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Umile storia della superbia

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Ripercorrere la sua vita come ripercorrere la mia. Era un uomo pacato, di giudizio e di riflessione. Non aveva mai cercato un'emozione forte, nemmeno quando al fronte gli si era presentata l'occasione di un'impresa eroica, nemmeno quando pot approfittarsi della moglie, bellissima, di un altro celebre scrittore. Era corretto, ma anche vigliacco. La prima volta che lo incontrai era vestito sobriamente, e nulla mi fece capire che dietro quel viso composto, illuminato da un raggio discreto di sole, si nascondesse un mostro. Non lo riconobbi subito per il semplice fatto che non esistevano sue foto o suoi ritratti sui giornali, n era mai apparso in televisione: una fugace intervista radiofonica era l'unica testimonianza che aveva lasciato ai posteri, oltre naturalmente la mole, eterogenea e vastissima, dei suoi libri. Quando si present, quasi scusandosi per la celebrit del suo nome, lo fece come al solito con un sorriso ambiguo, provocatorio, che otteneva quasi sempre un lieve moto di sorpresa nell'interlocutore, che rimaneva con le sopracciglia alzate e con lo sguardo fisso. La nostra amicizia si dipan, costante e sotterranea, per diversi anni, anni di cui non mi sento di parlare perch, rivedendoli ora sotto altra luce, non proprio discreta, mi appaiono falsi
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e fuori tono. Perch la sua vita era stata come un preludio, una ricerca spasmodica della fama, una guerra tra le sue aspirazioni pi nobili e la pura affermazione di s. Per conoscere un uomo basta vederlo una volta. Non c' bisogno di scavare nella sua coscienza, visto che l'esistenza di questa molto dubbia: gli occhi e la voce ci rappresentano mirabilmente in qualsiasi parlamento, e non v' nient'altro che ci tradisca. Ecco, lui non avrebbe amato affermazioni di questo genere: aborro le analogie, diceva. Nei suoi libri non se ne trova una, a meno che non si voglia considerare come hapax legomenon l'insieme della sua opera. I suoi occhi e la sua voce non erano di questo mondo. Anche quando non faceva nulla, la sua presenza ti incuteva rispetto, se non paura. Definirlo genio sarebbe stato legittimo nel secolo scorso, ma io stesso - che sono, mi hanno detto, il suo cinquantatreesimo biografo - non posso esimermi dal ritenerlo una persona carismatica e intelligentissima, che parlava con lo sguardo e vedeva le voci. Desidero dunque lasciare nell'ombra la sua infanzia, la giovinezza trascorsa in America, i lutti familiari e la follia, incipiente ma sicura, della moglie; desidero tralasciare le sue opere, dalla prima poesia composta a quattro anni all'ultima
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serie di saggi sull'Utopia rinascimentale. Tranne una, una sola, l'unica incompiuta, che lui scrisse quando aveva trentun'anni, e che gli valse ugualmente la fama in tutta Europa. un libello sui generis (ma tutti i suoi libri lo erano), dal taglio formalmente storico, che ripercorre la vita e l'opera di alcuni grandi uomini del passato da un punto di vista forse un po' bizzarro ma sicuramente fertile. Il titolo era: Umile storia della superbia. Nient'altro che una serie di medaglioni - si schermiva lui - attraverso i quali la sua penna poteva divertirsi e mettere alla prova la propria erudizione. Niente a che fare con le Vite di Plutarco o con quelle di Svetonio, col De viris illustribus petrarchesco o di Cornelio Nepote, col Vasari o coi Patres di San Girolamo: la sua "umile storia" aveva piuttosto un piglio autobiografico, come se ogni personaggio fosse in qualche maniera l'incarnazione di un suo stato d'animo, cristallizzato dal piacere che prova un vanitoso davanti allo specchio. Egli era tanto discreto in pubblico quanto sfacciato in privato, e questa ambivalenza non diminuiva la forza del suo stile, anzi la corroborava fino a diventare il nerbo vitale della sua stessa esistenza. Vita e stile in lui si guardavano dall'alto in basso a vicenda, come
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due poseuses che, ripresi nella stessa stanza dallo stesso fotografo, si ignorino volontariamente l'un l'altra, cercando al contempo di vedere la propria superiorit riflessa nella pupilla del fotografo. La storia iniziava con Abramo (!) e avrebbe dovuto terminare con Freud, ma l'ultimo capitoletto non riguarda una personalit, bens Le avanguardie artistiche, ovvero la superbia del caso. La presenza di Abramo si giustifica col fatto che, per definire la superbia, si deve necessariamente parlare del suo contrario, l'umilt. Isacco diede a suo padre la possibilit di vivere la superbia dell'umilt, che altri chiama obbedienza, oppure sottomissione. Ho detto che questo non molto lungo excursus storico al fondo un'autobiografia. E, come tutte le autobiografie, tanto pi accattivante quanto pi, dichiarandosi sincera, si rivela falsa. Un esempio tra gli altri, innumerevoli, riguarda la ricerca affannosa della fama da parte di Strindberg, che lui metteva in relazione diretta con le ricerche alchemiche. Anche il Maestro si era dedicato a suo tempo all'alchimia, ma fino a quando non lessi il capitolo in questione non mi era mai passato per la testa che avesse invocato le arti magiche per acquistare la gloria letteraria. Descrivendo il
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drammaturgo svedese descrive la sua giovinezza, persino nei particolari, un po' inquietanti e antipatici, del suo esoterismo. A me tale patto col diavolo non riuscito, ed ora che sono vecchio tutto ci che desidero un passaggio sereno e senza traumi, nella solitudine pi completa, rotta solo dal rumore amico delle pagine dei Suoi libri sfogliate da un vento veloce e distratto.

