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Cartesio e il discorso sul metodo

Note biografiche
Ren Descartes nacque il 31 marzo del 1596 a La Haye, nella Touraine, da una nobile famiglia
locale. Nel 1604 entra nel collegio dei gesuiti di La Flche, dove studia fino al 1612. I corsi
prevedevano tre anni di studio della grammatica, tre anni di studi umanistici e tre anni di filosofia.
Coloro che avessero voluto intraprendere la carriera ecclesiastica vi avrebbero continuato a studiare
per altri cinque anni la teologia e le Scritture. Scarso era l'insegnamento della matematica, impartito
per meno di un'ora al giorno ai soli studenti del secondo anno di filosofia. Si insegnava
esclusivamente la filosofia aristotelica in un corso triennale ripartito nell'apprendimento della
logica, basato sui manuali di Francisco Toledo e di Pedro da Fonseca, della fisica e della metafisica,
quest'ultima insieme con nozioni di filosofia morale. Importante nello sviluppo del suo pensiero f
anche leducazione alla fede cattolica ricevuta che lo influenzer nel suo percorso filosofico.
Cartesio si mostrer poi deluso dell'insegnamento scolastico ottenuto:
Sono stato allevato nello studio delle lettere fin dalla fanciullezza, e poich mi si faceva credere
che con esse si poteva conseguire una conoscenza chiara e sicura di tutto ci che utile nella vita,
avevo un estremo desiderio di apprendere. Ma non appena ebbi concluso questo intero corso di
studi, al termine del quale si di solito annoverati tra i dotti, cambiai completamente opinione: mi
trovavo infatti in un tale groviglio di dubbi e di errori da avere l'impressione di non aver ricavato
alcun profitto, mentre cercavo di istruirmi, se non scoprire sempre pi la mia ignoranza. Sono le
considerazioni del Cartesio maturo che scrive il suo Metodo e lamenta che nelle scuole non si
promuova lo spirito critico degli allievi; una tale volont di ricerca personale era gi presente nel
giovane Ren: Da giovane, quando mi si presentava qualche scoperta ingegnosa, mi domandavo se
io stesso non fossi in grado di trovarla da solo, anche senza apprenderla dai libri. Una volta
terminati gli studi, girer lEuropa passando per lOlanda, la Danimarca, la Germania e di nuovo la
Francia, per stabilirsi nel 1628 in Olanda. Muore l11 febbraio 1650 in Svezia a causa di una
polmonite, dopo aver trascorso solamente un anno alla corte della regina Cristina di Svezia che lo
aveva fortemente voluto nella sua corte.

Il discorso sul metodo


Il Discorso sul metodo la prima opera pubblicata da Cartesio in forma anonima e in francese nel
1637 a Leida, congiuntamente a tre saggi scientifici La diottrica, Le meteore e La geometria, dei
quali costituisce la prefazione. Il discorso quindi da considerarsi come un tuttuno con i saggi. Il
titolo originale prova questo intento di unitariet dell'opera: "Discours de la mthode pour bien
conduire sa raison, et chercher la verit dans les sciences Plus la Dioptrique, les Meteores, et la
Geometrie qui sont des essais de cete Methode" (Discorso sul metodo per un retto uso della propria
ragione e per la ricerca della verit nelle scienze pi la diottrica, le meteore e la geometria che sono
saggi di questo metodo.) Lopera divisa sostanzialmente in sei parti dallo stesso autore
(Considerazioni sulle scienze, Le principali regole del metodo, Qualche regola della morale tratta
dal metodo, Questioni di fisica, Le cose richieste per andare pi avanti nello studio della natura).
Nel Discorso sul metodo, Cartesio spiega il suo criterio di ricerca di un fondamento assoluto del
sapere che si divide sostanzialmente in due argomentazioni principali: una negativa, dove espone
una forte critica al tipo di istruzione di tipo tradizionale, ed una positiva dove egli introduce e
giustifica la validit del suo nuovo metodo. Secondo Cartesio listruzione tradizionale, basata sullo
studio delle opere altrui anzich sulla ricerca diretta, non insegna a giungere a nuove verit ma si
limita alla conoscenza di quelle gi esistenti, senza per ripercorrere la strada perseguita per il loro

ritrovamento. Anche la matematica tradizionale non lo soddisfa e critica il metodo dimostrativo dei
greci, capace di provare i singoli risultati, ma non di rivelarne l'origine n di farci scoprire nuove
verit.

