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LOGICA MATEMATICA

(In 20 lezioni)

P. G. Odifreddi
A cura di C. Cella
September 2007
INDICE Pag.

Lezione1: La logica matematica ………………………………………………. 1


Lezione2: Il naso di Pinocchio …………………………………………………. 10
Lezione3: Le gambe di Achille ………………………………………………… 19
Lezione4: Il teatro dell’assurdo ………………………………………………... 28
Lezione5: Idee accademiche ……………………………………………………. 37
Lezione6: Una metafisica liceale ……………………………………………….. 46
Lezione7: Lezione sotto il portico …………………………………………........ 54
Lezione8: Interregno ……………………………………………………………. 63
Lezione9: Un inglese calcolatore ……………………………………………….. 71
Lezione10: Un tedesco sensato e (in)significante ……………………………… 79
Lezione11: Un Nobiluomo paradossale ………………………………………... 87
Lezione12: Alle ricerche del trattato perduto ………………………………… 96
Lezione13: Questioni di forma …………………………………………………. 105
Lezione14: L’intuizione al potere …………………………………………….... 114
Lezione15: Un austriaci (mica tanto) completo ………………………………. 124
Lezione16: Metamorfosi di un teorema ……………………………………….. 132
Lezione17: Risposta a Pilato ……………………………………………………. 141
Lezione18: L’enigma dell’informatica ………………………………………… 150
Lezione19: Gran finale …………………………………………………………. 159
Lezione20: Un secolo di fondamenti ……………………………………………. 167

Note: Le seguenti 20 lezioni di logica matematica sono state da me trascritte dalle relative
videolezioni del Prof. P. G. Odifreddi, adattate al linguaggio scritto, aggiustate e da me interpretate,
spero in modo corretto, in certi passaggi non del tutto chiari o espliciti. Ho fatto questo lavoro spinto
solo dall’interesse per questa materia, che non ho potuto soddisfare nei lontani tempi dell’università,
per mancanza del materiale didattico adeguato o difficoltà di reperirlo.
Questo corso di logica mi ha aperto le idee sulla matematica moderna, in particolare l’algebra
astratta e la teoria insiemistica avanzata, ostiche per me quand’ero studente di fisica, soprattutto
nella comprensione di certi teoremi.
Consiglio di seguire questi corso agli studenti dei primi anni di fisica e naturalmente di matematica.
Prof. C. Cella

LEZIONE 1: La logica matematica


Mi chiamo Piergiorgio Odifreddi e vi invito a seguire un corso di logica matematica. Questa è la prima
lezione, una lezione introduttiva che divideremo in due parti, poi naturalmente sarà seguita da un lungo ciclo

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di 19 altre lezioni in cui entreremo ovviamente nei dettagli di questa materia. Cerchiamo però di capire che
cos'è la logica matematica, anzi dovrei cercare di convincervi a seguire le prossime lezioni, perciò cercherò
di spiegarvi in parole povere e anche cercando di attirare la vostra attenzione, che cos'è la logica
matematica. Cominciamo subito a vedere qualcuna delle slide. Vi dico anche, già dagli inizi, che queste
slide voi potrete trovarle sul sito del Nettuno e quindi ogni volta che faremo una nuova lezione potrete
andare a rivedervi queste cose, piano piano e a ripassare ciò che è stato detto. Allora, dicevo, incominciamo
con una definizione, perché come avrete capito dall'aggettivo matematica, questo corso è qualche cosa che
ha a che fare appunto con la matematica e soprattutto con i procedimenti della matematica. Ora questi
procedimenti, qualcuno di voi lo saprà, anzi mi immagino che la maggior parte di voi, visto che seguite
corsi di questo genere, saprà cosa significa fare matematica, significa in particolare seguire il metodo
matematico, che è un metodo assiomatico, che parte da definizioni, parte da assiomi e poi sviluppa via via
nozioni più complesse e proposizioni più complicate che vengono derivate dagli assiomi. Allora
cominciammo, anche noi subito, dalla migliore tradizione della matematica con una definizione: che cos'è la
logica? Beh, la logica si può definire in tanti molti, ma io ho scelto questo modo qua: “la logica è
semplicemente la scienza del ragionamento”. Ci sono ovviamente due termini del discorso, cioè scienza e
ragionamento e su questi dobbiamo soffermarci per un momento, anzitutto ragionamento. Questo significa
LOGICA che stiamo cercando di costruire una teoria però non una
Scienza del ragionamento teoria, per esempio di come è fatto il mondo, di come è
LOGICA MATEMATICA fatto il cervello o tante altre cose; a noi interessa in questo
Scienza del ragionamento matematico corso e soprattutto nell'ambito della logica, della logica
matematica, ma più in generale della logica, ci interessa studiare come l'uomo ragiona, l’uomo inteso
ovviamente come essere umano. Questo è il primo termine di questa definizione, ma c'è anche quest'altro
termine che ci dice anche come noi cercheremo di studiare questo ragionamento, cioè il termine è scienza e
per l’appunto scienza significa che cercheremo di usare il metodo scientifico, che poi nel caso nostro sarà in
particolare “il metodo matematico”. Quindi vi ho detto in breve quale sarà l'argomento del nostro discorso,
cioè il ragionamento e quale sarà il metodo con cui noi affronteremo questo discorso, cioè “il metodo
scientifico”. Ora questo, già in parte dovrebbe, dirvi come mai si parla di “logica matematica”, cioè il
“matematica”, in questo titolo “logica matematica” può stare a significare per l’appunto, il fatto che noi
seguiremo, adotteremo, useremo il metodo della matematica per studiare il ragionamento. In effetti, così è in
parte, ma solo in parte e questo è il motivo o uno dei motivi, per cui la logica matematica si chiama, per
l’appunto matematica, a differenza dalla logica in generale, che era invece una scienza o meglio un
argomento che veniva studiato già dai tempi dei greci, come diremo anche fra pochi minuti, ma in un modo
forse un po' diverso, in maniera più discorsiva, più filosofica, più intuitiva e quindi non in maniera
scientifica, anche per un ovvio motivo, perché all'epoca la scienza non era ancora nata. Ma andiamo oltre e
proseguiamo con una seconda definizione e qui veramente stiamo cercando di definire quale sarà il nostro
soggetto, il soggetto di queste 20 lezioni, cioè che cosa è la logica matematica. Se “la logica” è “la scienza
del ragionamento”, si può immaginare per analogia che “la logica matematica” sarà “la scienza del
ragionamento matematico”. Ed ecco che allora qui il “matematico” interviene in una maniera diversa, non
soltanto come nella prima definizione, come metodo di studio del ragionamento, ma anche come oggetto del
ragionamento stesso, cioè ci interesseranno non soltanto i ragionamenti in generale, anche perché questo tra
l'altro è un campo enorme, vastissimo su quale poi ovviamente diremo anche qualcosa, però noi cercheremo
di concentrarci, com’è tipico tra l'altro del metodo scientifico di non fare grandi castelli, su un particolare
aspetto del ragionamento, che è il ragionamento matematico. Questo per tanti motivi, in parte anche storici,
ma anche dovute al fatto che nella matematica si pensa, si è sempre pensato fino dall'antichità, fino dai
tempi di Pitagora, che il ragionamento matematico sia forse la forma più perfetta, più astratta, più sviluppata
di ragionamento. Ed ecco che allora si va a studiare matematicamente il ragionamento che viene fatto nella
matematica. Dunque la matematica interviene in due maniere contrapposte, in parte come oggetto dello
studio ed in parte come metodo di studio. Quindi questo è più o meno quello che vorremmo fare. Allora
adesso cerchiamo di avvicinare il nostro soggetto. Ovviamente, come vi ho già detto, questa è una lezione
introduttiva, tutte le cose di cui parleremo quest'oggi, a cui accennerò quest'oggi, saranno riprese in lezioni,
anzi dedicheremo a ciascuno degli argomenti di cui parlerò adesso e a ciascuno dei personaggi a cui

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accennerò in seguito, una lezione speciale e poi naturalmente parleremo anche di altre cose, ma questa
lezione introduttiva vuole essere un invito per l’appunto, una specie di scheletro, per cercare di farvi vedere
quali saranno gli argomenti da una parte e i personaggi dall'altra, di cui parleremo in queste lezioni.
Vediamo più da vicino quali sono appunto gli argomenti che ho indicati in questo modo, premetto che
cercheremo sempre di usare dei titoli un pochettino anche fantasiosi, per cercare di attirare l'attenzione,
perché questo è anche il modo di insegnare, allora dicevo le tre vie della logica: come si arriva a studiare la
logica, perché si è pensato in certi periodi storici di studiare la logica, cioè di studiare in maniera scientifica
e poi successivamente in maniera matematica il ragionamento?. Le tre vie che ho indicato sono:
la dialettica, i paradossi e le dimostrazioni, su ciascuna delle quali dirò adesso alcune parole e poi in
seguito cominceremo già dalla prossima lezione ad
affrontare
più da vicino e più in dettaglio. La prima via, come ho detto, è
la via della dialettica, che è stata iniziata perlomeno in
Occidente dalla Scuola greca dei sofisti e qui nella slide
vediamo un'immagine di sofista. Sofista oggi è un
aggettivo non particolarmente piacevole, perchè quando si
dà a qualcuno del sofista questo lo si fa in genere maniera
negativa, significa che questo qualcuno sta facendo un
discorso capzioso, sta cercando di menare il can per l’aria,
sta usando parole spesse volte senza significato, giocando
pure sull'equivoco e così via. Ebbene i sofisti erano in parte
anche questo, non soltanto questo. Ci furono grandi
personaggi nella Scuola sofista, in particolare questi due
che si chiamano Protagora e Gorgia. Qualcuno di voi li
riconoscerà, coloro che hanno fatto gli studi classici,
perché sono i titoli di due famosi dialoghi di Platone, che
appunto Platone dedicò a questi due personaggi. Platone
era ovviamente in contrapposizione con i sofisti e quando
parleremo di Platone, perché a lui dedicheremo una
lezione, vedremo meglio, più da vicino, come mai c'era
questa contrapposizione. Ora i sofisti erano interessati in
particolare all'arte della parola, all'arte del discorso e allora
per cercare di catturare il discorso, per cercare di fare il
discorso in una maniera più incisiva possibile, ecco che i sofisti incominciarono anzitutto a studiare quali
erano le regole che stavano dietro, che soggiacevano al discorso, per cercare di usarle ai propri fini. Su
questa tradizione io non dirò molto di più, perché in realtà questa è una via che se ne va, noi diremo in
matematica per la tangente, se ne va da un'altra parte e dico soltanto per concludere questa idea, questa
prima via che approccia alla logica, che in realtà la via della dialettica è qualche cosa che viene usata ancora
oggi ovunque; la si usa nei tribunali, la si usa nei parlamenti, la si usa nei media, in televisione, eccetera. E’
la via meno scientifica, ma è quella che poi tutto sommato noi usiamo, quando cerchiamo di convincere un
avversario o un pubblico, qualcuno appunto che cerchiamo di convincere di qualche cosa, usando le arti del
discorso e l'arte del discorso per antonomasia era per l’appunto la dialettica e per usare l'arte del discorso
bisogna conoscerne le regole. Questo è il primo motivo per cui storicamente si è cominciata a studiare la
logica. Però come vi ho detto, questo è un motivo che noi non tratteremo, perché è una cosa più filosofica,
certamente meno matematica e meno scientifica. La seconda via invece, che è la via dei paradossi, è
qualche cosa che veramente ha a che fare con il nucleo del nostro di discorso e infatti a questi paradossi,
cioè al paradosso del mentitore e al paradosso di Achille e la tartaruga che sono i due più famosi paradossi
della storia ai quali brevemente accennerò fra un momento, dedicheremo per ciascuno un'intera lezione,
cioè un'intera lezione al paradosso del mentitore e un’intera lezione al paradosso di Achille e la tartaruga,
ma prima di parlare di queste paradossi vediamo meglio che cosa sono i paradossi. Ebbene i paradossi sono
dei ragionamenti che apparentemente sono corretti e che, però tutto sommato, dovrebbero essere sbagliati,

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perché le loro conclusioni sono per l’appunto paradossali, vanno contro l'opinione comune, paradoxa
significa proprio questo. Doxa, qualcuno di voi si ricorderà che c'è addirittura un'azienda che fa inchieste,
indagini su ciò che la gente pensa, che si chiama per l’appunto doxa e para significa oltre, quindi paradoxa
significa oltre l'opinione comune. Invero questi paradossi ebbero un'origine antichissima, non soltanto in
Grecia, ma addirittura in Cina, lo vedremo meglio quando parleremo nelle due prossime lezioni di questi
argomenti, cioè dei due paradossi più famosi, il paradosso del mentitore e il paradosso di Achille e la
tartaruga. Qual’è il paradosso del mentitore? Molto semplicemente il paradosso del mentitore è il paradosso
di qualcuno che dice “io sto mentendo”. Come mai è paradossale? Perché a prima vista questa è
un'affermazione che potrebbe sembrare sensata e coerente, però se voi ci pensate bene, se andate a riflettere
un momentino da vicino, uno che vi dica “io sto mentendo”, non si capisce bene se sta dicendo la verità o se
sta dicendo il falso. Infatti, se supponiamo che sta dicendo la verità, allora quello che sta dicendo è vero,
però sta dicendo che sta mentendo, quindi se dice la verità dice il falso. Va bene, voi potrete dire, allora non
dice la verità, dice il falso; beh, la storia è perfettamente simmetrica. Se dice il falso, allora quello che sta
dicendo, cioè dice di mentire, non è vero, è vero il contrario, ma se non è vero, ovviamente allora dice la
verità. Quindi se supponiamo che, chi dice “io sto mentendo”, dica il vero, allora abbiamo dedotto che dice
il falso e se invece supponiamo che dica il falso, abbiamo dedotto che dice il vero, perciò siamo entrati in un
circolo vizioso. Se la cosa è vi è sembrata un po' veloce, un po' da mal di testa, magari da farvi girare la
testa, aspettate con pazienza la prossima lezione e la prossima lezione parleremo per l’appunto del
paradosso del mentitore, cercheremo di affrontarlo più da vicino e quindi andremo a scavare non soltanto
nella sua storia, ma cercheremo anche di vedere qual è, o se c’è, una soluzione di questo paradosso. Il
secondo paradosso invece, di cui parliamo oggi, è il famoso paradosso di Achille e la tartaruga, che è qui
illustrato. La storiella forse tutti la conoscete, è una gara tra Achille piè veloce e la tartaruga zampa lenta,
cioè i due simboli della velocità e della lentezza. Ora sembrerebbe una gara poco sensata a far correre
Achille contro la tartaruga, quindi per dare alla tartaruga, almeno un minimo di vantaggio, si permette alla
tartaruga di partire un po' davanti ad Achille. Quindi Achille parte in questo punto (v. grafico) e la
tartaruga parte in quest’altro. Scatta il cronometro, si sente lo sparo della pistola che dà il via alla gara, ecco
che tutti e due partono. Naturalmente la tartaruga fa quello che può, cioè si muove un pochettino e ad un
certo punto percorre un certo percorso. Nel momento in cui Achille ha raggiunto il punto in cui è partita la
tartaruga, la tartaruga si è mossa di una certa quantità di spazio.
Benissimo, Achille continua la sua corsa molto veloce, percorre la
quantità di spazio che la tartaruga aveva percorso nel tempo in cui lui
aveva raggiunto il punto d'inizio della gara della tartaruga, la tartaruga
si è a sua volta mossa di nuovo di un altro pezzettino di spazio. Achille
percorre quel pezzo di spazio e così via e il problema sta proprio nel
così via, perché sembra che a questo punto il gioco possa andare avanti
all'infinito; dunque Achille non raggiungerà mai la tartaruga perché
ogni volta deve prima percorrere lo spazio che, anzitutto lo separa dal
punto di partenza della gara della tartaruga, poi lo separa dal punto in
cui la tartaruga è arrivata mentre lui faceva il primo pezzo e così via.
Sembrerebbe, dunque, che Achille non possa mai raggiungere la tartaruga. C'è qualcosa di sbagliato, perché
sappiamo tutti che se ci mettiamo a correre dietro una tartaruga prima o poi, anzi molto prima, la
raggiungiamo; dove sta l'errore, qual'è il problema, eccetera? Quindi vedete che ci sono effettivamente dei
problemi dietro a queste cose, dietro a questi ragionamenti e la logica cerca anche di studiare, questa è la
seconda via, per l’appunto la via dei paradossi, cerca di studiare quali sono i problemi che stanno dietro a
questi tipi di ragionamenti, cerca di andar a vedere dove sta l'inghippo, come diremmo oggi, dove sta
l'errore, se c'è un errore, qual è il modo di riformularli, insomma cerca di analizzare queste cose. Quindi
questa è la seconda via a cui dedicheremo, come ho detto, due intere lezioni, le prossime due. Ma c'è una
terza via, che è invece quella che ci interessa più da vicino, perché come vi ho detto prima stiamo facendo o
cercheremo di fare, di avvicinarci pian piano alla logica matematica e dunque ci interessa la matematica, il
ragionamento matematico e la terza via è la cosiddetta via delle dimostrazioni. Come mai? Ma perché
come forse qualcuno di voi saprà, agli inizi la matematica è nata senza dimostrazioni; qualcuno intuiva che

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c'erano dei risultati che si potevano ottenere, li scriveva, per
esempio il famoso papiro di Rhind, che riporta alcuni dei
risultati egiziani che risalgono a 2000 anni a.C. e più.
Ebbene questi risultati venivano semplicemente scritti,
trascritti senza nessuna giustificazione, senza nessun motivo
per il quale noi avremmo dovuto credere. Ci fu un momento nella
storia della Grecia, cioè verso il 600 a.C. in cui i greci capirono
che non si doveva più fare così, anche perché non c'era modo di
sapere se un risultato era giusto o sbagliato, a volte gli
egiziani effettivamente intuivano il risultato corretto, altre
volte invece si sbagliavano e intuivano, per modo di dire, quello sbagliato. Allora come si fa a decidere di
fronte ad un'intuizione, a quello che ci sembra vero, se questa cosa è effettivamente vera oppure no?
Bisogna dimostrare. Oggi per noi la cosa è lapalissiana, è lampante che per avere un teorema matematico
bisogna avere una dimostrazione. Ebbene non è stato sempre così lampante e i greci inventarono questo
nuovo modo di fare matematica; in particolare furono stimolati allo studio delle dimostrazioni da due famosi
risultati che sono collegati fra di loro, anche a questo personaggio di cui parliamo adesso, cioè Pitagora, a
cui dedicheremo un'intera lezione perché Pitagora è il punto di partenza della filosofia occidentale, della
scienza occidentale, della matematico occidentale, quindi veramente un personaggio in cui si racchiudono
tantissime idee, tantissime cose che furono scoperte per la prima volta in quel periodo e quindi torneremo a
parlare, forse non con molta profondità, ma per un'ora intera di questo personaggio. Il teorema di Pitagora, il
famoso teorema che tutti riconoscono, tutti conoscono, tutti ricordano, ebbene questo teorema di Pitagora, il
fatto che, se si prende un triangolo rettangolo, si ha che il quadrato costruito sull'ipotenusa è equivalente in
area alla somma dei quadrati costruiti sui cateti, è un qualcosa che molte civiltà intuirono, come i babilonesi,
gli egiziani, i cinesi, gli indiani eccetera, ma un conto è intuire, come dicevo prima e un conto è dimostrare.
La dimostrazione del teorema di Pitagora, perlomeno la prima dimostrazione che c'è pervenuta negli
“elementi di Euclide”, è una dimostrazione molto complicata. Ed ecco che allora sorge immediatamente il
motivo, il bisogno di andare ad analizzare queste dimostrazioni, cercare di capire che cosa sta dietro alle
dimostrazioni, quali sono i mezzi che fanno sì che una dimostrazione sia corretta e la logica parla, si
interessa precisamente di questo argomento. Il secondo risultato di cui parleremo a fondo, quando
affronteremo nella terza lezione l'argomento di Pitagora, è la fa molta scoperta che, se voi prendete un
quadrato e considerate la diagonale del quadrato, ebbene non c'è nessuna unità di misura che stia in una
maniera intera, sia nel lato che nella diagonale. Questo viene detto, in altri modi, dicendo che la diagonale e
il lato del quadrato sono fra loro incommensurabili, cioè non c'è nessuna misura comune, misura intesa nel
senso di numeri interi ovviamente. Ebbene questo che oggi esprimiamo dicendo che la radice quadrata di 2,
cioè la diagonale del quadrato è irrazionale per l’appunto, non si può scrivere come un rapporto di numeri
interi, in maniera razionale, anche questo è un qualche cosa che scoprirono i pitagorici, una scoperta
veramente dovuta Pitagora o perlomeno alla sua scuola. Questa scoperta è basata su una dimostrazione, non
è qualcosa che si veda ad occhio e questa dimostrazione, la dimostrazione che sta dietro alla irrazionalità
della radice di 2, è qualche cosa che era nuovo all'epoca e forse è il primo esempio di quello che viene
chiamato dimostrazione per assurdo. Ed ecco quindi un nuovo motivo per cercare di capire che cosa sta
dietro alle dimostrazioni, quali sono le leggi che regolano queste dimostrazioni e dunque una nuova via, un
altro modo di arrivare a questa logica matematica. Quindi queste sono le tre figlie: la dialettica, i paradossi
e le dimostrazioni. Sulla dialettica, come ho detto, non diremo altro, ma sui paradossi e sulle dimostrazioni
invece diremo parecchio, perché cercheremo di andare a fondo. Che cos'altro faremo in queste lezioni?
Ebbene oltre che a parlare di teoremi, di risultati, di pensieri, faremo anche un tentativo di affrontare
l'argomento in una maniera più umana o umanistica, se così vogliamo, cioè cercando anche di parlare di
coloro che questi pensieri hanno pensato, cioè dei pensatori e in particolare faremo tutto una serie, anzi
organizzeremo le nostre lezioni proprio sulle vite dei logici e quindi si potrebbe quasi dire che i simboli, il
motto delle nostre lezioni potrebbe essere “vite da logico”, che non è ovviamente un gioco di parole, come
scritte da cani, ma vite da logico non è così brutto, appunto come tante altre. Praticamente quest’oggi io
voglio soltanto farvi familiarizzare con le facce e i nomi di coloro dei quali parleremo, quindi andremo

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molto brevemente ad affrontarli o meglio a presentarli e poi ripeto, a ciascuno di questi dedicheremo una
lezione per vedere esattamente quali sono stati i loro contributi.
ANTICHITA’ Ci sono stati tre periodi principali della storia della logica: l'antichità, poi l'era
 Platone moderna, per così dire e poi un'era contemporanea. La logica oggi è un qualche
 Aristotele cosa che parte dalla matematica, è una delle grandi aree della matematica mo-
 Crisippo derna, ma non è stato sempre stato così, agli inizi dovete nascere ovviamente,
poi svilupparsi, adesso ha raggiunto completa maturità. Quindi vedremo anche, cercheremo di affrontare in
qualche modo le basi storiche, di vedere da dove sono nati e chi ha fatto nascere, chi è stato il primo o chi
sono stati primi a pensare in termini logici. Ebbene, questa prima parte della storia della logica è la storia
dell'antichità. I tre personaggi, coloro che hanno fatto di più per la logica moderna sono appunto: Platone,
Aristotele, Crisippo. Platone e Aristotele sono due personaggi sul quale non c'è bisogno di aggiungere
molto, perché tutti certamente conoscerete perlomeno i nomi; sono i due più famosi filosofi dell'antichità,
coloro che ancora con le loro teorie oggi in qualche modo informano la filosofia moderna. Crisippo è meno
noto, ovviamente su Crisippo faremo anche su di lui una lezione, ma forse sarà più una scoperta, mentre
invece su Platone e Aristotele sarà più un dire qualche cosa che già sapevamo o magari rivedere le cose che
hanno fatto in maniera diversa, dal nostro punto di vista, dalla nostra angolazione. Cominciamo subito con
Platone. Sotto Platone vedete iscritto Accademia, perché ovviamente questa era la scuola che Platone aveva
fondato e credo che il più grande risultato che Platone portò.
Platone ovviamente è questo signore che voi vedete nella
statua, mentre alla destra c’è una parte del dipinto famoso della
scuola di Atene di Raffaello. Ebbene il regalo che Platone
portò alla logica, che fece alla logica, è quello che oggi viene
chiamato il “principio di non contraddizione”. Ho parlato poco
fa dei sofisti, i sofisti non usavano questo principio di non
contraddizione, non è chiaro che non lo usassero perché non lo
conoscevano o se invece lo conoscevano e facevano finta di
non conoscerlo, cioè facevano i finti tonti come si potrebbe dire. Il
principio di non contraddizione significa che non si può
impunemente dire una cosa e il suo contrario allo stesso tempo.
Non si può dire “oggi piove” e dire “oggi non piove” e poi pretendere che la gente creda a tutte le due cose,
se ci stiamo riferendo allo stesso momento e allo stesso giorno. Ebbene, la prima formulazione del principio
di non contraddizione è per l’appunto in alcuni dei dialoghi platonici dei quali parleremo. Quindi questo è
un grosso risultato, è il primo tentativo di isolare una delle grandi leggi della logica. Aristotele, invece,
viene considerato in realtà il padre fondatore della logica moderna e se dobbiamo dire il nome del più
grande logico mai vissuto, ebbene questo forse è veramente Aristotele e se invece dobbiamo dirne due,
allora questi
due sono Aristotele e Goedel, di cui parleremo fra poco, verso la
fine di questa lezione. Qui di nuovo abbiamo Aristotele anche lui
ritratto come Platone alla scuola di Atene, mentre qui alla sx
c'è un'altra statua dedicata a lui. Qual è stato l'apporto
fondamentale di Aristotele alla logica? Beh, è stato lo studio
dei quantificatori, cioè lo studio delle leggi che regolano il
funzionamento e l'uso di particelle come nessuno, qualcuno e
tutti. Nessuno e tutti sono ovviamente contrapposti fra di loro,
qualcuno sta a metà, non è nessuno né tutti. Ebbene, Aristotele
fece uno studio dettagliato di queste particelle che vengono chiamate quantificatori. I quantificatori solo una
delle parti fondamentali della logica moderna.
Il terzo personaggio della logica antica, della logica greca, è
Crisippo. Platone aveva la sua Scuola che era l'Accademia,
Aristotele aveva la sua Scuola che era il Liceo, Crisippo aveva
anche lui la sua scuola che era la Stoà. Questi erano le tre

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grandi Scuole di Atene, cioè l’Accademia, il Liceo e la Stoà e di ciascuna di queste parleremo. Qual'è stato
il contributo invece di Crisippo? Ebbene, mentre Aristotele studiò le regole dell'uso di questi quantificatori,
Crisippo invece studiò ciò che oggi viene chiamata “la logica proposizionale” o meglio queste particelle
linguistiche che sono quelle che servono a mettere insieme delle frasi semplici per costruirne di più
complicate, queste particelle vengono chiamate “connettivi”. Si chiamano connettivi perché connettono,
mettono insieme per l’appunto queste parti diverse. I connettivi che useremo e abuseremo anzi, verranno
forse persino a noia, perché ne parleremo tantissimo e d'altra parte sono le parti più essenziali del discorso
logico, sono (questa è la prima volta che li sentiamo, ma non sarà l'ultima) la negazione (il non), la
congiunzione ( l’e), la disgiunzione ( l’o) e inoltre, il più importante di tutti dal punto di vista matematico e
dal punto di vista del ragionamento, la implicazione (il se è... allora). Un esempio con “non”: se voi avete
una frase “oggi piove”, potete negarla, potete ottenere una frase che dice il contrario di questa, dicendo
“oggi non piove” oppure “non è vero che oggi piove”. Un esempio con “e”: se voi avete due frasi: “oggi
piove” ed “io ho l'ombrello”, potete metterle insieme dicendo: “oggi piove e io ho l'ombrello”, questa è la
congiunzione. Un esempio con “o “: poiché la disgiunzione è il connettivo che si usa quando si ha la
possibilità di scegliere fra due cose, quando si ha un'alternativa , perciò “oggi mangio una pastasciutta o
una bistecca”, questa è l'alternativa, la disgiunzione. Infine il “se... allora”, come dicevo, è il connettivo
tipico dei ragionamenti matematici: “se questo è vero, allora anche quest'altro vero”, cioè se l'ipotesi è vera,
allora anche la conclusione è vera. Il “se.... allora” è per l’appunto la congiunzione, la connessione, appunto
per questo si chiamano connettivi, la connessione tra l'ipotesi e la tesi, cioè tra ciò che si postula e ciò che
invece viene dimostrato. Quindi questi furono i grandi risultati della logica greca, a parte Platone che
appunto fu praticamente un precursore, abbiamo da una parte Aristotele lo studio dei quantificatori,
dall'altra parte Crisippo, con lo studio dei connettivi e su questo appunto, come vi ho detto, ci fermeremo a
lungo. Veniamo più da vicini all'era moderna ed ecco che dopo lunghi secoli, naturalmente nella logica ci
furono altri personaggi che si interessarono di logica nei secoli, in particolare durante la Scolastica, durante
il Medioevo, ma di quelli parleremo poi in una delle lezioni che abbiamo chiamato ”interregno”, appunto
per far capire che era il passaggio dalla logica antica, dall’era antica, all'età moderna, ma oggi non è il caso
di vederli, stiamo soltanto citando i nomi e i risultati più importanti . Quando veniamo all'epoca
moderna, ecco che qui
abbi amo un'altra trinità e questa trinità è costituita da Leibniz,
Boole e Frege. Vediamo appunto più da vicino anzitutto le
loro facce e poi cerchiamo di dire due parole su ciò che fecero.
Questa è la faccia di Leibniz, naturalmente non pensate che
questo signore avesse questi bei boccoli in testa, erano
delle parrucche, ci sono anche delle foto di Leibniz senza
parrucca, completamente calvo, ma forse sono cose meno
piacevoli da vedere, quindi non le ho messe qua. Leibniz,
come tutti sapete, è stato un grandissimo e poi dovrebbero
esserci dei puntini, perché è stato tantissime cose: è stato
giurista, diplomatico, ambasciatore, filosofo, matematico e
così via e fra le tante cose che ha fatto un uomo così versatile e
così multiforme, è stato anche un grande logico. È stato colui che
verso il 1600, fine del 1600, ebbe la visione non in sogno, ma la
visione filosofica, cioè precorse i tempi e praticamente
informò con il suo pensiero, con i suoi sogni quella che poi
sarebbe diventata la logica moderna. Il suo sogno più grande
fu quello di avere, quello che appunto lui chiamava in latino
“la caracteristica universalis”, cioè di riuscire a costruire una lingua formale ovviamente, una lingua che
fosse adatta a poter esprimere tutti i contenuti delle scienze, un qualche cosa che non fosse come la lingua
naturale, che usiamo tutti i giorni, che ha le sue imperfezioni, che ha anche i suoi problemi, tipo le
antinomie che abbiamo visto, come quella del mentitore, eccetera, ma una lingua costruita a tavolino in
qualche modo e che fosse però formalmente perfetta. Ed ecco che questo sogno, che all'epoca era. soltanto

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un sogno, poi piano piano nel corso degli anni, dei decenni, perché praticamente questo cominciò verso il
1850 e sono passati dunque 150 anni, questo sogno si è concretizzato ed è diventato praticamente quello che
oggi noi potremo dire la lingua della logica matematica, ma per rendere più chiaro la cosa, oggi che stiamo
appunto soltanto facendo soltanto l'introduzione a questo argomento, si potrebbero dire che il sogno di
Leibniz oggi si è concretizzato in quella che è diventata la lingua dei calcolatori elettronici. L'informatica o
meglio i programmi informatici sono precisamente versioni di quello che Leibniz sognava si potesse fare di
questa “caratteristica universale”, questo linguaggio perfetto e puramente formale. Il prossimo personaggio
invece è quello che forse potremo considerare veramente il primo logico moderno. Con Leibniz, con questo
suo sogno si era appunto nel 1676, mentre con Boole siamo nel 1849. Ebbene, a metà dell'800, finalmente la
logica matematica incomincia ad uscire dal bossolo, a trasformarsi in qualche cosa d'altro e a prendere vita
autonoma. Boole, questo signore di cui ci sono pochissime foto, soltanto questa anzi io conosco, ebbene
questo signore introdusse quella che oggi addirittura è diventata qualche cosa che si chiama con il suo
cognome, cioè la cosiddetta algebra booleana. Sulla algebra
booleana di
nuovo parleremo per un intera lezione, perché l'algebra booleana
è da una parte un uovo di colombo, cioè un'idea brillante che viene in
mente soltanto a persone geniali, perché così semplice che noi
tutti ci passiamo vicino senza mai riuscire ad usarla. Ebbene, questa
algebra booleana è semplicemente l'idea di usare lo zero e l'uno,
cioè i primi due numeri interi, come se fossero l'analogo, dal punto di
vista matematico, di ciò che nella logica, nel linguaggio, sono il vero e
il falso. L'uno corrisponde al vero, lo zero corrisponde al falso, la
scoperta di Boole fu che le leggi logiche, che regolano il comportamento di vero e falso, sono praticamente
le stesse leggi che regolano matematicamente o algebricamente il comportamento dello zero e dell'uno. Ed
ecco che allora algebra booleana significa precisamente questo, cioè comportarsi, lavorare, fare operazioni
sullo zero e sull'uno, come se in realtà questi zero e uno stessero lì ad indicare il vero e il falso. Ebbene
questa è una grande scoperta e fu veramente in qualche modo il punto finale, dico finale, dell'evoluzione
della logica. Come mai il punto finale? Perché in realtà con l'algebra booleana si poteva descrivere da una
parte la logica aristotelica, il comportamento di quei quantificatori di cui abbiamo parlato prima, perlomeno
nel modo in cui li usava Aristotele e dall'altra parte il comportamento dei connettivi come veniva usato da
Crisippo, cioè l'algebra booleana è un unico mezzo che permette di parlare e di prendere sotto lo stesso tetto,
due cose apparentemente diverse, come la logica aristotelica e la logica di Crisippo. Questo era in qualche
modo la chiusura, il completamento, la fine di un'epoca. Subito dopo ci si
pote va fermare lì, ma invece venne questo signore austero, che si
chiama Frege, colui che veramente iniziò la logica moderna,
perché, come ho detto, Boole era più che altro un completatore.
La logica che Frege introdusse, per la prima volta fu qualche cosa
che andava oltre la logica che avevano già studiato i greci, in
particolare Aristotele e Crisippo. Si chiama oggi “logica
predicativa” ed è “la logica dei predicati”, “la logica delle
relazioni”, è quello che veramente serve nella matematica,
perché in matematica non si parla soltanto di cose tipo soggetto
e predicato alle quali si interessava Aristotele, ma si parla di relazioni in cui c'è non soltanto un soggetto, ma
ci possono essere più soggetti, più complementi anche, quindi una struttura molto più complicata. Tanto per
fare un esempio, la relazione d'uguaglianza o disuguaglianza fra numeri, ecco che coinvolge due numeri e
non soltanto uno, la relazione di maggiore oppure di minore e cosi via, sono relazioni che coinvolgono per
l’appunto due cose e non soltanto una e poi ce ne sono tante altre che ne coinvolgono più di due addirittura.
Senza una logica che permettesse di parlare di queste relazioni multiple, invece che univoche, unarie come
quelle di Aristotele, ebbene senza una logica di questo genere il sogno di Leibniz di avere una lingua per le
scienze non si sarebbe potuto concretizzare. Quindi a Frege, anche lui, dedicheremo un intera lezione. Poi
finalmente arriviamo all’era contemporanea, cioè al ‘900, a coloro che, non sono forse più vivi, ma di cui, in

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qualche modo, abbiamo la memoria ben viva. E questi personaggi sono Post e Wittgenstein, che sono due
persone, non una sola, non un cognome doppio e Goedel e Turing. Questi sono veramente grandi nomi. Di
questi ovviamente parleremo non soltanto una volta, ma più di una volta, ma per ora appunto cerchiamo
di dare un anteprima e di fare un
ERA CONTEMORANEA trailer come nei film. Ebbene Post, nel 1920, scopre che la logica di
Post-Wittgenstein Crisippo, la cosiddetta “logica proposizionale” era completa. Non si
Goedel poteva andare oltre, l’analisi che aveva fatto Crisippo, benché l’avesse
 Turing fatta 2200 anni prima in realtà era un analisi conclusiva.Boole l’aveva
riformulata in termini algebrici, ma oltre Crisippo, se si rimaneva
POST nell’ambito dei connettivi, non si poteva andare. Questo fu un grande
(1920) risultato che fu scoperto non solo da Post, ma in qualche modo fu
Completezza della intravisto anche da Wittgenstein in quegli stessi anni, il 1921.Anche
logica proposizionale Wittgentein è stato un famoso filosofo, oggi è certamente più famoso
come filosofo soprattutto del linguaggio, che non come logico matema-
tico, perché il suo contributo è stato un pochettino minimale e
marginale, ma qualche cosa rimane e rimangono in particolare
queste tavole di verità, che sono dei mezzi di cui parleremo
quando sarà il momento, dei mezzi per cercare di capire qual è il
valore di verità, cioè il vero e il falso di una proposizione
composta, riducendola in base ai valori di verità delle
proposizioni che la compongono, cioè sapendo che se le
proposizioni semplici che costituiscono una proposizione
composta sono vere o false, allora possiamo con questo mezzo
delle tavole di verità dedurre se la proposizione intera è vera o falsa,
quindi qualche cosa di tecnicamente utile. Ma a questo punto veniamo veramente al secondo logico della
storia, qualcuno dice addirittura il primo, comunque uno delle due grandi divinità di questo corso e non
soltanto del corso, ma anche addirittura di questo soggetto, cioè della logica matematica. Goedel che è
questo signore che vedete qui vestito con panama, con un vestito bianco e con questa aria piuttosto truce, fu
uno dei più grandi pensatori del ‘900, scrivo qui 1930-31, perché Goedel fece
tantissime cose e a lui dedicheremo più di una lezione, perchè
non è possibile appunto fare un corso di logica e poi trattarlo
come tutti gli altri ovviamente, però i suoi due primi grandi
risultati furono nel 1930 e 1931. Nel ’30 dimostrò la
completezza della logica predicativa, cioè l’analogo di
ciò che Post aveva fatto per “la logica proposizionale”. Post
aveva dimostrato che oltre Crisippo non si poteva andare,
cioè l’analisi di Crisippo era stata completa per quanto
riguardava quei connettivi, ebbene Goedel dimostrò che
l’analisi di Frege per quanto riguarda invece la logica
predicativa anch’essa era stata completa, oltre Frege non
si poteva andare, se si voleva rimanere all’interno di quell’ambito li. E poi invece nel 1931, Goedel dimostrò
il suo più famoso teorema, il cosi detto teorema di incompletezza della aritmetica; mentre sia la logica
proposizionale, che la logica predicativa sono complete e quindi in qualche modo noi siamo arrivati alla fine
della storia della logica e quindi non c’è più altro da aggiungere, a meno di non scoprire, inventare altre
logiche nuove, ebbene invece in matematica le cose stanno diversamente. Il teorema di Goedel dice per
l’appunto che “l’aritmetica è incompleta”, non nel senso che oggi non si sono ancora trovati tutti i suoi
assiomi, tutte le sue proprietà e dunque bisogna aspettare qualche altro genio che lo faccia, ma lo dice nel
senso che qualunque sistema di assiomi per l’aritmetica sarà sempre incompleto, l’aritmetica non si può
completare; cioè mentre con “la completezza della logica predicativa” siamo arrivati alla fine della storia
della logica, con “l’incompletezza dell’aritmetica” invece siamo arrivati di fronte ad un muro, abbiamo
capito che noi come uomini abbiamo delle limitazioni nei confronti della matematica e questo è il motivo

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per cui il risultato di Goedel è così importante. L’ultimo personaggio invece di cui parliamo quest’oggi, ma
anche a lui dedicheremo una lezione e non sarà l’ultimo
di cui parleremo quando faremo
le nostre 20 lezioni, ebbene questo signore si chiama Turing,
che come vedete era uno sportivo, Turing correva poi con
questo numero 01, che sta appunto a significare la logica
dei computer e così via; non a caso la logica dei computer,
perché nel 1936 questo signore inventò quella che all’epoca
fu chiamata e tutt’ora viene chiamata nei dipartimenti di
matematica e di informatica la machina di Turing, che non
è un automobile, non è una competizione per la General motors
o per la Ford o per la Fiat, è quello che oggi noi chiameremo
semplicemente il computer. L’idea del computer venne
precisamente ad un logico matematico, venne a questo sig. Turing, quando poi aveva tra l’altro 24-25 anni,
così come Goedel, cioè questi geni dimostrano i loro risultati quando sono molto giovani, ebbene gli venne,
dicevo a Turing, l’idea della machina del computer studiando i teoremi di Goedel, cercando di affrontare un
problema diverso, che era appunto il problema della decibilità della logica predicativa. Ho detto prima che
le tavole di verità di Wittgenstein sono qualche cosa che permette di decidere per le formule, per le
proposizioni della logica proposizionale di Crisippo, se sono vere o false, c’è un metodo che permette di
fare questa decisione. Ebbene ciò che Turing dimostrò è che non c’è un metodo analogo per la logica, quindi
benché la logica predicativa sia completa, come ha dimostrato Goedel, in realtà qualche problema ce l’ha
già e non c’è nessun metodo che permetta di decidere ciò che è vero o falso in generale per la logica
predicativa. Ebbene mi sembra di aver dato più o meno un idea di ciò che sarà questo corso e soprattutto di
ciò che è la logica matematica, cioè è qualche cosa che ha a che fare con tre aree differenti, infatti se avete
fatto attenzione, abbiamo parlato praticamente di tre aspetti molto diversi tra di loro, che sembrerebbero
essere staccati a prima vista, che sono la filosofia anzi tutto, con Platone, Aristotele, Crisippo e così via, poi
abbiamo parlato di matematica , abbiamo visto Boole, Frege e così via, che facevano analisi matematica e
poi siamo arrivati alla fine a parlare di machina di Turing, cioè di computer, cioè di informatica. Ebbene uno
dei motivi, non il solo, ma uno dei motivi che rendono la logica matematica interessante è proprio questo: il
fatto che sia una materia che non soltanto serve, ma che sta in qualche modo nell’intersezione di tre aree
così diverse, da una parte la filosofia, dall'altra parte la matematica e dall’altra parte l’informatica e allora la
logica matematica può essere interessante, per l’appunto, per i filosofi, coloro che si interessano di filosofia,
è interessante per i matematici, perché è parte della matematica e studia la matematica, studia il
ragionamento matematico con metodi matematici ed è interessante anche per gli infornatici perché
l’informatica è nata precisamente da problematiche logiche, è stata creata da uno dei logici ed è una parte
praticamente di quella che è la logica matematica moderna. Quindi questi sono i grandi argomenti di cui
parleremo nelle prossime 19 lezioni e vi do semplicemente l’arrivederci alle prossime lezioni, sperando di
avervi convinto che la logica matematica è un qualche cosa che vale la pena di conoscere, vale la pena di
studiare.

LEZIONE 2: Il naso di Pinocchio

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Sono Piergiorgio Odifreddi e sono qui per incominciare finalmente il corso di logica matematica. Abbiamo
avuto una lezione introduttiva, in cui abbiamo cercato di familiarizzarsi con alcuni dei problemi e delle
nozioni della logica matematica e anche soprattutto con alcuni dei personaggi, ma finalmente siamo arrivati
agli inizi del corso di lezioni e questo corso di lezioni ho pensato di organizzarlo sulla base dei personaggi,
di alcuni dei quali abbiamo già parlato, cioè ogni lezione sarà dedicata ad uno dei grandi logici del passato o
a uno dei grandi problemi della logica del passato. Cominceremo ovviamente molto da lontano, verso il 500
- 600 a. C., parleremo di filosofia per qualche lezione, poi piano piano ci avvicineremo alla matematica, alla
logica matematica come è stata sviluppata a partire da Leibniz, Boole, Frege, Russell e così via, tutti nomi
alcuni dei quali avete già sentito e finalmente poi concluderemo in bellezza, diciamo così, il gran finale di
questo corso con l'informatica, perché ho già detto appunto un'altra volta che logica matematica ha questo
interesse, il fatto di essere nell'intersezione di tre aree molto diverse fra di loro, che sono appunto quelle che
ho appena citato, cioè la filosofica, la matematica e l'informatica, quindi è uno strumento molto versatile,
molto variegato che permette di essere utilizzato appunto in tanti campi differenti. Benissimo,
incominceremo come ho detto molto da lontano e quest'oggi la nostra prima lezione di questo corso sarà
fatta su uno dei paradossi più importanti, che qualcuno di voi avrà già capito, è il paradosso del mentitore.
Questa lezione, anzi tutte le lezioni saranno intitolate in una maniera un pochettino inventiva, per cercare di
stimolare anche l'attenzione. Il naso di Pinocchio è ovviamente il simbolo della menzogna e quindi
quest'oggi parleremo di menzogna, cercheremo di andare ad analizzare più da vicino questo concetto di
verità e di falsità e soprattutto lo faremo parlando per l’appunto di uno dei paradossi più famosi, il famoso
paradosso di Epimenide, di questo signore raffigurato nella slide o perlomeno uno che gli rassomigliava.
Naturalmente quando si tratta di andare così lontano nel tempo, il
sesto secolo a. C., non è mai chiaro di quali personaggi fossero queste
raffigurazioni. Comunque era un greco del sesto secolo a. C., in realtà
un cretese, che un giorno ebbe la bella idea di dire questa frase “i cretesi
sono bugiardi”. Intendeva dire tutti i cretesi sono sempre bugiardi, dicono
sempre la falsità. Ebbene, che cosa pensate di una frase di questo
genere detta da un cretese, che cosa significa? Può essere vera una
frase di questo
genere? Ovviamente non può essere vera, perché se è vero che i
cretesi sono dei bugiardi, il signor Epimenide viene da Creta, quindi è un cretese e se essere dei bugiardi
significa dire sempre la falsità, beh, insomma questo era semplicemente qualche cosa che non poteva essere
vero. Allora abbiamo già fatto un primo passo, abbiamo già ottenuto un qualche risultato, abbiamo scoperto
che questa frase detta da Epimenide, non può essere vera. Il problema però è che la cosa si ferma qui, perché
non c'è nessun motivo di credere che questa frase possa essere vera. Che cosa vuol dire che questa frase non
può essere vera? Vuol dire che non è vero che tutti i cretesi dicono sempre il falso, il che significa che
qualche cretese a volte dice la verità. Ora quel “qualche cretese”, non è affatto detto che sia per forza
Epimenide, colui che parlava e se anche fosse lui, poiché qualche cretese dice a volte la verità, non è affatto
vero, non è affatto detto che sia proprio questa la frase di cui si sta parlando. Quindi abbiamo una frase di
fronte a noi che sembra problematica, ma è semplicemente una frase falsa, che non può essere vera, ma la
cosa si ferma qui, non c'è ancora nessun paradosso. Il fatto che questa frase che in genere viene ripetuta,
perché una frase molto famosa appunto, viene ripetuta come se fosse un paradosso, già dice che forse ci
sarebbe bisogno, per coloro che lo fanno, di seguire questo corso che è appunto un corso di logica, che ci
insegnerà pian piano a districarsi in questi rompicapo, a cercare di capire dove sono i problemi in questo
caso. Benissimo, se non è un paradosso questa frase, però è abbastanza vicina ad un

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paradosso. Quest’altra frase invece è dovuta a un signore che si
chiama Eubulide di Megara del quinto secolo a. C., il quale
ovviamente di nuovo non è lui nella raffigurazione, questo è
Pinocchio appunto, al cui naso abbiamo intitolato la nostra lezione;
ebbene Eubulide riformulò quest'osservazione di Epimenide, che
diceva “tutti i cretesi mentono, ma io sono un cretese”, perchè c’era
qualche cosa di strano e la riformulò dicendo semplicemente “io
sto mentendo”, cioè quello che sto dicendo in questo momento è una
menzogna. Allora andiamo a vedere più da vicino se effettivamente questa frase di Eubulide ha dei
problemi. Può essere vera una frase di qualcuno che dice “io sto mentendo”?. Beh, ovviamente no, perché se
fosse vera sarebbe vero che lui sta mentendo e dunque quello che sta dicendo dovrebbe essere falso; quindi
certamente non può essere vera, ma questo era già il caso anche della frase di Epimenide. Vediamo adesso
se questa frase può essere falsa. Beh, se fosse falsa, allora sarebbe vero il contrario di quello che dite, ma sta
dicendo “io sto mentendo”, dunque il contrario dovrebbe essere “io sto dicendo la verità”. Allora nemmeno
falsa può essere questa frase. Ed ecco che finalmente Eubulide un secolo o un secolo e mezzo dopo
Epimenide, riuscì a trasformare questa frase di Epimenide in un vero e proprio paradosso, a costruire una
frase che a prima vista sembra innocua, però attenzione, c'è un qualche cosa di molto interessante, qui c'è un
autoriferimento, si sta parlando di se stessi, anzi la frase sta dicendo qualche cosa su se stesso, sta dicendo di
essere falsa, cioè colui che parla sta dicendo qualche cosa su se stesso, sta dicendo che sta mentendo.
Ebbene, abbiamo costruito una frase che non può essere né vera né falsa. Questo fu effettivamente un
trauma, perché si pensava che la verità fosse un concetto universale, che le frasi appunto fossero tutte o vere
o false, le frasi ovviamente ben poste, ben formate nel linguaggio e invece Epimenide e Eubulide scoprirono
questo trucco, fecero vedere che la verità ha dei problemi e vedremo che ne ha parecchi. In questa lezione
cercheremo di vedere varie versioni, varie metamorfosi di questo paradosso, per cercare di familiarizzarsi
proprio con questa nozione di verità. Una delle prime versioni è quella data dallo stoico Diogene Laerzio nel
secondo secolo a. C., è una storiella che parla di una mamma e di un coccodrillo. Eccolo qua il coccodrillo,
questo non è naturalmente la mamma, nella figura ci sono due coccodrilli. Ebbene la storiella è la seguente:
i coccodrilli, si sa sono cattivelli, a d un certo punto un
coccodrillo rapisce il figlio di questa mamma e ad
un certo punto le dice: te lo ridò questo figlio, altrimenti me lo
mangio, te lo ridò se tu riesci a indovinare che cosa io farò. La
mamma gioca con il fuoco ovviamente e dice al coccodrillo: io
credo che tu ti mangerai mio figlio. Ovviamente questa è una
riformulazione del paradosso del mentitore, perché se la mamma
ha detto il vero, se ha indovinato che coccodrillo voleva mangiare
il figlio, allora effettivamente il coccodrillo ha promesso che nel
caso che la mamma indovinasse le avrebbe restituito il figlio. Quindi
la madre, giocando con questo trucco, diciamo così, inventato da
Eubulide e Epimenide, riesce a salvare il bambino dalle fauci del coccodrillo, che come vedete qui erano già
ben aperte per papparsi il povero bambino. Quindi questa è una
riformulazione in chiave, diciamo così, scherzosa, storica
del paradosso di Epimenide. Un'altra riformulazione,
naturalmente facciamo salti, passi da gigante in questo
corso, in cui stiamo imparando molto, la ritroviamo nel
quattordicesimo secolo, anche perché le metamorfosi del
paradosso di Epimenide, cioè il paradosso del mentitore,
sono infinite, non possiamo fare altro che parlarne un pochettino
così, dare un accenno a qualcuna di queste metamorfosi. Una di
queste metamorfosi, una di queste forme, fu inventata dal
famoso Buridano, dico famoso non come filosofo, ma
perché tutti conoscono il cosiddetto asino di Buridano, che

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è a un certo punto morì di fame perché si trovava alla stessa distanza da due mucchi di fieno e non sapeva
quale scegliere di due e non riuscì a decidersi, ad andare da nessuna parte e così morì. Ebbene, Buridano in
realtà non inventò soltanto la storiella dell'asino, ma era un logico, per l’appunto, del quattordicesimo
secolo, che formulò una versione molto interessante del paradosso di Epimenide, perché si era sempre
pensato fin a quell'epoca, durante la Scolastica, che i problemi del paradosso del mentitore, fossero per
l’appunto in questa autoreferenza, nel fatto che si sta parlando di qualche cosa dicendo “io sto facendo
qualche cosa”, “io sto mentendo” e si pensava che il problema fosse per l’appunto quello. Ebbene, Buridano
fece vedere che il problema non era affatto quello, perché immaginò una storiella in cui c'era da una
parte Socrate e dall'altra parte Platone due dei grandi filosofi che aprirono un pochettino la storia della
filosofia occidentale, della filosofia greca. Ebbene, Buridano immaginò il seguente dialogo fra i due,
Socrate è questo signore qua giù, che sta parlando appunto ai suoi discepoli e dice “Platone dice il falso”.
Platone che cosa risponde? Platone qua giù, nel dipinto di Raffaello, la Scuola di Atene, Platone dice
ovviamente che “Socrate dice il falso”. Allora abbiamo una situazione in cui il maestro dice che l’allievo
sta dicendo il falso e l’allievo sta dicendo che invece il maestro dice il falso, cioè l'autoriferimento si è
semplicemente spezzato in due parti e non c'è più quell'autoriferimento diretto, diciamo così, che c'era
invece nel paradosso del mentitore.
Possiamo vedere questo autoriferimento più da vicino, in una
maniera un pochettino più logica, forse un pochettino più seria, in
questa slide: la prima fase dice “la frase seguente è falsa”. La
seconda fase dice “la fase precedente è vera”. Queste frasi, una
qualunque di quelle frasi, è vera o falsa o qual'è la situazione?
Proviamo a vedere, cominciamo con la prima. Questa frase, se
appunto la verità fosse qualche cosa che merita il nome del
delegato, dovrebbe o essere vera o falsa. Cominciamo a
supporre che sia vera: se la prima frase è vera, quello che dice
deve essere effettivamente quello che succede, cioè la frase seguente deve
La frase seguente è falsa dev’essere falsa. Allora quello che dice la frase che segue non può essere
vero, poiché la frase che segue dice “la fase precedente è vera”, allora
La frase precedente è vera poiché questa frase non può essere vera, questo significa che “la frase
precedente” deve essere falsa. Allora abbiamo supposto che la prima frase fosse vera, abbiamo dedotto che
la seconda frase non può essere vera, poiché la seconda frase stava dicendo che la prima era vera, dunque
abbiamo dedotto che la prima è falsa, quindi non è possibile che la prima frase sia vera, dev’essere allora
falsa. Ora vediamo se è vera: se la prima frase fosse falsa, sta dicendo che la frase seguente è falsa e se
questa non è vera, allora la frase seguente deve essere vera. Andiamo a vedere che cosa dice la frase
seguente; beh, la frase seguente dice: la precedente è vera; abbiamo supposto che la prima frase fosse falsa,
abbiamo dedotto che quello che diceva la seconda era vera, la seconda diceva che la prima era vera. Quindi
qui notate, non c'è nessun autoriferimento, si sta soltanto parlando della frase seguente; se sopra ci fosse
scritto “la frase seguente è falsa” e sotto ci fosse scritto “io sono il capo di governo”, effettivamente sarebbe
stata una situazione perfetta, perché io non sono capo di governo, quindi la frase seguente sarebbe
effettivamente stata falsa e così pure per questa frase qui “la fase precedente è vera”, se sopra ci fosse stato
scritto “io sono professore di logica che sta facendo il corso adesso a Nettuno”, insomma questa frase
sarebbe stata vera, la frase precedente sarebbe stata vera. Queste due frasi di per sé, staccate, possono
benissimo essere vere e naturalmente possono anche benissimo essere false, non c'è nessuna contraddizione
in nessuna delle due, ma nel momento in cui le si mette insieme, ecco che succedono i pasticci, un po' come
a volte succedono nei matrimoni o nei fidanzamenti, che le persone singolarmente possono essere
simpaticissime eccetera, quando poi le si mettono insieme succedono i pandemoni. Questo è precisamente
quello che succede in questo caso. Allora, abbiamo capito già una cosa, che nel paradosso del mentitore, nel
paradosso di Epimenide, di Eubulide, nel fatto di dire “io sono falso” e di trovare dei problemi, delle
conseguenze non aspettate e non piacevoli in questa frase, ebbene il problema non sta nel fatto che ci si sta
autoreferendo, non sta nel fatto di dire: bah, una frase che dice “io sono falsa”, insomma potrebbe non avere
nessun significato, perché è possibile spaccare questo autoreferenza, distruggere, diciamo così,

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l'autoreferenza, il circolo vizioso e separare la frase in due frasi differenti che hanno gli stessi problemi della
frase precedente. Benissimo, quali sono le soluzioni che sono state proposte di questo paradosso?
Naturalmente prima dei tempi moderni, perché la logica matematica fortunatamente ha fatto dei passi avanti
e quindi è arrivata a dei risultati molto concreti. Ebbene delle soluzioni che sono state proposte dai greci e
dagli Scolastici soprattutto, perché queste sono le due scuole filosofiche che più si sono interessate di questi
argomenti, prima per l’appunto dei tempi moderni, la prima soluzione è stata semplicemente quella di
dire che le frasi paradossali erano cose senza senso, erano dei “non sense”, direbbero gli inglesi o senza
Soluzioni del paradosso senso, come diremo noi in italiano, cioè addirittura arrivarono
1. Non-senso a sostenere che la verità è qualcosa di sottile, di evanescente, di
2. Uso e menzione sfuggente e che ci sono delle frasi e degli esempi, del tipo ”io
3. Linguaggio e metalinguaggio non sono vero”, “io sto dicendo il falso”, che sono per l’appunto
4. Più valori di verità frasi che non possono essere ne vere ne false, ma per l'unico
motivo che non hanno nessun senso. Sono frasi che sembrano grammaticalmente corrette, sembrano fatte
come le altre frasi e quindi dovrebbero a prima vista essere o vere o false, poi però c'è qualche cosa di
nascosto, qualche germe che inficia la loro correttezza sintattica. C'è stato un tentativo differente di dire, bah
bisogna stare attenti, perché qui si sta facendo una confusione tra quello che oggi noi chiameremo “l'uso e la
menzione”, cioè quando si dice che una frase è vera, si sta parlando di un qualche cosa di diverso, si sta
usando la frase, mentre invece la frase che dice di se stessa di non essere vera, non sta usando un'altra frase,
perché è lei stessa che lo sta dicendo e quindi c'è questo circolo vizioso e forse dicevano gli scolastici
potrebbe esserci la soluzione del paradosso in questa separazione fra queste due nozioni. Vedremo poi in
seguito che, in realtà, non è qui il problema. Questa invece che è una proposta Medioevale, una proposta
Scolastica, è più vicina a quello che oggi noi diremo è la vera soluzione del paradosso del mentitore, cioè
una distinzione tra linguaggio e meta-linguaggio. Qui bisogna che diciamo due parole su questi due concetti
che sono veramente importanti: il linguaggio è praticamente la lingua di cui si sta parlando e il meta-
linguaggio è la lingua in cui noi parliamo del linguaggio. Il modo più semplice di capire la differenza fra
linguaggio e meta linguaggio è supporre, per esempio, di stare imparando una lingua straniera, ad esempio
l'inglese. Quando noi impariamo l'inglese, agli inizi ovviamente non cominciamo subito a parlare in inglese,
si va a scuola e si comincia a dire, bah, l'inglese è fatto così, è scritto in questo modo, ci sono queste regole
eccetera. Notate, stiamo imparando una lingua, che si chiama per l’appunto il linguaggio dal p. di v. logico,
ma ne stiamo parlando, la stiamo imparando in un’altra lingua che si chiama per l’appunto il
metalinguaggio. Nel caso dell’esempio che ho appena fatto, cioè di imparare una lingua straniera, la lingua
straniera è il linguaggio e l'italiano in cui noi descriviamo la grammatica, la sintassi, la semantica eccetera,
di questa lingua che non ancora conosciamo si chiama metalinguaggio, quindi questi due livelli. Ebbene,
l'idea di questa soluzione, di distinzione tra linguaggio e meta- linguaggio è appunto quella di dire: quando
si dice che qualcosa è vero o qualche cosa è falso, si fa un'affermazione nel meta-linguaggio (italiano),
mentre si sta parlando del linguaggio(inglese) e le frasi che dicono “io non sono vera”, fanno una confusione
fra questi due livelli, perché mischiano i due livelli in uno solo. Dicono ”io non sono vera”, ma io dovrei
essere nel linguaggio (inglese) e il fatto di dire vera, vuol dire che mi sto ponendo invece fuori dal
linguaggio, mi sto ponendo nel metalinguaggio (italiano). Vedremo che questo è precisamente uno dei
tentativi di soluzione di Tarski. Un altro tentativo, a cui accenno soltanto, ma per dirvi che in realtà la logica
si è sviluppata anche in direzioni differenti, è quello di dire, bah, ci sono forse tanti valori di verità, il vero e
il falso sono due prime approssimazioni, sono i più importanti valori di verità che una frase può avere, ma il
fatto che ci siano delle antinomie, come quella appunto del mentitore, ci fa supporre che ci possono essere
altri valori di verità, cioè ci possono essere delle frasi che non possono essere ne vere e ne false e devono
essere qualche cosa altro, cioè questo è anche un modo molto elegante di uscire dall'impasse che il
paradosso del mentitore, ma più in generale i paradossi provocano, dicendo appunto è troppo restrittivo
limitarsi a considerare soltanto verità e falsità, ci devono essere altri valori di verità e i paradossi sono
precisamente delle frasi che hanno quegli altri valori di verità. Queste sono appunto alcune delle soluzioni,
diciamo così , classiche medioevali. Veniamo un po' più vicino a noi, questa è una fotografia e questa è la
firma del famoso scrittore spagnolo Cervantes che scrisse per l’appunto il Don Chisciote. Ebbene, in uno
degli episodi del Don Chisciote, ad un certo punto Sancho Panza, che voi tutti ricorderete era il cavaliere, lo

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scudiero di Don Chisciote della Mancha, diventa governatore di una di una provincia della Spagna, il
Barataria. Diventa governatore e come sempre succede ai governatori, gli si presentano dei casi molto
strani , in particolare un giorno arriva in tribunale un signore che dice: ad un certo punto ci siamo trovati,
noi siamo dei militari, ci siamo trovati di fronte ad una situazione insostenibile perché siamo stati messi
in origine di fronte ad un ponte, con l'idea che possiamo far passare da questo ponte soltanto coloro che
diconola verità e dobbiamo invece impiccare coloro che
chiedono
invece impiccare coloro che chiedono di passare il ponte che
ci dicono il falso, quando ne chiediamo il motivo. Quindi in
questo ponte possono passare i veritieri, coloro che dicono il
vero, ma non possono passare i bugiardi, coloro che dicono il
falso. Ebbene, succede dicono i militari, che un giorno arriva un
signore, lo fermano, gli dicono: tu vuoi passare questo ponte,
dici come mai vuoi passare questo ponte. Questo signore dice:
sono venuto qui, voglio passare il ponte perché voglio farmi
impiccare in base a questa legge ed ecco che di nuovo si
riproduce il paradosso del mentitore. Se fosse vero che lui vuole farsi impiccare in base alla legge, starebbe
dicendo il vero e dunque bisognerebbe farlo passare e viceversa. Allora Sancho Panza ha una sentenza
molto salomonica. Dice, bah, evidentemente questo signore, una parte della frase che ha detto era vera,
l'altra parte era falsa, voi militari dovreste implicare la parte di questo signore che ha detto il falso e lasciare
passare la parte di questo signore che invece ha detto il vero; naturalmente una soluzione un pochettino
ironica, tipica appunto di questo romanzo, di quest'epoca. Bene, vediamo invece più vicino a noi, perché in
realtà stiamo facendo un corso di logica per l’appunto e quindi vorremmo cercare di capire più da vicino
dove si situano i problemi.
Ebbene, nel 1908 questo filosofo Grelling, non molto noto, noto soprattutto per questa riformulazione del
paradosso del mentitore, scoprì appunto che situazioni analoghe a quelle del paradosso del mentitore si
trovano in tanti campi del sapere e in particolare si trovano addirittura anche nella linguistica, nella
Grelling grammatica normale. Lui definì due aggettivi di cui non avete mai
(1908) sentito parlare, perché appunto li ha definiti questo signor Grelling.
 autologico: Il primo aggettivo si chiama “autologico” e come dice la parola è
si riferisce a se stesso qualche cosa che si riferisce a se stesso. Quand’è che un aggettivo è
 eterologico: autologico? Quando si riferisce a se stesso. Per es. corto, beh, corto
non si riferisce a se stesso è un aggettivo molto corto, quindi per l’appunto è un aggettivo autologico.
Lungo, beh, lungo non è più lungo di corto, perché ha lo stesso numero di lettere, quindi certamente non si
riferisce a se stesso e allora Grelling inventò per questo tipo di aggettivi, come lungo, la parola eterologico,
cioè che non si riferisce a se stesso. Quindi ricordatevi “autologico”, un aggettivo che descrive una proprietà
che è vera per se stessa e eterologico un aggettivo che descrive una proprietà che invece non è vera
dell'aggettivo stesso. Il problema che Grelling pose fu: eterologico come aggettivo è autologico o
eterologico?
Eterologico è: Cioè l’aggettivo eterologico, cioè che non si riferisce a se stesso, si riferisce a
autologico? se stesso oppure no? Ed è chiaro che qui siamo di nuovo alle stesse solfe. Avrete
capito che il paradosso del mentitore nasce sempre quando si tratta di parlare di
eterologico? un caso di vero e falso, in questo caso di riferirsi a se stesso oppure no. Si fa una
frase oppure si costruisce un concetto, che anzitutto si riferisce a se stesso e che poi usano, nel caso della
verità il falso e nel caso del riferirsi a se stesso usano l’eterologico, cioè non riferirsi a se stesso. Potete fare
come esercizio, se volete a casa, cercate di vedere se eterologico è autologico o eterologico, ovviamente vi
accorgerete che in tutti e due i casi non c'è possibilità di rispondere, perché se eterologico fosse autologico
dovrebbe essere qualche cosa che si riferisce a se stesso e dunque dovrebbe appunto essere eterologico e
dunque non riferirsi a se stesso e così via. Quindi queste cose sembrano un po’ dei giochi di prestigio, dei
giochi d'equilibrio, ma fanno vedere come il paradosso del mentitore non ha niente a che vedere con la
verità o con la falsità, si può anche riformulare in un modo che appunto si riferisce soltanto alla grammatica.

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Andiamo avanti e qui vediamo un signore che è stato uno dei
più grandi logici di questo secolo. Ho detto più volte in altre
edizioni che il più grande logico del secolo e forse della storia
è stato questo Goedel, di cui abbiamo già accennato, ai cui
teoremi abbiamo già accennato, ma allo stesso livello o poco
meno, diciamo così, del livello di Goedel c’era questo
signore, Tarski, un logico polacco che emigrò negli Stati Uniti
e che nel 1936 fece uno dei grandi teoremi appunto della
logica moderna,cioè riuscì a dare una definizione di verità. Di
questa definizione di verità parleremo molto estesamente in
una lezione che dedicheremo soltanto a Tarski, perché cercheremo di andare nei dettagli, di vedere com’è
che Tarski definì la verità, ma la cosa che c'interessa in questo momento da vicino è che, questa definizione
di verità, Tarski la diede ovviamente per i linguaggi formali, per i linguaggi della matematica, ma il grande
teorema, il teorema importante di Tarski fu il seguente: il fatto che la verità, così come lui la definì, non è
definibile nel linguaggio, ma soltanto nel metalinguaggio. Ricordate la distinzione che abbiamo fatto prima:
il linguaggio è quello nel quale parliamo (inglese) e il metalinguaggio è il linguaggio nel quale parliamo
del linguaggio (italiano), cioè in qualche modo un livello superiore. Ebbene la definizione di verità di
Tarski è una definizione per la verità del
La verità non è definibile nel linguaggio, linguaggio e nel caso del linguaggio della matematica,
solo nel metalinguaggio per esempio, dell'aritmetica, Tarski diede una descrizione
molto precisa, molto matematica, diciamo così, senza assolutamente nessun problema filosofico. Però il
problema è che, questa definizione di verità che viene data per il linguaggio, deve essere data nel
metalinguaggio, cioè in un linguaggio diverso; non è possibile per una teoria matematica, che il linguaggio
matematico sia in grado di dare la sua stessa definizione di verità. Come mai? Beh, non è possibile proprio
perché c'è il paradosso del mentitore, cioè nel 1936 Tarski riscopre non il paradosso del mentitore, perché
quello non era mai stato dimenticato, ma scopre diciamo così meglio, la possibilità di utilizzare il paradosso
del mentitore all'interno della matematica. Trova una definizione di verità per il linguaggio e dimostra che,
se questa definizione fosse esprimibile nel linguaggio stesso, allora sarebbe possibile derivare nel linguaggio
il paradosso del mentitore e dunque ci sarebbe una contraddizione nella matematica; se noi invece
supponiamo che la matematica sia libera da contraddizioni, ossia quella che i logici chiamano consistente,
ebbene in qualunque teoria consistente non è possibile costruire nessun paradosso, in particolare il
paradosso del mentitore e questo significa che non è possibile dare la nozione di verità, la definizione di
verità all'interno del metalinguaggio. Questa è in realtà una versione del teorema di Goedel, che dice che le
teorie matematiche sono incomplete, sono limitate e questo tipo di limitazione che scoprì Tarski è proprio
una limitazione che oggi chiameremo “semantica”. È la limitazione del fatto di non poter parlare della
propria verità all'interno del sistema. Quindi in pratica è proprio la soluzione o perlomeno un uso moderno
delle soluzioni medioevali a cui ho accennato poco fa, dicendo che appunto non si poteva pensare di
risolvere il paradosso del mentitore, separando questi due livelli, cioè il linguaggio e il metalinguaggio e
dicendo”io dico il falso” è qualcosa che non si può costruire, perché mi obbliga a stare nel linguaggio e
“dico il falso”, mi obbliga invece a stare fuori, a stare nel metalinguaggio e queste due cose devono essere
distinte, devono essere tenute separate. Il teorema di Tarski dimostra, per l’appunto, che devono essere
separate, perché esiste una definizione di verità, ma se questa definizione di verità del linguaggio fosse
dentro il linguaggio ci sarebbe una contraddizione e allora deve stare fuori. Questo è per appunto uno dei
grandi risultati della logica moderna.
Qui vediamo invece Bertrand Russell che fu insomma un famoso filosofo, come logico agli inizi del secolo
sembrava che sarebbe stato destinato a diventare il più
importante, invece forse i suoi contributi non furono così
grandi, ma oggi ne parliamo per quanto riguarda il paradosso
del mentitore, anche a lui dedicheremo una lezione molto più in
là, verso la fine del corso e quindi vedremo meglio quali sono
stati i suoi contributi. Ebbene, Russell nel 1918 scopre questa

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riformulazione del paradosso del mentitore: consideriamo un barbiere in un villaggio che rade tutti e
soli gli abitanti del villaggio che non si radono da soli, cioè il villaggio è piccolo, non c'è bisogno di più di
un barbiere comune, questo barbiere fa la barba a tutti gli abitanti del villaggio che non si fanno la barba da
soli, ma soltanto a loro. Allora domanda che Russell pose è: chi rade il barbiere? Ovviamente il barbiere non
si può radere da solo perché, per definizione, abbiamo appena detto che questo è un barbiere, che fa la barba
soltanto agli abitanti della città che non si fanno la barba da soli, quindi non se la può fare lui. E allora non
si rade, voi direte, eh, no, perché se lui non si rade, allora è uno degli abitanti della città che non si fanno la
barba da soli, quindi deve andare dal barbiere, quindi deve farsi la barba. Ed ecco che di nuovo, il solito
trucco, il solito circolo vizioso viene scoperto in una forma molto diversa. Attenzione, questo non è un
paradosso, perché questo vuol soltanto dire che non c'è nessun barbiere di quel genere, non esiste un
villaggio in cui ci sia un barbiere che rade tutti e soltanto gli abitanti della città. Però possiamo avvicinarci
un pochettino di più e andare a scavare, diciamo così meglio, sotto questo paradosso del mentitore nella
forma del barbiere. Questa nuova riformulazione fu fatta nel 1947 da questo filosofo Reichenbach, un
filosofo della scienza che non è, ovviamente, questo signore, l’avrete conosciuto, è Kirk Douglas, il papà di
Michel Douglas, che oggi forse più famoso per i giovani. Questo
è un fotogramma di un famoso film di Kubrick che si chiama
“orizzonti di gloria”, un grande film antimilitarista degli anni 50,
un bellissimo film, forse uno dei più belli di Kubrick; ebbene, lo
abbiamo messo qui soltanto perché Reichenbach diede una
riformulazione del paradosso del mentitore nella forma di Russell
del barbiere, parlando di barbieri della caserma. Che cos'è cambiato
questa volta? E’ cambiato il fatto che quando si è in caserma,
qualcuno di voi avrà fatto il militare, qualcuno di voi dovrà farlo
primo o poi, ebbene sapete tutti che in caserma, quando si danno gli ordini, agli ordini si deve obbedire e
non si può stare a questionare, a dire, mah, scusi il suo ordine non mi sembra un qualche cosa di logico, mi
sembra contraddittorio, perché si finisce subito in galera e quindi è bene non farlo. Allora la riformulazione
data da Reichenbach del paradosso del barbiere, nella forma di Russell, è la seguente: supponiamo di essere
in caserma, supponiamo che questo signore con l'aria veramente burbera, stia dicendo a questo signore, che
è sempre un militare, “tu devi radere tutti e soli i militari della caserma che non si radono da soli”. Ora ci
troviamo nella stessa situazione in cui ci eravamo trovati prima, parlando ovviamente di Russell, cioè non
sarebbe possibile per il militare radere tutti e soli i militari della caserma che non si radono da soli, perché
c'è questo circolo vizioso, se lui non si rade, allora dovrebbe radersi e se invece si rade, allora non dovrebbe
radersi. La differenza, quello che è cambiato dal caso precedente, è che il signore (qui appunto Kirk
Douglas) ha dato un ordine e il militare non può rifiutarsi di obbedire; però l'ordine è contraddittorio, quindi
che cosa può fare il povero militare? Ed ecco che stiamo scoprendo che l'antinomia, diciamo così, il
paradosso del mentitore, che sembrava essere poi un giochetto di questi poveri greci, cretesi che dicevano
“tutti i cretesi mentono” eccetera, in realtà può avere anche delle applicazioni nella vita quotidiana e in
particolare possono esserci delle situazioni in cui qualcuno si trova, per l’appunto, come questo povero
soldato nella caserma, a dover ubbidire o a dover sottostare a degli ordini che sono contraddittori. Che
cosa succede? Ebbene succedono delle cose purtroppo molto spiacevoli, perché come
ci ha insegnato questo signore, vedete è Gregory Bateson, uno
dei grandi filosofi della fine della seconda metà del secolo
ventesimo, che ha spaziato in tanti campi, che ha scoperto
che il paradosso del mentitore, sta alla base praticamente o i
meccanismi che sottostanno al paradosso del mentitore,
stanno alla base di alcune malattie mentali ed in
particolare, guardate un po’, c'è questa malattia che si
chiama ebefrenia, forse pochi di voi la conoscono.
L’eb efrenia è una fissazione sul linguaggio; molti di voi, io
non posso dirlo perché stiamo registrando in televisione, ma
molti di voi a volte avranno detto ai loro amici, ma vai..., per esempio possiamo dare una versione

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edulcorata, ma vai a dormire; ebbene l’ebefrenico che ha questa malattia mentale, sente la frase del
linguaggio, io gli dico vai a dormire e lui va a dormire, nel senso che non capisce che vai a dormire è un
modo così, diciamo, obliquo di dirgli togliti dai piedi. Crede che il linguaggio dica effettivamente quello che
effettivamente il linguaggio dice in maniera aperta e c'è questa sensazione, cioè l'incapacità di capire che
dietro il linguaggio, dietro il primo strato, dietro appunto l'aspetto linguistico,
ci può essere il metalinguaggio, ci può essere un secondo significato e sentirsi
dire vai a dormire, può significare appunto semplicemente togliti dai piedi. C'è
una malattia uguale e contraria che si chiama paranoia; la paranoia è invece la
fissazione sul metalinguaggio. Questa volta il paranoico invece cerca sempre
un livello diverso delle cose che gli vengono dette e non riesce mai a capire che
a volte le cose che gli vengono dette sono quelle che vengono dette; per
esempio, se incontrate una signora o una signorina paranoica e le dite; oh,
come sei bella quest'oggi, magari intendendolo, la signorina paranoica, ah, ho capito cosa vuoi dire, ecco
mi stai dicendo che sono bella perché in realtà hai visto che sono vecchia o cose del genere. Il paranoico fa
questa cosa. Ed ecco che allora la distinzione fra linguaggio e meta- linguaggio che sembrava essere una
distinzione innocua, praticamente, semplicemente linguistica e logica, in realtà sta sotto per l’appunto queste
malattie e quindi si potrebbe dire un motto, in qualche modo sintetizzare il pensiero di Bateson in un motto,
dicendo “o si è logici o si riesce a distinguere tra linguaggio e meta linguaggio o si è patologici”, cioè si
diventa dei malati mentali in qualche modo. Quindi l'idea del paradosso del mentitore può aiutare,
addirittura, secondo Bateson a superare queste malattie mentali, che non riescono a capire la differenza tra
linguaggio e metalinguaggio e uno degli ordini che hanno
reso famoso per l’appunto Bateson nelle sue terapie con i malati
mentali è il seguente ordine: disobbedisci! Ora un malato che
si trovi di fronte ad un ordine di questo genere, ma non soltanto
malato, ma anche chiunque di noi, si troverebbe nei problemi.
Come si fa a disobbedire, a obbedire ad un ordine che dice
“disobbedisci”. Disobbedire significa non stare a seguire
l'ordine che ti sto dicendo; se ti ordino però di disobbedire,
allora se tu effettivamente mi disobbedisci, stai obbedendo e
se invece obbedisci deve disobbedire e quindi c'è questo circolo
vizioso. È sembra, io non ho esperienza, fortunatamente di
questi ambienti, però sembra che effettivamente questa terapia paradossale, questo tipo di ordini che cercano
di rompere i circoli viziosi che si trovano a volte nelle malattie mentali, si possono effettivamente utilizzare
per questo tipo di ordini, per l’appunto, per spezzare la malattia e in qualche modo squilibrare lo squilibrato,
cioè per evitare che continui questa fissazione. Ebbene allora, abbiamo capito, credo che ci stiamo
avvicinando per lo meno, alla comprensione del fatto che la verità e la menzogna non sono poi cose così
secondarie, non sono cose di cui si devono interessare soltanto i logici, soltanto i matematici o se volete, più
in generale, soltanto i filosofi; sono qualche cosa che hanno a che fare con la vita quotidiana. Ebbene, allora
per finire, per arrivare più vicini a noi, voglio farvi alcuni esempi di come effettivamente si riesca anche
nell'arte, anche nella cultura, ad usare il paradosso del mentitore in maniera a volte abbastanza inaspettata.
Noi non ce ne accorgiamo, ma una volta che noi siamo stati allertati, quindi forse anche voi dopo questa
lezione, incomincerete a vedere che effettivamente verità e menzogna sono un pochettino ubique
dappertutto, si trovano anche nella cultura più in generale. Questo signore che molti di voi conosceranno, è
uno dei grandi scrittori di questo secolo, uno scrittore che ebbe dei grandi problemi a causa delle sue
preferenze sessuali e del fatto che poi finì in galera, finì sotto processo ed è Oscar Wilde. Ebbene, Oscar
Wilde fece della menzogna addirittura una bandiera e una delle sue frasi celebri, Oscar Wilde era famoso
per i suoi aforismi, una delle sue frasi più celebri è precisamente questa che “la menzogna è lo scopo
dell'arte”. Ebbene, se voi ci pensate un momentino, effettivamente capite che l'arte è in realtà tutta fatta sulla
menzogna. Quando voi guardate per esempio un dipinto o quando guardate anche soltanto una figura, una
raffigurazione, una immagine, una fotografia, ebbene tutto questo è menzogna. Qui si sta ponendo, sulla
carta, diciamo così, del colore e questo colore, che è una raffigurazione, dovrebbe in qualche modo indicare

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una persona, ecco la differenza fra il linguaggio e il metalinguaggio. Il linguaggio è l'immagine, la
fotografia, il meta linguaggio è il significato, Oscar Wilde stesso in questo caso. Ebbene, l'arte è tutta basata
su questo; pensate alla prospettiva per esempio, che è un modo di distorcere le linee in maniera apposita,
così da far pensare, da far risultare l'immagine che poi noi vediamo, come se fosse vera. Si mente per dire la
verità, si disegnano le cose appositamente distorte in modo da farle apparire quasi vere, di farle apparire
proporzionali. Per esempio la famosa anamorfosi: voi andate a Roma a visitare la Cappella Sistina, ebbene
ciò che voi vedete dal basso della Cappella Sistina, queste meravigliose immagini di Michelangelo, vi
appaiono in perfetta proporzione. Se avete visto alcuni dei filmati che sono stati fatti vedere quando vi era
per esempio il restauro della basilica, ebbene se voi questi dipinti che stanno sulla volta della Cappella
Sistina poteste vederli da vicino, vedreste che sono tutti distorti. Perché? Ma perché sono stati disegnati da
Michelangelo per l’appunto in modo distorto, così che, coloro che li guardano dal di sotto, possono vederli
come se fossero invece nelle proporzioni giuste. Quindi la menzogna è effettivamente non soltanto una
boutade, è quello che diceva Wilde, cioè la menzogna è un po’ lo scopo, ma è anche il linguaggio dell'arte,
cioè l'arte parla attraverso queste menzogne. Un altro artista molto noto, questo signore dal sorriso molto
simpatico, dalla risata simpatica che è John Cage, il famoso musicista, famoso anche per alcune delle
provocazioni più grosse della musica, per esempio scrisse un pezzo per pianoforte che si chiamava 4 minuti
e 33 secondi e questo pezzo è in realtà più famoso come “il silenzio”, perché consisteva nel fatto di sedersi
di fronte al pianoforte e non suonare nulla, non suonare nulla, perché Cage voleva farci capire che in realtà
il silenzio non esiste, quindi se un'artista si pone di fronte ad un pianoforte e non suona assolutamente nulla,
poi in realtà si sentono lo stesso dei rumori, si sentono dei signori che tossiscono, quelli che si muovono o
magari l'uccellino che è entrato dentro la sala da concerto e così via, quindi l'idea che il silenzio non c'è. Ma
in parte Cage era anche l'espressione di una poetica moderna, quella che l'opera d'arte è finita, che non c'è
più niente da dire. Ed una delle frasi più famoso è proprio questa “non ho niente da dire e lo sto dicendo”.
Anche questa, una versione molto sottile del paradosso del mentitore, perché uno che non ha niente da dire
dovrebbe star zitto e invece sta dicendo, per appunto di non aver niente da dire. Bene, siamo arrivati alla
fine di questa nostra carrellata sul paradosso del mentitore e ritroviamo qua giù Pinocchio. Potremmo dire
forse alla conclusione della nostra lezione che forse abbiamo capito che tutto è menzogna. Però, attenzione,
perchè “tutto è menzogna” è una frase del tipo di quelle di Epimenide “tutti i cretesi mentono”, perché se
fosse vero che tutto è menzogna, allora anche questa frase sarebbe vera e in particolare sarebbe falsa, perché
tutto è se è falsa può dire che non è menzogna, lei sarebbe falsa. Quindi non è possibile che questa frase
sia vera, allora deve essere falsa, ma se è falsa allora vuol dire che
non è vero che tutto è menzogna, vuol dire che ci sono alcune le
verità. Quindi oggi abbiamo scoperto qualche cosa e questo per
i logici certamente c'importa, perché abbiamo scoperto che ci
sono delle verità e nel futuro cercheremo di avvicinarsi a queste
verità, di scoprirne altre, comunque per quest'oggi abbiamo
finito..

LEZIONE 3: Le gambe di Achille


Siete ormai stati introdotti nelle lezioni precedenti ad alcuni dei problemi della logica. La scorsa lezione, che
è stata la prima vera lezione di questo corso, abbiamo cercato di parlare di uno dei paradossi più famosi, il

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paradosso del mentitore. Quest’oggi faremo una seconda lezione sui paradossi che, come ricorderete forse
da alcune delle lezioni introduttive, sono stati uno dei motivi introduttori della logica, uno dei motivi che
hanno spinto i logici filosofi ad interessarsi di questa materia, che è per l'appunto la logica, che poi sarebbe
diventata la logica matematica. Se il paradosso del mentitore è uno dei più famosi paradossi della storia, il
più famoso di tutti, forse, è quello di cui si vede qui il nome, cioè Achille. Abbiamo intitolato come al solito
la nostra lezione in maniera un po' scherzosa, la scorsa volta era il naso di Pinocchio, per ricordare appunto
la menzogna, che è un po' caratterizzata da Pinocchio e invece in questo caso siamo passati ad un'altra parte
del corpo e questa volta le gambe, le gambe di Achille. Avete capito immediatamente che stiamo cercando
di parlare, stiamo cercando di introdurre, il discorso sul paradosso diZenone, i famosi paradossi di Zenone,
uno dei quali, il più famoso di tutti tra questi paradossi di Zenone, è per l’appunto quello che si chiama
Achille e la tartaruga. Vediamo più da vicino di cosa si tratta. Questo signore è per l’appunto Zenone o una
statua che ricorda le fattezze di questo filosofo, che è vissuto nel quinto secolo a. C. Vedete qui scritto sotto
a Zenone “Scuola di Elea”, perché in realtà Zenone non è stato il fondatore di questa Scuola. Il vero
fondatore della Scuola di Elea, la Scuola cosi detta Eleatica
che si
trovava vicino a Napoli, una delle grandi Scuole della Magna
Grecia, era Parmenide. Parmenide aveva questa idea, che tutti
forse ricorderanno dagli studi di filosofia, che per lui esisteva l'essere
e non il divenire. Il divenire era in qualche modo la filosofia di
Eraclito e invece la filosofia di Parmenide era la filosofia
dell'essere, cioè che tutto è statico, niente succede, niente si
muove e ciò che noi pensiamo invece si muova, il movimento
appunto, è un illusione in qualche modo. E allora proprio per
cercare di dare man forte al suo maestro Parmenide, Zenone il quale bisogna anche dire così, in vena di
aneddoto, non era soltanto discepolo, ma anche amante di Parmenide, quelli erano tempi un pochettino
diversi e succedevano queste cose anche nelle scuole, ebbene Zenone cercò di inventare degli argomenti che
poi sarebbero diventati quasi più famosi addirittura degli argomenti del suo maestro Parmenide, a favore
dell'essere. Questi argomenti Zenone li propose, questo era uno dei motivi per cui diventarono così famosi,
sotto forma di paradossi. I paradossi sono delle storielle, lo abbiamo già visto altre volte nella lezione
introduttiva e nella scorsa lezione, sono delle storielle che cercano di avere una morale nascosta; c’è un
ragionamento che sembra corretto, però il sembra è dovuta al fatto che in realtà la conclusione è
paradossale, sembra quasi che non stia in piedi. Cerchiamo di vedere più da vicino quali sono stati i
paradossi per l’appunto che Zenone ha introdotto nella filosofia. Sono tutti paradossi che si riferiscono al
moto, perché come abbiamo appena ripetuto e appena ricordato, Parmenide era contrario a questa idea del
moto. L'idea sua era che c'era per l’appunto quest'essere immobile; allora il primo paradosso di Zenone che
ovviamente è un paradosso, è che non si può partire. Come mai? Mah, supponete di essere in una certa
posizione, in un certo punto della città per esempio e di dover andare in un' altra parte della città.
Paradossi del moto Potete partire? Evidentemente no, perché per partire questo
 non si può partire significherebbe che dovette incominciare un viaggio che va
dal
 non si può essere in viaggio punto di partenza al punto di arrivo, ma questo viaggio non si
 non si può arrivare può incominciare, perché prima di andare dal punto di partenza
al punto di arrivo dovete andare dal punto di partenza a metà strada. Voi direte, va bene, questa è metà del
mio viaggio, metà del proposito che mi sono posto; però per arrivare dalla partenza a metà della strada,
dovete prima arrivare dalla partenza ad un quarto della strada e così via ovviamente, perché questi paradossi
si basano tutti su questo regresso all'infinito, su questo “e così via”, su questi “puntini” che sono lasciati così
in sospensione. Allora, per andare dagli inizi alla fine, bisogna prima arrivare a metà, bisogna prima arrivare
ad un quarto, bisogna prima arrivare ad 1/8 e così via, per distanze sempre più piccole, il che significa che
non si può mai partire, perché bisognerebbe sempre percorrere una distanza ancora più piccola di quella che
si dice che serva per iniziare il viaggio. Bene, il secondo paradosso di Zenone è che “non si può essere in
viaggio”. Questo è il famoso paradosso della freccia. Come mai non si può essere in viaggio? Ma perché,

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prendete per esempio una freccia che sta volando in cielo oppure un'automobile oggi, un aeroplano che sta
volando nel cielo, le automobili oggi volano, in genere su autostrade ad una velocità che non dovrebbe
essere permessa, ebbene dicevo, se voi prendete una freccia o qualche cosa che si muova nello spazio e
incominciate a fare delle fotografie di questa freccia, vedete che la freccia è ferma, in qualunque momento
del suo motto, in qualunque momento del suo viaggio la freccia sta ferma. E allora il paradosso è: com'è
possibile essere in viaggio, se il viaggio consiste di una serie infinita di momenti in ciascuno dei quali si sta
fermi, cioè il paradosso sta appunto in questa paradossale commistione; da una parte il fatto che c'è un
movimento, tutti sappiamo che effettivamente ci si muove da una parte all'altra e dall'altra parte invece c'è
questa assurdità che sembra che il moto sia fatto invece di tanti istanti in ciascuno dei quali noi siamo fermi,
cioè il moto è fatto di tante fermezze, per così dire. Oggi è chiaro che soprattutto questo secondo paradosso
di Zenone è poco convincente, perché noi siamo abituati, tutti noi abbiamo avuto forse delle cineprese e
soprattutto quelle vecchie cineprese in cui si metteva una pellicola; oggi si fanno le cose diversamente, in
maniera digitale, ma quando c'era la pellicola, la pellicola era fatta di una serie di fotogrammi ed era proprio
basata su questo trucco, cioè in altre parole il cinematografo era una incarnazione del paradosso di Zenone,
nel senso che si faceva una serie di fotogrammi, una serie di fotografie, ciascuna delle quali statiche, perché
la fotografia in qualche modo congela il movimento e poi facendo percorrere, facendo vedere velocemente
queste fotografie in successione una dietro l'altra, si creava un'illusione di movimento, ma è proprio questo
voleva dire sia Parmenide che Zenone, che il movimento è un illusione, perché noi in realtà siamo sempre
fermi e ci sembra che sia noi che gli altri ci muoviamo, ma in realtà se andiamo a vedere l'essenza di questo
movimento, se andiamo a vedere gli istanti di cui questo movimento si compone, ci accorgiamo che non
siamo mai movimento. Quindi questo secondo paradosso dice che non soltanto non si può partire, ma non si
può nemmeno essere in viaggio e il terzo è simmetrico a questo qui ovviamente, cioè non si può nemmeno
arrivare, come mai? Beh, l'argomento è ovviamente simmetrico a quello per cui non si può partire. Se
dovete partire da un certo punto e arrivare ad una certa metà, prima di arrivare a quella meta, dovete
percorrere la prima metà della strada, questo è lo stesso inizio che abbiamo gia usato nel primo paradosso,
quando siete a metà della strada, dovete ancora percorrere la seconda metà, ma prima di fare l’intera
seconda metà, dovete fare la sua metà, cioè un quarto, poi dovete fare 1/8, poi dovete fare 1/16 e così via e
non arriverete mai alla vostra meta. Questo è praticamente in sintesi, diciamo così, il succo dei paradossi di
Zenone sul moto. Il moto è impossibile perché non è possibile partire, non è possibile arrivare e non è
possibile essere in moto e quindi insomma non ci può assolutamente muoversi. Naturalmente, come ho
detto, questi paradossi sono convincenti fino ad un certo punto, perché coloro che non credono che la vita in
generale e il movimento più in particolare siano un'illusione, magari qualcuno ci crede, ad esempio altre
filosofie, altre culture per esempio quelle orientali, effettivamente sono più vicine a questi tipi di
atteggiamenti, ma noi che siamo occidentali, non crediamo che la vita sia una di un'illusione, non crediamo
che il movimento sia una un'illusione e dunque prendiamo questi paradossi di Zenone o i paradossi più in
generale della scuola di Elea come delle contraddizioni. Ci dev'essere qualche cosa di sbagliato in questi
ragionamenti e la logica ha come uno degli scopi, quello di andare ad analizzare questi ragionamenti più da
vicino, cercare di vedere dove sta l'errore, dove sta l'inghippo. E allora vediamo che cosa succede nella
storia della logica riguardo in questo caso, quest'oggi, al paradosso di Zenone. Naturalmente questi
paradossi, come ho detto prima nel titolo, non c’è più il caso di ripeterli, raccontando la storiella di Achille e
la tartaruga, l'abbiamo già fatto in una delle lesioni introduttive, una delle storie di Zenone era per l’appunto
questo fatto, il fatto che, se la tartaruga parte con un handicap che gli viene dato da Achille per esempio 10
m, ebbene Achille in qualche modo si è giocato l'intera gara perché non potrà mai superare la tartaruga,
perché prima dovrà percorrere la distanza che le ha concesso come handicap, nel frattempo la tartaruga si
mossa di una certa distanza, Achille deve percorrere questa seconda distanza e così via all'infinito e quindi
quella è soltanto una forma più duratura, più sempiterna, perché anche letterariamente più efficace degli
stessi tipi di paradossi che qui abbiamo analizzato in una maniera un pochettino più astratta; però, poiché
non vogliamo essere assolutamente astratti, vogliamo cercare di vedere più da vicino come il paradosso si è
mosso nella storia, ma prima di andare a vedere appunto altre metamorfosi di questo paradosso, dobbiamo
cercare di capire che cosa i greci dedussero da questo paradosso. Ebbene i problemi che i greci videro in
questi argomenti eleatici furono due sostanzialmente: il primo, un problema di fisica, cioè il paradosso

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funziona soltanto se è possibile fare un'ipotesi che in questo ragionamento è nascosta ed è, appunto questo
che dicevano, che la logica cerca di mettere in maniera esplicita queste assunzioni implicite. L'assunzione
Problemi implicita che sta fisicamente dietro questi paradossi è che
Fisica: divisibilità dello spazio lo spazio sia divisibile all'infinito, cioè che sia possibile dire
che tra questi due punti ce ne stanno una infinità”. Ora da
Logica: regresso all’infinito un punto di vista matematico questo è vero, ma da un punto
di vista fisico questo non è assolutamente detto che sia vero e infatti di qui o per lo meno, in base a questi
ragionamenti, nacque poi anche la teoria dell'atomismo, che sosteneva, che supponeva che, in realtà, i corpi
che ci sembrano essere fatti in maniera divisibile all'infinito, in realtà sono fatti di particelle indivisibili che i
greci chiamavano atomi e poi sono diventati gli atomi della chimica della fine dell'800, quando si pensava di
essere effettivamente arrivati ai mattoni dell'esistenza e che poi oggi invece sono diventate le particelle che
costituiscono la materia, i quanti di energia, le stringhe, alle quali accenneremo in una lezione seguente e
così via. Quindi effettivamente questo problema che esiste, cioè dietro gli argomenti di Zenone, dietro i
paradossi di Achille e la tartaruga e alle sue varianti, c'è questo problema della divisibilità dello spazio. È
possibile dividere lo spazio, dividere un segmento fisicamente spaziale in una infinità di punti oppure questa
è soltanto una idealizzazione che fanno i matematici e invece i fisici non possono permettersi queste
idealizzazioni, perché lo spazio non è divisibile oppure siamo nel caso contrario? Questo è il problema
sollevato per quanto riguarda la fisica. Per quanto invece riguarda la logica, il problema è quello al quale
abbiamo già accennato altre volte ed è il regresso all'infinito. Tutti questi paradossi si basano sul “e così
via”, sui “puntini”, sulla possibilità di ripetere lo stesso argomento decine e decine di volte, anzi un'infinità
di volte. Ed è proprio questo che appunto i greci rifiutarono all’epoca , rifiutando il concetto di infinito.
Benissimo, andiamo a vedere allora più da vicino quali sono le possibili soluzioni di questo paradosso e le
soluzioni sono per l'appunto queste: rifiuto dell'infinito da una parte fisico, cioè lo spazio non si può
dividere all'infinito e dall'altra parte rifiuto dell'infinito logico, cioè non è possibile fare regressi
all'infinito. Ebbene, questo sostanzialmente è l'impianto del pensiero greco, l'impianto del pensiero greco,
Soluzione del pensiero eleatico e quali sono stati i problemi che ha sollevato, quali sono
Rifiuto dell’infinito state le soluzioni che sono state proposte. E adesso invece affrontiamo quello
che abbiamo annunciato poco fa, cioè le metamorfosi del paradosso nella storia. Una prima metamorfosi è
come vedete molto vicina al Zenone, qualcuno pensa che sia addirittura indipendente, un secolo soltanto
dopo in Cina, dall'altra parte del mondo all'epoca sconosciuto.
Questo filosofo che si chiama Chuang Tzu, è un filosofo della
scuola
Taoista che ha una storia praticamente simile, che dice: beh, se voi
prendete un bastone, anzi addirittura uno scettro reale e se ogni
volta che muore il re, tagliate metà dello scettro e consegnate quello che
rimane al successore di questo re, non importa perché in fin dei
conti le dinastie potranno andare avanti, come diceva lui, per 10.000 anni,
che era il modo di dire dei greci all'infinito. Anche qui, c'è un'idea del
bastone che si può praticamente tagliare a metà ogni volta, senza
che il bastone mai scompaia, sempre ci sarà una parte di questo bastone
che rimane, così come questa cosa che io ho in mano (bastone!), lo possiamo prima dividere a metà, poi
dividere a metà, poi continuare a dividerlo a metà, qui io mi fermo, ma naturalmente nel paradosso si può
continuare all'infinito. Quindi anche in Cina, non soltanto in Grecia, questi argomenti furono scoperti più o
meno nello stesso tempo. Invece nell'occidente, che è la parte su cui noi ci concentreremo per ovvi motivi,
ci fu tutta un'intera scuola, che si chiama “la Scuola dello scetticismo”, di cui ho elencato qui tre dei
massimi esponenti, cioè Pirrone nel quarto secolo a. C., Agrippa nel primo secolo a. C. e Sesto empirico nel
secondo secolo d. C, che è quello da cui poi in realtà traiamo quasi tutte le nostre informazioni, perché
lasciò una enorme varietà di scritti, dei quali poi parleremo anche in seguito, quando
Scetticismo parleremo della logica stoica. Quali sono gli argomenti su cui

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 Pirrone (IV secolo a. C.) si basarono gli scettici? Ebbene gli scettici si basarono
su un
 Agrippa (I secolo a. C.) argomento molto interessante, cioè il fatto di dire che il tipo di
 Sesto Empirico (II secolo a. C.) argomento che Zenone aveva inaugurato con i suoi paradossi, in
realtà si poteva trasportare nel campo in questo caso della logica, che proprio quello che interessa a noi e in
particolare si potevano ottenere, io qui ho scritto “problemi”, ma sono anche qui dei paradossi, delle
antinomie, problemi che hanno a che fare con il concetto di dimostrazione e con il concetto di definizione,
che sono per l’appunto due concetti essenziali della matematica e delle scienze in generale, ma soprattutto
della logica, perché di questo che noi ci interessiamo.
Problemi Il primo paradosso è che “niente si può provare”. Come mai niente
 Niente si può provare si può provare? Ma perché, se voi volete dimostrare qualche cosa,
ebbene questo qualche cosa o lo prendetelo come evidente, ma
 Niente si può definire questa non è una dimostrazione, non si può dire “tu devi accettare questo
perché lo dico io perché la cosa è evidente, ma le dimostrazioni sono qualcosa che si basano su un'ipotesi.
Benissimo, allora se una certa affermazione viene dimostrata basandola su un'ipotesi, allora quest'ipotesi per
quale motivo noi dovremmo accettarla? Beh, per lo stesso motivo per cui accettavamo la conclusione,
perché in qualche modo si basa anche lei su un'altra ipotesi e questa seconda ipotesi che sta ancora monte
della prima, come mai dovremmo accettarla? Per lo stesso motivo, perché dovremo ridurre questa ipotesi ad
una terza ipotesi e così via. Quindi vedete qui, lo stesso regresso all'infinito che abbiamo visto prima nei
paradossi del moto, riappare nello stesso modo praticamente e crea un problema per quanto riguarda le
dimostrazioni. Non è possibile dimostrare nulla perché dimostrare significa basarsi su ipotesi, questa ipotesi
a loro volta devono essere dimostrati e così via. Stessa cosa per quanto riguarda le definizioni. Vogliamo
definire un termine, quando parliamo con qualcuno che ci chiede, mah, che cos'è l’amore per esempio e
questo spesse volte succede: che cos'è l'amore? Allora bisogna definire in qualche modo, con qualche frase,
che cosa significa per amore. Ma questa frase userà delle parole e se vogliamo intenderci su quelle parole,
dovremmo definire anche quelle parole; a loro volta tutte queste definizioni saranno basate su parole, le
quali hanno bisogno di definizione e così via. Si risale all’indietro e non c'è mai possibilità di arrivare alla
fine. Qual è stata la soluzione di questi problemi, perché se prima i problemi del moto non davano poi molto
fastidio, perché se si dice che “Zenone dice che Achille non può raggiungere la tartaruga”, a noi importa
abbastanza poco, perché sappiamo benissimo che se dobbiamo andare da una parte all'altra della città,
partiamo la mattina, partiamo al momento in cui dobbiamo partire e arriviamo, perché, insomma, facciamo
il moto, quindi quei paradossi lì erano poco convincenti. Ma quando invece si parla di logica, quando si
tratta di provare qualche cosa, di definire qualche cosa, beh, questi sono problemi che non si possono
semplicemente spazzare sotto il tappeto. Ed ecco che allora le soluzioni che sono state trovate dai greci,
sono le soluzioni che ancora oggi vengono accettate dalla comunità dei matematici, dalla comunità dei
logici, perché sono quelle che effettivamente in qualche modo sono definitive.
Soluzioni Per quanto riguarda il primo problema, cioè il fatto che non si possa
 Assiomi dimostrare niente, perché se uno vuole dimostrare tutte ipotesi
sulle
quali si basa un ragionamento, allora dovrà risalire indietro l'infinito,
 Nozioni primitive ebbene si traduce semplicemente nel fatto che, ad un certo punto,
questo regresso all'infinito bisogna fermarlo, bisogna arrivare ad un punto in cui non si dice più, questa
cosa la dobbiamo ancora dimostrare, ma semplicemente questa cosa l'accettiamo, perché altrimenti non
sarebbe possibile fare nessun ragionamento. Queste cose, queste affermazioni, queste proposizioni che noi
accettiamo senza dimostrazione, vengono chiamate in matematica assiomi. Ed ecco qui che abbiamo
introdotto, magari così scherzando, parlando di paradossi, uno dei concetti fondamentali della matematica,
non soltanto moderna, ma già anche di quell'antica, già euclidea, perché Euclide fece questo primo grande
lavoro, questo primo grande trattato di geometria “elementi di geometria” di Euclide, che si basavano
proprio questo impianto, cioè sul fatto di stabilire una volta per tutte quali sono i punti di partenza,dopo di
che si prendono questi per buoni e si deducono i teoremi, si deducono le conclusioni, ma prima insomma

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bisogna in qualche modo porre le fondamenta e le fondamenta si chiamano per l’appunto assiomi.. Questo
per quanto riguarda le dimostrazioni, ma per quanto riguarda le definizioni dobbiamo fare qualche cosa di
analogo. E allora ciò che corrisponde agli assiomi per i teoremi, nel caso delle definizioni sono le “nozioni
primitive”, cioè molte delle cose, molti dei concetti di cui si parla in matematica, nelle teorie matematiche,
anche in filosofia, sono ovviamente delle cose che definiamo, sono concetti definiti, ma tutte le definizioni,
per avere un senso, devono ad un certo punto arrivare al punto di partenza e fermarsi, cioè devono arrivare a
dei punti che non sono più definiti, così come le proposizioni, devono arrivare a dei punti in cui non si
dimostra più. Le cose che non si dimostrano si chiamano “assiomi”, le cose che non si definiscono si
chiamano “nozioni primitive” e proprio su questo impianto, Euclide basò la sua grande opera, il suo grande
monumento alla matematica, appunto questi elementi.
Quindi i “cinque famosi assiomi di Euclide”, di cui parleremo poi ancora in seguito, quando arriveremo
verso il ‘700-‘800 e le “nozioni primitive”. Bene, facciamo un salto nel tempo e andiamo a vedere che cosa
successe ai paradossi di Zenone nel campo della teologia invece, perché verso il 1300, ma anche prima, tra
il 1000 e il 1300 fiorì questo movimento, il cosiddetto movimento della Scolastica, che fu il movimento che
diede vita alla teologia razionale di cui abbiamo già parlato in una delle lezioni introduttive. Qui ho segnato
alcun dei tre, anzi i tre personaggi più importanti, la trinità diciamo così di questa teologia razionale: sono
Aristotele, Avicenna e Tommaso.

