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Andrea Fumagalli LA DEREGOLAMENTAZIONE STRUTTURALE DEL MERCATO DEL LAVORO: UNA TENDENZA GLOBALE I contributi che seguono rappresentano

le basi su cui verter la mia relazione al Seminario di UniNomade di Milano, il prossimo 9-10 aprile: Oltre il lavoro. Si tratta di quattro ordini di riflessioni. La prima ha che fare con la definizione di lavoro, non tanto facendo riferimento ai testi classici della critica marxiana alleconomia politica, ma piuttosto partendo da come il lavoro e lo scambio di lavoro viene analizzato nellapparato teorico del liberismo. La seconda riflessione traccia alcune possibili linee interpretative del processo di internazionalizzazione della produzione e di crescente frammentazione delle condizioni del lavoro globale. La terza si riferisce alla situazione del mercato del lavoro italiano e cerca di individuare le tendenze principali che definiscono la composizione del lavoro oggi in un contesto occidentale avanzato. Infine, la quarta parte introduce il concetto di flexicurity, che verr discusso nellultima sessione di questo incontro. Ma prima di passare alle riflessioni, mi sia concesso un breve inciso iniziale. 0. PREMESSA: ARBEIT MACHT FREI (AUSCHWITZ, 1943)
Lavoro: dal latino labor, fatica. In Italiano, lavoro: in francese, travail, in spagnolo trabajo, in tedesco arbeit, in inglese, labour, cio, dolore e strumento di tortura. Se il destino dell'uomo il lavoro, allora un destino di fatica e di dolore. Cos ci stato sempre tramandato (cfr. Hannah Arendt) Ma che tipo di lavoro ? E' lavoro di sopravvivenza, per procacciarsi il cibo quotidiano, quindi necessit ineliminabile, o lavoro per accumulare ricchezze, spesso, se non sempre, godute da altri? Il lavoro non mai stato prerogativa di tutti gli uomini. Ma sempre stato prerogativa dei poveri. Ai tempi dei latini, gli uomini, se cives, potevano dedicarsi all'otium, cio alla liber attivit di pensiero, di azione e di svago, prestazione operosa per eccellenza. Oppure erano schiavi. Ai tempi delle corti aristocratiche del Cinquecento, il lavoro era coatto per i contadini e per i soldati, cio per chi era "propriet" (in carne ed ossa) dei nobili. E, infatti, chi era nobile, non lavorava. Con l'avvento del capitalismo, il lavoro diventa libero (e quindi ha un prezzo) ma non rende liberi (arbeit macht nicht frei), nonostante esso sia spesso misura dell'ascesa al paradiso, come ci ricorda Calvino. Esso diventa lavoro di produzione ed accumulazione remunerato, diventa lavoro industriale e solo marginalmente agricolo. E per le donne si aggiunge, nella maggior parte dei casi, se non sono abbienti, lavoro non remunerato (e, pertanto, non libero e riconosciuto), lavoro di ri-produzione. Nel 2000, negli angoli pi distanti della terra, nell'epoca della globalizzazione, tutte le forme di lavoro generate dalla storia sono oggi compresenti, con diversa intensit a seconda dell'area geografica di riferimento. Ma c' un solo fine del lavoro: lavoro finalizzato all'accumulazione. Vale a dire, lavoro capitalisticamente produttivo, finalizzato allo scambio, anche quanto porta alla semplice soddisfazione dei propri bisogni. Il sistema economico del libero mercato (o meglio delle gerarchie sociali ed economiche) ha reso il lavoro produttivo l'unico mezzo per poter sopravvivere. La disciplina del lavoro capitalistico la forma per eccellenza con la quale si definisce la disciplina sociale: il campo di concentramento della mente dettato dal bisogno. Al punto che chi senza lavoro, ancora pi disperato, e oggi, sono pi di un miliardo e trecento milioni i disoccupati di tutto il mondo. L'istituzione pi totalizzante e repressiva il carcere, istituzione per di pi recente, nata - come ci ricorda Foucault con il sorgere della societ occidentale moderna e "civilizzatrice". Ma spesso la vita stessa, "grazie al lavoro", appare come un carcere senza fine. E il lavoro il suo dispositivo di comando e controllo. Negli ultimi anni, siamo passati dalla vita asservita al lavoro alla vita messa a lavoro. Cambia la forma, non cambia, anzi peggiora, la sostanza. Di fatto, oggi il lavoro rende liberi tanto quanto una tigre libera di muoversi nello spazio della sua gabbia. Ma ogni lingua ha anche un'altra parola per indicare l'attivit umana: opera in italiano, werk in tedesco, oeuvre in francese, work in inglese, dal latino opus, per indicare oggi essenzialmente l'attivit dell'intelletto e dell'artista, qualcosa che non commerciabile, non prodotto per finalit di scambio e di accumulazione, ma per il piacere di "fare"

e/o pensare. Opus e otium: due facce della stessa medaglia. Forse un giorno, speriamo non troppo lontano, liberati dal ricatto del bisogno, anche per tutti gli uomini e le donne, dall'India al Guatemala, dagli Stati Uniti all'Italia, la parola lavoro sar pi vicina al concetto di "opera" che di "dolore". E, allora, anche la tigre avr divelto le sbarre della sua gabbia e potr muoversi in piena e incondizionata libert.

1. IL PUNTO DI VISTA NEOLIBERISTA ( E LE CONTRADDIZIONI) SUL LAVORO COME MERCE Nellottica liberista e capitalista, il lavoro considerato una merce alla stregua di qualsiasi altra merce. E cos possibile individuare un mercato del lavoro, dove si definisce una domanda e unofferta di lavoro. Tutto ci abbastanza noto. Meno note sono le implicazioni teoriche Considerare il lavoro come merce significa che lo scambio in oggetto sia rivale e solvibile. Uno scambio detto solvibile quando implica una relazione bilaterale che si esaurisce nel momento stesso in cui avviene (do ut des). In un sistema dove vige la propriet privata, lo scambio solvibile implica il passaggio dei diritti di propriet sulla merce scambiata in cambio del suo valore: chi offre, vende i diritti di propriet, chi domanda, acquista i diritti di propriet ( esclusivt duso). Ne consegue che lo scambio privato tra beni uno scambio tra beni rivali, altrimenti il passaggio dei diritti di propriet in cambio del valore del bene non pu avvenire. Infatti, il valore di una merce (la sua solvibilit) deriva dallesclusivit duso di tale merce (la sua rivalit)1. Uno scambio solvibile privato detto libero quando valgono le due seguenti condizioni: I due contraenti si muovono su un piano paritario, vale a dire non sono soggetti a nessun fattore discriminatorio ex-ante, godono di autonomia decisionale effettiva e potenziale uguale e massima. Le differenze di comportamento sono dettate dalle diverse preferenze soggettive e da un diverso grado oggettivo di incertezza. Vi piena e totale flessibilit dei prezzi, ovvero nessuno dei due contraenti pu imporre un prezzo allaltro (agenti economici price-taker). 1.1. Lo scambio di lavoro vero scambio? Non tutti i mercati privati analizzati nelleconomia politica implicano scambi solvibili. Leccezione pi eclatante quello della moneta-credito2. Anche nel mercato del lavoro si pone la questione se lo scambio solvibile. Il punto controverso. Il problema sta nel fatto se loggetto dello scambio che definiamo disponibilit lavorativa - sia o non sia separabile dallessere umano. Per disponibilit lavorativa si intende la cessione di tempo di vita da parte degli individui finalizzata allottenimento di un reddito monetario tramite lofferta di una prestazione lavorativa. Occorre notare che il concetto di disponibilit lavorativa non assimilabile al pi generale termine di prestazione lavorativa. Per prestazione lavorativa si intende il modo con cui viene utilizzata la disponibilit lavorativa in funzione del grado di alienazione contenuta. Il rapporto tra lavoro e alienazione rimanda ad una tematica che sempre stata al centro del dibattito filosofico degli ultimi due secoli e che in parte scomparsa negli ultimi decenni3. In maniera eccessivamente semplificata, per alienazione del lavoro intendiamo il livello di separazione tra il lavoratore e loggetto del suo lavoro. Quando tale separazione massima, ovvero quando loggetto del lavoro viene completamene espropriato dal lavoratore, si ha totale alienazione. Lo scambio di lavoro pu essere considerato scambio solvibile solo se si scambia disponibilit lavorativa e
1 Ovviamente non vengono presi in considerazione i beni pubblici 2 Vedi oltre 3 Claudio Napoleoni, in un inedito del 1988 (poi pubblicato su Il Manifesto del 19 marzo 1989), rifletteva sui rapporti tra efficienza e alienazione, ovvero lefficienza del sistema e lautonomia delluomo: Noi potremmo avere un sistema, una situazione in cui il problema dellefficienza globale del sistema sia sostanzialmente risolto o avviato a soluzione e, tuttavia, tutti i problemi attinenti al secondo piano (autonomia delluomo, ndr.) siano ugualmente presenti con la stessa. Medesima forza. Per un approfondimento, cfr. G.Lunghini, Sul futuro del capitalismo. Due Tesi e una conclusione: F.Hahm, C.Napoleoni e J.M.Keynes, in B.Jossa (a cura di), Il futuro del capitalismo, Bologna, Il Mulino, 2004, pag. 19.

non prestazione lavorativa. Ovvero, detto in altri termini, lo scambio di lavoro tende ad essere solvibile solo se si in presenza di alienazione. Considerare solo la disponibilit lavorativa e non la prestazione lavorativa, significa infatti ipotizzare la totale separabilit tra soggetto lavoratore e contenuto/oggetto del lavoro. Il senso del lavoro (qualit della prestazione lavorativa) viene cos completamente scisso dal fine del lavoro (ottenere potere dacquisto per vivere). Nelleconomia neoclassica, il concetto di alienazione non esiste perch lo scambio di lavoro implica solo la (libera) disponibilit e viene tenuto in considerazione solo laspetto della disponibilit lavorativa. Ma, a differenza di tutte le altre merci, la merce disponibilit lavorativa non fisicamente separabile dallagente che ne detentore (come lo sono le automobili o le patate quando sono poste in vendita). Nello scambio di lavoro, ci che avviene non quindi uno scambio effettivo di diritti di propriet (potere), ma piuttosto uno scambio di disponibilit (potenza). In conclusione, il lavoro non merce in quanto tale poich per sua natura non solvibile ma viene reso tale dal fatto che, tramite la disponibilit al lavoro, il lavoratore in grado di definire una domanda solvibile. Di fatto, pur se libero, il lavoro si immedesima nel lavoratore e nella sua necessit ineluttabile di dotarsi dei mezzi per la sopravvivenza. Il lavoro diventa merce in quanto mezzo di sussistenza: variabile bioeconomica per eccellenza. A seconda del rapporto tra attivit lavorativa ed essere umano, quindi a seconda del grado di alienazione commisurato, la solvibilit del lavoro diventa pi o meno evidente e la sua ricattabilit esemplificato dal dispositivo di comando e controllo sociale e gerarchico pi o meno forte, ma sempre esistente. Ne consegue che lo scambio di lavoro non pu essere considerato esempio di libero scambio. 1.2. Lo scambio di lavoro scambio libero? Secondo la tradizione economica neoliberista, condizioni necessarie affinch si possa parlare di libero scambio nel mercato del lavoro sono lassenza di discriminazione ex-ante tra i contraenti e la flessibilit del prezzo della merce secondo la legge della domanda e dellofferta. Riguardo, al secondo punto (flessibilit del prezzo), abbiamo appena argomentato che nel caso del mercato del lavoro la non separabilit fisica tra oggetto di scambio (disponibilit lavorativa) e lavoratore/trice influenza la determinazione del prezzo, che non pu unicamente dipendere dalla legge della domanda e dellofferta. delle scelte di produzione, che dipendono dalle aspettative di domanda e di profitto; della produttivit del lavoro associata, che dipende dalla tecnologia esistente. Chi domanda lavoro quindi sottoposto al vincolo tecnologico e al vincolo delle aspettative, ma non a un vincolo di reddito. La diversit dei due vincoli determinante nel definire una discriminazione di comportamento ex-ante tra i contraenti sul mercato del lavoro. Lo scambio non avviene in condizioni di pari opportunit. Da un punto di vista sostanziale, il vincolo di reddito pesa di pi del vincolo tecnologico. In uneconomia monetaria, si pu vivere senza miglioramenti tecnologici, non si pu vivere senza reddito. In ultima analisi, la discriminazione tra datore di lavoro e lavoratore che offre disponibilit di lavoro deriva dal fatto che il datore di lavoro ha la propriet (o il controllo) dei mezzi di produzione mentre il lavoratore no. Proprio lessenza bioeconomica del lavoro (come mezzo storicamente determinato per garantire la sopravvivenza) comporta la sua subalternit al capitale. 1.2. Individualismo e individualit e tipologie della prestazione lavorativa La separazione tra lavoratore e disponibilit lavorativa implica che il lavoro, come prodotto separato dal produttore, una merce rivale. Nel momento stesso in cui la disponibilit lavorativa viene offerta ad un datore di lavoro, non pu essere offerta contemporaneamente ad un altro datore di lavoro. Possiamo affermare che la rivalit sul mercato del lavoro produce alienazione. Ma con il termine alienazione non si pu far riferimento solo alla mera disponibilit lavorativa ma soprattutto al contenuto della prestazione lavorativa. Il livello di alienazione varia in funzione di due parametri principali: Il grado di prescrittivit delle mansioni lavorative, a sua volta funzione del tipo di prestazione lavorativa effettuata; Il grado di routine (ripetitivit) incorporata nella prestazione lavorativa.

