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In copertina: J. REINEL, Map of the Atlantic.

Manuscript map on parchment, 1534, The James Ford Bell Library, University of Minnesota . V. MAGGIOLO, Carta nautica-geografica, 1535, Archivio di Stato, Biblioteca Antica Torino . P. Massa - G. Bracco - A. Guenzi J.A. Davis - G.L. Fontana - A. Carreras DALL'ESPANSIONE ALLO SVILUPPO UNA STORIA ECONOMICA D'EUROPA con il coordinamento di Antonio Di Vittorio G. Giappichelli Editore - Torino Copyright 2002 - G. GIAPPICHELLI EDITORE
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- TORINO VIA PO, 21 -TEL. 011-81.53.111 - FAX: 011-81.25.100

ISBN 88-348-2384-2 La traduzione del testo di J.A. Davis dall'inglese stata curata da Antonietta Cancello. La traduzione del testo di A. Carreras dallo spagnolo stata curata da Amedeo Lepore . Composizione: Compograf - Torino Stampa: Stampatre s.r.l. - Torino

Introduzione 1. Pur essendo stato concepito per esigenze didattiche, questo manuale di storia economica ha avuto di mira anche altri obiettivi . Sul piano pi strettamente didattico esso ha teso a cogliere l'appuntamento con l'avvio della riforma degli ordinamenti didattici universitari. Il lungo iter di questa riforma, all'insegna di un carattere "professionalizzante", o "formativo-professionalizzante", del corso degli studi universitari nell'ambito della laurea triennale, ha consentito di impostare e dosare un discorso di storia economica generale che si potesse ben inserire in un adeguato corso di laurea triennale, che comprendesse la storia economica quale insegnamento "di base" o "caratterizzante" . Peculiarit di questo manuale, volto a dare un quadro d'insieme della storia economica europea dal dischiudersi di nuovi orizzonti nel corso del XV secolo sino ad oggi, che risulta utilizzabile anche per limitati "moduli" d'insegnamento della disciplina in quanto i singoli capitoli contengono ampi riferimenti alle epoche precedenti, nell'ottica della continuit del discorso storico, sicch consentono una lettura ed una trattazione degli argomenti senza eccessive difficolt . A quest'ottica di uso del manuale rispondono anche i richiami ad istituzioni e a singoli eventi che si ripetono in pi di una parte del manuale e che, lungi dal volerlo appesantire, intendono favorire un eventuale uso "modulare" del manuale stesso . Esso, inoltre, si presenta con una base volutamente "rastremata", vale a dire con una trattazione dell'et moderna contenuta, a vantaggio della fase di trapasso dall'et moderna alla contemporanea e dell'et contemporanea stessa, a sottolineare l'apertura verso le problematiche dello sviluppo a noi pi vicine, senza per tralasciare i contesti dai quali esse emergono e a cui si ricollegano . Inutile aggiungere poi che il manuale si presenta quanto mai aggiornato metodologicamente e storiograficamente, anche se si inteso ridurre al minimo indispensabile i riferimenti bibliografici. Ci che fa aggio non sono le note o i riferimenti, ma il bagaglio culturale e scientifico degli Autori, chiamati ad esprimere le linee di un progetto . Su un piano pi generale, infatti, da dire che questo manuale frutto di un progetto tendente a raggiungere obiettivi che vanno di l di quello puramente didattico . Innanzitutto si voluto esprimere e sottolineare il concetto della sostanziale unit del processo economico dall'avvio dei viaggi di scoperta nel basso Medio Evo ad oggi. Il grande ciclo della crescita dell'economia europea, avviatosi a met Quattrocento, trova scansione nella fase di espansione prima, con l'aumento di produzione senza aumento di produttivit, di sviluppo dopo, con l'aumento di produzione con aumento di produttivit. Le rivoluzioni industriali - e, quindi, l'avvio dei processi di industrializzazione - non separano, ma legano queste due fasi in quanto, come mostra molto bene la parte redatta da John A. Davis, le fasi di espansione e di sviluppo si compenetrano profondamente nelle varie regioni d'Europa ed in momenti spesso assai diversificati tra loro . Questa sostanziale crescita del processo economico europeo negli ultimi secoli va tenuta presente in un momento in cui l'attenzione, anche a livello di studi, portata esclusivamente sul presente, su ci che attuale, riducendo sempre di pi l'arco della prospettiva temporale. In un discorso didattico per pi che mai la storia economica non pu perdere la sua identit di disciplina storica riducendosi al contingente ed all'attuale. Proprio perch le stato riconosciuto un ruolo "formativo" anche in corsi di laurea professionali o professionalizzanti bene che essa mostri in pieno tale sua identit di disciplina storica e che l'approccio al presente essa lo compia mediante il discorso di continuit storica ed il processo di storicizzazione dell'attualit, che sono poi due aspetti di una stessa medaglia . Il manuale circoscritto alla storia economica d'Europa, perch quella che meglio consente di cogliere l'unitariet del processo economico degli ultimi secoli. Non mancano ovviamente i riferimenti ad altre parti del mondo che, di volta in volta, sono state coinvolte nella storia economica d'Europa, ma l'ottica sempre eurocentrica. Il manuale, infatti, mentre volto

all'insegnamento della Storia Economica, volge lo sguardo anche a questo recente formarsi di un'Europa unita. Una storia economica d'Europa anche un evidenziare il comune cammino che quest'Europa ha "gi" percorso prima di riprenderlo, in modo e forma nuovo, nel XX secolo. La presenza di due autorevoli studiosi, non italiani, ma europei, tra gli Autori - Albert Carreras e John A. Davis - espressione anche di questa condivisa esigenza. Presentare, cio, un comune percorso, a lato del quale possono inserirsi, a seconda delle aree geografiche in cui si opera, o di specifici interessi didattici, testi monografici di approfondimento di singole realt nazionali o settoriali . Ci detto, va da s che, come ogni manuale, anche questo suscettibile di critiche. Ma averne consapevolezza rende pi tranquilli nei confronti di colleghi e, perch no, degli studenti . Non posso chiudere queste righe senza esprimere il ringraziamento, ed il mio apprezzamento, ai colleghi Paola Massa, Giuseppe Bracco, Alberto Guenzi, John A. Davis, Gian Luigi Fontana, Albert Carreras, per avere accettato di partecipare ad un progetto diventato comune . Bari, Universit Antonio Di Vittorio Paola Massa Parte Prima L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa . Un sistema economico integrato: l'europa del XV secolo 1.1. Il territorio . Secondo i geografi, l'Europa, il cosiddetto "vecchio continente", una grande e frastagliatissima penisola, protesa per migliaia di chilometri nel mare, che, determinandone le caratteristiche climatiche, ha influenzato le scelte di vita della maggior parte dei suoi abitanti e li ha spinti a navigare, a conoscere e a colonizzare nuove terre. Nel corso dei secoli la ripartizione territoriale interna all'Europa ha subito variazioni notevoli, per eventi bellici e mutamenti politici contingenti. Nonostante la presenza ed il peso di fattori di variazione del tipo appena ricordato, assumendo come punto di riferimento i parametri economici, nel XV secolo possibile parlare d'Europa in un'ottica unitaria, come di una comunit di soggetti legati da interessi simili o almeno complementari, pur nella persistenza di un frazionamento politico . La constatazione della presenza di un processo di integrazione del tessuto economico europeo tra Medio Evo ed Et Moderna ha permesso al grande storico francese Fernand Braudel (vissuto nel secolo scorso) di applicare al vecchio continente un modello di sviluppo economico unitario e complessivo, da lui teoricamente elaborato negli anni Sessanta, e definito "economia mondo": esso presuppone, all'interno dello spazio territoriale individuato con questo termine, prima di tutto una autosufficienza sostanziale nel soddisfacimento dei bisogni della popolazione, articolata nelle varie classi sociali, e quindi con riferimento ad una domanda di beni e di manufatti qualitativamente differenziata; in secondo luogo, e come conseguenza della ipotesi precedente, il territorio cos individuato afferma la mancanza di convenienza economica (quindi di possibilit di ottenere un adeguato livello di profitto) nell'effettuare scambi con altre realt al di fuori dei propri confini. Il modello di sviluppo per l'Europa dell'Et Moderna tracciato dallo storico francese presenta inoltre un ulteriore aspetto di interesse: l'allargamento della dimensione territoriale-econo-mica del vecchio continente fino a comprendere non solo tutto il Mediterra4 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa neo ed i suoi traffici, ma anche i paesi dell'Africa settentrionale (strutturalmente differenziati dalla parte continentale, sotto il Sahara, cio la cosiddetta "Africa nera") economicamente tributari e legati agli scambi attivi (di merci, di metalli preziosi e di uomini) attraverso le acque di questo mare "interno" . Un' idea di Europa, quindi, non tradizionale, ma rivolta a prendere in considerazione una realt economica i cui confini fisici sono rappresentati da catene montagnose, dal Polo Nord e dal deserto africano: una Europa a cui forse possiamo fare riferimento anche oggi, riflettendo sulle sue caratteristiche politiche e culturali e sulla sua tradizione storica . 1.2. Poli urbani di sviluppo e mercati LJno dei pi importanti pregi del modello "economia mondo" riferito all'Europa del XV secolo ' quello di porre in rilievo gli elementi di dinamicit, che consentono di pervenire a fasi successive e sempre pi avanzate di sviluppo: secondo F. Braudel, infatti, grazie all'azione trainante di alcuni centri urbani (definiti "poli") la cui

leadership volta a volta emerge e si definisce, si attua un'azione di spinta e di aggregazione di vari settori dell'economia che, nei diversi momenti storici, si impongono come i campi di convergenza del maggior numero di risorse produttive, grazie alle redditizie condizioni di operativit . Cos, almeno fino alla met del Quattrocento, accanto allo sviluppo del settore tessile (fabbricazione di panni di lana), sono i traffici commerciali che permettono di ottenere ottimi guadagni: la constatazione della persistenza di un fenomeno, poich gi dall'inizio del XIII secolo si pu parlare di capitalismo commerciale, consistente, come scrive Marco Cattini, "nell'interporsi del mercante tra produttore e consumatore, grazie alla enorme distanza spaziale e temporale che, per certe merci, separava i luoghi di approvvigionamento da quelli di vendita". I mercanti sono operatori non specializzati, dotati di cospicui mezzi finanziari e di credito, cio dell'affidabilit, oltre che di competenze merceologiche e tecniche, sia in campo commerciale che giuridico e contabile . I traffici quattrocenteschi vedono emergere due protagonisti come punti di riferimento per tutto il sistema economico europeo. Il primo si identifica nelle citt italiane del Mediterraneo (Genova, Venezia, Pisa, Amalfi, Ancona, Napoli, Messina, ma anche Siena e Lucca), specializzate nel commercio con Ma, secondo Braudel, con alcune caratteristiche diverse, questo modello valido anche per i due secoli successivi . Un sistema economico integrato: l'europa del XV secolo 5 l'Oriente, che fornisce all'Europa prodotti indispensabili come le spezie2, ma presenti anche nei traffici di beni di prima necessit, come i cereali, e di materie prime. Il secondo attore di questa vicenda si ritrova nel complesso dei centri portuali del Mar Baltico riuniti dalla met del Duecento nell'Ansa germanica (Bruges e Anversa, che per sono le prime a staccarsi dal gruppo; Amburgo, Danzica, Stettino, Novgorod, sulla costa russa): sono le navi dell'Ansa che attraverso lo stretto del Sund collegano il Baltico con il Mare del Nord; da esse dipendono i rifornimenti di tutti i Paesi dell'Europa settentrionale, Inghilterra compresa . Tavola l.-I traffici dell'Hansa intorno al 1400 Fonte: F. BRAUDEL, Civilt materiale, economia e capitalismo, III, I tempi del mondo, Einaudi, Torino, 1982 [1979], p. 89 . Come si detto, i fattori politici contingenti contribuiscono a complicare preesistenti equilibri socio-economici. Infatti, la Guerra dei Cento Anni (1337-1453), che rende difficili gli scambi attraverso le vie terrestri, permette a Come vedremo in seguito, le spezie costituiscono i prodotti principali nei confronti dei quali occorre stabilire una eccezione rispetto all'"autosufficienza" del modello teorico ipotizzato da F. Braudel . 6 L'economia del XV secolo. Ipresupposti dell'espansione dell'Europa Bruges di affermarsi come citt portuale intermedia tra i due poli citati. Alla fine del XV secolo a Bruges, caduta in disgrazia con la dinastia degli Asburgo, succede Anversa, centro mercantile cosmopolita, ma anche sede di una delle prime Borse merci operanti sui mercati internazionali . 1.3. Merci, vie e mezzi di trasporto 1 er tutto il Quattrocento - come si gi detto -, ma anche per buona parte del secolo successivo, i settori economici pi importanti attivi in Europa continuano ad essere quelli degli scambi commerciali e delle produzioni tessili: sono decine di migliaia le pezze di tessuti di lana e di seta che vengono commercializzate e redistribuite dalle Fiandre, dall'entroterra veneto, dalla Toscana, dalle "citt della seta" italiane (Lucca, Venezia, Firenze, Genova, per citare solo le pi importanti). Ma i traffici marittimi riguardano anche e soprattutto merci ingombranti, come il frumento, il sale ed il legname. Cos ancora verso il Mare del Nord sono trasportate dagli Anseatici importanti materie prime, come ferro, piombo, stagno, rame, cuoio, cera, ma anche pellicce, segale, avena, e orzo per l'alimentazione; in senso inverso il carico composto da prodotti asiatici e mediterranei (olio, vino, spezie, riso, fichi secchi), da lana greggia, materie tintorie, allume ', tessuti . Per altri beni ad alto valore unitario e di minore ingombro, le fiere internazionali sono per lungo tempo punto di incontro, in particolare, dei mercanti del Sud e del Nord: fin dal Duecento nella Champagne; dopo il Trecento a Ginevra e successivamente a Lione. In queste localit, ogni tre

mesi, mercanti provenienti da tutti i principali Paesi cercano e trovano occasioni di scambio regolando tra loro, al termine delle contrattazioni, i saldi delle varie operazioni4 . Le vie terrestri da percorrere non sono certo agevoli, essendo necessario atSostanza proveniente all'epoca esclusivamente dalla Focea, era indispensabile come mordente nella tintura delle fibre tessili, oltre che per la concia delle pelli in tutta Europa . Per un sistema economico la cui circolazione monetaria, come vedremo nel paragrafo seguente, esclusivamente metallica, poter regolare le partite in modo incrociato alleggerisce la necessit di circolante e la difficolt di dover disporre del metallo prezioso necessario, dovendo intraprendere questo lunghi, difficoltosi e pericolosi trasferimenti. proprio nelle fiere che nasce, quindi, la lettera di cambio, uno strumento di credito che accomuna tutta l'Europa (in pratica una cambiale in valuta estera, che differisce il pagamento nel tempo e nello spazio, sia che si tratti della conclusione di una operazione commerciale che della concessione di un prestito). Essa permette di ampliare il giro di affari delle case mercantili e di operare in condizioni di maggiore efficienza . Un sistema economico integrato: l'europa del XV secolo 7 traversare le Alpi, lungo passi spesso innevati, con le carovane di muli carichi di merci e di persone . All'interno dell'Europa vi pure una forte presenza di fiumi e di canali, sui quali vengono rapidamente organizzati servizi regolari di spedizioni, ma gli ostacoli non sono pochi: non solo dazi e pedaggi, ma servizi monopolizzati da gruppi corporativi, quando mulini o gualchiere nel mezzo della corrente non obbligano a costosi trasbordi . La via preferita rimane quindi il mare, che permette un trasporto lento, rischioso (per gli accidenti degli uomini e della natura), ma indubbiamente meno costoso. Non si naviga di solito durante l'inverno, ma si possono percorrere distanze pi lunghe e realizzare alti profitti trasportando non solo le merci ricche, ma anche quelle relativamente povere e voluminose. Prima delle esplorazioni e delle scoperte geografiche di fine secolo si naviga ancora il pi possibile in vista delle coste, ma si inizia ad aumentare progressivamente il tonnellaggio dei vettori, dotandoli di una pluralit di alberi e di un timone a poppa, con un pi intenso e pi razionale impiego delle vele. Alla galera a remi5 si affiancano cocche (o navis) e nel XV secolo le caravelle, anche se il traffico di cabotaggio usa imbarcazioni pi piccole, assai simili, ma con nomi spesso molto differenti tra loro. Il perfezionamento degli strumenti ed il sempre maggiore sviluppo della cartografia riducono, comunque, lungo tutto il secolo, sempre di pi i margini di approssimazione e di rischio insiti nella navigazione . 1.4. 2/ lento formarsi di un efficiente mercato monetario Nella tradizione medievale, gi dai tempi di Carlo Magno, tra i diritti tradizionalmente riservati al fisco e gelosamente difesi, e che le citt pi importanti rivendicano e riescono ad ottenere dopo lunghe e non sempre agevoli trattative, vi quello di battere moneta. La resistenza regia in parte determinata dal fatto che la moneta considerata come un simbolo della sovranit, ma anche - e forse in misura maggiore - dalla circostanza che la zecca una fondamentale fonte di entrate finanziarie, sia legalmente, per il cosiddetto "diritto di signoria", sia illegalmente, per il guadagno che il fisco pu ricavare immettendo monete sempre pi scadenti, delle quali, peraltro, mantiene immutato il valore legale . L'unica moneta che circola effettivamente, nell'Alto Medioevo, il denaro d'argento, di cui, da zecca a zecca e di anno in anno, varia notevolmente il peli rapporto equipaggio-carico , nel XV secolo, in media di un marinaio ogni quattrocinque tonnellate di stazza dell'imbarcazione, tenuto conto anche delle necessit di difesa . 8 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa so e il titolo, con una tendenza alla diminuzione, anche per la scarsa offerta di quel metallo sui mercati. Tranne qualche rara eccezione, l'oro usato come mezzo di pagamento, ma utilizzando oggettistica o verghe (valutate a peso) o in forma di monete bizantine o arabe: proprio la larga diffusione di queste ultime che ritarda la monetazione nei territori d'Occidente anche dopo l'anno Mille, nel periodo cio dell'intensa ripresa dei traffici, contestuale alle prime Crociate e

segnato, oltre che da un notevole incremento della popolazione, anche dal progressivo abbandono del baratto . I secoli fino all'XI, infatti, sono caratterizzati dalla forte presenza, nella compensazione degli scambi, di quelli che lo storico francese Frdric Mauro ha definito i "mezzi limite" di pagamento: l'autoconsumo, che comprende anche lo scambio di beni che il nucleo familiare ha prodotto per s in eccesso, ed maggiormente presente nelle campagne e nelle economie chiuse in generale; il baratto, che effettuato soprattutto sui mercati regionali o su quelli internazionali (uno dei beni per cui dura pi a lungo il sale); i consumi gratuiti, all'epoca assai pi diffusi, anche per l'opera della Chiesa e degli ordini monastici (pensiamo, ad esempio, all'assistenza e alle cure mediche per la maggior parte della popolazione, all'offerta di cultura e di istruzione da parte di parrocchie e conventi, prima della diffusione della stampa; a certi servizi di prima necessit nei centri urbani, come la utilizzazione dell'acqua) . Dalla met del XIII secolo, per, la moneta penetra un po' alla volta in tutti i campi della vita economica e le stesse imposte in natura di origine feudale vengono trasformate in pagamenti in danaro: se vero, come alcuni storici sostengono, che la prima moneta d'oro importante il genovino, coniato a Genova e risalente alla seconda met del XII secolo, ad un'epoca solo leggermente pi tarda appartengono il fiorino emesso a Firenze e il ducato d'oro veneziano, denominato successivamente zecchino. Nel 1266 l'esempio delle citt italiane imitato dalla Francia con il parigino e, qualche anno pi tardi, dall'Inghilterra con il nohle . La formazione di un mercato monetario stata tuttavia ritardata dalla insufficiente quantit di metalli preziosi monetabili in circolazione: in pratica, fino alla met del XV secolo esiste una notevole discrepanza tra domanda e offerta, poich le quantit di metalli preziosi estratte, gi di per s non rilevanti, solo in parte sono destinate alla coniazione. L'oro e l'argento servono anche per la fabbricazione di monili e gioielli, di vasellame, per i tesori delle chiese e dei conventi, quali veri e propri beni rifugio . Dopo la met del secolo, il sistema bimetallico dell'Europa si irrobustisce. In particolare le ricerche di nuovi giacimenti diventano pi fruttuose, stimolate dall'aumento dei prezzi dei metalli; per lo sfruttamento di quelli gi conosciuti si perfeziona l'applicazione di alcuni nuovi accorgimenti tecnici che caratterizzano l'attivit estrattiva del periodo. Le quantit a disposizione aumentano: per l'argento, in particolare, grazie al migliore sfruttamento delle risorse Un sistema economico integrato: l'Europa del XV secolo 9 tedesche, austriache e ungheresi; per l'oro, a fine secolo, per una duplice concomitanza: - l'azione dei Portoghesi, che esplorano le coste africane e sfruttano le risorse della Guinea e del Senegal, dopo aver per molto tempo aiutato la circolazione monetaria europea con l'oro del Sudan che, attraverso il Sahara, viene scambiato nell'Africa del Nord con prodotti italiani e spagnoli; - i primi viaggi di Colombo, che fanno arrivare in Spagna il cosiddetto "oro delle isole" (Santo Domingo, Portorico, Cuba, e quello dei giacimenti alluvionali delle Antille) . Ancora poco, tuttavia, di fronte alle sempre maggiori necessit del sistema economico dell'Europa, strettamente correlato nel suo sviluppo, come si visto, alle variazioni del quantitativo di metalli preziosi disponibile ed alla conseguente instabilit del loro valore . Occorre comunque sottolineare che l'organizzazione monetaria di tutti gli Stati basata sulla distinzione tra moneta reale (o coniata) e moneta di conto, tra le quali esiste un rapporto fissato dallo Stato: la seconda funge da misura omogenea del numerario in circolazione6, "immutabile come uno scoglio nel mare" almeno prima del XVI secolo . Ne risulta un'Europa con molte monete, che esperisce tentativi di dare stabilit al mercato internazionale del denaro. Abbiamo gi ricordato la moneta di conto, ma possiamo aggiungere la tendenza a mantenere costanti i rapporti di cambio e, ancora, due esempi di "convenzione" che si segnalano come innovazione in questo sistema certamente arcaico tecnicamente, ma nel quale si cerca di stabilire criteri di ordine. Cos, nel XV secolo, undici sovrani e settantaquattro citt tedesche (la cosiddetta Confederazione monetaria renana) sottoscrivono un accordo che riesce a trasformare il fiorino renano, per un certo periodo, nell'unica moneta legale. Pi evoluta

e pi significativa la funzione dello scudo di marco, sempre moneta di conto, diffusa per la prima volta nelle duecentesche fiere di Champagne, che per quasi tre secoli mostra la necessit di aggregazione e intende sostenere gli interessi di gruppi di nazionalit diverse . Pi difficile risulta, per il XV secolo, una valutazione della velocit di circolazione della massa monetaria: se l'oro circola meno velocemente dell'argento (anche per gli effetti della legge di Gresham), le singole realt territoriali, il ruolo del credito, la lentezza del recupero dei capitali investiti nel commercio e nelle manifatture, condizionano questa variabile. Non ancora, tuttavia, con le conseguenze che il fenomeno assume nel secolo successivo, che il periodo non solo della prima grande inflazione europea, ma anche della eccezionale espansione degli affari commerciali e finanziari in campo internazionale . Una lira, composta di venti soldi, ciascuno dei quali formato da dodici denari . 10 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa In quest'ottica il Quattrocento, ed in particolare la seconda met del secolo, rappresenta realmente un periodo di adattamento del sistema economico europeo, variamente sollecitato . 1.5.1 mercanti-banchieri. Iprimi strumenti e le istituzioni del credito .Tino a quando l'attivit economica si svolge nel quadro del sistema feudale la mancanza di capitali mobiliari e monetari non sentita in misura rilevante, ma, in concomitanza con lo sviluppo sempre maggiore dei commerci -che postula la necessit di strumenti atti a surrogare i capitali monetari -, si cerca di ovviare a questa situazione di carenza. L'esercizio del credito rimane tuttavia a lungo non regolamentato e spesso illegale e, comunque, gli alti tassi (30-40%) impediscono ai mercanti e agli artigiani di procurarsi i capitali necessari, poich il profitto ottenuto dall'investimento sarebbe stato sicuramente inferiore al costo. La clientela di questi banchieri-usurai pertanto all'inizio costituita principalmente da gente bisognosa di denaro per l'acquisto di beni di consumo . Il Quattrocento risente ancora della concezione medievale - quella ufficiale della Chiesa -, che considera immorale ogni forma di trasferimento oneroso del danaro. In quest'ottica vista con sospetto anche la lettera di cambio, considerata un prestito camuffato (come in effetti diventer) anche quando sottende una operazione commerciale; se ne limita la liceit solo al caso in cui sia tratta su un'altra piazza ed in una moneta diversa da quella del traente (in questo modo l'interesse viene occultato all'interno del tasso di cambio) . Protagonisti nel settore del credito sono i mercanti-banchieri, cio dei soggetti economici non specializzati, che aprono conti correnti e ricevono depositi, inizialmente, almeno in apparenza, senza corrispondere alcun interesse. L'apertura del conto serve al cliente per facilitare i propri pagamenti, le riscossioni e le operazioni di giro "per scritta", cio con l'iscrizione della partita nei libri contabili del mercante-banchiere (che tiene un Banco). Da parte sua quest'ultimo pu disporre delle somme raccolte per i propri affari (mercantili, assicurativi, imprenditoriali, ecc.), acquista una sempre maggiore credibilit professionale e sociale e, utilizzando i mutamenti e le aperture dottrinali della stessa Chiesa, pu iniziare a corrispondere un "giusto" interesse ai depositanti. Col tempo, le prime operazioni effettuate solo su piazza, si diffondono anche fuori piazza. Venezia, Genova, Barcellona, ma specialmente la Toscana7 testimoniano un fiorire di attivit in questo settore ed il progressivo perfezioNel 1470 Firenze conta oltre trenta case bancarie . Un sistema economico integrato: l'Europa del XV secolo 11 narsi di strumenti creditizi (con le pi varie forme di finanziamento, comprese le anticipazioni su merci) e delle tecniche ad essi connesse (la girata cambiaria, l'assegno, ecc.). Accanto alle grandi e dinamiche famiglie di mercanti-banchieri, che operano principalmente dall'Italia con filiali e corrispondenti in tutta Europa, da rilevare la presenza di alcune istituzioni creditizie pubbliche, in particolare in Spagna e in Italia. Una delle pi antiche rappresentata dal Banco di San Giorgio, fondato nel 1408 a Genova. Certo esistono anche altre forme di credito che si svilupperanno ulteriormente nei secoli successivi: i prestiti ai sovrani o alle citt; censi e rendite vitalizie; investimenti per la partecipazione a societ, ma specialmente caratterizza la met del XV secolo il diffondersi del

credito su pegno, gestito dai Monti di piet con finalit prevalentemente assistenziali (il primo Monte del 1462, a Perugia). Fondati dai francescani, i Monti costituiscono l'alternativa ai prestiti usurari per la popolazione povera, ma non indigente, che si trova in stato di temporanea necessit, e che ritiene di poter trovare, entro un lasso di tempo non troppo lungo, le risorse necessarie per fare fronte al proprio debito, riscattando gli oggetti dati in pegno. Si tratta di una istituzione prettamente italiana, che entro la fine del secolo si diffonde in quasi tutta la penisola, e che ha il suo maggiore punto di forza nei bassi tassi di interesse richiesti: di norma non superiori al 10%, in taluni casi risultano anche molto inferiori, se non addirittura azzerati per somme particolarmente esigue. Il capitale con il quale i Monti svolgono la loro attivit , infatti, all'inizio, il risultato di fonti proprie di entrata, non onerose; solo un secolo pi tardi alcuni di essi iniziano a raccogliere depositi, ma per un lungo periodo senza corrispondere alcun interesse . NLa domanda e l'offerta di beni. Prodotti agricoli e manufatti 2.1. Andamento e distribuzione della popolazione Il primo fattore che condiziona dal punto di vista quantitativo la domanda di beni la popolazione che si rivolge al mercato degli stessi: una variabile per la quale, certamente, tra Medioevo ed Et moderna, non si hanno dati sicuri e completi, n per quanto concerne l'andamento, n relativamente alla struttura (i primi censimenti, e dati abbastanti certi, sono reperibili solo dall'inizio del XIX secolo) . Alcune stime mostrano per una certa attendibilit, specialmente se riferite alle aree urbane; tuttavia possibile, anche in un'ottica territoriale pi ampia, fare qualche considerazione e ipotizzare alcune indicazioni numeriche . Il periodo medievale caratterizzato da un trend secolare della popolazione europea costantemente crescente, nonostante l'alta mortalit, definita "catastrofica", causata da guerre, carestie ed epidemie1. In contrapposizione ad essa vi poi una mortalit "ordinaria", peraltro di per s gi assai elevata, specialmente per quanto concerne i decessi infantili e dei giovani sotto i dieci anni. Questa mortalit del resto una diretta conseguenza della povert della popolazione e della vita stentata che conduceva. Essa induceva un effetto quasi paradossale sulla struttura demografica del vecchio continente, che risulta sempre di tipo "giovane", poich, secondo Carlo M. Cipolla, la speranza di vita media non superava all'epoca i 40-45 anni . Questo stesso studioso si cimentato anche con il grosso problema di una valutazione complessiva della popolazione dell'Europa (comprendente anche la Russia europea e i Balcani): egli la valuta intorno a 30-35 milioni di abitanti in1 La guerra, sostiene Cipolla, era forse quella che provocava una maggiore frequenza o una maggiore intensit degli altri due malanni: la carestia era infatti spesso la conseguenza delle distruzioni e dei saccheggi di raccolti e bestiame cui indulgevano i soldati di passaggio; le epidemie erano sovente le conseguenze delle disastrose condizioni igienico sanitarie degli eserciti e si diffondevano pi facilmente tra una popolazione mal nutrita . 14 L'economia delXV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa torno all'anno Mille, mentre calcola una crescita fino a 80 milioni alla met del Trecento, quasi un terzo della presenza complessiva nel mondo di circa 300 milioni di individui. Tra il 1347 ed il 1351 le falcidie provocate dalla grande epidemia denominata "peste nera", proveniente dall'Oriente e diffusasi con grande rapidit, non solo riducono di quasi un terzo la popolazione dell'Europa2, ma producono ulteriori due conseguenze: prima di tutto da quel momento la peste si stabilisce in Europa con focolai sparsi, in maniera endemica, con ciclici rigurgiti di forza; in secondo luogo, a causa di questa presenza, per oltre un secolo la popolazione europea rimane su livelli sensibilmente ridotti rispetto a quelli raggiunti prima del 1347. Solo alla fine del Quattrocento la popolazione totale si sarebbe di nuovo aggirata intorno agli 80 milioni di persone, anche se non mancano gli squilibri regionali durante la prima met del secolo. La crescita lenta in Francia, travagliata dalla guerra dei Cento Anni (1337-1453), mentre in ItaKa il movimento ascendente riprende molto lentamente. Nella penisola iberica, in Germania ed in Inghilterra il ritmo di crescita , invece, pi sostenuto .

Un movimento ascendente pi generale sembra iniziare solo dopo il 1450, con la ripresa del sistema economico, pesantemente condizionato da un avvenimento ad esso esterno come la pestilenza. Questa, infatti, riducendo la popolazione, e quindi la domanda, ha in qualche modo aumentato le risorse a disposizione dei singoli, e quindi migliorato per alcuni decenni le loro condizioni di vita, ma senza stimolare il sistema nel suo complesso . La popolazione europea, oltre che ad aumentare, tende sempre pi anche a concentrarsi nelle citt, specialmente per ragioni di difesa, oltre che per la ricerca di attivit lavorative pi redditizie (si calcola che nell'et preindustriale in media il 20% degli individui risiedesse nei centri urbani). Le direttrici dello spostamento sono almeno due, cio l'inurbamento sia dalla campagna, sia dai centri pi piccoli verso i pi grandi (cos, ad esempio, ci si trasferisce a Venezia da Padova e da Verona; importante centro di attrazione Milano, rispetto ad altri centri lombardi). Il panorama complessivo mostra, all'inizio del Quattrocento, l'Italia che da sola conta una decina di citt intorno ai 50.000 abitanti , mentre il resto dell'Europa ne ha complessivamente non pi di nove". Si tratta di un movimento non privo di conseguenze sul sistema urbano: pi numerosa , infatti, la popolazione accentrata, pi ampio ed efficiente deve essere il sistema di approvvigionamento e di distribuzione dei beni di consumo primari organizzato dalle autorit pubbliche . 2 In Inghilterra, ad esempio, si ha una mortalit di oltre il 20% della popolazione; in alcune citt italiane di oltre i tre quarti degli abitanti. Del resto, durante una epidemia, come durante una carestia, non solo aumentano le morti, ma diminuiscono anche le nascite, sommandosi i due effetti . Genova, Milano, Venezia e Firenze raggiungono quasi i 100.000 abitanti . 4 Parigi (quasi 100.000), Londra, Colonia, Barcellona tra le pi importanti . La domanda e l'offerta di beni. Prodotti agricoli e manufatti 15 Tavola 2.-La diffusione della peste nera in Europa a partire dal 1347 Tonte: E. CARPENTER, Autour de la Veste Nutre: famines et pidemies dans l'histoire du XVI' siede, in Annales E.S.C., XVII, 1962 . 2.2. Consumi e investimenti IN el suo insieme, la spesa globale dell'Europa quattrocentesca soprattutto una spesa di consumo ed alimentata, in larga misura, dalla domanda dei privati. Nelle attivit di trasformazione il capitale investito considerevole, pi per la lentezza della sua stessa rotazione che per la necessit di immobilizzazioni in impianti e macchinari, ma il fenomeno interessa una minoranza della popolazione. La spesa pubblica non si differenzia molto da quella privata nell'acquisto di beni e servizi (tranne, forse, che in periodo di conflitti bellici) ed in pratica insignificante per quanto concerne gli investimenti, in parti16 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa colare nei settori produttivi ( il riferimento, quasi esclusivo, al settore minerario). Le uniche infrastrutture per le quali, all'epoca, gli Stati dimostrano una certa attenzione sono le vie ed i mezzi di comunicazione: porti, canali, rete stradale, cantieri navali sono oggetto di intervento, come pure gli edifici di rappresentanza (pensiamo ad esempio alla Chiesa ed alla Curia romana, ma anche a molti fabbricati del potere civile). Potremmo inoltre domandarci, insieme a F. Mauro, se in quest'ottica possano essere considerati investimenti pubblici anche i finanziamenti alle imprese marittime in terre lontane: non tanto, probabilmente, le conquiste spagnole, quanto piuttosto, per la politica perseguita dai sovrani portoghesi durante buona parte del XV secolo, i finanziamenti alla cantieristica, in particolare, e le spedizioni commerciali. Andando oltre gli aspetti formali, la risposta potrebbe essere positiva . anche vero che alcune scelte dei privati, e dell'aristocrazia in particolare, vedono convogliare i profitti del capitalismo fondiario e mobiliare verso spese per le quali il confine tra consumo di lusso e investimento non sempre agevole (mobili di pregio, arazzi, argenterie, quadri, gioielli, ecc.). Sono tuttavia le necessit primarie della popolazione che assorbono la quota pi rilevante del reddito individuale: alimentazione, abitazione, riscaldamento, ma anche un rapporto spirituale con la Chiesa non sempre gratuito (si pensi, ad esempio, al prelievo coatto costituito

dalle decime). In anni "normali", circa l'80% del reddito dei singoli risulta destinato alle spese di prima necessit, ma le crisi agricole sono frequenti e la domanda di questi beni rigida dal punto di vista delle scelte economiche: se vero che si mangia poco e male, causa non secondaria la media molto bassa dei redditi individuali. Voce di costo notevole pu poi essere anche il vestiario, ma essa, al contrario di quella per il cibo, aumenta proporzionalmente insieme al reddito . Cereali (non solo grano, ma segale, orzo, avena, farro e ... castagne) e bevande energetiche (vino e birra, quasi un litro pro-capite al giorno) sono alla base della "dieta" delle classi povere: le differenze socioeconomiche si riflettono sia sull'apporto calorico, sia nella diversificazione degli alimenti, poich desideri e bisogni trovano un limite naturale sia nel livello del reddito individuale (che dipende dai salari e dal loro andamento), sia nel livello dei prezzi. chiaro che alle differenze tra i ricchi e i poveri occorre accostare quelle tra citt e campagna e ancora le forti alternanze geografiche all'interno dell'Europa: cos per i paesi centro-orientali occorre rivalutare il consumo di carne e di grassi animali, e nel Mediterraneo quello degli ol vegetali. Non poi da sottovalutare l'apporto proteico del pesce nei territori vicini al mare, a meno che non si faccia ricorso a quello salato o seccato, assai pi costoso, ma largamente diffuso; sale e spezie hanno a loro volta una domanda rigida, anche se limitata a ridotte quantit pro-capite . La domanda e l'offerta d beni. Prodotti agricoli e manufatti 17 2.3. Il settore primario. Variet di colture e innovazioni Il settore primario comprende quelle attivit i cui prodotti sono ottenuti direttamente dalla natura: agricoltura, silvicoltura e pesca5. L'agricoltura, in particolare, stata per secoli l'occupazione principale delle popolazioni (pi del 65% nell'et preindustriale), al punto che proprio il raggiungimento dell'eguaglianza tra il numero degli addetti nei due settori, risultato delle grandi trasformazioni connesse alla Rivoluzione industriale, considerato da vari economisti come un importante indicatore del mutamento della struttura di un sistema economico: se cresce il reddito individuale del consumatore, infatti, diminuisce la percentuale dell'investimento dello stesso in risorse alimentari . Alla fine del Medioevo la risorsa principale dell'economia europea ancora la terra, sia in termini di valore che di quantit di prodotto e di forza lavoro impegnata. Non facile tuttavia presentare un quadro univoco di rendimenti, tipologie e organizzazione produttiva, poich il clima e la geografia del continente definiscono le vocazioni delle varie aree: a) l'Europa mediterranea accomuna ai cereali alcune colture specialistiche, come vite, ulivo, gelso, agrumi, fino alla canna da zucchero e al cotone nelle zone pi meridionali; b) nelle terre settentrionali e atlantiche si seminano prevalentemente avena, orzo e segale, ma si coltivano anche piante tessili, come il lino e la canapa; e) nell'Europa centrale e orientale le colture cerealicole costituiscono una importante fonte di approvvigionamento per il resto del vecchio continente . Si possono per individuare alcuni fenomeni comuni nel lungo periodo e strettamente collegati con l'andamento demografico della popolazione europea, che verso la met del Quattrocento ricomincia ad aumentare: la disgregazione della chiusa curtis medievale nell'Europa occidentale ed il suo allargarsi al mercato; il diboscamento, che nella seconda met del Quattrocento consente l'estensione della superficie coltivata in un momento in cui tutti i terreni sfruttabili sono messi a coltura; le bonifiche, a cui pu essere accostata alla fine del secolo l'introduzione della mezzadria in Toscana e delle risaie nella pianura padana, dove si segnalano anche forme precapitalistiche di gestione, con grosse affittanze. Si tratta di indicatori che permettono, insieme ad altri gi sottolineati, di considerare il XV secolo come un Non mancano alcune anomalie: l'attivit mineraria, ad esempio, appartiene al settore primario, ma di norma considerata parte del secondario (cio tra le attivit che trasformano e lavorano i prodotti naturali); cos i trasporti sono spesso inseriti nel settore secondario, mentre si tratta di un servizio (settore terziario) . 18 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa periodo non di crisi, ma in certo qual modo di transizione positiva o di riadattamento del sistema economico dopo una violenta alterazione: durante i primi decenni, infatti, esso risente ancora delle conseguenze

di guerre, carestie ed epidemie del secolo precedente, il cui peso sull'economia non pu essere considerato n limitato n di breve durata (per la riduzione della popolazione e dei commerci ad esempio; per la difficolt nella organizzazione produttiva). Il processo si inverte tuttavia in maniera netta a partire dal 1450 con la ripresa dell'espansione demografica, anche se dato cogliere qualche segnale gi in precedenza, con riferimento all'andamento positivo dei salari ed alla ricerca di un nuovo equilibrio tra quantit di terra coltivabile ed offerta di manodopera . Tavola 3. -1 principali centri dell'industria tessile in Europa nel XII secolo Fonte: R.S. LOPEZ, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Einaudi, Torino, 1974, p. 170 . La domanda e l'offerta di beni. Prodotti agricoli e manufatti 19 Tavola 4. - Le principali saline e miniere di salgemma in fiuropa e le vie di circolazione del sale (XIV-XVI secolo) Fonte; J.F. BERGIER, Una storia del sale, Marsilio, Venezia, 1984, p. 70 . L'innovazione pi importante nella pratica agricola dell'epoca la sostituzione della rotazione ternaria alla classica rotazione binaria con la quale ad anni alterni i campi venivano parzialmente lasciati a maggese. Si ottengono cos diversi vantaggi: l'accresciuta produttivit del terreno, di cui viene messo a coltura un terzo in pi; una pi equa distribuzione del lavoro agricolo nel corso dell'anno, con la semina autunnale e quella primaverile; pi sicurezza nei confronti delle carestie. Alla nuova forma di rotazione sono strettamente collegate altre due innovazioni significative: l'introduzione dell'aratro pesante (di ferro e non pi di legno) a ruote e l'uso dei cavalli come animali da tiro, in concomitanza di altri importanti mutamenti nella bardatura e nei finimenti. Se vero che gli autori contemporanei calcolavano che ogni cavallo potesse svol2. - A. Di VITTORIO (cur.): Dall'espansione allo sviluppo . 20 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa gere il lavoro di tre-quattro buoi, occorre tenere in considerazione il fatto che il suo mantenimento costava il triplo e la sua utilizzazione era richiesta anche per i mezzi di trasporto e per uso militare. Si trattava quindi di un fine calcolo economico, che ne determinava l'utilit dell'adozione solo in determinate circostanze . 2.4. Il settore secondario 1 beni e i manufatti richiesti dalla popolazione, al di l di quelli prodotti per l'autoconsumo, danno origine ad una serie di attivit di trasformazione delle materie prime, variamente localizzate, e ad importanti correnti di traffico finalizzate alla loro redistribuzione. Nel XV secolo si nel pieno dell'epoca definita dalla storiografia corrente come "preindustriale", nel senso che precede l'industrializzazione dell'Et contemporanea, iniziata con la Rivoluzione industriale inglese a met del XVIII secolo. Anche nel Quattrocento, tuttavia, si pu parlare di industria, limitando il significato del termine all'impiego della tecnologia propria del periodo in esame . I prodotti del suolo, soprattutto, sono oggetto di importanti lavorazioni: quelli agricoli, come i cereali; il legname con le sue molteplici utilizzazioni (dalla cantieristica agli utensili quotidiani); le piante tessili, seta e lino in particolare, ma ancora di pi la lana, peraltro di origine animale e non vegetale, cos come il cuoio, materia prima per molti manufatti e lavorato anche nei paesi della costa mediterranea dell'Africa; nella seconda met del secolo, l'industria della carta, prodotta dagli stracci e da fibre ricche di cellulosa: in Italia (in Toscana e a Fabriano), ma anche nel resto d'Europa (Vosgi, Delfi-nato) . La fabbricazione tessile, e laniera in particolare, comunque di gran lunga, fin dai secoli precedenti, il settore che impiega il maggior numero di addetti: le zone pi importanti di produzione della materia prima sono l'Inghilterra e la Spagna, ma i centri di trasformazione, essenzialmente urbani, vedono al primo posto le citt delle Fiandre e dell'Italia centrosettentrionale. I prodotti, di alto pregio, sono richiesti dal mercato internazionale e oggetto di contrattazione alle fiere e nei porti. A questa attivit connessa la forte necessit di coloranti e del gi citato allume, oltre che la fabbricazione di abiti e di altri beni di uso corrente . L'industria estrattiva e quella metallurgica, insieme ai primi tentativi di siderurgia, specialmente nell'Europa centro-occidentale, forniscono attrezzi da lavoro, aratri, materiale da costruzione, armi, oltre che una diversificata serie La domanda e l'offerta d beni. Prodotti agricoli e

manufatti 21 di metalli (primi fra tutti quelli preziosi), la cui localizzazione particolare obbliga a lunghi trasferimenti per mare degli stessi'1 . Il mare, infine, offre in abbondanza risorse cui sono collegate attivit di trasformazione e occasioni di lavoro per le popolazioni pi vicine ad esso e/o pi avventurose: il corallo; il pesce; il sale. Quest'ultimo, in particolare, oltre all'uso quotidiano, serve alla popolazione sulle montagne, allevatrici del bestiame, che lo usano per nutrire gli animali, per salare le carni, per conciare le pelli; serve alle popolazioni del Nord Europa, bagnate da mari poco salati, per la conservazione del pesce. forse uno degli esempi pi illuminanti di interscambio europeo di lungo periodo: i popoli del Mediterraneo producono sale marino e lo esportano in notevole quantit nel Nord Europa; i paesi dell'Europa centrale forniscono il salgemma di cui hanno le miniere; i pescatori del Nord inviano in questi paesi il prodotto pescato e conservato con il sale ricevuto . 2.5. Le importazioni dal continente asiatico l'interno di una "economia mondo" europea, autosufficiente nelle proprie produzioni, cos come ipotizzata da F. Braudel, esiste tuttavia (e costituisce una eccezione all'ipotesi del modello) un particolare gruppo di beni - le spezie - per il quale gli Europei sono per secoli dipendenti dalle importazioni da un altro continente, l'Asia. Si tratta di uno squilibrio notevole e costante della bilancia commerciale del sistema economico del vecchio mondo, a cui corrisponde una pesante emorragia di metalli preziosi, l'unica forma di pagamento accettata dai mercati dell'oriente asiatico, prima dell'arrivo dei Portoghesi . Si tratta di spezie vere e proprie (pepe, noce moscata, zenzero, cannella, chiodi di garofano, ecc.), di profumi, di erbe e radici medicinali, ma anche di coloranti, armi, seterie, tappeti, cotone, pietre preziose, avorio, che alimentano uno dei pi floridi e pi antichi commerci internazionali, che si attua in pratica in due fasi. La prima vede i mercanti dell'estremo oriente (malesi, indiani, ecc.) consegnare i loro prodotti sulle rive dell'Oceano Indiano (e in particolare a Calicut, nel Malabar) a corrispondenti arabi, che ne curano il trasporto fino alle rive del Mediterraneo, per mare e/o per terra, raggiungendo anche il Nord Europa, poich risalgono i fiumi dal Mar Caspio e dal Mar Nero. Veneziani e Genovesi, e in misura minore Provenzali e Catalani, sono stati e conti* Il rame, ad esempio, si trova solo in Svezia ed in Germania; lo stagno in Irlanda; il piombo in Austria ed in Ungheria . A, 22 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa nuano ad essere - siamo alla seconda fase - ancora nel Quattrocento i principali intermediari tra Oriente e Occidente all'interno del Mediterraneo. Tra XII e XVI secolo Venezia in particolare occupa la posizione di massimo mercato europeo delle spezie, grazie alla larga presenza di mercanti delle regioni interne dell'Europa, nei confronti dei quali questi beni costituiscono un forte richiamo. Ma anche gli altri centri marittimi traggono da questi traffici straordinarie fortune . Si tratta infatti di beni di lusso, molto costosi, ma che ormai nella societ europea costituiscono un "bisogno" la cui curva di domanda tendenzialmente rigida: questo significa che si comunque pronti a sacrificare per essi una quota del proprio reddito, anche se la domanda non pu aumentare oltre un certo livello, dato il tipo di utilizzazione. Su quest'ultima non tutti gli storici sono d'accordo: si va da chi sostiene che si tratti semplicemente di una moda, di un desiderio eccessivo di superfluo, e di ostentazione di ricchezza, dato il prezzo elevato, a chi ritiene che all'epoca vengano attribuite alle spezie qualit terapeutiche e afrodisiache oltre che conservanti degli alimenti, se non la funzione di nascondere,durante la cottura,la cattiva conservazione degli alimenti stessi . pur vero per che i medici consigliano spezie e gli speziali le vendono ad alto prezzo a malati e cuochi, per i quali, in realt, esse hanno nel condimento degli alimenti un ruolo paragonabile a quello del sale. Il pepe, in particolare, supera da solo, come quantit commercializzata, tutte le altre spezie messe insieme: si calcola che alla fine del Quattrocento la produzione asiatica superi i 100.000 quintali e prenda nella sua quasi totalit la via dell'Europa . Dal punto di vista medico, altre droghe svolgono dichiarate funzioni terapeutiche, come il betel, il rabarbaro, l'oppio, l'ambra e il muschio (per unguenti), il sandalo, l'incenso, la canfora .

in buona misura grazie alla loro redditivit che questi traffici internazionali, ancora nella seconda met del Quattrocento - dopo il lungo periodo di depressione successivo alla peste nera, ed in presenza di una sempre pi complessa realt internazionale che caratterizza il Medio Oriente in seguito alla caduta di Costantinopoli ed alla successiva conquista turca dell'Egitto attraggono interessi e capitali. Non pi, comunque, da parte dei mercanti del Mediterraneo, per i quali si pu dire con Roberto Lopez che l'et dell'oro sia ormai decisamente finita, ma ormai per l'interesse dei sovrani degli Stati atlantici, se pur ancora con un ruolo di rilievo da parte di capitalisti italiani, per i quali il commercio del pepe ha costituito per almeno due secoli il "motore" dell'economia (C.M. Cipolla) . Organizzazione e tecniche di lavoro 3.1. Vorganizzazione della manodopera a) Industria domestica rurale J_/a famiglia agricola per lungo tempo produce al proprio interno, per s, attraverso la trasformazione di materie prime di facile acquisizione, una lunga serie di manufatti, specialmente tessili, e utensili in legno e in ferro, per il cui approvvigionamento non si rivolge quindi al mercato. Si tratta di produzioni di sussistenza, che sfuggono a qualsiasi tentativo di valutazione quantitativa, ma che occupano il nucleo familiare specialmente nei lunghi periodi di riposo del ciclo agrario, con un notevole peso nel soddisfacimento della domanda di beni primari della popolazione agraria, i cui redditi individuali risultano spesso di mera sussistenza. Si tratta cio di una industria familiare (o domestica) rurale per autoconsumo . b) Artigiani e corporazioni IN ell'Europa urbana, invece, fin dal Medioevo, le principali attivit economiche sono organizzate in gruppi di mestiere o professionali, alla base dei quali stanno due princpi comuni: in primo luogo quello dell'eguaglianza e della solidariet dei soci tra loro; in seconda istanza quello della separazione da tutti gli altri. Il coordinamento delle singole produzioni arriva anche pi in profondit, prevedendo gli acquisti collettivi di materie prime; il divieto della concorrenza interna (che si esprime nello stabilire le caratteristiche qualitative standard ed i prezzi comuni per i manufatti prodotti); procedure prefissate per l'ingresso e l'apprendimento dei singoli mestieri; misure assistenziali per gli iscritti al gruppo e forme di culto religioso da svolgersi in comune (ogni mestiere ha un santo protettore e, di norma, anche una particolare cappella di devozione in una chiesa) . 24 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa Si tratta di raggruppamenti di soggetti uniti da vincoli formali, collegati ad un corpus normativo specifico, lo Statuto, che prendono il nome di corporazioni o Arti in Italia, di gilde o mestieri in altre zone dell'Europa . Titolari delle botteghe o laboratori, spesso concentrati in un determinato quartiere della citt, sono i maestri artigiani, coadiuvati da apprendisti e garzoni, ai quali viene insegnato il mestiere, ma il cui ingresso nella corporazione attentamente controllato dalla lite dirigente. Poich agli appartenenti al gruppo spetta il monopolio delle specifiche produzioni, attraverso questo filtro si attua una difesa delle posizioni gi acquisite, in senso pi o meno stretto a seconda dell'andamento del mercato di sbocco dei beni prodotti. Il periodo da trascorrere in bottega prima di riuscire ad autonomizzarsi comunque di solito assai lungo e prevede al termine un difficile esame dal quale vengono per esentati i familiari del maestro gi entrato nel gruppo, cio "immatricolato" . Questo sistema su cui si basa la produzione artigianale dura per alcuni secoli e nel Quattrocento costituisce ancora un pilastro della organizzazione della manodopera urbana, ben visto dagli organi di governo delle citt, che lo considerano uno strumento di gestione del potere attraverso il quale si ottiene la pacificazione sociale e pi sicuri tributi fiscali. Le corporazioni garantiscono una qualit stabile del prodotto, guardando con diffidenza qualsiasi innovazione, al punto da ritardare nel settore lo sviluppo tecnologico, a scapito del fattore lavoro, ma specialmente chiedono il divieto di ingresso dei prodotti stranieri potenzialmente concorrenziali, ottenendo un vero e proprio protezionismo doganale. Si impegnano per alla salvaguardia del sapere tecnico, con pesanti punizioni per i propri adepti che lascino la citt e l'Arte per divulgare fuori dai confini i segreti del mestiere .

L'unit tecnica di produzione quindi la bottega del maestro: in essa, come ricorda C.M. Cipolla, la concentrazione di lavoro e di capitale minima e il lavoro salariato vi scarsamente rappresentato; gli strumenti sono di propriet; gli orari di lavoro assai pesanti (dall'alba al tramonto, come sostengono anche molti Statuti cittadini). Di norma, l'artigiano produce per il mercato, non solo locale, o su commessa; difficilmente per il magazzino, assumendosi comunque un anche se minimo rischio di impresa (si veda la tavola 5) . I settori cui si dedicano questi mestieri sono ampi e vanno da quello alimentare al tessile, all'abbigliamento, alle costruzioni edilizie, alla lavorazione del legno, dei metalli (dal ferro a quelli preziosi) e del cuoio . Solo quando da forme di autogoverno e di difesa di interessi di gruppo tenderanno a diventare strumenti di accaparramento di privilegi le corporazioni entrano in contrasto con gli interessi della collettivit ed iniziano ad essere mal tollerate dalla societ urbana . Organizzazione e tecniche di lavoro 25 e) Industria a domicilio In molte regioni d'Europa gli artigiani si trovano, in alcuni casi, a collaborare a produzioni complesse, che comprendono cio molti passaggi di semilavorati tra soggetti che hanno competenze specifiche diverse: il caso delle manifatture tessili, ma anche di altri settori (lavorazione del metallo e del cuoio, ad esempio) . In questo caso l'artigiano perde il collegamento con i mercati di approvvigionamento e di sbocco e il processo produttivo viene ad essere dominato da un altro soggetto, il mercanteimprenditore1: propriet di quest'ultimo sono le materie prime e gli strumenti di lavorazione oltre al prodotto finito; ha alle sue dipendenze pi artigiani, che lavorano esclusivamente ci che viene loro fornito, senza autonomia economica, sui quali esercita anche un controllo tecnico. Retribuiti a cottimo (cio ad opera), con un sistema quindi che riduce di gran lunga i rischi, questi soggetti finiscono per assumere la figura di lavoranti a domicilio, all'interno di una rete di botteghe indipendenti, tutte coordinate tra loro e dirette da un unico responsabile . Si tratta di un sistema produttivo abbastanza flessibile, che richiede per da parte del mercanteimprenditore una buona conoscenza dei mercati (spesso internazionali, per l'ampiezza del suo giro di affari) per valutare la congruit del proprio investimento in materie prime e in retribuzioni, in quanto la durata del ciclo di fabbricazione spesso assai lungo (anche sei mesi, ad esempio, nel settore serico). Le retribuzioni, infatti, vengono pagate con anticipi periodici e, se da un lato richiedono una disponibilit continua di contanti da parte del mercanteimprenditore, dall'altro finiscono per trasformare l'artigiano in salariato. Questo processo si accentua con maggiore forza in particolare in quei casi in cui all'artigiano viene impedito in assoluto di lavorare per conto proprio, e quindi il rapporto con il datore di lavoro diventa esclusivo. Spesso poi la conflittualit sull'ammontare delle retribuzioni diventa pi acuta, in quanto vi si inserisce l'importante variabile della quota della stessa che il lavoratore dipendente non pu rifiutarsi di ricevere in natura {truck-system, assai comune ancora all'epoca della Rivoluzione industriale inglese) . La struttura dell'industria a domicilio non muta nella sostanza quando la sua localizzazione diventa, in parte, o del tutto, rurale. Questo cambiamento si attua in alcuni territori, come le Fiandre, gi nel Quattrocento, ma si manifesta in maniera pi ampia nel resto dell'Europa nei secoli successivi. L'attivit tessile svolta nelle campagne permette una integrazione del reddito familiare, 1 La peculiarit di questo soggetto ancora nel Quattrocento quella di non essere assolutamente specializzato: mercante-imprenditore di tessuti, ad esempio, ma anche banchiere, assicuratore, commerciante di spezie, di metalli e granaglie .. . 26 L'economia del XVsecolo. Ipresupposti dell'espansione dell'Europa oltre alla possibilit di rifornirsi di beni di prima necessit a prezzi pi bassi e di sfuggire alla fiscalit dei centri urbani e delle corporazioni. Essa determina anche importanti cambiamenti sociali, in quanto inserisce nel processo produttivo, con un ruolo ben definito, e non solo marginale, la manodopera femminile, anche se allenta i controlli sulla qualit della produzione . Tavola 5. - L'ordinamento dell'industria in et medievale e moderna .

Industria artigiana . Industria domestica . Industria capitalistmP o manufatturiera A) Ubicazione . In citt . In campagna . Presso le fonti di energia o le materie prime B) Luogo di lavoro . Bottega o laborato- . Domicilio del lavora- . Fabbrica (= stabili . rio del maestro artigiano . tore . mento, opificio, ecc.) C) Esecutori materiali . Maestro artigiano, garzone (apprendista) e lavorante avventizio . Contadino . Operaio D) Ritmo del lavoro . Continuo . Alternato con i lavori agricoli . Continuo e coordinato E) Capo dell'impresa . Maestro artigiano . Mercante imprenditore . Imprenditore capitalistico F) Proprietario . . . - delle materie prime . Maestro artigiano . Mercante imprenditore . Imprenditore capitalistico - degli strumenti di lavoro . Maestro artigiano . Contadino (non sempre) . Imprenditore capitalistico - del prodotto finito . Maestro artigiano . Mercante imprenditore . Imprenditore capitalistico G) settore industriale di maggior diffusione . Tessile ed abbigliamento, lavorazione manuale di legname e metalli, cuoio, edilizia, alimentazione . Tessili ed abbigliamento . Ferriere, ramiere, mulini, frantoi, segherie, cartiere, gualchiere, vetrerie, ecc . fonte: G. FELLONI, Profilo di Storia economica dell'Europa dal medioevo all'et contemporanea, T edizione, Giappichelli, Torino, 1997, p. 157 . Organizzazione e tecniche di lavoro TI 3.2. Le innovazioni di processo IN egli ultimi secoli l'innovazione tecnologica stata il fattore pi dinamico di mutamento economico e di sviluppo. Anche se con peso e conseguenze non identiche nei vari campi dell'attivit economica, il Quattrocento vede fiorire in Europa una serie di miglioramenti tecnici in diversi settori produttivi di importanza non trascurabile: principalmente nell'industria mineraria, nella metallurgia e in alcuni altri processi di trasformazione manifatturiera, senza che vi sia peraltro, come gi sottolineato parlando di agricoltura, una netta cesura tra Medioevo ed Et Moderna . Potrebbe essere quasi inutile ricordare, prima di tutto, come una delle pi importanti invenzioni, e non solo del XV secolo, sia stata la stampa a caratteri mobili, processo che tecnicamente rimane quasi invariato fino al Settecento. Se le conseguenze immediate sul numero degli addetti non furono molte, certo che essa aumenta da un lato la produttivit del commercio librario, ma specialmente aiuta enormemente la crescita della cultura con la diffusione delle notizie e

soprattutto la circolazione delle informazioni tecniche ed economiche. Ad essa poi collegato il forte aumento di domanda di carta e la crescita di questa produzione, attiva gi nel XIV secolo. La superiorit della carta, rispetto ai precedenti materiali scrittori (come, ad esempio, la pergamena) sta nel minor costo: quindi un fenomeno sinergico quello che si sviluppa nel settore, accompagnato dalla domanda di cultura che gi nel XIV secolo aveva visto aumentare i lettori, dentro e fuori delle Universit e, all'inizio, il fiorire dei laboratori dei copisti. Solo cinquant'anni dopo l'invenzione dei caratteri mobili, 236 citt in Europa hanno il loro laboratorio di stamperia e sono gi in circolazione circa venti milioni di esemplari prodotti con la nuova tecnica . I citati progressi nell'arte della navigazione e nelle costruzioni navali sono poi un elemento fondamentale del successo delle esplorazioni e delle scoperte geografiche. L'introduzione della polvere da sparo e la sua applicazione alle armi da fuoco, anche sulle navi, egualmente importante per le conquiste europee d'oltremare . Le industrie metallurgiche, da parte loro, acquistano sempre pi una importanza strategica proprio con riferimento alla diffusione delle armi da fuoco e dell'artiglieria nelle azioni belliche. L'utilizzo della polvere da sparo offre una importante occasione anche al miglioramento dell'industria estrattiva: con l'aiuto delle prime pompe per aspirare l'acqua e dei carrelli su rotaie di legno per trasportare il materiale si arriva a maggiori profondit in termini economicamente pi convenienti. Cos nel XV secolo compaiono, specialmente in Svezia, nella parte meridionale dei Paesi Bassi e in Lussemburgo, ma anche in alcune zone dell'Italia (Toscana, Brescia), i primi altiforni, che si giovano del28 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa l'utilizzo anche di innovazioni concomitanti, come mantici idraulici, magli meccanici e mulini a pestelli per la frantumazione del minerale . Pi tradizionali rimangono invece in questo periodo i processi produttivi tessili e l'industria delle costruzioni edilizie che, prese nel loro complesso, rappresentano comunque i settori con il maggior numero di addetti dopo quello agricolo . Dalla presenza in Europa di aree innovative ed aree meno innovative, come ricorda Carlo M. Cipolla (e nel Quattrocento l'Italia tra le prime), risulta inoltre una spinta alla diffusione del "capitale umano", da cui allora dipende ancora strettamente la maggiore o minore conoscenza delle nuove tecniche. Se forse eccessivo parlare di mobilit del lavoro, occorre ricordare che, gi nel Quattrocento, ed il fenomeno continua nei secoli successivi, fino alla Rivoluzione industriale, gli Stati sono coscienti che l'emigrazione di lavoratori specializzati e tecnici pu avere conseguenze pesantemente negative per una economia. Nonostante ci la capacit degli Stati di controllare i movimenti delle persone appare all'epoca estremamente limitata . 3.3. Il moltiplicarsi delle fonti di energia .L/a scarsit nel disporre di energia spinge non solo verso uno sfruttamento pi razionale delle fonti conosciute, ma anche a sperimentare tecnologie pi avanzate, finalizzate ad una azione di moltiplicatore delle stesse. Di non minore importanza la ricerca di nuove risorse che comunque risentono tutte di un limite al loro sviluppo funzionale: la disponibilit del fattore terra cui sono collegate . Nel Medioevo, oltre all'energia umana, lo sforzo animale ha occupato una posizione importante: di esso si gi detto per quanto concerne l'uso nell'agricoltura, ma non bisogna dimenticarne l'impiego nei trasporti, sia direttamente, sia per il traino delle barche lungo i corsi d'acqua o i canali interni; beneficiano della forza animale, e dei cavalli in particolare, anche alcuni settori produttivi come l'attivit estrattiva . L'energia inanimata, quella dell'acqua e dell'aria, non rappresenta uno stadio successivo, ma richiede un approccio diverso: gratuita, ma discontinua e necessita di investimenti per lo sfruttamento, grazie ai mulini ed alle ruote idrauliche, applicabili in numerosi processi di trasformazione . Legname e carbone di legna, oltre ad essere utilizzati per il riscaldamento, risultano tuttavia fornire, secondo Paolo Malanima, pi del 50% dell'energia necessaria per l'attivit economica, nonostante le modeste dimensioni di molti impianti. Illuminante l'esempio della lavorazione del

ferro, per la quale si calcola, ancora alla fine del Quattrocento, che per ottenere mezzo quintale di Organizzazione e tecniche di lavoro 29 prodotto occorressero due quintali di minerale e 25 metri cubi di legname. Pochi sono i Paesi che gi in quest'epoca iniziano ad utilizzare il carbon fossile, estratto peraltro in Inghilterra e nel centro Europa fin dal XIII secolo: il suo impiego (ad esempio nelle zone dei primi altiforni, come Liegi) rimane modesto e senza un'importanza reale per l'economia almeno per altri due secoli . L'ampliarsi degli spazi geografici ed economici 4.1. Verso nuovi orizzonti U na delle caratteristiche pi importanti della seconda met del Quattrocento l'espansione degli orizzonti geografici: al periodo di crescita demografica corrisponde, infatti, quasi esattamente l'epoca delle grandi esplorazioni e delle scoperte territoriali. Le prime conseguenze sono l'individuazione di rotte interamente marittime tra l'Europa e l'Asia e la colonizzazione di nuove terre occidentali, che nel secolo successivo permettono all'Europa di usufruire di una grande espansione delle risorse a disposizione, sia alimentari, sia di metalli preziosi. Il Mediterraneo perde per contemporaneamente la centralit conquistata nei traffici e in particolare il monopolio nel commercio delle spezie . Protagonisti di questo ampliamento sono due Paesi affacciati verso l'Oceano Atlantico, il Portogallo e la Spagna, che tuttavia - come si vedr nella parte dedicata al XVI secolo - non saranno in grado di gestire in maniera adeguata l'opportunit conquistata e la nuova ricchezza. L'Europa centrale, orientale e settentrionale non partecipa in modo significativo a quella che stata definita la prosperit del XVI secolo, sia per lo spostamento delle pi importanti vie del commercio, sia per il susseguirsi di una serie di guerre dinastiche e religiose che sottraggono energia all'attivit economica. Solo in seguito, nel XVII secolo, Paesi Bassi, Inghilterra e Francia settentrionale risulteranno nel complesso come la regione economica destinataria dei maggiori guadagni derivati dai mutamenti economici associati alle grandi scoperte . 4.2. Il Portogallo U n'impresa notevole, all'interno dell'espansione europea di questo periodo, compiuta dal Portogallo, Stato piccolo e relativamente povero, che riesce 32 L'economia del XV secolo. I presupposti dell'espansione dell'Europa ad assicurarsi il dominio su un vasto impero marittimo in Asia, Africa e America: nel 1515 i Portoghesi sono ormai padroni dell'Oceano Indiano . Se il Paese si presenta nel Quattrocento con confini territoriali ormai stabilmente definiti, esso tuttavia poco popolato, con un numero limitato di citt, assai piccole, e con un'economia prevalentemente di sussistenza, con l'eccezione della pesca lungo le coste e le saline. Non autosufficiente per quanto riguarda le risorse alimentari ed i cereali in particolare, nonostante la scarsit della popolazione, costretto ad importare grano, ma anche manufatti di ogni genere. Esporta sale e pesce, prodotti mediterranei come olio, vino, frutta, sughero e pellami . Determinanti risultano in questo contesto, per spiegare l'espansione portoghese sul mare, le conoscenze accumulate nella progettazione di navi e nelle tecniche della navigazione in funzione dell'accorta politica di due esponenti della casa regnante: in un primo tempo il principe Enrico, detto il Navigatore (1393-1460), figlio minore del re, e successivamente il re Giovanni II, salito al trono nel 1481. Enrico si dedica all'incoraggiamento delle esplorazioni della costa africana con l'obiettivo finale di raggiungere l'Oceano Indiano: gi nel 1415 i Portoghesi sbarcano nel Marocco e occupano Ceuta, piccola fortezza ed avamposto importante di un paese cristiano in territorio arabo, ma specialmente base strategica per un Paese che mira all'espansione commerciale. Questo sovrano, inoltre, forte di una tradizione che gi nel secolo precedente aveva visto la Corona portoghese collaborare con navigatori genovesi e mercanti italiani in una serie di iniziative di esplorazione, fonda nel suo castello, sul promontorio di Sagres, all'estremo sud del Portogallo, una sorta di centro di studio nel quale raduna astronomi, geografi, cartografi e navigatori di ogni nazionalit. Dal 1418 fino alla morte organizza quasi una spedizione all'anno, durante le quali, con attenzione e pazienza, i suoi marinai disegnano coste e correnti, aggiornando i portolani conosciuti, riscoprono e colonizzano le isole atlantiche (Madera, le Azzorre e le Canarie, poi cedute alla Spagna); stabiliscono relazioni commerciali

coi capi indigeni della costa africana, ma non disdegnano la ricerca di oro e di schiavi. Enrico non vive abbastanza per realizzare la sua massima ambizione: all'epoca della sua morte, infatti, i navigatori portoghesi sono giunti solo poco pi a sud di Capo Verde, ma l'opera scientifica e di esplorazione svolta sotto il patrocinio di questo re pone per le fondamenta delle scoperte successive . Dopo la morte di Enrico l'attivit di esplorazione rallenta per la mancanza del sostegno regio e per la concorrenza del lucroso traffico di avorio, oro e schiavi, che i mercanti portoghesi svolgono con il regno indigeno del Ghana. Il re Giovanni II, salito al trono nel 1481, riprende le esplorazioni ad un ritmo accelerato e, nel volgere di pochi anni, i suoi navigatori si spingono quasi fino all'estrema punta meridionale dell'Africa: nel 1488, Bartolomeo Diaz doppia il Capo di Buona Speranza, che battezza Capo delle Tempeste; l'anno successivo Tavola 6. - Viaggi di scoperta, XV e XVI secolo 8<fca "w a o oc 8 o Fonte: R. CAMERON, Storia economica del mondo, il Mulino, Bologna, 1998, p. 164 . <P51? 34 L'economia del XV secolo. Ipresupposti dell'espansione dell'Europa Pedro de Covilho, invece, attraversato il Mediterraneo e, giunto via terra nel Mar Rosso, esplora la costa occidentale dell'India; il successivo viaggio quello che consente a Vasco de Gama, tra il 1497 e il 1499, di raggiungere Ca-licut circumnavigando l'Africa. Malattie, ammutinamenti, tempeste e difficolt di varia natura decimano la spedizione in navi e uomini, ma il carico di spezie col quale si fa ritorno compensa di gran lunga tutti i costi del viaggio. Vedendo l'entit dei profitti, i Portoghesi, nel volgere di poco pi di dieci anni, riescono con uno sforzo anche militare a spazzare via gli Arabi dall'Oceano Indiano e ad organizzare scali commerciali fortificati fino alle favolose isole delle Spezie o Molucche. Nel 1513 una delle loro navi attracca a Canton nella Cina meridionale e a met del XVI secolo essi hanno ormai intrecciato relazioni commerciali e diplomatiche anche con il Giappone . Il consolidamento e l'espansione degli insediamenti in Asia continua ancora nei primi decenni del XVI secolo, senza peraltro che i Portoghesi si spingano verso l'interno delle regioni, ma accontentandosi di controllare le rotte marittime attraverso le quali stava ormai completamente cambiando la geografia degli scambi fra Europa ed Asia. Si stavano infatti allargando sempre pi verso Oriente i confini degli interessi economici del vecchio continente . 4.3. L'economia spagnola e l'arrivo nel Nuovo Mondo JLl secondo Paese protagonista dell'espansione europea, ma verso Occidente, la Spagna. Anche in questo caso si tratta di un Paese con condizioni economiche particolari ed inoltre con problemi ancora pesanti per quanto concerne l'unificazione interna ' . La caratteristica principale della Spagna la variet del proprio territorio, da cui derivavano difficolt e conflittualit. Vi si trovano, infatti, fertili regioni costiere a est e a sud; catene montuose a nord e in altre parti del Paese; l'altopiano, o meseta, che abbraccia la parte centrale della penisola . L'agricoltura aveva ricevuto una cospicua eredit dai predecessori musulmani, poich i popoli arabi e moreschi che avevano popolato l'Andalusia prima della riconquista cristiana erano stati eccellenti orticoltori e avevano portato l'arte dell'irrigazione ad un alto livello, ma i sovrani spagnoli, infiammati da fervore religioso, sperperarono questo patrimonio. Nello stesso anno della Ricordiamo brevemente che l'ultimo avamposto territoriale arabo, il Califfato di Granada, cade solo nel 1492. Inoltre, anche se nel 1476 si uniscono in matrimonio Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, i due regni continuano ad essere governati separatamente e talora anche con indirizzi politici diversi fino a quando non sale al trono il loro nipote Carlo . L'ampliarsi degli spazi geografici ed economici 35 conquista del regno di Granada e della scoperta dell'America da parte di Colombo essi ordinarono l'espulsione dal regno di tutti gli ebrei (abili artigiani e commercianti), nel mentre anche molti musulmani si allontanarono dal Paese . La maggiore difficolt dell'agricoltura spagnola (la cui produttivit la pi bassa dell'Europa occidentale) deriva dalla rivalit tra contadini e grandi proprietari terrieri, che destinano i loro

possedimenti (mantenuti integri nel tempo anche grazie a particolari misure giuridiche, come il fidecommesso) all'allevamento degli ovini. La produzione laniera ha per lungo tempo uno sbocco molto redditizio sul mercato internazionale, per la forte richiesta da parte dei centri tessili, specialmente all'interno del Mediterraneo. I pastori seguivano la pratica della transumanza, vale a dire il movimento delle greggi tra i pascoli estivi in montagna e quelli invernali in pianura, particolare sia per la lunghezza dei tragitti che per la sua organizzazione e la protezione regia, in quanto gli allevatori, organizzati in una corporazione o associazione imprenditoriale, detta Compagnia della Mesta, formavano a corte una lobby potente. Le greggi transumanti risultano infatti facilmente sottoponibili a tassazione in apposite stazioni di pedaggio, collocate in luoghi strategici. La lana una merce di valore, che frutta denaro contante (a differenza di molte colture agricole) ed facilmente tassabile anche al momento dell'esportazione. I privilegi speciali -come il diritto di pascolo illimitato sulle terre comuni, assai dannoso per l'agricoltura - sono accordati alla Mesta in cambio del pagamento di maggiori tasse . L'espansione spagnola , per, forse pi casuale di quella portoghese e meno legata alla ricerca di nuovi orizzonti economici per i propri traffici . Nel 1483 o 1484, infatti, come sintetizza il Cameron, mentre gli equipaggi del portoghese Giovanni II stanno ancora aprendosi la strada lungo la costa africana, un genovese di nome Colombo, che aveva servito nella marina portoghese e sposato una portoghese, chiede al re di finanziare una spedizione attraverso l'Atlantico per raggiungere l'oriente viaggiando verso ovest. Non si tratta di una proposta del tutto originale, perch il fatto che la terra possa avere forma sferica ormai una credenza diffusa. Sebbene Giovanni II avesse autorizzato delle spedizioni verso occidente finanziate da privati, le sue risorse erano concentrate sul progetto pi verosimile di circumnavigazione dell'Africa e di conseguenza boccia la proposta di Colombo. Questi non si d per vinto e si rivolge ai sovrani spagnoli, Ferdinando e Isabella, i quali, impegnati all'epoca nella guerra contro gli Arabi, non ritengono realistica l'impresa. Lo stesso atteggiamento tengono il sovrano inglese e quello francese. Alla fine, nel 1492, Isabella di Castiglia, per celebrare la vittoria sui Mori di Granada, acconsente a finanziare la spedizione di Colombo che, dopo aver navigato per oltre due mesi, il 12 ottobre di quell'anno giunge nelle isole note in seguito come Indie occidentali, poich in realt egli crede di aver raggiunto l'Asia. Pur sgomentato dalla loro evidente povert, Colombo chiama infatti indiani gli in36 L'economia del XV secolo. Ipresupposti dell'espansione dell'Europa digeni. Dopo aver fatto ritorno in Spagna, l'anno successivo torna con una spedizione molto pi numerosa ed attrezzata (diciassette navi e millecinquecento uomini, bestiame ed altri animali), con cui inizia la vera opera di colonizzazione . 4.4. Una nuova conflittualit sui mari e il Trattato di Tordesillas Zilla fine del Quattrocento ci si trova pertanto con due Stati che si fronteggiano sul mare, convinti probabilmente di essere arrivati sugli stessi ricchi mercati orientali seguendo due strade opposte . Subito dopo il rientro della prima spedizione, Ferdinando e Isabella si rivolgono pertanto al Papa Alessandro VI affinch stabilisca una "linea di demarcazione" che confermi i diritti spagnoli sulle terre appena scoperte. Questa linea ideale avrebbe dovuto risultare tracciata tra i due poli, ad una longitudine di cento leghe (circa 330 miglie) ad ovest delle Azzorre e di Capo Verde e dividere il mondo non cristiano in due met, a fini di ulteriori esplorazioni, con la parte occidentale riservata agli Spagnoli e quella orientale ai Portoghesi. L'anno seguente, il 1494, nel trattato di Tordesillas, il re del Portogallo convince gli Spagnoli a tracciare una nuova linea circa 210 miglia pi a ovest di quella del 1493. Ci ha fatto pensare che i Portoghesi conoscessero gi l'esistenza del Nuovo Mondo, in quanto, in questa seconda ipotesi, la gobba del Sud America - la testa di ponte che diventa in seguito il Brasile - risulta collocata nell'emisfero portoghese. Nel 1500, durante la prima grande spedizione commerciale portoghese successiva al ritorno di Vasco de Gama, Pedro de Cabrai fa vela direttamente verso questa zona e rivendica il territorio su cui approda al Portogallo prima di proseguire per l'India .

Nel frattempo esploratori di altri Paesi stavano seguendo le orme di Colombo. Nel 1497 Giovanni Caboto, genovese alla corte di Enrico VII di Inghilterra, finanziato da alcuni commercianti di Bristol, compie un viaggio che lo porta all'isola di Terranova ed alla Nuova Scozia. L'anno dopo esplora con il fratello la costa settentrionale del Nord America, ma i loro risultati sono giudicati cos economicamente insignificanti che inducono il re a compensarli con solo dieci sterline. All'inizio del secolo successivo mercanti francesi finanziano un altro italiano, Verrazzano, affinch cerchi di individuare un passaggio ad occidente per le Indie. Dieci anni dopo, il francese Jacques Cartier effettua il primo di tre viaggi che lo portano alla scoperta e all'esplorazione del fiume San Lorenzo. E non era che l'inizio di un processo che in breve si sarebbe liberato delle ristrette conoscenze medievali per ampliarsi verso la presa di coscienza di un nuovo assetto geografico ed economico del mondo conosciuto . L'ampliarsi degli spazi geografici ed economici 37 Come ricorda anche il Cameron, il trapianto della cultura europea, con la modificazione o talvolta l'estinzione delle culture non occidentali, rappresenta l'aspetto pi drammatico ed importante dell'espansione europea di cui si pongono le premesse nel XV secolo. Ai mutamenti di prospettive economiche, quantitative con riferimento al volume delle merci circolanti, e qualitative, per i prodotti ed i mercati nuovi, occorre aggiungere le ricadute culturali, sociali e politiche che questi eventi produrranno nei secoli successivi . Giuseppe Bracco Parte Seconda L'espansione europea nel XVI secolo l La demografia 1.1. L'andamento della popolazione europea Il termine espansione si pu applicare all'economia europea del XVI secolo considerandolo in tutte le sue accezioni e in quasi tutti i parametri economici complessivi. Certamente l'arrivo degli europei in ogni angolo del mondo ne esalta l'uso e ne privilegia il riferimento topografico, ma anche i fenomeni che vennero a verificarsi nel corso del secolo all'interno del continente ne giustificano ancora maggiormente l'impiego. In particolare, ponendo attenzione agli attori operanti sullo scenario dell'Europa, ai suoi uomini, si coglie immediatamente il segno di quello che si pu considerare uno degli elementi fondamentali del processo che li porter ad assumere un ruolo dominante, cio la vitalit. Riferendosi ai temi demografici l'osservazione pu apparire al limite dell'ingenuo o del banale, perch appunto nello sviluppo demografico si ritrova la prima espressione della vitalit, ma universalmente riconosciuto che con l'inizio del XVI secolo prende avvio una costante crescita della popolazione europea, anche se con alcune diversit e discordanze nelle singole aree nazionali . La documentazione disponibile varia e non pu fare riferimento ai classici censimenti, per i quali si ritrovano soltanto alcuni esempi precursori e primordiali nelle loro caratteristiche, comunque dettati soprattutto da esigenze fiscali e costruiti con attenzione a segmenti parziali della popolazione e delle sue aggregazioni, come i nuclei familiari, ed escludendo per lo pi i minori in et infantile. In mancanza di registrazioni di stato civile, in molte aree europee si ritrovano registri parrocchiali dei battesimi, matrimoni e sepolture, tenuti all'interno delle parrocchie, cattoliche e non. L'Italia e l'Inghilterra furono le due aree nelle quali i registri parrocchiali presero fortemente piede nel corso del Cinquecento, anche come conseguenza della Controriforma per l'una e della nascita della Chiesa anglicana per l'altra. Gli altri Paesi di tradizione cristiana, nelle varie confessioni, seguirono pi avanti . Oltre i dati strettamente demografici si sono ritrovati i segnali dell'espansione della popolazione europea in quasi tutti i campi della vita economica, jJ 42 L'espansione europea nel XVI secolo anche se talvolta il giudizio fra cause ed effetti risulta viziato da analisi costrette da schemi interpretativi e modelli di scuola. Le indagini territoriali inoltre dimostrano come sia le cause che gli effetti dell'espansione demografica siano stati diversi nelle varie zone, confermando in ogni caso il trend complessivo. Si calcola che con il XVI secolo la popolazione europea abbia recuperato totalmente le enormi perdite della pandema del XIV secolo e che abbia superato il limite precedente, oscillando intorno ai JX)0 milioni di individui .

