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“Il cerchio della vita” di Enrico Comba.

“Il cerchio della vita; uomini e animali nell’universo simbolico degli Indiani delle Pianure” è una monografia
ricca di esempi che mira ad illustrare la profondità simbolica della visione cosmologica delle popolazioni
native americane delle grandi Pianure del Nord (in particolare dei Lakota o Sioux occidentali), con necessari
riferimenti a gruppi etnici vicini che hanno assunto o presentano medesimi tratti culturali e religiosi.
L’autore, Enrico Comba – antropologo culturale formatosi all’Università di Torino con Remotti e
specializzatosi poi in Storia delle Religioni con Giovanni Filoramo – ripercorre, attraverso esperienze
ricavate da ricerche di campo nelle riserve indiane del Nord America e soprattutto da un’attenta analisi del
materiale etnografico, linguistico e storiografico del XIX secolo, la tradizione mitologica e rituale di queste
popolazioni, particolarmente incentrata sul rapporto uomo-natura e in particolare uomo-mondo animale.
Uno degli interessi di ricerca fondamentali per Comba nella sua carriera scientifica è stato ed è infatti la
tematica dello sciamanismo (che nella presente opera tratta attraverso l’immagine simbolo dell’orso), visto
come una categoria antropologica e storico-religiosa fondata non sull’estasi mistica ma sulla concezione di
<<mediatore di conoscenza>> in grado di percepire cose fuori dall’ordinario, dalle quali gli derivano poteri e
autorità.
La monografia, pubblicata nel 1992 dalla casa editrice il Segnalibro, è frutto dell’unione e rielaborazione di
testi risalenti ai primi anni Ottanta. La riflessione sulla tematica del rapporto uomo-natura, uomo-animale è
infatti una delle più importanti all’interno del dibattito antropologico fin dalla fine del XIX secolo con i nome
di “totemismo”; il discorso si era poi bruscamente interrotto all’inizio degli anni Sessanta quando un
articolo di Lévi-Strauss (del quale Comba riconosce l’importanza per lo sviluppo teorico della disciplina
antropologica propendendo tuttavia verso l’attuale insostenibilità della tesi strutturalista) liquidava come
“illusione scientifica” la tesi totemista. Negli anni Ottanta per l’appunto questo argomento di ricerca e
interesse ritorna a prendere campo e la riflessione di Comba di inserisce perfettamente in questo contesto
che tende a rielaborare e in alcuni casi a correggere le opinioni degli antropologi di inizio secolo a proposito
del simbolismo animale e delle metafore tratte dal mondo naturale.
L’intento dell’autore è quello di dimostrare e illustrare, attraverso una profusione di esempi approfonditi e
variegati correlati di immagini, come dietro alle figure rituali delle popolazioni Sioux sussista un sistema
simbolico, cosmologico e religioso profondo ed elaborato che si regge su un delicato equilibrio con
l’ambiente naturale, quello spazio “esterno” e sconosciuto rispetto al villaggio che è tanto inquietante
quanto ricco di poteri, i quali l’uomo, in questo caso mancante di qualcosa, può ottenere in una situazione
di incontro ravvicinato con gli spiriti e come questo sistema costituisca una linea di continuità religiosa e
culturale e un punto di riferimento ideale per popolazioni che, a causa dell’arrivo degli europei, in breve
tempo hanno visto completamente sconvolto il proprio assetto sociale, economico e demografico.

La riflessione di Comba non a caso inizia con l’esposizione delle prime teorie antropologiche circa quello
che venne definito “pensiero primitivo” che suggeriva (posta l’unità psichica degli esseri umani) , secondo
alcune interpretazioni, una certa “irrazionalità” delle credenze religiose delle popolazioni indigene che
sembra scontrarsi sia con le loro oggettive pratiche quotidiane sia con quello che veniva definito “pensiero
moderno e scientifico” basato sull’analisi, l’osservazione e la dimostrazione dei fatti. Il concetto di
“mentalità primitiva” nasce da un approccio evoluzionistico allo studio delle credenze indigene che vede in
queste uno stadio precedente di evoluzione rispetto a quello europeo e angloamericano, giudicato appunto
razionale. Per Durkheim ad esempio, le classificazioni sociali derivate dalle credenze, riportano aspetti sia
intellettuali sia affettivi-emozionali, ultima caratteristica questa che tenderebbe a sfumare con l’evoluzione
(anche se la pressione delle categorie sociali non viene mai del tutto meno).
Nel primo capitolo quindi una delle questioni che emerge immediatamente è quella circa la valenza di
concetti quali razionale/irrazionale, evoluto/meno evoluto che, laddove venga definitivamente sconfessata,
lascia indubbiamente aperto il problema riguardante la comunicazione fra sistemi culturali e simbolici (e
quindi di pensiero) differenti e la possibilità, per gli studiosi che pure operino sul campo, di “tradurre” il
sistema indigeno in quello appartenente alla propria cultura, per poterlo rendere accessibile.

Da questa riflessione di metodo e approccio Comba approda quindi nello specifico allo studio degli Indiani
delle Pianure la cui condizione storico-sociale di delinea su tre principali livelli: quello delle condizioni
residenziali e dei rapporti politici fra gruppi (la cui definizione quantitativa e qualitativa risulta piuttosto
complessa); quello dei più lenti mutamenti demografici ed economici (segnati dall’introduzione del cavallo);
e la sostanziale continuità dal punto di vista religioso e spirituale che soggiace e si adatta alle modificazioni
storico-politico-economiche.

