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FUNZIONI A PIU VARIABILI

MASSIMO FERRAROTTI

1. Nozioni generali
Studieremo le funzioni con n > 1 variabili a valori reali. Per quanto molte delle nozioni
e dei risultati che enunceremo valgano per n qualsiasi, focalizzeremo la nostra attenzione
sui casi n = 2 e n = 3.
La scrittura f : Rn R denoter`a una funzione a n variabili non necessariamente
definita su tutto Rn . Linsieme dove tale funzione `e definita, cio`e il suo dominio, sar`a
indicato con Df .
Esempio. Se f (x, y) =
alliperbole xy = 1.

1
,
xy1

Df = {(x, y) R2 | xy > 1} `e la parte del piano esterna

Per n = 2, il grafico di f `e linsieme


Gf = {(x, y, z) R3 | (x, y) Df , z = f (x, y)}.
Evidentemente il grafico `e una superficie in forma cartesiana in R3 .
Consideriamo ora gli insiemi Sf (c) = {P Rn | P Df , f (P ) = c}, con c R. Se
n = 2 tali insiemi si dicono curve di livello, mentre per n = 3 si dicono superfici di livello.
Anche se in generale le Sf (c) sono curve o superfici in forma cartesiana, questo non `e
sempre vero. Comunque si pu`
o cercare di studiare il grafico di f utilizzando le curve di
livello come sezioni di Gf con i piani z = c.
Esempio. Sia f (x, y) = x2 +y 2 . Allora Sf (c) : x2 +y 2 = c si pu`o vedere come intersezione
di Gf : x2 + y 2 = z con z = c. Per c < 0 abbiamo Sf (c) = , per c = 0 abbiamo
Sf (0) = {O}, mentre
per c > 0 Sf (c) `e la circonferenza giacente nel piano z = c, di centro
(0, 0, c) e raggio c. Rappresentando tali sezioni nello spazio otteniamo una superficie
detta paraboloide ellittico.
Come nel caso di una variabile, si possono definire la somma e il prodotto tra funzioni.
Se f1 : Rn R e f2 : Rn R, per P Df1 Df2 definiamo
(f1 + f2 )(P ) = f1 (P ) + f2 (P )

(f1 f2 )(P ) = f1 (P )f2 (P ).

Riguardo alla composizione, la considereremo in particolare in 2 casi.


1) Se f : Rn R e gR R, consideriamo (dove `e definita) la composizione g f (P ) =
g(f (P ))
Esempio. Se f (x, y) = x y e g(t) = t2 , g f (x, y) = (x y)2 .
2) Se P : I Rn `e una parametrizzazione e f : Rn R, f P (t) = f (P (t)) `e la funzione
su I ottenuta restringendo f alla curva C sostegno di P (t).
In questo caso, se I = [a b], si pone
1

MASSIMO FERRAROTTI

Z
f P ds =

f ds =
C

f (P (t))kP 0 (t)kdt.

Esempio. Siano f (x, y) = xy e P () = (2 cos , sin ), 0 2 . Allora


Z

Z
f ds =

Z
p
2
2 cos sin 1 + 3 sin d =

1 + 3udu =

14
9

dove abbiamo sostituito u = sin2 .


2. Topologia
Sia P0 Rn . Gli insiemi U (P0 , r) = {P Rn | kP P0 k < r} al variare di r > 0 saranno
detti gli intorni di P0 .
Definizione 2.1. Sia A Rn e P0 Rn .
(1) P0 si dice punto di accumulazione di A se ogni suo intorno contiene punti di A
diversi da P0 . Indicheremo con D(A) linsieme dei punti di accumulazione di A.
(2) P0 si dice punto isolato di A se P0 A ma P0 non `e punto di accumulazione di
A. Indicheremo con Iso(A) linsieme dei punti isolati di A.
(3) P0 si dice punto interno di A se esiste un intorno di P0 contenuto in A. Indicheremo con Int(A) linsieme dei punti interni di A.
(4) P0 si dice punto di frontiera di A se ogni suo intorno contiene sia punti di A che
del complementare Rn \ A. Indicheremo con F(A) linsieme dei punti di frontiera.
di A.
Osserviamo che Iso(A) F(A) e che D(A) = Int(A) (F(A) \ Iso(A)).