Ma lattivit lavorativa fa parte anche dellagire umano. In quanto essere sociale, luomo portato alloperosit e quindi a svolgere attivit lavorative come forma di realizzazione della propria individualit. In linea di massima, la possibilit di realizzare la propria creativit individuale tanto pi alta quanto maggiore il coinvolgimento di tutti i fattori corporei e cognitivi dellagire e del carattere umano. Se lattivit lavorativa coincide con lautonomia di comportamento, allora il fine e il senso del lavoro non solo coincidono ma tendono a creare i mezzi per la realizzazione stessa degli esseri umani. Ma come dice Marx:
uomo, lavoro, natura (e il loro dipendere e influire lun sugli altri) rappresentano i vertici di un rapporto antico, soggetto ai modi storici dellorganizzazione sociale della produzione, modificatosi in maniera irreversibile con la transazione graduale verso il capitalismo4.

Lemancipazione delluomo da un costrittivo legame con il suo lavoro (il legame feudale), lalienazione della propriet giuridica o fattuale dei mezzi di produzione e la separazione della terra, fonte naturale della sua sopravvivenza,
cancellando la specificit millenaria di ogni prestazione lavorativa, rendono il lavoro categoria astratta che si concreta poi nella capacit di ogni singolo lavoratore di produrre qualsiasi valore duso non per soddisfare i propri bisogni, per animare a vantaggio dei capitalisti puri e semplici valori di scambio5.

Non un caso che il significato della parola lavoro - cos come viene normalmente accettato nel mondo occidentale - spesso sinonimo di fatica. Senza dilungarsi eccessivamente su queste tematiche 6, in quasi tutte le lingue occidentali la parola lavoro semanticamente sinonimo di dolore o fatica (nelle lingue neolatine, deriva dal sostantivo travaglio, che indica o il dolore del parto o uno strumento di tortura) ma lattivit lavorativa pu essere indicata anche da una seconda parola, opera o messa in opera, che definisce la prestazione liberamente svolta dalla mente umana (uomo o donna che sia) utilizzando lingegno e la volont: locuzione che oggi, nel linguaggio corrente, viene utilizzata per indicare lattivit artistica (non a caso unattivit slegata dalla necessit di produrre valore di scambio e quindi non immediatamente produttiva, nel senso capitalistico del termine7). La condizione del lavoro nel sistema di produzione capitalistico, fondato sulla divisione del lavoro, tende a scindere in modo strutturale lindividualit dallindividuo. Tende cio a ridurre lautonomia dellindividuo a favore della sua dipendenza strutturale sancita dal bisogno. Ma tale processo di alienazione varia a seconda del paradigma organizzativo che di volta in volta si costituisce come esito della crisi di quello precedente. Dal lavoro artigianale di mestiere si passa al lavoro manuale dequalificato per poi arrivare ai nostri giorni ad una prestazione lavorativa individualizzata ma caratterizzata da crescenti livelli di immaterialit e di intellettualit che aumentano il coinvolgimento del lavoratore nella sua prestazione e ne accrescono potenzialmente lautonomia. 2. SUL CONCETTO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE SELETTIVA DELLA PRODUZIONE Quando si parla di globalizzazione si intende quel processo di evoluzione economica e produttiva indotto dai processi di ristrutturazione capitalistica una volta entrato in crisi il paradigma fordista-keynesiano del dopoguerra. Il periodo storico che interessa lultimo quarto del secolo XX. In questa fase si verificano dei cambiamenti strutturali che incidono profondamente sulle modalit della produzione e della distribuzione del reddito. Ci limitiamo in questa sede a ricordarne alcuni, senza entrare in dettagli: Cambiamento tecnologico: il passaggio dalle tecnologie meccaniche a quelle linguisticoinformatiche consente da un lato unevoluzione dei processi di automazione produttiva (ipertaylorismo) e dallaltro lincremento della flessibilit della produzione tramite ladozione di strategie di esternalizzazione (outsourcing) e snellimento produttivo (downsizing e lean production).
4 Cfr. K.Marx, Il capitale, Libro I, pag. 233. 5 Cfr. F.Campanella, Lavoro, in G.Lunghini (a cura di), Dizionario di Economia , op. cit, pag. 109-110. 6 Al riguardo, si rimanda alle pagine introduttive del saggio di A.Gorz, Misres du prsent, richesse du possible, Galilee, Paris, 1997. Ma si veda anche A.Foti, Cronocrazie, Etas Kompass, Milano, 1998. 7 Sulla questione della definizione dellattivit artistica e del suo rapporto con il valore di scambio/duso, cfr. P.Virno: Virtuosismo e rivoluzione, edito senza note sulla rivista Luogo Comune, n. 4, maggio 1993 e ripubblicato in P.Virno, Mondanit, Manifesto Libri, Roma, 1994.

Crisi dello stato sociale e smantellamento del welfare: il risultato la ridefinizione dei meccanismi di distribuzione del reddito e la finanziarizzazione di quote crescenti del reddito da lavoro. Liberalizzazione del mercato delle valute e dei capitali, a partire dalla crisi del sistema di BrettonWoods con riduzione dellautonomia di molto stati nazionali nel determinare le azioni di politica economica (crisi dello Stato-nazione). Scomposizione e frammentazione del mercato de lavoro sia a livello dei singoli paesi che sul piano internazionale (nuova divisione internazionale del lavoro). Il processo di globalizzazione lesito di questi cambiamenti strutturali e contiene tutti questi aspetti in modo disomogeneo. Non esiste perci un unico concetto di globalizzazione. Piuttosto pi utile parlare di diversi livelli di globalizzazione, non tutti tesi, comunque, a processi di liberalizzazione. Come si avr modo di approfondire pi avanti, il punto centrale proprio questo: allinterno di ci che viene comunemente definito globalizzazione coesistono, infatti, spinte fra loro contrapposte interne al trinomio liberalizzazione concentrazione - potere. Lidea che alla globalizzazione corrisponda dunque un processo di liberalizzazione, nel senso di incremento delle opportunit e delle libert civili, un luogo comune che non corrisponde alla dinamica della realt economico-sociale. Per meglio comprendere questa affermazione, necessario sviluppare la riflessione su diversi piani: quello della produzione delle merci materiali e immateriali, quello dei capitali, quello della tecnologia e dei saperi, e quello delle forme della regolazione geo-politica. 2.1. La produzione Lo sviluppo delle tecnologie flessibili basate sul paradigma linguistico-telecomunicativo ha consentito il controllo della produzione a distanza. Si trattato non solo di una rivoluzione tecnologica, ma anche e soprattutto organizzativa. Il venir meno del modello disciplinare taylorista progettazione esecuzione commercializzazione come unico paradigma di organizzazione dimpresa e del lavoro ha liberato una poliedricit di opportunit di produzione che ha il proprio referente nella struttura a rete e nella definizione di diversi livelli di gerarchia. La restrizione imposta dai modelli nazionali di produzione sulla base di differenti modalit redistributive8 stata abolita dai processi di internazionalizzazione della produzione lungo precise coordinate geo-economiche. Tra queste le pi rilevanti sono le direttrici di delocalizzazione ed esternalizzazione lungo gli assi : Nordamerica versus Centroamerica e Sudamerica Nordamerica versus Sud-Est asiatico Europa Occidentale versus Europa Orientale, Medio Oriente, NordAfrica e Sud-Est asiatico Giappone versus Sud-Est asiatico. Lincremento di competizione nel controllo degli assi della subfornitura e del lavoro contoterzi, favorito anche dal minor sviluppo quantitativo della produzione, ha portato alla ricerca spasmodica della riduzione continua e costante dei costi di produzione (sia salariali che ambientali) da un lato e allaccentramento del controllo tecnologico e delle risorse strategiche dallaltro. Ci che potrebbe apparire un paradosso, vale a dire una produzione mercantile sempre pi globale e un processo di concentrazione del controllo produttivo sempre pi marcato tramite strategie di fusioni e acquisizioni (come mai si e verificato in due secoli di capitalismo), in realt non sono altro che le due facce della stessa medaglia. In questo quadro, appare fuori luogo parlare di vera e propria globalizzazione della produzione, in quanto tale processo non interessa lintero pianeta, bens solo specifiche aree geografiche. Ad esempio, il continente africano e alcune aree asiatiche, ne sono in parte del tutto escluse. E pi appropriato al riguardo parlare di internazionalizzazione selettiva della produzione. 2.2. La struttura della propriet Con lo svilupparsi del processo di valorizzazione della produzione e lo sviluppo dei mercati finanziari agli albori del fordismo, si verifica un primo forte cambiamento nella forme della propriet. Lesigenza di garantire flussi di liquidit permanenti, non solo per il finanziamento della crescita della produzione (con moneta di nuova creazione), ma per la gestione quotidiana e per liberarsi in parte del controllo bancario, porta alla creazione delle prime societ anonime che poi diventeranno le moderne Societ per Azioni. La
8 Il riferimento ai modelli socialdemocratici dei paesi scandinavi e della Germania, alle nazioni anglossassoni, al modello giapponese e alle dinamiche redistributive pi retrive (e pertanto pi conflittuali) delle nazioni latine.

propriet dei mezzi di produzione da unica si frammenta in pi parti e si estende allargandosi a pi soggetti, ma sempre fortemente centralizzato rimane il controllo dellattivit produttiva. Lo sviluppo del capitalismo manageriale anglossassone favorisce nuove forme di garanzia allaccesso della moneta e quindi allaccumulazione non pi solo tramite la diretta propriet dellimpresa ma anche in aggiunta grazie allattivit di controllo e di management. Si attua in tal modo un altro processo di smaterializzazione, che si aggiunge a quello relativo alla moneta: il passaggio dellidea di propriet (potere) non solo come possesso materiale ma come controllo immateriale (capacit di comando). Oggi siamo di fronte al fatto che grazie anche allo sviluppo delle tecnologie di linguaggio e di comunicazione la propriet che conta ai fini dellaccumulazione capitalistica quasi esclusivamente capacit di controllo e di comando. Ed colui che in grado di attuare tale potere che gestisce e controlla il processo di accumulazione e quindi di generazione di ricchezza. In conclusione, lesigenza della valorizzazione della produzione ha indotto una modifica della struttura di propriet dei mezzi di produzione senza intaccare il comando sociale e sul lavoro, indotto dal controllo degli stessi mezzi di produzione. Lo sviluppo dei mercati finanziari, soprattutto legato alle societ del nuovo ciclo tecnologico informatico-linguistico, ha fatto s che si stia attuando un processo di smaterializzazione della propriet, esemplificabile in molti aspetti legati al processo di accumulazione flessibile e cognitivo. Facciamo alcuni esempi. Il fordismo ha consentito il processo di valorizzazione della produzione capitalistica, in un contesto di crescita quantitativa, grazie al ruolo dei salari intesi non pi come solo costo di produzione ma anche come fondamentale componente della domanda finale e quindi del consumo. Il paradigma dellaccumulazione flessibile consente la valorizzazione capitalistica tramite il ricorso sempre pi massiccio (ma illusorio) ai mercati finanziari, vale a dire al luogo adibito al processo di riallocazione della liquidit esistente, non pi solo tramite il ruolo delle politiche sociali (welfare state), ma tramite lespropriazione pi o meno coatta di quote crescenti di salari differiti dei lavoratori/trici (fondi pensioni e liquidazioni). Durante il fordismo si assistito alla crescita istituzionale del potere dacquisto dei salari in modo pi o meno omogeneo, nel caso dellaccumulazione flessibile, il calo dei salari reali pu essere in parte compensato dai redditi da capitale, per distribuita in modo disomogeneo e polarizzato. E possibile che si sviluppino immediate ricchezze, ma tali situazioni non sono ovviamente generalizzabili. Nel momento stesso in cui, per favorire il processo di valorizzazione capitalistica, la propriet azionaria si diffonde sino a cooptare forme salariali, si attua il pi ampio processo di concentrazione tecnologica e finanziaria che la storia del capitalismo ricordi. Non un caso. E semplicemente la conferma del trade-off tra propriet e controllo: laddove la propriet si allarga e si diffonde (siamo tutti proprietari), il controllo si accentra in poche mani. Se nel fordismo la propriet era potere, ora il controllo ad essere fonte primaria di potere. E si tratta di controllo finalizzato ai flussi immateriali della produzione (tecnologia e comunicazione/informazioni e processi di apprendimento in primo luogo). Il controllo delle componenti immateriali della produzione (lavoro immateriale e cognitivo, e linguaggio) la nuova forma di propriet del posfordismo. Dal momento che si pu essere proprietari solo di qualcosa che materiale, quando si parla di immaterialit la propriet si trasforma in controllo. E aumentato il numero dei coo-proprietari dei mezzi di produzione quando tale propriet non ha pi nessun potere. Anzi, si trasforma in un cappio al collo che incrementa la dipendenza economica, culturale e psicologica dalla logica economica capitalistica. 2.3. Il ruolo delle multinazionali Le multinazionali hanno cominciato a svilupparsi allinizio del secolo XX, come esito delle politiche colonialistiche degli stati dominanti. Nellepoca fordista erano caratterizzate da una struttura gerarchica centralizzata transnazionale tramite diretto controllo degli impianti allestero. Nellepoca dellaccumulazione flessibile, le multinazionali si sono riorganizzate sulla base di una struttura modulare a rete che, in modo sempre gerarchico, ha dilazionato e delocalizzato nel territorio lattivit produttiva, lungo filiere di subfornitura pi o meno gerarchica che si dipanano per molteplici nodi. La caratteristica di tale strutture , da un lato, lappalto di lavoro per conto terzi, quando si tratta di produzione materiale dotata di competenze diffuse, e, dallaltro, la concentrazione e il controllo diretto delle lavorazioni e produzioni caratterizzate da conoscenze tacite ed esclusive.