In un secolo, che rappresenta il vero momento di passaggio della societ europea dal mondo medioevale all'et moderna, la distribuzione della popolazione sul territorio presenta ancora gran parte delle caratteristiche dell'epoca precedente. In sostanza si assiste al permanere di una dispersione degli insediamenti, con il prevalere di piccoli centri, senza la presenza di quelle che si potrebbero definire grandi citt, anche se si pu indicare il Cinquecento come il momento in cui inizia la crescita delle future metropoli dell'et moderna. Alcune stime restringono a quattro citt una popolazione pari o superiore ai cento mila abitanti, Milano, Napoli e Venezia in Italia, e Parigi, all'inizio del Cinquecento, mentre alla fine del secolo se ne contano otto, Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo, Parigi, Londra e Lisbona. Pari o superiori ai 50.000 abitanti sarebbero state rispettivamente sette citt all'inizio del secolo e tredici alla fine. Le stesse stime calcolano al 5,6% la percentuale della popolazione europea definibile come urbana all'inizio del secolo, la quale giunge al 7,6% alla fine . Nella realt l'evoluzione della popolazione nelle diverse aree geografiche fu inevitabilmente differenziata e risent degli eventi politici e militari che travagliarono i Paesi europei con una distinzione abbastanza netta fra le due met del secolo, trovando una discriminante nel trattato di Cateau Cambresis (1559), soprattutto per la parte che era stata teatro delle maggiori vicende militari . L'esame dei classici indici demografici della natalit e della mortalit evidenzia valori elevati, che in tempi di normalit avrebbero assicurato un saldo ampiamente positivo, ma in tempi di straordinariet incontrarono le difficolt antiche della societ preindustriale. I tre mali fondamentali, carestie, guerre ed epidemie, nel corso del secolo esplicarono ancora i loro effetti nefasti, ma incominciarono a trovare dei correttivi che limitarono i regressi. Si possono identificare un certo miglioramento delle condizioni alimentari e l'apparire delle prime norme sugli interventi sanitari, mentre le guerre ebbero un peso sugli eventi demografici che and al di l dei soli effetti naturali, provocando in larga misura trasferimenti delle popolazioni fra i territori . La demografia 43 1.2. Le migrazioni, fra vecchio e nuovo mondo l_/a popolazione europea appare in movimento nel corso del Cinquecento, seguendo varie direttrici . Dalla campagna alla citt, nel fenomeno dell'urbanizzazione incipiente. In questo senso appare paradigmatico il caso inglese, che dimostra una trasformazione delle campagne con la realizzazione delle recinzioni e la conseguente, se non del tutto correlata, crescita di Londra, che quintuplica la sua popolazione nel corso di un secolo. Le solite stime calcolano una variazione della percentuale della popolazione urbana dell'Inghilterra dal 3,1% al 5,8, della Spagna dal 6,1 all'11,4, del Portogallo dal 3 al 14,1 e dei Paesi Bassi settentrionali dal 15,8 al 24,3. Diverso fu il comportamento degli italiani, i quali nella prima parte del secolo paiono disperdersi nei piccoli centri, salvo riprendere il flusso dell'urbanizzazione nella seconda met del secolo . Nel movimento fra citt e campagna si assiste inoltre ad un fenomeno tipico dell' economia agricola per quanto riguarda i soggetti sprovvisti di mezzi di sussistenza, definiti in modo generico e indistinto come poveri. Gli studi degli effetti dei momenti di crisi sulla distribuzione della popolazione concordano nel rilevare come i poveri si muovevano fra citt e campagna, fra nucleo cittadino e contado, secondo ritmi stagionali, che erano dettati dal succedersi dei raccolti e dai luoghi di immagazzinamento delle scorte. I momenti di crisi determinano anche un certo movimento dei poveri fra i centri urbani, alla ricerca dei luoghi ove la carenza di risorse fosse meno sentita. Non per nulla una costante degli interventi di fronte alle crisi vede la definizione e il censimento dei cosiddetti poveri forestieri, i quali erano costretti a ripiegare verso i luoghi di origine o di residenza stabile . Da Paese a Paese la migrazione avvenne secondo schemi differenziati. Uno dei pi singolari offerto dagli Svizzeri, che in questo periodo migrarono in molti Paesi come militari al servizio delle diverse corti europee, attraverso una vera e propria istituzione pubblica che gestiva il fenomeno a livello cantonale e federale. Le guerre di religione giocarono un ruolo importante

nelle migrazioni verso i Paesi Bassi con interi gruppi omogenei, come i Valloni, e verso l'Inghilterra, in modo pi variegato. Gli eserciti imperiali e del Re di Spagna non furono da meno nel loro dispiegarsi generalizzato. Le politiche mercantilistiche degli Stati europei favorirono inoltre il trasferimento dei tecnici delle diverse arti e produzioni, i quali dovettero muoversi fra gli incentivi offerti dai Paesi ospitanti e le pene previste e comminate dai Paesi di origine . Da continente a continente le migrazioni offrono caratteristiche particolari. Infatti, se innegabile il richiamo dei nuovi territori a disposizione degli europei, l'afflusso verso i nuovi Paesi non presenta le caratteristiche di un movi44 L'espansione europea nel XVI secolo mento diffuso. Molti ostacoli vi si frapposero. Innanzitutto le difficolt oggettive dei viaggi, lunghi e disagiati, accompagnate dalla scarsa ricettivit di luoghi ove era necessario adattarsi a vivere secondo uno spirito pionieristico, almeno sino a quando non incominciarono ad essere disponibili le nuove citt, le quali furono veramente organizzate nel secolo seguente. L'emigrazione verso le Americhe fu alimentata soprattutto da uomini che ricercavano occasioni di affari con il cosiddetto commercio d'oltremare, dedicandosi allo sfruttamento delle risorse che via via erano offerte dalle esplorazioni all'interno del continente. Si tratt quindi di un tipo di personaggi che non rappresentavano, necessariamente, tutte le tipologie delle occupazioni presenti sul territorio europeo. Uomini di mare e mercanti, con tutta la schiera delle specializzazioni collegate, insieme con i rappresentanti delle burocrazie delle monarchie detentrici delle colonie, costituirono il nucleo fondamentale dell'emigrazione europea verso le Americhe. Occorre ancora distinguere fra migrazione definitiva e quella temporanea, dal momento che molti fra coloro che scelsero di intraprendere la strada dell'avventura e della fortuna ritornarono al luogo di origine, mentre lentamente venne a formarsi una popolazione definitiva, alimentata anche dalle nascite che naturalmente giunsero. Comunque, l'emigrazione fra i continenti contribu in modo determinante alla creazione di una nuova classe di imprenditori, che si affiancarono, se non addirittura sostituirono, le tradizionali classi corrispondenti . Fra le migrazioni verso le Americhe nel corso del Cinquecento occorre ancora considerare un flusso di individui, non certamente europei, i quali per si affiancarono a questi, gli schiavi, prelevati per lo pi dall'Africa, per soddisfare le esigenze del lavoro nelle nuove piantagioni di canna da zucchero. Verso l'Asia e l'Africa non si determinarono correnti di emigrazione vera e propria, nel senso di trasferimenti di gruppi di persone intenzionate a stabilirsi in modo definitivo. Nei due continenti si recarono gli uomini indispensabili alla gestione delle basi commerciali e militari che i Paesi europei, il Portogallo soprattutto, organizzarono come punti di riferimento dei loro traffici . 1.3. La qualit della vita ^e nel XIV secolo l'Europa aveva vissuto la spaventosa tragedia della pandema di peste nera, che aveva falcidiato i suoi abitanti in modo totalmente sconosciuto precedentemente, nel corso del XVI secolo si pu dire che le malattie contagiose contrassegnarono il quotidiano, nel senso che epideme di peste, e non solo, si ripeterono con notevole frequenza, colpendo vari territori . Il fenomeno stato ampiamente studiato e ne sono state date diverse spieLa demografia 45 gazioni che, alla fine, ruotano tutte intorno ad alcuni elementi di fondo comuni. La peste ormai presente saldamente in Europa in forma endemica e periodicamente, con una frequenza robusta, esplode nella forma epidemica. I luoghi pi colpiti sono soprattutto i centri urbani - ove si addensano numerosi individui in condizioni igieniche peggiorate - nella misura in cui all'aumento della popolazione non corrisponde una espansione correlata delle abitazioni. Al primo posto fra le cause delle epideme si pongono quindi le pessime condizioni igieniche. Queste per erano costantemente presenti e, quindi, altra doveva essere la causa scatenante . In questo senso si osservato che i gruppi di individui che venivano colpiti dalle epideme dovevano ritrovarsi in situazioni di debilitazione fisica, tale da ridurre le difese dell'organismo. A provocare la debilitazione sarebbero state le carestie. In effetti il XVI secolo vide il susseguirsi di numerose carestie, che portarono in evidenza il problema

dell'approvvigionamento dei grani, anche come ulteriore manifestazione della crescita della popolazione nei centri urbani. Nel corso del secolo le citt furono obbligate a dotarsi di organizzazioni stabili per gestire i problemi annonari e gli Stati emanarono via via norme dirette a garantire la disponibilit di grani, alternando proibizioni di esportazione a iniziative di rifornimento. Il commercio dei grani fu occasione di grosse operazioni commerciali, con esborsi onerosi da parte delle amministrazioni pubbliche. Mercanti di grani e navi da carico percorrono tutti i mari d'Europa, dalle regioni del Baltico sino alle sponde orientali del Mediterraneo, mentre sforzi organizzativi eccezionali vengono posti in essere per trasportare i grani dai porti sul mare alle citt dell'entroterra, a dorso di mulo. Fu questa una delle innovazoni nelle correnti di traffico del Mediterraneo che, nei secoli precedenti, era stato praticamente autosufficiente . Le carestie, a loro volta, trovavano origine in cause diverse. Strutturale all'agricoltura del tempo era la scarsa produttivit delle terre, con un limitato rapporto fra seme e prodotto per cui, ogni qual volta le condizioni ambientali determinavano una crisi, la carestia era inevitabile. Scarsa germinabilit dei semi, rovinati dai parassiti e dalle difficolt di conservazione nei magazzini, carenza di concimi, rendevano quasi impossibile un assorbimento degli eventi atmosferici. Un contributo importante alla distruzione dei raccolti e delle colture sui campi o alla scomparsa delle scorte era dato dalle guerre, con il passaggio degli eserciti, i quali, privi di un sistema autonomo di rifornimento, vivevano delle risorse dei territori in cui venivano a trovarsi, amici o nemici che fossero . Ancora, se le condizioni igieniche nelle abitazioni e nei centri urbani erano cattive, pessime erano quelle degli eserciti impiegati nelle numerose guerre che nel Cinquecento travagliarono l'Europa. I corpi militari sarebbero stati i diffusori di germi e parassiti che alimentarono le numerose epideme del secolo. In sostanza si sarebbe innescato un circolo vizioso che, partendo da ca46 L'espansione europea nel XVI secolo restie e passaggi degli eserciti, avrebbe consentito alle malattie di colpire con intensit organismi comunque indeboliti dalle difficolt contingenti . Un ruolo non secondario nella diffusione delle malattie lo svolsero comunque i movimenti di uomini determinati dall'espansione degli europei dal loro continente verso altre aree del globo. In questo senso vi furono casi di epideme importate nelle citt di mare, ma vi anche un aspetto ancor pi importante della diffusione di malattie fra un continente e l'altro. Malattie europee sconosciute in altri continenti furono portate in questi, cos come da questi se ne trassero altre sconosciute agli europei . L'agricoltura 2.1.7 rapporti con la terra Il mondo agricolo del Cinquecento si presenta estremamente variegato, non soltanto per le differenze inevitabili nelle colture legate alle condizioni ambientali, ma anche e soprattutto per le trasformazioni che si vennero a verificare nei rapporti con la terra da parte degli uomini che vi si dedicavano. Esiste un largo dibattito sulla questione, che investe il concetto stesso di propriet e la definizione dei cosiddetti patti agrari o regolamenti, che dettavano le norme di sfruttamento del suolo da parte dei lavoratori dei campi rispetto alla propriet . Terre feudali, ecclesiastiche, comuni, libere si combinavano fra loro sul territorio con un grande bagaglio di usi e consuetudini. Lo sgretolamento del potere feudale, la crisi delle istituzioni ecclesiastiche, soprattutto monastiche, e il consolidarsi delle terre libere, di propriet privata, ebbero il loro effetto sulla organizzazione dello sfruttamento agrario delle terre. Il caso della confisca delle terre della chiesa cattolica in Inghilterra, realizzato da Enrico Vili, soltanto il pi eclatante e imponente in termini di entit. Non molto dissimile la confisca effettuata dai Vasa in Svezia. Da rilevare gli effetti del processo che dall'ultimo quarto del XV secolo aveva interessato gran parte delle maggiori abbazie monastiche del continente. Le loro terre avevano incominciato ad essere divise in due parti distinte, la claustrale e la commendatizia, lasciando ai monaci la prima, in dimensioni confacenti alle necessit del loro ridotto numero, e affidando la seconda a commendatori, che la considerarono soprattutto per i redditi che ne potevano trarre. Nel corso del secolo furono riorganizzati e ripresi, se non addirittura fondati ex novo, alcuni

Ordini cavallereschi, che non potevano pi fare riferimento alle origini primitive collegate alla riconquista di Gerusalemme, ma che esaltarono la organizzazione di aziende a-grarie in termini di nuove facilitazioni nei rapporti con i poteri sovrani . La disponibilit di terre coltivabili aveva rappresentato uno dei principali problemi per l'agricoltura dei secoli precedenti la caduta demografica indotta dalla peste nera del XIV secolo. Si era quindi fatto ricorso a larghe iniziative 48 L'espansione europea nel XVI secolo di dissodamento delle terre vergini e si era cercato di acquisire nuove terre con l'espansione generalizzata al di l del vecchio nucleo della civilt europea. La caduta dei consumi, conseguente alla diminuzione della domanda per la riduzione forzata della popolazione, aveva fatto diminuire i ricavi. Con la nuova, pur lenta, espansione demografica del Cinquecento il problema si pone in termini nuovi, alla ricerca di una nuova produttivit a sostegno della produzione globale . Il vecchio schema feudale ormai stato rotto in gran parte dell'Europa, ma continuano, almeno all'inizio del secolo, a permanere pratiche colturali antiche. Il suolo fornisce il necessario per l'alimentazione e per i prodotti manufatti di base, ma non vi sono ancora segnali precisi di una revisione profonda delle tecniche colturali, che si evidenzieranno nei secoli seguenti. Si coglie una modificazione nelle pratiche colturali nella misura in cui si introducono e si diffondono colture che, pur conosciute precedentemente, non erano state oggetto di attenzioni particolari . Ci si dovette confrontare appunto con le regole del rapporto con la terra, in quanto la coltivazione dei campi divenne occasione di investimento, compreso nella ricerca generalizzata di opportunit di reddito, che sopravanzava la vecchia necessit di provvedere alla sussistenza in termini di sopravvivenza . L'affermazione delle citt e la loro maggiore incidenza in termini di mercato di consumo dei prodotti agricoli, ma anche in termine di capitalisti alla ricerca di investimenti, semplicemente per un reddito diretto o anche per garantirsi l'approvvigionamento di materie prime per le lavorazioni manifatturiere, contribu a mutare i tradizionali rapporti con la terra. Non per nulla il Cinquecento si pu ritenere come il secolo in cui si confermano gli interessi fiscali sulla terra, con il diffondersi delle imposte fondiarie e l'inizio di una sorta di concorrenza fiscale fra Stato e citt per garantirsi il gettito corrispondente . Pur in presenza di tutte le forme di propriet e di contratti agrari e relativa loro trasformazione, occorre considerare come gran parte delle terre europee fosse organizzata in unit poderali forzatamente limitate nelle loro dimensioni dal modo con cui per necessit doveva avvenire il lavoro nei campi. Proprietari diretti, affittuari, contadini e salariati trovavano un limite spaziale nel loro lavoro, che dipendeva dalle possibilit di spostamento rispetto alla residenza abituale e dalla collaborazione dell'intera famiglia. Si nota proprio nel corso del Cinquecento, soprattutto intorno alla met del secolo, il sorgere di un nuovo modello di insediamento abitativo nei campi. Frutto certamente del nuovo interesse in termine di investimenti e di miglioramenti fondiari, ma con riferimento soprattutto al nucleo familiare del lavoratore agricolo . Un aspetto particolare della ricerca di nuove terre coltivabili si presenta nel Cinquecento con il ricorso alle opere di bonifica, che in alcune aree europee L'agricoltura 49 assunsero dimensioni notevoli, tanto da mutare radicalmente il quadro di estesi territori. Italia, Francia e Inghilterra furono il teatro di importanti opere di bonifiche, ma il caso dei Paesi Bassi rappresenta un modello eccezionale. Non si tratt di vere e proprie innovazioni, quanto piuttosto della diffusione e dell'impiego su larga scala di sistemi gi conosciuti, con strumenti e risorse energetiche nuove. Appartengono alla grande storia l'impegno di Leonardo da Vinci in Italia e il ruolo dei mulini a vento olandesi . 2.2. Le nuove produzioni agrarie Air aprirsi del secolo il sistema agrario europeo ancora dedito alle produzioni tradizionali dei secoli precedenti, con una capacit di adattarsi alle risorse esistenti in modo da trarne tutte le possibili opportunit senza vere e grandi innovazioni. Gli agricoltori europei continuavano a dedicarsi alla coltivazione dei prodotti alimentari, con una grande variet di piante. Per l'alimentazione si ritrovano coltivati ogni sorta di cereali e frutti

commestibili esistenti, compresi nella dizione generalizzata di grani, con un elenco che rischia comunque di essere incompleto, dal frumento alla segala, ma anche orzo, avena, spelta, miglio, saggina, castagne e altri ancora. Olive e uve sono oggetto di cure particolari e incominciano a suscitare l'attenzione dei cultori di agronomia, che si predispongono ad utilizzare il nuovo strumento della stampa per pubblicare i loro studi. Per il tessile lino e canapa sono oggetto di estese coltivazioni, mentre il cotone si ritrova relegato nelle sole aree meridionali . Uno degli elementi pi appariscenti delle conseguenze delle esplorazioni geografiche lo si ritrova nella conoscenza di nuovi prodotti della terra. In realt nel Cinquecento si acquis pi la conoscenza che non la diffusione di questi nuovi prodotti, i quali soltanto nei secoli seguenti entrarono lentamente a far parte delle tradizioni agricole europee, contribuendo a mutare anche profondamente le abitudini alimentari e a mitigare gli effetti delle carestie. Patata, mais, pomodoro, tabacco, t, caff, cacao sono soltanto i pi significativi e i primi di un lungo elenco di prodotti che nel corso del Cinquecento vennero portati in Europa, inizialmente visti con curiosit e messi a disposizione di appassionati di botanica o forniti per soddisfare consumi di lusso e stravaganti. Maggiore interesse paiono suscitare le erbe ritenute capaci di propriet curative, ma queste alimentarono pi un commercio di importazione che non la messa a coltura, cos come le nuove materie tintorie di origine vegetale . Nuove occasioni di produzione agricola vennero da prodotti conosciuti da tempo in Europa e che si diffusero in piantagioni pi estese, capaci di suscitare correnti di esportazione. Il riso, eredit dell'occupazione araba della penisola 50 L'espansione europea nel XVI secolo iberica, si diffuse nell'Italia settentrionale, trovando occasioni di consumo sulle navi che trovavano difficolt a rifornirsi con altri cereali, di difficile conservazione per la presenza di materie grasse facilmente deperibili nei lunghi viaggi transoceanici. Il gelso, ancora in Italia, per passare dopo in Francia, fu occasione di espansione dell'allevamento dei bachi, ponendo le premesse per il futuro sviluppo della seta. Inizia la grande avventura della canna da zucchero, scarsamente presente in Europa salvo in alcune piccole zone meridionali. Con un lento viaggio verso l'America centro meridionale, gestito da Portoghesi e Spagnoli, attraverso Madeira e le Canarie, la canna diede avvio nel nuovo mondo ad una delle pi importanti produzioni dei secoli seguenti, foriera di eventi straordinari e drammatici come la schiavit. Riso, gelso e canna da zucchero offrono frutti della terra che necessitano di una lunga lavorazione per giungere al prodotto finale, richiedendo investimenti importanti. Canali e mulini devono assistere il riso, allevamenti e filatoi affiancano i gelsi, molti uomini e complicate trasformazioni garantiscono lo zucchero . Le navi in viaggio fra America, Asia e Africa furono uno strumento straordinario per scambiare e diffondere le conoscenze dei frutti della terra. Vi contribuirono la volont di arricchire il patrimonio a disposizione, ma spesso e-venti casuali determinarono effetti importanti. Le provviste imbarcate nei diversi porti per garantire l'alimentazione dei passeggeri, ormai non pi soltanto europei, ma spesso asiatici e africani, soprattutto nel commercio degli schiavi, portarono per il mondo semi e piante che si cercarono di impiantare e climatizzare in una alternanza di successi e insuccessi. Del resto, proprio l'approvvigionamento delle navi europee provoc una domanda specifica di rifornimenti che determinarono alcuni effetti sul vecchio continente e sugli altri con cui progressivamente si veniva in contatto. Gli europei cercarono di garantirsi anche nelle terre oltremare la possibilit di disporre degli alimenti propri della madrepatria. In questo contesto si ritrovano, ad esempio, l'evoluzione della vite e dell'olivo per i due prodotti specifici del vino e dell'olio. I risultati furono deludenti per i tentativi di esportarne le piantagioni, ma un certo effetto si determin nei distretti europei, con aumento della produzione e alcuni miglioramenti, pur se limitati . L'incontro con gli altri continenti provoc anche una importante trasformazione nell'allevamento del bestiame. Le navi europee e gli uomini d'arme imbarcati si muovevano trasportando numerosi animali vivi. Due esigenze fondamentali erano alla base di tale comportamento. La prima derivava dalla necessit di garantirsi la presenza dei cavalli per i

trasferimenti e le battaglie, la seconda proveniva dai bisogni alimentari. A bordo non era conveniente trasportare carne, di difficile se non impossibile conservazione, mentre gli animali vivi permettevano anche di disporre di ulteriori alimenti come il latte e le uova. Inoltre, l'obiettivo della colonizzazione richiedeva di riprodurre per quanto possibile le condizioni di vita dei paesi di origine. Equini, bovini, oviL'agricoltura 51 ni, suini, conigli e gallinacei accompagnarono gli equipaggi nelle traversate e si stabilirono nelle nuove aree di presenza europea determinando una diffusione che in molti casi assunse dimensioni notevoli . Dal resto del mondo vennero pochi animali di tipo sconosciuto suscettibili di utilizzo e impiego negli allevamenti europei, come ad esempio il tacchino. Gli animali esotici furono occasione soprattutto di curiosit e svago. Pi significativo fu il risultato dei diversi incroci che naturalmente si verificarono fra animali della stessa specie e di diversa provenienza, accompagnati alle specializzazioni nell'impiego che, insieme con le condizioni ambientali, accelerarono l'allevamento di animali dalle caratteristiche spiccate e diversificate. Valga per tutti l'esempio del cavallo, l'uso del quale ebbe uno sviluppo nell'agricoltura -per il traino soprattutto degli aratri, a partire dalle terre dei Paesi Bassi - e per fornire nuova energia . 3. - A. Di VITTORIO (cur.): Dall'espansione allo sviluppo . Verso la nuova scienza 3.1. Innovazioni XVI secolo non sono ancora per nulla evidenti e applicati i risultati di quella che sarebbe stata indicata come rivoluzione scientifica dopo l'affermazione della "nuova scienza". Il secolo per caratterizzato dalla presenza di personaggi che sono universalmente riconosciuti come i precursori e i padri della nuova scienza. Infatti, Niccol Copernico mor nel 1543, Galileo Galilei nacque nel 1564 e Giovanni Keplero nel 1571, incontrando tutti le difficolt derivanti dalla Controriforma, che cercava di recuperare gli schemi antichi del sapere . La pubblicazione di volumi dedicati alle tecniche di produzione metallurgiche fu, forse, l'elemento pi significativo per la diffusione delle conoscenze nel corso del Cinquecento. Libri contenenti la descrizione delle tecniche e della composizione delle leghe che erano in uso da secoli testimoniano l'interesse che la metallurgia si ritrov ad incontrare per effetto della maggiore richiesta del mercato. Nel 1540 fu dato alle stampe, a Venezia, il De la Pirotech-nia di Vannoccio Biringuccio e nel 1556, a Basilea, il De re metallica di Giorgio Agricola, che costituiscono, come stato scritto, grandi monumenti della tecnologia . Le esigenze belliche esaltano la necessit di metalli, sia per le armate terrestri che per quelle navali, e le due opere citate danno conto con dovizia di particolari delle tecniche di estrazione dei minerali e della loro trasformazione, da cui appaiono i punti focali dei relativi processi industriali. Escavazione dei pozzi, ventilazione, estrazione con montacarichi, impianti di frantumazione, di cernita e di arrostimento, richiedono grandi quantit di energia e di risorse finanziarie. L'energia meccanica usufru della ruota idraulica e di quella eolica, ma l'insostituibile combustibile costituito dalla legna provoc la distruzione di gran parte del patrimonio boschivo delle aree circostanti ai centri di produzione. Il caso dell'Inghilterra port ad una vera e propria crisi nel rifornimento del legname, il quale vide pi che triplicato il suo prezzo nel corso del secolo . 71 Nel 54 L'espansione europea nel XVI secolo Anche la metallurgia offr ai detentori di capitali una interessante occasione di impiego e di reddito. Molte grandi case bancarie, come i Fugger di Augusta in Germania, investirono e sovvenzionarono imprese del settore, garantendo non soltanto la produzione, ma anche la distribuzione dei metalli e dei prodotti derivati in ogni parte del mondo . Se ferro e bronzo furono i pi richiesti dai militari, senza dimenticare i tentativi di giungere ad una qualche produzione di acciaio, che fu sempre molto limitata e relegata a usi modesti, altri metalli furono importanti e contribuirono all'evoluzione delle tecniche metallurgiche. Il bronzo ebbe una importanza per i cannoni, per le campane e per le statue. Lo stagno, il piombo e il rame, con altri elementi di minore entit, furono alla base di leghe importanti, come il peltro,

fondamento delle stoviglie, e per i caratteri di stampa, che con la loro presenza determinarono il costituirsi di centri specializzati per l'editoria, come Venezia . I metalli preziosi, nella filiera oro, argento e rame, conobbero momenti di fortuna, con le opportunit offerte dalle grandi quantit provenienti dall'America e dall'Africa. L'innovazione forse pi significativa fu la diffusione della tecnica dell'amalgama con il mercurio per l'estrazione dell'argento . Le costruzioni edilizie, in senso lato, ebbero nel Cinquecento un interessante sviluppo, che port alla costruzione di edifici generalmente pi grandi di quelli del passato, con l'adozione di nuove tecniche. Grandi sale nei palazzi e grandi volte nelle chiese furono il risultato di nuove tecniche di progettazione e di calcoli di statica. Ebbero modo di sfruttare le innovazioni anche i ponti e le opere di regolamentazione dei canali, con le chiuse o le caratteristiche conche le quali, introdotte per la prima volta da Leonardo in Lombardia, si diffusero in breve tempo nei Paesi europei per favorire la navigazione interna in pieno sviluppo . Uno dei settori ove pi si esercitata la ricerca di innovazioni o di miglioramenti sulla base delle esperienze sul campo quello della navigazione, dalla costruzione delle navi alla dotazione di armi, dall'orientamento e conoscenza dei territori alla misurazione del tempo e dello spazio e ai rifornimenti alimentari. I punti che dovettero essere risolti per garantire i viaggi e la supremazia sui mari sono variegati e impegnarono molte risorse umane ed economiche . I progressi nelle tecniche di orientamento portarono fra l'altro ad uno sviluppo eccezionale nella cartografia. Non per nulla il XVI il secolo di Gerardo Mercatore, il cartografo olandese che incise pi di altri su tale tecnica agli inizi dell'Et Moderna. Carte e portolani dei nuovi continenti diventarono un patrimonio prezioso per i naviganti e furono una delle preoccupazioni prioritarie di quanti arrivavano per primi su coste e paesi lontani. Una certa ricaduta di questo grande lavoro, inevitabilmente condotto con strumenti di misurazione, si ebbe anche per scopi diversi, come quello dell'agrimensura, in fase di sviluppo soprattutto ai fini fiscali. Dalla met del secolo furono pubblicati Verso la nuova scienza 55 in gran numero appunto i testi di geometria e agrimensura, con riferimento letterale al significato etimologico dei termini. La base di partenza di questi libri era il testo di Luca Pacioli {Summa de Arithmetica), pubblicato nel 1494, alle indicazioni del quale si cercavano di aggiungere soluzioni pi pratiche per facilitare i calcoli . I mari del Cinquecento erano percorsi da imbarcazioni di tutti i tipi. Permanevano le galee mediterranee, che avevano raggiunto una efficienza ammirevole e svolgevano con profitto il ruolo per il quale erano state create. Quelle da guerra utilizzavano prevalentemente la forza dei remi, pur dotate di una vela latina in uso nei momenti di tranquilla navigazione. Le mercantili avevano ormai una prevalenza della vela, pur conservando remi in quantit ridotta per le manovre in porto ed eventuali emergenze. Se nel corso del Quattrocento l'apparizione delle caravelle aveva segnato l'inizio di una diversa tecnica di navigazione per i marinai europei, nel corso del Cinquecento l'evoluzione delle navi a vela fu quasi esplosiva, nella misura in cui apparvero e furono sperimentate numerosi tipi di nave, con chiglie e velature differenziate. Si ricercavano sicurezza di navigazione ed economicit dei trasporti. Aumentarono le stazze dei legni e si aument la produttivit delle imbarcazioni. Si calcolato che il rapporto equipaggiocarico fosse in media di un marinaio ogni 4-5 tonnellate di stazza nel Quattrocento e fosse arrivato a 7 tonnellate alla met del Cinquecento . Portoghesi, spagnoli e inglesi furono i maggiori costruttori di grandi navi da guerra, secondo un modello totalmente nuovo rispetto ai secoli precedenti. Il galeone rimasto a simbolo di queste navi e lo si ritrova presente ogni qualvolta si ricordano l'Invincibile Armata di Filippo II e la flotta inglese di Enrico Vili e di Elisabetta I. Queste imbarcazioni nel Cinquecento giunsero a stazzare mille tonnellate . II tradizionale settore tessile trova nel secolo alcune occasioni fondamentali di sviluppo, soprattutto nella lana, con una vicenda paradigmatica, che si vuole abbia contribuito in modo

determinante a spostare i tradizionali centri di produzione dei secoli precedenti, con conseguenti crisi e sviluppi. Paesi Bassi e Inghilterra, sfruttando risorse antiche, riuscirono a conquistare i mercati che erano stati tradizionalmente dominati dai mercanti di panni medioevali, soprattutto italiani. Nuovi panni, dai colori vivaci, anche se pi leggeri e meno resistenti, denominati short-cloths, costituirono una delle voci pi attive delle esportazioni dal porto di Londra nel '500. Inizia comunque l'interesse degli europei delle classi economicamente pi evolute per la seta di produzione continentale . 56 L'espansione europea nel XVI secolo 3.2. L'organizzazione della produzione e del lavoro IVluovendosi fra fasi demografiche positive, accessibilit a nuovi territori, maggiori materie prime e miglioramenti tecnologici, gli europei si trovarono a garantire nel corso del '500 produzioni di beni e servizi per soddisfare la domanda effettiva e l'espansione dell'offerta. La tradizionale occupazione nei diversi settori economici e sociali non fu stravolta nel corso del secolo, ma piuttosto affiancata in un lento processo di trasformazione innescato da nuove opportunit, alcune sviluppatesi quasi naturalmente e altre imposte dalle vicende politiche, economiche e sociali . Seguendo la suddivisione per settore si deve considerare innanzitutto l'agricoltura e l'attivit estrattiva. La richiesta di prodotti alimentari e di materie prime, tessili e minerali, ha imposto, a secolo avviato, un aumento della produzione e una diversa organizzazione del lavoro, sia nei campi che nelle miniere. In pratica, in agricoltura si supera in molti luoghi l'attivit limitata alla sussistenza e si incentiva quella destinata al mercato. Ne deriv come conseguenza lo sviluppo di nuove forme di lavoro nei campi, che trovarono nel salariato il modo di esprimersi. A facilitare la trasformazione contribu il superamento degli schemi feudali nel rapporto con la terra e la nascita di aziende agrarie per il mercato, viste come occasione di investimento e di remunerazione dei capitali . Nei territori del nuovo mondo, in America, soprattutto nella seconda met del secolo, dopo i primi pionieristici interventi, il lavoro dei campi pose alcuni problemi, da un lato per le difficolt insite nelle condizioni ambientali e dall'altro nelle tipologie delle colture possibili. L'emigrazione di coltivatori europei non fu significativa e ci si ritrov ad operare in un contesto di norme diverse da quelle del continente europeo, anche se i conquistatori spagnoli cercarono di riprodurre gli schemi della madrepatria, soprattutto nella definizione del regime della propriet. Le risorse locali di manodopera, gli abitanti originari, si esaurirono in poco tempo. Non fu possibile organizzare un consistente afflusso di coloni dall'Europa e ne deriv cos il ricorso alle risorse umane degli schiavi africani, i quali determinarono rapporti di lavoro del tutto speciali. Il lavoro degli schiavi pare essere rinato in Europa dall'esperienza dei portoghesi nella penisola iberica, come conseguenza della loro esplorazione dell'Africa nel secolo precedente . Lo sfruttamento delle miniere conobbe a sua volta un processo analogo, se non maggiore, di espansione, addirittura anticipato nei primi decenni del secolo, poich l'aumentata richiesta di minerali, soprattutto per rame, argento, ferro, mercurio, salgemma e altri ancora, impose una organizzazione complessa di impianti e lavoratori, che richiedeva risorse finanziarie di entit non coVerso la nuova scienza 57 nosciuta prima. I capitali dei ricchi mercanti, sin dall'ultima parte del XV secolo, furono attirati dalle opportunit dell'impiego nell'attivit mineraria, che venne strutturata in imprese di dimensioni molto pi vaste delle precedenti, usufruendo dell'opera di molti operai, dipendenti salariati, che determinarono le primi grandi concentrazioni di lavoratori in zone ristrette. Soprattutto le aree minerarie dell'Europa centro orientale, dalla Polonia al Tirolo, videro svilupparsi il fenomeno, usufruendo dei capitali dei grandi mercanti banchieri di Augusta, con alla testa i Fugger, e delle risorse umane in crescita . Dopo l'allargamento dei mercati di approvvigionamento dei minerali, con le miniere via via scoperte e sfruttate soprattutto dalla met del secolo e con la possibilit di acquisire altri prodotti di estrazione minerale attraverso le nuove vie di traffico, il lavoro delle miniere muta di importanza, cos come l'interesse dei detentori di capitali. Non per questo per cessa di crescere

nella fase successiva la lavorazione dei minerali e l'impiego dei prodotti da essi ottenuti. Si percepisce lo sviluppo di un tipo di manodopera che avrebbe trovato il modo di affermarsi nei secoli successivi, sull'onda delle innovazioni tecnologiche che sarebbero sopravvenute . Il settore secondario appare in grande movimento. La produzione manifatturiera del Cinquecento pare usufruire di una miriade di tipologie di occupazione e offre occasioni di lavoro che stanno fra il tradizionale e l'innovativo, caratterizzando proprio in questo uno degli aspetti pi significativi dell'espansione economica dell'Europa e segnando, nello stesso tempo, il passaggio dall'economia medioevale a quella dell'et moderna . Il lavoro nelle botteghe artigianali, che aveva sostenuto le fortune dei mercanti, svolge ancora un ruolo determinante, anche se le corporazioni denotano tutti i rischi connessi alle loro regolamentazioni, per costituzione portate a recepire con difficolt e ritardi le innovazioni, soprattutto nel tessile laniero tradizionale. Alcuni settori richiedono notevoli quantit di manodopera, come i cantieri navali e gli arsenali marittimi, che ancor oggi rimangono, con le strutture residue, a testimoniare impianti di grandi dimensioni. Essi sviluppano le richieste di tutte le specializzazioni connesse, come la lavorazione del legname, del cordame, della telera, degli strumenti per la navigazione, della cartografia, delle armi, in un elenco che tocca tutto un indotto diffuso . Molta parte della produzione manifatturiera di beni di consumo e di semilavorati garantita dall'utilizzo del lavoro disponibile fra gli uomini dei campi. Per definizione le lavorazioni agricole sono stagionali e lasciano ampi spazi temporali per attivit differenziate. In questo campo ebbe modo di svilupparsi il lavoro a domicilio, nelle case degli agricoltori, che vi potevano dedicare il molto tempo libero . Molte interpretazioni sono state offerte per comprendere le fasi attraverso le quali, con un processo plurisecolare, si giunti alla economia della prima societ industriale. Protoindustria e preindustria sono stati i termini pi usati 58 L'espansione europea nel XVI secolo per definire l'insieme delle organizzazioni produttive che hanno garantito i prodotti manufatti che, comunque, sono stati necessari per soddisfare le esigenze dei consumi a tutti i livelli. Nella generale espansione che attraversa l'Europa del Cinquecento si potrebbe, forse, affermare che si ritrovano quasi tutte le tipologie organizzative che erano gi state sperimentate nei secoli precedenti e si incominciano ad intravedere casi di organizzazioni pi consistenti nella cantieristica, nelle miniere e nelle aziende agrarie. In particolare si sviluppano produzioni nelle quali i capitali fissi rivestono un ruolo maggiore del passato, con una accresciuta richiesta di energia, ottenuta soprattutto attraverso l'utilizzo dei mulini, ad acqua e a vento, che vedono un miglioramento nei meccanismi di trasformazione del moto circolare dei loro assi di rotazione nelle diverse forme di moto necessarie alle lavorazioni . Gli scambi internazionali 4.1.7 flussi J_/e esplorazioni geografiche provocarono mutamenti profondi nella struttura degli scambi internazionali, sia dal punto di vista della quantit che delle linee di traffico. Il vecchio mondo mercantile uscito dal Medioevo venne sconvolto attraverso un progressivo cambiamento che ebbe conseguenze molteplici. Le due tradizionali aree forti del commercio, l'Europa mediterranea -con l'Italia - e l'Europa settentrionale - fra Ansa germanica e Paesi Bassi - si ritrovarono a rivedere i loro schemi di azione. I traffici si ritrovarono a privilegiare sempre pi i trasporti per via marittima, usufruendo anche delle trasformazioni apportate alle navi, con le quali era possibile movimentare merci povere e di grandi volumi, che non era stato possibile sino ad allora trasportare abitualmente per via di terra. Inevitabilmente la crescita dei commerci determin nuovi centri di attrazione, nuovi collegamenti con poli organizzati per rispondere alle esigenze emergenti di attrezzature e occasioni di finanziamento e investimento. Non per nulla il fenomeno dell'urbanizzazione, con la crescita della popolazione residente, si svilupp principalmente nelle citt poste sul mare o ad esso collegate con fiumi o canali appropriati . Il bacino del Mediterraneo perde il suo ruolo centrale non tanto perch vi siano diminuite le correnti di traffico tradizionali, per gli scambi interni di prodotti locali che permasero con una

certa vivacit, ma per il venir meno di una parte delle merci dell'Asia e dell'Africa, che potevano ormai passare attraverso la rotta del Capo di Buona Speranza, giungendo direttamente alle regioni centrali e settentrionali dell'Europa senza l'intermediazione del Mediterraneo . Alla trasformazione dei commerci e delle loro vie di traffico contribuirono anche le politiche degli Stati nazionali emergenti, i quali, in applicazione di quella che fu in seguito definita come politica mercantilistica, cercarono di assumere sempre pi il controllo delle attivit economiche in termini di protezionismo, il che provoc scontri anche violenti alla ricerca di una supremazia quasi globale . 60 L'espansione europea nel XVI secolo Il XV secolo si era chiuso con il trattato di Tordesillas (1494), che divideva il mondo nelle due zone di influenza per i portoghesi e gli spagnoli, ma gli effetti degli scambi commerciali con il nuovo mondo tardarono ad assumere una rilevanza generalizzata. A partire dal 1503 gli Spagnoli crearono a Siviglia una istituzione, la Casa de la Contratacin, con il preciso intento di riservare alla Spagna il monopolio di tutti traffici con le Americhe e garantire il controllo su tutto quanto si muoveva verso l'altro lato dell'Atlantico e ne arrivava. Siviglia conobbe uno sviluppo prodigioso e di ogni viaggio delle navi che vi fecero capo si tenne conto in apposite annotazioni, i registros, contenenti tutti i dati atti ad identificare il nome dell'imbarcazione, il nome del capitano, dell'armamento di bordo, del carico e del suo valore, dei dazi pagati. Fu tenuta buona nota anche dei passeggeri. I registros di Siviglia avevano uno scopo fiscale e di controllo dell'afflusso dei metalli preziosi, ma non solo, in quanto gli spagnoli estesero la loro attenzione a tutto quanto veniva trasportato, esercitando un pesante controllo politico . Per quasi tutto il Cinquecento i commerci e i traffici ufficiali con le Americhe furono praticamente monopolizzati dalla Spagna, con la sola eccezione del Portogallo con il Brasile, ma si trattava in questo caso di traffici di minore importanza . In una prima fase, per pochi decenni, vi fu una prevalenza di invii dall'Europa, soprattutto di manufatti e di generi alimentari, per sostenere l'insediamento dei colonizzatori. Poco dopo incominciarono a prevalere negli scambi i prodotti americani. Fra questi un posto di tutta rilevanza, dal punto di vista economico, occupato dai metalli preziosi, soprattutto argento. Inizialmente tali metalli furono il frutto delle depredazioni attuate nei confronti degli imperi degli indios, in seguito vennero dallo sfruttamento delle miniere di argento messicane, a Zacatecas, e boliviane, a Potos, a partire dalla met del secolo, utilizzando un nuovo metodo di estrazione basato sull'amalgama con il mercurio . Presero corpo, quindi, gli scambi delle merci prodotte in loco, soprattutto in Brasile, con la canna da zucchero e il legname denominato appunto brasile, e nelle Antille, soprattutto pellame proveniente dagli allevamenti di bestiame col importato . Le esportazioni dal vecchio continente aumentarono in modo correlato alla presenza degli europei, che necessitavano di tessuti, attrezzi metallici, armi e manufatti diversi. Fu in questo periodo che gli europei, con una prevalenza dei portoghesi dominanti i rapporti con la costa africana sull'Atlantico, iniziarono l'esportazione degli schiavi. Il commercio degli schiavi vide ben presto l'intervento di negrieri di varie nazionalit, soprattutto inglesi e olandesi . Il Cinquecento dovette confrontarsi con il venir meno delle vie tradizionali delle correnti di commerci e di traffici con l'Asia. La caduta dell'impero romano d'Oriente, l'espansione dell'impero ottomano sulle coste africane del Gli scambi internazionali 61 Mediterraneo e gli scontri violenti, sino alla battaglia di Lepanto (1571), avevano quasi del tutto annullato il transito diretto attraverso il Mediterraneo delle merci asiatiche. Dopo la circumnavigazione dell'Africa attuata dai Portoghesi (1497) e il viaggio di Magellano (1519-1521) le vecchie strade attraverso i continenti furono rese molto difficoltose e sostituite dalle vie attraverso gli oceani, contribuendo anche in questo caso a modificare le strutture commerciali e i centri di riferimento. Alcuni prodotti asiatici, come lo zucchero e le materie tintorie furono abbandonate e sostituite dai rifornimenti americani, ma spezie, sete, perle, pietre preziose e tessuti di cotone continuarono ad arrivare, movimentate da nuovi operatori, soprattutto olandesi e inglesi, che

alla fine del XVI secolo diedero vita alle grandi compagnie commerciali, la East India Company e le Compagnie olandesi, precorritrici della secentesca Verei-nigde Oostindische Compagnie. Pi tardi sarebbero arrivati anche i nuovi prodotti, come il t. La bilancia commerciale dell'Europa con l'Oriente si mantenne negativa, ma pot usufruire dell'argento americano per saldare i deficit . 4.2. La moneta Oino al XV secolo la scarsa disponibilit di metalli preziosi per la coniazione di monete aveva rappresentato uno scoglio notevole alla creazione di un sistema monetario efficiente. Nella seconda met di questo secolo incominciarono ad apparire segnali di un diverso aggiustamento dei vari sistemi monetari i quali, a partire dal XIII secolo, avevano visto affermarsi, sia pure lentamente, il bimetallismo in oro e argento. Verso la fine del XV secolo incominciarono a percepirsi gli effetti dei nuovi afflussi di oro africano, garantito dai portoghesi, e dei primi arrivi di tale metallo dall'America colombiana. All'oro si affiancavano nel vecchio continente le principali produzioni d'argento da fonti di estrazione consolidate quali le tedesche, tirolesi e ungheresi. Lo sviluppo economico per richiedeva sempre maggiori quantit di moneta, di fronte al crescere degli scambi interni e internazionali, che riducevano sempre pi la parte regolata con i meccanismi delle compensazioni, nelle varie forme proprie dell'epoca medievale . Esisteva in Europa un sistema estremamente variegato nella coniazione e nella circolazione delle monete, le quali, se da un lato dipendevano per la loro quantit dalla disponibilit di metallo, dall'altro rappresentavano uno strumento di politica economica che utilizzava la svalutazione o la rivalutazione come opportunit di regolamentazione delle necessit dell'amministrazione pubblica in senso lato. In queste condizioni era risultata obbligata la scelta di 62 L'espansione europea nel XVI secolo operare distinguendo fra monete reali coniate e monete di conto, sulla base di rapporti stabiliti da apposite norme . A partire dalla seconda met del XV secolo i sistemi monetari europei dovettero confrontarsi con i rapporti di valore fra oro e argento e argento e rame, aprendosi, con la loro variazione, occasioni di speculazione in un sistema in cui per forza di cose era possibile sfruttare i ritardi di adeguamento o il persistere di sfasamenti fra il valore di mercato e i rapporti stabiliti ufficialmente. Del resto l'afflusso sui mercati europei dei metalli preziosi utili per la coniazione non fu e non poteva essere omogeneo. L'oro dell'Africa provoc un primo squilibrio, soprattutto nella prima met del XVI secolo, e l'argento americano esalt lo squilibrio, nella seconda met. Poich esistono i dati ufficiali delle importazioni nei luoghi ufficialmente deputati all'accoglimento dei carichi di metalli preziosi provenienti dai diversi paesi, essi da soli sono sufficienti a dare conto delle dimensioni del fenomeno. Ma si pu anche pensare, come stato fatto, che ulteriori importanti quantit di metalli preziosi siano sfuggite ai rilevamenti ufficiali attraverso forme disparate di contrabbando, sino alla pirateria e alla guerra di corsa, che proprio in questo periodo venne organizzandosi . Le monete e i metalli preziosi nel Cinquecento invadono l'economia europea, suscitano l'interesse certamente degli uomini di affari, ma creano numerose occasioni di intervento anche di molti altri personaggi, dai governanti agli studiosi che a vario titolo incominciavano a dedicare opere ai diversi temi economici. Non per nulla in questo periodo che si ritrovano le enunciazioni delle cosiddette leggi monetarie, da quella di Thomas Gresham alla formulazione della teoria quantitativa. Le politiche mercantilistiche degli Stati determinarono interventi massicci negli affari monetari, tanto che alcune di queste politiche sono espressamente definite come "bullionistiche". La mitica ricerca della ricchezza delle nazioni attraverso la disponibilit di oro e di argento portava ad adottare la tecnica della sopravalutazione delle monete che si volevano attirare, cos come la sottovalutazione nel caso contrario . Le conseguenze delle grandi variazioni nelle quantit di monete coniate e nel metallo impiegato, determinate dalla disponibilit di metallo, ma soprattutto dalle politiche dei corsi ufficiali, erano sensibili anche nelle transazioni della vita quotidiana a livello locale. Infatti, anche di fronte ad una sostanziale abbondanza di monete, queste affluivano nelle transazioni

correnti in funzione della citata sopravalutazione o sottovalutazione applicata. In pratica una sottovalutazione dell'oro facilitava la presenza delle monete di argento e di rame, consentendo una circolazione monetaria che si rendeva difficoltosa nel caso opposto, per la carenza ai livelli locali delle monete d'oro . L'evoluzione delle monete nel corso del Cinquecento appare contrassegnata da un certo disordine, pur in presenza dell'affermazione di coni di grandi monete sia d'oro che d'argento, fra le quali un posto di rilievo deve essere asGli scambi internazionali 63 segnato al cruzado portoghese ed al pezzo da otto reales spagnolo, che divennero, soprattutto il secondo, vere monete di riferimento. Le grandi monete furono una base di garanzia per l'alta finanza e per le relazioni internazionali, che avevano bisogno di una certa stabilit. I problemi si ebbero nelle transazioni pi generalizzate, quando, per le richieste di denaro per sostenere l'espansione economica e per soddisfare le esigenze delle spese straordinarie dei bilanci pubblici, soprattutto per la guerra, ma anche per i momenti di crisi delle carestie e delle epidemie, fu necessario creare liquidit con aumenti della quantit della moneta corrente . Dall'osservazione degli straordinari avvenimenti che segnarono le vicende monetarie europee sono state tratte alcune considerazioni sull'andamento necessariamente correlato dei prezzi, tanto da far definire il periodo della seconda met del Cinquecento come quello della cosiddetta rivoluzione dei prezzi. In termini di modello economico, con riferimento alla teoria quantitativa della moneta, non vi dubbio che un aumento della quantit di moneta in circolazione pu portare, a parit di altre condizioni, ad una modificazione del livello dei prezzi. Si anche ipotizzato, sulla base di alcuni casi effettivamente verificatisi, che vi sia stato uno sfasamento fra l'andamento dei prezzi e quello dei salari. Il fenomeno per non pare avere interessato contemporaneamente tutta l'Europa, anche perch l'aumento della quantit di metallo prezioso disponibile per la monetazione coincise in molti luoghi con i momenti in cui le attivit economiche si trovavano in una fase espansiva . La finanza 5.1. Le necessit del pubblico J_ia finanza pubblica del Cinquecento, incrociandosi con i diversi livelli amministrativi affermatisi con il consolidamento delle autorit locali, soprattutto cittadine, ma anche di territori pi ampi, risente ancora degli schemi precedentemente ereditati dal sistema feudale. In questo senso si nota che vi era sul finire del basso Medio Evo una distinzione abbastanza significativa fra la struttura della finanza pubblica del potere centrale rispetto a quello decentrato e locale. La raccolta dei mezzi monetari necessari a soddisfare le esigenze di spesa dei diversi poteri presenta differenze anche sostanziali, che vennero emergendo nel lungo cammino, intrapreso appunto nel corso del Cinquecento, per l'affermazione dello Stato assoluto, chiaramente delineato nei secoli successivi dell'et moderna . Le fonti di entrata dei sovrani si basavano sull'imposizione fiscale, sul reddito dei domini della Corona, sull'eventuale alienazione di beni e privilegi e sull'indebitamento. Non molto diverse, nella definizione generale, le fonti delle autorit locali, ma in sostanza ben differenziate . L'imposizione fiscale della Corona trovava la sua maggiore consistenza nella forma indiretta, come imposte sui consumi, dazi e imposte doganali sia di importazione che di esportazione. A livello locale paiono prevalere le imposte dirette, talvolta personali, ma pi spesso reali sui beni mobili e immobili. La finanza straordinaria, spesso attivata nel corso del secolo per fare fronte alle esigenze emergenti, soprattutto belliche, ma non solo, provocava una commistione nelle due forme di organizzazione. Infatti, nei casi di necessit la Corona richiedeva contributi straordinari ai corpi locali, i quali vi facevano fronte formalmente con un apporto generico, ma nella realt raccogliendo i fondi necessari con i propri schemi di imposizione fiscale. Proprio in questo sistema si ritrovano molte delle innovazioni fiscali del secolo, in Francia come in Italia, in Spagna come nei Paesi Bassi . Il procedimento in pratica prendeva avvio dalle richieste che la Corona inoltrava ai diversi corpi dello Stato a livello locale per fare fronte a pericoli 66 L'espansione europea nel XVI secolo comuni o a necessit di pompa per sostenere lo sforzo per l'aumento del potere dello Stato nel

contesto della concorrenza per la supremazia. Una guerra o un matrimonio dinastico erano realizzati per le esigenze della Corona, ma i loro effetti, benefici si sperava, sarebbero ricaduti sull'intera comunit. Il sovrano richiedeva quindi l'intervento dei sudditi attraverso forme generiche di compartecipazione agli oneri, definiti in vario modo, dal sussidio al donativo. Ne derivava un assenso quasi obbligato da parte dei sottoposti, fra i quali veniva ripartito il carico secondo quote stabilite in modi complessi, derivando da antiche consuetudini o da valutazioni empiriche sulla base dei dati disponibili e concordati. Era una contribuzione straordinaria che veniva onorata con fondi raccolti in sede locale, attingendo ai cespiti imponibili normalmente usati e concordati fra gli appartenenti ai corpi amministrativi negli organi di gestione come i consigli comunali . Sostanzialmente nelle registrazioni delle contabilit centralizzate appariva la voce stabilita di sussidio o donativo, mentre sul territorio l'imposizione fiscale corrispondente seguiva le forme abituali delle contribuzioni ordinarie abitualmente in uso, che si trovavano ad essere maggiorate. In questo luogo le forme erano estremamente variabili, ma con prevalenza delle imposizioni dirette, essendo le indirette per la maggior parte di competenza sovrana. La faille francese, la centesima dei Paesi Bassi, la fondiaria della Lombardia, il tasso degli Stati Sabaudi sono alcuni degli strumenti che entrarono in gioco in questo meccanismo complesso di trasformazione dell'imposizione fiscale nel corso del secolo. Similari furono gli interventi nello Stato della Chiesa e il tentativo di Carlo V, per altro non riuscito, di ottenere contribuzioni fondiarie dalle Fiandre. Contributi da versare all'amministrazione centrale dello Stato assumevano sul territorio la caratteristica di imposte dirette reali, con alcuni casi di imposte dirette personali o sul reddito mobiliare. Una chiara dimostrazione di questo processo lo si ritrova anche nelTaumentato interesse per i censimenti e le valutazioni delle propriet immobiliari e dei cespiti mobiliari che, dopo essere state per lo pi confinate a livello locale, incominciarono ad essere nor-mate dal centro, come nel caso dell'estimo di Carlo V in Lombardia, ma non solo . I dazi e pedaggi di competenza sovrana ebbero beneficio dalla diffusione degli scambi e dall'aumento dei traffici e il loro gettito aument notevolmente. L'Inghilterra ebbe gettiti notevoli dal movimento dei suoi porti ed Elisabetta I intervenne con ordini precisi per aumentare i controlli, soprattutto con il riordino del 1564, nella lotta al contrabbando, sempre pronto a svilupparsi di fronte alla convenienza dell'evasione. Analogamente ebbero incassi notevoli dai pedaggi marittimi la Spagna e la Danimarca, documentati dai citati regi-stros di Siviglia e dai registri dei transiti nello stretto del Sund . Nell'Europa continentale le imposte indirette sui consumi ebbero un andamento sempre crescente e costituirono il nucleo centrale e pi importante La finanza 67 delle entrate degli Stati. Generi alimentari e bevande, ma non solo, videro succedersi tutta una serie di interventi fiscali che colpirono i diversi prodotti, talvolta in modo temporaneo, per le esigenze della finanza straordinaria, ma pi spesso in modo continuo, pur con variazioni delle aliquote applicate. Un ruolo importante fu svolto dall'antica e tradizionale imposta o gabella sul sale, la quale aveva la caratteristica di fissare, oltre il prezzo imposto del sale, anche un consumo minimo per persone e animali, stabilendo monopoli per l'approvvigionamento, il commercio e la distribuzione . Le entrate fiscali aumentarono notevolmente, ma non furono sufficienti a soddisfare le grandi necessit finanziarie degli Stati europei impegnati su vari fronti di espansione e di concorrenza fra loro. Essi si ingegnarono nella ricerca di modalit di accelerazione degli incassi, ricorrendo all'intermediazione di appaltatori per le esazioni, in modo da usufruire di anticipi sui tempi di affluenza nelle casse statali del denaro corrispondente, pur rinunciando ad una parte del gettito. Assimilabili agli appalti delle riscossioni fiscali furono le vendite delle cariche, che permisero di recuperare un importante gettito .

Anche questi meccanismi non riuscirono a risolvere i diversi problemi di liquidit e nel Cinquecento si pu notare come il ricorso all'indebitamento si sia diffuso praticamente in tutta Europa . 5.2. Il debito pubblico Il debito pubblico non era certo una innovazione, ma nel XVI secolo esso ebbe modo di espandersi e soprattutto di esprimersi in forme complesse e organizzate. Alla base del suo modo di realizzarsi vi erano pure le antiche remore per il divieto canonico del prestito ad interesse, mitigato a partire dal XIII secolo, ma la diffusione dei diversi tipi di prestiti giunse a tali livelli da suscitare interventi del Pontefice per regolamentarne le forme . Suddiviso nelle due forme tradizionali del redimibile e dell'irredimibile, il debito pubblico cinquecentesco ebbe modo di percorrere tutte le tipologie possibili. Rendite perpetue, rendite vitalizie, prestiti garantiti da cespiti fiscali o da privative su gestione e redditi di beni del patrimonio della Corona, prestiti sorretti da obbligazioni commerciabili e altre tipologie fra il fluttuante e il consolidato, il breve e il lungo termine, trovarono un terreno fertile per sviluppare una vera e propria innovazione che interess grandi banchieri, di Firenze, di Genova, della Germania meridionale e di altri centri europei, ma anche una miriade di risparmiatori che trovarono occasione di investimento. Questi, in alcune aree dell'Europa, avevano gi sperimentato precedentemente forme similari a livello cittadino, come nel caso di Genova . 68 L'espansione europea nel XVI secolo Lo sviluppo del debito pubblico nei diversi Stati europei del Cinquecento contribu a creare centri specializzati di raccolta e di incontro di capitali e banchieri. Ad essi si rivolgevano i sovrani e alle regole locali facevano riferimento. Lione fu per la Francia nella prima parte del secolo il luogo principale per trattare i titoli del suo debito pubblico, usufruendo delle sue fiere e della presenza di banchieri italiani e tedeschi, sostituito nella seconda parte del secolo dalle fiere di Besancon con il predominio dei banchieri genovesi. Le esigenze di Carlo V mossero molti banchieri e interessarono molti luoghi, con un asse commerciale fra Anversa e Medina del Campo, senza dimenticare Siviglia. Genovesi e tedeschi, fra i quali i Fugger e i Welser, gestirono un imponente flusso di denari, muovendosi fra nuovi strumenti creditizi e incontrando momenti di successo e di difficolt nella rincorsa alle variazioni dei tassi di interesse e di fronte alle possibilit di dissesto per le bancarotte dichiarate dagli Stati. Proprio le crisi finanziarie di Asburgo, Francia e Portogallo, dichiarate negli anni Cinquanta del Cinquecento, provocarono un rimescolamento nelle capacit dei banchieri europei di resistere. Esse videro affermarsi il predominio dei banchieri genovesi, i quali avevano saputo porsi soprattutto come intermediari fra risparmiatori e finanze pubbliche . Al predominio finanziario genovese contribu anche lo spostamento degli interessi europei della Spagna verso l'area del Mediterraneo, dove si concentrarono i principali domini spagnoli: i titoli di credito gestiti dai genovesi, asientos ejuros de Castella, mobilitarono i risparmi di vasti settori della popolazione italiana e spagnola . Il livello del debito pubblico di alcuni Stati europei provoc anche casi di insolvenza che sono stati definiti come bancarotte. Il caso pi eclatante rappresentato dalle bancarotte dichiarate da Filippo II nel 1557, 1575 e 1596. In realt furono momenti in cui, di fronte all'impossibilit di pagare gli interessi e di restituire i capitali prestati, i sovrani sospendevano la regolare gestione dei debiti e tendevano a modificarne gli impegni contrattuali. Sostanzialmente si trasformavano i termini di durata e le scadenze dei pagamenti, se non gli stessi tassi applicati. In questo modo prestiti a breve si trasformavano in prestiti a lungo termine od anche in prestiti irredimibili o rendite tout court. Del resto, anche nel caso di prestiti irredimibili i sovrani si potevano riservare la clausola del riscatto, che si traduceva in pratica in una rinegoziazione dei tassi di interesse applicati. I diversi ruoli in Europa 6.1. Le aree dominanti: Portogallo e Spagna Vjristoforo Colombo e Vasco de Gama rappresentano i simboli della espansione territoriale degli europei. Essi portarono a fine '400 in America, in Africa e in Asia le bandiere dei due Stati, Spagna e Portogallo, che trovarono nel nuovo secolo tutte le opportunit per uno sviluppo delle loro attivit economiche. Il citato trattato di Tordesillas aveva preso atto di una realt e aveva posto le premesse di un comportamento che, pur fra vicende variegate, consent agli

uomini dei due Paesi di controllare i commerci e le linee di traffico per quasi tutto il Cinquecento, sino a quando l'intervento di altre potenze europee venne a modificare i rapporti di forze operanti sul grande scenario mondiale . I portoghesi si applicarono prevalentemente ai commerci con l'Africa e l'Asia realizzando un modello di rapporti navali di grande rilevanza. Innanzitutto il peso della realizzazione delle spedizioni dei primi anni del secolo fu interamente a carico della Corona. Grandi flotte, di grandi navi, furono allestite per raggiungere le coste dell'Africa Orientale e dell'Asia, sostenendole con un nutrito numero di armati, per fare fronte alle ostilit che ben presto dovettero affrontare. Infatti, raggiungere l'Oriente attraverso la circumnavigazione dell'Africa significava inserirsi in un consolidato schema di rapporti commerciali che faceva affluire le merci in Europa utilizzando le antiche vie di comunicazione attraverso Asia minore ed Africa, controllate dal mondo arabo ed essenziali per i centri del Mediterraneo, come Venezia. Naturale che vi fosse una certa resistenza all'inserimento dei nuovi attori. Inoltre, i portoghesi non si posero e non potevano del resto porsi lo scopo di conquistare i Paesi dell'Oriente e di colonizzarli. Essi si muovevano per garantirsi i commerci, ma dovevano difenderli, come fecero, con un grosso sforzo militare, reso tanto pi oneroso per la distanza dalla madrepatria. In Africa e in Asia essi tesero a costituirsi delle basi di riferimento, che da una lato servivano per le necessarie soste delle navi e dall'altro a raccogliere e immagazzinare le merci che erano destinate al commercio d'Europa, le quali anche dovevano essere difese. Dal 6 70 L'espansione europea nel XVI secolo Mozambico a Calicut, da Goa a Macao, i portoghesi attuarono la realizzazione di porti e di stabilimenti essenziali per il loro dominio . Annuali furono le spedizioni organizzate dal Portogallo per i viaggi in Oriente, che duravano pi di un anno, sino ad un anno e mezzo. Le navi, all'inizio del secolo, partivano con carichi di minerali e metalli, rame, cinabro, corallo, piombo, e, soprattutto, argento e monete. Al ritorno avevano le stive traboccanti di pepe e altre spezie, come zenzero, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, canfora, con quantit oscillanti intorno alle 1.500 tonnellate metriche. Due terzi, si calcola, erano di pepe e proprio il commercio del pepe ne fu influenzato in tutta Europa con una forte oscillazione dei prezzi. Con il progredire dei commerci aumentarono le tipologie delle merci esportate e di quelle importate, tanto che alla fine del periodo d'oro del commercio portoghese con l'Oriente e prima della unione con la Corona spagnola - vale a dire sino al 1580 - si ritrovano sulle navi portoghesi in partenza anche ol, vini e tessuti, mentre esse riportavano in Europa sete, porcellane, perle e pietre preziose, essenze per profumeria, oltre le solite spezie . Sin dall'inizio il commercio portoghese con l'Oriente richiam l'interesse di mercanti e banchieri europei, che trovarono modo di inserirsi nelle spedizioni organizzate dalla Corona. Gli italiani furono fra i primi ad essere presenti nelle spedizioni partite fra il 1500 e il 1505, con gruppi guidati dai fiorentini e genovesi, seguiti ben presto dai tedeschi. La partecipazione degli stranieri ai viaggi del Portogallo si dovette confrontare con alcune regole imposte dalla Corona che, pur con momenti di vacanza, esercit per lo pi una specie di esclusiva, comunque di controllo rigoroso, che si esercitava sia al momento degli acquisti sui mercati orientali che in quello della vendita sui mercati europei. Nonostante gli elevatissimi costi delle spedizioni navali, derivati anche dalla perdita di molti navigli nel corso dei viaggi, il che determin un notevole sviluppo della cantieristica a Lisbona, Oporto, Setubal e nelle Azzorre, il commercio delle spezie garantiva guadagni imponenti, superiori spesso al 100% del capitale impiegato. Alla Corona era riservata una quota del 30% del carico di pepe, sino a quando nel 1514 se ne riserv il monopolio. In parte l'intervento dello Stato sul commercio delle spezie fu reso necessario dalle oscillazioni negative che l'elevata quantit in arrivo inevitabilmente determinava. Inoltre, la Corona portoghese cercava di garantire a Lisbona un posto di primo piano nel contesto delle citt mercantili europee, in concorrenza con Anversa e con Londra, dove le navi portoghesi si recavano anche direttamente. Nell'ultimo quarto del secolo il Portogallo incominci a confrontarsi con i rischi della pirateria inglese, francese e olandese, e i costi delle spedizioni in Oriente divennero insostenibili per le finanze pubbliche portoghesi. Nel

1578 il commercio delle spezie fu appaltato ad un mercante, Conrad Roth, tedesco originario di Augusta, la citt dei Fugger, che si assunse le spese e i rischi, riI diversi ruoli in Europa 71 servando la disponibilit di met delle merci importate al Re, il quale comunque gliele riconsegnava ad un prezzo prefissato . Caratteristiche del tutto diverse ebbero i rapporti dei portoghesi con il Brasile, la parte dell'America che venne a ricadere nella loro disposizione col trattato di Tordesillas. Le prime spedizioni dimostrarono ben presto che dal Brasile non potevano giungere ricchezze del tipo di quelle che gli spagnoli furono in grado di raccogliere dai Paesi da loro conquistati. Al di l della larga disponibilit del legname in grado di fornire materia tintoria, tanto da stabilire il nome della regione, il legno di brasile appunto, venne presto in evidenza che la maggiore ricchezza era nelle sue caratteristiche ambientali e nella possibilit di svilupparvi forme di sfruttamento agricolo. Si presentarono per numerosi problemi. Innanzitutto, le propensioni degli uomini che dal Portogallo si muovevano sui mari e che non erano portatori di una cultura agricola. Inoltre, le caratteristiche delle popolazioni indigene, anche esse non predisposte alla realizzazione di produzioni agrarie. Infine, il regime dei rapporti con il suolo . Attraverso procedimenti complessi i risultati furono raggiunti con un sistema di concessione delle terre con il patto della messa a coltura e con la disponibilit di manodopera importata, essenzialmente con la schiavit, facilitata per i portoghesi da una certa loro consuetudine al ricorso agli schiavi gi nella madrepatria ed alla frequentazione, ormai quasi secolare, con le coste dell'Africa, ove gli schiavi erano loro offerti n pi n meno come le altre merci provenienti dall'interno. Infine, fu individuata la produzione pi confacente al territorio nella canna da zucchero, seguita successivamente dal cotone. Il commercio degli schiavi africani divenne per s stesso una fonte di guadagno per i portoghesi che, approfittando del loro monopolio dei traffici con la costa atlantica africana, divennero i fornitori degli spagnoli d'America . Ben diversa fu la complessa vicenda dell'espansione americana degli spagnoli. Essa era iniziata con il miraggio di conquistare il commercio con le Indie, ma subito venne in evidenza come l'America non fosse assolutamente il luogo da cui trarre le merci attese e conosciute. Grandi ricchezze comunque vi furono trovate, insieme con grandi civilt, che provocarono un lungo periodo di scontri e conquiste. Se i portoghesi avevano dovuto programmare la loro presenza in Africa e in Asia attraverso la costituzione di teste di ponte, che non potevano che limitare il loro ruolo nell'incontro con le forme gi organizzate da tempo in sede locale per la produzione e il commercio, gli spagnoli al contrario si trovarono a realizzare tutta un'opera di conquista e di colonizzazione dei territori, che li portarono nel corso del secolo alla costruzione di un impero che occupava la gran parte del nuovo continente . La conquista delle terre americane e la loro colonizzazione ha attirato l'attenzione degli studiosi e di esse sono state analizzate cause, modalit ed effetti, che hanno posto l'accento sulla miriade di iniziative realizzate. L'aspetto che certamente ha lasciato il segno pi rilevante per il Cinquecento l'organizza72 L'espansione europea nel XVI secolo zione dell'afflusso dei metalli preziosi a Siviglia. Ma nel Cinquecento sono state tracciate e seguite linee di politica coloniale che hanno influenzato in modo esclusivo i rapporti fra America e Spagna, e quindi con l'Europa intera, in un processo che and ben oltre quel secolo. Soprattutto nei primi decenni lo sforzo spagnolo fu assorbito dalle necessit della colonizzazione, mentre i primi prodotti, oltre l'oro e l'argento, furono ottenuti soprattutto dalle Antille, prima area di insediamento dei coloni spagnoli. Fu il momento in cui dalla Spagna furono inviate partite di semi di cereali, di piante alimentari, canna da zucchero, agrumi, ulivi e viti, strumenti per la lavorazione dei campi, animali sconosciuti in America, come equini, bovini e ovini. Dalle Antille le pratiche della coltivazione e dell'allevamento si trasferirono nel continente. Dopo le vicende traumatiche della conquista militare, gli spagnoli dovettero confrontarsi con le necessit di arrivare ad una organizzazione strutturata dei nuovi domini, con la creazione di due vicereami e la costituzione di una classe dirigente e amministrativa, sull'esempio del modello applicato in Spagna .

Questo processo influenz le caratteristiche degli uomini che emigrarono dalla Spagna e dall'Europa, impegnando i sovrani spagnoli in una attenta regolamentazione degli afflussi, preoccupati come furono di garantire uno sviluppo confacente al loro dominio, senza dimenticare le esigenze della Chiesa cattolica, che aveva pur avuto parte nella promozione della scoperta e degli arrivi nel nuovo continente . Una interpretazione corrente vede prevalere nei primi europei arrivati con le navi spagnole uomini attirati dalla speranza di una facile fortuna e provenienti in maggioranza dall'Andalusia, dall'Estremadura e dalle classi dominanti della Castiglia, zona della Spagna fortemente caratterizzata dalla grande propriet agraria, nelle mani della Corona, della grande nobilt e del clero. Dopo essere svanito in tutto o in parte il miraggio dell'oro, questi uomini avrebbero privilegiato la possibilit di acquisire domini fondiari. E questi vennero garantiti dalle concessioni fatte dalla Corona spagnola, che si considerava come proprietaria delle nuove terre. In parte si riprodusse in America lo schema della grande propriet castigliana, determinando anche le modalit dell'impiego della manodopera, che in un primo momento dovette essere garantita dagli abitanti originari e dopo fu sostenuta dall'arrivo dei negri africani . Il controllo rigido dei traffici con le Americhe messo in atto dalla Spagna con la Casa de la Contratacin e il Consiglio delle Indie imped un afflusso massiccio e indiscriminato di mercanti, utilizzando lo strumento delle licenze di commercio individuali e temporanee, riservate ai mercanti amici, come genovesi e tedeschi, dei quali la Corona non poteva fare a meno per le sue necessit finanziarie. Il controllo fu attuato anche nei porti americani, cio Vera Cruz, Porto Belo e Cartagena, che erano i soli autorizzati ai rapporti con Siviglia. Nelle intenzioni degli spagnoli le navi mercantili da e per l'America avrebbero dovuto seguire rotte comuni e navigare in flotte che godevano della I diversi ruoli in Europa 73 protezione delle navi da guerra, pur viaggiando a spese dei proprietari, ma contrabbando e pirateria imperarono fra le due sponde dell'Atlantico . 6.2. Le aree in bilico: gli Stati italiani U na delle interpretazioni pi diffuse sull'andamento delle attivit economiche nella penisola italiana nel corso del Cinquecento tende a dividere il secolo in due periodi abbastanza delineati. La prima met sarebbe stata segnata dalle crisi indotte dalle guerre combattute sul suo territorio, accompagnate da una serie di distruzioni e di caduta dei parametri produttivi nei settori che erano stati i suoi tradizionali punti di forza, come il tessile. La seconda parte del secolo avrebbe visto una sorta di ripresa, che per si sarebbe scontrata con le modificazioni intervenute a livello europeo, sia nelle produzioni che nello smercio di quei prodotti che erano stati sottratti agli italiani. Se questa immagine pu essere accettata come prima impressione e pur non pretendendo di essere esauriente, da dire che la realt dell'economia italiana del Cinquecento si presenta estremamente diversificata, cos come estremamente variegato era il quadro degli Stati fra i quali la penisola era divisa . Se ci si inoltra nei diversi settori si nota chiaramente come le attivit manifatturiere abbiano risentito degli eventi bellici, con un calo generalizzato delle produzioni, soprattutto nell'area centro-settentrionale, quella che era stata la zona forte dei secoli precedenti. La distribuzione della popolazione sul territorio aveva risentito chiaramente delle tensioni ed era diminuita la concentrazione nei centri cittadini, con una conseguente contrazione dei centri produttivi e la diminuzione del numero stesso delle botteghe specializzate, al punto che non solo non si riusciva a seguire l'evoluzione dei consumi interni, pur in diminuzione, ma non si riusciva neppure a produrre per sostenere il flusso delle esportazioni. Nelle difficolt generali, inoltre, si dovevano fare i conti con le spese indotte dalle guerre, che avevano intaccato fortemente le finanze pubbliche, determinando un aumento del carico fiscale e conseguentemente un aumento dei costi di produzione, innescando cos un circolo pericoloso per il mercato europeo, che invece tendeva chiaramente ad un aumento delle produzioni concorrenti . La crisi dell'organizzazione tradizionale non tocc per pi di tanto la capacit di iniziativa degli uomini di affari, i quali si inserirono nel processo di espansione europea per il mondo in

modo significativo, al di l della visione romantica di chi ricorda che alcuni dei pi grandi navigatori europei furono italiani . La vocazione internazionale dei mercanti italiani aveva costruito un solido 74 L'espansione europea nel XVI secolo reticolo di interessi e di capacit imprenditoriali, il quale fu estremamente prezioso nel momento in cui l'ampliamento dei mercati e delle occasioni di affari attraverso gli oceani richiedeva conoscenze e professionalit mercantili e finanziarie. In altri termini, mentre l'Italia era praticamente messa a ferro e fuoco dagli eserciti stranieri belligeranti e molte citt, fra le quali Brescia, Roma, Pavia e Genova erano saccheggiate, gli uomini d'affari italiani si ritrovarono ad operare praticamente in tutte le parti del mondo, mettendo a frutto le loro consolidate tecniche di affari. Non per nulla ancora all'inizio del Cinquecento si veniva in Italia ad imparare l'arte della contabilit e della mercatura . Gli italiani occupano ancora un posto di primo piano nelle grandi fiere europee, dove si scambiano merci, ma soprattutto dove si collocano le grandi iniziative finanziarie, con il commercio dei titoli di credito derivanti dai prestiti pubblici degli Stati europei. Anversa, Lione, Besancon e Piacenza sono, anche in successione cronologica, i luoghi ove gli italiani svolgono la loro attivit finanziaria nel corso del Cinquecento. Besancon e Piacenza in particolare furono il teatro dell'attivit finanziaria dei banchieri genovesi, che le specializzarono proprio come fiere di cambio . Sotto questo punto di vista si pu ritenere che il Cinquecento abbia visto una certa trasformazione nella specializzazione degli uomini di affari italiani che, da mercanti quali erano sempre stati, privilegiarono successivamente le attivit pi specificamente finanziarie, sfruttando anche il mutato atteggiamento della Chiesa verso questo tipo di attivit e ponendosi come interlocutori privilegiati per la collocazione di titoli del debito pubblico, soprattutto della Corona spagnola e di quella francese. Per quest'ultima in particolare, operando a Lione, furono determinanti i banchieri fiorentini . Furono i flussi delle merci che passavano attraverso i porti e le linee di traffico della penisola che vissero nel Cinquecento mutamenti significativi, pi che non i tipi delle merci stesse. Il bacino del Mediterraneo vedeva muoversi i prodotti locali dei paesi rivieraschi: prodotti alimentari, come i cereali, l'olio e il vino, il sale di estrazione marina delle isole, zucchero, lana grezza, cotone, allumi e coloranti, cuoia e pellami, ferro. Come manufatti i tessuti toscani e lombardi, le armi sempre lombarde, libri, vetri veneziani, carta, per rimanere ai pi significativi . Nell'ultimo quarto del secolo le galere genovesi si trovarono a controllare un traffico totalmente nuovo, il trasporto di ingenti quantit di metalli preziosi, soprattutto argento monetato, che dalla Spagna veniva trasportato in Italia, come effetto di complessi regolamenti finanziari. Questi erano imposti dalle difficolt della Corona spagnola, che nel 1575 dichiar la sua seconda bancarotta, dopo la prima nel 1557, e resi possibili dall'aumento eccezionale degli arrivi di argento dalle Americhe, che superarono largamente le 100 tonnellate annue fra il 1570 e il 1580 e le 200 tonnellate nei decenni seguenti. Inoltre, lo I diversi ruoli in Europa 75 sviluppo e il successo delle fiere di cambio di Piacenza, controllate dai genovesi, faceva del porto di Genova il terminale ideale per le fiere . Venezia si trov a sua volta a vivere cicli differenziati, oscillanti in relazione all'andamento dei traffici con l'Oriente, soprattutto per le spezie, dopo l'intervento massiccio dei portoghesi. Dopo una crisi nella prima parte del secolo, che la costrinse a usufruire, ad esempio, del pepe portato in Europa dai portoghesi, essa riprese contatti diretti attraverso l'Egitto, usufruendo per altri prodotti dei flussi provenienti dall'interno dell'Europa, come i minerali delle miniere gestite dai Fugger, che erano esportati da Venezia. La notevole quantit di stagno e di piombo in tal modo a disposizione favor la specializzazione della citt nella produzione dei caratteri da stampa e la diffusione delle stamperie . I porti meridionali, siciliani soprattutto, e la dalmata Ragusa si trovarono a gestire il commercio dei grani, secondo tradizioni antiche, ma rispondendo all'aumentata richiesta dei consumi e alla

ricerca di nuove fonti di approvvigionamento, anche per fronteggiare le gravi carestie della seconda met del secolo. In questo settore si ebbero le prime presenze importanti delle marine inglesi e olandesi nel Mediterraneo . Considerando la variet del quadro delle aree territoriali italiane, come accennato, gli studi sull'economia del Cinquecento hanno individuato zone di crisi e zone di crescita, con sfasamenti temporali. Non vi dubbio che le guerre della prima met del secolo abbiano messo in grandi difficolt il tessuto produttivo preesistente, ma i mutamenti istituzionali, con le nuove influenze spagnole, e i rapporti internazionali degli uomini di affari italiani ebbero un ruolo fondamentale nel determinare un nuovo sviluppo, i cui segni sono evidenti anche nelle testimonianze fisiche giunte sino a noi. Grandi chiese e palazzi, con le loro opere d'arte, sono frutto di investimenti cospicui, che danno conto dell'esistenza e della vitalit di alcune grandi corti principesche italiane. Per esse valgono i riferimenti gi dati sull'andamento della finanza pubblica, con il dilatamento dei debiti pubblici e degli strumenti che li sorressero, fiscali e finanziari, come nel caso paradigmatico della Corte papale . In definitiva nell'Italia del Cinquecento si manifestano molte trasformazioni che toccarono praticamente tutti i settori della vita economica, modificando profondamente gli schemi che avevano garantito il dispiegarsi della vita economica e sociale dei secoli precedenti. Ne deriv un diverso equilibrio fra le diverse regioni. Alcune, quelle della zona centro-settentrionale, paiono regredire, almeno in un confronto relativo con altre aree forti europee, mentre altre si conquistarono spazi di grande sviluppo, come Genova. Altre ancora, come Venezia, conservarono un ruolo importante, mentre il Mezzogiorno si ritrov a pagare un alto prezzo per sostenere gli oneri imposti dalla politica di Filippo IL Rimane un'area tradizionalmente debole nel Nord Ovest, che per trova nello spostamento in Italia del centro dei domini dei Savoia il germe di un primo sviluppo . 76 L'espansione europea nel XVI secolo 6.3. Le aree emergenti: Inghilterra e Paesi Bassi -i Inghilterra e i Paesi Bassi settentrionali sono le due aree europee che manifestarono nel Cinquecento forme e tempi di uno sviluppo originale, che rappresenta un notevole salto di qualit rispetto agli schemi caratterizzanti i secoli precedenti. I due Paesi furono interessati a vicende politiche importanti, che trovarono nel regno inglese dei Tudor e nelle guerre di religione delle Fiandre gli eventi pi eclatanti. Sul piano dello sviluppo economico le modalit con le quali esso si manifest sono molteplici e difficilmente riassumibili in uno schema compiuto . Gi nei secoli precedenti al Cinquecento si era sviluppata, nei Paesi Bassi, una parte della regione, i cosiddetti Paesi Bassi meridionali, tanto da potere essere considerata, con Bruges come centro ed Anversa come porto, uno dei poli forti dell'economia europea, confrontabile con quello italiano, mentre si erano affermati nelle vicinanze pi immediate centri commerciali rilevanti, come Amsterdam, Brema e Amburgo. La loro collocazione sul mare del Nord aveva consentito di usufruire di due grandi linee di comunicazione, orientate verso il mare e verso l'interno, con una prevalenza dei trasporti per via d'acqua, usufruendo dei corsi di fiumi, come il Reno, l'Elba, la Schelda, la Mosa, che mettevano in comunicazione il mare con le regioni interne dell'Europa centrale. Sino all'et delle scoperte geografiche e allo sviluppo della navigazione oceanica, i porti del Mare del Nord avevano svolto un ruolo di scambio tra i prodotti provenienti dal Mar Baltico e dall'Inghilterra, essenzialmente grano, lana greggia, lino, pelli, legname e sale, con i prodotti dell'interno, provenienti dallo sviluppo delle attivit minerarie, industriali e tessili, senza dimenticare le opportunit offerte dalle fiere tedesche . Quando i portoghesi iniziarono la loro attivit con l'Oriente, ritrovandosi Lisbona in una posizione decentrata rispetto ai traffici europei, essi furono obbligati a fare riferimento ai porti del Mare del Nord e trovarono in Anversa il mercato ottimale per la destinazione dei prodotti delle Indie Orientali, soprattutto il pepe e le spezie, rivolgendosi successivamente anche ad Amsterdam e ad Amburgo. Nello stesso periodo, ai primi del Cinquecento, era ormai consistente l'afflusso negli stessi porti dei panni dall'Inghilterra. Venne cos creandosi un

insieme di centri ove si concentravano ed erano disponibili quasi tutti i prodotti oggetto dei traffici internazionali, i quali tolsero spazio a parte delle basi commerciali del Mar Baltico e del Mare Mediterraneo . L'attivit marinara sulle coste dei Paesi Bassi assunse quindi una notevole intensit, facilitando la proiezione sul mare del lavoro degli uomini che vi abitavano. In particolare, continuando all'inizio del secolo le fortune dei Paesi Bassi meridionali, nei Paesi Bassi settentrionali ci si trov a fare i conti con le I diversi ruoli in Europa 77 ristrettezze del territorio e con la scarsit di risorse che se ne potevano trarre. Dopo avere avviato intensi lavori di regolamentazione delle acque ed avere trovato l'energia necessaria nella diffusione del mulino a vento, vero motore utile a soddisfare quasi tutte le necessit di moto per ogni tipo di lavorazione e di pompe, gli abitanti dei Paesi Bassi settentrionali ricavarono dal mare i mezzi per uno sviluppo economico singolare. Questo si sarebbe manifestato gi durante la lotta per la costituzione di uno Stato indipendente delle Province Unite dei Paesi Bassi, tra fine '500 e inizio '600, la futura Olanda (riconosciuta indipendente con il trattato di Westfalia del 1648), e sarebbe esploso poi nel corso del Seicento . L'ultimo quarto del Cinquecento vede cos la decadenza di Anversa e la crescita di Amsterdam come centro principale delle attivit economiche dei Paesi Bassi. Anversa era organizzata secondo la modalit antica dei vincoli imposti alle attivit economiche dagli Stati centralizzati, con un sistema di privilegi e concessioni che limitavano per forza di cose l'afflusso delle nuove energie che si stavano manifestando. Amsterdam invece dava maggiori possibilit di azione con un atteggiamento pi permissivo, facilitando, se non incentivando, l'afflusso di uomini, attivit e capitali. Talvolta si cercato di attribuire alla riforma protestante, vincitrice in Olanda, l'origine delle fortune economiche della regione, e, certamente, la rottura derivante dalle guerre di religione ha svolto un suo ruolo, permettendo di raccogliere in Olanda tanti personaggi allontanati dai Paesi di tradizione cattolica, molti dei quali erano portatori di preziose competenze e preparazioni professionali. Pi concreta per appare la constatazione che l'Olanda dagli ultimi decenni del Cinquecento si trov a godere dei vantaggi derivanti da alcune situazioni oggettive . In particolare, la definitiva rottura con la Spagna e il Portogallo e i conseguenti divieti di rapporti commerciali obbligarono gli olandesi a ricercare una loro via autonoma per procurarsi i prodotti provenienti dalle Americhe e dalle Indie. Questi sino ad allora erano pervenuti soprattutto per l'intermediazione degli iberici, ma spesso anche attraverso la intermediazione di operatori di altri Paesi europei. Gli ultimi anni del Cinquecento vedono gli olandesi impegnati nell'organizzazione di consistenti spedizioni verso le Indie Orientali, che li portano a confrontarsi con le esperienze dei portoghesi e a ricercare un nuovo modello di espansione economica. Se i portoghesi avevano assunto immediatamente uno stretto controllo statale sulle spedizioni in Oriente, gli olandesi lasciarono spazio, per cos dire, all'iniziativa privata, la quale si realizz con la costituzione di forme di Compagnie apposite, che avrebbero trovato, all'inizio del Seicento, forme pi stabili e regolamentate. Pi tardo sarebbe stato l'intervento diretto degli olandesi verso le Americhe . Comunque, le maggiori correnti di traffico per gli olandesi del Cinquecento furono intrattenute con il Mar Baltico, tanto che i registri dei passaggi nello stretto del Sund, collegamento obbligato con il Mare del Nord, testimoniano 78 L'espansione europea nel XVI secolo che, fra tutte le navi che vi transitarono, gi negli ultimi decenni del secolo, molto di pi del 50% erano olandesi . Nei porti e negli empori d'Olanda era ormai possibile trovare tutte le merci oggetto di traffici marittimi. Gli olandesi a fine Cinquecento erano in grado di intrattenere rapporti commerciali con ogni parte d'Europa, impiantare nuove lavorazioni per la trasformazione delle materie prime disponibili, sviluppare tecniche mercantili e contabili evolute, muoversi in definitiva in modo totalmente innovativo, con la disponibilit di cospicui capitali .

Le vicende economiche dell'Inghilterra nel corso del Cinquecento presentano a loro volta aspetti diversi da quelli degli altri Paesi europei, nella misura in cui le sue condizioni geografiche e l'organizzazione dello Stato determinarono trasformazioni particolari, che contribuirono a costruire un insieme di opportunit. Anche nel caso inglese molte sono state le interpretazioni offerte dagli studiosi che, volta per volta, hanno posto l'accento su aspetti particolari e generali della sua economia. La produzione della lana, le trasformazioni dell'agricoltura, lo sviluppo delle manifatture, la disponibilit di materie prime, i rapporti con il continente europeo, i trasporti marittimi, la monarchia assoluta e la partecipazione dei ceti sociali, la riforma anglicana, sono un insieme di aspetti che si presentano in movimento nel corso del XVI secolo, contribuendo tutti in vario modo a costruire un quadro generale che port l'Inghilterra ad affrontare con successo i secoli seguenti . La lana inglese era stato uno dei prodotti pi presenti nel commercio estero del Paese ed aveva alimentato consistenti correnti di esportazione verso il continente europeo e i tradizionali centri del tessile laniero, come Italia e Paesi Bassi. I dazi doganali sull'esportazione della lana avevano garantito gettiti consistenti fin dal XIII secolo, ma con una politica protezionistica si era da tempo cercato di sviluppare in loco una produzione manifatturiera, in modo da usufruire dei vantaggi ad essa inerenti. Pur incontrando tale politica tutte le difficolt derivanti dall'opposizione dei produttori di lana, che preferivano muoversi sfruttando le opportunit dei prezzi di un mercato libero di ricercare le condizioni migliori, il settore aveva contribuito a stabilire rapporti con i mercanti europei, che si muovevano per l'approvvigionamento della lana e, nel contempo, per fare affluire in Inghilterra i prodotti di qualit di cui vi era richiesta. Del resto gli inglesi avevano goduto della possibilit di un punto di riferimento sul continente, avendo conservato il dominio di alcuni territori sulla sponda continentale della Manica, che venne a cessare del tutto proprio col Cinquecento. All'inizio del secolo, le statistiche ufficiali delle esportazioni inglesi, senza quindi tenere conto del contrabbando, testimoniano che ormai i panni di lana avevano largamente superato, in peso, le quantit della lana grezza. Nel corso del secolo si ebbe un aumento apprezzabile delle quantit dei tessuti esportati, soprattutto nella forma delle pannine {short-cloths), che trovarono in Anversa il luogo ideale per diffondersi nel resto d'Europa. In I diversi ruoli in Europa 79 questa diffusione dei panni inglesi si vista una delle cause e uno degli effetti della crisi incontrata dai panni italiani. Il meccanismo considera la caduta della produzione italiana nella prima parte del secolo, come conseguenza delle distruzioni indotte dalle guerre combattute in Italia, e la fortuna delle pannine, che si sarebbero inserite su questo mercato approfittando della scarsit di offerta e dei loro prezzi competitivi, pur con una qualit intrinseca molto diversa . L'aumento della produzione di lana in Inghilterra determin una certa trasformazione nella struttura delle produzioni agricole, con un aumento del pascolo e l'aumento della tessitura che, a sua volta, richiese un apporto di lavoratori. I due fenomeni provocarono conseguenze che sono state alla base di alcune interpretazioni storiche generalizzate. Da un lato le esigenze del pascolo avrebbero espanso il processo delle cosiddette enclosures, o recinzioni dei campi, che avrebbero procurato l'espulsione dei ceti pi deboli dalle campagne, dall'altro ne sarebbe nato un aumento delle persone esposte ai rischi delle violente oscillazioni dell'occupazione nelle attivit manifatturiere. Agli effetti indotti nelle campagne dall'espansione dell'allevamento ovino si sarebbero aggiunti quelli conseguenti alla soppressione della propriet ecclesiastica, incamerata dalla Corona, e dal mutamento dell'organizzazione delle aziende agrarie, con danno per i piccoli coltivatori . Tale processo certamente avvenne, ma non pare avere interessato tutto il Paese, mentre pi generale sarebbe stato l'incremento demografico, che richiese trasformazioni nel settore agricolo, per garantire l'approvvigionamento dei generi alimentari, come i grani, per le necessit dei centri urbani in espansione . L'Inghilterra era legata al mare, ma era stata tagliata fuori dalle grandi scoperte geografiche dei portoghesi e degli spagnoli, anche se ancora alla fine del Quattrocento un viaggio era stato fatto

da navi inglesi verso l'America del Nord, sotto il comando del veneziano Giovanni Caboto, senza per provocare conseguenze apprezzabili. Quasi per forza di cose i marinai inglesi furono obbligati a dedicarsi alla navigazione nel Mare del Nord e ad intraprendere tutta una serie di azioni per conquistare condizioni di agibilit negli altri mari europei, soprattutto il Bianco, il Baltico e il Mediterraneo. Gli strumenti per la penetrazione in questi mari e la gestione dei traffici conseguenti furono le Compagnie, seguendo l'esempio di quella dei Merchant Adventures che sin dal 1467 gestiva le esportazioni sul continente europeo. Le nuove compagnie verso tali mari furono costituite a partire dalla met del Cinquecento: Moscovy Company (1554), Eastland Company (1579) e Levant Company (1592). Verso la fine del Cinquecento si stabilirono i rapporti con l'Africa attraverso la Guinea Company (1588) e la Morocco Company (1595) . Pi tardi nacquero le organizzazioni stabili per i rapporti con l'Oriente e con le Americhe, dove fu necessario, rispettivamente, approfittare delle diffi80 L'espansione europea nel XVI secolo colta dei portoghesi e attaccare le posizioni spagnole. Fu con Elisabetta I che gli inglesi intrapresero in modo consistente la lotta con la Spagna. La flotta delle navi inglesi era cresciuta nella prima parte del secolo e gi Enrico Vili vi aveva dedicato larghe risorse, tanto da intaccare il valore della sterlina, la quale sub un deterioramento che esercit, fra l'altro, un effetto positivo sulle esportazioni inglesi . Verso il continente americano gli inglesi si mossero cercando di acquisire territori, come in effetti avvenne con l'isola di Terranova e la regione alla quale fu imposto il nome di Virginia, in omaggio alla regina che aveva concesso i privilegi necessari alla navigazione e alle conquiste, ma da questi territori non vennero immediati vantaggi. Solo nel secolo seguente si sarebbe ripresa l'opera di colonizzazione del Nord America. Maggiori successi vennero dalla cosiddetta guerra di corsa, cio dalla caccia alle navi spagnole che trasportavano le ricchezze americane, condotta da navi armate che operavano con le patenti concesse appunto dalla Corona inglese. Verso la fine del Cinquecento la marina inglese aveva assunto un ruolo fondamentale praticamente in tutti i mari del mondo e si avvi a divenire lo strumento decisivo dello sviluppo del Paese. Londra era ormai la seconda citt europea in termini demografici, con una popolazione stimata intorno ai 250 mila abitanti, avendo vissuto nel corso del secolo uno sviluppo unico, essendo partita con circa 70 mila abitanti, ma si avviava ormai verso il primo posto per importanza economica . Alle spalle degli inglesi proiettati sul mare vi un Paese che riesce a trasformarsi profondamente. Tutta la politica economica sviluppata dall'Inghilterra in questo periodo fu tesa al protezionismo della produzione interna, con l'applicazione di dazi doganali all'importazione. Del resto si pu dire che con il Cinquecento gli inglesi abbandonarono definitivamente l'intermediazione dei mercanti stranieri e tesero a garantirsi in modo autonomo i loro commerci . Se la vicenda dei panni di lana la pi appariscente nel contesto europeo, molti altri prodotti trovarono espansione e successo nel corso del secolo. La metallurgia del ferro conobbe un aumento notevole. Il ferro fu essenziale anche per garantire nuovi cannoni, che risolsero in parte il problema della carenza di bronzo per la mancanza del rame in Inghilterra, e sostenere quindi l'armamento delle navi, sia mercantili che per la guerra di corsa. Il problema del combustibile, stante la carenza del legname nell'isola, fu progressivamente risolto con l'utilizzo del carbone. Le costruzioni navali furono incentivate. Parallelamente si ebbe lo sviluppo di settori nuovi usufruendo dell'immigrazione, che venne in Inghilterra a seguito dei rapporti internazionali e delle guerre di religione. Con l'immigrazione si avvi per Londra una vocazione all'internazionalit dei suoi abitanti che, con le loro conoscenze culturali e tecnologiche, avrebbero trovato un terreno fertile per espandersi. Londra come Amsterdam vide la crescita delle professionalit collegate alla pura attivit mercantile, con le tecniche dell'amministrazione e delle assicurazioni. inutile 7 diversi ruoli in Europa

81 aggiungere che la grande espansione demografica provoc uno sviluppo dell'attivit edilizia e di quanto ad essa era collegato . La competizione con la Spagna trov il suo momento culminante nello scontro navale con l'Invencible Armada (1588), la grande flotta predisposta da Filippo II per chiudere i conti e invadere addirittura l'Inghilterra. La vittoria inglese segn praticamente l'inizio del declino della potenza marinara spagnola e la consacrazione della marina inglese, strumento fondamentale del futuro sviluppo politico ed economico del Paese . t f 1 Parte Terza L'espansione europea nel XVII secolo 4. - A. Di VITTORIO (cur.): Dall'espansione allo sviluppo . ____________________________________________________________________________ _______ Alberto Guenzi I. Tendenze generali Demografia: dalle grandi crisi alla lenta ripresa 1.1. Andamenti globali Gii storici economici considerano da sempre il XVII secolo come un periodo di forte ristagno demografico, se non proprio di regresso. Le varie regioni d'Europa conobbero, una dopo l'altra forti crisi alimentari ed epidemiche, che portarono ad un'interruzione del trend di crescita iniziato alla fine del Medioevo. Studi pi recenti e circoscritti ad aree pi ristrette hanno in parte ridimensionato questa immagine, senza per altro invalidarla del tutto . Il Seicento pu essere considerato l'ultimo secolo nel quale funzionava un regime demografico costretto all'interno di vincoli pressoch invalicabili. In et moderna la popolazione non poteva aumentare oltre certi livelli perch era il rapporto tra terra coltivabile ed esigenze alimentari degli uomini a determinare una barriera oltre la quale non era possibile andare. Nel corso del XVI secolo la popolazione crebbe in maniera costante. Per far fronte alle accresciute esigenze alimentari non si esit a mettere a coltura le terre marginali: si bonificarono le paludi, si distrussero boschi e foreste e, in parte, si torn ad arare anche i pascoli e le terre ghiaiose. Ma tutto finiva per mettere in pericolo l'effettiva capacit di sfamare la popolazione in crescita. A partire dal 1590, e per diversi anni successivi, vaste aree dell'Europa vennero colpite da carestie che dimostrarono l'impossibilit dell'agricoltura di allora di sostenere una crescita demografica prolungata nel tempo. La crisi congiunturale dell'ultimo decennio del XVI secolo si trasform ben presto in una crisi strutturale che modifi86 L'espansione europea nel XVII secolo c l'assetto economico di gran parte del continente. Tra Cinquecento e Seicento, come gi era avvenuto alla met del XIV secolo, si era giunti a una situazione di equilibrio precario, all'interno della quale il minimo movimento poteva provocare conseguenze catastrofiche: bastava un breve periodo di siccit, o l'invasione di qualche parassita, per determinare una grave crisi di sussistenza quantomeno a livello locale. Una popolazione troppo spesso malnutrita diventava terreno fertile per malattie sempre presenti a livello endemico: come ricorda Alessandro Manzoni nel capitolo XII dei Promessi sposi la peste del 1630 si diffuse nel Milanese dopo due anni di cattivi raccolti . A rendere meno gravi le pandeme di questo secolo, rispetto a quelle dell'ultimo scorcio del medioevo, era sopraggiunto e si era affermato lentamente un nuovo regime demografico fatto quasi ovunque di matrimoni ritardati e tassi di natalit pi bassi. In questo modo le popolazioni europee avevano cercato di prevenire, riuscendovi solo in parte, le terribili crisi che le avevano scosse nel passato. In effetti, la popolazione europea all'inizio del XVII secolo era inferiore a quella della prima met del XIV secolo, di conseguenza le crisi che si verificarono furono ovunque meno gravi. Ma nell'Europa centrale e nell'Italia centrale e settentrionale si era aggiunto un ulteriore fattore negativo: la guerra. L'Impero germanico e le regioni vicine furono sconvolte per un trentennio dal continuo passare di eserciti che portavano con s morte e distruzione, favorendo la diffusione delle malattie contagiose e saccheggiando campi, granai e stalle . Se questo era il panorama generale occorre analizzare le diverse realt regionali e vedere quali effetti ebbero tali andamenti particolari sui movimenti economici complessivi .

