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Giampaolo Pansa.

L'anno dei barbari...

ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a correre sul foglio come da sola, e
io a correrle dietro.
E verso la verit che corriamo, la penna e io, la verit che aspetto sempre che
mi venga incontro, dal fondo d'una pagina bianca [...] ITALO CALVINO, Il
cavaliere inesistente.
Giampaolo Pansa nato a Casale Monferrato nel 1935. il condirettore
dell'Espresso.
Tra i suoi ultimi libri: Lo sfascio, Il malloppo, L'intrigo, Il regime, Il
gladio e l'alloro e I bugiardi.
Risvolto di copertina.
Questa volta Giampaolo Pansa ha scritto un diario di viaggio.
Proprio settembre 1992 e l'estate 1993, alla scoperta dei misteri di un anno che
ci ha preso alla gola e ha cambiato la nostra vita.
Un anno di rivoluzione e di libert.
Ma anche un anno sconvolgente, carico di morti e, soprattutto, segnato dal
conflitto tra vecchi e nuovi barbari.
I vecchi barbari sono i big della partitocrazia e dell'impresa denudati dal
ciclone di Mani Pulite.
I nuovi barbari sono gli emergenti della politica con tutti i loro enigmi.
A cominciare dall'enigma della Lega il partito antipartito che si propone di
diventare il padrone d'Italia.
Nel suo percorso, Pansa ha incontrato gli uni e gli altri.
Ha visitato i ruderi del partitismo moribondo.
Ha frugato tra i segreti di questa agonia.
Ha descritto il lavoro dei magistrati che hanno messo alle corde un regime
corrotto, gonfio di amici dei mafiosi e di vampiri pronti a succhiar denaro
persino dai malati.
Poi passato a esplorare i quartieri di chi si appresta a conquistare il potere
politico: Bossi, Miglio, Formentini, le loro truppe, i loro propagandisti, i
possibili alleati e la corte dei tifosi eccellenti, esemplari di un tipo d
italiano sempre pronto ad accorrere in aiuto del vincitore.
Pansa, lo sappiamo, non un viaggiatore impassibile.
E un cronista che si emoziona, che combatte, che talvolta assale.
Nella sua traversata si lasciato guidare da un'intuizione semplice e chiara:
gli orrori del vecchio regime, e la voglia sacrosanta di liberarsene, possno
farci accettare a occhi troppo chiusi l'incognita del nuovo e tutti i rischi che
compor

ta.
qui che Pansa conferma una dote gi emersa in altri suoi libri: il saper fiutare
in anticipo quale minestra si stia preparando nelle cucine della politica
italiana.
Cos, il suo diario cattivo , nel senso di schietto, polemico, fuori dai denti,
persino candido) aiuter il lettore a non farsi sorprendere dal conflitto che
vivremo in un futuro gi cominciato.
Ma L'anno dei barbari un libro speciale anche perch si presenta quasi come un
romanzo.
Con tutti gli ingredienti giusti: una trama principale, tante storie laterali,
protagonisti, comparse, colpi di scena.
E anche fatti inediti, faccende personali e umori prima non detti, proprio da
diario.
Mentre la narrativa accusata di tenersi alla larga dalle asprezze della
rivoluzione italiana, ecco un giornalista che si avvicina al grande racconto di
un anno che non dimenticheremo pi.

Avvertenza.
LA mattina del 23 febbraio 1993, Arnaldo Forlani aveva i nervi a fior di pelle.
Si sentiva il mondo contro. l'ex segretario della Dc.
Dopo aver messo al tappeto Bettino Craxi, il ciclone di Mani Pulite sembrava
addensarsi su di lui.
Un inquisito lo aveva tirato in ballo.
E il suo addetto stampa, Enzo Carra, era stato arrestato per falsa
testimonianza.
Adesso, il povero Enzo stava rinchiuso a San Vittore in attesa del processo.
Come poteva non alzarsi dal letto nervoso il pur compassato Coniglio Mannaro?
Cos, quando a Montecitorio s'imbatt in Augusto Minzolini, valente cronista
parlamentare in forza alla Stampa diretta da Ezio Mauro, Forlani non ci pens
due volte a sfogarsi con lui.
E, tra le tante cose, gli disse: Si creata un'atmosfera irrespirabile in cui
la giustizia non c'entra per niente.
E come la calata dei barbari che non risparmia nessuno .
Il 24 febbraio La Stampa present l'intervista di Forlani con il titolo: S,
arrivano i barbari .
L'occhiello spiegava di quali barbari si trattasse: Dopo l'arresto di Carra,
l'ex segretario attacca i giudici .
Lo stesso giorno, per, Forlani ripudi le parole offerte a Minzolini negli
ambulacri della Camera.
L'annuncio del ripudio comparve sul quotidiano della Dc, Il Popolo, la mattina
del 25 febbraio.
Il titolo strillava: Tangentopoli barbara? Forlani smentisce l'intervista sulla
Stampa .
Ma quell'immagine forlaniana ( i barbari ) era troppo nuova e troppo forte per
essere seppellita nella fossa comune del non detto.
E anche per essere destinata a un utilizzo un po' misero, anzi, un po'
miserando: quello di dipingere soltanto l'incalzare inquisitorio del dottor
Antonio Di Pietro e degli altri magistrati della procura della repubblica di
Milano.
E difatti la sorte, nelle vesti di un giornalista intelligente, s'incaric di
salvarla.
Accadde due giorni dopo, il 27 febbraio, quando, sempre sulla Stampa, comparve
un bell'articolo di Pierluigi Battista, intitolato: Nuovi barbari, aiutateci voi
.
Qui entrava in scena un personaggio terribilmente diverso da Forlani e che aveva
gi fatto parlare di s: il professor Gianfranco Miglio, senatore della Lega
Nord, di solito definito da noi cronisti sbrigativi l'ideologo di Bossi .
Colto e astuto, Miglio s'impossess alla brava di quel barbari che Forlani aveva
coniato per i magistrati di Mani Pulite.
E ne rovesci il senso e il segno: da immagine negativa, accusatoria, in
immagine positiva, di vittoria.
Miglio proclam: i veri barbari siamo noi della Lega.

Poi tracci due arditi paralleli storici.


La fine del regime tra le rovine di Tangentopoli venne paragonata al tramonto
del mondo classico.
E il ceto politico della Prima Repubblica a quell'immenso strato di parassiti
che avevano tentato d'abbarbicarsi ai resti dell'impero romano, mentre i barbari
civilizzatori si preparavano a spazzare via tutto senza piet.
Spieg Miglio: Solo grazie ai barbari abbiamo conosciuto la civilt industriale
moderna.
Fosse stato per i difensori della classicit, l'Europa non avrebbe saputo
riprendersi da un declino inesorabile e devastante , infine, con un'acrobatica
virata sull'Italia di oggi e sulla Lega, il senatore concluse: Prima l'Impero
Romano.
Poi il mondo comunista.
Adesso il nostro turno: non resta che sperare nei barbari! Insomma, viva i
barbari della Lega! Fu questo che ci invit a gridare Miglio, nel febbraio 1993.
Da allora, molti italiani hanno accolto il suo invito.
Tanti lo hanno fatto votando leghista.
Tanti altri dicendo e scrivendo: viva i barbari di Bossi! E anche: grazie,
barbari! Lo stesso Umberto Bossi si invaghito di quest'immagine.
E nel luglio 1993 ha detto a Roberto Di Caro, dell'Espresso: Io vengo dalla
gavetta.
Io sono un uomo della strada.
Io viaggio a cavallo come i miei avi, con la carne cruda tra il sedere e il
cavallo.
Certo, mi sento un barbaro.
Ma non ho nessuna intenzione di fare la fine di Paolo Diacono che cantava le
gesta dei suoi avi longobardi per tacere della sconfitta subita da parte dei
bizantini.
Noi siamo barbari che devono diventare generali dell'esercito bizantino.
Traduco cos: siamo barbari che debbono vincere e conquistare Roma.
Ma esistono anche molti italiani che non amano i barbari, n quelli vecchi n
quelli nuovi.
E che non hanno nessuna intenzione di gridare evviva o di dire grazie.
Tra questi italiani ci sono anch'io.
Penso che l'orrore per i vecchi barbari (ossia le mummie del partitismo morente,
mummie che ancora ingombrano il campo e ne stanno facendo di ogni colore pur di
conservare un po' di potere) non debba farci accettare alla cieca quello che ci
propongono i nuovi barbari della Lega.
Penso che la voglia sacrosanta di liberarci delle mummie partitiche non ci
obblighi a buttarci nelle braccia di Bossi.
Penso, infine, che quanto accaduto in questo anno dei barbari debba
consigliare una via d'uscita diversa per la crisi italiana: rifiutare il vecchio
che ancora ci opprime senza arrendersi al nuovo Alberto da Giusano che si
staglia sull'orizzonte E un Frankenstein moderno, questo fantasma ripescato
dalla storia e riciclato nella parte ambigua e allarmante di Salvatore della
Patria.
Un guerriero che, chiss perch, mi ricorda troppo un altro combattente in
corazza e spadone: il Ghino di Tacco che ci aveva ossessionato negli ultimi anni
dell'impero craxiano.
E chiaro, a questo punto, come la penso? Proprio cos: non voglio cascare dalla
padella nella brace.
E soprattutto non voglio che la repulsione per la padella del partitismo, e la
rabbia e lo schifo per quanto si va scoprendo raschiandone il fondo, faccia
sembrare accettabile a troppi di noi la brace leghista.
E un rischio grave.
Si sta male sulla brace.
La brace la madre del fuoco.
E i fuochi non mi piacciono.
Specialmente quando ci vengono proposti come l'unico mezzo per far piazza pulita
di qualcuno o di qualcosa.
E poi i fuochi, spesso, sono difficili da controllare.
Possono nascerne roghi che distruggono tutto.
Per lasciare intatto, soltanto, il nuovo dominio dei nuovi barbari.

Al fine di rendere esplicito questo rischio, ho provato a raccontare come vecchi


e nuovi barbari si siano presentati sulla scena in quest'anno cruciale per
l'Italia.
Spesso intrecciandosi e con somiglianze inquietanti.
Nel senso che qualcosa delle vecchie mummie sembra essersi trasferito nel
barbarismo leghista.
Mi sembra di intuirlo da certe arroganze senza motivo che gonfiano i muscoli
della Lega.
Dalla voglia dichiarata di prendersi tutto il potere politico.
Da un'aggressivit verbale che non conosce limiti n di circostanze n di
luoghi.
Da una sprezzante pulsione punitiva nei confronti degli avversari sconfitti E,
soprattutto, dall'intenzione che pi mi fa rabbrividire: quella di restare da
soli sulla piazza politica.
Ha detto, nel luglio 1993, Roberto Maroni, deputato di Varese e capo del gruppo
leghista alla Camera: La Lega sar un partito che sostituir, via via, centro,
destra e sinistra .
Quando e dove l'abbiamo gi sentito un programmino cos totalitario, persino
grottesco nella sua sfrontatezza? Io lo so.
Ma lo sapete di certo anche voi.
Questo racconto del barbarismo vecchio e nuovo ho voluto scriverlo seguendo la
pista di un mio diario.
L'ho definito un diario cattivo nel senso di schietto, candido, fuori dai denti.
Devo aggiungere che anche un diario allarmato, per non privo di speranza.
Del resto, in questi tempi da bruciastomaco, zeppi di rospi difficili da
ingoiare, scrivere un racconto politico dove i rospi, perlomeno, vengono
indicati per nome e cognome e messi alla berlina, gi di per s un gesto di
grande, forte, allegra speranza.

PARTE PRIMA.

Un colpo di carabina.
2 settembre 1992.
SI spar con una carabina calibro 12.
Si spar alla gola, scrisse qualche cronista.
No, si spar in bocca, dissero altri giornali.
Sembra certo, invece, che per uccidersi scese nella cantina di casa.
Dovevano essere le sette di sera, forse le sette e mezzo.
Immagino che la cantina fosse buia o quasi buia.
Il buio aiuta chi teme d'incontrare la morte.
E di vederla.
E di non riuscire a correrle incontro.
Ma lui non aveva pi paura di nulla.
Cos mor Sergio Moroni, 45 anni, deputato socialista di Brescia.
E morto Moroni.
Si sparato , mi telefon un collega di Repubblica la sera di quel mercoled.
Lo conoscevi? .
Penso di no , risposi.
Rovistavo nella memoria, ma non ne veniva nessun ricordo.
A parte il profilo di un uomo medio, smilzo, taciturno, gentile, che avevo
intravisto a qualche congresso del Psi, mentre la voce di chissach mi diceva:
Quello il Moroni, l'uomo che Craxi ha fatto segretario lombardo del Psi .
Tutto qui.
Poi pi niente, se non giudizi vaghi, cresciuti sulla lettura delle cronache
partitiche del tempo.
Un craxiano senza particolari faziosit.
Un politico professionale di stoffa dura, al di l dell'aspetto mite.
Un uomo inchiodato, forse suo malgrado, alla carriera parlamentare: una giostra
dal ritmo cos infernale che, quando ci sei salito, non riesci a scenderne pi.
La giostra, un giorno, lo aveva scaraventato dentro l'inchiesta su Tangentopoli.

E Moroni s'era deciso a regolare i conti con la giostra e con se stesso in quel
modo: un colpo di carabina nel buio.
Ma prima di andarsene, il Moroni volle scrivere una lettera.
E la indirizz al presidente della Camera, Giorgio Napolitano, affinch tutti la
leggessimo.
Ti gelavano il sangue, quelle pagine di Moroni.
Era come sentire una voce che giungeva da un mondo sideralmente lontano, eppure
vicinissimo a noi.
Da uno dei gironi del tangentismo.
Dal girone di chi si sentiva dannato per aver condiviso un modo di far politica
che, invece, avrebbe dovuto rifiutare.
Un passo di quella lettera mi arriv diritto al cuore.
Era la chiave che ci apriva la porta di tanti drammi, non tutti conclusi con un
colpo di fucile, ma ugualmente intensi e feroci.
Parlo dei drammi di quei politici perbene che s'erano incamminati sulla strada
della politica pulita.
E che su questa strada avrebbero voluto continuare.
E che, poi, per debolezza morale, per eccesso di realismo, per obbligo di
piegarsi ai ritmi infernali della giostra, s'erano visti costretti a deviare sul
sentiero della politica sporca.
Un sentiero infestato da troppi serpenti: affari, mazzette, voglia sfrenata di
malloppi comunque e dovunque arraffati.
Scriveva Moroni: Io ho iniziato giovanissimo, a soli diciassette anni, la mia
militanza politica nel Psi.
Ricordo ancora con passione tante battaglie politiche e ideali, ma ho commesso
un errore accettando il 'sistema', ritenendo che ricevere contributi e sostegni
per il Partito si giustificasse in un contesto dove questo era prassi comune,
contributi che n mi mai accaduto di chiedere e tanto meno pretendere.
Mai e poi mai ho pattuito tangenti, n ho operato direttamente o indirettamente
perch procedure amministrative seguissero percorsi impropri e scorretti, che
risultassero in contraddizione con l'interesse collettivo...
Cos Moroni parl a noi.
Ma cos non parlarono molti compagni di Moroni.
Anzi, molti capi di Moroni.
Per costoro, a ucciderlo non era stata la giostra che loro avevano costruito e
fatto girare a un ritmo sempre pi infernale.
No, Moroni l'avevamo ucciso noi che quella g105tra C1 eravamo limitati a
descriverla.
Parlo di noi giornalisti carogne.
Noi squadristi della carta stampata.
Noi forcaioli del Partito di Mani Pulite.
S, avevamo sparato noi a Moroni.
Quella carabina era stata armata da noi.
Su quel fucile c'erano le impronte nostre.
La tragedia si tramut in un carnevale grottesco.
Facevano ribrezzo, certe mummie del Psi che si trascinarono a Brescia.
Sfilavano davanti al feretro gracchiando un po' di slogan ed era come sentir
parlare dei morti.
Altre mummie, rimaste a Roma, provvidero a diffondere parole che puzzavano
anch'esse di politica ormai putrida, buona soltanto da buttare.
S, un partito, un ceto politico, poteva finire in questo squallore: dicendo
barbare oscenit davanti a un suicida che meritava rispetto.
Hanno creato un clima infame , scand Craxi per tre volte.
Meno laconico fu Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi.
Era il cassiere anche dei soldi raccolti da Moroni e, dunque, si sent in
obbligo di spiegare quale fosse il clima infame evocato da Craxi: E un clima di
linciaggio nei confronti dei politici.
Un clima che ricorda il Texas di fine secolo, quando la gente veniva impiccata
prima ancora d'essere giudicata .
Parl poi Giulio Di Donato, a quel tempo vicesegretario del Psi: Noti criminali
e capi mafia agiscono e si muovono indisturbati, mentre un parlamentare si spara
un colpo di fucile per essere sospettato di un reato quale la violazione delle
leggi sul finanziamento pubblico dei partiti .

Gracchi quindi Giusy La Ganga, all'epoca capo dei deputati socialisti: C' un
clima di criminalizzazione diffusa .
Pi aspro fu Gennaro Acquaviva, capo dei senatori socialisti: Moroni stato
vittima di un nuovo terrorismo del disonore, sparso ormai a piene mani contro
tutto il sistema politico .
Per ultima parl la giovane mummia Claudio Martelli, ancora ben salda sullo
scranno di ministro della Giustizia.
Alla truppa informativa raccolta dinanzi alla camera ardente di Moroni, gett in
pasto un suo ipocrita proclama: E da tempo che vedo il pericolo di costruire dei
mostri, di fabbricare gogne politiche.
Certo, si deve perseguire la giustizia, ma senza concedere nulla alla
spettacolarizzazione della giustizia.
Gli chiesero: Signor ministro, il suo un attacco ai giudici? E la giovane
mummia, con un sorriso acido: No, ai giornali .
Ma poi aggiunse: Soprattutto ai giornali .
Fu cos che il segretario del Psi e una parte del vertice socialista tentarono
di spiegare il suicidio del deputato Sergio Moroni.
In quell'inizio di settembre, di fronte alle mummie esternanti, mi sentivo
tentato di rispondere: parole, parole...
S, parole vecchie, stantie, fradice.
Parole gi sentite dieci, cento, mille volte.
Parole che non meritavano pi d'essere confutate se non ci fosse stata di mezzo
l'ombra di un uomo straziato.
E la lettera scritta da quell'uomo prima di uccidersi.
Dissi a me stesso: ogni essere umano che si toglie la vita obbliga chi resta ad
accollarsi pi di un debito.
A me sembr, in quei giorni, che prevalesse su tutti il debito della chiarezza.
Moroni era stato chiaro, nella sua ultima lettera.
Dovevo provare a esserlo anch'io.
La prima opinione da affermare era che gli slogan gracchiati dalle mummie erano
penosi, davvero il ringhio del moribondo.
Certo, non tutti ringhiosi-mortuari allo stesso modo, ma tutti ringhiosimortuari s.
Erano gli slogan di chi conosceva la verit, ma rifiutava di ammetterla.
Questa verit era semplice: il clima infa . me che aveva distrutto Moroni
l'avevano creato i partiti.
Degradando se stessi a clan affaristici, avevano obbligato anche i loro
galantuomini a fare politica in un sistema sporco.
Era lo stesso Moroni a dirlo, ricordate? Ho commesso un errore accettando il
'sistema...
Ma questo sistema, adesso, stava crollando.
E nel crollo lo trascinava anche i galantuomini che l'avevano subito.
Anzi, soprattutto loro.
I cinici, i profittatori di regime, i malloppisti incalliti, i capicosca
partitici, loro se ne fottevano del crollo.
Loro si sarebbero defilati in tempo.
E non avrebbero mai impugnato una carabina per spararsi in faccia.
C'era, poi, un'affermazione da rifiutare: quella che i giudici e i giornalisti
avessero creato il clima infame che costruiva mostri e annientava persone .
Anche queste erano accuse vecchie, gi confutate mille volte.
Erano bugie che potevano spacciare solo i propagandisti del partitismo morente.
Erano titoli di giornale buoni soltanto per i bollettini della nomenklatura come
l'Avanti! Esisteva, tuttavia, un rischio: che nello sbandamento terribile che si
accompagna a ogni fine di regime, certe bugie facessero breccia anche l dove
non avrebbero dovuto attecchire mai.
Rimasi di sasso nel vedere che, sull' Unit, anche Andrea Barbato se la prendeva
contro le copertine, gli scoop, la pubblicazione dei verbali, persino i convegni
sulla giustizia che affrontava Tangentopoli.
E perch mai, caro Andrea, il forza, Di Pietro! doveva essere soltanto pensato e
non gridato? E come si poteva rimproverare, a chi lo gridava, di essere uno che
sbraitava e che rendeva un pessimo servizio alla verit ?