2.4. La tecnologia e i saperi Il controllo delle traiettorie tecnologiche rilevanti (informatica, biotecnologie, farmaceutica, aereospaziale, robotica, logistica di rete) la variabile strategica per eccellenza per essere in grado di competere su scala mondiale. Condizioni necessarie (anche se non sufficienti) per stare sulla frontiera tecnologica sono: capacit continua di generazione di nuove tecnologie (attivit innovativa e brevettibilit delle innovazioni); elevata capacit di apprendimento e di controllo sul sapere tacito e sulle competenze esclusive; elevata disponibilit di risorse finanziarie e immateriali per lattivit in ricerca e sviluppo. Si tratta di fattori che solo organizzazioni produttive complesse sono in grado di garantire e sviluppare. Non un caso, quindi, che pi dell80% della spesa di ricerca e sviluppo per la creazione e generazione di nuove tecnologie sia svolta da imprese di medio-grandi dimensioni. Ci non toglie che esistano piccole imprese schumpeteriane in grado di bucare la frontiera tecnologica. Ma esse hanno di fronte due alternative: crescere in fretta e divenire grandi oppure essere acquisite da imprese concorrenti di grandi dimensioni. La piccola dimensione, in seguito agli alti costi di apprendimento tecnologico e alle nuove barriere allentrata dettate dalle economie dinamiche di scala, quindi adibita alla diffusione dellinnovazione tecnologica, allinterno di strutture produttive a rete, con diversi livelli di gerarchia a seconda del grado di specializzazione della subfornitura o della rete di appartenenza. Il comando sulla piccola dimensione essenzialmente comando tecnologico e finanziario, ai quali la piccola impresa pu ovviare con un elevato grado di efficienza capitalistica, vale a dire cosi di produzione pi bassi e maggiore produttivit (alias maggior sfruttamento del lavoro). Ci implica una sorta di divisione internazionale della produzione che vede il dominio tecnologico nelle grandi corporations del nord del mondo e lattivit produttiva materiale demandata agli assi internazionali e/o nazionali della subfornitura, in un rapporto di interdipendenza comunque essenziali per gli assetti produttivi. Conseguenza di ci il comando sui saperi e sui brevetti detenuto dalle grandi imprese multinazionali. Linternazionalizzazione della produzione ha infatti comportato il pi grande processo di concentrazione tecnologica e dei saperi che mai si sia verificato nella storia del capitalismo. In particolare la questione dei saperi ha assunto un valore strategico. Quando si parla di saperi necessario distinguere tra saperi codificati e saperi taciti. I primi si riferiscono a tutte quelle nozioni e competenze che sono trasmettibili da persona a persona grazie alle tecnologie informatiche e che sono essenziali per lo svolgimento delle mansioni produttive sia a livello materiale che immateriale. Costituiscono il principale strumento per la diffusione delle tecnologie e variano in funzione della specializzazione professionale. Sono lessenza di ci che comunemente viene definita formazione professionale. Pi essi si diffondono, pi coloro che ne sono portatori possono essere interscambiabili e ci, allinterno di un crescente individualizzazione della prestazione lavorativa e contrattuale, porta allincremento di concorrenza tra i lavoratori e di flessibilit ad esclusivo vantaggio delle imprese con effetti depressivi sulle remunerazioni e sullomogeneit del mercato del lavoro. Essi riguardano in maggior misura i settori che non si collocano sulla frontiera tecnologica e le prestazioni che meno richiedono esclusivit di competenze, con conseguene maggior flessibilit di adozione e di dismissione9. I saperi taciti, invece, si riferiscono a quelle nozioni e competenze che, in quanto non codificati, rimangono patrimonio, per un tempo pi o meno limitato, dellindividuo che li possiede. Costui rappresenta lelite del mercato del lavoro ed essenziale soprattutto per la generazione e la creazione di nuove tecnologie nel campo della ricerca, dei prodotti e delle metodologie di produzione. E questo il sapere che normalmente protetto da brevetti e non scambiabile sul mercato dellinformazione. Esso costituisce il core della capacit tecnologica di un impresa e richiede continui investimenti di supporto, che solo le grandi corporations sono in grado di effettuare. E lessenza del comando tecnologico e pertanto non sottoposto a processi di globalizzazione e liberalizzazione. Laspetto del controllo dei saperi taciti e, pertanto, della generazione di nuove tecnologie quello che viene meno citato dagli apologeti della globalizzazione. E non pu essere altrimenti, visto che tale aspetto, il sapere e il lavoro immateriale legato ai processi della conoscenza, la chiave interpretativa principale per comprendere le leve di comando imperiale delle imprese multinazionali del Nord del mondo sugli assi della
9 Il sapere codificato riguarda anche i settori ad alta tecnologia e estremamente flessibile. Al riguardo, risulta emblematica la vicenda dei numerosi tecnici richiesti dalle grandi imprese multinazionali dellinformatica e della logistica della comunicazione via rete (Intel, Cisco, Microsoft, ecc.) e poi facilmente rispediti a casa. Sul tema del lavoro cognitivo, cfr. F.Berardi (Bifo), La fabbrica dellinfelicit. New Economy e movimento del cognitariato, DeriveApprodi, Rapprodi, Collana Map, Roma, 2001.

produzione materiale del Sud del Mondo. Lunico aspetto che viene enfatizzato , invece, la formazione professionale, cio la conoscenza usa e getta, che facilita la flessibilit della produzione e la frammentazione del mercato del lavoro e non mette in discussione le gerarchie di comando. Ci che si vuole nascondere il nuovo volto della divisione interna ed internazionale del lavoro: una divisione non pi basata sulla differenziazione delle mansioni (come nellepoca fordista), ma sempre pi sulla divisione dei saperi e delle conoscenza. Ci che negli anni della grande fabbrica era la lotta per aumenti salariali uguali per tutti (a prescindere dalle mansioni), oggi diventa la lotta per lacceso libero e gratuito ai saperi (a prescindere dal grafo di formazione professionale). 2.5. La globalizzazione del controllo sociale e politico. I processi economici e sociali che abbiamo brevemente descritto sono molto complessi, non lineari e attraversati da contraddizioni e conflittualit che necessitano lo sviluppo di una capacit di governo e indirizzo. Ci che, con una parola oggi molto di moda, si potrebbe chiamare governance. Tale governance si svolge prevalentamente su due piani: il livello politico-economico e il livello politicomilitare. A livello politico-economico, i paesi ricchi dellarea Ocse si sono trovati di fronte alla necessit di garantire una maggior stabilit valutaria e finanziaria, una volta venute meno le forme del tradizionale controllo economico svolto a livello nazionale e alla luce dellanarchia del mercato dei capitali e delle valute. Lesito stato la tendenza a costituire aree omogenee monetarie e finanziarie, che fossero meno influenzabili dalle turbolenze speculative della finanza internazionale, non sempre direttamente controllabili dai governi nazionali e dalle istituzioni economiche internazionali. In particolare, dopo la crisi valutaria dellEuropa del 1992 e dopo la crisi messicana del 1994, che ha minato gli accordi di libero scambio nel continente Nordamericano (Nafta), si manifestata lesigenza di controllare in qualche modo i flussi di capitale finanziario, attraverso la creazione di aree a moneta unica che eliminassero alla radice i rischi economici derivanti dalla speculazione valutaria. La gestione delle variabili monetarie-finanziarie si cos spostato dal piano nazionale ad un piano sovranazionale, sotto il diretto controllo delle Banche Centrali con respiro internazionali (Federal Reserve americana, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone), preoccupate esclusivamente a garantire o la stabilit dei corsi azionari e valutari (Federal Reserve) o la stabilit dei tassi dinteresse a fini antinflzionistici (Bce)10. E interessante notare che tali obiettivi sono perseguiti senza tenere in minimo conto gli effetti che la politica monetaria pu avere sulle variabili reali, tipo reddito e occupazione, in unottica totalmente monetarista. La creazione di aree omogenee non un fenomeno coordinato a livello internazionale ma piuttosto il frutto di tensioni competitive tra le aree geopolitiche rilevanti. In particolare il confronto tra Europa e Usa oggi sempre i ridotto al confronto tra Euro e dollaro, non venendo posta in discussione la supremazia tecnologica e militare degli Stati Uniti. A livello politico-militare, invece, si determinano le gerarchie economiche e di controllo sociale sulle direttrici e le modalit di sviluppo. Gli strumenti pi adeguati sono quelli che richiedono lintervento delle grandi istituzioni economiche sovranazionali (Bm, Fmi, Wto). Gli interventi economici di queste organizzazioni sono funzionali al controllo delle direttrici della subfornitura internazionale e allo sviluppo di una divisione internazionale e specializzata del lavoro basata sulla conoscenza e i saperi idonea al mantenimento delle gerarchie economiche internazionali. Il Wto controlla i flussi commerciali mentre il Fmi e la Bm, nel breve e nel lungo periodo, intervengono sui flussi creditizi, determinando in tal modo le capacit e le modalit di sviluppo delle varie aree mondiali. Solo con i paesi che non fanno parte di queste istituzioni, si ricorre in caso di interessi strategici allopzione militare, che oggi appare pi come ultima ratio, sostituita in modo pi che soddisfacente dal ricatto economico e dal ruolo di polizia mondiale detenuto dagli Stati Uniti. La novit del nuovo colonialismo imperiale che garantisce la regolazione economico-politica del mondo sta proprio nel fatto che lo strumento dellintervento economico ha oggi assunto le connotazioni di strumento militare di intervento. Per questo le istituzioni economiche mondiali non sono parte di un piano di politica economica ma piuttosto di una governance poliziesca-militare. Questi meccanismi di controllo geo10 Lart. 105 del Trattato di Maastricht dichiara esplicitamente che lunico obiettivo della politica monetaria della Banca Centrale Europea il mantenimento del tasso dinflazione al di sotto del 2%. In tal modo la politica antinflazionistica parte dello statuto di fondazione della Bce e quindi prescinde da qualsiasi strategia economica. Lautonomia della Bce sta solo nel decidere gli strumenti ottimali per raggiungere lobiettivo imposto. E non deve stupire che lo strumento finora utilizzato il controllo dellofferta di moneta, secondo i dettami della pi classica ricetta monetarista.