1.2. Le differenze regionali i-j interruzione della crescita in alcune regioni inizi gi prima della fine del Cinquecento. In aree molto distanti tra di loro come la Linguadoca, la Ca-stiglia e la Russia centrale si registrarono segnali di ristagno demografico, se non proprio di arretramento, a partire dagli anni Settanta del XVI secolo. Nella pianura Padana molti centri urbani entrarono in una fase di regresso intorno agli anni Novanta . Secondo la definizione di Michel Morineau, questa fu solo la prima fase della crisi demografica del XVII secolo. Ben pi devastante fu la seconda, che coincise con la guerra dei Trent'anni (1618-48), e che colp essenzialmente l'Europa centrale. Negli anni Venti e Trenta gli effetti della peste si sommarono a quelli della guerra. Nei territori dell'Impero, ma soprattutto nell'Italia settentrionale, il colpo fu durissimo; gli sconvolgimenti dovuti alle operazioni Demografia: dalle grandi crisi alla lenta ripresa 87 belliche impedirono il recupero delle perdite dovute alle epideme e il risultato fu un perdurante stato di ristagno economico. Ancora una volta la Pianura padana risult particolarmente esposta: punto di incrocio di due correnti epidemiche, una proveniente dal Mediterraneo e un'altra dalle pianure orientali, venne attraversata da eserciti gi a partire dal 1616. Secondo le stime di Pierre Chaunu, nell'area padana il calo fu superiore al 20% tra il 1600 e il 1650. Non meno gravi furono gli effetti della peste anche in alcune regioni non toccate, o solo lambite, dalla guerra, come la Bassa Normandia, dove l'epidema colp incessantemente tra il 1620 e il 1640. Anche in questo caso le perdite andarono dal 20 al 25%. Nello stesso periodo, una serie di cattivi raccolti provoc parecchie vittime in Scozia, dove il tasso di mortalit tra il 1620 e il 1623 quasi raddoppi . Tabella 1. - Mortalit in alcune citt dell'Italia centro-settentrionale durante l'epidema di peste del 1630-1631 OHM1?'" SSaSs3i"rimarla Citt . a* Popolazione . Morti . "TSESHHHH % Morti j Bergamo . 25.000 . 10.000 . 40 Bologna . 62.000 . 15.000 . 24 Brescia . 24.000 . 11.000 . 45 Como . 12.000 . 5.000 . 42 Cremona . 37.000 . 17.000 . 38 Firenze . 32.000 . 9.000 . 12 Milano . 130.000 . 60.000 . 47 Padova . 76.000 . 19.000 . 25 Parma . 30.000 .

15.000 . 50 Verona . 54.000 . 33.000 . 61 Venezia . 140.000 . 46.000 . 33 Vicenza . 32.000 . 12.000 . 38 Fonte: C.M. CIPOLLA, Storia economica dell'Europa pre-industriale, Bologna, 1980 . La terza fase fu pi concentrata geograficamente, ma and a colpire zone gi attaccate in precedenza, come l'Italia, in particolare il Mezzogiorno, e soprattutto la Spagna. Tra il 1647 e il 1656 in tutta la penisola iberica, esclusa solo la Catalogna, si registr la scomparsa di oltre un milione di abitanti (circa un quinto della popolazione del Paese). In uguale misura venne colpita l'Italia meridionale. Altri focolai epidemici si registrarono in Irlanda e nella Francia 88 L'espansione europea nel XVII secolo centrale nel 1652, dove agli effetti della peste si aggiunsero quelli di una serie di cattivi raccolti e le operazioni militari che vi si svolsero tra maggio e settembre. Nuove impennate della mortalit si ebbero ancora in Francia nel 1661-62 e in Inghilterra nel 1665, ma queste crisi non interruppero la crescita demografica di quelle regioni, si limitarono a rallentarla, seppur in maniera vistosa . Un'altra crisi agraria, della durata di 25 anni, colp Finlandia, Russia e ancora una volta la Francia a partire dal 1690. Le cause furono quasi esclusivamente climatiche. Quasi un quarto della popolazione finlandese venne stroncato dalla fame nel 1696, alla fine di una lunga serie di cattivi raccolti. Pi o meno la stessa cosa avvenne in Russia e in Francia. In quest'ultimo caso il quadro pi complesso in quanto le carestie furono meno micidiali delle epideme, non di peste, che si susseguirono tra il 1692 e il 1715 . Come si vede il quadro risulta estremamente variegato e, come gi detto in precedenza, non tutta l'Europa fu colpita in eguale misura; almeno tre regioni conobbero un vero e proprio regresso demografico: la Pianura Padana, la Penisola Iberica e la Germania, quantomeno nell'ampia fascia compresa tra l'Elba e il Reno e tra la Baviera e la Westfalia. Altre regioni, come la Francia, la Germania a est dell'Elba e la Russia registrarono una stagnazione prolungata. Infine, vi furono zone nelle quali le crisi si limitarono a rallentare il trend di crescita, come l'Inghilterra, le Province Unite e l'Irlanda . 1.3. Gli effetti sul tenore di vita, sui consumi e sui prezzi _L/e conseguenze economiche del ristagno demografico furono importanti e ovviamente diversificate nelle varie regioni. In generale si pu affermare che un calo del numero complessivo degli uomini determina un calo della domanda con effetti importanti di ricaduta in particolare sul mercato delle derrate alimentari. Si tratt di un fenomeno rilevante perch collegato soprattutto al settore primario, quello dominante in un'economia preindustriale . Il calo dei prezzi dei cereali, dovuto all'indebolirsi della domanda, fu molto accentuato in Germania e nell'Italia settentrionale, le regioni pi colpite dalle crisi demografiche. Fatto 100 il prezzo del grano nel 1626 (alla vigilia delle grandi catastrofi epidemiche) esso scese al di sotto di 60 nel 1651 in Germania, mentre nell'Italia padana tale dato si assest appena sopra il 60. Ma se in Germania dopo il 1676 si registr una leggera ripresa, in Italia il prezzo dei cerali continu a calare fino alla fine del secolo senza dare segni di ripresa nel periodo successivo (ancora nel 1750 era meno di 60). In Francia il declino fu meno accentuato e pi graduale, cos come nei Paesi Bassi e in Polonia, dove addirittura i prezzi tesero ad aumentare fino al 1650 . Demografia: dalle grandi crisi alla lenta ripresa 89 Il caso dell'Inghilterra forse il pi interessante perch dimostra che, oltre ai fattori demografici, il prezzo delle derrate agricole legato anche a fattori tecnologici e organizzativi. Fatto 100, come sopra, il prezzo dei cereali nel

1626, nel 1676 (in corrispondenza con l'impennata di mortalit registrata tra gli anni Sessanta e Settanta) il livello dei prezzi risultava pari a 90. Il vero crollo dei prezzi si ebbe pi tardi, nei primissimi anni del secolo XVIII, e deriv da un fenomeno certamente decisivo per gli sviluppi successivi dell'economia europea: lo straordinario aumento della produttivit nell'agricoltura inglese . Si vedranno meglio nel capitolo successivo gli effetti del declino dei prezzi sulla struttura agraria del continente. Qui utile ricordare che il fenomeno innesc processi generali di grande portata e tra loro correlati. In primo luogo un forte ridimensionamento delle superfici messe a coltura a vantaggio dei pascoli; inoltre, un decremento in molte regioni del valore della terra e del suo uso. In un tale contesto, i salari reali tesero a crescere, un po' perch le braccia per lavorare divennero pi rare e un po' perch i prezzi, come gi visto, tendevano a calare. Il Seicento registr la fine del processo secolare di crescita dei prezzi, avviando una fase di deflazione. Un fenomeno che certamente rese meno drammatiche le condizioni di vita dei ceti economicamente pi deboli. Gli effetti della crisi tuttavia, oltre a differenziarsi dal punto di vista geografico, si ripercossero in maniera ineguale anche tra i vari strati della societ. Se per braccianti e in generale salariati si pu parlare di miglioramenti, per quanto riguarda piccoli proprietari terrieri, affittuari e mezzadri si pu parlare di sostanziali peggioramenti nelle condizioni di vita. Questi lavoratori della terra nel corso del secolo precedente avevano approfittato della continua crescita dei prezzi dei cereali, riuscendo a ottenere guadagni collocando le loro eccedenze sul mercato. Nel Seicento, al contrario, i mercati erano meno ricettivi e, con il crollo dei prezzi, piccoli proprietari e coloni erano spesso costretti ad indebitarsi e a vendere le propriet o a trasformarsi in salariati. Tale processo, che andava a tutto vantaggio dei grandi proprietari terrieri, fu senz'altro diffuso nell'area padana, in Francia e in Inghilterra, dove si aggiunsero per fattori di carattere istituzionale che si richiameranno in seguito . In ambito urbano il calo dei prezzi dei prodotti agricoli favor i ceti meno abbienti. Tale miglioramento fu sostenuto anche dalla tendenza alla crescita dei salari nominali, che spingeva ancora pi in alto i salari reali. Ancora una volta questa situazione risulta pi visibile in alcune regioni come la Germania dove, secondo Slicher Van Bath, il livello dei salari aument di oltre il 20% tra 1650 e 1699, mentre il prezzo dei cereali dimezzava nello stesso periodo. In Inghilterra i salari reali dei giornalieri urbani arrivarono quasi a raddoppiare tra il 1626 e il 1726. In Francia la crescita fu pi contenuta, ma, nell'arco degli stessi cento anni, l'incremento super il 50% . Agricoltura e propriet terriera: si accentuano le differenze 2.1. Tecnologia e nuove colture In alcune regioni d'Europa i contadini continuavano a rappresentare per tutto il secolo anche il 90% della popolazione. In generale si pu affermare che oltre il 70% degli europei era impiegato nel settore primario. Piccoli proprietari, coloni, mezzadri, braccianti e, dove ancora esistevano, servi della gleba, erano le diverse figure che componevano questo variegato mondo. Come si visto nel capitolo precedente, i vari andamenti demografici ebbero degli effetti diversi nelle differenti regioni e tra gli strati sociali. Il mondo agricolo probabilmente l'ambiente dove queste differenze risultano pi evidenti . Il prodotto agricolo pi importante, che determinava l'andamento dell'intero settore, era senz'altro il grano. Assicurare il pane era l'imperativo categorico; tutto doveva essere subordinato a questa necessit essenziale. In alcuni periodi di carestia e in alcune aree, come la Germania, a questa necessit si faceva fronte anche con altri cereali, quali l'avena o la segale, ma per la stragrande maggioranza dei contadini europei l'unica coltivazione possibile era sempre e solo il grano . Il XVII secolo non rappresent, dal punto di vista tecnologico, un periodo di grandi progressi. Anzi, un aspetto che balza subito agli occhi la carenza di opere e di studi di agronomia rispetto al secolo precedente, che, al contrario, vide un fiorire un po' in tutta Europa di trattati dedicati a promuovere il miglioramento dei metodi di lavorazione della terra. Questa lacuna

probabilmente pu essere considerata come il sintomo di una economia agricola ripiegata su se stessa, non pi impegnata nella ricerca dell'aumento della produttivit, ma, pi semplicemente, orientata alla difesa della rendita fondiaria. Ma dietro l'immagine di un'agricoltura immobile in realt si intravedono segni di cambiamento. Quando le crisi demografiche fecero sentire i loro pesanti effetti (producendo una minore domanda di frumento) si determin una fase nuova, che segnava una svolta rispetto al secolo precedente. Se nel XVI secolo, zj 92 L'espansione europea nel XVII secolo sotto la pressione della crescita demografica, si aravano e si seminavano anche i pascoli, e si sperimentavano nuove tecniche di aratura, concimazione e semina, nel Seicento si registr una ripresa dell'allevamento, della viticoltura e della coltivazione delle piante industriali, specialmente tessili . La viticoltura rappresent sempre un importante complemento per i redditi dei contadini. Il consumo di vino risultava abbastanza alto in et moderna, perch rappresentava allora un insostituibile apporto calorico, di sali minerali e di vitamine. Nel corso del XVII secolo molti indicatori mostrano una certa espansione di questa coltivazione. In particolare in Francia, almeno fino alla met del secolo, le esportazioni di vino crebbero in maniera costante, tanto che dalle 30.000 tonnellate di vini di Bordeaux esportate alla fine del XVI secolo si pass alle 60.000 nel 1640. In Italia centrale il trend fu simile e senz'altro migliore fu quello registrato in altre aree come l'Ungheria, la penisola iberica e la Sicilia . L'allevamento del bestiame era una di quelle attivit che si potrebbero definire antagoniste alla produzione di cereali. Quando la domanda di questi ultimi aumentava, si iniziava ad arare e seminare anche i pascoli e di conseguenza si contraeva la possibilit di alimentare gli animali. Si innescava cos un processo che finiva per ridurre la produttivit dei terreni e che metteva in pericolo la possibilit di sfamare la popolazione. Il bestiame, infatti, era indispensabile nei lavori sui campi come fonte di energia, e in questo caso da parlare esclusivamente dei bovini, ma era importante anche per la concimazione dei campi stessi. Non solo, ma l'allevamento, oltre alla carne, produceva anche una grande quantit di materia prima per un'industria rilevante come quella conciaria . La crescita o il decremento del patrimonio zootecnico (in particolare bovino) rappresentano un aspetto cruciale della storia agraria del Seicento. Nelle regioni pi colpite dalla guerra dei Trent'anni, quali la Germania, la Pianura padana e in generale l'Europa centrale, il patrimonio bovino venne decimato e il recupero dei livelli precedenti avvenne solo molto lentamente. In queste aree l'attivit agricola attravers una crisi profonda. Al contrario, laddove gli effetti degli eventi bellici furono meno intensi o del tutto assenti (come l'Inghilterra e le Province Unite) l'allevamento si svilupp di pari passo con una nuova agricoltura fatta di rotazioni pi efficienti e maggiori possibilit di concimazione dei terreni. Non solo: in Olanda, a partire proprio dal XVII secolo, si inizi un tipo di allevamento intensivo che toglieva spazio alla cerealicoltura; la convenienza del nuovo sistema testimoniata dal fatto che si prese ad importare grano per poter esportare bestiame. In Europa orientale l'allevamento si mantenne su livelli decisamente alti, se confrontato con quanto avveniva in occidente. Per tutto il secolo l'area danubiana esport bovini, le cui carni e pelli venivano consumate e lavorate in Italia, Francia, Germania e Spagna . Agricoltura e propriet terriera: si accentuano le differenze 93 Dal punto di vista strettamente tecnologico, come gi accennato, non si registrarono effettivi progressi nel corso del secolo. L'aratro rimaneva uno strumento rudimentale, incapace di penetrare profondamente il suolo e che richiedeva una quantit elevata di energia (sia umana che animale) per essere utilizzato. Anche il raccolto e la battitura dei cereali si eseguivano con sistemi e strumenti rudimentali e poco efficienti. La produttivit per semente presentava variazioni elevatissime: da livelli eccellenti per l'epoca di 1:9 (per ogni chicco di grano seminato se ne raccoglievano nove) in alcune regioni particolarmente fertili in Inghilterra, nella Pianura padana o in Toscana, a rese modestissime di poco superiori al rapporto 1:2 nelle aree montane. Tutto questo ovviamente in annate normali, perch, quando le condizioni climatiche erano sfavorevoli, le rese diminuivano

a tal punto da mettere a repentaglio la possibilit di porre a coltura i campi nell'anno successivo . Se la concimazione, in gran parte d'Europa, era cronicamente insufficiente a causa della scarsezza di bestiame, la resa delle colture risentiva negativamente dell'arretratezza del sistema agrario. Dominava ancora la rotazione biennale, che alternava al frumento (o ad altro prodotto messo a coltura) il maggese; un metodo che limitava lo spazio di terra messa a coltura e non garantiva una buona rigenerazione del terreno. Tra Cinquecento e Seicento si speriment una nuova organizzazione della produzione agricola, il sistema della rotazione triennale, che ripartiva per tre la terra coltivabile: in una parte si seminava frumento, in un'altra cereali minori e/o leguminose, l'ultima veniva lasciata a riposo. Appare subito evidente il beneficio in termini di volume della produzione: se nella rotazione biennale si coltivava la met del terreno, con quella triennale si seminava ogni anno sui due terzi della terra disponibile. Inoltre il nuovo sistema finiva per ottenere effetti positivi anche sulla produttivit. Un caso tipico fu l'introduzione, in Francia soprattutto, di leguminose (fave e piselli) nell'avvicendamento. Questa scelta procurava un duplice vantaggio, quello di arricchire il terreno e di fornire un prodotto che poteva avere un proprio mercato. Il crollo dei prezzi dei cereali scoraggi tali tentativi, che vennero ripresi solo nel secolo successivo . La carenza di innovazioni di processo fu per cos dire mitigata dall'introduzione del mais: un prodotto che provoc una piccola rivoluzione nel sistema agrario di alcune aree europee. Il cereale importato dall'America, che poteva garantire rese nettamente superiori a quelle del frumento, poteva essere utilizzato sia per l'alimentazione animale che per quella umana e poteva proficuamente essere introdotto nella rotazione triennale, seminandolo tra il grano e il maggese. Malauguratamente la pianta richiedeva particolari condizioni del terreno e del clima, che finirono per contenerne la diffusione a poche zone (in particolare Francia e Pianura padana) . L'agricoltura forniva anche una serie di materie prime utilizzate dalle manifatture urbane, come la canapa e il lino, che venivano coltivate soprattutto 94 L'espansione europea nelXVII secolo nella Francia occidentale, in Romagna, nella Germania meridionale e nei Paesi baltici. La produzione della lana benefici dell'estendersi del pascolo negli spazi gi messi a coltura (soprattutto in Spagna e nell'Italia meridionale). L'allevamento del baco da seta era una prerogativa quasi esclusivamente italiana, concentrato nelle campagne lombarde, emiliane, toscane e, in generale, del Mezzogiorno. In queste regioni le lavorazioni della seta (tratta, ritorta e tessuta) rappresentavano un importante complemento per i redditi dei contadini e spesso un importante settore manifatturiero dell'economia urbana. Nel corso del secolo la bachicoltura venne introdotta anche in Francia e in Spagna, ma il primato rimase comunque all'Italia . 2.2. Il processo di concentrazione della terra in Occidente /iccanto agli aspetti tecnologici vi erano altri fattori, come l'assetto della propriet terriera e i sistemi di conduzione dei fondi, che occorre prendere in considerazione per comprendere il processo di trasformazione del settore agricolo. In primo luogo occorre sottolineare la presenza di enormi estensioni di terre poco o per nulla produttive, non arabili e con scarse possibilit di sfruttamento anche per la raccolta e la caccia. Vi erano poi le terre che a vario titolo venivano utilizzate da una comunit (un villaggio, le famiglie di una parrocchia, ecc.), terre di uso collettivo, il cui sfruttamento era discontinuo e per lo pi limitato al pascolo e solo in piccola parte potevano essere arate e coltivate. L'utilizzo di queste terre poteva essere rigidamente regolamentato da leggi che il pi delle volte erano di carattere consuetudinario . Accanto a queste terre comuni, che diverranno terre di "conquista" per nuovi ceti di proprietari, vi erano i campi di piena propriet dei contadini e quelli inquadrati nel vasto e variegato regime signorile. I primi erano particolarmente diffusi in Inghilterra, nella Francia meridionale e nell'Europa orientale. I contadini proprietari non erano necessariamente benestanti; al contrario la loro piccola azienda era spesso minacciata dalle fluttuazioni del mercato o dai capricci del clima. La caduta dei prezzi obblig molti di loro ad indebitarsi e successivamente a vendere le

loro terre. Nelle stesse condizioni si trovavano quei contadini che, pur non avendo la piena propriet dei campi che lavoravano, potevano trasmettere i loro diritti di uso ai propri eredi. Questi coloni dovevano al proprietario della terra un versamento annuo che poteva essere pi o meno consistente, ma che raramente andava al di l di un decimo del raccolto (decima), e spesso dovevano obbligatoriamente prestare alcune giornate di lavoro sulle terre direttamente condotte dal proprietario {corves) . Agricoltura e propriet terriera: si accentuano le differenze 95 Questi contadini lavoravano e vivevano nella porzione di propriet nobiliare che non veniva gestita direttamente dal signore . Non tutti i coloni erano fortunati come quelli di cui abbiamo gi parlato, presenti soprattutto nei Paesi Bassi e nella Francia settentrionale. In molte altre regioni l'ereditariet dei fondi non costituiva n diritto n consuetudine, ma era sottoposta al pagamento di oneri pesanti (cos in Inghilterra, Francia centrale e Germania meridionale). Vi erano poi i casi estremi, anche questi molto diffusi, nei quali i diritti dei contadini risultavano assai precari e la possibilit per loro di essere cacciati dalle terre che lavoravano era tutt'altro che remota. Nell'Europa orientale e nel meridione italiano era questa la condizione prevalente . La terra di stretta pertinenza del signore poteva essere lavorata dai coloni sottoposti a corves o poteva essere affittata secondo modelli pi moderni, come la locazione a canone fisso, pagato spesso in denaro, o quel tipo particolare di colonia parziaria che era la mezzadria. Nelle aree pi avanzate, come la Pianura padana e i Paesi Bassi, questo tipo di conduzione non rappresentava una rarit, ma dove era prevalente il latifondo tale sistema non poteva svilupparsi . Questo era, per sommi capi, il quadro generale dei rapporti di propriet che il XVII secolo eredit dal periodo precedente. Ma gli sconvolgimenti di ordine economico e sociale provocarono una rapida evoluzione anche da questo punto di vista. Il calo dei prezzi mise in difficolt i piccoli proprietari, che, come si gi detto, furono spesso costretti ad indebitarsi e successivamente a cedere la propriet. Questo processo andava a vantaggio dei grandi proprietari, fossero essi nobili, religiosi o borghesi. In questo modo la propriet terriera si concentr ulteriormente in poche mani. Tale fenomeno particolarmente visibile nell'Italia settentrionale, in Francia e nella Germania a ovest dell'Elba. In Inghilterra la situazione era diversa, in quanto l'appropriazione di terre da parte dei ceti dominanti non avvenne solo a spese della piccola propriet, ma in prevalenza riguard i campi aperti, che, attraverso le cosiddette recinzioni {enclosures), delle quali si parler pi diffusamente in seguito, entrarono a far parte della grande possidenza fondiaria . Pu apparire strano che in un periodo nel quale i prezzi e le rendite fondiarie tendevano al ribasso, i ceti abbienti continuassero ad investire nell'acquisto di terre. Bisogna tenere conto del fatto che nelle societ pre-industriali l'agricoltura era di gran lunga l'attivit prevalente e la terra costituiva comunque il bene economico pi importante e il bene rifugio per eccellenza. Era la propriet fondiaria, inoltre, che assicurava il predominio politico ed economico anche all'interno delle citt. Tutto ci port a una evoluzione del mondo agricolo, specie nelle zone pi sviluppate, di importanza straordinaria: innanzitutto la terra venne definitivamente riconosciuta come una merce e si consolid un mercato fondiario che in un regime feudale non poteva sussistere; in 96 L'espansione europea nel XVII secolo secondo luogo l'acquisto di terre da parte di ceti non rurali port all'affermazione delle forme di locazione pi avanzate . 2.3. La rifeudalizzazione .Li quadro delineato vale per l'Europa occidentale, ma nell'Europa a est dell'Elba, Prussia, Polonia, Ungheria, Boemia e Russia, il calo dei prezzi determin un'evoluzione che per certi versi andava nella direzione opposta. La difesa dei redditi agrari impose anche ai grandi possidenti di queste regioni una forte estensione delle loro propriet, ma, al contrario di quanto avvenne in occidente, si persegu anche un accentuato contenimento dei costi della mano d'opera, giungendo anche a ripristinare la servit della gleba . L'Europa orientale era da secoli il "granaio" del continente; la bassa densit demografica permetteva di creare eccedenze che venivano regolarmente esportate in occidente. Questo flusso costante rappresentava una straordinaria fonte di ricchezza per le classi dominanti,

soprattutto quella polacca e russa. Di fronte alle difficolt del mercato granario, tali classi dominanti allargarono i loro possedimenti e cercarono con tutti i mezzi di costringere a rimanere sulle loro terre i contadini. A met del XVII secolo la Polonia, la Romania e la Russia avevano perci ristabilito per legge la servit della gleba e in molte regioni venivano rimessi in uso diritti feudali ormai decaduti nella prassi da molto tempo, ma mai ufficialmente cancellati. Quest'ultimo aspetto si present anche in occidente, soprattutto nel Mezzogiorno italiano e in generale nell'Europa meridionale. Ci permetteva di incrementare, o difendere, ulteriormente i redditi agrari . Questo movimento fu definito di "rifeudalizzazione", in quanto, appunto, andava a ripristinare alcune situazioni tipiche del regime feudale. La definizione pu apparire forzata per quanto riguarda l'Europa occidentale, ma senz'altro appropriata in riferimento all'area orientale. Qui la risposta alla crisi da parte dei dominanti non port ad alcun progresso dal punto di vista dei rapporti contrattuali nel mondo agricolo, come invece avvenne nelle regioni pi avanzate, ma rappresent soltanto un peggioramento nelle condizioni di vita dei contadini . Citt, manifatture, commerci e finanza: mutano le costellazioni 3.1. Corporazioni e protoindustria i-ie attivit di trasformazione nel corso del XVII secolo non subirono sostanziali modificazioni, n dal punto di vista tecnologico n da quello organizzativo. In realt qualche progresso tecnologico venne registrato in alcuni particolari settori. il caso della chimica, dove, sotto l'impulso delle numerose guerre, venne perfezionato il processo di purificazione del salnitro, necessario per la produzione di polvere da sparo. Anche la tintoria risent della introduzione di nuove tecniche e della disponibilit di nuovi prodotti provenienti dall'America. Si tratta comunque di innovazioni di scarso valore, specie se messe a confronto con quelle che sarebbero comparse nel secolo successivo . Come avveniva in epoca precedente le attivit di trasformazione continuavano ad essere svolte sia nelle citt che nelle campagne. Nel contesto urbano le lavorazioni venivano generalmente effettuate nelle botteghe artigiane da lavoratori specializzati; in ambito rurale i contadini - nei periodi in cui non lavoravano - svolgevano alcune lavorazioni legate soprattutto al ramo tessile, lavorando all'interno della propria abitazione. Ma l'industria domestica non era esclusiva delle campagne; di frequente svolgeva un ruolo centrale anche nel contesto urbano. Durante il Seicento, su iniziativa di operatori commerciali che agivano sul mercato internazionale, le due diverse forme di organizzazione della produzione industriale (manifattura urbana e manifattura rurale) divennero elementi complementari all'interno di un'unica filiera. Si stabil in tal modo una divisione del lavoro tra citt e campagna al fine di coniugare l'esigenza di contenere i costi di produzione con quella di standardizzare e controllare la qualit del prodotto. Cos si affidavano ai contadini (poco remunerati) le operazioni che richiedevano molto lavoro e scarsa capacit professionale; mentre gli artigiani (remunerati bene) si occupavano delle operazioni pi delicate, che richiedevano alta capacit professionale. A questi due sistemi si deve aggiungere la grande impresa accentrata, nella quale lavoravano fino ad J 98 L'espansione europea nel XVII secolo alcune centinaia di uomini e donne (arsenali, altiforni, ecc.). Si trattava in genere di iniziative promosse dai governi secondo una strategia di politica sociale (fare lavorare coloro che erano rinchiusi nelle strutture assistenziali) e di politica economica (organizzare la produzione di beni strategici per l'economia e la sicurezza del paese) . In citt, nella bottega artigiana, il maestro capo-bottega, coadiuvato da un numero variabile di lavoranti e garzoni, continuava a far parte della corporazione o arte che comprendeva tutti i maestri che svolgevano la sua attivit. Le corporazioni, soprattutto in Italia, ma anche in Spagna, Germania e Francia, svolgevano ancora importanti compiti di controllo della qualit dei manufatti, di difesa degli interessi dei membri, di contrattazione col potere politico, di trasmissione del sapere tecnico, oltre ad espletare le consuete funzioni di mutuo soccorso tra i soci. Proprio le corporazioni sono state accusate, fino a pochi anni or sono, di essere una delle cause principali del declino economico delle citt italiane del XVII e XVIII secolo. Il loro eccessivo controllo sui metodi di produzione e sul tipo di organizzazione aziendale avrebbe

obbligato i mercanti imprenditori italiani a realizzare prodotti che ormai non incontravano pi i gusti dei consumatori. Recenti studi hanno invece dimostrato che le corporazioni seppero rispondere in maniera flessibile alle sfide del mercato internazionale, rinnovando metodi di lavorazione e prodotti. La bottega artigiana, come forma organizzativa strutturata, era nata quattro secoli prima con la rivoluzione urbana e rispondeva alle necessit di un mercato ben delimitato e protetto, anche fisicamente, dalle mura che ogni citt aveva. Quando il mercato si ampli, tra il XIV e il XV secolo, divenendo prima provinciale, poi regionale e infine internazionale, i maestri non furono pi in grado di prevedere la domanda a cui fare fronte, n dal punto di vista quantitativo, n da quello qualitativo. Fu in questo stato di incertezza che si impose la figura del mercante-imprenditore. Questo personaggio, che reciter un ruolo da protagonista nella storia europea fino alla rivoluzione industriale, sfrutt intelligentemente le proprie conoscenze commerciali e le proprie capacit organizzative, tanto che fin per trasformare gli aderenti alla corporazione in figure professionali assimilabili ai lavoratori subordinati. Il mercante era il "regista" dell'attivit produttiva: forniva all'artigiano le materie prime e spesso anche il capitale fisso, determinava le caratteristiche del prodotto finito, ne stabiliva il prezzo e ne organizzava la commercializzazione. Il mercante-imprenditore, che sovente era egli stesso membro di una corporazione, non limitava la propria attivit organizzativa all'interno della citt, ma, alla ricerca di pi bassi costi di produzione, spesso forniva lavoro anche alle famiglie contadine. Nacque cos il putting-out system, quel sistema di produzione basato sul lavoro a domicilio, che tanta parte ebbe nello sviluppo economico europeo. La bottega artigiana e il lavoro a domicilio, urbano e rurale, formavano cos un sistema integrato, a livello locale e continentale, che nel corso del XVII secolo si consolid e si ampli . Citt, manifatture, commerci e finanza: mutano le costellazioni 99 Occorre per sottolineare che questa successione di eventi e trasformazioni riguard quasi esclusivamente il settore tessile. Altre produzioni mal si adattavano a questo tipo di organizzazione per motivi dipendenti dalla necessit di una elevata quantit di capitale fisso (industria mineraria, cantieristica, siderurgica), o ancora a causa della necessit di disporre di competenze tecniche e professionali particolarmente elevate (oreficeria e falegnameria). In alcune aree del continente anche le forme di conduzione della terra ostacolavano non poco il trasferimento nelle campagne di qualsiasi tipo di attivit di trasformazione. Il contratto mezzadrile, ad esempio, che imponeva contrattualmente alla famiglia contadina un impegno esclusivo nei lavori sui campi, non permetteva ai contadini di dedicarsi alla filatura o alla tessitura . Con l'affermarsi del putting-out system e della protoindustria rurale le corporazioni non persero le loro funzioni economiche ed extraeconomiche. Gli esempi sono numerosi. Nei centri pi attivi dell'Italia padana (Milano, Bologna, Venezia, ecc.) molte arti, in particolare quelle che si occupavano di produzioni rivolte al mercato internazionale, si trasformarono in associazioni di mercanti-imprenditori, divenendo, in alcuni casi, dei veri e propri cartelli, in grado di determinare prezzi, qualit e quantit delle produzioni. In altre regioni l'organizzazione corporativa si indebol fortemente nel corso del Seicento. Nei Paesi Bassi e in Inghilterra il declino deriv da un processo di modernizzazione che aveva operato a vantaggio di sistemi che permettessero ai capitali accumulati nell'attivit mercantile un facile accesso alle attivit manifatturiere, ma anche perch le corporazioni erano ormai inutili, visto che in quei Paesi l'attivit manifatturiera era quasi completamente dislocata nelle campagne. In quelle stesse nazioni, inoltre, si concentrarono forti flussi d'immigrazione (provenienti dalla Francia e dai Paesi Bassi meridionali); questi esuli erano spesso portatori di nuove produzioni e nuove tecniche e il loro successo sui mercati scompagin l'assetto istituzionale preesistente. Il caso francese diverso; qui la produzione manifatturiera venne assoggettata a un rigido controllo statale e le corporazioni divennero lo strumento privilegiato di intervento da parte delle autorit pubbliche. Si vedranno nelle pagine che seguono gli effetti di tale sistema, che and consolidandosi nella seconda met del secolo .

La vicende sociali ed economiche del XVII secolo finirono per premiare Paesi come l'Inghilterra, la Francia e, soprattutto, i Paesi Bassi, la cui produzione manifatturiera crebbe in maniera costante a scapito di quella italiana e spagnola. Le ragioni di questo successo sono molteplici: la bassa incidenza delle crisi demografiche, ad esempio, permise un rapido sviluppo dei mercati interni e un minore incremento salariale e, quindi, una maggiore competitivit dei prezzi. A ci si aggiunga l'affermazione, in quelle aree, di un'agricoltura pi efficiente, in grado di sfamare una popolazione urbana in rapido aumento e di permettere alle famiglie rurali di impegnarsi, in alcuni periodi dell'anno, nelle attivit manifatturiere. La definitiva affermazione di questi Paesi nel 100 L'espansione europea nel XVII secolo commercio internazionale e la perdita di centralit da parte del Mediterraneo, a vantaggio dell'Atlantico, furono ulteriori fattori di successo . Il risultato di questo movimento epocale modific la gerarchia delle economie urbane: le principali citt europee, quelle pi dinamiche, capaci di costituire stabili punti di riferimento per le economie continentali ed extracontinentali, si trovavano nell'Europa nord-occidentale. Se vero, infatti, che l'attivit manifatturiera era principalmente svolta nelle case dei contadini, nondimeno le attivit di direzione, organizzazione, controllo e, soprattutto, commercializzazione rimanevano concentrate in citt. Il coefficiente di urbanizzazione rimane quindi un indicatore molto sensibile dello sviluppo economico in et preindustriale ed innegabile che da questo punto di vista il Mediterraneo perse la sua centralit nel corso del XVII secolo. All'inizio del Seicento tra le citt che contavano pi di 100 mila abitanti 7 su 12 appartenevano all'area mediterranea (Napoli, Milano, Roma, Palermo, Messina, Venezia, Siviglia). Le altre cinque erano Lisbona, Parigi, Anversa, Amsterdam e Londra. Alla fine del secolo le citt mediterranee avevano mantenuto i livelli di cento anni prima, o li avevano incrementati di poco, mentre Paesi Bassi e Inghilterra avevano conosciuto un incremento urbano di dimensioni straordinarie. Accanto alla crescita spettacolare di citt come Londra e Amsterdam, si svilupp infatti una fitta rete di citt medio-grandi che furono al tempo stesso causa ed effetto dello sviluppo economico di quei due Paesi . 3.2, Mercati e commerci \-i ampliamento dei mercati determin una profonda evoluzione nell'organizzazione dell'attivit manifatturiera. I mercanti assoggettarono alle necessit di un commercio in forte espansione un sistema produttivo che era nato per far fronte alle esigenze di un mercato limitato e protetto. Nel corso del XVII secolo questa tendenza sub un'ulteriore accelerazione dovuta alle scoperte geografiche dei due secoli precedenti. La colonizzazione del nuovo continente e l'apertura delle nuove rotte oceaniche determinarono, come si visto, l'arrivo in Europa di prodotti sconosciuti che incontrarono progressivamente il favore dei mercati, come tabacco, caff, cioccolato, zucchero. Quest'ultimo in realt non rappresentava una novit assoluta, ma la possibilit di sfruttare le immense potenzialit produttive di territori come il Brasile e le Antille ne abbass notevolmente il prezzo, rendendolo accessibile a una fascia pi ampia di consumatori . Le stesse rotte commerciali continuavano ad assicurare un consistente flusso di metalli preziosi, oro e argento, dall'America all'Europa. Anche se tale Citt, manifatture, commerci e finanza: mutano le costellazioni 101 traffico aveva subito un forte calo, rispetto al secolo precedente, la sua importanza economica rimaneva altissima. Ma la vera novit del XVII secolo nei commerci con le colonie americane fu la crescita vertiginosa delle rotte contrarie, quelle cio che dall'Europa andavano in America. Le popolazioni europee, che erano emigrate per colonizzare le nuove terre, iniziarono infatti ad esprimere una domanda di manufatti (tessuti, armi, utensili in metallo, ecc.), che ridiede fiato alle manifatture del vecchio continente alle prese con un calo della domanda interna . Questi lucrosi commerci divennero uno dei maggiori motivi di scontro tra le grandi potenze: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Paesi Bassi e Francia. Nel Seicento la leadership venne stabilmente assunta da due Paesi: l'Inghilterra, che iniziava una lenta penetrazione anche nei commerci del Mediterraneo, fino a quel momento controllati dagli italiani, e, soprattutto, i Paesi

Bassi, che arrivarono a esercitare un controllo quasi assoluto sulle rotte atlantiche. Inglesi e olandesi si specializzarono nel commercio di uno dei "prodotti" pi importanti per l'epoca. La necessit di mettere a coltura gli immensi territori americani e la scarsit di popolazione indigena spinsero, come si visto, i colonizzatori verso una scelta dai risvolti umani drammatici, ma che si rivel un grandissimo affare per mercanti senza scrupoli: nel corso del XVII secolo ogni anno 20.000 neri africani vennero strappati dalla loro terra e venduti ai coloni americani per lavorare come schiavi nelle piantagioni di zucchero o di cotone . Questi grandi traffici oceanici imponevano enormi sforzi economici e lunghi immobilizzi di capitale. Per far fronte a questo problema le diverse nazioni e i grandi capitalisti si organizzarono in maniera diversa. Nei Paesi iberici fu lo Stato stesso che si fece promotore di organizzazioni attraverso le quali doveva passare l'intero commercio con il nuovo mondo, come la Casa de Contrata-cin a Siviglia. In Inghilterra e Olanda l'iniziativa fu quasi esclusivamente privata, anche se godeva di grandi agevolazioni da parte dello Stato. il caso delle compagnie per il commercio transoceanico, che spesso assumevano la forma di societ per azioni, come la Compagnia Inglese delle Indie Orientali (1600) e la sua omonima olandese (1602) . L'affermazione di nuove rotte commerciali tuttavia non cancell quelle preesistenti. Il Mediterraneo, pur perdendo la sua centralit, continuava ad essere un mercato di grande importanza. Le citt italiane continuavano a produrre tessuti di seta molto ricercati nei mercati dell'Europa nord-occidentale. La Sicilia, come tutta l'Italia meridionale e la Spagna, era ancora in grado di esportare seta greggia, grano, olio, zucchero e sale. Quest'ultimo proveniva anche da Cipro e Creta. La Spagna continuava ad essere una grande esportatrice di lana greggia, che veniva poi lavorata in Italia, nelle Fiandre e in Inghilterra. Il traffico nel Mediterraneo delle spezie e della seta con il Levante sub un forte ridimensionamento con l'apertura delle nuove rotte oceaniche, ma non venne completamente azzerato e, di conseguenza, Venezia, pur perdendo 102 L'espansione europea nel XVII secolo la leadership assoluta ricoperta nei secoli precedenti, rimase uno dei principali porti commerciali del mondo . Lo stesso discorso vale per il Mar Baltico, che continuava ad essere uno scenario importante nei grandi traffici internazionali. La potenza olandese vi esercitava un controllo quasi assoluto; le navi delle Province Unite portavano in occidente il grano, il pesce salato, le pellicce, il ferro e il rame provenienti dalla Polonia, Russia e dai Paesi scandinavi . 3.3. Metalli americani e bancarotte spagnole; le difficolt monetarie e finanziarie Nel XVI secolo, si detto, l'arrivo dei metalli americani provoc, almeno a partire dal 1550 circa, un'inflazione che in epoca pi recente venne chiamata - dagli storici - "rivoluzione dei prezzi". Tale processo continu fino al 1630 circa ed ebbe dimensioni e andamenti diversi da paese a paese. A livello continentale il tasso di inflazione stato stimato intorno al 2-3% annuo; una percentuale che oggi verrebbe considerata contenuta, ma che in epoca preindustriale rappresentava un evento straordinario. Come si ricordato nel primo capitolo la svolta, la deflazione, inizi prima della met del XVII secolo e ad essa contribu, oltre ai fattori demografici, anche il sensibile calo degli arrivi di metalli preziosi dall'America . La rarefazione dell'oro e dell'argento americani ebbe altre importanti conseguenze dal punto di vista economico e, in particolare, in campo monetario e finanziario. Come si gi detto, gran parte dei metalli americani giungeva in Spagna, in parte sotto forma di prelievo fiscale e in gran parte sotto forma di merce di scambio, in quanto i coloni potevano commerciare, almeno teoricamente, solo con la madrepatria. Il problema era che la madrepatria, la Spagna, non era in grado di far fronte alla domanda delle colonie, perci furono altre nazioni ad approfittarne e l'oro e l'argento americani presero ben presto la via di Amsterdam, Firenze, Milano, Lione. Ad aggravare ulteriormente la situazione si era aggiunta la rivolta dei Paesi Bassi, che aveva costretto gli Asburgo a un fortissimo incremento delle spese belliche, per far fronte al quale essi non esitarono, a partire dal 1568 e fino alla met del secolo successivo, ad indebitarsi con i maggiori banchieri europei .

Erano i Fugger tedeschi, i portoghesi Diaz, ma soprattutto i genovesi Do-ria, Spinola e Centurione, che anticipavano al re di Spagna le paghe per le sue truppe mercenarie che combattevano nelle Fiandre. In cambio la Corona "girava" a questi banchieri i proventi di alcune tasse. Nel 1609 l'80% delle entrate fiscali spagnole era gi stato ipotecato. Dieci anni dopo, Filippo IV, Citt, manifatture, commerci e finanza: mutano le costellazioni 103 appena salito al trono, scopr che tutte le tasse erano in mano a banchieri stranieri . Questa gestione della finanza pubblica in Spagna, frutto di una politica estera molto dispendiosa, non poteva essere portata avanti a lungo. In effetti periodicamente il re di Spagna era costretto a dichiarare bancarotta, che in realt, si gi detto, era un modo per rinegoziare i tassi di interesse sui debiti. E per ovvio che queste bancarotte avevano delle gravi ripercussioni sul sistema finanziario europeo. A ci si aggiungeva la politica di progressivo svilimento della moneta della Spagna e di altri Stati di area asburgica (Germania e Milanese), soprattutto nei confronti della moneta piccola . L'Europa non asburgica non sub gli stessi rovesci. Molte regioni, anzi, beneficiarono della grande liquidit proveniente dall'America e del perfezionamento delle tecniche finanziarie e godettero di tassi di interesse molto bassi: in Olanda e in Inghilterra il tasso d'interesse sui titoli di debito pubblico oscill per tutto il secolo tra il 4 e il 6%. Questi due Paesi erano senz'altro i pi avanzati dal punto di vista finanziario, ma anche in Francia e nella Serenissima i tassi tendevano al ribasso . IL Si affermano nuove potenze Il mercantilismo e la formazione dello Stato moderno Nel corso del XVII secolo cominciarono faticosamente a formarsi quelli che noi oggi chiamiamo Stati nazionali. Le nuove entit assunsero funzioni che, per le loro dimensioni, posero immediatamente problemi di ordine economico, finanziario e amministrativo. Un conto, infatti, era organizzare la difesa di un piccolo Stato regionale dell'Italia padana o di un feudo della Francia centrale, tutt'altra cosa era armare un esercito in grado di sostenere la politica estera di una grande monarchia come quella francese, o la flotta di una potenza mondiale come l'Inghilterra . Quando Luigi XII chiese a Trivulzio quale fosse il segreto per poter conquistare Milano, il grande condottiero rispose "sono necessarie tre cose: denaro, denaro e ancora denaro". In realt l'evoluzione politica e quella economico-amministrativa andarono di pari passo: l'impennata nelle spese militari costrinse gli Stati a cercare nuove entrate. Per far questo spesso si assoggettavano nuovi territori, la cui amministrazione richiedeva un allargamento della struttura burocratica, ma in questo modo venivano incrementate le spese e cos il circolo riprendeva. Solo Paesi con dimensioni territoriali adeguate potevano permettersi il lusso di mantenere una burocrazia stabile con lo scopo di amministrare lo Stato, ma soprattutto di esigere le tasse, e solo con entrate adeguate gli Stati potevano mantenere eserciti e flotte sempre pi grandi e sempre pi costosi . I grandi Stati nazionali nacquero quindi per far fronte all'incremento delle spese, ma la loro affermazione fece s che tali spese aumentassero ulteriormente. Fino alla rivoluzione industriale i sovrani dovettero costantemente affrontare grandi difficolt finanziarie. L'incessante ricerca di nuove entrate impose un salto di qualit nelle politiche economiche e il XVII secolo segn la defini106 L'espansione europea nel XVII secolo tiva affermazione del mercantilismo. L'ovvia constatazione che l'incremento dei redditi privati favoriva l'aumento delle entrate fiscali indusse i responsabili delle finanze statali ad interessarsi di problemi economici in maniera pi sistematica . In questo panorama generale emersero tre Paesi le cui evoluzioni istituzionali ed economiche rappresentano altrettante risposte ai problemi legati alla formazione dello Stato moderno. Olanda, Inghilterra e Francia, oltre a essere tre economie in controtendenza rispetto agli andamenti continentali, furono i primi Paesi a sperimentare nuove forme di amministrazione pubblica, di rappresentanza degli interessi e di intervento statale nell'economia. Le tre diverse

esperienze identificano tre diversi modelli di Stato e tre livelli diversi di performance economica . L'Olanda 1.1. Dall'indipendenza al primato nel commercio internazionale JL/o straordinario sviluppo delle Province Unite nel corso del XVII secolo ha da sempre affascinato gli storici. Alcuni studiosi hanno parlato, senza esagerare, di "miracolo" olandese. In realt i Paesi Bassi avevano conosciuto una crescita economica molto forte gi a partire dal basso medioevo. Ma i protagonisti di questo sviluppo furono i Paesi Bassi meridionali (all'incirca l'attuale Belgio pi il Lussemburgo), mentre le province del nord (gli attuali Paesi Bassi propriamente detti) erano rimasti attardati. Il centro finanziario e manifatturiero di maggiore importanza fu Bruges fino al XV secolo e in quello successivo la leadership pass ad Anversa . In quegli stessi secoli le principali citt delle province del nord aderivano alla Lega Anseatica, dalla quale furono escluse nel corso del XV secolo. Nonostante l'esclusione dalla Lega, nel 1471 venne sancita la libert di commercio nel mar Baltico anche per le navi olandesi. Questo fu un fatto di fondamentale importanza per il futuro sviluppo dell'Olanda, in quanto il commercio col Baltico rimase sempre una delle voci attive pi importanti per l'economia di questa nazione . Nel Seicento si concretizz un sistema dualistico nell'economia dei Paesi Bassi. Da una parte Anversa, capitale finanziaria e principale centro commerciale per prodotti di grande valore come spezie, seta, argento e lane inglesi; dall'altra Amsterdam, che ormai aveva assunto un ruolo di assoluto predominio nel Baltico, centro di considerevole importanza per i traffici di grano, pesce, sale e legname. A ci si aggiunga che nelle campagne olandesi, che avevano un'estensione limitata, si era ormai affermata un'agricoltura molto evoluta, nella quale prevaleva il contratto d'affitto; in tale contesto i contadini erano spesso impegnati in attivit manifatturiere, secondo il classico modello della protoindustria rurale . Nella seconda met del Cinquecento i Paesi Bassi, che dopo il ritiro dal trono imperiale di Carlo V facevano parte dell'immenso impero spagnolo del cattolicissimo Filippo II, iniziarono una lunga lotta per l'indipendenza. Le 108 L'espansione europea nel XVII secolo cause di questa guerra furono molteplici: in primo luogo vi furono motivi religiosi, ma a questi si aggiunse anche la difesa di antiche autonomie municipali, minacciate dal dirigismo spagnolo. L'azione repressiva sempre pi energica (capace di provocare l'adesione alle ragioni dei Protestanti da parte di numerosi nobili fino ad allora cattolici, come Guglielmo d'Orange) inaspr la lotta e port, nel 1581, alla divisione dei Paesi Bassi. La regione meridionale rimase sotto il controllo spagnolo, mentre le province settentrionali (da allora Province Unite) dichiararono la loro indipendenza nel luglio di quell'anno . I fattori che determinarono il successo delle Province Unite nella loro lotta per l'indipendenza furono molti, non ultimi il decisivo appoggio dell'Inghilterra e la superiorit in mare. Di certo la guerra nei Paesi Bassi fu un punto di svolta decisivo nella storia europea in quanto segn l'inizio del declino spagnolo. Il conflitto, molto costoso soprattutto per la Spagna, era destinato a durare ancora: la prima tregua tra i belligeranti fu firmata solo nel 1609 e sanc di fatto il riconoscimento da parte della Spagna delle Province Unite come entit nazionale autonoma (formalmente tale riconoscimento avvenne solo nel 1648) . Alla fine delle lotte con la Spagna l'economia dei Paesi Bassi settentrionali si mostrava vivace e dinamica come mai lo era stata. Dopo quarant'anni di guerra, questa giovane nazione era la pi sviluppata d'Europa. Uno dei fattori che favorirono questo successo fu il grande esodo di protestanti dalle province meridionali, rimaste sotto il controllo spagnolo e quindi cattoliche, verso le province settentrionali. Questa immigrazione forzata rappresent un fattore di dinamica sociale ed economica di fondamentale importanza; tra i grandi capitalisti di Amsterdam troviamo spesso proprio dei valloni (cos venivano chiamati gli abitanti del sud). Proprio Amsterdam, e con essa l'intera Olanda, approfittando anche della decadenza di Anversa, divenne il centro propulsivo dello sviluppo, tanto che si inizi a denominare le Province Unite semplicemente con il nome di Olanda. Da sottolineare che la decadenza di Anversa fu

determinata da un processo perseguito consapevolmente dai governanti olandesi, che durante il conflitto con la Spagna ne bloccarono il porto e riuscirono a mantenere il blocco anche dopo la tregua del 1609 . Proprio la guerra con la Spagna impose un ulteriore salto di qualit alla gi forte marina olandese. La flotta di questa piccola nazione era superiore, in qualit e quantit, a quella spagnola, francese e rivaleggiava alla pari con quella inglese. La cantieristica olandese era all'avanguardia, perch era in grado di costruire navi migliori, sotto ogni punto di vista, a un costo che poteva anche essere inferiore del 50% rispetto ai rivali inglesi e spagnoli, lfluyt, la tipica nave mercantile olandese del Seicento, aveva una portata superiore a quella delle altre imbarcazioni allora in uso (dalle 200 alle 500 tonnellate) e aveva costi di gestione nettamente inferiori. Con questo vantaggio tecnologico e con avanzate conoscenze in campo finanziario e commerciale gli Olandesi assunsero il controllo del commercio internazionale, inserendosi in ogni tipo L'Olanda 109 di traffico e Amsterdam divenne il centro della pi ampia rete di commerci che il mondo avesse mai conosciuto . Ai consueti scambi con il Mar Baltico e con il Mare del Nord si aggiunsero le sete italiane, i vini francesi, il caff, il cacao, lo zucchero e l'argento americani. Dal nord America arrivavano pellicce e legname, ma il vero salto di qualit avvenne quando gli olandesi si inserirono nei commerci con l'oriente. La fondazione, nel 1602, della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (V.O.C. Ve-reenigde Oostindische Compagnie), si realizz quando la penetrazione in questi ricchi mercati era gi ben avviata e il predominio portoghese era gi stato scalzato. Da quel momento, per tutta la durata del secolo, il commercio di spezie, sete, tappeti e tutti gli altri prodotti orientali richiestissimi sui mercati europei, fu in mano agli olandesi . Il successo olandese non fu legato solo al commercio, ma dovette molto anche al grande sviluppo manifatturiero di citt come Leida e Rotterdam e delle aree agricole di Olanda e Zelanda. I Paesi Bassi seppero infatti differenziare la loro offerta manifatturiera, coprendo cos un'ampia fascia di mercato: le citt si inserirono con successo nella produzione di tessuti di lana pettinata, di rasi e di misti; le campagne si specializzarono nella produzione di tessuti meno pregiati, un settore nel quale il basso costo del lavoro diventava un fattore decisivo per il successo sul mercato. Proprio l'espansione del mercato, dovuta alla crescita degli scambi con le colonie, insieme all'aumento della domanda interna, permisero la fioritura delle manifatture olandesi. Un dato per tutti pu dare un'idea dell'intensit del processo di crescita: Leida pass dai 30 mila panni di lana prodotti nel 1585 ai 140 mila nel 1664. Oltre all'importante industria tessile, anche altre attivit di trasformazione conobbero un grande sviluppo, come lo zuccherificio (lo zucchero fu senz'altro uno dei prodotti pi richiesti per tutto il XVII secolo) e la gi citata cantieristica . A sancire definitivamente il predominio olandese, e a determinare l'ammirazione e l'invidia delle altre nazioni, concorreva anche un'agricoltura molto avanzata, basata su efficienti sistemi di canalizzazione e irrigazione, oltre che su razionali metodi di concimazione e rotazione. A ci si aggiunga che la capacit di strappare terra al mare con un grandioso sistema di dighe e di idrovore allarg di parecchio la superficie coltivabile. Il risultato fu una produttivit nettamente superiore alla media europea e la possibilit di utilizzare manodopera contadina anche in attivit manifatturiere . 110 L'espansione europea nel XVII secolo 1.2. La supremazia sui mari e un colonialismo nuovo \-i analisi del miracolo olandese ha richiamato l'interesse degli storici, che hanno avanzato molteplici interpretazioni. In particolare - secondo un'ipotesi dominante per lungo tempo - il grande dinamismo economico delle Province Unite sarebbe derivato dallo spirito capitalistico proveniente dall'etica protestante. In epoca pi recente si presta attenzione al ruolo determinante svolto dalle risorse naturali e dai fattori tecnologici: si pensi alla torba (in grado di produrre calore a un costo nettamente inferiore al legno) e alla tecnica di sfruttamento dell'energia eolica (l'Olanda la terra dei mulini a vento). Cos i Paesi Bassi ottennero vantaggi competitivi in termini di costi di produzione e trasformazione; se poi si considera l'industria cantieristica gi

ricordata, si deve concludere che l'Olanda disponeva della pi avanzata tecnologia dell'epoca. Secondo altri studiosi la straordinaria predisposizione a produrre ricchezza dipendeva dall'assenza dei vincoli giuridici e istituzionali che invece esistevano in altre regioni. La mancanza di un potere centrale e la scarsa importanza delle corporazioni permisero il libero sviluppo di nuove attivit, a differenza di quanto avvenne, ad esempio, nella Francia governata dal mercantilismo, o nell'Italia soffocata dalle corporazioni . In realt le interpretazioni univoche contengono forti limiti. Le ragioni dello sviluppo furono molte e tutte rilevanti: religione, tecnologia e forma di governo contribuirono senz'altro ad avviare il processo di sviluppo. Quello che tuttavia appare pi rilevante la continuit di quel processo e la capacit, per centocinquanta anni, di sostenersi senza conoscere soste o battute d'arresto. In un arco di tempo cos lungo, i Paesi concorrenti avrebbero sicuramente avuto la possibilit di annullare il ritardo tecnologico o di adeguare le proprie istituzioni politiche alle nuove sfide economiche. Non fu cos: il ruolo dell'Olanda sarebbe stato ridimensionato solo dall'inizio della rivoluzione industriale . A dare stabilit allo sviluppo olandese intervennero altre circostanze che sono legate sia a condizioni naturali (la posizione strategica tra Baltico, Mare del Nord e Oceano), sia alla capacit di creare istituzioni in grado di mobilitare con continuit una parte rilevante della ricchezza nazionale. Il dominio, quasi incontrastato, dei commerci col Baltico (in alcuni anni l'85% delle merci scambiate passava per le mani di intermediari olandesi) dava una base solida all'economia dei Paesi Bassi. Ma quando, a causa della guerra con la Spagna, non poterono pi contare sul sale portoghese per conservare il pesce del nord che trasportavano in tutta Europa, gli olandesi non esitarono a gettarsi nell'avventura coloniale. Nel 1598 gli olandesi arrivarono in Venezuela. Qui non si limitarono al commercio del sale, ma, ben presto, ampliarono gli scambi a L'Olanda 111 un'infinit di altri prodotti, in particolare tabacco e perle. Sulla base di questa prima timida esperienza, a cavallo dei due secoli gli olandesi si inventarono un nuovo colonialismo, che trov la sua massima espressione in Asia. Le prime spedizioni olandesi verso oriente avvennero nell'ultimo decennio del XVI secolo. Nel 1600 il numero di navi con l'insegna degli Orange, che solcava con regolarit l'Oceano Indiano, era gi pari a quello portoghese, dieci anni dopo il rapporto era di quattro a uno. Per spiegare un'espansione cos spettacolare occorre analizzare pi da vicino il "sistema" olandese . Le navi portoghesi partivano da Lisbona praticamente vuote, con a bordo solo l'argento necessario per acquistare i prodotti che poi avrebbero rivenduto in Europa (spezie, seta, tappeti, ecc.). Le navi olandesi, al contrario, erano sempre cariche, sia all'andata che al ritorno. Ripetendo l'esperienza che gi avevano fatto i veneziani nei secoli precedenti nel Mediterraneo, gli olandesi usavano come merci di scambio i manufatti e non solo i metalli preziosi. E proprio come Venezia, oltre a esportare manufatti propri, essi se ne procuravano alcuni prodotti anche nelle regioni circostanti come la Germania (dalla quale importavano armi, tessuti, ecc.). Amsterdam divenne cos un grande centro di riesportazione, dove una gran parte delle merci che vi arrivavano, ripartivano quasi subito alla ricerca di uno scambio pi vantaggioso. Per svolgere un ruolo cos rilevante nei traffici transoceanici occorreva una struttura di coordinamento, fortemente radicata nella societ olandese, e al tempo stesso capace di presidiare a decine di migliaia di chilometri di distanza i terminali commerciali del continente asiatico. L'Olanda, a partire dal primo Seicento, disponeva di questa straordinaria risorsa: la Compagnia olandese delle Indie orientali (V.O.C.). Grazie a questa formidabile istituzione economica e commerciale, l'Olanda mise a disposizione della propria politica estera e del proprio commercio internazionale pi denaro e pi navi di quanto non potessero fare Portogallo e Inghilterra messi insieme . La V.O.C., fondata nel 1602, derivava dalla fusione di preesistenti compagnie che si erano impegnate, a partire dal 1594, nel commercio con l'Asia. La sua struttura risulta abbastanza complessa. Essa era, infatti, divisa in sei camere (Amsterdam, Zelanda, Rotterdam, Delft, Hoorne ed Enkhuizen) e ogni camera partecipava al capitale sociale per una quota variabile

determinata nello statuto della Compagnia (Amsterdam, ad esempio, vi contribuiva da sola per la met). Le singole camere poi rilasciavano delle azioni di valore nominale variabile fino al raggiungimento delle proprie quote. In realt la ripartizione del capitale in quote e la loro offerta erano elementi gi presenti nella Compagnia Inglese "gemella" fondata nel 1600. L'innovazione fondamentale risiedeva nel tempo di immobilizzo del capitale. Fino ad allora la partecipazione all'impresa commerciale attraverso la sottoscrizione di azioni era limitata a ciascun viaggio. Per la prima volta le azioni della V.O.C, impegnavano invece gli investitori sul complesso delle attivit della Compagnia per un periodo di dieci anni. In 112 L'espansione europea nelXVII secolo sostanza, il nuovo modello conferiva stabilit alla Compagnia garantendo continuit di azione nel tempo. Poich le azioni erano al portatore, si cre immediatamente un mercato dei titoli legato al fatto che qualche investitore voleva smobilizzare prima della scadenza il proprio capitale e che qualcun altro era disposto a pagare pi del valore nominale delle azioni che promettevano di dare un buon rendimento. Quando, poi, alla scadenza dei dieci anni, con il pieno appoggio del governo nazionale, la compagnia si rifiut di liquidare le azioni, che valevano gi il doppio del loro valore nominale, la V.O.C, divenne a tutti gli effetti una societ per azioni in senso moderno. Il suo capitale non aveva pi una scadenza e divenne oggetto di stabili contrattazioni alla Borsa di Amsterdam . La Compagnia era quindi responsabile solo di fronte ai propri azionisti, di conseguenza la penetrazione commerciale olandese non soffriva di tutte le pesantezze burocratiche che avevano permeato il colonialismo spagnolo e francese, tanto per fare due esempi significativi. Il colonialismo olandese era basato sulla costruzione, o la conquista, di basi commerciali sul mare attraverso le quali controllare l'economia dei territori circostanti. Secondo alcuni storici la politica olandese nei confronti delle colonie fu di tipo feudale. La Compagnia, tramite i propri rappresentanti, controllava la produzione di spezie (che veniva adeguata alla consistenza della domanda europea, al fine di evitare pericolose crisi da offerta) ed esigeva prestazioni lavorative da parte degli indigeni. Per fare questo gli olandesi assicuravano l'appoggio militare ai principi locali, ma non si impegnavano mai in campagne militari di conquista e penetrazione nell'entroterra. Inutile dire che la Compagnia imponeva alle autorit locali le proprie ragioni di scambio e che il prezzo dei prodotti coloniali, che veniva fissato per diversi anni, era estremamente favorevole per gli olandesi . Il colonialismo olandese riusciva quindi a conciliare la massimizzazione dei profitti con un contenimento estremo dei costi di gestione. A tale risultato si giungeva anche grazie ad un'estrema flessibilit organizzativa. La V.O.C., infatti, lasciava molta libert d'azione ai suoi rappresentanti nelle colonie (governatori), il che diede largo spazio agli arbitrii e agli arricchimenti personali a scapito del bilancio della Compagnia. Ma i margini di proftto erano talmente ampi che tali comportamenti non minacciarono, se non marginalmente, la solidit della V.O.C . L'esempio della V.O.C, venne ben presto imitato non solo in Olanda, ma anche in Inghilterra e in Francia, pur con differenti risultati economici. La Compagnia Olandese delle Indie Occidentali nacque nel 1621 e si differenzi quasi subito dalla sua omologa orientale, perch cerc di costituire colonie pi radicate e consistenti in Brasile, nella Guyana, nelle Antille e alla foce dello Hudson. Proprio quest'ultima, la Nuova Olanda, assunse delle dimensioni considerevoli, tanto che nel 1660 raggiunse i diecimila abitanti. Quattro anni dopo la sua capitale, Nuova Amsterdam, dovette per essere ceduta agli ingleL'Olanda 113 si, che la ribattezzarono New York. Proprio a seguito di questa sconftta l'Olanda ripristin la sua vecchia strategia e continu ad occupare un ruolo di tutto rispetto anche nei commerci atlantici . Lo sviluppo manifatturiero olandese stato letto per molti anni come il trionfo della libert individuale svincolata dal controllo corporativo. E senz'altro vero che numerose attivit nacquero e si affermarono al di fuori del controllo corporativo; erano le attivit legate al commercio e alla navigazione: la produzione di aceto, acquavite, sapone, catrame, cordame, zucchero e tabacco. Ma, nello stesso periodo, come gi ricordato, le tradizionali attivit tessili,

anch'esse destinate in gran parte al commercio internazionale, conobbero una crescita vertiginosa, pur rimanendo sotto l'egida delle corporazioni urbane. E proprio le attivit tessili vennero massicciamente dislocate nelle campagne, con l'avallo delle corporazioni stesse . 13. Le grandi innovazioni: la borsa e le compagnie il ruolo delle compagnie nel colonialismo olandese gi stato descritto nel paragrafo precedente. Si accennato anche al fatto che senza una borsa evoluta le compagnie non avrebbero potuto sviluppare tutte le loro potenzialit. La borsa di Amsterdam nel corso dei primi decenni del secolo perfezion regole, servizi e prodotti di grande modernit, che ne fecero uno dei motori dell'economia olandese . Ogni giorno, da mezzogiorno alle due del pomeriggio, quattromila investitori, speculatori, mercanti e sensali si accalcavano nel cortile della borsa per fare i loro scambi. Va sottolineato che il sabato la borsa era frequentata solo da duemila persone, perch gli ebrei in quel giorno non lavorano. Tutto ci, ovviamente, rendeva il sistema finanziario olandese quanto mai fluido e dinamico. Per gli imprenditori olandesi era molto pi facile, rispetto ai loro colleghi di qualunque altra nazione, procurarsi i capitali necessari per intraprendere una nuova attivit o un nuovo commercio . Poich il commercio dava profitti molto alti e la borsa di Amsterdam attirava capitali da tutta Europa, la quantit di moneta circolante in Olanda era sempre abbondante, di conseguenza i tassi di interesse rimasero costantemente pi bassi che altrove. Ma la vivacit del sistema finanziario era inserita in una struttura normativa molto forte. La borsa aveva sviluppato dei meccanismi di funzionamento che garantivano la trasparenza degli scambi e che permettevano a larghe fasce della popolazione l'accesso all'investimento mobiliare. Tanto per fare un esempio, l'acquisto di azioni della V.O.C, poteva essere fatto anche attraverso l'adesione a fondi comuni di investimento, che poteva114 L'espansione europea nel XVII secolo no essere messi sul mercato solo con l'approvazione degli Stati Generali. Anche per quella forma particolare di investimento, che tanto stupiva i contemporanei, e che oggi noi chiameremmo futures, il sistema di controlli e garanzie era tutt'altro che blando, anche se era competenza degli intermediari di borsa . I meccanismi borsistici permeavano l'intera societ olandese, tanto che forme di commercio che si svilupparono totalmente al di fuori di questa istituzione ne rispecchiavano l'organizzazione. E il caso del commercio dei tulipani, che tra il 1636 e il 1637 conobbe un clamoroso movimento in gran parte speculativo e un altrettanto clamoroso crollo che lasci sul lastrico centinaia di investitori. Pur svolgendosi nelle taverne e nelle birrerie, tale processo ebbe modo di alimentarsi grazie a sistemi di scambio codificati e rigidi e a un sistema di misurazione della merce addirittura mutuato dall'oreficeria. In questo modo si determinavano regole trasparenti e procedure sicure, indispensabili per l'affermazione di un'attivit ad elevato rischio speculativo . La crescita costante del mercato mobiliare metteva in circolazione un numero sempre crescente di titoli e di moneta non metallica in tutte le sue forme. Le autorit olandesi non ignoravano la potenziale instabilit di questa situazione (si pensi a quanto sarebbe avvenuto all'inizio del XVIII secolo in Francia con il Sistema di Lato, creato sulla falsariga di quello dei Paesi Bassi). Ancora una volta i grandi capitalisti, in accordo col governo nazionale, organizzarono un sistema istituzionale in grado di bilanciare e dare solidit all'intera economia, un sistema che aveva al suo centro la Banca di Amsterdam. Tale istituzione aveva il fondamentale compito di garantire ogni titolo di credito; per fare ci non si esitava a porre dei freni all'economia. Quando tutte le altre nazioni si ponevano il problema di come far affluire al loro interno pi moneta possibile, l'Olanda aveva problemi di politica economica di tutt'altro carattere . Le Compagnie si muovevano in questo quadro generale ed erano la pi lampante dimostrazione della superiorit del sistema economico-istituzionale olandese. Il controllo della V.O.C, era totalmente nelle mani dei 60 Bewind-hebbers, i direttori, che rappresentavano i maggiori azionisti e che formavano una sorta di consiglio di amministrazione. Anche la designazione dei direttori avveniva sulla base dei rapporti di forza tra le varie camere, ma l'unit della Compagnia non veniva mai messa in discussione. L'assemblea generale dei direttori, formata da

17 membri delegati dai direttori e scelti per la competenza nel commercio, era un organo agile, in grado di prendere decisioni rapide e alla quale gli azionisti delegavano ogni scelta amministrativa. I dibattiti all'interno dell'assemblea non si limitavano per a questioni squisitamente tecniche, come il tipo e la quantit di merci da acquistare in Asia, ma riguardavano anche la possibilit di influenzare la politica economica o la politica estera dell'Unione; in pratica la V.O.C, si comportava come una lobby. Allo stesso modo si comportavano le altre Compagnie, seppur dotate di minori risorse. Tutto L'Olanda 115 ci rendeva l'intero assetto istituzionale olandese particolarmente sensibile alle vicende economiche e commerciali e, in fondo, basato su un pragmatismo che non potevano avere n l'assolutismo francese, n l'ancora caotico parlamentarismo inglese . Il capitalismo moderno si impose in una nazione che aveva un quadro normativo e istituzionale che si rifaceva a un concetto di "libert" tipicamente medioevale, fatto di particolarismi e centrato sulla prevalenza dell'autonomia cittadina rispetto al potere centrale. Le Province Unite avevano al centro del proprio sistema politico gli Stati Provinciali e gli Stati Generali, due organi, di origine medioevale appunto, molto farraginosi nel loro funzionamento. Ma proprio la loro pesantezza impresse alla politica nazionale un indirizzo costante e facilmente piegabile agli interessi del ceto mercantile e imprenditoriale . 5. - A. Di VITTORIO (cur.): Dall'espansione allo sviluppo . La Francia 2.1. Da potenza continentale alle imprese transoceaniche J_/e vicende francesi del XVII secolo risultano assai complesse e ricche di contraddizioni. La Francia non conobbe una crescita economica paragonabile a quella inglese e tanto meno a quella olandese, ma fu comunque un'assoluta protagonista degli avvenimenti politici, militari ed economici a livello mondiale. Le grandi lotte religiose, che erano iniziate nel secolo precedente, proseguirono anche nel Seicento ed ebbero ripercussioni anche sulla situazione economica e sociale del Paese. Infatti molti protestanti, ben prima della revoca dell'Editto di Nantes del 1685, lasciarono la Francia alla ricerca di maggiore tolleranza. Dal punto di vista strettamente economico, la Francia visse in una situazione di stasi, o al massimo di leggero progresso, fino alla met del secolo; a partire dal 1660 circa, la crescita si fece pi sostenuta, anche se si tratt di una crescita del tutto particolare della quale si parler pi diffusamente in seguito . La Francia dell'et moderna, e in una certa misura anche quella di oggi, si contraddistingueva per lo scarso inurbamento e in generale per una bassa densit demografica. Esclusa Parigi, che rappresentava un caso a parte, Marsiglia e Lione, non esistevano in Francia citt di una certa consistenza. Centri urbani di grande importanza come Bordeaux, Strasburgo o Tolosa, non raggiungevano, ancora alla fine del XVII secolo, i 40 mila abitanti. La grande maggioranza della popolazione francese viveva nelle campagne, con una percentuale di contadini nettamente superiore alla media dell'Europa occidentale . Proprio dal mondo agricolo bisogna quindi partire per analizzare l'evoluzione economica francese del XVII secolo. Dal punto di vista strettamente produttivo, gli storici sono per lo pi concordi nel riconoscere il Seicento come un secolo di stagnazione o addirittura di leggero regresso in gran parte della Francia. Ovviamente vi sono delle forti differenze regionali, ma nel complesso l'immagine di staticit secolare sembra trovare riscontro nei dati disponibili. Le frequenti crisi demografiche e una situazione climatica particolarmente avversa provocarono un 118 forte calo della produzione cerealicola e un ridimensionamenT\ L'espansione europea nel XVII secolo to, anche se meno accentuato, di altre produzioni, come la vite e l'olivo . Questo andamento va inserito in un sistema agrario nel quale predominava ancora la signora di stampo feudale, quantomeno nelle regioni centro-meridionali. Nelle aree a nord di Parigi si era imposto, gi dal secolo precedente, un modello di propriet leggermente diverso, nel quale le terre censive erano alienabili e di conseguenza si era potuto sviluppare un abbozzo di mercato fondiario. Anche in queste aree tuttavia i diritti del signore proprietario della terra erano limitati dalla consuetudine. L'immagine quindi di una propriet terriera fortemente concentrata va in

parte rivista, perch, in realt, il proprietario aveva ben poche possibilit di trarre grandi redditi dalle sue terre . Nel corso del secolo questa struttura si modific. Come stava avvenendo anche nell'Italia settentrionale e, sotto forma diversa, in Inghilterra, esisteva una folta schiera di "neo-ricchi", mercanti, medici, banchieri, giureconsulti, ecc., disposta ad investire nella terra. Come abbiamo gi visto, l'investimento fondiario era pi sicuro, soprattutto in una fase di recessione, e costituiva il prerequisito per la promozione sociale dei nuovi ceti economicamente affermati. Questo processo mise nelle mani di gruppi sociali essenzialmente urbani un'ingente quantit di terre. Un fenomeno che sconvolse equilibri consolidati e che determin la tendenza ad incrementare la rendita fondiaria attraverso un inasprimento dei prelievi a carico dei contadini da parte dei proprietari (borghesi, nobili, clero). L'esito finale di questa evoluzione fu l'affermazione di nuovi contratti, come la mezzadria e l'affitto a breve termine, che imponevano uno sfruttamento pi intensivo della terra. Ma a rendere precaria la condizione dei contadini contribuiva anche la crescente pressione fiscale da parte dello Stato. L'aumento dei prelievi e della pressione fiscale limit l'accumulazione di capitali e quindi il pieno sviluppo di un'agricoltura moderna, che necessitava di forti investimenti, come invece avvenne in Inghilterra e in Olanda. Solo nelle terre signorili (e solo in quelle di signori particolarmente "illuminati") si registrarono significativi progressi; la gran massa dei contadini, indipendentemente dal regime a cui erano sottoposti, si trov nel corso del secolo a fare i conti con un progressivo indebitamento e, a lungo andare, costretti a cedere propriet e diritti . Nell'andamento del settore manifatturiero ritroviamo con maggiore evidenza la svolta di met Seicento. Fino al 1630 l'industria tessile della Piccar-dia, della Normandia e della Bretagna, specializzate nella lavorazione della lana, fecero segnare una costante, bench contenuta, crescita. Ma a partire dalla prima grave crisi demografica a livello continentale, queste manifatture entrarono in una profonda recessione, che dur almeno fino alla met del secolo. Anche i centri specializzati nella produzione di tessuti pi pregiati (come Amiens, Beauvais e Reims) risentirono della crisi di met secolo. A partire dal 1660 la tendenza si inverte: le regioni e le citt capitali dell'industria tessile conoscono una fase espansiva, dovuta in gran parte alle commesse pubbliche e La Francia 119 alla domanda proveniente dalle colonie. Occorre sottolineare che la produzione tessile si svolgeva nelle citt e nelle campagne impegnando, soprattutto nella Francia centro-settentrionale, i contadini nella filatura e nella tessitura . Il setificio lionese rappresenta un caso a parte. L'industria serica si svilupp con continuit gi a partire dal 1620; nel giro di trent'anni il numero di telai raddoppi, passando da 1.600 a 3.200 e lo stesso incremento si ebbe nei quarantanni successivi, portando il numero di telai a 5.000 alla fine del secolo. Su questa particolare produzione ebbe senz'altro un effetto positivo la costante domanda della Corte. Le sete lionesi, infatti, si rivolgevano per lo pi a una domanda di lusso che pochi centri potevano esprimere al pari di Versailles. A partire dal 1660, sotto l'influsso di un forte sostegno statale e di una politica doganale estremamente protettiva, la Francia conobbe un vigoroso impulso nella produzione di oggetti di lusso (porcellana, specchi, vetri, ecc.) e nella produzione bellica, che era collegata alla siderurgia, nonch nella cantieristica. Tutto ci era collegato a un preciso progetto di politica economica e sociale. Lo sviluppo delle grandi manifatture, per lo pi con capitale di provenienza regia, aveva senz'altro lo scopo di accrescere le capacit produttive del Paese, ma anche quello di perseguire una pi solida pace sociale. Il caso delle manifatture Gobelins, fondate nel 1662, dove si producevano numerosi oggetti di svariata natura, ma sempre di lusso, forse il pi noto e il pi emblematico, ma non fu l'unico. Durante il regno di Luigi XIV le manifatture reali si moltiplicarono e l'industria francese raggiunse i vertici mondiali nella produzione di beni di lusso . Durante il regno dei Valois la Francia mostr pi volte le proprie mire espansionistiche ed egemoniche sul continente europeo, in particolare nei confronti della penisola italiana e di alcune regioni dell'Europa centrale. La politica estera francese trov uno sfogo naturale

nell'espansione coloniale. In realt il regno di Francia fu l'ultimo a impegnarsi in maniera sistematica nelle imprese transoceaniche . I primi tentativi di colonizzazione e di penetrazione nel continente americano risalivano alla seconda met del XVI secolo. Nei primi anni del Seicento invece iniziarono i primi viaggi in oriente; la Compagnia Francese delle Indie Orientali venne fondata nel 1604. Ma possono essere considerati degli episodi isolati e non frutto di una strategia commerciale di ampio respiro. Anche la colonizzazione del Canada ad opera di Samuel Champlain, dei primi anni del secolo, scontava la quasi totale assenza di capitali dovuta a uno scarso impegno da parte dello Stato . Fu Richelieu a intuire per primo la grande importanza dello sviluppo coloniale. Per il cardinale e primo ministro le imprese coloniali erano importanti soprattutto in funzione antispagnola, di conseguenza considerava l'espansione oltremare una priorit per lo Stato allo scopo di rompere gli equilibri europei. Nel 1626 i francesi organizzarono alcuni insediamenti in Guyana e nelle An120 L'espansione europea nel XVII secolo tille, nel 1628 venne fondata la Compagnia dei 100 soci fornendo a Champlain i capitali necessari per continuare la colonizzazione del Canada. Proprio nel Canada, dove nel 1641 venne fondata Montreal, la penetrazione francese incontr molti ostacoli, soprattutto legati alla strenua resistenza degli irochesi, che si avvalevano anche dell'appoggio inglese . In altre aree la colonizzazione ebbe maggior successo, come in Africa, dove tra il 1633 e il 1635 vennero fondati numerosi insediamenti in Guinea, Senegal, Gambia, Sierra Leone e Mauritania, tutti finalizzati al reperimento di schiavi, oro e avorio. La Compagnia delle Indie Orientali, sempre avvalendosi dei generosi contributi della Corona, fond colonie in Madagascar, soprattutto per praticare la "guerra di corsa". In generale per questo primo colonialismo raggiunse solo obiettivi marginali, non dimostrandosi capace di mettere in pericolo la solidit dell'impero spagnolo e nemmeno di intaccare le posizioni conquistate da Olanda e Inghilterra . Un nuovo impulso alla colonizzazione venne con Colbert. A partire dal 1664, il ministro di Luigi XIV sottopose le due Compagnie principali, quella delle Indie Orientali e quella delle Indie Occidentali, a una radicale ristrutturazione. In pratica vennero rifondate con nuovi soci e nuovi amministratori, scelti dal governo, con nuovi capitali, in gran parte di provenienza statale e con navi quasi esclusivamente della marina regia. Su questa base i risultati furono pi duraturi: in Nordamerica venne ampliato il commercio di pellicce, e questo provoc una recrudescenza del conflitto con gli indigeni, e venne fondata una nuova colonia, la Louisiana (1682), che collegava il Golfo del Messico con i possedimenti canadesi. In Oriente i risultati furono meno spettacolari a causa della accanita concorrenza di olandesi e inglesi; inserirsi in maniera stabile in questi mercati risult molto difficile, se non impossibile, tanto che nel 1682 le navi della Compagnia delle Indie Orientali vennero affittate a una societ privata . Complessivamente l'avventura coloniale francese, considerando i costi di una partenza ritardata, diede risultati importanti. L'espansione oltreoceano stimol una consistente domanda per la cantieristica, per l'industria metallurgica e bellica e per l'attivit commerciale, che fino a quel momento non avevano conosciuto uno sviluppo rilevante. Il colonialismo francese, comunque, conobbe il suo apogeo nei due secoli successivi partendo proprio dalle basi gettate da Richelieu e Colbert in Africa e nell'estremo Oriente nel corso del Seicento . 2.2. La patria del mercantilismo x-io sviluppo economico francese non conobbe i ritmi di quello olandese e non fu solido come quello inglese. In pi ebbe la particolarit di vedere come La Francia 121 grande protagonista lo Stato. Il ruolo del governo non fu solo quello di farsi promotore di iniziative importanti, quali le manifatture reali e le compagnie coloniali, ma persegu, almeno a partire dalla met del secolo, una coerente politica di protezione doganale delle produzioni interne. Tutte queste iniziative vanno sotto il nome di mercantilismo . Bisogna subito soffermarsi su questa parola: mercantilismo stato a lungo usato come termine spregiativo nei confronti di una politica economica che aveva come obiettivo principale il

raggiungimento dell'attivo nella bilancia commerciale. In altri termini era fondamentale che le esportazioni superassero le importazioni, poich solo in questo modo era possibile aumentare la massa monetaria all'interno di una nazione priva di miniere di metalli preziosi. I princpi fondamentali del mercantilismo, di conseguenza, risultavano molto semplici: era indispensabile aumentare la capacit produttiva del Paese, incoraggiare le produzioni destinate all'esportazione e favorire la loro collocazione all'estero; infine, scoraggiare l'importazione di merci estere, eccetto quelle che servivano alle produzioni locali (materie prime) . Posti tali princpi generali, ne discendevano alcune conseguenze naturali. Il commercio, in quanto volto a imporsi sui mercati esteri, veniva incoraggiato. Le attivit di trasformazione venivano in ogni modo incentivate, affinch i manufatti nazionali si potessero imporre sui mercati esteri. Ci comportava anche una politica volta ad incrementare la popolazione: una popolazione numerosa implicava un mercato del lavoro nel quale i salari tendevano ad abbassarsi, favorendo quindi le manifatture. In generale il mercantilismo si cur poco dell'agricoltura, ritenendola poco idonea a produrre ricchezza come il commercio e l'industria, in quanto legata a limiti naturali di rendimento . Si detto che il giudizio di storici ed economisti su questo tipo di politica stato spesso negativo. In particolare i liberisti, da Smith in poi, per ovvie ragioni ne hanno negato ogni reale efficacia, fin quasi a non riconoscerla come una vera politica economica. Il giudizio sul mercantilismo oggi meno negativo e se ne sottolinea la capacit di analisi della situazione economica contingente che vi stava alla base. Gli economisti del XVI e del XVII secolo avevano giustamente individuato il commercio internazionale come uno dei fattori principali del processo di accumulazione capitalistica e avevano intuito la validit della teoria quantitativa della moneta. Su queste basi e con la ferma volont di accrescere la potenza, soprattutto militare, dei grandi Stati nazionali che si andavano formando, economisti e governanti cercarono tutti i modi per sviluppare il commercio e la produzione del proprio Paese . La Francia fu probabilmente la nazione che persegu queste politiche in maniera pi sistematica. Soprattutto a partire dalla seconda met del XVII secolo, il mercantilismo francese divenne un insieme di interventi capillari ai quali si cerc di dare continuit e coerenza. Fu Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), ministro delle finanze di Luigi XIV a partire dal 1661, la maggiore figu122 L'espansione europea nel XVII secolo ra del mercantilismo francese, tanto che la politica economica perseguita dalla Francia negli ultimi decenni del Seicento venne definita proprio "colbertismo" . Colbert si trov ad affrontare due problemi opposti: da un lato vi era la necessit di sanare le finanze pubbliche in grave deficit a causa delle numerose guerre combattute nella prima met del secolo, dall'altro occorreva dotare la Francia di un settore manifatturiero e di una marina in grado di competere nel commercio internazionale e nella lotta coloniale . Per quanto riguarda il primo problema, Colbert non esit a usare metodi radicali, come l'istituzione di una Chambre de Justice con lo scopo di spezzare la rete clientelare di finanzieri che speculavano sul debito della corona e in questo modo dissimulare quella che in realt fu una vera e propria bancarotta. La Chambre, oltre a comminare multe salatissime e ad abbassare arbitrariamente gli interessi sui prestiti, arriv a condannare a morte alcuni speculatori e all'ergastolo l'ex ministro delle finanze Fouquet. Grazie a questi sistemi, che solo un potere assoluto come quello instaurato da Luigi XIV poteva attuare, gli interessi da pagare annualmente sui debiti passarono da 27 milioni di livres a meno di 8 milioni, tra il 1661 e il 1683. Contemporaneamente Colbert port a termine una radicale riorganizzazione dell'apparato burocratico preposto alla riscossione delle tasse fondiarie, la pi importante delle quali era la famigerata taille. Lo scopo di questa riforma era quello di evitare soprusi, frodi e appropriazioni indebite da parte dei funzionari preposti alla riscossione. Questo fu senz'altro uno dei maggiori successi di Colbert: se in precedenza oltre il 25% dell'importo dei tributi riscossi finiva nelle tasche degli esattori, dopo la riforma tale quota pass a meno del 4%; e si crearono inoltre i presupposti per la diminuzione del carico fiscale, che scese di circa il 20% in meno di dieci

anni. A ci si aggiunga che, con periodiche epurazioni dai registri di nobilt, il numero di coloro che erano esentati dal pagamento delle imposte venne ridotto sensibilmente. Anche se la complessit del sistema di tassazione francese rimase un problema aperto, nel giro di dieci anni il netto delle entrate fiscali pass da 31 milioni di livres a 75 milioni. Queste risorse finanziarie consentirono di organizzare un forte intervento pubblico nei settori economici . Colbert, in pratica, promosse interventi in ogni comparto produttivo: la cantieristica, l'industria bellica, la maglieria, la calzetteria (soprattutto quella di seta), la drapperia di lusso, quella leggera, la vetreria, la produzione di merletti e altre ancora. Il sistema di incentivi che il ministro escogit era molto vario; si andava dalla semplice esenzione fiscale alla assegnazione di privative (una forma di monopolio che poteva essere temporaneo o perpetuo), dalla concessione di prestiti a tassi agevolati alle commesse pubbliche, fino alla concessione di premi in denaro e in titoli onorifici come riconoscimento a coloro che erano in grado di produrre manifatture di interesse nazionale. Tipico il caso delle imprese denominate "Manifatture reali". Inizialmente il privilegio venne concesso solo alle fabbriche di propriet regia; successivamente venne La Francia 123 esteso a tutte quelle imprese che si distinguevano per la qualit dei loro prodotti. Tutti questi interventi, ovviamente, si inserivano all'interno di un sistema doganale fortemente protettivo . Per poter usufruire di questi incentivi, le manifatture dovevano sottoporsi a rigidi controlli sulla qualit delle loro produzioni. Appena nominato ministro, Colbert promosse una vasta indagine sullo stato economico della Francia, Yenqute, che venne portata a termine in meno di tre anni. Sulla base delle risultanze dell'inchiesta, che mostrarono un generale ritardo soprattutto rispetto all'Olanda, Colbert fece la scelta di puntare sulla qualit delle produzioni e non sul contenimento dei costi. In un mercato internazionale dominato da altre nazioni, tale scelta appariva obbligata: se si voleva avere qualche possibilit di successo bisognava, infatti, puntare sulle fasce alte dei consumatori (meno sensibili all'incremento dei prezzi) e sulla garanzia di conformit delle consegne rispetto all'ordine ricevuto . I controlli sulle manifatture venivano eseguiti sia da una rete di ispettori e intendenti (gli stessi soggetti che avevano condotto Yenqute), sia dalle corporazioni. Colbert, infatti, cre una struttura burocratica preposta al costante controllo dell'economia nazionale e contemporaneamente si avvalse del preesistente sistema delle arti, delle quali, anzi, ampli le prerogative e i poteri. Il forte sviluppo delle seterie lionesi, ad esempio, fu favorito anche dai grandi privilegi concessi alle corporazioni di quella citt, che dovevano per impegnarsi a rispettare i minuziosi regolamenti che arrivavano a stabilire la larghezza e la lunghezza delle stoffe, i colori, il numero di fili nell'ordito e anche le misure dei telai. Per migliorare la qualit delle produzioni nazionali non si esit a favorire l'immigrazione di tecnici specializzati provenienti da altri Paesi . Uenqute sottoline il ritardo francese anche dal punto di vista commerciale. Qui uno dei principali problemi era la debolezza della flotta, generalmente formata da navi vecchie. Il sistema degli incentivi e dei premi alla costruzione navale, e il contemporaneo inasprimento dei dazi che le navi straniere dovevano pagare per attraccare nei porti francesi, port a raddoppiare il tonnellaggio della marina mercantile in meno di vent'anni. Questo poderoso sviluppo cantieristico non port ad analoghi risultati dal punto di vista del commercio internazionale. Lo sfruttamento delle colonie nelle Antille (Martinica, Guadalupa e Santo Domingo) permise un incremento nel commercio dello zucchero e vi fu una certa crescita anche nei commerci con l'Oriente, ma il vantaggio olandese ed inglese sulle principali rotte era troppo alto per essere colmato in cos poco tempo. Inoltre si registr una scarsa propensione all'investimento nelle imprese coloniali e commerciali da parte della nobilt e dell'alta borghesia francesi. Anche i grandi mercanti, infatti, prediligevano investire gli ingenti profitti accumulati nella terra, nel debito pubblico o nell'acquisto di qualche lucrosa carica pubblica . Sotto il profilo quantitativo i risultati del "colbertismo" appaiono certa124 L'espansione europea nel XVII secolo mente brillanti: si svilupp la produzione manifatturiera, la partecipazione del

Paese al commercio internazionale, il ruolo della Francia come paese coloniale. La qualit del processo di crescita fu decisamente pi contenuta. In particolare gli ingenti sforzi operati non sortirono l'effetto di creare la risorsa che distingueva Olanda e Inghilterra: un gruppo numeroso e articolato di imprenditori in grado di assumere in prima persona la responsabilit di guidare e realizzare lo sviluppo industriale della nazione . 2.3.1 costi e i benefici della burocratizzazione 1 risultati del colbertismo vennero in gran parte vanificati tra la fine del Seicento e i primi decenni del XVIII secolo, quando Luigi XIV si lanci di nuovo in dispendiosissime guerre sia in Europa che in America. Un sistema finanziario e fiscale in precario equilibrio venne travolto dallo straordinario aumento delle spese militari, che port il debito pubblico francese alla cifra astronomica di due miliardi di livres nel 1710, creando le premesse per l'ennesima clamorosa bancarotta. In ogni modo le riforme di Colbert e, in una certa misura, anche dei suoi predecessori, da Richelieu a Mazarino, ebbero effetti duraturi . I profondi interventi sulla struttura manifatturiera e sul sistema fiscale e finanziario imposero la creazione di un metodo di controllo il pi possibile efficiente e ramificato. Gli intendenti, che svolgevano questo ruolo, furono i protagonisti della riorganizzazione amministrativa e burocratica del Paese. Essi formavano una rete informativa presente in ogni provincia ed erano contemporaneamente gli agenti periferici del governo centrale. Fu questo forse il primo tentativo di centralizzazione del potere amministrativo nel rispetto delle specificit locali. Non a caso l'enqute venne condotta dagli intendenti i quali, pur essendo agenti reali, erano fortemente integrati nella realt regionale. Colbert ne fece un uso spregiudicato, ponendoli al di sopra dei parlamenti locali. Tale ramificazione amministrativa diretta dal centro, che godeva di poteri e prestigio molto alti, rimase a lungo uno dei tratti distintivi dell'organizzazione istituzionale francese e oggi la si riconosce bene nell'organizzazione prefettizia. In sintesi si cre un canale informativo, valido sia dal centro verso la periferia che viceversa, in grado di rendere immediatamente attuabile ogni decisione amministrativa presa a Parigi, ma anche di portare al governo centrale le istanze locali. A ci va aggiunto il ruolo del Conseil d'Etat, che era il supremo organo di giustizia amministrativa nelle controversie tra contribuenti ed esattori. Questo organo dava un'ulteriore connotazione impersonale alla burocrazia, anticipando di molto le riforme amministrative di gran parte degli Stati europei . La Francia 125 Ma il sistema di Colbert era nel profondo estremamente dirigista, tanto che le libert locali e individuali in campo economico erano fortemente limitate. Cos come risultavano pressoch impotenti gli organi di rappresentanza locali e nazionali. Ci rappresentava evidentemente la manifestazione "patologica" di una volont di intervento dettata il pi delle volte da esigenze finanziarie e fiscali. La capacit imprenditoriale e organizzativa ne risult atrofizzata, cos come non vi furono incentivi a prendere parte alla costruzione dello Stato e alla crescita della sua potenza militare, commerciale ed economica. Si vedr nel prossimo capitolo come la situazione dell'Inghilterra fosse profondamente diversa e l'assetto istituzionale di quel Paese finisse per creare un'unit d'intenti tra il governo nazionale e gli organi di rappresentanza . Vi poi il problema delle protezioni doganali, che tagliarono fuori dalla competizione internazionale quei pochi centri in grado di combattere ad armi pari con le grandi potenze mondiali. Questo effetto del mercantilismo colber-tista era ben chiaro per i mercanti dei principali porti francesi (Rouen, Saint-Malo e Nantes), ma le loro proteste rimasero lettera morta. Lo stesso discorso vale per i percettori di redditi agricoli, che si vedevano vessati da imposte, i cui introiti andavano a tutto vantaggio delle manifatture e dei commerci. Lo sviluppo squilibrato fu, infatti, un altro degli effetti negativi dell'interventismo all'epoca di Luigi XIV . Il problema del prelievo fiscale, infine, non fu specifico della Francia, ma le esigenze di bilancio nella seconda met del secolo lo portarono al parossismo. Nonostante i tentativi di razionalizzazione di Colbert e la creazione del sistema degli intendenti, la quantit e il metodo di prelievo rimanevano assolutamente sproporzionati rispetto alle capacit produttive del Paese.