Il pericolo non stava nei giudici e nei giornalisti che facevano il loro
mestiere.
Il pericolo vero, grave, stava altrove.
In quei giorni di settembre, cercai di spiegarlo partendo da un viso colto alla
tiv: il viso di Craxi mentre sillabava Hanno creato un clima infame! Faceva
paura, quel volto mummioso.
Il segretario del Psi era disfatto da un dolore autentico, brutale.
Piangeva lacrime vere, disperate.
E pronunciava un'accusa nella quale credeva con angoscia sincera.
Penso che fosse l'unico a crederci davvero, in tutto l'alto comando del
Garofano.
Ma era proprio questo il problema e il rischio: l'assoluta convinzione dei
capipartito come Craxi di essere vittime di un complotto infame.
Un complotto capace non solo di distruggere l'esistenza di un loro deputato, ma
anche le loro persone, il loro partito, il loro sistema di partiti e la
democrazia che (Craxi ne era convintissimo) poteva reggersi soltanto su quei
loro partiti.
La storia, invece, era molto diversa.
In Italia, lo si vedeva gi in quel settembre 1992, era in atto una rivoluzione.
Stava crollando un mondo partitico.
E non soltanto quello, come vedremo.
I valori sui quali si reggeva il mondo di quei partiti non avevano pi mercato,
perch erano stati distrutti dagli stessi politici che avrebbero dovuto
preservarli.
Onorevole significava sempre di pi disonorevole.
Il merito, ossia l'aver procurato denaro alla propria azienda-partito, era
diventato una colpa nel giudizio degli italiani taglieggiati dai tangentocrati,
prima ancora che nel giudizio dei magistrati.
La gente, bisognava dirlo, era felice quando vedeva un politico finire in
carcere.
E i Sergio Moroni, stritolati da questa rivolta che annunciava l'arrivo dei
barbari, decidevano (uso le parole della sua lettera) di compiere l'atto
conclusivo di porre fine alla loro vita .
Eppure, certi capipartito non capivano.
Attenzione: non che fingessero di non capire.
Alcuni proprio non capivano.
Si credevano vittime.
Volevano resistere.
In nome della democrazia da salvare.
E immaginando sempre nuove strategie difensive.
Come quella escogitata, proprio nei giorni del suicidio di Moroni, dal
socialista Martelli: esemplare perfetto di giovane mummia partitica pronta a
tutto pur di restare in sella.
Tradimento del Delfino.
5 settembre 1992.
NEI giorni del carnevale mummioso sulla bara del Moroni, uno degli azionisti
dell'Espresso and a trovare il Topo, ossia Giuliano Amato, ovvero il presidente
del Consiglio.
Il Topo sembrava di umore grigio tendente al nero.
E tra le cause di questi suoi pensieri agri c'eravamo noi, teppisti di via Po, e
il giornalaccio che ogni settimana sparavamo nelle edicole.
L'azionista si disse meravigliato: Ma come fa, presidente, ad avercela con
l'Espresso? Parla quasi sempre bene di lei...
Il Topo lo squadr al di sopra degli occhialini a mezz'asta sul naso, poi
sospir: In parte questo vero.
Per quelli attaccano sempre Craxi.
Avr visto la loro ultima copertina, no?
La copertina del numero 36, datata 6 settembre 1992, offriva al pubblico una
cornice di bigliettoni da centomila con al centro il faccione ingrugnato di
Bettino.
Sul faccione premeva un grande pollice, un pollicione teso a schiacciare
qualcosa che infastidiva e che andava fatto sparire.

Il titolo in giallo strillava: Craxeide .


E le scritte di accompagnamento spiegavano: Tangenti.
Storia segreta del tramonto di un leader.
Esclusivo: i giudici di Milano raccontano tutto .
Amato disse all'azionista: Vede? Questa copertina davvero ripugnante.
E mi ferisce.
Mi ferisce perch attaccare Craxi come attaccare me.
L'azionista tent di ribattere: Ma cosa dice, presidente! Non possibile.
Lei non Craxi.
Come pu sostenere che un attacco a Craxi sia un attacco anche a lei? Amato
ribad: E invece esattamente la stessa cosa.
Lo per una mia scelta di vita .
Anche Martelli sembrava aver fatto la stessa scelta di vita.
Lui non era soltanto l'uomo di Craxi, e neppure soltanto il suo delfino, bens
una parte di lui, un pezzo del corpo e dell'anima del capo.
Nemmeno il maremoto di Mani Pulite aveva annullato il patto esistenziale che
legava Claudio a Bettino.
Me lo ricordo quello strano, stranissimo ministro della Giustizia che, dopo
l'arresto del compagno Mario Chiesa, si era scagliato, al solito, contro i
giornali carogna e i giornalisti super-carogne.
Alla tiv di Gianfranco Funari aveva osato strillare: La vicenda Chiesa, che
rubava alle vecchiette, il che in effetti non una bella cosa, stata
strumentalizzata per questioni di voto! E sempre davanti alla telecamera del
Funari, in una comparsata elettorale per il 5 aprile, il Signor Ministro si era
reclamizzato all'Italia cos: Io sono il pi fedele compagno di lotta politica
di Craxi!
Che proclami senza vergogna, quelli di Martelli.
Recitati, per di pi, con una faccia che non aveva eguali nel museo delle facce
partitocratiche nazionali.
Una faccia che, pur restando in apparenza uguale nel passare degli anni,
sembrava certificare, per segni quasi impercettibili, l'inesorabile degrado del
Garofano verso la terribile condizione di malato partitico terminale.
Scrutarlo alla tiv, questo Martelli, era un esercizio di analisi politologica.
Ecco una faccia da bel seduttore precocemente invecchiato non dagli stravizi,
bens da un assommarsi di terrori politici.
Con la pelle avvizzita che si aggrumava tra gli occhi e gli zigomi, in
rigonfiamenti strani, in rughe insolite per il loro gonfiore molliccio.
Con l'abbronzatura perenne che, via via, trascolorava in un grigiastro terreo.
Col bel noto sorriso sfrontato che, anno dopo anno, si era spento quasi del
tutto, cedendo il campo a una smorfia di concentrazione inquieta.
Che stesse pensando all'arrivo dei barbari? E avesse paura di non essere tanto
barbaro da respingerli?
Ma s, Martelli stava diventando brutto.
Lo diventava dopo aver resistito per anni in virt di un qualche sortilegio che
mi ricordava il pi famoso romanzo di Oscar Wilde.
Proprio cos: il delfino di Craxi era il Dorian Gray della politica italiana.
Il suo ritratto, celato in qualche cantina di via del Corso, invecchiava
laidamente, mentre lui si presentava ai congressi, alle tribune politiche o alle
feste dell'Avanti! con un faccino strabiliante, da nipotino di un Rino Formica o
da chierichetto di un cardinal Acquaviva.
Dunque, c'erano dei misteri dietro quella faccia.
E ogni volta che la scrutavo, mi dicevo: chiss che cosa nasconde, quanti
segreti protegge, a quali bugie deve fare da schermo.
Con questa faccia, mentre Moroni si sparava, Martelli offr a Panorama
l'intervista che intimava a Craxi di ritirarsi dalla battaglia politica per
lasciare a lui, il delfino ribelle, lo spazio e il potere indispensabili per
ridare ai socialisti l'onore perduto nella voragine di Tangentopoli.
Era un bluff, ossia un espediente per restare in sella, un trucco per puntellare
il regime delle mummie abbattendo la mummia pi ingombrante? Avevamo di fronte
l'esploratore coraggioso di una nuova politica a sinistra oppure soltanto un
congiurato di palazzo che complottava per un craxismo senza Craxi?

Quando di l a poco cominciai a presentare il mio libro sui bugiardi della


politica italiana, furono queste le domande che ovunque presero a piovermi
addosso.
E a tutti replicavo con cautela, recitando un vecchio proverbio delle massaie
inglesi: la prova se il budino buono, la si fa quarantott'ore dopo averlo
mangiato...
In cuor mio speravo che il budino martellista buono lo fosse.
O perlomeno buonino, pi accettabile delle sbobbe partitiche cucinate da troppi
cuochi cialtroni e maldestri.
Come potevo non sperare? L'autunno alle porte si annunciava con grandi nuvole
nere.
Amato, alla tiv, ci offriva previsioni agre, da paese ormai alla frutta, forse
incapace di salvarsi anche con una politica di cinghia tiratissima, da lacrime e
sangue.
Si diffondevano previsioni terrorizzanti sulla sorte dei nostri risparmi.
Un politico perbene e competente, il socialista Giorgio Ruffolo, ci ammoniva
cos: Un ciclone di grande violenza sta per abbattersi sull'Italia.
Un ciclone alimentato dalla crisi finanziaria, dalla crisi criminale e dalla
crisi del sistema politico .
Ci sentivamo un po' tutti candidati al naufragio.
E Martelli aveva l'aria di chi una zattera poteva allestirla.
Volevo capire, volevamo sperare.
All'Espresso cominciammo a cercare Martelli per chiedergli di continuare con noi
il discorso sulla sinistra e sull'Italia cominciato nell'intervista a Panorama.
Ma il Signor Ministro della Giustizia si negava.
Non si faceva trovare.
Non rispondeva alle telefonate.
Che grand'uomo schizzinoso e arrogante era questo salvatore dell'onorabilit
socialista! Il suo portavoce, l'affannato Tonino Bettanini, si disperava alla
ricerca di giustificazioni non offensive.
Tu lo sai com' Claudio, no? mi diceva.
Si alza tardi, disordinato, ha mille impegni, il ministero l'assorbe molto.
Per si far vivo anche con voi.
Ti giuro che si far vivo!
Ascoltavo e sorridevo.
Me lo ricordavo bene il Martelli spregiatore di giornali scomodi.
Il Martelli che, un giorno, aveva condensato cos il proprio Vangelo in materia
di rapporti con i mass-media: Mi parlano sempre di opinione pubblica! Ma io
rifiuto l'identificazione dell'opinione pubblica con alcuni giornali e
giornalisti.
Io conosco un solo tipo di opinione pubblica: quella che si esprime attraverso
le consultazioni elettorali .
///
Un fesso.
S, l'avrei capito dopo che ero stato un fesso a credere nel budino di Martelli.
E in quel suo proclama bugiardo: restituir l'onore ai socialisti! Come
racconter pi avanti, si comprese presto che la Giovane Mummia non era in grado
di allestire nessuna zattera, neppure uno zatterino per se stesso.
Il vecchio ragazzo era furbo, ma per niente coraggioso.
Era un barbaro finto, di cartapesta.
Se avesse avuto un po' di fegato politico, dopo quell'intervista clamorosa
avrebbe dovuto fare tre scelte mica da poco: lasciare il ministero della
Giustizia, dimettersi dal Psi e tentare di offrire alla sinistra un progetto
davvero nuovo e non un bettinismo depurato dal faccione di Bettino.
Ma quel fegato lui non ce l'aveva.
E se mai si prov ad averlo, i messaggi che Craxi cominci subito a spedirgli lo
obbligarono a innestare la marcia pi bassa, a ridurre di colpo la velocit di
fuga, ad annebbiare il tono e i tempi della rivolta.
Dall'alto comando di via del Corso, qualcuno gli ricord persino la faccenda di
Malindi.

Quasi a dirgli: attento, non si va lontano con certi sospetti alle spalle.
Poi si scaten una tempesta di missili verbali che vide le Grandi Mummie
secernere dosi impensabili di rancore e disprezzo.
Come tutti i sovrani traditi, fu Craxi a rivelarsi il piu velenoso: Martelli
un cane che morde la mano che l'ha nutrito , Usa parole che rivelano slealt e
vilt , E uno psicolabile , Ha i nervi in disordine , E l'amico del giudice Di
Pietro , E uno invecchiato male .
Gianni De Michelis fu soltanto un pochino meno pesante: Martelli
disperatamente teso al nuovismo, terrorizzato che lo escludano , E un
gattopardo voltagabbana, un sedicente innovatore che scherza col fuoco , Non
deve barare nel tentativo di autoperpetuarsi , Come Occhetto, parla soltanto di
cose astratte e confuse.
Ugo Intini aggiunse, sarcastico: Martelli vuole aggregare un'Armata Brancaleone
.
E Acquaviva sentenzi: Non con la droga che potr fare molti proseliti .
Aveva ragione, il cardinale Acquaviva.
In un paio di mesi, Martelli si bruci.
Compresi che non si poteva pi sperare nella zattera di Claudio alla fine di
ottobre, quando andai a Mantova a presentare I bugiardi.
Mantova era il cuore del collegio elettorale della Giovane Mummia.
E a Mantova lui aveva degli amici fedeli, ma realisti.
Uno di loro, Sergio Genovesi, a quel tempo sindaco socialista della citt, mi
confess con amarezza ci che vedeva: Claudio gi finito.
Non ha avuto il coraggio di scelte radicali.
A ben guardare, il poco che ha fatto la deriva della sua intervista a
Panorama, la conseguenza obbligata di quelle dichiarazioni.
Insomma, stato trascinato dalla propria avventatezza.
La mia previsione? Martelli perder la sua battaglia nel Psi.
Lei dice che dovrebbe uscire dal partito e fare una cosa nuova? Gi , concluse
Genovesi, riflettendo, e se poi la nostra gente si sbanda?
Ma la gente del Psi era destinata a sbandarsi.
Il collasso del Garofano era gi tutto scritto: occorreva soltanto dar tempo al
tempo.
Eppure la Grande Mummia di via del Corso sembrava non rendersene conto.
Tutte le energie di Craxi erano tese a un solo risultato: difendere se stesso
dal complotto dei giudici e vendicarsi dei traditori, primo fra tutti Martelli.
C' un episodio che testimonia il rancore disperato di questo leader.
Il 9 novembre 1992, Craxi era all'Aja per un vertice tra i partiti socialisti
della Comunit Europea.
A quell'incontro il Pds aveva spedito Piero Fassino, il ministro degli Esteri
delle Botteghe Oscure.
Una sera Fassino e un paio di suoi compagni andarono a cena in un ristorante
famoso per il pesce.
S'erano appena seduti che videro entrare Craxi, seguito dal solito gruppone di
cronisti.
Pass qualche minuto e poi Fassino si vide di fronte Gigi Genise, l'addetto
stampa di Craxi: Bettino vuole parlarti.
Puoi venire un istante da lui?
Sospirando, il lungo Piero si alz e and a colloquio con la Grande Mummia.
La quale aveva da affidargli un messaggio per Occhetto: Devi dire ad Achille di
non parlare con Martelli.
Di non immaginare niente che lo riguardi.
Di non preparare piani con lui.
Perch io, di Martelli, far poltiglia.
Avete capito? Poi, per assicurarsi che Fassino avesse ben compreso, Craxi
sillab: Pol-ti-glia!
Occhetto, vattene!
8 settembre 1992.

MA Occhetto, in quell'autunno, aveva ben altri cavoli per la testa che immaginar
congiure con Martelli.
Per poco, i suoi compagni di Milano non avevano fatto poltiglia di lui, s, di
lui, il povero Achille! Quando? Ma come quando? Possibile che non vi torni alla
mente? Gi, sembrano storie di un secolo fa: quando il segretario del Pds si era
presentato a render conto, un conto politico s'intende, delle tangenti che
qualche dirigente della Quercia ambrosiana aveva prelevato dal pozzo nero di
Tangentopoli.
Era il 6 luglio 1992, un luned di pioggia, uno di quei giorni bastardi che, a
Milano, mescolano l'afa dell'estate con un'acqua nera di smog che ti ricorda
l'inverno.
Occhetto, finalmente!, s'era deciso a venirsene da Roma sin qua, dove la base
del Pds schiumava di rabbia dolorosa per quel mazzettume che aveva infangato
l'onesta bandiera di tanti militanti onesti.
Eccolo in via Volturno, sede storica del partito ambrosiano.
Lo aspettavano i compagni che tenevano in piedi la struttura pidiessina nelle
fabbriche e negli uffici.
Pi d'uno subito gli ringhi: Perch non sei venuto a Milano prima? Una riunione
cos dovevamo gi averla fatta da un pezzo.
Sei arrivato in ritardo, caro Occhetto!
Poi parl il compagno Saporito, sezione Italtel.
E fece la domanda che molti avevano sullo stomaco da tempo: Caro segretario, mi
riesce difficile credere che i dirigenti del partito, a Milano come a Roma, non
sapessero nulla di quello che stava accadendo qui! Occhetto sollev il baffo
dagli appunti che stava prendendo e, con sincerit sgomenta, rispose: Non lo
sapevamo.
Io non lo sapevo.
E non sono un ingenuo.
Anche se talvolta ho sentito puzza di bruciato .
Venne il 7 luglio, marted.
Occhetto si present di nuovo in via Volturno.
Questa volta si trov di fronte il comitato federale di Milano, molti segretari
di sezione e un bel po' di militanti autoconvocati e super-incavolati.
Uno di costoro, Nello Paolucci, gli parl con ira accorata: Oggi non possiamo
pi dire: siamo quelli dalle mani pulite.
Forse neppure prima potevamo dirlo, ma non eravamo mai stati presi con le dita
nella marmellata .
Poi tocc a Elio Veltri, un vulcanico medico calabro-pavese, gi sindaco
socialista di Pavia, collaudato combattente del fronte di Mani Pulite.
Disse al capo della Quercia: Un anno fa, caro Occhetto, ti ho mandato una copia
del libro che ho scritto con Gianni Barbacetto, Milano degli scandali: c'erano i
nomi spuntati fuori adesso nelle indagini della procura milanese.
Tocc a Ibio Paolucci, giornalista dell'Unit, un vecchio drago della cronaca
giudiziaria, segretario della sezione del quotidiano: Il compagno Occhetto dice
che non sapeva nulla di quello che stava accadendo a Milano.
Non verosimile.
Ma se lo dice, io gli debbo credere.
Possibile che non si sapesse niente? domand anche Walter Molinaro, un tecnico
dell'Alfa Romeo, diventato da pochissimo consigliere comunale.
A tutti Occhetto rispose come aveva risposto il giorno prima: I fatti emersi io
non li conoscevo .
Trascorsero due mesi.
Il pomeriggio dell'8 settembre me ne andai a Reggio Emilia, alla Festa nazionale
dell'Unit.
Il direttore della festa, Francesco Riccio, mi aveva precettato sin da luglio
per uno dei tanti dibattiti politici.
Il tema esatto non me lo ricordo pi.
All'incirca doveva essere questione morale e partiti , dibattenti Antonio
Bassolino e Mariangela Grainer, dirigenti del Pds, Leoluca Orlando, il leader
della Rete, Valdo Spini, socialista onesto, e il sottoscritto.
Moderatore: Gad Lerner, l'eroe televisivo di Milano, Italia.