Tutti e tre questi personaggi cercarono di utilizzare queste nozioni per arrivare a definire e dimostrare
l'esistenza di Dio; quindi vedete che già queste nozioni di definizione e di dimostrabilità erano entrate nel
saper comune, erano entrate nella pratica filosofica e anche teologica. Allora vediamo più da vicino che cosa
succede, cioè le nozioni di Dio che questi signori avevano in mente. Nelle figure ci sono Aristotele e
Tommaso d’Acquino, un po’ i due capisaldi, l’inizio e la fine di questo genere di discussioni e ci sono anche
le cinque famose definizioni che si riferiscono alle cinque vie di Tommaso, cioè i cinque modi per arrivare
alla divinità. La divinità viene definita come “l'ente necessario”, cioè qualche cosa che non richiede nessun
motivo per esistere, esiste semplicemente perché è lì, perché è necessario che esista. La seconda definizione
“l’ente perfetto”, perché la divinità è in contrapposizione con l'ente imperfetto, con tutte le cose che noi
vediamo sulla terra che sono ovviamente imperfette e Dio dovrebbe essere l’astrazione di queste cose e
l’astrazione di ciò che noi abbiamo intorno, è un essere per l’appunto perfetto. La terza definizione “il primo
motore”, cioè vediamo in terra cose che si muovono il cui moto è causato da qualche cos'altro e se noi
risaliamo all'indietro in questa successione, in questa catena di cause, arriviamo,ad un certo punto a quello
che si chiama “il primo motore”, cioè ciò che muove senza essere mosso. La quarta definizione “la causa
prima” è lo stesso tipo di argomento, lo stesso tipo di nozione, però riferito non più al moto, bensì alla
casualità. La quinta definizione “il fine ultimo” è semplicemente l'ente simmetrico dall'altra parte, cioè
guardare non a che cosa causa, ma a che cosa viene causato, perché si fanno le azioni e allora ciascuna delle
nostre azioni ha un certo fine, il fine a sua volta avrà un altro fine e così via, però se vogliamo evitare questo
regresso all'infinito o in questo caso progresso all'infinito, dobbiamo ad un certo punto fermarci e arrivare a
dire, bene, ci dev'essere qualcosa che è fine di ciò che viene prima, ma che non ha a sua volta un fine, è
l'ultimo fine, così come la cosa prima o il primo motore erano i primi. Ebbene tutte queste nozioni di Dio,
tutti gli argomenti della scolastica o perlomeno anche della teologia, alla maniera in cui la faceva Aristotele,
sono tutti basati su argomenti che sono l’analogo costruttivo di questi paradossi di Zenone, cioè il rifiuto del
regresso all'infinito. Però come potete immaginare, queste cose oggi sono un pochettino passate in
giudicato, diciamo così, non sono più quelle che noi oggi seguiamo nella nostra storia. Ebbene, allora

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cerchiamo di venire più da vicino a noi e cercare di vedere come il paradosso di Zenone è stato affrontato
nei secoli più moderni. Il 1600, questo signore Gregorio di San Vincenzo, che era un filosofo, anche lui un
teologo, finalmente per la prima volta introduce quella che oggi è, o una di quelle, che oggi vengono
considerate come le soluzioni del paradosso di Zenone. Gregorio di San Vincenzo rivede il paradosso di
Zenone e scopre che cosa? La cosa più ovvia diremmo oggi, cioè che qui abbiamo un segmento che
possiamo chiamare uno, che non sappiamo quanto sia, per esempio 1 km o 1 m, quello che vogliamo, una
distanza che vogliamo percorrere. Che cosa dice il
paradosso? E’
impossibile percorrere questa distanza, perché prima dobbiamo
fare metà di questa distanza ed ecco che metà, lo scriviamo adesso in
termini matematici, 1/2, poi dobbiamo fare la metà di quel che
rimane, che sarebbe metà di metà, cioè un quarto, che scriviamo
di nuovo in termini matematici con +1/4, perchè lo dobbiamo
sommare a quello che già abbiamo già fatto, cioè alla prima
metà del percorso, poi dobbiamo sommare la metà della metà della
metà, cioè +1/8 e così via. Il così via lo scriviamo, come si scrive
ovviamente, cioè con i puntini, perché bisogna andare
all'infinito e la soluzione di Gregorio di San Vincenzo è che non c'è nessun paradosso. Queste è una somma
infinita, ci sono infiniti termini, ma non c'è nessun paradosso nel supporre che una somma d’infiniti termini
sia in realtà finita lei stessa, cioè è possibile introdurre delle somme analoghe a quelle solite che facciamo
con i numeri interi o frazionari, però se di solito aggiungiamo soltanto una quantità finita di numeri, ebbene
in questo caso ne aggiungiamo una quantità infinita, ma la somma in questo caso rimane finita. Questo è
l'inizio di quello che viene chiamata l'analisi matematica moderna, cioè la cosiddetta teoria delle serie; una
somma di questo genere viene chiamata serie, perché appunto ci sono tanti termini in serie. Ebbene, qui si
scopre per la prima volta, che il risultato di Zenone poteva essere interpretato in maniera positiva dicendo:
una serie di numeri infiniti sommati l'uno all'altro può avere una somma finita. Attenzione, non tutte le serie
possono avere una somma finita, se voi fate per esempio 1/2+1/3+1/4+1/5+…, cioè l'inverso di tutti i
numeri, questa è una serie che invece non ha somma. Ed ecco che allora di lì nasce il problema, il bisogno di
sapere quand’è che una serie ha una somma, quand'è che non ce l’ha e di qui nasce per l’appunto l'analisi
che sarà poi portata allo sviluppo da Newton, Leibniz e così via ed è proprio l'analisi che serve per far
nascere la fisica moderna, quella su cui si basano le teorie della fisica, della meccanica e così via, fino alle
teorie più moderne. Quindi vedete come un paradosso apparentemente innocuo e poi magari anche
fastidioso, potrebbe sembrare una storiellina da nulla, in realtà nascondeva una perla come in un'ostrica e la
perla era che Zenone aveva scoperto un fatto importante e questo gli sembrava paradossale, ma 2000 anni
dopo sembrerà meno paradossale, aveva scoperto che una somma
infinita di numeri che sono tutti positivi, benché via via più
piccoli, può avere come somma una quantità finita. Bene,
questo è un risultato molto importante, ma il paradosso di
Zenone ovviamente venne usato in tante maniere. Per
l'appunto in questo caso, ho riportato Lorence Sterne, che
scrisse questo famoso romanzo Tristam Shandy, nel 1760.
Sterne fece un uso abbastanza paradossale esso stesso del
paradosso di Zenone dicendo che non è
possibile scrivere la propria autobiografia.Vi leggo la sua paginetta, perlomeno una frase del suo
capolavoro. La frase dice la seguente cosa: questo mese sono un intero anno più vecchio di quand'ero a
questa epoca 12 mesi fa; essendo arrivato, come potete vedere, quasi a metà del mio quarto volume, ma non
oltre il primo giorno della mia vita, questo dimostra che ho 364 giorni in più da scrivere ora di quando ho
iniziato, cosicché invece di avanzare nel mio lavoro come qualunque altro scrittore mi ritrovo al contrario
in ritardo di altrettanti volumi. Se ogni giorno della mia vita fosse così denso e gli avventi le considerazioni
su di esso richiedessero altrettante descrizioni, a questo ritmo, vivrei 364 volte più veloce di quanto possa
scrivere; ne consegue che, più scrivo, più avrò da scrivere e di conseguenza voi lettori più leggete e più

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avrete da leggere. Beh, il paradosso di Sterne era precisamente questo, cioè che lui si mise a scrivere la
propria autobiografia nel 1760, produsse quattro volumi come dice e alla fine del quarto volume aveva
appena finito di raccontare il primo giorno della sua vita. A questo ritmo è chiaro che ogni volta che un
giorno della vita è passato, bisogna scrivere quattro volumi che richiedono un anno di tempo e ovviamente
la vita se ne va, perché questa cosa si ingigantisce sempre più e il paradosso è che non è possibile scrivere la
propria autobiografia, perché più si vive più c'è da scrivere e più c'è da scrivere, ovviamente, più c'è bisogno
di tempo per scrivere eccetera. Quindi questo è ovviamente un modo scherzoso, ma molto interessante,
molto arguto, perfettamente inglese tra l'altro, di usare il paradosso di Zenone. Sempre per rimanere in
Inghilterra, ma per arrivare più vicini a noi, Lewis Carroll, che tutti voi conoscerete, questo signore vestito
da prete, perché prete era, lavorava in un collegio di Oxford, era un professore di matematica, ma voi lo
conoscete quasi tutti per motivi differenti. Lewis Carroll è noto per aver scritto due romanzi, due racconti
molto noti per bambini, che si chiamano appunto “Alice nel paese delle meraviglie” e “Alice attraverso lo
specchio”. Ebbene, Carroll insegnava matematica, scriveva questi racconti per delle sue amichette, delle
bambine a cui li raccontava e però ogni tanto si interessava anche di logica, perché di professionista quello
faceva. Ebbene scrisse un saggio che si intitola “Ciò che la tartaruga disse ad Achille” nel 1895, quindi la
fine dell'800, nel periodo in cui incominciavano ad arrivare questi paradossi anche nella matematica, il
paradosso di Russell a cui abbiamo accennato e su cui ritorneremo; ebbene Lewis Carroll propose un
paradosso che faceva vedere che non è possibile ragionare.
E’ un
paradosso molto simile a quello degli scettici a cui abbiamo
accennato prima; gli scettici dicevano non è possibile
dimostrare nulla perché c'è bisogno sempre di riportare
all'indietro l'ipotesi, non è possibile definire nulla, perché c'è
sempre bisogno di spostare indietro le definizioni. Ebbene,
Lewis Carroll dice che non è possibile nemmeno ragionare
perché bisogna usare delle regole, ma come facciamo a capire
come si usano le regole; beh, c'è bisogno che qualcuno ce lo dica. Ebbene, dirci come si usano le regole
significa dare un'altra regola, una metaregola, per così dire, che ci dice come usare le regole. Benissimo, ma
questa meta-regola come facciamo a capirla? Anche lei a sua volta avrà bisogno di un'altra meta-metaregola
che si spiega come fare a usare questa metaregola e così via; quindi anche le regole che noi diamo del
ragionamento, non soltanto i punti di partenza, non soltanto gli assiomi, ma anche le regole stesse del
ragionamento logico, sono cose che in teoria dovrebbero continuare a risalire all'infinito. Quindi vedete lo
stesso tipo di argomenti usati in maniera scherzosa e il titolo si riferisce al fatto che il saggio di Lewis
Carroll è scritto come un dialogo tra Achille e la tartaruga e il dialogo è fatto quando si suppone che in
realtà Achille e la tartaruga si siano fermati Ovviamente sappiamo che, per il paradosso Achille, non poteva
raggiungere la tartaruga, si suppone che la tartaruga si sia fermata, Achille arriva, si siedono e incominciano
a discutere di logica matematica. Quindi, vedete come queste cose, ancora 2500 anni dopo, continuavano ad
avere vitalità. Un'altra formulazione molto interessante del paradosso di Zenone è questo qui, dato da Joshua
Royce, che è un filosofo verso la fine dell'800. Questo che vedete qui, in questo rettangolo, dovrebbe essere
l'Inghilterra, perché Royce era anche lui inglese, tanto per rimanere in questa scia. Ebbene, questa è una

é
mappa dell'Inghilterra, come potete vedere, un pezzo soltanto del territorio. Se questa mappa è ben messa, è
ben fatta, cioè riporta tutti i particolari, poiché sul territorio dell'Inghilterra c'è anche lei, c’è anche la mappa,
all'interno di questo territorio ci dev'essere una parte che abbiamo segnato qua giù con un altro rettangolino

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(fig. centrale) che è la mappa della mappa, cioè la mappa riporta tutto ciò che è sul territorio; una parte del
territorio è la mappa stessa e il rettangolino verde è quello che all’interno del territorio individua la mappa
dentro il territorio. Benissimo, ma una volta che abbiamo fatto questo gioco, all’interno di questa mappa ci
sarà una mappa della mappa e cosi via e infatti qui (fig. dx) ne abbiamo messo una dentro l’altra di questo
genere. Ebbene, la cosa interessante è che questo ragionamento di Royce si può rivoltare, lungi dall'essere
un paradosso, si può far diventare una teorema e il teorema è il cosiddetto teorema del punto fisso. Eccolo
qua (fig. dx), se voi continuate a prendere una mappa all'interno della quale c'è una mappa, della mappa,
della mappa, della mappa, ad un certo punto arriverete a definire un unico punto, soltanto uno e questo ha
una particolarità molto speciale, cioè è un punto che ovviamente sta sul territorio, perché la mappa è posata
sul territorio, ma sta anche sulla mappa, perciò è un punto che coincide sia sulla mappa che sul territorio.
Notate per esempio che questo angolo qui sulla mappa (fig.1a, angolo dx in alto), quando noi andiamo a

vedere dove è messo dentro la mappa è questo qui (segui la mano), questo è quello, questo è quello e così
via; quasi tutti i punti vengono spostati man mano che noi andiamo a prenderli e metterli dentro la mappa,
ma uno di questi punti rimane fermo, si chiama “punto fisso”, per l’appunto ed è un teorema questo, il
“teorema del punto fisso”, cioè quando si fanno giochi di questo genere, questi tipi di contrazioni, c'è
sempre almeno un punto che rimane fermo. Bene, un altra versione del paradosso di Zenone è data da
Franca Kafka. Anzi si dice che tutti i romanzi di Kafka siano in realtà delle incarnazioni del paradosso di
Zenone, perché se voi pensate i protagonisti dei romanzi di Kafka sono sempre lì di fronte ad infiniti
ostacoli, ne passano uno e poi alla fine c'è ne un altro, ce n'è un altro, ce n'è un altro, ce n'è un'infinità, sono
tutti dello stesso genere, uno più piccolo, l'altro più grande; quindi l'intera letteratura kafkiana è basata sul
paradosso di Zenone. Qui invece ho citato un particolare esempio, si chiama il messaggio dell'imperatore, è
solo una pagina, ve la lego perché è proprio una versione letteraria del paradosso di Zenone, si tratta di un
brevissimo racconto.
Dice: “l'imperatore, così si racconta, ha inviato a te, ad un singolo, ad un misero suddito, minima ombra
sperduta nelle più lontane delle lontananze del sole
imperiale, proprio a te l'imperatore ha inviato un messaggio
dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al
letto, sussurrandoli il messaggio e gli premeva tanto che se le fatto
ripetere all'orecchio; con un cenno del capo ha confermato
l'esattezza di ciò che gli veniva detto e dinanzi a tutti coloro
che assistevano alla sua morte, dinanzi a tutti ha congedato il
messaggero. Questi si è messo subito in moto, è un uomo
robusto, instancabile, manovrando or con l'uno or con l'altro braccio, si fa strada nella folla; se lo si ostacola
accenna al petto su cui ha segnato il sole e procede così più facilmente di chiunque altro, ma la folla è così
enorme e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all'aperto come volerebbe e presto ascolteresti i
magnifici colpi della sua mano alla tua porta, ma invece si stanca inutilmente. Cerca di farsi strada nelle
stanze del palazzo più interno, non uscirà mai a superarle e anche se gli riuscisse, non servirebbe a nulla,
dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale e anche se gli riuscisse non servirebbe a nulla; c'è ancora
da attraversare tutti i cortili, dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni e anche se riuscisse a
precipitarsi fuori dell'ultima porta, ma questo mai e mai e poi mai potrà venire, c'è tutta la città imperiale di
fronte a lui, il centro del mondo ripieno di tutti i suoi rifiuti, nessuno riesce a passare di lì e tanto meno con
il messaggio di un morto, ma tu vai alla finestra e ne sogni quando giunge la sera”. Quindi vedete proprio
una riedizione, un riscrivere il paradosso di Zenone in maniera letteraria, questi infiniti ostacoli che si
frappongono al messaggero che cerca di portare il messaggio dell'imperatore che l’imperatore gli ha
mandato dal suo letto di morte. Voi siete lì che aspettate che arrivi il messaggero, il messaggero non arriverà

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mai; è proprio semplicemente lo stesso paradosso di Zenone rifatto in maniera letteraria. Ebbene, ci sono
tanti altri autori che hanno scritto sul paradosso di Zenone, ne ho citato soltanto uno dei miei preferiti,
soltanto non vi posso leggere di nuovo altre pezzi, perché ormai il tempo vola e arriveremo purtroppo alla
fine della lezione anche se c'è il paradosso di Zenone che dice che intanto non saremmo mai arrivato alla
fine. Ebbene, però vi consiglio perlomeno di leggere alcuni dei saggi di Jorge Louis Borges, in particolare
questi passaggi sulla metempsicosi della tartaruga. Borghese aveva fatto degli studi sui paradossi di Zenone,
li ha raccontati nella maniera impareggiabile che sapeva fare lui, li ha anche usati in alcuni dei suoi racconti
originali, per esempio in questo qui “la morte e la bussola del 1944”, in cui c'è un assassinio; ebbene c'è un
detective che sta seguendo questo assassino, sta cercando di capire dov'è che avverrà il prossimo delitto, ad
un certo
punto arriva nel luogo che lui prevede è quello del prossimo delitto e lì trova effettivamente l'assassino che
sta aspettando, che aveva fatto i delitti precedenti semplicemente
per attirare lui, detective, in quel luogo e ammazzarlo. Allora il
detective gli dice: però mi hai fregato in una maniera un po'
strana, la prossima volta fammi almeno un labirinto come
quello di Zenone, cioè attirami in un luogo, poi a metà, poi ad
¼, poi ad 1/8, eccetera e l’altro gli dice, si va bene, la prossima
volta in un’altra vita, in un’altra delle tue metempsicosi, per
l’appunto, come in uno di questi casi, ti aspetterò così, ma per
questa volta ti sparo e ti faccio fuori adesso. Quindi questo è il
modo in cui Borges, appunto uno dei grandi scrittori latino americani di questo secolo, ha usato anche lui il
paradosso. Quindi vedete che il paradosso è stato usato nella filosofia, è stato usato nella teologia, lo
abbiamo visto nelle prove dell’esistenza di Dio, è stato usato nella letteratura, abbiamo fatto degli esempi
abbastanza vari, nella letteratura inglese con Sterne e Louis Carroll, nella letteratura di lingua tedesca con
Kafka, nella letteratura di lingua spagnola con Borges. Quindi effettivamente è una grande profusione di
questi argomenti, ma per finire vorrei invece farvi vedere delle rappresentazioni grafiche del paradosso di
Zenone ed ho scelto uno degli autori che più si prestano a raccontare queste cose dal p. di v. matematico,
perché è un autore che è a metà tra la matematica e l’arte, si chiama Escher. Molti di voi lo conosceranno,
perché alcune delle sue pitture sono precisamente delle pitture paradossali, lui ha usato molti dei paradossi
visivi cercando di farli diventare arte indipendente, fine a se stessa. Ebbene due di questi due lavori che si
chiamano appunto “Sempre più piccolo” del 1956 e “Limite del quadrato” del 1964, sono basati
direttamente sul paradosso di Zenone e sono questi qui (fig.1a) fatti vedere in piccolo, che adesso vediamo
più da vicino in grande.

Il primo quadro “Sempre più piccolo”, è un tentativo di far vedere il paradosso di Zenone quando ci sono
delle figure; vedete qui delle specie di pesci, che sono fatte a grandezza naturale nel centro del quadrato e
poi si avvicinano verso il bordo del quadrato in maniera da diventare appunto come dice il titolo, sempre più
piccoli, ma l’idea che ovviamente ha mutuato, come tutti gli altri di cui abbiamo parlato poco fa, dai
paradossi di Zenone è che questo dipinto non può mai essere terminato, perché ogni volta questi pesci
diventano più piccoli, però non c’è mai la fine, cioè se voi prendete una lente di ingrandimento vi accorgete
che potete farne ancora di più piccoli, ancora di più piccoli, Escher stesso lavorava con delle enormi lenti di
ingrandimento, cercando di incidere figure sempre più piccole. E questa è l’idea quindi, vedete come dal

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centro si dipartono delle figure che diventano sempre più piccole. Nel quadro successivo “limite del
quadrato” si ha invece, per questo lo scelto, la figura esattamente opposta, cioè in questo quadro voi vedete
figure di nuovo analoghe, questa volta sono delle lucertole, però la grandezza naturale è sui lati e sui bordi e
le figure rimpiccioliscono andando verso il centro, quindi una figura perfettamente speculare, ogni volta
diventano più piccole, ma anche qui verso questo centro, c’è questo buco, diciamo così, che non ha mai fine,
che non viene mai completato, che non viene mai raggiunto, perché precisamente c’è quel famoso punto
fisso di cui abbiamo parlato poco fa. Notate che il punto fisso è qualcosa che anche Dante aveva in mente,
perché ad un certo punto c’è un verso della Divina Commedia che dice “io sentiva osannar di coro in coro al
punto fisso che li tiene uniti”. Ebbene io credo che con questa citazione tratta dalla Divina Commedia,
possiamo concludere questa nostra lezione sul paradosso di Zenone.
Spero di essere riuscito a convincervi che il paradosso di Zenone, così come l’altra volta quello del
mentitore, non è soltanto un giochetto. I paradossi sono delle spine nel fianco, sono degli argomenti che
possono essere presi in maniera sotto gamba, per così dire, però possono anche essere presi in maniera seria
e si possono analizzare da un p. di v. matematico, da un p. di v. filosofico, da un p. di v. letterario e artistico

LEZIONE 4: IL teatro dell’assurdo


Benvenuti a questa terza lezione del nostro corso di logia matematica, dopo quella introduttiva natural-
mente. Nelle prime due lezioni abbiamo cercato di analizzare una delle tre radici della logica, che ave-
vamo anticipato. La prima radice l’abbiamo appena toccata nell’introduzione, poi non ne abbiamo più
parlato ed era “la dialettica”, il tentativo di formalizzare gli argomenti che usano i giuristi , i politici nelle
discussioni e così via: Il secondo argomento, la seconda via, la seconda radice della logica matematica era lo
studio dei paradossi ed abbiamo cercato di vedere in dettaglio due dei paradossi più importanti, cioè il
paradosso del mentitore e il paradosso di Achille e la tartaruga, i paradossi cosiddetti di Zenone.
Oggi invece entriamo più nel vivo, nella faccenda, il nostro corso si chiama per l’appunto logica mate-
matica e quindi dovremmo incominciare a parlare di matematica, ma non vi preoccupate perché in realtà la
matematica è qualche cosa che a che vedere con l'intera cultura e il modo con cui ne parleremo oggi è per
l’appunto cercare di vedere qual è stato l'influsso di uno dei più grandi matematici della storia, che si chiama
appunto Pitagora, di cui parleremo per tutta l'ora. Il nostro personaggio Pitagora, nacque verso il 570 a.C. e
morì il 496 a. C., quindi sesto secolo a. C. È stato uno degli iniziatori della matematica greca, è stato uno dei
matematici a cui viene associato uno dei teoremi più famosi, il teorema di Pitagora, di cui parleremo verso la
fine di questa nostra lezione. Cerchiamo di vedere più da vicino quale
era il tipo di lavoro che faceva Pitagora. Pitagora era in realtà un
profeta, era l'iniziatore di una scuola, era un qualcuno che
veramente trascinava folle di studenti e così via. Ebbene, forse
non molti di voi sanno da dove arriva il nome di matematico. Pitagora
faceva lezione a due tipi di pubblico differenti, il primo pubblico
era un pubblico di uditori, erano quelli che oggi potremmo
identificare con coloro che vanno a vedere, a sentire più che
altro, le conferenze divulgative dei
grandi maestri, dei premi Nobel, ma anche dei professori come noi,
Acusmatici = uditori che cercano di spiegare alcuni aspetti della scienza, della matematica
e di tante altre cose. Questi uditori ovviamente vogliono sentire delle
Matematici = apprendisti cose che si possono capire, vogliono sentire delle conferenze di natura
didattica, ebbene gli uditori in greco venivano chiamati acusmatici, come tutti voi e anche coloro che non
sanno greco, intuiranno che acustica è per l'appunto la scienza dell'udito, la scienza di ciò che si sente con
l'orecchio. Però il lavoro del professore, il lavoro del ricercatore non è soltanto quello di divulgare i suoi
risultati, di far capire ad un pubblico più vasto, quali sono le cose che ha ottenuto, ma ovviamente anche di
ottenere queste cose, prima di andare a divulgarle e per ottenere queste cose ci vuole naturalmente una
ricerca molto approfondita, un lavoro quotidiano di studio e di fatica. Questo lavoro viene in genere fatto dai
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professori nelle università oggi diremmo, cioè parlando, facendo lezione, come quella che stiamo facendo
oggi insieme, ebbene coloro che avevano invece accesso a questo secondo livello dell'insegnamento
pitagorico, cioè coloro che non erano dei puri e semplici uditori, ma che erano dei veri e propri apprendisti,
cioè che cercavano di andare a scuola per imparare la matematica e poi mettere in pratica, per diventare a
loro volta loro stessi dei matematici, dei professori e così via, questi apprendisti venivano chiamati in greco
matematici, perché matè era per l’appunto l’apprendimento. Ecco che matematico allora vuol soltanto dire
apprendista, cioè matematico è colui che non si ferma al primo livello, che non vuole soltanto fare
l'ascoltatore di cose che gli possono interessare, ma che sono cose che lo interessano più da vicino, nel
profondo, vuole in realtà apprendere, vuole diventare qualcuno che sappia sporcarsi le mani, che sappia
imparare il mestiere praticamente. Il mestierante, diciamo così, i ragazzi di bottega di Pitagora, erano quelli
che in realtà si chiamavano matematici e oggi il termine naturalmente è stato esteso, perché matematici oggi
sono coloro che invece si applicano più precisamente nel campo della matematica e la matematica è
diventata semplicemente un nome per ciò che Pitagora insegnava ai matematici, cioè a questo pubblico
ristretto di uditori. Che cosa insegnava Pitagora? Pitagora aveva una visione dell'universo molto precisa ,
molto particolare, di cui appunto adesso cercherò di darvi di alcuni cenni, ma questa visione non era una
visione campata per aria. Pitagora è stato forse il primo grande scienziato della storia, perché la sua visione
matematica e la sua visione filosofica, in realtà era entrambe queste cose, è nata da un episodio molto
particolare, di cui adesso vi racconto. Si dice che Pitagora passeggiava un giorno in città, passò vicino ad
un'officina di un fabbro che stava lavorando con i suoi garzoni, anche lui aveva i suoi matematici, gli
apprendisti e c’erano anche gli uditori, coloro che sentivano i rumori dei martelli. Pitagora passa e sente dei
martelli che battono e si accorge, cosa che non ci voleva molto a capire, che alcuni suoni sono consonanti,
cioè non stridono fra di loro e alcuni suoni invece sono dissonanti, cioè danno fastidio quando vengono
suonati insieme. Io penso che, come siamo abituati oggi, se entrassimo in una bottega d'un fabbro ci
darebbero fastidio tutti i rumori, ma all'epoca forse c'era una battuta di martelli ogni tanto. Allora cosa fece
Pitagora? Entrò dentro questo negozio di fabbro, dentro quest'officina e volle andare a fondo e questa è la
differenza tra noi e Pitagora, che noi forse passeremo, sentiremo i rumori, ci piaccia e non ci piaccia e poi ce
ne andremo. Lui cercò invece di andare a fondo e di indagare, scoprire qual’era il motivo per cui alcuni
suoni erano dissonanti e alcuni suoni erano consonanti. Che cosa scoprì? Scoprì anzitutto questo primo
fatto, che quando due suoni erano lo stesso suono, noi diremmo oggi la stessa nota, per esempio due “do”, è
ovvio che i due martelli devono avere lo stesso peso (devo fare una piccola premessa, cioè se due martelli
sono uguali devono avere lo stesso suono, il cosiddetto unisono e il rapporto fra due martelli dev’essere per
l’appunto uno a uno).
Rapporti armonici Rapporti numerici Però il problema è che a volte lo stesso suono può succedere
 ottava 2:1 ad altezze diverse; per esempio un “do” ad una certa altezza
 quinta 3:2 e poi un “do” un'ottava superiore. Allora Pitagora scoprì che
 quarta 4:3 i rapporti tra i pesi dei martelli che risuonavano ad un'ottava
erano di due ad uno, cioè due martelli che suonavano la stessa nota, però a distanza di “un'ottava” uno
dall'altro (cioè a frequenza doppia), erano uno il doppio dell'altro, cioè pesavano uno il doppio dell'altro.
Benissimo, altri esperimenti, altro suono. Pitagora scopre che c'è un rapporto anche fra due suoni che stanno
fra di loro come “una quinta” diremmo noi, per dirla in termini musicali moderni, per esempio tra il “do” e
il “sol”, quindi una differenza di cinque note della scala solita (do, re, mi fa, sol, la, si; do1, re1, mi1, fa1, sol1,
la1, sil1; do2, re2., . . . . . . eccetera). Ebbene, la scoperta di Pitagora fu che il rapporto tra i pesi dei martelli per la
quinta era di tre a due, cioè invece di essere uno doppio dell'altro, perché in questo, come caso abbiamo
detto prima, ci sarebbe stato un suono di 1/8, erano una volta e mezza dell'altro, 50% in più di peso e il
suono che risuonava fra i due, era un accordo di “quinta”. Ancora una cosa, per l'accordo di quarta, per
esempio “do” e “fa”, cioè la differenza di quattro note, i rapporti peso erano di quattro a tre. Ebbene questa
fu una scoperta sensazionale, perché in realtà Pitagora si accorse che era possibile esprimere quelli che oggi
ancora chiamiamo rapporti armonici, cioè i rapporti tra note, per esempio “l'ottava”, due note a distanza di
un ottava, per esempio “do-do1”, la “quinta” per esempio “do-sol”, la quarta “do-fa” e quindi rapporti
musicali, cioè quelli che oggi noi faremo su una tastiera, facendo degli accordi, ebbene era possibile
esprimere questi rapporti armonici mediante rapporti numerici, cioè mediante delle frazioni, che in realtà

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non erano soltanto dei numeri, ma indicavano i rapporti tra i pesi dei
martelli. E questa fu veramente una scoperta sensazionale, che ho
cercato di indicare qui in un triangolo, in cui si vede da una parte la
matematica che interviene con questi rapporti che ho detto 2 a 1, 3 a 2,
4 a 3 e così via e dall'altra parte la fisica, perché i pesi dei martelli
sono cose che riguardano il mondo fisico. Da una parte abbiamo una
certa quantità in peso del martello e dall'altra parte la musica, cioè i
rapporti musicali e c'era questa specie di trinità, questa specie di
rapporto tra tre cose, così apparentemente diverse come la matematica,
(lo studio delle idee, dei numeri, delle figure), la fisica, (lo studio del
mondo esterno, i pesi, le lunghezze eccetera) e la musica lo studio dei suoni. Pitagora su questo ovviamente
meditò, cercò di costruire addirittura un'intera filosofia e da questo nacque il pitagorismo per l’appunto. Ora
questa commistione tra musica, matematica e fisica, oggi non è moderna, benché anche su questo vedremo
tra poco che c'è qualche cosa da dire, però se dimentichiamo per un momento la musica, oggi il rapporto tra
matematica e fisica è qualche cosa di strettissimo ed è veramente ciò che sta alla base, se vogliamo
chiamarla in questo modo, dell'ideologia scientifica, cioè il fatto che la fisica, cioè lo studio delle cose che
succedono nel mondo esterno, è qualche cosa che si può descrivere attraverso un linguaggio che è il
linguaggio della matematica, il linguaggio dei numeri, che a prima vista insomma non hanno niente di
comune. Questa fu veramente una scoperta grandiosa e come abbiamo visto per Pitagora c'era anche
qualche cosa in più, c'era addirittura anche la musica, cioè l’arte, quindi c'era la scienza, c'era l'arte, c'era la
matematica che metteva un po' tutto insieme. Ebbene su queste basi, su questi esperimenti di natura
musicale e anche appunto di natura fisica e matematica, Pitagora scrisse un credo, che non è un credo
naturalmente del tipo di quelli a cui siamo abituati quando andiamo, chi ci va naturalmente in chiesa, è un
credo che per cui non si deve credere semplicemente perché qualche profeta l'ha detto. Veramente anche
all'epoca i seguaci di Pitagora facevano effettivamente così, tutti voi ricorderete il detto “ipse dixit”, che in
genere viene riferito ad Aristotele, perché così si diceva nella Scolastica nel Medioevo, “lo ha detto” lui
Aristotele, siccome i greci non parlavano in latino, l'analogo di questo detto l’ipse dixit era e fu usato per la
prima volta dai seguaci di Pitagora, il genio che aveva scoperto questi segreti della natura, il fatto che la
natura aveva qualche cosa a che vedere con la musica e con la matematica, il fatto che la matematica era
questo linguaggio segreto, quasi arcano, esoterico che poteva permettere di raccontare da una parte come era
fatta l'arte, dall'altra parte la scienza. Ebbene Pitagora divenne quasi un profeta ed il credo fu effettivamente
una specie di credo religioso. Questo credo era “tutto è numero nazionale”. Come mai?
Il Credo di Pitagora Tutto è numero nazionale perché Pitagora aveva scoperta che questi
Tutto è rapporti musicali si potevano esprimere attraverso una frazione, cioè
numero razionale appunto attraverso quello che oggi noi chiamiamo numero razionale e su
questa terminologia arriveremo, ritorneremo tra un momento. Dicevo, una volta scoperto che in un caso
così strano, come quello della musica, si poteva trovare la possibilità di usare la matematica, il linguaggio
della matematica per esprimere delle cose che fossero fondamentali per quanto riguarda musica e fisica,
ebbene Pitagora fece quello che fanno in genere i visionari, cioè decise che questo non era un caso, non era
soltanto un esempio fortuito, ma era il segno tangibile di qualche cosa di invisibile, per dirla in termini più
vicina al credo, cioè era effettivamente l'idea che poteva stare dietro ad un'intera filosofia, che non soltanto
quel caso particolare dei suoni creati da martelli e dei rapporti armonici musicali potevano essere espressi
mediante numeri razionale, ma tutta la natura, tutta l'arte e così via. Quindi Pitagora fu il primo, colui che
introdusse questa nozione che la matematica poteva essere un linguaggio di natura universale. Vediamo più
da vicino però questa terminologia, perché è molto importante capirla, spesse volte poi si fa anche
confusione. Come chiamavano i greci ciò che noi oggi chiamano rapporto, rapporto numerico, cioè tra
frazioni? Ebbene anzitutto vediamo come lo chiamavano i latini: lo chiamavano “ratio”, cioè la “ratio”, la
razionalità per i latini era semplicemente quello che i greci chiamavano il “logos” ed era semplicemente la
possibilità di esprimere cose attraverso i rapporti, cioè erano cose veramente basate sulla matematica.
Il “razionale” era ciò che si poteva descrivere in modo matematico attraverso la matematica che allora si
logos = ratio = rapporto conosceva , cioè quella dei numeri razionali. L’irrazionale,

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su cui torneremo poi tra un pochettino, all'epoca Pitagora
linguaggio = pensiero = matematica non l’aveva ancora scoperto, non pensava che ci fosse
qualche cosa di irrazionale, che non era ciò che noi oggi, dopotutto il romanticismo, per esempio dopo
l’800, pensiamo come qualche cosa che va al di là della ragione, ma era semplicemente ciò che non si
poteva scrivere in termini di rapporti matematici. Il “logos” è anche qui una parola universale, che descrive
tantissime cose, però ricordatevi, per esempio il Vangelo secondo Giovanni che era scritto in greco e
l’inizio, la prima frase, del Vangelo secondo Giovanni noi la traduciamo malamente come “in principio era
il verbo, il verbo era Dio, il verbo era presso Dio”, ebbene la parola che si usa in greco era logos, perciò “in
principio era il logos e il logos era Dio”, se voi “logos” lo traducete in questi termini, andrebbe tradotto
letteralmente “in principio era la ragione, cioè in principio era il rapporto numerico, cioè la frazione e allora
la divinità era che cosa? Era la ragione in un senso ed era il numero dall'altro, quindi vedete che l'inizio del
Vangelo secondo Giovanni, che tra l'altro è un vangelo gnostico, cioè un vangelo di tipo differente dai tre
vangeli cosiddetti sinottici che lo precedono, è il Vangelo che insomma si presta a delle interpretazioni
molto diverse, anche da quelle che ormai si sono sedimentate nella storia delle religioni, ma questo è un
altro discorso che abbiamo già affrontato in un'altra sede. Ebbene questa identità tra logos in greco, fra ratio
in latino e fra rapporto in italiano, è qualche cosa che sta sotto un'identità più importante, perché il rapporto
è per l'appunto qualche cosa di matematico, la ratio nel momento in cui noi intendiamo “ragione” con
qualche cosa di più generale, diventa la razionalità, la possibilità di pensare e il logos è, come si fa in genere
nelle traduzioni del Vangelo secondo Giovanni, il verbo, il linguaggio. Ed ecco che allora il credo pitagorico
è qualche cosa di più generale, che dice che in realtà il linguaggio, il pensiero e la matematica sono
indissolubilmente legati, non è soltanto una questione di legare fra loro il linguaggio universale della
matematica e la fisica, cioè scienza, musica e arte, bensì di legare fra loro tutto praticamente, la capacità di
parlare, la capacità di pensare, con la matematica. Benissimo, allora cerchiamo di analizzare più da vicino,
visto che questo credo pitagorico era così importante, quali sono stati i suoi influssi in tre campi diversi, cioè
la scienza, musica e la matematica.
Pitagorismo in: Allora cominciamo subito con la scienza; ebbene il primo che prese
1. Scienza seriamente questo credo pitagorico fu Platone il quale, perlomeno in uno
2. Musica dei suoi dialoghi più importanti, più esoterici che si chiama il “Timeo”,
3. Matematica quarto secolo a.C., costruì un'intera cosmogonia, cioè cercò di capire, di
far capire come era fatto il mondo e il mondo secondo il Timeo di Platone era un mondo fatto di natura
Scienza matematica, cioè il mondo era costituito da oggetti le cui forme elementari,
Platone quelle che noi oggi chiameremo gli atomi, le particelle elementari, erano
(IV secolo a. C.) in realtà gli angoli, cerchi, quadrati e così via. Sono poi quelli che Galileo
Timeo avrebbe detto sono i simboli dell'alfabeto del linguaggio della natura.
Quindi pensate che già subito dopo Pitagora, già qualcuno avesse pensato di costruire una cosmogonia, un
immagine dell'universo basata su un pensiero matematico, che all'epoca era ovviamente ancora rudimentale,
ma che poi la scienza avrebbe sviluppato, avrebbe fatto diventare quello che poi è diventato effettivamente
oggi, cioè la possibilità di descrivere un'infinità enorme veramente di fatti disparati, attraverso un unico
linguaggio comune che è quello della matematica. Ebbene altri personaggi che s'ispirarono a Pitagora
furono per esempio Keplero e Newton a cui arriveremo tra breve.
Keplero Keplero addirittura intitolò uno dei suoi capolavori, uno dei suoi libri
Armonia del mondo più importanti ” L’armonia del mondo”, 1619; “De armunicae mundi”
(1619) era questo mondo, in cui da una parte c'è la natura, l'universo e dall'altra
Terza legge parte c’è la musica e la musica si esprime appunto attraverso l'armonia.
Ebbene Keplero era talmente addentro a questa filosofia pitagorica che i suoi calcoli, le sue scoperte anche
nel campo della fisica, vengono fatte proprio riferendosi a questo credo pitagorico, al fatto che ci sia
un'identità tra linguaggio, tra matematica, tra musica e così via. Addirittura vi ricordo, come saprete tutti,
che Keplero scoprì, usando i risultati di esperimenti fatti da astronomi, le famose tre leggi di Keplero, le tre
leggi che poi Newton derivò dai suoi principi, ebbene le tre leggi, la prima di esse molto semplice, diceva
che i pianeti girano intorno al sole seguendo delle orbite ellittiche e il sole sta in uno dei fuochi, mentre la
seconda legge diceva come si muovono questi pianeti, cioè spazzano delle aree che sono proporzionali, cioè

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le stesse aree sono spazzate in tempi uguali, poiché l’ellissi non è una figura regolare come un cerchio, per
cui in un cerchio semplicemente si sarebbe detto in tempi uguali si fa un percorso uguale, mentre invece
nell’ellisse bisogna andare più veloci o più lenti, a seconda di dove ci si trova, cioè che l’area che viene
spazzata è la stessa in un tempo che è lo stesso, infine la terza legge, che è una legge strabiliante, molto
difficile da derivare e addirittura non è nemmeno una legge precisissima, tanto che Newton la derivò
soltanto in maniera approssimata, ebbene la terza legge diceva che “la distanza al quadrato di un pianeta è
proporzionale al cubo del tempo che il pianeta ci mette a fare la rivoluzione intorno al sole, non importa
quali siano i dettagli di questa legge, quello che vi invito a considerare sono questi due numeri, il quadrato
della distanza e il cubo del tempo impiegato, cioè 2 e 3, cioè il rapporto di 3 a 2; ebbene Keplero disse
d'aver scoperto questa terza legge perché doveva esserci per l'appunto un armonia dell'universo, un armonia
del mondo e uno dei modi in cui l'armonia si manifesta è precisamente attraverso i rapporti musicali e
questo rapporto di 3 a 2 significava che c'era un rapporto di “quinta”. Quindi pensate voi che oggi, che
queste cose sono state completamente abbandonate, come invece ragionavano i nostri predecessori, i primi
scienziati della storia, cioè ragionavano in questi termini musicali. Scoprirono le leggi perché ci dovevano
essere dei numeri che corrispondevano a delle cose musicali. Veniamo a Newton ora, noi crederemo che
Newton quando scrive il suo capolavoro “i principi di filosofia naturale”, del 1619, pensi in una maniera
differente, cioè scopre la legge di gravitazione in una maniera che non è questa che avevamo detto di
Newton Keplero e invece no. Newton disse in uno dei commenti ai Principia
Principia Naturalis matematica, disse di aver scoperto la legge di gravitazione universale
Philosophiae semplicemente andando a vedere quali erano le leggi che Pitagora
(1619) aveva scoperto per l'armonia. Poiché l'universo doveva essere in realtà
Legge di gravitazione come una lira che veniva suonata da Apollo e le corde della lira erano
una forza che teneva unite da una parte il sole e dall'altra parte i pianeti, siccome una delle leggi pitagoriche
dell'armonia era precisamente che la frequenza era inversamente proporzionale al quadrato della lunghezza,
ebbene Newton disse allora che la frequenza, cioè semplicemente quello che corrisponde, diciamo così alla
forza di attrazione, doveva essere inversamente proporzionale al quadrato della distanza del pianeta dal sole
ed ecco quindi la famosa legge quadratica che lega la forza di gravità del sole con i pianeti, una forza che,
secondo Newton, è stata scoperta da lui semplicemente mettendosi nell'ottica del pitagorismo. Ora voi
direte, va bene, insomma queste sono cose un po' passate, sono cose di tanti secoli fa, ma passiamo quasi
con un salto felino a oggi, questo signore che vedete qui in una
fotografia, già la fotografia vi dice che ovviamente non
possiamo essere molto lontani perché non è cosa di un secolo
fa, ebbene questo Witten è in realtà uno dei vincitori della
medaglia Fields, che è Fields l’analogo del premio nobel per
la matematica, il premio Nobel non esiste per la matematica, c’è
una medaglia analoga che si chiama appunto medaglia Fields e
questo signore l’ha vinta nel 1990. La medaglia Fields viene
data ogni 4 anni, quindi tre volte fa, perché poi c’è stato soltanto il
congresso nel ‘94 e ’98. Ebbene questo signore Witten è uno dei matematici che vanno per la maggiore, è
anzi uno dei fisici matematici che stanno cercando di trovare l'unificazione delle forze, cioè cercando di
trovare quello che si chiama in realtà “la teoria del tutto”, di mettere insieme da una parte la teoria della
gravitazione universale e dall'altra parte la meccanica quantistica. Una delle forme che Witten ha trovato per
cercare di risolvere questo dilemma profondissimo della scienza moderna, è la cosiddetta “teoria delle
stringhe”. Ebbene, le stringhe che cosa sono? Sono l'analogo degli atomi per questi signori moderni, cioè
invece di pensare la materia come se fosse fatta di puntini, fate presente un piccolo sistema solare in cui c'è
un nucleo e poi degli elettroni che girano intorno, ebbene invece di pensare alle particelle come punti
materiali, questi signori pensano le particelle come stringhe, come dei lacci da scarpa che vibrano in qualche
modo nello spazio. Queste vibrazioni sono precisamente l'analogo delle vibrazioni delle corde musicali di
cui già parlava Pitagora e si pensa oggi che ci sia un solo tipo di stringhe, cioè questo sarebbe l'unificazione
delle forze, tutte particelle sono la stessa particella, se uno guarda da un punto di vista fisico, sono tutti pezzi
di corda, ma la differenza fra le varie particelle, per esempio ciò che fa di una stringa un elettrone e di

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un'altra stringa un protone per esempio, è semplicemente il fatto queste stringhe vibrano in maniera diversa,
detta in termini musicali le particelle sarebbero le armoniche delle stringhe moderne. Quindi vedete come,
questa visione, che unisce la matematica, la fisica e la musica, in realtà che è partita da Pitagora, continua ad
essere ancora viva al giorno d'oggi e può essere forse, una delle soluzioni di uno dei problemi più
fondamentali della fisica moderna. Quindi effettivamente il pitagorismo è molto forte nel campo della
scienza. Vediamo più da vicino invece il suo influsso nel campo della musica. Nel campo della musica ci fu
subito un problema. Pitagora stesso, come dice questo nome del “comma pitagorico”, scoprì una cosa
abbastanza interessante, cioè se voi prendete cinque ottave, cioè 5 scale musicali di 7 note, (il rapporto
frequenze tra una scala e la successiva è doppio, doppio peso dei martelli, quindi alla seconda ottava
corrisponde un peso del martello 2x2 , alla terza ottava (2x2)x 2, alla quarta ottava, (2x2x2)x2 e alla quinta
2 elevato 5), ebbene cinque ottave dovrebbero essere uguali a 12 quinte, (cioè partendo da do 1 si arriva a
do5), coloro di voi che suonano il pianoforte lo sanno. Ora ricordate che un'ottava è realizzata con un
rapporto peso tra martelli 2 ad 1 e una quinta con rapporto peso tra martelli di 3/2, ebbene Pitagora
scoprì che da un punto di vista numerico non c'è modo di
Musica elevare 2 ad un esponente 5 in modo che venga uguale a 3/2 elevato ad
Problema un altro esponente perché c'è quel 3 che dà fastidio; quindi già Pitagora
Comma pitagorico sapeva che non è possibile dopo 5 ottave ritornare esattamente
5 ottave = 12 quinte all'analogo di 12 quinte detto e che il “ciclo delle quinte”, le 12 note che
corrispondono a queste quinte in realtà non si chiude. Per Pitagora “il ciclo delle quinte” in realtà era una
spirale infinita. Questa è qualche cosa che diede molto fastidio e che produsse appunto un problema che
venne risolto molto tempo dopo, in realtà secoli dopo, verso le 1700 circa, da quello che oggi viene
chiamato il “temperamento”. C’è l'idea di dire, è vero che i toni pitagorici sono toni che corrispondono a dei
rapporti di tipo razionale 2 a 1 per le ottave”, 3 a 2 per le “quinte”, però se noi vogliamo continuare a
mantenere questi numeri razionali, abbiamo il problema precedente, cioè abbiamo il fatto che il ciclo delle
Soluzione quinte non si chiude. E allora, qual’è la soluzione? La soluzione
Temperamento è quella di temperare l’accordatura degli strumenti e di far sì che
Tono = radice 12a di 2 le 12 “quinte” vengano forzatamente a corrispondere a 5 “ottave”.
Questo però corrisponde a far sì che un'ottava, ciò che è quello che corrisponde 2 a 1, cioè ad un peso o una
lunghezza di 2, si possa ottenere mediante 12 applicazioni di qualche cosa che corrisponda ad un intorno.
Come si fa a fare 12 applicazioni? Bisogna fare un elevamento alla dodicesima potenza, se noi vogliamo
invece farne una sola, noi dobbiamo fare una radice dodicesima di 2. Ed ecco il motivo per cui Pitagora non
poteva risolvere il problema; non poteva risolverlo perché la radice dodicesima di 2 è ovviamente un
numero irrazionale, come vedremo fra poco, già anche altri numeri molto più semplici sono irrazionali.
Quindi in questo problema del temperamento musicale c'era in realtà un altro problema, che era il problema
appunto degli irrazionali.
Bach Il temperamento, qui ho messo soltanto un esempio, il massimo esempio forse
Clavicembalo di colui che lo prese seriamente, che scrisse quest'opera che si chiama appunto
ben temperato “clavicembalo ben temperato” e che fece in due parti, la prima parte del 1722,
(1722-1744) la seconda del 1744; 48 magnifici, grandissimi preludi e fughe, scritti per
strumenti che fossero ben temperati. All'epoca, si diceva che non era possibile temperare gli strumenti,
perché l'orecchio non avrebbe accettato queste approssimazioni; invece Bach fece vedere che non solo era
possibile, ma che si poteva fare della grande musica e il temperamento finalmente venne accettato dai
musicisti. Quindi questa fu, in qualche modo, la fine del pitagorismo nella musica, perlomeno per quanto
riguarda l'uso dei rapporti razionali nel campo della musica. Ma, ovviamente, quello che a noi interessa più
da vicino, è l'aspetto di Pitagora come matematico, cioè l'influsso che le idee di Pitagora hanno avuto
nella matematica e in particolare nella logica, perché è di questo che stiamo parlando. Ebbene, i risultati più
4. Matematica importanti della Scuola pitagorica o di Pitagora stesso sono due:
Teorema di Pitagora uno è quello che si chiama il teorema di Pitagora e vedremo tra
Irrazionalità della poco che in realtà questa è la conclusione più che l'inizio di una

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diagonale del quadrato storia e il secondo invece è quello che probabilmente fu scoperto
effettivamente dai pitagorici, cioè il cosiddetto problema della
irrazionalità della diagonale del quadrato. Vediamo questi due
risultati più da vicino, anzitutto il teorema di Pitagora; qui ho
messo due immagini che fanno vedere come il teorema di Pitagora
fosse già noto in tempi ben precedenti a Pitagora stesso. A sx c'è
una figura di un dio egizio, a dx c'è una statua greca, al centro ho
fatto una lista di coloro che nella storia hanno dimostrato prima di
Pitagora o anche in seguito, che però hanno dimostrato di essere
arrivati probabilmente in maniera indipendente, alla scoperta di
questo fondamentale teorema di Pitagora, cioè gli egiziani, i
babilonesi, i greci, gli indiani, i cinesi, che in parti completamente
diverse del mondo probabilmente senza nessuno contatto diretto, erano riusciti a scoprire appunto il teorema
di Pitagora. Vediamo un po' da vicino invece, come ci siamo arrivati noi, cioè la nostra civiltà. In realtà non
sappiamo molto, perché Pitagora non ha lasciato niente di scritto. Il primo passo della letteratura classica in
cui si parla dei problemi legati al teorema di Pitagora nella filosofia greca, è un passo del Menone ed è
anche il primo passo, notate questo è un dialogo di Platone, è un dialogo filosofico, che è stato il primo
luogo in cui si trova una dimostrazione nel senso in cui la
intendiamo oggi. La matematica prima dei greci, non era fatta in
maniera dimostrativa, se voi prendete i papiri egizi, per esempio il
famoso papiro di Rhind, che sta a Mosca, li trovate un certo numero
di problemi matematici, trovate le soluzioni, quasi sempre
corrette, ma non sempre, però non c'è nessuna dimostrazione,
cioè le soluzioni venivano date in maniera oracolare. Si
diceva: voi sapere come si fa a risolvere questo problema? Questa è
la soluzione. È chiaro che su questo non si può basare una scienza,
perché come si fa a trasmettere delle soluzioni che vengono in
qualche modo indovinate o divinate, come se ci fosse quasi qualche cosa di divino che le suggerisce. La
scienza è nata con i greci, proprio perché i greci hanno inventato questa nozione di dimostrazione, cioè la
possibilità di arrivare ai risultati e di convincere gli altri che questi risultati sono corretti, perché questi
risultati vengono proposti attraverso una dimostrazione allegata e non si dice soltanto la soluzione è questa,
ma si dice la soluzione è questa perché c'è questo motivo e questo motivo. Ebbene dicevo, la prima
registrazione storica di una dimostrazione è nel Menone, in questo dialogo platonico, in cui questo è
Platone, che sta parlando quaggiù, vedete i suoi interlocutori a cui pone il problema del raddoppio del
quadrato. Il problema del raddoppio del quadrato è questo: supponete di avere un quadrato di lato
qualunque, come dev'essere il lato d'un quadrato che abbia area doppia? La soluzione ovvia che viene in
mente subito, a coloro che non hanno studiato matematica, è quella di dire: abbiamo un quadrato, poi
abbiamo l'area doppia, raddoppiamo il lato; però sapete tutti, che se raddoppiamo il lato, per esempio se il
quadrato originale ha lato uno e la sua area è dunque uno, se raddoppiate il lato, il lato diventa due e l'area
diventa quattro, quindi non è doppia, ma è quattro volte. Ebbene, dopo un lungo percorso e discussioni,
Pitagora scoprì e Platone racconta nel dialogo come si fa ad arrivare a questa soluzione, che l'assoluzione
del problema del raddoppio del quadrato è quella di prendere metà del quadrato, cioè questo triangolo
cosiddetto rettangolo, considerare l'ipotenusa oppure se volete la diagonale del quadrato e costruire su
questa diagonale un quadrato ed ecco che qui si vede subito che questo quadrato ha area doppia, come mai?

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Perché è fatto di 4 triangolini, questi triangolini che vedete qui in blu, 4 ovviamente è il dopo di 2, ebbene
questi triangolini blu sono di area uguale a questo triangolino marrone e due triangolini marroni formano il
quadrato originale. Quindi effettivamente vedette come la soluzione sia corretta, cioè bisogna prendere la
diagonale del quadrato. Il problema del raddoppio del quadrato in realtà è qualche cosa che non era limitato
soltanto a questa forma qui.
Qui nella slide sulla destra ho fatto l'esempio dell'oracolo di Delo e questa è una parte delle rovine di Delo;
a Delo c’era il tempio di Apollo, ad un certo punto scoppiò una pestilenza ad Atene, gli ateniesi erano molto
devoti di Apollo e credettero che andare al tempio di Apollo, dall'oracolo, per chiedere all'oracolo che cosa
voleva il dio per far smettere la peste, sarebbe stata la soluzione giusta. Ci fu una missione che andò a
chiedere all'oracolo quale doveva essere il responso e il responso dell'oracolo fu: la peste finirà quando
l'altare del Dio, che era un altare cubico questa volta, invece che quadrato, cioè a tre dimensioni, sarà
raddoppiato, cioè quando il volume dell'altare di Apollo sarà raddoppiato. I greci fecero l’errore a cui avevo
accennato prima, raddoppiarono i lati di questo altare, il volume divenne ovviamente 2 x 2 x 2, cioè otto
volte invece che due, Apollo rimase infuriato come prima e la peste non fini. Il problema della raddoppio
del cubo è ovviamente analogo al problema del raddoppio del quadrato, si tratta di fare non la radice di due,
ma la radice cubica di due in questo caso e il problema è che bisognava introdurre gli irrazionali per
l’appunto, che sono ciò di cui parliamo tra poco. Però quel particolare esempio, a cui abbiamo accennato
poco fa, cioè un triangolo rettangolo i cui lati sono i lati di un quadrato è un caso molto particolare del
teorema di Pitagora. Il teorema di Pitagora per la prima volta ce lo abbiamo dimostrato soltanto negli
elementi di Euclide, quindi verso il 300 a.C. Nel Menone c’è la prima dimostrazione di un qualunque
teorema di matematica e in particolare di un caso speciale del teorema di Pitagora, ma il caso generale del
teorema di Pitagora c'è soltanto negli elementi di Euclide nella proposizione 47, la penultima del primo libro
ed eccolo qua, in un esempio, questa è la figura che poi è diventata classica, che tutti voi avrete visto
andando a scuola e questo è un caso particolare il teorema di Pitagora che comunque era già noto per

esempio agli egiziani e ai


babilonesi. I casi in cui i due cateti del triangolo rettangolo siano di lunghezza 3 e lunghezza 4, cioè l’area di
questo quadrato di lato 3 è nove come si vede dai quadratini, l'area di quest'altro quadrato di lato 4 è 16
come si vede dai quadratini, l’ipotenusa in questo caso è cinque e il quadrato sull’ipotenusa è 25, quindi 9
più 16 fa effettivamente 25, ma questa ovviamente non è una dimostrazione di nulla, la dimostrazione che
c'è negli elementi di Euclide, è una dimostrazione molto complicata ovviamente, perché il teorema non è
affatto semplice. Ebbene che cosa mancava in tutta questa storia? Mancava ancora l'elemento più
importante, cioè quella seconda scoperta a cui ho accennato poco fa, che fece Pitagora, probabilmente
proprio lui, mentre appunto come ho già detto più volte, anche in questa lezione, il teorema di Pitagora era
qualche cosa che anche senza dimostrazione, per lo meno, era nell'aria. Ebbene la scoperta veramente
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geniale e anche traumatica dei pitagorici, fu che la diagonale del quadrato, di cui abbiamo parlato poco fa è
irrazionale, cioè se il quadrato ha lunghezza uno per esempio, ebbene non c’è nessun numero nazionale che
esprima la lunghezza del quadrato. Oggi noi diremo che la radice di 2 è irrazionale.
Aristotele La prima dimostrazione del fatto che la radice quadrata di 2 è irra-
Analitici primi(I, 23) zionale si deve ad Aristotele o perlomeno, la prima testimonianza
Irrazionalitàdella diagonale che noi abbiamo, ancora più tarda di quella del Menone, più o meno
contemporanea a quella di Euclide, è quella di Aristotele. Negli analitici primi, versetto 23, del primo libro
si dimostra questa irrazionalità. Allora quest’oggi vorrei finire questa lezione facendo veramente la
dimostrazione dell’irrazionalità della radice di due, non facendola nel modo in cui la fece Aristotele, perché
è una cosa un po' macchinosa, si basa sul rifiuto del regresso all’infinito di cui abbiamo parlato nella
precedente lezione, cioè il problema del paradosso di Zenone. Allora vediamo da vicino qual’è la
dimostrazione che oggi noi daremo della irrazionalità della radice di 2. Allora supponiamo di avere due
numeri m ed n che siano in questa relazione, cioè m2 = 2n2, questo precisamente è ciò che vorremo avere
nel caso in cui la radice di 2 fosse razionale, cioè ci fosse un numero m diviso n il cui quadrato fosse
Se m2 = n2 uguale a 2, (m/n)2=2 . Ebbene, allora andiamo a vedere
allora l’esponente di 2 è: qual’è dovrebbe essere l'esponente di 2 nella decomposi-
2
 Pari nella decomposizione di m zione in fattori di 2 di queste due parti. Cominciamo a
vedere la parte a sinistra , cioè m2, che è un quadrato
 Dispari nella decomposizione di 2n2 Comunque si faccia la decomposizione in fattori primi,
Contradizione qualunque fattore avrà un esponente che deve essere
pari a causa di questo quadrato, cioè perchè m2 sia pari, quindi in particolare l'esponente di 2 deve essere
pari nella decomposizione di m2. Andiamo a vedere la parte invece che è a destra dell’uguale 2n2 e qui
abbiamo una cosa che è analoga a quella di prima, cioè anche n2 quadrato deve avere un esponente, nella
decomposizione in fattori primi di 2, pari; però qui c'è un 2 in più e quindi la parte a destra è tale che,
quando facciamo la decomposizione in fattori primi e andiamo a vedere l'esponente di 2, in questa
decomposizione in fattori primi, questo esponente deve essere dispari. E allora abbiamo un uguaglianza tra
due numeri; facciamo la decomposizione in fattori primi di questi due numeri che sono uguali, però da una
parte l’esponente di 2 dev’essere pari in m2, dall'altra parte l’esponente di 2 devessere dispari in 2n2, perché
c'è un 2 in più e questo non è possibile perché i due numeri dovrebbero essere uguali. Quindi questa è una
dimostrazione veramente geniale, però una dimostrazioni per assurdo e quindi un nuovo tipo di
ragionamento che in matematica probabilmente non c'era fino a Pitagora ed è stato questo che veramente ha
cambiato la storia della matematica, perché poi di lì le dimostrazioni per assurdo sono diventate qualche
cosa di pragmatico, cioè che si usa praticamente tutti i giorni.
Ebbene questa “contraddizione” allora questo significa che non esistono dei numeri m ed n che hanno
quella proprietà, significa che la radice di 2 è irrazionale. Quale è stato il risultato di questa scoperta?
Anzitutto da un punto di vista politico è stata una cosa veramente traumatica, cioè i pitagorici giurarono
fedeltà, giurarono che nessuno avrebbe potuto dirlo in giro, cioè loro sapevano che la radice quadrata di 2
era irrazionale, non si doveva dire in giro che c'erano degli irrazionali, perché il credo di Pitagora, ve lo
ricorderete, era che “tutto è numero nazionale” e allora, se poi si scopre che la diagonale di un quadrato,
cioè qualche cosa di così elementare, in realtà già lei non è più razionale, ecco che allora succedono dei
pasticci. Giurarono quindi il segreto, qualcuno come sempre succede quando si giura di non dire qualche
cosa, qualcuno tradì, si chiamava Ipaso di Metaponto, i pitagorici lo maledirono, lo raccomandarono
malamente a Giove, Giove fecce affondare la nave su cui Ipaso di Metaponto andava in vacanza o forse
scappava dai pitagorici, Ipaso morì, pagò con la morte il tradimento del giuramento, però il mondo venne a
sapere che effettivamente esistevano dei numeri irrazionali.
Nel momento in cui l'irrazionalità fa capolinea nella storia, nella filosofia, succede il patatrac. Quindi i
pitagorici, praticamente perlomeno in quel momento, subirono una grande debacle, la filosofia e la
matematica incominciarono a fare i conti con l’irrazionale. Ricordate che razionale significava soltanto ciò
che si poteva esprimere attraverso un rapporto e irrazionale era ciò che non si poteva esprimere attraverso
un rapporto, come appunto la diagonale di un quadrato. Ebbene come veniva chiamato un numero
irrazionale dai greci? Veniva chiamato “surdo”, nel senso di sordo, proprio come direbbero i latini e allora

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l'assurdo era ciò che derivava dagli irrazionali. Ecco perché abbiamo intitolato questa nostra missione teatro
dell'assurdo, oggi assurdo vuol dire una cosa completamente diversa, così come d’altra parte irrazionale
vuol dire qualche cosa di diverso. Ebbene assurdo è semplicemente ciò che deriva da questa scoperta
pitagorica. Noi ci fermiamo qui oggi e naturalmente proseguiremo in seguito con altre lezioni.

LEZIONE 5: Idee accademiche


Nelle precedenti lezioni abbiamo anzi tutto introdotto l’argomento naturalmente e poi abbiamo incominciato
ad interessarci dei logici, dei personaggi, i grandi pensatori di questa materia, della logica matematica pian
piano. Abbiamo incominciato a parlare di paradossi, soprattutto parlato del paradosso del mentitore, del
paradosso di Achille e la tartaruga e poi abbiamo finalmente cominciato nella scorsa lezione ad affrontare i
personaggi. Abbiamo iniziato con Pitagora che è stato il primo grande matematico, filosofo, filosofo della
matematica anche e quest’oggi invece parleremo di quello che è stato forse il primo grande filosofo della
Grecia, cioè Platone. Voi direte come mai Platone? Platone, in realtà, interviene in una delle due lezioni di
logica matematica. Platone è molto più noto ovviamente per altre cose che ha fatto, perchè è stato, come
dicevo, il grande filosofo, colui che ha iniziato praticamente la filosofia greca, per lo meno quella che viene
dopo i presocratici e che ha in cominciato a fare le grandi opere della filosofia greca. Però la cosa
interessante è che Platone in realtà aveva una concezione della filosofia, come vedete qui nella

slide, come matematica e


quindi è proprio di questo che oggi vorremmo parlare, cioè parlare degli aspetti matematici della filosofia di
Platone che in genere vengono trascurati, perché si parla ovviamente di altre cose che interessano di più i
filosofi, anche perché i filosofi di oggi non sono più dei matematici, come quelli di allora. Quindi andiamo a
vedere più da vicino questa figura: Platone è quaggiù che sta parlando, molto concentrato, queste sono le
date di inizio e fine della sua vita, cioè la nascita nel 428 e la morte nel 347 circa a.C. e qui c'è questo motto
in cui ho cercato di condensare l'idea della filosofia di Platone, che appunto è la filosofia come matematica.
Vediamo allora da vicino come Platone intendeva effettivamente mettere in pratica, mettere in essere questa
filosofia. Anzitutto incominciamo dalla didattica. Platone come tutti sapete, ha scritto decine e decine di
dialoghi e questi dialoghi sono le opere di cui abbiamo già parlato una volta le cosiddette opere essoteriche,
cioè opere che oggi chiameremo di divulgazione, in cui si cercava di raccontare in parole semplici, anche
letterariamente interessanti, le cose che Platone poi raccontava oralmente in maniera esoterica ai discepoli,
seguendo in questo una tradizione che aveva iniziato in realtà Pitagora, di cui abbiamo parlato la scorsa
volta, ebbene incominciamo appunto da due dei grandi dialoghi che parlano della didattica, cioè come

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Platone pensava che bisognasse insegnare ai giovani ateniesi a diventare degli uomini, a diventare
soprattutto dei bravi cittadini. La cosa interessante è che in questi due grandi dialoghi, che sono i più lunghi
che lui ha scritto, dei veri e propri libri, soprattutto “Le leggi”, ma anche “La Repubblica”, che oggi
vengono stampati separatamente perché hanno l'autosufficienza, l’autonomia, diciamo così, proprio come se
fosse dei veri libri, ebbene sia nella Repubblica, che nelle Leggi, dove vengono trattati decine di argomenti,
ovviamente di tutti i generi, su alcuni dei quali torneremo poi in seguito, in particolare si parla della
didattica, si parla dell'educazione e qui nella slide vedete una scuola, in cui ci sono oggi naturalmente i
maestri, i professori come saremo noi, come sareste voi all'università. Ebbene la cosa interessante è che
Platone sosteneva in entrambi questi dialoghi che per fare un bravo cittadino, per insegnare l'educazione agli
studenti bisognava imparare l'aritmetica e la geometria, cioè il fondamento dell'educazione doveva un
qualche cosa di matematico, perché la matematica stava alla base di tutto praticamente, di tutto il pensiero e
vedremo appunto in seguito anche della sua filosofia. Quindi l'aritmetica venne prima vista, non tanto come
si fa oggi purtroppo, come una preparazione tecnica, cioè la matematica si studia questo oggi soprattutto nei
licei scientifici e poi nelle facoltà e nelle università tecniche, ma si studia perché serve per la fisica, serve
per la chimica, più in generale serve per le scienze naturali. Ebbene questo non era l'atteggiamento di
Platone. L'atteggiamento di Platone era invece che aritmetica e geometria dovessero essere imparate da tutti
gli studenti perché erano il fondamento della vita ed anche più vicine all'umanesimo e all’etica. Ecco qui
l'etica è la scienza del comportamento, ma nessuno all'epoca avrebbe parlato di scienza del comportamento
e oggi si incomincia parlare di questo perché le scienze hanno un po' invaso, se non direttamente con i loro
di pensare del mondo moderno. Il nostro mondo, parlo del mondo occidentale contemporaneo, è un mondo
ETICA basato sulla tecnologia, sulle macchine, su tante cose; per
(Filebo, Protagora) esempio, di fronte a me ho una telecamera, intorno a me
 Proporzione (giusto mezzo) ho delle luci elettriche, qui vicino ho un computer, quindi
 misura (più/meno, maggiore/minore) effettivamente la tecnologia oggi è un po' il modo in cui noi
viviamo, che caratterizza questa nostra epoca, ma come tutti sanno la tecnologia è basata sulla scienza, la
scienza naturale appunto, di cui fanno parte la fisica, la chimica e varie altre materie. Ebbene tutte queste
materie in realtà traggono il loro linguaggio e anche i mezzi che usano per studiare il mondo dalla
matematica ed è per questo che in qualche modo la matematica sta oggi a fondamento di tutta la nostra
educazione scientifica, però all'epoca non era così naturalmente o meglio noi pensiamo, quasi sempre, che
non fosse così. Ebbene qui per sfatare questo mito, volevo appunto parlare della concezione che dell’etica
aveva Platone. Mi riferisco a due altri dialoghi, che sono dialoghi non così importanti ovviamente come la
Repubblica e come le Leggi, però due dei dialoghi, cioè il Filebo e il Protagora, ma soprattutto il Protagora,
sono stati centrali nel pensiero platonico. Se noi guardiamo da vicino che cosa ci insegnano questi due
dialoghi, dal punto di vista dell'etica, ebbene ci insegnano che la cosa importante per quanto riguarda il
nostro comportamento è avere il senso delle proporzioni, cioè non esagerare in un senso, non esagerare
nell'altro, ma seguire quello che in qualche modo si potrebbe chiamare la via di mezzo, la “golden mean” la
chiamerebbero gli inglesi. Il giusto mezzo è precisamente qualche cosa che Platone collegava con un
atteggiamento matematico; sapere che cos'è il giusto mezzo significa conoscere la teoria delle proporzioni,
sapere che tra due cose che noi abbiano di fronte, tra due alternative, si può parlare di una, si può parlare
dell'altra, si può cercare in qualche modo di quantificare le cose a favore e le cose contro e poi bisogna
seguire quella che è la strada del giusto mezzo. Quindi in realtà anche nel caso del comportamento umano
Platone pensava che i metodi, non tanto i risultati, della matematica in questo caso, potessero essere
importanti e potessero essere da guida del comportamento e poi in realtà c’è anche questa teoria della
misura, cioè che cosa significa sapere come comportarsi? Significa sapere per l’appunto che cosa scegliere
tra il più e il meno, tra il maggiore e il minore, saper scegliere, saper mettere in fila, saper ordinare in
qualche modo le alternative che ci vengono proposte. Ed ecco che allora quello che in aritmetica ed in
geometria potrebbero essere considerate come delle nozioni
puramente tecniche, come la proporzione, le relazioni, gli ordini che
ci sono in genere fra grandezze o fra numeri, tipo il maggiore o il
minore o l'uguaglianza, in realtà hanno questa valenza molto più
universale, molto più importante che è quella di aiutarci a

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comprendere, anche nelle situazioni quotidiane della vita, che cosa si deve fare, a stabilire quand’è che una
cosa è migliore, quand’è che una cosa è peggiore e a scegliere quella che Platone sosteneva fosse la via
giusta, cioè la via del giusto mezzo. Ed ecco, quindi, che abbiamo già visto come non soltanto la matematica
interviene nella filosofia platonica come mezzo per insegnare agli studenti, cioè nella didattica e
nell’educazione, ma interviene anche addirittura nel comportamento, cioè nella vita di tutti i giorni e nel
comportamento corretto soprattutto, nell’etica, cioè nel sapere come comportarsi. Naturalmente queste sono
cose oggi possono sembrare sorprendenti, ma certamente non sono le applicazioni più importanti della
matematica, perché la matematica si è sviluppata in un'altra direzione e in particolare già all'epoca, già nella
filosofia platonica la matematica serviva praticamente per fare da fondamento a quella che oggi noi
chiameremo la fisica. Il dialogo platonico che parla della fisica, che parla di come è costruito mondo, di
quale è la struttura dell'universo, diremmo oggi, è il famoso “Timeo”. Dico famoso perché il “Timeo” è un
dialogo difficile, è un dialogo esoterico nel senso in cui noi oggi
intendiamo la parola, non soltanto nel senso in cui la intendevano
Pitagora e Platone, che era l’insegnamento da dare al circolo degli iniziati, cioè agli studenti e non al
pubblico che viene a sentire la divulgazione. Dicevo che in un senso moderno è un dialogo esoterico, perché
è molto misterioso, racconta di cose che non si capiscono bene, riporta anche il sapere di civiltà diverse,
come vedremo tra poco nelle successive slide. Il Timeo ha in realtà una concezione della natura, una
concezione del mondo che si può sintetizzare dicendo che “la natura è geometrica”, cioè se noi guardiamo
all'essenza vera dell'universo, se andiamo a vedere le forme che compongono l'universo queste sono
geometriche. Qui per esempio abbiamo una goccia d'acqua, guardate come la goccia d'acqua si dispone,
effettivamente in una forma perfettamente geometrica, quando la goccia cade quaggiù fa un qualche cosa che
a prima vista sembrerebbe poco geometrico, ma che oggi viene studiato con le teorie del caos, con le
cosiddette immagini frattali e così via. Per noi oggi è una cosa assodata, cioè per noi che siamo figli
praticamente della scienza moderna, figli di Galileo, dopo 400 anni di sviluppo sappiamo benissimo
effettivamente che la scienza e la fisica si basano sulla geometria e sulla matematica, però all'epoca la cosa
non era affatto ovvia e lo era certamente poco dopo Pitagora.
Se ricordate la scorsa lezione, l'idea di Pitagora era che la fisica e la natura fossero non geometriche, ma
aritmetiche, cioè si basassero sull'altra parte della matematica che era appunto lo studio non delle forme,
non delle figure geometriche, ma lo studio dei numeri. Come mai c'è stato questo cambiamento che oggi
chiameremo di paradigma, seguendo il filosofo della scienza Kuhn? Come mai sono cambiati i paradigmi
nel passaggio da Pitagora a Platone? Beh, non soltanto perché ai filosofi piace ovviamente contraddire i
predecessori, anche per avere qualche cosa di nuovo da dire, ma soprattutto perché la filosofia pitagorica,
cioè il fatto che l’idea della natura fosse aritmetica fu messa in crisi dalla scoperta della irrazionalità di
radice di 2 di cui abbiamo parlato e su cui torneremo tra breve a riflettere. Allora questa scoperta fece
vedere che l’aritmetica aveva dei problemi, aveva bisogno di una fondazione e i greci pensarono che la
fondazione che si poteva dare alla aritmetica fosse una fondazione di natura geometrica, soprattutto fu poi
Euclide che tradusse questo cambiamento di paradigmi nella sua grande opera gli “Elementi”, i cosiddetti
“Elementi” di Euclide. Ebbene, però l'idea basilare c'è già in Platone che viene appunto prima di Euclide e
soprattutto in questo dialogo “ Il Timeo”. Andiamo a vedere più da vicino che cosa succede in questo
dialogo, che è un dialogo di cosmologia, cioè ci spiega come è fatto il mondo. Per spiegarci come è fatto il
mondo, Platone introduce quelli che oggi vengono chiamati i solidi platonici, cioè c'è tutta una teoria che è
una teoria per l’appunto geometrica, basata sia sulle forme piane, triangoli, quadrati, cerchi e così via, ma
soprattutto sulle forme solide, cioè sui solidi e le figure che vedette qui intorno. Platone narra, racconta,
discute di cinque solidi in particolare che sono i solidi che
ho qui elencato e che possiamo vedere anche nella figura: il
cubo è precisamente questo solido nella fig. in alto a destra, è
un solido fatto con sei facce quadrate, il tetraedro che invece
è il solido nella fig. giù a destra sotto il cubo, che è
praticamente una piramide, una piramide non come quelle
egizie perché quelle egizie avrebbero una base quadrata,
bensì una piramide triangolare, perfettamente simmetrica, che

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ha soltanto quattro lati, ma questi quattro lati sono lati triangolari; poi c'è l’ottaedro che vediamo invece
sulla sinistra in alto; l’ottaedro è anche lui fatto di piramidi, questa volta però le piramidi sono due, come
incollate una sull'altra e sono precisamente piramide quadrate, anzi si pensa addirittura che metà
dell’ottaedro sia stata la figura che ha ispirato gli egiziani nel fare le loro grandiose piramidi, soprattutto le
tre grandi piramidi che stanno vicino al Cairo, le piramidi di Giza. Il prossimo solito è il dodecaedro, si
chiama dodecaedro, per un ovvio motivo, cioè c'è qualche cosa che ha che fare col 12, ebbene 12 sono le
facce di questo dodecaedro, che sono facce pentagonali. Ricordate i primi tre solide che abbiamo visto,
avevano facce o triangolari o quadrate e invece questo, che è il solido successivo, ha facce pentagonali. E
l'ultimo di questi cinque solidi si chiama icosaedro, è un solido che è fatto di 20 triangoli, mescolati in
questo modo, una figura piuttosto complessa e che certamente non fu facile scoprire per i greci. Ebbene,
come mai questi si chiamano solidi platonici? Si chiamano solidi platonici forse perché il primo punto, il
primo luogo in cui si trovano elencati è precisamente questo dialogo platonico, questo Timeo. Questi solidi
ovviamente non sono stati inventati da Platone; Platone tra l'altro non era un matematico professionista,
benché conoscesse benissimo la matematica e lo dimostrano per l’appunto i suoi dialoghi. Ebbene questi
solidi sono stati probabilmente scoperti, perlomeno una parte di loro e soprattutto le parti che riguardano
questi tetraedri e questi ottaedri, cioè le parti piramidali sono state scoperte dagli egizi. I pitagorici anche
loro hanno avuto un buon ruolo nel definire questi solidi, ma Teeteto
Egizi che è anche il personaggio che ha dato poi luogo a uno dei dialoghi di
Pitagorici Platone, uno dei dialoghi più matematici, più scientifici su cui torneremo
Teereto in seguito per un motivo diverso, ebbene dicevo, Teeteto che era il nome di
Platone(Timeo) un matematico, fu colui che dimostrò che i solidi platonici, i solidi cosiddetti
 Euclide (XIII) regolari, erano soltanto cinque, cioè i cinque che ho elencato prima, i cinque
che Platone usa nella sua cosmologia o nella sua cosmogonia, non sono messi caso, sono gli unici che si
possono costruire. Che cosa vuol dire solido regolare? Solido regolare vuol dire un solido in cui le facce
sono tutte fatte dello stesso poligono, cioè dev’essere un poligono regolare, cioè tutti i lati uguali, per
esempio un triangolo equilatero oppure un quadrato oppure un pentagono regolare e così via; come vedete,
soltanto queste tre figure piane, cioè triangolo, quadrato e pentagono regolare, generano dei solidi come
quelli che abbiamo visto, cioè dei solidi regolari. Come mai? C'è una dimostrazione che non è il caso di fare
oggi, ma la cosa importante è che questa dimostrazione fu trovata dai greci, cioè da Teeteto e in realtà
Platone già la conosceva e questo dimostra come Platone fosse al corrente degli ultimi sviluppi della
matematica del suo secolo e anche insomma del suo tempo. Platone, come ho appunto detto, ne parla nel
Timeo e soprattutto la teoria matematica di questi solidi sarà poi sviluppata perfettamente da Euclide nel suo
monumento alla geometria che si chiama “Gli elementi di geometria”, nell'ultimo libro, il tredicesimo, che
è quello che conclude quest'opera maestosa, questa sinfonia.. Nell'ultimo libro Euclide dimostra che si sono
soltanto questi cinque solidi, cioè dimostra il teorema di Teeteto e fa vedere come costruirli soprattutto,
perché non è affatto facile, soprattutto nel caso di quelli più complicati come il dodecaedro, che è fatto
appunto di 12 facce pentagonali e l’icosaedro di 20 facce triangolari. Voi direte che cosa c'entra tutto questo
con la cosmologia e con l'immagine del mondo? Ebbene c'entra, perché per Platone, vi faccio un esempio
soltanto ovviamente perché come vi ho detto il Timeo è un dialogo, molto complicato, molto difficile da
leggere, ma è un esempio molto illuminante perché fa vedere come Platone avesse già in mente in realtà
l'idea fondamentale della scienza e della chimica moderna. Secondo Platone l'acqua è un qualche cosa, è un
corpo fatto di una parte di fuoco e due parti d'aria. Ora nella cosmologia platonica l'acqua veniva
identificata con l’icosaedro, il solido che è fatto di 20 facce triangolari; il fuoco era identificato con il
Acqua = un corpo di fuoco tetraedro e l'aria era identificata con l’ottaedro. Allora state attenti,
e due d’aria perchè se andiamo a vedere il numero di facce che corrispondono al
tetraedro, che come ho detto sono quattro facce triangolari e il
icosaedro = un tetraedro e numero che corrisponde ad un ottaedro, che come dice il nome sono
due ottaedri 8 facce triangolari, ebbene se prendiamo un tetraedro e due ottaedri
abbiamo quattro facce per il tetraedro, 16 per i due ottaedri,
perché

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20 = 4 + 16 sono 2 x 8, allora 16+4 fa 20 e 20 diventa l’icosaedro. Ora questo è
strabiliante, perché oggi noi sappiamo che la molecola di acqua, oggi noi diremo, è fatta non di un corpo,
ma è fatta appunto di atomi, un atomo di ossigeno e due atomi di idrogeno, la famosa formula H2O eccola
qui fatta in maniera geometrica, la stessa formula che oggi ancora noi ripetiamo da un punto di vista
chimico. Quindi vedete come leggendo Platone, già si scoprono in nuce, in embrione le teorie che poi
diventeranno la scienza e poi la chimica moderna. Passiamo ora a cose più vicino a noi, cioè all'aritmetica e
alla geometria. Nei dialoghi di Platone si scoprono molti di questi risultati ed in particolare i dialoghi
aritmetici che sono il “Menone”, il “Teeteto” e “Le leggi”, riportano dei fatti, dei risultati, dei teoremi che
furono scoperti appunto dai greci e di cui brevemente vorrei parlare, per farvi vedere anche come nei
dialoghi filosofici, cioè in quella che oggi viene considerata filosofia, quella che si insegna nei licei e
nell'università,come filosofia, in realtà ci fosse molta matematica, anzi non ci fosse nemmeno la distinzione
tra filosofia e matematica, come se fossero la stessa cosa. Nel Menone c'è il problema delle radici quadrate,
nel Teeteto, il problema delle radici arbitrarie, cioè radici non soltanto di 2, ma radici di 3, radici di 4 e
così via e nelle “Leggi” c'è un problema legato al fattoriale, che vediamo uno per uno adesso un pochettino
Aritmetica più nel dettaglio. Ora incominciamo col Menone: sul Menone c'è
 Menone: radici quadrate poco da riflettere, c'è poco da soffermarci, perché lo abbiamo già
 Teereto: radici arbitrarie considerato abbastanza la scorsa volta quando abbiamo parlato di
 Leggi: fattoriale Pitagora; vi ricordo soltanto che questa è la figura principale che
appare nel Menone, che è questo triangolo rettangolare, che è un triangolo particolare perché i due cateti,
cioè la base e l'altezza sono due lati della stessa lunghezza, un triangolo è un rettangolo equilatero in
questo senso. Il problema che si pone Menone o meglio che
Socrate
pone allo schiavo, che rappresenta il personaggio di cui si parla nel
Menone, è precisamente com’è possibile raddoppiare l'area di
un quadrato. La soluzione che lo schiavo trova in questo processo
di anamnesi, cioè che Socrate gliela tira fuori praticamente dalla
bocca pezzo per pezzo, è che per raddoppiare l'area d'un
quadrato come questo qui, bisogna costruire un quadrato
sull'ipotenusa o diagonale. Il Menone è importante perché è la
prima testimonianza storica di una dimostrazione. Voi direte,
ma come la matematica non c'era prima di greci? Certo, c'era matematica in Egitto, c'era matematica in
Babilonia e ce n'erano parecchi, ma non c'erano dimostrazioni. Il problema della dimostrazione, l'idea che
fosse necessario dimostrare i risultati che venivano in qualche modo indovinati o di divinati, l'idea che
bisognasse dimostrarlo è un idea che risale probabilmente a Talette, verso 6oo a.C., ma noi non abbiamo
testimonianze storiche di dimostrazioni matematiche fino al Menone, cioè per l’appunto nel quarto secolo a.
C. Il Menone, questa storia del dialogo tra Socrate e lo schiavo, è precisamente la prima registrazione di una
dimostrazione, in particolare di uno dei teoremo più noti, cioè una forma speciale del teorema di Pitagora.
Come dicevo, su questo abbiamo già discusso la scorsa volta, ne abbiamo già parlato e quindi è meglio
invece che andiamo a vedere altre cose e in particolare quest’altro aspetto che si trova nel Teeteto. Teeteto,
come vi ho detto, è il nome di questo matematico che, tra le altre cose, dimostrò che ci sono soltanto cinque
solidi regolari, i famosi cinque solidi platonici. Nel Teeteto, in questo dialogo platonico, lui è il personaggio
principale, è lui che parla, è lui il protagonista del dialogo ed in particolare si racconta ad un certo punto di
questo problema, cioè che la radice quadrata di un numero intero, che non sia un quadrato, è un numero
irrazionale. Cosa vuol dire questo? La cosa è innanzi tutto interessante già da un punto di vista
matematico, quindi cerchiamo di capirla meglio, di affrontarla più da vicino. Il disegno precedente, cioè
il problema de l Menone, faceva vedere la diagonale di un quadrato;
ora se quel quadrato, noi supponiamo che abbia lato unitario, cioè il cui lato sia 1, ebbene la diagonale,
sappiamo tutti per il teorema di Pitagora, ha come lunghezza la radice di 2. Ora radice di 2, per il grosso
risultato a cui ho accennato prima, causò la crisi dei fondamenti della matematica pitagorica, perchè la
radice di 2 è un numero irrazionale, cioè che non si può scrivere come rapporto di due numeri interi.
Ebbene, ciò che Teeteto dimostrò, fu che in realtà questo è vero, non soltanto per la radice quadrata di 2,