Esempio. Sia A = {(x, y) R2 | (x2 + y 2 ) x 1 0}. Allora


1) D(A) = {(x, y) A| x 1},
2) Int(A) = {(x, y) A| x > 1},
3) F(A) = {(x, y) A| x = 1} {(0, 0)},
mentre lunico punto isolato `e (0, 0).
Definizione 2.2. Sia A Rn .
(1) Se A = Int(A), A si dice aperto.
(2) Se F(A) A, A si dice chiuso.
(3) Per convenzione e Rn si considerano sia aperti che chiusi.
Osserviamo che A `e chiuso se e solo se A = Int(A) F(A).
Un sottoinsieme non `e necessariamente aperto o chiuso: per esempio
A = {(x, y) R2 | x2 + y 2 < 1, y 0}
non `e n`e aperto n`e chiuso. Abbiamo comunque la seguente proposizione.
Proposizione 2.3. .
(1) A Rn `e aperto se e solo se Rn \ A `e chiuso.
(2) Unione e intersezione finite di aperti (di chiusi) sono un aperto (un chiuso)

FUNZIONI A PIU VARIABILI

Osservazione. Con le stesse definizioni, in R abbiamo come aperti le unioni finite di


intervalli aperti.
3. Limiti
Definizione 3.1. Sia f : Rn R una funzione con dominio Df e sia P0 D(Df ).
(1) Si dice che f ha limite L R per P che tende a P0 , e si scrive
lim f (P ) = L

P P0

se per ogni  > 0 esiste > 0 tale che, se kP P0 k < , allora |f (P ) L| < .
(2) Si dice che f `e continua (C 0 ) in P0 , se P0 Df e se
lim f (P ) = f (P0 ).

P P0

Proposizione 3.2. Se esiste, il limite `e unico.


Osserviamo che la definizione data di limite (e di continuit`a ) `e del tutto analoga a
quella in una variabile: naturalmente essa pu`o anche essere formulata usando gli intorni.
Anche per i limiti allinfinito si ha una stretta analogia con una variabile. In particolare:
1) limP P0 f (P ) = significa:
per ogni C > 0 esiste > 0 tale che, se kP P0 k < , allora f (P ) > C (+) o
f (P ) < C ().
2) limP f (P ) = L significa:
per ogni  > 0 esiste C > 0 tale che, se kP k > C, allora |f (P ) L| < .
3) Combinando 1) e 2) otteniamo la definizione di limP f (P ) = .
Proposizione 3.3. Siano f1 : Rn R, f2 : Rn R e sia P0 D(Df1 ) D(Df2 ). Se
limP P0 f1 (P ) = L1 e limP P0 f2 (P ) = L2 , allora
(1) limP P0 (f1 + f2 )(P ) = L1 + L2 .
(2) limP P0 (f1 f2 )(P ) = L1 L2 .
(3) Se L2 6= 0, limP P0

f1 (P )
f2 (P )

L1
L2

In particolare, se f1 e f2 sono C 0 in P0 anche f1 + f2 , f1 f2 e (se f2 (P0 ) 6= 0)


0
C in P0 .

f1
f2

sono

Proposizione 3.4. Sia f : Rn R e sia P0 D(Df ). Supponiamo che limP P0 f (P ) =


L. Allora
(1) Se P : I D(Df ) `e una parametrizzazione con sostegno contenuto in D(Df ) tale
che limtt0 P (t) = P0 allora limtt0 (f P )(t)) = L.
(2) Se g : R R `e una funzione reale a una variabile tale che L D(Dg ) tale che
limtL g(t) = L0 , allora limP P0 (g f )(P ) = L0
In particolare, se f , P e g sono C 0 in P0 , t0 e L rispettivamente, anche f P e g f
sono C 0 in t0 e P0 rispettivamente.

