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STORIA DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA

Schemi

A. A. 2010-2011

MIRIAM COLLURA MARGHERITA BRAMBILLA

LA SINISTRA HEGELIANA E FEUERBACH

LA SINISTRA HEGELIANA

Se il primo terzo del secolo XIX può essere definito “dei grandi sistemi”, con la morte di Hegel la filosofia sistematica cominciò a sfaldarsi, ciò non significa che essa non fu più ripresa, anzi molte delle filosofie successive trassero da questa motivi e fermenti. Due saranno i problemi maggiormente discussi:

- quello

religioso→ la religione è per Hegel uno dei momenti dello spirito assoluto, dello spirito che siDue saranno i problemi maggiormente discussi: - quello contempla come spirito; è però un momento inferiore

contempla come spirito; è però un momento inferiore alla filosofia in quanto è rappresentazione e non concetto di sé.

politico→ cosa significa l’affermazione hegeliana che la filosofia del diritto deve comprendere, ilin quanto è rappresentazione e non concetto di sé. diritto vigente, ossia ciò che è (il

diritto vigente, ossia ciò che è (il reale è razionale)?

- quello

o

Si devono accettare le giustificazioni vigenti?

o

Si devono trasformare le istituzioni per razionalizzarle?

Su questi due problemi si distinsero e si opposero la destra e la sinistra hegeliana. Per ciò che riguarda la politica già con Hegel vivente si erano manifestate correnti diverse all’interno della sua scuola:

- Scuola storica del diritto, a cui Hegel stesso si era opposto, rappresentata da Hugo e Savigny, che arrivava a formulare concezioni reazionarie

- Corrente liberale, e quindi opposta alla scuola storica, come è manifestato dal pensiero di Gans, discepolo di Hegel. Egli si oppose alle idee politiche conservatrici del maestro adattando la sua teoria alle esigenze liberali del tempo e lungi dal pensare che lo stato prussiano fosse l’ultima realizzazione dello spirito assoluto, affermava che esso avrebbe continuato a svilupparsi.

1. H. Heine (1799-1856)

Heine traeva dal pensiero hegeliano conseguenze rivoluzionarie, insistendo sul parallelismo, già accennato da

Hegel, fra la filosofia kantiana e la rivoluzione francese. Parlando della Critica della ragion pura, scrive: “con questo libro ha inizio in Germania una rivoluzione intellettuale che presenta la più curiosa analogia con la rivoluzione politica in

Francia

sarebbe però dovuta seguire anche una rivoluzione politica, più radicale di quella francese

si

rifiuta ogni forma di rispetto della tradizione

Kant

fu il nostro Robespierre”. Alla rivoluzione intellettuale

2. F. D. Strauss (1808-1874)

La rottura fra destra e sinistra hegeliana avvenne quando nel 1835 Strauss pubblicò la Vita di Gesù.

Strauss studiò teologia al seminario di Tubinga dove studiarono anche Schelling e Hegel, ma dove Hegel era

ancora praticamente ignorato; lo lesse così per conto proprio. Scrivendo una dissertazione sul dogma della resurrezione sentì cadere la sua fede religiosa, nonostante questo continuò i suoi studi. La teoria hegeliana della religione come rappresentazione venne probabilmente interpretata da Strauss in modo tale da ridurre le dottrine religiose a espressioni puramente immaginative di verità che solo la filosofia poteva esprimere adeguatamente. Egli non manifestò però il suo pensiero fino alla pubblicazione della Vita di Gesù. Questo testo era caratterizzato da alcune novità: fino ad allora l’esegesi biblica aveva seguito due direzioni:

a. quella soprannaturalistica, che accettava per vero tutto ciò che era riportato nel testo sacro, compresi per esempio i miracoli

b. quella razionalistica, iniziata con Reimarus, che eliminava dai vangeli tutto ciò che non poteva essere

spiegato razionalmente Entrambe le posizioni trattavano poi i vangeli come fonti storiche. Strauss accetta la parte negativa della critica razionalistica: rifiuta ogni elemento soprannaturale sulla base della tesi a priori per cui il miracolo è impossibile perché va contro il principio di causalità. I vangeli non riferiscono fatti storici, ma esprimono il modo in cui la prima comunità cristiana vide e costruì la figura del Cristo. Il Cristo dei vangeli è il mito creato dalla comunità cristiana intorno alla figura di un uomo che ha

predicato qualcosa ed è stato per questo condannato a morte. Il mito di base è quello del Messia atteso dal popolo ebraico e su questo tutto è stato creato ad hoc di modo che tutto risultasse corrispondente. Questo testo ebbe forte incidenza culturale soprattutto all’interno della scuola hegeliana; uscirono subito

recensioni pro e contro la Vita di Gesù e

fu Strauss che, negli scritti polemici contro i suoi avversari, indicò coi

 

termini di destra e di sinistra, desunti dalla collocazione dei deputati francesi, le due correnti nelle quali era divisa

la scuola hegeliana:

 

destra hegeliana: interpretava la filosofia di Hegel in modo da conciliarla con la religione tradizionale

sinistra hegeliana: interpretava la filosofia hegeliana in senso razionalistico (in questa corrente Strauss

collocava anche se stesso) Per Strauss la verità della religione è espressa dalla filosofia; in questo senso l’incarnazione del Verbo non sarebbe da intendersi come l’incarnazione della divinità in un singolo uomo, ma in tutta l’umanità. L’idea

dell’unità della natura divina e umana non si poteva dedurre dai vangeli. Strauss dà quindi 3 risposte possibili:

- o tutta la storia narrata dai vangeli e vera→ destra hegeliana

- o è parzialmente vera→corrente di centro

- o dai vangeli non si può dedurre una verità storica→sinistra hegeliana

Per sostenere la sua interpretazione Strauss si avvaleva della critica storica (contraddizioni fra i vangeli e altre fonti storiche) e in questo si allontanava da Hegel, che si disinteressava della critica storica cercando solo la verità filosofica espressa in forma di rappresentazione in questi testi. Si noti poi che l’atteggiamento di Strauss e della sinistra hegeliana nei confronti della religione è fortemente legato con l’atteggiamento politico: essere critici nei confronti della religione tradizionale significava essere critici nei confronti del sistema politico. Inoltre c’è un’interpretazione della dialettica hegeliana

che segna il distacco da Hegel: mentre la dialettica hegeliana è il riconoscimento che il reale stesso è già razionale, per Strauss la razionalità deve essere instaurata dall’azione rivoluzionaria.

3. Bruno Bauer (1809-1882)

Uno dei critici della vita di Gesù fu Bruno Bauer, anche se dopo pochi anni passò dalla destra alla sinistra; di questo suo nuovo atteggiamento è testimonianza lo scritto La tromba del Giudizio Universale, in cui l’autore di finge inorridito delle conseguenze empie e rivoluzionarie della filosofia hegeliana; in realtà propone un’interpretazione atea e liberale della filosofia di Hegel. La filosofia hegeliana è atea perché è la più perfetta delle filosofie: la filosofia è infatti la distruzione della religione. Bauer dichiara poi come dovrebbe intendersi l’interpretazione hegeliana del dogma della reincarnazione: “Dio

doveva diventare uomo, onde l’umanità acquistasse la certezza che l’uomo è Dio”. Queste parole

preludono alla concezione di Feuerbach. Molto più tendenziosa è l’interpretazione della filosofia politica di Hegel: Bauer adopera spesso frasi staccate dal contesto e dà loro un significato diverso di quello che hanno in Hegel.

NB: la sinistra hegeliana ebbe come organo gli Annali di Halle, fondati da Arnold Ruge nel 1838; vi pubblicarono articoli Bauer, Feuerbach e Marx.

LUDWIG FEUERBACH (1804-1872)

1. Cenni biografici

Colui che avrebbe dovuto denunciare con più decisione il carattere teologico della filosofia hegeliana cominciò da teologo e da hegeliano. Si laureò infatti ad Erlangen nel 1828 con una dissertazione De ratione una, universali infinita, in cui si manifestò pienamente hegeliano; ma l’articolo Per la critica della filosofia hegeliana, del 1839, segnò poi il suo distacco da Hegel. Scritti:

Una storia della filosofia moderna da Bacone a Spinoza, 1833

Saggi di storia della filosofia su Leibniz e Bayle, 1836 e 1838

L’essenza del cristianesimo, 1841

Principi di una filosofia dell’avvenire, 1843

L’essenza della religione, 1845

Teogonia, 1857

Il segreto del sacrificio o L’uomo è ciò che mangia, 1862

Sullo spiritualismo e materialismo, 1863-66

2. I primi scritti

Pensieri sulla morte e l’immortalità, 1830: Feuerbach distingue in questo testo 3 epoche della storia dello spirito e dell’umanità europea per ciò che riguarda l’immortalità:

1. greco-romana→ non si parla di immortalità dell’anima: l’ideale dell’individuo è realizzato all’interno della collettività, non è quindi necessario proiettarlo in un’altra vita.

2. cristiana-medioevale→ nemmeno qui ha importanza, secondo l’autore, l’immortalità personale, perché il singolo non era affidato a se stesso ma viveva all’interno della comunità della Chiesa; l’essere nella Chiesa era dunque l’essenza del singolo.

3. moderna→ solo in quest’epoca tutto è concepito in funzione dell’individuo e anche Dio è concepito

come persona; la differenza fra l’uomo e Dio è una differenza di grado. Per Feuerbach la realtà vera, e quindi immortale, non è l’individuo, ma lo spirito dell’umanità, all’interno del quale tramonta ogni individualità e ogni personalismo.

3. La critica della filosofia hegeliana

Per la critica della filosofia hegeliana, articolo, 1839: Feuerbach rimprovera a Hegel di presupporre all’inizio della sua filosofia (Essere della Scienza della Logica) tutto quello che svolgerà poi nel suo sistema, commettendo così un duplice errore:

a. cominciare con un concetto astratto, quando invece sarebbe possibile richiamarsi subito al reale

b. non seguire un metodo genetico-critico, nel concetto di essere è già implicito tutto quello che verrà

dopo, non perché esso esprima tutto quello, ma perché Hegel già pensava alla sua conclusione, all’idea assoluta. Manca alla filosofia hegeliana un’autentica dimostrazione, dove per dimostrare si intende: esprimere il proprio pensiero ad altri; il modo di comunicare con gli altri è il linguaggio, il quale, dice l’autore, non è altro che la realizzazione del genere (Gattung), la mediazione dell’io con il tu, che toglie ogni isolamento individuale. Viene

così introdotto in quest’opera in fondamentale concetto di Gattung, che indica

il comune elemento umano, la

concetto di Gattung, che indica il comune elemento umano, la totalità di cui ogni uomo è

totalità di cui ogni uomo è partecipe. La dialettica hegeliana, proprio perché è deduzione a partire da un’idea, da

un concetto astratto, è “un monologo della speculazione con se stessa”, mentre la vera dimostrazione deve essere “dialogo della speculazione con l’empiria”.

4. L’essenza del cristianesimo, 1841

Nel cristianesimo Feuerbach vede la religione per eccellenza, egli quindi, nel definire l’essenza del cristianesimo intende definire l’essenza religione in generale.

Per ciò che riguarda il rapporto religione-filosofia, Feuerbach si oppone a Hegel: la religione non è una forma imperfetta di filosofia (rappresentazione), ma è opposta ad essa. È vero infatti che alla base dei misteri della religione ci sono verità semplici e naturali, ma queste sono presentate in forma di immagini che sono il frutto di una “patologia psichica”, di un’alienazione dell’uomo da sé in un altro, nel trascendente.

Tesi principale:

in quanto l’uomo è il solo animale religioso, la religione deve essere radicata nell’essenza

dell’uomo.
dell’uomo.

Introduzione: il concetto di religione

Feuerbach parte da una fenomenologia dell’uomo: il carattere essenziale dell’uomo è la coscienza, non in quanto individuo (cosa che tra l’altro può essere propria anche di un animale), ma di sé come specie (Gattung);

avere coscienza di sé significa avere coscienza della propria essenza universale, ossia della propria umanità. In questo senso l’uomo ha una duplice vita:

- vive in mezzo alle cose, come gli altri animali

- riflette però anche su di sé e si coglie come distinto dalle cose stesse: “l’uomo è in pari tempo Io e Tu, può porre sé al posto dell’altro” Da qui si sviluppa questo processo logico:

i. in quanto l’essenza oggetto della coscienza dell’uomo è qualcosa di infinito

ii. e in quanto l’oggetto della religione è esso stesso infinito,

iii. allora l’oggetto della religione è lo stesso oggetto dell’uomo che ha coscienza di sé come Gattung, ossia

è la stessa essenza dell’uomo. L’essenza dell’uomo, dice Feuerbach, consiste in ragione, volontà e amore. L’oggetto di queste attitudini umane è l’essere assoluto, ma in quanto l’essere assoluto è la stessa essenza dell’uomo allora “la coscienza che l’uomo ha di Dio è la coscienza che luomo ha di sé. L’uomo religioso non è consapevole di questo assunto, il quale

è invece rivelato dal discorso filosofico, il quale ci palesa che

l’essenza di Dio si identifica con l’essenza

palesa che l’essenza di Dio si identifica con l’essenza dell’uomo→ la religione è la prima forma

dell’uomo→ la religione è la prima forma di autocoscienza, che però è ancora nella sua fase infantile: come il

bambino coglie l’umanità prima nell’altro e poi in se stesso, così fa l’uomo che passa dalla religione alla filosofia. Per mostrare che il concetto di Dio non è che il concetto dell’umanità oggettivata, Feuerbach esamina gli attributi divini:

- persona

- sapienza

- amore

- giustizia

Questi non sono altro che attributi umani. Vero ateo è non colui che nega Dio, ma colui che nega i suoi attributi: ciò che distingue il credente dall’ateo sono gli attributi che il credente predica dell’assoluto. L’uomo religioso pone il soggetto di questi attributi fuori dall’uomo stesso con la conseguenza di umanizzare Dio e degradare l’uomo stesso: per arricchire Dio l’uomo deve infatti impoverirsi dei suoi attributi, facendo apparire grande la distanza che li separa. Affinché Dio sia tutto bisogna che l’uomo sia nulla, dunque affinché l’uomo sia tutto bisogna che Dio non sia.

dunque affinché l’uomo sia tutto bisogna che Dio non sia. Prima parte: applicazione del concetto di

Prima parte: applicazione del concetto di religione per spiegare i dogmi del Cristianesimo (essenza antropologica della religione)

Innanzitutto l’autore afferma che i caratteri che la metafisica attribuisce a Dio sono i caratteri dell’intelletto, dunque: Dio è l’ipostatizzazione dell’intelligenza umana. Questi caratteri sono però negativi in quanto Dio si conosce via negationis. Il Dio della religione è però anche Legge o Essere morale, l’ideale della perfetta moralità. In quanto l’uomo a volte nega la legge morale e sente il bisogno di ristabilire l’accordo fra sé e l’essere perfetto, egli pensa Dio come Amore → a questo concetto di Dio come Amore si connette il dogma dell’Incarnazione: l’Incarnazione non è altro che l’apparire sensibile della natura umana di Dio. Dio quindi non si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio, ma poiché l’uomo era già Dio, Dio ha potuto farsi uomo. L’Incarnazione non è quindi più un fatto sovrannaturale, è l’espressione di una verità, che l’amore è divino.

Seconda parte: l’essenza teologica, ossia non vera, della religione (le distorsioni a cui la religione

Seconda parte: l’essenza teologica, ossia non vera, della religione (le distorsioni a cui la religione sottopone la verità)

Errore fondamentale: concezione egoistica, utilitaristica della realtà

- la religione è una dottrina della salvezza individuale

- la sua morale è fondata solo sulla paura della punizione

- in quanto pone tutte le perfezioni come già realizzate al massimo grado in Dio, distoglie l’uomo dal realizzarle nel mondo

5. Principi di una filosofia dell’avvenire, 1843

I Principi sono anticipati da altri 2 scritti:

Necessità di una riforma della filosofia, 1842→ le nuove filosofie non hanno un fondamento antropologico, ma solo filosofico: sono nate per superare le filosofie precedenti e non per rispondere alla domanda “che cos’è il reale?” o in senso generale “che cos’è l’uomo?”. Per rispondere a queste domande bisogna innanzitutto guardare che cosa è l’uomo oggi: un uomo che ha perso la religione. La filosofia deve quindi adeguarsi a questo stato di cose e divenire atea.

Tesi provvisorie per la riforma della filosofia, 1842

La prima tesi afferma: “il segreto della teologia è l’antropologia*, ma la teologia è il segreto della filosofia speculativa, vale a dire di quella che si distingue dalla teologia comune perché colloca nell’al di qua quell’essere divino che la teologia comune ha, per paura e incomprensione, relegato nell’al di là**” * cfr Essenza del Cristianesimo ** critica alla filosofia di Hegel, tesi spiegata poi nei principi: il torto della filosofia speculativa non sta nel fatto di aver identificato Dio col soggetto -questo è il suo merito- ma nell’aver identificato Dio col solo pensiero dell’uomo e non con l’uomo totale. Questo perché il pensiero umano sa foggiare solo astrazioni, quindi la filosofia speculativa ha solo sostituito il Dio persona della teologia comune con le astrazioni dell’intelletto umano, compiendo di fatto il medesimo errore.

Tesi fondamentale: “

Giustificazione: il reale mi è dato come qualcosa da cui io patisco, che mi limita; ciò nei confronti di cui sono passivo è il senso, dunque il sensibile è il reale. Ciò da cui io patisco è qualcosa che agisce su di me; ma ciò che agisce è l’io, dunque il modo originario di essere dell’altro da me è quello di essere un altro io, un tu.

dell’altro da me è quello di essere un altro io, un tu. Soltanto un essere sensibile

Soltanto un essere sensibile è un essere vero, un essere reale”.

Il rapporto originario con il tu è un sentimento: l’amore, che è il sentimento che accetta l’altro nella sua alterità. L’amore è l’organo della nuova filosofia e dimora nella verità della sensazione, in quanto è solo in una logica dell’amore che l’essere o il non essere contano, ossia preme che la cosa sia o non sia. “Il cuore non vuole oggetti

che la cosa sia o non sia. “ Il cuore non vuole oggetti astratti, metafisici o

astratti, metafisici o teologici, vuole oggetti reali e sensibili”. La nuova filosofia poggia dunque su questa massima: io sono

un essere reale, sensibile

1

, il corpo nella sua totalità è il mio stesso essere

(da qui la celebre frase “l’uomo è ciò che

mangia”).

Da qui si può capire perché l’etica di Feuerbach ha come precetto l’amore fra gli uomini, di cui l’imperativo categorico è: pensa come un essere reale, vivente; non escludere da te niente di essenzialmente umano. In quanto l’essenza dell’uomo non sta nell’uomo singolo, da qui segue che essa è contenuta solo nell’unità dell’uomo con l’uomo (unità che poggia sulla differenza fra io e tu); fine dell’uomo sarà dunque la comunione con gli altri.

1 NB: Coi sensi non si colgono soltanto le cose esterne, ma anche l’animo, i sentimenti degli altri uomini (empatia), il significato delle cose.

K. MARX

(1818-1883)

Cenni biografici

Karl Marx nacque a Treviri, nel regno prussiano, dove non si potevano esercitare le professioni liberali se non si era cristiani. Il padre di Marx, ebreo, accettò di ricevere il battesimo e fece battezzare anche i suoi figli. Questa imposizione dal di fuori di una confessione religiosa non contribuì a orientare religiosamente l’animo di Marx, che probabilmente fu ateo fin da ragazzo.

Si iscrisse all’università di Bonn per studiare diritto, ma si appassionò presto alla letteratura. Poi optò per la

filosofia, studiò le opere di Hegel, frequentò i giovani della sinistra hegeliana e si laureò nel 41 (dissertazione:

Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro). 42/43: collaborò con la “Gazzetta Renana”; quando il governo prussiano la soppresse, si trasferì a Parigi dove fondò gli “Annali franco-tedeschi”. Qui cominciò lo studio dell’economia classica, scrisse i Manoscritti economici-

filosofici e strinse con F. Engels un’amicizia che doveva durare tutta la vita. Nel 1845 espulso dalla Francia, si recò a Bruxelles dove con Engels scrisse l’Ideologia Tedesca. In questi anni avvenne la rottura con Proudhon 2 , Marx criticò la sua opera: ciò che lo irritava di più era il rifiuto di Proudhon di accettare il principio della lotta di classe. Nel 1847: redasse il Manifesto dei comunisti. Dopo un breve soggiorno in Germania venne di nuovo espulso e si trasferì definitivamente a Londra dove pubblicò le sue opere più importanti (scrisse anche diversi articoli e diresse il movimento operaio):

- 1859: Per la critica dell’economia politica

- 1867 primo volume + altri 2 postumi : Il Capitale

- 1936-41: Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica

I primi scritti

Se si prescinde dalla dissertazione di laurea, il pensiero di Marx fu sempre rivolto a problemi politici e sociali, problemi che egli credette di poter risolvere con un’analisi puramente scientifica. Degli scritti preparatorii per la dissertazione dottorale sottolineiamo l’importanza data ai periodi di crisi nella storia della filosofia, a quei periodi che vengono dopo i grandi sistemi (dopo Aristotele, dopo Hegel, per esempio). La crisi è data dal fatto che il sistema filosofico sta per conto suo e si trova davanti un mondo che non

è quello da esso elaborato, ma un “mondo apparente”: c’è una dilacerazione fra il sistema che dovrebbe

esprimere la totalità e il mondo che poi non risulta tale quale è espresso. Ma è proprio da questa crisi che deve rinascere la filosofia: una filo che non si limiti a comprendere il mondo,

ma si rovesci in un rapporto pratico (di trasformazione) con la realtà.

