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LA VISIONE DI PICCHE

Risale al 1932 lopera teatrale di Eduardo de Filippo Il regalo di Natale. Ispirandosi ad una novella
inglese (The gift of the Magi), Eduardo ambienta a Napoli le vicende di 2 innamorati costretti dalla
loro miseria a privarsi di quanto hanno di pi caro, pur di adempiere al rituale dello scambio di
doni, nella notte santa. Al pubblico napoletano doveva sembrare credibile e commovente il
sacrificio dei protagonisti: il taglio e la vendita dei proprio capelli da parte di Emilia per comprare
una catena per lorologio di Attilio, la vendita dellorologio da parte di Attilio, per ornare con un
pettine di tartaruga e oro la lunga chioma di Emilia. Le parallele privazioni cui i due si
sottopongono per trovare denaro e acquistare oggetti indicano allo spettatore la loro difficolt a
sottrarsi dai condizionamenti della misera, sicch alle gratificazioni del consumo e dello
spreco,desiderate per esorcizzare la negativit accumulata e patita, corrispondeva la delusione di
unimpossibile sogno ricordato, dai preziosi oggetti, divenuti inutili tra le loro mani. Di oggetti
impegnati, di debiti rinnovati, tra speranze di vincite e pi frequenti perdite al lotto, sembra
intessuta la vita del popolino napoletano , registrata da narratori e autori di teatro, desiderarsi di
cogliere, dietro i luoghi comuni del folklore locale, una realt di disagio economico che nemmeno il
tempo della festa, coi suoi valori di socialit e col suo carattere di antiquotidianit, poteva allora
cancellare. In molti testi prevale la vena delle descrizione e delle esaltazione dei consumi e dei lussi
gastronomici, in omaggio ad una cultura natalizia che individuava nellopulenza del pranzo di
natale loccasione dellincontro familiare e la conferma dei valori e dei costumi tradizionali. E una
tendenza che riscontriamo nei racconti di natale, cio scritti e pubblicati in occasione delle festivit
di fine anno, prevalentemente su giornali e riviste, sorta di dono per i lettori che avrebbero dovuto
rinnovare la fiducia al giornale. Si va cos, dalle descrizioni che rendono visibili le tante mercanzie
esposte per strade affollate, vicoli e piazze, veri e propri trionfi di carni, di frutta, di pesci, di dolci,
destinati ad evocare gioie del palato, nel caso della Serao, fino alle note nostalgiche di chi, non
potendosele pi permettere, ricorda come piaceri irrimediabilmente perduti le sportelle di triglie
e sogliole, le abbondanti libagioni di Posillip0o vecchio del passato. Pertanto, propio sulle tracce
di una societ dellabbondanza, basata su un rapporto di mutua assistenza, venivano ricondotti alla
tradizione del canestro. Proprio per acquistare il canestro, il popolo napoletano ricorre ad una
serie di strategie. La principale strategia quella di versare per tutto lanno, ogni settimana, dal
proprio salumiere una piccola somma, s da ricoprire la somma che gli dar diritto a ritirare, alla
vigilia della festa, pane bianco, farina, uova, sugna, parmigiano, salsa, baccal, capitone vivo,
spumante, panettone, rococ, zucchero e caff. Tutto ci serve per cucinare un vero e proprio
pranzo di Natale coi fiocchi. Strettamente correlato al grande incremento della stampa periodica, e
a quello delleditoria a basso costo e ampia pubblicit, il consolidarsi anche a Napoli, di una
produzione narrativa legata alle strenne. Carlo Tenca, riconosce nelle strenne il fenomeno nuovo
delleditoria, individuando nella milanese Non ti scordar di me il modello dei tanti libri natalizi.
Che sarebbero venuti dopo, grazie alla competizione dei tipografi-editori, orientati verso una
produzione di lusso, presto di moda. Ed ancora Tenca ad evidenziare nei successivi saggi
sulleditoria popolare le diverse funzioni cui sul piano letterario rispondono strenne e almanacchi,
risultando le strenne opera di evasione, laddove a finalit educative sembrano assolvere gli
almanacchi per la seriet degli intenti.