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ma è vero anche per la radice di 3, è vero per la radice di 5, di 6, di 7,
di 8, di 10, di 11, di 12 e così via, cioè è vero per la radice quadrata di
qualunque numero intero che non sia ovviamente già un
quadrato, cioè nel caso di 4 è chiaro che la radice di 4 è 2, nel
caso di 9 la radice quadrata di 9 è 3, nel caso di 16 la radice quadrata
di 16 è 4 e così via, ma a parte i numeri che sono già dei quadrati e
cioè 4, 9, 16, 25 e così via, le radici di ogni altro numero provocano
dei numeri irrazionali, cioè diventano dei numeri irrazionali. Ora la
cosa interessante è che nel Teeteto c'è anche una testimonianza
storica, perché si dice che Teeteto fu colui che dimostrò questo teorema e che prima di lui si sapeva soltanto
che il risultato era vero, cioè che la radice di un numero che non sia un quadrato è irrazionale soltanto per
numeri fino a 17, come mai fino a 17 ? Questo non lo sa nessuno, ma si suppone che il motivo fosse
nascosto nella figura che sta al fondo della slide, cioè se noi prendiamo il primo triangolo, qui è raffigurata
la radice di 2 , poi la radice di 3 con il secondo triangolo, poi la radice di 4, poi la radice di 5 e così via e se
facciamo tutta la spirale ad un certo punto concludiamo la spirale con la radice di 17. Il problema è che
quando arriviamo a 17 non si può più fare da un punto di vista geometrico la figura, bisognerebbe
incominciare a scrivere sulla sabbia oltre questa spirale, cioè la spirale si avvolge su se stessa; quindi si
pensa che, il motivo per il quale prima di Teeteto si sapesse che la radice di un numero che non fosse
quadrato era irrazionale soltanto fino al 17, è forse proprio questo perché si aveva un’idea geometrica della
cosa, mentre invece probabilmente Teeteto dimostrò la cosa in maniera aritmetica, cioè fece un passo
avanti. La dimostrazione di questo risultato Platone non ce la dice, ci dice solo che Teeteto trovò il risultato,
comunque questo è una conseguenza, è una testimonianza del fatto che Platone conoscesse effettivamente
molta matematica. Invece questa è una curiosità che si trova nelle Leggi, quel famoso dialogo di cui vi ho
detto prima, il più lungo dialogo fra quelli platonici: ad un certo punto Platone si pone il problema di come
dividere un appezzamento in parti, perché? Ma perché ovviamente sarebbe interessante riuscire a dividere
un appezzamento in un numero di parti che avesse molti divisori, cosicché quando c'è bisogno di fare
eredità, per esempio di smembrare quest'appezzamento, lo si può fare in tanti modi diversi. Ebbene, ad un
certo punto, in questo dialogo Platone considera il numero 5040. Dice che sarebbe interessante che un
appezzamento avesse area 5040 m2
Leggi oppure acri e così via. Come mai 5040? Se ci pensate per un
5040 = 1x2x3x4x5x6x7 momentino forse vi trovate anche voi la soluzione; 5040 non è
4 2
= 2 x3 x5x7 nient'altro che il prodotto di tutti i numeri fino a sette, cioè di
Divisori = 5x3x2x2 – 1 = 59 1 x 2 x 3 e 4 x 5 x 6 x 7, è quello che i matematici chiamerebbero
oggi il fattoriale di sette, che viene scritto come 7!, cioè 7 con un punto esclamativo, che non è una
affermazione, ma è semplicemente un modo per scrivere appunto questo prodotto. Ebbene, se voi guardate
questo prodotto, qui c'è un 2, poi ci sono altri 2 nel 4 e poi ce ne ancora uno nel 6, quindi il prodotto dei 2 è
2 4; poi abbiamo il 3 che compare una volta nel 3 e un’altra volta nel 6 e quindi il prodotto dei 3 è 3 2 ; poi
abbiamo un 51 e poi 71. Se voi andate a vedere quanti sono i possibili divisori di questo numero, ebbene ce
ne sono cinque, perché qui c'è un 2 esponente 4, poi ce ne sono altri tre perchè c’è un 3 con esponente 2, poi
ce ne sono altri due che derivano dal fatto che abbiamo un 5 ed un 7 hanno esponente 1, cioè ogni volta che
c'è un esponente c'è un divisore in più e quindi ci sono tutti questi quadrati meno uno, perché ovviamente il
numero stesso 5040 non ci interessa come divisore. Ebbene, questo numero è 59. Io ho fatto tutti i conti, per
l’appunto ve lo fatto vedere, il numero dei divisori di 5040 è 59, ebbene lo sapeva anche Platone. Platone
non dice com’è arrivato a questo risultato, però dice che è bene prendere gli apprezzamenti di area 5040,
perché li si possono dividere in 59 modi diversi e quindi sono apprezzamenti che si prestano molto bene
all'eredità e allo smembramento. Quindi vedete come e non a caso tra l’altro che questo veniva appunto fatto
nelle leggi, perché bisognava imporre con una legislatura queste misure. Passiamo ora finalmente a cose che
sono più vicine a quelle di cui dovremo interessarci in questo corso, cioè la logica. Ebbene i dialoghi logici
di Platone sono parecchi, questi sono i più importanti: il Cratilo, il Teeteto di nuovo, perché è uno dei
dialoghi più importanti che parlano di argomenti scientifici, il Sofista e la Repubblica nuovamente, uno dei
grandi dialoghi. Andiamo a vedere quali sono stati, non soltanto in ciascun dialogo, ma nella loro

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Logica globalità le innovazioni, le scoperte di Platone per quanto riguarda
 Cratilo la logica. Ebbene la prima scoperta importante fu che Platone capì
 Teeteto come bisognava intendere la negazione. Ho scritto nella slide “contro
 Sofista Parmenide”, che è questo signore raffigurato in questa statua, nel senso
 Repubblica che Parmenide credeva che la negazione fosse qualche cosa di
 contraddittorio. Chi di voi ha studiato filosofia, anche al
liceo per
esempio o nelle scuole superiori, si ricorderà che Parmenide
aveva un problema col “non essere” e pensava che il “non
essere” fosse qualche cosa di contraddittorio perché il “non
essere”, se ci fosse, sarebbe da una parte qualche cosa che è
e dall'altra parte qualche cosa che non è, quindi ci sarebbe
questa contraddizione. . Platone capì che la negazione nel
modo in cui la usava Parmenide era una negazione sbagliata.
Si trattava di una negazione assoluta che non aveva senso,
bisogna considerare soltanto negazioni relative, cioè dire delle cose non che sono o non sono, ma che sono
qualche cosa, che hanno certe proprietà o che non hanno quella proprietà; per esempio una rosa può essere
rossa, ma una rosa che non è rossa, non significa che non c'è come rosa, ma semplicemente che ha un colore
diverso dal rosa. Questo oggi ci appare talmente lapalissiano che si può sembrare strano che qualcuno lo
abbia anche pensato. Il problema è che ci appare lapalissiano perché questo è diventato il nostro modo di
pensare e questo modo di pensare si scopre appunto nei dialoghi platonici dedicati alla logica, quindi in
particolare abbiamo questo primo avanzamento, la scoperta della negazione. Successivamente direi
soprattutto nel dialogo “i sofisti”, contro i sofisti Platone introdusse quello che oggi noi chiameremo
“principio di non contraddizione”, cioè il fatto che non è possibile negare e affermare nello stesso tempo
una stessa cosa. Ora, oggi di nuovo, moltissime persone lo fanno nei tribunali, nei parlamenti, è tipico degli
avvocati, è tipico dei politici fare queste cose sistematicamente, dire una cosa e immediatamente dopo
negarla, ma questo, tutti noi sappiamo, è qualche cosa che va contro la logica. All'epoca non lo sapevano
tutti, anzi Platone è stato il primo che ha scoperto, per l’appunto, che ci volesse, ci fosse bisogno di questo
principio di non contraddizione. I sofisti invece non lo sapevano o perlomeno facevano finta di non saperlo
e quindi basavano il loro insegnamento su questo atteggiamento dialettico, un momento si diceva una cosa ,
un momento dopo si diceva l’esatto contrario di quella e ovviamente,allora qualunque ragionamento
funzionava o nessun ragionamento funzionava, perché se non c'è il principio di non contraddizione l'intera
impalcatura della logica crolla. Quindi questi sono i due risultati principali diciamo di Platone, ma c'è un
altro risultato che in genere viene attribuito ad Aristotele e in realtà si trova già in parecchi dei dialoghi di
Platone, cioè la “definizione della verità”. Detta oggi, la definizione di verità fa quasi venire mal di testa.
Che cosa è vero, dice Platone? E’ vero “dire di ciò che è che è” e “dire di ciò che non è che non è”, cioè è
Definizione di verità vero tutto ciò che viene detto e che in realtà si accorda con
Vero ciò che succede effettivamente nel mondo. E che cos'è falso?
= dire ciò che è che è L'esatto contrario é falso “dire di ciò che è che non è” e “dire
= dire di ciò che non è che non è di ciò che non è che è”, cioè in altre parole non è possibile
parlare in maniera veritiera, cioè si dice il falso quando si dice il contrario di ciò che effettivamente succede.
Ora, di nuovo, questa è una cosa lapalissiana che però si pensa, si pensava quasi sempre, sia stata scoperta
da Aristotele, mentre invece già nei dialoghi di Platone c’è. Quindi vedete come tra il principio di non
contraddizione, tra il fatto che Platone scoprì l'uso corretto della negazione e il fatto che scoprì la
definizione di verità, anche soltanto queste cose, soltanto tra virgolette, sarebbero sufficienti a fare di
Platone un grandissimo logico e un grandissimo matematico. Non è soltanto questo che Platone fece,
Platone incominciò a isolare la struttura linguistica e a cercare l'analisi logica, l'analisi logica che distingue,
da una parte il soggetto e dall'altra parte il predicato, che distingue da una parte il senso, cioè come

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vengono dette le cose e dall'altra parte il significato, cioè che cosa viene detto e infine che distingue da una
parte il nome il nome e dall’altra parte la cosa. Anche queste sono
cose molto difficili da distinguere, perché all'epoca il linguaggio
aveva una valenza magica, parlare e fare erano praticamente la
stessa cosa, le formule magiche, le preghiere che ancora oggi molti
di noi recitano per ottenere qualche cosa, l'idea che sia possibile
cambiare il mondo semplicemente parlando, ebbene queste cose
erano ancora confuse all'epoca. Platone capii benissimo la
differenza tra le cose che stanno nel mondo e i nomi che invece
stanno nel linguaggio, quindi effettivamente questo grande
risultato. Capì inoltre anche “il principio di identità”, il fatto che le
cose sono uguali a se stesse e sono diverse da tutte le altre e su
questa identità, nel Timeo, tra l’altro, Platone pone in realtà i fondamenti dell'universo, cioè sostiene che il
Identità mondo effettivamente fu plasmato dal demiurgo, fu modellato dal
 Origini del mondo demiurgo sulla base del principio di identità, che è quello che ho
 Ogni cosa è uguale a se stessa scritto qui sopra e qui sotto, ogni cosa è uguale a se stessa. Che altro
fece Platone nei suoi dialoghi logici? Fece una cosa molto importante,
che di nuovo oggi è quasi una scoperta per coloro che la conoscono,
cioè che questa scoperta già si trova nei dialoghi platonici e fu quella
che oggi viene chiamato “l'albero di Porfirio”. L'albero di Porfirio è
in maniera figurata rappresentato nella slide sulla destra in alto, cioè
è semplicemente il cercare di dare la definizione di un qualche
oggetto, incominciando a dividere per casi . Ancora oggi in genere si
dice i casi sono due, cioè uno e tutti gli altri ovviamente. Ebbene questa è la cosiddetta divisione
dicotomica, cioè una divisione binaria in cui le cose vengono distinte tra quelle che hanno una certa
proprietà e quelle che non ce l'hanno e poi all'interno delle cose che hanno una certa proprietà, una seconda
divisione distingue le cose che hanno quella seconda proprietà da quelle che non ce l'hanno e così via.
Ebbene questo modo di indagare che appunto Platone identificava con l'arte della dialettica, che noi oggi
chiamiamo “albero di Porfirio” è quella che i logici chiamano “la forma normale disgiuntiva delle
proposizioni” ed è precisamente un tentativo di dare definizioni di qualche oggetto, cercando di andare ad
analizzare tutti i possibili casi che possono capitare e cercando di mettersi nell'unico ramo di questo albero
che appartiene alla cosa di cui si sta parlando. Naturalmente la cosa più importante che Platone fece e che da
un punto di vista sia logico che matematico e filosofico, che oggi ancora c’è lo ricorda, è la famosa “teoria
delle idee”, che qui viene scherzosamente rappresentata attraverso la lampadina che si accende.
Ovviamente le idee platoniche non sono quel tipo di idee lì, non sono le idee quando noi diciamo: ah, me
venuta un idea!, ma sono cose un pochettino diverse. Oggi noi diremo che le idee sono il tentativo platonico
di capire la differenza tra unità e molteplicità, cioè il fatto che le cose in qualche modo quando le si guarda
da un certo punto di vista, appaiono come un tutto unico e che poi invece
quando si vada ad analizzarle appaiono come un qualche cosa che è
molteplice. Per esempio un Parlamento: il Parlamento è ovviamente
un'entità astratta, un'idea, per l’appunto, che è una unità quando si
parla del Parlamento, non a caso si usa l'articolo determinativo, il
Parlamento, uno Parlamento. quando però si va a vedere dentro il
Parlamento, si vede che questo Parlamento è costituito di
parlamentari e dunque c’è anche questa molteplicità, ad esempio in Italia abbiamo circa un migliaio di
parlamentari tra deputati e senatori. Ecco questa divisione, questa dicotomia, quest'alternanza di modi di
vista, che guardano uno stesso oggetto, uno stesso argomento da due punti che sono complementari, che
sono distinti, ma anche legati, cioè da una parte l'unità, che fa sì che quell’oggetto sia un oggetto e dall'altra
parte la molteplicità, che ci dice come quell'unico oggetto è costituito di parti, cioè il tutto e le parti sono
precisamente le due distinzioni importanti che Platone fece nella sua teoria delle idee. La teoria delle idee
era praticamente una teoria di natura matematica che quest’oggi invece viene contrabbandata, insegnata

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come una teoria filosofica, anche un pochettino strana, un pochettino metafisica, ma in realtà idea in greco
voleva dire semplicemente forma. La parola greca è eidòs e eidòs vuole dire precisamente forma, cioè
quello che Platone voleva fare era cercare di fare una teoria degli oggetti matematici. Platone si pone la
domanda espressamente in tanti dialoghi, ma soprattutto nei dialoghi logici, in particolare nella Repubblica,
che è un po' la summa del suo pensiero, in cui la teoria dell'idee ha la sua formulazione quasi definitiva,
ebbene la domanda fondamentale che un filosofo dell’epoca, la cui filosofia come abbiamo detto agli inizi
era praticamente coincidente con la matematica, è la seguente: che cosa sono gli oggetti della matematica?
Ho detto agli inizi che gli oggetti della matematica dell'epoca di Platone erano gli oggetti geometrici, perché
i numeri erano stati un po' accantonati dopo il problema pitagorico, dopo la scoperta degli irrazionali, perciò
Platone si pone la domanda “che cosa sono gli oggetti geometrici”, perché quella era per lui la matematica.
Tra gli oggetti geometrici prendiamo per esempio un triangolo, ebbene noi possiamo fare la figura di un
triangolo, prima abbiamo visto alcuni triangoli che componevano dei solidi platonici, però i triangoli che noi
facciamo, i triangoli che noi disegniamo sulla carta o loro greci disegnavano sulla sabbia, erano ovviamente
e sono triangoli imperfetti. Se noi andiamo a vederli col microscopio, se cerchiamo di allargare le loro
dimensioni, vediamo che le linee che dovrebbero essere rette in realtà non sono proprio perfettamente rette,
gli angoli che dovrebbero essere uguali, magari non sono perfettamente uguali e così via. Allora queste
figure non sono certamente ciò di cui parla la matematica e la geometria, perché la geometria si interessa di
enti astratti, non delle loro rappresentazioni concrete sulla sabbia, sui fogli o sullo schermo e così via. Allora
la domanda platonica era, per l’appunto, ma allora che cosa sono queste figure geometriche? E la risposta
che Platone si dà è precisamente quella che oggi di nuovo è lapalissiana, perché noi l’abbiamo
semplicemente interiorizzata e l'abbiamo imparata, cioè abbiamo imparato semplicemente a pensare in
questi termini. La risposta è: il triangolo non è il particolare triangolo che si trova disegnato o che noi
cerchiamo di disegnare, ma è ciò che c'è di comune a tutti questi triangoli, cioè la loro forma ed in greco,
per l’appunto ripeto, sottolineo, forma si diceva eidòs, cioè l'idea del triangolo è ciò di cui parlano i
matematici e non le concretizzazione reali dei triangoli nel mondo quotidiano ed ecco che questa teoria delle
idee divenne il fondamento di una metafisica. Per Platone il triangolo che c'è quaggiù sul mondo, che c'è
quaggiù sulla sabbia, sul foglio è qualche cosa che in qualche modo è la proiezione del triangolo che sta
lassù, tra virgolette, nei cieli, cioè la forma perfetta che quando viene proiettata nel nostro mondo diventa
imperfetta, perché si adatta a quello che è la realtà. Ed ecco allora di qui il famoso mito della caverna, cioè
che noi vediamo queste ombre, crediamo che queste ombre, cioè le proiezione delle cose siano le cose stesse
e non capiamo che dietro a queste proiezioni in realtà c'è ciò che viene proiettata, cioè l'idea astratta. Ed
ecco che allora l'idea metafisica in qualche modo si decostruisce e si capisce anche meglio, parlando da un
punto di vista matematico, che cosa Platone aveva in mente. Questa teoria delle idee poi confluirà nella
grande sintesi della matematica di fine ‘800 e inizio ‘900, cioè in quella che viene chiamata la teoria degli
insiemi di Cantor, Frege di cui abbiamo accennato in una delle lezioni introduttive, sui quali torneremo
quando parleremo di questi personaggi. Per concludere questa lezione su Platone volevo in qualche modo
dire che Platone non ha fatto soltanto cose corrette, ma questo non è importante perché Platone non era un
dio, era un filosofo, era qualcuno che aveva capito molte cose, ma certe cose non le aveva capite. In
particolare ci sono degli errori nella filosofia platonica e c'è un errore che lui fa sistematicamente in quasi
tutti i dialoghi e qui c'è un esempio, la frase che dice “se l'anima temperante è buona, l'anima non
temperante è cattiva”. Se voi ci pensate un momento, questo è quello che
Errori i logici chiamerebbero un “non sequitur”, perché se l'anima
Se l’anima temperante è buona, temperante, cioè l'anima che agisce nei modi propri dell'etica,
l’anima non temporanea è cattiva cioè secondo il giusto mezzo, è buona, allora se abbiamo di
fronte qualche cosa che non è buona, possiamo dedurre da ciò che l'anima non è temperante, ma il fatto che
l'anima non sia temperante, non significa che questa è cattiva, cioè non deriva dalla frase precedente. La
stessa cosa che dire “se piove esco con l'ombrello”, questo non vuol dire che “se non piove, non esco con
l'ombrello, ma ho voluto soltanto dire che, se non sono uscito con ombrello, allora non piove, perché ogni
volta che piove esco con ombrello. Bene, quindi questo per dire che effettivamente ci sono degli errori
anche in Platone, ma la nostra lezione è finita.

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LEZIONE 6: Una metafisica liceale
Benvenuti ad una delle lezioni più importanti della logica matematica. Nelle precedenti lezioni abbiamo anzi
tutto introdotto l'argomento e poi nelle ultime due abbiamo parlato di due grandi personaggi, Pitagora da una
parte e Platone dall'altra. Pitagora è stato un grandissimo matematico, forse il primo grande matematico della
storia greca, matematico universale in questo senso e Platone è stato forse il primo grande filosofo universale
del pensiero greco, però di tutti e due abbiamo in qualche modo parlato anche di altri contributi, in
particolare della matematica di Pitagora e della filosofia di Platone, che era una filosofia prettamente
matematica che ha dato anche dei contributi sostanziosi e sostanziali alla logica matematica, ma quando si
parla di logica matematica o più in generale della logica e quando si parla della logica greca il nome che
viene subito in mente è ovviamente quello di Aristotele, perchè è considerato ancora oggi, praticamente
2500 anni dopo, il più grande logico che sia mai esistito. Aristotele è stato un sistematore, è stato un
innovatore, ha portato degli enormi contributi e questo oggi cercheremo di rivedere e di spiegare insieme.
La nostra lezione si chiama “una metafisica liceale” in maniera un pochettino scherzosa, per sottolineare due
degli aspetti della vita e dell'opera di Aristotele. Una delle sue opere più importanti è “la metafisica”, forse
la novità più rilevante da un p. di v. logico, però in uno di capitoli o libri, come si chiamavano allora, cioè il
libro quarto, il cosiddetto libro gamma della metafisica, ci sono dei contributi essenziali che tra breve
cercheremo di ricordare e oltre questo grande libro anche nel il “Liceo” . Il liceale non è ovviamente un
aggettivo denigratorio, non ho inteso dire che in realtà la metafisica di Aristotele era semplicemente cose da
liceale, il Liceo era la Scuola che Platone fondò, ma prima di arrivare a questi sviluppi cerchiamo di
inquadrare meglio la sua figura sia come studente, sia nei primi passi della sua carriera di insegnante.
Aristotele si situa anche lui, nel quarto secolo a.C., nacque nel 384, morì nel 321 ed è questo signore nella
slide che fu immortalato nella Scuola di Atene di Raffaello. Ebbene agli inizi della sua carriera da studente,
come spesso succede a tanti che poi diventeranno professori, andò a scuola. Vedete nella slide che tra i 367 e
347, per venti anni, Aristotele stava a scuola, non come si farebbe oggi, come fanno i nostri allievi, stanno a
scuola venti anni per prendere una laurea, ma semplicemente perché prese quello che sarebbe l'equivalente
all'epoca del titolo di studio e poi incominciò a fare l'assistente, noi

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diremmo oggi, di Platone. Era allievo di Platone
all'Accademia, a questa grande Scuola che all'epoca era
l’unica Scuola che esisteva o la più grande Scuola che
esisteva ad Atene. Era stata fondata da Platone stesso, si
chiamava Accademia in onore dell'eroe Accademo, ebbene
Aristotele fu praticamente l'allievo prediletto di Platone e lui
stesso sperava, che alla morte di Platone, avrebbe potuto
succedergli alla guida dell'Accademia e infatti per venti anni
lavorò col maestro, imparò ciò che Platone aveva da
insegnare e non era poco ovviamente. Ricordatevi anche, tra
l'altro, che una buona parte dell'insegnamento platonico
avveniva oralmente e quindi effettivamente Aristotele poté abbeverarsi direttamente alle fonti
dell'insegnamento platonico. Quando però Platone morì il suo sogno di diventare direttore, rettore diremo
noi oggi, della Scuola dell'Accademia, non si avverò e quindi
Aristotele fu costretto ad andarsene da Atene, girovagò per un
po' di tempo, ma poi trovò lavoro, trovò lavoro perché suo padre era
amico del re di Macedonia; questo re di Macedonia aveva un figlio,
questo figlio aveva bisogno di studiare da re, come si dice, si
chiamava Alessandro il Macedone, nientepopodimeno. Ecco che
per cinque anni, tra il 342 e
il 347, Aristotele insegnò,
fece il tutore di quello che poi
sarebbe diventato
Alessandro Magno, ma che all'epoca era semplicemente il
principe ereditario Alessandro il Macedone. Aristotele
non fu un'insegnante qualunque per Alessandro, anzi oggi
noi possiamo dire che, se effettivamente Alessandro è diventato
quello che è diventato, è stato grazie ad Aristotele o per colpa, a
seconda di come lo si voglia vedere, se uno è pacifista o
guerrafondaio, perché Aristotele gli installò nella mente, gli insegnò
l’idea che la cultura greca era la vera cultura, la cultura con la C maiuscola ed era una cultura che aveva un
destino di potenza, diremmo noi oggi dopo il ‘900, cioè aveva una tale grandiosità ed era così profonda che
aveva quasi il diritto di potersi espandere per il mondo intero e di diventare la cultura del mondo. Ebbene
Alessandro imparò queste cose, imparò da Aristotele soprattutto la cultura greca, la filosofia greca, la
filosofia platonica e Aristotelica e poi incominciò a mettere in pratica, a concretizzare il sogno del maestro,
cioè si mosse, incominciò a conquistare il paese vicino, andò fino all'India, come sapete, andò fino in Egitto,
il suo impero enorme fu veramente la prima realizzazione di questo ideale di conquista culturale, oltre che
militare ovviamente del mondo, da parte dei greci. L'impero, come sapete tutti, durò poco, perché
Alessandro morì giovane, all'età di trent'anni o poco più; però in realtà Aristotele lasciò l'impronta attraverso
questo suo pupillo nella storia, ma ovviamente quello che a noi interessa non è la storia militare e la storia
politica, ma è la storia delle idee, la storia della filosofia e qui Aristotele viene ricordato allo stesso modo in
cui in politica si ricorda oggi o nella storia si ricorda Alessandro Magno, è stato un conquistatore anche lui,
ma non conquistatore di terreni, bensì conquistatore di idee. Vediamo da vicino che cosa successe subito
dopo. Ritornato ad Atene nel 335 a.C., finalmente Aristotele poté coronare il suo sogno di diventare rettore,
ma non rettore dell'Accademia, perché l'Accademia continuò ad esistere e fu una Scuola alternativa, in
qualche modo a quella che fondò Aristotele, che invece si chiamava “Il Liceo”. Anche qui, il nome deriva
semplicemente dal fatto che era in un parco dedicato ad Apollo licio. Vedete qui, alcuni studenti che non
sono ovviamente studenti del liceo di Aristotele, ma questa è l’idea, perché questi capelli che oggi
identificano gli studenti delle università americane sono in realtà il simbolo di quello che Aristotele fece
effettivamente; l'Accademia ovviamente era una scuola di quelle che oggi noi chiameremo liceali, ebbene
invece il liceo di Aristotele fu veramente la prima università e addirittura la prima facoltà di scienze, perché

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Aristotele insegnava praticamente tutte le materie; insegnava la fisica, la biologia, la filosofia naturalmente e
così via. Era effettivamente il maestro, il tutore, era il professore tra l'altro, faceva quasi tutti i corsi lui, però
aveva naturalmente una gran numero di assistenti che sguinzagliò a fare ricerche e moltissimi dei suoi libri, i
libri che oggi ci rimangono di questa sterminata opera, che è l'opera di Aristotele, sono costituiti dagli
appunti delle lezioni che Aristotele teneva e dalle ricerche, oggi diremmo, dai lavori che venivano pubblicati
degli studenti di questo grande Liceo. Ebbene le opere di Aristotele che ho appena citato sono una cosa
enorme veramente; si dice che sono state calcolate addirittura il numero di righe di cui esse si compongono,
sono quasi mezzo milione di righe di lavoro. Ora vedete qui nella slide due parole che si ripetono, di cui cioè
ne abbiamo già parlato a proposito di Pitagora, le abbiamo ripetute a proposito di Platone e anche nel caso di
Aristotele c'e questa divisione fra l'insegnamento esoterico e l'insegnamento essoterico. Ricordate
l'insegnamento essoterico, oggi praticamente le conferenze divulgative, era quello dedicato a quelli che i
greci chiamavano gli acusmatici, cioè gli uditori cioè il professore che va, spiega in parole povere, come
diremmo noi o forse attraverso metafore letterarie, però in maniera discorsiva, ciò che in realtà si fa dietro le
quinte. Dietro le quinte invece si facevano appunto delle cose esoteriche, cioè nascoste, per iniziati e gli
esoterici erano coloro che non erano soltanto uditori, ma coloro che anche volevano apprendere, gli
apprendisti che i greci li chiamavano matematici, cioè la parola matematica deriva precisamente da questo,
cioè dal fatto che i matematici erano gli apprendisti del sapere che non veniva divulgato, non veniva detto a
tutti, anche perché aveva una certa complicazione, ma veniva soltanto discusso nelle cerchie interne. Ebbene
di queste opere che Aristotele scrisse, ce ne furono di esoteriche e ce ne furono di essoteriche. Aristotele
esattamente come Platone scrisse una grandissima quantità di dialoghi. Alcuni di questi dialoghi erano
ancora considerati al tempo dei romani come delle cose veramente ispiratrici. Addirittura Cicerone ci
racconta di aver letto un dialogo di Aristotele che oggi è perduto, che si chiama “il protrepticon” e di aver
dedotto o ricavato dalla lettura di questo dialogo l’ispirazione anche per la sua carriera politica, per le idee
etiche che poi professò nella sua vita. Ebbene tutte queste opere essoteriche di Aristotele sono andate
perdute. Oggi noi non abbiamo più nulla di divulgativo di Aristotele stesso, ciò che lui scrisse per il
pubblico, per la gente, ciò che scrisse di divulgativo è andato perduto. Cosa ci rimane delle opere di
Aristotele? Purtroppo per un motivo che spiegherò tra breve, ci rimangono soltanto le opere esoteriche. E’
come se oggi di Einstein, per esempio, ci rimanessero soltanto i lavori scritti della relatività, della meccanica
dei quanti, eccetera, ma non quelle grandi opere di divulgazione che sono poi quelle che hanno fatto
conoscere Einstein al grande pubblico, perché il pubblico ovviamente non si mette a leggere gli articolo
tecnici, gli articoli dove ci sono i calcoli matematici, si mette a leggere le spiegazioni più in generale. Ebbene
di tutto quello che Aristotele scrisse in questo campo, appunto delle opere esoteriche, non rimane più nulla,
rimangono soltanto più le cose che sono state prese, gli appunti che sono stati presi dagli studenti, i suoi
appunti per le lezioni. In effetti quando si leggono queste opere di Aristotele purtroppo la cosa si vede; la
differenza tra Platone e Aristotele sta proprio in questo, che di Platone ci sono rimaste soltanto le opere
esoteriche, soltanto le opere di divulgazione, cioè soltanto le opere che ha senso leggere e che diverte
leggere, mentre di Aristotele ci sono rimaste soltanto le altre, cioè soltanto le opere dure per così dire,
soltanto le opere di ricerca, che ovviamente passano di moda molto velocemente. Anche oggi leggere, agli
inizi del 2000, le ricerche fondamentali, ma originali dei grandi fisici, per l'esempio del ‘900, è una cosa che
fanno ormai soltanto gli storici, perchè il linguaggio è passato, le cose
si possono fare più facilmente in un altro modo, eccetera e quindi
leggere gli originali è qualche cosa che non serve più, diciamo
così, a trasportare questo sapere. Purtroppo di Aristotele, come
dicevo, c'è rimasto solo quello e quello dobbiamo sorbire, c'è
poco da fare, ma in queste opere esoteriche, cioè in questi appunti di
lezioni, in questi lavori di ricerca, c'è veramente una miniera e
soprattutto c'è anche una miniera di cose logiche. Ora
incominciamo anzi tutto a parlare di ciò che successe nel primo
grande libro che Aristotele scrisse, cioè la metafisica.
La metafisica di nuovo è un nome che oggi viene usato spesse volte, si chiama metafisica tutto ciò che ha a
Metafisica che vedere con qualche cosa che è al di là del mondo fisico, metafisica

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(Libro IV) significa per l’appunto questo, oltre la fisica, però all'epoca metafisica
Assiomi dell’essere voleva dire una cosa molto pratica, cioè quando Aristotele morì e i suoi
allievi, i suoi esecutori testamentari, diremmo oggi, misero in ordine le sue opere, arrivati ad un certo punto,
pubblicarono le opere di fisica e poi ci fu una collezione di opere che veniva dopo quelle di fisica, non
sapendo come chiamarle, perché in realtà si parlava di molti argomenti separatamente ed era un po'
un'accozzaglia di cose diverse, di libri di diverse ispirazioni, allora i suoi esecutori chiamarono questa opera
la metafisica, cioè l'opera che viene dopo la fisica. Ed ecco, vedete, come i nomi a volte prendono un loro
sapore e una loro identità diversa. Oggi metafisica vuol dire una cosa completamente diversa, vuol dire
appunto ciò di cui si parlava in quelle opere che venivano dopo la fisica. In particolare, lo già citato prima,
nella metafisica c’è un libro che è veramente importante dal punto di vista logico ed è il cosiddetto libro
quarto. Anche la metafisica stessa è un insieme di opere, 12-13, una dozzina di opere separate, scritte in
periodi diversi della vita di Aristotele, non tutti scritti da lui, alcuni appunto scritti dai suoi studenti; quindi
un'opera molto difficile che oggi nessuno leggerebbe dall'a alla zeta, perché non ha nemmeno una sua unità,
ma per coloro che si interessavano di logica, il libro quarto, che poi si chiama libro, ma che in realtà è un
piccolo capitolo, un fascicolo, in realtà nelle libro quarto si trovano quelli che oggi vengono chiamati gli
“assiomi dell'essere”, cioè le due proprietà fondamentali dell’essere. Ricordatevi che ovviamente stiamo
parlando degli albori del pensiero greco e agli inizi del pensiero greco c'era in effetti questa divisione tra due
visioni della vita o del mondo completamente diverse, da una parte Eraclito e dall'altra parte Parmenide.
Eraclito sosteneva, come tutti forse ricorderanno, che il mondo è un continuo divenire, il motto famoso di
Eraclito era ”panta rei”, cioè tutto scorre e la metafora, l'immagine che Eraclito ci ha lasciato, cioè che non si
entra mai due volte nello stesso fiume, perché nel momento in cui noi rientriamo nello stesso fiume, il fiume
è cambiato, il fiume è scorso, l'acqua non è più la stessa e così via, ebbene questa è una visione del mondo,
ma è la visione più naturale, forse non per noi, che ci siamo abituati ad un'altra visione a cui arrivo tra un
momento, ma è la visione più intuitiva. Se noi guardiamo il mondo intorno a noi effettivamente questo
mondo è un mondo in continuo divenire, in continuo cambiamento, noi stessi ci guardiamo allo specchio
tutti i giorni e notiamo che incominciano ad arrivare le rughe, incominciano a diventare i capelli bianchi, la
barba bianca e così via, si cambia, ci nascono i figli, ci muoiono i genitori e così via, quindi effettivamente il
mondo è in cambiamento. Ebbene però ad un certo punto si taglia, oggi potremmo dire, perché vicino a
Napoli, ad Elea, arrivò una filosofia contrapposta a quella di Eraclito, cioè la filosofia di Parmenide che era
la filosofia dell'essere. Parmenide disse, pensò e propagandò queste sue idee. Sostenne che dietro a questo
divenire che è l'apparenza, quello che ci sembra che il mondo sia, in realtà il mondo è statico, c'è un essere
che è lì fermo, che non è il divenire, ma appunto è semplicemente un essere, con la E maiuscola. L'idea di
questo essere, l'idea che il mondo potesse essere costituito non da eventi fluenti, ma da cose, da oggetti
statici, ebbene fu da qui che partì, diciamo così, il pensiero occidentale, perché la scienza oggi si basa
proprio sulla visione di questo genere, cioè il fatto che il mondo sia fatto di oggetti, questi oggetti sono lì, si
può cambiare, ci sono dei cambiamenti, ma sono dei cambiamenti apparenti, qualche cosa rimane, la
sostanza dietro questo cambiamento. Ebbene, quali sono i principi fondamentali di questo essere? È chiaro
che nel momenti in cui la filosofia viene in essere una filosofia in divenire, se così possiamo dire, ebbene nel
momento in cui si crea, nasce una filosofia, i concetti sono ancora un pochettino sfumati, sono anche
nebulosi, bisogna cercare di andare a capire effettivamente che cosa ci sta dietro. Il primo che riuscì forse
effettivamente a dare concretezza e anche dare una certa coerenza logica alla filosofia di Parmenide fu
proprio Aristotele, con quelli che oggi si chiamano gli “assiomi dell'essere”. Gli assiomi dell'essere sono
principalmente due, che adesso vi ricordo: il primo è “il principio di non contraddizione”: non è possibile,
per una stessa proposizione, che questa proposizione sia in uno stesso momento sia vera che falsa.
Principio di Ora pensate che, nel caso della filosofia del divenire, il principio di
non contraddizione non contraddizione non è affatto un principio né ovvio né vero,
Non (A e non –A) perché abbiamo detto prima, non si entra mai due volte nello stesso
fiume, perchè il fiume un giorno può essere per esempio calmo e il giorno dopo può essere invece
minaccioso, perché c'è stato un temporale, quindi dire che il fiume è o calmo o non calmo e che non può
esser tutte due queste due cose insieme, non ha senso, perché il fiume può essere benissimo sia calmo che
non calmo in momenti differenti della sua storia. Quando invece si pensa non a cose in divenire, ma a cose

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statiche, ecco che allora non si può più dire, non si può più predicare di uno stesso oggetto, in uno stesso
momento, una proprietà e la sua negazione. Questo fu il primo grande risultato della filosofia aristotelica,
ovviamente queste cose erano già sottintese in lavori di altri, in particolare quelli sia di Parmenide che di
Platone. Però Aristotele fu il primo che effettivamente fece un'analisi sistematica di questi principi e li isolò
appunto stabilendo che erano alla base della filosofia dell'essere, della filosofia di Parmenide. Il secondo
grande principio, l'altra faccia della medaglia di questi assiomi dell'essere, è quello che viene chiamato
“il principio del terzo escluso”. I latini lo chiamavano “tertium non datur”, cioè “non esiste un terzo caso”
Principio del e se non esiste un terzo caso, il terzo caso è escluso, perciò si chiama
terzo escluso anche “terzo escluso” perché non c'è un terzo caso, ce ne sono soltanto
A o non-A due. Quali sono questi due? Eccoli qui espressi in forma simbolica, cioè
“ una proposizione è vera” o “la sua negazione è vera”, cioè la proposizione è falsa. Il terzo escluso significa
semplicemente che quando si parla di logica alla maniera di Aristotele e alla maniera di Parmenide e non alla
maniera di Eraclito per esempio, si pensa a vero e falso come le due uniche possibili alternative. Una
proposizione o è vera o è falsa, non può essere tutti e due per “il principio di non contraddizione” e deve
essere almeno una delle due per” il principio del terzo escluso”. Ed ecco che si incomincia a delineare nella
metafisica di Aristotele l'idea fondamentale di quella che poi diventerà la logica classica che si chiama
classica non a caso, perché da allora è diventata la logica quotidiana, quella su cui poi si basa la matematica,
la scienza moderna e così via. Quindi questa doppia alternativa, c’è la verità e c’è la falsità, verità e falsità
sono contrapposte fra di loro e di fronte ad una proposizione, che abbia senso e che sia una proporzione
compiuta, si possono presentare soltanto due alternative, queste due alternative sono o che la proposizione
sia vera o che la proposizione sia falsa e una delle due alternative deve succedere effettivamente e questo è il
principio del terzo escluso, tutti e due insieme non possono succedere e questo è il principio di non
contraddizione. Questo il fondamento, diciamo così, che Aristotele nel libro quarto della metafisica pose per
la logica dell'essere, ma ovviamente, questo era soltanto un primo passo. La metafisica è un lavoro,
perlomeno in questo libro, è un lavoro giovanile di Aristotele e quello che successe dopo cambiò
effettivamente la storia. Cambiò la storia nel senso che le opere logiche di Aristotele addirittura vengono
ricordate con un nome collettivo che si chiama “Organon”, che significa strumento e le opere che adesso
ricorderemmo sono diventate appunto lo strumento, per gli eredi, per i discepoli di Aristotele, lo strumento
per studiare la logica. Di queste opere ce ne sono parecchie, in realtà ce ne sono sei e adesso vediamo quali
sono gli argomenti..
Organon Oggi non si leggono più se non per voler fare la storia
 Categorie: soggetti, predicati atomici della filosofia come ho detto, cioè le si leggono ancora
 Interpretazione: proposiz. Composte nei corsi di filosofia, quando si prende un
corso come
 Analitici (I, II): argomenti questi di logica matematica, si ricordano
queste cose,
 Topici: dialetica però la cosa interessante è che gli argomenti di
cui ha
 Confutaziono: sofista trattato Aristotele in questi sei opere sono precisamente
gli argomenti in cui ancora oggi si dividono i corsi di logica matematica che noi facciamo all'università.
Quindi vediamo il primo di questi libri che compongono l’Organon, lo strumento di Aristotele, questo libro
si chiama “le Categorie”. Ora le categorie oggi sono completamente passate di moda, sono rimaste di moda
praticamente sino al 1700, alla fine del ‘700 con la filosofia kantiana, però l'idea fondamentale delle
categorie di Aristotele era un qualche cosa di essenziale che ancora oggi rimane ed era un'analisi di cosa
significa essere il soggetto di una proposizione e che cosa significa essere un predicato atomico. I predicati
atomici sarebbero i predicati che predicano di cose che si chiamano soggetti e atomici significa che non si
possono scomporre ulteriormente; atomico ovviamente è ciò che deriva dall'atomismo greco di Democrito,
oggi che c'è stata da la chimica nell'800, nel ‘900, sappiamo benissimo che cosa vuol dire atomico. Atomico
vorrebbe essere il mattone costituente, oltre il quale non si può andare nell'analisi. Ecco che le categorie di
Aristotele sono precisamente questo: un'analisi di ciò che è fondamentale a livello linguistico, cioè da una

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parte i predicati, cioè quelli che non si possono scomporre ulteriormente e dall'altra parte i soggetti di questi
predicati. Notate che non ci sono i complementi. La cosa può sembrare strana, perché per noi, che abbiamo
fatto analisi logica nelle elementari e nelle medie, l'analisi logica tipica sarebbe soggetto, predicato e
complemento, quindi relazioni in cui intervengono più di un soggetto; c'è qualche cosa che fa un'azione, c'è
qualche cosa sulla quale si fa l'azione, per esempio il professore che tiene una lezione: professore soggetto,
tiene ovviamente predicato e lezione complemento. Ebbene queste cose stranamente non erano analizzate da
Aristotele,questo era il limite più grosso della logica aristotelica, cioè il fatto di riferirsi soltanto a dei
predicati che avessero un soggetto, ma che non avessero degli oggetti o che non avessero più soggetti.
Quindi erano quelli che i logici oggi chiamerebbero i predicati atomici e i predicati unari, unari nel senso che
hanno un solo soggetto. Questa era una limitazione, come dicevo, piuttosto grande che però non fu
sorpassata fino praticamente a Frege, 1879. Quindi, pensate, ci sono voluti oltre 2000 anni per riuscire ad
andare oltre quella che era stata la fondazione della logica di Aristotele. Il secondo libro di Aristotele è
“l'interpretazione”, perché ovviamente nel momento in cui abbiamo fatto un'analisi delle proposizione
atomiche, il passo successivo è quello di considerare come si possono mettere insieme queste proposizione
atomiche per formarne di altre composte. Ebbene, l'interpretazione è proprio questa, cioè lo studio delle
proposizione composte. Poi finalmente si viene a due libri che sono i due libri più importanti, quelli più
citati, si chiamano “Analitici” e ce ne sono due, appunto gli Analitici I e II. In questi analitici vengono
analizzati gli argomenti, cioè ciò che fa veramente il centro, il nucleo della logica all'epoca e anche della
logica oggi, cioè il modo di ragionare, non soltanto come sono costituite le proposizioni, ma soprattutto
come si passa da proposizioni a proposizioni mediante ragionamenti. Gli altri libri sono forse meno
importanti, cioè nei “Topici” si parla della dialettica e nelle “Confutazioni” si parla della sofistica. Oggi
queste parti sono un po' cadute in disuso, però è bene forse parlarne un momentino, dire perlomeno qual’era
l'idea che Aristotele aveva dei tipi di argomenti e qual’era la
sua classificazione. La classificazione delle varie parti, delle
varie branche, diremmo noi, della logica secondo Aristotele
si faceva in base alla verità dell'ipotesi e alla correttezza o
meno degli argomenti. Allora la prima, quella che veramente
veniva chiamata logica, era un ragionamento corretto, cioè un
argomento corretto che parte da delle l'ipotesi vere, cioè
abbiamo delle assunzioni, queste assunzioni sono vere, sono
effettivamente quello che succede nel mondo, facciamo dei
ragionamenti corretti, questa è la logica.. Però ci sono altre possibilità, per esempio la dialettica, cioè il
ragionamento è ancora corretto, ma le ipotesi non sono più soltanto vere, anzi non sono più vere, ma sono
soltanto più verosimili; verosimili significa potrebbero essere vere, non sono contraddittorie, non sono false,
ma non è detto che siano vere. Allora nel caso in cui il ragionamento sia corretto, ma le ipotesi siano solo
verosimili, ma non vere, non si parla più di logica, si parla di dialettica, quindi è come se fosse ad un gradino
inferiore ed infatti l’abbiamo messa sotto. Nel caso in cui il ragionamento continui ad essere corretto, ma le
ipotesi lungi dall’essere vere o anche verosimili, sono false, allora ecco che c'è il terzo gradino che interessa
poco, perché,quando si parte da ipotesi false, poi si può arrivare dove si vuole, anche se il ragionamento è
corretto, questa terza parte della logica Aristotele la chiamava Eristica. Infine c'era quella che lui chiamava
“la sofistica” e appunto nell'ultimo libro “le confutazione dell'Organon” si interessava di questi argomenti,
degli argomenti sofisti. Per la sofistica non ha importanza come siano le sue ipotesi, perché fa dei
ragionamenti scorretti e allora quando il ragionamento è scorretto, poi se si parte da ipotesi false o vere o
verosimili non importa più, perché il problema sta proprio nel ragionamento. Questa era l’idea, l'impianto
della logica aristotelica, la divisione in varie branche, che oggi come ho detto è diventata un pochettino
secondaria. I principali contributi di Aristotele alla logica sono in tre campi diversi: il primo campo è lo
studio dei “sillogismi”, di cui diremo tra poco qualche cosa, poi c'è il campo dei “quantificatori”, cioè
l'isolamento che Aristotele fece delle particelle di linguaggio che oggi sono tra le più studiate nella logica
moderna, cioè nessuno, qualcuno, tutti e anche di questi diremo alcune cose più precise tra poco e da ultimo
le “modalità”, cioè lo studio del possibile, dell'impossibile e del necessario.
Contributi principali Allora vediamo più da vicino quali sono stati effettivamente i

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 Sillogismi (assiomi, regole) risultati che Aristotele riuscì a raggiungere all'interno di
questi
 Quantificatori casi, anzi tutto i “sillogismi”. Sui sillogismi ho scritto
soltanto
(nessuno, qualcuno, tutti) due parole praticamente “assiomi” e “regole”, per indicare il
 Modalità fatto che Aristotele compì un'analisi completa,
assolutamente
(impossibile, possibile, necessario) completa e per i suoi tempi veramente strabiliante, di tutti i
possibili tipi di sillogismi. Quindi notate che di sillogismi ce ne sono tanti, sillogismi tipici di quelli che
Sillogismi considerava Aristotele erano per esempio “ogni uomo è mortale, Socrate è un
 Assiomi uomo, dunque Socrate è mortale”, cioè il passare da due premesse, una delle
quali
 Regole veniva chiamata “premessa maggiore” e l’altra “premessa minore” , ad una
conclusione. Quindi i sillogismi sono dei tipi di ragionamento, degli schemi di ragionamento, diremmo noi
oggi, in cui ci sono due premesse e una conclusione. Ora a seconda del tipo di premesse, che si potevano
basare sui vari tipi di quantificatori, come ho appena detto per esempio una premessa poteva essere “tutti gli
uomini sono mortali”, però invece del quantificatore “tutti” si potevano considerare “qualcuno”, “nessuno”
e così via, ebbene Aristotele fece una tassonomia dei possibili tipi di sillogismo e scoprì che ce n'erano 256.
Di questi 256 andò alla ricerca di quali erano corretti; ovviamente qualcuno è sbagliato, qualcuno è corretto,
però insomma quali sono corretti? Quali sono sbagliati? Aristotele fece una lista che risultò poi, ma questo
2000 anni dopo, non completa perché un paio di sillogismi corretti gli erano scappati e uno o due di quelli
che lui considerava corretti, oggi noi li consideriamo scorretti per motivi però abbastanza tecnici. Quindi
l'analisi di Aristotele che riuscì a isolare all'interno di un campo così vasto di 256 possibili tipi di sillogismi,
quella dozzina e mezza che erano effettivamente corretti, prendi uno, togli uno, ebbene effettivamente fu un
grandissimo risultato, ma Aristotele non si fermò a questo, perché introdusse delle regole che permettevano
di passare da un sillogismo all'altro e fece vedere come tutti i sillogismi corretti in realtà possono essere
derivate da uno solo, il famoso sillogismo cosiddetto in “barbara”. I nomi dei sillogismi sono nomi medievali
che oggi insomma vengono usati soltanto più per motivi storici, ma comunque noi oggi il sillogismo in
Barbara lo chiameremo la “transitività dell'implicazione”, cioè “se da a discendi b e da b discende c, allora
da a discende c”, questa è l’idea, l’impianto essenziale. Aristotele riuscì a far vedere che tutti i 18 tipi di
sillogismi che lui considerava corretti, effettivamente potevano essere ricondotti attraverso regole di
trasformazione a quell'unico “sillogismo in barbara”, che diventava quindi praticamente “l'assioma della
teoria dei sillogismi”. Questo è un qualche cosa che fa veramente impressione, soprattutto vederlo oggi che
abbiamo sviluppato nell'ultimo secolo, secolo e mezzo, un numero enorme di tecniche per dimostrare cose di
questo genere, insomma pensare che Aristotele potesse farlo, senza tutto questo armamentario, è qualche
cosa di veramente incredibile ed è molto simile da questo punto di vista a ciò che fece Archimede più o
meno in un periodo analogo per quanto riguarda la matematica. Anche oggi i risultati di matematica di
Archimede sono cose che si studiano nelle scuole e che tutti dovrebbero sapere, però il pensare che
Archimede riuscì a farlo con i mezzi tecnici della matematica greca è veramente strabiliante. Quindi questi
sono forse i due grandi nomi del pensiero greco, Aristotele nella filosofia e soprattutto nella logica e
Archimede nella matematica.
Per quanto riguarda invece gli altri aspetti dell'opera di Aristotele passiamo ai “quantificatori”. Ora i
quantificatori sono quelle paroline di cui avevo parlato prima: qualcuno, nessuno e tutti, ebbene Aristotele
fece una tabella e riuscì a vedere quali sono i legami fra queste particelle del linguaggio. Questo quadrato
cosiddetto delle opposizioni, il quadrato è quello che qui si vede in blu, è quello che ancora oggrimane i e
che è stato inglobato nella logica moderna attraverso leggi di trasformazione da un quantificatore ad un altro.
Aristotele distinse due tipi di quantificatori, quelli affermativi e quelli negativi e praticamente distinse anche
due categorie di quantificatori: “l'universale” ed “il
particolare”. Vediamo anzi tutto l'universale.
L'universale affermativo è tutti, mentre l'universale
negativo è nessuno. Qui ho messo un simbolo, tanto
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dobbiamo anche familiarizzarci con il linguaggio tecnico formale della logica moderna; oggi invece di
scrivere tutti, si scrive soltanto una lettera che è l'inverso di A, A è ovviamente l'iniziale della parola inglese
All, che significa per l’appunto tutti, è un simbolo oggi diventato un simbolo indipendente, cioè i logici
matematici scrivono questa A girata, per indicare tutti. Quindi ci sono due tipi di quantificatori universali,
uno affermativo “tutti” e l’altro negativo “nessuno”. Poi ci sono due tipi analogamente di quantificatori
particolari: uno affermativo che dice qualcuno e l’altro negativo che dice non tutti. Il qualcuno ha anche lui
un simbolo associato, che è una E, che significa esiste, ovviamente un E rovesciata esattamente come la A
rovesciata e nella slide c’è la tabella che Aristotele considerò dei tipi possibili di quantificatori, cioè nessuno,
qualcuno e tutti e poi anche questo non tutti, che quando si fa la tabella si vede che serve, è quindi come
riempire un buco e anche una scoperta, diciamo così, di analisi logica. Cerchiamo di vedere, più da vicino,
quali sono le proprietà di questi tutti, qualcuno ecc. Ebbene queste proprietà sono una delle grandi conquiste
di Aristotele, perché sono cose sottili; adesso ve le leggerò e voi dovete pensarci un momento per capire
effettivamente, per convincervi che sono corrette e per darmi ragione. Cominciamo a vedere da prima questo
quantificatori universale affermativo tutti.
Tutti fanno Ebbene dire una frase del tipo “tutti fanno qualche cosa” è la
= non è vero che qualcuno non fa stessa cosa che dire “non è vero che qualcuno non la fa” ed
Qualcuno fa ecco che allora qui c'è un legame scoperto per l’appunto da
= non è vero che tutti non fanno Aristotele fra “il tutti” e “il qualcuno”. Se noi abbiamo la
negazione, usando due negazioni, cioè “non è vero che qualcuno non fa”, è possibile ricostruire il
quantificatore universale, cioè la scoperta veramente grandiosa di Aristotele fu che è vero che sembra che ci
siano in particolare due quantificatori, cioè il “qualcuno” e il “tutti”, però in realtà questi due quantificatori
sono sovrabbondanti, basta averne uno per ricavare l'altro. E allora, se per esempio si ha la possibilità di
parlare di qualcuno, si può dire “non è vero che qualcuno non fa qualche cosa” ed è la stessa cosa che dire
“tutti fanno quella cosa lì”. Quindi il “tutti” si può eliminare quando si abbia ovviamente il “qualcuno” e si
abbia ovviamente anche la possibilità di negazione. Ma non è che il “tutti” si può eliminare a favore del
“qualcuno”, si può anche fare l'esatto contrario e allora ecco che, dire che “qualcuno fa una certa cosa”, è la
stessa cosa che dire “non è vero che tutti non la fanno”; questo non è propriamente in italiano, in italiano si
direbbe “non è vero che nessuno la fa”, però l’ho scritto in questo modo per fare risaltare il legame tra
“qualcuno” e “tutti”. Quindi, uno qualunque dei due quantificatori, è sufficiente per ricostruire l'altro,
insieme alla negazione.
Per quanto riguarda la “modalità”, Aristotele fece una grande
scoperta e cioè che le modalità possibile, impossibile,
necessario e contingente sono praticamente un “analogo dei
quantificatori”. Infatti come vedete, qui c'è una tabella, che parla
di nuovo di affermativo e negativo esattamente come nel caso
dei quantificatori. Le “modalità” non si chiamano più
“universali e particolari”, ma si chiamano apodittiche e
problematiche, insomma la parola non è così importante. Per il
caso di modalità apodittiche il “necessario” è l'analogo del “tutti”, “l'impossibile” è l'analogo del “nessuno”.
Il simbolo logico che viene usato oggi per il “necessario” è un quadratino. Similmente nel caso delle
“modalità problematica” c'è il “possibile” e il “contingente”, analoghi al “qualcuno” e a “non tutti”. Anche
qui c'è un simbolo per il “possibile”che è un rombo, che è simile a quello per il “necessario”, cioè un
quadrattino rovesciato. Ed ecco che, facendo questa tabella, questi quadrati di opposizione, Aristotele non
solo riuscì a fare un'analisi delle modalità, cioè possibile, necessario, impossibile e contingente, simile a
quello dei quantificatori, ma riuscì a far vedere che praticamente erano la stessa cosa, cioè si trattava di due
serie di operatori, di due serie di particelle del linguaggio, che però godevano delle stesse proprietà. Per far
vedere che effettivamente così è, vi faccio vedere come effettivamente si può passare da possibile a
necessario oppure da necessario a possibile, esattamente come si poteva prima passare da “tutti a qualcuno”
o da “qualcuno a tutti”.
E’ necessario fare Vediamo se ci convinciamo di questo: “è necessario fare una certa
= non è possibile non fare azione” significa che “non è possibile non farla”, quindi di nuovo la

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E’ possibile fare “modalità necessario” si può ridurre alla “modalità possibile” quando
= non è necessario non fare si abbia la possibilità di usare la negazione. Quindi “necessario”
significa “non possibile non farlo”, viceversa, esattamente come nel caso precedente “è possibile fare
qualche cosa” significa che “non è necessario non farla”, perché se fosse necessario non farla allora lei
sarebbe impossibile. Ed ecco che di nuovo “impossibile” si può definire, si può ridurre al necessario e alla
doppia negazione. Ecco questi sono i grandi contributi che Aristotele effettivamente fece per quanto riguarda
la logica. Che cosa rimane oggi di questa sua eredità? Rimane anzitutto il suo grande nome, perché il nome
di Aristotele, come ho detto prima, è considerato il nome del più grande logico mai vissuto, forse soltanto
un'altra persona, un altro logico può competere a questo livello con Aristotele ed è Goedel di cui abbiamo
parlato in una lezione introduttoria, di cui ovviamente parleremo verso la fine di questo ciclo di lezioni.
Aristotele e Goedel sono un po' l'Alfa e l'omega, il principio e la fine di questa grande avventura che è stata
la logica, prima semplicemente e poi logica matematica. Ebbene dei contributi tecnici di Aristotele io credo
che i quantificatori e le modalità sono lì per rimanere, come si direbbe in inglese, sono state delle scoperte
che veramente hanno portato alla luce parti sommerse dell'analisi linguistica, però in realtà stanno a un
livello che non è ancora il livello più basso, il livello più atomico di possibile analisi.
Aristotele era arrivato fino a un certo punto, ma nemmeno la mente di un genio così universale, così grande,
era arrivato alla fine della storia. Infatti sotto l'analisi di Aristotele c'era ancora qualche cosa da scavare,
c'era ancora quella che oggi si chiamerebbe “la logica proporzionale”, la logica di quelli che si chiamano “i
connettivi”, cioè le particelle che mettono insieme proposizioni semplici per costruire proposizioni più
complicate, cioè la congiunzione, la disgiunzione, l'implicazione, la negazione, eccetera. Ovviamente
Aristotele usava le negazioni come vedete qui, ma non fece un'analisi sistematica di quali particelle fossero
necessarie per costruire le frasi composte. Quest'analisi sistematica fu fatta da una scuola alternativa a quella
aristotelica, sempre ad Atene, che fu la Scuola degli stoici e di cui anche qui dovremo parlare nella prossima
lezione. Il più grande stoico si chiama Crisippo ed insieme ad Aristotele c'è effettivamente questo altro
grande nome di cui andremo parlare nella prossima lezione.

LEZIONE 7: Lezione sotto il portico


Quest’oggi finiremo un periodo della logica matematica, in realtà il periodo arcaico, cioè il periodo greco.
Come vedete dal titolo della nostra lesione, “Lezione sotto il
Portico”, quest’oggi andiamo a fare una gita scolastica, come si
dice e usciamo da questo studio di registrazione, andiamo per
l’appunto sotto un portico; capirete, tra breve, come mai abbiamo
intitolato la lezione in questo modo e cerchiamo anzitutto di
andare a vedere dove ci troviamo. Ci troviamo ad Atene, questo è
il famoso dipinto ovviamente di Raffaello che abbiamo già visto
tante volte a pezzi o intero. Il dipinto si chiama “la Scuola di
Atene”, ma ”in realtà c'è un errore, perché “la Scuola di Atene
erano in realtà “le Scuole di Atene”, cioè ce n’erano tre e le tre
famose scuole di Atene erano, per l’appunto, le due delle quali
abbiamo già parlato in lezioni passate e una delle quali parleremo quest’oggi. La prima Scuola, l'Accademia,
vi ricorderete, è la Scuola che è stata fondata da Platone, la Scuola che ha avuto degli ospiti illustri, degli
studenti illustri, tra cui Aristotele. Aristotele come abbiamo detto la scorsa lezione è uno di studenti
dell'Accademia, ma non è diventato preside, rettore dell'Accademia, fondò una sua Scuola alternativa che si
chiamava il Liceo e poi finalmente c'è una terza scuola che si chiama appunto la Stoà di cui parleremo in

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questa lezione, che però divenne praticamente il terzo corno di questo triangolo importante di scuole di
Atene. E le tre scuole di Atene furono veramente importanti, anche perché ciascuno di esse aveva
ovviamente una discendenza differente, chi discendeva da Platone, chi discendeva da Aristotele e chi
discendeva per l’appunto dagli stoici che prendevano il nome dalla loro Scuola e per farvi un esempio di
quanto fosse importante, poi in realtà, questa trilogia di Scuole, faccio un esempio che è abbastanza
successivo, cioè 156 a.C. Qualcuno di voi ricorderà che questo è più o meno il periodo in cui i romani
conquistano la Macedonia e cominciano a diventare i vicini politici, preoccupanti anche un po' fastidiosi dei
greci. I greci cominciano a sentire che la loro civiltà sta ormai decadendo e che dovranno passare la torcia,
come si dice, come diceva Platone anzi, dovranno passare la torcia a qualcun altro. Mentre invece i romani
sono in piena espansione, quindi sono già arrivati ormai alle porte della civiltà greca e i greci ritengono,
soprattutto gli ateniesi, di dover mandare a Roma una loro missione. Che cosa farebbero quest’oggi i nostri
politici se dovessero mandare una missione, non so, ad un paese che sta conquistando i nostri vicini. Beh,
ovviamente sceglierebbero i rappresentanti più importanti, gli uomini più prestigiosi della città o del paese e
li mancherebbero l’appunto in missione diplomatica. Ebbene, che cosa fecero gli ateniesi nel 156 a.C.? Non
pensarono ad altro, cioè non trovarono di meglio, ma questo era nuovamente difficile, perché queste erano le
scuole migliori che si potessero immaginare, non trovarono di meglio, dicevo, che mandare un'ambasciata
composta da tre ambasciatori e i tre ambasciatori provenivano uno dell'Accademia di Platone, l'altro dal
Liceo di Aristotele e il terzo dalla Stoà. I loro nomi non sono molto importanti, l'unico, di cui forse
qualcuno di voi si ricorderà, è il Carneade, che era appunto il prescelto dall'Accademia platonica. Carneade
si ricorda oggi perché nessuno se lo ricordava nei Promessi sposi, dove c’è quella famosa frase, quando ad
un certo punto si dice: Carneade chi era costui? Ebbene, costui era precisamente un discepolo, diciamo così,
un esponente dell'Accademia platonica che fu scelto tra i tre missionari, cioè tra o tre ambasciatori che
andarono a Roma. Gli altri due erano Critolao, per l’appunto, l’esponente del Liceo di Aristotele e Diogene
che era invece l'esponente della Stoà. Questo l'ho detto , appunto, soltanto per farvi capire come, in realtà,
queste tre scuole, che arrivarono ad Atene in periodi successivi, Platone e Aristotele e poi questa nuova
Scuola a cui dedichiamo questo oggi la nostra lezione, queste tre scuole in realtà entrarono a far parte del
tessuto della città, diventarono veramente tre poli in qualche modo, che si combattevano ovviamente
intellettualmente, ma che fecero ovviamente progredire il pensiero intellettuale greco. Bene, vediamo invece
più vicini a noi, cerchiamo di parlare di ciò che dobbiamo affrontare oggi e parliamo, per l’appunto, di come
mai questa lezione l'abbiamo chiamata “lezione sotto il portico”. Si chiamava lezione sotto il portico, perché
la Scuola prese il nome da questa frase greca “Stoà poichilè”; Stoà
significava, per l’appunto, portico e poichilè significava
dipinto.Quindi poiché l'ambiente era molto interessante, gli studenti
evidentemente amavano fare
Zenone di Cipro lezione all'aperto, sotto questo
portico, tra l’altro circondato dai dipinti,
(300 a. C.) la Scuola prese il nome in questo
modo. Ricordatevi che anche il Liceo
Stoà poikilè = portico dipinto e l'Accademia avevano
acquistato i loro nomi per motivi puramente
Contingenti; l'Accademia perché era nata nel parco dell'eroe
Accademo, il Liceo perché era nato in un parco dedicato ad Apollo licio e la Stoà, anche lei, prese il nome
da questo fatto contingente, cioè dal fatto che le lezioni venissero fatte sotto un portico. Il primo esponente, il
fondatore di questa nuova scuola che c'interessa particolarmente, come vedrete, una scuola molto importante
dal punto di vista, proprio nostro, della logica matematica, il fondatore fu Zenone; però attenzione, non
Zenone di Elea, colui di cui abbiamo parlato, quando abbiamo parlato dei paradossi, in particolare il famoso
paradosso di Achille e la tartaruga, quello era Zenone di un'altra scuola. Zenone era un nome comune
all'epoca, questo qui invece era Zenone di Cipro, cioè era un cipriota che arrivò ad Atene e fondò questa
Scuola verso il 300 a.C.. Vediamo meglio, però, che cosa successe in questa scuola. Zenone era il fondatore,
ma a differenza di Aristotele e a differenza di Platone, che come fondatori sia dell'Accademia che del Liceo
in realtà erano anche gli esponenti più importanti e furono il massimo risultato di questa Scuola, cioè la

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Scuola era la loro Scuola, invece la Stoà divenne famosa, per lo meno per quanto riguarda gli studi di logica
e di logica matematica di cui noi ci interessiamo, divenne famosa, dicevo, non tanto per quello che fece il
suo fondatore Zenone di Cipro, ma per questo personaggio che si chiamava Crisippo, Crisippo di Soli e che
visse tra 280 e il 210 circa a.C. Ora qui ho riportato una frase, che si trova nei classici dell'epoca, una frase
che dice anche quanto fosse l'importanza di questo personaggio Crisippo, che oggi arriveremo a
conoscere molto meglio, anche se purtroppo, per
Crisippo di Soli motivi che vi spiegherò tra breve, in realtà è stato molto dimenticato e
(280-210 a.C.) nei libri di testo se ne parla poco, dicevo la frase è questa qui, cioè la
“senza Crisippo non citazione “senza Crisippo non ci sarebbe stata la Stoà”, cioè la Stoà
ci sarebbe stata la Stoà” che fu fondata da Zenone di Cipro, in realtà era una piccola scuola
quando iniziò e divenne una scuola così importante, tanto
importante
da poter arrivare a essere considerata alla pari della Accademia e di
Liceo, divenne importante proprio grazie alle opere, al pensiero,
al lavoro, all'insegnamento di questo signore Crisippo. Crisippo lo
abbiamo già visto in una delle lezioni introduttive, quando vi
avevo appunto detto che nella terna dei logici, diciamo così, del
periodo greco era effettivamente alla pari di Platone e di
Aristotele. Quindi possiamo immaginarci che da questo solo
fatto che qualcuno vi dica che, effettivamente al livello di Aristotele
come logico c'era già anche questo Crisippo, già ci potrebbe far
capire che effettivamente è stato un personaggio veramente fondamentale. E oggi cercheremo di capire che
cosa lui ha fatto. Bene, andiamo più da vicino appunto, a cercar di capire che cosa effettivamente fece
Crisippo, ma prima volevo concludere praticamente questa breve carrellata sullo stoicismo e anche spiegare
come mai, per l’appunto, oggi non si parla più tanto dello storicismo, non si parla più tanto di Crisippo,
come mai anche non c'è più quasi una testimonianza diretta, cioè nel senso che i loro testi sono scomparsi.
Anzitutto, questa slide si riferisce allo stoicismo tardo, cioè c'è stato non soltanto uno storicismo greco, per
l’appunto nato nella Stoà di Atene e poi mandato avanti da personaggi come Crisippo, ma c'è stato anche
uno stoicismo romano e alcuni degli esponenti di questo storicismo romano sono stati veramente importanti.
Il primo, forse il più importante di tutti, è stato Seneca, che visse circa dall'anno zero, cioè il momento della
nascita di Cristo, al 65 d.C.; qui, questo signore che vedete raffigurato nella parte sinistra in basso dello
schermo, non è né Seneca né quest'altro personaggio di cui parleremo tra un momento, Marco Aurelio, bensì
Nerone. Ora Nerone è famosissimo, è passato alla storia certamente per motivi, forse non tutti piacevoli, vi
ricorderete, a parte la Domus aurea, che è stata riscoperta, piena di affreschi eccetera, che era stata cancellata
perché sopra di questo furono poi costruite in segno dispregiativo le terme, addirittura i bagni pubblici, ma
Nerone ricordato oggi per l'incendio, perché mise a fuoco la città di Roma, Nerone aveva avuto Seneca come
precettore. Ecco che qui vedete tra l'altro un pattern, come direbbero gli inglesi, cioè una riproduzione di
eventi, abbiamo parlato in una delle scorse lezioni per la punto di Aristotele, Aristotele che ad un certo punto
divenne il precettore di Alessandro il Macedone, di Alessandro il Grande; ebbene Seneca, anche lui un
filosofo importante che diventa precettore d'un imperatore come Nerone. Quindi all'epoca effettivamente i
filosofi erano parte dell'insegnamento, soprattutto l'insegnamento della nobiltà, di coloro che poi sarebbero
arrivati al governo. Questo era molto legato ovviamente all'idea platonica; Platone aveva sostenuto nella
“Repubblica” che la vera repubblica, il vero stato che si fosse indirizzato, che si fosse costituito su basi
razionali avrebbe dovuto essere governato direttamente dai filosofi. Platone lo diceva per motivi ovvi, perché
lui era un filosofo, quindi a tutti piace governare, forse gli sarebbe piaciuto anche a lui diventare presidente o
imperatore di imperi, non potendolo fare direttamente, quello che i filosofi poi riuscirono a fare
effettivamente fu di essere perlomeno l'educatore del principe, l’educatore di colui che sarebbe diventato poi
il regnante. Ebbene Seneca, dicevo per l’appunto, fu il precettore di Nerone. Un altro invece famoso
esponente dello storicismo romano fu Marco Aurelio, che visse tra il 121 e 180 d.C. e Marco Aurelio
divenne lui direttamente imperatore; quindi vedete, come lo stoicismo non soltanto fu importante da un
punto di vista intellettuale ad Atene, perché era una delle tre scuole all'avanguardia, ma fu importante anche

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da un punto di vista pratico, perché o attraverso l'insegnamento di
Seneca o direttamente attraverso il governo di Marco Aurelio
arrivò addirittura ai massimi vertici del potere romano. Che cosa
successe però? Oggi lo stoicismo in realtà non è molto noto, è
rimasta la parola stoico, l'aggettivo che significa qualcuno che
effettivamente sa controllare le proprie emozioni, sa andare
contro quasi la propria natura per sacrificarsi; ebbene, questo
era uno degli aspetti effettivamente dello storicismo. Gli storici
erano personaggi che avevano un estremo autocontrollo, erano
veramente filosofi nel senso che oggi daremo alla parola, non
nel senso di qualcuno che fa, che pratica la professione di
filosofia, una professione di filosofia, ma qualcuno che chi
vive veramente la filosofia. Ebbene, però questo storicismo era
quasi una religione laica e ovviamente se voi guardate queste date,
soprattutto la prima, l'anno zero, beh, questo è arrivato in un momento che forse era il momento sbagliato. Ci
fu un'altra religione che era tutt'altro che una religione laica, una religione fideistica, cioè il cristianesimo che
in quello stesso periodo arrivò a contrastare, diciamo così, lo stoicismo; il cristianesimo ebbe la partita vinta
e allora da quel momento, questa religione sarebbe stata una religione, un modo di comportamento, un etica
razionale, lo stoicismo passò in secondo piano, non si ripubblicarono più i libri e all'epoca non ripubblicare
libri significava non riscriverli più, perché le cose ovviamente venivano tramandate semplicemente per
coppie, fatte a mano e bastava che si cominciasse a non scrivere più un libro che questi libri andavano
naturalmente persi nella memoria e questo successe effettivamente agli stoici. L'intera scuola stoica, non
soltanto quella romana, ma dal nostro punto di vista è molto più importante quella greca, cioè dal punto di
vista della logica, tutte le opere degli stoici andarono perdute e oggi non ce ne sono più, in particolare le
opere di Crisippo, che era, come abbiamo detto, l'esponente principale dello stoicismo greco, uno dei logici
più importanti insieme ad Aristotele. Crisippo era quel che oggi chiameremo un grafomane, perchè
letteralmente scriveva 500 righe al giorno. Nella lezione su Aristotele abbiamo detto che, più o meno, c'è
stato un calcolo di ciò che Aristotele ha lasciato, erano circa 450.000 righe; 500 righe al giorno, significa che
per arrivare a 500.000 righe basta passare 1000 giorni, che sono circa tre anni, cioè in tre anni Crisippo
aveva scritto o scriveva ogni tre anni l’analogo o l’equivalente di ciò che Aristotele ci ha lasciato, quindi un
enorme quantità di volumi. Si calcola, si dice che Crisippo avesse scritto 700 libri. Ora è vero che all’epoca i
libri non erano quelli che sono oggi, cioè erano magari capitoli, però 700 libri erano comunque una somma
enorme, che è un po’ simboleggiata qui dal fatto che abbiamo fotografato una di queste opere , 28 di questi
libri erano addirittura soltanto sul paradosso del mentitore, quindi Crisippo analizzava il paradosso del
mentitore, proponeva delle soluzioni, molte di queste soluzioni, molte di queste analisi sono andate perdute,
perché come vi ho detto, oggi di libri di Crisippo non c’è ne nessuno. Pensate un po' alla tragedia
intellettuale di qualcuno che passa la sua vita a scrivere 500 righe al giorno, che arriva alla morte avendo
lasciato 700 libri e poi dopo qualche anno, dopo qualche secolo tutto è passato, non è rimasto nulla. Beh, non
proprio più nulla, perché alcune fonti e qui, scherzosamente, abbiamo posto come fonte l'immagine di una
fonte in un altro modo naturalmente, alcune delle fonti e qui scherzosamente abbiamo posto l’immagine di
una fonte, in un altro modo naturalmente, alcune delle fonti ci sono rimaste, in particolare sono rimaste le
opere di Sesto Empirico che è vissuto circa nel 200 d.C.; però attenzione, perché stiamo parlando di un
pensatore come Crisippo, che è vissuto, come vi ho detto tra il 280 e il 210 a.C. e qui invece stiamo
parlando di fonti che ci sono state tramandate da uno scrittore vissuto nel 200 d.C., quindi 400-450 anni
dopo che il pensiero di Crisippo era stato formulato ed era stato scritto. Questo lo dico soltanto, perché
effettivamente quando si va a leggere Sesto Empirico, bisogna andare a scavare, sarebbe come se oggi
praticamente parlassimo di qualcuno che è vissuto verso il 1450, prima della scoperta dell'America. Ora è
chiaro che ciò noi diciamo oggi di quello che è avvenuto prima della scoperta dell'America, insomma non
siamo proprio dei testimoni oculari, come potremo dire e Sesto Empirico era tutt'altro che un testimone
oculare, raccontava cose che aveva sentito dire da altri, che lo avevano sentito dire da altri e così via per un
certo numero di generazioni. Come se non bastasse una delle opere in cui troviamo i riferimenti a Crisippo,

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una delle opere di Sesto Empirico, si chiamava “Contro i matematici” ed anche il titolo ovviamente ci lascia
presagire poco di buono, un opera critica quindi e non soltanto veniamo a sapere ciò che Crisippo e gli
storici hanno fatto nel campo della logica da gente che non era loro contemporanei, bensì erano persone
vissute 4-5 secoli dopo, ma oltretutto erano anche persone che non condividevano la filosofia stoica, che non
condividevano l'analisi stoica del linguaggio e della logica e che invece combattevano questa Scuola ed
addirittura scrivevano già subito nel titolo quale era la loro professione di fede, cioè contro i matematici.
Questo per dire che bisogna stare molto attenti oggi effettivamente a leggere queste opere, però la cosa
interessante è questa: che anche leggendo le opere di un signore vissuto molto tempo dopo e che combatteva
quello di cui stava parlando, ebbene nonostante tutto ciò, da queste opere emerge la figura di un grandissimo
logico, si può ancora riuscire a capire quanto importante fosse, anche soltanto attraverso le critiche. Per darvi
l'idea, è chiaro che se qualcuno volesse scrivere per esempio la biografia di un capo di governo, per esempio
D’Alema e fosse però un giornalista della parte avversa, per esempio Emilio fede, beh, forse noi non
presenteremo molta fede ad una biografia di questo genere o viceversa ovviamente, quindi c’è da stare molto
attenti. Però fortunatamente la logica è anche qualcosa di oggettivo, ci sono dei risultati, ci sono delle
definizioni, si sono dei teoremi, ci sono delle dimostrazioni che si possono ricavare dalle opere di Sesto
Empirico e c'è stato qualcuno, in particolare un professore americano che si chiamava Benson Maids, che ha
fatto praticamente verso il 1950 uno studio approfondito di questi testi, quindi soltanto una cinquantina di
anni fa ed è emersa finalmente quasi dall'oblio, quasi dal nulla, questa Scuola e questi riferimenti, che ci
hanno fatto capire come gli storici in realtà fosse arrivati più avanti di tutti nella logica, molto più avanti di
Aristotele, praticamente avevano scoperto cose che noi in Occidente e nell'era moderna avremo riscoperto
soltanto verso la fine dell'800 e gli inizi del ‘900, quindi pensate erano avanti di 2000 anni! Vediamo allora
di avvicinarci, più da vicino, a quello che sono stati i risultati di Crisippo, che come vi ho detto siamo andati
a raschiare al fondo del barile di queste fonti.
Ebbene ci sono concezioni della logica opposte anzitutto. Aristotele e Crisippo erano due Scuole
contrapposte e non a caso il Liceo e la Stoà erano appunto considerate, già all'epoca, come delle Scuole
rivali. Per quanto riguarda noi, appunto le concezioni della logica, quale era la concezione della logica che
aveva Aristotele, che abbiamo già visto più volte, anche in fotografia diciamo così? Aristotele pensava che la
logica fosse qualcosa di propedeutico alle scienze, cioè c'erano le varie scienze, le scienze della natura, in
particolare la fisica, quella che noi chiameremo oggi la biologia e così via; ebbene la logica era qualche cosa
di precedente, cioè non faceva parte delle scienze, era una specie di strumento, era il linguaggio che avrebbe
dovuto servire agli scienziati per portare avanti i loro discorsi, per scrivere le loro dimostrazioni e così via.
Quindi è uno strumento e infatti se ricordate dalle lezioni di Aristotele, le opere di Aristotele che parlano di
logica sono state raccolte, per l’appunto, sotto il titolo di Organon, lo Strumento. Però questo fatto di essere
Concezioni della logica uno strumento ovviamente le poneva in una posizione secondaria,
Aristotele: cioè quando si va, per esempio, a fare l'agricoltura, è chiaro l’aratro,
Propedeutica alle scienze la vanga, eccetera, sono strumenti importanti, ma non sono così
Crisippo: importanti come il grano, come i frutti, perché quelli sono le cose
parte autonoma delle scienze che effettivamente a noi interessa avere, cioè ci interessa coltivare i
campi per ottenere il grano, per ottenere i frutti, per ottenere la verdura e così via, mentre invece la vanga e
l'aratro sono strumenti per arrivare a questo fine e questo era il modo in cui Aristotele concepiva la logica.
Per Crisippo invece la cosa era completamente diversa, la logica era una parte autonoma delle scienze, cioè
era una delle scienze, forse la prima nel senso che era precedente a tutte queste, ma non propedeutica
soltanto, non soltanto un linguaggio, era essa stessa una scienza che aveva tutta la dignità, tutte le
caratteristiche per poter essere considerata autonomamente. Quindi Crisippo, se vogliamo, è stato veramente
il primo logico, colui che ha capito che la logica poteva essere considerata come qualche cosa di a sé stante,
qualche cosa d'importante e fine a se stesso. Ora possiamo andiamo a vedere più da vicino quali sono i
risultati e le definizioni anche di Crisippo.
Come vedeva Crisippo la logica? Abbiamo parlato di Aristotele, abbiamo visto che Aristotele distingueva le
parti della logica, a seconda che le premesse fossero vere o verosimili o false e i ragionamenti fossero
corretti oppure che i ragionamenti fossero scorretti. Crisippo faceva una distinzione diversa però e mentre la
distinzione di Aristotele ormai è passata in cavalleria, come diremo, ormai non si studia più se non come

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storia, la distinzione di Crisippo è quella su cui ancora oggi noi fondiamo i nostri corsi di logica; quando
insegniamo un corso di logica, per esempio questo, ci basiamo su queste distinzioni, non su quelle di
Aristotele, che quindi sono state più importanti e più feconde. Il primo campo della logica secondo Crisippo
era la semiotica.
La semiotica è “lo studio dei segni che si usano nella
logica”. Quando noi vediamo qualche cosa scritto,
ebbene la prima cosa che ci colpisce di una frase
scritta è l'enunciato, cioè il modo in cui noi l'abbiamo scritta,
il modo in cui noi abbiamo espresso le cose. Ebbene per
la semeiotica, che poi tra l'altro è diventata una scienza a
sé stante soltanto verso l'800 e il ‘900, il più famoso
d'Italia è Umberto Eco, che tutti voi conoscete, perché
fa anche altre cose, comunque il suo campo di ricerca è
precisamente lo studio dei segni in generale, non soltanto i segni linguistici, ma anche per esempio i segni
che si usano nella comunicazione, oggi noi diremmo nei media. Quindi diciamo che la semiotica è il primo
livello, Il secondo livello è quello che oggi chiamiamo la sintassi. La sintassi parla non soltanto di segni, non
soltanto del modo in cui le cose sono scritte, ma anche del modo in cui sono espresse e allora il modo, in cui
sono espresse queste cose, si chiama senso e l'enunciato che sta alla base ha un giudizio, cioè esprime un
giudizio. Il terzo livello, che è invece il livello forse più importante, è la semantica, cioè ciò che vogliamo
dire. Ora i segni sono ciò che usiamo per dire le cose, il senso è il modo in cui noi diciamo le cose e il
significato è ciò che vogliamo dire, quindi questi tre livelli che gli stoici con un'analisi molto sottile sono
usciti a separare, mentre l'enunciato, che è il modo come noi diciamo le cose, esprime un giudizio e questo
giudizio ha come significato, come contenuto una proposizione. Questi tre livelli, semeiotica, sintassi e
semantica, sono quelli che adesso consideriamo un po' più da vicino e di cui poi parleremo praticamente per
tutto il resto del corso, perché sono effettivamente quelli in cui noi oggi ancora dividiamo la logica.
1. Semiotica Vediamo ora il primo livello, cioè la semiotica; qui gli stoici
 Variabili proposizionali: p, q, … non andarono molto lontani, come vi ho detto, la
semiotica è
 Connettivi: non, e, o, se…allora come scienza a se sestante, un qualche cosa di molto
moderno,
però riuscirono ad analizzare che cosa stava lì e in particolare analizzarono i segni che servono nella logica
dividendoli in due parti, cioè le variabili (proposizionali) ed i connettivi. La logica di cui parlavano gli stoici
era “la logica proporzionale”, qualche cosa che Aristotele aveva intuito, ma che non aveva analizzato a
fondo, ebbene i due tipi di segni che vengono usati nella semiotica del linguaggio della logica proporzionale
sono anzitutto le variabili (proposizionali), che oggi si indicano generalmente con delle lettere p, q, eccetera.
p e q non vogliono dire nulla, stanno per delle proposizioni, stanno per delle affermazioni o proposizioni
che noi chiameremo atomiche e si noti che i primi ad usare veramente i n maniera sistematica le variabili,
come variabili proporzionali sono stati proprio gli stoici, che quindi già nel 200 a.C., prima che ancora si
usassero le variabili come espressione di numeri indefiniti, cioè nel modo in cui noi le siamo tutti i giorni,
già avevano questo uso delle variabili a livello della logica e che quindi ha preceduto l'uso più quotidiano
nella matematica. L’altro tipo di segno sono i connettivi dei quale abbiamo già parlato più volte, perlomeno
in maniera indiretta, ma oggi finalmente arriviamo ad affrontarli direttamente. I connettivi sono la negazione
non, la congiunzione e, la disgiunzione o, l’implicazione soprattutto, cioè il connettivo della deduzione
il se..... allora. Quindi questo a livello di segni, con questi segni, cioè con questi connettivi e con
queste variabili si possono costruire le frasi della logica proporzionale, che poi gli stoici sono andati ad
analizzare. Vediamo ora il secondo livello, cioè la sintassi; qui gli
stoici sono andati ad analizzare i segni, connettivi e
2. Sintassi variabili, da un punto di vista della sintassi ed hanno anzitutto definito quale è
 Formule la nozione di formula, cioè una combinazione ben formata dei segni,
hanno poi

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 Regole enunciato gli assiomi più importanti per ciascuno dei connettivi e le
regole (di
 Assiomi deduzione). Notate anche, che quando abbiamo parlato di Aristotele,
abbiamo
parlato d’assiomi e regole, però in quel caso si trattava degli assiomi e delle regole relativi solo ai sillogismi,
cioè una parte un po' diversa della logica sulla quale torneremo e che coinvolgeva i quantificatori “tutti”,
“qualcuno”, “nessuno”. Qui invece gli stoici hanno fatto un'analisi analoga a livello proposizionale.
Per esempio, per quanto riguarda le regole, la prima regola, la più importante è il cosiddetto “modus ponens”
che si può facilmente enunciare dicendo questo: se noi abbiamo un'ipotesi, chiamiamola a e se da questa
ipotesi a possiamo dedurre una conseguenza b, allora siamo arrivati, appunto, alla conseguenza b, cioè
abbiamo due punti di partenza, due assiomi per così dire, a e il fatto che da a derivi b, allora messe
insieme queste due cose, l'ipotesi a e il fatto che da a derivi b
si può arrivare a concludere b, cioè alla conclusione. Quest’oggi ci
appare naturalmente ovvio, ebbene all'epoca non lo era
affatto, i primi che sono stati chiari, che hanno visto
chiaramente che questa era una delle regole principali della
logica sono stati precisamente gli stoici e l'hanno chiamata, non in
latino ovviamente, perché non parlavano latino, ma gli scolastici
hanno poi ritradotto queste cose in questa espressione che oggi
viene usata normalmente e che si chiama il “modus ponens”.
Altro esempio che riguarda le regole è la “contrapposizione”, cioè se
qualcuno di voi ricorda la fine della lezione su Platone, quando abbiamo d etto che effettivamente ha fatto
dei passi avanti, però faceva anche degli errori, ebbene gli errori su cui abbiamo messo il dito nel caso di
Platone riguardavano praticamente tutti i dialoghi esenti di errori di contrapposizione. Ad esempio, vedete
questo l'ombrello qui nella slide, voi direte che cosa c'entra “su questo non ci piove”, ebbene no, l'esempio
dell'ombrello è precisamente il tipico esempio che si fa quando si vuol far capire com’è la contrapposizione
corretta, cioè la fase tipica è: “se oggi piove esco con ombrello”. In genere si pensa se uno dice “se piove
esco con ombrello”, allora “se non piove non esco con l’ombrello”, ma la cosa non è affatto vera, perché
“se piove esco con ombrello” vuol dire che “ ogni volta che piove io prendo l'ombrello ed esco con
ombrello”, non dico nulla assolutamente su che cosa io faccio nel caso in cui non piova e quindi in
particolare non è affatto vero che dal fatto che “se piove esco con ombrello”, allora “ se non piove non
esco con ombrello”, però poiché ogni volta che piove esco con ombrello, se su un giorno voi mi vedete per
la strada senza l'ombrello, anche senza guardare il cielo, si può dedurre da questo fatto che non piove, perché
“se ogni volta che piove io esco con ombrello”, allora “se non esco con ombrello” non piove, questa è la
contrapposizione corretta. Quindi ricordatevi l'ombrello, ricordate la pioggia e ricordatevi quando uscite
con l’ombrello e con la pioggia che i primi ad aver capito come effettivamente bisognava comportarsi, non
con la pioggia e con ombrello, ma con questi tipi di ragionamento logico, cioè con la contrapposizione, erano
per l’appunto gli stoici.
Un altro esempio che riguarda il ragionamento tipico è il così detto “riduzione all'assurdo”, cioè il procedi-
mento di riduzione all'assurdo, cioè la dimostrazione per assurdo. E’ stato anche questo uno dei procedimen-
ti che gli stoici hanno usato e che hanno formalizzato; naturalmente il procedimento veniva già usato in
precedenza, abbiamo ricordato nelle lezioni passate che, per esempio, il teorema di Pitagora era dimostrato
attraverso una dimostrazione per assurdo, ma gli stoici hanno isolato qual’era “il principio di dimostrazione
per assurdo”, cioè se noi vogliamo dimostrare una certa proposizione e la vogliamo dimostrare per assurdo,
allora supponiamo che questa proposizione non sia vera, deriviamo una contraddizione, cioè un assurdo
e allora da questa contraddizione denunciamo che l'ipotesi non poteva funzionare, cioè avevamo supposto la
negazione della nostra ipotesi, quindi possiamo derivare la nostra ipotesi. In altre parole, detto con le lettere,
come avrebbero fatto gli stoici, supponiamo di voler dimostrare a, cioè una certa proposizione a, partiamo
dall'ipotesi “non a”, deriviamo una contraddizione, allora vuol dire che “non a” non poteva funzionare,
perché ha portato contraddizione e quindi è vero il contrario, cioè è vero a, contrario di “non a”, per
l’appunto. Questo che anche oggi non è poi una cosa così immediata e così semplice, il fatto che gli

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storici l'avessero capito e l'avessero formalizzata vuol dire che erano arrivati ad un livello molto avanzato
di logica. Bene, questo era quello in cui consisteva l'apporto degli stoici per quanto riguarda le regole. C'è
ancora un esempio molto particolare di uso della logica da parte degli stoici, che è quello della cosiddetta
“consequentia mirabilis”. Il primo esempio di “consequentia mirabilis” è stato fatto da Platone, che ha
Consequentia mirabilis dimostrato che qualche cosa di assoluto ci deve essere,
 Platone: qualcosa è assoluto come mai? Beh, in uno dei suoi dialoghi dice: supponiamo
 Aristotele: qualcosa è vero che non ci sia niente di assoluto, allora quello che ho appena
 Crisippo: qualcosa è dimostrabile detto è effettivamente qualche cosa di assoluto. Dunque non
è possibile allora supporre che non ci sia niente di assoluto perché porta alla conclusione che c’è qualche
cosa di assoluto e questo è un ragionamento molto sottile che è stato ripetuto nel corso della storia da tante
persone. Un altro che lo ripeté in un altro ambiente, in un'altra situazione, fu Aristotele che dimostrò in
questo modo che ci deve essere qualche cosa di vero. Come mai? Supponiamo che tutto sia falso, allora se
tutto è falso, la frase che dice che tutto è falso è vera; quindi anche nel caso che noi supponiamo il contrario
di quello che vogliamo dimostrare, in realtà poi arriviamo lo stesso a dimostrare che qualche cosa di vero ci
deve essere, perché o c'è qualche cosa di vero o non c'è niente di vero, ma allora il fatto che non ci sia niente
di vero è una verità e dunque abbiamo dimostrato che qualche cosa di vero ci dev’essere. Ebbene gli stoici
portarono avanti questo tipo di ragionamento e Crisippo dimostrò che qualche cosa deve essere dimostrabile,
come mai? Perché se niente è dimostrabile questo sarebbe una dimostrazione di qualche cosa, cioè del fatto
che niente è dimostrabile. Quindi vedete come la logica a questo punto incominciava a diventare un qualche
cosa di veramente sofisticato.
Il terzo livello della logica stoica, la semantica, è forse il più importante di tutti, è un qualche cosa che
proprio a causa della rimozione dei testi stoici è stato dimenticato ed è stato riscoperto con molta difficoltà in
parte soltanto nella Scolastica e poi finalmente nell'800, fine ‘800, inizi ‘900 in maniera completa.
3. Semantica Pensate che per 2000 anni praticamente, una di quelle parti della logica
Definizioni vero-funzionali di cui noi andavamo più fieri, prima che si studiassero questi testi
dei connettivi (vero-falso) nascosti, queste testimonianze nascoste della logica storica, era proprio
questa parte della logica proporzionale di cui adesso vi dico brevemente i risultati. Quello che gli storici
fecero fu di trovare delle definizioni cosiddette zero-funzionali dei connettivi, cioè riuscire a descrivere
qual’è il comportamento delle particelle di cui abbiamo parlato poco fa, cioè non, e, o, se....allora, solo in
base alla verità o falsità delle loro componenti, cioè in base al vero o falso e per questo si chiamano zero-
funzionali, cioè una descrizione che dipende soltanto dalla verità e dalla falsità di questi connettivi. Vediamo
più da vicino come si fa ad arrivare ad una descrizione zero-funzionale della negazione. Tra parentesi, tra i
vari connettivi ho messo, per vostra conoscenza i simboli formali con i quali essi vengono usati oggi. Ce ne
sono in genere di due tipi, il primo è quello che si usa nella logica, il secondo è quello che si usa nella teoria
. Negazione (¬, –) degli insiemi. E’ bene che ci si impratichisca anche con questi simboli.
 Negazione vera se La negazione anzi tutto: quand'è che una negazione è vera?
Quando ciò
negato falso che viene negato è falso; per esempio, se dico “oggi piove”, allora se è
 Negazione falsa se falso che oggi piove è vero che oggi non piove; dunque la
negazione è
negato vero vera quando ciò che si nega è falso e ovviamente la cosa è perfettamente
simmetrica, una negazione è falsa quando ciò che si nega è vero. Quindi vedete che la negazione si può
descrivere in modo completo semplicemente in base a qual’è il suo effetto sui cosiddetti “valori di verità”,
cioè su verità e falsità delle proposizioni.
Congiunzione (^, ∩) La congiunzione, di nuovo tra parentesi ci sono due simboli che
 congiunzione vera se si riferiscono alla congiunzione nella logica e nella teoria degli
 tutti i congiunti veri insiemi. Quand’è che una congiunzione è vera? E’ vera soltanto
 congiunzione falsa se se tutti i congiunti di cui essa parla sono veri. Per
esempio, se
almeno un congiunti falso dico “oggi piove e ho fame”, ebbene quand’ è che una frase di

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questo genere, dove c'è un e in mezzo, è vera? Quando sono vere tutte e due le parti, cioè quando è vero sia
che oggi piove, sia che oggi ho fame; quindi la congiunzione è vera, se queste parti, che si chiamano appunto
congiunti, sono tutte vere. E quand'è che invece una congiunzione è falsa? Beh, per rendere falsa una
congiunzione basta che uno dei due casi non sia più vero e allora non è più vera la loro congiunzione e
dunque la congiunzione è falsa se almeno uno dei congiunti è falso. Per esempio, se dico “oggi piove e ho
fame” e dico “questa congiunzione è falsa”, vuol dire o che non è vero che oggi sta che piovendo oppure che
non è vero che oggi ho fame, una delle due è sufficiente a rendere falsa la congiunzione.
Disgiunzione (v, U) La disgiunzione, vedete i simboli, dove v sta per vel, che era
 disgiunzione falsa se la parola latina con la quale si indicava la o. Il
comportamento tutti i
disgiunti falsi della disgiunzione è semplicemente simmetrico a quello della
 disgiunzione vera se congiunzione. Quand'è che una disgiunzione è falsa?
Siccome se almeno un disgiunto vero
disgiunzione vuol dire che uno dei due disgiunti dev’essere vero,
allora è falsa la disgiunzione se tutte e due i disgiunti sono falsi e viceversa ovviamente in modo simmetrico,
una disgiunzione sarà vera se almeno uno dei due disgiunti è vero. Quindi vedete che potete già intuire che
congiunzione e disgiunzione sono degli operatori molto simili, si comportano in maniera che oggi diremmo
simmetrica, in matematica si usa la parola duale, cioè si possono scambiare tra di loro, soltanto che quando
si scambia disgiunzione con congiunzione bisogna allora scambiare vero con falso; quindi la regola che ci
dice quand’è che una disgiunzione è falsa (tutti i disgiunti sono falsi), è la stessa regola che si dice quand'è
che una congiunzione è vera (tutti i congiunti sono veri) e viceversa per la regola della disgiunzione vera.
Quindi si incomincia a capire dal punto di vista della logica proporzionale che proprio gli stoici, già 2000
anni fa, avevano enunciato perfettamente tutte queste regole.
Implicazione (═>, ) L'implicazione, l'ultimo operatore importante “se..... allora”,
 implicazione falsa se si indica formalmente nella logica col simbolo di una freccia e
ipotesi vera e conclusione falsa dal punto di vista insiemistico con questo ferro di cavallo girato.
 implicazione vera se Ebbene gli stoici capirono una cosa essenziale che, mentre le
ipotesi falsa o conclusione vera cose che ho d etto poco fa, cioè le regole per la negazione, la
congiunzione, la disgiunzione sono cose abbastanza ovvie, sulle quali non ci piove se vogliamo tornare
sull'esempio del parapioggia, per quanto riguarda l'implicazione le regole molto più sottili. Ebbene nessuno
discuterebbe il fatto che una implicazione, cioè un ragionamento deve essere falso se siamo partiti da
un'ipotesi vera e siamo arrivati ad una conclusione falsa, vuol dire che per via ci siamo persi: siamo partiti da
un assunto che era vero, abbiamo fatto un ragionamento e siamo arrivati ad una conclusione falsa, qualcosa
nel ragionamento è andato storto, quindi l'implicazione che congiunge l’ipotesi e la conclusione è falsa.
Ebbene gli stoici ebbero una visione, diciamo così, un lampo di genio, un uovo di colombo, il dire che se nel
caso precedente un implicazione è falsa, tutti gli altri casi renderanno invece l'implicazione vera, cioè il caso
banale di ipotesi vera e conclusione vera e i casi di ipotesi falsa e conclusione vera, ipotesi falsa e
conclusione falsa. Ebbene quando si parte da un'ipotesi falsa, quindi non ci interessa più ormai il
ragionamento appunto perchè siamo già partiti da un'ipotesi falsa, possiamo fare un ragionamento corretto o
scorretto, cioè arrivare ad una conclusione vera o falsa, che non ci interessa perché arriveremo comunque a
qualche cosa che non è più collegata con l'ipotesi, allora l’implicazione è vera; idem, quando la conclusione
è vera, non ci importa se siamo partiti da un'ipotesi falsa, se abbiamo fatto un ragionamento corretto, perché
sappiamo già che la conclusione è vera. Ed ecco che questo uovo di colombo, cioè di trasformare l'unica
condizione, cioè la condizione quando l'implicazione è falsa, in una condizione necessaria e sufficiente,
come direbbero i matematici, per la verità dell’implicazione, cioè di dire che in tutti gli altri casi
l'implicazione è vera, è quella che oggi si chiama in realtà “implicazione megarica”, perché anche una
Scuola greca, appunto la Scuola di Megara, l'aveva intuito, gli stoici la ritrovarono e oggi è quella che viene
usata in matematica. Quindi effettivamente è sempre un po' difficile, per questo lo lasciata per ultimo,
convincere coloro che vedono per la prima volta l’implicazione, che essa sia vera quando “l'ipotesi è falsa o
la conclusione è vera”, perché sembra un modo poco soddisfacente di definire l'implicazione, ma l'uovo di

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colombo è ’appunto questo, che questo tipo di definizione è sufficiente per tutti gli usi che si vogliono fare
della logica in matematica e quindi è inutile andare a complicarci la vita, basta rimanere su questo livello.
L'ultima cosa che gli storici videro e questo è ancora più sorprendente, fu quello che oggi noi chiamiamo il
“teorema di completezza”. In realtà il teorema di completezza fu dimostrato negli anni ‘20 da Wittgenstein e
da Post; il teorema di completezza dice addirittura che le regole sintattiche e gli assiomi enunciati da
Teorema di completezza Crisippo sono sufficienti a derivare tutte e sole le verità
Gli assiomi e le regole sintatiche semantiche, cioè che la sintesi che gli stoici avevano
sono sufficienti a derivare tutte e isolato era, in realtà, un qualche cosa di sufficiente,
sole le verità matematiche ma anche di completo, cioè descriveva completamente
l'intera logica. Questo è veramente un risultato stupefacente; ovviamente gli storici non avevano una
dimostrazione di questo fatto, ma avevano già un enunciato che stesse in piedi e che riporta effettivamente
così.
Bene, io spero di avervi convinto che effettivamente gli stoici sono stati dei precursori veramente
lungimiranti di quella che è l'odierna logica matematica. Con questo noi abbiamo concluso la prima parte del
nostro corso, cioè la parte che si riferisce alla logica greca. Nella prossima lezione parleremo dell'Interregno
e poi finalmente, dopo la prossima lezione, incominceremo a vedere quali sono stati gli usi e i risultati della
logica moderna, cioè arriveremo ai nostri giorni. Bene, vi invito dunque alla prossima lezione.