economico si reggono su due pilastri: il ricatto economico per i paesi poveri ed in via di sviluppo (minacce di imbargo, ecc.) e lideologia del libero mercato nei paesi ricchi. In questa veste, il mercato, e quindi le istituzioni economiche che lo rappresentano, viene rappresentato come variabile neutrale e oggettiva, quindi intangibile, mentre invece lo specchio che nasconde la continua ridefinizione delle gerarchie del potere economico e militare. Il ruolo degli Stati Uniti alla testa di tale gerarchia non appare oggi messo in discussione, dal momento che anche lo sviluppo di mercati sovranazionali come lEuropa di Maastricht e le conflittualit che ne derivano comunque tutto interno alla stessa filosofia dl liberismo economico. Ne una prova il fatto che le istituzioni sovranazionali politico-militare (quali il G8 o la Nato) non sono attraversate da contraddizioni interne ma allunisono ed in perfetta sintonia decidono le sorti dellumanit. Pi leconomia si internazionalizza, quindi, pi i centri del controllo economico-politico si concentrano. 2.6 Il lavoro Il processo contemporaneo di internazionalizzazione e di selezione della produzione e dei saperi ormai standardizzato a livello globale, lungo precise traiettorie di neodivisione internazionale del lavoro. Si potrebbe dire, pur allinterno di forti tensioni competitive, che si regola da s. Tale omogeneit si fonda su diversi livelli di accesso ai saperi, a seconda dellintensit tecnologica della produzione e del grado di immaterialit della prestazione lavorativa: il primo livello costituita dal comando tecnologico e finanziario nel cuore dellimpero, Stati Uniti, Germania e Giappone (lavoro cognitivo), il secondo a un primo anello di subfornitura specializzata, costituita dalla periferia occidentale dellImpero (possiamo inserire anche la fascia europea mediterranea e lIrlanda) ed alcune realt asiatiche e latino americane (Corea, larea di San Paolo in Brasile, il Sud Africa, la Nuova Zelanda e lAustralia nonch alcune software-area in India e alcune zone di libera esportazione sempre pi specializzate della Cina); il terzo livello, il pi diffuso ed il pi subalterno e ricattabile, rappresentato dalla subfornitura massa, non specializzata, facilmente sostituibile e quindi potenzialmente nomade, costituita da produzione materiali, ad alta intensit di lavoro salariato a basso costo e completamente deregolamentato. La maggioranza dei paesi del Sud-Est asiatico incluso il Bangla-Desh, il Pakistan e lIndia, cos come lAfrica magrebina, lAmerica Centrale, lEuropa Orientale e il Sud America ne fanno parte. Infine, la parte del globo residuale risulta marginale o non interessante alla penetrazione produttiva capitalistica (tutta lAfrica sub-sahariana). Queste quattro fasce sono omologate, con le dovute differenze, dalla penetrazione globale dei simboli e dei modelli di consumo e degli stili di vita occidentale, come dire che esiste di fatto una globalizzazione della domanda di consumo. Cos, il comando occidentale (imperiale), di cui gli Stati Uniti rappresentano la spina dorsale e il livello pi alto sul piano militare e politico, in grado di imporre un dominio gerarchico, impietoso, che si fonda proprio sulla frammentazione delle condizioni lavorative, di volta in volta presenti. La frammentazione del mondo produttivo, sia a livello locale che a livello globale, larma principale per imporre condizioni di sfruttamento generalizzate e procedere ad unomogeneizzazione dei consumi e della domanda. La ricomposizione del proletariato moltitudinario mondiale pu cominciare solo se si prende coscienza di queste differenziazioni nei rapporti sociali di produzione e delle diverse soggettivit che esprimono. Il lavoratore/trice cognitivo del Nord sviluppa forme di subalternit simile al tecnico informatico indiano, ma dissimile, nella forma e nellorganizzazione del lavoro, dalloperaio massa del Sud del mondo, a sua volta diverso dal tecnico di fascia media che opera nelle industrie subfornitrici specializzate. Nello stesso tempo, acquista sempre pi rilevanza la figura del lavoratore informale nellagricoltura e nellindustria, con problematiche di vita e di reddito sicuro non sempre omogeneizzabili ad altre mansioni lavorative. Il tutto poi complicato dal fatto che tutte queste figure sono comunque compresenti in tutte le aree geo-economiche del globo, seppur in proporzioni differenti. Da questo punto di vista, la tradizionale divisione primo terzo mondo appare ormai inadeguata. Entrambi sono presenti nel Nord e nel Sud del mondo e la divisione tra paesi sviluppati e paesi non sviluppati, se aveva un senso allepoca del fordismo nazionale e del colonialismo militare ed economico degli anni sessanta e settanta, oggi appare sorpassata dalla stessa evoluzione globale del sistema capitalistico, che tende sempre pi a imporre un ordine economico generale ed unificante in funzione delle gerarchie necessarie per il processo di globalizzazione. 3. SULLA FLESSIBILIT DEL LAVORO IN ITALIA 3.1. Un breve squarcio sul mercato del lavoro in Italia

In Italia nel 2004 lIstat ha censito 35 tipologie di contratto di lavoro atipico. Per lavoro atipico, lIstat ha adoperato tre criteri: 1) il carattere temporale della prestazione (permanente/temporanea); 2) il carattere variabile dellorario di lavoro (pieno/ridotto); 3) il tipo dei diritti previdenziali maturati (interi/ridotti). Si tratta di criteri che hanno a che fare sia con il lavoro dipendente che con il lavoro autonomo. Combinando tra loro questi criteri il rapporto sul mercato del lavoro 2004 dellIstat ha definito 19 tipologie contrattuali come strettamente atipici e 16 parzialmente atipici. I primi danno origine a tre gruppi: i) i lavori dipendenti senza stabilit del rapporto di lavoro con diritti previdenziali interi, come ad esempio il lavoro interinale full time e part time con corresponsione o meno di indennit nei periodi di inattivit, i contratti di solidariet esterna, i contratti di formazioni full time e part time, il contratto a tempo indeterminato full time e part time; ii) i lavori dipendenti con diritti previdenziali ridotti, come ad esempio gli stages full time e part time, i contratti di apprendistato e di inserimento full time e part time, i lavori socialmente utili, i lavori di pubblica utilit: iii) lavori autonomi eterodiretti e parasubordinati, come i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e occasionale. Vengono invece considerati dallIstat parzialmente atipici altri tipi di lavoro dipendente considerati meno precari e pi consolidati, tipo il lavoro a domicilio full e part time, il telelavoro full e part time, il part time a tempo indeterminato, il lavoro stagionale. I dati oggi disponibili per il territorio italiamo mostrano una netta tendenza verso la precarizzazione del lavoro: dal 1996 al 2004 si stima che il numero dei lavoratori dipendente atipici sono passati da circa 1.580.000 a pi di 3.150.000 con un incremento del 100% e una quota sul totale del lavoro dipendente che passa dal 10,2% del 1996 al 18,1%. Se a questi aggiungiamo i contratti di collaborazione coordinata e continuativi che hanno superato la soglia dei 2.750.000 al 31 dicembre 2004 (dati Inps), il totale del lavoro atipico arriva quasi a 6 milioni di persone di entrambi i generi, con un peso complessivo sulla forza lavoro complessiva del 27,5%. In altre parole, pi di un lavoratore su quattro precario. Tale percentuale poi arriva al 50-60% se consideriamo i lavoratori con meno di 40 anni di et, ovvero la futura forza lavoro. Questo aumento ha visto un incremento del 55% del lavoro strettamente atipico e del 28% di quello parzialmente atipico. Questo pi o meno la fotografia del mercato del lavoro italiano. Senza considerare il lavoro in nero (stimato in circa tre milioni di lavoratori/trici), coloro che hanno un rapporto stabile di lavoro con un minimo di tutele e garanzia che impediscono la ricattabilit del licenziamento arbitrario e/o dal reddito oramai ridotto a poco meno del 25% della forza lavoro, una percentuale destinata a diminuire nel futuro. E evidente che oggi pi che mai il mondo del lavoro italiano deve affrontare due questioni sempre pi rilevante: lestensione di norme di tutela e garanzia ad un numero pi ampio di lavoratori/trici e la garanzia di un reddito dignitoso per tutti/e a prescindere del rapporto di lavoro. La precariet del rapporto di lavoro e di reddito sta, infatti, diventando un problema sempre pi pervasivo che interessa anche chi gode di una condizione lavorativa stabile: , infatti, assai impressionante, secondo lultimo rapporto sulla povert in Italia, che circa il 13% dei lavoratori a tempo indeterminato godono di un reddito inferiore alla soglia di povert, sono cio lavoratori poveri, working poor, a conferma ulteriore che sempre pi il solo diritto al lavoro non garantisce pi come un tempo la possibilit di godere di un reddito dignitoso. 3.2. Il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro in Italia Il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro in Italia iniziato a long, long time ago, esattamente nel 1984, ventun anni fa11. Tutto ebbe inizio con la legge n. 863, promulgata il 19 dicembre di quellanno, il primo di una serie di regali di Natale, esito del cosiddetto Protocollo Scotti sul costo del lavoro (1983), il prototipo (inconsapevole?) della futura nefasta concertazione sindacale. In quella legge, furono allargati i criteri per il part-time, introdotti i contratti di solidariet e i contratti di formazionelavoro12. Segu poi nel 1987, la legge 56 che diede la possibilit di estendere il contratto a termine a tutti i
11 Sui numerosi accordi sindacali e sul fiorire delle recenti leggi in materia di de/regolazione dei rapporti di lavoro, si consiglia il testo F.Spazzali G.Tedesco, Mi fletto ma non mi piego, Collana Map, DeriveApprodi, Roma, 2000. 12 Per essere precisi, occorre ricordare, riguardo il contratto a tempo determinato, due interventi legislativi precedenti. Il primo, rapprsentato dalla legge 285/77, riguarda lintroduzione del contratto a tempo determinato per un anno per i giovani di 15-29 anni. Tale legge era stata per ritenuta troppo vincolante dagli imprenditori (e perci disattesa) in quanto prevedeva controlli sulla formazione e la chiamata numerica. Per questo venne sostituita dalla legge 79/83 che prevedeva, invece, lintroduzione di contratti a tempo determinato per la stessa classe di et ma con chiamata nominativa e senza alcun controllo e senza incentivi di natura fiscali. Il successo fu grande, visto che furono firmati pi

settori. Sul lato del salario e dei diritti sindacali, dopo il fallimento del referendum abrogativo relativo al decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984 emesso al Governo Craxi che riduceva lincidenza della scala mobile, ovvero il meccanismo automatico che difendeva il potere dacquisto dei salari dagli incrementi del tasso dinflazione, ha inizio in quegli anni il processo di revisione della stessa scala mobile che sfocer poi nellaccordo del 31 luglio 1992, che sanciva labolizione degli scatti di contingenza. Al riguardo, ricordiamo che alla base di quel (nefasto) accordo, accettato con tribolazione da Trentin, allora segretario generale della Cgil, in nome dellunit sindacale e della supina accettazione del Trattato di Maastricht, vi era la garanzia che la Banca Centrale mai avrebbe provveduto ad una svalutazione della lira, per evitare un incremento dellinflazione, ora che i salari non sarebbero stati pi protetti dal rincaro del costo della vita. La storia ci racconta che poco pi di un mese dopo, il 9 settembre 1992, il Sistema Monetario Europeo (Sme) collassa e la lira comincia la pi grande svalutazione del dopoguerra (superiore anche a quella della seconda met degli anni Settanta: - 30% in un anno). La forte instabilit valutaria e i vincoli posti dallo stesso Trattato di Maastricht portano il governo, guidato da un altro socialista Giuliano Amato a decretare una manovra finanziaria lacrime e sangue dellammontare di 90.000 miliardi, la prima di una lunga serie di Leggi finanziarie tese a smantellare lo Stato sociale per consentire il rispetto dei parametri di Maastricht in materia di deficit pubblico e inflazione. Ha inizio cos il processo di convergenza verso larmonizzazione monetaria europea, il cui costo verr esclusivamente addebitato ai ceti del lavoro dipendente e precario, sia in termine di organizzazione che di salario13. Laccordo sul costo del lavoro del 23 luglio 199314 espropria la determinazione del salario nominale dal novero delle variabili contrattuali. A partire da quella data a tuttoggi, la dinamica del salario monetario viene, infatti, predeterminata e vincolata al tasso dinflazione programmato e quindi non pi oggetto di contrattazione sindacale, almeno a livello nazionale. Poich, il tasso dinflazione programmato costantemente inferiore al tasso dinflazione effettivo, per tutti gli anni 90 si assiste ad una rincorsa del salario per mantenere inalterato il suo potere dacquisto che non sempre ha esiti positivi. Anche nel caso, in cui lobiettivo viene raggiunto, grazie alla contrattazione integrativa (sempre meno diffusa 15), il risultato complessivo che tutti gli incrementi di produttivit e del Pil non vengono distribuiti al reddito da lavoro ma sono ad esclusivo appannaggio dei profitti e delle rendite. Insomma, se anche la torta si allarga, se tutto va bene, al lavoro va la stessa fetta, e nella maggior parte dei casi, anche meno. Ci spiega perch il salario relativo (vale a dire, in rapporto alla ricchezza complessivamente prodotta), che lunica misura corretta della distribuzione del reddito, abbia visto una costante diminuzione negli ultimi dieci anni per un ammontare superiore ai dieci punti percentuali16. Con laccordo del luglio 1993 si conclude cos il processo di deregolamentazione e flessibilizzazione del salario monetario, iniziato con il decreto Craxi nel 1984. Tutto sommato, stato sufficiente un breve lasso di tempo (meno dieci anni) per ottenere, con la complicit dei sindacati confederali, lagognato obiettivo confindustriale di far s che la variabile salariale venga completamente assoggettata alle esigenze di profittabilit delle imprese. Non ancora completato, seppur ci si trovi a buon punto, il processo di espropriazione completo del salario differito (ovvero di quella quota di reddito da lavoro, accantonata mensilmente, sottoforma di liquidazione e contributi previdenziali e sanitari). Ma lattuale diffusione dei fondi pensioni privati, la privatizzazione dei servizi sanitari e la discussione in corso sullutilizzazione del trattamento di fine rapporto (Tfr) per finanziare gli stressi fondi pensionistici privati lascia ben poche speranze per il futuro, soprattutto se si considera che nella gestione di tali fondi sono implicati anche i sindacati confederali. Se oggi il salario mensile alla merce dei profitti industriali, domani il salario differito sar terra di conquista per le rendite finanziarie. Maggior tempo ha invece impiegato il processo di flessibilizzazione della prestazione lavorativa e la
di 160.000 contratti in un anno. 13 Per unanalisi pi dettagliata di quella fase storica, si rimanda a A.Fumagalli, Leconomia italiana sotto il gioco di Maastricht, in L.Berti-A.Fumagalli, LAntieuropa delle monete, Manifestolibri, Roma, 1993, specialmente le pagg. 110-119. 14 Si conferma labitudine di siglare accordi di concertazione prima che comincino le sudate e attese ferie estive 15 Una ricerca dellIstat di due anni fa evidenziava come il II livello di contrattazione, quello aziendale, avvenga solo in un terzo delle imprese con pi di 200 addetti, e spesso d esito a forme di incentivazioni individuali, aumentando le sperequazioni di trattamento economico tra dipendenti di pari livello. 16 E da notare al riguardo, lelevato livello di ipocrisia e/o di ignoranza manifestato da molti sindacalisti (tra i quali anche Cofferati) e economisti di centro-sinistra, che continuano a ribadire lefficacia dellaccordo del 23 luglio 1993, sulla base che in molti settori il potere dacquisto dei salari non poi cos tanto diminuito!