Cartesio svolge quasi un percorso socratico, perch dopo tutti i suoi studi non ha potuto concludere
altro che la sua ignoranza di fronte al sapere (Mi trovai intricato in tanti dubbi ed errori, che mi
sembrava di avere tratto nel tentativo di istruirmi un unico utile: la crescente scoperta della mia
ignoranza dal "Discorso sul metodo"). Egli non soddisfatto della formazione culturale che ha
ricevuto; ha l'impressione di aver ricevuto una cultura prevalentemente astratta che non gli ha dato
delle certezze n il modo di risolvere i problemi della vita. (Mi si era fatto credere che con lo
studio avrei acquistato una conoscenza chiara e sicura di tutto ci che utile alla vita) Prova quindi
a viaggiare nel "gran libro del mondo" per trovare dei principi universali atti a risolvere i problemi
pratici dell'esistenza. E proprio per questo motivo considera fondamentale l'esperienza dei fatti, in
cui possono essere riscontrati gli errori e gli ostacoli, al contrario dello studioso che pu elaborare le
sue speculazioni astratte non rischiando nulla se poi queste si rivelino errate. Vuole trovare non solo
un metodo teoretico che serva a distinguere il vero dal falso, ma anche un metodo pratico che dia
concreti vantaggi.

Il gran libro del mondo


(Appena l'et mi permise di uscire dalla tutela dei miei precettori, abbandonai interamente lo
studio, e risolsi di non cercare altra scienza fuori di quella che potevo trovare in me stesso e nel gran
libro del mondo )
Il buon senso, la capacit di orientarsi e risolvere empiricamente le difficolt della vita, dicono di
averlo tutti e anche quelli che non si accontentano mai dicono per che di buon senso ne hanno
molto. Buon senso o ragione, capacit di distinguere il vero dal falso tutti i popoli conosciuti nei
suoi viaggi dicono di possederli ma Cartesio si accorge che non tutti usano il buon senso allo stesso
modo, anzi presso alcuni i principi teorici che sono considerati validi per la pratica, da altri popoli
sono stimati non adatti per risolvere i problemi concreti della vita. Cartesio quindi afferma la sua
volont di staccarsi dallo studio scolastico per proseguire una sua personale via (Presi la
decisione di studiare me stesso (...) e ci riuscii molto meglio, mi pare, che se non mi fossi mai
allontanato dal mio paese e dai miei libri) essendo giunto, secondo la sua visione, ad un periodo
adatto della sua vita, in cui si sente pronto per il viaggio. (Ma poich questa intrapresa mi
sembrava essere grandissima, ho atteso di aver raggiunto un'et che fosse cos matura che non
potessi sperarne un'altra dopo di essa...Ora dunque che il mio spirito libero di ogni cura, e che mi
son procurato un riposo sicuro in una pacifica solitudine ] mi applicher seriamente e con libert a
distruggere generalmente tutte le mie antiche opinioni.

Il ritorno in se stesso

Volendo seriamente ricercare la verit delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti
esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad
aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficolt di scuola, ma
perch in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volont ci che si debba scegliere; e ben
presto ci si meraviglier di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano
alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche pi
profonde di quanto essi stessi possano attendersi Tutti gli uomini nascono con lo stesso strumento:

la ragione "lume naturale", che per natura uguale per tutti: per se tutti gli uomini dicono di avere
la stessa ragione perch alcuni sbagliano e altri no? La ragione la hanno tutti allo stesso modo
quindi il fatto che alcuni non sbagliano non dipende dal fatto che hanno pi buon senso degli altri
ma solo perch certi non usano il metodo giusto. Cartesio non ha una migliore ragione rispetto agli
altri anzi, dice egli stesso, talvolta peggiore, ma la sua ragione ha trovato un metodo che funziona e
che potrebbe valere per tutti come per lui. Potrebbe valere, ma di questo non c' certezza, perch
pur essendo lo strumento lo stesso (la ragione), pur avendo lo stesso metodo, poi bisogna appurarne
lutilizzo nella praticit.