Le ambizioni di Luigi XIV sopravanzavano la capacit di sostenerle da parte della struttura economica francese. Il sistema fiscale, di conseguenza, risultava troppo oneroso e perennemente instabile . Ma il limite del mercantilismo colbertista non stava forse n nei risultati n nei metodi, ma nelle sue motivazioni. Lo scopo ultimo, infatti, non era quello di creare uno Stato con un'organizzazione solida e nel quale i cittadini fossero chiamati a partecipare alle decisioni politiche, ma, molto pi semplicemente, quello di finanziare le guerre di Luigi XIV. Allo Stato fondato su base giuridica, Colbert sostitu lo Stato "finanziario", di fronte al quale ogni forma di rappresentanza e ogni tipo di autonomia diventavano un intralcio da rimuovere con ogni mezzo. La Francia conobbe un'evoluzione istituzionale che andava in direzione opposta a quella inglese e solo un secolo dopo il centralismo col-bertiano pot dare i propri effetti positivi. Solo alla fine dell'esperienza napoleonica, infatti, si consolid un sistema giuridico-istituzionale che superasse l'assolutismo e fosse in grado di dare allo Stato un assetto moderno, fondato proprio sulla burocrazia creata da Colbert . In sintesi si pu affermare che il dirigismo colbertista diede effetti limitati 126 L'espansione europea nel XVII secolo dal punto di vista economico, ma dot la Francia di un sistema burocratico e istituzionale (i prefetti e una prima forma di giustizia amministrativa) in grado di sostenere una futura evoluzione in senso capitalistico dell'economia nazionale . 71 1 L'Inghilterra 3.1 Tra rivoluzioni ed espansione economica Il Seicento nella storia inglese un secolo di forti conflitti - si pensi alle due guerre civili nello spazio di cinquanta anni -, ma anche un secolo nel quale si affermano nuovi assetti costituzionali e nel quale nuove classi sociali prendono in mano le redini dell'economia e della politica nazionali. Sullo sfondo vi stavano anche forti conflitti religiosi, che agirono da catalizzatore di tutti i contrasti interni. Il fatto straordinario che, analogamente a quanto avvenuto in Olanda, tali sconvolgimenti non rallentarono la crescita economica che questo Paese aveva avviato nel secolo precedente, anzi si pu affermare che tutti i disordini di questo secolo furono un sintomo della grande metamorfosi che stavano subendo l'economia e la societ inglese gi a partire dal secolo precedente . Il XVI fu infatti il secolo nel corso del quale l'Inghilterra si trasform da paese esportatore di materia prima greggia (lana) a paese esportatore di prodotti finiti (tessuti di lana). Questa evoluzione fu di non poco conto, perch era indice di un indiscutibile salto di qualit nell'economia di questo Paese; il prodotto finito aveva, ovviamente, un valore superiore rispetto alla materia prima . Le conseguenze di questo aumento delle esportazioni, ma soprattutto della modificazione della loro composizione, furono decisive per l'assetto socioeconomico dell'Inghilterra e per i suoi successivi progressi. L'industria della lana richiese sempre pi materia prima e di conseguenza si ampli la quota di terreno dedicata ai pascoli e, come spesso accade, le manifatture cominciarono a trasferirsi nelle campagne, soprattutto quando si imposero definitivamente le new draperies, meno pregiate ma molto pi richieste sul mercato. Tali tessuti conobbero un crescente successo su mercati nuovi, come quello americano. Ma il fatto importante fu che tali tessuti aprirono ai produttori inglesi anche i mercati del nord Europa: tra il 1630 e il 1640 il numero di pezze esportate ogni anno verso quei mercati pass da 3.000 a 13.500. Altro mercato di esportazione delle new draperies fu quello mediterraneo, dove la penetrazione ingle128 L'espansione europea nel XVII secolo se fu pi lenta, ma costante per tutto il XVII secolo. Nello stesso lasso di tempo la marina inglese, grazie all'espansione dei commerci e al conflitto con la Spagna, registrava una crescita di tutto rispetto, che la poneva al secondo posto, dietro solo a quella olandese. Nella prima met del Seicento quindi l'Inghilterra aveva gi una solida struttura manifatturiera, che aveva in parte modificato il paesaggio agrario e una marina in grado di sostenere una rete commerciale in rapida evoluzione . Tra i settori trainanti dell'economia inglese, all'inizio del XVII secolo, va annoverata senz'altro l'industria siderurgica. Questa attivit non aveva una lunga storia nelle isole britanniche, ma a partire dalla seconda met del XVI secolo aveva anch'essa conosciuto una crescita spettacolare.

Sfruttando una materia prima ampiamente disponibile, il ferro appunto, la produzione di ghisa quasi raddoppi tra il 1575 e il 1600 e il trend si conferm anche nei cinquantanni successivi. Carlo M. Cipolla ritiene che tale cospicuo incremento sia avvenuto per la capacit degli inglesi di superare la carenza di combustibile d'origine vegetale sostituendolo proprio nel corso del Seicento con il carbone (fossile), una fonte energetica poco costosa e abbondantemente presente nel sottosuolo nazionale. La produzione inglese di carbone pass cos dalle 210.000 tonnellate nel 1550 alle 1.500.000 tonnellate nel 1630 . Cos come per l'Olanda, il settore che conobbe la crescita pi vistosa e che fece da traino per tutta l'economia inglese del XVII secolo fu il commercio, in particolare quello internazionale. La marina inglese, come gi detto, era una delle pi potenti del mondo e alla fine del secolo divenne la prima in assoluto. La crescita fu concentrata nella seconda met del secolo; in meno di cinquantanni il tonnellaggio complessivo pass da 90.000 tonnellate intorno al 1660 a 260.000 alla fine del secolo. Con queste solide basi l'Inghilterra pot lanciarsi nell'avventura coloniale. Nel 1602 venne fondata la Compagnia Inglese delle Indie Orientali (East India Company), che divenne ben presto l'unica in grado di competere con la V.O.C, olandese. Nel 1609 gli inglesi avevano infatti gi assunto il predominio in India (i portoghesi conservavano Goa), che rimase sempre il cuore dell'espansione coloniale inglese in Asia. In questo continente per la posizione degli olandesi venne messa in pericolo solo nel secolo successivo . Se in Asia l'Inghilterra non riusc ad avere il sopravvento sull'Olanda, nell'America settentrionale le cose andarono ben diversamente. Nel 1610 inizi la coltivazione di tabacco in Virginia, che divenne quasi subito la principale fornitrice di questo importante prodotto per la madrepatria. Tra il 1620 e il 1640, visto il successo delle coltivazioni americane, giunsero sulle coste del nuovo mondo non meno di 80.000 inglesi, attratti dalle enormi potenzialit di questa terra, che non produceva solo tabacco, ma anche cotone (sempre pi importante per l'economia inglese) e zucchero. Il colonialismo inglese in America settentrionale fu diverso sia da quello spagnolo che da quello olandese. La L'Inghilterra 129 Virginia Company, la compagnia che gestiva la colonizzazione nel nord America, port oltre oceano soprattutto agricoltori e commercianti. Ci fece s che il trasporto di beni prodotti dalle nuove colonie diventasse il vero terreno di scontro con le altre potenze continentali. Ma il monopolio inglese su questi traffici non fu mai messo seriamente in discussione ed esso fu uno dei punti di forza centrali nell'economia britannica . In centro e sud America la penetrazione inglese fu pi difficile e contrastata, ma riusc ugualmente a conseguire importanti successi, soprattutto nei Ca-raibi con l'occupazione delle Bermude, di Barbados e della Giamaica. Da queste basi partivano i contrabbandieri che commerciavano con l'America spagnola e i corsari; contrabbando e pirateria divennero cos due voci importantissime nell'economia inglese. Nell'Oceano Atlantico la marina inglese riusc, inoltre, a conquistare il primato nei due commerci pi lucrosi, quello dello zucchero e quello degli schiavi. Nel 1631 venne fondata la prima colonia in Africa, in Gambia, che serviva proprio come base di partenza per i traffici di schiavi diretti verso le piantagioni di zucchero dei Caraibi e del sud America . Londra divenne cos il "centro direzionale" di una estesa rete commerciale. Come nel caso di Amsterdam, la capitale inglese si specializz nel commercio di riesportazione. L'Inghilterra scambiava i prodotti tropicali, che si procurava nelle colonie, con una grande quantit di merci provenienti dall'Europa, estremamente importanti per la sua economia, come ferro, canapa, seta e vino. La crescita demografica di Londra fu davvero spettacolare: nel giro di un secolo la sua popolazione triplic, passando da 200 mila abitanti nel 1600 a 600 mila nel 1700 . Alla base della crescita economica inglese vi stava comunque un non indifferente progresso agricolo. Un primo dato di grande importanza fu l'incremento della superficie posta a coltura. Questo processo era iniziato nella seconda met del XVI secolo e aveva conosciuto una stasi nei primi decenni del XVII, a causa delle crisi demografiche, ma dopo il 1630-31 riprese in maniera sostenuta. Proprio la crescita della popolazione urbana provoc una crescita e una

diversificazione della domanda di derrate agricole. L'uso sempre pi massiccio di fertilizzanti (marna e ceneri) permise lo sviluppo della coltivazione di ortaggi destinati al mercato (rape, verze, cavolfiori e piselli, mentre le patate stentavano ancora a imporsi). La progressiva riduzione della quota di terreno gestita collettivamente permise un ulteriore incremento della percentuale di prodotto destinata al mercato, ma di questo si parler pi diffusamente nelle pagine che seguono . Un altro settore che conobbe un'evoluzione decisiva per il futuro sviluppo del Paese fu quello del credito. Da questo punto di vista l'Inghilterra partiva senz'altro molto svantaggiata rispetto ad aree come i Paesi Bassi o l'Italia. Le due operazioni classiche erano ancora l'ipoteca fondiaria e il pegno, legate quindi a un sistema economico poco evoluto. Nel corso del secolo per si re130 L'espansione europea nelXVII secolo gistr un costante aggiornamento dei servizi e delle tecniche, che and di pari passo con un continuo calo dei tassi d'interesse. Tutto ci ovviamente ebbe delle importanti ricadute nel settore manifatturiero e in quello commerciale. A ci si aggiunga che le autorit inglesi mantennero sempre una linea politica penalizzante nei confronti dei prestatori di denaro. Questo fatto non scoraggi tale attivit, ma fin per rendere i contratti pi vantaggiosi per i debitori, con la conseguenza di favorire la propensione al rischio degli imprenditori inglesi. Anche la borsa di Londra, pur non essendo ancora paragonabile per volume degli scambi a quella di Amsterdam, stava conoscendo una crescita di tutto rispetto . In sintesi possiamo affermare che la crescita economica inglese del XVII secolo non conobbe i ritmi di quella olandese, ma cre le precondizioni necessarie per l'esplosione che avvenne nel secolo successivo . 3.2. Le1 enclosures e gli atti di navigazione .L/o sviluppo economico inglese del XVII secolo pone forse meno problemi dal punto di vista interpretativo rispetto a quello olandese. Vi sono delle condizioni oggettive, come la minor incidenza delle crisi demografiche o il non coinvolgimento negli eventi bellici della prima met secolo, che possono indurre a semplificazioni eccessive. In effetti queste circostanze hanno senz'altro influito sull'andamento economico inglese, creando una situazione di vantaggio, ma il grande problema interpretativo non tanto legato alla crescita economica, che vi fu e fu senz'altro sostenuta, ma legato al fatto che l'Inghilterra alla fine del XVII secolo aveva ormai raggiunto un assetto sociale, economico e istituzionale pronto ad affrontare la grande avventura dell'industrializzazione, partendo, per giunta, da una situazione di svantaggio abbastanza accentuata rispetto alle altre nazioni europee . Il settore agricolo, come gi detto, conobbe una radicale evoluzione dal punto di vista tecnologico e organizzativo, provocando un profondo mutamento dei rapporti socio-economici interni al mondo rurale. A partire gi dal XVI secolo, ma soprattutto dal successivo, in Inghilterra si verific un processo di concentrazione fondiaria che non ebbe eguali in Europa, anche se, in termini generali, questo movimento non ebbe quelle dimensioni che avrebbe avuto, invece, nel XVIII secolo. Indipendentemente dall'origine della loro ricchezza, fosse essa agricola o mercantile, le classi pi abbienti percorsero tre strade per estendere i loro possedimenti; in primo luogo la trasformazione dei contratti colonici a lungo termine e trasmissibili ereditariamente in contratti di locazione a breve termine e non trasmissibili; in secondo luogo l'acquisto L'Inghilterra 131 di lotti di terra dai piccoli proprietari colpiti dal crollo dei prezzi agricoli; in terzo luogo l'accaparramento delle terre di uso comune (openfield). Quest'ultimo fu senz'altro l'evento pi sconvolgente dal punto di vista sociale, anche se la sua portata divenne determinante solo nel XVIII secolo . Il primo sistema trasformava i coloni in fittavoli e segnava, insieme alla progressiva scomparsa delle terre di uso comune, la fine del sistema della signora feudale. La rendita signorile diventava la rendita fondiaria e la terra molto pi Ubera nell'uso da parte del proprietario. Il secondo sistema molto pi legato alla contingenza economica; come i contadini sul continente, quelli inglesi non furono in grado di reggere al calo dei prezzi agricoli e furono costretti ad indebitarsi e poi a vendere la loro piccola azienda, troppo dipendente

dall'andamento del mercato. Il terzo sistema spezz gli ultimi vincoli feudali all'agricoltura inglese. Inizialmente si tratt solo del tentativo di accorpare propriet che, con il sistema degli openfields, risultavano frazionate, attraverso la scambio e la modifica di confini. Ovviamente questo processo port a ridurre le terre effettivamente di uso comune, i contadini non potevano pi utilizzare questi lotti per pascolare il loro poco bestiame, coltivare a orto piccoli appezzamenti e videro di conseguenza ridursi la possibilit di integrare i propri redditi. Contemporaneamente il grande proprietario poteva utilizzare questi campi per il pascolo ovino, in grande sviluppo vista l'ascesa dell'industria laniera, o per intraprendere altre coltivazioni, la cui domanda stava conoscendo un incremento. Tipico il caso del malto, la cui coltivazione aument sensibilmente, sfruttando l'incremento del consumo di birra . Questo processo fu accompagnato, si direbbe sostenuto, da un contemporaneo aumento della produttivit agricola. Se vero infatti che il passaggio dalla rendita feudale a quella fondiaria rappresent un incremento del prelievo sui contadini, anche vero che tale aumento della pressione fiscale fu assorbito meglio che altrove grazie all'innovazione tecnologica e organizzativa. I conduttori dei fondi, che spesso utilizzavano manodopera salariata formata da ex piccoli proprietari o ex coloni, furono indotti a diversificare le produzioni, a investire in fertilizzanti e a sviluppare l'allevamento. Lo sbocco sul mercato diventava quindi decisivo per questa nuova agricoltura e per questa nuova classe di imprenditori agricoli . Nell'Inghilterra del XVII secolo la terra cominci cos a diventare uno degli investimenti possibili, non solo per i grandi proprietari terrieri di antica data, ma anche per la nuova borghesia urbana in ascesa. Non un caso che, a partire dal 1662, le enclosures vennero esplicitamente approvate da un Parlamento formato prevalentemente da proprietari terrieri vecchi e nuovi . L'azione politica dei governi che si susseguirono nel corso del secolo sembra volta all'accrescimento della ricchezza e della potenza nazionali. Ma il fatto straordinario che queste politiche coincidevano perfettamente con gli interessi di un'ampia fascia della popolazione inglese e godevano perci di un 132 L'espansione europea nel XVII secolo vasto consenso, soprattutto tra le classi pi attive della societ. Il mercantilismo inglese fu una pratica politica che si svilupp sia dall'alto che dal basso e questo lo differenzia molto da quello francese, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista dei risultati ottenuti . Gli atti di navigazione costituirono il provvedimento tipico del mercantilismo inglese. Questi provvedimenti legislativi miravano a garantire il commercio nei porti della madrepatria e delle colonie solo alle navi inglesi. chiaro che per un'isola il controllo del traffico portuale sinonimo di sicurezza politica e lo sviluppo della marina garantiva l'indipendenza e la possibilit di ampliare i commerci senza essere soggetti alle scelte di mercanti stranieri . Il primo atto di navigazione dettagliato e di portata nazionale datato 1651. Nella prima met del secolo si erano succeduti provvedimenti parziali e meno sistematici, anche se nella sostanza vi erano gi tutti i princpi dei futuri decreti. Nel 1651, infatti, si estendeva a tutti i porti inglesi il divieto di sbarcare merci da navi che non battessero bandiera britannica. Anche se il testo del 1651, approvato durante il governo rivoluzionario di Oliver Cromwell, negava l'accesso a tutte le navi straniere, in realt il vero obiettivo erano gli olandesi, che infatti non tardarono a reagire. Ma la guerra del 1652-53 non modific l'atteggiamento inglese e in pratica sanc la definitiva chiusura, almeno dal punto di vista formale, dei porti britannici alle navi e ai mercanti stranieri . Nel 1660, di fronte alle numerose frodi, il restaurato governo di Carlo II impose la registrazione di tutte le navi inglesi costruite all'estero, sancendo inoltre che le navi inglesi dovessero avere un capitano inglese e un equipaggio composto per almeno tre quarti da inglesi. La chiusura del cerchio si ebbe nel 1663 quando si stabil, con lo Staple Act, che le colonie potessero comprare solo in Inghilterra i prodotti di cui avevano bisogno. In questo modo l'Inghilterra e le sue colonie formavano un sistema chiuso e impermeabile, che assicurava alle manifatture della madrepatria un vasto mercato di sbocco e garantiva alla marina e ai mercanti inglesi una "riserva di caccia" che dava la possibilit di crescere senza doversi confrontare con la

concorrenza. Massimizzando i profitti nei commerci con le colonie, i mercanti britannici potevano infatti competere con olandesi, francesi, spagnoli e portoghesi da una posizione di vantaggio sugli altri mercati . I risultati furono evidenti. Nella seconda met del XVII secolo il tonnellaggio della marina mercantile inglese raddoppi, mentre un quinto della manodopera non agricola risultava impegnata sulle navi o nei porti. Ma gli atti di navigazione, rappresentando anche una forma di coercizione commerciale nei confronti delle colonie, garantirono l'espansione del mercato interno, che poteva contare su prezzi di prodotti importantissimi come seta, t, zucchero, spezie, costantemente inferiori a quelli praticati al di fuori dell'Inghilterra . Vi furono poi dei risultati indiretti. L'espansione commerciale impose, ad esempio, un salto di qualit dal punto di vista finanziario; mentre le classiche L'Inghilterra 133 Compagnie inglesi erano in pratica delle unioni tra mercanti prive di un proprio capitale sociale, le nuove joint stock companies si organizzarono sul modello delle Compagnie olandesi. La East Indian Company e l'African Company erano delle societ per azioni, che facevano fruttare i risparmi di tutte le categorie sociali: bottegai, mercanti, nobili, imprenditori agricoli, ecc., fino ai membri della famiglia reale . Ancora una volta bisogna sottolineare l'importanza del commercio di riesportazione. Si pu forse considerare questo come uno degli indicatori pi sicuri di sviluppo economico in et preindustriale. Alla fine del XVII secolo l'Inghilterra riesportava in Europa i due terzi del tabacco che le arrivava dall'America centro-settentrionale, un terzo dello zucchero, due terzi della seta e delle spezie indiane. Il merluzzo pescato dagli inglesi a Terranova era quasi del tutto destinato all'area mediterranea, mentre il ruolo delle navi negriere inglesi diventava sempre pi predominante . 3.3. L'affermazione dell'individualismo agrario e del capitalismo mercantile .L/ et degli Stuart, che ressero le sorti dell'Inghilterra dal 1603 al 1714, pur con vicende molto travagliate, definita dagli stessi storici inglesi come un periodo decisivo nella storia di quel Paese. Dal punto di vista politico vi furono rivolgimenti tali da trasformare la monarchia inglese in qualcosa di molto diverso da quello che era stata fino all'inizio del XVII secolo. I poteri che il Parlamento riusc a conseguire crearono un assetto istituzionale assolutamente nuovo, che gli garantiva ampi poteri in materia fiscale ed economica. Non solo. Anche la situazione finanziaria era tale per cui i debiti del regno erano garantiti pi di quanto non lo fossero mai stati nel passato in alcuna nazione europea e ci incentivava i sudditi a prestare soldi alla Corona: la disponibilit di ingenti risorse finanziarie consent all'Inghilterra di impostare e perseguire una politica estera espansionistica . Quest'ultimo aspetto riveste una particolare importanza. La politica aggressiva e di potenza dei governanti inglesi (Corona e parlamento) godeva di ampio consenso in gran parte della popolazione. La sconfitta della Spagna a cavallo tra il XVI e il XVII secolo ebbe in Inghilterra un valore economico, religioso, ma anche nazionale. La riduzione delle prerogative reali a vantaggio del Parlamento cre una forte aderenza degli interessi nazionali a quelli delle classi in ascesa . Ma quali erano queste classi in ascesa? Partendo dal mondo rurale vi erano senz'altro i nuovi fittavoli. La profonda trasformazione in atto nel mondo agricolo aveva, infatti, trasformato molti coloni in fittavoli. Sulle tenute un 134 L'espansione europea nel XVII secolo tempo concesse a tempo indeterminato o quasi, spesso rimanevano le stesse famiglie contadine, che adesso per dovevano corrispondere al proprietario un affitto molto pi alto. Non avvenne quindi un esodo, ma un profondo cambiamento culturale, perch laddove l'obiettivo stagionale era l'autoconsumo, divenne preminente la necessit di aumentare la produzione per creare un surplus da indirizzare al mercato cittadino. E poich questo mercato era in costante ascesa, si innesc un circolo virtuoso per cui i fittavoli vedevano aumentare i propri profitti e i proprietari potevano, grazie ai nuovi contratti, alzare gli affitti in tempi brevi .

Tra le classi in ascesa, anche se questo termine non del tutto adatto, vanno quindi annoverati anche i proprietari terrieri. Tra loro vi erano nobili di antico lignaggio, ma anche mercanti e cittadini che svolgevano libere professioni (avvocati, medici, ecc.). Sia per gli uni che per gli altri, come gi ricordato, la terra era uno degli investimenti possibili, nel quale impegnare anche somme ingenti non solo per l'acquisto, ma anche per il miglioramento dei fondi. La nobilt inglese, infatti, si distingueva da gran parte di quella continentale anche per il fatto che non disdegnava di impegnare capitali in attivit produttive o commerciali . Il ruolo della nobilt fu quindi molto importante nel progresso agricolo, ma lo fu quasi nella stessa misura anche in altri campi. Le famiglie nobili prestavano soldi agli armatori, agli imprenditori o ai mercanti, o, meglio ancora, acquistavano azioni delle Compagnie. Molto spesso si facevano essi stessi promotori di imprese commerciali e manifatturiere o intraprendevano a livello locale l'attivit di banchiere. Il pi delle volte coloro che investivano in attivit minerarie erano nobili. Tutto ci, affiancato all'attivit della borghesia (urbana e rurale), rendeva il sistema economico inglese molto pi vivace dei paludati sistemi continentali . L'altra grande possibilit d'investimento era quella legata al commercio, interno e internazionale. I rischi in questo caso erano molto pi alti, ma altrettanto pi alti erano i margini di profitto. Si cre quindi un gruppo molto esteso di capitalisti, che traeva la propria ricchezza dall'espansione dei commerci. Come nel caso dell'agricoltura, anche qui erano rappresentate tutte le categorie di possibili investitori. In pi, con la trasformazione delle Compagnie in societ per azioni, cominciarono a investire nel commercio internazionale anche piccoli bottegai, mercanti di campagna e potenzialmente tutte quelle persone che erano riuscite ad accumulare un piccolo risparmio . Il mondo agricolo e quello commerciale erano ampiamente rappresentati in Parlamento, che, a partire dalla seconda met del secolo, aveva ottenuto poteri molto ampi. Nessuna istituzione rappresentativa in Europa era paragonabile alla Camera dei Comuni inglese come prerogative in campo politico ed economico. All'interno del Parlamento esistevano profonde divisioni in materia di religione, mentre sulle prerogative istituzionali della Corona in campo econoL'Inghilterra 135 mico si registrava una grande convergenza di indirizzi. Pur passando attraverso mille vicende e molteplici modificazioni della sua composizione, il sistema parlamentare inglese non perse mai di vista la politica commerciale, il rafforzamento della marina e la privatizzazione delle terre . La certezza di non dover subire le conseguenze di eventuali capricci legislativi di un re non responsabile fu probabilmente uno dei fattori decisivi nel rafforzare una classe di imprenditori agricoli e di capitalisti impegnati nel commercio e nelle manifatture. Queste categorie esistevano in tutta Europa, ma solo in Inghilterra a partire dal XVII secolo poterono contare su una forma di governo che in qualche modo le rappresentasse e le garantisse di fronte a un potere pi alto . L'ultimo aspetto da sottolineare la ricettivit della societ inglese. Dal punto di vista religioso tale ricettivit ebbe un andamento alterno e molti esuli furono costretti a fuggire in America per poter professare il proprio credo. Ma dal punto di vista economico gli inglesi seppero sempre imparare, in particolare dagli olandesi, tutto quello che poteva tornare a proprio vantaggio. Con manifatture protette, una marina potente e un'agricoltura all'avanguardia, ogni progresso organizzativo moltiplicava la propria efficacia. Alla fine del secolo, nel 1694, nacque la Banca d'Inghilterra; l'idea non era originale, ma solo in quel Paese si seppero sfruttare in pieno le potenzialit di sviluppo e investimento di un ben regolato debito pubblico . Uno sguardo d'insieme H o tentato di mettere in luce alcuni aspetti del Seicento prendendo in considerazione la dinamica della domanda e dell'offerta nei settori economici, approfondendo poi il profilo di tre Paesi, le cui vicende possono indicare alcuni elementi tipici del secolo. Concludendo questa analisi vorrei riprendere due temi che a mio avviso rivestono un ruolo centrale nella comprensione del Seicento sotto il profilo economico. Penso in primo luogo alla

funzione svolta dal mercantilismo. I presupposti di quella che fu una pratica di governo rinviano immediatamente ai temi di fondo del secolo. Al di l e al di fuori della discussione sulla crisi - vera o presunta, generale o selettiva - nel Seicento (certamente con ritardi e contraddizioni) si conobbe il processo di superamento dell'eredit medievale. Si ragiona in termini nuovi secondo una scala dimensionale molto pi ampia; i mercati sono nazionali e internazionali, le strutture istituzionali superano la scala urbana e regionale, ponendo all'ordine del giorno l'affermazione di uno Stato dotato di un forte potere centrale. Il mercantilismo declina questa nuova concezione sul livello esterno attraverso il potenziamento della presenza sui mari e nei territori extraeuropei con il fine di ottenere il saldo positivo della bilancia commerciale. All'interno si afferma l'esigenza di un forte controllo sui costi dei fattori produttivi (controllo dei prezzi, dei salari, della forza lavoro, fino a forme di regolamentazione dei consumi). Il mercantilismo, affermando il principio che il benessere derivante dal potere e dalla forza dello Stato un benessere di tutta la comunit nazionale, finisce per costruire un nuovo sistema di valori e di princpi dove i ruoli assegnati ai gruppi sociali divengono interdipendenti e complementari. Cos il ricco deve consumare per arricchire lo Stato, il mercante deve produrre articoli per il mercato estero al fine di introdurre oro nel Paese, il nobile deve sfruttare le sue terre per alimentare la popolazione e rifornire di materie prime industriali l'economia nazionale. Insomma il mercantilismo, se da un lato esaspera il ruolo dello Stato e se propone un'idea di ricchezza puramente ridotta alla disponibilit di oro e di argento, dall'altro ha avuto il merito di ragionare in termini di mercato internazionale e di indicare il ruolo strategico della produzione manifatturiera . Il secondo tema che mi sembra particolarmente interessante riguarda il Uno sguardo d'insieme 137 processo di tipo selettivo innescato dalla crisi del Seicento. Pesti, guerre, cattivi raccolti, sono fattori che colpiscono con intensit ed esiti differenti le economie dei Paesi europei; a partire dalla met del secolo la geografia, ma soprattutto la gerarchia degli Stati e dei territori europei, risultano profondamente modificate . Nel quadro di un generale declino ritroviamo - come noto - esiti che penalizzano i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e la Germania e, per cos dire, "premiano" Olanda e Inghilterra. Questo indubbio risultato, se osservato da un differente punto di vista, pu fornirci una nuova chiave di lettura. Dal periodo comunale ad oggi un'area ha rivestito un ruolo di assoluto predominio nel sistema economico europeo. Questa zona comprende l'Italia settentrionale, la Svizzera e parte della Germania meridionale, la regione del Reno, l'Olanda e - superato il Mare del Nord - giunge ad abbracciare la regione di Londra e l'Inghilterra orientale. La configurazione particolare dell'area ha indotto economisti e geografi a denominarla "blu banana"; gli storici parlano di "banda centrale", "cintura centrale" o ancora di "colonna urbana". In ogni modo in questo spazio da otto secoli ritroviamo le pi importanti piazze finanziarie, le citt che di tempo in tempo hanno dominato i mercati europei prima e internazionali poi, le principali "aziende multinazionali". Insomma l'Europa ha avuto per tutta l'et pre-capitalistica e per l'et capitalistica un'area di eccellenza alla quale appartenevano le capitali del sistema economico (di volta in volta Venezia, Genova, Anversa, Amsterdam, Londra). La tendenza plurisecolare ha visto progressivamente spostarsi il baricentro di questo spazio da sud verso nord: se in et comunale il cuore pulsava in Italia e il baricentro gravitava intorno al Mediterraneo, durante l'et moderna il centro si ricollocato in Olanda prima e in Inghilterra poi. Le vicende del Seicento - certamente negative e talora drammatiche sotto il profilo economico e sociale -hanno tuttavia accelerato, agevolato, forse confermato un processo in corso coerente con la struttura economica di fondo del Continente . 1 Parte Quarta Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo Nuove prospettive sulla modernizzazione economica e le molte strade percorse dall'Europa verso il XX secolo Sembra che siano pi difficili da definire i temi caratteristici della storia economica del XVIII secolo di quelli dei secoli precedenti e seguenti. Mentre la storia economica dell'Europa del XVII secolo ancora dominata dai dibattiti sulla natura e sul significato della grande crisi

economica e demografica dell'epoca, la storia economica del XVIII secolo stata per molto tempo offuscata dalla ricerca sulle origini delle rivoluzioni industriali, che nel secolo successivo avrebbero trasformato prima le economie europee e poi quelle dell'intero pianeta . Di conseguenza, il XVIII secolo in Europa prontamente identificato con gli eventi culturali e politici, con l'Illuminismo, la Guerra Americana di Indipendenza, la Rivoluzione Francese e la crisi delle monarchie europee del-YAncien Regime. Di contro ci si accostati alla sua storia economica con lo sguardo a ci che sarebbe venuto in seguito. Negli ultimi decenni, tuttavia, gli storici economici hanno notevolmente rivisto i modi in cui sin dalla seconda guerra mondiale ci si era accostati ai problemi posti dalla Rivoluzione Industriale, come si andr ad esaminare qui di seguito. Il principale risultato di questa revisione stata la consapevolezza che le differenti economie europee percorsero un cammino difficile e spesso doloroso verso il XX secolo in una variet di modi diversi e in una variet di diverse velocit. In particolare tale consapevolezza ha portato ad una significativa revisione dell'idea che vi era un unico modello per la modernizzazione delle economie occidentali, modello che era stato introdotto per prima dalla Gran Bretagna alla fine del XVIII secolo e poi imitato, in una forma o in un'altra, da tutti gli altri Paesi che riuscirono ad industrializzarsi nel corso del XIX secolo . Il modello paradigmatico dello sviluppo economico moderno fu reso famoso dallo studio, ritenuto ormai un classico, della prima Rivoluzione Industriale in Inghilterra effettuato dallo storico americano W.W. Rostow. In numerosi TI 142 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo studi, e in particolare nel suo Stages of Economie Growth, pubblicato per la prima volta nel 1960, Rostow consider la Rivoluzione Industriale inglese come la base empirica per un modello generale di sviluppo economico moderno, che l'autore credeva fosse applicabile a tutte le economie in ogni luogo ed in ogni tempo . Secondo Rostow, l'industrializzazione costitu il momento definitivo della trasformazione economica dal pre-moderno al moderno, e per sottolineare la natura qualitativa di questa trasformazione egli utilizz la metafora aeronautica di "decollo" {take-off) verso una crescita economica autosostenuta. Era la nuova capacit di una crescita autosostenuta ed infinita che contraddistingueva le nuove economie industriali da tutte le forme precedenti di attivit e produzione economica. Il "decollo" industriale era, perci, un evento epocale e fondamentale nella storia del mondo, in cui tecnologia e macchinari fornivano alle societ umane incrementi di produttivit fino ad allora irraggiungibili . Tuttavia erano complesse le cause e le origini di questa "rivoluzione industriale" e i motivi per cui ebbe luogo per prima in Inghilterra negli ultimi decenni del XVIII secolo. Una parte insita al "modello" di Rostow era il concetto che il "decollo" industriale ebbe luogo come risultato di una serie di precedenti cambiamenti o "rivoluzioni", che stabilirono le pre-condizioni economiche, istituzionali e culturali per l'industrializzazione, pre-condizioni che ad un certo momento conversero per dare la spinta energetica alla rottura definitiva col passato. Secondo questa interpretazione, la "Rivoluzione Industriale" fu il necessario apice e punto d'arrivo di ogni cambiamento economico e istituzionale precedente. Questi precedenti cambiamenti includevano una "rivoluzione agricola", che con l'incremento della produttivit agricola permise la liberazione di notevoli quantit di manodopera dal settore primario delle economie preindustriali, creando da allora le basi per una nuova forza lavoro industriale. La migliorata produttivit agricola deriv dall'adozione di nuovi metodi di coltura, da rotazioni di nuove colture, dall'introduzione dell'azoto per mettere a dimora le piante coltivate, in modo da ridurre il maggese e fornire cibo per gli animali, cos come da nuove forme di amministrazione agricola. Ci fu essenziale se bisognava nutrire un crescente numero di individui impegnati nelle attivit industriali. Non meno importante a tal riguardo fu anche una "rivoluzione demografica", che avrebbe incrementato l'offerta di manodopera e la domanda; una "rivoluzione dei trasporti", che avrebbe aumentato la mobilit e reso possibile l'espansione del commercio locale ed interregionale; una "rivoluzione nel credito" che, attraverso la costituzione di nuove istituzioni bancarie, avrebbe reso disponibili flussi di investimento per imprese

commerciali ed industriali; ed, infine, una "rivoluzione commerciale", che avrebbe generato nuova ricchezza, nuove attitudini imprenditoriali, nuovi modelli di domanda e di consumo, e ampliato le frontiere del commercio, sia su una base internazionale che nazionale o locale . Nuove prospettive sulla modernizzazione economica verso il XX secolo 143 Il modello di Rostow aveva forti sfumature ideologiche ed ora si pu leggere come un inno da prima Guerra Fredda alle virt del capitalismo liberistico. Esso riscosse anche un ampio consenso tra gli storici economici e nelle sue grandi linee fu accettato persino dai suoi pi accaniti oppositori. L'analisi classica di Karl Marx sulle rivoluzioni capitalistiche del XIX secolo aveva seguito un modello molto simile, che enfatizzava la natura finale del processo della moderna crescita economica e la discontinuit decisiva e qualitativa rappresentata dall'emergere dei primi esempi di produzione meccanizzata e basata sulTutilizzo della forza vapore apparsi alla fine del XVIII secolo. Negli anni Sessanta del XX secolo i critici di Rostow, di tendenza marxista, non mettevano in discussione il concetto di una serie sequenziale di "rivoluzioni" economiche, istituzionali e sociali, pur seguendo essi Marx nel sottolineare il carattere di sfruttamento, che caratterizzava il capitalismo borghese . Infatti, dove Rostow e i suoi critici marxisti dissentivano maggiormente non era nelle loro analisi delle origini della Rivoluzione Industriale, ma nell'interpretazione della natura del capitalismo industriale. Per Rostow il capitalismo industriale era il prodotto di una impresa libera, che era stata capace di far leva, mettendola in luce, sulla capacit tecnologica fino ad allora nascosta, e che rese quella generazione di ricchezza potenzialmente infinita e senza termine. Secondo i critici marxisti di Rostow, il capitalismo industriale era basato su un sistema di sfruttamento, in cui la ricchezza dei ricchi derivava dal lavoro e dalla espropriazione dei poveri, un sistema che inevitabilmente sarebbe diventato sempre pi contraddittorio e insostenibile a mano a mano che si andava evolvendo . La ricerca ispirata dalla tesi di Rostow ha mostrato nel frattempo che questo modello paradigmatico era inadeguato e per molti aspetti inaccurato e deformante le realt economiche. La critica al modello singolo della modernizzazione economica di Rostow era stata condotta vigorosamente sia dagli storici liberali che marxisti. In verit, uno dei primi e pi percettivi critici di Rostow stato Alexander Gerschenkron, storico economico americano di origine russa, il quale insisteva sul fatto che i modelli dello sviluppo industriale moderno in ogni Paese erano stati molto differenti, e che tali differenze dovevano molto alla specifica collocazione temporale dell'industrializzazione . chiaro ora che una debolezza centrale del modello di Rostow sta nella difficolt di misurare o datare il momento preciso del "decollo" industriale nei diversi Paesi europei. Infatti, la grande massa di nuove ricerche ispirate dallo studio di Rostow e i dibattiti che ne sono seguiti hanno rivelato che la "teoria degli stadi" della moderna crescita economica non si adatta alla realt storica delle economie europee del XVIII e XIX secolo. Di conseguenza stata messa in dubbio la validit del concetto di una "rivoluzione industriale" nel XVIII secolo, dal momento che ora appare chiaro che persino nelle economie pi avanzate gli elementi di continuit col passato erano cos evidenti come quelli dell'innovazione fin dentro il XIX secolo . 144 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo Ci non ha fatto s che gli storici economici sminuissero il carattere profondo ed unico delle "rivoluzioni industriali" nel processo di moderno sviluppo economico, prima in Europa e in Nord America e poi nel resto del globo. Ma ci li ha condotti a interpretare le "rivoluzioni industriali" come dei processi strutturali pi ampi, in cui l'insediamento dei primi settori industriali stato tanto una conseguenza di un pi profondo cambiamento strutturale quanto la sua causa, e in cui la meccanizzazione e l'uso della forza vapore sono state nelle primissime fasi solo un aspetto di cambiamenti strutturali pi ampi . Pur non negando l'importanza delle nuove industrie che apparvero alla fine del XVIII e ai primi del XIX secolo, gli storici economici ora preferiscono accostarsi alle origini dell'industrializzazione nel contesto di processi pi ampi di cambiamento economico e

modernizzazione, i quali stavano avendo luogo a livello trans-nazionale. Ma il modello pragmatico di Rostow anche stato rivisto in altri punti importanti. Gli storici economici ora sono sempre pi consapevoli che, prima del XIX secolo, i segni pi ovvi di crescita economica dovevano trovarsi a un livello regionale piuttosto che nazionale. In verit, per molti aspetti proprio artificiale ed anacronistico parlare, come fece Rostow, di crescita economica in termini di "economie nazionali", dal momento che esse sarebbero state il prodotto del moderno sviluppo economico e non il suo punto di partenza. Le economie "nazionali", al pari dello "Stato nazione", stavano appena cominciando a prendere forma nel XVIII secolo, un secolo ancora dominato, almeno in Europa, dalla politica di uno Stato dinastico, non di uno Stato "nazione". Gli elementi dell'unit economica nella monarchia asburgica prima del 1800, per esempio, erano deboli al punto da essere inesistenti, ma anche Stati molto pi centralizzati come la Gran Bretagna e la Francia consistevano di molte economie differenti, la maggior parte delle quali caratterizzava notevolmente un luogo per struttura ed organizzazione . Ci significa anche che diventata meno convincente l'insistenza di Rostow sulle qualit specifiche presenti nelle singole societ europee, che promossero, o non riuscirono a promuovere, la moderna crescita economica. Gli storici economici sono diventati cauti verso argomenti che cercano di collegare la collocazione temporale delle prime rivoluzioni industriali alla struttura delle diverse societ europee del XVIII secolo ed ora una interpretazione sociologica dell'industrializzazione sembra non convincente per almeno tre ragioni. Primo, queste spiegazioni implicano che esistevano gi in Europa delle societ "nazionali" nel XVIII secolo, il che anacronistico. Secondo, la ricerca in quest'ultimo trentennio ha mostrato che i peculiari attributi sociali e culturali, che Rostow ed altri ascrissero esclusivamente agli Inglesi, si potevano trovare in molte altre parti d'Europa nello stesso periodo: l'Inghilterra e la Scozia del XVIII secolo non godevano di un monopolio di valute "moderne", di forme di organizzazione sociale o di libert da vincoli "pre-moderni" allo sviluppo economico. Terzo, molte parti della Francia e dei Paesi Bassi MeridioNuove prospettive sulla modernizzazione economica verso il XX secolo 145 nali (il Belgio del XIX secolo) sperimentavano forme di crescita economica almeno cos dinamiche come quelle della Gran Bretagna del XVIII secolo, sia pure con una minore propensione alla meccanizzazione . Questi cambiamenti riflettono una crisi pi generale delle sociologie storiche della modernizzazione, che presero forma nei decenni dopo la seconda guerra mondiale e a cui lo studio di Rostow diede un importante contributo. Tali sociologie hanno dato sbocco a forme di analisi e di interpretazione che sono pi sensibili a forze economiche e strutturali. Gli storici economici ora mettono a fuoco pi ampi processi di crescita economica in Europa e nell'intera area economica che le economie europee erano riuscite a dominare entro gli inizi del XVIII secolo (le Americhe, e particolarmente le economie atlantiche che si andavano rapidamente espandendo, l'Africa, il sub-continente indiano e l'Asia). Considerando la crescita economica come un fenomeno molto pi generalizzato nell'Europa del XVIII secolo, le domande che gli storici economici ora pongono cercano di spiegare non solo perch la crescita economica diede vita alla industrializzazione in alcuni casi e non in altri, ma anche gli effetti che la crescita economica ebbe pi in generale su tutte le societ e le economie europee del XVIII secolo. In questa prospettiva, l'industrializzazione non pi vista come il culmine inevitabile di tutte le precedenti forme di crescita economica, ma come qualcosa che era in principio radicato pi strettamente alle particolari circostanze e contesti della crescita economica nell'Inghilterra del XVIII secolo. Ci significa che il divario cronologico tra l'Inghilterra e i suoi concorrenti europei si capisce meglio come testimonianza di modelli differenti di crescita economica piuttosto che come segno della "arretratezza" sociale o economica dei soci commerciali e dei concorrenti economici europei dell'Inghilterra. In verit, molti storici hanno sostenuto che sia i Paesi Bassi Meridionali che la Francia hanno sperimentato nel XVIII secolo una crescita economica pi dinamica della Gran Bretagna e che le innovazioni, che permisero lo sviluppo

dei primi settori industriali nell'economia inglese, erano in gran parte stimolati dalla necessit di stare al passo o di precedere questi vicini continentali cos dinamici . Questi nuovi approcci allo studio della comparsa delle economie europee contemporanee riflettono una reazione pi generale ai modelli normativi delle scienze sociali e degli studi umanistici, portando a cambiamenti della prospettiva, per cui sono state riformulate proprio radicalmente le questioni centrali che stanno di fronte allo storico economico dell'Europa del XVIII secolo. Il pi importante cambiamento stato di collegare il processo di industrializzazione, che comincia alla fine del XVIII secolo, ai pi ampi e pi generali processi di crescita economica, che venivano sperimentati nell'Europa come un tutt'unico. Almeno nei suoi primissimi stadi, la meccanizzazione e l'industrializzazione non erano necessariamente i soli modi e nemmeno i migliori per raggiungere la crescita economica e fu soltanto in seguito, quando le economie 146 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo industriali crebbero in sostanza e potenza, che l'industrializzazione divenne sinonimo di crescita economica moderna e proprio una parte indispensabile di questa . Tuttavia questo non il caso del XVIII secolo. Ora sembra che gli storici economici localizzino la prima industrializzazione pi concretamente nel contesto dell'impatto diversificato e diversificante delle forze di cambiamento e di modernizzazione nel continente europeo, considerato come un tutt'unico nel XVIII secolo. Dietro questo cambiamento sta la consapevolezza che l'esperienza della crescita economica moderna in Europa era stata varia e complessa, come poi nel resto del mondo. Le differenti societ europee avevano sperimentato l'impatto di cambiamenti strutturali pi ampi, che avevano luogo nell'interno di economie internazionali con gradi di intensit varianti, con gradi di velocit varianti e anche con una diversa collocazione temporale. Invece dell'unica via prospettata da Rostow verso il XX secolo, le societ europee hanno percorso molte strade differenti per raggiungere la modernit economica. Liberando la storia economica europea del lungo XVIII secolo dall'ombra delle rivoluzioni industriali, il punto focale dello storico economico di spiegare la natura dei cambiamenti che avvennero in questo periodo, cambiamenti che in un tempo relativamente breve avrebbero messo in crisi l'intera struttura economica, sociale e politica di ci che alla fine del secolo era con scarsa considerazione denominato Y Ancien Regime. Se quella pi generale esperienza fu condivisa dai Paesi dell'Europa continentalenel suo complesso, questi nuovi approcci hanno posto anche una nuova enfasi sugli importanti cambiamenti che stavano avendo luogo nel XVII e XVIII secolo nelle relazioni economiche tra l'Europa e il resto del mondo. La "economia globale" sarebbe stata un prodotto del XIX e XX secolo, ma una "economia mondiale" era esistita da molto prima e la sua struttura ed organizzazione subirono importanti cambiamenti nel periodo di cui si occupa questa parte. I cambiamenti occorsi nelle economie europee avevano necessariamente importanti conseguenze per l'emergente "economia mondiale", ma quei cambiamenti erano per se stessi almeno in parte causati dall' espansione economica europea nel mondo non-europeo . Lo sviluppo economico europeo nel XVIII secolo: i temi centrali Nel contesto di queste nuove prospettive il XVIII secolo non solo conserva, ma anche guadagna importanza e fascino agli occhi dello storico economico. Sebbene la periodizzazione della storia economica non aderisca esattamente al secolo solare, il periodo intercorrente tra la fine del XVII secolo e gli inizi del XIX assistette a cambiamenti che segnarono uno spartiacque fondamentale tra l'Europa medievale e la moderna del primo periodo da un lato, e l'Europa contemporanea dall'altra. Il tema centrale, il processo centrale, nell'Europa del XVIII secolo fu la crisi e il collasso definitivo della struttura istituzionale, culturale, politica ed economica di quello che era noto come il mondo dRAncien Regime . In quanto termine inventato dopo il 1789 dai sostenitori della Rivoluzione francese per consegnare alla pattumiera della storia i secoli dell'ignoranza e della superstizione, che avevano preceduto l'avvento dell'Illuminismo, la Rivoluzione del 1789 costitu una rottura col passato minore di quanto potevano ammettere i suoi campioni pi entusiasti. Essa presentava delle

continuit che stanno alla base della successiva analisi di Alex De Tocqueville sul significato economico e politico della Rivoluzione. Ma questa sensazione di cambiamento e di innovazione era anche inseparabile dalla cultura del XVIII secolo. Ci non significa che il XVIII secolo fu realmente un "periodo dell'Illuminismo": quegli scrittori che autocoscientemente si appellavano ai princpi dell'Illuminismo e deliberatamente asserivano la supremazia della ragione sulla fede e sulla tradizione ben sapevano di essere una minoranza ristretta, anche se la loro influenza era grandemente esaltata dall'ascolto simpatetico che trovavano tra i governanti dell'epoca. L'Illuminismo era in parte erede della grande "Rivoluzione Scientifica" del secolo precedente, ma era anche un segno del nuovo cosmopolitismo che port gli europei a contatto gli uni con gli altri da San Pietroburgo ad E-dinburgo, da Oslo a Roma, da Madrid a Varsavia, da Londra a Napoli, da Parigi a Berlino: port anche il Vecchio Mondo europeo in pi stretto contatto sia con l'Oriente sia col Nuovo Mondo appena emergente, specie nei decenni precedenti e seguenti alla Guerra Americana di Indipendenza (1776-83) . 6. - A. Di VITTORIO (cur.): Dall'espansione allo sviluppo . 148 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo Sia l'Illuminismo che lo spirito razionalista, a cui esso dava espressione, erano il prodotto di molte e differenti cose, ma niente affatto delle variabili relazioni tra il continente europeo ed il resto del mondo. La rapida espansione delle economie a piantagioni coloniali nel Sud e Centro America, nei Caraibi e nelle colonie europee della Louisiana, del Maryland, delle due Carolina e della Virginia, come pure le nuove rivalit commerciali e territoriali nel Lontano Est, in India, in Asia, in Giappone e nei mari della Cina, tutto ci rivelava la forza e l'impatto della presenza europea oltremare (come anche le rivalit che accompagnarono questo processo di espansione). Con il rapido decadimento dell'impero americano della Spagna, dapprima gli olandesi, e poi i britannici e i francesi, premevano per stabilire la loro presenza commerciale in quest'area e, se necessario, per scacciare da essa con la forza i loro concorrenti. Questo fu in parte la continuazione di un pi antico processo di espansione europea d'oltremare, che era stato percorso, come s' visto, inizialmente dalla Spagna e dal Portogallo nel XV e XVI secolo seguendo le pi antiche rotte della prima et moderna aperte dai grandi imperi commerciali della Repubblica di Venezia e di quella di Genova - e poi messo in crisi nel XVII secolo dalla nascita dell'impero marittimo olandese . La storia economica d'Europa nel XVIII secolo fu contraddistinta da una nuova fase di espansione coloniale, che port gli europei in quantit crescenti non solo in terre non ancora sfruttate del Continente Nord Americano ma anche verso Est, in particolare nel sub-continente indiano. Questa espansione fu accompagnata da intense rivalit fra i colonizzatori europei e ci estese le rivalit dinastiche, che nel XVII secolo avevano fatto l'Europa teatro di una belligeranza quasi continua. Queste lotte continuarono nel XVIII secolo, in particolare bloccarono le monarchie rivali di Francia, Spagna e Gran Bretagna in una lotta quasi incessante per l'egemonia navale e commerciale sia in Atlantico che in India. Ma nella stessa Europa l'incidenza di questo stato di belligeranza si attenu, specie dopo la met del secolo, creando nuove possibilit per il commercio e per la produzione . Mentre ora una notevole serie di pubblicazioni si occupa della complessa questione di quanto, se mai, gli imperi coloniali contribuirono alla crescita economica della stessa Europa in questo periodo, nel passato molta meno attenzione stata rivolta all'impatto che il cambiamento economico ha prodotto in quei Paesi e regioni europee, che non erano l'epicentro dell'innovazione e dell'espansione. Quelle a cui ci si riferiva come "periferie" europee, utilizzando un termine usato da Immanuel Wallerstein, erano considerate fino a poco tempo fa delle regioni che non riuscirono o non furono capaci di rispondere agli stimoli del cambiamento e della modernizzazione. Una simile visione consegnava alla stagnazione una gran parte del continente europeo: la maggior parte degli Stati Germanici, eccetto quelli renani o con accesso al Baltico, l'intera Europa orientale e centrale dal Baltico ai Balcani, come anche l'Europa mediterranea .

Lo sviluppo economico europeo nel XVIII secolo: i temi centrali 149 Geograficamente stata sempre difficile applicare l'analogia centro - periferia, e nel caso dell'Europa del XVIII secolo essa viene rapidamente meno. Proprio fin dall'inizio le cos dette "periferie" furono coinvolte, non meno dei cos detti "centri", nei nuovi processi di trasformazione economica. In verit, l'impatto causato dall'aumentata domanda di prodotti agricoli e dai nuovi incentivi alla produzione di mercato ebbe delle conseguenze economiche e sociali di larga portata, che produssero sconvolgimenti e conflitti nell'Europa rurale molto prima che le rivoluzioni industriali dessero vita a quei proletariati urbani, che avrebbero turbato il sonno dell'Europa borghese del XIX secolo . Anche se variarono enormemente le radici e le conseguenze del cambiamento economico e dell'espansione economica nell'Europa del XVIII secolo, furono i processi di cambiamento che diedero una unit tematica sottostante alla storia economica europea nel "lungo" XVIII secolo. Un indicatore molto importante di queste nuove realt europee fu il numero, rapidamente crescente, di benestanti europei settentrionali, che cominciarono a seguire gli itinerari di ci che veniva soprannominato il "Grand Tour" per riscoprire i luoghi classici dell'antichit. Sebbene il "Grand Tour" fosse essenzialmente un viaggio di istruzione, al pari del turismo contemporaneo esso spesso serviva a restringere pi che ad allargare la mente e a rinforzare i pregiudizi piuttosto che a dissiparli. Fu tuttavia un fenomeno che rivel molte caratteristiche, che erano essenzialmente nuove nella storia economica come in quella sociale e culturale d'Europa. Esso manifest le prime nuove forme di ricchezza e anche se queste erano localizzate originariamente nelle aristocrazie, il retroterra sociale dei partecipanti al "Grand Tour" cominci a cambiare a mano a mano che il secolo avanzava. I primi viaggiatori erano principalmente inglesi e francesi, ad essi si unirono scandinavi, tedeschi, russi, come anche sudditi della monarchia asburgica, che si andava disordinatamente estendendo . La capacit di viaggiare era di per s una indicazione importante di nuove forme di ricchezza. Quando il Duca di Kingston complet un "tour" di diciotto mesi, accompagnato da membri della sua famiglia, da servitori, da carrozze e da un enorme numero di bagagli, aveva speso un totale di 20.000 sterline, somma ingente per quei tempi, eppure niente altro che una singola voce nel pretenzioso e sempre pi dispendioso stile di vita aristocratico. La capacit e il desiderio di viaggiare erano anche strettamente collegati alla nascita di ci che oggi si chiamerebbe una "cultura consumistica", le cui origini si possono far risalire proprio al XVIII secolo. Tale capacit rifletteva anche la cresciuta stabilit politica del continente europeo, che aveva reso possibili e relativamente sicuri i viaggi, anche se i viaggiatori erano desiderosi di animare le loro reminiscenze con resoconti di strade scomode, di locande ancora pi scomode e infestate di insetti, come pure di incontri agghiaccianti con briganti e banditi (la maggior parte di tali resoconti era probabilmente immaginaria) . Questi viaggi individuali erano anche parte di un processo pi ampio di 150 esplorazione e scoperta all'interno del continente europeo e delle differenti societ europee, processo non meno importante della saga pi conosciuta della scoperta del mondo non-europeo da parte degli europei. Ma ci non era solo l'opera di viaggiatori, bens anche di governanti, responsabili dei primi tentativi sistematici di riorganizzazione amministrativa. L'idea illuministica che la pubblica amministrazione si sarebbe dovuta basare sui princpi della ragione trov sbocco nelle pratiche amministrative prima degli Asburgo austriaci, con le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II, poi della monarchia francese dopo l nomina di Turgot. Il principio trasse nuova forza dall'esempio della Dichiarazione Americana di Indipendenza (1776), esplicitamente fondata sulle idee razionali dell'Illuminismo europeo, mentre nei decenni antecedenti alla Rivoluzione francese la riforma amministrativa divenne l'ordine del giorno delle corti europee da Madrid a S. Pietroburgo e da Napoli a Berlino . Anche se il risultato pratico di queste riforme fu molto modesto, esse stabilirono la premessa critica che il governo razionale era possibile solo quando la pubblica amministrazione possedeva una conoscenza accurata delle condizioni della societ, dell'agricoltura, del

commercio e dei produttori. Per raggiungere ci, i governi cominciarono a raccogliere e comparare dati ed informazioni su scala senza precedenti, e in questo furono assistiti dallo sviluppo contemporaneo della matematica, che diede vita alla nuova scienza della stati' stica, compagna inseparabile della nascita della moderna amministrazione; Analogamente la nuova scienza della "economia politica", che si svilupp grazie agli scrittori dell'Illuminismo scozzese e trov la sua formulazione pi clas? sica nella Wealtk ofNatiofis di Adam Smith (Edinburgo 1776), illustrava la crescente importanza che i governi attribuivano alla promozione della crescita economica. Insieme ai "fisiocrati" francesi, gli economisti inglesi e scozzesi fornivano agli amministratori nuovi princpi sui quali basare le loro politiche economiche, al cuore delle quali vi era l'idea della forza creativa della liber impresa. Ma la libera impresa avrebbe potuto attecchire e fiorire, essi sostener vano, non appena sarebbero stati rimossi i tradizionali limiti e restrizioni che ostacolavano e impacciavano l'uso della terra come propriet privata (libera cio dai limiti posti dai diritti feudali o da usi collettivi consuetudinari) e non appena sarebbero stati smantellati i privilegi e i monopoli corporativi, trad? zionalmente esercitati dalle corporazioni urbane e dalle differenti tasse e ga* belle esatte sul commercio interno. h Questi princpi, tuttavia, vennero in forte collisione con le pi antiche reali t delle economie europee, la cui organizzazione ed istituzioni (fatta eccezione per la Gran Bretagna e la Repubblica Olandese) portavano ancora tracce pra>: fonde delle istituzioni feudali, dei monopoli corporativi e dei diritti d'uso coli lettivo. Nelle sezioni seguenti di questa parte si vedr come le forze del cambiamento stessero minando e trasformando la struttura dAncietiRgime Lo sviluppo economico europeo nel XVIII secolo: i temi centrali 151 europeo. Questo processo non aveva raggiunto la sua completezza entro la fine del XVIII secolo, ma la crisi del Vecchio Ordine europeo fu irreversibile dal 1800: le ragioni di ci avevano a che fare sia col cambiamento economico, che con l'innovazione politica e culturale, anche se tutte e tre erano strettamente collegate tra loro . L'Europa agraria E giusto sottolineare i profondi e irreversibili cambiamenti economici che ebbero luogo nel continente europeo nel corso del XVUI secolo, ma ci non altera il fatto che sotto la maggior parte degli aspetti le societ europee e le economie europee del XIX secolo erano molto pi vicine a quelle del XVTII che a quelle del XX. Nel XIX secolo la schiacciante maggioranza degli europei era ancora occupata nell'agricoltura, maggioranza in quanto lavoratori privi di terra o contadini immiseriti, che possedevano o avevano in affitto una qualche parcella fondiaria. Senza contare che nell'Europa contadina i metodi di allevamento e di coltivazione cambiarono poco nel corso del secolo, e in molte aree la produzione serviva principalmente a soddisfare le necessit di consumo delle famiglie dei contadini stessi e dei proprietari terrieri, e nessun surplus veniva distribuito sul mercato. Mentre gran parte dell'agricoltura europea era ancora dedicata a soddisfare le necessit di sussistenza dei contadini delle loro famiglie, ci non precludeva importanti cambiamenti. Sebbene questi tecnicamente fossero spesso del tutto semplici - tipo l'adozione di aratri migliorati o di nuove forme di falci -, essi furono in grado di accrescere considerevolmente la produttivit. Pi importante fu, tuttavia, la continua dif-Tusione di nuovi raccolti di sussistenza, come la patata e il granturco, che etano pi abbondanti ed affidabili dei cereali . ; * Vi erano anche, come vi erano sempre state, regioni dove era pi saldamente impiantata l'agricoltura orientata verso il commercio, anche se questa Jtfa soprattutto condotta da contadini coltivatori diretti. Si coltivavano cereali -pei l'esportazione nelle grandi propriet terriere della Germania orientale e "della Polonia, mentre grandi tenute agricole dominavano le province settentrionali della Francia, cos come le province della Loira, Saona e Linguadoca Iperidionale. Un'agricoltura mista (arativa, casearia e con allevamento di bestiame), altamente volta al commercio e intensiva, era praticata nei polders Olandesi recuperati dal mare nel secolo precedente, mentre anche i ricchi ter-ffim e pascoli delle province del Brabante e delle Fiandre nei Paesi Bassi Merdionali accoglievano una zootecnia e una agricoltura altamente intensiva. ifne del secolo l'agronomo inglese Arthur Young esprimeva la sua arnnu-aone per

l'allevamento del bestiame e l'industria casearia praticata sui ricchi 154 Tra espansione e svilito econmico nell'Europa detXVIII secolo prati creati dal complesso di terre irrigate nella Bassa Lombardia a sud del Po, che egli classificava come una delle pi ricche e pi fertili regioni agricole di tutta l'Europa . Tuttavia nella maggior parte d'Europa, e in particolare nei territori montani e nelle aride regioni dell'Europa meridionale e mediterranea, i raccolti agricoli erano scarsi e gli agricoltori erano vulnerabili ai disastri naturali, metec rologici ed alle infermit. Ma durante la seconda met dai secolo i prezzi ce minciarono in genere a salire, incoraggiando un aumento di produzione. Ci* forniva nuovi e forti incentivi a quelle regioni dove era gi praticata l'agricol tura intensiva, ma aveva anche importanti conseguenze per regioni che fino a I allora erano state meno strettamente coinvolte nella produzione volta al coni mercio locale o interregionale. In assenza di nuovi metodi di coltivazione, l'au mentata produzione in queste regioni fu di solito raggiunta con l'adozione di nuove piante coltivate e mettendo a coltura nuova terra. La diffusione della coltivazione della patata, che era iniziata nel secolo precedente, si espanse ra pidamente specie nel nord Europa e fu seguita in gran parte del sud Europ dall'adozione del granturco, che offriva ai contadini coltivatori diretti un rac colto di sussistenza pi affidabile del grano. Questi cambiamenti, per, coni portarono costi pesanti. L'Irlanda avrebbe rivelato i pericoli di una eccessiva dipendenza dalla patata, mentre una dieta basata esclusivamente sul granturci caus la terribile malattia della pellagra, derivante da una deficienza critica di vitamine . Anche l'espansione della terra coltivata port alla distruzione del terreno boschivo, causando spesso problemi di erosione del suolo e di danno ambien tale. In molte aree l'espansione delle colture fu accompagnata dalla recinzioni della terra, su cui le comunit locali avevano in passato esercitato i diritti col lettivi, e dalla usurpazione delle common lands, da cui dipendeva il sostenta mento di molte comunit rurali . La geografia economica dell'Europa del XVTII secolo era composta da U| mosaico di sistemi commerciali locali, regionali e interregionali, in cui propri l'agricoltura soddisfaceva i bisogni di sussistenza della popolazione ruralej| anche i bisogni dei vicini centri urbani. L'agricoltura e l'economia pastora provvedevano anche le principali forniture di materie prime per l'attivit LC dustriale, per lo pi fibre tessili (filati di lana, lino, canapa e seta). La striittu dei sistemi economici regionali e locali era foggiata principalmente dalla g~ grafia e persino negli Stati pi prosperi del XVIII secolo la geografia econfi mica raramente coincideva con la geografia politica. Per esempio in Frane coesistevano almeno tre distinti sistemi-economici: uno meridionale e prey| lentemente mediterraneo, uno settentrionale e orientato verso le manifatture.;! un terzo occidentale e atlantico. Analogamente nella Spagna le citt con ciali di Cadice e Siviglia, che si contendevano il primato del commercio COI!,, Americhe, erano in contrasto con la vocazione mediterranea della Catalogna-]! L'Europa agraria 155 con i circuiti pi chiusi dell'entroterra e dell'altopiano castigliano, che si frammentavano in una miriade di economie locali. I territori governati dalla monarchia asburgica avevano una coesione persino minore: i Paesi Bassi Meridionali (il moderno Belgio), passati dagli Asburgo di Spagna agli Asburgo d'Austria agli inizi del Settecento, erano completamente tagliati fuori dal resto dell'Impero austriaco, ma non vi era maggiore contatto tra le province centrali e orientali della Monarchia: la Galizia e la Bucvina guardavano verso est; il Voralberg forniva materie prime alle industrie tessili dei cantoni svizzeri e della Svevia; la Lombardia, il possedimento asburgico pi ricco e fertile, aveva pochi contatti commerciali a nord delle Alpi. Di contro, la rete di vie d'acqua navigabili intorno alla confluenza dei fiumi Mosa e Schelda diede vita a una naturale "regione economica", che attraversava molte differenti frontiere politiche. Il Mar Baltico era anch'esso un fulcro di reti per il commercio interregionale e transregionale, che collegava le economie dei Paesi Scandinavi e de~ - gli Stati settentrionali al resto d'Europa per mare, terra e fiume, raggiungendo : la Germania meridionale, il Mediterraneo e, attraverso il Mar Nero, il Medio Oriente .

Ma la geografia (senza contare che cre molte regioni economiche ben connesse) tagli anche molte regioni da tutti i contatti, tranne quelli pi locali. . Le pi isolate erano le comunit montane, i cui abitanti erano abituati a migrare su lunghe distanze alla ricerca di un lavoro stagionale supplementare, o a ; guadagnarsi un'esistenza misera vendendo al minuto i prodotti dell'industria ; pastorale e forestale della montagna. Anche gli insediamenti nelle pianure, tut- tavia, erano facilmente isolati se erano tagliati fuori dai contatti con gli altri f;centri daU mancanza di strade percorribili in ogni tempo dell'anno. E anche | l dove le strade erano buone, il che era sempre un'eccezione, i costi dei trasporti terrestri erano alti, in particolare per merci voluminose, come i cereali. =r^uesto fu un motivo per cui i contadini coltivatori diretti, in alcuni luoghi Ideila Scozia e dell'Irlanda, scelsero di distillare il loro grano per fame whisky, fSB-C, sebbene si potesse vendere solo nei mercati di contrabbando, aveva un |I$lre aggiunto molto pi alto del grano ed era meno costoso del grano in ! guanto a trasporto . H: I fiumi, le vie d'acqua navigabili e il mare fornivano le reti di cornunicazio-;:ni pi veloci, pi sicure ed estensive nell'Europa premoderna. La citt italiana iTOHologna rimase un'importante esportatrice di tessili di seta, per esempio, fjBoltO dopo che altre citt italiane settentrionali, che erano state importanti pntri di manifattura tessili nei secoli precedenti, erano cadute in declino, so-Ijljattutto perch la sua vicinanza al fiume Po le permetteva di mantenere confetti con mercati e clienti in Francia, nell'Europa centrale e anche oltre. Ma in pipite parti d'Europa nel XVIII secolo, citt che formalmente erano state importanti centri di manifattura erano in declino. Una ragione erano i privilegi finpolistici, di cui avevano goduto in precedenti periodi, e questi ora ren^Mr Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa delXVIIIsecolo ^e^Offeloro prodotti ultracostosi e diminuivano la loro capacit di adattarsi tjl$b$$0vdomanda . j^3JBQlte parti d'Europa le citt esercitavano anche estesi privilegi sui pro-duttOH'Iagricoli. Tali privilegi nei maggiori centri urbani avevano dato origine fi-dei tentativi messi in atto dai governanti per tutelarsi da scarsit di cibo. As-Sbciazioni e corporazioni urbane spesso godevano del diritto di comprare a prezzi fissi merci di prima necessit, mntre i sve%controlli sulle manifatture stavano a significare che nella maggior parte delle aree del proprio ambito le citt godevano di un rigido monopolio su moltissime forme di produzione artigianale. Nel corso del XVTII secolo queste istituzioni dell' Ancien Regime subirono una pressione crescente. Esse furono l'obiettivo degli scrittori economici coevi, i quali sostenevano che simili privilegi subordinavano gli interessi dei produttori rurali a quelli dei consumatori urbani e frenavano lo sviluppo ; dell'agricoltura e dell'industria . I privilegi urbani divennero anche oggetto di un'indagine accurata da parte dei governanti, perch lo status privilegiato delle citt le rendeva un magnete per la migrazione dalle aree rurali di gente in cerca di lavoro e di cibo. Se i flussi di immigranti rurali verso le citt furono una caratteristica costante del XVIII secolo, in tempo di carestia o di mancanza di raccolti quei flussi diven- ; nero quasi incontrollabili. In risposta ai problemi crescenti posti dalle masse urbane povere, molti governanti del XVTII secolo costruirono magnifiche Case per i Poveri, che rimangono a tutt'oggi un'eloquente testimonianza della nascita della povert urbana nel XVII e XVUI secolo. Queste istituzioni sono pi significative in quanto monumenti alla benevolenza paternalistica che effettive risposte al crescente problema della povert urbana. I riformatori furono solleciti ad esortare i governanti a colpire il problema alla radice, eliminali; do i privilegi di cui beneficiavano gli interessi urbani corporativi e i consumatori urbani a detrimento della agricoltura e, quindi, della societ nel suo Com: * plesso. Al posto dei monopoli e dei vincoli interni al commercio, che caratteJ rizzavano l'Europa deH'AftcienRgime, i riformatori premevano per la libera1 lizzazione del commercio interno, specie per le mrci di prima necessit. Nel 1754 la monarchia francese accett la logica di queste asserzioni ed emise i i primi decreti volti a liberalizzare il commercio interno, ma molti ostacoli ad 1 esso rimasero, I La campagna per la libert del commercio interno era anche accompagnata, negli anni

Sessanta e Settanta del Settecento, da una rumorosa e crescente % denuncia dei vincoli imposti all'agricoltura da privilegi feudali e consuetudi- I nari, oltre che di tutte quelle istituzioni che violavano il Ubero uso della terra | in quanto propriet privata. In molte parti dell'Europa continentale (trala- 1 sciando l'eccezione dei Paesi Scandinavi) gran parte della popolazione era J soggetta alle istituzioni del feudalesimo, sebbene il significato di feudalesimo | variasse enormemente da un Paese all'altro e da una regione all'altra. In Polo- J L Europa agraria 157 nia e in altre parti dell'Europa orientale il feudalesimo era stato reinventato alla fine del XVII secolo dai proprietari terrieri nel tentativo di compensare l'impatto della caduta dei prezzi di esportazione dei cereali con l'aumento del rendimento degli obblighi e delle esazioni feudali. La tardiva "servit della gleba" nell'Europa dell'est legava i contadini alla terra, rendendoli soggetti al lavoro forzato. Essa sarebbe continuata fino al XIX secolo. Questi cambiamenti erano direttamente collegati alle opportunit create dall'accresciuta domanda di importazione di cereali in Paesi, come l'Inghilterra, che continuavano ad incoraggiare l'espansione di latifondi che producevano cereali, potendo essi contare sul lavoro servile nei territori polacchi nel XVIII secolo. Ma in molte altre parti dell'Europa occidentale e meridionale il feudalesimo sopravviveva sotto forma di monopoli e tasse piuttosto che di servit, sebbene in altri o non era mai esistito (come in Toscana) o altrimenti era scomparso del tutto (come in Lombardia). Ma se la Polonia del XVIII secolo offre un caso classico della tardiva "reazione feudale", non affatto eccezionale, ed stato spesso sostenuto - e lo fu anche dai contemporanei -, che una importante causa delle tensioni rurali che esplosero in Francia dopo il 1789 era nel tentativo dei possidenti terrieri francesi di puntellare con nuovo vigore le liste degli affitti, che andavano diminuendo, mediante la riscossione di imposizioni feudali, molte delle quali erano diventate quasi nominali . Per i pensatori e gli scrittori illuministi il feudalesimo simboleggiava tutti i difetti udiiAncienRgime europeo irrazionale e reazionario. Durante il corso del secolo la parola "feudalesimo" divenne un termine ingiurioso e molte istituzioni, che avevano avuto origini storiche e giuridiche del tutto differenti, furono ammucchiate insieme semplicisticamente come aspetti del "feudalesimo". Ci diede luogo inevitabilmente a delle semplificazioni, e in particolare si perse di vista il fatto che in molti casi il feudalesimo agrario - in verit il feudalesimo tout court - era nato da istituzioni designate per bilanciare e riconciliare i differenti interessi economici e sociali della societ rurale. In termini politici il feudalesimo aveva avuto origine in quanto mezzo per regolare il conflitto di interessi dei governanti e dei loro notabili: ma in termini economici i diritti collettivi esercitati sulle terre feudali, per esempio, avevano originariamente permesso alle popolazioni rurali di rivalersi contro il potere dei grandi proprietari terrieri. Una caratteristica innata del feudalesimo era la nozione che i diritti di propriet non erano assoluti e che ogni propriet feudale era soggetta in tempi precisi ad una variet di usi collettivi. In Francia i proprietari terrieri feudali erano riusciti entro il XVUI secolo in molti casi a metter fine a quei diritti di uso collettivo, sebbene le comunit rurali continuassero ad esercitarli sulle common lanas del villaggio. Ed anche queste erano gli obiettivi di ambiziosi proprietari terrieri, che aspiravano ad acquistare e a recintare terre che prima erano appartenute alle comunit locali. In molte parti dell'Europa mediterranea giocarono un ruolo particolarmente critico i diritti d'uso sulla terra feudale e la natura pubblica 158 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo delle common lands che appartenevano a ciascun villaggio. Ma anche qui i crescenti incentivi alla produzione commerciale nella seconda met del secolo incoraggiarono i proprietari terrieri ad espropriare legalmente o illegalmente e, se possibile, a recintare la terra pubblica . I diritti di uso collettivo avevano anche un'importanza critica per le economie transumantiche, che dominarono gran parte della Spagna e dell'Italia centrale e meridionale fino al XK secolo. Le regolamentazioni reslto possibile la migrazione stagionale di greggi di milioni di pecore e di altri animali, poich ogni primavera questi si spostavano dai pascoli invernali dei bassopiani o delle pianure costiere ai ricchi pascoli montani dopo lo scioglimento delle nevi, migrazione

che si sarebbe ripetuta in senso inverso in autunno. Queste regolamentazioni non erano in origine feudali, ma ne condividevano gli stessi princpi essenziali. Sia in Spagna che nell'Italia del Sud la regolamentazione del pascolo di transumanza aveva.come modello la Mesta, creata in Spagna da Alfonso il Grande nel XV secolo. In quanto costituenti un'amministrazione reale che esigeva tributi dagli allevatori di bestiame, queste regolamentazioni garantivano che alle greggi migranti fosse assicurato il passaggio per le migrazioni biannuali dai territori montani alle pianure, poich esse passavano su territori privati e feudali . Per i riformatori del XVUI secolo qualsiasi forma di uso collettivo era of fensiva, poich violava il principio che i diritti di propriet dovessero essere assoluti, di modo che il proprietario terriero fosse libero di usare la sua terra come pensasse giusto. Quando i governi cominciarono a sostenere quel principio ed incoraggiarono il processo di privatizzazione e di recinzione, ci non solo mise in conflitto gli interessi degli agricoltori stanziali con quelli degli allevatori di bestiame, ma tale processo minacci anche i delicati equilibri ecolgici che erano stati conservati nei secoli precedenti. I movimenti biannuali del bestiame dalla montagna alla pianura creavano importanti legami tra le comunit montane e quelle delle pianure, ma essi giocavano anche un importante ruolo nel rendere possibile la coltivazione su terreni non fertili. Nella Spagna e nell'Italia Meridionale, per esempio, scarsa era la caduta annuale di piogge e i terreni erano sottili ed aridi. La naturale fertilit della terra era limitata cme risultato, ma la presenza di greggi brucanti "nelle pianure nei mesi invernali forniva una straordinaria risorsa di arricchimento a questi terreni sterili, e il letame lasciato dalle pecore permetteva la coltivazione del grano dopo che le greggi erano ritornate alle montagne. Ma quando le rotte della migrazione stagionale furono chiuse, fu messo in crisi l'intero sistema . Uno dei segnali di cambiamento pi critici delle economie rurali nell'Europa del XVIII secolo fu la crescita costante della terra privata e recintata a spese della terra che prima era stata soggetta a qualche forma di uso collettivo. Questo processo si era sviluppato del tutto e precocemente in Inghilterra, dove la privatizzazione e la recinzione erano state attivamente incoraggiate dal Parlamento nella seconda met del XVII secolo. Questo slancio fu mantenuto L'Europa agraria 159 durante il XVIII secolo e fatto funzionare dalla crescente domanda commerciale di prodotti agricoli e dallo sviluppo di nuovi princpi di coltivazione e di conduzione aziendale. Il risultato fu che nelle pi fertili regioni agricole dell'Inghilterra la classe dei contadini piccoli proprietari terrieri, tipica di gran parte del resto d'Europa, cominci ad essere rimpiazzata da una classe pi danarosa di "fittavoli" e da lavoratori agricoli, che n possedevano n avevano in fitto una terra.propria, ma che dipendevano dai salari che guadagnavano lavorando nelle fattorie dei grandi proprietari terrieri o dei fittavoli intermedi. Anche sulle colline pi povere dell'Inghilterra settentrionale, come anche sulle Highlands scozzesi e sulle colline gallesi, i poveri rurali conducevano una vita pi isolata ed indipendente dei loro corrispettivi europei . Insieme alla nascita di ci che era noto come "agricoltura intensiva", vale a dire lo sviluppo di vaste aziende agricole affidate ad amministratori professionisti destinati a massimizzare la produzione per il mercato, l'assenza di un'ampia classe di agricoltori contadini fu una caratteristica peculiare dell'agricoltura inglese nelXVTU secolo. Tuttavia, la ricerca storica non avvalora la descrizione apocalittica che Karl Marx fece di questo processo, in quanto visto come espulsione forzata dalla terra dei contadini inglesi, che furono convertiti nel nuovo proletariato di fabbrica della Rivoluzione Industriale. Il processo fu pi graduale e sfumato, e port alla ristrutturazione della societ rurale, in quanto una classe relativamente stabile di fittavoli rimpiazz le propriet contadine pi precarie, tipiche di molte parti dell'Europa continentale. Ma resta vero che in gran parte dell'Inghilterra, come nei Paesi Bassi Settentrionali, i poveri rurali non avevano diritti consuetudinari sulla terra e i nuovi metodi di coltivazione erano introdotti pi facilmente che altrove. In contrast col. resto dell'Europa (e dell'Irlanda), dove l'aumentata popolazione rurale rimaneva nelle aree rurali, aumentando cos la pressione sulle risorse ed esacerbando la domanda di terra, in Inghilterra l'agricoltura

intensiva sjla recinzione significava che il surplus di popolazione si muoveva invece verso le citt di provincia, grandi e piccole, che si andavano rapidamente espandendo . Come nella Repubblica Olandese, l'assenza di una classe contadina legata o dipendente dalla terra diede ai proprietari terrieri inglesi molta pi libert della maggior parte dei loro corrispettivi continentali nelT utilizzare la trra come a loro piaceva. Non ancora chiaro quale impatto possano aver avuto sulla produttivit agricola i famosi esperimenti per migliorare l'allevamento del bestiame, per introdurre nuove forme di azoto per il radicamento delle piante coltivate (trifoglio) o di mangime per animali (la rapa), lo sviluppo di rotazioni per raccolti pi intensivi e nuove tecniche di arricchimento del suolo. I pionieri di queste innovazioni, come "Turnip" Townshend e Thomas Coke di Holkham, conquistarono fama internazionale per il modo innovativo e progressista con cui affrontarono i problemi dell'agricoltura, mentre per tutta l'Europa cominciarono a discutere di questi nuovi sviluppi associazioni, istituite da tempo, di gentiluomini agricoltori, come i Georgofili di Firenze. An160 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo che nell'Inghilterra, per, pochi avevano i mezzi per imitare questi esempi, mentre gran parte dell'aumento della produttivit nella coltivazione dei cereali nell'Anglia orientale (area, insieme alle contee ad "agricoltura intensiva" delle Midlands, epicentro della "rivoluzione agricola" del XVIII secolo) fu il risultato di massicci progetti di bonifica di terra, portati a termine nel secolo precedente da ingegneri olandesi con fondi pubblici . Le recinzioni dell'Inghilterra, i proprietari terrieri innovativi (in verit pi spesso miglioravano gli amministratori) e i sostenitori della nuova scienza dell'agronomia, erano chiari segnali dei nuovi metodi e princpi dell'agricoltura capitalistica. Ma anche altrove si ebbero miglioramenti della produttivit agricola. I Paesi Bassi Meridionali avevano uno dei sistemi agricoli pi intensivi d'Europa, combinando l'allevamento del bestiame e la produzione casearia con la produzione di terreno arabile estensiva. Per la Francia, Michel Mori-neau ha messo in discussione le opinioni di Braudel, Leroy' Ladurie e di Cnaunu, i quali sostenevano che la persistenza in gran parte della Francia di piccole aziende contadine manteneva un vincolo "maltusiano" sulla aumentata produttivit agricola fino ed oltre l Rivoluzione. Ma se il settre contadino si mostr pi elastico di quanto si fosse pensato precedentemente, le fattorie estensive della Normandia, dell'Ile de France e le province settentrionali reggevano il ritmo con gli sviluppi dei Paesi Bassi Meridionali . Anche per l'agricoltura, perci, l'Europa del XVIII secolo fu ancora una volta un mosaico di realt regionali contrastanti. I Paesi Bassi coi suoi polder recuperati dal mare, l'Ile de France e la Normandia, la irrigua Pianura padana nel Centro Italia, tutte queste aree fornivano esempi di regioni agricole altamente produttive, mentre l'espansione del commercio interno ed estero incoraggiava anche in altre aree lo sviluppo di produzioni agricole orientate al commercio. Erano tutti segnali di questi cambiamenti l'espansione dei vini e della viticoltura nella Francia meridionale ed in Catalogna, la produzione di piante di lino e di canapa nell'Ulster e negli Stati Germanici Settentrionali, la produzione crescente di bachi da seta e di seta grezza nelle fattorie contadine sulle colline della Lombardia settentrionale e del Veneto. La crescente domanda di forniture navali incoraggiava anche la produzione di legname, lino, canapa, pece ed altri materiali navali in tutte le regioni che avevano accesso ai porti del Baltico meridionale. Dietro l'apparenza esteriore di immobilit, ogni tipo di cambiamento aveva luogo nel complesso mosaico delle varie economie agrarie d'Europa nel corso *del XVIII secolo. Se questi cambiamenti fossero nella maggior parte dei casi fflen che rivoluzionari, crescenti furono i divari che separavano le regioni aventi agricolture e produttivit pi intensive dal resto, mentre nello stesso tempo notevolmente differenziate furono le risposte regionali all'impatto crescente di una economia di mercato. Tuttavia l'impatto di queste forze si stava avvertendo in tutta l'Europa agraria . L'enigma del XVIII secolo: la Rivoluzione demografica M a quale fu la causa di questa nuova domanda che incoraggiava la diffusione della produzione destinata al commercio in molte parti

differenti dell'Europa rurale nel XVIII secolo? Uno dei problemi pi enigmatici che lo storico economico e sociale dell'Europa del XVIII secolo deve affrontare la rottura che ebbe luogo nel corso del secolo con. tutti i precedenti modelli di sviluppo demografico. Ci accadde con diversa collocazione temporale in differenti parti d'Europa ed Stato un fenomeno europeo e .poi globale che non si mai invertito (vedi tabella 1) . Tabella 1. ~La popolazione europea 1700-1800 (in milioni) . . . Europa . 132,00 . 156;00 . 204,00 Francia . 21,50 . . 29,10 Regno Unito . 5,06 . . 8,66 Svezia . . 1,37 . . 2,35 Stati Germanici . C. 14,50. . . C. 20,70 Fonte: E.A. WRIGLEY, People, Cities and Wealtb: The Transformation ofTraditional Society, Blackwell, Oxford, 1987, p. 272; J.P. BARDET-J. DUPAQUIER, Histoire despopulations de l'Europe. Voi. II: La Revolution Dmgraphique 1750-1914, Paris, l998,p. 196 . Il primo segno di questo cambiamento venne dal fatto che durante la prima met del secolo i prezzi dei cereali continuarono a cadere nonostante la rapida ripresa dei livelli di popolazione dalla terribile crisi demografica del secolo precedente. Ci indicava che la produzione agricola poteva non solo sostenere, ma persino superare la domanda, anche se questa et raggiunta mediante una produzione pi intensiva piuttosto che con incrementi della pr162 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa delXVIIIsecolo duttivit agricola. In altre parole, l'espansione demografica non provoc la "crisi maltusiana" tipica dei scoli precedenti. Ma ci che caus l'espansione demografica europea nel XVTII secolo rimane uno dei grandi enigma irrisolti della storia sociale ed economica europea dell'epoca. L'espansione demografica nella prima fase dell'Europa moderna aveva seguito ci che i demografi chiamano un grafico con taglio a sega; non appena la popolazione cominciava a crescere, sarebbe stata vittima di crisi di sussistenza, restie, malattie e di morte.. Nel XVIII secolo vi furono molte importanti crisi di sussistenza, tuttavia la ripresa fu rapida e nell'insieme la popolazione cominci a imbarcarsi sulla lunga curva di espansione, che non solo rimase ininterrotta, ma successivamente acceler con una velocit geometrica Senza precedenti . Gli storici demografici continuano a dibattere perch questo cambiamento ebbe lugo nel XVTII secolo. Non vi prova irrefutabile che la gente vivesse pi a lungo e che pi bambini sopravvivessero: in verit la mortalit infantile nel XVHI e in gran parte del XIX secolo rimase estremamente alta e la morte era una realt sempre presente persino per gli europei piyagiati, ad ogni et ed in particolare in quella infantile, come la letteratura del periodo testimonia eloquentemente . I nuovi modelli di espansione demografica manifestatisi nel XVIH secolo si dovevano spiegare in termini di "grappoli" di differenti sviluppi, che concernevano differenti regioni in tempi differenti e con differente intensit. Tra essi i contemporanei avrebbero certamente indicato