Grande importanza ricopre a Napoli il romanzo dappendice. Sebbene fosse stato gi sperimentato
negli anni 40, accanto ad esso, la narrativa di minore respiro (costituita da leggende, novelle,
racconti, fantasia), si diffuse maggiormente nei giornali dellultimo decennio borbonico, sostenuta
ed alimentata da una crescente gradimento, da parte del pubblico di generi di evasione.

Sui giornali dunque la presenza di narrativa fin per divenire sempre pi cospicua, decretando la
fortuna del racconto sentimentale. La ricerca del nuovo non solo spingeva ad un continuo
confronto con la produzione straniera, incoraggiando traduzioni di romanzi (Sue, Dumas, Sand),
ma favoriva la circolazione dei medesimi scritti da una testata di una citt a quella di unaltra. E
alla rivista milanese Fama che dobbiamo far riferimento per la nostra letteratura natalizia,
ricordando la presenza della traduzione del romanzo di Dickens La scampanata del Capodanno.
E un dato importante, perch rivela una precisa strategia del giornale che, ospitando un romanzo
di un autore famoso, tra vecchio e nuovo anno, mirava ad incrementare le vendite, ponendosi in
concorrenza con le tante pubblicazioni di storie sentimentali o fantastiche di Capodanno, ospitate
nelle strenne. Forse proprio da questo momento in poi, lincontro con la letteratura pedagogia, o di
intrattenimento, in sintonia con latmosfera natalizia, sar sempre pi appannaggio del giornale,
sino a rientrare nelle abitudini consolidate del lettore, cui puntualmente dedicato un numero
strenna, di Natale e Capodanno, al quale, in molte testate, si aggiungono il Numero Strenna di
Pasqua e quello della festa nazionale dello statuto, in giugno,.
Su fogli per adulti e per ragazzi, negli ultimi decenni del secolo e nei primi anni dal nuovo,
troveremo racconti, poesie, articoli di folklore, testi di ninne nanne, tutte rigorosamente in tema
per soddisfare le esigenze di riviste per la famiglia o il diffuso Natura ed arte di Provaglio. La
produzione letteraria mira quindi a farsi portavoce dei valori familiari e il giornale diviene una
sorta di grande contenitore per materiali diversi, aggregabili tra di loro sulla base di un tema di
forte carica emozionale: linverno con le sue feste e i suoi rigori. I racconti di natale sono
riconducibili al topos dellinverno tramite le due fondamentali sequenze narrative: la I neve-freddo
ricerca di calore-focolare-famiglia; la II ad essa opposta neve-freddo-assenza di calore-solitudineesclusione. Sembra di dover ricondurre la scrittura natalizia a due modelli letterari forniti da un
lato dal Dickens del canto di natale, dallaltro dallAndersen della Piccola fiammiferaia.
Naturalmente numerose sono le variazioni a tali schemi rispetto alle influenze scapigliate che sono
verificabili in testi quali Natale in famiglia di Bazzero, o in Cavar sangue da un muro della
marchesa Colombi e in Due scarpe vecchie del De marchi. Con la Visione di Picche di Federigo
Verdinois, lautore napoletano si cimentava nel genere del racconto di Natale. Verdinois fonda a
Napoli nel 1877 il Corriere del Mattino letterario e quindi assume la direzione della Parte
letteraria del medesimo quotidiano. Grazie ad essa il giornale si assicura unampia fascia di
mercato e conquista le simpatie dei ceti medi, desiderosi di aggiornarsi e di uscire dal
provincialismo dei fogli locali. Egli ne asseconda le istanze e pubblica scrittori raffinati, dai
fantastici Poe e Verne ai recenti Zola e Mendes. Promuove un vero e proprio salto di qualit della
stampa meridionale, assicurandosi le collaborazioni degli autori nazionali pi noti ed incoraggia le
giovani leve cui consente lesordio non solo sul suo giornale, ma anche su altre importanti testate
nazionali.