L' inventum mirabile


Mi piacevano soprattutto le matematiche, per la certezza e l'evidenza delle loro ragioni; ma non ne
avevo ancora riconosciuto il vero uso e, pensando che servissero solo alle arti meccaniche, mi
stupivo del fatto che, pur essendo le loro fondamenta cos sicure e solide, su di esse non si fosse
costruito nulla di pi alto. Come, al contrario, paragonavo gli scritti di morale degli antichi pagani a
palazzi molto superbi e magnifici, ma costruiti sulla sabbia e sul fango. Innalzano al cielo le virt, e
le fanno apparire stimabili al di sopra di ogni altra cosa al mondo, ma non ce la fanno conoscere a
sufficenza. Spesso quello che chiamano con un cos bel nome non altro che insensibilit, oppure
orgoglio, o disperazione, o parricidio
Nel "Discorso sul metodo" vediamo uno strano modo di procedere: Cartesio infatti, prima enuncia
le regole del metodo poi le mette in discussione; sembrerebbe pi logico che prima avesse discusso
e analizzato e poi enunciato le regole. Egli invece fa il contrario: questo perch egli ha iniziato dall'
analisi di problemi di geometria e fisica e ha scoperto che possibile un'interpretazione matematica
sia dell'una che dell'altra; cosicch due scienze che erano separate ora sono diventate un'unica
scienza: cio tutta la quantit discreta, discontinua: la fisica, e tutta la quantit continua, la
geometria, sono state unificate dall'interpretazione matematica. Consiste in questo l' inventum
mirabile cartesiano, la scoperta meravigliosa che cio siamo di fronte a un processo di unificazione
della scienza e questa scienza unica sembrerebbe essere la matematica. Allora conoscendo le regole
del metodo matematico perch usate in precedenza e rivelatesi utili, pu accadere che queste regole
siano in effetti regole che appartengono non tanto alla matematica in se stessa, ma ad una scienza
assoluta di cui la stessa matematica fa parte. E dobbligo quindi accertarsi di questa convinzione, in
maniera inequivocabile e incorreggibile, per iniziare a porre le basi del metodo tanto ricercato.
Si avverte quindi la necessit di mettere alla prova queste regole, investirle con un dubbio assoluto e
non semplicemente matematico; e se ne usciranno fuori intatte, vorr dire che esse sono le regole
della scienza unica, assoluta che tanto Cartesio cercava. Una scienza che va oltre la matematica e a
cui si possa riportare ogni e qualsiasi tipo di realt. Cos attraverso la matematica si in grado di
ricavare delle regole che non sono solamente valide per la matematica, come credeva Galilei con il
suo metodo sperimentale, ma che potrebbero costituire le regole del metodo di una scienza unica.
Cartesio pensa di avere intuito l'esistenza di una scienza assoluta che vada oltre la scienza
matematica.

Le regole del metodo matematico


Le regole dunque, trovate operando matematicamente sono queste:

L'evidenza: Il primo era di non prendere mai niente per vero, se non ci che io
avessi chiaramente riconosciuto come tale; ovvero, evitare accuratamente la fretta e
il pregiudizio, e di non comprendere nel mio giudizio niente di pi di quello che

fosse presentato alla mia mente cos chiaramente e distintamente da escludere ogni
possibilit di dubbio.
Di non prendere mai niente per vero che non conoscessi essere tale, per evidenza: cio basta che ci
sia il minimo dubbio sull'oggetto sensibile che si ha fronte o sull'idea nella mente per considerarli
entrambi falsi; di evitare la precipitazione e la prevenzione, cio evitare di formare idee in modo
prevenuto, vale a dire accettare idee gi formulate. L'idea sar invece senz'altro vera quando
chiara e distinta. Chiara, quando presente e manifesta ad uno spirito attento, distinta, quando
precisa nei suoi contorni, che non siano cio presenti in essa elementi che possano appartenere ad
altre idee.

L'analisi: Il secondo, di dividere ognuna delle difficolt sotto esame nel maggior
numero di parti possibile, e per quanto fosse necessario per un'adeguata soluzione .

Dividere il problema in parti semplici; ci che si sta esaminando non deve essere studiato nella sua
totalit perch altrimenti ci si perde nella sua complessit, ma va analizzato nelle sue singole parti:
dividendolo per quanto necessario senza per frantumarlo in troppe parti.

