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PIETRE CHE PARLANO

IL CAPITELLO MEDIOEVALE DI FILO E I 15 CAPITELLI RINASCIMENTALI DI ARGENTA

Francesco Pertegato

Il capitello medioevale di Filo

Il capitello (fig. 1), rinvenuto a metà degli anni ’50 del secolo scorso dal parroco Don Etalberto Tregnaghi, affondato nel terreno del cortile retrostante la canonica, è stato poi riutilizzato come mensola per una statuetta della Madonna posta tra le due grandi vetrate della nuova sala dell’asilo parrocchiale. Attualmente si trova in canonica. Ha un’impronta schiettamente medioevale ed è assegnabile ai secoli XII-XIV. E’ ovviamente arduo individuarne la provenienza e solo la cronologia degli edifici di culto di Filo e le notizie circa la loro collocazione topografica possono fornire qualche indizio. L’ipotesi più attendibile è che provenga da una precedente chiesa esistente in loco; trattandosi di un pezzo facilmente trasportabile non si può tuttavia escludere che provenga dai dintorni.

non si può tuttavia escludere che provenga dai dintorni. Fig. 1 E’ noto da tempo che

Fig. 1

E’ noto da tempo che la prima chiesa esistente a Filo, citata in un documento di tipo amministrativo del 1022 conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Ravenna, viene segnalata come ecclesia Sanctae Marie qui dicitur in Filum ; in base alla documentazione esistente si ritiene fosse dislocata nei pressi del borgo attualmente denominato Molino di Filo 2 , nel 1353 definito villa fili veteris 3 e rappresentato, insieme al nuovo

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1 Manoscritto su pergamena, G.N. 2906 (M. Fantuzzi, Monumenti ravennati de’ secoli di mezzo per la maggior parte inediti, Venezia, Francesco Andreolo, 1801-1804, I, p. 391, n. 45); cfr. A. Vandini, Filo la nostra terra, Faenza, Cedit,

2004, pp. 38-41 e nota 27.

2

Sono datati rispettivamente 1219 (Fantuzzi, II, p. 290; cfr. Vandini p. 293, nota 6) e

1350

1252

3 Fantuzzi, III, p. 326; cfr. Vandini, p. 38, nota 25.

(Fantuzzi, VI, pp. 131-2; ibidem, nota 7). Un’ulteriore citazione della chiesa di S. Maria, si trova nella Donazione del

da parte dell’arcivescovo Filippo Fontana ai Canonici Cardinali (Fantuzzi, V, pp. 333-4; ivi, pp. 42-43, nota 32).

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borgo, in una mappa della metà del secolo XV (fig. 2, al margine superiore verso sinistra) 4 .

XV (fig. 2, al margine superiore verso sinistra) 4 . Fig. 2 Secondo la ricostruzione di

Fig. 2

Secondo la ricostruzione di Agide Vandini, fin dal 1383 è inoltre esistita a Filo una chiesa dedicata a S.

Agata, anch’essa con sede a Molino di Filo. Ha costituito la seconda parrocchiale, con due possibili ipotesi: o l’antica chiesa di S. Maria è stata successivamente dedicata a S. Agata (tra il 1373 e il 1383); oppure, meno plausibilmente, nella seconda metà del XIV secolo è stata costruita una seconda chiesa, dedicata alla Santa. Il documento in cui compare per la prima volta l’edificio di culto non segnala tuttavia esplicitamente che si

tratti di Filo Vecchio

della casa d’abitazione di proprietà delle Monache posto in Filo nella Riviera del Po distretto di Ravenna,

presenti Don Domenico, rettore della chiesa di S. Agata in Filo

5

: “Nello stesso anno ed indizione [1383], il giorno 30 del mese di maggio, sotto il portico

[

]”

6 .

La fondazione della prima chiesa nel borgo nuovo (fig. 3), la terza parrocchiale, intitolata anch’essa a S. Agata, viene fatta risalire agli inizi del secolo XVI sulla base di informazioni del secolo scorso. Si tratta in particolare della Relazione di una Sacra Visita del 1915 7 e dell’”Inventario” del parroco Don Giuseppe Cellini 1837-1915) 8 : la chiesa sarebbe stata costruita nel 1525 e consacrata il 19 novembre del 1578 da Monsignor Cristoforo Boncompagni, nipote di Gregorio XIII e da poco più di un mese arcivescovo di Ravenna (1578- 1603) 9 . E’ probabile che la chiesa visitata nel 1571 dal precedente arcivescovo fosse ancora quella vecchia, in quanto vengono prescritti interventi di modifica e manutenzione, oltre a raccomandare grande prudenza nell’attraversamento del Po per andare a portare la comunione oltre il fiume 10 .

4 ASVe, Savi ed esecutori alle acque, Serie Po, Disegno 177, metà XV secolo. La mappa, individuata dal compaesano Giorgio Tamba, è riprodotta, tra l’altro, in E. Checcoli, Filo della memoria, s.l., Editrice Consumatori, 2002, p. 38.

ASRa, Memoriale XXXI, c. 64r; cfr. Vandini, p. 251 e nota 6.
6

5

Ivi, p. 252 e nota 7.

Ibidem.

7 AARa, Sacra Visita, 1915, n. 112; ivi p. 253 e nota 15.
8

9 Ibidem. 10 AARa, Sacra Visita, Prot. I, c. 27v; ivi, pp. 252-3 e nota 13.

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3 Fig. 3 La datazione della nuova chiesa, non confermata da documenti dell’epoca, risulta del tutto

Fig. 3

La datazione della nuova chiesa, non confermata da documenti dell’epoca, risulta del tutto plausibile in base al confronto della fiancata (fig. 4), ma anche della facciata (figg. 4, 6) - ora possibile grazie ad una foto inedita di buona qualità 11 - con quelle di S. Domenico ad Argenta (figg. 5, 7), confronto suggeritomi da Giovanni Geminiani.

(figg. 5, 7), confronto suggeritomi da Giovanni Geminiani. Fig. 4 1 1 Ringrazio Giovanni Geminiani per

Fig. 4

11 Ringrazio Giovanni Geminiani per avermi consentito, con la consueta generosità, di riprodurla.

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4 Fig. 5 La costruzione di S. Domenico viene fatta risalire al 1522 1 2 .

Fig. 5

La costruzione di S. Domenico viene fatta risalire al 1522 12 . E’ probabile che il 1525 sia, per Filo, l’anno della fondazione di una chiesa che, per essere stata consacrata solo nel 1578, deve aver avuto un iter travagliato, col tempo necessario ad assorbire un modello che mostra, per alcuni, ascendenze rossettiane 13 . Nella fiancata le somiglianze sono strettissime: la parete è alleggerita e ritmata da strette lesene su cui si impostano coppie di archetti ciechi, lobati.

su cui si impostano coppie di archetti ciechi, lobati. Fig. 6 Fig. 7 Ma anche nella

Fig. 6

cui si impostano coppie di archetti ciechi, lobati. Fig. 6 Fig. 7 Ma anche nella facciata

Fig. 7

Ma anche nella facciata si possono cogliere delle assonanze, soprattutto se prescinde: ad Argenta, dalle due strette ali impegnate dalle cappelle laterali e dalla cornice marcapiano allineata a quella della fiancata; a Filo dal mancato raccordo tra le due lesene centrali e il cornicione orizzontale (la cornice sottostante, incompleta, è forse un tentativo di imitare la scansione in due ordini di S. Domenico).

12 D. Giglioli, Argenta e i suoi dintorni, I, ed. Belriguardo, p. 132. 13 Ivi, p. 133.

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5 Fig. 8 Fig. 9 Nonostante il campanile di Filo (figg. 4, 8) si presenti più

Fig. 8

5 Fig. 8 Fig. 9 Nonostante il campanile di Filo (figg. 4, 8) si presenti più

Fig. 9

Nonostante il campanile di Filo (figg. 4, 8) si presenti più massiccio, quasi una torre campanaria romanica, e quello di S. Domenico (fig. 9) sia più slanciato, l’attenta osservazione consente di individuare in entrambi una ripartizione ritmata da lesene che sorreggono archetti anch’essi lobati; le lesene, tre per facciata, sono tuttavia più ampie ad Argenta e sorreggono un solo archetto (cioè due per ogni lato), mentre a Filo ne sorreggono due (cioè quattro per ogni lato) che risultano inoltre maggiormente arcuati; gli uni e gli altri sono interrotti al centro da un apice

14

.

L’omogeneità stilistica tra fiancata della chiesa e campanile, a Filo, lascia presumere che i due edifici siano stati realizzati nello stesso torno di tempo. Un impegno così consistente, in un borgo che due secoli prima (1353) doveva avere già assunto una certa importanza, tanto da essere contrapposto a quello che veniva

chiamato Filo vecchio

cinquecentesca sia stata preceduta da una più antica, dal quale il capitello potrebbe provenire.

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, consente di avanzare – o almeno di non escludere - l’ipotesi che la chiesa

14 Riconoscibili nella fotografia di Filo (fig. 4) ingrandita al computer. 15 Vd. nota 3. La denominazione continua fino alla fine del XVI secolo quando viene costruito il mulino Bentivoglio (ASFe, Bentivoglio, Patrim., Lib. 57, Fasc. 35, 15 giugno 1576); cfr. Vandini, p. 292 e nota 2. Traccia della denominazione rimane in un documento del 1823 (AARa, Sacra Visita, n. 20, anno 1823, c. 893); ibidem.

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SCHEDA TECNICA DEL MANUFATTO

Pietra calcarea. Dimensioni: cm 18x17x11. Ad una sola faccia (probabilmente era montato a parete, sopra una semicolonna). Abaco quadrangolare; astragalo semicircolare; agli spigoli due foglie rotondo-ovate con nervatura centrale. Nel recente reimpiego era stato fissato ad una parete, con cemento grigio che aveva coperto parzialmente le pareti laterali (fig. 10).

Stato di conservazione La pulitura e la rimozione del cemento effettuata di recente dall’autore (fig. 11), ha messo in luce macchie della pietra sia dovute a processi di mineralizzazione dei sali disciolti nell’acqua piovana, sia provocate da muffe; confermano che il capitello è stato a lungo parzialmente sepolto nel terreno.

sia provocate da muffe; confermano che il capitello è stato a lungo parzialmente sepolto nel terreno.

Fig. 10

sia provocate da muffe; confermano che il capitello è stato a lungo parzialmente sepolto nel terreno.

