavano preoccupando il governo milanese,
e, faccenda ancora più sorprendente, costoro si erano preoccupati di far sapere di sapere. Non
solo. Si era voluto dare una completa e non equivoca informativa sulla Confraternita, sui suoi
scopi, sulla sua presunta estraneità ai fatti citati. E infine si era voluto dare corpo a sospetti
riguardanti la persona di Calco, evidentemente poco simpatico ai “fratelli”, per qualche motivo
che sfuggiva a Casati.
“Qui si vuol far sapere che si sa. Potrebbe trattarsi di qualcuno che ha la vocazione del
pompiere che appicca fuoco e poi si agita per essere chiamato a spegnerlo e acquisire così
meriti e crediti. Oppure qualcuno che vuole impressionare: far credere di essere informatissimi
quando si è solo informati. È la vecchia tecnica del commerciante un po’ magliaro, che cerca
sempre di dominare psicologicamente il cliente, per potergli meglio tirare il prezzo.
Il succo di tutto ciò è che questa faccenda mi piace sempre meno. Credo si tratti di qualcosa
che dovrebbe aver a che fare con la sopravvivenza o meno del nostro stato. Non credo che si
tratti delle iniziative di un'opera pia che aspira a gestire ospedali o processioni del Santo
Patrono.”
Sulla sua povera mula, sempre più faticosamente arrancante sull'erta salita, il Casati
rimuginava i suoi pensieri, sempre più scuro in volto, sempre più irritato con se stesso, sempre
più stufo, come mai lo era stato negli ultimi tempi, di una vita randagia piena di pericoli e di
disagi, cui ora si aggiungevano anche coinvolgimenti e preoccupazioni riguardanti questioni
certamente più grandi di lui.
A cinquant'anni, ricco e stimato, era ancora in giro per il mondo come all'inizio della sua
carriera, lontano da casa e dalla famiglia, esposto al rischio di grassazioni, rapine e violenze,
oltre al naturale disagio del viaggio, con tutti i soliti problemi della sosta notturna presso
locande di infimo ordine, quando quest'ultime erano disponibili, del riposo e del cibo sempre
precari, delle interperie. E così pensando volse lo sguardo a un gruppo di nuvoloni neri neri
che spinti dalla tramontana impetuosa stavano avanzando rapidamente da oltre il ciglio delle
montagne.
“Questa mia vita mi appare sempre più priva di senso. Tra poco verrà anche a piovere. Mi
ritrovo qui ancora una volta lungo questa strada di montagna, a più di tre giorni di cammino
da Bologna, e a più di otto da casa, con addosso tutta la responsabilità della carovana, degli
uomini e delle merci, con il rischio di trovarmi rapinato od accoltellato da un momento
all'altro, implicato in queste beghe politiche di cui ben poco mi importa e di cui ben poco riesco
a capire, dopo tutto il lavoro, il viaggiare e il commerciare che ho fatto.
Quante volte nella mia vita ho percorso questi tornanti, ho risalito queste valli, ho
attraversato in un senso o nell'altro questi boschi?
Tante volte da non riuscire nemmeno a ricordarlo. Non è forse arrivato per me il momento
del riposo, del ritiro a vita normale, del ritorno a ritmi quotidiani di vita più umani, meno

103
nevrotici e pazzi di quelli che sto ancora conducendo? Sono lontano dalla famiglia da circa un
mese, rischiando vita, salute, ricchezze. Non è il caso di fermarsi? Prendere atto che forse sto
sprecando il mio tempo, in tutti i sensi? Sono in questo momento utile a qualcuno che mi è
vicino? Sto forse dando contributi decisivi a qualche causa, nobile o meno nobile che essa sia,
che risulti di qualche sostanziale interesse per me o la mia famiglia? Salvare la patria, dicevano
i Romani, è degno di lode. Ma sto salvando la patria o la poltrona di Ludovico Sforza?
Ciò che di buono dovevo fare da vivo per me e per gli altri l'ho fatto. Sto vivendo dentro
una sorta di grande gioco che non conosco, sto forse giocando con la mia stessa vita oltre il
necessario. È probabilmente ora di tirare i remi in barca, di rinsavire, di tornare in me, di
ritrovare la mia reale dimensione di uomo modesto e comune!”
Fu a questo punto che si scosse dai suoi pensieri. Improvvisamente si accorse di Milani che
gli si era avvicinato, anzi gli era accanto. Con uno sforzo che gli costò una fatica notevolissima
riuscì quasi a sorridergli, una specie di smorfia, sollevando un angolo della bocca e
ammiccando con gli occhi.
“Ma caro Ambrogio, ancora non ti sei stancato di questa vita?”
“Taci, non me ne parlare. Stavo proprio rimuginando questi pensieri.”
“E dire che ne vedremo delle belle, nel prossimo futuro!” sorrise a mezza bocca il Milani.
“Ma che dici? Ti metti pure tu a fare l'astrologo?”
“No, nessuna concorrenza all'Ambrogio Rosate. Questo non è un vaticinio, è una
constatazione. È un futuro certo, perchè tutti i giochi sono ormai fatti. È un fatto annunciato,
sicuro, non è roba da indovini!”
“Milani, ti prego, non sprecare il tuo e il mio fiato, con tutta la strada che dobbiamo ancora
percorrere prima di trovare un tetto sotto il quale buttarci a terra e cercare di dormire. Parla un
po’ più chiaro, fa capire qualcosa anche a me. Che vuoi dire in concreto?”
“Vedi, mio caro Ambrogio, io ci credo alle storie che ci hanno raccontato a Firenze.
Piuttosto, parlando con grande franchezza e senza tanti giri di parole, tu entreresti nella
Confraternita segreta di cui ci hanno parlato?”
“È una proposta o è la richiesta di un consiglio? Francamente parlando, se fosse una
proposta sarebbe una proposta monca, che deve essere precisata meglio. Quali sarebbero le
contropartite, quali i vantaggi per chi entra in questo sodalizio? Ci sono sconti per chi va a
donne, ad esempio, oppure c'è dell'altro? È cosa seria o cosa tutta da ridere?”
Milani chinò il capo, impegnato a superare un passaggio del sentiero, all'interno di un
tornante, un po’ più erto di quello che all'esterno del tornante seguivano Casati e la sua mula.
Casati ridacchiò soddisfatto dentro di sé. “È vero, sono ormai stanco e sento avvicinarsi la
vecchiaia, ma non sono ancora rimbambito. Milani non se lo aspettava certamente che avessi
capito tutto o quasi.”
“Vedi, caro Ambrogio, io a questa Confraternita ci credo!”
“Tu, Milani, non credi un po’ a troppe cose? Col mestiere che fai tu non dovresti credere
nemmeno a te stesso, per principio!”
“No e poi no! È proprio il mestiere che faccio che mi porta a stringere rapporti con tutti, a
far patti anche col diavolo, e per fare questo ci vuole un po’ di fiducia nel prossimo, proprio il
contrario di quel che tu dici. Ci vuole una sorta di cordone etico che leghi tra loro tutti gli
uomini.”
“Non sarà per caso il danaro od il desiderio di far affari o far carriera questo cordone etico
di cui voi parlate?”
“Ambrogio, mi sembri un tantino troppo cinico, quasi con la civetteria di apparire cinico.
Io sono convinto che anche tu sei uomo che rispetta l'amicizia e gli ideali di fratellanza e di
solidarietà tra gli uomini.”

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“Milani, non farla troppo lunga! Vuoi sapere se entro nella tua famosa confraternita?
Ebbene, non ho ben capito quale sia il giro del fumo. Prima di entrare o non entrare, vorrei
capire bene con chi mi metto e perchè. È la prima regola che devi seguire quando sei in
commercio.”
“È presto detto, caro Ambrogio. Nello sfascio della società attuale, sfascio morale prima
che politico, crisi di ideali più che crisi economica, un gruppo di persone illuminate e altolocate
hanno deciso di unire le proprie forze, dedicare la propria influenza e il bene della propria
esperienza ad attuare un disegno di salvazione della società civile, volto a evitarle di
precipitare nel baratro in cui precipiterà ineluttabilmente senza questo intervento. È uno scopo
nobile, che io mi sentirei di condividere integralmente.”
“Vedi Milani, scusami, ma ne so come prima. E poi ho girato il mondo, e ho visto e
conosciuto da vicino così tante persone cosiddette illuminate e altolocate, da essere costretto a
concludere che il più illuminato e altolocato di tutti, l'unico in cui valga effettivamente la pena
di riporre piena fiducia, l'unico al quale rilascerei ampia delega in bianco fidandomi di ciò che
andrà a fare anche a nome mio, è un certo Ambrogio Casati da Milano. E ti confesserò che
talvolta mi capita anche di dubitare di lui! Il punto, caro il mio Milani, non è ciò che si dichiara
di voler fare, ma ciò che effettivamente si ha in animo di fare o addirittura si sta già facendo. È
l'idea della confederazione Firenze-Milano-Venezia che si vorrebbe?”
“Vedi, caro il mio Ambrogio, questo modo di trattare i problemi porta a banalizzare le
questioni, conduce fuori strada. La fratellanza universale, la solidarietà morale che lega
personalmente tra loro i membri della Confraternita, è in primo luogo comunanza di conoscen-
ze, messa in comune di informazioni. Hai mai riflettuto sul potere dell'informazione? Sulla
somma di vantaggi che derivano dall'essere minutamente informati su come evolvano, o
meglio, su come stanno per evolvere le vicende economiche e politiche di rilievo, e anche
quelle che sembrano di minor conto?”
“Tu Milani sai che sono in commercio da tanti anni. Come puoi dubitare del fatto che io
non sappia valutare appieno il valore di certe cose? Tutti sanno che il valore delle informazioni
è tanto più alto quanto più la notizia è fresca, è recente, e quanto minore è il numero di coloro
che ne sono a conoscenza. Qui, se ho ben capito, le notizie circolerebbero all'interno della
Confraternita. Ma, permettimi di ripetermi, è il giro del fumo che mi sfugge: chi dà le informa-
zioni e chi le usa e a che fini le usa? Insomma, dentro questa benedetta consorteria, chi
comanda e dove vuole andare?”
“Questo è un aspetto che ignoro, anche perchè non sono iscritto alla consorteria, come tu la
vuoi chiamare.”
“Certo, certo, caro Milani, si tratta di una confraternita, anche se segreta. E poi mi pare
anche che ci sia il vincolo del segreto per i soci, a cominciare dal mantenimento del segreto sul
fatto di essere soci.” sorrise il Casati fissando in viso il Milani. “Comunque non ti preoccupare,
so mantenere anch'io i segreti quando occorre!”
Iniziava a piovere. Gocce grosse, fredde, violente, che sempre più frequenti iniziavano a
picchiare rumorosamente sulle pietre, sulla pelle degli animali, sulle bisacce del carico, sulle
foglie degli alberi, sul viso e sugli abiti dei viaggiatori. Tutti si affrettarono a togliere dalle
borse le incerate e i cappucci da pioggia e ad indossarli.
La pioggia si andava trasformando in un diluvio.
Rivoli d'acqua gelida avevano iniziato a penetrare all'interno degli abiti, a rigare il viso, ad
ottenebrare la vista, mentre gli uomini erano costretti a risalire la montagna saltando di pietra
in pietra per evitare i torrentelli che discendevano a valle lungo la strada, intersecandosi tra
loro, unendosi e disgiungendosi incessantemente, tra il rumore dell'acqua che cadeva e
scorreva, tra il bagliore di lampi e violentissimi tuoni.

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Quante volte, pensava il Casati, mentre arrancava a piedi avanti alla sua mula, era stato
sorpreso dalla pioggia per strada durante la sua vita? Eppure si ritrovava ogni volta ad
avvertire la stessa fastidiosa sensazione di timore, di disagio ancestrale, profondo, che forse,
rifletteva, aveva colto tutti coloro che, prima di lui, lungo quella stessa mulattiera, si erano
trovati in quelle stesse circostanze innanzi allo scatenarsi degli elementi naturali.
Il luogo ove far tappa per la notte era ormai vicino, Casati non riusciva ancora a scorgerlo,
impedita com'era la vista dalla pioggia e dalle nuvole basse, ma tutti riconoscevano i luoghi, e
sotto lo scrosciare dell'acqua si incoraggiavano l'un l'altro a proseguire di gran lena onde
arrivare prima, soffrire di meno, bagnarsi di meno, uscire presto da quella specie di piccolo
inferno che stava attanagliando, bagnando e gelando tutti quanti, uomini e bestie.
E infine arrivarono.
Una piccola casa in pietra a un solo piano, con di fronte una lunga tettoia sostenuta da
pilastri di pietra a secco, con pietre piane poggianti su travi di legno a costituirne il tetto.
Dentro la casa un camino acceso, un lungo tavolo con alcune panche, in parte occupate da una
decina di uomini di una carovana piacentina arrivata poco prima, i cui animali, scaricati delle
bisacce, stavano ben allineati e legati sotto la tettoia a rifocillarsi. Casati entrò per primo,
levandosi il cappuccio e l'incerata gocciolanti rivoletti d'acqua, salutato dall'oste che lo aveva
riconosciuto.
Innanzi al fuoco poté sedersi, malamente asciugarsi e un poco rifocillarsi con pane nero,
una fetta di formaggio e un boccale di vino che l'oste gli aveva prontamente servito.
Il temporale era finito.
Casati uscì per controllare il lavoro degli uomini che avevano scaricato gli animali e
stavano finendo di nutrirli e legarli per la sosta notturna. Nell'aria tersa e gelida della sera,
attraverso le nubi che veloci attraversavano il cielo ancora chiaro, iniziava a baluginare
qualche stella. Fu a questo punto che abbassando lo sguardo lo vide, mentre conversava fitto
fitto con Milani, dietro la tettoia.
Un domenicano, appena smontato da cavallo, con un bagaglio leggero, ancora coperto
dall'incerata.
Anche Milani si accorse di Casati, e lo salutò sorridendo con un cenno della mano, nel
mentre si congedava dal frate.
Rientrarono insieme nella locanda. Discussero brevemente con il capo del gruppo
piacentino su come spartirsi il poco spazio ancora disponibile dentro, al caldo e al coperto. La
discussione fu aspra, poiché non solo i Piacentini avevano occupato tutti i giacigli, ma anche
sostenevano che spazio non ve ne fosse più per i nuovi venuti, che secondo loro avrebbero
dovuto dormire all'esterno.
Casati infine trovò un accordo, uscì di nuovo brevemente per controllare i turni di guardia
al carico e agli animali disposti per la notte, e rientrò per stendere a terra alcune bisacce,
riuscendo a prepararsi un giaciglio alla meno peggio e vi si adagiò sopra, apprestandosi a
trascorrere la notte, mentre Milani lo imitava proprio lì accanto, intanto che il fuoco del camino
emanava gli ultimi bagliori.
“E chi era quel frate?” chiese Casati.
“È un domenicano tedesco, Carlo Tetzel. Viene da Magonza e è diretto a Sud.” rispose
Milani.
La conversazione subito cadde. La stanchezza prese rapidamente il sopravvento, e con
l'oscurità seguita allo spegnersi del fuoco, tutti erano addormentati del sonno profondissimo
che coglie il viandante dopo una tappa lunga e faticosa.
L'alba sorprese Casati ancora profondamente addormentato.
Un improvviso generalizzato scalpiccio, un diffuso borbottio, continui insistenti richiami e
brandelli di conversazione, un insistente e fastidioso trascinare di bagagli, un rovesciare

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panche e sedie apparentemente senza fine, segnarono confusamente per lui il passaggio dal
sonno alla veglia, l'inizio della nuova giornata.
Casati era ancora stanco. Lentamente, senza la consueta fretta e impazienza, con fatica per
lui raramente provata in passato, Casati finalmente iniziò a levarsi. Fu l'ultimo a lasciare la
stanza.
Fuori un'alba chiara, fresca, con le ultime stelle che tremolavano ancora poco sopra le
montagne e il sole che si preannunciava dal lato opposto, ma che ancora tardava.
Tutti erano già partiti. Il frate, che si era addirittura messo in cammino in piena notte. I
Piacentini, partiti da una buona mezz'ora, che ancora si potevano intravedere lontano, più in
alto, mentre affrontavano gli ultimi tornanti della salita verso il passo, prima della discesa
verso la pianura.
Ed infine, dopo gli ultimi controlli e verifiche, la carovana si mosse, con Casati che
procedeva a piedi accanto a Milani seguendo la propria mula e il sole che quasi all'improvviso
era esploso in tutto il suo fulgore da dietro la montagna, in un'atmosfera tersa e scintillante di
rugiada e di splendidi colori primaverili.
“Ma che voleva quel frate?” chiese all'improvviso Casati, dopo un lungo silenzio.
“Nulla di particolare. Si chiacchierava a proposito di ciò che vuole Bertoldo di Henneberg,
col quale Tetzel ufficialmente collabora. A proposito, non so se tu sai che Tetzel ha un fratello,
Giovanni, anche lui domenicano, che pare destinato a grande carriera. È divenuto amico del
Borgia durante un viaggio a Roma, ed è molto considerato dai vertici della Curia e
dell'Ordine.”
“Non deve essere poi così difficile essere considerati a Roma, se si è amici del Borgia. E che
vuole il Grande Elettore di Magonza?”
“Vuole “soltanto” la riforma dell'impero. È un programma di grande riforma che i bene
informati dicono che riuscirà ad imporre a Massimiliano non appena costui succederà a suo
padre sul trono imperiale. Sono faccende che dovrebbero interessare anche a noi, e in particola-
re al duca Ludovico.”
“Sento parlare di questa riforma da quando ero bambino, e credo che mio nonno ne abbia
parimenti sentito parlare dal mio bisnonno. Debbo essere profondamente invecchiato. Da
giovane ero letteralmente abbacinato, come una falena dalla luce, dalla figura di questi grandi
personaggi il cui volere poteva determinare, così almeno io allora credevo, il mio destino,
quello dei miei familiari e dei miei concittadini, addirittura quello di tutta l'umanità, almeno in
certi casi.
Poi, lentamente, invecchiando, ho acquisito la convinzione, che in definitiva ritengo mi
derivi più dall'esperienza che dalla delusione, di poter vivere benissimo anche ignorando i
fondamentali, decisivi, acutissimi e astutissimi più riposti pensieri di questo o di quel grande
personaggio.
Sono ormai certo che di loro non mi importa praticamente più nulla. Sono convinto che
nulla costoro possano decidere né mai decideranno che abbia qualche influenza di rilievo su di
me, sui miei figli e sulla mia famiglia. Vivo ormai senza sentire alcun bisogno di loro, della loro
presenza, della loro altissima protezione.
Più la loro vita è pubblica, più il loro agire attiene alla cosa pubblica, più mi figuro che è
bene che io mi disinteressi di loro, che è giusto e salutare ignorarli. E tu che ne pensi?”
“Il mio mestiere è d'essere informato e informare a mia volta chi di dovere. È per questo
che parlavo con quel frate, anche se, dati gli ottimi rapporti personali che ci sono tra
Massimiliano d'Asburgo e Ludovico Sforza, non ritengo proprio che abbiano bisogno di reci-
proci informatori.”
“Tu questo frate lo conosci bene. Costui deve essere qualcosa di più di quel pochissimo che
hai cercato sinora di farmi credere!”