Dovrei certo descrivervelo. Ebbene: la carnagione, i capelli e gli occhi castani, con le sopracciglia in fuga verso l'alto e il naso arcigno e arrogante, le mani da scimmia, la figura segaligna ma con un che di malato, simile alle larve lattescenti della mitologia romana. Non era alto, e di questo ha sempre sofferto; amava raccontare di discendere da una antichissima stirpe preadamita da cui sarebbe nato, un giorno, un nuovo messia. Pi che ridere, emetteva eleganti e brevissimi rictus che parevano una tosse convulsa ma simpatica, unico tratto che lo rendesse benaccetto ai ricevimenti. Ad uno di questi, molti anni fa, ebbi modo di sperimentare su me stesso la sua inveterata ingratitudine: mi avvicin tossendo (o ridendo?) e mentre mi
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stringeva la mano mi disse "Lei non ha capito un bel nulla, ma grazie lo stesso." Alludeva alla recensione del suo romanzo Le ceneri di Ley pubblicata a mio nome sul giornale del mattino. Mai avevo lodato un autore come in quel pezzo, anche se mi ero permesso di notare che il soggetto del libro (per tacer del resto) non era certo nuovo, anzi derivava addirittura da una lunga ballata irlandese del XII secolo. Come abbia potuto diventare e continuare ad essere amico di un tipo simile resta un mistero, ma forse il desiderio di emergere, la possibilit, ancorch remota, di far appello allo scrittore pi famoso del Paese e magari di divenire la sua ombra, solletic il mio orgoglio. Presi a corteggiarlo, e tentai di dissuaderlo dall'irrevocabile decisione di non rilasciare interviste. Si reputava un intellettuale "puro". E, purtroppo, lo era sul serio.

Amava le grandi battaglie, e quando fu costretto a delineare la superba personalit di Napoleone accadde qualcosa che lo sconvolse, che interruppe inesorabilmente le sue ricerche. Queste non erano pi studi sistematici, ma ricordi, e non v'era nome, di localit o di
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generale, che non gli scatenasse un ciclone tale nell'oceano dei pensieri da farlo tremare: dopo un po' la mano correva sul foglio senza alcun ausilio libresco, cos, sulla base di ci che la sua immaginazione, rivolta all'indietro come un cannone nemico conquistato, riusciva a ricordare. Conoscere ricordare, certo, ma pu mai la superbia divenire strumento di verit? Per dimostrare come superbia e preghiera scaturissero dalla stessa radice, il Maestro a questo punto fece una tortuosa digressione che, scritta in origine per definire una volta per tutte lo specifico filmico (a cui pur non riconosceva autonomia), fu adattata alla vicenda dell'imperatore francese. Di qui l'unico passo del Maestro che non sia chiaro e stilisticamente perfetto: Pregare ringraziare. Ringraziare sperare. Pregare sperare. Se la parola ha un qualche significato evocativo, in se stessa intendo, questo dev'essere immediato, assoluto, definitivo. Almeno quanto la mia preghiera. Mi interessa l'intreccio, il colore, il paesaggio solo se in funzione del mito, del desiderio, della forma. Mentre ogni desiderio dell'occhio ha di particolare che non si appaga se non di ci che gi esiste, che gi c', il desiderio della mente
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soddisfatto solo dalle alternative astratte, dal divenire della coscienza: fingere plasmare, ed essere unici, originali, vuol dire divenire unici, divenire originali. possibile che la Verit possa trasmettermi lo stesso brivido estatico di un salmo cantato, di una rivelazione messianica, di un battito d'ali? Un uomo che studiasse (vale a dire, ricordasse) per una vita lo stesso libro non sarebbe meno saggio o appagato di colui che li avesse letti tutti. Io posso ricavare suggerimenti utili da una cosa qualsiasi, a patto di andare fino in fondo, ad nauseam, cos come un lettore pu divenire autore soltanto a patto di dimenticare tutti i libri precedenti. Il vero turista non si addestra sulle cartoline ma liberandosi di ogni nozione geografica o etnologica. E' un ricominciare continuo, all'infinito, inutile solo per chi non ama la vita. In questo senso, originalit vera quella che si impossessa dell'eterno circolo dei sentimenti umani e li violenta ogni volta daccapo. Per far ci, un Autore (ed anche Napoleone lo fu, se non altro di mirabili strategie) deve ritrovare la verginit, la purezza, la pienezza del vuoto, dell'assenza, del nulla. Ogni grande opera, come ogni grande battaglia, ricrea quella condizione in cui gli affetti primitivi si stemperano a poco a poco fino a confondersi