La Visione di picche: elemento fantastico ha in questo caso una sua particolare utilizzazione, s da
sconvolgere la struttura del racconto doccasione da lui adottata. Il motivo della visione
immaginaria, caratteristico in Dickens, adottato esclusivamente come metafora del reale; vale da
cifra interpretativa dellutilitario mondo moderno, basato sul profitto e sul sistema di sfruttamento
che condanna alla miseria senza riscatto i meno abbienti. Si realizza cos la liquidazione del
racconto a lieto fine, insieme a quella dei miti pi cari al narratore (lumana solidariet, la felicit
del mondo familiare), sogni destinati a soccombere di fronte al prevalete della spietata logica degli
interessi. La visione di picche, storia vera per chi crede. In esso il termine pi piano appunto lo
pseudonimo Picche con cui lautore si fa riconoscere dal suo pubblico. Nel frontespizio del volume,
il lettore ritrova quella sua firma elegante col P in forma acuminata come nelle carte da gioco. Le
difficolt nascono invece col termine visione che, possiamo includere nella classe degli
enantiosema, ovvero delle parole con duplice ed opposto significato, analogamente al termine
storia che in italiano indica tanto un racconto di massima verit, quanto un racconto di massima

finzione. Visione s una vista insolita, ma il verbo vedere indica il percepire con la vista tanto gli
oggetti forniti dallesperienza sensibile, quanto le parvenze di oggetti illusoriamente offerti al
vedere. Nel I caso, oggetto del vedere ci che c, e quindi rientra nelle competenze della
letteratura del vero, nel II, oggetto del vedere ci che non e che pertanto rinvia alla scienza dei
sogni, allesperienza mistica, alla letteratura fantastica. Il titolo si pu riassumere in 4 diverse
valenze:
Racconto assolutamente vero.
Racconto assolutamente vero per chi crede allesistenza di ci che non c.
Racconto completamente inventato.
Racconto credibile solo per chi crede alla verit delle favole.
Infatti, il titolo investe di dubbi ora i contenuti della visione, ora la qualit della scrittura, sicch
quello che finora sembrava un oggettivo punto di riferimento Picche, nella sua qualit di narratore
di unesperienza vissuta, ci sembra ora ancheesso figura aleatoria, non esistente nella realt,
personaggio noto, ma comunque fittizio, perch creatura letteraria, protesa a svelare il mondo dal
suo particolare angolo visuale. Il testo organizzato in modo che lelemento visionario si imponga
alla sua stessa struttura attraverso due capitoli (il I e lultimo) che fanno da cornice alle vicende
centrali di un giovane padre di famiglia, oppresso dai debiti al punto da suicidarsi la Notte di
natale. Figure come quelle del capitalista, orco che presta a interesse, fingendo di aiutare il
prossimo, e quella fallimentare dellonesto, incapace di compromessi, al punto da preferire la
morte al vivere infamandosi, dominano la scena. Nel rievocare lo spettro della miseria, lautore
sceglie come protagonista un piccolissimo borghese con aspirazioni di crescita sociale per s e la
sua famiglia e documenta in modo esplicito la paura dellimpoverimento o del riassorbimento dal
basso, tipica dei ceti medi in una citt come Napoli ove precarie erano le possibilit di lavoro e
tanto frequenti quelle di passare, attraverso debiti e cambiali, dalla condizione della dignitosa
povert a quella della mendicit vergognosa.