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“Non ti sfugge niente! Fra Carlo, bada a non fartelo sfuggire, e’ anche lui del solito giro.
Anzi, è personaggio di grande rilievo, essendo egli attualmente gran segretario di tutta l'area
germanica della Confraternita.
Forse ti interesserà sapere che ormai comandano loro, anche qui da noi. Si dice che
comandino addirittura anche a Roma. Il vertice decisionale della Confraternita credo che ormai
si trovi al di là delle Alpi. Sono loro che ormai decidono tutto!”
“Tutto che cosa? Che vogliano costoro, in tutto sincerità ancora non l'ho capito!”
“Tu Ambrogio ricordi bene quale importanza aveva l'ordine dei Templari?”
“E tu qui vuoi propinarmi la solita favoletta del ritorno dei Templari?”
“No, nessuna vecchia favola, per carità! È solo un esempio. Come allora i Templari, grazie
ad una eccezionale dedizione, ad un grandissimo spirito di solidarietà, e, diciamolo pure,
grazie a tanto lavoro ben fatto, riuscirono ad infiltrarsi praticamente in tutti i gangli dei
governi di allora, condizionando praticamente ogni cosa, così è accaduto oggi con costoro.
Comandano loro!”
“Me lo hai già detto. Ed anch'io mi ripeto: comandano per fare cosa? I Templari, da poveri
che erano, vincolati per giunta da pubblico voto di povertà, sarebbero tutti morti ricchi di
danaro altrui, a quanto riferiscono le cronache. Cronache forse un po’ interessate, anche perchè
scritte da coloro che tentarono spesso con successo di impadronirsi del loro danaro, che è poi il
naturale destino del danaro, che continuamente fluisce da una mano all'altra, da una tasca ad
un 'altra, a seguito di quella eterna incessante grassazione che è la vita.
Tutti i salmi finiscono in gloria, dice il popolo dalle nostre parti, e non dubito un istante
che abbia piena ragione.
È per questo che il mio naso di vecchio mercante sente sempre un forte, inequivocabile,
forse imbarazzante ma in verità non sgradevole, acuto odore di danaro attorno a tutti questi
discorsi confraternici, pieni di parole sante e virtuose ma vuoti di chiari significati.
Su questo tema, l'intelligenza e l'immaginazione di cui credo di essere tutto sommato ben
dotato, insistono pervicacemente nell'evocare e suggerirmi solo immagini di lettere di credito e
tintinnio di monete!”
“Ma caro amico, queste sono cose da non dirsi tanto sono ovvie e scontate. È evidente che
vi siano anche degli interessi materiali attorno alle buone cause. Non credo poi che guasti!”
“E chiamali interessi materiali! Il fatto è, caro amico, che il nostro stato è ricattabile, ed è
ricattato da tutti coloro che si organizzano per farlo.
Amici e nemici, Italiani e Svizzeri, Francesi e Tedeschi, da troppi anni hanno imparato che
è sufficiente chiedere danaro al governo ducale con astuzia e determinazione perchè Milano
paghi!
Ciò accade per tre motivi ovvi: siamo ricchi, e quindi non ci costa poi tanto sacrificio il
pagare; siamo deboli, e quindi non facciamo paura a nessuno e tutti sono incoraggiati a
chiedere; siamo ambiziosi e ci piace stare sempre in mezzo, al centro dell'attenzione.
La conclusione è che, volenti o nolenti, felici o non, il popolo milanese paga.
Non vorrei che qualche ingegno vivace stesse ora studiando qualche nuovo astuto
meccanismo per arricchirsi ancora una volta a spese del Tesoro Ducale.”
“E quale potrebbe essere questo meccanismo?”
“La minaccia di una rivolta, ad esempio, che screditerebbe l'attuale governo in un
momento non facile.”
“È una ipotesi troppo fantasiosa. Dimenticala e pensa ad altro. Fidati di me che sono del
mestiere!”
“E allora posso sapere dall'amico Milani che vogliono costoro? Su questo punto che dice il
frate gran segretario informatore e maneggione?”

108
“Ti interessa, vero? Hai appena finito di dirmi che non te ne importa nulla. Ma io ti sono
amico, e col solito patto di riservatezza, ti aprirò tutto il mio cuore e la mia memoria.
Cominciamo dalla riforma dell'Impero di Bertoldo di Henneberg.
Detta in poche parole, costui vuole che l'Imperatore sia più condizionato dai suoi elettori
di quanto non lo sia oggi, una sorta di loro ostaggio. Bertoldo ha capito che il suo potere è al
tramonto. Oggi gli elettori contano solo quando c'è da eleggere l'imperatore, solo in quel
momento. Poi l'Imperatore fa e disfa a suo piacimento senza rendere conto a nessuno, salvo, e
questo è il punto, che al suo cassiere, e quindi salvo che al suo banchiere. I banchieri contano
oggi più degli elettori, grandi o piccoli che siano, come sempre è stato e sempre sarà.
I nostri amici si stanno organizzando di conseguenza, e sono riusciti a controllare i
banchieri, ad averli come loro ostaggi, poiché sono riusciti a controllare le fonti della loro
provvista, quali le miniere, le offerte dei fedeli, le gabelle, et cetera.”
“E qui da noi che vogliono?”
“Questo non è chiaro. Credo però che vogliano le stesse cose che vogliono oltralpe.
Vogliono comandare, e pertanto sono contrari ad ogni ingerenza francese in Italia, anche se
circolano voci di un prossimo loro accordo con i Francesi alle nostre spalle. Vogliono tenerci in
soggezione, questo è tutto!”
“Condivido ciò che mi dici, ma non sono convinto sia tutto. Questi sono gli obbiettivi
generali, i fini. Ma quali sono i mezzi? Quale è il disegno politico, se così posso esprimermi, che
costoro perseguono? Con chi si sono alleati?” insistette Casati, mentre Milani sorrideva
apertamente.
“Vedo che nel vecchio mercante che dice di disinteressarsi di politica, sempre riaffiora la
giovanile passione per la politica. Bene, fai bene ad insistere, poiché è evidente che c'è
dell'altro.
Bertoldo di Henneberg vuole fermare il tempo, vuole addirittura far girare all'indietro
l'orologio. Sogna un mondo che non c'è più, ove conti e arcivescovi abbiano un peso politico
legato al loro ruolo istituzionale, non alla loro capacità di raccogliere consenso e di guidare la
società. È palesemente una visione perdente.
Carlo Terzel e i suoi amici dicono di volere un mondo diverso, ove ognuno pesi per quello
che è, per ciò che è capace di fare.”
“Ma allora ho ragione a pensare che vogliono la rivoluzione!”
“Non credo proprio. In politica ognuno conta sempre per quello che è, e non serve la
rivoluzione per affermarlo.
La rivoluzione, a ben guardare, è proprio il contrario. È il tentativo per contare ben più di
ciò che si è.
Ad esempio, a Firenze abbiamo saputo di Giovanni Pico e della sua partecipazione alla
Confraternita. Lo sai chi ha fatto rientrare Savonarola a Firenze? È stato Lorenzo de Medici, lo
sanno tutti, anche se nessuno ha capito perchè lo ha fatto.
E chi ha tanto insistito perchè ciò avvenisse, e addirittura gli ha scritto la minuta della
lettera segreta con la quale Lorenzo ha chiesto al Provinciale di Lombardia il ritorno a Firenze
di fra Girolamo, e di cui, caro il mio Ambrogio, possiedo copia? È stato Pico!
Non trovi che è un po’ singolare, conoscendo Pico e conoscendo Lorenzo?
In questa vicenda ha contato di più Pico o Lorenzo? È allora proprio necessaria la
rivoluzione per contare?
Nel caso dei nostri amici il disegno è oscuro, anch'io ho le idee confuse soprattutto per
quanto attiene al teatro d'azione italiano, sia sui fini che sui mezzi, anche perchè mi è difficile,
se mi permetti una considerazione spassionata, capire se si vuole cambiare, se si vuole
innovare, o se più semplicemente si vuole che tutto resti come prima.”
Casati annuì e tacque.

109
Il viaggio proseguì faticoso sino a Bologna, lungo la tormentata strada appenninica. Più
agevole fu il successivo tratto verso Milano, lungo la vecchia via Emilia, all'ombra di alberi
secolari, attraverso la sterminata pianura, intervallato da soste presso ostelli più ospitali dei
rustici e spogli rifugi montani, rallentato solo dalle attese degli scricchiolanti traghetti
superanti i tanti corsi d'acqua padani, massime il Po, ricco di acque primaverili.
Le conversazioni tra Casati e Milani procedevano stancamente e ripetitive. L'assenza di
fatti di rilievo, combinata col lieve e impalpabile velo di diffidenza che si era ormai steso tra i
due, rendevano sempre meno franche e sempre più formali le poche frasi che venivano
scambiate tra lunghissimi silenzi.
Il disagio del viaggio tuttavia era lenito dall'avvicinarsi della meta, evidente da mille
particolari. Dalla parlata degli osti sempre più vicina a quella natia, dai paesaggi sempre più
familiari, dall'aspetto dei viandanti, le fogge dei loro abiti, i tratti dei loro visi, dal sapore e
dall'aspetto del pane sino ai sapori delle pietanze, dei formaggi, dalle architetture di chiese e
case, sino al colore dei campi e al sapore dei vini.
Un altro viaggio di Casati stava per finire.
All'ansia gioiosa e quasi frenetica che lo coglieva nei pressi di casa, che lo sospingeva
sempre a percorrere quasi di corsa le ultime tappe per accelerare il rientro in famiglia, sempre
si accompagnava un velo di rimpianto.
Era un nuovo ciclo della sua vita che si chiudeva.
Quando si sarebbe conchiuso l'ultimo? Quando le forze gli sarebbero mancate,
preannunciandogli l'ultima definitiva estrema partenza per l'ultima meta, per l'ultimo viaggio,
quello senza più ritorno?
A questo pensava Casati, mentre stava rientrando in patria. Si accorse con sollievo
liberatorio che era quasi sul punto di dimenticare le vicende della misteriosa, invadente, stra-
ripante, alluvionante, dilagante Confraternita e gli strani ambigui comportamenti del Milani.
“Faccende di modesta importanza e di cui poco m'importa.” si disse intanto che
assaporava l'imminente abbraccio della moglie, dei figli e dei nipoti.
“Faccende che sfumano nella memoria, che si allontanano nello spazio e nel tempo perchè
legate agli aspetti più deteriori dell'umana natura, perchè altre sono le cose che contano!” gli
scappò detto al Milani.
“Saranno cose che meno di altre contano. Però, caro Ambrogio, chi è dentro il giro fa soldi
e comanda, mentre gli altri stanno a guardare e a filosofare!” gli rispose irridente quel bel figlio
di buona donna.
“È il solito eterno problema. L'uva che la volpe non riesce a cogliere è veramente acerba
oppure è matura? Se l'uva è matura, si potrebbe cogliere salendo su di una scala? L'uso della
scala è permesso oppure è proibito?” finse di filosofare ancora Ambrogio, cui sempre meno
importava di quella questione, di uve, di volpi e di scale.
Era ricco a sufficienza per assicurare un buon futuro a figli e nipoti. Era soddisfatto del
proprio operato, in pace con sé stesso, e soprattutto era stufo di quella vita, stanco, forse
vecchio, spiritualmente vecchio, inconsciamente bisognoso di raccogliersi e pensare al dopo,
l'ineluttabile e ineludibile dopo, che arriva per tutti, ricchi o poveri, deboli o potenti, con o
senza Confraternita.
Quanti colleghi aveva visto finire male, fallire, ridursi in miseria, morire prematuramente,
per aver troppo osato, troppo sfidato la buona sorte, troppo confidato nella buona fortuna,
sino a quel momento loro favorevole?
Fin dove deve arrivare la bramosia di danaro e di potere di un individuo?
Quando ci si deve fermare, si deve trovare la forza, il coraggio, il buon senso, la superiore
volontà di dire basta?

110
Sin dove l'ambizione deve divorarti, consumarti, accecarti, roderti dentro, drogarti,
spingerti in avanti, sempre più in avanti, dimentico di affetti, morale, amicizie, verso un futuro
sempre più incerto, solitario, ostile, arido, disumano?
Era questa la vera questione, cui Ambrogio aveva in cuor suo già dato una risposta chiara
e definitiva, irrevocabile. Almeno per il momento.

111
capitolo decimo

La carovana di Casati e Milani era entrata in città da Porta Romana, e stava dirigendo
verso il Duomo. Era sera, poco prima del tramonto. Tutto appariva tranquillo, dopo i consueti
saluti e i distratti controlli dei gabellieri.
Sin dalla prima mattinata, alla partenza da Lodi, erano cominciate a correre tra i
viaggiatori le prime voci di gravi disordini a Milano. Voci che, avvicinandosi alla città,
andavano assumendo le coloriture le più varie, nel racconto dei viandanti che uscivano da
Milano, e che sempre più numerosi Casati incontrava e interrogava. Vi era chi annunciava
preoccupatissimo catastrofi imminenti, altri che le davano già per avvenute, e chi, scettico e
sorridente, minimizzava e negava tutto.
All'improvviso una squadra di giovani, una decina in tutto, agitando torce, urlando frasi
smozzicate e incomprensibili, lanciando a tratti pietre verso i radi passanti, attraversò di corsa
la strada non più di cento passi avanti alla mula di Casati che precedeva tutti, sparendo poco
dopo in un dedalo di casupole e viuzze.
Fu allora che Casati si accorse del silenzio insolito che aveva circondato, come isolato e poi
seguito, la schiamazzante e inaudita esibizione di poco prima.
Silenzio subito rotto da un cupo rombo di zoccoli e ferri proveniente da un vicolo laterale:
un drappello di cavalleria corazzata, in completo assetto da battaglia, sbucò al galoppo circa
cinquanta passi avanti al Casati e, sempre al galoppo, si infilò in un altro vicolo poco lontano,
diverso da quello per dove erano fuggiti i giovani urlanti.
Per le strade non si notava più nessuno. In direzione del Castello di Porta Giovia si
udirono squilli di tromba, e anche i rintocchi di una campana. Altri rumori, forse urla,
provenivano da nord, chissà da dove.
Casati riavviò la mula e sbucò dopo una decina di minuti innanzi al Duomo, ove entrò per
una breve preghiera di ringraziamento, come era sua abitudine sempre fare al termine di ogni
viaggio.
Trovò il Duomo stipato di popolo. Riconobbe un amico che subito gli si affiancò, fendendo
la folla per salutarlo.
“Cose grosse, cose grosse! È scoppiata la rivolta!” gli disse concitato.
In quel mentre l'Arcivescovo Arcimboldi comparve alla balaustra dell'altare centrale e fu
immediato silenzio.
Il roteare del turibolo spandeva, tra il tintinnio sommesso delle sue catenelle, soffuse e
delicate nuvolette d'incenso che lentamente si dissolvevano in ampie volute, sparendo su in
alto verso le altissime volte del tempio, irraggiungibili dalla luce delle torce e delle candele. Le
nari di Casati ne percepirono subito il sottile piacevolissimo profumo, dopo oltre un mese di
astinenza e di abitudine a ben più grevi odori.
Arcimboldi rimase ritto, accigliato e severo, rivestito dei paramenti solenni, il pastorale che
era stato di sant'Ambrogio stretto nella mano sinistra, la mano destra sul petto all'altezza del
cuore, a fissare la folla per attimi che parvero secoli. Prese infine a benedire i fedeli con voce
tonante.
“Oremus!” proclamò infine con decisione. “Preghiamo! Preghiamo per quei pochi
sconsiderati che stanno tentando di mettere a repentaglio la pace operosa della nostra città!
Preghiamo per l'anima di quei malvagi che li hanno sobillati e che li stanno ora usando con
cinica empietà! Preghiamo infine per il nostro Duca Ludovico, perchè il Signore lo conservi al
Governo di questo stato, in pace con Dio e con gli uomini!”

112
Un Amen insolitamente lungo e liberatorio, unificante e poderoso, si levò dalla folla dei
fedeli, a coronamento della preghiera del proprio pastore. Arcimboldi alzò la mano destra
richiamando di nuovo l'attenzione di tutti e riprese a parlare.
“Fratelli in Cristo! Da qualche tempo una febbre maligna e oscura percorre le vene del
nostro stato, indebolisce le nostre forze, ci debilita dentro, corrode la nostra speranza nel
futuro, avvelena la civile e serena convivenza della nostra operosa comunità di cristiani.
Bramosia di potere, sete sfrenata di arricchimento rapido e spesso illecito, tradimento
impudico e continuato della fede altrui, persino odore di eresia, sono le cause nemmeno
occulte, ormai sfrontatamente palesi a tutti, di questa nostra terribile malattia sociale! Ma tutto
ciò non potrà mai giustificare nemmeno per un attimo questi sciagurati!
Popolo di Milano, siate pertanto pronti a combattere, subito, con la spada, con la parola e
con la Fede, a respingere e annientare tutti coloro che si presenteranno a voi sotto le spoglie di
falsi profeti, sotto le sembianze di fratelli preoccupati delle difficoltà presenti, pronti a
suggerire il nuovo come mendace soluzione dei mali attuali, se di nuovo si tratta!
Combattete contro costoro senza esitazione alcuna, senza che la minima ombra di dubbio
fermi anche solo per un attimo il vostro piede nel mentre schiaccia questi vermi vili e assassini
che mai più meriteranno di essere considerati uomini e nostri fratelli!”
Casati uscì dal Duomo mentre Arcimboldi stava ancora parlando. Si avviò frettoloso verso
casa, quasi di corsa, seguito dalla carovana ancora carica di mercanzia. Si precipitò nelle
braccia della moglie, del figli e dei nipoti che lo attendevano, felice come non mai di ritrovarsi
di nuovo in famiglia, tra le proprie cose, finalmente lontano dai pericoli e dalla strada, accudito
dai servi, con alcuni che già lo aiutavano a spogliarsi, a rilassarsi, mentre altri già preparavano
un bagno caldo e ristoratore.
Fuori, nelle tenebre che calavano sulla città immersa nel silenzio, come paralizzata dalla
paura e come gravata da una cappa di odio, rade ombre frettolose attraversavano le strade
deserte.
In tutte le case, raccolti attorno ai camini ancora accesi, occhi preoccupati di mogli, di figli e
nipoti, di parenti e famigli, interrogavano con lo sguardo i mariti, gli anziani, i primogeniti,
coloro cui spettava l'onere di guidare e consigliare gli altri nelle ore dure e difficili.
L'angoscia e la paura che incidevano e scavavano col trascorrere delle ore i visi degli
interrogati, e l'inquietante silenzio rotto solo dal sommesso scoppiettare dei ciocchi di legno
che bruciavano, bloccavano, o meglio, gelavano le parole in gola ai presenti, e rendevano il
popolo milanese sempre più simile ad un gigantesco gregge sul punto di impazzire.
Pochi sconsiderati, cellule isolate e nemiche del corpo sociale tutto, aizzate da misteriosi
mandanti verso ancor più misteriosi obbiettivi, stavano, come sempre in queste circostanze,
per seminare lo sconcerto e la disperazione negli animi, nel tentativo di creare le premesse per
una reale rivolta.
E su tutti dominava il dubbio primo e fondamentale: perchè questa azione solitaria e
disperata, di pochi contro gli altri, contro il popolo tutto, senza amici né alleati apparenti, né
dentro né fuori lo Stato?
Una sorta di inconcepibile e mostruoso errore di valutazione, un atteggiamento dettato da
sconsiderata presunzione o da abnorme leggerezza, aveva portato a sottovalutare la capacità
di reazione, la forza della solidarietà contro il pericolo, il rigetto violento e irato da parte di
tutti del disegno eversivo, oppure, dietro questa apparentemente smisurata e criminale
sconsideratezza politica si celava un tranello, uomini forti pronti ad approfittare delle debo-
lezze e dei timori popolari e del governo?
In questa circostanza si poteva facilmente constatare la consueta dicotomia, la sempiterna
ambivalenza delle realtà possibili.