Fig. 11

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I 15 capitelli rinascimentali di Argenta

Il capitello di Filo rappresenta la conferma materiale della presenza nel territorio dell’antica Riviera di Filo di un edificio di culto del primo Medioevo, presenza attestata dalle fonti archivistiche già note. Ne mette poi in luce il carattere di architettura di una certa importanza e pregio, in quanto arricchita da elementi scolpiti in pietra. Dislocazione e cronologia dell’edificio di pertinenza restano tuttavia - come s’è appena visto - imprecisati.

Discorso diverso va fatto per i capitelli di Argenta. Questi si sono infatti rivelati in grado di fornire informazioni assai più precise, relativamente ad un periodo storico meglio conosciuto. In particolare quello siglato A1 in base alla recente classificazione 16 (vedi scheda a p. 9), grazie alla rara epigrafe (fig. 12) che figura alla base della calata e che recita “BARTOLAMEI . PIOLI. VICE / CO. ET . VICARII . 1492”. Segnala un personaggio pubblico e, forse, l’anno di fondazione di un edificio monumentale. Il personaggio è Bartolomeo Pioli il quale si qualifica viceco (mes) 17 e vicario.

il quale si qualifica viceco ( mes ) 1 7 e vicario . Fig. 12 Probabilmente

Fig. 12

Probabilmente si tratta del funzionario che in quel momento rivestiva sia la carica di visconte (civile) sia quella di vicario (religiosa?). La data corrisponde presumibilmente all’edificazione del palazzo nel quale il capitello in questione, insieme ad altri tre tuttora conservati, e ad un quinto perduto, era collocato: la nuova sede del vicariato di Argenta per la chiesa di Ravenna, o la residenza del visconte, o entrambe 18 . Prima dell’ultima guerra il palazzo, che doveva aver subito una radicale trasformazione nel tempo, era sede della Pretura.

Come si vedrà più avanti, una seconda indicazione cronologica può essere ricavata dall’indagine stilistica condotta sui sei capitelli del gruppo C (vedi schede a p. 10), evidentemente provenienti dal palazzo che era divenuto sede del Municipio: il confronto con esempi ancora in opera a Ferrara e Ravenna consente di ipotizzare che l’edificio originario fosse stato costruito entro il primo decennio del XVI secolo. Dai due capitelli del gruppo B (vedi schede a p. 10), provenienti dalla vecchia chiesa di S. Nicolò, dalle testimonianze fotografiche e dal confronto con S. Domenico, si può dedurre che S. Nicolò sia stato costruito non più tardi del terzo decennio del XVI secolo.

16 Si tratta di uno dei quattro classificati nel gruppo A, attualmente conservato nella cappella dell’Ospedale Civile Mazzolani Vandini. 17 Dopo l’elevazione del territorio di Argenta a contea (A. Vasina, Romagna Medioevale, Ravenna 1970, p. 96, nota 31), nel 1160, ad opera di Federico Barbarossa (ivi, p. 85 e nota 36), che trasforma il vasto territorio diocesano a settentrione del Primaro da dominio fondiario arcivescovile a dominio territoriale vero e proprio, Argenta entra a far parte di un comitato castrense, e viene retto dall’arcivescovo per mezzo di un vicecomes (ivi, p. 34 e nota 41). I primi vicecomes sono attestati nel 1141; ad Argenta nel 1179 (G. Rabotti, Dai vertici dei poteri medioevali: Ravenna e la sua chiesa fra diritto e politica, dal X al XIII secolo, in Storia di Ravenna, III, Venezia 1993, pp. 129-68, pp. 151-2), che è tenuto a prestare giuramento e in nome del quale esercita le funzioni di esattore delle imposte e di giudice. In tal modo il territorio viene sottratto alle mire espansionistiche del vescovo di Ferrara. La concessione comitale viene confermata da Enrico VI il 10 dicembre 1195 (J.F. Böhmer, Regesta Imperii, Hildesheim-Graz-Köln, IV, 3, n. 125; ivi, p. 152 e nota 209), con un diploma il quale demanda all’arcivescovo tutte le funzioni pubbliche, con il pieno dominio sugli uomini e sulle proprietà:

et cum omni iurisdictione, cum Pado, ripis, piscariis, paludibus, stratis, viis, pascuis, silvis, et publicariis universis a principio comitatus Argente usque Ravennam”.

18 E’ attestato che Argenta rimane sede del vicario di Ravenna almeno fino al XVIII secolo (ASAr, Diario Ferrarese dell’anno 1784); cfr. Vandini, p. 63 e nota 102.

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I due capitelli del gruppo D (vedi schede a p. 10) attestano l’esistenza di un quarto edificio colonnato, per ora non identificato.

In quale momento storico vengono edificate queste architetture e che significato assumono nella vita della

comunità? Nel 1492 Argenta fa parte del ducato estense che aveva affrontato, tra 1482 e 1484 19 , una tra le più devastanti guerre del Rinascimento italiano, quella contro Venezia, scatenata dalla stessa Repubblica; guerra che aveva lasciato Ferrara, ma soprattutto i centri minori dove si era spesso combattuto con particolare asprezza, socialmente depresse ed economicamente stremate. Argenta non era stata conquistata dai veneziani ma i tre attacchi subiti tra l’ottobre del 1482 e il gennaio 1483 l’avevano messa a durissima prova 20 : gli abitanti erano ridotti a poco più della metà di mille. La sua situazione politico- istituzionale, inoltre, era appesantita dagli attriti tra ordinamento civile, che faceva capo a Ferrara, e giurisdizione ecclesiastica, che dipendeva dall’arcidiocesi di Ravenna.

Una lettera di una dozzina d’anni dopo (23 giugno 1496), inviata dal duca al visconte di Argenta, dà un’idea delle difficili relazioni che intercorrevano tra gli organi del governo cittadino. Dalla lettera, scrive il Bertoldi:

“apparisce che l’Estense Principe dopo di aver approvato che i Canonici di Ravenna esercitar potessero l’officio di visitare le Chiese, e di esaminare i Preti della Riviera di Filo e di Longastrino, per ricorso a lui fatto dall’Arcivescovo, e stante l’essere ciò cosa inusitata, e contra ragione, espressamente gli commise di non permettere, che i medesimi Canonici, o altri per essi facessero tali visite ed esami; e qualora volessero farne,

ordinò di vietarnelo in forma, che per cosa alcuna niun pensier loro avesse il suo effetto”

21

.

I danni del conflitto, ingentissimi, avevano provocato un impoverimento destinato a durare anni. Lo scopriamo da un’osservazione critica dello stesso Bertoldi dopo che, il 6 gennaio del 1485, a Ferrara era ripresa l’abitudine di andar mascherati “e ciò per essersi ridestata nel Duca Ercole la passione sua per li divertimenti, e spettacoli pubblici, ch’ebbe già in costume di far godere al suo Popolo ferrarese, e coi quali anche in quell’anno effettivamente lo tenne allegro”. Cosa che di certo non facevano i cittadini di Argenta: “Al

pari de’ Ferraresi non poterono però così presto andar lieti anche gli Argentani. Troppo per non pochi anni sentir anzi dovettero e piangere inconsolabili i danni moltissimi recati ad essi dalla fiera sofferta guerra nelle devastate campagne, nelle parecchie case distrutte, nella strage di gran parte de’ suoi abitanti, nel saccheggiamento delle sue più doviziose famiglie; e quindi ben è da credersi che di non breve durata furono

le miserie ed angustie loro. Prova di ciò ne sia il leggersi in lettera scritta dalla duchessa di Ferrara a’ Consoli

ed al Consiglio di Argenta nel dì 11 di Marzo del 1487. che ad istanza da essi fatta per la loro povertade la Principessa acconsentì che si levasse via il Capitano della Piazza con li suoi fanti, e rimanessero soltanto a supplire nelle occorrenze ai bisogni della Terra i quattro fanti che pagava la Ducal Camera, e gli altri due che teneva il visconte” 22 .

Nello stesso anno, essendo visconte Lodovico de’ Lardi, il Podestà di Filo – la parte sottoposta alla Signoria

di Venezia (indirettamente attraverso Ravenna) – si era recato ad Argenta a prendere il sale fatto trasportare

da Cervia per la via del Fossato Zaniolo “contra gli ordini superiori e l’antica consuetudine; a tale innovazione ed abuso per ricorso fatto da alcuni Argentani il Governo Ducale si oppose, e con lettera de’ Fattori Generali in data dei 28. di Luglio ammiratissimo della novità ne riprese il condescendente Visconte” 23 .

Un documento del 21 aprile dell’anno successivo (1488) attesta che per far fronte ai danni di guerra, era stata rimborsata ad Apollonio Minoto, Camerlengo di Argenta, la ragguardevole cifra di 372.3.10 lire per lavori eseguiti alla bastia dello Zaniolo, alla torre di Bando e soprattutto (quasi i 2/3) a Filo per riparare le case del podestà e del notaio 24 .

Un ulteriore drammatico segnale di malessere nei confronti dell’amministrazione ducale si ha nel 1489 e a farne le spese è il Camerlengo appena citato: “essendo Camarlingo Ducale in Argenta Apollonio Minotto

19 Vedi Appendice.
20

21 Francesco Leopoldo Bertoldi, Memorie storiche d’Argenta, vol. III, parte II, Ferrara, per Gaetano Brasciani, 1821, p. 144 e nota 127.

22 Ivi, p. 140.
23

24 ASMo, Memoriali della Camera Ducale, reg. 4785/95 c. 63v; riportato in B. Zevi, Biagio Rossetti architetto ferrarese, Torino, Einaudi, 1960, p. 569; cfr. Vandini, p. 62, nota 98. Filo era stato incendiato dai veneziani il 20 giugno 1483 (vd. nota 101).

I tre assalti hanno luogo il 29 ottobre 1482, il 26 e il 29 gennaio 1483.

Ivi, p. 142.

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uomo assai malveduto per le ingiustizie ed estorsioni sue molte, a cagione di queste irritossi talmente contra l’odio del Popolo, che nel lunedi 26. d’Ottobre di quest’anno alcuni degli abitanti l’uccisero” 25 .