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con l'ambiente che li condivide, col dato fenomenologico di cui parlano i filosofi. Non importa se la parola e il cannone si scambiano i ruoli: lo scrittore e il generale si accorgeranno d'essere solo strumenti. Come certi caratteri orientali, che possono leggersi a diversi livelli a seconda della preparazione e della sensibilit di chi li interpreta, cos la storia mostra cento esche su cui solo pochi Cerberi si scervelleranno. La superbia come enigma. La superbia come magazzino di scorie che per essere annientate vanno setacciate e vagliate oltre il lecito. Esse si dissiperebbero da s se solo si pensasse alla prima ed unica funzione di ogni creazione: ritornare all'origine con la preghiera. Quando confronto la mia debolezza congenita con un paesaggio sublime, quando scrivo una lettera d'amore, quando combatto per un ideale (vero o falso che sia): io prego. Quando la "canna pensante" si crede unica nello stagno, quando il seduttore ostenta le sue conquiste, quando la pigrizia sociale induce alla retorica: io produco scorie, nocive agli altri e letali a me stesso. Produco superbia. A che serve rifarmi sempre e soltanto agli stessi concetti, triti e calcinati, se non a eludere l'eterna preghiera al fato, al destino, all'eterno ritorno? Il segreto sta nel togliere, non nel sovrapporre: il genio non si
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impegna mai allo spasimo, non straf, poich non nella sua natura dimostrare, ma mostrare soltanto. Il finito si dimostra, l'infinito si mostra. Ci che puzza d'eternit, puzza anche di qualcos'altro, e non un caso che i grandi libri e le grandi battaglie si riconoscano dalla malinconia che sanno infondere negli anni o nelle generazioni a venire. L'analogia del turista e quella dei caratteri cinesi mi erano sfuggite, ma questo dimostra una volta di pi che la parola fine non nel vocabolario della superbia: Dio pu punire, certo, in vari modi chi s'inorgoglisce, cacciandolo dal paradiso (Adamo, cio tutti noi), infettandolo di lebbra (Azaria re di Giuda) o facendogli assaporare sconfitte corrispondenti alle vittorie (Napoleone); fatto sta che essa serpegger sempre come un'illusione, come l'illusione perenne, il guado eterno di un eterno fiume. No, il superbo non attraversa un fiume a piedi, lui fa le cose in grande, vuole il cavallo baio che lo innalzi sui fanti. Il mio amico (lo chiamo cos, lo sapete, solo per scrupolo linguistico, per sfogliare quel dizionario dei sinonimi che prenderebbe altrimenti inutile polvere), all'inizio del capitoletto su Napoleone, aveva osservato, condensando la tesi del libro, che le due concezioni sperimentate
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della superbia, quella di Sofocle e quella di Goethe, si elidevano a vicenda: il Creante dell'Antigone era perentorio nel credere che "non pu fare il superbo, chi soggetto ad altri", mentre l'Erittone dei Campi di Farsaglia era altrettanto convinto che "Chi il proprio io non sa guidare, gode di pi a guidare come superbia gli detta, la volont del suo prossimo." Qualcuno ha surrettiziamente arguito, viste le capacit profetiche dell'autore del Faust, che l'Apocalisse, scatenantesi in diverse fasi temporali a seconda dei gironi infernali da colpire, far giustizia contro i superbi negli anni 7.015-17 dopo Cristo. Tale infatti il numero dei versi in questione del poema goethiano, e una setta del genere merita un accenno se non altro per l'originalit.