113
Il debole che può essere debole come appare, ma può anche al contrario essere fortissimo,
come nessuno al momento riesce a sospettare. Il bene apparente che può rivelarsi
all'improvviso male reale e irreparabile: l'inganno atroce e ineludibile nascosto sotto le spoglie
di dono o di aiuto fraterno.
Ma non tutti avevano perso calma e fiducia nel futuro.
“Il mercato... “ragionava il Casati “... inverte all'improvviso la tendenza, rovinando quelli
che si erano illusi di averne captato la logica segreta, con il prezzo che, da calante che era, e
come pareva logico che fosse, all'improvviso si impenna imprevedibilmente sorprendendo
tutti. E così i raccolti, ora buoni ora cattivi, in una successione del tutto irrevocabilmente e
imperscrutabilmente decisa dal caso. Non vi sono dubbi: l'imprevisto, nel bene e nel male, è
una presenza costante nella nostra esistenza, ma anche in quella di coloro che stanno tentando
di sconvolgere e rovinare la nostra vita!
Occorre saper convivere con l'imprevisto, il cui segno, positivo o negativo per il nostro
bilancio, ci apparirà chiaro solo dopo, nel tempo. Chi può dirci ora che questa vicenda sia per
noi una disgrazia e non una fortuna?
La vita è per sua natura sempre stupefacente e imprevedibilmente mutevole, e per questo
si deve imparare a navigare con pazienza e destrezza tra gli infiniti scogli sommersi
dell'esistenza. Così è sempre stato nei secoli passati, senza che i nostri avi disperassero del
futuro più di tanto.
L'esperienza insegna, a quelli che hanno l'umiltà di ascoltarla, a vivere nell'assenza di
certezze reali, come in una partita a dadi, ove ogni lancio ripropone sempre rinnovandolo
l'eterno dilemma tra vittoria e sconfitta.
Abbiate fede! Vedrete che finirà per risolversi anche tutta questa storia!” concluse Casati
rivolto ai propri familiari preoccupati.
I sentimenti prevalenti nei cuori dei cittadini non erano solo di preoccupazione. Ai timori
si accompagnava anche rabbia e profondo risentimento per la sfida che questi sconsiderati loro
portavano, scompaginando piani predisposti per il futuro, danneggiando traffici e commerci,
minando la civile convivenza degli abitanti, oscurando l'immagine della città e del suo governo
ma anche dei suoi cittadini, tentando comunque di prevaricarne la volontà con fini e obbiettivi
che nessuno conosceva, che nessuno aveva discusso o condiviso, di cui solo loro si ergevano
presuntuosamente e pretestuosamente ad arbitri e giudici.

“Una rivolta senza appoggio popolare è una rivolta abortita prima di nascere. È pensabile
che nella Milano smaliziata e evoluta del 1491 vi siano alcuni matti capaci di concepire il
disegno di una rivoluzione, che non sia suicida, senza l'appoggio di nessuno? No, non è
pensabile! Le cose debbono stare diversamente da come appaiono.” sentenziava tra sé e sé
Pietro mentre passeggiava nei pressi di casa.
Aveva percorso la città in lungo e in largo per tutta quella memorabile giornata. Aveva
assistito al nascere dei primi disordini, e a bocca aperta per lo stupore e la meraviglia, aveva
visto sfilare un tumultuoso e rumoroso quanto rado corteo di giovani vocianti, non più di una
trentina, che al grido di “Ritorno a Cristo contro l'Anticristo!” si era diretto verso il Palazzo
della Ragione. Alcuni di costoro avevano anche tentato di assaltarlo e darlo alle fiamme, prima
di essere respinti e allontanati da gruppi sempre più numerosi di cittadini.
Vi erano stati anche alcuni interventi della cavalleria. Un curioso balletto, sotto certi aspetti
incomprensibile, tra armati a cavallo e giovani urlanti, gli uni che inseguivano gli altri sin quasi
a raggiungerli, gli altri che fuggivano sin quasi ad essere raggiunti, con l'evento del
raggiungimento che mai avveniva, poiché un attimo prima che i cavalli lanciati al galoppo
iniziassero a rovinare addosso ai manifestanti, qualche provvido strattone alle briglie

114
provvedeva a far convergere cavalli e cavalieri in qualche vicolo laterale, da dove la danza
poteva nuovamente riprendere incruenta.
Ciò era accaduto nel primo pomeriggio, proprio sotto gli occhi di Pietro, per le strade della
contrada sant'Andrea, ove per una buona mezzora cavalleria e giovani avevano
incruentemente giostrato sotto gli occhi spauriti dei cittadini chiusi all'interno delle loro case,
tra le alte grida belluine di accompagnamento dei partecipanti alla giostra, e acutissimi strilli di
contrappunto provenienti dai conventi femminili della zona.
Aveva anche avuto un interessantissimo incontro con Giovanni Crivelli; si era poi
incontrato con Arnaldo, e aveva anche trovato il modo di parlare con il suo informatore al
Castello.
Nei pressi del lebbrosario di san Lorenzo, quasi innanzi alla Torre dei Malsani, con
l'oscurità che rendeva ormai difficile distinguere le persone anche da vicino, Pietro si sentì
chiamare. Era Michele che lo trascinò quasi di forza all’interno della vicina osteria della Torre,
ove l'oste menava vanto di una frittata con cipolle di fattura particolarmente pregevole, che
comunque godeva fama, sosteneva Pietro, che andava ben oltre ai suoi intrinseci meriti ga-
stronomici, grazie soprattutto, come sempre in questi casi, alla straordinaria abilità fabulatoria
dell'oste medesimo.
“Il trucco secondo me è nelle cipolle. E se fossero bagnate nel latte?” azzardò Pietro.
“Non sono fatti vostri! Voi pensate ad ordinare, mangiare, gradire e pagare. A me il
compito di preparare la frittata come si deve. Quello che è certo, è che una frittata così non la
trovate nemmeno a Roma alla tavola del Borgia!” puntualizzò pronto e sorridente l'oste.
“Allora, basta con le chiacchiere, frittata per due, pane a volontà e due boccali di rosso!”
concluse Michele, che subito si chinò all'orecchio di Pietro.
“Tutti amici di Roberto Calco, quelli che oggi hanno fatto bordello per le vie di Milano. Per
me sono gli stessi che ci hanno menato a noi due.”
“Ma hai potuto capire chi li comanda, chi dà gli ordini?”
“Pietro, ordini non ne ho visti dare da nessuno! Ma è tutto un giro di persone che ruota
attorno a fra Arimondo, su questo non ci sono dubbi. Deve essere lì la testa del serpente! Per
me poi c'è di mezzo anche il padre di Roberto. Oggi ho sentito dire che Bartolomeo Calco sta
trescando per succedere al duca Ludovico! Questo spiegherebbe tutto!”
“Non diciamo sciocchezze, caro il mio Michele! Non è quello uomo da perdersi dietro a
maneggi di questo genere!”
“Eppure ho sentito con le mie orecchie il figlio di Giovanni Jacopo Terufino dire che
Bernardino Calco ha raccolto illecitamente grosse somme di danaro, una vera fortuna, grazie al
potere che gli deriva dalla sua carica. Una piccola parte di questi danari sono serviti per acqui-
stare armi e per fomentare disordini!”
“Jacopo Terufino pensi al suo ufficio e non ad inventare storie che poi il figlio provvede a
diffondere in giro!”
“Non credo proprio che siano storie. Ha pure indicato alcuni dettagli circa il percorso del
danaro. Una grossa somma proverrebbe da un certo Rodrigo Carpani di Pomerio, me lo
ricordo benissimo, perchè vorrei anche parlarne con Leonardo, per sentire un suo parere.”
“Non ha detto altro su questo argomento?” disse Pietro nel mentre stava addentando la
frittata arrivata in quel momento.
“No, non disse altro, anche perchè era arrivata gente che si era fermata ad ascoltare.”
“Buona, non è vero? Direi forse più buona del solito, anche perchè è semifredda. Non
l'hanno fatta adesso: doveva esser già pronta da qualche minuto, come dev'essere!
La mia teoria, che nasce da lunghi anni di studio sperimentale sulle frittate, esteso
praticamente a tutte le osterie di Milano, è che la frittata non deve mai essere consumata calda.

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Ha da essere tiepida, poco più su della temperatura ambiente, e, contrariamente alla
barbara e biasimevole pratica oggi purtroppo prevalente, deve essere poco cotta, soprattutto
mai abbrustolita, tassativamente sempre priva di formaggio!
Solo così il profumo e il sapore della cipolla si sposa pienamente e correttamente con
l'uovo, il burro, e il sapore del pane!” proclamò Pietro con sentenziosa gravità, soddisfatto e
compiaciuto.
E la serata finì con la frittata. Poche battute con gli avventori vicini, che avevano fretta di
ritirarsi, sui fatti della giornata. Commenti concordi, stupefatti e preoccupati, su avvenimenti
che destavano più di una perplessità. Poi Pietro e Michele uscirono e si separarono con gran
saluti.
Pietro si diresse verso la chiesa di san Lorenzo e Michele nella direzione opposta. Percorsi
poche decine di metri, Pietro ritornò sui suoi passi, mentre ormai Michele era lontano e non
poteva più vederlo, e rivarcò di nuovo la porta dell'osteria della Torre, e strizzando l'occhio
all'oste si diresse lesto verso la scala. Al piano di sopra bussò ad una delle porte che si aprivano
sul ballatoio e entrò.
Antonia, puttana di professione, lo attendeva mentre cuciva alcuni panni innanzi ad una
lampada.
“Finalmente! Ho già perso almeno due clienti per aspettarti, e tu questi danari me li devi
rimborsare tutti uno per uno!” gli sorrise sorniona alzandosi in piedi e cominciando a
spogliarsi.
“No! Aspetta! Prima mi avevi promesso quelle notizie!”
Lei aveva già sciolto la gonna, sotto la quale non portava nulla, e aveva sciolto il corpetto,
liberando un seno prosperoso e ancora fermo, mentre lo fissava con un sorriso accattivante.
Pietro sorrise a sua volta, e preso da un impeto irrefrenabile prese a spogliarsi sempre più
velocemente, e si precipitò sulla donna che si era stesa sul giaciglio. Il coito fu veemente e
breve. Troppo breve, finiva sempre per concludere Pietro, a causa dei lunghissimi periodi di
astinenza cui Pietro si costringeva, soprattutto per motivi economici.
Le baciò e succhiò a lungo appassionatamente e alternativamente i seni, e poi si rivoltò sul
giaciglio accanto a lei, ove giacque per qualche minuto ad occhi socchiusi.
“Antonia, tu un giorno o l'altro mi farai morire di desiderio! Noi due ci dovremmo vedere
più spesso. Dovresti però farmi uno sconto, o farlo per amore, perchè sono senza soldi!”
“Se non mi paghi come si deve, non solo non ci vediamo più, ma con un morso ti stacco ciò
che dico io!”
“Allora Antonia, prima che si ricominci o che si dimentichi qualcosa, quali sono le notizie
che mi porti?”
“Tu sai quali sono stati i miei rapporti con Carmelo, prima che si facesse frate. Poi ho avuto
anche rapporti con altri del suo giro.”
“Te la sei fatta e te la fai anche coi frati!”
“Sono clienti come gli altri, e poi non stiamo qui a farla più lunga del necessario. Quel che
ho saputo è che Carmelo sapeva che un certo Rodrigo aveva rubato certi soldi. Lo ricattava,
insieme ad altri, per farglieli scucire. Il Rodrigo si è ribellato, ha minacciato di spifferare tutto
al Moro, che lui conosceva, ed è stato ucciso.”
“Ucciso da chi?”
“Sicari professionisti. Carmelo non c'entra. È un giro che riguarda fra Arimondo e suoi
amici altolocati.”
“E Carmelo?”
“Carmelo è morto.”
“Morto ammazzato, vuoi dire. Chi è stato?”

116
“La faccenda non è chiara. Ho cercato di saperlo, perchè a Carmelo ho voluto bene. Pare
che sia stato avvelenato perchè ha litigato con fra Arimondo. È una faccenda segreta che sanno
in pochi! È lo stesso giro che ha fatto fuori Rodrigo.”
Subito Pietro si rivoltò su di lei, all'improvviso, e di nuovo prese a baciarla sui seni e poi
tra le gambe, e di nuovo la prese con veemenza.
Il rapporto con Antonia era ovviamente mercenario, nel senso più letterale del termine. Ma
Antonia era brava, sapeva accontentarlo bene, con gentilezza, quasi con amore, e Pietro ne era
deliziato. Quei rarissimi incontri davano luce alla sua povera arida vita di vedovo senza affetti.
Tanto più deliziato fu quella sera, perchè aveva finalmente chiuso il cerchio.
Ora sapeva, sapeva quasi tutto, aveva finalmente chiaro il disegno, soprattutto aveva
chiare le dimensioni colossali dell'intrigo, le ambizioni illimitate di coloro che lo avevano
tessuto, la loro spregiudicatezza e pericolosità politica e sociale.
Pagò Antonia sontuosamente, come sempre per altro, quasi una settimana della sua paga,
e se ne andò a dormire nella sua stanzetta poco lontana.

Quella stessa notte un bimbetto di un anno finì di soffrire all'Ospedale del Brolo, stroncato
da una febbre maligna.
Attorno al giaciglio sul quale era stato composto il povero corpicino, l'alterco tra i due
medici era divenuto vivacissimo, e il signor deputato “ad baylas” non sapeva più che fare.
Neppure la momentanea tregua stabilitasi sull'opportunità di consultare l'autorevole
“Libellus de aegritudinibus et remediis infantium” del Bagellardi, autentica bibbia profes-
sionale dei medici addetti alla cura dei bambini ricoverati all'Ospedale del Brolo, ne era stata
persino pubblicata da poco una edizione in volgare, aveva portato a comporre, sia pure
parzialmente, l'accesissima divergenza di opinioni apertasi sulla causa della morte del piccolo
Giovanni di anni uno, trovatello, che doveva poi essere trascritta sul registro dei decessi,
secondo le regole.
Il dottor Protasio Sansoni non aveva dubbi: trattavasi di morte “sine suspectu ex febre
continua” di origine probabilmente alimentare, e l'edizione in volgare del Bagellardi ( marzo
1486) pareva dargli ragione.
Viceversa il dottor Francesco Martini si rifaceva ai propri recentissimi studi svolti in Pavia
con il sommo maestro Lazzaro Dataro, ordinario di “Lectura medicinae ordinariae de mane”, il
docente meglio pagato di tutto l'Ateneo Patavino, alla pari con il raccomandatissimo
Ambrogio da Rosate, ben noto astrologo e medico personale del duca Ludovico. Il nostro
dottore era certissimo della correttezza della propria diagnosi, e sosteneva con forza la tesi
della morte per cause colpose, risalenti ad una alimentazione del tutto insufficiente dal punto
di vista sia quantitativo che qualitativo, carente sul piano igienico, donde “ causa mortis ex
fluxo dyario”. E ciò faceva emergere la violazione dei patti stabiliti tra l'amministrazione
dell'ospedale e Margherita Zerbi, abitante a Cernusco, balia di Giovanni, che aveva fruito,
esattamente in base ai patti, di un congruo sussidio pubblico “pro alactatione”.
Questa diagnosi era inoltre senza alcun dubbio conforme a quanto riportato nel terzo
capitolo, pagine 56 e seguenti, della nuova edizione in latino (1487) del celebratissimo e già
citato manuale di pediatria del Bagellardi.
Il povero signor deputato “ad baylas” Pietro Ambrosio si provò a convincere il dottor
Martini a soprassedere, ad attenuare le proprie fermissime opinioni, a comprendere la relativa
importanza, dopo tutto, della causa della morte di un povero trovatello di un anno, ed a
meglio valutare le conseguenze pratiche del suo atteggiamento.
Anche perchè le regole dell'ospedale erano su questo punto ferree: il deputato era
personalmente responsabile del buon uso del pubblico danaro, e in base a specifiche e puntuali
direttive ricevute dalla Direzione degli Ospedali, avrebbe dovuto personalmente controllare o

