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Oscar Wilde

Il ritratto di Dorian Gray


Traduzione dall’originale inglese The Picture of Dorian Gray
di Marco Vignolo Gargini
PREFAZIONE

L’artista è il creatore di cose belle.

Rivelare l’arte e nascondere l’artista è lo scopo dell’arte.

Il critico è colui che può tradurre in un’altra maniera o in una maniera


diversa la propria impressione delle cose belle.

La più alta, come la più bassa, forma di critica è una sorta di


autobiografia.

Coloro che trovano brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza
essere affascinanti. Questa è una colpa.

Coloro che trovano significati belli nelle cose belle sono i raffinati. Per
questi c’è speranza.

Essi sono gli eletti per i quali le cose belle significano soltanto la
Bellezza.

Non esiste un libro morale o immorale. I libri sono scritti bene o male.
Questo è tutto.

L’avversione del diciannovesimo secolo per il Realismo è la rabbia di


Calibano che vede la propria faccia in uno specchio.

L’avversione del diciannovesimo secolo per il Romanticismo è la rabbia di


Calibano che non vede la propria faccia in uno specchio.

La vita morale dell’uomo fa parte della materia dell’artista, ma la


moralità dell’arte consiste nell’uso perfetto di un mezzo imperfetto. Nessun
artista desidera provare alcunché. Perfino le cose che sono vere possono
essere provate.

Nessun artista ha simpatie etiche. Una simpatia etica in un artista è un


imperdonabile manierismo di stile.

Nessun artista è morboso. L’artista può esprimere tutto.

Il pensiero e il linguaggio sono per l’artista gli strumenti di un’arte.

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Il vizio e la virtù sono per l’artista materiali per un’arte.

Dal punto di vista della forma, il simbolo di tutte le arti è l’arte del
musicista. Dal punto di vista del sentimento, il simbolo è la professione
dell’attore.

Tutta l’arte è a un tempo superficie e simbolo.

Quelli che vanno sotto la superficie lo fanno a proprio rischio.

Quelli che leggono il simbolo lo fanno a proprio rischio.

È lo spettatore, e non la vita, che l’arte realmente rispecchia.

La diversità di opinione su di un’opera d’arte dimostra che l’opera è


nuova, complessa e vitale.

Quando il critico disapprova l’artista è in accordo con se stesso.

Noi possiamo perdonare a un uomo di fare una cosa che miri all’utile
finché non l’ammira. L’unica scusa per fare una cosa che non miri all’utile
è che la si ammiri intensamente.

Tutta l’arte è completamente inutile.

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Capitolo I

Lo studio era invaso dall’odore intenso delle rose e quando la brezza estiva
s’alzava tra gli alberi del giardino penetrava dalla porta aperta la forte
fragranza del lillà, o il più delicato profumo del roseo rovo in fiore.
Dall’angolo del divano rivestito di bisacce persiane su cui era disteso,
fumando, com’era suo solito, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton
poteva appena cogliere il luccichio dei fiori dolci e colorati come il miele di
un laburno, i cui rami tremolanti sembravano sopportare appena il fardello
di una bellezza così fiammeggiante; e di tanto in tanto le fantastiche ombre
degli uccelli in volo filtravano tra le lunghe tende di seta tussorina tese
davanti all’enorme finestra, producendo una sorta di momentaneo effetto
giapponese, e facendolo pensare a quei pallidi pittori dai volti di giada di
Tokyo che, per mezzo di un’arte che è necessariamente immobile, cercano
di comunicare il senso della rapidità e del movimento. Il tetro mormorio
delle api che si facevano strada tra l’erba alta non falciata, o si aggiravano
con monotona insistenza intorno ai polverosi ciuffi dorati dell’arruffato
caprifoglio, pareva rendere quella calma immobile più opprimente. Il rombo
fioco di Londra era come la nota di bordone di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato in verticale a un cavalletto, campeggiava il
ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria avvenenza, e di
fronte, un poco più in là, sedeva l’artista stesso, Basil Hallward, la cui
improvvisa scomparsa alcuni anni fa eccitò tanto, all’epoca, l’opinione
pubblica e diede adito a molte strane congetture.
Mentre il pittore contemplava la forma graziosa e attraente che aveva così
abilmente rispecchiato nella sua arte, un sorriso di piacere passò sul suo
viso e sembrò quasi indugiarvi. Ma improvvisamente si alzò e, chiudendo
gli occhi, mise le dita sulle palpebre, come a cercare di imprigionare nella
sua mente qualche strano sogno dal quale temeva di svegliarsi.
«È il tuo miglior lavoro, Basil, la cosa migliore che tu abbia mai fatto» disse
Lord Henry languidamente. «Il prossimo anno la devi mandare senz’altro
alla Grosvenor 1. L’Academy è troppo grande e troppo volgare. Ogni volta
che sono andato lì, o c’era tanta di quella gente che non riuscivo a vedere il
quadri, il che è terribile, o tanti di quei quadri che non riuscivo a vedere la
gente, il che è peggio. La Grosvenor è davvero l’unico posto.»
«Penso che non la manderò in nessun posto» rispose, gettando indietro il
capo in quel modo bizzarro che a Oxford gli procurava sempre le prese in
giro dei suoi compagni. «No, non la manderò in nessun posto.»
Lord Henry alzò le sopracciglia e lo guardò con stupore attraverso i sottili
anelli bluastri di fumo che si arricciavano su in fantasiose volute dalla sua

1 Grosvenor Gallery, la galleria d’arte di Londra specializzata nelle mostre dei pittori
moderni d’avanguardia. La Royal Academy, citata subito dopo, invece era l’altra galleria
più tradizionalista.
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sigaretta fortemente oppiata. «In nessuno posto? Mio caro, perché? Hai
una ragione? Che strani tipi siete voi pittori! Fate di tutto per avere un
nome. Appena lo avete, sembra che vogliate buttarlo via. È stupido da
parte vostra, perché c’è una sola cosa al mondo peggiore dell’essere
discussi, ed è il non essere discussi. Un ritratto come questo ti
innalzerebbe al di sopra di tutti i giovani d’Inghilterra, e farebbe morire di
gelosia i vecchi, se i vecchi sono ancora capaci di qualche emozione.»
«So che riderai di me» replicò, «ma non posso proprio esporlo. Ci ho messo
troppo di me dentro.»
Lord Henry si stirò sul divano e rise.
«Sì, sapevo che avresti riso; eppure è vero.»
«Troppo di te! Parola mia, Basil, non sapevo tu fossi così vanitoso; e
davvero non riesco a scorgere alcuna somiglianza tra te, con la tua faccia
dura e forte e i tuoi capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone,
che pare fatto d’avorio e petali di rosa. Perché, mio caro Basil, lui è un
Narciso, e tu… beh, naturalmente hai un’espressione intellettuale e tutto il
resto. Ma la bellezza, la vera bellezza, finisce là dove inizia un’espressione
intellettuale. L’intelletto è in sé un mezzo di esagerazione, e distrugge
l’armonia di ogni volto. Dal momento in cui ci si siede a pensare, si diventa
tutto naso, o tutta fronte, o qualcosa di orrido. Guarda gli uomini di
successo in qualsiasi professione dotta. Come sono perfettamente odiosi!
Eccetto, ovviamente, nella Chiesa. Ma nella Chiesa non pensano. Un
vescovo continua a dire all’età di ottant’anni quello che gli hanno insegnato
quand’era un ragazzo di diciotto, e come naturale conseguenza ha sempre
l’aspetto assolutamente piacevole. Il tuo misterioso giovane amico, il cui
nome non mi hai mai detto, ma il cui ritratto mi affascina veramente, non
pensa mai. Sono proprio sicuro di questo. È una creatura bellissima senza
cervello che dovrebbe star sempre qui d’inverno quando non abbiamo fiori
da ammirare, e dovrebbe star sempre qui d’estate quando vogliamo
qualcosa che rinfreschi la nostra intelligenza. Non esaltarti, Basil: non gli
assomigli per niente.»
«Tu non mi capisci, Harry» rispose l’artista. «Ovviamente non gli somiglio.
Lo so perfettamente. A dire il vero, mi dispiacerebbe somigliargli. Fai
spallucce? Ti sto dicendo la verità. C’è una fatalità su ogni distinzione
fisica e intellettuale, la specie di fatalità che nella storia sembra
perseguitare i passi incerti dei re. È meglio non essere diversi dai propri
simili. I brutti e gli stupidi hanno la meglio in questo mondo. Possono
sedersi agiatamente and guardare a bocca aperta il gioco. Se non sanno
niente della vittoria, perlomeno si sono risparmiati la cognizione della
disfatta. Vivono come dovremmo vivere tutti - impassibili, indifferenti, e
senza affanni. Né portano rovina agli altri, né la ricevono dalle mani altrui.
Il tuo rango e la tua ricchezza, Harry; il mio cervello, per ciò che è - la mia
arte, per quanto possa valere; la bellezza di Dorian Gray - noi tutti
soffriremo per quello che gli dèi c’hanno dato, soffriremo terribilmente.»
«Dorian Gray? È questo il suo nome?» chiese Lord Henry, attraversando lo
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studio verso Basil Hallward.
«Sì, si chiama così. Non avevo intenzione di dirtelo.»
«Ma perché no?»
«Oh, non so spiegarlo. Quando qualcuno mi piace immensamente, non
dico mai a nessuno il suo nome. È come cedere una sua parte. Ho
imparato ad amare la segretezza. Pare sia l’unica cosa che può renderci la
vita moderna misteriosa o meravigliosa. La cosa più comune diviene
deliziosa se la si nasconde. Quando lascio la città ora non dico mai a
nessuno dove vado. Se lo facessi, perderei tutto il mio piacere. È
un’abitudine stupida, credo, ma delle volte sembra portare una bella
ventata di avventura nella vita. Al riguardo, suppongo tu pensi che io sia
terribilmente sciocco?»
«Niente affatto» rispose Lord Henry, «niente affatto, mio caro Basil. A
quanto pare dimentichi che sono sposato e che l’unico fascino del
matrimonio è quello di rendere assolutamente necessaria una vita di
inganni per tutte e due le parti. Non so mai dov’è mia moglie, e mia moglie
non sa mai ciò che faccio.
Quando ci vediamo – ci vediamo ogni tanto, quando pranziamo fuori, o
andiamo dal Duca – ci raccontiamo le storie più assurde con le facce più
serie. Mia moglie è molto brava in questo - in realtà, molto più brava di
me. Non si confonde mai con le date, e io lo faccio sempre. Ma se mi
prende in castagna, non fa mai scenate. Delle volte vorrei le facesse; ma lei
si limita a canzonarmi.»
«Odio il modo in cui parli della tua vita matrimoniale, Harry» disse Basil
Hallward, andando verso la porta che dava sul giardino. «Io credo che tu
sia davvero un ottimo marito, ma ti vergogni da morire delle tue virtù. Sei
un tipo straordinario. Non dici mai una cosa morale, e non fai mai una
cosa sbagliata. Il tuo cinismo è semplicemente una posa.»
«Essere naturali è semplicemente una posa, e la più irritante che conosco»
esclamò Lord Henry ridendo; e i due giovani uscirono insieme nel giardino
e sprofondarono in una lunga panchina di bambù all’ombra di un alto
alloro. la luce del sole scivolava sulle foglie lucide. Nell’erba tremolavano le
margherite bianche.
Dopo una pausa, Lord Henry tirò fuori l’orologio. «Temo di dover andare,
Basil» mormorò, «e prima d’andare, insisto perché tu risponda a una
domanda che ti ho fatto poco fa.»
«Quale?» disse il pittore con gli occhi fissi a terra.
«Lo sai perfettamente.»
«No, Harry.»
«Bene, te la ripeto. Voglio che tu mi spieghi perché non vuoi esporre il
ritratto di Dorian Gray. Voglio la vera ragione.»
«Te l’ho detta.»
«No, non l’hai detta. Hai detto che ci hai messo troppo di te dentro. Beh, è
puerile.»
«Harry,» disse Basil Hallward, guardandolo dritto in faccia, «ogni ritratto
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che è dipinto con sentimento è un ritratto dell’artista, non del modello. Il
modello è soltanto il caso, l’occasione. Non è lui ad essere rivelato dal
pittore; è piuttosto il pittore che, sulla tela dipinta, rivela se stesso. Il
motivo per cui non voglio esporre questo quadro è che temo d’aver
mostrato in esso il segreto della mia anima.»
Lord Henry rise. «E qual è il segreto?» domandò.
«Te lo dirò» disse Hallward; ma un’espressione di perplessità apparve sul
suo viso.
«Sono tutto orecchi, Basil» continuò il suo compagno, lanciandogli uno
sguardo.
«Oh, veramente c’è pochissimo da dire, Harry,» rispose il pittore; «e ho
paura che lo capirai appena. Forse a stento ci crederai.»
Lord Henry sorrise e, chinandosi, raccolse una margherita dai petali rosa
dall’erba e la esaminò. «Sono sicurissimo di capire,» replicò, fissando
intensamente il piccolo disco dorato dalle piume bianche, «e quanto a
credere, io posso credere a tutto, a condizione che sia del tutto incredibile.»
Il vento scosse dei fiori dagli alberi e i pesanti lillà, con i loro graspi di
stelle, si mossero su e giù nell’aria languida. Una cavalletta iniziò a
stridere vicino al muro e, simile a un filo blu, una lunga sottile libellula
fluttuò sulle sue brune ali di garza. Lord Henry ebbe la sensazione di
poter udire il battito del cuore di Basil Hallward, e si chiese cosa stava
accadendo.
«La storia è semplicemente questa,» disse il pittore dopo un po’. «Due mesi
fa andai a un ricevimento a casa di Lady Brandon. Tu sai che noi poveri
artisti dobbiamo mostrarci di tanto in tanto in società, giusto per
rammentare al pubblico che non siamo selvaggi. Con un abito da sera e
una cravatta bianca, come mi dicesti tu una volta, chiunque, persino un
agente di cambio, può farsi una reputazione di civiltà. Bene, dopo circa
dieci minuti che ero nella sala, chiacchierando con enormi matrone troppo
vestite e tediosi accademici, all’improvviso mi resi conto che qualcuno mi
stava guardando. Io mi girai su un fianco e vidi Dorian Gray per la prima
volta.
Quando i nostri occhi si incontrarono mi sentii impallidire. Una curiosa
sensazione di terrore mi colse. Io sapevo di essermi imbattuto viso a viso
con qualcuno la cui semplice personalità era così affascinante che, se lo
avessi permesso, avrebbe assorbito la mia intera natura, la mia anima
intera, tutta la mia stessa arte. Non volevo nessuna influenza esterna nella
mia vita. Tu sai, Harry, quanto sono indipendente per natura. Sono
sempre stato il padrone di me stesso; almeno lo sono stato sempre, fino al
giorno in cui incontrai Dorian Gray. Allora… ma non so come spiegartelo.
Qualcosa sembrò comunicarmi che ero sull'orlo di una terribile crisi nella
mia vita. Provai lo strano presentimento che il fato aveva in serbo per me
gioie squisite e squisiti dolori. Mi montò la paura e mi voltai per lasciare la
sala. Non era la coscienza a farmi agire così: era una specie di
vigliaccheria. Non lo considero un merito l’aver tentato di scappare.»
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«La coscienza e la vigliaccheria sono in verità la stessa cosa, Basil. La
coscienza è il marchio depositato della ditta. Ecco tutto.»
«Non ci credo, Harry, e secondo me nemmeno tu ci credi. Comunque,
qualunque fosse il mio motivo – e può essere stato l’orgoglio, perché sono
sempre stato molto orgoglioso – di sicuro mi feci largo e mi diressi verso la
porta. Là, naturalmente, inciampai in Lady Brandon. “Non avrà mica
intenzione di andar via così presto, Mr. Hallward?” strillò. Hai in mente la
sua voce stridula?»
«Sì, è un pavone in tutto fuorché nella bellezza,» disse Lord Henry, facendo
a pezzettini la margherita con le sue lunghe dita nervose.
«Non riuscii a sbarazzarmi di lei. Mi presentò a membri della famiglia reale
e a persone con stelle e giarrettiere, e a vecchie signore con gigantesche
tiare e nasi a pappagallo. Parlava di me come fossi il suo più caro amico.
L’avevo incontrata una volta soltanto prima di allora, ma s’era ficcata in
testa di trattarmi come una celebrità. Io credo che alcuni miei quadri
avevano avuto un gran successo all’epoca, almeno se n’era parlato sui
giornali da un penny, il che è nel diciannovesimo secolo è la misura
dell’immortalità. Improvvisamente mi trovai faccia a faccia con il giovane la
cui personalità mi aveva così stranamente rimescolato. Eravamo così
vicino che quasi ci toccavamo. I nostri occhi s’incontrarono di nuovo. Fu
avventato da parte mia, ma chiesi a Lady Brandon di presentarmi a lui.
Forse non fu così avventato, dopo tutto. Era semplicemente inevitabile. Ci
saremmo parlati senza alcuna presentazione. Ne sono sicuro. Dorian me lo
disse dopo. Anche lui sentiva che eravamo destinati a conoscerci.»
«E come descrisse Lady Brandon questo meraviglioso giovane?» chiese il
suo compagno. «So che ha una passione a dare un rapido precis di tutti i
suoi ospiti. Ricordo che una volta mi portò da un vecchio gentleman
truculento e dal viso rubizzo tutto coperto di ordini e nastri, e sibilava
all’orecchio, con un tragico bisbiglio che doveva essere perfettamente
udibile a tutti nel salone, I dettagli più stupefacenti. Io semplicemente me
la squagliai. Mi piace scoprire da solo le persone. Ma Lady Brandon tratta i
suoi ospiti come un banditore tratta le sue merci. O ti spiccica vita, morte
e miracoli, o ti racconta tutto salvo quello che vuoi sapere.»
«Povera Lady Brandon! Sei duro con lei, Harry!» disse Hallward
apaticamente.
«Mio caro, ha cercato di creare un salon ed è riuscita solo ad aprire un
ristorante. Come potrei ammirarla? Ma dimmi, cosa disse di Dorian Gray?»
«Oh, qualcosa tipo “Affascinante ragazzo… la sua povera cara mamma e io
eravamo assolutamente inseparabili. Non ricordo proprio che cosa fa…
temo che… non faccia niente… oh, sì, suona il piano… o il violino, caro Mr.
Gray?” Nessuno dei due poté fare a meno di ridere, e diventammo subito
amici.»
«La risata non è affatto un brutto inizio per un’amicizia, e ne è la migliore
conclusione» disse il giovane Lord, cogliendo un’altra margherita.
Hallward scosse la testa. «Non capisci che cosa sia l’amicizia, Harry,»
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mormorò «o cosa sia l’inimicizia, al riguardo. A te piacciono tutti; il che
equivale a dire che sei indifferente a tutti.»
«Com’è orribilmente ingiusto da parte tua!» esclamò Lord Henry, volgendo
all’indietro il cappello e guardando le piccole nuvole che, come matasse
arruffate di lucida seta bianca, andavano alla deriva nel concavo turchese
del cielo estivo. «Sì; orribilmente ingiusto da parte tua. Io faccio una gran
differenza tra le persone. Scelgo I miei amici per il loro bell’aspetto, le mie
conoscenza per il loro buon carattere, e i miei nemici per il loro buon
intelletto. Un uomo non è mai troppo attento nella scelta dei suoi nemici.
Io non ne ho nessuno che sia stupido. Sono tutti uomini di una qualche
capacità intellettuale, e di conseguenza mi apprezzano tutti. È molto
vanitoso da parte mia? Penso lo sia proprio.»
«Direi che lo è, Harry. Ma, secondo la tua categoria, io dovrei essere
soltanto una conoscenza.»
«Mio caro vecchio Basil, tu sei molto più che una conoscenza.»
«E molto meno di un amico. Una sorta di fratello, suppongo?»
«Oh, i fratelli! Non m’importa dei fratelli. Il mio fratello maggiore non ne
vuol sapere di morire e i miei fratelli minori pare non facciano altro.»
«Harry!» esclamò Hallward, aggrottando le sopracciglia.
«Mio caro amico, non sono affatto serio. Ma, non posso fare a meno di
detestare i miei parenti. Penso che derivi dal fatto che nessuno di noi può
sopportare chi ha i nostri stessi difetti. Simpatizzo molto con la rabbia dei
democratici inglesi contro quelli che chiamano i vizi delle classi superiori.
Le masse sentono che l’ubriachezza, la stupidità e l’immoralità dovrebbero
essere un loro appannaggio, e che, se uno di noi fa l’asino, sta cacciando di
frodo nelle loro riserve. Quando il povero Southwark andò nella Corte dei
Divorzi, la loro indignazione fu proprio magnifica. Eppure non credo che il
dieci per cento del proletariato viva correttamente.»
«Non condivido una singola parola che hai detto, e, quel che più conta,
Harry, sono sicuro che nemmeno tu la condividi.»
Lord Henry accarezzò la sua aguzza barba bruna e batté la punta della
scarpa di vernice con il bastoncino intarsiato d’avorio. «Come sei inglese,
Basil! È la seconda volta che fai la stessa osservazione. Se sottoponi
un’idea a un vero inglese – il che è sempre avventato – non si sogna mai di
considerare se l’idea sia giusta o sbagliata. L’unica cosa che considera di
alcuna rilevanza è se ci si crede o meno. Ora, la validità di un’idea non ha
proprio niente a che fare con la sincerità di chi la esprime. Anzi, la
probabilità è che più insincero sia l’uomo, più puramente intellettuale sarà
l’idea, visto che in questo caso non sarà colorata dai suoi bisogni, desideri,
o pregiudizi. Tuttavia, non ho intenzione di discutere con te di politica,
sociologia, o metafisica. Preferisco le persone ai principi, e mi piacciono più
di ogni altra cosa al mondo le persone senza principi. Parlami ancora di
Dorian Gray. Lo vedi spesso?»
«Tutti i giorni. Non potrei essere felice se non lo vedessi tutti i giorni. Mi è
assolutamente necessario.»
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«Che straordinario! Io credevo che non ti saresti mai interessato d’altro che
della tua arte.»
«Adesso lui è per me tutta la mia arte,» disse il pittore con gravità. «Delle
volte, Harry, penso che ci siano solo due ere di una qualche importanza
nella storia del mondo. La prima è l’apparizione di un nuovo mezzo per
l’arte, e la seconda è l’apparizione di una nuova personalità artistica. Ciò
che fu l’invenzione della pittura a olio per i veneziani, fu il volto di Antinoo
per la tarda scultura greca, e un giorno sarà per me il volto di Dorian Gray.
Non è soltanto il fatto che da lui traggo la pittura, il disegno, lo schizzo.
Naturalmente, ho tratto tutto questo. Ma per me lui è molto di più di un
modello. Non voglio dirti che non sono soddisfatto di ciò che ho fatto di lui,
o che la sua bellezza è tale che l’arte non può esprimerla. Non c’è niente
che l’arte non possa esprimere, e io so che l’opera che ho realizzato, da
quando incontrai Dorian Gray, è buona, è la migliore della mia vita. Ma in
un modo curioso – mi chiedo, mi capirai? – la sua personalità ha suggerito
a me una maniera interamente nuova nell’arte, un umore stilistico
interamente nuovo. Vedo le cose diversamente, le penso diversamente. Ora
io posso ricreare la vita in un modo che prima mi era oscuro. “Un sogno di
forma in giorni di pensiero”… chi lo ha detto? Non ricordo; ma è ciò che
Dorian Gray è stato per me. Solo la presenza visibile di questo ragazzo –
perché mi sembra poco più di un ragazzo, anche se ha superato i vent’anni
– mi domando, ti rendi conto di tutto quello che significa? Inconsciamente
lui traccia per me le linee di una scuola nuova, una scuola che ha in sé
tutta la passione dello spirito romantico, tutta la perfezione dello spirito
greco. L’armonia dell’anima e del corpo – quanto vale! Noi nella nostra
follia abbiamo separato le due cose e abbiamo inventato un realismo che è
volgare, un idealismo che è vuoto. Harry! Se sapessi che cos’è per me
Dorian Gray! Ricordi quel mio paesaggio, per il quale Agnew 2 mi offrì un
prezzo così alto, ma dal quale non volli separarmi? È una delle migliori
opere che ho fatto. E perché? Perché mentre lo dipingevo, Dorian
Gray sedeva accanto a me. Una sottile influenza passava da lui a me e per
la prima volta nella mia vita vidi nella scialba boscaglia la meraviglia che
avevo sempre cercato e sempre mancato.»
«Basil, questo è straordinario! Io devo vedere Dorian Gray.»
Hallward si alzò up dalla panchina e passeggiò su e giù per il giardino.
Dopo un po’ tornò. «Harry,» disse, «Dorian Gray è per me semplicemente
un motivo d’arte. Tu non potresti vedere nulla in lui. Io vedo tutto in lui.
Non è mai tanto presento nella mia opera di quando non c’è nessuna
immagine sua. Come ti ho detto, è un suggerimento di una nuova maniera.
Io lo trovo nelle curve di certe linee, nella grazia e sottigliezza di certi colori.
Ecco tutto.»
«Allora perché non vuoi esporre il suo ritratto?» chiese Lord Henry.
«Perché, senza intenzione, vi ho messo un’espressione di tutta questa

2 Sir Henry Agnew (1825-1910), famoso mercante d’arte.


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curiosa idolatria artistica, della quale, naturalmente, non mi è mai
importato di parlargliene. Lui non ne sa nulla. Non ne saprà mai nulla. Ma
il mondo potrebbe indovinarla, e io non voglio denudare la mia anima
davanti agli occhi superficiali e indiscreti del mondo. Il mio cuore non sarà
mai messo sotto il suo microscopio. C’è troppo di me in quel ritratto, Harry
- troppo di me!»
«I poeti non sono così scrupolosi come lo sei tu. Sanno come sia utile la
passione per la pubblicazione. Oggi un cuore infranto fa molte edizioni.»
«Per questo li odio,» sbottò Hallward. «Un artista dovrebbe creare cose
belle, ma non dovrebbe mettere niente della sua vita in esse. Viviamo in
un’epoca in cui gli uomini trattano l’arte come se fosse una forma di
autobiografia. Abbiamo perso il senso astratto della bellezza. Un giorno io
mostrerò al mondo che cos’è; e per questa ragione il mondo non vedrà mai
il mio ritratto di Dorian Gray.»
«Credo che tu sbagli, Basil, ma non voglio discutere con te. Solo chi è
intellettualmente perduto che discute sempre. Dimmi, Dorian Gray ti vuole
molto bene?»
Il pittore per qualche momento rifletté. «Gli piaccio,» rispose dopo una
pausa; «So che gli piaccio. Naturalmente lo blandisco tantissimo. Trovo
uno strano piacere nel dirgli cose che mi dispiacerà aver detto. Di solito,
lui è incantevole con me, e stiamo seduti nello studio a parlare di mille
cose. ogni tanto, tuttavia, è orribilmente sconsiderato, e sembra provare
un vero piacere nel farmi soffrire. Allora sento, Harry, di aver dato tutta la
mia anima a qualcuno che la tratta come se fosse un fiore da mettere
all’occhiello, una decorazione che incanti la sua vanità, un ornamento per
un giorno d’estate.»
«I giorni d’estate, Basil, tendono a indugiare,» mormorò Lord Henry. «Forse
ti stancherai prima di lui. È triste pensarlo, ma non v’è dubbio che il genio
duri più della bellezza. Questo spiega il fatto che noi tutti ci diamo tanta
pena per la nostra eccessiva educazione. Nella lotta selvaggia per
l’esistenza, vogliamo avere qualcosa che resista, e così riempiamo le nostre
menti di sciocchezze e fatti, nella stupida speranza di conservare il nostro
posto. L’uomo informato di tutto e su tutto – questo è l’ideale moderno. E
la mente dell’uomo informato di tutto e su tutto è una cosa orribile. È
come un negozio di bric-a-brac, tutto mostri e polvere, con ogni oggetto che
ha il prezzo superiore al suo valore. Eppure, credo che sarai tu a stancarti
per primo. Un giorno guarderai il tuo amico e ti sembrerà un po’ mal
disegnato, o non ti piacerà il tono del suo colore, o altro. In cuor tuo lo
rimproverai amaramente, e seriamente penserai che s’è comportato molto
male con te. la prossima volta che verrà, sarai del tutto freddo e
indifferente. Sarà un grande peccato, perché questo ti altererà. Ciò che mi
hai detto è alquanto romanzesco, lo si potrebbe chiamare un romanzo
d’arte, e il peggio di un romanzo d’ogni specie è che ci lascia così per niente
romantici.»
«Ah, mio caro Basil, è esattamente il perché io posso sentirlo. Quelli che
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sono fedeli conoscono solo il lato triviale dell’amore: è l’infedele che
conosce le tragedie dell’amore.» E Lord Henry strofinò un fiammifero su un
elegante astuccio d’argento, iniziando a fumare una sigaretta con un’aria
consapevole e soddisfatta, come se avesse riassunto il mondo in una frase.
C’era un fruscio di passeri tra le foglie laccate di verde dell’edera, e le
ombre azzurre delle nubi si davano la caccia sull’erba come rondini. Come
si stava bene in giardino! E com’erano deliziose le emozioni degli altri! –
molto di più delle loro idée, gli sembrava. La sua propria anima, e le
passioni degli amici – queste erano le cose affascinanti nella vita. si figurò
con silenzioso godimento il noioso pranzo che aveva perduto trattenendosi
così a lungo con Basil Hallward. Se fosse andato da sua zia, là avrebbe di
sicuro incontrato Lord Goodbody, e l’intera conversazione sarebbe stata
sul dar da mangiare ai poveri e sulla necessità di case modello. Ognuno
avrebbe predicato l’importanza di quelle virtù, che non era necessario
esercitare nella propria vita. I ricchi avrebbero parlato del valore della
parsimonia, e i pigri sarebbero stati eloquenti sulla dignità del lavoro. Che
piacere essere sfuggito a tutto ciò! Mentre pensava a sua zia, un’idea
sembrò colpirlo. Si voltò verso Hallward e disse: «Mio caro amico, ora
ricordo.»
«Sono proprio contento che tu non l’abbia saputo, Harry.»
«Perché?»
«Non voglio che tu lo conosca.»
«Non vuoi che lo conosca?»
«No.»
«Il signor Dorian Gray è nello studio, signore,» disse il maggiordomo,
venendo dal giardino.
«Adesso dovrai presentarmelo» esclamò ridendo Lord Henry.
Il pittore si voltò verso il domestico, che stava in piedi sbattendo le
palpebre sotto il sole. «Chiedi al signor Gray di attendere, Parker: sarò lì a
momenti.» l’uomo s’inchinò e risalì il vialetto.
Poi guardò Lord Henry. «Dorian Gray è il mio più caro amico,» disse. «Ha
una natura semplice e bella. Tua zia aveva proprio ragione in quello che ha
detto di lui. Non rovinarlo. Non cercare di influenzarlo. La tua influenza
sarebbe cattiva. Il mondo è grande e pieno di persone meravigliose. Non
portarmi via l’unica persona che dà alla mia arte tutto il fascino che
possiede: la mia vita d’artista dipende da lui. Ricorda, Harry, mi fido di te.»
Parlò molto adagio, e le parole sembravano uscirgli quasi controvoglia.
«Che sciocchezze dici!» disse Lord Henry sorridendo e, preso Hallward per
un braccio, quasi lo trascinò dentro casa.

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Capitolo II

Quando entrarono videro Dorian Gray. Stava seduto al pianoforte, di spalle


a loro, sfogliando le pagine di uno spartito delle Scene del bosco di
Schumann. «Me le devi prestare, Basil» esclamò. «Voglio impararle. Sono
davvero incantevoli.»
«Dipende tutto da come poserai oggi, Dorian.»
«Oh, sono stanco di posare, e non voglio un mio ritratto a grandezza
naturale» rispose il ragazzo, girandosi sul sedile del piano in modo
ostinato, petulante. Quando scorse Lord Henry, un vago rossore accese le
sue guance per un istante, e si alzò. «Ti chiedo scusa, Basil, ma non
sapevo che avessi qualcuno con te.»
«Questo è Lord Henry Wotton, Dorian, un vecchio amico di Oxford. Gli
stavo proprio dicendo che sei un modello esemplare, e ora hai rovinato
tutto.»
«Non ha rovinato il mio piacere d’incontrarvi, Mr. Gray» disse Lord
Henry, facendosi avanti con la mano tesa. «Mia zia mi ha spesso parlato di
lei. È uno dei suoi preferiti, e, temo, anche una delle sue vittime.»
«Al momento sono nel libro nero di Lady Agatha» rispose Dorian con
un’aria buffa di pentimento. «Le promisi d’andare con lei a un club in
Whitechapel lo scorso martedì, e me ne sono proprio dimenticato del tutto.
Dovevamo suonare insieme un pezzo a quattro mani… tre pezzi, credo.
Non so cosa mi dirà. Ho troppa paura di andarla a trovare.»
«Oh, la farò riconciliare con mia zia. Ha una vera devozione per lei. E non
credo che la vostra assenza importi molto. Il pubblico probabilmente ha
pensato che era un pezzo a quattro mani. Quando zia Agatha siede al
piano fa abbastanza rumore per due.»
«Questo è molto sgradevole per lei e non molto simpatico per me» rispose
ridendo Dorian.
Lord Henry lo guardava. Sì, era senza dubbio meravigliosamente bello, con
le sue labbra scarlatte finemente curvate, i limpidi occhi azzurri, i capelli
ricci color oro. C’era qualcosa nel suo volto che gli faceva ottenere subito
fiducia. Tutto il candore era lì, come tutta la purezza appassionata della
giovinezza. Si sentiva che non si era lasciato contaminare dal mondo.
Nessuna meraviglia che Basil Hallward lo adorasse.
«Lei è troppo affascinante per darsi alla filantropia, signor Gray… fin
troppo affascinante.» E Lord Henry sprofondò nel divano e aprì il suo
portasigarette.
Il pittore era intento a mescolare i colori e a preparare i pennelli. Aveva
l’aria turbata e, quando udì l’ultima osservazione di Lord Henry, gli dette
un’occhiata, esitò per un momento, poi disse: «Harry, vorrei finire questo
ritratto oggi. Pensi che sarebbe sgarbato da parte mia se ti chiedessi di
andartene?»
Lord Henry sorrise e guardò Dorian Gray. «Debbo andarmene, signor

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Gray?» chiese.
«Oh no, per favore, Lord Henry! Vedo che Basil è in uno dei suoi momenti
imbronciati; e io non posso soffrirlo quando mette il broncio. Inoltre vorrei
che mi dicesse perché non dovrei darmi alla filantropia.»
«Non so se glielo dirò, signor. Gray. È un argomento così tedioso che
bisognerebbe parlarne sul serio. Ma io certamente non me andrò, ora che
mi ha chiesto di trattenermi. Non ti dispiace, Basil, vero? Mi hai detto
spesso che ti piaceva che I tuoi avessero qualcuno con cui chiacchierare.»
Hallward si morse il labbro. «Se Dorian lo desidera, certo che devi restare. I
capricci di Dorian sono legge per tutti, fuorché per lui.»
Lord Henry prese il cappello e i guanti. «Sei molto insistente, Basil, ma
temo di dover andare. Ho promesso d’incontrare una persona all’Orleans 3.
Arrivederci, signor Gray. Venga a trovarmi un pomeriggio in Curzon Street
4. Sono quasi sempre a casa alle cinque. Mi scriva quando verrà. Mi

dispiacerebbe mancare.»
«Basil,» gridò Dorian Gray, «se Lord Henry Wotton va via, me ne vado
anch’io. Tu non pari mai bocca quando dipingi, ed è una noia mortale
stare seduti su una pedana e cercare d’apparire allegro. Chiedigli di
restare. Insisto.»
«Resta, Harry, per Dorian e per me» disse Hallward,fissando intensamente
il quadro. «È proprio vero, non apro mai bocca quando lavoro, e nemmeno
ascolto, e deve essere un tedio mostruoso per i miei poveri modelli. Ti
prego di restare.»
«Ma il mio uomo all’Orleans?»
Il pittore rise. «Non credo che ci saranno difficoltà per questo. Torna a
sederti, Harry. E adesso, Dorian, mettiti sulla pedana, non muoverti
troppo e non fare caso a quello che dice Lord Henry. Lui ha una pessima
influenza su tutti i suoi amici, a eccezione di me.»
Dorian Gray salì sul palco con l’aria di un giovane martire greco, e fece
una piccola moue 5 di scontento a Lord Henry, che aveva preso a benvolere.
Era così diverso da Basil. Facevano un contrasto molto piacevole. E aveva
una voce così bella. Dopo qualche istante gli disse: «Ha davvero una
pessima influenza, Lord
Henry? Cattiva come dice Basil?»
«Non esiste una buona influenza, signor Gray. Ogni influenza è immorale…
immorale dal punto di vista scientifico.»
«Perché?»
«Perché influenzare una persona vuol dire dargli la propria anima. Egli non
pensa i suoi pensieri naturali, o non brucia delle sue naturali passioni. Le
sue virtù non sono reali per lui. I suoi peccati, ammesso che esistano i
peccati, sono presi in prestito. Diventa un’eco della musica di un altro, un

3 L’ Orleans era un piccolo club molto esclusivo a St James’s.


4 Curzon Street era uno dei quartieri più chic della Londra vittoriana.
5 Smorfia, in francese nel testo.

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attore di una parte che non è stata scritta per lui. Lo scopo della vita è
l’autosviluppo. Realizzare perfettamente la propria natura - ecco perché
ognuno di noi si trova qui. Oggigiorno, la gente ha paura di se stessa. Ha
dimenticato il più alto di tutti i doveri, il dovere che si ha verso di sé.
Naturalmente la gente è caritatevole. Nutre chi ha fame e veste lo
straccione. Ma la sua anima è affamata e nuda. Il coraggio ha
abbandonato la nostra razza. Forse non l’abbiamo mai avuto veramente. Il
terrore della società, che è alla base della morale, il timore di Dio, che è il
segreto della religione - queste sono le due cose che ci governano.
Eppure… »
«Volta il capo un po’ più a destra, Dorian, da bravo ragazzo» disse il pittore,
immerso nel suo lavoro e conscio solo di uno sguardo apparso sul volto del
ragazzo che non aveva mai visto prima.
«Eppure,» continuò Lord Henry, con la sua voce grave, musicale, e con
quell’aggraziato ondeggiare della mano che era da sempre così
caratteristico in lui, fin dai giorni di Eton, «Io credo che se un uomo vivesse
la sua vita pienamente e completamente, desse forma a sentimento,
espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno…credo che il mondo
guadagnerebbe un impulso di gioia tanto fresco da dimenticare tutte le
malattie del medievalismo, e tornare all’ideale ellenico - a qualcosa di più
bello, di più ricco dell’ideale ellenico, probabilmente. Ma il più coraggioso
tra noi ha paura di se stesso. La mutilazione del selvaggio ha la sua tragica
sopravvivenza nell’autonegazione che abbrutisce la nostra vita. Noi
veniamo puniti per le nostre rinunce. Ogni impulso che tentiamo di
soffocare germoglia nella mente, e ci avvelena. Il corpo pecca una volta, e si
libera con il peccato, perché l’azione è un modo di purificazione. Non
rimane altro che il ricordo di un piacere, o la lussuria di un rimpianto.
L’unica maniera per sbarazzarsi di una tentazione è abbandonarsi a essa.
Resista a essa, e la sua anima si ammala di desiderio sfrenato per le cose
che ha proibito a se stessa, di bramosia per ciò che le sue leggi mostruose
hanno reso mostruoso e illegale. È stato detto che i grandi eventi del
mondo hanno luogo nel cervello. È nel cervello, e solo nel cervello, che
hanno anche luogo i grandi peccati del mondo. Lei, signor Gray, lei stesso,
con la sua rossa rosea giovinezza e la sua bianca rosea adolescenza, ha
avuto passioni che le hanno fatto paura, pensieri che l’hanno riempita di
terrore, sogni a occhi aperti e sogni notturni la cui sola memoria potrebbe
far arrossire la vostra guancia di vergogna…»
«Si fermi!» balbettò Dorian Gray, «Si fermi! Lei mi sconcerta. Non so che
dire. C’è una risposta, ma non riesco a trovarla. Non parli. Mi lasci
pensare. O, meglio, lasci che provi a non pensare.»
Per quasi dieci minuti restò lì, immobile, con le labbra socchiuse e gli occhi
insolitamente accesi. Era vagamente conscio che influenze del tutto nuove
stavano operando in lui. Eppure, gli sembravano scaturite veramente da
lui stesso. Le poche parole che l’amico di Basil gli aveva detto - parole dette
a caso, senza dubbio, e intenzionalmente paradossali – avevano toccato
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qualche segreta corda che non era mai stata toccata prima, ma che ora
sentiva vibrare e pulsare con curiosi fremiti.
La musica lo aveva rimescolato così. La musica lo aveva turbato molte
volte. Ma la musica non era chiara. Non era un nuovo mondo, ma
piuttosto un altro caos che creava in noi. Parole! Soltanto parole!
Com’erano terribili! Chiare, vivide e crudeli! Non si poteva sfuggirle.
Eppure, che sottile magia c’era in esse! Pareva fossero in grado da dare
una forma plastica a cose informi, e possedere una propria musica dolce
come quella della viola o del liuto. Soltanto parole! C’era qualcosa di tanto
reale come le parole?
Sì, c’erano state delle cose nella sua adolescenza che non aveva capito. Le
capiva adesso. La vita improvvisamente assunse dei toni accesi. Gli
sembrava di aver camminato nel fuoco. Perché non se n’era accorto?
Con il suo sorriso sottile, Lord Henry lo osservava. Conosceva il preciso
momento psicologico in cui tacere. Si sentì profondamente interessato. Era
stupito dell’impressione improvvisa che le sue parole avevano prodotto, e,
ricordando un libro che aveva letto quando era sedicenne, un libro che gli
aveva rivelato molte cose che prima non sapeva, si domandò se Dorian
Gray non stesse attraversando una simile esperienza. Aveva soltanto
scoccato una freccia nell’aria. Aveva colto nel segno? Com’era affascinante
il ragazzo!
Hallward dipingeva con quel suo meraviglioso tocco audace, che aveva la
vera raffinatezza e la perfetta delicatezza che in arte, in ogni modo, deriva
solo dalla forza. Non si accorse del silenzio.
«Basil, sono stanco di stare in piedi» gridò Dorian Gray improvvisamente.
«Devo uscire a sedermi in giardino. L’aria qui è soffocante.»
«Mio caro amico, mi dispiace tanto. Quando dipingo non so pensare ad
altro. Ma non hai mai posato meglio. Eri perfettamente immobile. E ho
colto l’effetto che volevo – le labbra socchiuse e lo sguardo lucente negli
occhi. Non so cosa ti stesse dicendo Harry, ma di sicuro ti ha fatto
prendere l’espressione più stupenda. M’immagino ti stesse facendo dei
complimenti. Non devi credere a una parola di quello che dice.»
«Di certo non mi ha fatto dei complimenti. Forse questo è il motivo per cui
non credo a niente di ciò che mi ha detto.»
«Lei crede a tutto e lo sa» disse Lord Henry, guardandolo con i suoi
languidi occhi sognanti. «Verrò con lei in giardino. Fa un caldo orribile
nello studio. Basil, facci portare qualcosa di ghiacciato da bere, qualcosa
con delle fragole.»
«Certamente, Harry. Suona pure il campanello, e quando verrà Parker gli
dirò ciò che vuoi. Ho da lavorare su questo sfondo, così vi raggiungerò più
tardi. Non trattenere troppo Dorian. Non sono mai stato più in forma di
oggi per dipingere. Questo sarà il mio capolavoro. È già il mio capolavoro.»
Lord Henry uscì in giardino e trovò Dorian Gray che affondava il suo volto
nei grandi freschi fiori di lillà, bevendo febbrilmente nel loro profumo come
se fosse vino. Si fece vicino a lui e posò la mano sulla sua spalla. «Ha
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proprio ragione a far così» mormorò. «Niente può curare l’anima se non i
sensi, così come niente può curare i sensi se non l’anima.»
Il ragazzo trasalì e si ritrasse. Era a capo scoperto e le foglie arruffavano i
suoi ricci ribelli e annodavano i loro fili dorati. C’era un’espressione di
paura nei suoi occhi, come quando s’è svegliati di colpo. Le sue narici
finemente cesellate fremevano e qualche nervo nascosto scosse lo scarlatto
delle sue labbra lasciandole tremare.
«Sì,» proseguì Lord Henry, «questo è uno dei grandi segreti della vita –
curare l’anima per mezzo dei sensi, e i sensi per mezzo dell’anima. Lei è
una creatura meravigliosa. Sa più di quanto crede di sapere, così come sa
meno di quanto vuole sapere.»
Dorian Gray s’accigliò e voltò il capo altrove. Non poteva non piacergli quel
giovane alto e grazioso che stava accanto a lui. Il suo viso romantico,
olivastro e l’espressione consunta lo interessavano. C’era qualcosa nella
sua voce bassa e languida che lo stava assolutamente affascinando.
Persino le sue mani fresche, bianche, simili a fiori, avevano una curiosa
attrattiva. Mentre parlava, si muovevano come musica, e sembra avessero
un linguaggio proprio. Ma provò paura per lui e si vergognò d’aver paura.
Perché a un estraneo era toccata il compito di rivelarlo a se stesso?
Conosceva Basil Hallward da mesi, ma l’amicizia tra loro non l’aveva mai
alterato. D’un colpo era venuto qualcuno nella sua vita che sembrava
avergli dischiuso il mistero della vita. eppure, di cosa doveva aver paura?
Non era uno scolaretto o una ragazza. Era assurdo essere spaventati.
«Andiamo a sederci all’ombra" disse Lord Henry. «Parker ha portato fuori
le bibite, e se lei sta ancora sotto questo sole abbagliante si rovinerà
completamente, e Basil non vorrà più ritrarla. Non deve per niente
permettere a se stesso di prendere una scottatura. Non le donerebbe.»
«Che importanza può avere?» esclamò Dorian Gray ridendo, mentre si
sedeva sulla panchina in fondo al giardino.
«Tutto dovrebbe avere importanza per lei, signor Gray.»
«Perché?»
«Perché lei ha la più stupenda giovinezza, e la giovinezza è l’unica cosa che
valga la pena avere.»
«Non lo penso, Lord Henry.»
«No, non lo pensa adesso. Un giorno, quando sarà vecchio, rugoso e
brutto, quando il pensiero avrà solcato la sua fronte con le sue linee, e la
passione avrà marcato le labbra con i suoi orrendi ardori, lo penserà, lo
penserà terribilmente. Ora, ovunque vada, conquista il mondo. Sarà
sempre così? ... Lei ha un volto meravigliosamente bello, signor Gray. Non
si accigli. Lo ha. E la Bellezza è una forma del Genio - veramente è
superiore al Genio, perché non ha bisogno di spiegazioni. È tra le grandi
realtà del mondo, come la luce del sole, o la primavera, o il riflesso in
acque scure di quella conchiglia argentea che chiamiamo luna. Non si può
dubitarne. Ha il suo divino diritto alla sovranità. Rende principi coloro che
la possiedono. Sorride? Ah! Quando l’avrà persa non sorriderà... La gente
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talvolta dice che la Bellezza è soltanto superficiale. Può darsi. Ma almeno
non è così superficiale come il Pensiero. Per me la Bellezza è la meraviglia
delle meraviglie. Solo le persone superficiali non giudicano dalle
apparenze. Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.... Sì,
signor Gray, gli dèi sono stati benevoli con lei. Ma ciò che gli dèi danno
fanno presto a togliere. Lei ha solo pochi anni in cui vivere veramente,
perfettamente, e pienamente. Quando la sua giovinezza quando se ne
andrà, la sua bellezza andrà via con essa, e allora scoprirà tutto insieme
che non ci sono più trionfi per lei, o si dovrà accontentare di quei trionfi
avari che la memoria del suo passato le renderà più amari delle sconfitte.
Ogni mese che scorre la avvicina a qualcosa di terribile. Il tempo è geloso
di lei, e lotta contro i suoi gigli e le sue rose. Diventerà giallastro, e avrà le
guance infossate, e gli occhi vuoti. Soffrirà orribilmente... Ah! realizzi la
sua giovinezza finché la possiede. Non sprechi l’oro dei suoi giorni ad
ascoltare i noiosi, cercando di rimediare ai fallimenti senza speranza,
sperperando la sua vita con gli ignoranti, i mediocri, e i volgari. Questi
sono gli scopi malati, i falsi ideali, della nostra epoca. Viva! Viva la
meravigliosa vita che è in lei! Che niente vada perduto per lei. Sia sempre
alla ricerca di nuove sensazioni. Non tema niente... Un nuovo edonismo –
ecco ciò che vuole il solo secolo. Lei potrebbe essere il suo simbolo visibile.
Con la sua personalità non c’è niente che non possa fare. Il mondo le
appartiene per una stagione... Nel momento in cui l’ho incontrata ho visto
che lei non era affatto conscio di ciò che lei è veramente, o di ciò che
potrebbe essere. C’era così tanto in lei ad affascinarmi che ho sentito di
doverle dire qualcosa su lei stesso. Ho pensato come sarebbe tragico se si
sprecasse. Perché la sua giovinezza durerà così poco tempo – così poco
tempo. I fiori comuni di campo appassiscono, ma rifioriscono. Il laburno
tornerà giallo il prossimo giugno come lo è ora. Fra un mese ci saranno
stelle color porpora sulla clematide, e anno dopo anno la verde notte delle
sue foglie sosterrà le sue stelle purpuree. Ma non riavremo mai la nostra
giovinezza. L’impulso di gioia che a vent’anni palpita in noi poi si rallenta. I
nostri arti si indeboliscono, i nostri sensi si guastano. Degeneriamo in
orribili burattini, perseguitati dalla memoria delle passioni di cui avevamo
troppa paura, e delle squisite tentazioni alle quali non avemmo il coraggio
cedere. Gioventù! Gioventù! Non c’è assolutamente niente al mondo che la
gioventù!
Dorian Gray ascoltava, con gli occhi spalancati e stupito. Il rametto di lillà
gli cadde di mano sulla ghiaia. Un’ape pelosa venne a ronzargli intorno per
un momento. Poi cominciò a inerpicarsi sul globo ovale e stellato dei
piccolissimi fiori. La osservava con quello strano interesse per le cose
banali che cerchiamo di sviluppare quando le cose di grande importanza ci
fanno paura, o quando siamo rimescolati da qualche nuova emozione per
la quale non sappiamo trovare un’espressione, o un pensiero che ci
terrorizza all’improvviso assedia il nostro cervello e ci invita ad arrenderci.
Dopo un po’ l’ape volò via. La vide avanzare nella corolla variegata di un
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convolvolo di Tiro. Il fiore parve tremare, e poi ondeggiò gentilmente su e
giù.
Improvvisamente il pittore apparve sulla porta dello studio e fece loro dei
segni concitati 6 per dirgli di rientrare. Si volsero l’uno verso l’altro e
sorrisero.
«Sto aspettando» gridò. «Su, venite. La luce è proprio perfetta, e potete
portarvi le vostre bibite.»
Si alzarono e avanzarono placidamente giù per il vialetto. Due farfalle verdi
e bianche volteggiavano dietro di loro, e sul pero all’angolo del giardino un
tordo iniziò a cantare.
«È contento di avermi incontrato, signor Gray» disse Lord Henry
guardandolo.
«Sì, ora sì. Mi chiedo se lo sarò sempre.»
«Sempre! Che parola orribile. Mi fa venire i brividi quando la sento. Alle
donne piace usarla. Rovinano ogni storia d’amore cercando di farla durare
per sempre. Inoltre, è una parola senza senso. L’unica differenza tra un
capriccio e una passione di una vita è che il capriccio dura un po’ di più.»
Appena entrarono nello studio, Dorian Gray pose la mano sul braccio di
Lord Henry. «In tal caso, che la nostra amicizia sia un capriccio"» bisbigliò,
arrossendo per la sua audacia, poi salì sulla pedana e riassunse la sua
posa.
Lord Henry si buttò su di un’ampia poltrona di vimini e lo fissò.
Lo strusciare e il picchiettare del pennello sulla tela erano l’unico suono
che spezzava il silenzio, eccetto quando, ogni tanto, Hallward
indietreggiava per guardare la sua opera da lontano. La polvere che
sembrava d’oro danzava tra i raggi spioventi che penetravano attraverso la
porta aperta. L’odore acuto delle rose pareva incombere su tutto.
Dopo circa un quarto d’ora Hallward smise di dipingere, guardò a lungo
Dorian Gray, e poi il ritratto, mordicchiando la punta di uno dei suoi
grandi pennelli e accigliandosi. «È proprio finito» esclamò alla fine, e
chinandosi scrisse il suo nome in lunghe lettere vermiglie sull’angolo
sinistro della tela.
Lord Henry venne ad esaminare il ritratto. Era senza dubbio una
meravigliosa opera d’arte, e di una somiglianza meravigliosa.
«Mio caro amico, mi congratulo con te di tutto cuore» disse. «È il più bel
ritratto dei tempi moderni. signor Gray, venga a vedersi.»
Il ragazzo sobbalzò, come destato da un sogno. «È davvero finito?»
mormorò, scendendo dalla pedana.
«Proprio finito» disse il pittore. «E tu hai posato magnificamente oggi. Ti
sono profondamente grato.»
«È tutto merito mio» interruppe Lord Henry. «Non è vero, signor Gray?»
Dorian non rispose, ma passò apatico davanti al suo ritratto e si girò per

6 Nell’originale Wilde usa il termine italiano “staccato”, prendendolo dal linguaggio


musicale.
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guardarlo. Quando lo vide si tirò indietro, e le sue guance arrossirono per
un momento di piacere. Un’espressione di gioia s’accese nei suoi occhi,
come se avesse riconosciuto se stesso per la prima volta. Restò lì in piedi
immobile e attonito, con la vaga coscienza che Hallward gli stava parlando,
ma senza cogliere il senso delle sue parole. Il senso delle sua bellezza
proruppe in lui come una rivelazione. Non l’aveva mai avvertito prima. I
complimenti di Basil Hallward gli erano sembrati soltanto l’esagerazione
incantevole dell’amicizia. Li aveva uditi, ne aveva riso, e se li era
dimenticati. Non avevano influenzato la sua natura. Poi era venuto Lord
Henry Wotton con il suo strano panegirico sulla giovinezza, il suo terribile
ammonimento della sua brevità. Che allora lo aveva turbato, e adesso,
mentre stava lì in piedi a contemplare l’ombra della sua avvenenza, la
realtà piena della descrizione lo folgorò. Sì, sarebbe venuto un giorno in cui
il suo volto sarebbe diventato rugoso e vizzo, i suoi occhi vuoti e privi di
colore, la grazia della sua figura infranta e deformata. Lo scarlatto sarebbe
scomparso dalle sue labbra e l’oro sottratto ai suoi capelli. La vita che
doveva plasmare la sua anima avrebbe rovinato il suo corpo. Sarebbe
diventato terrificante, orrendo, e sgraziato.
A questo pensiero, una fitta acuta di dolore lo attraversò come un coltello e
fece vacillare ogni fibra delicata della sua natura. I suoi occhi diventarono
tetri come l’ametista, su di loro passò una nebbia di lacrime. Sentì come se
una mano glaciale si fosse posata sul suo cuore.
«Non ti piace?» esclamò Hallward alla fine, punto un po’ dal silenzio del
ragazzo, non capendo cosa significasse.
«Ovvio che gli piace» disse Lord Henry. «A chi non piacerebbe? È una delle
cose più grandi nell’arte moderna. Ti darò tutto quello che vorrai
chiedermi. Lo devo avere.»
«Non è di mia proprietà, Harry.»
«E di chi?»
«Di Dorian, naturalmente» rispose il pittore.
«È un ragazzo davvero fortunato.»
«Com’è triste!» mormorò Dorian Gray con gli occhi ancora addosso al suo
ritratto. «Com’è triste! Io invecchierò, diventerò orribile e spaventoso. Ma
questa immagine rimarrà sempre giovane. Non sarà mai più vecchia di
questo particolare giorno di giugno... Se fosse soltanto il contrario! Se fossi
io a rimanere sempre giovane, e il ritratto a invecchiare! Per questo – per
questo – darei tutto! Sì, non c’è niente al mondo che non darei! Darei la
mia anima per questo!»
«Ti piacerebbe poco un accordo del genere, Basil» esclamò ridendo Lord
Henry. «Sarebbe piuttosto negativo per il tuo lavoro.»
«Mi opporrei con tutte le mie forze, Harry» disse Hallward.
Dorian Gray si volse e lo guardò. «Lo credo bene, Basil. Preferisci la tua
arte ai tuoi amici. Per te io non valgo più di una statua verde di bronzo. A
malapena valgo tanto, oso dire.»
Il pittore lo fissò stupito. Non era da Dorian parlare così. Cos’era successo?
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Sembrava piuttosto arrabbiato. Il suo volto era rosso e le guance
bruciavano.
«Sì,» continuò, «Per te io valgo meno del tuo Ermes d’avorio o del tuo fauno
d’argento. Loro ti piaceranno sempre. Per quanto ti piacerò io? Fino a
quando avrò la mia prima ruga, suppongo. Ora so che quando si perde la
propria avvenenza, qualunque sia, si perde tutto. Il tuo ritratto mi ha
insegnato questo. Lord Henry Wotton ha perfettamente ragione. La
gioventù è l’unica cosa che valga la pena d’avere. Quando mi accorgerò che
sto invecchiando, mi ucciderò.»
Hallward diventò pallido e gli afferrò la mano. «Dorian! Dorian!» urlò, «Non
parlare così. Non ho mai avuto un amico come te, e non ne avrò mai un
altro. Non sei geloso delle cose materiali, vero? – Tu che sei più bello di
tutte loro!»
«Io sono geloso di tutto ciò la cui bellezza non muore. Sono geloso del
ritratto che mi hai fatto. Perché lui dovrebbe conservare quello che io devo
perdere? Ogni momento che passa toglie qualcosa a me e lo dà a lui. Oh,
se fosse soltanto il contrario! Se il ritratto potesse cambiare e io rimanere
sempre come sono adesso! Perché l’hai dipinto? Un giorno si farà beffe di
me – si farà beffe di me orribilmente!» Calde lacrime sgorgarono nei suoi
occhi; strappò la sua mano da quella del pittore e, gettandosi sul divano,
nascose il volto nei cuscini, come se pregasse.
«Questa è opera tua, Harry» disse il pittore amaramente.
Lord Henry fece spallucce. «È il vero Dorian Gray – ecco tutto.»
«No.»
«Se non è, cosa c’entro io?»
«Avresti dovuto andartene quando te l’ho chiesto» farfugliò.
«Sono rimasto quando me l’hai chiesto» fu la risposta di Lord Henry.
«Harry, non posso litigare contemporaneamente con i miei migliori amici,
ma fra voi due mi avete fatto odiare il più bel lavoro che abbia mai fatto, e
lo distruggerò. Cosa sono se non tela e colore? Non lascerò che si metta in
mezzo alle nostre tre vite e le rovini.»
Dorian Gray alzò la sua testa dorata dal cuscino, e con il volto pallido e gli
occhi pieni di lacrime, lo guardò mentre si dirigeva verso il tavolo da lavoro
in abete che stava sotto le alte tende della finestra. Che stava facendo? Le
sue dita rovistavano tra l’ammasso di tubetti e pennelli secchi, cercando
qualcosa. Sì, la lunga spatola dalla sottile lama di acciaio flessibile. Alla
fine l’aveva trovata. Stava per lacerare la tela.
Con un singhiozzo soffocato il ragazzo balzò dal divano, e, precipitatosi su
Hallward, gli strappò di mano la spatola e la scaraventò in fondo allo
studio. «No, Basil, no!» urlò. «Sarebbe un delitto!»
«Sono felice che finalmente tu apprezzi la mia opera, Dorian» disse il pittore
freddamente quando si riebbe dalla sorpresa. «Non lo avrei mai creduto.»
«Apprezzarla? Io la amo, Basil. È parte di me stesso. Lo sento.»
«Bene, appena sarai asciutto, sarai verniciato, incorniciato, e mandato a
casa. Allora potrai fare ciò che vuoi di te stesso.» e attraversò la stanza
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per suonare il campanello per il tè. «Vuoi del tè, naturalmente, Dorian?
Anche tu lo vuoi, Harry? O vuoi obiettare su piaceri così semplici?»
«Io adoro i piaceri semplici"» disse Lord Henry. «Sono l’ultimo rifugio del
complesso. Ma non mi piacciono le scene, eccetto a teatro. Che tipi assurdi
siete voi due! Mi domando chi fu a definire l’uomo un animale razionale.
Fu la più prematura definizione mai data. L’uomo è tante cose, ma non è
razionale. Io sono contento che non lo sia, dopo tutto… anche se vorrei che
voi, ragazzi, non bisticciaste sul ritratto. Avresti fatto molto meglio a darlo
a me, Basil. Questo sciocco ragazzo in realtà non lo vuole, invece io sì.»
«Se permetti che sia un altro ad averlo, Basil, non ti perdonerò mai!» gridò
Dorian Gray; «e non permetto a nessuno di chiamarmi sciocco ragazzo.»
«Lo sai che il ritratto è tuo, Dorian. Te l’ho dato prima che esistesse.»
«E lei sa che è stato un po’ sciocco, signor Gray, e che non ha proprio nulla
in contrario se le ricordano che è estremamente giovane.»
«Ne avrei avuto moltissimo questa mattina, Lord Henry.»
«Ah! Questa mattina! Ha vissuto da allora.»
Bussarono alla porta,e il maggiordomo entrò con un vassoio da tè carico e
lo posò su un tavolinetto giapponese. Ci fu un rumore di tazzine e piattini
e il sibilo di un samovar georgiano. Due piatti cinesi a forma di globo
furono portati da un paggio. Dorian Gray andò a versarsi il tè. I due
uomini si avvicinarono languidamente al tavolo ed esaminarono cosa c’era
sotto i coperchi.
«Andiamo a teatro stasera» disse Lord Henry. «Sicuramente ci deve essere
qualcosa in cartello da qualche parte. Ho promesso di cenare da White's 7,
ma è soltanto un vecchio amico, perciò posso mandare un biglietto per
dirgli che sto male, o che non posso andare per un impegno successivo.
Credo che sarebbe una scusa piuttosto carina: avrebbe tutta la sorpresa
del candore.»
«È così noioso mettere l’abito da sera» borbottò Hallward. «E quando lo hai
indosso, è così orribile.»
«Sì,» rispose Lord Henry trasognato, «gli abiti del diciannovesimo secolo
sono detestabili. Sono così tetri, così deprimenti. Il peccato è l’unico vero
elemento di colore rimasto nella vita moderna.»
«Davvero non dovresti dire cose così davanti a Dorian, Harry.»
«Davanti a quale Dorian? Quello che ci sta versando il tè, o quello del
ritratto?»
«Tutti e due.»
«Mi piacerebbe venire con lei a teatro, Lord Henry» disse il ragazzo.
«Allora venga; e verrai anche tu, Basil, vero?»
«Non posso proprio. Preferirei di noi. Ho un mucchio di lavoro da fare.»
«Beh, allora ci andremo da soli, signor Gray.»
«Mi piacerebbe da matti.»
Il pittore si morse il labbro e andò verso il ritratto con la tazzina in mano.