A Fiumicino, mentre m'imbarcavo sull'aereO per Bologna, m'imbattei nel vecchio


Roberto Vitali, che doveva essere ancora segretario del Pds lombardO Era
abbattuto e sospiroso.
Mi soffi: Oggi c' la vendetta dei magistrati contro i partiti.
Ma domani a Vendicarsi saranno i politici che resteranno sulla scena_ Anche
contro voi giornalisti! Toh, c'era anche il mio amico Claudio Petruccioli, pure
lui diretto alla festa di Reggio.
Claudio aveva l'aria di sempre Un'aria Che, chiss perch, mi faceva venire in
mente un giovane zar assediato da pensieri cupi.
Si lament cos: Noi politici non possiamo pi girare per strada.
La gente ci assale.
Voi giornalisti, invece, siete sugli scudiTu, Giampaolo, oggi sei uno dei dieci
italiani che possono aspirare alla presidenza del Consiglio!
Gli risposi: Non prendermi per i fondelli, Claudio! E lui, sempre pi tetro: No,
ti dico che cos! Chi fa politica professionale, invece, alle Corde.
Anch'io ho la tentazione di mollare.
A volte mi domando ma che ci sto a fare al Bottegone, come lo chiami tu? Oggi,
per esempio, abbiamo speso la mattinata per una riunione sulle amministrazioni
locali.
Risultato? Parole, parole .
Non seppi come replicargli.
Mi dicevo: forse non misuriamo la profondit della tragedia che i Politici dei
partiti storici stanno vivendo, dentro quel loro mondo che si sfalda e crolla,
con terribile velocit.
A Reggio, per, nei viali della festa, c'erano grandi folle, attente, curiose,
polemiche.
Ma s, bisognava godersela, questa serata di vacanza.
Mi sentivo in libera uscita dal lavoro all'Espresso.
Non mi ero preparato al dibattito N avevo premeditato alcunch.
Tanto meno Contro Occhetto.
Non nutrivo nessuna ostilit per Baffo di Ferro, lo giuro! Lo avevo sempre
incoraggiato nel suo azzardo, cominciato in quel novembre 1989 ormai
lontanissimoAl congresso di Rimini, nel febbraio 1991, quando infuriava la
guerra nel Golfo, ero stato l'unico nei grandi giornali a non dargli addosso,
anzi a dirgli bravo!
E tuttavia mi sembrava che la Grande Crisi dei Partiti avesse logorato anche
Occhetto, sia pure in modo diverso dagli altri.
E cos, proprio in un Bestiario di fine agosto, mi ero permesso di scrivere:
Bisogna gridare che debbono andarsene a casa anche i leader nazionali dei grandi
partiti, protagonisti e simboli di una fase storica ormai chiusa.
Chi vuole salvare il salvabile del sistema politico deve dire a Forlani, a
Occhetto, a Craxi e forse anche ad altri segretari: toglietevi di mezzo.
Nella Dc molti lo stanno dicendo a Forlani, a De Mita, a Gava, ad Andreotti.
Nel Pds e nel Psi non si vede altrettanto coraggio.
Eppure questo il fosso da salTare.
Bisogna saltarlo subito, altrimenti la cancrena che ha gi intaccato l'immagine
dei leader, divorer tutto .
Certo, l'avevo gi scritto.
Ma non mi ero immaginato di ripeterlo proprio l, alla Festa dell'Unit, davanti
a quella folla, sotto il megatendone.
Poi le cose andarono in modo diverso.
Ci andarono perch Lerner, preso lo spunto dal calendario, mi sollev a parlare
dell'8 settembre dei partiti nel terremoto mani Pulite.
Allora mi venne da dire: certo, siamo davvero all'8 settembre del partitismo.
Il sistema sta crollando sotto il peso della corruzione.
Resistono alcune figure-simbolo di un'epoca finita.
Sono i leader dei partiti storici, uomini che gli stessi militanti dovrebbero
mandare a casa.
Poi precisai: parlo anche del vertice del Pds, anche questi dirigenti debbono
andarsene a casa prima di essere travolti.

Pi tardi, ritornai su Occhetto: come Cesare Romiti doveva pur sapere che la
Cogefar-Fiat pagava tangenti, cos Occhetto non poteva dire, di fronte alle
tangenti di Milano: Non lo sapevamo, io non lo sapevo.
Per questa sola affermazione, avrebbe dovuto andare sotto impeachment.
Perch o era troppo ingenuo o era bugiardo.
E in entrambi i casi non poteva guidare un grande partito d'opposizione.
Toh, ecco che l'avevo detto! Mi aspettavo una tempesta di fischi.
E invece venni avvolto, con meraviglia mia, in un uragano di applausi.
A ribattere a me, ma soprattutto all'uragano, tocc a un tormentatissimo
Bassolino.
Mi sembr un combattente generoso, ripiegato dentro una trincea che rischiava di
sgretolarsi.
Grid alla gente del tendone: Non mi nascondo nulla.
Il nostro coinvolgimento nell'inchiesta Mani Pulite mi colpisce molto di pi di
tante tragedie del movimento operaio.
E vero: ci sono anche nostre responsabilit.
Ma non possiamo accettare di essere messi sullo stesso piano della Dc e del Psi:
sono loro che debbono pagare il prezzo pi alto!
La bolgia dur ancora un bel po', con Spini che faceva il socialista-vittima
( Ma allora non volete lasciarmi parlare! ) e Orlando un po' spiazzato: forse si
era predisposto a essere la star della serata e, invece, la mia proposta
scandalosa di far dimettere Occhetto l'aveva ricacciato in seconda fila.
A tempesta finita, andammo a mangiare in uno dei ristoranti della festa.
C'era anche il segretario del Pds di Reggio Emilia, Lino Zanichelli: molto
cortese, ma incerto sul da farsi nei miei confronti e, probabilmente,
consapevole del guaio che gli era capitato addosso per colpa di questo pazzo,
pazzo Pansa.
Quando ci salutammo, Bassolino mi ringhi in un orecchio: Cos Achille impara a
dar retta ai consigli di Scalfari e tuoi! Io me li ricordo, sai, gli articoli
che scrivevi su Repubblica nel novembre del 1989: vai avanti, Occhetto, avanti
con il tuo azzardo...
Tutto sembr finire l.
E invece il bello doveva ancora cominciare.
La mattina del 9 settembre, Occhetto, informato dello scandalo di Reggio,
s'infuri.
Ce l'ha a morte con te , mi avvis uno dei suoi.
Risposi: Forse ce l'ha con quegli applausi, pi che con me .
Lui replic: Anch'io sono infuriato.
Tu non puoi dire che siamo come la Dc e il Psi.
Io non ho mai rubato! E tu non devi permetterti di dirlo! Provai a ribattergli:
Ehi, calma, calma! Non ho detto questo.
Ho detto un'altra cosa: vattela a leggere domani, sulle cronache della festa .
Ma non ci fu verso di calmare n lui n altri amici del Pds.
Stava gi circolando una parola d'ordine: Pansa ha detto che siamo ladri come i
democristiani e i socialisti e che Occhetto deve andarsene perch ha rubato.
Cos, mi grandinarono addosso un po' di telefonate
Eccone una: Ma sei pazzo? Vai alla Festa nazionale dell' Unit e chiedi le
dimissioni di Achille? E come andare alla messa grande in Vaticano e urlare: il
papa se ne vada! E un'altra: Ti rendi conto di che cos'hai fatto? Hai eccitato
il qualunquismo antipartitico che ormai devasta anche la nostra base.
E solo per questo che a Reggio ti hanno applaudito .
Con le telefonate, s'innesc un meccanismo difensivo che serv soltanto a creare
un caso.
Se fossi andato a Reggio per avere un quarto d'ora di gloria, accidenti!, non
avrei potuto sperare di meglio.
Partirono per primi i lavoratori della Festa con una lettera a Occhetto: Dopo
aver ascoltato le inaccettabili affermazioni di Pansa, intendiamo ribadirti
tutta la nostra stima .
Poi Bassolino comunic all'Ansa: Non si pu parlare di critiche di militanti
rivolte al vertice del partito.

Sotto la tenda c'era un pubblico vario che applaudiva cose molto diverse tra di
loro .
Quindi parl Occhetto.
Interpellato dai giornali sull'invito a dimettersi, fu tranciante: Io rispondo
solo alle cose serie .
La mattina del 10 settembre, anche l'Unit, ma soltanto in seconda pagina,
difese Occhetto: Le parole del giornalista ci appaiono personalmente ingenerose
e politicamente sbagliate, anche se di facile effetto .
Avevo l'Unit davanti agli occhi quando mi telefon il direttore, Walter
Veltroni: Giampaolo, hai letto?.
Certo che ho letto.
Mi sono raccomandato che l'intervento fosse rispettoso...
disse Walter, con affetto sornione.
Grazie per il rispetto , replicai ridendo.
Risi anche di pi al dibattito che, l'indomani, si svilupp su qualche giornale.
Tema: Pu un giornalista trasformarsi in un tribuno? Toh, ero diventato questo?
Soltanto per aver affermato una strepitosa banalit, ossia che non si pu essere
segretari per tutte le stagioni? Ma allora dovevo stare attento a non montarmi
la testa! Soprattutto nel sentir qualcuno che cominci a dire: Pansa un furbo,
conosce bene come funziona il sistema dei media, ha calcolato ogni passo per
fare un bel po' di rumore, dal momento che sta per uscire uno dei suoi
libracci...
La sera di sabato 12 settembre mi capit di tornare alla festa di Reggio Emilia.
Girai tranquillo per i viali e trovai ancora qualcuno che, riconoscendomi,
diceva: Hai fatto bene a sputar fuori quelle cose! Nessuno mi consider un
bombarolo che, dopo aver gettato il suo petardo, cos sfrontato da rifarsi
vivo sul luogo del delitto per controllare quanto fumo sia rimasto nell'aria.
Anzi, m'imbattei subito in qualche gola profonda che mi raccont la tremenda
incavolatura di Occhetto.
Quegli applausi l'avevano davvero ferito, Achille.
Gridava: non andr pi alla Festa di Reggio, ci vada qualcun altro a fare il
comizio di chiusura! Era furibondo.
E ce n'era voluto per calmarlo, anche dopo il comunicato di Bassolino, anche
dopo la lettera riparatoria dei lavoratori della festa.
Sospettoso, Baffo di Ferro aveva subito pensato a una manovra, a un colpo di
mano.
Per depotenziare la sua immagine.
Per ridurre la sua autorevolezza.
Una manovra di chi? Che domanda!, di Massimo D'Alema no?
Cos, il 17 settembre, la difesa pubblica del segretario tocc proprio al
compagno D'Alema.
A Reggio Emilia, sotto lo stesso tendone, nel corso di una lunga intervista
condotta dal nuovo direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli (cento minuti
di botta-e-risposta 45 applausi a scena aperta), il Numero Due del Pds scand:
Le parole di Pansa mi hanno indignato.
E stato un attacco immotivato, pretestuoso, persino sciocco .
E poi: Anche se il Pds stato solo lambito da uno schizzo di fango, Occhetto si
assunto le sue responsabilit .
E ancora (con una mezza confessione un po' rischiosa): Negli scandali ci siamo
lasciati invischiare in posizioni subalterne, prendendo qualche mancia, il che
non diminuisce la gravit del reato, semmai, per certi versi, la accresce...
E infine (mettendo in guardia il popolo della Festa): Cari compagni,
criticateci, insultateci.
Ma non tollerabile che qualcuno venga qui a dire che, come Craxi e Forlani, si
deve dimettere Occhetto.
Se qualcuno dice cos, dovete fischiarlo, cari compagni, perch insulta voi e
non soltanto il segretario!
D'Alema fece centro.
Annot Marco Sappino, inviato dell'Unit: Scoppia uno scroscio d'applausi
intenso, interminabile .

Adesso Occhetto poteva camminare sul velluto.


Arriv a Reggio il venerd 18 settembre.
Programma: visita agli stand e bagno di folla.
Accoglienza: applausi, abbracci, autografi.
Un compagno grid: Si deve dimettere Pansa, non tu! In tanti lo incitarono:
Achille, tieni duro! Occhetto spieg ai cronisti: L'espressione 'tieni duro',
anche dopo quanto avvenuto in questa festa, la vera grande risposta che il
popolo democratico e di sinistra d a ogni forma di provocazione .
Il giorno successivo, sabato 19 settembre, davanti a centomila suoi compagni,
Occhetto concluse il discorso cos: Una sola cosa non accetto, non ho accettato
e non accetter mai: che il mio nome sia legato oltraggiosamente alla questione
morale! Poi domand: Qualcuno di noi venuto meno al proprio impegno? .
No, no! gridarono in centomila.
E Occhetto: Allora, compagni, bisogna tenere duro! Teniamo duro tutti assieme!
Una settimana dopo, un vecchio amico, socialista limpido, mi disse beffardo: Ti
sei giocato anche Occhetto.
Adesso non hai pi sponde...
Forse non avevo pi sponde, ma, in compenso, potevo appoggiarmi, con tutto il
mio peso, alla vecchia, solidissima, formidabile domanda: com'era possibile che
Baffo di Ferro non sapesse? Era una domanda da barbaro, la mia? Giudicate VOi.
De Gasperi al Palasport.
10 ottobre 1992.
CHE autunno acido ci stavamo cucinando! C'era una gran rabbia in Italia.
Rabbia pulita, rabbia sana, rabbia sacrosanta.
Ma talvolta cos furiosa da diventare cieca semplice pulsione aggressiva che
obbliga a gesti inutili e malvagi.
Accadde a Firenze quando, da una piazza di operai in sciopero, part una raffica
di rondelle d'acciaio contro Bruno Trentin, il leader della Cgil, degradato di
colpo, e senza ragione, a nemico di classe.
Subito dopo, altri italiani, pervasi da una furia diversa, cominciarono a tirare
delle loro rondelle molto speciali.
Ossia delle schede elettorali
Avvenne il 27 e il 28 settembre a Mantova, dove si rinnovava il Consiglio
provinciale.
Qui le schede d'acciaio con il voto alla Lega dell'Umberto Bossi fecero uno
sconquasso mai visto.
Il palco del partitismo venne distrutto.
E i capi del palco finirono all'ospedale.
Si accert che la Dc e il Psi erano in coma.
Altri partiti, per esempio i tre laici, il Pri, il Pli e il Psdi (3,5 per cento
in totale), risultarono pronti per l'obitorio.
Il Pds se la cav con un trauma cranico non decisivo, tanto da consentire a
Occhetto di spedire uno strepitoso telegramma di felicitazioni al suo
rappresentante locale.
Un messaggio che pi o meno suonava cos: grazie per aver perso cos poco!
A quel punto, i Bernacca della meteorologia politica si affrettarono a garantire
che le tempeste erano destinate a continuare.
E cos, il mercoled 30 settembre, i maghi antipioggia della Dc, del Psi e del
Pds presero una decisione dettata da un'arroganza strabiliante: stabilirono che
era costituzionale sospendere i temporali prossimi venturi, ossia le elezioni
comunali previste per dicembre a Monza, Varese e Reggio Calabria.
Fu un editto folle, in seguito annullato, che comunque non sarebbe servito a
trasformare in piume i bulloni d'acciaio della Lega.
Anzi, li avrebbe resi pi pesanti, pi aggressivi, pi pericolosi.
Cos da confermare un'altra volta la previsione che quel barbaro astutissimo del
Bossi ci aveva scagliato addosso l'anno prima: La Lega continuer a vincere.
E i partiti non potranno fare nulla per fermarci.
Ogni trucco che si prover a inventare a nostro danno, avr un unico effetto:
rendere pi robusta la corda che li impiccher .
Faceva paura, questo Bossi.

Quando si svestiva del doppiopetto parlamentare, quel che metteva in mostra mi


lasciava sgomento.
Un'aggressivit intollerante.
Una volgarit, anche verbale, che non trovava mai repliche adeguate.
Un vuoto di proposte appena mascherato da una maxiproposta soltanto distruttiva:
fare piazza pulita di tutto ci che esisteva prima dell'ingresso in campo della
sua Lega.
In seguito lo scruteremo pi da vicino, questo nuovo salvatore della patria,
uguale anche se contrario al partitismo dal quale voleva liberarci.
Per ora baster dire che, nell'autunno 1992, i partiti che Bossi stava
azzannando sembravano far di tutto per morire maciullati tra i dentoni affilati
della Lega.
E cos, quando i barbari di Bossi sarebbero arrivati anche l dove per il
momento non riuscivano ad arrivare, avrebbero incontrato soltanto qualche
pattuglia sperduta di mummie in agonia o in galera.
In Abruzzo, per esempio, non avrebbero pi trovato la giunta regionale, in quei
giorni arrestata in blocco.
A Roma forse neppure Vittorio Sbardella, il potentissimo Squalo, avrebbe osato
camminare a piede libero.
E poteva pur essere che, da Napoli in gi, esplodesse un leghismo meridionale,
magari armato e cavalcato dai boss di Cosa Nostra.
Nello sfacelo autunnale qualcosa, tuttavia, sembrava cambiare in meglio.
La Cupola propagandistica che dominava la Rai appariva finalmente incrinata.
Nei telegiornali della Dc e del Psi divampava la guerriglia.
Lo stesso accadeva dentro i quartier generali dei loro padroni.
A piazza del Ges, Arnaldo Forlani aveva gi fatto le valigie.
E s'immaginavano segretari strani ma veri: Mino Martinazzoli e persino il
professor Romano Prodi.
Anche il Psi era finito.
Di Psi, adesso, ce n'erano due: il craxista e il martelliano.
Questi due sottopartiti si stavano insultando con un sadismo sconosciuto persino
a noi collaudati sfascisti antigarofano.
E insulto dopo insulto, avrebbero finito per uccidersi a vicenda.
Il Pds di Occhetto e il Pri di Giorgio La Malfa traballavano.
E forse la paura di sparire prima o poi li avrebbe obbligati a qualche sana
follia, ossia a cercare strade nuove per uscire dai loro vecchi recinti, quelli
che i politologi chiamavano la forma-partito pi antica, incapace di affrontare
il futuro e, dunque, senza speranza.
Era sufficiente tutto questo per evitare il trionfo dei bulloni leghisti? Forse
no.
Forse il vecchio furgone partitocratico, stracarico di mummie inguardabili, era
cos scassato che non sarebbero bastate delle gomme nuove e degli autisti
diversi a rimetterlo in moto.
Mancavano i soldi per la benzina, visto che il tangentismo diventava una
sorgente secca.
E mancava, prima di tutto, il motore, ovvero il consenso della gente.
Il caso di Mantova rivelava che troppi italiani, ormai, non volevano pi
viaggiare su quel catorcio infangato dalle mazzette miliardarie.
Ma allora, scrissi in quell'autunno, forse stava arrivando il momento del
Grande Addio.
S, i politici che volevano servire la repubblica dovevano rifiutare i loro
popolare che sta incollato ai suoi Popolari.
Troppe dame e damazze gli facevano da corona.
Con l'aria delle signore nullafacenti, ingolosite da un nuovo gioco di societ:
la Politica Rinnovata.
E ancora: un profumo irritante di rivoluzione in cachemire, di gal benefico a
favore di quei poveracci d'italiani gettati sul lastrico dal partitismo.
E poi, per finire, un carico eccessivo di Signor Nessuno, promossi di colpo a
leader politici senza star l a guardare per il sottile.
E qualcuno di loro, accidenti!, sarebbe stato messo a guidare liste improvvisate
soltanto perch si dichiarava imprenditore illuminato e voglioso di restare
agganciato all'Europa.
Figure di carta.

Facce da manifesto e nient'altro.