117
far controllare da persona di sua fiducia almeno una volta ogni due mesi il comportamento
della balia, e dal registro (liber inspectionum), da lui subito affannosamente consultato,
appariva chiaro che mai nessuna ispezione era stata fatta a Margherita Zerbi. Ed in presenza di
un certificato di morte colposa, questa negligenza nell'osservanza delle regole sarebbe subito
emersa.
La rigorosa deontologia professionale, o detta altrimenti, la testardaggine del dottor
Martini, apparivano indomabili, e ogni azione contro di lui appariva al momento del tutto
controproducente, oltre che inutile.
Al povero Ambrosio non rimase altro da fare che recarsi personalmente presso il domicilio
della Margherita Zerbi in quel di Cernusco, “... in loco de la Torreta in molendino de
Magionibus prope navilium”, come recitava il registro delle balie (Liber nutricium), allo scopo
di contestarle il comportamento contrario ai patti e tentare di recuperare almeno una parte
simbolica del compenso già pagato, recupero che gli avrebbe certamente permesso di chiudere
onorevolmente l'intera faccenda, anticipando le quasi certe “ admonitiones” da parte dei
terribili revisori contabili dell'amministrazione ospedaliera.
Avviatosi l'indomani mattina di buon ora, sotto un sole che era ormai estivo, Ambrosio era
arrivato a Cernusco verso mezzogiorno, ed era stato abbastanza fortunato da trovare quasi
subito il domicilio dalla prefata Margherita. Fu sommamente sorpreso nell'apprendere dalla
viva voce del marito Rinaldo che la povera Margherita era scomparsa la domenica delle Palme,
mentre lavava la biancheria al solito posto lungo il Naviglio, letteralmente sparita senza
lasciare traccia alcuna.
“E i soldi dell'allattamento chi li ha incassati?” domandò brusco Ambrosio.
“Li ho incassati io, ma avevo tutte le buone intenzioni di restituirli all'ospedale appena
possibile. Il bambino l'ho riportato io stesso all'ospedale la scorsa settimana, quando mi sono
accorto che stava male e che avrebbe potuto anche morire. L'aveva allattato mia sorella, nel
frattempo, che dovrebbe essere pagata al posto della mia povera Margherita che non c'è più.”
sostenne il povero Rinaldo con voce lamentosa.
“Avete almeno denunciato la scomparsa della Margherita?” domandò burbero il deputato.
“Certamente, immediatamente, secondo tutte le regole!” rispose pronto il Rinaldo.
A questo punto i guai del povero Ambrosio apparivano lungi dall’essere finiti. Era
evidente che occorresse subito “mettere a posto le carte”, anche perchè “quei maledetti” della
direzione amministrativa degli ospedali milanesi avevano esplicitamente invitato i vari
deputati a vigilare “per modum quod infantes bene gubernentur et fraus non comitatur” e qui
invece la frode c'era, nettissima, con una balia che continua a prendere i soldi anche se non
allatta. Trattavasi di un caso che già aveva dei precedenti, e quindi senza speranza di dubbi
interpretativi!
Se però la giustizia avesse già potuto accertare, in qualche maniera, la morte della nostra
Margherita proprio attorno alla Domenica delle Palme, allora la faccenda poteva ritenersi
risolta con il recupero di un mese di baliatico che il nostro deputato aveva fortunatamente
potuto realizzare sul posto, non senza qualche difficoltà, minacciando di pene terribili il
povero Rinaldo.
Ritornato in serata a Milano, il nostro saliva l'indomani mattina le scale dell'ufficio del
capitano di giustizia Cazzulani, per verificare come stessero le cose.
E qui l'attendeva una seconda sorpresa, per certi aspetti gradita. Il capitano Cazzulani era
fuori, preso com'era da problemi di ordine pubblico. Un gentilissimo agente, che si premurò
subito di dargli udienza, ascoltò con diligenza le sue dichiarazioni, consultò ripetutamente il
registro delle denunce, ma non trovò traccia alcuna della denuncia relativa alla scomparsa di
Margherita Zerbi. Ma ciò era il meno! L'agente di Cazzulani, consultato un altro registro
dell'officio di giustizia, più precisamente il “liber investigationum”, poté precisare

118
all'esterrefatto deputato che vi era traccia di rapporti tra l'officio e la Zerbi, la quale nella
giornata di sabato 19 marzo ultimo scorso aveva rilasciato una testimonianza presso la sua
abitazione in Cernusco all'agente investigativo Arnaldo Campari, al momento assente per
servizio.
Non potevano esserci dubbi di alcun genere, non poteva in nessun caso trattarsi di
omonimia, Margherita era viva e vegeta verso la metà di marzo, in coerenza con le dichiara-
zioni del marito. E ciò avrebbe permesso al nostro di annotare sul “Liber nutricium” che la
Margherita era viva e vegeta e efficiente come balia, entro i termini dei prescritti due mesi
antecedenti alla morte del piccolo Giovanni.
Lietissimo e sollevato per la scoperta, il nostro deputato annotò diligentemente su un suo
libriccino i riferimenti del liber sopracitato, e si avviò verso l'uscita, e qui si imbatté nel
capitano Cazzulani che stava rientrando. I due si conoscevano vagamente, e si salutarono con
cordialità, come d'uso. Il discorso cadde quasi subito sui motivi della presenza del deputato in
quel luogo, e immediatamente accadde un terzo imprevisto, questa volta increscioso, non
possono esservi dubbi.
Il capitano Cazzulani sbiancò in volto, prese a farfugliare parole incomprensibili, iniziò a
bestemmiare a bassa voce con evidente quanto coscienziosa e lucida determinazione, e trovò
infine la forza di dichiarare all'allibito deputato che il caso della Margherita Zerbi gli era
perfettamente noto: non era scomparsa, non aveva rilasciato alcuna testimonianza, non aveva
mai avuto niente a che fare con l'officio di giustizia.
Aveva semplicemente litigato da almeno sei mesi col marito, lo aveva lasciato da allora,
aveva preso il velo e si era ritirata in un convento di clausura, dal quale mai più sarebbe uscita
viva. Convento ubicato in un luogo sconosciuto a lui Cazzulani e noto solo al parroco di
Cernusco, che però, se interrogato, avrebbe negato di conoscere sia il luogo del convento che le
circostanze tutte dell'intera storia della Margherita, perchè vincolato al segreto della
Confessione. Aggiunse il Cazzulani che avrebbe subito preso provvedimenti contro il Rinaldo
Zerbi, accusandolo di truffa in danno dello Stato e di diffusione di notizie false.
Pietro Ambrosio, confuso e costernato, farfugliò un frettoloso saluto e rientrò subito in
ufficio, dentro il Brolo, senza riuscire a decidere il da farsi.
Colto come da una illuminazione, si fece portare il libro mastro dell'ospedale, il “Liber
rubeus intratarum et expensarum hospitalis Brolii”, ed il “liber nutricium”, e prese
freneticamente a consultarli.
Il “liber nutricium” indicava che il contratto della Margherita era stato fatto il 25 maggio
1490, per l'allattamento di un neonato di sesso maschile di nome Giovanni, di padre e madre
ignoti, rinvenuto dal parroco della chiesa di san Satiro la mattina del 23 maggio innanzi alla
porta della canonica. Il liber indicava pure che i pagamenti del compenso posticipato “pro
alactatione” avrebbero avuto luogo ogni mese, esattamente il 25, e che autorizzati all'incasso
erano la stessa Margherita oppure il marito Rinaldo, cofirmatari del contratto di baliatico.
Puntualmente, con la consueta precisione, il “liber rubeus intratarum et expensarum”
registrava i pagamenti, avvenuti dal 25 giugno 1490 in poi, con quietanza sottoscritta dal
marito Rinaldo per tutto il 1490 ed il gennaio e febbraio 1491. La quietanza del pagamento
effettuato venerdì 25 marzo 1491 era invece stata sottoscritta dalla Margherita, mentre quella
del 25 aprile seguente era stata sottoscritta dal marito.
Non vi erano più dubbi: per motivi a lui ignoti, il capitano Cazzulani gli aveva mentito.
Colmo di rabbia, il deputato Ambrosio annotò anche in questo caso tutti i particolari sul
suo libriccino, e si precipitò in strada alla ricerca dell'agente investigativo Arnaldo Campari,
quando uscendo dal portone dell'Ospedale quasi andò a scontrarsi con Basilio Bellinzona, suo
capo diretto e delegato amministrativo dell'Ospedale Maggiore, che stava apparentemente
precipitandosi verso di lui.

119
Al di là degli aspetti tragici, la faccenda iniziava ad assumerne anche di comici. Bellinzona
non perse comunque tempo in convenevoli, e trascinato il nostro nuovamente in ufficio, gli
disse senza mezzi termini che era il caso che la smettesse di occuparsi di questa benedetta
Margherita Zarbi, Zorbi o come diavolo costei si chiamasse.
Lo invitò esplicitamente a starsene tranquillo poichè nessuno mai e poi mai lo avrebbe
voluto o potuto incolpare di alcunchè. Lui in persona e “gli amici” avrebbero vigilato sulla sua
tranquillità. In cambio il nostro deputato avrebbe subito cancellato dal più profondo della
memoria tutta l'intera vicenda. E fu infine esplicito nel chiarirgli che se avesse fraternamente
seguito i suoi consigli, lui Ambrosio ne avrebbe tratto congrui benefici.
In caso contrario, lui Bellinzona lo invitava “ molto fraternamente” a sparire
immediatamente da Milano prima che qualcuno provvedesse a farlo sparire a suo modo. Ed
Ambrosio seguì i consigli fraterni di Bellinzona.

Ma altri, ignari e ignorati, avevano continuato nel frattempo ad occuparsi del caso. Con la
consueta diligenza ed efficienza, l'oggetto della curiosità del signor deputato era stato
prontamente segnalato all'agente Campari, che ne aveva discusso a lungo con l'amico Pietro
Tradate. Campari, che, come Pietro peraltro, non riusciva più a conferire con Cazzulani,
continuamente assorbito da riunioni con i propri capi riguardanti l'ordine pubblico, aveva
anche provveduto ad una piccola verifica, interrogando il marito di Margherita a Cassano, il
quale non sapeva più come spiegare questo improvviso interesse di persone sconosciute per le
proprie personali disgrazie.
Da questo colloquio Campari trasse motivo per una veloce visita nei dintorni, e per un
rapido incontro serale con Pietro.
A questo punto della vicenda, Pietro trovò doveroso recarsi a riferire puntualmente a
Cazzulani. Ciò avvenne l'indomani di prima mattina e finalmente gli riuscì di farsi ricevere e
di parlargli.
“Caro il mio Pietro, che notizie mi porti sui movimenti di questi giorni?” chiese il capitano,
tornato tranquillo e sorridente dopo le giornate di fuoco precedenti.
“Ho finalmente notizie certe su Rodrigo Carpani e sugli altri due delitti.” rispose
visibilmente soddisfatto il nostro.
Accadde all'improvviso.
Cazzulani si rabbuiò immediatamente in volto, alzò subito la voce, balzando in piedi e
iniziando ad urlare a pieni polmoni senza più controllo.
“Sangue maledetto di Giuda, non voglio saperne nulla di nulla delle tue maledette
indagini! Ti avevo ordinato di sospendere tutto, di dedicarti ad altro, di andartene via da
Milano, di fare qualsiasi altra cosa che non fosse indagare su queste vicende! Sei un terribile
presuntuoso, pericoloso ed insopportabile rompiscatole! Quante volte ancora ti devo ripetere
che il tuo è un mestiere delicato! Ancora non hai imparato a capire quando si deve indagare e
quando si deve stare fermi in ufficio! Tu sei un pericolo pubblico per tutti noi! Vattene subito
dove diavolo ti pare prima che ti faccia sbattere in galera e sistemare per bene, e scordati,
ripeto, scordati immediatamente tutto quello che ti sei ficcato in quella tua durissima testa
bacata!”
Pietro uscì subito per strada. L'estate era ormai scoppiata. Sotto un cielo azzurro velato
dalla calura, miasmi pestilenziali si levavano come di consueto dalla città piena di uomini,
animali, tintorie, forge, laverie e chi ne ha più ne metta, pressoché priva di fogne coperte, in un
tripudio di olezzi, fumi, vapori ed odori di ogni genere, esaltati da un caldo umidiccio e
insopportabile.
Fu a questo punto che Pietro capì, e iniziò ad avere paura, ad avvertire concreto e mortale
il pericolo. Non tanto paura fisica, immediata, che gela il sangue e paralizza i muscoli ed il

120
cervello, e che può sempre essere esorcizzata dalla ragione, quanto paura sorda, profonda,
cerebrale, vera, addirittura rafforzata ed ingigantita da una ragione lucida e ben addestrata.
Ormai era chiaro. Loro sapevano che lui sapeva. E chi aveva ucciso perchè non si sapesse,
avrebbe continuato ad uccidere perchè si continuasse a non sapere. Era in imminente pericolo
di vita.
Tutto ad un tratto si decise, e si avviò a passo svelto verso il Naviglio Grande. C'era
l'opportunità di farsi ospitare per qualche tempo da alcuni lontani parenti che abitavano in
campagna, nei pressi di Abbiategrasso, ove nessuno avrebbe certamente potuto rintracciarlo,
ed ove avrebbe avuto tempo per riflettere in pace, aspettando il maturare degli eventi,
decidendo con calma e a ragion veduta sul da farsi, lontano dai pericoli, con la estrema
possibilità anche di svanire nel nulla, cambiando identità e mestiere, e farsi dimenticare.
Allungò non poco la strada e passò da casa di Michele ove lasciò al padre un messaggio.
“Prega tuo figlio di passare dal mio amico Arnaldo. Deve dirgli che Pietro ha dovuto
cambiare aria, dopo aver parlato col capitano, e che se ne va fuori Milano, in campagna, per un
po’ di tempo e che gli consiglia di fare la stessa cosa.”
Mentre camminava sull'alzaia verso Abbiategrasso, incontro ai barconi diretti in città che
scendevano la corrente carichi di marmo destinato alla fabbrica del Duomo, tentò di rimettere
ordine nelle proprie idee e nei propri pensieri.
Il trascorrere del tempo, in luogo di placare la sua ansietà e le sue paure, le accresceva man
mano che lucidamente prendeva coscienza di quanto stava accadendo. Innanzi a lui stava il
crollo delle sue certezze, dei suoi riferimenti, di ciò che erano state le convinzioni più profonde
della sua vita.
I “servizi”, la loro neutralità, la loro leggendaria efficienza di cui in coscienza e con
orgoglio si sentiva artefice insieme ai colleghi; tutto il suo mondo, i suoi capi, idoli vituperati e
profondamente rispettati ed ammirati allo stesso tempo; le fondamenta morali, sulle quali
aveva costruito la propria vita, tutto gli appariva improvvisamente sul punto di crollare,
minato da virus maligni, tutto come sul punto di sgretolarsi per l'improvviso cedere del
cemento che legava ogni cosa, dei valori morali nei quali aveva creduto e tuttora credeva.
I “servizi” non erano più il fedele ed efficiente strumento della politica dello Stato, ma al
contrario gli apparivano schiavi di una ideologia di parte, di difficile comprensione e di ancor
più oscura finalità, trasparenti solo nella difesa di dubbi interessi di singoli privati cittadini.
Non erano più baluardo a difesa della Legge, di ideali e di valori da tutti condivisi e
condivisibili, ma complici di delitti e strumento di prevaricazione e di disordine.
Soprattutto era lo scontro col proprio capo di poc'anzi che lo aveva sconvolto. I capi, coi
quali aveva sempre collaborato sin dal più profondo dell'anima, pur litigando con tutti, e dai
quali era sempre stato apprezzato, stimato e protetto, mai gli erano stati palesemente ostili, o
addirittura nemici. Il fatto ormai palese che Cazzulani costituisse per lui direttamente od
indirettamente una reale mortale minaccia, gli appariva offesa sommamente ingiusta e inaccet-
tabile sul piano morale, prima che fatto incredibile ed inaudito sul piano istituzionale.
Era chiaramente la fine ingloriosa del mondo in cui aveva creduto ed al quale aveva
dedicato tutta la sua vita di lavoro.
Allontanandosi da Milano, alla paura di morire subentrava una ben più forte e
terrorizzante paura di vivere.

Campari ricevette il messaggio dell'amico e collega poco prima di cena. Con Michele, che
poco conosceva, non fece commenti e si limitò a ringraziare.
In tarda mattinata era stato convocato nell'ufficio di Cazzulani, che lo aveva a lungo
interrogato sullo stato delle indagini da lui svolte a Cassano sulla scomparsa della balia
Margherita. Le sue risposte lente e generiche, il carattere notoriamente tranquillo e bonario,

121
l'opinione di Cazzulani che Arnaldo fosse un poco imbelle, certamente meno intelligente ed
abile di Pietro e quindi non pericoloso, permisero ad Arnaldo di uscire da quel colloquio senza
troppi problemi e soprattutto senza troppi sospetti da parte di Cazzulani, che aveva insistito
molto per sapere se si fosse individuato qualche responsabile della scomparsa della balia,
ricavandone solo imbarazzate abilissime risposte che evidenziavano unicamente il profondo
disappunto professionale dell'agente Arnaldo Campari dinanzi al superiore, per non essere
riuscito ad acclarare nulla di concreto sull'argomento. Cazzulani aveva infine concluso
avanzando tutto soddisfatto l'ipotesi della fuga in convento di Margherita a seguito di
contrasti col marito, nel mentre Arnaldo annuiva vistosamente fingendo di crederci.
La sera stessa bussava alla porta di palazzo Casati, e dopo pochi minuti era a colloquio col
padrone di casa.
“E tua moglie come sta?”
“Bene, signor Casati, bene. Solo un po’ più vecchia di quando lavorava qui da Lei, come
me peraltro!”
“Come tutti. E che c'è di nuovo nel mondo? Che avete scoperto su questa rivolta?”
“Ho chiesto di vederla per un consiglio su di una faccenda ben più grave. Riguarda il mio
capo attuale, il capitano Cazzulani, ed altri importanti personaggi di questo stato. Posso
confidarmi con Lei, senza timore alcuno?”
“Meriteresti di essere picchiato per questa tua domanda. Parla, uomo di poca fede!”
“Ho fatto indagini sulla morte di Roberto Calco, come avevo inizialmente ricevuto ordine
di fare. Ebbene, Roberto è morto nella villa del notaio Maffei, vicino a Cernusco, e gettato dopo
morto nel Naviglio. Una donna, testimone del fatto, è stata fatta sparire. Su questa ricostru-
zione del delitto non vi sono dubbi di sorta. Il fatto gravissimo è che Cazzulani vuole
insabbiare tutto. Sono qui per chiederle consiglio. Che debbo fare?”
“Raccontami bene i dettagli delle tue scoperte. Voglio capire anch'io come stanno le cose.”
Arnaldo espose i fatti, mentre Casati lo interruppe più volte, ponendo domande per
approfondire i vari aspetti della vicenda.
“E sugli altri due delitti che avete scoperto?” domandò infine Casati dopo aver riflettuto a
lungo in silenzio.
“Sa tutto il collega Pietro Tradate, che è fuggito da Milano dopo essere stato minacciato da
Cazzulani, a quanto ho capito.”
“Hai fatto benissimo a venirmi a trovare. Ne parlerò con chi di dovere. Tu intanto cerca di
non farti trovare da nessuno per un paio di giorni. L'ideale sarebbe che tu dormissi stanotte qui
da me. Domattina esci di città e vai a cercare Pietro. Tornerete qui insieme giovedì prossimo, di
primo pomeriggio.”
“D'accordo, come voi volete. Spero di trovare Pietro e portarvelo qui per giovedì, perchè
esattamente dove sia andato non lo so.”
Arnaldo salutò e scomparve accompagnato da un servo, mentre Ambrogio Casati si
predisponeva ad uscire.
Nel frattempo Pietro era giunto a destinazione.
Lasciato il Naviglio sulla destra, aveva costeggiato l'abbazia di Morimondo, e dopo circa
mezz'ora di marcia tra i campi aveva raggiunto una piccola cascina sperduta tra i pioppi,
accolto dall'abbaiare dei cani e dalle grida di sorpresa e di saluto dei parenti. Poco dopo,
seduto alla grande tavola della cucina, con innanzi una ciotola di latte caldo e pane, nel mentre
raccontava le ultime vicende milanesi, iniziava a rilassarsi, a recuperare energie nervose, a
ritrovare pace interiore e serenità, ottimismo e capacità di giudizio.