7 Uno dei più antichi club di Londra, sempre al St. James’s.


22
«Resterò con il vero Dorian» disse con tristezza.
«È quello il vero Dorian?» urlò l’originale del ritratto, avvicinandosi a lui.
«Sono proprio così?»
«Sì; tu sei proprio così.»
«Che meraviglia, Basil!»
«Almeno sei così nell’aspetto. Ma quello non cambierà mai,» sospirò
Hallward. «È già qualcosa.»
«Quante storie fa la gente sulla fedeltà!» esclamò Lord Henry. «Perché,
anche nell’amore è puramente una questione fisiologica. Non ha nulla a
che fare con la nostra volontà. I giovani vogliono essere fedeli, e non lo
sono; i vecchi vogliono essere infedeli, e non possono: è tutto quello che si
può dire.»
«Non andare a teatro stasera, Dorian» disse Hallward. «Resta a cena con
me.»
«Non posso, Basil.»
«Perché?»
«Perché ho promesso a Lord Henry Wotton di andare con lui.»
«a lui non piacerai di più per aver mantenuto la promessa. Lui le sue non
le mantiene mai. Ti prego di non andare.»
Dorian Gray rise e scosse la testa.
«Ti supplico.»
Il ragazzo esitò ed esaminò Lord Henry, che li stava guardando dal
tavolinetto del tè con un sorriso divertito.
«Devo andare, Basil» rispose.
«Molto bene» soggiunse Hallward, e andò a posare la sua tazzina sul
vassoio. «È piuttosto tardi e, siccome dovete vestirvi, fareste meglio a non
perdere tempo. Arrivederci, Harry. Arrivederci, Dorian. Torna presto a
trovarmi. Vieni domani.»
«Certamente.»
«Non lo dimenticherai?»
«No, naturalmente no» urlò Dorian.
«E… Harry!»
«Sì, Basil?»
«Ricorda quello che ti ho chiesto quando eravamo stamani in giardino.»
«L’ho dimenticato.»
«Mi fido di te.»
«Vorrei potermi fidare di me stesso» disse Lord Henry ridendo. «Venga,
signor Gray, la mia carrozza è qui fuori, e posso accompagnarla a casa.
Arrivederci, Basil. È stato un pomeriggio molto interessante.»
Quando la porta si chiuse dietro di loro, il pittore si lasciò andare su di un
sofa, e un’espressione di dolore si dipinse sul suo volto.

23
Capitolo III

Il giorno dopo, a mezzogiorno e mezzo, Lord Henry Wotton faceva due passi
da Curzon Street verso l’Albany per andare a trovare suo zio, Lord Fermor,
un vecchio scapolo gioviale, anche se di modi un po’ rudi, che il mondo
chiamava egoista non ricevendo nessun particolare beneficio da lui, ma
che era considerato generoso dalla buona società perché nutriva le persone
che lo divertivano. Suo padre era stato il nostro ambasciatore a Madrid
quando Isabella era giovane e non si pensava a Prim 8, ma si era ritirato
dalla Diplomazia in un bizzoso momento di irritazione per non essergli
stata offerta l’ambasciata a Paris, un posto al quale riteneva di avere
pienamente diritto per motivi di nascita, la sua indolenza, l’ottimo inglese
dei suoi dispacci, e la sua sfrenata passione per il piacere. Il figlio, che era
stato il segretario di suo padre, aveva rassegnato le dimissioni con il suo
capo, piuttosto scioccamente come fu considerato all’epoca, e
succedendogli mesi dopo nel titolo, si era dedicato al grave studio della
grande arte aristocratica di non fare assolutamente niente. Possedeva due
grandi case in città, ma preferiva vivere in camere ammobiliate perché era
meno fastidioso, e pranzava perlopiù al suo club. Prestava un po’
d’attenzione alla gestione delle sue miniere di carbone nelle contee del
Midland, giustificandosi per questa macchia di operosità sostenendo che
l’unico vantaggio di possedere del carbone era che dava l’opportunità a un
gentiluomo di potersi permettere il decoro bruciare legna nel proprio
focolare. In politica era un Tory, tranne quando i Tories erano al potere, e
durante quel periodo lui li maltrattava ore rotundo dicendo che erano una
masnada di radicala. Era un eroe per il suo maggiordomo, che lo
tiranneggiava, e un terrore per la maggior parte dei suoi parenti, che
tiranneggiava a sua volta. Soltanto l’Inghilterra poteva averlo messo al
mondo, e lui diceva sempre che il paese stava andando alla malora. I suoi
principi erano datati, ma ci sarebbe molto da dire sui suoi pregiudizi.
Quando Lord Henry entrò nella stanza, trovò suo zio seduto con una rozza
giacca da caccia indosso, che fumava un mezzo sigaro e brontolava sul
“Times”. «Bene, Harry,» disse il vecchio gentiluomo, «cosa ti porta così
presto in giro? Pensavo che voi dandies non vi alzaste prima delle due e
non foste visibili fino alla cinque.»
«Puro affetto familiare, ti assicuro, zio George. Vorrei che tu mi aiutassi.»
«Soldi, immagino» disse Lord Fermor, con uno sguardo beffardo. «Beh, siedi
e dimmi tutto. I giovani oggi credono che i soldi siano tutto.»
«Sì,» mormorò Lord Henry, aggiustandosi l’asola della giacca; «e quando
diventano vecchi lo sanno. Ma non voglio soldi. Solo la gente che paga i
suoi conti li vuole, zio George, e io non pago mai i miei. Il credito è il

8 Juan Prim (1814-1870), generale spagnolo che capeggiò la rivolta contro la regina
Isabella II, facendola deporre nel 1868 55 anni di regno.
24
capitale del secondogenito, ci si vive splendidamente sopra. Inoltre, io
tratto sempre con i fornitori di Dartmoor, e di conseguenza non mi
seccano mai. Ciò che vorrei è un’informazione: non utile, ovviamente;
un’informazione inutile.»
«Bene, io posso dirti tutto quello che c’è in un English Blue-Book 9, Harry,
sebbene quei tipo oggigiorno scrivano un mucchio di fesserie. Quando ero
in diplomazia, le cose andavano molto meglio. Ma sento dire che adesso
vengono ammessi per concorso. Cosa puoi aspettarti? I concorsi, caro
signore, sono puri imbroglio dall’inizio alla fine. Se un uomo è un
gentleman, sa quanto basta, e se non lo è, qualunque cosa sappia è un
male per lui.»
«Mr. Dorian Gray non fa parte dei Blue Books, zio George» disse
languidamente Lord Henry.
«Mr. Dorian Gray? Chi è?» chiese Lord Fermor, aggrottando le folte
sopracciglia bianche.
«È quello che sono venuto a sapere, zio George. O meglio, so chi è. È
l’ultimo nipote di Lord Kelso. Sua madre era una Devereux, Lady Margaret
Devereaux. Vorrei che tu mi parlassi di sua madre. Com’era? Chi sposò?
Tu hai conosciuto quasi tutti ai tuoi tempi, e allora avresti potuto
conoscerla. Sono molto interessato a Mr. Gray al presente. L’ho appena
incontrato.»
«Il nipote di Kelso!» fece eco il vecchio gentleman. «Il nipote di Kelso!... ma
certo... Conoscevo sua madre intimamente. Credo d’essere stato al suo
battesimo. Lei era una ragazza di una bellezza straordinaria, Margaret
Devereux, e fece impazzire tutti gli uomini scappando con un giovanotto
senza un soldo – un’autentica nullità, sissignore, un subalterno di un
reggimento di fanteria, o qualcosa del genere. Certo. Ricordo tutto come se
fosse successo ieri. Il poveretto fu ucciso in duello a Spa pochi mesi dopo il
matrimonio. C’è un risvolto brutto al riguardo. Dicevano che Kelso avesse
assoldato un furfante avventuriero, un bruto Belga, per insultare suo
genero in pubblico – lo pagò, sissignore, per farlo, lo pagò – e che il tipo
infilzò il suo uomo come se fosse un piccione. La cosa fu messa a tacere,
ma, perdinci, Kelso mangiò da solo al club per un po’ di tempo. Riprese
con sé sua figlia, mi fu detto, e lei non gli rivolse più la parola. Oh, sì; fu
un brutto affare. Anche la ragazza morì, nel giro di un anno. Così lasciò un
figlio, vero? Me l’ero dimenticato. Com’è quel ragazzo? Se assomiglia alla
madre, deve essere bello.»
«È bellissimo» assentì Lord Henry.
«Spero che cada in buone mani» continuò il vecchio signore. «Dovrebbe
avere un bel po’ di soldi che lo aspettano se Kelso ha fatto le cose giuste.
Anche sua madre aveva del denaro. Ereditò tutte le proprietà dei Selby dal
nonno. Suo nonno odiava Kelso, lo considerava un gran bastardo. E lo era.

9 Gli atti del parlamento e del Privy Council, il consiglio privato della corona, con
informazioni sulle personalità politiche e nobiliari erano noti come Blue Books.
25
Venne una volta a Madrid quando c’ero io. Perdinci, mi vergognai di lui. La
regina di solito mi chiedeva di quel nobile inglese che stava sempre a
litigare con i cocchieri sul prezzo della corsa. Ne avevano fatto una
barzelletta. Non osai mostrare il mio volto a corte per un mese. Spero
abbia trattato suo nipote meglio dei vetturini.»
«Non lo so» rispose Lord Henry. «M’immagino che il ragazzo sia messo bene.
ancora non è maggiorenne. Possiede Selby, lo so. Me l’ha detto. E... sua
madre era molto bella?»
«Margaret Devereux era una delle più incantevoli creature da me mai viste,
Harry. Che cosa l’abbia mai indotta a comportarsi in quel modo non sono
mai riuscito a capirlo. Avrebbe potuto sposarsi chiunque volesse.
Carlington era pazzo di lei. Però lei era romantica. Tutte le donne di quella
famiglia lo erano. Gli uomini erano terra terra, ma le donne, perdinci!
Erano meravigliose. Carlington la pregò in ginocchio. Lui stesso me lo
disse. Lei rise di lui, e non esisteva una ragazza a Londra all’epoca che non
gli corresse dietro. Harry, a proposito, parlando di matrimoni assurdi, cos’è
quella storia che mi racconta tuo padre su Dartmoor che vuole sposare
un’americana? Le ragazze inglesi non sono abbastanza buone per lui?»
«In questo momento è piuttosto di moda sposare le americane, zio George.»
«Io sosterrò le donne inglesi contro il mondo, Harry» disse Lord Fermor,
battendo il pugno sul tavolo.
«Si punta sulle americane.»
«Non durano, mi hanno detto» borbottò suo zio.
«Un lungo fidanzamento le esaurisce, ma sono maiuscole in una corsa a
ostacoli. Prendono le cose al volo. Non credo che Dartmoor abbia chance.»
«Chi è la sua gente?» brontolò il vecchio gentleman. «Ha una famiglia?»
Lord Henry scosse la testa. «Le ragazze americane sono tanto brave
nell’occultare i genitori quanto le donne inglesi nel nascondere il loro
passato» disse alzandosi per andare via.
«Sono forse salumieri?»
«Lo spero per il bene di Dartmoor, zio George. Mi dicono che in America il
salumiere è la professione più redditizia, dopo quella del politico.»
«È carina?»
«Si comporta come se fosse bella. Molte donne americane lo fanno. È il
segreto del loro fascino.»
«Perché queste donne americane non se ne stanno a casa loro? Ci dicono
sempre che è il paradiso per le donne.»
«Lo è. Questo è il motivo per cui, come Eva, sono così eccessivamente
ansiose di uscirne» disse Lord Henry. «Arrivederci, zio George.
Farò tardi per il pranzo se mi fermo dell’altro. Grazie per avermi dato
l’informazione che desideravo. Mi piace sempre conoscere tutto dei miei
nuovi amici, e niente dei vecchi.»
«Dove vai a pranzo, Harry?»
«Da zia Agatha. Mi sono invitato con Mr. Gray. È il suo ultimo protégé.»
«Bah! Di’ a tua zia Agatha, Harry, di non seccarmi più con le sue opere di
26
carità. Ne sono pieno. Perbacco, quella brava donna pensa che io non
abbia altro da fare che firmare assegni per le sue sciocche manie.»
«D’accordo, zio George, glielo dirò, ma non sortirà nessun effetto. I
filantropi perdono ogni senso di umanità. È la loro caratteristica
distintiva.»
Il vecchio gentleman grugnì approvando e suonò il campanello per
chiamare il domestico. Lord Henry passò per l’arcata bassa in Burlington
Street e girò in direzione di Berkeley Square.»
Così quella era la storia della famiglia di Dorian Gray. Per quanto
rozzamente gli fosse stata narrata, lo aveva comunque intrigato con la sua
suggestione di un romanzo strano, quasi moderno. Una bella donna che
rischia tutto per una passione folle. Poche scatenate settimane di felicità
troncate da un delitto atroce, sleale. Mesi di agonia senza voce, e poi un
bambino nato nel dolore. La mostra strappata dalla morte, il figlio
abbandonato alla solitudine e alla tirannia di un vecchio senza amore. Sì;
era un retroscena interessante. Metteva in primo piano il ragazzo, lo
rendeva più perfetto, per così dire. Dietro ogni cosa squisita che esisteva,
c’era qualcosa di tragico. Mondi e mondi devono patire, perché il più umile
fiore potesse sbocciare...
E com’era stato affascinante la sera prima a cena, quando con gli occhi
spalancati e le labbra socchiuse in un misto di piacere e paura era seduto
davanti a lui al club, con i rossi paralumi che coloravano di un rosa più
intenso la meraviglia risvegliata del suo volto. Parlare con lui era come
suonare un violino delicato. Rispondeva a ogni tocco e scossa
dell’archetto... C’era qualcosa di terribilmente affascinante nell’esercizio
dell’influenza. Nessun’altra attività era come quella. Proiettare la propria
anima in una forma graziosa, e lasciarla a indugiare per un istante;
ascoltare le proprie visioni intellettuali riecheggiare con tutta la musica
aggiunta della passione e della giovinezza; comunicare il proprio
temperamento in un altro quasi fosse un sottile fluido o un profumo
insolito: c’era una vera gioia in ciò – forse la gioia più soddisfacente
rimasta a noi in un’epoca così limitata e volgare come la nostra, un’epoca
volgarmente carnale nei suoi piaceri, e volgarmente comune nelle sue
mire... Era anche un tipo meraviglioso questo ragazzo, che per un caso
così strano aveva incontrato nello studio di Basil, o in ogni modo poteva
essere plasmato in un tipo meraviglioso. Possedeva la grazia e la candida
purezza dell’adolescenza, e una bellezza come quella che gli antichi marmi
greci ci hanno conservato. Non c’era niente che non si poteva fare con lui.
Poteva essere trasformato in un titano o in un giocattolo. Che peccato che
una bellezza del genere fosse destinato a svanire! ... E Basil? Da un punto
di vista psicologico, com’era interessante!
Quella nuova maniera artistica, quello stile fresco di guardare la vita,
suggeriti così stranamente dalla mera visibile presenza di un essere che ne
era del tutto inconsapevole; lo spirito silente che abitava nel fitto dei
boschi, e camminava invisibile in aperta campagna, che improvvisamente
27
si mostrava, come una driade e senza paura, perché nella sua anima che
la cercava s’era risvegliata quella visione meravigliosa alla quale solo le
meraviglie si rivelavano; le forme e i modelli semplici delle cose che
divenivano, per così dire, raffinate e guadagnavo una sorta di simbolico
valore, come se fossero esse stesse i modelli di un’altra e più perfetta forma
la cui ombra rendevano reale: com’era strano tutto questo! Ricordava
qualcosa del genere nella sua storia. Non era Platone, quell’artista del
pensiero, che l’aveva analizzata per primo? Non era Buonarroti che l’aveva
scolpita nei marmi colorati di una stanza del sonetto? Ma nel nostro secolo
era insolito... Sì; avrebbe tentato di essere per Dorian Gray ciò che, senza
saperlo, il ragazzo era per il pittore che aveva forgiato quello splendido
ritratto. Avrebbe cercato di dominarlo – in effetti era già a metà dell’opera.
Avrebbe fatto suo quello spirito magnifico. C’era qualcosa di affascinante
in questo figlio dell’amore e della morte.
Si fermò di colpo e alzò gli occhi sulle case. Si accorse di aver superato
quella di sua zia da un po’, e, sorridendo tra sé, tornò indietro. Appena
entrato nell’androne piuttosto buio, il maggiordomo gli disse che erano già
a tavola. Diede a uno dei valletti il cappello e il bastone ed entrò nella sala
da pranzo.
«In ritardo come al solito, Harry» gridò sua zia, scuotendo la testa rivolta a
lui.
Inventò una facile scusa, e, preso il posto vuoto vicino a lei, si guardò
intorno per vedere chi c’era. Dorian timidamente gli fece un cenno dal
fondo della tavola, un furtivo rossore di piacere gli colorò le guance. Di
fronte c’era la Duchessa di Harley, una signora che aveva un ammirevole
carattere e un umore sempre buono, molto cara a tutti quelli che la
conoscevano, e dotata di quelle ampie proporzioni architettoniche che nelle
donne che non sono duchesse vengono descritte dagli storici
contemporanei come corpulenza. Accanto a lei sedava, alla sua destra, Sir
Thomas Burdon, un deputato radicale del Parlamento, che nella vita
pubblica seguiva il suo leader e in quella privata i migliori cuochi, cenando
con i Tories e pensando con i Liberali, conformemente a una regola saggia
e ben nota. Il posto alla sua sinistra era occupato da Mr. Erskine of
Treadley, un vecchio gentleman di considerevole fascino e cultura, che però
era caduto nella brutta abitudine del silenzio, avendo detto, come spiegò
una volta a Lady Agatha, tutto quello che c’era da dire prima dei
trent’anni. La sua vicina era Mrs. Vandeleur, una delle più vecchie amiche
della zia, una perfetta santa tra le donne, ma così terribilmente scialba che
ricordava un libro di preghiere rilegato male. Fortunatamente per lui
all’altro lato ella aveva Lord Faudel, una mediocrità intelligentissima di
mezz’età, monotono come una dichiarazione ministeriale alla Camera dei
Comuni, con cui Mrs. Vandeleur stava conversando in quel modo
intensamente serio che è l’unico imperdonabile errore, come aveva rilevato
una volta lui stesso, in cui tutte le persone buone cadono, e al quale
nessuna di esse sfugge mai del tutto.
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«Stiamo parlando del povero Dartmoor, Lord Henry» strepitò la duchessa,
facendogli un cenno affabile col capo dall’altra parte del tavolo. «Pensa che
sposerà veramente quella giovane affascinante?»
«Credo che si sia decisa a proporsi a lui, Duchessa.»
«Che orrore!» esclamò Lady Agatha. «Davvero, qualcuno dovrebbe
intervenire.»
«Mi è stato riferito, da fonte autorevole, che suo padre ha un emporio di
dry-goods 10 americani» disse Sir Thomas Burdon, con sguardo altezzoso.
«Mio zio invece ha suggerito lavorazione di carne suine, Sir Thomas.»
«Dry-goods! Cosa sono i dry-goods americani?» chiese la duchessa, alzando
le sue manone in segno di meraviglia e accentuando le parole.
«Romanzi americani» rispose Lord Henry, mentre si serviva una quaglia.
La duchessa sembrò perplessa.
«Non fare caso a lui, mia cara» bisbigliò Lady Agatha. Non intende mai
quello che dice.»
«Quando l’America fu scoperta» disse il deputato radicale – e cominciò a
sciorinare dei fatti noiosi. Come tutti quelli che cercano di esaurire un
argomento, esaurì i suoi ascoltatori. La duchessa sospirava ed esercitava il
suo privilegio d’interrompere. «Vorrei tanto che non fosse stata scoperta
affatto!» esclamò. «Veramente, le nostre ragazze sono sfortunate oggigiorno.
È molto ingiusto.»
«Forse, dopo tutto, l’America non è mai stata scoperta» disse Mr. Erskine;
«Io direi che è stata soltanto colta in flagrante.»
«Oh! Ma io ho visto degli esemplari dei suoi abitanti» rispose la duchessa
vagamente. «Debbo confessare che molti di loro sono estremamente
graziosi. E vestono anche bene. acquistano i loro vestiti a Parigi. Vorrei
potermi permettere la stessa cosa.»
«Dicono che quando i buoni americani muoiono vanno a Parigi» ridacchiò
Sir Thomas, che aveva un ampio reparto di barzellette di seconda mano.
«Sul serio! E dove vanno I cattivi americani quando muoiono?» domandò la
duchessa.
«Vanno in America» mormorò Lord Henry.
Sir Thomas aggrottò le sopracciglia. «Temo che suo nipote abbia dei
pregiudizi contro quel grande paese» disse a Lady Agatha. «Ho viaggiato in
lungo e in largo in vetture messe a disposizione dalle autorità, che in
queste cose sono estremamente civili. Le assicuro che è istruttivo visitarlo.»
«Ma dobbiamo proprio vedere Chicago per istruirci?» chiese lamentoso Mr.
Erskine. «Non me la sento di fare il viaggio.»
Sir Thomas agitò la mano. «Mr. Erskine di Treadley ha il mondo sui suoi
scaffali. Noi uomini pratici amiamo vedere le cose, non leggerle. Gli
americani sono un popolo estremamente interessante. Sono assolutamente
ragionevoli. Credo che sia la loro caratteristica distintiva. Sì, Mr. Erskine,
un popolo assolutamente ragionevole. Le assicuro che non c’è niente di

10 Cibi in conserva.
29
assurdo negli americani.»
«Che orrore!» gridò Lord Henry. «Posso soffrire la forza bruta, ma la ragione
bruta è proprio insopportabile. C’è qualcosa di scorretto nel suo uso. È un
colpo basso all’intelletto.»
«Io non la capisco» disse Sir Thomas, diventando piuttosto rosso in viso.
«Io sì, Lord Henry» bisbigliò Mr. Erskine sorridendo.
«A modo loro i paradossi vanno molto bene...» replicò il baronetto.
«Quello era un paradosso?» chiese Mr. Erskine. «Non mi sembrava. Forse lo
era. Bene, la via dei paradossi è la via della verità. Per provare la realtà
dobbiamo vederla sulla corda. Quando le verità diventano acrobati
possiamo giudicarle.»
«Povera me!» disse Lady Agatha, «come ragionate voi uomini! Sono sicura
che non capirò mai di che cosa state parlando. Oh! Harry, sono proprio
risentita con te. Perché cerchi di persuadere il nostro caro signor Dorian
Gray a lasciar perdere l’East End? Ti assicuro che lui sarebbe davvero
prezioso. Amerebbero le sue esecuzioni.»
«Voglio che suoni per me» gridò Lord Henry, sorridendo, e guardò in fondo
alla tavola cogliendo un’occhiata luminosa di risposta.
«Ma sono così infelici a Whitechapel» continuò Lady Agatha.
«Io posso simpatizzare con ogni cosa eccetto la sofferenza» disse Lord
Henry alzando le spalle. «Non posso simpatizzare con quella. È troppo
brutta, troppo orribile, troppo angosciante. C’è qualcosa di terribilmente
morboso nella moderna simpatia per il dolore. Si dovrebbe simpatizzare
per il colore, la bellezza, la gioia di vivere. Meno si parla delle piaghe della
vita meglio è.»
«Comunque, l’East End è un problema molto importante» osservò Sir
Thomas scuotendo gravemente il capo.
«Proprio così» rispose il giovane lord. «È un problema di schiavitù, e noi
tentiamo di risolverlo divertendo gli schiavi.»
Il politico lo fissò intensamente. «Che riforma propone, allora?» domandò.
Lord Henry rise. «Non desidero riformare niente in Inghilterra tranne il
clima» rispose. «Mi accontento della contemplazione filosofica. Ma, visto
che il diciannovesimo secolo è andato fallito per una spesa eccessiva di
simpatia, suggerirei di appellarci alla scienza per rimetterci in sesto. Il
vantaggio delle emozioni è che ci fanno andare fuori strada, e il vantaggio
della scienza è che non è emotiva.»
«Ma abbiamo così gravi responsabilità» arrischiò timidamente Mrs.
Vandeleur.
«Terribilmente gravi» fece eco Lady Agatha.
Lord Henry rivolse lo sguardo a Mr. Erskine. «L’umanità si prende troppo
sul serio. È il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse
saputo ridere, la storia sarebbe stata diversa.»
«Lei è proprio rassicurante» gorgheggiò la duchessa. «Mi sono sempre
sentita piuttosto in colpa quando venivo a trovare la sua cara zia, perché
non m’interesso affatto all’East End. In futuro potrò guardarla in faccia
30
senza arrossire.»
«Arrossire è molto grazioso, Duchessa» osservò Lord Henry.
«Solo quando si è giovani» rispose. «Quando una donna anziana come me
arrossisce è un bruttissimo segno. Ah! Lord Henry, vorrei che mi dicesse
come si fa a ritornare giovani.»
Pensò per un momento. «Riesce a ricordare qualche grande errore che ha
commesso in gioventù, Duchessa?» domandò guardandola attraverso la
tavola.
«Moltissimi, temo» esclamò.
«Allora commetteteli di nuovo» disse gravemente. «Per riavere la propria
gioventù non si deve far altro che ripetere le proprie follie.»
«Una teoria deliziosa!» esclamò. «Devo metterla in pratica.»
«Una teoria pericolosa!» venne fuori dalle labbra serrate di Sir Thomas.
Lady Agatha scosse il capo, ma non poté fare a meno di divertirsi. Mr.
Erskine ascoltava.
«Sì,» continuò, «è uno dei grandi segreti della vita. Oggi la maggioranza
della gente muore per una sorta di senso comune progressivo, e scopre
quando è troppo tardi che le uniche cose di cui non ci si pente mai sono gli
errori.»
Una risata corse intorno alla tavola.
Egli giocava con l’idea, e diveniva ostinato; la lanciava in aria e la
trasformava; la lasciava fuggire e la ricatturava; la rendeva iridescente con
la fantasia e la muniva di ali con il paradosso. L’elogio della follia, mentre
continuava, s’elevò a filosofia, e la filosofia stessa divenne giovane, e
cogliendo la musica pazza del piacere, indossando, mettiamo pure, la sua
veste macchiata di vino e la corona d’edera, danzò come una baccante sui
colli della vita, e irrideva il lento Sileno per la sua sobrietà. I fatti le
fuggirono dinnanzi come creature della foresta prese dal panico. I suoi
bianchi piedi calpestarono l’enorme torchio su cui il saggio Omar 11 siede,
finché il mosto ribollente salì intorno alle sue membra nude in onde di
bolle purpuree, o traboccò in rossa schiuma sui lati gocciolanti, obliqui del
nero tino. Era un’improvvisazione straordinaria. S’accorse che gli occhi di
Dorian Gray erano fissi su di lui, e la consapevolezza che fra il suo
pubblico ce n’era uno il cui temperamento desiderava ammaliare sembrò
dare acutezza al suo ingegno e colore alla sua immaginazione. Era
brillante, fantastico, irresponsabile. Incantò i suoi ascoltatori
trascinandoli, e seguivano il suo piffero, ridendo. Dorian Gray non staccò
mai lo sguardo da lui, ma stava seduto come sotto un sortilegio, mentre
sulle sue labbra i sorrisi si s’inseguivano l’un l’altro e la meraviglia
diventava profonda nei suoi occhi incupiti.
Infine, indossata la livrea dell’epoca, la realtà entrò nella stanza nelle vesti
di un domestico per annunciare alla duchessa che la sua carrozza la stava

11 Riferimento al poeta persiano Omar Khayyám, molto in voga in quel periodo in


Inghilterra grazie alla traduzione The Rubáiyát of Omar Khayyám di Edward Fitzgerald.
31
attendendo. Si torse le mani con finta disperazione. «Che seccatura!»
esclamò la duchessa. «Debbo andare. Mi tocca andare a prendere mio
marito al club, per portarlo a una riunione assurda ai Willis's Rooms 12,
dove dovrà presiedere. Se faccio tardi di sicuro andrà su tutte le furie, e io
non potrei sostenere una scenata con questo cappellino. È troppo fragile.
Una parola rude lo rovinerebbe. No, debbo andare, cara Agatha. Addio,
Lord Henry, lei è davvero delizioso e terribilmente demoralizzante. Non so
proprio che dire delle sue idee. Dovreste venire a cena da noi una sera.
Martedì? È libero martedì?»
«Per lei pianterei chiunque, Duchessa» disse Lord Henry con un inchino.
«Ah! È molto carino e molto ingiusto da parte sua» esclamò la duchessa;
«allora si ricordi di venire»; e uscì maestosamente dalla stanza, seguita da
Lady Agatha e da altre dame.
Quando Lord Henry si fu seduto nuovamente, Mr. Erskine si mosse
intorno, prese una sedia accanto a lui, e gli mise una mano sul braccio.
«Lei parla meglio di un libro» disse; «perché non ne scrive uno?»
«Amo troppo leggere i libri per darmi la briga di scriverli, Mr. Erskine. Mi
piacerebbe scrivere un romanzo, certamente, un romanzo che fosse bello
come un tappeto persiano e altrettanto irreale. Ma non c’è pubblico
letterario in Inghilterra se non per leggere giornali, sillabari e enciclopedie.
Di tutti i popoli del mondo quello inglese ha meno il senso della bellezza
della letteratura."
«Temo che abbia ragione» rispose Mr. Erskine. «Io stesso avevo ambizioni
letterarie, ma le ho abbandonate tanto tempo fa. E ora, mio caro giovane
amico, se mi permette di chiamarla così, posso chiederle se intendeva
davvero tutto quello che ci ha detto a cena?»
«Ho proprio dimenticato quello che ho detto» sorrise Lord Henry. «Era
molto brutto?»
«Bruttissimo. Infatti io la considero estremamente pericoloso, e se dovesse
succedere qualcosa alla nostra buona duchessa, tutti noi la vedremo come
il principale responsabile. Ma mi piacerebbe parlare con lei della vita. La
generazione in cui sono nato era noiosa. Un giorno, quando sarà stanco di
Londra, venga giù a Treadley e mi esponga la sua filosofia del piacere sopra
un ammirevole Borgogna che ho la somma fortuna privilegio di possedere.»
«Ne sarò onorato. Una visita a Treadley sarebbe un gran privilegio. Ha un
padrone di casa perfetto e una biblioteca perfetta.»
«Lei la completerà» rispose il vecchio gentleman con un cortese inchino. «E
ora devo salutare la sua eccellente zia. Sono atteso all’Athenaeum 13. È
l’ora in cui dormiamo laggiù.»
«Tutti, Mr. Erskine?»
«Quaranta di noi in quaranta poltrone. Stiamo facendo pratica per un
Accademia Inglese delle Lettere.

12 Altro locale londinese esclusivo a St James’s.


13 Altro rinomato club londinese, a Pall Mall.
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Lord Henry rise e si alzò. «Io andrò al parco» esclamò.
Mentre stava oltrepassando la soglia, Dorian Gray gli toccò il braccio.
«Mi lasci venire con lei» mormorò.
«Ma pensavo che avesse promesso a Basil Hallward di andarlo a trovare»
rispose Lord Henry.
«Preferirei venire con lei; sì, sento che debbo venire con lei. Mi faccia
venire. E mi promette di parlarmi tutto il tempo? Nessuno parla così
meravigliosamente come lei.»
«Ah! Ho parlato fin troppo per oggi» disse Lord Henry con un sorriso. «Tutto
ciò che voglio adesso è guardare la vita. Potrebbe venire e guardarla con
me, se le va.»

33
Capitolo IV

Un pomeriggio, un mese dopo, Dorian Gray era sdraiato in una lussuosa


poltrona, nella piccolo biblioteca della casa di Lord Henry a Mayfair. Era, a
modo suo, una stanza molto incantevole, con il suo rivestimento di alti
pannelli di quercia color verde oliva, il suo fregio color crema e il soffitto
con stucchi a rilievo, e il suo feltro rosso mattone del pavimento cosparso
di tappeti persiani di seta dalle lunghe frange. Su di un tavolino di legno
d’oriente c’era una statuetta di Clodion 14, e accanto una copia de Les Cent
Nouvelles 15, rilegata per Margherita di Valois 16 da Clovis Eve e ornata con
margherite dorate che la regina aveva scelto come suo emblema. Alcuni
grandi vasi cinesi azzurri e tulipani erano disposti sulla mensola del
camino, e dai piccolo vetri piombati della finestra si riversava la luce color
albicocca di un giorno estivo a Londra.
Lord Henry non era ancora arrivato. Era sempre in ritardo per principio, e
il suo era che la puntualità è il ladro del tempo. Così il ragazzo sembrava
parecchio imbronciato, mentre sfogliava apatico con le dita le pagine di
un’edizione riccamente illustrata di Manon Lescaut che aveva trovato in
uno degli scaffali. Il ticchettio formale e monotono della pendola Louis
Quatorze lo infastidiva. Pensò una volta o due di andarsene.
Alla fine udì un passo fuori, e la porta si aprì. «Come sei in ritardo, Harry!»
sibilò.
«Temo che non sia Harry, signor Gray» rispose una voce acuta.
Si giro di scatto e si alzò in piedi. «Le chiedo scusa. Pensavo…»
«Pensava che fosse mio marito. È solo sua moglie. Permetta che sia io a
presentarmi. La conosco molto bene dalle sue foto. Credo che mio marito
ne abbia prese diciassette.»
«Diciassette? No, Lady Henry»
«Beh, saranno diciotto allora. e l’ho vista l’altra sera con lui all’opera.»
Rideva nervosamente mentre parlava, e lo guardava con i suoi vaghi occhi
color miosotis. Era una donna strana, I cui abiti sembravano sempre esser
stati disegnati in un momento di furia e messi durante una tempesta. Di
solito era innamorata di qualcuno e, dato che la sua passione non era mai
ricambiata, aveva conservato tutte le sue illusioni. Cercava di apparire
pittoresca, ma riusciva solo a essere sciatta. Si chiamava Victoria, e aveva
una mania perfetta di andare in chiesa.
«Era al Lohengrin, Lady Henry, se non erro?»
«Sì; era a quel caro Lohengrin. Amo la musica di Wagner più di ogni altra. è
così forte che si può parlare tutto il tempo senza che gli altri sentano ciò
che si dice. Questo è un gran vantaggio, non trova, signor Gray?»

14 Claude Michel Clodion (1738-1814), scultore francese rococo.


15 Una raccolta di racconti francesi scritti da Philippe de Vigneules tra il 1505 e il 1515.
16 Margherita di Valois (1553-1615) regina consorte di Enrico IV.

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Lo stesso riso staccato e nervoso proruppe dalle sue labbra fini e le sue
dita iniziarono a giocherellare con un lungo tagliacarte di tartaruga.
Dorian sorrise e scosse la testa: «Temo di non condividere, Lady Henry.
Non parlo mai durante la musica - perlomeno, durante la buona musica.
Se si ascolta della brutta musica, si ha il dovere di annegarla nella
conversazione.»
«Ah! Questa è una delle idée di Harry, vero, signor. Gray? Ho sempre
ascoltato le idée di Harry dai suoi amici. È l’unico modo che ho per
conoscerle. Ma lei non deve pensare che io non ami la buona musica. La
adoro, però ne ho paura. Mi rende troppo romantica. Ho letteralmente
adorato i pianisti – due alla volta, talora, mi dice Harry. Non so che cosa
abbiano. Forse è che sono stranieri. Lo sono tutti, non è vero? Persino
quelli nati in Inghilterra diventano stranieri dopo un po’, no? È così
intelligente da parte loro, e un tale complimento all’arte. La rende proprio
cosmopolita, non è vero? Lei non è mai stato a uno dei miei parties, vero,
signor Gray? Deve venirci. Non mi posso permettere orchidee, ma non
lesino spese con gli stranieri. Fanno sembrare così pittoresche le sale. Ma
ecco Harry! Harry, ero venuta a cercarti, a chiederti qualcosa – Non ricordo
cos’era – e ho incontrato qui il signor Gray. Abbiamo fatto una bella
chiacchierata sulla musica. Abbiamo proprio le stesse idee. No; credo che
le nostre idée siano piuttosto diverse. Ma è stato un grande piacere. Sono
così lieta d’averlo visto.»
«Sono incantato, amore mio, proprio incantato» disse Lord Henry, alzando
le sue sopracciglia scure a forma di mezza luna e guardandoli con un
sorriso divertito. «Sono così costernato d’essere in ritardo, Dorian. Sono
andato a cercare un pezzo di vecchio broccato in Wardour Street e ho
dovuto contrattare per ore per averlo. Oggi la gente conosce il prezzo di
tutto e il valore di niente.»
«Temo di dover andare» esclamò Lady Henry, rompendo un silenzio di
disagio con la sua risata sciocca. «Ho promesso di accompagnare la
duchessa in carrozza. Arrivederci, Mr. Gray. Arrivederci, Harry. Ceni fuori,
immagino? Anch’io. Forse ti vedrò da Lady Thornbury.»
«Credo di sì, mia cara» disse Lord Henry, chiudendo la porta dietro di lei
che, come un uccello del paradiso che è rimasto fuori tutta la notte sotto la
pioggia, svolazzò fuori dalla stanza, lasciandosi un a flebile odore di
frangipani 17. Poi accese una sigaretta e si lasciò andare sul sofa.
«Non sposare mai una donna con I capelli color paglia, Dorian» disse dopo
alcune boccate.
«Perché, Harry?»
«Perché sono così sentimentali.»
«Ma io amo le persone sentimentali.»
«Non sposarti mai, Dorian. Gli uomini si sposano perché sono stanchi; le

17 “Frangipanni” nell’originale, è un profumo simile al gelsomino di un albero ornamentale


tropicale che deve il suo nome al nobile romano M. Frangipane.
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donne perché sono curiose: per entrambi è una delusione.»
«Non penso proprio di sposarmi, Harry. Sono troppo innamorato. È uno dei
tuoi aforismi. Lo sto mettendo in pratica, come faccio con tutto quello che
mi dici.»
«Di chi sei innamorato?» chiese Lord Henry dopo una pausa.
«Di un’attrice» disse Dorian Gray arrossendo.
Lord Henry fece spallucce. «È un debutto piuttosto ordinario.»
«Non diresti così se tu la vedessi, Harry.»
«Chi è lei?»
«Si chiama Sibyl Vane.»
«Mai sentito il suo nome.»
«Nessuno l’ha mai sentito. Ma un giorno la gente ne parlerà. È un genio.»
«Mio caro ragazzo, nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso
decorativo. Non hanno mai niente da dire, ma lo dicono in modo
incantevole. Le donne rappresentano il trionfo della materia sulla mente,
proprio come gli uomini rappresentano il trionfo della mente sulla morale.»
«Harry, come puoi?»
«Mio caro Dorian, è proprio vero. In questo momento sto analizzando le
donne, quindi dovrei saperlo. L’argomento non è così astruso come
credevo. Trovo che, in definitiva, ci sono solo due specie di donne, quelle
semplici e quelle truccate. Le donne semplici sono molto utili. Se vuoi farti
una reputazione di rispettabilità, devi soltanto invitarle a cena. Le altre
sono molto affascinanti. Tuttavia, commettono un errore. Si truccano per
cercare di sembrare giovani. Le nostre none si truccavano per cercare d’
avere una conversazione brillante. Rouge ed esprit andavano insieme una
volta. Tutto è finito oggi. Finché una donna può sembrare dieci anni più
giovane di sua figlia, è perfettamente soddisfatta. Riguardo alla
conversazione, ci sono solo cinque donne a Londra con cui vale la pena di
parlare, e due di queste non posso essere ammesse nella buona società.
Comunque, parlami del tuo genio. Da quanto tempo la conosci?»
«Ah! Harry, le tue idée mi atterriscono.»
«Non farci caso. Da quanto tempo la conosci?»
«Da circa tre settimane.»
«Ti dirò, Harry, ma non devi essere indisponente. Dopo tutto, non sarebbe
mai accaduto se non ti avessi incontrato. Tu mi hai riempito di un
desiderio selvaggio di conoscere tutto della vita. Per giorni e giorni dopo
che ti ho conosciuto, qualcosa sembrava pulsare nelle mie vene.
Gironzolando per il parco, o passeggiando per Piccadilly, guardavo tutti
quelli che passavano davanti a me e mi chiedevo che razza di vita
conducessero. Alcuni mi affascinavano. Altri mi riempivano di terrore.
C’era un veleno delizioso nell’aria. Avevo una passione per le sensazioni...
Bene, una sera, alle sette circa, decisi di uscire in cerca di avventure.
Sentivo che questa nostro grigia, mostruosa Londra, con le sue miriadi di
persone, i suoi sordidi peccatori e i suoi splendidi peccati, come dicesti
una volta, doveva avere qualcosa in serbo per me. Mi immaginai mille cose.
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Il semplice pericolo mi davo un senso di piacere. Mi ricordavo quello che
mi avevi detto quella meravigliosa sera quando cenammo insieme per la
prima volta, sulla ricerca della bellezza che è il vero segreto della vita. Non
so cosa mi aspettassi, ma uscii e vagai verso la zona est, perdendomi
presto in un labirinto di strade sudice e piazze nere senza verde. Alle otto e
mezzo passai accanto a un assurdo teatrino, con grandi becchi a gas
fiammeggianti e locandine pacchiane. Un ebreo orribile, con il più
incredibile gilè mai visto in vita mia, stava davanti all’entrata, fumando un
vile sigaro. Aveva riccioli unti e un enorme diamante splendeva al centro di
una camicia sporca. «Vuole un palco, my Lord?» disse, quando mi vide, e si
tolse il cappello con un’aria di servilismo pomposo. C’era qualcosa in lui,
Harry, che mi divertiva. Era un tale mostro. Riderai di me, lo so, ma entrai
dentro e pagai una ghinea intera per il palco di proscenio. Fino a oggi non
riesco a capacitarmi del perché l’ho fatto; eppure, se non l’avessi fatto –
mio caro Harry, se non l’avessi fatto – avrei perduto la più grande storia
d’amore della mia vita. Vedo che ridi. È orribile da parte tua!»
«Non sto ridendo, Dorian; almeno non sto ridendo di te. Ma tu non dovresti
dire “la più grande storia d’amore” della tua vita. Dovresti dire la prima
storia d’amore della tua vita. Tu sarai sempre amato e sarai sempre
innamorato dell’amore. Una grande passion è il privilegio delle persone che
non hanno niente da fare. È l’unico uso delle classi oziose di un paese.
Non avere paura. Ci sono cose squisite in serbo per te. Questo è soltanto
l’inizio.»
«Credi che la mia natura sia così superficiale?» proruppe Dorian Gray
arrabbiato.
«No; credo che la tua natura sia così profonda.»
«Cosa vuoi dire?»
«Mio caro ragazzo, le persone che amano una volta sola nella loro vita sono
veramente le persone superficiali. Ciò che essi chiamano la loro lealtà e
fedeltà, io lo chiamo o il letargo dell’usanza o la loro mancanza di
immaginazione. La fedeltà è per la vita emotiva quello che la coerenza è per
la vita dell’intelletto – semplicemente una confessione del fallimento.
Fedeltà! La dovrò analizzare un giorno. V’è in essa la passione per la
proprietà. Ci sono molte cose che getteremmo via se non avessimo paura
che altri potrebbero cogliere. Ma non voglio interromperti. Va’ avanti con la
tua storia.»
«Bene, mi trovai seduto in un orribile palchetto, con un volgare sipario
davanti a me. Guardai fuori dalle tendine e osservai la sala. Era una roba
di cattivo gusto, tutta cupidi e cornucopie, come una torta nuziale di
terz’ordine. La galleria e la platea erano quasi piene, ma le due file di
poltroncine sporche erano praticamente vuote e non c’era quasi una
persona in quello che suppongo chiamassero il guardaroba. Le donne
gironzolavano con arance e birra rossa, e si consumavano noccioline a
iosa.»
«Dev’essere stato come ai tempi gloriosi del Dramma Inglese.»
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«Proprio così, mi immagino, ed era molto deprimente. Incominciai a
chiedermi che cosa avrei fatto quando mi caddero gli occhi sul programma.
Secondo te cosa davano, Harry?»
«Chissà, forse “Il ragazzo idiota” o “Muto ma innocente”. I nostri padri
amavano quel tipo di commedie, credo. Più vivo, Dorian, e più mi convinco
che tutto ciò che era buono per i nostri padri non lo è per noi. In arte,
come in politica, les grandperes ont toujours tort.»
«Questo spettacolo andava abbastanza bene per noi, Harry. Era Romeo e
Giulietta. Debbo ammettere che ero piuttosto infastidito all’idea di vedere
Shakespeare rappresentato in un buco così brutto. Però, sotto certi aspetti
ero incuriosito. Comunque, decisi di aspettare il primo atto. C’era
un’orchestra orripilante, diretta da un giovane ebreo che sedeva a un
pianoforte scassato, e quasi me ne andai, ma alla fine il sipario si alzò e
cominciò lo spettacolo. Romeo era un signore corpulento e anziano, con
sopracciglia fatte con sughero bruciato, una voce roca da tragedia, e una
figura che sembrava un barile di birra. Mercuzio non era da meno. Era
recitato da un attorucolo che aveva introdotto battute inventate da lui e
parlava amichevolmente con la platea. Entrambi erano grotteschi come le
scenografie, che sembravano uscite da una fiera di paese. Ma Giulietta!
Harry, immagina una ragazza, quasi diciassettenne, con un visino simile a
un fiore, una piccola testa greca dalle trecce brune annodate, occhi che
erano pozzi viola di passione, labbra come petali di rosa. Era la cosa più
bella che avessi mai visto in vita mia. Una volta mi dicesti che il pathos ti
lascia immobile, ma che la bellezza, la pura bellezza, poteva riempirti gli
occhi di lacrime. Harry, io ti dico che a malapena potevo vedere quella
ragazza per le lacrime che mi velavano gli occhi. E la sua voce – non ho
mai sentito una voce simile. All’inizio era molto bassa, con note dolci e
profonde che sembravano cadere a una a una nell’orecchio. Poi diventò un
po’ più alta e risuonò come un flauto o un oboe lontano. Nella scena del
giardino aveva tutta l’estasi tremante che ascoltiamo prima dell’alba nel
canto degli usignoli. C’erano dei momenti, più tardi, in cui aveva la
passione selvaggia dei violini. Tu sai come una voce può rimescolare. La
tua voce e quella di Sibyl Vane sono due cose che non dimenticherò mai.
Quando chiudo gli occhi, le ascolto, e ognuna dice cose diverse. Non so
quale seguire. Perché non dovrei amarla? Harry, io l’amo davvero. È tutto
nella mia vita. Ogni sera vado a vederla recitare. Una sera è Rosalinda, e la
sera dopo è Imogene. L’ho vista morire nella tenebra di una tomba italiana,
suggendo il veleno dalle labbra dell’amante. L’ho vista vagare per la foresta
di Arden, vestita da bel ragazzo in farsetto e con un cappello aggraziato. È
stata folle, ed è venuta davanti a un re colpevole e gli ha dato ruta per
vestirsi ed erbe amare da gustare. È stata innocente, e le nere mani della
gelosia hanno strangolato il suo collo sottile come un giunco. L’ho vista in
ogni età e in ogni costume. Le donne ordinarie non fanno mai breccia
nell’immaginazione. Sono limitate al loro secolo. Nessun fascino le
trasfigura mai. Ne conosciamo l’anima così facilmente come ne
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conosciamo i cappelli. Si sa sempre dove trovarle. Non c’è mistero in
nessuna di loro. Vanno a cavallo la mattina al parco e chiacchierano al tè
nel pomeriggio. Hanno il loro sorriso stereotipato e le loro maniere alla
moda. Sono completamente ovvie. Ma un’attrice! Com’è diversa un’attrice!
Harry! Perché non mi hai detto che l’unica cosa che valga la pena d’amare
è un’attrice?»
«Perché ne ho amate tante, Dorian.»
«Oh, sì, gente orribile dai capelli tinti e dalle facce pitturate.»
«Non sminuire i capelli tinti e le face pitturate. Hanno un fascino
straordinario, talvolta» disse Lord Henry.
«Ora non avrei voluto parlarti di Sibyl Vane.»
«Non avresti potuto farne a meno, Dorian. Per tutta la vita tu mi dirai tutto
ciò che fai.»
«Sì, Harry, credo sia vero. Non posso fare a meno di dirti le cose. tu hai
unaa curiosa influenza su di me. Se mai un giorno dovessi commettere un
crimine, verrei a confessarlo a te. Tu mi capiresti.»
«Persone come te - gli ostinati raggi di sole della vita - non commettono
crimini, Dorian. Ma nondimeno sono molto grato per il complimento. E ora
dimmi – passami i fiammiferi, da bravo ragazzo – grazie – quali sono le tue
attuali relazioni con Sibyl Vane?»
Dorian Gray balzò in piedi, con le guance rosse e gli occhi accesi. «Harry!
Sibyl Vane è sacra!»
«Solo le cose sacre sono degne d’essere toccate, Dorian» disse Lord Henry,
con uno strana punta di pathos nella sua voce. «Ma perché ti dovresti
infastidire? Suppongo che un giorno lei ti apparterrà. Quando si è
innamorati, si comincia sempre con l'ingannare se stessi, e si finisce
sempre per ingannare gli altri. Questo è quello che il mondo chiama storia
d’amore. In ogni modo, la conosci, m’immagino?»
«Certo che la conosco. La prima sera che ero a teatro, l’orrido vecchio ebreo
s’aggirò per il palco dopo lo spettacolo e si offrì di portarmi dietro le quinte
per presentarmi a lei. Mi infuriai con lui, e gli disse che Giulietta era morta
da centinaia di anni e il suo corpo giaceva in una tomba di marmo a
Verona. A giudicare dal suo sguardo inespressivo di stupore, credo che
ebbe l’impressione che avessi bevuto troppo champagne o altro.»
«Non mi sorprende.»
«Allora mi chiese se scrivevo per qualche giornale. Gli risposi che nemmeno
li leggevo. Sembrava terribilmente deluso e mi confidò che tutti i critici
teatrali erano in una cospirazione contro di lui e che ognuno di loro doveva
essere comprato.»
«Non mi meraviglierei se avesse ragione su questo. Ma, d’altro canto, a
giudicare dalle apparenze, molti di loro non possono essere cari più di
tanto.»
«Bene, sembrava pensare superiori ai suoi mezzi» rise Dorian. «Nel
frattempo, tuttavia, si spegnevano le luci del teatro, e dovetti andarmene.
Voleva che provassi dei sigari che mi raccomandava fermamente. Rifiutai.
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La sera dopo, naturalmente, tornai lì. Quando mi vide, mi fece un profondo
inchino e mi definì un munifico patrono delle arti. Era un bruto assai
offensivo, sebbene avesse una passione straordinaria per Shakespeare.
Una volta mi disse, con aria orgogliosa, che le sue cinque bancarotte erano
tutte dovute al “Bardo”, come s’ostinava a chiamarlo. Sembrava pensare
che fosse un segno di distinzione.»
«Lo era, mio caro Dorian – un grande segno di distinzione. La maggioranza
fa bancarotta per aver investito pesantemente nella prosa della vita.
Essersi rovinati per la poesia è un onore. Ma quando hai parlato per la
prima volta a Miss Sibyl Vane?»
«La terza sera. Aveva recitato Rosalinda. Non potei fare a meno di andarci.
Le avevo gettato dei fiori, e lei mi aveva guardato – almeno credetti. Il
vecchio ebreo era insistente. Sembrava determinato a portarmi dietro le
quinte, così acconsentii. Era strano che non volessi conoscerla, no?»
«No; penso di no.»
«Mio caro Harry, perché?»
«Te lo dirò un’altra volta. Ora voglio sapere della ragazza.»
«Sibyl? Oh, era così timida e gentile. C’è qualcosa di infantile in lei. I suoi
occhi si spalancarono con deliziosa meraviglia quando le dissi quello che
pensavo della sua performance, e sembrava alquanto inconsapevole del suo
potere. Credo che tutti e due fossimo piuttosto nervosi. Il vecchio ebreo era
impalato e sorridente sulla soglia del polveroso camerino, facendo elaborati
discorsi su noi due, mentre lei e io stavamo in piedi a guardarci come
bambini. Poiché quello insisteva a chiamarmi “My Lord”, allora dovetti
assicurare Sibyl che non ero niente del genere. Lei con molta semplicità mi
disse: “Sembrate più un principe. La chiamerò Principe azzurro”.»
«Parola mia, Dorian, Miss Sibyl sa fare i complimenti.»
«Tu non la capisci, Harry. Lei mi vedeva semplicemente come un
personaggio di una commedia. Non sa niente della vita. Vive con sua
madre, una donna stanca, svanita che la prima sera recitava nella parte di
Madonna Capuleti con indosso una specie di vestaglia color magenta, e
sembra aver visto giorni migliori.»
«Conosco quell’aspetto. Mi deprime» mormorò Lord Henry, guardandosi gli
anelli.
«L’ebreo voleva raccontarmi la storia della ragazza, ma dissi che non mi
interessava.»
«Avevi completamente ragione. C’è sempre un che di infinitamente
meschino nelle tragedie degli altri.»
«Sibyl è l’unica cosa che m’importi.Cosa conta per me sapere da dove
viene? Dalla sua testolina ai suoi piedini, lei è assolutamente e
interamente divina. Ogni sera vado a vederla recitare, e ogni sera è più
meravigliosa.»
«Questa è la ragione, suppongo, per cui non ceni mai con me ora. Pensavo
che tu dovessi avere qualche curiosa storia d'amore per le mani. È così; ma
non è certo quello che m’aspettavo.»
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«Mio caro Harry, noi facciamo colazione e pranziamo ogni giorno insieme, e
sono andato all’opera con te parecchie volte» disse Dorian, spalancando
stupito i suoi occhi azzurri.
«Vieni sempre terribilmente in ritardo.»
«Beh, non posso fare a meno di andare a vedere Sibyl recitare,» esclamò,
«anche fosse per un solo atto. Mi struggo per la sua presenza; e quando
penso alla splendida anima che si nasconde in quel corpicino d’avorio,
m’invade la soggezione.»
«Puoi cenare con me stasera, Dorian, no?»
Scosse la testa. «Stasera lei è Imogene,» rispose, «e domani sera sarà
Giulietta.»
«Quando è Sibyl Vane?»
«Mai.»
«Mi congratulato con te.»
«Come sei orribile! Lei è tute le grandi eroine del mondo in una. È più che
un individuo. Tu ridi, ma io ti dico che lei ha genio. La amo, e devo far sì
che mi ami. Tu, che conosci tutti i segreti della vita, dimmi come incantare
Sibyl Vane perché mi ami! Io voglio ingelosire Romeo. Voglio che gli amanti
morti del mondo ascoltino le nostre risate e diventino tristi. Voglio che un
respiro della nostra passione spinga la loro polvere alla consapevolezza,
ridesti le loro ceneri al dolore. Mio Dio, Harry, come la adoro!» andava su e
giù per la stanza mentre parlava. Macchie rosse di frenesia ardevano sulle
sue guance. Era terribilmente eccitato.
Lord Henry lo guardò con un sottile senso di piacere. Com’era diverso
adesso da quel ragazzo timido e spaventato che aveva conosciuto nello
studio di Basil Hallward! La sua natura s’era sviluppata come un fiore,
aveva messo boccioli di fiamma scarlatta. La sua anima era sgattaiolata via
dai suoi segreti nascondigli, e il desiderio era venuto a incontrarla per
strada.»
«E che hai in mente di fare?» disse Lord Henry alla fine.
«Voglio che tu e Basil veniate una sera con me a vederla recitare. Non ho il
minimo timore del risultato. Riconoscerete certamente il suo genio. Poi
dobbiamo strapparla dalle grinfie dell’ebreo. È legata a lui per tre anni –
almeno per due anni e otto mesi – a partire da questo momento. Dovrò
pagargli qualcosa, naturalmente. Quando tutto sarà sistemato, prenderò
un teatro del West End e la lancerò come si deve. Farà impazzire il mondo
come ha fatto con me.»
«Questo sarà impossibile, mio caro ragazzo.»
«Sì, lo farà impazzire. Lei non ha soltanto arte, istinto artistico consumato,
ma ha anche personalità; e tu mi hai detto spesso che sono le personalità,
non i principi, a smuovere l’epoca.»
«Bene, quale sera dovremmo venire?»
«Vediamo. Oggi è martedì. Facciamo domani. Domani recita Giulietta.»
«Benissimo. Al Bristol alle otto in punto; e porterò Basil.»
«Non alle otto, Harry, ti prego. Alle sei e mezzo. Dobbiamo essere lì prima
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che s’alzi il sipario. La dovete vedere al primo atto, quando incontra
Romeo.»
«Sei e mezzo! Che ora! Sarà come fare uno spuntino, o leggere un romanzo
inglese. Facciamo alle sette. Nessun gentleman cena prima delle sette. Nel
frattempo vedrai Basil? O debbo scrivergli?»
«Caro Basil! Non lo vedo da una settimana. È piuttosto orribile da parte
mia, perché mi ha mandato il mio ritratto con la più splendida cornice,
appositamente disegnata da lui, e, anche se sono un po’ geloso del quadro
che è più giovane di me di un mese, devo ammettere che mi riempie di
gioia. Forse faresti meglio a scrivergli. Non voglio vederlo da solo. dice delle
cose che mi tediano. Mi dà dei buoni consigli.»
Lord Henry sorrise. «La gente ama dar via ciò di cui ha più bisogno. È
quello che io definisco l’abisso della generosità.»
«Oh, Basil è il migliore degli uomini, ma mi sembra che sia un tantinello
filisteo. Sin da quando ti ho conosciuto, Harry, l’ho scoperto.»
«Basil, mio caro ragazzo, pone tutto ciò che è incantevole in lui nella sua
opera. La conseguenza è che non ha lasciato niente per la vita se non i
suoi pregiudizi, i suoi principi, e il suo senso comune. Gli unici artisti
personalmente deliziosi che abbia mai conosciuto sono gli artisti mediocri.
I buoni artisti esistono solo in ciò che fanno, e perciò sono perfettamente
poco interessanti in ciò che sono. Un grande poeta, un vero grande poeta,
è la meno poetica di tutte le creature. Ma i poeti minori sono
assolutamente affascinanti. Quanto più brutte sono le loro rime, tanto più
pittoreschi appaiono. Il solo fatto d’aver pubblicato un libro di sonetti di
second’ordine rende un uomo completamente irresistibile. Egli vive la
poesia che non sa scrivere. Gli altri scrivono la poesia che non osano
realizzare.»
«Mi chiedo, è davvero così, Harry?» disse Dorian Gray, versando qualche
goccia di profumo nel fazzoletto da una grossa bottiglia con il tappo dorato
che stava sul tavolo. «Deve essere così, se lo dici tu. E ora me ne vado.
Imogene mi sta aspettando. Non dimenticarti di domani. Addio.»
Appena Dorian Gray lasciò la stanza, le grevi palpebre di Lord Henry si
abbassarono, e iniziò a pensare. Certamente poche persone lo avevano
interessato così tanto come Dorian Gray, e comunque la folle adorazione
del giovane per un’altra persona non gli causava la minima punta di
fastidio o gelosia. Gli faceva piacere. Ciò lo rendeva un soggetto di studio
più interessante. Egli era rimasto sempre incantato dai metodi della
scienza naturale, ma gli argomenti consueti di quella scienza gli erano
sembrati banali e di nessun conto. E allora aveva iniziato a vivisezionare se
stesso, e aveva finito col vivisezionare gli altri. La vita umana - questa gli
era apparsa l’unica cosa degna d’essere analizzata. Non v’era niente altro
che avesse valore al suo confronto. Era vero che se si scrutava la vita nel
suo strano crogiuolo di dolore e piacere, non si poteva coprire il proprio
volto con una maschera di vetro, né evitare che le esalazioni sulfuree
danneggiassero il cervello, e rendere torbida l’immaginazione con
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mostruose fantasie e sogni deformi. V’erano veleni così sottili che per
conoscere le loro proprietà si doveva affrontarli se si cercava di
comprendere la loro natura. E, tuttavia, che grande ricompensa si
riceveva! Come diventava meraviglioso il mondo! Notare la curiosa ardua
logica della passione, e la variopinta vita emotiva dell’intelletto - osservare
dove si incontrano e dove si separano, in quale punto sono all’unisono, e
in quale punto sono in disaccordo - v’era una gioia in questo! Che
importava del prezzo? Il prezzo di una sensazione non era mai troppo alto.
Egli era conscio - e il pensiero accese una scintilla di piacere nei suoi
occhi di agata bruna - che per certe sue parole, parole musicali dette con
accento musicale, l’anima di Dorian Gray si era rivolta a questa candida
fanciulla e le si era inchinata in adorazione. In gran misura il giovane era
la sua creazione. Lo aveva reso prematuro. Era qualcosa. Le persone
comuni aspettano che la vita dischiuda loro i suoi segreti, ma per pochi, gli
eletti, i misteri della vita erano rivelati prima che il velo fosse strappato.
Talvolta questo era l’effetto dell’arte, e in primo luogo della letteratura,
che si occupava immediatamente delle passioni e dell’intelletto. Ma di
tanto in tanto una personalità complessa prendeva il posto e assumeva il
compito dell’arte; era veramente, a modo suo, una vera opera d’arte,
giacché la Vita ha i suoi capolavori elaborati, così come li ha la poesia, o la
scultura, o la pittura.
Sì, il ragazzo era prematuro. Raccoglieva la sua messe quando era
ancora primavera. La pulsione e la passione della giovinezza erano in lui,
ma stava diventando consapevole. Era una delizia osservarlo. Con il suo
bel viso, e la sua bella anima, era una cosa da ammirare. Non importava
come tutto sarebbe finito tutto, o fosse destinato a finire. Somigliava a
quelle graziose figure di una ricostruzione storica o di una commedia, le
cui gioie ci sembrano remote, ma i cui dolori suscitano in noi il senso della
bellezza, e le cui ferite sono come rose rosse.
Anima e corpo, corpo e anima – come sono misteriosi! C’era un che di
animalesco nell’anima, e il corpo aveva i suoi momenti di spiritualità. I
sensi potevano raffinarsi, e l’intelletto poteva degradare. Chi poteva dire
dove cessava l’impulso della carne, o iniziava l’impulso psichico? Come
erano superficiali le definizioni arbitrarie dei normali psicologi! Eppure,
come era difficile decidere tra le asserzioni delle varie scuole! L’anima era
un’ombra che viveva nella casa del peccato? O il corpo era realmente
nell’anima, come riteneva Giordano Bruno? La separazione dello spirito
dalla materia era un mistero, e l’unione dello spirito con la materia era
pure un mistero.
Egli iniziò a chiedersi se mai avremmo potuto fare della psicologia una
scienza così assoluta da rivelarci ogni piccola scaturigine della vita. Per
come stavano le cose, noi fraintendevamo sempre noi stessi, e raramente
capivamo gli altri. L’esperienza non aveva alcuna valore etico. Era
semplicemente il nome che gli uomini davano ai loro errori. I moralisti, di
regola, l’avevano considerata una specie di avvertimento, avevano
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rivendicato a essa una certa efficacia etica nella formazione del carattere,
l’avevano lodata come qualcosa che ci insegnasse ciò che si deve seguire e
mostrasse a noi ciò che va evitato. Ma non c’era nessuna motivazione
nell’esperienza. Era così poco una causa attiva quanto la coscienza stessa.
Tutto ciò che realmente mostrava era che il nostro futuro era identico al
nostro passato, e che il peccato che avevamo commesso una volta, e con
ribrezzo, lo commettevamo molte volte, e con gioia.
Gli fu chiaro che il metodo sperimentale era l’unico metodo mediante il
quale si poteva arrivare a un’analisi scientifica delle passioni; e certamente
Dorian Gray era un soggetto adatto a lui, e sembrava promettere risultati
ricchi e fecondi.
Il suo improvviso folle amore per Sibyl Vane era un fenomeno psicologico
di non poco interesse. Non c’era dubbio che la curiosità avesse molto a che
fare con esso, curiosità e desiderio di nuove esperienze, eppure non era
una passione semplice, ma piuttosto molto complessa. Quello che c’era in
essa dell’istinto puramente sensuale dell’adolescenza era stato trasformato
dal lavorio della immaginazione, mutato in qualcosa che sembrava al
ragazzo stesso remoto dai sensi, e che proprio per quella ragione era
ancora più pericoloso. Erano le passioni, sulla cui origine ci ingannavamo,
che ci dominavano con più forza. I nostri più deboli moventi erano quelli
della cui natura eravamo consci. Spesso accadeva che quando pensavamo
di star sperimentando sugli altri in realtà lo facevamo su noi stessi.
Mentre Lord Henry stava seduto perso in queste cose, bussarono alla porta
e il maggiordomo entrò ricordandogli che era l’ora di vestirsi per cena. Si
alzò e guardò in strada. Il tramonto aveva trasformato in oro scarlatto le
finestre superiori delle case di fronte. I vetri brillavano come placche di
metallo incandescente. Il cielo sopra era come una rosa appassita. Pensò
alla giovane vita a tinte forti del suo amico e si chiese come sarebbe finito
tutto quanto.
Quando giunse a casa, verso mezzanotte e mezzo, vide un telegramma
sul tavolo dell’anticamera. Lo aprì e s’accorse che era di Dorian Gray. Gli
diceva che si era fidanzato con Sibyl Vane.