Quel giorno avrei voluto dire a Segni ci che gli scrissi, mesi dopo,
sull'Espresso: pensa alla gente che ti sta di fronte al Palasport e non a quella
che oggi si mette in posa alle tue spalle.
S, pensa agli italiani qualunque che non hanno mai avuto un pap presidente
della repubblica.
Se loro non ti votano, sarai fritto in partenza, caro Mario.
Anche se il palco, damazze e mummie comprese, star con te.
Ma quel sabato, Segni era in ben altre faccende affaccendato.
Dal Palasport doveva spedire un cortese ultimatum al suo amico Mino
Martinazzoli, che di l a qualche ora sarebbe diventato il nuovo segretario
della Dc.
E lo sped alla diciannovesima e ultima pagina del suo discorso: Martinazzoli sa
bene che gran parte dell'apparato e della classe dirigente della Dc sono
irrimediabilmente condannati.
Sa bene che esiste nella Dc un retroterra sociale e culturale di grande valore
che chiede una nuova rappresentanza.
Sa bene che questo potenziale deve unirsi alle altre forze vitali del paese per
completare la riforma istituzionale e per guidarlo.
Ma per raggiungere questi obiettivi, Martinazzoli non ha alternative a una
rottura netta e inequivocabile con il passato della Dc, con la linea politica e
istituzionale del passato democristiano, con gli uomini di questo passato
Se seguir questa strada , concluse Mariotto, Martinazzoli vedr fatalmente che
la prospettiva che noi stiamo costruendo significa salvare il seme sano . della
Dc e buttare la mela bacata che gli nata intorno.
Significa liquidare un apparato ormai marcio e recupe-rare il suo retroterra, i
suoi amministratori, i suoi elet. tori a una prospettiva nuova.
Significa preparare una nuova terra dove il seme possa germogliare.
Parole cortesemente spietate.
Ma anche cos chiare che avrebbero dovuto far capire a tutti, sin dall'inizio,
chi era Segni: un democristiano moderno, un cattolico liberale, un centrista
europeo che, dopo aver abbandonato le rovine della Dc, avrebbe fatto un
percorso, magari un po' tortuoso, per poi ritornare al punto di partenza, ossia
alla testa di un partito cattolico di tipo nuovo, centrista, moderato.
Questo immaginavo, il 10 ottobre, al Palasport.
E questo dicevo a chi mi chiedeva, in tanti dibattiti: Segni di destra o di
sinistra? E un progressista o un conservatore? Rispondevo cos: se essere di
sinistra o progressista significa volere il cambiamento, combattere la
repubblica del partitismo e costruire quella dei cit` tadini, conquistare nuove
leggi elettorali in grado di provocare un terremoto nel Parlamento delle mummie,
e poi ricostruire lo Stato e risanare i conti pubblici, bene, allora Segni di
sinistra.
Capivo, per, che la mia risposta non convinceva molti.
O addirittura non piaceva.
Soprattutto al pubblico pi schierato sul fronte del Pds, o su un pi generico
fronte rosso, sembrava uno spot a favore di Segni.
Ma che fa, dottor Pansa, tira la volata a quel conservatore figlio di un
golpista? mi domand una volta, sornione-irritato, un lettore con i capelli
bianchi.
E non c'era verso di fargli cambiare idea, a quelli che mi consideravano quasi
un popolarone per la riforma.
Non serviva neppure raccontargli ci che pensavo della fase due di Segni.
Ovvero di ci che Segni avrebbe fatto dopo che l'Italia avesse conquistato la
nuova legge elettorale.
A raccontarmelo era stato lo stesso Mariotto, quando lo avevo intervistato nel
suo ufficio in Largo del Nazareno, subito dopo il voto del 5 aprile 1992.
Le ultime battute di quell'incontro non le avevo mai stampate, perch allora non
erano di stretta attualit e guardavano troppo in avanti.
Eccole qui: un disegno semplice e chiaro del piano di Segni.
Disse: La prima tappa conquistare l'elezione diretta del sindaco in tutti i
comuni.

La seconda una legge elettorale per il Parlamento basata sul collegio


uninominale maggioritario.
Una legge, attenzione!, che riduca le circoscrizioni a dimensioni accettabili
per una battaglia testa a testa tra i vari candidati.
Se il 5 aprile si fosse gi votato con questa legge, la massa dei partitini non
si sarebbe presentata.
Vi sarebbero stati due schieramenti alternativi.
E dalle urne sarebbe uscita una maggioranza compatta...
Chiesi: E dopo questa nuova legge elettorale, che cos'hai in testa? Segni,
continuando a deambulare per l'ufficio, diede, quasi dettandola, la sua
risposta: Poi, una volta costruite le condizioni per un sistema su due blocchi,
io penso a una grande alleanza politica che si candidi alla guida dell'Italia.
Ce ne sar certamente un'altra, opposta a quella che penso io, e bisogner
vedere chi vince.
Per quanto riguarda me, io ho sempre pensato, alla vigilia del Duemila e del
nostro ingresso in Europa, a una nuova edizione di quella grande alleanza
democratica che costru l'Italia del dopoguerra.
Un'alleanza basata sul rapporto tra partito cattolico e partiti laici.
No, non pensare che io immagini la somma di Dc pi Pli pi Pri: sarebbe molto
riduttivo.
Sono i filoni politici e culturali che m'interessano.
Occorre un'alleanza nuova, non la continuazione dei partiti attuali.
Anche perch quest'alleanza dovr prendere in pugno lo smantellamento del
sistema partitocratico attuale come uno dei suoi pi importanti obiettivi.
E ancora: quest'alleanza dovr avere una caratterizzazione moderna ed europea
molto forte, ma che conservi, ammodernate, le spinte sociali pi autentiche
della cultura cattolica .
Domandai a Segni: Pensi a un grande cartello moderato? Lui sorrise, un po'
arrossendo, come gli capita sempre quando deve scoccare una frecciatina
polemica: Immagino che qualche nostalgico della sinistra democristiana a questo
punto salterebbe su a dirti che, nel Duemila, questi termini hanno poco senso.
Diciamo allora che voglio costruire una forza moderna, europea e popolare.
Del resto, furono i primi governi De Gasperi ad attuare le riforme sociali pi
incisive del dopoguerra: la riforma agraria e la prima Cassa per il Mezzogiorno
.
Ma perch non consideri possibile un'alleanza tra la Dc e il Psi? E Segni: Il
Psi di Craxi rivendica la guida del paese.
E questo lo pone in conflitto continuo con la Dc, che ha la stessa aspirazione.
Il giorno in cui si passer a un sistema bipolare, democristiani e socialisti
non potranno stare insieme.
Immagino che si former un'alleanza tra il Pds, il Psi e le altre sinistre
riformiste.
E noi ci confronteremo con quest'alleanza di fronte agli elettori .
Molto chiaro, no? S, tutto chiaro.
A parte il piccolo particolare che, nello schema di Segni, non compariva Bossi
il Barbaro.
Per il resto, l'ipotesi era perfetta, ben cucita e ben stirata: De Gasperi, il
centrismo riformista del dopoguerra, cattolici e laici insieme, insomma una
nuova, grande forza di centro.
In grado di prendere il posto della Dc che, a Segni, appariva ormai una mela
marcia con appena un seme sano.
In quella forza, lui avrebbe chiamato i democristiani ancora presentabili.
Primo fra tutti Martinazzoli.
E, quel 10 ottobre, Mariotto disse a Mino: vieni con noi o fallirai e andrai al
disastro.
Ma il taciturno, tormentato, incupito Mino da Brescia era ormai prigioniero
della figura che si era creato: lo sceriffo a cui il destino assegna una
missione impossibile.
E dunque fece un'altra scelta.
Lo sceriffo Marty.
12 ottobre 1992.
PUZZAVA di morte, sotto un sole malato, il santuario della Dc all'Eur.
o, se non di morte, puzzava di fradiciume da potere finito.

Di muffa da grandezza sfiorita.


Di polvere che andava ricoprendo tutto: stanze, mobili, carte e persone, in quel
luogo un tempo decisivo per la guida del paese e adesso destinato all'abbandono,
al silenzio, alla solitudine.
Ma s, all'Eur, su piazza Sturzo, si ergeva una fortezza assediata dal
discredito.
Un alto comando politico ormai abitato soltanto da fantasmi.
Un insieme di rovine illustri, le rovine di un partito tra i pi longevi del
mondo e tra i pi forti in Europa.
C'ero stato l'ultima volta la sera del 3 agosto 1992.
Nella sauna romana, in una sala del santuario, guardavo affascinato uno
spettacolo riservato a pochi.
Sul video, a circuito chiuso, si alternavano attori di strepitosa bravura.
Un tipo inamidato, con un ciuffo grigio a banana, interpretaVa alla perfezione
il torpore freddo di Arnaldo Forlani.
Un altro, livido e teso, faceva Enzo Scotti.
Un terzo, scrupoloso sino al sadismo dialettale, imitava Ciriaco De Mita.
Erano tutti professionisti da premio Oscar, compresi quelli con ruoli non da
protagonisti: un attore torinese nella parte di Guido Bodrato, un'attrice di
Cuggiono (Milano) nel ruolo di Mariapia Garavaglia, un massiccio caratterista
calabrese abilissimo nel rifare Riccardo Misasi.
Il cast recitava la Tragedia della Dc, ovvero la Balena che Teme di Morire.
E la recita appariva tanto perfetta da importi una domanda: erano attori cos
bravi da sembrare democristiani veri, oppure democristiani cos veri da sembrare
attori bravi?
Naturalmente, era tutto vero.
Sul video si muovevano capi dic in carne e ossa, che parlavano a un Consiglio
nazionale del partito.
Questi capi vivevano un dramma autentico, esploso dopo il crack elettorale del 5
aprile.
E quanto orribile fosse questo dramma lo compresi da un particolare da nulla, da
un dettaglio ridicolmente banale: nessuno di quei capi rideva.
Toh, mi dissi, i capi democristiani non ridono pi.
Ma allora, mi dissi di nuovo, il mondo si era davvero capovolto, perlomeno il
mondo della Balena.
La politica italiana aveva sul serio voltato pagina.
E una rivoluzione era cominciata.
Un tempo, infatti, i capi dic ridevano sempre.
Anche nei giorni di lutto partitico pi stretto.
Anche sotto le piogge di fango giudiziario.
Anche di fronte alle congiunture pi avverse.
Gli capitava un salasso di voti e loro ridevano.
Dovevano mollare Palazzo Chigi e loro seguitavano a ridere.
Erano costretti a cedere il controllo di una citt o di un ente pubblico e loro
non smettevano di ridere.
La Dc dei tempi d'oro era un'immensa galleria di risate d'autore.
Antonio Gava esponeva quella gorgogliante-partenopea.
Ciriaco De Mita la sardonico-avellinese.
Amintore Fanfani la risataccia chioccia-aretina.
Vittorio Sbardella il cachinno squalesco.
Paolo Cirino Pomicino la sghignazzatina furbastra.
Giulio Andreotti il suo famoso sorriso al veleno, messo in mostra sotto vetro
blindato come quello della Gioconda.
Certo, qualcuno che non ridesse c'era anche nella Dc.
Aldo Moro, per esempio, capace appena di mezzi sorrisi stenti.
Benigno Zaccagnini rideva soltanto a ogni morte di papa.
Ma la risata era la Premiata Specialit della nomenklatura democristiana.
Anzi, la sua insegna, la sua bandiera.
La bandiera di chi poteva far sempre buon viso a cattivo gioco per un motivo
molto semplice: perch il gioco non era mai cos cattivo da incrinare la fiducia
della Balena nell'eternit del proprio potere.
Ma adesso, nell'autunno 1992, la Balena rischiava di perderlo, questo potere.

Di pi: rischiava di morire, arpionata da troppe fiocine.


Alcune, di natura giudiziaria, risultavano molto pericolose.
Per le fiocine davvero micidiali erano quelle che la Balena si era infissa da
sola sul dorso.
Che squarci profondi avevano aperto! Squarci che eccitavano l'assalto di molti
pesci pirana, a cominciare dai pirana leghisti del Bossi.
E cos, stavolta, la Dc temeva davvero d'essere agli ultimi.
Per questo, da un po' di tempo, i capi democristiani non ridevano pi.
Per questo la Dc si stava affidando a un nuovo segretario che forse, come Moro,
non aveva riso mai.
Era Mino Martinazzoli, anni 60, da Orzinuovi (Brescia): bel tenebroso dalle
mutande lunghe, viso scolpito in un legno dai troppi nodi, cavaliere solitario
capace di silenziose traversate sotto cieli foschi e notti senza stelle.
E lo sceriffo bresciano, con il cavallo bianco, la bisaccia del pane, la fiasca
dell'acqua, la carabina Winchester legata alla sella, nell'ottobre 1992 part
alla scoperta di una landa devastata che aspettava da lui il ripristino della
legge, ossia il ritorno a una politica decente.
Da dove cominciare la ricognizione, sceriffo Marty? Ma che domanda, di certo dal
Nord-Ovest, terra di poteri forti e di partiti deboli.
Ecco Torino.
Che Far West! Morto il vecchio Carlo Donat Cattin, qui s'era sfasciato tutto.
Comandavano i picciotti andreottiani di Vito Bonsignore.
Il Silvio Lega, logorroico pupillo di Gava, l'aveva ammutolito il ciclone di
Tangentopoli.
Quel santo di Guido Bodrato per poco non era stato espulso, senza colpa, dal
Parlamento.
Ad Asti, il barbuto Giuanin Goria esponeva in tiv l'occhio spento di chi si
sente preso di mira dal destino.
E l'unica autentica gloria regionale, l'Oscar Luigi Scalfaro, la Dc aveva dovuto
prestarla al Quirinale, al servizio dell'Italia.
Si fece pi cupo, lo sceriffo Marty, nel varcare il Ticino.
Laggi, tra lo smog, l'aspettava il disastro di Milano.
La Dc era in manette.
I capi d'un tempo, il Frigerio, il Prada, il Mongini, vomitavano confessioni e
mazzette.
Qui erano caduti immortali come il Severino Citaristi, cassiere senza macchia n
paura, o rampanti come il Luigi Baruffi.
Il santuario di via Nirone era un rudere da cui bisognava sloggiare presto, per
mancanza di dan.
Il candido Bodrato, spedito in avanscoperta con la stella di commissario, era un
Cristo sulla Via Crucis.
Lo boicottavano.
Lo sgarrettavano.
Lo disarcionavano dal suo muletto bianco.
Impazzava la banda dei Costituenti, guidati da quella vergine d'acciaio del
Roberto Formigoni.
E chi c'era accanto a lui, fresco fresco di tessera democristiana? Ma s, c'era
l'Aldo Brandirali, gi marxista-leninista nonch capo dei maoisti di Servire il
Popolo , convertito dal Formigoni al democristianismo pi totale e casto.
Anche a Monza lo sceriffo Marty trov il partito in galera.
E cos a Varese.
E cos, o quasi cos, a Bergamo e a Pavia.
Nelle terre di Mantova, la Dc, terremotata in una notte di fine settembre, si
era rifugiata nelle paludi.
E di qui sentiva ruggire in citt Uber il Barbaro, ossia Uber Anghinoni,
proconsole di Bossi nel feudo mantovano.
E allora al galoppo!, verso l'amata Brescia, un tempo cos quieta e pia.
Lo sceriffo sapeva quel che vi avrebbe trovato.
Un sindaco pidiessino, fragile barriera contro l'ondata leghista.
Un Sandro Fontana quasi muto.
Un Gianni Prandini barricato nel bunker antiatomico e strillante interviste
difensive: Vogliono screditarmi! Io non mi sono mai interessato di appalti!
Forlani non ha reagito ai barbari e cos la sua stagione finita!

Gio, Marty il Bresciano, alla vista del suo vecchio nemico Prandini ormai nudo
d'incarichi e minacciato dal ciclone dell'Anas? Ma no, Mino da Brescia era un
generoso.
E poi sapeva di dover ancora incontrare il vero inferno democristiano, quello
del Nord-Est.
Eccolo, il carnaio del Veneto, l'immensa Caporetto bianca da Verona al mare.
Qui ormai imperava il super-barbaro Franco Rocchetta, leghista dal look
burocratico-mite, ma con l'occhio un po' nazista.
Del Toni Bisaglia buonanima non era rimasto neppure il ricordo.
Anche il fratello prete se n'era andato in fondo a un lago.
L'Impero Bianco non esisteva pi.
Restava il clero, ma pretendeva di far da solo.
Il doge Carlo Bernini attendeva l'Inquisizione.
Boss come Gianfranco Cremonese, Franco Ferlin e Lorenzo Munaretto avevano
assaggiato i Piombi veneziani.
Parlamentari come Settimo Gottardo e Maurizio Creuso stavano sotto impeachment.
E per ultimo era finito in carcere persino il segretario regionale, l'austero
Favaro professor Giampietro.
Lo sceriffo Marty cavalc angosciato tra le macerie venete.
Ah, dov'eri, prima Dc d'Italia? Persino Vicenza era infettata dal leghismo.
E qui i giudici avevano addirittura messo sotto sequestro l'archivio del beato
Mariano Rumor.
C' speranza? domand, cupo, il cavaliere bianco.
S, una microsperanza c'era.
Si chiamava Rosy Bindi.
Nome da spogliarellista, ma carattere da sceriffa autentica.
Era la nuova segretaria regionale, gi vicecapa nazionale dell'Azione Cattolica
e adesso deputata europea, eletta, con disperata unanimit, il sabato 3 ottobre.
E appena in sella, Rosy strill, in quel suo toscano barbaro di Sinalunga: Gli
inquisiti si autosospendano! Quanto al partito, dovrebbe lasciarsi commissariare
dalla gente .
Prov a sorridere, Marty il Triste, e galopp verso Sud.
Ecco l'Emilia e la Toscana.
E se qui, a diventar leghista, fosse il popolo rosso dell'ex Pci? Lo sceriffo
avvert un gelo nel cuore.
In quel caso, si disse con angoscia, sotto l'assalto delle orde barbare non
avrebbero retto neppure i feudi corazzati del Pierferdinando Casini, il
bambolino forlaniano di Bologna, di quella volpe grigia del Nino Cristofori da
Ferrara e del reggiano Franco Bonferroni, astutissimo manager di se stesso, ma
troppo amico, ahim, di troppi costruttori.
Gi adesso, del resto, vacillavano persino le Marche dell'amico Forlani.
Chiese lo sceriffo: Dov' il segretario regionale? .
Chi? L'Alfio Bassotti? replic, furibonda, la plebe dic.
Era in carcere anche lui.
Anzi, in un supercarcere, quello di Montacuto, vicino di cella dell'Al Agca,
l'attentatore del papa.
Per dieci anni, l'amico Bassotti era stato l'uomo forte nella terra di Arnaldo.
Lo chiamavano lo Sbardella forlaniano .
Prima del 5 aprile si era scostato dal vecchio capo.
Ma questo non gli aveva portato per niente fortuna.
Lo ha difeso, Arnaldo? domand lo sceriffo.
No, per ad Ancona Forlani aveva parlato del contesto storico per capire certi
fatti.
In Italia, i partiti democratici, aveva spiegato, si sono confrontati per
decenni con il Pci che riceveva centinaia e centinaia di miliardi da una potenza
straniera, ovverossia dall'Urss...
Marty il Bresciano pass in Abruzzo.
Anche qui la Dc si era dovuta confrontare con i rubli di Mosca? Ma no, qui aveva
sempre imperato zio Remo , quel sant'uomo di Gaspari, il patrono di Gissi.
Adesso, per, anche Zio Remo era costretto ai materassi.
Nel senso che stava in trincea con il fucile puntato.

Gli avevano arrestato l'intera giunta regionale.