122
capitolo undicesimo

Nel cortile risuonava l'aspro e cantilenante accento della parlata bergamasca. Era arrivato
il corriere, arruolato sempre e soltanto tra i rudi e fidati compaesani, che l'impresa Tassi,
originaria di Cornello, piccolo borgo di mezza montagna in alta Val Brembana, garantiva tre
volte alla settimana tra Milano e la Baviera via Innsbruck e Verona, ove veniva raccolta anche
la corrispondenza proveniente o transitante da Venezia.
Un cancelliere prelevò i plichi sigillati e li smistò ancora chiusi al sottosegretario
competente, quello tra i quattro collaboratori di Bartolomeo Calco che seguiva gli affari
orientali e germanici.
Il cancelliere decifratore, subito convocato dopo l'apertura dei plichi, fu abbastanza svelto
nel tradurre in chiaro i due messaggi cifrati appena arrivati. In particolare uno, proveniente
dall'ambasciatore ducale presso la corte imperiale, e che subito venne sottoposto all'attenzione
del Segretario di Stato.
I “servizi” di Massimiliano d'Asburgo segnalavano al governo amico di Ludovico Sforza di
aver raccolto voci presso attendibili ambienti bancari che davano per imminente l'an-
nullamento del fido concedibile allo stato sforzesco: niente fido e quindi niente nuovi prestiti,
questo il succo del messaggio.
Terreo in volto per la rabbia, Calco riceveva poco dopo la conferma alle indiscrezioni
tedesche da un preoccupatissimo Matteo Castelluccio.
Costernato, e quasi incapace di parlare come spesso gli capitava nei momenti più gravi e
difficili, costui gli aveva comunicato che i banchieri genovesi avevano definitivamente negato
il prestito al Ducato “a causa dello scoppio di gravi disordini a Milano, che, mettendo a
repentaglio la stabilità delle istituzioni di governo del Ducato, compromettono la capacità di
rimborso del debitore ed elevano a livelli intollerabili il rischio per il creditore, in assenza di
idonee garanzie”.
“Ma non si era anche parlato di darle queste famose benedette garanzie?” chiese Calco.
“Non sono le garanzie che tu intendi, quelle che i Genovesi vogliono. Vogliono garanzie
politiche. Vogliono un cambio nella nostra politica estera.” rispose cupo Castelluccio.
“È il mio tradimento che vogliono? Vogliono che il Segretario di Stato del Ducato di
Milano ignori gli interessi del suo paese e persegua ad ogni costo gli interessi di una potenza
straniera?”
“No, caro Bartolomeo. Purtroppo vogliono qualcosa di più immediato e di più
terribilmente semplice. Con me sono stati espliciti. Vogliono che tu te ne vada! Con te fuori,
costoro pensano che una svolta filofrancese della nostra politica sia cosa fatta.”
“Dove è Landriani?”
“Ci attende a casa sua. Mi ha fatto sapere di aver parlato col duca Ludovico, e mi ha
chiesto di fargli il favore di andare da lui. Gli incontri al Castello avvengono sotto gli occhi di
troppe persone e le mura hanno troppe orecchie.” rispose Matteo.
Antonio Landriani li attendeva sulla soglia del suo studio privato. Fattili entrare, subito
sprangò la porta.
“Il corriere da Innsbruck è arrivato?” esordì sorprendentemente il Landriani.
“È arrivato, ma che c'entra? Il problema è il prestito e le condizioni dei Genovesi.” rispose
Calco.
“C'erano messaggi da parte di Brasca?”
“Uno. Ma tu come lo sai?”
“La data. È importante la data di questo messaggio. Quando è stato scritto?”

123
“È del 29 aprile, venerdì, il giorno prima della rivolta.”
“Appunto, il giorno prima della rivolta. E che dice questo messaggio?”
“Dice in sostanza che non ci sarebbe stato concesso il prestito, così come in effetti non è
stato concesso. I Genovesi l'hanno negato con la scusa della rivolta.”
“La rivolta è quindi connessa con il rifiuto del prestito. Ma c'è dell'altro. C'è anche questo
frate domenicano sassone, Carlo Tetzel da Pirna, incontrato da Milani il 22 aprile sulla via tra
Firenze e Bologna. Loro erano di ritorno da Firenze, mentre lui vi era diretto, così almeno
sembra.” disse Landriani, che parlava a voce bassa e ancora più lentamente del solito.
“E allora? Tutto ciò non c'entra nulla col nostro problema, o c'è dell'altro?” intervenne
quasi stizzito Calco.
“Sono riuscito a reclutare informatori fidati e attendibili, che non dipendono da Milani. Ad
essere sincero non ho reclutato proprio nessuno: diciamo che sono dei volontari. Questo è il
quadro che emerge dai loro messaggi. Il nostro frate tedesco è arrivato a Firenze il 23 aprile, ha
dormito in san Marco, il convento di fra Savonarola, ha incontrato alcune persone tra le quali
Giovanni Pico, ed è poi ripartito subito per Genova, ove ha incontrato altri personaggi impor-
tanti, tra i quali i principali esponenti del consorzio di banche genovesi contattato da Matteo, e
si è infine imbarcato il primo di maggio su di una nave genovese in partenza per Bruges. Oggi,
5 maggio, è arrivato il procuratore dei Genovesi a dirci che ci negano il prestito. Dopo il
colloquio col frate tedesco, i nostri banchieri hanno avuto appena il tempo materiale di scrivere
una bella lettera di diniego, di affidarla al loro procuratore, che subito è dovuto partire l'in-
domani in gran fretta per poter arrivare stamani qui a Milano. Vi prego di notare che quando i
Genovesi hanno scritto la lettera ove si prendeva la rivolta a pretesto per negare il prestito, era
trascorso poco più di un giorno dall'inizio dei disordini qui a Milano: come facevano costoro
ad esserne già informati a Genova? Piccioni viaggiatori o frati rivoluzionari? E come facevano
a conoscere questa decisione ad Innsbruck addirittura il giorno 29 di aprile?
Ma le notizie di cui dispongo sui nostri nemici sono ancora più complete. Il 3 aprile,
Pasqua di Nostro Signore, si è tenuto nella chiesa del convento dei Domenicani di Friburgo in
Brisgovia, un convegno della famiglia tedesca della Confraternita Segreta Fiesolana. Era
presente anche un “fratello” francese, oltre ad esponenti della corte di Massimiliano, che in un
certo senso fungevano da padroni di casa e, ovviamente, il nostro fra Carlo.
È lì che hanno deciso di passare all'azione qui a Milano, una sorta di accordo tra le due
grandi potenze patrocinato dai nostri “fratelli” nel nome di Cristo, nell'interesse loro e in
danno nostro. Fra Carlo è stato quindi subito spedito in Italia a tesser la tela ed a trasmettere
gli ordini; è transitato da Milano il 15 aprile, dormendo ovviamente al convento delle Grazie e
incontrando il nostro fra Arimondo e qualche altro, e concordando la data della rivolta. Ha poi
cavalcato sino a Firenze, con tutto il resto che già sappiamo.
Il mio corrispondente da Friburgo mi aveva anche avvertito che avevano deciso, per
meglio coprire la Corte di Innsbruck, di passare a Brasca la notizia del mancato prestito poco
prima della data fissata per la rivolta. E così è stato. Ecco perchè ho chiesto del corriere.”
“Massimiliano ci ha quindi traditi!”
“Non esageriamo, non si tratta di tradimento. Ci vuole deboli, ecco tutto! Con noi deboli, i
giochi sono aperti, sia per lui che per i Francesi. Con noi forti, i confini divengono le Alpi, sia
per lui che per i Francesi, e chi si azzarda a fare il prepotente rischia di fare la fine che ha fatto
Roberto di Baviera ai tempi di Giangaleazzo Visconti.
I “fratelli” poi hanno interessi paralleli: chi vuole i propri soldi indietro dai Francesi, come
i banchieri, chi vuole la “Repubblica di Dio” per comandare e poi fare chi sa che cosa, come i
frati e come Pico, colpito da tardiva e fulminante crisi mistica, e chi semplicemente vuole
ricattare e far danaro, come so io!”

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“Ho capito. C'è l'accordo di tutti alle nostre spalle: gli Asburgo, i Francesi, e quelli della
Confraternita. È difficile salvarsi da questa situazione. E mio figlio? Che sai di mio figlio?”
“È morto nella villa del notaio Maffei a Cernusco. Volevano solo stordirlo e poi ricattarti, a
quanto pare, ma hanno sbagliato la dose della pozione soporifera. Questo è quanto ho saputo
qui in questo studio circa un'ora fa. È il risultato di una indagine ufficiale, non è il frutto di
velenose insinuazioni.”
“Quale indagine ufficiale? Quella di quel traditore di Cazzulani?”
“Cazzulani non è un traditore. È solo uno stolto e pavido individuo che ha l'irresistibile
vocazione di stare sempre dalla parte di chi lui pensa sia in quel momento il più forte, e così
facendo è convinto di fare compiutamente ed egregiamente il proprio dovere.
È del tutto superfluo che tutti si convenga su quanto sia numerosa e perniciosa questa
categoria di cretini.
Quanto alle indagini, esse sono state svolte da due investigatori dei nostri “servizi” su
ordine di Milani, tu ne dovresti essere al corrente. Cazzulani ha cercato di insabbiare tutto, ma
costoro si sono messi in contatto con Casati, che li ha fatti venire qui da me a riferire tutte le
informazioni raccolte.”
“Anch'io sapevo da tempo come era andata per mio figlio. Ho anch'io i miei informatori.
Bando alle tristezze! Antonio, decideremo quanto prima, ma non ora, che si deve fare con
Maffei e la Confraternita e con tutti gli altri! Che atteggiamento prendiamo con i banchieri
genovesi? Questa è la questione più urgente. Un affronto come questo deve essere fatto debita-
mente pagare!” disse Calco deciso, quasi con rabbia.
“Prima di discutere che cosa noi si debba fare, mi sembra opportuno cercare di capire bene
ciò che hanno fatto o stanno facendo gli altri.”
“Hai altre notizie?”
“Si, un'altra notizia. Fra Carlo era tra gli invitati al torneo del 26 gennaio in onore di
Beatrice d'Este, quello vinto dal Sanseverino.”
“E che ci faceva al Castello costui? Chi lo aveva invitato?”
“I miei informatori dicono che fra Carlo venne per preparare il terreno. Ovviamente
incontrò fra Arimondo e il notaio Maffei.
L'invito è partito, come tutti gli altri inviti, dalla segreteria particolare del duca Ludovico.”
Landriani tacque per un attimo. Si ravviò i capelli con la mano, ed assunse un'espressione
grave, guardò in volto Calco e riprese a parlare, lentissimo.
“Amico Bartolomeo, mio caro amico e, soprattutto, carissimo amico e fedelissimo
collaboratore del duca Ludovico, come ti ho dimostrato la congiura è vasta ben oltre i confini
del nostro Ducato. Ciò che si vuole è spostare Milano, e non solo Milano, nell'orbita di
influenza della corona francese. Dobbiamo inoltre constatare che gli Asburgo sono solo una
potenza di carta, senza nerbo, almeno per il momento, e, fatto molto rilevante, non hanno
debiti coi nostri banchieri paragonabili a quelli che ha il re di Francia. Il gioco di equilibrio tra
Asburgo e Francia che abbiamo sinora perseguito è pertanto debole, squilibrato. L'ago della
bilancia non sta in mezzo, ma pende tutto da una parte. Gli interessi forti dei nostri banchieri
tirano verso la Francia.
Caro amico Bartolomeo, ciò che ti sto per chiedere è un sacrificio grandissimo e nobile,
tanto più nobile quanto maggiore è stata ed è la tua devozione al Duca e il tuo patriottismo. A
nome di Ludovico, ti chiedo di dimetterti! Te lo chiedo da amico, nell'interesse di tutti!”
Sbalordito, Calco impallidì visibilmente per l'ira e l'emozione che montavano, in un
silenzio elettrico, come quello che precede il balenare del fulmine e il fragore del tuono,
guardando ora le carte che stringeva in mano, ora il viso di Landriani, che sostenne lo sguardo,
ora il viso di Matteo che invece abbassò gli occhi, e infine esplose.

125
“Anche tu, Antonio, anche tu allora sei della partita! Anche tu tradire, congiurare contro
gli stessi interessi del tuo paese, contro i tuoi amici più fedeli! Mai l'avrei potuto anche solo
immaginare! Traditore degli amici, traditore di chi ti ha dato la fiducia, traditore della peggiore
specie!” concluse urlando fuori di sé.
Come una furia si precipitò fuori rosso in volto, imprecando, e si diresse verso casa sua.
Inforcò un cavallo e al galoppo lasciò la città diretto al proprio feudo di Pozzolo, nei pressi di
Gorgonzola.
Landriani, freddissimo, non batté ciglio, non fece commenti. Congedò Matteo pregandolo
di non far parola con alcuno di ciò che era in quel momento avvenuto, e fece entrare nello
studio un vescovo del tutto sconosciuto che attendeva in anticamera.
Dalla strada frattanto arrivavano grida che Matteo non riusciva a distinguere. Non appena
sceso in strada, scorse un corteo di giovani abbastanza numeroso, forse il più numeroso che gli
era capitato di vedere dal giorno d'inizio dei disordini. Costoro scandivano frasi dal significato
chiarissimo:
“Fra Arimondo al governo del Ducato!”
“Con Cristo e Arimondo contro l'Anticristo!”
“Penitenza e Fede, Pace e Carità!”
Matteo si avviò verso casa, preoccupatissimo e profondamente sconsolato. Notò l'assenza
di forze dell'ordine. La città era apparentemente lasciata tutta in mano ai dimostranti. Nei
pressi del Palazzo della Ragione incrociò un nuovo corteo di giovani che sembravano diretti
verso il Castello, tutti incappucciati ed armati di bastone, vocianti le solite frasi, guidato da
alcuni frati domenicani che recavano crocefissi, immagini della Madonna, e tra queste Matteo
notò con immenso stupore anche un ritratto di fra Arimondo.
In quel momento il suo sguardo incrociò dall'altro lato della strada quello del capitano
Cazzulani, che lo salutava con ampi cenni delle mani. Poco dopo, passato il corteo, Cazzulani
si avvicinò tutto eccitato a Matteo, per annunciargli di aver saputo che il Duca aveva
“finalmente” convocato al Castello fra Arimondo per conferirgli l'incarico di Segretario di Stato
e di Cancelliere in sostituzione di Bartolomeo Calco dimissionario.
“Ma quando Calco si è dimesso?”
“Ma signor Matteo, è dimissionario da una settimana! È lui il cervello dei disordini e della
congiura!” rispose serio e convinto il Cazzulani.
Matteo si affrettò verso casa, e quasi andò a urtare Ambrogio Casati, che proveniente dalla
direzione opposta stava recandosi verso il centro della città.
“Vieni a casa mia, che ti devo parlare. Voglio capire che sta accadendo!” disse Ambrogio a
Matteo. Si conoscevano bene, questo è ovvio, poichè frequentavano gli stessi ambienti e
avevano molti comuni conoscenti, ma non erano mai stati amici. Gli avvenimenti di quella
giornata avevano acceso nei rispettivi sguardi come una scintilla di amichevole intesa, di
reciproca intelligenza, che li spingeva a parlarsi, con fiducia e senza timore.
Fu Ambrogio a parlare per primo, non appena raggiunsero il suo studio privato, oasi
sicura e tranquilla ove si rinchiusero per bene a chiave, al riparo da orecchie indiscrete.
Anche Ambrogio era esterrefatto, come ed ancor piu’ di Matteo. Aveva avuto un colloquio
quello stesso pomeriggio col Landriani, dal quale aveva condotto sia Pietro Tradate che
Arnaldo Campari perchè riferissero sulle loro indagini. Aveva anche apertamente raccontato
della propria avventura fiorentina, dei propri dubbi su Milani, delle opinioni che era andato
formandosi.
Circa i tre delitti di cui si erano occupati Tradate e Campari, tutto l'insieme delle
informazioni raccolte nel corso delle varie e lunghissime indagini e durante il viaggio a
Firenze, si era ormai esattamente incastonato e composto in un perfetto mosaico senza alcuna
zona d'ombra, chiarissimo a leggersi. Il quadro emergente era quello di una associazione per

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delinquere, composta da ladri, ricattatori ed assassini, fanatici e traditori, totalmente privi di
scrupoli morali di ogni genere, manovrati da strateghi esterni, questi ultimi solo interessati alla
conquista del Ducato.
Il primo delitto, quello di Pomerio, dal quale si era partiti per dipanare l'intera vicenda, un
delitto efferato che aveva fatto da prodomo all'uccisione del figlio di Calco, aveva la chiave
risolutiva nel passato dell'ucciso.
Rodrigo Carpani, era apparso subito evidente, era divenuto ricco appropriandosi
fortunosamente di danaro altrui. Una storia vecchia, in terra di Francia, uguale a tante altre
accadute prima ed identica a tantissime altre che accadranno poi. Rodrigo lavorava per un
Frescobaldi, un discendente da un ramo cadetto della famosa famiglia fiorentina. In quell'anno,
era il 1486, costui aveva deciso che era arrivato il momento di turlupinare i propri soci. A
questo fine aveva dato incarico a Rodrigo di vendere della merce per contanti, mentre la stessa
merce appariva dai libri contabili come venduta a credito ad un mercante di Montfort, che si
sapeva essere sul punto di fallire e sparire nel nulla insieme al finto credito del Frescobaldi,
come poi puntualmente avvenne.
Subito dopo, sempre in terra di Francia, Frescobaldi muore improvvisamente, e Rodrigo si
tiene il danaro frutto dell'operazione truffaldina. Lascia la mercatura e ricompare ricco a
Pomerio, ove si stabilisce con la famiglia. L’ovvia speranza di Rodrigo è di essere dimenticato
da tutti e di farla totalmente franca.
Purtroppo per lui, Carmelo, il terzo ad essere ammazzato, bazzicava prima di farsi frate gli
stessi ambienti mercantili di Rodrigo. Un'intuizione, qualche illazione e qualche indiscrezione
di troppo, e Carmelo riesce a sapere, e attraverso lui il fatto finisce con l'essere noto anche a fra
Arimondo ed a Maffei.
Il disegno iniziale del notaio Maffei era di ricattare Rodrigo per costringerlo ad accusare
Calco davanti al Moro. Rodrigo avrebbe dovuto scrivere al duca Ludovico una lettera nella
quale confessava di aver dato danaro a Calco che ”... da tempo raccoglie contributi in danaro
tra alcune delle persone più cospicue ed infide del Ducato con il dichiarato fine criminoso di
fomentare poi la rivolta contro il duca Ludovico, nostro amatissimo signore, e sostituirlo alla
guida dello Stato”.
Rodrigo prima accetta il ricatto, a Fiesole, durante il famoso viaggio, e poi cambia idea.
Tenta di dividere i frati dagli altri, con il noto testamento. Poi tenta il controricatto, con
l'appuntamento col duca Ludovico. A questo punto viene ucciso, e parte la seconda opera-
zione, su idea di Arimondo: il sequestro del figlio di Calco, allo scopo di indurlo a ritirarsi
dalla vita politica. Ma accade l'imprevisto. La pozione preparata da Carmelo viene usata in
misura eccessiva e maldestra, e il sequestrato muore. Carmelo litiga per questo con Arimondo
e anche lui viene ucciso, perchè abbia a tacere per sempre.
“Ma questi sono purtroppo solo dettagli, piccoli delittuosi sconvolgenti dettagli rispetto
all'enormità di quanto sta accadendo. Perchè Landriani, ovverosia il duca Ludovico Sforza,
hanno dimissionato Calco? Perchè non reagiscono? Perchè accettano di subire? Sono su di un
piano inclinato che sfocia per loro, e anche per noi, in un baratro terribile e senza speranza.
Temo che finiscano per fare la fine di Bona di Savoia e di Cicco Simonetta : l'uno perderà lo
Stato e l'altro la vita!” interloquì Matteo.
“Io non so più che dire e che pensare per un altro motivo. Mi considero amico di
Landriani: quale è oggi il suo gioco? Da che parte sta? È dalla parte delle persone perbene
oppure è con gli altri? È per me inconcepibile che un uomo che stimo ed ho sempre stimato
come Antonio Landriani possa unirsi a compagni di viaggio come quelli che attualmente
vanno per la maggiore. Purtroppo gli avvenimenti di oggi mi dicono il contrario, direi che
addirittura gridano ai quattro venti tutto il contrario.