CRITICA DELLA FILOSOFIA HEGELIANA DEL DIRITTO PUBBLICO (postuma, 1927)

Dopo la soppressione della Gazzetta renana, Marx si dedicò allo studio della filosofia del diritto di Hegel e ne commentò ogni paragrafo della parte dedicata allo Stato→ distacco da Hegel: le soluzioni hegeliane gli sembrano

o antinomie irrisolte o tautologie. È bene sottolineare che con Marx

la dimensione speculativa prende il suo

primato a favore di componenti di natura reale 3

.

2 Proudhon, Pierre-Joseph (Besançon 1809 - Parigi 1865), pensatore e uomo politico francese, è ritenuto uno dei padri dell'anarchismo. Nel 1838, abbandonati gli studi, si trasferì a Parigi, dove conobbe Karl Marx e Michail Bakunin. Nel 1841 pubblicò il pamphlet Che cos'è la proprietà?, in cui è contenuta la celebre definizione: 'La proprietà è un furto'. In quest'opera si scagliò contro la concentrazione del potere economico e della proprietà privata nelle mani di pochi privilegiati, ed espresse i fondamenti delle teorie radicali che lo avrebbero reso noto come pensatore anarchico.

3 Marx, con Nietzsche e Freud vengono definiti “i maestri del sospetto” in quanto ritengono che le motivazioni dei fenomeni sono sempre più profonde di quanto si creda e spesso inconsapevoli.

Lo Stato
Lo Stato

è detto da Hegel “necessità esterna” e “fine immanente della famiglia e della società civile”. Se

è “necessità esterna”, commenta Marx, è contro la famiglia e la società civile, se è “fine immanente” è la loro perfezione. Per un verso la famiglia e la società civile sembrano i presupposti dello Stato, per l’altro verso lo Stato è presentato come la totalità che si divide nelle sfere della famiglia e della società civile → critica: Hegel mette l’ideale al posto del reale e cerca di dedurre dall’ideale quel reale che dell’ideale è invece il presupposto. Le determinazioni astratte dalle quali parte Hegel (concetti logici-metafisici) debbono in qualche modo essere riempiti, concretati, per dare luogo alla filosofia del diritto, e allora acriticamente viene assunta un’empirica esistenza come verità dell’idea.

assunta un’empirica esistenza come verità dell’idea. • La costituzione per Hegel è presupposta al potere

La costituzione

per Hegel è presupposta al potere legislativo e tuttavia consegue il suo ulteriore sviluppo

nel continuo progresso delle leggi. Per Marx le due affermazioni sono in contrasto e l’opposizione si risolve solo se si tiene presente che anche le costituzioni sono nate da un potere legislativo, che non è quello della costituzione stessa; ma per vedere questa soluzione bisogna considerare non già l’idea dello Stato, ma vedere come si formano e trasformano gli stati: ci si rende conto che la trasformazione non è progressiva ma rivoluzionaria: sono le rivoluzioni che fanno le costituzioni.

La conclusione della critica alla filosofia del diritto di Hegel fu il

merito di aver individuato il momento economico della società, e di averne fatto un momento essenziale dello sviluppo dell’umanità, ma il suo torto è stato di averlo subordinato alla società politica.

materialismo storico 4

. Marx riconosce a Hegel il

Le classi sociali

per Marx non è lo Stato che determina la società civile, ma è questa che determina lo

Stato→ la società civile è l’espressione degli interessi economici. Hegel invece, come abbiamo visto, assume l’empiria come verità dell’idea e questa empiria è lo stato borghese, sorto dal dissolversi della società medievale. Nella società medievale c’era identità tra le classi della società civile e le classi in senso politico: si faceva parte dello Stato in quanto si apparteneva ad una corporazione ed era la classe economica che determinava quella politica. Hegel si trova in una situazione storica dove c’è separazione tra società civile e società politica e sente questo come una contraddizione, ma ritiene che questa separazione sia un momento necessario all’idea “Non è da biasimare Hegel

perché descrive lo Stato moderno tale qual è, ma perché spaccia ciò che è come l’essenza dello

Stato (primo errore). Un secondo errore è il tipo di rimedio che egli propone: gli stati vengono intesi come elemento che media fra gli interessi particolari e l’interesse generale dello Stato→ per Hegel la massa non può assumere il potere politico; anzi le classi sociali hanno funzione politica solo se hanno i loro rappresentanti in parlamento. Uno dei punti della concezione hegeliano dello Stato che più ripugna Marx è quello della preminenza data alla classe dei proprietari fondiari: qui si vede, secondo il nostro autore, come non sia la sfera politica quella che subordina a se la sfera economica, ma sia il potere della proprietà privata quello che determina la struttura dello Stato: per Hegel infatti la proprietà fondiaria deve essere inalienabile e passare in eredità; quindi per il fatto di essere nati proprietari si partecipa al potere legislativo.

In sintesi si possono distinguere gli elementi di Marx in continuità con Hegel:

primato della totalità sulle parti

importanza della dimensione storica

e di critica a Hegel:

mettere il predicato al posto del soggetto, cioè di cominciare da concetti ipostatizzati anziché dal

concreto che l’esperienza ci offre subordinare la società civile allo Stato

4 Con questo nome fu designato da Engels il canone di interpretazione storica proposto da Marx e precisamente quello che consiste nel riconoscere ai fattori economici un peso preponderante nella determinazione degli eventi storici. Il presupposto è il p.d.v. antropologico secondo il quale la personalità umana è costituita intrinsecamente dai rapporti di lavoro e di produzione in cui l’uomo entra per far fronte ai suoi bisogni.

valorizzazione della dimensione non teoretica del lavoro

La questione ebraica in polemica con Bruno Bauer:

la soluzione dei problemi politici è condizionata dalla

soluzione ai problemi economici

→ In Prussia un editto del 1816 escludeva gli ebrei dalle funzioni pubbliche, ma

un movimento liberale rivendicava la piena parità di diritti per gli ebrei. Bauer poneva agli ebrei anche l’abbandono della loro religione, affermando che l’abbandono della religione era condizione per l’emancipazione politica, finendo però per assumere una posizione antisemita. Marx afferma che emancipazione politica non vuole ancora dire ancora emancipazione umana “Lo Stato può essere liberale senza che l’uomo sia libero”. Applicata alla tesi ebraica la tesi di Marx vuol dire: gli ebrei saranno davvero emancipati quando si saranno liberati dallo spirito mercantile, dal desiderio di guadagno, diffuso del resto in tutta la civiltà borghese. Per Marx individuale equivale ad egoistico: i diritti dell’uomo proclamati dalle costituzioni francesi del 91 e del 93 sono solo diritti dell’uomo egoista “La libertà di cui si parla è la libertà dell’uomo in quanto monade isolata e racchiusa in sé”.

MANOSCRITTI ECONOMICO FILOSOFICI (1844)

NB: si possono distinguere due Marx:

a) Il Marx dei Manoscritti: umanesimo marxista (la realizzazione dell’uomo inteso come il nuovo Prometeo,

che nega ogni di dipendenza dal finito o dall’infinito)→ ripreso soprattutto dai neomarxisti francesi

b) Il Marx del Capitale: la scienza dei passaggi necessari→ ripreso dalla filosofia sovietica e dallo strutturalismo francese →la new left americana avrà invece un ruolo di mediazione fra le due posizioni.

I Manoscritti espongono i primi risultati che Marx ha tratto dallo studio degli economisti classici, fra cui Adam Smith. Egli intende studiare la connessione dell’economia politica con lo Stato, il diritto, la morale, la vita civile. I Manoscritti sono costituiti in buona parte da citazioni di economisti: nel primo manoscritto si desumono i

dati sul salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria. Ne risulta che

il salario corrisponde sempre al minimo

Ne risulta che il salario corrisponde sempre al minimo necessario per mantenere in vita l’operaio e

necessario per mantenere in vita l’operaio e la famiglia. Se, per l’introduzione di macchine e perfezionamenti

tecnici, il lavoro di un operaio produce più di quello che produceva prima, non si ha una diminuzione di ore di lavoro e nemmeno un aumento del salario, ma solo un aumento del profitto. Che la società sia in progresso o in declino l’operaio è sempre in condizioni di miseria.

Si trova qui una definizione di

produzione di ricchezza coincide con il massimo impoverimento dell’operaio. L’economia politica ci dice che le cose vanno così, non ce ne dice il perché, afferma Marx.

cose vanno così, non ce ne dice il perché, afferma Marx. capitale→ “ la proprietà privata

capitale→ “

non ce ne dice il perché, afferma Marx. capitale→ “ la proprietà privata dei prodotti del

la proprietà privata dei prodotti del lavoro altrui”. Quindi la massima

dei prodotti del lavoro altrui ”. Quindi la massima Spiega poi il sorgere della proprietà privata

Spiega poi il sorgere della proprietà privata dalla alienazione del lavoro umano

. Il fatto del progressivo

impoverirsi dell’operaio quanto più egli produce ricchezza “Non esprime altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo”. Marx applica al lavoro ciò che Feuerbach aveva detto della religione: “Più l’uomo mette in Dio e meno serba per se stesso. L’operaio mette nell’oggetto la sua vita e questa non appartiene più a lui bensì all’oggetto”. Conseguenze del lavoro alienato:

I. Alienazione del lavoratore rispetto a sé: il lavoro diventa estraneo al lavoratore, la vita che egli dà all’oggetto, gli è estranea e nemica, la ricchezza che egli produce è per altri e non per se stesso; anzi quanta più ricchezza produce tanto più egli cade in miseria.

II. Alienazione del lavoratore rispetto al prodotto: l’operaio non comprende più in cosa consiste la propria attività produttiva, perché non vede ne fruisce del risultato del suo lavoro (catena di montaggio). Il prodotto è il risultato dell’attività dell’operaio, se il prodotto gli è estraneo, gli diventa estranea anche la propria attività. Così che l’operaio non si afferma più nel suo lavoro ma si nega.

III. Alienazione dell’uomo rispetto alla propria essenza: L’uomo è un ente generico (Marx riprende il termine “Gattung”, usato da Feuerbach, che significa “genere” o “essenza universale”). L’uomo è un “Gattungswesen” poiché è consapevole di sé nella sua essenza universale. Ora l’alienazione fa sì che

quella che dovrebbe essere l’attività caratteristica dell’uomo –foggiare la natura- diventa solo un mezzo per sopravvivere, per conservare la propria vita animale. L’uomo fa così della sua essenza (attività vitale:

il lavoro) solo un mezzo per sopravvivere.

IV. Alienazione del lavoratore rispetto agli altri uomini (concorrenti): estraneità dell’uomo all’altro

uomo, perché quando l’uomo è estraniato dalla sua essenza specifica, è estraniato anche dall’altro uomo. Il lavoro alienato del lavoratore diventa oggetto di godimento per un altro uomo, diventa proprietà di un altro: il

capitalista. Da qui si capisce che

la proprietà privata è la conseguenza del lavoro alienato.

Secondo Marx le leggi dell’economia contemporanea sono espressioni del lavoro alienato e non leggi radicate nell’essenza stessa del lavoro come essenza dell’uomo, per cui mutando le strutture economiche, muteranno

per cui mutando le strutture economiche, muteranno anche le leggi economiche . Ma il mutamento per

anche le leggi economiche. Ma il mutamento

per Marx

anche le leggi economiche . Ma il mutamento per Marx deve essere radicale: . IL VERO

deve essere radicale:.

IL VERO COMUNISMO è “effettiva soppressione della proprietà privata quale autoalienazione

delluomo e quindi una riappropriazione dell’umanità, una riconquista dell’umanità da parte dell’uomo. Le cose non saranno più guardate come cose da possedere, ma come oggetti di cui ognuno può fruire.

L’ultimo del manoscritti è una Critica della dialettica e della filosofia hegeliana in generale. Dopo una critica aspra

degli hegeliani di sinistra (Strauss e Bauer), Marx riconosce i meriti di Feuerbach: è il solo che sia in un rapporto serio e critico con la dialettica hegeliana. Contributo di Feuerbach:

- l’aver provato che la vecchia filosofia non è altro che religione trasposta in pensieri, quindi alienazione

- aver fondato il vero materialismo, facendo del rapporto sociale il principio fondamentale della sua teoria

- l’aver contrapposto alla negazione della negazione il positivo fondato positivamente su se stesso

Con Feuerbach, Marx è d’accordo nel ritenere che Hegel cominci da enti ideali, anziché dal reale come è offerto

dalla storia. Il merito di Hegel è di aver inteso l’oggettivazione come una opposizione, come un alienazione dunque, e il suo superamento come una soppressione di questa alienazione. I limiti di Hegel sono invece:

- vedere solo l’aspetto positivo del lavoro, non quello negativo

di

- ritenere che il superamento dell’alienazione si compia nell’autocoscienza, nel sapere assoluto

di

(all’autocoscienza, alla soggettività, Marx contrappone l’uomo reale, corporeo) →Il torto di Hegel è di

aver pensato che il soggetto, l’autocoscienza alienata nelle cose, possa riconquistarsi nel pensiero.

IDEOLOGIA TEDESCA (1846)

La critica a Hegel si prolunga in quest’opera, nella critica agli hegeliani di sinistra rientra anche Feuerbach. L’ideologia tedesca, scritta in collaborazione con Engels, ha infatti come sottotitolo: Critica della filosofia tedesca nei suoi

rappresentanti: Feuerbach, B. Bauer e Stirner e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti.

Ideologi sono

qui

detti in senso

nei suoi vari profeti . Ideologi sono qui detti in senso spregiativo tutti i filosofi che

spregiativo tutti i filosofi che credono di modificare il mondo con le idee, mentre le teorie non sono altro che

l’espressione delle condizioni reali nelle quali gli uomini si trovano, bisogna dunque trasformare queste per modificare quelle.

PRIMA PARTE: il materialismo storico. Marx e Engels insistono nel dire: noi partiamo da presupposti, ma presupposti reali.

1° presupposto: esistenza di individui umani viventi. Umani sono gli individui che non trovano già

pronti i propri mezzi di sussistenza ma li producono. Il modo in cui gli uomini producono il loro mezzi

di

Il modo in cui gli uomini producono il loro mezzi di sussistenza determina il loro modo

sussistenza determina il loro modo di vita→ in questo modo Marx identifica l’essenza umana con

vita→ in questo modo Marx identifica l’essenza umana con l’attività produttiva, intendendo ogni altra attività

l’attività produttiva, intendendo ogni altra attività come una emanazione di questa: la morale, la

religione, la metafisica non hanno una loro autonomia.

L’accresciuta produttività, l’aumento dei bisogni, l’aumento della popolazione dà luogo alla divisione del lavoro (vs specializzazione). L’essere destinati ad una lavoro determinato per Marx è una costrizione: nella società

comunista invece ciascuno non ha una sfera di produttività esclusiva, ma può specializzarsi in qualsiasi ramo a piacere. L’aspetto deteriore della divisione è per Marx quello fra lavoro manuale e mentale, perché da questo nasce:

- la convinzione che la coscienza sia qualcosa di distinto dalla materia

- una classe che fruisce del lavoro altrui senza lavorare

La divisione del lavoro è quello che dà origine alla divisione delle classi. Le lotte politiche sono nel fondamento lotte di classe: quando però il proletariato avrà conquistato il potere politico, allora la lotta cesserà.

Da notare questa affermazione: “

quando sarà instaurato il comunismo muteranno anche le idee, in quanto le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti.

della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. Chiamiamo comunismo il movimento reale che

Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” → dunque

MANIFESTO DEI COMUNISTI (1848)

Il Manifesto insiste sulla

MANIFESTO DEI COMUNISTI (1848) Il Manifesto insiste sulla lotta di classe come momento fondamentale della storia:

lotta di classe come momento fondamentale della storia: “la storia di tutta la società è

la storia della lotta delle classi [

totale rovina delle classi in contesa”. Oggi la lotta si è radicalizzata perché tutta la società si va dividendo in due classi:

]

che è sempre finita, o con una trasformazione rivoluzionaria di tutte le società, o con la

- capitalisti →coloro che hanno la proprietà dei mezzi di produzione

- proletari→che hanno solo la propria forza lavoro

Con la conquista del potere politico da parte del proletariato finirà la lotta di classe, perché il proletariato

è la classe che non possiede nulla (differentemente dalla classe borghese) e che quindi non ha una proprietà da

difendere: la proprietà provata diventerà così proprietà sociale.

quanto possiede gli interessi dell’uomo come tale (sopravvivenza, famiglia, riproduzione) (NB: Lenin affermerà che la consapevolezza teorica degli interessi del proletariato è posseduta solo dal partito).

Il proletariato è l’avanguardia dell’umanità

in

Il proletariato è l’avanguardia dell’umanità in Dottrina del valore: il valore dipende dalla quantità di

Dottrina del valore: il valore dipende dalla quantità di lavoro impiegato per la produzione di un oggetto.

La forza lavoro viene comprata, dal capitalista, e viene pagata con un salario equivalente ai mezzi necessari per rigenerarla, ossia quanto basta per mantenere in vita l’operaio e per consentirne la riproduzione e dunque il mantenimento in vita della prole. Ma l’uso della forza lavoro viene protratto per un periodo superiore a quello

incorporato nel salario:

proprietario si appropria e da cui si genera il profitto (non coincide con il profitto in quanto il capitalista ha comunque delle spese).

la differenza fra il lavoro fornito e il lavoro pagato crea un plusvalore

, di cui il

o

valore d’uso: dato dal fatto che ogni merce serve a soddisfare un bisogno umano

o

valore di scambio: dato dal fatto che la merce è soggetta a vendita sul mercato ed è quindi soggetta alla legge domanda-offerta

valore d’uso

valore di scambio

Il capitale è poi distinto in:

= plusvalore

o

capitale variabile: coincide con il capitale mobile investito nei salari

o

capitale costante: coincide con il capitale investito nei macchinari

tasso di profitto =

plusvalore

c. costante + c. variabile

Inoltre è necessario distinguere fra i termini:

o struttura: costituzione economica della società

o sovrastruttura: costituzione ideologica, giuridica, statale della società stessa e che dipende dalla struttura Fondamentali sono le condizioni strutturali in quanto da esse dipendono:

- l’alienazione dell’uomo

- i passaggi necessari della storia

- il darsi di una società senza classi

Per modificare la sovrastruttura di una società sarà poi necessario modificarne la struttura (vs ideologi che

volevano cambiare il mondo con le idee, come quel medico che vuole curare la malattia rimuovendone solo i sintomi).

NB: secondo Marx la società senza classi avrebbe dovuto realizzarsi nelle società a capitalismo avanzato (Inghilterra, Germania), cosa di fatto non successa. Si formarono due linee di pensiero intorno al dibattito che scaturì da questo:

- sinistra: il crollo del capitalismo ci sarà come situazione storica

- destra: la società senza classi è una meta ideale (approfondito l’aspetto riformista)

Secondo Rosa Luxemburg il capitalismo non è fallito, come previsto da Marx, a seguito dell’avvento dell’imperialismo, che non era possibile prevedere. Mentre in Russia il partito comunista andò formandosi sotto la guida di Lenin (anche attraverso notevoli degenerazioni), i partiti europei di ispirazione marxista nacquero soprattutto in Francia e in Italia, come partiti di lotta al governo:

Neomarxismo francese, in posizione dialettica rispetto alle posizioni russe:

- Sottolinea la dimensione umanistica del pensiero di Marx (Esistenzialismo)

- Sottolinea la posizione del Marx del capitale, studiando le strutture permanenti all’interno delle varie culture (Strutturalismo)

GRAMSCI, autore dei quaderni filosofici che delineano il PCI, di cui possiamo approfondire alcuni punti:

- nell’Unione Sovietica il partito comunista è arrivato al potere e poi si è preoccupato di modificare la situazione culturale a suo favore; in Italia invece secondo Gramsci non si deve pensare di andare al potere per poi controllare cultura e diritto, ma bisogna arrivare prima ad una egemonia culturale, a cui seguirà quella politica.

- il marxismo italiano deve essere in linea con la cultura italiana, bastata sulla secolarizzazione e sull’immanentizzazione culminata nello storicismo crociano.

- il concetto di intellettuale organico: l’intellettuale è legato alla dimensione socio-economica da cui proviene e di cui conosce gli interessi profondi, per questo può formularsi a livello teorico. Questa figura già esisteva nell’uomo di chiesa e Gramsci la riprende per caratterizzare le guide intellettuali del partito.