deregolamentazione del mercato del lavoro. In primo luogo, necessario ricordare la legge 146 del 12 giugno del 1990 sulla limitazione del diritto di sciopero, che sancisce lobbligatoriet del preavviso due settimane prima della dichiarazione di sciopero e la garanzia del mantenimento dellattivit lavorativa per i lavori di pubblica necessit, condizione preliminare per bloccare sul nascere qualsiasi azione sindacale spontanea che non avvenga allinterno dei parametri di concertazione sindacale. La legge 236 del 19 settembre 1994 ha aggiunto la possibilit di assumere lavoratori con contratto di stage in apprendistato, la legge 299 del 16 maggio 1994 ha esteso luso della mobilit e dei contratti di formazione-lavoro e disciplinato i contratti di solidariet (secondo i quali, i lavoratori, in parte, si fanno carico, a loro spese, delle difficolt economiche dellimpresa di appartenenza). Nel frattempo, lennesimo accordo tra le parti sociali (sempre sotto il cappello governativo del Centro-sinistra), quello del 24 settembre 1996, denominato eufemisticamente accordo per il lavoro, consente, lanno seguente, lapprovazione della legge che pi di tutte sancisce in modo definitivo e irreversibile il via libera alla flessibilit totale della domanda di lavoro da parte delle imprese, la legge 196 del 24 giugno 1997, denominata pacchetto Treu, dal nome del ministro del lavoro allora in carica. In essa, si introduce il lavoro interinale (art. 1-11), si estende luso dei contratti a termine (art. 12), dei contratti a tempo parziale (anche per i titolari di laurea, con possibilit di distacco dal pubblico al privato a costo zero per limpresa privata, art. 14 17), lallungamento della durata dei contratti di formazione-lavoro nelle aree depresse, art. 15), lo sviluppo dei contratti di apprendistato, ecc., ecc. Lo scopo dichiarato della Legge Treu di flessibilizzare i parametri di entrata nel mercato del lavoro, con il fine di favorire in tal modo loccupazione. Di fatto, invece favorisce un costante e crescente processo di sostituzione del lavoro a tempo indeterminato con lavoro precario 18. Ed infatti questo lobiettivo non dichiarato ma effettivo di questa legge, in seguito alla quale si assiste al boom della contrattazione atipica, soprattutto nella fase di entrata nel mercato del lavoro. Il completamento della flessibilizzazione e deregolamentazione dei meccanismi di assunzione arriva a totale compimento con la legge 469 del 23 dicembre 1997, che impone il decentramento e la privatizzazione del collocamento e il predominio della chiamata individuale su quella numerica. Tale processo si innesta su un tessuto produttivo strutturalmente flessibile19 caratterizzato da elevato decentramento, fondato su una dimensione dimpresa molto limitata (pi della met della media europea), con scarsa presenza pervasiva delle organizzazioni sindacali. Ne consegue che in Italia, la quota di lavoro autonomo pi che doppia rispetto allEuropa o agli Stati Uniti e che il numero dei lavoratori a cui pu essere applicato lo Statuto dei lavoratori inferiore al 30% dellintera forza-lavoro. Se consideriamo i lavoratori parasubordinati (ovvero, i co.co.co., collaboratori coordinati e continuativi, formula lavorativa che resiste solo in Italia20), i lavoratori autonomi eterodiretti, le partite Iva, ecc., ecc., , il mercato del lavoro in Italia si presenta come quello pi flessibile dEuropa e, in tema di tassi di mobilit, non ha nulla da invidiare a quello statunitense. Questo triste primato essenzialmente da imputare alle forze politiche del centro-sinistra e alla concertazione sindacale, proseguita, dopo la legge Treu, con il Patto di Natale del 1998 e lo sviluppo dei patti territoriali e darea21. Tuttavia, alle soglie del 2000, pare che tutto ci non sia ancora sufficiente. Una volta flessibilizzato il salario, deregolamentata il meccanismo delle assunzioni, occorre intervenire sui licenziamenti e sulle stesse modalit concertative delle relazioni sindacali. Su queste materie, ancora il governo di Centro-sinistra, prima presieduto da DAlema, poi da Amato (sempre lui), a dare il l. Sar poi il neonato governo Berlusconi a continuare lopera, con la presentazione
17 E in base a tale articolo, che nelle universit italiane di fatto in atto un processo di sostituzione tra la qualifica di ricercatore a tempo indeterminato e titolare di assegno di ricerca per la durata di due-quattro anni. 18 Tale tendenza ha interessato in modo particolare le fasce giovanili: oggi, in media in Italia, due giovani su tre entrano nel mercato del lavoro con contratto atipico, percentuale che in alcune regioni, come Lombardia e Piemonte, supera il 75%. La flessibilit in entrata ha consentito, solo negli ultimi due anni, in presenza di una lieve crescita economica (peraltro gi terminata) di aumentare il numero dei posti di lavoro, ma non le unit standard di lavoro. Con questultimo termine, si definisce il posto di lavoro standard di 40 ore lavorative settimanali, che, grazie allesplosione della contrattazione atipica, pu essere occupato da pi persone (ad esempio, con contratto part-time o a tempo determinato). 19 Il modello taylorista della grande impresa ha preso piede in Italia solo nelle regioni del Nord-Ovest. Nel resto della penisola, la produzione manifatturiera e terziaria sempre stata caratterizzata da elevata frammentazione. Si tratta di un aspetto che raramente viene preso in considerazione quando si fanno comparazioni a livello europeo. 20 I co.co.co, secondo i dati Inps, hanno superato nel 2001, il tetto dei 2 milioni, vale a dire quasi il 10% della forza-lavoro italiana) 21 Per un approfondimento su questi aspetti, si rimanda a T.Spazzali, G.Tedesco, Mi fletto ma non mi piego, , cit.

il 3 ottobre 2001 del libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, nel quale si tratteggiano le linee guida dellintervento governativo vecchio e nuovo. Il gruppo di lavoro che redige il Libro Bianco coordinato da Maurizio Sacconi, attuale sottosegretario del Ministro del Lavoro Maroni e da Marco Biagi, docente dellUniversit di Modena, dellarea Margherita, crudelmente assassinato dalle Brigate Rosse nel marzo 2002 ed composto da Carlo DellAringa, docente dellUniversit Cattolica e segretario dellAran (la Confindustria delle imprese pubbliche e dello Stato), di ispirazione cattolica-popolare, Paolo Reboani, ricercatore Isae, da Paolo Sestito, dellOsservatorio del Ministero del Lavoro, gi consulente per i problemi del Mezzogiorno del fu governo DAlema e da Natale Forlani, ora amministratore delegato di Italia Lavoro (di propriet pubblica, agenzia statale per lo sviluppo occupazionale) ma ex segretario confederale della Cisl. La composizione del gruppo di lavoro la dice lunga sul rapporto di continuit politica che esiste tra il Libro Bianco di Maroni e il passato governo, anche se bisogna riconoscere che nel libro Bianco affermato, diversamente dal passato, che il sindacato chiamato a sottoscrivere proposte che sono presentate dal governo e non a concorrere alla loro elaborazione 22. Si tratta di una differenza di non poco conto che modifica sostanzialmente i criteri di concertazione sino ad allora seguiti. Nel testo, oltre ad una dettagliata analisi del mercato del lavoro in Italia, vengono proposte una serie di misure di intervento che vertono su tre punti principali: Incrementare la flessibilit di assunzione tramite lintroduzione di nuova tipologia contrattuale di lavoro: il lavoro a progetto: Sviluppare la flessibilit in uscita, tramite una revisione dellart. 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20 maggio 1970): argomento poi che diviene centrale nella Legge 30 e nella delega 848 e 848bis. Ridurre la contrattazione collettiva a vantaggio della contrattazione individuale. 3.3. . Dallindividualismo economico allindividualismo contrattuale: il Libro Bianco di Maroni e la Legge 30. Le premesse:
In Italia, i dipendenti si sentono estranei ad un coinvolgimento dellimpresa in cui sono occupati. . Il lavoratore non un semplice titolare di un rapporto di lavoro, ma un collaboratore. . Esiste un problema di deficit culturale che va sanato al pi presto (p. 17) Un mercato del lavoro flessibile, al contrario di quanto spesso temuto, pu migliorare la qualit oltre che la quantit dei posti di lavoro, rendendo pi fluido lincontro tra obiettivi e desideri delle imprese e dei lavoratori in tema di caratteristiche della prestazione lavorativa, consentendo ai singoli individui di cogliere le opportunit lavorative pi proficue ed evitando che gli stessi rimangano intrappolati in ambiti ristretti e segmentati. I lavoratori necessitano, in tale contesto, adeguate forme di tutela, ma queste devono agire innanzitutto nel mercato, non operare contro il mercato (p. 22). In questi anni, , maggiore flessibilit e moderazione salariale non sembrano aver portato ad uno spostamento a favore dei profitti lordi nella distribuzione funzionale del reddito (p. 23). Il sistema di contrattazione collettiva ha mantenuto, , caratteristiche di centralizzazione che si sono rilevate eccessive e inadeguate ad assicurare quella flessibilit della struttura salariale capace di adeguarsi ai differenziali di produttivit e di rispondere ai disequilibri di mercato. Essa produce norme che escludono la libera pattuizione individuale e non lascia alcuna flessibilit alle parti (p. 24).