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Che accade? In quale mondo stiamo precipitando se è possibile anche il tradimento da
parte degli uomini e degli amici migliori?”
“Ho le idee meno confuse di prima, adesso che ho ascoltato il risultato delle indagini svolte
da questi due bravi agenti ducali. Tuttavia mi sfugge ancora il senso politico dell'intera
vicenda. Non capisco l'essenza di ciò che sta accadendo.” disse Matteo tutto d'un fiato.
“E tu provati a indovinare che cosa mi ha risposto Landriani quando gli ho posto
praticamente lo stesso problema che tu hai ora sollevato? Mi ha dichiarato tutto serafico,
sempre con quel suo dire lento e nasale, sempre preciso e fine, ed a suo modo anche spiritoso,
che è spesso difficile cogliere l'essenza dei fenomeni complessi, anche perchè a suo dire è una
essenza che non c'è. Mi ha spiegato che ci sono tante essenze, tante diverse facce della stessa
realtà, che muta sotto i nostri occhi, o meglio dentro il nostro cervello, man mano che
interpretiamo le notizie che riceviamo”.
“E tu Ambrogio che gli hai risposto?”
“Inizialmente sono rimasto senza parola. Trovare una persona del livello di Landriani che
in queste gravi circostanze si dilunga a perdere tempo in filosofari senza costrutto, mi parve
così stravagante da lasciarmi di sale. Poi ho capito che non voleva lasciar trapelare la sua
opinione. Ed anche questo mi ha particolarmente e dolorosamente colpito.”
“Posso farti una domanda precisa: tu hai descritto al Landriani, insieme ai due agenti
ducali, tutti gli appartenenti alla Confraternita come ladri, oltreché come assassini et similia.
Perchè li hai definiti ladri? In base a quali fatti li definisci ladri?”
“Prima di risponderti, e visto che comincio ad avere sete, proporrei di berci un bicchiere di
vino buono, che conservo proprio qui nel mio studio, che poi è l'unico posto della mia casa ove
mi sia possibile bere un po’ di vino in santa pace, senza i rimbrotti di moglie e figli. Ecco qua!
Eccellente rosso fornitomi dal mio amico Borromei che lo produce a Camairago!
E veniamo ora ai ladri: ladri perchè?
Ma è semplice, mio caro amico. Ladri perchè, come dice Seneca, sono ricchi, e,
contemporaneamente, non possono invitare in casa propria i concittadini e dire “guardatevi
intorno e riprendetevi tutte le cose che riconoscete essere vostre!” perchè se così dicessero, gli
si vuoterebbe in un attimo la casa. Ladri perchè sono oggi ricchi e ieri erano poveri, e nulla
hanno fatto che giustifichi le ricchezze che oggi possiedono ed ostentano.”
“Se prevalesse il criterio di Seneca per distinguere gli onesti dai ladri, temo proprio che
constateremmo facilmente che il mondo è pieno di ladri e vuoto di onesti. E chi si salverebbe?
Ma le indagini dovrebbero aver messo in evidenza qualche fatto più probante. Torniamo alla
nostra domanda: ladri perchè?”
“Riguarda la gestione del credito. Sembra assodato che alcuni banchieri siano stati indotti a
far credito, su pressione dei nostri amici della Confraternita, a certi particolari loro clienti che
non lo meritavano. I clienti hanno ovviamente dovuto in seguito pagare in danaro sonante ai
nostri amici della Confraternita il favore ricevuto. Ed in definitiva e’ poi il Tesoro ducale che,
in un modo o nell’altro, si e’ fatto carico della restituzione dei prestiti. ”
“Ambrogio, questi particolari già li conoscevo! Sei in affari da una vita: non credo proprio
che in base alla tua esperienza, tu abbia a giudicare singolari, degne di particolare sdegno o
riprovazione, operazioni come quelle descritte che sono sempre avvenute e sempre
avverranno. La moralità in affari è un fatto relativo: se hai amici giusti, se riesci sempre a
pagare o ad accordarti con i tuoi creditori, e talvolta avere gli amici giusti permette anche di
non pagare i creditori, soprattutto quando altri finiranno poi col pagare, sei sempre un uomo
d'affari di successo.
Di solito gli uomini d'affari ufficialmente ladri sono quelli che hanno sbagliato amici,
hanno scelto la parte sbagliata con cui stare. Anche se hanno rubato oltre il tollerabile, coloro
che stanno dalla parte giusta sono definiti spregiudicati, disinvolti, ammirati come “molto

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svelti”. Nei casi più clamorosi di eccezionale ed impudica “sveltezza”, ci si potrà ritrovare ad
emettere severi quanto sentenziosi e ipocriti giudizi che si spingano a classificare i nostri come
privi di scrupoli, dotati di stomaco ricoperto da un vello singolarmente folto e lungo, ma la
parola “ladro” mai comparirà sulle nostre labbra.
Torniamo ora per un attimo a noi. È il nome di chi ha preso i soldi ed ha messo in piedi
tutto il meccanismo che vorrei sentirti dire.”
“È il solito notaio Maffei. Attorno a lui ci sono altri personaggi minori. Ma è Maffei il
motore di tutto!”
“Sei sicuro che sopra Maffei non ci sia nessun altro?”
“Ho capito a chi alludi. Non ho prove e spero proprio di non averne mai!”
“E sul piano religioso? Questi frati sembrano convinti delle loro idee e, sotto certi aspetti,
sembrano pure in buona fede.”
“Sono l'ultima persona capace di darti un giudizio serio sugli aspetti religiosi di questa
faccenda. Giudicandoli probabilmente con superficialità, trovo tutti costoro troppo convinti
della bontà delle proprie idee. Con loro è difficile discutere, forse impossibile. Proclamano
sempre di avere l'idea giusta, ed insieme sono sempre certissimi che gli altri l’hanno sbagliata.
La tesi di Tradate, che ha molto indagato su di loro, è che costoro vogliano addirittura
ribellarsi al Papa. Ti ripeto che su questo argomento non sono in grado di giudicare, non
voglio giudicare, non mi importa poi molto giudicare.”
“Ed ora che si fa? Come conviene comportarsi?”
“Mio caro Matteo, non so proprio che rispondere. Il vero mistero è il significato politico di
tutto ciò. Ci sono altri governi italiani dietro questa rivolta? Che politica segue Firenze? L'ho
chiesto al Landriani, e costui mi ha risposto che la realtà non è mai né bianca né nera, è sempre
grigia.
Quanto alla posizione di Lorenzo de Medici, Landriani sostiene che poichè la più parte dei
suoi amici sarebbe socia della Confraternita, vuoi per interesse vuoi per gioco, egli non intende
contraddirne la politica, che è filofrancese perchè gli interessi dei suoi membri più autorevoli
spingono in quella direzione, per via dei debiti che la Casa di Francia ha coi banchieri.
Oltretutto, dice il Landriani, ciò corrisponde perfettamente al modo di pensare e di agire di
Lorenzo: l'arte di governare intesa quasi come astensione dall'agire, quasi come
contemplazione curiosa ed intelligente della realtà, come comprensione, quasi partecipazione
ai fenomeni sociali, allo scopo di poterne poi pilotare col consenso l'evoluzione futura. L’idea
di un principe non principe, ed altre solite astutissime ed intelligentissime considerazioni
tipiche di Antonio.
Landriani mi ha additato come esempio concreto di questa politica l'accettazione del
ritorno a Firenze di fra Savonarola, che io so essere opera di Pico della Mirandola: facendolo
tornare, Lorenzo ritiene di poterne meglio controllare l'attività, permettendogli di parlare, di
mettersi in vetrina, dandogli tempo ed agio di esporre le sue idee, piuttosto che farlo tacere
anzitempo.
Parlando poi delle opzioni politiche del duca Ludovico, secondo Landriani egli sarebbe
combattuto tra due possibili alternative: fare come fa Lorenzo a Firenze, oppure decidere per
una politica più attiva.
Vista a posteriori, dopo il defenestramento dell'amico Calco, si potrebbe interpretare ciò
che è avvenuto come il prevalere di una politica di tipo mediceo: se vi sono forti spinte perchè
fra Arimondo divenga Segretario di Stato, ebbene lo divenga, se questo è in definitiva il prezzo
da pagare per continuare ad essere Duca di Milano!”
“Duca di Milano per quanto tempo ancora? E con quale libertà d'azione?” domandò
Matteo.

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“Con quale libertà per lui, è evidente, non vale la pena di parlarne. Ma con quale libertà
per noi?”
“Siamo quindi alla fine? È questo uno stato prossimo a scomparire? Dopo essere divenuti i
più ricchi d'Europa, e forse lo siamo tuttora, verremmo cancellati dalla carta geografica,
diverremmo terra di conquista, saremmo quanto prima ridotti in schiavitù?”
“Mio caro Matteo, quando la nazione si divide, quando gli egoismi prevalgono, quando i
governi non governano, quando gli individui perdono il senso della comunità, allora la
decadenza è inevitabile. Puoi essere ricco e potente quanto vuoi. Alle tue spalle può esserci il
passato più glorioso e fulgente dell'intera storia dell'umanità, ma il tuo futuro è già segnato, è
un libro aperto sul quale già leggi la decadenza imminente, l'avanzare del buio che avvolge le
nazioni che stanno per scomparire!”
“Sono questi fenomeni che mi appassionano. Ho letto con avidità le storie antiche, le
vicende di Atene e Sparta, di Roma e Cartagine, ed ho cercato anche di capire le storie
moderne, quelle relative a questo nostro angolo di mondo: Milano, Firenze, Venezia, Genova,
Pisa, et cetera.
Non ne ho cavato nulla. Non ho capito perchè, ad un certo punto della vicenda umana,
qualche comunità esce dal mucchio, avanza sulle altre, diviene centro di attrazione o di potere,
inventa qualcosa che altri non hanno, entra nella storia. E poi decade e sparisce. Perchè?”
“Mio caro Matteo, qui noi stiamo uscendo dalla storia, se mai ci siamo entrati! Non credo ci
sia comunque concesso di comprendere questi fenomeni. Chi dice di capire, dice cosa non vera.
Dà spiegazioni che non spiegano niente.
Prendi a esempio la nostra vicenda della quale sappiamo ormai quasi tutto! Conosciamo i
mandanti dei tre delitti che segnano l'inizio della storia, sappiamo ormai chi stia tirando le fila
del complotto contro il Ducato, chi si muove dentro i confini e chi si muove fuori.
Abbiamo innanzi ai nostri occhi una situazione probabilmente rara a verificarsi: siamo
riusciti a ricostruire un complotto politico con intrecci delittuosi di varia natura, praticamente
man mano che esso si andava snodando!
Ebbene, credo di trovarti con me d'accordo, tutta questa fortuna non ci serve praticamente
a nulla. Pur sapendo quasi tutto, non siamo capaci di sapere ciò che accadrà di noi, non
riusciamo a prevedere con ragionevole certezza come finirà la vicenda, non siamo capaci di
individuare quali siano le reali alternative d'azione che ciascuno di noi ha dinanzi. Non
possiamo influenzare niente, spostare di un pollice gli eventi che si svolgono davanti a noi.
Sono risposte che avranno i nostri figli od i nostri nipoti. Ma noi non ci saremo più, saremo
tutti morti.”
“Che vuoi dire? che ciascuno è sempre e solo oggetto di storia, mai soggetto? Tutti quanti
mossi o travolti da forze cieche più grandi di noi? Il Fato degli antichi Greci?”
“Mettila come ti pare. La realtà è che nessuno, dico nessuno, può a mio avviso dire di
muovere le cose, i fatti, gli accadimenti. Chi crede di muovere qualcosa è un po’ come il
giocatore che crede di essere obbedito dai dadi perchè ha indovinato il numero che è uscito.
Non c'è quello che gli esperti chiamano il rapporto di causalità.”
“E perchè non ci sarebbe questo rapporto?”
“Non c'è, fidati!”
“Non ci sarebbe quindi alcun rapporto certo tra l'azione della Confraternita e la congiura
che sta per travolgere il governo del Moro?”
“Riconosco che qualcosa non funziona perfettamente nel mio ragionamento!”
“Ho conosciuto un frate che sosteneva la tesi dell'errore del troppo ragionare. Noi qui
siamo la prova vivente della correttezza di questa tesi!”
“Osservazione giusta e conclusiva. Sciogliamo la seduta ed andiamocene a cena! Domani
vedremo che fare.”

130
capitolo dodicesimo

La perpetua si era levata da poco, e fuori sull'aia aveva sciolto i lunghi capelli grigi che
portava di solito raccolti in una grossa treccia e li stava spazzolando mentre si rimirava in un
vecchio specchio slabbrato che aveva appoggiato su di un ramo basso del fico. Ogni due o tre
colpi di spazzola dava quasi meccanicamente un'occhiata circolare attorno, alle piante e ai
muri circostanti, che altro non v'era da guardare.
Il sole tardava a comparire coperto com'era da nubi alte e biancastre che preannunciavano
un'altra giornata opaca, calda e noiosa.
Don Michele aveva appena finito di dir messa, quella solita del sabato mattina. Una messa
rapida e frettolosa alla presenza di pochissime persone, tutte donne anziane, mentre gli altri,
gli uomini e le donne più giovani, erano nei campi a lavorare.
Fu a quel punto che la perpetua li vide arrivare: due uomini a cavallo, seguiti da un terzo
cavallo, sellato di tutto punto ma privo di cavaliere.
Don Michele li incrociò sul sagrato. Erano appena visibili tra i rami delle piante dell'orto. I
due erano scesi di sella ed avevano preso a parlottare animatamente con don Michele, ma nulla
si riusciva ad intendere di ciò che dicevano.
Ed ecco che vide don Michele montare a cavallo, e gli altri due che subito lo imitavano, e
tutto il gruppo prendere la strada per Erba.
Fu quella l'ultima volta che vide don Michele.
Il piccolo corteo di viaggiatori proveniente da Pomerio arrivò a Milano in Arcivescovado
nel primo pomeriggio. Un insolito andirivieni di prelati, monsignori e semplici preti, anche
alcune guardie al servizio dell'Inquisizione, aveva caratterizzato quella giornata di caldo
torrido ed umidità soffocante al secondo piano del palazzo, dentro e fuori da una saletta di
norma utilizzata per le riunioni più importanti e riservate quali quelle che senza apparente
soluzione di continuità erano in corso dalla prima mattina, quasi tutte alla presenza
dell'arcivescovo Guido Arcimboldi e del vescovo Ottavio Carminati.
Don Michele appariva stanchissimo e stravolto dalla fatica. Cavalcare di continuo per tante
ore era stato per lui un impegno al limite della resistenza fisica. Non aveva mai occasione di
cavalcare e recentemente si era mosso poco anche a piedi e era ormai pieno di dolori un po’
dappertutto.
Venne subito condotto alla presenza di Antonio Trivulzio da Borgomanero, vescovo di
Como, che lo stava attendendo insieme ad un domenicano dall'aria autorevole a lui totalmente
sconosciuto.
Crivelli stazionava in corridoio in attesa di ordini. Attraverso la pesante porta di quercia
pervenivano gli echi soffocati e distorti di una conversazione sempre più concitata, un vero e
proprio alterco, sin tanto che, proveniente dall'esterno, non udì l'urlo seguito da un tonfo
sordo.
Affacciatosi subito alla finestra vide stesi scompostamente sul selciato i poveri resti del
prete appena arrivato da Pomerio che lentamente si stavano coprendo di sangue.
La porta della saletta si aprì con violenza, e il vescovo di Como si precipitò per le scale.
Crivelli, che lo seguiva da presso, lo vide uscire in strada, fendere la folla che si era
immediatamente radunata attorno al corpo di don Michele, ed inginocchiarsi in preghiera,
accarezzarne il capo, e benedirne infine la salma. Crivelli vide infine il presule rientrare e
risalire lentamente le scale mentre alcune lacrime gli rigavano il volto.