- teoria del blocco storico: consisteva nel fare in modo che il ceto medio, alleato con i partiti di destra, si alleasse con quelli di sinistra; ciò avrebbe permesso una più forte diffusione culturale dei valori comunisti e quindi una possibilità di egemonia politica. Secondo Del Noce il PCI avrebbe voluto sostituire a certi valori altri valori (basati sull’altruismo e il bene comune), ma di fatto la pars destruens (secolarizzazione) è riuscita, mentre la pars costruens è fallita, in quanto la società secolarizzata non è più stata in grado di assorbire nuovi valori (la società aveva già assunto i valori del consumo→ “società radicale” basata su successo-benessere-ricchezza e sulla prevalenza dei diritti sui doveri).

SÖREN KIERKEGAARD

(1813-1855)

Vita e opere

Nasce nel 1813 da un padre angosciato dal pensiero della colpa, ebbe un’infanzia priva di spensieratezza e gli mancò quella religione puerile nella quale il bambino familiarizza prima di tutto con Gesù. Il cristianesimo è

Cristo morente in croce, il sangue, il dolore, la massa dannata: tali sono i lari di questa strana famiglia nella quale

la formazione religiosa di Kierkegaard si attua nel segno dell’angoscia.

1830: si iscrive all’università alla facoltà di teologia, ma si interessa anche di lettere e di filosofia. 1835-38: ha luogo quell’avvenimento che Kierkegaard indica come il “gran terremoto”, che è forse la rivelazione

di una colpa paterna. La crisi si concluse con un riavvicinamento al cristianesimo e con una riconciliazione con il

padre, dal quale lo aveva allontanato la vita dissipata degli anni precedenti. 1840: si fidanza con Regina Olsen, ma dopo un anno rompe il fidanzamento, forse per motivazioni legate alla fede. 1841: tesi per il dottorato in filosofia Sul concetto di ironia 1843: Aut-Aut 1844-45: Timore e Tremore, La ripetizione, Il concetto di angoscia, Briciole filosofiche, Stadi sul cammino della vita →tutte opere pubblicate con pseudonimi, a cui si alternarono, pubblicati con il suo nome, i Discorsi edificanti 1846: Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole filosofiche, col lo pseudonimo di Joannes Climacus (già usato per le Briciole). 1849: La malattia mortale ed Esercizio del cristianesimo. Diverse sono le polemiche con la Chiesa danese, che culminarono nell’articolo Era il vescovo Mynster un testimone della verità?; Kierkegaard attaccò poi violentemente la chiesa in una serie di articoli raccolti sotto il titolo Il momento.

Kierkegaard vs Hegel

È falsa la pretesa di risolvere l’assoluto con la ragione; l’assoluto non si risolve, ma ad esso ci si affida mediante un salto nella fede.

Interpretazione non prometeica del singolo: il singolo si sostiene ed è nell’essere nel suo rapporto con Dio

Il singolo sceglie, in termini di aut-aut, e porta con sé la responsabilità di questa scelta, che va sempre ripresa e riconfermata durante tutta la vita. →stadi dell’esistenza

I. Estetico: don Giovanni

II. Etico: assessore Guglielmo

III. Religioso: Abramo

La verità soggettiva

In Kierkegaard c’è, similmente alla sinistra hegeliana e a Marx, una reazione allo “speculativo” di Hegel, non in

nome dell’uomo che ha esigenze concrete quanto più in nome dell’uomo singolo che prende coscienza del suo

essere precario e contingente di fronte a Dio e si riscatta nella fede in Lui.

dalla sinistra hegeliana, torna in primo piano come una

Il pensiero di Kierkegaard non è facilmente afferrabile perché egli non lo ha mai esposto sistematicamente, anzi

ha sempre irriso al sistema come tentativo di chiudere la verità in una esposizione oggettiva → parte dalla definizione scolastica di verità come conformità del pensiero con l’essere (adequatio), ma si domanda poi: con

quale essere? con quale pensiero?

dimensione essenziale dell’uomo.
dimensione essenziale dell’uomo.
dimensione essenziale dell’uomo.
dimensione essenziale dell’uomo.
dimensione essenziale dell’uomo.

dimensione essenziale dell’uomo.

La religione, così duramente criticata

La verità è la conformità di uno spirito esistente con quell’essere che sia capace

di colmare la sua passione

(verità come soggettività) “il compito del pensiero soggettivo è quello di comprendere se stesso

come esistenza”, “il culmine dell’interiorità di un soggetto esistente è la passione, alla passione corrisponde la verità come paradosso, e il fatto che la verità diventa paradosso è precisamente fondato nel suo rapporto al soggetto esistente”. Che cosa intende Kierkegaard per soggetto esistente? Innanzitutto un soggetto singolo, “infinitamente interessato all’esistere”, al quale cioè la sua esistenza preme, mentre di questa esistenza sente la precarietà (“esistere è divenire”).

La verità soggettiva è il modo in cui l’esistente si riferisce all’assoluto

decisione, un atto di fede il quale è portatore di un rischio

.

(il Dio della Bibbia)

e ciò mediante una

Per comprendere la concezione religiosa dell’autore possiamo considerare quattro specie di “credenti” in relazione alle loro affermazioni:

1. “io non ho creduto, ma ho riflettuto tutta la vita sul cristianesimo”

2. “ho perseguitato i cristiani perché il cristianesimo aveva infiammato al mia anima e non ho voluto se non estirparlo dal mondo, proprio perché ho compreso il suo terribile potere”

3. “ho abiurato il cristianesimo perché se gli avessi dato un dito mi avrebbe preso tutto e io non volevo appartenergli completamente”

4. “io non ho soltanto creduto al cristianesimo, l’ho anche spiegato”

Sarebbe il quarto uomo a trovarsi nella posizione più pericolosa poiché ha creduto attraverso la speculazione e

credere con la ragione è impossibile.

Uso della

nella creazione, ma non vi è direttamente, e solo quando l’individuo si ripiega su se stesso (solo nell’interiorità come autoattività) egli diventa in grado di vedere Dio→ il motivo del Deus absconditus spesso illustrato dalla tradizione cristiana e che Kirkegaard ha assunto come modello nella sua attività di scrittore, e lo ha assunto non perché si è nascosto sotto pseudomini, ma perché ha esposto il suo pensiero presentando certe figure o descrivendo certi stati d’animo piuttosto che descrivendo dottrine.

certi stati d’animo piuttosto che descrivendo dottrine . comunicazione indiretta, paragonata al modo in cui Dio

comunicazione indiretta, paragonata al modo in cui Dio si manifesta nella creazione: Dio è dappertutto

AUT-AUT (1843)

Opposizione a Hegel: la filosofia per Hegel è mediazione tra gli opposti, il suo motto potrebbe essere et-et,

mentre per Kierkegaard il motto è aut-aut:

Con una finzione letteraria Kierkegaard presenta l’opera come l’edizione di Victor Eremita in due manoscritti, A e B, che rappresentano due tipi di esistenza:

scelta di uno dei due opposti, i contrasti non si mediano.

A. ESTETICO: Don Giovanni

L’atteggiamento edonistico

e corrisponde a un momento che lo stesso Kierkegaard ha vissuto. È

l’atteggiamento di colui che rifiuta la scelta e si rinchiude nel godimento dell’istante. Il manoscritto, dopo una serie di pensieri intitolati Diapsalmata, comprende un commento al Don

Giovanni di Mozart intitolato Gli stadi dell’erotico immediato o l’erotico musicale: è un’opera classica perché vi

è la piena compenetrazione di forma e contenuto: la forma è la musica, perfetta espressione dell’erotico,

e il Don Giovanni è la figura che incarna lo stesso erotico. Sensualità e cristianesimo: nel mondo pagano la sensualità era inconsapevole, il cristianesimo invece, opponendo la sensualità allo spirito ne fa una categoria, un modo di esistenza. Mentre la parola è adeguata espressione dell’idea, la musica è espressione adatta al senso, ecco perché il Don Giovanni è

il capolavoro per eccellenza, perché Mozart ha trovato alla musica l’oggetto per cui è fatta.

Kierkegaard distingue tre stadi dell’erotico nella musica di Mozart:

1)

il paggio nelle Nozze di Figaro: “Il senso si è svegliato, ma non è ancora in movimento, è ancora in quiete, non è

2)

giunto alla gioia e alla conquista, ma è ancora in una profonda malinconia”; il desiderio è soltanto un presentimento di se stesso, non ha ancora un oggetto determinato. Papageno nel Flauto magico: il desiderio si è svegliato, ma non si è ancora fissato come desiderio.

3)

Don Giovanni: il desiderio è assolutamente vero, trionfante, irresistibile, demoniaco. Don Giovanni è una figura tipicamente medievale, che rapp il demoniaco sotto l’aspetto della carne, come Faust è il demoniaco sotto l’aspetto dello spirito, e può essere espresso dalla poesia, perché è un’idea, Don Giovanni, che è una forza della natura, può essere espresso solo dalla musica.

Alla figura del seduttore Kierkegaard ha dedicato un altro saggio di Aut-Aut, il Diario di un seduttore, in forma di lettere fra il seduttore Joannes e la sua vittima Cordelia. A differenza del Don Giovanni però Joannes non rappresenta una forza naturale, bensì intellettuale.

B. ETICO: assessore Guglielmo La seconda parte di Aut-Aut contiene gli scritti che il pseudo editore attribuisce a B, l’assessore Guglielmo, il quale, rivolgendosi a un giovane amico estetizzante, che è poi A, il personaggio della prima parte, esalta il valore del matrimonio.

In questa seconda parte vi sono due testi principali:

- il valore estetico del matrimonio

- l’equilibrio dell’estetico e dell’etico nella formazione della personalità

Il matrimonio rappresenta la serietà della vita

: le impone quel tanto di disciplina che è necessario

per dar valore agli aspetti immediati della vita. Pretendere invece di rimanere nell’estetico, di cogliere il piacere dell’istante senza impegnarsi, di lasciare aperte tutte le possibilità, senza attuarne seriamente nessuna, significa disperdere la propria vita in una molteplicità inconsistente e trovarsi a un bel momento di fronte al vuoto. L’atteggiamento edonistico non è manifestazione di vitalità, ma mancanza di coraggio, di impegnarsi a vivere nel tempo e non nell’attimo.

di impegnarsi a vivere nel tempo e non nell’attimo. La scelta, bisogna scegliere nella vita: l’atteggiamento

La scelta, bisogna scegliere nella vita:

l’atteggiamento estetico è l’affermazione che tutte le possibilità si

equivalgono, l’atteggiamento etico è decisione e scelta.

Tu credi, dice l’assessore Guglielmo al suo amico, di poter vivere sempre come in una mascherata, mettendoti ora una maschera ora l’altra, “non sai che verrà una mezzanotte in cui ognuno dovrà mascherarsi? → lo sbocco dell’estetico è la tristezza e la disperazione: è la disperazione di fronte ad ogni possibilità della vita. Da questa disperazione si può uscire mediante la scelta, come scelta di scegliere e uscire così dall’indifferenza. Questa scelta esige un salto, un atto di libertà che la filosofia non sa spiegare.

C. RELIGIOSO: Abramo Il pentimento è l’espressione più alta della concezione etica della vita, ma è precisamente questa la

contraddizione dell’etica per cui spunta il paradosso della religione, cioè la redenzione a cui corrisponde

la fede: l’etica pura mi dice che devo sempre essere insoddisfatto di me, ma questa coscienza della mia

insufficienza morale, il pentimento, mi paralizzerebbe e mi lascerebbe scoraggiato se non credessi nella redenzione, nel potere che Dio ha di cancellare il peccato e di ricostruirmi moralmente.

ha di cancellare il peccato e di ricostruirmi moralmente. La fede è un salto oltre l’etico:

La fede è un salto oltre l’etico: il suo modello è Abramo, che crede contro ogni speranza mentre accetta

di sacrificare il figlio Isacco. Alla sua fede è dedicato Timore e tremore.

Kierkegaard vuole rivivere la fede di Abramo e capirne la grandezza; la grandezza di un uomo si misura dalla grandezza di ciò che ama, e chi ama Dio è il più grande di tutti; si misura anche dalla sua speranza e

che spera l’impossibile è il più grande. La fede di cui Abramo ci offre il modello è contro ogni ragione:

Abramo credette in forza dell’assurdo. La fede è in un certo modo opposta anche all’etica, perché l’etico è l’universale è ciò che è valido per tutti. La fede è in un certo modo opposta all’etica, poiché l’etica è l’universale, ciò che è valido per tutti, la fede invece è la risposta del singolo alla chiamata di Dio e mette il singolo di fronte a Dio “la fede è il paradosso che il singolo è più alto dell’universale”.

La libertà e il peccato

Lo scoglio fondamentale che la filosofia non può spiegare è

appartiene al mondo delle idee, nel quale si muove la filosofia, ma al mondo dell’esistenza. Il problema risulta dal fatto che l’etica propone un ideale, ma non si cura poi di mettere l’uomo nelle condizioni per attuarlo (Kierkegaard paragona l’etica alla legge dell’Antico Testamento, che fa conoscere il peccato ma non insegna all’uomo come liberarsene). Se il peccato non si può spiegare, si può però descrivere lo stato d’animo che precede il peccato: ovvero l’INNOCENZA; essa coincide con lo stato di ignoranza e così Kierkegaard descrive questo stato “Lo spirito

dell’uomo è come sognante

questo stato “ Lo spirito dell’uomo è come sognante il peccato. Esso non è oggetto di

il peccato. Esso non è oggetto di scienza, non

in

questo stato c’è pace e quiete; ma allo stesso tempo qualcos’altro che non è né inquietudine né lotta,

perché non c’è niente contro cui lottare. Allora che cos’è? Il nulla. Ma quale effetto ha il nulla? Esso genera angoscia. Questo è il profondo mistero dell’innocenza: essa nello stesso tempo è angoscia. Sognando lo spirito proietta la sua propria realtà, ma questa realtà è il nulla, questo nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé”.

nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé ”. L’ angoscia è un oscillare fra l’attrazione
nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé ”. L’ angoscia è un oscillare fra l’attrazione
nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé ”. L’ angoscia è un oscillare fra l’attrazione
nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé ”. L’ angoscia è un oscillare fra l’attrazione

L’angoscia è un oscillare fra l’attrazione e la repulsione, si può paragonare ad uno stato di vertigine, essa

vertigine della libertà. L’angoscia è la stessa possibilità della libertà, possibilità che appunto dà vertigine.

è la
è la

Ancorarsi al finito vuol dire peccare, e cadere; peccare infatti significa dar credito a quel nulla che è l’oggetto dell’angoscia. Il peccato si decide nel momento, e il momento così inteso non ha né passato né futuro (l’istante); è l’atomo dell’eternità, il primo riflesso dell’eternità nel tempo. Il peccato non è ancora il demoniaco, il demoniaco è la non libertà che vuole chiudersi in se stessa (si manifesta nella taciturnità); vuole ma non ci riesce mai interamente perché essa rimane sempre in rapporto con il

bene, con la possibilità di convertirsi:

decidere per il bene che non voglio. Kierkegaard distingue due tipi di demoniaco:

che non voglio. Kierkegaard distingue due tipi di demoniaco: il demoniaco è l’angoscia della possibilità del

il demoniaco è l’angoscia della possibilità del bene, è l’angoscia di poter

- psichico-somatico: culmina nell’abbruttimento

- pneumatico: è l’indifferenza di fronte ai valori e alla verità, come oggetto e contenuto della libertà

Come l’angoscia può sfociare nel peccato, e addirittura nel demoniaco, essa può portare alla salvezza e sfociare nella fede. L’angoscia è la possibilità della libertà e per questo è profondamente formativa, educatrice, ma è anche la più pesante di tutte le categorie. La realtà è sempre finita, determinata, già fatta; chi è formato dalla

realtà si trova di fronte a un mondo già dato;

chi
chi

invece

si trova di fronte alla possibilità deve scegliere, deve fare

si trova di fronte alla possibilità deve scegliere, deve fare

si trova di fronte alla possibilità deve scegliere, deve fare riassumere la situazione data come qualcosa
si trova di fronte alla possibilità deve scegliere, deve fare riassumere la situazione data come qualcosa
si trova di fronte alla possibilità deve scegliere, deve fare riassumere la situazione data come qualcosa
riassumere la situazione data come qualcosa che
riassumere la situazione data come qualcosa che

riassumere la situazione data come qualcosa che

fare riassumere la situazione data come qualcosa che da sé il proprio mondo: non crearselo alla

da sé il proprio mondo: non crearselo alla maniera idealistica, ma

si vuole e che si accetta come Socrate accettò la cicuta. Chi si lascia formare dalla possibilità, afferma l’autore,

ottiene l’infinito.

BRICIOLE DI FILOSOFIA (1844-45) e POSTILLA (1846)

Le Briciole sono in realtà una visione teologica dell’uomo.

Problema:

come si può insegnare la verità?

Cita la soluzione socratica: il maestro non fa che sollecitare il discepolo a ricordare la verità già saputa e dimenticata. Il maestro umano è maieuta, poiché solo a Dio appartiene il generare. La soluzione però non soddisfa Kierkegaard poiché sopprime il momento e la decisione nel tempo, infatti se fin dall’eternità conoscevo la verità il mio cercarla è illusorio, è solo un prendere coscienza della propria eternità. Ma l’uomo non è eterno, è temporale. Per salvare la temporalità bisogna supporre che il discepolo non abbia la verità, ossia che si trovi nella non-verità, e che abbia coscienza di questo. Colui che insegna la verità, deve anche dare al discepolo le condizioni per comprenderla. Di queste condizioni egli era privo, a causa della sua propria colpa, del peccato. Del peccato l’uomo non può liberarsi da sé, deve quindi essere messo da Dio nella condizione di liberarsi, di uscire dalla non verità, per questo lo chiameremo:

L’ipotesi ideale

il punto di vista del discepolo:

- Salvatore, poiché salva il discepolo dalla non-libertà

- Redentore, perché libera colui che si era fatto da sé prigioniero

- Riconciliatore, in quanto toglie l’ira che gravava sulla colpa

Il discepolo che passa dallo stadio di non verità, all’apertura verso la verità, diventa un altro uomo, un uomo

nuovo, si volta verso la verità, ossia si converte, e la conversione lo fa rinascere. La rinascita,

è il ricordare che si è partecipato alla verità, ma

scelta e decisione.

è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di
è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di
è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di
è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di
è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di

è un momento, un fatto che si attua nell’istante e che è frutto di

la conversione, non

L’unità tra il maestro divino e il discepolo si realizza mediante un’elevazione del discepolo: una elevazione, però che non dia al discepolo l’illusione di essere quello che non è, ossia di essere pari al maestro. Affinché l’elevazione non sia illusoria bisogna che il discepolo prenda coscienza di dover tutto al maestro e proprio qui sta

la difficoltà: comprendersi niente senza tuttavia essere annientato, dovere tutto a Dio e mantenere la fiducia in se stesso.

Se l’unità non può avvenire con l’elevazione allora avverrà l’abbassamento del Maestro per poter realizzare

l’unità con l’uomo bisogna che Dio diventi uguale all’uomo”. È un paradosso che urta l’intelligenza, ma che l’intelligenza è costretta ad accettare come propria sconfitta. Infatti la ragione non può dimostrare l’esistenza di Dio.

Di fronte al paradosso si possono assumere due atteggiamenti:

Il punto di vista del Maestro:

I. accettarlo con un atto di fede*

II. assumerlo come scandalo e rifiutarlo

* non è un aiuto per la fede essere contemporanei a Gesù, perché aver visto un uomo non basta a farmi credere che quell’uomo è l’incarnazione di Dio. La contemporaneità può essere solo l’occasione per la fede, essa

mi fa vedere in un fatto storico qualcosa di eterno, e all’eterno ogni epoca sta egualmente vicina. Il salto della

fede resta un salto: si tratta di credere.

→ di qui prende spunto la Postilla: Si può mai dare un punto di partenza storico per una conoscenza

eterna? È questo il problema di Lessing secondo Kierkegaard. Per Socrate il problema non c’è perché l’uomo da sempre partecipa alla verità eterna; per Lessing esso ha una soluzione negativa, perché dal temporale non si può passare all’eterno, l’uomo è tutto nel temporale. Sia Socrate che Lessing rifiutano il salto, l’uno perché crede che l’uomo sia già là dove dovrebbe saltare, l’altro perché ritiene che l’uomo non possa saltare. Polemica contro la speculazione: Ciò che suscita polemica in Kierkegaard è la considerazione speculativa del

cristianesimo, cioè il tentativo di giustificarlo filosoficamente. La polemica contro la speculazione è

la polemica

La polemica contro la speculazione è la polemica contro il tentativo di ridurre il cristianesimo a

contro il tentativo di ridurre il cristianesimo a manifestazione storica. Kierkegaard cita questa affermazione di

Hegel: “l’interno è l’estero”, vuol dire che non c’è un al di là di ciò che appare. Anche il cristianesimo quindi si risolve nelle sue manifestazioni, in ciò che è stato nella storia. Kierkegaard invece afferma che il cristianesimo è quello vissuto nell’interiorità dell’individuo, e di questo non si può fare nessuna teoria “nel sapere storico l’uomo riesce a sapere un mucchio di cose sul mondo, nulla su se stesso” ed invece proprio su se stesso preme all’uomo di sapere qualcosa. Il sapere speculativo è un sapere che astrae dall’esistenza, ossia proprio da quello che ci preme di più.