In quello stesso mese la comunità, evidentemente esasperata, indirizza una supplica al Duca in questi

termini: “Vostra S. Illma è informatissima de la inopia e povertà de quella terra (d’Argenta) et si de facultate

come anche de homini il numero de quali non sono 600 al presente ni dopoi la guerra (aggiungendo) che in dicto numero e homini gie sonno citadini. contadini. e buoni. e tristi, et excepta la decima parte lo resto ha necessario sudore suo querere panem”. Di seguito i supplicanti: “Ricordano a V.S. che li due terzi di quella terra dormeno senza lecto perche al tempo de la guerra li Soldati li portarono in tuscana e altroue rubando e sforzando26 .

Il 1490 e il 1491 - i due anni di pace che seguono - pongono le basi di una rinascita economica ma anche di un recupero d’importanza politica da parte di Argenta.

La “ricostruzione” postbellica – poiché di questo si tratta – è documentata materialmente soprattutto dalla ripresa dell’edilizia pubblica e monumentale. Una delle prime iniziative è il completamento dell’ospedale della confraternita dei Santi Giovanni Battista ed

Evangelista, risalente a prima del 1374, “[

curavano i poveri infermi colle rendite de’ rispettivi beni lasciati dagl’insigni memorandi benefattori Giovanni

di Pasquale Scarselli, D. Antonio del q. Tommaso Conti, e Checco (o sia Francesco) di Diolo” 27 . Vent’anni

più tardi (1522) verranno costruiti, dirimpetto, chiesa e monastero di S. Domenico (figg. 5, 7, 9).

]

nel quale principalmente si ricevevano, alimentavano, e

Di ben maggiore impegno è, nel 1492, la costruzione dell’edificio con loggia colonnata al quale

appartengono i capitelli del gruppo A, come s’è visto molto verosimilmente la nuova sede del Vicariato e del Visconte. Forse entro il primo decennio del secolo successivo viene edificato un altro e più imponente edificio con portico colonnato, divenuto poi sede del Municipio (dal quale provengono i capitelli del gruppo C). Pur non precisamente individuata la collocazione cronologica della chiesa di S. Nicolò rimane circoscritta a qualche decennio più tardi; a giudicare dai due capitelli sopravissuti (gruppo B), che sembrano derivati dall’impianto decorativo di quelli del gruppo A; ma, anche per le evidenti similitudini del paramento murario dell’abside (fig. B5) con quello della fiancata sud della chiesa di S. Domenico, e dell’annesso campanile, (figg. 5, 9). La facciata di S. Nicolò (fig. B6) è invece stilisticamente più tarda, caso questo tutt’altro che infrequente. Resta infine da individuare l’architettura da cui provengono i due capitelli del gruppo D, probabilmente eretta nello stesso torno di tempo.

SCHEDE TECNICHE DEI REPERTI

L’esame dei capitelli provenienti dai crolli bellici consente di individuare quattro tipi diversi tra loro (A, B, C, D).

A - N. 4 capitelli di ordine composito, attualmente collocati: 1 riutilizzato come acquasantiera (dx) della cappella dell’ospedale (fig. A1), 2 riutilizzati come acquasantiere nella chiesa di S. Nicolò ad Argenta (figg. A2-A3 ), 1 nei depositi di Soelia (fig. A4). Dimensioni: circonferenza misurata immediatamente sopra l’astragalo, cm 134,5 (pari ad un diametro di cm 42,8, che corrisponde a quello del collarino della colonna); altezza 43/44,5; dimensioni dell’abaco, quadrato, cm 53,5/54,5. Descrizione: capitelli di ordine composito, voluta ionica sui quattro lati, abaco modanato, echino liscio, calata con foglie di acanto stilizzato agli spigoli che sorreggono le volute e, in alcuni casi, stemma al centro (i 2 utilizzati come acquasantiere in S. Nicolò e quello nella cappella dell’ospedale, tutti abrasi). L’esemplare della cappella dell’ospedale fornisce la datazione, in un’epigrafe incisa alla base della calata: “BARTOLAMEI . PIOLI. VICE / CO . ET . VICARII . 1492. L’osservazione delle fotografie anteguerra consente di ipotizzare che i capitelli siano 4 dei 5 del portico della Pretura (figg. A5-A6). Agli stessi è stato possibile associare due delle colonne pervenuteci.

25 Bertoldi, III, II, p. 142.

26 Ivi, p. 141. 27 Ivi, pp. 142-3.

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B

- N. 2 capitelli, anch’essi di ordine composito, ora così dislocati: 1 montato sopra una colonna nei

giardini pubblici di Argenta (fig. B1) e 1 riutilizzato come fonte battesimale nella chiesa parrocchiale

di

Filo (fig. B2).

Dimensioni: circonferenza misurata sopra l’astragalo, cm 133,5/137 (diametro 42,5/43,6); altezza cm 56,2/57; dimensioni abaco, quadrangolare, cm 67x65. Descrizione: capitelli di ordine composito, simili a quelli del gruppo A, a parte una voluta molto meno espansa che conferisce loro una forma più snella, e la composizione vegetale a tre foglie presente al centro della calata, su tre dei quattro lati; sul quarto lato è presente: nell’esemplare ora a Filo uno scudo lobato al centro del quale è una croce latina in rilievo, in quello ora ai giardini uno scudo simile dove però il rilievo è abraso (ne rimane una piccola porzione in cui sembra di riconoscere l’inizio di una fascia obliqua, che richiama le due sul campo dello stemma con leone rampante che si trova nel frammento di colonna riutilizzato nell’altare laterale destro in S. Nicolò). 28 Dal confronto con le fotografie d’anteguerra si può sostenere che i capitelli siano 2 dei 6 (?) della distrutta chiesa di S. Nicolò (figg. B3-B4).

C

- N. 7 capitelli, sempre di ordine composito, conservati rispettivamente: 1 nell’ufficio del Sindaco

(fig. C1), 2 trasformati nelle basi degli altari laterali di S. Nicolò (figg. C2-C3), 3 nei depositi di Soelia (figg. C4-C6), 1 in collezione privata. Un altro, molto danneggiato e documentato da una foto a fianco della porta d’accesso di casa Ghetti, è stato successivamente rubato. Dimensioni: circonferenza, misurata al di sopra dell’astragalo, cm 122 (corrispondente ad un diametro di cm 39); altezza da 48/50 cm. Descrizione: capitelli d’ordine composito; voluta ionica sui quattro lati, abaco lobato, modanato, con

al

centro una corolla a quattro petali; echino liscio; calata con foglie di acanto di raffinata resa

naturalistica agli spigoli, al centro stelo di acanto fiorito nel quale, in due casi (l’esemplare ora nell’ufficio del Sindaco, quello utilizzato come base dell’altare minore destro in S. Nicolò e quello in collezione privata), è inserito uno scudo di famiglia, ora abraso; in quello dell’altare laterale sinistro

gli

stemmi sono due, in posizione opposta (in quello anteriore nello scudo compaiono le lettere L A

P;

la A è sormontata da una piccola croce). Le infiorescenze sono di due tipi diversi, contrapposti.

Rispetto ai capitelli dei gruppi A e B la struttura è molto più articolata, la forma più snella e il trattamento della decorazione più raffinato. L’osservazione delle foto d’epoca consente di accertare che questi capitelli sono 7 dei 9 del palazzo Municipale d’angolo (figg. C7-C8, A6). Agli stessi è stato possibile associare 3 colonne intere e due spezzoni, tra i materiali recuperati dalle distruzioni di guerra.

Allo stesso edificio appartenevano due mensole (vedi schede E, qui di seguito; figg. E1-E2).

D

– N. 2 capitelli, di ordine composito conservati rispettivamente: 1 ora adattato ad acquasantiera

(sx), nella cappella dell’ospedale (fig. D1), 1 in collezione privata. Dimensioni: circonferenza misurata alla base, 115 cm (diametro cm 36,6); altezza, cm 41; dimensioni dell’abaco cm 59x59.

Descrizione: capitelli di ordine composito; voluta ionica riconoscibile solo sul fronte e sul retro (ai lati

le volute sono rivestite di foglie d’alloro); abaco modanato; echino ovulato; calata costituita dalla

sommità di una colonna scanalata, rudentata. Diversi dagli altri anche nelle dimensioni, non risulta fossero stati impiegati negli edifici di cui ai tre gruppi precedenti. La documentazione fotografica anteguerra non consente di individuare l’edificio di provenienza.

Allo stesso gruppo di materiali appartengono due mensole.

E – N. 2 mensole (fig. E1).

Dimensioni cm 121x35. Descrizione: profilo ad S orizzontale (a volute contrapposte). Decorazione: sulle facce laterali è costituita da una cornice ad ovuli al margine superiore, da una gola sottostante e da due infiorescenze a quattro petali entro le volute; sulla faccia rivolta verso il basso è scolpita una foglia di acanto orientata longitudinalmente verso l’esterno, con l’estremità arricciata al di sotto della voluta (fig. E2). Una delle due mensole è spezzata in due frammenti. Quasi certamente costituiscono due delle quattro che sostenevano i due balconi in facciata del

palazzo Municipale (fig. C7).

28 Si tratta evidentemente di uno stemma nobiliare (il leone rampante è – tra l’altro - una delle imprese estensi) o di famiglia.

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11 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 Fig. A5

Fig. A1

11 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 Fig. A5

Fig. A2

11 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 Fig. A5

Fig. A3

11 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 Fig. A5

Fig. A4

11 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 Fig. A5

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12

12 Fig. A6 Fig. B1 Fig. B3 Fig. B2 Fig. B4

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13 Fig. B5 Fig. C1 Fig. B6 Fig. C2

Fig. B5

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Fig. C1

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Fig. B6

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Fig. C2

14

14 Fig. C3 Fig. C4 Fig. C5 Fig. C6 Fig. C7 Fig. C8

Fig. C3

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Fig. C8

15

15 Fig. D1 Fig. D2 Fig. E1 Fig. E2

Fig. D1

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Fig. D2

15 Fig. D1 Fig. D2 Fig. E1 Fig. E2

Fig. E1

15 Fig. D1 Fig. D2 Fig. E1 Fig. E2

Fig. E2

16

Cronologia e comparazioni stilistiche

Dall’osservazione diretta dei materiali si può dedurre che i primi tre gruppi di capitelli (A,B,C), riconducibili rispettivamente alla Pretura, alla chiesa di S. Nicolò e al Municipio, non provengano dallo spoglio di edifici precedenti ma, in ragione della sostanziale omogeneità degli apparati decorativi e delle dimensioni, siano stati realizzati appositamente, in una bottega d‘ambito ferrarese e/o ravennate. Fanno eccezione i capitelli

del gruppo D (vedi schede a p. 10), diversi da tutti sia nelle dimensioni, che nella decorazione,

particolarmente raffinata.