MASSIMO FERRAROTTI

La proposizione precedente pu`


o essere usata per calcolare i limiti per sostituzione.
Esempio. Calcoliamo, se esiste
sin(x2 + y 2 )
.
x2 + y 2
(x,y)(0,0)
lim

La funzione `e uguale a g f , dove f (x, y) = x2 + y 2 e g(t) = sint t , quindi il limite cercato


`e uguale a limt0 g(t) = 1.
In pratica si sostituisce nellespressione della funzione t = x2 + y 2 e si calcola il limite
per t 0.
Proposizione 3.5. Siano f, g1 , g2 : Rn R e sia P0 D(Df ) D(Dg1 ) D(Dg2 ).
Supponiamo che:
(1) limP P0 g1 (P ) = limP P0 g2 (P ) = L;
(2) per P in un intorno di P0 si abbia g1 (P ) f (P ) g2 (P ).
Allora limP P0 f (P ) = L.
Esempio. Calcoliamo, se esiste
xy 2
.
(x,y)(0,0) x2 + y 2
lim

Abbiamo
0

|xy 2 |
x,
x2 + y 2

da cui segue che il limite `e 0 per 3.5.


Un criterio generale per lesistenza del limite `e il seguente:
Teorema 3.6. Sia f : Rn R e sia P0 D(Df ). Allora limP P0 f (P ) = L se e
solo se limk f (Pk ) = L per ogni successione {Pk } Df tale che Pk P0 (cio`e
limk kPk P0 k = 0).
Tale teorema si applica essenzialmente per provare che non esiste limite.
Esempio. Sia
2xy
.
+ y2
Abbiamo che Df = R2 \ {O}. Se Pk = ( k1 , 0) e Qk = ( k1 , k1 ), abbiamo che f (Pk ) = 0 e
f (Qk ) = 1 per ogni k. Quindi, per 3.6, non il limite non esiste. Osserviamo che si pu`o
anche verificare questo fatto restringendo f alle rette y = 0 e y = x. Di fatto, la funzione in
m
questione sulle rette y = mx ha valore costante 1+m
e possibile
2 : da questa considerazione `
farsi unidea del suo grafico.
Consideriamo ora la funzione
f (x, y) =

x2

2x2 y
.
+ y2
Si verifica facilmente che ristretta a ogni retta y = mx la funzione g tende a 0 per (x, y)
tendente a 0, ma questo non implica che esista il limite: infatti sulla successione
Pk = ( k1 , k12 ) ( anzi sulla parabola y = x2 ) la funzione ha valore costante 1.
g(x, y) =

x4

FUNZIONI A PIU VARIABILI

4. Funzioni continue
Sia f : Rn R e sia A Df . Diciamo che f `e continua su A se `e C 0 in ogni punto di
A: se A = Df diciamo semplicemente che f `e continua. Linsieme delle funzioni continue
su A si indica con C 0 (A).
Esempio. Le funzioni polinomiali sono continue. Infatti:
1) le funzioni costanti sono evidentemente continue;
2) se consideriamo (nel caso n = 2) le funzioni px (x, y) = x e py (x, y) = y (proiezioni sugli
assi), queste sono C 0 (di fatto sono a 1 variabile!);
3) le funzioni monomiali axh y k sono C 0 in quanto prodotti di funzioni C 0 ;
4) le funzioni polinomiali sono somme di funzioni monomiali e quindi sono C 0 .
Esempio. Le funzioni

f (x, y) =

2xy
x2 +y 2

(x, y) 6= (0, 0)
(x, y) = (0, 0)

e
(

2x2 y
x4 +y 2

(x, y) 6= (0, 0)
0
(x, y) = (0, 0)
gi`a introdotte in un precedente esempio non sono continue nellorigine.
g(x, y) =