Alle vicende del giovane che, nonostante laffetto dei suoi, si consegna al gelo della morte, si
affiancano quelle del narratore, nella medesima notte di natale, impegnato a giocare con un
tranquillo e benestante signore, per le continue vincite, pago di s, al pari della sua gatta bianca
che si acciambella sulla p0oltrona. In questo interno di rassicurante opulenza borghese, man
mano, attraverso il dialogo, scopriamo lidentit del padrone di casa, un consigliere del banco di
Napoli, capace di frastornare lavversario con continui discorsi economici, e sistematiche
dissertazioni su speculazione lucrose. Ma spesso, nel corso della serata, leloquenza dellospite
finisce per trasformarsi in incubo per il mite e finora ironico interlocutore. Ad osservare bene,
lamico, mostra, nella foga del suo monologo uno strano enfia mento delle vene del collo e della
fronte, mentre sul capo, gli si agita la nappa doro della berretta, sicch sembra somigliare pi che
ad un uomo ad uno spirito materializzato, forse lui stesso un fantasma evocato nel passaggio della
mezzanotte. Non pi uno spirito solo, ma addirittura una processione di spiriti, che indossavano
tutti una veste da camera e in capo la stessa berretta ricamata ritroviamo nel capitolo finale sorta
di viaggio nel territorio sotterraneo della citt, sopra festante, nei palazzi e nei tuguri, tra il
frastuono delle voci e dei fuochi dartificio. E un passaggio nelle viscere della terra, in compagnia
del consigliere De Palma, sdoppiato e moltiplicato, e un percorso su soffici tappeti, salvo a
scoprire, nel poggiarvi i piedi, un loro strano palpitare, come se al di sotto si nascondesse una forza
celata. La visione diventa sempre pi precisa e i tappeti si rivelano luridi stracci, cenci miserabili,
rifiuti dei grandi Monti di Piet e di Agenzie di Pegni, mentre le lacrime di cui essi sono intrise, per
una prodigiosa trasformazione, se ne separano, acquistando bagliori doro. E un presentimento
del tesori nascosto che pulsa nel cuore della citt e che, si propone allo sguardo e al godimento dei
tanti De Palma in processione, tra pezzi doro in movimento in un inquietante rumore che ne

rammenta lorigine nellimmane miseria sul cui dolore prosperano e fanno affari industria e
commercio.

UN ALTRA COSA
Il I capitolo ci riporta in un ambiente borghese dove lio narrante della storia diventa testimone
sorprendente della visione. Il sig. De palma era consigliere del banco di Napoli e aveva pi di 60
anni. Egli per non era un gran lavoratore, perch delegava piuttosto gli altri a svolgere i suoi
compiti. Pertanto, egli non aveva alcun merito se non quello di possedere una gatta bianca e di
essere pratico e fortunato nel gioco. Era la notte di Natale e il protagonista, percorrendo le vie di
Napoli colme di gente, di montagne di dolciumi ammassati nelle botteghe, di suoni assordanti;
giungeva al palazzo dellamico De Palma. Dopo essersi accomodato e aver ascoltato i racconti dal
padrone di casa riguardo tutte le leccornie gustate quella sera, si diede inizio alla partita di cui
lunica spettatrice era la gatta bianca raggomitolata sul divano quasi fosse stata il giudice di
campo. La fortuna di De Palma era sfacciata e pendeva sempre dalla sua parte durante il gioco. Ci
irritava non poco il nostro protagonista che finiva sempre per perdere ed innervosirsi a causa della
gatta, che De Palma usava come strumento per stizzire lavversario. Nel bel mezzo della partita,
per, De Palma cominci a parlare di Napoli, delle industrie, del commercio e del Banco che,
secondo lui, era al di sopra di tutto. Invano, il protagonista cerc di farlo tacere ora
assecondandolo ora annuendo, ma non vi riusc. Quindi, complici il sonno e qualche bicchierino di
troppo, fin per cadere in quello stato di annebbiamento che precede il sonno dove le idee si
confondono e i pensieri si dilatano. A questo punto, la percezione della realt divenne confusa,
perch il protagonista era sospeso tra il sonno e la veglia: la gatta bianca con i suoi fosforescenti
occhi verdastri, venne confusa con limmagine del Vesuvio coperto di neve. Ben presto, per, i
protagonisti furono riportati alla realt dal suono dellorologio che segnava la mezzanotte e da un
fragore potentissimo dal quale si sprigion una luce accecante. Circondati dalla luce lunica
immagine poco chiara rimaneva quella di De Palma, il quale sembrava un vero e proprio fantasma.