Il gran numero di elementi marmorei presenti negli edifici argentani non deve stupire in quanto del tutto consono all’importanza che il centro ha avuto fin dall’alto medioevo per essere stato, a fasi alterne, avamposto occidentale della chiesa di Ravenna e nodo strategico per i commerci sia di Venezia che di Ferrara. Almeno dal 1445 gli estensi devono aver avuto qui una residenza; in quell’anno è infatti documentata la posa in opera di alcune colonne con basi e capitelli per una spesa di circa 100 ducati d’oro 29 .

Un

vero e proprio castello viene segnalato nel 1474 dal cronista Ugo Caleffini, che lo include tra le ‘Castelle

del

duca in Romagna’, insieme a Lugo, Fusignan, Conselexe, Bagnacavalo, Sant’Agata e Massa di

Lombardi 30 . Qui l’anno successivo vengono ospitati: Pino Ordelaffi signore di Forlì (il 18 ottobre); Giovanni

Francesco Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Ludovico, diretto a Napoli (il 23 novembre); Caterina, figlia del Signore di Mirandola (il 7-8 dicembre) 31 . Ugo Caleffini menziona il castello fino al 1488. Questo

sale di nuovo agli onori della cronaca nel 1512, quando nel corso della cruenta contesa per il possesso della bastia dello Zaniolo, tra Ravenna e Ferrara, il duca Alfonso I viene colpito da “un pezzo di pietra spezzatasi

da un merlo” che lo lascia a terra tramortito; trasportato ad Argenta, si riprende solo dopo tre giorni 32 .

Dal

Pretura), riprendono uno dei due modelli più diffusi in ambito ferrarese e ravennate tra gli ultimi decenni del

XV secolo e i primi di quello successivo. Il prototipo è bene esemplificato in una serie di capitelli che si

trovano a Ferrara in via S. Romano, nei portici degli edifici ai numeri civici dal 91 al 117 (figg. A7-A8), e agli inizi di Corso Martiri della libertà (figg. A9-A10).

punto di vista stilistico i capitelli provenienti dalla sede del visconte/vicario (successivamente divenuto

dalla sede del visconte/vicario (successivamente divenuto Fig. A7 Fig. A8 2 9 A. Franceschini, Artisti a

Fig. A7

sede del visconte/vicario (successivamente divenuto Fig. A7 Fig. A8 2 9 A. Franceschini, Artisti a Ferrara

Fig. A8

29 A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale: testimonianze archivistiche, Ferrara, I, 1993: p. 252, doc. 535h; pp. 368-9, doc. 682oo; p. 253, doc. 536f; p. 374, doc. 683gg; p. 333, doc. 654b; pp. 482-3, doc. 821a; cfr. M. Folin, Le residenze di corte e il sistema delle delizie fra Medioevo ed Età Moderna, in F. Ceccarelli, M. Folin (a cura di), Delizie estensi. Architettura di villa nel Rinascimento italiano ed europeo, Firenze, Leo S. Olschki, 2009, pp. 96- 7 e nota 48.

30 Ugo Caleffini, Croniche, a cura di F. Cazzola, Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria. Serie Monumenti, vol. XVIII, Ferrara 2006, p. 92 (c. 31v).

31

Ivi pp. 125 (45v), 130 (c. 47 v).

32 “Fu portato così tramortito Alfonso in Argenta [

giorno”; Paolo Giovio, La vita di Alfonso da Este Duca di Ferrara scritta dal vescovo Iovio (Tradotta in lingua Toscana, da

Giovanbattista Celli Fiorentino), Firenze 1553, pp. 101-3.

]

non si rihebbe, e tornò mai in se, se non a fatica dopo il terzo

17

17 Fig. A9 Fig. A10 Riprendono lo stesso prototipo i due capitelli provenienti dalla chiesa di

Fig. A9

17 Fig. A9 Fig. A10 Riprendono lo stesso prototipo i due capitelli provenienti dalla chiesa di

Fig. A10

Riprendono lo stesso prototipo i due capitelli provenienti dalla chiesa di S. Nicolò (gruppo B; figg. B1-B2) con una piccola variante: nello spazio tra le foglie di acanto angolari vengono inseriti sia stemmi o elementi simbolici, sia elementi floreali, come si vede nei tre esempi seguenti, dislocati rispettivamente in corso Porta Reno (fig. A11), nei Portici del duomo (fig. A12) e in Corso Martiri della Libertà (fig. A13). Capitello simile si trova anche nella bifora del balcone della palazzina Diedo (sec. XV) a Ravenna (fig. A14).

della palazzina Diedo (sec. XV) a Ravenna (fig. A14). Fig. A11 Fig. A13 Fig. A12 Fig.

Fig. A11

palazzina Diedo (sec. XV) a Ravenna (fig. A14). Fig. A11 Fig. A13 Fig. A12 Fig. A14

Fig. A13

Diedo (sec. XV) a Ravenna (fig. A14). Fig. A11 Fig. A13 Fig. A12 Fig. A14 Da

Fig. A12

(sec. XV) a Ravenna (fig. A14). Fig. A11 Fig. A13 Fig. A12 Fig. A14 Da successive

Fig. A14

Da successive e/o diverse elaborazioni dello stesso impianto derivano i capitelli utilizzati nel portico del Municipio di Argenta (tipo C; figg. C1-C6): l’abaco si assottiglia, i margini assumono un andamento concavo e al centro compare un’infiorescenza a quattro o cinque petali; l’echino presenta, a volte, decorazioni a piccole foglie o a ovuli; nella calata il trattamento delle foglie di acanto angolari si fa più naturalistico e raffinato; al centro della calata sono presenti uno stemma, di varie forme, o una formazione floreale. E’ un

18

modello assai bene esemplificato nei seguenti capitelli visibili a Ferrara: nella loggia della Piazzetta S. Anna (fig. C9), nei Portici del Duomo (fig. C10), in un edificio al n.c. 28 di Corso Ercole I d’Este, e nello scalone di palazzo Ducale (datato 1481 - fig. C11). Straordinaria è anche la somiglianza con i capitelli della loggia sulla facciata ovest del monastero di S. Maria in Porto a Ravenna (fig. C 12), riferimento cronologico certo in base alle data di costruzione dell’edificio (1496-1508). Più elaborati e con iconografia più complessa sono quelli della facciata est (detta Loggetta Lombardesca), la cui costruzione (1503-1518) avviene a cavallo della guerra tra Ferrara e Ravenna (1511-1512).

a cavallo della guerra tra Ferrara e Ravenna (1511-1512). Fig. C9 Fig. C11 Fig. C10 Fig.

Fig. C9

della guerra tra Ferrara e Ravenna (1511-1512). Fig. C9 Fig. C11 Fig. C10 Fig. C12 I

Fig. C11

guerra tra Ferrara e Ravenna (1511-1512). Fig. C9 Fig. C11 Fig. C10 Fig. C12 I capitelli

Fig. C10

tra Ferrara e Ravenna (1511-1512). Fig. C9 Fig. C11 Fig. C10 Fig. C12 I capitelli del

Fig. C12

I capitelli del tipo D (fig. D1), certamente i più raffinati dell’intero nucleo, e di dimensioni più contenute, trovano anch’essi riscontro in alcuni esempi ferraresi dell’epoca, presenti rispettivamente in Corso Martiri della Libertà (fig. D3), nei portici a fianco del Duomo (fig. D4) e nello scalone di palazzo Ducale (fig. D5). Ciò che differenzia gli esemplari di Argenta da tutti quelli visti a Ferrara è che i primi presentano due viste frontali e due laterali, dovute al fatto che le volute ioniche non sono disposte in diagonale ma sono allineate con uno dei lati dell’echino. I soli esempi di questo tipo sono stati individuati a Ravenna, nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D2), assegnato genericamente al sec. XVI.

individuati a Ravenna, nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D2), assegnato genericamente al sec. XVI.

Fig. D3

individuati a Ravenna, nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D2), assegnato genericamente al sec. XVI.

Fig. D4

19

Interessante, ai fini della datazione è la presenza, nella loggia dell’edificio di Corso martiri della Libertà, dei diversi modelli che abbiamo appena descritto, come si può vedere negli esemplari alle figg. D3 e 13-15.

come si può vedere negli esemplari alle figg. D3 e 13-15. Fig. D5 Fig. 13 Fig.

Fig. D5

Fig. 13

negli esemplari alle figg. D3 e 13-15. Fig. D5 Fig. 13 Fig. 14 Fig. 15 Appendice
negli esemplari alle figg. D3 e 13-15. Fig. D5 Fig. 13 Fig. 14 Fig. 15 Appendice

Fig. 14

esemplari alle figg. D3 e 13-15. Fig. D5 Fig. 13 Fig. 14 Fig. 15 Appendice Argenta

Fig. 15

Appendice Argenta nella guerra tra Ferrara e Venezia (1482-1484). Le testimonianze dei cronisti

La carica di visconte (vicecomes), cui si accenna nel capitello argentano (A1), risale all’elevazione del territorio di Argenta a Contea - avvenuta nel 1160 ad opera di Federico Barbarossa, che fa rientrare il territorio diocesano a nord del Primaro nel dominio territoriale dell’arcivescovato di Ravenna. Il visconte esercitava in nome dell’arcivescovo le funzioni di esattore delle imposte e di giudice 33 . Bartolomeo Pioli, il cui nome figura sul capitello del 1492 è pertanto, a quella data, l’ultimo dei visconti di una serie che ha inizio nella seconda metà del XII secolo.

In tre secoli lo scenario politico generale è però radicalmente mutato. Argenta, data la sua posizione cruciale nel corso del Po di Primaro, si è trovata e si trova ad essere contesa tra le due città che avevano nel fiume la loro principale arteria di comunicazione. Di questa contesa vanno segnalati alcuni momenti fondamentali.

20

Nel 1344, dopo molti contrasti, Argenta passa dal dominio della chiesa di Ravenna a quello della casa d’Este, con un accordo in cui si ribadisce che il territorio è concesso in locazione per sei anni, poi prorogati 34 . Questo passaggio è destinato a perdurare fino a che gli estensi, con la cosiddetta devoluzione del 1598 - cioè un secolo oltre l’orizzonte temporale di questa ricerca - non lasceranno Ferrara per Modena. Verso la fine del XIV secolo i ferraresi si impossessano anche della la riviera ultra Padum, in sinistra del Primaro, mediante la permuta con Bagnacavallo e Cotignola stipulata tra gli estensi e Obizio da Polenta

(1394). Nel 1398 la riviera viene poi restituita

Nel 1421 gli Estensi ottengono il vicariato di Argenta. Nel 1433 il confine del ducato viene esteso al Po di Primaro, includendo di nuovo la Riviera di Filo, la quale mantiene tuttavia la sua autonomia comunale entrando a far parte del Comitatum o Territorium Argentae 36 .