LEZIONE 8: Interregno
Siamo arrivati, dunque, in queste nostre lezioni di logica matematica ad un periodo intermedio che abbiamo
chiamato “Interregno”. Come mai questo periodo intermedio o questo Interregno nel nostro corso? Ebbene
nelle lezioni precedenti abbiamo visto quali erano stati i risultati, quali sono stati i grandi passi che sono stati

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fatti dai greci soprattutto, di cui vi ricordo tra pochi minuti quali furono i personaggi principali, mentre poi
invece dalla prossima lezione incominceremo veramente ad addentrarci in quelli che sono stati i risultati
moderni, perciò l'ambito della logica contemporanea. Ora dai greci, quindi dal 200 a. C., cioè da Crisippo,
di cui abbiamo trattato la scorsa lezione, fino al 1850, quando invece incominceremo dalla prossima lezione
a parlare di Boole, sono passati praticamente 2000 anni e in questi 2000 anni naturalmente ci sono stati i
secoli bui (l’interregno), in questo periodo però qualche cosa è stata fatta, per cui in questa lezione appunto
vogliamo parlare di ciò che è stato fatto tra i greci e i moderni. Però prima di parlare di questo interregno
rivediamo brevemente ciò di cui abbiamo trattato nel passato, cioè nelle scorse elezioni, riguardo alla logica
greca. Abbiamo parlato di tre grandi personaggi, tre grandi filosofi che sono stati importanti nel campo della
filosofia in generale, ma anche e soprattutto, per quello che riguarda noi, nel campo della logica. Questi tre
personaggi sono qui raffigurati e nominati, sono Platone, Aristotele e Crisippo.
Vi ricordate, Platone è stato colui che ha iniziato lo studio della
logica andando contro i sofisti, ha cercato di enucleare quali erano i
risultati, diciamo così, gli assiomi più importanti della logica,
in particolare “il principio di non contraddizione”, che i sofisti
non avevano ancora capito, cioè il fatto che non si potesse allo
stesso tempo affermare e negare la stessa proposizione. Poi c’è stato
invece Aristotele, che è considerato tutt’oggi il più grande o
uno dei due più grandi logici che siano mai esistiti e nel caso si
pensi ai due più grandi logici questo è Goedel, che sarà il punto di
arrivo di questo nostro percorso. Aristotele ha trattato i sillogismi, cioè la teoria di questi tipi di ragionamenti
che partono da premesse maggiori e minori, per arrivare ad una conclusione e queste premesse abbiamo visto
che coinvolgono le particelle del linguaggio “tutti, qualcuno e nessuno”, che abbiamo chiamato i
“quantificatori”. Poi invece, Crisippo che è stato anche lui un grande logico, il più grande esponente forse
della logica stoica, vi ricordo anche che Platone, Aristotele e Crisippo facevano parte di tre Scuole che erano
in competizione tra di loro ad Atene e che erano rispettivamente l'Accademia, il Liceo e la Stoà, ebbene
Crisippo ha parlato, ha trattato della “logica proporzionale” che è un livello di analisi più basso, ma basso
non da un punto di vista di valore, ma di analisi e quindi più raffinato di quello a cui si riferiva Aristotele ed
è il livello della cosiddetta “logica proporzionale”, che è “la logica dei connettivi”, di cui connettivi, vi
ricordo, perlomeno i loro nomi, che sono la negazione non, la congiunzione e, la distruzione o e
l'implicazione il se.... allora. Bene, questo era più o meno quello che era stato fatto dai greci nel periodo
che va dal 400 al 200 a. C. I greci arrivarono veramente ad uno sviluppo che era eccezionale, cioè la logica
greca, soprattutto la logica storica, che è quella che è stato l'ultimo passo, l'ultimo grido, diciamo di questo
sviluppo, è stata veramente un qualche cosa di molto profondo. Però come ho detto nella scorsa lezione in
realtà la logica storica è stata dimenticata, gli storici sono stati rimossi dalla storia del pensiero e anche dalla
storia più in generale, oggi di loro rimane molto poco e questo è simbolizzato anche dal fatto che, se voi
pensate alle tre Scuole greche, oggi di accademie è pieno mondo, per esempio l'Accademia dei Lincei,
l'Accademia reale e così via, non soltanto ovviamente in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in tutto il
mondo. Le accademie sono diventate i gruppi in cui si uniscono i sapienti della nazione di cui l'accademia fa
parte. I Licei sono diventati per antonomasia le scuole, liceo scientifico, il liceo classico, dovunque anche in
Francia e in varie altre nazioni. Oggi la parola liceo è rimasta come simbolo di scuola, che invece poi in
realtà era più propriamente una università. Ebbene di Stoà invece non è rimasta nessuna, mentre di
accademie e di licei appunto è pieno il mondo, di Stoà non ce ne nessuna, rimane soltanto l'aggettivo stoico
a simboleggiare il fatto che c'è stata questa tradizione di autocontrollo da parte degli stoici, ma della logica e
di ciò che gli storici hanno pensato, poco è rimasto. Bene, questo era comunque semplicemente un riassunto,
un riepilogo di ciò che abbiamo fatto finora.
Andiamo, invece, a vedere più da vicino che cos'è successo nel secondo periodo in cui la logica è stata al
centro dell'attenzione dei pensatori e dei filosofi e questo secondo
periodo è il cosiddetto periodo della
Scolastica, che è qui rappresentata dalla figura di Guglielmo di
Ockham, che come vedete, era un religioso. Effettivamente la

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Scolastica è stata una filosofia molto legata alla Chiesa cattolica, perché in realtà è stato il tentativo di
avvicinare la teologia alla filosofia e addirittura alle scienze e più in particolare alla matematica e alla logica.
La Scolastica è stato il tentativo che va da circa il 1000 al 1300, più o meno, come periodo storico, d. C.
ovviamente ed è stato appunto questo tentativo di dimostrare attraverso la ragione, con ragionamenti o puri o
magari con ragionamenti che si basassero su dei fatti contingenti, la cosiddetta “teologia razionale” e la
cosiddetta “teologia naturale”, cioè di basare la teologia, la fede, il discorso sulla divinità, su un
ragionamento di natura logica, di natura scientifica, di natura matematica. Ora gli scolastici sono stati
ovviamente importanti, però sono molto più ricordati, per esempio oggi, di quanto lo siano gli stoici, come
mai? Perché ovviamente non c'è stata una rimozione del pensiero cristiano e la nostra civiltà, anzi la nostra
civiltà è in realtà una civiltà che si basa su questo pensiero cristiano, anche per coloro che non credono in
queste cose, che non sono religiosi. Pensate per esempio al saggio di Benedetto Croce, che si intitolava, per
l'appunto, “Perché non possiamo dirci non cristiani”, cioè dobbiamo per forza noi che viviamo in Occidente
pensare in termini, magari per contrapposizione, però pensare in termini che sono cristiani perché è questa la
nostra origine, questi sono i fondamenti del nostro pensiero e quindi per questo motivo o anche per questi
motivi, la scolastica è certamente ricordata quest'oggi, nei testi di filosofia per quanto riguarda la storia del
pensiero.
Che cosa ha fatto la scolastica? Beh, la scolastica vista col senno di poi, cioè vista dal nostro punto di
prospettiva, in realtà non ha fatto moltissimo perché si è limitata, fra virgolette, a riscoprire quello che i
greci già avevano scoperto e che poi era stato dimenticato. Quindi moltissime le innovazioni, soprattutto le
innovazioni storiche, perché ovviamente nel periodo della Scolastica Aristotele è stato studiato, è diventato
un pensatore molto importante, è stato inglobato in parte della teologia cristiana attraverso soprattutto la
teologia di San Tommaso d'Aquino, ma anche il pensiero degli stoici è rinato, quello di Aristotele
direttamente perché si leggevano i suoi testi, quello degli storici indirettamente è stato riscoperto. Quindi gli
scolastici sono interessanti, sono importanti soprattutto da un punto di vista storico. Oggi a noi interessa
forse andare a vedere chi per primo ha trovato certe idee, certe nozioni e allora noi andremo direttamente a
Crisippo, agli stoici stessi, ma se invece vogliamo sapere chi ci le ha fatte conoscere queste nozioni, ecco che
allora bisogna studiare la scolastica. Io qui ho messo tre nomi simbolici, significativi del pensiero scolastico
per quanto riguarda la logica e questi nomi sono Abelardo, Pietro Ispano e Ockham, di cui dirò poche parole
perché in realtà, come ho detto, ciò che loro hanno scoperto
era già noto e noi l'abbiamo già considerato quando parlavamo
appunto degli stoici. Abelardo è stato l'iniziatore
praticamente della scolastica, è vissuto proprio agli inizi del
millennio, cioè dal 1079 fino al1142, ha avuto una vita
molto avventurosa, qui lo vedete seppellito, questa è la sua tomba,
lui è là e qui c'è una signorina che si chiama Eloisa.
Se voi guardate la slide, nell’anno 1119 Abelardo è stato
evirato, come mai? Perché questa Eloisa, che era la padrona,
di cui lui si era innamorato, in realtà era una ragazza molto giovane, era la figlia del suo protettore, di colui
con cui stava in casa, gliela aveva data perché lui la educasse e lui l'ha educata a tante cose, comprese certe
cose che forse non avrebbe dovuto fare; l’ha messa incinta come diremmo oggi, la povera Eloisa ha dovuto
partorire, avere questo bambino e poi è stata messa in un convento e come segno di dispregio ovviamente, i
parenti hanno preso Abelardo e l’hanno evirato. Quindi dal 1119 Abelardo, aveva quarant'anni, come vedete,
è rimasto senza una parte essenziale della sua persona e si è dedicato ad altre cose. È diventato anche lui un
religioso, però nel 1121 la sua filosofia, anzi la sua teologia è stata condannata dal concilio ecumenico, il
concilio di Reims. Ebbene, vedete la vita di Abelardo molto avventurosa, ha avuto traversie sia fisiche,
sociali che teologiche e nel 1140 è addirittura stato scomunicato, perché è entrato in rotta di collisione con il
potere ecclesiastico e quindi ha avuto dei problemi. Ora il suo grande antagonista era Bernaldo di Chiara
Valle, però qual’era l'idea dal punto di vista logico della teologia di Abelardo, cioè come basava Abelardo la
teologia scolastica? Ebbene la basava sul motto “capisco per credere” e allora anche noi capiamo, come
Abelardo: mai abbia avuto dei problemi. Perché per Abelardo il capire era precedente
capisco per credere al credere, cioè la ragione stava prima della fede. Abelardo era disposto a

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Anselmo: credere ai dogmi della teologia, ai dogmi della chiesa cattolica, ma soltanto
credo per capire dopo che li aveva capiti, cioè la fede veniva per lui soltanto dopo che era
passata al vaglio della ragione. Questo ovviamente è un atteggiamento molto pericoloso, perché pone in
secondo piano ciò che per la Chiesa cattolica dovrebbe essere in primo piano ed era ovviamente
contrapposto ad un atteggiamento veramente diverso, che era quello invece di Anselmo d'Aosta. Anselmo
era un abate che poi divenne un vescovo e questo vi fa capire come il suo atteggiamento fosse più consono ai
bisogni della Chiesa cattolica. Qual'era questo suo atteggiamento? Era per l'appunto di invertire i termini in
cui Abelardo pensava e di porre la fede prima della ragione, cioè “credo per capire”, invece che “capisco per
credere”. Prima credo e il fatto di credere mi permette di capire per l'appunto i dogmi. Ebbene questi erano i
due atteggiamenti che hanno poi guidato la scolastica praticamente per due secoli. Da un punto di vista
logico però, che è quello che ci interessa più da vicino, l'opera più importante che Abelardo scrisse, si
chiama “Sic et non”, cioè “così e non così”, diremmo oggi. In quest'opera, che non è tanto importante per
i risultati che ottenne da un p. di v. logico, Abelardo introdusse quello che poi divenne il metodo essenziale
Sic et non della Scolastica, che è quello che si chiama “il metodo
delle
metodo delle questioni questioni”. Se voi leggete per esempio ”la summa teologiae”
di San Tommaso d'Aquino, ebbene lì questo metodo delle questioni trova proprio il suo fulgore massimo,
cioè Tommaso tratta di tutti gli argomenti della teologia proprio seguendo il metodo di Abelardo, che è
questo metodo di porre prima, di fronte a sé, da una parte un'affermazione, dall'altra parte un'affermazione
contraria, incominciare a dare delle giustificazioni a favore delle affermazioni o cercare delle giustificazioni
a favore della negazione, ad un certo punto eliminare una delle due alternative e rimanere soltanto con quella
che poi alla fine risulta essere quella vera. Quindi praticamente oggi diremmo che il contributo di Abelardo
alla scolastica è stato un contributo metodologico, cioè ha insegnato, ha portato avanti per la prima volta e ha
introdotto per la prima volta questo metodo che sarebbe poi stato così fondamentale appunto per la teologia
scolastica, il metodo delle questioni. Bene, vediamo il secondo logico di cui abbiamo parlato, il secondo
logico della Scolastica Pietro ispano che come vedete qui tra parentesi, nientepopodimeno era addirittura o
divenne addirittura papa col nome di Giovanni XXI.
Giovanni Ispano si chiamava così perché veniva dalla
Spagna, in realtà dal Portogallo, quello che oggi chiameremo
Portogallo. Quindi Pietro Ispanico è nato nel 1210, morto nel
1277 e scrisse un libro che fu veramente importante, a differenza
di Abelardo , che è stato l'iniziatore di un movimento, Pietro
Ispano era ormai ben inserito in un movimento già maturo e
questo testo “Summulae logicales” furono per un lungo
periodo, durante la scolastica, il testo di riferimento, cioè il
testo con cui gli studenti studiavano le cose di logica. Attenzione,
Pietro Ispano fu logico molto sottile, riscoprì proprio lui personalmente alcune, anzi molte direi, delle
scoperte che erano già state fatte dagli stoici e poi alla fine divenne papa. Durò pochissimo come papa, credo
soltanto qualche mese, dopo di che gli crollò il palazzo del Vaticano, quello che sarebbe stato poi il palazzo
del Vaticano in tempi successivi, gli crollò sulla testa e lui morì sotto le macerie. Questa è la sua figura che
viene ancora oggi ricordata. Se andate a San Paolo fuori le mura, la basilica romana, potete vedere la sua
immagine tra quelle dei papi; quindi addirittura i logici hanno avuto un Papa fra i loro predecessori o nella
loro storia.
Guglielmo da Ockham Guglielmo da Ockham che come vedete era anche lui un religioso,
(1290-1349) vissuto tra il 1290 e il 1349, quindi ormai già la tarda scolastica,
Summa totius logicae però Ockham è forse il punto massimo di questo sviluppo; anche
lui ha scritto un manuale, anche lui ha scritto un compendio, questa è la sua opera più importante “la summa
totius logicae”, cioè la somma di tutto della logica, praticamente c'era questo gusto enciclopedico, questo
voler mettere insieme in un unico manuale tutto ciò che effettivamente si poteva dire della logica. Ockham è
un filosofo anche, è un nome abbastanza noto nella filosofia moderna per le due cose di cui adesso parliamo:

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la prima, forse, tutti l'avrete sentita nominare, è quello che si chiama il rasoio di Ockham. Cosa vuol dire
rasoio di Ockham? Ovviamente non ha niente a che fare col rasoio, il rasoio serve soltanto perché si tagliano
 Rasoio di Ockham le cose. Che cos’è che Ockham voleva tagliare via con questo
 Proprietatis terminorum suo rasoio? Ebbene il suo motto, che pare lui non abbia mai
pronunciato, che perlomeno non si trovi nei suoi scritti, ma che comunque rispecchia il suo pensiero, è “gli
enti non si devono moltiplicare senza necessità”, cioè il rasoio di Ockham è in qualche modo il tentativo di
fare una filosofia, di fare dei ragionamenti senza moltiplicare gli enti che non è necessario introdurre, cioè
fare un discorso smembrato, un discorso essenziale in cui si vada diritti al filo e diritti alla conclusione, senza
dover fare delle grandi divagazioni. Questo è vero sia da un punto di vista puramente linguistico,
semplicemente di esposizione, che soprattutto che è quello che interessa a noi, da un punto di vista
semantico, diciamo così, cioè i ragionamenti devono essere essenziali, bisogna andare dritti alla conclusione.
Ora questo è importante e questo motto, appunto di questo uso del rasoio di Ockham, è qualche cosa che
oggi soprattutto nel ‘900 è stato molto apprezzato, cioè la filosofia positivista, per esempio, è stato un
tentativo di mettere in pratica, di usare sistematicamente questo mezzo, il rasoio di Ockham nel campo della
filosofia e nel campo della logica, cioè cercare di togliere tutto ciò che non è essenziale, cercare di limitarsi
veramente al succo della questione. Una seconda cosa che Ockham fece è lo studio di quello che lui
chiamava “proprietatis terminorum”, cioè le proprietà dei termini e qui, per la prima volta effettivamente, si
scopre, si vede che c'è il tentativo di andare oltre la filosofia, oltre la logica dei greci. Tentativo non si sa
quanto conscio, perché appunto come ho detto, gli scolastici non conoscevano moltissimo della storia e del
passato della filosofia greca e della logica greca, in particolare non conosceva niente di ciò che gli stoici
avevano lasciato scritto, di Aristotele conoscevano purtroppo soltanto le opere che erano rimaste
ovviamente, che erano le opere di cui abbiamo parlato qualche lezione fa, cioè le opere dell'Organon.
Ebbene dicevo, però, che fosse un tentativo conscio o che fosse un tentativo inconscio, c'è in questo studio
delle cosiddette “proprietatis terminorum”, che ha caratterizzato non soltanto il lavoro di Ockham, ma più in
generale il lavoro della Scolastica, il tentativo di andare oltre la logica greca. In che senso andare oltre la
logica greca? Beh, c'è il tentativo di parlare di quella che oggi noi chiameremo non più logica proporzionale,
cioè soltanto a livello delle proposizioni, ma logica predicativa, cioè il tentativo di cominciare a descrivere i
soggetti, andare a vedere all'interno delle proposizioni come queste proposizioni sono formate, le cosiddette
proposizioni atomiche della logica proporzionale, cioè quelle che dal p.di v. della logica proporzionale non si
possono più analizzare perché non sono composte di connettivi e, o, non, se... allora ; ebbene lo studio
delle “proprietatis terminorum” è propriamente questo, cioè cercare di andare a vedere dentro queste
proposizioni cosiddette atomiche, se è possibile smembrarle in strutture più elementari. Ora la struttura più
ovvia che si possa immaginare è quella che oggi noi chiameremo nell'analisi logica appunto la struttura
“soggetto, predicato, complemento.” Ebbene, soggetto, complemento eccetera, che sono i soggetti e gli
oggetti dei discorsi vengono in genere raccontati, vengono in genere espressi nella logica del linguaggio
attraverso i cosiddetti “termini”, cioè i termini sono nomi che possono essere nomi atomici, nomi semplici
oppure nomi composti, tanto per farti un esempio, si può dire un nome proprio Giorgio, tanto per dire oppure
si può dare la descrizione di un soggetto, attraverso una descrizione complessa, per esempio il figlio di
Sandro. E allora, questo Giorgio, che ha come nome atomico, come nome proprio, questo nome, può essere
descritto da un termine più complicato “il figlio di suo padre”. Ecco che allora, lo studio di questi temi è uno
studio molto complesso che in genere nella nostra logica, oggi, quando si insegna logica, viene fatto dopo la
logica proporzionale e precisamente, anche storicamente così è successo, mentre la logica proporzionale, per
l’appunto, è stato il risultato sommo della logica stoica, la logica dei termini, la struttura dei termine è anche
cercare di capire come si debbano interpretare da un punto di vista sia sintattico che semantico questi
termini, cioè qual’è il senso e qual'è il significato che bisogna attribuire a questi termini, questo è stato uno
dei grandi risultati della logica di Ockham in particolare, ma della scolastica più in generale. Quindi questo è
quello che più o meno fecero gli scolastici. Dopo gli scolastici si cominciò a parlare di altre cose e in
particolare intervenne questa idea della logica, come scienza universale. Ricorderete, forse, quando abbiamo
parlato di Crisippo, avevamo citato il fatto che per Aristotele la logica era semplicemente propedeutica
alla scienza, era uno strumento l’Organon, che permetteva di trattare le scienze. Questo era porre la logica
Logica, scienza universale in una posizione molto subordinata ovviamente. Per Crisippo,

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 Lullo: invece, la logica diventa parte delle scienze, ma vedete qui,
ars magna(1274) che c'è un passo successivo, da puro strumento a parte delle
 G. Bruno: scienze, una delle tante scienze, a finalmente scienza universale,
ars memoriae(1582) cioè la cosa più importante di tutte, cioè è stato praticamente un
 Leibniz: completo capovolgimento, che c'è stato dal periodo di Aristotele
ars combinatoria(1666) passando attraverso Crisippo e arrivando a questo periodo qua.
Questo periodo di cui stiamo parlando incomincia formalmente, per lo meno, nel 1274, quando questo
interessante personaggio che si chiamava Raimondo Lullo, scrisse questo trattato che si chiamava invece “la
ars magna”. Qui tutti parlavano di arte e per Lullo, per l'appunto, la logica era un'arte ed era la magna ars, la
più grande arte che si potesse immaginare. Lullo, anche lui, ebbe una vita molto interessante, esattamente
come Abelardo, anche se le sue traversie furono di tipo diverso.Ad un certo punto, Lullo decise che doveva
convertire gli infedeli, se n'andò a convertire gli infedeli e stranamente il metodo che lui pensava sarebbe
stato vincente in questo tentativo di conversione era, guarda caso, la logica; invece di andare a combattere
crociate, di arrivare con alabarde o con le scimitarre, ecco che Lullo cercò di andare a convertire gli infedeli
con la logica. Vi lascio immaginare come la cosa finì, quando si trovò di fronte ai nemici, lo decapitarono e
la cosa in quel momento finì lì. Comunque ci fu perlomeno questo tentativo, il cosiddetto tentativo di porre
la logica come scienza universale, come arte, la massima arte. Un secondo personaggio che andò in questa
stessa scia, molto più noto, ovviamente di Lullo, ma soprattutto da noi, anche per altre traversie che subì, è
Giordano Bruno. Nel 1582 giordano Bruno scrisse un trattato che si chiama invece “ars memoriae”, anche
stavolta siamo sempre a livello dell'arte, l'arte non è più la magna arte, la massima arte, ma diventa l'arte
della memoria. E Bruno che, anche lui finì male, come tutti sapete, il 17 febbraio del 1600 finì al rogo perché
come tanti altri prima di lui che avevano subito sulla propria pelle, avevano sentito il dilemma tra fede e la
ragione. Giordano Bruno ovviamente era anche lui partito come religioso, era un domenicano, poi insomma
fu scomunicato, uscì dall'ordine e così via, finché alla fine subì il processo dell'Inquisizione e finì al rogo.
Però nei suoi lavori principali giovanili e in particolare questo qui “l'arte della memoria”, ecco che era anche
uno studioso di logica o perlomeno di queste tecniche. In quel momento la logica era qualche cosa di strano,
ormai la Scolastica era stata dimenticata, era passato il Rinascimento e quindi la logica veniva considerata
come qualcosa di diverso,una tecnica e in particolare in Giordano Bruno era la tecnica della memoria. Come
si faceva ricordare le cose secondo Giordano Bruno e anche secondo questo metodo che risale, per
l’appunto, a Lullo? Beh, per esempio si dovevano incominciare a disporre degli oggetti in una stanza e poi a
ciascuno di quei soggetti, la cui posizione veniva memorizzata, si potevano associare delle parti di un
discorso che si voleva mandare a memoria. E allora, ricordandosi la disposizione delle parti degli oggetti,
ecco che ritornava alla memoria il discorso, ma c'è questa nozione, qui sotto nascosta, di struttura e questo
modo anche di combinare fra di loro delle parti separate in modo da dar loro una unità. Ebbene, questo che
può sembrare così lontano dalla logica moderna, in realtà nel terzo personaggio che vede la logica come
scienza universale, che era Leibniz, ecco che questa rimane un'arte, ma finalmente dall'arte della memoria
diventa “arte combinatoria”, cioè si perde questo aspetto anche pratico di dover applicare la logica a fini
mnemonici, di ricordo, di apprendimento e l'arte diventa puramente combinatoria. Sono passati un centinaio
di anni, 1666, Leibniz giovanissimo, ha vent'anni soltanto, scrive questa opera. Ed ecco qui Leibniz, la sua
fotografia e Leibniz sarà in questo intermedio, che va tra i greci e la Scolastica, diciamo, fino alla logica
moderna, sarà proprio la figura più di rilievo, più importante, colui che è oggi considerato come il vero
precursore della logica moderna. Come mai il vero precursore della logica moderna? Anzitutto Leibniz,
parliamo un po' il tiro di lui, è un personaggio veramente eclettico, veramente interessante, nato nel 1646,
morto nel 1716 a settant'anni.
Leibniz Leibniz fu tutto, tutto nel senso che è ancora uno di quei personaggi in cui si possono
(1646-1716) compendiare professioni completamente diverse. Era un giurista, era un avvocato, era un
diplomatico, era un matematico, era un logico, uno scienziato e così via, insomma uno di quei personaggi
veramente universali. E allora, detto da lui, che la logica doveva essere la scienza universale, la cosa acquista
subito un sapore differente, perché detto da chiunque conosca soltanto quello universale, vuol dire poco, ma
detto da uno come Leibniz che effettivamente aveva una conoscenza già universale di per sé, allora se la
logica per lui appariva come la scienza universale, questo poteva avere effettivamente un certo valore. Nel

70
periodo della sua giovinezza, Leibniz studiò, come ho detto, giurisprudenza, fece una tesi molto giovane, in
filosofia del diritto, quindi già si interessava alla filosofia, in particolare e al diritto dall'altra parte. Il diritto è
Giurisprudenza importante da un p.di v. logico, perché è molto simile a ciò
 Tesi in filosofia del diritto che succede nella logica. Ci sono degli assiomi
che sono
 Dottorato in antinomie giuridiche praticamente le leggi, cioè quello che viene promulgato
 Memoria assiomatica e ci sono delle deduzioni che sono i tentativi di derivare

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sull’elezione del re di Polonia dalle leggi ciò che è implicito in esse, in modo da poterlo
applicare ai casi espliciti della vita che non sono direttamente considerati dalle leggi. Quindi c'è un'analogia
molto precisa tra diritto e logica ed è per questo che poi Leibniz fu portato a pensare alla logica. Il dottorato
invece lo prese in antinomie giuridiche, pensate voi, cioè in quelle situazioni in cui secondo la legge ci si può
comportare per un giudice in due maniere contrapposte, cioè alcuni precedenti o alcune leggi permettono di
assolvere l'imputato e altre leggi invece, altri precedenti, permettono di condannarlo. Sono l'analogo delle
antinomie di cui abbiamo parlato tempo fa, invece delle antinomie di Zenone, per esempio l’antinomia di
Achille e la tartaruga oppure l'antinomia di Epimenide del mentitore, solo che queste non sono antinomie
puramente logiche, sono antinomie giuridiche, qui si tratta di applicarle alla vita reale, cioè si tratta di avere
di fronte a noi un imputato e di poterlo condannare o poterlo lasciar libero, in base alla legge, entrambe le
volte; quindi il giudice ha la capacità, ha la possibilità di scegliere una delle due alternative, ma di fare tutto
in maniera puramente legale. Subito dopo Leibniz si laureò a vent'anni, lo stesso periodo in cui aveva scritto
l’arte combinatoria. Fu preso al servizio di alcuni potenti dell'epoca e il suo primo lavoro fu una memoria
assiomatica, pensate voi, sull'elezione del re di Polonia. Lui voleva convincere, anzi il suo protettore, voleva
convincere che, come re di Polonia, doveva essere eletto un certo personaggio, ebbene che cosa fece
Leibniz? Più o meno come Lullo, invece di fare delle battaglie politiche, fece delle battaglie logiche, cioè
dimostrò anzitutto che di tutti i candidati che erano stati proposti per il trono di Polonia, dimostrò
matematicamente soltanto uno rimaneva, solo uno poteva essere eletto, ma questo non era ancora una prova
a favore, era soltanto una prova di esclusione di tutti gli altri. Ebbene, poi diede una ventina di dimostrazioni
diverse del fatto che proprio quello lì doveva essere eletto. Quindi vedete come la logica veniva applicata
alla politica, in una maniera che era antesignana di comportamenti che poi sono stati usati in questo secolo.
Queste però, sono cose un po' strane, oggi se ne parla poco forse di questo aspetto giuridico dell'opera di
Leibniz, mentre invece, l'aspetto matematico fu molto importante. Pochi anni prima Blaise Pascal, questo
signore che vedete qui sulla sinistra nella slide, aveva inventato la prima macchina calcolatrice, una
macchina a rotelline che poteva fare somme. Ora
sembrerebbe poco, naturalmente facendo girare le rotelline
al contrario la macchina poteva fare le differenza anche,
quindi somma e differenza, un'operazione e il suo contrario
e Leibniz fece un passo avanti, cioè riuscì a costruire una
macchina che poteva fare somme e prodotti e dunque
facendola girare al contrario, sottrazioni e divisioni. Ora
somma e prodotto, sottrazione e divisione sono le quattro
operazioni fondamentali dell'aritmetica e quindi certamente
su questo si può basare l'intera matematica e qui è nato il
sogno poi del calcolatore, attenzione, perché questa fu la prima macchina, il primo aggeggio meccanico che
riuscì effettivamente a meccanizzare qualche cosa che si pensava sino ad allora fosse caratteristico
dell'uomo, cioè fare delle operazioni matematiche. L'altra grande invenzione matematica di Leibniz che lui
dovette dividere con questo suo antagonista, che è il grande Isacco Newton, fu il calcolo infinitesimale.
Leibniz, come se non bastasse, come se non avesse già fatto abbastanza tra tutte le cose che ho citato finora,
è anche uno dei due inventori di questo mezzo potentissimo che è quello che si chiama,appunto “calcolo
infinitesimale” o “analisi infinitesimale” o semplicemente “analisi”, oggi. E l'analisi è quello che si studia in
tutti licei scientifici, in tutti istituti tecnici ed è veramente la propedeutica a tutte le scienze. Oggi non si può
fare fisica, non si può fare chimica eccetera, se non si conosce il calcolo infinitesimale, l'analisi. Ebbene, il
cosiddetto teorema fondamentale del calcolo infinitesimale, quello che dice che l'operazione di derivazione e
l'operazione di integrazione sono due operazioni inverse una dell'altra, così come la somma e la sottrazione
oppure come il prodotto e la divisione, ebbene, questo teorema fondamentale è precisamente il teorema di
Leibniz e Newton. Quindi vedete, anche se non si dovesse parlare più di altre cose che Leibniz fece, già

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soltanto questa parte di risultati matematici, lo porterebbe ad essere uno dei più grandi pensatori della storia.
E però la cosa non finiva lì, perché Leibniz è considerato anche e ricordato moltissimo come filosofo. Una
filosofia reale, qui ho messo scherzosamente lo stemma di Savoia, ma non ci sta a caso lo stemma dei
Savoia, perché le opere più importanti che Leibniz scrisse e che ancora oggi vengono studiate nei
dipartimenti di filosofia, ebbene sono due opere: la Teodicea e la Monadologia che furono scritte per Reali.
La prima, la Teodicea fu scritta per Sofia Carlotta di Russia e la famosa Monadologia, cioè l'idea che il
mondo sia costituito di Monadi senza finestre, come diceva Leibniz, che sono in contatto non tra di loro
direttamente, perché appunto non hanno finestre, ma con una monade centrale, che poi dovrebbe essere Dio,
ebbene questa Monadologia fu scritta per il principe Eugenio di Savoia. Ora questo è di nuovo un’altro degli
eventi che abbiamo già visto avvenire da Pitagora a Platone, ad Aristotele eccetera, il fatto che questi
pensatori da una parte parlassero coi loro studenti, coi loro colleghi di cose molto elevate e poi però,
facessero un'intensissima opera di divulgazione e appunto anche le opere più importanti di Leibniz erano
opere di divulgazione, le cosiddette opere esoteriche. Ma veniamo invece al dunque, perché quello che
c'interessa di Leibniz è stato il suo apporto alla logica matematica e qui due furono le sue grandi idee.
Leibniz non ottenne dei risultati così importanti, come il teorema fondamentale del calcolo differenziale,
perché nel campo della logica è un pensatore troppo
l'avanguardia, cioè le cose che lui ha pensato, che ha
sognato, sarebbero poi state realizzate in realtà un paio di
secoli dopo, a partire dal 1850, da Boole, di cui parleremo in una
delle prossime elezioni. Però le sue due idee fondamentali sono
veramente lì e sono rimaste lì, diciamo così, in agguato, in
attesa, fino a quando non si è riusciti a realizzarle con la
logica moderna. La prima idea, a cui lui diede due nomi diversi,
ma che più o meno significavano la stessa cosa,
Logica era l'idea di una lingua
filosofica, di una caratteristica universale,
 Lingua philosophica o cioè di arrivare a trovare una lingua che fosse quella che
noi oggi
caracteristica universalis chiamiamo un linguaggio formale, diverso dai linguaggi tipici
 Calculus ratiocinator naturali, tipo l'inglese, l’italiano eccetera, una lingua
che non
avesse tutte le difficoltà, le ambiguità delle lingue naturali e che permettesse di descrivere esattamente tutto
ciò che vogliono descrivere gli scienziati. Ora questa idea, che all'epoca poteva sembrare abbastanza assurda
o difficilissima da realizzare, è quella che oggi noi chiameremo la lingua dei computer, la cosiddetta logica
matematica. Caracteristica universalis vuol dire per l’appunto questo, è una lingua filosofica nel senso che è
perfettamente astratta, è universale, si può applicare ad ogni scienza. La seconda parte, altrettanto
importante, è quella del cosiddetto Calculus ratiocinator, cioè un calcolo, cioè Leibniz ebbe l'idea che queste
cose dovevano essere fatte attraverso il calcolo, cioè si doveva riuscire a ridurre il ragionamento a qualche
cosa che fosse di natura matematica, esattamente come fare delle operazioni di natura algebrica e questo
calcolo poi in effetti riuscì a farlo Boole. La sua idea, la sua vera filosofia era quello che noi potremmo
chiamare oggi un panlogismo, cioè tutto è logica. Qui allora ho fatto una tabella per farvi capire la differenza
che Leibniz poneva tra i tipi di verità e c'era anzitutto quella
che lui chiamava “la verità di ragione”. Le “verità di ragione”
sono quelle verità che hanno come caratteristica “la necessità”,
cioè sono verità necessarie e da un p. d. v. di dimostrazioni, si
possono dimostrare con le dimostrazioni della logica, quindi
dimostrazioni finite. Ma Leibniz vedeva anche un secondo tipo
di verità, che erano le cosiddette “verità contingenti, cioè verità
di fatto, non di ragione, con cui non si può arrivare attraverso
la ragione, ma sono quelle che succedono nel mondo. Queste
verità non sono necessarie, bensì l'esatto contrario, sono contingenti e si possono, secondo lui, dimostrare,

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ma non più con dimostrazioni finite, sono molto più complicate, sono di natura infinita, praticamente solo
Dio le può vedere. Ed ecco che allora la nostra ragione arriva fino al finito, cioè arriva fino ad un certo punto
e soltanto Dio può dimostrare che le verità di fatto sono effettivamente dello stesso genere delle verità di
ragione. Le verità di ragione sono in realtà di tipo diverso dalle verità di fatto per questo motivo:
Verità di ragione: sono vere in tutti i mondi possibili, non fanno riferimento a questo
Vere in tutti i mondi possibili mondo, ma sono vere ovunque, sarebbero vere anche in altri mondi,
Verità di fatto: perché sono verità che riguardano soltanto la ragione, soltanto la
vere nel mondi contigente necessità e non la contingenza, mentre invece le verità di fatto sono
vere nel mondo contingente, in questo mondo, non in tutti i mondi possibili, ma soltanto in questo. Ed ecco
che questa distinzione, questa divisione tra le verità di ragione e le verità di fatto è qualche cosa che al giorno
d'oggi è diventata veramente importante. Come mai? Ma perché le verità di ragione sono oggi considerate le
cosiddette verità della logica, cioè le verità del ragionamento, sono quelle che quando facciamo la logica
matematica effettivamente riusciamo a dimostrare con dimostrazioni finite. Ora la cosa non è affatto ovvia,
perché chi lo dice che dal solo fatto che una verità si possa vedere con l'occhio della ragione, allora da questa
ipotesi si possa poi dimostrare che la verità si può ridurre ad una dimostrazione di tipo matematico? Non è
affatto ovvio e il contenuto, cioè questa affermazione che ho appena fatto in una maniera un pochettino più
formale, è quello che si chiama “il teorema di completezza”, cioè ogni verità di ragione è effettivamente
dimostrabile, cioè tutte le verità logiche sono dimostrabili. Ebbene questo teorema di completezza per logica
proporzionale, cioè la logica degli stoici fu dimostrato da Post nel 1920-21 e per “la logica predicativa” di
cui parleremo in seguito, fu dimostrato da Goedel nel 1930. Quindi Leibniz aveva intravisto o previsto la
possibilità addirittura di questo cosiddetto teorema di completezza, la possibilità di riuscire a dimostrare tutte
le verità di ragione in una maniera matematica. Per quanto riguarda invece “le verità di fatto”, invece queste
sono vere nel mondo contingente, le dimo- strazioni di cui parlava Leibniz sono dimostrazioni di natura
infinita. La cosa strana è che, mentre oggi le verità di ragione sono identificate con le verità della logica, le
verità di fatto sono identificate da una parte con le verità della matematica e dall'altra parte con le verità della
scienza. Quindi qual’è la differenza tra logica, matematica e scienza? Ebbene, la logica effettivamente
permette un cosiddetto teorema di completezza, cioè tutto ciò che è vero nella logica si può dimostrare in
maniera finita, mentre invece la matematica non permette niente del genere, c'è un cosiddetto “teorema di
incompletezza”, cioè le verità di fatto, cioè le verità che sono vere nel mondo della matematica non si
possono in generale dimostrare attraverso dimostrazioni finite e questo è il contenuto appunto del “teorema
di incompletezza di Goedel”. Naturalmente questi tentativi di Leibniz di precorrere i tempi non furono capiti
durante la sua era.
Voltaire Ora parliamo di Voltaire, il famoso romanzo di cui forse qualcuno
Candide(1759) di voi avrà sentito parlare o che avrà letto Candide (1759), Voltaire
“Il migliore dei mondi possibili” sbeffeggia praticamente proprio questa idea, che il nostro mondo
sia il migliore dei mondi possibili, che era appunto quello che Leibniz sosteneva, cioè le verità di fatto sono
verità che, benché siano vere in un solo mondo, questo mondo è il migliore dei mondi possibili. Bene, siamo
arrivati alla fine di questa carrellata sull’Interregno della logica, tra gli stoici e i tempi moderni; vi invito alla
prossima lezione sulla logica moderna, di lì incominceremo.

LEZIONE 9: Un inglese calcolatore

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Finalmente siamo arrivati al dunque, come si dovrebbe dire. Abbiamo fatto varie lezioni introduttive, poi ci
siamo interessati dei primordi della logica matematica, quando ancora non era matematica, era soltanto
logica, che sono per l’appunto il periodo greco. Abbiamo parlato di Aristotele, di Crisippo, prima ancora di
Platone, poi abbiamo fatto una lezione sul cosiddetto Interregno, cioè la parte intermedia, questi 2000 anni
fatti in un batter d'occhio, che sono passati da Crisippo, dalla fine della logica stoica, cioè verso il 200 a. C.,
fino a Leibniz, ai sogni precursori di Leibniz, passando attraverso la scolastica. Ebbene finalmente siamo
arrivati, come dicevo al dunque. Questa volta incominciamo veramente con quella che si chiama logica
matematica e ormai siamo siano vicini a noi, perché in questo volo che abbiamo fatto, in questo volo
d'uccello, abbiamo passato questi 2000 anni e ormai siamo arrivati al 1850, a circa la metà dell'800. Ancora
abbiamo circa metà delle nostre lezioni e ci interesseremo uno a uno di tutti i logici matematici, meglio dei
più grandi logici matematici che hanno segnato con il loro nome la storia di questa materia.
Quest’oggi parliamo, come si vede dal titolo, di un inglese calcolatore, calcolatore non nel senso etico di
una persona cattiva che fa i suoi conti per fregare gli amici, ma semplicemente nel senso letterale. E’ un
personaggio che è nato in Inghilterra e che ha portato nella logica matematica o nella logica, diciamo così,
questo aspetto di calcolo e parlo di George Boole, ma adesso ne parleremo più diffusamente. Devo subito
dire una cosa, cioè avvertirvi che mentre nelle precedenti lezioni siamo riusciti a uscire anche dai nostri
confini, dai nostri limiti, perché la logica matematica è tutto sommato una piccola parte della matematica
moderna, per cui siamo riusciti a parlare di tante cose, di filosofia, di teologie e così via, ebbene man mano
che invece ora ci avviciniamo verso la contemporaneità, verso i nostri anni, tutte queste belle cose dovremo
lasciarle un pochettino da parte, dovremo incominciare a parlare più da vicino di aspetti tecnici della logica
matematica. Anche i personaggi stessi, cioè coloro di cui parleremo, coloro che hanno lasciato la loro firma
sotto questo grande libro della logica matematica sono ovviamente meno interessanti, come si può dire,
meno pieni di vita e di attività di quelli che li hanno preceduti, però insomma questo è tipico dell'evoluzione
della scienza. Agli inizi i personaggi sono estremamente poliedrici, fanno di tutto come per ricordarci, per
esempio Leibniz l’ultimo di cui abbiamo parlato, che era un po' di tutto, giurista, filosofo, matematico e
anche logico, ebbene invece questi personaggi moderni incominciano a diventare specialisti, proprio perché,
quando la scienza acquista maturità, diventa un qualche cosa di settoriale, comunque cercheremo di rendere
ciononostante le lezioni un pochettino allegre e cominciamo a vedere che cosa è successo. Abbiamo parlato
prima di quali sono i precursori della logica moderna, ora cerchiamo brevemente di ricordare ciò che hanno
fatto. Il primo, il più grande dell’antichità, è stato ovviamente Aristotele, che ha creato la teoria dei
sillogismi. In realtà i precursori della logica moderna, in questo senso li vogliamo intendere come precur-
Precursori della logica moderna sori di George Boole, cioè di colui di cui parleremo oggi
 Aristotele: sillogismi ed è per questo che ci soffermeremo su alcuni aspetti di
 Crisippo: logica proposizionale ciò che hanno fatto questi grandi precursori, in particolare
 Leibniz: characteristica, calculus Aristotele di cui voglio ricordare la teoria dei sillogismi,
cioè la teoria che deduce delle conseguenze da una premessa maggiore e da una premessa minore e che
coinvolgono i cosiddetti quantificatori: tutti, nessuno, qualcuno. L’altro grande precursore è Crisippo
ovviamente, con la logica proposizionale di; ricordatevi che la logica proposizionale è la teoria del mettere
insieme al livello proposizionale, appunto,delle frasi attraverso i cosiddetti connettivi, che sono quelle
particelle del linguaggio di cui abbiamo parlato spesse volte ormai, che sono la negazione non, la
congiunzione e, la disgiunzione o, l’implicazione il se….allora. Anche nel caso di Crisippo, nel caso della
logica proposizionale ne citiamo i contributi, perchè Boole di cui parleremo, in realtà ha dato un nuovo
modo di vedere i risultato di Aristotele o Crisippo. Poi da ultimo Leibniz, che abbiamo trattato nell’ultima
lezione e per Leibniz le due nozioni fondamentali, le due idee fondamentali erano da un lato quello della
characteristica universalis, cioè della lingua filosofica, cioè il trovare un linguaggio tecnico, un linguaggio
astratto che permetta di esprimere tutto ciò che le scienze vogliono dire e i particolare, tra le scienze, anche
la matematica. Invece il secondo aspetto di Leibniz è l’aspetto del “calculus ratiocinator”, cioè il fatto non
soltanto di riuscire a scrivere ciò che si vuole scrivere, cioè il linguaggio della scienza, ma anche di tradurre
il tutto in un calcolo proprio del tipo di quelli che si fanno nella matematica, per esempio e lo dico non a
caso, perché è qui che voglio arrivare, per esempio il calcolo algebrico, cioè le operazioni dell’algebra, la
somma, il prodotto, la sottrazione, la divisione che sono quelle tipiche che si usano in matematica, anche ai

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livelli più elementari, che sono le operazioni che servono per andare a far la spesa, a comprare, addizionare,
moltiplicare, dividere, sottrarre eccetera, per poter fare di conto come si diceva una volta. Bene allora,
arriviamo dunque al nostro personaggio, che è questo signore di cui abbiamo questa fotografia e niente altro.
Praticamente non ci è rimasto molto, vi ho già anticipato appunto che questi personaggi, dal punto di vista
folkloristico, sono meno interessanti di colore che li hanno preceduti. Boole ha avuto una vita piuttosto
breve come vedete, è nato il 1815 ed è morto il 1864. Una vita per niente avventurosa, è stato un professore
universitario, ha insegnato, ha scritto qualche libro, pochi, ha fatto un
po’ di ricerca e la cosa è finita lì. Quindi non vi posso raccontare grandi
aneddoti, però cerchiamo di vedere invece più da vicino che cosa ha
fatto da un p. di v. scientifico. Ebbene Boole ha scritto praticamente due
sole opere, una nel 1847 e una nel 1854. La prima opera si chiamava
“l’analisi matematica della logica” ed ecco qui che interviene
finalmente questo aggettivo, cioè matematica unito a questo sostantivo
che è quello della logica. Nel 1847 finalmente la logica che era appunto
Opere una impresa filosofica di analisi del linguaggio, delle antinomie del
1847: l’analisi matematica della logica ragionamento, che si fa nei fori, nei parlamenti e così via
1854: le leggi del pensiero e anche ovviamente nelle scienze, perciò una analisi di tipo
soprattutto filosofico, finalmente con Boole diventa un'analisi matematica, cioè Boole è riuscito a far vedere
e questo oggi lo vedremo in dettaglio, ebbene spero di farvi vedere come è riuscito a legare da una parte la
logica e dall'altra parte la matematica, cioè questa analisi matematica della logica. Boole scrisse questo
libretto, perché veramente è un piccolo libretto, che tra l'altro se volete potete anche leggerlo, perché è stato
tradotto in italiano da Massimo Mugnai ed è stato pubblicato dalla Boringhieri, quindi un piccolo libretto,
che vale la pena leggere perché effettivamente ancora oggi moderno e li si può effettivamente vedere il
nascere di questa nuova disciplina. Però Boole non era soddisfatto di questo libretto, anche perché la
risonanza che ebbe non fu grandissima, è una risonanza che ovviamente era ristretta all'ambito accademico,
lo lessero alcuni dei suoi colleghi, qualcuno degli studenti e poi insomma si sparse la voce, diciamo così, in
Europa. Notate che Boole era un inglese, si chiamava Gorge ed era la prima volta che parliamo di uno che
faccia parte del cosiddetto continente, cioè in precedenza abbiamo parlato di greci ovviamente, abbiamo
parlato di tedeschi come Leibniz e così via, però in realtà tutto avveniva nel continente e anche il fatto che
questa nuova analisi, questo nuovo nascere della logica matematica, sia avvenuto in un ambiente, in una
nazione che non era una di quelle solite, già dice che c'era effettivamente qualcosa di nuovo, ci voleva anche
un luogo di nascita differente per far nascere una materia differente. Ebbene, dicevo, poiché il
riconoscimento che Boole ebbe nel suo primo lavoro del 1847 non fu quello che lui sperava, lui scrisse un
altro libro nel 1854 che si chiamava nientepopodimeno che “le leggi del pensiero” e qui si vede anche un
pochettino l'aspetto pubblicitario della questione, cioè Boole capisce che un titolo come “l'analisi
matematica della logica” può attirare soltanto degli specialisti, mentre invece scrivere un libro sulle leggi del
pensiero è un qualche cosa che può estendere l'ambito e il riconoscimento che si possono avere. Notate,
tanto per cambiare, ancora una volta ritroviamo anche nell'opera di Boole, nell'opera del primo logico
matematico in senso letterale, quella divisione che abbiamo già visto essersi riproposta da Pitagora, a
Platone, Aristotele, Leibniz e così via, cioè la divisione fra la ricerca e la divulgazione, fra l'esoterico e
l’essoterico, fra ciò che si indirizza agli specialisti del campo, come nel caso di Boole il suo primo libro e
ciò che invece vuole indirizzarsi anche ai curiosi, diciamo così, a coloro che vogliono ricevere della
divulgazione, che vogliono essere informati di quali sono le novità del campo. Ebbene, vediamo più da
vicino, quale è stata l'idea fondamentale di George Boole. George Boole ha inventato quella che oggi si
chiama guarda caso “algebra booleana”, cioè il suo nome è diventato così naturale, così importante nel
campo della matematica da diventare addirittura un aggettivo. Questa algebra booleana, di cui parlerò a
Algebra booleana = lungo quest’oggi, è una cosa veramente importante, è anche un
Interpretazione algebrica pochettino l’uovo di colombo, cioè quando vedremo i risultati
della logica di questa realizzazione, ci accorgeremo che tutto sommato, forse
se ci avessimo pensato, anche noi avremo potuto essere lì al momento giusto e avere anche le idee giuste,
come spesso succede con le uova di colombo. Ebbene questa algebra booleana, in due parole, si può

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semplicemente dire che è una interpretazione algebrica della logica, cioè è algebrica ovviamente, questo lo
dice già il nome, perché appunto il nome deriva dall'algebra e però è anche un'interpretazione della logica,
cioè l'idea di Boole fondamentale è stata quella di dire, ma insomma quello che io cerco, quello che voglio
cercare di fare, è di dare una veste matematica agli studi di logica che sono venuti prima di me. Ovviamente
Boole, ormai eravamo nel 1850 circa, a metà dell'800, conosceva benissimo i precursori, aveva letto
Aristotele, aveva letto Platone, ovviamente conosceva Leibniz e così via. Quindi non è che Boole sia nato in
un vuoto, in un vacuum, come si potrebbe dire in inglese, la lingua che parlava lui, Boole è nato in una certa
cultura e sapeva benissimo dove voleva arrivare a parare, cioè voleva fare un'interpretazione matematica
della logica. Ora quando si cerca di fare un'interpretazione matematica, si ha di fronte a sé un certo numero
di possibilità, una gamma di possibilità, perché matematica è appunto per esempio l'algebra, ma è anche
l'analisi di cui abbiamo parlato, che Leibniz e Newton avevano inventata, il cosiddetto calcolo differenziale,
poi ci sono tante branche della matematica, per esempio la geometria, perciò bisogna fare anzitutto una
scelta e la scelta di Boole fu la scelta forse più naturale, la scelta di usare l'algebra per fare questo tipo di
ricerche e di incominciare a scrivere i risultati della logica che all'epoca non era ancora matematica, ma lo
stava diventando, dicevo, di incominciare a scrivere il linguaggio, le regole della logica e anche gli assiomi
in maniera algebrica. Ora come si può fare questo? Beh, la logica parla di vero e falso tutto sommato, cioè la
vera essenza della logica è proprio questo, lo studio di ciò che è vero e di conseguenza anche lo studio di ciò
che è falso e allora bisogna cominciare, tanto per fare il primo passo, ad associare al vero e al falso degli
oggetti matematici. Questo non è tanto semplice, non è tanto immediato, però bisogna fare una scelta;
ebbene la scelta che fece Boole fu questa qui (v. slide) e bisogna veramente dargli atto che fu la scelta
giusta, la scelta corretta, perché il vero e il falso da un punto di vista logico, da un punto di vista filosofico
sono concetti molto complicati. Pensate, per esempio, alla famosa domanda che pose Pilato a Gesù, durante
Valori di verità il processo famoso che poi si concluse alla fine con la condanna di Gesù
Vero = 1 Falso = 0 e con la passione e cose poi che tra l’altro ha costituito l'essenza del
cristianesimo. Ebbene, durante il processo di Gesù, quando Gesù arrivò di fronte a Pilato, che gli era stato
mandato, vi ricorderete da Erode, allora arrivato di fronte a Pilato ci fu questo scambio di convenevoli,
potremo dire oggi e ad un certo punto Gesù ripeté una delle frasi che era solito dire “io sono la verità e la
vita” e così via e Pilato per un momento fu colpito, se qualcuno dicesse “io sono la verità” e chiese a Gesù
che cos'è la verità? Ora questa domanda di Pilato è la domanda essenziale della logica “che cos'è la verità?”
Quale sarebbe la risposta che dareste voi? Beh, insomma la cosa interessante è che Pilato non stette ad
aspettare la risposta, pose la domanda, che cos'è la verità e se ne andò senza aspettare la risposta, così
dicono i Vangeli. Come mai? Beh, ovviamente non si tratta di dare troppo affidamento, anzi tutto, a ciò che
viene raccontato, viene tramandato, ma soprattutto alla capacità analitica, alla capacità logica di Pilato.
Pilato se ne andò, non perché sapeva che Gesù all’epoca non avrebbe potuto dargli una risposta logica, se
n'andò per motivi suoi. Ma oggi noi possiamo reinterpretare questo cose per l’appunto così, cioè 2000 anni
fa, 1850 anni prima di Boole, la risposta alla domanda di Pilato “che cos'è la verità” non si poteva dare,
perché questa risposta fu una risposta molto tardiva, cioè richiedeva ancora 2000 anni di sviluppo. Ora nel
caso di Boole, cioè nel caso in cui viene associato al vero un numero e al falso un altro numero, tutti questi
problemi filosofici e etici che stanno dietro le nozioni del concetto di verità, praticamente scompaiono, si
dissolvono. Il vero non ci interessa più definirlo in qualche maniera filosofica, ci interessa semplicemente
associarlo a qualche numero e il falso, idem, lo associamo a qualche numero, però la cosa importante è che
la scelta di questi due numeri, che sono 1 e 0, deve essere poi tale da far funzionare tutto il resto della
logica. Ora si potrebbe fare anche l'inverso per esempio, non ci sarebbe niente di sbagliato a dire che il vero
è lo zero e il falso è l'uno, però in genere si fa questa associazione, perché in qualche modo il vero è positivo
e il falso è negativo, per cui è meglio forse associare lo zero al falso e al vero associare qualche numero che
sia maggiore di zero e quindi questa fu la scelta originale di Boole. Bisogna metteterselo in testa perché sarà
utile per lo meno nelle prossime slide, perché su questa base, che è una base appunto quasi lapalissiana,
come ho detto l'uovo di colombo, si può costruire tutta la logica. Ora vediamo allora come si può andare
avanti. Anzitutto bisogna ricordarsi di una cosa, che il fatto che lo 0 e l'1 siano associate al vero e il falso e
che pretendano di essere praticamente i fondamenti dell'intera logica, non è poi un fatto così banale, ma non
è nemmeno così campato in aria, perché in precedenza, guardate qui addirittura nel 600 a.C., quindi 600

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anni prima di quell'episodio che ho appena ricordato di Pilato, già nel 600 a.C. dicevo i Ching, un famoso
classico della filosofia confuciana, qui vedete l'immagine, per l’appunto, di Confucio, ebbene questi Ching
erano basati su quella che oggi viene chiamata l’aritmetica binaria, di cui dirò adesso due parole.
L'aritmetica binaria significa fare l'aritmetica non con tutti i numeri interi 0, 1, 2, 3 e così via, fino
all'in finito, non addirittura con i numeri reali, quindi non soltanto
quelli, ma i razionali, gli irrazionali, per esempio, come π greco,
radice di 2, ma soltanto con quei due numeretti lì 0 e 1.
Aritmetica binaria significa fare la solita aritmetica, le solite
operazioni somma, prodotto e le loro inverse, sottrazioni e
divisioni, ristrette ai numeri 0 e 1. Voi direte, ma per quale
motivo dovremmo limitarci a queste cose, come legarci le mani e
cercare di fare tutto quel che si può fare, soltanto però con le
mani legate. Ebbene, i Ching avevano ovviamente un motivo
completamente sui generis, che era un motivo astrologico. I
Ching hanno costruito delle figure come quelle che vedete quaggiù, queste qui si chiamano trirami, per
l'ovvio motivo che sono fatte in tre linee, queste linee, intere o spezzate; l'intero o spezzato è ovviamente un
simbolo, una metafora, di che cosa? Del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, del vero e del falso,
del maschile e del femminile, insomma per dirlo in una parola, che tutti conoscete, dello Yin e dello Yan,
cioè la contrapposizione cinese. Questo simbolo qua, che Confucio tiene in mano, è precisamente il simbolo
dello Yin e dello Yan, la compenetrazione di due qualità contrapposte, una nera e l'altra bianca, per
l’appunto lo Yin e lo Yan. Ebbene, quindi linea intera, linea spezzata sono misture, diciamo così, sono
simboli Yin e Yan e quindi in particolare, dal nostro punto di vista logico, sono simboli del vero e del falso.
Se noi combiniamo insieme queste linee e ciascuna di queste linee può essere intera o spezzata, abbiamo
due possibilità per la prima, altri due per la seconda, cioè quattro in tutto e altre due per la terza, cioè otto in
tutto. I Ching fanno una cosa un po’ più complicata, cioè invece di avere soltanto dei trigrammi usano degli
esagrammi, cioè sei linee intere o spezzate e su queste praticamente impiantano l'intero sistema astrologico,
perché quello che loro volevano fare, era cercare di indovinare il futuro. A noi questo non interessa
assolutamente niente, però la cosa importante qui, è che già i cinesi avevano capito che lo zero e l'uno erano
in qualche modo i numeri essenziali, su questi numeri si potevano costruire praticamente tante altre cose, in
particolare si potevano costruire otto trigrammi, si potevano costruire 64 esagrammi e quindi praticamente
era possibile solo con lo 0 e con l’1 o se volete solo con linee intere e spezzate, arrivare fino ai numeri da 0
a 64. Leibniz, il solito, nel 1784, che è dopo la sua morte, voglio dire che questa è un'opera postuma, nel
1784 fu pubblicato un libro di Leibniz, in cui il Leibniz che era a conoscenza di questo classico confuciano,
perché Leibniz conosceva i gesuiti che erano andati in Cina ed era in corrispondenza con loro, questi gesuiti
lo misero in contatto con la filosofia cinese e così via, ebbene Leibniz fu folgorato, dice: mah, non ce nessun
bisogno di fermarsi a 64, usando soltanto lo zero e l'uno è possibile costruire tutti i numeri ed ebbe l'idea di
quella che oggi viene chiamata “aritmetica binaria” e che è poi tra l'altro l'aritmetica sulla quale si basano i
computer, guarda caso. Come si fa a scrivere numeri con l'aritmetica binaria? Lo zero è lo zero, l'uno è
l'uno, fin qui non c'è problema, perché sono questi i due numeri. Il due, che noi scriviamo 2 nel nostro
sistema decimale, avendo il simbolo per il due speciale, ebbene, nel sistema binario bisogna scrivere 2
usando soltanto lo 0 ed l'1 e allora lo si scrive come dieci 10. 10 significa 2 elevato 1, più 2 elevato 0, ecco
che il 3 si può scrivere come 11, 4 si può scrivere come 100, 5 si può scrivere come 101 e così via; usando
soltanto combinazioni di 0 e 1 si possono scrivere tutti i numeri. Quindi già l'idea di Boole, di limitarsi a 0
ed 1 per interpretare il vero e falso, è un'idea che sembra meno balzana, se la si situa in questo contesto, nel
fatto che appunto si possono già scrivere tutti i numeri con lo 0 e 1 Che cosa fece però Boole più
precisamente? Beh, fece la seguente cosa: capì che una volta interpretato l'1 come vero e lo 0 come falso, la
negazione si poteva interpretare semplicemente come sottrazione da 1. Vediamo qui la tabellina e cerchiamo
di capire questa cosa.
Negazione = sottrazione Supponiamo di avere 1 qua; questo 1 significa che la proposizione
1–1=0 1–0=1 che stiamo considerando è vera, ma allora 1 meno 1 diventa 0,
Congiunzione = prodotto cioè la negazione di una proposizione vera diventa falsa, che è

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1x0=0x1=0x0=0 precisamente una delle regole di cui parlato nella scorsa lezione
o due lezioni fa quando parlavamo di Crisippo; idem quando partiamo invece di una proposizione falsa, il
cui numero associato sia 0; 1 meno 0 è 1, quindi la negazione di una proposizione falsa è una proposizione
vera. Ecco che allora, associare 0 e 1, a falso e vero, permette di associare alla negazione la solita
operazione di sottrazione. Idem per la congiunzione ed ecco vediamo allora in questo modo come sia
possibile passare da questi numeretti a tradurre le regole della logica. La congiunzione è invece secondo
Boole e adesso lo verifichiamo tra un momento, è un prodotto semplicemente, il prodotto dei numeri 0 e 1,
vediamo: quand'è che la congiunzione di due proposizioni è vera? Soltanto in un caso, se ricordate la
tabellina che abbiamo fatto, per l’appunto degli stoici, che definiva quand’è che la congiunzione era vera.
La congiunzione di due congiunti è vera soltanto quando tutti e due i congiunti sono veri; prendiamo due
congiunti veri, cioè prendiamo il numero 1, due volte, moltiplichiamo uno per se stesso, 1 x 1 continua a
rimanere uno. Quindi il prodotto di due uni è uguale a uno, cioè la congiunzione di due proposizioni vere è
vera, questo è l’idea. Vediamo che cosa succede negli altri casi. Beh, negli altri casi almeno uno dei due
congiunti deve essere falso, o il primo o il secondo o tutti e due addirittura devono essere falsi. In questo
caso la congiunzione di almeno un congiunto falso, deve essere falsa; vediamo se tutto ciò corrisponde
effettivamente ai numeri. Qui abbiamo il prodotto di uno per zero, che corrisponde alla congiunzione di una
proposizione vera e di una falsa, quanto fa 1 per 0? Fa 0, effettivamente, la congiunzione è falsa. Il caso
simmetrico ovviamente, per l’appunto simmetrico, è la stessa cosa, se la prima proposizione è falsa e la
seconda proposizione è vera, questo corrisponde a fare il prodotto di 0 per 1 e dunque continuiamo ad
ottenere 0. L'ultimo caso, che è il caso in cui tutti e due i congiunti, cioè tutte e due le proposizioni che
mettiamo insieme sono false, anche qui come si direbbe, non ci piove, 0 x 0 continua rimanere zero. Dunque
il prodotto di numeri che possono essere o zero o uno, è 1 soltanto quando tutti e due i numeri sono 1 ed è 0
se almeno uno dei due numeri è 0, magari anche tutti e due. Questo è esattamente la proprietà fondamentale
che abbiamo già visto nella precedente lezione, che definiva la caratteristica principale della congiunzione.
Ed ecco che allora, questo trucchetto di Boole, di associare il vero all’ l, il falso allo 0, la negazione alla
sottrazione e la congiunzione al prodotto, permette di ritradurre tutto ciò che sembrava molto arzigogolato,
molto complicato e molto sottile anche nel campo della logica proporzionale degli stoici, la fa diventare
semplicemente un giochetto da ragazzi, perché sottrarre un numero che può essere 0 o 1 da 1, oppure
moltiplica due numeri tra di loro, ciascuno dei quali può essere 0 o 1, risponde semplicemente a delle regole
che sono banali, che qualunque ragazzo delle elementari potrebbe fare. Ed ecco che allora questa algebra di
Boole è veramente un idea geniale, un idea fondamentale, perché dietro questo aspetto, si cela la possibilità
di interpretare aritmicamente o algebricamente la logica. L'algebra booleana non è nient’altro che fare
algebra, cioè fare le quattro operazioni solite ristringendosi ai numeri 0 e 1. Quale fu però la scoperta
fondamentale di Boole, a parte questo aspetto che sembra così banale? La scoperta fondamentale fu, che
quest'algebra booleana, benché così semplice, quasi banale, anzi quasi imbarazzante da un punto di vista
matematico, ebbene questa algebra booleana è uno strumento universale. Ora questo forse può sembrare
persino eccessivo, che cosa significa universale? Beh, adesso non esageriamo, non è che si possa applicare
dovunque, però certamente si può applicare in tantissimi campi diversi di cui adesso vi farò perlomeno una
serie di esempi, tanto per convincervi che effettivamente sia Boole che noi, oggi quando impariamo
l'algebra booleana, siamo arrivati a toccare, uno dei punti cruciali, a mettere il dito nella piaga, diciamo così,
della logica moderna. Quindi vediamo alcuni esempi; il primo esempio, ne abbiamo appena parlato adesso,
è precisamente l'applicazione logica, cioè Boole riuscì a far vedere che quelle tabelline che abbiamo appena
considerato, erano effettivamente in grado di descrivere le regole della logica proporzionale, cioè quella
logica che aveva inventato o scoperto o descritto o analizzato Crisippo. Ma immediatamente Boole fece
anche una seconda scoperta, cioè che anche la logica sillogistica, cioè quell'altro aspetto della logica che era
stata analizzato da Aristotele e sembrava in contrapposizione alla logica proposizionale di Crisippo, non lo
era affatto. Ricordate che le due Scuole, da una parte la Scuola del Liceo aristotelico e dall'altra parte la
Logica Scuola della Stoà di Crisippo erano in contraddizione tra
 Proposizionale(Crisippo) di loro, si sentivano contrapposte, perché i peripatetici seguaci
 Sillogistica(Aristotele) di Aristotele dicevano che la loro analisi era più fondamentale
perchè parlava di tutti, qualcuno, nessuno e questo era il vero livello del loro discorso, mentre gli stoici con

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Crisippo dicevano che erano loro ad aver fatto un'analisi logica più fondamentale perché erano andati più
giù, più a fondo nell'analisi del linguaggio con la scoperta dei connettivi, ebbene dal p.di v. di Boole, dal p.
di v. della matematica, sia la logica proposizionale dei connettivi di Crisippo, che la logica sillogistica dei
quantificatori di Aristotele si possono descrivere con la stessa algebra booleana. Ed ecco che un solo
strumento matematico, tra l'altro come dicevo, imbarazzantemente semplice, permette di scrivere due cose
che a prima vista sembravano diverse, cioè si scopre dopo 2000 anni, che i peripatetici, cioè i liceali di
Aristotele e gli stoici di Crisippo non erano in contrapposizione, avevano fatto due analisi, che però da un
p.di v. matematico erano la stessa analisi. Questo è un risultato veramente grandioso, cioè prendere i due più
grossi risultati, le due più grosse analisi della filosofia logica greca e far vedere che, tutto sommato, sotto di
esse c’è lo stesso tipo di analisi e che sono soltanto due modi di vedere, anzi lo stesso modo di vedere due
cose diverse, ecco questo è già qualche cosa di veramente fondamentale, praticamente senza aver fatto nulla,
notate, perchè si è semplicemente tradotto vero e falso, negazione e congiunzione mediante delle semplici
operazioni. Ma non basta ovviamente, perché Boole soprattutto del suo secondo libro “le leggi del
pensiero”, il cui titolo, come dicevo prima, è significativo, perché Boole capì di avere in mano uno
strumento veramente potente, uno strumento veramente universale ed è per questo che ha scritto il secondo
libro, per far vedere tutti questi esempi. Un'intera parte del suo secondo libro, nel primo non c'è, ma nel suo
secondo libro si, un'intera parte dicevo, è dedicata all'analisi della probabilità. La probabilità è naturalmente
il tentativo di cercare di catturare matematicamente e qui vedete il caso più casuale di tutti, cioè la pallina
della roulette, quando si va al casinò a giocare non bisognerebbe giocare, lo si sa, perché le leggi del caso,
insomma, sono cose su cui non si possono mettere le mani. Ebbene però, ci fu verso il ‘700 e anche verso il
‘600, ci fu un tentativo che poi diventò un tentativo riuscito, tanto da diventare quella che oggi si chiama la
teoria delle probabilità, un tentativo per cercare di descrivere matematica mente quali erano le leggi della
probabilità. Boole nel 1850, per l’appunto, cerca di descrivere
algebricamente le leggi della probabilità e che cosa scopre?
Scope precisamente che le leggi della probabilità sono di nuovo,
tanto per cambiare, esattamente le leggi dell'algebra booleana,
che già era riuscita a descrivere i sillogismi di Aristotele, che già
era riuscita a descrivere la logica proporzionale di Crisippo e che
adesso, lo stesso strumento, riesce a descrivere anche la teoria
delle probabilità. Come mai? Mah, l'idea fondamentale è che, in
realtà, quando si prendono due eventi indipendenti fra di loro,
ebbene se si sa la probabilità di uno e si sa anche la probabilità
dell'altro, la probabilità dell'evento composto, quando succedono tutti e due, è semplicemente il prodotto
delle due probabilità. Ed ecco che allora, si incomincia capire che, se le probabilità si moltiplicano per
eventi indipendenti, ci sarà qualche cosa che li lega, come l'algebra. La probabilità di due eventi che siano in
alternativa uno con l'altro, uno succede se e soltanto se non succede quell'altro, sono legate dal fatto che la
probabilità di uno è il contrario della probabilità dell'altro. Ora però, contrario che cosa significa? Qual’è la
certezza matematica, qual’è la probabilità più certa di tutte? La probabilità 1, quando non si può scappare.
Qual'è la probabilità meno certa di tutte, quella sicurezza di non avere nessuna possibilità, è quella che si
chiama probabilità 0, per l’appunto. Ed ecco che, allora lo 0 e l’1 che prima venivano identificate con il vero
e con il falso, adesso vengono identificate con certo o necessario e con l'impossibile e le loro leggi sono
precisamente le leggi della negazione e della congiunzione, cioè le leggi della sottrazione e del prodotto e
quindi di nuovo l'algebra booleana riesce a descrivere queste leggi della probabilità. Quindi abbiamo già
fatto tre esempi, matematicamente molto importanti, non è più soltanto la logica che viene coinvolta in
questa analisi, ma è anche la teoria della probabilità. Ma non
basta, perché ho detto prima, non parleremo più di teologia, però
poi scappa sempre la voglia di farlo, ecco qui in teologia, questo
signore è il filosofo arabo Avicenna, che introdusse quella che
viene chiamata la prova cosmologica dell'esistenza di Dio, di cui
adesso non ci interessiamo, perché non è questo il succo del
discorso, però la cosa interessante è che nel suo libro Boole, ad

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un certo punto dice: guardate che l'algebra booleana non è soltanto uno strumento per analizzare teorie
matematiche, può anche essere applicata in campi differenti, per esempio la teologia e dedica un intero
capitolo del suo libro ad un'analisi della prova cosmologica nella versione più moderna che lui conoscesse,
la versione in inglese tra l'altro, che si chiamava Clarke. Quest'inglese aveva messo in maniera puramente
formale la dimostrazione cosmologica dell'esistenza di Dio, Boole analizza la sua dimostrazione e scopre
degli errori. Scopre che facendo i conti con la sua piccola algebra booleana, è molto facile andare a vedere
quand'è che un ragionamento è corretto e quando no e scopre che Clarke aveva fatto effettivamente degli
errori. Quindi un uso anche filosofico, addirittura teologico dell'algebra booleana. Ma non basta, andiamo
avanti, vediamo qui un'applicazione e questa è una applicazione che potrebbe sembrare veramente da
attribuire addirittura all'ingegneria. Ho scritto qui nella slide
una
parola tra parentesi, per significare che si parla di circuiti
elettrici, se non si usano le parentesi oppure elettronici in caso
contrario, cioè sia i circuiti elettrici, quelli con fili e lampadine e
così via, sia i circuiti elettronici, cioè valvole, chip e così via, hanno
una logica interna che si può descrivere attraverso l'algebra
booleana. Ma come direte voi, pure questo? Ebbene, purtroppo o
per fortuna proprio anche questo. A che cosa risponde lo 0, a
che cosa corrisponde l'1? Molto semplicemente, lo zero corrisponde
al rubinetto chiuso, cioè all'interruttore chiuso, l'uno corrisponde all'interruttore o al rubinetto aperto, cioè 1
significa la corrente può passare, 0 significa la corrente viene ininterrotta. Ed ecco che, mettere insieme
questi chip o mettere insieme questi fili si può fare seguendo le leggi dell'algebra booleana, perché, per
esempio, fare la negazione significa fare semplicemente quello che oggi viene chiamato un commutatore, un
qualche cosa che lascia passare la corrente quando il filo precedente non la lasciava passare e che non la
lascia passare quando invece la corrente precedente passava nel filo, cioè che cambia, commutata per
l’appunto, quello che succedeva nel caso precedente. La congiunzione è la stessa storia, quando due fili
arrivano e noi vogliamo far passare la corrente soltanto nel caso che tutti e due ce l’avessero e invece
fermarla, se arrivava soltanto da una delle due parti o se non arrivava da nessuna, allora in quel caso non
c'era niente da fermare, ecco che questo si può di nuovo spiegare e descrivere attraverso l'algebra booleana
ed è per questo che l'algebra booleana oggi è usata e studiata, insegnata in qualunque corso di ingegneria,
dal p.di v. della logica dei circuiti. Ma non basta, perchè qui le cose vanno avanti, qui vediamo addirittura
un computer; vi ho già detto prima che la cosa rimane forse meno sorprendente quando si sa che l'aritmetica
binaria, l’aritmetica basata sui soli numeri 0 e 1, è in realtà l'aritmetica su cui si fondano i computer e i
computer non fanno altro che avere questi bit, come vengono chiamati e se qualcuno di voi ha visto, a volte
sugli schermi, queste schermate di programmi scritte in linguaggio macchina, cioè il linguaggio che capisce
il computer, sono soltanto successioni di zero e uno. Ebbene però, nel 1943 Mc Culloch-Pitts cercarono di
fare un'analisi di ciò che era possibile sul funzionamento dei meccanismi e scoprirono questa nozione che si
chiama la nozione di “automa finito”. Che cos'è un automa
finito?
Beh, oggi tutti lo sappiamo, all'epoca ovviamente nel ’43 non lo
sapeva nessuno, perché questa è stata una scoperta, gli automi
finiti non sono nient’altro che i computer senza la memoria, cioè
l’intreccio di fili o se volete i circuiti elettrici che costituiscono i
chip che costituiscono il computer e la logica, la matematica che sta
dietro a queste cose, attenzione, alla costruzione dei computer, è
precisamente l'algebra booleana. Quindi abbiamo vistoo che
effettivamente parecchi esempi, ma non è ancora tutto, perchè
qui nella slide vediamo la fotografia di un cervello e addirittura
nella cibernetica che è lo studio delle strutture cerebrali, lo stesso
lavoro che ho appena citato prima, di Mc Culloch-Pitts che identificava questa classe di automi cosiddetti
finiti, in realtà permette anche di identificare quelle che si chiamano oggi le reti neurali. Come mai? Ma

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perché un circuito elettrico praticamente è la stessa cosa o perlomeno è molto simile, a un funzionamento
dello stesso genere di quello che succede dentro il nostro sistema nervoso centrale. Il nostro cervello, come
tutti probabilmente sapete, è costituito di neuroni che sono in collegamento fra di loro, attraverso i
cosiddetti
assoni che fanno arrivare delle scariche elettriche e i dendriti che invece le fanno uscire, è una specie di
rete, una gigantesca rete più o meno come una rete di circuito
elettrico, ebbene, che cosa succede dentro questi neuroni?
Beh, i neuroni sono semplicemente delle porte, diciamo così, che
aspettano di essere aperte e queste porte si aprono o si
chiudono semplicemente attraverso scariche elettriche, queste
scariche elettriche seguono delle regole, cioè aspettano,
diciamo così, che si arrivi ad una certa soglia, quando questa
soglia viene superata, la porta si apre, la scarica parte, si
richiude la porta e si aspetta di nuovo. Ebbene, tutta questa
logica che sta dietro al funzionamento del sistema nervoso centrale, è di nuovo la stessa logica dei circuiti
elettrici, la logica degli automi finiti e così via ed è la logica che oggi noi descriviamo attraverso l’algebra
booleana. Io mi fermo qui con la serie degli esempi, perché ovviamente credo di averne fatti parecchi.
Siamo partiti da un piccolo sistema di matematica, cioè l’aritmetica binaria dello 0 e dell’1, con due
operazioni, la sottrazione e il prodotto e poi abbiamo visto che tutto questo piccolo armamentario, questo
piccolo toolkit, come direbbero gli inglesi, si poteva usare per aprire un sacco di porte. Abbiamo visto
l’applicazione alla logica e anzi tutto il primo risultato, il primo grosso risultato di Boole, cioè che sia la
logica aristotelica che la logica stoica si potevano in realtà interpretare come due facce di una stessa
medaglia, come due incarnazioni di una stessa algebra che era, per l’appunto, l’algebra booleana. Poi
abbiamo visto che anche la teoria della probabilità si poteva interpretare nello stesso modo; ci sono state
applicazioni dello stesso Boole alla teologia e poi in tempi più recenti la teoria dei circuiti elettrici, la teoria
degli automi finiti, la teoria delle reti neurali che permette di costruire degli analoghi meccanici del sistema
nervoso centrale del cervello, tutte queste cose sono in realtà, come dicevo, delle reincarnazioni dell’algebra
booleana. Ed ecco che allora, l’algebra booleana che sembrava semplicemente un granellino, in realtà è un
granellino di sabbia che è stato messo dentro un ostrica e poi alla fine, col passare degli anni, col passare del
tempo, si è aperta l’ostrica e dentro l’ostrica c’era effettivamente una perla. L'algebra booleana oggi è uno
degli strumenti più generali che si possano applicare in matematica; però, c'è un però, c'è una piccola
limitazione ed è con questa che finiamo per l’appunto la nostra lezione. L'algebra booleana non va oltre la
logica greca, cioè descrive precisamente, come avevo detto, la logica di Aristotele e la logica di Crisippo,
ma niente di più.
Limitazioni E allora se noi vogliamo arrivare alla logica moderna,se
L’algebra booleana non va vogliamo arrivare a quella che si chiama “la logica predicativa”,
oltre la logica greca dovremo fare dei passi successivi che sono precisamente quelli ai
quali dedicheremo le prossime elezioni. Quindi anche questo grande strumento dell'algebra booleana ha le
sue limitazioni, cioè può fare tantissime cose purché siano di un certo livello di complessità. La logica
moderna va oltre quel livello di complessità, ma questo lo vedremo nelle prossime elezioni.