In quella stanza illuminata si agitavano anche altri esseri, eppure i due amici erano certi che non
si trattasse di un incubo e che la citt in cui si trovavano, bench la guardassero da unaltra
angolazione, era sempre la stessa.

PAPA HA RAGIONE
Il capitolo inizia con la descrizione di una ridente giornata di sole, dove la luce illumina ogni cosa:
le case, le strade, i negozi, la natura ecc Ma una luce che si sprigiona anche dai cuori gioiosi
della gente e che si diffonde dappertutto. Questa luce, tuttavia, avvolge tutto il paesaggio tranne
una piccola casa nascosta nel buio e nellombra, quasi si vergognasse di mostrarsi agli occhi degli
altri. Pi che una casa, sembra una topaia vecchia e trascurata e lunico essere umano che vi
appare allinterno una piantina di garofani ben tenuta e curata, collocata sul davanzale di una
finestra. Il desco familiare modesto giacch non vi una grande esibizione di cibi nella cucina, se
non un pranzo costituito da 3 anguille ( tipica tradizione napoletana) per 3 persone. Uniche
abitanti della casa sono: Rosa, la cuoca brutta e sciatta; Ernesta, una fanciulla pallida e magra non
molto in salute e allapparenza priva di vitalit; e la signorina Geltrude. In quel giorno di Natale
molte persone si erano recate da Geltrude per impegnare le poche cose che avevano , cos da
festeggiare degnamente la festa. Allapparenza, non si sarebbe mai detto che gli ori e i diamanti
della signorina Geltrude fossero il risultato del lavoro di sua madre che specula sulla miseria della
povera gente. Un tale lavoro non dignitoso sia per chi lo svolge, sia per chi costretto a

ricorrervi, pertanto, la vera miseria non del povero che conserva intatta la propria dignit, ma
del ricco che usa ogni mezzo per arrivare al denaro.
Terminato il lavoro, Geltrude si siede a discorrere damore con Ernesta, la quale sembra alquanto
scossa e malinconica. Geltrude non fa mistero della sua concezione dellamore basata sul
matrimonio di interesse e si vanta di aver dato il benservito a molti uomini, cosa che dovrebbe fare
anche Ernesta con il suo attuale spasimante, che sembra non essere degno di lei. Ma Ernesta non
vuole farlo, sia perch ne innamorata, sia perch non vuole ferirlo proprio il giorno di Natale. Il
suo fidanzato arriva proprio in quel momento e i due si recano in una camera a discutere, mentre
Geltrude resta di guardia fuori alla porta. Dopo poco, per, i giovani sono costretti a interrompere
i loro discorsi a causa dellarrivo del padre della signorina Ernesta, il quale viene paragonato ad un
orco cattivo. Si tratta di un uomo robusto dalle spalle larghe, i cui vestiti e gioielli fanno s che egli
incuta terrore e trasmetta un senso di potere che viene esaltato mediante lesibizione della catena
doro portata al collo. Accanto al padre di Ernesta vi era un altro uomo: una figura esile, vestita di
stracci e dallaria timida e riservata che, passando accanto alle due donne, aveva suscitato la
curiosit di Geltrude, la quale volle conoscere la sua storia. Oronzio Sferri era sempre stato povero
ma, nonostante mancassero i mezzi, si era voluto comunque sposare con una donna altrettanto
povera. Avevano avuto dei bambini, ma non potevano mantenerli perch lui non aveva una
posizione. Si accontentava, infatti, dei pochi soldi che provenivano da un certo commercio di
mercerie; ma alla fine, i debiti erano diventati pi ingenti dello stesso profitto e il suo negozio
aveva finito per fallire. Fu cos, che il padre di Ernesta cominci ad aiutare economicamente
Oronzio mediante una serie di prestiti in denaro. Il debito, per, era diventato cos oneroso che il
padre di Ernesta decise di non fargli pi credito. In seguito a questo racconto, Ernesta ripensa al
suo spasimante squattrinato: nonostante lo abbia lasciato perch privo di una buona posizione
economica, ancora innamorata di lui e si rammarica di averlo abbandonato; ma in quattro anni
di fidanzamento, il giovane non era riuscito a farsi una posizione e lei non poteva pi aspettare.