Il principio di base, su cui si fonda il Libro Bianco e tutto il processo di flessibilizzazione degli ultimi 15 anni, il primato del libero mercato. Il mercato del lavoro un mercato come tutti gli altri, dove lequilibrio garantito dal libero incontro tra domanda e offerta. Perch ci avvenga occorre che vi sia piena flessibilit nella domanda e nellofferta di lavoro, in modo tale da consentire il raggiungimento di un livello di salario
22 Nellintroduzione al Libro Bianco, infatti, si legge: Il governo si propone di innovare nella metodologia del confronto prima ancora che nella portata dei contenuti. In seguito, si sottolineano le grandi innovazioni apportate con la divisione del sindacato nel 1984 (referendum sulla scala mobile) e gli accordi del 1992 e 1993, Lintento quello di atomizzare anche la rappresentanza sociale per ottenere i risultati pi vantaggiosi per il governo stesso e la Confindustria.

in grado di garantire la piena occupazione (flessibilit del salario) (cfr. para. 1). La filosofia di questo approccio sta nellindividualismo metodologico, ovvero quellinsieme di postulati che descrivono lo scambio economico come un atto che avviene solo tra individui e non su basi aggregate o collettive. Lindividualismo economico condizione necessaria e sufficiente per garantire lequilibrio economico generale e il massimo benessere per tutti. Ne consegue che il principio regolatore del mercato del lavoro deve essere lindividualismo contrattuale. Per raggiungere ci, occorre innanzitutto colmare il deficit culturale, di natura ideologica, che ancora attanaglia buona parte dei lavoratori, che non si rendono conto, che lavoro e capitale sono elementi paritari costituenti il processo produttivo. Condizione propedeutica, infatti, perch domanda e offerta di lavoro si esplichino in modo individuale, come una qualsiasi attivit di scambio tra agenti economici, che lavoratore/trice e impresa/imprenditore si muovino in ambiti di assoluta parit, senza nessuna discriminazione aprioristica. Pertanto, qualunque sia la forma contrattuale e giuridica che regola lo scambio paritario di lavoro, essa deve svolgersi allinterno delle regole del libero mercato. Lambito giuridico di riferimento diventa cos quello del diritto privato e del diritto commerciale. Il diritto del lavoro e il diritto pubblico o sono superflui o non devono avere nessuna voce in capitolo23. La contrattazione individuale lunico ambito che pu regolamentare lo scambio economico che avviene sul mercato del lavoro. Qualunque intervento ad un livello sovra-individuale diventa distorsivo e quindi, capitalisticamente, inefficiente. Il processo di individualizzazione del rapporto di lavoro in atto da molto tempo nel nuovo paradigma dellaccumulazione flessibile, soprattutto in seguito alla crescente presenza di lavoro cognitivo e relazionale, fondato sulle tecnologie di linguaggio (e non c nulla di pi individuale del linguaggio). Tale processo, non solo implicito nelle forme di lavoro autonomo, dove la contrattazione tra lavoratore e committente per definizione diretta e senza intermediari, non essendoci formalmente un comando sul lavoro (rapporto di lavoro indipendente), ma comincia sempre pi a diffondersi anche allinterno del lavoro subordinato (rapporto di lavoro dipendente). La contrattazione integrativa aziendale, con la collaborazione (inconsapevole?) dei sindacati confederali, ha favorito questa tendenza, soprattutto laddove (ed la maggioranza dei casi) essa si traduce in forme di incentivi individuali che aumenta la disparit di trattamento economico, di orario e di condizione tra lavoratori/trici con le stesse qualifiche e gli stessi obblighi prescrittivi. Il trasferimento dei diritti del lavoro e della cittadinanza dal piano pubblico costituzionale alla sfera privata diventa eclatante nel caso del processo di regolazione in atto per quel particolare segmento del mercato del lavoro costituito dalla forza-lavoro migrante. Nella legge Bossi-Fini, la permanenza legale del migrante sul territorio nazionale subordinata allesistenza di un contratto di lavoro. Lesistenza di un rapporto di lavoro la condizione principale per ottenere il contratto di soggiorno, ovvero essere riconosciuto soggetto di diritti civili (anche se non politici). In tal modo, il permesso di soggiorno, ci che Hannah Arendt definiva il diritto ad avere diritti in quanto passaporto per la visibilit sociale e civile, vincolato dal contratto privato che si stipula sul mercato del lavoro: contratto privato, in quanto il contratto di soggiorno, non essendo illimitato, prevede la titolarit individuale di un rapporto di lavoro temporaneo. E facile immaginare quanto tale situazione renda ricattabile il migrante e come il datore di lavoro possa disporre non soltanto della forza-lavoro migrante ma anche della sua condizione di civis. Ci che viene oggi proposto per i migranti, non tarder ad essere esteso a tutti i lavoratori /trici italiani e probabilmente europei. Il principio della contrattazione individuale sul mercato del lavoro non solo consente la massima flessibilit di assunzione e licenziamento, non solo favorisce il dispiegarsi di ventagli retribuiti differenziati, non solo mina alla radice qualsiasi possibilit di conflitto collettivo24, ma soprattutto sancisce il primato del rapporto economico su quello giuridico, erodendo quello che stato uno dei principi della rivoluzione francese: la libert della prestazione lavorativa, magari solo virtuale (in quanto non sempre effettiva) comunque garantita dalla sfera del diritto pubblico e costituzionale. Se il lavoro libero, se non esiste obbligo al lavoro, allora il lavoro deve essere remunerato e il diritto allastensione dal lavoro (diritto di sciopero, ecc.), diventa diritto costituzionale. Il lavoro schiavista e/o la servit della gleba giuridicamente non esistono pi25. I diritti civili sono garantiti indipendentemente dallattivit lavorativa o non lavorativa dellindividuo. Con riferimento alla Legge Bossi-Fini, tale distinzione tende a non essere pi
23 Per un approfondimento di queste tematiche, rimando a A.Fumagalli, Flessibilit e gerarchie nel mercato del lavoro: il potere delleconomia sul diritto, in Rivista giuridica del Lavoro, anno LII - 2001 - n. 3, pagg. 219-240. 24 E di fatti, nel Libro Bianco di Maroni si propongono ulteriori limitazioni al diritto di sciopero. 25 Il che non significa, ovviamente, che non esista nella realt.

valida. Nel febbraio 2003 stata infine approvata la legge 30 sul mercato del lavoro in attuazione del Libro Bianco di Maroni e del Patto per lItalia siglato dalle sole Cisl e Uil. In questo testo, si ha una summa di tutti i provvedimenti finora approvati. 1. Accesso al lavoro: viene sancita la definitiva scomparsa del collocamento pubblico e quindi la sua privatizzazione. Viene liberalizzata l'attivit delle agenzie interinali che possono estendere i loro "servizi" a qualunque funzione di accesso al lavoro, dalla formazione a qualunque altra funzione di intermediazione di manodopera. L'intervento, probabilmente il pi pericoloso, la combinazione della revisione sulla normativa di trasferimento di un ramo d'azienda con "l'ammissibilit della somministrazione di manodopera, anche a tempo indeterminato" e la contestuale abolizione della legge 1369 del 1960 che vietava la "mera somministrazione di mano d'opera" (che il principale strumento legislativo per le vertenze contro il lavoro precario ed era il frutto delle lotte, in particolare bracciantili, contro il caporalato). L'insieme di questi interventi introduce in Italia lo strumento di "staff leasing", pratica diffusa negli Usa, cio il lavoro interinale a tempo indeterminato. Ci consente all'impresa utilizzatrice un'enorme flessibilit e la libera, a prescindere dalle dimensioni, dai vincoli contrattuali e normativi (compreso l'art. 18 dello statuto dei lavoratori). 2. Forme contrattuali: con questo provvedimento si intende favorire ed estendere le varie tipologie di contratti precari, sul terreno formativo, dell'orario e tipologico. Sul terreno formativo oltre all'ulteriore estensione dell'apprendistato e del tirocinio da sottolineare la volont di favorire il pi possibile le convenzioni fra scuole e universit da un lato e aziende dall'altro, volte a facilitare le "misure di inserimento al lavoro, non costituenti rapporto di lavoro". In pratica gli studenti e le studentesse saranno serviti gratis alle aziende sotto forma di stage e tirocini, o quasi gratis perch, bont loro, si potrebbe prevedere "l'eventuale corresponsione di un sussidio" (esito della riforma universitaria). Sulle tipologie contrattuali, istituisce il lavoro a chiamata cio la "disponibilit allo svolgimento di prestazioni di carattere discontinuo intermittente"; istituisce il lavoro a prestazioni ripartite "fra due o pi lavoratori, obbligati in solido nei confronti di un datore di lavoro"; per le prestazioni di lavoro occasionale e accessorio, in generale e con particolare riferimento a opportunit di assistenza sociale, queste sono regolarizzabili attraverso la tecnica dei buoni in sostituzione del salario; si instaurano prestazioni che esulano dal mercato del lavoro e dagli obblighi connessi svolte a titolo di aiuto, mutuo aiuto, obbligazione morale senza corresponsione di compensi soprattutto in agricoltura (in pratica una nuova forma di servit della gleba); estende al settore agricolo il lavoro interinale; normalizza i contratti di collaborazione coordinata e continuativa (collaborazioni a progetto) e con la certificazione vuole impedire le vertenze a riguardo; infine, per il socio lavoratore, prevede deroghe al contratto collettivo nazionale e la non applicazione del titolo III (dell'attivit sindacale) e dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori che, peraltro, le cooperative gi non applicano grazie a contratti ed a norme che individuano nel socio lavoratore una sorta di imprenditore. 3.4. Cambiamenti qualitativi nel lavoro e nuove contraddizioni Con il Libro Bianco di Maroni e la Legge 30 viene portato a compimento lintero processo di deregulation del mercato del lavoro: un processo su cui si sono mostrati pi o meno concordi tutti i governi che si sono succeduti dai primi anni 80 in poi, indipendentemente dallappartenenza politica. La recente svolta della Cgil apre una nuova fase tutta da verificare, ma che non cancella lustri di politica sindacale concertativa e di politica dei redditi (con esiti fallimentari per i lavoratori e di svalutazione del mondo del lavoro). Le trasformazioni che abbiamo fin qui sommariamente descritto riguardano essenzialmente il piano giuridico e quantitativo. Occorre tuttavia considerare che, dal lato qualitativo, la diffusione pervasiva delle tecnologie linguistico-comunicative ha strutturalmente modificato il modo di lavorare. Molto in breve, i punti salienti sono i seguenti: 1. la differenza tradizionale, di marxiana e gramsciana memoria, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende a perdere di significato di fronte alla necessit di formazione professionale sempre pi imprescindibile per svolgere lavoro di esecuzione (es. sistemi Cad-Cam) e di fronte alla standardizzazione delle procedure di comunicazione introdotte dallinformatica che tendono a taylorizzare sempre pi il lavoro intellettuale. Per quanto riguarda il lavoro manuale, uno degli effetti dellautomazione flessibile, come esito dei processi di ristrutturazione produttiva, stata quella di rompere la ripetitivit dellazione lavorativa tipica della tradizionale linea di montaggio meccanica

tramite linglobazione in un solo momento operativo di pi funzioni e mansioni (aumento dello sfruttamento). La possibilit di comunicare (con il linguaggio dellinformatica) tra macchine operatrici diverse consente, infatti, di poter svolgere in quasi simultaneit operazioni che fino a poco tempo fa veniva svolte sequenzialmente: in particolare, allattivit di esecuzione vera e propria, oggi ad appannaggio esclusivo della macchina (con notevole riduzione della fatica fisica), si sommano operazioni di controllo-qualit, di adeguamento computerizzato della macchina al pezzo in linea, che variando costantemente, necessita di una continua riprogettazione della macchina operatrice. Il mix di attivit manuale, di controllo e di intervento di progettazione necessariamente comporta la detenzione di competenze specifiche, vale a dire di conoscenze relative alla tecnologia utilizzata. Diventa imprescindibile un processo di formazione specializzata, permanente e continua, tanto veloce quanto veloce la dinamica tecnologica. Lasservimento alla macchina passa oggi non solo tramite le braccia ma anche tramite il cervello. In questo contesto, lo sviluppo di formazione professionale non necessita una preparazione culturale autonoma. Il sapere individuale si scinde sempre pi dal bisogno di possedere competenze specifiche. Dal lato del lavoro intellettuale, limpatto delle tecnologie informatiche stato ancora pi forte. La distinzione principale tra attivit manuale, soggetta ad uno sforzo fisico oppure ad una ripetitivit dellagire lavorativo, e attivit intellettuale, basata sullagire del cervello e su valutazioni per definizioni individuali e differenziate, stava essenzialmente nellimpossibilit di misurare e di valorizzare in termini di unit di prodotto e/o di tempo (produttivit del lavoro) questultimo, in quanto lesito dellattivit lavorativa dipendeva dal grado di istruzione, dal livello culturale e dallesperienza individuale. Lintroduzione delle tecnologie di linguaggio consente di poter controllare oggi in termini numerici la prestazione intellettuale. Se un tempo unattivit intellettuale era valutata in quanto tale, a prestazione ultimata, la codificazione dei linguaggi e della loro formulazione, da un lato, e la standardizzazione dei processi di produzione immateriale in procedure prestabilite e informatizzate, dallaltro, permettono la misurazione della prestazione intellettiva passo dopo passo, in ogni momento. La standardizzazione delle procedure comunicative tramite lutilizzo dei sistemi informatici ha cos comportato negli anni pi recenti una sorta di taylorizzazione della prestazione intellettuale. Ovviamente, questo discorso non pu essere esteso a tutte le attivit intellettuali: esso maggiormente presente laddove il grado di competenza e di sapere pi diffuso e codificabile, ovvero dove il grado di specializzazione relativa del sapere (vale a dire quel sapere, che non codificabile ed ad appannaggio di pochi, in maniera quasi esclusiva, ovvero sapere tacito) minore. Generalmente, tuttavia, si assiste ad uno svuotamento sostanziale dellattivit intellettuale a favore di una sua meccanizzazione che ne svuota il contenuto e svilendone non solo il risultato ma anche la ragion dessere. Anche per il lavoro intellettuale, quindi, la cultura conta sempre meno a vantaggio della necessit di formazione specifica26.