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Capitolo V

«Mamma, mamma, sono così felice!» sussurrò la ragazza, affondando il suo


volto nel grembo della donna dall’aspetto stanco e sciupato che, di spalle
all’invadente luce accecante, sedeva nell’unica poltrona del loro unico
sciatto salotto. «Sono così felice!» ripeté, «e anche tu devi esserlo!»
Mrs. Vane fece una smorfia e posò le sue esili mani incipriate sul capo
della figlia. «Felice!» fece eco, «Sibyl, io sono felice solo quando ti vedo
recitare. Non devi pensare ad altro che alla tua recitazione. Mr. Isaacs è
stato molto buono con noi e gli dobbiamo dei soldi.»
La ragazza alzò la testa e fece il broncio. «Soldi, mamma?» gridò, «che cosa
importano i soldi? L’amore vale più dei soldi.»
«Mr. Isaacs ci ha anticipato cinquanta sterline per pagare i nostri debiti e
comprare un vestito decente per James. Non devi dimenticarlo, Sibyl.
Cinquanta sterline sono una grossa somma. Mr. Isaacs è stato molto
premuroso.»
«Non è un gentiluomo, mamma, e odio il modo con cui mi parla» disse la
ragazza, alzandosi in piedi e andando verso la finestra.
«Io non so come potremmo cavarcela senza di lui» rispose la donna anziana
in tono lamentoso.
Sibyl Vane scosse la testa e rise. «Non abbiamo più bisogno di lui, mamma.
Il Principe azzurro ora si occupa di noi.» Poi fece una pausa. Una rosa
ravvivò il suo sangue e adombrò le guance. Un respiro veloce schiuse i
petali delle sue labbra. Tremarono. Un caldo vento di passione soffiò su di
lei e agitò le deliziose pieghe del suo vestito. «Io lo amo» disse
semplicemente.
«Sciocca fanciulla! Sciocca fanciulla!» fu la frase buttata lì a pappagallo
nella risposta. L’agitare delle dita adunche piene di gioielli falsi rese le
parole grottesche.
La ragazza rise di nuovo. C’era la gioia di un uccellino in gabbia nella sua
voce. I suoi occhi afferrarono la melodia e la riecheggiarono con il loro
splendore, poi si chiusero per un momento, come se volessero serbare il
segreto. Quando si aprirono, la nebbia del sogno li aveva attraversati.
Seduta sulla logora poltrona una saggezza dalle labbra sottili le parlava,
consigliandole prudenza, citando da quel libro di vigliaccheria il cui autore
scimmiotta il nome del senso comune. Non ascoltava. Era libera nella sua
prigione di passione. Il suo principe, il Principe azzurro, era con lei. Aveva
invocato la memoria a ricrearlo. Aveva mandato la sua anima a cercarlo, e
la sua anima glielo aveva riportato. Il suo bacio ardeva ancora sulla bocca.
Le palpebre erano calde del suo respiro.
Allora la saggezza modificò il suo metodo e parlò di spiare e di scoprire.
Questo giovane forse era ricco. In tal caso si poteva pensare al matrimonio.
Contro la conchiglia delle sue orecchie le onde dell'astuzia del mondo si

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infransero. Le frecce dell’abilità la sfiorarono. Vedeva le labbra fini
muoversi, e rideva.
All’improvviso sentì il bisogno di parlare. Il silenzio carico di parole la
agitava. «Mamma, mamma,» gridò, «perché mi ama così tanto? Io so perché
lo amo. Lo amo perché lui è come dovrebbe essere l’amore. Ma cosa vede
lui in me? Io non sono degna di lui. Eppure - perché, non so dire – anche
se mi sento così inferiore a lui, non mi sento umile. Mi Sento orgogliosa,
terribilmente orgogliosa. Mamma, hai amato mio padre come io amo il
Principe Azzurro?»
La donna anziana impallidì sotto la cipria grossolana che le impiastricciava
le guance, e le sue labbra secche si contrassero in uno spasmo di dolore.
Sybil corse verso di lei, gettò le sue braccia al collo e la baciò. «Perdonami,
mamma. Lo so che ti addolora parlare di nostro padre. Ma ti addolora solo
perché lo amavi tanto. Non essere così triste. Sono così felice oggi come lo
sei stata tu vent’anni fa. Ah! Fammi essere felice per sempre!»
«Bambina mia, sei troppo giovane per pensare di innamorarti. E poi, che
ne sai di questo giovane? Non conosci nemmeno il suo nome. È tutto
quanto molto sconveniente, e veramente, proprio quando James sta
andando in Australia, e io ho tantissimo a cui pensare, debbo dire che tu
avresti dovuto mostrare più considerazione. Comunque, come ho detto
prima, se è ricco...»
«Ah! Mamma, mamma, fammi essere felice!»
Mrs. Vane la guardò e, con uno di quei falsi gesti teatrali che spessissimo
diventano una sorta di seconda natura per un commediante, la strinse tra
le sue braccia. In quel momento la porta si aprì e un giovane ragazzo dai
capelli bruni e arruffati entrò nella stanza. Era tarchiato di fisico, aveva
mani e piedi grandi e piuttosto goffi nei movimenti. Non aveva la
raffinatezza della sorella. A malapena si sarebbe intuito la stretta parentela
che esisteva tra loro. Mrs. Vane fissò i suoi occhi sul figlio e accentuò il
sorriso. Mentalmente l’aveva innalzato alla dignità di una platea. Era certa
che il tableau fosse interessante.
«Qualche bacio potresti conservarlo per me, Sibyl, credo» disse il ragazzo
brontolando bonariamente.
«Ah! Ma a te non piace essere baciato, Jim» gridò Sibyl. «Sei un orso brutto
e vecchio.» E attraversò la stanza correndo per abbracciarlo.
James Vane guardò il volto della sorella con tenerezza. «Voglio che tu
venga a fare una passeggiata con me, Sibyl. Non penso che rivedrò più
questa orribile Londra. Sono sicuro di non volerlo.»
«Figlio mio, non dire cose così terribili» mormorò Mrs. Vane, prendendo un
costume di scena pacchiano, con un sospiro, e iniziando a rattopparlo. Si
sentì un po’ delusa che non si era unito al gruppo. Avrebbe aumentato la
pittoresca teatralità della situazione.
«Perché no, mamma? Lo penso.»
«Mi fai soffrire, figlio mio. Ho fiducia che tu tornerai dall’Australia con una
posizione. Credo che non ci sia nessun tipo di società nelle colonie – niente
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che potrei chiamare società – così quando tu hai fatto la tua fortuna devi
tornare e farti valere a Londra.»
«Società!» farfugliò il ragazzo. «Non ne voglio sapere niente. Vorrei fare soldi
per togliere te e Sibyl dal teatro. Lo odio.»
«Oh, Jim!» disse Sibyl ridendo, «come sei scortese! Ma vuoi andare davvero
a fare una passeggiata con me? Sarà bello! Avevo paura che tu andassi a
salutare qualche tuo amico - da Tom Hardy, che ti ha dato quell’orribile
pipa, o Ned Langton, che ti prende in giro perché la fumi. È molto carino
da parte tua avermi lasciato questo tuo ultimo pomeriggio. Dove andiamo?
Andiamo al parco.»
«Sono troppo trasandato,» rispose accigliandosi. «Solo i figurini vanno al
parco.»
«Sciocchezze, Jim» bisbigliò Sibyl accarezzando la manica del suo giaccone.
Il ragazzo esitò per un momento. «Benissimo,» disse alla fine, «ma non ti
vestire troppo.» lei uscì danzando dalla stanza. Si poteva sentire il suo
canto mentre saliva di corsa le scale. I suoi piedini scalpicciarono di sopra.
Lui camminò su e giù per la stanza due o tre volte. Poi si voltò verso la
figura immobile in poltrona. «Mamma, sono pronte le mie cose?» domandò.
«Prontissime, James» rispose la madre senza distogliere gli occhi dal suo
lavoro. Recentemente, per alcuni mesi si era sentita a disagio quando era
sola con questo suo figlio rude e burbero. La sua natura intimamente
superficiale si turbava quando i loro occhi si incrociavano. Si chiedeva
spesso se lui sospettasse qualcosa. Il silenzio, visto che il ragazzo non
aggiungeva altro, diventò intollerabile per lei. Iniziò a lamentarsi. Le donne
si difendono attaccando, così come attaccano con improvvise e strane
capitolazioni. «Spero sarai soddisfatto, James, della tua vita da marinaio»
disse. «Ti devi ricordare che è la tua scelta. Avresti potuto entrare in un
ufficio di un avvocato. Gli avvocati sono una classe molto rispettabile, e in
paese spesso pranzano con le migliori famiglie.»
«Odio gli uffici e odio gli impiegati,» replicò. «Ma hai proprio ragione. Ho
scelto la mia vita. Tutto quello che ho da dirti è: veglia su Sibyl. Non
permettere che le succeda niente di male. Mamma, tu devi vegliare su di
lei.»
«James, tu parli davvero in modo strano. Ovvio che veglio su Sibyl.»
«Ho saputo che un gentleman viene ogni sera a teatro e va dietro le quinte
a a parlarle. È giusto? Che mi dici di questo?»
«Tu parli di cosec he non capisci, James. Nel nostro mestiere siamo soliti
ricevere una gran quantità di attenzioni molto gratificanti. Io stessa
ricevevo molti bouquets in una sola volta. Questo succedeva quando il
recitare era realmente capito. Riguardo a Sibyl, al momento non so se il
suo attaccamento sia serio o no. Ma non c’è dubbio che il giovane in
questione è un perfetto gentleman. È sempre molto gentile con me. Inoltre,
ha tutta l’apparenza d’essere ricco, e I fiori che manda sono stupendi.»
«Ma non conosci il suo nome» disse il ragazzo con asprezza.
«No,» rispose la madre con un’espressione placida del volto. «non ha ancora
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rivelato il suo vero nome. Penso che sia molto romantico da parte sua.
Probabilmente è un membro della classe aristocratica.»
James Vane si morse il labbro. «Veglia su Sibyl, mamma,» esclamò, «veglia
su di lei.»
«Figlio mio, tu mi fai tanto soffrire. Sibyl è sempre sotto la mia speciale
attenzione. Va da sé che se questo gentleman è ricco, non c’è motivo per
cui lei non si fidanzi con lui. Ho fiducia che sia un aristocratico. Ne ha
tutto l’aspetto, debbo dire. Potrebbe essere un matrimonio splendido per
Sibyl. Farebbero una coppia incantevole. La sua avvenenza è davvero
notevole, tutti lo dicono.»
Il ragazzo brontolò qualcosa tra sé e tamburellava sui vetri della finestra
con le sue dita tozze. Si era appena voltato per dire qualcosa quando si
aprì la porta e Sibyl irruppe.
«Come siete seri tutti e due!» esclamò. «Che succede?»
«Niente» rispose James. «Credo che a volte bisogna essere seri. Addio,
mamma; cenerò alle cinque in punto. Tutto è impacchettato, tranne le mie
camice, quindi non devi darti pena.»
«Addio, figlio mio» rispose con un inchino d’artefatta solennità.
Era estremamente infastidita dal tono che lui aveva usato con lei, e c’era
qualcosa nel suo sguardo che le faceva provare paura.
«Baciami, mamma» disse la ragazza. Le sue labbra di rose sfiorarono la
guancia avvizzita e ne riscaldarono il gelo.
«Bambina mia! Bambina, mia!» gridò Mrs. Vane, guardando al soffitto in
cerca di una galleria immaginaria.
«Vieni, Sibyl» disse il fratello con impazienza. Lui odiava i gesti teatrali di
sua madre.
Uscirono nella tremula luce del sole spazzata dal vento e camminarono
verso la squallida Euston Road. I passanti lanciavano sguardi meravigliati
a quel giovane crucciato e massiccio che, in abiti grossolani e goffi, era in
compagnia di una ragazza così graziosa e raffinata. Somigliava a un
comune giardiniere che passeggiava con una rosa.
Jim si aggrottava di volta in volta quando coglieva lo sguardo curioso di
qualche estraneo. Aveva quell’avversione d’essere osservato che si
manifesta in tarda età nei geni e non abbandona mai la gente comune.
Sibyl, tuttavia, era del tutto ignara dell’effetto che produceva. Il suo amore
le tremava nelle labbra ridenti. Pensava al Principe Azzurro e, per poterci
pensare tanto più, non parlava di lui, ma cianciava della nave su cui Jim
sarebbe salpato, sull’oro che avrebbe certamente trovato, sulla
meravigliosa ereditiera a cui avrebbe salvato la vita dalla malvagità dei
briganti in camicia rossa. Per ché lui non sarebbe rimasto un marinaio, o
un commissario di bordo, o qualunque stava per essere. Oh, no!
l’esistenza di un marinaio era terribile. Essere rinchiusi in una nave
orribile, con onde alte e fosche che cercano di entrare, e un vento nero che
sferza gli alberi e strappa le vele in lunghe strisce urlanti! Doveva lasciare
il vascello a Melbourne, congedarsi cortesemente con il capitano, e
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andarsene subito nei campi auriferi. In una settimana avrebbe trovato una
grossa pepita di oro puro, la più grande pepita mai scoperta, e l’avrebbe
portata sulla costa in un carro scortato da sei poliziotti a cavallo.
I banditi li avrebbero attaccati tre volte e sarebbero stati sconfitti con gravi
perdite. Oppure, no. non sarebbe andato affatto nei campi auriferi. Erano
posti orribili, dove gli uomini si ubriacavano e si sparavano nei bar e
dicevano parolacce. Sarebbe diventato un bravo allevatore di pecore e, una
sera, tornando a casa, avrebbe visto la bella ereditiera rapita da un
bandito su un cavallo nero, lo avrebbe inseguito e l’avrebbe liberata.
Naturalmente, lei si sarebbe innamorata di lui, e lui di lei, e si sarebbero
sposati e sarebbero tornati in patria per vivere in una casa immensa a
Londra. Sì, c’erano cose splendide in serbo per lui. Ma doveva essere molto
buono, non perdere le staffe, o sperperare I suoi soldi. Sibyl era di un anno
più giovane di lui, ma più esperta della vita. inoltre, lui si doveva
assicurare di scriverle a ogni giro di posta e dire le sue preghiere ogni notte
prima d’andare a dormire. Dio era molto buono e avrebbe vegliato su di lui.
Anche lei avrebbe pregato per lui e in pochi anni sarebbe tornato ricco e
felice.
Il ragazzo l’ascoltava imbronciato e non rispondeva. Aveva una stretta al
cuore all’idea di lasciare casa.
Eppure non era solo questo a renderlo cupo e immusonito. Per quanto
fosse inesperto, aveva ben forte il senso del pericolo della posizione di
Sibyl. Questo giovane dandy che amoreggiava con lei poteva significare
niente di buono per lei. Era un gentleman, e lui lo odiava per questo, lo
odiava per un curioso istinto di razza che non sapeva spiegarsi e che, per
quel motivo, lo dominava ancora di più. Era anche consapevole della
superficialità e vanità della natura di sua madre, e in essa vedeva un
infinito pericolo per Sibyl e la sua felicità. I figli iniziano ad amare i propri
genitori, quando crescono li giudicano, delle volte li perdonano.
Sua madre! Nella sua mente aveva qualcosa da chiederle che per molti
mesi aveva covato in silenzio. Una frase che per caso aveva udito nel
teatro, un sarcasmo sussurrato che gli era giunto all’orecchio una sera
mentre attendeva alla porta del palcoscenico, aveva scatenato una serie di
pensieri orribili. La ricordava come se fosse stata un colpo di frusta sul suo
viso. Le ciglia gli si corrugarono in un solco a forma di cuneo e con una
smorfia di dolore si morse il labbro inferiore.
«Non stai ascoltando una parola di quello che dico, Jim,» sbottò Sibyl, «e io
che sto facendo i progetti più belli per il tuo futuro. Di’ qualcosa.»
«Cosa vuoi che dica?»
«Oh! Che sarai un bravo ragazzo e non ci dimenticherai» rispose
sorridendogli.
James fece spallucce. «È più facile che sia tu a dimenticare me che non io,
Sibyl.»
Lei arrossì. «Che vuoi dire, Jim?» chiese.
«Sento che hai un nuovo amico. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non
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ha buone intenzioni nei tuoi riguardi.»
«Basta, Jim!» esclamò. «Non devi dir niente contro di lui. Io lo amo.»
«Perché, se non sai nemmeno il suo nome» rispose il ragazzo. «Chi è? Ho il
diritto di saperlo.»
«Si chiama Principe Azzurro. Non ti piace il nome?. Oh! Sciocco ragazzo!
Non dovresti mai dimenticarlo. Se tu solo lo vedessi penseresti che è la
persona più meravigliosa che c’è al mondo. Un giorno lo incontrerai –
quando torni dall’Australia. Ti piacerà tanto. A tutti piace e io... lo amo.
Vorrei che tu venissi stasera a teatro. Lui ci sarà e io reciterò Giulietta. Oh!
come la reciterò! Immagina, Jim, essere innamorata e recitare Giulietta!
Averlo seduto lì! Recitare per il suo piacere! Temo che spaventerò la
compagnia, la spaventerò o la affascinerò. Essere innamorati è sorpassare
se stessi. Il povero, orribile Mr. Isaacs griderà “genio” ai suoi perdigiorno
del bar. Mi ha predicata come un dogma; stasera mi annuncerà come una
rivelazione. Lo sento. Ed è tutto per lui, solo per lui, il Principe Azzurro, il
mio meraviglioso amore, il mio dio grazioso. Ma io sono povera accanto a
lui. Povera? Cosa importa? Quando la povertà entra strisciando dalla
porta, l’amore entra volando dalla finestra. I nostri proverbi vanno
riscritti. Furono fatti l’inverno, e adesso è estate; per me primavera, credo,
una vera danza di fiori nell’azzurro dei cieli.»
«È un gentleman» disse il ragazzo con astio.
«Un principe!» gridò lei melodiosamente. «Che vuoi di più?»
«Lui vuole farti schiava.»
«TRemo al pensiero d’essere libera.»
«Voglio che tu ti guardi da lui.»
«Vederlo significa adorarlo; conoscerlo significa aver fiducia in lui.»
«Sibyl, tu hai perso la testa per lui.»
«È un gentleman» disse il ragazzo con astio.
«Un principe!» gridò lei melodiosamente. «Che vuoi di più?»
«Lui vuole farti schiava.»
«Tremo al pensiero d’essere libera.»
«Voglio che tu ti guardi da lui.»
«Vederlo significa adorarlo; conoscerlo significa aver fiducia in lui.»
«Sibyl, tu hai perso la testa per lui.»
Presero posto in mezzo a una folla di spettatori. Le aiuole di tulipani.
Dall’altra parte della strada fiammeggiavano come pulsanti anelli di fuoco.
Una polvere bianca – sembrava una nube tremula di giaggiolo – era
sospesa nell’aria ansimante. Gli ombrellini dai colori luminosi danzavano e
s’abbassavano come mostruose farfalle.
Faceva parlare suo fratello di sé, delle sue speranze, delle sue prospettive.
Lui parlava lentamente e con sforzo. Si passavano le parole come i
giocatori si passano i gettoni. Sibyl si sentiva oppressa. Non riusciva a
comunicare la propria gioia. Un vago sorriso che incurvava quella bocca
crucciata era tutto l’ eco che poteva ottenere. Dopo un po’ lei si zittì.
All’improvviso intravide dei capelli d’oro e delle labbra ridenti, e in una
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carrozza scoperta passò Dorian Gray con due signore.
Si alzò in piedi. «Eccolo!» gridò.
«Chi?» disse Jim Vane.
«Il Principe Azzurro» rispose, seguendo con lo sguardo la carrozza 18.
Lui balzò su e l’afferrò rudemente per il braccio. «Fammelo vedere. Qual è?
Indicamelo. Lo devo vedere!» esclamò; ma in quel momento si frappose il
tiro a Quattro del duca di Berwick, e quando ebbe lasciato lo spazio vuoto
la carrozza era uscita dal parco.
«Se n’è andato» mormorò Sibyl con tristezza. «Avrei voluto che tu lo
vedessi.»
«Anch’io avrei voluto, perché com’è vero che c’è un Dio in cielo, se mai ti
farà del male, lo ucciderò.»
Lei lo guardò con orrore. Lui ripeté le parole. Tagliavano l’aria come un
pugnale. La gente intorno cominciò a guardarli a bocca aperta. Una
signora lì vicina ridacchiò.
«Vieni via, Jim; vieni via» sussurrò Sibyl. Lui la seguì come un segugio
mentre fendeva la folla. Era contento di quello che aveva detto.
Quando raggiunsero la statua di Achille, lei si voltò. C’era pietà nei suoi
occhi che divenne risata nelle labbra del ragazzo. Lei scosse la testa
disapprovandolo. «Sei uno sciocco, Jim, proprio uno sciocco; un ragazzo
con un caratteraccio, ecco tutto. Come puoi dire cose così orribili? Tu non
sai di cosa stai parlando. Sei soltanto geloso e scortese. Ah! Vorrei che tu ti
innamorassi. L’amore rende la gente buona, e quello che hai detto è
malvagio.»
«Ho sedici anni,» rispose, «e so cosa dico. Mamma non ti è di nessun aiuto.
Non capisce come badare a te. Ora vorrei non dover partire più per
l’Australia. Ho una gran voglia di mandare tutto all’aria. Lo farei, se non
avessi già firmato il contratto.»
«Oh, non essere così serio, Jim. Sei come uno degli eroi di quegli stupidi
melodrammi che mamma ama tanto recitare. Non ho intenzione di litigare
con te. L’ho visto, e oh! vederlo è una felicità perfetta. Non litigheremo. So
che non farai mai del male a chi amo, vero?»
«Non finché lo ami, suppongo» fu la risposta astiosa.
«Lo amerò per sempre!» gridò lei.
«E lui?»
«Anche lui, per sempre!»
«Meglio per lui.»
Lei si ritrasse dal fratello. Poi rise e gli mise una mano sul braccio. Era
soltanto un ragazzo.
Al Marble Arch presero un omnibus, che li lasciò vicino alla loro squallida
casa in Euston Road. Erano le cinque passate e Sibyl doveva riposare per
un paio d’ore prima di recitare. Jim insistette che lo facesse. Disse che

18 Nell’originale Wilde usa il termine victoria, che indica un tipo di carrozza signorile tipica
del periodo, che prese il nome dalla principessa futura regina inglese.
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avrebbe preferito congedarsi da lei quando la madre non era presente.
Avrebbe fatto sicuramente una scenata, e lui che detestava ogni tipo di
scenata.
Si salutarono nella camera di Sybil. Nel cuore del ragazzo c’era gelosia e un
feroce odio per l’estraneo che, come gli sembrava, si era messo in mezzo a
loro. Eppure, quando le braccia di Sibyl strinsero il suo collo, e le sue dita
gli scarruffarono i capelli, lui si calmò e la baciò con vero affetto. I suoi
occhi erano pieni di lacrime quando scese le scale.
Sua madre lo aspettava giù. Brontolò per la sua mancanza di puntualità
appena entrò. Lui non rispose, ma si sedette a consumare il suo magro
pasto. Le mosche ronzavano intorno alla tavola e camminavano sulla
tovaglia sporca. Tra il rombo degli omnibus e il frastuono delle vetture,
poteva udire la voce stridente che divorava ogni minuto che gli rimaneva.
Dopo un po’ di tempo, scostò il piatto e si mise la testa tra le mani. Sentiva
che aveva il diritto di sapere. Avrebbero dovuto dirglielo prima, se era come
sospettava. Immobile per la paura, sua madre lo guardava. Le parole le
cadevano meccanicamente dalle labbra. Un fazzoletto di pizzo malridotto si
torceva nelle sue dita. Quando l’orologio suonò le sei, lui si alzò e andò
verso la porta. Poi si voltò e la fissò. I loro occhi s’incontrarono. Nei suoi lui
vide una richiesta disperata di pietà. Lo fece montare su tutte le furie.
«Mamma, ho qualcosa da chiederti» disse. Gli occhi di lei vagarono smarriti
per la stanza. Non rispose. «dimmi la verità. Ho il diritto di sapere. Eri
sposata con mio padre?»
La donna fece un profondo sospiro. Era un sospiro di sollievo. Il momento
terribile, il momento che aveva temuto notte e giorno, per settimane e
mesi, alla fine era giunto e comunque non era atterrita. Anzi, in qualche
misura Fu una delusione per lei. La domanda volgarmente diretta
richiedeva una risposta diretta. La situazione non si era sviluppata
gradualmente. Era nuda e cruda. Le ricordava una brutta prova generale.
«No» rispose, meravigliandosi della dura semplicità della vita.
«Mio padre allora era un farabutto!» gridò il ragazzo serrando i pugni.
Lei scosse il capo. «Sapevo che non era libero. Ci siamo amati moltissimo.
Se fosse vissuto avrebbe provveduto a noi. Non parlare male di lui, figlio
mio. Era tuo padre, e un gentleman. E anche con parenti molto altolocati.»
Una bestemmia proruppe dalle sue labbra. «Non mi preoccupo per me,»
esclamò il ragazzo, «ma non permettere che Sibyl... è un gentleman, no, che
è innamorato di lei o dice di esserlo? Anche lui con parenti molto altolocati,
immagino.»
Per un momento un orrendo senso di umiliazione assalì la donna. Chinò la
testa. Si asciugò gli occhi con mani tremanti. «Sibyl ha una madre,»
mormorò; «Io non ce l’avevo.»
Il ragazzo si commosse. Andò verso di lei e s’abbassò per baciarla. «Mi
dispiace di averti addolorato chiedendoti di mio padre, disse, «ma non
potevo farne a meno. Devo andare adesso. Addio. Non dimenticare che ora
hai solo una figlia a cui badare, e, credimi, se quell’uomo fa del male a mia
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sorella scoprirò chi è, gli darò caccia e lo ammazzerò come un cane. Lo
giuro.»
La follia esagerata della minaccia, il gesto appassionato che l’accompagnò,
le parole pazzesche e melodrammatiche, fecero sembrare alla donna la vita
più vivace. Quell’atmosfera le era familiare. Respirava con più libertà, e per
la prima volta da molti mesi ammirò davvero suo figlio. Avrebbe voluto
continuare la scena sulla stessa scala emozionale, ma lui la interruppe.
Bisognava portar giù i bagagli e cercare gli sciarponi. Il facchino della
pensione andava e veniva. C’era da discutere il prezzo della corsa con il
cocchiere. Il momento andò perduto in volgari dettagli. Fu con un
rinnovato senso di delusione che lei agitò il fazzoletto lacero di pizzo dalla
finestra, quando suo figlio partì. Era conscia che una grande occasione era
stata sciupata. Si consolò dicendo a Sibyl come sentisse desolata la sua
vita, adesso che aveva solo una figlia a cui badare. Ricordava la frase. Le
era piaciuta. Della minaccia non disse nulla. Era stata espresso con
vivacità e drammaticità. Sentì che tutti un giorno ne avrebbero riso.

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Capitolo VI

«Mi immagino che avrai sentito la novità, Basil» disse Lord Henry quella
sera appena Hallward fu introdotto in una saletta privata al Bristol dove
era stato apparecchiato un pranzo per tre.
«No, Harry» rispose l’artista, consegnando il cappello e il cappotto a un
cameriere che si inchinava. «Che cos’è? Spero non sia niente che ha a che
fare con la politica! Non mi interessa. C’è sì o no una singola persona nella
Camera dei Comuni degna d’essere ritratta, ma a molti di loro non
guasterebbe una mano di calce.»
«Dorian Gray si è fidanzato» disse Lord Henry, guardandolo mentre
parlava.
Hallward trasalì e poi si fece scuro in viso. «Dorian fidanzato!» gridò.
«Impossibile!»
«È verissimo.»
«Con chi?»
«Con una attricetta o altro.»
«Non posso crederci. Dorian è fin troppo sensibile.»
«Dorian è fin troppo saggio per non fare delle stupidaggini ogni tanto, mio
caro Basil.»
«Il matrimonio non è una cosa che si può fare ogni tanto, Harry.»
«Tranne che in America» aggiunse languido Lord Henry. «Ma non ho detto
che si è sposato. Ho detto che si è fidanzato. C’è una grande differenza. Io
ho un ricordo distinto del matrimonio, ma nessun ricordo del
fidanzamento. Sono propenso a credere che non mi sia mai fidanzato.»
«Ma pensa alla nascita di Dorian, alla sua posizione e al suo patrimonio.
Sarebbe assurdo per lui sposare una tanto al di sotto.»
«Se vuoi fargli sposare quella ragazza, parlagli così, Basil. Allora, di sicuro
lo fa. Ogni volta che un uomo fa una cosa stupidissima è sempre per i più
nobili motivi.»
«Spero che la ragazza sia buona, Harry. Non voglio vedere Dorian legato a
una vile creatura, che potrebbe degradare la sua natura e rovinare il suo
intelletto.»
«Oh, è più che buona – è bella» mormorò Lord Henry, sorseggiando un
bicchiere di vermouth e succo amaro d’arancia. «Dorian dice che è bella, e
spesso ci azzecca su cose di questo tipo. Il tuo ritratto ha smosso in lui
l’apprezzamento per l’aspetto personale delle altre persone. Ha avuto
quell’eccellente effetto, tra gli altri. La vedremo questa sera, se quel ragazzo
non dimentica l’appuntamento.»
«Dici sul serio?»
«Sono serissimo, Basil. Sarebbe deprimente se mai pensassi d’essere più
serio di quanto sono in questo momento.»
«Ma lo approvi, Harry?» chiese il pittore, camminando su e giù per la

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stanza e mordendosi il labbro. «Non è possibile che tu lo approvi. È una
sciocca infatuazione.»
«Ormai io non approvo o disapprovo mai niente. È un atteggiamento
assurdo di porsi verso la vita. non siamo stati messi al mondo per
sfoggiare i nostri pregiudizi morali. Io non faccio mai caso a ciò che dice la
gente comune, e non interferisco mai con ciò che fanno le persone
attraenti. Se una personalità mi affascina, qualsiasi modo d’espressione
quella personalità sceglie è per me assolutamente deliziosa. Dorian Gray
s’innamora di una bella ragazza che recita Giulietta, e propone di sposarla.
Perché no? Se sposasse Messalina, sarebbe nondimeno interessante. Tu
sai che non sono un campione del matrimonio. Il vero inconveniente per il
matrimonio è che rende altruisti. E la gente altruista è sempre incolore.
Manca di individualità. Tuttavia, vi sono certi temperamenti che il
matrimonio rende più complessi. Conservano il loro egoismo e vi
aggiungono molti altri ego. Sono costretti ad avere più di una vita.
Diventano assai più organizzati, ed essere più organizzati è, posso
immaginare, l’obiettivo dell’esistenza dell’uomo. Inoltre, ogni esperienza ha
il suo valore e, qualunque cosa si possa dire contro il matrimonio, è
certamente un’esperienza. Spero che Dorian Gray faccia di questa ragazza
sua moglie,la adori appassionatamente per sei mesi, e poi all’improvviso
s’invaghisca di un’altra. Sarebbe un meraviglioso oggetto di studio.»
«Tu non credi a una sola parola di tutto questo, Harry, e lo sai. Se la vita di
Dorian Gray venisse sciupata, nessuno più di te sarebbe costernato. Tu sei
molto meglio di quello che fingi di essere.»
Lord Henry rise. «La ragione per cui tutti noi amiamo pensare bene degli
altri è che temiamo per noi stessi. La base dell’ottimismo è puro terrore.
Pensiamo di essere generosi perché accreditiamo al nostro vicino il
possesso di quelle virtù che sembrano essere un beneficio per noi. Lodiamo
il banchiere per poter andare allo scoperto nel nostro conto corrente, e
troviamo buone qualità nel rapinatore con la speranza che risparmi le
nostre tasche. Io credo a tutto quello che ho detto. Ho il più grande
disprezzo per l’ottimismo. In quanto a una vita sciupata, nessuna vita è
sciupata se non quella il cui sviluppo è arrestato. Se vuoi rovinare una
natura, hai soltanto da riformarla. Riguardo al matrimonio, naturalmente
sarebbe sciocco, ma ci sono altri e più interessanti legami tra uomini e
donne. Io certamente li incoraggerò. Hanno il fascino di essere alla moda.
Ma ecco Dorian in persona. Ti dirà di più di quello che posso dirti io.»
«Mio caro Harry, mio caro Basil, dovete entrambi congratularvi con me!»
disse il ragazzo, togliendosi il mantello con i risvolti in raso e stringendo la
mano agli amici. «Non sono mai stato così felice. Naturalmente, è tutto
improvviso – tutte le cose davvero belle lo sono. Eppure mi sembra l’unica
cosa che abbia cercato per tutta la mia vita.» Era rosso di eccitazione e
piacere, ed era straordinariamente avvenente.
«Spero che sarai sempre molto felice, Dorian,» disse Hallward, «ma non ti
perdono proprio di avermi tenuto all’oscuro del tuo fidanzamento. Lo hai
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fatto sapere a Harry.»
«E io non ti perdono di essere in ritardo per la cena» irruppe Lord Henry,
posando la mano sulla spalla del ragazzo e sorridendo mentre parlava. «Su,
sediamoci e vediamo cosa ci prepara questo nuovo chef, e poi ci dirai come
è andato tutto.»
«Non c’è proprio molto da dire» esclamò Dorian mentre si sistemavano
intorno al piccolo tavolo rotondo. «È successo semplicemente questo. Dopo
averti lasciato ieri sera, Harry, mi sono vestito, ho cenato a quel
ristorantino italiano in Rupert Street che mi hai fatto conoscere, e alle otto
sono andato a teatro. Sibyl stava recitando Rosalinda. Naturalmente, la
scenografia era orribile e Orlando assurdo. Ma Sibyl! Avreste dovuto
vederla! Quando è entrata vestita da ragazzo era perfettamente
meravigliosa. Indossava un farsetto di color muschio con maniche color
cannella, una calzamaglia marrone stretta, un berrettino grazioso con una
penna di falco fermata da una gemma, e un manto con cappuccio foderato
di rosso cupo. Non mi era mai sembrata così bella. Aveva tutta la grazia
delicate di quella figurina di Tanagra 19 che hai nel tuo studio, Basil.
I suoi capelli erano raccolti attorno al viso come le foglie scure di una
pallida rose. Quanto alla recitazione – beh, la vedrete stasera. È
semplicemente un’artista nata. Ero nel palchetto sporco assolutamente
rapito. Mi dimenticai d’essere a Londra e nel diciannovesimo secolo. Era
lontano con il mio amore in una foresta che nessuno aveva mai visto. Una
volta finito lo spettacolo, sono andato dietro le quinte e le ho parlato.
Mentre stavamo insieme seduti, d’un tratto ci fu uno sguardo nei suoi
occhi che non avevo mai visto prima. Le mie labbra si mossero verso le
sue. Ci siamo baciati. Non riesco a descrivervi cosa provassi in quel
momento. Mi sembrò che tutta la mia vita si fosse concentrata in un punto
perfetto di gioia color di rosa. Lei tremava tutta e fremeva come un narciso
bianco. Poi si è inginocchiata e mi ha baciato le mani. Sento che non
dovrei dirvi tutto questo, ma non posso farne a meno. Naturalmente, il
nostro fidanzamento è un segreto assoluto. Lei non ne ha nemmeno
parlato alla madre. Non so cosa diranno i miei tutori. Lord Radley di sicuro
sarà furioso. Non m’importa. Fra un anno sarò maggiorenne e allora potrò
fare quello che mi pare. Non ho fatto bene, Basil, a prendere il mio amore
dalla poesia e a trovare mia moglie nei drammi di Shakespeare? Labbra a
cui Shakespeare ha insegnato a parlare mi hanno sussurrato il loro
segreto al mio orecchio. Ho avuto le braccia di Rosalinda intorno a me, e
ho baciato Giulietta sulla bocca.»
«Sì, Dorian, credo che tu abbia fatto bene» disse lentamente Hallward.
«L’hai vista oggi?» domandò Lord Henry.
Dorian Gray scosse il capo. «L’ho lasciata nella foresta di Arden; la
ritroverò in un frutteto a Verona.»
Lord Henry sorseggiò lo champagne con fare meditativo. «In che punto

19 Statuette fittili, dette “tanagrine”, molto espressive ritrovate dagli archeologi in Beozia.
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particolare hai menzionato la parola matrimonio, Dorian? E che ti ha
risposto lei? Forse l’hai dimenticato del tutto.»
«Mio caro Harry, non ho trattato la cosa come una transazione economica
e non ho fatto nessuna proposta formale. Le ho detto che l’amavo e lei mi
ha risposto che non era degna di essere mia moglie. No degna! Ma il
mondo intero per me non è niente al suo confronto.»
«Le donne sono meravigliosamente pratiche,» bisbigliò Lord Henry, «molto
più pratiche di noi. In situazioni di quel genere spesso noi dimentichiamo
di parlare di matrimonio, e loro ce lo ricordano sempre.»
Hallward gli posò una mano sul braccio. «No, Harry. Hai seccato Dorian.
Lui non è come gli altri uomini. Non renderebbe infelice mai nessuno. La
sua natura è troppo bella per farlo.»
Lord Henry guardò attraverso il tavolo. «Dorian non è mai seccato con me»
rispose. «Ponevo la domanda per la migliore ragione possibile, per la sola
ragione, anzi, che possa scusare qualcuno che fa una domanda - semplice
curiosità. Ho una teoria secondo cui sono sempre le donne a farci la
proposta e non noi alle donne. Eccetto, naturalmente, nella vita delle classi
medie. Ma le classi medie non sono moderne.»
Dorian Gray rise e scosse il capo. «Sei proprio incorreggibile, Harry; ma
non me ne importa. È impossibile arrabbiarsi con te. Quando vedrai Sibyl
Vane, sentirai che l’uomo che potesse farle del male sarebbe una bestia,
una bestia senza cuore. Non riesco a capire come si possa desiderare di
svergognare chi si ama. Io amo Sibyl Vane. Voglio metterla su di un
piedistallo d’oro e vedere il mondo che adora la donna che è mia. Cos’è il
matrimonio? Un voto irrevocabile. Per questo lo deridi. Ah! non deridere. È
un voto irrevocabile che voglio prendere. La sua fiducia mi rende fedele, la
sua fede mi rende buono. Quando sono con lei, mi rammarico di tutto
quello che mi hai insegnato. Divento diverso da quello che tu hai
conosciuto. Sono cambiato, e il semplice tocco della mano di Sibyl Vane mi
fa scordare te e tutte le tue teorie sbagliate, affascinanti, velenose,
deliziose.»
«E queste sono...?» chiese Lord Henry, servendosi dell’insalata.
«Oh, le tue teorie sulla vita, sull’amore, sul piacere. In definitiva, tutte le
tue teorie, Harry.»
«Il piacere è l’unica cosa degna di possedere una teoria,» rispose con la sua
voce lenta, melodiosa. «Ma io temo di non potermi arrogare la mia teoria.
Essa appartiene alla Natura, non a me. Il piacere è la prova della Natura, il
suo segno d’approvazione. Quando noi siamo felici siamo sempre buoni,
ma quando siamo buoni non siamo sempre felici.»
«Ah! Ma cosa intendi con essere buoni?» disse con enfasi Basil Hallward.
«Sì,» fece eco Dorian, appoggiandosi alla sedia e guardando Lord Henry
sopra I pesanti grappoli di giaggiolo che stavano al centro della tavola,
«cosa intendi con essere buoni, Harry?»
«Essere buoni significa essere in armonia con se stessi» rispose toccando il
sottile stelo del bicchiere con le sue pallide affusolate dita. «Discordia è
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essere forzati a essere in armonia con gli altri. La propria vita - ecco la
cosa importante. Quanto alla vita dei nostri simili, se uno desidera essere
un pedante o un puritano, può far sfoggio delle proprie visioni morali su di
essa, ma quella vita non è di suo interesse. Inoltre l’Individualismo
possiede veramente lo scopo più alto. La moralità moderna consiste
nell’accettazione della norma del proprio tempo. Io considero che per ogni
uomo di cultura accettare la norma del proprio tempo è una forma della
più grossolana immoralità.»
«Ma, di sicuro, se uno vive solo per se stesso, Harry, non paga un prezzo
terribile?» suggerì il pittore.
«Sì, oggigiorno noi paghiamo un prezzo troppo alto per tutto. Io oserei
immaginare che la vera tragedia del povero è che non può permettersi altro
che la rinuncia di sé. I peccati belli, come le belle cose, sono il privilegio del
ricco.»
«Si deve pagare in modo diverso che con il denaro.»
«Che modo, Basil?»
«Oh! Con il rimorso, con la sofferenza, con... beh, con la coscienza della
degradazione.»
Lord Henry fece spallucce. «Mia caro amico, l’arte medievale è incantevole,
ma le emozioni medievali sono datate. Si possono usarle nella finzione,
naturalmente. Ma le sole cose che si possono usare nella finzione sono
quelle che nella realtà non si usano più. Credimi, nessun uomo civile
rimpiange mai un piacere, e nessun uomo non civile sa mai cos’è un
piacere.»
«Io so cos’è un piacere,» gridò Dorian Gray. «È adorare qualcuno.»
«Che è certamente meglio che essere adorati» rispose Lord Henry,
giocherellando con la frutta. «Essere adorati è una seccatura. Le donne ci
trattano proprio come l’umanità tratta gli dèi. Ci adorano e ci disturbano
sempre per farci fare qualcosa per loro.»
«Io avrei detto che qualunque cosa ci chiedono ce lo hanno dato per prime»
mormorò il ragazzo con gravità. «Creano l’amore nelle nostre nature.
Hanno il diritto di richiedercelo.»
«Questo è verissimo, Dorian» esclamò Hallward.
«Niente è mai verissimo» disse Lord Henry.
«Questo lo è» interruppe Dorian. «Devi ammettere, Harry, che le donne
offrono all’uomo tutto l’oro delle loro vite.»
«Forse,» sospirò, «però invariabilmente lo rivogliono con un cambio
piccolissimo. Questo è il guaio. Le donne, come disse una volta un
francese molto spiritoso, ci ispirano il desiderio di creare capolavori e ci
impediscono sempre di realizzarli.»
«Harry, sei terribile! Non so perché mi piaci tanto.»
«Io ti piacerò sempre, Dorian» replicò. «Volete del caffè? Cameriere, ci porti
caffè, fine-champagne e sigarette. No, non importa le sigarette – Ce le ho.
Basil, non posso permetterti di fumare sigari. Devi prendere una sigaretta.
Una
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sigaretta è il tipo perfetto del perfetto piacere. È squisita e ti lascia
insoddisfatto. Cosa si può volere di più? Sì, Dorian, sarai sempre
affezionato a me. Io rappresento per te tutti I peccati che tu non hai mai
avuto il coraggio di commettere.»
«Che sciocchezze dici, Harry!» urlò il ragazzo, prendendo il fuoco da un
accendino d’argento a forma di drago che il cameriere aveva messo sulla
tavola.
«Andiamo a teatro. Quando Sibyl entrerà in scena avrai un nuovo ideale di
vita. Lei rappresenterà per te qualcosa che tu non hai mai conosciuto.»
«Io ho conosciuto tutto,» disse Lord Henry, con un’espressione stanca negli
occhi, «però sono sempre pronto per nuove emozioni. Temo, tuttavia, che,
per me in ogni caso, non ne esistano. Comunque, la tua meravigliosa
ragazza potrebbe intrigarmi. Mi piace la recitazione. È così più reale della
vita. Andiamo. Dorian, tu verrai con me. Mi dispiace tanto, Basil, ma c’è
solo spazio per due nel brougham. Dovrai seguirci in un hansom.»
Si alzarono e si misero i soprabiti, bevendo il caffè in piedi. Il pittore era
silenzioso e preoccupato. C’era un’oppressione in lui. Non poteva
sopportare questo matrimonio, eppure gli sembrava meglio di tante altre
cose che sarebbe potute succedere. Dopo pochi minuti, scesero tutti. Seguì
da solo, com’era stato stabilito, e guardò le luci lampeggianti del piccolo
brougham davanti a lui. Uno strano senso di smarrimento lo colse. Si
accorse che Dorian Gray non sarebbe stato più per lui quello che era stato
in passato. La vita si era intromessa tra loro... I suoi occhi si abbuiarono e
le strade affollate e illuminate diventarono offuscate ai suoi occhi. Quando
la carrozza si fermò davanti al teatro, gli sembrò di essere invecchiato.