Studiamo le propriet`
a globali delle funzioni continue. Intanto possiamo identificare
molti insiemi definiti da funzioni C 0 come aperti o chiusi.
Proposizione 4.1. Sia f : Rn R continua su A Df .
(1) Se A `e aperto, allora Vf+ = {P A| f (P ) > 0}, Vf = {P A| f (P ) < 0} sono
aperti.
(2) Se A `e chiuso, allora Zf+ = {P A| f (P ) 0}, Zf = {P A| f (P ) 0} e
Zf = {P A| f (P ) = 0} sono chiusi.
Quindi le curve e superfici di livello di funzioni continue su chiusi (quindi anche su Rn )
sono insiemi chiusi (Sf (c) = Zf c ).
5. Connessione e teorema degli zeri
Definizione 5.1. Un sottoinsieme A Rn si dice connesso se comunque dati P1 , P2 A
esiste una parametrizzazione P : [a b] A di classe C 0 tale che P (a) = P1 e P (b) = P2 .
Intuitivamente un insieme connesso `e formato da un solo pezzo.
Esempi.
1) Gli insiemi convessi sono connessi (un insieme A Rn si dice convesso se dati P1 e P2
in A il segmento P1 P2 `e contenuto in A) .
2) Le rette, le ellissi e le parabole sono connessi, le iperboli no.
3) Una corona circolare `e connessa ma non convessa.
Se A non `e connesso, si dice sconnesso. In tal caso supporremo comunque che A sia
unione finita di insiemi connessi disgiunti, detti componenti connesse di A.

MASSIMO FERRAROTTI

Teorema 5.2. Sia f : Rn R di classe C 0 su un insieme connesso A Df . Se esistono


P1 e P2 in A tali che f (P1 ) > 0 e f (P2 ) < 0, allora esiste P0 A tale che f (P0 ) = 0.
Proof. Se P : I = [a b] A `e una parametrizzazione C 0 tale che P (a) = P1 e P (b) = P2 ,
la funzione g(t) = f (P (t)) `e C 0 su I con g(a) < 0 e g(b) > 0. quindi per il Teorema degli
zeri in una variabile abbiamo che esiste t0 I tale che g(t0 ) = f (P (t0 )) = 0: basta allora
prendere P0 = P (t0 ).
Il teorema 5.2 pu`
o essere usato per determinare il segno di una funzione.
Esempio. Sia f (x, y) = 4x3 + x2 y 2 . La curva C : f = 0 `e il folium di Cartesio e
linsieme A = Rn \ C non `e connesso, ma `e unione di 3 componenti connesse A1 , A2 , A3 .
Su ognuna di esse f ha segno costante: se infatti ci fossero due punti in Ai su quali f
avesse segno diverso, per il teorema 5.2 f si annullerebbe almeno in un punto di Ai , il che
`e assurdo perche Ai `e nel complementare del luogo di zeri di f .
6. Teorema di Weierstrass
Rn

Definizione 6.1. Se f :
R, A Df e P0 A, P0 `e :
(1) punto di estremo assoluto su A se per ogni P A f (P0 ) f (P ) (massimo assoluto)
oppure f (P0 ) f (P ) (minimo assoluto);
(2) punto di estremo relativo (o locale) in A se esiste un intorno U di P0 tale che per
ogni P A U f (P0 ) f (P ) (massimo relativo) oppure f (P0 ) f (P ) (minimo
relativo)
Nei casi in cui valgano le disguaglianze strette >, < si parla di punti di massimo o
minimo stretto. Il valore f (P0 ) in punto di estremo si dice valore estremo (massimo o
minimo).
Definizione 6.2. Un sottoinsieme Rn si dice limitato se esiste M > 0 tale che kP k
M per ogni P A.
Teorema 6.3. Sia A Df chiuso e limitato e sia f una funzione continua su A. Allora
esistono P1 e P2 in A tali che per ogn iP A si ha f (P1 ) f (P ) f (P2 ).
Quindi su di un insieme chiuso e limitato una funzione continua assume sempre un
valore massimo e uno minimo.
Corollario 6.4. Sia A Df connesso, chiuso e limitato e sia f una funzione continua
su A. Siano M e m rispettivamente i valori massimo e minimo di f su A. Allora per ogni
m c M esiste P0 A tale che f (P ) = c.