RIVALUTAZIONE DELL’ETICA:

soggettività etica→ l’etica è l’impegno del singolo di fronte a Dio. L’etica è infatti innanzitutto impegno, non

basta pensare il bene, bisogna volerlo con tutte le forze, a prescindere dai risultati che si possono ottenere.

La parabola del buon Samaritano: forse il levita che passò oltre l’uomo lasciato semivivo dai banditi pensava che sarebbe stato bello soccorrerlo ma non lo fece; ma supponiamo che il rimorso il rimorso l’abbia portato a tornare

sui suoi passi senza timore alcuno e supponiamo anche che egli sia arrivato troppo tardi, quando già il buon

Samaritano aveva portato l’uomo in un albergo, egli avrebbe comunque agito nell’impegno per il bene. Per la storia l’intenzione non conta nulla, conta solo il risultato, per l’etica vale il viceversa: conta l’intenzione.

per l’etica vale il viceversa: conta l’intenzione . l’esistenza non si coglie nel pensiero, alla modalità

l’esistenza non si coglie nel pensiero, alla modalità cartesiana,

ma nella
ma nella

Etica e religione

Etica e religione problema patetico-dialettico: come si può decidere nel tempo una beatitudine eterna? (problema prima

problema patetico-dialettico: come si può decidere nel tempo una beatitudine eterna? (problema prima

Il

trattato della Postilla)

- patetico perché suppone la passione verso un fine assoluto,

- dialettico perché la passione è l’elemento di tensione della contraddizione.

Il pathos esistenziale, differentemente da quello estetico (che è legato all’idea), è realtà vissuta. Nella sfera della

realtà il pathos supremo è dunque l’azione: non l’azione considerata nei suoi risultati storici, ma l’azione etica. L’etica è anche la premessa dell’atteggiamento religioso. Esistere significa trasformare radicalmente la propria esistenza, rinunciare alla conciliazione del rapporto con Dio con gli interessi personali, rinunciare alla logica dell’et-et. L’esistenza religiosa ha alcuni caratteri comuni con la vita monastica, ma a differenza del monachesimo medievale, non ha segni esteriori: esteriormente tutto resta come prima, interiormente tutto è cambiato. L’espressione decisiva del pathos esistenziale (che coincide con l’atteggiamento religioso) è la coscienza della colpa:poiché non c’è colpa se non in rapporto a Dio. Nell’ambito dell’esistenza religiosa si possono distinguere, rispetto alla beatitudine eterna:

- rapporto A: è l’esistenza religiosa in senso generico, così come può avverarsi nell’immanenza. L’individuo riconosce il proprio nulla di fronte a Dio, alla beatitudine eterna, ma cerca in sé questo rapporto, cerca dunque in sé una spiegazione dello stesso.

- rapporto B: l’individuo crede che un altro possa metterlo in rapporto con Dio, e l’altro è Cristo. È questa per eccellenza la religiosità del paradosso, perché rinuncia a spiegare razionalmente la propria fede, che non è solo fede in un assoluto, ma fede in Cristo. Il problema di Lessing si risolve quindi solo con un atto di fede: la fede che un Uomo nato nel tempo è l’incarnazione di Dio.

Il pensiero di Kierkegaard avrà forti influenze su:

- esistenzialismo (Heidegger)

- teologia protestante (Karl Barth)

IL POSITIVISMO

Da un punto di vista teoretico il positivismo può essere considerato come una reazione ai grandi sistemi idealistici della prima metà XIX, ma considerato storicamente ha un’origine e uno svolgimento indipendenti. →Punto di vista teoretico: se consideriamo idealismo hegeliano e positivismo come due blocchi di dottrine che, effettivamente, si contrappongono:

- primato dell’idea nell’idealismo, primato dell’osservazione nel positivismo

- affermazione che l’uomo è spirito, partecipazione allo spirito assoluto nell’idealismo; riduzione dell’uomo alla natura, considerazione dell’uomo come un prodotto della natura nel positivismo

- affermazione della divinità dello spirito, nell’idealismo; riduzione della divinità a illusione puerile nel positivismo. →Punto di vista storico: i positivisti hanno ignorato l’idealismo e hanno attinti a altre fonti, che sono per il positivismo francese gli enciclopedisti e gli ideologi, con i quali condividono l’idea che una preparazione scientifica sia la base della filosofia, e che da questa debba essere eliminata la metafisica.

e che da questa debba essere eliminata la metafisica. →Filosofia positiva : il termine compare già

→Filosofia positiva

: il termine compare già in Saint-Simon ma è Comte colui che ne fa più largo uso. Nel

Saint-Simon ma è Comte colui che ne fa più largo uso. Nel Discours sur l’ensemble du

Discours sur l’ensemble du positivisme (1848) ha enumerato i vari significati del termine “positivo”:

“Positivo” significa

«relativo, organico, preciso, certo, utile, reale», è proprio l’ultimo significato che spiega gli altri, Positivo si oppone a «chimerico» ed esclude il «misterioso». Solo una conoscenza che resti nell’ambito dell’esperienza è utile, cioè può migliorare le condizioni degli uomini. Non ha valore il sapere in sé, ma solo il sapere che giova all’umanità. Da qui quindi si spiegano gli altri termini:

certezza si oppone a indecisione, indica l’eliminazione dei dubbi che riguardano i problemi insolubili dell’antica metafisica;

preciso si oppone a vago, sempre in opposizione alla metafisica.

organico vuol dire capace di raccogliere insieme i risultati delle scienze per approdare a una scienza dell’uomo che possa guidare la sua condotta.

GLI IDEOLOGI

Il termine ideologia: ha un significato molto diverso negli idéologues francesi tra Sette e Ottocento, e in Marx:

- per gli idéologues francesi “ideologia” vuol dire studio della genesi delle idee. Gli ideologi mantengono vivo lo spirito dell’età illuministica, nell’interesse per le scienze e nell’affermazione di uno stretto legame tra ricerca scientifica e filosofica. Centro di riunione degli ideologi fu inizialmente il salotto della vedova di Helvétius: intorno al gruppo di frequentatori del salotto si costituì una prima société d’Auteuil, alla quale parteciparono molti illuministi (d’Alembert, Diderot, Cabanis, Condorcet). Durante gli anni del Direttorio, morti o dispersi alcuni idéologues della prima ora, altri intellettuali di aggiunsero al primo nucleo. Tutti ritennero fondamentale la scienza dell’uomo (stretto legame fra ricerca scientifica e ricerca filosofica). Gli ideologi professavano una grande ammirazione per Locke e per Condillac, ma pur ritenendo necessario andare oltre Condillac. Questo andare oltre assume caratteri diversi, due sembrano le direzioni principali, che hanno i loro rappresentanti maggiori in Cabanis e Destrutt de Tracy.

1. Rapporti tra coscienza e corpo P. J. G. CABANIS (1757-1808): va oltre Condillac perché ritiene che non si possa partire dalla sensazione come da un primum, ma si debba cercare l’origine nella struttura e nel funzionamento dell’organismo umano. La sua opera principale i Mémoires sur les rapports du physiqye et dy moral (1802), si presenta come ricerca di fisiologia, ma il contenuto e l’obbiettivo sono molto più ambiziosi: tutta la vita cosciente, il moral, si riduce a physique.

→Polemica con l’antropologia cartesiana: Cabanis propone una concezione unitaria dell’uomo, pur

traendo profitto dalla spiegazione meccanicistica che Cartesio dava della vita animale per estendere una

analoga spiegazione anche alla coscienza umana, alle attività che Cartesio attribuiva alla res cogitans. Sebbene la soppressione della res cogitans non implichi che nella visione di Cabains la fisiologia si spieghi solo con processi meccanici. La fisiologia di Cabanis è «vitalistica e federativa», ma il principio vitale non è una forza estranea alla materia: è lo stesso risultato dell’organizzarsi della materia. →Vivre c’est sentir →Sentire: non vuol dire soltanto avere delle sensazioni, vuol dire anche attività psico-affettiva e volitiva dell’uomo, un’attività che è elaborata dal cervello che, secondo il famoso paragone, sdecerne il pensiero come lo stomaco secerne i succhi gastrici. (≠ Condillac) A. L. C. DESTUTT DE TRACY (1754-1836) : l’andare oltre Condillac significa specialmente approfondire la gnoseologia sensistica. È lui infatti il creatore del termine ideologia. Il problema dell’uomo, la scienza dell’uomo è al centro della filosofia degli ideologi. Non sembra opportuno chiamare «psicologia» questa scienza, perché psicologia vuol dire scienza dell’anima; ideologia invece vuol dire scienza delle idee, quella scienza che risulta dall’analisi delle sensazioni. Destutt de Tracy accetta senza riserve la spiegazion mterialistica di Cabains e come per lui la interpretazione della conoscenza è data dalla fisiologia. A differenza del medico Cabanis, Tracy studia il prodotto dell’attività fisiologica, dalla quale vengono prodotte le idee: in questo senso l’ideologia è la filosofia prima. Nell’ordine dell’essere la scienza prima è la fisiologia, poiché le funzioni dell’organismo sono la causa del pensiero, nell’ordine della conoscenza la filosofia prima è l’ideologia (NB la logica è una parte dell’ideologia: le leggi del pensiero sono le leggi della psiche umana).

2. L’esistenza dei corpi esterni

Un altro problema lasciato in eredità dal presupposto che l’oggetto immediato della conoscenza siano le idee e

non le cose, era quello del

come sia possibile un giudizio di esistenza. Condillac aveva attribuito al tatto la capacità di farci conoscere corpi esterni al nostro; Trac ritiene invece che il tatto attesti soltanto la modificazione del soggetto senziente, per questo fa appello alla capacità di muoversi. Ora, nel compiere un movimento percepiremo una sensazione composta dalla sensazione di movimento e da quella di resistenza al movimento. Percepiremo quindi una sensazione non semplice ma duplice: condizione necessaria per istituire un giudizio. Quindi la materialità lungi dall’essere impedimento alla conoscenza, è la condizione della di essa.

alla conoscenza, è la condizione della di essa . come si arrivi a conoscere l’esistenza dei

come si arrivi a conoscere l’esistenza dei corpi esterni. Si tratta di arrivare a spiegare

AUGUSTO COMTE (1798-1857)

1. Cenni biografici

Collaboratore per molti anni di Saint-Simon, si discosta dal suo pensiero per il fatto di ritenere che l’organizzazione o la riorganizzazione sociale debba essere fondata su un rigoroso sistema scientifico, convinzione dovuta forse alla sua formazione matematica. Nel 1824 ruppe i rapporti con Saint-Simon, e nel 26 pubblicò Considérations sur le pouvoir spirituel e decise di dare inizio a un corso di filosofia positiva in casa sua: ebbe anche degli uditori eccezionali: von Humboldt, Poinsot. Nel 1830 pubblicò il primo volume del Cours de philosophie positive. Nel 1845 conobbe Clotilde de Vaux della quale si innamorò, ma ella morì nel 1846: Comte già fissato sul suo lavoro di filosofo, si fissò ancora di più su questo amore e deificò addirittura Clotilde. Ella è l’immagine della divinità, e la divinità è l’umanità. Che Dio fosse l’essenza dell’uomo alienata dall’uomo stesso l’aveva detto anche Feuerbach, ma questi non aveva cercato di ricostruire, scimmiottando il cattolicesimo, una nuova religione e un nuovo culto, come fece Comte creando un calendario di feste di santi (che sono poeti e scienziati) con sette sacramenti e un clero. Fra il 1851 e il 1853 pubblicò il Sistème de plitique positive , al quale diede il sottotitolo: Trattato di sociologia che istituisce la religione dell’umanità. Si scierò prima con i rivoluzionari e poi con i conservatori, del 1855 è l’Appel aux conservateurs. Morì nel 1857.

Sebbene fosse un uomo pieno di fissazioni e di squilibri ebbe un influsso notevole sul pensiero dell’800.

2. I tre stadi del sapere

Lo stesso Comte inizia il Cours de philosophie positive (1830) enunciando la famosa legge dei tre stadi. Nel cammino

dello spirito umano ogni ramo delle conoscenze passa per tre stadi:

1)

teologico o fantastico: lo spirito umano rivolgendo la sua ricerca alla cause prime e finali degli oggetti,

2)

si rappresenta i fenomeni come i prodotti dell’azione diretta e continua di agenti soprannaturali; l’ultimo passo del sistema teologico è stato il passaggio dal politeismo al monoteismo; → Infanzia metafisico astratto: che è solo una modificazione del primo, gli agenti soprannaturali sono sostituiti da

3)

forze astratte; l’ultimo passo del sistema metafisico la riduzione delle entità particolari a un solo ente: la natura; → Giovinezza scientifico positivo: lo spirito umano riconoscendo l’impossibilità di riconoscere conoscenze assolute, rinuncia a domandarsi quale sia l’origine e il destino dell’universo, per cercare solo di scoprire con l’uso ben combinato del ragionamento e dell’osservazione le loro leggi effettive, cioè le loro relazioni

 

invariabili di successione e somiglianza. La spiegazione dei fatti non è quindi altro che l’istituzione di un

nesso tra i diversi fenomeni e alcuni fatti generali

che il progresso della scienza tende a ridurre sempre

più di numero. → Maturità La perfezione del sistema positivo sarebbe di ridurre tutti i fenomeni sotto una unica legge, per es quella di gravitazione. Stadio positivo, conoscenza positiva, filosofia positiva, non significano solo la raccolta di osservazioni, di fatti:

non c’è conoscenza umana senza una teoria che connetta i fatti osservati: per questo non è concepibile un salto dalla teoria teologica a quella positiva: il progresso è sempre graduale. Ma c’è una sfera di fenomeni ai quali lo studio positivo non è ancora giunto: i fatti sociali, ed è questo il passo che Comte si propone di far compiere al sapere: costruire una fisica sociale, colmare la grande lacuna che resta per compiere la filosofia positiva.

3. La filosofia come metodologia della scienza

Oltre a questo scopo speciale, il Corso ha uno scopo generale: quello di

sua vision la filosofia è ridotta a epistemologia. La studio della filosofia consiste nel determinare lo spirito di ciascuna delle scienze, nello scoprire le loro relazioni e connessioni, nel riassumere, se è possibile tutti i loro principi proprii in un minimo numero di principi comuni, in conformità con il metodo positivo.

La filosfia positiva di Comte è in fondo quello che intendeva essere l’ideologia degli idéologues, con questa

differenza:

costruire una filosofia positiva

. Nella

- per gli idéologues, l’ideologia riconduceva alla psicologia e in ultima analisi alla fisiologia

- per Comte la riduzione non può essere così immediata.

Vi è dunque un duplice punto di vista per studiare la filosofia positiva:

1. quello dinamico: che studia i procedimenti dello spirito umano così come si riflettono nelle scienze

2. quello statico: studia la radice di questi procedimenti nella struttura anatomica e fisiologica dell’uomo.

Poiché l’osservazione dei procedimenti conoscitivi non si può fare direttamente (lo spirito umano può osservare tutti i fenomeni fuorché i suoi), bisogna farlo studiando i prodotti di tali procedimenti che sono le scienze. Dalla metodologia delle scienze si può ricavare le leggi seguite dalle nostre funzioni intellettuali e una volta conosciute queste leggi si potrà applicarle alla ricerca della verità. Primo risultato filosofia positiva. Un secondo risultato è quello di mostrare l’unità del sapere, cioè di presentare le scienze come rami di un solo tronco. Terzo risultato:

contribuire ai progressi delle singole scienze. Quarto: offrire l’unica base solida alla riorganizzazione sociale.

4. L’ordine logico delle scienze

Nella seconda lezione Comte stabilisce

sociale.

scienze Nella seconda lezione Comte stabilisce sociale. l’ordine logico delle scienze: astronomia, fisica,

l’ordine logico delle scienze: astronomia, fisica, chimica, fisiologia e fisica

Valore scienza per se stessa: non è esclusa la finalità pratica di tutte le scienze, ma se si badasse solo all’utilità, si correrebbe il rischio di perdere moltissimi vantaggi pratici che possono venire dopo millenni. La divisione delle scienze che abbiamo citata è in base al criterio della semplicità dell’oggetto. Comte ordina le scienze secondo un ordine logico ma rileva l’importanza che l’ordine storico ha per farci capire come siano costituite le scienze. Nella sua classificazione ha enumerato 5 scienze, ma il primo volume del Cours è tutto dedicato alla matematica, perché é la vera base fondamentale di tutta la filosofia naturale, ossia di tutte le scienze.

5. La sociologia Quella che Comte considera la parte più originale della sua filosofia è la fisica sociale, o sociologia. La prima lezione presenta osservazioni meritevoli di attenzione: come nelle altre scienze, una tecnica valida presuppone una esatta conoscenza teorica, così anche la tecnica politica, l’organizzazione sociale, esigerebbe una scienza della società. Ora non abbiamo ancora questa scienza: le teorie sociali non sono ancora uscite dallo stadio teologico- metafisico.

I Fase - teologica: politica reazionaria, garantisce l’ordine, ma impedisce il progresso; è rappresentata dai regimi autoritari feudali.

II Fase - metafisica: erige ad assoluto, a dogma, ciò che era necessario solo per distruggere il sistema antico; è rappresentata dalla Rivoluzione francese

III Fase - positiva: fondata su ordine e progresso; se ne auspica la venuta.

Dogmi incompatibili con la società civile →Illimitata libertà di coscienza: è una posizione incoerente, perché se la libertà di espressione è un dogma, un valore assoluto bisogna riconoscerla anche ai reazionari. Quando i principi della filosofia positiva saranno stati stabiliti, la libertà sarà limitata. Non c’è infatti libertà in fisica, in chimica, ossia nelle scienze, perciò quando la società sarà organizzata su basi scientifiche non ci sarà più bisogno di discutere, se non sui modi particolari di applicazione di quei principi. → Uguaglianza: necessaria per abolire le classi dell’antico regime, ma nella nuova società si richiede una nuova classificazione sociale. L’uguaglianza è veramente un principio universale se significa riconoscimento della dignità dell’uomo, diventa dogma inconciliabile con la società civile se vuol dire attribuzione di qualsiasi funzione a qualsiasi individuo.

Altro punto importante è che per Comte i rivoluzionari stanno bene all’opposizione, ma non al governo, perché al governo diventano reazionari (incoerenti con i loro dogmi).Accanto alle concezioni reazionarie e rivoluzionarie, opposte fra loro, c’è una terza opinione che egli chiama stazionaria: è quella dei fautori della monarchia parlamentare, egli la ritiene un compromesso, una forma ibrida, nella quale diventa difficile riunire gli uomini in una fede politica. →Situazione attuale (al tempo di Comte) è quella di un’oscillazione fra rivoluzione e reazione. La politica reazionaria tende direttamente, malgrado le sue vane pretese morali, a sviluppare le disposizioni al servilismo e all’ipocrisia.

La politica rivoluzionaria tende a sviluppare i sistemi di odio e di invidia contro ogni superiorità sociale, il cui sfogo costituisce una specie di rabbia cronica. Il guaio è che la politica è in mano agli avvocati e ai letterati, mentre dovrebbe essere retta da precise teorie scientifiche.

Ciò che distingue lo

politica, è la considerazione dei fenomeni sociali come fenomeni naturali, quindi modificabili sì, ma limitatamente, non indefinitamente e arbitrariamente. I fenomeni sociali sono soggetti a leggi naturali e quindi si possono modificare solo dopo aver conosciuto queste leggi.

possono modificare solo dopo aver conosciuto queste leggi. studio scientifico dei fenomeni sociali, dalle

studio scientifico dei fenomeni sociali, dalle considerazioni teologiche sulla

Nello studio sociale bisogna distinguere:

- l’aspetto statico: studio delle condizioni di esistenza della società e corrisponde all’ordine

- l’aspetto dinamico: lo studio delle leggi dello sviluppo delle società →progresso.

Quindi non c’è un bene e un male politico assoluto, perché una costituzione adatta a determinate condizioni

sociali può non esserlo a condizioni diverse. Bisogna quindi studiare la dinamica sociale, sulla base dei tre modi validi per le scienze in generale:

- osservazione: va inquadrata in una teoria→ dei tre stadi

- esperimento: non diretto, ma alterando la connessione normale degli elementi di un fenomeno.

- metodo comparativo: nello studio dei fenomeni sociali consiste sia nel rilevare differenze e analogie, ma soprattutto nel metodo storico, che consiste nel paragonare fra lori diversi tipi di società in diverse epoche e studiare le leggi dello sviluppo della società nel tempo.