2. Parallelamente, si assiste al diffondersi di nuove servit del lavoro. Le attivit servili (dalla pulizia, alla
cura di persone e cose) lungi dallessere forme arcaiche acquistano una nuova modernit e necessit senza la quale la prestazione di lavoro cognitiva e precaria non potrebbe avere luogo27. 3. La prestazione lavorativa tende a diventare sempre pi cognitiva e relazionale: il cervello, i sentimenti e lesperienza di vita diventano fattori produttivi altrettanto importanti (se non di pi) delle braccia e del corpo. Le componenti immateriali crescono cos come il successo di una merce dipende sempre pi dagli aspetti simbolici ed immateriali ad essa legata (almeno in Occidente). Ci dipende dal fatto che la prestazione lavorativa si modificata in modo strutturale negli ultimi due decenni, a causa degli effetti della diffusione del nuovo paradigma produttivo, organizzativo e sociale che opera nel nord-capitalistico del pianeta e che chiamiamo dellaccumulazione flessibile (meglio) o post-fordista (peggio): La produzione di ricchezza non pi fondata solo ed esclusivamente sulla produzione materiale ma si basa sempre pi su elementi di immaterialit, vale a dire su merci intangibili, difficilmente misurabili e quantificabili, che discendono direttamente dallutilizzo delle facolt relazioni,
26 Sul grado di istruzione in Italia, la sua dinamica e la tendenza al suo immiserimento, cfr. larticolo di Daniele Checchi su Il Manifesto, 1 marzo 2003. 27 In particolare, la diffusione dei lavori servili ha a che fare con il processo di femminilizzazione del mercato del lavoro. Il lavoro di riproduzione viene svolto sempre pi dalle donne immigrate che sostituiscono le donne italiane entrate in massa nel nuovo mercato del lavoro. Su questi temi, cfr. C. Morini, La serva serve, DeriveApprodi, Collana Map, Roma, 2001, A.Nannicini (a cura di), Le parole per farlo, DeriveApprodi, Collana Map, Roma, 2002 e il numero di Posse di Aprile 2003.

sentimentali e cerebrali degli esseri umani. Tutta la vita viene piegata alla produzione: dalla sussunzione formale del taylorismo si passa alla sussunzione reale dellaccumulazione flessibile. Dalleconomia si passa alla bioeconomia. La produzione di ricchezza non pi fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto. Lattivit di produzione si attua in diverse modalit organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e di trasporto. Ne consegue uno scompagimento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica che viene sostituita da strutture gerarchiche che si attuano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate da cooperazione (raramente) e/o comando (spesso); La prestazione lavorativa si modifica sia quantitativamente che qualitativamente. Riguardo le condizioni di lavoro (laspetto quantitativo), si assiste ad un aumento degli orari di lavoro e, spesso ad un cumulo di mansioni lavorative, al venir meno della separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita, ad una maggior individualizzazione dei rapporto di lavoro. Inoltre la prestazione lavorativa acquista sempre pi elementi di immaterialit: lattivit relazionale, di comunicazione e cerebrale diventano sempre pi compresenti e importanti. Tali attivit richiedono formazione, competenze e attenzione: la separazione tra mente e braccia, tipica della prestazione taylorista, si riduce sino a sviluppare un connubio di routines e di intensa partecipazione attiva al ciclo produttivo. Alla divisione tradizionale del lavoro per mansioni si aggiunge la divisione dei saperi e delle competenze, aumentando il grado di assoggettamento del/la lavoratore/trice ai tempi del processo produttivo. Tale assoggettamento non pi imposto in modo disciplinare da un comando diretto, il pi delle volte viene introiettato e sviluppato tramite forme di condizionamento e di controllo sociale. Lindividualismo contrattuale che ne consegue rappresenta la cornice istituzionale giuridica, al cui interno il processo di emulazione e di competizione individuale tende a diventare la linea-guida del comportamento lavorativo.

I due aspetti, quello quantitativo e quello qualitativo, si complementano a vicenda: lindividualizzazione del rapporto del lavoro anche lesito del linguaggio in senso lato (comunicazione, relazione, sapere, competenza) come componente essenziale della prestazione lavorativa e tale linguaggio per definizione individuale. Si ha cos una metamorfosi del rapporto capitale-lavoro che modifica le soggettivit del lavoro in azione. E che bisogna comprendere per aprire nuovi spazi di conflittualit. Ma su questo si sconta un grave ritardo. Ad esempio, sempre pi importante la necessit da parte di chi organizza il processo di accumulazione di controllare lerogazione di forza-lavoro non pi tramite dispositivi disciplinari alla Foucault ma piuttosto tramite linstillazione di forme sociali di controllo quali lauto-repressione, lauto-censura e lauto-controllo stesso oppure la creazione di immaginari virtuosi e positivi (limmaginario che controlla la mente come una droga). Se al controllo del fattore-produttivo cervello si aggiunge il controllo del territorio (la sicurezza), allora la forza lavoro tende ad essere sempre pi malleabile e soggiogabile. Apparentemente, tale cambiamento verso una maggior individualit (soggettivit) della prestazione lavorativa favorisce parimenti unindividualizzazione del rapporto di lavoro: dal savoir faire al laissez faire. E ci era sicuramente vero nella fase pre-fordista della produzione artigianale e delloperaio di mestiere di fine 800 e prima decade del 900, quando la produzione era essenzialmente materiale, basata sulla divisione del lavoro manuale e dove la cooperazione produttiva era inesistente28. Oggi, le tecnologie di comunicazione e linguaggio sono tanto pi produttive quanto pi sono in grado di creare reti di produzione e comunicazione, network e sistemi reticolari, cio quanto pi creano cooperazione sociale. Ma la cooperazione che si attua il pi delle volte cooperazione sfruttata o fondata su basi di comando gerarchico (divisione dei saperi e delle conoscenze). Solo chi dotato di saperi esclusivi (quindi una stretta minoranza) in grado di sviluppare cooperazione linguistica paritaria e quindi essere dotato di un potere contrattuale in grado di reggere la contrattazione individuale. La stragrande maggioranza dei lavoratori/trici, pur se a diversi livelli e con diversi gradi di intensit, subisce, invece, lindividualizzazione del rapporto di lavoro e la conseguente precarizzazione, pur allinterno di un processo di valorizzazione sociale. La contraddizione dellaccumulazione flessibile dunque interna alla coppia: produzione socializzata contrattazione individuale che rimanda, per quanto riguarda lorganizzazione del lavoro, allulteriore
28 Al punto tale che la cooperazione produttiva era antitetica e alternativa alla produzione capitalistica.

contraddizione: cooperazione orizzontale della produzione - verticalizzazione gerarchica delle decisioni e del comando29. E allinterno di questi due poli che si d forma la moltitudine del lavoro, una moltitudine disomogenea, ma di classe, vale a dire accomunata dallessere soggetta pi o meno direttamente o al comando gerarchico o allautoregolazione indotta dal controllo sociale. E va in questa direzione, la recentissima tendenza nei mercati locali del lavoro delle aree a pi alta densit di produzione immateriale di trasformare i contratti di lavoro parasubordinato e/o autonomo in contratti atipici di subordinazione, al fine di meglio controllare, sotto un esplicito comando diretto, la prestazione di lavoro cognitivo30. La questione della ricomposizione sociale passa attraverso la presa di coscienza di questi elementi contradditori, tanto pi difficile quanto pi le attivit cerebrali umane, ovvero la vita stessa, sono inesorabilmente inserito nel contesto produttivo. E passa anche attraverso il riconoscimento, la ricerca, lanalisi dei diversi segmenti del lavoro che animano il rapporto di sfruttamento flessibile. Paradossalmente, ma non troppo, in tempi in cui la struttura del comando economico si mondializza, viene meno la classica e fordistica ripartizione tra primo mondo e terzo mondo, per il semplice fatto che in ogni angolo del mondo, dal Nord al Sud, con intensit diverse e modalit ancora tutte da indagare, queste due realt, questi due mondi sono contemporaneamente omnipresenti con tutto il carico di conflittualit che ne deriva. La possibilit perch il mondo del lavoro acquisti di nuovo una forte capacit contrattuale sta nella capacit di disvelare questi processi, favorire una nuova presa di coscienza, intraprendere una radicalit di pensiero e azione oggi poco diffusa. Mayday, mayday, Euromayday!! 3.4. Alcune riflessioni sul piano politico La crisi del paradigma fordista-taylorista-keynesiano ha favorito il processo di scomposizione e frammentazione del mercato del lavoro. Oggi non pi possibile identificare un unico modello di organizzazione del lavoro quello della fabbrica integrata ed ununica tipologia di lavoratore quello dipendente a tempo indeterminato. Osserviamo contemporaneamente un insieme di modalit produttive. Non un caso che oggi tutte le forme dello sfruttamento sono oggi moderne: dal rapporto schiavistico e semischiavistico a quello di alta consulenza, passando dal lavoro artigianale a quello salariato a quello autonomo eterodiretto. Ne consegue un superamento parziale della tradizionale figura del lavoratore salariato dipendente a tempo indeterminato con forme lavorative sempre pi precarie. Tale fenomeno, compensato a livello internazionale dallincremento del numero dei salariati nel Sud del mondo, pu essere osservato sia dal lato della frammentazione del lavoro che dal lato del cambiamento qualitativo della stessa prestazione lavorativa, a prescindere dalle forme contrattuali che assume. Si tratta, evidentemente, di due facce della stessa medaglia. La riduzione numerica della figura del lavoratore dipendente a tempo indeterminato un fenomeno comune a quasi tutti i paesi dEuropa. Essa ha dato origine ad un processo di scomposizione e frammentazione del mercato del lavoro, il cui ritardo di analisi stata la principale concausa della debolezza attuale dei sindacati, insieme alla sciagurata scelta della maggior parte degli stessi sindacati europei (quelli, raccolti nella CES, Confederazione Europea dei Sindacati) di perseguire politiche di concertazione, cogestione e subalternit aconflittuale. Il processo di desindacalizzazione (ovvero la riduzione nel numero degli iscritti) negli ultimi ventanni, anche se pi contenuto in Italia e in Germania (perch compensato dallaumento dei pensionati), ne la eclatante conferma. Il processo di frammentazione del mercato del lavoro ha sortito quindi non solo la crisi della rappresentanza sindacale e del suo potere contrattuale, ma, soprattutto, ha portato allindividualizzazione del rapporto del lavoro, al dominio della contrattazione individuale su quella collettiva e, quindi, alla capitolazione del lavoro di fronte al capitale, con tutti gli effetti peggiorativi sulla condizioni di lavoro, di salario, di libert, ecc. Tre sembrano, a grandi linee, le figure principali oggi emergenti nel mercato del lavoro: il lavoratore salariato autonomo, che racchiude sia il lavoratore a tempo indeterminato che quello atipico, oramai accomunati dalla ricattibilit del reddito e del lavoro (effettivo per latipico, potenziale per il tipico). Il lavoratore biopolitico della soggettivit e della conoscenza, che opera in modo formalmente autonomo o
29 Su questi aspetti, vedi A.Tiddi, Precari. Lavoro e non lavoro nel post-fordismo, collana Map, DeriveApprodi, Roma, 2002. 30 Ad esempio, nellarea metropolitana di Milano, allinterno del terziario per la produzione, sempre pi diffuso la trasformazione dei rapporti di collaborazione coordinata continuativa e di prestazione autonoma in contratti di lavoro dipendente atipico (a tempo determinato o part-time).