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LEZIONE 10: Un tedesco sensato e (in)significante
La scorsa lezione abbiamo veramente incominciato a parlare della logica contemporanea e abbiamo parlato
del primo grande logico matematico della contemporaneità, dell'era moderna della logica, che era
incominciata con i greci e poi è passata attraverso gli scolastici, attraverso Leibniz e così via e questo primo
personaggio è stato George Boole, l'inglese che ha introdotto l'algebra booleana. Abbiamo visto quanto
importante sia stata l'algebra booleana e quante applicazioni essa possa avere nelle aree più disparate del
sapere e delle scienze. Oggi invece affrontiamo un altro grande personaggio, forse ancora più grande di
Boole, se è possibile dirlo per i motivi che vedremo e questo personaggio è un tedesco, che ho chiamato e
pensato insignificante, anche qui per scherzare, perché in realtà è stato colui che ha fatto conoscere al mondo
contemporaneo, al mondo moderno, la distinzione fra “senso” e “significato”. Di questa distinzione, tra
l'altro, ne abbiamo parlato in precedenza perché già gli stoici, già Crisippo, l’aveva sottolineata e l’aveva
capita. Però, come ricorderete, gli stoici sono stati dimenticati, il pensiero stoico, le conquiste stoiche sono
state rimosse e quindi anche questa distinzione fra “senso e significato” che poi è stata riscoperta e poi
ridimenticata durante la scolastica, è stata finalmente portata alla luce in maniera definitiva, si spera
quest'oggi, da Frege. Allora abbiamo chiamato questo signore insignificante, perché ho già detto la scorsa
volta che i nuovi personaggi della logica non sono più quei personaggi eclettici e interessanti, che avevano
corrispondenze e che trattavano con reali o con filosofi e così via, ma sono semplicemente degli studiosi,
sono diventati i ricercatori moderni. L'insignificanza non è certamente un’insignificanza intellettuale, è più
che altro un'insignificanza di cose che hanno fatto durante la vita e di aspetti, diciamo così, teatrali della loro
vita. Bene, cominciamo a vedere anzitutto, a familiarizzarci con l'immagine di Frege e con le date di nascita
e morte che sono in genere gli inizi con cui partiamo. Frege è nato nel 1848, un anno importantissimo,
molti di voi ricorderanno le rivoluzioni che ci sono state in Europa, il manifesto, il partito comunista e
così via. Ebbene questo è stato anche l'anno di nascita di questo grandissimo logico che poi è morto nel 1925
Però in realtà la vita intellettuale di Frege è stata più breve, perché
come
vedremo tra poco, nel 1902 è stata portata a termine praticamente
la sua impresa intellettuale dalla scoperta del famoso paradosso di
Russell, al quale abbiamo già accennato una volta e che
quest’oggi riprenderemo e di cui poi ancora tratteremo più
profondamente la prossima volta, quando parleremo appunto di
Russell e dedicheremo a Russell un'intera lezione. Cerchiamo di
vedere allora più da vicino i contributi di Frege. I contributi di
Frege sono praticamente contenuti dentro tre opere fondamentali. Le tre
opere fondamentali che Frege ha scritto sono anzitutto “la ideografia”, poi “i fondamenti dell'aritmetica” e
“i principi
Opere dell'aritmetica”. Quindi la nostra lezione sarà praticamente
1. Ideografia (1879) incentrata su questi tre libri e noi la struttureremo proprio
2. Fondamenti dell’aritmetica (1884) in tre parti differenti, cercando di far vedere da vicino, in
3. Principi dell’aritmetica (1893,1903) maniera non tecnica, però in maniera un po’ precisa, quali
sono stati i risultati di ciascuno di questi tre libri. Anzitutto come vedete, sono periodi diversi, “l’ideografia”
è il primo libro importante che Frege scrisse nel 1879, “i fondamenti dell'aritmetica” invece è di pochi anni
dopo, il 1884 e poi la grande opera di Frege, quella che avrebbe potuto essere, perlomeno nelle sue
intenzioni la grande opera, cioè “i principi dell'aritmetica”, un titolo che non rende giustizia a ciò che lui
voleva fare, in realtà “i principi dell'aritmetica” erano i principi dell'intera matematica. Poi diremo meglio
come mai bastava fare i principi dell'aritmetica, per poi fondare l'intera matematica, comunque questa è
un'opera che Frege progettò in due grossi tomi, il primo uscì nel 1893, sembrava l’inizio appunto di un
avventura, sembrava l’inizio della storia per Frege, cioè il fatto che effettivamente lui fosse arrivato alla
conclusione dei suoi studi. Si trattava soltanto di portare a termine quello che ormai era in qualche modo in

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nuce, in embrione nelle opere precedenti, però il secondo volume del 1903 nacque praticamente morto, un
aborto, uno di questi poveri bambini che nascono appunto senza vita, perché nel 1902 c’era stato appunto il
paradosso di Russell che aveva posto fine, che aveva fatto crollare il suo enorme edificio. Andiamo a vedere
allora da vicino che cosa Frege ha fatto in questi libri. Incominciamo col primo tomo, la prima opera, la
prima grande opera della logica moderna contemporanea, cioè la “Ideografia”.
1. Ideografia Anzi tutto cerchiamo di vedere da vicino, che cosa significa il titolo stesso,
Linguaggio in formule perchè ideografia è una parola un po’ strana, che significa grafia di idee;
del pensiero puro ebbene il sotto titolo dell’opera di Frege spiega in maniera più precisa più
dettagliata che cosa lui volesse fare; l’ideografia doveva essere un linguaggio in formule del pensiero puro.
Quindi ci sono tre aspetti praticamente, c’è il linguaggio, c’è il pensiero e soprattutto ci sono le formule e
allora facciamo un passo indietro, ricordiamoci di quali erano stati i sogni che Leibniz aveva posto sul
tappeto della logica matematica, su quella che sarebbe diventata la logica matematica, uno di questi sogni era
quello che Leibniz chiamava la lingua filosofica o la characteristica universalis, che doveva essere un
qualche cosa, un linguaggio precisamente, che permettesse di esprimere in maniera tecnica, in maniera
formale ed è qui che interviene la parola formule, che permettesse di esprimere i fondamenti di ogni scienza
ed in particolare, poiché le scienze si fondano quasi tutte, soprattutto le scienze naturali, sulla matematica,
questo sogno di Leibniz della lingua caratteristica, doveva essere un linguaggio formale per la matematica.
Naturalmente Frege che era anche un filosofo, soprattutto un filosofo all'epoca, era interessato a mettere in
formule, a scrivere un linguaggio che parlasse del pensiero puro. Ora il pensiero puro per noi è
semplicemente quello che oggi chiamiamo la logica per l'appunto e allora scrivere o inventare un linguaggio
per la logica che fosse scritto in formule, era di nuovo un passo avanti nella stessa scia di Boole che abbiamo
trattato la scorsa settimana. Però Boole aveva proposto un linguaggio algebrico, quindi puramente
matematico che usava concetti e simboli che già si conoscevano, vi ricorderete che l'idea fondamentale
dell’algebra booleana, era quella di associare alla verità il numero 1, alla falsità il numeri 0 e poi alle
operazioni dei connettivi del calcolo proposizionale, le solite operazioni algebriche sui numeri, cioè in
particolare alla negazione veniva associata la sottrazione e alla congiunzione veniva associato il prodotto di
numeri; ebbene questo era un tentativo, certamente anche un tentativo riuscito tra l’altro, come abbiamo
ricordato pochi minuti fa, di concretizzare, di rendere concreto, di riuscire a realizzare il sogno di Leibniz,
però era in qualche modo insoddisfacente, perché si faceva ancora riferimento, troppo riferimento alle
operazioni della matematica e quindi era praticamente una riduzione della logica proposizionale di Crisippo
e poi abbiamo visto anche della logica del sillogismo di Aristotele, al linguaggio della matematica stessa;
ebbene non era proprio questo l’obbiettivo di Frege, perché Frege voleva trovare un linguaggio in cui la
stessa matematica si sarebbe potuta esprimere in una maniera più generale, in una maniera più pura, molto
più astratta, cioè l’algebra è una parte della matematica e allora ridurre la logica ad una parte della
matematica, non poteva essere soddisfacente, il vero obbiettivo doveva essere quello di trovare un
linguaggio autosufficiente, un linguaggio autonomo, che venisse prima dei linguaggi della matematica e in
cui l’intera matematica si potesse esprimere, non solo una sua parte come l’algebra, ma anche tutto il
resto,come l’analisi, eccetera, di cui parleremo tra poco. Quindi l’idea della Ideografia era appunto, detta in
parole povere, concretizzare il sogno di Leibniz di una lingua per il pensiero puro scritta con formule.
Benissimo, che cosa fece allora, in questo suo tentativo di realizzare questo sogno? Anzitutto fece quello
che praticamente lo consegnò alla storia, lo fece diventare uno dei più grandi logici di questo periodo, cioè
fece dei passi avanti, finalmente rispetto ai Greci e a Boole. Ricorderete che abbiamo concluso la scorsa
lezione su Boole dicendo che nonostante tutti risultati che era riuscito ad ottenere con l’algebra booleana
e nonostante tutte le applicazioni che l'algebra booleana aveva
poi realizzato, sia con Boole stesso che soprattutto nel mondo
contemporaneo del ‘900 attraverso i legami con i circuiti
elettrici, con il computer se ricordate, addirittura con le reti
neurali del cervello e così via, non era riuscito comunque a
fare passi avanti rispetto ai greci. Il grandissimo risultato di Boole
fu quello di esprimere in maniera matematica, in maniera
algebrica ciò che i greci erano riusciti a fare nella logica, di

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finire praticamente, di mettere la ciliegina sulla torta, ma non di andare oltre, di concludere un'impresa che
era iniziata 2000 anni prima. Ebbene Frege ovviamente si trova in questa situazione, viene venti-trent'anni
dopo Boole, non può più fare le stesse cose, doveva andare avanti. Ora il problema era: è possibile andare
avanti? Non è affatto detto, sembrava che un'analisi così profonda, fatta tra l'altro, da menti così eccelse, da
due Scuole come la Scuola peripatetica di Aristotele e la Scuola stoica di Crisippo, fosse l'analisi conclusiva,
che si fosse già arrivati praticamente al punto finale e che non si poteva andare oltre. Notate che questa era
effettivamente l'impressione che non soltanto i contemporanei di Aristotele e di Crisippo avevano, ma
questo è abbastanza evidente, perchè erano di quell'epoca lì, ma anche gli Scolastici e soprattutto addirittura
anche lo stesso Kant aveva. Kant aveva sostenuto che ormai la logica era stata completata, l'analisi logica
non si poteva portare oltre quello dove l'avevano portata Aristotele e Crisippo e quindi praticamente in
quella direzione non c'era più niente da fare. Quindi ci voleva anche un certo coraggio intellettuale per
cercare, come fece Frege, di andare oltre. Dove si andò oltre, quali sono i punti di riferimento in cui Frege si
pose per andare oltre i greci e oltre Boole?. Ebbene sono due, di cui ho scritto qui i nomi, cioè le relazioni e
i quantificatori. Cerchiamo di vedere più da vicino, come mai ci riuscì ad arrivare, a fare passi avanti.
 Aristotele Parliamo anzitutto delle relazioni”; ricorderete, lo abbiamo
citato
Relazione: Soggetto/predicato un certo numero di volte, che la logica di Aristotele si basava su
 Frege un'analisi delle strutture linguistiche, su un'analisi del
linguaggio Relazioni: soggetti/ predicato e del pensiero ad esso collegato, che
però era praticamente una
/complementi analisi con un soggetto e un predicato Aristotele considerava
quelli che oggi i logici chiamano “predicati unari”, cioè che hanno soltanto un verbo praticamente e un
soggetto che si riferisce a quel verbo, quindi soltanto soggetto e predicato. Però oggi, chiunque sia andato a
scuola, chiunque abbia fatto soltanto anche ciò che si insegna nelle medie, sa che in realtà l'analisi logica, sa
che il linguaggio è più complesso di questo, le azioni coinvolgono anzitutto non soltanto sempre un solo
soggetto, ma ci possono essere più soggetti e poi soprattutto ci può essere anche qualche cosa che questi
soggetti fanno, ci può essere un complemento. Oggi questo, come dicevo, è diventato lapalissiano perché è
diventato talmente classico che lo si insegna anche ai bambini. Ebbene, questo fu uno dei risultati che Frege
riuscì ad introdurre, cioè l’estendere le relazioni di cui parlava Aristotele dal solo caso molto semplice di
soggetto e predicato al caso in cui ci sono più soggetti, ci possono essere oltre che soggetti anche i
complimenti e quindi non soltanto soggetto e predicato, ma soggetti, predicato e complementi; quindi la
possibilità di considerare non relazioni unarie come nel caso di Aristotele, ma come diremo oggi in
matematica, relazioni ennarie, dove n sta per un numero qualunque o relazioni se volete multiple, cioè in
particolare relazioni binarie, ternarie, quaternarie e così via, cioè a due o più soggetti o complementi. Come
mai c'è bisogno di questa estensione per poter fare un linguaggio puro, un linguaggio in formule del pensiero
puro e in particolare dell'aritmetica? C'è ne bisogno, basta pensarci momentino, quando si parla di numeri
una delle cose essenziali è di paragonarli fra di loro, paragonarli perché ci si chiede se sono uguali per
esempio; ebbene l'uguaglianza è già di per sé un predicato che ha due soggetti, perché si cerca di mettere
insieme, di comparare, di paragonare due numeri e di vedere se questi due numeri sono uguali oppure no.
Ecco quindi subito, immediatamente, già nell'aritmetica, anche già nell’aritmetica dei numeri 0,1 il fatto di
vedere se due numeri sono lo stesso numero oppure no, che si ha una relazione binaria. Ci possono essere
altre relazioni binarie molto ovvie nel caso in cui due numeri siano diversi, cioè ci si può chiedere, per
esempio, quale dei due è maggiore dell'altro oppure quali dei due è minore dell'altro e allora il maggiore o il
minore sono di nuovo due relazioni binarie e quindi abbiamo già tre esempi, appunto l’uguaglianza, il
maggiore e il minore, di relazioni binarie che vengono usate correttamente in matematica e delle quali la
logica aristotelica non poteva trattare perché non erano relazioni unarie, non erano del tipo soggetto e
predicato. Come esempio di relazioni ternarie, la cosa più ovvia, si ha quando prendiamo due numeri e ci
chiediamo se la somma di questi due numeri è uguale ad un terzo numero, quindi due numeri e poi se la loro
somma è uguale ad un terzo, l'essere uguale alla somma di due numeri è una relazione ternaria, che
coinvolge tre numeri, idem per il prodotto e così via. Quindi in matematica le relazioni a più soggetti, a più
complimenti sono ubique, si usano correntemente e quindi c'è bisogno, se si vuole fare effettivamente un

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linguaggio formale per la matematica, di estendere il campo delle relazioni a questi tipi di analisi. Ebbene
questo fu proprio quello che fece Frege. Quindi una prima estensione della logica greca e poi una seconda
che praticamente consegue automaticamente dalla prima, perché già Aristotele, lo abbiamo detto più volte,
aveva considerato i quantificatori, cioè tutti, qualcuno e nessuno, però lui li considerava soltanto ristretti
all'unico soggetto di cui si poteva considerare il predicato, perché come abbiamo detto poco fa l'analisi di
Aristotele si riferiva soltanto a relazioni del tipo soggetto e predicato.
Quantificatori Nel momento in cui Frege introdusse relazioni, in cui ci possono essere
tutti, qualcuno, nessuno soggetti e complementi multipli, ecco che allora questi quantificatori
automaticamente possono essere riferiti ad uno qualunque di quei soggetti. Allora i quantificatori che nel
caso di Aristotele, se ne stavano lì isolati da soli, si poteva dire per esempio “per ogni x, oppure per ogni
uomo, l’uomo è mortale”, cioè “tutti gli uomini sono mortali”; adesso invece si può cominciare a parlare di
due o più soggetti. Ad esempio “per ogni numero ne esiste qualcun altro maggiore di esso”, ecco che usando
il predicato maggiore, che è appunto un predicato binario, possiamo usare due quantificatori(ogni e qualcun
altro)) che in logica vengono chiamati “alternati”. Ed ecco che qui, la complicazione della logica di Frege
salta immediatamente agli occhi; la logica di Aristotele non era praticamente molto diversa dalla logica
proposizionale di Crisippo proprio per questo motivo, perché benché trattasse dei quantificatori, in realtà
erano quantificatori riferiti soltanto ad un soggetto e allora questo praticamente riduceva la logica sillogistica
di Aristotele alla logica proposizionale. Questo è qualche cosa di cui si accorse immediatamente Boole
quando fece la sua analisi attraverso le algebre booleana; infatti abbiamo ricordato la scorsa volta che
effettivamente le stesse algebre booleane servono per descrivere sia il calcolo proposizionale che il calcolo
sillogistico. Come mai? Ma perchè evidentemente queste due cose sono soltanto una la riformulazione
dell’altra; nel momento invece in cui i quantificatori possono avere questa complicazione, possono
incominciare ad alternarsi uno con l’altro, allora la logica esplode, diventa molto più complicata ed è proprio
questo ciò che Frege capì e incominciò a studiare. Quindi vedete, in effetti un passo avanti molto importante.
Questo è quello che lui fece nel suo primo libro “la ideografia” del 1879, che viene considerata in genere
l’anno di nascita della nuova logica, della logica moderna.
Nel secondo libro “I fondamenti dell’aritmetica, del 1884, Frege si pone un problema differente e il
problema è quello che ho scritto qui, cioè la “la riduzione dell’aritmetica alla logica”, cioè una volta
2. Fondamenti dell’aritmetica (1884) fondata la nuova logica nel suo primo libro l’Ideografia,
Riduzione dell’aritmetica alla logica Frege voleva riuscire a ridurre tutta l'aritmetica alla sola
logica. Ora questo poteva essere un pensiero abbastanza malsano, perché se noi andiamo a vedere
all’indietro quelli che erano i fondamenti della filosofia, soprattutto della filosofia kantiana, Kant aveva
Kant sostenuto che aritmetica è ciò che si chiama, secondo il suo linguaggio, un
L’aritmetica è qualche cosa di sintetico a priori, cioè “sintetico” richiede un'esperienza del
sintetica a priori mondo ed “a priori” richiede la ragione per poter essere considerata. Ora
Frege l’idea di Kant, che l'aritmetica fosse sintetica a priori, era un'idea molto
L’aritmetica è importante, che fece epoca in qualche modo e soltanto Frege fu il primo che
analitica a priori riuscì o che decise di metterla in dubbio. Qual’è l’alternativa? A Frege non
piaceva questo fatto, cioè che per capire i numeri bisognasse avere un'esperienza sintetica a priori, che in
qualche modo bisognasse fare riferimento al mondo. Allora l'idea di Frege fu la seguente, cioè che
l'aritmetica era analitica. Ho scritto analitica a priori soltanto per simmetria, perché in realtà analitica a priori
è un surplus, basta dire analitica, perchè non c'è nessuna analitica a posteriori, mentre invece il sintetico può
essere a priori o a posteriori e dunque qui c'è effettivamente una scelta. Ebbene, dire che l'aritmetica è
analitica significa precisamente questo: è possibile trattare l'aritmetica o meglio definire tutti i concetti di cui
si parla nell’aritmetica semplicemente attraverso la ragione, cioè attraverso l'analisi razionale. Ora questo è
un qualche cosa che si può fare, che si può porre come programma, però è difficile da realizzare. Qual’era
l'idea, come mai a Frege interessava questo aspetto? L’interessava perché, in precedenza, questi due signori,
di cui abbiamo parlato in una delle lezioni introduttive che si chiamano appunto Cantor e Dedekind, due
grandi matematici dell'800, della seconda metà dell'800, erano già riusciti a ridurre l'analisi all'aritmetica.
Per chi non si ricordasse o che non sapesse che cos’è l’analisi, “l’analisi è la teoria dei numeri reali”, mentre
Cantor-Dedekind “l’aritmetica è la teoria dei numeri interi”. I numeri interi sono 0,1,2,3,…e così

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Riduzione dell’analisi via, mentre i numeri reali sono invece un po’ più complicati, sono anzitutto i
all’aritmetica numeri razionali, cioè le frazioni, cioè i rapporti fra i numeri e poi soprattutto
anche i numeri irrazionali, i soliti numeri di cui almeno alcuni esempi sono noti a tutti, come la radice di 2,
di cui abbiamo parlato a lungo quando parlavamo della incommensurabilità della diagonale rispetto al lato
del quadrato oppure п greco che è il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio e così via.
Questi numeri non si possono scrivere attraverso rapporti di numeri interi e l’insieme di tutti questi numeri,
razionali e irrazionali costituisce la teoria dei numeri reali che si chiama in matematica analisi, per l’appunto.
Ora la cosa interessante è che Cantor e Dedekind erano riusciti a ridurre l’analisi alla sola aritmetica, come?
Numero reale = Beh, erano riusciti semplicemente dando una definizione di numero
Successione infinita di interi reale come una successione infinita di interi. Guardiamo qui l’esempio
√2 = 1,4142… π = 3,1415… che ho appena fatto, la √2 e π, √2 è qualche cosa del tipo 1, 4142… e ci
sono qui dei puntini, questi puntini stanno ad indicare il fatto che dopo la virgola nello sviluppo decimale,
come diremo oggi, di √2, c’è una successione infinita e questo infinito è il punto cruciale, per l’appunto degli
interi. Se ci fossero soltanto un numero finito di interi dopo la virgola, quello sarebbe un numero razionale;
in effetto ci sono anche dei numeri razionali che si possono scrivere come una successione infinita, ma che si
chiamano periodici, quindi l’infinito lì è mascherato, in realtà si ripetono sempre gli stessi blocchi di cifre,
ma nel caso di √2 , così come nel caso di π che è 3,1415 eccetera, questi numeri non si ripetono con una
regolarità fissa e allora questi numeri vengono detti appunto irrazionali e anche i numeri irrazionali sono
riconducibili a successioni di interi, a successioni che però devono essere infinite. Allora questa idea di
considerare i numeri reali come successioni infinite di interi era il modo che trovarono appunto Cantor e
Dedekind di ridurre l’intera teoria dei numeri reali, l’analisi, all’aritmetica. Ed ecco che allora riuscire, come
cercava di fare Frege, a ridurre l'aritmetica alla logica, avrebbe significato ridurre praticamente l’intera
matematica alla logica, perché i numeri reali già erano stati ridotti alla aritmetica, se adesso si riusciva a
ridurre l’aritmetica alla logica, allora anche i reali sarebbero stati ridotti alla logica e praticamente l'intera
matematica sarebbe diventata un qualche cosa che si fondava sulla logica. Ecco perché, la Scuola che nacque
dal pensiero di Frege, si chiamava e si chiama ancora oggi Logicismo, cioè il tentativo di porre la logica a
fondamento di tutto; quindi la logica diventa veramente la cosa più importante della matematica e delle
scienze, soltanto che c'è un cambiamento, quasi un capovolgimento rispetto a ciò che invece si pensava al
tempo dei greci. Pensate ad Aristotele che sosteneva semplicemente che la logica era una propedeutica per le
scienze, era un linguaggio introduttorio, era l'organon, cioè lo strumento che serviva per trattare delle tesi.
C'era stato un passo avanti naturalmente con Crisippo, che aveva ritenuto che la logica non era solo
propedeutica, ma era parte delle scienze, era una delle scienze, ma adesso con Frege effettivamente se fosse
riuscito a ridurre l'intera aritmetica alla logica, allora la logica sarebbe diventata la Scienza, tutto il resto
sarebbe stato una riformulazione della logica. Quindi vedete che questo argomento, siamo partiti agli inizi
parlando di paradossi e di piccole cose, adesso addirittura nell’800, alla fine dell'800, diventava il nucleo
centrale di tutta la scienza. Vediamo che cosa Frege cercò di fare e fin dove riuscì ad arrivare. Anzitutto
Frege capì che era possibile dare delle definizioni logiche di numero: per esempio, che cos'è lo zero?
Definizioni logiche di numeri Lo zero è praticamente qualche cosa che non ha niente, cioè è il
 0 = insieme vuoto numero di un insieme che non ha nessun oggetto dentro,
cioè un
 1 = insieme che contiene cestino vuoto per esempio; quante uova ci sono in un
cestino
L’insieme vuoto vuoto, non ce ne nessuna. Ed ecco che allora l'idea fondamentale
 ……. di Frege fu quella di identificare fra di loro un cestino
vuoto o
meglio in termini matematici, un insieme vuoto e il numero zero. Il numero 1 che cosa sarebbe? Beh, deve
essere un cestino dentro il quale c'è qualcosa. Ora però, se si siamo partiti da un cestino vuoto e l'abbiamo
identificato con lo zero, allora basta mettere dentro un cestino un cestino vuoto, ed ecco che abbiamo
qualche cosa che possiamo identificare con l'uno; quindi c'è una differenza tra l’insieme vuoto e l’insieme
che contiene come suo unico elemento un insieme vuoto, uno corrisponda allo zero, l'altro corrisponde
all'uno. Per fare un esempio che tutti forse possono capire, anche se non sono matematici di natura o di

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elezione, pensiamo ai conti bancari per esempio. Insieme vuoto significa non avere un conto bancario, un
insieme che contiene in insieme vuoto significa avere un conto bancario che non ha dei soldi dentro ed è una
cosa molto diversa, un conto è non aver nessun conto e un conto è avere un conto bancario che ha dentro
nessun conto, quindi questa è la differenza fra lo zero e l'uno. E continuando a mettere cestini vuoti uno
dentro l'altro, praticamente Frege riuscì a dare definizione di tutti i numeri interi. Sembrava fatto, la frittata
sembrava fatta, per l’appunto si riusciva a formulare l'intera aritmetica basandosi soltanto sul concetto di
insieme, che ovviamente è un concetto logico e per questo Frege poteva sostenere di aver ridotto l'aritmetica
alla logica, alla teoria degli insiemi. Che cosa successe in seguito? Beh, a questo punto Frege poteva pensare
di aver finito il suo lavoro introduttivo della riduzione dell'intera matematica alla logica, poteva pensare di
rivolgersi a scrivere il suo grande lavoro, la sua grande opera. Questa sua grande opera decise di chiamarla
3. Principi dell’aritmetica (1893-1903) “Principi dell'aritmetica”. Come ho detto, tutti sapevano
Teoria ingenua degli insiemi all'epoca che l'aritmetica ormai era il fondamento della
matematica, perché l'analisi era stata ridotta ad essa, la geometria, tra l’altro non l’ho detto prima, anch’essa
era già stata ridotta all'analisi da Cartesio, perché la geometria cartesiana era proprio questo, sostituire i punti
con le coordinate, cioè con due numeri reali, sostituire le linee con delle equazioni lineari e così via. Quindi
Cartesio aveva ridotto la geometria all'analisi, Cantor e Dedekind avevano ridotto l'analisi all'aritmetica ed
ecco che allora, l'ultimo passo in questo tentativo di riduzione, era appunto quello che cercava di fare Frege,
cioè ridurre l'aritmetica alla logica. Frege pensò di averlo fatto con quelle definizioni che vi ho citato poco
prima dei numeri e allora nei “ principi dell'aritmetica”, un titolo modesto, che in realtà stava a significare i
principi di tutta la matematica e dunque di tutta la scienza, cercò di costruire i fondamenti della teoria degli
insiemi. Ricordate il numero 0 era insieme vuoto, il numero 1 era insieme che conteneva l’insieme vuoto e
così via, quindi bisognava fondare questa volta non più l'aritmetica, bensì la teoria degli insiemi. Benissimo,
qual è il fondamento che Frege pose alla teoria degli insiemi? Due soli assiomi, molto semplice, li abbiamo
una volta citati un po' di corsa, adesso cerchiamo di vederli più da vicino.
 Estensionalità Il primo assioma si chiamava assioma di estensionalità,
cioè due
Due insiemi sono uguali insiemi sono uguali se hanno gli stessi elementi, cioè due cestini
se hanno gli stessi elementi sono praticamente intercambiabili, se voi andate a comprarli, se
 Comprensione dentro hanno gli stessi oggetti, questa è l'idea
fondamentale.
 Ogni proprietà di insiemi Detto in termini filosofici, questa è una formulazione
del famoso
determina un insieme principio di identità degli indiscernibili, che aveva già formulato
Leibniz, tanto per cambiare, anche lui uno dei grandi precursori di questa linea di pensiero. L'identità degli
indiscernibili significa che due cose che non si riescono a distinguere sono praticamente la stessa cosa. Ora
due cestini, è chiaro che nel mondo fisico si riescono a distinguere, perché anche due cestini che abbiano lo
stesso numero di uova dentro, insomma avranno delle differenze in altre cose, ma nel caso della matematica,
quando si parla di insiemi, ormai siamo arrivati al livello delle idee, se abbiamo due insiemi che hanno
esattamente gli stessi elementi, da un di vista logico sono la stessa cosa e il principio di estensionalità cattura
precisamente questa idea.
Il secondo principio, invece molto più importante, è il cosiddetto principio di comprensione. Che cosa
corrispondono gli insieme? Beh, ricordatevi, Frege stava cercando di fare una fondazione logica dell'intera
matematica e allora le proprietà di insiemi determinano gli insiemi, e allora che cosa sono gli insiemi.? Sono
semplicemente collezioni di oggetti, ma che sono definiti da proprietà ed ecco che con questo principio di
comprensione Frege metteva insieme da una parte gli insiemi e dall'altra parte le proprietà, cioè da una parte
la teoria degli insiemi matematica e d'altra parte la teoria logica delle proprietà, cioè il linguaggio e così via.
E in questo modo basandosi su questi due assiomi Frege riuscì effettivamente nel primo volume e poi anche
nel secondo che aveva già molto avanzato verso la fine dell'800 e
inzi dell’900, riuscì a costruire o a ricostruire l'intera aritmetica,
cioè quelle idee intuitive a cui avevo accennato prima, cioè le
definizioni di 0 e 1 e così via, ma poi anche tutte le proprietà

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caratteristiche dei numeri interi, Frege riuscì a derivarle da questi due soli assiomi. Ed ecco che allora, aveva
coronato non soltanto il suo sogno, ma addirittura il sogno di Leibniz, l'idea di riuscire a costruire un
linguaggio perfetto per la matematica, sufficientemente generale e di riuscire a basare su questo linguaggio,
su questo fondamento, l'intera matematica. Però succede un patatrac, cioè nel 1902, ecco che arriva questo
signore, questo Lord inglese, stessa nazionalità di Winston Churchill che rivendica questa volta il possesso
della logica all'Inghilterra e Russell nel 1902, dunque l'anno prima che esca il secondo e ultimo
volume dell'opera di Frege, scopre quello che viene chiamato “il paradosso di Russell”. Guardate la
sua aria
soddisfatta, anche un po' sorniona, lui mandò nel 1902, era un giovane ragazzo all'epoca, aveva una trentina
d'anni, forse 25-30 anni, mandò una lettera a Frege dicendogli: caro signor Frege, ho letto con molto
interesse il suo primo volume, l'opera della sua vita, però mi sono accorto che sulla base dei suoi principi è
possibile dedurre questa contraddizione e la contraddizione è molto semplice, cioè “l’insieme degli insiemi
che non appartengono a se stessi è contraddittorio”. Come mai? Beh, ci sono soltanto due possibilità:
considerate l’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi, anzitutto che cosa vuol dire per un
insieme appartenere a se stessi? Russell faceva l’esempio delle tazzine da tè; lui era un inglese, ovviamente
ogni giorno alle cinque della sera si prendeva una tazzina da tè, l’insieme delle tazzine da tè ovviamente non
è un insieme che appartiene a se stesso, perché non è una tazzina da tè, tante tazzine messe insieme non
formano una tazzina, però l’insieme delle idee astratte, per esempio, è a sua volta un'idea astratta, quindi è un
insieme che appartiene a se stesso. Sembrerebbe che ogni insieme deve o appartenere o non appartenere a se
stesso. L’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene o no a se stesso? Supponiamo di
sì, supponiamo che appartenga a se stesso: beh, allora deve essere uno degli insiemi che non appartengono a
se stessi e questo non è possibile. Supponiamo che non appartenga a se stesso, allora non può essere uno
degli insiemi che non appartengono a se stessi, dunque deve appartenere a se stesso. Uno di quei rompicapi
molto simili ai paradossi, che già avevano trovato i greci, molto simile al paradosso del mentitore, di cui tra
l'altro è una delle riformulazioni, che però mette in crisi completa l'intero armamentario che Frege aveva
sviluppato. Frege naturalmente entra in crisi, scrive nell'appendice al secondo volume che ormai era già
finito “ho ricevuto l'altro giorno una lettera del signor Russell che mi ha messo in crisi” e Frege non riuscì
più a uscire da questo patatrac, diciamo della sua carriera. Oggi che cosa succede? Frege non trovò la
soluzione di questo paradosso, Russell propose delle risoluzioni di cui parleremo la prossima volta, perché è
bene che a Russell dedichiamo un intera lezione e vedremo anche come lui cercò di risolvere il suo
paradosso. Oggi però le soluzione proposte da Russell, non sono quelle sono accettate dai matematici o che
sono diventate di moda fra i matematici.
Soluzione La soluzione dei problemi di Frege è quella che ho scritto qui nella
Classi/insiemi slide, cioè la soluzione è quella di dividere gli insiemi in due grandi
Russell ha definito una classe famiglie, una si chiama ancora “insiemi”, ma l'altra si chiama “classi”
propria, non un insieme L'idea è quella che il “principio di comprensione” in realtà non
definisce degli insiemi, ma definisce delle classi, quindi quando si parla di proprietà, non si sta parlando di
insiemi, ma si sta parlando di una cosa più generale che si chiamano “classi” e allora ciò che Russell ha
definito “l’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi”, in realtà quello non è un insieme, è
la classe di insiemi che non appartengono a se stessi e in questo il paradosso scompare; sembrerebbe essere
una soluzione molto elegante, c'è un unico problema ed è che questa soluzione non risolve molto, perché nel
momento in cui noi riformuliamo il principio di comprensione, dicendo che “ogni proprietà di insiemi
determina una classe”, ecco che qui allora arrivano i problemi, perchè se le proprietà determinano delle
Comprensione classi e come facciamo a sapere quando abbiamo di fronte un insieme?
ogni proprietà di insiemi Beh, dobbiamo dirlo espressamente, possiamo farlo soltanto a partire
determina una classe da proprietà di insiemi, ma dobbiamo avere qualche insieme per poter
Problema parlare di proprietà di insiemi e non possiamo certamente ottenerli dal
come costruire insiemi? “principio di comprensione”
perché “il principio di comprensione”
determina soltanto delle classi. Questo è un vero problema e in
particolare il problema è quello che ha scritto qua: come facciamo a

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costruire degli insiemi? Beh, vediamo qual’è il tipo di soluzioni che oggi è stato accettato. E’ una soluzione
che Russell definì semplicemente, che ha lo stesso vantaggio del furto nei confronti del lavoro onesto. Ogni
volta che a noi piacerebbe di dire che qualche cosa è un insieme, lo diciamo per definizione, per assioma.
Ora questo non era certamente ciò che pensava Frege di fare, non è certamente ciò che pensava Russell di
fare, loro speravano di fare una fondazione della teoria degli insiemi da un p.di v. logico, se poi invece ogni
volta che abbiamo di fronte un insieme lo dobbiamo dire che questo è un insieme, semplicemente perché
abbiamo descritto un assioma che lo dice oppure lo è perché si riferisce ad altri insiemi che abbiamo già
costruito, questa è una soluzione molto poco soddisfacente. Comunque vediamo questa soluzione, che è
quella che è stata proposta da questi due signori Zermelo nel 1904 e Fraenkel nel 1921 e oggi infatti la teoria
degli insiemi si chiama non più teoria di Frege ingenua, che quindi è ancora nominata, ma si chiama teoria di
Zermelo e Fraenkel. Gli assiomi che Fraenkel e Zermelo hanno proposto sono i seguenti
praticamente: anzitutto non si può nemmeno usare il principio di comprensione, pensate per dire che c'è un
insieme vuoto, cioè un insieme i cui elementi soddisfano una proprietà contraddittoria, perché c’è una classe
vuota, basta prendere una qualunque proprietà contraddittoria, tipo “essere diversi da se stessi” ed è chiaro
che nessuna cosa è diversa da se stessi e quindi non c’è nessun oggetto che soddisfa quella proprietà, ma il
principio di comprensione dice che “l’insieme degli oggetti che soddisfano una proprietà contraddittoria
formano non un insieme”, ma una classe per poter
 Insieme vuoto dire che l’insieme vuoto è un insieme c'è bisogno di un assioma
 Operazioni su insiemi particolare. Poi bisogna fare delle operazioni sugli insiemi, le
 Insieme infinito operazioni sono simili, si ha che l’insieme vuoto corrisponde al
 ……………….. numero 0, allora sugli insiemi si possono fare delle operazioni
 Insieme inaccessibile che corrispondono alle operazioni che si fanno su numeri, cioè
 Grandi cardinali la somma, il prodotto, l'elevamento a potenza e così via. Questi
 …………………. si pongono per assiomi. C'è anche il bisogno in matematica, lo
abbiamo visto prima nella definizione di numero reale, di parlare di insiemi infiniti, perché un numero reale
che non sia razionale ha uno sviluppo infinito di decimali, allora c'è bisogno di un assioma specifico che ci
dica che esiste un insieme infinito e così via, poi c’è bisogno in matematica, oggi soprattutto, di insiemi via
via più grandi, ma gli assiomi precedenti non permettono di dimostrare l’esistenza di questi insiemi via via
più grandi e dunque c’è bisogno di una cornucopia, di una lista enorme di proprietà di insiemi, di assiomi che
bisogna mettere giù piano piano . Questo chiaramente è un po’ la fine del sogno, cioè il sogno era bello
quando lo si sognava alla maniera di Frege, cioè fondare l’aritmetica sulla logica, sulla teoria degli insiemi e
fondare la teoria degli insiemi su due sole proprietà, su due soli assiomi che erano da un punto di vista logico
perfettamente naturali, cioè da una parte “l’assioma di estensionalità”, cioè due insiemi sono uguali se hanno
gli stessi elementi e dall’altro “l’assioma di comprensione”, cioè gli insiemi sono determinati da proprietà
che dicono quali sono le proprietà dei loro agenti. Nel momento in cui crolla questa fondazione, c’è bisogno
di fare queste liste, che tra l’altro, vedete, sono liste molto lunghe, ci sono i puntini che stanno ad indicare
che la lista degli assiomi di Zermelo e Fraenkel non è finita tra l’altro, non è finita nel senso che noi non
l’abbiamo finita, ma nel senso che è infinita, ci sono infiniti assiomi. Come se non bastasse c’è ancora un
ulteriore problema che è stato scoperto da questo signore, di cui abbiamo già parlato più volte e con cui
arriveremo a concludere questo percorso nella logica moderna, cioè Kurt Goedel.
Goedel (1931) Nel 1931Goedel dimostra o meglio una delle conseguenze del suo più famoso
nessuna lista teorema, che si chiama “teorema di completezza”, è proprio che nessuna lista
è esaustiva di proprietà o di assiomi per gli insiemi può essere esaustiva. Quindi, come se
non bastasse, non soltanto la teoria degli insiemi non si può fondare su quei due belli assiomi che aveva
trovato Frege, cioè l’estensionalità e la comprensione, ma non si può nemmeno fondare sulla lista che hanno
stabilito Zermelo-Fraenhel, che è già una lista infinita, ma non c'è nessuna lista di assiomi che permetta di
dire quale sono tutte le proprietà degli insiemi. Questo è veramente un pochettino la fine del sogno di Frege,
ma anche la fine del sogno di Leibniz, cioè il tentativo di fare, non soltanto una lingua, perché questo Frege
riuscì a farlo benissimo nella ideografia, cioè la lingua formale in cui esprimere i pensieri puri della
matematica. Il linguaggio di Frege, non direttamente quello che lui ha inventato come simboli, perchè quelli
sono stati poi usati e adottati in maniera diversa e i simboli che oggi si adottano sono quelli di Peano, di cui
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parleremo poi in seguito, dicevo il linguaggio c'è, ma la fondazione logica della matematica, questa è stata
sognata, ma non è stata realizzata da Frege, poi soprattutto Goedel ha dimostrato che non potrà essere
realizzata da nessun altro. Quindi questa è la conclusione in qualche modo di un sogno ed è anche la
conclusione della lezione di oggi.

LEZIONE 11: Un Nobeluomo paradossale


Benvenuti a una delle lezioni sul personaggio forse più interessante della logica matematica, non dico il più
importante, anche se certamente lo è stato per un certo periodo, perlomeno alla fine dell'800 e agli inizi del
‘900, ma la sua vita è stata una vita veramente avventurosa, una vita lunghissima tra l'altro, che è durata 98
anni, quindi oggi ci divertiremo a vedere quante cose è riuscito a fare questo signore nell'arco di quasi un
secolo. Questo signore di cui sto parlando è Bertrand Russell, qualcuno di voi avrà già sentito il suo nome,
anzi in realtà, io credo che fra tutti i logici di cui abbiamo parlato, forse è quello che più noto al grande
pubblico, anche per le tante cose che ha fatto al di là e al lato della logica. Quindi, oggi parleremo un
pochino di questa sua vita. Allora la lezione l'ho intitolata un nobile paradossale per due motivi, perché
Russell è famoso nel campo della logica matematica per il suo paradosso, il cosiddetto paradosso di Russell,
di cui abbiamo già accennato una volta, ma che oggi rivedremo brevemente e poi è famoso al grande
pubblico, perché ha ricevuto il premio Nobel. Voi vi chiederete come può un matematico prendere un
premio Nobel, lo vedremo tra un pochettino, quando arriviamo al momento del premio Nobel. Per ora
invece, incominciamo per lo meno di definire quali sono gli estremi di questa lunga vita. Come ho detto
Bertrand Russell è nato nel 1872 ed è morto, pensate voi, nel 1970; si pensava quasi fosse addirittura
Russell immortale, non moriva più, continuava a scrivere libri, eccetera.
(1872-1970) Veramente di libri ne ha scritti tantissimi, è stato un autore prolifico
 100 libri da morire, qui ci sono, diciamo così, le cifre della sua vita, pensate
 4 mogli 100 libri ha scritto; naturalmente la anche sua vita ha avuto non
 1 premio Nobel dico 100 mogli, questo sarebbe stato esagerato, comunque un bel
numero di mogli, 4 mogli e per l'appunto, come ho detto, un premio Nobel. Si dice che sia la persona che ha
letto più libri nella storia dell'umanità, qualcuno arriva a sostenere addirittura che abbia letto 100.000 libri, il
che mi sembra francamente una cifra spaventosa, comunque certamente nell'ordine di migliaia. Pensate, già
soltanto, al lavoro che ci vuole per prescriverne 100 di libri. Ora questi 100 libri non erano i libri tascabili,
che vengono oggi prodotti uno dietro l'altro con gran facilità, qualcuno di questi libri era un tomone enorme
e uno di questi, il famoso “Principia matematica” in tre volumi, che conta soltanto come un libro, pensate
voi, tre volumi di formule molto complicate delle quale parleremo tra un momento. Quindi è un po' tra questi
100 libri che dovremmo andare a cercare quali sono le cose interessanti che Russell ha lasciato in eredità,
diciamo così, alla logica matematica; ce ne sono tante, forse meno di quelle che lo credeva, perché
certamente lui era un Lord inglese, ma era anche una persona, credo, molto piena di sé, certamente ha parlato
di se stesso, a lungo ha raccontato gli episodi della sua vita e molte delle cose che sappiamo le sappiamo
proprio perché lui ce le ha dette, ripetute e così via. In particolare due dei libri che lui ha scritto, sono due
libri importanti, che consiglio perché sono veramente una specie di introduzione al suo pensiero, oltre che
agli avvenimenti di questa vita. Il primo libro è la famosa autobiografia di Bertrand Russell, che è stata
scritta nell'arco di un certo numero di anni, dal 1956 al 1969; un'autobiografia in tre volumi, dei quali
 Autobiografia (1956-1969) parleremo brevemente tra un momento e poi un secondo
 La mia vita in filosofia (1959) libro, una aggiunta diciamo così, che si chiama “la mia
vita in filosofia”. Questo è uscito nel ‘59 dopo che era già uscito il primo volume della autobiografia, cioè il
primo volume che raccontava gli episodi della vita, Russell ha pensato di dover raccontare, ormai era già il
1960, aveva quasi 90 anni, quali erano gli episodi più significativi della sua vita intellettuale, perché è questo

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che veramente l’ha caratterizzato ed è questo il modo in cui a lui piaceva caratterizzarlo, come una grande
mente effettivamente, come qualcuno che aveva cambiato la storia della filosofia. Ed ecco che questo libro,
la mia vita in filosofia, forse è il più rappresentativo, quello in cui lui racconta effettivamente le sue scoperte
dal paradosso, quand'era giovane, fino pian piano, a tutte varie fasi della sua filosofia. Ce ne sono state
tantissime di fase della sua filosofia, si diceva all'epoca, che più o meno Bertrand Russell, cambiasse idea
praticamente fiilosofia una volta ogni cinque anni e poiché è vissuto così a lungo effettivamente ha avuto
tempo di cambiare idea una dozzina di volte per lo meno e ogni volta si interessava di cose nuove, come
vedremo quando citeremo perlomeno i titoli delle sue opere più significative, cambiava argomento, si è
interessato non soltanto di logica, non soltanto di matematica, ma di letteratura, di politica e così via, quindi
veramente un vulcano perlomeno di attività, quindi questo è un libro che potete certamente leggere con
profitto. Per quanto riguarda l'autobiografia, beh, il profitto ci sarebbe, se voi avete la pazienza ovviamente
di andar leggervi questi tre volumi, che sono tre volumi molto autocelebrativi e che però raccontano
effettivamente un sacco di aneddoti, un sacco di cose. Cominciano a vedere il primo volume, molto
modestamente i volumi sono sottotitolati da lui, non da me, parlando di personaggi che hanno avuto la
fortuna, secondo Lord Russell, di vivere durante la sua vita, cioè il primo volume è un volume che va dalla
regina Vittoria a Lenin, cioè dal 1872, l'anno della sua nascita, al 1914, cioè l'inizio della prima guerra
mondiale. Come mai la Regina Vittoria e Lenin? Ebbene Russell sceglieva questi personaggi, non a caso,
come sottotitolo della sua autobiografia, lui ne ha conosciuti moltissimi.Era come vi ho detto un Lord e come
voi sapete il titolo di Lord è un titolo ereditario, quindi ovviamente anche la sua famiglia era una famiglia
nobile, che conosceva primi ministri, eccetera, lui si ricorda di aver
giocato o perlomeno di essere stato bambino tenuto sulle gambe,
fatto giocare dal primo ministro Disraeli e così via e la regina
Vittoria era per l’appunto una di queste persone che l'hanno
conosciuto da bambino. Quanto a Lenin, che si potrebbe pensare
fosse un personaggio completamente l'antitesi di Lord Russell, cioè
il bolscevico che ha fatto la rivoluzione russa e così via, anche
Lenin, Russell ha conosciuto, lo ha conosciuto andandolo a trovare
in Unione sovietica dopo la rivoluzione, cioè nel 1920 e Lenin non
gli fece una grande impressione, era ovvio anche che non glielo potesse fare, Russell arrivò in Unione
Sovietica, era il 1920, nel pieno della guerra civile, Lenin non aveva molto tempo ovviamente, perché
doveva dirigere le operazioni di questa guerra enorme, che metteva in forse l'esistenza dello Stato sovietico
con tutto quello che aveva fatto per anni, che aveva preparato per anni e Russell arrivò nel 1920, nell'inverno
russo a raccontare al Lenin il suo paradosso sulla teoria di insiemi, è chiaro che Lenin non aveva molta
voglia di starlo a sentire e questo fece una pessima impressione a Russell che scrisse un libro sui bolscevichi
“teoria e pratica del bolscevismo”; questo è un libro che all'epoca fece abbastanza sensazione, perché Russell
si professava socialista e vedremo che molte delle cose che fece, effettivamente andarono in questa
direzione, si professava socialista, ma quando andò a vedere le realizzazioni, diciamo così del socialismo
reale, di quello che poi sarebbe stato chiamato il socialismo reale, non fu soddisfatto, tornò indietro e scrisse
appunto questo libro che è diventato un po' un classico, perché Russell era uno dei primi personaggi di
spicco, personaggi pubblici, che potevano accedere, potevano andare oltre le linee, andare a curiosare nella
rivoluzione russa e vedere che cosa stava effettivamente succedeva. Questa è la prima parte della sua vita e
nel 1914 Russell aveva appena terminato la sua grande opera
matematica, i “Principia della matematica”, a cui avevo già
accennato prima e di cui parleremo più a lungo in seguito. Il
secondo volume della sua biografia è un volume che si
racchiude tra il 1914 il 1944, quindi praticamente tra l'inizio
della prima guerra mondiale e la fine della seconda guerra
mondiale, quindi il periodo tra le due guerre. I due
personaggi che Russell ha scelto
come sottotitolo del suo secondo volume di autobiografia sono
Freud e Einstein. Einstein l'ha conosciuto ovviamente abbastanza bene in America, perchè Russell ha vissuto

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parecchio negli Stati Uniti, appunto in questi anni, negli anni della guerra, perché se ne andò negli Stati Uniti
verso il ‘39, quando ormai la guerra poi scoppio e non poté più tornare indietro; come sapete tutti a
quell'epoca non c'erano aerei, si viaggiava per nave e l'oceano era diventato ormai impossibile da
attraversare, quindi Russell si fermò in America, ebbe alcune traversie molto interessanti di cui vi parlerò tra
breve. Comunque uno degli episodi della sua vita americana fu appunto il fatto che lui andava regolarmente
a Princeton, dove si trovava Einstein e dove si trovava anche Goedel di cui noi abbiamo già parlato più
volte, che era il più grande logico del secolo e questo a Russell non poteva far piacere. Russell non capì mai
durante la sua vita, quali furono i risultati dimostrati da Goedel, anzi più volte scrisse sui teoremi di Goedel
in una maniera che tradiva questa incomprensione, era chiaro che non aveva capito molto di quello che stava
succedendo nella logica dopo la sua grande opera, dopo i Principia matematica. Per quanto riguarda Freud,
invece, Russell si interessò anche di psicoanalisi, di psicologia e così via e vedremo in particolare almeno un
titolo in seguito, perché scrisse anche lui libri su questo argomento. Il terzo volume invece della sua
autobiografia è il volume che va praticamente dal ‘44 a quasi la morte, perché nel morì nel 1970. E’ chiaro
che le autobiografia sono sempre incomplete, perchè ormai scrive l'ultima parte della sua vita, cioè la morte
e quello che succede subito dopo o quasi finì di scriverlo quando ormai aveva più che novant’anni,
novantacinquenne e lasciò in eredità per l’appunto quasi tutto
il racconto della sua vita.
I personaggi con cui si confrontò in questo terzo segmento della
sua vita, che scelse come sottotitolo, sono Churchill e Mao.
Churchill ovviamente era il primo ministro inglese durante la
guerra, ma non a caso, perché il premio Nobel a cui ho
accennato prima, che Russell prese, ebbene lo prese
soffiandolo proprio a Churchill, erano loro i due ultimi
candidati del 1950 e quando si dovete arrivare alla conclusione
finale, quando si dovete scegliere chi era il vincitore tra l'ex primo ministro Winston Churchill e il filosofo
logico, matematico, letterato politico e così via, Bertrand Russell, il comitato di Stoccolma scelse Bertrand
Russell, quindi in qualche modo, ci fu anche una battaglia diretta tra Churchill e Russell. Per quanto riguarda
invece Mao, la situazione è un po' più complicata, perché effettivamente nell'ultima parte della sua vita, cioè
negli anni 50-60 Russell è ormai vecchio, evidentemente non si poteva più pretendere che facesse ricerche
filosofiche o matematiche, si era dedicato all'attività politica e in particolare all'attività pacifista, cioè cercava
di fare tutto quello che era possibile per la pace nel mondo, anzi io penso che. tutto sommato, poiché c'era
anche una certa parte di carattere in tutto questo, sperava probabilmente di prendere un secondo premio
Nobel, oltre quello che prese nel 1950, questa volta per la pace. Non ci riuscì, però effettivamente lasciò
anche un segno in questa parte della sua attività e vedremo poi meglio in seguito, in che modo ancora oggi si
trasmette questa sua eredità. Quindi a brevi linee, a grandi linee è stata questa sua vita di quasi un secolo,
testimone di un secolo di storia, vista attraverso suoi gli occhi e quindi certamente per questo vi consiglio di
leggere soprattutto il primo libroni cui ho detto, “la mia vita in filosofia”, ma anche di sfogliare, per lo
meno, questi tre volumi della sua autobiografia, che tra l'altro sono scritti in maniera interessante, perché
metà del libro è il racconto diretto che Russell fa di ciò che gli successe e di ciò che lui poté testimoniare, ma
la seconda parte, cioè la seconda parte di ogni capitolo è in realtà una collezione di lettere, che lui mandò e
che lui ricevette da personaggi famosi, i più svariati, quindi è anche una testimonianza diretta di ciò che fu la
vita sociale intorno a lui. Personaggi che non erano soltanto logici, anzi quasi nessuno di quelli che vengono
considerati e trattati in questi tre volumi sono personaggi matematici, ci sono filosofi, ci sono politici, ci
sono personaggi di quello che oggi chiameremo il jet set, che allora non esisteva ovviamente, perché non
c'era il jet set, ma era una cosa analoga. Bene, andiamo a vedere più da vicino qual’è stata la vita intellettuale
di Russell e quali sono stati i suoi contributi alla logica matematica e più in generale alla storia del pensiero.
Ebbene la vita di Russell, in particolare dal punto di vista intellettuale, nasce nel 1900. Nel 1900 ci fu
un famoso Congresso di Parigi, che qui è rappresentato con un

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dipinto di Delaunay “la torre Eiffel”. Ebbene nel 1900
questo congresso lasciò il segno, perché prima ci fu un
congresso di filosofia e poi subito dopo un congresso di
matematica e di questo parleremo quando arriveremo alla
lezione dedicata a Hilbert, che propose proprio in questo
Congresso 23 problemi che sarebbero diventati in qualche
modo il filone di ricerca della prima parte del ‘900 nella
matematica. Invece la settimana prima ci fu questo
Congresso di filosofia a cui Russell, che era un giovane
studente all'epoca o per lo meno un giovane ricercatore,
oggi diremmo, ventottenne, andò, partecipò e fece questo famoso incontro con Peano., famoso perché lui
ce lo raccontò più volte. Peano è questo signore, Giuseppe Peano, un matematico, un matematico torinese
anche lui un bel tipo, una persona abbastanza strana e in particolare Peano era un po’ una specie di secondo
Leibniz. Fu un tentativo quello di Peano di ideare una lingua perfetta per la matematica, che era proprio
quello che cercavano di fare in quell'epoca, vi ricorderete dalle scorse lezioni, prima Boole, poi Frege e
anche Russell per conto suo, indipendentemente era arrivato a progettare una lingua di questo genere.
Quando incontrò Peano si accorse, disse lui, che in tutte le discussione Peano si alzava, era sempre più
preciso di tutti gli altri, parlava in una maniera assolutamente forbita, senza fare nessun errore, in maniera
che rispecchiava, disse Russell, quasi una chiarezza di pensiero attraverso le sue parole. Allora Russell
andò da Peano, gli chiese tutti i suoi lavori, Peano per combinazione aveva una valigia piena di reprint,
diremo oggi, di suoi lavori, li diede a Russell, Russell non aspettò nemmeno che cominciasse il congresso
di matematica, se ne andò a casa disse e per due mesi si mise a studiare questa logica di Peano, questi
risultati di Peano e fu colui che poi li propagandò nel mondo intero, perché Russell effettivamente era un
grande propagandista di se stesso, ma anche delle idee degli altri, in particolare di Peano e di Frege. Quindi
questo fu il punto di inizio, 1900 scocca l'inizio del secolo e scocca anche l'inizio della vita intellettuale di
Bertrand Russell. Vediamo che cosa succede in seguito. Poco tempo dopo nel 1902, Russell scopre
studiando non soltanto le opere di Peano, ma ormai già anche quelle di Frege, il suo famoso paradosso del
quale abbiamo già parlato una volta, ma possiamo certamente riprenderlo, rivederlo brevemente da vicino,
cioè scopre che “l’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi e contraddittorio”. Ricordate
quando abbiamo parlato di Frege, abbiamo già introdotto questo
Paradosso di Russell(1902) fatto, il fatto cioè che verso la fine dell'800, si cercava di
l’insieme degli insiemi che mettere in piedi una fondazione logica della matematica,
non appartengono a se stessi per cercare di ridurre la matematica alla logica e il modo
è contraddittorio in cui Frege aveva cercato di fare questa riduzione era,
appunto, quello di ridurla a quella che oggi viene chiamata “la teoria degli insiemi”, gli insiemi che sono
praticamente le estensioni dei predicati. E allora Russell scopre che “l’insieme degli insiemi che non
appartengono a se stessi” era problematico, come mai? Ma perché i casi sembrerebbero essere soltanto due,
cioè questo insieme o appartiene a se stesso oppure non appartiene a se stesso. È possibile che appartenga a
se stesso? Beh no, perché se appartiene a se stesso, allora non può essere un elemento di se stesso, perché gli
elementi che stanno dentro questo insieme sono proprio quelli che non appartengono a se stessi. Idem per il
contrario, cioè questa è una versione, voi ormai l'avrete capito, è semplicemente una riformulazione, un
travestimento del paradosso del mentitore o di tutte le sue varianti, però la cosa importante è che, mentre il
paradosso del mentitore si riferiva al linguaggio naturale e quindi non dava molto fastidio ai matematici o
anche filosofi, questo invece, il paradosso di Russell, si riferisce alla teoria degli insiemi che, appunto
abbiamo detto doveva essere il fondamento della matematica moderna. Allora questo diventa più
problematico, quindi una riformulazione però importante, sostanziale. Con questo paradosso che
probabilmente è l'unico vero contributo che Russell diede alla logica matematica, però un contributo
importante, scosse le fondamenti di questa teoria degli insiemi, mise in crisi il progetto di Frege e vi
ricorderete che Frege praticamente finì il suo secondo volume della sua grande opera “I fondamenti della
matematica”, dicendo che non c'è niente di così più insoddisfacente purtroppo, di più triste per un autore
quando arriva alla fine della sua opera, di ricevere una lettera come quella che gli aveva mandato all’epoca il

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giovane Bertrand Russell che scopre, che gli fa vedere che quest'opera è praticamente fondata sulla sabbia,
cioè che le fondamenta non stanno in piedi. Ebbene questo è il contributo di Russell, per l’appunto, ai
fondamenti della matematica. Cosa successe subito dopo? L'anno dopo, il 1903, Russell pubblica la sua
prima opera sostanziosa, è un'opera che ancora oggi è tradotta in italiano, che si continua a vendere, perché
effettivamente scritta nel linguaggio magistrale che Russell usava. Russell era un gran parlatore, era un
grande scrittore, aveva il dono della scrittura, un po' come Mozart aveva il dono della musica, scriveva, ci
sono i suoi manoscritti, perché all'epoca ovviamente non si scriveva con il computer, ci sono questi
manoscritti quasi senza cancellature, probabilmente era quasi come un flusso di coscienza, le cose venivano
fuori dalla sua mente e passavano direttamente attraverso il braccio e poi sulla carta. Quindi questo pensiero
molto chiaro e questo libro “il principio della matematica” è effettivamente una scrittura molto agevole,
I principi della matematica molto chiara, di quelli che dovevano essere i fondamenti
(1902) logici della matematica, perché Russell, come ho detto
Matematica = logica prima, era arrivato indipendentemente sia da Frege che da
Peano a concepire questa idea, cioè l'idea di ridurre tutta la matematica alla sola logica, cioè di fare della
logica il vero fondamento della matematica, che poi è anche quello di cui abbiamo parlato praticamente
nelle scorse lezioni, cioè l'idea che la logica sia non soltanto una parte delle scienze, una parte della
matematica, ma che sia praticamente la parte più importante perché su di essa in realtà si può porre tutto
l’insieme del resto della matematica. Ebbene, quindi questa equazione che ho scritto “matematica = logica”
è un po' la caratteristica di questo libro, la caratteristica del pensiero, del progetto di Russell, ma anche
quella di Peano e di Frege che Russell poi confessò di non avere conosciuto praticamente fino alla fine, cioè
Russell aveva cominciato questo libro ovviamente molti anni prima, quando scoprì i lavori di Peano, il
linguaggio di Peano, però i lavori di Frege li conobbe proprio molto alla fine e in un un'appendice a questo
suo libro parla per l’appunto di ciò che è la filosofia e quali sono i risultati della logica di Frege, dicendo mi
dispiace di esserne venuto a conoscenza troppo tardi per poterli inglobare all'interno del testo; di nuovo non
c'erano i computer, che oggi permettono di fare queste cose, di scrivere testi in maniera molto facile,
attualmente all'epoca si poteva soltanto aggiungere un'appendice. Quindi questo è il primo grande lavoro,
che però non fu la pietra definitiva, perché Russell in realtà in questo lavoro poté soltanto parlare del suo
paradosso, il suo paradosso che aveva sì messo in crisi ovviamente il progetto di Frege, ma aveva
ovviamente messo in crisi il progetto di Russell stesso, quindi non era soltanto Frege a doversi preoccupare,
Frege ormai era alla fine della sua carriera e concluse il suo secondo volume dicendo, bah, insomma
qualcun altro troverà la soluzione. Ebbene questo qualcun altro Russell decise doveva essere lui stesso, lui
aveva sollevato il problema, lui doveva risolverlo. Allora incominciò a produrre una serie di articoli in
preparazione di quello che doveva essere poi la soluzione finale, diciamo dei problemi della logica, che sarà
poi questo grande libro “i principia matematica” che uscì in seguito. Ebbene, in questo percorso di
soluzioni dei problemi, uno dei problemi era quello cosiddetto della “denotazione”, cioè Russell non capiva
bene, ma non soltanto lui, tutti gli altri non lo capivano, come potesse essere possibile parlare di cose che in
realtà non esistono, come si poteva dire di una frase in cui si parla di cose che non esistono, sia vera o falsa.
Il famoso articolo sulla denotazione è del 1905. Qui vedete nella slide una fotografia, voi penserete
si sono sbagliati a mettere la fotografia d i un ciclista, tutti l’avrete
ricon osciuto, Pantani che vinse il giro di Francia, come mai? Ma no,
questa naturalmente è soltanto una metafora, per la frase di cui
Russell tratta in questo suo famoso articolo sulla denotazione. La
frase di cui Russell vorrebbe sapere il valore di verità, vorrebbe sapere
se questa frase è vera o falsa, è la frase che dice “il Re di Francia è
calvo”. Ora il problema è che all'epoca non c’era nessun Re di
Francia e quindi chiedersi se il re di Francia è calvo oppure no,
non poteva essere dal p.di v. di Russell e anche dal p.di v. del
linguaggio naturale, qualche cosa che non poteva essere né vero e
né falso, perché in realtà non c'era nessuno Re di Francia. Il motivo per cui ho messo appunto qui Pantani è
perché è la cosa più vicina, che ci può avvicinare al re di Francia, in un momento in cui appunto il re di
Francia non c'è, è probabilmente il vincitore del tour de France; oggi lo sport è la vera essenza del nostro

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mondo, chi vince il campionato di calcio, chi vince il giro di Francia, il giro d'Italia, è il vero eroe della
situazione, il vero Re. Ebbene eccolo qua, questo sarebbe un re di Francia, per lo meno nel 1998, che in
questo caso particolare era calvo, perché come sapete, Pantani si mette questa bandana per nascondere,
diciamo così, una testa un po' pelata. Però con questo non risolvo ovviamente il problema di Russell; come si
fa a risolvere il problema della denotazione in una frase in cui c’è appunto qualche cosa, si parla di qualche
cosa che non esiste? La soluzione di Russell fu una soluzione tecnica che soddisfa poco ancora oggi. Russell
riformula una frase da un p.di v. logico del tipo “il re di Francia è calvo”, dicendo c'è qualche cosa, che è
qualcuno che è sia Re di Francia e allo stesso tempo è anche calvo. Ed ecco che allora, una frase di questo
genere diventa falsa, perché una congiunzione per essere vera deve esser tale che tutti e due i suoi congiunti
sono veri. Ora il primo congiunto sarebbe “c'è qualche cosa che è Re di Francia” e “non c'è nessun re di
Francia”, quindi quella parte è falsa, quindi tutta la congiunzione è falsa. Dunque questa frase non solo ha un
senso, ma ha anche un valore di verità ed è semplicemente falsa. Questa è la soluzione che in realtà lascia
abbastanza il tempo che trova, ma comunque Russell all'epoca ne fece insomma, ne fece un gran
strombazzamento, in qualche modo fu molto soddisfatto. Ancora più soddisfatto fu della seconda soluzione
al suo paradosso, il paradosso di Russell. Il paradosso di Russell parla di insiemi che appartengono a se
stessi, Russell decise che proprio questo era il problema, cioè il potersi riferire a se stessi. L'idea di Russell
fu di costruire quella che oggi viene chiamata “una teoria dei tipi logici”. L'articolo in cui fece questo è del
1908, la teoria dei tipi logici è praticamente quello che appunto si vede qui, una scala, in cui ciascun scalino
contiene delle cose che vengono definite riferendosi allo scalino precedente, ma ogni volta che noi stiamo
parlando di cose che stanno su uno di questi scalini, in realtà stiamo salendo di uno scalino; in particolare,
quando noi parliamo di insiemi che appartengono o no a se
stessi, stiamo parlando di cose che dovrebbero, da un lato stare su
uno scalino e dall'altro lato stare anche sul successivo, perché si
stanno riferendo a se stessi. Ebbene, secondo la teoria dei tipi
logici questo non è possibile, perché il linguaggio deve essere
stratificato e quindi per esempio una frase che parli della verità
di un'altra frase sta a un livello superiore, ad uno scalino
superiore di quella frase di cui si sta parlando e allora non ci
potrà mai essere nemmeno una frase che dice di se stessa di essere
falsa, quindi questa teoria dei tipi logici esattamente risolve non soltanto il paradosso di Russell, ma risolve
anche per esempio il paradosso del mentitore che abbiamo già detto che era in realtà una variante il
paradosso di Russell, un’altra versione. Quindi questa è una teoria che fu soddisfacente all'epoca, oggi non la
si adotta più, perché complicherebbe molto le cose, però ha delle applicazioni, per esempio in informatica,
nella teoria dei linguaggi di programmazione, cosiddetti tipati, dove il tipato deriva, per l’appunto, da questa
idea di tipo logico; quindi ci sono state del applicazioni, anche
se non quelle che Russell credeva poi fossero così importanti.
Bene, il passo successivo di Russell, che credeva di aver risolto i
problemi che si era posto, a questo punto fu di scrivere la
summa, la grande opera della sua vita. Questa grande opera
si chiama i “Principia matematica”, fu scritta insieme ad un
altro autore, che era questo filosofo, si chiama Alfred
Whitehead, filosofo molto importante, che poi fece delle
cose molto diverse, questo fu un periodo della sua vita e anche
un matematico ovviamente. Questi sono i due grandi autori, quelli che all'epoca, 1910-13, si pensava fossero
un po’ il punto di arrivo finale dell'evoluzione della logica. Russell stesso, immaginava lui stesso di essere
l'erede di Aristotele, pensava di essere ormai il più grande logico della storia. Ebbene, 1910- 913 sta ad
indicare che in realtà, ci furono più volumi dei Principia mathematica, ce ne furono tre, l'opera era stata
progettata come quattro volumi, il quarto non fu mai scritto, perché dopo un po', magari queste cose seccano
e si passa ad altri argomenti; però in realtà, già questi tre volumi, erano considerati un monumento alla
logica. Ma sappiamo tutti, ne abbiamo già parlato altre volte, che il risultato poi di Goedel, nel 1931, fece
vedere che i Principia matematica non potevano essere la soluzione finale, per un motivo molto semplice,

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non perché Russel e Whitehead non fossero stati sufficientemente intelligenti, sufficientemente bravi da
trovare questa soluzione finale, ma perché la soluzione finale dei problemi dei fondamenti della matematica
non esiste, cioè i fondamenti della matematica possono essere un sistema assiomatico, ma qualunque sistema
assiomatico è incompleto, non potrà mai provare tutte le verità che si possono esprimere nel suo linguaggio;
quindi questo è un difetto, non di Russell e Whitehead, non dei Principia matematica, è un difetto di
qualunque sistema che venga proposto, è una limitazione intrinseca del sapere, una limitazione di ciò che noi
possiamo conoscere nella matematica. Ebbene questo fu praticamente quindi la fine della storia, la fine del
sogno di provare, di trovare un sistema universale, un linguaggio universale, che tra l'altro appunto è quello
della logica, un sistema universale in cui ci fossero tutte le verità di cui si poteva parlare. Nel 1918 Russell
scrive l'ultimo suo volume importante sulla logica matematica, che si chiama “Introduzione alla filosofia
della matematica”.
Introduzione alla filosofia Lo scrisse nel 1918, che come tutti sapete è l'ultimo anno della
della matematica(1918) guerra. L'ultimo anno della guerra Russell fece anche propaganda
Sei mesi in prigione pacifista contro la guerra e cominciò a fare propaganda politica,
per pacifismo ormai aveva finito la sua grande opera, cominciò a dedicarsi alla
politica e in particolare questo gli costò sei mesi di prigione. Ebbene Russell mise a frutto questa sentenza
che gli fu comminata, cioè sei mesi di prigione li spese a scrivere questo libro che è diventato un classico
della divulgazione praticamente. In questo libro lui spiegò al popolo in maniera divulgativa, in maniera
essoterica, come già tutti i suoi predecessori da Pitagora a Platone, ad Aristotele eccetera avevano fatto,
spiegò quelli che erano i suoi risultati. Questo è stato un bestseller e continua ad essere venduto ancora ai
giorni d'oggi e se io vi dovessi consigliare un altro libro, oltre “la mia vita in filosofia”, vi consiglierei di
leggere proprio questo, questo è un po’ la summa di ciò che Russell fece in logica. Fatto questo,
praticamente la sua vita nella logica, nella matematica finì. Russell non si dedicò più alla matematica, ormai
era cinquantenne, quindi a quell’età lì aveva anche tutti diritti di farlo e quindi decise di pensare ad altro. In
particolare negli anni ‘20- ‘21 scrisse un libro che si chiama “l’analisi della mente”, che era un tentativo di
fare una filosofia di quella che oggi forse chiameremo forse neuroscienza , cioè la filosofia della mente.
Analisi della mente (1021) Oggi questi argomenti sono di gran moda, all'epoca lo
Analisi della materia(1927) forse erano un po' meno, era un po’ strano che un filosofo,
un matematico soprattutto, si interessasse di cose di questo genere, Russell fu un precursore anche in questo
e subito dopo nel 1927 fece un'analisi dell'altra faccia della medaglia, cioè la mente e la materia, cioè i due
cardini, diciamo così, della filosofia cartesiana, del dualismo; ebbene li analizzò tutti e due e questi anche
sono due classici della filosofia, ovviamente molta acqua è passata sotto i ponti, questi libri sono forse più
interessanti per gli storici che per tutti noi che c'interessiamo magari di questi argomenti, però Russell pose
le basi per diventare non soltanto matematico, per lasciare il suo segno anche nella storia della filosofia.
Cosa successe in seguito? Ebbene, qui successe una cosa, cioè Russell fece forse quello che oggi potremmo
chiamare un passo falso, cioè scrisse un libro che era molto provocatorio, anzi ne scrisse un paio negli anni
29-30, in parte lo completò lui stesso, lo fece anche perché aveva bisogna di quattrini, aveva ormai una
famiglia, vi ricordo che aveva, per l’appunto, quattro mogli, vari figli eccetera, quindi aveva bisogno di un
po' di denaro. Nel 1929 scrisse un libro che si chiamava “matrimonio e morale”.
Matrimonio e morale(1929) Ebbene, Russell propose, pensate sono gli anni ‘29-‘30, gli
La conquista della felicità(1930) anni della depressione, eccetera, quindi del puritanesimo
inglese, in questa situazione Russell propone agli studenti di andare a vivere insieme prima di sposarsi, di
fare l'università, uomini e donne affittandosi degli alloggetti, di vivere come se fossero marito e moglie, per
l’appunto, more uxorio, di avere ovviamente rapporti sessuali, purché con contraccettivi e anticoncezionali e
poi, quando avessero finito l'università, gli studenti potevano poi pensare se continuare questa relazione,
sposandosi dunque oppure lasciarsi e andare poi a vivere ciascuno per conto suo. Immaginate il putiferio che
questa cosa fece. L’anno dopo scrisse “la conquista della felicità”, è un ribadire questi argomenti, quindi
divenne anche un vero e proprio provocatore. Ormai se lo poteva permettere, era un matematico famoso, un
filosofo di fama, aveva libertà di insegnare, lui aveva questo idee, molto all'avanguardia, effettivamente
molto interessanti. Cosa successe in seguito? Successe che, come vi ho detto prima, Russell andò in
America, a fare un ciclo di conferenze ad Harvard e a Princeton, verso il 1938-39, scoppiò la guerra, non

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poté più tornare indietro in Inghilterra e quindi rimase in America ad insegnare. Per un professore come lui
ovviamente non c’era problema, notate che era il 1940, Russell aveva ormai 68 anni, quindi era quasi
settantenne, non c'era problema per lui a trovare cattedre dovunque, gli furono proposte moltissime cattedre,
lui accettò la cattedra al City college di New York, che è una delle università di New York e qui, questo fu
veramente la sua tragedia, perché il papà e la mamma di una delle studentesse che andavano al City college,
lesse per caso o qualcuno suggerì ai genitori di leggerlo“Matrimonio e morale”.
Caccia alle streghe(1940) Questi due signori lessero il libro, furono scandalizzati da ciò
City College di New York che videro, erano appunto gli anni 40, quindi l'ambiente vittoriano,
puritano e fecero causa, non a Russell stesso, perché questo forse sarebbe stato più facile per lui come difesa,
fecero causa al college. Dissero, ma come, noi mandiamo la nostra figlia, il povero angelo illibato in questa
università e voi pagate un professore come questo, perché le faccia lezione. Noi vogliamo che tutte queste
cose non succedano. Ebbene ci fu quella veramente che si può chiamare una vera e propria caccia alle
streghe, nel 1940, nel regno della libertà, per così dire, negli Stati uniti d'America, nel land of freedom, come
si chiamano loro, succedevano queste cose. Ebbene Russell fu estromesso dall'insegnamento, più nessuno,
nessuna università ovviamente si azzardò a dargli l'incarico, nemmeno Harvard, nemmeno Princeton, dove
prima lo aveva invitato a fare conferenze e lo avevano osannato, Russell si trovò sul lastrico praticamente,
ormai settantenne, come dicevo,non aveva più lavoro, non aveva più nulla. E allora quello che successe fu
che si mise a scrivere, perché questo era il suo lavoro e scrisse un capolavoro, scrisse una storia della
filosofia occidentale in tre volumi, che oggi vengono pubblicati in un unico grande volume e questo è forse il
libro che rimane interessante, più divertente da leggere, più divulgativo fra tutti i libri che lui scrisse. Una
storia della filosofia occidentale, in cui non provò nemmeno a mascherarsi dietro le apparenze, a far finta di
essere un professore equidistante da tutte le posizioni, cercando di fare l'oggettivo, una trattazione oggettiva
di quella che era la filosofia, quando un filosofo non gli piaceva lo prendeva a pesci in faccia, quando un
filosofo gli piaceva invece lo osannava e lo raccontava in una maniera che era effettivamente molto
simpatetica; quindi una storia della filosofia veramente affascinante, che fece un sacco di soldi
effettivamente e gli diede per lo meno la possibilità di vivere e di mantenere la sua famiglia, che come vi ho
detto era piuttosto numerosa. Quindi questo fu il risultato della sua opera negli anni 40. Dopo la guerra,
Russell tornò in patria, ormai ottantenne, non era più il caso che andasse ad insegnare nelle università e
naturalmente in Inghilterra le cose erano cambiate e comunque lui si fece un gran vanto di quello che era
questa condanna, di questo processo della caccia alle streghe di cui era stato, in qualche modo, l'oggetto e la
vittima e poi, sorpresa nel 1950, i genitori di questa signorina che avevano fatto causa al Russell, lessero una
mattina il giornale e si accorsero che questo professore, questo sporcaccione, come l'avevano accusato di
essere, aveva vinto nientepopodimeno che il premio Nobel per la letteratura. Nel 1950 in parte per
“Matrimonio e morale” e in parte per la “Storia del filosofia occidentale” Russell vinse il premio Nobel per
la letteratura. Quindi coronò in qualche modo questa sua ricerca del successo, arrivando al massimo
Premio Nobel (1950) grado e arrivando lui matematico, lui filosofo, addirittura a competere
per la letteratura con i letterati, con i grandi nomi della letteratura ed a vincere questo
premio veramente ambizioso, a ottant'anni. Andò a prendere il premio e la storia è anche molto interessante,
lui era molto preoccupato, perché il 1950 era 300 anni dopo l’anno in cui Cartesio era andato nello stesso
posto, cioè a Stoccolma, a trovare la regina ed era morto per il freddo, perchè Cartesio era uno che amava
molto il caldo, se ne stava a letto la mattina per ore e ore, invece la regina di Svezia lo faceva alzare la
mattina presto e morì. Russell era un po' preoccupato, io sono un filosofo, come Cartesio devo andare a
prendere il premio, non si sa mai che cosa mi succede. L'aereo sul quale viaggiava cade, cadde in acqua,
molte persone morirono, Russell si salvò a nuoto, aveva 78 anni, si salvò a nuoto nuotando per 2 km, andò a
riva e andò a prendersi il premio Nobel. Quindi effettivamente un personaggio fuori del comune, ma la sua
storia non è finita; in questi brevi minuti che ci rimangono, possiamo ancora guardare all'ultima fase della
sua vita, che fu la fase della politica. Nel 1961 c'era stato il problema negli anni 60, della crisi dei missili a
Cuba, Russell era ormai impegnatissimo su questi fronti, sul fronte del pacifismo, sul fronte della resistenza
non violenta ai governi e alla guerra, andò a fare un sit in, una serie di sit in a Trafalgar square nel 1961 e
venne arrestato. Ormai novantenne ritornò in prigione esattamente dove era già stato nel 1918 per
propaganda pacifista e ritornò in prigione per una sola settimana, ovviamente non ebbe tempo di scrivere

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nessun libro, però effettivamente fu molto felice, perchè questo diede di nuovo una notorietà ai suoi obiettivi
politici, ai suoi risultati, effettivamente diventa il leader, diciamo così, della protesta giovanile, della protesta
contro la guerra, in Inghilterra. Ebbene questo non è l'ultimo atto perché pochi anni dopo, nel 1966, Russell
costituì quello che viene chiamato oggi il tribunale Russell. All'epoca non era effettivamente chiamato così,
Tribunale Russell(1966) veniva chiamato “il tribunale contro i crimini di guerra”, in generale.
Contro i crimini Pensate, questo filosofo ormai 95nne, con un premio Nobel alle spalle,
di guerra in Vietnam con questi grandi volumi, questa filosofia, matematica, letteratura e
così via, questo filosofo che prende posizione e incomincia nel ’66, attenzione, quindi molto prima delle
contestazioni nostre, nel 68 e nel 69, incomincia a fare questa battaglia, ad accusare gli americani di essere
esattamente, lui diceva, come i nazisti e come i giapponesi, cioè di essersi posto sullo stesso livello politico
di questi criminali, diciamo così, del ‘900 e di aver fatto veramente dei crimini di guerra in Vietnam. Il
tribunale Russell fu effettivamente qualche cosa di stupefacente, cioè incominciarono a sfilare testimoni che
il tribunale chiamava dal Vietnam stesso, cioè venivano testimoni che portavano testimonianze sul
bombardamento al napalm, sulle torture che gli americani facevano in Vietnam e questo fu veramente una
delle pugnalate che vennero inflitte alla politica americana. Ovviamente la guerra in Vietnam finì molto
dopo, ovviamente queste sono delle azioni dimostrative, ma servirono molto a creare una coscienza e anche
in parte a creare quella che poi fu la contestazione giovanile in Europa. Ebbene questa è a grandi linee la vita
di Bertrand Russell. Come vi ho detto, ci siamo anche soffermati forse su molti aspetti della sua vita, perché
come ho detto dal p. di v. logico certamente Russell è stato importante, il suo paradosso è qualcosa che è lì
per rimanere, la sua teoria dei tipi logici è una buona soluzione, a parte dei problemi che questo paradosso
poneva, la sua teoria sulla denotazione è anche lì qualche cosa che può servire ai filosofi, ma forse non è in
questo che risiede il vero valore della vita di Russell, il vero valore è stata questa universalità, questo essere
partito come matematico e poi essere diventato via via filosofo, letterato, aver preso il premio Nobel, poi
politico e così via. Quindi veramente una mente, diciamo così, al servizio del suo secolo. Con questo
abbiamo finito questa carrellata sugli episodi della sua vita. Ci rivedremo la prossima volta per parlare di
altri logici che hanno lasciato un segno in questa materia, in particolare parleremo la prossima volta di
Wittgenstein che fu l'erede, il testimone spirituale diciamo così, di quello che Russell aveva voluto fare.

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LEZIONE 12: Alle ricerche del trattato perduto
La scorsa lezione abbiamo parlato di quello che forse è il personaggio più famoso, se non il più importante
della logica matematica, cioè Bertrando Russell. Abbiamo visto una vita avventurosa, piena di eventi e di
avvenimenti. Oggi vedremo invece un personaggio che certamente non è da meno da questo punto di vista,
anche lui forse non è un grandissimo logico, certamente è stato importante agli inizi del 1900 ed è Ludvig
Wittgenstein, un filosofo, molto noto come filosofo, forse meno importante come logico, che fu per
l’appunto un allievo di Russell. Quindi quest'oggi parleremo anche di lui, della sua vita altrettanto
avventurosa e piena di avvenimenti pure questa, quindi spero che anche questa volta lezione possa essere
perlomeno interessante. Vediamo un pochettino, come al solito, i paletti della vita di Wittgenstein.
Wittgenstein, nacque nel 1889, morì nel 1951, certamente non arrivò al secolo o quasi, a 98 anni del suo
maestro B. Russell.

La famiglia di Wittgenstein, era una famiglia veramente ricca, veramente importante nella Vienna,
nell'Austria di fine secolo ‘800, inizi ‘900. La famiglia era molto numerosa, erano sei, sette figli, tanto per
fare un'idea di che tipo di famiglia, quali tipi di fratelli e sorelle Wittgenstein avesse, ecco qui nella slide
questo bel ritratto di una delle sorelle, Margaret che quando si sposò nel 1905 si fece fare un ritratto di
matrimonio, così si usava, pensate voi, nientepopodimeno che da Klimt, appunto semplicemente un ritratto
su commissione. Klimt era amico di famiglia, ma in questa famiglia circolavano artisti di ogni genere. Il
secondo artista di cui vogliamo parlare in questo momento è invece legato al fratello, a uno dei fratelli di
Wittgenstein, che si chiamava Paul. Questo nella slide naturalmente non è Paul Wittgenstein, è un musicista,
forse qualcuno di voi lo avrà riconosciuto, è ben noto per aver scritto un pezzo di musica che adesso è anche
popolarissimo, grazie anche ad un film di cui non possiamo certo far vedere le immagini qui e questo pezzo
è il famoso bolero di Ravel. Ebbene, che cosa c'entra Ravel con la famiglia Wittgenstein? C'entra, perché il
fratello di Wittgenstein, era un grande pianista, un grande musicista, un genio musicale più o meno del tipo
di Mozart, uno di questi bambini prodigi che suonano, compongono. Paul andò in guerra e purtroppo ebbe
un incidente e perse la mano destra; ora la mano destra per un pianista è la mano più importante, perché in
100
genere i pezzi del pianoforte si basano, si fondano sulla musica che si può suonare con la mano destra ed è
anche la mano più forte, perciò un pianista senza la mano destra certamente può fare poco. Può fare poco a
meno che non conosca dei compositori, amici suoi che gli permettano di fare qualche cosa, che gli scrivano
addirittura dei pezzi e infatti il famoso concerto per la mano sinistra di Ravel, del 1931, fu scritto appunto
per il pianista Paul Wittgenstein, cioè per il fratello di Ludvig Wittgenstein. Ebbene vedete già che questa
era una famiglia che attraeva intorno a sé musicisti del tipo, del calibro di Ravel, artisti, pittori del calibro di
Klimt e non erano gli unici, perché soprattutto verso la fine dell’800, in casa Wittgenstein circolavano
personaggi come Brahms, Maler e così via. Wittgenstein addirittura disse una volta in una delle sue
memorie, che il suo primo ricordo, la sua prima immagine della vita, era quella della barba bianca di
Brahms, che lo solleticava nella culla, quindi immaginative voi. Ovviamente era una famiglia ricchissima, il
padre era praticamente l'analogo di Krupp in Germania, erano costruttori, avevano ovviamente degli
interessi nei metalli pesanti, nel ferro e così via, le traversine e ovviamente i binari delle ferrovie, quindi una
grande famiglia piena di artisti, piena di geni e piena di personaggi interessanti. Uno di questi fratelli è
quello di cui oggi ci interessiamo, cioè Ludvig Wittgenstein che fu per l’appunto un logico. Che fece
Wittgenstein nella sua vita? Beh, anzitutto, come sempre succede, si va scuola e dove andò a scuola il
piccolo Ludvig? Andò a scuola a Linz, una cittadina dell'Austria e frequentò per tre anni questa scuola, dal
1903 al 1906. Uno dei compagni di scuola di Wittgenstein era nientepopodimeno che Hitler. Hitler e
Wittgenstein frequentarono la stessa scuola per un anno, erano più o meno coetanei, erano nati lo stesso
anno o a un anno di differenza, ma la cosa interessante, a parte l'aneddoto, è ovvio che con qualcuno Hitler
sarà andato scuola, è che sia Hitler che Wittgenstein, uscirono da questa scuola tutti e due con un'idea fissa
Linz (1903-1906) e l'idea fissa era quella della soluzione finale. Ora il caso tragico,
Compagno di scuola di Hitler quello di Hitler, era la soluzione finale contro gli ebrei, cioè lo
Soluzioni finali sterminio, il genocidio che poi ha portato alla seconda guerra
mondiale. Anche nel caso di Wittgenstein c'era quest'idea, della soluzione finale, cioè l'idea di arrivare a
risolvere una volta per tutte i problemi della logica e poi ritirarsi in buon ordine, finire perchè la cosa era per
l’appunto completata. Ora io non so bene che tipi di professori ci fossero in questa scuola, ma se due
personaggi come questi, da una parte il Hitler e d'altra parte Wittgenstein, uscirono fuori con l'idea della
soluzione finale forse qualcuno gliela avrà insegnata, ma forse questa non era la migliore scuola dove si
poteva andare. E infatti Wittgenstein cambiò ad un certo punto la scuola e si spostò da un'altra parte; come
vi ho detto la famiglia era molto ricca, quindi non cerano problemi ad andare a studiare nel miglior posto
che si potesse pensare all'epoca e per chi voleva studiare matematica e per chi volesse studiare filosofia, il
miglior posto o perlomeno dei uno dei migliori posti all'epoca era l'università di Cambridge e infatti
Wittgenstein si spostò laggiù negli anni tra il 1911 e 1913, studiò logica matematica, insieme
nientepopodimeno che Bertrand Russell. Bertrand Russell che fu suo maestro e che lo considerò per un
certo periodo il suo erede designato.
Cambridge (1911-1913) Russell ormai in quegli anni, ricorderete la scorsa lezione,
Allievo di Russell era all'apogeo della sua carriera, al punto più folgorante,
aveva già scritto, nel 1910, i Principia matematica che era già usciti sul mercato, un mercato ristretto perchè
ovviamente quel genere di libri non è certamente importante per il numero di coppie che vende, ma per le
cose che dice e per l'influenza che poi ha nella storia del pensiero. Nel 1911, cioè nell'anno in cui
Wittgenstein arrivò a Cambridge era uscito il secondo volume e nel ‘13 poi sarebbe uscito il terzo volume.
Russell veniva considerato il guru della logica mondiale ormai, grazie appunto anche alla sua attività di
propaganda, agli articoli che scriveva, eccetera, era universalmente riconosciuto come il più importante
logico della modernità, perlomeno fino a quel periodo. Ebbene Russell vide in Wittgenstein, in questo
brillante allievo, che gli faceva indagini penetranti, che lo metteva ovviamente in imbarazzo con le sue
domande, con le sue pulsioni, il suo erede. Pensava ormai che dopo i Principia matematica si sarebbe
ritirato, avrebbe fatto altre cose e sappiamo bene quante ne fece dalla scorsa lezione, ebbene lui pensava che
la logica sarebbe andata avanti sulla scia che lui ovviamente
aveva iniziato, grazie all'attività di Wittgenstein. E cosa
successe nel 1913? Lo sapete tutti, perché, ad un certo punto,
questo è il periodo in cui si stavano sentendo i venti di

101
guerra, nel 1914 sarebbe scoppiata la guerra. In realtà Wittgenstein se ne andò da Cambridge nel ‘13, perché
ormai aveva formulato, benché fosse molto giovane, una certa serie di ipotesi sulla logica, che erano in
realtà molto contrarie all’idea che ne aveva Russell e vedremo meglio fra qualche minuto in che senso,
ebbene si era ritirato in Norvegia, voleva lavorare per qualche anno da solo, senza avere nessun contatto con
nessun altro, scrivere, eventualmente avere uno scrivano, che nel caso di Wittgenstein era un famoso
filosofo che si chiamava G. E. Moore, quindi poteva permettersi Wittgenstein anche questo, di poter dettare
i suoi pensieri, i suoi quaderni a qualcuno che in realtà era assolutamente in grado di scrivere opere per
conto suo. Ebbene dicevo, se ne andò per qualche mese in Norvegia e isolato lavorò lì a quelli che poi
furono chiamati i quaderni di quegli anni; poi però scoppiò la guerra e ovviamente i giovani di quell'epoca
andarono al fronte. Anche Wittgenstein effettivamente se ne andò in guerra. La sua traversia in guerra fu
molto lunga, incominciò a patire nelle retrovie, lavorò per un paio di anni nelle retrovie e poi però fu
spostato sul fronte; per due anni combatté e ovviamente chi combatte al fronte una guerra come la prima
guerra mondiale, un vero carnaio insomma, certamente cambia sue opinioni, cambia le sue idee, medita sul
significato della vita e così via. Questo libro di logica che Wittgenstein stava concependo e che aveva
incominciato a scrivere o perlomeno ad abbozzare nei quaderni che scriveva in Norvegia, piano piano si
modificò e infatti il grande libro che poi Wittgenstein pubblicò, dopo pochi anni, di cui parleremo fra un
momento, alla fine nella seconda parte, nella sua parte finale è tutto dedicato al misticismo, ai problemi
dell'etica, al significato del senso della vita e così via; quindi effettivamente la guerra fece una grande
impressione su Wittgenstein, come su tanti altri. Wittgenstein perse un fratello, tra l'altro in guerra, quello
che era ufficiale dell'esercito e che si suicidò ad un certo punto, quando l'esercito austriaco si sfaldò, perché
doveva comandare un battaglione, una compagnia e non riuscì più a farsi ubbidire dai soldati, allora uscì, si
sparò un colpo in testa e quindi morì così. Non è l'unico fratello di Wittgenstein che è morto in circostanze
tragiche, ma anche un altro fratello che era un altro genio musicale della famiglia, era colui che componeva
già all'età di 3-4 anni, non lo stesso Paul, che poi invece in realtà sopravvisse alla guerra e divenne il famoso
pianista con la sola mano sinistra, ma un’altro genio, perché la famiglia Wittgenstein era una famiglia
veramente di persone molto dotate per la musica; Wittgenstein stesso suonava il clarinetto e il pianoforte
come le sorelle e i fratelli, ma sapeva fischiettare benissimo, sembra che sapesse fischiettare intere sinfonie,
in maniera perfettamente corretta con tutte le note. Ebbene questa comunque è ovviamente soltanto una
parentesi, dicevo Wittgenstein stette al fronte, fra il ‘16 e il ’18 e nessuno più sapeva dove fosse finito, in
particolare Russell non sapeva dove fosse finito e in qualcuno dei suoi scritti, lui dice questo problema è
stato posto da un mio allievo Ludwig Wittgenstein, ma non so nemmeno se l’abbia risolto, ma addirittura
non so nemmeno se sia vivo o se sia morto. Wittgenstein era vivo, però era stato preso prigioniero e tra il
1918 e il 1919 effettivamente rimase in prigionia, dove? L'abbazia di Monte Cassino, Wittgenstein fu preso
prigioniero a Cassino, quindi in Italia. Naturalmente continuò a scrivere, continuò a limare il suo trattato
logico filosofico, la sua opera più importante è effettivamente la parola limare, è forse la parola giusta
perché quella è un'opera quasi di poesia più che di scienza, su cui parleremo tra un momento. È giunto
dunque il momento per l’appunto di elencare le opere di Wittgenstein. Ricorderete che il maestro di
Wittgenstein, Russell, aveva scritto praticamente 100 libri nella sua vita e questa volta abbiamo potuto
parlare soltanto di qualcuno, accennare ai titoli, perché ovviamente in un’ora non si può nemmeno fare
l'elenco di tutti questi libri che Russell scrisse. Ebbene l’elenco completo delle opere che Wittgenstein
pubblicò, non solo addirittura nella sua vita, ma che lasciò pronte per la pubblicazione dopo la sua morte, è
questo qua, completo: due opere. Nel 1921 il “Tractatus”, il cosiddetto trattato logico filosofico e nel 1953,
ricorderete che Wittgenstein era già morto, però postumo apparve queste “Ricerche filosofiche” ed ecco che
per questo motivo abbiamo intitolato la nostra lezione “alle ricerche del trattato perduto”, in qualche modo
giocando sulle parole.
Opere Parliamo allora brevemente di questi due libri, cercando di soffermarci su
 Tractatus quello che ci hanno lasciato da un p.di v. logica; non sono gli unici libri che
 Ricerche voi troverete o trovereste in libreria o in biblioteca, perché in realtà dopo
la morte di Wittgenstein questo era pronto, cioè Wittgenstein l’aveva preparato per la pubblicazione, in
realtà aveva pensato di pubblicarlo più volte e poi non era perfettamente convinto che fosse ormai arrivato
nella sua formulazione definitiva e quindi non si decise mai a pubblicarlo; però il libro era pronto, quindi

102
effettivamente questo è il libro che scrisse lui. Wittgenstein era non dico un grafomane, ma anche lui un
grande scrittore, cioè grande nel senso che aveva una produzione molto prolifica e lasciò casse e casse di
appunti, ordinati più o meno, qualcuna di queste casse erano gli appunti più o meno ordinati messi dentro
cartellini e quindi abbastanza organicamente disposti, altri erano buttati alla rinfusa, pensieri un pochettino
così in maniera congestionata. Ebbene, quello che successe fu che gli eredi testamentari, molti di loro, cioè
un gruppo di filosofi di Cambridge che avevano avuto in eredità questo lascito testamentario di
Wittgenstein, incominciarono a pubblicare molte e molte opere; non so quanto e fino a che punto, per lo
meno, questo sia stato un qualche cosa di utile, certamente da un punto di vista mercantile o di successo fu
un grande successo perché moltissime opere vendettero, ce ne sono di tutti generi, su l’etica, su pensieri
sparsi, sulle ricerche filosofiche, abbozzi di questi due libri, versioni preliminari e così via. Molti altri, si
vede chiaramente che sono un pochettino raffazzonati, Wittgenstein non si sarebbe mai sognato di
pubblicarli, non si sognò mai di pubblicare nemmeno le ricerche che erano in ben altro stato di progresso e
di organizzazione. Quello che addirittura a volte può anche essere un pochettino seccante, fu che questi
eredi, questi esecutori testamentari, pubblicarono addirittura gli appunti delle lezioni che Wittgenstein
teneva. Ora Wittgenstein pensava in classe, cioè le sue lezioni erano lezioni dal vivo, non preparate con
lucidi perché all'epoca non si usavano, ma neanche con degli appunti, cioè si poneva problemi, pensava ad
alta voce di fronte ai suoi allievi, faceva lezione tra l'altro in camera sua, nel collegio dove viveva, viveva in
maniera molto parca, benché appunto fosse molto ricco, ma aveva lasciato, si era spogliato di tutta la sua
eredità, di tutto il suo patrimonio ed aveva lasciato tutto alla famiglia e viveva praticamente di molto poco,
quindi una vita che perlomeno era coerente da un punto di vista filosofico, gli interessavano le idee, non gli
interessavano i quattrini, se ne liberò e incominciò a vivere come facevano i professori appunto, come
facevano i ricercatori. Ebbene, dicevo, alcuni di questi libri sono veramente soltanto degli appunti presi a
lezione da persone che capivano, poi fino ad un certo punto quello che il maestro diceva, anche perché
quando si pensa ad alta voce ovviamente i pensieri non vengono fuori in maniera coerente, soprattutto da un
personaggio come Wittgenstein che era estremamente tormentato e che quindi pensava, si correggeva,
rifletteva, cambiava idea e così via. Quindi, questo per dirvi, se volete avvicinarvi alle opere di Wittgenstein
io vi consiglio di concentrarvi su queste due e ne avrete già a sufficienza perché, come ho accennato prima,
queste due opere sono anche o soprattutto opere letterarie, più che opere filosofiche, cioè la forma in cui le
cose vengono dette è importante e bisogna stare attenti a capire quello che viene detto e non è un impresa
facile. Non so se questo vi aiuterà, ma comunque cercheremo almeno di enunciare alcune delle idee. La
prima opere, ho già detto il titolo, è “il trattato logico filosofico”, pubblicato nel 1921 con una prefazione
Tractatus di Russell che Wittgenstein immediatamente sconfessò e disse
logicus-philosophicus(1921) insomma Russell non aveva capito nulla di quello che io cercavo
“ciò che si può dire di dire, ormai è fuori del gioco e quindi cercò in tutti i modi di
si può dire in tre parole” non farla pubblicare, ciò per dirvi quale potesse essere il rapporto
fra il maestro e l'allievo. Questo è il motto che Wittgenstein pose al trattato logico filosofico, “ciò che si può
dire si può dire in tre parole”, ciò significa che il libro sarà fatto tutto di massime, di aforismi e di cose
molto concentrate, un sapere in pillole si potrebbe dire. Qual'è l'idea fondamentale del trattato? Wittgenstein
proprio perché pensava in una maniera molto sui generis, molto originale, in realtà ebbe l’idea del trattato
una volta che lesse sul giornale che c'era stato un processo, un processo per un incidente automobilistico e
che i feriti erano andati in tribunale e per far capire che cos'era successo in questo incidente automobilistico,
avevano usato delle macchinine, dei modelli di macchine ed ecco, qui appunto, che abbiamo importato
questi modelli di macchine, ma l'idea che venne a Wittgenstein era che le macchinine, in qualche modo,
erano un'immagine dell'evento che era successo, cioè dell'incidente ed erano una rappresentazione fatta
attraverso un particolare tipo di linguaggio. L'idea
fondamentale del trattato viene appunto da questa intuizione e
l'intuizione fondamentale Wittgenstein l’ha espressa,
perlomeno la esprimeremo noi oggi con le nostre parole
dicendo che c'è un duplice isomorfismo, l’isomorfismo è una
parola matematica che molti di voi conosceranno, significa
identità di struttura, non uguaglianza, cioè il mondo, il pensiero

103
e il linguaggio, che sono i tre enti che sono coinvolti in questo duplice isomorfismo non sono la stessa cosa.
Nessuno pensa che il mondo sia la stessa cosa del pensiero, Wittgenstein non era affatto un idealista, non
pensava che l'unica cosa che esistesse fossero i pensieri, fossero le idee e certamente non pensava che gli
unici pensieri fossero quelli che si possono dire a parole, però pensava che ci fosse una identità di struttura
tra il mondo da una parte e il pensiero e dall'altra parte, fra il pensiero e il linguaggio. In altre parole, ciò che
noi diciamo riflette non soltanto nei concetti, ma addirittura nella struttura ciò che noi pensiamo e ciò che
noi pensiamo riflette nella sua struttura ciò che il mondo è. Questa è l'idea fondamentale per l’appunto del
Tractatus logicus-philosophicus. Qual'è quindi lo studio importante, se noi vogliamo studiare il mondo?
Beh, poiché il monito è isomorfo al pensiero, allora dovremo studiare il pensiero e poiché il pensiero è
isomorfo a linguaggio dovremo studiare il linguaggio, questa è l'idea. Allora l'idea fondamentale del trattato
è che interessa studiare il linguaggio e con il linguaggio riusciremo a capire come è fatto il pensiero e di
conseguenza come è fatto il mondo. La seconda idea fondamentale del trattato logico-filosofico che già
mette nel suo titolo la parola principale logico, ebbene l'idea è proprio questa, che il linguaggio sia
nient'altro che quella che oggi noi chiamiamo logica proporzionale. Questo può parere un pochettino strano,
in fin dei conti, dopo tutte le lezioni che abbiamo fatto, dopo tutti gli avanzamenti che ci sono stati, tanto
per dire Frege ad esempio, rispetto alla logica greca, ma già Aristotele era andato oltre in
linguaggio qualche modo alla logica sillogistica, ecco che qui sembra quasi che ci
= sia un regresso, cioè il linguaggio che appunto dai greci fino alla fine
logica proposizionale l'800, con Russell compreso, si era analizzato, si era capito che aveva
una certa complessità, ora Wittgenstein cerca di riportare questa complessità ad una semplificazione, cioè
alla semplicità del linguaggio della logica proporzionale. Ebbene l'idea fondamentale, la filosofia
fondamentale che sta dietro questo trattato è quella che oggi viene chiamata il cosiddetto “atomismo
logico”. Non a caso qui ho messo la fotografia di una statua di Crisippo perché voi ricorderete che Crisippo
era stato colui che, ai tempi dei greci, aveva studiato il linguaggio proposizionale, la logica proposizionale.
Ed ecco che Wittgenstein in qualche modo è un ritorno al passato,
una riscoperta della logica stoica. Notate una riscoperta che in parte
Wittgenstein fece, perché lui si vantava, ma forse non c'era da
vantarsi di questo, ma comunque certamente bisogna dirlo perché era
quello che faceva, si vantava di non leggere i classici del passato, lui
diceva a me piace pensare e non mi interessa ciò che gli altri
abbiano pensato, voglio pensare con le mie gambe, diciamo così,
naturalmente intellettuali, voglio pensare con la mia testa. Ed ecco
che pensando con la sua testa, ovviamente arrivò più o meno ai
primordi di quello che si era fatto, quello che in genere poi succede,
chi vuole fare da sé, più o meno può fare quello che è stato fatto, ma insomma i primi passi in questa
direzione. Wittgenstein ritornò dunque nella sua filosofia, diciamo così, che poi da Russell verrà battezzata
atomismo logico, all'idea del linguaggio della logica che già aveva Crisippo, cioè ci sono dei fatti atomici
nel mondo che vengono rispecchiati da dei pensieri atomici, i quali vengono espressi mediante proposizioni
o formule atomiche. Queste formule atomiche vengono messe insieme, in formule più complicate attraverso
quelli che si chiamano i connettivi, i soliti negazione, congiunzione, disgiunzione, implicazione, cioè non,
e, o, se.... allora e così via. Secondo noi i logici di oggi non considerano Wittgenstein un grande logico
proprio per questo, perchè tutto sommato, la sua idea era un po’ un regresso, era un ritornare all’indietro con
idee che erano già state in qualche modo orecchiate. Wittgenstein ci mise qualcosa di suo e il passo
successivo, di quello che ci mise di suo, fu quello che venne in seguito chiamato “approccio semantico”,
cioè l’approccio di Wittgenstein alla logica, che sembrava una grande novità soprattutto a Russell che non lo
concepiva, non lo riusciva a capire, Wittgenstein stesso pensava che fosse qualcosa di completamente
diverso da ciò che faceva Russell era l'approccio semantico che si basava su valori di verità, su un calcolo
dei valori di verità e non invece come l'approccio di Frege e di conseguenza anche quello di Russell su
assiomi e su regole. Russell e Frege avevano scritto le loro grandi opere, in particolare “i principi della
matematica” che erano stati completati da poco, si basavano su un sistema assiomatico, come quello di
Euclide alla maniera dei fondamenti della geometria di Hilbert, di lui parleremo presto in una prossima