Terminato il colloquio fra l orco giallo e Oronzio, Geltrude torna a casa e padre e figlia si mettono
a tavola per gustare il pranzo di Natale. Tra una portata e laltra luomo non fa altro che parlare del
suo lavoro: pur di guadagnare era disposto a tutto, anche alle fatiche pi assurde; non mollava mai
ed insisteva finch laltro non cedeva. Si vanta ed illude di avere la coscienza pulita poich a suo
avviso, ci che fa non altro che prendere ci che gli spetta di diritto. Egli si mostra come langelo
custode dei pi deboli quando, in realt, vuole solo speculare sulle disgrazie altrui e per giustificare
la sua condotta afferma che tutti questi sforzi sono compiuti per il bene di sua figlia, per farla
vivere nel migliore dei modi, con tutte le comodit che si addicono ad una signorina del suo rango.
Stando a contatto con il padre, Ernesta ha acquistato la sua stessa mentalit in fatto di soldi e
guadagni, per questo sa bene di non poter sposare il suo giovane studente squattrinato. E, nello
sfarzo del luculliano pranzo di natalizio, appare evidente che la famiglia di Ernesta festegger nel
migliore dei modi, dato che ha i soldi per farlo. Ma, paradossalmente, la vera ricchezza quella
della povera famiglia di Oronzio Sferri, dove per ricchezza non sintende quella economica, ma
quella dellanimo, fatta di sentimenti sinceri, affetto e purezza interiore.

LO SPETTACOLO DEGLI DEI


Il capitolo comincia come fosse il continuo del precedente. In esso, lautore racconta cosa aveva
fatto Oronzio Sferri una volta uscito da casa dellusuraio: tristi e malinconici pensieri invadevano
la sua mente, girava per le strade, dove la felicit della gente nel giorno di Natale contrastava con il
dolore in cui era sprofondata la sua anima. Intanto era giunta lora di tornare a casa per
festeggiare il santo Natale che la festa di tutti, ricchi e poveri; tutti hanno il diritto di festeggiare
e credere ancora nel futuro. Il Natale, infatti, anche la festa della speranza, dove a tutti viene

concessa una opportunit Speranza in un aiuto della Provvidenza che non abbandona mai i pi
deboli e gli oppressi. Nonostante la sfortuna e la miseria, Oronzio non perde la fiducia e la
speranza nella Provvidenza, continuando a credere che la felicit prima o poi sarebbe arrivata. Il
suo unico grande errore era stato quello di essersi innamorato e poi sposato pur non avendo una
posizione. Al di l di tutto, per, a distanza di anni ringrazia Dio per avergli dato una famiglia: il
bene pi prezioso che avesse e al quale non avrebbe mai rinunciato. Oronzio e sua moglie erano
degli idealisti, dei sognatori che facevano tanti progetti, senza per, avere gli strumenti per
realizzarli; con il risultato che, dopo breve tempo, tali progetti andavano in fumo. Ben presto, la
coppia fu benedetta con la nascita di due figli, anche se ci voleva dire altre bocche da sfamare .
Per questo, luomo aveva deciso di ricorrere al credito illudendo se stesso che quella sarebbe stata
lultima volta. Con estrema ingenuit, pensava che il suo creditore fosse disponibile e caritatevole
verso di lui, perch egli aveva fama di essere un uomo onesto e perbene. Cos, Oronzio decise di
aprire una bottega con i soldi ricevuti dai creditori senza, per sapere niente di come si gestisce un
negozio ed incurante del fatto che su di esso incombessero gi dei debiti ancor prima di avviarlo.