La sintesi: Il terzo, di condurre i miei pensieri in un ordine tale che, cominciando


con oggetti semplici e facili da conoscere, potessi salire poco alla volta, e come per
gradini, alla conoscenza di oggetti pi complessi; assegnando nel pensiero un certo
ordine anche a quegli oggetti che nella loro natura non stanno in una relazione di
antecedenza e conseguenza.

Diviso per quanto necessario il problema con l'analisi, bisogner fare poi il percorso inverso,
rimettere assieme le parti del problema da quelle pi semplici a quelle pi complicate.

L'enumerazione (controllo dell'analisi) e la revisione (controllo della sintesi): E per


ultimo, di fare in ogni caso delle enumerazioni cos complete, e delle sintesi cos
generali, da poter essere sicuro di non aver tralasciato nulla.

Non basta con la sintesi aver ricomposto il problema iniziale ora risolto, ma bisogna controllare che
durante l'analisi non si sia trascurato alcun elemento e infine la revisione, il controllo della sintesi:
solo questa assicura che il risultato ottenuto sia valido.

La morale provvisoria
Da questo punto Cartesio introdurr il dubbio assoluto che mina alle fondamenta tutto il sapere; ma
poich sulla teoria si fonda la pratica se non c' pi un sapere sicuro non ci sar neppure una morale
sicura: quindi il filosofo avverte la necessit, sino a quando non sar ricostruito l'edificio del sapere
e non saranno confermate le sue fondamenta, di costruirsi un riparo, un alloggio provvisorio e
questo sar appunto la morale provvisoria. La ragione cio lo obbliga, introducendo il dubbio
assoluto, a sospendere tutti i suoi giudizi. Ma questo significherebbe rinunciare anche alla morale,
perci deve costruire una morale provvisoria le cui regole deduce dall'istruzione gesuitica ricevuta:

obbedire alle leggi e ai costumi del proprio paese ispirando il proprio comportamento al
modo di agire delle persone di pi buon senso, pi assennate. Poich, sostiene Cartesio,
quello che pi conta sono le azioni e non le parole;
sui problemi pratici pi immediati, evitare gli eccessi e seguire la strada di mezzo, anche se
non si molto convinti.

Essere risoluti nelle azioni; una volta decisa una strada percorrerla sino in fondo, altrimenti
si rischia di fare come chi si perso e, indeciso, gira su se stesso.
quando infine si vede che le cose non vanno secondo la propria volont, allora, piuttosto che
tentare di cambiare lavvenire delle cose, conviene cambiare la propria volont.

Il dubbio assoluto

Dubium sapientiae initium (Il dubbio l'origine della sapienza)


Nel suo percorso Cartesio dunque procede nella strada della conoscenza prendendo per vero ci di
cui non era certo che fosse tale, costruendo perci la sua conoscenza su verit non certe, non sicure,
non assolute, cosa che invece era lobiettivo che si era posto in partenza. Deve essere svolta perci
una attenta analisi di tutte le conoscenze acquisite fino a quel momento, rischiando cos di minare
tutto il suo sapere. Passare in rassegna tutte le conoscenze che ha, e di cui dubita, e quindi iniziare a
distruggere tutte le conoscenze, non solo quelle che sono chiaramente false, ma anche quelle che
forse non lo sono, di cui cio si possa dubitare che lo siano, rappresenterebbe un compito senza
fine: ma, siccome se sono falsi i primi principi, falso tutto il sapere che deriva da quelli, Cartesio
per abbreviare suo compito mina le fondamenta del sapere, quelle che lui considera le basi, in
modo da porre a critica tutta la realt che deriva da esse, ricorrendo al dubbio assoluto.