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lezione, cioè basati su ipotesi, appunto gli assiomi e definizioni elementari e poi su regole di deduzione che
permettevano di dedurre da questi assiomi delle formule, delle conseguenze più complicate. L’approccio di
Wittgenstein non prende assolutamente questa strada, ne prende una che a prima vista e dico a prima vista,
perché in seguito vedremo che in realtà non era poi così differente, ma a prima vista sembra completamente
diversa, sembra ortogonale alla precedente, cioè Wittgenstein usa quelle che oggi noi chiamiamo le tavole di
verità e si concentra su quello che noi chiamiamo oggi tautologia, cioè una formula che è sempre vera.
Approccio semantico L’idea di verità logica per Wittgenstein è la stessa idea che già aveva
 Tavole di verità Leibniz s e ricordate, le verità logiche sono le verità di ragione, sono
 Tautologie quelle che sono vere in tutti i mondi possibili e nel caso della logica
proposizionale i mondi vengono descritti da tutte le possibili combinazioni di valori di verità delle
proposizioni atomiche e dunque tautologia è precisamente quello che Leibniz considerava una verità di
ragione, cioè qualche cosa che è vera in tutti i mondi possibili, cioè è vera per qualunque assegnazione di
valori di verità alle proposizioni elementari. Come si fa a vedere se una formula è o no una tautologia? Si
costruisce una tavola in cui si pongono tutte le possibili combinazioni, si fanno i calcoletti per ciascuna di
queste combinazioni dei valori di verità, se tutti questi risultati di valori di verità sono sempre il vero, ecco
che allora siamo di fronte ad una tautologia. Voi direte, beh, questo è esattamente qualcosa di importante, è
un bell’avanzamento, però questa idea era già perfettamente compresa e perfettamente usata da Crisippo.
Quindi dal nostro punto di vista, non bisogna dimenticare ovviamente che gli stoici non erano così noti, la
rinascita degli studi sugli Stoici fu praticamente negli anni ’50 del 1900, quindi posteriore di una trentina
d’anni a Wittgenstein, però certamente oggi noi, col senno di poi, diremo Wittgenstein non è andato molto
al di là di quello che fece Crisippo. In realtà, come ho detto, questi due approcci all'epoca apparvero
veramente differimenti, apparvero contrapposti, da una parte la Scuola di Frege, di Peano e di Russell basata
su assiomi e su regole di deduzione, la Scuola cosiddetta “sintattica” e dall'altra parte la Scuola “semantica”,
Scuola per modo di dire, perché c'era solo Wittgenstein all'epoca, costituita per l’appunto da questo
approccio attraverso valori di verità, attraverso tavole di verità, ma non assiomi e regole. E allora
Wittgenstein nel suo trattato dice chiaramente, il modo giusto di vedere la logica è il mio, quello di Russell è
sbagliato, quindi una specie di diatriba tra due grandi menti filosofiche. Chi aveva ragione? Beh, la cosa
ironica è che in realtà non aveva ragione nessuno, perché il problema non si poneva, se Wittgenstein fosse
stato un matematico migliore di quello che era o fosse stato matematico invece che un filosofo, si sarebbe
accorto di quello che, negli stessi anni, anzi addirittura nello stesso anno 1921-1922, si accorse invece
un matematico che si chiamava Emil Post. Post nel 1921 dimostrò quel che si chiama “il teorema
di completezza della logica proporzionale”. Il teorema di completezza della logica proporzionale dice che
Teorema di completezza l'approccio di Frege e di Russell è esattamente equivalente
Post(1921) all'approccio di Wittgenstein, cioè “l'approccio sintattico”
Frege = Wittgenstein è equivalente a “l’approccio semantico”. Il teorema di

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completezza dice che attraverso il sistema assiomatico di Frege e Russell, cioè il sistema di assiomi e di
regole, si possono dimostrare dei teoremi e attraverso il sistema semantico di Wittgenstein si può vedere se
una formula è una tautologia. Qual'è la relazione fra i teoremi del sistema di Frege e Russell e le tautologie
di Wittgenstein? Sono esattamente la stessa cosa, cioè una formula è dimostrabile nel sistema di Frege e
Russell, cioè è un teorema, se e solo se è una tautologia. In altre parole, questi due approcci così diversi, su
cui in realtà si combattevano queste battaglie, si mostra alla fine, si dimostra in maniera matematica che
sono la stessa cosa. E questo fu un grande risultato, un risultato che
mise insieme addirittura due approcci differenti, fece vedere che
erano due aspetti complementari, invece che due aspetti contrapposti,
erano due facce di una stessa medaglia. Ebbene che cosa successe
dopo questa cosa? Anzitutto il trattato di Wittgenstein ha tutta una
parte che si interessa di misticismo, di etica e di cose di questo
genere. Una parte di queste formulazioni mistiche, qui nella
slide c'è ne una molto tipica, in realtà percorreva un pochettino i
tempi; quindi se c'è qualche cosa di novità nel trattato logico
filosofico di Wittgenstein, è in realtà proprio in questa parte ed
ecco qui una di queste formulazioni che vi lego: “non tutto ciò che si può mostrare attraverso il linguaggio,
si può anche dire”. Ora è chiaro che queste formulazioni si possono reinterpretare benevolmente col senno
di poi, all'epoca erano semplicemente oscure, non si capiva bene che cosa volessero dire, però puntavano
nella direzione del fatto che il linguaggio avesse delle limitazioni, cioè che ci fossero delle cose che non si
potevano dire nel linguaggio, il linguaggio le poteva mostrare, ma non ne poteva dire. Che cosa erano le
cose che Wittgenstein aveva in mente, che il linguaggio poteva mostrare, ma non dire? Ebbene era tutta la
parte della sua struttura; la struttura di un linguaggio è un qualche cosa che il linguaggio può mostrare,
perché quando noi parliamo in realtà la usiamo e quindi dal di fuori siamo consci di questa struttura, però
Wittgenstein credeva che non si potesse parlare della struttura del linguaggio all'interno del linguaggio. Ora
qui nella slide ho messo la fotografia di Tarski vicino a Wittgenstein, questa volta sulla destra invece che
sulla sinistra, per indicare che dopo di Wittgenstein arrivò effettivamente qualcuno che fece non soltanto dei
proclami, non soltanto degli aforismi così come faceva Wittgenstein, bensì dimostrò un teorema che
effettivamente diede ragione a Wittgenstein, perlomeno se lo si interpreta nel modo che ho appena detto,
cioè per esempio il linguaggio può mostrare la verità di una proposizione perché basta che la affermi in quel
modo, cioè quando noi affermiamo qualche cosa stiamo dicendo ad altri che stiamo considerando quella
affermazione vera, però non si può all'interno del linguaggio dare una definizione della verità. Parleremo
meglio di questo contributo di Tarski quando dedicheremo a lui la lezione e quindi parleremo appunto del
problema della definizione di verità, però questa effettivamente è un dare ragione a Wittgenstein. La verità è
un qualche cosa che il linguaggio può mostrare, ma di cui non può parlare, perché all'interno del linguaggio
non può esserci una definizione di verità, che non è contraddittoria,. Ecco che quindi c'è qualche cosa che
effettivamente il trattato ci ha insegnato, però bisogna dire che, fino a quando Tarski non dimostrò il suo
teorema, questa parte del trattato non fu molto compresa e forse, come ho detto, oggi noi benevolmente la
reinterpretiamo come un’anticipazione di queste cose, ma in realtà era probabilmente un aforisma di cui
Wittgenstein non aveva proprio compreso bene la portata. Fatto questo che cosa succede? Beh, alla fine del
trattato di Wittgenstein, l'ultimo capitolo del trattato è semplicemente questa frase, che divenne molto
famosa, è stata ripetuta 100 volte, che dice semplicemente “su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”,
in cui si arriva a conoscere, a sapere che effettivamente il linguaggio ha delle limitazioni. Ed ecco che allora
ci troviamo di fronte al problema fondamentale, il problema
etico,
che cosa facciamo quando ci si trova di fronte a delle limitazioni?
Ebbene il linguaggio ha delle limitazioni, se non può dire
certe cose, l'unica cosa che possiamo fare in questo caso, cioè delle
cose di cui il linguaggio non può parlare, è stare zitti, cioè non
possiamo fare nient'altro. Ovviamente Wittgenstein non
pensava che sarebbero poi arrivati Goedel, Tarski e così via e

106
che effettivamente il linguaggio sarebbe stato piegato proprio a questi bisogni, cioè lo si sarebbe forzato a
parlare di se stesso, per esempio a parlare di formule che dicono di non essere dimostrabili e così via e
quindi in qualche modo, questo aforisma è rimasto così, però insomma è certamente una bella frase, non si
può negare questa cosa. L’ho messa qui in questa slide, facendola dire a Wittgenstein, perché questo è
quello che immediatamente i suoi critici gli imputarono, quello di dire va bene, metà o quasi di tutto questo
libro sta dicendoci che ci sono delle limitazioni di linguaggio, di cui non bisogna parlare e il libro parla
effettivamente proprio di questo, in particolare questa stessa frase sta dicendo che bisogna sapere proprio
sulle limitazioni di cui non bisognerebbe parlare. Quindi c'è una certa circolarità, ma ovviamente in questo
sta anche il fascino del libro. Che cosa successe dopo? Wittgenstein, che era anche una persona, insomma,
con un certo carattere, pensò di aver risolto tutti problemi come detto prima, ci fu quella che lui pensò la
soluzione finale ai problemi della logica. Aveva risolto tutto quello che si poteva fare, era inutile che
continuasse a fare il logico e allora abbandonò l'università, abbandonò il suo posto e se n'andò in montagna,
non a fare il montanaro, non a fare passeggiate, ma divenne pensate voi maestro elementare e tra il 1920
e il 1926 insegnò in una di queste
Maestro elementare scuole di montagna. Forse non era la cosa migliore che poteva fare, perché
(1920-1926) apparentemente come insegnante non era molto bravo, come vi ho detto
prima, anche le sue lezioni già anche all'università erano un pochettino sui generis, quando arrivò nelle
scuole, forse perdeva la pazienza, si sa che picchiava anche i bambini, alcuni di questi li fece sanguinare,
insomma non era una bella cosa. Nel ‘26 fu costretto a battersela in ritirata in qualche modo; ci fu una
denuncia addirittura dal papà di una bambina alla quale lui aveva tirato le trecce e che appunto aveva avuto
anche dei versamenti e quindi ci fu questa specie di causa. Wittgenstein se ne andò, ma nel frattempo erano
passati alcuni anni e Wittgenstein aveva problemi che lui credeva di aver risolto in maniera definitiva,
assoluta, forse non era stati risolti in maniera così perfetta e in particolare ebbe quelle che si chiamano
epifanie; io qui, scherzosamente, naturalmente ho giocato con la parola epifanie e ho messo, come
immagine quella della Befana. Voi sapete bene che invece epifania è una specie di esperienza mistica, ciò
che si vede in qualche modo e che lascia veramente perplessi. Le due
epifanie che lui ebbe furono una legata agli “ordini” e una legata ai
“gesti”. Circa gli ordini si accorse che in tutto il suo linguaggio, in tutto il
trattato logico filosofico aveva dimenticato una cosa importante del
linguaggio, cioè si era dimenticato che linguaggio serve non soltanto a dire
delle cose che sono vere o false, ma serve anche a dare ordini. Quando se
ne accorse? Se ne accorse quando sua sorella aveva bisogno di una casa e
lui decise di progettargliela e di costruirgliela, di fare l'architetto. Allora costruì questa casa e si accorse che
per far muovere i muratori, per farli mettere i mattoni al posto giusto, doveva dare degli ordini, questi ordini
non erano compresi nel suo linguaggio proposizionale. Il linguaggio proposizionale non parla di ordini:
questo è il primo problema. Secondo problema: si accorse che i gesti provocavano dei problemi nella sua
teoria del linguaggio. Passeggiando un giorno con un famoso economista italiano si chiamava P. Sraffa,
Sraffa gli disse: ma tu sei proprio sicuro che ci sia questo isomorfismo tra il linguaggio e il mondo? E
Wittgenstein disse, beh, certamente sì e allora Raffa che era napoletano gli disse, ma scusami allora a cosa e
corrisponde nel mondo questo gesto? E gli fece questo famoso gesto napoletano (v. slide) e Wittgenstein
rimase veramente perplesso; disse, già è giusto, effettivamente quando faccio delle frasi, quando dico delle
frasi, c'è qualche cosa del mondo che corrisponde al contenuto di queste frasi, ma
quando qualcuno mi fa questo gesto, effettivamente non so che cosa corrisponda
nel mondo. Ecco che allora gli ordini e i gesti furono due cose che Wittgenstein scoprì
appunto non far parte della sua trattazione, decise all'ora di ritornare all'università e
ritornò a Cambridge e incominciò a lavorare al suo secondo libro. Il suo secondo
libro, che come vi ho già detto prima, si chiama “le ricerche filosofiche” e fu pubblicato
poi postumo nel 1953. Wittgenstein ci lavorò praticamente dal 1930 fino al ’51,
quando morì, cioè per vent'anni. Ci sono
Ricerche filosofiche(1953) molte versione preliminari come vi ho detto, i quaderni blu, il
“Il progresso appare sempre quaderno marrone e così via. Il motto delle ricerche filosofiche

107
più grande di quello che è” è un motto autobiografico e Wittgenstein scelse questo motto,
cioè “il progresso appare sempre più grande di quello che è”. Ovviamente in questo caso il progresso era il
progresso che lui aveva realizzato col suo primo libro e si accorge nel suo secondo libro, che questo
progresso, che nel 1921 gli era sembrato chissà che cosa, poi in realtà lui lo aveva sopravvalutato, gli era
apparso più grande di quello che è. Il libro e le ricerche filosofiche incomincia, non facendo un mea culpa,
però dicendo: io mi sono sbagliato a dare al linguaggio una certa valenza, non mi sono dimenticato degli
ordini, ma lui accusa Sant'Agostino di essersene dimenticato, dice Agostino nelle Confessioni questo, cioè
che si è dimenticato di certe cose, quindi in qualche modo il mea culpa era obliquo, diceva che lui aveva
sbagliato, poi però non si prese tutte le colpe e in qualche modo cercò di aggirare la cosa. Quale fu la nuova
grande invenzione delle ricerche filosofiche? Fu un'altra delle sue solite scoperte; vi ricordate che all'inizio
nel Trattato c'era stato un problema di macchinine, lui aveva avuto questa visione delle macchinine e aveva
capito queste cose. Ebbene nel caso delle ricerche filosofiche, un giorno passeggiando con quello che è oggi
un famoso fisico, che si chiama Freeman Dyson, passò vicino ad un campo da calcio, un campo da calcio
dove si giocava una partita e lui scoprì che effettivamente ci sono al mondo, oltre che persone che parlano,
ci sono persone che giocano. Fu talmente colpita da questo fatto, evidentemente non si era mai accorto
prima che c’era un pallone da calcio e incominciò a pensare a quelli che oggi vengono chiamati i giochi, lui
stesso li chiamò i giochi linguistici, cioè per lui, il linguaggio questa volta non si trattava più di raccontarlo,
di esprimerlo attraverso il sistema di Frege e Russell, cioè assiomi e regole, che come sappiamo era
l'equivalente alla sua versione semantica, ma si trattava di giocare un gioco di cui bisognava imparare delle
regole. Il linguaggio era più o meno la stessa
Giochi linguistici cosa che imparare appunto a giocare a scacchi e imparare
Non esistono linguaggi universali a parlare era come imparare a giocare a scacchi o
né parti privilegiate come imparare a giocare
qualunque altro gioco. Ebbene in particolare se ci sono dei giochi linguistici,
allora non ha più senso parlare di linguaggio universale, come quello che i logici
pensavano di aver scoperto nella logica, perché non c’è un gioco universale, si
può giocare a scacchi, si può giocare a dama, si può giocare a carta e così via e
anche nel linguaggio c’è la stessa cosa; ci sono dei giochi che si possono giocare,
ma l’idea di gioco universale non ha senso e quindi non ha nemmeno senso l’idea
di linguaggio universale. Idem non si può nemmeno dire: ma gli scacchi sono
meglio della dama o sono meglio delle carte, perchè sono giochi differenti, cioè
naturalmente in certe condizioni uno è meglio, in certe altre condizioni un altro è meglio, qualcuno
preferisce l’uno, qualcuno preferisce l’altro. Dunque non ci sono nemmeno parti privilegiate, non ci sono
nemmeno giochi linguistici privilegiati, in particolare la logica, che fino a Frege, fino a Russell pretendeva
di essere il fondamento della matematica, il fondamento delle scienze, è soltanto un gioco fra gli altri, quindi
certamente non è il gioco privilegiato, perché di giochi privilegiati non ce ne nessuno. Forse la cosa più
importante che deriva da queste ricerche filosofiche fu quella che poi venne presa come spunto e poi posta
come fondamento dalla corrente filosofica che si chiama Positivismo logico; qui l’ho simbolicamente
rappresentata con un cerchio, perché è la corrente del famoso circolo di Vienna. Ebbene l’idea
fondamentale, molto nuova in questo caso, delle ricerche filosofiche, è che il significato di una parola non è
qualche cosa che noi possiamo venire a scoprire andando a fare un analisi linguistica Il significato di una
parola, naturalmente, lo impariamo come impariamo un gioco e quindi è semplicemente con la pratica, ma il
suo vero significato è definito dall’uso che questa parola ha nel linguaggio. Quando noi impariamo ad usare
la parola, allora in questo modo in maniera indiretta, stiamo imparando a capire qual è il suo significato.
Quindi questa equivalenza tra significato e uso è proprio quella che sta sotto, diciamo così a fondamento di
questa filosofia del positivismo logico. Ebbene che cosa si può dire oggi della filosofia di Wittgenstein e
soprattutto dei contributi della logica di Wittgenstein? Mah, forse si può dire poco, ve ne siete già accorti
mentre parlavo, che non è stato un grande avanzamento, non ci sono stati dei grossi progressi tecnici, le
tavole di verità erano già note, tutto sommato da Crisippo, dagli stoici, forse il modo migliore di esprimere
ciò che è ritornare di Klimt e ricordare una frase che disse Frege, quando lesse il trattato logico filosofico ,
cioè “l’opera di Wittgenstein è arte, ma non è scienza”. Forse questo effettivamente in una sola frase

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rispecchia, quello che oggi potrebbe essere il significato o meglio il giudizio sull’opera di Wittgenstein. Con
questo abbiamo concluso, nelle prossime lezioni continueremo questa carrellata sui personaggi della logica
contemporanea.

LEZIONE 13: Questioni di forma


Nelle precedenti lezioni abbiamo praticamente esaurito l'influsso sulla logica matematica dei filosofi, alla
fine abbiamo parlato di Russell, di Wittgenstein e così via e finalmente siamo arrivati proprio al centro, al
nucleo del nostro corso, del nostro argomento, cioè siamo arrivati a parlare finalmente di logica matematica
nel senso proprio vero, perchè la lezione di oggi e la prossima lezione saranno incentrate questa volta non
più su filosofi finalmente, ma su due veri matematici, due grandi matematici che hanno lasciato il loro
segno ovviamente nella matematica di questo secolo, del '900 e che però hanno anche lasciato il loro segno
molto importante nella logica matematica. Oggi parleremo di Hilbert, la prossima volta parleremo invece di
Brower. Brower forse è un po’ meno noto tra coloro che non sono addetti ai lavori, invece Hilbert è un
grandissimo matematico a cui dedicheremo questa nostra lezione, che si chiama come vedete dal titolo
“Questioni di forma”, perché in realtà di Hilbert è associato, per quanto riguarda la sua filosofia della
matematica, il suo apporto alla logica matematica, a quella corrente che viene chiamata “formalismo”.
Vediamo meglio subito, tanto per cominciare, quali sono i punti di partenza e di arrivo della sua vita, cioè il
1862 e 1943. Come vedete già dalle date immediatamente, Hilbert è stato a cavallo tra i due secoli, a
Hilbert cavallo tra l'800 e il ‘900. Nella prima metà della sua vita, cioè la fine dell'800,
(1862-1843) ha costruito una grande teoria matematica, ha dimostrato grandissimi teoremi a

109
cui quest'oggi accenneremo soltanto, perché il nostro interesse è la logica e non la matematica e come
abbiamo già fatto anche nelle lezione precedenti e come faremmo nelle lezioni successive, cerchiamo di
inquadrare il personaggio in una maniera un pochettino più generale, cercando di dire che cosa fatto anche
in altri campi. Nella seconda metà invece della sua vita, cioè in particolare dopo il 1900, proprio come
anno, cioè allo scadere del secolo e all'inizio del nuovo secolo, Hilbert si è dedicato principalmente a
questioni di fondamenti di matematica, di fisica e di tante altre cose, quindi sono proprio questi gli
argomenti, sono queste le cose di cui parleremo in questo momento. Volevo dire però prima di parlare, di
cominciare ad affrontare dall'interno il lavoro di Hilbert, che il Hilbert è stato praticamente il più grande
matematico che è esistito in quel periodo, cioè nel passaggio fra l'800 e il ‘900. Dico praticamente, perché
in realtà erano due coloro che si contendevano questo titolo di miglior matematico, di più grande
matematico di quel periodo, uno era Hilbert e l'altro era Poincarè. Di Poincarè, di cui in realtà noi non
parleremo, perché è stato un grande matematico, ma in realtà dei fondamenti e soprattutto della logica
matematica non si è interessato, anzi era estremamente sdegnoso contro la logica matematica, non gli
interessava come argomento, prendeva in giro coloro che se ne interessavano, quindi noi oggi parleremo di
Hilbert. Ci concentreremo, come ho detto, sulla parte della sua vita, sulla parte della sua produzione
dedicata ai fondamenti; come vedete qui ho messo quattro argomenti, perchè Hilbert si è interessato non
soltanto di fondamenti della matematica, ma anche di altre cose, quindi parleremo brevemente dei
fondamenti della geometria, perché di lì è nata tutta l’intera questione della logica moderna praticamente,
dei fondamenti della logica matematica, perché questo è il nostro argomento, dei fondamenti della mate-
Fondamenti matica e addirittura i fondamenti della fisica; poiché però i fondamenti
 della geometria della fisica sono anche un qualche cosa di marginale rispetto ai nostri
 della logica interessi li affrontiamo subito, benché nella vita di Hilbert vengano
 della matematica abbastanza tardi, cioè siano riferiti agli anni 1915-1920; sono qualcosa
 della fisica di marginale, ma talmente importante che è difficile non parlarne,
perlomeno non citarle, perchè soprattutto fanno parte di quest'analisi dei fondamenti che era proprio lo
spirito logico, quindi anche se Hilbert in questi suoi lavori particolari dedicati alla fisica non ha parlato
direttamente di logica matematica, lo spirito che li informava era lo stesso che poi informava quello dei
fondamenti più propriamente della matematica, quindi praticamente erano una applicazione della logica o
meglio dei metodi, delle idee, della ideologia della logica, perciò siamo in tema praticamente. Bene allora,
vediamo da vicino quali sono stati i due contributi essenziali che Hilbert ha portato ai fondamenti della
fisica. Come tutti sapete la fisica moderna si divide praticamente in due grandi tronconi, la prima parte è la
relatività speciale prima e poi ristretta, il grande lavoro di Einstein del 1905 e poi del 1915, mentre la
seconda parte della fisica moderna è la cosiddetta meccanica quantistica; quindi da una parte lo studio della
relatività, perciò dell’infinitamente grande, del macrocosmo, della cosmologia, dell'universo nella sua
interezza e dall'altra parte invece la meccanica quantistica, l'esatto contrario, cioè lo studio del microcosmo,
Fisica dell’infinitamente piccolo, dei quanti, delle particelle che compongono
 relarività l'universo e naturalmente queste due visioni sono visioni complementari,
 meccanica quantistica perché nell'universo c'è sia il piccolo che il grande ovviamente, ci sono
gli atomi e ci sono anche le galassie e così via. Però fino ad oggi non si è ancora riusciti a fare una
unificazione di questi due argomenti ed è per questo che in genere vengono presentati separatamente
Ebbene i contributi che Hilbert ha lasciato a questi argomenti sono molto importanti, li vediamo
brevemente. Anzitutto la relatività ed abbiamo qui nella slide questa immagine potente tra l'altro, che
dimostra anche qual'era la profondità d i pensiero, la si legge subito negli occhi di Einstein, che tutti
conoscono perché è stato lo scienziato più famoso del '900 ovviamente, addirittura il personaggio del
secolo secondo la rivista Times, non soltanto, ma in generale è
stato colui che ha caratterizzato il '900 con il suo pensiero. Ebbene
Einstein, come molti sapranno, ha creato nel 1905 la relatività
speciale e poi nel 1915 invece la relatività generale che è, come che
dicevo prima, lo studio della gravitazione da un p. di v. matematico,
è un tentativo di riformare le leggi di Newton sulla gravitazione e di

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scriverle in maniera che fossero invarianti rispetto ad ogni sistema di riferimento. Per poter far questo c'era
bisogno di un grande apparato matematico, quindi Einstein che era in realtà un fisco di professione,
conosceva ovviamente benissimo moltissime parti della matematica, però ha dovuto appoggiarsi, proprio
lui, sul lavoro e anche su l'aiuto a volte di matematici contemporanei a lui e anche precedenti a lui. Ebbene
nel 1915 per l'appunto, lo anno stesso in cui Einstein riuscì alla fine, a portare a termine la relatività
generale, dopo un periodo di quasi 10 anni di lavoro e soprattutto un periodo di due anni molto intenso di
attività, in cui si dice addirittura che fosse diventato quasi autistico, cioè chiuso nel suo mondo, nei suoi
pensieri, non parlava più nemmeno con gli amici, nemmeno con la famiglia, era praticamente sempre lì a
pensare a queste equazioni che avrebbero dovuto caratterizzare nientemeno che l'universo. Ebbene la cosa
ironica della storia è che a queste equazioni Albert Einstein arrivò secondo, arrivò secondo nel giro
praticamente di un paio di settimane, perché per prima ci arrivò nientemeno che Hilbert appunto; Hilbert
disse sempre che, in realtà, lui non voleva prendersi nessuno merito per quanto riguardava la relatività, che
gliela aveva insegnata Einstein stesso, i principi fondamentali della relatività erano stati posti da Einstein e
su questo non c'erano nessun dubbi, quindi l’intera costruzione fisica, l'intero fondamento della relatività era
certamente dovuto Einstein; però Hilbert aveva di fronte ad Einstein, nei confronti di Einstein per l'appunto
questo vantaggio, cioè di essere un grande matematico, di avere una piena consapevolezza, un pieno
controllo, diciamo così, dei mezzi tecnici della matematica moderna e quando Einstein gli spiegò alla fine
che cosa voleva fare, Hilbert ci pensò e raggiunse per l'appunto queste equazioni qualche settimana prima
di Einstein. L'importanza appunto non è tanto nel fatto che lo abbia fatto prima o dopo, ma che l'abbia fatto
in maniera puramente matematica, mentre l'approccio di Einstein è stato un approccio appunto di natura
fisica, cioè l'intuizione di Einstein era un'intuizione fisica, l'intuizione di Hilbert invece era un'intuizione di
tipo matematico. Questo è stato il primo grande risultato che ha portato per l'appunto dei grossi risultati nel
campo della fisica matematica e nel campo dei fondamenti della fisica. Il secondo campo invece, in cui
dicevo che Hilbert si è interessato, è invece quell'altro, la meccanica quantistica. La meccanica quantistica è
nata verso il 1925-1926 grazie a questi due signori che vedete nella side, due premi Nobel giovanissimi,
uno nel 1932 e l'altro nel 1933; questo signore qui a sinistra si chiama Shroedinger e questo altro sulla
destra si chiama Heidelberg, due dei grandi nomi della fisica moderna. Insieme a Bohr, che aveva preso il
premio Nobel qualche anno prima, ebbene questi tre nomi sono coloro che hanno creato questo studio della
meccanica quantistica. Che cosa c'entra Hilbert con tutto questo? Beh, c'entra perché in quegli anni
Shroedinger ed Eisenberg arrivarono a due formulazioni diverse della meccanica quantistica, erano anni
appunto di ricerca, questi signori lavorarono in campi diversi, Shroedinger era originario dell'Austria,
Eisenberg era originario della Germania, questi due signori, questi due studiosi, i due fisici, trovarono due
teorie che in realtà sembravano quasi in contrapposizione fra di loro. Ebbene, dal punto di vista matematico
nessuno dei due era appunto un grande matematico, erano entrambi fisici e quello che si scoprì poi nel
1927, era che entrambe le teorie che avevano portato avanti, che avevano scoperto Shroedinger e Eisenberg,
erano in realtà formulabili in uno stesso ambiente, con uno stesso linguaggio matematico e questo
linguaggio matematico è quello che ancora oggi viene usato in questo campo e si chiama appunto "spazi di
Hilbert". Gli spazi di Hilbert sono spazi geometrici ad infinite dimensioni, cioè analoghi a quelli in cui noi
ci muoviamo, cioè lo spazio Euclideo, del quale tra l'altro parleremo tra breve per i fondamenti della
geometria, soltanto che invece di avere tre o quattro dimensioni, come quelli soliti a cui siamo abituati, cioè
le tre dimensioni spaziali ed eventualmente una quarta dimensione temporale, questi spazi di Hilbert hanno
infinite dimensioni. Hilbert sviluppò questa geometria di spazi ad infinite dimensioni, lo fece per motivi di
natura matematica e poi si scoprì nel 1927 che quello era veramente il linguaggio adatto a parlare della
meccanica quantistica. Quindi questo fu un grande contributo matematico di Hilbert, che poi risultò essere
utile per i fondamenti della fisica. Affrontiamo ora meglio da vicino quelli che furono gli interessi più
matematici di Hilbert e vediamo brevemente qual'è stato il percorso che poi ha portato a grandi risultati
anche di logica matematica.
Nel 1899, l'anno prima dello scadere del secolo, Hilbert scrive un libro che si chiama i “Fondamenti della
geometria”, lo scrive come lezioni di un corso che aveva tenuto per un paio danni, in quegli anni e introduce
un atteggiamento nuovo verso lo studio della geometria; non più tanto, lo studio, lo sviluppo, diciamo così,
Fondamenti della geometria (1899) della geometria, perché quello era ormai, soprattutto della

111
Metageometria: geometria euclidea, un qualche cosa che si conosceva
 completezza ormai benissimo da 2000 - 2500 anni, ma quello che
 indipendenza interessava a Hilbert erano soprattutto i fondamenti della
 consistenza geometria, cioè cercare di studiare il sistema assiomatico
di Euclide e studiarlo da un p. di v. che noi oggi chiameremo di meta-geometria, cioè porsi al di sopra della
geometria, fare della geometria l'oggetto di studio della
matematica stessa. In particolare parleremo brevemente in
questa lezione di questi tre tipi di problemi, cioè "la
completezza, l'indipendenza e la consistenza degli assiomi".
Sono tutte nozioni alle quale abbiamo già accennato in precedenti
lezioni, però sono proprio nate praticamente, hanno visto la luce
in questo libro di Hilbert. Qual'è stata l'origine storica di queste
nozioni; ebbene eccolo qua il nostro Euclide, ne abbiamo già
parlato più volte, nel terzo secolo a.C. Euclide fonda la matematica greca, la matematica moderna ai suoi
tempi ovviamente, fonda la matematica su un sistema assiomatico, cioè stabilisce cinque assiomi che sono i
cinque mattoni principali su cui si fonda tutto l'edificio della geometria. Questi cinque assiomi sono in
particolare assiomi che dicono, per esempio, che “tra due punti passa una e una sola retta”, che “dato un
segmento e dato un punto è possibile costruire un cerchio che abbia quel segmento come raggio e quel
punto come centro” e così via, ma poi ci fu in particolare un quinto assioma, il famoso quinto assioma di
Euclide che parlava di rette parallele; il quinto assioma diceva che “data una retta è un punto al di fuori di
essa è possibile tirare una e una sola parallela alla retta data”. Vedremo poi meglio, in particolare tra
qualche minuto, che cosa significa questo assioma. L'importanza di questi cinque assiomi è che Euclide
credette, sottolineo questo verbo, di poter derivare da essi tutti i suoi teoremi che sono centinaia nell'intero
“libro degli elementi”, in 13 volumi; ebbene dicevo che credette di poter derivare tutti i suoi teoremi dai
cinque assiomi, quella era la base logica su cui si fondava la geometria. Però c'erano i problemi ed i
problemi del sistema assiomatico di Euclide erano in particolare due: il primo problema è quello della
completezza e il secondo quello dell'indipendenza.
Problemi Cosa vogliono dire brevemente queste due cose? Completezza vuol dire
 completezza che effettivamente tutti teoremi che Euclide enunciò nei suoi elementi,
 indipendenza nei suoi libri si potevano effettivamente derivare degli assiomi, questa è
la prima cosa e indipendenza significa invece che quei cinque assiomi erano indipendenti tra di loro, cioè
nessuno dei cinque poteva essere derivato dai rimanenti quattro, cioè erano proprio necessari tutti e cinque,
non si potevano in qualche modo fare a meno di qualcuno. Questi sono i due grandi problemi che
storicamente furono generati dall'edificio di Euclide. Quale fu la scoperta? Beh, la scoperta, notate, è molto
successiva, cioè questi personaggi, alcuni di quali li abbiamo già visti, in particolare Leibniz, a cui abbiamo
dedicato un'intera lezione, Gauss e Riemann grandissimi nomi della matematica, Leibniz l'inventore del
calcolo infinitesimale insieme a Newton. Gauss lo si chiamava, il principe dei matematici, forse uno dei più
grandi matematici mai esistiti, Riemann l'inventore di quella che oggi viene chiamata la geometria
riemanniana, che è proprio la geometria che serviva ad Eistein tra
l'altro, per il descrivere il mondo, la cosmologia della relatività
generale, quindi vedete grandissimi matematici che svilupparono
questi strumenti importantissimi; ebbene questi matematici, uno
dopo l'altro, leggendo i libri, l'edificio degli elementi di Euclide,
scoprirono che molti dei teoremi che Euclide credeva che si
potessero dimostrare a partire dai suoi assiomi, in realtà non erano
così, non si potevano dimostrare, non derivavano da questi assiomi.
Ad esempio si scoprì addirittura che il primo teorema che Euclide
dimostrava nel primo libro degli elementi, quindi proprio il primo passo
che faceva, già quello non era una conseguenza degli assiomi, perché
questo teorema diceva che si poteva costruire un triangolo equilatero a
partire da un segmento, la costruzione è ovvia, si prende un segmento, si
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punta il compasso da una parte, si fa un pezzo di cerchio, si punta il
compasso dall'altra, si fa un altro pezzo di cerchio, dove i due
cerchi si incontrano si tirano i due lati e quello è un triangolo
equilatero. Il problema è nel dove i due cerchi si incontrano,
perché Euclide non aveva posto nessun assioma che assicurasse
che, se noi prendiamo due linee che non sono parallele, due curve
che a un certo punto sembrano intersecarsi, queste due curve
effettivamente s'intersecano; questo era un problema cosiddetto di completezza della linea. Questo però è
uno solo dei problemi, ci sono tantissimi altri risultati di Euclide che si scoprì che non derivavano
direttamente le sue assiomi, c'era bisogno di altri assiomi. E ciò che Hilbert fece, per l'appunto in questo
libro nel 1899, a cui abbiamo accennato, cioè “I fondamenti della geometria”, fu precisamente quello di
riuscire a rimettere in sesto gli assiomi di Euclide, di trovare gli assiomi che fossero sufficienti per
dimostrare tutti i teoremi della geometria classica. Come vedete dalla slide, qua giù, gli assiomi che Hilbert
enunciò erano in realtà 20. Di questi 20 assiomi, notate la differenza, Euclide credeva che cinque fossero
sufficienti, in realtà, da un punto di vista moderno Hilbert riuscì a fare meno di tante assunzioni, però a non
fare a meno di meno di 20 assiomi. Quindi c'era effettivamente un ingrossamento, diciamo così,
dell'apparato tecnico assiomatico che era necessario per la geometria, però riuscì anche a dimostrare la
completezza, per la prima volta riuscì a far vedere che effettivamente tutti i teoremi che si potevano
dimostrare della geometria euclidea, si potevano far derivare da questi assiomi che lui aveva enunciato ed
quindi da qui nasce il problema della completezza degli assiomi. Questo è soltanto uno dei punti di vista che
Hilbert introdusse, uno dei suoi famosi motti e adesso qui l'abbiamo illustrato, in questa maniera un
pochettino figurativa, era che in realtà la cosa importante era quella di fare le cose in maniera assiomatica,
cioè di non descrivere la matematica parlando di enti che non sono definiti. Gli enti della matematica sono
ovviamente i soliti della geometria, punti, linee e piani, Hilbert però diceva, l'importante non è basarsi su
un'intuizione, non credere di sapere a priori che cosa siano i punti, che cosa siano le linee e che cosa siano i
piani, ma punti, linee e piani sono semplicemente oggetti che soddisfano le proprietà che gli assiomi
stabiliscono. Infatti diceva che dovrebbe essere possibile sostituire, ad esempio, ai punti le tavole, alle linee
le sedie e ai piani i boccali di birra e ciononostante, se quei soggetti soddisfano gli assiomi, dobbiamo poter
derivare per tavole, sedie e boccali di birra, anche per essi, gli stessi teoremi della geometria euclidea che
valgono per punti linee e piani; qui ovviamente per tavole intendevo ovviamente i tavoli, abbiamo così un
po' scherzato e fatto vedere queste immagini che si riferivano a questo suo famoso motto. Quindi questa è
l'idea del sistema assiomatico, del formalismo di Hilbert; ricordatevi che la nostra lezione si chiama
questione di forma, l'idea del formalismo era appunto questa, cioè quando si fa un sistema assiomatico non
si deve supporre di conoscere il significato dei termini che vengono usati negli assiomi. Gli assiomi
definiscono in maniera implicita che cosa significano questi termini ed in particolare se altri termini,
appunto questi, cioè tavoli, sedie e boccali di birra, soddisfano questi assiomi, allora anche tutti i teoremi
dovranno essere veri, per questo tipo di concetto. Quindi questo è un approccio molto formale, molto
moderno, molto diverso ovviamente da quello che aveva Euclide, il quale invece s'era fatto per l'appunto in
qualche maniera fuorviare dall'intuizione, perché lui aveva messo su 5 assiomi che credeva gli potessero
servire, credeva che potessero essere sufficienti per la geometria, ma in realtà poi procedeva intuitivamente
e quindi spesse volte usava delle proprietà che erano in qualche modo nascoste dentro di oggetti di cui lui
aveva una perfetta conoscenza. Hilbert questo non lo fa ed è proprio il formalismo che permette di costruire
dei sistemi assiomatici che siano completi perché non si fa riferimento all' intuizione.
Il secondo problema invece, che era il problema dell'indipendenza, nasce appunto dal quinto assioma di
Euclide, che ovviamente diventa non più quinto, ma un altro della serie dei 20 assiomi di Hilbert, ma
rimane lì, cioè l'assioma delle parallele. Come abbiamo già detto
prima, l'assioma delle parallele dice soltanto che, se noi abbiamo
una retta ed un punto fuori di essa, allora c'è una sola parallela
che passa per quel punto alla rete data. Il problema è: l'assioma
delle parallele è necessario, oppure si può far derivare dai
rimanenti assiomi? Questo è un problema che già s'erano posti

113
molti altri prima di Hilbert ovviamente, di cui adesso vedremo, per l'appunto brevemente, la storia ed in
particolare se lo erano posti di nuovo grandi matematici, come Gauss che ritorna ovviamente, perché
nell'800 c'era lui, il suo spirito galleggiava nella matematica e altri due personaggi, che sono questo signore
Bolyai e Lobachevski, due personaggi che vengono da quella che oggi chiameremo l'Europa dell'est.
Ebbene agli inizi dell'800 questi due personaggi, dopo decenni, anzi secoli in realtà, di tentativi di
dimostrare che l'assioma delle parallele era indipendente dagli altri quattro, ebbene loro effettivamente ne
dimostrarono l’indipendenza o perlomeno svilupparono una geometria che viene chiamata appunto
geometria iperbolica, in cui gli altri quattro assiomi di Euclide continuano a valere e quindi c'è una parte
comune con la geometria euclidea, ma l'assioma delle parallele invece non vale, cioè si sono infinite
parallele, che passano per un punto, parallele ad una retta data, invece di essercene una sola ce ne sono
infinite. Ora questa è una geometria che, a prima vista, potrebbe sembrare qualche cosa di strano, qualche
cosa di inconsistente addirittura e in effetti questo era il tentativo, cioè
di supporre che non valesse l'assioma delle parallele, vedere se da
questa negazione si poteva dedurre una contraddizione e quindi
dimostrare per assurdo appunto con il procedimento che noi ben
conosciamo, che l'assioma delle parallele discendeva dagli altri
quattro assiomi. Però invece quello che riuscirono a fare Gauss,
Lobyai e Lobachevki fu di costruire una geometria alternativa
senza però mai arrivare a delle inconsistenze, senza mai arrivare a
delle contraddizioni. Questo non è ancora ovviamente una
dimostrazione di indipendenza, ne parleremo tra un momento,
però nel 1868 Beltrami,un geometra italiano scoprì una cosa importante, cioè quello che oggi viene
chiamato un modello euclideo della geometria non euclidea, cioè il modello euclideo della geometria
iperbolica, in altre parole scoprì che è possibile all'interno del piano euclidea fare un modello della
geometria iperbolica, il modello è quello che vediamo nella slide e le rette questa volta sono questi archi
di cerchio che sono perpendicolari ad un cerchio dato e queste figure che noi vediamo sulla slide, che
sono figure storte, in realtà sono dei triangoli della geometria iperbolica; ebbene questo modello euclideo
fu veramente importante perché dimostrò una cosa fondamentale, cioè dimostrò che la geometria
iperbolica poteva anche essere inconsistente, cioè ci potevano essere anche delle contraddizioni, ma se
c'erano delle contraddizioni lì, poiché c'era un modello euclideo di questa geometria, le contradizioni
dovevano già stare anche nella geometria euclidea e quindi non era possibile dimostrare in quel modo
l'indipendenza dell'assioma delle parallele, perché se c'erano da una parte le contraddizioni, dovevano
esserci anche dall'altra. Vediamo più da vicino altri modelli della geometria iperbolica che sono un
pochettino più artistici, ma sono dello stesso genere e sono due modelli d'un pittore che già conosciamo, che
abbiamo usato in precedenza due, tre volte, nelle nostre lezioni, che si chiama Escher appunto. Questi
modelli si chiamano "tutti i limiti del cerchio"; sono quattro rappresentazioni, qui nelle slide ne faccio
vedere soltanto due, sono quattro rappresentazioni del 1958, l’anno in cui Escher scoprì la geometria
iperbolica, in cui si diverte a rappresentare graficamente, in maniera artistica però, i modelli appunto di

Beltrami e anche i modelli di

114
altri, di Klein, di Poincarè, che erano stati trovati nei decenni
successivi. In particolare vediamo il primo; il primo tentativo di Escher fu questo qua (v. slide al centro);
vedete il modello è lo stesso di quello che avevo fatto vedere prima, ci sono queste linee curve che sono
perpendicolari al bordo di questo cerchio, queste linee sono le rete della geometria iperbolica, vedete qui tra
l'altro ce ne sono altre e capite subito che effettivamente in questa geometria è possibile data una retta
trovare tante parallele a quella retta data che passano per un punto. Ovviamente qui stiamo considerando
soltanto una parte del piano euclideo e i triangolini del precedente modello di Beltrami sono diventate delle
figure. Escher però non era tanto soddisfatto di questo modello, era ancora poco artistico, infatti ci lavorò
nello stesso anno, ne produsse altri due e questo è l'ultimo (v. slide a sx), forse il più bello dal punto di vista
artistico, la geometria iperbolica diventa oggetto di arte, ci sono dei pesci che stanno andando verso il bordo
e vedette queste linee bianche, che si vedono sullo schermo, sono precisamente le tracce delle rette della
geometria iperbolica; quindi la geometria iperbolica addirittura fece da tramite, diciamo così, tra la
matematica e l'arte, arrivò ad ispirare qualche artista in modo da fargli fare delle opere che sono piuttosto
interessanti. Notate che, dal punto di vista della geometria iperbolica, questi animali hanno tutti la stessa
dimensione, dal punto di vista della geometria euclidea no ovviamente, perché vediamo che si
rimpiccioliscono man mano che vanno verso il bordo, ma questo non significa nulla perché questa è
un'immagine dell'intero piano iperbolico e quindi, praticamente, se noi fossimo su questo piano, se noi
fossimo questi animaletti, saremmo semplicemente noi che ci stiamo spostando, ma senza diventare più
piccoli, sembra a noi che queste cose siano una più piccola dell'altra, ma non lo sono e questo già vi dice
come la geometria iperbolica sia strana per l'appunto. Ebbene la stranezza sta proprio in quello che dicevo,
cioè si riesce a dimostrare in qualche modo matematico, corretto, che la geometria iperbolica non ha delle
contraddizioni, Vediamo meglio che cosa succede in questo campo.
Il punto di partenza, in realtà di tutta la storia, fu Cartesio, lo abbiamo già citato altre volte, che nel 1637
inventò o scoprì quella che oggi si chiama la geometria cartesiana, cioè l'idea di associare a dei punti le loro
coordinate, cioè ciascuna coordinata è ovviamente la misura di una distanza, che è un numero reale e a

ciascun punto si associano


due numeri reali, che sono le sue coordinate, cioè le distanze dagli assi x e y.. Ebbene, nel 1899 Hilbert
scoprì nel suo libro famoso “ I fondamenti della geometria”, che questo modo di fare di Cartesio si poteva
portare avanti, si poteva portare talmente avanti da dimostrare che i numeri reali, cioè l'analisi, costituivano
un modello della geometria euclidea; in altre parole abbiamo visto prima poco fa, che Beltrami fece vedere
che c'era “un modello della geometria iperbolica nella geometria euclidea” e adesso Hilbert sta facendo un
passo avanti, sta facendo vedere che è possibile fare “un modello della geometria euclidea nell'analisi”, cioè
sta cercando di spostare il problema della consistenza dalla geometria all’analisi. Il non riuscire a
dimostrare che non si possono produrre delle contraddizioni si è spostato prima dalla geometria iperbolica
alla geometria euclidea con Feltrami. Abbiamo detto che l’essenza del teorema di Beltrami era appunto
questo, che se c'erano delle contraddizioni nella geometria iperbolica, in realtà queste contraddizioni

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dovevano già esserci nella geometria euclidea, ebbene il passo successivo, quello che Hilbert fece, fudi far
vedere che se c'erano delle contraddizioni nella geometria euclidea, queste contraddizioni dovevano già
esserci nell'analisi, cioè “nella teoria dei numeri reali” e allora che cosa succede? Succede quello che
scherzosamente qui abbiamo indicato con uno scarica barile. Stavamo cercando di convincerci, che la
geometria iperbolica non possedeva delle contraddizioni, era qualche cosa che abbiamo chiamato
consistente, non l'abbiamo direttamente dimostrato, ma abbiamo fatto
vedere che, se la geometria iperbolica è inconsistente, lo deve
già essere anche la geometria euclidea e quindi da questo punto di
vista, le due geometrie sono uguali, dal punto di vista della
consistenza; poi abbiamo citato il risultato di Hilbert che, se la
geometria euclidea è inconsistente, lo deve già essere l'analisi,
però nessuna di queste dimostrazioni è una vera e propria
dimostrazione di consistenza, è soltanto appunto uno
scaricabarile, cioè dire bah, se questa è inconsistente lo è anche
qualche cos'altro, se questo qualche cosa è inconsistente, a sua volta lo è qualche cos'altro, ma stiamo
semplicemente spostando il problema da una parte all'altra. Bisogna, così disse Hilbert ad un certo punto,
arrivare ad un punto in cui si ferma questo scaricabarile. E dove si deve fermare questo scarica barile?
Bisogna arrivare ad un punto in cui direttamente si dimostra la consistenza di uno di questi sistemi, cioè o si
dimostra direttamente che la geometria iperbolica è consistente, cioè non ha delle contraddizioni o si
dimostra direttamente che la geometria euclidea non ha delle contraddizioni o si dimostra che l'analisi non
ha delle contraddizioni o qualche cos'altro. Vedete qui ci sono dei puntini, invero abbiamo già citato altre
volte il fatto che a sua volta l'analisi stessa era stata ridotta all'aritmetica, vi ricorderete appunto la lezione
su Frege per esempio, dove abbiamo parlato del modo in cui si può pensare un numero reale, cioè come un
insieme infinito di cifre decimali e quindi lo scaricabarile in teoria potrebbe ancora andare avanti ed arrivare
all'aritmetica, ma ad un certo punto sarebbe bene fermarsi, bisogna arrivare una volta per tutte a dimostrare
la consistenza dell'ultimo barile, per così dire, in modo che tutte le altre teorie che si basano su quelle, cioè
l'analisi che si basa sulla aritmetica, la geometria euclidea che si basa sull'analisi, la geometria iperbolica
che si basa su quelle euclidea, tutte queste teorie alla fine vengono dimostrate automaticamente essere
consistenti e allora non c'è contraddizione nella matematica, dormiamo in altre parole i nostri sogni
tranquilli. Bene, chi riuscì effettivamente fare questo? Beh, anzitutto perlomeno ci provò e quando lo si
provò? La storia di questa avventura incominciò nel congresso di Parigi del 1900; qui Parigi ovviamente è
simboleggiata con la torre Eiffel. Ricorderete che, quando abbiamo parlato in un'altra lezione di Russell,
abbiamo detto che andò nel 1900 a Parigi, era l'anno ovviamente di passaggio da un secolo all'altro, c'era
questa grande fiera internazionale, si fece prima “un congresso di filosofia” e poi “un congresso di
matematica”.
Nel congresso di filosofia Russel scoprì Peano, incontrò Peano per
l’appunto, come ricorderete e di lì nacque praticamente in quella
settimana, quella che poi divenne la logica matematica, la logica di
questo secolo perchè Russell fu il suo più grande propagandista.
Quindi vedete che, in quel particolare momento, a Parigi stavano
succedendo tante cose. Ebbene la settimana dopo il congresso di
filosofia si tenne a Parigi il congresso di matematica che era il
secondo congresso mondiale di tutti i matematici del mondo, il
secondo perchè il primo è stato nel 1897 a Zurigo. Che cos'era successo Zurigo? Si è invitato ad aprire il
congresso, uno dei due più grandi matematici, che come ho detto erano soltanto due all'epoca, Hilbert e
Poincarè e fu Poincarè colui che era stato invitato. Invece nel congresso di Parigi del 1900 fu Hilbert colui
al quale fu dato l'onore e anche l'onere di aprire i lavori e di fare questa grande prolusione. Hilbert si trovò
anche un pochettino nell'imbarazzo, perché ovviamente era il 1900, non poteva soltanto parlare dei suoi
lavori, decise di fare qualcosa di visionario, cioè disse stiamo nel 1900, siamo nel primo anno appunto del
900, il nuovo secolo, quello che io farò è di dare, disse lui, una lista ai matematici di tutto il mondo che
erano convenuti a Parigi, di darvi una lista dei più importanti problemi aperti, di quelli ch'io considero i più

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importanti problemi aperti, perché poi andiate a casa e invece di dire, come diceva papa Giovanni, “ dite ai
vostri bambini di risolverli”, cercate voi di risolverli. In realtà questa lista di 23 problemi divenne così
importante che oggi i problemi di questa lista si chiamano appunto problemi di Hilbert, perché sono
associati al suo nome. Sono 23 problemi che hanno in qualche modo segnato la storia della prima metà del
1900 e che i matematici tentarono di tutti molti di riuscire a risolverne qualcuno. Chiunque avesse avuto la
fortuna e anche ovviamente l'abilità, la capacità di risolvere uno di questi problemi di Hilbert, sarebbe
diventato e in effetti così fu per molte persone, un simbolo della matematica moderna, un genio
riconosciuto. Ebbene, uno dei problemi di Hilbert, anzi il secondo problema della lista di Hilbert, fu
precisamente quello della “consistenza dell'analisi”. Ovviamente qui l'abbiamo scritto con un punto
interrogativo perché nel 1900 questo era un problema aperto, cioè Hilbert stava dicendo: io non conosco la
soluzione di questi problemi, vedete voi di lavorare tutti insieme per risolverli. Il secondo problema, che
Hilbert mettendolo al secondo punto della sua lista, faceva vedere, dimostrava che era uno dei problemi più
importanti che si potessero pensare, era precisamente quello della consistenza dell'analisi, cioè l'idea di dire
basta con lo scaricabarile, abbiamo dimostrato la consistenza della geometria iperbolica rispetto a quella
della geometria euclidea, abbiamo dimostrato la consistenza della geometria euclidea rispetto a quella
dell'analisi, adesso dobbiamo dimostrare la consistenza dell'analisi non rispetto qualche cosa altra, ma
rispetto a se stessa, con dei metodi che siano direttamente scientifici in qualche modo, costruttivi, che non si
possono mettere in dubbio. Questo fu un grande apporto di Hilbert alla matematica, ai fondamenti della
matematica. Un altro grande apporto fu di nuovo in un Congresso nel 1928 , quindi molti anni dopo il
Congresso del 1900, in una città diversa che come vedete nella slide è Bologna, queste sono due famosi
torri di Bologna.. Hilbert era ormai vecchio a quell'epoca, però ancora pensava ai fondamenti, ancora
pensava ai problemi aperti e in particolare nel congresso di Bologna propose due importanti problemi: il
primo problema era il “problema di completezza della logica ".
Vi ho detto prima, che nel 1899 Hilbert
dimostrò che in realtà la geometria era completa, era stato trovato
un sistema di assiomi completo per la geometria, dai quali si
potevano derivare tutti i teoremi di Euclide, ebbene Hilbert si
chiede a questo punto nel 1928: forse esiste un sistema di assiomi
che è completo per la logica? Proprio di questo ne abbiamo parlato più
volte e in particolare c'era un sistema che era un po’ l'analogo, per
quanto riguarda la logica, del sistema assiomatico di Euclide e
poi in seguito di Hilbert, cioè era il sistema di Frege o se volete il sistema di Russel, come l'avevano poi
ritrascritto Russell e Whitehead nei "principia matematica". Ora Hilbert pone il problema della
completezza di questo sistema, cioè se ci sono verità logiche che non si possono dedurre dagli assiomi di
Frege oppure questo sistema è completo, nel senso che tutto ciò che è vero, tutto ciò che è deducibile, si può
dedurre da quegli assiomi e questo è il primo grande problema del 1928.

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Il secondo grande problema è il problema della “decidibilità
della logica”, cioè è possibile decidere, data una formula della
logica, se questa formula è vera o falsa, se questa formula è
deducibile oppure no, dai teoremi? Ricordatevi che per la logica
proposizionale la risposta a tutti e due questi problemi è una
risposta positiva, la completezza della logica proposizionale
era stata dimostrata nel 1921 da Post, ne abbiamo parlato
quando abbiamo parlato di Wittgenstein e in particolare le
tavole di verità di Wittgenstein erano precisamente un
metodo di decisione della logica proposizionale, cioè se voi avete una formula della logica proposizionale,
cioè fatta attraverso i connettivi, che è praticamente la logica di Crisippo, ebbene gli assiomi della logica
proposizionale sono sufficienti per dimostrare tutte le
verità logiche, le cosiddetti tautologie e sapere se una formula è
una tautologia oppure no, si può fare facilmente usando
appunto queste tavole di verità. Ebbene che cosa succede?
Succede che nel 1930-1931, quindi due anni dopo
soltanto il congresso di Bologna, ecco che questo signore
che è Goedel, di cui abbiamo già parlato e del quale tra poco
finalmente arriveremo a parlarne addirittura per due
lezioni, circa i risultati più importanti della logica
moderna, dimostrò anzitutto nel 1930, “la completezza
della logica”, quindi risolse in modo positivo il primo problema di Hilbert del congresso di Bologna, cioè
che effettivamente gli assiomi di Frege sono sufficienti per dimostrare tutte le verità logiche e questo è un
primo passo, molto importante, costituisce l'analogo del risultato di Post per la logica proposizionale. Poi
nel 1931 Goedel dimostra invece "l'indimostrabilità della consistenza", cioè risolve nientepodi- meno il
secondo problema di Hilbert, quello vero, quello del congresso del 1900. Sono passati 31 anni e finalmente
si è trovata la risposta. Qual'è la risposta:? La risposta è che “l'analisi non si può dimostrare consistente con
dei metodi elementari”, nessuna teoria matematica in realtà si può dimostrare essere consistente con dei
metodi elementari, in altre parole la consistenza di una teoria deve essere sempre fatta dal di fuori, bisogna
usare dei metodi più forti per dimostrare la consistenza di una teoria più debole. Ed ecco che allora questo
scarica barile in realtà è qualche cosa di necessario, cioè non si può arrivare alla fine e dire che lo
scaricabarile si ferma qui e dimostrare direttamente la consistenza di un sistema, ma dimostrare la
consistenza di un sistema significa sempre doversi appoggiare a qualche cosa di più forte. Questa è la
soluzione del problema di Hilbert, cioè questo scarica barile non si può finire. Per quanto riguarda invece
l'ultimo problema, al quale abbiamo appena accennato per l'appunto, che Hilbert pose nel congresso di
Bologna, cioè la decidibilità della logica, questo problema fu risolto pochi anni dopo nel 1936, da questi
due signori, Turing e Church. Anche a Turing, che è molto noto fra l'altro, dedicheremo una delle nostre
ultime lezione, Church è uno dei logici più famosi di quegli anni, degli anni 30, tutti e due
indipendentemente con due metodi diversi dimostrarono che la logica è indecidibile, stiamo parlando
ovviamente della logica dei predicati. La logica di Crisippo, la logica dei proposizionale ovviamente, cioè
il calcolo proposizionale, era decidibile attraverso le tavole di verità, ebbene quando si sale al livello dei
predicati, non c'è nessun metodo di decisione, non c'è un procedimento meccanico che ci permette di
decidere, data una formula, se questa formula è vera oppure no, se questo è un teorema oppure no. Questo è
praticamente il risultato finale, dal percorso che Hilbert fece a partire dal 1899, attraverso i fondamenti della
geometria fino al 1931 e '36, con grandi risultati di Goedel e Turing e così via, cioè i problemi che Hilbert
pose, i problemi fondazionali che vennero posti e come gli si risolse, in maniera a volte positiva, a volte
negativa, da Goedel, da Church e da Turing. L'ultima cosa appunto che posso dire sul percorso di Hilbert fu,
che verso la fine della sua vita, (vedete nella slide Hilbert ormai vecchio e anche questo signore che era un

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suo studente che si chiamava Bernays), Hilbert e Bernays
scrissero a loro volta una grande opera in due volumi,
1934 e 1939, che si chiama ”I fondamenti della Matematica”. E'
l’opera che in qualche modo eredita tutta la problematica
che era stata aperta da Frege, da Russell e così via e che in
qualche modo chiude la storia di questo periodo, perché in
questa opera confluiscono tutti questi risultati che vi ho
detto, i risultati di Goedel sulla completezza della logica dei
predicati, sui teoremi di incompletezza, sui teoremi di indimostrabilità della consistenza, sull’indecidibilità
della logica e così via. E con questo abbiamo concluso questa nostra lezione sul lavoro dei fondamenti della
matematica di Hilbert e vi do appuntamento alla prossima lezione ovviamente.

LEZIONE 14: L’intuizione al potere


La scorsa volta abbiamo parlato di un grande matematico, Hilbert e del suo ruolo sui fondamenti della
matematica. Vi avevo già parlato anticipato la scorsa volta che nella prossima lezione, che adesso è
diventata questa, avremmo parlato d'un altro grande matematico, che si chiama Brouwer. Brouwer era un
olandese, anche lui un grande matematico, prestato in qualche modo agli studi sui fondamenti e questo
Brouwer divenne in realtà il leader di un vero e proprio movimento alternativo, un qualche cosa che oggi si
potrebbe chiamare un movimento di contestazione dall'interno della matematica e questo movimento di
contestazione si chiamò “Intuizionismo” . La parola era derivata ovviamente dalla parola intuizione, ma il
fondamento dell'intuizionismo era un fondamento filosofico, basato sulla filosofia kantiana, ecco perché
abbiamo chiamato questa nostra lezione “l'intuizione al potere”; vi mando un pochettino i motti che
andavano di moda, andavano d'uso negli anni 60, nel 68 quando c'era la contestazione giovanile. Si diceva
la fantasia al potere, qui invece l’idea di Brouwer agli inizi del secolo era appunto l'intuizione al potere, cioè
un modo nuovo per l’appunto di concepire non soltanto la matematica, ma anche la logica, prima di tutto
forse la logica, da un punto di vista filosofico e fondazionale e poi di conseguenza anche un modo nuovo di
concepire la matematica. Vediamo allora oggi in questa lezione che cosa significa, che cosa significò
l'intuizionismo. Partiremo un pochettino da lontano, perché in realtà le problematiche che vennero sollevate
da Brouwer all'inizio del 900 sono in realtà problematiche molto antiche, che affondano le loro radici, in
realtà nella storia addirittura nella storia molto antica, addirittura della matematica greca e così via; questo
forse lo avrete un pochettino capito nelle nostre lezioni, che quello che succede oggi in realtà è soltanto
un'immagine, un riflesso di ciò che è successo ieri e ovviamente contiene il germe, il seme come un granello
di sabbia nell'ostrica, in realtà contiene la perla del futuro, cioè non c'è un distacco tra il passato, il presente
e il futuro, c'è una continuità; ovviamente i problemi nascono, crescono, poi diventano maturi, si risolvono e
così via, viene acquistata una nuova maturità, si conoscono nuove tecniche, insomma la storia prosegue e
tutto questo era per dire che appunto andremo a curiosare di nuovo nel passato, come abbiamo già fatto
molte volte, per vedere, per trovare nel passato i germi di quali sono i problemi del presente. In particolare
parleremo di ciò che si chiama in matematica il “costruttivismo”, cioè questa teoria di cercare di costruire
i propri oggetti. Il motto del costruttivismo è “essere” significa “essere fatti”. Non è una lezione metafisica
Costruttivismo questa, dell'esistenza del costruttivismo, ma una nozione molto pratica,
Essere = essere fatti cioè esiste ciò che si costruisce, esiste ciò che si fa, il resto è appunto
1. in geometria fuori del mondo in qualche modo, perlomeno fuori del mondo del
2. in algebra costruttivista. Noi affronteremo il costruttivismo in tre parti diverse,
3. in logica naturalmente, come al solito, andremo un pochettino a volo d'uccello,
accenneremo ai problemi e poi lascio a voi ovviamente la cura di andare ad approfondire queste cose;
comunque dicevo, accenneremo ai problemi del costruttivismo in tre aree molto diverse, anzitutto la
geometria, poi l'algebra e poi la logica. Questi sono i tre punti in cui noi abbiamo diviso la nostra lezione;
però vi ricordo non c'è una grande differenza tra queste cose, perché la logica matematica è precisamente,
come vi dicevo agli inizi delle lezioni, lo studio matematico del ragionamento matematico e quindi è ovvio
che tutte le volte noi continuiamo a fare riferimento a ciò che è successo nel corso dei secoli nella

119
matematica, in particolare in questo caso oggi nella geometria e
nell’algebra, perché è proprio di questo, perché è proprio di ciò
di cui s'interessa la logica matematica, analizzare i tipi di
ragionamenti che si sono usati in matematica e questo in
particolare del costruttivismo, questo particolare p.di v. del
costruttivismo è precisamente uno dei nodi essenziali della
logica moderna. Quindi vediamo questo nuovo argomento,
affrontiamolo anzitutto come vi ho detto dalla geometria.
Vediamo che cosa significa costruire in geometria. Ebbene, qui
abbiamo una figura, la vedete qui, in realtà due figure, due strumenti che sono gli strumenti principali del
geometra, la riga e il compasso. La geometria greca negli elementi di Euclide del quale abbiamo parlato
ormai decine di volte, ebbene negli elementi di Euclide si sottolinea e per sottolineare c’è bisogno appunto
di una riga, si sottolinea sempre questo fatto, che le costruzioni devono essere sempre costruzioni fatte
con la riga e con il compasso. Dove arriva questa fissazione dei greci per questi due strumenti, ci sono tanti
altri modi di costruire, per esempio si può fare disegno a mano libera e cosi via. Come mai i greci si
fissavano sulla riga e sul compasso? Beh, l'idea di questa fissazione arriva in realtà da Platone, è un idea
filosofica, l’idea che la riga e il compasso sono gli strumenti che permettono di costruire le due figure
geometriche più perfette, da una parte la riga permette di costruire le rette ovviamente, però quello che
interessa al geometra è l'intera cosa ed è che permettono di costruire la retta, la retta è una figura
perfettamente equanime in qualche modo, è uguale in tutte le sue parti e il cerchio, anche lei, è una figura
che è uguale in tutte le sue parti, però perfetta questa volta nella sua conclusione, nell'essere rinchiusa su se
stessa. E allora l'idea della geometria euclidea era questa
precisamente: poiché la retta e il cerchio sono le due figure più
perfette che si possano immaginare, allora proprio su queste si
dovranno basare le costruzioni, l'intero edificio della
geometria. E allora moltissime cose che si sarebbero potute fare e
che i greci sapevano come fare, usando però mezzi diversi dalla riga
e dal compasso, queste rimasero fuori da questa grande summa
che furono appunto gli elementi di Euclide. Euclide non raccontò,
non descrisse tutta la geometria che era nota ai suoi tempi, tutta la
geometria greca, lasciò fuori tutto ciò che non rientrava in questa
visione platonica, in questa visione estetizzante, quasi
filosofica della matematica, come basata su questi enti perfetti, riga e compasso. Vediamo più da vicino i
problemi che in realtà affrontarono i greci. Anzitutto ci sono dei problemi solubili e poi parleremo di
problemi insolubili. I problemi solubili ve li ho enunciati qui nella slide, ve li dico brevemente uno per uno,
sono problemi che risalgono più o meno al quinto secolo a. C., circa 500-600anni a.C.; Talete fu il primo
grande geometra e poi vari altri, Ippocrate, non ovviamente il medico, ma il geometra e così via. Quattro
grandi problemi dei quali adesso parlerò brevemente, che poi si riflettono in quattro simili problemi che
però sono insolubili; naturalmente, quando si parla di solubile o insolubile, qui io faccio riferimento
semplicemente al fatto che i problemi si possono risolvere oppure no mediante gli strumenti che detto
prima, cioè mediante la riga e il compasso. Il primo problema è il problema della duplicazione del quadrato,
eccolo qua il quadrato, abbiamo un quadrato di un certo lato, vogliamo sapere, vogliamo costruire, in
qualche modo, un quadrato che abbia un'aria doppia; ne abbiamo parlato più volte anche qui, perché questo
è un problema che sta alla base della scoperta degli irrazionali, della radice di 2, ebbene come si fa a
costruire un quadrato che abbia radice doppia? Basta costruire la diagonale, quindi praticamente già
l’abbiamo lì. Il secondo problema è quello della costruzione del pentagono, che non abbiamo qui in figura;
il pentagono regolare è una figura non semplice da costruire, se ci pensate un momentino forse così ad
occhio non sapreste dire come fare con riga e compasso un pentagono regolare oppure quello che si iscrive
dentro, cioè le due diagonale che formano la stella pitagorica, ebbene questa fu una delle grandi costruzione
per la punto della scuola pitagorica, la costruzione di un poligono regolare, che è il poligono che viene
subito dopo il quadrato, cioè quel poligono regolare con quattro lati, mentre il pentagono è un poligono

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regolare a cinque lati. Il problema della bisezione dell'angolo: avendo un angolo dato, come si fa a dividere
l'angolo in due? Beh, questo è abbastanza semplice: si costruisce un triangolo che abbia quell'angolo come
angolo al vertice e poi si tratta semplicemente di fare una costruzione abbastanza semplice, che è quella
invece immagino potete immaginarvi da soli, per dividere in due questo angolo. L'ultimo problema è
invece un problema un po' meno intuitivo, il problema di riuscire a costruire un quadrato che abbia la stessa
area di una figura che non è nemmeno coi lati regolari, cioè non è nemmeno un poligono, diciamo, ed è una
figura curvilinea come questa che si chiama lunetta. Una lunetta semplicemente è la parte di piano che è
compresa fra due archi di cerchio, naturalmente cerchi con
raggi diffidenti. Ebbene, la grande scoperta di questo signore,
Ippocrate, che ho citato poco fa, fu appunto proprio questa,
cioè che era possibile quadrare, era possibile costruire con righe e
compasso dei quadrati che avessero la stessa area di
particolari lunette e allora che cosa successe? Successe
immediatamente che i greci proposero alcuni altri problemi
che però rimasero aperti per secoli, per millenni addirittura,
perché, come vedete qui, questi sono problemi insolubili,
che furono dimostrati essere insolubili, nel secolo
diciannovesimo. Esattamente come prima ripassiamo
brevemente questi quattro problemi, che corrispondono riga per riga ai precedenti. Il primo ricordate era la
duplicazione del quadrato; ebbene, qui c'è il problema analogo di duplicazione del cubo, ne abbiamo già
parlato una volta, questo è il problema famoso dell'oracolo di Delo. Come si fa a costruire mediante riga e
compasso un cubo che abbia o meglio un segmento che sia il lato d'un cubo che abbia il volume doppio d'un
cubo dato? Ebbene, questo non è possibile farlo, però si dimostrò che non era possibile farlo soltanto nel
secolo diciannovesimo. Notate che i problemi sono molto simili, in un caso è coinvolta la radice quadrata di
2, nell’altro caso la radice cubica di 2, la radice quadrata di 2 si può costruire con righe e compasso, la
radice cubica no. La costruzione dell'ettagono: l’ettagono è di nuovo un poligono regolare con sette lati
questa volta, ebbene l’esagono è molto facile farlo, basta dividere insomma in qualche modo un triangolo
regolare, un triangolo equilatero in due parti, si costruisce l'esagono regolare in maniera molto semplice.
L'ettagono invece non riuscirono a farlo e per un motivo molto semplice per cui non uscirono a farlo, non si
poteva fare con riga e compasso, ma il fatto che non si potesse fare, di nuovo, si dovette attendere il 1800.
Trisezione dell'angolo: un problema similissimo a quello di prima; come si fa a dividere un angolo in due?
Beh, si fa una piccola costruzione e lo si divide in due parte uguali. Ebbene, come si fa a dividere in tre?
Non c'è modo di farlo con riga e compasso. E da ultimo il problema più famoso di tutti i problemi insolubili
e insoluti dei greci, che era per l’appunto, il problema della quadratura del cerchio. Nel momento in cui si
trova che è possibile trovare un quadrato equivalente a certe figure curvilinee, cioè certi archi di cerchio,
viene subito l'idea che, se insomma, invece di lunette, si considera il cerchio intero, che cosa succede?
Ebbene anche questo, il problema della quadratura del cerchio fu dimostrato nel 1800 essere un problema
irresolubile; quando si parla di irresolubile e insolubile, mi raccomando e sottolineo questo fatto, significa
che non lo si può risolvere con certi mezzi, cioè in questo caso particolare con la riga e con il compasso.
Questa era la prima parte, diciamo così, di questa carrellata sul problema della costruibilità, che in
geometria, l'idea della costruibilità era di costruire con riga e compasso. Molte cose si possono fare,
abbiamo visto, altre non si possono fare e questo è dividere in due i risultati di possibili teoremi della
geometria fra fattibili e non fattibili, tra costruibili e non costruibili.
Il secondo tipo di argomento che oggi tratteremo è invece il problema dell'algebra. In algebra ci sono
equazioni, il problema lì è di trovare delle formule che usino le radici, il famoso problema di soluzione di
equazioni attraverso formule che usino soltanto radicali cosiddetti, per questo in maniera un po' scherzosa
abbiamo qui fatto una figura di radici che ovviamente non sono
proprio quelle matematiche. Anche qui la storia è parallela a
quella precedente; ci sono equazioni risolubili attraverso i radicali,
ci sono equazioni che non sono risolubili. Vediamo brevemente le
equazioni risolubili. Io ho detto 16° secolo, cioè 1500, ma

121
ovviamente il primo caso delle equazioni di secondo grado non l’ho nemmeno preso in considerazione,
ovviamente sono equazioni che si sapeva già dall'antichità come risolverle. La famosa formula per la
risoluzione delle equazioni di secondo grado, è una formula che tutti voi ricorderete mi immagino e questa
formula era infatti già nota nell'antichità, 2000 anni a.C. dai babilonesi addirittura. Il problema successivo,
le equazioni di terzo grado, è un problema molto complicato e infatti ancora oggi si dice “mi fa un terzo
grado” oppure quando si va dalla polizia, si
viene arrestati, i poliziotti fanno un terzo grado. Come mai
quest'espressione terzo grado? Il terzo grado deriva proprio da
qui, dal fatto che l’equazioni terzo grado fosse molto difficile da
risolvere e fu risolta da questo signore sulla sinistra che si
chiama per l’appunto Tartaglia e anche da un altro, Cardano,
forse questo qui è Cardano adesso non lo so, perché ovviamente
tutti questi personaggi si perdono nella notte dei tempi, 1500. E
subito dopo, immediatamente dopo questo signor Ferrari, che
era allievo di Cardano, che invece è questo signore sulla destra, o per lo meno raffigurato in maniera
analoga sulla destra, ebbene, trovò una formula per la soluzione delle equazioni di quarto grado. Quindi
verso la fine del 1500, del sedicesimo secolo, si era in possesso di formule per la soluzione do equazioni di
tutti i gradi fino al quarto compreso, 1°, 2°, 3° e 4°. Si poteva ovviamente immaginare che formule più
complicate avrebbero permesso di risolvere equazioni più complicate, di grado più complicato. Vediamo
che cosa succede. E analogamente a quello che è successe per i problemi di geometria, in cui molti problemi
erano risolubili con riga e compasso e poi però problemi molto simili a prima vista erano invece impossibili
da fare, i greci non riuscirono e poi i matematici dell'800 dimostrarono che non si potevano risolvere con
riga e compasso, analogamente anche qui nel algebra ci fu una situazione simile, cioè sempre nel 1800, nel
secolo diciannovesimo, si dimostrò che c'erano dei tipi di equazioni irresolubili, in particolare questi signori
che sono qua, Ruffini e Abel, Ruffini è un italiano di fine 700 e Abel invece è un norvegese di inizio 900,
che morì molto giovane, sotto i trent'anni, verso i 25- 30 anni, ebbene dimostrarono che non era possibile
trovare delle formule per la risoluzione dell'equazione generale di quinto grado, formule che invocassero
soltanto i radicali, delle radici per l’appunto, così come l’equazione di secondo grado si può risolvere con
radici quadrate. Non era possibile nel senso che non finora
non lo si era fatto, perché questo lo sapevano tutti che non
c'erano formule che facessero risolvere le equazioni in
generale di quinto grado, ma dimostrarono che non solo non
c'erano, ma che non si sarebbero potute trovare, queste
formule non esistevano semplicemente. E questo diede
inizio a una parte fondamentale dell'algebra moderna che si
chiama per la punto “la teoria dei gruppi”. Le basi di questa
teoria furono gettate da questo signore che si chiama Evarist
Galois, anche lui morì giovanissimo, a 22 anni, in un duello. Questo signore portò avanti i risultati di
Ruffini e Abel, dimostrò che non soltanto l'equazione generale di quinto grado non era risolubile, ma
costruì, trovò quello che si chiama un criterio di risolubilità, cioè data una qualunque equazione di
qualunque grado, a volte ovviamente qualche anche equazione di quinto grado è risolubile, ad esempio x5 –
1=0 si può ovviamente risolvere, perché una delle sue soluzioni è semplicemente uno, però l'equazione della
quinta in generale non ammette una formula risolutiva con radicali, Galois descrisse esattamente quali erano
le equazioni che avevano una formula risolutiva e quali invece non l’avevano. In qualche modo si concluse,
in questo modo, il problema della costruibilità nell'algebra moderna. Fin qui abbiamo già parlato
praticamente di due argomenti, la costruzione, il costruire qualcosa in geometria con le mani praticamente,
con riga e compasso e l'analoga costruzione di fare la stessa cosa questa volta in algebra, dove costruire
significa trovare delle formule che si possano maneggiare con le mani, cioè formule che facciano intervenire
le radici, i cosiddetti radicali. Ora passiamo al terzo argomento, che è quello ovviamente che
ci interessa più da vicino, cioè la
3. Logica costruibilità in logica. In logica che cosa si fa? Si fanno

122
dimostrazioni non costruttive dimostrazioni soltanto, non ci sono equazioni, non ci sono
esistere = impossibile non esistere figure geometriche, ci sono dimostrazioni. E allora cosa
vuol dire “dimostrazione non costruttiva” in logica e poi ovviamente poiché la logica è lo strumento della
matematica, in matematica in generale?Ebbene quando si dice che un teorema ha dato una dimostrazione,
per esempio di esistenza non costruttiva, significa che non si è dimostrato che l'ente di cui si sta parlando,
per esempio non lo so, un poligono, un certo oggetto matematico esiste, non si è dimostrato che esiste
facendolo vedere dicendo eccolo qua, tu volevi sapere se c'era un oggetto fatto in questo modo e io te lo
costruisco e alla fine della costruzione ce l’hai di fronte. Si dimostra che l'oggetto esiste facendo una
dimostrazione indiretta, dimostrando che è impossibile che non esista. Ora questa non è appunto una
dimostrazione diretta che fa vedere la costruzione dell'oggetto, ma dimostra soltanto che da un punto di vista
logico ci sarebbe una contraddizione se uno suppone, supponesse che quest'oggetto non esistesse. Ora capite
che questo è un modo un po' convoluto, un po' indiretto di mostrare le cose e non tutti furono convinti; a
volte quando si trovano delle dimostrazioni di esistenza non costruttive queste lasciano un pochettino il
sapore amaro in bocca, cioè sembra che ci sia stato un trucco, cioè non si è fatto vedere che cos’è
quell'oggetto che si voleva invece vedere, si è dimostrato che non può non esistere, dimostrazione appunto
in diretta. Vi faccio tre esempi brevemente per farvi capire che tipo di dimostrazioni si fece, notate le date. Il
primo esempio che faccio è del 1873. Cantor di cui abbiamo parlato più volte, inventore della teoria degli
insiemi, dimostra nel 1873 l'esistenza di “numeri trascendenti”; che cosa vuol dire trascendenti, non è
Cantor molto importante nel nostro discorso in questo momento, comunque
(1873) per chi lo vuole sapere, si può semplicemente dire che sono dei “numeri
Numeri trascendenti reali che non sono soluzioni di equazioni algebriche”. Equazione algebrica
significa che un polinomio con dei coefficienti interi, si pone il polinomio uguale a zero, questo polinomio
avrà certe radici, ebbene queste radici si chiamano “numeri reali algebrici”, cioè che derivano dall'algebra,
da delle equazioni algebriche. Ci sono tantissimi numeri che non sono soluzioni di equazioni algebriche
appunto, questi numeri si chiamano “numeri trascendenti”. Cantor non fu il primo matematico che dimostrò
che questi numeri trascendenti esistevano, il primo matematico fu Liouville. Liouville fece effettivamente
quello che dicevo prima, cioè costruì a mano un numero, che fece vedere, disse questo è il numero con
queste cifre e adesso vi dimostro che questo numero è trascendente. Ebbene, nel 1873 Cantor dà una
dimostrazione indiretta dell'esistenza di numeri trascendenti. Come fece a farlo? Fece in questo modo,
dimostrò anzitutto che i numeri reali sono infiniti, dimostrò che i numeri algebrici sono anche loro infiniti,
ma dimostrò che i due infiniti dei numeri algebrici e dei numeri reali in generale sono diversi, cioè di numeri
algebrici ce n'è pochi, cioè ce n'è un'infinità più piccola possibile, c’è ne tanti quanti i numeri interi e i
numeri reali invece ce ne sono tanti, sono sempre infiniti, ma di un'infinito maggiore e allora è chiaro che se
i numeri algebrici sono infiniti, ma di un'infinito piccolo e numeri reali sono infiniti, ma di un'infinito
grande, quasi tutti i numeri reali non saranno algebrici, saranno trascendenti. Questa è una dimostrazione per
l’appunto indiretta, fa vedere che ci sono tanti numeri trascendenti, ma non ne fa vedere nessuno, dimostra
semplicemente che insomma devono esistere, devono esserci numeri di questo genere. Questo fu una
dimostrazione molto importante perché completamente diversa da quella di Liouville originale dell'esistenza
di numeri trascendenti.
Un altro teorema molto famoso che fu dimostrato nel 1888, quindi vedete sempre in questi anni, da Hilbert,
che abbiamo già conosciuto per bene, abbiamo dedicato a lui l'intera scorsa lezione si chiama “teorema della
base”. Ovviamente qui scherziamo, abbiamo vestito Hilbert da giocatore di baseball, però la base di cui
parlava Hilbert non era ovviamente una basa su cui lui doveva planare con i suoi piedi per conquistarla, era
un teorema che dimostrava, per l’appunto, che data una insieme di polinomi, questo insieme di polinomi
aveva una base finita nel senso, esattamente come nella
geometria, come se ci fossero un numero di dimensioni
finite, però dimostrava l'esistenza della base, senza far
vedere come era costruita questa base. Questa dimostrazione
fu attaccata, perché mentre nel caso precedente di Cantor
l’esistenza dei numeri trascendenti era già stata dimostrata,
quindi c'erano degli esempi concreti, nel caso di Hilbert

123
l’esistenza di questa base non solo non era stata dimostrata prima, ma era uno dei grandi problemi aperti
della matematica e il fatto che Hilbert dimostrasse in questo modo indiretto l'esistenza di questa base e
notate con una dimostrazione di una sola paginetta, beh, questo diede molto fastidio a tutti i matematici, per
esempio Croeneker, il famoso costruttivista dell'epoca, che avevano cercato di risolvere questo problema;
trovarono che la dimostrazione di Hilbert era in realtà un trucco; qualcuno disse addirittura questa non è
matematica, questa è teologia, questo lo dissero proprio a quell'epoca, verso la fine dell'800, i matematici
rivali di Hilbert. E quindi Hilbert introdusse questo nuovo metodo di dimostrazioni in algebra.
Un altro risultato molto importante, che fu dimostrato qualche anno dopo, come vedette 1910, fu dimostrato
da Brouwer, il teorema cosiddetto del punto fisso. Qui ho messo una pallina da tennis, non perché
continuammo a scherzare, ma perché uno dei risultati, uno dei
modi di enunciare, per esempio il teorema del punto fisso di
Brouwer, è per l’appunto quello di dire che se prendiamo una
palla da tennis,o palla pelosa, ma anche la nostra testa ma noi in
genere non abbiamo i capelli dovunque, sulla faccia non
abbiamo i capelli, perlomeno sulla fronte eccetera, ebbene se
noi prendiamo una palla che abbia peli dovunque e cerchiamo di
pettinare questa palla, se la pettiniamo in maniera uniforme ci
deve essere almeno un punto che non si viene mosso; per esempio,
se nel caso invece di avere una palla da tennis, avessimo la terra,
per esempio con i venti che fossero sulla terra, ebbene se questi
venti fossero in maniera regolare dovunque sulla terra, ci deve essere almeno un punto in cui i venti soffiano
in maniera perpendicolare alla superficie, cioè ci deve essere almeno un tornado. Queste sono tipiche
applicazioni del teorema del punto fisso di Brouwer; non ci importa qui dare una definizione precisa,un
enunciato preciso del teorema del punto fisso, quello che c'importa è che Brouwer dimostrò l'esistenza di
questo punto fisso, che nel caso della palla da tennis è il punto in cui bisogna fare il cerchio e infatti anche
noi quando in genere ci pettiniamo abbiamo un punto sulla testa attorno al quale andiamo, oppure il ciclone
per l’appunto. Ebbene, l'esistenza di questo punto fisso veniva dimostrato da Brouwer in maniera non
costruttiva, in maniera indiretta. E questo provocò uno scandalo, in particolare insomma si incominciò a
credere che la matematica stava andando in una direzione che non era quella giusta, stava prendendo una
brutta strada come si dice di alcuni ragazzi che non fanno ciò che dovrebbero fare; in particolare si creò
questa scuola alla quale ho alluso agli inizi, questa scuola che in realtà è il prodotto, l’opera
nientepopodimeno che il signor Brouwer, cioè lo stesso matematico che nel 1910 dimostra questo suo
grande teorema per il quale ancora oggi viene ricordato, ad un certo punto si pente, dice, ma io in fin dei
conti ho peccato, ho fatto questo teorema in maniera non costruttiva, non è il modo giusto di farlo, devo
creare una filosofia della matematica che la pensi diversamente. Qual'è l'idea fondamentale
dell'intuizionismo per l’appunto sul quale si basa la filosofia di Brouwer? Ebbene, l'idea dell’intuizionismo
di Brouwer, un matematico che fa pienamente parte a tutti titoli del ‘900 , le cui date di nascita e di morte
sono appunto 1881 e 1966, è quella che abbiamo, in qualche modo, abbiamo

raffigurato qui con questo grande


occhio, perché l'idea dell'intuizionismo è che si deve credere soltanto a ciò che si vede, naturalmente ciò che
si vede, siamo in matematica, non è che lo si possa vedere con l'occhio fisico, lo si vede con l'occhio della
mente, cioè Brouwer non era proprio un costruttivista di quelli che dicevano, ah, soltanto quello che si può
costruire in qualche modo diretto, lo si può fare, cioè si poteva in qualche modo usare i sensi o i sensi estesi
dell'intelletto, però non si potevano fare dimostrazioni come quelle che ho detto prima, dimostrazione di tipo
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indiretto. Anzi vi faccio vedere subito quali sono le conseguenze di questa filosofia, cioè di accettare
soltanto ciò che si può toccare con mano in qualche modo, con la mano appunto dell'intelletto, cioè col
risultato di questa filosofia si rifiutano molte cose di ciò che invece i matematici fino all'epoca
avevano accettato in maniera quasi indolore.
Ed ecco qui i rifiuti, questo nella slide è Brouwer, che sta portando
via un cestino pieno di rifiuti di cose della matematica che lui non
accetta e i tipici rifiuti che vengono associati con questa filosofia
dell'intuizionismo, del costruttivismo, sono i seguenti, li guardiamo
brevemente uno per uno: terzo escluso, doppia negazione e le
dimostrazione non costruttiva. Cominciamo col terzo escluso; questa
è una nostra vecchia conoscenza, ricorderete da quando abbiamo fatto
la lezione su Aristotele, che il “principio del terzo escluso” insieme al
“principio di non contraddizione” era praticamente la base della
logica classica. Il principio del terzo escluso dice che se noi abbiamo una proprietà, questa proprietà, cioè
una affermazione, una formula A , questa proprietà o è vera o è falsa, cioè o A accade, deve valere oppure
accade la sua negazione. Ebbene, Brouwer dice io non vedo per quale motivo debba valere o l’una o l’altra;
o tu mi dimostri che vale una, o tu mi dimostri che quella non vale, cioè vale la sua negazione, ma mi devi
dimostrare una delle due cose, io non posso accettare a priori che valga l’una o valga la sua negazione e
quindi la logica di Brouwer, la logica intuizionista rifiuta questo principio del terzo escluso. La “legge della
doppia negazione”, stessa storia; nella logica classica deriva dal terzo escluso il fatto che valga la legge della
doppia negazione, cioè una doppia negazione afferma; ebbene Brouwer dice io questo non lo credo, perché
una doppia negazione dice semplicemente che, se io suppongo che non sia vero qualche cosa e alla fine
faccio una dimostrazione, ottengo una contraddizione, non derivo dal fatto che dalla negazione di una
proposizione ho derivato una contraddizione, il fatto che la proposizione sia vera, derivo soltanto che ho
dimostrato una contraddizione della sua negazione, cioè una doppia negazione e la doppia negazione nella
logica intuizionista non coincide con l’affermazione. Ecco due principi basilari, cioè “il terzo escluso” e “la
doppia negazione” che valevano nella logica classica e non valgono più nella logica intuizionista, cioè la
logica intuizionista si chiude in qualche modo a riccio, non accetta queste cose. E naturalmente ovviamente,
perché questo è il punto di partenza, non accetta nemmeno le dimostrazioni di esistenza non costruttive, in
particolare rifiuta la dimostrazione del teorema del punto fisso di Brouwer, che Brouwer stesso aveva dato.
Sembra quasi darsi un po’ la zappa sui piedi; però notate negli anni 30 il teorema di Brouwer fu poi
dimostrato in maniera costruttiva; effettivamente quando si da una dimostrazione costruttiva di un teorema,
ovviamente ci sono più informazioni, si dice di più di quando di quando si da soltanto una dimostrazione
non costruttiva, quindi l’intuizionismo è qualche cosa di più restringente, di più esigente, vuole di più di
quello che non voglia semplicemente la logica classica. Bene, vediamo un pochettino, visto che abbiamo già
parlato di alcuni dei grandi personaggi della logica moderna, vediamo più da vicino come vedevano questi
personaggi, in particolare Frege, Hilbert e Brouwer il problema dell’esistenza degli enti matematici.
Esistenzialismi a confronto Qui ho parlato di esistenzialismi a confronto, non nel senso
 realismo(Frege) dell’esistenzialismo della filosofia esistenziale, per
esempio
 formalismo(Hilbert) di Sartre o di altri, ma nel senso di esistenza in
matematica.
 intuizionismo(Brouwer) Che cosa significa esistere per Frege, per Hilbert e per
Brouwer. I nomi di filosofie esistenzialiste, che vanno a braccetto con questi nomi, sono rispettivamente il
Realismo per Frege, il Formalismo di cui abbiamo parlato la scorsa volta in una lezione dedicata ad Hibert e
l’Intuizionismo di cui stiamo parlando oggi di Brouwer. Vediamo più da vicino, allora, che cosa significa
innanzi tutto per Frege il Realismo? Dire che qualche cosa esiste; beh, il che significa la cosa più ovvia del
mondo in qualche modo, cioè significa dire che esiste ciò che c'è; voi direte che bella scoperta, certo che
Frege altro potrebbe esistere, se non ciò che c'è, ma il problema di dire che esiste ciò
esiste ciò che c’è che c'è, significa in questo c'è, dire in realtà che c'è un mondo eterno, c’è un mondo
in questo caso di oggetti matematici, ma nel caso della fisica di oggetti fisici, c’è una realtà esterna e
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l'esistenza è qualche cosa che ha a che vedere con la realtà, cioè quando si fanno delle affermazioni di
natura esistenziale, quando si dice qualche cosa esiste, si sta dicendo una frase del linguaggio ovviamente, la
cui verità però ovviamente dipende da come è fatto il mondo, quindi si fa in qualche modo riferimento al
mondo esterno, si appoggia il linguaggio, la sintassi alla semantica e si fa un qualche cosa che non permette
alla logica di essere autonoma, cioè si fa riferimento appunto a qualcosa di fuori. Ricordiamoci che
Realismo per Frege significa dire che esiste ciò che c'è in un mondo platonico praticamente, in un mondo in
cui esistono effettivamente gli oggetti matematici. È chiaro che Frege non pensava, non credeva, che gli
oggetti matematici avessero lo stesso tipo di esistenza degli oggetti fisici, cioè che li si potesse toccare con
le mani, però credeva effettivamente che avessero delle proprietà analoghe, che la matematica, il senso della
matematica, l'intuizione, la ragione fossero dei modi per arrivare a conoscere, a capire, a vedere, diciamo
così, gli oggetti di un mondo che era un mondo platonico, il mondo delle idee che stava lì, ma che aveva una
sua esistenza indipendente da noi.
Vediamo invece il formalismo di Hilbert. Hilbert, nel caso dell'esistenza, sosteneva che esiste ciò che può
Hilbert esserci. Notate che è un approccio, un modo di vedere le cose
esiste ciò che può esserci proprio diverso dal di dire che esiste ciò che c'è. Esiste ciò che
può esserci significa, bah, noi ciò che c’è non sappiamo, anzi non crediamo almeno che ci siano queste cose,
che per Hilbert che non era, appunto un platonista, non è che ci fosse un mondo di oggetti matematici lì,
che noi dovevamo semplicemente andare a giudicare, esiste ciò che può esserci significa che la matematica
dev’essere consistente, non ci devono essere contraddizioni. Tutto ciò che non è contraddittorio, in altre
parole che potrebbe esserci, se ci fosse la possibilità di costruire tutti i mondi possibili, dei quali vi
ricorderete aveva già parlato Leibniz, ebbene ciò che c'è in un mondo possibile per un matematico questo
esiste. In altre parole per Hilbert non c'è un solo mondo, il mondo platonico come c'era per Platone per
l’appunto e come c'era anche per Frege, ma ci sono tanti mondi, sono i mondi possibili, sono i mondi che il
matematico costruisce, l'unica richiesta che si può fare, si deve fare a un matematico, è di costruire dei
mondi che siano consistenti, cioè di costruire una storia ben fatta in altre parole, la stessa cosa della
letteratura realista, della lettura verista nel campo dell'arte, cioè possono esserci ovviamente racconti
fantastici, però a volte nei racconti fantastici si introducono delle leggi che non sono quelli della nostra
fisica, del nostro mondo; se però voi fatte un racconto verista invece e semplicemente costruito mondo che
magari non è quello che veramente è esistito, non tutti i racconti realistici, sono racconti storici, che
raccontano ciò che è effettivamente esistito nel mondo, però se sono delle storie possibili perché in realtà
raccontano mondi che non sono magari mai stati, ma che avrebbero potuto essere, per il matematico questo
è sufficiente. E quindi voi capite che in questo caso si passa dal problema dell'adeguatezza tra linguaggio e
mondo esterno, si passa semplicemente a qualche cosa che è puramente interno al linguaggio, per Hilbert
l'importante era che non ci fossero delle contraddizioni. E ricorderete dalla scorsa lezione, che abbiamo
appunto dedicato a Hilbert, che il problema della consistenza era precisamente uno dei grandi problemi che
Hilbert pose sul tappeto fra i suoi 23 problemi, nel congresso famoso di Parigi del 1900. Il secondo
problema richiedeva la consistenza dell'analisi, ricorderete, brevemente per dirvi due parole su quello che
abbiamo fatto la scorsa lezione, che si era pensato alla geometria iperbolica, la geometria iperbolica era
consistente rispetto a quella euclidea, c'era un modello della geometria iperbolica in quella euclidea, la
geometria euclidea era consistente rispetto all'analisi, sono tutti i mondi possibili, mondi in cui se c'è una
contraddizione in uno allora automaticamente c'è negli altri; però Hilbert voleva sapere se nell'analisi non
c'erano contraddizioni, di modo che tutti questi mondi sarebbero diventati automaticamente e
simultaneamente tutti possibili allo stesso tempo e per il matematico sarebbe stato sufficiente. Infatti questo
è poi l'atteggiamento che, molti di noi, ancora oggi hanno della matematica, nessuno più pensa come
pensava Euclide e come pensavano ancora forse fino agli inizi dell'800 i geometri, che l'unica vera
geometria sia quella euclidea, ma oggi si pensa, nel caso che non sia quella euclidea, che bisogna misurare il
mondo per vedere qual è quella giusta perché bisogna scegliere tra le varie geometrie. La geometria euclidea
serve in certi casi, la geometria iperbolica serve in altri casi, ce ne sono tante altre di geometrie, quella
riemaniana alla quale abbiamo accennato in una delle scorse lezioni, che poi servì ad Einstein per costruire
la sua relatività generale, ebbene tutte queste geometrie sono geometrie alternative, sono mondi possibili,
l'unica cosa che interessa al matematico è che non ci siano contraddizioni, cioè esistenza in questo caso

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significa che esiste ciò che può esserci. E l'ultima filosofia dell'esistenza, alla quale accenniamo quest'oggi,
è la filosofia appunto dell'intuizionismo, la filosofia di Brouwer, che si può indicare dicendo che esiste ciò
che costruiamo; quindi non si fa più tanto riferimento al mondo esterno, certamente non si fa riferimento
Brouwer soltanto alla consistenza, perché ciò che può esistere in realtà, la
esiste ciò che costruiamo dimostrazione di esistenza non è una dimostrazione in generale
costruttiva, Brouwer voleva mettere sue mani, diciamo così, sui fatti concreti, cioè per lui esistevano le cose
che si potevano costruire. Si potrebbe dire, forse, parlando di ciò di cui abbiamo parlato agli inizi di questa
lezione, che nel campo della geometria per Brouwer, se per lui gli unici strumenti fossero stati quelli per
l’appunto della riga e del compasso, allora sarebbero esistiti, per esempio i quadrati, sarebbero esistiti i
pentagoni, sarebbero esistiti gli esagoni, ma non gli ettagoni, perché i poligoni regolari a sette lati non si
potevano costruire oppure per esempio, si poteva fare la bisezione dell'angolo, è possibile fare la posizione
dell'angolo, ma non si può fare la trisezione dell'angolo, il terzo di un angolo non esiste, perché non lo si può
costruire con riga e compasso. Capite che è come legarsi le mani, cioè decidere di fare soltanto le cose che si
possono fare a mano, per l’appunto con mezzi costruttivi. Questo è in punto di vista, è un punto di vista che
all'epoca quando per l’appunto Brouwer lo incominciò ad esporre e a predicare, perché queste cose poi
acquistano questo sapore a volte anche un pochettino mistico e religioso, dicevo, agli inizi del ‘900 fu
attaccato molto spesso dai matematici, poi lo si è molto meno attaccato, perché oggi noi parliamo attraverso
questa macchina qua, cioè attraverso i computer, molta della matematica si fa attraverso i computer,
ovviamente costruttivo oggi significa che si può fare al computer, ciò che il computer non può fare è per noi
in realtà un pochettino fuori della nostra portata e quindi l’intuizionismo è diventato una filosofia importante
per la matematica odierna e soprattutto per l’informatica e infatti, stranamente, se voi andate nei
dipartimenti di matematica, quando si insegna la logica, in genere si insegna la logica classica, se voi andate
nei dipartimenti di filosofia si insegna la logica aristotelica, eccetera, forse si arriva fino a Frege, a Goedel,
insomma, ma non molto oltre, se andate invece nei dipartimenti di informatica si insegna per l’appunto la
logica intuizionista, la logica di Brouwer, quindi vedete
anche nella logica, in realtà, ci sono tanti modi, tanti
aspetti, tante famiglie diciamo così e ciascuno si segue la
sua, perché ci sono applicazioni diverse. Però c'è ancora una
cosa dire per quanto riguarda questo problema del
costruttivismo e questa cosa tanto per cambiare, ormai
l'avrete capito, l’ha detto tutto lui, l’ha fatta Goedel.Goedel
finalmente, vedete qui, la faccia ormai la conoscete da
lungo tempo, perché ne abbiamo parlato 100 volte e presto
appunto, come vi ho già annunciato precedentemente,
faremo due lezioni su Goedel. Ebbene, dicevo, Goedel questa volta non è il risultato del 1930, non è il
risultato del 1931, è un risultato diverso del 1933, Goedel dimostra che c’è un modello intuizionista della
logica classica; esattamente come nel caso della geometria era possibile fare un modello euclideo della
geometria iperbolica e quindi scaricare tutti problemi della geometria iperbolica su quella euclidea, in
questo caso è possibile fare un modello intuizionista della logica classica, attenzione non il contrario e cioè,
in altre parole, se la logica classica è contraddittoria, cioè se Brouwer aveva paura che la logica classica
fosse contraddittoria e quindi restringeva i suoi mezzi soltanto alle dimostrazioni costruttive, ebbene Goedel
gli dice stai attento, perché se la logica classica è contraddittoria anche la tua logica lo deve già essere,
quindi in qualche modo il problema della contraddizione viene spostato dalla logica classica alla logica
intuizionista. E questo, in qualche modo, è per l’appunto, non dico una debacle, ma un certo risultato
negativo per Brouwer, perché Brouwer si restringeva, aveva cercato di fare questa sua filosofia, che come vi
ho detto predicava anche in maniera molto vigorosa, perché credeva che ci fossero dei veri problemi nella
logica classica, diceva l'unico modo per salvarsi dai problemi, per salvarsi le spalle, per così dire, dai
problemi della logica classica è quello di fare la sua logica, cioè mettersi nell'ambito della logica
intuizionista. Goedel gli fa vedere che in realtà non è così, perché se c'erano dei problemi, se c'erano delle
inconsistenze nella logica classica, nella matematica, in realtà, più in generale nella matematica classica, in
realtà queste inconsistenze, queste contraddizioni si devono già riflettere nella logica intuizionista e quindi

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questo modo di pararsi le spalle non è poi così importante. Vediamo meglio, un po' più da vicino che cosa
dice il teorema di Goedel, questo nuovo teorema di Goedel del ’33; dice che appunto che “se la
matematica classica è inconsistente, lo deve già essere anche quella
Se la matematica classica è inconsistente intuizionista”. E’ per quello che ho detto poco fa
lo è anche quella intuizionistica l'intuizionismo non è una difesa così grande rispetto
ai problemi della logica moderna e d'altra parte se volete invece rienunciare questo teorema di Goedel in una
maniera pochettino diversa, moderna, si può dire che “ciò che è vero classicamente non è falso in
intuizionisticamente”. Ovviamente non si può dire ciò che è vero classicamente è già vero
intuizionisticamente, altrimenti le due logiche sarebbero la stessa logica, però la verità classica
Ciò che è vero classicamente non si riflette nella non falsità intuizionista; qui vedete che ci
è falso intuizionisticamente sono due negazioni, una sta nel non, l'altra sta nel falso,
per l’appunto significa non vero, per questo motivo l'interpretazione di Goedel della logica classica in quella
intuizionista si chiama per l’appunto “interpretazione della doppia negazione”. Tutte le verità classiche
diventano verità intuizioniste se le si nega due volte. Bene, abbiamo fatto brevemente appunto questa
introduzione al costruttivismo, io finisco qui per oggi, vi do appuntamento finalmente per le prossime due
lezioni in cui parleranno questa volta dei risultati di Goedel e in particolare uno di questi è il grande risultato
della incompletezza.