Parlare con lui era come ripetere all'infinito sticomitie antiche con parole moderne, e il suo sorriso non faceva trapelare nulla del suo terribile istinto di schiacciare gli altri. Gli bastava la battuta, l'intenzione, il cachinno nei casi
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disperati, e tutto era risolto. Le sue mani da primate gesticolavano poco, e solo per sottolineare alcuni aggettivi che non avrebbe voluto usare ma che gli erano necessari per non dilungarsi troppo nelle conversazioni. L'abbrivio alle ricerche (ai ricordi) sulla piccola storia della superbia, a questa mascherata autobiografia, gli venne parlando con la sorella, che gli fece notare come un certo libro della scrittrice inglese Ivy Compton-Burnett riportasse molte battute che parevano rubate alle loro chiacchierate, ad esempio: "LUI - La gente trova sempre qualcosa di cui gloriarsi. Io non ci riesco. LEI - E te ne glori. " In un primo momento aveva pensato di inserire la Compton-Burnett nella lista del suo nuovo libro, ma poi si disse che per la Perdonabile storia della vendetta c'era ancora tempo. Con la sorella aveva rapporti freddi ma imparziali, come con un'allieva brava ma senza personalit. Le parlava di rado, e sempre con un certo riserbo. Lei lo ammirava, ma naturalmente di lontano, cercando di considerare la celebrit del fratello pi come un incidente di percorso che come un giusto riconoscimento.
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Lui era insomma una di quelle persone le cui qualit, prese a s, non meritano certo nemmeno un cenno in una buona enciclopedia, ma l'insieme delle quali crea in chi le si avvicina un tremore arcano, accresciuto dal fatto che i suoi libri e la sua vita paiono sempre divergere nettamente: laddove la sua prosa limpida e pulita, le sue vicende biografiche sono oscure e sordide, laddove la sua poesia malata e morbosa, asettica e monotona si trascina la sua esistenza. A una cena ufficiale (io ebbi modo di esaminarlo quasi solo durante questi riti mondani, del resto rari per lui) lo rividi mentre si accomiatava da un critico londinese con cipiglio inebetito, ancor scosso - cos supposi - da quello che gli era stato detto. Mi sbagliavo, lui era lontano mille miglia dal nostro mondo, e niente poteva scalfirlo se non l'assenza totale di significato. Aveva alla sua sinistra la moglie del padrone di casa, uno di quei parvenus dell'industria che desiderano far parlare di s attirando nelle loro dimore, al riparo da ogni flash, le personalit pi in vista della cultura; ebbene, non le rivolse la parola per tutto il tempo, e si limit a risposte monosillabiche contro gli attacchi, a dire il vero titubanti, della bella signora. Fissava me, invece, ed io ero
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talmente imbarazzato per lui che cercai inconsapevolmente di imitare il suo comportamento, diventando scorbutico e altero. Tale superbia repressa la manifestava in special modo quando si schermiva dagli assalti di critici o pettegoli. "Ho sempre ritenuto l'umilt la virt pi perseguibile" era la sua difesa preferita, e l'ambiguit dell'aggettivo, tra il giuridico e il morale, tratteggia a dovere il suo carattere, che a volte seguiva la virt e a volte la perseguitava. Un giorno mi scrisse per indurmi a moderare la mia stima nei suoi riguardi e per strapparmi un appuntamento. "Strappare" parola sua, stima no: us "adorazione". Proprio cos, e non per ipervalutazione di se stesso, ma perch allora, come ora, io lo adoro, e sento che parte di me tende a lui come il fiume al mare, come il fuoco all'aria e come un mancato scrittore al genio inarrivabile. Senza di lui io non avrei avuto ragione di vita, l'avrei cercata per il mondo inutilmente e con fatica, ma sempre avrei desiderato l'acqua della mia fonte originaria. Io vivo con lui e per lui, e lui ha bisogno di me. Se all'inizio mi tollerava, ora mi rispetta, e riflette un poco, prima di offendersi. E perch mai dovrebbe offendersi? Si adombravano gli antichi dei per i ringraziamenti reiterati degli antichi uomini? Per le loro scialbe preghiere? Per le suppliche
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aggressive che si involavano nel nulla? Rideva Napoleone dei suoi ufficiali? All'appuntamento non andai, naturalmente. Non potevo rischiare di parlare al mio dio, a un dio sceso in terra che dissimula la sua diversit fingendo l'arroganza dell'umilt, la boria dei santi, la fierezza della verit. Non andai, e anche oggi, che ricordo quegli anni con un tossicchiante e bonario sorriso, mi sento in pace con me stesso. Ricordarlo mi basta, e questo tutto.

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