Socievolezza fondamentale dell’uomo:

condizione di esistenza comune a tutte le società , secondo Comte

non è vero che uno stato selvaggio, asociale dell’uomo, abbia preceduto lo stato sociale, perché gli uomini sono per natura socievoli. Società originaria e primordiale è la famiglia, che si fonda sulla subordinazione dei sessi e sulla subordinazione dei figli ai genitori. Altra condizione di esistenza della società è la divisione del lavoro che si concilia con la cooperazione degli sforzi. La legge fondamentale della dinamica sociale è la legge dei tre stadii, anche il progresso sociale segue questa legge:

stadio teologico: la supremazia del potere militare, allo stadio positivo la supremazia dell’attività industriale. In questa fase dominano due poteri, quello dei sacerdoti e quello dei militari, poteri rivali tra di loro, ma complementari e necessari per la società di quello stadio.

stadio metafisico: corrisponde la politica rivoluzionaria che Comte considera nel suo duplice aspetto:

negazione delle istituzioni precedenti e preparazione di nuove istituzioni. La negazione comincia, come abbiamo già detto con la riforma protestante che combatte il cattolicesimo, cioè il regime feudale. La disgregazione del regime feudale avviene in tre tappe:

- come disgregazione spontanea nei secoli XIV e XV

- come negazione consapevole con la riforma protestante nel XVI XVII¨

- come negazione filosofica (deismo sostituito al monoteismo) nel XVIII

Ma accanto a questi elementi negativi ne operano alcuni positivi come l’ascesa della borghesia, il sorgere della nuova scienza. Questa sociologia è in fondo una filosofia della storia, anche se con caratteri molti diversi da quella hegeliana. Ma Comte non si ferma a una filosofia della storia: vuole indicare anche i caratteri della nuova società organizzata dalla filosofia politica. Il primo è la distinzione tra potere spirituale e potere temporale. L’autorità spirituale deve essere data ai filosofi e deve essere solo di poteri consultivi per ciò che riferisce all’azione, affidata quest’ultima al potere politico. La filosofia morale dovrà insegnare agli uomini i loro diritti (puramente individuale) e i loro doveri (direttamente sociale).

JOHN STUART MILL (1803-1873)

1. Cenni biografici Figlio di James Mill, uomo politico, seguace della filosofia di Bentham, J.S. Mill ebbe un’educazione intellettuale precocissima sotto la guida del padre. A 12 anni aveva già letto l’Organon di Aristotele e altri trattati di logica. Intorno al 1840 dopo il fallito tentativo di fondare il terzo partito liberale radicale, tornò agli studi della filosofia speculativa, la quale al superficiale appare una cosa così remota dagli affari della vita e dagli interessi dell’uomo, è in realtà la cosa che più li influenza. Ritenne perciò necessario, per fondare una dottrina etica e politica, partire dalla logica. Nel 1843 pubblicò Sistema di logica, dopo questa elaborazione due compiti gli si proponevano: chiarire i presupposti filosofici generali

(a cui è dedicato l’Esame della filosofia di Hamiton -1865) e rivedere le dottrine esistenti sui problemi dell’uomo e della società (a cui sono dedicati gli scritti Sulla libertà - 1859 e L’utilitarismo -1861).

2.

L’influsso di Jeremy Bentham (1748-1832)

Il

padre di J.S. Mill erra un seguace entusista di J. Bentham, la cui opera principale è l’Introduzione ai principi della

morale e della legislazione 1789. →Piacere: unico scopo della vita umana e unico movente della attività umana il suo perseguimento

e unico movente della attività umana il suo perseguimento La regola suprema della morale: promuovere la

La regola suprema della morale: promuovere la massima felicità possibile per il maggior numero, dove

felicità è inteso come somma di piaceri e eliminazione del dolore. Come già Epicuro, questa ricerca non deve essere nell’immediato, ma si raccomanda una condotta austera. La differenza fondamentale tra la dottrina di Bentham e quella epicura è la preoccupazione sociale: il fatto di tendere alla felicità del maggior numero di persone impone notevoli limiti alla ricerca del piacere individuale. L’intento era senza dubbio filantropico, le premesse teoretiche erano materialistiche antireligiose. Infatti a suo parere le conseguenze della religione sono l’intolleranza e odio, ma il difetto più grande della religione è di

ammettere una fonte di conoscenza diversa dall’esperienza, mentre l’esperienza è l’unica fonte di conoscenza e di sentimenti. A questo è dedicata la principale opera filosofica di Mill: Analisi dei fenomeni della mente umana (1829).

A questo sensualismo nella teoria della conoscenza e utilitarismo in morale, James Mill cercò di educare il figlio.

Ma la concezione etica di Bntham non soddisfece interamente J.S. Mill:

antropologia semplicistica

sbocco autoritario della politica benthamiana

3. La logica: la tesi fondamentale

Nel Sistema di Logica J.S. Mill espone gli elementi essenziali di tutta la sua filosofia. Premesso che la logica è la scienza del corretto inferire, Mill la distingue dalla psicologia, la logica non deve

occuparsi delle operazioni dell’intelletto, in quanto fenomeni della mente, deve analizzare il processo di

inferenza. La tesi fondamentale è: ogni inferenza è da particolari a particolari e Mill cerca di dimostrarla sia quando, parla del sillogismo, sia quando parla dell’induzione.

4. Il sillogismo

Nel sillogismo la premessa maggiore è una proposizione universale: «una proposizione in cui un predicato viene affermato o negato di un’intera classe, in cui cioè qualche attributo, o la negazione di qualche attributo, si asserisce d’un numero indefinito di oggetti.» L’altra premessa pone un individuo, o un’altra classe più ristretta, nella classe che è soggetto della maggiore. Consegue che l’attributo dell’intera classe si può affermare dell’oggetto incluso nella classe.

si può affermare dell’oggetto incluso nella classe. → dictum de omni : giustifica nella logica tradizionale

dictum de omni: giustifica nella logica tradizionale il sillogismo, in base ad esso tutto ciò che si può

affermare di una classe si può affermare di ciò che è incluso nella classe. Questa massima appare conveniente ad un sistema di metafisica, una volta generalmente accettato, ma che per Mill è completamente superato. Il dictum de omini esprimeva l’intercomunicabilità della natura. Che le proprietà di uomo fossero le proprietà di tutti gli uomini era una proposizione di reale significato. Ma quando si sa che uomo vuol dire solo l’insieme di tutti gli uomini e che non c’è nulla di reale se non quegli oggetti individuali, non si impara nulla di nuovo quando si applica ad uno di quegli oggetti ciò che è vero di tutti. Per questo il sillogismo è come «una burletta». Qual è allora il principio fondamentale del sillogismo? Uno simile agli assiomi della matematica che si sdoppia così:

- per sillogismo affermativo: le cose coesistenti con la stessa cosa coesistono fra loro

- per sillogismo negativo: una cosa coesistente con un’altra, con la quale non coesiste una terza non è coesistenze con la terza. La differenza dal dictum de omni è in quel coesiste, come puro dato di fatto.

Hanno ragione gli avversari del sillogismo quando dicono che la conclusione è già presupposta nella maggiore, come potrei dire che tutti gli uomini sono mortali se non sapessi già che Tizio è mortale? La verità della proposizione tutti gli uomini sono mortali si ricava solo dall’osservazione.

L’inferenza è dunque sempre dal particolare al particolare.

Il presupposto di Mill è che il soggetto della maggiore o è una classe o è una realtà universale: o nominalismo o realismo nel problema degli universali e poiché il realismo è inconcepibile bisogna accettare il nominalismo. Ma Mill non lo è in modo rigoroso.

Mill conosce molte teorie che distinguono specificamente le proposizioni matematiche dalle generalizzazioni di esperienze:

- le prime sono verità necessarie,

- le seconde sono generalizzazioni di fatti.

Egli obbietta che per affermare la necessità delle proposizioni matematiche è necessario supporre che esse si riferiscano a enti immaginari. Ora, gli enti geometrici non sono enti immaginari poiché hanno relazione con i fatti, si riferiscono a qualcosa che ha un’esistenza reale. E tuttavia non esistono enti geometrici: non esistono punti senza grandezza, non possiamo concepire una linea senza la grandezza. →Come mai costruiamo proposizioni su oggetti che non esistono e non possiamo concepire? Secondo Mill possiamo ragionare su una linea retta come se non avesse larghezza perché abbiamo una facoltà che è tutto il dominio che possiamo esercitare sulle operazioni della nostra mente: la facoltà, quando una percezione è presente ai nostri sensi, di porre attenzione ad una parte soltanto di quella percezione o di quel concetto, invece che al tutto. Quindi in realtà l’oggetto della geometria sono gli oggetti esistenti. Conclusione: gli assiomi della geometria sono verità sperimentali, generalizzazioni dell’osservazione. La proposizione “due rette non possono racchiudere uno spazio” è un’induzione dall’evidenza dei nostri sensi. 5. L’induzione Stando così le cose si capisce che la forma fondamentale di inferenza sia quella che parte dai particolari osservati:

di inferenza sia quella che parte dai particolari osservati: l’induzione, alla quale è dedicato il III

l’induzione, alla quale è dedicato il III libro del Sistema di logica.

«L’induzione è quell’operazione della mente con cui inferiamo ciò che sappiamo vero in uno o più casi singoli, sarà vero in tutti i casi rassomiglianti ai primi per certi determinati aspetti. È il processo con cui concludiamo che quello che è vero in certi individui di una classe è vero dell’intera classe». Fondamento induzione: è la legge della causalità universale. “Ogni fatto che ha un inizio ha una causa”, ma poiché per Mill causa significa solo antecedente, la proposizione “ogni fatto che un inizio ha una causa” equivale a quest’altra: “ogni fatto che ha inizio ha un antecedente”, ossia ogni fatto che ha un inizio ha un inizio. Questo sta a significare nient’altro che c’è uniformità nella natura. La causa è l’antecedente invariabile, l’effetto è il conseguente invariabile, «Che ogni fatto comincia a esistere, abbia una causa e che questa causa si debba trovare in qualche fatto o concorso di fatti immediatamente precedenti al suo accadere, si deve assumere per certo». →Ma come arriviamo a questa certezza? Non in virtù di una specie di istinto, ma per il fatto che anche la legge di causalità è conosciuta per induzione. Arriviamo a questa legge universale con una generalizzazione di molte leggi meno universali. Cioè dopo aver constatato correlazioni fra il tale e il tal altro fenomeno arriviamo alla legge generale di causalità. Fin ora le legge di causalità è riuscita, ogni scoperta di una determinata connessione tra fenomeni conferma che in generale, la connessione tra fenomeni c’é. Quindi ogni scoperta di una legge naturale presuppone la legge di causalità, non perché questa sia un principio a priori, ma perché ogni legge determinata è la verificazione di questa legge. Il che si accorda perfettamente con la teoria di Mill per la quale le proposizioni universali sono il riassunto di constatazioni di fatto.

6.

La logica delle scienze morali

Per i fenomeni più complessi però non basta l’induzione diretta: bisogna completarla con il metodo deduttivo che è una combinazione di induzione e deduzione, e consta di tre momenti:

1. induzione diretta: si risale con l’induzione alle cause dei vari aspetti del fenomeno complesso

2. raziocinio: si fa un’ipotesi sulla combinazione alla quale devono dare origine le diverse leggi scoperte con l’induzione, è un processo di calcolo;

3. verifica: facciamo intervenire quella combinazione di cause e vediamo se il fenomeno si avvera.

Nel campo della morale l’applicazione del metodo deduttivo non è facile, e questo spiega perché le conoscenze morali non siano ancora giunte a uno stadio scientifico. Mill si chiede se le azioni umane sono sottomesse a leggi inviolabili. Necessità o libertà, cosa regola le azioni dell’uomo? Egli accetta la prima ma le considerazioni che egli fa nella sua tesi ci mostra che egli non accetta un determinismo rigoroso. In realtà come medio fra le determinazioni esterne delle nostre volizioni e le nostre volizioni stesse c’è il carattere. Esso pur risultando in ultima analisi da sensazioni, circostanze e motrici, una volta formato acquista una certa autonomia. La teoria piuttosto oscillante di Mill sulla libertà si può riassumere dicendo che le nostre volizioni dipendono da quello che noi siamo, che è il frutto non solo dei motivi e delle cose esterne a noi, ma anche di quello che

vogliamo essere.

7. Scienze sociali

La persuasione generale che comanda la sociologia di Mill è che le leggi sociali solo la risultante delle leggi della

natura umana individuale. La via per scoprire tali leggi non può essere né il metodo chimico, né geometrico.

Il metodo chimico: è quello che parte solo dalla storia e che Mill vede rappresentato da Macaulay. Secondo questa teoria l’uomo è solo quello che vive in società. E poiché non si possono fare esperimenti nella storia dei popoli, resta solo come base quello che la storia ci offre come dato. Il dato storico è troppo complesso perché ci si possano rintracciare le cause sociali.

Il metodo geometrico: è quello che parte da un unico principio per dedurre la scienza dei fatti sociali. Esempi sono le teorie di Hobbes, Bentham e Rousseau. È un metodo errato perché non tiene conto della complessità dell’uomo. L’uomo non mira solo al suo interesse personale o a preservare la propria libertà personale, ma è un complesso di sentimenti. Il metodo delle scienze sociali deve essere il metodo deduttivo concreto cioè deve considerare tutte le cause che influiscono sull’effetto. Tali cause sono note dalla psicologia e dall’etologia.

8. L’esame della filosofia di Hamilton

In una lettera a A. Bain del 1863 Mill scrive che si propone nell’opera che sta elaborando di affrontare le fondamentali difficoltà metafisiche, delle quali non aveva potuto trattare nella logica. L’idea di affrontare tali difficoltà mediante la discussione filosofica di Hamilton sorge da una concezione della filosofia inglese, contemporanea a Mill, in base alla quale divisa a filosofia è in due correnti

metafisica - assolutista: ritiene che l’uomo possa conoscere la realtà assoluta

empirista - relativistica: ritiene che l’oggetto della conoscenza sia solo relativo all’intelligenza umana, sia fenomenico. Tale teoria si suddivide ulteriormente in due orientamenti

o uno ritiene che oltre al fenomeno via sia un noumeno,

o l’altro secondo cui i poteri e confini della conoscenze umana sono si relativi ai fenomeni, ma al di là dei fenomeni non viene postulata affatto un’altra realtà fatta di noumeni. Ora, secondo Mill, la filosofia di Hamilton parte da una tesi relativistica della conoscenza, ma poi si contraddice e sfocia in una teoria assolutistica. Si contraddice perché accanto alla conoscenza rappresentativa, ammette anche una conoscenza presentativa, cioè quella delle qualità primarie. Con questo principio tutto finisce per diventare immediatamente conosciuto.

Tuttavia come nel problema degli universali Mill era nominalista a metà, così anche nella teoria della conoscenza

è soggettivista a metà, poiché ammette che l’oggetto non si risolva semplicemente nelle sensazioni ma sia una possibilità permanente di sensazioni e che il soggetto sia una possibilità permanente di sentimenti.

9. Scritti etico-politici

I più notevoli scritti etico-politici sono I principi dell’economia politica, La libertà, L’utilitarismo.

Nei Principi di economia politica, Mill rifiuta la teoria secondo la quale i provvedimenti per migliorare le condizioni dei lavoratori dovrebbero essere presi dalle classi sociali superiori, tali provvedimenti dovrebbero venire sai lavoratori, con mezzi pacifici.

La

sua preoccupazione è quella di conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale.

La

libertà civile implica:

- libertà di pensiero, religiosa, di espressione

- libertà di gusti e di progettare la nostra vita secondo il nostro carattere

- libertà di associazione

L’utilitarismo (1861), J:S. Mill sembra riprendere la stessa tesi di Bentham, in realtà c’è una tesi che modifica profondamente quella di Bentham: è la tesi della differenza qualitativa oltre che quantitativa fra i piaceri. Per

sapere quali sono i piaceri superiori non c’è che affidarsi al giudizio di chi li ha provati e prender nota di quali sono preferiti da tutti o quasi.

Nel 1874 furono pubblicati postumi Tre saggi sulla religione. Il primo è morale e critica la tesi secondo la quale l’uomo dovrebbe seguire la natura, se per “natura” si intende ciò che è inferiore all’intelligenza umana. Il secondo sostiene che se mai si può parlare di Dio non lo si può concepire come creatore ma come intelligenza limitata nel suo potere dalla materia e dalla forza. Nel terzo: l’idea di un Dio infinitamente intelligente e potente è utile agli uomini per la loro elevazione morale.

HERBERT SPENCER (1820-1903)

1. Cenni biografici

Figlio di un maestro studiò sotto la guida del padre, nel 1846 decise di dedicarsi interamente allo studio della

filosofia. Nel 1850 pubblicò la Statica sociale, nel 1852 L’ipotesi dello sviluppo e nel 1855 Principi di psicologia nei quali la teoria evoluzionistica è ampliamente sviluppata. Considerato che L’origine della specie di Darwin fu pubblicata nel 1859:

non è quindi da lui che Spencer assunse la concezione evoluzionistica, è probabile piuttosto che egli sia stato influenzato dalla tesi del fisiologo von Baer: nel suo sistema però la teoria evoluzionistica diventa una dottrina filosofica, una spiegazione di tutto il reale.

Le basi della filosofia di Spencer sono esposte nel primo volume del suo sistema di filosofia: i Primi principi (1860-

62), seguito poi da Principi di biologia (1847-67), Principi di psicologia (1870-72), Principi di sociologia (1877-96), Principi

di etica (1879-1893).

2.

I Primi principi

Ci

limiteremo qui ad esporre le tesi fondamentali della filosofia di Spencer, esposta nei Primi principi.

Non c’è opposizione fra religione e scienza, purché la religione si ritenga l’elemento comune e implicito in tutte le religioni: anche le religioni diametralmente opposte nei loro dogmi specifici vanno d’accordo nel riconoscere che il mondo è un mistero che esige una spiegazione. D’altra parte la scienza lascia molti problemi insoluti e insolubili: natura dello spazio e del tempo, divisibilità finita o infinita della materia, natura del movimento. «Lo scienziato sa più di ogni altro che nulla può essere conosciuto nella sua intima essenza». Che cosa vuol dire infatti conoscere e spiegare? Vuol dire classificare il nuovo in una serie si casi già noti.

E qui Spencer cita Hamilton e Mansel per confermare la tesi che

la nostra conoscenza è relativa.

Anche la religione dice che tutte le cose sono manifestazioni di una realtà che supera la nostra conoscenza. La scienza ha avuto ed ha il compito di purificare la religione dalle forme grossolane nelle quali essa ha proclamato quella verità. →Se non possiamo conoscere l’essenza profonda della realtà qual è l’oggetto della nostra conoscenza? In che senso conosciamo? Spencer affronta questi problemi nella seconda parte del suo scritto, inizialmente indicando la differenza tra filosofia e scienza. La filosofia è la conoscenza più generale. Anche la scienza generalizza, ma la filosofia ha un grado più alto di generalità, essa è la fusione delle conoscenze scientifiche. L’esperienza è un sapere non unificato, la scienza è un sapere parzialmente unificato, la filosofia è sapere completamente unificato. →MA qual è il criterio di validità del sapere, il criterio di verità, visto che non cogliamo mai la realtà in sé o l’assoluto? La coerenza: non vi è altro modo di provare la validità di una persuasione se non il mostrare che essa si accorda con tutte le altre. Per fare questo esame bisogna presupporre che abbia valore l’attestazione della coscienza che coglie la coerenza o l’incoerenza. Così facendo constateremo che le manifestazioni dell’Inconoscibile si dividono in due classi:

impressioni, forti costituiscono l’oggetto

idee, deboli costituiscono il soggetto.

Ogni cosa è dunque o impressione o idea, o piuttosto complessi di impressioni o idee. Questa distinzione non basta per`per stabilire cosa è reale.

Reale = ciò che persiste nella coscienza,

Pensare non vuole solo dire avere dei fatti di coscienza, vuol dire metterli in relazione.

la persistenza è il carattere della realtà.

La

materia è uno spazio che oppone resistenza, il tempo risulta dalla combinazione di spazio e materia.

La

materia è indistruttibile, è una verità a priori, cioè un’esperienza alla quale non si oppone mai un’esperienza

contraria.

La materia è indistruttibile, il movimento non viene mai meno, la forza si conserva e si conservano le relazioni

fra le forze. Sono queste le verità filosofiche? Sono elemento costitutivi della filosofia.

Ci rimane da cercare una legge di composizione dei fenomeni che comprenda le leggi dei fenomeni componenti.

E questa è la legge della ridistribuzione continua della materia e del movimento. I fenomeni che conosciamo non cominciano a esistere nel momento in cui li conosciamo,cosa sono stati prima cosa saranno dopo? La conoscenza non è soddisfatta finché non ha colto il passaggio dall’impercettibile al percettibile e dal percettibile all’impercettibile. Questo cerca di fare la conoscenza umana per ogni specie di fenomeno. Ora la legge generale della storia dell’universo è quella che determina il passaggio da uno stato diffuso,

impercettibile a uno stato concentrato e percettibile.

La storia dell’universo è un passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo. Anche le società si evolvono in questo

senso: le tribù selvagge sono aggregati di uomini che hanno tutti i medesimi compiti, con l’evoluzione i compiti si

differenziano e le società si organizzano in forme sempre più complesse.

L’etica è la dottrina della condotta umana individuale. Una condotta è buona quando raggiunge lo scopo e lo scopo dell’attività umana è il piacere →uno stato favorevole alla conservazione della vita. Spencer non accetta la tesi utilitaristica, poiché distingue mezzi e fini della condotta: il fine è l’affermazione della vita, i mezzi possono essere anche faticosi.