l'apparente scomparsa, o l'infiacchimento, delle grandi epideme, che avevano devastato precedenti generazioni di europei. Naturalmente le malattie non persero la loro presa sulle popolazioni europee, la maggior parte delle quali era cronicamente immiserita e denutrita, e quindi preda di ogni sorta di mali e disturbi. Ma sebbene gli ultimi scoppi della peste nera possano essere continuati fino.alXIX secolo, l'Europa del XVUI secolo ebbe una breve tregua dalle pestilenze dell'epoca, medievale e della prima epoca moderna, e le furono risparmiate le nuove epideme, come il colera, che avrebbero afflitto i suoi eredi del XIX secolo . Non chiaro perch ci sarebbe dovuto accadere, certo non fu il risultato di un miglioramento dell'igiene o della medicina. Lo sviluppo del famoso vaccino di Jenner contro il vaiolo miglior l'aspetto degli europei, ma non allung la loro vita. In verit l'impatto della scienza medica sull'aspettativa di vita rimase trascurabile fino ai primi del XX secolo. Mlti storici hanno sostenuto che in assenza di prove che gli europei vivessero pi a lungo, un abbassamento dell'et maritale fornisce una migliore spiegazione dell'aumento della popolazione, dal momento che ci avrebbe innalzato i tassi di fertilit e di riproduzione, anche se i tassi di mortalit non discendevano. Ma gli storici demografici hanno mostrato che una tendenza verso matrimoni precci pu essere il risultato di circostanze molto diverse, e che spesso erano proprio i pi poveri, i cui figli avevano le minori possibilit di sopravvivenza, a sposarsi giovanissimi L enigma del XVIII secolo: la Rivoluzione demografica 163 e a fare pi figli. Matrimoni precoci potrebbero avere come conseguenza livelli insostenibili di incrementi demografici, come accadde, per esempio, in Irlanda ai primi del XIX secolo. Il caso irlandese indica anche l'importanza dell'introduzione di nuovi raccolti alimentari come la patata (e del granturco nell'Europa meridionale), che almeno inizialmente fornivano raccolti di sussistenza pi affidabili, che aiutavano a sostenere le crescenti popolazioni rurali, bench ad alti costi nel lungo periodo. Tuttavia, in assenza di miglioramenti della salute o dell'aspettativa di vita, la pi probabile spiegazione dell'espansine demografica europea nel XVTII secolo era la tendenza a matrimoni in et pi giovane, e perci a pi alti tassi di natalit, tra le classi sociali intermedie . La crescita del commercio ) Interno La continua, spesso poco spettacolare e in gran parte smisurata, espansione del commercio locale ed intraregionale fu uno dei segnali pi generali dell'espansione economica nell'Europa del XVIII secolo. Ci in parte si doveva al fatto che un crescente numero di europei viveva nelle citt, il che implicava che in tutta l'Europa le aziende agricole dovevano soddisfare i bisogni di un numero crescente di individui non direttamente occupati nell'agricoltura. In verit l'impulso alla crescita economica era quasi direttamente proporzionale alla vitalit dei centri urbani. Negli Stati Germanici vi erano solo due citt con popolazione al di sopra dei 100.000 abitanti: Berlino ed Amburgo. Nella maggior parte degli Stati Germanici, fatta eccezione per la Bassa Sassonia e la Bassa Renania, la vita economica ruotava intorno a centri urbani piccoli e abbastanza statici e anche la domanda proveniente dai numerosi centri amministrativi e citt capitali, come Monaco, Stoccarda, Wurzburg, Ansbacn, Bam-berg, Erlanger, Dresda, Kassel, Hannover, veniva soddisfatta dai prodotti stranieri piuttosto che da quelli locali. D'altra parte, meno del 4% della popolazione della monarchia asburgica viveva in citt con pi di 10.000 abitanti alla fine del XVIII secolo. In Spagna la situazione era analoga, eccetto per Cadice, Siviglia, Madrid e Barcellona. Nonostante le famose "cento citt" dell'Italia del Nord, l'espansione demografica in quest'area nel XVIII secolo era pi incisiva nei centri rurali che in quelli urbani, con la parziale eccezione di Milano. D'altronde nel Sud la grandezza elefantiaca di Napoli, coi suoi circa 400.000 abitanti a met del XVIII secolo, era il risultato del SUO stato privilegiato, non di vitalit economica: tuttavia la citt rappresentava una importante opportunit per la commercializzazine dei prodotti agricoli del resto dell'Italia meridionale (vedi tabella 2) . I tassi pi veloci di espansione demografica si ebbero in quelle regioni dove la crescita economica era anche pi dinamica: i Paesi Bassi Meridionali, in misura minore la Repubblica Olandese, numerose regioni francesi, la Bassa Renania, ma soprattutto il Regno Unito. Ancra

una volta geografia e politica 166 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XV11Isecolo avevano importanti ruoli da giocare, in particolare la geografia. Molti governanti europei tentarono di promuovere il commercio interno migliorando le comunicazioni, ed in Francia ci produsse una notevole estensione del sistema di canali. Nel caso specifico la maggiore beneficiaria fu la regione di Parigi, mentre pi estesi miglioramenti delle comunicazioni furono scartati per gli alti costi . T!abelti2.L'urbanizzazione europea 1700-1800 (in milioni) Fonte: J.P. BARDETJ.DUPAQUIER, op. ctt., 1998, p. 196 . Solo in Gran Bretagna si svilupp un sistema efficace per attrarre gli investimenti privati nella costruzione di strade grazie ai Tumpike trtists, associazioni fondate dai proprietari terrieri dietro concessione parlamentare per costruire strade pubbliche, con il recupero dei costi mediante il pedaggio sul traffico. Ma per gran parte delle regioni europee prima dell'epoca delle ferro* vie, scarse comunicazioni ed isolamento dai mercati locali era un circolo vizio1 so che non si poteva rompere facilmente o a buon prezzo. La maggior parte dei circuiti commerciali europei, perci, restava localizzata con poca possibili- 1 t di espansione, mentre la crescente domanda commerciale privilegiava i CT*;; cuiti favoriti da condizioni geografiche, come l'accesso a porti marittimi o al corsi d'acqua navigabili. Una parte importante in questa espansione senza La crescita del commercio 167 dubbio la ebbe anche la rapida crescita della navigazione costiera e del commercio marittimo a breve distanza. impossibile misurare questa espansione, ma fu per mare pi che per terra che crescenti quantit di prodotti a-gricoli e di materie prime industriali cominciarono ad avviarsi ai mercati stranieri. Dal Baltico al Mediterraneo le piccole imbarcazioni costiere ebbero un ruolo non grandioso n celebrato, ma essenziale nel convogliare una vasta gamma di merci verso i principali porti franchi del commercio internazionale o di quello su distanze maggiori, e furono spesso l'unico mezzo mediante il quale i produttori locali potevano raggiungere i mercati extra-regionali. Queste attivit costituirono il fondamento per la comparsa di numerosi piccoli porti che, specializzati nel commercio costiero locale, offrivano una base a gruppi di mercanti del posto, finanzieri e mediatori di noleggi marittimi, i quali svolgevano una funzione vitale nel collegare la domanda alla produzione negli angoli anche pi remoti del continente, contribuendo a loro volta alla graduale penetrazione delle forze di mercato nei circuiti economici in precedenza isolati . b) Il commercio internazionale Sebbene il commercio marittimo su lunghe distanze avesse attratto maggiormente l'attenzione degli storici economici, esso costitu una percentuale del commercio europeo molto minore di quello svolto dal pi modesto naviglio costiero. Fino al 1800 la grande massa del commercio europeo avveniva all'interno dei confini europei, anche se la sensazionale espansione del commercio d'oltremare, e in particolare di quello transatlantico, fu uno degli indicatori pi sorprendenti della vitalit dell'espansione economica europea . Anche prima di Karl Marx si supponeva che profitti ricavati dalle principali potenze europee mediante il commercio con il mondo non-europeo avessero dato un contributo essenziale al processo di accumulazione di capitale, che rese possibile la successiva espansione economica e l'industrializzazione dell'Europa. Tale tesi stata recentemente rivista e riproposta da Immanuel Wallerstein, il quale ha sostenuto, che le grandi scoperte della fine del XV secolo diedero vita a un sistema economico mondiale - il cui asse originale era l'Impero spagnolo -, che mise insieme il Vecchio ed il Nuovo Mondo. Come not Fernand Braudel, n la Spagna n alcun'altra potenza europea aveva le risorse o la manodopera necessarie per monopolizzare i vasti territori e le risorse del Nuovo Mondo. Anche le imprese commerciali avallate dagli S'altri governanti europei, in particolare dagli olandesi, dai britannici e dai francesi, insieme .alle migrazioni per motivi religiosi del XVII secolo, portarono "Colonizzatori europei in Nord America. All'inizio del XVIII secolo queste 168 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa delXVIIIsecolo nuove colonie europee erano ancora precariamente stipate lungo la costa atlantica, penetrando nell'entroterra solo l dove, come nel caso del Canada e del New England, vi erano vie d'acqua interne navigabili. Pi a sud, la coltivazione del tabacco permise lo

sviluppo delle economie da piantagioni nelle due Carolina, Maryland, Georgia e Louisiana sul modello delle piantagioni di canna da zucchero nei Caraibi . In tutte queste regioni, e pi a sud nei Caraibi e nel Sud America, l'Inghilterra, la Repubblica Olandese, la Francia e la Spagna si destreggiarono continuamente per tutto il secolo per raggiungere una posizione vantaggiosa. Ma nonostante l'immensit geografica dei territori americani, scarse erano le loro popolazioni e limitati i loro bisogni commerciali. Ai mercanti europei esse offrivano molte preziose materie prime, ma le loro opportunit commerciali e-rano limitate col risultato che, fino ai successivi decenni del secolo - in verit fin dopo che i coloni americani ottennero l'indipendenza dalla Corona Britannica -, il commercio atlantico fu molto meno remunerativo per i mercanti del vecchio continente rispetto al suo corrispettivo europeo. Alla fine del XVII secolo il commercio non-europeo incideva per meno del 10% sul giro d'affari commerciale londinese, che era in rapida crescita, e quasi lo stesso era per Amsterdam. Persino negli anni Venti del Settecento, quando il commercio atlantico andava a gonfie vele, le esportazioni inglesi verso le colonie americane incidevano per meno del 50% sul valore delle loro esportazioni verso la regione mediterranea . Come R.T. Rapp ha sostenuto, la competitivit dei mercanti inglesi ed o-landesi nel commercio internazionale del XVII e XVili secolo era in ogni caso una conseguenza della loro abilit nel superare i rivali commerciali nei mercati europei. Nel caso degli olandesi ci era pi o meno causato dalla capacit tecnica della loro Fluitship, che trasportava crichi pi grossi pi velocemente delle navi di qualsiasi altro suo concorrente commerciale. Di conseguenza la navigazione, come s' visto in precedenza, fu un fattore chiave nella comparsa dell'impero commerciale olandese, al punto che negli anni Settanta del Seicento la flotta commerciale olandese eguagliava in tonnellaggio le flotte mercantili dell'Inghilterra, Portogallo, Francia, Spagna e Germania messe insieme. La superiorit del traffico marittimo olandese era anche rafforzata dalla capacit dei produttori olandesi di fornire merci pi competitive di quelle dei loro concorrenti. Nel 1700 Amsterdam era anche la citt commerciale e il centro finanziario pi importante del mondo,' in quanto forniva collegamenti organizzati e istituzionali tra il commercio su lunghe distanze con l'Oriente, con le Americhe e con il Baltico . L'impero commerciale olandese e, a fatica alle sue spalle, quello britannico e quello francese nel XVII e XVIII secolo, erano allora molto diversi dai precedenti imperi commerciali portoghese e spagnolo, che facevano soprattutto affidamento sull'estrazione di materie prime e di metalli preziosi dalle colonie La crescita del commercio 169 dipendenti. La struttura del commercio internazionale olandese, britannico e francese era pi complessa e pi dinamica, ed implicava lo sviluppo di nuovi sistemi commerciali triangolari, combinati col dominio sul redditizio commercio di trasporto marittimo . Alla fine del XVII secolo i britannici e i francesi incominciavano a soppiantare gli olandesi nel commercio col Nord America. Ci in parte perch entrambi i Paesi avevano adottato una legislazione monopolistica (l'Inghilterra gli Atti di Navigazione del 1651, rivisti nel 1721; la Francia le misure protezionistiche di Colbert) per escludere gli stranieri dal proprio commercio coloniale, in quanto richiedevano che tutte le merci sbarcate nei porti coloniali fossero trasportate su vascelli metropolitani e caricate d porti metropolitani, e anche in parte perch l'economia interna olandese cominciava a perdere slancio. I suoi principali centri manifatturieri, in particolare le industrie laniere di Leida, non riuscirono ad adattarsi alla domanda del XVUI secolo di stoffe pi leggere di cotone, soprattutto perch rimaneva vivace la domanda interna in Olanda. I pesanti costi di investimento per il prosciugamento e la difesa della terra nel XVII secolo avevano anche causato problemi inflazionistici e diminuito la capacit del governo olandese di difendere gli interessi commerciali d'oltremare della Repubblica . La relativa graduale emarginazione del commercio internazionale olandese nel XVTII secolo (sebbene le sue dimensioni rimanessero ancora sostanziose fino alla fine del secolo) illustra come la vitalit dell'economia interna nazionale fosse una condizione essenziale per l'espansione del commercio internazionale. La Spagna offre un esempio analogo.JDopo il 1717

il commercio spagnolo con le sue colonie americane e caraibiche era controllato da Cadice, che aveva assunto il monopolio amministrativo precedentemente svolto da Siviglia. Durante il corso del secolo il commercio spagnolo con le sue colonie americane continu ad espandersi in volume, pur senza far nascere alcuna attivit economica sussidiaria in Cadice o in Andalusia. Cadice si arricch e divent la prima citt della Spagna, ma quando la guerra con la Gran Bretagna priv la Spagna delle sue colonie, la prosperit di Cadice rapidamente scomparve lasciando molto poco dietro di s. D commercio coloniale non aveva agito da impulso allo sviluppo o alla specializzazione agricola in Andalusia, n allo sviluppo di nuove industrie di trasformazione e neppure a nuove attivit terziarie significative. Quando l'economia andalusa non fu pi capace di fornire merci per soddisfare la domanda americana, i mercanti di Cadice si volsero alla Catalogna e ad altri mercati europei per rifornirsi di ci di cui avevano bisogno . I porti della costa occidentale francese, Bordeaux, Nantes, Rochefort, che si espansero in maniera sensazionale nel XVUI secolo in risposta alla espansione del commercio Atlantico della Francia, furono anche importanti centri per lo sviluppo di nuove industrie manifatturiere e di trasformazione. In queI 170 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo sto caso la domanda commerciale ben stimol la specializzazione agricola (e in particolare della viticoltura) ma, come accadde in Andalusia, una volta che la Francia perse il suo impero coloniale in conseguenza delle guerre napoleoniche, tutta quanta la costa occidentale fu presa in una spirale di prolungata recessione e declino economico, da cui la ripresa fu lenta e parziale . La rivalit commerciale tra l Gran Bretagna e la Francia nel XVTII secolo si estese al subContinente Indiano, ma il suo punto. focale primario era l'Atlantico e fu qui che si combatterono le principali battaglie commerciali e politiche. Tuttavia vi erano importanti differenze strutturali nel commercio su lunga distanza dei due Paesi. Proprio come gli olandesi avevano fatto affidamento su una progettazione nautica innovativa per distanziare i loro concorrenti nel secolo precedente, cos anche i mercanti inglesi si affidarono molto alle nuove merci e prodotti e riuscirono a sviluppare complessi ed efficienti reti che collegavano il nuovo commercio americano in espansione con. i pi vecchi mercati europei. Un esempio non spettacolare, ma non meno rilevante, fu la crescente importanza delle esportazioni di pesce secco e salato da New-foundland ai Paesi iberici e mediterranei, dove l'espansione del commercio britannico era stata bloccata da una mancanza di merci da esportazione alternative ai manufatti inglesi (soprattutto tessili), i quali erano soggetti a pesanti dazi di importazione. Le crescenti esportazioni di merluzzo salato fecero s che i mercanti inglesi incrementassero i loro acquisti di prodotti agricoli dal Mediterraneo senza esborso di denaro in contanti . La struttura del commercio britannico d'oltremare era determinata soprattutto dalla necessit di compensare il permanente deficit commerciale della Gran Bretagna con i Paesi Baltici, deficit causato dalla dipendenza britannica nei confronti di questi Paesi per le forniture di legname e di materiali necessari alle costruzioni navali (quali catrame, materiale per calafataggio, velame, canapa), come pure di cereali. Quando il sistema prese forma, il deficit col Baltico fu compensato dai saldi positivi accumulati dal commercio con il resto d'Europa e con i Paesi del Mediterraneo in particolare, nonch con le colonie e le piantagioni atlantiche. La destinazione originaria del disumano commercio degli schiavi africani era di fornire forza lavoro alle piantagioni portoghesi del Brasile e alle colonie spagnole, britanniche, olandesi e francesi dei Caraibi. Ma le esigue opportunit offerte dal commercio con le colonie e con le piantagioni incoraggi lo sviluppo del commercio degli schiavi africani verso le nuove colonie del. Nord America, sebbene in quantit minori. Il commercio degli schiavi acquistati nelle regioni costiere dell'Africa Occidentale e trasbordati'alle piantagioni dei Caraibi e del Nord America era noto come il "Passaggio Intermedio", perch completava la "gamba" mancante nel complesso sistema commerciale triangolare. Quando le navi partite dall'Africa avevano scaricato il loro carico umano, imbarcavano partite di prodotti coloniali (zucchero, tabacco, coloranti, caff), che venivano trasportate nel viaggio di ritorLa crescita del commercio 171 no ai porti inglesi o

europei, dove venivano imbarcati nuovi carichi di manufatti e merci di prima necessit per la vendita nei mercati coloniali. Il viaggio di ritorno poteva portare una nave prima a-Boston o a Baltimora, poi a sud delle Barbados per scaricare un qualche carico rimanente (soprattutto stoffe economiche di cotone per gli schiavi delle piantagioni e prodotti europei di lusso per i proprietari e gli amministratori delle piantagioni). Poi la nave salpava senza carico in rotta per l'Africa per ritornare con una nuova partita di schiavi, e cos ricominciare l'intero meccanismo commerciale . Questo sistema divenne pi dinamico in parte perch le importazioni di merci coloniali (zucchero, melassa, tabacco) erano fondamentali per le nuove industrie di trasformazione e di riesportazione (molitura e distillazione dello zucchero, preparazione del tabacco da fumo, masticazione o fiuto) nei porti di Bristol, Liverpool, Glasgow, Bordeaux e Nantes. Questi nuovi sistemi commerciali mostravano una forte capacit di espansione, ma erano anche soggetti a frequenti alti e bassi causati da disastri naturali (i naufragi), o a situazioni temporanee di offerta eccessiva sui mercati metropolitani, a causa dello sbarco di troppi carichi coloniali in un dato momento o per un calo degli interessi dei consumatori . La nuova pi importante energia, ma anche, la pi problematica, venne dalla graduale espansione delle economie dei colonizzatori europei. Allorch i mercati coloniali europei crebbero in importanza e vitalit economica, essi incrementarono la complessit e il valore delle relazioni commerciali tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Ma Come i britannici scoprirono, fu anche difficile costringere i coloni a continuare ad accettare regolamenti restrittivi volti ad impedir loro di sviluppare i propri manufatti e a sottoporli a una tassazione tale per cui i proventi andavano interamente nelle casse del Tesoro metropolitano. Sebbene questi risentimenti contribuissero alla ribellione dei coloni del Nord America contro il governo britannico, negli ultimi decenni del secolo, dopo la Guerra di Indipendenza, il commercio tra la Gran Bretagna e i suoi ex coloni americani crebbe ancora pi velocemente di prima. Fu proprio in questi anni che le piantagioni americane divennero importanti fornitrici di ci che sarebbe stata la principale materia prima per le nuove industrie tessili meccanizzate della Gran Bretagna: il cotone . Anche nel caso della Gran Bretagna, tuttavia, non va esagerata l'importanza del commercio atlantico nel XVTII secolo. Questo ebbe una parte persino minore nel commercio estero della Francia, che era nondimeno pi ampio di quello della Gran Bretagna e che nello stesso tempo si espandeva rapidamente nel corso del XVIII secolo. Fu in parte un fattore di portata geografica e demografica: la popolazione della Francia nel 1700 era intorno ai 19,3 milioni di abitanti, in confronto ai 6,8 milioni della Gran Bretagna. Secondo Francois Crozet, la produzione di merci in Francia nel 1700 era di due volte e mezza superiore a quella della Gran Bretagna ed entro la fine del secolo la Francia aveva persino migliorato tale rapporto . 172 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVUI secolo L'antica asserzione marxista che il commercio estero produceva ricchezza, e quindi accumulazione di capitale necessario alla industrializzazione europea, non ha retto alla prova della ricerca storica. Secondo i dati sul commercio estero europeo alla chiusura del XVIII secolo, elaborati da Paul Bairoch, il 76% di tutto il commercio extraregionale europeo ebbe luogo attraversando le frontiere europee e senza andare fuori dell'Europa; il 10% del totale andava al di l dell'Atlantico, in Nord America; l'8% verso l'America laatina e i Caraibi; il 5% verso l'Asia e meno dell'1% verso l'Africa. Usando queste cifre, Patrick O'Brien ha calcolato che i Paesi che Wallerstein considera "periferia" assorbivano circa il 20-25% delle esportazioni extraeuropee dell'Europa. In totale queste esportazioni rappresentavano solo il 4% del PIL degli Stati europei messi insieme, il che significava che meno dell 1% era destinato alla "periferia" Non vi alcuna prova, se consideriamo proprio il caso inglese, che i profitti provenienti dal commercio internazionale fossero reinvestiti nelle imprese manifatturiere. In verit, proprio il contrario. Quelle fortune che non venivano bruciate in iniziative imprenditoriali sbagliate sarebbero state pi probabilmente investite nella terra o nella costruzione di sontuose nuove case di citt o ville

di campagna piuttosto che in imprese manifatturiere, le cui richieste di capitale nelle prime fasi dell'industrializzazione non erano ad ogni modo rilevanti. La ricchezza proveniente dal commercio andava a sostenere stili pi fastosi di consumi e di vita urbani, aiut a sviluppare nuovi gusti e forme di ricreazione, nuove mode di abbigliamento per uomo e per donna e cos via. Contribu anche allo sviluppo e all'espansione di una nuova cultura commerciale e di nuove istituzioni mercantili, assicurazioni commerciali e marittime; all'espansione del credito e alla nascita di mercati commerciali e finanziari -sebbene, come mostr la South Sea Company di John Law degli anni Venti del Settecento, questi ultimi fossero notoriamente rischiosi e insicuri. Il commercio coloniale incoraggi anche l'espansione di una variet di tradizionali industrie di beni di consumo, e forse indirettamente alcune nuove importanti industrie, in particolare quella della fabbricazione della birra. Pi direttamente stimol l'espansione delle costruzioni navali: tra il 1700 e il 1763 la flotta mercantile britannica pass da 323.000 a 496.000 tonnellate e in pratica raddoppi di nuovo entro la fine del secolo. Sebbene questa espansione avvenisse senza cambiamenti dei tradizionali metodi e tecniche di costruzione, di certo procur decisivi miglioramenti nelle tecniche di navigazione marittima, come lo sviluppo del cronometro marittimo, che permetteva un calcolo accurato dei gradi di longitudine, e lo sviluppo dell' imponente lavoro di rilevamento e progettazione cartografica. Tuttavia, di gran lunga pi importante di tutto fu la discesa sensazionale dei costi del trasporto su lunghe distanze . P. O'BRIEN,European Econome Development; The Contribution of thePerifhery, inEcottomcHistory Review, voi. XXXV, 1982, n. l,pp. 1-18 . La crescita del commercio 173 Il commercio estero in generale e quello coloniale in particolare rivestivano perci un ruolo importante nell'espandere la capacit del mercato di fornire beni di consumo, ma di per s non possono spiegare il motivo della contemporanea crescita della domanda di beni di consumo. Il commercio adantico permise la rapida crescita dei porti della costa occidentale britannica: Bristol pass da 48.000 abitanti nel 1700 a 100.000 entro il 1800; Liverpool da 6.000 a 35.000 nello stesso periodo, ma anche molte altre citt della provincia, non collegate al commercio adantico, crebbero ugualmente con rapidit nello stesso periodo . Sembra che il contributo dell'espansione del commercio extraeuropeo alla crescita economica dell'Europa nel XVUI secolo si possa ancora meglio definire con la famosa asserzione di Carlo M. Cipolla, secondo cui il commercio estero era una "condizione necessaria ma non sufficiente per la crescita economica". Lo stesso concetto fu presentato in termini leggermente diversi da due importanti storici americani della industrializzazione europea, K.P. Thomas e Donald McCloskey, i quali hanno sostenuto che "il pi importante effetto del commercio estero sulle industrie interne venne dalla industrializzazione verso il commercio e non viceversa". Tuttavia, sebbene non vi fossero collegamenti diretti tra l'espansione del commercio estero e riridustrializza-zione europea, la rapida crescita dei nuovi mercati di consumo fu un riflesso importante della diffusione di nuove forme di ricchezza tra sezioni sempre pi ampie di lites europee. Alla crescita di una nuova economia di consumo si accompagnarono nuove idee ed attitudini culturali e nuove forme di mobilit fisica, evidenti nel crescente numero di persone benestanti che percorrevano gli itinerari del Grand Tour per ammirare le meraviglie della natura e i resti , dell'antichit. Il contatto con il mondo non-europeo caus una nuova attrazione verso l'arte e il design orientale, ma incoraggi anche il desiderio di una maggiore conoscenza dei pi vecchi mondi europei e, come si muovevano le persone, cos si muovevano le idee e i confronti. Nessuna di queste cose facilmente misurabile in termini economici, ma senza dubbio esse ebbero un ruolo importante, e in verit essenziale, nello scardinare i mondi pi chiusi deWAncienRgime europeo . Le industrie e le manifatture La natura e la misura di questi cambiamenti, che cominciarono ad erodere le istituzioni e la struttura dell'AncienRegime europeo, sono non meno evidenti quando si compie una rassegna delle attivit industriali e manifatturiere, dei modi in cui queste cambiarono nel corso del secolo, dove, perch e con quali effetti. meglio cominciare con una

visione generale, che lascia alla fine i due Paesi dove stato pi ampiamente studiato lo sviluppo industriale e manifatturiero: il Regno Unito e la Francia. La ragione di ci in parte metodologica, perch iniziando da un quadro pi generale diventa chiaro quante pubblicazioni, dedicate alle origini delle prime rivoluzioni industriali, non sono riuscite a dare sufficiente attenzione ai cambiamenti pi ampi che ebbero luogo nell'Europa nel suo complesso . a) I Paesi Bassi Meridionali (il Belgio) vjli storici economici generalmente ammettono che la regione europea che speriment la pi dinamica e sostenuta crescita europea nel corso del XVHI secolo coincide pressappoco con l'attuale Belgio. In altre parole, con le province dei Paesi Bassi Meridionali che, dopo la rivolta delle province olandesi nel 1580, furono parte della monarchia asburgica e rimasero sotto l'amministrazione austriaca finch non furono invase e annesse dalla Francia nel 1797 . I Paesi Bassi Meridionali formavano una regione economica ricca di risorse naturali, con una delle pi avanzate economie agricole d'Europa. Era una regione benedetta da reti di vie d'acqua navigabili, che furono estese nel XVIII secolo da canali e da strade che le fornivano uno dei migliori sistemi di comunicazione d'Europa. Per dirla con Voltaire: '... tra le nazioni moderne vi sono soltanto la Francia e il piccolo Belgio che hanno strade degne dell'Antichit" 176 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo In verit fino al 1850 la rete stradale e di canali navigabili del Belgio era tre volte pi grande di quella dell'Inghilterra . Dai tempi antichi erano stati localizzati in queste province molti tra i pi importanti centri di lavorazione dei metalli e di produzione tessile. Hainault era stato per molto tempo uno dei principali produttori di metalli lavorati in Europa, grazie a ricchi depositi di minerali grezzi e di carbone. Le prime pompe a vapore di Newcomen vennero usate vicino a Charleroi gi nel 1737, sebbene l'utilizzo della forza vapore nell'industria mineraria rimanesse abbastanza limitata, poich le miniere belghe non presentavano particolari problemi di drenaggio, a differenza delle corrispettive inglesi, che tendevano ad essere molto pi profonde. In seguito fu introdotta la forza vapore nell'industria mineraria, usata dopo il 1800 principalmente per azionare i congegni di avvolgimento che portavano il carbone in superficie . La produzione di carbone e di metalli lavorati nel Borinage si espanse rapidamente nel corso del XVIII secolo per un ricorso maggiore alla meccanizzazione. La propensione a costituire le prime imprese minerarie cooperative per dar vita a nuove associazioni commerciali formate da gruppi di imprenditori fu una indicazione di questa espansione, che non aveva bisogno di abbandonare le tecniche tradizionali. Ma avvenivano anche cambiamenti strutturali. Le piccole fornaci e le industrie, principalmente familiari, di lavorazione di metalli, che prima erano raggruppate intorno alle valli dei fiumi Sambre e Mo-sa, incominciarono a spostarsi, o furono rimpiazzate da altre che si avvicinavano alle citt di Liegi e di Charleroi, dove vi era un migliore accesso ai mercati locali ed extra-regionali, come anche nuove opportunit di specializzazione e di adattamento . Le citt di Bruxelles e di Anversa cominciarono a rivestire un nuovo ruolo. Mentre Bruxelles era soprattutto un centro amministrativo, cominci allora ad assumere nuova importanza anche come centro finanziario e commerciale. Anversa era stata fin dai tempi della Rivolta Olandese il principale porto dei Paesi Bassi. Il suo declino commerciale, perci, apparve irreversibile quando nel 1648 gli olandesi chiusero unilateralmente la Schelda ai vascelli belgi. Ma anche se la Schelda rimase chiusa fino al tempo dell'invasione francese e dell'annessione dei Paesi Bassi Meridionali alla Francia alla fine del XVIII secolo, continu a crescere l'importanza di Anversa come centro finanziario e commerciale e come rivale di Amsterdam . Al pari delle ferriere e delle miniere di carbone del Borinage, i Paesi Bassi Meridionali includevano molti centri importanti dell'industria tessile europea. Anche qui avvennero cambiamenti di rilievo. Verviers rimase un centro importante per la produzione di stoffe di lana, e fu qui che l'imprenditore inglese William Cockerill introdusse le prime macchine a vapore nel 1799. Negli anni seguenti Cockerill lavor insieme ad altri imprenditori, belgi per installare proprie imprese di costruzione di macchinari, cos che i filatoi intermittenti e Le industrie e le

manifatture 177 multipli, che erano in uso in Inghilterra da quasi due decenni, si diffusero rapidamente tra i manifatturieri tessili belgi nei primi anni del nuovo secolo. Nel 1807 Cockerill fu socio di un'impresa simile a Liegi, dove nel 1813 egli cominci a costruire le prime macchine a vapore belghe . L'altro importante centro tessile delle Fiandre era Gand, famosa per i suoi fini tessuti di lana e di lino. Nel corso del XVIII secolo i produttori di Gand subirono un cambiamento, che era tipico della direzione verso cui le nuove economie si muovevano. Le tradizionali stoffe di alta qualit di Gand furono rapidamente rimpiazzate da nuovi, economici e pi leggeri tessuti di cotone, che, via Cadice, trovarono dei mercati pronti in Sud America. Tuttavia questo processo di conversione e di espansione della produzione non fu accompagnato, fino all'inizio del secolo seguente, dall'assimilazione delle nuove tecnologie, che acceleravano la produzione e riducevano il costo della filatura . Di per s questo un buon esempio del principio che nel XVIII secolo la crescita economica e la industrializzazione non erano n sinonimi n compagni necessari. Come sarebbe stato dimostrato ai primi del XIX secolo, il Belgio godeva di tutte le risorse materiali e condizioni infrastnitturali per sostenere l'industrializzazione ma, in termini funzionali, nel XVUI secolo non si era avvertita molto vigorosamente la pressione a rimpiazzare la forza lavoro umana con le macchine. La ragione era l'abbondante offerta di potenziale umano, adeguato a soddisfare le necessit sia dell'industria e dell'agricoltura (sebbene queste due fossero frequentemente combinate, a causa della diffusione delle * industrie a domicilio), che delle manifatture. Il costo della manodopera nel Belgio nella seconda met del XVIII secolo era del 60-70% in meno che in Gran Bretagna. Poich la manodopera era relativamente a buon mercato, anche l'incentivo alla meccanizzazione era di conseguenza debole e l'analisi costi-benefici nel rimpiazzare gli uomini con le macchine era meno persuasiva. Analogamente la facilit Con cui si poteva estrarre il carbone dal sottosuolo attenuava la necessit di investire in costose pompe a vapore, quando un drenaggio naturale serviva allo stesso scopo . Al contrario, le province olandesi presentavano un cambiamento molto inferiore. Esse non godevano delle stesse risorse naturali per l'industria, e gran. parte della terra recuperata dal mare mediante dighe e polaers era votata all'agricoltura intensiva. Al contrario dei Paesi Bassi Meridionali, dove la popolazione era abbondante, le terre, recuperate dal mare, della campagna olandese erano scarsamente popolate, e la maggioranza delle industrie olandesi rimaneva urbana. Facendo affidamento sul mercato interno, i produttori lanieri di Leida sentivano poco l'urgenza di cambiare i loro metodi di produzione, anche se la concorrenza dei loro vicini meridionali, dei francesi e dei britannici, li spingeva fuori dai mercati stranieri, che essi avevano conquistato nel secolo precedente. L'altra grande industria dell'Olanda, quella delle costruzioni navali, aveva sede ad Amsterdam, e, come in Inghilterra e in Francia, conti178 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo fiuava a prosperare senza determinare, o richiedere, significativi cambiamenti tecnologici . b) La proto-industrializzazione Vi fu una importante innovazione nell'espansione della produzione manifatturiera nelle Fiandre del XVHI secolo, che si andava ripetendo in molte altre regioni europee nello stesso periodo: la diffusione delle industrie fuori delle citt e nelle regioni prevalentemente agricole. Il demografo e storico economico americano Franklin Mendels coni un termine abbastanza scomodo, "proto-industrializzazione", per descrivere questo processo, che stato per molto tempo familiare agli storici economici o come sistema di produzione domestica o come putting-out system, oppure come Verlagsystem. Su tale sistema di produzione ci si gi intrattenuti nella parte precedente . Mendels richiam l'attenzione sul fatto che durante il XVIII secolo molte differenti forme di produzione domestica si andavano espandendo in diverse parti d'Europa, ma principalmente nelle aree rurali e, soprattutto, nelle aree rurali dove erano precarie le condizioni della coltivazione. I suoi esempi si basavano sull'espansione della manifattura rurale nelle regioni pi povere delle Fiandre, ma simili tendenze erario evidenti nei distretti montani dello Yor-ksnire

in Inghilterra, nelle vallate montane di molti Cantoni Svizzeri, in Germania, Francia, Italia e altrove . Questo fenomeno attrasse molta attenzione da parte degli storici economici negli anni Settanta del Novecento, anche perch sembrava indicare un percorso alternativo alla modernizzazione economica, in cui la produzione manifatturiera moderna si poteva integrare con l'agricoltura restare sotto il controllo delle famiglie principalmente contadine. In breve, la "protoindustrializzazione" aveva forti sfumature "verdi" e attraeva soprattutto quelli che credevano che "piccolo bello" . Questi interessi hanno giovato ad allontanare l'attenzione dalle importanti intuizioni presenti nella originale formulazione di Franklin Mendels sulla questione della protoindustrializzaziohe. In primo luogo, questa espressione richiamava l'attenzione sulla misura e sull'importanza della ruralizzazione delle industrie manifatturiere nel corso del XVTII secolo. Inoltre, essa portava attenzione sulla relativa novit di un processo che segn un decisivo abbandono dei monopoli sulla manifattura, che erano stati esercitati dalle citt nella maggior parte d'Europa nei secoli precedenti. Le famiglie contadine naturalmente erano state sempre impegnate in una variet di forme di produzione artigiana; le, sia per le proprie necessit, sia per soddisfare la domanda locale. L'inno; Le industrie e le manifatture 179 vazione della "proto-industrializzazione" stava nel fatto che ora tale attivit artigianale era organizzata da mercanti cittadini in vista di una produzione e-sclusivamente volta al mercato. Usando il lavoro rurale, che era pi a buon mercato di quello cittadino, i mercanti cittadini potevano ridurre i costi di produzione e, quindi, aumentare la concorrenza dei loro prodotti sui mercati , locali ed esterni . Questi sistemi di manifattura rurale si potevano sviluppare solo l dove vi era gi un eccesso di manodopera rurale. Dal punto di vista delle famiglie contadine il lavoro manifatturiero dava una fonte supplementare di reddito, che poteva combinarsi con quello agricolo, riorganizzando l'offerta di lavoro disponibile in ogni casa o famiglia contadina. Molto di questo lavoro supplementare era sostenuto dalle donne e dai bambini ed erano di frequente proprio le donne che controllavano ed organizzavano i fattori produttivi e i compiti dei diversi membri della famiglia . Il fenomeno della "proto-industrializzazione" ebbe anche una influenza sulla pi ampia questione dell'espansione demografica. Nelle comunit rurali, dove predominanti erano le attivit proto-industriali, vi erano forti spinte all'incremento del tasso di natalit. La necessit di un lavoro addizionale nel-1 interno dell'unit familiare, insieme all'aumento dei guadagni derivanti dall'attivit manifatturiera, incoraggi i matrimoni precoci e la costituzione, ad un'et anticipata, di unit familiari indipendenti da parte di giovani coppie sposate. Se ci contribu all'espansione demografica, nel corso di alcune generazioni cominci anche a far sentire una grossa spinta sulla "economia della famiglia proto-industriale", che ora aveva pi bocche da sfamare. Quando la produzione proto-industriale si ampli e si diffuse, anche l'incremento della produzione tessile provoc la caduta dei prezzi e la riduzione dei livelli di redditivit sia per i produttori contadini che per i mercanti capitalisti. Questi ultimi trovarono che era sempre pi difficilmente controllabile questa forma di produzione, svolgendosi essa senza supervisione nell'interno delle unit familiari contadine, oltre che risultare eccessivamente lunga. Vi erano, infatti, forti ritardi prima che i mercanti alla fine ricevessero e vendessero i prodotti finiti, e potessero cos recuperare il capitale iniziale investito in materie prime e nella produzione. Di contro, in termini tecnici il sistema centralizzato di lavoro aziendale offriva economie di scala, cicli produttivi pi rapidi, un maggior controllo sulla qualit e quantit, recuperi pi veloci degli esborsi di capitali e, non ultimo, una maggiore flessibilit da parte dell'imprenditore nel rispondere alle mutevoli condizioni del mercato. Tuttavia il costo era sostenuto dalla nuova forza lavoro industriale, che non aveva pi un qualche diretto contatto con la terra e non aveva niente su cui ripiegare quando le condizioni del mercato costringevano il datore di lavoro a tagliare la produzione e a sospendere dal lavoro gli operai .

Ci nonostante, la diffusione di nuove manifatture al di fuori dei centri ur180 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo bani fu un'altra sfida radicale alla struttura economica dell'AftcierRgitneeuropeo e chiar la forza delle tendenze che incoraggiavano nuove forme di specializzazione regionale. Il che fu spesso evidente nelle citt che precedentemente non erano stati centri di attivit manifatturiera e dove deboli erano le regolamentazioni associative o di altro genere. Per esempio Krefeld, che era stato un possedimento della Casa di Orange prima di passare nel 1702 al Regno di Prussia, divenne nel XVIII secolo un imporrante centro di tessitura della seta. Entro il 1790 il 40% delle unit familiari di Krefeld era impegnato nella tessitura della seta, il 75% della produzione della quale era venduto al di fuori della citt . Nello stesso tempo si acceler in tutta Europa il declino delle citt con insediamento tessile pi antico. Dall'Inghilterra al Nord Italia tessuti nuovi e meno costosi soppiantavano le pi antiche stoffe per tendaggi e le pesanti stoffe di lusso, su cui si erano basate le industrie tessili della prima epoca moderna. H loro declino non fu solo il risultato della concorrenza dei prezzi, ma anche del cambiamento dei gusti e della scomparsa delle lites tradizionali. Cambiamenti di gusti e di fogge di abbigliamento, lo sviluppo di un nuovo mercato della "moda" degli abiti, furono tutti ulteriori sintomi di una nuova economia di consumo in fieri. Ci voleva dire che, anche tra le lites, il XVUI secolo offriva ai produttori opportunit molto maggiori che nel passato, mentre si andava cambiando ed espandendo la composizione sociale dei consumatori di questi prodotti. Ma l'innovazione formidabile fu lo sviluppo dei mercati tessili della nuova economia, i quali alla fine cominciarono ad intaccare gravemente il vasto mondo dell'autosufficienza rurale, che ancora dominava gran parte dell'Europa agricola. Questi nuovi mercati si basavano sulla crescente popolazione urbana della stessa Europa, ma erano anche cresciuti per soddisfare le necessit delle piantagioni coloniali, dove cibo e vestiario erano gli nici articoli di spesa nel mantenimento di ampi eserciti di lavoro fatto da schiavi. Da questa base i mercanti europei si fecero anche strada per rifornire i vasti mercati del Sud America, dell'India e dell'Asia, dove per riuscire dovevano essere competitivi nei costi con le industrie locali e con i produttori locali. Fu per questa ragione che il sub-Continente Indiano, appena in un secolo, dall'essere uno dei pi grandi produttori tessili del mondo divenne un importatore netto di tessili e filati occidentali, mentre le sue industrie andavano rapidamente decadendo . c) Altri centri europei dell attivit manifatturiera pre-industriale Oltre ai Paesi Bassi Meridionali, l'Europa del XVUI secolo era un mosaico di vecchie e nuove regioni manifatturiere, molte delle quali mostrarono seLe industrie e le manifatture 181 gni di rapida espansione e dinamismo durante il corso del XVIII secolo. Si pensi alla Renania costellata di centri manifatturieri, di lavorazione di metalli e minerari di vari gradi di intensit, in particolare il Basso Reno, la Ruhr meridionale e la Bassa Sassonia, dove meno del 20% della popolazione era ancora occupata nell'agricoltura alla fine del XVUI secolo. Vi era una importante industria serica a Berlino, un'estesa produzione di lino in Slesia e una produzione laniera a Bamberg e nel Wrttemberg, ma in tutti questi casi la produzione era quasi intramente artigianale e familiare. Vi erano importanti industrie tessili in Svevia e nei Cantoni Svizzeri . Nelle terre sotto gli Asburgo, oltre che nei Paesi Bassi Meridionali, vi erano numerose industrie minerarie, di lavorazione di metalli e tessili nelle province alpine (Austria e Voralberg) e del Carso (Slovenia), e molti centri tessili nella Lombardia austriaca. Ma i livelli pi alti di attivit manifatturiera ed industriale si trovavano in Boemia e Moravia, oltre che in Slesia la quale, passando nel 1764 alla Prussia, priv la monarchia asburgica di una importante area manifatturiera . Nel 1789 pi d 400.000 lavoratori, soprattutto lavoratori in casa, erano impegnati nella filatura dlia lana, del cotone e del lino in Boemia, con altri 125.000 che lavoravano nelle fabbriche centralizzate: insieme costituivano circa il 17,5% del totale della popolazione, che assommava a 3 milioni. In Moravia e nella parte della Slesia di lingua ceca vi erano altri 100.000 filatori e tessitori. La Boemia aveva anche 59 ferriere, 197 fornaci, come anche un'industria vetraria

recente, ma importante ed in espansione. Le nuove tecnologie, che avevano meccanizzato la filatura, furono introdotte molto rapidamente anche in Boemia alla fine del XVIII secolo da ingegneri belgi ed inglesi, sebbene la loro diffusione fosse abbastanza lenta a causa della persistente prevalenza della produzione domestica. In verit, sia la Boemia che la Moravia godevano di estese risorse naturali e di una buona offerta di manodopera, che avrebbe facilitato la prima industrializzazione. Esse erano anche l'unica parte della monarchia asburgica, oltre ai Paesi Bassi Meridionali, che godeva dell'accesso ai mercati esterni tramite il fiume Elba. Le province settentrionali ed orientali della monarchia erano quasi completamente tagliate fuori dal sud, e la catena alpina rendeva Trieste inaccessibile al commercio interno. Ma via Elba, i produttori boemi e moravi potevano raggiungere i mercati dell'Europa del Nord e guardare Amburgo come il loro principale porto franco. Tuttavia l'espansione del commercio fu severamente limitata dalla politica protezionistica adottata sia dagli Asburgo che dai governanti tedeschi. Nonostante il commento di un viaggiatore inglese dei primi del XVIII secolo che: "la Boemia pu sentirsi lusingata di essere una piccola Inghilterra per il Continente", l'espansione delle sue manifatture era pesantemente limitata dagli angusti mercati domestici e dal limitato accesso a quelli esterni . Un'altra area significativa dello sviluppo manifatturiero.nel XVUI secolo 182 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo era la Catalogna. Al contrario delle province occidentali, che continuavano a monopolizzare il commercio spagnolo con le colonie americane, la Catalogna svilupp un fiorente nuovo settore manifatturiero nel corso del XVUI secolo basato sulla stampatura e tintura della tela di cotone (calic o cotonina). Entro il 1780 vi erano a Barcellona 80 fabbriche che producevano cotonine stampate e che impiegavano pi di 800 lavoratori, mentre Londra nello stesso periodo aveva solo 23 laboratori addetti alla stampa delle cotonine, ole impiegavano circa 600 lavoratori. Le cotonine stampate catalane erano riesportate nelle Americhe via Cadice e nelle altre parti d'Europa e del Mediterraneo. Esse danno una ulteriore spiegazione sia dell'espansione che dell'aumentata specializzazione regionale della produzione manifatturiera nell'Europa pre-industriale . Questa rassegna, breve e non esauriente, delle attivit manifatturiere (per il momento tralasciando deliberatamente il caso della Gran Bretagna e della Francia, a cui si volger tra breve) serve a dimostrare non solo la misura europea dei cambiamenti in itinere, ma anche il fatto che, persino in assenza della diffusione di nuove tecnologie, importanti cambiamenti avevano luogo nelle economie europee nel corso del XVIII secolo. L'espansione di nuove e vecchie manifatture riflette la crescente importanza dei mercati sia interni che esterni. In molti casi l'assenza di mercati elastici o accessibili era uno degli ostacoli pi critici all'espansione. Lo spostamento della produzione da tradizionali stoffe pi pesanti a nuovi tessuti leggeri e meno costosi spiega anche la capacit sia di adattamento che di creazione di nuovi mercati. Cominciavano anche ad emergere nuove forme di organizzazione della produzione, sebbene nella quasi maggioranza dei casi l'aumento di produzione fosse raggiunto usando metodi sperimentati e tecniche impiantate da tempo . d) La Francia e il Regno Unito Le discussioni sul perch dapprima in Inghilterra avvennero le innovazioni essenziali, che furono la base della nuova economia industriale, si considerano meglio nel contesto del pi ampio panorama europeo di crescita e di espansione. Da quanto si gi detto, evidente che innovazioni come la pompa a vapore di Newcomen furono imitate in altre parti d'Europa subito dopo la loro invenzione. Nonostante gli sforzi dei governi volti ad impedire che le tecnologie oltrepassassero le proprie frontiere, queste viaggiavano con poca difficolt. Ci che fu eccezionale per l'Inghilterra fu l'accettazione, l'applicazione pratica e la rapida diffusione delle nuove invenzioni e delle nuove macchine, processo che a sua volta stimol la ricerca per sostituire la forza lavro umana con macchinari in altri processi di produzione . Le industrie e le manifatture 183 Per spiegare perch ci accadde, dovremmo iniziare dal confronto delle condizioni economiche tra l'Inghilterra e altri due Paesi europei dove

l'espansione economica fu estremamente rapida nel XVTII secolo: la Francia e il Belgio. Gli storici economici ora convengono che in termini pr capite l'espansione dei settori sia commerciale che manifatturiero della Gran Bretagna e della Francia sono pressappoco paragonabili nel corso del Settecento, e che la Francia avrebbe potuto sopravanzare la sua rivale per la fine del secolo. Nel 1800 la popolazione della Francia (circa 30 milioni) era ancora maggiore di quella dell'Inghilterra di almeno un terzo, sebbene si fosse espansa pi lentamente nel secolo precedente. La Francia aveva industrie tessili estese e altamente specializzate in un gran numero di differenti regioni. Come nelle Fiandre ed in Inghilterra, la produzione tessile francese ebbe lo stesso avvicendamento dai tradizionali tessuti di lana alla produzione di tessuti pi leggeri di cotone e misti. Le nuove industrie tessili di cotone e di lino erano concentrate in Normandia, Piccardia ed in Alsazia, ma molte citt che precedentemente erano specializzate nella produzione di stoffe di lana, come Troyes, seguirono la nuova tendenza e si convertirono al cotone. I principali centri della produzione di cotone alla fine del secolo erano Rouen, Lilla e Mullhouse e fu in questi che alla svolta del secolo furono accettate assai rapidamente le innovazioni inglesi (in particolare il filatoio intermittente autofunzionante nella filatura del cotone). L'espansione della filatura del cotone in Alsazia deriv dall'emigrazione di lavoratori da Neuchatel. Nello stesso tempo Lione emergeva come uno dei principali centri d'Europa per la produzione di tessuti di seta, efficacemente soppiantando le citt venete dell'Italia del Nord, che fino ad allora avevano dominato la produzione di tessuti di seta di qualit . Questi erano tutti segnali della capacit che le industrie francesi avevano di rispondere alle mutevoli forze di mercato. Inoltre, la Francia, al pari dei Paesi Bassi Meridionali, possedeva un ricco patrimonio di risorse economiche naturali Nel Pas de Calais, nei territri che andavano verso est, dai confini francesi ai Paesi Bassi attraversando le foreste e dalle Ardenne verso l'Alsazia e la Lorena, vi erano ricchi depositi di minerali e di carbone, mentre di fatto dovunque vi era abbondanza di legname da costruzione e d'uso industriale, come pure di fiumi e di vie d'acqua navigabili. La manodopera era anche abbondante e soprattutto a buon mercato . Presi insieme, questi fattori spiegano perch la propensione verso la meccanizzazione fosse sentita molto meno fortemente nelle industrie e nelle manifatture francesi (come fu anche il caso del Belgio) che in Inghilterra. Come M. Levy Leboyer ha sottolineato: "La mcanisation n'tait donc indispensable pour accroitre le produit industrielle" . Le abbondanti forniture di materie M. LEVY LEBOYER, Le processus d'industrialisation: le cas de l'Angleterre et de la France, in Revue Hstorique, voi. 239,1968, p. 286 . 184 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo prime, nessuna.carenza di legname da combustione e la manodopera a buon mercato permisero alle industrie francesi di espandersi senza difficolt, sebbene nello stesso periodo le loro corrispettive inglesi dovessero far fronte a numerose strozzature. Di queste, quella avvertita per prima in Inghilterra fu causata dalla forte penuria, e quindi dall'alto prezzo, del legname e della carbonella. La scarsit di alberi era in parte storica e rifletteva l'intensit dei metodi inglesi di coltivazione, ma era stata esacerbata nel XVII e XVIII secolo dall'espansione e costruzione urbana e dall'espansione egualmente rapida della marina militare e della flotta mercantile britannica. Nel caso delle costruzioni di case, i mattoni sostituirono il legno, ma per le costruzioni navali i Britannici divennero sempre pi dipendenti dalle forniture dei Paesi Baltici . Da qui la notevole importanza del successo di Abraham Darby, che svilupp un processo di fusione del ferro sostituendo il carbone coke alla carbonella. Questo importante passo avanti venne presto, nel 1709, e fu seguito (1784) dal nuovo processo di "puddellaggio" di Henry Cort, che permetteva anche l'uso del carbone coke negli stadi finali della produzione siderurgica. Il risultato fu che nel 1800 l'Inghilterra produceva 200.000 tonnellate di ghisa grezza all'anno una quantit veramente notevole secondo gli standard dell'epoca . Nel 1870 questa cifra era salita a 6 milioni di tonnellate, pi della met del to tale della produzione mondiale di ghisa grezza .

Queste innovazioni tecnologiche furono rivoluzionarie nel loro impatto, anche se questo fu graduale piuttosto che immediato. La capacit di produrre ghisa grezza di qualit sempre migliore, in quantit sempre maggiori e meno costose, rese per la prima volta disponibile un prodotto che avrebbe dato il nome alla prima epoca dell'industrializzazione ed i cui usi erano quasi infiniti. Ma non meno importante fu l'emancipazione delle diffuse industrie metallurgiche, site intorno ai principali depositi di minerali nelle Mldlands inglesi, dalla dipendenza dal legname e dalla carbonella. Ci incoraggi l'espansione sia delle lavorazioni metallurgiche che delle nuove industrie minerarie, poich la domanda di carbone cominciava a crescere. Inoltre, tale emancipazione rese anche possibile lo sviluppo di nuove industrie, come quella vetraria (a Stour-bridge, Dudley e a Birmingham) e della ceramica nelle "Potteries" del sud Notttnghamshire. Essa inoltre incoraggi anche la lavorazione di filoni minerari in altre regioni, come nella contea di Durham, dove abbondanti depositi di carbone diedero vita a loro volta allo sviluppo di nuove industrie. Tra il 1680 ed il 1780 la produzione di carbone in Inghilterra aument del 300%. Quando si cominci a lavorare ai nuovi depositi di minerali e di carbone, la geografia produttiva si ampli e stimol l'espansione di una rete di comunicazioni gi estesa e, dopo gli anni Cinquanta del Settecento, in particolare di ca-nali\ C.WILSON, England's Apprenticeship 1603-1763, London, 1965, p. 300 . Le industrie e le manifatture 185 Gli sviluppi nel settore tessile inizialmente seguirono un modello diverso. I primi tessuti di cotone erano stati importati dall'India e incontrarono un successo immediato sui mercati sia interni che esteri. Mentre la parte pi economica del mercato era per gli schiavi delle piantagioni nei Caraibi e in America e per i consumatori poveri d'oltremare, l'introduzione"di tessuti leggeri di cotone e di lino determin una importante rivoluzione nei gusti degli europei occidentali. Grazie allo sviluppo di nuove tecniche di stampaggio e di tintura, i nuovi tessuti resero possibile lo sviluppo di nuovi disegni ricchi e colorati, che erano ricercati tanto dai benestanti quanto dai poveri. Mentre precedentemente la moda ed il gusto erano stati determinati dalle Corti e dai cortigiani, con una preferenza per tessuti opulenti e pesanti (i produttori europei verificavano ora che questi avevano pochi sbocchi, eccetto tra la nobilt delKEuro-pa Orientale e della Russia e per gli biti da cerimonia, specie per i prelati), i nuovi tessuti rivoluzionarono le possibilit del disegno sui capi di vestiario. Questi nuovi tessuti, come ha recentemente evidenziato lo storico americano David Landes, segnarono anche un importante progresso negli standard dell'igiene personale tra gli europei, perch si potevano lavare pi facilmente e pi frequentemente degli indumenti di lana . Lo sviluppo dell'industria cotoniera nel Lancashire nella prima met del XVIII secolo era collegato, al pari degli analoghi sviluppi nelle Fiandre e nella Francia settentrionale, ad una strategia di sostituzione importante, volta a ridurre la dipendenza dalle importazioni dall'India. Ma la forza della domanda verso i nuovi tessili costrinse i produttori cotonieri inglesi ad affrontare una serie di importanti vincoli: la lentezza della produzione di filati che si avvaleva del tradizionale lavoro svolto in casa; l'alto costo della manodopera; le limitazioni imposte dal sistema di produzione domestica ad adattarsi ad una domanda di mercato in rapido cambiamento. Questi vincoli vennero ampiamente superati dalla meccanizzazione della filatura, grazie all'uso di innovazioni come i filatoi multipli e i filatoi intermittenti che, insieme alla concentrazione delle operazioni di filatura e di stampaggio e tintura in "fabbriche" centralizzate, permisero un decisivo sfondamento nella meccanizzazione della produzione tessile, anche se la meccanizzazione della tessitura avrebbe fatto seguito naturalmnte solo molto pi tardi, nel caso inglese non prima degli anni Trenta dell'Ottocento . La rapida diffusione delle nuove tecnologie applicate alla filatura ebbe molti effetti a catena, che trasmisero impulsi ad altri rami dell'industria e del commercio. Inizialmente la domanda di forza vapore fu molto bassa: la grande epoca del vapore sarebbe venuta soltanto con l'epoca delle ferrovie, nei primi anni Trenta dell'Ottocento. Ma l'espansione della produzione di filati di cotone cre una domanda di officine per la costruzione delle nuove macchine e una domanda di

migliori mezzi di trasporto. Fece anche nascere nuove citt "industriali" come Manchester e Oldnam, che rapidamente divennero sinonimi tristemente noti della nuova epoca industriale . 186 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo La meccanizzazione della filatura del cotone in un arco di tempo relativamente breve si sarebbe mostrata rivoluzionaria nel suo impatto e avrebbe permesso ai produttori di superare sia la scarsit di forniture di filati che l'alto costo del lavoro pre-meccanizzato. Ma l'efficacia dei costfcdi queste innovazioni era possibile solo a causa della esuberanza della domanda, sia interna che esterna. Ecco che ci si trova di fronte a ci che fu probabilmente la differenza determinante tra l'Inghilterra del XVUI secolo ed i^uo vicini europei. Nonostante l'ampiezza dell'espansione economica e in Francia e nei Paesi Bassi Meridionali, in entrambi i casi i livelli della domanda furono limitati. Nel caso del Belgio ci fu in parte la conseguenza delle politiche commerciali austriache e del blocco olandese della Schelda. Nel caso della Francia vi erano da considerare molti fattori: la pi bassa velocit di espansione demografica, la persistenza di un'ampia popolazione contadina capace di autorifornirsi, la misura relativamente piccola della maggior parte delle citt di provincia e i molti ostacoli che continuavano a frappofsi ad un pi intenso commercio intra-regionale, causati da scarse comunicazioni, da tariffe inteme e, non ultimo, dalla maggiore dimensione geografica della Francia . Al contrario, l'Inghilterra del XVUI secolo offriva comunicazioni pi facili, che permisero ai produttori di manufatti delle contee centrali di raggiungere senza difficolt sia i porti marittimi occidentali che orientali. L'espansione urbana non era soltanto pi dinamica e rapida, ma anche geograficamente pi ampiamente distribuita che in Francia. Il risultato fu una domanda urbana di consumi con una portata e una vitalit che a quel tempo non si trovava in al-cun'altra parte d'Europa. Ci fu evidente nello sviluppo di una intera serie di nuove industrie di beni di consumo in aggiunta a quelle tessili. Tra queste, rivestirono una grande importanza le nuove industrie di ceramica introdotte da uomini come Josiah Wedgwood. Al pari di altri produttori, Wedgwood cercava nuove tecniche di fabbricazione della ceramica, che gli avrebbero permesso di imitare a costi inferiori gli stili classici tipici della porcellana di Meissen e della pi economica olandese "Delftware", la quale era ancora di moda in Inghilterra. Le innovazioni tecnologiche apportate nel processo produttivo permisero a Wedgwood di produrre con disegni innovativi prodotti di alta qualit a bassi costi, creando perci nuovi mercati di consumo. Il successo particolare di Wedgwood si dovette anche all'abilit di dare ai suoi prodotti uno stile caratteristico, che rifletteva anche i gusti dell'epoca. Un esempio lo si ha nell'adozione da parte sua sul vasellame da tavola dei disegni romani scoperti nelle ville pompeiane da poco portate alla luce. Queste innovazioni furono assunte anche da altri ceramisti concentrati nell'area - che divenne nota come le "Potteries ' inglesi - la quale, dominando i mercati interni, acquis rapidamente anche i mercati di esportazione in fase di espansione . La sostituzione delle importazioni e la creazione di nuovi mercati fu alla base di molte altre vitali innovazioni inglesi di questo periodo. Secondo quello Le industrie e le manifatture 187 che lo storico economico Carlo Poni ha descritto come uno dei primi importanti esempi di spionaggio industriale, un inglese di nome John Lombe fond nel Derby una nuova industria della seta nei primi anni Venti del Settecento. Per prima cosa Lombe aveva fatto un viaggio in Italia, dove aveva studiato per esteso l'industria della seta bolognese, prima di ritornare a Derby per mettere in pratica quanto aveva visto in Italia. Ma al posto del complsso sistema di laboratori, di artigiani specializzati e delle rigide regolamentazioni corporative di Bologna, la fabbrica di Lombe a Derby si specializz nella produzione di organzino di seta e impieg 300 donne, che lavoravano continuamente in due turni di 12 ore, tagliando i costi dell'organzino bolognese del 30% . La rapida espansione dell'industria inglese di fabbricazione della birra nel XVIII secolo fu un altro indicatore della esuberanza dei mercati urbani dell'Inghilterra, anche quando provvedevano alle necessit delle classi sociali pi povere. La produzione industriale della birra (precedentemente fatta fermentare in casa o localmente come nel resto d'Europa) risaliva alla

fine del XVII secolo e fu in parte una risposta al gusto popolare crescente di richiesta di prodotti importati, come il t e il caff, ma anche di gin (che permise ai proprietari terrieri di trovare un mercato alternativo in un momento, la prima met del XVUI secolo, in cui i prezzi dei cereali andavano cadendo). L'industria della fabbricazione della birra fu la creazione di uomini come Samuel Whit-bread, Benjamin Truman, Samuel Barclay ed Henry Worthington e probabilmente fu la prima industria a provvedere a un mercato autenticamente di massa. Lo sviluppo dell'industria dipese dallo sviluppo di complessi metodi di magazzinaggio e di trasporto per rifornire mercati distanti dal punto di produzione. Uno dei primi e principali centri dell'industria di fabbricazione della birra fu Burton-on-Trent nelle Midlands, da dove la birra veniva trasportata tramite canali e su strada non solo alle piccole e grandi citt delle Midlands, ma anche a Londra, Liverpool e pi a nord. La vitalit dei mercati sia interni che esterni diede a sua volta una speciale vitalit al processo di crescita economica in Inghilterra e pose le imprese industriali inglesi su un percorso diverso da quello delle loro corrispettive francesi o belghe. In entrambi i casi i mercati interni giocarono il ruolo pi importante (nel 1800 venivano esportati solo il 18% dei tessili francesi, di cntro al 41% di quelli inglesi), ma il fattore pi rilevante sembra essere stato l'accresciuta domanda sui mercati interni. Il risultato fu il mettere in luce modelli peculiari di crescita economica, che nel caso francese portarono all'espansione di industrie specializzate, capaci di dominare importanti settori di mercato, specialmente quando l'enfasi era posta sulla qualit. Le tendenze sottostanti alle due economie si muovevano, perci, verso direzioni completamente opposte: le industrie inglesi provvedevano principalmente ai mercati di grosso volume e di basso costo e fornivano merci Ibidem, p. 299, 188 Tra espansione sviluppo economico nell'Europa delXVIII secolo che, non solo in Francia, ma anche in gran parte del resto d'Europa, erano ancora prodotte da famiglie contadine per il proprio uso; al contrario, i produttori francesi badavano conservare i mercati di qualit, dove volumi minori di . produzione erano compensati dal maggiore valore aggiunto. Ed essi continuarono su questa strada per un certo tempo senza l'aiuto della meccanizzazione, fin quando si pot trovare manodopera specializzata con salari tali da non ridurre i profitti. ** Anche in Inghilterra la diffusione della produzione meccanizzata e l'uso della forza vapore furono, infatti, del tutto graduali, e molto pi lente di quanto spesso si supponesse. Ma probabilmente furono di maggiore importanza i nuovi modi in cui la produzione veniva organizzata. Le famose fabbriche Soho di Matthew Boulton a Birmingham erano diventate negli anni Settanta del Settecento un oggetto di ammirazione a causa della complessa divisione di manodopera e produzione su cui si basavano. Queste nuove forme di produzione davano significato concreto ai princpi economici pi generali avanzati dai nuovi teorici economici, come Adam Smith, ed erano esempi tangibili dei va* lori che avrebbero ispirato l'ra del capitalismo industriale: il ruolo centrale e di guida dell'imprenditore, insieme al suo potere assoluto cme padrone della fabbrica; il trasferimento fisico della produzione dal laboratorio artigiano alla "fabbrica" centralizzata; la trasformazione del lavoratore specializzato indipendente in una semplice unit dentro un processo interdipendente di produ: zione. Tuttavia, realt pi antiche sopravvissero nel secolo seguente e fino alla met del XIX secolo vi furono in Inghilterra pi lavoratori industriali nei piccoli laboratori artigiani che nelle nuove fabbriche di massa. Ma le fabbriche Soho di Boulton rimasero la personificazione di princpi e valori che puntellavano la nuova ra del capitalismo industriale e furono rapidamente imitate da imprenditori che operavano nelle economie di altre nazioni. ; Il ruolo dello Stato Uno dei temi centrali della prima storiografia sulle origini delle rivoluzioni industriali cpllegava il precoce sviluppo industriale dell'Inghilterra alla presenza di una cultura della Ubera impresa. Questa idea era stata per molto tempo al cuore delle diverse teorie sociologiche di modernizzazione, che erano state avanzate fin dall'analisi classica di Max Weber sui coUegamenti tra il moderno capitaUsmo e l'"Etica Protestante". Mentre studi pi recenti hanno portato invece ad enfatizzare l'importanza delle specifiche condizioni ruraU e di mercato, che

incoraggiarono l'uso dei macchinari in Inghilterra prima che altrove, spesso si sostiene che una delle maggiori restrizioni allo sviluppo deriv dall'intervento dello Stato . Il ruolo deUo Stato nello sviluppo economico del XVTII secolo resta estremamente difficile da misurare, anche perch "lo Stato"non per niente facile da definire. Secondo una vasta generaUzzazione, tutti gU Stati europei, Gran Bretagna inclusa, continuavano con vari gradi di impegno a seguire le poUti-che mercantilistiche commerciaU ed economiche elaborate nella seconda met del XVII secolo. Il mercantilismo era basato sul presupposto che il volume del commercio era finito, e che ogni Stato avrebbe dovuto adottare misure protettive per assicurare che la propria quota commerciale non diminuisse, che le importazioni fossero mantenute al minimo e che le industrie interne fossero difese dalla concorrenza deUe importazioni straniere . In quanto al commercio estero, questi princpi non furono mai messi seriamente in discussione nel XVTII secolo, anche quando crebbe la pressione a liberalizzare il commercio interno. I Navigation Acts inglesi del XVII secolo escludevano i mercanti di tutti gU altri Paesi dal commerciare con le colonie britanniche del Nord America e ordinavano che tutte le merci sbarcate nei porti coloniali dovessero essere trasbordate da porti metropolitani britannici. I regolamenti commerciaU introdotti in Francia da Colbert avevano una funzione analoga, mentre il commercio coloniale della Spagna era similmente soggetto a uno stretto controllo monopoUstico ed era incanalato esclusivamente attraverso il porto di Cadice dopo il 1717 . I cambiamenti nelle politiche commerciaU durante il XVUI secolo erano influenzati meno dalle nuove teorie economiche che dalle necessit materiaU 190 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo I che i governanti europei dovevano fronteggiare. Se uno dei principali temi della storia politica d'Europa nel XVIII secolo era il tentativo da parte dei governanti delle dinastie europee di creare delle autocrazie ^golutiste e burocratiche, il principale motivo di ci stava nei costi rapidamente* crescenti del governo e nella necessit di incrementare gli introiti. In tutta l'Europa del XVUI secolo i costi del governo e della pubblica amministrazione incominciarono ad aumentare senza precedenti. Un importante fattore di questo aumento fu il costo, in rapida ascesa, del mantenimento ed equipaggiamento degli eserciti e delle marine militari, da cui dipendeva in definitiva l'autonomia dinastica. Ci richiedeva impieghi sempre pi pesanti di entrate pubbliche anche nei pi piccoli Stati dinastici, creando il bisogno di massimizzare i redditi precedenti e di trovarne di nuovi. Queste spinte incoraggiarono i governanti delle dinastie europee nei loro tentativi di trasformarsi in monarchi assoluti e di sviluppare nuove forme di amministrazione centralizzata e burocratica. Sia in Francia che nella monarchia asburgica ci avrebbe accelerato la crisi politica e istituzionale dello Stato a&ixAncienRgime. In entrambi i casi ci fu contrassegnato da una serie di tentativi, rivelatisi alla fine infruttuosi, di creare forme di autocrazia burocratica nel contesto delle monarchie aeuAncietiRgitne, in cui l'esercizio del potere era in effetti condiviso con gli ordini privilegiati: la nobilt, la chiesa e le corporazioni privilegiate. Un fattore essenziale di questi conflitti furono, in verit, i privilegi fiscali, che limitavano severamente la base impositiva, in pratica, di tutte le monarchie e principati del continente . Gli esperimenti noti come "Assolutismo Illuminato" erano spinti dal desiderio dei governanti di accrescere i limitati poteri delle monarchie dell'Ancien Regime, che a loro volta richiedevano la riorganizzazione della pubblica amministrazione per promuovere la ricchezza nazionale quale strumento per aumentare le entrate pubbliche. In altre parole, la politica statale non era determinata da una visione generale dell'economia, ma pi direttamente dalla intensificazione delle necessit fiscali dei governanti dinastici. Questi obiettivi avrebbero potuto, ma ugualmente avrebbero non potuto, coincidere con un pi ampio programma volto ad incoraggiare lo sviluppo economico. In verit, in molti casi questo non fu cercato proprio esplicitamente. Per esempio, in molti Principati Tedeschi prima del 1800 le classi fondiarie erano estremamente ostili a qualsiasi espansione dell'attivit industriale tradizionale o di operazioni commerciali, per il motivo che queste avrebbero potuto ridurre (e quindi rendere pi costosa) l'offerta della forza lavoro agricola. Nel caso della monarchia asburgica, questa pi

ampia preoccupazione era unita all'ansia di non rivendicare il primato delle terre ereditarie asburgiche a spese delle altre parti dell'Impero. Col risultato che non solo la Lombardia e la Slovenia, ma anche Boemia, Moravia ed Ungheria erano soggette a restrizioni commerciali e ad oneri fiscali, ideati principalmente per sostenere l'amministrazione centralizzata dell'Impero e della sua capitale, Vienna. Nel caso della Prussia, l'osIl ruolo dello Stato 191 sessione della monarchia per l'espansione del suo esercito comport che tra il 1740 e il 1780 tra il 70 e l'80% di tutte le entrate statali fu devoluto alla spesa militare, causando alti livelli di tassazione, che restringevano l'espansione dei consumi intrni e della produzione non-agricola . Questo non imped n a Maria Teresa n a Giuseppe II d'Austria di sperimentare riforme amministrative e burocratiche, mentre l'amministrazione austriaca sia nei Paesi Bassi Meridionali che in Lombardia fu illuminata ed attiva nel promuovere non solo miglioramenti nell'agricoltura e nuove industrie, ma anche l'istruzione popolare ed una migliore amministrazione civile. I loro effetti positivi, per, dovevano essere controbilanciati dagli scopi protezionistici e fiscali della politica asburgica, che limitava severamente le opportunit commerciali esterne. Anche in Francia, nonostante l'alleanza tra la monarchia e quelle sezioni di opinione illuminata rappresentate dai ministri che seguivano Turgot, i princpi del mercantilismo e del libero scambio continuarono ad esistere fianco a fianco. Le misure per allentare i controlli sul commercio interno dei cereali, misure che risalivano al 1754, erano un'attestazione dei propositi suggeriti dalla scuola francese di economisti nota come i "Fisiocrati", scuola che propugnava all'interno del Paese una maggiore libert di scambio come strumento per incoraggiare l'espansione della produzione agricola. Ma queste misure liberalizzanti andavano a cozzare tanto contro fondamentali ostacoli politici che contro problemi fiscali ed economici. Per quanto convincenti fossero in teoria i princpi del libero scambio interno, il problema pratico stava nel trovare un qualche modo per rimpiazzare le entrate pubbliche e private, che si sarebbero perse una volta tolti i dazi e le gabelle interni. In ogni caso fu solo in certi luoghi che il governante - in quanto opposto ai proprietari terrieri feudali - aveva la giurisdizione necessaria per imporre simili cambiamenti . Nel caso del commercio estero, i princpi della liberalizzazione erano persino pi difficili, anche perch era chiaro che anche le nazioni commerciali pi potenti, come il Regno Unito, continuavano a schierare una potente batteria di restrizioni e monopoli. Anche i governanti europei guardavano con cautela ad una potenza che nel 1703 aveva imposto al Portogallo un trattato commerciale, il Trattato di Methuen, che in seguito il ministro portoghese, marchese di Pombal, denunci, in quanto aveva permesso agli inglesi di assumere il completo controllo dell'intero commercio portoghese col Brasile. L'alternativa su cui Pombal rinegozi il trattato anglo-portoghese nel 1754 si bas sulla reciprocit di concessioni su merci specifiche, e questa fu la base per successive negoziazioni commerciali con la Spagna e la Francia. Queste si conclusero col Trattato di Eden del 1786 tra la Gran Bretagna e la Francia, che segn una breccia, dalla vita estremamente breve, nelle politiche protezionistiche francesi, le quali furono immediatamente reimposte dopo la Rivoluzione, nonostante l'Assemblea Costituente proclamasse contemporaneamente il 2 marzo 1791 la 192 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo libert di impresa e di commercio intrno, insieme all'abolizione delle corporazioni e delle ex manifatture reali. La combinazione del liberalismo economico per il commercio interno col protezionismo per il commercio estero sarebbe continuata sotto il Direttorio ed il Consolato e sarebbe rimasta l'indispensabile politica economica dell'Impero Napoleonico dopo il 1805, Gran parte del dibattito sul protezionismo industriale si concentrato sulle numerose "manifatture" reali promosse dai governanti europei durante il XVIII secolo. La pi famosa di queste fu la fabbrica di porcellana di Meissen, costruita e fatta funzionare in assoluta segretezza dall'Elettore Augusto di Sassonia. Molti altri governanti europei imitarono questo modello, incluso il re Carlo III di Napoli, che spos la figlia del re di Sassonia e impiant una propria fabbrica di porcellana sul modello di Meissen nel palazzo reale di Capo-dimonte. Negli Stati Germanici quasi tutte le prime innovazioni

tecnologiche furono il prodotto di interventi da parte dei governanti: il primo filatoio multiplo a Ratingen, il primo motore a vapore nelle miniere di Mansfeld nel 1795, il primo altoforno a carbone a Gleiwitz nell'Alta Slesia nel 1794, che fu imitato a Knigshutte nel 1799. Questi interventi erano semplicemente delle manifestazioni dello splendore regale, il cui proposito era di riflettere la gloria e la creativit del sovrano, piuttosto che dare un qualche significativo contributo economico. La loro influenza sul processo economico rimase limitata . Tuttavia, gli storici francesi P. Deyon e P. Guignet sono convinti che questo non fu sempre il caso. In Francia, dopo la met del secolo, le patenti reali e i privilegi concessi agli imprenditori francesi facevano parte di un coerente progetto, il cui scopo era di sostituire le importazioni imitando e adottando le nuove tecnologie britanniche. L'intervento governativo si mostr anche vitale per il riuscito sviluppo dell'industria catalana di stampaggio del cotone nel XVIII secolo . Tuttavia, il ruolo dello Stato nello sviluppo economico va posto in un contesto pi ampio. Fu enormemente varia la capacit statale nel XVIII secolo di proteggere e promuovere gli interessi economici al fine di creare condizioni di stabilit ed ordine, in cui potessero prosperare l'impresa e il commercio. La debolezza delle monarchie spagnola e portoghese fu chiaramente un fattore nella crescente vulnerabilit del loro commercio estero. In particolare, i pr blemi finanziari che la monarchia spagnola si trovava di fronte rendevano sempre pi difficile la. formazione di una qualsiasi forma di coerente politica economica e commerciale- Ma ci fu anche vero, pur se con diversi gradi di-gravit, per la monarchia borbonica in Francia, per la monarchia asburgica e? per la Repubblica Olandese. D'altra parte vi erano molte regioni in Europa, inclusi i Paesi Bassi Meridionali, che non avevano una bench minima voce Siili loro destino economico o politico . Al contrario, sia la Francia che la Gran Bretagna erano pronte ad agire vi* gorosamente per proteggere ed estendere i loro interessi commerciali. Pet Il ruolo dello Stato 193 esempio, la Gran Bretagna fece non meno di nove interventi militari e navali nel Baltico tra il 1715 ed il 1727 per difendere i propri interessi commerciali. La guerra pi costosa del XVTII secolo, la Guerra dei Sette Anni (1756-63), fu combattuta tra la Gran Bretagna e la Francia per motivi che il primo ministro britannico William Pitt defin esplicitamente economici: impedire alla Francia di congiungere la Louisiana ed il Quebec e, quindi, formare un sistema coloniale che avrebbe rivaleggiato con quello britannico nel Nord America. In parallelo con le guerre con la Francia, la Gran Bretagna fece ricorso ripetutamente anche alla forza per imporre i suoi interessi commerciali sulla Spagna . Mentre gli interessi commerciali non furono mai l'unico fattore di questi conflitti, la lotta per il controllo sul commercio adantico e sulle colonie americane fu alla base di ci che un recente storico economico americano ha chiamato la "Guerra dei Duecento Anni" tra la Francia e la Gran Bretagna, guerra iniziata nel XVII secolo e conclusasi solo con la battaglia di Waterloo nel 1815 con la sconfitta del tentativo napoleonico di creare un sistema economico continentale. La Gran Bretagna in quel contesto emerse in gran parte come vincitrice, perch lo Stato britannico era riuscito a convertirsi in ci che un contemporaneo italiano, Luigi Blanch, descrisse come "una macchina per fare la guerra". Ma la chiave di questo successo deriv principalmente dalla capacit dello Stato inglese di imporre tasse ed ottenere prestiti senza cadere nelle crisi finanziarie, che sommersero non solo i Borbone francesi, ma anche le altre principali monarchie europee . Questo fu possibile soprattutto a causa deEe strutture fiscali molto diverse che erano emerse dal conflitto tra la monarchia inglese e il Parlamento ai primi del XVII secolo. Ma la stabilit finanziaria dello Stato inglese fu accresciuta dalla fondazione, nel 1694, della Banca d'Inghilterra, che permise al Governo britannico di ottenere prestiti garantiti, ponendo le basi di una stabilit finanziaria senza confronti in alcun'altra parte d'Europa. La Banca d'Inghilterra non ebbe un corrispettivo europeo se non in seguito, nel XIX secolo, n poteva averne, perch essa rispondeva non al re ma al Parlamento. Questa indipendenza istituzionale dalla monarchia diede un senso di sicurezza a coloro che investivano nel debito pubblico inglese, mentre la stabilit

alla base delle finanze pubbliche aveva una parte nello sviluppo relativamente precoce in Inghilterra delle banche provinciali e delle casse di risparmio. Al contrario dell'Europa continentale, dove le tasse erano date in appalto a gruppi di investitori privati, nell'Inghilterra del XVIII secolo erano le banche di provincia che imponevano tasse per la Corona . Tutti questi fattori permisero ai governi inglesi di far fronte a spese militari e navali che si sarebbero mostrate rovinose per i loro concorrenti. Il pi chiaro esempio di ci fu che il governo britannico riusc a saldare nel giro di due decenni, per mezzo di prestiti consolidati, gli enormi debiti contratti per la | Guerra Americana di Indipendenza, mentre i debiti di gran lunga inferiori 194 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVUI secolo contratti dalla Francia nella stessa guerra provocarono la crisi finale delle finanze della monarchia francese, crisi che fu la causa diretta degli eventi che condussero alla Rivoluzione del 1789 . La maggiore capacit finanziaria dello Stato britannico non solo gli permise di muover guerra con pi efficacia, ma significava anche che il commercio britannico poteva contare su ci che era alla fine del secolo la pi grande e pi potente marina militare del mondo. Nello stesso tempo, la relativa solidit delle finanze pubbliche in Gran Bretagna aiut lo sviluppo di pi ampr'merca-ti finanziari e di merci, sebbene la "South Sea Bubble" di John Law negli anni '20 del 1700 dimostrasse che questi non erano mai senza rischi. Ciononostante, le nuove operazioni bancarie, sia a Londra che nelle province, insieme ad una serie di servizi accessori, dalla assicurazione marittima alla intermediazione commerciale, permisero a Londra e ai primari porti britannici di rimpiazzare Amsterdam come principali centri internazionali di operazioni commerciali e finanziarie. Mentre lo Stato non giocava alcun ruolo diretto o indiretto nello sviluppo dei nuovi settori industriali, che furono impiantati in Inghilterra negli anni 70 del XVIII secolo, la sua relativa stabilit finanziaria - insieme alla buona condotta della societ inglese, all'assenza di guerre interne e di disordini di natura politica o civile di una certa portata - offr un vantaggioso contesto alla crescita economica . J Ura napoleonica La Rivoluzione Francese e le guerre che seguirono, culminate nel tentativo di Napoleone di creare un impero continentale europeo, che rivaleggiasse con l'impero marittimo britannico, port l'Europa del lungo XVUI secolo ad una stretta finale in termini economici e politici. Le guerre rivoluzionarie, cominciate nel 1792, seguirono inizialmente la logica strategica, ben impiantata, dei conflitti politici dei primi del XVIII secolo. L'intervento britannico fu all'inizio motivato da considerazioni strategiche, piuttosto che ideologiche o commerciali: la necessit di assicurarsi che la costa belga non cadesse in mani nemiche a seguito dell'invasione francese dei Paesi Bassi nel 1796 e l necessit di mantenere "l'equilibrio del potere" in Europa, a seguit dell'invasione dell'Italia da parte di Bonaparte e della sconfitta dell'Austria nel 1797 (Pace di Campoformio) . A seguito del colpo di stato di Napoleone nel 1799 vennero sempre pi alla ribalta le vecchie rivalit commerciali ed economiche tra la Francia e la Gran Bretagna. Ci fu gi evidente prima della dichiarazione del- nuovo Impero Francese nel 1805, che esplicitamente si ispirava all'idea di creare un sistema economico continentale sotto la sovranit francese. Ma sia quel progetto che I l'Impero erano a loro volta reazioni alla distruzione delle flotte atlantiche spagnola e francese avvenuta nella battaglia di Trafalgar, che dopo due secoli assicur definitivamente l'egemonia marittima della Gran Bretagna. La vittoria britannica priv e la Spagna e la Francia delle loro colonie adantiche ed incoraggi invece Napoleone a creare un sistema coloniale europeo . La logica della subordinazione coloniale era stata presente nella organizzazione delle repubbliche satelliti francesi dopo la seconda vittoria importante di Napoleone sugli austriaci, a Marengo (1800), che port alla occupazione dell'Italia Settentrionale alla creazione della Repubblica Italiana. A mano a mano che gli eserciti guadagnavano controllo su territori europei Sempre pi ampi, dai Paesi Bassi all'Italia, dalla Renatila all'Elba e, quindi, anche alla Spagna, il progetto economico continentale mir ad escludere permanentemente la Gran Bretagna dal

commercio con gli Stati dell'Europa continentale. Ci fu per molti versi il proposito fondamentale dell'Impero, che comportava l'occupazione di Stati di nessuna importanza strategica, come il Regno di Napoli, gli 196 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo Stati Papali ed il Granducato di Toscana, e persino la Spagna, soprattutto per assicurarsi che i loro porti non fossero accessibili alle navi britanniche . L'esclusione del commercio britannico andava di pari passo con la subordinazione delle economie dei Paesi satelliti alle necessit della economia francese. I trattati commerciali, imposti dall'Imperatore agli Stati satelliti della Francia, erano studiati per garantire alle manifatture francesi forniture di materie prime>e, in cambio, dare mercati alle manifatture francesi. Lo storico economico francese Louis Bergeron ha descritto il Blocco Continentale "come un modo particolare di condurre la guerra, ma allo stesso tempo un modo del tutto nuovo di concepire lo sviluppo economico della Francia, che per il futuro si sarebbe dovuto fondare sul dominio economico del Continente Europeo da parte della Francia, dominio che sarebbe stato fieramente difeso con la forza" . In realt, il progetto continentale si mostr di impossibile realizzazione. Ci in parte perch incoraggi una crescita massiccia del commercio" di contrabbando per le merci inglesi, che raggiungevano le destinazioni europee via Italia, Spagna, il Baltico, i Paesi Bassi e persino per mezzo di porti francesi. Ma esso fu anche dovuto alla resistenza che queste misure provocarono negli Stati satelliti e, quindi, alla conseguenza molto contraddittoria delle politiche economiche di Napoleone nell'interno della stessa Francia. Gli sforzi di Napoleone di rendere pi severe le condizioni del Blocco mediante misure imposte dai Decreti di Berlino (21 novembre 1806) ai Decreti del Trianon (luglio 1810) furono in effetti un riconoscimento della impossibilit di far rispettare il sistema . Sebbene il sistema continentale si mostrasse in ultima analisi impraticabile - e quel fallimento min l'impresa imperiale napoleonica anche sotto molti altri aspetti -, l'episodio napoleonico ebbe importanti conseguenze sullo sviluppo economico dell'Europa. L'aspetto pi positivo del retaggio napoleonico venne con l'agenda di riforme che gli eserciti e gli amministratori diffusero per l'Europa. In quei Paesi che vennero sotto il diretto governo francese il feudalesimo fu abolito e lo Stato riorganizzato secondo i princpi emersi dalla Rivoluzione in Francia. Le monarchie costituzionali dai AnenRgirne si ritirarono di fronte a nuove autocrazie amministrative, che prendevano a modello il regime napoleonico in Francia, mentre le terre gi della Corona e della Chiesa erano liquidate per finanziare la conversione e il consolidamento dei debiti delle precedenti monarchie. Lo Stato riguadagn.completa sovranit e furono abolite tutte le giurisdizioni private. Si riorganizzarono le tasse al fine di mantenere le nuove burocrazie amministrative, che badavano a dare esecuzione alle nuove mentalit amministrative - in particolare a favorire i princpi che la propriet e l'impresa individuale erano le chiavi di Volta dello sviluppo ecoL. BERGERON, L'Episode Napolonien. Aspectslntrieurs 1799181},Paris, 1972,p. 190 . L'ra napoleonica 197 nomico. I nuovi Stati burocratici ora si assunsero responsabilit in quanto alla istruzione, per promuovere la conoscenza su coltivazione e manifatture, per mantenere e costruire adeguate infrastrutture - strade, canali e progetti di bonifica del territorio . Come in Francia, i nuovi ruoli assunti dallo Stato erano in forte contrasto con la teoria e con la pratica deU'AncienRgime. Anche in quegli Stati che non vennero sotto il diretto governo francese fu avvertita la spinta riformista. Nella Confederazione Tedesca le riforme introdotte da Von Stein e Von Hardenburg furono messe a punto per liberalizzare il mercato terriero nelle province orientali e per avviare l'opera di emancipazione dei contadini nelle regioni del Gutsherrenschaft,anche se questo si mostr in realt un processo lento. Anche nella monarchia asburgica l'esperienza della sconfitta e della fine del Sacro Romano Impero fondato da Carlomagno fu un forte incentivo alle riforme amministrative, ma nel caso asburgico il problema del feudalesimo e l'emancipazione dei contadini furono rinviati fino alle rivoluzioni del 1848 .