59
Capitolo VII

Per una ragione o per l’altra, la sala era affollata quella sera e il grasso
impresario ebreo che li accolse all’entrata aveva un sorriso untuoso
tremulo da un orecchio all’altro. Li accompagnò al palchetto con una sorta
di pomposa umiltà, agitando le grasse mani ingioiellate e parlando con
voce acuta. Dorian Gray detestò più che mai. Gli parve d’essere venuto per
cercare Miranda e d’essersi imbattuto in Calibano. A Lord Henry, invece,
piaceva. Almeno, così dichiarò e volle stringergli la mano e assicurargli che
era fiero d’incontrare un uomo che aveva scoperto un vero genio e fatto
bancarotta per un poeta. Hallward si divertì a guardare le face in platea. Il
calore era terribilmente opprimente, e l’enorme lampadario fiammeggiava
come una mostruosa dalia dai petali gialli di fuoco. I giovani in galleria si
erano tolti i soprabiti e i gilè e appesi sulla balconata. Si parlavano da una
parte all’altra del teatro e dividevano le loro arance con le ragazze
pacchiane che sedevano accanto. Qualche donna rideva in platea. Le loro
voci erano orribilmente stridule e dissonanti. Il rumore delle bottiglie
stappate veniva dal bar.
«Che posto per trovarci una divinità!» disse Lord Henry.
«Sì!» rispose Dorian Gray. «È qui che l’ho trovata, e lei è divina tra tutte le
creature viventi. Quando reciterà dimenticherai tutto. Questa gente
comune e rozza, con la loro faccia grossolana e i gesti brutali, si trasforma
del tutto quando lei è in scena. Siedono in silenzio e la guardano. Piangono
e ridono quando lei lo vuole. Lei li rende sensibili come un violino. Li
spiritualizza, e si sente che ha la nostra stessa carne e lo stesso nostro
sangue.»
«La stessa carne e lo stesso sangue! Oh, spero di no!» esclamò Lord Henry,
che scrutava gli occupanti della galleria con il suo binocolo da teatro.
«Non fargli caso, Dorian» disse il pittore. «Ho capito cosa vuoi dire, e io
credo in questa ragazza. Chiunque tu ami non può che essere
meraviglioso, e ogni ragazza chef a l’effetto che descrivi non può che essere
bella e nobile. Spiritualizzare la propria epoca – ecco una cosa degna. Se
questa ragazza può dare anima a coloro che hanno vissuto senza, se può
creare il senso della bellezza in gente le cui vite sono state sordide e brutte,
se può strapparli dal loro egoismo e prestargli lacrime per dolori che non
hanno, è degna di tutta la tua adorazione, degna dell’adorazione del
mondo. Questo matrimonio è proprio giusto. Non pensavo così all’inizio,
ma ora lo ammetto. Gli dèi hanno fatto Sibyl Vane per te. Senza di lei tu
saresti stato incompleto.»
«Grazie, Basil» rispose Dorian Gray, stringendogli la mano. «Sapevo che mi
avresti capito. Harry è così cinico, mi atterrisce. Ma ecco l’orchestra. È
davvero orribile, ma dura soltanto cinque minuti. Poi il sipario si alzerà e
vedrete la ragazza a cui sto per dare tutta la mia vita, a cui ho dato tutto

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ciò che v’è di buono in me.»
Un quarto d’ora dopo, in mezzo a uno straordinario scroscio di applausi,
Sibyl Vane salì in scena. Sì, era certamente bella a vedersi – una delle più
belle creature, pensò Lord Henry, che avesse mai visto. C’era qualcosa del
capriolo nella sua grazia timida e nei suoi occhi sbigottiti. Un leggero
rossore, come l’ombra di una rosa in uno specchio argenteo, apparve sulle
sue guance appena vide la sala affollata piena di entusiasmo. Fece qualche
passo indietro e le sue labbra sembravano tremare. Basil Hallward balzò in
piedi e cominciò ad applaudire. Immobile, come uno che sogna, Dorian
Gray sedeva e l’ammirava. Lord Henry la fissava con il binocolo e
mormorava: «Incantevole! incantevole!»
La scena rappresentava il salone della casa dei Capuleti, e Romeo vestito
da pellegrino era entrato con Mercuzio e gli altri suoi amici. La banda,
questo era, eseguì alla bell’e meglio qualche battuta di musica, e iniziò la
danza. Tra una folla di attori sgraziati, vestiti sciattamente, Sibyl Vane si
muoveva come una creatura venuta da un mondo più bello. Il suo corpo
ondeggiava nella danza, come una pianta nell’acqua. Le curve del suo collo
erano le curve di un bianco gliglio. Le sue mani sembravano fatte di freddo
avorio.
Eppure, lei era stranamente apatica. Non mostrava alcun segno di gioia
quando i suoi occhi si posavano su Romeo. Le poche parole che doveva
dire -

Buon pellegrino, fate torto alla vostra mano e troppo,


Che la gentile devozione in questo rivela;
Perché i santi hanno mani che le mani dei pellegrini possono toccare,
E palmo a palmo è il bacio dei santi palmieri -

con il breve dialogo che segue, furono dette in un modo completamente


artificioso. La voce era splendida, ma dal punto di vista del tono era
assolutamente falsa. Era sbagliata nel colore. Portava via tutta la vita dal
verso. Rendeva la passione irreale.
Dorian Gray impallidì a vederla. Era sconcertato ed ansioso. Nessuno dei
suoi amici osava dirgli nulla. A loro lei sembrava del tutto incompetente.
Erano terribilmente delusi.
Ciò nonostante, sentivano che il vero banco di prova di qualsiasi Giulietta
era la scena del balcone del secondo atto. La aspettarono. Se falliva in
quella, non c’era niente in lei.
Sembrava affascinante quando apparve al chiaro di luna. Non lo si poteva
negare. Ma la teatralità della sua recitazione era insopportabile, e
peggiorava man mano che andava avanti. I suoi gesti diventavano
artificiosi in modo assurdo. Enfatizzava all’eccesso ogni cosa che doveva
dire. Il bel passo -

Tu sai che la maschera della notte è sul mio viso,


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Altrimenti un rossore verginale dipingerebbe la mia guancia
Per ciò che mi hai udito dire stanotte -

fu declamato con la penosa precisione di un’allieva a cui un professore di


dizione di second’ordine ha insegnato a recitare. Quando si sporse sul
balcone e giunse a quei meravigliosi versi -

Benché in te io gioisca,
Non ho gioia per questo contratto di stanotte:
Troppo avventato, troppo inatteso, troppo improvviso;
Troppo simile al lampo, che svanisce
Prima che si possa dire, «Lampeggia.» Amore, buonanotte!
Questo bocciolo d’amore che matura con la brezza estiva
Sarà un bellissimo fiore quando ci rivedremo -

pronunciò le parole come se non avessero alcun senso per lei. Non era
nervosismo. Tutt’altro, lungi dall’essere nervosa, era assolutamente
padrona di sé. Era soltanto pessima arte. Era un fallimento completo.
Persino il pubblico comune e incolto della platea e della galleria perse
interesse nel dramma. Diventò irrequieto e si mise a parlare a voce alta e a
fischiare. L’impresario ebreo, che stava in piedi in fondo al guardaroba,
pestava i piedi e imprecava con rabbia. L’unica persona immobile era
proprio la ragazza.
Quando finì il secondo atto, scoppiò una tempesta di fischi, e Lord Henry
s’alzò dalla poltrona e si mise il soprabito. «È bella, Dorian,» disse, «ma non
sa recitare. Andiamo.»
«Io vedrò lo spettacolo fino in fondo» rispose il ragazzo con voce ferma e
amara. «Mi dispiace da morire d’averti fatto perdere una serata, Harry.
Chiedo scusa a tutti e due.»
«Mio caro Dorian, penso che forse Miss Vane non sta bene» interruppe
Hallward. «Verremo un’altra sera.»
«Magari non stesse bene» riprese il ragazzo. «Ma mi sembra che sia
semplicemente
insensibile e fredda. È tutta un’altra persona. La scorsa sera era una
grande artista. Stasera è soltanto un’attricetta volgare e mediocre.»
«Non parlare così di chi ami, Dorian. L’amore è una cosa più meravigliosa
dell’arte.»
«Sono entrambe semplici forme di imitazione» commentò Lord Henry. «Ma
andiamocene. Dorian, non devi star qui un minuto di più. Non fa bene al
morale vedere recitare male. Inoltre, non credo che vorrai che tuo moglie
reciti, e allora che importa se fa Giulietta come una bambola di legno? È
molto bella, e se conosce anche un po’ la vita come la recitazione, sarà
un’esperienza deliziosa. Ci sono solo due tipi di persone che sono
veramente affascinanti –le persone che sanno assolutamente tutto, e le
persone che non sanno assolutamente niente. Santo cielo, mio caro
62
ragazzo, non fare quella faccia così tragica! Il segreto per rimanere giovani
è non aver mai un’emozione disdicevole. Vieni al club con Basil e me.
Fumeremo sigarette e berremo alla bellezza di Sibyl Vane. Lei è bella. Cosa
si può volere di più?»
«Vattene, Harry» urlò il ragazzo. «Voglio stare solo. Basil, devi andare. Ah!
Non riuscite a vedere che mi si spezza il cuore?» calde lacrime gli coprirono
gli occhi. Le labbra tremavano e, precipitandosi in fondo al palchetto, si
appoggiò alla parete nascondendosi il volto tra le mani.
«Andiamo go, Basil» disse Lord Henry con una strana tenerezza nella sua
voce, e i due giovani uscirono insieme.
Pochi momenti dopo le luci della ribalta si riaccesero e il sipario s’alzò sul
terzo atto. Dorian Gray tornò al suo posto. Era pallido, sdegnato e
indifferente. Lo spettacolo si trascinò e sembrava interminabile. Metà del
pubblico se ne andò scalpicciando e ridendo. Fu un fiasco completo.
L’ultimo atto fu recitato davanti alle sedie quasi vuote. Il sipario calò tra
risatine e mugugni.
Appena fu tutto finito, Dorian Gray corse dietro le quinte nel camerino. La
ragazza era in piedi da sola, con un’aria di trionfo sul volto. Gli occhi erano
accesi di un fuoco squisito. Era tutta raggiante. Le labbra socchiuse
sorridevano su un loro segreto.
Quando entrò, lei lo guardò e un’espressione di gioia infinita la invase.
«Come ho recitato male stasera, Dorian!» gridò.
«Orribilmente!» rispose il ragazzo fissandola con stupore. «Orribilmente!
Era terribile. Sei malata? Non hai idea di che cosa era. Non hai idea di
come ho sofferto.»
La ragazza sorrise. «Dorian» rispose, indugiando sul suo nome con musica
modulate nella voce, come se fosse più dolce del miele per i petali rossi
della sua bocca. «Dorian, dovresti aver capito. Ma ora capisci, no?»
«Capire cosa?» chiese arrabbiato.
«Perché ho recitato male stasera. Perché reciterò sempre male. Perché non
reciterò mai più bene.»
Il ragazzo alzò le spalle. «Credo che tu non stia bene. quando non stai bene
non dovresti recitare. Ti rendi ridicola. I miei amici si sono annoiati. Io mi
sono annoiato»
Sembrava che lei non lo ascoltasse. Era trasfigurata dalla gioia. Un’estasi
di felicità la dominava.
«Dorian, Dorian,» gridò, «prima di conoscerti, recitare era l’unica realtà
della mia vita. Era solo a teatro che io vivevo. Pensavo che fosse tutto vero.
Una sera ero Rosalinda e un’altra Porzia. La gioia di Beatrice era la mia, e
le sofferenze di Cordelia erano anche le mie. Credevo a tutto. La gente
comune che recitava con me mi sembrava divina. Le scene dipinte erano il
mio mondo. Conoscevo soltanto le ombre e le credevo reali. Sei venuto tu -
oh, mio bellissimo amore! – e hai liberato la mia anima dalla prigione. Tu
mi hai insegnato che cosa è davvero la realtà. Stasera, per la prima volta
nella mia vita, ho capito il vuoto, la falsità, la stupidità della vana
63
commedia in cui ho sempre recitato. Stasera, per la prima volta, mi sono
accorta che Romeo era orrendo, e vecchio, e truccato, che il chiaro di luna
nel giardino era falso, che la scenografia era volgare, e che le parole che
dicevo erano irreali, non erano le mie parole, quelle che volevo dire. Tu mi
hai portato qualcosa di più alto, qualcosa di cui tutta l’arte non è che un
riflesso. Tu mi hai fatto capire che cosa è veramente l’amore. Amore mio!
Amore mio! Principe Azzurro! Principe della vita! Mi è venuta la nausea
delle ombre. Tu per me sei più di quello che tutta l’arte può essere. Cosa
ho a che fare con i burattini di una commedia? Quando stasera sono
entrata in scena, non riuscivo a capire come mai tutto mi era diventato
estraneo. Credevo che sarei stata meravigliosa. Invece ho trovato che non
potevo fare niente. Improvvisamente nella mia anima si è rischiarato il
significato di tutto ciò. La rivelazione era per me splendida. Li sentivo
fischiare, e io sorridevo. Cosa potevano saperne di un amore come il
nostro? Portami via, Dorian – portami via con te, dove possiamo essere
completamente soli. Odio il palcoscenico. Posso mimare una passione che
non sento, ma non posso mimare una passione che mi brucia come il
fuoco. Oh, Dorian, Dorian, capisci adesso cosa significa? Anche se sapessi
farlo, sarebbe una profanazione per me recitare d’essere innamorata. Tu
me lo hai fatto vedere.»
Dorian si lasciò andare sul sofà e voltò la faccia dall’altra parte. «Tu hai
ucciso il mio amore» mormorò.
Lei lo guardò meravigliata e rise. Lui non rispose. Gli si accostò e con le
sue piccole dita sottili gli carezzò i capelli. S’inginocchiò e portò le labbra
alle sue mani. Dorian si ritrasse, e un brivido lo scosse.
Poi si alzò di scatto e andò verso la porta. «Sì,» gridò, «tu hai ucciso il mio
amore. Eccitavi la mia immaginazione. Ora non ecciti nemmeno la mia
curiosità. Semplicemente non mi fai più effetto. Ti amavo perché eri
meravigliosa, perché avevi genio e intelletto, perché realizzavi i sogni dei
grandi poeti e davi forma e sostanza alle ombre dell’arte. Hai buttato tutto
via. Sei superficiale e stupida. Mio Dio, che folle sono stato ad amarti! Che
sciocco sono stato! Per me ora non sei più niente. Non voglio vederti mai
più. Non voglio pensarti mai più. Non voglio mai più nominare il tuo nome.
Tu non sai che cosa eri per me una volta. Sì, una volta... Oh, non posso
pensarci! Vorrei non aver mai posato gli occhi su di te! hai rovinato il
romanzo della mia vita. quanto poco puoi sapere del tuo amore, se dici che
sciupa la tua arte! Senza la tua arte, tu non sei niente. Ti avrei fatta
diventare famosa, splendida, magnifica. Il mondo ti avrebbe adorato e tu
avresti portato il mio nome. Che cosa sei ora? Un’attricetta di terz’ordine
con un viso carino.
La ragazza sbiancò e cominciò a tremare. Si torse le mani e la sua voce
sembrava morirle in gola. «Tu non dici sul serio, Dorian?» mormorò. «Tu
stai recitando.»
«Recitando! Questo lo lascio a te. La fai così bene» rispose amaramente.
Lei si alzò con una penosa espressione di dolore sul volto e gli andò vicino.
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Gli mise una mano sul braccio e lo guardò negli occhi. Lui la respinse.
«Non toccarmi!» urlò.
Con un debole gemito lei cadde ai suoi piedi e lì rimase come un fiore
calpestato. «Dorian, Dorian, non lasciarmi!» sussurrò. «Mi spiace così tanto
di non aver recitato bene. pensavo a te tutto il tempo. Ma proverò –
davvero, proverò. Il mio amore per te mi ha preso così all’improvviso. Penso
che non l’avrei mai saputo se tu non mi avessi baciata – se non ci fossimo
baciati. Baciami ancora, amore mio. Non andartene via. Non saprei
sopportarlo. Oh! Non andartene. Mio fratello... No, non importa. Non
voleva dire questo. Scherzava... Ma tu, oh! non puoi perdonarmi per
stasera? Lavorerò tanto tanto per migliorare. Non essere crudele con me,
perché ti amo più di ogni cosa al mondo. Dopo tutto, è solo una volt ache
non ti sono piaciuta. Ma tu hai proprio ragione, Dorian. Avrei dovuto
mostrarmi più di un’artista. È stata una mia sciocchezza, eppure non
potevo farne a meno. Oh, non lasciarmi, non lasciarmi.» Un accesso di
singhiozzi appassionati la soffocò. Si accovacciò sul pavimento come un
animale ferito, e Dorian Gray, con i suoi begli occhi, la guardava, e le sue
labbra cesellate erano piegate in uno squisito sdegno. C’è sempre qualcosa
di ridicolo nelle emozioni di chi non amiamo più. Sibyl Vane gli sembrò
essere melodrammatica in modo assurdo. Le sue lacrime e i suoi singhiozzi
lo infastidivano.
«Me ne vado» disse alla fine con la sua voce calma e chiara. «Non vorrei
essere sgarbato, ma non posso più rivederti. Mi hai deluso.»
Lei pianse in silenzio e senza rispondere, ma si trascinò più vicino. Le sue
piccole mani si tendevano ciecamente, quasi a cercarlo. Lui girò i tacchi e
lasciò la stanza. In pochi istanti fu fuori dal teatro.
Sapeva a malapena dove andava. Ricordava d’aver vagato per strade poco
illuminate, passato arcate scuri e desolati e case dall’aspetto sinistro.
Donne dalle voci rauche e dal riso acuto l’avevano chiamato. Ubriachi
barcollavano bestemmiando e blaterando tra sé come scimmie mostruose.
Aveva visto bambini grotteschi aggrappati alle soglie, e udito urla e
imprecazioni dai cortili grigi.
Mentre l’alba stava spuntando, si ritrovò vicino al Covent Garden.
L’oscurità di diradò e il cielo, rosso di pallido fuoco, si incavò in una perla
perfetta. Carri enormi pieni di gigli dondolanti rombarono lentamente giù
per la strada vuota e luccicante. L’aria era carica del profumo dei fiori e la
loro bellezza sembrò arrecargli un sollievo per il suo dolore.
Li seguì fino al mercato e si mise a guardare gli uomini che scaricavano i
furgoni. Un carrettiere in grembiule bianco gli offrì delle ciliege. Dorian lo
ringraziò, chiedendosi perché rifiutasse d’accettare denaro, e cominciò a
mangiarle apaticamente. Erano state colte a mezzanotte e il freddo della
luna vi era entrato dentro. una lunga fila di ragazzi che portava canestri di
tulipani screziati e di rose gialle e rosse sfilò davanti a lui, aprendosi la
strada tra enormi mucchi di verdura color verde giada. Sotto il portico, con
i suoi pilastri grigi e imbiancati dal sole, gironzolava un gruppo di ragazze
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sciatte e a capo scoperto, che aspettavano la fine dell’asta. Altre si
affollavano intorno alle porte girevoli dei caffè nella piazza. I pesanti cavalli
da tiro scalpicciavano e scalpitavano sulle pietre ruvide, scuotendo i
sonagli e i paramenti. Alcuni conducenti dormivano sdraiati su un
mucchio di sacchi. I piccioni dal collo iris e dalle zampe rosa
zampettavano qua e là beccando i semi.
Dopo un po’, chiamò un hansom e tornò a casa. Per un momento indugiò
davanti alla porta, guardando la piazza silenziosa con le sue finestre
chiuse e vuote e le tende tirate. Il cielo era adesso un puro opale, e di
contro i tetti delle case brillavano come argento. Da qualche comignolo si
alzava un sottile filo di fumo. Faceva delle volute come un nastro viola
nell’aria di madreperla.
Nell’enorme lanterna dorata veneziana, spoglia di qualche barcone dogale,
che pendeva dal soffitto della grande anticamera rivestita di quercia,
ardeva ancora la luce di tre becchi boccheggianti: sembravano sottili petali
azzurri di fiamma ornati di fuoco bianco. Li spense e, gettati sul tavolo
cappello e mantello, attraversò la biblioteca diretto verso la porta della sua
camera da letto, un’ampia camera ottagonale al piano terra che, nella sua
neonata passione per il lusso, aveva appena fatto decorare e rivestire con
dei curiosi arazzi rinascimentali che aveva scoperto ammucchiati in un
attico in disuso a Selby Royal. Mentre stava girando la maniglia della
porta, gli caddero gli occhi sul ritratto che Basil Hallward gli aveva dipinto.
Fece un salto all’indietro dalla sorpresa. Poi entrò nella sua stanza, con
l’aria alquanto perplessa. Dopo essersi sbottonato la giacca, sembrò
esitare. Alla fine, tornò sui suoi passi, si avvicinò al quadro e lo esaminò.
Nella luce fioca e immobile che filtrava dalle tende di seta color crema, il
viso gli sembrò un po’ cambiato. L’espressione pareva diversa. Si sarebbe
detto che sulla bocca ci fosse un tocco di crudeltà. Era certamente strano.
Si giro, andò alla finestra, tirò la tenda. L’alba luminosa inondò la stanza e
scacciò le ombre fantastiche negli angoli oscuri, dove restarono oscillanti.
Ma la strana espressione che aveva notato nel volto del ritratto sembrava
restare ancora lì ed essere persino più intensa. La luce tremante e ardente
del sole gli mostrò i tratti della crudeltà intorno alla bocca chiaramente
come se si fosse guardato a uno specchio dopo aver compiuto un qualche
orribile misfatto.
Fece una smorfia e, preso dal tavolo uno specchio ovale incorniciato da
cupidi d’avorio, uno dei tanti regali di Lord Henry, si mirò in fretta nelle
sue lucide profondità. Nessun tratto come quello contorceva le sue labbra
rosse. Cosa significava?
Si stropicciò gli occhi e si avvicinò al quadro, e lo esaminò ancora. Non
c’erano segni di alcun cambiamento quando scrutò il dipinto effettivo,
eppure non c’era dubbio che l’intera espressione si era alterata. Non era
una sua fantasia. La cosa era orribilmente evidente.
Si lasciò andare su una sedia e cominciò a pensare. All’improvviso gli
balenò nella mente quello che aveva detto nello studio di Basil Hallward il
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giorno in cui il ritratto era stato finito. Sì, lo ricordava perfettamente.
Aveva proferito il desiderio folle di poter rimanere giovane e il dipinto
invecchiare; che la sua bellezza potesse restare intatta, e il volto sulla tela
portasse il fardello delle sue passioni e dei suoi peccati; che l’immagine
dipinta fosse segnata dai tratti della sofferenza e del pensiero, e lui
conservasse tutto il fiore delicato e l’amabilità della sua adolescenza Solo
allora divenuta conscia. Di sicuro il suo desiderio non si era realizzato!
Certe cose erano impossibili. Sembrava mostruoso persino pensarle. E,
tuttavia, c’era il quadro davanti a lui, con il tocco della crudeltà sulla
bocca.
Crudeltà! Era stato crudele? La colpa era della ragazza, non sua. Lui
l’aveva sognata come una grande artista, le aveva dato il suo amore perché
la credeva grande. Poi lei lo aveva deluso. Era stata superficiale e indegna.
Eppure, un senso infinito di rammarico lo invase non appena pensò a lei
sdraiata ai suoi piedi in singhiozzi come una bimba. Rammentò con quale
freddezza l’aveva guardata. Perché era stato fatto così? Perché gli era stata
data un’anima simile? Ma anche lui aveva sofferto. Durante le tre terribili
ore dello spettacolo, aveva vissuto secoli di dolore, ere su ere di tortura. La
sua vita valeva bene la sua. Se lui l’aveva ferita per sempre, lei lo aveva
rovinato per un istante. Inoltre, le donne erano più adatte degli uomini a
sopportare la sofferenza. Vivono delle loro emozioni. Pensano soltanto alle
loro emozioni. Quando prendevano un amante, era solo per avere
qualcuno con cui poter fare delle scenate. Lord Henry glielo aveva detto, e
Lord Henry sapeva che cos’erano le donne. Perché angustiarsi per Sibyl
Vane? Lei non era niente per lui adesso.
Ma il quadro? Che doveva dire del quadro? Serbava il segreto della sua
vita, e narrava la sua storia. Gli aveva insegnato ad amare la sua bellezza.
Gli avrebbe insegnato a detestare la sua anima? Lo avrebbe guardato più?
No; era soltanto un’illusione causata dai suoi sensi turbati. La notte
orribile appena trascorsa aveva lasciato dei fantasmi dietro di sé. D’un
tratto nel suo cervello era caduta quel piccolo granello scarlatto che fa
impazzire gli uomini. Il ritratto non era mutato. Era una follia pensarlo.
Ma il quadro lo guardava, con il suo bellissimo volto deformato e il suo
sorriso crudele. La sua chioma lucente brillava alla luce del primo mattino.
Gli occhi azzurri incontravano i suoi. Lo colse un senso di pietà infinita,
non per sé, ma per l’immagine di sé dipinta. Si era già alterata e si sarebbe
alterata di più. Il suo oro si sarebbe appassito diventando grigio. Le sue
rose rosse e bianche sarebbero morte. Per ogni peccato che avesse
commesso, una macchia avrebbe imbrattato e distrutto la sua avvenenza.
Ma lui non avrebbe peccato. Il ritratto, mutato o no, sarebbe stato per lui
l’emblema visibile della coscienza. Avrebbe resistito alle tentazioni. Non
avrebbe mai più rivisto Lord Henry – in ogni caso, non avrebbe più
ascoltato quelle sottili velenose teorie che nel giardino Basil Hallward gli
aveva eccitato dentro la passione per le cose impossibili. Sarebbe tornato
da Sibyl Vane, si sarebbe scusato, l’avrebbe sposata, e cercato ancora di
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amarla. Sì, era sua dovere fare così. Lei doveva aver sofferto più di lui.
Povera bambina! Era stato egoista e crudele con lei. Il fascino che aveva
esercitato su di lui sarebbe tornato. Sarebbero stati felici insieme. La sua
vita con lei sarebbe stata bella e pura.
Si alzò dalla sedia e trascinò un grande paravento davanti al ritratto,
rabbrividendo a guardarlo. «Orribile!» mormorò tra sé, e andò verso la
finestra per aprirla. Quando uscì in giardino, tirò un profondo respiro.
L’aria fresca mattutina sembrò cacciare via tutte le sue cupe passioni.
Pensò soltanto a Sibyl. Una debole eco del suo amore tornò in lui. Ripeté il
suo nome più e più volte. Gli uccelli che cantavano nel giardino inondato
di rugiada sembravano parlare di lei ai fiori.

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Capitolo VIII

Mezzogiorno era già passato da un pezzo quando si svegliò. Il domestico


era entrato nella camera parecchie volte in punta di piedi per vedere se si
muoveva, e si era chiesto che cosa facesse dormire così a lungo il suo
giovane padrone. Finalmente il campanello suonò e Victor entrò
dolcemente con una tazza di tè e una pila di lettere su un vassoietto di
antica porcellana di Sèvres, e tirò le tende di raso color oliva foderate di
azzurro cangiante, che pendevano davanti alle tre alte finestre.
«Monsieur ha dormito bene stamani» disse sorridendo.
«Che ora è, Victor?» chiese Dorian Gray assonnato.
«L’una e un quarto, Monsieur.»
Com’era tardi! Si sedette sul letto e, dopo aver sorseggiato un po’ di tè,
dette una scorsa alle sue lettere. Una era di Lord Henry, ed era stata
portata a mano quella mattina. Esitò per un momento, e poi la mise da
parte. Le altre le aprì apaticamente. Contenevano la solita collezione di
biglietti da visita, inviti a pranzo, biglietti per mostre in anteprima,
programmi di concerti di beneficenza, e cose simili che piovono sui giovani
in vista ogni mattina durante la stagione mondana. C’era una fattura
piuttosto salata di un servizio da toilette Louis-Quinze che ancora non
aveva avuto il coraggio di mandare ai suoi tutori, che erano persone
estremamente all’antica e non si accorgevano che viviamo in un’epoca in
cui le cose superflue sono le sole necessità; e c’erano parecchie
comunicazioni stilate con molta cortesia degli usurai di Jermyn Street che
si offrivano di anticipare qualunque somma di denaro con minimo
preavviso e al più ragionevole tasso di interesse.
Dopo circa dieci minuti si alzò e, messasi sulle spalle una preziosa
vestaglia di lana di cashmere con ricami in seta, passò nella stanza da
bagno pavimentata di onice. L’acqua fredda lo rinfrescò dopo il lungo
sonno. Sembrava che avesse dimenticato tutto quello che gli era capitato.
Una vaga sensazione d’aver preso parte a qualche strana tragedia lo colse
una o due volte, ma in essa c’era l’irrealtà del sogno.
Appena fu vestito, andò in biblioteca e sedette davanti a una leggera
colazione francese che gli era stata preparata su un tavolino rotondo vicino
alla finestra aperta. Era una giornata splendida. L’aria tiepida pareva
carica di aromi. Un’ape volava e ronzava intorno al vaso azzurro decorato
con dragone che, pieno di rose giallo zolfo, gli era di fronte. Si sentiva
perfettamente felice.
Tutto d’un tratto lo sguardo gli cadde sul paravento che aveva messo
davanti al ritratto, e trasalì.
«Troppo freddo per Monsieur?» chiese il domestico, mettendo sul tavolo una
omelette. «Chiudo la finestra?»
Dorian scosse il capo. «Non ho freddo» bisbigliò.

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Era tutto vero? Il ritratto era davvero cambiato? O era stata semplicemente
la sua immaginazione che gli aveva fatto vedere un’espressione di
malvagità là dove c’era stata un’espressione di gioia? Di sicuro, una tela
dipinta non poteva alterarsi! Era assurdo. Sarebbe stata una storia da
raccontare a Basil un giorno. Lo avrebbe fatto sorridere.
Eppure, com’era vivo il ricordo di tutto quanto! Prima nel crepuscolo
indistinto e poi nell’alba luminosa, aveva visto il tocco della crudeltà
intorno alle labbra curve. Ebbe quasi paura che il suo domestico lasciasse
la stanza. Sapeva che una volta solo avrebbe dovuto esaminare il ritratto.
Aveva paura della certezza. Quando gli portarono caffè e sigarette e l’uomo
si voltò per andarsene, provò un folle desiderio di dirgli di rimanere.
Mentre la porta si stava chiudendo dietro di lui, lo richiamò. L’uomo restò
in piedi ad aspettare gli ordini. Dorian lo guardò per un momento. «Non ci
sono per nessuno, Victor» disse con un sospiro. L’uomo s’inchinò e uscì.
Poi si alzò dal tavolo, si accese una sigaretta e si lasciò andare su di un
divano ricoperto di cuscini preziosi davanti al paravento. Il paravento era
antico, di cuoio spagnolo dorato, stampato e lavorato con un motivo
piuttosto vistoso di stile Louis-Quatorze. Lo scrutò con curiosità,
chiedendosi se non avesse mai celato prima il segreto della vita di un
uomo.
Avrebbe dovuto spostarlo, dopo tutto? Perché non lasciarlò lì? A che
serviva sapere? Se la cosa era vera, era terribile. Se non era vera, perché
angustiarsene? Ma che dire se, per qualche fatalità o un caso più
terrificante, altri occhi avessero spiato dietro e visto l’orribile
cambiamento? Cosa avrebbe fatto se fosse venuto Basil Hallward a
chiedergli di vedere il suo quadro? Basil l’avrebbe fatto sicuramente. No,
la cosa andava esaminata, e subito. Tutto era meglio di questo orrendo
stato di dubbio.
Si alzò e chiuse a chiave entrambe le porte. Almeno, sarebbe stato da solo
a guardare la maschera della sua vergogna. Poi scostò il paravento e vide
se stesso faccia a faccia. Era verissimo. Il ritratto si era alterato.
Come spesso ricordò dopo, e sempre con non poca meravigli, si ritrovò
dapprima a scrutare il ritratto con un sentimento di interesse quasi
scientifico. Che un simile mutamento avesse avuto luogo era incredibile
per lui. Eppure era un fatto. C’era una sottile affinità tra gli atomi chimici
che avevano preso forma e colore sulla tela e l’anima che era in lui?
Possibile che realizzassero quello che l’anima pensava – che rendessero
vero ciò che sognava? O c’era un’altra ragione più terribile? Rabbrividì ed
ebbe paura e, tornando al divano, vi si distese, fissando il quadro con
disgusto e orrore.
Tuttavia, sentì una cosa che il quadro gli aveva fatto. Lo aveva reso
consapevole di quanto ingiusto, crudele era stato con Sibyl Vane. Non era
troppo tardi per porvi rimedio. Poteva ancora essere sua moglie. Il suo
amore irreale ed egoista avrebbe ceduta a un influenza più alta, si sarebbe
trasformato in una passione più nobile, e il ritratto che Basil Hallward gli
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aveva dipinto sarebbe stato una guida per lui nella vita, sarebbe stato per
lui ciò che la santità è per qualcuno, e la coscienza per altri, e il timore di
Dio per tutti noi. Ci sono oppiacei per il rimorso, droghe che potevano
addormentare il senso morale. Ma qui c’era un simbolo visibile della
degradazione del peccato. Qui c’era un segno onnipresente della rovina che
gli uomini portavano nelle loro anime.
Suonarono le tre, e le quattro, e la mezz’ora con il suo duplice rintocco, ma
Dorian Gray non si mosse. Cercava di raccogliere i fili scarlatti della vita e
di tesserli in un disegno; di trovare la via nel sanguigno labirinto della
passione in cui stava brancolando. Non sapeva che fare, o che pensare.
Alla fine, andò al tavolo e scrisse una lettera appassionata alla ragazza che
aveva amato, implorando il suo perdono e accusandosi di pazzia. Riempì
pagine e pagine di parole di rammarico e di parole ancora più folli di
dolore. C’è una voluttà nel rimproverare se stessi. Quando ci biasimiamo,
sentiamo che nessun altro ha il diritto di farlo. È la confessione, non il
sacerdote, a darci l’assoluzione. Quando Dorian ebbe finito la lettera, sentì
d’essere stato perdonato.
Improvvisamente bussarono alla porta e sentì la voce di Lord Henry fuori.
«Mio caro ragazzo, debbo vederti. fammi entrare subito. Non posso
sopportare che ti rinchiudi in questo modo.» All’inizio non rispose, ma
rimase completamente fermo. Lord Henry continuò a bussare e sempre più
forte. Sì, era meglio farlo entrare e spiegargli la nuova vita che aveva
intenzione di condurre, litigare con lui se ce n’era bisogno, separarsi se era
inevitabile. Balzò in piedi, spinse in fretta il paravento davanti al quadro e
aprì la porta.
«Mi dispiace per tutto, Dorian» disse Lord Henry appena entrato. «Ma non
devi pensarci troppo.»
«Ti riferisci a Sibyl Vane?» chiese il ragazzo.
«Sì, naturalmente» rispose Lord Henry, sprofondando in una sedia e
sfilandosi lentamente i guanti gialli. «Da una parte, è orribile, ma non è
stata colpa tua. Dimmi, sei andato dietro le quinte a vederla dopo la fine
dello spettacolo?»
«Sì.»
«Ne ero sicuro. Hai fatto una scenata con lei?»
«Sono stato brutale, Harry - perfettamente brutale. Ma va tutto bene
adesso. Non mi spiace per niente di ciò che è accaduto. Mi ha insegnato a
conoscermi meglio.»
«Ah, Dorian, sono così felice che tu l’abbia presa in questo modo! Temevo
di trovarti sprofondato nel rimorso a strapparti quei tuoi bei riccioli.»
«Ho passato anche tutto questo» disse Dorian, scuotendo il capo e
sorridendo. «Ora sono veramente felice. So cos’è la coscienza, tanto per
cominciare. Non è quello che mi avevi detto tu. È la cosa più divina in noi.
Non sogghignare più, Harry, - perlomeno, non davanti a me. Io voglio
essere buono. Non posso tollerare l’idea che la mia anima diventi orrenda.»
«Una base artistica molto affascinante per l’etica, Dorian! Me ne
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congratulo. Ma come intendi iniziare?»
«Sposando Sibyl Vane.»
«Sposando Sibyl Vane!» gridò Lord Henry, alzandosi e guardandolo con
stupore e perplessità. «Ma, mio caro Dorian…»
«Sì, Harry, so cosa stai per dire. Qualcosa di terribile sul matrimonio. Non
dirlo. Non dirmi mai più cose di quel genere. Due giorni fa ho chiesto a
Sibyl di sposarmi. Non verrò meno alla mia parola con lei. Diventerà mia
moglie.»
«Tua moglie! Dorian!... Non hai avuto la mia lettera? Ti ho scritto questa
mattina e ti ho fatto recapitare il biglietto dal mio domestico.»
«La tua lettera? Oh, sì, ricordo. Non l’ho ancora letta, Harry. Temevo che ci
fosse qualcosa che non mi sarebbe piaciuto. Tu affetti la vita con i tuoi
epigrammi.»
«Non sai niente allora?»
«Che vuoi dire?»
Lord Henry attraversò la stanza e si sedette accanto a Dorian Gray, gli
prese entrambe le mani e gliele strinse forte. «Dorian,» disse, «la mia lettera
– non spaventarti – era per dirti che Sibyl Vane è morta.»
Un urlo di dolore uscì dalle labbra del ragazzo, che balzò in piedi e strappò
le mani dalla stretta di Lord Henry. «Morta! Sibyl morta! Non è vero! È una
bugia orribile! Come osi dirla?»
«È vero invece, Dorian» disse Lord Henry con gravità. «È su tutti i giornali
di stamani. Ti avevo scritto per chiederti di non vedere nessuno fino al mio
arrivo. Ci sarà un’inchiesta, naturalmente, e tu non devi esservi
immischiato. Cose del genere rendono un uomo alla moda a Parigi. Ma a
Londra la gente è così piena di pregiudizi. Qui, non si dovrebbe mai fare il
proprio debut con uno scandalo. Lo scandalo è bene conservarselo per
rendere interessante la vecchiaia. Suppongo che al teatro non sappiano il
tuo nome? Se non lo sanno, tanto meglio. Nessuno ti ha visto girare
intorno al suo camerino? È un dettaglio importante.»
Dorian non rispose per un po’. Era stordito dall’orrore. Alla fine balbettò,
con voce fioca, «Harry, hai detto un’inchiesta? Che vuoi dire? Che Sibyl…?
Oh, Harry, non posso sopportarlo! Ma fa’ presto. Dimmi tutto subito.»
«Sono certo che non sia stato un incidente, Dorian, anche se è così che si
deve presentarlo al pubblico. Sembra che mentre stava lasciando il teatro
con la madre, a mezzanotte e mezza circa, abbia detto che si era
dimenticata qualcosa sopra. Hanno aspettato per un po’, ma lei non è
ridiscesa. In definitiva, l’hanno trovata mostra distesa sul pavimento del
suo camerino. Aveva ingerito qualcosa per sbaglio, una di quelle cose
orribili che si usano a teatro. Non so cosa fosse, ma conteneva acido
prussico o biacca a base di piombo. Immagino sia stato acido prussico,
perché a quanto pare è morta all’istante.»
«Harry, Harry, è terribile!» gridò il ragazzo.
«Sì, è molto tragico, naturalmente, ma tu non devi farti immischiare. Ho
visto su The Standard che aveva diciassette anni. Avrei creduto fosse più
72
giovane. Sembrava proprio una bambina, e aveva l’aria di saperne poco di
teatro. Dorian, non devi lasciare che questo influisca sui tuoi nervi. Devi
venire a cena con me e dopo andremo all’Opera. È una serata della Patti, e
tutti saranno là. Puoi venire nel palco di mia sorella. Con lei ci saranno
delle signore brillanti.»
«Così ho ucciso Sibyl Vane,» disse Dorian Gray, quasi tra sé, «l’ho uccisa
davvero come se le avessi tagliata la sua piccola gola con un coltello.
Eppure, le rose non sono meno belle nonostante questo. Gli uccelli
continuano a cantare felici nel mio giardino. E stasera cenerò con te e poi
andrà all’Opera, e poi mangeremo qualcosa da qualche parte, suppongo.
Com’è straordinariamente drammatica la vita! Se avessi letto tutto questo
in un libro, Harry, credo che ci avrei pianto sopra. Ed adesso che è
successo veramente, e a me, sembra troppo stupendo per le lacrime. Ecco
la prima lettera appassionata che abbia mai scritto nella mia vita. Strano
che la mia prima lettera appassionata d’amore sia stata indirizzata a una
ragazza morta. Mi chiedo, possono sentire quegli esseri pallidi e silenziosi
che chiamiamo morti? Sibyl! Può sentire, o sapere, o ascoltare? Oh, Harry,
come l’ho amata un tempo! Ora mi sembra che siano passati anni. Lei era
tutto per me. Poi accadde quell’orribile notte – è stata proprio la notte
scorsa? – quando lei recitò davvero male e il mio cuore quasi si spezzò. Mi
ha spiegato tutto. È stato terribilmente patetico. Ma io non mi sono
commosso affatto. La credevo superficiale. All’improvviso è successo
qualcosa che mi ha fatto impaurire. Non so dirti cosa fosse, ma era
orribile. Mi son detto che sarei tornato da lei. Sentivo d’aver fatto del male.
e ora lei è morta. Mio Dio! Mio Dio! Harry, che devo fare? Non sai in che
pericolo mi trovo, e non c’è niente che mi tenga dritto. Lei lo avrebbe fatto
per me. Non aveva diritto di uccidersi. È stato egoista da parte sua.»
«Mio caro Dorian,» rispose Lord Henry, prendendo una sigaretta dal suo
astuccio e estraendo una scatola di fiammiferi laccata in oro, «l’unico modo
in cui una donna potrà mai riformare un uomo è quello di annoiarlo così a
morte da fargli perdere ogni possibile interesse per la vita. se tu avessi
sposato questa ragazza, ti saresti rovinato. Naturalmente, l’avresti trattato
gentilmente. Si può sempre essere gentile con le persone di cui non ci
interessa niente. Ma ben presto lei avrebbe scoperto la tua assoluta
indifferenza nei suoi riguardi. E quando una donna scopre tutto questo in
suo marito, o diventa orribilmente scialba, o porta elegantissimi cappellini
che il marito di qualche altra donna deve pagare. E non dico nulla
dell’errore sociale, che sarebbe stato abietto - che, è ovvio, io non avrei
permesso – ma ti assicuro che comunque tutto sarebbe stato un assoluto
fallimento.»
«Credo di sì» mormorò il ragazzo, camminando su e giù per la stanza con
un’aria orribilmente pallida. «Ma pensavo che fosse il mio dovere. Non è
colpa mia se questa terribile tragedia ha impedito a me di fare ciò che era
giusto. Ricordo che una volta dicesti che c’è una fatalità nei buoni
propositi – che si fanno sempre troppo tardi. I miei certamente.»
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«I buoni propositi sono tentativi inutili d’interferire con le leggi scientifiche.
La loro origine è pura vanità. Il loro risultato è assolutamente zero. Ci
offrono, ogni tanto, alcune di quelle emozioni sterili e voluttuose che
possiedono un certo fascino per i deboli. È tutto ciò che si può dire di loro.
Sono semplicemente cheques emessi su una banca dove non hanno conto
corrente.»
«Harry,» esclamò Dorian Gray, venendo a sedersi vicino a lui, «perché io
non riesco a sentire questa tragedia come vorrei? Non credo di essere
senza cuore, no?»
«Hai commesso troppe stupidaggini in questi ultimi quindici giorni per
poterti definire così, Dorian» rispose Lord Henry con il suo dolce sorriso
malinconico.
Il ragazzo si accigliò. «non mi piace questa spiegazione, Harry,» soggiunse,
«ma sono felice che tu non creda che sia senza cuore. Non sono nulla del
genere. So di non esserlo. Eppure devo ammettere che questo che mi è
capitato non mi colpisce come dovrebbe. Mi sembra che sia semplicemente
come un finale meraviglioso di uno spettacolo meraviglioso. Ha tutta la
bellezza terribile di una tragedia greca, una tragedia in cui io ho avuto una
parte rilevante, ma che non mi ha ferito affatto.
«È un problema interessante,» disse Lord Henry, che trovava un piacere
squisito a giocare sull’egoismo inconscio del giovane «un problema
estremamente interessante. Io credo che la vera spiegazione sia questa.
Succede spesso che le tragedie reali della vita accadano in un modo così
non artistico che ci feriscono con la loro cruda violenza, la loro assoluta
incoerenza, la loro assurda mancanza di significato, la loro completa
assenza di stile. Ci colpiscono proprio come ci colpisce la volgarità. Ci
danno un’impressione della pura forza bruta, e noi ci rivoltiamo contro.
Talvolta, tuttavia, una tragedia che possiede elementi artistici di bellezza
incrocia le nostre vite. Se questi elementi di bellezza sono veri, l’intera cosa
si appella semplicemente al nostro senso drammatico. All’improvviso noi
scopriamo che non siamo più gli attori, ma gli spettatori della
rappresentazione. O piuttosto entrambi. Ci osserviamo, e la pura
meraviglia dello spettacolo ci incanta. Nel caso presente, che cosa è
realmente accaduto? Qualcuno si è ucciso per amor tuo. Magari avessi
avuto un’esperienza del genere. Mi avrebbe fatto innamorare dell’amore per
tutto il resto della mia vita. Le persone che mi hanno adorato –non ce ne
sono state moltissime, ma qualcuno c’è stato – hanno sempre insistito a
vivere, molto dopo che avevo smesso di preoccuparmi di loro, o loro di me.
Sono diventate robuste e noiose, e quando le incontro, iniziano subito con
le rimembranze. Che cosa tremenda è la memoria della donna! Che cosa
terribile! E che totale ristagno intellettuale rivela! Si dovrebbe assorbire il
colore della vita, ma non si dovrebbe mai ricordarne i dettagli. I dettagli
sono sempre volgari.»
«Devo seminare papaveri nel mio giardino» sospirò Dorian.
«Non è necessario» replica il suo compagno. «La vita ha sempre papaveri
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nelle sue mani. Naturalmente, qualche volta le cose durano. Una volta
portai solo violette per tutta una stagione, come una forma di lutto
artistico per una storia d’amore che non voleva cessare. In definitiva,
comunque, cessò. Non ricordo cosa la uccise. Credo sia stato il suo
proposito di sacrificare l’intero mondo per me. Quello è sempre un
momento orribile. Ti riempie del terrore dell’eternità. Beh – lo crederesti –
una settimana fa, da Lady Hampshire, mi ritrovai a cena seduto accanto
alla signora in questione, e lei insisteva a rivangare tutta la faccenda, a
scavare nel passato e a rastrellare nel futuro. Io avevo sepolto la mia storia
d’amore in un letto di asfodeli. Lei lo riesumò e mi assicurò che le avevo
rovinato la vita. Sono costretto a dichiarare che cenò abbuffandosi, così
non provai nessuna ansia. Ma che mancanza di gusto mostrò! L’unico
fascino del passato è che è il passato. Ma le donne non sanno mai quando
il sipario è calato. Vogliono sempre un sesto atto e, quando l’interesse dello
spettacolo è del tutto cessato, propongono di continuarlo. Se si volesse
assecondarle, ogni commedia avrebbe un finale tragico, e ogni tragedia
culminerebbe in una farsa. Sono incantevolmente artificiose, ma non
hanno alcun senso dell’arte. Tu sei più fortunate di me. Te lo assicuro,
Dorian, che nessuna delle donne che ho conosciuto avrebbe fatto per me
ciò che Sibyl Vane ha fatto per te. le donne comuni si consolano sempre.
Alcune lo fanno ricorrendo a colori sentimentali. Non fidarti mai di una
donna che indossa un abito color malva, qualunque età possa avere, o di
una donna di trentacinque anni che si infatua dei nastri rosa. Significa che
hanno una storia. Altre trovano una gran consolazione nello scoprire
improvvisamente le buone qualità dei loro mariti. Ti sbattono in faccia la
loro felicità coniugale, come se fosse il più affascinante dei peccati. La
religione consola alcune. I suoi misteri hanno tutto il fascino di un flirt, mi
disse una volta una donna, e posso proprio capirlo. Inoltre, niente ci rende
così vanitosi che sentirci dire che siamo dei peccatori. La coscienza ci
rende tutti egoisti. Sì; non c’è davvero fine alle consolazioni che le donne
trovano nella vita moderna. E non ti ho nemmeno menzionato la più
importante.»
«Qual è, Harry?» disse il ragazzo apaticamente.
«Oh, la consolazione per eccellenza. Prendere l’ammiratore di un’altra
quando si è perso il proprio. Nella buona società questo riabilita sempre
una donna. Ma davvero, Dorian, quanto deve essere stata diversa Sibyl
Vane da tutte le donne che s’incontrano! Per me c’è qualcosa di molto bello
nella sua morte. Sono contento di vivere in un secolo in cui capitano simili
meraviglie. Ti fanno credere nella realtà delle cose con cui tutti noi
giochiamo, come le storie sentimentali, la passione, l’amore.»
«Sono stato terribilmente crudele con lei. Lo dimentichi.»
«Temo che le donne apprezzino la crudeltà, la crudeltà bella e buona, più
di ogni altra cosa. Hanno degli istinti meravigliosamente primitivi. Noi le
abbiamo emancipate, ma nonostante tutto loro restano schiave in cerca
dei loro padroni. Amino essere dominate. Sono sicuro che sei stato
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splendido. Non ti ho mai visto veramente e assolutamente arrabbiato, ma
m’immagino come dovevi essere delizioso. E, dopo tutto, mi dicesti
qualcosa l’altro ieri che mi sembrò lì per lì solo una fantasia, ma che
adesso trovo completamente vera, ed è la chiave di tutto.»
«Che cosa, Harry?»
«Mi dicesti che Sibyl Vane rappresentava tutte le grandi eroine del romanzo
– che una sera era Desdemona, e Ofelia l’altra; che se moriva come
Giulietta, tornava a vivere come Imogene.»
« No, lei non tornerà mai a vivere ora» bisbigliò il ragazzo, nascondendosi il
volto tra le mani.
«No, lei non tornerà mai a vivere. Lei ha recitato la sua ultima parte. Ma tu
devi pensare a quella solitaria morte nell’appariscente camerino
semplicemente come uno strano lurido frammento di una tragedia del
teatro giacobiano, come una scena meravigliosa del Webster, o di Ford, o
di Cyril Tourner. La ragazza non è mai vissuta realmente, e così non è mai
morta realmente. Almeno ai tuoi occhi lei ha rappresentato sempre un
sogno, un fantasma che vaga tra le commedie di Shakespeare e le rendeva
più belle con la sua presenza, una canna d’organo attraverso cui la musica
di Shakespeare suonava più ricca e più ricolma di gioia. Nel momento in
cui ebbe il contatto con la vita reale, la rovinò e ne restò rovinata, e così è
passata. Piangi per Ofelia, se vuoi. Metti la cenere sul tuo capo perché
Cordelia fu strangolata. Impreca contro il cielo perché la figlia di Brabanzio
è morta. Ma non sprecare le tue lacrime per Sybil Vane. Lei era meno reale
di loro.»
Ci fu un silenzio. La sera oscurava la stanza. Le ombre scivolavano dal
giardino senza rumore e con piedi d’argento. I colori svanivano dalle cose
stancamente .
Dopo un po’ di tempo Dorian Gray alzò gli occhi. «Tu mi hai spiegato a me
stesso, Harry» mormorò con una sorta di sospiro di sollievo. «Sentivo tutto
quello che hai detto, ma in qualche modo lo temevo, e non riuscivo ad
esprimerlo a me stesso. Come mi conosci bene! Ma non parleremo più di
quanto è successo. È stata un’esperienza meravigliosa. Ecco tutto. Mi
chiedo se la vita ha ancora in serbo per me alter cose meravigliose.»
«La vita ha in serbo tutto per te, Dorian. Non c’è niente che tu, con la tua
straordinaria avvenenza, non possa fare.»
«Ma mettiamo, Harry, che diventi smunto, vecchio e rugoso? Che
accadrebbe allora?»
«Ah, allora,» disse Lord Henry, alzandosi per andare, «allora, mio caro
Dorian, dovrai lottare per le tue vittorie. Ora come ora ti sono date. No,
devi conservare la tua avvenenza. Viviamo in un’epoca che legge troppo per
essere saggia, e che pensa troppo per essere bella. Non possiamo fare a
meno di te. E ora faresti meglio a vestirti e a venire al club. Siamo
piuttosto in ritardo, a quanto pare.»
«Penso che ti raggiungerò all’Opera, Harry. Sono troppo stanco per
mangiare qualcosa. Qual è il numero del palco di tua sorella?»
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«Ventisette, credo. È nel primo ordine. Vedrai il suo nome sulla porta. Ma
mi dispiace tu non venga a cenare.»
«Non me la sento» disse Dorian svogliatamente. «Ma ti sono obbligato da
matti per tutto quello che mi hai detto. Tu sei certamente il mio migliore
amico. Nessuno mi ha mai capito come te.»
«Siamo solo all’inizio della nostra amicizia, Dorian» rispose Lord Henry
stringendogli la mano. «Arrivederci. Ti vedrò prima delle nove e mezzo,
spero. Ricorda, canta la Patti.»
Appena Lord Henry si chiuse la porta dietro, Dorian Gray suonò il
campanello e in pochi minuti Victor apparve con le lampade e tirò giù le
tende. Aspettava impazientemente che se ne andasse. Il domestico
sembrava metterci un tempo interminabile per tutto.
Quando si allontanò, Dorian si precipitò al paravento e lo spostò. No, non
c’era nessun altro cambiamento nel quadro. Aveva ricevuto la notizia della
morte di Sibyl Vane prima che lui stesso l’aveva saputa. Era informato
degli eventi della vita mentre accadevano. La crudeltà feroce che alterava le
fini linee della bocca era senza dubbio apparsa proprio nel momento in cui
la ragazza aveva bevuto il veleno, o quello che era. Oppure era indifferente
ai risultati? Prendeva soltanto nota di ciò che avveniva nell’anima? Se lo
domandava e sperava che un giorno avrebbe visto il mutamento aver luogo
davanti ai suoi occhi, e mentre sperava rabbrividiva.
Povera Sibyl! Che storia d’amore era stata la sua! Aveva spesso mimato la
morte sulla scena. Poi la Morte stessa l’aveva toccata e presa con sé. Come
aveva recitato quell’ultima terribile scena? Lo aveva maledetto mentre
moriva? No, lei era morta per amor suo, e l’amore ora sarebbe stato
sempre un sacramento per lui. Sybil aveva scontato tutto con il sacrificio
della sua vita. lui non avrebbe più pensato a ciò che lei gli aveva fatto
passare in quella orribile sera a teatro. Avrebbe pensato a lei come a una
meravigliosa figura tragica mandata sul palcoscenico del mondo a
mostrare la realtà suprema dell’amore. Una meravigliosa figura tragica? Gli
vennero le lacrime agli occhi a pensare al suo volto da bambina, i suoi
modi accattivanti e strani, e la grazia timida e tremula. Se le asciugò in
fretta e guardò ancora il quadro.
Sentiva che era giunta davvero l’ora di fare la sua scelta. O era già stata
fatta? Sì, la vita aveva deciso per lui – la vita e la sua infinita curiosità per
la vita. Eterna giovinezza, infinita passione, piaceri sottili e segreti, gioie
folli e peccati ancora più folli – avrebbe avuto tutte queste cose. il ritratto
avrebbe sopportato il fardello della sua vergogna: era tutto.
Un sentimento di dolore s’insinuò in lui appena pensò alla profanazione a
cui il bel volto sulla tela era destinato. Una volta, in una parodia infantile
di Narciso, aveva baciato, o finto di baciare, quelle labbra dipinte che
adesso gli sorridevano così crudelmente. Mattino dopo mattino si era
seduto davanti al ritratto ammirando la sua bellezza, quasi rapito da essa,
come gli sembrava talvolta. Si sarebbe alterato a ogni stato d’animo a cui
avrebbe ceduto? Sarebbe diventato una cosa mostruosa e ripugnante, da
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nascondere in una camera chiusa a chiave, da essere escluso dalla luce
del sole che aveva spesso dato un tocco d’oro lucente al prodigio ondulante
dei suoi capelli? Che peccato! Che peccato!
Per un momento, pensò di pregare perché potesse cessare l’orribile accordo
che esisteva tra lui e il quadro. Si era mutato in risposta a una preghiera;
forse in risposta a una preghiera sarebbe rimasto immutato. Eppure, chi,
conoscendo un po’ della vita, avrebbe rinunciato alla possibilità di
rimanere sempre giovane, anche se la possibilità potesse essere fantastica,
o comportasse conseguenze fatali? E poi, era davvero sotto il suo controllo?
Era stata proprio la sua preghiera a produrre la sostituzione? Non poteva
esserci qualche curiosa ragione scientifica per spiegare tutto? Se il
pensiero poteva esercitare la sua influenza su un organismo vivente, non
poteva farlo anche su cose morte e inorganiche? Anzi, senza il pensiero o il
desiderio consapevole, non era possibile che le cose esterne a noi
vibrassero all’unisono con i nostri stati d’animo e le nostre passioni, atomo
richiamando atomo in un amore segreto o in una strana affinità? Ma la
ragione non aveva alcuna importanza. Non avrebbe mai più tentato con
una preghiera poteri così terribili. Se il quadro doveva cambiare, sarebbe
cambiato. Ecco tutto. Perché investigarlo troppo da vicino?
Perché sarebbe stato un vero piacere guardarlo. Avrebbe potuto seguire la
mente nei suoi segreti recessi. Questo ritratto sarebbe stato per lui il più
magico degli specchi. Come gli aveva rivelato il suo corpo, così gli avrebbe
rivelato la sua anima. E quando l’inverno fosse calato sul ritratto, Dorian
sarebbe rimasto ancora là dove la primavera trema sull’orlo dell’estate.
Quando il sangue fosse defluito dal suo volto, lasciando dietro una pallida
maschera di gesso con occhi di piombo, lui avrebbe conservato il fascino
dell’adolescenza. Non un fiore della sua bellezza sarebbe mai appassito.
Non una pulsazione della sua vita si sarebbe mai infiacchito. Come gli dèi
dei Greci, sarebbe stato forte, leggero e gioioso. Che importava quello che
sarebbe accaduto all’immagine dipinta sulla tela? Lui sarebbe stato salvo.
Questo era tutto.
Risistemò il paravento davanti al quadro nella posizione precedente,
sorridendo mentre lo faceva, e passò nella camera da letto, dove il suo
maggiordomo lo stava già aspettando. Un’ora più tardi era all’Opera, e Lord
Henry era appoggiato alla sua poltrona.

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Capitolo IX

Mentre era seduto a colazione il mattino seguente, Basil Hallward fu


introdotto nella stanza.
«Sono così contento di averti trovato, Dorian» disse il pittore gravemente. «ti
ho cercato la scorsa notte, e mi hanno riferito che eri all’Opera.
Naturalmente, sapevo che era impossibile. Ma avrei voluto che avessi
lasciato detto dov’eri realmente andato. Ho passato una serata orribile,
quasi temendo che una tragedia potesse essere seguita da un’altra. Penso
che avresti potuto telegrafarmi quando appena hai saputo della notizia.
L’ho letto proprio per caso in un’edizione serale del “The Globe” che ho
preso al club. Sono venuto subito qui e m’è dispiaciuto non trovarti. Non
so dirti come sia addolorato per tutto quello che è successo. So quello che
devi soffrire. Ma dov’eri? Sei andato a trovare la madre della ragazza? Per
un momento ho pensato di seguirti laggiù. Hanno messo l’indirizzo sul
giornale. Da qualche parte in the Euston Road, vero? Ma avevo paura
d’intromettermi in un dolore che non potevo alleviare. Povera donna! In
che stato deve essere! E, oltretutto, la sua unica figlia! Che diceva?»
«Mio caro Basil, come faccio a saperlo?» disse piano Dorian Gray,
sorseggiando del vino bianco da un delicato calice veneziano tempestato di
perline d’oro e con un’aria annoiatissima. «Ero all’Opera. Avresti dovuto
venire. Ho conosciuto per la prima volta Lady Gwendolen, la sorella di
Harry. Eravamo nel suo palchetto. È davvero affascinante; e la Patti
cantava divinamente. Non parlare di argomenti orribili. Se non si parla di
una cosa, non è mai accaduta. È semplicemente l’espressione, come dice
Harry, che dà realtà alle cose. posso dire che non era l’unica figlia di quella
donna. C’è un figlio, un tipo simpatico, credo. Ma lui non recita. È un
marinaio, o una cosa del genere. E adesso, dimmi di te e di quello che stai
dipingendo.»
«Sei andato all’Opera?» disse Hallward, parlando molto lentamente e con
una punta di dolore nella sua voce. «Sei andato all’Opera mentre Sibyl
Vane giaceva morta in qualche sordida pensione? Tu riesci a parlarmi di
altre donne affascinanti e della Patti che canta divinamente, prima che la
ragazza che amavi riposi nella quiete di una tomba? Oh, che orrore è in
serbo per quel suo piccolo candido corpo!»
«Basta, Basil! Non ne voglio sentire parlare!» urlò Dorian, balzando in piedi.
«Non mi devi dire niente. Quel che è stato è stato. Il passato è passato.»
«Tu chiami ieri il passato?»
«Che c’entra il lasso di tempo che è trascorso? Solo la gente superficiale ha
bisogno di anni per sbarazzarsi di un’emozione. Un uomo che è padrone di
sé può terminare un dolore con la stessa facilità con cui può inventare un
piacere. Non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Voglio usarle,
goderle e dominarle.»