Dal dubbio iperbolico alla certezza assoluta


La prima base su cui si fonda il sapere la conoscenza sensibile: a volte questa non gli d sempre
la verit riguardo alle cose lontane da se stessi, per cui basta affermare che se ha ingannato una
volta la mente, potrebbe continuare a farlo: quindi, non si pu accettare la conoscenza sensibile
delle cose lontane poich dubitabile. Ma c' una conoscenza sensibile delle cose vicine, quella pi
immediata, come quella del mio stesso corpo che sarebbe difficile da mettere in dubbio, e che
sfocerebbe poi in quella che il filosofo definisce come pazzia. Ma alcune situazioni, come il sogno,
posso dare la certezza sensibile di un corpo; possono perci ingannarci. Quindi non possiamo
distinguere nettamente il sogno dalla veglia, perch anche quando sogniamo possiamo avere una
sensazione forte del nostro corpo ad esempio. In conclusione, si deve dubitare anche della
conoscenza sensibile pi vicina, anche che questa riguardi noi stessi. In effetti tra sogno e veglia ci
sarebbe una differenza: nella veglia tutto nitido, mentre nel sogno tutto appare sbiadito e confuso.
Si pu constatare che nel sogno non c' evidenza e quindi ritenerlo falso: ma il criterio dell'evidenza
valido ancora solo matematicamente e quindi non possibile usarlo anche per questo caso. Per
accettare questa differenzazione, necessario che le regole del metodo superino il dubbio assoluto.
Il dubbio, ancora una volta, non sembra possibile solamente sulle conoscenze matematiche, in
quanto non si pu dubitare del fatto che due pi due faccia quattro ecc. In questo contesto Cartesio
introduce una figura nuova, quella del genio maligno;
Io supporr, dunque, che vi sia, non gi un vero Dio, che fonte sovrana di verit, ma un certo
cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua
industria ad ingannarmi. Io penser che il cielo, laria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le
cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la
mia credulit.
Questa identit del genio maligno, superiore a qualsiasi cosa, sottopone i sensi allinganno,
mostrando realt false e quindi alimentando il dilemma del dubbio. Luomo pu essere vittima
dellinganno di una divinit malvagia e tutto quello che vede e sente fuori di se potrebbe essere solo
unillusione, cos come unillusione (esempio del sogno) potrebbero essere le sue membra e i suoi
sensi, che egli percepisce come realmente esistenti. A questo punto non rimane altra scelta che

sospendere il giudizio su ogni cosa, in modo che seppure non si pu pervenire alla verit, si potr
almeno evitare lerrore. La necessit rimane quindi quella di trovare una verit necessaria una cosa
che sia certa e indubitabile. E Cartesio soddisfa questa necessit trovando la risposta proprio
nellesercitare il suo dubbio: se egli pensa, se dubita allora egli esiste. Il genio maligno pu quindi
ingannare su tutto, meno sul fatto che:

io dubito che ci sia lui che mi inganna su tutto,


e poich l'azione del dubitare rientra in quella del pensare,
questo vuol dire che se io dubito, penso
e il pensare appartiene a un corpo che sono io stesso:
cogito ergo sum.

Penso dunque sono. E questa la risposta con la quale Cartesio fonda tutto il suo ragionamento. La
verit del cogito ergo sum evidente: e l'evidenza era la prima regola del metodo da cui derivavano
le altre regole: quindi tutte le regole del metodo sono valide di una validit assoluta perch sono
uscite indenni dal dubbio assoluto. Quindi il metodo e le regole sono valide non solo per la
matematica, ma appartengono a quella scienza assoluta di cui Cartesio aveva ipotizzato l'esistenza
all'inizio della sua dimostrazione.

La sconfitta del dubbio scettico


Cartesio ha dunque dimostrato che nel cogito ergo sum c' una identit di conoscente e conosciuto,
cio il fatto che io penso che sono ingannato coincide con l'io pensato che viene ingannato, c' cio
una perfetta identit tra l'io pensante e l'io pensato. E poich il soggetto del pensiero sono le idee,
una volta affermata lesistenza del pensiero, di conseguenza anche certe lesistenza delle idee. In
questo modo, viene abbattuto il cosiddetto dubbio scettico, che si interrogava appunto sulla verit
oggettiva delle idee.

Bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verit,
penso dunque sono, era cos salda e certa da non poter vacillare sotto lurto di tutte le pi
stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accettare senza scrupolo come il primo
principio della filosofia.

I risultati del cogito

Svegli o addormentati, non dobbiamo mai lasciarci persuadere se non dallevidenza della nostra
ragione

il criterio dell'evidenza;
la sconfitta del dubbio scettico:
la nascita del pensiero moderno: il pensiero valido, vero, quando, essendo evidente, trova
corrispondenza con la realt.