L'altra faccia delle riforme giuridiche e amministrative francesi era naturalmente che le monarchie costituzionali dei'AnctefiRgime erano rimpiazzate da nuove forme di assolutismo burocratico. Ma vi erano anche dei costi economici e specialmente nelle parti pi povere d'Europa gli oneri fiscali richiesti per mantenere le nuove burocrazie andavano spesso al di l di ogni rapporto con le risorse economiche . In termini economici e commerciali l'impatto del governo napoleonico fu " molto eterogeneo. Le conseguenze delle politiche economiche di Napoleone non furono affatto sempre negative, persino negli Stati satelliti. Nell'Italia Settentrionale il periodo della dominazione francese coincise con l'espansione imponente della produzione di bachi da seta e di seta grezza e filata per soddisfare la crescente domanda dell'industria tessile serica di Lione. Ci in realt cre la base di quella che sarebbe rimasta la merce di esportazione di maggior valore della penisola italiana - e dello Stato Unitario italiano dopo il 1860 fino alla prima guerra mondiale. Ma l'ra napoleonica segn l'inizio dell'utilizzazione della seta grezza come principale merce italiana di esportazione, il che di per s dava forma concreta alla trasformazione di una regione che era stata tradizionalmente una delle principali produttrici di stoffa e tessuti di seta in una che forniva materie prime. Trasformazione che si concluse con la perdita delle industrie di rifinitura e con la retrocessione dell'Italia settentrionale al ruolo di fornitrice di materie prime, indipendentemente da quanto quel commercio potesse essere remunerativo . In tutta l'Europa dominata dai francesi il Blocco Continentale incoraggi nuovi esperimenti per sostituire le importazioni. Il privare i produttori europei delle forniture di stoffe di cotone incoraggi la rapida espansione della filatura meccanizzata del cotone nei Paesi Bassi Meridionali e nelle industrie tessili 198 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa delXVIIIsecolo francesi. Ma la mancanza di stoffe di cotone importate mand anche in rovina altri produttori cotonieri, soprattutto nella Renania e in Svizzera. Molti imprenditori originari di queste regioni si trasferirono in altri parti dell'Impero, come il Regno di Napoli, dove sovrani satelliti della FraiSja erano impazienti di costituire industrie tessili locali e andavano incoraggiando la coltivazione del cotone. Nella Renania mercanti e produttori furono improvvisamente tagliati fuori dai loro mercati dell'est e dovettero cercare c]i crearne di nuovi nell'ovest e in Francia.'Le condizioni dei trattati commerciali, per, proteggevano con cura gli interessi dei produttori francesi . Guadagni e perdite variavano moltissimo da un'area all'altra. Nei Paesi Bassi Meridionali l'annessione alla Francia diede una spinta importante verso la meccanizzazione dell'industria tessile e verso la produzione carbonifera: infatti tra il 1800 ed il 1815 il 75% dell'intero consumo di carbone in Francia era soddisfatto dal Borinage belga. Tuttavia, l'industria tessile di Gand fu seriamente danneggiata dalla penuria di filati di cotone e di tessuti di cotone in quanto conseguenza del Blocco . Le politiche economiche e commerciali imperiali crearono sia dissesti sia nuove opportunit, ma nessuna di esse fu durevole, eccetto nel caso della Francia stessa. Qui il cambiamento centrale e fondamentale deriv dalla perdita per la Francia delle sue colonie atlantiche e, quindi, dal rapido declino di citt, come Bordeaux, Nantes, Rouen, che erano state i centri pi dinamici di crescita nel XVIII secolo. Come Louis Bergeron ha sostenuto, la Francia emerse dall'episodio napoleonico con una geografia economica radicalmente trasformata. Le province occidentali allora scivolarono in una esistenza agricola pi quieta, mentre i centri industriali della Francia si consolidarono nel nord e in Alsazia e Lorena. Il declino dei porti occidentali fu in parte compensato dalla crescente importanza di Marsiglia, in quanto principale porto della Francia nel Mediterraneo, e accompagnato dall'espansione della viticoltura commerciale in Linguadoca. Ma fu anche significativo che persino i settori pi avanzati dell'economia francese non avessero ricavato vantaggi considerevoli dai privilegi che le politiche commerciali dell'imperatore avevano rovesciato a pioggia su di essi. La loro accresciuta capacit di produzione aveva in molti casi dato luogo a mercati Sovra-riforniti, ed imprenditori sia della Francia settentrionale che del Belgio lamentavano la natura statica e inelastica dei mercati

interni - una inelasticit che rifletteva il persistente predominio delle unit familiari contadine nella societ rurale. La debolezza della formula napoleonica stava nel fatto che si era indirizzata esclusivamente al problema dell'offerta e che non aveva fatto ninte, persino in Francia, per rafforzare la domanda . Dopo il 1815 l'economia francese, privata dei suoi mercati nelle colonie d'oltremare, divenne pi isolazionistica e pi chiusa nelle proprie frontiere. Ci fu vero dell'Europa nel suo complesso, dove il collasso dell'Impero naL'ra napoleonica 199 poleonico fu seguito da un ritorno massiccio alle politiche protezionistiche del secolo precedente. Nel frattempo, il divario tra l'economia britannica e quella europea in termini di industrializzazione e di crescita si era ingrandito m misura notevole. Secondo lo storico economico francese Francois Cru-zet, il nuovo potere industriale e commerciale della Gran Bretagna alla fine delle guerre con la Francia minacciava l'intera Europa del destino che era gi toccato al sub-Continente Indiano - il pericolo, cio, di diventare il fornitore di materie prime a una Gran Bretagna sempre pi industrializzata. Ma gli storici economici hanno dimostrato successivamente esser questa un'esagerazione. Il processo di industrializzazione era per molti aspetti complementare e promosse crescita e nuovo sviluppo industriale a mano a mano che esso progrediva. Sidney Pollard, che descrisse le relazioni tra la Gran Bretagna industriale e l'Europa che si industrializzava come una "conquista pacifica", ha sottolineato la natura complementare del processo. Per esempio, dopo il 1815 massicce esportazioni britanniche di filati di cotone permisero in Sassonia la rapida espansione dell'industria tessile cotoniera, che svilupp suoi propri mercati nell'Europa orientale. Come nel secolo precedente, la specializzazione della Gran Bretagna in produzione di grandi quantit incoraggi la preferenza da parte della Francia verso prodotti di qualit con alto valore aggiunto,come quelli dell'industria serica di Lione. Fu anche chiaro, dall'esempio del Belgio, che n politiche governative n guerre bastavano ad impedire la rapida diffusione di nuove tecnologie l dove esisteva la domanda . L'Europa entr nel secolo post-napoleonico ancora come un mosaico economico di regioni pi o meno sviluppate. Nonostante i tentativi fatti da Napoleone di integrare ed unificare le economie europee intorno a quelle della Francia metropolitana, le continue variazioni dei prezzi rimasero un importante indicatore della mancanza di unit economica all'interno del continente europeo. I contorni del mosaico economico europeo non erano cambiati in modo significativo, n sarebbero cambiati fino a quando il boom ferroviario degli anni Trenta dell'Ottocento segn l'inizio di una nuova fase di crescita economica, di cui la Renania sarebbe stata una delle principali protagoniste. Tuttavia, i due decenni successivi a Waterloo (1815) furono un periodo che vide la caduta dei prezzi agricoli, una domanda statica o in contrazione e un progresso scarso. Ma ci non poteva nascondere la portata dei cambiamenti che rano accaduti nei precedenti 50 anni. Le nuove economie industriali erano ora una realt, e le nuove forme di produzione si andavano diffondendo rapidamente, dai tessili alla costruzione di macchinari, alla metallurgia e ai prodotti chimici, alle industrie estrattive e alla locomozione a vapore. Le regole del gioco della crescita economica si erano fondamentalmente trasformate: se nel XVIII secolo l'industrializzazione era ancora uno tra i molti mezzi per raggiungere la crescita economica, la presenza di economie industriali nel 200 Tra espansione e sviluppo economico nell'Europa del XVIII secolo XIX secolo fece dell'industrializzazione una componente necessaria della modernizzazione economica. Tuttavia, piuttosto che unificare le economie europee, questi sviluppi diedero vita a nuove rivalit nazionali. Ma nonostante queste divisioni interne, la nuova capacit industriale e commerciale delle economie europee aveva fondamentalmente cambiato le relazioni economiche e politiche tra l'Europa, presto seguita dal Nord America, e il rest del mondo. * Parte Quinta Lo sviluppo economico nell'Europa delXIX secolo . di Giovanni Luigi Fontana Crescita e trasformazione dell'economia europea . 1.1. Un secolo di crescita continuativa .

'evoluzione economica di lungo periodo la crescita non procede mai in modo uniforme. Si distinguono sempre delle aree guida, dove i mutamenti si manifestano prima o con maggiore intensit, e delle aree inseguitrici. Secondo Maddison un'economia guida quella "che opera pi vicino alla frontiera tecnica", cio che sfrutta pi efficientemente le conoscenze tecniche disponibili raggiungendo cos una maggiore produttivit delle risorse naturali, dei capitali e del lavoro . Per far ci deve disporre di personale capace di innovare o di impiegare le nuove tecnologie. Se ne deduce che il tasso di crescita dipende dalla dotazione di capitale umano. I Paesi sviluppati risulterebbero quindi favoriti da meccanismi cumulativi nella ricerca e nello sviluppo delle innovazioni . Quest'ipotesi sembra trovare conferma nella storia dell'economia mondiale dal Medio Evo ad oggi. Nella ricostruzione di Maddison essa presenta, infatti, quattro fasi successive con diverse economie guida: i secoli XII-XVI con l'Italia centro-settentrionale e le Fiandre; il periodo 1600-1750 con i Paesi Bassi settentrionali; il periodo 1750-1890 con l'Inghilterra e quello che va dal 1890 ai nostri giorni con gli Stati Uniti . L'Inghilterra assunse questo ruolo con la rivoluzione industriale grazie al rapido progresso tecnico nella produzione tessile, nella siderurgia, nella meccanica e soprattutto nello sfruttamento su larga scala di una risorsa energetica come il carbon fossile. La forza industriale si accompagn alla posizione monopolistica di cui godette a lungo nel commercio mondiale. La produttivit del lavoro crebbe dell'1,2% all'anno fra il 1820 e il 1890. L'occupazione nell'industria e nei servizi pass dal 44% nel 1700 al 60% nel 1820 e all'84% nel 1890 . A. MADDISON, Dynatnic Forces in Capitalist Development. A. Long-run Comparative View, Oxford, 1991, p. 30 ss . G. FEDERICO, Crescita e trasformazione delle economie, in P.A. TONINELLI, Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1997, pp. 61-62 . 204 Lo sviluppo economico nell'Europa del XIX secolo Nel corso dell'Ottocento altre parti dell'Europa continentale conobbero profonde trasformazioni dei processi e delle strutture di produzione, dei modi e degli standard di vita. Gli addetti all'agricoltura, seppure con una progressine molto diversa rispetto all'Inghilterra - dove dai due terzi della popolazione, quali erano all'inizio del secolo, passarono all'8,8% degli attivi nel 1910 contro il 51,6 del secondario e il 39,6 del terziario - andarono riducendosi tra l'Ottocento e i primi decenni del Novecento in tutti i principali Paesi europei e nell'area nord-americana (tabella 3). L'industria divenne la principale fonte di ricchezza e di lavoro. Si trattava di una cesura di fondamentale importanza-con il passato dell'umanit. Grazie agli apporti combinati della rivoluzione agricola, industriale e dei trasporti, l'Europa si liberava dai vincoli imposti dalla demografia e dalle limitate risorse del suolo. Il passaggio da fonti energetiche animate, come cavalli e buoi, a fonti inanimate, come il carbone o l'energia elettrica, permise una crescita economica inimmaginabile nei secoli precedenti . La crescita dell'Europa del XIX secolo fu straordinaria s comparata con gli indici del secolo precedente. A confronto con le performance del XX secolo, per altro, una crescita media del 2% annuo del PIL pu far considerare lo sviluppo economico europeo dell'Ottocento lento ed irregolare. Tuttavia, l'elemento pi importante che si ricava da una visione aggregata dello sviluppo economico secolare che, a differenza dei periodi precedenti, l'Ottocento sperimenta solamente crescita economica (tabella 1). Il primo carattere dello Tabella Lcrescita del Prodotto Nazionale Lordo in Europa (1800-1913) 1800 100 142 Pro re 100 1830 1,18 121 0,63 1840 1850 1860 1870 1880 164 191 223 281 311 1,43 1,52 1,57 2,36 1,00 131 142 156 180 184 0,81 0,86 0,90 1,50 0,18 1890 359 461 1,46 195 0,59 1900 1910 1913 2,54 229 1,61 567 628 2,08 3,52 251 268 Fonte: P. BAIROCH, Europe S Gross National rroduct: 18001975, in Jo, History tvol. V (1976), p. 276 . 0,92 2,29 al of Europe . Economie Crescita e trasformazione dell'economia europea 205 sviluppo economico europeo nell'Ottocento dunque la sua continuit Sebbene l'aumento annuo faccia registrare sensibili

variazioni tra le diverse decadi, frutto di congiunture economiche di breve periodo, nel lungo periodo si presenta un processo cumulativo non soggetto a variazioni negative, comuni invece fino alla fine del Settecento. Se il PIL nel 1800 viene convenzionalmente posto uguale a 100, si pu notare dall'elaborazione di Bairoch che un secolo pi tardi si quasi quintuplicato e alla vigilia della prima guerra mondiale si addirittura sestuplicato . Le trasformazioni passarono attraverso processi molto complessi evidenziati, ad esempio, dalla relazione fra sviluppo e popolazione. La tabella 1 mette in luce come a livello pr capitela crescita economica europea ottocentesca sia molto pi contenuta. Se il PIL pr capite nel 1800 era uguale a 100, nel 1900 si era moltiplicato solo 2,29 volte e 2,68 volte alla vigilia della prima guerra mondiale. Ci significa che un aumento considerevole della popolazione europea veniva parzialmente a mitigare gli influssi benefici di una crescita economica sostenuta . Le ricostruzioni delle serie della contabilit nazionale dei due Paesi pi importanti - Gran Bretagna e Stati Uniti - indicano una crescita del reddito totale britannico nel periodo 17801820 al saggio dell'1,8% e nel 1820-1870 del 2% annuo. In questo secondo periodo, la crescita degli Stati Uniti appare molto pi rapida: il saggio del 4,4% annuo . Tabella 2. - Tassi di crescita annui del PILpro capite Austria . 0,7 . 1,5 Belgio . 1,4 . 1,0 Francia . 0,8 . 1,5 Germania2 . 1,1 . 1,6 Italia . 0,6 . 1,3 Gran Bretagna . 1,2 . 1,0 Spagna . 0,5 . 1,2 Russia . 0,6 . 0,9 Stati Uniti . 1,6 . 8 Giappone . 0,1 . 1.4 Confini dell'attuale Repubblica austriaca. Confini della Germania Federale. Confini dell'URSS . Fonte: A. MADDISON, Monitoring the WorldEconofttParis, 1995rtab. 3.2 . 206 Lo sviluppo economico nell'Europa delXIX secolo Tuttavia, se si valutano i tassi pr capite (1,2% in Gran Bretagna contro 1,6% negli USA) il divario si riduce notevolmente a causa del forte incremento della popolazione americana per effetto del grande afflusso di immigrati (tabella 2) . La crescita economica . La crescita economica moderna viene rapportata alla quantit di beni prodotta da un Paese. Essa si calcola sommando il valore aggiunto da ciascuno stadio di lavorazione dei beni, vale a dire la differenza tra il valore del prodotto finito e il valore dei prodotti intermedi utilizzati. Tale cifra corrisponde per definizione alla somma dei costi dei fattori di produzione impiegati. La produzione totale dunque approssimativamente uguale al reddito. La crescita viene normalmente valutata in base alla variazione nel tempo del PIL (prodotto interno lordo) a prezzi costanti. Il PIL la misura del valore di tutti i beni e servizi finali prodotti all'interno di un Paese sia dai cittadini che dagli stranieri in esso attivi al lordo degli ammortamenti in un

determinato periodo di tempo. Il PNL (prodotto nazionale lordo) esprime invece il valore della produzione di beni e servizi, al lordo degli ammortamenti, realizzati dai soli residenti. Per avere informazioni sui cambiamenti del PIL nel corso del tempo occorre misurarlo a prezzi costanti onde evitare gli effetti distorcenti delle variazioni nei prezzi. Un problema diverso si pone se si vuol confrontare i livelli assoluti di reddito dei vari Paesi. Per una esatta comparazione non basta convertire i dati espressi nelle valute nazionali (es. in euro) in quella di un solo Paese (es. sterlina o dollaro) al tasso di cambio medio dell'anno. Bisogna utilizzare un tasso di cambio speciale, il PPP (purchasing power parity), che tiene conto del diverso livello dei prezzi. Purtroppo il PPP molto difficile da calcolare e si possiede un unico set di dati completo riferito al 1985. Le stime del reddito degli anni precedenti si possono calcolare estrapolando all'indietro il tasso di crescita fornito dalle statistiche nazionali . I dati della contabilit nazionale sono insostituibili come indici della crescita, ma occorre considerare che occultano le performance delle regioni-pilota dello sviluppo. Poich i processi di crescita si localizzano inizialmente nelle aree in cui si creano le condizioni pi favorevoli allo sviluppo, in tutti i Paesi si determinano differenze regionali pi o meno accentuate nei livelli e nei tassi di crescita del reddito. Il caso dell'Italia emblematico al riguardo. Secondo le stime di V. Zamagni (1993), nel 1911 il reddito del "triangolo industriale" (Piemonte, Lombardia, Liguria) era di un terzo superiore alla media nazionale italiana e superava persino la media nazionale tedesca o francese (ma, per le Ibidem, p. 57 . Crescita e trasformazione dell'economia europea 207 stesse ragioni, era probabilmente inferiore a quello delle regioni leader dei due Paesi). Un confronto pi preciso dovrebbe dunque basarsi su stime del reddito "regionale", le quali, per, sono assai ardue da ottenere sia per la carenza di dati a questa scala sia per i frequenti mutamenti di confine delle unit politico-amministrative . I dati sul reddito nazionale risultano inoltre poco utili a comprendere le origini e le dinamiche interne dei processi di crescita, poich questi si presentano come "un'aggregazione di discontinuit che risaltano a livello locale, ma sfumano in un gradualismo uniforme a livello nazionale" . Anche le dinamiche del cambiamento settoriale possono venire nascoste dagli aggregati nazionali. Un aggregato dominato da un settore primario arretrato, non collegato in larga misura al mercato (come nel caso della Russia), render impercettibile il progresso agricolo di alcune regioni. Cos pure, all'interno del settore secondario, nuove industrie o nuovi comparti di vecchie attivit investiti da processi di innovazione tecnologica, con alti livelli di produttivit e tassi di crescita rapidi (come nel caso del cotoniero del Lancashire), manterranno pi o meno a lungo una limitata incidenza sul totale della produzione industriale. Di qui la necessit di un approccio insieme macro e micro-analitico alla lettura del cambiamento economico e sociale . 1.2. cambiamenti strutturali . La crescita continua si accompagn a vari cambiamenti strutturali nell'economia europea. Il cambiamento pi accentuato si coglie nei tassi di attivit, cio nel rapporto tra popolazione attiva e popolazione totale, e nella distribuzione della popolazione attiva per settori (tabella 3). I dati sono molto approssimativi perch estremamente difficile calcolare la popolazione attiva (occupati e persone in cerca di occupazione). A prescindere dalla diversit nei criteri delle rilevazioni, tutti i Paesi - eccetto l'Italia e il Giappone (ma i dati sono poco affidabili) mostrano un incremento nel tasso di attivit soprattutto per effetto dell'aumento del tasso, di attivit femminile, mentre meno sensibili sono le variazioni di quello maschile. Sul dato relativo all'occupazione femminile incide il passaggio dal ruolo di casalinga a lavoratrice a domicilio o occupata a tempo pieno all'esterno della famiglia . P. MATHIAS, Riflessioni sul processo di industrializzazione in Europa, in G.L. FONTANA (a cura di), Le vie dell'industrializzazione europea. Sistemi a confronto, Bologna, 1997, pp. 3637 .

208 Tabella 3. - Cottlposizionerdel PIL e della popolazione attiva per settori IfagolasBiSie attiva | 1788 40,0 1841 22,0 1871 15,0 1891 9,0 1910* 6,0 * Dati PEL del 1907 . . Gran Bretagr 21,0 . 39,0 35,0 . . 43,0 40,0 . 45,0 41,0 . 50,0 . 34,0 . 60,0 22,3 15,3 10,7 8,8 Francia -48,9 43,4 42,0 -44,3 47,1 48,8 51,6 -25,6 27,0 32,4 33,4 37,6 403 39,6 1820 1856 1896 1911 45,7 41,9 33,6 31,7 37,6 35,5 39,9 39,3 16,7 22,6 263 29,0 Germania -46,7 39,9 36,8 -61,8 59,1 353 39,0 40,9 -20,5 23,6 253 29,7 25,6 -17,8 21,1 22,2 17,7 17,3 1850 1882 1895 1907 1869 1881 1911 47,0 36,0 31,0 25,0 59,0 51,0 46,0 21,0 32,0 38,0 43,0 17,0 18,0 21,0 32,0 32,0 31,0 32,0 Italia 24,0 31,0 33,0 Stati Uniti 1840 1869/70 1889/90 1910/11 22,2 14,2 18,9 21,8 27,0 273 56,0 58,8 53,6 633 52,7 43,0 31,4 143 263 27,2 30,3 22,0 20,7 29,8 38,3 - 45,2 -42,7 36,7 Giappone -14,7 1-8,1 23,4 -40,1 -39,2 39,9 1872 1885 1890 1895 1911 733 -67,2 -65,4 -14,9 263 32,8 -19,8 Fonte: Nostra rielaborazione da P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (27^0-2973,),Marsilio, Venezia, 1997, pp. 600-601 (su Lebergot, 1966, p. 510; Lvy-Leboyer-Bourguignon, 1985, tati. Al; Mitchell, 1981, tabb. CI e K2; OkhawaShinohara, 1979, tabb. A12 e A53-54; U.S. Bureau of Census, 1975, serie F131-141 e251D260; Zamagni, 1986, tab. Al) . 209 Il passaggio da una societ rurale e agricola ad una civilt industriale e urbana comport una profonda modificazione della struttura professionale della popolazione. Nonostante le diverse classificazioni statistiche adottate da ogni Stato e la diversit da un censimento all'altro, si coglie nettamente una tendenza evolutiva: diminuzione assoluta e relativa del settore primario (agricoltura, caccia e pesca), espansione del secondario (industrie estrattive, manifatturiere e servizi di pubblica utilit) e del terziario (tutte le altre attivit) specie nei settori pi moderni (pubblica amministrazione, banche, attivit professionali, ecc.). Per questo si finito per sovrapporre i concetti di industrializzazione e sviluppo economico moderno. I dati sono solo indicativi perch nelle societ tradizionali molte persone svolgevano pi lavori contemporaneamente. Si nota comunque che il processo ebbe ritmi diversi: fu pi accentuato in alcuni Paesi (in Germania dal 1882 al 1907 la popolazione attiva nel primario scese dal 46,7% al 36,8%, mentre quella attiva nel secondario crebbe dal 35,5% al 40,9%), pi moderato in altri (in Francia dal 1856 al 1911 la popolazione attiva nel primario cal dal 48,9% al 42%,mentre quella attiva nell'industria aument dal 25,6% al 32,4%). In Italia nel primario dal 1881 al 1911 si scese soltanto dal 61,8% al 59,1% e nel secondario si crebbe dal 20,5% al 23,6%, mentre restava sostanzialmente invariato il terziario . In genere il declino dell'agricoltura stato tanto pi veloce quanto pi precoce era la crescita. Il passaggio della manodopera all'industria e ai servizi pu aver contribuito direttamente all'incremento del reddito se la produttivit del lavoro era maggiore in tali settori che non in agricoltura. L'incremento del reddito pro-capite s'accompagn ad un calo della fertilit (numero dei figli per donna), del tasso di natalit e di mortalit (totale e soprattutto infantile), ad una crescita dei tassi di urbanizzazione, di alfabetismo e di scolarizzazione. Crebbero anche le percentuali di risparmio, investimenti e consumi pubblici sul reddito (a spese dei consumi privati) e si registr, infine, un aumento del grado di apertura al commercio internazionale (quasi sempre con un cambiamento della composizione dei flussi commerciali). Molte di queste trasformazioni saranno pi analiticamente descritte nei successivi capitoli. Conta notare che almeno la met di esse si verificata nella prima fase della crscita, quando il reddito era inferiore ai 3.000-4.000 dollari (il livello dell'Italia negli anni Venti del Novecento), e quattro

quinti quando era inferiore agli 8.000 (il livello italiano negli anni Sessanta dello stesso secolo) . Quali furono gli effetti della crescita sulla distribuzione del reddito? Kuz-nets ha supposto che nelle fasi iniziali la disuguaglianza aumentasse a causa dell'elevato divario di produttivit intersettoriale (i pochi nuovi addetti ai settori "moderni" avrebbero guadagnato molto di pi degli occupati nelle attivit tradizionali). L'ipotesi non stata per ancora convincentemente dimostrata. stata invece confermata alla luce dell'esperienza dei Paesi pi avanzati (la 210 Gran Bretagna degli anni Sessanta del XIX secolo e gli Stati Uniti negli anni Venti del XX) la seconda ipotesi di Kuznets: che ad un certo punto del processo di sviluppo il trend si fosse invertito per la crescita della percentuale degli addetti ai nuovi settori e la riduzione dell'ampiezza dei divari fra essi e il resto dell'economia . 1.3. Ritmi, fasi, modelli di crescita: concettualizzazioni e linee interpretative a) L'Inghilterra e gli altri . Il PIL pro-capite a prezzi USA del 1985 stimato da Maddison (tabella 4) ci permette di comparare il diverso ritmo di crescita dei Paesi avanzati. Fino al 1890 domin la scena la Gran Bretagna. Indi subentrarono gli Stati Uniti, ma sulla via dell'industrializzazione si erano ormai posti tutti i Paesi del mondo occidentale (v. anche tabella 5). Nell'analisi storica ed economica, industrializzazione e sviluppo finirono sempre pi spesso con il sovrapporsi . Tabella 4. -Il PIL pr capite in alcuni paesi avanzati, 1820-1913 (in $ 1985) . . . . Gran Bretagna . 1.405 . 2.610 . 3.279 . 4.024 Francia . 1.052 . 1.571 . 1.941 . 2.734 Germania . 937 . 1.300 . 1.727 . 2.606 Italia . 960 . 1.210 . 1.355 . 2.087 Stati Uniti . 1.048 . 2.247 . 3.106 . 4.854 Giappone . 588 . 620 . 813 . 1.114 Canada . -. 1.347 . 1.662 .

3.560 Fonte: Rielaborazione da A. MADDISON, Dynamic Forces in Capitalist Development. A Long-run Comparative VieuifOxford, 1991, tab. 1 . Sulla crescita della Gran Bretagna e del mondo occidentale focalizzarono le loro analisi i fondatori della scuola classica dell'economia politica, da Adam Smith a John Stuart Mill, come pure l'iniziatore della scuola del socialismo scientifico, Karl Marx. Quest'ultimo stabil una separazione netta tra societ precapitalistica e societ capitalistica, attribuendo al mondo agrario i caratteri 211 della prima (nonostante non escludesse lo sviluppo di rapporti capitalistici in agricoltura) e alla produzione industriale la funzione di leva fondamentale del processo di accumulazione. Ma l'evoluzione economica, nelle diverse forme in cui si manifest nei vari Paesi europei, si resse in taluni casi su un sistema agricolo tutt'altro che chiuso e arretrato e in altri casi non produsse necessariamente una totale scissione tra le strutture agrarie tradizionali e la nascente societ industriale capitalistica . Tabella 5. Reddito procapite, 1820-1913 (indice: Gran Bretagna = 100) Paesi . . . Austria ' . 74 . 57 . 69 Belgio . 74 . 81 . 82 Francia . 69 . 57 . 69 Germania2 . 63 . 59 . 76 Italia . 62 . 45 . 50 Gran Bretagna . 100 . 100 . 100 Spagna . 61 . 42 . 45 Russia ' . 43 . 31 . 30 Stati Uniti . 73 . 75 . 105 Giappone . 40 . 23 . 27 Confini dell'attuale Repubblica austriaca. Confini della Germania Federale. Confini dell'URSS . Fonte: A. MADDISON, Monitoring the World EconomyParis, 1995, tab. 3.1 . L'individuazione delle fasi della crescita impegn filosofi, storici ed economisti che cercarono di scomporre il processo storico di sviluppo in stadi o in sistemi economici singolarmente caratterizzati da specifiche strutture economiche, sociali e istituzionali. La "scuola storica"

tedesca, cio il gruppo di studiosi considerati i fondatori della storia economica, rifiut l'esistenza di leggi universali nel divenire economico date le difformit dei percorsi di sviluppo seguti da ciascuno Stato (in questo caso il riferimento immediato era alla Germania, al suo frazionamento amministrativo e territoriale e al ritardo nel suo sviluppo rispetto all'Inghilterra e alla Francia). Nel sostenere che le leggi dell'economia sono relative, perch legate a determinate contingenze storiche ed a specifiche-condizioni geografiche, ambientali ed istituzionali, dunque temporalmente definite e spazialmente delimitate, essi giunsero ad una 212 periodizzazione della storia economica che trov la sua massima espressione nella teoria degli stadi di sviluppo . Queste diverse scuole si concentrarono sui problemi dello sviluppo economico, mentre argomenti centrali dell'approfondimento teorico, dai marginalisti alle differenti filiazioni dell'ortodossia neoclassica,, destinata a dominare gran parte della teoria economica del Novecento, divennero lo studio dell'equilibrio economico e delle crisi cicliche in quanto elementi perturbatori del sistema di equilibrio . Cicli, fluttuazioni e attivit innovativa . Giova ricordare che la crescita non mai stata lineare. Essa stata anzi contraddistinta da variazioni momentanee o fluttuazioni riguardanti in genere brevi periodi, che costituiscono l'essenza della congiuntura senza che le strutture siano profondamente modificate. Sulle cause delle crisi e sui modi per evitarle sono state formulate innumerevoli teorie. E alla storia si fatto continuo ricorso alla ricerca di regolarit empiriche nella durata che permettessero di prevedere l'andamento futuro. Per quanto la materia sia altamente complessa e sia attualmente ancora controversa la dimostrazione dell'effettiva esistenza di regolarit nelle fluttuazioni, una notevole influenza in materia stata esercitata da Joseph Schumpeter che, nel suo Business cycles (1939), aveva sottoposto a verifica empirica l'esistenza di tre cicli principali: il ciclo classico o maggiore o ciclo Juglar (dal nome dell'economista francese che per primo, nel 1860, ha analizzato la nozione stessa di ciclo), di durata compresa fra i sette e gli undici anni, successivamente ripartito nelle quattro fasi di recessione, depressione, ripresa e boom (a met di questo ciclo scoppiano generalmente le classiche crisi di sovrapproduzione); il ciclo minore o ciclo Kitchm (dal nome dell'americano che l'ha scoperto nel 1923), ciclo congiunturale che mostra un andamento sostanzialmente simile a quello delle scorte di prodotti finiti tenute dagli operatori; i movimenti di lungo periodo Kondratieff oonde lunghe, individuate dal russo Nikolai Kondratieff nel 1922, che durano 45-50 anni e sono costituiti da due fasi all'incirca della stessa lunghezza, una ascendente e una discendente . Per Schumpeter l'andamento ciclico costituisce l'essenza stessa del processo di sviluppo capitalistico. La sua spiegazione delle fluttuazioni ha un carattere fortemente dinamico. Egli sottolinea che "lo sviluppo generato dal sistema economico per sua natura 'ciclico'", poich "il progresso rende instabile il G. Di TARANTO, Introduzione alla storia economica, in F. ASSANTE-M. COLONNA-G. Di taranto-c LO giudice, Storia dell'economia mondiale, Bologna, 2001 . Crescita e trasformazione dell'economia europea 213 mondo economico" . Le fluttuazioni.sono dunque la "conseguenza necessaria della rottura dell'equilibrio stazionario" e "rappresentano la forma che lo sviluppo assume nell'era del capitalismo" . Determinante nello sviluppo, e quindi nelle fluttuazioni, per Schumpeter "l'attivit innovativa". Nell'analizzarla egli si discosta dalla scuola classica distinguendo invenzioni e innovazioni: le prime procedono in modo autonomo, hanno sovente una genesi scientifica e, "poich rappresentano l'effettivo procedere della conoscenza che si realizza 'indipendentemente da un bisogno concreto', costituiscono 'un elemento senza importanza per l'analisi economica ; le seconde, invece, "si sviluppano endogeneamente al sistema economico in risposta a determinati bisogni e danno vita a 'nuove combinazioni' dei fattori produttivi, sovente rendendo economicamente sfruttabili i risultati delle invenzioni: per questo 'sono il fatto fondamentale della storia economica delle societ capitalistiche" .

Le innovazioni scaturiscono dall'iniziativa degli "imprenditori innovatori", il vero e proprio "motore del processo di sviluppo, non soltanto introducendo nuovi prodotti o nuovi processi, ma anche apportando miglioramenti all'organizzazione d'impresa, conquistando nuovi mercati e raggiungendo nuove fonti di approvvigionamento delle materie prime. Il rischio iniziale ripagato dai maggiori profitti derivanti dalla posizione di rendita monopolistica che l'innovazione temporaneamente loro assicura: temporaneamente perch ben presto l'innovazione tender ad essere 'imitata' dalla concorrenza, portando quindi alla graduale eliminazione del guadagno differenziale, e riconducendo il sistema sulla strada dell'equilibrio stazionario, finch una nuova innovazione non riaprir il ciclo" . Le innovazioni raramente rimangono isolate o si distribuiscono uniformemente nel tempo: esse tendono ad affollarsi in grappoli, e a concentrarsi in settori specifici, come nel caso dei miglioramenti dell'industria tessile ai tempi della rivoluzione industriale inglese. Questo per via delle sollecitazioni messe in moto dalla prima innovazione e dei processi di imitazione attuati dalle altre imprese: da qui deriva la natura ciclica e fluttuante del processo di crescita capitalistica . Le questioni della crescita e sviluppo economico ritornarono di attualit dal secondo dopoguerra, ma con obiettivi differenti da quelli contemplati dalla teoria classica. Questa, infatti, nell'affrontare le questioni del progresso materiale {statoprogressivo) era interessata ai problemi del mondo occidentale e del sistema capitalistico, mentre ora l'attenzione era rivolta principalmente al J.A. SCHUMPETER, Business Cycles. A Theretical, Historical and StatisticalAnalysis of the Capitalist Process, New York, 1939,p.238 . t . COZZI, Cicli economici, in Enciclopedia delle scienze sociali, voi. IV, Roma, 1994, p. 729 . P.A. TONINELLI, Progresso, sviluppo e ciclo nel pensiero economico contemporaneo: un'introduzione, in ID. (a cura di), Lo sviluppo economico moderno, cit., pp. 49-50 . 214 "problema urgente dello sviluppo economico dei paesi sottosviluppati" . La nozione di sviluppo venne, dunque a precisarsi soprattutto grazie al suo opposto: il sottosviluppo. La domanda che economisti, storici, opinionisti si posero era in che modo i Paesi ricchi e caratterizzati da un alto tenore di vita fossero usciti in passato dal loro sottosviluppo . Riprese dunque vigore la riflessione sugli stadi dello sviluppo e il riferimento paradigmatico fu alla Gran Bretagna, agevolato dal fatto che nel corso della prima met del Novecento l'industrializzazione europea era stata studiata secondo un modello diffusivo del caso inglese. Nonostante gli studi sulle pi importanti esperienze continentali (belga, francese e tedesca), l'industrializzazione europea venne generalmente rappresentata come il risultato del cammino di sviluppo dei followers nei confronti del first mover. L'Europa continentale non veniva quindi che a confermare il successo della "formula" inglese. I followers semplicemente impiegavano le nuove tecnologie disponibili importandole. Questo schema interpretativo stato sottoposto a numerosi rilievi e critiche. Contro le teorie della pura imitazione autori come Landes (1978) e Rosenberg (1988) hanno sottolineato l'esistenza di un processo creativo nell'adozione di tecnologie. Si poi criticata l'identificazione dei momenti precisi in cui le economie continentali si sarebbero poste all'inseguimento della locomotiva inglese. Si anche sostenuto che con il modello diffusivo non si spiega quanto avvenne negli USA giungendo a considerare proprio il caso inglese come assolutamente specifico rispetto ai percorsi dell'industrializzazione europea. Il fatto che l'Inghilterra sia stata per alcune generazioni il Paese modello in campo economico ha lasciato credere che esistesse uno schema obbligatorio nel percorso dello sviluppo. Si cos finito per "nazionalizzare" lo sviluppo anzich coglierne la multipolarite la multilinearit . b) Le teorie della storia economica: gli stadi di Rostow e il take off . Nello studio delle fasi e delle dinamiche dello sviluppo si passati da una prospettiva di integrale imitazione del modello inglese alla verifica di importanti differenze per le quali si cercato di fornire spiegazioni generalizzanti ; L'intento era di trovare un comune denominatore ai cambiamenti economici dell'Europa contemporanea, analizzandoli in maniera comparativa,

mostrando come nessuna nazione potesse considerarsi un caso unico, ma rientrasse nello spettro di un modello o nell'articolazione di una teoria della crescita. Nella costruzione di questi modelli si distinsero durante gli anni sessanta Walter Ro H.W.ARNDT, Lo sviluppo economico. Storia di un'idea, Bologna, 1990, p. 71 . P.K. O'BKEN, Do WeHave a Typology for the Study of European InduStrialization in the XIXthCentury?,in Journal of European Economie History,XV,2, 1986 . 215 Stow e Alexander Gerschenkron, che, partendo dalle problematiche della crescita economica, tesero ad edificare una vera e propria teoria della storia economica. Essi rigettarono l'uso di modelli ciclici proponendo invece interpretazioni incrementali dello sviluppo. Un ulteriore elemento che li accomun fu l'accentuazione - ma con diverse concettualizzazioni degli aspetti della discontinuit e della rottura che dovrebbero caratterizzare la fase iniziale dei processi di crescita delle economie . La prima importante teorizzazione strico-economica venne proposta da W,W. Rostow nel suo The stages of Economie Growth (1960). La sua "teoria degli Stadi", gi richiamata nella parte di questo volume dedicata al XVIII secolo, ha proposto un processo di crescita basato su cinque stadi attraverso i quali ogni nazione sarebbe dovuta passare per raggiungere uno sviluppo economico completo: la societ tradizionale, il formarsi di condizioni preliminari al decollo, il decollo (take off), il progredire verso la maturit (drive to mutli-rity), infine l'ra del consumo di massa. Vediamoli uno ad uno . 1) La societ tradizionale. Punto di partenza una situazione pre-industriale, le cui caratteristiche sono una debole produttivit del lavoro umano, una preponderanza schiacciante dell'agricoltura, una correlazione stretta tra popolazione e risorse, una societ chiusa ed esposta ad epideme e carestie. Nelle societ tradizionali il tasso di investimento dello stesso ordine del tasso di incremento demografico. In tal modo il reddito pr capite non pu aumentare, anzi spesso diminuisce. Perch questa societ evolva si devono creare le condizioni per un aumento dei tassi di investimento, cio della parte di produzione sottratta al consumo e destinata alle infrastrutture . 2) La transizione (precondizioni al decollo). un periodo di cambiamento, di formazione di imprenditorialit, di accumulazione di capitali, che si caratterizza per: - una trasformazione con incremento della produzione e della produttivit dell'agricoltura (o delle miniere), che permetta di indirizzare lavoro e capitali verso le attivit industriali; un processo di accumulazione di capitale economico (infrastrutture, luoghi di scambio, ecc.), di capitale sociale (educazione formale, know-how, lavoratori specializzati, ecc.) ed imprenditorialit (vista come assunzione di rischio). Nelle infrastrutture, specie trasporti (strade, canali, ferrovie), lo Stato gioca un ruolo essenziale dato che l'iniziativa privata non pu fornire la quantit di capitali necessaria, tanto pi che la loro redditivit differita nel tempo e spesso indiretta; - lo sviluppo di industrie di servizio ed in particolare di un efficiente sistema bancario; - un uso efficiente di materie prime locali o la loro importazione; - l'esportazione di prodotti manifatturati . 216 3) Il decollo (take-off). il processo di accelerazione economica spontaneo o indotto, che nel corso di due o tre decadi trasforma permanentemente l'economia portandola stabilmente ad un livello produttivo molto pi elevato di quello di partenza. Incomincia un percorso di accumulazione di capitale e incremento della produttivit che si autoalimentano, con tassi di crescita della produzione e del reddito mai conosciuti prima. Si tratta di un cambiamento rapido e decisivo delle strutture economiche, che si caratterizza per i seguenti elementi: un innalzamento del tasso di investimenti produttivi ad un livello intorno al 10% del prodotto nazionale netto; . - la costituzione di un quadro politico, sociale e istituzionale che sfrutti al massimo le tendenze all'espansione per trasformare l'accelerazione economica in un processo di sviluppo generale e cumulativo, tale da consentire un aumento costante del reddito individuale; - lo sviluppo di settori-guida (leading sectors) e di industrie leader di settore (le innovazioni non investono il

sistema economico in maniera uniforme), che influenzano l'intera economia con backwrde lateral linkdges. Il processo genera squilibri riuscendo solo con il tempo a coinvolgere nel movimento l'intero sistema economico; - lo sviluppo di industrie sussidiarie (come, ad esempio, l'industria estrattiva o il settore meccanico); - l'industria subentra all'agricoltura come settore primario di crescita economica . 4) Maturit. Il processo di crescita industriale si estende, la innovazioni tecnologiche ed organizzative si diffondono a settori sempre pi numerosi, nuove industrie di punta trasmettono il loro dinamismo quando rallenta la crescita dei settori trainanti nel periodo precedente. Il volume degli investimenti rappresenta ormai dal 10 al 20% del reddito nazionale. La produzione supera notevolmente l'incremento demografico e l'aumento dei redditi procapite conosce una crescita regolare senza precedenti nella storia. La crescita regolare trasforma strutturalmente le economie. Quando calano le necessit/opportunit di investimento e il ritmo dell'innovazione tecnologica si cominciano a destinare maggiori risorse ai consumi . 5) L'et dei consumi di massa. Fra gli stadi quello che meno si presta ad una descrizione analitica. Si tratta di una conclusione conformata al modello americano di sviluppo. la fase in cui la distribuzione di una crescente quota del potere d'acquisto per i consumi spinge le imprese produttrici ad investire in processi di standardizzazione della produzione per abbassare i costi e allargare il mercato dei beni di consumo, che diventa fondamentale per il mantenimento del tasso di crescita del sistema . Il modello di Rostow ha incontrato tanta fortuna quante critiche. Esso ha 217 presentato una visione a 360 gradi dell'economia europea, ha analizzato l'inizio della crescita, ha elaborato importanti concetti come quello di decollo o di et dei consumi di massa, ha messo in luce i passaggi verso la modernizzazione industriale, rendendo possibile identificare l'esperienza di diverse nazioni all'interno delle varie fasi. Infatti, cos come lo stadio di 'precondizioni' assomiglia alla fase di protoindustrializzazione, il take offvicne identificato per la Gran Bretagna con l'avvio della rivoluzione industriale, per il Belgio e per la Francia con lo sviluppo industriale degli anni Trenta-Sessanta, per la Germania con il periodo 1850-73, per la Svezia con il 1868-1890, per la Russia con il 1890-1914. Ma i tempi sono diversi se si sposta la scala di analisi dagli ambiti nazionali a quelli regionali. Il concetto di decollo resta discutibile. In realt la crescita avviene con un processo lento. Rostow pone come soglia di take off l'investimento del 10% del prodotto nazionale netto in attivit produttive, ma questo dato non ha trovato riscontro storico. Anche nei casi in cui la quota della formazione del capitale fisso nel prodotto interno lordo segna un balzo rispetto ai decenni precedenti, come nella Francia degli anni Quaranta , questa sarebbe passata dal 5 al 7% del prodotto interno netto, una percentuale che comprende gli investimenti nelle costruzioni edilizie, molte delle quali non concorrono alla produzione . Il modello rostowiano presuppone dunque condizioni storicamente non dimostrate; presenta un processo di crescita che si svolge ordinatamente attraverso fasi in cui uno stadio deriva da quello immediatamente precedente, ma non spiega, se non in parte, i meccanismi di passaggio da uno stadio all'altro (ad esempio, quali sono le cause del passaggio alla transizione o come si formano agenti fondamentali come gli imprenditori); attribuisce eccessiva importanza ad alcuni settori trainanti a fronte di un fenomeno, come lo sviluppo e-conomico, assai complesso e diversificato; non considera, per contro, le interazioni tra le diverse dimensioni - internazionale, nazionale, regionale - in cui si sviluppa il fenomeno . In definitiva, la sua teoria si configura come un'"imitazione senza varianti": presuppone che tutte le economie debbano soddisfare le varie fasi e allo stesso tempo impone un modello unilaterale per tutte le economie europee. Resta che la verifica dello schema di Rostow ha permesso a vari studiosi di mettere a punto diverse cronologie dello sviluppo dei singoli Paesi. Per la Francia, ad esempio, M. Lvy-Leboyer e F. Bourguignon hanno individuato un primo periodo (1825-1859) in cui il Paese ha tratto beneficio dall'avvio dell'industrializzazione, dallo sviluppo di un mercato interno che assorbiva maggiormente prodotti agricoli e beni di consumo

e da un commercio estero dinamico; un m. lvy leboyer, Investimenti e sviluppo economico in Francia, 1820-1930, in m.m. PO-stanp. MATHIAS (a cura di), Storia Economica Cambridge, voi. vii, L'et del capitale, Torino, 1979-80 . 218 secondo periodo (1860-1885) contrassegnato invece da un rallentamento proprio quando altri Paesi concorrenti progredivano; un terzo periodo (met degli anni Ottantainizi '900) in cui la crescita ripart sulla spinta della modernizzazione industriale . c) Gerschenkron e i vantaggi dell'arretratezza . La constatazione che molti Paesi (ad es. Francia, Paesi scandinavi, Olanda, Svizzera) hanno avuto una crescita analoga, ma che le differenze sono numerose almeno quanto le analogie, ha condotto a cercare una spiegazione dei processi imitativi basata sulle differenze. Il fatto che nel modello di Rostow i fattori o le determinanti di ciascuno stadio siano fissi, ha portato Alexander Gerschenkron - studioso di origine russa, come stato ricordato, divenuto poi professore ad Harvard, conoscitore delle economie europee lontane dall'esperienza anglosassone - a formulare sempre negli anni Sessanta una nuova teoria che pone come centrale non tanto le dinamiche di lungo periodo, quanto. i due pi importanti stadi della teoria di Rostow: quello della formazione delle precondizioni e quello del decollo . Gerschenkron ha focalizzato la sua analisi sui meccanismi che mettono i Paesi ritardatari in grado di avviare un processo di sviluppo. Fondamentale nella sua analisi il concetto di arretratezza relativa rispetto al Paese leader, la Gran Bretagna. I diversi Paesi si posizionano su una graduatoria determinata dal confronto con la quantit e l'importanza dei prerequisiti per lo sviluppo presenti in Gran Bretagna. La maggiore o minore vicinanza alle condizioni della societ inglese determina la maggiore o minore probabilit di un'imitazione senza ritardi e senza importanti varianti. Qualora tali prerequisiti manchino, i Paesi in questione possono tentare di colmare lacune o arretratezze attraverso l'impiego di fattori sostitutivi degli originali prerequisiti mancanti. L'arretratezza deve essere colmata al fine di porre rimedio a tensioni sia fra diversi Stati, sia all'interno di singole nazioni . Siccome vi sono diversi livelli di arretratezza relativa, sia i fattori sostitutivi che le politiche economiche da applicare varieranno. Di qui i diversi percorsi di industrializzazione sperimentati dai Paesi europei. Per Gerschenkron si tratta quindi di stimolare processi normalmente naturali al fine di raggiungere un recupero o un agganciamento (catchmg up) veloce. In questo senso il modello di Gerschenkron assomiglia a quello di Rostow poich prevede una fase di decollo (big spurt). La rapidit dell'industrializzazione dei Paesi ritardatari rispetto alla Gran Bretagna deriva per Gerschenkron dai cosiddetti vantaggi dell'arretratezza.Chi arriva dopo, infatti, pu imitare le 219 tecnologie altrui senza bisogno di un processo di perfezionamento e dell'impiego di risorse finanziarie per ricerca e sviluppo. In questa teoria, maggiore il livello di arretratezza: - pi rapido sar il ritmo di sviluppo industriale; - maggiore sar lo sviluppo della grande industria; - maggiore sar la concentrazione nella produzione di beni strumentali anzich di beni di consumo; - maggiore sar il ruolo degli attori istituzionali impegnati ad aumentare la velocit del processo d'industrializzazione; - minore sar la crescita agricola; maggiore sar l'importazione di conoscenze tecniche e capitali stranieri . Chi parte per primo o guadagna la posizione di testa non dunque sicuro di mantenerla, come dimostrano il cosiddetto declino della Gran Bretagna nella seconda met dell'Ottocento o i cambiamenti nella leadership economica dal medioevo all'et contemporanea. Chi pi vicino al leader pu subentrarvi (l'Inghilterra nei confronti dell'Olanda, ad esempio), come chi decaduto pu recuperare posizioni di testa (come nel caso italiano) . Altro elemento importante risultante dall'analisi di Gerschenkron il fatto che i settori trainanti lo sviluppo dei Paesi ritardatari, dati i diversi contesti e periodi, non sono gli stessi della rivoluzione industriale inglese. Lo studioso non ne ha tratto per tutte le implicazioni, data la sua concentrazione sulla fase del decollo e sui suoi prerequisiti. Le fasi successive dello sviluppo hanno messo in luce una persistenza delle diversit "configurando varie versioni di capitalismo industriale, che hanno mostrato di competere non solo sui prezzi, la qualit e i tipi

di prodotti e servizi, ma anche sulle diverse istituzioni che governavano i processi di produzione" . Le verifiche empiriche di Barsby, di Gregory e di Crafts hanno mostrato come le correlazioni fra arretratezza e sviluppo, sebbene difficilmente misurabili, trovino diverse spiegazioni in contesti nazionali differenti. La teorizzazione di Gerschenkron ha indotto infatti ad approfondire l'analisi, all'interno di un unico sistema su esperienze nazionali differenti, al di fuori del ristretto nucleo di nazioni (Inghilterra, Francia e Germania in particolare) che fino agli anni sessanta erano state al centro dell'attenzione storica. Il modello di Gerschenkron, come si vedr con maggiore dettaglio nell'analisi delle singole eSperienze nazionali, ha dato importanza all'industrializzazione italiana come un caso in cui lo Stato ed il sistema bancario hanno assunto il ruolo di fattori sostitutivi chiave del catching up. Similmente sono state spiegate le esperienze di Germania e Russia, dando rilievo sia ad elementi comuni, sia ad aspetti specifici . V. ZAMAGN I, Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea, Bologna, 1999, p. 34 . 220 Va tuttavia rilevato come l'assunzione del caso inglese quale paradigma naturale rispetto agli altri percorsi per cos dire artificiali esponga Gerschenkron ad un problema concettuale. Recenti ricerche sulla rivoluzione industriale inglese hanno sottolineato il peso dell'intervento dello Stato nella creazione di un sistema di infrastrutture o del sistema finanziario in termini simili ai fattori che Gerschenkron ritiene distintivi dei Paesi arretrati. Diventa cos assai labile una netta divisione fra un 'caso originario' e i "casi successivi". Di qui, con l'approfondimento delle comparazioni tra i diversi percorsi di sviluppo dei Paesi europei stimolato dall'applicazione e dall'affinamento delle generalizzazioni gerschenkroniane, si giunti a negare che vi sia stato un solo modello di rivoluzione industriale, quello inglese (R. Cameron), o a qualificare il caso inglese non come un modello imitabile ma piuttosto come un'eccezione (N. Crafts) . d) Il problema delle unit di analisi: Pollard la regione economica . A partire dagli anni Settanta un numero crescente di storici esprimeva insoddisfazione nei confronti di sequenze di tipo deterministico, di modelli di interpretazione univoci e lineari. Cresceva dunque l'esigenza di una pi larga ed approfondita comparazione delle caratteristiche peculiari di ciascun caso. Si poneva per il problema dell'unit di base dell'analisi e del confronto. Se l'unit di analisi comunemente assunta dagli storici era stata quella nazionale, siaperch permetteva l'utilizzo di cifre raccolte da autorit centrali, sia per il ruolo giocato dagli Stati, altri cominciarono a proporre unit differenti: regioni caratterizzate da diversi gradi di omogeneit di interessi e condizioni socioeconomiche e non necessariamente Coincidenti con un'unit politico-amministrativa . Capofila di questa revisione di approccio storiografico stato Sidney Pollard, il quale, attraverso il fondamentale volume The peaceful conquest del 1981 mostrava come la nozione di decollo (e pi estensivamente le origini dello sviluppo) si dovesse correttamente applicare alla dimensione regionale e non a quella nazionale e come ci valesse per la stessa Gran Bretagna, favorita nella rivoluzione industriale dalla simultaneit del decollo di numerose sue regioni. Ci comportava un divario di condizioni anche accentuato (dualismo) tra diverse regioni o aggregati territoriali dello stesso Paese. Proprio nell'analisi delle fasi originarie del processo di industrializzazione (come si spiega anche altrove), ma anche dopo, la dimensione nazionale risulta scarsamente utile in quanto "annega" gli apporti delle aree pi dinamiche nell'uniformit degli Ed. it., 1989 . 221 aggregati nazionali. Secondo Pollard, l'industrializzazione europea "si realizza in ogni nazione su base regionale, e una possibile tipologia interpretativa regionale pu fornire pi informazioni di quanto si evince da pi ampi aggregati nazionali"14 . Pollard ha offerto numerosi spunti per una reinterpretazione a livello regionale del processo d'industrializzazione, per una valorizzazione delle interdipendenze e dei rapporti funzionali. Va tuttavia notato come la dimensione regionale debba essere considerata in complementarit e non in competizione con'quella nazionale ed internazionale .

su quest'ultima dimensione che si colloca l'altro fondamentale apporto di Pollard alla discussione sulle modalit di realizzazione della rivoluzione industriale. Per Gerschenkron il contesto internazionale faceva da sfondo all'azione del Paese ritardatario, mentre per Pollard gli sviluppi dell'economia internazionale interferiscono sulle decisioni dei singoli Paesi orientandone gli effetti in senso positivo o negativo. Si tratta del concetto di differenziale della contemporaneit, di cui un esempio tipico la costruzione delle ferrovie con il diverso ruolo da esse assunto nelle economie dei vari Paesi in rapporto alle condizioni del momento sul piano internazionale. Il concetto si pu applicare a vari altri fattri di interferenza. Uno dei pi importanti furono le guerre e segnatamente la prima guerra mondiale, che incise direttamente, in un senso o nell'altro, sui processi di sviluppo di molti Paesi europei . e) Path dependence, istituzioni e sviluppo economico. Il ruolo dello Stato . Sugli sviluppi di queste discussioni la stria economica ha proseguito nella ricerca di percorsi e concettualizzazioni originali in rapporto non pi soltanto con la teoria economica, ma anche con vari altri domni scientifici. Tra i concetti pi significativi vi quello di path dependence, elaborato soprattutto da Paul David , per il quale la spiegazione dei mutamenti tecnologici ed istituzionali non va ricercata in leggi economiche di portata universale, ma nel percorso storico del processo in questione, per cui catene di eventi, anche casuali, finiscono col precludere alternative inizialmente possibili e col delimitare il campo delle scelte alla configurazione che si venuta a determinare. Una ulteriore conferma, insomma, del fatto che il cammino, seguito dai first comers non pu essere imitato pedissequamente da chi si pone sulla via dello sviluppo . Gi l'analisi gershenkroniana aveva messo l'accento sul ruolo dello Stato 14 Ibidem, p. 6 . P. DAVID, Comprendere l'economia del sistema QWERTY: la necessit della storia, in W.N. PARKER (a cura di), Economia e storia, Roma-Bari, 1988 (ed. orig. 1985) . 222 quale "agente sostitutivo" nei processi di sviluppo dei Paesi "ritardatari". Nell'analisi delle dinamiche dello sviluppo la storia economica ha dedicato crescente attenzione al ruolo delle istituzioni, ossia agli elementi regolatori della cooperazione/competizione economica di gruppi ed individui. La competizione tra le diverse aree, infatti, non avvenuta soltanto sul piano delle tecnologie e dei metodi di produzione, ma anche sui sistemi di regole, sulla loro capacit di promuovere o assecondare lo sviluppo abbassando i costi di turnazione(costi di ricerca, organizzazione e diffusione delle informazioni che conducono alla stipulazione dei contratti, costi di realizzazione delle innovazioni) e rendendo l'economia pi efficiente. "Per questo motivo, chi inventa un'istituzione che si rivela pi "efficiente" per un dato momento storico, si vedr imitato, cos come si imita la tecnologia pi efficiente" .Ci induce al passaggio da un'istituzione all'altra in rapporto al cambiamento delle condizioni economiche . Douglas North lo studioso che con maggiore incisivit ha teorizzato il mutamento economico come risultato di un cambiamento istituzionale intonato alle esigenze delle attivit produttive . Egli ha sostenuto, ad esempio, che anche nel Paese paladino del laissez faire,la Gran Bretagna, il ruolo del potere pubblico nella creazione di un efficiente mercato nazionale e nello svecchiamento delle istituzioni fu fondamentale. Secondo North fu il miglioramento nella definizione ed applicazione dei diritti di propriet a favorire l'organizzazione di fabbrica che spinse all'adozione di nuove tecnologie e alla specializzazione del lavoro . Per converso, una delle motivazioni addotte per spiegare il declino inglese del tardo Ottocento stata la sopraggiunta incapacit dello Stato ad interpretare le necessit del mercato e del mondo imprenditoriale Pur essendo stata criticata perch troppo esclusiva e meccanicistica, questa teoria ha prodotto una serie di importanti sviluppi nell'approfondimento dei rapporti tra istituzioni e sviluppo economico, non solo per quanto attiene all'intervento dello Stato giustificato dall'esistenza dei costi di transazione -, D.C.NORTH-R. THOMAS,L'evoluzione economica del mondo occidentale, Milano, 1976, p. 117 . V. ZAMAGNI, Balla rivoluzione industriale all'integrazione europea, cit., p. 37 .

D.C. NORTH, Strutture and Change in Economie History, New York, 1981; ID., Transaction Costs in Economie History, in Journal of European Economie History, XTV, 1985 . D.C. NORTH-R. THOMAS, L'evoluzione economica del mondo occidentale, cit.; D.C. NORTH, Structure and Change in Economie History, cit.; D. NORTH-B. WEINGAST, Constitutions and Commitment: Evolution of Institutions GoverningPublic Choice in 17' Century England, in Journal of European Economie History, 49, 1989; P. HUDSON, La rivoluzione industriale, Bologna, 1995 . B. ELBAUM-W. LAZONICK {a cura di), The Decline of the Britisb Economy, Oxford, 1986; W.P. KENNEDY, Industriai Structure, Capital Markets and the Origins of British Industriai Decline, Cambridge, 1987; S. POLLARD, British Prime and Britisb Decline. The British Economy, London, 1989 . 223 ma anche a quello delle istituzioni intermedie in antichi e pi recenti processi di sviluppo localizzato (regioni economiche, sistemi produttivi locali, distretti industriali di antica e nuova formazione, ecc.) . Gi in premessa si vista l'importanza della presenza di uno Stato attivo nella creazione di condizioni favorevoli all'esercizio della libert d'intrapresa e nella produzione di beni pubblici nella formazione di un capitalismo progressivo. Fin da quel periodo la discussione ha avuto come oggetto la quantit e la qualit della presenza dello Stato in campo economico. Le origini del dibattito si possono infatti far risalire ai primi secoli dell'et moderna, quando le dottrine del mercantilismo, del colbertismo, del cameralismo e, pi tardi, della stessa fisiocrazia assunsero nella loro pratica applicazione la fisionomia di vere e proprie politiche economiche normative, nelle quali allo Stato venivano attribuiti ruoli, ambiti e limiti di intervento sempre pi precisi. Il dibattito prosegu durante e dopo la rivoluzione industriale sulla linea del liberismo economico, volto a fissarne i limiti per lasciare spazio all'armonico dispiegarsi dei meccanismi di mercato (Smith e Ricardo misero peraltro in luce l'importanza dello Stato nel promuovere gli scambi internazionali, nello sviluppare le infrastrutture e l'istruzione pubblica e nel combattere monopli e rendite parassitarie), mentre sull'opposto fronte maturava la dottrina "interventista" basata sulla convinzione che lo Stato dovesse assicurare il suo attivo intervento nelle vicende economiche in quanto il mercato, lasciato a s, non era in grado di garantire un adeguato sviluppo industriale . Gi fin dal primo Ottocento in Belgio, Francia e Germania - oltre che negli Stati Uniti, che vantarono il primo difensore di queste posizioni in Alexander Hamilton, segretario di Stato di George Washington - andavano ponendosi le premesse politiche, economiche e ideologiche di quel diverso atteggiamento nei rapporti tra Stato e mercato, fra pubblico e privato, che si sarebbero poi concretizzate appieno nel corso del Novecento. Questi Paesi, pur diversi quanto a struttura politico-istituzionale, erano accomunati dalla crescente fiducia che lo Stato potesse svolgere un ruolo di primo piano nel processo di industrializzazione (si vedano lo Zollverein, l'unione doganale degli Stati tedeschi adottata nel 1833 e i compiti attribuiti allo Stato da Friederich List che ne fu l'ispiratore, o gli interventi per lo sviluppo delle ferrovie). Stati Uniti, Belgio, Germania - e lo stesso valse per l'Italia - erano Paesi di pi recente formazione, per i quali una pi attiva presenza del potere pubblico sembrava in grado di favorire anche l'effettiva unificazione politica e sociale . Nella seconda met dell'Ottocento, invece, le formulazioni teoriche e le realizzazioni pratiche incominciarono a differenziarsi. Negli USA si and delineando il modello di Stato regolatore ancora oggi prevalente oltre Atlantico. Al contrario in Europa, specie in quella continentale, prese consistenza una formulazione dei rapporti tra Stato ed economia che era per molti versi anticipatrice di quel modello "forte" di Stato (contrapposto al modello "debole" 224 americano) e di quella fiducia nel big government che, pur nella profonda diversit delle esperienze, si affermeranno nel corso del Novecento con le politiche dirigiste attuate in numerosi Stati dell'Europa centrale nel periodo fra le due guerre, con la formazine degli Stati socialisti, con

l'avvio dei primi processi di nazionalizzazione e, dopo la seconda guerra mondiale, con l'affermazione delle economie miste . Nella realt, al di l delle diverse posizioni ideologiche, che hanno sempre fortemente influenzato il dibattito, il peso dello Stato nell'economia - con il complesso gioco di intrecci tra economia e politica andato crescendo nel corso del tempo sia rispetto all'andamento della spesa pubblica , sia, con movimento pi oscillante, alle principali forme di interventismo statale: politica istituzionale e legislativa, infrastrutture (strade, canali, porti, ferrovie), istruzione, controllo della moneta e dei cambi, protezionismo, sussidi e incentivi, salvataggi, gestione diretta di imprese e banche, manovre anticicliche, politiche sociali. E ci per la ragione che i sistemi capitalistici industriali "non possono funzionare adeguatamente senza un livello minimo di Stato che garantisca difesa e latv andorder (ossia una legislazione che stabilisca le regole del mercato, fra cui in prima linea la difesa della concorrenza, e le faccia osservare attraverso l'amministrazione della giustizia) e fornisca qualche bene pubblico ritenuto essenziale nei vari momenti storici"22. Tra questi beni pubblici vi sono la moneta e la banca centrale che l'amministra, i servizi postali, l'istruzione, le infrastrutture e i trasporti, la sanit ed altri tipi di intervento in "supplenza" del mercato che hanno condotto gli Stati moderni dall'interventismo minimale teorizzato dagli economisti di ispirazione liberista a forme pi o meno articolate ed estese di economia mista, che tuttavia mai sono arrivate (come invece accaduto nel Novecento con l'economia sovietica a pianificazione centralizzata) a negare il mercato . In conclusione, la variet degli approcci e dei paradigmi interpretativi non altro che lo specchio dell'estrema complessit e variet dei percorsi di sviluppo. "Alla similarit di un certo numero di fenomeni non corrisponde automaticamente n uno stesso ordine di successione temporale fra i vari meccanismi di sviluppo, n un identico ventaglio di risultati finali. Perci modelli interpretativi di carattere generale che sono stati via via proposti possono essere utilizzati unicamente per gli stimoli e gli interrogativi che essi forniscono alla riflessione critica e alla ricerca scientifica, e non gi per stabilire dei canoni esplicativi definiti una volta per tutte"23 . G. BROSIO-C. marchese, Il potere di spendere. Economia e storia della spesa pubblica dall'Unificazione ad oggi, Bologna, 1986 . V. ZAMAGNI, Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea, cit., pp. 40-41 . V. CASTRONOVO, Introduzione a D.S. LANDES-P. MATHIAS-G. MORI-D.C. north e altri, La rivoluzione industriale tra il Settecento e l'Ottocento, a cura di L. segreto, Milano, 1984, pp. IX-X . Dinamiche demografiche e mutamento sociale. Il ruolo dell'agricoltura . 2.1. La rivoluzione demografica europea . Le dinamiche demografiche costituiscono una variabile di primaria importanza per la comprensione dei cambiamenti economici e sociali del XIX secolo. Produzione e consumo sono correlati all'evoluzione della popolazione e alla sua distribuzione geografica, sociale e per fasce d'et. Nonostante l'importanza dei dati demografici, e bench la statistica e le scienze sociali abbiano conosciuto i primi sviluppi proprio nel corso del XIX secolo, disponiamo di una documentazione frammentaria e talora, anche per Paesi importanti, Costruita su base congetturale . Per quanto non si possa attribuire a questi dati un valore di esattezza rigorosa, essi tuttavia ci consentono delle approssimazioni utili a delineare il quadro complessivo, i rapporti e le tendenze di fondo . Secondo alcune stime, la popolazione europea, cresciuta tra il 1600 ed il 1800 ad un modesto 0,42% all'anno, tra il 1800 ed il 1914 progred al ritmo dello 0,93% annuo. Nel corso del secolo molti Paesi europei videro crescere la loro popolazione con tassi di incremento compresi tra lo 0,5 e l'1,5% all'anno2. Si trattava di una vera e propria rivoluzione demografica, che cambiava strutture e movimenti, comportamenti e insediamenti .

L'Inghilterra anticip le tendenze che avrebbero successivamente coinvolto tutti gli altri Paesi. Un consistente aumento della popolazione a partire dagli anni quaranta del XVIII secolo permise un aumento della forza lavoro sia nelle campagne che in sistemi di putting-out o nelle attivit urbane. Gi nella seconda met del Settecento la pressione demografica rese disponibili larghi La mancanza di indagini sistematiche relative a una parte o alla globalit del periodo per molti Paesi spiegano gli scostamenti di cifre nelle tabelle elaborate dai vari autori . Con un tasso di incremento dell'1,5% annuo una popolazione raddoppia nel corso di cinquant'anni e quadruplica in un secolo . 226 strati di popolazione all'impiego nei nuovi settori manifatturieri come il cotoniero. Incrementi simili, se non superiori a quelli inglesi, si verificarono anche in altre regioni europee, ad esempio nell'area austro-tedesca. Si entrava nella "transizione demografica", cio nella fase di passaggio dal "modello demografico di antico regime" alla "nuova demografia" . Il primo modello era caratterizzato, secondo gli schemi malthusiani, da una combinazione di elevata natalit e alta mortalit, che produceva meccanismi di autoequilibrio tra popolazione e risorse. Scontrandosi con la rigidit della produzione agricola, ogni crescita della popolazione determinava una riduzione delle disponibilit alimentari che, assottigliando le diete gi misere della popolazione, poteva innescare un rapido aumento dei decessi (carestie e malattie) riportando il contingente demografico ai livelli di partenza . Secondo gli studi recenti, a caratterizzare i tratti della demografia di antico regime erano anche un complesso di pratiche e comportamenti di individui e famiglie tendenti ad abbassare la fecondit femminile (la cui incidenza sui tassi di natalit restava comunque limitata), la scelta del celibato (si stimato che le donne europee nubili si aggirassero costantemente intorno al 15-20%) e il sistematico ritardo dell'et al matrimonio (gli uomini si sposavano in media intorno ai trent'anni e le donne attorno ai 25-26, "tagliando" un decennio di fertilit femminile). Furono proprio il ritardo del matrimonio e la diffusione del nubilato a differenziare sostanzialmente l'esperienza demografica occidentale dal resto del mondo, dove quasi non esistevano donne nubili al di sopra dei 25 anni4 . Tutte queste generalizzazioni richiederebbero molte specificazioni. Le differenze sociali, ad esempio, costituiscono una determinante primaria dei comportamenti demografici. Ad ogni modo dall'Ottocento in poi la "trappola maltnusiana" non funzion pi; al modello della stabilit si sostitu il modello dello sviluppo. Per la prima volta nella storia dell'umanit un incremento della popolazione non determin una crisi delle risorse disponibili, ma, grazie alle trasformazioni produttive concomitanti, favor la possibilit di espansione del sistema economico complessivo. La svolta consistette non tanto nell'intensit della crescita demografica, quanto nel fatto che nei due secoli seguenti e fino ai tempi attuali tale crescita non conobbe pi pause o regressioni . Dal 1800 al 1900 la popolazione mondiale crebbe del 70% passando da 978 a 1.650 milioni (tabella 6). L'Asia e l'Africa aumentarono rispettivamente di un terzo e di un quarto i loro abitanti (la prima da 630 a 925 milioni e la seconda da 107 a 133 milioni), mentre l'Europa fece registrare un aumento di M.W.FLINN,Il sistema demografico europeo, Bologna, 1983 . J. HAJNAL, Modelli europei di matrimonio in prospettiva, in m. barbagli (a cura di), Famiglia e mutamento sociale, Bologna, 1977, pp. 267 e 274 . P. MACRY, La societ contemporanea, Bologna, 1992, pp. 99-105 . 227 pi del doppio, passando da 208 (Russia inclusa) a 430 milioni di abitanti (dall'Ottocento ai giorni nostri si pi che triplicata giungendo ai 650 milioni). Nello stesso periodo l'Asia e l'Africa videro ridursi il loro peso sul totale della popolazione mondiale (rispettivamente dal 64,4 al 56,1% e dal 10,9 all'8,1%), mentre l'Europa pass dal 21,2 al 26 per cento. Inoltre, con gli imponenti movimenti migratori che contrassegnarono il secolo, gli europei contribuirono in larga misura a triplicare il numero degli abitanti dell'America Latina e dell'Australia-Oceania e a moltiplicare per tredici quello dell'America del Nord. Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Europa contava 480 milioni di abitanti, tre volte la sua popolazione del 1750. All'inizio

dell'Ottocento, una persona su cinque era europea; alla fine, una su quattro e quasi una su tre se si aggiungono agli abitanti dell'Europa gli europei e i loro discendenti insediati negli altri continenti . Tabella 6. - Evoluzione della popolazione mondiale, 1750-1900 Europa (Russia esclusa) Russia Nord America Sud e Centro America 125 15,8 42 5,3 2 0,3 16 2,0 152 56 7 24 15,5 208 163 5,7 76 6,0 0,8 26 2,1 2,5 38 3,0 296 134 82 74 18,0 8,1 4,9 4,4 Africa 106 13,4 107 10,9 111 8,8 133 8,1 Asia Cina 498 200 62,9 25,2 630 323 64,4 801 63,4 33,0 430 34,1 925 436 56,1 26,4 India e Pakistan Australia e Oceania 190 2 24,0 0,3 195 2 19,9 233 183 0,2 2 0,2 285 6 173 0,4 Totale 791 100,0 978 100,0 1262 100,0 1650 100,0 Fonte: Rielaborazione da E.A. WRIGLEY,Demografia e Storia, Milano 1969; P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1997, p. 602 . Un confronto tra le densit (numero di abitanti/kmq) mostra come la popolazione fosse pi concentrata sul continente meno esteso (tabella 7): l'Europa, che gi nel 1800 si trovava al vertice della graduatoria con 18,7 ab./kmq contro i 13,7 dell'Asia, all'esordio del XX secolo presentava una densit di 40,1 ab./km, quasi il doppio dell'Asia (21,3 ab./kmq) e dieci volte l'Africa (4,0 ab./km) . 228 Tabella 7. -Densit della popolazione per continente, 1800-1900 (abitanti/kmq) Europa . 18,7 . 26,6 . 40,1 Asia . 13,7 . 17,0 . 21,3 Africa . 3,0 . 4-1 . 4,0 Nord America . 0,2 . 1,1 . 3,4 Centro e Sud America . 1,0 . 1,2 . 3,4 Fonte: JL HEFFER e w. SERMAN, Il XIX secolo, lolj-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, ed. italiana a cura di S. Zaninelll, Milano, 1998, p. 19 . Il ritmo di incremento della popolazione nei diversi Paesi europei vari nei tempi e nell'intensit. Se nella prima parte del secolo erano le aree del Nord-Ovest d'Europa a crescere pi rapidamente, nella seconda parte del secolo furono il Sud e l'Est del continente a mostrare tassi di crescita della popolazione particolarmente sostenuti (tabella 8) . Tabella 8. Popolazione europea nel XIX secolo (in milioni) Austria . . 13,3 . 15,3 . 16,6 . 17,3 . 18,2 . 20,2 . 22,1 . 23,7 . 25,9 .

28,6 Francia . 27,3 . 30,3 . 32,6 . 34,2 . 35,8 . 37,4 . 36,1 . 37,4 . 38,1 . 38,4 . 39,2 Germania . . 25,0 . 28,2 . 31,4 . 33,4 . 35,6 . 41,0 . 45,2 . 49,4 . 56,4 . 64,9 Irlanda . 4,8 . 6,8 . 7,8 . 8,2 . 6,6 . 5,8 . 5,4 . 5,2 . 4,7 . 4,5 . 4,4 Italia . 17,2 . 19,7 . 20,1,2 . 22,9 . '24,3 . 25,0 . 26,8 . 28,8 . 28,4 . 30,1 . 32,4 Norvegia . 0,9 . 1,0 . 1,1 . 1,2 . 1,3 . 1,3 .

1,7 . 1,8 . 2,0 . 2,2 . 2,3 Portogallo . 2,9 . . . 3,7 . 3,3 . 3,6 . . 4,2 . 4,7 . 5,0 . 5,5 Russia* . 40,0 . 48,6 . 56,1 . 62,4 . 68,3 . 74,1 . 84,3 . 97,7 . 117,8 . 132,9 . 160,7 Spagna . 10,3 . 15,6 . . 16,6 . 17,3 . 18,6 . 19,9 Svezia . 2,3 . 2,6 . 2,9 . 3,1 . 3,3 . 3,9 . 4,2 . 4,6 . 4,8 . 5,1 . 5,5 Gran-Bretagna . 14,1 . 16,3 . 18,3 . 20,8 . 23,1 . 26,1 .

26,1 . 29,7 . 33,1 . 37,0 . 40,8 Totale Europa . 205,0 . . . . 275,0 . . 320,0 . . . 414,0 . 450,0 * I dati per la Russia sono stimati . Fonte: B.R MTTCHELL, 'StdttsHcalappenax\ in C.M. CIPOLLA (ed.), The Fontana EconomieHistory of Europe. The Emergettce of Industriai Societies. Part 2 (London, 1973), pp. 747-748; B.R MITCHELL, International HistortCdl StatisttCS OJ Europe, 1730-1988, Bijsirigstoke, 1992, pp. 1-5; S. POLLARD, La conquista pacifica. lJindustri&ltV&Onin Europa dal 1760 al 1970, Bologna, 1981, p. 148 . 229 In Italia la popolazione crebbe continuativamente nel corso del secolo, con una crescita diversificata nell'andamento della natalit e della mortalit a seconda delle regioni, alcune delle quali -in specie del Meridione - alimentarono un flusso migratorio che divenne imponente, con importanti conseguenze economiche nel breve e nel lungo periodo tra gli anni Ottanta e la prima guerra mondiale (tabella 9) . Tabella 9. - Evoluzione della popolazione italiana, 1791-1911 (a confini del 1914) 1791 1801 1811 17.479 17.860 18.257 2,2 2,2 1821 19.000 4,0 1831 21.088 10,5 1841 1851 22.355 24.162 5,9 7,8 1861 1871 1881 25.017 26.801 28.460 3,5 6,9 6,0 . 1901 32.475 6,6 1911 34.671 6,6 \Fonte: J. HEFFER e W. SERMAN, IlXIX secolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. ZanineUi, Milano, 1998, p, 29, Dalla tabella 8 risalta il deciso rallentamento del ritmo di crescita nella Francia del secondo Ottocento dipendente dalla caduta pi rapida, rispetto ad altri Paesi, del tasso di natalit. Altrove il mantenimento pi prolungato di un elevato tasso di natalit rese pi marcati i benefici della generale diminuzione del tasso di mortalit. Anche in questo caso, peraltro, le cifre su scala nazionale possono nascondere importanti differenze locali o regionali. L'Italia di fine Ottocento, ad esempio, era caratterizzata da una crescita della popolazione relativamente omogenea su tutto il territorio. Tuttavia, a differenze socioeconomiche tra le diverse parti del Paese corrispndevano meccanismi demografici essenzialmente diversi. Mentre l'Italia del Nord presentava sia un basso tasso di mortalit che un basso tasso di natalit, l'Italia del Sud mostrava un alto tasso di mortalit ed un alto tasso di natalit (tabelle 10-11) . 230 Tabella 10. - Tassi di mortalit e natalit in Italia nel 1895 Fonte: Elaborazione da C. TREBILCCK, The Industrialization Of the Continental PoweTS 17801914, HarloWfr 1981 . Tabella 11. - Movimento della popolazione italiana dal 1862 al 1911 (media annuale per mille abitanti) 1862-1871 37,4 30,3 7,1 -0,3 1872-1881 1882-1891 36,9 37,2 29,6 26,9 7,3 10,3 -1,3 2,8 1892-1901 34,2 23,7 103 -4,2 1902-1911 32,2 2U 10,9 -4,1 Fonte: J. HEFFER e W. SERMAN, liXIX secolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. Zaninelll, Milano 1998, p. 30, 231 2.2. Il "nuovo modello demografico" . Perni della nuova demografia europea sviluppatasi a partire dalla rivoluzione industriale furono la caduta della mortalit e la contrazione del tasso di natalit. "Il regime a fecondit media e ad

alta mortalit, che aveva caratterizzato lo sviluppo demografico dell'Europa preindustriale - una variante di quello ad alta fecondit e alta mortalit che guider l'evoluzione dell'intera popolazione mondiale fino agli anni Quaranta del Novecento - fu dunque sostituito da un regime caratterizzato dalla drastica riduzione di entrambi i parametri. Sul breve periodo si produsse comunque una crescita impetuosa, dovuta al calo della mortalit pi che all'aumento della fecondit. In una seconda fase, la fertilit declin in misura vistosa e il successivo aumento della popolazione non dipese dal maggior numero di nascite, ma essenzialmente dal crescente allungamento della vita" . Il complesso di fenomeni mette in relazione variabili demografiche, indicatori economici e contesto sociale . Le componenti del saldo demografico - mortalit e natalit - mutarono strutturalmente. In primo luogo, andarono sempre pi scomparendo le grandi crisi di mortalit caratteristiche del periodo preindustriale per effetto combinato di due elementi: la scomparsa delle grandi epideme e la diminuzione dei cicli di carestia, che in precedenza avevano Contraddistinto l'andamento della produzine agricola. Le difese immunitarie degli organismi umani aumentarono grazie all'effetto combinato dei miglioramenti alimentari e di quelli igienici. L'igiene pubblica, infatti, fece notevoli progressi con i lavori di risanamento e modernizzazione urbana, cui si cominciavano ad applicare le nuove tecnologie industriali, lavori che ridussero la presenza di fattori nocivi alla salute nelle citt (sistemazione e ammodernamenti delle fognature, eliminazione delle cloache, ampliamento delle strade, costruzione di reti idriche, sviluppo dei servizi urbani). La diminuzione di epideme, virulenze ed altre malattie infettive ebbe comunque una causa primaria negli straordinari progressi della scienza medica: dalla vaccinazione antivaiolosa di Jenner (1796) si arriv alla "rivoluzione microbica" operata da Pasteur (1822-1895) e da Koch (1843-1910); nel corso del secolo dalla disinfezione si pass agli ospedali asettici, all'aspirina e agli anestetici. Le epideme facevano meno vittime e diventavano meno frequenti, anche se non sparirono del tutto n rapidamente, come dimostr il colera europeo degli anni Trenta . I mutamenti del quadro europeo emergono pi nettamente dal confronto con le altri parti del mondo. La carestia non comparve pi in Europa dopo il 1848, anche se lasci tracce profonde in Irlanda, dove la crisi della patata L. allegra, La dinamica demografica, in P.A. toninelli (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1997, p. 87 . 232 (1845-1850) provoc la morte di oltre mezzo milione di persone e diede un forte impulso al movimento migratorio. In India fece circa 30 milioni di vittime tra il 1860 e il 1900; in Cina siccit e inondazioni continuarono a provocare vere e proprie catastrofi demografiche. Gli stessi contrasti si manifestavano per l'ambito sanitario. Il colera, che in India si port via il 6% della popolazione tra il 1882 e il 1890, rimase allo stato endemico per tutto il secolo, estendendosi agli imperi turco e russo nel 1817 e in tutta Europa tra il 1831 e il 1834 (100. mila vittime in Francia). Esso riapparve nel 1847-49 (23 mila morti in Belgio, 600 mila in Russia) e nel 1855 nel Mediterraneo occidentale e in Crimea per poi scomparire (salvo una recrudescenza in Spagna) nella seconda met del secolo . Anche il tifo regred durante la seconda met del secolo nell'Europa nord-occidentale. Il vaiolo, la peste, la lebbra, malattie molto diffuse in Asia e in Africa, diminuirono in tutto il continente europeo: la peste scomparve nel Settecento, il vaiolo declin nel corso dell'Ottocento. Rimanevano due grandi malattie endemiche, la tubercolosi e, nella zona mediterranea, la malaria, che tuttavia "non avrebbero mai potuto provocare una crisi di mortalit" . La mortalit per le guerre ebbe pure una contrazione rispetto all'alto numero di morti causati in altre parti del mondo, specie in occasione di guerre civili, come la guerra di Secessione negli Stati Uniti o quella dei Taiping in Cina. La natalit non doveva dunque pi colmare i grandi vuoti demografici . Il XIX secolo segn Un cambiamento fondamentale: n la fecondit, n la mortalit delle popolazioni europee dipendevano pi dalle disponibilit alimentari. Tra popolazione e risorse il feedback divenne positivo. Nell'Inghilterra tra Sette e Ottocento l'aumento della popolazione

acceler l'ammodernamento dei modi di produzione agricola, che avrebbe permesso di soddisfare la domanda aggiuntiva di risorse. Incremento demografico e innovazioni tecnologiche andarono di pari passo. La "rivoluzione agricola", gi avviata con rotazioni pi efficienti, allevamento, concimi e prime macchine agricole, fece fare un balzo alla redditivit della terra permettendo di produrre di pi con un minor numero di addetti. Si riusc cos sia a soddisfare i nuovi bisogni sia, dato l'incremento della produttivit, a "liberare" una certa quota di lavoratori agricoli a vantaggio delle attivit industriali e commerciali urbane. "L'esito del processo dunque l'opposto di quanto si verifica in Antico Regime: la crescita demografica stimola la crescita produttiva e questa provoca ulteriore crescita demografica" . Rivoluzione agrcola e industriale consentirono di migliorare in quantit e qualit l'alimentazione. La rivoluzione dei trasporti e il progressivo allargamento dei mercati ruppero l'isolamento di molti territori e limita J. HEFFER-W. SERMAN, II XIX secolo 1815-1914. Dalle rivoluzioni agli imperialismi, Milano, 1998, p. 22 . M.W.PLINN,Il sistema demografico europeo, cit.,p. 143 . P. MACRY, La societ contemporanea, cit., p. 100 . 233 rono gli effetti delle'crisi di sussistenza. Le cadute produttive potevano essere compensate dalle importazioni . In conseguenza al miglioramento delle diete, dell'igiene, dei sistemi terapeutico-sanitari la vita si allungava, la speranza di vita alla nascita aumentava. La vita media degli occidentali, che per innumerevoli secoli era rimasta ferma intorno ai trent'anni, sal rapidamente verso i quaranta nel corso dell'Ottocento e tocc i cinquanta nel primo Novecento (sarebbe arrivata ai settanta nella Svezia del 1965 e agli ottanta attuali). Naturalmente la durata media della vita crebbe maggiormente nei Paesi e negli Strati sociali che pi beneficiavano del progresso materiale e scientifico. Il tasso ordinario di mortalit sub un ridimensionamento, specie di quella infantile. In Inghilterra, dal 1780 al 1820 i tassi calarono dal 16 al 12%. La mortalit infantile diminu lentamente anche per i limitati progressi della pediatria e della puricoltura. In Francia si pass dal 187%o del 1810 al 126 del 1906. A questa data in Russia era ancora del250%o. In generale, mentre nel corso del XIX secolo la mortalit al di sotto del primo anno di vita (e quella delle classi di et pi anziane) non fece segnare sensibili variazioni, le fasce giovanili e centrali della popolazione aumentarono in modo considerevole le loro speranze di vita. L'accresciuta consistenza numerica delle fasce centrali della popolazione, quelle che detenevano il potenziale riproduttivo, si riflesse sul tasso di fecondit generale, provocandone un ulteriore incremento . Un altro importante elemento riguardava la distribuzione sociale della mortalit. La disparit di fronte alla morte evidente se si confrontano le classi sociali e le categorie professionali. Le aspettative di vita variavano vistosamente a seconda del mestiere esercitato o dello Status di appartenenza. Il fenomeno colp pesantemente proprio le citt delle regioni industriali pi avanzate. A met Ottocento le probabilit di vita degli inglesi erano arrivate mediamente intorno ai quarant'anni, ma in alcuni quartieri poveri di Manchester restavano ferme a venti". La mortalit infantile dei quartieri operai di York era a fine Ottocento tre volte superiore a quella delle famiglie benestanti. A Parigi, verso il 1885, il tasso di mortalit dei quartieri agiati era del 14% contro il 30%o dei quartieri popolari . La malnutrizione, la mancanza di igiene nelle abitazioni o nei luoghi di lavoro, la mancanza di cure diminuivano la resistenza fisica dei ceti popolari, soprattutto dei lavoratori urbani, ma anche di quelli agricoli* esponendoli maggiormente alle calamit che, seppur meno devastanti, ancora infierirono per una parte del secolo . E.A. WRIGLEY, Demografia e storia, Milano,. 1969.. A. BRIGGS, L'Inghilterra vittoriana, Roma, 1978, p. 391 . J. HEFFER-W, serman, IlXIX secolo, cit., p. 21 . 234 In Francia e Inghilterra, Paesi per i quali disponiamo di serie statistiche secolari, la mortalit diminu rapidamente nei primi due decenni del secolo, rimase poi a lungo stabile per

poi far registrare una nuova caduta verso la fine del periodo. Contrariamente alla mortalit, il tasso di natalit nel nuovo modello demografico europeo diminu molto lentamente prima di accentuare la sua tendenza alla flessione a partire dagli anni Ottanta. Il suo andamento non fu n appariscente n lineare. All'inizio della svolta demografica lo sviluppo economico stimol la natalit. I risultati della ricostruzione storica della popolazione inglese fra il Cinquecento e l'Ottocento da parte del Cambridge Group of Historical Demography hanno dimostrato come le dinamiche di espansione demografica in Inghilterra e Galles a cavallo fra Settecento ed Ottocento siano attribuibili solo per un terzo ad una diminuzione del tasso di mortalit. Pi importante sembra essere un accentuato aumento del tasso di natalit. La maggiore consistenza numerica delle classi d'et giovanili ebbe come effetto un aumento del ritmo di sviluppo delle nascite, specialmente nelle aree maggiormente interessate ai processi di industrializzazione. Le opportunit di lavoro crescevano, con il lavoro minorile i figli diventavano pi remunerativi, la maggiore disponibilit alimentare incentivava a sposarsi e a procreare. L'abbassamento dell'et matrimoniale stato visto come stimolo per un notevole aumento del potenziale biologico femminile. C' anche chi ha ipotizzato una diminuzione di misure contraccettive all'interno di nuove strutture familiari e sociali. Si tratt comunque di un fenomeno limitato nel tempo. Al di l delle talvolta anche sensibili variazioni regionali, pare che la rottura del modello demografico preindustriale non abbia comportato una sostanziale trasformazione del modello europeo di et al matrimonio . Nel medio periodo la tendenza and comunque verso un abbassamento progressivo e generale dei tassi di natalit. Il fenomeno, registrato in Francia dall'inizio dell'Ottocento, si manifest precocemente anche negli Stati Uniti ed invest verso la fine del secolo tutta l'Europa occidentale e nord-occidentale, estendendosi infine nel corso del Novecento all'Europa orientale e meridionale. In definitiva, il caso europeo mostra diversi meccanismi demografici in azione all'interno di aree anche geograficamente adiacenti. Nella seconda met del XIX secolo i Paesi avanzati videro diffondersi, vincendo resistenze culturali e religiose, la pianificazione della famiglia e il controllo delle nascite, che indebolirono progressivamente la tradizionale stretta correlazione tra matrimonio e fertilit. Il numero dei figli venne sempre pi messo in rapporto con il problema dei consumi e dello status sociale . A questo riguardo va sempre tenuta prsente la grande diversit tra le classi sociali determinata dalle diversit socio-economiche e dall'influenza degli atteggiamenti mentali nei confronti del comportamento sessuale e della conce L. ALLEGRA, La dinamica demografica, CU.., p. 85 . 235 zione della famiglia. Nell'Inghilterra degli anni Ottanta il tasso di fecondit era inversamente proporzionale al livello della condizione sociale. In generale la diminuzione delle nascite rifletteva la volont delle famiglie di conservare o migliorare il proprio tenore di vita. La nuova stratificazione sociale, nella societ borghese ottocentesca, non si basava pi sulla nascita, ma sulla base dei redditi e dei consumi. Meno figli significava maggiore garanzia di fronte al bisogno, migliore istruzione, carriere pi agevoli e remunerative. Le convinzioni religiose potevano modificare una linea di tendenza che vedeva le classi pi agiate e istruite praticare per prime il controllo delle nascite, mentre, ancora verso il 1900, i tassi di natalit restavano alti tra le classi popolari e nei Paesi a margine della rivoluzione industriale o investiti da questa solo in parte. In generale, solo con la prima guerra mondiale e l'istruzione impartita a contadini ed operai sull'uso degli anticoncezionali (in questo caso per impedire il propagarsi delle malattie veneree) il controllo delle nascite divenne familiare anche alle classi popolari . In conclusione, il modello demografico occidentale, seppure in presenza di resistenze religiose, si mostrato capace di migliorare progressivamente il rapporto tra sviluppo economico e sviluppo della popolazione, contenendo le nascite in modo non traumatico attraverso scelte consapevoli degli individui e delle famiglie . 2.3. Urbanesimo, migrazioni e colonizzazioni La concomitanza dell'esplosione demografica e delle trasformazioni economiche determin una ridistribuzione geografica e professionale della popolazione. L'industrializzazione procedette di pari passo con

l'urbanizzazione. Di fronte alla stagnazione demografica delle citt la crescente domanda di manodopera da parte delle industrie poteva essere soddisfatta solo con l'inurbamento di popolazione proveniente dalla campagna. Dapprima graduali e temporanei, gli spostamenti verso le citt aumentarono con le trasformazioni nelle campagne, che riducevano l'impiego di manodopera, e poi con la crisi dell'industria a domicilio e dell'artigianato rurale a causa della concorrenza delle fabbriche. La citt attir e concentr nelle fabbriche e nelle case borghesi i tessitori, i lavoratori agricoli, i domestici, gli stagionali e i lavoratori ambulanti, La ferrovia favor uno spostamento massiccio verso gli agglomerati urbani, che si riempirono di centinaia di migliaia di immigrati. L'urbanizzazione di larghe parti del continente fu uno dei fenomeni pi evidenti della trasformazione dei modi di vita . Dal 1851 al 1910-14 la percentuale degli abitanti delle citt sulla popolazione 236 totale pass in Gran Bretagna dal 48 al 73%, in Francia dal 25,5 al 44,2%, in Russia dal 7,8 al 19,6%. Al posto delle 23 citt con pi di 100 mila abitanti esistenti nel 1800, un secolo dopo l'Europa ne contava 135 che agglomeravano 46 milioni di persone contro i 5,5 milioni di un secolo prima (l'11% della popolazione totale contro il 3%). L'Italia del Rinascimento aveva visto il fiorire di citt e centri urbani, parecchi dei quali mantenevano ancora un considerevole numero di abitanti. Con la rivoluzione industriale il fenomeno invest altre aree europee ed assunse caratteri nuovi. Il fenomeno che dalla seconda met del Settecento interess l'Inghilterra non aveva precedenti, in particolare se si Considera la sua intensit. Nel solo mezzo secolo fra il primo censimento del 1801 e l'Esposizione internazionale del 1851 Liverpool quadruplic il numero dei suoi abitanti, mentre Manchester addirittura quintuplic la sua popolazione. Il fenomeno non riguardava solo le nuove citt industriali: Brighton, ad esempio, pass da 7 mila a pi di 65 mila abitanti, Oxford da 12 a 27 mila, un centro di contea come Hereford da 7 a 12 mila abitanti . Col procedere dell'industrializzazione il medesimo trend invest altri paesi europei. Germania e Austria nel 1800 avevano solo tre citt con pi di 100 mila abitanti: Berlino, Vienna ed Amburgo, cui si aggiunsero Monaco e Breslau cinquantanni dopo. Le 14 citt con pi di 50 mila abitanti assommavano meno di due milioni di abitanti. A seguito dell'impetuosa crescita industriale della seconda met del secolo, all'inizio del Novecento i centri con pi di 50 mila abitanti erano diventati 76 e raccoglievano 13 milioni 650 mila persone. Berlino e Vienna avevano superato i 2 milioni, Amburgo aveva 1 milione 100 mila abitanti, Lipsia, Dresda, Colonia e Monaco superavano il mezzo milione di abitanti. Nei piccoli centri del bacino della Ruhr la crescita fu ancora pi significativa: Essen crebbe da 9 mila a 295 mila abitanti; Dusseldorf da 27 mila a 359 mila; Dortmund, che ancora a met Ottocento era un piccolo villaggio, giunse in pochi decenni a 214 mila abitanti Economie di agglomerazione ed una forte dipendenza da risorse minerarie localizzate portarono allo sviluppo di aree urbane ad alta concentrazione industriale. Come mostra-la tabella 12, il numero delle citt con pi di mezzo milione di abitanti pass fra il 1800 ed il 1910 da tre a venticinque . Sotto la spinta dell'industrializzazione e della rivoluzione dei trasporti si svilupparono rapidamente sia piccoli centri che importanti citt, ma soprattutto si formarono grandi metropoli gi da tempo al centro delle rispettive economie nazionali. Londra pass da 1 milione 117 mila abitanti del 1800 ai 2 milioni 685 mila del 1850, ai 4 milioni 770 mila del 1880 e ai 7 milioni 256 mila del 1910; Parigi crebbe dai 587 mila abitanti del 1800 a 1 milione 053 mila nel 1850 a 2 milioni 269 mila nel 1880 e a 2 milioni 888 mila nel 1910. L'industrializzazione signific nuove possibilit di gestione ed M. BEINHARD-A. ARMENGAUD-J. DUPAQUIER, Storia della popolazione mondiale, Rma-Bari, 1971 . 237 Tabella 12. - Popolazione delle maggiori citt europee nelXIX secolo (in migliaia)* . . . . Amburgo, .