E qualche sciagurato reclamava un'indagine persino sul suo gissiano paradiso
terrestre.
Che sta accadendo? domand lo sceriffo a Zio Remo.
Lui url, sconvolto: La magistratura feroce.
Hanno usato metodi da Gestapo nazista.
Hanno frugato dappertutto, addirittura tra le mutande delle mogli dei
democristiani inquisiti.
Le mutande conservate negli armadi, s'intende! I giudici di queste parti, caro
sceriffo, sono sotto l'effetto Di Pietro.
Ma qui delle tangenti non c' neanche l'odore.
Se non reagiamo, ci sbatteranno tutti in galera per niente!
Via, via da questo feudo incrollabile, ma che forse croller.
S, al galoppo verso Roma.
Eccola, Roma carogna, Roma la fogna.
Lo sceriffo s'addentr nella Sarajevo della Dc.
Sbardellisti e andreottiani si sparavano con l'artiglieria pesante.
Vittorio voleva fare la pulizia etnica a spese di Giulio e viceversa Dietro i
giudici sento puzza di Andreotti! grid Sbardella allo sceriffo.
Sono accuse stupide e infami , replic il ministro Claudio Vitalone,
supercetnico del Mandarino.
E il partito? chiese Marty il Bresciano.
Dov' il partito di Roma? Non avevamo 240 mila tessere nella capitale? Tra le
macerie della Sarajevo bianca una nenia triste salut il passaggio di Marty:
Cuc, il partito non c' pi.
E rimasta in piedi solo piazza del Ges .
E allora, forza!, lontano da Roma.
Il Bresciano s'indirizz a spron battuto verso Napoli.
Ben tre feudi bianchi, sotto il Vesuvio.
E tre grandi baroni.
Il primo, Antonio Gava, accolse lo sceriffo con fredda cortesia.
Marty non gli era mai piaciuto.
Cos il barone Antonio gli disse: Sei un po' ambiguo, come il mio caro amico
Scotti.
Appartenete a quella stessa classe dirigente che, per, vorreste rinnovare.
Curioso, no? Poi Gava spieg, gelido: Io non vedo nessuna nostra sconfitta.
Dunque, perch mai io, De Mita, Forlani, Andreotti dovremmo andare in pensione?
E in pensione da che cosa, poi? Dalle nostre responsabilit? Dal nostro mandato
parlamentare? E dare una mano perch nasca il nuovo vuol forse dire andare in
pensione?
Ecco il secondo barone, Scotti.
Era cupo, quasi spettrale.
Obblig lo sceriffo a scendere da cavallo e volle rileggergli il discorso che
lui, Scotti onorevole Vincenzo, detto Enzo o Enzino, aveva scagliato sulla
nomenklatura dic nella sauna di Palazzo Sturzo, add 3 agosto 1992: La gente ha
dinanzi agli occhi questo partito degenerato, arrogante nella sua debolezza,
incapace di essere diverso.
Siamo inchiodati a un immobilismo cieco e rassegnato.
I nostri iscritti della Lombardia, del Veneto, della Sicilia non hanno visto n
De Mita n Forlani assumersi la responsabilit di una reazione adeguata, di una
rottura dell'isolamento e dell'incomprensione.
C' chi pensa e lavora per la morte della Dc.
E noi stiamo facendo di tutto perch la Dc sia travolta...
Il terzo barone, Paolo Cirino Pomicino, accolse lo sceriffo Marty con una
tempesta di cifre.
Spieg che lui non aveva colpa del disastro italiano.
Raccont che il debito pubblico era l'eredit pesante degli anni spensierati del
governo socialista di Craxi.
Poi maledisse il governo Amato e, soprattutto, quei pazzi irresponsabili della
troika ministeriale economica: Per apparire i salvatori della patria, immettono
nel paese il veleno mortale dell'allarmismo e della paura.

Mio caro Marty, la debolezza della lira la conseguenza naturale dei mesi
passati a seminare il panico! Guarda queste cifre, guardale! url Pomicino,
impugnando dei tabulati fitti di numeri e percentuali.
Ma lo sceriffo era gi in fuga verso Avellino.
Come andavano le cose nel feudo demitiano? Se in Italia andasse cos, la Dc non
avrebbe problemi! gli strill De Mita, mostrandogli il pienone della Festa
dell'Amicizia Dc di Grottaminarda.
Ma Clemente Mastella, bunkerato nel municipio di Ceppaloni, grid al Bresciano:
Non credere a De Mita.
E come una sessantenne che voglia ancora portare la minigonna.
E ridicolo.
Ha la cellulite da potere! .
Sar cos tutto il nostro Sud? si chiese Marty scendendo a Potenza.
E peggio, molto peggio! strill quel giovanissimo settantenne di Emilio Colombo.
La Dc stretta tra monarchi e satrapi.
Quella di Andreotti una monarchia assoluta che va in pezzi.
Il Grande Centro di Gava s' trasformato in una satrapia.
Nella sinistra democristiana non si capisce dove finiscano le differenze
d'opinione e comincino i dissidi di potere...
Coraggio, allora, in Calabria! Ma che orrendo spet tacolo accolse Marty, nella
cavalcata tra Reggio, Cosenza e Catanzaro.
Un partito quasi prigioniero della 'ndrangheta.
Sangue e mazzette Delitti e affari.
Il giovane sindaco dic di Reggio, quell'Agatino Licandro dal grande avvenire,
si era pentito e aveva parlato.
Cos, tante manette erano scattate per la nomenklatura bianca reggina.
E su tutto quell'ombra coperta di sangue.
Quell'amico assassinato in una notte d'agosto, sulla riva del mare.
Quel mistero feroce che aveva marchiato a fondo la Dc di Reggio Calabria:
Lodovico Ligato.
Lo sceriffo pass lo Stretto con il cuore in tumulto.
E qui vide quel che non avrebbe mai voluto vedere.
Una Dc travolta dal terrore per la Grande Potenza Mafiosa.
I vassalli di Salvo Lima, anche lui assassinato, ridotti a cosche disarmate e
allo sbando.
Il potente democristiano di turno, Calogero Mannino, barricato nel proprio
studio trasformato in un bunker , scrisse il Giornale di Sicilia, assediato da
esercito e gorilla in borghese con le calibro nove nella fondina .
La centrale del partito, a Palermo, chiusa per debiti.
I telefoni tagliati.
Gli impiegati senza stipendio da mesi.
E infine anche qui troppi morti, molti misteri e pochissime speranze.
Scese da cavallo, lo sceriffo Martinazzoli.
E si prepar a salire lo scalone di piazza del Ges.
Forse gli tornarono alla mente le parole pietrose del suo amico Francesco
Cossiga: Mino? I capi dic lo odiano tutti, tranne Andreotti .
E per darsi coraggio prov a ripetere a se stesso: Mi sento il frutto della
disperazione .
Martinazzoli venne eletto segretario della Dc la mattina del 12 ottobre 1992.
Fu davvero il blitz della disperazione: quaranta minuti, non uno di pi, un
record mondiale.
Andai anch'io all'Eur, ma con calma.
Non dovevo scrivere nulla.
Volevo soltanto capire che aria tirasse tra i capi bianchi e mi ero preparato a
una lunga seduta, davanti alla solita tiv a circuito chiuso.
Quando arrivai era gi tutto finito.
Un istante dopo di me si fece vivo anche Amintore Fanfani.
Come scese dall'auto blu, uno dei vecchi uscieri gli disse, in un orecchio:
Presidente, hanno gi fatto tutto! .
Come tutto? s'accigli Fanfani.
Tutto.
L'onorevole Martinazzoli gi seduto nella stanza del segretario...

Il vecchio aretino la prese bene e, rivolto a me, disse: Ha visto? E poi lei
scrive che noi democristiani non sappiamo decidere in fretta.
Pi rapidi di noi, non c' nessuno! Pomicino, chiss perch, aveva ripreso a
sghignazzare.
Mastella era ai sette cieli per le dimissioni di De Mita. Forlani si fece largo
tra i cronisti senza dir parola, lo sguardo assente.
Il giorno dopo telefonai a Martinazzoli.
Volevo fargli gli auguri: potevo permettermelo, visto che lo conoscevo da cos
tanti anni.
Lo trovai come sempre: cordiale, ma di pochissime parole.
Per mi disse: Ho letto il tuo pezzo sullo sceriffo Marty.
Divertente.
Sono citazioni vere, quelle che metti in bocca ai capi democristiani? .
Tutte vere .
Anche quella di Mastella sulla minigonna di De Mita? .
Certo, la trovi sul Corriere della Sera del 31 agosto.
Anche quella di Gaspari sulle mutande delle mogli democristiane? .
E testuale.
Gli dissi: Dovrei farti il solito augurio scaramantico, ma non posso .
Perch non puoi? .
Perch l'augurio recita: in culo alla balena...
Lo sceriffo stavolta rise.
Con parsimonia.
I rebus di Ciancimino.
28 ottobre 1992.
UNO dei misteri d'Italia che incombevano su questa Dc in agonia e sullo sceriffo
Marty mi venne incontro tra l'estate e l'autunno 1992, in due tempi diversi.
Era il mercoled 24 giugno, festa di San Giovanni.
Verso le sei di sera, Maria Antonietta Germano, la segretaria di direzione
dell'Espresso, mi disse: Giampaolo, ho al telefono uno che cerca di te.
Dice di chiamarsi Ciancimino .
Ciancimino chi? chiesi stupito.
Non ha detto di pi.
E un giovanotto .
Passamelo.
Sono Massimo Ciancimino, si present il giovanotto.
Figlio di Vito? .
S.
Mio padre ha bisogno di vederla.
Le ruber pochissimo tempo. Deve chiederle una cosa.
Lo faccio venire qua all'Espresso? Lui rise: Mi sembra poco opportuno.
Venga lei da noi .
A Palermo? .
No, a Roma.
Mio padre abita in centro, vicino a piazza di Spagna.
Ecco l'indirizzo, via di San Sebastianello.
Pu venire domattina? .
Sta bene, verr verso le dieci.
L'indomani, gioved 25 giugno, m'incontrai con don Vito.
Non lo vedevo da ventidue anni, dall'ottobre 1970, quando ancora comandava su
Palermo e su un pezzo della Dc di Palermo.
Era cambiato, certo, ma nemmeno tanto.
Portava ottimamente i suoi 68 anni.
Piccolo.
Asciutto.
Profilo arabo.
Dentatura (o dentiera) perfetta.
Sorriso tagliente.
Corta barba bianca.
Quasi un sosia dell'attore Arnoldo Fo.
Scattante.
Sempre in moto.
Seduto in poltrona.

Alzato.
In giro per la stanza.
Di nuovo seduto.
Ancora in piedi, a scatto.
Braccia gesticolanti.
Mani che fendevano l'aria, a sottolineare parole, concetti, espressioni del
viso.
E poi una grinta! Grinta da capo.
Da uno abituato al comando.
Uno che taglia corto.
Che non ama esser contraddetto.
Che quando decide: E cos , dev'essere per forza cos .
Che sa tutto e legge tutto.
Infatti, all'intorno, pile di giornali.
E tanti libri.
Compresi tre o quattro dei miei.
A cominciare da Il regime.
Proprio di questo Regime volevo parlarle, disse Ciancimino.
Vede? L'ho letto tutto.
E l'ho anche sottolineato.
Prendiamo il capitolo VIII, pagina 129.
Lei racconta di un deputato democristiano di Milano che, alle elezioni del 1987,
si era comperato 15 mila voti.
Vorrei sapere da lei chi .
Sorrisi: Ma come pu pensare che io glielo dica, Ciancimino! Non posso
dirglielo.
E comunque non le servirebbe saperlo: quel parlamentare morto .
Morto? fece don Vito, con stupore.
S, morto .
Dottore Pansa, lei mi dice la verit? .
Certo, la verit.
Ciancimino mi regal una smorfia di delusione: Pensavo si trattasse
dell'onorevole Rognoni, s, Virginio Rognoni, che vivo e mi attacca di
continuo.
Volevo scrivergli una letteraccia: caro Rognoni, lei mi attacca, ma Pansa ha
raccontato nel Regime che lei si comperato i voti a suon di milioni, centinaia
di milioni!
C'era afa nel soggiorno.
Don Vito si alz di scatto e accese il condizionatore, soffiando, beffardo:
Perch non si dica che lei, a casa Ciancimino, ha sofferto il caldo...
Osservai: Vedo che legge molti libri.
Non ha mai pensato di scriverne uno? Ciancimino mi scocc un'occhiata sorniona:
Lo sto scrivendo.
Sono le mie memorie.
Ho chiesto consiglio a uno che se ne intende, Lino Jannuzzi.
E lui mi ha detto che non devo superare le 250 pagine.
Ma io sono gi oltre le 300.
E non ho ancora finito.
A maggio, quando hanno ucciso il dottore Falcone, mi ero deciso a interromperlo,
a non scrivere pi niente.
Poi ho visto alla televisione il dottore Borsellino che parlava in una chiesa di
Palermo.
Sa che cosa diceva? Diceva: chi ha criticato Falcone, oggi non ha pi diritto di
parola...
Don Vito si alz di scatto e prese a muoversi per la stanza in quel suo modo
curioso, a scatti meccanici: Allora mi sono infuriato.
Come? Io non avrei pi diritto di parola? Cos ho voluto continuare.
Adesso non mi preoccupo pi del numero delle pagine.
Del resto, su Leoluca Orlando ci sono appena tredici pagine.
Dovrei tagliare l? Ma non mi sogno neppure di farlo! Verr lungo quanto dovr
essere lungo.

Poi un editore lo trover.


In Italia, ma forse con pi facilit in America.
Lei per Il regime l'ha trovato, no?
Gli chiesi: Che cosa pensa di questo mio libro? Ciancimino chin il capo come
per concentrarsi sulle parole da dire.
Si lisciava la barba.
Gli occhi scoccavano lampi.
Poi emise la sentenza: Lo schema giusto.
Il guaio che sono sbagliati i nomi. . . .
In che senso? E quali nomi? .
Lei ha identificato in Francesco Cossiga il pericolo di una repubblica
autoritaria.
Ma non cos, creda a Ciancimino! Fece un cenno col capo e poi una smorfia,
come per dire: quello l ha sempre contato un fico, dunque non lui l'uomo
pericoloso.
E allora? Da dove pu venire il rischio di un regime autoritario? Ciancimino mi
guard sornione, si alz di nuovo, fece qualche passo nel soggiorno: Devo
muovermi, soffro di mal di schiena...
Aveva l'agilit di un giovane, ma anche una gestualit da guerriero che si
prepari a un assalto con la spada.
Scand: Il pericolo rappresentato da quelli che lei, nel suo libro, chiama i
due Padroni d'Italia: Andreotti e Craxi.
Loro avevano un disegno chiaro e semplice: prendersi tutto.
Poi qualcuno gli ha tagliato le dita.
E loro hanno dovuto fermarsi .
Domandai: Chi li ha fermati? Ciancimino esplose in una risata gelida: Il 5
aprile, parlo delle elezioni politiche, sono stati fermati da Bossi, quello
della Lega, e da Leoluca Orlando .
Aggiunse un po' di cosacce orrende sul capo della Rete, ma convenne: Certo,
anche Orlando li ha fermati! Poi continu: Dopo il 5 aprile, a fermarli di
nuovo, non so se per sempre, stato il giudice Di Pietro con l'inchiesta su
Tangentopoli.
Infine, prima e dopo le elezioni, ci sono stati quei due delitti...
Parla degli assassinii di Lima e di Falcone? .
Certo, parlo proprio di questi due omicidi.
A quel punto, Ciancimino s'immerse in un lungo ragionare che mi rimase nella
memoria cos: Anche chi ha ucciso Lima e Falcone si opposto in qualche modo ai
due Padroni d'Italia .
A chi allude? A Cosa Nostra? Lui ci pens su, poi rispose: Questi due delitti
possono essere stati fatti entrambi dalla mafia.
Ma io non credo che sia stata la mafia a uccidere Lima e Falcone .
Perch immagina questo? .
Don Vito si abbandon a un gesto vago, per dire: sarebbe un discorso troppo
lungo, non mi chieda di farlo...
Allora gli domandai di Lima.
Che tipo di uomo era, il suo ex amico Salvo? Lima era un capo vero.
Una persona molto equilibrata e cauta.
Col passare degli anni, la sua cautela era diventata anche pi grande.
Non ce lo vedo, Salvo, a pestare i calli a qualcuno.
Nemmeno per sbaglio.
Era il punto di equilibrio della politica in Sicilia.
Nella Dc siciliana, la sua corrente contava soltanto per il 20 o il 25 per
cento, per era stabile.
Con le mani, don Vito disegn nell'aria un oggetto massiccio.
Un blocco che si pu spostare di qua o di l.
Ma che resta sempre compatto.
Era stabile perch comandava lui, Salvo, e soltanto lui.
La sinistra democristiana, invece...
Mi offr una smorfia di moderato disprezzo: Nella sinistra democristiana sono
tutti sottufficiali: Mannino, Mattarella, Riggio, tutti pretendono di comandare!
Lima, no: Lima era il capo.
Un capo vero.

Lo sempre stato.
Ci eravamo parlati di recente, poco prima che l'ammazzassero, e lo era ancora,
il capo.
Chiesi: Vada avanti.
Lei vuol dirmi che Lima stato ucciso per fermare Andreotti, per colpire uno
dei due Padroni d'Italia? Pi con le occhiate che con le parole, Ciancimino mi
fece capire che la pensava esattamente cos.
Provai a insistere: Ma chi ha ucciso Lima? Lei ha qualche sospetto preciso? Lui
si strinse nelle spalle: Salvo non si guardava.
Girava senza scorta, come s' visto il giorno che l'hanno colpito.
Era tranquillo.
Si sentiva in pace con tutti.
E cos chiunque poteva ucciderlo.
Ma stia attento: la decisione di ucciderlo non poteva essere presa da chiunque .
E Falcone? Il dottore Falcone era soprattutto un uomo di potere.
Intelligentissimo, furbissimo, sapeva tutto.
E arrivava l dove nessuno sapeva penetrare.
Era un magistrato che voleva comandare.
Se fosse stato soltanto un giudice, non si sarebbe fermato a me e ai cugini
Salvo, gli esattori.
Sarebbe andato avanti.
Invece, quando ha visto che la Dc siciliana faceva quadrato attorno a Rosario
Nicoletti, il segretario regionale, che dopo di noi era il suo obiettivo, allora
Falcone si fermato.
Uno che si comporta cos un magistrato? Il dottore Di Pietro, che soltanto
un magistrato, mica si ferma, no?
Ma Falcone , continu Ciancimino, voleva il potere.
Ed era andato a Roma per conquistarlo.
Se fosse riuscito a realizzare la Superprocura, Falcone sarebbe stato anche lui
un padrone d'Italia.
Perch diventava il capo vero di tutti i giudici, pi importante del ministro
della Giustizia.
I ministri passano, ma il Superprocuratore resta in carica per quattro anni,
quattro! Adesso la Superprocura non la faranno pi.
Non avrebbe senso farla, visto che Falcone morto.
Chi l'ha ucciso aveva ben chiaro in mente tutto questo , ragion ancora
Ciancimino.
Falcone l'hanno assassinato perch non favorisse il progetto dei due Padroni
d'Italia.
Un delitto preventivo.
Fatto da chi? Dalla mafia? Ma non scherziamo! Lo ha detto anche il dottore
Ayala: sembra un delitto di mafia, ma forse non mafia.
Vede, dottore Pansa, se in Sicilia ci fosse un'organizzazione in grado di fare
un'operazione militare come la strage di Capaci, la polizia e i carabinieri lo
saprebbero, non crede? No, non cosa preparata in Sicilia.
La manodopera pu essere stata siciliana, ma la testa, il cervello, no.
Ho sentito che qualcuno parla del cartello di Medellin, della mafia colombiana.
Non scherziamo! Capaci cosa italiana.
E un delitto politiCo.
Tornammo a parlare di Falcone vivo.
In Ciancimino vibrava la rabbia, o il rancore, di chi ha perso la guerra e si
sente vittima di un potere pi forte del suo.
Falcone mi ha martirizzato! esclam con ira.
Ha fatto di me un capro espiatorio.
Spasimava d'interrogarmi.
E dopo lunghe trattative, alla fine mi sono trovato davanti a lui, nel suo
ufficio al palazzo di giustizia di Palermo.
Falcone mi chiese: e allora, signor Ciancimino? Lo guardai in faccia e gli
dissi: non intendo risponderle, dottore Falcone.
Quasi gli venne un colpo.
E anche al mio avvocato stava per venirgli, perch non lo avevo avvisato di
niente.