128
LEZIONE 15: Un austriaco (mica tanto) completo
Benvenuti ad una delle lezioni centrali del nostro corso di logica. Come avete sentito nelle precedenti
lezioni, abbiamo parlato di un personaggio forse più di tutti, cioè di Kurt Goedel e vi ho detto più di una
volta che effettivamente Goedel viene considerato il massimo logico certamente della contemporaneità,
forse dell'intera storia e se dobbiamo sceglierne due questi sono Aristotele e Goedel. Ebbene, per significare
appunto la sua preminenza all'interno del campo di azione nel quale ci siamo mossi, cioè della logica
matematica, abbiamo deciso di dedicare due lezioni a Goedel. Questa di oggi sarà una lezione fatta come al
solito, cioè cercheremo brevemente di accennare ai risultati che Goedel ha dimostrato durante la sua vita,
anche ad alcuni fatti della sua vita privata e personali e invece la prossima volta ci dedicheremo finalmente
proprio al nucleo centrale di tutte queste lezioni, cioè andremo un pochettino più a fondo di quanto non
abbiamo fatto con gli altri personaggi nella dimostrazione e nelle idee fondamentali del famoso “teorema di
incompletezza di Goedel”. Come ho detto prima oggi cerchiamo di parlare dei risultati di Goedel in
generale, cercando anche di spaziare in altri campi che non sono soltanto quelli della logica matematica, ma
stranamente anche di altre materie. Allora veniamo appunto al dunque, ebbene Goedel è colui al quale oggi
dedichiamo una lezione che si intitola "un austriaco (mica tanto) completo"; come mai mica tanto? Beh,
certamente ci sono come al solito due sensi, anzi tutto l’austriaco è ovviamente lui, che è nato in Austria, a
Brno, all'epoca la cittadina di Brno non era in Austria come oggi, ma era in Cecoslovacchia, comunque oggi
lo chiameremo un austriaco, perchè all'epoca faceva parte dell'impero austroungarico, Goedel parlava
tedesco per l’appunto, quindi a pieno titolo si può dire un esponente della cultura austriaca. Poi come mai
mica tanto completo? Ma perchè ovviamente c'è un riferimento ai tipi di risultati che Goedel ha dimostrato.
Il suo nome è stato legato nel 1930 al famoso “teorema di completezza”, e questa è la parte appunto di
"completo" che è nel titolo e nel 1931 agli altrettanti famosi, anzi più famosi ancora “teoremi di
incompletezza”. Quindi il mica tanto si riferisce in un primo significato, in una prima accezione a questo
fatto, che Goedel dimostrò i teoremi di incompletezza, oltre che i teoremi di completezza ; poi si riferisce
ovviamente al fatto che Goedel fosse un personaggio piuttosto singolare e certamente oggi lo definiremmo
anche un pochettino matto. In realtà morì di consunzione addirittura, spaventato temeva che qualcuno lo
volesse avvelenare e quindi a un certo punto smise di mangiare e in quel modo ovviamente morì e quindi il
risultato fu effettivamente come se qualcuno l'avesse avvelenato, ma questi sono in realtà gli aspetti meno
interessanti della vita di un personaggio di questo genere. La vita di Godel è stata soprattutto non fatti nel
mondo fisico, ma idee nel mondo platonico ed è di questo che cercheremo di dare appunto una specie di
excursus in questa lezione. Dunque anzitutto le solite date di nascita e di morte: Godel è nato nel 1906 ed è
morto nel 1978, quindi dopo 72 anni di pensiero.
Godel Dove ha vissuto Goedel praticamente? La sua vita è stata divisa in due parti meno
(1906-1978) più o uguali la prima parte a Vienna, la seconda parte a Princeton. Quindi abbiamo
anche noi organizzato la nostra lezione in due parti che si riferiscono ai risultati che Goedel ottenne quando
era giovane studente a Vienna e poi invece quelli che ottenne quando era ormai maturo professore a
Princeton. Il periodo che Goedel passò a Vienna, naturalmente andando avanti e indietro, perché poi quando
divenne famoso incominciò ad andare in America, ma di questo ne parleremo in seguito, il periodo è
Vienna (1906-1938) comunque dalla nascita fino al 1938 ed in questo periodo, notate che Goedel
1. completezza aveva soltanto 32 anni quando se ne andò poi definitivamente dall'Austria,
2. incompletezza per motivi abbastanza ovvi, la data è quella di inizio della seconda guerra
3. consistenza mondiale. Ebbene i risultati più importanti del suo lavoro li abbiamo elencati di
4. intuizionismo lato, sono anche forse i più importanti della logica moderna, quelli che hanno
cambiato l'immagine di ciò che questa materia era all'epoca ed l’hanno fatta diventare una parte essenziale
129
della matematica moderna. I risultati li abbiamo divisi in quattro parti, per la prima parte della sua vita:
sono il teorema di completezza, il teorema di incompletezza, i problemi relativi alla consistenza ed i
problemi relativi all’intuizionismo. Quindi affrontiamoli uno per uno, ma prima di parlare di questi
problemi, diciamo solo qualche parola sul momento in cui Goedel fu studente, cioè guardate qui nella
slide, nel 1925 entra nell'università di Vienna, giovanissimo ovviamente e che cosa succede? Succede che
viene subito attratto nell'orbita di quello che si chiamava e si continua a chiamare ancora oggi il Circolo di
Vienna. Questo gruppo di filosofi, i cosiddetti neopositivisti, coloro che agli inizi erano nella scia di
Wittgenstein, al quale abbiamo dedicato un'altra lezione, quindi
ricorderete alcune delle idee principali di Wittgenstein, in particolare
quest'idea del costruttivismo, l'uso e il significato di una parola sta
nell'uso che viene fatto e così via. Ebbene uno dei personaggi
importanti di questo positivismo logico, di questo neopositivismo del
circolo di Vienna è quello che viene raffigurato nella fotografia, cioè
Rudolf Carnap. Carnap era professore all'epoca a Vienna, era colui
che agli inizi soprattutto di quel periodo, era considerato un po' il
simbolo del circolo di Vienna, scrisse molti importanti libri, immagini
del mondo e così via e il motivo per cui abbiamo scritto qua 1925 è perché fu quello l'anno in cui Goedel
entrò nell'università a Vienna, se ne andò da Brno dov'era nato a Vienna e fu attratto in particolare da questo
personaggio ed è attraverso Carnap che Goedel sentì parlare per le prima volta dello studio della logica, di
Russell, di Wittgenstein, dei problemi che venivano posti anche soprattutto nella logica matematica e questo
fu praticamente il suo allenamento e il suo studio, perché immediatamente già da studente, molto giovane
come vedremo tra pochissimo, Goedel risolse alcuni dei problemi più importanti che erano stati proposti
per la logica matematica e che sono appunto quelli ai quali ho accennato prima in quell'elenco
Incominciamo a parlare appunto del primo problema, il cosiddetto “problema della completezza”.
Naturalmente siamo ormai ben allenati a questo problema e quindi la prima parte in qualche modo insomma
la faremo un pochettino velocemente, perché sappiamo già anzitutto in parte quali sono stati i fondamenti di
questi problemi che Goedel ha cercato di risolvere ed in parte abbiamo già anche anticipato, parlando di
questi problemi, qual'è stato il tipo di soluzione, ma adesso è venuto il momento di mettere tutto insieme e
di tirar le fila di questo discorso. Allora vediamo qui nella slide un signore alla cui faccia ormai ci siamo
abituati, anche per il fatto che c'è soltanto questa fotografia qui, che abbiamo continuato a riproporla per
tutte le nostre lezioni, ebbene questo signore è Frege e come ricorderete nel 1879 inaugura il nuovo corso
della logica matematica moderna scrivendo questo libro che diventa
un classico, che si chiama l’appunto l"Ideografia". Che cosa fa
Frege in questo libro? Beh, inventa praticamente un nuovo
linguaggio, un linguaggio formale, realizza il sogno che era
stato di Leibniz di trovare una lingua universale per la matematica
nella quale si potessero esprimere tutti i concetti che erano necessari
appunto al linguaggio di questa materia. Ebbene l’ideografia è
per la punto un linguaggio formale, ma tratta di logica matematica e
pone le basi della logica matematica moderna in che modo? Beh,
enunciando per la prima volta forse in maniera così chiara e completa gli assiomi da una parte della logica e
dall'altra parte le regole necessarie a dimostrare i teoremi. Ricorderete che l'impianto assiomatico formale
della logica moderna è precisamente basato su questi due concetti, cioè si parte da degli assiomi che sono
delle proposizioni che non vengono dimostrate perché si accettano appunto come assiomi e poi si
dimostrano teoremi partendo dagli assiomi e usando delle regole. Ora alcune di queste regole della logica
erano note dai tempi dei greci, cioè da Aristotele e da Crisippo, dagli storici soprattutto, che avevano
analizzato quali erano le regole del calcolo proposizionale, che ricorderete abbiamo trattato abbastanza
diffusamente nelle prime lezioni del nostro corso. Ebbene, in particolare Aristotele aveva anche introdotto
oltre al calcolo proposizionale quello che noi oggi chiameremo i quantificatori " tutti, nessuno, qualcuno" e
aveva enunciato una teoria del sillogismo. Qualcosa però mancava ancora a questo impianto della logica
greca per farlo diventare ciò che in realtà era il sogno da realizzare di Leibniz, mancava l'estensione a quello

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che oggi viene chiamato “il calcolo dei predicati”. I quantificatori servono, ma Aristotele li usava soltanto
per predicati unari, con un solo soggetto. L'analisi del linguaggio di Aristotele, ricorderete, era soggetto e
predicato, mancavano i complementi ed il soggetto era unico, non c'erano più soggetti. Ebbene uno dei
grandi risultati di Frege è per l’appunto di introdurre una analisi più generale, di parlare non soltanto di
soggetto e predicato, ma di “soggetti, predicato e complementi” e quindi di permettere “l’uso e la
considerazione di relazioni a più di un solo argomento, a più di una sola variabile”. Ebbene Frege allora
deve enunciare in particolare le regole che stanno, che giacciono al calcolo dei predicati e anche agli assiomi
della logica dei predicati e questo è ciò che lui fa nel 1879 in questo libro, che è diventato oggi un classico
ed è un libro insieme a questa data 1879 nel quale viene identificata la nascita della logica moderna. Gli
assiomi e le regole di Frege sono stati enunciati e servono a dimostrare molti teoremi. Ma potevano essere
sufficienti per dimostrarli tutti? Questo problema fu enunciato da Hilbert nel 1928, anche di questo
abbiamo già parlato. Ricorderete che Hilbert introdusse anche altri problemi che sono quelli che per
antonomasia vengono chiamati i problemi di Hilbert, ma di questi parleremo fra un momento, perlomeno di
alcuni di questi; invece qui ci vogliamo soffermare non sul Congresso di Parigi del 1900, ma sul Congresso
di Bologna del 1928.
Hilbert A quell'epoca Hilbert ormai vecchio, cerca comunque di continuare
(1928) a proporre problemi che dovrebbero essere centrali per lo studio che
Congresso di Bologna gli sta a cuore e in questo caso, per l’appunto, dopo trent’anni del
Problema della completezza ‘900 praticamente ciò che gli sta a cuore è lo studio della logica
matematica e il problema che Hilbert pone al congresso di Bologna è precisamente quello che viene
chiamato il “problema della completezza”. Ricorderete che nel 1920-21 era stato dimostrato da Emil Post
negli Stati Uniti, “il teorema della completezza per la logica proposizionale”, cioè praticamente dell'analisi
stoica del linguaggio. Completezza significa che gli assiomi e le regole che vengono date sono sufficienti
per dimostrare tutte e ovviamente anche sole le verità logiche, quelle che nel calcolo proposizionale
vengono chiamate secondo la terminologia di Wittgenstein, che abbiamo già visto, le tautologie. Ebbene il
problema della completezza che Hilbert enuncia nel 1928 è il problema analogo a questo qui, cioè sapere se
gli assiomi e le regole sono sufficienti e necessarie a dimostrare tutte e sole le verità logiche, non più per il
livello basso, diciamo così, della logica del “calcolo proposizionale”, bensì per questo livello alto che Frege
appunto aveva introdotto per il “calcolo dei predicati”. Ebbene che cosa succede? Succede per l’appunto che
nel 1930, eccoli qua i due grandi logici moderni, sulla sinistra Goedel e sulla destra Frege, Goedel dimostra
che il sistema di Frege è completo, cioè “il teorema della
completezza per la logica predicativa”. Nel 1930,
notate che Goedel, nato nel 1926, ha 24 anni, quindi è
praticamente quello che oggi noi chiameremo un
laureando e infatti questo è il risultato che lui ha
dimostrato l'anno prima, che pubblica nel 1930 nel
corso della sua tesi di laurea. La tesi che addirittura risolve
uno dei più grandi problemi aperti della logica, uno dei
problemi del grande matematico Hilbert. Che cosa
significa il risultato di Goedel? Significa appunto
quello che c'è scritto qui, cioè che Frege aveva fatto un'analisi del calcolo o della logica dei predicati, era
un'analisi completa, cioè non aveva dimenticato niente di essenziale, ovviamente non è che avesse
dimostrato tutti i teoremi, aveva però enucleato, era riuscito ad enucleare gli assiomi e le regole che erano
sufficienti per dimostrare tutti i teoremi che si potevano dimostrare, cioè tutte le verità logiche. Questo è
ovviamente, un grande successo e però qualche cosa che tutto sommato era aspettato. Infatti come ho detto
poco fa, era stato dimostrato una decina di anni prima, nel 1920-’21, da parte di Post che il teorema analogo
della completezza valeva per il calcolo proposizionale, adesso Goedel estende questo teorema, una
dimostrazione più complicata, anche perché siamo in una logica molto più potente e anche molto più sottile;
ebbene goedel estende qualche cosa che però già si sapeva, si pensa appunto che si stia facendo un passo
avanti e che in quella direzione bisognerà andare perché ci saranno altri teoremi da dimostrare di
completezza per altre teoria ancora più forti. Che cosa ci può essere di più forte della logica dei predicati?

131
Beh, nel campo della logica forse poco, si può estendere la logica in altre direzioni, per esempio già
Aristotele aveva indicato una delle possibili direzioni, in particolare aggiungere al linguaggio della logica
fatto dai “connettivi e dai quantificatori”, aggiungere altri operatori che sono i cosiddetti “operatori modali”
e dunque si potrebbe pensare di dimostrare “un teorema di completezza per la logica modale” e questo
invero sarà fatto però molto più recentemente, cioè negli anni 60 di questo secolo, da un filosofo che poi è
diventato famoso, che si chiama Kripke; però non era in questa direzione che Goedel andava, perché non era
quella la moda dell'epoca, in realtà quello che interessava fare come passo successivo dopo il risultato per la
logica proposizionale di Post e dopo il suo risultato per la logica dei predicati, era interessarsi
dell'aritmetica, che in realtà era non più soltanto la logica, ma aveva a che fare con i fondamenti della
matematica, cioè il nucleo della matematica stessa e quindi Goedel inizia come progetto da post dottorato o
meglio quello che oggi chiameremo da dottorato, lo studio per la dimostrazione del “teorema di completezza
dell'aritmetica”. In realtà Goedel non si interessa direttamente dell'aritmetica, ma si interessa del sistema dei
cosiddetti "principia mathematica" di Whitehead e Russell che furono scritti, come ricorderete, dalla lezione
su Russell tra il 1910 e il 1913, in tre volumi di questa grande opera. Agli inizi del secolo i ”principia
matematica” di Russell e Whitehead vengono considerati il monumento della matematica moderna,
vengono considerati l'analogo, soprattutto da Russell
2. incompletezza stesso e Whitehead, l'analogo degli elementi di Euclide per quanto riguarda
Whitehed e Russel la matematica e dei “principia” di Newton per quanto riguarda le scienze;
(1910-1913) infatti il titolo non a caso viene scelto da Russell e Whitehead apposta, in
Principia matematica modo da richiamare l'inizio, il titolo della grande opera di Newton, cioè i
"principia naturalis philosofiae". Ebbene questo sistema studia appunto non soltanto i numeri interi, ma è
quello che oggi noi diremo praticamente una formalizzazione di una versione della cosiddetta teoria degli
insiemi e allora il passo successivo per Goedel sarebbe stato dimostrare che gli assiomi e le regole che
erano stati enunciati da Russell e Whitead per la teoria degli insiemi, per quella che loro invece chiamavano
la teoria dei tipi, erano complete, cioè permettono di dimostrare tutto ciò che dimostrabile e tutto ciò che si
può dimostrare. Ebbene in realtà qui invece arriva veramente la scoperta, ciò che rende Goedel veramente
famoso, cioè nel 1931 Goedel dimostra che ci sono verità indimostrabili. Qui abbiamo scherzosamente
riportato una scena del padrino, il famoso film che parla di mafiosi; come mai abbiamo parlato di questo ?
Beh, perché evidentemente la matematica non è l'unico campo in
cui ci sono delle verità indimostrabili. Sapete benissimo, per
esempio, che al Capone il grande mafioso degli anni ‘30, fu in
realtà catturato dagli agenti delle FBI e messo in galera poi alla fine
per evasione fiscale, non certamente per crimini di mafia. Come
mai? Ma perché si sa benissimo e questa è appunto la parte delle
verità, che la mafia fa molti delitti, ne compie di cotte e di crude
come si dice, ma quasi tutti questi delitti sono fatti in maniera da
essere indimostrabili, cioè le verità che noi tutti conosciamo
riguardo alla mafia, poi quando alla fine si fanno i processi non si possono dimostrare, quindi i mafiosi non
si possono condannare. Ebbene questa è una metafora che potete tenere in mente, per l’appunto, per
ricordarvi qual'è il contenuto del famoso “teorema di incompletezza di Goedel”. Nel 1931 Goedel, a 25
anni, dimostra che anche in matematica ci sono delle verità indimostrabili, in particolare nel caso dei
“principia matematica”, ci sono delle verità che si posso esprimere nel linguaggio di questa famosa opera e
che sono appunto vere, ma che non sono dimostrabili all'interno del sistema, il che significa che per la
matematica, un campo diverso da quello della logica dove le verità logiche erano tutte dimostrabili
all'interno del sistema che Frege aveva isolato e questo è il contenuto del “teorema di completezza di
Goedel”, per le verità dell’aritmetica e poi via via se si sale, per le verità insiemistiche e così via, ce ne sono
molte che sono indimostrabili nel sistema che si sta considerando. Si può cambiare sistema ovviamente,
alcune di queste verità, che non lo erano prima diventeranno dimostrabili, però nel nuovo sistema ci
saranno altre verità indimostrabili, insomma Goedel mette il dito sulla piaga della matematica moderna. In
altre parole la matematica a differenza della logica, ha una incompletezza essenziale, una specie di malattia
e questa malattia è il fatto di non riuscire ad essere catturata da un sistema formale, la verità va oltre le

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possibilità umane, che devono sempre risolversi in dimostrazioni. E che cosa succede dunque? Goedel
diventa famoso con questo teorema, ma una delle conseguenze del suo teorema è la soluzione di un altro
problema, che era il famoso “problema della consistenza” e di questo abbiamo parlato a lungo quando
abbiamo fatto la lezione sul Hilbert. Nel 1900, ricorderete, al Congresso di Parigi, il secondo problema di
Hilbert era quello di riuscire a dimostrare la consistenza dell'analisi, cioè la consistenza della teoria dei
3. consistenza numeri reali oppure visto che già i numeri reali erano già stati ridotti a
congresso di Parigi numeri interi e quindi l'analisi ridotta all'aritmetica, di riuscire a dimostrare
Hilbert (1900) la consistenza dell'aritmetica. Hilbert sperava che fosse possibile dare una
secondo problema dimostrazione di consistenza molto elementare e che quindi mettesse al
riparo la matematica dai problemi tipo le contraddizioni, che agli inizi del secolo, eravamo appunto nel
1900, erano nate qui e là. Ebbene il teorema di Goedel arriva come un fulmine a ciel sereno e una delle
conseguenze del teorema di Goedel sulla quale poi ci soffermeremo a lungo nella prossima lezione perché
cercheremo di andare, come ho detto, nel dettaglio di questa dimostrazione, è per l’appunto che la
consistenza è indimostrabile. In che senso la consistenza è indimostrabile? Beh, se voi prendete un sistema
formale che è consistente, per esempio come si suppone essere quello dei “principia matematica” , ebbene
la consistenza del sistema dei " principia matematica" si può dimostrare, ma soltanto al di fuori del sistema,
non dal di dentro e quindi in particolare non attraverso mezzi elementari
che sono già in qualche modo tutti esprimibili dentro il sistema. Come
mai qui abbiamo messo, invece che i mafiosi, un pazzo in camicia di
forza? Ma perché, in realtà, per fare una metafora del secondo
teorema di Goedel, come viene chiamato o del teorema di Goedel
sulla inconsistenza, in realtà i pazzi sono la metafora qui indicata, cioè
quanti di voi hanno mai detto a qualche vicino o qualche parente “io
non sono pazzo”? Le uniche persone che dicono “io non sono pazzo”
sono in genere queste persone qua e soprattutto lo dicono nel momento in
cui vengono portate via in camicia di forza dagli infermieri verso il manicomio, cioè le persone sane non
possono dire e non dicono di non essere pazzi. Il teorema di Goedel dice esattamente la stessa cosa, solo che
nel caso dei sistemi formali della matematica essere sani significa essere consistenti, non dimostrare
contraddizioni. Gli unici sistemi che possono asserire, possono dimostrare la propria consistenza, sono
precisamente quelli analoghi dei matti, cioè i sistemi matematici che non sono consistenti sono gli unici che
possono dire io sono consistente, così come i matti sono gli unici che dicono io non sono matto, tutti gli altri
sistemi che sono consistenti matematicamente non possono dimostrare la propria consistenza, analogamente
quelli che sono sani di mente non dicono io non sono matto, così come i sistemi consistenti non dicono io
sono consistente. Quindi ricordate queste due metafore, una mafiosa e quell'altra psichiatrica, per avere in
mente per l’appunto delle immagini intuitive del teorema di Goedel, che vedremo più tecnicamente la
prossima volta.
Il terzo campo di azione di Goedel è invece quello che ho detto prima, cioè “l'intuizionismo”.
3. Intuizionismo Ebbene l'intuizionismo,di cui abbiamo parlato parecchio nel caso di
Brouwer Brouwer quando abbiamo a lui dedicata una lezione, è un tipo di
matematica, in particolare di logica costruttiva e sembrava soprattutto a Brouwer che fosse qualche cosa
totalmente di diverso dalla matematica classica. Brouwer chiedeva di scegliere tra la sua matematica
intuizionistica e quella classica, che era in qualche modo simboleggiata, capitanata da Hilbert, sembrava una
battaglia di titani, di giganti, ma Goedel nel 1933 arriva con uno dei suoi soliti risultati sorprendenti e
dimostra che c'è un modello intuizionistica della logica classica, cioè in altre parole dimostra che la
matematica intuizionista sarà anche qualcosa di costruttivo, ma certamente non è qualche cosa di più
Godel consistente sulla quale si possa fare più affidamento della logica classica,
(1933) perché esiste un modello intuizionista della logica classica e dunque se la
Modello intuizionista logica classica fosse inconsistente, se avesse dei problemi, se fosse matta
della logica classica riguardo alla metafora che abbiamo già fatto prima, ebbene poiché c'è un
modello della logica classica nella logica intuizionista, anche la logica intuizionista sarebbe inconsistente,
anche la logica in intuizionista sarebbe matta, quindi come una trasmissione genetica di questa pazzia e
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dunque la logica intuizionistica non è qualcosa di più solido, di meglio fondata della logica classica, se ci
sono problemi nella logica classica, questi problemi ci sono già anche nella logica intuizionista; di nuovo un
risultato sorprendente, di quelli proprio alla Goedel, nel 1933. Questi sono più o meno i grandi risultati che
Goedel dimostra prima della guerra mondiale. Che cosa succede nel caso della guerra mondiale? Beh,
ovviamente succede anzitutto che scoppiano le ostilità; Goedel viveva all'epoca in Austria, aveva già avuto
gravi problemi psichiatrici, era entrato e uscito da ospedali psichiatrici, da manicomi, perché aveva avuto
delle gravi crisi nervose, degli esaurimenti nervosi, però nel 1938 si accorge che sta arrivando la guerra, il
‘38 ricorderete è l'anno dell'Anschluss, dell'invasione dell'Austria da parte di Hitler e Goedel decise di
scappare, di andarsene dall'Austria; se ne va, ormai è tardi per poter passare l'oceano e quindi è costretto a
prendere un treno che lo porta attraverso tutta la Russia, percorre tutta la parte della Russia fino a
Vladivostock; prenderà di là un piroscafo, una nave che lo porterà sulla costa californiana dell'America e
dalla costa californiana dell'America prende un treno che la porterà invece Princeton. Ebbene, a Princeton
Goedel vivrà per il resto della sua vita, dal 1938 al 1978, facendo risultati importanti, certamente non così
importanti come i precedenti dei quali abbiamo parlato, risultati sulla teoria degli insiemi, sulla relatività,
sulla teologia, ai quali accenniamo adesso brevemente. Però, volevo dirvi prima brevemente che,
Princeton(1938-1978) per l’appunto, Goedel se ne andò dall'Austria con un certo risentimento,
5. teoria degli insiemi era molto seccato di questo fatto che sono arrivati i nazisti, non era una
6. relatività persona particolarmente politicizzata, però fino ad arrivare a distinguere
7. teologia fra il nazismo e il suo posto ci arrivava ed ecco che Goedel rifiutò nella
sua vita, in questi quarant'anni che gli rimanevano da vivere, rifiutò sempre non soltanto di andare di nuovo
a visitare l’Austria, ma addirittura le onorificenze che l’Austria propose di dargli nel corso degli anni.
Goedel ovviamente quando divenne famoso ricevette onorificenze da tutte le parti, non ricevette mai il
premio Nobel, perché come abbiamo già detto altre volte, il premio Nobel non esiste per la matematica, in
particolare non esiste per la logica, non ricevette mai la medaglia Fields che è l'analogo del premio Nobel
per la matematica, perché ormai aveva più di quarant'anni e la medaglia Fields viene data soltanto a persone
che hanno meno di quarant'anni e notate che la prima venne data praticamente nel 1936 e poi non ne
vennero date più altre fino al 1950, quindi quei due riconoscimenti, quelle due onorificenze Goedel non li
ottenne, il Nobel o la medaglia Fields. Però ebbe tantissimi riconoscimenti da varie parti del mondo, in
particolare l’Austria che più volte cercò di dare delle onorificenze, a questo suo figlio, diciamo così, tra più
importanti; forse insieme a Schroedinger, Goedel è l'austriaco che nel campo della scienza in questo secolo
ha fatto di più, per portare avanti il nome della sua nazione. Ebbene Goedel ha sempre rifiutato queste
onorificenze, non ne volle più sapere di sentire parlare dell'Austria.
Vediamo però che cosa successe a Princeton. A Princeton Goedel andò, non andò all'università, ma a quello
che si chiama, Institute for Advanced Studies, l'istituto degli studi avanzati. Un istituto che è un Istituto di
pura ricerca, dove ci stavano per esempio Einstein, dove ci stava Von Neumann, queste grandi menti, dove
si stava Herman Wiles, quindi moltissime persone. Che cosa succede qui? Goedel si dedica soltanto alla
ricerca; non riesce più a ottenere quei grandissimi risultati, anche perché quelli erano risultati epocali, li
aveva già ottenuti, però continua a produrre delle cose di altissimo livello. Vediamo dunque più da vicino
che cosa fece Goedel in questi anni. Anzitutto si interessò di teoria degli insiemi, in particolare dell'ipotesi
del continuo. Vi ricorderete che cos'è l'ipotesi del continuo: l'ipotesi del continuo è praticamente la domanda
che chiede quanti sono i numeri reali. La risposta ovvia che voi pensereste e anch’io penseremo di dare che
ce ne sono infiniti ovviamente non vale, perché da Cantor oggi sappiamo che di infiniti ce ne sono tanti;
quindi sapere quanti sono i numeri reali significa dire che si certo ce ne sono infiniti, ma quale ordine di
infinito? Cantor dimostrò che ci sono più numeri reali che numeri interi, cioè che l'infinito dei numeri reali è
maggiore di quello dei numeri interi. Il problema però era sapere quanto maggiore, cioè poiché gli infiniti
sono tutti ordinati in fila, cioè esattamente come i numeri interi, c'è l'infinito dei numeri naturali, c'è
l'infinito dei numeri reali che è più grande, in mezzo che cosa c'è? In mezzo c'è qualche cosa, ci sono altri
infiniti oppure no? Questo il grande problema che Cantor chiamò “l’ipotesi del continuo”, si chiama
continuo perché i numeri reali spesso vengono chiamati appunto il continuo, perché sono messi con
continuità su una retta; ebbene l'ipotesi del continuo chiedeva se ci fossero degli infiniti a metà tra l'infinito
di numeri interi e l'infinito dei numeri reali.

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5. Teorie degli insiemi Questo problema Cantor cercò di risolverlo, anche lui finì in manicomio
Ipotesi del continuo più volte, perché ovviamente questi studi di matematica sono talmente
avanzati che stremano completamente coloro che li fanno; ebbene Cantor, non riuscii a risolverlo
ovviamente durante la sua vita e nel 1900 di nuovo allo stesso congresso di Parigi del quale abbiamo già
parlato poco fa, parlando del problema della consistenza, Hilbert propone questa volta il problema di Cantor
come primo problema della sua lista di 23 grandi problemi per il secolo venturo. Ricordatevi, il secondo
problema era la consistenza dell'analisi; Goedel aveva già risolto questo secondo problema dimostrando
Hilbert congresso di Parigi che non è possibile dimostrare la consistenza dell'analisi o
(1900) Primo problema dell’aritmetica all'interno del sistema stesso. Adesso quando
arriva a Princeton, Goedel attacca in realtà il primo problema, il più importante di tutti, quello appunto che
Hilbert aveva posto agli inizi della sua lista per significare il fatto che effettivamente era quello il problema
al quale teneva di più. Ebbene qual'è il risultato di Goedel? Il risultato che Goedel ottenne nel 1938, più o
meno nel momento in cui arriva a Princeton, probabilmente ci aveva già pensato prima, è che l'ipotesi del
continuo non è refutabile. Voi direte questo è un modo strano di affrontare un problema; che cosa significa
che non è refutabile?
Godel Significa che non si può dimostrare che è falsa e dunque come fa Goedel
(1938) a dimostrare un risultato di questo genere? Si inventa un universo che
L’ipotesi del continuo si chiama “l'universo degli insiemi costruibili”; ricorderete “costruibile”
non è refutabile è ciò che viene in qualche modo identificato con la filosofia, la logica e
la matematica intuizionista di Brouwer, questa è più o meno un'idea analoga, cioè l'idea di Goedel è di
prendere soltanto insiemi che si possono effettivamente costruire a mano. Goedel dimostra che questi
insiemi formano quello che oggi viene chiamato un modello, un universo della teoria degli insiemi,
soddisfano tutte le proprietà degli assiomi della solita teoria degli insiemi e in più soddisfano anche
all’ipotesi del continuo ed ecco che allora, poiché c'è un mondo in cui tutti gli assiomi della teoria degli
insiemi sono soddisfatti e anche l'ipotesi del continuo è soddisfatta, non è possibile dimostrare la negazione
dell'ipotesi del continuo, perché se questa negazione fosse dimostrabile sarebbe appunto vera la negazione e
dunque falsa l'ipotesi del continuo in tutti i mondi possibili e invece Goedel ne fa vedere uno in cui l'ipotesi
del continuo non è falsa, in cui l'ipotesi è vera. Questa è soltanto una parte della storia, perché dire che non è
refutabile è molto meno che dire che invece è provabile; ovviamente nel caso in cui una formula, un'ipotesi
sia provabile, se il sistema è consistente non può essere certo refutabile, altrimenti ci sarebbe una
contraddizione. Quindi sembrava all'epoca, il 1938, che questo fosse un risultato secondario, cioè Goedel
aveva dimostrato che l'ipotesi del continuo non si può refutare, però in realtà sarebbe forse venuto qualcun
altro che avrebbe fatto passare in secondo ordine questo risultato di Goedel, dimostrando che invece l'ipotesi
era provabile. Ebbene invece questo non successe e successe stranamente l'esatto contrario, cioè nel 1963,
quindi molti anni dopo questo risultato di Goedel, questo signore che si chiama Paul Cohen dimostrò che
quest’ipotesi del continuo non è dimostrabile, cioè l'altra faccia della medaglia. In altre parole Goedel aveva
dimostrato che l'ipotesi del continuo non è refutabile, Cohen dimostra che la stessa ipotesi non è
dimostrabile; i loro metodi di dimostrazione sono simili, in un caso Goedel si costruisce un universo in cui
l'ipotesi del continuo è vera e dunque non si può refutare,
nell'altro
caso Cohen si costruisce un universo o meglio tanti universi, perchè
poi se ne costruì effettivamente parecchi, addirittura infiniti, in cui
l'ipotesi del continuo è falsa e dunque non si può provare. E
allora che cosa succede questo punto? L’ipotesi del continuo, il
grande problema, il primo della lista di Hilbert, il problema che
aveva fatto impazzire addirittura Cantor, non si può risolvere
con i mezzi della matematica moderna. Non è né dimostrabile né
refutabile, in altre parole è un esempio di quelle verità indimostrabili che Goedel aveva dimostrato esistere
per qualunque sistema matematico; in questo caso però mentre la dimostrazione di Goedel era una
dimostrazione generale e come vedremo nella prossima lezione in realtà è qualche cosa di abbastanza
indiretto, fa un uso di una frase che dice di se stessa di non essere dimostrabile all'interno del sistema e

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dunque è interessante per i logici, ma non per matematici, in questo caso invece, dicevo, Goedel ha trovato
insieme a Cohen un esempio molto concreto di questo suo teorema di incompletezza e l'esempio è
addirittura il più famoso problema della matematica di quegli anni, cioè l'ipotesi del continuo, che appunto
non è né dimostrabile né refutabile all'interno del sistema. Che cosa succede in seguito? Beh, succede che
Goedel s’interessa di altro. Una volta che ha risolto i problemi legati alla logica col teorema di completezza,
quelli legati all'aritmetica e all’analisi col teorema di incompletezza, una volta dimostrato il secondo
teorema sulla consistenza dell’aritmetica che non si può provare all’interno di un sistema, una volta che ha
risolto perlomeno una metà, una parte del primo problema di Hilbert sulla teoria di insiemi, che cosa gli
rimane da fare? In matematica, perlomeno nella matematica di cui si interessava lui, poco e dunque quindi si
rivolge altrove, si rivolge in particolare a questo signore che come voi tutti sapete, conoscete benissimo, si
chiama Albert Einstein. Einstein, come vi ho detto, era anche lui un membro dell'Institute di Princeton, era
uno di quei signori, dei cervelloni che non insegnavano, facevano soltanto ricerca. Einstein e Goedel
diventano molto amici e in particolare Goedel si interessa
della
relatività generale. Nel 1948 Goedel scopre una cosa
interessante,
cioè dimostra un'importante teorema nel campo della relatività
generale, per il quale poi gli viene data addirittura quella che
oggi si chiama il premio Einstein, la medaglia Einstein, uno dei più
grandi riconoscimenti in questo campo e scopre un risultato
sugli universi rotanti, cioè dimostra che benché la relatività del
tempo fosse qualche cosa che andava contro il senso comune, all’epoca tutti i modelli noti della relatività
generale avevano una nozione di tempo assoluta, che scorre cioè sempre in un senso, ebbene dimostra che si
sono degli universi in cui non c'è una nozione assoluta di tempo, una nozione comune di tempo; anzi
dimostra addirittura di più, una cosa molto strana e questo si che lo fece diventare, come dire, quasi un
personaggio singolare della relatività, dimostra cioè che è possibile fare il viaggio in avanti e indietro nel
tempo.
Ecco lo qua Goedel vestito da astronauta, che se ne va in giro per
l'universo; notate viaggio nel tempo, ovviamente quando si parla di
viaggio nel tempo non si fa riferimento al viaggio nel futuro, perché
tutti ci stiamo andando nel futuro, pian piano arriviamo dal passato al
futuro. Il viaggio di cui parla Goedel è il viaggio nel passato e
Goedel dimostra, sembra quasi fantascienza, anzi in realtà lo è
addirittura, dimostra che ci sono dei modelli della relatività
generale in cui è possibile fare il giro dell'isolato, esattamente come nel nostro mondo facciamo il giro
dell'isolato e andiamo sempre a destra per esempio, ad un certo punto ci ritroviamo nel punto di partenza
perchè abbiamo fatto tutti e quattro angoli del caseggiato, ebbene nel caso degli universi di Goedel è
possibile fare una cosa analoga, solo che questa volta lo si fa non solo nello spazio, ma addirittura nello
spazio tempo; si va avanti, si va avanti, si va avanti e ad un certo punto si ritorna indietro e ci si ritrova nello
stesso punto, però nello stesso punto non soltanto spaziale, cioè nelle tre coordinate spaziali, ma nello
stesso punto dello spazio tempo, cioè stesso luogo e stesso istante, cioè si è tornati indietro nel tempo, cioè
Goedel dimostra che il viaggio all’indietro nel tempo non è contrario alle leggi della fisica moderna Se non
piace, come infatti non piace alla maggior parte dei fisici moderni, allora non bastano l'equazioni della
relatività generale per impedire che si possa fare questo viaggio all’indietro nel tempo, c'è bisogno di
qualche cosa di più. Benissimo, abbiamo visto questa progressione dei risultati di Goedel, che partito dalla
logica, arrivato alla matematica, risolti magari parzialmente i più importanti problemi, passa alla fisica,
studia addirittura questo problema del tempo, dimostra che è possibile fare viaggi nel passato, che cosa gli
rimaneva da fare? Ebbene, quando si è arrivati a questi livelli di astrazione, l'unica cosa che rimane oltre
quello è Dio. E infatti Goedel s’interessa nell'ultima parte proprio della sua vita, nella parte finale della sua
vita, della teologia e in particolare affronta la cosiddetta prova ontologica dell'esistenza di Dio. Questo

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signore che vedete qui è Santa Anselmo d'Aosta che nel 1079, verso la fine del 1000, aveva dimostrato,
aveva introdotto una dimostrazione dell'esistenza di Dio.
La dimostrazione fece parlare di sé praticamente per 900 anni,
perché la famosa dimostrazione è praticamente una
dimostrazione di struttura veramente matematica, cioè ha un
assioma, ha una definizione, ha un enunciato e una
dimostrazione. Qual'è la definizione? Beh, è una definizione di
Dio. Che cosa è Dio? Dio è l'essere è che ha tutte le perfezioni.
Qual'è l'assioma? L'assioma è che l'esistenza è una perfezione,
meglio esistere che non esistere. E il teorema? Il teorema è che dio esiste. E la dimostrazione? Beh, la
dimostrazione a questo punto è banale, perché se Dio è un essere che ha tutte le perfezioni e una delle
perfezioni è l'esistenza e allora Dio ha quella proprietà lì e dunque Dio esiste. Ora questa dimostrazione
poteva andar bene nell’anno 1000 per l’appunto, poi col passare il tempo, con l'affinarsi dei metodi
scolastici e ovviamente con l'arrivo della nuovo filosofia, della filosofia moderna, con Cartesio, soprattutto
del razionalismo con Cartesio, con Leibniz, con Spinosa e così via, ebbene questo tipo di ragionamento
continua ad attrarre i filosofi, ma la dimostrazione originale di Sant’Anselmo non soddisfa più. Ebbene nel
1970 Goedel studia la versione che Leibniz aveva dato di questa prova ontologica, che era già un
rifacimento della versione di Cartesio e le dà una versione puramente matematica, puramente logica. Goedel
non credeva nell'esistenza di Dio, però voleva in realtà dimostrare che era possibile riformulare questi
argomenti da un punto di vista matematico e farli diventare qualche cosa che non avesse gli errori che
invece i filosofi precedenti e i santi precedenti avevano in qualche modo fatto. Quindi vedete come questo
percorso in realtà è stato un percorso veramente grandioso, cioè Goedel è partito con i problemi forse più
terra terra, cioè legati alla logica, al linguaggio eccetera, è salito via via nel campo della astrazione, è
arrivato alla teoria degli insiemi e poi addirittura è arrivato alla cosmologia e all'esistenza di Dio. Bene,
questa è stata la lezione che in qualche modo ci ha introdotti al personaggio e ai risultati di Goedel, ma nella
prossima lezione affronteremo da vicino questo suo famoso teorema di incompletezza, al quale abbiamo
oggi soltanto accennato. Vi do appuntamento a quella che sarà la più importante lezione del nostro corso,
cioè alla lezione sui teoremi e non sul personaggio di Goedel.

LEZIONE 16: Metamorfosi di un teorema


Benvenuti alla seconda lezione su Goedel, l'unica persona a cui dedicheremo in realtà due lezioni. Nel
nostro corso, nella nostra serie di lezioni abbiamo parlato ogni volta di un personaggio, abbiamo cercato di
introdurre le sue idee, i risultati, la sua vita e così via, però a Goedel dobbiamo ovviamente dare qualcosa di
più. Goedel, come vi ho detto più volte, è in realtà il più grande logico certamente della contemporaneità,
forse il più grande logico della storia insieme ad Aristotele, uno dei due più grandi logici e quindi è giusto
che al teorema di Goedel o meglio a quello che viene considerato il teorema di Goedel dedichiamo un
pochettino più di attenzione. Nella scorsa lezione abbiamo visto la vita e le opere di Goedel in una maniera
più generale, abbiamo già accennato più di una volta, tra l'altro, a questo famoso “teorema di
incompletezza” che dimostrò nel 1931 e quest'oggi è arrivato il momento di parlare un po’ più a fondo di
questo teorema, cercare di spiegarlo, cercare di vedere da dove arriva e ovviamente lo faremo in maniera il
più possibile indolore, cercando di andare a vedere anzitutto alcune metafore del teorema di Goedel, cioè
cercare di capire che cosa questo teorema dice veramente, facendo degli esempi tratti di altri campi.
Parleremo di fisica, di letteratura, di filosofia e così via e poi nella seconda parte della lezione andremo
veramente a scavare un pochettino più a fondo per cercare di capire
effettivamente quali sono i meccanismi che regolano questo teorema.
E’ per questo che abbiamo chiamato questa lezione “metamorfosi di un
teorema”, cioè i modi diversi di vedere questo teorema come si è
presentato nella storia e come si può presentare nelle metafore.
Cominciamo subito con la metamorfosi, che è la metafora più
significativa e anche più semplice di tutte, cioè quella che arriva dal

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mondo fisico. Vediamo qui nella slide una rappresentazione del mondo fisico. Questo triangolono che
vediamo è più o meno l'universo come si comporta, come si è espanso dal suo inizio, che come tutti sapete
si chiama Big Bang Ebbene questo universo è cominciato ad un certo punto circa 15 miliardi di anni fa e
ad un certo punto siamo arrivati nella sua storia, ma ciò che però possiamo vedere dell'universo è soltanto
una sua piccola parte, cioè quello che viene chiamato l'orizzonte degli eventi dell'osservatore è la parte che
possiamo osservare perché la luce ha già potuto percorrere la distanza che separa quella parte dell'universo
da noi; come vedete dalla figura, questa parte dell'universo a cui possiamo accedere, che noi possiamo
direttamente vedere, è soltanto una piccola parte dell'intero universo, cioè c'è tutta una parte dell'universo
che è in qualche modo nascosta alla nostra osservazione e che noi non possiamo ancora vedere Ed ecco che
allora una delle metafore del teorema di Goedel è quella che ho scritto qui sotto nella slide, cioè che “nessun
osservatore può avere un'immagine completa dell'universo”, in questo caso si tratta ovviamente di
osservatori fisici, mentre nel caso di Goedel saranno osservatori
matematici. Detta così non sembra una grande scoperta, però in un
certo qual modo è certamente significativa ed è tipica anche del
‘900, è un teorema caratteristico di limitatezza o di limitazione
delle possibilità umane.:L'uomo è qui, guarda l'universo intorno a
sé, però può vedere soltanto una piccola parte dell'universo e
quindi c'è una certa incompletezza, una certa incapacità della
conoscenza a ricoprire tutto l'universo nella sua interezza. Questa è
la prima metafora, vediamo più da vicino invece un qualche cosa
che ci porta anche al vero teorema. Guardate questo testo di
letteratura, abbiamo qui di fronte a noi un grande libro aperto, da
una parte porremmo delle cose che si riferiscono alla letteratura e
dall'altra parte faremo la metafora, cioè guarderemo invece ai sistemi matematici.
Cominciamo anzitutto con la prima parte, cioè quando noi leggiamo un testo letterario ci troviamo di fronte
per l’appunto un testo, cioè la storia che viene raccontata così come ha voluto raccontarcela l'autore. In
matematica il corrispondente, il corrispettivo di un testo è quello che si chiamano gli assiomi. Gli assiomi
sono praticamente le proposizioni che vengono poste agli inizi della storia e che noi consideriamo come un
testo dal quale dobbiamo dedurre le cose, dal quale dobbiamo dedurre la nostra immagine di ciò che ci viene
detto. La critica letteraria o perlomeno l'esegesi del testo è ciò che i matematici chiamano invece le
dimostrazioni, cioè un tentativo di andare a fare un'analisi di ciò che l'autore ha scritto, così come i
matematici fanno invece un'analisi di ciò che gli assiomi dicono, cercando di ricavare le conseguenze, anche
le parti più recondite, quelle che magari l'autore ha soltanto in qualche modo accennato. La stessa cosa si fa
in matematica, cercando di prendere questi assiomi e di analizzarli andando a vedere ciò che nascondono
dietro l'apparenza. Ebbene il risultato di questa critica o di queste dimostrazioni sono nel caso della
letteratura i cosiddetti aspetti impliciti, quelli di cui a prima vista non ci eravamo accorti perché il testo non
ne parlava in maniera esplicita, che però si possono dedurre dalle informazioni che ci vengono date
dall'autore. Ebbene i teoremi in matematica sono precisamente l'analogo di questi aspetti impliciti, cioè il
tentativo di dedurre dagli assiomi ciò che era nascosto e tirarlo fuori attraverso dimostrazioni. Cosa c'entra il
teorema di Goedel in tutto questo? Beh, anzitutto guardiamo che cosa succede in letteratura; prendiamo un
testo letterario per esempio “i promessi sposi” e vediamo che cosa succede nella realtà descritta dai
promessi sposi. Ebbene quello che qui ho scritto è precisamente una metafora del teorema di Goedel che
dice “nessun testo descrive una realtà sufficientemente complessa in modo completo”. Ho fatto l'esempio
dei promessi sposi perché tutti probabilmente siamo stati
torturati a scuola, costretti a leggerlo e la domanda che vi
potrei fare, una delle domande che vi potrei fare sui
Promessi sposi è per esempio, che dopo tutte le vicende
che, come ovviamente voi tutti sapete, si conclusero
Felicemente, Renzo e Lucia si sposano, ebbero dei figli,
ebbene quanti figli ebbero Renzo e Licia? Immagino che
voi ci pensiate un momento, non vi viene in mente quanti figli

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ebbero, per un motivo molto preciso, perchè Manzoni dice semplicemente dopo di questo, dopo il primo
figlio, ne ebbero chissà quanti altri e non precisa, non lascia determinato, qual'è il numero, la consistenza,
diciamo così, della famiglia Tramaglino. Ebbene questo non è un'eccezione, perché è vero sempre che
quando si ha di fronte a noi un testo che racconta una realtà che è sufficientemente complessa, non ci
possono essere tutte le informazioni, per esempio il colore dei vestiti che Renzo aveva in un certo momento
oppure, non so, la forma delle scarpe di Lucia quando scappava dai Bravi e così via, sono tantissime cose
che il testo non riesce descrivere, cioè c’è una realtà, ma questa realtà è sottodeterminata in qualche modo,
non si può raccontare in maniera completa. Ebbene questa ovvietà che si potrebbe dire letteraria, da un
punto di vista matematico diventa invece qualche cosa di molto profondo; così come nessun testo descrive
una realtà letteraria sufficientemente complessa in maniera completa, ebbene nessun testo matematico, in
questo caso nessun sistema aritmetico sufficientemente complesso è completo. Ecco però che quello che da
un vista semplicemente letterario non ci dava forse molto fastidio, da un punto di vista matematico c'è ne da
molto di più, perché di certo vi ricorderete quando abbiamo parlato di Frege, quando abbiamo parlato di
Russell e di Wittgenstein, dell'idea, del sogno di poter arrivare a un sistema che fosse appunto una
descrizione completa di tutta la matematica o perlomeno del sistema aritmetico, della realtà che tratta dei
numeri interi, ebbene, purtroppo, il risultato di Goedel dice precisamente questo, che per quanto riguarda
anche soltanto la piccola parte o perlomeno quella parte importante, certamente non totale della matematica
che tratta dei numeri interi, già di questa parte non si può dare una descrizione completa, non ci può essere il
libro, il testo letterario nel quale sono descritte, non esplicitamente ovviamente perché questo non ce lo
potremmo aspettare, ma nemmeno implicitamente, tutte le proprietà del sistema, cioè qualunque sistema di
assiomi che noi poniamo per i numeri interi sarà incompleto, non sarà una descrizione completa, ci saranno
sempre delle verità aritmetiche che non sono né dimostrabili né refutabili all'interno di questo sistema, cioè
il testo aritmetico della matematica non è completo; il che significa che non ci può mai essere la fine della
storia, che la matematica se vogliamo paragonarla per l’appunto a qualcosa di letterario, non è un libro, ma è
una biblioteca che non viene mai terminata perché bisogna sempre continuare ad aggiungere volumi uno
dietro l'altro. Quindi qui vediamo che questa metafora che nel caso della letteratura permetteva alla
letteratura di continuare a vivere, cioè nessun libro era completa, ma questo va bene, il che significa
possiamo continuare a leggere altri romanzi, nel caso della matematica va un po' meno bene, comunque
questa è effettivamente la realtà. Questa era la seconda nostra metafora, mentre la prima era una metafora
fisica, il fatto che gli osservatori non possono ricoprire col loro sguardo, naturalmente non solo fisico, ma
anche attraverso i telescopi l'intero universo, questa seconda metafora è letteraria, cioè nessun testo
matematico ci può raccontare l'intera storia della matematica, ci sarà bisogno non soltanto di tanti testi, ma
addirittura di infiniti testi, nessun numero finito di testi è sufficiente a dirla tutta per così dire.
Bene, passiamo ad un'altra metafora che è ancora più vicina proprio alla dimostrazione del teorema di
Goedel ed è una metafora che ci viene invece dalla filosofia. Questo signore nella slide lo riconoscere tutti, è
ovviamente Kant; ebbene Kant scrisse un opera molto importante verso la fine del ‘700 e questa opera,
come tutti almeno sapete dal titolo, si chiama “la critica della ragion
pura” . Ebbene la critica della ragion pura è ovviamente un
monumento della filosofia contemporanea, è il tentativo di
mettere insieme da una parte il razionalismo di Cartesio, di
Spinosa e dall'altra parte invece l’empiricismo, l'empirismo
inglese di Hume e Locke e così via, cioè è un tentativo di
sintesi ed è per questo che Kant effettivamente è considerato
forse il più importante filosofo del ‘700, ma anche forse il più
importante filosofo dell'era moderna. Ebbene tra le tante cose che si trovano nella “critica della ragion pura”
si può guardare, come vogliamo fare noi adesso in questi brevi istanti, qual'è l'impianto, qual’è l'idea
essenziale della critica della ragion pura. Ebbene l'idea l'ho espressa in questo modo, cioè l’idea di Kant è
questa: “se la ragione vuole essere consistente, non può essere completa”. Cerchiamo di capire meglio che
cosa significa questo; Kant aveva questa idea, che noi ci troviamo di fronte, quando parliamo con noi stessi
o con altri, quando pensiamo alle nostre idee, al problema dell'estensione delle potenzialità della ragione.
Ora ci sono in qualche modo due tensioni quando si parla di ragione, da una parte vogliamo che la ragione

139
sia consistente, ricorderete, per esempio dalla lezione su Platone, che uno dei principi fondamentali della
logica è per l’appunto il cosiddetto “principio di non contraddizione”, cioè noi possiamo dire una cosa
oppure il suo contrario, ma non certamente possiamo dire la stessa cosa e il suo contrario nello stesso
momento, perché questo sarebbe una contraddizione che è appunto contraria a tutta la storia, a tutto
l'impianto della logica contemporanea e la mancanza di contraddizione è proprio ciò che si chiama
consistenza. Quindi questo sembrerebbe essere una delle richieste fondamentali che noi imponiamo alla
ragione, vogliamo che le ragioni sia consistente. Ebbene l'altra proprietà invece che ci piacerebbe che la
ragione avesse, sarebbe la completezza, cioè riuscire con la sola ragione ad arrivare a capire praticamente
tutto ciò che si può capire, cioè ogni verità dovrebbe essere accessibile alla ragione. Questa completezza per
l’appunto è l'altra faccia della medaglia, quindi da una parte la consistenza, la mancanza di contraddizioni,
dall'altra parte la completezza, la possibilità di capire, di arrivare a capire ogni verità. Ebbene l'essenza della
critica della ragion pura è proprio questo, cioè “se la ragione vuole essere consistente non può essere
completa”, cioè queste due caratteristiche, queste due richieste non vanno d'accordo, perché se noi vogliamo
avere la completezza non possiamo avere la consistenza e viceversa. Questo di nuovo è una limitazione
della ragione umana, non si può avere tutto ciò che si piacerebbe avere, soltanto una di queste due
possibilità. Vediamo più da vicino come Kant ha cercato di dimostrare questo suo appunto, ovviamente non
possiamo fare in un minuto la critica della ragion pura, ma l'idea fondamentale di Kant è questa: quando la
ragione si spinge ai suoi limiti estremi, ciò che trova sono le “idee trascendentali”, come lui le chiama.
Dimostrazione Le tipiche idee trascendentali sono il “concetto di Dio”, il
Le idee trascendentali, ottenute “concetto di anima”, il “concetto di mondo” e così via. Ebbene
con passaggi al limite, quando si considerano queste idee trascendentali ottenute come
producono contraddizioni dicevo con un passaggio al limite, spingendosi oltre le colonne
d'Ercole della ragione, queste idee trascendentali producono delle contraddizioni, cioè una parte della critica
della ragion pura è precisamente la parte delle cosiddette quattro antinomie della ragione, cioè chi arriva a
considerare, chi si spinge oltre i limiti della ragione, perchè si cerca di avere la completezza e in particolare
si vuole poter parlare di Dio, dell'anima, del mondo, si cade nell'inconsistenza, perchè si arriva a dimostrare
delle antinomie, delle contraddizioni. Allora la completezza implica l'inconsistenza, il che significa per “il
principio di contrapposizione” che abbiamo usato già più di una volta e che è stato trovato appunto da
Aristotele, “completezza implica inconsistenza” e significa che,se noi vogliamo la consistenza, allora non
possiamo avere la completezza. Quindi questo è l’impianto della critica della ragion pura ed è proprio ciò
che in realtà poi Goedel fece poi per la matematica. Anche qui dire che un sistema consistente non può
essere completo, è un buon modo di riformulare il teorema di Goedel di cui parleremo tra poco. Bene,
avviciniamoci ancora un pochettino di più e cerchiamo questa volta di vedere la matematica, cioè un modo
di affrontare il teorema di Goedel da un p. di v. matematico. Da un punto di vista matematico il teorema di
Goedel si può dire molto facilmente, basta dire che “la verità è diversa dalla dimostrabilità”, ciò che è vero
Matematica è un conto, ma ciò che si dimostra è solo una parte di tutto quello
verità ≠ dalla dimostrabilità che è vero, cioè la verità non coincide con la dimostrabilità, non
.. … ≠ si riesce a dimostrare tutta la verità, ci saranno delle cose vere
∞ ≠ 1 che non si riesce a dimostrare, questa è l'idea. Come mai? Oggi
certamente non sarebbe poi così complicato convincersi della verità del teorema di Goedel, perché la verità
coinvolge un numero potenzialmente infinito di quantificatori, cioè tutti, nessuno, qualcuno. che aveva già
introdotto Aristotele: naturalmente si possono fare combinazioni a piacere di questi quantificatori e allora la
verità è un qualche cosa la cui complessità è potenzialmente infinita, mentre invece la dimostrabilità è
qualche cosa la cui complessità è molto semplice, cioè dire che una formula, un’affermazione è
dimostrabile, significa dire che dunque esiste un solo quantificatore, esiste una sua dimostrazione. Allora
può anche essere intuitivo questo fatto, che la verità è diversa dalla dimostrabilità, perché infiniti
quantificatori sono diversi da uno, cioè praticamente dal p.di v. matematico il teorema di Goedel si riduce a
questa constatazione, che l’infinito è diverso dal numero 1. Naturalmente questo è un po’ mascherato, ma
questo è uno degli aspetti, l’aspetto matematico del teorema di Goedel. Vediamo più da vicino ancora una

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riformulazione matematica, in particolare aritmetica perché come ho già detto prima il teorema di Goedel
riguarda in particolare “il romanzo” dell’aritmetica e quindi è bene guardare queste cose più da vicino.
Aritmetica Consideriamo qui una proprietà che abbiamo chiamato P, ovviamente
P = per ogni x e y, in onore di questo signore che era per l’appunto Pitagora; ebbene il
x2 ≠ 2x2 contenuto del teorema di Pitagora, per lo meno del fatto che ci sono dei
 P vera se x, y interi numeri irrazionali, si può esprimere dicendo che per ogni x e y, per
(V2 non è razionale) ogni numero x e y il quadrato di x è diverso da due volte il quadrato di
 P falsa se x, y reali y, cioè il rapporto tra x e y al quadrato non può essere uguale a 2, questo
(V2 è reale) è il significato appunto di ciò che Pitagora scoprì come conseguenza del
suo famoso teorema, cioè il fatto, oggi diremo, che la radice di 2 è un numero irrazionale. Ebbene
guardiamo allora questa proprietà P, questa proprietà è vera o falsa? Beh, ho appena detto naturalmente che
questa proprietà è vera, se noi supponiamo che i numeri inseriti siano numeri interi, non c’è nessuna coppia
di numeri interi il cui rapporto al quadrato è uguale a 2, quindi abbiamo qui una proprietà che è vera nel
caso dei numeri interi perché la V2 non è un numero razionale; però se invece dei numeri interi noi
considerassimo dei numeri reali, allora la V2 è ovviamente un numero irrazionale e ci sarebbero dei numeri
x e y che hanno questa propriètà e quindi significa che noi abbiamo una proprietà che è vera in un caso
quando noi interpretiamo queste variabili come se fossero dei numeri interi ed è falsa in un altro caso
quando invece interpretiamo queste variabili come se fossero dei numeri reali. Ora com’è possibile che una
proprietà sia vera e falsa? Beh, ovviamente stiamo parlando di ambienti diversi, però da questo fatto che una
stessa proprietà è vera in un caso e falsa nell’altro, possiamo ricavare la seguente conseguenza: questa
proprietà P, che praticamente esprime il fatto che la V2 non è razionale, non è né
P non è dimostrabile né dimostrabile né refutabile in un qualunque sistema i cui assiomi
refutabile in un sistema siano veri sia per i numeri interi che per i numeri reali. Come mai
i cui assiomi valgano questo? Supponiamo di metterci in un sistema di assiomi in cui
sia per i numeri interi gli assiomi siano veri in entrambi i casi, cioè sia che parlino dei
che per i numeri reali numeri reali e sia che parlino dei numeri interi; per esempio una
proprietà che vale in tutti e due i casi è questa: se prendiamo x e aggiungiamo a x zero, otteniamo ancora x,
x + 0 = x; questo è vero sia che x sia un numero intero, sia che x sia un numero reale. Possiamo mettere una
lista anche infinita di proprietà di questo genere, che sono vere sia per i numeri interi che per i numeri reali.
Ebbene possiamo considerare questa lista come un particolare sistema di assiomi dell’aritmetica, come una
particolare descrizione di questo romanzo dell’aritmetica, però comunque abbiamo qui una proposizione che
non può essere né vera né falsa, cioè non può essere né dimostrabile né refutabile in quel sistema, perché?
Ma perchè è una proposizione che è vera per i numeri interi, ma è falsa per i numeri reali; se gli assiomi
sono veri in entrambi i casi, sia per i numeri interi che per i numeri reali, anche tutte le loro conseguenze
dovranno essere vere sia per gli interi che per i numeri reali, ma qui abbiamo una formula che è vera in un
caso e falsa nell’altro e quindi non è possibile che questa formula sia derivabile da assiomi che sono veri in
tutti e due i casi. Ebbene questo è praticamente, quasi quasi il teorema di Goedel; l’unica differenza è che
Godel riuscì a trovare una proposizione molto simile, fra l’altro, alla proposizione che abbiamo trattato poco
prima, che non è né dimostrabile né refutabile in un qualunque sistema di assiomi in cui gli assiomi siano
veri per i numeri interi, cioè Goedel riuscì a far cadere questo riferimento all’aritmetica dei numeri reali, che
in effetti è qualche cosa che centra poco quando si parla dei numeri interi e questo sembrerebbe un piccolo
miglioramento, in realtà è una grande complicazione da un punto di vista matematico; però l’idea è più o
meno quella che già si ottiene dal teorema di Goedel, cioè ci sono cose che non si riescono né a dimostrare
né a refutare in sistemi di assiomi, i cui assiomi siano veri per i numeri interi.
Quindi siamo ormai arrivati praticamente al dunque. Come fece Goedel a dimostrare il suo teorema che
adesso enunceremo per bene, di cui accenneremo alla dimostrazione. Bene, Goedel fece questo, cominciò a
considerare la storia della logica e si rifece alla famosa antinomia con la quale abbiamo cominciato
praticamente il nostro corso di lezioni, cioè la famosa antinomia del mentitore. Ve la ricordo brevemente, la
nostra lezione si chiamava il naso di Pinocchio per l’appunto, perché era qualche cosa che aveva a che fare
con la verità e con la menzogna. L'antinomia del mentitore che è dovuta ad Epimenide consiste

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Epimenide semplicemente nel considerare una frase che dice “io non sono vera”
“io non sono vera” oppure considerare una persona, un pinocchio che dice” io sto mentendo”.
Una frase di questo genere, è vera o falsa? Beh, vediamo da vicino che cosa succede: la frase che dice “io
non sono vera” non può essere vera, perché? Perché se fosse vera quello che dice sarebbe vero, ma dice di
dire falso, di non essere vera e allora se fosse vera sarebbe falsa. Questa è una cosa che non può
Non può essere vera fare e quindi non può essere vera. Cosa succede nel caso contrario?
(altrimenti direbbe il falso) Vediamo: non può nemmeno essere falsa, perché se fosse falsa, la
frase che dice “io non sono vera”, sarebbe vero il contrario di quello che dice, ma dice di non essere vera, il
suo contrario è essere vera e dunque se fosse falsa sarebbe vera. Sono sicuro che naturalmente la vostra
testa sta girando come succede sempre ogni volta, anche a me tra l'altro, quando parlo di queste antinomie,
di questi paradossi, però se provate a farlo ovviamente su un foglio di carta o nell'ambito della vostra mente,
vi accorgerete presto che effettivamente il dire “io non sono vera “ è un qualche cosa che non sta né in cielo
né in terra, perché è una frase che non può essere né vera né falsa. Ora che cosa fece Goedel? Goedel fece
un piccolo cambiamento a prima vista, che però provocò un grande sconquasso, cioè invece di considerare
una frase che dice “io non sono vera” e di ottenere in questo modo un paradosso e quindi non saper bene che
cosa fare, perché poi alla fine quando si ha di fronte a sé un paradosso, i paradossi sono sempre delle cose
un po’ fastidiose, non si sa come risolverli, ebbene Goedel riuscì a fare una modifica del paradosso del
mentitore che non è paradossale, che diventa appunto quello che si chiama il teorema di Goedel. Vediamo
da vicino come arrivò a questa cosa Il cosiddetto primo teorema di incompletezza, perché vedremo presto
che c’è ne un secondo che deriva da esso, ebbene in questo primo teorema di incompletezza, Goedel invece
di considerare la frase che dice "io non sono vera", considera la frase che dice "io non sono dimostrabile",
cioè fa questo passaggio appunto dalla verità alla dimostrabilità. Primo problema: "io non sono vera" è una
Primo teorema di incompletezza frase punto e basta, perché o si è veri o non si è veri, mentre
“io non sono dimostrabile in F” invece dire "io non sono dimostrabile" semplicemente non
ha nessun senso, perché essere dimostrabili non è qualche cosa di assoluto, come la verità, ma è qualcosa di
relativo al sistema di assiomi in cui ci si pone. Si può non essere dimostrabili in un certo sistema, ma poi
magari si può diventare dimostrabili in un altro sistema; per esempio, un modo molto semplice per far sì che
una certa formula sia dimostrabile consiste nel prenderla come assioma e certamente se prendiamo una
formula come assioma, poi quella diventa dimostrabile perché l'abbiamo già presa agli inizi, quindi non si
può dire così come si diceva "io non sono vera", non si può dire "io non sono dimostrabile", bensì bisogna
dire "non sono dimostrabile in un certo sistema F ", che abbiamo indicato appunto con F , che sta per
sistema formale. Allora per ciascun sistema formale F ci sarà in realtà una frase di Goedel e su questa
dovremmo ragionare, in altre parole mentre il paradosso del mentitore lavorava in assoluto, valeva in
assoluto, qui ci si riferisce ad un particolare sistema formale F che abbiamo fissato per il momento. Fissato
questo sistema formale F, consideriamo la frase che dice "io non sono dimostrabile in quel sistema formale
F" e vediamo che cosa succede, vediamo se otteniamo magari addirittura un paradosso
analogo a quello del mentitore. Cominciamo subito con la prima parte; la prima parte è effettivamente la
stessa storia del paradosso del mentitore, no? Vediamo questa frase che dice "io non sono dimostrabile", può
essere dimostrabile? Anzi tutto dipende, dipende molto da come è fatto il sistema formale di cui stiamo
parlando, ma supponiamo che il nostro sistema formale F sia un sistema che si chiama in logica " corretto",
cioè un sistema che dimostra soltanto delle verità. Ebbene, se il sistema dimostra soltanto delle verità e se la
frase che dice di se stessa "io non sono dimostrabile" fosse dimostrabile, allora avremo di fronte a noi una
frase che è dimostrabile, che dice di non esserlo, dunque sarebbe falsa, però questo non è possibile perché il
sistema è corretto, dimostra solo verità, quindi questo è lo stesso procedimento del paradosso del mentitore,
sembreremo avviati verso la stessa via e dunque avviati verso gli stessi problemi; però attenzione nel caso
della frase di Goedel le cose cambiano.
 Non può essere dimostrabile Abbiamo già ottenuto questo primo passo, che la frase
se F corretto che dice "io non sono dimostrabile in un certo sistema
(cioè se F dimostra solo verità) F", se il sistema è corretto effettivamente non è
Non può essere refutabile dimostrabile e allora questo che cosa significa? Beh,
(perché, non essendo dimostrabile, significa semplicemente che questa frase è vera, perché

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è vera e allora F non può dimostrare dice di non essere dimostrabile, non è dimostrabile,
la sua negazione, che è falsa) dunque è vera. Allora se è vera, la sua negazione è falsa
ovviamente, ma stiamo parlando di un sistema corretto, in un sistema corretto non è possibile dimostrare
delle falsità, dunque la negazione della frase di Goedel non può essere dimostrabile, la frase stessa non può
essere dimostrabile perché il sistema è corretto, dunque è vera, dunque la sua negazione neppure può essere
dimostrabile se il sistema è corretto e allora siamo arrivati di fronte ad una frase che non è dimostrabile, la
sua negazione non è dimostrabile, quindi la frase di partenza non è nemmeno refutabile, siamo arrivati di
fronte ad una frase che il sistema non può descrivere. Abbiamo una frase che è vera, noi sappiamo che
questa frase è vera, ma il sistema non può sapere se questa frase è vera oppure no. Non lo può sapere?
Abbiamo appunto fatto vedere che questa frase non è dimostrabile e ovviamente non può nemmeno
dimostrare che questa frase è falsa, cioè la negazione di questa, perchè altrimenti dimostrerebbe una falsità,
quindi con un piccolo cambiamento, piccolo per modo di dire ovviamente, effettivamente Goedel riuscì a
dimostrare che c’è una frase che parla di se stessa, dice di non essere dimostrabile, è vera e non è
dimostrabile e dunque non essendo dimostrabile, ma essendo vera, nemmeno la sua negazione è
dimostrabile, Questo è molto peggio del giramento di testa che viene dopo un paradosso; effettivamente il
teorema di Goedel quando apparve o meglio quando fu annunciato e enunciato da Goedel nel 1930-‘31,
effettivamente fece scalpore, moltissimi non lo capirono, moltissimi continuarono a credere per anni che
effettivamente fosse semplicemente una versione del paradosso, che ci fosse qualche inconsistenza nel
ragionamento di Goedel, eccetera. Goedel aveva all’epoca 24 anni quando scoprì questo teorema, era
praticamente il risultato che ottenne subito dopo la sua tesi di laurea, come abbiamo già detto nella scorsa
lezione, la sua tesi di laurea nel 1930 dimostrò “il teorema di completezza della logica proposizionale e
predicativa” e nel 1931 Goedel dimostra invece “l’incompletezza della aritmetica” e di tutto ciò che poi
estende l’aritmetica, in particolare di qualunque sistema matematico che sia sufficientemente potente e
sufficientemente grande da contenere in particolare l’aritmetica. Benissimo, vediamo allora che cosa si può
dedurre da questo teorema; ebbene, la conseguenza più importante del teorema di Goedel o meglio il modo
di formulare in maniera indipendente da questa formulazione che abbiamo visto prima, cioè da questa frase
il teorema di Goedel, è il seguente: se noi prendiamo un sistema che sia vero matematico, cioè che sia
corretto e abbiamo già visto che cosa significa corretto, lo ripeteremo fra poco, ma comunque brevemente
possiamo dire che dimostra soltanto delle verità e che sia anche sufficientemente potente e su questo ritorno
tra un momentino, allora questo sistema è incompleto. Incompleto significa che non può dimostrare
Un sistema matematico corretto tutte le verità, cioè ci troviamo di fronte ad una verità, che
e sufficientemente potente è vera perché appunto è una verità, ma non è dimostrabile;
è incompleto qual’è questa verità che è vera, ma non dimostrabile? E’
proprio la frase che dice "io non sono dimostrabile". Ora tutto questo l’abbiamo già detto prima, abbiamo
considerato l’ipotesi di correttezza, perché altrimenti non saremmo riusciti a derivare il fatto che la frase di
Goedel non era dimostrabile, abbiamo dedotto l'incompletezza proprio dal fatto che c’è una verità che non è
dimostrabile, non abbiamo parlato di questa aggiunta, il fatto che il sistema debba essere sufficientemente
potente. Beh, qui sta veramente il trucco del teorema di Goedel, perché in realtà quello che abbiamo fatto
noi è praticamente il gioco delle tre palle, cioè abbiamo fatto un pochettino i prestigiatori. Ora però, mentre
nel caso del paradosso di Epimenide non c'era nessun trucco, cioè avevamo considerato la frase che dice "io
non sono vera "oppure "io sono falsa" e poi avevamo visto quali erano le conseguenze di questa frase, nel
caso del teorema di Goedel abbiamo considerato una frase che dice "io non sono dimostrabile in un certo
sistema formale F", però questa è una frase del linguaggio naturale. Nel caso del paradosso del mentitore
per l’appunto stavamo lavorando nel linguaggio naturale, ma nel caso del teorema di Goedel stavamo
lavorando in un sistema formale per la matematica; nei sistemi formali per la matematica abbiamo soltanto
delle formule. Ora come si fa a scrivere una formula che dica "io non sono dimostrabile in un certo sistema
formale", ci sono alcune cose che abbiamo lasciato, per così dire, in sospeso. Il primo problema è questo
fatto, cioè che si possa parlare, all'interno di un sistema formale, di dimostrabilità; in genere i sistemi
formali, soprattutto quelli per i numeri, parlano di proprietà dei numeri, somma, prodotto, uguaglianze e
così via, mentre qui invece abbiamo cercato di parlare di cose che erano al livello metà matematico, cioè
non di cose che stanno dentro il sistema, ma di cose che stanno fuori e che noi guardiamo dall'alto, in

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particolare la dimostrabilità. Come possibile questo? Qui sta proprio il trucco della dimostrazione di Goedel,
si tratta di far diventare in maniera molto pitagorica tutto numero, cioè di associare ad ogni parte del
linguaggio un numero, in modo tale che poi alla fine tutto ciò che noi diciamo nel linguaggio si trasformi in
numeri e dunque si possa parlare non delle frasi del linguaggio bensì dei numeri che le rappresentano. Oggi
queste cose sono abbastanza normali, il linguaggio dei computer, come tutti sapete, è semplicemente fatto di
zeri e uni. Voi scrivete sul computer fammi questa figura, per esempio oppure colora di rosso questa fa parte
della figura, però poi il computer in realtà capisce soltanto zeri e uni. Anche prima che ci fosse il computer
c'era questo modo di associare dei numeri a delle cose, per esempio, non so quanti di voi siano mai stati
arrestati, che abbiano mai avuto queste belle foto segnaletiche di fronte al quale c’era un numero che
identificava il carcerato, non so quanti di voi siano poi finiti in galera con un bel numero sullo stomaco che
lo identificava per l’appunto, ebbene il sistema di numerazione dei carcerati era precisamente questo:
assegnare a ciascuno carcerato dei numeri, in modo che ci si potesse dimenticare del fatto che erano uomini,
della loro identità e parlare soltanto di numeri. L'idea di Goedel non è molto diversa, cioè si tratta di fare
un'enorme prigione, un enorme sistema carcerario in cui tutto diventa identificato in questo moto, se non vi
piace la metafora del carcerato, perchè naturalmente è un po' fastidiosa, non ci piace pensare che noi
potremo essere o siamo stati carcerati, ebbene pensate per esempio alla vostra automobile; anche quella in
realtà la si identifica con una targa, che è semplicemente un numero oppure anche un sistema con delle
lettere, quindi in realtà questo sistema di associare i numeri a cose, a persone, è un qualche cosa che si fa
indipendentemente dal teorema di Goedel, però Goedel lo sfruttò a fondo e allora questa sufficiente potenza
vuol dire proprio questo, cioè che il sistema che stiamo considerando è qualche cosa che ci permette di
parlare dei numeri e dunque ci permette di fare ragionamenti sul linguaggio, però tramutati, travestiti da
numeri. Questa è la prima cosa e la seconda cosa, il secondo aspetto di questa potenza sufficiente è il fatto
che la frase di Goedel non dice soltanto non dimostrabile in esso, ma dice “io non sono dimostrabile in
esso”; questa è una cosa un po' più complicata, cioè la possibilità di una formula di essere autoreferenziale,
per il parlare di se stessi. Questo è qualche cosa che veramente è nuovo, perché in realtà nel linguaggio
naturale si dice io, ma si parla di noi stessi, mentre invece nel linguaggio formale sembrava una cosa
difficilissima riuscire a fare queste autoreferenze, queste circolarità e il trucco del teorema di Goedel, il
trucco tecnico è proprio questo. Non vi posso spiegare qui, ma naturalmente vedrete sui testi che sono
consigliati per queste lezioni, come Goedel arrivò a fare effettivamente questa autoreferenza. Ecco che
allora, un sistema in cui è possibile fare autoreferenza e in cui è possibile parlare di dimostrabilità, permette
di esprimere la frase che dice “io non sono dimostrabile in questo sistema”, dunque se il sistema è corretto,
quella frase è vera e non è dimostrabile, cioè il sistema è incompleto, questa è l’idea del teorema di Goedel.
Che cosa succede allora? Vediamo più brevemente, ma in maniera scritta per lo meno, quali erano queste
ipotesi: “corretto” significa dire che il sistema non dimostra delle falsità, “sufficientemente potente”
significa dire che il sistema permette di esprimere autoreferenze, io e concetti come la dimostrabilità e da
ultimo “l'incompletezza” era semplicemente il fatto di dire che ci sono delle asserzioni non dimostrabili e
non refutabili.
 Corretto = Questo è praticamente il teorema di Goedel e un
non dimostra falsità accenno alla sua dimostrazione, però c'è certamente
 Sufficientemente potente = l'idea fondamentale, questo fatto di considerare la
frase permette di esprimere autoreferenze
che dice "io non sono dimostrabile". C'è un secondo
e concetti come dimostrabilità teorema di Goedel, che si chiama “secondo teorema di
 Incompleto = incompletezza” che cercheremo di
enunciare in questi
ci sono asserzioni non dimostrabili brevi minuti che ci separano dalla fine della lezione.
e non refutabili Consideriamo ora, esattamente come prima abbiamo
considerato la frase P che si riferiva a Pitagora, la frase G che Goedel ha inventato, però non possiamo
usare la sola frase G perché ce n'è una per ogni sistema formale, quindi usiamo la frase GF, con un indice
Secondo teorema di incompletezza che sta ad indicare che stiamo nel sistema formale F,

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GF : ebbene qual'e la frase di Goedel? Dice "io non sono
"io non sono dimostrabile in F" dimostrabile nel sistema F"; ebbene io sono proprio
ovvero quella frase di Goedel, che dice semplicemente GF
"GF non è dimostrabile in F" non è dimostrabile nel sistema F, va bene? Qual’era
Il 1° teorema dice: il contenuto del primo teorema di Goedel? Il primo
F corretto → GF teorema di Goedel diceva: se il sistema è corretto, la frase
G con F non è dimostrabile in F, ma dire che la frase G con F non è dimostrabile in F è dire niente altro che
G con F, perché G con F dice proprio questoo. Allora il primo teorema diceva “se abbiamo un sistema
corretto allora vale questa frase”, però attenzione adesso, perché noi sappiamo già che questa formula non è
dimostrabile nel sistema; se fosse possibile dimostrare all'interno del sistema formale corretto che il sistema
formale è corretto, potremo dimostrare l'ipotesi di questa implicazione e dunque potremo dimostrare anche
la sua conclusione, ma la sua conclusione è proprio la frase di cui Goedel ha dimostrato che non era
dimostrabile e allora non è dimostrabile nemmeno il fatto che il sistema sia corretto. Ora questo lo
rivediamo, lo riduciamo in una maniera un pochettino più formale, cioè un sistema matematico che sia
corretto, che sia sufficientemente potente e questo l’abbiamo gia visto, in cui vale il teorema di Goedel,
cioè il fatto che se il sistema è formale allora vale quella certa frase in cui il primo teorema di Goedel sia
dimostrabile all’interno del sistema, non può dimostrare di essere corretto. Questo è quello che in qualche
modo fece scalpore perché sfrondato da tutti questi tecnicismi, diciamo così, che possono anche in qualche
Un sistema matematico modo distrarre dal succo faccenda, il secondo teorema di
 corretto Goedel dice semplicemente che se voi avete di fronte un
sufficientemente potente sistema corretto, che è quello che volete avere, cioè un
 in cui si può dimostrare sistema che non dimostra delle falsità, ebbene questo
l'implicazione precedente sistema non può sapere lui di essere corretto, cioè non può
non può dimostrare di essere corretto sapere che le cose che dimostra sono soltanto verità oppure
se volete, avete di fronte a voi una persona che è l'analogo del sistema formale, questa persona non è fuori di
testa, non è una persona pazza, ebbene se in altre parole ha la consistenza, diciamo così, dentro la sua testa,
non può sapere di essere consistente. Il secondo teorema di Goedel dice semplicemente che le uniche
persone che dicono guarda che “io non sono matto” sono quelle che sono effettivamente matte e in effetti
tutte le scene che voi avete visto nei film e spero soltanto nei film, quando si porta in manicomio qualcuno
in camicia di forza, in genere quello che viene detto da questo qualcuno è proprio la famosa frase “io non
sono matto”. Le frasi frase del tipo “io non sono matto” le possono dire soltanto i matti. Le affermazioni del
tipo “io sono corretto”, cioè non dimostro delle falsità, le possono dire soltanto “i sistemi che non lo sono
corretti”, perché i sistemi che sono corretti non possono avere questa capacità. Questa è una grossa
limitazione perchè significa che non ci può essere questa specie di autoriflessione che i sistemi matematici
possono fare. Che cosa succede dopo Goedel? Questo in parte lo vedremo nelle successive lezioni,
però quello che effettivamente si fece fu di togliere questo riferimento alla correttezza, che in qualche modo
Miglioramento lega il sistema con il mondo esterno, che dice che le frasi che si
Si sostituisce la dimostrano dentro il sistema sono vere, mentre vero è qualche
correttezza (esterna) cosa che si riferisce al mondo, ebbene si sostituì questa ipotesi
con la di correttezza con la sola consistenza. La consistenza non
consistenza (interna) fa riferimento all'esterno, ma fa solo riferimento all'interno,
significa che non è possibile dimostrare allo stesso tempo una frase e la sua negazione, non è possibile
ottenere delle inconsistenze. Il teorema di Goedel vale anche sotto questa ipotesi più debole, quindi c’è la
forma più forte del teorema di Goedel, in particolare un sistema consistente non può dimostrare la propria
consistenza. Se ricordate questo era effettivamente quello che era il famoso problema di Hilbert, il tentativo
di Hilbert di fondare la matematica in qualche modo che fosse autofondante, cioè cercare dimostrare la
consistenza dei sistemi all'interno dei sistemi stessi. Questo teorema di Goedel riformulato in questo modo,
riferito alla consistenza, distrusse in qualche modo proprio il programma, il sogno di Hilbert. Bene, io spero
che non vi siate annoiati, che non abbiate avuto paura, questa è stata forse la lezione più tecnica che
abbiamo fatto, ma valeva la pena, in qualche modo, di vedere più da vicino anche che cosa fanno i logici e

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anche di capire che effettivamente non si vive di soli aneddoti, perché molte delle nostre lezioni passate e
anche qualcuna delle lezioni future si è un po’ limitata raccontare a grandi linee quello che succede. Oggi
invece, abbiamo cercato di andare un pochettino più a fondo e di vedere effettivamente, perlomeno nel caso
più l'importante della logica moderna, qual'era lo stato delle cose. La prossima volta ripartiremo di nuovo
con qualcuna delle lezioni generali.