Ma se il genio maligno non pu pi ingannare nellatto del pensare, potrebbe continuare a farlo sul
contenuto del pensiero. Difatti il cogito afferma lesistenza delle idee del pensiero ma non ci d la
certezza che queste idee, create dal nostro intelletto, dentro di noi, corrispondano poi realt effettive
fuori dalla nostra mente, nella realt oggettiva. Qui Cartesio commette un errore linguistico. Egli
crede che il pensare possa essere distinto dalle idee che il pensiero pensa. Ma questa distinzione

puramente nominale, verbale, perch in effetti non esiste pensare senza idee n idee senza pensare.
Pensare il complesso delle idee: ci che esiste sono sempre e soltanto le idee.

Le prove dell'esistenza di Dio


Se non sapessimo che quanto vi in noi di reale e vero viene da un essere perfetto e infinito, per
chiare e distinte che fossero le nostre idee, non avremmo nessuna ragione di essere certi che
posseggono la perfezione di essere vere.
Per Cartesio dunque il genio potrebbe continuare l'inganno sulle idee, di cui egli distingue tre
categorie:

le idee "innate" che sono quelle sempre presenti dov' presente il pensiero. Questo tipo di
innatismo virtuale, cio le idee innate ci sono veramente quando c' la possibilit del
pensiero di pensarle (il feto non ha idee innate);
le idee "avventizie" sono quelle delle cose esterne, che vengono dal di fuori;
le idee "fittizie" quelle delle cose inventate, che ci formuliamo da soli.

Su tutte queste idee il genio maligno potrebbe perci continuare ad ingannare; lunica soluzione e
quindi rappresentata dalla negazione dellesistenza del genio maligno e al contrario, dalla
affermazione di un Dio perfetto, quindi infinitamente buono per definizione, e quindi veridico, che
dice la verit; solo in quel caso sarebbe possibile avere la certezza che non solo il pensare ma anche
il contenuto del pensare, le idee, siano vere. Qui Cartesio ripropone argomentazioni gi fatte in
passato sulla dimostrazione dell'esistenza di Dio ma con una nuova validit: baser la dimostrazione
sulle regole del metodo.

Prima prova: luomo concepito come essere imperfetto; pertanto, anche le idee degli
uomini non hanno niente di perfetto, ma tra queste idee imperfette, l'uomo ne scopre una
perfetta che l'idea di Dio; non possibile perci che lio stesso sia la causa di questa idea,
perch io sono causa di imperfezioni, allora questa idea perfetta esterna allintelletto.
Subentra qui un principio fondamentale della visione filosofica cartesiana; ad ogni idea
pensata deve corrispondere tanta realt quanta ne possieda lidea stessa e perci, quante ne
possiede lidea che esso rappresenta. Ma essendo la mente umana finita e imperfetta, non
pu percepire n creare da se una realt infinita e perfetta; questa realt e la sua
corrispondente idea devono perci provenirci da qualche ente perfetto e infinito realmente
esistente che, per Cartesio, non pu essere che Dio.

Seconda prova: partendo dalla considerazione dell'esistente, io sono finito e imperfetto e ci


dimostrato dallatto del dubitare. Se fossi io la causa di me stesso mi sarei attribuito tutte le
perfezioni contenute nell'idea di Dio, che possiedo. Nella mia mente cio io possiedo un'idea
di perfezione, che l'idea di Dio: se mi fossi creato da solo avrei potuto crearmi secondo
questo modello di perfezione, ma se io non sono come quel modello, questo vuol dire che
non mi sono creato io, ma mi ha creato Dio che mi ha fatto finito e imperfetto pur dandomi
l'idea innata, infinita e perfetta di Dio.

Terza prova: si ripropone la prova ontologica di Sant'Anselmo: cio se Dio veramente un


essere perfetto non pu mancare di una caratteristica essenziale alla sua perfezione: quella
dell'esistenza. L'essenza infinita e perfetta implica, coincide, racchiude in s, l'esistenza.

La presenza di un Dio infinitamente buono, che non ci inganna pu perci portare luomo a
fidarsi per certo della corrispondenza tra le idee pensate e la realt esterna.