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«Dorian, ma è orribile! Qualcosa ti ha cambiato completamente. Tu sembri
lo stesso meraviglioso ragazzo che, giorno dopo giorno, veniva al mio studio
e posava per il suo ritratto. Ma allora eri semplice, naturale e affettuoso.
Eri la creatura più incontaminata del mondo intero. Ora, non so cosa ti
abbia preso. Parli come se tu non avessi cuore, come non avessi pietà. È
tutta l’influenza di Harry. Lo vedo.»
Il ragazzo arrossì e andò alla finestra a guardare per pochi istanti il
giardino verde che tremolava sotto i raggi del sole. «Io devo molto a Harry,
Basil,» disse infine, «più di quanto debba a te. Tu mi hai insegnato soltanto
ad essere vanitoso.»
«Bene, per questo sono punito, Dorian – o lo sarò un giorno.»
«Non so cosa vuoi dire, Basil» esclamò voltandosi. «non so cosa vuoi. Cosa
vuoi?»
«Voglio il Dorian Gray che dipingevo» disse il pittore con tristezza.
«Basil,» disse il ragazzo andando vicino a lui e mettendogli una mano sulla
spalla, «sei venuto troppo tardi. Ieri, quando ho sentito che Sibyl Vane si
era uccisa…»
«Si è uccisa! O mio Dio! Siamo sicuri di questo?» gridò Hallward,
guardandolo con un’espressione di orrore.
«Mio caro Basil! Non penserai di sicuro che sia stato un volgare incidente?
Ovvio che si sia uccisa.»
L’uomo adulto si nascose il volto tra le mani. «Com’è spaventoso,»
sussurrò, e un brivido gli corse per il corpo.
«No,» disse Dorian Gray, «non c’è niente di spaventoso in questo. È una
delle grandi tragedie romantiche del tempo. Di regola, chi recita conduce la
più comune delle vite. Sono buoni mariti, o mogli fedeli, o qualcosa di
tedioso. Sai cosa voglio dire – la virtù della classe media e tutto quel
genere di cose. com’era diversa Sibyl! Lei ha vissuto la più bella delle
tragedie. Era sempre un’eroina. L’ultima sera che ha recitato – la sera che
la vedesti – recitò male perché aveva conosciuto la realtà dell’amore.
Quando ne ha conosciuto la sua irrealtà, è morta, come sarebbe morta
Giulietta. È rientrata nella sfera dell’arte. C’è un che della martire in lei. La
sua morte possiede tutta la patetica inutilità del martirio, tutta la sua
bellezza sprecata. Ma, come dicevo, non devi pensare che io non abbia
sofferto. Se tu fossi venuto ieri in un momento particolare – verso le cinque
e mezzo, forse, o le sei meno un quarto – mi avresti trovato in lacrime.
Persino Harry, che era qui, che mi portato la notizia, in effetti non avuto
idea di quello che stavo attraversando. Ho sofferto immensamente. Poi è
passato. Non posso ripetere un’emozione. Nessuno lo può, eccetto i
sentimentalisti. E tu sei molto ingiusto, Basil. Sei venuto qui per
consolarmi. È carino da parte tua. Mi trovi consolato e vai su tutte le furie.
Che persona sensibile! Mi ricordi la storia che Harry mi ha raccontato di
un certo filantropo che spese vent’anni della sua vita cercando di
raddrizzare un torto, o cambiare una legge ingiusta – non ricordo
esattamente cosa fosse. Alla fine ci riuscì, e nulla poté superare la sua
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delusione. Non aveva assolutamente più niente da fare, se non morire di
ennui e diventare un misantropo incallito. E poi, mio caro vecchio Basil, se
vuoi davvero consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare quel che è
successo, o a vederlo da un giusto punto di vista artistico. Non era Gautier
che soleva scrivere su la consolation des arts? Ricordo di aver preso un
giorno un piccolo libro rilegato in pergamena nel tuo studio e di essermi
imbattuto in quella frase deliziosa. Beh, non sono come quel giovane di cui
mi hai parlato quando eravamo insieme da Marlow, il giovane che diceva
che il raso giallo può consolare ogni miseria della vita. amo le cose belle
che si possono toccare e maneggiare. Broccati antichi, bronzi verdastri,
oggetti laccati, avori intarsiati, ambienti eleganti, lusso, sfarzo –c’è molto
da ricavare da questi. Ma il temperamento artistico che creano, o in ogni
caso rivelano, per me vale ancora di più. Diventare lo spettatore della
propria vita, come dice Harry, è sfuggire alla sofferenza della vita. Lo so
che sei sorpreso a sentirmi parlare così. Non hai capito quanto sono
cresciuto. Ero uno scolaretto quando mi hai conosciuto. Ora sono un
uomo. Ho nuove passioni, nuovi pensieri, nuove idee. Sono diverso, ma
non devo piacerti meno. Sono cambiato, ma devi essere sempre mio amico.
Naturalmente, sono molto attaccato a Harry. Ma io so che tu sei meglio di
lui. Non sei più forte – hai troppa paura della vita – ma sei migliore. E
come eravamo felici insieme! Non lasciarmi, Basil, e non litigare con me.
Sono quello che sono. Non c’è niente altro da dire.»
Il pittore si sentì stranamente commosso. Il ragazzo gli era infinitamente
caro, e la sua personalità era stata la grande svolta della sua arte. Non
poteva sopportare l’idea di rimproverarlo ancora. Dopo tutto, la sua
indifferenza era probabilmente soltanto un umore che sarebbe passato. In
lui c’era tanto di buono e di nobile.
«Bene, Dorian,» disse Basil alla fine, con un sorriso triste, «da oggi in poi
non ti parlerò più di questa cosa orribile. Ho fiducia soltanto che il tuo
nome non sarà citato a proposito di questo. L’inchiesta avrà luogo questo
pomeriggio. Ti hanno convocato?»
Dorian scosse il capo, e un’espressione di fastidio passò sul suo volto a
sentir menzionare la parola “inchiesta“". C’era un che di crudo e volgare in
tutte le cose del genere. «Non sanno il mio nome» rispose.
«Ma lei di sicuro lo sapeva?»
«Soltanto il mio nome di battesimo, e sono certo che non lo ha mai detto a
nessuno. Una volta mi disse che tutti erano piuttosto curiosi di conoscere
chi fossi, e che lei gli diceva sempre che il mio nome era Principe Azzurro.
Carino da parte sua. Devi farmi un disegno di Sibyl, Basil. Di lei vorrei
avere qualcosa di più del ricordo di pochi baci e qualche timida parola
patetica."
«Proverò a fare qualcosa, Dorian, se ti fa piacere. Ma tu devi venire di
nuovo a posare da me. Senza di te non ce la faccio ad andare avanti.»
«Non potrò mai posare di nuovo per te, Basil. È impossibile!» esclamò
arretrando.
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Il pittore lo fissò. «Mio caro ragazzo, che sciocchezza!» gridò. «Vuoi dire che
non ti piace il ritratto che ti ho fatto? Dov’è? Perché gli hai messo davanti il
paravento? Fammelo vedere. È la cosa migliore che abbia mai dipinto.
Avanti, togli il paravento, Dorian. È semplicemente vergognoso che il tuo
domestico nasconda la mia opera così. Appena sono entrato mi sono
accorto che la stanza sembrava diversa.»
«Il mio domestico non c’entra niente, Basil. Credi che gli lasci disporre la
stanza al posto mio? Delle volte sistema i fiori – tutto qua. No, sono stato
io. La luce era troppo forte sul ritratto.»
«Troppo forte! Ma no di certo, mio caro! È un posto stupendo per lui.
Fammelo vedere.» E Hallward andò verso l’angolo della stanza.
Un urlo di terrore uscì dalle labbra di Dorian Gray, che si precipitò fra il
pittore e il paravento. «Basil,»" disse, tutto pallido in viso, «non devi
guardarlo. Non voglio.»
«Non devo guardare la mia opera! Tu non sei serio. Perché non dovrei
guardarla?» esclamò Hallward ridendo.
«Se provi a guardarla, Basil, parola mia d’onore non ti rivolgerò mai più la
parola finché vivrò. Sono serissimo. Io non do spiegazioni e tu non
chiederle. Ma, ricorda, se tu tocchi questo paravento, tutto è finito tra
noi.»
Hallward era allibito. Guardava Dorian Gray con assoluto stupore. Non
l’aveva mai visto così prima. Il ragazzo era veramente pallido di rabbia. Le
sue mani si torcevano e le pupille dei suoi occhi erano come dischi di fuoco
azzurro. Tremava tutto.
«Dorian!»
«Non parlare!»
«Ma che hai? Naturalmente, non lo guarderò se non vuoi» disse, piuttosto
freddamente, voltandosi e andando verso la finestra. «Ma, davvero, mi
sembra un po’ assurdo che io non debba vedere la mia opera, tanto più
che ho intenzione di esporla a Parigi in autunno. Probabilmente dovrò
darle un’altra mano di vernice prima di allora, così prima o poi debbo
vederla, e perché non oggi"»
«Esporla! Vuoi esporla?» esclamò Dorian Gray, e uno strano senso di
terrore si insinuava in lui. Il suo segreto stava per essere rivelato al
mondo? La gente sarebbe rimasta a bocca aperta davanti al mistero delle
sua vita? Era impossibile. Qualcosa – non sapeva cosa – andava fatto
subito.
«Sì, non credo che ti opporrai. Georges Petit sta raccogliendo tutti i miei
migliori quadri per una mostra personale a Rue de Seze, che sarà
inaugurata la prima settimana di Ottobre. Il ritratto starà via solo un
mese. Mi pare che potresti facilmente farne a meno per quel periodo.
Infatti di sicuro non sarai in città. E se lo tieni sempre dietro un paravento,
significa che non te ne importa granché.»
Dorian Gray si passò la mano sulla fronte. Era imperlata di sudore.
Sentiva di essere sull’orlo di un orribile pericolo. «Un mese fa mi dicesti che
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non l’avresti mai esposta» Gridò il ragazzo. «Perché hai cambiato idea?
Quelli come te che passano per essere coerenti hanno le stesse ubbie degli
altri. L’unica differenza è che le tue sono un po’ insignificanti. Non puoi
aver dimenticato di avermi assicurato molto solennemente che niente al
mondo ti avrebbe indotto a mandarlo a una mostra. Hai detto a Harry
esattamente la stessa cosa.» Si fermò all’improvviso, e un lampo si accese
nei suoi occhi. Ricordò ciò che Lord Henry gli disse una volta, tra il serio e
il faceto, «Se vuoi passare un insolito quarto d’ora, fatti dire da Basil
perché non vuole esporre il tuo ritratto. A me lo ha detto, ed è stata una
rivelazione.» Sì, forse Basil, anche lui, aveva il suo segreto. Avrebbe provato
a chiederglielo.
«Basil,» disse, andandogli molto vicino e guardandolo fisso in faccia,
«abbiamo entrambi un segreto. Tu fammi conoscere il tuo, e io ti dirò il
mio. Qual era il motivo per rifiutarti d’esporre il mio ritratto?»
Il pittore rabbrividì suo malgrado. «Dorian, se te lo dicessi, forse ti piacerei
meno e certamente rideresti di me. Non riuscirei a sopportare nessuna di
queste due cose da te. Se vuoi che non guardi mai più il tuo ritratto, va
bene così. Ho sempre te da guardare. Se vuoi che l’opera migliore che
abbia mai realizzato sia nascosta al mondo, d’accordo. La tua amicizia mi è
più cara di qualunque fama o reputazione.»
«No, Basil, me lo devi dire» insisté Dorian Gray. «Credo d’avere il diritto di
saperlo.» La sua sensazione di terrore era svanita e la curiosità ne aveva
pres oil posto. Era deciso a scoprire il mistero di Basil Hallward.
«Sediamoci, Dorian» disse il pittore con espressione turbata. «Sediamoci. E
rispondimi a questa mia domanda. Hai notato nel ritratto qualcosa di
curioso? – qualcosa che probabilmente all’inizio non ti ha colpito, ma che ti
si è rivelato improvvisamente?»
«Basil!» gridò il ragazzo stringendo i braccioli della sedia con mani tremanti
e fissandolo con occhi selvaggi e impauriti.
«Vedo che l’hai notato. Non parlare. Aspetta di sentire prima quello che ho
da dirti. Dorian, dal primo momento in cui ti ho incontrato, la tua
personalità ha avuto su di me l’influenza più straordinaria. Ero dominato
da te, anima, cervello e forza. Sei diventato per me la visibile incarnazione
di quell’invisibile ideale la cui memoria perseguita noi artisti come un
sogno squisito. Ti ho adorato. Mi sono ingelosito di tutti quelli a cui
parlavi. Volevo averti tutto per me. Ero felice solo quando mi trovavo con
te. Se eri lontano da me, eri sempre presente nella mia arte...
Naturalmente, non ti ho mai fatto sapere niente di questo. Sarebbe stato
impossibile. Non l’avresti compreso. Io stesso lo comprendo a malapena.
Sapevo soltanto che avevo visto la perfezione faccia a faccia, e che il mondo
era diventato meraviglioso ai miei occhi – troppo meraviglioso, forse,
perché in queste adorazioni folli c’è un pericolo, il pericolo di perderle, non
meno del pericolo di conservarle... Passavano le settimane, e io ero
assorbito sempre di più da te. poi ci fu un nuovo sviluppo. Ti avevo ritratto
come Paride con un’armatura aggraziata, e come Adone con il manto da
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cacciatore e il lucente spiedo. Incoronato con fiori pesanti di loto ti sei
seduto sulla prua della chiatta di Adriano, fissando il verde e torbido Nilo.
Ti sei curvato sullo stagno immobile di qualche bosco greco e hai visto
nell’argento muto dell’acqua la meraviglia del tuo volto. Ed era stato tutto
ciò che l’arte dovrebbe essere - inconscio, ideale e remoto. Un giorno, un
giorno fatale penso delle volte, mi decisi a dipingere un tuo ritratto
stupendo come sei adesso, non nel costume di epoche defunte, ma con I
tuoi abiti e nella tua età. Se sia stato il realismo del metodo, o il mero
stupore della tua personalità, così direttamente presente a me senza
nebbie o veli, non so dirtelo. Ma io so che mentre ci lavoravo, ogni scaglia e
strato di colore mi sembrava che rivelasse il mio segreto. Mi prese la paura
che gli altri venissero a sapere della mia idolatria. Sentivo, Dorian, di aver
detto troppo, di aver messo troppo di me nel ritratto. Fu allora che decisi di
non permettere mai che il quadro fosse esposto. Tu eri un po’ seccato; ma
non ti accorgevi di tutto quello che significava per me. Harry, al quale ne
parlai, rise di me. Ma non me ne importava. Quando il quadro fu finito e
rimasi solo con lui, sentii che avevo ragione... Beh, dopo pochi giorni che il
ritratto lasciò il mio studio, e appena mi fui liberato dell’intollerabile malia
della sua presenza, mi sembrò sciocco aver immaginato di vederci
qualcosa, più del fatto che tu eri estremamente bello e che io sapevo
dipingere. Nemmeno adesso posso fare a meno di sentire che è un errore
pensare che la passione che si prova nella creazione sia mostrata davvero
nell’opera creata. L’arte è sempre più astratta di quanto crediamo. La
forma e il colore ci parlano della forma e del colore – tutto qua. Spesso mi
pare che l’arte nasconda l’artista molto più completamente di quanto mai
lo riveli. E così quando ho ricevuto l’offerta da Parigi, ero deciso a fare del
tuo ritratto il pezzo principale della mia mostra. Non mi era mai venuto in
mente che ti saresti rifiutato. Ora vedo che avevi ragione. Il ritratto non
può essere esposto. Non devi avercela con me, Dorian, per quello che ti ho
detto. Come dissi una volta a Harry, tu sei fatto per essere adorato.»
Dorian Gray tirò un lungo respiro. Le guance ripresero colore, e un sorriso
apparve sulle labbra. Il pericolo era finito. Era salvo per il momento.
Eppure non poteva fare a meno di provare un’infinita commiserazione per
il pittore che gli aveva appena fatto questa strana confessione, e si chiese
se mai si sarebbe lasciato dominare dalla personalità di un amico. Lord
Henry aveva il fascino di essere molto pericoloso. Ma questo era tutto. Era
troppo intelligente e troppo cinico per essere veramente amato. Ci sarebbe
mai stato qualcuno a spingerlo a un’insolita idolatria? Era quella una delle
cose che la vita aveva in serbo?
«È straordinario per me, Dorian,» disse Hallward, «che tu abbia visto
questo nel ritratto. L’hai davvero visto?»
«Ci ho visto qualcosa,» rispose, «qualcosa che mi è sembrato molto strano.»
«Bene, ti dispiace se ci do un’occhiata adesso?»
Dorian scosse il capo. «Non devi chiedermelo, Basil. Non potrei mai
permetterti di stare davanti a quel quadro.»
84
«Me lo permetterai un giorno, no?"»
«Mai.»
«Bene, forse hai ragione. E ora addio, Dorian. Sei stato l’unica persona
nela mia vita che ha veramente influenzato la mia arte. Tutto ciò che ho
fatto di buono, lo devo a te. Ah! Tu non sai quanto mi costa dirti tutto
quello che ti ho detto.»
«Mio caro Basil,» disse Dorian, «che mi hai detto? Semplicemente che
provavi troppa ammirazione per me. Che non è neppure un complimento.»
«Non era inteso come complimento. Era una confessione. Ora che l’ho
fatta, qualcosa sembra essersi spento in me. Forse non si dovrebbe
mettere troppa ammirazione nelle parole.»
«È stata una confessione molto deludente.»
«Perché, che ti aspettavi, Dorian? Non hai visto nient’altro nel quadro, no?
Non c’era altro da vedere?»
«No. Non c’era altro da vedere. Perché lo chiedi? Ma non devi parlare di
adorazione. È sciocco. Tu e io siamo amici, Basil, e dobbiamo sempre
restarlo.»
«Tu hai Harry» disse il pittore con tristezza.
«Oh, Harry!» esclamò il ragazzo con un accenno di risata. «Harry spende i
suoi giorni a dire ciò che è incredibile e le sue sere a fare ciò che è
improbabile. Giusto il tipo di vita che mi piacerebbe avere. Ma non credo
che andrei da Harry se mi trovassi nei guai. Verrei subito da te, Basil.»
«Poserai ancora per me?»
«Impossibile!»
«Tu rifiutando rovini la mia vita di artista, Dorian. Nessuno si imbatte mai
in due ideali. Pochi ne incontrano uno.»
«Non so spiegartelo, Basil, ma non devo mai più posare per te. C’è qualcosa
di fatale in un ritratto. Ha una sua vita propria. Verrò a prendere il té con
te. Sarà un piacere comunque.»
«Più per te, temo» mormorò Hallward con rammarico. «E ora addio. Mi
dispiace che tu non mi faccia rivedere il quadro ancora una volta. Ma non
può essere diversamente. Capisco perfettamente quello che provi per lui.»
Appena il pittore lasciò la stanza, Dorian Gray sorrise tra sé. Povero Basil!
Com’era all’oscuro del vero motivo! E com’era strano che, invece di essere
stato costretto a rivelare il proprio segreto, fosse riuscito, quasi per caso, a
strappare un segreto dal suo amico! Quante cose quella strana confessione
gli spiegava! Gli assurdi attacchi di gelosia del pittore, la sua folle
devozione, i suoi stravaganti panegirici, le sue curiose reticenze – ora
capiva tutto, e si sentì dispiaciuto. Gli sembrava che ci fosse un che di
tragico in una amicizia così colorita d'amore.
Sospirò e suonò il campanello. Il ritratto doveva essere nascosto a tutti i
costi. Non poteva più correre un simile rischio d’essere scoperto. Era stato
un pazzo a permettere che la cosa rimanesse, anche per un’ora, in una
stanza in cui tutti i suoi amici avevano accesso.

85
Capitolo X

Quando il maggiordomo entrò, lo scrutò in viso e chiedendosi se gli era


venuto in mente di sbirciare dietro il paravento. L’uomo era del tutto
impassibile e attendeva i suoi ordini. Dorian si accese una sigaretta e andò
allo specchio dandogli una occhiata. Poteva vedere il riflesso del volto di
Victor perfettamente. Somigliava a una maschera placida di servilismo.
Non c’era niente di cui avere paura. Eppure penso che fosse meglio stare
in guardia.
Parlando molto lentamente, gli disse di riferire alla governante che voleva
vederla, e poi di andare dal corniciaio per chiedergli mandare subito due
dei suoi uomini. Gli sembrò che nel lasciare la stanza l’uomo avesse rivolto
lo sguardo in direzione del paravento. O era soltanto una sua fantasia?
Dopo poco, vestita col suo abito di seta nero, con le muffole di filo fuori
moda sulle sue mani rugose, Mrs. Leaf irruppe nella biblioteca. Le chiese
la chiave dello studio.
«Il vecchio studio, Mr. Dorian?» esclamò la donna. «Ma è pieno di polvere.
Dovrò sistemarlo e riordinarlo prima che lei ci entri. È bene che non lo
veda così, signore. No davvero.»
«Non voglio riordinarlo, Leaf. Voglio solo la chiave.»
«Bene, signore, si riempirà di ragnatele se ci entra. Perché sono quasi
cinque anni che è chiuso – da quando è morta sua signoria.»
Trasalì a sentire nominare suo nonno. Aveva ricordi pessimi di lui. «Non
importa» rispose. «Voglio semplicemente vedere la stanza – tutto qua. Mi
dia la chiave.»
«Ecco la chiave, signore» disse la donna anziana, passando in rassegna il
mazzo di chiavi con mani tremanti e incerte. «Ecco la chiave. La tolgo
subito dal mazzo. Ma non pensa mica di andare a vivere lassù, signore,
con tutte le comodità che ha qui?»
«No, no» esclamò con petulanza. «Grazie, Leaf. Va bene così.»
La donna indugiò qualche minuto ciarlando su alcuni dettagli della casa. Il
ragazzo sospirò e le disse di fare come meglio credeva. La governante lasciò
la stanza, tutta un sorriso.
Quando la porta si chiuse, Dorian mise la chiave in tasca e guardò in
lungo e in largo la stanza. Gli cadde l’occhio su un grande copriletto di
raso purpureo pesantemente ricamato in oro, uno splendido pezzo del
tardo diciassettesimo secolo veneziano che suo nonno aveva trovato in un
convento vicino Bologna. Sì, sarebbe servito ad avvolgerci quell’orribile
cosa. Forse era servito spesso come drappo funebre. Adesso doveva
occultare qualcosa che aveva in sé la propria corruzione, peggio della
corruzione della morte stessa – qualcosa che avrebbe generato orrori e che
non sarebbe mai morto. Quello che il verme era per il cadavere, i suoi
peccati sarebbero stati per l’immagine dipinta su tela. Avrebbero deturpato

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la sua bellezza e divorato la sua grazia. L’avrebbero sfigurata e resa
obbrobriosa. Eppure quella cosa avrebbe continuato a vivere. Sarebbe
stata sempre viva.
Rabbrividì, e per un istante si pentì di non aver detto a Basil la vera
ragione per cui aveva voluto nascondere il quadro. Basil lo avrebbe aiutato
a resistere all’influenza di Lord Henry, e alle influenze ancor più venefiche
della sua propria indole. L’amore che gli portava – perché era davvero
amore – non aveva nulla in sé che non fosse nobile e intellettuale. Non era
quella mera ammirazione fisica della bellezza che nasce dai sensi e muore
quando i sensi sono stanchi. Era un tipo di amore come Michelangelo,
Montaigne, Winckelmann, e lo stesso Shakespeare avevano conosciuto. Sì,
Basil avrebbe potuto salvarlo. Ma era troppo tardi ormai. Il passato si
poteva sempre annientare. Il rimpianto, la negazione, o l’amnesia
avrebbero potuto farlo. Ma il futuro era inevitabile. C’erano passioni in lui
che avrebbero trovato il loro terribile sfogo, sogni che avrebbero reso reale
l’ombra della loro malvagità.
Prese dal divano il grande tessuto di porpora e d’oro che lo ricopriva e,
tenendolo nelle mani, oltrepassò il paravento. Il volto sulla tela era più
disgustoso di prima? Gli sembrò che non fosse cambiato, eppure il ribrezzo
che gli suscitava s’intensificò. Capelli d’oro, occhi azzurri e labbra rosse
come una rosa – era tutto lì. Era semplicemente l’espressione ad essersi
alterata. Era orribile nella sua crudeltà. A paragone della condanna e della
disapprovazione che vi vedeva, come erano state superficiali le rampogne
di Basil su Sibyl Vane! – superficiali e di poco conto! La sua anima lo stava
guardando dalla tela e lo chiamava a giudizio. Un’espressione di dolore lo
invase, e scagliò sul quadro il drappo prezioso. Non appena lo ebbe fatto,
bussarono alla porta. Uscì da dietro il paravento mentre il domestico
entrava.
«Gli inservienti sono qui, Monsieur.»
Sentiva di doversi sbarazzare di Victor. Non doveva permettere di sapere
dove sarebbe stato portato il quadro. C’era un che di scaltro in lui, e aveva
uno sguardo pensieroso, infido. Sedendo alla scrivania scarabocchiò un
biglietto per Lord Henry, chiedendogli di mandargli qualcosa da leggere e
di ricordarsi che quella sera si dovevano vedere alle otto e un quarto.
«Aspetta la risposta,» disse Dorian porgendogli il biglietto, «e porta qui gli
uomini.»
Dopo due o tre minuti bussarono di nuovo, e Mr. Hubbard in persona, il
famoso corniciaio di Audley Street, entrò con un giovane assistente
dall’aspetto un po’ rozzo. Mr. Hubbard era un ometto in carne, con le
basette rossicce, la cui ammirazione per l’arte era considerevolmente
temperata dall’inveterata mancanza di soldi della maggioranza degli artisti
che avevano a che fare con lui. Di regola, non lasciava mai il negozio.
Aspettava che la gente venisse da lui. Ma faceva sempre un’eccezione per
Dorian Gray. C’era qualcosa in Dorian che incantava tutti. Era un piacere
persino vederlo.
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«Cosa posso fare per lei, Mr. Gray?» disse, sfregandosi le grasse mani
lentigginose. «Pensavo di concedermi l’onore di venire personalmente da
lei. Ho giusto acquistato una cornice che è una bellezza, signore. Presa a
un’asta. Stile fiorentino antico. Proveniva da Fonthill, credo.
Stupendamente adatta per un soggetto religioso, Mr. Gray.»
«Mi dispiace tanto che si sia data la pena di venire, Mr. Hubbard. Passerò
certamente al negozio a dare un’occhiata alla cornice – anche se al
presente non m’interessa molto l’arte religiosa – ma oggi vorrei solo portare
un quadro all’ultimo piano. È piuttosto pesante, così ho pensato di
chiederle di prestarmi un paio dei suoi uomini.»
«Nessuna pena assolutamente, Mr. Gray. Sono felice di esserle utile in
qualche modo. Dov’è l’opera d’arte, sir?»
«Questa» replicò Dorian, scostando il paravento. «Può spostarla, coperta e
tutto, così com’è? Non vorrei che si scalfisse salendo le scale.»
«Nessuna difficoltà, sir» disse il gioviale corniciaio, iniziando, con l’aiuto del
suo assistente, a sganciare il quadro dalla lunga catena d’ottone a cui era
appeso. «E adesso, dove lo dobbiamo portare, Mr. Gray?»
«Le mostrerò la strada, Mr. Hubbard, se vuole gentilmente seguirmi. O
forse sarebbe meglio che andiate avanti voi. Temo sia proprio all’ultimo
piano della casa. Saliremo per lo scalone d’ingresso, che è più largo.»
Tenne loro aperta la porta, passarono per l’ingresso e cominciarono a
salire. Lo stile elaborato della cornice aveva reso il ritratto estremamente
massiccio, e ogni tanto, nonostante le ossequiose proteste di Mr. Hubbard,
che da commerciante provetto non amava vedere un gentleman fare
qualcosa di utile, Dorian dava loro una mano per aiutarli.
«È un bel peso da portare, sir» sbuffò l’ometto arrivati all’ultimo
pianerottolo. E si asciugò la fronte lucida.
«Ho paura che sia un po’ pesante» mormorò Dorian apprendo la porta della
stanza che avrebbe custodito il singolare segreto della sua vita e nascosto
la sua anima agli occhi degli uomini.
Non entrava in quel posto da più di quattro anni – cioè da quando l’aveva
usato prima come stanza dei giochi quando era bambino, e poi come
studio una volta diventato più grande. Era una stanza ampia, ben
proporzionata, costruita appositamente dall’ultimo Lord per il suo
nipotino, il quale, per la sua strana somiglianza con la madre, e anche per
altri motivi, l’aveva sempre odiata e desiderato tenere a distanza. A Dorian
sembrò solo un po’ cambiata. C’era l’enorme cassone italiano, con i suoi
pannelli fantasticamente dipinti e le modanature di oro brunito, in cui
spesso si era nascosto da bambino. C’era la libreria in legno d’oriente
piena dei suoi libri di scuola con le orecchie. Alla parete dietro era appeso
lo stesso logoro arazzo fiammingo dove un re e una regina sbiaditi
giocavano a scacchi in un giardino, mentre una compagnia di falconieri
passava vicino, portando sui pugni guantati gli uccelli incappucciati. Come
ricordava bene tutto! Ogni momento della sua infanzia solitaria gli tornò in
mente a guardarsi intorno. Ricordò la purezza immacolata della sua vita di
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ragazzo, e gli sembrò orribile proprio qui dovesse essere nascosto il ritratto
fatale. Quanto poco aveva pensato, in quei giorni morti, a tutto quello che
era in serbo per lui!
Ma nella casa non c’era un altro luogo come questo così al sicuro da
sguardi indiscreti. Aveva la chiave, e nessun altro poteva entrarci. Sotto il
drappo purpureo, il volto dipinto sulla tela poteva diventare bestiale,
fradicio e impuro. Che importava? Nessuno poteva vederlo. Lui stesso non
l’avrebbe visto. Perché avrebbe dovuto osservare la raccapricciante
corruzione della sua anima? Lui conservava la sua giovinezza – questo
bastava. E inoltre, la sua natura non avrebbe potuto diventare più bella,
dopo tutto? Non c’era motivo perché il futuro dovesse essere così pieno di
vergogna. Un amore poteva entrare nella sua vita e purificarlo, e difenderlo
da quei peccati che sembravano essere già in agitazione nello spirito e
nella carne – quei peccati curiosi e non delineati il cui vero mistero
arrecava loro la sottigliezza e il fascino. Forse, un giorno, lo sguardo
crudele sarebbe scomparso dalla bocca scarlatto e sensuale, e lui avrebbe
potuto mostrare al mondo il capolavoro di Basil Hallward.
No, era impossibile. Di ora in ora, e di settimana in settimana, la “cosa”
sulla tela sarebbe invecchiata. Forse avrebbe fuggito l’orrore del peccato,
ma quello dell’età era lì che lo aspettava. Le guance sarebbe diventate
infossate o flaccide. Gialle zampe di gallina sarebbero avanzate intorno agli
occhi smorti rendendoli orribili. I capelli avrebbero perso la lucentezza, la
bocca si sarebbe spalancata o afflosciata, diventando demente o volgare,
come sono le bocche dei vecchi. E il collo sarebbe stato grinzoso, le mani
fredde e piene di vene bluastre, il corpo curvo, che ricordava nel nonno
così severo con lui nella sua infanzia. Il ritratto doveva essere nascosto.
Non c’era scampo.
«Lo porti dentro, Mr. Hubbard, per favore» disse stancamente, voltandosi.
«Mi scusi se l’ho trattenuto a lungo. Stavo pensando ad altro.»
«È sempre un piacere riposare, Mr. Gray» rispose il corniciaio, che
ansimava ancora. «Dove dobbiamo metterlo, sir?»
«Oh, dove vuole. Qui: qui va bene. Non voglio appenderlo. Lo appoggi solo
alla parete. Grazie.»
«Si potrebbe dare un’occhiata all’opera, sir?»
Dorian trasalì. «Non la interesserebbe, Mr. Hubbard» disse tenendo gli
occhi sull’uomo. Era pronto a balzargli addosso e buttarlo a terra se avesse
osato sollevare quella splendida stoffa che occultava il segreto della sua
vita. «Non voglio più disturbarla ancora adesso. Le sono molto grato per la
sua gentilezza nel venire qui.»
«Non c’è di che, non c’è di che, Mr. Gray. Sempre pronto al suo servizio,
sir.» E Mr. Hubbard scese con passo pesante le scale, seguito
dall’assistente, che si voltò a guardare Dorian con un’espressione timida
meraviglia sul viso rozzo e sgraziato. Non aveva mai visto nessuno così
meraviglioso.
Quando il rumore dei loro passi si dileguò, Dorian chiuse la porta e mise la
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chiave in tasca. Ora si sentiva al sicuro. Nessuno avrebbe mai guardato
l’orribile cosa. Nessun occhio se non il suo avrebbe mai visto la sua
vergogna.
Raggiungendo la biblioteca, s’accorse che erano appena passate le cinque e
che il tè era già stato portato. Su un tavolino di legno scuro profumato
intarsiato di madreperla, un dono di Lady Radley, moglie del suo tutore,
una graziosa invalida di professione che aveva passato l’inverno precedente
al Cairo, c’era un biglietto di Lord Henry e, accanto, un libro rilegato in
carta gialla, la copertina leggermente logora e i bordi sporchi. Una copia
della terza edizione del The St. James's Gazette era stata messa sul vassoio.
Era evidente che Victor fosse tornado. Si chiedeva se avesse incontrato gli
uomini nell’ingresso mentre lasciavano la casa e gli avesse cavato di bocca
che cosa avevano fatto. Di sicuro si sarebbe accorto che mancava il quadro
– senza dubbio se n’era accorto già quando aveva posato il tè. Il paravento
non era stato rimesso a posto, e uno spazio vuoto era visibile sul muro.
Forse una notte lo avrebbe colto mentre saliva sopra furtivamente per
tentare di forzare la porta della stanza. Era una cosa orribile avere una
spia in casa propria. Aveva saputo di uomini ricchi ricattati per tutta la
vita da servi che avevano letto una lettera, o origliato una conversazione, o
scovato un biglietto con un indirizzo, o trovato sotto il cuscino un fiore
appassito o una striscia di pizzo sgualcito.
Sospirò e, versatosi del tè, aprì il biglietto di Lord Henry. Era solo per dirgli
che mandava il giornale della sera, e un libro che avrebbe potuto
interessargli, e che sarebbe stato al club per le otto e un quarto. Aprì
languidamente The St. James's e lo sfogliò. Un segno a matita rossa sulla
quinta pagina lo colpiì. Attirava l’attenzione sul seguente trafiletto:

INCHIESTA SU UN’ATTRICE.

Questa mattina alla Bell Tavern, Hoxton Road, Mr. Danby, Procuratore distrettuale, ha
aperto un’inchiesta sul corpo di Sibyl Vane, una giovane attrice recentemente scritturata
dal Royal Theatre, Holborn. La morte è stata dichiarata accidentale. Molta
comprensione è stata espressa alla madre della scomparsa, profondamente abbattuta
durante la propria deposizione e quella del Dr. Birrell, che ha eseguito l’esame post-
mortem della defunta.

Aggrottò le sopracciglia e, strappato in due il giornale, attraversò la stanza


per gettarlo via. Com’era brutto tutto ciò! E come la bruttezza rendeva
orribilmente reali le cose! Se la prese un po’ con Lord Henry per avergli
mandato la notizia. Ed era stato di certo stupido da parte sua segnarla con
la matita rossa. Victor avrebbe potuto leggerla. Conosceva abbastanza
l’inglese per capire. Forse l’aveva letta e cominciava a sospettare qualcosa.
Eppure, che gliene importava? Che aveva a che fare Dorian Gray con la
morte di Sibyl Vane? Non c’era niente di cui temere. Dorian Gray non
l’aveva uccisa. Gli cadde l’occhio sul libro in carta gialla che Lord Henry gli
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aveva mandato.
Il suo occhio cadde sul libro dalla copertina gialla che Lord Henry gli aveva
mandato. Si chiese che cosa fosse. Andò verso il piccolo tavolo ottagonale
color perla, che gli era sempre sembrato l’opera di qualche strana ape
egiziana che lavorasse l’argento, e, preso il volume, si buttò su di una
poltrona e iniziò a sfogliarlo. Dopo pochi minuti divenne assorto.
Era il libro più insolito che avesse mai letto. Gli parve che, in paramenti
preziosi e al suono delicato dei flauti, i peccati del mondo sfilassero davanti
a lui in muta processione. Cose che aveva vagamente immaginato
all’improvviso presero corpo. Cose che non aveva mai sognato gli si
rivelavano gradualmente.
Era un romanzo senza trama, con un solo personaggio, essendo in effetti
soltanto uno studio psicologico di un giovane parigino, che trascorse la sua
vita cercando di realizzare nel diciannovesimo secolo tutte le passioni e i
sistemi del pensiero che appartennero a ogni secolo eccetto il suo, e di
riassumere in sé, così com’era, le varie disposizioni d’animo attraverso le
quali lo spirito del mondo era passato, amando per la loro pura artificiosità
quelle rinunce che gli uomini hanno stolidamente definito virtù, come pure
quelle naturali ribellioni che gli uomini saggi continuano a chiamare
peccati. Lo stile in cui era scritto era il curioso stile ingemmato, vivido e
oscuro insieme, pieno di argot e di arcaismi, di espressioni tecniche e di
parafrasi elaborate, che caratterizza l’opera di alcuni fra gli artisti più
raffinati della scuola francese dei Symbolistes. In esso c’erano metafore
mostruose come orchidee, e altrettanto sottili nel colore. La vita dei sensi
era descritta con il linguaggio della filosofia mistica. Si capiva difficilmente
se si stava leggendo le estasi spirituali di qualche santo medievale o le
morbose confessioni di un moderno peccatore. Era un libro velenoso.
L’odore pesante di incenso sembrava attaccarsi alle sue pagine e
danneggiare il cervello. La semplice cadenza delle sentenze, la sottile
monotonia della loro musica, piena com’era di refrains complessi e
movimenti ripetuti elaboratamente, produsse nella mente del giovane,
passando da un capitolo a un altro, una forma di abbandono fantastico,
una malattia onirica, che lo rese inconscio del tramonto e dell’insinuarsi
delle ombre.
Senza nubi, e trafitto da un’unica stella solitaria, un cielo verde come il
rame luccicava tra le finestre. Leggeva alla sua fioca luce finché non poté
più leggere. Poi, dopo che il suo maggiordomo gli ricordò parecchie volte
l’ora tarda, si alzò e, passato nella stanza accanto, posò il libro sul tavolino
in stile fiorentino che stava sempre vicino al suo letto e iniziò a vestirsi per
la cena.
Erano quasi le nove quando giunse al club, dove trovò Lord Henry seduto
da solo, nel salottino, con l’aria annoiatissima.
«Scusami tanto, Harry,» esclamò, «ma è davvero tutta colpa tua. Il libro che
mi hai mandato mi ha così affascinato che ho dimenticato che il tempo
passava.»
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«Sì, pensavo che ti sarebbe piaciuto» replicò il suo ospite alzandosi dalla
sedia.
«Non ho detto che mi è piaciuto, Harry. Ho detto che mi ha affascinato. C’è
una grande differenza.»
«Ah, hai scoperto questo?» mormorò Lord Henry. E passarono nella sala da
pranzo.

92
Capitolo XI

Per anni, Dorian Gray non riuscì a liberarsi dall’influenza di questo libro.
O forse sarebbe più preciso dire che non cercò mai di liberarsene. Si
procurò da Parigi non meno di nove copie in carta di lusso della prima
edizione, e le fece rilegare in colori diversi, affinché potessero adattarsi ai
suoi vari stati d’animo e alle fantasie mutevoli di una natura su cui gli
sembrava, delle volte, d’aver perduto interamente il controllo. L’eroe, il
meraviglioso giovane parigino, in cui i temperamenti romantico e
scientifico erano così stranamente miscelati, divenne per lui una specie di
tipo che prefigurava se stesso. e, veramente, l’intero libro gli parve
contenere la storia della sua propria vita, scritta prima che l’avesse
vissuta.
In un punto fu più fortunato del fantastico eroe del romanzo. Non conobbe
mai – né infatti ebbe mai modo di conoscere – quel terrore un po’ grottesco
per gli specchi, le superfici levigate di metallo e l’acqua stagnante che
invase il giovane parigino così presto nella sua vita, e che era causato
dall’improvviso decadimento di una bellezza che un tempo,
apparentemente, era stata notevole.
Con gioia quasi crudele – e forse in quasi ogni gioia, come di certo in ogni
piacere, la crudeltà ha il suo posto – era solito leggere la parte finale del
libro, con il suo racconto davvero tragico, anche se piuttosto eccessivo
nell’enfasi, del dolore e della disperazione di uno che aveva perso in sé ciò
che in altri, e nel mondo, aveva più caramente apprezzato.
Perché la meravigliosa avvenenza che aveva tanto affascinato Basil
Hallward, e molti altri oltre a lui, pareva non abbandonarlo mai. Persino
quelli che avevano sentito le peggiori cose sul suo conto – e ogni tanto
strane indiscrezioni sul suo stile di vita circolavano per Londra e
diventavano oggetto di pettegolezzo nei club – non riuscivano a credere a
niente di infamante quando lo vedevano. Aveva sempre l’aspetto di uno che
si era conservato incontaminato dal mondo. Gli uomini che parlavano in
modo volgare si zittivano appena Dorian entrava nella stanza. Nella
purezza del suo viso c’era qualcosa che li rimproverava. La sua semplice
presenza sembrava rammentargli il ricordo dell’innocenza che loro avevano
sporcato. Si chiedevano come una creatura così incantevole e graziosa
avesse potuto sfuggire la macchia di un’epoca che era insieme sordida e
sensuale.
Spesso, tornando a casa da una di quelle misteriose e prolungate assenze
che davano adito a certe strane congetture tra quelli che erano suoi amici,
o pensavano di esserlo, saliva quatto quatto fino alla stanza chiusa, apriva
la porta con la chiave da cui non si separava mai, e restava in piedi, con
uno specchio, di fronte al ritratto che Basil Hallward gli aveva dipinto,
guardando ora il volto malvagio e invecchiato sulla tela, ora il bel viso

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giovane che gli rideva dallo specchio lucido. La nettezza stessa del
contrasto ravvivava il suo senso del piacere. Si innamorava sempre più
della sua bellezza, e sempre più s’interessava alla corruzione della sua
anima. Esaminava con cura minuziosa, e talvolta con un godimento
mostruoso e terribile, le linee orrende che solcavano la fronte rugosa o
avanzavano lentamente intorno alla bocca carnosa e sensuale, chiedendosi
a volte cosa fosse più orribile, i segni del peccato o quelli dell’età. Metteva
le sue bianche mani accanto alle mani ruvide e gonfie del ritratto, e
sorrideva. Sbeffeggiava il corpo deforme e le membra cascanti.
In effetti, c’erano dei momenti, la sera, in cui, giacendo insonne nella sua
camera delicatamente profumata, o nella sordida stanza della piccola
taverna vicina ai docks che frequentava di solito sotto falso nome e
camuffato, rifletteva sulla rovina che aveva arrecato alla sua anima con
una pietà tanto più acuta in quanto puramente egoista. Ma momenti come
questi erano rari. Quella curiosità per la vita che Lord Henry aveva
suscitato per primo in lui, quando sedettero insieme nel giardino del loro
amico, sembrava aumentare con la gratificazione. Più conosceva, più
desiderava conoscere. Aveva appetite folli che divenivano più famelici
appena venivano alimentati.
Eppure non era veramente spericolato, almeno nei suoi rapporti sociali.
Una o due volte al mese durante l’inverno, e ogni mercoledì sera nella
stagione mondana, apriva all’alta società la sua splendida casa e invitava i
concertisti più famosi del momento per deliziare gli ospiti con le meraviglie
della loro arte. Le sue cene per pochi intimi, alla cui preparazione Lord
Henry lo assisteva sempre, erano famose sia per la selezione scrupolosa
degli invitati, che per il gusto squisito mostrato nella decorazione della
tavola, con la sua sottile disposizione sinfonica di fiori esotici, le tovaglie
ricamate e i piatti antichi d’oro e d’argento. Ed erano in molti, specie tra i
più giovani, che vedevano, o credevano di vedere in Dorian Gray l’autentica
realizzazione di un ideale che avevano spesso sognato quand’erano a Eton
o Oxford, un ideale che doveva accordare qualcosa della vera cultura dello
studioso con tutta la grazia, la distinzione e i modi perfetti di un cittadino
del mondo. A loro Dorian appariva uno della schiera di quelli che Dante
descrive come coloro che hanno cercato di “rendersi perfetti con
l’adorazione del bello” 20. Come Gautier, egli era uno per cui “il mondo
visibile esisteva” 21.
E, certamente, secondo lui la vita stessa era la prima, la più grande di
tutte le arti, quella per cui tutte le altre non erano che una preparazione.
La moda, grazie alla quale ciò che è realmente fantastico diventa per un
momento universale, e il dandismo che, a modo suo, è un tentativo di far
valere l’assoluta modernità della bellezza, avevano, naturalmente, il loro

20 L’affermazione non è di Dante, bensì di Walter Pater in Marius the Epicurean, chapt. I
(“make themselves perfect by the worship of beauty”).
21 Gautier è citato in una sua frase riportata sul Journal de Goncourts del 1 maggio 1857.

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fascino per lui. Il suo modo di vestire e gli stili particolari che di tanto in
tanto esibiva, influenzavano notevolmente i giovani raffinati dei balli di
Mayfair e alle finestre dei club Pall Mall, che lo copiavano in tutto ciò che
faceva e cercavano di riprodurre il fascino accidentale delle sue graziose
stravaganze, anche se lui le considerava di poco conto.
Infatti, mentre era fin troppo pronto ad accettare la posizione che gli fu
offerta quasi immediatamente raggiunta la maggiore età, e trovava, anzi,
un sottile piacere al pensiero di poter davvero diventare per la Londra del
suo tempo ciò che per la Roma imperiale di Nerone era stato una volta
l’autore del Satyricon, tuttavia in fondo al cuore desiderava essere qualcosa
di più di un semplice arbiter elegantiarum, da consultarsi su come si
indossa un gioiello, si fa il nodo alla cravatta o si tiene il bastone a
passeggio. Lui cercava di elaborare un nuovo schema di vita con una sua
filosofia ragionata e i suoi principi ordinati, e che avrebbe trovato nella
spiritualizzazione dei sensi la sua più alta realizzazione.
Il culto dei sensi è stato spesso, e a buon diritto, denigrato, perché gli
uomini provavano un istinto naturale di terrore nei confronti delle passioni
e delle sensazioni che sembrano più forti di loro e che sono consci di
condividere con le forme d’esistenza meno organizzate. Ma a Dorian Gray
sembrava che la vera natura dei sensi non fosse mai stata compresa, e che
i sensi erano rimasti selvaggi e animaleschi solo perché il mondo aveva
cercato di sottometterli per fame o ucciderli con la sofferenza, invece di
puntare a farne degli elementi di una nuova spiritualità, la cui
caratteristica dominante dovesse essere un istinto raffinato per la bellezza.
A considerare il cammino dell’uomo nella storia, era assillato da un
sentimento di perdita. A quanto si era rinunciato! E lo scopo era così
minimo! C’erano state rinunce folli e intenzionali, forme mostruose di auto-
tortura e di auto-negazione, la cui origine era la paura e il cui risultato era
una degradazione infinitamente più terribile di quella degradazione
fantastica dalla quale, nella loro ignoranza, avevano cercato di sfuggire; la
Natura, nella sua meravigliosa ironia, spingeva l’anacoreta a nutrirsi
insieme agli animali selvaggi del deserto e dava all’eremita le bestie dei
campi come compagni.
Sì: ci sarebbe stato, come Lord Henry aveva profetizzato, un nuovo
edonismo che avrebbe ricreato la vita salvandola da quel severo e brutto
puritanesimo che ai giorni nostri sta avendo la sua curiosa ripresa. Di
certo, avrebbe avuto al suo servizio l’intelletto, ma non avrebbe mai
accettato alcuna teoria o sistema che comportasse il sacrificio di una
qualsiasi forma di esperienza appassionata. Difatti, il suo scopo sarebbe
stata l’esperienza stessa e non i frutti dell’esperienza, dolci o amari che
fossero. Sarebbe stato ignaro dell’ascetismo che mortifica i sensi, come
della volgare dissolutezza che li ottunde. Ma avrebbe insegnato all’uomo a
concentrarsi sugli attimi di una vita che è già di sé un attimo.
A pochi di noi è capitato di non svegliarsi qualche volta prima dell’alba, o
dopo una di quelle notti senza sogni che ci fa quasi innamorare della
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morte, o dopo una di quelle notti di orrore e di gioia informe, quando per le
stanze della mente vagano fantasmi più terribili della realtà stessa e istinti
gravidi di quella vivacità che si apposta in ogni rappresentazione grottesca
e che presta all’arte gotica la sua durevole vitalità, dato che quest’arte, si
potrebbe immaginare, è in special modo l’arte di chi ha la mente turbata
dalla malattia della reverie. Bianche dita gradualmente si insinuano tra le
tende, che sembrano tremare. Ombre mute, dalle nere forme fantastiche,
strisciano negli angoli della stanza e lì si accovacciano. Fuori c’è
l’agitazione degli uccelli tra le foglie, o il rumore degli uomini che vanno al
lavoro, o il sospiro e singhiozzo del vento che scende giù dalle colline e si
aggira intorno alla casa silenziosa, come se temesse di svegliare chi sta
dormendo eppure deve far uscire il sonno dalla sua caverna purpurea. Si
alzano uno dopo l’altro i veli di garza oscura, e le forme e i colori vengono
gradualmente restituiti alle cose, e osserviamo l’alba riedificare il mondo
nel suo antico disegno. I pallidi specchi riprendono la loro vita mimica. I
ceri senza fiamma stanno dove li avevamo lasciati, e accanto a loro giace il
libro metà intonso che stavamo studiando, o il fiore legato al fil di ferro che
abbiamo portato al ballo, o la lettera che abbiamo avuto paura di leggere, o
che abbiamo letto troppo spesso. Niente ci sembra cambiato. Dalle ombre
irreali della notte torna la vita reale che avevamo conosciuto. Dobbiamo
riprenderla là dove l’avevamo lasciata, ed ecco che si insinua in noi un
terribile senso della necessità di continuare a spendere l’energia nello
stesso fiacco tran tran di abitudini stereotipate, o forse un folle desiderio di
aprire i nostri occhi una mattina che è stato rimesso a nuovo nelle tenebre
per il nostro piacere, un mondo in cui le cose hanno nuove forme e colori,
e sia mutato, o ha altri segreti, un mondo in cui il passato ha poco o
nessun posto, o sopravvive in ogni modo in forme all’oscuro di obblighi e
rimpianti, poiché persino il ricordo della gioia ha la sua amarezza e le
memorie del piacere hanno il loro dolore.
Era la creazione di mondi come questi che sembrava a Dorian Gray essere
il vero obiettivo, o uno dei veri obiettivi della vita; e nella sua ricerca di
sensazioni che fossero insieme nuove e deliziose, e avessero quel tocco di
eccentricità così essenziale per uno spirito romantico, adottava spesso certi
modi di pensare che sapeva essere davvero estranei alla sua natura, si
abbandonava al loro sottile influsso e poi, avendo, per così dire, afferrato il
loro colore e soddisfatto la sua curiosità intellettuale, li mollava con quella
insolita indifferenza che non è incompatibile con un temperamento
veramente ardente e anzi, secondo certi moderni psicologi, ne è spesso una
condizione.
Una volta si sparse la voce che stesse per abbracciare la fede cattolica, e
certamente il rito romano aveva sempre avuto su di lui una grande
attrazione. Il sacrificio quotidiano, più terribile davvero di tutti i sacrifici
del mondo antico, lo eccitava tanto per il suo superbo rifiuto dell’evidenza
dei sensi quanto per la primitiva semplicità dei suoi elementi e il pathos
eterno della of tragedia umana che cercava di simboleggiare. Amava
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inginocchiarsi sul marmo freddo del pavimento e osservare il sacerdote, nel
suo rigido piviale con motivi floreali, che lentamente con le bianche mani
spostava il velo del tabernacolo, o sollevava l’ostensorio incastonato di
gemme e a forma di lanterna con quella pallida ostia che a volte si
vorrebbe credere che sia davvero il panis caelestis, il pane degli angeli o,
nei paramenti della Passione di Cristo, spezzava l’ostia nel calice e si
batteva il petto per i suoi peccati.
I turiboli fumanti che i chierichetti, in pizzo e porpora, agitavano in aria
come grandi fiori d’oro esercitavano su di lui un sottile fascino. Quando
usciva, di solito guardava con stupore i neri confessionali e sognava di
sedersi nell’ombra buia di uno di essi e ascoltare uomini e donne
bisbigliare attraverso la logora grata la vera storia delle loro vite.
Ma non cadde mai nell’errore di fermare il suo sviluppo intellettuale con
qualsiasi accettazione formale di un credo o di un sistema, o di confondere
una casa in cui vivere per una locanda che è adatta solo a soggiornarvi
una notte o poche ore di una notte senza stelle in cui la luna si affatica. Il
misticismo, con il suo meraviglioso potere di renderci insolite le cose
comuni, e il sottile antinomismo che sempre sembra accompagnarlo, lo
entusiasmo per una stagione; e per una stagione fu incline alle dottrine
materialistiche del movimento del Darwinismus in Germania, e trovò un
bizzarro piacere nel far risalire i pensieri e le passioni degli uomini a
qualche cellula perlacea nel cervello, o a un nervo candido nel corpo,
godendo della concezione dell’assoluta dipendenza dello spirito da certe
condizioni fisiche, morbose o sane, normali o malate. Eppure, com’è stato
detto di lui in precedenza, nessuna teoria della vita gli sembrava essere
d’alcuna importanza raffrontata con la vita stessa. Si sentiva
profondamente consapevole di come fosse arida ogni speculazione
intellettuale se separata dall’azione e dall’esperienza. Sapeva che i sensi,
non meno dell’anima, hanno i loro misteri spirituali da rivelare.
E così volle studiare i profumi e i segreti della loro fabbricazione,
distillando oli dalla fragranza intensa e bruciando resine odorose orientali.
Si accorse che non esisteva stato d’animo che non avesse la sua
controparte nella vita dei sensi, e si mise alla scoperta del loro vero
rapporto, chiedendosi che cosa ci fosse nell’incenso per indurre al
misticismo, nell’ambra a smuovere le passioni, nelle violette a risvegliare la
memoria di storie d’amore sepolte, nel muschio a turbare la mente e nella
magnolia indiana a dare il mordente all’immaginazione; e spesso cercava di
elaborare una concreta psicologia dei profumi e stimare le diverse
influenze delle radici odorose e dei fiori profumati ricchi di polline, dei
balsami aromatici, dei legni scuri e fragranti, dello spicanardo che fa
ammalare, della hovenia che fa impazzire gli uomini e dell’aloe che si dice
in grado di scacciare dall’anima la malinconia.
In un altro periodo si dedicò anima e corpo alla musica, e in una lunga
stanza con le inferriate, con un soffitto coloro vermiglio e oro e pareti di
lacca verde oliva, organizzava bizzarri concerti in cui zingari sfrenati
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strappavano una musica selvaggia da piccole cetre, o solenni tunisini in
scialle giallo pizzicavano le corde tese di liuti mostruosi, mentre negri
grignanti percuotevano con monotonia tamburi di rame e, accovacciati su
stoini scarlatti, esili indiani col turbante soffiavano in lunghi zufoli di
canna o di ottone e incantavano – o fingevano di incantare – grandi
serpenti incappucciati e orribili vipere cornute. Gli aspri intervalli e le
stridule dissonanze della musica barbarica lo rimescolavano talvolta,
mentre il suo orecchio restava insensibile alla grazia di Schubert, alle belle
afflizioni di Chopin, alle potenti armonie di Beethoven. Raccolse da tutte le
parti del mondo i più strani strumenti che riuscì a trovare, nei sepolcri di
popoli scomparsi o tra le poche tribù selvagge che erano sopravissute al
contatto con la civiltà occidentale, degli Indiani del Rio Negro, che alle
donne non è concesso guardare e che persino i giovani non possono vedere
finché non si sono sottoposti al digiuno e alla flagellazione, e le giare di
terracotta dei peruviani che riproducono lo stridio degli uccelli, i flauti fatti
con le ossa umane come aveva sentito in Cile, e i diaspri verdi sonori
rinvenuti nei pressi di Cuzco che emettono una nota di singolare dolcezza.
Possedeva zucche dipinte piene di ciottoli che diventavano un sonaglio
quando venivano agitate; il lungo clarin dei Messicani, in cui il suonatore
non soffia, ma aspira l’aria; l’aspro ture delle tribù dell’Amazzonia, che è
suonato dalle sentinelle appoialate tutto il giorno su alti alberi, e dicono
che si può udire a una distanza di tre leghe; il teponaztli, che ha due lingue
di legno vibranti e si percuote con bacchette rivestite di gomma elastica
ottenuta dal succo di lattice delle piante; le campane yotl degli Aztechi,
appese a grappoli come l’uva; e un enorme tamburo cilindrico, ricoperto
con le pelli di grandi serpenti, come quello che Bernal Diaz vide quando
andò con Cortes nel tempio messicano e del cui suono dolente ci ha
lasciato una vivace descrizione. Il carattere fantastico di questi strumenti
lo affascinava,e provava un piacere curioso al pensiero che l’arte, come la
natura, possiede i suoi mostri, cose dalla forma bestiale e dalla voce
orribile. Eppure, dopo un po’, se ne stancò e tornò a sedere nel suo palco
all’Opera, da solo o con Lord Henry, ascoltando in estatico godimento il
Tannhäuser e vedere nel preludio di quella grande opera d’arte una
rappresentazione della tragedia della sua anima.
In un’occasione intraprese lo studio dei gioielli e apparve in un ballo in
costume nelle vesti di Anne de Joyeuse, ammiraglio di Francia, in un abito
coperto di cinquecentosessanta perle. Questo gusto lo affascinò per anni e,
anzi, si può dire che non lo lasciò mai. Spesso passava un giorno intero a
sistemare e risistemare nei loro astucci le varie pietre che aveva
collezionato, come il crisoberillo verde oliva cangiante in rosso alla luce di
una lampada, il cimofane con la linea argentea simile a fili di metallo, il
peridoto color pistacchio, i topazi rosa e giallo vino, i carbonchi scarlatto
vivo con tremule stelle a quattro raggi, i granati rosso fiamma, le spinelle
arancio e viola e le ametiste con i loro strati alternati di rubino e zaffiro.
Amava l’oro rosso dell’avventurina, il perlaceo candido del feldspato e
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l’arcobaleno spezzato dell’opale lattiginoso. Si procurò da Amsterdam tre
smeraldi di straordinario taglio e ricchezza di colore, e possedeva un
turchese de la vieille roche che era l’invidia di tutti gli intenditori.
Inoltre, scoprì storie meravigliose sui gioielli. Nella Clericalis Disciplina di
Alfonso 22 si citava un serpente dagli occhi di vero giacinto, e nella
romanzesca storia di Alessandro si diceva che il conquistatore di Emazia 23
avesse trovato nella valle del Giordano serpenti “con collari di autentici
smeraldi che crescevano sul dorso”. Filostrato 24 ci racconta che c’era una
gemma nel cervello del dragone e "mostrandogli lettere d’oro e una veste
scarlatta" il mostro poteva essere gettato in un sonno magico e ucciso.
Secondo il grande alchimista Pierre de Boniface 25, il diamante rendeva
l’uomo invisibile e l’agata indiana eloquente. La corniola placava la collera,
il giacinto provocava il sonno e l’ametista stemperava i fumi del vino. Il
granato scaccia i demoni, e l’hydropicus privava la luna del suo colore. La
selenite cresceva e calava con la luna e il meloceus, che scova i ladri,
poteva essere intaccato dal sangue di capretto. Leonardo Camillo 26 aveva
visto una pietra bianca estratta dal cervello di un rospo appena ucciso, che
era un sicuro antidoto contro il veleno. Il bezoar, ritrovato nel cuore del
cervo arabo, era un talismano che poteva curare la peste. Nei nidi degli
uccelli arabi c’era l’aspilate che, secondo Democrito, proteggeva dai pericoli
del fuoco chi lo portava.
Il re di Ceylon, durante la cerimonia di incoronazione, attraversò la città a
cavallo con un gran rubino in mano. Le porte del palazzo di il Prete Gianni
27 erano “fatte di sardio, con il corno dell’aspide cornuta, così che nessuno

potesse portare dentro del veleno”. Sul frontone c’erano “due mele d’oro,
con dentro due carbonchi”, per far sì che l’oro splendesse di giorno e il
carbonchio di notte. Nello strano romanzo di Lodge Una perla d’America, si
affermava che nella camera della regina si potevano osservare "tutte le
dame caste del mondo, sbalzate d’argento, mentre si guardavano in
bellissimi specchi di crisoliti, carbonchi, zaffiri e smeraldi verdi". Marco
Polo aveva visto gli abitanti di Cipango 28 mettere perle rose nelle bocche
dei morti. Un mostro marino si era innamorato della perla che tuffatore
aveva portato al re Peroz 29, aveva ucciso il ladro e pianto per sette lune la
sua perdita. Quando gli Unni fecero cadere il re nella grande trappola, la

22 Pedro Alfonso, noto anche come Moshé Sefardí (1076?-1140?) scrittore, teologo e
astronomo spagnolo. Di origine ebraica, fu medico personale del re Alfonso I di Aragona,
che lo introdusse alla dottrina cristiana.
23 Uno dei nomi dell’antica Macedonia, di cui è una regione.
24 Flavio Filostrato, filosofo detto l'Ateniese (c. 170-250).
25 Gemmologo e alchimista morto presumibilmente nel 1323.
26 Gemmologo autore dell’opera Speculum Lapidum, del 1502.
27 Leggendario sovrano medievale dell’Asia la cui prima testimonianza risale al 1165.
28 Con tale termine ne Il Milione Marco Polo si riferisce all’odierno Giappone.
29 Re dei Sassanidi che regnò dal 457 al 484.

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gettò via – è Procopio a narrare la storia – e non fu più ritrovata, sebbene
l’imperatore Anastasio avesse offerto cinquecento pezzi d’oro per averla. Il
re di Malabar aveva mostrato a un veneziano un rosario di trecentoquattro
perle, una per ogni divinità che adorava.
Quando il Duca Valentino, figlio di Alessandro VI, visitò Luigi XII di
Francia, il suo cavallo, secondo Brantôme 30, era laminato con foglie d’oro
e il copricapo aveva due file di rubini che emettevano una gran luce. Carlo
d’Inghilterra aveva cavalcato con staffe adorne di quattrocentoventun
diamanti. Riccardo II aveva un mantello, del valore di tremila marchi, che
era ricoperto di rubini balasci. Hall 31 descrisse Enrico VIII, mentre si
recava alla Torre prima dell’incoronazione, che indossava “una giacca d’oro
cesellato, il giustacuore ricamato con diamante e altre pietre preziose, e
una grande catena al collo di grossi balasci”. Le favorite di Giacomo I
portavano degli orecchini di smeraldi montati in filigrana d’oro. Edoardo II
regalò a Piers Gaveston un’armatura d’oro rosso tempestata di giacinti, un
collare di rose d’oro con turchesi e un cappello parsemé 32 di perle. Enrico
II portava guanti ingioiellati fino al gomito, e aveva un guanto da falconiere
con dodici rubini e cinquantadue perle d’oriente. Il berretto ducale di Carlo
il Temerario, l’ultimo Duca di Borgogna del suo casato, era coperto di perle
a goccia e tempestato di zaffiri.
Com’era squisita la vita di una volta! Quanto era magnifica nella sua
fastosità e nel suo ornamento! Persino leggere del lusso dei morti era una
meraviglia.
Poi Dorian volse l’attenzione ai ricami e agli arazzi che fungevano da
affreschi nelle fredde stanze delle nazioni del nord Europa. Dedicandosi
all’argomento – e lui aveva sempre avuto una straordinaria capacità di
farsi assorbire assolutamente in qualsiasi cosa intraprendeva al momento
– quasi si rattristò all’idea della rovina che il tempo recava alle cose belle e
splendide. In ogni caso, lui aveva evitato questo. L’estate seguiva l’estate e
la gialle giunchiglie fiorivano e appassivano molte volte, e notti di orrore
ripetevano la storia della loro infamia, ma lui restava immutato. Non ci fu
inverno a deturpare il suo volto o a macchiare la sua fiorente gioventù.
Com’era diverso con le cose materiali! Dov’erano andate a finire? Dov’era il
grande manto color croco, su cui gli dèi combattevano contro i giganti, che
era stato lavorato da ragazze brune per il piacere di Atena? Dov’era
l’enorme velario che Nerone aveva teso sopra il Colosseo a Roma 33, quella

30 Pierre de Bourdeille signore di Brantôme (1540 ca- 1614) scrittore francese autore delle
Mémoires.
31 Edward Hall (c. 1498–1547), storico inglese autore de The Union of the Noble and
Illustre Famelies of Lancastre and York, più noto come Hall's Chronicle, pubblicate nel
1542
32 fr. “cosparso”.
33 Errore storico di Wilde, dal momento che il Colosseo fu eretto dall’imperatore
Vespasiano, in carica dal 69 d.C., dopo la morte di Nerone.
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titanica vela di porpora su cui era rappresentato il cielo stellato e Apollo
alla guida di una biga tirata da Quattro bianchi destrieri con redini d’oro?
Avrebbe voluto ardentemente vedere gli strani tovaglioli tessuti per il
Sacerdote del Sole, su cui erano raffigurate tutte le leccornie e le vivande
che si potessero desiderare per un banchetto; il sudario del re Chilperico
34, con le sue trecento api d’oro; le vesti fantastiche che suscitarono

l’indignazione del Vescovo Pontus 35 ed erano istoriate con “leoni, pantere,


orsi, cani, foreste, rocce, cacciatori – tutto ciò, insomma, che un pittore
può copiare dalla natura”; e la giubba che Carlo d’Orléans 36 indossò una
volta, sulle cui maniche erano ricamati i versi di una canzone che
cominciava “Madame, je suis tout joyeux”, mentre l’accompagnamento
musicale delle parole era disegnato da un filo d’oro e ogni nota, di forma
quadrata in quei tempi, era formata da quattro perle. Lesse della stanza
che fu preparata nel palazzo di Rheims per la regina Giovanna di Borgogna
e fu decorata con “milletrecentoventuno pappagalli ricamati e blasonati
con le insegne del re, e cinquecentosessantun farfalle, le cui ali erano
ornate allo stesso modo con le insegne della regina, il tutto lavorato in
oro”. Caterina de Medici aveva un letto funebre fatto per lui di velluto nero
cosparso di mezzelune e soli. Le tende del letto erano di damasco, con
corone di foglie e ghirlande stampate su un fondo d’oro e d’argento, e
frangiate lungo i bordi con ricami di perle, e si ergeva in una stanza
tappezzata con file degli emblemi della regina ritagliati in velluto nero su
tessuto d’argento. Luigi XIV aveva cariatidi ricamate in oro alte quindici
piedi nel suo appartamento. Il letto di corte di Sobieski, Re di Polonia, era
fatto di broccato d’oro di Smirne con sopra versetti del Corano ricamati in
turchesi. I suoi sostegni erano di argento dorato, meravigliosamente
cesellati e riccamente montati con medaglioni smaltati e ingemmati. Era
stato preso dal campo turco davanti a Vienna, e lo stendardo di Maometto
era innalzato sotto l’oro tremulo del suo baldacchino.
E così, per un anno intero, cercò di accumulare gli esemplari più raffinati
che poté trovare di tessuti e ricami, acquistando delicate mussole di,
finemente lavorate con su palme in fili d’oro e cucite con ali di scarabei
iridescenti; veli di Dacca, che per la loro trasparenza sono noti in Oriente
come “aria tessuta”, “acqua corrente” e “rugiada della sera”; strane stoffe a
figure di Java; elaborate tende gialle cinesi; libri rilegati in satin fulvo o in
belle sete azzurre e ricamate con fleurs de lys, uccelli e immagini; veli di
lacis lavorati a punto ungherese; broccati siciliani e rigidi velluti spagnoli;
lavori georgiani, con le loro monete dorate, e foukousa giapponesi con i loro
ori dai toni verdi e i loro uccelli meravigliosamente piumati.
Ebbe anche una speciale passione per i paramenti sacri, anzi, per tutto ciò

34 Chilperico I (539– 584), re franco della dinastia dei Merovingi.


35 Pontus de Tyard (1521-1605), vescovo di Châlon-sur- Saôn che, insieme a Pierre de
Ronsard, fece parte del gruppo di poeti de La Pléiade.
36 Carlo d’Orléans (1394-1465), padre di Luigi XII.