Dopo breve tempo il negozio fall e Oronzio dovette nuovamente ricorrere al credito, ma anche
coloro che lo avevano aiutato sino a quel momento, gli voltarono le spalle e luomo fu costretto a
rinunciare al suo negozio per saldare le spese fatte in precedenza. Finalmente, a forza di cercare e
scomodare persone, era riuscito a trovare un lavoro al Municipio, il che equivaleva ad uno
stipendio fisso e ad una vita pi tranquilla, senza doversi arrabattare per trovare lo stretto
necessario per vivere. Nonostante ci, la situazione continuava a precipitare, i debiti si erano
moltiplicati e con essi anche gli interessi che bisognava pagare ai creditori. Era necessario, quindi,
porre rimedio a questa disastrosa situazione senza, per, farsi prendere dal panico ed evitando di
commettere errori irreparabili. Pertanto, Oronzio decise di chiedere nuovamente aiuto a qualcuno
dei suoi amici, ma ogni suo tentativo si rivel un buco nellacqua, giacch nessuno dei suoi amici
era disposto o in grado di aiutarlo. Quasi vinto dalla disperazione, Oronzio vagava per le strade
della citt, impaziente di tornare a casa perch, dopotutto, era Natale anche per lui e la gioia della
festa non si nega nemmeno agli infelici e ai poveri. I sentimenti delluomo erano altalenanti:
talvolta era preso dallo sconforto, pensando a cosa avrebbe dovuto fare se non avesse trovato
qualcuno disposto ad aiutarlo; talvolta, il suo cuore era rinfrancato dal pensiero della sua famiglia,
dei suoi figli, che ogni giorno rendevano gioiose le sue giornate. Animato da questi pensieri, e,
affidando la sua vita nelle mani del Signore, si avvi verso casa.

O SI VIVE O SI MUORE
Lautore inizia questo capitolo con delle riflessioni personali. Tutto ci che noi possediamo e di cui
possiamo usufruire diventa per noi scontato e ovvio, ma colui che non possiede queste cose, sa
apprezzarne meglio il valore, proprio perch non pu averle. Era questo il caso della famiglia
Sferri, dove una bambina di nome Ninetta e il suo fratellino Fredino, pur non possedendo
giocattoli, usavano gli oggetti dellarredo quotidiano per i loro giochi. Ninetta era una bimba di
cinque anni dai capelli biondi e i lineamenti delicati; Fredino aveva quattro anni ma si vantava di
essere lometto d casa e insieme si divertivano facendo finta che Ninetta girasse per il mondo
scortata e tirata dal suo cavallo Fredino. Provenendo da una famiglia molto religiosa, spesso i
bambini, per passare il tempo, leggevano alcuni passi della Bibbia, come quello relativo al
sacrificio di Isacco. I due fanciulli, per, ancora ingenui ed inesperti, riuscivano solo a dare delle
spiegazioni inverosimili ai dubbi sollevati da queste letture. Queste letture contribuivano anche a
ravvivare nei bambini i ricordi del Natale precedente, momento di grande felicit e di splendida
unione familiare. Vedendo i bambini con aria triste e malinconica, la madre cerc di tenerli
occupati, affidando loro il compito di apparecchiare la tavola. Solitamente nelle case nobili erano i

servi a preparare la tavola ma, in una casa modesta come la loro, erano i bambini a svolgere queste
mansioni insieme alla madre con grande entusiasmo e voglia di fare, perch ci serviva a rafforzare
lunione e larmonia familiare. Modesta ma pulita era la tavola di Natale preparata da Eugenia con
sopra i dolci cucinati amorevolmente con grande impegno ed attenzione per godere a pieno, anche
con il palato, dello spirito della festa. Nel frattempo, Oronzio era tornato a casa e poteva, quindi,
godersi il calore della sua famiglia. Avvolto dallaffetto e dal calore della sua famiglia, Oronzio
sembra non avere pi paura di niente, come se egli possedesse il mondo intero. Nel bel mezzo dei