FUNZIONI A PIU VARIABILI

`
7. Derivate e differenziabilita
Sia f : R2 R e sia P0 = (x0 , y0 ) Int(Df ). Diremo che f `e derivabile rispetto a x in
P0 se esiste finito il limite
f (x0 + h, y0 ) f (x0 , y0 )
h0
h
In tal caso, tale limite si dice derivata parziale di f rispetto a x in P0 e si denota in uno
dei seguenti modi:
lim

f
(P0 ), x f (P0 ), fx (P0 ).
x
In modo analogo di definiscono e si denotano le derivate rispetto alle altre variabili
anche per n > 2. Si dice che f `e derivabile in P0 se `e derivabile in P0 rispetto a tutte le
variabili.
Se A Df `e un aperto, diremo che f derivabile su A se lo `e in ogni punto di A e
diremo semplicemente che `e derivabile se lo `e su Df (supponendolo aperto). In tal caso
sono definite su A le funzioni fx , f derivate parziali di f .
Se f `e derivabile in P0 , il gradiente di f in P0 `e il vettore f (P0 ) in Rn le cui componenti
sono le derivate parziali di f in P0 . Per n = 2, f (P0 ) = (fx (P0 ), fy (P0 )). Il gradiente
viene anche denotato con grad f (P0 ).
Usando il gradiente possiamo esprimere in modo sintetico alcune regole per la derivazione.
Proposizione 7.1. Se f1 e f2 sono funzioni su Rn derivabili abbiamo:
(1) (c1 f1 + c2 f2 ) = c1 f1 + c2 f2 .
(2) (f1 f2 ) = f1 f2 + f2 f1 .
1 f2
.
(3) (f1 f2 ) = f2 f1ff
2
2

Definizione 7.2. Sia f : R2 R e sia P0 Int(Df ). Se v `e un versore di Rn , diremo


che f `e derivabile rispetto a v in P0 se esiste finito
f (tv + P0 ) f (P0 )
t0
t
lim

per t R, t 6= 0.
In tal caso, tale limite si dice derivata direzionale di f rispetto a x in P0 e si denota in
uno dei seguenti modi:
f
(P0 ), v f (P0 ), fv (P0 ).
v
Analogamente alle derivate parziali, si pu`o definire la funzione derivata direzionale fv
su un aperto A Df .
Osservazione. Le derivate direzionali rispetto ai versori canonici coincidono con le
derivate parziali. Per esempio, se v = e1 = (1, 0),
f (x0 + t, y0 ) f (x0 , y0 )
f (te1 + P0 ) f (P0 )
= lim
= fx (P0 )
t0
t0
t
t
lim

Esempi.
1) Se

MASSIMO FERRAROTTI

2xy
x2 +y 2

(x, y) 6= (0, 0)
0
(x, y) = (0, 0)
abbiamo f (x, 0) = f (0, y) = 0 per x 6= 0 e y 6= 0, quindi il rapporto incrementale in
O rispetto a x e a y `e nullo e f `e derivabile in O con derivate parziali nulle. Ricordando
che tale funzione non `e continua in O, otteniamo che in pi`
u variabili la derivabilit`a non
implica la continuit`
a , contrariamente a quanto succede in una variabile.
Comunque, se v = (a, b) `e un versore diverso da e1 e e2 ,
f (x, y) =

f (at, bt) f (0, 0)


2ab
= lim
= ,
t0
t0 t
t
quindi non esistono le altre derivate direzionali.
2) Se
(
2x2 y
(x, y) 6= (0, 0)
x4 +y 2
g(x, y) =
0
(x, y) = (0, 0)
lim

analogamente al caso precedente g `e derivabile in O pur non essendo continua. Inoltre


abbiamo che, per ogni versorev = (a, b) 6= e1
f (at, bt) f (0, 0)
2a2 b
2a2
= lim 4 2
=
.
t0
t0 a t + b2
t
b
Quindi anche lesistenza di tutte le derivate direzionali non garantisce la continuit`a .
lim

Definizione 7.3. Supponiamo che f : Rn R sia derivabile in P0 InT (Df ). Allora


f si dice differenziabile in P0 se
f (P ) f (P0 ) f (P0 ) (P P0 )
= 0.
kP P0 k
Lapplicazione lineare dfP0 : Rn R definita da dfP0 (X) = f (P0 )X si dice il differenziale di f in P0 .
lim