101
che riguardava il rito liturgico. Nelle lunghe cassapanche di cedro allineate
nella galleria occidentale della sua casa aveva riposto molti rari e belli
esemplari di quello che è veramente la veste della Sposa di Cristo, che deve
indossare porpora e gioielli e finissima biancheria per celare il pallido
corpo macerato, consumato dalle sofferenze che cerca e ferito dalla pena
che si infligge. Possedeva uno splendido piviale di seta cremisi e di
damasco in filo d’oro, istoriato con un motivo ripetuto di melograni d’oro
disposti in fiori stilizzati a sei petali, oltre il quale su ogni lato c’era
l’emblema dell’ananas trapunto in perline. I fregi erano suddivisi in
pannelli che rappresentavano scene della vita della Vergine, e
l’incoronazione della Vergine era raffigurata sul cappuccio con sete
colorate. Questa era un’opera italiana del quindicesimo secolo. Un altro
piviale era di velluto verde, ricamato con gruppi di foglie d’acanto a forma
di cuore, da cui uscivano fiori bianchi a lungo stelo, i cui dettagli erano
evidenziati con fili d’argento e cristalli colorati. Il fermaglio reggeva una
testa di serafino lavorata a fili d’oro in rilievo. I fregi erano intessuti in una
pezza di seta rossa e oro e costellati con medaglioni di molti santi e martiri,
tra cui c’era San Sebastiano. Aveva anche pianete di seta color ambra, di
seta azzurra, di broccato dorato e di damasco di seta gialla e di tessuto
d’oro, con rappresentazioni della Passione e Crocifissione di Cristo, e
ricamati con leoni, pavoni e altri emblemi; dalmatiche di raso bianco e
damasco di seta rosa, decorate con tulipani, delfini e fleurs de lys; paliotti
d’altare di velluto cremisi e lino azzurro; e molti corporali, veli da calice e
sudari. Nelle funzioni mistiche in cui questi paramenti erano indossati
c’era qualcosa che eccitava la sua immaginazione.
Infatti questi tesori, e tutto ciò che collezionava nella sua bella casa,
dovevano essere per lui mezzi per dimenticare, modi con cui poter sfuggire,
per una stagione, alla paura che gli sembrava a volte troppo grande per
essere sopportata. Su una delle pareti della solitaria stanza chiusa dove
aveva passato buona parte della sua infanzia, aveva appeso con le sue
mani il terribile ritratto i cui lineamenti mutevoli gli mostravano il vero
degrado della sua vita, e davanti vi aveva disteso il drappo porpora e oro
come una tenda. Per settimane non ci andava, si dimenticava l’orribile
“cosa” dipinta, e riacquistava la sua spensieratezza, la sua meravigliosa
gioia, il suo appassionato abbandono alla pura esistenza. Poi,
improvvisamente, una notte usciva furtive dalla casa, scendeva in luoghi
terribili nei pressi di Blue Gate Fields e ci rimaneva, per giorni e giorni,
finché non lo cacciavano. Al suo ritorno andava a sedersi davanti al
ritratto, a volte pieno di disgusto per esso e per sé, altre volte con
quell’orgoglio dell’individualismo che è metà del fascino del peccato, e
sorridendo con un segreto piacere dell’ombra deforme che doveva
sopportare il peso che avrebbe dovuto essere il suo.
Dopo pochi anni non poté sopportare di rimanere lontano dall’Inghilterra e
cedette la villa che aveva condiviso a Trouville con Lord Henry, così come
la piccola casa dalle pareti bianche in Algeri, dove più di una volta aveva
102
trascorso l’inverno. Odiava essere separato dal ritratto che era tanta parte
della sua vita, e aveva anche paura che in sua assenza qualcuno potesse
avere accesso alla stanza, nonostante il complicato sistema di sbarramenti
che aveva fatto applicare alla porta.
Si rendeva conto perfettamente che il ritratto non avrebbe detto nulla. Era
vero che conservava ancora, sotto tutta la malvagità e bruttezza del volto,
la sua marcata somiglianza con lui, ma cosa avrebbero potuto capire da
questo? Avrebbe riso in faccia a chiunque tentasse di schernirlo. Non lo
aveva dipinto lui. Cosa aveva a che fare con lui per quanto disgustoso e
pieno di vergogna sembrasse? Anche se gliene avesse parlato, ci avrebbero
creduto?
Eppure aveva paura. A volte quando si trovava nella sua grande casa nel
Nottinghamshire, ospitando i giovani alla moda del suo rango che erano la
sua principale compagnia, e stupendo la contea con il lusso sfrenato e il
magnifico splendore del suo stile di vita, abbandonava improvvisamente i
suoi ospiti per precipitarsi in città a sincerarsi che la porta non fosse stata
manomessa e il quadro fosse ancora lì. Cosa sarebbe successo se lo
avessero rubato? Il solo pensiero lo agghiacciava di terrore. Di sicuro il
mondo avrebbe conosciuto il suo segreto. Forse già lo sospettava.
Infatti, mentre ne affascinava molti, ce n’erano non pochi che diffidavano
di lui. Fu quasi escluso in un club a West End di cui la sua nascita e
posizione sociale gli davano pieno diritto di diventare membro, e si disse
che in un’occasione, quando fu condotto da un amico nella sala fumatori
del Churchill, il Duca di Berwick e un altro gentleman si fossero alzati in
modo ostentato e uscirono. Strane storie cominciarono a circolare sul suo
conto dopo che ebbe passato i venticinque anni. Si vociferava che era stato
visto azzuffarsi con marinai stranieri in una volgare bettola dalle parti di
Whitechapel, e che frequentasse ladri e falsari e conoscesse i misteri del
loro mestiere. Le sue assenze straordinarie divennero famigerate e, quando
riappariva in società, la gente bisbigliava negli angoli o gli passava davanti
con un sogghigno, o lo guardava con uno sguardo freddo e indagatore,
come se fiossero decisi a scoprire il suo segreto.
Naturalmente, a tali insolenze e tentativi di provocazione lui non faceva
caso, e nell’opinione della maggioranza i suoi modi franchi e affabili, il suo
incantevole sorriso di adolescente e l’infinita grazia di quella meravigliosa
giovinezza che sembrava non abbandonarlo mai, erano in sé una risposta
sufficiente alle calunnie, come le chiamavano, che circolavano su di lui.
Tuttavia, si notava che alcuni di quelli che erano stati più intimi con lui
dopo un po’ sembravano evitarlo. Donne che lo avevano adorato
pazzamente e che per lui avevano sfidato tutte le censure sociali e le
convenzioni, erano state viste impallidire di vergogna o di orrore se Dorian
Gray entrava nella stanza.
Eppure questi scandali bisbigliati non facevano che accrescere agli occhi di
molti il suo fascino insolito e pericoloso. La sua grande ricchezza era un
elemento certo di sicurezza. La società – la società civile, almeno – non è
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mai molto pronta a credere qualcosa che sia di detrimento a quelli che
sono ricchi e affascinanti. Sente istintivamente che le buone maniere sono
più importanti della morale e, nella sua opinione, la più alta rispettabilità
vale molto meno che avere un buon chef. E, dopotutto, è una consolazione
davvero misera sentirsi dire che chi ha offerto una cattiva cena o un vino
scadente è irreprensibile nella sua vita privata. Nemmeno le virtù cardinali
possono farsi scusare, come osservò una volta Lord Henry in una
discussione sull’argomento, delle entreés semifredde, e ci sarebbe molto da
dire in favore della sua opinione. Poiché i canoni della buona società sono,
o dovrebbero essere, gli stessi dell’arte. La forma le è assolutamente
essenziale. Dovrebbe avere la dignità di una cerimonia, come pure la sua
irrealtà, e combinare il carattere insincero di una commedia romantica con
lo spirito e la bellezza che rendono a noi così piacevoli tali commedie. È
l’insincerità una cosa così terribile? Penso di no. È soltanto un metodo con
cui possiamo moltiplicare le nostre personalità.
In ogni modo, questa era l’opinione di Dorian Gray. Di solito si
meravigliava della psicologia superficiale di coloro che concepiscono l’Ego
nell’uomo come una cosa semplice, permanente, affidabile, e di un’unica
essenza. Per lui l’uomo era un essere con miriadi di vite e di sensazioni,
una creatura complessa multiforme che reca in sé strane eredità di
pensiero e di passione, e la cui stessa carne era contaminata dalle
mostruose malattie dei morti. Egli amava passeggiare per la desolata e
fredda galleria di quadri della sua casa di campagna e guardare i vari
ritratti di quelli il cui sangue gli scorreva nelle vene. Ecco Philip Herbert 37,
descritto da Francis Osborne, nelle sue Memoires on the Reigns of Queen
Elizabeth and King James, come uno che era “vezzeggiato dalla Corte per il
suo bel viso, che non gli tenne a lungo compagnia”. Era la vita del giovane
Herbert quella che lui talvolta conduceva? Uno strano germe velenoso si
era insinuato da un corpo all’altro fino a raggiungere il suo? Era un vago
senso di quella grazia rovinata che all’improvviso, e quasi senza motivo, gli
aveva fatto proferire nello studio di Basil Hallward quella folle preghiera
che aveva così cambiato la sua vita? Qui, in farsetto rosso ricamato in oro,
con sopravveste ingemmata, gorgiera e polsini orlati d’oro, si ergeva Sir
Anthony Sherard, con la sua nera armatura d’argento accatastata ai suoi
piedi. Cosa aveva ereditato da quest’uomo? L’amante di Giovanna di Napoli
38 gli aveva lasciato un retaggio di peccato e vergogna? Le sue azioni erano

soltanto i sogni che il morto non aveva osato realizzare? Qui, dalla tela
sbiadita, sorrideva Lady Elizabeth Devereux, con la cuffia di mussola, la
pettorina ricamata in perle e le maniche rosa con gli spacchi. Teneva un

37 Philip Herbert (1584-1649) Conte di Pembroke e di Montgomery, uomo di corte e


politico, descritto nell’opera citata di Francis Osborne per la sua familiarità con il re
Giacomo I.
38 Giovanna II Regina di Napoli (1371 - 1435) famosa per i suoi oltre cento amanti, tra cui
Bartolomeo Colleoni, il famoso capitano di ventura bergamasco.
104
fiore nella mano destra, e con la sinistra stringeva un collare smaltato di
rose bianche e damascate. Su un tavolo accanto c’erano un mandolino e
una mela. Sulle sue scarpette appuntite c’erano grosse rosette verdi.
Dorian conosceva la sua vita e le strane storie che si raccontavano sui suoi
amanti. Aveva in sé qualcosa del suo temperamento? Questi occhi ovali,
dalle palpebre pesanti, sembravano guardarlo con curiosità. E che dire di
George Willoughby, con i suoi capelli incipriati e i fantastici nei posticci?
Che sguardo malvagio aveva! Il viso era cupo e scuro, e le labbra sensuali
parevano torcersi dallo sdegno. Delicati polsini di gala ricadevano sulle
mani magre e giallognole che erano sovraccariche di anelli. Era stato un
damerino 39 del diciottesimo secolo e amico di gioventù di Lord Ferrars. E
che dire del secondo Lord Beckenham, compagno del Principe Reggente nei
suoi giorni di bisboccia, e uno dei testimoni al matrimonio segreto con
Mrs. Fitzherbert? Com’era fiero e bello, con i suoi riccioli castani e la posa
insolente! Quail passioni aveva lasciato in eredità? Il mondo lo aveva
considerato un infame. Aveva organizzato le orgie a Carlton House. Sul suo
petto brillava la stella dell’Ordine della Giarrettiera. Accanto a lui c’era il
ritratto della moglie, una pallida donna in nero con le labbra sottili. Anche
il suo sangue si agitava in lui. Come sembrava curioso tutto ciò! E sua
madre, con quel viso da Lady Hamilton 40 e le labbra umide, gocciolanti di
vino – Dorian sapeva bene cosa aveva acquisito da lei: la sua bellezza e la
sua passione per la bellezza degli altri. Lei gli rideva nel suo abito discinto
da baccante. Aveva foglie di vite tra i capelli. La porpora traboccava dalla
coppa che reggeva. L’incarnato del dipinto si era perso, ma gli occhi erano
ancora meravigliosi nella loro profondità e brillantezza di colore.
Sembravano seguirlo ovunque andasse.
Eppure si hanno antenati in letteratura come nella propria stirpe, molti di
loro forse più prossimi per tipo e temperamento, e certamente con
un’influenza di cui si è assolutamente più consapevoli. C’erano delle volte
in cui a Dorian Gray sembrava che tutta la sua storia non fosse altro che il
racconto della sua vita, non come l’aveva vissuta negli atti e nelle
circostanze, ma come gliel’aveva creata la sua immaginazione, com’era
stata nella sua mente e nelle sue passioni. Sentiva di averli conosciuti
tutte quelle strane e terribili figure che erano passate sulla scena del
mondo e avevano reso il peccato così meraviglioso e il male così pieno di
sottigliezza. Gli pareva che in qualche modo misterioso le loro vite fossero
state la sua.
L’eroe dello splendido romanzo che tanto aveva influenzato la sua vita
aveva anch’esso conosciuto questa strana fantasia. Nel settimo capitolo

39 In originale Wilde usa il termine macaroni, che in inglese indica proprio un precursore
del dandy nel diciassettesimo e diciottesimo secolo.
40 Emma Lyon, moglie di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli, citata da
Goethe nel suo Viaggio in Italia, ebbe una relazione con l’ammiraglio Horace Nelson, da cui
nacque una figlia.
105
racconta come, incoronato d’alloro per non essere colpito dai fulmini, si
era seduto, come Tiberio, in un giardino a Capri, leggendo gli osceni libri di
Elefantide, mentre nani e pavoni gli girottolavano intorno e il flautista
prendeva in giro l’incensiere; e, come Caligola, aveva gozzovigliato con gli
aurighi in camicia verde nelle loro stalle e cenato in una mangiatoia
d’avorio con un cavallo dai finimenti gemmati; e, come Domiziano, si era
aggirato per un corridoio di specchi di marmo, cercando intorno con occhi
cerchiati il riflesso della daga che avrebbe posto fine ai suoi giorni, e
ammorbato da quell’ennui, da quel terribile tedium vitæ, che piomba su
quelli a cui la vita non nega nulla; e aveva fissato attraverso un limpido
smeraldo i rossi massacri del Circo e poi, in una lettiga di perle e porpora
tirata da mule ferrate d’argento, era stato portato via lungo la Strada dei
Melograni alla Domus Aurea, udendo al suo passaggio uomini che
inneggiavano a Cesare Nerone; e, come Eliogabalo, si era truccato il viso,
aveva filato la lana tra le donne e aveva trasportato la Luna da Cartagine
per unirla in nozze mistiche con il Sole.
Dorian leggeva di continuo questo fantastico capitolo e i due capitoli
immediatamente successivi, in cui, come su strane tappezzerie o smalti
magistralmente lavorati, erano ritratte le forme orribili e belle di coloro che
il vizio e il sangue e la stanchezza aveva reso mostruosi o fatto impazzire:
Filippo, duca di Milano 41, che trucidò sua moglie e le tinse le labbra con
un veleno scarlatto, affinché il suo amante potesse succhiare la morte dal
corpo morto che accarezzava; Pietro Barbi, il veneziano, noto come Paolo II,
che cercò nella sua vanità di assumere il titolo di Formosus, e la cui tiara,
stimata duecentomila fiorini, fu acquistata al prezzo di un terribile
peccato; Gian Maria Visconti che cacciava gli uomini con una muta di
cani, e il cui corpo assassinato fu coperto di rose da una prostituta che lo
aveva amato; il Borgia sul suo cavallo bianco, con il Fratricidio che gli
cavalcava accanto e il manto macchiato con il sangue di Perotto; Pietro
Rosario, il giovane cardinale arcivescovo di Firenze, figlio e favorito di Sisto
IV, la cui bellezza era eguagliata solo dalla sua dissolutezza, che ricevette
Leonora d’Aragona in un padiglione di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe
e centauri, e che fece dorare un ragazzo perché potesse servire a un
banchetto come Ganimede o Ila; Ezzelino, la cui malinconia poteva essere
curata solo dallo spettacolo della morte, e che aveva una passione per il
sangue rosso che altri hanno per il vino rosso – il figlio del Demonio, come
fu tramandato, che aveva truffato suo padre giocando ai dadi barando per
la sua anima; Giambattista Cibo, che per scherno prese il nome di
Innocente 42 e nelle cui vene intorpidite venne iniettato il sangue di tre
ragazzi da un medico ebreo; Sigismondo Malatesta, l’amante di Isotta e
signore di Rimini, la cui effige fu bruciata a Roma come quella del nemico

41 Questo e i seguenti aneddoti rinascimentali italiani provengono dal testo di John


Addington Symonds The Renaissance in Italy (vol.I, 1875).
42 Papa Innocenzo VIII (1432-1492).

106
di Dio e dell’uomo, che strangolò Polissena con un tovagliolo e diede il
veleno a Ginevra d’Este in una coppa di smeraldo, e in onore di una infame
passione eresse una chiesa pagana per il culto cristiano; Carlo VI, che
aveva adorato così pazzamente la moglie del fratello che un lebbroso lo
avvisò della follia che incombeva su di lui e che, quando la sua mente si
ammalò e delirò, poteva essere sedato solo dalle carte saracene illustrate
con le immagini dell’Amore, della Morte e della Pazzia; e, nel suo
giustacuore trapuntato e il cappello ingemmato e i ricci simili ad acanto,
Grifonetto Baglioni, che uccise Astorre con la sposa e Simonetto con il
paggio, a tal punto avvenente che, mentre giaceva morente nella gialla
piazza 43 di Perugia, quelli che lo avevano odiato non poterono fare a meno
di piangere, e Atalanta, che lo aveva maledetto, lo benedì.
In tutti loro c’era un fascino orribile. Dorian li vedeva di notte e gli
turbavano l’immaginazione di giorno. Il Rinascimento conosceva strani
metodi di avvelenamento – avvelenamento – tramite e elmo e torcia accesa,
un guanto ricamato e un ventaglio ingioiellato, un portaprofumi dorato e
una catena d’ambra. Dorian Gray era stato avvelenato da un libro. C’erano
momenti in cui considerava il male semplicemente come un modo grazie al
quale lui poteva realizzare la sua concezione della bellezza.

43 In italiano nel testo.


107
Capitolo XII

Era il nove novembre, la vigilia del suo trentottesimo compleanno, come


spesso ricordò in seguito.
Stava rientrando verso le undici venendo da casa di Lord Henry, dove
aveva cenato, ed era avvolto da una pelliccia pesante, vista la notte fredda
e fosca. All’angolo tra Grosvenor Square a South Audley Street, un uomo
gli passò davanti nella nebbia, camminando a passi svelti e con il bavero
del cappotto grigio rialzato. Aveva una valigia in mano. Dorian lo
riconobbe. Era Basil Hallward. Uno strano senso di paura, per il quale non
seppe darsi un motivo, lo invase. Non fece segno di riconoscerlo e andò
veloce dritto verso casa.
Ma Hallward l’aveva visto. Dorian lo sentì prima fermarsi sul marciapiede e
poi corrergli dietro. In una manciata di secondi la mano del pittore era sul
suo braccio.
«Dorian! Che fortuna straordinaria! Ti ho aspettato nella tua biblioteca
dalle nove. Alla fine ho avuto pieta del tuo cameriere stanco e gli ho detto
di andare a letto mentre mi accompagnava fuori. Parto per Parigi con il
treno di mezzanotte e ci tenevo particolarmente a vederti prima di andare.
Credevo fossi tu, o meglio la tua pelliccia, quando mi sei passato davanti.
Ma non ero del tutto sicuro. Non mi hai riconosciuto?»
«Con questa nebbia, mio caro Basil? Ma se non riconosco nemmeno
Grosvenor Square! Credo che la mia casa si nei paraggi, però non ne sono
per niente certo. Mi spiace che tu te ne vada, sono anni che non ti vedo.
Ma tornerai presto, no?»
«No: starò via dall’Inghilterra per sei mesi. Intendo prendere uno studio a
Parigi e mi ci chiuderò dentro finché non avrò finito un grande quadro che
ho in mente. Comunque, non era di me che volevo parlarti. Eccoci alla tua
porta. Fammi entrare per un attimo. Debbo dirti qualcosa.»
«Con vero piacere. Ma non perderai il tuo treno?» disse Dorian Gray
languidamente mentre saliva i gradini e apriva la porta con la sua chiave.
La luce del lampione a stento emergeva dalla nebbia, e Hallward guardò
l’orologio. «Ho un mucchio di tempo» rispose. «Il treno non parte prima di
mezzanotte e un quarto e sono solo le undici. Infatti, mi stavo avviando al
club per cercarti quando ti ho incontrato. Vedi, non avrò problemi con i
bagagli, quelli pesanti li ho già spediti. Tutto quello che ho è in questa
valigia e posso raggiungere facilmente Victoria in venti minuti.»
Dorian lo guardò e sorrise. «Che bel modo di viaggiare per un pittore alla
moda! Una valigia Gladstone e un ulster! Vieni dentro, o la nebbia entrerà
in casa. E bada di non parlare di cose serie. Niente è serio al giorno d’oggi.
Almeno niente dovrebbe esserlo.»
Hallward scosse il capo entrando e seguì Dorian in biblioteca. Un bel fuoco
scoppiettava nel cuore del grande camino. Le lampade erano accese e un
portaliquori olandese era aperto con dei sifoni di soda e grandi bicchieri di

108
cristallo inciso su un tavolino intagliato.
«Come vedi il tuo domestico mi aveva fatto sentire a casa mia, Dorian. Mi
ha datto tutto quello che volevo, incluse le tue migliori sigarette col
bocchino d’oro. È una creatura molto ospitale. Mi piace molto di più di
quel francese che avevi una volta. A proposito, che ne è stato di lui?»
Dorian alzò le spalle. «Credo abbia sposato la domestica di Lady Radley e
l’abbia sistemata a Parigi come sarta inglese. L’anglomania è molto di
moda laggiù, ho sentito. Mi sembra sciocco da parte dei francesi, no? Ma -
lo vuoi sapere? - non era affatto un cattivo domestico. Non mi è mai
piaciuto, ma non avevo motivo di lamentarmi di lui. Spesso si immaginano
cose del tutto assurde. Mi era davvero molto devoto e mi sembrò tanto
dispiaciuto quando se ne andò. Vuoi un altro brandy e soda? O preferisci
un hock al seltz? Io lo prendo sempre. Di sicuro ce n’è nell’altra stanza.»
«Grazie, non voglio altro» disse il pittore, togliendosi cappello e soprabito e
gettandoli sulla valigia che aveva messo nell’angolo. «E adesso, mio caro,
vorrei parlarti seriamente. Non accigliarti così. Mi rendi tutto tanto più
difficile.»
«Di che si tratta?» esclamò Dorian, con quel suo modo petulante,
lasciandosi cadere sul sofa. «Spero non riguardi me. Sono stanco di me
stasera. Vorrei essere qualcun altro.»
«Riguarda te,» rispose Hallward con la sua voce grave e profonda, «e te lo
debbo dire. Ti tratterrò soltanto mezz’ora.»
Dorian sospirò e accese una sigaretta. «Mezz’ora!» mormorò.
«Non ti chiedo molto, Dorian, ed è totalmente per il tuo bene che parlo.
Credo sia giusto che tu sappia che a Londra si dicono contro di te le cose
più terribili.»
«Non voglio saperne nulla. Io amo gli scandali degli altri, ma i miei non mi
interessano. Non hanno l’attrattiva della novità.»
«Debbono interessarti, Dorian. Ogni gentleman è interessato al suo buon
nome. Tu non vuoi che la gente parli di te come di un essere vile e
degenerato. Naturalmente, tu hai la tua posizione, la tua ricchezza e tutto
il resto. Ma la posizione e la ricchezza non sono tutto. Nota bene, io non
credo affatto a queste dicerie. Almeno, non posso crederci quando ti vedo.
Il peccato è una cosa che lascia la sua firma sul viso. Non si può
nascondere. Delle volte si parla di vizi segreti. Ma non esistono. Se un
infelice ha un vizio, lo si vede nelle linee della sua bocca, nelle sue
palpebre abbassate, persino nella forma delle sue mani. Qualcuno – non
farò menzione del suo nome, ma tu lo conosci – è venuto da me lo scorso
anno per farsi fare il suo ritratto. Non l’avevo mai visto prima, e mai
all’epoca avevo sentito nulla sul suo conto, anche se da allora ne ho sentite
su di lui di tutti i colori. Offriva una cifra straordinaria. Rifiutai. C’era
qualcosa nella forma delle sue dita che aborrivo. Ora so che ero
perfettamente nel giusto in quello che pensai di lui. La sua vita è orribile.
Ma tu, Dorian, con il tuo volto puro, luminoso, innocente, e la tua
meravigliosa giovinezza incontaminata – non posso credere nulla che sia
109
contro di te. Tuttavia ti vedo molto raramente, ora poi non capiti mai nel
mio studio, e quando sono lontano da te e sento tutte queste cose orrende
che la gente mormora su di te, non so che dire. Perché, Dorian, un uomo
come il duca di Berwick lascia la stanza di un club quando entri tu?
Perché così tanti gentlemen a Londra non vogliono né venire a casa tua né
invitarti a casa loro? Eri amico di Lord Staveley. L’ho incontrato a cena
l’altra settimana. Il tuo nome per caso è venuto fuori in una conversazione,
a proposito delle miniature che hai prestato per la mostra alla Dudley.
Staveley torse le labbra e disse che potrai avere i gusti più artistici, ma che
sei un uomo a cui non si dovrebbe far conoscere nessuna ragazza perbene,
e nessuna donna onesta dovrebbe stare nella stessa stanza con te. Gli
rammentai che ero un tuo amico e gli chiesi che cosa intendeva. Me lo ha
detto. Me lo ha detto proprio davanti a tutti. È stato orribile! Perché la tua
amicizia è così fatale ai giovani? C’è stato quel povero ragazzo delle
Guardie che si è suicidato. Tu eri un suo grande amico. C’è stato Sir Henry
Ashton, che ha dovuto lasciare l’Inghilterra con un nome infamato. Tu e lui
eravate inseparabili. E che dire di Adrian Singleton e della sua fine
tremenda? E dell’unico figlio di Lord Kent e della sua carriera? Ho visto
suo padre ieri in St. James's Street. Sembrava distrutto dalla vergogna e
dal dolore. E il giovane duca di Perth? Che razza di vita fa ora? Quale
gentleman si farebbe vedere con lui?»
«Basta, Basil. Stai parlando di cose di cui non sai nulla» disse Dorian Gray,
mordendosi il labbro e con una nota d’infinito disprezzo nella sua voce. «Mi
chiedi perché Berwick lascia una stanza quando vi entro io. È perché io
conosco tutto della sua vita, non perché lui sappia qualcosa della mia. Con
quel sangue che ha nelle vene, come potrebbe essere pulita la sua fedina?
Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth. Ho insegnato io i suoi vizi al
primo e all’altro la sua depravazione? Se lo sciocco figlio di Kent s’è preso
una moglie dalla strada, che c’entro io? Se Adrian Singleton firma con il
nome di un suo amico in una cambiale, sono io il suo tutore? So quanto si
spettegoli in Inghilterra. Le classi medie sventolano i propri pregiudizi
morali nelle loro cene grossolane e bisbigliano su quelle che chiamano
dissolutezze della gente migliore di loro per dare a intendere d’essere nel
bel mondo e conoscere intimamente quelli che diffamano. In questo paese
basta che un uomo abbia distinzione e cervello per smuovere contro di lui
le lingue della gentaglia. E che razza di vita fanno queste persone che si
atteggiano a moralisti? Mio caro, ti dimentichi che siamo nel paese nativo
degli ipocriti.»
«Dorian» gridò Hallward, «l’argomento non è questo. Lo so che l’Inghilterra
è abbastanza cattiva e la società inglese è tutta sbagliata. Ecco perché
voglio che tu sia buono. Non lo sei stato. Si ha il diritto di giudicare un
uomo dagli effetti che ha sui suoi amici. I tuoi pare che perdano ogni
senso dell’onore, della bontà, della purezza. Gli hai inculcato una frenesia
per il piacere. Hanno toccato il fondo. Tu ce li hai spinti. Sì: tu ce li hai
spinti, eppure riesci a sorridere, come fai adesso. E c’è del peggio dietro. So
110
che tu e Harry siete inseparabili. Di sicuro per questo motivo e per nessun
altro, non avresti dovuto far diventare proverbiale il nome di sua sorella.»
«Sta’ attento, Basil. Esageri.»
«Io devo parlare, e tu devi ascoltare. Ascolterai. Quando hai conosciuto
Lady Gwendolen, non un filo di scandalo l’aveva mai sfiorata. Esiste forse
adesso a Londra una singola donna decente che andrebbe in carrozza con
lei nel parco? Nemmeno ai figli è permesso di vivere con lei. Poi ci sono
altre storie - storie del tipo che sei stato visto all’alba sgattaiolare da case
malfamate ed entrare di nascosto camuffato nei covi più immondi di
Londra. Sono storie vere? Possono essere vere? Quando le ascoltai la prima
volta, mi misi a ridere. Le ascolto adesso, e mi fanno rabbrividire. Che dire
della tua casa di campagna e della vita che si mena laggiù? Dorian, tu non
sai quello che si dice su di te. Non ti dirò che non voglio farti una predica.
Ricordo che una volta Harry disse che ogni uomo si mette a fare il prete
dilettante inizia sempre così, e poi finisce col venire meno alla sua parola.
Io voglio farti una predica. Voglio che tu conduca una vita che ti faccia
rispettare da tutti. Voglio che tu abbia un nome pulito e una fedina pulita.
Voglio che tu ti sbarazzi della gente orribile che frequenti. Non alzare le
spalle in quel modo. Non essere così indifferente. Tu hai un meraviglioso
ascendente. Fa’ che sia per il bene, non per il male. Si dice che tu corrompi
tutti quelli di cui diventi intimo, e che ti basta entrare in una casa perché
ne segua il disonore. Non so se è vero o no. Come potrei saperlo? Ma si
dice questo di te. Mi hanno detto cose che pare impossibile mettere in
dubbio. Lord Gloucester era uno dei miei più grandi amici a Oxford. Mi ha
mostrato una lettere che sua moglie gli aveva scritto mentre stava morendo
sola nella sua villa a Mentone. Il tuo nome era implicato nella più terribile
confessione che abbia mai letto. Gli dissi che era assurdo – che ti
conoscevo perfettamente e che eri incapace di una cosa simile. Ti conosco?
Mi chiedo se ti conosco davvero. Prima di poter rispondere, dovrei vedere la
tua anima.»
«Vedere la mia anima!» balbettò Dorian Gray, alzandosi di scatto dal sofa e
sbiancando dal terrore.
«Sì,» rispose gravemente Hallward, e con un tono di profondo dolore nella
sua voce, «vedere la tua anima. Ma solo dio può farlo.»
Una risata amara e beffarda proruppe dalle labbra del giovane. «La vedrai
tu stesso, stasera!» gridò, afferrando una lampada dal tavolo. «Vieni: è
opera tua. Perché non dovresti vederla? Dopo potrai raccontare tutto al
mondo, se vuoi. Nessuno ti crederebbe. Se ti credessero, mi amerebbero
tanto di più per questo. Conosco i nostri tempi meglio di te, anche se ne
blateri così noiosamente. Vieni, ho detto. Hai cianciato abbastanza sulla
corruzione. Ora la guarderai in faccia.»
C’era la follia dell’orgoglio in ogni parola che pronunciava. Batteva i piedi a
terra nel suo modo infantile e insolente. Provava una gioia terribile al
pensiero che qualcun altro avrebbe condiviso il suo segreto, e che l’uomo
che aveva dipinto il ritratto all’origine di tutta la sua vergogna sarebbe
111
stato oppresso per il resto dei suoi giorni dal ricordo raccapricciante di ciò
che aveva fatto.
«Sì,» continuo andandogli più vicino e guardandolo fisso nei suoi occhi
severi, «Ti mostrerò la mia anima. Vedrai la cosa che secondo te solo Dio
può vedere.»
Hallward fece un balzo indietro. «Questa è una bestemmia, Dorian!» gridò.
«Non devi dire cose del genere. Sono orribili e non significano niente.»
«Davvero lo credi?» rise di nuovo. «Lo so. Quanto a quello che ti ho detto
stasera, è stato per il tuo bene. Lo sai che con te sono sempre un amico
leale.»
«Non toccarmi. Finisci quello che hai da dire.»
Una smorfia di dolore attraversò il volto del pittore. Tacque per un istante,
e un senso irrefrenabile di pietà lo invase. Dopo tutto, che diritto aveva di
ficcare il naso nella vita di Dorian Gray? Se avesse fatto solo un decimo di
ciò che si diceva sul suo conto, quanto doveva aver patito! Poi si drizzò,
andò verso il caminetto e rimase a guardare i ciocchi che bruciavano con
la cenere simile a brina e le anime di fuoco palpitanti.
«Sto aspettando, Basil» disse il giovane con voce ferma e chiara.
Si girò. «Quello che ho da dire è questo,» esclamò. «Devi darmi delle
risposte a queste orribili accuse mosse contro di te. Se mi dici che sono
assolutamente false dal principio alla fine, ti crederò. Negale, Dorian,
negale! Non vedi in che stato sono? Mio Dio, non dirmi che sei malvagio,
corrotto e infame.»
Dorian Gray sorrise. C’era una smorfia di disprezzo nelle sue labbra. «Vieni
di sopra, Basil» disse pacatamente. «Tengo il diario della mia vita giorno
dopo giorno e non lascia mai la stanza in cui è scritto. Te lo mostrerò se
vieni con me.»
«Verrò con te, Dorian, se lo desideri. Vedo che ho perso il treno. Non
importa. Posso partire domani. Ma non chiedermi di leggere nulla stasera.
Tutto quello che voglio è una risposta chiara alla mia domanda.»
«Ti sarà data di sopra. Non potrei dartela qui. Non dovrai leggere molto.»

112
Capitolo XIII

Uscì dalla stanza e cominciò a salire, Basil Hallward lo seguiva da presso.


Camminavano piano, come si fa istintivamente di notte. La lampada
gettava ombre fantastiche sul muro e sulla scala. Un vento appena levato
faceva sbattere qualche finestra.
Quando raggiunsero l’ultimo piano, Dorian posò la lampada sul pavimento
e, estratta la chiave, la girò nella serratura. «Insisti a voler sapere, Basil?»
chiese a bassa voce.
«Sì.»
«Ne sono lieto» rispose, sorridendo. Poi aggiunse piuttosto duramente, «Tu
sei l’unico uomo al mondo qualificato a sapere tutto su di me. Hai avuto a
che fare con la mia vita più di quanto pensi» e, presa la lampada, aprì la
porta ed entrò. Una corrente d’aria fredda li investì, e la luce per un attimo
si contorse in una fiamma di color arancio torbido. Rabbrividì. «Chiudi la
porta dietro di te» sussurrò, posando la lampada sul tavolo.
Hallward si guardò intorno con aria perplessa. La stanza dava l’idea
d’essere disabitata da anni. Un arazzo fiammingo sbiadito, un quadro
coperto da una tenda, un vecchio cassone italiano e uno scaffale quasi
vuoto – era tutto quanto sembrava contenere, oltre a una sedia e a un
tavolo. Mentre Dorian Gray accendeva un mozzicone di candela che stava
sulla mensola del camino, il pittore vide che l’intero ambiente era coperto
di polvere e il tappeto era pieno di buchi. Un topo corse a intrufolarsi
dietro il rivestimento di legno. C’era un odore umido di muffa. «Così tu
pensi che solo Dio vede l’anima, Basil? Scosta quella tenda e vedrai la
mia.»
La voce che parlava era fredda e crudele. «Tu sei pazzo, Dorian, oppure stai
recitando» borbottò Hallward accigliandosi.
«Non vuoi. Allora lo devo fare io» disse il giovane, e strappò la tenda dalla
sbarra e la gettò per terra.
Un’esclamazione di orrore sbottò dalle labbra del pittore quando vide nella
luce fioca il volto spaventoso sulla tela che gli sorrideva con un ghigno.
C’era qualcosa nella sua espressione che lo riempiva di disgusto e ribrezzo.
Santo cielo! Era proprio il viso di Dorian Gray che stava guardando!
L’orrore, comunque, non aveva ancora devastato del tutto quella
meravigliosa bellezza. C’era ancora dell’oro nei capelli radi e dello scarlatto
sulla bocca sensuale. Gli occhi acquosi avevano mantenuto un po’ del loro
azzurro avvenente, le nobili curve non erano ancora completamente
svanite dalle narici cesellate e dalla gola scultorea. Sì, era Dorian in
persona. Ma chi lo aveva fatto ? gli parve di riconoscere il tratto del suo
pennello, e la cornice era disegnata da lui. L’idea era assurda, eppure ebbe
paura. Afferrò la candela accesa e la avvicinò al ritratto. Nell’angolo
sinistro della tela c’era il suo nome, tracciato in lunghe lettere di un
vermiglio brillante.

113
Era una sporca parodia, un’infame ignobile satira. Lui non l’aveva mai
fatta. Eppure, era il suo quadro. Lo riconobbe ed ebbe come la sensazione
che il suo sangue in un attimo si fosse mutato da fuoco a ghiaccio inerte. Il
suo quadro! Cosa voleva dire questo? Perché si era alterato? Si voltò e
guardò Dorian Gray con gli occhi di un malato. La bocca gli si contraeva e
la sua lingua secca sembrò incapace di articolare una parola. Si passò la
mano sulla fronte. Era madida di sudore appiccicaticcio.
Il giovane stava appoggiato alla mensola del camino, lo osservava con
quella strana espressione che si vede sul volto di chi è assorto in un
dramma quando un grande attore sta recitando. Non c’era dolore in quel
volto, né vera gioia. C’era semplicemente la passione dello spettatore e,
forse, il barlume del trionfo nello sguardo. Si era tolto il fiore dall’occhiello
e lo odorava, o faceva finta di farlo.
«Che significa questo?» gridò alla fine Hallward. La sua voce risuonò
stridula e insolita all’orecchio.
«Anni fa, quando ero un ragazzo,» disse Dorian Gray, accartocciando il
fiore che aveva in mano, «mi incontrasti, mi adulasti, e mi insegnasti ad
essere vanitoso della mia bellezza. Un giorno mi presentasti a un tuo
amico, che mi spiegò la meraviglia della giovinezza. In un momento di
follia, di cui pure adesso non so se pentirmi o meno, espressi un desiderio,
forse tu lo chiameresti una preghiera…» «Lo ricordo! Oh, lo ricordo bene!
No! È impossibile. La stanza è umida. La muffa ha rovinato la tela. I colori
che ho usato contenevano qualche maledetto veleno minerale. Ti dico che è
impossibile.»
«Ah, cosa è impossibile?» mormorò il giovane, andando alla finestra e
appoggiando la fronte contro il vetro freddo e appannato dalla nebbia.
«Mi dicesti che l’avevi distrutto.»
«Mi sbagliavo. È lui che ha distrutto me.»
«Non credo sia il mio quadro.»
«Non ci vedi il tuo ideale?» disse amaramente Dorian.
«Il mio ideale, come lo chiami tu…»
«Come lo chiamavi tu.»
«Non c’era niente di male, niente di cui vergognarsi. Tu eri per me un
ideale che non incontrerò mai più. Questa è la faccia di un satiro.»
«È la faccia della mia anima.»
«Cristo! Che cosa ho adorato! Ha gli occhi di un diavolo.»
«Ognuno di noi ha dentro di sé paradiso e inferno, Basil» urlò Dorian con
un gesto inconsulto di disperazione.
Hallward si voltò ancora verso il ritratto e lo scrutò. «Mio Dio! Se è vero,»
esclamò, «e questo è quello che hai fatto della tua vita, allora devi essere
peggiore persino di quello che immagina chi parla contro di te!» Avvicinò di
nuovo la lampada alla tela e la esaminò. La superficie sembrava essere del
tutto inalterata rispetto a come l’aveva lasciata. Era da dentro,
apparentemente, che provenivano la follia e l’orrore. Per uno strano
movimento di vita interiore la lebbra del peccato stava mangiando
114
lentamente il quadro. La putrefazione di un cadavere in una fossa umida
non era altrettanto spaventosa.
La mano gli tremò e la candela cadde dal candeliere e rimase lì crepitando.
Ci mise il piede sopra e la spense. Poi si gettò sulla sedia traballante che
stava vicino al tavolo e si nascose il volto fra le mani.
«Buon Dio, Dorian, che lezione! Che lezione terribile!» Non ci fu risposta,
ma poté sentire il giovane che singhiozzava alla finestra. «Prega, Dorian,
prega» mormorò. «Cosa ci insegnano a dire quando siamo bambini? “Non
indurci in tentazione. Perdona i nostri peccati. Lava le nostre iniquità.”
Diciamolo insieme. La preghiera del tuo orgoglio è stata esaudita. Verrà
esaudita anche la preghiera del tuo pentimento. Io ti ho adorato troppo.
Sono stato punito per questo. Tu hai adorato troppo te stesso. Siamo stati
puniti tutti e due.»
Dorian Gray si voltò lentamente e lo guardò con gli occhi velati di lacrime.
«È troppo tardi, Basil» borbottò.
«Non è mai troppo tardi, Dorian. Inginocchiamoci e proviamo a ricordare
una preghiera. Non c’è un versetto che dice: “Se i vostri peccati sono come
scarlatto, diventeranno bianchi come la neve” 44?»
«Queste parole non significano più niente per me adesso.»
«Zitto! Non parlare così. Hai già fatto abbastanza male nella tua vita. Mio
Dio! Non vedi che quella cosa maledetta ci guarda di sbieco?»
Dorian Gray dette un’occhiata al ritratto, e all’improvviso lo invase un
sentimento di odio incontrollabile per Basil Hallward, come se gli fosse
stato suggerito dall’immagine sulla tela, bisbigliato all’orecchio da quelle
labbra ghignanti. La furia selvaggia di un animale braccato salì dentro di
lui, e detestò l’uomo che stava seduto al tavolo, più di quanto avesse mai
detestato qualcuno in tutta la sua vita. Si guardò intorno come un
selvaggio. Qualcosa luccicava sopra il cassone dipinto di fronte a lui. Lo
sguardo vi cadde sopra. Sapeva cos’era. Era un coltello che aveva portato
su, qualche giorno prima, per tagliare un pezzo di corda, e che aveva
dimenticato di riportare giù. Si mosse lentamente verso il coltello,
passando accanto a Hallward. Appena gli fu dietro, lo afferrò e si girò.
Hallward si mosse dalla sedia come se stesse per alzarsi. Dorian gli fu
addosso e affondò il coltello nella grossa vena che sta dietro l’orecchio,
sbattendogli la testa sul tavolo e colpendolo ripetutamente.
Ci fu un gemito soffocato e l’orribile suono di chi soffoca nel sangue. Tre
volte le braccia protese si levarono convulse, agitando in aria mani
grottesche dalle dita irrigidite. Lo pugnalò ancora due volte, ma l’uomo non
si mosse. Qualcosa cominciava a gocciolare sul pavimento. Attese un
istante, premendogli ancora la testa giù. Poi gettò il coltello sul tavolo e si
mise in ascolto.
Non riusciva a sentire nulla, solo il gocciolio sul tappeto liso. Aprì la porta
e uscì sul pianerottolo. La casa era assolutamente in silenzio. Non c’era

44 Isaia, I,18.
115
nessuno. Per pochi secondi rimase piegato sulla balaustra e scrutando giù
nel pozzo nero carico di tensione dell’oscurità. Poi prese la chiave e ritornò
nella stanza, chiudendovisi dentro. la cosa era ancora seduta sulla sedia,
con il capo chino, il dorso curvo e le lunghe braccia irreali. Se non fosse
stato per la rossa ferita lacera sul collo e la chiazza nera raggrumata che si
stava lentamente allargando sul tavolo, si sarebbe detto che l’uomo stesse
semplicemente dormendo.
Com’era avvenuto tutto rapidamente! Si sentiva stranamente calmo, e
andò ad aprire la finestra, uscendo poi sul balcone. Il vento aveva spazzato
via la nebbia e il cielo sembrava una coda mostruosa di pavone, costellata
di miriadi di occhi d’oro. Guardò giù e vide il poliziotto che faceva la sua
ronda proiettando il lungo raggio della sua lanterna sulle porte delle case
silenziose. La macchia cremisi di una carrozza che si aggirava luccicò
all’angolo e poi svanì. Una donna con uno scialle svolazzante avanzava
lentamente lungo le inferriate, vacillando. Ogni tanto si fermava per
guardarsi dietro. A un certo punto cominciò a cantare con voce rauca. Il
poliziotto la raggiunse con calma e le disse qualcosa. La donna si allontanò
incespicando e ridendo. Una raffica di vento pungente spazzò la piazza. Le
luci dei lampioni a gas tremolarono e divennero azzurre, e gli alberi spogli
agitarono su e giù i rami neri come il ferro. Dorian rabbrividì e tornò
dentro, chiudendosi la finestra dietro.
Raggiunta la porta, girò la chiave e l’aprì. Non dette nemmeno un’occhiata
all’uomo assassinato. Sentiva che il segreto dell’intera faccenda stava nel
non rendersi conto della situazione. L’amico che aveva dipinto il fatale
ritratto, che era stato causa di tutte le sue disgrazie, era uscito dalla sua
vita. Questo era sufficiente.
Poi ricordò la lampada. Era un oggetto piuttosto curioso di fattura
moresca, di argento grigio intarsiato con arabeschi d’acciaio brunito, e
tempestato di turchesi grezzi. Forse il domestico si sarebbe accorto della
sua assenza e avrebbe fatto delle domande. Esitò per un po’, poi tornò
indietro e la prese dal tavolo. Non poté fare a meno di vedere quella cosa
morta. Com’era immobile! Come apparivano orribilmente bianche le
lunghe mani! Somigliava a una spaventosa immagine di cera.
Chiusa la porta dietro di sé, scese piano piano le scale. I gradini di legno
scricchiolavano e sembravano gemere dal dolore. Si fermò più volte e
attese. No: tutto era calmo. Era soltanto il rumore dei suoi passi.
Quando raggiunse la biblioteca, vide la valigia e il cappotto in un angolo.
Doveva nasconderli da qualche parte. Aprì un armadio segreto incassato
nei pannelli di legno dove teneva i suoi strani travestimenti, e li mise lì.
Avrebbe potuto bruciarli facilmente in seguito. Poi tirò fuori l’orologio.
Mancavano venti minuti alle due.
Si mise a sedere e iniziò a pensare. Ogni anno – quasi ogni mese – in
Inghilterra venivano impiccati degli uomini per quello che lui aveva fatto.
C’era stata una follia omicida nell’aria. Una stella rossa si era avvicinata
troppo alla terra… Eppure, che prove c’erano contro di lui? Basil Hallward
116
aveva lasciato la casa alle undici. Nessuno l’aveva visto tornarci. La
maggior parte della servitù era a Selby Royal. Il suo domestico era andato
a letto… Parigi! Sì. Era a Parigi che Basil era andato, e con il treno di
mezzanotte, com’era sua intenzione. Viste le sue abitudini stranamente
riservate, sarebbero passati dei mesi prima che nascessero dei sospetti.
Mesi! Tutto poteva essere distrutto molto prima.
Un pensiero improvvisò lo colse. Indossò la pelliccia e il cappello e uscì
nell’ingresso. Si fermò lì, ascoltando il passo lento e pedante del poliziotto
sul marciapiede e vedendo il fascio di luce dell’occhio di bue riflesso nella
finestra. Attese trattenendo il respiro.
Dopo pochi istanti tirò il catenaccio e scivolò fuori, chiudendo molto
dolcemente la porta dietro di sé. Poi cominciò a suonare il campanello.
Dopo circa cinque minuti il maggiordomo apparve, mezzo svestito e con
l’aria assonnata.
«Mi dispiace di averti svegliato, Francis,» disse entrando, «ma ho
dimenticato la chiave. Che ore sono?»
«Le due e dieci, signore» rispose l’uomo guardando l’orologio e sbattendo le
palpebre.
«Le due e dieci? Com’è tardi! Dovrai svegliarmi alle nove domattina. Ho
delle cose da fare.»
«Va bene, signore.»
«Mi ha cercato qualcuno stasera?»
«Mr. Hallward, signore. Si è trattenuto qui fino alle undici e poi e andato
via a prendere il treno.»
«Oh! Mi spiace non averlo visto. Ha lasciato un messaggio?»
«No, signore, eccetto che le avrebbe scritto da Parigi se non l’avesse trovata
al club.»
«Bene, Francis. Non dimenticare di chiamarmi alle nove domattina.»
«No, signore.»
Il domestico si allontanò per il corridoio strascicando le pantofole.
Dorian Gray gettò cappello e pelliccia sul tavolo e passò in biblioteca. Per
un quarto d’ora camminò su e giù per la stanza, mordendosi le labbra e
pensando. Poi prese il Blue Book da uno degli scaffali e cominciò a
sfogliare le pagine. “Alan Campbell, 152, Hertford Street, Mayfair.” Sì, era
lui l’uomo che ci voleva.

117
Capitolo XIV

Alle nove del mattino seguente il domestico entrò con una tazza di
cioccolata sul vassoio e aprì i battenti. Dorian stava dormendo proprio
tranquillamente, coricato sul fianco destro, con una mano sotto la
guancia. Sembrava un ragazzo che si era stancato col gioco o lo studio.
Il domestico dovette toccarlo due volte sulla spalla prima che si svegliasse,
e appena aprì gli occhi un vago sorriso gli passò sulle labbra, come se
fosse stato perso in un sogno piacevolissimo. Eppure non aveva sognato
affatto. La sua notte non era stata turbata da alcuna immagine di piacere
o di dolore. Ma il giovane sorride senza un motivo. È uno dei suoi fascini
maggiori.
Si girò e, appoggiato sul gomito, iniziò a sorseggiare la sua cioccolata. Il
mite sole di novembre inondava la stanza. Il cielo era limpido e c’era un
dolce tepore nell’aria. Pareva quasi una mattina di maggio.
Poco a poco gli eventi della notte precedente s’insinuarono nella sua mente
con piedi silenziosi e insanguinati e si ricostituirono con una nitidezza
terribile. Trasalì al ricordo di tutto quello che aveva sofferto, e per un
momento gli ritornò la stessa strana sensazione di disgusto per Basil
Hallward che lo aveva portato ad ucciderlo mentre era seduto sulla sedia, e
si sentì raggelare dalla passione. Il morto era ancora seduto là e
addirittura alla luce del sole. Com’era orribile questo! Tali orrori erano fatti
per le tenebre, non per il giorno.
Sentì che se avesse rimuginato su quanto era accaduto si sarebbe
ammalato o sarebbe impazzito. C’erano peccati il cui fascino stava più nel
ricordarli che nel commetterli, strani trionfi che gratificavano l’orgoglio più
che le passioni, e davano all’intelletto un senso vivo di gioia, maggiore di
ogni altra gioia che arrecavano, o potevano arrecare, ai sensi. Ma questo
non era uno di quelli. Era qualcosa che andava scacciato dalla mente,
narcotizzato con l’oppio, soffocato per non esserne soffocati.
Quando suonò la mezz’ora, si passò la mano sulla fronte e poi si alzò in
fretta vestendosi con più cura del solito, prestando molta attenzione alla
scelta della cravatta e della spilla e cambiando gli anelli più volte. Si dedicò
a lungo anche alla colazione, gustando I vari piatti, parlando con il
domestico di certe nuove livree che pensava di ordinare per la servitù a
Selby, e scorrendo la posta. Davanti ad alcune lettere sorrise. Tre lo
annoiarono. Una la lesse parecchie volte e poi la strappò con
un’espressione abbozzata di fastidio sul volto. «Che cosa orrenda, la
memoria di una donna!» come aveva detto Lord Henry un tempo.
Dopo aver bevuto la sua tazza di caffè, si asciugò le labbra lentamente con
il tovagliolo, fece cenno al cameriere di aspettare, e andò a sedersi al tavolo
per scrivere due lettere. Una se la mise in tasca, l’altra la porse al
domestico.
«Portala al 152 di Hertford Street, Francis, e se Mr. Campbell è fuori città,

118
prendi il suo indirizzo.»
Non appena fu solo, si accese una sigaretta e cominciò a fare degli schizzi
su di un pezzo di carta, disegnando all’inizio fiori e parti architettoniche, e
poi volti umani. Tutto ad un tratto notò che ogni volto che disegnava aveva
una somiglianza fantastica con Basil Hallward. Si oscurò e, alzatosi, andò
alla libreria per prendere un volume a caso. Era deciso a non pensare a
quello che era successo finché non fosse stato assolutamente necessario.
Quando fu sdraiato sul sofa, guardò il titolo sul frontespizio. Era Emaux et
camées 45 di Gautier, nell’edizione Charpentier su carta giapponese con le
acque forti di Jacquemart. La rilegatura era in pelle verde limone, con un
motivo d’oro graticolato e melograni a rilievo. Gli era stato donato da
Adrian Singleton. Mentre sfolgiava le pagine, lo sguardo gli cadde sulla
poesia dedicate alla mano di Lacenaire, la fredda mano gialla «du supplice
ancore mal lavée» con i suoi peli rossi vellutati e le sue «doigts de faune».
Osservò le sue bianche dita affusolate, rabbrividendo leggermente suo
malgrado, e andò avanti, finché non giunse a quelle bellissime strofe su
Venezia:

Sur une gamme chromatique,


Le sein de peries ruisselant,
La Venus de l'Adriatique
Sort de l'eau son corps rose et blanc.

Les dómes, sur l'azur des ondes


Suivant la phrase au pur contour,
S'enflent comme des gorges rondes
Que souleve un soupir d'amour.

L'esquif aborde et me depose,


Jetant son amarre au pilier,
Devant une facade rose,
Sur le marbre d'un escalier. 46

45 Raccolta di 37 poesie ottosillabiche di Théophile Gautier (1811-1872), lo scrittore


francese autore di romanzi quali Le Captaine Fracasse, Le Roman de la Momie e
Mademoiselle de Maupin, quest’ultimo famoso per la sua préface, considerata il manifesto
dell’art pour l’art. L’edizione a cui si fa riferimento è quella del 1881, decorata dalle
acqueforti di Jacquemart de Hesdin (c. 1355– c. 1414), pittore e miniaturista.
46 Si tratta della poesia Variations sur le Carnaval de Venise, II Sur la Lagune, vv.45-56. Su
una gamma cromatica, / il seno grondante di perle, /la Venere dell’Adriatico/ fa uscire il
suo corpo rosa e bianco.// Le cupole, sull’azzurro delle onde,/ seguendo la frase dal puro
contorno,/ si gonfiano come gole rotonde / che solleva un sospiro d’amore.// Il traghetto
accosta e mi depone, / gettando l’amarra all’ormeggio, / davanti una facciata rosa, / sul
marmo di una scalinata.
119
Com’erano squisite! Leggendole sembrava di navigare lungo i verdi canali
della città di rosa e di perla, seduti in una gondola nera con la prua
d’argento e le tendine tirate. I versi stessi gli parevano quelle linee diritte di
azzurro turchese che seguono chi si spinge fino al Lido. I lampi improvvisi
di colore gli ricordavano il luccichio degli uccelli dal collo screziato d’opale
e iris che svolazzano intorno all’alto Campanile a nido d’ape, o incedono
con grazia così solenne, per le arcate buie e polverose. Si distese con gli
occhi socchiusi, continuò a ripetere a se stesso:

“Devant une facade rose,


Sur le marbre d'un escalier.”