Quel giorno ho vinto io, anche se Falcone la sapeva lunga, pi lunga di tutti.
E il dottor Borsellino? Ciancimino borbott: Lui vale meno del dottore Falcone
.
E il dottor Ayala, com'era quando faceva il sostituto procuratore? Intelligente,
ma debole.
Sapeva molte cose.
E capiva.
Per non aveva la forza per essere un protagonista.
E il dottor Giammanco, il capo della procura palermitana? Don Vito fece un gesto
che significava: non merita neanche parlarne.
E il dottor Caponnetto, il capo dell'ufficio istruzione che aveva messo in piedi
il pool guidato da Falcone? Lui non contava nulla.
Il vero capo sempre stato Falcone.
E padre Ennio Pintacuda, il gesuita di Palermo? E uno che parla, parla, ma non
sa niente.
E non sa niente perch fuori da tutti i giochi.
E il pentito Tommaso Buscetta? Ciancimino ringhi: Gli hanno messo in bocca
quello che volevano.
E sempre stato soltanto uno degli ultimi, non un capo.
Come poteva sapere tutte quelle cose che adesso va raccontando?
Vede, dottore Pansa, la persona che fa la carica, non il contrario , continu
Ciancimino.
Conta quello che uno come uomo.
Prenda il caso mio.
Se io vado in un comune e mi danno l'ultimo degli assessorati, dopo un mese in
quel comune comando io, pu starne sicuro.
Per esempio, era un capo Piersanti Mattarella.
Lui il democristiano che ho stimato di pi, anche se stavamo in correnti
diverse.
L'hanno ucciso perch, senza che lui se ne accorgesse, stava diventando troppo
importante, con troppo potere.
E quel potere Mattarella l'aveva conquistato perch era affidabile, leale.
Se gli mandavi qualcuno dicendogli: quello un amico, lui non ti fregava.
Se diceva s, era s.
Se diceva no, era no.
Chiesi: Ci saranno altri delitti dopo Lima e Falcone? Ciancimino strinse le
mascelle e sporse il mento in avanti, fissando il vuoto: Chi pu dirlo? Certo,
ai due padroni d'Italia gli hanno tagliato le dita, per...
Mi guard con l'aria di concludere: tutto possibile, si dia da solo la
risposta alla sua domanda.
E lei? Non ha paura di essere ucciso? Don Vito si fece livido.
E s'immerse in un lunghissimo silenzio.
Poi replic, secco: Lei ha visto dove sto.
Qui non ci sono guardie.
Io non vivo protetto.
Come entrato lei, in questa casa pu entrare chiunque.
No, non ho paura di morire.
Ho paura di fare una brutta morte, di morire male.
Ma di una cosa sono sicuro: il giorno che decideranno di uccidermi, manderanno
qualcuno cos bravo che non me ne accorger neppure .
Ventiquattro giorni dopo, a morire fu il giudice Borsellino, straziato
dall'autobomba dinanzi alla casa della madre.
Passarono altri tre mesi e la procura di Palermo ci offr una sua spiegazione
dell'assassinio di Lima: il vicer di Andreotti in Sicilia era stato ucciso da
Cosa Nostra perch si era dimostrato incapace di garantire il buon esito del
maxiprocesso dinanzi alla Corte di Cassazione.
Insomma, don Salvo avrebbe fatto alla Cupola una promessa che, poi, non era
stato in grado di mantenere.
E allora, pum!, pum!, pum!
La mattina del 27 ottobre 1992, leggendo i giornali, scoprii che Ciancimino non
la pensava come la procura di Palermo.

Anzi, la spiegazione dei magistrati non lo convinceva per niente.


E cos diffuse un comunicato che diceva: Sono ipotesi semplicistiche.
Io voglio essere interrogato dalla Commissione Antimafia per dirgli che
l'omicidio dell'onorevole Lima di quelli che vanno oltre la persona della
vittima e puntano in alto.
E un avvertimento, come si suol dire.
Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno pi vasto.
Un disegno che potrebbe spiegare molte cose .
Curioso: per anni, Ciancimino si era sentito perseguitato dall'Antimafia, una
specie di Soviet italico che, sosteneva lui, l'aveva condannato dinanzi
all'opinione pubblica senza neppure ascoltarlo.
Ma adesso era proprio davanti all'Antimafia che don Vito chiedeva di deporre.
Allora lo chiamai e gli dissi: Visto che lei ha deciso di parlare con
l'Antimafia, penso che potremmo pubblicare sull'Espresso la nostra chiacchierata
di giugno, no? Lui nicchi.
Capivo che non sapeva decidersi.
Forse temeva il contesto che io potevo costruire attorno a quel racconto.
Per metterlo tranquillo, gli lessi i primi capoversi dell'articolo e il ritratto
che schizzavo di lui.
E don Vito mi disse, sia pure a denti ancora un po' stretti: Sta bene.
Per poi venga a trovarmi, perch debbo farle vedere una cosa...
Ritornai da lui.
E Ciancimino mi present il suo libro finito. Sulle prime aveva immaginato
d'intitolarlo, se non ricordo male: Prometto di non commettere pi reati.
Poi si era deciso per un titolo secco, pi efficace, almeno dal suo punto di
vista: Le mafie.
Una bandiera polemica, Le mafie, per dire: esiste la mafia storica, quella di
ieri e di domani, ma ci sono pure la mafia politica e quella giudiziaria...
Vorrei che lei lo leggesse, questo manoscritto , mi disse Ciancimino.
Per deve venire a leggerselo qui, da me.
Quando vuole.
Con i tempi che decide lei.
Gli risposi che poteva toglierselo dalla testa.
Se ci teneva alla mia lettura, avrebbe dovuto darmi il manoscritto: l'avrei
letto all'Espresso.
Lui mi disse: Ci penser .
Passarono un paio di settimane e, la sera del 18 novembre, don Vito venne in via
Po.
Aveva deciso di portarmi il suo libro e si ferm a chiacchierare con Antonio
Padellaro e con me.
Era lo stesso di sempre: pimpante, grintoso, loquacissimo, imperativo nelle
telefonate al figlio Massimo e molto orgoglioso del suo libro.
Tuttavia, non si faceva molte illusioni sulla possibilit di pubblicarlo in
Italia: Ciancimino un autore scomodo.
Nessun editore vorr saperne.
Ma io lo far stampare in America .
La tiv accesa ci mostrava Buscetta interrogato dall'Antimafia.
E lo spettacolo, a don Vito, bruciava.
Scatt: Stanno perdendo il loro tempo.
Sono io quello che debbono sentire! Mi fulmin un pensiero beffardo: Ciancimino
uguale a milioni d'italiani qualunque, vede uno alla tiv e dice a se stesso:
perch lui s e io no?
Lessi Le mafie.
Non era scritto male e aveva un suo ritmo.
Certe pagine, poi, bruciavano di una rabbia che le rendeva avvincenti.
Ma non era un libro vero, bens un lungo memoriale politico-giudiziario-umano di
un uomo che si ritiene sotto tiro senza colpa e perseguitato da troppi poteri.
Certo, non sarebbe stato facile, per don Vito, trovare un editore, ma non
soltanto perch Ciancimino era un cognome scomodo da stampare in copertina.
Come tutti gli autori, don Vito era ansioso di sapere che cosa pensassi del suo
lavoro.

E cominci a telefonarmi all'Espresso per rendersi conto se la mia lettura


procedeva.
A volte, la sua chiamata mi folgorava mentre scrivevo o stavo in una riunione.
Allora gli facevo dire: Mi richiami il giorno tale .
E lui, pignolo: A che ora? All'ora tale.
Puntuale come un postino svizzero, Ciancimino richiamava nel giorno e nell'ora
che gli avevo indicato, spaccando il secondo.
A lettura finita, avrei dovuto dirgli che Le mafie non era facile da piazzare.
Ma non ne ebbi il tempo.
La mattina di sabato 19 dicembre 1992, Ciancimino venne arrestato un'altra
volta.
Aveva chiesto la restituzione del passaporto, dissero gli inquirenti.
E intendeva scappare all'estero.
Vero? Falso? Non ci ho mai creduto che Ciancimino pensasse alla fuga.
Lo dico cos, senza molti argomenti, per istinto.
E non ci credo ancora oggi.
Forse dietro quell'arresto c'era un altro degli enigmi italiani.
Qualche mese dopo, noi dell'Espresso pubblicammo che Ciancimino aveva
cominciato a parlare con il nuovo procuratore capo della Repubblica di Palermo,
Giancarlo Caselli.
Un altro pentito? Difficile dirlo.
Ecco l'ennesimo mistero di un'Italia che affondava sempre pi in fretta
nell'anno dei barbari.
Baby mummia?
31 ottobre 1992.
IN quest'Italia alle prese con il suo anno pi duro, mi capit d'imbattermi in
qualche simpatico avversario dei barbari che, tuttavia, aveva un difetto:
talvolta si comportava come una mummia, sia pure di tipo speciale.
Come catalogarli, questi politici che poi non erano cos malaccio? Ci pensai su,
quindi provai a definirli baby mummie , mummie giovani, non ancora mummiose
dalla testa ai piedi e, dunque, in grado di non diventarlo del tutto.
Nell'autunno 1992 ne ebbi sotto gli occhi una davvero molto speciale.
Anche perch m'indusse a ricordarmi, di colpo, di un vecchio film di Pedro
Almodovar.
Lo ricordate Donne sull'orlo di una crisi di nervi? Bene, il partitismo italiano
ci stava offrendo una replica grottesca di quel titolo.
Che spettacolo, la nomenklatura politica! Si vedeva in giro un sacco di gente
con l'aria di chi andato in tilt, l'occhio dilatato, la pressione alta,
l'incazzatura facile.
S'infuriavano per niente.
S'imbufalivano al cospetto della minima obiezione.
Accusavano il mondo di complottare contro di loro.
E qualcuno stava anche peggio perch sfiorava la paranoia.
Gridava d'essere pedinato, intercettato, spiato da chissach al servizio di
qualche Spectre, di qualche Potentissima Lobby, di qualche Superpotere
Superocculto.
In tanti anni di giornalismo politico non avevo mai visto un simile disastro.
Anche perch non avevo mai visto la fine di un regime.
Quando era caduto quello di Mussolini, facevo la seconda elementare e non
frequentavo gerarchi nervosi.
Ma adesso eccola qua un'altra fine di regime, con il suo corteo di politici
terrorizzati di dover chiudere bottega.
Li sentivo alla radio.
Li vedevo alla tiv.
Li leggevo nelle interviste sui giornali.
E talvolta mi capitava pure d'incontrarli.
La mattina del 31 ottobre, all'aeroporto di Brindisi, andai a sbattere contro
Massimo D'Alema, il numero due del Pds.
Era l'alba, ma lui aveva gi i nervi a fior di pelle.
Strano, stranissimo spettacolo.
Baffino d'Acciaio aveva fama d'uomo gelido.

Eppure, cos di buon'ora, gi schiumava di rabbia contro una barcata di pessimi


soggetti.
I giudici impegnati nella persecuzione dei politici.
I giornali in generale e Repubblica in particolare, a cominciare dal direttore.
Scalfari ha leccato tutti i democristiani che sono passati per Palazzo Chigi ,
sibil D'Alema, e adesso fa il capo dell'antipartitocrazia! E poi Segni, La
Malfa & Martelli, naturalmente.
E infine l'insieme di questi figuri che, complottando complottando, avrebbero
sottratto il governo dell'Italia ai partiti per regalarlo, mi garant D'Alema, a
una borghesia marcia, che non ha mai pagato le tasse, che vuole schiacciare chi
debole e intende azzerare il Parlamento.
Rimasi di sale davanti a questa sfuriata.
E l per l pensai che D'Alema doveva aver passato un'orribile nottata politica
nel suo collegio elettorale, che era appunto quello di Brindisi, Lecce e
Taranto.
Farfugliai qualche risposta, di quelle confuse che mi vengono quando prendo
l'aereo all'alba e ho dormito poco.
Certo, qualche particolare del fulmineo affresco di D'Alema metteva in allarme
anche me.
Per dirne una, mi stava sullo stomaco, e mi imponeva qualche brivido,
l'iscrizione entusiasta tra le truppe della Lega di Bossi di una certa borghesia
moderata in tutto, tranne che nell'evadere le tasse.
Ma era il quadro nel suo insieme che non mi convinceva.
A cominciare dalla chiave di lettura della rivoluzione italiana: un complotto,
nient'altro che un complotto contro i grandi partiti popolari, messo in atto
dalla versione moderna del vecchio Fodria, le Forze Oscure Della Reazione In
Agguato.
Eppure, quella di D'Alema non era soltanto l'incavolatura di un mattino
all'aeroporto, resa anche pi acida dalla prospettiva di dover poi passare la
giornata nella galera inquinata di Roma.
No, Baffino d'Acciaio doveva rimuginarlo da tempo quell'affresco.
Tanto che, proprio in quei giorni, continu a presentarlo dove gli capitava.
Il 2 novembre, per esempio, con Maria Teresa Meli, del Giorno, si scaten di
nuovo contro Segni: I Popolari per la riforma inventati da lui non rappresentano
altro che una corrente della Dc.
E nessuno mi ha detto che, per diventare referendario, dovevo aderire a una
corrente democristiana .
Poi cal ancora una randellata su Scalfari: Che cosa si vuol fare? Cacciare via
deputati e senatori, e lasciare tutto in mano a Scalfari e c quell'analfabeta di
andata e ritorno che Ernesto Galli della Loggia?
Verso la fine di novembre, poi, sempre parlando ai lettori del Giorno attraverso
la signora Meli, D'Alema torn a spiegare nel dettaglio in quali panni si
presentasse il complotto contro i tre grandi partiti popolari, la Dc, il Pds e
il Psi.
La verit , spieg, che esiste un 'quarto partito', quello della grande
borghesia, che presente nell'industria, nell'informazione e nella
magistratura, e che ha deciso di attaccare i partiti popolari.
Ma a quale scopo? gli chiese la signora Meli.
E lui: Semplice, perch il 'quarto partito' in questo momento si candida a
governare direttamente il paese.
Prima era diverso.
Prima i partiti popolari avevano raggiunto un compromesso con il 'quarto
partito'.
Ma adesso la grande borghesia lo ha rotto, quel patto.
E lo ha rotto perch ritiene che i partiti tradizionali non le servano pi .
E i magistrati? Ah, qui D'Alema scivol nel suo errore pi grave.
Non immaginando lo sfracello che, di l a poco, l'azione dei giudici avrebbe
provocato proprio tra i grandi padroni del vapore industrial-finanziario,
ringhi: La magistratura non neutrale.
Segue il vento dominante.
E adesso si pensa che i grandi partiti siano agli sgoccioli.

Ora che le forze politiche tradizionali sono pi deboli, allora si possono


colpire .
La conversazione a Montecitorio con Maria Teresa Meli ebbe poi un finalino a
sorpresa.
D'Alema lo recit cos: Io su queste cose la penso cos.
Dico io e non noi perch non ho ancora capito come la pensa il mio partito che,
per usare un'espressione cara ai giornalisti, ondivago .
Ultimissima battuta: E se qualcuno mi vuol chiamare dinosauro, faccia pure.
Ma ho le scaglie e la pelle dura, io!
///
Arrivato sin qui, debbo dichiarare la mia stima per D'Alema.
Ma proprio per questo non sapevo, non so darmi pace nel vedere un politico
intelligente, di saldo carattere e ancora giovane, condursi come certe mummie
partitiche.
No, non riuscivo a capire perch mai D'Alema potesse gridare quel che aveva
gridato in quei giorni a Repubblica: In Italia i giornali, ormai, sono un
problema, precisamente come la corruzione .
E vero, e ne parleremo con schiettezza pi avanti: noi giornalisti, spesso,
eravamo dei brutti ceffi.
E tuttavia, da qualche tempo, cercavamo d'esserlo un po' meno perch,
finalmente!, si provava a dar voce agli italiani qualunque che volevano cambiare
questo sistema partitico.
Sistema marcio, reso fradicio dalla corruzione, paralizzato nella propria
inefficienza, dove troppe crisi di nervi dei politici erano indotte dalla paura.
Una paura spesso dettata da quei fantasmi assurdi che, un tempo, popolavano
soltanto le notti di Ugo Intini, ma che adesso si stavano trasferendo nelle
interviste di Baffino d'Acciaio.
Mio Dio, ecco un'entit minacciosa: era il Partito dell'Informazione, deciso a
mandare al potere Cuccia, Romiti e De Benedetti.
E quella forza oscura? Era il golpismo della grande industria.
E quel mostro avanzante nelle tenebre? Ma era l'orrenda campagna contro i
politici accusati in blocco di corruzione.
Una campagna ingiusta, poich (ecco la litania che anche D'Alema si era messo a
recitare) pure la societ civile era corrotta e, dunque, per quale motivo
prendersela con la nomenklatura partitica?
Che malinconia! Uomini come D'Alema potevano far molto per traghettare l'Italia
sulla sponda di una nuova repubblica, con partiti diversi, con leggi elettorali
rivoluzionarie, con una classe dirigente finalmente rinnovata.
E invece, guarda che guaio! Si stavano innervosendo.
E meditavano di rinchiudersi nei bunker del partitismo, a rodersi il fegato, a
negarsi con ostinazione a qualsiasi speranza.
Potevo capire che in quest'errore precipitasse un padre della patria come il
professor Bruno Visentini che, in quei giorni, al congresso del Pri, aveva
strillato Attenti alla retorica del nuovo! , per poi bollare il progetto di
Alleanza Democratica come manifestazioni oratorie di insoddisfatti .
Ma il Grande Borghese aveva 78 anni e gli si poteva concedere di fare lo zio
barbogio con i nipoti che preferivano il rap a Wagner.
D'Alema, invece, e tanti altri giovani politici uguali a lui, dovevano
respingere la tentazione del bunker.
C'era aria viziata, in quelle casematte.
E l si correva il rischio di diventare, in fretta, delle baby mummie.
Paralizzate nell'attesa dei barbari di Bossi e destinate a non contare pi
niente nel dramma politico che stavamo vivendo e che, sempre di pi, avremmo
vissuto.
D'Alema mi rispose a tambur battente, ventiquattr'ore dopo, con una lunga
intervista ad Alberto Leiss, pubblicata sull'Unit il 18 novembre.
Ne cito soltanto l'attacco: Io una baby mummia sull'orlo di una crisi di nervi?
No, nessuna crisi di nervi.
Mi dispiace solo che anche un uomo come Pansa, che io stimo, non voglia capire.

Che si accontenti di una chiave di lettura della crisi italiana che la riduce a
una grande sfida tra i vecchi dinosauri e il nuovo che avanza.
In un passaggio d'epoca straordinario come quello che stiamo vivendo, bisogna
saper vedere anche dentro il nuovo le scorie del vecchio, che s'accompagnano a
tante spinte giuste.
E spesso queste scorie sono proprio il peggio del vecchio.
E poi: Ci che non vuol capire Pansa che nella crisi italiana i conflitti
aperti sono due.
Uno tra vecchio e nuovo, l'altro tra destra e sinistra.
A noi interessa il segno sociale del nuovo .
Ma s che lo capivo, caro D'Alema.
Lo capivo tanto che, alla faccia della modestia!, non mi ero mai sentito cos di
sinistra come in questi tempi da lupi.
Anche se la sinistra non sembrava andar per niente di moda.
E anche se il dichiararsi rosso, sia pure di un rosso nuovo, ossia di un colore
tutto da inventare, ti obbligava a fare a meno di un bel po' di comodit.
Per esempio, le comparsate in tiv a reclamizzare la tua merce libraria.
O gli spot gratuiti nei baracconi dell'intrattenimento televisivo targati Rai e
Berlusconi.
O le recensioni e le interviste amichevoli di giornaloni e giornalini
dell'Armata prima demosocialista e poi paraleghista.
O la benevolenza (tocco ferro!) dei guitti da telecamera alla Vittorio Sgarbi...
Per, eh, s, per volevo, appunto, un rosso nuovo.
Vitale.
Allegro.
Non burocratico.
Volevo una sinistra fresca, croccante.
Per niente inchiodata ai vecchi tab della vecchia sinistra.
Capace di lasciarsi alle spalle le liti, i rancori, gli insulti, i pasticci che
rendevano pesante il passo di tante mummie rosse.
Mummie bendate da una polverosa cultura della sconfitta, abituate soltanto a
perdere e mai, neppure una volta, in preda a una piccola voglia di vincere.
Era di questa razza anche D'Alema? Oppure era soltanto un giovane leader
conservatore, anzi, il capo dei conservatori di sinistra? Amici del Pds mi
dicevano: Occhetto il dirigente che ha avuto le intuizioni pi giuste, pi
nuove, anche se le concreta male, col suo stile affannato e pasticcione.
D'Alema pi lucido di lui e anche pi rassicurante per il partito.
Ma rassicurante proprio perch il pi vecchio come stile, l'uomo che ricorda
pi da vicino i vecchi capi del Pci.
E infatti lui vorrebbe rifare qualcosa che assomiglia al partito di una volta,
un nuovo Pci che tenga insieme tutti, da Rifondazione alla Rete, dai Verdi ai
socialisti di sinistra.
Ma come possibile tenere insieme tante anime cos diverse? Come si potr
scegliere, poi, la strada pi utile per vincere la partita del governo? Ci
troveremo alle prese, sempre, con una mediazione infinita.
E mediare, oggi, il contrario del governare .
Immagino che, nel Pds, molti si ponessero domande come queste.
E tuttavia, sempre pi spesso, anche piccoli fatti di vita quotidiana ti
segnalavano, sotto la Quercia, un pericoloso scoramento.
In quei giorni d'ottobre, mi capit d'incontrare a Fiumicino una deputata del
Pds che non vedevo da un pezzo.
La trovai amareggiata, delusa, quasi sgomenta.
Le chiesi: Come stai? Lei rispose: Come vuoi che stia? Tiro a campare.
Sopravvivo.
Non si capisce pi che cosa succede nel partito...
Una settimana dopo, mentre scendevo dal rapido Milano-Roma, m'imbattei in Davide
Visani, potente d'Emilia, coordinatore della segreteria del Pds alle Botteghe
Oscure.
Aveva uno stile sbrigativo, da gerarca brezneviano-ferrarese.
M'interrog: E vero che anche tu ci dai per spacciati? Stavo per dirgli: ma,
chiss, non so, dipende, bisogna vedere se...
Ma lui m'interruppe: Ciao, devo correre! Telefonami, mi raccomando.
Cos una sera t'invito a cena!