131
Il vescovo non imboccò la porta della saletta riservata ove, ancora rinchiuso, lo attendeva il
domenicano, ma entrò senza bussare nello studio di Arcimboldi, dove si trattenne a lungo a
colloquio. Accorse anche il vescovo Ottavio.
Anche il domenicano venne infine chiamato ed introdotto nello studio di Arcimboldi.
Dopo una buona mezz'ora, anche Crivelli, che attentissimo non aveva perso nemmeno una
sfumatura di quanto stava succedendo, venne convocato inaspettatamente da Arcimboldi.
I visi dei quattro prelati gli apparvero tesissimi.
La voce di Arcimboldi dura e tagliente gli ordinò seccamente:
“Accompagna subito, dico subito, questo frate ad una delle porte della città. Fai immediata
richiesta alle autorità civili perchè sia da subito reso operante il divieto per costui di rientrare
in città senza mia esplicita autorizzazione. Comunica per iscritto questa mia decisione a tutte le
parrocchie ed a tutti i conventi della città. Ed ora uscite entrambi immediatamente!”
L’Inquisitore, cupo e acceso in volto, scese le scale, passò accanto ad alcuni addetti
dell'Ospedale Maggiore che stavano componendo le spoglie di don Michele su di un carretto, e
seguì Crivelli fino a Porta Romana, per la quale uscì di città diretto a Lodi, senza aver
scambiato alcuna parola col suo accompagnatore.
“Inaudito! Inaudito!” continuava a ripetere Arcimboldi.
“Un cretino! Un vero cretino patentato!” gli faceva eco Carminati, mentre il vescovo di
Como taceva.
Il caldo e l'umidità non davano tregua. L'avvicinarsi della sera non recava alcun sollievo.
L'aria rimaneva immota e opprimente, greve di sudori e di odori.
Ognuno aveva alleggerito il proprio abbigliamento. Arcimboldi era praticamente rimasto
con indosso le sole brache, mentre Trivulzio aveva semplicemente aperto i bottoni della
tonaca. Intermedia, come di consueto, era la posizione del Carminati.
“Ma come gli è potuto venire in mente? Questa è la domanda! In un momento come questo
buttarmi sul tavolo un suicida, prete per giunta, di fronte all'intera città!” ribadiva Arcimboldi
guardando il Trivulzio che continuava a tacere.
“Tu non credi che sia venuto il momento di dirci perchè quest'uomo si è buttato dalla
finestra?” insistette ancora il vescovo Ottavio.
“Si è ucciso per colpa mia. Sono io che l'ho sulla coscienza.” disse il Trivulzio a voce bassa.
“Ma è due ore che ci ripeti questa storiella! E sono due ore che ti dico che non ci credo!
Vuoi farci capire o no come stanno le cose? Vuoi capire o no che ho la responsabilità di
prendere delle decisioni, ormai non posso più tirarmi indietro, che hanno e avranno gravi
conseguenze, e che debbo stare bene in guardia a non fare altri passi falsi, dopo tutti quelli che
stanno facendo da un po’ di tempo a questa parte i miei collaboratori?” esplose Arcimboldi.
“Dico che la colpa è mia, perchè non sono stato capace di impedire il consumarsi di una
gravissima ingiustizia ai danni del povero don Michele, che si è ucciso per non accusare
ingiustamente un uomo. L'Inquisitore voleva da don Michele un'accusa specifica, ben più
puntuale e precisa di quella che lui era disponibile a fare, ed alla quale aveva fatto riferimento
nella lettera che spontaneamente ci aveva già spedito, ed ha minacciato di affidarlo al
carnefice. Don Michele era un prete che io sgridavo in continuazione. Ho trascorso la mia vita
di vescovo a sgridarlo e a riprenderlo. Ed invece mi sono sbagliato totalmente: era una persona
seria, un vero uomo, che ha preferito perdere la vita piuttosto che prestarsi ad accusare un
innocente, un innocente a lui totalmente sconosciuto. Ed io, il suo vescovo, me ne sono accorto
solo adesso, dopo che ho assistito senza intervenire alla sua uccisione, perchè è questo che in
definitiva è accaduto!”
“D'accordo, questo si è capito. Ma, nel nome di Dio, chi doveva essere falsamente accusato
da don Michele, secondo questo pazzo d'inquisitore?” sbottò nuovamente l'Arcivescovo.

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“Fra Angelo Bartesaghi, il Provinciale dei Domenicani. È un nome che non deve uscire di
qui, anche se tu sei il capo della diocesi ed io un tuo subordinato. Per difendere il suo buon
nome è morto don Michele, che oltretutto nemmeno sapeva chi fosse!” disse fermo il vescovo
di Como fissando in volto l'Arcivescovo di Milano.
“Bartesaghi! Ha dell'incredibile. Una faida in casa dei Domenicani: ma è possibile? Ed io
ora come mi muovo? Al Duca ed a Landriani che gli racconto?” borbottò Arcimboldi come se
parlasse con sé stesso.
“Un momento, figlioli! E se fosse davvero Bartesaghi? Chi ci dice che l'Inquisitore non
abbia elementi per pensarlo?” intervenne serissimo Ottavio Carminati.
“E no! Questo è troppo! Mi avete fatto cacciare con ignominia da Milano l'Inquisitore
perchè cretino pericoloso, e ora mi dite che forse lui sa e era meglio sentire anche il suo parere.
Ora basta! Faccio a modo mio perchè qui l'Arcivescovo sono io!” prese a gridare fuori dai
gangheri Arcimboldi.
“Guido, calmati. L'Inquisitore l'abbiamo tutti e tre insieme lasciato andare, e ormai deve
essere lontano. E tu Antonio dimentica per un attimo la vicenda di don Michele. Dobbiamo
mantenere nervi saldi e cervello lucido in un momento come questo. Bartesaghi potrebbe
davvero essere quello che cerchiamo, ma osservo che solo ad un povero di spirito potrebbe
passare per la testa l'idea di colpire un Provinciale dei Domenicani utilizzando la confessione
sotto tortura di un povero parroco di uno sperduto paesino del Ducato. Se è Bartesaghi il
nostro obbiettivo, è un obbiettivo fuori della nostra portata. Può essere colpito solo da Roma.
Dobbiamo come minimo avere il Borgia dalla nostra, che poi, se io lo conosco bene, porrà la
condizione che non vi siano piazzate, pretenderà che i panni sporchi siano lavati in casa,
promoveatur ut amoveatur, o qualcosa di simile. Il nostro problema, se tu Guido mi permetti
di parlare con franchezza, lo vedo di difficile soluzione. Dobbiamo accontentarci per ora di
Arimondo, che già di per sé appare un osso ben duro! I conti con Bartesaghi li dobbiamo
regolare in seguito e nei modi dovuti.” intervenne il vescovo Ottavio.
“Vedo che qui non ci siamo ancora ben capiti. I conti con fra Arimondo li devo
tassativamente regolare io, e subito, non ho scampo, non posso né ritardare né traccheggiare.
Debbo semplicemente agire ed arrivare al risultato, diversamente perderei matematicamente
faccia e diocesi! Avete capito voi due quale è la situazione reale in cui mi trovo?” sibilò con ira
l'Arcivescovo.
“Quanto al Borgia...” proseguì acido Arcimboldi rivolto a Carminati “... non è lui che ti ha
mandato qui a Milano per aiutarci? La tua presenza qui non è la prova tangibile che egli è già
dalla nostra parte? Tutto è chiaro salvo un dettaglio: quale sia il reale aiuto che io abbia sinora
ricevuto dal Borgia. Ma lo riceverò mai questo aiuto?”
“La lettera! Cominciamo col leggerci con attenzione questa benedetta lettera di don
Michele al suo vescovo! Su Antonio, mostraci questa lettera!” intervenne Ottavio Carminati
imperturbabile, con tono calmo e pacioso.
Ci furono alcuni lunghissimi e affannosi attimi di smarrimento durante i quali il vescovo di
Como prese a frugare furiosamente tutte le tasche della sua tonaca, estraendone monete,
libriccini, due rosari, fogli di carta, ed anche un piccolo e curioso calamaio da viaggio,
probabilmente orientale, e poi finalmente, con palese sollievo di tutti, la lettera comparve. Era
breve, di poche righe, per certi aspetti deludente, ed allo stesso tempo sorprendente poichè
rendeva quasi incomprensibili tutti gli eventi che ne erano derivati.
Così recitava la lettera:
“Eccellenza, in ottemperanza alle direttive impartitemi, ho cercato di raccogliere notizie
sull'attività dei frati Domenicani del convento delle Grazie in Milano. Secondo una attendibile
fonte locale, il notaio Gian Maria Celsi di Pomerio, alcuni frati del convento prefato avrebbero
ormai varcato il confine che separa l'ortodossia dall'eresia. Ciò avrebbe egli appreso durante

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un viaggio a Fiesole. A disposizione per i dettagli di cui sono a conoscenza. Servo vostro
devoto, don Michele, parroco in Pomerio.”
“Ora, mio caro Antonio, sarebbe per noi opportuno sapere perchè questa lettera ti ha così
interessato. Quali erano questi dettagli? Hai ricevute lettere altrettanto interessanti dagli altri
tuoi sacerdoti?” proseguì ineffabilmente calmo e compassato Ottavio Carminati, mentre
Arcimboldi appariva furente.
“È molto semplice! Arcimboldi, come è noto, aveva richiesto, direi a quel che vedo che
tuttora richiede, elementi per una accusa documentata e giuridicamente valida di eresia contro
Arimondo da Gallarate. Questa lettera è l'unico elemento che ho raccolto. Da qui la convoca-
zione di don Michele. I dettagli che don Michele ha riferito prima di morire erano irrilevanti,
rifrittura di fatti noti da tempo con ben altra dovizia di particolari.” rispose asciutto Antonio
Trivulzio.
Arcimboldi si schiarì la gola, gli occhi fiammeggianti e la fronte vistosamente corrugata,
sintomo inequivocabile di irritazione profondissima, e zittì con un cenno della mano Carminati
che intendeva replicare a Trivulzio.
“Carminati, sono ormai arcistufo di tutta questa faccenda! Tu sei qui che giri attorno a
questo Arimondo da almeno tre mesi: posso sapere che hai combinato? Nulla, per quanto io ne
sappia! Ma ho altro da dirti! Posso finalmente sapere, visto che qui sono l'Arcivescovo, quali
siano le direttive che hai ricevuto dal Borgia? Quale è, detto con la massima chiarezza
possibile, il gioco tra noi?” disse infine lentamente, fissandolo negli occhi, con voce bassa e
scandendo le parole.
Carminati non rispose. Si limitò a fissare un punto indefinito della parete, tra Arcimboldi e
Trivulzio che gli sedevano di fronte. E fu quest'ultimo che inaspettatamente prese a parlare.
“Avrei anch'io qualcosa da dire o da chiedere. Tu Carminati chi sei veramente? Qui a
Milano e nei suoi dintorni che ci sei venuto a fare? No, fermati! Non parlarmi delle cose che già
so: sei un vescovo di curia e hai le credenziali firmate dal Borgia! Sei qui per ”vedere certe cose
che riguardano fra Arimondo e per aiutare l'Episcopato Ambrosiano nelle presenti difficili
circostanze”, come sei uso ripetere ad ogni occasione. Sei giovane, ed i giovani sono sempre
più brillanti e acuti di noi vecchi. La nuova generazione è sempre per definizione, definizione
sua ben si intende, migliore di quelle che l'hanno preceduta, ma ciò non è sufficiente per
giustificare il tuo comportamento. Sei venuto qui in casa mia a ficcare il naso dappertutto, a
criticare, a dare ordini, a far bella mostra di idee chiare, puntuali e perentorie su ciò che gli altri
debbano o non debbano fare. Ubi maior minor cessat, siamo perfettamente d'accordo! Ma tu
qui che cosa devi combinare, e che cosa hai combinato, se qualcosa hai mai combinato in vita
tua?” disse sibilandogli ogni sillaba sul viso, fissandolo truce con occhi serrati resi acuti come
spilli dall'acrimonia.
“Siete sicuri di voler sapere tutto sul perchè sono stato inviato qui? Siete sicuri di poter
pretendere di saperlo?” disse Carminati calmo, olimpico, in viso e nella voce ma non nelle
mani, che intrecciava nervosamente tra loro di continuo.
“Carminati!” intervenne severo Arcimboldi “ Voglio saperne di più sulle direttive che hai
ricevuto! Voglio saper bene, te lo ripeto ancora una volta, quale sia il gioco tra noi! È arrivato
per te il momento di mettere le carte in tavola!”
“E sono io che dovrei mettere le carte in tavola? Allora siete poco informati, perchè è da
qui, è da Milano che è partito il gioco! È qui che il gioco è stato pensato! Io cerco di essere un
esecutore fedele, umile e devoto, delle direttive ricevute.” protestò Carminati.
“Non mi interessa, per essere chiaro, sapere dell'accordo tra l'Eminentissimo ed
Eccellentissimo Cardinale Ascanio Sforza, fratello del duca Ludovico, e il suo grande amico
Rodrigo Borgia, parimenti Eminentissimo ed Eccellentissimo Cardinale : agli Sforza un aiuto
concreto e decisivo per mantenere il Ducato, al Borgia la successione ad Innocenzo sul trono di

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Pietro. Voglio che tu mi dica in che dovrebbe consistere questo tuo aiuto! Voglio sapere tu qui
a Milano che ci stai a fare!” ribadì questa volta con calma determinazione Arcimboldi.
“Il mio compito principale è quello di capire chi è fra Arimondo, che fa, chi sono i suoi
amici.” rispose Ottavio.
“E l'accusa di eresia?” l'interruppe Trivulzio.
“Sono qui anche per certificare l'eresia!”
“Quando mai al Borgia è importato discutere di questioni dottrinali?” interruppe
nuovamente Trivulzio.
“Giovane sono, caro Antonio, ma non bamba! Tutti sappiamo cos'è veramente un'eresia,
allorquando prende forma nella testa di chi la concepisce e la rende pubblica, la sostiene e la
diffonde, prima di divenirne vittima e morirne, come sinora accaduto.
Nella sua ultima essenza, l'essere eretico è il mettere in discussione il diritto a comandare
di chi oggi comanda! L'eresia è una sorta di scommessa con sé stessi, conscia od inconscia che
sia, certamente folle e diabolica : è il pensare di potersi sostituire al capo dei propri capi, al
Sommo Pontefice Romano!
Qui non ci sente nessuno, ma tutti sappiamo anche quanto labile, mobile, e ovviamente
opinabile, sia il confine dottrinale tra eresia e ortodossia. Diviene immediatamente definito e
chiaro non appena tu accetti il primato papale oppure lo rifiuti, e tu divieni ipso facto
rispettivamente ortodosso od eretico.
Tu puoi accusare il Borgia di tutte le possibili invereconde nefandezze, ma non devi fargli
il torto di sottovalutare la sua finissima intelligenza politica. Quanto a gestione del potere,
Rodrigo Borgia è già oggi a pieno merito il vero e unico pontefice romano!” ribadì Carminati,
che pareva aver recuperato interamente la sua sicurezza.
“Non cercare di apparire più cinico di quel che sei! Quanto al Borgia, ancora non è stato
eletto papa, se mai lo sarà!” commentò acido Trivulzio.
“Carminati, io credo di aver capito da tempo la ragione della tua venuta qui a Milano. Tu
non sei qui per aiutare noi, tu sei qui solo per aiutare il Borgia a divenire papa.” disse
Arcimboldi, con un sorriso lieve e ironico sulle labbra.
“E se anche cosi’ fosse?” interloquì spavaldo Ottavio.
“Se così fosse, come credo sia, tu hai ricevuto direttive di contrastare i Domenicani qui a
Milano perchè sono loro che hanno ricevuto l'ordine da Firenze di fare il possibile e
l'impossibile per rendere difficile l'elezione del Borgia al papato, e tu hai pertanto ricevuto
l'ordine di tentare di ricondurli, dopo averli contrastati o spaventati, con le buone o le cattive,
all'ubbidienza al futuro papa Borgia.
Se riesci nell'impresa, viva il provinciale Bartesaghi e viva fra Arimondo; sin tanto che non
riesci, viva l'Inquisizione, con tutti i suoi istrumenti e rituali.
I conti tornano: ecco perchè debbo essere io a denunciare e tentare di far condannare
Arimondo! Interamente mia deve risultare la responsabilità dell'operazione, e nessuna ombra
deve ricadere sul Borgia, che ha più bisogno di alleati che di nemici, o su di te che devi fare il
paciere.
Ecco perchè mi hai fatto cacciare l'Inquisitore, che poverello cercava di fare candidamente
il suo mestiere senza guardare in faccia a nessuno, e soprattutto senza cercare od attendere la
mediazione di Ottavio Carminati.” disse come rassegnato Arcimboldi.
“Ed ora che si fa?” domandò Trivulzio reprimendo a stento un inopinato sbadiglio.
“Nulla, caro Antonio, nulla. Si va tutti a dormire!” proseguì Arcimboldi.
“Ma tu devi intervenire! Tu devi condannare Arimondo! C'è stato un accordo tra te e
Landriani su questo punto, e devi rispettarlo! Pacta sunt servanda! Perderai la diocesi se non
intervieni!” affermò deciso Carminati, alzando la voce.

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“Io non condanno nessuno. Se vuoi sostenere una accusa di eresia, ti incoraggio a farlo ed
io poi interverrò con le procedure consuete, ma io non mi muovo! Tra tutti, sono quello che ha
meno interesse a muoversi. Gli Sforza rischiano il Ducato, voi il papato, io una semplice dioce-
si!”
“Hai davvero intenzione di metterti contro Rodrigo Borgia e contro gli Sforza?” domandò
cupo Ottavio.
“Durante queste giornate, e soprattutto stasera, ho riflettuto e mi sono chiarito le idee su
ciò che devo fare. Ho deciso di fare l'Arcivescovo di questa diocesi, come è mio dovere e mio
diritto, e di non farmi strumentalizzare da nessuno.
Se qualcuno vuole da me un favore, qualcuno credibile e che abbia il potere di fare ciò che
promette, orbene che me lo chieda direttamente, facendomi sapere anche quale è la mia
contropartita. Sappi invece che tutto ciò che tu mi hai detto in passato o mi dirai in futuro, non
mi incanta piu’. Tu non sei credibile e soprattutto tu non hai il potere.
Hai una sola possibilità per portare a termine la missione che il tuo padrone ti ha affidato:
agire, risolvere i miei problemi, farmi favori, tanti, e sperare, ripeto, sperare che io ti riconosca
una contropartita, come a volte sono uso riconoscere a chi mi ha lealmente aiutato e servito.
Ecco tutto!” disse secco Guido Arcimboldi alzandosi.
“Se queste sono le tue decisioni, a me non resta per il momento che prenderne atto.
Domattina, dopo aver riflettuto, ti comunicherò le mie. Col tuo permesso vorrei ritirarmi nella
mia stanza.” disse Carminati con voce come sempre ben controllata alzandosi a sua volta ed
avviandosi verso la porta, mentre Arcimboldi assentiva con un cenno del capo.
“Ed ora a noi, mio caro Antonio. Credo che tu non abbia le idee chiare su ciò che sta
accadendo, e per questo stai commettendo un errore dopo l'altro, rendendomi difficile la vita
oltre il necessario.
In odio ai Domenicani, hai tentato di aizzare l'Inquisitore contro il Provinciale, con tutte le
conseguenze che conosciamo, incluso il tuo tardivo pentimento. Così facendo, e senza saperlo,
hai messo il dito in un covo di vipere creandomi un sacco di guai.
Il Provinciale e fra Arimondo sono stati scelti dal Generale dei Domenicani, in totale
accordo con Lorenzo de Medici, Massimiliano d'Austria e la corte di Francia, per avviare una
operazione di guerriglia religiosa, una sorta di “scisma ortodosso”, in accordo con altri
autorevolissimi membri del Sacro Collegio e della Curia Romana, volto a contrastare e
indebolire il Borgia colpendo il suo principale alleato Ascanio Sforza, ed a renderne cosi’
difficile od impossibile l'elezione a Sommo Pontefice.
Il ritorno di fra Savonarola a Firenze si inquadra nello stesso disegno. È un carro sul quale
sono saliti tutti. Quelli che cercano solo e sempre di fare affari, quelli che vogliono annettersi il
Ducato allontanando gli Sforza, quelli che vogliono crearsi crediti politici per poi esigerli,
quelli che si aggregano solo perchè sperano di fare carriera anche perchè non sanno farla
diversamente, ed infine quelli che stanno sempre dalla parte del presunto vincitore, mentre a
terra sono rimasti praticamente solo Ascanio Sforza ed il suo compare Rodrigo Borgia, che tutti
danno oggi per perdenti.
Io ho ricevuto autorevoli inviti dal governo ducale a schierarmi dalla sua parte: ma quale è
la sua parte? Come sempre giocano su due o tre tavoli contemporaneamente. Vuoi sapere
quale è stato il tuo più grave errore?
A me interessa in questo momento starmene acquattato, fuori dalla mischia, ad attendere
lo sviluppo degli eventi. Lo ho capito bene solo stasera, lo devo ammettere. Non voglio e
soprattutto non devo cavare le castagne dal fuoco a nessuno. Tu invece mi hai sospinto in
mezzo all'arena a combattere, con le tue avventate iniziative, che sono solo tue, ma che tutti
attribuiscono a mie precise indicazioni. Se stavi zitto e tranquillo, era meglio per me e per te!”
concluse apparentemente assonnato Guido Arcimboldi congedando il Trivulzio, che farfu-