Tutta Venezia era in quei due versi. Ricordò l’autunno che aveva trascorso
là, e un meraviglioso amore che l’aveva spinto a pazze e deliziose follie.
C’era una storia d’amore in ogni luogo. Ma Venezia, come Oxford, aveva
mantenuto lo sfondo per un’avventura romantica e, per un vero romantico,
lo sfondo era tutto, o quasi tutto. Basil era stato con lui parte del tempo ed
era impazzito per il Tintoretto. Povero Basil! Che morte orribile per un
uomo!
Sospirò, riprese il volume e cercò di dimenticare. Lesse delle rondini che
volano dentro e fuori il piccolo caffè a Smirne dove gli Hagi 47 siedono
contando i loro grani d’ambra e i mercanti con il turbante fumano le loro
lunghe pipe con le nappe e parlano tra loro seriamente; lesse dell’obelisco
in Place de la Concorde che piange lacrime di granito nella solitudine del
suo esilio senza sole e desidera ardentemente tornare sulle calde rive del
Nilo coperto di loto, dove ci sono le sfingi e gli ibis rossi e rosei, e i bianchi
avvoltoi dagli artigli dorati, e i coccodrilli con i piccoli occhi di berillo che
strisciano sul verde fango fumante; prese a rimuginare su quei versi che,
prendendo la melodia dal marmo roso dai baci, narrano di quella strana
statua che Gautier paragona a una voce di contralto, il “monstre charmant”
che riposa nella sala di porfido del Louvre. Ma dopo un po’ il libro gli cadde
di mano. Si innervosì e un accesso orribile di terrore lo invase. Che
sarebbe successo se Alan Campbell non fosse in Inghilterra? Sarebbero
passati prima del suo ritorno.forse si sarebbe rifiutato di venire. Cosa
avrebbe fatto allora? Ogni momento era di vitale importanza.
Erano stati grandi amici un tempo, cinque anni prima – quasi inseparabili!
Poi all’improvviso l’intimità era finita. Quando si incontravano in società,
ora, solo Dorian Gray sorrideva: Alan Campbell non sorrideva mai.
Era un giovane estremamente intelligente, anche se non apprezzava molto
le arti figurative, e quel poco di sensibilità per la bellezza della poesia che
aveva lo aveva acquistato interamente da Dorian. La sua passione
intellettuale dominante era la scienza. A Cambridge aveva trascorso buona
parte del suo tempo lavorando in laboratorio, e aveva ottenuto una buona

47 I pellegrini che si recano alla Mecca.


120
valutazione nell’esame finale di scienze naturali del suo anno. In effetti, era
molto appassionato per lo studio della chimica e aveva un laboratorio tutto
suo dove restava chiuso per giorni interi, con gran disappunto della madre,
che in cuor suo sperava che entrasse in Parlamento e aveva la vaga idea
che un chimico fosse qualcuno che preparasse ricette. Era anche un
eccellente musicista, però, e suonava il violino e il piano meglio della
maggioranza dei dilettanti. In effetti, fu la musica a stabilire il primo
contatto tra lui e Dorian Gray – la musica e quell’indefinibile attrazione che
Dorian sembrava poter esercitare quando voleva – e che, anzi, esercitava
senza accorgersene. Si erano incontrati a casa di Lady Berkshire la sera in
cui aveva suonato Rubinstein, e da allora li si vedeva sempre insieme
all’Opera e dovunque facessero buona musica. La loro intimità durò
diciotto mesi. Campbell era sempre a Selby Royal o a Grosvenor Square.
Per lui, come per molti altri, Dorian Gray era il simbolo di tutto ciò che c’è
di meraviglioso e affascinante nella vita. Nessuno ha mai saputo se tra loro
ci sia stato un litigio. Ma improvvisamente la gente notò che si parlavano
appena quando si vedevano e che Campbell pareva sempre tra i primi ad
andarsene nei ricevimenti in cui era presente Dorian Gray. Era anche
cambiato – talvolta era stranamente malinconico, sembrava quasi non gli
piacesse la musica, e non suonava più, scusandosi, quando glielo
chiedevano, che era così assorbito dalla scienza da non aver più tempo per
esercitarsi. E questo era certamente vero. Il suo interesse per la biologia
cresceva ogni giorno e il suo nome apparve una o due volte su una di
quelle riviste scientifiche a proposito di certi strani esperimenti.
Questo era l’uomo che Dorian Gray stava aspettando. Ogni secondo dava
un’occhiata all’orologio. Col passare dei minuti diventò terribilmente
agitato. Alla fine si alzò e cominciò a camminare su e giù per la stanza
come un bellissimo animale in gabbia. Faceva passi lunghi e furtivi. Le
mani erano insolitamente fredde.
La suspense diventò insopportabile. Gli sembrava che il tempo strisciasse
con piedi di piombo, mentre lui veniva spinto da ali mostruose verso l’orlo
frastagliato di un crepaccio nero di un precipizio. Sapeva che cosa lo stava
aspettando laggiù; anzi, lo vedeva, e, rabbrividendo, schiacciava con mani
viscide le palpebre ardenti quasi volesse sottrarre la vista alla mente e
ricacciare i bulbi oculari nella loro orbita. Era inutile. La mente aveva un
proprio alimento di cui si cibava, e l’immaginazione, resa grottesca del
terrore, attorcigliata e distorta dal dolore come una cosa viva, danzava
simile a un’orribile marionetta in un teatrino e ghignava dietro maschere
mobili. Poi, improvvisamente, il tempo si fermò per lui. Sì: quella cosa
cieca, dal respiro lento non strisciava più, e pensieri orrendi, morto il
tempo, gli correvano davanti con agilità e trascinavano un futuro atroce
fuori dalla tomba e glielo mostrarono. Lo guardò fisso. Il suo orrore lo
impietrì.
Alla fine la porta si aprì e il domestico entrò. Dorian lo guardò con
sguardo assente.
121
«Mr. Campbell, signore» disse l’uomo.
Un sospiro di sollievo gli uscì dalle labbra arse e il colore tornò sulle sue
guance.
«Digli di entrare subito, Francis.» Si sentì di nuovo se stesso. Quell’umore
vigliacco era passato.
Il domestico s’inchinò e uscì. Dopo poco Alan Campbell faceva il suo
ingresso, con l’aria molto severa e piuttosto smorto in viso, il cui pallore
era intensificato dai capelli corvini e dalle sopracciglia scure.
«Alan! È gentile da parte tua. Ti ringrazio per essere venuto.»
«Mi ero ripromesso di non mettere più piede in casa tua, Dorian. Ma hai
detto che era questione di vita o di morte.» La sua voce era dura e fredda.
Parlava con lenta risolutezza. C’era un’espressione di disprezzo nello
sguardo fermo e indagatore che rivolse a Dorian. Teneva le mani nelle
tasche del suo cappotto di astrakan e sembrava non aver notato il gesto
con cui era stato salutato.
«Sì: è una questione di vita o di morte, Alan, e per più di una persona.
Siediti.»
Campbell prese una sedia vicino al tavolo e Dorian si sedette davanti a lui.
Gli occhi dei due uomini s’incontrarono. In quelli di Dorian c’era
un’infinita pietà. Sapeva che quello che stava per fare era orribile.
Dopo un momento teso di silenzio, si allungò sul tavolo e disse, molto
pacatamente, ma osservando l’effetto di ogni parola sul volto di chi aveva
mandato a chiamare, «Alan, in una stanza chiusa all’ultimo piano di
questa casa, una stanza a cui nessuno ecceto me ha accesso, c’è un uomo
morto seduto a un tavolo. È morto da dieci ore. Non agitarti e non
guardarmi così. Chi è, perché è morto, come è morto, sono fatti che non ti
riguardano. Ciò che devi fare è questo…»
«Fermati, Gray. Non voglio sapere altro. Se quello che mi hai detto è vero o
no non mi riguarda. Mi rifiuto del tutto d’essere immischiato nella tua vita.
tieni per te i tuoi orribili segreti. Non m’interessano più.»
«Alan, dovranno interessarti. Questo dovrà interessarti. Mi dispiace da
morire per te, Alan. Ma non posso farne a meno. Tu sei l’unico uomo che
può salvarmi. Sono costretto a coinvolgerti nella faccenda. Non ho scelta.
Alan, tu sei uno scienziato. Conosci la chimica e cose del genere. Hai fatto
degli esperimenti. Quello che devi fare è distruggere la cosa che è sopra –
distruggerla in modo che non ne resti traccia. Nessuno ha visto questa
persona entrare in casa. Anzi, in questo preciso momento credono che sia
a Parigi. La sua assenza non sarà notata per mesi. Quando la noteranno,
qui non dovrà più esserci traccia di lui. Tu, Alan, devi trasformare lui e
tutto ciò che gli appartiene in un pugno di cenere che io possa gettare al
vento.»
«Tu sei pazzo, Dorian.»
«Ah! Aspettavo che tu mi chiamassi Dorian.»
«Tu sei pazzo, ti dico – pazzo a immaginare che io alzi un dito per aiutarti,
pazzo a farmi questa mostruosa confessione. Non voglio avere a che fare
122
con questa faccenda, qualunque sia. Credi che metta a repentaglio la mia
reputazione per te? Cosa vuoi che m’importi in che diavolo di pasticcio ti
sei ficcato?»
«È stato un suicidio, Alan.»
«Ne sono lieto. Ma chi ce l’ha spinto? Tu, mi immagino.»
«Ti rifiuti ancora di fare questo per me?»
«Certo che rifiuto. Non voglio avere assolutamente niente a che fare. Non
m’importa della vergogna che ricade su di te. Te la meriti tutta. Non mi
dispiacerebbe vederti in disgrazia, pubblicamente in disgrazia. Come osi
chiedere a me, tra tutti gli uomini che ci sono al mondo, di immischiarmi
in questo orrore? Pensavo che tu conoscessi meglio il carattere delle
persone. Il tuo amico Lord Henry Wotton non ti ha insegnato molto di
psicologia, ammesso ti abbia insegnato qualcosa. Niente mi spingerà a fare
un passo per aiutarti. Ti sei rivolto alla persona sbagliata. Va’ da uno dei
tuoi amici. Non venire da me.»
«Alan, è stato un omicidio. L’ho ucciso io. Non sai quanto mi ha fatto
soffrire. Qualunque sia la mia vita, lui è stato più responsabile a farla o a
rovinarla di quanto sia stato il povero Harry. Forse non aveva intenzione,
ma il risultato è lo stesso.»
«Omicidio! Buon Dio, Dorian, a questo sei arrivato? Non ti denuncerò. Non
spetta a me. E poi, anche senza il mio intervento, sarai arrestato di sicuro.
Nessuno commette mai un delitto senza aver fatto qualche stupidaggine.
Ma io non voglio averci a che fare.»
«Dovrai averci a che fare. Aspetta, aspetta un momento; ascoltami. Ascolta
soltanto, Alan. Tutto quello che ti dico è di eseguire un certo esperimento
scientifico. Tu vai negli ospedali e negli obitori, e gli orrori che combini lì
non ti toccano. Se in una orrenda sala di dissezione anatomica o in
qualche fetido laboratorio tu trovassi quest’uomo disteso su di un tavolo di
piombo con i canaletti rossi per far scorrere il sangue, lo considereresti
semplicemente un soggetto ammirevole. Non faresti una piega. Non
crederesti di fare niente di male. Al contrario, probabilmente sentiresti di
fare del bene all’umanità, o di incrementare l’intera conoscenza scientifica
nel mondo, o di gratificare la curiosità intellettuale, o qualcosa del genere.
Voglio che tu faccia soltanto quello che hai già fatto spesso. E poi,
distruggere un corpo deve essere molto meno orribile di quello che fai
abitualmente. E ricorda che è l’unica prova contro di me. Se viene
scoperto, io sono perduto; e sicuramente sarà scoperta se tu non mi aiuti.»
«Non alcuna intenzione di aiutarti. Scordatelo. Tutta la faccenda mi è
semplicemente indifferente. Non ha niente a che fare con me.»
«Alan, ti scongiuro. Pensa alla posizione in cui sono. Poco prima che tu
venissi quasi svenivo dal terrore. Un giorno anche tu potresti conoscere il
terrore. No! non pensarci. Guarda la cosa da un punto di vista puramente
scientifico. Tu non indaghi da dove provengono i cadaveri su cui fai gli
esperimenti. Non indagare ora. Ti ho già detto fin troppo. Ma ti supplico di
fare questo. Un tempo eravamo amici, Alan.»
123
«Non parlare di quei giorni, Dorian: sono morti.»
«I morti a volte rimangono. L’uomo di sopra non andrà via. È seduto al
tavolo con la testa china e le braccia allungate. Alan! Alan! Non capisci? Mi
impiccheranno per quello che ho fatto.»
«Non ha senso prolungare questa scena. Mi rifiuto assolutamente di fare
qualsiasi cosa. È folle che tu me lo chieda.»
«Ti rifiuti?»
«Sì.»
«Ti scongiuro, Alan.»
«È inutile.»
La stessa espressione di pietà comparve negli occhi di Dorian. Poi allungò
la mano, prese un pezzo di carta e ci scrisse qualcosa sopra. Lo lesse due
volte, lo piegò con cura e lo spinse per il tavolo. Fatto questo, si alzò e andò
alla finestra.
Campbell lo guardò sorpreso, poi prese il foglio e lo aprì. Appena lo lesse il
volto assunse un pallore spettrale e si lasciò andare sulla sedia. Un senso
orribile di nausea lo colse. Ebbe la sensazione che il suo cuore battesse in
qualche cavità vuota fino alla morte.
Dopo due o tre minuti di silenzio terribile, Dorian si voltò, si avvicinò
mettendosi dietro e gli posò una mano sulla spalla.
«Mi dispiace tanto per te, Alan,» mormorò, «ma non mi lasci alternative. Ho
già scritto una lettera. Eccola. Vedi l’indirizzo. Se non mi aiuti, la spedirò.
Sai quale sarà il risultato. Ma tu mi aiuterai. È impossibile per te rifiutare
adesso. Ho cercato di risparmiarti. Mi renderai la giustizia di ammetterlo.
Sei stato severo, duro, offensivo. Mi hai trattato come nessun uomo ha mai
osato trattarmi – nessun uomo vivo, perlomeno. Ho sopportato tutto. Ora
sta a me dettare i termini.»
Campbell si nascose il viso tra le mani e fu scosso da un brivido.
«Sì, ora sta a me dettare i termini, Alan. Sai bene di che si tratta. La cosa è
molto semplice. Vieni, non farti prendere da questa febbre. La cosa va
fatta. Affrontala e falla.»
Un gemito proruppe dalle labbra di Campbell, che tremava tutto. Il
ticchettio dell’orologio sul camino gli sembrava dividere il tempo in atomi
separati di agonia, ciascuno dei quali era troppo terribile per essere
sopportato. Ebbe la sensazione che un anello di ferro gli venisse
lentamente stretto intorno alla fronte, come se la sventura con cui era
stato minacciato si fosse già abbattuta su di lui. La mano sulla spalla
pesava come una mano di piombo. Era intollerabile. Pareva schiacciarlo.
«Avanti, Alan, devi deciderti subito.»
«Non posso farlo» disse meccanicamente, come se le sue parole potessero
alterare le cose.
«Devi. Non hai scelta. Non indugiare.»
Esitò per un momento. «C’è del fuoco nella stanza di sopra?»
«Sì, c’è un fornello a gas d’amianto.»
«Dovrò andare a casa per prendere delle cose dal laboratorio.»
124
«No, Alan, non devi lasciare questo posto. Scrivi su un foglio di taccuino
quello che vuoi e il mio domestico prenderà una carrozza e ti porterà le
cose.»
Campbell scarabocchiò poche righe, le asciugò e indirizzò la busta al suo
assistente. Dorian prese il biglietto e lo lesse con attenzione. Poi suonò il
campanello e lo dette al valletto, con l’’ordine di tornare prima possibile e
portare con sé le cose.
Appena si chiuse la porta dell’ingresso, Campbell sussultò nervosamente e,
alzatosi dalla sedia, si avvicinò al camino. Tremava come se avesse un
accesso di malaria. Per circa venti minuti nessuno dei due parlò. Una
mosca ronzava noiosamente per la stanza, e il ticchettio dell’orologio
sembrava un martello battente.
Quando l’una scoccò, Campbell si girò e, guardando Dorian Gray, vide che
i suoi occhi erano pieni di lacrime. C’era qualcosa nella purezza e
raffinatezza di quel volto triste che pareva irritarlo. «Sei infame,
assolutamente infame!» bisbigliò.
«Zitto, Alan. Mi hai salvato la vita» disse Dorian.
«La tua vita? Santi numi! Che vita è questa! Sei passato da una corruzione
a un’altra, e ora sei giunto al culmine con un delitto. Facendo quello che
sto per fare – che tu mi costringi a fare – non è alla tua vita che penso.»
«Ah, Alan,» mormorò Dorian con un sospiro, «vorrei che tu avessi per me la
millesima parte della pietà che io ho per te.» Mentre parlava si voltò e
rimase a guardare il giardino. Campbell non rispose.
Dopo circa dieci minuti bussarono alla porta e il domestico entrò, portando
una grande cassa di mogano piena di sostanze chimiche, con una lunga
matassa di fili in acciaio e platino e due pinze di ferro dalla strana forma.
«Debbo lasciare le cose qui, signore?» chiese a Campbell.
«Sì» disse Dorian. «E temo, Francis, di avere un’altra commissione per te.
Qual è il nome dell’uomo a Richmond che rifornisce Selby di orchidee?»
«Harden, signore.»
«Sì – Harden. Devi andare subito da Richmond, chiedi di Harden
personalmente e digli di mandare il doppio delle orchidee che avevo
ordinato, e di mettere il meno possibile le bianche. Anzi, di bianche non ne
voglio affatto. È una bella giornata, Francio, e Richmond è un posto molto
grazioso, altrimenti non ti darei questa incombenza.»
«Nessun fastidio, signore. A che ora debbo tronare?»
Dorian guardò Campbell. «Quanto ci vorrà per il tuo esperimento, Alan?»
disse con voce calma e indifferente. La presenza di una terza persona nella
stanza sembrava infondergli uno straordinario coraggio.
Campbell si accigliò e si morse il labbro. «Ci vorranno circa cinque ore»
rispose.
«Allora c’è abbastanza tempo perché tu torni alle sette e mezzo, Francio.
Oppure, aspetta: lasciami fuori i miei vestiti. Puoi prenderti una serata
libera. Non ceno a casa, quindi non ho bisogno di te.»
«Grazie, signore» disse l’uomo lasciando la stanza.
125
«Ora, Alan, non c’è un momento da perdere. Com’è pesante questa cassa!
Te la porto io. Tu porta le altre cose.» Parlò rapidamente e con un tono
autoritario. Campbell si sentiva dominato da lui. Lasciarono insieme la
stanza.
Quando raggiunsero l’ultimo piano, Dorian prese la chiave e la giro nella
serratura. Poi si fermò, e comparve un’espressione turbata nel suo
sguardo. Rabbrividì. «Non credo di poter entrare, Alan» mormorò.
«Questo non mi riguarda. Non ho bisogno di te» disse Campbell
freddamente. Dorian aprì a metà la porta. Vide subito il volto del suo
ritratto che lo guardava malvagiamente alla luce del sole. Sul pavimento di
fronte giaceva la tenda strappata. Ricordò che la notte prima aveva
dimenticato, per la prima volta nella sua vita, di nascondere la tela fatale,
e stava per precipitarsi, quando arretrò con un brivido.
Cos’era quella ripugnante rugiada rossa che brillava, umida e luccicante,
su una delle mani, come se la tela avesse stillato sangue? Com’era orribile!
– più orribile, gli sembrò in quel momento, di quella cosa silenziosa che
sapeva riversa sul tavolo, la cosa la cui ombra grottesca e informe sul
tappeto macchiato gli indicava che non si era mossa, ma era ancora lì dove
l’aveva lasciata.
Tirò un profondo respiro, aprì un po’ di più la porta e, con gli occhi
socchiusi e la testa voltata, entrò in fretta, deciso a non guardare il morto
nemmeno una volta. Poi, si fermò raccogliere il panno oro e porpora e lo
gettò sul quadro.
Si fermò lì, temendo di voltarsi, e suoi occhi fissarono se stessi
sull’intricato disegno che gli stava davanti. Sentì Campbell che portava
dentro la cassa pesante, i ferri e le alter cose che aveva chiesto per il suo
terribile lavoro. Cominciò a chiedersi se lui e Basil Hallward si fossero mai
incontrati e, se sì, cosa pensassero l’uno dell’altro.
«Lasciami adesso» disse una voce severa dietro di lui.
Si girò e corse fuori, appena in tempo per capire che il morto era stato
appoggiato alla sedia e che Campbell stava scrutando un viso giallo
luccicante. Mentre stava scendendo, sentì la chiave girare nella toppa.
Erano già passate da un po’ le sette quando Campbell tornò in biblioteca,
era pallido, ma assolutamente calmo. «Ho fatto quello che mi hai chiesto»
sussurrò. «E ora, addio. A non rivederci mai più.»
«Mi hai salvato dalla rovina, Alan. Non potrò dimenticarlo» disse Dorian
semplicemente.
Appena Campbell se ne fu andato, salì sopra. C’era un orribile odore di
acido nitrico nella stanza. Ma la cosa che era seduta al tavolo non c’era
più.

126
Capitolo XV

Quella sera stessa, alle otto e mezzo, elegantemente vestito e con un


mazzolino di violette di Parma all’occhiello, Dorian Gray fu introdotto nel
salotto di Lady Narborough da domestici ossequiosi. La sua fronte era
tutto un pulsare di nervi esasperati, e si sentiva terribilmente eccitato, ma
le sue maniere nel chinarsi a baciare la mano dell’ospite furono tranquille
e graziose come sempre. Forse non si appare mai tanto a proprio agio
come quando si deve recitare una parte. Certamente nessuno quella sera,
vedendo Dorian Gray, avrebbe potuto credere che aveva vissuto una
tragedia orribile come ogni tragedia della nostra epoca. Quelle dita
finemente forgiate non avrebbero mai potuto afferrare un coltello per un
crimine, né quelle labbra sorridenti imprecare contro la misericordia di
Dio. Dorian stesso non poté fare a meno di meravigliarsi della calma del
suo comportamento, e per un momento provò con entusiasmo il terribile
piacere di una doppia vita.
Era un piccolo ricevimento, organizzato in fretta e furia da Lady
Narborough, che era una donna molto intelligente dotata di quello che
Lord Henry soleva descrivere come i resti di una bruttezza davvero
notevole. Si era dimostrata moglie eccellente di uno dei nostri più noiosi
ambasciatori e, avendo sepolto il marito come si deve in un mausoleo
marmoreo, che lei stessa aveva disegnato,
e fatto sposare le figlie a uomini e piuttosto anziani, si dedicava ai piaceri
della narrativa francese, della cucina francese e dell’esprit francese quando
riusciva a coglierlo.
Dorian era uno dei suoi prediletti, e gli diceva sempre d’essere
estremamente contenta di non averlo incontrato in gioventù. «So, mio caro,
che mi sarei pazzamente innamorata di lei,» era solita affermare, «e avrei
gettato le mie cuffie nei mulini per lei 48. È stata una vera fortuna che
all’epoca lei non fosse stato concepito. D’altra parte, le nostre cuffie erano
così indecenti e i mulini occupati a cercare di raccogliere vento, che non ho
mai avuto un flirt con nessuno. Comunque, è stata tutta colpa di
Narborough. Era maledettamente miope, e non c’è gusto a ingannare un
marito che non vede mai niente.»
Quella sera gli ospiti erano davvero noiosi. Il fatto era, come Lady
Narborough spiegò a Dorian, dietro un ventaglio molto logoro, che una
delle sue figlie sposate le aveva fatto un’improvvisata e, a peggiorare la
situazione, aveva portato con sé il marito. «Penso sia molto scortese da

48 L’espressione originale, qui tradotta letteralmente, è “thrown my bonnet right over the
mills for your sake”, che forse indica da parte di una donna sposata la rinuncia ad un
capo del corredo femminile (la cuffietta), o, per esteso, a tutto il corredo o la dote. Sarebbe
un po’ come gettare al vento un patrimonio e una posizione sociale sicura pur di
assecondare un amore al di fuori del matrimonio.
127
parte sua, mio caro» sussurrò. «Naturalmente vado a stare con loro ogni
estate quando torno da Homburg, ma, dico, ogni donna anziana come me
deve prendersi un po’ d’aria fresca talvolta e, inoltre, li scuoto dal loro
torpore. Non sa che vita fanno laggiù. È una pura e incontaminata vita di
campagna. Si alzano di buon ora, perché hanno tanto da fare, e vanno a
letto presto, perché hanno così poco a cui pensare. Non c’è stato uno
scandalo nei dintorni dai tempi della regina Elisabetta e, di conseguenza,
dopo cena cadono dal sonno. Non dovrà sedere accanto a nessuno di loro.
Siederete accanto a me e mi divertirete.»
Dorian mormorò un complimento di cortesia e si guardò intorno per la
stanza. Sì: era indiscutibilmente un ricevimento noioso. Due dei presenti
non li aveva mai visti prima, e gli altri erano Ernest Harrowden, una di
quelle mediocrità di mezz’età, così comuni nei club londinesi, che non
hanno nemici e però stanno sempre sulle scatole ai loro amici; Lady
Ruxton, una donna di quarantasette anni troppo vestita, con un naso
ricurvo, che cercava sempre di farsi compromettere, ma era talmente
scialba che, con suo grande disappunto, nessuno avrebbe mai creduto a
nulla detto contro di lei; Mrs. Erlynne, un’intraprendente nullità, che
parlava con una deliziosa lisca e aveva i capelli color rosso veneziano; Lady
Alice Chapman, la figlia della padrona di casa, una ragazza sciatta e grigia,
con una di quelle caratteristiche facce britanniche che, viste una volta,
non si ricordano più; e suo marito, con le gote rosse e i baffi bianchi, che,
come molti della sua classe, era dell’idea che la giovialità disordinata può
compensare una totale mancanza di idee.
Era piuttosto dispiaciuto d’essere venuto, finché Lady Narborough,
guardando il grande orologio di bronzo dorato che estendeva le sue curve
pacchiane sul drappo color malva posto sopra il camino, esclamò: «Che
antipatico Henry Wotton a essere così in ritardo! Gli ho mandato un invito
stamattina sperando che venisse e lui ha promesso solennemente che non
mi avrebbe delusa.»
Era una consolazione che Harry dovesse venire, e quando la porta si aprì e
sentì la sua voce calma e musicale che abbelliva una scusa insincera,
cessò di sentirsi annoiato.
Ma durante la cena non riuscì a mangiare niente. I piatti venivano portati
via uno dopo l’altro senza essere state assaggiate. Lady Narborough
continuava a sgridarlo per quello che definiva “un insulto al povero
Adolphe, che ha inventato il menu appositamente per lei” e a tratti Lord
Henry lo guardava dall’altra parte del tavolo, stupito del suo silenzio e dei
suoi modi distratti. Ogni tanto il cameriere riempiva il suo bicchiere di
champagne. Beveva avidamente, e la sua sete sembrava aumentare.
«Dorian,» disse infine Lord Henry, mentre veniva servitor il chaud-froid,
«che hai stasera? Hai proprio la luna storta.»
«Credo che sia innamorato,» gridò Lady Narborough, «e ha paura di dirmelo
per timore che io sia gelosa. Ha perfettamente ragione, sarei molto gelosa.»
«Cara Lady Narborough,» mormorò Dorian, sorridendo, «è una settimana
128
intera che non sono innamorato, esattamente da quando Madame de
Ferrol ha lasciato la città.» «Come fate voi uomini a innamorarvi di quella
donna!» esclamò la vecchia signora. «non riesco proprio a capirlo.»
«Semplicemente perché ricorda lei quando era una ragazzina, Lady
Narborough» disse Lord Henry. «Lei rappresenta l’unico legame tra noi e le
sue gonne corte.» «Non ricorda affatto le mie gonne corte, Lord Henry. Ma
io ricordo molto bene lei a Vienna trent’anni fa, e com’era decolletée
all’epoca.»
«È ancora decolletée» rispose Lord Henry, prendendo un’oliva con le sue
dita lunghe, «e quando indossa un abito molto elegante sembra un edition
de luxe di un pessimo romanzo francese. È davvero meravigliosa e piena di
sorprese. La sua capacità di affetto familiare è straordinario. Quando il suo
terzo marito morì, i capelli le diventarono biondissimi dal dolore.»
«Come puoi, Harry!» esclamò Dorian.
«È una spiegazione molto romantica» disse ridendo la padrona di casa. «Ma
il suo terzo marito, Lord Henry! Non intende mica dire che Ferrol è il
quarto?»
«Certamente, Lady Narborough.»
«Non credo a una parola di quello che dice.»
«Bene, chieda a Mr. Gray. È uno dei suoi amici più intimi.»
«È vero, Mr. Gray?»
«Così mi ha assicurato, Lady Narborough» disse Dorian. «Le ho chiesto se,
come Margherita di Navarra, portasse i loro cuori imbalsamati per tenerli
appesi alla cintura. Mi ha detto di no, perché nessuno di loro aveva mai
avuto un cuore.»
«Quattro mariti! Parola mia è trop de zele.»
«Trop d’audace, le dico io» dichiarò Dorian.
«Oh! quella donna è abbastanza audace per ogni cosa, mio caro. E che tipo
è Ferrol? Non lo conosco.»
«I mariti delle belle donne appartengono alla classe dei criminali» affermò
Lord Henry, sorseggiando del vino.
Lady Narborough lo colpì con il ventaglio. «Lord Henry, non sono affatto
sorpresa che il mondo dica che lei è estremamente malvagio.»
«Ma quale mondo lo dice?» chiese Lord Henry alzando le sopracciglia. «Può
essere solo l’altro mondo. Con questo sono in ottimi rapporti.»
«Tutti quelli che conosco dicono che lei è molto perfido» gridò la vecchia
signora scuotendo il capo.
Lord Henry per un attimo sembrò farsi serio. «È perfettamente mostruoso,»
disse alla fine, «il modo con cui la gente va in giro a dire alle spalle delle
cose contro qualcuno che sono assolutamente e interamente vere.»
«Non è incorreggibile?» gridò Dorian, sporgendosi dalla sua sedia.
«Spero di sì» disse ridendo la padrone di casa. «Ma davvero, se tutti voi
adorate Madame de Ferrol in questo modo ridicolo, mi dovrò risposare per
essere alla moda.»
«Lei non si risposerà mai, Lady Narborough» intervene Lord Henry. «È stata
129
fin troppo felice. Quando una donna si risposa, è perché detestava il primo
marito. Quando un uomo si risposa, è perché adorava la prima moglie. Le
donne tentano la sorte; gli uomini la rischiano.»
«Narborough non era perfetto» esclamò la vecchia signora.
«Se lo fosse stato non lo avrebbe amato, mia cara signora» fu la replica. «Le
donne ci amano per i nostri difetti. Se ne abbiamo abbastanza, ci
perdonano tutto, perfino la nostra intelligenza. Temo che non mi inviterà
più a cenare con lei dopo che ho detto questo, Lady Narborough, ma è la
pura verità.»
«Certo che è la pura verità, Lord Henry. Se noi donne non vi amassimo per
I vostri difetti, dove andreste a finire? Sareste un branco di scapoli
disgraziati. Non che questo vi cambi molto, comunque. Oggigiorno tutti gli
uomini sposati vivono da scapoli, e tutti gli scapoli vivono come uomini
sposati.»
«Fin de siecle» mormorò Lord Henry.
«Fin du globe» ribatté la padrona di casa.
«Vorrei che fosse Fin du globe» sospirò Dorian.«La vita è una grande
delusione.»
«Ah, mio caro,» squillò Lady Narborough infilandosi i guanti, «non mi dica
che la vita l’ha già esaurito. Lord Henry è molto malvagio, e io talvolta avrei
voluto esserlo; ma lei è nato per essere buono – sembra la bontà in
persona. Le devo trovare una moglie carina. Lord Henry, non crede che Mr.
Gray debba sposarsi?»
«Glielo dico sempre, Lady Narborough» rispose Lord Henry con un inchino.
«Bene, dobbiamo cercargli un buon partito. Stasera consulterò
accuratamente il Debrett e ne faro una lista di tutte le giovani da marito.»
«Con la loro età, Lady Narborough?» chiese Dorian.
«Naturalmente, con la loro età, appena aggiornata. Ma niente va fatto in
fretta. Voglio che sia quello che The Morning Post chiama un’unione
appropriata, e voglio che siate tutti e due felici.»
«Che sciocchezze si dicono sui matrimoni felici!» esclamò Lord Henry. «Un
uomo può essere felice con qualsiasi donna, a patto che non la ami.»
«Ah! Che cinico che è lei!» gridò la vecchia signora, scostando la sua sedia e
facendo un cenno a Lady Ruxton. «Deve tornare presto a cena da me. Lei è
davvero un tonico magnifico, molto meglio di quello che mi prescrive Sir
Andrew. Però, mi deve dire chi le piacerebbe incontrare. Voglio che sia una
serata deliziosa.
«Mi piacciono gli uomini con un futuro e le donne con un passato» rispose.
«O pensa che ne verrebbe fuori un ricevimento di sole gonnelle?»
«Temo di sì» disse ridendo, mentre si alzava. «Mille scuse, mia cara Lady
Ruxton,» aggiunse, »Non avevo visto che non ha ancora finito la sigaretta.»
«Non importa, Lady Narborough. Fumo troppo. Debbo limitarmi in futuro»
«La prego, non lo faccia, Lady Ruxton» disse Lord Henry. «La moderazione è
una cosa fatale. L’abbastanza è cattivo come un pasto comune. Il più che
abbastanza è buono come un banchetto.»
130
Lady Ruxton lo guardò con curiosità. «Un pomeriggio deve venire a
spiegarmelo, Lord Henry. Ha tutta l’aria di una teoria affascinante»
mormorò uscendo maestosamente dalla stanza.
«Ora, vi raccomando di non star troppo a lungo a discutere di politica e
scandali» esclamò Lady Narborough dalla porta. «Se lo fate, di sicuro ci
mettiamo a bisticciare di sopra.»
Gli uomini risero, e Mr. Chapman si spostò solennemente da un capo
all’altro del tavolo. Dorian Gray cambiò posizione e si mise a sedere vicino
a Lord Henry. Mr. Chapman attaccò a parlare a voce alta della situazione
alla Camera dei Comuni. Sghignazzava dei suoi avversari. La parola
doctrinaire – parola terrificante per la mentalità inglese – faceva capolino
tra una risata e l’altra. Un prefisso allitterativo gli serviva come ornamento
per la sua oratoria. Issava la Union Jack sui pennoni del Pensiero. La
stupidità ereditaria della razza - sano buon senso inglese, lo definiva lui
giovialmente – era indicata come il vero baluardo della società.
Un sorriso curvò le labbra di Lord Henry, che si girò a guardare Dorian.
«Stai meglio, mio caro?» chiese. «Sembravi proprio fuori fase a cena.»
«Sto benissimo, Henry. Sono stanco. Tutto qua.»
«Sei stato incantevole ieri sera. La duchessina è molto attaccata a te. Mi ha
detto che andrà a Selby.»
«Ha promesso di venire il venti.»
«Ci sarà anche Monmouth?»
«Oh, sì, Harry.»
«Mi annoia a morte, quasi quanto riesce ad annoiarmi lei. È molto
intelligente, troppo intelligente per essere una donna. Le manca il fascino
indefinibile della debolezza. Sono i piedi d’argilla a rendere prezioso l’oro
dell’immagine. I suoi piedi sono molto graziosi, ma non sono piedi d’argilla.
Piedi bianchi di porcellana, se vuoi. Sono passati attraverso il fuoco, e ciò
che il fuoco non distrugge, lo tempra. Ha avuto le sue esperienze.»
«da quanto tempo è sposata?» chiese Dorian.
«Da un’eternità, mi dice lei. Secondo l’albo nobiliare, da dieci anni, credo,
ma dieci anni con Monmouth devono essere sembrati un’eternità, col
tempo in aggiunta. Chi altro verrà?»
«Oh, i Willoughbys, Lord Rugby e consorte, la nostra padrona di casa,
Geoffrey Clouston, i soliti ospiti. Ho invitato Lord Grotrian.»
«Lui mi piace» disse Lord Henry. «A molta gente non piace, ma lo trovo
affascinante. Compensa il fatto di vestire di tanto in tanto in modo un po’
eccessivo con l’essere sempre assolutamente troppo educato. È un tipo
assai moderno.»
«Non so se potrà venire, Harry. Forse dovrà andare a Montecarlo con suo
padre.» «Ah! Che noia sono i parenti! Cerca di farlo venire. A proposito,
Dorian, ieri sera sei andato via prestissimo. Sei uscito prima delle undici.
Che hai fatto dopo? Sei andato direttamente a casa?»
Dorian lo guardò di sfuggita e si accigliò.
«No, Harry» disse alla fine, «sono rincasato che erano quasi le tre.»
131
«Sei andato al club?»
«Sì» rispose. Poi si morse il labbro. «No, non intendevo questo. Non sono
andato al club. Ho girovagato. Non ricordo che cosa ho fatto… Come sei
curioso, Harry! Vuoi sempre sapere I fatti degli altri. Io voglio sempre
dimenticare quello che ho fatto. Sono rientrato alle due e mezza, se vuoi
sapere l’ora esatta. Avevo lasciato la mia chiave a casa e il domestico mi ha
fatto entrare. Se vuoi una prova a conferma del fatto, puoi chiederglielo.»
Lord Henry fece spallucce. «Mio caro, per quel che mi importa! Saliamo in
salotto. Niente sherry, Mr. Chapman, grazie. Stasera non sei in te.»
«Non badare a me, Harry. Sono irritabile e di pessimo umore. Verrò a
trovarti domani o dopodomani. Porgi le mie scuse a Lady Narborough. Non
verrò di sopra. Andrò a casa. Devo andare a casa.»
«Benissimo, Dorian. Io sfido che ti vedrò domani per il tè. Verrà anche la
duchessa.» «Cercherò di esserci, Harry» disse lasciando la stanza. Mentre
era in carrozza tornando a casa, si accorse che quel senso di terrore che
pensava d’aver soffocato gli era ritornato. Le domande casuali di Lord
Henry gli avevano fatto saltare i nervi , e invece voleva mantenere il sangue
freddo. Le cose che erano pericolose andavano distrutte. Fece una smorfia.
Odiava perfino l’idea di toccarle.
Eppure bisognava farlo. Se ne rese conto, e, chiusa a chiave la porta della
sua biblioteca, aprì l’armadio segreto in cui aveva gettato il cappotto e la
valigia di Basil Hallward. Un fuoco enorme ardeva nel caminetto. Vi
aggiunse un altro ciocco. L’odore dei vestiti bruciacchiati e del cuoio in
fiamme era orribile. Gli ci vollero tre quarti d’ora per consumare tutto. Alla
fine si sentì svenire e ebbe la nausea, e, accese delle pastiglie algerine in
un braciere di rame forato, si bagnò le mani e la fronte con dell’aceto fresco
muschiato.
Improvvisamente trasalì. Gli occhi s’illuminarono d’una luce strana e si
morse con nervosismo il labbro inferiore. Tra due finestre si trovava un
mobile fiorentino con vetrina, fatto di ebano e intarsiato d’avorio e di
lapislazzuli azzurri. Lo osservò come se fosse una cosa che potesse
affascinare e impaurire, come se contenesse qualcosa che desiderava ma
che quasi gli ripugnava. Il respiro si fece più sostenuto. Un desiderio folle
lo invase. Si accese una sigaretta e poi la buttò via. Le palpebre si
abbassarono finché le lunghe ciglia frangiate quasi sfiorarono le guance.
Ma osservava ancora il mobile. Alla fine si alzò dal sofa su cui era rimasto
disteso, andò verso il mobile e, avendolo aperto, toccò una molla nascosta.
Un cassetto triangolare uscì piano piano. Le sue dita si mossero
istintivamente verso il cassetto, frugarono dentro e afferrarono qualcosa.
Era una scatoletta cinese di lacca nera spruzzata d’oro, lavorata in modo
elaborato, con un motivo di onde ricurve ai lati, e i cordoncini di seta con
appesi dei cristalli rotondi e infiocchettati con fili metallici intrecciati. La
aprì. Dentro c’era una pasta verde, lustra come la cera, dall’odore
curiosamente forte e persistente.
Esitò per qualche istante, con un sorriso stranamente immobile sul volto.
132
Poi, rabbrividendo, anche se la temperature nella stanza era terribilmente
calda, si tirò su e guardò l’orologio. Mancavano venti minuti a mezzanotte.
Ripose la scatoletta, chiudendo le ante del mobile, e andò in camera da
letto.
Quando la mezzanotte batteva i suoi rintocchi bronzei nell’aria cupa,
Dorian Gray, vestito alla buona e con una sciarpa avvolta intorno al collo,
uscì furtivamente di casa. In Bond Street trovò una carrozza con un buon
cavallo. La chiamò e a voce bassa dette l’indirizzo al cocchiere.
L’uomo scosse il capo. «È troppo lontano per me» mormorò.
«Eccoti una sovrana» disse Dorian. «Ne avrai un’altra se andrai veloce.»
«Benissimo, signore» rispose l’uomo, «Sarete lì tra un’ora», e, preso il
denaro, voltò il cavallo e si diresse velocemente verso il fiume.

133
Capitolo XVI

Cominciò a cadere una pioggia fredda, e i lampioni appannati nella fradicia


nebbia avevano un aspetto spettrale. I locali stavano chiudendo e figure
indistinte di uomini e donne si raggruppavano in gruppi sparsi intorno alle
porte. Da alcuni bar giungeva il suono di orribili risate. In altri gli ubriachi
si azzuffavano e gridavano.
Appoggiato allo schienale della carrozza, con il cappello calcato sulla
fronte, Dorian Gray guardava con occhi apatici la sordida vergogna della
grande città, e ogni tanto ripeteva a se stesso le parole che Lord Henry gli
aveva detto il primo giorno che si incontrarono, «Curare l’anima con i
sensi, e i sensi con l’anima.» Sì, quello era il segreto. Ci aveva provato
spesso, e l’avrebbe provato ancora. C’erano fumerie d’oppio dove si poteva
comprare l’oblio, covi di orrore dove la memoria dei vecchi peccati poteva
essere distrutta dalla follia dei peccati nuovi.
La luna pendeva bassa nel cielo come un cranio giallo. Di quando in
quando un’enorme nube informe allungava un lungo braccio e la
nascondeva. I lampioni a gas si facevano più radi, e le strade più strette e
cupe. Una volta il vetturino smarrì la strada e dovette tornare indietro di
mezzo miglio. Vapori di sudore salivano dal cavallo mentre schizzava nelle
pozzanghere. I finestrini laterali della carrozza erano appannati da una
nebbia grigiastra.
«Curare l’anima con i sensi, e i sensi con l’anima!» come gli risuonavano
nelle orecchie queste parole! La sua anima, certamente, era mortalmente
malata. Era vero che i sensi avrebbero potuto curarla? Sangue innocente
era stato versato. Cosa poteva espiare per questo? Ah! Non c’era
espiazione per questo; ma benché il perdono fosse impossibile, l’oblio era
ancora possibile e lui era deciso a dimenticare, a scacciare tutto, a
schiacciarlo come si schiaccerebbe la vipera che ci ha morso. Infatti, che
diritto aveva Basil di parlargli come aveva fatto? Chi lo aveva eletto a
giudice sugli altri? Aveva detto cose tremende, orribili, insopportabili.
La carrozza continuava ad arrancare, gli sembrava che rallentasse ad ogni
passo. Alzò lo sportello e urlò al conducente di andare più veloce.
L’orrenda fame di oppio cominciò a roderlo. La sua gola bruciava e le mani
delicate si torcevano nervosamente. Colpì il cavallo furiosamente con il
bastone. Il vetturino rise e schioccò la frusta. Anche Dorian rise, in
risposta, e l’uomo tacque.
Il viaggio sembrava interminabile, e le strade erano come la tela di un
ragno che allungava le zampe. La monotonia diventò intollerabile, e
quando la nebbia si fece più fitta, provò paura.
Poi passarono vicino a fabbriche di mattoni solitarie. Qui la foschia era
meno densa, e poteva vedere le strane fornaci a forma di bottiglia con le
loro lingue arancione di fuoco simili a ventagli. Un cane abbaiò al loro

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passaggio, e lontano nel buio strideva un gabbiano errante. Il cavallo
inciampò in una buca, poi scartò di lato e si lanciò al galoppo.
Dopo un po’ lasciarono la strada fangosa e tornarono rumorosamente su
strade mal lastricate. La maggior parte delle finestre erano buie, ma a
tratti ombre fantastiche si stagliavano su qualche tendina illuminata. Le
osservava con curiosità. Si muovevano come mostruose marionette e
gesticolavano come creature viventi. Le odiava. Una rabbia sorda montò
nel suo cuore. Appena girarono un angolo, una donna urlò qualcosa rivolta
a loro da una porta aperta, e due uomini rincorsero la carrozza per circa
cento iarde. Il vetturino li colpiva con la frusta.
Si dice che la passione ci fa pensare in modo circolare. Di certo la labbra
morse di Dorian Gray forgiavano e riforgiavano con odiosa ripetizione
quelle parole sottili sull’anima e i sensi, finché non ebbe trovato in esse la
piena espressione, per così dire, del suo stato d’animo, e giustificato, con il
consenso dell’intelletto, passioni che senza tale giustificazione avrebbero
dominato ancora il suo spirito. Da una cellula all’altra del suo cervello
quell’unico pensiero si aggirava furtivo; e il desiderio folle di vivere, il più
terribile di tutti gli appetiti umani, diede forza a ogni nervo e fibra
tremante. La bruttezza, che un tempo gli era stata odiosa perché rendeva
reali le cose, gli fu cara adesso per quella stessa ragione. La bruttezza era
l’unica realtà. La rissa volgare, la tana immonda, la cruda violenza della
vita disordinata, la stessa abiezione del ladro e dell’emarginato, erano più
vivide, nella loro intensa attualità dell’impressione, di tutte le forme
graziose dell’arte, di tutte le ombre sognanti del Canto. Erano quello di cui
aveva bisogno per dimenticare. In tre giorni sarebbe stato libero.
All’improvviso il vetturino si arrestò con uno strattone all’imbocco di un
vicolo buio. Oltre i tetti bassi e i camini diseguali delle case si ergevano i
neri alberi delle navi. Corone di nebbia Bianca pendevano come vele
spettrali ai pennoni.
«È da queste parti, vero, signore?» chiese con voce rauca attraverso il
portello.
Dorian sussultò e si guardò intorno. «Sì, va bene qui» rispose e, sceso in
fretta, diede al vetturino la cifra extra che gli aveva promesso, e camminò
veloce in direzione della banchina. Qua e là una lanterna brillava a poppa
di qualche grosso mercantile. La luce tremava e si spezzava nelle
pozzanghere. Un bagliore rosso proveniva da un piroscafo in partenza che
faceva carbone. Il selciato sdrucciolevole sembrava un impermeabile
bagnato.
Si affrettò girando a sinistra, guardandosi di tanto in tanto indietro per
vedere se era inseguito. Dopo circa sette o otto minuti raggiunse una
squallida casetta incuneata tra due fabbriche desolate. A una finestra del
piano superiore la luce era accesa. Dorian si fermò e bussò in un certo
modo. Dopo un po’ udì dei passi nel corridoio e la catena che veniva tolta.
La porta si aprì senza far rumore, e andò dentro senza dire una parola alla
figura tozza e informe che si appiattì nell’ombra al suo passaggio. Alla fine
135
dell’ingresso pendeva una tenda verde malridotta che ondeggiò e si scosse
alla folata di vento che lo aveva seguito dalla strada. La scostò ed entrò in
una stanza lunga e bassa che aveva l’aria d’esser stata un tempo una sala
da ballo di terz’ordine. Disposte intorno alle pareti c’erano delle lampade a
gas dalla luce abbagliante, attutita e distorta negli specchi rovinati che gli
stavano di fronte. Dietro di loro c’erano dei bisunti riflettori di stagno
scanalato che proiettavano dischi tremolanti di luce. Il pavimento era
coperto di segatura color ocra, calpestata qua e là fino a diventare
fanghiglia e chiazzata da cerchi scuri di liquore versato. Alcuni malesi
erano accovacciati vicino a una stufetta a carbone, giocando con gettoni
d’osso e mostrando i denti bianchi mentre chiacchieravano. In un angolo,
un marinaio era stravaccato su un tavolo con la testa nascosta dalle
braccia, e accanto al bancone dipinto in modo pacchiano che correva lungo
tutto un lato stavano in piedi due donne malridotte, che prendevano in
giro un vecchio che si spazzolava le maniche della giacca con
un’espressione di disgusto. «Crede di avere addosso le formiche rosse»
disse ridendo una di loro mentre Dorian passava. L’uomo la guardò con
terrore e cominciò a mugolare.
Alla fine della stanza c’era una scaletta che portava a una camera buia.
Mentre Dorian saliva di corsa i tre scalini traballanti, l’odore pesante
dell’oppio lo investì. Aspirò profondamente e le narici palpitarono di
piacere. Quando entrò, un giovane dai capelli biondi e lisci, che era curvo
su di una lampada accendendo una pipa lunga e sottile, alzò gli occhi e
accennò un timido saluto col capo.
«Tu qui, Adrian?» bisbigliò Dorian.
«E dove dovrei essere?» rispose in modo indifferente. «Nessuno dei ragazzi
mi rivolge più la parola.»
«Credevo che avessi lasciato l’Inghilterra.»
«Darlington non intende far niente. Mio fratello alla fine ha pagato il conto.
Nemmeno George mi parla più… Non m’importa» aggiunse con un sospiro.
«Finché hai questa roba, non senti bisogno di amici. Forse ne ho avuti
troppi.»
Dorian fece una smorfia e guardò gli esseri grotteschi che stavano sdraiati
in posizioni così fantastiche sui materassi laceri. Gli arti contorti, le bocche
spalancate, gli occhi fissi senza luce, lo affascinavano. Sapeva in quali
strani paradisi soffrivano e quali grigi inferni insegnavano loro il segreto di
una nuova gioia. Stavano meglio di lui. Lui era imprigionato nel pensiero.
La memoria, come un’orribile malattia, gli divorava l’anima. Ogni tanto gli
sembrava di vedere gli occhi di Basil Hallward che lo guardavano. Eppure
sentiva di non poter rimanere. La presenza di Adrian Singleton lo turbava.
Voleva trovarsi dove nessuno sapeva chi fosse. Voleva fuggire da se stesso.
«Me ne vado nell’altro posto» disse dopo una pausa.
«Sulla banchina?»
«Sì.»
«La gatta matta di sicuro è lì. Ormai non la vogliono più in questo posto.»
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Dorian scrollò le spalle. «Ho la nausea delle donne che si innamorano. Le
donne che odiano sono molto più interessanti. Inoltre, la roba è migliore.»
«Più o meno è la stessa.»
«La preferisco. Viene a bere qualcosa. Ne ho bisogno.»
«Non voglio niente.», mormorò il giovane.
«È lo stesso.»
Adrian Singleton si alzò stancamente e seguì Dorian al bancone. Un
meticcio, con un turbante stracciato e un pastrano trasandato, li salutò
con un ghigno spingendo davanti a loro una bottiglia di brandy e due
bicchieri. Le donne si avvicinarono e cominciarono a chiacchierare. Dorian
voltò loro le spalle e disse qualcosa a voce bassa a Adrian Singleton.
Un sorriso storto, come un kris malese, contrasse il viso di una delle
donne. «Siamo molto orgogliosi stasera» ridacchiò
«Per amor di Dio, non parlarmi» gridò Dorian, battendo il piede in terra.
«Cosa vuoi? Soldi? Eccoli. Non parlarmi più.»
Due scintille rosse guizzarono per un istante negli occhi acquosi della
donna, poi smisero di guizzare e li lasciarono smorti e assenti. Scosse la
testa e arraffò le monete dal banco con dita avide. La sua compagna la
guardò con invidia.
«È inutile» sospirò Adrian Singleton. «Non m’interessa tornare indietro. Che
importa? Qui sto più che bene.»
«Mi scriverai se vuoi qualcosa, no?» disse Dorian dopo una pausa.
«Forse.»
«Buona notte, allora.»
«Buona notte» rispose il giovane salendo gli scalini e inumidendosi le
labbra arse con un fazzoletto.
Dorian si avviò alla porta con un’espressione di dolore sul viso. Mentre
scostava la tenda, una risata orribile uscì dalla bocca dipinta della donna
che aveva preso i soldi. «Ecco che se ne va il Patto col Diavolo!» singhiozzò
con voce rauca.
«Maledetta» rispose, «non chiamarmi così»
La donna schioccò le dita. «Ti piace essere chiamato Principe Azzurro, no?»
gli urlò dietro.
Il marinaio intontito dal sonno a quelle parole saltò in piedi, e si guardò
furiosamente intorno. Il rumore della porta dell’ingresso che si chiudeva gli
arrivò all’orecchio. Si precipitò fuori come per inseguire qualcuno.
Dorian Gray camminava alla svelta lungo la banchina nella pioggerellina
fitta. L‘incontro con Adrian Singleton lo aveva stranamente commosso, e
si chiedeva se la rovina di quella giovane vita fosse davvero causa sua,
come Basil Hallward gli aveva detto con quell‘insulto infame. Si morse il
labbro, e per pochi secondi i suoi occhi si fecero tristi. Eppure, dopo tutto,
cosa gli importava? I giorni sono troppo brevi per prendere sulle nostre
spalle il fardello degli errori degli altri. Ogni uomo vive la propria vita e
paga il suo prezzo per viverla.
L’unico peccato era che si dovesse pagare così spesso per una sola colpa.
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Anzi, si doveva pagarla più e più volte. Nei suoi rapporti con gli uomini, il
destino non chiudeva mai i conti.
Ci sono momenti, ci dicono gli psicologi, in cui la passione per il peccato, o
per ciò che il mondo chiama peccato, domina a tal punto una natura che
ogni fibra del corpo, come ogni cellula del cervello, sembra essere imbevuta
di impulsi paurosi. Gli uomini e le donne in quei momenti perdono la
libertà del loro volere. Si muovono verso la loro terribile fine come automi.
La scelta viene loro tolta, e la coscienza o è uccisa, o, se vive, vive solo per
dare attrazione alla ribellione e fascino alla disobbedienza. Perché tutti i
peccati, come i teologi non si stancano di ripeterci, sono peccati di
disobbedienza. Quando quello spirito elevato, quella stella mattutina del
male, cadde dal Paradiso, cadde da ribelle.
Insensibile, concentrato sul male, con la mente corrotta e l’anima assetata
di ribellione, Dorian Gray si affrettava, accelerando il suo passo sempre
più, ma svoltando sotto un’arcata buia, che spesso gli era servita da
scorciatoia per il luogo malfamato dove stava andando, si sentì
all’improvviso afferrare da dietro, e prima di aver tempo di difendersi, fu
spinto contro il muro con una mano brutale alla gola.
Lottò furiosamente per la vita e con uno sforzo terribile staccò le dita che lo
stringevano. In un attimo udì il clic di un revolver, e vide il luccichio di una
canna puntata dritta alla sua testa, e la figura vaga di un uomo basso e
tarchiato di fronte a lui.
«Cosa vuoi?» sussultò.
«Fermo» disse l’uomo. «Se ti muovi, ti sparo.»
«Sei pazzo. Che ti ho fatto?»
«Hai distrutto la vita di Sibyl Vane» fu la risposta, «e Sibyl Vane era mia
sorella. Si è uccisa. Lo so. La sua morte è colpa tua. Giurai che in cambio
ti avrei ucciso. Per anni ti ho cercato. Non avevo indizi, né tracce. Le due
persone che avrebbero potuto descriverti sono morte. Non sapevo nulla di
te tranne il vezzeggiativo con cui ti chiamava. L’ho sentito per caso
stanotte. Fa’ pace con Dio, perché stanotte tu morirai.»
Dorian Gray si sentì mancare dalla paura. «non l’ho mai conosciuta»
balbettò. «Non ne ho mai sentito parlare. Tu sei pazzo.»
«È bene che tu confessi il tuo peccato, perché quanto è vero che sono
Janes Vane, tu morirai.» fu un momento terribile. Dorian non sapeva che
dire o fare. «Inginocchiati!» grugnì l’uomo. «Ti do un minuto per far pace col
mondo – non di più. È tutto.»
le braccia di Dorian ricaddero sui fianchi. Paralizzato dal terrore, non
sapeva che fare. D’un tratto una speranza folle gli balenò nella mente.
«Fermo!» gridò. «Da quanto tempo è morta tua sorella? Su, dimmelo!»
«Diciotto anni» disse l’uomo. «Perché me lo chiedi? Cosa importano gli
anni?»
«Diciotto anni» rise Dorian Gray con una punta di trionfo nella sua voce.
«Diciotto anni! Portami sotto il lampione e guardami in faccia!»
James Vane esitò per un momento, non capendo cosa intendesse dire. Poi
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afferrò Dorian Gray e lo trascinò fuori dall’arcata.
Per quanto buia e tremolante fosse la luce scossa dal vento, eppure gli
servì per fargli vedere l’errore orrendo, come sembrava, in cui era caduto,
perché il volto dell’uomo che aveva cercato di uccidere era nel pieno fiore
dell’adolescenza, nell’immacolata purezza della gioventù. Sembrava poco
più di un ragazzo di venti anni, appena più vecchio, se pure lo era, di
quello che era sua sorella quando si separarono tanti anni addietro. Era
ovvio che quello non era l’uomo che le aveva distrutto la vita.
Allentò la presa e arretrò. «Mio Dio! Mio dio!» urlò, «e io ti avrei ucciso!»
Dorian Gray tirò un lungo respiro. «Sei stato a un passo dal commettere
un delitto terribile, amico mio» disse, guardandolo severamente. «Che ti
serva da ammonimento a non farti vendetta da solo.»
«Mi perdoni, signore» farfugliò James Vane. «Mi ero ingannato. Una parola
udita per caso in quel dannato covo mi ha messo sulla pista sbagliata.»
«Faresti meglio a tornare a casa e metter via quella pistola, o potresti
trovarti nei guai» disse Dorian girandosi e allontanandosi lentamente per la
via.
James Vane restò sul marciapiede atterrito dall’orrore. Tremava da capo a
piedi. Dopo un po’, un’ombra nera che si era mossa strisciando lungo il
muro gocciolante uscì alla luce e gli venne vicino con passi furtivi. Sentì
una mano sul braccio e si guardò intorno sussultando. Era una delle
donne che beveva al bancone.
«Perché non l’hai ucciso?» sibilò, accostando il viso sciupato al suo.
«Sapevo che lo stavi inseguendo quando sei uscito di volata dal Daly.
Pazzo! Avresti dovuto ucciderlo. È pieno di soldi, ed è il peggio del peggio.»
«Non è l’uomo che cercavo,» rispose, «e non voglio i soldi di nessuno. Voglio
la vita di un uomo. Ora deve avere circa quarant’anni. Questo è poco più di
un ragazzo. Grazie a Dio, non mi sono macchiato le mani del suo sangue.»
La donna rise amaramente. «Poco più di un ragazzo!» sogghignò. «Amico,
sono quasi diciotto anni che il Principe Azzurro mi ha ridotta come sono.»
«Bugiarda!» gridò James Vane.
La donna alzò la mano al cielo. «Davanti a Dio, ti sto dicendo la verità»
urlò.
«Davanti a Dio?»
«Che diventi muta se non è così. È il peggiore di quelli che vengono qui.
Dicono che si è venduto al diavolo per un bel viso. Sono quasi diciotto anni
che lo conosco. Non è cambiato molto da allora. Io sì, invece» aggiunse con
uno sguardo orrendo.
«Lo giuri?»
«Lo giuro» fece l’eco rauca di quella bocca flaccida. «Ma non consegnarmi a
lui,» piagnucolò; «ho paura di lui. Dammi qualche soldo per la camera di
stanotte.»
Si staccò da lei bestemmiando e corse all’angolo della strada, Dorian Gray
era sparito. Quando guardò indietro, anche la donna era svanita.

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Capitolo XVII

Una settimana dopo Dorian Gray stava seduto nella serra a Selby Royal a
parlare con la graziosa duchessa di Monmouth, che era tra i suoi ospiti
insieme al marito, un uomo di sessant’anni dall’aria spossata. Era l’ora del
tè, e la luce soffice dell’enorme lampada coperta di pizzo sul tavolo
illuminava le porcellane delicate e l’argento cesellato del servizio a cui la
duchessa stava presiedendo. Le sue bianche mani si muovevano con grazia
tra le tazze, e le sue labbra carnose e rosse sorridevano a qualcosa che
Dorian le aveva sussurrato. Lord Henry era sdraiato in una sedia di vimini
foderata di seta e li guardava. Su un divano color pesca sedeva Lady
Narborough, fingendo di ascoltare la descrizione del duca dell’ultimo
scarabeo brasiliano che aveva aggiunto alla sua collezione. Tre giovani in
smoking di pregiata fattura porgevano dei pasticcini ad alcune signore. Al
ricevimento c’erano dodici persone e si attendevano altri arrivi il giorno
seguente.
«Di che state parlando?» disse Lord Henry, andando a posare la sua tazza
sul tavolo. «Spero che Dorian ti abbia detto del mio progetto di ribattezzare
ogni cosa, Gladys. È un’idea deliziosa.»
«Ma io non voglio essere ribattezzata, Harry» ribattè la duchessa,
guardandolo con i suoi meravigliosi occhi. «Sono più che soddisfatta del
mio nome, e sono sicura che Mr. Gray sia soddisfatto del suo.»
«Mia cara Gladys, non cambierei i vostri due nomi per nessuna cosa al
mondo. Sono tutti e due perfetti. Pensavo soprattutto ai fiori. Ieri ho colto
un’orchidea per il mio occhiello. Era una splendida cosa picchiettata,
impressionante come i sette vizi capitali. Ho chiesto senza pensarci a uno
dei giardinieri come si chiamava. Mi ha risposto che era un bell’esemplare
di Robinsoniana, o una mostruosità del genere. È una triste verità, ma
abbiamo perso la facoltà di dare dei bei nomi alle cose. i nomi sono tutto.
Non me la prendo mai con le azioni. Me la prendo solo con le parole.
Questo è il motivo per cui odio il realismo in letteratura. L’uomo che
chiama vanga una vanga dovrebbe essere costretto ad usarne una. È la
sola cosa a cui è adatto.»
«Allora che nome dovremmo darti, Harry?» chiese la duchessa.
«Il suo nome è Principe Paradosso» disse Dorian.
«Ce lo vedo al volo» esclamò la duchessa.
«Non ne voglio sentir parlare» rise Lord Henry, sprofondando nella sedia.
«Non c’è scampo da un’etichetta! Rifiuto il titolo.»
«Ai reali non è concesso abdicare» suonò come un avvertimento di labbra
graziose.
«Allora, vuoi che difenda il mio trono?»
«Sì»
«Io offro le verità di domani.»