130 . 132 . 290' . 931 Amsterdam . 217 . 224 . 326 . 574 Barcellona . 115 . 175 . 346 . 587 Berlino . 172 . 419 . 1.122 . 2.071 Birmingham . 74 . 233 . 437 . 840 Bruxelles . 66 . 251 . 421 . 720 Budapest . 54 . 178 . 371 . 880 Costantinopoli . 600 . . . 1.200 Dresda . 60 . 97 . 221 . 548 Glasgow . 77 . 357 . 587 . 1.000 Lipsia . 30 . 63 . 149 . 590 Liverpsol . 80 . 376 . 553 . 753 . Londra . 1.117 . 2.685 .

4.770 . 7.256 Madrid . 160 . 281 . 398 . 600 Manchester . 90 . 303 . 462 . 714 Marsiglia . 111 . 194 . 360 . 551 Milano . 135 . 242 . 322 . 579 Monaco di Baviera . 40 . 110 . 230 . 596 Mosca . 250 . . 365 . 748 . 1.533 Napoli . 327 . 449 . 494 . 723 Parigi . 587 . 1.053 . 2.269 . 2.888 Roma . 163 . 175 . 300 . 542 San Pietroburgo . 336 . 485 . 877 . . 1.962 Varsavia . 100 . 160 . 339 . 872 Vienna . 247 . 444 . 1.104 . 2.030 * Con almeno 500.000 abitanti nel 1910 .

Fonte: B . R . MlTCHELL, International Historical Statistics of Europe, 1750-1988, Basingstoke, 1992, pp. 73-74 . organizzazione di vaste masse di popolazione. Si pensi al perfezionamento di sistemi idraulici o di gasdotti per l'illuminazione urbana. Le grandi citt inglobarono le periferie e nei centri si svilupparono in altezza usando tecniche e materiali costruttivi che permettevano l'ottimizzazione dello spazio disponibile . Larghe masse di lavoratori quindi non solo trovarono impiego in nuovi settori produttivi, ma dovettero fisicamente muoversi verso le citt. Sui risvolti 238 sociali di questi imponenti fenomeni si sviluppato un dibattito storiografico che negli anni sessanta ha coinvolto almeno due fronti. Una linea interpretativa di scuola marxista capeggiata da Eric Hobsbawm ha messo in evidenza un deterioramento degli standard di vita nel passaggio dall'et preindustriale a quella industriale. Una corrente neoliberista capeggiata da Max Hartwell ha invece sottolineato un effetto positivo dell'industrializzazione ed urbanizzazione sugli standard di vita. L'industrializzazione sicuramente rappresent la formazione di quartieri dormitorio senz'acqua, luce o servizi igienici e si accompagn a durissimi ritmi ed orari di lavoro di uomini, donne e bambini in ambienti promiscui e malsani. D'altra parte signific anche l'affrancamento da carestie e miseria, con nuove opportunit di miglioramento sociale e culturale . Il passaggio da una societ rurale e agricola ad una civilt industriale e urbana comport una profonda modificazione della struttura professionale della popolazione. Al di l delle diverse classificazioni statistiche adottate da ogni Stato e della diversit da un censimento all'altro, si coglie nettamente una tendenza evolutiva: regresso del settore primario (agricoltura, pesca e foreste), espansione del secondario (industria) e del terziario (trasporti, commercio, servizi pubblici e privati, libere professioni). Tendenza, questa, pi accentuata in alcuni Paesi (in Germania dal 1882 al 1907 la popolazione attiva nel primario scese dal 42,5% al 28,6%, mentre quella attiva nel secondario crebbe dal 35,5% al 42,8%), meno in altri (in Francia dal 1866 al 1906 la popolazione attiva nel primario cal dal 49,8% al 42,7%, mentre quella attiva nell'industria crebbe solo dal29,0 al 30,6%) . Ci nonostante, ad eccezione della Gran Bretagna, tutte le societ restarono a predominanza rurale per buona parte dell'Ottocento. Anche alla vigilia della prima guerra mondiale la popolazione dei borghi e dei villaggi era ancora pi numerosa di quella delle citt in Francia, in Russia, in Italia ed anche negli Stati Uniti. Il declino relativo della popolazione rurale non imped il suo aumento in valore assoluto nei Paesi ad economia agricola dominante (Europa orientale) . Una parte del mondo rurale manteneva sotto varie forme contatti periodici con quello urbano. I rapporti citt-campagna, fin dal medioevo, furono pi stretti di quanto normalmente non si creda. Essi vanno collegati ai fenomeni della mobilit che interess, in modi diversi, intere categorie professionali o aree geografiche. Si pensi, ad esempio, alla macroregione alpina dove gruppi di persone o interi paesi si spostavano stagionalmente verso le pianure e le citt, coprendo anche grandi distanze, per praticare il commercio e l'artigianato ambulante, per lavorare alla realizzazione di ferrovie e ad altre infrastrutture (ad esempio, nei territori dell'impero asburgico), per il lavoro domestico e per altri servizi in citt. Si trattava dunque di migrazioni continentali e temporanee. Diverse erano le emigrazioni per sfuggire a persecuzioni religiose, com'era spesso avvenuto in passato. Per questa ragione espatriarono gli ebrei russi, 239 prima in direzione dell'Europa occidentale (Inghilterra e Francia), poi degli Stati Uniti. Anche grandi conflitti politici potevano causare migrazioni forzate, come la "deportazione" degli insorti del giugno 1848 in Algeria e l'insediamento negli stessi territori degli abitanti dell'Alsazia-Lorena, che aspiravano a rimanere francesi dopo il 1871 . La popolazione rurale, per, sotto la spinta della pressione demografica e delle avverse congiunture, dalla met dell'Ottocento divenne protagonista di un fenomeno migratorio che assunse connotazioni e proporzioni mai sperimentate prima. Non si tratt di un fenomeno

soltanto europeo. La met del secolo segn "l'inizio della pi grande migrazione di popoli nella storia" Vasti trasferimenti interni si verificarono in India e in Cina a seguito della formazione dei poli amministrativi e commerciali creati dalle potenze imperialistiche. Altre correnti migratorie si mossero dall'Asia verso le aree dello sviluppo, come quella dei cinesi verso la costa californiana all'epoca della "febbre dell'oro". Ma furono certamente gli europei gli attori principali della grande ridistribuzione territoriale che si verific tra Otto e Novecento nella popolazione mondiale. "Popolamenti e colonizzazioni ottocentesche segnarono, in qualche modo, il punto pi alto della forza economica, politico-militare e culturale dell'Occidente" . Gli europei, che disponevano nel proprio continente di un territorio di circa 700 mila miglia quadrate, finirono per colonizzare e controllare nel corso dell'Ottocento ben otto milioni di miglia quadrate, moltiplicando di nove volte la superficie utilizzata. Nei secoli precedenti i maggiori movimenti di popolazione verso mete extraeuropee erano stati quello degli emigranti inglesi verso le colonie del Nord America e la tratta degli schiavi verso le piantagioni del Centro e del Nord America. L'Africa, dopo la colonizzazione olandese nelle estreme regioni meridionali, sub il popolamento francese nella fascia mediterranea occidentale. Gli inglesi, per evitare il sovraffollamento nelle prigioni della madrepatria, modificarono la demografia della lontana Australia . L'aumento generale della popolazione europea poteva essere assorbito senza traumi solo dai Paesi pi avanzati. Non si dimentichi, per, che tra aree diverse dello Stesso Paese si erano creati forti squilibri. L'Europa poteva dunque essere considerata come un insieme di aree d'espulsione e di aree d'assorbimento di popolazione. Aree a bassa dinamicit economica come la Germania del Sud, l'Irlanda, la Scozia, la Scandinavia e parti dell'Impero Asburgico produssero movimenti di emigrazione verso aree adiacenti ad alta dinamicit economica come l'Alsazia, il Nord della Francia, Sassonia e Valle del Reno. Le migrazioni interne all'Europa si intrecciarono con i crescenti e pi ampi movimenti in direzione delle aree temperate e poco popolate del Nord e del Sud E.J. HOBSBAWM, Il trionfo della borghesia 1848-1875, RomaBari, 1976, p. 237. P. MACRY, La societ contemporanea, cit., p. 106 . 240 America. Sotto la spinta dell'incremento demografico, dei mutamenti strutturali e delle crisi che periodicamente colpivano la vita economica, il fenomeno dominante divenne quello dell'emigrazione extra-continentale e permanente. Vi contribuirono anche l'attrazione esercitata dai Paesi d'accoglienza, le prospettive reali o propagandate di immensa espansione che le terre di accoglienza sembravano promettere, il gusto personale dell'avventura e il desiderio di fare fortuna, le aspirazioni della borghesia dallo spirito conquistatore nei confronti di un mondo da valorizzare o da sfruttare, ecc . Tra il 1821 ed il 1914 una cifra stimata fra i 46 ed i 51 milioni di persone lasciarono l'Europa verso altri continenti. La maggior parte emigr negli Stati Uniti, che ricevettero due terzi degli emigranti europei nel periodo 1821-1880. Oltre che negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda; gli europei emigrarono in Canada, in Brasile e in Argentina (specie dall'Italia del Nord). Ma tra il 1896 e il 1914 3 milioni 500 mila russi emigrarono in Siberia . Tabella 13 - Emigrazione transoceanica dall'Europa, 1851-1920 (in migliaia) Austria e Ungheria Francia Germania Italia Norvegia Portogallo 31 27 671 5 36 45 40 36 779 27 98 79 46 66 626 168 85 131 248 119 1.342 992 187 185 440 51 527 1.580 95 266 53 274 3.615 191 324 Russia Spagna Svezia UK! e Irlanda 58 288 3 7 13 572 17 122 103 327 1.313 1.572 1.849 3.259 481 791 205 2.149 Fonte: W.WOODRUFF, Impact ofWesternMen, London, 1966 . L migrazione assunse dimensioni rilevanti dalla met dell'Ottocento-(tabella 13), favorita dalla rivoluzione dei trasporti marittimi, dalla maggiore accessibilit di questi e poi dall'organizzazione dei viaggi collettivi sotto il patrocinio delle compagnie di navigazione. Viaggi incoraggiati dai governi o ' "S. COLLISON, Le migrazioni internazionali e l'Europa. Un profilo storico comparato, Bologna, 1994 .

241 anche dalle associazioni professionali, come nel caso dei sindacati britannici, allo scopo di alleggerire il mercato del lavoro nazionale e garantire il livello dei salari. Il governo inglese incoraggi attivamente l'emigrazione stanziando nel 1869 quasi 5 milioni di sterline per l'emigrazione di 39 mila persone verso l'Australia. Se all'inizio dell'Ottocento la maggior parte degli emigranti proveniva dall'Inghilterra, a partire dagli anni Quaranta il fenomeno venne ad interessare nuoVe aree. La carestia che colp l'Irlanda nel 1847 provoc un flusso emigratorio dall'isola, che fece diminuire la popolazione dai pi di 8 milioni nel 1840 a 4,5 milioni nel 1900. La crisi economica del 1848 e le rivoluzioni dello stesso anno in tutta Europa provocarono flussi migratori particolarmente sostenuti dalla Germania, Scandinavia, ma anche dall'Europa centro-meridionale. Le difficolt dell'economia tedesca determinarono un forte flusso migratorio tra il 1880 e il 1885. L'aumento della pressione demografica nei Paesi insufficientemente sviluppati dell'Europa orientale e mediterranea determin un movimento di emigrazione di popoli slavi e latini che continu ad aumentare fino al 1914. La Spagna perse un terzo dell'incremento naturale della sua popolazione a causa dell'emigrazione. L'impero asburgico circa un sesto e l'Italia pi di met. Circa il 62% dei pi di sei milioni di emigranti italiani per il periodo 1850-1910 proveniva da regioni del sud e il 32% dal nord. Per comprendere le dimensioni di tali emigrazioni basti pensare che il numero di emigranti tra il 1870 ed il 1910 costituiva il 12,3 per cento della popolazione spagnola nel 1910, il 3,7 per cento di quella austriaca ed il 18,3 per cento di quella italiana . Gli effetti di spostamenti di tali dimensioni furono di grande portata sia nei Paesi di partenza che in quelli di destinazione. Le migrazioni di contadini, braccianti, affittuari, artigiani modificarono profondamente il mercato del lavoro dall'una e dall'altra parte. L'emigrazione italiana, esplosa a fine Ottocento (tabella 14), nella congiuntura della crisi agraria, divenne uno strumento per decongestionare le campagne, specie meridionali, e rifornirle di un flusso di nuove risorse, le rimesse dei contadini poveri che erano partiti. Le rimesse diedero inoltre un apporto determinante all'equilibrio dei conti dell'Italia con l'estero, nel cui quadro si svilupp lo slancio verso l'industrializzazione a cavallo tra Otto e Novecento. "Uno dei tratti caratteristici del dualismo italiano - la estrema povert del Mezzogiorno - entr cos come componente organica nella struttura del processo di sviluppo che si manifest tra il 1896 e il 1913 L. GAFAGNA, Dualismo e sviluppo, Venezia, 1989, p. 322 . 243 Per contro, "le economie del Nuovo Mondo ricevettero dei vantaggi incommensurabili dall'esodo del Vecchio" . Il fenomeno confer "un'impronta originaria" alla configurazione sociale ed economica, oltre che demografica, del continente americano . Mentre le partenze dei pi giovani ed intraprendenti lasciarono in patria vuoti demografici che si sarebbero colmati solo successivamente, nei Paesi di accoglienza il maggior peso della componente pi feconda nella piramide di et della popolazione fece crescere il tasso di natalit gi favorito dall'abbassamento dell'et al matrimonio. Se si confrontano le piramidi di et degli Stati Uniti nel 1900 e nel 1940 , quella del 1900 assomiglia paradossalmente alle piramidi tipiche delle societ preindustriali: una stragrande maggioranza di abitanti che nel 1900 contava meno di quarant'anni e un riequilibrio generale delle classi di et (per effetto della pianificazione familiare e del processo di crescente invecchiamento) nella popolazione fotografata nel 1940. Tra il 1861 e il 1920, vigilia di restrizioni sull'immigrazione, pi di 28 milioni di europei espatriarono negli Stati Uniti. Essi contribuirono in modo decisivo all'urbanizzazione e all'industrializzazione del Paese e ne modificarono, al contempo, gli stessi caratteri sociali e culturali, fondando comunit a base etnico-nazionale (le numerose Little Italy, Little Ireland, ecc.), che avrebbero avuto un ruolo importante nella storia nordamericana. Tedeschi e scandinavi formarono comunit nel Middlewest, mentre italiani, russi, polacchi, austro-ungarici si stabilirono sulla costa nord-atlantica. Queste comunit si fusero lentamente nella massa. L'afflusso di slavi e di mediterranei, di cattolici, ortodossi ed ebrei preoccup, alla fine del secolo, i sostenitori di un'America bianca, anglosassone e protestante: le misure prese nel 1882 contro l'immigrazione cinese e nel 1907 contro quella giapponese prefigurarono le leggi sul

contingentamento del 1921-24 dirette contro gli europei dell'Est e del Sud, Per decine di milioni di contadini europei la tormentata e dolorosa scelta dell'emigrazione rappresent il contatto e la mescolanza con altre culture, con altri sistemi di valori e di comportamenti, l'apprendimento di nuove regole di vita e di lavoro. Il meltin pot si rivel una delle chiavi dello sviluppo statunitense. La concentrazione di molti emigranti in settori di attivit specializzate diede corpo a forme di "imprenditoria etnica" tipicamente rappresentate da quella italiana, che, nei suoi sviluppi ed intrecci con l'espansione economica della madrepatria, avrebbe alimentato nel secondo Novecento le reti della business community italiana nel mondo. In definitiva, la pi importante e drammatica vicenda demografica nella storia della popolazione europea si tramut in una fondamentale componente del cammino verso la modernizzazione . E J. HOBSBAWN, Il trionfo della borghesia, cit, p. 245 . L. ALLEGRA, La dinamica demografica, cit., p. 99 . M. REINHARD-A. ARMENGAUDJ. DUPAQUIER, Storia della popolazine mondiale, cit., p. 780 . Tabella 14. - Espatri medi annui per 1.000 abitanti nelle regioni italiane, 1881-1910 . . . 33,85 . Abruzzi e Molise . Veneto e Friuli . 2031 . Veneto e Friuli . . . 33,70 Basilicata . 1652 . Basilicata * . 18,11 . Calabria . 31,66 Piemonte e Valle d'Aosta . 9,94 . Calabria . 12,12 . Basilicata . 29,76 Calabria . 7,95 . Abruzzi e Molise . 10,69 . Veneto e Friuli . 29,47 Abruzzi e Molise . 6,52 . Campania . 10,61 . Campania . 21,63 Liguria ' . 6,05 . Piemonte e Valle d'Aosta . 7,98 . Sicilia . 2150 Lombardia . 5,77 .

Toscana . 5,86 . Marche . 2037 Campania . 550 . Emilia Romagna . 5,59 . Piemonte e Valle d'Aosta . 1630 Toscana . 4,79 . Sicilia . 5,05 . Umbria . 14,96 Emilia Romagna . 3,00 . Lombardia . 5,03 . Emilia Romagna . 12,94 Marche . 2,00 . Marche . 4,77 . Toscana . 11,90 Sicilia . 1,66 . Liguria . 3,78 . Lombardia . 1133 Puglie . 0,80 . Puglie . 1,85 . Puglie . 10,71 Sardegna . 0,20 . Lazio . 136 . Lazio . 9,83 Umbria . 0,15 . Umbria . 1,22 . Sardegna *. 6,88 Lazio . 0,02 . Sardegna . 0,86 . Liguria . 6,10 Fonte: J. HEJhFKR e W. SERMAN, IlXIX secolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, ed. italiana a cura di S. Zaninelli, Milano, 1998, p. 31 . 244 2.4. Le trasformazioni del settore agricolo .

IL progressivo ridimensionamento del settore agricolo uno degli aspetti pi vistosi dello sviluppo economico europeo. Nonostante questo fenomeno abbia caratterizzato, con ritmi ed intensit differenti, l'evoluzione strutturale delle economie dei diversi Paesi, l'agricoltura ha continuato a giocare un ruolo fondamentale nel processo di crescita economica moderna. Le trasformazioni del settore agricolo, che precedettero ed accompagnarono l'avvento delle societ industriali, permisero infatti di alimentare una popolazione sempre pi numerosa ed urbanizzata, fornirono capitale e lavoro agli altri settori dell'economia, crearono correnti di esportazione e domanda di mercato per i prodotti industriali e per i servizi. Tutto ci fu possibile grazie agli incrementi della produzione agricola, della produttivit del lavoro e della produttivit totale dei fattori . Contrariamente alle previsioni malthusiane, l'incremento della produzione agricola europea per un arco di tempo piuttosto lungo consent che la popolazione del continente crescesse senza che il suo tenore di vita conoscesse significativi abbassamenti e senza che aumentassero in modo rilevante le importazioni di prodotti alimentari dai Paesi extraeuropei. Le stime di tale incremento restano per altro incerte ed ampiamente oscillanti fino alla met dell'Ottocento. Maggiori dati, anche se non sempre del tutto affidabili, si possiedono per il secondo Ottocento. La tabella 15 riporta i tassi di crescita della produzione agricola per i quattro pi importanti Paesi dell'Europa occidentale confrontati con gli USA . Al di l dell'ovvia considerazione che si tratta di tassi inferiori a quelli dell'intera economia, si pu notare che essi appaiono sempre positivi, salvo per la Gran Bretagna nel periodo 18701912, e che sono decisamente superiori negli Stati Uniti. La tabella, inoltre, evidenzia un progressivo rallentamento in tutti i Paesi. Per valutare correttamente questi dati occorre considerare che il saggio di crescita della domanda di prodotti agricoli strutturalmente inferiore a quello dei manufatti e dei servizi. La domanda di materie prime industriali, quali lana e cotone, dalla fine dell'Ottocento crebbe meno del relativo consumo a causa dell'impiego dei sostituti sintetici. Sul consumo di generi alimentari influ il rallentamento nella crescita della popolazione, dato che l'incremento del consumo pr capite ha delle soglie fisiologiche. Dalle prime fasi della crescita economica la composizione dei consumi alimentari era venuta Cfr. G. federico, Agricoltura e crescita moderna, in P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno, cit., pp. 380-381. La produttivit di un fattore data dal rapporto fra la produzione totale e la quantit del fattore utilizzato. La produttivit totale una media della produttivit dei singoli fattori ponderata per le rispettive quote sul prodotto totale . 245 Tabella 15.- Tassi di crescita della produzione agricola, 1800-1912* 1800-1850 3,00 18161850 1850-1870 1,42 0,78 1,50 2,84 1856-1870 0,59 1870-1912 -0,13 0,49 1,49 0,84 2,34 1886-1912 1,38 * Medie mobili triennali (ad eccezione degli Stati Uniti nel 1870) . Fonte: P.A, TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1997, p. 624 . cambiando: da una dieta basata su cereali e vegetali si pass ad una dieta basata su cereali e prodotti zootecnici . Poich il rallentamento della domanda rendeva superfluo un forte aumento della produzione totale, apparso pi corretto valutare la performance dell'agricoltura in rapporto al tasso di crescita della produttivit del lavoro o, preferibilmente, di tutti i fattori. Questi calcoli scontano, come al solito, la limitata disponibilit e attendibilit dei dati, in particolare fino alla met dell'Ottocento. Ad ogni modo la produttivit del lavoro sarebbe cresciuta quasi quanto la produzione totale . La produzione agricola ebbe un notevole incremento sia in virt dell'aumento della quantit dei fattori, ovvero della crescita estensiva , che della loro produttivit, ossia della crescita intensiva . La prima (crescita simmetrica di tutti e tre i fattori: lavoro, capitale e terra) si poteva verificare dove esisteva terra disponibile a costo basso o quasi nullo. Nel XIX secolo le superfici coltivate si estesero poco nei Paesi di pi antico sfruttamento, molto di pi nei Paesi ai margini del

continente europeo (Scandinavia settentrionale, pianura ungherese, Prussia ad est dell'Elba, Russia, dove la superficie coltivata raddoppi tra il 1860 e il 1880) e soprattutto negli immensi spazi nelle terre vergini d'America (Stati Uniti, dove la superficie coltivata triplic fra il 1850 e il 1910, Canada, Brasile, Uruguay, Argentina) e dell'Oceania (Australia, Nuova Zelanda) e della Siberia. La rivoluzione dei trasporti marittimi e terrestri inser queste terre nel circuito degli scambi interna Ibidem, pp. 390-391 . Per ulteriori specificazioni, ibidem, pp. 392-393Ossia con l'aumento della quantit dei fattori lavoro, capitale e terra . Mediante incremento della produttivit dei fattori . 246 zionali. Esse poterono avvantaggiarsi dei loro bassi costi di produzione (debole valore relativo del suolo, coltura estensiva) per assumere, nel quadro della divisione internazionale del lavoro, il ruolo di fornitori di prodotti alimentari e di materie prime alle regioni urbane e industriali. La riduzione dei costi di trasporto favor l'afflusso verso queste regioni di crescenti ondate di emigranti europei . In gran parte dei Paesi europei, invece, un aumento significativo della superficie agraria era possibile solo con complessi interventi di bonifica, nei quali, oltre alla vastissima opera di sottrazione di terra al mare effettuata dagli olandesi, si distinse l'Italia. Al difficile e oneroso recupero di superficie agraria si contrapponevano, peraltro, le perdite per l'urbanizzazione. Le bonifiche furono un esempio della differente forma di crescita estensiva dell'Europa rispetto alle aree americane o australiane, vale a dire una forma basata sull'incremento della quantit di capitale e/o lavoro per unit di terreno. Gli incrementi di produttivit avvennero anche grazie ai lavori di irrigazione dei terreni aridi e di calcinatura di quelli acidi . L'aumento della produttivit globale dei fattori fu il risultato delle innovazioni finalizzate ad aumentare i rendimenti della terra (land-saving) e di quelle finalizzate ad aumentare la produttivit del lavoro (labour-saving). Essendo la terra il fattore pi scarso, le prime innovazioni furono di tipo land-saving. Durante la rivoluzione agraria inglese del XVIII secolo la rotazione continua venne perfezionata e si diffuse con il nome di high farmng dopo essere stata praticata in Val Padana fin dal tardo medioevo e in Olanda nell'et moderna. Nel corso della rivoluzione agraria vennero introdotte nuove foraggere che permisero di estendere la pratica in tutti i tipi di terreni . La rotazione continua permise l'aumento di un terzo o anche della met della superficie coltivabile grazie all'eliminazione del maggese, cio del periodo di riposo del terreno per ripristinare la fertilit della terra. Sui terreni destinati a maggese si coltivarono leguminose che fissavano l'azoto dell'atmosfera e venivano impiegate come foraggio per il bestiame. La maggiore dotazione di bestiame aumentava anche la quantit di letame per la concimazione . Cambiarono inoltre le variet di piante coltivate e delle razze animali allevate. Si introdussero specie pi adatte ai diversi tipi di clima e di terreni. Tra le specie introdotte in precedenza, il mais venne sempre pi largamente impiegato come nutrimento del bestiame; la patata, che forniva il doppio o il triplo di calorie per unit di terra del grano, divenne l'alimento base delle popolazioni dell'Europa nordoccidentale. Nel corso del XIX secolo si registr un costante progresso nella qualit delle colture. La barbabietola da zucchero e foraggera, che, come le leguminose, consentiva di aerare il terreno, lo ricostituiva e permetteva di alimentare in stalla un numero superiore di capi di be Ibidem, p. 396 . 247 Stiame, ebbe sempre maggiore estensione. Aumentarono inoltre le rese per unit di prodotto. Tale obiettivo fu anche raggiunto selezionando variet meno sensibili ai parassiti e/o pi adatte a determinate condizioni ambientali. Per ricostituire i vigneti distrutti dalla fillossera tra il 1870 e il 1880 si ricorse all'innesto di piante americane. Nel frattempo anche l'allevamento mostrava significativi cambiamenti conformandosi alla nuova domanda (vacche da latte, buoi da macello) . Altra grande innovazione land-saving fu l'introduzione dei prodotti chimici (concimi ed antiparassitari). Ai fertilizzanti di origine vegetale si unirono quelli di origine animale (letame,

guano peruviano) e artificiale (fosfati, nitrati dal Cile, sali di potassio, superfosfati). La produzione di perfosfati cominci verso la met del XIX secolo. L'utilizzazione massiccia dei fertilizzanti e il rafforzamento della policoltura portarono alla rapida eliminazione del maggese e alla lavorazione del suolo in continuit mediante rotazioni sempre pi complesse . Le innovazioni labour-saving consistettero innanzitutto nel perfezionamento di attrezzi in ferro (falci, aratri, erpici, ecc.), che continu per tutto il XIX secolo concorrendo notevolmente all'incremento della produttivit. Dalla fine del XVIII secolo e dai primi decenni del XIX, tuttavia, comparvero macchine sostitutrici del lavoro dell'uomo (trebbiatrice del grano, sgranatrice di cotone, mietitrice di cereali, poi, verso la fine dell'Ottocento, le mietitrebbiatrice). In alcuni ambiti la meccanizzazione dovette affrontare notevoli problemi tecnici, ad esempio per la mungitrice meccanica introdotta solo nel 1895. La meccanizzazione venne favorita dall'aumento delle dimensioni aziendali ottenute anche grazie alle politiche di riaccorpamento messe in atto per rimediare all'eccessiva parcellizzazione del suolo. In numerose aree del continente essa fu anche una risposta agli scioperi dei braccianti. L'invenzione del trattore (i primi vennero costruiti negli anni novanta del XIX secolo) permise l'accelerazione e la diffusione della meccanizzazione agricola . I progressi tecnici aumentarono i rendimenti e la produttivit per lavoratore. Nella pianura ungherese, ad esempio, per la mietitura e la battitura del grano si pass dalle 130 giornate di lavoro del 1872 alle sole 33 nel 1914. Nel 1914 la "carta" della modernizzazione agricola europea si poteva sovrapporre a quella della distribuzione geografica dei rendimenti. All'Europa nord-occidentale, in cui si raggiungevano rendimenti dai 33 (Danimarca) ai 21 quintali di grano per ettaro (Germania, Gran Bretagna), si contrapponevano il sud-Europa (la Francia con 13,2; l'Italia con 10,5) e l'area danubiana (Ungheria con 12,6) . La diffusione dei progressi agricoli dipendeva dalla capacit e dalla possibilit di conduttori o proprietari di accogliere le nuove tecniche. In generale, l dove la manodopera agricola era scarsa e dunque cara, l'agricoltore era spinto a lavorare la terra aumentando il suo capitale d'esercizio; dove invece la pres- 248 sione demografica rurale restava forte e i salari agricoli deboli, il conduttore aveva molto minor interesse ad aumentare il suo capitale. Inoltre, occorreva una preparazione adeguata alle capacit di investimento, preparazione che era connessa con l'ambiente istituzionale in cui il proprietrio viveva. Dove s'era formata una classe di grandi proprietari aperti al progresso tecnico la modernizzazione progred pi rapidamente, sia che essi sfruttassero direttamente i terreni (come nella Prussia degli junker),sia che dividessero loro propriet in aziende di grandi dimensioni, affidando la conduzione a fittavoli che disponevano di un capitale sufficiente (come i landlords inglesi) . Al contrario, la piccola propriet contadina accoglieva pi lentamente le novit perch non disponeva di risorse di investimento n di preparazione tecnica adeguate. Essa tendeva a congelare, in modo improduttivo, il proprio risparmio nell'acquisto di un terreno molto caro a svantaggio della modernizzazione delle sue attrezzature ( il caso di numerose regioni della Francia: il Sud-Ovest, l'Est, la Bretagna, ecc.). L'azienda media era un ambiente maggiormente favorevole al cambiamento tecnico, specie se era ben inserita in una rete di cooperative di acquisto e di vendita o se beneficiava dell'aiuto dello Stato nel campo dell'insegnamento agricolo, come in Danimarca o in Olanda . Il cooperativismo poteva consentire di superare gli svantaggi della piccola dimensione aziendale. Lo sviluppo del movimento cooperativo considerato l'elemento decisivo del grande successo dell'agricoltura danese, che raggiunse i massimi livelli di produttivit della terra e del lavoro . Occorre, tuttavia, tener presente che l'adozione delle innovazioni era un processo complesso, condizionato dalle caratteristiche ambientali. L'high farming, ad esempio, non poteva applicarsi alle regioni mediterranee dato che le piante foraggere non sopportavano la lunga siccit estiva . Le caratteristiche dei suoli determinavano le diverse tipologie di attrezzi e di macchinari. La ricerca e la sperimentazione agraria avevano un basso tasso di appropriabilit , per cui si rese necessario l'intervento dello Stato. La prima stazione sperimentale pubblica fu creata in

Germania nel 1853 e il sistema venne poi imitato in molti Paesi, al punto che il diverso impegno dello Stato "avrebbe influenzato la capacit di sviluppare tecniche adatte a ciascun ambiente specifico, e quindi in ultima analisi il ritmo del progresso tecnico" . Gli Stati crearono istituzioni di ricerca ed enti specializzati. In Italia, ad esempio, lo Stato promosse i comizi J. HEFFER-W. serman, Il XIX secolo, cit, p. 101 . F. GALASSI, Stasi e sviluppo nell'agricoltura toscana: primi risultati di uno studio aziendale, in Rivista di storia economica, 3,1986, pp. 304-357 . Possibilit per l'inventore di godere dei frutti della propria invenzione. O. FEDERICO, Agricoltura e crescita economica, cit., p. 399 . Ibidem,1^. 400 . 249 agrari e costitu una rete di cattedre ambulanti di agricoltura che ebbe la sua massima estensione nel periodo giolittiano . Un ruolo promozionale venne svolto dai giornali agronomici che conobbero un vero e proprio boom nel corso del XIX secolo, specie dove la maggioranza dei cittadini era in grado di leggere e il rddito era sufficientemente alto da permettere l'acquisto di un giornale . La diffusione di innovazioni molto spesso era legata ad. imitazioni e a scambi diretti di informazioni. Si trattava dunque di un processo lento. V'era infine la percezione soggettiva dei rischi e della capacit effettiva di affrontarli, che dipendeva da fattori quali le informazioni sulle nuove tecniche o l'offerta di credito . Un conto era farvi fronte contando sulle sole forze della propria azienda, come in Italia, piuttosto che con l'appoggio tecnico e finanziario di una cooperativa come in Danimarca . Il massimo sviluppo agricolo si ebbe cos nell'Europa nord-occidentale, nell'Inghilterra e nella regione compresa tra il bacino parigino e la Prussia orientale, dove i due tipi di miglioramento esercitarono un'azione complementare. In ogni caso, l'estensione delle superfici, i progressi tecnici e l'intensificazione delle colture aumentarono notevolmente la produzione agricola complessiva. Il suo tasso di crescita, superiore a quello della popolazione, permise, grazie alla rivoluzione dei trasprti, di eliminare le crisi di sussistenza e di migliorare l'alimentazione delle masse popolari dei Paesi industrializzati. Ma vennero anche modificati la geografia agricola mondiale e il sistema dei prezzi . Data l'influenza delle condizioni atmosferiche sulla produzione agricola, i prezzi agricoli fluttuano in modo pi accentuato di quelli dei prodotti industriali. Inoltre i produttori sono troppo numerosi per poter controllare il mercato. Ci nonostante anche i prezzi agricoli, come quelli industriali, mostrano tendenze di lunga durata. Cos, dal 1815 al 1845 si ebbe una diminuzione dei prezzi agricoli, esemplata dalle vicende del grano {Corn Laws e sistemi quasi proibizionistici). In questa fase di depressione le aree a terreno calcareo ben drenato si adattarono meglio alla pratica di una policoltura complessa (l'high farming: grano, orzo, navone, allevamento del bestiame), mentre per i terreni pesanti argillosi si dovette affrontare l'onere degli investimenti necessari per la loro valorizzazione, onere che riduceva la rendita netta del conduttore . Dagli anni Quaranta alla fine degli anni Settanta l'agricoltura benefici di un periodo di alta congiuntura. Il prezzo del grano risal. La concorrenza dei nuovi Paesi e della Russia era ridotta a causa degli ancora limitati effetti della rivoluzione dei trasporti. La prosperit economica generale rafforz la domanda interna, specie di prodotti di origine animale, il cui prezzo crebbe e si -Era, il caso dell'Inghilterra. Cfr. D. GRIGG, La dinamica del mutamento in agricoltura, Bologna, 1994 . G. FEDERICO, Agricoltura e crescita economica, i., p. 400 . J. HEFFER-W. SERMAN, Il XIX secolo, cit., p. 105 . 250 mantenne alto fino al 1883. Il sistema policolturale si indirizz maggiormente verso il pi redditizio allevamento, che si svilupp come attivit autonoma e non pi ausiliaria della cerealicoltura. Si intensificarono le trasformazioni fondiarie con il drenaggio dei terreni umidi mediante canalizzazioni. La cerealicoltura rimaneva tuttavia il perno del

sistema agricolo sia per motivi tecnici che per ragioni psicologiche. Tradizionalismo colturale, conoscenze inadeguate e investimenti poco razionali accrebbero l'impatto sull'agricoltura europea della "grande depressione" del 1877-1896, allorch la rivoluzione dei trasporti fece sentire tutti i suoi effetti con la concorrenza dei prodotti animali e vegetali provenienti dalle terre vergini. Tutti i prezzi dei prodotti agricoli calarono, specie quelli di origine vegetale. La crisi agricola dell'ultimo quarto dell'Ottocento fu soprattutto crisi dei cereali e, in particolare, del grano. La reazione fu una forte spinta alla politica protezionistica con le svolte tariffarie susseguitesi negli anni Ottanta in Germania, Francia, Italia, Austria-Ungheria, Spagna, eccettuata l'Inghilterra che, restando fedele al libero scambio, ridusse considerevolmente le superfci coltivate a cereali. La parte occidentale e settentrionale dell'Inghilterra, gi da tempo orientata all'allevamento, non risent della crisi, che invece colp duramente le zone arate. Lo sviluppo dell'allevamento in vari Paesi europei fu una delle conseguenze pi positive della grande crisi agricola (tabella 16). Le reazioni e gli effetti furono molto diversificati a causa della variet di sistemi agricoli in rapporto anche alla variet dei terreni e dei climi . Tabella 16. - Composizione della produzione agricola intorno al 1910 (in %) . . . . . Cereali . 11,1 . 22,2 . 18,6 . 20,9 . 11,1 Prod. Seminativo . 13,6 . 9,0 . 13,1 . 14,3 . 13,6 Colture arboree . 2,4 . 24,4 . 2,7 . 36,0 . 2,4 Prod. Animali . 74,7 . 45,1 . 66,3 . 31,9 . 74,7 Totale . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 Fonte: P.K. O'BRIEN-L. PRADOS DE LA ESCOSURA, Apiculture and European ltldustrializfiton 1890-1980, in EconomieHistory Reviewt44,1992, pp. 514-536 . Il processo di industrializzazione europea 3.1. L'Inghilterra e l'Europa continentale . Tra la met del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento la rivoluzione industriale segn l'apertura di una nuova ra nella storia dell'uomo. Essa fu l'effetto di una serie di innovazioni convergenti nell'agricoltura, nel commercio, nei trasporti e soprattutto nell'industria, che agirono cumulativamente in Inghilterra prima che altrove . Il fondamentale fattore di

discontinuit fu il rapido incremento della capacit produttiva grazie all'utilizzazione di tecniche sempre pi perfezionate e allo sfruttamento di nuove fonti energetiche. La quantit di beni e servizi a disposizione degli europei crebbe in misura fino ad allora inimmaginabile. Prima della rivoluzione industriale il lentissimo aumento della produttivit vincolava la crescita della popolazione. Con l'industrializzazione i beni aumentarono pi rapidamente degli uomini, gli standard di vita migliorarono costantemente e la vita economica conobbe continue trasformazioni ed accelerazioni tuttora in atto . Dal 1820 al 1980 il prodotto lordo dei Paesi attualmente industrializzati cresciuto di 60 volte, la loro popolazione di 4, il prodotto pr capite di 13 volte, la produttivit del lavoro di almeno 20 volte . Dal secondo Ottocento l'industrializzazione si imposta come condizione necessaria della crescita. Industrializzazione e sviluppo hanno finito per identificarsi. Ma solo per un'area limitata del globo. Mentre infatti la ricchezza cresciuta nei Paesi coinvolti nella rivoluzione industriale, essa non ha subito mutamenti di rilievo per la maggior parte degli abitanti della Terra. Si sono determinati cos divari di reddito come mai era accaduto nei secoli passati, durante i quali le differenze fra i livelli di vita in territori diversi e lontani erano rimaste tutto sommato modeste . 1 P, MALANIMA, Economia preindustriale, Milano, 2000, pp. 327-330. A. MADDISON, Pbases ofCapitalism Development, Oxford, 1982, p. 4 . 252 A fronte di tutto ci, nessuno mette in dubbio che la rivoluzione industriale sia stata "la pi straordinaria avventura che l'umanit ha conosciuto nel corso della sua storia" . Il dibattito storiografico resta, invece, tuttora aperto per quanto riguarda le sequenze e le modalit con cui sono avvenute le trasformazioni che tra la fine del Settecento e la prima met dell'Ottocento hanno cambiato il volto di alcuni Paesi dell'Europa occidentale, dando luogo a una societ dominata sempre pi dai progressi dell'industria, della scienza e della tecnica. Una rivoluzione che ha permesso alla popolazione europea di raddoppiare in 150 anni, di passare a un mondo ad alta intensit di energia, di far balzare imprevedibilmente in avanti la produzione industriale, di far enormemente aumentare gli scambi sia tra i Paesi del continente che con le aree esterne, introducendo nuove forme di organizzazione della produzione e cambiando radicalmente le condizioni di vita di intere popolazioni . Al cntro dell'imponente letteratura e delle inesauste discussioni intorno a queste trasformazioni epocali stanno i diversi fattori che le hanno determinate e il loro peso relativo, a partire dall'esperienza del Paese che fu il primo motore dell'affermazione del successivo dominio dell'industria, l'Inghilterra, e dalle dinamiche dell'industrializzazione nelle altre economie avanzate. In questa sede si tratter soprattutto delle economie europee, che gi al loro interno diedero luogo ad un'estrema complessit e variet di esperienze. Le vie dell'industrializzazione, infatti, come stato gi sottolineato, furono molteplici , sia per il peso dei percorsi di sviluppo precedenti, sia perch il quadro di riferimento generale sub profondi mutamenti a seguito dell'industrializzazione inglese. Per questa ragione alcuni ritengono che si debba usare l'espressione rivoluzione industriale solo in riferimento all'esperienza inglese, preferendo invece il termine industrializzazione per le altre regioni dell'Europa e del mondo . Questo eccezionale complesso di cambiamenti, si visto, si verific in Inghilterra prima e in misura superiore che altrove. Come ha scritto Phillis Deane , la prima rivoluzione industriale fu insieme il risultato di una rivoluzione demografica, di una rivoluzione agraria, di una rivoluzione commerciale e di una rivoluzione nei trasporti. La tabella 17 sintetizza questa crescita . V. CASTRONOVO, Introduzione a D.S. LANDES-P. MaTHIAS-G. MORI-D.C. north e altri, La rivoluzione industriale tra il Settecento e l'Ottocento, a cura di L. Segreto, Milano, 1984, p. IX . P. MATHIAS, Riflessioni sul processo di industrializzazione in Europa, in G.L. fontana (a cura di), Le vie dell'industrializzazione europea Sistemi a confronto, Bologna, 1997, pp. 35-63. Cfr. anche la parte IV di questo volume .

P. DEANE, La prima rivoluzione industriale, Bologna, 1973 (ed. orig. 1967) . 253 Tabella 17. Stime della crescita del prodotto industriale inglese, 1700-1830 fonte:-C BARDINI, in P. HUDSON, La rivoluzione industriale, Bologna, 1995, tab. 1, p. 22 . Molti studiosi hanno cercato di capire quale sia stato l'elemento decisivo. Secondo Edward A. Wrigley al centro di questo lungo processo di sviluppi, che sarebbero sfociati nell'industrializzazione, vi fu l'utilizzazione dell'energia derivante dal carbon fossile. Egli ha evidenziato come la crescita di importanti settori dell'economia inglese "dipese dall'uso di energia a buon mercato e su vasta scala" . Questa "sorta di miracolo insperato", costituito dalla abbondante presenza e dallo sfruttamento di carbon fossile, potrebbe far apparire la rivoluzione industriale come "un dono della sorte" se esso non si fosse inserito ed avesse potuto fruttificare in un contesto capace di massimizzarne il rendimento. Un contesto in cui v'era l'opportunit "di fare profitti vendendo di pi a prezzi pi bassi, il che forniva un forte incentivo a cercare fonti di energia sempre pi potenti e macchine sempre pi automatizzate per aumentare il flusso dei prodotti disponibili e contenerne i costi" . I mercati, a loro volta, si erano ingranditi per l'Europa e in particolare per la Gran Bretagna a causa di tutti gli sviluppi fin qui descritti . Il processo, dunque, era in grado di autoalimentarsi e di autosostenersi . L'importanza del quadro complessivo data dal fatto che la rivoluzione industriale non riguard soltanto l'Inghilterra, ma si estese ben presto a tante altre regioni del continente dove sviluppi anteriori di lungo periodo avevano preparato il terreno affinch "questo esantema di puntini rossi [l'industrializzazione], che varca le frontiere mentre evita vaste zone di uno stesso paese" potesse passare "dal rosa pallido al rosa deciso, e cos via fino al cremisi pi acceso" . Condizioni favorevoli esistevano dunque anche in altre zone d'Europa. La rivoluzione industriale, infatti, "fu figlia di una lunga serie di cam E.A. wrigley, La rivoluzione industriale in Inghilterra: continuit, caso e cambiamento, Bologna, 1992 (ed. orig. 1988) . V. ZAMAGNI, Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea, cit., pp. 24-25 . Cfr. in particolare la parte IV, cap. 5 di questo volume . S. pollard, Processo di industrializzazione ed economia europea, in G. mori (a cura di), L'industrializzazione in, Italia (1861-1900), Bologna 1981, p. 76 . 254 biamenti intervenuti nell'economia e nella societ europea a partire dai secoli centrali del Medioevo: lenti progressi nell'agricoltura, pi rapidi cambiamenti nell'industria, allargamento delle relazioni commerciali all'interno e fuori del continente, attenzione crescente al problema delle soluzioni tecniche nelle at'tivit economiche" . Se l'avvio dell'industrializzazione "fu solo la fase in cui tante trasformazioni quantitative lente provocarono un vero salto di qualit"., il suo svolgimento fu "un processo unico: le piante avevano radici comuni ed erano soggette al medesimo clima"" . Dunque, si dovrebbe parlare di rivoluzione industriale europea (v. tabella 18). Questo processo, anche se per diverse ragioni, viene normalmente descritto Paese per Paese trattando "ciascun paese come una pianta in un vaso separato, che cresce in modo indipendente fino a diventare una societ definibile come industrializzata, secondo un codice genetico interamente contenuto nel suo seme". In realt, esso, nonostante l'importanza dei Tabella 18. - Quattro indicatori dello sviluppo economico europeo, 1800-1913 1800 1830 1840 1850 2,6 3,9 (0,04) 0,17 0,31 0,47 29,3 45,1 67,2 175 2.925 23.500 1860 6,5 0,73 114,6 51.850 1870 103 0,86 180,2 104.900 1880 1890 1900 1910 13,9 173 25 fi.-36,9 1,14 136 1,99 2,49 216,7 328,3 437,8 573,9 169.100 225.200 292.200 351.000 1913 45,9 2,79 646,8 362.200 Fonte: P.JAIROCli,Commerceexterieur et developpement economique de l'Europe au XIXsicle,Pa-rigi-Le Haye, 1976, p. 129 . P. malanima, Economia preindustriale, eh., p. 330. Ibidem . S. pollard, Processo di industrializzazione ed economia europea, in g. mori (a cura di), L'industrializzazione in Italia (1861-1900), Bologna,1981, p. 76 . 255 fattori istituzionali; ebbe poco riguardo per i confini politici. Una certa concentrazione industriale o commerciale aveva gi trasformato l'economia e la societ di certe regioni molto prima di irradiare i suoi effetti sul Paese nel suo insieme. E "lo sviluppo e la cronologia della

rivoluzione industriale in ciascuna area furono influenzati in modo fondamentale dalle posizioni occupate da queste stesse aree nell'evoluzione generale, da quelle pi avanzate come da quelle a rimorchio" . 3.2. L'et delle macchine, del carbone e del vapore . a) Uno sforzo convergente e cumulativo: il tessile . Tra il 1730 e il 1830 la tecnologia associata con lo sfruttamento di nuove fonti di energia divenne il fattore chiave dell'eccezionale cambiamento europeo. Non va dimenticato, tuttavia, che molte importanti innovazioni erano state fatte nelle industrie tradizionali dell'Europa continentale anche in precedenza. Tra queste, le lavorazioni della porcellana nell'industria ceramica, la sbiancatura al cloro e il processo di produzione della soda (Berthollet e Nicholas, Leblanc) nel settore chimico. Fu l'industria italiana della seta a creare le prime macchine automatiche per la filatura azionate ad energia idraulica e il mulino da seta alla bolognese speriment la prima organizzazione di lavoro accentrato . In partenza furono spesso gli inglesi ad imitare con successo le tecnologie introdotte in altri Paesi. Per contro, le nuove tecnologie che caratterizzarono la rivoluzione industriale inglese furono introdotte in altre parti d'Europa e, in seguito, negli Stati Uniti . Dalla met del Settecento l'Europa consolid la sua superiorit tecnologica. Gli imperi orientali, dal Bosforo al Giappone, si stavano isolando dal resto del mondo scontando un marcato rallentamento delle loro capacit tecnlogiche. Altre parti del mondo, come l'India, erano gi sotto l'influenza occidentale. In alcuni settori i cambiamenti delle tecnologie di produzione furono imponenti. I benefici in termini di crescita del reddito pr capite si verificarono solo quando il progresso tecnico si estese a tutti i settori. Molti di questi cambiamenti avevano le loro radici nel passato. Ci che mut da allora in poi fu la " Ibidem . C. PONI, All'origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell'Italia settentrionale; in Rivista storica italiana, LXXXVM, 1976; ID., Per la storia del distretto industriale serico di Bologna, in Quaderni storici, XXV, 1990 . 256 continuit e la velocit del fenomeno. stato peraltro sottolineato che il carttere fondamentale della rivoluzione industriale inglese non fu la velocit delle trasformazioni, quanto la loro durata. La produzione di fabbrica non soppiant il sistema domestico, che per secoli era stato alla base del sistema manifatturiero inglese. Macchinari come le "giannette" o i telai trovavano spazio nelle abitazioni e davano forza tecnologica ad operazioni tradizionali. Il legame con la protoindustrializzazione o con sistemi produttivi di piccola impresa o di laboratorio appare evidente se si esaminano i censimenti inglesi almeno fino alla met dell'Ottocento. L'Inghilterra non va dunque considerata un caso eccezionale, ma una delle possibili storie in una casistica complessa denominabile modernizzazione delle economie europee . In questo processo le macchine ebbero un ruolo chiave. Esse consentirono di aumentare notevolmente la produttivit, cio la produzione per lavoratore e per unit di tempo. Esse erano sempre suscettibili di perfezionamenti. Il macchinismo produsse un effetto-valanga: la messa a punto in un settore di una macchina a forte produttivit creava una strozzatura della produzione in un altro settore situato a valle o a monte. Il problema stimolava ingegneri, tecnici o semplici artigiani. La convergenza degli sforzi finiva in genere per far scoprire una soluzione pratica, che, spesso, a sua volta originava nuovi problemi. Il progresso assumeva cos un'espansione illimitata. Si spiega in questo modo la comparsa o l'adozione di innovazioni solo in determinati momenti, quando invece le conoscenze scientifiche e tecniche avrebbero teoricamente permesso di scoprirle prima . L'innovazione tecnologica fu il risultato dello sforzo convergente e cumulativo di molti innovatori che, in questa fase, erano per lo pi abili artigiani forniti di buone conoscenze meccaniche. Il settore tessile esemplifica bene questi processi che si ritrovano anche nel caso delle fonti di energia. Punto critico dell'innovazione tecnologica era qui la meccanizzazine della filatura. Il primo brevetto di rulli che si sostituivano alle dita umane fu di Lewis Paul, ma

l'inventore del filatoio meccanico venne considerato trent'anni dopo Richard Arkwright, il quale utilizzando due coppie di rulli lo fece effettivamente funzionare. Al suo filatoio s'accompagn un'altra innovazione: la spoletta volante (Jenny) brevettata da James Heargraves nel 1764. La successiva innovazione fu la mule (il mulo), filatoio brevettato da Samuel Crompton nel 1779, che combinava le migliori caratteristiche dei filatoi precedenti, il carrello della Jenny e i rulli del filatoio idraulico.. Negli anni ottanta la macchina a vapore fu aggiunta alla mule aumentando ulteriormente l'efficienza della produzione. Prima per filare a mano 100 libbre di cotone ci volevano 5 mila ore di lavoro, ora ne bastavano 300. Si trat R. GlANNETTI, Tecnologia e sviluppo tecnologico, in P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1996, p. 260 . 257 tava per di macchine costose, che molti imprenditori non erano in grado di acquistare. Solo nel 1815 la filatura divenne veramente meccanizzata . Nella tessitura rimase a lungo in uso il telaio a mano dell'industria a domicilio. Il telaio di Cartwright, messo a punto nel 1787, si diffuse solo dopo il 1820, quando i progressi della filatura imposero di meccanizzare anche la tessitura. I progressi tecnici si susseguirono per tutto il secolo: la self-actvng mule (1830), che permise l'automazione completa della filatura, e il telaio meccanico aumentarono notevolmente la produttivit. La spettacolare affermazione del cotone (tabella 19) fu dovuta alla facilit di colorazione e di lavaggio, all'elasticit dell'offerta di materia prima, all'adattabilit della fibra ai processi di meccanizzazione. Nell'industria della lana, cardata e pettinata, la materia prima, pi delicata da lavorare rispetto al cotone, rese pi lenta la meccanizzazione. In Inghilterra la mule si impose solo negli anni Trenta e il telaio meccanico dopo il 1840. Pressoch contemporaneamente essi vennero introdotti anche in altre industrie laniere del continente . Tabella 19. - Consumo medio annuo di cotone grezzo nell'Ottocento . . . . . . . . 25,7 . 8,0 . -. -. -. -. 1815-1824 . 46,0 . 19,0 . -. -. -. -. 1835-1839 . 165,8 . 43,6 . 8,9 . -. 5,9 . -.

1850-1854 . 320,0 . 67,2 . 26,0 . -. 10,8 . -. 1860-1864 . 327,0 . 70,8 . 51,2 ' . -. 9,4 . -. 111,4 1866-1875 . 498,8 . 85,4 . 92,4 . 17,5 . 183 . 31,2 . 205,5 1880-1889 . 662,0 . 108,1 . 166,2 . 753 . 223 . 24,7 . 422,7 1900-1909 . 790,8 . 205,4 . 380,4 . 167,8 . 48,7 . 26,0 . 950,4 FotttCl P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale~ull<l crisi energetica (1750-1973), Venezia, 1997, p. 629 . b) Il paradigma del carbone . A segnare l'"et del cambiamento" fu per il passaggio ad un nuovo paradigma energetico . Dalla "civilt del legno" si pass al "paradigma del carbone" . Periodo in cui predomina una certa fonte di energia . 258 La buona ripartizione del manto forestale era stata una delle ragioni della potenza europea . All'epoca della rivoluzione francese in Europa si consumavano circa 200 Mt (milioni di tonnellate) di legna l'anno. Le attivit industriali basate sull'energia termica (laterizi, vetrerie, siderurgia) erano autentiche divoratrici di foreste. Una media fonderia funzionante ad anni alterni assorbiva la produzione di 2.000 ettari di foresta. A fine Settecento in alcune regioni industriali francesi la deforestazione raggiunse livelli altissimi con gravi ripercussioni sul regime delle acque e sull'assetto geologico, provocando forti rincari del combustibile . In Inghilterra gi dal Seicento l'alto costo del legname, l'aumento della popolazione e la casuale disponibilit di fossile condussero alla progressiva adozione del carbone nelle lavorazioni in cui si richiedeva semplice energia termica (vetrerie, birrerie, fornaci, raffinerie di sale, lavanderie,

ecc.), con l'eccezione della siderurgia. Nel Settecento, la vicinanza dei giacimenti al mare, le vie navigabili e la rete dei canali, estesa anche in rapporto alle esigenze di trasporto del fossile, permisero di distribuire il carbone con relativa facilit (sea codi in contrapposizione al charcoul ottenuto dalla legna) . Nel 1700 si estrassero 3 Mt di carbone contro le 600 mila t del resto del mondo. Nel 1800 questi valori erano quadruplicati e l'energia del fossile inglese equivaleva a quella ricavata ogni anno da 6 milioni di ettari di foresta. L'incremento della domanda spinse la produzione di carbone verso strati sempre pi profondi dai quali occorreva eliminare l'acqua. Nel 1698 Thomas Savery brevett un congegno (l'"amico del minatore") per eliminare l'acqua dalle miniere. Nel 1705 l'artigiano Thomas Newcomen realizz una macchina a vapore, che utilizzava la pressione atmosferica per creare il vuoto per condensazione in un cilindro alternativamente riscaldato e raffreddato. Essa venne impiegata inizialmente per pompare acqua dalle miniere della Cornovaglia e dell'Inghilterra settentrionale. Ebbe successo commerciale, tanto che in pochi anni si diffuse in Francia, Germania, Belgio, Italia e poi anche in Svezia e negli Stati Uniti. Poco dopo, nel 1709, Abraham Darby, proprietario di una ferriera, stato gi ricordato, riusc a produrre buona ghisa usando fossile riscaldato ad alta temperatura in assenza d'aria, che liberava in forma gassosa la maggior parte delle impurit lasciando un prodotto spugnoso e leggero: il coke. La lavorazione del ferro con l'utilizzo del carbon coke con i successivi perfezionamenti permise di produrre ghisa e poi acciaio attraverso il puddellaggio, non solo liberandosi dalla dipendenza del sempre pi scarso carbone di legna, ma anche producendo un prodotto pi affidabile e resistente . F. BRAUDEL, Civilt materiale, economia e capitalismo, Torino; 1992 (ed. orig. 1979) . C. PAVESE, L'energia, le risorse, l'ambiente, in P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo economico moderno, cit.,p. 116 . " D.S. LANDESr Prometeo liberato, Torino, 1978 . C. PAVESE, L'energia, le risorse, l'ambiente, cit.,p. 116 . 259 Si trattava delle due fondamentali innovazioni destinate a rendere decisivo il ruolo del carbone nello sviluppo economico. "Esse innescarono un singolare 'circolo virtuoso' tra espansione del consumo di fossile, sviluppo della meccanica, decollo della siderurgia, meccanizzazione dei trasporti e ulteriore diffusione e diversificazione della domanda di carbone che, grazie a continue innovazioni, avrebbe impresso al sistema economico una ininterrotta spinta propulsiva destinata ad esaurirsi solo verso fine Ottocento" . Nonostante molta industria tessile continuasse a servirsi dell'energia idraulica, il carbone sostenne lo sviluppo e facilit l'industrializzazione di regioni ricche di miniere. Nel 1913 il carbone avrebbe fornito ancora l'88,5% dell'energia consumata nel mondo . I perfezionamenti apportati alle innovazioni originarie conferirono loro una ben diversa portata. James Watt, il tecnico di laboratorio dell'Universit di Glasgow universalmente noto come il padre della macchina a vapore, tra il 1769 e il 1775 miglior enormemente l'efficienza energetica della macchina di Newcomen separando il condensatore dall'insieme cilindropistone, in modo da mantenere quest'ultimo sempre riscaldato. Il vapore passava dal cilindro al condensatore e originava il vuoto che generava il moto. Durante gli anni Ottanta, assieme a Boulton, Watt continu ad introdurre altre piccole innovazioni che assicurarono alla macchina a vapore un successo dimostrato dalle 2.500 unit costruite prima della fine del XVIII secolo. La macchina a vapore di Watt venne adottata nelle miniere, in ferriere e filature. Essa divenne il simbolo delle tecnologie della rivoluzione industriale inglese (tabella 20). Il caso emblematico della macchina a vapore mostra come le innovazioni fondamentali della prima rivoluzione industriale derivarono dalla combinazione di genio creativo - spesso artigianale - e dal desiderio di ridurre i costi; esse "erano insieme il frutto di razionalit ed abilit tecnica" , E talora arrivarono prima della affermazione dei princpi fisici su cui si basava il loro funzionamento. Il loro successo dipese anche dalla disponibilit di innovazioni complementari. La macchina di Watt pot avvalersi delle macchine perforatrici di Wilkinson, che consentirono di realizzare cilindri di maggiore accuratezza e resistenza e risolse i problemi di sicurezza

grazie a Richard Trevithick, che nel 1802 riusc a far funzionare la macchina a una pressione di dieci atmosfere. Ci permise di aumentare la potenza delle macchine, di ridurne le dimensioni e i consumi e di installarla su navi e carri. La meccanizzazione dei trasporti, come si vedr pi oltre, apr una nuova fase della civilt, ma anche un capitolo nuovo nella storia dell'energia: quello della sua distribuzione. Piroscafi e ferrovie trasportarono energia fossile anche dove non ne esistevano adeguate dotazioni, sicch nel XIX secolo si instaur per la prima volta un sistema integrato che, producendo e distribuendo energia, ne diventava a sua volta un grande consumatore . ' Ibidem, p. 117. R. GlANNETTI, Tecnologia e sviluppo tecnologico, eh., pp. 256-257 . 260 Tabella 20.- Potenza complessiva delle macchine a vapore, 1840-1896 (migliaia di HP) Gran Bretagna Germania 620 40 1.290 260 2.450 850 4.040 2.480 7.600 5.120 9.200 6.200 13,700 8.080 Francia 90 370 1.120 1.850 3,0,70 4.520 5.920 Austria Belgio Russia 20 40 20 100 70 70 330, 160, 200 800, 350, 920 1.560 610 1.740 2.150 810 2.240 2.520 1.180 3.100 Italia 10 40 50 330 500 830 1.520 Spagna 10 20 100 210 470 740 1.180 Svezia 20 100 220 300 510 Olanda 10 30 130 250 340 600 Europa Stati Uniti 860, 760 2.240, 1.680 5.540, 3.470 11.570, 5.590 22.000, 9.110 28.630, 14.400 40.300, 18.060 Mondo 1.650 3.980 9.380 18.460 34.150 50.150 66.100 Fonte: D. LANDES,Prometeo liberato, Torino, 1978, p. 288 e W.MlNCHINTON.PfiWeJw ofDemand, 1750-1914, in C.M. CIPOLLA, (e,),The Fontana Economie History of Europe, Glasgow, 1973, p. 165 . I miglioramenti della macchina a vapore stimolarono l'innovazione nelle fonti di energia primaria che il vapore sostituiva. Tra il 1750 e il 1850 l'utilizzazione dell'energia idraulica realizz importanti miglioramenti (ruota a getto di John Smeaton, ruote in ferro, ruota Poncelet, turbina Fumeyron), ritardando la diffusione dell'energia a vapore o limitandone l'uso, nelle regioni ricche d'acqua, ai periodi di carenza delle precipitazioni. Occorre ricordare che per tutto il Settecento la forza motrice per eccellenza rimase l'energia idraulica anche in Inghilterra e che nel 1830, quando-il vapore stava ormai per trionfare nell'industria inglese, un quarto della potenza installata nel settore cotoniero era ancora di origine idraulica. Solo nel 1850 questo rapporto scese ad un settimo, ma nel Comparto laniero esso era ancora pari ad un terzo del fabbisogno di energia. La definitiva affermazione della macchina a vapore avvenne tra il 1800 e il 1850 grazie ad una serie di innovazioni introdotte da diversi tecnici sulla base dei progressi nel frattempo realizzati in meccanica e siderurgia. In quel cinquantennio la macchina "fece pi per la scienza di quanto la scienza non abbia potuto fare per essa" , determinando la nascita della termodinamica e contribuendo in modo decisivo all'elaborazione del concetto di energia . RJ. FRBES, L'energia fino al 1850, in C singer (a cura di), Storia della tecnologia, voi. TV, Torino, 1964 . 261 Nel frattempo, grazie al perfezionamento e alla diffusione del processo Darby, tra il 1760 e il 1790 il procedimento al coke sostitu quello a carbone di legna, prima in Gran Bretagna e poi nel continente europeo. Nel 1790 i forni a coke in Gran Bretagna erano 81, quelli a carbone di legna 25 e gi pi dell'85% della produzione era concentrata nei bacini carboniferi. Cinquantanni dopo si fondevano quasi 2 Mt di ghisa, pi che in tutto il resto del mondo. Per tutto il periodo della rivoluzione industriale domin il ferro, perch produrre l'acciaio (il processo di cementificazione era gi noto dal primo millennio a.C.) era difficile e costoso, nonostante il nuovo processo di rifusione e battitura di piccoli pezzi a elevata temperatura adottato nel Seicento e l'uso di forni a riverbero alimentati da coke in grado di portare l'acciaio al punto di fusione introdotti da Huntsman nel 1740 . Continui perfezionamenti tecnici, crescente integrazione fra momenti produttivi e possibilit di conseguire economie di scala (il consumo di fossile per tonnellate di ghisa si dimezz tra il 1790 e il 1840) condussero all'affermazione della grande industria pesante. Ma ci sarebbe stato impossibile senza l'utilizzo della forza del vapore, dapprima per azionare mantici e poi magli, laminatoi ed altri apparati . c) Dotazioni di risorse e combinazioni energetiche .

Il modello energetico instauratosi in Inghilterra durante l'industrializzazione era del tutto peculiare e plasmato sulla dotazione di risorse del Paese: energia idraulica relativamente diffusa, che poteva fornire per solo potenze modeste, e abbondanza di energia fossile trasformabile in energia meccanica grazie a convertitori adeguati. La meccanizzazione tessile utilizz la forza idraulica; miniere e ferriere necessitavano di intensit di energia molto superiori. Solo grazie ai miglioramenti introdotti nel primo trentennio dell'Ottocento il vapore divenne maggiormente conveniente e fu adottato nelle attivit pi diverse. Carbone e Vapore, dunque, "non fecero la rivoluzione industriale, ma ne permisero lo straordinario sviluppo e diffusione" . In questa diffusione della tecnologia inglese non vi fu da parte degli altri una pedissequa imitazione. Ogni realt adott le tecnologie pi congeniali alla propria dotazione di risorse, modificandole e adattandole alle proprie specificit. E ci ancor pi per le fonti energetiche: acqua, legname e carbon fossile, carbone di legna e coke si combinarono in vario modo per soddisfare le esigenze di energia dei diversi Paesi e regioni. Chi si mise pi tardi sulla via del 4 D.S. LANDES, Prometeo liberato, cit . 262 l'industrializzazione pot beneficiare dei "vantaggi del ritardatario", utilizzando d'un colpo tecnologie che avevano impiegato oltre un secolo per arrivare a standard accettabili . Il processo prese le mosse dal Belgio, contiguo all'Inghilterra, ben provvisto di carbone e con una configurazione geomorfologica molto simile a quella inglese. Qui, come in Inghilterra, le attivit tessili furono inizialmente alimentate dall'energia idraulica, mentre il vapore venne utilizzato in miniere e ferrire. Il binomio industria tessile/energia idraulica oper quasi ovunque nella prima met dell'Ottocento (Francia, Germania, Svizzera, Nord-Italia). Il vapore sostitu rapidamente la ruota idraulica slo dove il carbone era pi abbondante (Belgio) o quando se ne scoprirono giacimenti rilevanti (Germania, Usa). L'energia idraulica domin incontrastata in tutta la regione alpina dal DelfinatO al Baden, dalla Baviera al Nord Italia e consent il grande sviluppo dell'industria tessile pure in Svizzera . In Germania il binomio carbone/industria pesante dispieg tutte le sue potenzialit. Chiave del processo fu il. rapido sviluppo del bacino carbonifero della Ruhr, che nel giro di un ventennio si trasform da amena vallata agricola nella regione con la massima concentrazione mondiale di industria pesante. Nel 1850, iniziato lo sfruttamento dei giacimenti profondi, si estrassero 1,6 Mt di carbone; nel 1870 12 Mt di fossile. Nella regione si era affermata una moderna siderurgia a coke che costitu il motore di tutta l'industrializzazione del Reich. La Renania-Westfalia raggiunse la leadership mondiale nella chimica del carbonio . Lo sviluppo di Germania e Stati Uniti fece registrare una netta accelerazione con la scoperta di vasti giacimenti di carbone. Dal 1900 la produzione statunitense giunse a superare quella inglese, dopo un avvio, rallentato a causa del massiccio contributo del legname al bilancio energetico. Inghilterra, Belgio, Francia e Germania gi tra gli anni Cinquanta e Settanta raddoppiarono, triplicarono o addirittura sestuplicarono la loro produzine (tabella 21). Altri Paesi ancora, sprovvisti di carbone, dovettero attendere la rivoluzione dei trasporti per poter disporre del fossile sul mercato interno o, come nel caso dell'Italia, la messa a punto di tecnologie a minore intensit di carbone (forni Martin-Siemens) per sviluppare una siderurgia nazionale. Una definitiva soluzione al problema sarebbe venuta a fine secolo, quando le tecnologie elettriche avrebbero valorizzato le ingenti risorse idrauliche interne . C. pavese, L'energia, le risorse, l'ambiente, cit., p. 123., Ibidem, p. 125 . Tabella 21 . iMill . . . WSMtSBBMSM . . .

. 1820 . 17.700 . 1.094 . 1.300 . . . 303 . 1830 . 22.800 . 1.863 . 1.800 . 2.305 . . 799 . 1840 . 34.200 . 3.003 . 3.200 . 3.930 . . 2.244 . 1850 . 50.200 . 4.434 . 5.100 . 5.821 . . 7.580 . 1860 . 81.327 . 8.304 . 12.348 . 9.611 . 300 . 18.181 . 1870 . 112.203 . 13.330 . 34.003 . 13.697 . 690 . 36.667 . 1880 . 149.327 . 19.362 . 59.119 . 16.867 . 3.290 . 72.037 . 882 1890 .

184.528 . 26.083 . 89.351 . 20.360 . 6.010 . 143.148 . 2.608 1900 . 222.794 . 33.404 . 149.569 . 23.463 . 16.160 . 244.653 . 7.429 1910 . 268.676 . 38.350 . 222.302 . 25.523 . 25.430 . 455.041 . 15.681 Fonte: tJaborazioneda B.R.MlTCHELL, EuropeanHistoricalStatistics,London, 1981 . d) Le macchine utensili e l'American System of Manufacturing . Le innovazioni, descritte furono rese possibili anche dagli importanti progressi realizzati in parallelo e in conseguenza a questi sviluppi nel settore delle macchine utensili (torni, frese, mole, lime, smerigliatrici, rettificatrici, ecc.), che permettevano di ottenere parti metalliche con i requisiti meccanici e di progettazione indispensabili al buon funzionamento delle macchine che con esse si costruivano e di fabbricare oggetti standardizzati. Con le macchine utensili le operazioni divennero rapide e precise. A differenza di altri innovatori, quelli che operavano in questo comparto appartenevano ad un'elite professionale chiusa, che si riproduceva in una sorta di genealogia tecnologica (da Josef Bramah veniva Henry Maudslay, che si mise in proprio e form altri tre innovatori: James Nasmyth, Joseph Whitworth e Richard Roberts). Tra le molteplici invenzioni vanno menzionate la standardizzazione delle filettature da parte di Whitworth, la messa a punto del maglio a vapore da parte di James Nasmyth e l'invenzione di una perforatrice multipla controllata da un meccanismo basato sulla logica binaria molto simile al telaio Jacquard da parte di Roberts, al quale si dovette la self-acting mule . Negli Stati Uniti Eli Whitney, John Hall, Simon North, Thomas Blanchard posero i presupposti dell' American System of Manufacturing, come venne chiamato all'Esposizione di Londra del 1851 il sistema basato sulla standardizza264 zione del prodotto e sull'intercambiabilit delle parti. Consisteva nel produrre meccanismi composti di parti che si adattavano ed interagivano tra loro con tale precisione che si poteva inserire un componente di uno in un altro simile senza procedere ad alcun aggiustamento. Macchine utensili specializzate si applicarono ad una sequenza di operazioni in modo da ottenere maggiore velocit operativa e di movimentazione dei materiali . L'adozione di pezzi intercambiabili si ebbe dapprima - ma con qualche esitazione per le difficolt di realizzazione - nella fabbricazione delle armi (Colt, Remington), poi in quella delle macchine agricole (McCormick), nelle macchine da cucire (Singer, intorno al 1850), nelle pentole (Waltham) e nelle serrature (Yalenelle). Dopo la guerra di Secessione i metodi di produzione di massa si diffusero rapidamente prima nella produzione delle armi, poi in quella di molti altri prodotti. La loro diffusione in Europa fu molto pi lenta, poich la qualit dei prodotti americani era pi bassa di quelli costruiti con i tradizionali metodi europei e perch comportavano l'eliminazione di operai specializzati dai processi produttivi.

Propensione alla qualit, sofisticazione dei consumi e resistenza operaia avrebbero ritardato la diffusione in Europa dei metodi di produzione di massa fino alla prima guerra mondiale28 . La cooperazione internazionale tra francesi inglesi e tedeschi port all'illuminazione a gas, una delle innovazioni socialmente pi importanti. Essa venne sollecitata sia dalle esigenze della vita urbana sia dalla necessit di illuminare le grandi fabbriche accentrate, anche per permettere il lavoro notturno. Gli inglesi furono i primi ad utilizzare estesamente l'illuminazione a gas a Londra per illuminare il Pali Mail, ma anche le fabbriche di Manchester. Francese era stata invece l'invenzione del pallone aerostatico, la mongolfiera, sperimentata per la prima volta dai fratelli Montgolfier 0 21 novembre 1783, che diffuse presso il grande pubblico "la leggenda del nuovo Prometeo tecnologico che accompagnava la rivoluzione industriale" . J. MOKYR, Twenty-five centurie! of technological change, New York, 1993. R. GlANNETTI, Tecnologia e sviluppo tecnologico, cit., p. 272. Ibidem, p. 264 . 265 3.3. La "seconda rivoluzione industriale": l'et dell'acciaio, della chimica e dell'elettricit . a) Scienza e industria: l'acciaio . Con la seconda rivoluzione industriale apparve pi nettamente il legame tra scienza e industria, che, come s' visto, era esistito anche prima. Solo che fino alla met dell'Ottocento ed anche oltre la maggior parte delle invenzioni era stata opera di tecnici o artigiani di genio privi di una cultura scientifica approfondita, ma attenti agli aspetti funzionali dell'innovazione. Il puddellaggio e la fusione al coke non furono debitori verso la scienza chimica. Caso mai, compito della scienza prima del 1850 era stato mostrare quello che non poteva funzionare. Dopo la met del secolo il ruolo della scienza divenne sempre pi importante nella genesi delle innovazioni tecnologiche di quell'era che si usa definire l'et dell'acciaio, dell'elettricit e della chimica. I progressi tecnici furono sempre pi dovuti alle scoperte di laboratorio: l'industria elettrica, la chimica fecero sempre pi ricorso a ricercatori formati nelle universit o nelle scuole tecniche. Divennero sempre pi importanti le economie di scala, i processi di apprendimento, le esternalit , le tecnologie di rete , Di tutti i prodotti nuovi del XIX secolo nessuno fu pi importante dell'acciaio che assommava i vantaggi del ferro e della ghisa (plasticit, elasticit, durezza). L'acciaio fu il prodotto base dell'industria pesante dei beni strumentali (macchine utensili, navi, rotaie, armi, ponti, costruzioni, ecc.) e di numerosi beni di consumo. Era ormai importante, infatti, costruire macchine che rimediassero ai difetti di robustezza ed elasticit del ferro e, soprattutto, costassero di meno. La produzione dell'acciaio diminu di costo solo dal 1880, quando pot far concorrenza al ferro dolce. Il convertitore introdotto nel 1856 da Henry Bessemer abbassava enormemente i costi di produzione. L'affinazione della ghisa per insufflazione diretta di aria calda nel metallo in fusione riduceva a 10-20 minuti la decarburazione di tre tonnellate di ghisa (tabella 22), mentre con il faticoso procedimento tradizionale di puddellaggio occorrevano 24 ore. Il processo, per, funzionava solo con minerali a basso contenuto di fosforo (svedesi, spagnoli), mentre escludeva per la composizione chimica una serie di giacimenti di ferro (come quelli inglesi). Ci ne fren l'adozione finch Insieme degli effetti positivi o negativi che l'attivit di un operatore comporta per altri agenti economici . Ibidem, p. 265 . 266 Tabella 22 - Produzione annua di ghisa (migliaia di tonnellate) 1788 . 69 . -. . -. 125 . 1796 . 127 . .

-. . 123 . 1806 . 248 . . . -. 146 . 1819 . 330 . 113 . -. . 132 . 20 1830 . 688 . 266 . no . 90 . 187 . 168 1835 . 1.016 . 295 . 155 . 115 . 175 . 203 1845-49 . 1.785 . 488 . 210 . 177 . 191 . 766 1855-59 . 3.583 . 900 . 484 . 312 . 254 . 727 1865-69 . 4.980 . 1.262 . 1.099 . 496 . 310 . 1.317 1870-74 . 6.480 . 1.211 . 1.634 . 594 . 375 .

2.212 1875-79 . 6.483 . 1.462 . 1.791 . 484 . 424 . 2.232 1880-84 . 8.395 . 1.918 . 2.892 . 699 . 478 . 4.327 1885-89 . 7.784 . 1.627 . 3.540 . 766 . 616 . 6.145 1890-94 . 7.401 . 1.998 . 4.335 . 758 . 1.098 - . 8.214 1895-99 . 8.777 . 2.386 . 5.974 . 966 . 1.982 . 10.794 1900-04 . 8.778 . 2.664 . 7.925 . 1;070 . 2.775 . 16:662 1905-09 . 9.854 . 3391 . 10.665 . 1.388 . 2.801 . 23.534 1910-14 . 9.647 . 4.278 . 14.360 . 2.028 . 3.840 . 25.429 Fonte: B.R. MlTCHELL, EuropeanHistorical Statistics, London, 1981; lD.,International HistoricalSta-tistics: theAmericas, New York, 1993 .

la scoperta di un procedimento di eliminazione del fosforo da parte di Gilchrist e Thomas (1878-1879), da sola, permise di sfruttare le miniere di ferro della Lorena, della Svezia, ecc. per fabbricare acciaio basico (tabella 23). Il forno Martin-Siemens (1864-1865), che permetteva di utilizzare rottami e combustibili di scarsa resa energetica e che, pur richiedendo pi tempo, assicurava un miglior controllo della fusione ed una maggiore omogeneit del prodotto, contribu parimenti alla diminuzione dei prezzi dell'acciaio e super nel 1914 i convertitori Thomas in Inghilterra e negli Stati Uniti . 267 Produzione di acciaio (medie quinquennali). Migliaia di tonnellate . . . . . - flUMidl . . HI 1880-1884 . 1.822 . 459 . 972 . 5. 164 . 255 . 1.584 1890-1894 . 3.194 . 762 . 2.778 . 73 . 276 . 532 . 4.378 1900-1904 . 5.039 . 1.699 . 7.412 . 154 . 798 . 2.366 . 13.616 1905-1909 . 6.091 . 2.647 . 10.846 . 458 . 1.373 . 2.632 . 21.289 1910-1914 . 7.141 . 3.834 . 15.035 . 846 . 2.045 . 4.093 .

27.603 "Fonte: B.R. MTTCHELL, EuropeanHistQiical Statistics, London, 1981;lD.,International Historical Sta-tistics:Africa and Asia, London, 1982;t.tInternational HistoricalStatistics: theAmericas, New York, 1993 . b) Chimica ed energia elettrica . L'era dell'acciaio fu anche quella della chimica, i cui prodotti si moltiplicarono mano a mano che le ricerche di laboratorio progredivano, prima nella chimica di base (Ernest Solvay, 1861, acido solforico), poi nella chimica organica (coloranti artificiali a base di anilina o di alizarina, fertilizzanti, ecc.). In questo settore il peso della ricerca scientifica era maggiore che in tutti gli altri e proprio per questo ebbe il suo centro propulsore in Germania, il paese che aveva una pi antica tradizione di ricerca sistematica basata su un'istruzione scientifica formale e sull'istruzione tecnica. Nel 1880 Adolf von Bayer riusc a realizzare la sintesi dell'indaco, il cui costo rimase peraltro molto alto finch, nel 1897, un evento casuale - la rottura di un termometro - permise di scoprire che il solfato di mercurio era il catalizzatore adatto per produrlo. In questo campo i tedeschi vinsero presto la competizione con gli inglesi. Essi divennero i leader incontrastati in tutte le produzioni sintetiche come quella di ammoniaca e dei nitrati, dovute rispettivamente a Fritz Haber (1904) e a Cari Bosh (1913) . Nel campo dell'elettricit gli esperimenti ai fini commerciali erano iniziati fin dai primi anni dell'Ottocento con le possibilit dell'illuminazione dimostrate da Humphrey Davy nel 1808, il motore elettrico (1821) e la dinamo di Michael Faraday. L'uso principale, per, in questo periodo fu nel campo della telegrafia, come si vedr pi oltre. Perch l'energia elettrica potesse diventare di uso corrente fu necessario risolvere i problemi di coerenza esistenti tra le diverse parti del sistema: la produzione, la trasmissione a distanza, l'utilizzo per produrre luce o energia motrice. Il principio dell'autoeccitazione fu scoperto verso la met degli anni sessanta da C.F. Varley e Werner von Siemens . 268 Nel 1870 Pacinotti e Gromme costruirono la loro dinamo basata sull'architettura ad anello. L'energia elettrica trasform la vita quotidiana degli abitanti delle citt, cambi la struttura delle officine, fece apparire nuovi prodotti come l'alluminio. Le realizzazioni di Bergs aprirono la strada alle centrali idroelettriche. Nelle aree urbane furono le centrali termiche a fornire energia elettrica. Verso il 1880 Thomas A. Edison e Joseph Swan costruirono le prime lampadine moderne che permisero la diffusione dell'illuminazione elettrica anche nelle case. Nei dintorni di New York venne realizzata la prima rete di illuminazione. I trasporti urbani pi rapidi (tram, metro) consentirono l'estensione dei grandi agglomerati. L'industria dell'installazione di impianti elettrici divenne uno dei settori di punta del mondo industriale. Chimica ed elettricit rappresentarono i campi di maggiore correlazione tra scienza e industria, mentre una gran parte di innovazioni caratterizzanti il periodo tra il 1830 e il 1914 vennero dalla ricombinazione e dal perfezionamento di conoscenze gi esistenti. Esemplare fu in questo senso l'esperienza nel settore dei trasporti di cui si tratter a parte pi avanti . In campo energetico ci si apriva ad un ulteriore passaggio di "paradigma". Si entr infatti nell'era del petrolio, che tuttavia prima del 1914 non fece realmente concorrenza al carbone. Dopo la sua scoperta in Pennsylvania (1859) esso serv soprattutto all'illuminazione o alla lubrificazione. Dopo il 1900 si cominci a bruciare la nafta nelle caldaie delle navi, ma la quantit consumata era ancora poca rispetto al carbone . c) Dai congelatori alla macchina da scrivere . importanti innovazioni vennero introdotte anche in altri settori. L'agricoltura europea, per le sue caratteristiche, benefici molto pi dei fertilizzanti (nitrato, potassio, fosfati) e dei fungicidi che delle macchine introdotte negli Stati Uniti da McCornick. Fino all'invenzione del motore a scoppio la meccanizzazione fu limitata alle operazioni che potevano svolgersi spostando le derrate da lavorare presso la macchina e la fonte di energia (ad es. la trebbiatrice). Importanti innovazioni vennero introdtte nelle tecniche di preparazione e conservazione dei cibi a seguito delle scoperte di Pasteur sull'origine dei batteri (ad es. la sterilizzazione del latte). La centrifuga permise di separare il siero dal latte, dando sviluppo al settore caseario in Danimarca, Olanda e

Irlanda. Le tecniche di refrigerazione permisero il trasporto di carni congelate dagli Stati Uniti all'Inghilterra. Dagli anni Ottanta divenne possibile trasportare carni di tutto il mondo verso i centri di consumo europei. Gli effetti sociali e politici di queste innovazioni furono enormi. Le popolazioni agricole europee 269 risentirono di questa concorrenza e reagirono adottando politiche protezionistiche, ma la concorrenza stimol anche la crescita di politiche dell'innovazione nei principali Paesi dell'Europa continentale . Cambiamenti fondamentali investirono anche il mondo dell'informazione in forte crescita. L'innovazione pi celebre fu la macchina da scrivere. La soluzione del problema dell'accavallamento dei martelletti con la disposizione delle prime sei lettere della tastiera QWERTY apr la strada ad una vera e propria rivoluzione nell'organizzazione e nel funzionamento degli uffici . Nel 1846 fu inventata la rotativa. L'innovazione decisiva per la composizione fu la linotype realizzata da Ottmar Mergenthaler, un immigrato tedesco negli Stati Uniti. Alcune innovazioni che avrebbero caratterizzato il XX secolo vennero introdotte nel secolo precedente. Cos fu per la fotografia (dagherrotipo di Josef Nipce e Louis Daguerre; macchina fotografica Kodak di George Eastman) . Ritmi e modalit di adozione delle nuove tecnologie dipesero, oltre che da ragioni economiche, dal funzionamento dei sistemi sociali nel loro insieme, dalle istituzioni e dai valori. Esse rientrano dunque nelle questioni pi generali dei rapporti tra mutamento sociale e sviluppo economico e, in quanto tali, hanno dato luogo a molti dibattiti e a questioni tuttora aperte. La tecnologia, come ha scritto Nathan Rosenberg , non una "scatola nera" liberamente accessibile. Il cambiamento tecnologico si intreccia fortemente con le imprese, le istituzioni, le reti; "il prodotto congiunto dell'azione di soggetti diversi, delle imprese con le loro strategie e le strutture organizzative specifiche, ma anche dell'ambiente istituzionale in cui l'innovazione si realizza". Per questo, fattori nazionali o locali specifici "possono influenzare direttamente il cambiamento tecnico dando alle tecnologie tratti nazionali, oppure favorire o ostacolare indirettamente il cambiamento tecnico attraverso la presenza o l'assenza di 'capacit sociali' come il livello dell'educazione, l'organizzazione politica e commerciale, le istituzioni finanziarie" . P.A. DAVID, Comprendere l'economa del sistema QWERTY: la necessit della storia, in W.N. PARKER (a cura di), Economia e storia, Roma-Bari, 1988 (ed. orig. 1985) . N. ROSENBERG-L.B. BlEDZELL, Come l'occidente diventato ricco. Le trasformazioni economiche del mondo industriale, Bologna, 1988; N. ROSENBERG, Scienza e tecnologia nel ventesimo secolo, in R. GIANNETTI-P.A. TONINELLI (a cura di), Innovazione, impresa e sviluppo economico, Bologna, 1991; ID. dentro la scatola nera, Bologna, 1992 . !4R. GIANNETTI, Tecnologia e sviluppo tecnologico, cit., p. 299 . 270 3.4. Gli attori dell'industrializzazione. a) Imprenditori e imprese . Vero motore del sistema capitalistico l'imprenditafe, cio l'individuo o gli individui associati tra loro in possesso dei mezzi di produzione - macchine e fabbriche (capitalefisso), materie prime, stock, risorse finanziarie (capitale circolante) - in grado di realizzare dei prodotti. l'imprenditore che organizza la produzione, che prende la decisione di investire per innovare una tecnologia, un prodotto o una modalit organizzativa della produzione. Se non dispone di risorse finanziarie sufficienti pu ricorrere a prestiti per acquistare le attrezzature necessarie. Egli assume gli operai e i capireparto come salariati e vende i prodotti sotto la sua responsabilit. Nel far ci si assume un rischio (rischio d'impresa) poich non pu controllare il mercato. Il profitto remunera l'imprenditore per il ruolo attivo svolto nel processo produttivo analogamente a quanto avviene per il salario, comprendendo anche l'interesse sui capitali propri investiti nel processo produttivo e il premio per il rischio economico connesso alla gestione dell'impresa. Reinvestito nell'impresa, il profitto ne consente lo sviluppo e l'accumulazione di capitale, fonte di crescita e di ulteriori profitti . Sulle origini dei capitali impiegati dagli imprenditori si lungamente discusso. Durante la fase di avvio dell'industrializzazione lo sviluppo delle imprese industriali si realizzato pi col

ricorso all'autofinanziamento che al mercato dei capitali. L'imprenditore di questo periodo si proponeva di conseguire il pi alto rendimento possibile dei capitali impegnati pi che di realizzare un determinato volume di produzione . Un universo di piccole unit autonome, incapaci di esercitare un'influenza decisiva sui prezzi, concorrevano tra loro (concorrenza perfetta). Nel corso del XIX secolo, tuttavia, comparvero a poco a poco imprese di grandi dimensioni che tendevano a conquistare posizioni dominanti, potendo imporre facilmente le loro decisioni (concorrenza imperfetta).I prezzi si formavano cos in maniera sempre meno automatica e sempre pi controllata a seconda che poche aziende (oligopolio)o una sola (monopolio) dominassero il mercato . Fino agli anni Sessanta dell'Ottocento la maggior parte della produzione industriale proveniva da imprese di piccole o medie dimensioni, il cui capitale apparteneva ad un individuo solo O con qualche partner. In quest'ultimo caso si trattava di una societ di persone (societ in nome collettivo) caratterizzata J. HEFFER-W. SERMAN, IIXIX secolo, cit., p. 87 . 271 dalla responsabilit solidale e illimitata dei soci. Gli imprenditori potevano essere commercianti o mercanti-imprenditori, divenuti poi imprenditori a tutti gli effetti con il passaggio dalla produzione a domicilio al sistema di fabbrica. Oppure artigiani che avevano beneficiato di rilevanti profitti nella loro attivit di bottega. O, ancora, inventori che, dotati di senso degli affari, avviarono un'attivit produttiva per loro conto allo scopo di realizzare i loro brevetti. Il loro successo dipese, oltre che dalla fortuna, dalla loro intraprendenza, dalla capacit di adeguarsi ai mutamenti del mercato, dal tasso di reinvestimento dei profitti. Alle nuove imprese che nascevano faceva da pendant una mortalit aziendale molto elevata. Numerosi imprenditori di successo attraversarono momenti assai duri dovendoli fronteggiare con i mezzi pi disparati, non ultimo le politiche matrimoniali . Il connubio famiglia-impresa rimase una costante del XIX secolo. Ma le imprese familiari, seppur in schiacciante preponderanza numerica, non potevano finanziare gli investimenti richiesti dalle nuove tecnologie e dalla crescita dimensionale. A poco a poco cominciarono cos a diffondersi le societ anonime per azioni, un tipo di societ che dall'ultimo terzo dell'Ottocento assunse un'importanza sempre maggiore. Gli inizi furono ostacolati dalle carenze e dalle restrizioni imposte dalle leggi. Poich gli azionisti erano responsabili solo per le somme che avevano sottoscritto e non per tutti loro beni, gli Stati esigevano un'autorizzazione di tipo amministrativo per la loro costituzione. Nel 1856 il parlamento inglese accolse il principio della societ a responsabilit limitata; Napoleone III segu l'esempio nel 1863; la Gewerbefriheit entr nel diritto tedesco verso il 1870. Nelle aree pi avanzate del Nord Italia si risent dapprima dei vincoli amministrativi posti allo sviluppo delle societ azionarie di piccole dimensioni, indi delle inadeguatezze della legislazione dello Stato unitario. Dopo le prime timide riduzioni dei vincolismi intorno agli anni settanta, i nodi vennero sciolti dal nuovo codice di commercio, il-cosiddetto Codice Mancini del 1882. Nonostante una parte crescente della capitalizzazione provenisse dalle azioni negoziate in borsa, l'autofinanziamento continu a giocare un ruolo superiore a quello del mercato finanziario . Parallelamente allo sviluppo delle societ per azioni si rafforzarono le concentrazioni industriali Con l'affermazione di nuovi settori una parte crescente della produzione dipendeva da un ristretto numero di imprese, che in taluni settori ad alta concentrazione di capitali diminuiva in rapporto alla rapida ascesa del volume d'affari. Il fenomeno della crescita dimensionale per realizzare sempre maggiori economie di scala riguard anche i' settori tradizionali, come dimostravano le gigantesche filature di cotone presenti nel Lancashire gi intorno al 1860 o i grandi complessi lanieri attivi nello stesso periodo in 36 Riduzione del costo medio di produzione conseguibile con l'aumento delle dimensioni aziendali . 272 Belgio e in altre aree industriali d'Europa. In Francia le dieci prime imprese siderurgiche realizzarono nel 1840-45 il 14% della produzione nazionale di ferro e di acciaio; nel 1969, de Wendel, da solo, ne produsse l'11 % .