35

.

L’importanza di Argenta è legata anche al fatto che a sole due miglia di distanza è dislocata la bastia dello

Zaniolo

nei pressi di S. Biagio, che costituisce uno dei tre capisaldi (gli altri erano Stellata e Bondeno) della difesa militare di Ferrara. Altrettanto importante la bastia è per il controllo del traffico commerciale sul fiume, al punto che Nicolò III nel 1403 vi aveva fatto collocare una catena per la riscossione del dazio 38 ; così come è uno dei punti nevralgici delle comunicazioni da e verso il centro della penisola.

37

, la fortezza costruita alla confluenza tra l’omonimo corso d’acqua, il Santerno e il Po di Primaro,

Il cronista Ugo Caleffini ci informa, ad esempio, che il 4 dicembre 1474, Don Federico d’Aragona, figlio del re

di Napoli e fratello di Leonora, duchessa di Ferrara, era arrivato attraverso la “marcha Anconitana et

Romagna” e si era incontrato con il duca Ercole e tutta la famiglia “al fossato del Zaniolo et lo accompagnò il

sabato sira a Consandolo alozare” 39 . Similmente il 14 settembre 1479 era giunto a Ferrara da Roma, sempre

per la via marcha, Don Giovanni cardinale di Napoli in viaggio verso l’Ungheria. La duchessa sua sorella gli era andata incontro “Insino a Consandoli, villa del ferrarexe” e da qui erano stati poi rapidamente trasferiti

fino al “ponte de San Zorzo [ schivanoio”

]

et la sua persona alogiò in castello vecchio et la fameglia sua a

40

.

E’ evidente che l’arrivo di personaggi eminenti dall’Italia centro-meridionale, diretti alla corte Estense, aveva

come tappa il palazzo di Consandolo.Talvolta però anche Argenta veniva coinvolta: Don Federico d’Aragona, ad esempio, nel 1473 era giunto allo Zaniolo con “349 cavalli de lista e 490 boche de lista” 41 ,

probabilmente troppo per una sola residenza per quanto grande. Anche l’imperatore Federico III, l’11

dicembre 1468, in viaggio dalla Germania verso Roma, dopo una sosta a Rovigo si era portato a Ferrara, ricevuto dal duca Borso a Francolino, ultra Po. “Et poi la matina che fu la dominica, epso Imperatore andò a

la Mesa grande in vescovado cum tuta la sua baronia. Poi el lunidì sequente, che fu la vigilia de Sancta

Lucia, el se partite epso imperatore et andò alogiare in dicto giorno al palazo de la villa de Consandali del

Ferrarexe, acompagnato prima degnamente dal prefacto duca Borso et altri de la casa da Este [

Regenta alogiò quella sira parte di suoi famegli” 42 . Come visto sopra ad Argenta gli Estensi avevano una residenza.

]. Et a

La situazione anteguerra

Agli inizi del XV secolo il tentativo di allargamento del ducato estense verso nord provoca la reazione di Venezia che infligge a Ferrara una prima sconfitta nel 1404. I contrasti dovuti al controllo della produzione e del commercio del sale si aggravano nel 1475 . I “disgusti scambievoli” tra la repubblica e il ducato si accentuano ulteriormente tra il 1480 e il 1481; finché il 2 maggio 1482 il Senato veneto dichiara guerra agli

34 Vandini, pp. 51-2 e note 55-7.
35

Ivi, pp. 55-6 e nota 73.
36

37 Eretta nel 1395 da Nicolò III, era stata rasa al suolo dai veneziani nel 1404, ricostruita nel 1425 e messa a dura prova dalla guerra con Venezia del 1482-1484; C. Zaghi, La Bastia dello Zaniolo baluardo estense (puntata seconda), in Gazzetta Ferrarese, Anno V, 3 luglio 1927; cfr. F. Renzi, San Biagio d’Argenta (1060-1945). Storia di un paese tra la Romagna e Ferrara, Cesena, Società Editrice ‘Il ponte Vecchio’, 2009, p. 38 e nota 38, pp. 43-4 e nota 49. Nel 1487 sarà fortificata da Biagio Rossetti (Documento del 21 aprile 1488; ASMo, Memoriale della Camera Ducale, reg. 4785/95, c. 62v); cfr. Zevi, p. 191. Si trova rappresentata nella cartografia veneziana del XV secolo segnalata alla nota 4; cfr. Renzi, p. 40. Vd. le figg. 2 e 16.

Ivi, pp. 56-7 e note 75-6.

38

Renzi, pp. 36-7, nota 33.

Ivi, p. 88 (c. 30v).

39 Ugo Caleffini, p. 88 (c. 30v).
40

Ivi, p. 313 (c. 106r).
41

42 Diario ferrarese dall’anno 1409 sino al 1502 di autori incerti, a cura di G. Pardi, in RIS 2 , XXIV/7, Bologna, Zanichelli 1928, p. 53; cfr. Folin, p. 113, nota 95.

21

estensi 43 . Ercole, a differenza dei suoi predecessori Leonello e Borso che erano riusciti a mantenere rapporti soddisfacenti con la potente Repubblica Veneziana, aveva mostrato subito segni di insofferenza verso quelli che erano indubbiamente privilegi goduti da Venezia; prima di tutto il visdomino, tollerato dagli Este ma odiato dal popolo. La questione del sale deve invece essere stata sovrastimata dagli storici in quanto il suo

contrabbando era attività antica e naturale per la gente di Comacchio e del delta

44

.

La contesa tra Ferrara e Venezia ha aspetti di rivendicazione territoriale (il polesine di Rovigo) e di concorrenza commerciale, perseguiti attraverso il controllo dei punti strategici sul Po di Primaro. Tra questi figurano ovviamente Argenta e la bastia dello Zaniolo. La cura delle strutture difensive di questi due presidi erano costanti. Si veda ad esempio quanto fatto in occasione della guerra con Venezia del 1404 45 . In

particolare la conquista della bastia era fondamentale per penetrare nel ducato dalla parte della Romagna in quanto vi convergevano tutte le strade dallo stato pontificio. Due atti notarili del 1458 lasciano presumere che avesse forma triangolare; era infatti munita di tre torri (fig. 16): una ‘vecchia’, una ‘grande’ e quella del ‘cantone verso Filo’ 46 (a est). Paolo Giovio la rappresenta

“circondata a torno a torno di mura e d’argini, a uso di castello”; parla poi di ‘bastioni’ e di ‘merli’

descrizione della ‘fossa Zaniola’ rende inoltre efficacemente la situazione idrografica: “Questo è un ragunamento d’acque tanto profondo, e tanto largo, che ei non può passarsi a piè, ne a cavallo; ed è fatto da

una quantità di fiumi che scendendo per le valli del Apennino, e facendo nel piano alcuni stagni, sboccan di poi, per opera e industria de paesani, nel Po o nelle paludi vicine” 48 .

47

. La sua

nel Po o nelle paludi vicine” 4 8 . 47 . La sua Fig. 16 Anche

Fig. 16

Anche Argenta era considerata un baluardo da difendere. Nel 1466, ad esempio, Borso con una lettera del 2

marzo indirizzata ai Consoli e al Consiglio cittadino sollecita la fortificazione delle mura verso il Po (a meridione) che erano vetuste 49 . Il Bertoldi dal canto suo menziona la presenza di una Rocca, che ipotizza

costruita nel 1252, semidistrutta da un fortunale nel luglio del 1467 e completamente rovinata nel 1472

50

.

43 Bertoldi, III, II, p. 138.

S. Mantovani, La “Guerra di Ferrara” (1482-1484), Tesi di Laurea in Antichità e Istituzioni medievali, Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Laurea in Storia indirizzo Medioevale, Anno Accademico 1998- 1999, Sessione III, Relatore Prof. Anna Laura Trombetti Budriesi, pp. 305-8 (dalla “Conclusione”).

44

45

Bertoldi, III, II, pp. 95-7.

47

46 I due documenti erano conservati nell’Archivio Comunale di Argenta, prima della seconda guerra mondiale; così attesta A.F. Babini, in Dalla Bastia dello Zaniolo alla Bastia di Ca’ di Lugo, Piacenza 1959, I, pp. 265-7. Alla bastia è

probabilmente ispirata la fortezza di una miniatura del Breviario di Ercole I, ora alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena (Lat. 424=MS.V.G.11, c. 29v).

Paolo Giovio, La vita di Alfonso

, cit., pp. 95-6.

48 Ivi, p. 68.

49 Bertoldi, III, II, p. 122.

Ivi, pp. 122-3. Sull’esistenza di questo castello non c’è certezza, nonostante le notizie riportate dallo storico Girolamo Rossi.

50

22

1482

Tra la fine del 1481 e gli inizi dell’82 le avvisaglie di un possibile scontro armato con Venezia si fanno sempre più frequenti.

16 marzo - E’ documentato l’“Ordine de fortificare Arzenta”. Riporta il Caleffini: “Al dì dicto fureno

commandato tuti li contadini de Ferrara ad Arzenta, perché havessero a cavare de dreto et intorno lo

castello de Arzenta del duca nostro, uno ramo del Po per redurlo in forteza, che non era” 51 .

Ai primi di aprile, il venerdì santo, alcune barche veneziane entrano a Codigoro e, mentre la popolazione è a

messa, gli equipaggi fanno razzie e partono con una nave carica di masserizie e vari capi di bestiame

giorno dopo alcuni contadini ferraresi - se la notizia è vera - andati a comprare del frumento nel territorio della Repubblica, vengono scacciati e durante il ritorno si impadroniscono di una imbarcazione veneziana a

Vaccolino 53 .

52

;

il

15 aprile - Il senato di Venezia dà ordini perché venga organizzata una flotta di 50 galeoni, 100 ganzaruole,

200 barche, molte barbotte e 20 biremi; al comando della flotta viene nominato il patrono dell’arsenale, Damiano Moro 54 . I veneziani poi fanno arrivare truppe nel padovano e preparano le bocche da fuoco.