Il rapporto fra sistema religioso e assetto sociale (ideale) è dato dall’immagine dei Sette Fuochi alla base del
sistema politico Sioux. Il sette si presenta infatti come un numero sacro fortemente legato alla visione
cosmologica di queste popolazioni e sta idealmente alla base della divisione in sette gruppi che si
riconoscerebbero a vicenda una comune origine. La divisione politica e residenziale dei Sioux è in realtà
molto complicata e per questioni demografiche ed economiche i gruppi residenziali così come lo spazio
stesso di stanziamento risultano molto complessi ed in continua condizione di oscillazione. L’idea quindi dei
Sette Fuochi serve a mantenere un’unione culturale e politica (nel caso di alleanze belliche) laddove, dal
punto di vista effettivo, domina una sostanziale frammentazione.
L’idea di ambiente naturale come spazio esterno e sconosciuto si basa sulla condivisione del sistema
cosmologico basato sull’immagine sacra del cerchio che delimita lo spazio umano del villaggio e lo divide
dalla natura esterna, dominio degli animali e dei loro poteri. Allo stesso modo quindi il cosmo è definito con
una serie di cerchi sovrapposti (che possono essere tre o quattro a seconda dei gruppi): quello sotterraneo
è il regno degli spiriti animali, là dove essi si rigenerano e dove si crea la vita (non a caso i miti che
raccontano la comparsa dei bisonti, prima fonte di sussistenza per le popolazioni delle Pianure, riportano di
un’apertura nel terreno dalla quale uscirebbero gli animali); quello di mezzo dove avviene l’incontro
terreno fra gli umani e animali e dove si instaura quel rapporto di mutuo sostegno (i bisonti non sono
cacciati ma sono essi che “si danno” agli uomini i quali con appositi riti ne sostengono la rigenerazione
sotterranea) fra i due domini; il cielo o il cerchio superiore, dominio di esseri alati, un luogo ultraterreno
dove avviene lo scontro fra potenze (anche queste rappresentate per lo più in forma di animali) per il
mantenimento dell’armonia della natura che garantisce, se assicurata, la sopravvivenza degli umani.

Come lo stesso Comba afferma nell’introduzione al saggio, l’immagine dell’animale (che sia bisonte, lupo,
cane o orso) nell’universo simbolico degli Indiani delle Pianure non è solo l’iconografia rappresentativa di
determinati tratti della natura umana quanto una parte stessa di questa natura. Così come la comunità
degli esseri umani necessita dell’armonia con il dominio esterno della natura per sopravvivere così il singolo
uomo per potersi dire completo deve trovare un equilibrio armonico fra la sua parte umana e la sua parte
animale che scopre, apprende ed esercita nell’incontro solitario e profondo con gli spiriti animali. Questo
incontro mistico che avviene perlopiù in luoghi solitari e in condizione di difficoltà fisica e psicologica (al
buio, di notte, senza protezioni e nell’ignoranza dello spazio esterno e dei suoi pericoli) rende l’uomo in
grado di portare a termine il suo compito all’interno della società che sia quello di guerriero, di capo, di
sciamano e guaritore.

La profondità dell’universo simbolico e cosmologico di queste popolazioni è testimoniata dalla doppia


valenza, a volte apparentemente contradditoria, che determinati simboli animali hanno: il bisonte per
esempio può rappresentare allo stesso modo la caccia e quindi la morte in virtù della sopravvivenza del
villaggio e d’altra parte la fecondità della natura e in particolare della donna. Questa visione si ricollega
quindi anche un parallelismo fra la natura maschile e quella femminile e ci dà un primo indizio di quello che
è il rapporto fra individui di sesso maschile e di sesso femminile all’interno della realtà dei villaggi. L’autore
infatti sottolinea come l’uomo, fondamentalmente guerriero (immagine del lupo o del cane) fosse visto e
considerato come un nemico, come una fiera dalla quale fuggire, da parte delle donne, prima che si
formasse una coppia. Questo rapporto che riproduce un elemento di caccia, di fuga e infine di unione che
genera la vita riporta nella realtà chiusa del villaggio l’armonia vitale che sussiste con il mondo naturale.

L’interesse per popolazioni il cui spazio e stile di vita è così radicalmente mutato nel corso di meno di cento
anni ha portato Comba ad interrogarsi anche su profonde questioni metodologiche riguardo innanzitutto il
rapporto che intercorre, nello studio delle società, fra l’approccio antropologico e quello storico. Fra il
primo infatti, interessato al cosiddetto “presente etnografico”, che si occupa di analizzate il rapporto fra i
differenti aspetti della società, e il secondo, improntato invece ad uno studio non specificatamente
focalizzato nel tempo del susseguirsi dei mutamenti storici, è sempre esistita un’opposizione teorica che
non è, secondo l’opinione di Comba, funzionale ad uno studio approfondito delle società indigene che
necessiterebbe invece dell’unione da una parte dell’esperienza di campo e dell’approccio immediato
dell’antropologia e dall’altra dell’analisi storiografica delle fonti più antiche lasciateci dagli studiosi.
D’altronde questo è il metodo già citato utilizzato dall’antropologo torinese, il quale rifiuta la tesi secondo
la quale non sarebbe possibile studiare a fondo la vicenda storica della maggior parte delle popolazioni
indigene poiché queste non hanno prodotto fonti scritte originali, sostenendo invece l’importanza delle
testimonianze dei primi viaggiatori e studiosi occidentali. L’esempio più calzante di approccio che unisca il
metodo storico a quello antropologico e che Comba riporta è quello avanzato da Vansina il qual sostiene
uno studio delle vicende storiche compiuto non attraverso la giustapposizione di eventi che si susseguono,
quanto l’evolversi di vicende e situazioni sociali e quindi il mutamento di quei caratteri culturali studiati
dall’antropologia.