P P0

.
Osserviamo che il differenziale di f in P0 `e definito comunque se f `e derivabile in
P0 : la condizione di differenziabilit`a significa intorno a P0 la differenza di f e dfP0 `e un
infinitesimo di ordine maggiore della distanza da P0 .
Inoltre se f `e differenziabile in P0 abbiamo che f (P ) tende a f (P0 ) per P P0 , quindi
la differenziabilit`
a implica la continuit`a .
Una condizione sufficiente e di pi`
u immediata verifica per la differenziabilit`a `e la seguente
Proposizione 7.4. Sia f : Rn R derivabile su un aperto A Df . Se fx e fy sono
entrambe C 0 su A, allora f `e differenziabile su A.
Se f ha derivate parziali continue su A si dice che `e di classe C 1 (brevemente `e C 1 ) su
A e si scrive f C 1 (A).
Significato geometrico Supponiamo per semplicit`a che f : R2 R sia differenziabile
in (0, 0) e che f (O) = 0. Allora il grafico del suo differenziale ha equazione z = fx (O)x +
fy (O)y: evidentemente si tratta del piano : fx (O)x + fy (O)y z = 0 visto come
p grafico.
0
0
Se poniamo z = f (x, y), allora la differenza |z z| `e infinitesimo maggiore di x2 + y 2 .

FUNZIONI A PIU VARIABILI

Quindi il piano approssima Gf con ordine maggiore di 1: possiamo considerare il


piano tangente Gf in (0, 0, 0).
In generale possiamo affermare che, se f : R2 R `e differenziabile in P0 = (x0 , y0 ) e
se z0 = f (x0 , y0 ), `e definito il piano tangente a Gf in punto (x0 , y0 , Z0 ), e tale piano ha
equazione
fx (x0 , y0 )(x x0 ) + fy (x0 , y0 )(y y0 ) (z z0 ) = 0.
Abbiamo le seguenti formule per la derivazione delle funzioni composte.
Proposizione 7.5. Sia f : Rn R differenziabile in P0 Int(Df ).
(1) Se P : I Rn `e una parametrizzazione di classe C 1 in t0 I tale che che
P (t0 ) = P0 , allora
(f P )0 (t) = f racf (P (t))dt(t0 ) = f (P0 ) P 0 (t0 ).
(2) Se g : R R `e una funzione reale a una variabile derivabile in f (P0 ), allora
(g f )0 (P0 ) = g 0 (f (P0 ))f (P0 ).
Osserviamo ora che la derivata direzionale di un funzione f rispetto a un versore v si
ottiene anche come derivata della funzione composta (f P )(t) con P (t) = tv + P0 . Poiche
P 0 (t) = v, applicando la regola di derivazione composta abbiamo la cosiddetta Formula
del gradiente per le derivate direzionali.
Corollario 7.6. Sia f : Rn R differenziabile in P0 Int(Df ). Per ogni versore
v Rn la funzione f `e derivabile rispetto a v in P0 e
fv (P0 ) = f (P0 ) v.
La formula precedente mostra una propriet`a del gradiente: infatti se f (P0 ) 6= O
abbiamo
fv (P0 ) = f (P0 ) v = kf (P0 )k cos .
Evidentemente in valori massimi e minimi di fv (P0 ) al variare di v si ottengono per
= 0, , cio`e per v = n(f (P0 )). Ricordando il significato della derivata, abbiamo
quindi che il gradiente di f in P0 , se non nullo, individua la direzione di massima crescita
o decrescita di f in P0 .
Gradiente e curve di livello. Sia f R2 R sia differenziabile e consideriamo la curva
di livello C : f (x, y) = c.
Se P0 C, supponiamo che f (P0 ) 6= O. Allora si pu`o dimostrare che esiste una
parametrizzazione regolare P : (1 1) R2 di un arco di C tale che che P (0) = P0 .
Quindi f (P (t)) = c per ogni t e, derivando entrambi i lati e valutando in t = 0, abbiamo
per la formula di derivazione composta
f (P0 ) P 0 (t0 ) = 0.
Quindi il gradiente di f in P0 `e ortogonale alla curva di livello di f passante per P0 .
Questo risultato vale anche per n = 3 ovviamente riferito alle superfici di livello e si pu`o