festeggiamenti, bussarono alla porta di casa i vicini degli Sferri,desiderosi di festeggiare il Natale
in loro compagnia. Per far divertire i bambini, il sig. Mario aveva proposto di giocare ai quattro
cantoni e tutti avevano deciso di buon grado di partecipare: Fredino e Ninetta , i coniugi Sferri, i
vicini di casa: Ermenegilda, Mario e il loro figlio Giovanni. Ben presto,per, con larrivo della
mezzanotte, i giochi terminarono affinch tutti si scambiassero reciprocamente gli auguri di buon
auspicio per il nuovo anno. Nel giro di pochi minuti i vicini si congedarono con la promessa dei
coniugi Sferri di accettare linvito a recarsi nella loro casa in campagna per trascorrere altri
splendidi momenti come quelli. Poco a poco latmosfera della festa svan e, dopo aver messo i
bambini a letto, marito e moglie si coricarono; ma , nel silenzio della notte, cera qualcuno che non
dormiva: Oronzio, infatti, seguitava a pensare, a tornare con la memoria alla sua sorte e alla sua
sventura che non poteva, per, condividere con nessuno. Ormai non vedeva pi una via duscita,
una speranza, una soluzione che gli permettesse di risollevare onestamente le condizioni
economiche della sua famiglia. Fu cos, che in un impeto di disperazione, si alz, baci
velocemente la moglie e i figli dicendo loro Addio, apr la finestra del balcone e si gett di sotto.

IL DI SOTTO
Nellultimo capitolo ricompare il tema della visione, cui si era fatto accenno nel I. Gli spiriti
apparivano avvolti dalle tenebre: indossavano tutti una veste da camera e portavano tutti la stessa
berretta ricamata con una nappa doro pendente. Era come se un solo uomo si fosse moltiplicato in
tante copie di s, in tanti spiriti che andavano a due a due in processione lungo un cunicolo basso,
interminabile che conduceva ad una porta sprangata. Da questa porta si sprigionava una luce
accecante e probabilmente al di l di essa si festeggiava il Natale: una festa a cui prendono parte
tutti, sia coloro che abitano nei palazzi, ma anche quelli che si trovano nei tuguri, si festeggia
persino nelle viscere della terra. Ed proprio in queste viscere che c pi ricchezza di quanto
sappiamo e di cui non possiamo godere. Quegli spiriti non erano altri che De Palma: il consigliere
si era sdoppiato, spezzato, moltiplicato come se, guardandosi in uno specchio, questo si fosse rotto
in mille frantumi. A un certo punto, il terreno cominci a gonfiarsi e la via si fece molle e soffice,
come se ci fossero dei tappeti sopra. Tuttavia, si trattava di migliaia e migliaia di giacchette lacere,
calzoni rattoppati, lembi di camice, panni logori, sottane sfrangiate, lenzuola sfilacciate, pezze e
stracci, brandelli e cenci, era tutto un miscuglio in cui vivevano e prolificavano il vizio e la miseria.
Da qui sgorgavano tutti i rifiuti dei grandi Monti di Piet e delle abbiette agenzie di pegno, i fondi
dei magazzini falliti da cui fuoriuscivano lacrime e sangue rappreso. I numerosi spiriti erano
sospinti da questo miscuglio verso la misteriosa porta sprangata che pian piano fin per
inghiottirli, mentre da essa si sprigionava un bagliore sfolgorante. Era Natale anche qui, un Natale
che trionfava in tutta la sua gloria in una luce accecante, quella delloro che pioveva da tutte le
parti, degli scrigni stracolmi di gioielli, dei sacchi pieni di denaro, ecc. In breve tempo, gli spiriti
vaganti finirono per fondersi con la montagna di stracci luridi da cui si sprigionava una luce
dorata che era alimentata dalloro e dai gioielli che sgorgavano dagli scrigni e dalle casse. La festa
di sotto era il riflesso potente della festa di sopra, la cui sorgente era lindustria, il commercio, il
dolore, l onest e tutte erompevano dalla stessa sorgente di ricchezza: La Miseria.