Ercole d’Este dal canto suo, per accelerare la produzione di cannoni non esita a sacrificare anche le campane delle chiese “che non ge ne rimase se non uno per campanile” 55 . Le fortezze vengono fornite di artiglierie “per lo suspecto de la guerra” 56 . Verso la fine di aprile le difese approntate dagli estensi sono tuttavia ancora inadeguate: le fortificazioni in più parti carenti, negligente la guardia da parte dei soldati 57 , scarsa la biada per i cavalli 58 e i soldati scontenti degli alloggiamenti 59 .

28 aprile – Anche ad Argenta i preparativi non sono adeguati alla bisogna se il duca di Ferrara ordina al

Regimini Argentae (composto del Visconte, del Vicario Ducale e del Camerlengo) et Consulibus di fornire la

zona di vettovaglie e artiglierie 60 .

La dichiarazione di guerra

3 maggio - La guerra contro Ferrara 61 viene bandita a Venezia, in piazza S. Marco ‘sopra la pietra del

Bando

Le ostilità iniziano immediatamente: i veneziani attaccano la Rocca di Melara, il polesine di Rovigo, Comacchio, fino al basso ferrarese 63 .

62

, con una lettera dogale datata il giorno prima.

51 Ugo Caleffini, p. 367 (c. 124v).

52 Francesco Olivi, Cronaca, ms. Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I, 641, copia, c. 19r; Ugo Caleffini, p. 367 (c. 124v); cfr. Mantovani, p. 74 e nota 5.

53 Bernardino Zambotti, Diario ferrarese dall’anno 1476 sino al 1504, RIS, XXIV/7, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 102; ibidem e nota 6.

54 ASV, ss, reg. 30, cc. 80v-81r, 15 aprile 1482; ivi, p. 64 e nota 6.
55

, campane vennero prelevate dalle chiese (C. Montù, Storia dell’artiglieria italiana, p. I, Roma 1934, p. 247); ivi, p. 48 e

nota 2.

56 A. Franceschini, p. 206 (doc. 404/b); ibidem e nota 3

ASM (Modena), ASE, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 24 aprile 1482; ivi, p. 53 e nota 1.

58 ASM (Modena), ASE, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 27 aprile 1482; ibidem e nota 2.

59 ASM (Modena), ASE, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 28 aprile 1482; ibidem e nota 3.

Diario ferrarese Diario dall’anno 1409

57

cit. p. 98. Dal Libro inventario de monitione dell’anno 1482 risulta che ben 128

60

Bertoldi, III, II, pp. 133-4; D. Bandi, Memorie storico-cronologiche di Argenta, Argenta 1868, p. 18.

61 Marin Sanudo, Commentarii della guerra di Ferrara tra li Viniziani ed il duca Ercole di Este nel 1482, Venezia 1829, p. 11; cfr. Mantovani, pp. 74-5 e nota 8.

62

63

Marin Sanudo, Le vite de’ Dogi (RIS, XXII, coll. 405-1252, Milano 1733), col. 1215; ivi, p. 74 e nota 7.

Bertoldi, III, II, p. 138.

23

“Dal punto di vista strettamente militare l’attacco ad Ercole si prepara su tre fronti: da nord, dal Padovano verso il polesine di Rovigo, da Est, dal Po e infine da sud, dalla Romagna” 64 . Per quanto riguarda

quest’ultimo fronte si decide di far penetrare la flotta attraverso il Primaro Lo stesso giorno del bando giunge a Ferrara il duca d’Urbino, Federico da Montefeltro, che ha accettato l’incarico di capitano generale della Lega (sia Ercole che Sigismondo d’Este, bravi soldati, non avevano

tuttavia rivelato spiccate doti di condottieri). Dopo aver controllato Ficarolo e Stellata Federico arriva alla

bastia dello Zaniolo

65

.

66

.

12 maggio - Una lettera scritta dal duca Ercole ai “Regimini Argentae et Consulibus“, raccomanda di

“guernir di bombarde, e spingarde i soliti luoghi [

lo incontro de la Bastia del Zaniolo”. Mentre fervono i lavori i veneti entrano improvvisamente nel Primaro con le loro navi, al comando di Vittore Soranzo, prendono il castello di S. Alberto e, forti di aiuti venuti di Romagna, si accampano a Filo 67 .

]

di far ben guardare il Paese; e di costruire un bastione a

Gli attacchi contro Argenta

Dai primi di ottobre Ercole è a conoscenza dei preparativi nemici per attaccare la bastia dello Zaniolo e

Argenta 68 .

29 ottobre – PRIMO ASSALTO AD ARGENTA. Da Filo i veneziani muovono verso la bastia: li fronteggiano le

truppe della Lega – di cui facevano parte i ferraressi - ma vengono respinte ‘e presi in gran parte, molti ammazzzati, e li loro capi dagli Stratioti furono portati al capitano, il quale per cadauno delle teste, secondo la consuetudine, dette agli Stratioti un ducato69 . Viene conquistato un bastione di legno sulla riva del

Primaro, di fronte al Fossato di Zaniolo, mentre il territorio fino ad Argenta subisce scorrerie. Fiutato il pericolo Sigismondo d’Este raggiunge immediatamente Argenta, dove vengono fatti pervenire altri rinforzi, anche da Milano, al comando di Gian Pietro Bergamino 70 .

Bernardino Zambotto così descrive il primo assalto Ad Argenta: “Lo bastion del Fossa’ de Zaniolo fu prexo a forza per quelli de l’armada de’ Veneciani, che hera per Po. E Herano sexanta fra barche e fuste e haveano 200 cavali lezeri e 500 fanti. E cusì li nostri li quale facevano dicto bastione, forno prexi e altri morti; e se messer Nicolò da Corezo non havesse facto armare li homini de Argenta con 40 homini d’arme, che lui havea, et altri provixionati, Arzenta seria sta’ prexa hozi, perchè se ge ritrova poche fantarie; ma il duca, intexo tal caso, mandò subito due squadre de homini d’arme milanexi, e messer Sigismondo Da Este ge andò in nave con fantarie, e altre provixione fu facte per defendere dicto castello, il quale hè la chiave del Stato de Ferrara, e se ge mandò molte artiliarie” 71 .

Più dettagliata e vivace è la descrizione del Caleffini: “se scoperse una grandissima armata de la signoria de Vinesia a Sant’Alberto, suso la quale se dise essere dodicemila persone suso, che fureno galere sotile, borbote, fusti, barche armate et altri fusti de nave, suso la quale armata erano da 500 in 600 on più

stradiotti 72 a cavalo, li quali stradiotti sono turchi asassini da strata et malandrini de Turchia [

armata in quella nocte vene suso per Po per venirsene ad Arzenta et al fossato del Zaniolo, per tuore la

bastia del Zaniolo et Arzenta et la Romagna [

inteso el magnifico messer Nicolò da Corezo, per lo duca Hercole mandò subito volando a domandare aiuto al duca predicto, ma non potrè cussì presto, che la nocte predicta li stradiotti smontono in terra et corseno

qui suso le porte de Arzenta, et preseno et amazono molti di homeni d’arme del dicto messer Nicolò, et fanti nostri de lì, et a tuti, a tuti taiono le teste, et quelle in capo de le lanze portoreno a li provedeturi de l’armata sua, per avere uno ducato per testa taiata” 73 . E prosegue: “Ma il zorno sequente, che fu il mercori 30 del dicto mese, li ambasaturi de la Liga, che erano in Ferrara, gli mandoreno volando tredice squadre de zente

d’arme, et forsi tremila fanti [

] La quale

]

ma non li andò facto perché, havendo questo per spia

]

cum tre squadre de balestreri a cavalo [

]

Et cussì zobia a dì 31 dicto

64 Mantovani, p. 62.

65 ASV, SS, reg. 30, cc. 138v-139r, 14 ottobre 1482, ivi, pp. 145, 146 e nota 1.
66

67 Bertoldi, III, II, p. 134

ASM, ASE, ambasciatori, Milano, 10/A, Ercole d’Este a G. Trotti e C. Valentini, 9 ottobre 1482; cfr. Mantovani, p. 146 e nota 3.

69 Marin Sanudo, Commentarii

70 Ibidem e nota 5. 71 Bernardino Zambotti, p. 115.

72 Soldati di cavalleria, provenienti da Albania, Grecia, Bulgaria e Dalmazia, che Venezia organizzava per contrastare le incursioni turche.

73 Ugo Caleffini, p. 447 (cc. 152v-153r).

Ugo Caleffini, p. 375 (c. 127v); ivi, p. 78.

68

,

cit. p. 46; ivi, p. 148 e nota 1.

24

andoreno zoxo ad Arzenta di nostri sete altre squadre et fantarie in quantitade [

novembre fu mandato ad Arzenta octo nave cariche da fantarie [

Arzenta de Pietro Bergamino da Milano, conductiero de quel Stato, sete squadre de zente d’arme et molti

fanti [

]

Vegneri a dì primo de

]

Sabato a dì 2 de novembre andoreno ad

]”

74

.

6 novembre - Sigismondo d’Este esce da Argenta con una decina di squadre di fanti e attacca il campo

nemico presso S. Biagio. Nel corso dell’azione militare i soldati ferraresi si danno ad azioni di ruberia

L’episodio è interpretato in modo diverso dai cronisti. La versione più attendibile è che l’esercito della Lega, vinto il nemico si sia dato ad un disordinato saccheggio al quale Sigismondo d’Este non sia riuscito ad opporsi 76 . Con l’arrivo della flotta veneziana, forte dei terribili stradiotti, Sigismondo e i suoi vengono accerchiati. Gian Pietro Bergamino riesce a fuggire salendo su una imbarcazione, ma molti affogano. Sigismondo fugge a cavallo fino ad Argenta, “seguitato da alcuni Stradioti insino suxo il ponte de Rezenta, dove fu talgiato in pezi uno il quale anchora volea intrare in Rezenta con sego correndo, molte fantarie forno prexe e tutti li homini d’arme svalixati” 77 . Sigismondo a questo punto fa tagliare il Po presso S. Biagio 78 .

75

.

1 dicembre - La bastia dello Zaniolo si arrende ‘per la pusillanimitade de li nostri79 ; “la quale perdita è de

grandissimo danno a Ferrara, Ferrareze et la Romagna” A questo punto la tenuta di Argenta è fondamentale per Ercole e gli alleati della Lega. A dar manforte era arrivato, a fine novembre il fratello di Ludovico il Moro, Sforza Sforza, il quale, mentre provvede a riparare i danni subiti 81 , compie diverse azioni vittoriose contro i veneziani.