Il ribasso dei prezzi degli anni Settanta acceler le concentrazioni orizzontali e verticali allo scopo di garantire i profitti. Dato il forte peso dei costi fissi (interessi obbligazionari su grossi capitali, tassi di interesse, imposte, stipendi dei dirigenti) rispetto a quelli variabili (prezzi delle materie prime e dell'energia, salari), le grandi aziende avevano interesse a continuare a produrre nonostante le perdite finch il prezzo unitario di vendita non fosse disceso al di sotto dei costi fissi per unit prodotta. La concorrenza di beni a prezzi inferiori deprimeva il mercato e minacciava la solidit finanziaria delle imprese meglio gestite . Di qui la reazione contro la concorrenza anarchica. Pools, kartelle tedeschi o comptoirs francesi si moltiplicarono - legati da contratti che fissavano i volumi produttivi, i prezzi di vendita, le condizioni di ripartizione degli utili -, in Germania soprattutto, specialmente nell'industria carbonifera e metallurgica, mentre nell'industria elettrica e in quella chimica erano meno diffusi. Qui prevalevano piuttosto le fusioni di imprese: i konzeme tedeschi (Krupp, Tnyssen, Stinnes) integrati verticalmente, le amalgamations inglesi e i trusts americani. L'iniziativa si svilupp soprattutto nell'industria petrolifera americana con una spietata guerra di tariffe, in cui ebbe un ruolo di primo piano la Standard Oil di William Rockefeller ed Henry Flager. Nel 1880 la Standard Oil giunse a controllare pi del 90% della capacit di raffinazione degli Stati Uniti. Le enormi concentrazioni avvenute tra il 1898 e il 1906 sconvolsero le regole del gioco economico minando i fondamenti della economia di libera impresa. Di qui la legislazione antitrust (Legge Sherman, 1890), resa peraltro scarsamente efficace a causa della giurisprudenza dei tribunali. Due atteggiamenti continuarono a rimanere in contrasto: l'uno, che metteva l'accento sulla regolamentazione dei monopli da parte del governo; l'altro, assunto da Woodrow Wilson, che puntava sul ripristino della concorrenza (Legge Clayton antitrust, 1914) . b) Le banche . All'inizio della rivoluzione industriale le banche ebbero un ruolo piuttosto debole. Nella prima met del XIX secolo finanziarono soprattutto il commercio internazionale e il collocamento dei prestiti governativi. Il sistema bancario si fondava su banche centrali (Banca di Inghilterra, Banca di Francia) e J. rlEFFER-W. SERMAN, IlXIX secolo, cit., p. 88. Ibidem, p. 89 . 273 su banche private. Le prime, controllate da pochi ricchi azionisti, praticavano il risconto, svolgevano il ruolo di "banche delle banche" e facevano anticipi allo Stato tramite un privilegio di emissione di biglietti in un'area circoscritta, il cui ammontare era limitato ad un plafond. Le banche provinciali scontavano le tratte di commercianti e piccoli industriali. Le grandi banche private di Londra e Parigi, poco attratte dal credito commerciale, si dedicavano all'accettazione delle cambiali e alla sottoscrizione dei prestiti pubblici. Esse non concedevano prestiti a lungo termine agli industriali. Un tentativo poco fortunato di sostegno alle attivit imprenditoriali fu fatto da Jacques Laffitte sotto Luigi Filippo . Col procedere dell'industrializzazione il crescente bisogno di credito commerciale e industriale non pot pi essere soddisfatto da un sistema di questo genere. Nacquero nuove istituzioni bancarie, che rastrellavano i capitali dei piccoli risparmiatori con nuove tecniche di raccolta (depositi a vista o a scadenza, conti correnti) e li prestavano ad un interesse pi alto di quello corrisposto ai depositanti. Nella tipologia delle banche per azioni che si imposero sulle grandi banche private si distinguevano la banca di deposito, come il Crdit lyonnais, e la banca d'affari, come la Banque de Paris et des Pays Bas. Rispetto alle risorse (passivo), la prima disponeva di ingenti mezzi, dati dai depositi a vista e a breve termine, e di una rete di filiali; la seconda non aveva filiali e le sue risorse provenivano da depositi a medio e lungo termine di ricchi capitalisti o di societ e, in proporzione, pi da mezzi propri (capitale versato e riserve). Negli impieghi (attivo) la differenziazione era pi accentuata: la banca di deposito si dedicava soprattutto alle operazioni ordinarie (sconto, anticipazioni su titoli, scoperti su conti correnti), mentre la banca d'affari assumeva molti pi rischi occupandosi quasi soltanto di investimenti a lungo termine, partecipazioni al capitale, prestiti ai governi, ecc . L'evoluzione dei sistemi bancari vari a seconda dei Paesi. L'Inghilterra aveva poche banche d'affari. La forza del suo mercato bancario e finanziario stava nella progressiva specializzazione

delle funzioni: accepting houses, discount houses, banche di deposito si concentravano in un ambito territoriale limitato che esse conoscevano alla perfezione. Dal 1826 si potevano creare banche per azioni che sviluppavano la pratica dello cheque per rimediare all'offerta "anelastica" di moneta fiduciaria da parte della Banca d'Inghilterra. Poco per volta le banche private vennero assorbite dalle banche per azioni o si fusero tra loro. Nel 1914 cinque banche (le Big Five) di Londra, spesso di origine provinciale, controllavano la maggior parte dei sistemi finanziari . In Francia la specializzazione era meno pronunciata. Le banche di deposito si svilupparono durante il Secondo Impero. Il Crdit lyonnais, dopo qualche insuccesso nel credito industriale, adott una linea di prudenza gestionale limitandosi al credito a breve termine e partecipando, assieme a banche private e a banche d'affari, alla sottoscrizione di prestiti governativi. I fratelli Pereire, 274 fondatori del Crdit mobilier, puntarono ad una societ in accomandita dell'industria che controllasse tutti i capitali investiti in certi settori (ferrovie, compagnie marittime, miniere, industrie pesanti, ecc.), ma il disegno venne vanificato dal peso dei debiti a breve termine che in occasione della crisi del 1866-67 non poterono essere liquidati data la forte immobilizzazione di capitali nelle operazioni a lunga scadenza . In Germania il legame tra banca e industria fu molto stretto. Le Kreditbanken come la Disconto Gesellshaft di Berlino (1851), la Berliner Handelsgesellshaft (1856) e specialmente la Deutsche Bank (1870) e la Dresdner Bank (1882), erano insieme banche commerciali che davano credito a breve termine e banche d'investimento che indirizzavano verso il credito a lungo termine sia i propri capitali che parte dei depositi dei loro clienti, superando la specializzazione del credito dell'ambiente anglosassone. Le banche miste sostennero fortemente le societ industriali nella loro formazione e in occasione degli aumenti di capitale, favorendo la collocazione delle loro azioni ed obbligazioni presso il pubblico. Esse effettuavano interventi di salvataggio delle imprese e possedevano anche pacchetti azionari per poter controllare dall'interno l'andamento delle imprese, pur senza essere azionisti di riferimento. Per ridurre i propri rischi giunsero a favorire la protezione del mercato interno e la costituzione di cartelli tra le imprese. In un Paese relativamente povero di capitali furono le banche il principale "agente della trasformazione. Il modo tedesco di fare banca trov imitazione non solo in altri Paesi della Mitteleuropa, ma anche in Svizzera, in Italia settentrionale e persino in Spagna e in Svezia . c) Le istituzioni pubbliche . La crescita economica del XIX secolo, pur basandosi in gran parte sullo spirito d'iniziativa dei singoli individui, ebbe tra i suoi "attori" anche lo Stato e le collettivit locali. La questione gi stata posta in precedenza. Qui giova sottolineare le diverse modalit assunte dagli interventi dei pubblici poteri a secnda dei periodi e dei contesti nazionali. Paesi a forte autonomia locale5, come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, si affidarono maggiormente allo spirito d'intrapresa; i grandi Paesi dove da tempo si erano sviluppati pi potenti apparati statali, come la Francia o la Prussia, videro lo Stato intervenire in maniera pi articolata; Paesi che iniziarono pi tardi il loro sviluppo, come la Russia zarista (o il Giappone) ebbero nello Stato un essenziale "agente sostitutivo" alla debolezza della borghesia e alla scarsit dei capitali . R. TlLLY, La banca universale in unaprospettva storica: l'esperienza tedesca, in Bancalnipresa Societ, 1,1990 . 275 In generale, le concezioni "ortodosse" del bilancio tendevano a limitare le spese dello Stato. Nelle politiche fiscali si fece maggiormente ricorso alle imposte indirette, che toccavano i consumi, che alle imposte dirette. Le imposte sul reddito furono eccezioni e la loro incidenza rimase bassa: i diritti di successione non intaccarono i patrimoni. Poterono cos costituirsi e passare in eredit grandi fortune aumentando le disuguaglianze sociali. Poich la propensione marginale al risparmio aumenta col reddito, la struttura fiscale incoraggi gli investimenti e ridusse le spese di consumo, colpite dalle imposte indirette . Attraverso la legislazione lo Stato influ in vario modo, sia nel promuovere la libera impresa, eliminando antiche restrizioni (corporazioni, pedaggi) e proteggendo le invenzioni con un sistema di brevetti, sia controllando le frodi, regolamentando le banche, le ferrovie, limitando

gli effetti nocivi o, specie dopo il 1880, attraverso la legislazione sociale. Talvolta lo Stato intervenne in aiuto ad industrie in difficolt (Napoleone III dopo il trattato del 1860) o si fece esso stesso imprenditore (Regie des tabacs in Francia dopo il 1811). I lavori di urbanizzazione intrapresi dalle municipalit contribuirono in maniera crescente alla formazione del capitale fisso (acquedotti, viabilit, rete fognaria, trasporti, illuminazione). Alla fine del XIX secolo alcune citt municipalizzarono la distribuzione di gas, di elettricit ed i trasporti urbani. "In queste condizioni si pu ritenere che il laissez-faire assoluto descritto dagli economisti classici, in realt, non sia mai esistito, che ci sia sempre stata una sorta di economia mista anche nei paesi liberali", Stati Uniti compresi . Il contributo pi importante dei pubblici poteri allo sviluppo fu senz'altro nel campo dell'istruzione e dell'educazione, ossia della formazione del capitale umano. Istruzione ed educazione sono state associate ad almeno tre differenti concetti: 1) Educazione e sviluppo. A partire dagli anni Sessanta del XIX secolo l'idea di crescita e successivamente di sviluppo economico ha implicato una forte rilevanza dell'innovazione tecnologica che richiedeva investimenti tecnici e culturali. L'industrializzazione doveva dunque accompagnarsi sia alla creazione di un sistema scolastico di base che di scuole di specializzazione di livello superiore. Il movimnto fu pi o meno precoce a seconda dei Paesi. Gli Stati Uniti si distinsero per la precocit delle loro istituzioni formative. In Francia svolsero un ruolo assai importante istituzioni come l'Ecole des mines, l'Ecole Politecnique, Ponts et Chausses, da cui lo Stato trasse i propri quadri. Vennero anche fondate altre scuole di ingegneria e parecchie amministrazioni locali ; aprirono scuole di arti e mestieri, ma a livello di base l'insegnamento tecnico apparve inadeguato. Il contrario avvenne in Germania, dove gi la Prussia aveva creato le Realschulen frequentate tra il 1850-70 da un terzo degli alunni J. Heffer- w. Serman, Il XIX. secolo,at,, p. 94 . 276 delle scuole secondarie. A livello superiore le Technische Hochschulen formarono i quadri industriali. In Inghilterra, invece, l'insegnamento divenne gratuito solo nel 1891. Essa stata vista piuttosto come un esempio di apprendimento di capacit e competenze on-the-floor, anzich attraverso strutture formalizzate. Con la met dell'Ottocento e una complessit tecnologica crescente, l'Inghilterra non seppe strutturare un sistema scolastico efficiente per sostenere la propria posizione. Pi che a divulgare conoscenze, la scuola primaria cerc di integrare i figli della classe operaia nel sistema sociale. Questa viene considerata come una delle ragioni del sorpasso tedesco di fine Ottocento . 2) Educazione e declino. La vicenda inglese propone un modello di relazione fra educazione e sviluppo in cui la mancanza della prima porta ad una perdita di posizioni economiche acquisite. Pare, in particolare, che una struttura sociale avversa a ideali di investimento e di attiva partecipazione alla cultura industriale inibisse lo sviluppo proprio attraverso scelte educative sbagliate. L'educazione stata esaminata nei suoi aspetti pi qualitativi. Mentre la preparazione tecnico-scientifica di tipo ingegneristico veniva tralasciata, la preparazione umanistica trovava nuovo splendore in universit come Oxford e Cambridge. Il problema dell'Inghilterra non sarebbe stato quindi la quantit di educazione, ma il tipo di educazione ricevuto soprattutto dalle classi alte . 3) Educazione e cambiamento. Pi di recente l'educazione e la formazione tecnica stata associata al concetto di cambiamento economico. Una visione qualitativa del fenomeno dell'industrializzazione europea ha dato sempre pi peso ai concetti di capitale umano e di capitale sociale. Tra i fondamentali fattori di sviluppo vi sarebbero state quindi la formazione e la riproduzione di conoscenze/competenze non solo specifiche, ma ad alto valore innovativo. La scuola, quale istituzione preposta all'educazione, va considerata all'interno di un pi vasto insieme di attori: famiglie, comunit, associazioni, pratiche e valori sociali. All'interno di modelli regionali di sviluppo, ad esempio, capacit e conoscenze si formano e diffondono secondo pratiche informali e trovano spesso forme non codificate di trasmissione. Se ne deduce

allora che un discorso sull'educazione non va semplicemente inteso in termini di tasso di alfabetizzazione . 3.5.1 percorsi nazionali . a) Gran Bretagna e Stati Uniti . Nel corso dell'Ottocento lo sviluppo industriale venne posto alla base della potenza politica e militare delle nazioni. Nei rapporti tra le potenze le 277 tonnellate di ghisa e di acciaio prodotte contavano di pi degli uomini . Tra il 1815 e il 1914 questa gerarchia nei rapporti di forza conobbe significativi mutamenti. Fino agli anni ottanta la Gran Bretagna mantenne saldamente la prima posizione, poi cominci a retrocedere per trovarsi al terzo posto nel 1914. A questa data l'industria mondiale rimaneva peraltro ancora geograficamente molto concentrata. Il 71,2% dei manufatti proveniva da quattro paesi: Stati Uniti (35,8%), Germania (14,3%), Regno Unito (14,1%) e Francia (7%). La loro quota complessiva diminu dal 78,6% del 1870 per l'avanzare di Belgio, Svizzera, Svezia, Russia, Italia, Giappone e Spagna (tabella 24) . Tabella 24. - Distribuzione della produzione manifatturiera mondiale, 1870-1911 (in %) . . . Gran Bretagna . 31,8 . 26,6 . 19,5 . 14,7 . 14,0 Francia . 10,3 . 8,6 . 7,1 . 6,4 . 6,4 Germania . 13,2 . 13,9 . 16,6 . 15,9 . 15,7 Italia . 2,4 . 2,4 . 2,7 . 3,1 . 2,7 Belgio . 2,9 . 2,5 . 2,2 . 2,0 . 2,1 Russia . 3,7 . 3,4 . 5,0 . 5,0 . 5,5 Stati Uniti . 23,3 . 28,6 . 30,1 . 35,3 .

35,8 Giappone . . . 0,6 . 1,0 . 1,2 Altri . 12,4 . 14,0 . 16,2 . 16,6 . 16,6 Mondo . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 Fonte: League o/Nations,1945,p. 13 La Gran Bretagna aveva goduto di una supremazia schiacciante durante la prima met del secolo. Il suo sviluppo tecnico assicur bassi prezzi alle sue stoffe di cotone prodotte in grande quantit. I suoi imprenditori, sostenuti da un clima di liberalismo, per l'abbondanza delle materia prima e del carbone, per il dinamismo del mercato interno, ebbero la possibilit di accumulare capitali e di disporre delle macchine pi moderne . Nell'ultimo quarto dell'Ottocento la supremazia inglese venne meno (tabella 25). Nel 1900 il Regno Unito venne raggiunto dagli Stati Uniti nella produzione industriale pr capite, ma in valori assoluti l'industria americana era gi al primo posto fin dagli anni Ottanta grazie alla ricchezza delle sue risorse J. HEFFER-W. SERMAN, Il XIX secolo, 1815-1914: dalierivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. Zaninelli, Milano, 1998, p. 79 . 278 Tabella 25. - Indicatori comparativi di produzione attorno al 1911 . . . . Gran Bretagna . 41 . 7,8 . "5,0 . 1.0822 Francia . 39 . 4,7 . 2,1 . 9002 Germania . 65 . 17,6 . 8,8 . 1.500 Impero Asburgico . 65 . 2,6 . 1,0 . 350 Italia . 35 . 0,9 . 2,2 . 596 Russia . 1224 .

4,9 . 2,0 . 275 Stati Uniti . 98 . 30,0 . 43,4 . 2.500 Giappone . 52 . -. 14 . Dati del 1914. Dati del 1913. Escluse Alsazia e Lorena. 4 Con le province asiatiche: 165 . Fonte: V. ZAMAGNI , Valla rivoluzione industriale all'integrazione europea, Bologna, 1999, p. 55 . naturali (ben localizzate e facilmente sfruttabili); alla protezione doganale, che riserv agli imprenditori americani il mercato interno pi dinamico del mondo; alla crescita demografica prodotta dalle grandi ondate migratorie; all'ambiente sociale particolarmente favorevole all'accumulazione delle ricchezze materiali e all'adozione delle tecniche pi moderne; all'equilibrio tra tutti i comparti produttivi e le diverse aree del Paese; alla crescita di grandi imprse nei settori strategici dello sviluppo. La Germania, intanto, grazie ai suoi rapidissimi progressi, era divenuta la seconda potenza industriale del mondo . Il declino relativo dell'industria inglese accentu l'immagine della decadenza economica. Si tratt piuttosto dell'inevitabile rallentamento di un'economia giunta con grande anticipo alla piena maturit, al limite della frontiera tecnologica del tempo e dello sfruttamento delle proprie risorse. Il dibattito sviluppatosi intorno alla questione ha evidenziato due tipi di cause. In primo luogo motivi economici oggettivi, come la diversit, tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dei costi dei fattori di produzione, lavoro e capitale: la carenza relativa di manodopera comportava un rialzo del costo del lavoro americano, che indusse l'industriale d'oltreoceano ad investire in macchine, malgrado tassi di interesse pi elevati. Vi furono per anche fattori di ordine sociale: gli industriali inglesi si attardarono nelle vecchie produzioni e tecnologie. "La loro mentalit, fatta di autocompiacimento e di senso di superiorit, contrasta con 279 quella dell'imprenditore tedesco,. pi innovatore e pi manageriale" . La scuola inglese si occup poco della formazione di base e dei quadri tecnici. Il "culto dell'esperienza pratica", come fonte del successo, fren lo sviluppo di nuove industrie, che in Germania avevano alla base attivit di laboratorio (elettricit, chimica). Le imprese rimasero prevalentemente in ambito familiare, mentre in Germania si stabil uno strettissimo rapporto banca-in'dustria. Pi interessati all'efficienza tecnica, i tedeschi, come gli americani, a lungo andare superarono gli inglesi pi orientati al rendimento finanziario immediato . b) Il Belgio . I concorrenti pi diretti degli inglesi sul continente europeo uscirono dalle guerre napoleoniche con un ritardo da recuperare e dei grossi svantaggi da superare: condizioni naturali meno favorevoli, scarsit di un tipo di carbone facile da estrarre o da trasformare in coke, capitali meno abbondanti, macchine pi elaborate e quindi pi care da acquistare, mentalit meno tesa al profitto e pi attaccata all'azienda familiare, carenza di tecnici e di operai qualificati. La legge inglese non allent se non nel 1825 le restrizioni nei confronti delle esportazioni di personale e di progetti di macchine, ma nel continente si praticava lo spionaggio industriale e si attiravano operai e tecnici con alti salari o con condizioni favorevoli per l'avvio di nuove attiviti Il caso di John Cocke-rill in Vallonia fu al riguardo esemplare. Egli diede avvio ad un'azienda che nel giro di qualche decennio divenne la pi grande impresa belga . A met Ottocento la nuova geografia industriale del continente europeo si disegnava intorno ai bacini ricchi di carbone cokizzabile, che consentirono lo sviluppo dell'industria pesante e dei beni strumentali: i "paesi neri" dell'Inghilterra, del Galles e della Scozia; i dipartimenti della

Loira, del Nord-Pas de Calais in Francia, la Vallonia belga e la Runr prussiana, il cui sviluppo tra il 1850 e il 1870 fu alla base della potenza militare del regno e costitu i fondamenti materiali dell'unit tedesca . Anche fuori dai centri carboniferi esistevano tuttavia delle zone industriali forti, specie l dove le esperienze industriali precedenti avevano trovato nuovi sviluppi, la manodopera era qualificata ed abbondante o i trasporti erano facili: nelle grandi citt come Londra e Parigi, nelle regioni tessili della Vallonia, dell'Alsazia e in Svizzera o nella fascia prealpina del Nord-Italia . L'area belga fu quella che maggiormente si conform sul modello inglese, Ibidem, p. 80. R, LEBOUTTE, Vie ettnortdes bassins industriels en Europe 1750-2000, Paris, 1997 . 280 favorita dalla similarit di risorse naturali, dalla lunga tradizione marittima, commerciale e manifatturiera delle Fiandre e dalla contiguit territoriale con l'Inghilterra. Il modello di sviluppo belga fu tipicamente quello del "piccolo paese" (7,7 milioni di abitanti nel 1913). In epoca napoleonica aveva potuto beneficiare dell'inclusione nel vasto mercato francese, indi, con la Restaurazione, era stato accorpato ai Paesi Bassi. Divenuto indipendente nel 1830, il Belgio continu a coltivare i propri interessi economici integrando in un forte sistema industriale l'attivit mineraria e metallurgica, il polo laniero pi potente sul continente (Verviers), il linificio tradizionale che si meccanizz, l'industria cotoniera nell'area di Gand, l'industria meccanica e siderurgica e, pi tardi, zuccherifici, vetrerie, cantieri navali, fabbriche di materiale ferroviario e tranviario. Infine, svilupp anche l'industria chimica mettendo a profitto la scoperta del carbonato sodico da parte di Solvay nel 1862 . Il Belgio speriment inoltre un originale strumento finanziario di sostegno alle attivit industriali non presente in Inghilterra, la Socit generale pour favoriser l'industrie nationale des Pays Bas, costituita con l'appoggio del re Guglielmo I nel 1822 e nota dopo il 1830 come Socit generale de Belgique, una banca di investimenti che deteneva pacchetti azionari di imprese ed anche ne creava seguendone in prima persona gli interessi. Nel 1835 venne creata la Banque de Belgique, che in meno di quattro anni fond o rilev ventiquattro imprese industriali. Il ruolo dello Stato fu particolarmente attivo nelle costruzioni ferroviarie, che rafforzarono le industrie metalmeccaniche e del carbone. Nel 1840 il Belgio era il paese pi industrializzato del continente e tale rimase, in termini relativi, fino alla prima guerra mondiale . c) La Francia . A differenza del Belgio, la Francia differenzi il suo percorso evolutivo dal modello inglese. Svantaggiata rispetto agli inglesi da istituzioni meno adatte allo sviluppo industriale, da una certa mentalit imprenditoriale e dalla scarsit di carbone, nella prima met dell'Ottocento la Francia continu a tenere in primo piano gli interessi agricoli (nel 1856 il 49% della popolazione era ancora attivo in agricoltura contro il 22% della Gran Bretagna), pur raggiungendo significativi sviluppi nei comparti cotoniero, siderurgico (con il grande complesso industriale degli Schneider a Le Creusot) e meccanico. Importanti erano anche gli zuccherifici, le lavorazioni della carta e della gom V.2.AMAGNI, Dalla rivoluzioneindustrialeali 'integrazione europea, cit.,pp. 46-48 . n D. WORONOFF, Histoire de l'industrie en France duXVT siede a nosjours, Paris, 1994 . 281 ma. I tre quarti dell'output industriale erano detenuti dalla manifattura artigianale e domestica dei beni di lusso ad alto valore aggiunto, che, diretta dai centri della moda parigini, godeva ancora di grande prestigio e radicate tradizioni. "La vera prosperit del nostro paese scrisse Adolphe Blanqui nelle sue lettere sull'Esposizione Universale di Londra (1851) - riposa sullo sviluppo progressivo dlle sue industrie naturali, vale a dire di tutte le arti nelle quali l'abilit della mano e la purezza del gusto possono esercitare un'influenza"16. Erano queste industrie naturali che grazie all'elevata quota esportata contribuivano a fare della Francia la seconda potenza commerciale al mondo . Quando, durante il Secondo Impero, a questo potenziale di crescita assai diversificato si aggiunse il deciso apporto della mano pubblica nella costruzione di una rete ferroviaria e

telegrafica in grado di esercitare un notevole impatto sull'economia, la crescita del Paese d'oltralpe assunse ritmi eccellenti47. Napoleone III incentiv anche la creazione del Crdit mobilier dei fratelli Pereire, che avrebbe dovuto funzionare secondo il modello belga, ma il cui esito fu fallimentare. Sugli sviluppi industriali francesi vennero per a pesare negativamente la sconfitta nella guerra franco-prussiana, con la perdita dell'Alsazia-Lorena; gli effetti particolarmente pesanti della recessione degli anni ottanta, aggravati dalle epideme che colpirono gli importanti settori serico e vitivinicolo; le guerre commerciali con l'Italia e, pi in generale, la svolta protezionistica del periodo, che penalizzava un Paese fortemente esportatore; il rallentamento del mercato interno dovuto alla bassa congiuntura e al modesto tasso di crescita della popolazione. Emersero cos pi che i punti di forza alcuni punti di debolezza strutturale, tra cui le caratteristiche e le piccole dimensioni aziendali sia in agricoltura che nelle attivit manifatturiere; l'accentuato dualismo dell'industria francese, bipartita tra un ampio settore di produzioni artigianali di nicchia e poli di industria moderna generalmente localizzati intorno ai pochi grandi centri urbani; la dipendenza energetica dalla forza idraulica. L'elettricit consent un recupero che all'esordio del nuovo secolo ebbe il suo settore trainante nell'industria automobilistica, tanto che la Francia fu il primo paese d'Europa a far evolvere la propria industria automobilistica in direzione della catena di montaggio e della tecnologia americana . L. BERGERON, La via francese all'industrializzazione. Studi, ipotesi, prospettive, in G.L. fontana (a cura di), Le vie dell'industrializzazione europea, cit., pp. 257-258 . M. LEVY-LeBOYER-M. LESCURE, France, in R. SYLLA-G. tomolo (a cura di), Patterns of Europeanlndustrialisation. TheNineteenth Century, London, 1991,D; 154 . 282 d) La Germania . Fu dunque la Germania a divenire il pi temibile rivale continentale dell'Inghilterra. Dopo il processo di aggregazione avviato dalla Prussia con lo Zollverein, il vero e proprio decollo avvenne all'indomani dell'unificazione nel 1871. Rispetto alla Francia, la Germania segu un percorso di sviluppo che si differenziava ancora pi fortemente da quello inglese. Esso si fond, come gi si detto, sull'attiva partecipazione dello Stato, su uno stretto rapporto tra banche e imprese e, in particolare, sul ruolo propulsivo assunto dalla banca mista Esso prese il via dai finanziamenti alle costruzioni ferroviarie (stimolate ulteriormente dal versamento di cinque miliardi di franchi-oro da parte della Francia sconfitta), si estese ai settori a monte (industria mineraria, siderurgica e grande meccanica) e fin per interessare la quasi totalit dell'industria tedesca, specie i settori di pnta chimico ed elettromeccanico, nei quali la Germania raggiunse e mantenne la leadership in Europa e nel mondo. Dai colossi della chimica (Bayer, Basf e Hoechst) si svilupp la carbochimica, da cui vennero derivati i coloranti artificiali, una grande quantit di farmaceutici (tra cui l'aspirina, 1899) e gli esplosivi. A suo modo, come quello inglese, anche il "modello" tedesco fu unico ed irripetibile. Dopo gli anni Settanta esso venne configurandosi come "capitalismo organizzato" o "capitalismo manageriale 49 cooperativo . I ritmi di crescita dell'economia tedesca tra il 1873 e il 1913 furono impressionanti (tabella 26): il PIL triplic grazie all'industria, che marci ad un tasso di crescita medio annuo che nel decennio meno brillante (anni ottanta) fu del 3,4%, dopo essere rimasto al 3,8% nel decennio precedente per poi arrivare nel quinquennio 1908-1913 al 5% annuo . Gli aspetti pi significativi del modello di industrializzazione tedesco furono la tendenza alla concentrazione degli impianti con il conseguente rafforzamento del ruolo della grande impresa; l'affermazione di pratiche di cooperazione fra imprese operanti all'interno di uno stesso settore attraverso accordi di cartello; un forte legame tra scienza e industria. Queste caratteristiche furono particolarmente evidenti nei tre settori portanti: la meccanica industriale pesante (grandi macchine ed elettro J. KOCKA, Impresa e organizzazione manageriale nell'industrializzazione tedesca, in M.M. POSTAN-P. MATHIAS (a' Cura di), Storia Economica Cambridge, VII, L'et del capitale, Torino, 1979 .

A.D. CHANDLER, Dimensione e diversificazione: le dinamiche del capitalismo industriale, Bologna, 1994 . R. TlLLY, 'Germany, in R. SYLLA-G. TOMOLO (a cura di), Pattems of european industrialisation, ct., p. 180; J. K.OCKA,Impresa e organizzazione manageriale nell'industrializzazione tedesca, cit.,p. 726 . 282 meccanica), la metallurgia e la chimica. Si tratta di settori produttori di beni strumentali e non di beni di consumo, che si imposero grazie ad aggressive politiche di marketing sui mercati internazionali. Essi richiedevano forti investimenti iniziali (di qui il legame con le banche) e nella loro crescita sfruttavano i vantaggi derivanti dalle economie di diversificazione (come nella chimica e meccanica) o i vantaggi di costo derivanti dalle economie di scala (come nella metallurgia) . Tabella 26. - Lo sviluppo economico tedesco, 1850-1913 (1913 = 100) 1850 17,7 20,4 14,7 1.7 1860 25,7 253 3,2 16,0 63 3,8 12,7 23,9 1870 1880 1890 1900 31,9 40,1 65,0 72,8 30,9 41,6 533 74,6 7,5 13,9 23,8 473 20,1 29,0 45,6 61,0 13,9 24,7 36,9 573 8,9 16,1 27,9 50,1 18,8 26,1 39,9 61,4 29,2 363 48,7 68,4 1913 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Fonte; M. CATTINI, La genesi della societ contemporanea europea: lineamenti di storia economica e sociale dal XVIII secolo alla prima guerra mondiale, Modena, 1994, p. 372 . La tendenza verso il big business accomun l'esperienza tedesca a quella degli Stati Uniti. Ci che le differenzi fu il diverso approccio istituzionale e legislativo verso gli accordi tra imprese . I cartelli, che avevano lo scopo di limitare la concorrenza, di stabilizzare i prezzi e i profitti e di raffermare il controllo monopolistico di mercato vennero riconosciuti come legittimi e protetti dallo Stato (1897). Da 4 nel 1875 divennero 106 nel 1890 e 385 nel 1905 . Dal primo Novecento si affermarono forme di cooperazione pi Stretta e formalizzata: i Konzernee le Interessett-Gemeiftschaf(comunit di interessi), che si sarebbero sviluppati nel periodo tra le due guerre. Alla viglia della prima guerra mondiale la Germania copriva i tre quarti di tutte le esportazioni chimiche nel mondo. Nell'elettricit, la Siemens e la AEG competevano direttamente con le due grandi imprese americane, la General Electric e la Westinghousej mentre P.A. TONINELLI, Il processo di industrializzazione: tipologie e modelli, in Id., Lo sviluppo economico moderno, cit., pp. 459-464 . KOCKA, Impresa e organizzazione manageriale nell'industrializzazione tedesca, cit., p . 735 . 284 nell'acciaio dominavano i Krupp e i Thyssen. Come negli Stati Uniti i laboratori di ricerca delle universit e delle grandi imprese si scambiavano tecnici e ricercatori. Infine, la Germania fu la prima nazione europea ad introdurre fin dagli anni Ottanta dell'Ottocento un sistema di previdenza sociale gestito dallo Stato ed esteso a tutti i lavoratori . e) L'Impero asburgico, la Russia e la Spagna . Il sistema finanziario tedesco venne imitato dall'Impero Asburgico con le viennesi Creditanstalt (1855) e Wiener Bankverein. La prima era impegnata nei settori degli armamenti, dell'acciaio e della meccanica, del petrolio, dello zucchero e di altre imprese alimentari. Cos avvenne anche per i cartelli, che erano quasi 200 alla vigilia della guerra. La situazione dell'economia era per ben diversa dato che l'Impero Asburgico nella prima met dell'Ottocento non aveva partecipato alla modernizzazione avviata dalla Prussia, aveva un grado di apertura molto basso (il commercio internazionale era inferiore a quello del Belgio) e un'industria prevalentemente leggera (alimentare, tessile, vetro, carta); Soprattutto, per, scontava situazioni estremamente differenziate all'interno dei suoi vastissimi confini, sia in termini economici che culturali ed infrastrutturali. L'Austria, la Boemia e le regioni italiane erano le pi avanzate. Seguivano a distanza Slovacchia, Ungheria e Slovenia, mentre tutto il resto dell'Impero, nonostante la crescita del periodo 1870-1910, si situava tra le aree pi arretrate d'Europa . Forti squilibri regionali esistevano in verit anche In Russia, in Italia e in Spagna, conseguenti alle eredit del passato .

L'enorme estensione territoriale della Russia "annegava" in un mare di arretratezza il rilievo dei pur significativi progressi industriali compiuti. Alla vigilia della prima guerra mondiale la Russia disponeva del maggiore chilometraggio di ferrovie in Europa e produceva pi o meno la stessa quantit di acciaio ed elettricit della Francia. Tuttavia aveva un reddito pr capite pari ad un terzo di quello inglese, il 75 % della forza lavoro occupata in agricoltura (in Italia era il 59%), il 72% di analfabeti (in Italia il 48%) e solo il 15% della popolazione abitante in aree urbane . Lo zar Alessandro II aveva abolito per ultimo (1861) la servit della gleba, ma senza liberare la coltivazione delle terre n la mobilit dei contadini demandate alle comunit di villaggio (mir) . L'effettiva privatizzazione delle terre avvenne solo con le riforme del ministro Stolypin nel 1907. Lo stesso zar aveva favorito la costruzione delle ferro V. zamagni, Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea, cit., p. 64. Ibidem, p. 65 . 285 vie e la riorganizzazione delle banche. Lo Stato svolse un ruolo molto attivo come "agente sostitutivo" di carattere gershenkroniano dei canali privati di investimento. Introdusse il gold standard per attirare gli investimenti stranieri, protesse le industrie strategiche, ordin armamenti, fu prodigo di sussidi agli imprenditori, specie stranieri. In effetti il capitale straniero svolse una funzione fondamentale finanziando met del debito pubblico russo, in gran parte utilizzato per le ferrovie, e il 40% del capitale di tutte le societ per azioni. Ma per far questo lo Stato russo tass redditi gi bassi, restringendo ulteriormente la domanda privata e dunque penalizzando le industrie produttrici di beni di consumo (tessili, alimentari, ecc.). Fu la domanda pubblica a far decollare dagli anni ottanta l'industria pesante (carbone, acciaio, macchine) legata alle ferrovie e agli armamenti. Essa fece progressi molto rapidi, non solo nelle aree industriali di Mosca e San Pietroburgo, ma anche negli Urali, in Ucraina e nelle regioni polacche . Profondi dualismi affliggevano anche l'economia della Spagna, condizionata da un'agricoltura generalmente arretrata e da un livello di istruzione gravemente carente. Si distaccavano dal quadro la Catalogna - specie con l'industria cotoniera, ma anche con quella meccanica, dei mezzi di trasporto, poi con quella elettrica e dei servizi pubblici - e i Paesi Baschi, che dalla fine dell'Ottocento svilupparono l'industria siderurgica sfruttando le miniere di ferro che in precedenza lavoravano per l'esportazione del materiale grezzo . Nel corso dell'Ottocento la crescita della Spagna fu dunque lenta e limitata ad alcune regioni . f) L'Italia . L'Italia, che conservava nel suo impianto urbano e nella ricchezza del suo patrimonio storicoartistico le testimonianze pi evidenti della sua migliore stagione - quella tardo medioevale e rinascimentale, in cui aveva primeggiato nei commerci, nelle manifatture e nella banca, grazie anche ad importanti innovazioni che precorsero la rivoluzione industriale - concentr nell'area centro-settentrionale, e soprattutto nella fascia tra l'alta pianura padana e le valli prealpine, le proprie attivit industriali, data la ricchezza di energia idraulica e la presenza di manifatture tradizionali favorite da un mix non abbondante, ma abbastanza variato di materie prime. Si trattava di attivit tessili, tra le quali spiccava la produzione di seta greggia e semilavorata, regredita rispetto alle fiorenti manifatture dell'et moderna, ma assai importante per il suo peso ' G. TORTELLA, El desarrollo de la Espana contempornea. Historia economica delos siglos XIX y XX, Madrid, 1994 . 286 primario nelle esportazioni. In crescita graduale si presentava il cotoniero, mentre la siderurgia e la meccanica, che pur vantavano importanti tradizioni in alcune vallate alpine, versavano in condizioni di arretratezza tecnica ed organizzativa. In generale, in un dominante contesto agricolo, prevalevano piccole unit produttive e lavorazioni artigianali. Gli opifici moderni rappresentavano un'eccezione. Da sempre profondamente legata all'Europa, quest'area aveva scontata nella prima met dell'Ottocento gli sconvolgimenti politico-territoriali del periodo napoleonico, la dominazione austriaca, la frammentazione degli Stati pre-unitari, tra i quali solo il Regno di Sardegna imbocc, specie nel periodo cavouriano, una decisa

modernizzazione istituzionale ed economica, con lo sviluppo dell'agricoltura, la costruzione di canali e ferrovie, la crescita di manifatture tessili, meccaniche, cantieristiche e di banche. Nel periodo preunitario le profonde differenze nelle strutture economiche, nelle dotazioni infrastrutturali, nei livelli di istruzione e nelle condizioni socio-culturali tra le varie parti della penisola vennero dunque ad approfondirsi e resero assai difficile ed onerosa l'opera dei governi impegnati a porre le basi del nuovo Stato unitario, nel mentre si doveva ancora completare l'unificazione politica del Paese (terza guerra d'indipendenza e annessione del Veneto nel 1866) . Pur gravati da un debito pubblico molto elevato, in buona parte ereditato dagli Stati preunitari, tali governi effettuarono una vasta opera di modernizzazione istituzionale ed infrastrutturale adottando una legislazione commerciale liberista ed una delle pi avanzate leggi europee sull'istruzione (la legge Casati), sviluppando le reti ferroviarie, stradali e i porti, estendendo le infrastrutture educative, alienando beni demaniali ed ecclesiastici, e facendo largo uso della leva fiscale (compresa la famigerata "tassa sul macinato") per procurarsi le necessarie risorse. La moneta venne legata al gold standard. Pur con la preminenza della ex Banca nazionale degli Stati Sardi, divenuta Banca nazionale nel Regno d'Italia, rimasero per in vita le banche di emissione di alcuni Stati pre-unitari. Pche erano tuttavia quelle costituite in societ per azioni e finalizzate allo sviluppo industriale. Tra queste, le due pi importanti erano il Credito mobiliare (1863) e la Banca generale (1870), banche d'affari alla francese . Sotto il profilo industriale l'Italia era penalizzata dalla mancanza di carbone, dalla ristrettezza del mercato interno, dall'insufficiente accumulazione di capitali e dai sistemi di finanziamento, dal basso livello dell'istruzione e da un quadro culturale non favorevole ad un mutamento strutturale del sistema economico. Il ruolo dello Stato nell'apprestare le precondizioni allo sviluppo fu fin dall'inizio particolarmente rilevante, anche se i governi diedero preminenza ai consolidati interessi agricolo-commerciali e finanziari, largamente rappresentati dalla stessa classe dirigente postunitaria, contro i quali condusse una tenace battaglia una piccola, ma agguerrita pattuglia di industriali, la cui forza crebbe con la nascita di alcune importanti societ anonime a cavallo de287 gli anni Settanta, con il graduale irrobustirsi delle attivit secondarie nel decennio 1870-80, con il maggiore sostegno governativo nel passggio dalla Destra alla Sinistra storica (ammodernamento della marina, sostegno alla creazione delle prime acciaierie italiane a Terni) e soprattutto con gli effetti della crisi agraria (tabella 27) degli anni Ottanta, che indusse all'adozione di una politica protezionistica (1887) e alla pi decisa spinta al processo di industrializzazione gi in corso e poi fortemente accelerato nel periodo del cosiddetto "decollo" tra il 1896 e il 1913 (tabella 28). La pesante crisi bancaria degli anni novanta, provocata dalla speculazione edilizia, con il fallimento del Credito mobiliare e della Banca generale, port alla costituzione della Banca d'Italia (1893), la quale continu a condividere il potere di emissione con altri due istituti, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Nel sistema bancario italiano crebbe il ruolo delle banche miste alla tedesca, la Banca commerciale italiana (Cmit) e il Credito italiano (Credit), cui si aggiunse verso fine secolo la conversione a questi fini del Banco di Roma. A sostegno delle piccole attivit operavano a livello locale casse di risparmio, monti di piet, ma soprattutto la rete delle banche popolari e delle casse rurali di impostazione liberale e cattolica . Nell'ultimo ventennio del secolo tutti i settori industriali decollarono, con preminenza del tessile (Lanifici Rossi, 1817 e Marzotto, 1836), ma con importanti sviluppi nella cantieristica, nella siderurgia, nella produzione di materiale ferroviario e negli armamenti. Promettenti iniziative vennero avviate anche nella chimica, mentre l'industria idroelettrica venne ad affrancare dalla dipendenza del carbone. Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Italia produceva tanta elettricit quanta la Francia e la Russia e il doppio dell'Impero Asburgico. Intanto prese avvio anche l'industria automobilistica (Fiat, 1899), quella della gomma (Pirelli, 1872, che divenne la prima multinazionale italiana). La forza produttiva dell'Italia si concentrava tuttavia, come evidenzi anche il primo censimento industriale del 1911, nelle regioni del "triangolo

industriale" (Piemonte-Liguria-Lombardia), in parte del Veneto e del centro-Italia, con alcune aree isolate in poche altre regioni italiane. Le performance dell'Italia rimanevano dunque fortemente condizionate dai permanenti squilibri regionali che, nonostante alcune leggi speciali di intervento, come la legge per Napoli del 1904, avrebbero continuato a pesare a lungo sullo sviluppo del Paese . L. CAFAGNA, Dualismo e sviluppo, cit., pp. 319-322 Tabella 27. - Valore della produzione agrcola italiana secondo diverse stime 00 00 Krm . . . . . . . . . . . i. . . 1. 1. 1 1. \ . . 1 1. 1. 1. 414 Lombardia . 245 . 145 . 211 . 147 . 288 . 145 . L258 . 150 . 504 . 192 . 494 Liguria . 247 . 145 . 109 . 76 . 415 . 209 . 174 . 101 . 344 . 131 . 242 Veneto .

lJ2- . 115 . 160 . 111 . 222 . 112 . 184 . 107 . 370 . 141 . 567 Emilia . ^247^ . 145 . 226 . 157 . 282 . 142 . 263 . 153 . 361 . 138 . 493 Toscana . 171 . 101 . 129 . 90 . 252 . 127 . 201 . 117 . 227 . 87 . 285 Marche . 208 . 123 . 190 . 132 . 233 . 117 . 213 . 124 . 205 . 78 . 316 Umbria . 173, . 102 . 126 . 88 . 227 . 115 . 167 .

97 . 218 . 83 . 235 Lazio . 98^ . 58 . 95 . 66 . 118 . 60 . 115 . 67 . 206 . 79 . 262" Abruzzi e Molise . 177 . _104| . 95 . 66 . 203 . 103 . 113 . 66 . 125 . 48 . 198 " Campania . 246 . 145 . 150 . 104 . 298 . 150 . 183 . 107 . 343 . 131 . 373 Puglia . 136 . 80 . 153 . 106 . 142 . 71 . 159 . 93 . 217 . 83 . 266 Basilicata . 86 . 51 . 74 .

51 . 107 . 54 . 92 . 54 . 77 . 29 . 110 Calabria . 152 . 90 . 124 . 86 . ^93^ . 97 . 159 . 93 . 157 . 60 . I57~ Sicilia . 174 . 102 . 159 . 111 . 1S1 ' . 91 . 165 . 96 . 259 . 99 . 292 Sardegna . 44 . ' 26 . 58 . 47 . 47 . 24 . 61 . 36 . 107 . 4) . 91 CENTRO-NORD . 192 . 113 . 165 . 115 . 236 . 119 . 209 . 122 . -. -.

37 MEZZOGIORNO . 143 . 84 . 119 . 82 . 158 . 158 . ~8(P . 77 . -. -. 218 ITALIA . 170 . 100 . 144 . 100 . 198 . 100 . 171 . 100 . 262 . 100 . 302 Fonie: J. HEFFER e W. SERMAN, Il XIX secolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. Zanlnolli, Milano 1948 ' Tabella 28. - Distribuzione delle imprese industriali in Italia, 1876-1911 (in %) *ctf . ......- ..... * -tv":"-"* ,* . otta w *i**i, * *iiWC * rt . . . . . * r Poni? . . Piemonte . 14,9 . 8,2^ . 10,8 n . 19,8 . 13,0 . 14,9 . 29,1 . Ili Lombardia . 29,4 . 14,7 . 16,8 . 42,2 . 27,9 . 28,5 . 29,9 . ;> Liguria . 4,2 . 2,5 .

4,7 . 3,4 . 4,0 . 5,8 . 5,8 . n Veneto . 13,9 . 6,8 . 8,6 . 9,6 . 8,4 . 8.6 . 12.2 . / Emilia Romagna . 5,0 . 5,8 . 8,3 . 3,1 . 3,9 . 6,3 . 2,9 . i Toscana . 7,6 . 11,2 . 9,2 . 6,2 . 10,5 . 8,2 . 3,7 . ! Marche . 2,6 . 3,5 . 3,1 . 2,5 . 2,4 . 2,1 . 1,8 . ) Umbria . 1,3 . 1,8 . 1,9 . 0,6 . 1,5 . 1.4 . 1,2 . 1 > Lazio . 2,6 . 3,4 . 4,1 . 1,1 . 2,4 .

3,1 . 1,4 . Abruzzi e Molise . 1,1 . 4,9 . 3,7 . 0,2 . 1,5 . 1,6 . -. ) Campania . 5,9 . 8,7 . 7,9 . 7,5 . 8,3 . 6,9 . 11,0 . \\ Puglia . 3,0 . 5,4 . . 6,0 . 0,6 . 2,9 . 3,6 . . 0,2 . 1 ti 1 1 li HI' i iim Basilicata . 0,2 . 1,6 . 1,1 . 0,03 . 0,4 . 0,5 . 0,01 . Calabria . 2,6 . 5,8 . 3,9 . 1,1 . 2,2 . 1,7 . 0,4 . Sicilia . 5,1 . 13,8 . 8,0 . 1,8 . 8,8 . 5,2 . 0-2 . Sardegna .

0,5 . 1,7 . 1,6 . 0,2 . 1,9 . 1,5 . 0,1 . CENTRO-NORD . 81,5 . 88,6 . .88,1 . 88,6 . 74,1 . 79,0 . 88,1 . MEZZOGIORNO . 18,5 . 11,4 . 11,9 . 11,4 . 25,9 . 21,0' . 11,9 . ITALIA . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . 100,0 . Fonte: J. HEFFER e W. SERMAN, Il XIX secolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. Zaninelli, Milano. l*W. P La rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni . 4.1. Strade e canali . All'origine della rivoluzione nei modi di viaggiare di merci, persone e informazioni sulle brevi e sulle lunghe distanze vi furono sia importanti scoperte tecniche - qualificabili come vere e proprie invenzioni - sia un insieme di innovazioni che ne perfezionarono il rendimento. Ancora alla fine del Settecento la velocit di spostamento era vincolata dall'uso della forza animale O dalla navigazione lungo i fiumi, i canali e le coste. Ci limitava la possibilit di estendere le attivit produttive e di intensificare gli scambi. La ferrovia, la nave a vapore e il telegrafo aprirono una nuova ra tanto nei trasporti via terra e via mare quanto nelle comunicazioni. I nuovi mezzi di trasporto.non determinarono la rivoluzione industriale, che era iniziata prima della loro comparsa, ma ne produssero una forte accelerazione ed una continua estensione. Nel 1815 erano necessarie 40 ore in diligenza per andare da Parigi a Calais; nel 1914 un treno rapido impiegava solo 3 ore e 15 minuti. Al posto dei pesanti velieri condizionati dal regime e dalla forza dei venti, che partivano quando decideva il comandante, nel secondo Ottocento regolari linee a vapore trasportavano molto pi velocemente persone e merci pregiate nei diversi continenti. Grazie al telegrafo e alla rete dei cavi sottomarini gli operatori economici ebbero la possibilit di comunicare in tempo "quasi reale" da un emisfero all'altro della Terra. Dopo il trionfo del treno e l'affermazione delle navi a vapore, tra Otto e Novecento l'automobile

avrebbe preannunciato la "rinascita della grande strada", mentre nel 1914 l'aviazione "si preparava ad uscire dall'era delle imprese sportive" . Permettendo di trasferire i fattori della produzione e di distribuire i prodotti finiti pressoch ovunque, il trasporto non fu pi soltanto "uno strumento mercantile di J. HEFFEE'W. SeBMAN, Il XIX secolo 1815-1914. Dalle rivoluzioni agli imperialismi, cit, p. 51 . 292 scambio", ma divenne esso stesso "parte, ed una parte rilevante, dei mezzi di produzione" . Fra trasformazione dei trasporti e sviluppo economico si possono stabilire molteplici relazioni. Del resto, la teoria che fa del mercato il propulsore e il regolatore del sistema economico "cominci ad essere elaborata proprio quando si compiva quella rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni che nei decenni centrali dell'Ottocento trasform il tradizionale rapporto dell'uomo con lo spazio e le dimensioni stesse del pianeta" . L'incidenza delle trasformazioni del settore si avvert comunque fin dagli esordi della rivoluzione industriale. Uno dei principali prerequisiti della rivoluzione industriale inglese fu, infatti, la costruzione di un fitto sistema di canali che permetteva di abbattere il costo del trasporto di materie prime e prodotti finiti di circa tre quarti rispetto al costo del trasferimento via terra. Sui canali e sulla rete stradale si diressero fino agli anni Quaranta dell'Ottocento i principali investimenti. In Inghilterra la rete stradale raggiungeva, nelle sue ramificazioni, anche il pi lontano villaggio. Da fine Seicento la sua manutenzione pass dalle parrocchie, che si avvalevano di corves, ai consorzi di pedaggio. Le strade a pedaggio (turnpikes) curate da trusts (consorzi) gi a met Settecento coprivano 3.400 miglia. I capitali erano privati e le entrate dei consorzi locali spesso non bastavano a coprire le spese. All'inizio dell'Ottocento solo il 6% delle strade era in buono stato. Nel 1829, comunque, 3.873 trusts gestivano 20 mila miglia di turnpikes che raggiunsero la massima estensione nel 1836 (22 mila miglia), quando le ferrovie gi facevano ampia concorrenza a strade e.canali . In molte parti d'Europa solo le strade maggiori venivano tenute in buone condizioni, in primo luogo per il facile spostamento delle truppe. Il resto del sistema viario era affidato alle cure di autorit locali, che non disponevano delle risorse finanziarie e tecniche richieste dalle continue manutenzioni. La Francia era il Paese europeo con la migliore rete di comunicazioni. I finanziamenti erano pubblici e nella seconda met del Settecento, nonostante la rete fosse particolarmente estesa, si fecero notevoli progressi nella costruzione di nuove strade. Il miglioramento delle reti viarie dovette molto ai nuovi sistemi di costruzione: a quelli realizzati dal Corps des Ponts et Chausses - istituito dai francesi nel 1716 con il compito della formazione degli ingegneri e della direzione dei lavori stradali, cui segu, trent'anni dopo, l'omonima Ecole - e alle tecniche di imbrecciatura di Telford e McAdam, diffusesi a poco a poco in tutta Europa. All'inizio dell'Ottocento in Francia si mise mano a buona parte dei 33 mila km di strade maestre. Il continuo spostamento di truppe im C. WILSON, Transport as a Factor in the History of Economie Development, in A. VANNINI ". MARX (a cura di), Trasporti e sviluppo economico. Secoli X1I-XVIII, Firenze, 1973, pp. 313-321. J C. PAVESE, I trasporti e le comunicazioni, in P.A. TONINELLI (a cura di), Lo sviluppo eco- S nomico moderno, cit., p. 301. 293 pose la necessit di costruire routes Imprales non solo in Francia, ma anche nel nord dell'Italia, nel Belgio e in Germania . La costruzione di strade continu fra il 1815 e la met del secolo. In Italia, salvo negli Stati del Nord, si dovette attendere l'unit per il potenziamento della rete viaria. L'investimento nelle infrastrutture stradali sub un arresto dopo gli anni Cinquanta e soltanto a seguito dell'invenzione dell'automobile una nuova fase d'investimento garant la costruzione di un sistema di base per il trasporto di massa del XX secolo. Il costo dei trasporti terrestri diminu da due a quattro volte grazie al raddoppio della forza di trazione del cavallo, il cui rendimento aument con la costruzione di pi leggere diligenze in luogo delle pesanti carrozze. Con l'avvento della ferrovia il trasporto a cavallo cadde in disuso sulle lunghe distanze, mentre per gli spostamenti brevi rest il mezzo principale fino al primo Novecento .

Fiumi e acque interne costituivano da sempre la pi comoda e meno onerosa via commerciale, nonostante le difficolt del trasporto controcorrente (che infatti mutava in consistenza e modalit). Le chiatte scendevano il Reno da Strasburgo a Magonza (220 km) in tre-sei giorni, impiegando un mese in direzione opposta. Lo sviluppo e la modernizzazione dei trasporti interni ebbero una forte sollecitazione, da un lato dall'aumento dei traffici marittimi dovuto alla riduzione dei costi di trasporto e alla maggiore sicurezza delle rotte, dall'altro dall'incremento della popolazione - specie urbana -, che faceva crescere la domanda di merci voluminose e di scarso valore. Una domanda che si poteva soddisfare solo migliorando la navigazione interna. Grandi canali erano gi stati realizzati all'epoca del mercantilismo in Francia (congiunzione della Loira con la Senna; canale della Linguadoca dall'Atlantico al Mediterraneo), in Spagna, Paesi Bassi, Germania, Svezia e soprattutto Inghilterra, dove la navigazione fluviale costituiva il complemento naturale non solo di quella stradale, ma anche di quella costiera. Tra il 1669 e il 1749 vi furono oltre duecento provvedimenti del Parlamento per il miglioramento delle vie di comunicazione interna e nei settantanni seguenti si spesero 17 milioni di sterline per la costruzione di 3 mila miglia di vie navigabili . Si trattava di iniziative spontanee promosse da imprenditori locali. In Inghilterra la costruzione di canali venne intensificata per tutti i primi quarantanni dell'Ottocento. Nell'Europa continentale essa ebbe meno sviluppo che in Inghilterra e negli Stati Uniti . Nel 1812 aveva fatto il suo esordio sul Clyde il primo vapore europeo, il Comet. Nel 1830 i vapori britannici erano 315 con una capacit di 33.500 t. Battelli di costruzione inglese con scafi in ferro" per ridurre i rischi di incendio navigavano gi da tempo su Senna, Rodano, Loira e Reno. Per evitare che il rendimento dei nuovi battelli fosse condizionato dalle variazioni stagionali del regime idrico, si intrapresero imponenti lavori di ricostruzione dell'alveo dei bidem, p. J06 . 294 fiumi, che videro, tra le realizzazioni pi impegnative, la sistemazione del corso del Reno. In Francia, soprattutto nei 35 anni compresi fra la caduta di Napoleone ed il secondo impero, ci si concentr prevalentemente sulle aree industriali. Vennero scavati nuovi canali per unire le regioni carbonifere ai mercati urbani (canale di San Quintino, 1810) o per collegare vie d'acqua ad intenso traffico (Rodano-Reno, 1834). In Germania la costruzione di canali fu tarda e solo fra il 1873 e la prima guerra mondiale vennero costruiti 6.600 km di canali. In generale, essi risentirono della crescente concorrenza della ferrovia. La definitiva affermazione di questa non fu dovuta ad un vantaggio tariffario, bens alla migliore organizzazione, alla rapidit e alla versatilit del servizio, salvo in alcune aree, come quella del Reno, privilegiate dalla ricchezza delle vie d'acqua. All'opposto, Paesi aridi come la Spagna ne trassero grandi benefici. Per tutte queste ragioni nessun'altra innovazione del XIX secolo ebbe tanto successo quanto la ferrovia . 4.2. Avvento e sviluppo delle ferrovie . La ferrovia fu il risultato della combinazione di elementi che esistevano gi prima dell'Ottocento: i binari in uso nelle gallerie, nei porti e in appoggio ai canali dei bacini carboniferi inglesi, i carrelli e la macchina a vapore. La locomotiva (1825), la pi importante invenzione nei trasporti dell'Ottocento, le diede la possibilit di diventare autonoma. L'ingegnere George Stephenson (1781-1848), dopo l'introduzione della caldaia tubolare, realizz la linea Liverpool-Manchester (1826-29) nel cuore di una grande area industriale dimostrando l'economicit della ferrovia sia per il trasporto delle merci che dei viaggiatori e risolvendo empiricamente la maggior parte dei problemi tecnici. Da allora in poi l'evoluzione tecnica segu due direzioni: la ricerca di una velocit elevata e la ricerca del massimo di energia possibile in grado di consentire trasporti di massa . Il primo obiettivo fu raggiunto molto rapidamente: nel 1835 una locomotiva super i 100 km orari. Alla fine del secolo la velocit di marcia (fermate escluse) andava dai 60 ai 75 km/h per i rapidi francesi, dai 40 ai 55 per gli omnibus, mentre per le velocit dei treni merci ci si accontentava di 20-30 km/n, comunque 5-7 volte superiori a quelle dei carri tirati da cavalli. Per

raggiungere il secondo obiettivo si aument il peso e l'aderenza della locomotiva, si raddoppiarono gli assali e si allungarono i convogli di vagoni montati su carrelli. Nel 1865 un treno poteva trasportare 200 tonnellate, nel 1900 arrivava a 2.500 . L'ac J. HEFFER-W. SERMAN, Il XIX secolo 1815-1914, cit., p. 52 . 295 ciaio, che si sostitu alla ghisa e al ferro, negli anni Settanta aument la resistenza delle rotaie e la capacit dei vagoni. Continui progressi migliorarono il rendimento della ferrovia: economie di combustibile (caldaia compound, 1876; surriscaldamento), aumento della sicurezza (freno ad aria compressa, 1868), standardizzazione degli scartamenti, progresso delle tecniche di gestione. Vennero vinti anche gli ostacoli naturali: ponti, viadotti, tunnel permisero alle ferrovie di superare fiumi, valli e montagne. Nelle Alpi, per sfruttare a proprio vantaggio il traffico dell'Italia del Nord, le ferrovie tedesche finanziarono il traforo del tunnel del S. Gottardo (1872-1882) e le loro concorrenti francesi quello del Sempione (1898-1906) . L'estensione delle ferrovie fu eccezionale: dai 7.200 km esistenti al mondo nel 1840 si pass ai 925 mila del 1906. Fino ad allora non s'era mai posto il problema del finanziamento di una tale quantit di lavori: da qui la diversit delle soluzioni adottate, il ricorso all'iniziativa privata o a quella pubblica o ad una combinazione di entrambe. All'inizio del XX secolo, il 70% del chilometraggio mondiale apparteneva a compagnie capitalistiche, il restante 30% allo Stato. Nel 1914, per, il modello capitalista integrale, che vedeva le ferrovie unicamente di propriet privata e che rappresent il modello dominante nel XIX secolo, si ritrovava solo in qualche Paese . In Europa le linee secondarie ridussero considerevolmente la redditivit degli investimenti favorendo all'inizio del secolo la statalizzazione delle ferrovie . Le ferrovie raggiunsero la massima densit nell'area nord-atlantica. Come appare dalla tabella 29 fu in Gran Bretagna che il sistema ferroviario venne concepito ed applicato relativamente presto per liberare i traffici dagli abusi monopolistici dei proprietari di canali; Nel solo 1835 il Parlamento autorizz investimenti per 15 milioni di sterline, pi di quanto era stato speso per tutti i canali. Si trattava di un nuovo settore ad alta tecnologia che attraeva potenziali investitori. In Inghilterra esso rappresent non tanto Un fattore per il futuro sviluppo economico, quanto uno strumento essenziale nel sostenere l'industrializzazione gi in atto. Insomma le ferrovie, anzich causa, furono una conseguenza dello sviluppo. Non vi furono dunque n problemi di approvvigionamento finanziario, n inadeguatezza dell'industria meccanica e metallurgica da scontare. Lo Stato inglese pot assumere un ruolo marginale nel finanziamento e nella costruzione della rete, anche se va detto che cambiamenti nella legge sulle societ di capitali (1825) permisero la costituzione di grandi imprese con azionariato diffuso. Le ferrovie, finanziate da privati, secondo il modello sperimentato per i canali, si infittirono sul territorio senza alcun coordinamento finch non venne creato un organismo per il coordinamento del traffico (1842). Ibidem,^. 55 . 296 Tabella 29. - Costi di costruzione della rete ferroviaria fra il 1830 ed il 1906 . Stati Uniti . 3.036 Gran Bretagna . 1.294 Germania . tr 740 Francia . 707 Russia . 626 Impero Asburgico . 468 India . 266 Canada . 262 Italia . 205 Argentina . 139 Australia . 137 Belgio . > 87 Svizzera .

59 Svezia . 51 Fonte: J. HEFFER e W. SERMAN, Il XIX secolo, 1815-l914:dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S. Zaninelli, Milano, 1998, p. 54 . In Inghilterra la ferrovia si diffuse per soddisfare la domanda di trasporto di un Paese gi industriale; negli Stati Uniti, secondi nella corsa alla ferroviarizzazione, per soddisfare la domanda proveniente dall'agricoltura divenendo a sua volta occasione di una rapida industrializzazione . Insomma, invece di porsi come complemento allo sviluppo economico in atto (Gran Bretagna), negli Stati Uniti, in Belgio, Francia e Germania la costruzione delle reti ferroviarie assunse un forte ruolo di modernizzazione dando impulso all'industria metalmeccanica, attivando sistemi di finanziamento ad hoc e, nel caso degli Stati Uniti - date anche le dimensioni colossali della rete - sistemi di gestione su larga scala, che fecero da battistrada alla successiva messa a punto dell'organizzazione scientifica del lavoro . In Belgio, all'avanguardia nell'adozione delle innovazioni britanniche, fu lo Stato ad assumere l'iniziativa di realizzare la prima rete dell'Europa continentale grazie anche alle limitate dimensioni del Paese. Come nel successivo caso dell'Italia, la decisione intendeva pure sottolineare i vantaggi dell'indipendenza appena raggiunta (1830). In luogo dello spontaneismo inglese L. GIRARD, I trasporti, in HJ. HABAKKOK-M. POSTAN, Storia economica Cambridge, voi. VI, La rivoluzione industriale e i suoi sviluppi, Torino, 1974 . 297 l'intervento pubblico programm un organico sistema di trasporto fornendo i capitali per la sua realizzazione. Lo sviluppo della siderurgia e della meccanica nazionali consent la rapida sostituzione del materiale inglese: tra il 1835 e il 1842 vennero costruiti 559 km di ferrovie che collegavano le province pi ricche del regno. Il compito di completare le linee secondarie venne lasciato alle compagnie private, prima inglesi (900 km tra il 1845 e il 1846), poi belghe, ma esse non vi riuscirono se non mediante la garanzia dello Stato. Il costo medio di costruzione per miglio fu circa la met (16.500 sterline) di quello inglese. Nel 1870 esistevano in Belgio circa 3 mila km di ferrovie (tabella 30). A partire da questa data lo Stato riscatt la rete privata a buon prezzo: nel 1914 possedeva il 95% del chilometraggio totale. Pot cos praticare tariffe molto contenute e concedere abbonamenti speciali agli operai, ma non ottenne grandi utili. Lo stesso modello di evoluzione si ebbe in Germania e, pi avanti, in Russia . La Germania invest fortemente nella creazione e nello sviluppo della propria rete ferroviaria. Gli Stati tedeschi e la Francia furono le sole altre aree europee impegnate nella stagione pionieristica delle costruzioni ferroviarie (ante 1850). Intorno al 1840 nell'area tedesca e in quella francese esistevano circa 450 km di linee minerarie o suburbane ciascuna, ma dieci anni dopo la prima possedeva 5.856 km di ferrovie contro i 2.915 della Francia, il cui vero decollo, superate le ostilit dei fautori del completamento dei canali, si ebbe col Secondo Impero (1852). In area tedesca, la navigazione a vapore sul Reno e sui fiumi ad Ovest dell'Elba ritard l'avvento della strada ferrata, ma nel 1839 fu inaugurata la Lipsia-Dresda, seguita da linee che collegavano trasversalmente le valli dei fiumi navigabili ad andamento Nord-Sud. Nel 1847 le linee renane e berlinesi prefiguravano gi l'egemonia prussiana . La costruzione del sistema ferroviario tedesco non segu una formula standard, ma punt sia sull'iniziativa governativa che su quella privata e sull'impiego di forti capitali esteri. Le ferrovie tedesche, come le americane, furono costruite in modo "spartano", con costo medio di sole 11 mila sterline per miglio, anche per il minor prezzo dei terreni. Le locomotive provenivano inizialmente da USA e Inghilterra, ma gi dal 1843 la produzione interna copriva oltre la met della domanda. Da principio i governi evitarono gli investimenti ferroviari, ma, non ignorandone il ruolo militare e politico, approfittarono di anticipazioni e garanzie sulle obbligazioni per assumere il controllo di molte compagnie: nel 1860 lo Stato prussiano gestiva il 55% della rete . C. PAVESE, I trasporti e le comunicazini, cit., p. 318 . 299 In Francia prima del 1850 l'investimento nel sistema ferroviario fu ridotto. Data l'impossibilit di attuare il finanziamento pubblico in un Paese cos vasto, il sistema dominante

fu quello della concessione temporanea all'industria privata sotto il controllo dello Stato. Con la legge del 1842 si giunse ad una ripartizione dei ruoli: il governo decideva la struttura della rete facendosi carico dell'acquisto dei terreni, delle infrastrutture (massicciate, ponti e gallerie) e delle stazioni, mentre le societ concessionarie assumevano gli oneri relativi a materiale rotabile, personale e organizzazione del servizio con un sistema contrattuale pi volte rivisto a fronte dei deficit di esercizio. Capitali inglesi e francesi solo lentamente trovarono impiego in quello che sembrava essere un settore troppo strettamente controllato dalle politiche e dalle esigenze del governo. Nel 1848 la Francia possedeva appena 1.800 km di rete ferroviaria, nel 1870 oltre 15 mila. Nel 1878 lo Stato riscatt 2.600 km e nel 1908 tutta la rete dell'Ovest in deficit . Nella prima met dell'Ottocento in altri Paesi non erano mancate iniziative isolate, ma spesso la strada ferrata si era limitata a collegare la capitale con la residenza estiva del sovrano . Il ventennio 1850-1870, che vide strutturarsi le reti continentali europea e nord-americana, stato definito l'"et d'oro della ferrovia". In Europa si costruirono 50 mila miglia di nuove strade ferrate rispetto alle 15 mila in esercizio a met secolo. La Francia ebbe lo sviluppo maggiore (9.300 miglia per un investimento di 7 miliardi di franchi) grazie alla mobilitazione del risparmio attuata dal Crdit Mobilier dei fratelli Pereire. La garanzia statale al pagamento degli interessi sulle obbligazioni delle compagnie ferroviarie le permise di recuperare il distacco dalla Germania (nel 1869 entrambe avevano circa 17 mila miglia di linee) e di rivaleggiare con l'Inghilterra per qualit dell'armamento e del materiale rotabile. La minor dotazione di carbone spinse i tecnici francesi ad adottare soluzioni energy saving (locomotive a duplice espansione), che posero le loro ferrovie all'avanguardia in Europa . Nell'area baltica, nell'Europa orientale e mediterranea, l'ra della ferrovia si apr realmente solo dopo il 1850. In Italia il sistema ferroviario venne sviluppato ad iniziativa del govrno nel periodo successivo all'unificazione. Nel periodo pre-unitario le realizzazioni furono assai limitate e concentrate nel Nord del Paese. La pi importante fu la Milano-Venezia. La costruzione di un sistema ferroviario venne intesa dalla classe dirigente del nuovo regno d'Italia come una condizione di fondamentale importanza per il consolidamento dell'unit nazionale e la modernizzazione del Paese. Date le condizioni dell'industria italiana, tale costruzione avvenne tuttavia in accentuata dipendenza dall'estero sia per i capitali che per il materiale fisso e rotabile. Lo scarso successo commerciale la fece inoltre pesare sul bilancio dello Stato . Nel 1865 la G. GUDERZO, A proposito delle sviluppo ferroviario in Italia dal 1850 al 1914. Aspetti geo Tabella 30. - Estensione della rete ferroviaria, 1840-1913 (in km) 1840 . 2.390 . 410 . 334 . 469 . 20 . 144 . 0. 2.700 . 4.500 . 7.200 1850 . 9.757 . 2.915 . 854 . 5.856 . 620 . 1.357 . 501 . . 23.100 .

14.400 . 37.600 1860 . 14.603 . 9.167 . 1.729 . 11.089 . 2.404 . 2.927 . 1.626 . 51.000 . 49.000 . 106.000 1870 . 20.000 . 15.544 . 2.897 . 18.876 . 6.429 . 6.112 . 10.731 . 101.300 . 85.400 . 205.200 1880 . 25.060 . 23.089 . 4.112 . 33.838 . 9.290 . 11.429 . 22.865 . 162.700 . 149.900 . 365.500 1890 . 27.820 . 33280 . 4.526 . 42.869 . 13.629 . 15.523 . 30.595 . 208.000 . 249.700 . 566.900 1900 . 30.070 . 38.109 . 4.562 . 51.678 . 16.429 . 19.229 . 53.234 . 257.900 . 292.200 .

707:500 1910 . 32.184 . 40.484 . 4.679 . 61.209 . 18.090 . 22.642 . 66.581 . 321.600 . 358.400 . 925.300 1913 . 32.623 . 40.770 . 4.776 . 63.378 . 18.873 . 44.800 . 70.156 . -. 400.197 . Fonte: Nostra rielaborazione da J. HEFFERe W. SEBAAN^lXIXsecolo, 1815-1914: dalle rivoluzioni agli imperialismi, a cura di S, Zaninelli, Milano, 1998, p. 54; P. TONINELLI, Lo sviluppo economico moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica O7^01973j,Venezia, 1996, p. 612; V. ZAMA-GNI, Dalla rivoluzine industriale all'integrazione europea, Bologna, 1999 p. 51 . 300 rete venne privatizzata e concentrata in quattro gruppi con intervento di compagnie straniere. La difficolt di questa gestione mise in crisi il sistema e condusse ad una nuova sistemazione mediante la convenzione del 1885, su modello francese, con tre societ che si divisero la rete nazionale. Da questo periodo si crearono legami pi positivi con i settori siderurgici e meccanici nazionali, che ridussero il ricorso all'estero. La rete and sempre pi estendendosi accentuando anche gli squilibri tra zone pi o meno coperte. Nel 1905 si arriv infine alla completa nazionalizzazione10. Altre esperienze nazionali dipesero da congiunture politiche e finanziarie. Nell'impero austro-ungarico lo Stato attiv partnership con investitori stranieri. In Spagna o in Russia invece l'investimento straniero venne visto come soluzione ottimale nell'acquisizione di nuove tecnologie . Le ferrovie rivoluzionarono il sistema dei trasporti facendo scomparire le diligenze e riducendo il traffico stradale alle brevi distanze in complementarit con le strade ferrate. Le vie d'acqua si mantennero per le merci voluminose e pesanti abbandonando il trasporto di persone e della posta. Le ferrovie potevano arrivare anche in localit irraggiungibili dalle vie d'acqua. Nell'ultimo ventennio del secolo - la terza fase delle costruzioni ferroviarie - venne completata la rete secondaria europea e furono realizzati i grandi collegamenti internazionali in Europa (trafori alpini) e transcontinentali (in Nord-America, Asia e America Latina). Nel 1890 esistevano in Europa 208 mila km. di binari contro i 51 mila del 1860. I passeggeri erano cresciuti da 340 a 1.750 milioni annui. Negli USA si contavano 1.750 compagnie ferroviarie, ma trenta di esse gestivano il 66% della rete che, con 167 mila miglia, superava del 25% quella europea . Tra il 1883 e il 1893 la prima linea coast to coast fu seguita da altre tre negli Stati Uniti e da una in Canada. Esse costituirono il principale mezzo di penetrazione nel continente nordamericano. Gli oltre 6.000 km della Transiberiana (1891-1903) consentirono la colonizzazione di nuovi territori e il consolidamento della presenza zarista in Asia e Nord Pacifico in funzione anticinese. Sull'onda dell'espansione coloniale e imperialista europea e col supporto di capitali e

tecnologia inglesi, francesi e tedeschi, le ferrovie cominciarono a percorrere l'America Latina, la Cina, l'Africa e il Medio Oriente costituendo un sistema di penetrazione collegato all'Europa attraverso i porti. "Nell'imma grafciy economici e sociologici, in Bollettino della Societ pavese di storia patria, 1972-73,1-IV, pp. 1-34 . V. ZAMAGNI, Ferrovie e integrazione del mercato nazionale nell'Italiapostunttaria, in Studi in onore di G. Barbieri, voi. III, Pisa, 1983, pp. 1635-1649; S. FENOALTEA, Le costruzioni ferroviarie in Italia, 1861-1913, in Rivista di storia economica, U.S., I, 1984, 1, pp. 61-94; R. LoRENZETTI (a cura di)j La questione ferroviaria nella storia d'Italia Problemi economici, sociali, politici e urbanistici, Roma, 1989; A. GIUNTINI, Contributo alla formazione di una bibliografia storica sulle ferrovie in Italia, Milano, 1989 . 301 ginario collettivo ottocentesco le potenti e veloci locomotive di fine secolo, raffrontate ai mezzi di trasporto di settantanni prima, fornivano la misura della rottura con il mondo precedente" 4.3.1 trasporti marittimi . L' applicazione di acciaio e ferro ed il miglioramento tecnologico nell'uso di macchine a vapore permisero grandi progressi anche nei trasporti marittimi, ma l'affermazione della nave a vapore fu molto pi graduale di quella della ferrovia. La causa non fu solo la lenta evoluzione della nuova tecnologia nel ridurre consumi e carico di combustibile, ma anche la competitivit della marineria a vela, che aveva fortemente accresciuto velocit e manovrabilit nel Settecento e nella prima met dell'Ottocento. Dall'evoluzione delle golette prese forma il clipper a quattro alberi, massima espressione della tecnologia della vela. Aveva una minore capacit di tonnellaggio (3.000-5.000 t) rispetto agli altri velieri, ma era pi veloce (raggiungeva i 15 nodi, 300 miglia al giorno) e dunque utile sulle lunghe distanze. Tra il 1849 e il 1875 venne impiegato nelle rotte per India, Pacifico e Australia senza temere la concorrenza dei vapori. Intorno al 1860 attraversava l'Atlantico in dodici-quattordici giorni, impiegandone un'ottantina da Liverpool a Melbourne, da Cantori a New York e da San Francisco a New York. Il clipper risent dell'apertura del canale di Suez (1869), che abbrevi i percorsi per India e Oceania spostando le rotte su mari interni meno ventosi. Alcuni velieri cominciarono poi ad adottare le innovazioni introdotte sui piroscafi: scafo in ferro e piccole macchine a vapore per meccanizzare i servizi di bordo . Fino al 1850 i progressi del vapore furono pi sensibili nella navigazione fluviale che in quella marittima. Il piroscafo oper inizialmente nella navigazione a corto raggio: nel 1818 si ebbero i primi collegamenti sul mare d'Irlanda, nel 1821 tra Dover e Calais. Negli anni venti entr nel mare del Nord, nel Baltico e nel Mediterraneo trasportando posta e passeggeri. Da Londra a Calais occorrevano 12 ore, da Napoli a Livorno 36. Nel 1838 ilSirius, piroscafo a ruota laterale e con caldaie alimentate da acqua distillata, effettu la prima traversata dell'Atlantico interamente a vapore; nel 1840 il Greatwestertinizi servizi regolari di piroscafi postali a propulsione mista; nel 1843 il Great Bn-tain adott l'elica che esigeva ingranaggi per moltiplicare il basso numero di giri delle motrici . Alla met del secolo la nave a vapore era ancora dotata di velatura e ricor ), pavese, I trasporti e le comunicazioni, cit . 302 reva ad una propulsione mista per navigare in caso di guasto alle macchine. Fu attorno al 1860 che si verificarono progressi decisivi: il ferro e, dal 1879, l'acciaio sostituirono il legno nella costruzione degli scafi, diminuendo le spese di manutenzione e l'usura; l'elica elimin definitivamente la ruota a pale; le macchine compound a duplice e poi a triplice espansione (rispettivamente 1869 e 1874) abbassarono drasticamente i costi di funzionamento e le quantit di carbone da ammassare nelle stive mentre aument lo spazio riservato ai viaggiatori e alle merci. Verso il 1880 spar la velatura ausiliaria. Le caldaie a triplice e poi a quadruplice espansione assicurarono una convenienza sempre maggiore e consentirono di aumentare il tonnellaggio delle navi in ferro e la loro velocit media. Il vapore, inoltre, era un'innovazione labour saving, poich consentiva di ridurre gli equipaggi .

Il tonnellaggio dei piroscafi arriv a superare quello dei velieri negli anni Novanta, ma dal 1860-65 i piroscafi ebbero il monopolio del traffico dei passeggeri e degli emigranti verso gli Stati Uniti e anche quello del trasporto delle merci pregiate. All'inizio del XX secolo acquisirono una definitiva supremazia. I primi piroscafi erano costruiti per il trasporto promiscuo di merci e passeggeri, successivamente il naviglio si specializz. Tra i mercantili cominciarono poi a delinearsi ulteriori specializzazioni con navi dedicate a trasporti particolari come petrolio o carne congelata. Le prime petroliere collegarono Stati Uniti ed Europa nel 1870, assumendo in seguito un ruolo sempre pi importante nei traffici internazionali . In parallelo a tutte queste trasformazioni l'industria navale ebbe inaspettati ritmi di crescita nel corso dell'Ottocento. Dapprima con la costruzione dei clippers, quindi con i piroscafi. La predominanza inglese in materia di costruzione navale e potenza sui mari rimase un elemento chiave della supremazia economica britannica almeno fino alla prima guerra mondiale. Nel 1914, nonostante la concorrenza tedesca e francese, la flotta commerciale inglese restava una delle principali fonti di entrata del Regno Unito. Se alla fine del Settecento la Gran Bretagna possedeva un quarto del patrimonio navale europeo, un secolo dopo costruiva pi di met delle navi europee. Nel 1875 gli inglesi disponevano di 1,9 milioni di tonnellate di vapori contro 4,2 Mt di velieri. Nel 1885, quando un solo piroscafo svolgeva la funzione di sei velieri, 4 Mt di vapori si contrapponevano a 3,4 Mt di navi a vela. Nel 1890 gliinglesi possedevano 5 Mt di vapori (il 73% del tonnellaggio mondiale di piroscafi); in Germania 1,3 Mt di navi su 1,9 Mt erano in acciaio. La Norvegia, per contro, che con il Canada e l'Italia conservava una consistente flotta in legno, aveva ancora 1 Mt di velieri su 1,5 Mt . Le nuove imprese, fondate sull'esercizio di linee con navi a vapore, si specializzarono nella sola funzione di trasporto. Prima del XIX secolo non esiste Ibidem, p. 326 . 303 va un servizio regolare di navigazione oceanica. Nel 1818 per la prima volta armatori americani istituirono una linea i cui velieri partivano da New York e da Liverpool a giorni fissi introducendo un servizio regolare e puntuale che riduceva l'incertezza negli affari. Il sistema venne imitato dalle compagnie delle navi a vapore. Sovvenzionate dal governo per il servizio postale si assicurarono il traffico pi redditizio . La navigazione marittima immobilizz meno capitali delle ferrovie, ma fu all'origine di importanti investimenti nella sistemazione dei porti e nell'apertura di canali infraocanici. Una delle opere fondamentali del XIX secolo fu l'apertura dell'istmo di Suez che, con i 162 km del canale progettato da Ferdinand de Lesseps e realizzato tra il 1859 e il 1869 superando un'infinit di problemi tecnici, finanziari e diplomatici, mise in comunicazione il Mediterraneo e il Mar Rosso. Si ridusse cos notevolmente la durata del viaggio tra i paesi del NordAtlantico, l'Asia sud-orientale e l'Estremo Oriente. Lesseps progett anche l'istmo di Panama, ma l'impresa (1881-1889) si interruppe per un complesso di fattori negativi. Venne ripresa dagli Stati Uniti con finanziamenti governativi e portata a termine nel 1914 . 4.4. Le conseguenze economiche . I mezzi di trasporto possono svolgere una funzione "passiva" (trasferimento spaziale di beni e persone) ed una "attiva" (promotori e moltiplicatori dello sviluppo) Riducendo i costi, liberano risorse che possono essere destinate ad altri consumi a sostegno della crescita economica . Il costo del trasporto costituisce un fondamentale elemento ostativo o sllecitativo nella circolazione dei beni. Tra le maggiori conseguenze economiche della rivoluzione dei trasporti vi furono i ribassi dei prezzi dei noli marittimi e la discesa costante delle tariffe ferroviarie. I primi, prodotti dall'intensificarsi della concorrenza, pare siano stati maggiori nella prima met del secolo rispetto al periodo successivo, dunque dovuti pi alle navi a vela che a quelle a vapore. Nel 1910 le tariffe dei noli erano in media otto volte pi basse rispetto al 1820. Anche le tariffe ferroviarie diminuirono nel corso del secolo. Il ribasso dei prezzi di trasporto aument la possibilit di movimento delle persone agevolando enormemente la moltiplicazione dei contatti, degli scambi e delle interdipendenze economi F.O. VOIGHT, I compiti della moderna scienza dei trasporti, in Rivista internazionale di economia dei trasporti, 1,1974, p. 263 ss .

4 P.L. SPAGGIARI, Trasporti, mobilit e sviluppo, Parma, 1985; C. PAVESE, 1 trasporti e le comunicazioni, eit.,p. 302 . 304 che e sociali. L'agricoltura pot rivolgersi sempre pi al mercato e specializzarsi. La manifattura ebbe approvvigionamenti pi regolari e meno costosi delle materie prime e dei beni intermedi necessari e fece giungere i suoi prodotti ovunque. Le citt poterono rifornirsi pi facilmente di derrate alimentari, energia e beni di consumo . La geografia economica ne venne trasformata. Negli ultimi 25 anni dell'Ottocento l'afflusso di grano americano in Europa, grazie ai trasporti marittimi regolari e a basso costo, sconvolse l'economia cerealicola europea. Le unit marginali di produzione, un tempo protette dalla distanza e dalle condizioni geo-morfologiche dei terreni, vennero messe in crisi. Sparirono sempre pi le rendite di posizione determinate dalla divisione in comparti non comunicanti delle economie. I moderni mezzi di trasporto, inoltre, furono uno strumento essenziale non solo per la rapida colonizzazione del West americano e della pampa argentina, ma anche per la penetrazione nella Siberia euroasiatica . In generale, le ferrovie facilitarono l'integrazione dei mercati nazionali ed internazionali e una pi razionale allocazione di risorse economiche. La costruzione delle reti ferroviarie nazionali innesc una catena di trasformazioni grazie alle connessioni a monte e a valle con altri settori del sistema economico (backward e forwardlinkages). Tra le prime, la mobilitazione del credito per finanziare gli investimenti. Essendo un settore ad alta intensit di capitale, le ferrovie stimolarono forme di cooperazione internazionale fra banchieri e finanzieri. Si pensi ad esempio come capitali e tecnologia nella costruzione dello scheletro del sistema ferroviario italiano fra il 1860 ed il 1870 fossero prevalentemente inglesi e francesi. Quelli delle ferrovie furono i principali titoli speculativi e animarono i mercati borsistici dove si negoziavano le loro obbligazioni e le loro azioni. All'epoca del Secondo Impero il mercato parigino, animato dalla rivalit fra i Pereire e i Rothshild, che si contendevano le costruzioni nei Paesi mediterranei e danubiano-balcanici, divenne il maggior centro per gli investimenti ferroviari. Di fronte alla concorrenza dei finanzieri di Parigi, Bruxelles e Vienna, gli appaltatori londinesi si spostarono verso Paesi di frontiera, in cui erano sensibili gli interessi dell'impero britannico (Australia, Sudafrica, India, Egitto) . Dovendo ricorrere a tutta una serie di industrie collocate a monte nel ciclo di produzione, la ferrovia gioc - seppure in misura e tempi variabili - il ruolo di motore dello sviluppo economico, dando stimolo in particolare all'industria delle costruzioni (per la creazione del sistema infrastrutturale), alla siderurgia, alla meccanica e al settore dei servizi (per la gestione), grazie all'effetto moltiplicatore degli investimenti. Tra i forward linkages vanno ricordati l'estensione dei mercati, la crescita del settore agroalimentare e la maggiore mobilit delle materie prime. Ma anche mercato del lavoro, organizzazione aziendale e meccanizzazione del lavoro d'ufficio conobbero profonde in