Il positivismo italiano: ROBERTO ARDIGÒ (1828-1920) Sul positivismo italiano ha molto influito la filosofia di Spencer a cui si ispirò Roberto Ardigò. Nel discorso sul Pomponazzi nel 1869, che segna il suo distacco dal il cristianesimo, egli sottolinea l’importanza del pensiero nella storia: le idee sono i moventi della storia.

La grandezza del pensiero moderno sta nel far valere le ragioni della natura, nella scienza, che vuol essere basata non sulla autorità di un maestro qualunque ma sull’evidenza diretta dei suoi veri. La ragione dei fenomeni deve essere cercata nelle cose stesse che si vedono. Due tesi fondamentali:

1)

tutta la realtà è natura

2)

l’unica conoscenza valida è quella scientifica

Fenomeni fisici e fenomeni psichici sono distinti mentalmente, ma inscindibili e ci conducono all’idea di realtà psicofisica, un’idea che Adrigò ritiene nuova.

L’unica conoscenza valida per Adigò è la scienza, egli però diversamente da Spencer non riduce la filosofia a sintesi dei risultati delle scienze, ma la concepisce come scienza generale, scienza del limite al quale tendono le scienze particolari. La scienza è conoscenza dei fatti, la legge è la somiglianza dei fatti. Non ci sono idee a priori. Nella morale insiste sulle idealità, ossia sugli ideali morali che però come del resto le idee teoretiche non sono date a priori,a ma sono il risultato dell’evoluzione della specie umana. Il bene morale è l’armonia sociale e si ottiene con il superamento delle tendenze egoistiche.

LA CRITICA DELLA SCIENZA IN FRANCIA E HENRI BERGSON

Il positivismo aveva talora presentato la conoscenza scientifica come assoluta e incontrovertibile; la critica a questa visione del sapere venne, oltre che da filosofi, anche da scienziati, che proprio nell’elaborazione della scienza si rendevano conto delle sue caratteristiche e anche dei suoi limiti.

HENRY POINCARÉ (1854-1912)

La science e l’hypothése : per un osservatore superficiale la verità scientifica sembra sottratta ad ogni possibilità di

dubbio e pare dunque infallibile, in realtà

nella scienza l’ipotesi ha funzione essenziale e un’ipotesi può sempre

ha funzione essenziale e un’ipotesi può sempre essere contraddetta. Le proposizioni poi che non sono

essere contraddetta. Le proposizioni poi che non sono ipotesi, sono convenzioni, ossia decreti- sono il modo più

comodo per esprimere ciò che sappiamo sulla natura. Il ragionamento scientifico-matematico fa uso del ragionamento par recurrence, ossia del principio di induzione completa: “se il numero 1 gode di una certa proprietà P, e si può dimostrare che, se un numero n gode della stessa proprietà P, la gode anche il successivo n+1, allora questa proprietà è goduta da tutti i numeri”. La matematica non è che uno schema fatto su misura, gli assiomi della geometria sono convenzioni che si prestano ad esprimere i rapporti fra le cose. Nella genesi della geometria l’esperienza ha un ruolo principale:

l’esperienza ci fa scegliere come campione un gruppo di fatti sul quale misurare gli altri, e la scelta è determinata

dalla comodità: le geometria ordinaria non è la più vera, è

meglio si presta a prevedere i fatti. NB: Poincaré osservò anche che le proposizioni scientifiche sono sì delle regole d’azione, ma regole che comunque riescono e che quindi hanno un certo fondamento nella realtà.

e che quindi hanno un certo fondamento nella realtà. il linguaggio più comodo, ed è comodo

il linguaggio più comodo, ed è comodo ciò che

PERRE DUHEM (1861-1916)

Duhem non fu solo storico della fisica, ma anche fisico egli stesso ed epistemologo; espose la sua epistemologia nel volume La théorie physique, la cui tesi principale è questa: le teorie fisiche non si possono far dipendere da

una metafisica e questo perché

una teoria fisica non è una spiegazione della realtà, ma un sistema di

 

proposizioni matematiche, dedotte da un piccolo numero di principi, che hanno lo scopo di rappresentare

quanto più semplicemente, completamente ed esattamente possibile, un insieme di leggi sperimentali.

 

Per poter essere formulata matematicamente una teoria fisica deve adoperare solo nozioni che possano essere espresse con numeri→ problema: a quale condizione un attributo fisico può essere significato da un simbolo numerico?

Cartesio: “a condizione che il mondo sia pura quantità ed estensione”. In questo modo Cartesio mescolava fisica metafisica, ritenendo che le nozioni sulle quali sono formulati gli enunciati di una teoria fisica fossero non simboli del sensibile, quanto espressione stessa della realtà. Secondo Duhem un principio di fisica non può né confermare né contraddire una tesi metafisica, perché non si pronuncia sulla realtà, ma su certi segni matematici privi di esistenza oggettiva.

Una teoria fisica

Una teoria fisica
Una teoria fisica
Una teoria fisica

non è solo creazione del linguaggio più comodo, essa

è la sistemazione coerente di un

complesso di leggi fisiche. Le leggi nascono dall’osservazione di un gruppo di fenomeni di cui danno poi

un’interpretazione. In questo senso una legge fisica non è né vera né falsa, ma approssimata e dunque sempre rivedibile. Il progresso della fisica è infatti determinato dall’esperienza, che fa scoppiare disaccordi fra leggi e fatti e ci obbliga a rivedere le prime. TESI DI DUHEM-QUINE→ il contrasto fra una teoria fisica e l’esperienza non si risolve con la negazione di una sola ipotesi, ma mette in discussione un intero sistema (contesto empirico, strumentale, etc.) e non ci dice quale parte del sistema vada negata.

EMILE BOUTROUX Le leggi naturali sono contingenti, ossia la necessità espressa dalle leggi naturali è solo una necessità ipotetica, è la necessità di rapporti tra fatti posto che questi fatti ci siano; ma che i fatti sono quelli che sono è solo un dato di esperienza.

JULES LACHELIER L’induzione suppone non solo uniformità nella natura, ma anche finalità.

EMILE MEYERSON La scienza mira non solo a descrivere, ma anche a spiegare i fenomeni e nelle sue spiegazioni presuppone due tesi filosofiche:

Realismo: il mondo corporeo esiste realmente

Principio di causalità: cercare la causa vuol dire cercare la ragione di un fenomeno, ossia identificare la ragione con ciò di cui è ragione; in questo senso spiegare significa trovare un’identità, il che presuppone che a fondamento del reale stia un’unità. L’unità è solo supposta perché le esperienze sono molteplici e irriducibili all’uno: l’esperienza presenta degli irrazionali.

HENRI BERGSON

(1859-1941)

Cenni biografici

Nasce a Parigi e qui si forma presso l’Ecole Normale, dove aderisce ad una concezione meccanicistica della realtà; successivamente se ne allontana ritenendo che i fatti spirituali- i dati immediati della coscienza- non potessero ridursi a quantità, a estensione. Ebreo di origine si avvicinò sempre più al cristianesimo, ma rifiutò il battesimo per divenire parte dei perseguitati durante la guerra. Opere principali:

Essai sur le données immédiates de la coscience (1889) Matière et mémoire (1896) L’évolution créatrice (1907) Le deux sources de la morale et de la religion (1932) Energie spirituelle (1919) La pensée et le mouvant (1934)

Durata e intuizione

La filosofia di Bergson, pur basandosi quasi esclusivamente sulla descrizione di fatti concreti e non sulla posizione di tesi generali, può vedersi come costruita su queste due proposizioni:

la realtà è durata

l’organo per cogliere la realtà è l’intuizione

I capisaldi del suo pensiero si trovano già nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889) “Ci esprimiamo necessariamente con parole e pensiamo per lo più nello spazio. In altri termini il linguaggio esige che stabiliamo fra le

nostre idee le medesime distinzioni nette e precise, la medesima discontinuità che vi è fra gli oggetti

materiali. Questa assimilazione è utile alla vita pratica, e necessaria nella maggior parte delle scienze”. Ciò significa che

il
il
nella maggior parte delle scienze ”. Ciò significa che il pensiero concettuale nasce da necessità pratiche:

pensiero concettuale nasce da necessità pratiche: per manipolare il reale bisogna spezzettarlo, dividerlo; in questo

modo nasce il concetto di cose nello spazio divise l’una dall’altra. Per questo motivo la metafisica tradizionale concepisce il reale come costituito di cose (sostanze): questa concezione è il frutto di una proiezione sul reale di punti di vista che riflettono solo esigenze della vita pratica e della vita sociale.

C’è invece una conoscenza che coglie immediatamente il reale:

coincide con la conoscenza di noi stessi come soggetti di rappresentazioni e sentimenti, poiché tale conoscenza è mediata e non immediata, è mediata dalla presenza delle cose; la vera immediata coscienza che l’io ha di sé è

quella della

la vera immediata coscienza che l’io ha di sé è quella della la coscienza dell’io→ tale

la coscienza dell’io→ tale coscienza non

durata .
durata
.
Durata vuol dire memoria del passato e anticipazione del futuro; passato e futuro possono vivere

Durata vuol dire memoria del passato e anticipazione del futuro; passato e futuro possono vivere solo in una

coscienza poiché fuori della coscienza il passato non è più e il futuro non è ancora: fuori della coscienza passato

e futuro non esistono.

È necessario però precisare la differenza fra la durata- che è il tempo reale o tempo vissuto- e la concezione meccanica

del tempo che, al pari di quello che gli orologi frazionano in particelle uguali, è un concetto spurio costruito artificiosamente attraverso l’introduzione nella durata delle idee di spazio, numero e quantità. Il tempo viene ridotto così a grandezza misurabile e omogenea, del tutto simile alla grandezza spaziale, ma profondamente diversa dal tempo reale, che Bergson definisce durata. La durata è costituita da momenti diversi tra loro solo da un punto di vista qualitativo- ossia irriducibili a misura e irripetibili- a differenza del tempo della meccanica, quantitativo e caratterizzato dalla reversibilità. La concezione meccanica nel tempo è talmente penetrata nel pensiero comune che per recuperare l’autentica dimensione del tempo-durata è necessario “un potente sforzo di astrazione”, che consenta alla coscienza di liberarsi dall’ossessione dell’idea di spazio restituendosi a se stessa. È proprio la realtà interiore della coscienza a rivelarsi come durata.

Per fare ciò è necessario distinguere i fatti della coscienza dalle cose materiali: mentre nello spazio gli oggetti materiali sono esterni gli uni agli altri e stanno fra loro in un rapporto di giustapposizione, che consente di misurarli

e numerarli, i fatti di coscienza, quali si svolgono nel tempo vissuto, non sono separati gli uni dagli altri bensì si organizzano fra loro, si arricchiscono sempre più compenetrandosi l’un l’altro, cosicché “nel più

semplice di essi si può riflettere l’anima intera.

Come abbiamo precedentemente detto la difficoltà di un recupero della durata dipende dal fatto che alle esigenze pragmatiche della vita sociale, e in particolare dal linguaggio che di essa è il veicolo indispensabile, si adatta molto meglio un io i cui stati interiori siano ben definiti e facilmente esprimibili dalla fissità delle parole.

La libertà

Le obiezioni mosse all’esistenza della libertà presuppongono una concezione della coscienza come somma di atti che vengono a susseguirsi nel tempo omogeneo (si presuppone quindi la concezione meccanica del tempo); l’io è

invece un’unità in divenire in cui diversi atti e stati si integrano e si fondono. Si può dunque dire che

siamo liberi

integrano e si fondono. Si può dunque dire che siamo liberi quando i nostri atti esprimono

quando i nostri atti esprimono la nostra intera personalità perché da essa emanano. Significa quindi che i nostri

atti dipendono da noi, dalla nostra personalità e dal nostro carattere, il che implica il fatto che essi dipendono dal nostro intero vissuto. È per questo impossibile prevedere in toto il comportamento altrui, perché significherebbe conoscere l’intero vissuto del soggetto, il che è impossibile; ogni previsione sull’altrui comportamento può essere solo probabile poiché conosciamo e possiamo prevedere in modo infallibile solo le nostre scelte.

Anima e corpo

Metière et mémoire (1896) tratta dei rapporti anima-corpo arrivando in fondo a due ipotesi filosofiche, che l’autore cerca di avvalorare attraverso un esame scientifico sulle afasie e le amnesie.

Tesi:

distaccare, nell’insieme degli oggetti, l’azione possibile del mio corpo su di essi; la percezione non è altro se non una selezione). Per agire è utile cogliere in una situazione presente ciò che la accomuna con una situazione passata approfittando così dell’antica esperienza. Questa è una forma di memoria, possibile perché

il corpo è lo strumento per agire sulle cose

(la stessa percezione è attività pratica: essa consiste nel

. senza lo spirito non ci sarebbe neppure il corpo
. senza lo spirito non ci sarebbe neppure il corpo

.

senza lo spirito non ci sarebbe neppure il corpo

lo spirito ha il potere di richiamare il passato. Ora, senza la capacità di ricordare non ci sarebbe neppure l’azione:

L’EVOLUZIONE CREATRICE (1907)

Il testo svolge una concezione cosmologica. Le teorie sull’evoluzione ai tempi di Bergson erano di due tipi:

1. l’evoluzione della specie è dovuta a fatti casuali→ modello: Darwin nella lotta per la vita un mutamento casuale avvenuto in un individuo può avvantaggiarlo e farlo sopravvivere, in questo modo egli avrebbe più possibilità di trasmettere il suo carattere a degli eredi; in

questo modo avverrà una selezione naturale degli individui più resistenti. La trasformazione della specie non risponde dunque a nessun ordine prestabilito, ma segue un processo necessario.

2. l’evoluzione segue in ordine e un piano prestabilito dall’esterno questo seconda teoria implica una concezione statica della realtà: il piano stabilito risulterebbe immutabile

→ l’evoluzione, in contrasto col punto due, è creatrice di forme nuove e non predeterminate:

l’evoluzione è il

di forme nuove e non predeterminate: l’evoluzione è il frutto dello slancio vitale, di una forza

frutto dello slancio vitale, di una forza immanente la natura stessa. Lo slancio vitale non segue un’unica traiettoria

ma si ramifica e si specifica in ogni tipologia di essere vivente.

LE DUE FONTI DELLA MORALE E DELLA RELIGIONE (1932)

La morale: secondo il positivismo l’unica fonte della moralità è la pressione sociale, ossia l’esigenza dellavivente. LE DUE FONTI DELLA MORALE E DELLA RELIGIONE (1932) conservazione della società. Per Bergson questa

conservazione della società. Per Bergson questa è solo una delle fonti della moralità; essa è una fonte per la maggior parte degli uomini poiché l‘individuo si trova nella società in modo analogo a quello in cui una cellula si trova nell’organismo: “la vita sociale ci appare come un sistema di abitudini che rispondono ai bisogni della comunità”. La pressione di queste abitudini sull’individuo è l’obbligazione sociale. La coscienza, lavorando in profondità, ci rivela però una personalità incommensurabile a quella degli altri individui e perciò anche inesprimibile. Per questo l’opera degli eroi morali- Socrate, Gesù- non si spiega con l’obbligazione sociale, come non si spiega con essa l’amore per l’umanità dato che non è mai esistita una società che abbracci l’umanità intera. Possiamo dunque rilevare due tipi di morale e due diversi fonti di queste:

morale sociale→ha come fondamento la società chiusa in se stessa e come fine la conservazione

morale creatrice→ ha come fondamento la persona e come fine l’umanità si fonda sull’emozione ed è una partecipazione di quello slancio vitale che attraversa la materia; la sua caratteristica è la carità verso tutti gli uomini e le sue origini sono mistiche. Questa moralità non si insegna e non ha leggi, ma segue l’ispirazione, o in seguito a una chiamata o seguendo l’esempio dei grandi mistici

a una chiamata o seguendo l’esempio dei grandi mistici La religione: come ci sono due tipi

La religione: come ci sono due tipi di morale, ci sono anche due tipi di religione:

religione statica→ chiusa e creata dalla “funzione fabulatrice” dello spirito umano, da quella attività per cui si creano favole per spiegare eventi cosmici e umani. Tale funzione ha il compito di:

frenare nell’uomo l’impulso all’egoismo al quale lo porterebbe l’intelligenza e questo avviene appunto creando entità fantastiche che puniscono il male e premiano il bene

confortare il soggetto che cadrebbe nel pessimismo a causa della sua intelligenza a causa del fatto che essa ha dei limiti

religione dinamica→ aperta (è riferita all’uomo in quanto tale), essa è la religione dei mistici si noti che come residui di religione statica possono rimanere anche in uomini aperti alla religione, così una vena di misticismo vive nell’animo di ogni uomo autenticamente religioso “se la parola di una grande mistico trova una eco in uno di noi, non vi è forse perché vi è forse in noi un mistico che sonnecchia e che aspetta solo una occasione per risvegliarsi?”. Anche il misticismo è una presa di contatto con quello slancio vitale che permea la natura.

LA FILOSOFIA TEDESCA DALL’OTTOCENTO AL NOVECENTO

Il positivismo non è l’unica corrente filosofica della seconda metà del XIX secolo: in Germania esso occupa un posto molto limitato; c’è sì una reazione ai grandi sistemi idealistici, ma la reazione si compie o in nome di un ritorno a Kant o addirittura a un tipo di filosofia, come è quella di Herbart, che si avvicina a quelle di Leibniz e Wolff.

JOHANN FRIEDRICH HERBART (1776-1841)

Di poco più giovane di Hegel, J.F. Herbart reagì decisamente all’idealismo e si scostò notevolmente anche da

Kant.

→Filosofia: è per Herbart elaborazione di concetti, sottolineando così che essa non è intuizione, e in particolare non è quella intuizione intellettuale di cui parlavano Fichte e specialmente Schelling.

Ci

sono diversi modi di elaborare concetti:

quello della logica, che mira a rendere i concetti chiari e distinti

quello della metafisica, che elimina i contrasti integrando i concetti «La metafisica non ha altra missione se non quella di rendere intelligibili i concetti che l’esperienza le impone»

quello dell’estetica, che elabora i concetti che nascono da valutazioni immediate, approvazione o disapprovazione; l’estetica è la scienza delle valutazioni, quindi comprende l’estetica nel senso usuale, ma anche la morale.

La

filosofia non può cominciare con il problema della conoscenza,

bisogna cominciare dalla metafisica

e,

inizialmente, lasciar da parte la questione se si conoscano le cose in sé o solo i fenomeni. La filosofia deve dunque cominciare col dubbio, con la scepsi, ma non può fermarsi nel dubbio. Si può si deve dubitare che le cose siano come ci appaiono, ma da questo dubbio radicale si esce riflettendo che se nulla ci fosse, nulla apparirebbe, dunque lo stesso apparire rimanda a un essere. Certo è che noi non conosciamo l’essenza delle cose, se le cose fossero così come appaiono sarebbero contraddittorie (es. concetto di materia come

estensione, cosa come soggetto di diverse qualità), e il contraddittorio è impossibile,

il principio di non

contraddizione ha valore assoluto.

Mutamento: aspetto della realtà che più mostra il contraddittorio del reale. Il mutamento è infatti un non-essere di ciò che è, è un essere di ciò che non è. Per togliere la contraddizione dal mutamento si sono tentate tre vie che però non riescono a superarla e danno luogo a un trilemma

o

Prima via: meccanicismo, il mutamento è dovuto a una causa eterna, ma il produrre l’effetto da parte della causa esterna è un mutamento, e questo richiede un’altra causa, e così all’infinito;

o

Seconda via: spiega il mutamento con una causa interna, quella che vede il mutamento come il risultato di un’autodeterminazione, ossia di libertà. Questa soluzione intendendo la libertà come autodeterminazione è contraddittoria,

- sul piano teoretico sarebbe un voler di volere che implicherebbe un processo all’infinito

- sul piano morale perché la libertà come autodeterminazione implicherebbe un agire senza motivi

o Terza via: consiste nell’affermare che la realtà è il divenire, che il divenire è originario. É la via seguita da Hegel. Tale tesi deriva secondo Herbart dall’ipostatizzazione dell’astratto concetto del divenire. Come si può spiegare dunque il mutamento?

La metafisica può dirci solo che la ragione del divenire è il puro essere, in questo sta

la verità
la verità
del divenire è il puro essere, in questo sta la verità dell’eleatismo: l’essere è semplice. L’essere

dell’eleatismo: l’essere è semplice. L’essere in sé è immutabile e uno, nel senso che non è diviso.

La metafisica è il presupposto

della psicologia → ha il compito di spiegare come l’anima si rappresenti le cose e giovandosi della filosofia della natura

della filosofia della natura → la cui finalità conduce all’ipotesi che il mondo proceda e sia retto da uno spirito potente e da Dio (a differenza di Kant l’esistenza di Dio non è solo un postulato della ragion pratica, ma anche un completamente del sapere teoretico) L’etica di Herbart non è fondata sul dovere (come in Kant) ma sui giudizi di valore immediatamente evidenti. I° = per Herbart la libertà non è un originario potere di scegliere, ma è l’accordo fra il volere e la

valutazione, si è liberi quando si vuole ciò che si è giudicato come bene → fondamentale rapporto morale

II° = rapporto fra il volere e il maggior bene dà luogo all’idea di perfezione

III° = accordo col volere altrui,

all’idea di perfezione III° = accordo col volere altrui, libertà interiore, è il benevolenza IV° =

libertà interiore, è il

III° = accordo col volere altrui, libertà interiore, è il benevolenza IV° = V° = sanzione

benevolenza

IV° =

V° =

sanzione
sanzione

diritto, che nasce per evitare la discordia fra gli uomini

L’importanza data alla scienza nel sistema di Herbart procurarono alla sua filosofia una notevole influenza nella seconda metà del XIX secolo.