parasubordinato. E infine, ma non ultimo, il lavoratore migrante, che svolge prevalentemente attivit lavorativa di natura servile e/o manuale. La prima categoria racchiude anche tutte le prestazione di lavoro subordinato oggi definite atipiche, ovvero caratterizzate da precariet salariale e contrattuale, sottoposte al ricatto della ricerca della continuit di lavoro, allimpari contrattazione individuale, senza tutele n garanzie, soli di fronte allarroganza padronale, come se fossero lavoratori autonomi. Dal contratto part-time, agli interinali, agli stagionali, sino ai parasubordinati, circa un 50% della forza-lavoro giovanile a livello europeo (con punte di 70-75% nei paesi di fascia mediterranea, Spagna e Italia in testa), entra nel mercato del lavoro con queste caratteristiche (catenariato - chainworkers). La seconda categoria fa riferimento a tutte le prestazioni lavorative formalmente indipendenti o dipendenti, ma fortemente caratterizzate da attivit cognitivo-relazionali, in cui luso delle cognizioni linguisticocerebrali-esperienzali ricorda le competenze individuali che gli artigiani dei primi anni del secolo scorso dovevano avere per poter svolgere il loro mestiere (cognitariato - brainworkers). La differenza sta che oggi i saperi dipendono e sono strettamente interrelati alla vita dei soggetti, al bios e non pi solo allabilit manuale. E il lavoro a chiamata o a progetto, la new entry delle tipologie contrattuali, sembra proprio pensata per questo tipo di attivit sulla base di una prestazione lavorativa: usa e getta. Parlare di salariato autonomo o di lavoratore biopolitico pu sembrare un ossimoro, una contraddizioni in termini, se analizzata con gli occhi del paradigma taylorista-fordista. Cos come lo la dizione workingpoor, lavoratore povero, colui che pur lavorando a tempo pieno e/o in modo intermittente, non riesce ad acquisire un reddito superiore alla soglia di povert. Ma, oggi, tali ossimori sono la norma: leterodirezione del lavoro, lelevata prescrittivit di mansioni non sempre disciplinate ma comunque sottoposte a forme di autocontrollo, non riguardano pi solo il lavoro formalmente dipendente ma di fatto interessa la quasi totalit delle prestazioni lavorative, anche quelle che un tempo godevano di maggior autonomia decisionale. La terza figura, il lavoratore/trice migrante (migrariato), caratterizzata oltre che dallelevata subalternit e sfruttamento della prestazione, dal dover far dipendere i diritti di cittadinanza dalla condizione lavorativa: un ritorno alle condizioni sociali precedenti alla rivoluzione francese! In conclusione, siamo quindi di fronte ad una pluralit di prestazioni lavorativa molto diverse, come diverse sono le soggettivit che vi sono implementate, ma accomunate da un livello di sfruttamento pi pervasivo di quello esistente ventanni fa, perch spalmato non pi solo sul tempo di lavoro ma sempre pi sulla stessa vita degli individui e sullutilizzo di tutte le capacit umane e non solo di alcune. Possiamo chiamare questo coacervo di soggettivit che dispone solo della propria capacit lavorativa con il termine moltitudine proletaria, per indicare un qualcosa che non omogeneo (come il termine popolo evoca) ma piuttosto un insieme di soggetti che non sono ancora classe. Per contrastare la deriva delle condizioni materiali di questa moltitudine necessario cogliere le contraddizioni che ciascuna di queste figure genera. Possiamo sintetizzarle nei seguenti punti: precariet : cooperazione sociale gerarchizzazione, individualizzazione del rapporto di lavoro mobilit: reticolarit e flessibilit spaziale confini chiusi e delimitazione della territorialit intellettualit: flessibilit mentale e di apprendimento specializzazione monotematica pubblicit: diffusione e comunione dei saperi e della comunicazione controllo dei saperi. Queste contraddizioni si in quadrano in quelle pi generali:

socializzazione della produzione individualizzazione del rapporto del lavoro cooperazione sociale gerarchia tempo di vita tempo di lavoro esodo, rivolta, sabotaggio dellattivit mentale assoggettamento, cooptazione, passivit

4. SUL CONCETTO DI FLEXICURITY


Per noi flexicurity significa possibilit di essere flessibili senza dover subire la precariet. In altri termini significa ribadire la supremazia del diritto alla scelta dellattivit lavorativa sul semplice diritto al lavoro (qualunque esso sia). Con il termine flexicurity, di derivazione anglo-manageriale e gi oggetto di legiferazione nei Paesi Bassi, si intende indicare un traguardo di autotutela sociale e per togliere la maschera oramai ventennale di

propaganda neoliberista a favore del concetto di flessibilit, inganno semantico che cela realt di precariet sempre pi generalizzata e capillare in tutta Europa. Guardando ad un livello pi congiunturale dellanalisi, flexicurity intende essere la risposta del precognitariato radicale agli ammortizzatori sociali, vere e proprie elemosine di non-diritti proposte da buona parte del centro-sinistra. Gli ammortizzatori sono pallidi palliativi per tenere sotto controllo le conseguenze nefaste della precariet esplosa dopo il pacchetto Treu, che ha innescato il processo di sostituzione di contratti tipici con contratti atipici e precari e continuata con la legge 30 (Biagi). Leffetto del pacchetto Treu stato di estendere le possibilit di lavoro precario in modo quantitativo mentre il recente provvedimento sembra solo preoccuparsi di consolidare i guadagni che le imprese traggono dalla precariet e garantire il peggio possibile a chi da poco entrato o si appresta a entrare nel mercato del lavoro. Pi nello specifico e in modo concreto, semplice e soprattutto praticabile nellimmediato (dobbiamo dare risposte concrete a problemi concreti), flexicurity significa: Garanzia di reddito (Cassa sociale precaria) a) Continuit di reddito, tramite la costituzione di un Sussidio di Flessibilit Sostenibile generalizzato corrisposto a chiunque perda il lavoro per risoluzione di contratto, licenziamento, cessazione di missione interinale, cessazione di progetto parasubordinato o cmq si trovi ad affrontare la cessazione del flusso di reddito associata a unattivit lavorativa di qualunque tipo, in particolare free-lance. A tal fine proponiamo di costituire una Cassa Sociale Precaria per finanziare il rischio di disoccupazione, infortunio, malattia, maternit, ecc., ecc. b) La Cassa Sociale Precaria adibita anche allerogazione di unIndennit di Accesso Universale alla Maternit, per garantire il diritto alla maternit consapevole c) La Cassa Sociale Precaria adibita anche allerogazione di unIndennit speciale ai disoccupati di mezza et espulsi dal lavoro garantito costituita da una parte pecuniaria in aggiunta alleventuale reddito derivante da mobilit o continuit e da una parte di formazione permanente da svolgersi in universit e centri pubblici come presso associazioni e spazi sociali a scelta del disoccupato. Accesso ai servizi primari e alla socialit (Cassa municipale per i servizi sociali) Si propone la costituzione di una Cassa municipale per i servizi sociali, il cui compito fornire una carta di servizi che consenta: a) Accesso sussidiato per i precari a casa, media, trasporti, cultura, formazione, sia in termini di accesso a spazi e strutture sia in termini di tariffe gratuite o scontate. In particolare, un sussidio sullaffitto che copra la parte di canone in eccesso al 50% del reddito percepito. b) Listituzione di demogrants, contributi a fondo perduto erogati a gruppi e associazioni formali e informali di giovani che abbiano natura di solidariet sociale, tutela ambientale e innovazione culturale. Forme di finanziamento La Cassa SocialePrecaria dovrebbe essere alimentata da contributi a carico dei datori di lavoro e delle agenzie di intermediazioni manodopera, dei compensi di precari e parasubordinati (in percentuale inferiore al 10%) e, nella parte residuale, dalla fiscalit generale. La Cassa municipale per i servizi sociali finanziata esclusivamente dalla fiscalit municipale tramite una ridefinizione e riforma della tassazione locale (Ici, imposizione progressiva e Irap diversificazione a seconda delle attivit produttive e loro localizzazione) e sulla base dei finanziamenti centrali: in altre parole, si tratta di ragionare e fare proposte riguardo allintroduzione e ridefinizione delle imposte su plusvalenze immobiliari, entrate cedolari, dividendi azionari, patrimoni familiari, tassa di successione. Ad esse si dovrebbero aggiungere imposizioni relative alluso del territorio (tasse di localizzazione e di fabbricato, ad esempio, per i centri commerciali, e altre attivit produttive che lucrano profitti sulla base del loro posizionamento spaziale. Salario minimo orario Listituzione di un Salario Minimo Municipale di almeno 10 euro lordi lora con forti maggiorazioni per le ore supplementari e straordinarie, forte limitazione del lavoro festivo nel commercio, nella prospettiva di un Salario Minimo Europeo che faccia da barriera al di sotto di cui gli standard sociali di Eurolandia non possano cadere. Tale Salario minimo municipale applicato per tutte le prestazioni lavorative non contrattualizzate e a tutti i contratti precari, per i quali non esiste a livello contrattuale, la definizione di

uno stipendio/salario mensile continuativo. Facciamo degli esempi: un lavorator* occasionale, stage, co,co,co, a progetto, interinale, apprendista a termine, stagionale, viene pagato a ore con una cifra che non pu per legge essere inferiore ai 10 euro lordi allora, a prescindere dallattivit lavorativa svolta. Pu, ovviamente essere superiore. Chi ha un contratto continuativo (a tempo pieno o a tempo ridotto) percepisce un salario mensile (non orario) che viene contrattualizzato sulla base degli accordi sindacali esistenti. DRASTICA CONTRAZIONE TIPOLOGIE CONTRATTUALI Come abbiamo gi scritto, oggi sono sono pi di 30 tipologie contrattuali e la legge Biagi ne aggiunge altre. Da dieci anni a questa parte cresciuta una giungla di norme giuslavoriste, continuamente aggirate e/o piegate, creando un vero e proprio apartheid del lavoro che ha polverizzato la rappresentazione collettiva della forza lavoro nellinteresse di aziende tanto fameliche e antisociali quanto strategicamente incapaci. Il divide et impera del neoliberismo si fonda su mercati del lavoro marcatamente duali, di derivazione americana (unionized fulltimer w/benefits vs non-union partimer w/o benefits) e asiatica (i garantiti a vita del toyotismo vs la forza lavoro periferica e interinale dellindotto). Ma neanche in questi paesi vige la pletora di contratti di lavoro e di buste-paga inintelligibili che c in Italia. Proposta minimale di riduzione drastica: si propongono 4 tipologie base di contratto di lavoro dipendente: Durata Contratto Regime Temporale PART-TIME FULL-TIME DETERMINATO Tempo parziale e determinato Tempo pieno e determinato INDETERMINATO Tempo parziale e indeterminato Tempo pieno e indeterminato

Queste 4 tipologie sono in grado di accogliere la stragrande maggioranza dei rapporti di lavoro possibili senza scomodare stage, job on call, outsourcing, apprendistato, partecipazioni, collaborazioni occasionali. Per evitare trucchi strani, sono possibili solo due contratti a tempo determinato per la stessa azienda in un arco di due anni, dopodich scatta lassunzione a tempo indeterminato regolata dallo Statuto dei Lavoratori. Per chi non vuole timbrare il cartellino e ha competenze tecniche e/o culturali specifiche (non per pony espress o raccoglitori di pomodori, quindi) possibile unicamente il contratto dopera e consulenza (non utilizzerei la dizioni contratto a progetto, perch il termine purtroppo gi abusato dalla Legge 30), di durata non inferiore ai 6 mesi e con cassa previdenziale a cui deve essere possibile accedere anche senza alcun periodo di lavoro dipendente (oggi servono almeno dieci anni di lavoro dipendente per potere percepire la magra pensione da parasubordinato; di fatto, i cococo stanno pagando per le pensioni di quelli che oggi vanno in pensione, non certo per le proprie che non percepiranno. Ad ogni modo, il lavoro autonomo e/o professionale soggetto a partita iva diventerebbe applicabile solo in caso di pi di due committenti e/o oltre una certa cifra fatturata. CONCLUSIONI La proposta di flexicurity insieme ad altre - al centro del dibattito che si avviato sul lavoro precario e sulla precariet esistenziale. Essi sono al centro del processo che in questi giorni sta delineando il countdown verso lEuromayday 005. Eevidente che interventi fondati sulla flexicurity implicano una drastica ridefinizione e adeguamento degli strumenti di welfare. Primi esperimenti possono essere svolti a livello municipale. In tal senso, possibile sfruttare gli spazi offerti dalle Legge 328/2000 sul welfare locale e impostare una fondata riflessione sulla riforma della fiscalit locale e delle forme di finanziamento. Possibili esperimenti sono quelli che si stanno effettuando nel comune di Venezia-Mestre, nella regione Friuli e i vari progetti di legge regionale sullistituzione di un reddito di esistenza (pur nella loro limitatezza, parzialit ed equivocit).. Infine, chiediamo che venga creata una cassa previdenziale unica, gestita e coordiunata a livello statale, a prescindere dalla tipologia contrattuale del lavoro.