Che forza, le burocrazie! Soltanto loro sapevano sempre dove correre.


Dove andare.
Dove trovare la forza per farti sentire un niente rispetto alla loro mummiosa
eternit.
Agonia al Belsito.
25 novembre 1992.
VERSO il finire del 1992, tra i pochissimi che ancora leggevano l'Avanti! da
cima a fondo c'eravamo Claudio Rinaldi e io.
Il glorioso foglio socialista ci offriva un obl su un mondo che non
frequentavamo pi da tempo.
E che, tuttavia, per il nostro lavoro dovevamo tener d'occhio per capire di che
morte saremmo morti tutti: loro e, forse, anche noi, pur molto diversi da loro.
Cos, la mattina di sabato 14 novembre, Claudio mi chiese: Ma hai visto che
cos'ha scritto Villetti nel suo articolo d'addio?
Certo che l'avevo visto.
Poteva mai sfuggirmi l'ultimo fondo di Roberto Villetti, il direttore
dell'Avanti!, licenziato in tronco da Craxi la sera prima? Ce l'ho qui sotto il
naso e ritrovo subito il passo che quel sabato mi colp.
Scriveva il Villetti rimosso: Il Psi ha perduto tutta la sua carica propulsiva e
appare una barca alla deriva con un equipaggio in rivolta e un comandante in
difficolt a tenere la rotta.
La credibilit ideale e morale del Partito a pezzi.
Mi sembra di avere un incubo.
In pochi anni un grande patrimonio politico andato disperso .
Mai letto niente del genere sull'Avanti! comment Claudio.
Gli dissi: Perch non intervistiamo Villetti? Ne verr fuori un pezzo
assolutamente mai letto sull'Espresso... .
Ottimo.
Cercalo tu.
Il luned cercai Villetti.
Se ne stava in casa, difeso dalla segreteria telefonica.
Rispose subito.
Ci stai a farti intervistare da me per l'Espresso?.
Su che cosa? domand lui, un po' incerto.
Beh, sulla tua vicenda all'Avanti!, su Bettino, sul futuro del Psi.
Un'intervista politica.
D'accordo, ci sto.
Dove ci vediamo? .
Puoi venire qui da noi, in via Po.
Ci mettiamo nella mia stanza e lavoriamo con tranquillit .
Da voi all'Espresso?! esclam Villetti sorpreso.
Ma dai! Mica ti mangiamo.
Lascia perdere le vecchie polemiche.
E poi che rappresaglie vuoi che ti faccia Bettino? Ti ha gi licenziato, no?
Villetti venne e fu accolto per quello che era: quasi un vecchio amico
ritrovato.
Mi disse: Giampaolo, non sei nemmeno invecchiato .
Neppure tu, Roberto.
E invece eravamo invecchiati tutt'e due.
Villetti mi era sempre apparso il sosia di Woody Allen e lo era ancora, anche se
un po' pi triste, quasi avvilito e come in cerca di sicurezza.
D'accordo, aveva diretto un foglio del regime.
Ma quanti giornalisti di regime c'erano in Italia? E tutti ancora in sella e
spesso con stipendi d'oro, l'auto blu e il telefonino a carico di qualcuno.
Roberto, invece, il posto l'aveva perso.
E non mi pareva il tipo che nuotasse nell'oro.
Il Woody Allen del Garofano ci regal un'intervista intelligente e succosa che
Claudio intitol: Psicoanalisi di Craxi.
C' Bettino, chiamate lo strizzacervelli.
La illustrammo con vecchie foto conservate nell'archivio dell'Espresso.

Un Villetti giovanissimo con Francesco De Martino.


Con il suo maestro politico, Riccardo Lombardi.
Seduto accanto a un Gianni De Michelis quasi magro e con l'aria
dell'universitario secchione.
In un gruppo della sinistra socialista, di fronte a un Claudio Signorile
bellissimo e torvo, col ciuffo, il maglioncino a girocollo e la faccia da
sciupafemmine pugliese.
Scegliemmo le foto con Villetti.
Che tristezza, quell'album sciorinato sul tavolone di Rinaldi.
No, non avevo rimpianti, mica son scemo! Per, mentre cercavamo le immagini da
stampare, come potevo non ricordare? Quante speranze svanite.
Quanta rabbia mangiata.
E quante frecce di carta.
Parlo di quelle che c'eravamo tirate noi giornalisti.
Una guerra dei bottoni.
Un gioco da bambini al confronto con la guerra feroce, con morti veri, sangue
vero, che si era combattuta, e ancora si combatteva, ai piani alti del potere
partitico.
Le nostre frecce erano intinte nell'inchiostro, non nel veleno.
Corsivi, bestiari, polemiche, sfott.
Acqua passata.
La politica italiana correva molto in fretta.
E capitavano tante cose nuove.
Si poteva passare di colpo dalla prima fila all'ultima.
E restare a piedi.
Senza lavoro.
Ma, soprattutto, senza ruolo.
Senza identit.
Quasi senza se stessi.
Abbracciai Villetti: Grazie, Roberto.
Ci rivedremo all'Assemblea nazionale socialista.
Ci andrai? .
Certo che ci andr.
Questo diritto Bettino non ha potuto levarmelo.
Ci vedremo al Belsito, il 25 novembre .
Bene: arrivederci al Belsito!
Ma s, di corsa al Belsito, dalle parti di Monte Mario, in Roma capitale uccisa
dal traffico e dallo smog.
Eccolo, questo ex cinema di periferia, adesso luogo di scontro per il parlamento
del Garofano, arengo politico con quell'insegna diventata jettatoria, insegna
giusta per una tomba di lusso, da giardino per l'eternit.
L'aveva voluto un dirigente defunto sul serio in quei giorni, il Balzamo
cassiere socialista dei tempi d'oro.
Ma di certo, a volerlo pi di tutti, doveva essere stato lui, Craxi.
E per che cosa Bettino aveva fatto erigere il Belsito? Per i suoi trionfi
capitolini? Per le udienze periodiche ai vassalli convocati a Roma in
rappresentanza del popolo socialista? Macch, il Belsito era stato un puro
investimento immobiliare, uno dei pochi di un Psi sciupadenari.
E anche una scelta funzionale, per non andar girovagando fra teatri e sale ogni
volta che si avvertisse l'impellente necessit di far ratificare dall'assemblea
socialista le indiscutibili decisioni dell'imperatore.
Acqua passata anche qui.
L'Impero del Garofano stava crollando.
L'assemblea non era pi n paziente, n unitaria, n incrollabilmente fiduciosa
nelle sorti del partito.
E pure Craxi quanto era cambiato! In pochi mesi, la Storia aveva percorso
distanze immense.
Cos, anche il cronista pi carogna sentiva l'obbligo di entrare al Belsito
quasi in punta di piedi.
Ossia col passo giusto per rendere visita davvero a un caro estinto, il
Superpotere Craxiano.
Che lusso, dio mio! Marmi.

Porte di radica persino nei cessi.


Saloni.
Sale.
Salette per elaborare, verbalizzare e divulgare il Verbo di Bettino.
E poi che arengo tecnologico per le adunanze plenarie! Ponteggi con quasi trenta
riflettori.
Telecamere dappertutto.
Monitor a strafottere.
Un tempio dal costo certo miliardario.
Nel quale il parlamento del Garofano mi ricordava certe famiglie in vorticosa
decadenza convocate per un ultimo pranzo di Natale dentro il villone patrizio
destinato a essere messo all'asta.
Un pranzo con tre protagonisti a capotavola.
Che in quel giorno mi venne di chiamare il Cane, il Gatto e il Topo.
Il Cane, detto senza offesa neh!, non poteva essere che lui, Craxi.
Un vero mastino lombardo.
Un bestione politico possente.
Un fascio di muscoli e di nervi congegnato alla perfezione per il combattimento,
adatto alla difesa quanto all'assalto.
Ma come mi apparve diverso il Gran Mastino, nella luce grigia del Belsito
funerario, dopo il disastro elettorale d'aprile, dopo il ciclone di Tangentopoli
e, adesso, alle prese con la guerriglia interna.
Fissava ingrugnato la platea rissosa.
Il viso gonfio e invaso da macchie rossastre.
Le mani nervose.
Le dita che avevano bisogno di essere stirate come a placare l'ira interna.
E quanta ira doveva scoppiargli in petto.
Mai il Mastino Lombardo si era trovato cos alle strette: in un'Italia che non
riconosceva pi, ma anche dentro la famiglia socialista.
Una famiglia non pi giardino di delizie, bens boscaglia infida, con troppi
killer in agguato.
E che cupezza la corte rimasta con lui! Anni e anni di congressi socialisti non
mi avevano mai offerto tante facce da venerd santo con visita ai sepolcri.
Gianni De Michelis? Un mascherone da carnevale durante la peste.
Giusi La Ganga? Un barbuto faccione stravolto da un invecchiamento precoce.
Lelio Lagorio? Un profilo gelido da avvelenatore che tema di dover essere lui a
bere il veleno.
Gigi Covatta era un prete livido.
Gennaro Acquaviva un cardinale terreo.
Paolo Babbini un se@ gretario di curia spaventato e rancoroso.
Persino Ugo Intini, miracolosamente giovane, fissava il vuoto con la pupilla
dilatata dell'onesto fanatico che veda il tempio crollare e il suo dio
ingiuriato e tradito.
Non pensavo che le tragedie partitiche si potessero leggere sulle facce di una
nomenklatura con questa malvagia chiarezza.
Al Belsito era schierato un plotone di vinti, una zatterata di naufraghi,
un'adunata di fantasmi.
E allora, con un simile corteo alle spalle, il Mastino Lombardo faceva ancora la
sua onesta figura.
Certo, la grinta del Tempio di Rimini (annata 1987) e della Cattedrale d'Acciaio
dell'Ansaldo (annata 1989) era tutta alle spalle. E gli argomenti forti, da onda
lunga, avevano ceduto il campo a lugubri squilli di tromba proclamanti lo stato
d'assedio.
E a uno squillo funereorabbioso destinato a mettere in guardia il partito contro
il Delfino Spergiuro, l'ex compagno Martelli.
Lui non voleva rinnovare il Psi.
Voleva cancellarlo.
S, perseguiva il disegno perverso di far sparire il Garofano nella brodaglia
messa a cuocere da Segni e La Malfa.
Guai ad accettare questo destino, grid il Gran Cane Socialista.
Dunque, stiamo uniti.
Arrocchiamoci nel bunker della nostra storia.

Chiudiamo le porte della fortezza craxiana poich i tartari di Bossi stanno


arrivando.
Li sentite? Vogliono entrare.
Vogliono batterci.
Vogliono farci morire.
Cos ringhi il Mastino.
E cos ringhiarono i suoi.
De Michelis, pupazzone gesticolante in una nube di sudore, grid: C' una
congiura.
Pretendono che Craxi faccia harakiri.
Bisogna fermare questa campagna forsennata diretta a radere al suolo i partiti.
Io non mi vergogno.
Io non mi pento.
Martelli non ha capito nulla.
Craxi ci ha detto parole non soltanto coraggiose, ma giuste.
E lui il vero nuovo.
Martelli e i suoi ci propongono, invece, un nuovismo che ci far sparire .
Ma Intini fu persino pi tetro.
E grid parole che mi obbligarono a sobbalzare, tanto mi ricordarono quelle di
D'Alema: Contro di noi c' un fascio di forze che pu portarci un nuovo
fascismo.
E come un missile a due stadi.
Il primo gi partito: i politici sono tutti ladri.
Il secondo esploder con i referendum, quando gli italiani saranno chiamati a
lapidare i partiti democratici.
Il burattinaio di questa trama Scalfari.
E Martelli ha preso il posto assegnatogli nel teatrino scalfariano.
Quanto a Segni, lui prepara la svolta autoritaria.
Suo padre ci aveva provato con i generali.
Lui ci prover con la pressione dei media .
Nella tomba del Belsito accadde quel che non avveniva da secoli: una fischiata
per Intini.
Ma altri fischi stavano per venire, stavolta per Martelli.
Era lui il Gatto di questo dramma.
Un Gatto con l'illusione di possedere almeno due vite: una all'ombra del Cane,
l'altra contro il Cane.
Quel giorno, al Belsito, s'accorse che il bis non gli sarebbe stato possibile.
Se ne accorse anche dal clima avvelenato.
Dai rancori che gli esplodevano addosso.
Dagli insulti.
Dai ceffoni verbali.
Il tutto in un vortice di gestacci da 25 luglio in camicia rossa.
Craxi fece le corna di scongiuro alle teorie martelliane.
E, affinch il messaggio arrivasse chiaro al Gatto Jettatore, le rifece una
seconda volta, in posa per i fotografi, gonfio di una rabbia quasi gioiosa.
Enrichetto Manca, uomo del Gatto, non riusc a parlare poich gli gridarono
persino piduista! .
L'Alma Cappiello, fedelissima al Mastino, venne zittita e rispedita al mittente.
E Paris Dell'Unto riusc a farsi ascoltare soltanto perch grid: Ma non le
sentite le barzellette sui socialisti ladri? Ci ridiamo anche noi.
Ci ridono pure quei pochi militanti che ancora ci seguono...
Poi, sul finire del dramma, scocc l'ora del Topo.
Ossia di Giuliano Amato, per il momento presidente del Consiglio e, domani,
chiss.
Formidabile questo topolino in grisaglia protocollare.
Incollato sulla sedia alla destra di un agitatissimo Mastino.
Impassibile.
Senza emozioni.
Scrutatore insondabile del sacrario dietro le lunette a mezz'asta.
E infine corazzato anche contro le malignit pi spietate: Amato per il 33 per
cento di Craxi, per il 33 per cento di Agnelli, per il 33 per cento di De
Benedetti...
In realt, Giuliano era per intero soltanto di Giuliano.

E questo Super Topo aveva dentro una super sicurezza: quella di saperla pi
lunga e, dunque, di possedere pi avvenire di tutti, compreso il Cane e il
Gatto.
Anche i naufraghi del Belsito sembravano pervasi di questa certezza.
E quando Amato and al podio un silenzio davvero tombale l'avvolse.
Fervido-severo, Amato spieg che l'onda della corruzione aveva messo a rischio
la democrazia in Italia.
Dunque, tutto poteva accadere.
La Lega di Bossi gli sollecitava sinistri ricordi, l'Italia del 1920, del 1921,
alla vigilia del fascismo.
Per questo, disse, non temo Segni, bens un torrente che rompa gli argini dello
Stato democratico.
Temo l'immagine che gli italiani hanno ormai del ceto politico: un ceto infetto
dall'Aids democratico, elettivo, e dunque un ceto da rifiutare compiendo una
scelta pericolosa, quella di un regime autoritario.
Lo ascoltavo angosciato e furioso.
Angosciato perch il Topo, con questa lucida lezione, dava corpo a paure che
cominciavano a essere anche mie.
S, la Lega, e specialmente certi capi della Lega, avevano parole, modi e stili
politici che mettevano strizza pure a me.
Ma ero infuriato perch mi dicevo: chi l'ha fatta nascere, questa Lega? Chi la
sta rendendo forte? Chi la fa sembrare l'unica via d'uscita dallo sfascio
partitico italiano? Voi, naufraghi del Belsito.
Voi capi dei naufraghi, il Cane, il Gatto, il Topo.
Voi non da soli, certamente.
Ma anche voi, costruttori del Tempio Greco di Rimini, adoratori della Piramide
craxista dell'Ansaldo.
Voi padroni d'Italia che avete rovinato l'Italia.
Mi dicevo proprio cos, immaginando di rivolgermi alla corte del Belsito, con
queste immagini semplici, rozze, da rissa politica al bar.
Per immagini vere.
E suggerite da un'ottima consigliera: la paura.
Ma il Topo, quel giorno, si mostr anche incoraggiante.
Grid: si deve, si pu liberare il sistema dalla corruzione.
E la lotta da ingaggiare con pi vigore.
Poi ci vogliono esempi di buon governo.
Poi una legge elettorale acconcia, di compromesso, sulla quale il Psi non deve
dividersi.
E soprattutto occorre fiducia, fiducia, fiducia.
Non facciamoci catturare dalla sindrome dell'autodistruzione , strill ai
naufraghi, il futuro avr ancora bisogno di noi socialisti.
Applausi frenetici.
Trionfo.
Brividi di sicurezza ritrovata.
A quel punto scrissi una previsione da tredici al Toto: tra il Cane e il Gatto,
avrebbe vinto il Topo Poi anche il Topo avrebbe dovuto lasciar perdere il for
maggio del potere.
Nell'andarmene dal Belsito, indovinate chi incontrai? Bobo Craxi, il figliolo di
Bettino.
Per un po', se n'era stato zitto e buono, confuso tra i naufraghi.
Poi, come una falena attratta da una lampada, gira e rigira aveva finito col
tuffarsi nel crocchio dei cronisti.
Mi disse: Ho letto quel tuo libro, come si chiama?, s, I bugiardi.
Ma l'hai scritto tutto tu? Feci la parte di quello che cade dal pero e risposi
da stupidotto: S, perch? E Bobo, con una smorfia poco convinta: E cos pieno
di cattiverie che mi sembra impossibile tu le abbia raccolte tutte da solo...
Ah, sciagurato Bobo! Ma non era l'unico a pensare che noi giornalisti eravamo
sporchi, brutti e, soprattutto, cattivi.
E che risultava indispensabile e urgentissimo impedirci di stampare le nostre
troppe cattiverie.
Lo dimostr, proprio in quei giorni d'inizio inverno, la storiaccia della Legge
Irpina.
Operazione Mordacchia.

