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ANTIGONE – Sofocle

Emone

Padre, gli dei hanno dato all’uomo l’intelletto, la più grande di tutte le ricchezze. Non potrei, non
vorrei dire che tu abbia torto. Tuttavia un saggio pensiero potrebbe venire anche da altri. Tu non
puoi sorvegliare tutto quello che si dice o si fa o si mormora. Il tuo sguardo fa paura ai cittadini e
quindi tu non senti le parole che potrebbero dispiacerti. Io invece, nell’oscurità avverto bene il
compianto di Tebe su questa donna. Dicono che meno di ogni altra meriti di morire con infamia per
non aver lasciato il fratello senza tomba: non le spetterebbe invece l’onore più grande? Queste voci
corrono di nascosto per la città. Per me non c’è bene più prezioso delle tue fortune: niente può
essere più caro ai figli della gloria del padre, come al padre della gloria dei figli. Non portare dentro
di te un solo pensiero, non pretendere che soltanto quello che dici tu sia giusto. Chi crede di essere
l’unico a pensare, di avere animo e parola impareggiabili, si rivela vuoto quando si guarda dentro.
Per quanto un uomo sia esperto, non è vergogna imparare ad essere flessibili: vedi che lungo le rive
dei torrenti tempestosi gli alberi che si piegano salvano i loro rami, mentre vengono sradicati quelli
che oppongono resistenza. Il marinaio che tende la scotta e non l’allenta mai, continuerà il viaggio
con la nave rovesciata. Cedi, cambia il tuo pensiero.se io, che sono più giovane, posso darti un
consiglio ,ti dico: l’uomo che avesse innata dentro di sé ogni conoscenza certo sarebbe preferibile;
ma poiché la realtà non si avvicina a questo ideale, si deve anche imparare dalle parole degli altri,
quando sono sagge.

RE LEAR – W. Shakespeare

Tu, o natura, sei la mia dea; i miei servigi sono legati alla tua legge.
Perché io dovrei essere vittima di quella peste che è il costume, e permettere all’esagerato scrupolo
delle nazioni di diseredarmi, per il solo fatto che sono indietro di dodici o quattordici lune, rispetto a
un fratello?
Perché bastardo? Perché ignobile? Ma le mie proporzioni non sono forse così ben congegnate, la
mia anima così generosa e la mia conformazione così schietta come se io fossi la prole di un’onesta
dama? Perché ci bollano col titolo di ignobili, e parlano di ignobiltà, di bastardigia? Ignobili?
Ignobili?
… noi che nel furto vigoroso della natura attingiamo una tempra più solida, e maggior fierezza di
carattere, che non vada a creare tutta una tribù di gonzi, generati fra il sonno e la veglia, in un letto
torpido, frollo, fiacco?
Ebbene, legittimo Edgard io debbo avere la tua terra. L’amore di nostro padre spetta al bastardo
Edmund come al figlio legittimo. Legittimo, bella parola! Eh, mio bel legittimo, se questa lettera
cammina e il mio disegno riesce, l’ignobile Edmund prevarrà sul legittimo… Io divento grande, la
fortuna mi assiste: ora, o dei, parteggiate per i bastardi!