ADOLF TRENDELENBURG (1802-1872)

L’aristotelismo di A. Trendelenburg è tessuto sull’ordito della problematica logica-psicologica ed epistemologica espressa dai massimi sistemi dell’esperienza della seconda metà del XIX secolo, accomunati dal rifiuto della filosofia della natura di matrice idealistica e romantica, aperti alle nuove sollecitazioni del dato scientifico ed impegnati nella ricerca di un nuovo modello di filosofia dell’esperienza. A sorreggere l’intera ricerca di Trendelenburg l’ideale di un sapere unitario e rigorosamente fondato. →Geschichte der Kategorenlehre ravvisando una perfetta corrispondenza delle singole categorie alle parti elementari del discorso, propone un filo conduttore grammaticale nella deduzione della tavola aristotelica delle categorie

Ricerche logiche la tesi dell’unità del sapere trapassa nell’affermazione dell’identità di logica e metafisica,

indicate complessivamente come «philosophia prima» (≈Hegel) La tesi di identità logica e metafisica, fondata sull’identità di pensiero ed essere e sulla non contraddizione come universale criterio di verità, è guadagnata in polemica con la scuola di Herbart. Nonostante la vicinanza al pensiero hegeliano, per quel che riguarda l’identità tra logica e metafisica, Trendelenburg verrà ad esprimere un rifiuto totale per la dialettica hegeliana:

esprimere un rifiuto totale per la dialettica hegeliana : • mentre per Hegel il metodo è

mentre per Hegel il metodo è dialettico perché dialettica è la realtà che esso riflette

per Trendelenburg il movimento non potrà mai essere risolto nella dialettica del puro pensiero, la quale resta pur sempre distinta dal movimento reale, né potrà assorbire in sé quest’ultimo, colpendo così gli organi vitali della concezione dialettica

o

la pretesa di rappresentare un sapere assoluto

o

la funzione costruttiva della negazione→ Trendelenburg rimprovera Hegel per aver confuso negazione logica e negazione reale, e di aver comunque presupposto ad ogni passo del sistema l’operato dell’intuizione sensibile. La negazione dialettica può essere di due tipi, puramente logica, oppure reale. Nel caso della negazione logica Trendelenburgsi chiede se essa possa condizionare in tale modo il progresso del pensiero che ne nasca un nuovo concetto. Ciò non può avvenire perché la negazione logica si radica soltanto nel pensiero. Ammesso che la contraddizione di cui tratta la dialettica hegeliana sia quella indicata dall’opposizione reale e designata con il termine aristotelico di contrarietà, è chiaro che in questo secondo caso, nel quale la figura successiva esprime ed afferma un contenuto diverso ed autonomo rispetto al contenuto della tesi, il processo dialettico è possibile. Ma da dove il pensiero attingerà questo nuovo contenuto? Evidentemente dall’intuizione, solo l’appello all’intuizione sensibile potrà risultare decisivo quanto al valore della contraddizione e della successiva conciliazione, ossia dell’intero movimento dialettico, che non verrà ad esprimere una dialettica del puro pensiero.

Quest’ultimo aspetto della critica ad Hegel viene assunto, nelle Logische Untersuchungen con la distinzione di categorie reali e categorie modali, ed il conseguente riconoscimento di un certo primato dell’oggetto della metafisica rispetto a quello della logica.

della metafisica rispetto a quello della logica. →Metodo genetico: sostituisce la dialettica hegeliana

→Metodo genetico: sostituisce la dialettica hegeliana nelle Ricerche logiche, e a differenza di questa

mantiene ferma la distinzione tra movimento reale e ideale, rendendo possibile la fondazione di un sapere inteso come conoscenza a priori verificabile nell’esperienza, e non semplicemente regolativo di questa. Dal movimento deducono le categorie reali, ossia si giustificano gli oggetti a priori dell’esperienza. Oggettivamente considerati, gli enti empirici esprimono però una categoria che è intellegibile anche dal punto di vista del soggetto, questo è il fine: movimento e fine rappresentano dunque le due supreme categorie dalle quali è possibile ampliare la nostra conoscenza, la cui finalità viene a realizzarsi nell’uomo mediante volontà. Idea assoluta: fondamento di una possibile sintesi di idealismo e realismo. Compito del Naturrecht sarà poi quello di sviluppare la fondazione del diritto naturale sulla base di questa concezione organica del mondo.

ARTHUR SCHOPENHAUER

(1788-1860)

1. Cenni biografici

Figlio di un agiato commerciante, Arthur Schopenhauer, nato a Danzica nel 1788, avrebbe dovuto seguire la medesima attività del padre. Vi si dedicò infatti per qualche anno, ma nel 1807 seguì la sua vocazione allo studio dei classici e in due anni si mise in condizione di iscriversi all’Università di Gottinga, dove seguì anche corsi di fisica, chimica, astronomia. Per la filosofia ebbe come professione G.E. Schulze, l’autore dell’Enesidemo. Nel 1811 si trasferì a Berlino, dove ascoltò senza entusiasmo le lezioni di Fichte. Si addottorò nel 1813 a Jena con la dissertazione Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Dimorò dal 1814 al 1818 a Dresda, dove scrisse Il mondo come volontà e rappresentazione; l’opera ebbe scarsa fortuna, come pure le lezioni che Schopenhauer tenne come libero docente. Schopenhauer cominciò ad essere apprezzato solo dopo la pubblicazione dei Pererga e Paralipomena, nel 1851. Nell’ultimo decennio della sua vita raggiunse quella fama che aveva così ardentemente desiderato. Morì a Francoforte, dove si era trasferito fin dal 1831, nel 1860.

2. Il mondo come rappresentazione

Fin da La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente 5 Schopenhauer afferma la tesi con la quale inizierà l’opera

maggiore:

è rappresentato e fondato. Non è un caso che Schopenhauer indichi proprio in Kant e Platone i suoi maestri, in quanto i due filosofi hanno in comune la convinzione che il mondo di cui abbiamo esperienza è apparenza, non vera realtà.

di cui abbiamo esperienza è apparenza, non vera realtà. il mondo è la mia rappresentazione. Noi

il mondo è la mia rappresentazione. Noi conosciamo solo le nostre rappresentazioni, oggetto è ciò che

termini, infatti, può stare senza l’altro

Rappresentazione

: consiste nel rapporto necessario tra soggetto e oggetto, nessuno di questi due

o il soggetto è ciò che non diventa mai oggetto della conoscenza propria o altrui

o l’oggetto è ciò che è conosciuto dal soggetto, senza di esso il soggetto non conoscerebbe nulla (e non ci sarebbe nemmeno il soggetto in quanto esso è tale soltanto in quanto conosce). Erroneamente il realismo (che Schopenhauer chiama anche materialismo) fa derivare il soggetto dall’oggetto, partendo da una realtà esterna che informa di sé la soggettività. Ma altrettanto erroneamente l’idealismo risolve l’oggetto nel soggetto. Né il soggetto può prevalere sull’oggetto né l’oggetto sul soggetto: la conoscenza è data dall’unione di entrambi. La tesi «il mondo è la mia rappresentazione» non ha bisogno di essere dimostrata, perché è evidente a chi rifletta, anche se è lontana dalle persuasioni dell’uomo comune. L’uomo che riflette, il filosofo, si rende conto che tutto ciò che egli apprende è nella sua coscienza. «Il mondo da cui è circondato esiste solo come rappresentazione, cioè solo in rapporto a un altro che se lo rappresenta: e questo altro è lui stesso.» Sebbene Schopenhauer ponga a fondamento della sua dottrina della conoscenza la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, egli intende il primo come semplice parvenza (pur concordando con Kant che esso è il risultato delle forme a priori della conoscenza umana). Egli, infatti, lo paragona al «velo Maya» di cui parla la filosofia indiana, in quanto copre la realtà vera (la cosa in sé). Se, dunque, per Kant il fenomeno è il punto di arrivo della conoscenza umana, per Schopenhauer invece essere deve essere travalicato per giungere al noumeno. Alla concezione realistica Schopenhauer oppone il suo idealismo. Si resta tuttavia disorientati quando si legge che le rappresentazioni sono risultato dell’attività dei sensi, dal sistema nervoso, del cervello. Il contrasto è risolto con l’affermazione che il materialismo è una spiegazione di ordine fisico, mentre l’idealismo è una

teoria metafisica. Il che vuol dire:

nel mondo fenomenico le cose procedono come dicono i materialisti, ma la

materia non è la realtà vera, non è la cosa in sé.

 

5 In questa prima opera, una dissertazione pubblicata nel 1813, pronunciata per la tesi di laurea in filosofia che Schopenhauer conseguì a Jena in quello stesso anno, il filosofo tedesco sostiene che la causalità rappresenta il principio di ragion sufficiente per il quale si può comprendere come il mondo dei fenomeni sia caratterizzato da quel totale determinismo materialistico che sarà alla base del successivo sviluppo del suo pensiero. Tutto è infatti determinato secondo quattro diverse necessità: logica, fisica, matematica, morale.

L’a-priori

Anche per Schopenhauer la filosofia prende le mosse dall’analisi delle forme a priori della conoscenza, sebbene esse vengano intese un po’ diversamente

per Kant le forme a priori sono le condizioni in base a cui il soggetto può conoscere un oggetto

per Schopenhauer le forme a priori sono le conseguenze della rappresentazione: esse sono contenute in quel fatto assolutamente primo che l’indissolubile rapporto tra soggetto e oggetto. Le forme a priori sono tre:

1)

lo spazio e 2) il tempo (corrispondono alle intuizioni pure di Kant) → fungono da principio di individuazione della materia la causalità (a cui si riducono le dodici categorie kantiane) → costituisce l’essenza della materia, infatti, noi non possiamo percepire le cose nello spazio o nel tempo se non in quanto esse agiscono

3)

le une sulle altre, in questo senso

la rappresentazione della realtà non è altro che la rappresentazione

della causalità nello spazio e nel tempo.

 

Schopenhauer in omaggio a Kant continua a chiamare spazio e tempo sensibilità, sebbene nel suo sistema il termine sia improprio, la sensibilità presuppone già la materia da cui provengono le sensazioni, nella sua concezione invece la materia nasce soltanto all’interno della rappresentazione. La forma a priori della causalità coincide invece con l’intelletto, inteso in modo assai diverso da Kant, non è infatti facoltà del giudizio, in quanto la causalità non è altro che la rappresentazione immediata della realtà come attività. Tramite gli apriori della spazio, del tempo e della causalità la realtà viene colta intuitivamente. In questo modo sensibilità e intelletto convergono in un’unica conoscenza immediata. Se le rappresentazioni proprie della sensibilità e dell’intelletto hanno carattere immediato, quelle della ragione sono invece mediate. Essa congiunge più rappresentazioni in un’unica rappresentazione, cioè giudica. Poiché i concetti sono esprimibili soltanto attraverso parole, la ragione è anche la facoltà del linguaggio. Ragione e linguaggio distinguono gli uomini dagli altri esseri viventi, mentre l’intelletto appartiene anche agli altri animali.

3. La volontà

Come si è detto per Schopenhauer il mondo della rappresentazione è un velo illusorio che nasconde la vera realtà. Ma come si può attingere la cosa in sé che soggiace al mondo fenomenico? Non attraverso la

conoscenza intellettiva e razionale, la quale è legata al fenomeno. Se l’uomo non fosse altro che soggetto sottostante alle forme a priori del conoscere, non sarebbe mai possibile pervenire al noumeno, ma non è così:

l’uomo è anche un essere corporeo. Ora il corpo ha una duplice valenza:

1)

da un lato esso è soltanto un oggetto tra gli oggetti, in questo senso non sfugge alle leggi della

2)

rappresentazione e si ricade nel fenomenico dall’altro il corpo è espressione di volontà, in questo senso è la sede di una forza irriducibile alla rappresentazione.

Attraverso l’esperienza corporea l’uomo può pertanto penetrare al di là del mondo della rappresentazione e

realtà. →

La cosa in sé

che sta a fondamento delle rappresentazioni

è
è
dunque volontà.

dunque volontà.

pervenire alla cosa in sé, al fondamento noumenico che sta alla base di goni manifestazione fenomenica della

I caratteri fondamentali di questa volontà noumenica sono due

la volontà è una e non sottostà al principio di individuazione

la volontà è irrazionale, si presenta come un’aspirazione senza fine e senza scopo, un tendere che non conduce a nessun ordine e a nessuna acquisizione definitiva → è una forza cieca e inconscia, pura volontà di vivere. La volontà non è però solo dell’uomo: tutto ciò che esiste in quanto esiste è volontà. Essa si esprime nella tendenza dei viventi a conservarsi e riprodursi.

Se da un lato il mondo è rappresentazione (o fenomeno), dall’altro esso è l’oggettivazione della volontà. La volontà infinita, infatti, si oggettiva -cioè si realizza- in una serie progressiva di gradi.

o

Al livello più basso vi sono le forze della natura: gravita, impenetrabilità, solidità, fluidità, elettricità, magnetismo, proprietà chimiche ecc. Queste forze -al contrario di come le considera la scienza- sono forze metafisiche che agiscono indipendentemente dalla legge di causalità.

o

Al livello intermedio vi sono le diverse specie, con tutte le caratteristiche e tutte le forme di impulso vitale che sono a esse proprie.

o Al livello più alto vi è la volontà che si realizza nei singoli individui umani: ciascuno di essi appare fornito di uno specifico volere che si esprime come volontà razionale. Tra il mondo fenomenico costituito da una pluralità di individui e la cosa in sé vi sono altre oggettivazioni della

volontà indipendenti dagli apriori, queste sono le

universali a cui si conforma la realtà, sebbene nell’ottica di Schopenhauer non siano ancora la realtà vera, cioè la volontà infinita.

idee
idee

, le quali al pari di quelle platoniche costituiscono i modelli

La concezione della cosa in sé come volontà conduce a un radicale pessimismo: poiché la volontà è irrazionale ciò che noi consideriamo ordine e armonia è soltanto illusione. Alla base della realtà non vi è altro che un’aspirazione senza scopo che conduce a una eterna e inconsulta tensione, a un bisogno che non può mai trovare un soddisfacimento duraturo. La volontà è privazione e quindi dolore e sofferenza. Quando l’oggetto della volontà è conseguito la soddisfazione non è che momentanea e si traduce subito in noia. Così l’esistenza è una penosa altalena tra due mali: la privazione e la noia.

4. Le vie della liberazione dalla volontà

L’oggettivazione della volontà nel mondo fenomenico è principio di sofferenza e di dolore. La liberazione da questi mali deve necessariamente passare attraverso la negazione del mondo fenomenico. Occorre pertanto attingere una forma di conoscenza che non obbedisca più al principio di individuazione e che quindi, si sottragga alle forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità. Schopenhauer individua tre forme di conoscenza non fenomenica a cui corrispondono tre gradi di liberazione dai mali della volontà.

L’arte.
L’arte.

a) La prima forma di conoscenza non fenomenica è data dall’arte, che per Schopenhauer è conoscenza

delle idee. Nell’esperienza artistica il soggetto riesce a svincolare l’oggetto dalle condizioni spaziali, temporali e causali che lo individualizzano e a contemplarlo come una specie universale, come un’essenza. Anche le idee sono rappresentazioni, ma in esse l’elemento rappresentativo si riduce al fatto primario e universale del necessario rapporto tra soggetto e oggetto. Fra le arti la musica occupa il posto più alto: è l’idea stessa del mondo, esprime cioè nel linguaggio più universale l’essenza del mondo, che è la volontà; esprimendola, la oggettiva, aiuta a distaccarsi da essa.

esprimendola, la oggettiva, aiuta a distaccarsi da essa. b) La morale. Una più duratura liberazione dai

b) La morale.

Una più duratura liberazione dai mali della volontà può derivare dalla morale, la quale

rappresenta la naturale continuazione dell’attività artistica. La virtù nasce sempre da una forma di conoscenza, attraverso di essa l’uomo giunge a comprendere la necessità di negare il proprio spontaneo consenso all’impulso della volontà di vivere. Ciò avviene attraverso una estensione, dal piano conoscitivo a quello pratico, della sospensione del principio di individuazione (già realizzata nella contemplazione

artistica), in modo da eliminare ogni conflittualità fra gli individui. Questo obbiettivo viene conseguito in due tempi

o

dapprima attraverso il diritto, che fa si che il soggetto non leda la volontà altrui

o

poi attraverso la compassione, che permette di assumere un atteggiamento caritatevole verso gli altri.

L’ascesi.
L’ascesi.

c) Un più alto grado del processo di liberazione dai mali della vita richiede una negazione della

volontà di vivere in sé stessa. A questo scopo è finalizzata l’ascesi, intesa come mortificazione dei bisogni della vita sensibile. L’ideale a cui ogni procedura ascetica deve tendere è la completa negazione della

volontà ovvero l’affermazione della

negazione di volontà è il nulla, che esprime la completa negazione della volontà di vivere, la quale reca con sé anche la negazione del mondo come oggettivazione di questa volontà.

nolontà
nolontà

(noluntas), la non-volontà. L’esito finale del processo di

NB Quello di Schopenhauer è un misticismo ateo, che rifiuta il mondo per giungere alla pura negatività. Infatti, la sola speranza che l’uomo ha di raggiungere il nulla è data dalla morte.

Come si è detto la fama giunse tardi a Schopenhauer, ma si estese anche oltre il mondo filosofico, anzi specialmente oltre, in particolar modo fra gli artisti, fra i quali va ricordato Wagner.

IL RITORNO A KANT

Il ritorno a Kant, proclamato alla metà del secolo XIX, fu un ritorno specialmente al Kant della Critica della ragion pura, in particolare dell’Estetica e dell’Analitica trascendentale, e indicò un prevalere dei problemi gnoseologici su quelli metafisici.

- Hermann HELMHOLTZ (1821-1894), fisiologo di professione, vedeva in Kant una filosofia aperta alla scienza.

- Friedrich Albert LANGE (1828-1875) interpretò l’apriori come la nostra organizzazione psichica e trovò nella filosofia kantiana una teoria che permetteva di superare il materialismo senza sfociare in concezioni metafisiche e senza trascurare i risultati delle scienze.

- J.F. FRIES (1773-1843) diede un’interpretazione psicologia o antropologia all’apriori kantiano.

La scuola di Marburgo: JERMANN COHEN (1842-1918)

Nettamente opposta all’interpretazione psicologica dell’apriori è la filosofia della così detta scuola di Marburgo, che ha come capostipite H. Cohen. Nella concezione positivistica:

l’oggettivo è il fatto, la sensazione, l’aposteriori

l’apriori è sinonimo di soggettivo e di arbitrario

secondo Cohen invece l’apriori è il fondamento dell’oggettività della scienza. La scienza moderna non si è infatti costituita come un accumularsi di fatti osservati, ma con l’unificazione dei fatti sotto leggi, ipotesi, teorie.

con l’unificazione dei fatti sotto leggi, ipotesi, teorie. →Ipotesi, teoria: è l’apriori, la conoscenza pura

→Ipotesi, teoria: è l’apriori, la conoscenza pura

Compito della filosofia è l’indagine di questi elementi puri della conoscenza scientifica; la critica di Kant è

innanzitutto critica del sistema, dei metodi, dei principi di Newton.

La Critica kantiana non è un’indagine della

facoltà conoscitiva, ma una metodologia della scienza.

Per questo viene respinta ogni interpretazione psicologica della logica. Concepire la filosofia come metodologia della scienza significa difendere il carattere scientifico della filosofia. → Il ritorno a Kant è una condizione perché la filosofia abbia carattere scientifico. Anche Kant va interpretato, va continuato e superato.

Spazio e tempo diventano categorie

La cosa in sé viene eliminata, non c’è una cosa in sé distinta dal pensiero, ma l’essere è l’essere del pensiero.

L’attività del pensiero non è intuitiva, ma produttiva; la logica che è scienza del pensiero, è scienza dell’origine, del nascere della cosa, e perciò si identifica con la metafisica.

L’essere è trovato passando per il nulla. Cohen vedeva nel calcolo infinitesimale l’espressione del sorgere dell’essere dal pensiero, perché il calcolo infinitesimale fa vedere come sorga una grandezza da un punto, fa vedere quasi come si crei l’essere. Cohen ha concepito la filosofia come metodologia della scienza, ma si è interessato prevalentemente delle scienza matematiche e naturali. L’etica ha per oggetto il dover essere. La religione è fondata sul sentimento, una volta spogliata dall’elemento mitico, si identifica con la morale.