140
«Preferisco gli errori di oggi» rispose la duchessa.
«Mi disarmi, Gladys» esclamò Lord Henry, cogliendo l’intenzione ostinata
del suo umore.
«Del tuo scudo, Harry, non della tua lancia.»
«Io non attacco mai la bellezza» disse, con un gesto della mano.
«Questo è il tuo errore, Harry, credimi. Tu sopravvaluti la bellezza.»
«Come puoi dirlo? Ammetto di pensare che è meglio essere belli che essere
buoni. Ma, d’altro canto, nessuno è più pronto di me a riconoscere che è
meglio essere buoni che brutti.»
«Allora, la bruttezza è uno dei sette peccati capitali?» gridò la duchessa. «E
che fine fa il tuo paragone con l’orchidea?»
«La bruttezza è una delle sette virtù capitali, Gladys. Tu, da brava Tory,
non devi sottovalutarla. La birra, la Bibbia e le sette virtù capitali hanno
reso l’Inghilterra quello che è.»
«Allora, non ami il tuo paese?» chiese.
«Ci vivo.»
«Per poterlo censurare meglio.»
«Vuoi che riporti il verdetto dell’Europa?» domandò.
«Che dice di noi?»
«Che Tartufo è emigrato in Inghilterra e ha aperto un negozio.»
«È tua, Harry?»
«Te la regalo.»
«Non poteri usarla. È troppo vera.»
«Non avere paura. I nostri compaesani non riconoscono mai una
descrizione.»
«Sono pratici.»
«Sono più astuti che pratici. Quando tirano il loro bilancio, fanno quadrare
la stupidità con la ricchezza, e il vizio con l’ipocrisia.»
«Tuttavia, abbiamo fatto grandi cose.»
«Grandi cose ci sono state affidate, Gladys.»
«Ne abbiamo portato il fardello.»
«Solo fino alla Borsa.»
La duchessa scosse il capo. «Io credo nella razza» esclamò.
«Rappresenta la sopravvivenza di chi va avanti a spintoni.»
«Ha il suo sviluppo.»
«La decadenza mi affascina di più.»
«E l’arte?» chiese lei.
«È una malattia.»
«L’amore?»
«Un’illusione.»
«La religione?»
«Il sostituto alla moda della fede.»
«Sei uno scettico.»
«Mai! Lo scetticismo è l’inizio della fede.»
«Cosa sei?»
141
«Definire è limitare.»
«Dammi un filo.»
«I fili si spezzano. Ti perderesti nel labirinti.»
«Mi sconcerti. Parliamo di qualcun altro.»
«Il nostro padrone di casa è un argomento delizioso. Anni fa fu battezzato
Principe Azzurro.»
«Ah! Non me lo ricordare» gridò Dorian Gray.
«Il nostro padrone di casa stasera è davvero orribile» rispose la duchessa
arrossendo. «mi sa che creda che Monmouth mi ha sposato per principi
puramente scientifici come l’esemplare migliore di farfalla moderna che
poteva trovare.»
«Bene, spero che non le conficchi degli spilli, duchessa» rise Dorian.
«Oh! Lo fa già la mia domestica, Mr. Gray, quando ce l’ha con me.»
«E perché ce l’ha con lei, Duchessa?»
«Per i motivi più banali, Mr. Gray, glielo assicuro. Di solito perché rientro
alle nove meno dieci e le dico che devo esser pronta per le otto e mezzo.»
«com’è irragionevole! Dovrebbe darle gli otto giorni.»
«Non oso, Mr. Gray. Guardi, è lei che crea i miei cappelli. Si ricorda il
cappello che indossai al garden-party di Lady Hilstone? Non lo ricorda, ma
è carino da parte sua far finta di sì. Bene, lo creò dal nulla. Tutti I bei
cappelli sono create dal nulla.
«Come tutte le buone reputazioni, Gladys» interruppe Lord Henry. «Ogni
effetto che produciamo ci crea un nemico. Per essere popolare si deve
essere una mediocrità.»
«Non con le donne,» disse la duchessa, scuotendo il capo; «e le donne
governano il mondo. Ti assicuro che non possiamo tollerare le mediocrità.
Noi donne, come qualcuno dice, amiamo con le orecchie, così come voi
uomini amate con gli occhi, ammesso che voi amiate.»
«Mi sembra che non facciamo altro» mormorò Dorian.
«Ah! Allora, non amate davvero, Mr. Gray» rispose la duchessa con finta
tristezza.
«Mia cara Gladys!» esclamò Lord Henry. «Come puoi dire questo? La storia
d’amore vive di ripetizioni e le ripetizioni convertono un appetite in arte. E
poi, ogni volta che uno ama è l’unica che ha mai amato. La diversità
dell’oggetto non altera la singolarità della passione. Semplicemente la
intensifica. Nella vita possiamo avere solo una grande esperienza al
Massimo, e il segreto della vita sta nel riprodurre questa esperienza il più
spesso possibile.»
«Anche quando si è rimasti feriti, Harry?» chiese la duchessa dopo una
pausa.
«Soprattutto quando si è rimasti feriti» rispose Lord Henry.
La duchessa si voltò a guardare Dorian Gray con una strana espressione
negli occhi. «Cosa ne dice lei, Mr. Gray?» domandò.
Dorian esitò per un momento. Poi tirò indietro il suo capo e rise. «Sono
sempre d’accordo con Harry, duchessa.»
142
«Anche quando ha torto?»
«Harry non ha mai torto, duchessa.»
«E la sua filosofia la rende felice?»
«Non ho mai cercato la felicità. Chi la vuole? Ho sempre cercato il piacere.»
«e l’ha trovato, Mr. Gray?»
«Spesso. Troppo spesso.»
La duchessa sospirò. «Io sto cercando la pace,» disse, «e se non mi vado a
vestire, stasera non l’avrò.»
«Permetta che le colga qualche orchidea, duchessa» esclamò Dorian,
alzandosi in piedi e avviandosi verso la serra.
«Stai flirtando vergognosamente con lui» disse Lord Henry a sua cugina.
«Dovresti stare attenta. È molto affascinante.»
«Se non lo fosse, non ci sarebbe battaglia.»
«Greco contro greco, allora?»
«Sto dalla parte dei Troiani. Hanno lottato per una donna.»
«Furono sconfitti.»
«Ci sono cose peggiori che essere catturati» rispose.
«Tu galoppi a briglia sciolta.»
«Il passo dà la vita» fu la risposte.
«Lo scriverò nel mio diario stasera.»
«Cosa?»
«Che una bambina ustionata ama il fuoco.»
«Non mi sono nemmeno scottata. Le mie ali sono intatte.»
«Le usi per tutto, tranne che per volare.»
«Il coraggio è passato dagli uomini alle donne. È una nuova esperienza per
noi.»
«Hai una rivale.»
«Chi?»
Lord Henry rise. «Lady Narborough» bisbigliò. «Lei lo adora.»
«Mi metti in apprensione. L’attrazione per l’antichità è fatale a noi che
siamo romantiche.»
«Romantiche! Voi avete tutti i metodi scientifici.»
«Gli uomini ci hanno educato.»
«Ma non ve l’hanno spiegati.»
«Descrivi il nostro sesso» lo sfidò.
«Sfingi senza segreti.»
Lei lo guardò sorridendo. «Com’è lento Mr. Gray!» disse. «Andiamo a dargli
una mano. Non gli ho ancora detto il colore del mio vestito.»
«Ah! Sei tu che devi intonare il tuo vestito ai suoi fiori, Gladys.»
«Sarebbe una resa prematura.»
«L’arte romantica comincia al suo culmine.»
«Devo riservarmi una possibilità di ritirata.»
«alla maniera dei Parti?»
«Loro trovarono la salvezza nel deserto. Io non potrei farlo.»
«Alle donne non è sempre concessa una scelta» rispose, ma non aveva
143
ancora finito la frase che dall’estremità della serra giunse un lamento
soffocato, seguito dal suono sordo di un tonfo. Tutti balzarono in piedi. La
duchessa rimase impietrita dal terrore. E con la paura negli occhi Lord
Henry si precipitò tra le palme ondeggianti per trovare Dorian Gray
svenuto, come se fosse morto, steso sulle mattonelle del pavimento.
Fu trasportato subito nel salotto azzurro e adagiato su un sofa. Dopo poco
riprese conoscenza e si guardò intorno con un’espressione stordita.
«Cosa è successo?» chiese. «Oh! Ricordo. Sono al sicuro qui, Harry?» e
cominciò a tremare.
«Mio caro Dorian,» rispose Lord Henry, «sei soltanto svenuto. Tutto qui. Ti
devi essere stancato troppo. Faresti meglio a non scendere per cena.
Prenderò io il tuo posto.»
«No, verrò» disse, cercando di rimettersi in piedi. «Preferisco venire. Non
devo restare solo.»
Ando nella sua camera e si vestì. Nel suo comportamento a tavola c’era
un’allegria sfrenata, ma ogni tanto un brivido di terrore lo scuoteva
quando ricordava che, schiacciata contro la vetrata della serra, come un
fazzoletto bianco, aveva visto la faccia di James Vane.

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Capitolo XVIII

Il giorno dopo non si mosse da casa e, anzi, passò la maggior parte del
tempo nella sua stanza, angosciato fino alla nausea dal terrore di morire,
anche se indifferente alla vita stessa. La consapevolezza d’essere braccato,
intrappolato, scovato, aveva cominciato a dominarlo. Se le tende si
muovevano appena mosse dal vento, lui si scuoteva. Le foglie morte
sbattute contro i vetri piombati gli parevano come le sue decisioni sprecate
e i rimpianti folli. Quando chiudeva gli occhi, vedeva ancora la faccia del
marinaio che lo spiava attraverso il vetro appannato dalla nebbia, e l’orrore
sembrava ancora posargli la mano sul cuore.
Ma forse era stata solo la sua fantasia che aveva evocato la vendetta dalla
notte e gli aveva messo davanti le figure atroci della punizione. La vita
reale è caos, ma c’era qualcosa di terribilmente logico nell’immaginazione.
Era l’immaginazione che spingeva il rimorso a perseguitare le orme del
peccato. Era l’immaginazione che costringeva ogni delitto a portare il peso
della sua prole mostruosa. Nel mondo comune dei fatti i malvagi non erano
puniti, né i buoni ricompensati. Il successo era dato ai forti, il fallimento
gettato sui deboli. Ecco tutto. Inoltre, se un estraneo si fosse aggirato
intorno alla casa, sarebbe stato visto dai domestici o dai guardiani. Se si
fosse trovata qualche impronta sulle aiuole, i giardinieri lo avrebbero
riferito. Sì, era stata soltanto la fantasia. Il fratello di Sybil Vane non era
tornado per ucciderlo. Era salpato con la sua nave per affondare in
qualche mare invernale. Da lui, in ogni caso, era scampato. E poi, l’uomo
non sapeva, non poteva sapere chi fosse. La maschera della giovinezza lo
aveva salvato.
Eppure, se fosse stata solo un’illusione, com’era terribile pensare che la
coscienza potesse suscitare fantasmi così spaventosi, dare loro forma
visibile, e farli muovere davanti a noi! Che razza di vita sarebbe stata la
sua se, giorno e notte, le ombre del suo delitto avessero iniziato a spiarlo
dagli angoli silenziosi, a deriderlo da posti segreti, a bisbigliare nel suo
orecchio mentre era a una festa, a svegliarlo con dita gelate quando era a
dormire! Appena il pensiero serpeggiava nella sua mente, impallidiva dal
terrore e l’aria gli pareva esser diventata improvvisamente più fredda. Oh!
In quale folle ora di pazzia aveva ucciso il suo amico! Com’era orrenda la
sola memoria della scena! Rivedeva tutto. Ogni dettaglio raccapricciante gli
tornava in mente sommando orrore a orrore. Dalla nera caverna del tempo,
terribile e avvolta in panni scarlatti, si ergeva l’immagine del suo peccato.
Quando Lord Henry giunse alle sei, lo trovò che piangeva come se gli si
fosse spezzato il cuore.
Fu soltanto al terzo giorno che osò uscire. C’era qualcosa nell’aria limpida
e fragrante di pini di quel mattino d’inverno che sembrava restituirgli la
gioia e il desiderio ardente di vita. Ma non era soltanto la condizione fisica

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dell’ambiente ad aver causato il cambiamento. La sua stessa natura si era
rivoltata contro l’eccesso di angoscia che aveva cercato di mutilare e
rovinare la perfezione della sua serenità. Con i temperamenti sottili e
raffinati è sempre così. Le loro forti passioni devono spezzare o piegare. O
ammazzano o muoiono loro stesse. I dolori superficiali e gli amori
superficiali continuano a vivere. Gli amori e i dolori che sono grandi
vengono distrutti dalla loro stessa pienezza. Inoltre, si era convinto d’esser
stato vittima di un’immaginazione terrorizzata, e ora rivedeva le sue paure
con una qualche pietà e non poco disprezzo.
Dopo colazione, passeggiò per un’ora nel giardino con la duchessa e poi
attraversò in carrozza il parco per unirsi alla partita di caccia. La brina
simile a sale ricopriva l’erba. Il cielo era una tazza rovesciata di metallo
azzurro. Una fine pellicola di ghiaccio cingeva il lago immobile e i i canneti.
All’angolo della pineta intravvide Sir Geoffrey Clouston, il fratello della
duchessa, che gettava due cartucce vuote dal fucile. Saltò giù dal calesse
e, dopo aver ordinate allo stalliere di riportare a casa la giumenta, andò
incontro al suo ospite facendosi varco tra le felci secche e i cespugli incolti.
«È andata bene la caccia, Geoffrey?» chiese.
«Non molto bene, Dorian. Credo che la maggior parte degli uccelli ha preso
il largo. Forse andrà meglio dopo pranzo, quando ci sposteremo su un altro
terreno.»
Dorian gli si affiancò. L’aria pungente e aromatica, le luci brune e rosse
che luccicavano nel bosco, le urla rauche dei battitori che risuonavano di
tanto in tanto, e i colpi secchi dei fucili che seguivano, lo affascinavano
riempiendolo di un senso di deliziosa libertà. Era dominato dalla
spensieratezza della felicità, dall’alta indifferenza della gioia.
Improvvisamente, da un ciuffo folto di erba vecchia a una ventina di iarde
da loro, con le orecchie ritte dalla punta nera e le lunghe zampe posteriori
che scattavano, balzò una lepre. Puntò dritto a un boschetto di ontani. Sir
Geoffrey prese il fucile, ma nel movimento grazioso dell’animale c’era
qualcosa che incantava stranamente Dorian Gray, che gridò subito: «Non
colpirla, Geoffrey. Lasciala vivere.»
«Che sciocchezze, Dorian!» rise il suo compagno, e mentre la lepre balzava
nel boschetto, sparò. Si sentirono due grida, quello di dolore di una lepre,
che è orribile, e quello di un uomo agonizzante, che è peggio.
«Santi numi! Ho preso un battitore!» esclamò Sir Geoffrey. «Che stupido a
mettersi davanti ai fucili! Non sparate, laggiù!» urlò con tutta la voce che
aveva. «Un uomo è ferito.»
Il guardiacaccia arrivò correndo con un bastone in mano.
«Dove, signore? Dov’è?» urlò. Nello stesso tempo cessò il fuoco su tutta la
linea.
«Qui.» rispose Sir Geoffrey arrabbiato, precipitandosi verso il boschetto.
«Perché non tiene dietro i suoi uomini. La mia caccia per oggi è rovinata.»
Dorian li guardò mentre si addentravano nel folto di ontani, scostando i
rami flessibili e oscillanti. Dopo poco uscirono fuori, trascinando un corpo
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alla luce del sole. Si voltò inorridito. Gli sembrava che la sfortuna lo
seguisse ovunque. Sentì Sir Geoffrey chiedere se l’uomo era davvero morto,
e la risposta affermativa del guardiacaccia. Ebbe l’impressione che il bosco
fosse all’improvviso animato di volti umani. C’era il calpestio di mille piedi
e il brusio sommesso delle voci. Un grande fagiano con il petto color rame
volò tra i rami sopra di loro sbattendo le ali.
Dopo pochi istanti, che nel suo stato confusionale erano per lui come ore
interminabili di pena, sentì una mano posarsi sulla spalla. Trasalì e si
guardò intorno.
«Dorian» disse Lord Henry, «È meglio che dica loro che la caccia per oggi è
finita. Non sarebbe bello proseguire.»
«Vorrei che fosse finita per sempre, Harry» rispose amaramente. «È una
cosa orribile e crudele. L’uomo è...?»
Non riuscì a finire la frase.
«Temo di sì» replicò Lord Henry. «Si è preso l’intera carica di tiro nel petto.
Deve essere morto quasi all’istante. Vieni; andiamo a casa.»
Camminavano fianco a fianco in direzione del viale per quasi cinquanta
metri senza parlare. Poi Dorian fissò Lord Henry e disse con un profondo
sospiro: «È un brutto presagio, Harry, un bruttissimo presagio.»
«Cosa?» chiese Lord Henry. «Oh! Questo incidente, credo. Mio caro amico,
non c’era niente da fare. È stata colpa dell’uomo. Perché si è messo davanti
ai fucili? E poi, non ci riguarda. È piuttosto seccante per Geoffrey,
ovviamente. Non va bene impallinare i battitori. Fa pensare che si è un
pessimo tiratore. E Geoffrey non lo è. Lui spara molto preciso. Ma non ha
senso parlarne.»
Dorian scosse il capo. «È un brutto presagio, Harry. Ho la sensazione che
qualcosa di orribile sta per accadere a uno di noi. Forse a me» aggiunse
passandosi la mano sugli occhi con un gesto di sofferenza.
Il più anziano dei due rise. «La sola cosa orribile al mondo è l’ennui,
Dorian. Questo è l’unico peccato per cui non c’è perdono. Ma non andremo
a soffrirne, a meno che questi tipi non continuino a parlare di questo fatto
a cena. Debbo dire a loro che l’argomento è tabù. In quanto ai presagi, è
una cosa che non esiste. Il destino non ci manda degli araldi. È troppo
saggio o troppo crudele per farlo. Inoltre, cosa mai potrebbe succederti,
Dorian? Hai tutto quello che un uomo può desiderare. Non c’è nessuno che
non sarebbe lieto di fare cambio con te.»
«Non c’è nessuno con cui i non vorrei fare cambio, Harry. Non ridere così.
Ti sto dicendo la verità. Quel contadino disgraziato che è morto ora sta
meglio di me. Io non ho il terrore della morte. È l’arrivo della morte che mi
atterrisce. Le sue ali mostruose sembrano ruotare nell’aria plumbea
intorno a me. Santo cielo! Non vedi un uomo dietro gli alberi laggiù, che mi
guarda, che mi aspetta?»
Lord Henry guardò nella direzione che la mano tremante inguantata stava
indicando. «Sì,» disse sorridendo, «vedo il giardiniere che ti aspetta. Penso
che voglia chiederti quali fiori vuoi mettere a tavola stasera. Come sei
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assurdamente nervoso, mio caro! Devi andare dal mio medico quando
torniamo in città.»
Dorian tirò un sospiro di sollievo vedendo il giardiniere che si avvicinava.
L’uomo si toccò il cappello, dette un’occhiata per un momento a Lord
Henry in un modo esitante, e poi tirò fuori una lettera, che porse al suo
padrone.
«Sua Grazia mi ha detto di aspettare una risposta» mormorò.
Dorian si mise la lettera in tasca. «Di’ a Sua Grazia che sto arrivando»
disse con freddezza. L’uomo si voltò avviandosi rapidamente verso la casa.
«Come amano le donne fare cose pericolose!» rise Lord Henry. «È una delle
loro qualità che ammiro di più. Una donna è disposta a flirtare con tutti
finché gli altri stanno a guardare.»
«Come ami dire cose pericolose, Harry! In questo caso sei proprio fuori
strada. La duchessa mi piace molto, ma non la amo.»
«E la duchessa ti ama molto, ma le piaci meno, così siete davvero alla
pari.»
«Tu stai facendo pettegolezzi, Harry, e non c’è mai un fondamento per i
pettegolezzi.»
«Il fondamento di ogni pettegolezzo è una certezza immorale» disse Lord
Henry, accendendosi una sigaretta.
«Tu sacrificheresti chiunque, Harry, per un epigramma.»
«Il mondo va all’altare del sacrificio spontaneamente» fu la risposta.
«Vorrei poter amare» esclamò Dorian Gray con una nota profonda di
pathos nella sua voce. «Ma pare che abbia perso la passione e dimenticato
il desiderio. Sono troppo concentrato su me stesso. La mia stessa
personalità è diventata un peso per me. Voglio scappare, andare via,
dimenticare. Sono stato proprio uno sciocco a venire qui. Mi sa che
manderò un telegramma a Harvey perché prepari lo yacht. Su uno yacht
si è al sicuro.»
«Al sicuro da cosa, Dorian? Sei in qualche guaio. Perché non mi dici che
cos’è? Sai che potrei aiutarti.»
«Non posso dirtelo, Harry» rispose con tristezza. E forse è solo una mia
fantasia. Questo spiacevole incidente mi ha sconvolto. Ho un’orribile
presentimento che qualcosa del genere può accadere a me.»
«Che sciocchezze!»
«Lo spero, ma non riesco a non sentirlo. Ah! Ecco la duchessa, che sembra
Artemide con un abito di sartoria. Come vede, siamo tornati, duchessa.»
«Ho saputo tutto, Mr. Gray» rispose. «Il povero Geoffrey è completamente
fuori di sé. E pare che lei gli ha chiesto di nono sparare alla lepre. Che
strano!»
«Sì, è stato molto strano. Non so che cosa m’ha spinto a dirlo. Un
capriccio, credo. Sembrava l’animaletto più grazioso. Ma mi dispiace che
le abbiano detto di quell’uomo. È una cosa atroce.»
«È una seccatura,» interruppe Lord Henry. «Non ha alcun valore
psicologico. Ora, se Geoffrey l’avesse fatto di proposito, come sarebbe stato
148
interessante! Mi piacerebbe conoscere qualcuno che ha commesso un vero
omicidio.»
«Quanto sei orribile, Harry!» gridò la duchessa. «Non è vero, Mr. Gray?
Harry, Mr. Gray sta ancora male. Sta svenendo.»
Dorian si riprese con uno sforzo e sorrise. «Non è niente, duchessa»
sussurrò; «I miei nervi sono terribilmente stravolti. Tutto qui. Temo d’aver
camminato troppo stamani. Non ho sentito quel che ha detto Harry. Era
molto brutto? Me lo dirà un’altra volta. Penso che andrò a sdraiarmi. Mi
scuserà, no?»
Erano giunti alla grande scalinata che portava dalla serra alla terrazza.
Quando la porta a vetri si chiuse dietro Dorian, Lord Henry si voltò a
guardare la duchessa con i suoi occhi assopiti. «Sei molto innamorata di
lui?» chiese.
Lei non rispose per un po’, ma continuava a guardare il paesaggio.
«Vorrei saperlo» disse alla fine.
Lui scosse il capo. «Conoscerlo sarebbe fatale. È l’incertezza che affascina.
La nebbia rende le cose meravigliose.»
«Si può smarrire la strada.»
«Tutte le strade portano allo stesso punto, mia cara Gladys.»
«Quale?»
«La disillusione.»
«È stato il mio debut nella vita» sospirò.
«Ti è arrivato con una corona.»
«Sono stanca delle foglie di fragola.»
«Ti donano.»
«Solo in pubblico.»
«Ti mancherebbero» disse Lord Henry.
«Non rinuncerò a un petalo.»
«Monmouth ha orecchie.»
«La vecchiaia è dura di udito.»
«È mai stato geloso?»
«Magari lo fosse stato!»
Lui si guardò intorno in cerca di qualcosa. «Cosa stai cercando?» domandò
lei.
«Il bocciolo della tua foglia» rispose. «Lo hai fatto cadere.»
La duchessa rise. «Ho ancora la maschera.»
«Fa più belli I tuoi occhi» fu la replica.
Lei rise di nuovo. I suoi denti sembravano semi bianchi in un frutto
scarlatto.
Di sopra, nella sua camera, Dorian Gray era sdraiato in un sofa, con il
terrore che gli formicolava in ogni fibra del corpo. La vita era diventata
d’un tratto un peso troppo ripugnante da portare. La morte orribile dello
sfortunato battitore, colpito nel boschetto come un animale selvaggio, gli
era sembrata prefigurare la sua stessa morte. Era quasi svenuto per quello
che Lord Henry aveva detto casualmente in un momento di scherzoso
149
cinismo.
Alle cinque suonò il campanello per il domestico e gli diede ordine di
preparare i bagagli per l’espresso notturno per Londra, e di fargli trovare
davanti alla porta il brougham alle otto e mezzo. Era deciso a dormire
un’altra notte a Selby Royal. Era un luogo malaugurato. La morte vi
camminava alla luce del sole. L’erba della foresta era stata macchiata di
sangue.
Poi scrisse un biglietto a Lord Henry, dicendogli che andava in città a
consultare il suo medico e gli chiedeva di occuparsi dei suoi ospiti in suo
assenza. Mentre infilava il biglietto nella busta, sentì bussare alla porta, e
il maggiordomo lo informò che il guardiacaccia voleva vederlo. Si accigliò e
si morse il labbro. «Mandamelo» borbottò, dopo qualche momento di
esitazione.
Appena l’uomo entrò, Dorian prese il suo libretto degli assegni da un
cassetto e lo aprì davanti a lui.
«Immagino che sia venuto per lo spiacevole incidente di stamani,
Thornton?» disse, prendendo una penna.
«Sì, signore» rispose il guardiacaccia.
«Era sposato quel poverino? Aveva qualcuno a carico?» chiese Dorian, con
aria annoiata. «In tal caso, non vorrei lasciarli in difficoltà, e faro avere loro
qualsiasi somma di denaro riterrà necessaria.»
«Non sappiamo chi sia, signore. Ecco perché mi sono preso la libertà di
venire da lei.»
«Non sapete chi è?» disse Dorian con apatia. «Che vuol dire? Non era uno
dei nostri uomini?»
«No, signore. Nessuno l’aveva mai visto prima. Sembra un marinaio,
signore.»
La penna cadde dalla mano di Dorian Gray, ed ebbe la sensazione che il
suo cuore avesse improvvisamente cessato di battere. «Un marinaio?»
gridò. «Ha detto un marinaio?»
«Sì, signore. Pare sia una specie di marinaio, con tatuaggi su tutte e due le
braccia e quel genere di cose.»
«Non è stato trovato niente addosso a lui?» disse Dorian, sporgendosi in
avanti e guardando l’uomo con occhi atterriti. «Niente che ci dica il suo
nome?»
«Dei soldi, signore – non molti, e una rivoltella a sei colpi. Ma non c’era
nessun nome. Un uomo d’aspetto decente, signore, ma rozzo. Una specie
di marinaio, pensiamo.»
Dorian balzò in piedi. Una speranza terribile gli balenò davanti. Ci si
aggrappò follemente. «Dov’è il corpo?» esclamò. «Presto! Lo devo vedere
subito.»
«È nella stalla vuota alla fattoria, signore. Alla gente non piace avere in
casa quella roba. Dicono che un cadavere porta sfortuna.»
«La fattoria! Vada subito lì e mi aspetti. Dica a uno degli stallieri di
portarmi il cavallo. No. non importa. Andrò alle scuderie io stesso.
150
Risparmierò tempo.»
In meno di un quarto d’ora, Dorian Gray stava galoppando più veloce che
poteva per il lungo viale. Gli alberi sembravano passargli davanti in una
processione spettrale, e ombre folli scagliarsi attraverso il sentiero. Una
volta la cavalla svoltò davanti a un pilastro bianco e quasi lo disarcionò. La
frustò sul collo con il suo frustino, e lei fendeva l’aria buia come una
freccia. Le pietre schizzavano da sotto gli zoccoli.
Alla fine raggiunse la fattoria. Due uomini gironzolavano per l’aia. Saltò giù
di sella e gettò le redini a uno di loro. Nella stalla lontana brillava una luce.
Qualcosa sembrava dirgli che il cadavere era là. Si precipitò alla porta e
mise la mano sul chiavistello.
Si fermò lì un momento, sentendosi sull’orlo di una scoperta che gli
avrebbe dato o rovinato la vita. Poi spalancò la porta ed entrò.
Su un mucchio di sacchi nell’angolo più lontano giaceva il corpo morto di
un uomo vestito con una camicia di tessuto ruvido e un paio di pantaloni
azzurri. Un fazzoletto sporco era stato messo sul suo volto. Una candela
tozza, infilata in una bottiglia, crepitava accanto.
Dorian Gray rabbrividì. Sentì che la sua mano non avrebbe potuto togliere
il fazzoletto, e chiamò uno degli uomini della fattoria.
«Toglili quella cosa dalla faccia. Lo voglio vedere» disse, aggrappandosi allo
stipite della porta per reggersi.
Quando il fattore lo ebbe fatto, si fece avanti. Un urlo di gioia gli scappò
dalle labbra. L’uomo che era stato colpito nel boschetto era James Vane.
Rimase lì per qualche minuto a guardare il morto. mentre cavalcava verso
casa, i suoi occhi erano pieni di lacrime, perché sapeva di essere salvo.

151
Capitolo XIX

«Non serve a niente che tu mi dica che vuoi essere buono» esclamò Lord
Henry, immergendo le sue bianche dita in un recipiente di rame rosso
pieno d’acqua di rose. «Tu sei proprio perfetto. Per favore, non cambiare.»
Dorian Gray scosse il capo. «No, Harry, ho fatto troppe cose orribili nella
mia vita. Non voglio farne più. Ho iniziato a fare buone azioni ieri.»
«Dove sei stato ieri?»
«In campagna, Harry. Sono stato in una piccola locanda tutto da solo.»
«Mio caro ragazzo,» disse Lord Henry sorridendo, «chiunque può essere
buono in campagna. Là non ci sono tentazioni. Ecco il motivo per cui la
gente che vive fuori città è assolutamente incivile. La civilizzazione è ben
lungi dall’essere una cosa facile da conquistare. Ci sono solo due modi con
cui l’uomo può ottenerla. Uno è essere colti, l’altro è essere corrotti. La
gente di campagna non ha l’opportunità di essere né l’uno né l’altro, e così
ristagna.»
«Cultura e corruzione» fece eco Dorian. «Le ho conosciute un po’ entrambe.
Adesso mi sembra terribile che debbano trovarsi sempre insieme. Perché
ho un nuovo ideale, Harry. Voglio cambiare. Penso di essere già cambiato.»
«Non mi hai ancora detto qual è stata la tua buona azione. O mi hai detto
di averne fatta più di una?» chiese l’amico mentre si versava nel piatto una
piccola piramide color cremisi di fragole coltivate e, con un cucchiaio
bucherellato a forma di conchiglia, le cospargeva di candido zucchero.
«A te posso dirlo, Harry. È una storia che non potrei raccontare a nessun
altro. Ho risparmiato qualcuno. Sembra sciocco, ma tu capisci quello che
voglio dire. Era bellissima e somigliava straordinariamente a Sibyl Vane.
Credo che sia stata questa la cosa che all’inizio mi ha attratto di lei.
Ricordi Sibyl, no? quanto tempo sembra passato! Bene, Hetty non è una
della nostra classe sociale, ovviamente. È semplicemente una ragazza di
paese. Ma io l’amavo veramente. Sono sicurissimo d’averla amata. Durante
tutto questo meraviglioso maggio che abbiamo passato, correvo a trovarla
due o tre volte la settimana. Ieri ci siamo incontrati in un piccolo frutteto. I
fiori di melo continuavano a caderle sui capelli, e lei rideva. Saremmo
dovuti partire insieme questa mattina all’alba. All’improvviso ho deciso di
lasciarla illibata come l’ho trovata.»
«Sono più disposto a pensare che la novità dell’emozione ti avrà dato
certamente un brivido di vero piacere, Dorian» interruppe Lord Henry. «Ma
il tuo idillio posso concluderlo io al posto tuo. Le hai dato dei buoni
consigli e le hai spezzato il cuore.
Ecco l’inizio del tuo cambiamento.»
«Harry, sei orribile! Non devi dire queste cattiverie. Il cuore di Hetty non si
è spezzato. Naturalmente, ha pianto e tutto il resto. Ma non incombe

152
nessuna vergogna su di lei. Lei può vivere, come Perdita 49, nel suo
giardino di menta e calendule.»
«E piangere per un infedele Florizel 50» disse Lord Henry ridendo e
appoggiandosi alla spalliera della sedia. «Mio caro Dorian, hai le fantasie
infantili più curiose. Pensi davvero che ora questa ragazza si accontenterà
mai di qualcuno del suo rango? Forse un giorno sposerà un rude
carrettieri o un contadino scimunito. Bene, il fatto che ti abbia incontrato e
amato le insegnerà a disprezzare il marito, e sarà infelice. Da un punto di
vista morale, non posso dire di stimare molto la tua grande rinuncia.
Anche come inizio, è un po’ misero. E poi, che ne sai se Hetty in questo
preciso momento non sta galleggiando in qualche stagno illuminato dalle
stelle, contornata da belle ninfee, come Ofelia?»
«Questo non lo posso sopportare, Harry! Tu ti fai gioco di tutto, e poi
suggerisci le tragedie più serie. Mi dispiace di averti detto questo adesso.
Non m’interessa quello che mi dici. Io so di aver fatto bene comportandomi
così. Povera Hetty! Quando questa mattina sono passato a cavallo davanti
alla fattoria, ho visto il suo viso bianco alla finestra, sembrava un mazzetto
di gelsomini. Non ne parliamo più, e non cercare di persuadermi che la
prima buona azione che ho fatto da anni, il primo piccolo sacrificio verso di
me che ho mai conosciuto, sia in realtà una specie di peccato. Voglio
essere migliore. E lo sarò. Dimmi qualcosa di te. cosa succede in città?
Sono giorni che non vado al club.»
«La gente sta ancora parlando della scomparsa del povero Basil.»
«Credevo che a quest’ora se ne fossero già stancati» disse Dorian,
versandosi del vino e accigliandosi leggermente.
«Mio caro ragazzo, ne stanno parlando da appena sei settimane, e il
pubblico britannico non è in grado di reggere lo sforzo mentale di avere più
di un argomento ogni tre mesi. Comunque, sono stati molto fortunate
ultimamente. Hanno avuto il caso del mio divorzio e il suicidio di Alan
Campbell. Ora hanno la misteriosa scomparsa di un artista. Scotland Yard
continua a insistere che l’uomo con il pastrano grigio partito per Parigi il
nove novembre con il treno di mezzanotte sia il povero Basil, e la polizia
francese dichiara che Basil non è mai arrivato a Parigi. Mi immagino che
tra una quindicina di giorni ci diranno che è stato visto a San Francisco. È
una cosa strana, ma tutti quelli che spariscono si dice che sono stati visti
a San Francisco. Dev’essere una città deliziosa che ha tutte le attrattive
dell’altro mondo.»
«Secondo te cosa è successo a Basil?» chiese Dorian, tenendo il suo
Borgogna in controluce e meravigliandosi di poter discutere dell’argomento
con tanta calma.
«Non ne ho la più pallida idea. Se Basil sceglie di nascondersi, non è affar
mio. Se è morto, non voglio stare a pensare a lui. La morte è la sola cosa

49 Personaggio del The winter’s Tale di Shakespeare.


50 C.s.
153
che mi terrorizza. La odio.»
«Perché?» chiese il più giovane con voce stanca.
«Perché» disse Lord Henry, passandosi sotto le narici la grata dorata di una
scatoletta aperta di Sali aromatici, «oggi si può sopravvivere a tutto tranne
che a quella. La morte e la volgarità sono gli unici due fatti nel
diciannovesimo secolo che non si riescono a spiegare. Prendiamo il caffè
nella sala da musica, Dorian. Mi devi suonare Chopin. L’uomo con cui è
fuggita mia moglie suonava Chopin meravigliosamente. Povera Victoria! Le
volevo molto bene. La casa è piuttosto vuota senza di lei. Naturalmente, la
vita matrimoniale è solo un’abitudine, una brutta abitudine. Ma poi si
rimpiange anche la perdita delle peggiori abitudini. Forse si rimpiangono
più quelle. Sono una parte così essenziale della nostra personalità.»
Dorian non disse niente, ma si alzò dalla tavola e, passando nella stanza
accanto, sedette al piano e fece vagare le dita tra l’avorio bianco e nero dei
tasti. Quando portarono il caffè, si fermò, e guardando Lord Henry, disse:
«Harry, ti è mai passato per la mente che Basil sia stato ucciso?»
Lord Henry sbadigliò. «Basil era molto popolare e portava sempre un
orologio Waterbury. Perché avrebbe dovuto essere ucciso? Non era
abbastanza intelligente per avere nemici. Ovviamente, aveva un talento
meraviglioso per la pittura. Ma un uomo può dipingere come Velasquez ed
essere comunque il più ottuso di tutti. Basil era davvero ottuso. Mi
interessò solo una volta, e fu quando mi disse anni fa che aveva
un’adorazione folle per te e che tu eri il motivo dominante della sua arte.»
«Volevo molto bene a Basil» disse Dorian con una nota di tristezza nella
voce. «Ma non dicono che sia stato ucciso?»
«Oh, qualche giornale sì. A me non sembra affatto probabile. So che ci
sono posti orribili a Parigi, ma Basil non era tipo da andarci. Non aveva
alcuna curiosità. Era il suo difetto principale.»
«Che diresti, Harry, se ti raccontassi che ho ucciso Basil?» chiese il più
giovane. Lo guardò fisso dopo aver parlato.
«Direi, mio caro, che stai posando nei panni di un personaggio che non ti
calza. Ogni delitto è volgare, così come tutta la volgarità è un delitto. Non è
da te, Dorian, commette un delitto. Mi spiace urtare la tua vanità dicendo
questo, ma ti assicuro che è vero. Il delitto appartiene esclusivamente alle
classi inferiori. Non le biasimo minimamente. Potrei immaginare che il
delitto per loro è ciò che l’arte è per noi, semplicemente un metodo per
procurarsi sensazioni straordinarie.»
«Un metodo per procurarsi sensazioni? Allora, credi che un uomo che ha
commesso un delitto una volta potrebbe forse ripetere lo stesso delitto?
Non dirmelo.»
«Oh! Tutto diventa un piacere se lo si fa troppo spesso» esclamò Lord
Henry, ridendo. «È uno dei più importanti segreti della vita. Comunque, la
mia opinione è che l’omicidio è sempre un errore. Non si dovrebbe mai fare
niente di cui non si può parlare dopo cena. Ma lasciamo stare il povero
Basil. Vorrei poter credere che abbia fatto una fine romantica come tu
154
suggerisci, ma non ci riesco. Forse è caduto nella Senna da un omnibus e
il conducente ha messo a tacere lo scandalo. Sì: credo che questa è stata la
sua fine. Lo vedo steso supino sotto quell’acqua verde scura, con i barconi
che gli passano sopra e lunghe alghe attaccate ai capelli. Sai, non credo
che avrebbe fatto più niente di buono. Negli ultimi dieci anni la sua pittura
era peggiorata molto.»
Dorian tirò un sospiro, e Lord Henry attraversò piano la stanza e iniziò a
carezzare la testa di uno strano pappagallo di Giava, un grande uccello
dalle piume grigie con la cresta e la coda rosa, che si dondolava su di un
trespolo di bambù. Quando le sue dita affusolate lo toccarono, il
pappagallo abbassò la bianca squama delle palpebre rugose sugli occhi
neri e vitrei e cominciò a oscillare avanti e indietro.
«Sì» continuò, voltandosi e prendendo il fazzoletto dalla tasca, «la sua
pittura era molto peggiorata. Mi sembrava che avesse perso qualcosa.
Aveva perso un ideale.. quando voi due cessaste di essere grandi amici, lui
smise di essere un grande artista. Cosa fu a dividervi? Immagino che ti
annoiasse. Se è così, non ti ha mai perdonato. È un’abitudine che hanno le
persone noiose. A proposito, che fine ha fatto quel meraviglioso ritratto che
ti ha fatto? Non penso di averlo più visto da quando lo finì. Oh! Ricordo
che anni fa mi dicesti che lo avevi mandato a Selby, e che era stato
smarrito o rubato durante il tragitto. Non l’hai più riavuto? Che peccato!
Era davvero un capolavoro. Ricordo che lo volevo comprare. Vorrei averlo
fatto. Apparteneva al miglior periodo di Basil. Da allora la sua opera fu
quella curiosa mescolanza di cattiva pittura e buone intenzioni che dà
sempre diritto a un uomo d’essere considerato un rappresentante dell’arte
britannica. Hai messo degli annunci per trovarlo? Dovresti.»
«Non ricordo» disse Dorian. «Credo di sì. Ma non mi era mai piaciuto
veramente. Mi dispiace di aver posato per quel ritratto. La memoria di
quella cosa mi è odiosa. Perché ne parli? Mi rammentava quei curiosi versi
di una tragedia – l’Amleto, credo – come dicono?

Simile all’immagine dipinta del lutto,


un volto senza cuore. 51

Sì: ecco a cosa somigliava.»


Lord Henry rise.
«Se un uomo tratta la vita artisticamente, il suo cervello è il suo cuore»
rispose, sprofondando in una poltrona. Dorian Gray scosse il capo e suonò
alcuni accordi leggeri sul piano. «‘Simile all’immagine dipinta del lutto,’»
ripeté «‘un volto senza cuore’.»
Il più anziano si sdraiò e lo guardò con occhi socchiusi. «A proposito,
Dorian» disse dopo una pausa, «‘che guadagna un uomo se conquista il
mondo intero e perde’ - com’è la frase? - ‘la sua anima?’»

51 Amleto, Atto IV, Scena VII


155
La musica stonò, e Dorian Gray sussultò e fissò l’amico.
«Perché me lo chiedi, Harry?»
«Mio caro,» disse Lord Henry, alzando le sopracciglia stupito, «Te lo chiedo
perché pensavo che avresti potuto darmi una risposta. Tutto qui.
Attraversavo il parco la scorsa domenica, e vicino a Marble Arch c’era una
piccola folla di gente sciatta che ascoltava un volgare predicatore di strada.
Mentre passavo, ho sentito quell’uomo urlare questa domanda al pubblico.
Mi ha colpito per la sua notevole drammaticità. Londra è molto ricca di
effetti curiosi di questo genere. Una domenica piovosa, un rozzo cristiano
in impermeabile, un cerchio di facce bianche e malaticce sotto un tetto
discontinuo di ombrelli gocciolanti, e una meravigliosa frase lanciata in
aria da labbra stridule e isteriche – era veramente ottimo nel suo genere,
molto suggestivo. Avrei voluto dire al profeta che l’arte ha un’anima, ma
l’uomo no. Temo però che non mi avrebbe capito.»
«No, Harry. L’anima è una realtà terribile. Può essere comprata, venduta e
barattata. Può essere avvelenata, o resa perfetta. C’è un’anima in ognuno
di noi. Lo so.»
«Ne sei proprio sicuro, Dorian?»
«Sicurissimo.»
«Ah! Allora deve essere un’illusione. Le cose di cui ci sentiamo
assolutamente certi non sono mai vere. È la fatalità della fede, e la lezione
del romanzo. Come sei grave! Non essere così serio. Che cosa abbiamo a
che fare noi due con le superstizioni della nostra epoca? No: noi abbiamo
rinunciato a credere nell’anima. Suonami qualcosa. Suonami un notturno,
Dorian, e, mentre suoni, dimmi a voce bassa come hai mantenuto la tua
giovinezza. Devi avere un segreto. Sono solo più vecchio di te di dieci anni
e sono rugoso, sciupato e ingiallito. Tu sei davvero meraviglioso, Dorian.
Non sei mai apparso più affascinante di stasera. Mi ricordi il giorno in cui
ti vidi la prima volta. Eri piuttosto sfacciato, molto timido, e assolutamente
straordinario. Sei cambiato, naturalmente, ma non nell’aspetto. Vorrei che
tu mi dicessi il tuo segreto. Per riavere la mia giovinezza farei qualsiasi
cosa, eccetto fare esercizi, alzarmi presto, o essere rispettabile. Giovinezza!
Non c’è niente come la giovinezza. È assurdo parlare dell’ignoranza della
giovinezza. Le sole persone la cui opinione ascolto con tutto il rispetto sono
le persone più giovani di me. Mi sembrano più avanti di me. La vita ha
rivelato loro la sua ultima meraviglia. Quanto ai vecchi, li contraddico
sempre. Lo faccio per principio. Se chiedi a loro l’opinione su qualcosa
accaduto ieri, ti offrono solennemente le opinioni in voga nel 1820, quando
si portavano i cravattoni, si credeva in tutto, e non si sapeva
assolutamente niente. Com’è bello il pezzo che stai suonando! Mi chiedo se
Chopin l’ha composto a Majorca, con il mare che gemeva intorno alla villa
e gli spruzzi salmastri che sbattevano nei vetri. È meravigliosamente
romantico. Che benedizione che ci sia rimasta un’arte non imitativa! Non
fermarti. Voglio musica stasera. Mi sembra che tu sia il giovane Apollo e io
Marsia che ti ascolta. Ho i miei dolori, Dorian, di cui neppure tu sai niente.
156
La tragedia della vecchiaia non è essere vecchi, ma essere giovani. Delle
volte mi stupisco della mia sincerità. Ah, Dorian, come sei felice! Che vita
squisita hai avuto! Tu hai attinto profondamente tutto. Hai schiacciato
l’uva sotto il tuo palato. Niente è stato nascosto a te. E per te tutto è stato
soltanto come il suono della musica. Non ti ha sciupato. Sei rimasto lo
stesso.»
«Non sono lo stesso, Harry.»
«Sì, lo sei. Mi domando come sarà il resto della tua vita. Non rovinarlo con
la rinuncia. Adesso sei perfetto. Non renderti incompleto. Ora sei quasi
senza difetti. È inutile che scuoti il capo: sai di esserlo. E poi, Dorian, non
ingannarti. La vita non è governata dalla volontà o dalle intenzioni. La vita
è una questione di nervi, fibre cellule sviluppate lentamente in cui il
pensiero si cela e la passione ha i suoi sogni. Tu puoi crederti salvo o
ritenerti forte. Ma un tono casuale di colore in una stanza o un cielo
mattutino, un profumo particolare che un tempo hai amato e che reca con
sé memorie sottili, un verso di una poesia dimenticata che ti capita ancora
sotto gli occhi, una cadenza da un brano musicale che hai smesso di
suonare – ti dico, Dorian, che le nostre dipendono da cose come queste.
Browning lo ha scritto da qualche parte; ma i nostri stessi sensi le
immaginano per noi. Ci sono momenti in cui la flagranza del lilas blanc mi
invade improvvisamente, e io debbo rivivere il mese più strano della mia
vita. vorrei poter fare a cambio con te, Dorian. Il mondo ha imprecato
contro di noi, ma ti ha sempre adorato. Ti adorerà sempre. Tu sei il
modello di quello che la nostra epoca sta cercando, e ha paura di aver
trovato. Sono così contento che tu non abbia mai fatto niente, nè scolpito
una statua, o dipinto un quadro o prodotto nulla all’infuori di te! la vita è
stata la tua arte. Tu hai messo in musica te stesso. I tuoi giorni sono I
tuoi sonetti.»
Dorian si alzò dal piano e si passò la mano sui capelli. «Sì, la vita è stata
squisita» mormorò, «ma non voglio fare la stessa vita, Harry. E tu non devi
dirmi queste cose stravaganti. Non sai tutto di me. Credo che se lo sapessi
anche tu ti allontaneresti da me. Tu ridi. Non ridere.»
«Perché hai smesso di suonare, Dorian? Torna a regalarmi ancora quel
notturno. Guarda quella grande luna color miele sospesa nell’aria buia.
Sta aspettando che tu la incanti di nuovo, e se tu suoni lei si avvicinerà
alla terra. Non vuoi? Allora, andiamo al club. È stata una splendida serata,
e dobbiamo concluderla in modo splendido. C’è qualcuno da White’s che
vorrebbe proprio conoscerti – il giovane Lord Poole, il figlio maggiore di
Bournemouth. Ha già copiato le tue cravatte e mi ha supplicato di
presentartelo. È proprio delizioso e mi ricorda un po’ di te.»
«Spero di no» disse Dorian con uno sguardo triste negli occhi. «Ma stasera
sono stanco, Harry. Non andrò al club. Sono quasi le undici e voglio
andare a letto presto stasera.»
«Resta. Non hai mai suonato così bene come stasera. Cìera qualcosa di
meraviglioso nel tuo tocco. Aveva più espressione di quanta abbia mai
157
udito prima.»
«È perché voglio essere buono» rispose sorridendo. Sono già un po’
cambiato.»
«Per me non puoi cambiare, Dorian» disse Lord Henry. «Tu e io saremo
sempre amici.»
«Eppure una volta tu mi hai avvelenato con un libro. Non dovrei
perdonartelo. Harry, promettimi che non presterai mai quel libro a
nessuno. È deleterio.»
«Mio caro ragazzo, tu stai veramente iniziando a moraleggiare. Presto tu
diventerai come i convertiti, e i revivalisti, che ammoniscono la gente
contro tutti i peccati di cui tu ti sei stancato. Sei troppo delizioso per fare
questo. E poi, è inutile. Tu e io siamo ciò che siamo, e saremo ciò che
saremo. Circa il fatto di essere avvelenati da un libro, non esiste una cosa
del genere. L’arte non ha influenza sull’azione. Annichilisce il desiderio
dell’azione. È superbamente sterile. I libri che il mondo chiama immorali
sono quelli che mostrano al mondo la sua vergogna. Ecco tutto.
Ma non parliamo di letteratura. Passa da me domani. Andrò a cavallo alla
undici. Possiamo andarci insieme, e poi ti porterò a pranzo da Lady
Branksome. È una donna incantevole e vuole consultarti su alcuni arazzi
che ha intenzione di comprare. Mi raccomando, vieni. O vogliamo pranzare
con la nostra piccola duchessa? Dice che non ti vede più adesso. Forse sei
stanco di Gladys? Me lo immaginavo. La sua lingua intelligente dà sui
nervi. Bene, in ogni caso, vieni qui alle undici.»
«Devo proprio venire, Harry?»
«Certo. Il parco è davvero bello ora. Non credo ci siano stati lillà così
dall’anno che ti ho incontrato.»
«Benissimo. Sarò qui alle undici» disse Dorian. «Buona notte, Harry.» Sulla
porta ebbe un attimo di esitazione, come se avesse qualcos’altro da dire.
Poi sospirò è uscì.

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Capitolo XX

Era una notte bella, così tiepida che si gettò il soprabito sul braccio e non
si mise neppure la sua sciarpa di seta intorno al collo. Mentre camminava
lentamente verso casa, fumando la sua sigaretta, due giovani in abito da
sera gli passarono vicino. Udì uno di loro che bisbigliava all’altro:«Quello è
Dorian Gray». Ricordò come un tempo si compiacesse che lo additassero,
lo guardassero, o parlassero di lui. Adesso era stanco di sentire il suo
nome. Metà del fascino del piccolo paese dove tante volte era stato negli
ultimi tempi stava nel fatto che nessuno sapeva chi fosse. Aveva spesso
raccontato alla ragazza che aveva fatto innamorare di essere povero, e lei lo
aveva creduto. Una volta le aveva detto di essere malvagio, e lei ridendo gli
aveva risposto che i malvagi sono sempre molto vecchi e molto brutti. Che
risata aveva! Come il canto di un tordo. E com’era graziosa con i suoi
vestiti di cotone e i suoi grandi cappelli! Non sapeva niente, ma aveva tutto
quello che lui aveva perso.
Quando arrivò a casa, trovò il domestico ancora in piedi che lo aspettava.
Lo mandò a dormire, e si gettò sul sofà della biblioteca, iniziando a
pensare alle cose che Lord Henry gli aveva detto.
Era proprio vero che non si poteva cambiare mai? Provò una nostalgia
disperata per la purezza incontaminata della sua adolescenza – la sua
adolescenza bianca e rosa, come l’aveva definita un giorno Lord Henry.
Sapeva di essersi macchiato, di aver riempito la sua mente di corruzione e
nutrito di orrore la sua fantasia, di essere stato sugli altri un cattivo
ascendente, e di aver provato una gioia terribile nell’esserlo, e sapeva che
di tutte le vite che avevano attraversato la sua, erano state le più belle e le
più promettenti che lui aveva portato al disonore. Ma tutto questo era
irrecuperabile? Non c’era speranza per lui?
Ah! In quale mostruoso momento d’orgoglio e passione aveva pregato che il
ritratto potesse portare il peso dei suoi giorni, e che lui conservasse lo
splendore intatto dell’eterna giovinezza! Tutto il suo fallimento era dovuto a
questo. Sarebbe stato meglio per lui se ogni peccato della sua vita avesse
avuto una pena rapida e sicura. C’era purificazione nella punizione. Non
“perdona i nostri peccati” ma “colpiscici per le nostre iniquità” sarebbe
dovuta essere la preghiera a un Dio quanto mai giusto.
Lo specchio stranamente intagliato che Lord Henry gli aveva regalato, molti
anni addietro, adesso era sul tavolo, e i candidi cupidi gli ridevano intorno
come un tempo. Lo prese, come aveva fatto quella notte d’orrore quando
aveva notato per la prima volta il cambiamento nel ritratto fatale, e con
occhi folli, velati di lacrime, guardò nel suo lucido scudo. Un giorno,
qualcuno che lo aveva amato pazzamente gli aveva scritto una lettera
dissennata che finiva con queste parole da idolatra: «Il mondo è cambiato
perché tu sei fatto di avorio e d’oro. Le curve delle tue labbra riscrivono la

159
storia». Le frasi gli tornarono in mente e se le ripeté in continuazione.
Allora detestò la sua bellezza e, scagliato lo specchio per terra, lo calpestò
riducendolo in piccole schegge d’argento. Era la sua bellezza che lo aveva
rovinato, la sua bellezza e la giovinezza per la quale aveva pregato. Se non
fosse stato per quelle due cose, la sua vita forse sarebbe stata senza
macchia. La sua bellezza era stata per lui solo una maschera, la sua
giovinezza una beffa. Cos’era la giovinezza nel migliore dei casi? Un’età
verde, acerba, un’età di stati d’animo superficiali e pensieri malsani.
Perché ne aveva indossato la livrea? La giovinezza l’aveva rovinato.
Era meglio non pensare al passato. Nulla poteva modificarlo. Era a se
stesso e al suo futuro che doveva pensare. James Vane se ne stava sepolto
in una tomba senza nome nel cimitero di Selby. Alan Campbell si era
sparato una sera nel suo laboratorio, ma non aveva rivelato il segreto che
era stato costretto a conoscere. L’animazione, per così dire, sulla
scomparsa di Basil Hallward sarebbe passata presto. Stava già calando. In
questo caso era perfettamente al sicuro. Non era tanto la morte di Basil
Hallward a pesare di più sulla sua coscienza. Era la morte vivente della
sua anima che lo turbava. Basil aveva dipinto il ritratto che aveva rovinato
la sua vita. Non glielo poteva perdonare. Era il ritratto ad essere la causa
di tutto. Basil gli aveva detto cose per lui insopportabili, eppure le aveva
tollerate con pazienza. L’assassinio era stato soltanto la follia di un
momento. Riguardo Alan Campbell, il suicidio era stato un atto della sua
volontà. Aveva scelto di commetterlo. Lui non c’entrava nulla.
Una nuova vita! Ecco cosa voleva. Ecco quello che stava attendendo.
Certamente l’aveva già iniziata. In ogni caso, aveva risparmiato una
creatura innocente. Non avrebbe mai più tentato l’innocenza. Sarebbe
stato buono.
Al pensiero di Hetty Merton, cominciò a chiedersi se il ritratto nella stanza
chiusa fosse cambiato. Di sicuro non era ancora così orribile come prima!
Forse, se la sua vita fosse diventata pura, avrebbe potuto cacciare ogni
segno di passioni malvagie dal volto. Forse i segni del male era già sparito.
Sarebbe andato a vedere.
Prese la lampada dal tavolo e salì furtivamente di sopra. Mentre apriva la
porta, un sorriso di gioia gli attraversò il viso stranamente giovane e
indugiò per un istante sulle labbra. Sì, sarebbe stato buono e quella cosa
orrenda che aveva nascosto non lo avrebbe terrorizzato più. Si sentì come
se si fosse già liberato di quel peso.
Entrò in silenzio, chiudendosi la porta dietro, com’era sua abitudine, e tirò
il drappo purpureo dal ritratto. Cacciò fuori un grido di dolore e
indignazione. Non riusciva a vedere alcun cambiamento, salvo che negli
occhi c’era un’espressione di astuzia e nella bocca la piega ricurva
dell’ipocrita. Quella cosa era ancora rivoltante – più rivoltante, se possibile,
di prima –e la rugiada scarlatta che macchiava la mano sembrava più
brillante e più simile a sangue appena sparso. Allora tremò. Era stata solo
la vanità che gli aveva fatto fare la sua unica buona azione? O il desiderio
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di una nuova sensazione, come Lord Henry aveva suggerito, con il suo riso
beffardo? O quell’impulso a recitare una parte che talvolta ci fa fare cose
migliori di quello che siamo? O, forse, tutte queste cose? E perché la
chiazza rossa era più larga di prima? Sembrava si fosse estesa come un
orribile morbo sulle dita rugose. C’era del sangue dipinto sui piedi, come
se fosse gocciolato dalla tela stessa – sangue persino sulla mano che non
aveva stretto il coltello. Confessare? Voleva dire che doveva confessare?
Costituirsi ed essere condannato a morte? Rise. L’idea gli parve mostruosa.
E poi, anche se avesse confessato, chi gli avrebbe creduto? Non c’erano
tracce dell’uomo ucciso da nessuna parte. Tutto quello che gli apparteneva
era stato distrutto. Lui stesso aveva bruciato ciò che era rimasto al piano
di sotto. Tutti avrebbero detto che era assolutamente pazzo. Lo avrebbero
rinchiuso se avesse insistito nella sua storia... Eppure era suo dovere
confessare, sopportare la pubblica vergogna ed espiare pubblicamente.
C’era un Dio che chiedeva agli uomini di ammettere i propri peccati alla
terra come al cielo. Qualunque cosa facesse niente avrebbe potuto
purificarlo finché non avesse ammesso il proprio peccato. Il suo peccato?
Alzò le spalle. La morte di Basil Hallward gli sembrò davvero poca cosa.
Stava pensando a Hetty Merton. Perché era uno specchio ingiusto questo
specchio della sua anima che stava guardando. Vanità? Curiosità?
Ipocrisia? Non c’era stato nient’altro che questo nella sua rinuncia? C’era
stato qualcosa di più. Almeno così credeva. Ma chi poteva dirlo? ... No. Non
c’era stato altro. L’aveva risparmiato per vanità. Aveva portato la
maschera della bontà per ipocrisia. Aveva cercato di negare se stesso per
curiosità. Adesso se ne rendeva conto.
Ma questo delitto – lo avrebbe braccato per tutta la vita? Sarebbe stato
sempre oppresso dal suo passato? Doveva davvero confessare? Mai. Contro
di lui c’era soltanto una parte restante di evidenza. Il quadro stesso -
quella era l’evidenza. L’avrebbe distrutto. Perché l’aveva conservato così a
lungo? Un tempo gli aveva dato piacere contemplarlo mentre mutava e
diventava vecchio. Da molto non aveva più provato un simile piacere. Lo
aveva tenuto sveglio la notte. Quando era stato lontano, era terrorizzato
dalla paura che altri occhi potessero guardarlo. Aveva portato la
malinconia tra le sue passioni. La sua stessa memoria aveva rovinato molti
momenti di gioia. Era stato per lui come la coscienza. Sì, era stato la
coscienza. L’avrebbe distrutto.
Si guardò intorno e vide il coltello che aveva colpito Basil Hallward. Lo
aveva pulito molte volte, finché era scomparsa ogni macchia. Era lucido, e
brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del
pittore e tutto quello che significava. Avrebbe ucciso il passato, e una volta
mort il passato, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso questa mostruosa
anima viva e, senza i suoi atroci avvertimenti, sarebbe stato in pace.
Afferrò il coltello e pugnalò il quadro.
Si udì un urlo e un tonfo. L’urlo era così orribile nella sua angoscia che I
domestici spaventati si svegliarono e uscirono di volata dalle loro stanze.
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Due gentlemen, che stavano passando nella piazza sottostante, si
fermarono e alzarono gli occhi verso la grande casa. Continuarono a
camminare finché non incontrarono un poliziotto e lo condussero indietro.
L’uomo suonò il campanello più volte, ma nessuno rispondeva. Tranne una
luce accesa in una finestra all’ultimo piano, la casa era tutta buia. Dopo
un po’, andò via e rimase in un portico adiacente a guardare.
«Di chi è quella casa, agente?» chiese il più anziano dei due gentlemen.
«Di Mr. Dorian Gray, signore» rispose il poliziotto.
Mentre i due si allontanavano, si guardarono sogghignando. Uno di loro
era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nell’ala di servizio della casa, i domestici semivestiti si parlavano a
bassa voce. La vecchia Mrs. Leaf piangeva e si torceva le mani. Francis era
pallido come un morto.
Dopo circa un quarto d’ora, prese con sé il cocchiere e uno dei valletti e
salì lentamente al piano di sopra. Bussarono, ma non ci fu risposta.
Chiamarono. Tutto era in silenzio. Alla fine, dopo vani tentativi di forzare la
porta, salirono sul tetto e da lì si calarono sul balcone. Le finestre
cedettero facilmente – le serrature erano vecchie.
Quando entrarono, trovarono appeso alla parete uno splendido ritratto del
loro padrone come l’aveva visto l’ultima volta, in tutto lo splendore della
sua squisita giovinezza e bellezza. Per terra sul pavimento giaceva un
uomo morto, in abito da sera, con un coltello conficcato nel cuore. Era
avvizzito, rugoso e con un volto ripugnante. Fu solo dopo aver esaminato
gli anelli che riconobbero chi era.

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