IL GABBIANO – A. Checov
Kostantine

Vedi, mia madre non mi ama. Altro che! Le piace vivere, amare, portare camicette chiare e io ho
gia? venticinque anni e non faccio altro che ricordarle che non e? piu? giovane. Quando io non ci
sono lei non ha che trentadue anni, se arrivo io diventano quarantatre?, e per questo mi odia.
Sa anche che io non accetto il teatro. Lei il teatro lo ama, le sembra di compiere un servizio per
l’umanita?, per la sacra arte; per me invece il teatro contemporaneo e? una routine, un pregiudizio.
Quando si alza il sipario e, alla luce della sera, in quella camera con tre pareti questi grandiosi
talenti, questi sacerdoti della sacra arte rappresentano gli uomini intenti a mangiare, bere, amare,
camminare, a portare la propria giacca: quando da quadri e frasi grossolane si sforzano di trarre una
morale, una morale meschina, comprensibile a tutti, utile agli usi quotidiani: quando in mille
varianti mi ripropongono la stessa cosa, la stessa, la stessa; allora io scappo, scappo come
Maupassant scappava dalla torre Eiffel, che gli oscurava il cervello con la sua volgarita?.Sono
necessarie forme nuove. Nuove forme sono necessarie e, se queste mancano, allora e? meglio che
niente sia necessario.
Io amo mia madre, profondamente; ma lei fuma, beve, convive agli occhi di tutti con quel letterato,
i giornali tirano sempre in ballo il suo nome e questo mi disturba! Talvolta in me e? solo l’egoismo
di un comune mortale che parla; mi dispiace che mia madre sia un’attrice famosa e mi pare che se
fosse una donna comune, io sarei piu? felice.
Cosa c’e? di piu? disperato e stupido della mia situazione! Per esempio: aveva ospiti, tutti
illustrissimi, artisti e scrittori e in mezzo a quelli l’unica nullita? ero io. E mi sopportavano solo
perche? ero suo figlio.
Chi sono? Che cosa sono? Ho lasciato l’universita? al terzo anno , per circostanze, come si suol
dire, indipendenti dalla redazione. Non ho talento, ne? denaro, neanche un centesimo, ma dal
passaporto risulto un borghese di Kiev.
Mio padre si, era un borghese di Kiev, per quanto fosse anche un famoso attore. E quando nel
salotto di mia madre quegli artisti e scrittori mi degnavano della loro magnanima attenzione, a me
sembrava che i loro sguardi misurassero la mia pochezza. Indovinavo i loro pensieri e soffrivo per
l’umiliazione.

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE – A. Miller

Quando ho cominciato questo mestiere avevo diciotto-diciannove anni, ero un ragazzo. E non
sapevo neanche che avvenire potevo avere. A quei tempi avevo una mezza idea di andarmene in
Alaska. Allora saltavano fuori tre o quattro filoni d’oro al mese, in Alaska. E io avevo una mezza
idea di far le valige. Così, tanto per provare. Mio padre ha passato metà della sua vita in Alaska.
Aveva l’avventura nel sangue. E siccome per noi è di famiglia avere un certo spirito di iniziativa, io
e mio fratello pensammo di andare a trovare nostro padre in Alaska.
Tutto pronto per la partenza, quando incontro un tale, rappresentante della Parker. Un certo Dave
Singleman. Questo tale aveva ottantaquattro anni ed era stato rappresentante in trentadue stati.
Questo vecchio Matusalemme si piazzava in camera sua, vicino al telefono, s’infilava le pantofole
di velluto verde - quelle non me le scorderò mai finché campo - e chiamava i clienti. E così, senza
spostarsi di un millimetro, alla bella età di ottantaquattro anni si guadagnava la vita.
Quando io lo vidi, mi resi conto che quello era il mestiere ideale.
Che c’è di meglio che andarsene a spasso a ottantaquattro anni , per venti o trenta città, riverito,
ossequiato, benvoluto e aiutato da una massa di gente, e senza far altro che telefonare?
Ma lo sai tu, che quando morì - e fece proprio la morte del commesso viaggiatore - se ne andò
all’altro mondo nelle sue pantofole di velluto verde, nel vagone ristorante sul rapido di Boston.
Quando morì, ai funerali vennero a migliaia, i clienti e i colleghi.
Una volta la gente era considerata, Howard. C’era il rispetto, c’era la solidarietà, c’era la
gratitudine. Al giorno d’oggi, tutto arido, senz’anima. L’amicizia non ha più nessun valore, la
considerazione... Capisci perché ti dico questo, Howard? Non ci si ricorda più di me.