PAUL NATORP (1854-1924)

Paul Natorp non solo è convinto degli stretti rapporti tra filosofia e scienza, ma afferma che

la filosofia sia

tra filosofia e scienza, ma afferma che la filosofia sia filosofia della scienza. Rispetto a Cohen

filosofia della scienza. Rispetto a Cohen egli allarga il concetto di scientificità, nella sua visione la filosofia, pur

essendo teoria della scienza, non trascura nessun aspetto della vita umana. D’altronde solo come teoria della scienza la filosofia può avere proprio carattere e una propria autonomia: sulle cose la filosofia non può dirci nulla, poiché le cose sono inesauribili e sono dominio delle scienze particolari.

sono inesauribili e sono dominio delle scienze particolari . Oggetto filosofia: il conosciuto , ossia l’eterno

Oggetto filosofia: il conosciuto, ossia l’eterno processo nel quale l’essere che il pensiero pone come

oggetto riceve la sua concreta determinazione.

Non si può infatti conoscere il conoscere perché il conoscere consiste nell’avere presente un oggetto, nell’essere correlato di un oggetto. «la mia conoscenza (per es. l’udire) c’è in quanto c’è per me un contenuto (il suono); l’esserci del suono per me: ecco la mia conoscenza del suono» Non cogliamo la coscienza come un fluire nel tempo; né il soggetto ci è dato come attività, come azione:

cogliamo solo successioni e mutamenti di contenuti. Tuttavia c’è qualcosa di vero nella distinzione

tradizionale fra soggettivo e oggettivo:

quello che chiamiamo soggettivo non è altro che l’oggettivo imperfetto

oggetto è l’elemento necessario e universale, la legge alla quale si possono ricondurre i nostri fatti di coscienza;

soggetto è il contenuto di coscienza ancora indeterminato.

Al limite del soggettivo sta il puro dato vissuto, ineffabile, inesprimibile. L’unità di soggetto-oggetto è un processo sintetizzante che fa sorgere l’oggetto dalla funzione del pensiero. La conoscenza è originariamente sintesi; l’analisi serve solo come controllo delle sintesi già operate. Se fosse vera la concezione aristotelica, la scienza come arricchimento di conoscenza non sarebbe possibile; la si spiega, invece, se la conoscenza è sintesi, progressiva determinazione dell’oggetto. Si parte da una x, da un indeterminato e lo si arricchisce determinandolo sempre meglio. L’oggetto non è dunque il punto di partenza, ma il punto di arrivo della conoscenza; piuttosto che obiectum è proiectum, è ciò che il pensiero proietta determinando sempre meglio il reale. L’oggetto è sempre in fieri, compito infinito. Nell’idea come compito infinito è già implicito il concetto di sollen, dover essere. Il dover essere è determinato dalla sua immanente direzione, direzione senza fine, senza un Dio legislatore. La logica del dover essere è l’etica:

l’attività morale è retta solo dalla pura forma della legge, che è la pura forma del logico; da queste seguono caratteristiche importanti come la coerenza, l’unità.

ERNST CASSIRER (1874-1945)

Cassirer viene dalla scuola di Marburgo, ma ha una apertura alle «scienze dello spirito» molto più ampia di quella dei suoi predecessori. La sua prima opera sistematica Substanbegriff und Funktionsbegriff del 1910 è ancora orientata

alle scienze naturali, ma più avanti le sue vaste e profonde ricerche di storia della filosofia lo condussero a considerare anche altre forme di attività spirituale. La Filosofia delle forme simboliche tratta infatti del linguaggio, del pensiero mitico e della conoscenza. Anche nelle opere sistematiche lo svolgimento teoretico ha sempre nello sfondo la storia della filosofia.

Una convinzione resta costante in Cassirer:

studiare la struttura del pensiero significa studiare la struttura

stessa del reale, perché il reale si identifica con la sua manifestazione. E questo risulta dall’analisi stessa del

 

pensiero.

 

→Kant: credeva ancora alla distinzione tra forma e contenuto del pensiero e riteneva che la logica formale di Aristotele fosse una dottrina definitiva; ma le cose non stanno così: anche la logica progredisce. La logica Aristotelica riflette la metafisica di Aristotele: la concezione di un mondo di cose, di sostanze, dalle quali bisogna astrarre i caratteri comuni per coglierne l’essenza, che è data dalla forma. L’infecondità dei pretesi concetti ottenuti per astrazione portò ad una riforma della logica e per conseguenza della dottrina della realtà. Le scienze progredirono matematizzandosi, e nella matematica il concetto fondamentale non è quello di sostanza, ma quello di legge, di funzione, di relazione. I concetti matematici non si ottengono per astrazione dalle cose, ma sono costruiti dal pensiero stesso, perciò sono irreali eppure hanno oggettività. Lo studio delle forme irrazionali o pre-razionali di conoscenza allarga la sfera di interessi di Cassirer, ma non modifica la sua teoria della conoscenza. Nel linguaggio come nell’arte e nel mito, ci troviamo di fronte a

contenuti sensibili che non portatori di un significato spirituale universale. →

sensibile può essere portatore di un significato universale in quanto la funzione fondamentale dello stesso significare è già presente e operante prima ancora che venga posto il singolo simbolo. L’universalità del significato consiste poi nel suo essere collegato, messo in relazione, con altri contenuti presenti nella conoscenza.

in relazione, con altri contenuti presenti nella conoscenza. Natura del simbolo. Un contenuto → Simbolo :

Natura del simbolo. Un contenuto

Simbolo
Simbolo

: singolare universalizzato.

La conoscenza è sempre e solo conoscenza mediata attraverso simboli, segni. Polemizzando con altre correnti di pensiero (Mach, Bergson) Cassirer afferma che non si va oltre il simbolo, quando si crede di aver squarciato il velo, ci si trova in un momento inferiore al simbolo, in un puro sentire. La realtà in sé, la realtà trascendente non esiste, perché la realtà consiste nel suo manifestarsi, e tanto più alta è la realtà quanto più perfetta la manifestazione (eco hegeliana).

HEINRICH RICKERT (1863-1935)

Rickert è con Windelband, del quale fu discepolo, il maggiore rappresentante di quella corrente che, dalle sedi

universitarie dalle quali si diffuse fu detta «scuola del Baden». Nella prefazione alla Allgemeine Grundlegung der Philosophie, Rickert ci dice qualcosa della sua formazione filosofica. Prima di approfondire lo studio della storia della filosofia era arrivato a un radicale relativismo. Fu Windelband ad aprigli gli occhi sui notevoli guadagni del criticismo kantiano per la scienza. A differenza però dei neokantiani

di Marburgo non vede opposizione ma continuità tra Kant ed Hegel.

Per Rickert

ossia di determinare concettualmente ciò che è vissuto. →Tutto: oggetto della filosofia, è l’essere nella sua totalità. Il concetto più ampio, capace di abbracciare il tutto, è quello di qualche cosa, di ente. Non si può però rimanere eternamente in questo concetto, bisogna determinare

a) a quali condizioni c’è il qualche cosa (forma). →

può essere identica con se stessa se non distinguendosi da altro. Questo è il principio dell’eterotesi (≠

da altro. Questo è il principio dell’eterotesi (≠ la filosofia deve essere scienza: sapere per sapere,

la filosofia deve essere scienza: sapere per sapere, teoria pura. Essa si costituisce cercando di pensare,

La forma è l’unità, l’identità con se stesso.

Ma una cosa non

Hegel, l’altro è qualcosa di positivo, di dato oltre l’uno). Non si può dedurre dialetticamente tutta la ricchezza della realtà, ma bisogna che essa sia data nell’esperienza. Alla scienza e alla filosofia spetta poi di ordinare questo molteplice in concetti.

b) fin dove esso si estenda (contenuto). →

Il tutto deve abbracciare oggetto e soggetto.

La riduzione del tutto a

oggetto è la posizione del realismo ingenuo, la riduzione del tutto a soggetto, è il soggettivismo. Per

conciliare le esigenze dell’oggettivismo e del soggettivismo bisogna rinunciare a concepire la realtà sotto una sola forma, ammettendo un pluralismo ontologico.

- Reale è tutto ciò che occupa spazio e tempo

- Irreale è tutto ciò che ha valore, ciò il cui essere consiste nel valere

Il valore si incarna in un reale, in un bene, ma va distinto sia dall’oggetto reale nel quale si incarna, sia dall’atto con il quale lo riconosciamo:

-

si

distingue dall’ente reale nel fatto che, mentre la negazione di un reale termina al nulla, la negazione

di

un valore termina ad un valore negativo.

Ci sono valori che valgono solo per determinati soggetti (es. piacere), altri che valgono indipendentemente

dal soggetto (es. verità). Valori teoretici e ateoretici. Dopo aver messo in luce il valore si può risolvere il conflitto tra oggettivismo e soggettivismo:

l’oggettivismo è il corretto atteggiamento di fronte al reale

il soggettivismo è il corretto atteggiamenti di fronte al valore.

Il soggetto non è un reale, ma la pura forma di ogni oggetto che sia presente come conosciuto (quindi vero), buono, bello ecc. Così Rickert interpreta anche l’io trascendentale di Kant, poiché l’io trascendentale è il principio delle categorie, ossia delle regole, delle norme, del valore.

WILHELM DILTHEY (1833-1911)

Figlio di un dotto pastore protestante, Dilthey fu indirizzato allo studio della teologia, che seguì nelle Università

di Heidelberg e di Berlino. Fu professore prima a Basilea, poi in varie Università tedesche e infine a Berlino. Tutti

i suoi scritti presentano un carattere di frammentarietà, che rivela un tratto della personalità di Dilthey come pensatore.

La filosofia di Dilthey ha come punto fisso la convinzione che

questo egli si pone il problema di una teoria della conoscenza storica, conoscenza di realtà spirituali. Di qui la necessità di capire cosa siano le scienza dello spirito, di quelle che si dicono scienze morali. La sua maggiore opera teoretica è infatti l’Introduzione alle scienze dello spirito del 1883. Dilthey accetta di Kant la tesi che la nostra conoscenza è limitata al mondo dell’esperienza, ma rifiuta quella della soggettività del tempo, perché senza tempo non c’è storia, anzi non c’è vita. Spirito: si distingue e caratterizza dalla natura proprio per la temporalità, e per il suo potere di essere immediatamente dato, vissuto. I fatti naturali sono colti dall’esterno, mentre i fatti spirituali sono colti in se stessi e vissuti. L’Erlebnis , «esperienza vissuta», costituisce il centro generatore delle scienze dello spirito. La scientificità della filosofia esige che si vada oltre l’immediatezza dell’Erlebnis, o meglio che si analizzi ciò che implica. La psicologia è necessaria per farci conoscere che cosa è l’uomo come soggetto spirituale, l’uomo che è oggetto e soggetto della storia. Ma per conoscere l’uomo così considerato non basta la psicologia degli psicologi. Occorre un altro tipo di psicologia, e Dilthey ne traccia i caratteri nel saggio Idee per una psicologia descrittiva e analitica (1894) . Compare qui la distinzione fra spiegare e comprendere:

. Compare qui la distinzione fra spiegare e comprendere: solo la storia possa dirci cosa sia

solo la storia possa dirci cosa sia l’uomo. Per

spiegare → applicare la categoria della causalità

comprendere → cercare di rivivere un fatto di coscienza

Nell’esperienza interiore è dato prima il tutto, e solo dopo si può scomporre questo tutto in elementi, il nesso è dato. Ma una psicologia ci vuole: anche la critica della conoscenza ha bisogno della psicologia, ma non della

psicologia modellata sulle scienze naturali. Per elaborare una simile psicologia occorre studiare le opere

dell’uomo, e l’uomo che opera nella storia non è solo l’individuo, ma è l’uomo che vive in rapporto con gli altri, nella società. Per poter cogliere i tratti comuni dell’uomo, bisogna esprimere il dato vissuto, che è per Dilthey assolutamente certo.

→Problema: tracciare il

per Dilthey assolutamente certo. →Problema: tracciare il concetto che Dilthey ha di filosofia. La difficoltà nasce

concetto che Dilthey ha di filosofia. La difficoltà nasce dall’antinomia che c’è tra

il concetto di filosofia come visione del mondo che aspira a una validità universale e quello di storicità della filosofia. La filosofia ha in comune con l’arte e la religione il carattere di universalità. Dall’altra parte la filosofia vive nella storia. Dilthey sembra risolvere le difficoltà negando la possibilità della filosofia come metafisica e risolvendo la

filosofia nella riflessione sulla filosofia. In sostanza

la filosofia è ricondotta alla storia della filosofia

.

F. W. NIETZSCHE

(1844-1900)

La vita

Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque a Röcken, il 15 ottobre 1844 da Karl Ludwig, pastore protestante. A 12 anni cominciò a scrivere poesie e comporre musica. Dopo aver frequentato la scuola di Pforta, nota per i suoi rigidi sistemi educativi, nel 1864 venne immatricolato come studente di teologia a Bonn, per trasferirsi un anno più tardi a Lipsia dove segue le lezioni di Ritschl, uno dei maggiori studiosi tedeschi di filologia. Nel 1865 lesse Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer e ne rimase conquistato. A soli 24 anni ottenne la cattedra di lingua e letteratura greca a Basilea. Lì entrò in rapporto con il teologo Franz Overbeck e Richard Wagner. 1872 pubblicò il suo primo libro, La nascita della tragedia, che incontra l’ostilità dei più importanti filologi. Venne difeso da Wagner e Rohde e progettò Il libro del filosofo. Nel 1873 scrisse La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Su verità e menzogna nel senso extramorale, che rimarranno entrambi inediti. Tra il 1873 e il 1876 uscirono le Quattro considerazioni inattuali. Nel frattempo andava affievolandosi il legame con Wagner, poiché Nietzsche era portato a vedere in lui l’estremo rappresentante del romanticismo e a scorgere l’affermarsi di uno spirito di rassegnazione e rinuncia. Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi di cui esce la prima parte nel 1878 segnò il suo distacco definitivo da Wagner e Schopenhauer. Fu in questo periodo che la sua salute diventa sempre più cagionevole. Nel 1876 dovette interrompere l’insegnamento a Basilea per poi rinunciare definitivamente alla cattedra nel 1879. La sua vita diventerà quella di un malato inquieto e nervoso: Nietzsche viveva in solitudine tra la Svizzera, l’Italia e la Francia. Nel 1880 uscì la seconda parte di Umano, troppo umano, che comprende le due appendici Opinioni e sentenze diverse (1879) e Il viandante e la sua ombra (1880). Nel 1882 a casa Meysenburg conobbe una giovane russa di 21 anni, Lou Andreas Salomé, in questa donna credeva di aver trovato una discepola e compagna, ma lei rifiutò di sposarlo e gli preferisce Paul Rée. Il filosofo si sentì abbandonato e tradito. Nel 1883 entrò in contrasto con la sorella a causa del fidanzamento di questa con il wagneriano antisemita B. Förster. Sempre quell’anno pubblicò le prima due parti di Così parlò Zarathustra, a cui seguirà la terza nel 1884. Fu questo un periodo di grande euforia psichica e di massacrante lavoro intellettuale per il filosofo che pubblicò

- Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire (1886)

- Genealogia della morale. Uno scritto polemico (1887)

- Il caso Wagner (1888)

- Crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello (1888)

- L’anticristo. Maledizione del cristianesimo (1888)

- Ecce homo. Come si diventa ciò che si è (1888)

- Nietzsche incontra Wagner (1888)

Nietzsche si stabilì a Torino, dove cominciò a dare i primi segni di squilibrio mentale, ai primi del 1889 fu vittima di un crollo psichico. Alla morte della madre venne preso in custodia dalla sorella che, dopo il suicidio del marito aveva creato un archivio a Weimar con il proposito di gestire l’eredità letteraria del fratello. Intanto la fama di Nietzsche cresceva, proprio quando il filosofo non poteva più rendersene conto. Morirà il 25 agosto del 1900 a Weimar.

Filosofia e malattia: il punto di vista tradizionale e quello odierno Per lungo tempo la malattia di Nietzsche ha rappresentato un argomento di cui si è servita certa critica per screditare il suo pensiero. L’alternativa consisteva solamente nell’interpretare la sua filosofia come “effetto” della sua malattia o la sua malattia come risultato della sua filosofia. La malattia veniva considerata secondo due prospettive:

- come un elemento negativo: da mettere in relazione con il suo pensiero in base al pregiudizio positivistico secondo cui una filo dovuta a una mente malata sarebbe per ciò stesso malata

- come un elemento integrante e costitutivo del suo pensiero, visto come espressione, sia pure geniale, di una mente disturbata. In seguito la situazione è cambiata, la malattia ha cessato di essere vista come una componente intellettualmente negativa, ma è stata concepita come una condizione creativa. Questa inoltre era anche la convinzione di

Nietzsche “colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza le cose al di fuori6 . Inoltre è un fatto universalmente ammesso che la filosofia di Nietzsche vada considerata oggettivamente per quello che dice.

È diventato perciò uno pseudoproblema il tentativo di distinguere fra i nuclei di pensiero condizionati dalla follia e

nuclei indipendenti da essa.

Nazificazione e denazificazione: le opposte leggende su Nietzsche

Il nome di Nietzsche è stato associato per lungo tempo alla cultura nazifascista. Questa lettura, che ha trovato la

sua espressione emblematica nel libro di Bäumler Nietzsche, il filosofo e la politica è stata agevolata dall’attività della sorella Elisabeth che ha contribuito a diffondere l’immagine del fratello come teorico e propugnatore di una palingenesi reazionaria dell’umanità. Certo, nel processo di nazificazione, Elisabeth ha le sue responsabilità, esemplificate dal noto episodio della visita di Hitler all’archivio di Nietzsche, ma attribuire alla sorella la totale responsabilità della nazificazione di Nietzsche risulta eccessivo. Come risulta eccessiva la pretesa di attribuire a Nietzsche la paternità dell’ideologia nazionalsocialista, anche se bisogna ammettere che nei testi editi e inediti si trovano spunti antidemocratici atti a favorire per lo meno una lettura reazionaria e di destra. Le interpretazioni nazifasciste da cui avevano già preso le distanze sin dagli anni trenta autori come Heidegger, Jaspers e Löwith, sono state radicalmente contestate nel dopoguerra, nel corso di un vistoso processo di denazificazione. Anzi negli ultimi decenni alla figura di Nietzsche nazista è subentrata la figura di un Nietzsche progressista.

In questi ultimi anni la situazione è cambiata: con il venir meno delle leggende opposte, ha cominciato a

affermarsi un punto di vista che non intende misconoscerne le componenti reazionarie.

Caratteristiche del pensiero e della scrittura di Nietzsche

Il pensiero di Nietzsche risulta caratterizzato da una radicale messa in discussione della civiltà e della filosofia

dell’occidente, che si traduce in una distruzione delle certezze del passato.

«I miei scritti sono stati chiamati una scuola di sospetto ancor più di disprezzo.» 7

Quest’opera di

capo un nuovo tipo di umanità: il superuomo o l’oltreuomo. Da ciò il carattere propositivo. A questo si aggiunge anche la ricerca di nuove modalità espressive di nuove forme di comunicazione filosofica:

Nietzsche è un poligrafo, come mostrano i suoi scritti

- quelli giovanili, che sono ancora legati alla forma accademica del saggio e del trattato

- a partire da Umano troppo umano , saranno caratterizzati dalla forma breve e dall’uso dell’aforisma, che esige sempre un’interpretazione. →Così parlò Zarathustra si ispira alla scrittura in versetti propria dei vangeli, segue il modello della poesia in prosa e dell’annuncio profetico, ricco di simboli, allegorie e parabole.

demolizione polemica del passato

non si risolve in un semplice rifiuto delle teorie ma mette a

Attributo comune di questi diversi stili è un tono personale e coinvolgente che testimonia l’esistenzialità del

e coinvolgente che testimonia l’esistenzialità del filosofare nietzscheano: « In tutte le opere che ho

filosofare nietzscheano: «In tutte le opere che ho scritto, io ho messo dentro anima e corpo: non so che cosa siano problemi

messo dentro anima e corpo: non so che cosa siano problemi puramente intellettuali. » Il pensiero

puramente intellettuali.»

Il

pensiero di Nietzsche è programmaticamente asistematico, dietro il sistema egli scorge una forma specifica

di

volontà di potenza, cioè un desiderio di impadronirsi della totalità del reale, desiderio che egli, «scriba del caos,

6 cifr. Aurora

7 cifr. Umano, troppo umano

denuncia come illusorio. Inoltre, la predilezione per gli orizzonti aperti lo porta a contestare la forma chiusa del sistema. «È qualcosa di puerile, o addirittura una specie di impostura, quando oggi un pensatore propone una totalità d conoscenze, un sistema; siamo troppo accorti, per non portare dentro di noi il dubbio più radicale sulla possibilità di una tale totalità8

Le opere di Nietzsche vengono convenzionalmente suddivise in quattro fasi:

gli scritti giovanili del periodo wagneriano-schopenhaueriano: La nascita della tragedia (1872), le quattro Considerazioni inattuali (1873-76) e alcuni inediti, fra cui La filosofia nell’epoca tragica dei Greci (1873) e Su verità e menzogna in senso extramorale (1873);

gli scritti intermedi del periodo illuministico o genealogico: Umano troppo umano (1878-80), Aurora (1881), La gaia scienza (1882), Idilli di Messina (1882);