80

.

12 dicembre – [Sforza] “cum la sua gente amazò più di cento inemici et rupegli due barche armate in Po et

ferine anche molti de loro; e di nostri fu morto tanto uno et feriti da sete in octo” 82 . Episodio simile si ripete il

14 83 e 15 84 successivi.

24 dicembre - Conquista e distrugge un baluardo veneziano al Fossato di Zaniolo 85 . L’uomo d’arme resta

comunque di malavoglia ad Argenta perché le fanterie, alle quali non viene corrisposto il soldo, vogliono

andarsene 86 .

1483

20 gennaio - Don Alfonso di Calabria, viene a controllare le difese di Argenta: “El [

questa matina a ore 16, se partì da questa terra [Ferrara] con pochi di soi e se ne andò a Rezenta in bucinthoro, per provvedere a quello loco, come non vengi a le mano de’ Veneciani, li quali hano il suo

campo drio a la rivera de Filo con l’armada de Po e fa quello che possono per havere Rezenta, perchè

vegneriano subito a Ferrara, trascorrando tuto il Polexene de San Zorzo, il quale ne dà le victuarie, e poi seguitaria el proverbio vechio da notare sempre: Chi ha Rezenta, la Stellata e Bonden, ha Ferrara per il

fren87 .

] duca de Calabria,

26 gennaio – SECONDO ASSALTO AD ARGENTA. I veneziani attaccano le mura di Argenta, dove erano al

comando lo Sforza e Gian Pietro Bergamino che li respingono infliggendo gravi perdite

Scrive Bernardino Zambotti: “Li soldati de la Signoria de Venexia che stavano in la vila de San Biaxio, vèneno a Rezenta con grande impeto a pedi e a cavalo, e prèxeno per forza certi repari e bastione facti fora de la tera. E volgendo loro venire con schale a le mura de Rezenta, perchè el conte Piero Bergamino e Sforza Veschonte da Milano, Conducteri strenui e animosi, li havevano lassati venire a studio così aprovo de

88

.

74 Ivi, pp. 447-8 (c. 153r).

75 Bernardino Zambotti, p. 116.

76 Mantovani, p. 150.
77

Bernardino Zambotti, p.116.
78

79 ASM, ASE, ambasciatori, Milano, 10/A, lo stesso a G. Trotti, 21 dicembre 1482; cfr. Mantovani, p. 163 e nota 8.
80

Ugo Caleffini, p. 464 (c. 159r).
81

82 Ugo Caleffini, p. 471 (c. 161r).
83

Ivi, p. 472 (c. 162r).
84

Ivi, p. 473 (c. 172 r).
85

86 ASM, ASE, ambasciatori, Milano, 10/A, Ercole d’Este a G. Trotti, 31 dicembre 1482; cfr. Mantovani, pp. 172, 173 e nota 1.

87 Bernardino Zambotti, pp. 132-3.
88

Ugo Caleffini, p. 449 (c. 153v).

Franceschini, p. II, t. I, p. 286 (doc. 404/g, 24 dicembre 1482); cfr. Mantovani, p. 172 e nota 11.

Ivi, p. 479 (c. 164r).

Ugo Caleffini, p. 497 (c. 171r) (400 morti).

25

le mura e de la terra per fracassarli, subito comenzòno con tuta la zente herano dentro a trare fora con

balestre, spingarde e artiliarie, e ne amazò grandissima quantità de li inimici li quali fuzando forno perseguitati da li nostri soldati insino in li soi allozamenti, e lo bastione nostro fu requistado con laude, a

danno loro” 89 .

Più partecipato il resoconto che ne fa il Caleffini: “Domenica a dì XXVI de zenaro 1483, domente ch’el fusseno andate da octomilia persone de li nostri nemici che sono ad Arzenta per un gran riforzo, cum scale et altri ordegni per pigliare, se poteano, li bastioni nostri facti lì et cussì repari per sua commissione de Sforza, videlicet facti per sua commissione, per potere poi, quando quelli havesseno havuti, fortificarseli et

doppoi pigliare el castello de Arzenta, lo quale de facili haveriano havuti quando havessero havuti dicti repari et bastioni. Et che Sforza ne havesse havuto notitia, se misse in ponto cum Zampietro Bergamino, conductiero del Stato de Milano, secrete cum le sue zente dentro a la terra, havendo tunc mandato da seicento altri di suoi fanti in uno boscho per tore in mezo dicti inemici, como fece ut infra. Et tandem, havendo già li inemici posto le scale a li repari et a li bastioni che dicti Sforza et Zampietro gli haveano lassati metere, et etiam intrare parte dentro da li repari, et che etiam havessero già posto le bandiere de Sancto Marcho suso dicti bastioni et repari, insieme cum tute le loro zente et cum il populo, et foreno adosso

a li inemici insieme cum li 600 altri, per modo che li inemici se retrovoreno in mezo. Et qui insieme

combateteno dal le 15 hore a le XXIII vel circa, che l’armata che si ritrovava in secho lì per Po, che era tunc

basissimo. non gli potè dare alcuno sucorso. Et post multa, finita la bataia, se ritrovoreno assai di nostri feriti,

di quali poi luni per tempo vene como ne erano morti cinque (m.s.: Morti 400). Et de li inemici ne fureno morti

da li nostri da quatrocento in suso, et feriti a morte in quantitade et non fu preso alcuno per pregione, perché el Sforza l’havea ordinato, ma che per lo fillo de la spada tuti li inemici fusseno mandati, como fureno (m.s.:

Armata rota). Et ultra questo epsi Sforza et Zampietro asaltono la dicta armata de venetiani lì, et sì li rope in mile parte in Po una galea et due fuste et molte barche, per modo che tuti che gli erano stati dentro se

anegoreno lì in Po. [

per una parte gietono in Po, che andassero a portare novelle a venetiani” 90 .

]

Li quali morti arzentesi / cum sei carri le feceno condure ad sepelire per una parte, et

L’euforia per i successi militari nasconde una situazione di grave penuria di viveri, legata anche al via vai di truppe. Tanto che a fine gennaio lo Sforza lamenta: “Nota che de questo mexe ogni giorno ariva zente d’arme de la Liga a piedi e a cavalo in succorso nostro, ma ge hè gran caristia de victuarie; non se manza se no pane de mixtura, il fromento se vende soldi 25 il staro, ma non se po’ avere se no milgio e fava” 91 .

29 gennaio - TERZO ATTACCO AD ARGENTA. “[

]

essendose iterum li inemici nostri de lì apresentati per tore

li repari de Arzenta heri et li bastioni, Sforza e Zampietro del Bergamino et le nostre zente d’arme et

fantarie et il populo de Arzenta insieme uscirono fora et foreno a le mane cum dicti inemici tutto el zorno, insino a le sei hore de nocte cum lanze, schiopeti, archobusi, saetame et altre arme inastate et spingarde et bombarde et passavolanti. Et tandem, a la fine de la bataia, fureno trovati di nostri feriti et morti da setanta.

Et de li inemici se ritroverono apresso 500 de schiopeti quasi tuti et feriti in quantitade. Siché questa fu una gran bataia” 92 .

Per partecipare a quest’azione erano stati inviati da Ferrara “600 fanti spagnoli et catellani quasi tuti lanzaroli

schiopetieri et balestreri”

93

.

1 febbraio - Viene anche Sigismondo d’Este con 400 fanti “perché se era inteso che li inemici nostri ad ogni modo voleano per uno reforzo tore Arzenta cum la bataia” 94 .

4/5 febbraio – I veneziani tentano ancora di “tore el bastione nostro” ma vengono respinti; i ferraresi fanno rispettivamente 70 e 32 morti tra i nemici 95 .

20 marzo - Tra i tanti “lasciti” della guerra si lamentano anche i furti delle truppe amiche, come conferma una

lettera del commissario estense di Argenta che difende i suoi soldati dall’accusa di aver sottratto bestiame agli abitanti di Gualdo 96 .

89 Bernardino Zambotti, p. 133; cfr. Bertoldi, III, II, p. 138.
90

91 ASM, ASE, carteggio principi estensi, ramo ducale, principi regnanti, 67, Ercole d’Este ad Eleonora d’Aragona, 31 gennaio 1483; Bernardino Zambotti, p.133; cfr. Mantovani, p. 185 e nota 8.

Ugo Caleffini, p. 500 (c. 172r).
93

92

Ugo Caleffini, pp. 497-8 (c. 17r-v).

Ibidem.

94 Ivi, p. 501 (c. 172v).
95

96 ASM, ASE, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, L. Gualenghi ad Ercole d’Este, 20 marzo 1483; cfr. Mantovani, p. 197 e nota 2.

Ivi, p. 502 (c. 173r).

26

2 aprile - Ancora più violente erano le razzie dei nemici che facevano scattare rappresaglie tra belligeranti,

come risulta dalle seguenti testimonianze: “Siando venuti 22 fanti veneciani a sacomano insino verso Cogomaro, dal lato de San Lazaro, robando le caxe vode, forno presi e amazadi da Guizardo Riminaldo ferrarexe, capitano de’ balestreri a cavalo, e ne mexe tredexe teste de cho’ de le lanze a li balestreri, in vendetta de tredexe homini di nostri da la Massa e da Codegoro, li quali li Veneciani li havea facti impicare pochi zorni fa, habiandoli ritrovati andare a guadagno, como fano li soldati” 97 .

3 aprile - Naturalmente la storia non si ferma li: “La zente de’ Veneciani trovòno quatro contadini de la vila de

Saletta e li amazòno e ligòno le teste loro al colo de uno altro contadino haveano prexi e li condusse insino aprovo li ripari del Barcho con le mane ligate de dreto, a ciò nonciasse a Ferrara che se herano vindicati de li homini amazati il zorno inanti” 98 . Il seguito non è noto.

Al dramma della guerra si aggiunge quello della peste: “Nota che de questo mexe ogni zorno moriva qualche

persona de peste in Ferrara, ma per la paura de la guerra ognun staxeva fermo in Ferrara e lo fromento se vendeva soldi 34 il staro a li pistori, et a li altri soldi 36 marchexini, e male se ne poteva havere. Pur ne veniva de Puia [Puglia] per la via de Pixa e de Fiorenza, e da Modena. E nota ch’el seria sta’ del fromento a sufficientia in lo paexe, s’el Signore non avesse dato la tratta a Veneciani e altri zintilhomini de portarlo a

vendere a Vinexia!”