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gliando scuse e giustificazioni si congedò a sua volta lasciando il palazzo diretto al suo
alloggio.
Arcimboldi si affacciò alla finestra. Il tempo stava cambiando: folate di vento fresco
sospingevano nuvole nere che veloci trascorrevano il cielo oscurando luna e stelle. L'umidità
dell'aria era altissima. Lampi lontani senza tuono preannunciavano il temporale.
“Era ora che venisse a piovere!” pensò Arcimboldi, mentre a torso nudo si raffrescava ai
refoli di vento sempre più frequenti ed impetuosi.
“Tutto cambia così rapidamente! Le alleanze, le opinioni, le amicizie, le parole, le decisioni!
Tutto invecchia ed è superato nell'arco di poche ore! Se riesci a stare fermo, ti ritrovi poco dopo
avanti a tutti. È un mondo strano, storto, rovesciato!” gli venne di pensare.
Stette ancora un attimo a rimirare il buio fitto ed immobile della strada, mentre qualche
goccia iniziava a cadere. Uscì dallo studio sul ballatoio con gli abiti sotto il braccio per recarsi
nel suo appartamento al piano di sopra, quando scorse profondamente addormentato su di
una cassapanca il proprio segretario Giovanni Crivelli.
Svegliò Crivelli, che biascicò alcune parole di circostanza, e lo invitò ad andarsene a casa a
dormire nel proprio letto. Crivelli, scossosi di dosso il torpore del sonno, non voleva
allontanarsi senza prima sapere, essere informato dello sviluppo degli avvenimenti, sentire
dalla viva voce dell'Arcivescovo un sintetico resoconto della giornata.
“Vattene a dormire, che poco o niente è successo, al di là delle apparenze. L'importante
deve ancora accadere, e nessuno sa se mai accadrà. “gli disse beffardo Arcimboldi salendo le
scale.
La stanza da letto aveva le imposte spalancate e dalla finestra entrava il frastuono della
pioggia fattasi torrenziale e dei tuoni sempre più frequenti, oltre ad una vivace e
piacevolissima corrente d'aria che stava raffrescando tutto l'ambiente. Il balenare di un fulmine
ruppe il buio profondo e permise ad Arcimboldi di individuare la sedia ove posare i propri
panni e dirigersi sul letto, ove si stese completamente nudo godendosi il fresco.
Non aveva più sonno. Ad occhi aperti, provando una strana felice sensazione di lucidità e
freschezza mentale, iniziò a ripensare ai fatti di cui era a conoscenza.
Era una partita certamente difficile, la più difficile che gli fosse mai capitato di giocare, e
non solo per la posta indubbiamente altissima cui cercava di non pensare.
Difficile perchè giocata su tanti tavoli, troppi, strettamente connessi tra loro. Partita
difficile anche per chi si fosse limitato ad assistervi.
Il gioco più importante e tutto condizionante, ormai non vi erano più dubbi, era quello
romano del futuro conclave, ove si sarebbe eletto il successore di Innocenzo VIII, che contro
tutte le aspettative continuava a godere di splendida salute, ed ove si fronteggiavano ormai
apertamente l'uno contrapposto all'altro il Borgia e Giuliano della Rovere.
Qui il gioco era iniziato da tempo, forse con troppo anticipo. Se il futuro papa fosse
risultato il Borgia, sorrise Arcimboldi, avrebbe dovuto, secondo le promesse di Ascanio Sforza,
sostenere le pesanti spese per un corredo tutto nuovo da cardinale, berretto rosso compreso.
Ascanio, atteggiandosi ad amico, confidente e grande elettore del Borgia, glielo aveva
esplicitamente e solennemente garantito. Ma la solennità della promessa e l'autorevolezza del
promettente non erano state sufficienti nemmeno per un primo prudente incontro esplorativo
di Arcimboldi col proprio sarto.
“Gran promettitore, raro mantenitore! Non ci si può fidare delle promesse di costoro, e
sarei stupido se lo facessi. Con costoro io debbo far finta di giocare in squadra, ma guardarmi
bene dal fare alcunchè perchè mi espongo senza contropartite concrete, solo promesse.
Do ut des, siamo d'accordo, ma contestualmente, quando sarà il momento! Se mai riuscirò
a divenire cardinale, lo diventerò solo per forza mia, non certo per l'intercessione od il
benvolere di Ascanio Sforza. A costoro non si può prestare fede alcuna!” si disse mormorando

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le parole a fior di labbra, quasi fosse un altro a parlare per lui, un altro più saggio ed avveduto
che stesse provvedendo a consigliarlo per il meglio.
Proseguì poi col passare in rassegna gli altri protagonisti.
In primo luogo la corte francese, con la quale il Cardinale della Rovere aveva fatto
apertamente lega. E poi Massimiliano d'Asburgo, che probabilmente appoggiava entrambi i
contendenti, come suo costume, per poter poi vantare credito col vincitore in ogni caso. Gli
Sforza, che appoggiavano il Borgia apparentemente senza riserve, se non si considerava
l'inspiegabile amoreggiare segreto di Ludovico il Moro con Carlo VIII.
Anche il Moro, come il suo amico Massimiliano, parteggiava prudentemente per entrambi
i contendenti? Motivo di più per star fermi ed attendere lo sviluppo degli eventi.
“ Ecco il da farsi: star fermi facendo gran mostra di correre!”
E qui l’arcivescovo scoppiò in una fragorosa risata, fresca ed allegra, al balenare
improvviso nella sua mente dell'immagine di tutti coloro, costituivano una vera e propria folla
che gli piacque immaginare sterminata e brulicante, che in quello stesso preciso momento, chi
seriosamente e puntigliosamente, chi facendo la faccia feroce con improntitudine somma, chi
con grande spirito ed allegria dandolo anche volutamente a vedere, erano impegnati insieme a
lui nel comico, funambolico e vecchissimo virtuosismo di star fermi facendo gran mostra di
correre.
“Vi è poi Lorenzo de Medici...” riprese a riflettere “... che avversa il Borgia ed ha grande
frequentazione con Giuliano della Rovere. Contro il Borgia e la sua ascesa, Lorenzo ha
scatenato Pico della Mirandola ed altri intellettuali della sua specie, e buona parte dei
Domenicani. Contro il Borgia vi sono pure i membri della Confraternita Segreta di Fiesole, che
sono tutti grandi amici di Lorenzo. Costoro sono sempre per principio contro tutti quelli che,
come il Borgia, riescono a far a meno di loro, per furbizia o per superiore capacità.
Che gente tutti questi cari confratelli fiesolani, prontissimi a fare accordi con tutti contro
tutti contemporaneamente, purché ci sia da guadagnare. Gentaglia della peggiore specie anche
a paragone di tutti noi, poveri preti peccatori degni solo di finire nel più profondo
dell'inferno!” brontolò tra sé e sé, soffermandosi a godere nuovamente il fresco della notte,
unito al piacevole ticchettio della pioggia, fattosi ora lieve e frusciante.
“Quali sono gli altri giochi?” riprese ad arrovellarsi.
“In primo luogo è aperto il problema di chi comanderà qui a Milano. È probabile che fra
Arimondo sia sfuggito di mano al provinciale Bartesaghi. Non darei un soldo, contro tutte le
apparenze, per un roseo futuro di questo povero arrogante e petulante fraticello. Trasferiti en-
trambi a Milano per destabilizzare la vita religiosa del Ducato e creare difficoltà al cardinale
Borgia ed ai suoi alleati Ascanio e Ludovico Sforza, oltreché al povero sottoscritto vescovo di
Milano, sembrano ora seguire strade diverse.
Bartesaghi pare oggi addirittura passato al campo avverso, donde il tentativo dei
Domenicani di accusarlo d'eresia, mentre il nostro fraticello Arimondo sembra colto da
ambizioni politiche personali incontenibili, forse pilotate da quel pazzo furioso di Savonarola.
Sarebbe diversamente inspiegabile il comportamento di entrambi.
Vi è poi la partita con questi giovani fanatici e scatenati rivoltosi che apparentemente si
sono infatuati di fra Arimondo. È lui che li guida o sono loro che l'hanno in ostaggio e lo
manovrano come un pupazzo, scatenando la sua incontentabile ed incontenibile ambizione ?
Se ho capito bene ciò che dicono di volere, vorrebbero trasformare Milano in un gigantesco
e noiosissimo convento di cui loro sognano di essere i padri guardiani, i depositari del Verbo,
cui tutti gli altri dovrebbero in ogni caso ubbidire di buon grado, prontamente e senza
discutere.
Colpiti da una forma grave e galoppante di meningite ideologica e di infantilismo politico
e religioso, appaiono pericolosissimi per sé e per gli altri.

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Incapaci di misurarsi con la realtà, di accettare la varietà feconda delle idee, di
comprendere la necessità del confronto, per il bene di tutti ma soprattutto per il loro stesso
bene, intolleranti e prepotenti per carattere e per scelta deliberata, sono però oggi forti,
terribilmente forti, per la debolezza e la divisione di tutti noi. Faranno però una brutta fine,
questo è certo, non vi sono dubbi al riguardo!”
Ridacchiò al pensiero della prossima fine di Arimondo, ai suoi sforzi disperati per crescere
di statura politica col massimo di velocità possibile, con l'obbiettivo evidente di divenire così
importante da non poter più essere stroncato da alcuno.
“Ma invece verrà stroncato, piu’ prima che dopo, perchè è solo un povero strumento nelle
mani di altri, non solo più forti di lui ma più dotati di testa pensante di lui, che lo stanno
usando fin che serve. Saranno costoro a buttarlo alle ortiche quando avrà cessato di esser loro
utile!”
Stavano bussando. Crivelli, una lanterna in mano, fece capolino da dietro la porta.
“Ancora qui? Che aspetti ad andare a dormire?” domandò Arcimboldi.
“Ho già dormito sulla cassapanca, Eminenza Reverendissima! Ho saputo poco fa che il
vescovo Carminati ha lasciato lo studio di Landriani da meno di mezz'ora. Sembra che si sia
recato da Landriani per chiedere la Vostra testa. Vuole che voi siate destituito da Arcivescovo
di questa diocesi! Comunque un famiglio di Landriani, cui debbo queste informazioni, mi ha
portato questo biglietto per Voi!” disse Crivelli porgendo una busta sigillata.
“E allora? Che facciamo?” brontolò Arcimboldi dopo aver letto il biglietto.
“È una proposta onorevole che le viene fatta, Eminenza?” chiese Crivelli, che aveva invano
allungato oltre il lecito lo sguardo nel tentativo di cogliere il contenuto del biglietto.
“Non mi viene fatta alcuna proposta. Il momento è delicato e devo prendermi le mie
responsabilità. È per questo che ho il dovere di non dirti nulla! Per il tuo bene, naturalmente!”
sorrise sornione Arcimboldi.
A palazzo Landriani molte torce erano ancora accese.
Nel suo studio Antonio Landriani aveva appena ricevuto un messo del duca Ludovico, con
un suo messaggio, e si apprestava a ricevere padre Angelo Bartesaghi, Provinciale dei
Domenicani, che gli aveva chiesto un colloquio urgentissimo.
Come Landriani aveva immaginato, Bartesaghi veniva per affrontare il caso di fra
Arimondo.
“Costui deve essere tolto di mezzo, prima che sia troppo tardi!” disse con la consueta
chiarezza e determinazione Bartesaghi.
”Abbiamo aspettato anche troppo, sia voi che noi. L'Arcivescovo sinora si è mosso con
eccessiva prudenza, e moltissima astuzia. Probabilmente non si è mosso affatto, convinto a
ragione che altri si sarebbero mossi prima di lui. E in effetti, per quanto mi riguarda, ho
concluso che non posso più aspettare. Se aspettassi ancora, Arimondo si rafforzerebbe troppo,
e ogni mia azione diverrebbe velleitaria ed inutile. Chiedo pertanto al Governo di questo stato
di prestare il proprio appoggio ed aiuto secolare ad una accusa di eresia, che formulerò perso-
nalmente contro fra Arimondo, che a questo fine deve, dico deve, essere arrestato domattina
all'alba nel suo stesso letto al convento di Santa Maria delle Grazie, prima che abbia il tempo di
filarsela. Ciò deve avvenire per il bene della Chiesa e del nostro Ordine, e credo anche per il
bene dello Stato. Sia costui arrestato e condotto segretamente, prima che la città ed i suoi
seguaci si sveglino, in uno dei vostri castelli del contado, Abbiategrasso ad esempio. Lì noi
provvederemo ad istruire il processo e ad eseguire la condanna conseguente, se non ci sarà
sufficiente e pubblica abiura e pentimento. La responsabilità dell'azione sarà tutta nostra, e ciò
deve essere chiarito apertis verbis a tutta la popolazione a tempo e luogo.”
“Siete ben sicuro di ciò che dite? Lo Stato sforzesco non può di certo arrestare il proprio
Segretario di Stato. Tuttavia, se l'autorità religiosa competente lo richiede, se l’accusa d'eresia

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che voi sosterrete è da voi giudicata ben fondata e grave, orbene lo Stato non può opporsi a
decisioni ecclesiastiche che attengono a precise competenze ecclesiastiche e che riguardano un
uomo che oltre ad essere Segretario di Stato, è anche un ecclesiastico.
Diciamo quindi che domattina accettiamo di arrestare su Vostra esplicita richiesta, in
ultima analisi per Vostro ordine e conto, il frate domenicano Arimondo da Gallarate, ma non
l'uomo di governo che con lui convive dentro la stessa tonaca.
Spero di averVi ben chiarito la nostra posizione! D'accordo quindi! Domattina all'alba,
ovverosia tra poche ore, ci dia comunque il tempo di predisporre gli uomini, tradurremo
Arimondo nel castello di Abbiategrasso.
Vi chiederei volentieri di assistere all'arresto, al fine ovvio di evitare incidenti con gli altri
religiosi del convento, se Arimondo stesse dormendo in convento, come voi mostrate di
credere. Sta invece dormendo in casa di amici, ogni sera diversi, da almeno tre sere. Sappiamo
comunque dove prenderlo e lo prenderemo. Si presenti quindi domani ad Abbiategrasso.
Troverà tutto pronto per quanto ha programmato di fare.” rispose sorridente e sornione
Landriani.
“Le chiedo inoltre di domandare all'Arcivescovo di dare direttive perchè i parroci
spieghino l'accaduto al popolo!” aggiunse serissimo e preoccupato Bartesaghi.
“Preferisco che facciate questa richiesta direttamente all'interessato!” rispose placido
Landriani.
“Gli invierò un messaggio, con indicazioni di quanto ho con voi concordato, se Lei
permette! Ad ogni buon conto glielo farò consegnare domattina, absit iniuria verbis, solo dopo
che l'arresto di Arimondo sarà stato eseguito!” disse sempre serissimo il Provinciale, mentre un
altro sottile e beffardo sorriso si stagliava sul viso di Landriani.

L'avventura di fra Arimondo volse rapidamente alla fine, come Arcimboldi aveva
ipotizzato.
Con un rapido voltafaccia, Arimondo tornò quasi subito ad essere l'umile, tranquillo e
coltissimo fraticello esperto di Sacre Scritture che aveva lasciato qualche tempo prima Firenze
diretto a Milano, e ciò avvenne non appena egli fu rinchiuso tra le robustissime mura del
castello visconteo di Abbiategrasso.
Fu abile nel ritrattare e convincente nel pentimento, come era facile prevedere. Il
Provinciale fu magnanimo, giustamente e opportunamente incline al perdono.
Non vi furono interventi del carnefice e nessuno pensò a castighi particolarmente severi.
Fra Arimondo tornò allo studio delle Sacre Scritture, in un convento lontanissimo da
Milano e da Firenze, noto solo ai suoi Superiori, ove visse per il resto dei suoi giorni.
Anche i giovanotti suoi seguaci e sostenitori, privi del proprio capo e degli appoggi morali
e materiali che persone interessate avevano fornito durante la rivolta, presto tornarono alle
proprie occupazioni abituali, con qualche rara eccezione che i “servizi” avevano subito
individuato e posto sotto controllo.
Il notaio Maffei era immediatamente partito per ignota destinazione con sorprendente
tempestività, poco prima che Arimondo venisse arrestato.
“È partito per un viaggio d'affari, credo che non torni prima di Natale!” andava ripetendo
la moglie a tutti coloro che la interrogavano. Dopo pochi giorni anche la moglie ed i figli
partirono improvvisamente e di loro non si seppe più nulla. Il duca Ludovico fece predisporre
una lettera per Bartolomeo Calco con la quale lo pregava di riassumere il suo incarico di
Segretario di Stato. E Calco, dopo essersi fatto pregare, accettò e si riconciliò anche col
Landriani.

E i delitti e la punizione dei colpevoli?

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Non interessavano più a nessuno, anche perchè non era poi nemmeno chiaro chi e quanti
fossero questi colpevoli.
Ogni possibile responsabilità dei delitti avvenuti, della rivolta e di ogni e qualsiasi fatto
delittuoso, accaduto ed anche non accaduto, fu subito attribuita al notaio Maffei ed alle sue
macchinazioni, e ciò bastò per chetare la cattiva coscienza di ognuno. Anche Bartolomeo Calco
capì e tacque, almeno in pubblico.

E così la storia è finita.


Una storia come tante altre. Un epilogo in tono dimesso e minore, senza acuti o
rivolgimenti memorabili, un tranquillo e sciatto lieto fine, un quasi non evento che lascia
praticamente tutto come prima.
Tutto come prima?
Quasi. Come il lento oscillare di un pendolo, prima a destra e poi a sinistra, e così via. Nel
tempo lungo è come se il pendolo se ne stesse fermo, proprio nel mezzo, e tutto sembra
compensarsi. Il tempo lungo si dice sia galantuomo, copre di oblio i ricordi e stempera i
contrasti, aiuta a dimenticare i vecchi affanni, e permette di pensare a quelli nuovi, che nascono
tutte le mattine, che assediano chiunque.

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