LEZIONE 17: Risposta a Pilato


Benvenuti ad una lezione su uno dei temi centrali del nostro corso, la logica matematica in generale, anzi
addirittura la logica, anche quella filosofica, cioè il tema della verità. Vi ricorderete siamo partiti dagli inizi
parlando di uno dei paradossi più importanti, quello del mentitore, che oggi riprenderemo brevemente e
abbiamo detto all’epoca, che proprio da questi paradossi, dallo studio della verità era nata la logica prima e
poi la logica matematica in seguito. Oggi cercheremo di tirare le fila, dopo tutto quello che abbiamo gia
detto riguardo ai vari personaggi e introdurremo in particolare uno dei personaggi più famosi della logica
moderna che si chiama Alfred Tarski, che non è considerato forse al livello di Goedel, ma insomma poco
dopo, forse il secondo logico, soprattutto negli anni ‘30, che ha portato un contributo essenziale a questo
studio della logica matematica. La nostra lezione viene intitolata oggi “risposta a Pilato”, come mai?
Sembra quasi una cosa blasfema, ma in realtà c’è un motivo molto preciso che vediamo subito. Nella slide
c’è un'immagine della passione di Cristo che forse qualcuno di voi avrà riconosciuto, è la metà di un famoso
quadro di Piero della Francesca che si chiama “la flagellazione”, manca la seconda parte del quadro, ma
questo non ci interessava in questo momento; ebbene chiunque, anche coloro che non sono religiosi
conoscono la storia di questa faccenda, cioè il fatto che uno dei due a un certo punto subì un processo e tra
le varie traversie, tra le varie stazioni di questa via crucis, come ancora oggi viene chiamata, una di queste
stazioni fu quando Gesù si trovò di fronte a Ponzio Pilato. Ci
fu uno scambio di opinioni tra il governatore romano della
Palestina dell’epoca e Gesù, per l’appunto, il profeta di questa
nuova religione. La cosa che a noi interessa in questo
particolare momento furono queste due frasi riportate qui
sulla slide, cioè ad un certo punto Gesù parlava e disse una delle
frasi che ripeteva spesso “io sono la verità”. Pilato gli chiese, gli
domandò che cosa è la verità? Beh, la risposta ovviamente
Pilato non stette ad aspettarla, io non so se Pilato fosse un
logico matematico, se sapesse che la risposta a Gesù non avrebbe potuto dargliela, non perché non la
conosceva, ma perché nessuno la sapeva. La verità non esiste all'interno del linguaggio, diremmo noi oggi
dopo 2000 anni, ma di questo appunto parleremo quest'oggi. Quindi in altre parole cercheremo di andare a
rispondere in maniera ovviamente non religiosa, in maniera scientifica alla domanda di Pilato che cos'è la
verità? Ebbene poniamoci anche noi questa domanda e cerchiamo di andare a vedere, come abbiano trattato
di questa domanda, anzitutto nel periodo passato, quando ci siamo interessati della logica al tempo dei greci,
eccetera e poi anche di venire più vicini a noi e di vedere qual’è la soluzione al problema su che cosa sia la
verità che è stata proposta nei tempi moderni. Dirò subito, che non c'è una soluzione, qui non c'è la
soluzione del problema, ce ne sono tante, quella che a noi interessa di più, visto che questo è un corso di
logica matematica, è la soluzione che diede Alfred Tarski, cioè la definizione formale della verità nel meta
linguaggio e la dimostrazione che una definizione della verità nel linguaggio non esiste, però accenneremo

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molto brevemente al fatto che ci sono appunto altre teorie della verità, che forse sono state anche più
influenti, più interessanti per coloro che studiano invece filosofia del linguaggio, che studiano filosofia in
generale. Quindi volevo sottolineare appunto questo fatto, che noi cercheremo di dare questa risposta alla
domanda di Pilato "che cos'è la verità", ma la daremo questa risposta ovviamente dal nostro p.di v., che è il
p.di v. di un logico e di un matematico. Quindi cerchiamo di tracciare le fila allora di ciò che abbiamo detto
finora, di andare a rivedere l'inizio della nostra storia. Ricorderete che abbiamo fatto questa lezione sul
paradosso del mentitore di Eubulide del IV-V secolo a.C., che disse ad un certo punto "io sto mentendo".
La storia del paradosso del mentitore non la sto a ripetere, potete andare a vederla in una delle prime lezioni,
ma la cosa importante è rivedere qual’è il problema in
Eubulide questa frase "io sto mentendo". E’una frase che apparentemente non può essere né
(V secolo a. C.) vera né falsa, come mai? Proviamo a supporre che questa frase "io sto mentendo"
Io sto mentendo sia vera; ebbene le frasi vere dicono la verità per l’appunto e allora ciò che dice
questa frase, se è vera, dev’essere effettivamente così nel mondo, ma la fase dice “io sto mentendo”, quindi
se è vera la frase che dice "io sto mentendo" dovrebbe anche essere falsa, perché è vero ciò che dice, ma
dice di essere falsa. Quindi questa è un'ipotesi assurda, per così dire, non si può supporre che una frase “io
sto mentendo” sia vera, perché altrimenti sarebbe anche falsa. A prima vista uno potrebbe dire, allora sarà
falsa; ebbene però, se noi supponiamo che questa frase sia falsa, allora dovrebbe essere vero il contrario di
ciò che dice, ma poiché dice io sto mentendo, il contrario sarebbe “io sto dicendo la verità”, quindi anche
supponendo che questa frase sia falsa si arriva al suo posto, ad una contraddizione; in altre parole, in breve
se si suppone che la frase sia vera, allora si dimostra che è falsa e se si suppone che la frase sia falsa allora si
dimostra che è vera ed ecco qui che i greci scoprirono un impasse praticamente, scoprirono che c'erano delle
frasi, tra l'altro frasi anche molto semplice come questa, che ha semplicemente soggetto e predicato e
nient'altro, ebbene frasi di questa semplicità che però mettono in forse, mettono in dubbio il cardine
essenziale di quello che è la logica classica, cioè il fatto che le frasi, perlomeno le frasi affermative, cioè
quelle che esprimono un pensiero compiuto debbano essere o vere o false, non tutte e due assieme e questo è
il famoso “principio di non contraddizione” e almeno una delle due dev'essere vera, esattamente una delle
due e questo è ” il principio del terzo escluso”. Quindi questa base, questo fondamento della logica classica,
cioè di basare la teoria della verità praticamente sul fatto che ci siano due soli valori di verità, il vero e il
falso, il fatto che ciascuna frase debba avere uno dei due valori di verità e non tutti e due, cioè ”il principio
del terzo escluso” e “il principio di non contraddizione”, ebbene questa semplice teoria della verità viene
messa in dubbio, viene in qualche modo minata dall’esistenza di un paradosso di questo genere appunto da
una frase così semplice che dice “io sto mentendo”, che non può essere né vera né falsa, perché qualunque
delle due supposizioni porta al suo contrario e dunque porta a una contraddizione. Questo è l'inizio, questo è
il problema della verità, problema che in qualche modo forse poteva essere noto a Pilato, quando chiede a
Gesù appunto che cos'è la verità. Voi direte insomma come potete sapere notizie di questo genere, perché in
realtà ci sono delle testimonianze storiche; per esempio San Paolo nella lettera a Tito cita espressamente il
paradosso del mentitore, lo conosceva, non lo aveva capito molto bene, se andate a rileggere la lettera a
Tito, vi accorgerete subito che fa un po' di pasticci quando lo riprende, quando lo riporta, però certamente
queste erano cose che ormai erano entrate nel saper comune, che risalivano al quinto secolo a. C.; San Paolo
ovviamente e prima di lui Gesù Cristo vivevano nel primo secolo d. C. e quindi insomma qualche cosa si
sapeva e non s’era certamente persa memoria di questi avvenimenti e allora andiamo a vedere che cos'è
successo. Ovviamente prima di Gesù Cristo i filosofi greci incominciarono a cercare di avvicinarsi a
precisare la nozione di verità, una definizione della verità. Il primo che cercò di fare questo fu Platone. Ecco
qui nella slide Platone, lo abbiamo visto più volte nella rappresentazione di Raffaello, questa è l'ultima
volta probabilmente che lo vediamo nelle nostre lezioni, questa è la famosa Scuola di Atene, Platone è colui
che indica il cielo, il mondo delle idee, Aristotele invece è colui che guarda in basso al mondo della natura e
naturalmente quando Raffaello fece questa immagine non aveva in mente quale fosse la figura di Platone,
questo non ve l'ho mai detto, ma molti di voi lo sapranno, questa
non è
nien t'altro che un'immagine di Leonardo da Vinci, cioè Raffaello si
ispiro a Leonardo, al grande scienziato per rappresentare un grande

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pensatore come Platone. Che cosa fece Platone? Platone ovviamente nel campo della logica fece molte
cose, se non ve le ricordate, ritornate alla lezione che abbiamo dedicato a lui, ma in particolare fece qualche
cosa che ha a che fare con il problema di cui trattiamo oggi, cioè con la definizione di verità e in questo suo
dialogo nel “sofista” diede per la prima volta nella storia quella che oggi viene considerata, spesse volte in
maniera un pochettino riduttiva, la definizione di verità. Se voi leggete testi filosofici, si pensa quasi che
questa sia la definizione di verità e Tarski in qualche modo fece cattiva propaganda a se stesso quando nel
suo lungo articolo del 1936, un centinaio di pagine, affrontò questo problema della verità e diede poi quella
che tra poco riporteremmo e che ricorderemmo e che divenne per i filosofi, finalmente per i filosofi, quasi la
definizione di verità per antonomasia, ma in realtà non era su questo che Tarski aveva lavorato e vedremo
meglio quali sono i problemi che aveva affrontato lui. La prima parte, quella che in genere viene citata nella
definizione di verità, già risale in realtà al dialogo di Platone "il sofista", per cui prima vediamo meglio
qual’è la definizione che Platone dà della verità. Ovviamente ci sono due parti: la definizione di verità deve
dire quand'è che una frase vera e quand'è che una frase è falsa. Andiamo a vedere la prima parte anzitutto.
Quand'è che qualche cosa è vero? Ci sono due casi e sono i casi, che ho scritto appunto sulla slide, cioè “è
vero dire di ciò che è che è e dire di ciò che non è che non è”. Ora questo sembra quasi uno scioglilingua,
cerchiamo di capire meglio, di affrontare meglio il problema. Quand'è che una frase è vera? Una frase è
vera quando ciò che dice effettivamente succede nel mondo, cioè questo significa dire di ciò che è che è;
Definizione di verità significa che noi stiamo dicendo che qualcosa succede e questo
Vero effettivamente succede nel mondo oppure il caso contrario,
= dire di ciò che è che è stiamo dicendo che qualcosa non succede, qualcosa non ha una
= dire di ciò che non è che non è certa proprietà e questo non ce l’ha effettivamente nel mondo,
cioè in altre parole l’idea di Platone, della definizione di verità basilare, per i fatti atomici perlomeno, come
diremo oggi nel linguaggio logico, cioè la definizione di verità è semplicemente che ci dev’essere
corrispondenza tra ciò che si dice nel linguaggio e ciò che accade nel mondo, cioè un legame tra il
linguaggio da una parte e i fatti e la realtà dall'altra. C'è l'altra faccia della medaglia, cioè dire quando una
cosa è falsa. Ora è chiaro che una volta che si sa quand'è che una frase, un’affermazione è vera, il contrario
varrà per definire quand’è che un'affermazione analoga è falsa; però vediamo anche questo più da vicino,
cerchiamo di capire quand'è che una frase secondo Platone è falsa. Ebbene nella sua formulazione una frase
è falsa quando “è falso dire di ciò che è che non è e dire di ciò che non è che è”. Si tratta semplicemente di
capire che cosa Platone avesse in mente quando intendeva dire queste cose; ebbene “dire di ciò che è che
non è”, significa fare una affermazione nel linguaggio che contraddice ciò che succede nel mondo, cioè si
Falso dice che una cosa vale, che succede, che accade. quando in realtà
= dire di ciò che è che non è poi nei fatti succede il contrario oppure si dice che una cosa non
= dire di ciò che non è che è accade quando invece nella realtà essa accade. In altre parole, per
dirla brevemente, la definizione di verità secondo Platone è semplicemente un accordo, come ho già detto
prima, tra ciò che succede nel linguaggio e ciò che succede nel mondo. Se si afferma qualche cosa nel
linguaggio, quella affermazione è vera se ciò che esprime è vero nel mondo e se si nega qualche cosa nel
linguaggio, ebbene quella negazione è vera se effettivamente ciò che essa nega non accade nel mondo;
viceversa invece, un'affermazione è falsa quando dice, afferma qualche cosa, ma nel mondo succede il
contrario e una negazione è falsa quando invece nel mondo accade ciò che è. Quindi in altre parole ci deve
essere accordo per l’appunto, una specie di isomorfismo avrebbe poi detto Wittgenstein qualche tempo
dopo, un isomorfismo tra ciò che succede nel linguaggio e ciò che succede nel mondo. Ricordatevi però che
Platone parlava a livello praticamente di quelli che abbiamo chiamato i predicati atomici, come
raffigureremo noi oggi queste definizioni? La frase che citavo prima appunto, che poi Tarski ha reso noto
nel suo linguaggio, è questa qui: la frase che dice "la neve è bianca" se e solo se la neve è bianca. Se però io
lo dico a parole, ovviamente la cosa non si capisce assolutamente, perché dire che la neve bianca se e solo
perché la neve è bianca, sembra una tautologia. E’ rosso
ciò che
rosso e così via; in realtà, notate nel motto scritto nella slide, la
prima frase “la neve è bianca” è tra virgolette, la seconda frase

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“la neve è bianca” è senza virgolette. Che cosa significa questo? Significa dire che la frase “la neve è
bianca “ è vera nel linguaggio se e solo se effettivamente la neve è bianca. La seconda parte senza virgolette
esprime un fatto, mentre la prima parte tra virgolette esprime invece una citazione, sta parlando di una frase
del linguaggio. Ecco qui la raffigurazione metaforica di questa frase “la neve è bianca”, abbiamo qualcuno
che scia, ovviamente visto che queste sono cose che succedevano in Grecia, questi sono i campi del monte
Olimpo, dove ovviamente c’è sempre molta neve e dove si scia da dei si potrebbe dire, ma non si scia da
dio. Ebbene, scherzi a parte, comunque bisogna stare attenti, perché in realtà identificare questa con la
definizione di verità sarebbe un errore nuovo. La neve è bianca se e solo se la neve è bianca, cioè la neve
bianca tra virgolette, se e solo se la neve è bianca senza virgolette, è un'affermazione che definisce
effettivamente che cosa vuol dire essere vero, ma lo definisce soltanto per frasi di questo genere, cioè frasi
del tipo la neve è bianca. Ora queste frasi che cosa hanno? Hanno un soggetto, cioè la neve, hanno un
predicato, cioè essere bianchi e la frase “la neve è bianca” è semplicemente un predicato applicato ad un
soggetto. Ebbene queste frasi sono quelle che noi abbiamo chiamato formule atomiche, quando abbiamo
parlato di Crisippo agli inizi del caso proposizionale, allora la definizione di Platone era praticamente il
primo passo, cioè diceva che cosa significa essere vero e naturalmente di conseguenza che cosa significa
essere falso, ma soltanto per le formule più semplici, più rudimentali del linguaggio, cioè quelle che per
l’appunto vengono chiamate formule atomiche. Ora il linguaggio in generale, ma soprattutto quello che a
noi interessa il linguaggio matematico, è un linguaggio costruito a strati. Si parte dalle formule atomiche e
per le formule atomiche la definizione di verità sarà questa qui, cioè una forma atomica è vera, se ciò che
essa esprime succede effettivamente nel mondo, se c'è corrispondenza tra il linguaggio e il mondo stesso, fra
il linguaggio e la realtà, ma non bastano le formule atomiche. Se noi parlassimo soltanto con formule
atomiche saremo insomma quasi degli schizofrenici, diremmo la neve è bianca, oggi ho mangiato, eccetera,
senza mai mettere insieme queste frasi, farle diventare delle cose più complicate e soprattutto senza mai
fare dei ragionamenti, perché i ragionamenti fanno coinvolgere le particelle del linguaggio, tipo i connettivi,
in particolare le implicazioni. Allora il secondo livello per la definizione di verità consiste nel dire quand'è
che una frase composta è vera, una volta che noi sappiamo quando le sue componenti, cioè proprio queste
frasi atomiche, sono vere o sono false, si tratta di fare un passo avanti oltre Platone, di non limitarsi soltanto
alle frasi atomiche, ma di cominciare a considerare le frasi più complesse e questo è stato per l’appunto il
secondo livello. Il secondo livello che ovviamente si fece molto in seguito a Platone; in realtà, subito dopo
Platone venne Aristotele, ma anche Aristotele nella metafisica non va oltre la definizione di verità per via di
Platone, molto spesso qualcuno dice che in realtà la definizione di verità la si trova per la prima volta nella
metafisica, cioè si è consci che non fu Tarski a dare questa prima definizione, ma si pensa che Aristotele sia
Aristotele stato il primo. Ora è vero che nella Metafisica, soprattutto nel quarto libro, nel libro
Metafisica gamma della metafisica che è quello più logico, di cui abbiamo parlato spesso e
soprattutto nella lezione dedicata ad Aristotele, c’è questa definizione di verità, cioè “è vero dire di ciò che è
che è e di ciò che non è che non è” ed è falso dire di “ciò che è che non è e di ciò che non è che è”, sembra
quasi uno scioglilingua, ma in realtà questo risale a Platone. Stavo dicendo insomma che bisogna salire ad
un secondo livello, bisogna andare oltre e andare oltre significa andare alla logica degli stoici, cioè andare a
fare questa seconda analisi del linguaggio, cioè “l'analisi proposizionale che consiste dei connettivi”. Questa
analisi, come voi sapete, la fece Crisippo, al quale pure a lui abbiamo dedicato un'intera lezione, quindi
vedete stiamo un po’cercando di tirare i fili di ciò che abbiamo detto, però concentrandoci questa volta su
questo problema essenziale della verità, che è il centro, il nucleo della logica moderna ed anche antica.
Crisippo diede come suo contributo massimo, essenziale alla logica, la definizione di cosa significa verità
nel caso della logica proporzionale, delle formule proposizionali. Rivediamo allora brevemente, qual'è l'idea
fondamentale di questa definizione di verità di Crisippo. Anzi tutto dobbiamo rivedere brevemente che cosa
significa logica proposizionale. Abbiamo parlato poco fa di predicati atomici e la logica proporzionale
mette insieme questi predicati atomici attraverso delle particelle del linguaggio che si chiamano appunto i
Crisippo connettivi. Quali sono i connettivi? I connettivi sono i soliti, li abbiamo
Verità proposizionali detti tante volte, ormai dovreste averli imparati anche voi che avete
seguito queste lezioni, sono “la negazione”, “la congiunzione”, “la disgiunzione” e “l'implicazione”. In
corrispondenza a ciascuno di questi quattro connettivi fondamentali della logica proporzionale, c'è una

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definizione di verità che va a dire quand'è che una negazione è vera o falsa, quand'è che una congiunzione è
vera o falsa, quand'è che una disgiunzione è vera e falsa e quand'è che una implicazione è vera o falsa.
Queste definizioni di verità sono il nucleo centrale della logica proporzionale, così come oggi viene
insegnata attraverso, per esempio, le tavole di verità che risalgono a Wittgenstein, ma che è stata già
introdotta e definita per la prima volta da Crisippo. E allora andiamo a ripassare anche queste nozioni,
vediamo com’è definita la verità a livello proporzionale per i vari connettivi. Primo connettivo è la
negazione: ricordatevi che questi sono i simboli quello logico e quello insiemistico che corrispondono alla
Negazione (¬, –) negazione (¬, –). Quand'è che una negazione e vera e quand'è che una
 Negazione vera se negazione è falsa? La negazione è un operatore che inverte il valore
negato falso di verità, tramuta il vero nel falso e il falso nel vero ed ecco che
allora
 Negazione falsa se una negazione sarà vera se ciò che viene negato è falso e una
negazione
negato vero sarà falsa se ciò che viene negato è vero. In altre parole, la definizione di
verità della negazione si rifà completamente alla verità o falsità di ciò che viene negato; una volta che noi
sappiamo che ciò che viene negato è vero o falso, sappiamo anche se è vera o falsa la sua negazione e in
particolare basta prendere il valore di verità di ciò che viene negato, cambiarlo nel suo contrario, cioè
cambiare il vero nel falso, il falso nel vero e si ottiene la definizione di verità per la negazione. Tutto questo
è abbastanza banale e abbastanza semplice. Il prossimo passo è passare al “connettivo di congiunzione” e
vediamo allora che cosa succede in questo caso Anzitutto abbiamo qui i due simboli quello logico e quello
insiemistico che corrispondono alla congiunzione (^, ∩) ed ecco che abbiamo i seguenti due casi, cioè
Congiunzione (^, ∩) dobbiamo dire quand'è che una congiunzione è vera e dobbiamo dire
 congiunzione vera se quand'è che una congiunzione è falsa. Nel caso della
congiunzione
tutti i congiunti veri abbiamo anzitutto un qualche cosa che è chiaro dagli inizi, cioè
 congiunzione falsa se stiamo dicendo che è vero questo e quell’altro e allora cosa vuol dire
almeno un congiunto falso che è vera una congiunzione? Vuol dire che i suoi congiunti, cioè le
due parti che formano la congiunzione sono tutti e due veri ed ecco perché abbiamo scritto da prima qui
nella slide, che una congiunzione è vera se tutti i congiunti sono veri; dico tutti i congiunti perché si possono
fare ovviamente congiunzioni non soltanto con due congiunti, questo e quello, ma con un numero
qualunque, questo e quello e quell’altro e quell’altro ancora, eccetera e comunque una congiunzione, anche
plurima in questo caso, è sempre vera nel caso in cui tutte le sue parti sono vere e allora di conseguenza
abbiamo immediatamente che una congiunzione è falsa se almeno un congiunto è falso. Basta una delle cose
di cui stiamo affermando la congiunzione, basta che una sia falsa per rendere falsa tutta la congiunzione.
Ovviamente anche tutte le altre potrebbero essere vere, ma se noi diciamo è vero questo e quello e quello e
quello e un primo congiunto è già falso, anche se tutti gli altri sono veri, ovviamente l’intera congiunzione
rimarrà falsa. Quindi in questo modo, attraverso questa che praticamente è una forma verbale della tavola di
verità della congiunzione, Crisippo riuscì a decidere che cosa significa verità per i due connettivi principali
negazione e congiunzione. Quindi la negazione scambia fra di loro il valore di verità, vero e falso e la
congiunzione è vera solo in un caso, cioè quando tutti i congiunti sono veri ed è falsa negli altri casi. Notate,
nel caso di due congiunti, i casi sarebbero quattro, perché potrebbero essere tutti e due veri o tutti e due falsi
o il primo vero e il secondo falso o il primo falso ed il secondo vero, ebbene questa definizione di verità dice
che solo il caso in cui tutti e due sono veri rende la congiunzione vera, gli altri tre casi, sono tutti casi che
rendono la congiunzione falsa. Ora non ci sarebbe bisogno di andare oltre, perché si potrebbe definire tutta
la logica proposizionale, anzi si può definire la logica proposizionale usando soltanto i due connettivi
fondamentali, cioè negazione e congiunzione, però naturalmente si possono dare direttamente le definizioni
di verità anche per gli altri connettivi ed quello che adesso facciamo direttamente senza preoccupazioni.
Quand’è che la disgiunzione è vera e quand’è che la disgiunzione è falsa? Innanzi tutto, qui ci sono i due
simboli che si riferiscono alla disgiunzione, come al solito quello logico e quello insiemistico (V, U). Ora
la disgiunzione è praticamente il contrario, cioè si comporta in una maniera che i logici tecnicamente

150
Disgiunzione (V, U) chiamano duale rispetto alla congiunzione. Nel caso congiunzione
 disgiunzione falsa se c’era un solo caso in cui la disgiunzione era vera ed era quello in cui
tutti i disgiunti falsi tutti i congiunti fossero veri, ebbene qui nel caso della disgiunzione
 disgiunzione vera se la cosa è analoga, poiché si comporta al contrario, cioè è analoga al
almeno un disgiunto vero caso della falsità. Questo significa che una disgiunzione è falsa, quando
tutti i suoi disgiunti sono falsi. Se stiamo dicendo che o questo succede oppure quell’altro oppure quell’altro
oppure quell’altro, c’è un solo caso in cui non è vero quello che stiamo dicendo ed è quando tutte queste
cose, tutte queste alternative che noi stiamo mettendo insieme sono tutte false. Quindi la disgiunzione è falsa
solo in un caso, quando tutti i disgiunti sono falsi e allora in tutti gli altri casi la disgiunzione sarà vera. Ora
però quali sono tutti gli altri casi? Se non è vero che tutti i disgiunti sono falsi, almeno uno di essi sarà vero
ed ecco che la disgiunzione è vera se almeno un disgiunto è vero. Allora in questo modo abbiamo
praticamente data la definizione di verità dei tre connettivi più semplici, più elementari, cioè negazione,
congiunzione e disgiunzione; in particolare siamo riusciti a ridurre verità o falsità della congiunzione, della
disgiunzione e della negazione, alla verità o falsità delle cose che vengono negate o che vengono congiunte
o che vengono disgiunte. Rimane ancora un connettivo, che come ho già detto prima si potrebbe eliminare,
perché ovviamente questo connettivo, l'implicazione, si può definire in base a questi altri, cioè in base alla
negazione e alla congiunzione oppure in base alla negazione e alla disgiunzione; però possiamo andare a
vedere direttamente come viene definita la verità per l'implicazione, perché anche questo è istruttivo. Al
solito abbiamo la tabellina, le due forme sintattiche della negazione, i due simboli che corrispondono alla
negazione, il primo è quello logico e il secondo è quello insiemistico(=>, ). Quand’è che una implicazione
è vera o quand'è che un'implicazione è falsa?
Implicazione (=>, ) Qui le cose sono un pochettino più complicate, però ricorderete
 implicazione falsa se dalla lezione di Crisippo, che Crisippo riuscì proprio in
questo o
ipotesi vera e conclusione falsa meglio la Scuola Megarica riuscì più che la Scuola stoica,
 implicazione vera se riuscirono comunque questi greci, a definire il valore di
verità
ipotesi falsa o conclusione vera dell'implicazione, usando soltanto i valori di verità della premessa
e della conclusione di questa implicazione. Come fecero ad arrivare a questa definizione vero funzionale,
l'abbiamo chiamata, dell'implicazione? Ebbene lo fecero appunto andando ad analizzare la definizione di
verità di questa implicazione ed in particolare osservando la prima parte della nostra slide, cioè
“l'implicazione è falsa se l'ipotesi è vera e la conclusione è falsa”. Facciamo un momento di meditazione su
questo, perchè questo è un punto veramente centrale. Cosa significa quando noi partiamo da un'ipotesi vera,
facciamo un ragionamento ed arriviamo alla fine ad ottenere una conclusione falsa? Siamo partiti dal vero,
abbiamo fatto un ragionamento, siamo arrivati al falso ed è chiaro che il ragionamento dev’essere stato
sbagliato, perché se il ragionamento fosse stato corretto e questo è il motivo per cui si ragiona, partendo dal
vero, facendo un ragionamento corretto, saremo arrivati a qualche cosa di vero e invece qualcosa è andato
storto, cioè siamo partiti dal vero, abbiamo fatto un ragionamento e siamo arrivati al falso. Quello che è
andato storto e precisamente l'implicazione. Allora un'implicazione in cui si parta dal vero, cioè la premesse
è vera e si arrivi al falso, cioè a una conclusione falsa, deve essere un ragionamento sbagliato e per questo
abbiamo scritto che un'implicazione è falsa, se l'ipotesi è vera e la conclusione è falsa. Benissimo su questo,
come si dice, non ci piove. Il problema è: gli altri casi come funzionano? Cioè quando si parte, per esempio,
dal vero e si arriva al vero, il ragionamento è corretto? A prima vista ovviamente non c'è nessun motivo di
credere che il ragionamento sia corretto, si potrebbe essere partiti da un'affermazione vera, aver fatto un
ragionamento completamente fuori dal seminato e poi dopo essere arrivati comunque ad una conclusione
vera oppure essere partiti dal vero ed essere arrivati appunto a qualche cosa di diverso. Allora se si parte dal
vero e si arriva ad una conclusione vera, questo non è automaticamente un motivo per credere che il
ragionamento sia corretto, però quello che a noi interessa sono soltanto i valori di verità. Se siamo arrivati
ad una conclusione vera, non c'importa da dove siamo partiti e questa è l'idea per l’appunto fondamentale
della logica stoica, della logica di Crisippo, in altre parole quella condizione che abbiamo visto prima, che è
una condizione necessaria per la verità della implicazione, cioè non può essere vera un'implicazione che
151
parte da un ipotesi vera e arriva a una conclusione falsa, se questa condizione la si mette a testa in giù e la si
fa diventare una condizione, direbbero i matematici, necessaria e sufficiente, la si fa diventare una
definizione dell'implicazione, allora l'implicazione è falsa soltanto nel primo caso e in tutti gli altri casi è
vera. Allora oltre al primo al caso in cui l’ipotesi è vera e la conclusione è falsa, gli altri casi sono quelli in
cui l'ipotesi è falsa oppure la conclusione è vera. Ed ecco allora che abbiamo la seconda parte della nostra
definizione di verità per l'implicazione: un'implicazione è vera se o l’ipotesi è falsa o la conclusione è vera.
Questa è quella che dall'epoca della Scuola Megarica e della Scuola stoica viene considerata come la
definizione della implicazione. Questo è il campo di implicazione megarica oppure se volete di implicazione
vero funzionale. È un tentativo, riuscito tra l'altro, di completamente dimenticarsi di tutti i connotati
semantici, diciamo così, del ragionamento, limitarsi soltanto al fatto di vedere se l'ipotesi è vera o falsa e se
la conclusione è vera o falsa. In base a queste quattro possibilità, ipotesi vera o falsa, conclusione vera o
falsa, tutte combinate fra di loro, ebbene abbiamo una definizione vero funzionale della implicazione. Bene,
cosa abbiamo fatto finora? Abbiamo ricordato la soluzione di Platone e Aristotele per quanto riguarda la
definizione di verità delle formule atomiche, abbiamo ricordato la definizione vero funzionale delle formule
proporzionali data da Crisippo nella logica stoica. Che cosa rimane? Beh, rimane quello che è stato
introdotto di nuovo nella logica moderna. Ora questo che è stato introdotto di nuovo da Frege in avanti sono
stati i quantificatori praticamente, lo studio di tutti, qualcuno, nessuno. Ora sembrerebbe a questo punto
molto semplice estendere la definizione di verità e l'idea sarebbe la seguente che ho indicato però come
problema nella slide, quindi capirete che c'è qualche cosa che non va. Anzitutto cominciamo a considerare,
ricordatevi, la frase famosa: la neve è bianca, tra virgolette, se e solo se la neve è bianca, senza virgolette,
cioè una frase che dice la neve è bianca è vera se e solo se effettivamente succede che la neve sia bianca nel
Problema mondo.Come si può pensare di risolvere la questione della verità in una frase che
“per ogni x, A(x)” faccia intervenire un quantificatore, per esempio questo quantificatore universale
se e solo se “per ogni”. Si potrebbe dire la frase che dice: “per ogni x, A di x” è vero, cioè la
per ogni x, A(x) frase è vera se e solo se effettivamente nel mondo per ogni x., A di x è vero. Ora
qui però c'è un problema ed è per questo che appunto abbiamo intitolato questa slide problema. Il problema
è che mentre questo trucchetto di Platone e di Aristotele funzionava per quanto riguarda le formule
atomiche, nel caso dei quantificatori la cosa non funziona più, perché? Ma perché la neve è bianca senza o
con virgolette sono due cose che hanno senso indipendentemente; però dire qui “per ogni x, A di x”,
effettivamente questa è una frase che tutta insieme ha senso, ma se noi diciamo “per ogni x, A di x“ e
vogliamo andare a vedere se “A di x è vero”, ecco che questo non ha più nessun senso, perché qui c'è una
variabile, sarebbe come se io vi chiedessi: è vero che x è uguale due? Voi mi direste, ma scusi, che cosa
significa x, perché fino a quando non mi si dice che cosa vuol dire x, allora effettivamente io non posso dire
se x è uguale due oppure no; posso dire se ogni x è uguale a due, questo è chiaramente falso perché ci sono
molti x che non sono uguali a due oppure se qualche x è uguale due, allora questo è certamente vero perché
qualche x in particolare 2 è uguale a 2, ma nel momento in cui io lascio cadere questo quantificatore, lascio
cadere “per ogni” oppure “in qualche caso”, ebbene ecco che rimane qui una frase, rimane una formula tipo
A di x, per esempio x uguale 2 che non ha più nessun senso, perché c'è una variabile. Questo è il vero
problema che i logici hanno dovuto affrontare negli anni ‘30, non il problema che la neve sia bianca oppure
no, che appunto sapevano già risolvere Crisippo e ovviamente anche i filosofi dell'antichità greca. Allora chi
risolse questo problema? Chi risolse questo problema fu Tarski e il modo in cui lo risolse fu anzitutto
introdurre una distinzione tra il linguaggio e il meta linguaggio; non vi posso dire nei dettagli qual’è
effettivamente la soluzione, posso soltanto accennarla e l'idea di Tarski è che effettivamente noi non
possiamo dire che x è uguale 2 è vero o falso, perché dipende da che cosa significa x, però possiamo
Tarski far finta di non avere delle variabili, cioè possiamo introdurre, possiamo
(1936) ampliare il nostro linguaggio, mettendoci dentro dei nomi che corrispondono
Linguaggio e ad ogni oggetto e allora una volta che abbiamo dei nomi che corrispondono a
metalinguaggio ogni oggetto, dire per ogni x, A di x è vero significherà andare a vedere se è
vero che A vale per ogni cosa di cui abbiamo un nome, cioè poiché, abbiamo dato nome ad ogni cosa,
questo significa precisamente andare a vedere se A è vero per ogni cosa che esiste nel mondo. E’chiaro che
detta così questa soluzione sembrerà assolutamente fumosa, non si può d'altra parte parlare così di fronte ad

152
una telecamera, raccontare quello che è una definizione, una soluzione piuttosto tecnica. La cosa importante
per noi è comunque ricordarsi anzitutto che Tarski introdusse questa distinzione di livelli tra linguaggio e
metalinguaggio e ciò che riuscì a fare fu questo: anzitutto capire che stiamo cercando di definire la verità in
un certo linguaggio, il linguaggio è ciò di cui trattiamo; per esempio quando stiamo cercando di imparare
una lingua straniera, per esempio l’inglese, andiamo a scuola e ovviamente le prime cose che ci vengono
dette sono in italiano, noi stiamo cercando di imparare l'inglese, ma parliamo fra di noi con la professoressa
o il professore in italiano,; ecco allora che abbiamo due lingue, la lingua di cui si sta parlando, che è
l'inglese e la lingua nella quale si parla di quell'altra lingua che viene chiamata invece metalinguaggio, che è
l’italiano. Ebbene in matematica succede la stessa cosa; la lingua di cui si sta parlando viene chiamata il
linguaggio e la lingua nella quale si parla di quell'altra lingua viene chiamata metalinguaggio e la scoperta di
Tarski fu che queste due cose sono separate fra di loro. La prima parte della scoperta di Taski fu capire che
si può definire la verità nel meta linguaggio, non all'interno del linguaggio stesso.
Definibilità nel metalinguaggio La verità si definisce nel caso di Tarski per le formule atomiche,
 formule atomiche come faceva Platone ed Aristotele, nel caso dei connettivi come
 connettivi faceva Crisippo, nel caso dei quantificatori in questo modo che
 quantificatori vi ho detto, cioè allargando il linguaggio, introducendo nomi per
tutti gli oggetti che ci sono nel mondo. Questa però è una definibilità della verità nel metalinguaggio. Che
cosa succede nel linguaggio? Nel linguaggio succede quello che ci si potrebbe aspettare, cioè succede che il
paradosso del mentitore si può riprodurre, si potrebbe riprodurre all'interno del linguaggio se ci fosse una
definizione di verità che sta dentro al linguaggio e allora il teorema di Tarski dice che questa definizione
Indefinibilità nel linguaggio che lui ha dato e qualunque altra definizione della verità, si può
Paradosso del mentitore dare nel meta linguaggio, ma non si può trasferire all'interno del
linguaggio, in altre parole Tarski ha scoperto, esattamente come Goedel, una limitazione del linguaggio
formale, del linguaggio matematico, nessun linguaggio matematico può contenere la propria definizione di
verità, perché se lo potesse fare si potrebbe riprodurre il paradosso del mentitore. Come vi detto prima,
naturalmente queste non sono le uniche teorie del linguaggio che sono state proposte. Ed ecco che allora vi
faccio vedere semplicemente qui le figure di due personaggi, due famosi filosofi, Austin che è questo
signore qui in primo piano e Kripke che è questo signore che gli
sta dietro alle spalle gridacchiandosela.
Son o due filosofi degli anni 50, uno più vicino a noi, ancora tutt’ora in
attività negli anni ‘70-‘80, due fra i tanti, che hanno proposto teorie
alternative a quella di Tarski per la verità. Come mai? Perché
quella di Tarski non funziona? Funziona ovviamente benissimo,
però in realtà funziona per i linguaggi formali, cioè i linguaggi tipo
quelli della logica matematica, i linguaggi della matematica e delle
scienze, ciò che Tarski non riuscì a fare fu quello di dare una
definizione di verità per l'intero campo dei linguaggi; per esempio
per l'italiano, per l’inglese, per i linguaggi soliti che noi usiamo nella vita. Austin e Kripke cercarono di fare
questo e in particolare vi dico soltanto due delle parole essenziali di queste nuove teorie, Austin (qui
scherzosamente abbiamo introdotto invece che la foto di Austin, la foto di un qualcosa che si chiama Austin
pure lei, cioè la famosa mini minor, che era fatta dalla casa automobilistica Austin e si chiamava la Austin
mini), ebbene, l'idea della teoria del linguaggio di Austin, è quella che il linguaggio si riferisce soltanto a
situazioni, non c'è una verità assoluta praticamente nell'empireo, ma ci sono soltanto verità relative

153
a certe situazioni, ciò che può essere vero in una situazione può essere
falso in un'altra situazione, tutto deve essere riferito alla situazione.
Dunque la teoria del linguaggio di Austin è qualche cosa che non
parla di verità di una frase, ma parla di verità di una frase in una certa
situazione, introduce qualche cosa di più. Invece Kripke fece
qualcosa di diverso, nel 1975 fece una teoria che parla di
atterraggio; ovviamente quando parliamo di atterraggio pensiamo ad
aerei ed ecco che per questo che abbiamo messo qui in questa figura.
L’idea di Kripke è che le frasi del linguaggio comune possono
essere anche molto complicate, ovviamente molto più
complicate di quelle del linguaggio formale; la semplicità del
linguaggio formale, rispetto a quello del linguaggio naturale, è
che praticamente noi prendiamo una qualunque frase, la
scomponiamo, togliamo i quantificatori, togliamo i connettivi,
arriviamo alla fine a qualche cosa che sono le formule
atomiche, delle quali formule atomiche la verità è nota, perchè
si riferisce appunto a quel trucchetto di Platone e Aristotele “la
neve è bianca se e solo se la neve bianca”. Kripke dice il linguaggio naturale è qualcosa di molto più
complicato, quindi in generale non è possibile fare questa discesa cioè scomporre le frasi, diciamo così, in
modo da arrivare a delle costituenti atomiche alle quali ci si può riferire per definire la verità, però dice
Kripke in qualche modo bisogna avere appunto un atterraggio, perché ci sono tante frasi che non hanno
nessun valore di verità, proprio perché in qualche modo non riescono mai a discendere dal livello
dell’astrazione fino ad atterrare a livello della concretezza. In altre parole, la teoria di Kripke fa vedere che è
possibile in certe situazioni non assegnare i valori di verità a delle frasi e questo in qualche modo si
ricollega al problema che il paradosso del mentitore già aveva già messo in luce agli inizi di questa storia,
cioè in altre parole le frasi che possono essere dichiarate vere o false effettivamente sono soltanto quelle che
prima o poi riescono ad atterrare dall’astrazione nella concretezza e allora riescono a fondarsi sul mondo
reale. Naturalmente non ho preteso in questo modo di riuscire a spiegarvi quale fosse la teoria di Austin nel
caso delle situazioni o la teoria di kripke nel caso dell'atterraggio, però certamente volevo almeno dirvi che
in realtà la soluzione di Tarski che viene considerata più che soddisfacente per quanto riguarda i linguaggi
formali, non è sufficiente per quanto riguarda invece i linguaggi naturali. Per i linguaggi naturali la storia è
un pochettino più complicata e quindi effettivamente bisogna fare qualche cosa di più. Che cosa bisogna
fare di più adesso dal p.di v.nostro? Beh, noi siamo arrivati alla fine di questa lezione, quasi alla fine ormai
del nostro corso sulla verità, comunque ho voluto soffermarmi per un'intera lezione, perché questo era uno
dei punti centrali della nostra storia e in effetti era uno dei punti con i quali siamo partiti. Abbiamo detto che
uno degli scoprì della logica moderna era precisamente quello di arrivare a definire esattamente quali sono i
confini della verità, ebbene credo che vi ho fatto vedere, più o meno, che attraverso passaggi successivi,
attraverso Platone, Aristotele e Crisippo e poi altri si è effettivamente riusciti
Wilde a risolvere questo problema. Termino questa lezione semplicemente
“chi dice la verità prima con una battuta, che è una battuta di Oscar Wilde, che riguarda la verità
o poi viene scoperto” e questo potreste impararlo attenzione, perchè diceva Oscar Wilde: chi
dice la verità prima poi viene scoperto. Ebbene allora vi rilascio con questo gioco di parole e vi do
appuntamento per le ultime lezione del corso di logica che ci rimangono.
.

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LEZIONE 18: L’enigma dell’informatica
Benvenuti all'ultima lezione sui personaggi della logica. Non è l'ultima lezione del nostro corso, ne faremo
ancora due di seguito, le prossime due, che poi saranno lezioni di ricapitolazione e invece questa è l'ultima
lezione nella quale ci interessiamo di un personaggio, come abbiamo fatto praticamente per tutto il corso.
Questo personaggio forse è uno tra i più interessanti tra quelli della logica matematica, è un personaggio
ovviamente abbastanza recente, contemporaneo, è vissuto nella prima metà del secolo e si chiama Alan
Turing . La nostra lezione si intitola "l'enigma dell'informatica", come mai? Vediamo anzitutto perché il
termine enigma, in effetti questo personaggio ha avuto una vita che è stata in molti sensi, in molti versi
enigmatica, ma c’è anche un motivo più preciso che dirò al momento opportuno. Inoltre come mai
dell'informatica? Perché, vi ricorderete, abbiamo iniziato la nostra carrellata dei personaggi, la nostra storia
della logica ai tempi della Grecia, ai tempi quindi della filosofia e poi ci siamo accorti pian piano che la
logica stava mutando aspetto, è incominciata come un'analisi filosofica e tra l'altro i primi logici erano per
l’appunto dei filosofi; ricorderete i nomi dei primi grandi logici dei quali abbiamo parlato, Platone,
Aristotele, Crisippo e così via, poi siamo arrivati attraverso il Medioevo, attraverso la Scolastica e poi
nell'800 ci siamo accorti che la logica matematica ha avuto quasi una mutazione genetica, cioè è diventata,
per l’appunto quello che indica l'aggettivo nella seconda parte del suo nome, cioè è diventata parte della
matematica, cioè è partita come un'analisi filosofica del ragionamento, è diventata un'analisi matematica del
ragionamento matematico. Ebbene questa è stata la sua seconda vita, la sua seconda pelle come i serpenti,
ma nell'ultima parte della nostra storia, che è anche poi tra l'altro quella che ci introduce ai tempi moderni,
vedete qui vicino a me appunto un computer, ebbene dicevo nell'ultima parte della sua storia la logica
matematica è stata collegata con l'informatica, collegata addirittura in un senso molto preciso, perché
l'informatica, cioè lo studio dei computer è nata proprio da problematiche logiche ed è nata soprattutto con il
personaggio del quale parliamo oggi che si chiama Alan Turing. Come al solito introduciamo perlomeno i
paletti della sua vita, la data di nascita e la data di morte. Turing è nato nel 1912 ed è morto nel 1954;

155
noterete subito immediatamente che morto piuttosto giovane, ha 42 anni e spiegheremo anche come mai,
non è morto in maniera naturale, si è suicidato addirittura e vedremo anche
perché si è suicidato.
Ebbene però dobbiamo incominciare a vedere quali sono stati i
risultati, le problematiche che Turing ha studiato nella sua vita e
quali sono stati soprattutto i frutti di questa sua ricerca. Turing è stato
veramente un personaggio singolare, anche perché nella sua vita,
nella sue ricerche ha trattato gli argomenti che hanno spaziato dall'analisi
dei primi computer, dalla invenzione dei primi computer fino a cose
completamente slegate apparentemente da quelle che ho appena
detto, come lo spionaggio, lo studio del DNA e così via; quindi avremo in questa nostra lezione da spaziare
in argomenti che sono abbastanza diversi uno dall'altro. Andiamo a vedere meglio la lista di questi
argomenti, la lista di questi contributi che Turing ha lasciato al pensiero moderno. Questi contributi, come
vedete, sono parecchi; noi ci concentreremo meglio su cinque punti , che sono anzitutto le macchine Turing,
quelle che portano il suo nome; poi parleremo di spionaggio e vedremo come mai, parleremo
di informatica, di intelligenza
1. macchine di Turing artificiale e morfogenesi. Argomenti che, come vi ho detto, non sono
2. spionaggio completamente legati l'uno all'altro, perchè Turing in realtà come tra
3. informatica l'altro succede spesso agli scienziati, ha fatto nella sua vita sempre la
4. intelligenza artificiale stessa cosa, cioè aveva un interesse particolare che era quello di cercare
5. morfogenesi di capire, di carpire anzi addirittura i segreti che stavano nascosti, scritti
da qualche parte in qualche linguaggio. Ecco che allora, questa idea di carpire i segreti è un po' quello che è
il filo conduttore, diciamo così, di questa sua ricerca, perchè ovviamente la ricerca sulle macchine di Turing
era il tentativo di capire quali sono i segreti della macchina, cioè cercare di vedere che cosa può fare una
macchina, che cosa può pensare una macchina, che cosa può calcolare una macchina. Lo spionaggio, non
c'è bisogno che lo dica, ovviamente lì il carpire segreti è effettivamente la questione centrale, la questione
cruciale. L'informatica è nata per l’appunto da una realizzazione pratica di quelle che sono state le macchine
di Turing, che invece erano un modello teorico di calcolatore. L'intelligenza artificiale è cercare di spingere
ai limiti del possibile le potenzialità del computer.Turing è stato colui che ha inventato praticamente, che ha
sognato, non si sa se questo sia un sogno o un incubo e naturalmente se questa è un'attività onirica dipende
dai p.di v. sul quale dei due aspetti sia determinante, comunque Turing è stato il primo che effettivamente ha
sognato di far pensare le macchine, cioè ha cercato di carpire il segreto per l’appunto del pensiero e di
riuscire a metterlo addirittura su una macchina e poi la morfogenesi, cioè il tentativo di capire com’è
possibile creare degli organismi come quelli che sono viventi, dalle piccole cose della vita, dalle piccole
piante eccetera, fino a quelle più grandi, animali, uomo e così via. Com’è possibile creare delle forme che
abbiano altre dimensioni a partire da un'informazione che come tutti sappiamo è codificata nel DNA. Questi
sono le direttive, diciamo così, del pensiero e della ricerca di Turing. Andiamo pian piano a vedere da vicino
che cosa ha fatto effettivamente Turing nella sua vita e ovviamente il suo nome, come ho già detto, è legato
a questa invenzione che si chiama macchina di Turing.
La macchina di Turing, Turing l’ha studiata nel periodo che va dal ‘36 al ‘39. Vi ho detto che Turing è
nato nel 1912, quindi nel 36 aveva 24 anni. La domanda che si pose praticamente per scrivere la sua tesi è:
1. Macchine di Turing che cosa si può calcolare meccanicamente, cioè che cos'è possibile far
Cha cosa è calcolabile fare a una macchina dal p.di v. dei calcoli? Ora, anzi tutto, richiamiamo
meccanicamente? la questione dell’incompletezza di Goedel, perchè qui si ripete la stessa
e storia sattamente, cioè Turing che è nato nel 1912, fa la sua prima grande ricerca, la sua prima scoperta nel
1936, cioè a 24 anni, esattamente l'età che aveva Goedel quando fece la sua tesi di laurea e dimostrò il suo
primo grande teorema di completezza della logica dei predicati e come ricorderete dalle due lezioni che
abbiamo fatto su Goedel, nel 1931 a 25 anni dimostra il suo teorema più noto, quello che gli ha dato la
rinomanza che ancora oggi ha, il famoso teorema di incompletezza, che era il tentativo di far vedere che i
sistemi matematici usuali sono incompleti, cioè ci sono, ricorderete la metafora che abbiamo usato facendo
vedere un immagine di un mafioso, delle verità indimostrabili, ebbene queste due cose di Turing e Goedel

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non sono slegate. Ora questo teorema naturalmente all'epoca fece un certo scalpore, la sua dimostrazione era
abbastanza complicata, perlomeno per gli schemi tecnici dell'epoca e allora molte persone cercarono di
studiare questa dimostrazione e di riformularla in una maniera diversa e questo precisamente è quello che
fece Turing nella sua tesi agli inizi, cioè cercare di dire: io vorrei riformulare questi teoremi di Goedel in
una maniera che sia più lontana possibile da questa astrazione legata alla matematica e più vicina possibile
alla concretezza, di quello che oggi noi diremmo dei computer, ma all'epoca ricordiamoci che i computer
non c'erano. In questo tentativo di riformulare l'essenza del teorema di Goedel attraverso un modellino
meccanico Turing arrivò appunto alla progettazione, diciamo così, teorica di quelle che oggi si chiamano le
macchine di Turing. La domanda come ho detto è: che cosa è calcolabile meccanicamente? Ora cerchiamo
di vedere più da vicino che cosa effettivamente fece Turing. Dunque anzitutto voi sapete, lo avete provato
anche voi, perché sarete andati a comprare, a fare la spesa al mercato, in un negozio e così via, avrete
dovuto prima o poi fare dei calcoli e quando si fanno dei calcoli in genere si seguono delle regole, che sono
regole meccaniche, cioè s'insegnano queste regolette ai ragazzi già nelle scuole elementari e fare calcoli,
fare di conto non è una cosa molto complicata, ma appunto l'idea di Turing è che questo fare di conto,
questo fare calcoli, dovrebbe esser qualcosa di talmente poco complicato, che dovrebbe essere possibile
farlo fare direttamente ad una macchina. Ora questa è un'idea vecchia come il mondo ovviamente, non è
stato Turing il primo a pensare di costruire delle macchine che potessero fare i conti. Infatti i primi che
hanno provato al mondo a fare delle vere e proprie macchine calcolatrici, notate macchine calcolatrici e non
un calcolatore, dirò presto qual è la differenza fra queste due approcci, dicevo, quelli che hanno provato a
fare questo primo tentativo sono questi due signori, che notate sono stati due filosofi, cioè Pascal, questo
signore che sta sulla sinistra e Leibniz che invece abbiamo già visto più volte nelle nostre lezioni
precedenti, tutti e due vissuti nel secolo diciassettesimo, nel 1600 e la loro risposta perlomeno provvisoria
era che è possibile calcolare meccanicamente perlomeno la somma ed il prodotto di numeri interi, cioè per
esempio fare 3+5 non è complicato, lo può fare certamente una macchinetta, fare 3 x 5 è un pochettino più
complicato, ma certamente non è una cosa così stratosferica da non essere possibile da essere fatta da una
macchina. Ora che cosa fece effettivamente anzitutto Pascal? Pascal costruì un meccanismo che era fatto
attraverso delle ruote dentate e questo meccanismo era la
prima macchina, la prima vera e propria macchina
calcolatrice della storia, cioè ruote che giravano in maniera
che si potesse impostare sulle varie rotelle le cifre dei numeri
che si volevano sommare e qualcuno di voi forse ricorderà,
certamente non i più giovani, ma io ricordo ancora mio
padre per esempio, che aveva una vecchia calcolatrice a
manovella, questa manovella appunto girava, si impostavano
i numeri facendo praticamente girare delle rotelle, si faceva
girare questa manovella tante volte quanto serviva e si facevano in questo modo le somme. Io come potete
vedere non è che abbia 200 anni, cioè sono nato del 1950, questo vuol dire che quando io ero bambino
ancora negli anni ‘50, negli anni ‘60, questo era il modo in cui venivano fatti i calcoli in maniera automatica
negli uffici normalmente. C'erano già ovviamente computer a quell'epoca, ma non erano così ubiqui come
sono oggi su tutte le scrivanie, anche dove non dovrebbero essere forse. Ebbene dicevo, l'inizio di questa
storia, diciamo così, della meccanizzazione del calcolo, è per l’appunto la macchinetta di Pascal e poi
Leibniz che era un gran matematico, come vi ho già detto più volte e che è stato colui che ha inventato
addirittura anche l'analisi infinitesimale, il calcolo infinitesimale insieme a Newton, migliorò questa
invenzione di Pascal, la migliorò facendo fare alla macchinetta di Pascal, aggiungendo ovviamente alcune
rotelle, cambiando un pochettino il meccanismo, anche i prodotti. Ora all’epoca si pensava che questa fosse
la fine, perché in realtà facendo girare le rotelle al contrario invece di fare le somme si potevano fare le
sottrazioni, facendo girare al contrario le rotelle della macchinetta di Leibniz, invece di fare i prodotti, si
potevano fare le divisioni, quindi le quattro operazioni fondamentali, quelle che sono per l’appunto la base
dell'aritmetica, cioè somma, prodotto, sottrazione e divisione. Queste quattro operazioni fondamentali dopo
Leibniz e Pascal si potevano meccanizzare, cioè c'erano delle macchinette, le famose macchine calcolatrici,
che potevano fare queste operazioni. Ora per i matematici la storia finisce lì, perché i matematici sanno che

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tutte le altre operazioni delle quali si fa uso nella matematica correntemente, vengono definite a partire dalla
somma e il prodotto, anzi addirittura già il prodotto è definito a partire dalla somma, perché il prodotto è,
quello che dicono i matematici, una iterazione della somma e poi iterando via via il prodotto si ottengono le
funzioni esponenziali, tutti gli esponenziali e così via. Quindi praticamente tutte le altre funzioni sono
combinazioni della somma e del prodotto, al punto che quando si dovete dare un'assiomatizzazione della
aritmetica, Peano, Dedekind, Hilbert e così via, cercarono quali erano le verità fondamentali dell'aritmetica
e scoprirono appunto che era necessario dare le proprietà fondamentali di somma e prodotto, il resto
seguiva. Però ovviamente è molto complicato ridurre tutto a somma e prodotto; quindi man mano che
crescono le necessità, man mano che c'è bisogno di calcolare più funzioni, le macchine calcolatrici di una
volta diventavano via via più grosse, si faceva quello che aveva incominciato a fare Leibniz, cioè si
potenziava via via la macchinetta di Pascal e si aggiungevano nuove funzioni. Qualcuno di voi ricorderà che
ancora qualche anno fa, questa volta non nel ‘30-‘40, ma una decina di anni, una quindicina di anni fa
semplicemente, si andava in giro con nel taschino una di queste calcolatrici tascabili, Texas-intrument per
esempio, che avevano alcuni tipi di operazione aritmetiche, cioè c'erano ovviamente la somma e prodotto,
c'erano a volte le radici, gli esponenziali, i logaritmi, le funzione trigonometriche e così via, un certo stock,
una certa quantità di funzioni che queste macchine potevano calcolare. Il problema di quest'approccio è
precisamente che ogni volta che si vuole avere una calcolatrice più potente, bisogna aggiungere delle
funzioni, bisogna aggiungere delle rotelle. Naturalmente queste prime macchine calcolatrici erano fatte per
l’appunto in maniera meccanica, poi pian piano sono diventate macchine elettriche, macchine elettroniche,
si dovevano aggiungere dei circuiti, cioè non ci sarebbe stata mai fine in teoria all’aggiunta di quello che si
poteva mettere in una macchina calcolatrice, ma l'idea fondamentale di Turing, nel 1936, fu di capovolgere
l'intera questione. Turing si pose la domanda che abbiamo detto, cioè “che cos'è che si può calcolare
attraverso la macchina”, diede questa risposta che oggi sarebbe forse una risposta banale, ma che non lo era
perché all'epoca non c'erano i computer, la risposta di Turing è che si può calcolare mediante una macchina
esattamente ciò che può calcolare un computer. Ora cerchiamo meglio di qualificare questa sua risposta,
cioè Turing capii che non si doveva continuare a potenziare via via le macchine calcolatrici facendole
diventare sempre più grandi, sempre più potenti, ma era sufficiente trovare una sola macchina che avesse un
minimo di potenza necessaria per leggere quello che oggi si chiamano semplicemente i programmi, cioè si
trattava non di ampliare la macchina, ma di arrivare ad una macchina che fosse in grado di leggere ed
seguire programmi e allora tutto il calcolo sarebbe stato riversato sul programma e la calcolatrice in questo
caso diventa una calcolatrice universale, cioè calcolatore Questa fu un'idea veramente geniale, notate 1936,
prima che s’inventassero quelli che si chiamavano i computer; anzi in realtà fu proprio Turing a capire
che da questa sua invenzione, che appunto era partita da problematiche completamente logiche, cioè il
tentativo di riformulare il teorema di Goedel, sarebbe stata possibile costruire effettivamente una macchina
Turing (1936) universale in grado di fare praticamente tutti i calcoli possibili. Ebbene
Ciò che può calcolare vi ricordate, l’ho appena detto poche frasi fa, l’idea Turing era in realtà
un computer quella di riformulare i teoremi di limitazione che Goedel aveva scoperto
nella sua ricerca e allora il famoso teorema per cui Turing introdusse queste macchine si chiamava “il
problema della fermata”, cioè Turing all’epoca era interessato alle limitazioni del meccanismo del
calcolatore o del computer e solo in seguito poi l'accento venne spostato sulle potenzialità di questa
macchina. E allora come mai e abbiamo messo qui un cartello di stop? Appunto perchè Turing riformulò le
limitazioni dei sistemi formali in termini di macchine e divenne famoso questo problema che lui introdusse,
che si chiama il problema della fermata. In altre parole i computer appunto si programmano, questi
programmi possono essere programmi che a volte danno dei risultati quando li si usa con certi dati e altre
volte invece possono non dare dei risultati, possono entrare in quella che è ormai un'espressione linguistica
inglese, ma che è diventata di uso comune, cioè quella
che si
chiama entrare in loop, che significa semplicemente un
circolo vizioso, incominciare a circolare; ebbene le macchine
calcolatori fanno praticamente questo a volte, quando il
programma li porta a fare questo. Allora ci si trova di fronte a

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due comportamenti diversi del computer, da una parte un comportamento per cui il computer lavora per un
certo periodo di tempo, magari molto lungo, ma poi ad un certo punto si ferma con una risposta e che dice la
risposta è questa, il risultato del calcolo è questo oppure c'è questa possibilità che il computer entri in loop
ad un certo punto e che quindi abbia questo comportamento infinito praticamente, non si ferma mai. Allora
Turing si chiese: è possibile distinguere a priori, dal di fuori, quando dato un certo programma e dato un
certo input, il programma su quell'input lì si fermerà oppure no? Questo è quello che appunto viene
chiamato il problema della fermata; la fermata ha a che fare con il fatto che il calcolo prima o poi arriva ad
un risultato, dunque si ferma oppure prosegue all'infinito. Ebbene Turing riuscì a dimostrare che questo
problema della fermata è indecidibile, non c'è nessun modo meccanico, non c'è nessun algoritmo, non c'è
nessuno computer che sappia in generale risolvere questo problema della fermata. Quindi vi accorgerete qui
che c’è una limitazione, un teorema di impossibilità ed è proprio questa la versione che Turing diede dei
risultati di incompletezza, dei risultati di indecidibilità che erano stati scoperti da Goedel e da i suoi seguaci
nella logica matematica. Quindi una versione completamente diversa legata alla macchina. Bene, fatto
questo, che cosa fece Turing? Era passato un pochettino di tempo, arrivarono gli anni della guerra e Turing
nel ‘40 – ‘45 incominciò a lavorare per lo spionaggio inglese. Naturalmente qui abbiamo messo il simbolo
dello spionaggio, cioè il Pentagono americano; gli inglesi e americani comunque erano alleati e quello che
fecero gli americani e gli inglesi, in particolare il team di Turing, fu una cosa che ebbe un grande influsso
sulla guerra, cioè i tedeschi usavano ovviamente un meccanismo per codificare i loro messaggi, lanciavano
degli ordini, ogni mattina si alzavano come tutti naturalmente,
però lanciavano anzi tutto la codifica del linguaggio che
avrebbero usato durante la giornata e poi da quel momento
lì in poi davano gli ordini soltanto in questa maniera codificata,
che si chiama appunto in gergo tecnico crittografato, cioè in
qualche modo mascheravano i loro ordini, li traducevano
in una lingua che non
era possibile tradurre per coloro che non avessero a
disposizione la macchina di traduzione e qual'è la questa
macchina? Questa macchina si chiamava l’Enigma, eccola
qua, questa è una foto ovviamente, si capisce abbastanza poco da una foto,
ma potete vedere comunque un certo numero di rotelle. Non era
nient'altro che una macchina calcolatrice, ma era una macchina che
non serviva in questo caso per fare dei calcoli, serviva bensì per
codificare le lettere dell'alfabeto; in altre parole queste rotelline
avevano un certo numero di dentini, ciascun dentino corrispondeva
ad una lettera dell'alfabeto, venivano piazzate agli inizi della giornata in
una maniera che era completamente casuale e dunque non c'era modo
di prevedere come
sarebbe stata la disposizione di queste rotelline e da quel momento in
poi e per tutta la giornata i messaggi venivano codificati scrivendo al posto
della A la lettera che la prima la rotella diceva di scrivere, al posto delle altre lettere quello che dicevano le
altre rotelle e la cosa diventava molto complicata. Ovviamente è sempre stato molto utile sapere durante la
giornata come venivano codificati i messaggi, perché i tedeschi erano sicuri che nessuno sarebbe riuscito a
decodificare i loro messaggi, a decodificare il loro trucco crittografico e quindi tranquillamente
continuavano a trasmettere senza nessuna preoccupazione i loro ordini. Ebbene lavorando per l’appunto a
questo problema, Turing riuscì effettivamente a decodificare il linguaggio degli Enigma. Agli inizi ci volle
molto tempo, cioè ci volevano alcuni giorni per riuscire a capire come funzionavano i messaggi di una certa
giornata. È chiaro che dal punto di vista bellico non era molto utile sapere una settimana dopo quali erano
stati gli ordini, ma alla fine le cose si affinarono e negli ultimi anni della guerra, pensate voi, i tedeschi
lanciavano questi messaggi, comunicavano tra di loro e senza sapere che effettivamente i comandi alleati
riuscivano a decrittare i loro messaggi praticamente in tempo reale, questo grazie Turing, a lavoro di Turing
che aveva già fatto appunto sulle macchine di Turing e che però riuscì in qualche modo ad applicare anche

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alla crittografia e ci furono anche degli episodi piuttosto tragici, poiché non si poteva far capire ai tedeschi
che ormai si era capito quale era il loro linguaggio perché altrimenti avrebbero cambiato il metodo e tutto il
vantaggio se ne sarebbe andato in fumo e quindi molte volte quando la cosa era piuttosto grave allora sì
esitava, si faceva finta di arrivare per caso magari sul luogo del bombardamento, dove i tedeschi avevano
detto la mattina che sarebbero andati e riuscire a fermare le navi, le portaerei, gli aerei e così via. Altre volte
purtroppo quando l'obiettivo magari non era così importante, gli alleati fecero finta di nulla, quindi sapevano
che i tedeschi sarebbero andati a bombardare una città, sarebbero andati magari a distruggere un paese e così
via, stavano zitti, facevano finta di nulla e forse con la morte nel cuore vedevano queste distruzioni.
Comunque questo è un aspetto un po' strano, cioè quest'uso bellico del calcolatore. Che cosa successe negli
anni immediatamente successivi? Beh, successe che proprio queste ricerche arrivarono a produrre quello che
oggi viene chiamato l'informatica.
3. Informatica Notate, gli anni sono tra i ‘45 e ‘50, quindi immediatamente dopo la fine
(1945-1959) della guerra e l'informatica non è nient'altro che la costruzione pratica di quelli
Costruzione che sono effettivamente i computer teorici, che Turing si era inventato nella
del computer sua tesi di laurea. Ora come mai l'informatica nacque da questi problemi? Ma
perché, proprio da una parte Turing, quando doveva fare questo lavoro di controspionaggio e dall'altra parte
in America, quando gli americani stavano cercando di costruire la bomba atomica, si accorsero che c'era
bisogno di fare un enorme numero di calcoli e questo enorme numero di calcoli, come veniva fatto? Oggi
l'avremmo fatto con i computer, ma all'epoca non c'erano i computer, quindi c'era una schiera di signorine
letteralmente, cioè tante ragazze che venivano arruolate, decine di migliaia, pensate voi, a Los Alamos e poi
in Inghilterra e queste ragazze funzionavano come oggi funzionano tutti i computer, cioè erano dedicate a
fare tutto il giorno sempre la stessa operazione. Qualcuno scriveva un programma e diceva tu fai quello, tu
fai quello, tu fai quell'altro e questa specie di orchestra che aveva ovviamente un direttore, quello che noi
oggi chiameremo il programmatore, faceva questi calcoli enormi. Dopo la guerra, con più tranquillità, sia
Turing da una parte che Von Neumann dall'altra pensarono che forse sarebbe stato meglio automatizzare
questa cosa. L'idea del computer nacque per l’appunto da problemi veri, lo spionaggio da una parte e la
bomba atomica, il nucleare dall'altra. Guardate qui, vi faccio vedere due foto dei primi computer, questo è il
computer al quale lavorò Turing in Inghilterra, si chiamava Colossus e come vedete il nome era
perfettamente adeguato. Il computer di oggi, che ha un piccolo hard disk, come quello che abbiamo, per

esempio sul nostro tavolo,


è enormemente più potente di questo Colossus che Turing aveva a disposizione. In realtà oggi questi
computer sono i computer di quelli che all'epoca sarebbero stati supercalcolatori. Guardate come il
computer in realtà prendesse l'intera stanza e poi anche stanze vicine; guardate qui i nastri che giravano
attraverso le rotelle, i famosi loop, che oggi naturalmente sono semplicemente correnti elettriche che
passano dentro il calcolatore. Guardate qui delle valvole che si intravedono e naturalmente i primi computer
venivano programmati in questo modo, cioè si andava col camice bianco e col cacciavite, quando si doveva
aprire un programma non si batteva mica sul tasto della tastiera come si fa oggi, com'è facile fare, ma
bisognava andava a svitare delle valvole, cambiare il posto delle valvole e cambiando le valvole si cambiava
la struttura del computer, lo si riprogrammava. Quindi una cosa completamente diversa e per questo, fino a
quando non furono inventati i computer da tavola, l'informatica era qualche cosa per addetti ai lavori.
Un'immagine invece dell'altro computer, il famoso Eniac, che fu costruito negli stessi anni in America da
Von Neumann è questo qui. Anche qui vedete un enorme batteria di aggeggi che venivano usati e questa la

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foto di Von Neumann orgoglioso vicino al suo giocattolo, vicino a questo Eniac. L’informatica nacque
precisamente da queste problematiche qui, con la costruzione di queste enormi macchine, di questi
enormi cervelli elettronici. Allora la metafora dei cervelli elettronici fu un qualche cosa che prese in qualche
modo la spinta da queste ricerche e fece arrivare Turing a proporre una domanda che sarebbe stata
abbastanza imbarazzante. Siamo nel 1950, Turing si pone la domanda fatidica. A questo punto le macchine
che noi abbiamo costruito, che io Turing prima ho progettato e poi ho contribuito a realizzare fisicamente,
queste macchine che sanno fare questi calcoli in maniera molto veloce, in maniera molto più “reliable”
direbbero gli inglesi, affidabile, di quanto non potessero fare forse le signorine dell'epoca, ebbene queste
macchine possono addirittura pensare? Cioè è possibile
credere
che ad un certo punto le macchine si svilupperanno così tanto
da diventare quasi l'analogo degli esseri umani e del loro
cervello? Questa è la grande domanda di ciò che oggi si
chiama il progetto dell’intelligenza artificiale. Notate che del
progetto della intelligenza artificiale oggi se ne parla
parecchio, ma in realtà è nato di nuovo nella mente di
Turing, in un famoso articolo del 1950. Qui abbiamo un
esempio di questa intelligenza artificiale, qui nella slide, tutti
voi lo avrete riconosciuto, è una scena de film "2001 Odissea nello spazio" e lì c'era questo computer che
mandava effettivamente avanti l'intera astronave, questo è uno degli astronauti che vanno a toccare la
memoria del computer; vi ricorderete che mettevano dentro cassette che facevano parte della memoria dei
computer; però questa è fantascienza ovviamente. Questa invece era una domanda scientifica, cioè Turing
voleva scrivere non il copione di un film, ma voleva sapere effettivamente se la sua domanda aveva una
risposta, se era possibile spingersi, a continuare a sviluppare queste macchine fino a quando fossero
diventate intelligenti. Ora il problema è: come si fa capire quando una macchina e intelligente? Beh, si può
fare come nella filosofia, si può dare una definizione di che cosa significhi essere intelligente e poi vedere se
questa macchina si adatta alla definizione. Turing era uno scienziato e non un filosofo, insomma provocò il
dibattito in un altro modo e introdusse quello che fu chiamato il test di Turing: che cos'è il test di Turing? Il
test di Turing è semplicemente un modo operativo per capire se la macchina pensa oppure no. Se l’inventò
Turing appunto in quell'articolo che vi ho detto, del 1950; l'idea è la seguente: si tratta di mettere in una
stanza un uomo e in un'altra stanza qualche cosa, non sappiamo se sia un uomo o se sia una
mac china; si comunica attraverso una radio per esempio, attraverso
una tastiera e così via, ci si scrive domande, l'uomo fa domande a ciò
che si trova nell'altra stanza, ottiene delle risposte; ebbene se
attraverso questa conversazione, dopo un certo periodo di tempo,
l'uomo non riesce a capire se dall'altra parte ci sia una macchina
oppure ci sia un uomo, ecco che allora ciò che c'è dall'altra parte
è qualche cosa di intelligente; poi si apre la porta e si va a vedere
cosa c'è dall'altra parte; se c’era un uomo, bene, tanto meglio per lui,
ma se invece c'era una macchina, quella la macchina ha superato il test, è riuscita in qualche modo a
simulare il comportamento mentale di una persona in modo tale che è comprensibile da questa persona ed
ecco che allora, si dice che ha superato il test di intelligenza di Turing e la si può dichiarare intelligente.
Finora l'unico computer che abbia effettivamente superato il test di Turing è questo computer per l’appunto
Al nel film "2001 Odissea nello spazio"; ma che cosa si fa effettivamente nella vita reale, quali sono le
realizzazioni di questi sogni? Andiamo a vedere, effettivamente la realtà è questa: nella slide non c’è un
computer, c’è il campione mondiale di scacchi che si chiama Garry Kasparov, il campione mondiale
attualmente in carica, questa è una partita di scacchi, come vedete qui, qui c'è scritto, Kasparov, qui c'è
scritto Deep blue e al posto di Deep Blue non c'è nessuno, come mai? Perché, come vedete nella slide in
realtà sembra che ci sia uno schermo, Kasparov sta giocando una partita di scacchi contro una macchina,
contro un programma. Che cosa è successo? E’ successo che i programmi per gli scacchi, che furono già

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subito un sogno di Turing, che appunto scrisse a mano il
primo programma per scacchi, ma il computer suo era
talmente lento che era più facile simulare il programma a
mano che non farlo giocare dal computer, infatti Turing simulò
il suo programma, giocò una partita di scacchi contro un suo
amico, un essere umano e l'amico vinse subito in 26
mosse, ebbene pian piano negli anni questi programmi
per gli scacchi sono diventati sempre più complicati, sono
diventati sempre più raffinati, ad un certo punto hanno
incominciato a giocare nei tornei, hanno incominciato a
prendere punti, a diventare maestri, a diventare grandi maestri e ad un certo punto è successo il patatrac, è
successo l’irreparabile, cioè in una partita di scacchi del 1996 Kasparov, campione mondiale in carica, è
stato battuto da un computer. Voi direte, va beh, succede a tutti, è una brutta giornata e così via e in effetti
Kasparov all'epoca così la prese. Dopo qualche anno nel 1998 Kasparov fece un torneo contro questo
programma che si chiama deep blue, un torneo in sei partite, insomma prese due punti e mezzo e come
potete immaginare, il computer ne prese il rimanente, cioè tre punti e mezzo, cioè ci fu, era un giorno
fatidico del 1998, la prima sconfitta da parte di un campione mondiale di scacchi contro un programma. Che
cosa succederà domani? Beh, ovviamente questi programmi diventeranno via via più potenti, ormai battono
il campione del mondo, presto neppure più il campione del mondo potrà giocare contro queste cose, non c'è
da preoccuparsi ovviamente, perché non ci saranno i programmi che diventano campioni mondiali di
scacchi, così come l'automobile, così come i treni non diventano campioni olimpici quando si tratta di
correre, cioè le Olimpiadi si continuano a fare tra gli atleti, che sono degli umani e le macchine vanno si più
veloci degli uomini, ma chi se ne importa tutto sommato, perchè insomma far simulare ad una macchina,
una automobile o il treno un'attività umana, come quella motoria, non è un qualche cosa che mette in dubbio
la nostra unicità nel creato, però quando si arriva invece a questi punti, cioè a far fare al computer qualche
cosa che noi credevamo essere tipico dell'uomo, ecco che allora cominciamo ad essere un pochettino più a
disagio. Dove però potranno arrivare i computer? Beh, questo non è più la realtà, questo è il sogno, quello
che ci sta di fronte nella slide e il sogno è quello di arrivare appunto a costruire degli androidi. Ora la parola
androidi, forse qualcuno di voi l’avrà già vista, perché questo fa parte ancora della fantascienza, non vi
preoccupate, questo è un domani chissà quanto lontano;, ebbene qui ci sono due personaggi, questa
bellissima signorina che qualcuno di voi riconosce è Sten Young e questo signore è Harrison Ford agli
inizi della sua carriera e questo è un famoso film che si
chia ma “Blade runner”. Ebbene il problema di Blade runner era
precisamente questo: il signor Ford era un cacciatore di androidi e
gli androidi sono degli organismi, sono delle macchine che sono
indistinguibili da un essere umano, credo che tutti voi, per lo meno
coloro che sono dei maschietti tra il pubblico, saranno d'accordo
che anche se questa è una macchina insomma andrebbe benissimo a
chiunque di noi; ebbene quando arriviamo a questi punti, a
costruire macchine che non si possono più distinguere da un essere
umano, maschile o femminile, ebbene allora si abbiamo effettivamente superato il limite, siamo arrivati ad
un punto in cui la convergenza tra la macchina e l'uomo è indistinguibile, è completa e questo è appunto il
sogno, io direi in realtà un incubo; non credo che oggi ci dobbiamo preoccupare troppo, però mettendo
insieme non soltanto i progressi dell’intelligenza artificiale, ma anche quelli dell'ingegneria genetica e così
via, della robotica, delle protesi, eccetera, effettivamente si pensa che ci sia questo incubo di fronte a noi,
che ci sarà un giorno un mondo in cui circoleranno degli esseri e non si saprà bene che cosa succede. Nel
famoso racconto di Philip K. Dick che è colui che ha scritto “il libro cacciatore di androidi” da cui è stato
tratto questo film Blade runner, dice che il momento cruciale arriverà il giorno in cui ci sarà una macchina
di fronte ad un uomo, l'uomo sparerà alla macchina e si accorgerà con sua grande sorpresa che la macchina
incomincia a sanguinare. La macchina risponde e si accorgerà, sparando all'uomo, con sua grande sorpresa
che invece dall'uomo esce una nuvoletta di fumo, cioè saremo arrivati al punto in cui credevamo di avere un

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uomo contro una macchina e invece esattamente il contrario, cioè non ci si riesce più a distinguere. Questo è
dove siamo arrivati partendo dalle macchine di Turing, con questa evoluzione dei computer.
Problema Bene, negli ultimi minuti invece della nostra lezione, vogliamo parlare
dal DNA lineare alle di cose un pochettino diverse, ma non troppo slegate, perché Turing
forme tridimensionali nell'ultima parte appunto della sua vita, si interessò della morfogenesi.
Nel 1952, praticamente l'anno in cui morì, pubblicò un famoso lavoro in cui la domanda questa volta non
era più come una macchina può pensare oppure che cosa significa fare calcolare una funzione ad una
macchina, bensì come si forma un organismo. Qui nella slide vedete due esempi di organismi, questa è una
conchiglia, il famoso nautilus, di lato invece c’è qualche
cosa di
organico, ebbene il problema dell'organismo è che in realtà,
come tutti sapete, l'organismo si forma in base ad una informazione e
notate la teoria dell'informazione e l’informatica non sono poi
così slegate fra di loro, anzi sono due aspetti, due facce di uno
stesso studio, di una stessa medaglia. Ebbene, qual'è il
problema però che sta sotto? Il problema è che l'informazione,
come tutti sapete, è codificata in qualche cosa che si chiama il DNA
e poi da questo DNA si formano delle forme per l’appunto.
Ora il DNA che cos’è? Il DNA è fatto in maniera lineare, è una striscia praticamente come tutte le cose
che noi scriviamo, per esempio prendiamo un libro, questo libro è
Problema fatto in maniera tridimensionale, ha uno spessore, una larghezza e
Dal DNA lineare alle un’altezza, però in realtà il libro è semplicemente una grande linea
forme tridimensionali che comincia dall'inizio e va fino alla fine e tutta l’informazione è
attraverso questa linea, ovviamente la si piega questa linea in modo da farla stare in un dm 3, cioè è molto
meglio leggere un libro che sta in un dm³ che non andare a leggere un libro che si lungo un kilometro.
Ebbene il DNA è un qualche cosa di estremamente lungo, naturalmente è intrecciato, come tutti sapete, in
questa cosa che si chiama doppia elica, ma la cosa importante è che è lineare. Ora questa informazione
lineare, cioè messa praticamente su una linea, come fa a produrre un organismo che invece in genere ha tre
dimensioni, cioè come si fa a passare dalla linearità dell'informazione alla tridimensionalità, quindi questo
salto in tre dimensioni degli organismi viventi. Questo è il problema che Turing voleva risolvere, è un
problema che non è stato ancora oggi completamente risolto, la sua soluzione è una soluzione che
effettivamente in qualche modo precorre i tempi ed la soluzione che diede appunto Turing, è il fatto che ci
sia un equilibrio instabile nella materia e che questo equilibrio instabile venga rotto.
Soluzione Che cosa è questo equilibrio instabile? Non vi posso dire ovviamente
Rottura di nei dettagli, ma lo vedete qui immaginato, per esempio una ballerina che sta
equilibri instabili sulle sue punte è in equilibrio instabile, se voi andate vicino ad una ballerina
e la toccate, probabilmente questa casca per terra. Ebbene equilibri instabili sono per l’appunto quelle cose,
quelle situazioni, quegli eventi che sranno in equilibrio, ma che però basta un piccolo cambiamento a far
degenerare, a far cadere da una parte o dall'altra. Turing pensava che fosse questa rottura spontanea di
equilibri per l’appunto instabili, che permettesse di passare dal DNA lineare alle forme tridimensionali.
Questo è il percorso che poi è stato ripreso da vari premi Nobel, per esempio Prigogine che ha preso il
premio Nobel per la chimica, Edelman che ha preso il premio Nobel per la medicina, che sono persone che
appunto hanno portato avanti queste ricerche di Turing ed è strano leggere libri di chimica, libri di medicina
e scoprire che uno degli antenati, che questi signori, oggi titolati attraverso premi Nobel, considerano uno
dei loro precursori, che uno di questi precursori è appunto Alan Turing, cioè un logico, un informatico.
Bene, siamo arrivati più o meno alla fine, all'ultimo atto di questa sfida; come vi ho già anticipato dagli
inizi, l'ultimo atto di questa sfida è in realtà una tragedia. Nel 1954 Turing muore, muore suicidato. Come
mai? Qui la cosa è abbastanza pruriginosa in qualche modo, Turing aveva delle abitudini sessuali che non
erano proprio standard, era un omosessuale e nell'Inghilterra di quell'epoca, nell'Inghilterra degli anni 50,
Suicidio(1954) ma anche più recentemente credo, fino a qualche anno fa e forse ancora adesso,
l'omosessualità in Inghilterra era proibita per legge. Dunque Turing un giorno ospita un ragazzino che aveva
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rimorchiato per la strada, come si direbbe oggi, lo ospita in casa sua, fanno delle cose che non è il caso che
vi racconti adesso e la mattina questo ragazzino scappa dalla casa e ruba degli oggetti dalla casa di Turing.
Turing, ingenuo come spesso succede ai matematici, ai filosofi, ai grandi pensatori, va dalla polizia a
denunciare il fatto. Denuncia questo fatto, dice c’è stato un furto in casa mia. La polizia gli chiede,
naturalmente al buio brancolando, ma lei ha un'idea di chi possa essere stato a fare questo furto? E Turing
disse certo che ce l’ho, è stato quel signore che è stato a casa mia. Ma lei lo conosce quel signore? L’ho
rimorchiato ieri sera, come rimorchiato, per fare cosa? Beh, io ho queste tendenze, Turing non pensava che
la cosa sarebbe stata così grave, Ebbene, immediatamente fu arrestato, fu processato, però poiché era un
eroe di guerra, non lo sapeva nessuno, ovviamente non lo sapevano i carabinieri della stazione di polizia,
però immediatamente quando Turing venne arrestato si muovono gli alti comandi che dicono appunto ai
giudici, ai carabinieri che Turing in realtà è un eroe di guerra, perché è stato un eroe del controspionaggio.
Queste cose sul controspionaggio, sull'Enigma che vi ho raccontato, sarebbero poi state rivelate soltanto
molti decenni dopo, negli anni 70-80 e allora come grande gentilezza verso questo grande eroe della patria,
che aveva così contribuito a salvare, anche a far vincere la guerra, che cosa gli si propone? Si propone una
scelta o andare in galera per 10 anni oppure essere curato. Ora come si fa curare una persona dalla
omosessualità? Negli anni 50 si era molto ingenui, gli americani semplicemente castravano gli omosessuali,
ne hanno castrato 50.000 negli anni 60, ebbene gli inglesi fanno una cura di ormoni a Turing, una cura di
ormoni femminili, pensando che questo potesse guarire l'omosessualità, Turing sviluppa addirittura il seno e
gli cadono i capelli e così via e in preda ad una crisi emotiva più che comprensibile, si suicida, si suicida
come? Si suicida mangiando una mela avvelenata perché non voleva che sua madre capisse che era stato un
suicidio. Fin da bambino lui era ossessionato dalla storia di Biancaneve, dalla storia della mela, cantava
sempre l'incantesimo di Biancaneve e della strega ed ecco che usa alla fine della sua vita questo mezzo per
ammazzarsi. Questa è la strana fine per l’appunto, di un personaggio così importante per la storia della
tecnologia ed è anche la fine dei nostri excursus storici biografici sui grandi personaggi della logica.
Abbiamo ancora due lezioni, che sono due lezioni ricapitolative dove parleranno invece di ciò che è
successo in questo secolo, da una parte da un punto di vista della logica, della logica contemporanea, la
logica moderna e dall'altra parte invece dal punto di vista dei fondamenti.

LEZIONE 19: Gran finale


Benvenuti alla penultima, purtroppo, lezione del nostro corso di logica matematica. Vedete qui il titolo della
lezione, si chiama gran finale, in realtà questo è il finale nel senso che abbiamo già praticamente esaurito i
personaggi di cui volevamo trattare. Abbiamo praticamente parlato di 16-17 grandi personaggi della storia
della logica, siamo partiti dai greci, siamo passati attraverso la Scolastica e abbiamo finito con un buon
numero di personaggi della modernità, della contemporaneità e ora faremo una specie di carrellata sulla
contemporaneità, cioè su quello che succede oggi nella logica e quello che è successo ieri e l'altro ieri, cioè
molto vicino a noi, poi ci sarà ancora una lezione conclusiva, in cui invece parleremo di ciò che è stata la
logica per quanto riguarda il problema dei fondamenti. Quindi questa lezione di oggi è una specie di
conclusione, una delle possibili conclusioni, poi ce ne sarà una seconda, che sarà veramente l'ultima lezione.
Dicevo che quest'oggi parliamo di ciò che è successo negli ultimi tempi, lo dirò in poche parole e
naturalmente voi non cercherete di capire esattamente tutto quello che dirò, a differenza invece delle altre
lezioni, perché l'idea di questa lezione è soltanto di farvi familiarizzare con alcuni dei termini che sono
diventati quotidiani nella logica matematica contemporanea e anche di dirvi quali sono i personaggi che
sono ancora sulla scena o che l'hanno lasciata da poco e che praticamente stanno facendo la logica in questi
anni. Divideremo la nostra lezione nelle quattro parti in cui si dice oggi che la logica viene divisa; notate che
la logica come l’abbiamo trattata finora è stata un'analisi del processo di ragionamento, soprattutto del
processo di ragionamento matematico e man mano che ci siamo più avvicinati ai giorni nostri, man mano
che siamo entrati soprattutto nel vivo del ‘900, nel vivo del nuovo secolo per la logica matematica, ecco che

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questa logica stava prendendo vita, stava diventando matura, acquistava maturità ed è diventata oggi un
qualche cosa di indipendente, è diventata una branca della matematica moderna ed è per questo che oggi si
chiama logica matematica e la si divide in genere in quattro parti che si chiamano: 1) teoria dei modelli, 2)
teoria della dimostrazione, 3) teoria della discorsività, 4) teoria della ricorsività, 5) teoria degli insiemi.
La logica contemporanea Le origini di ciascuna di queste branche sono ovviamente in ciò
1. teoria dei modelli che abbiamo già visto nel passato e poi per la contemporaneità,
2. teoria della dimostrazione vi dirò brevemente, dove sta e quindi vedremo pian piano
3. teoria della discorsività ciascuna di queste branche. Incominciamo subito con la prima
4. teoria degli insiemi parte, cioè la “teoria dei modelli".
Naturalmente qui nella slide abbiamo voluto scherzare, quando si parla di modelli ci vengono subito in
mente le passerelle, dove ci sono questi indossatori e poiché io sono
mas chietto ovviamente, come si dice, ho preferito invece prendere
delle modelle, quindi questo è soltanto un riferimento, si potrebbe
meglio dire che questa sarebbe una teoria delle modelle. Però
scherzi a parte, che cosa fa la teoria dei modelli? La teoria dei
modelli non è nient'altro che lo studio della semantica; vi
ricorderete che quando abbiamo parlato di linguaggio, a partire
da Crisippo e poi pian piano venendo vicino a noi Frege, Russell,
Wittgenstein e così via, molta parte della logica è stata una teoria
del linguaggio. Però ricorderete anche che il linguaggio praticamente
si divide in due parti, da una parte c'è la sintassi, cioè i segni, ciò che si scrive e dall'altra parte c’è la
semantica, cioè il significato, ciò che si vuole dire. Ebbene “la teoria dei modelli” oggi è diventata lo studio
formale, matematico, di questa seconda parte alla quale ho appena accennato, cioè “la semantica”, invece
“la teoria della sintassi”, c'è pure quella, si chiama oggi in logica matematica la “teoria della dimostrazione”,
ne parleremo tra breve. Vediamo allora meglio, da dove è partita questa teoria dei modelli. E’ partita da un
personaggio che abbiamo già visto più volte, anche recentemente abbiamo dedicata a lui un'intera lezione,
che si chiama Tarski e ricorderete, da ciò che abbiamo fatto, che nel 1936 Tarski introdusse quello che è
il suo risultato più importante nella logica
Tarski (1936) matematica ed è uno anche dei cardini veramente fondamentali della logica
Definizione di verità matematica moderna ed è quella che abbiamo chiamato “definizione di verità”.
La definizione di verità di Tarski, come ricorderete, è data nel meta linguaggio e una parte del teorema di
Tarski dice, invece, che non esiste nessuna definizione di verità che si possa fare invece a livello del
linguaggio. Ebbene questo risultato, per l’appunto del 1936, sottolineatevi questa data, perché stranamente
ci sono delle connessioni quasi numerologiche, cioè il 1935-36 è l'anno in cui praticamente sono nate tutte
queste quattro branche della logica moderna, poi stranamente il 1963 è l'anno cui si sono dimostrati alcuni
dei teoremi più importanti in ciascuna di queste branche, quasi per una specie, come si può dire, di
stravaganza numerica, comunque nel 1936 questo teorema importante di Tarski, mette finalmente sul
terreno quello che è la nozione logica, la nozione precisa, formale della verità. Ricorderete che una delle
nostre prime elezioni, anzi il primo ciclo dedicato ai personaggi, era dedicato appunto al paradosso del
mentitore. Il paradosso del mentitore che, ricorderete tutti, diceva "io mento", in qualche modo si imbatteva
in una antinomia, una frase che non poteva essere né vera né falsa, ebbene dopo 2500 anni praticamente,
questo risultato di Tarski fece intervenire questa nuova definizione di verità e praticamente risolse
perlomeno da un certo p. di v., che è quello che interessa noi come logici matematici, risolse questo
paradosso. La soluzione del paradosso del mentitore è precisamente che il paradosso del mentitore non si
può riprodurre all'interno di un sistema formale, non si può riprodurre all'interno dei sistemi matematici,
perché la frase che dice "io sono falsa" non è possibile scriverla; non è possibile scriverla, non perché si
possa parlare di io, l’autoreferenza, non perché non si possa parlare del non, della negazione, ma perché non
si può parlare della verità all'interno del linguaggio. La verità è qualcosa che sta fuori, sta appunto, come ha
dimostrato Tarski, nel meta linguaggio. Questo è stato l'inizio della cosiddetta teoria dei modelli.
Naturalmente Tarski era negli anni ‘30, ha vissuto fino agli anni 70 e ha continuato a produrre un gran
numero di risultati, ma non è questo che oggi ci interessa, noi vogliamo ora a vedere qualche altro

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personaggio che è appartenuto o ha creato questa teoria dei modelli. Uno di questi personaggi è questo
signore dall'aria un po' triste e anche un po' sorniona in qualche modo che si chiama Abraham Robinson (v.
slide); abbiamo messo il nome, in genere non lo facciamo, in genere identifichiamo i nostri personaggi
soltanto col cognome, ma nel caso di Robinson c'era bisogno
perché
di Robinson anche nel campo della logica ce ne sono stati tanti.
Ce ne sono stati almeno tre: Raffael, Duia e Abraham, quindi è
necessario distinguerli. Ebbene questo signore Abraham
Robinson è stato negli anni ‘50-‘60 il massimo esponente di
questa teoria dei modelli; Tarski effettivamente ha iniziato
questa teoria dei modelli facendo questo studio fondamentale
della verità, che notate, non ve lo mai detto nelle altre lezioni, era
uno studio lunghissimo, cioè il suo risultato originale era stato scritto all'interno di un lavoro di centinaia di
pagine e questo è molto atipico, perché in genere i lavori della matematica moderna sono di qualche pagina,
molto densi ovviamente, molto difficili anche da leggere, ma in genere molto contenuti, soprattutto quando
riferiscono, quando parlano, quando trattano, quando dimostrano un solo teorema, ebbene nel caso di Tarski
invece c’era un teorema molto lungo, proprio perché il risultato di Tarski che parlava della verità, aveva che
fare con molte speculazioni filosofiche e quindi era qualche cosa di più ampio respiro. Ebbene, dicevo, il
risultato di Tarski è stato poi a posteriori ciò che ha iniziato questa teoria dei modelli, ma all'epoca la teoria
dei modelli non si chiamava teoria dei modelli, si chiamava semplicemente logica matematica. Tarski era
uno di coloro che dimostravano teoremi all'interno della logica matematica, invece negli anni ‘50-‘60
proprio grazie all'opera di questo signore Abraham Robinson, la teoria dei modelli si è staccata dal resto
della logica, così come le altre branche ed ha acquistato una vita indipendente, è diventata matura in qualche
modo, come i figli di una famiglia che prima vivono tutti insieme sotto lo stesso tetto e poi ad un certo
punto ciascuno se ne va per la sua strada e crea nuove famiglie. Qualcuno di voi sa che cosa ha fatto
Abraham Robinson senza saperlo, perchè in realtà Abrahm Robinson prima di diventare un logico
matematico era un matematico applicato ed è colui che ha inventato le ali a delta degli aerei. Tutti voi avrete
visto, per esempio i caccia americani sopra tutto, che hanno questa strana forma delle aria a triangolo,
ebbene Robinson si interessava appunto durante la guerra, negli anni ‘40-‘50 di questi problemi di
fluidodinamica e una delle sue invenzioni è stata questa. Dopo di che invece è diventato un logico
matematico ed ha creato però due grandi cose, che sono questi due risultati: anzitutto quella che si chiama
oggi ”l'analisi non standard”. L'analisi non standard sono sicuro che non la conoscerete perché è una
versione appunto, come dice il nome, non standard, dell'analisi infinitesimale.
Robinson Abraham L'unica cosa che vi posso dire, nel caso poi siate interessati per andare
(anni’50-’60) a sviluppare, ad approfondire questo risultato e soprattutto questa teoria
Analisi non standard che Robinson ha creato, ebbene, quello che dicevo, quello che vi posso
Strutture algebriche dire, è che è una versione dell'analisi f atta come sarebbe piaciuto a
Leibniz, cioè usa gli infinitesimi, usa gli infiniti in una maniera precisa. Gli infinitesimi, soprattutto nel
campo dell'analisi, sono stati rimossi per secoli, praticamente per un bel po' di anni si cercato di non
parlarne, perché erano cose con cui ci si sentiva a disagio, non si capiva bene che cosa potessero essere.
Ebbene la teoria della logica matematica, soprattutto la teoria dei modelli, ha permesso al Robinson di
costruire un'analisi basata su questi concetti e poi il secondo campo di azione di Robinson è stato quello
dello studio delle strutture algebriche, cioè uno studio, attraverso la logica, di ciò che sono le strutture per
l'algebra però, quindi in particolare, ne abbiamo già parlato, ma rivedremo meglio nell'ultima lezione quella
conclusiva della prossima volta, le strutture algebriche introdotte da Burbaki. Ebbene lo studio che
Robinson ne fece fu uno studio da un p.di v. logico, che poi praticamente nel corso dei decenni è andato a
confluire direttamente nella vera e propria matematica. Quindi non ho potuto dire nemmeno uno dei risultati
ormai tra quelli, tanti, che ha dimostrato Robinson, perché ormai queste cose sono troppo tecniche, non sono
più adatte a un corso introduttivo sulla logica matematica come il nostro e anche nel caso del prossimo
personaggio che io conosco tra l’altro personalmente, perché insegna a Cornell, università dove anch’io
insegno parecchio soprattutto d’estate, ebbene questo signore di cui non ho trovato nessuna foto, si chiama

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Michel Morley e nel 1963, quella data di cui vi ho già parlato prima, ha dimostrato un famoso teorema di
categoricità. La categoricità, in due parole, è semplicemente lo studio di strutture che sono oppure possono
non essere isomorfe l'una con l'altra. Ebbene Morley ha dimostrato una famosa congettura che aveva a
che fare con questa nozione di categoricità. Come vedete andiamo molto a volo d'uccello soltanto per
Morley (1963) impratichirci con alcune delle nozioni della logica moderna. Invece il
Categoricità personaggio forse più importante degli ultimi anni della teoria dei modelli,
nel campo della teoria dei modelli, si chiama Shelah ed è un israeliano e veramente negli anni ‘80, ma anche
negli anni ‘90 praticamente, è stato un po' il re, il personaggio più importante di questa teoria, al punto che
ha sfiorato la vittoria in quella che si chiama la medaglia Fields, che è l’analogo del premio Nobel per la
matematica, perché per la matematica la fondazione
Nobel non
assegna il Nobel per motivi che non andremo a toccare
quest'oggi, ebbene però c'è una medaglia che si chiama la
medaglia Fields, di cui parleremo anche a proposito anche di
una altro personaggio verso la fine della lezione, ebbene dicevo
questa medaglia Fields è considerata l'analogo del premio
Nobel, il massimo riconoscimento che viene assegnato ai
matematici in generale, non soltanto i logici. Ebbene Shelah
l’ha sfiorata, non era uscito a ottenerla appunto negli anni ‘80,
ma ci è andato molto vicino e questo dimostra che effettivamente anche i matematici avevano in qualche
modo ormai capito che la teoria dei modelli è la parte, forse, della logica matematica più vicina al resto della
matematica classica. Ciò che Shelah ha fatto, è stato fare grandi teoremi di classificazione di strutture, cioè
queste strutture che servono per modellare la semantica, di cui parla la teoria dei modelli, ebbene Shelah è
riuscito a classificarle in vari modi. Naturalmente le figure che sono qui sono strutture geometriche che non
hanno niente a che vedere con quelle algebriche di cui parla invece la teoria dei modelli, di cui parla
l’algebra, ma ovviamente è più facile fare delle fotografie di strutture geometriche che non di strutture
astratte, ma la cosa importante è sapere questo, che appunto negli anni ‘80, quindi circa 50 anni dopo il
momento in cui Tarski ha iniziato questo studio della semantica, si è arrivati ormai a dei risultati di
classificazione di queste strutture, si sa esattamente quante sono le famiglie di queste possibili strutture,
quali sono esempi di queste strutture e si cerca di fare quello che si fa ormai nel resto della matematica, cioè
i teoremi di classificazione. Questo brevemente quel che è successo dagli inizi, da Tarski a Shelah nel
campo della teoria dei modelli.
2. teoria della dimostrazione La seconda parte invece, come ho già detto prima, è l'altra faccia
studio della sintassi della medaglia, cioè se la teoria dei modelli era lo studio della
semantica, del significato, lo studio invece della sintassi, dei segni, di ciò che si scrive sulla carta, delle
formule così via, è quello che viene chiamato “la teoria delle dimostrazione”. Dov'è nata questa teoria della
dimostrazione? Ebbene è nata con un personaggio del quale non abbiamo ancora parlato; notate sempre il
1936, questo aspetto numerologico, questo personaggio si chiama Gentzen, è un matematico che è morto
molto giovane purtroppo in campo di concentramento durante la guerra; come vedete i suoi risultati sono
appunto del ‘36, anteriori di poco a lla guerra mondiale, poi Gentzen è morto giovane in un campo di
Gentzen(1936) concentramento, non ha potuto continuare questa carriera che
Consistenza dell'aritmetica probabilmente sarebbe stata molto brillante e il problema che
Gentzen ha affrontato è stato il problema della dimostrazione della consistenza dell'aritmetica. Voi direte,
com’è possibile dimostrare la consistenza dell'aritmetica, non era forse quello che diceva il teorema di
Goedel che era impossibile fare? Ebbene certamente la conseguenza del teorema di Goedel dice che
impossibile dimostrare la consistenza dell'aritmetica all'interno dell'aritmetica e questo fa cadere per
l’appunto i sogni su i quali s'era basata forse la logica matematica prima di Goedel, prima del 1931, ma
questo non significa che non sia possibile fare una dimostrazione di consistenza al di fuori dell'aritmetica
della stessa aritmetica, usando altri mezzi che poi ovviamente per forza di cose, grazie o per colpa del
teorema di Goedel dovranno essere più potenti dell'aritmetica. Ebbene la prima dimostrazione di consistenza
dell'aritmetica che è stata data nella storia è proprio quella di Gentzen del 1936 e per coloro che forse hanno

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sentito, hanno già orecchiato queste cose, Gentzen usa principio di induzione transfinita; sembrerebbe quasi
strano voler dimostrare la consistenza dell'aritmetica che usa un principio di induzione fino al più piccolo
numero infinito, cioè a omega, usando però un'induzione molto più grande, ma qui insomma ci sono dei
problemi molto sottili, vi posso appunto soltanto dire che certamente si usano induzioni su dei numeri molto