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MASSIMO FERRAROTTI

utilizzare per determinare le equazioni in forma canonica rette o piani tangenti alle curve
o superfici di livello.
Esempi.
1) Consideriamo lellisse C : 4x2 + 9y 2 = 1 e sia P0 = ( 12 , 13 ). Allora P0 C e, se f (x, y) =
4x2 + 9y 2 1, f (x, y) = (8x, 18y). Quindi f (P0 ) = (4, 6) 6= O e la retta tangente a C in
P0 `e la retta passante per P0 e normale a f (P0 ), cio`e 4(x 12 )+9(y 13 ) = 4x+9y 5 = 0.
2) Se f : R3 R, il suo grafico Gf `e la superficie di equazione cartesiana g(x, y, z) =
f (x, y) z = 0. Se f `e C 1 in P0 = (x0 , y0 ) e z0 = f (P0 ), il piano tangente in Q0 =
(x0 , y0 , z0 ) `e il piano passante per Q0 normale a g(Q0 ). Poiche g = (fx , fy , 1),
ritroviamo la formula gi`
a dedotta in precedenza
fx (x0 , y0 )(x x0 ) + fy (x0 , y0 )(y y0 ) (z z0 ) = 0.
In base alle precedenti considerazioni diamo la seguente definizione.
Definizione 7.7. Sia f : Rn R differenziabile in P0 Int(Df ). Il punto P0 si dice
punto regolare di f se f (P0 ) 6= O.
Se P0 `e un punto regolare di f e se c = f (P0 ), la curva o superficie di livello Sf (c) di f
passante per P0 ha una retta o un piano tangente ben definito che ha equazione cartesiana
f (P0 ) (P P0 ) = 0
8. Derivate di ordine superiore
Se f : R2 R `e derivabile su A Df aperto, sono definite su A le funzioni derivate
parziali fx e fy . Se a loro volta queste funzioni sono derivabili otteniamo le derivate
parziali seconde fxx , fyy , fxy , fyx . Diremo che f `e (di classe) C 2 su A (brevemente
f C 2 (A)) se tali derivate sono C 0 . Naturalmente possiamo considerare derivate di
ordine arbitrariamente grande per funzioni con un numero qualsiasi di variabili e definire
funzioni su Rn di classe C r per n 1 e 0 r . Vale
Proposizione 8.1. Se r 1 e f C r (A) allora f C r1 (A).
Abbiamo il seguente Lemma di Schwarz.
Teorema 8.2. Se f : R2 R `e C 2 su A Df aperto, allora fxy = fyx su A.
Il Lemma di Schwarz vale per funzioni di classe C r , r 2, con n 2 variabili e assicura
che le derivate fino allordine r rispetto a variabili diverse non dipendono dallordine in
cui si deriva.
Per n = 2 abbiamo quindi le derivate seconde fxx e fyy rispetto a x e y e la derivata
mista fxy .
Se ora f : Rn R `e C 2 su un aperto A Df e se P0 A, la matrice Hf (P0 ) i cui
elementi sono le derivate seconde di f in P0 ([Hf (P0 )]i,j = fxi xj ) si dice matrice Hessiana
di f in P0 . Per n = 2 abbiamo


f (P ) fxy (P0 )
Hf (P0 ) = xx 0
.
fxy (P0 ) fyy (P0 )
Vale il seguente sviluppo di Taylor al 2 ordine:

FUNZIONI A PIU VARIABILI

11

Teorema 8.3. Sia f : Rn R di classe C 2 e su un aperto A Df e sia P0 A. Allora


f (P ) = f (P0 ) + f (P0 ) (P P0 ) +

1t
(P P0 )Hf (P0 )(P P0 ) + o(kP P0 k2 ).
2

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