Il problema della sostanza


Il cogito ergo sum di Cartesio introduceva la necessit che il pensiero chiaro e distinto, evidente,
trovasse la sua corrispondenza nella realt. Solo questo assicurava che si trattasse di vera razionalit
e soltanto questo permetteva di superare il cosiddetto dubbio scettico, che sosteneva di essere certo
del proprio pensiero (come si pu dubitare di se stessi?) ma dubitava appunto che al pensiero
corrispondesse la realt che infatti si acquisisce attraverso i sensi, che potevano darne una falsa
visione. Ora il criterio dell'evidenza, il punto di partenza del metodo cartesiano, ha sconfitto s il
dubbio scettico ma ha fatto nascere la necessit dell'esistenza di due mondi, quello del pensiero
(cogito) e quello della realt (sum). E ciascuno di questi due mondi deve necessariamente far capo a
una sostanza. Ma con Cartesio le sostanze sono due:
1) la res cogitans, la sostanza pensante, Con cui si intende la realt psichica a cui Cartesio
attribuisce le seguenti qualit: inestensione, libert e consapevolezza
2) la res extensa, rappresenta invece la realt fisica, che estesa, limitata e inconsapevole.
In questo modo, tutte le espressioni della realt, il pensiero e la materia, trovano posto in un ordine
ben preciso. Questa situazione per pu intendersi come una incoerenza: la sostanza deve essere
necessariamente una e non pu essere altro che una. Cartesio pensa di superare questa difficolt
sostenendo che in effetti la sostanza sia veramente unica: lunicit della sostanza rappresentata in
Dio, creatore sia della realt che del pensiero. Insomma la "res cogitans" e la "res extensa" hanno un
denominatore comune che Dio, e non sono altro che affezioni della realt: mentre la res cogitans
rappresenta i modi in cui essa viene pensata e ideata, la res extensa corrisponde alla varie
modificazioni con cui la realt si presenta alla mente umana. Fondamentale quindi lesistenza di
Dio, di cui Cartesio si premurato di dimostrarne razionalmente l'esistenza

Le critiche allesistenza di Dio


Le prove cartesiane dellesistenza di Dio sono state soggetto di numerose critiche, poich da un
punto di vista logico e concettuale vi sarebbero punti in cui viene messo in dubbio la sua
dimostrazione razionale. Da un punto di vista logico, Cartesio pretende di dimostrare lesistenza di
Dio in base al criterio dellevidenza, ma nello stesso momento utilizza il concetto di evidenza per
affermare lidea del Dio stesso che non inganna. Dio verrebbe perci ad essere causa e frutto
dellevidenza allo stesso tempo, come levidenza costituirebbe causa e frutto dellesistenza di un
Dio. Si verrebbe perci a formare un circolo vizioso di causa-effetto, in cui non emerge una
soluzione. Altra grande obiezione rivolta alla discussione cartesiana quella sullesistenza; essa
infatti non pu considerarsi come una propriet di una determinata realt, poich questo presuppone
gi la presenza di una realt che possa essere pensata. Affermare che un qualcosa esiste perci
significa dire che un qualcosa anche al di fuori della mente che la pensa. In particolare, Pierre
Gassend, filosofo francese contemporaneo di Cartesio, critica aspramente anche la prima prova
posta nel discorso sullesistenza di Dio. In particolare, egli nega il fatto che lesistenza di un Dio sia
innata, perch innata lidea di perfezione; in realt essa non sarebbe altro che una negazione della
finitezza e dellimperfezione che luomo conosce tramite lesperienza. Lidea di Dio deriverebbe
perci soltanto dalleducazione ricevuta e della comunicazione fra gli uomini.
Incappando per nel "circolo vizioso". Si riapre allora inevitabilmente il dibattito sulla sostanza, che
affondava le sue radici nell'origine stessa della filosofia, negli antichi filosofi greci della natura: un

alternarsi di soluzioni metafisiche del problema della sostanza che durer per tutto il XVII secolo
passando attraverso Thomas Hobbes, Baruch Spinoza, Leibnitz sino a John Locke.

Marco Delle Chiaie

Bibliografia
Testi tratti da:
- Meditazioni metafisiche, 1841, Ren Descarts
- Discorso sul metodo, 1837, Ren Descarts
Altre fonti:
- La filosofia volume 2A: DallUmanesimo allempirismo, Abbagnano Fornero
- Lirrequieta certezza. Saggio su Cartesio, Rodano Paola, 1995
- Cartesio: un filosofo da rileggere, in Nuova secondaria, (1996), Belgioioso Giulia