99

.

25 aprile – Ultime azioni militari: “Li Veneciani vèneno da la bastia del Zaniolo con barche per le vale verso

Bolognexe e bruxono la bastia del Farinaro e la prexeno, che non hera guardata per non essere de importantia” 100 .

20 giugno - Segni di stanchezza si manifestano sia nelle truppe veneziane che in quelle della lega. A questo

si aggiungono gli effetti della peste e di altre malattie. Quando una flotta della lega entra in Adriatico il senato dà ordine di spostare verso Ravenna la flotta e l’esercito veneziani che stazionavano presso la bastia dello

Zaniolo. Le truppe lasciano Argenta mantenendo alcune imbarcazioni di piccolo cabotaggio (fuste) a difesa

della bastia, non prima di aver incendiato Filo e altri villaggi. Scrive il Caleffini: “ [

zente d’arme, che erano in campo suso quel de Arzenta del duca de Ferrara et de Fillo, brusoreno tuto, tuto

la villa del Fillo et de quelle ville lì vicine, et poi se ne fuzino lassando la bastia del Zaniolo fornita de fantarie

et victualie a suo nome”

]

l’armata de venetiani et

101

.

24 Giugno – L’armata veneziana torna un’ultima volta ad Argenta, ma solo una parte perché le acque basse

del Po impediscono la navigazione 102 .

1484

Una pace sofferta

Tra la fine del 1483 e gli inizi del 1484 la stanchezza alligna nei i due schieramenti e riduce le azioni militari da entrambe le parti.

5 marzo - Papa Sisto IV scrive a Venezia dichiarandosi desideroso della salvezza della Repubblica e della

pace universale 103 . Il fatto sancisce la volontà dei contendenti di por fine al conflitto, senza che ci siano – almeno ufficialmente - un vincitore e un vinto. In aprile hanno inizio le trattative di pace 104 .

22

luglio - Viene concordata una tregua 105 .

25

luglio -

La domenica successiva la notizia viene letta pubblicamente a Ferrara 106 .

97 Bernardino Zambotti, p. 152. 98 Ibidem.

99 Ivi, p. 140.
100

101 Ugo Caleffini, p. 555 (c. 191r).
102

103 ASV, SS, reg. 32, c. 13r, lettera del 5 marzo 1484; cfr. Mantovani, p. 263 e nota 2.
104

105 Diario ferrarese dall’anno 1409

106 Bernardino Zambotti, p. 155.

Ibidem.

Ivi, p. 557 (c. 191v).

Ivi, pp. 264-5.

cit,

p. 117; ivi, p. 291 e nota 4

27

7 agosto - La pace vera e propria viene firmata nell’osteria delle Chiaviche, a metà strada tra i campi di Bagnolo e S. Zeno

. 8 agosto – La pace viene resa pubblica in città. Scrive Zambotti: “A dì 8, la domenega. Se divulgò per questa citade che l’hera concluxa la pace fra la serenissima Liga e la Segnoria del Venexia, e che il Polexene de Roigo e soe pertinentie remanevano a la Segnoria predicta, con pacto che loro restituiscano le altre terre e forteze a lo illustrissimo duca nostro, e le terre le quale ha prexo la Liga siano restituide a la Segnoria de Venexia. E tale paxe rende la Excellentia del duca nostro de malavolgia, perchè la cognosce essere ingannata e abandonata da la Liga, la quale ge avea data la fede de farge havere tutto quello ge havea tolto la Segnoria de Venexia, e che seria liberata da la obligatione l’havea con Veneciani; e al presente se ritrova essere dannificato lui, li citadini e tuto il paese de doxento milia ducati, con perzeda e morte de zintilhuomini e soi citadini e destructione de caxamenti e bruzamenti de vile, con guera continua de ani dui suxo il Ferrarese, in Romagna e Rezana, maxime per la

perzeda de Montechio. E perhò tal paxe non la voria soa Excellentia e mancho li citadini, li quali ancora

voriano più tosto la guerra duresse che seguisse tal pace dannoxa e ignominioxa. Ma, cognoscando la Excellentia del duca che bixogna stia a la determinazione de la Liga, la supporta con quella sapientia e prudentia che hè necessaria in tal acto, benchè soa segnoria potesse per altro modo calcitrare: de che ne

reporta laude aprovo tuti li Signori d’Italia et anche per tutto il mondo”

107

108

.

20 agosto - Venezia restituisce ad Ercole: Adria, Ariano, Comacchio, Melara, Castelnuovo, Ficarolo,

Castelguglielmo, la bastia di Zaniolo 109 , la Riviera di Filo e altro 110 ; Argenta è rimasta in mano estense; il polesine di Rovigo resta a Venezia la quale viene inoltre reintegrata nei privilegi goduti a Ferrara in base ai

vecchi trattati

111

, non ultimo la presenza del visdomino 112 .

22 settembre - Sconfortato Ugo Caleffini registra lo stato della città: “Guera, carastia, fogo, morbo, aqua. Et

tutavia el staro del bono frumento se vendeva 42 bolognini [costava 8 soldi marchesani nel 1481 113 ] et non era strafozato, et quel de Puglia marzo et che puza 34 bolognini, siché guerra, carastia et pestilentia ne cingie da ogno canto, et pochissimo ordine se ritrova in Ferrara, in la quale se ritrova grandissimo populo stare, che non ha potuto andare fora suso el polesene de Figarolo et de Ferrara per la guera, ché ogni zorno atorno la giesa di Angeli havemo li inemici. Siché Idio ce aiuti tuti, perché mai, mai Ferrara non fu in tanta calamitade et affanni. A questo bisogna aggiungere che, nel corso della guerra, il territorio del ducato era stata colpito per ben tre volte da forti scosse di terremoto.

Scrive, in conclusione, Mantovani: “Una guerra di oltre due anni, lunga, violenta e dispendiosa non portò a grandi sconvolgimenti territoriali, perché il solo polesine di Rovigo passò sotto Venezia, mentre i territori che i vari contendenti si erano strappati tornarono ai precedenti possessori. Numerosi personaggi famosi erano

morti durante le ostilità [

nemico, ma anche dai loro soldati e dagli alleati. I diversi stati giunsero all’agosto 1484 in condizioni difficili o precarie, stremati dallo sforzo bellico e dalle spese, desiderosi solo di giungere alla pace. Probabilmente

nessuno si aspettava un conflitto lungo e di così vasto raggio, ma questa è forse la storia di ogni guerra. A voltarsi indietro molti dei regnanti e dei loro consiglieri si pentirono forse delle loro scelte” 114 . “Venezia dovette sopportare praticamente da sola l’enorme peso della guerra, ma la lega dovette fronteggiare quello della discordia tra alleati” 115 .

]

. Le popolazioni avevano patito sofferenze, violenze, saccheggi, non solo dal

“Luigi Simeoni ha ben riassunto il significato ella pace di Bagnolo: ‘corrispondeva più che alla situazione militare alle condizioni interne dei vari Stati italiani fra i quali l’unico veramente saldo era Venezia che, pur con dure sofferenze, poteva continuare più a lungo degli altri governi la guerra, mentre essi avevano, più o meno, ragioni per temere che il suo prolungarsi potesse avere dannosi effetti sulla posizione personale degli

uomini che ne dirigevano la politica’”

116

.

107 Mantovani, p. 298.
108

109 ASV, SS, reg. 32, c. 78 r-v, 13 agosto 1484; cfr. Mantovani p. 301 e nota 4.
110

111 Mantovani, pp. 298-9; vedi la ricca documentazione a p. 299, nota 1.
112

113 Ugo Caleffini (10 marzo 1481), p. 346 (c. 117r).
114

Mantovani, p. 305.
115

116 L. Simeoni, Le signorie, Milano 1950, vol. I, p. 555; ivi, p. 300 e nota 1.

Bernardino Zambotti, p. 157.

Bernardino Zambotti, p. 158; ivi, p. 299 e nota 1.

Il funzionario tornò a Ferrara ai primi di novembre; Bernardino Zambotti, p. 161; ivi, p. 304 e nota 1.

Ivi, pp. 307.

28

La guerra aveva stremato le forze dei contendenti. Venezia, che era la vincitrice morale festeggiò; altrettanto non fece Ferrara ed Ercole I, che si sentì tradito e scrisse al visdomino Giacomo Trotti: ‘non avemo razone de alegrarse de questa pace117 .

La situazione si sarebbe di nuovo intorbidata l’anno dopo, quando Lodovico Sforza, detto il Moro, figlio di Francesco I, duca di Milano, alla morte di Ferdinando re di Napoli (25 gennaio 1494) avrebbe provocato la discesa in Italia di Carlo VIII, re di Francia con un grande esercito 118 .

Il primo dicembre 1501 papa Alessandro VI Borgia, padre di Lucrezia andata sposa ad Alfonso I il 29 dicembre dell’anno precedente, con una breve conferma al duca l’investitura di Argenta (insieme a Lugo e S. Potito), approvando in tal modo la cessione già fatta dall’arcivescovo di Ravenna a Nicolò III, nel 1421 119 .

Dopo meno di un decennio nuove nubi si sarebbero addensate su questo territorio, che avrebbe visto Ferrara, appoggiata dai francesi, combattere le truppe papaline alleate di Ravenna insieme agli spagnoli, in uno scontro cruentissimo che si sarebbe concluso l’11 aprile del 1512 con la capitolazione di Ravenna, lasciando sul terreno tra 8.000 e 9.000 morti 120 . Ma questa è un’altra guerra!

117 ASM, ASE, ambasciatori, Milano, 10/A, lo stesso al medesimo, 10 agosto 1484; ivi, p. 301 e nota 2. 118 Bertoldi III, II, p. 143.

119

Bertoldi, III, III, p. 6.

120 P. Zattoni, Pasqua di sangue 1512. La battaglia di Ravenna: una tappa significativa nella rivoluzione militare del Rinascimento, in Studi Romagnoli, LXII, Cesena, Stilgraf, 2011, pp. 233-61, pp. 249-50. Vd. anche: E. Baldini, N. Cani, P. Compagni, Pasqua di sangue. La battaglia di Ravenna 11 aprile 1512, Ravenna, Longo editore, 2012; C. Giuliani (a cura di), La Rotta di Ravenna del 1512 e l’arte militare del Cinquecento nelle collezioni antiche della Biblioteca Classense, Ravenna, Longo editore, 2012.