9dicembre 1992.
LA Legge Irpina, vi spiegher poi perch decisi di chiamarla cos, era un
bavaglio, una mordacchia, un tappo di ferro che molti politici speravano di
ficcare in bocca a noi giornalisti carogne.
Questi imbavagliatori o mordacchisti erano in gran parte mummie democristiane e
socialiste, ma nel loro Squadrone del Silenzio non mancavano eccellenze
dell'opposizione di sinistra e di destra.
Era tutta gente in preda alla sindrome che ho gi descritto: la crisi di nervi
da paura.
Per i giudici di Mani Pulite.
E per l'informazione che diffondeva, minuto per minuto, la cronaca di
Tangentopoli.
In pi, covava in molte di queste mummie una irosa voglia di rivincita.
Di tornare ai tempi belli di una volta.
E di farla pagare a quello che l'Avanti! (diretto ancora, ahim!, dal povero
Villetti) aveva chiamato il Partito dei Forcaioli.
M'imbattevo spesso in questa voglia, nei terrori che l'alimentavano e nelle
storie grottesche che ne nascevano.
Volete sentirne una? Il 9 novembre andai a Padova per un dibattito sui miei
Bugiardi, organizzato da Maurizio De Luca, il direttore del Mattino di Padova.
C'era anche un magistrato a quell'incontro, Ivano Nelson Salvarani.
Ve lo ricordate? L'avrete visto in tiv quando, da sostituto procuratore a
Venezia, conduceva le indagini sulle tangenti venete, quelle che avevano mandato
in rovina l'impero doroteo-socialista di Carlo Bernini e Gianni De Michelis.
In quel novembre, Salvarani era gi diventato presidente di tribunale e non
aveva pi nulla a che fare con l'inchiesta veneziana.
Dunque poteva partecipare a quel dibattito con l'animo tranquillo di un semplice
cittadino.
E da cittadino parl Salvarani, un signore di mezz'et, con una barba a pizzo
quasi ottocentesca.
Spieg che non toccava ai giudici spazzare via il sistema partitico, per quanto
degenerato fosse.
Erano gli elettori, ammesso che lo volessero, gli unici ad avere il diritto di
mandare a casa quei partiti che avevano rotto le ossa alla democrazia con il
clientelismo, le tangenti e la corruzione elettorale.
Stop.
Tutto qui.
A parte la constatazione di che cosa fosse diventata l'Italia del partitismo.
Una testimonianza senza rivelazioni di segreti giudiziari.
Soltanto la fotografia di una vergogna che tutti, in particolare a Padova,
avevano gi ben chiara in testa.
Ma che cosa accadde subito dopo il dibattito al Caffe Pedrocchi? Accadde che il
Gazzettino di Venezia, senza nessuna intenzione cattiva, riassunse le parole di
Salvarani un po' alla carlona, come capita talvolta a noi cronisti quando la
fretta c'incalza.
E accadde che il marted 10 novembre un deputato dic veneto che non sono mai
riuscito a individuare, lette quelle poche righe, and subito in tilt.
Detto fatto, nel Transatlantico di Montecitorio il nervosismo cominci a
montare.
Qualcuno strill: Quel Salvarani un eversore! Vuole mandarci tutti a casa!
Vuole abolire il Parlamento! Qualcun altro, anche pi eccitato, scrisse
un'interrogazione al ministro della Giustizia per chiedergli di accertare se un
innominato giudice del Tribunale di Venezia non avesse compiuto un bel po' di
delitti allo scopo di (sentite che piano criminale!): Sollecitare lo
scioglimento anticipato delle Camere, addirittura per fini di un generale
mutamento di regime; provocare la delegittimazione dell'intera Assemblea
legislativa; condizionare con tale esplicita finalit eversiva alcune
discutibili azioni giudiziarie in corso .
E c'era qualcosa di anche pi strabiliante di queste formidabili scemenze.
Era l'elenco dei deputati firmatari.
Ben 159, tutti della maggioranza, pi uno, il Centosessantesimo, quello pi
noto, Marco Pannella.

Nell'elenchissimo ce n'era per tutti i gusti, compreso il gusto di ritrovare


nomi resi celebri dalle cronache mondane di Tangentopoli: il celebre duo
Pillitteri & Tognoli, il Prandini da Brescia, il Tabacci mantovano, lo squaloso
Sbardella.
E con loro una sfilata di comparse: l'etereo Formigoni, l'inciccionito Mastella,
il pallido Lusetti, il cossighista D'Onofrio, il cupo Zavettieri.
Poteva mancare, in questa compagnia, l'isterico Sgarbi? Ma figuratevi se
mancava!
Che cosa rispose sua eccellenza Martelli? Confesso che non lo so.
Se rispose, la risposta non ebbe effetti.
Del resto, sul Titanic che affondava, ciascuno, ormai, pensava soltanto alla
propria pelle.
Nella speranza di portarla a casa, per poi ricominciare ad abbuffarsi di potere.
Dopo Padova, andai a presentare I bugiardi a Parma.
E qui mi capit d'incontrare a cena un democristiano eretico.
Gi dirigente della Dc, conosceva bene la nomenklatura della Balena, a
cominciare da Arnaldo Forlani.
Mi disse: Stia attento, Pansa, a non sbagliare diagnosi.
Non creda di avere di fronte degli eroi stanchi, tentati di gettare la spugna.
Macch: anche i piu malconci sono sicurissimi che, finita la bufera moralistica
di Tangentopoli, riprenderanno a dettar legge nei loro partiti e nel governo .
Gli chiesi: Anche Forlani ha di queste speranze? .
Certo che s , rispose l'ere Un'altra mummia convinta di risorgere era De
Michelis.
In tiv mostrava la faccia del condannato a morte.
Me lo ricordo, una sera d'ottobre, a Milano, Italia, mentre veniva bacchettato
da militanti socialisti che lo rimproveravano cos: visto che sei inquisito, non
dovevi accettare la carica di vicesegretario del Psi! Lui, cotto e stracotto,
balbettava: Oggi fare il vicesegretario del Psi non credo sia un onore...
Che pena.
Al cospetto dello scheletrico Lerner, Avanzo di Balera sembrava un gigantesco
gelato che si squaglia al sole.
Ma in privato, Big Gianni era tutto diverso.
Bastava incontrarlo in una festa di amici per scoprirlo arrogante.
E convinto di riprendersi il potere.
E incazzato a morte con i giornalisti, prima amici dei terroristi e oggi al
servizio delle procure della Repubblica.
Ma s, bisognava zittirli, questi giornalisti.
Fu cos che, sul finire del 1992, venne allestita l'Operazione Fuori dai Piedi,
destinata poi a sfociare nella Legge Ir pina.
L'operazione prese le mosse da un'altra morte a Tangentopoli.
Il 26 ottobre, all'aeroporto di Linate, Vincenzo Balzamo, il cassiere del Psi
anch'egli inquisito dai giudici di Mani Pulite, venne colto da infarto.
E il 2 novembre spir nell'ospedale San Raffaele di Milano.
Subito riprese forza la litania accusatoria esplosa dopo il suicidio del
deputato Moroni.
Disse Craxi: Erano mesi che Balzamo viveva in uno stato d'angoscia.
E Amato: Rester nella memoria di molti la pressione abnorme che la coscienza di
Balzamo ha subito sino a questa tragica, fatale rottura .
E Di Donato, non ancora travolto dall'inchiesta napoletana: Vincenzo l'ultima
vittima di questo clima di caccia alle streghe.
Finisci cos quando sei nel mirino di chi gestisce le notizie in modo scorretto
.
Era possibile che fosse andata in quel modo? Certo che s, garant un big
dell'impero dei media, Maurizio Costanzo.
Lui se ne intendeva, dal momento che aveva costruito un suo Colosseo televisivo
ed era maestro nel far combattere, sotto l'occhio imperiale del Berlusconi,
gladiatori solitari contro una turba di fiere d'ogni genere.
Sul Giorno del 3 novembre, Mister Bont Loro incise queste parole: Chi scrive
convinto che, al di l della fondatezza delle accuse a lui rivolte, Balzamo
morto per la vergogna.

Non ha retto ai titoli dei giornali, ai servizi dei telegiornali; crollato


sotto il peso dell'immediata lapidazione della quale sono oggetto gli inquisiti
(attenzione: inquisiti, non condannati) di Mani Pulite e di altre inchieste
giudiziarie .
Pass un altro mese e, il 3 dicembre, si uccise a Palermo il magistrato Domenico
Signorino.
Me lo ricordavo bene: era stato pubblico ministero in un processo dove io ero
l'imputato numero uno e anche l'unico presente.
Imputato di calunnia per qualche mio vecchio articolo sulla scomparsa del
giornalista Mauro De Mauro, anno 1970, epoca Stampa.
Mi era rimasta nella memoria l'immagine di un accusatore corretto, non prevenuto
contro un giornalista calato dal Nord per cercare di capire uno dei misteri di
Sicilia.
E, alla fine, Signorino aveva chiesto la mia assoluzione.
Adesso lo ritrovavo morto suicida dopo le accuse di un pentito di mafia e le
relative notizie sui giornali.
Altra storia, altro contesto rispetto a quello del Moroni.
Ma la litania ricominci, puntuale, ossessiva.
Parl per primo, al Tg2, Alberto La Volpe, direttore craxiano poi tramutatosi in
martellista: Questo morto ce l'abbiamo sulle nostre coscienze.
Questo magistrato stato ucciso dai meccanismi dell'informazione .
Quindi ripresent l'immagine cara a Martelli: E una nuova gogna pubblica .
La sera, al Tg1 delle 20, Bruno Vespa fece di meglio: E sufficiente essere
sfiorati da un avviso di garanzia per venire additati al pubblico disprezzo sui
giornali e, spesso, anche in tiv.
Poi sparacchi tutt'intorno: Molti giornali montano le notizie per servire le
loro campagne non solo politiche .
E infine, lapidario: Molti giornali si sono trasformati in aule di giustizia
sommaria .
Al riparo dei suoi blindati televisivi, il partitismo governativo inizi
l'offensiva che poi avrebbe condotto alla Legge Irpina.
Martelli, ancorch ministro della Giustizia, parl come un corsivista
dell'Avanti!: L'informazione spettacolo ha avuto la sua vittima.
Siamo alla giustizia sommaria della gogna pubblica .
E Intini: I processi vengono fatti sulla piazza del villaggio elettronico, dai
mass media .
E Fabio Fabbri, sottosegretario socialista di Amato: Situazione intollerabile e
incompatibile con lo Stato di diritto .
E Claudio Vitalone, ministro andreottiano: Il giudice stato schiacciato
moralmente da uno scoop giornalistico .
E madama Ombretta Fumagalli, deputata andreottiana: Stiamo svendendo lo Stato di
diritto .
E Andreotti, loro paparino correntizio: Imbarbarimento!
Posso esternare un sospetto da carogna? Qualcuna di queste mummie sparava
missili preventivi in difesa di se stessa, piuttosto che del povero magistrato.
E si faceva forte del volume di fuoco prodotto anche da politici esterni alla
nomenklatura di governo.
Tiziana Maiolo, deputata di Rifondazione, una stizzosa sciuretta, disse secca:
Magistrati, giornalisti, sacerdoti del pentitismo, calunniatori di professione
hanno suicidato Signorino.
Dai professionisti dell'antimafia siamo passati ai professionisti della
calunnia.
E Guido Lo Porto, muscoloso deputato missino di Palermo, spieg che cosa
bisognava fare: Una ferma e radicale modifica delle norme sulla libert di
stampa .
E Marco Taradash, deputato pannelliano dopo essere stato giornalista come la
sciura Maiolo e il camerata Lo Porto, concluse cos: Questo un caso di lupara
grigia .
Sembr rispondere a tutti Martelli che strill: Chieder ad Amato d'intervenire
per porre fine a questo scempio .

Fine.

Parte seconda.

Quei ragazzi senza scarpe.


17 gennaio 1993.
Mi chiedevo spesso se meritavo la fiducia di chi mi leggeva.
Ma un giorno me lo domandai con pi tremore del solito.
Era novembre, stavo scrivendo qualcosa all'Espresso, quando la segretaria mi
disse: Ho al telefono il sindaco della tua citt.
Quale citt? Lei si arrabbi: Come 'quale citt'? La citt dove sei nato .
Proprio quella? .
S, quella! disse lei ridendo.
Devo parlargli adesso che ho da finire 'sto pezzo?.
Certo, adesso .
Passamelo. . .
Pronto? S, sono Pansa.
Il sindaco, che non conoscevo, mi rifil il solito preambolo, poi venne al sodo:
Abbiamo deciso d'invitarla a tenere la commemorazione ufficiale della Banda Tom
.
Mi difesi d'istinto: Perch invita me? Non ho nessun titolo.
Non ho fatto il partigiano.
Ero un bambino quando li hanno fucilati.
Certo, tanti anni fa ho scritto un libro che parlava anche di loro.
Ma con questo? Non posso venire.
Non desidero venire.
Non m'inviti, per favore.
Pass qualche giorno e il sindaco torn alla carica.
Dissi di nuovo: no.
Terza telefonata: ancora no.
Temevo di non saper fare quel che mi chiedevano.
E mi pesava farlo.
Per di pi non tornavo nella mia citt del Nord, la nebbia sopra e il Po
intorno, da tanti anni.
E avevo paura d'imbattermi in troppi ricordi.
Il sindaco non si fece pi sentire.
Poi, una mattina, trovai tra la posta una lettera.
Veniva dalla mia citt.
Era firmata da una donna.
Diceva: sono la sorella di uno della Banda Tom, mio fratello Luigi non aveva
ancora diciott'anni quando i fascisti l'hanno fucilato.
Era uno dei ragazzi senza scarpe .
Li ricorda, quei ragazzi senza scarpe? L'immagine sua, dottor Pansa.
L'ho scoperta in un suo libro sull'esercito di Sal.
Lei non pu non venire a parlare di loro...
Ci andai.
La domenica 17 gennaio, prima che cominciasse tutto, mi svegliai all'alba, misi
un piumino e le scarpe da ginnastica e partii a perlustrare la mia citt vuota.
La nebbia c'era, e fitta.
Cominci a diradarsi quando i lampioni si spensero.
Ecco la chiesa dove ogni tanto mi trascinava mia nonna.
Sul portale dormivano due extracomunitari, noi dicevamo marocchini.
Tentai di fotografarli.
Ma loro s'imbestialirono.
Uno mi lanci una lattina vuota di Coca.
Tirai diritto verso la via centrale della citt.
Ecco la strada dov'ero cresciuto.
Ecco la mia casa.
Irriconoscibile.
Restaurata.
Roba quasi di lusso.

Eppure i ricordi di quell'inverno di guerra, l'ultimo, mi assalirono.


La neve.
Il freddo.
I fiori di ghiaccio sui vetri.
Il pezzo di legno portato a scuola per accendere la stufa della classe.
Quarta elementare.
Avevamo le mezze maniche di popeline nero per non guastare i maglioni sui banchi
incatramati.
La maestra piangeva spesso: il suo moroso stava con i ribelli e lei temeva che
quelli della Brigata Nera glielo prendessero.
Certi pomeriggi di domenica non finivano mai.
Dalla finestra fissavo i fiocchi di neve e li seguivo, lasciando cadere gli
occhi sulla strada silenziosa.
Avrei voluto andare alla Casa del Fascio, venti metri pi in l, per vedere
l'aereo di Natale Palli.
Era un giovanotto della mia citt, un asso dell'aviazione nel '15-'18.
Aveva portato D'Annunzio su Vienna per inondare di volantini quei criminali
degli austriaci.
Poi era morto cadendo sul Monte Bianco, per dimostrare che si poteva trasportare
la posta in aereo da Milano a Parigi.
L'aereo, rimesso insieme, l'avevano appiccicato a una parete della Casa del
Fascio, nell'enorme salone d'ingresso.
Mi piaceva andarlo a vedere al tramonto.
Adagio adagio, il salone veniva invaso dal buio.
E l'aereo sembrava pi grande, un enorme moscone catturato per sempre e messo l
per noi, perch lo ammirassimo.
Ma in quell'inverno mia mamma ci aveva proibito di andare nel salone a vedere
l'aereo.
Succedevano brutte cose, nella Casa del Fascio.
Un pomeriggio, dalla mia ringhiera, scorsi due uomini in divisa.
Stavano in piedi e urlavano addosso a un ragazzo seduto.
La camicia del ragazzo era sporca di sangue.
I due in divisa si accorsero di me e, sbraitando, chiusero le imposte.
Lo raccontai alla mamma e lei mi disse di non pensarci.
Sospirava, ma cercava di essere allegra.
Una sera torn dal suo negozio e ci disse: vi do una bella notizia, il negozio
vuoto di tutto, passato l'esercito di Hitler e mi ha rubato l'ultimo paio di
calze.
Ecco dove stava il negozio di mia madre.
Ecco il gradino dove mi ero seduto tante volte.
Stavo proprio l, quando li vidi passare, il 14 gennaio 1945.
Una giornata davvero freddissima, sotto un cielo color del peltro.
I fascisti li avevano presi di notte, in un paese di collina.
Gli avevano tolto scarponi e calze.
E li avevano fatti marciare a piedi nudi, nella neve e nel fango gelato.
Fino alla mia citt.
Mi assal il ricordo di un colore: il rosso.
Erano rossi i piedi di quei ragazzi senza scarpe.
Rossi, ma anche violetti, nerastri, giallo-putridi.
Avanti, sfilate, perch tutti vi vedano! Ma pochi volevano vedere.
I negozi erano chiusi.
Ricordai il tun-tun dei moschetti picchiati sulle serrande, per richiamare
l'attenzione della gente tappata in casa. La mattina dopo, quelli della Banda
Tom furono fucilati.
Tutti e tredici.
///
Vagavo per la mia citt, in quell'alba del 1993.
Ecco la piazza centrale, Piazza del Cavallo.
Mi chiesi: ci sar stato un ballo qui, il giorno che la guerra fin? A mia madre
piaceva ballare.
Mi venne in mente una canzone di libert, proprio da 25 aprile: C'era mia mamma
/ vestita di rosso / che ballava / col mio pap. / C'era i tedeschi / nascosti

nel fosso / che chiedevano / piet. / C'era i fascisti / vestiti da preti / che
scappavan / di qua e di l .
E la camionetta mimetizzata? Era una preda di guerra.
Preda dei partigiani.
Sfil adagio lungo la via centrale, tra la gente che applaudiva.
In piedi, con una mano sul parabrezza, c'era un signore piccoletto, di struttura
massiccia.
Divisa inglese.
Basco nero con la stella rossa.
Due baffi superbi.
Mio pap mi chiese: Sai chi sta passando? Avevo appena letto i Tre moschettieri
e strillai: Porthos! .
Ma no! Passa la libert, passano i partiti, passa la politica.
La politica, quella politica, mi circondava.
Ecco la piazza della Posta Centrale.
Poco pi in l, in quella casa, viveva uno dei miei zii: sarto, comunista,
valdese e lettore del Don Basilio.
Era il giornale che gli piaceva di pi, persino pi dell' Unit.
Mi diceva: Guarda De Gasperi vestito da prete.
I preti e i democristiani ci rovineranno.
Bisogna far politica per fermarli.
Ma non sar facile: l'Italia il paese del Papa .
La nostra vicina di ringhiera, invece, era socialista.
Faceva la pantalonaia.
La mattina, prima di mettersi a cucire, scendeva a comprare il Sempre Avanti!.
Se lo leggeva tutto nell'intervallo di mezzogiorno.
Alla sera me lo passava, intimandomi: Leggi anche se non capisci.
I ragazzi diventano grandi cos.
Leggi soprattutto gli articoli dell'Umberto Calosso.
Che bravo il compagno Calosso!
Fu la prima donna eletta al consiglio comunale della citt.
In consiglio, poi, arriv anche un'altra donna.
Democristiana.
Nubile.
Piccoletta.
Grintosa.
Era la mia professoressa di matematica al ginnasio.
Ecco il ginnasio.
Affacciato su una piazza sterminata.
Piazza Castello.
La fortezza di tanti assedi.
Me la vidi venire incontro, quella mia prof: accidenti, era persino pi tosta
della Rosy Bindi!
E mia mamma? La ricordo rossa.
Diceva: Sono figlia di povera gente.
Come faccio a essere di un altro colore? Il giorno che le donne ebbero il voto,
chiuse il negozio e attacc sulla serranda un cartello che diceva: La signora
Pansa va a votare per la prima volta a 44 anni Senza saperlo, era femminista.
Per un motivo semplice: guadagnava pi di mio padre.
Il suo guadagno se lo conquistava in negozio, faticando come tre uomini.
Faticava, ma voleva tenersi informata.
Mi diceva: Oggi pomeriggio c' il consiglio comunale.
Se hai fatto i compiti, va' in municipio e senti che cosa dice il sindaco .
Il sindaco era socialista.
A mia mamma piaceva: manteneva pulita la citt, le strade erano in ordine, i
lampioni tutti nuovi e dalla luce chiara.
Ma soprattutto, quel sindaco stava contro i padroni .
Mi ammoniva: Stai attento ai padroni, tirano sempre a fregarti .
Quando ebbi vent'anni e le annunciai che avrei voluto diventare giornalista,
fece una smorfia: Bah, piuttosto dovresti fare il funzionario di Montecitorio.
L non ti comanderebbe nessuno .

Un giorno mia mamma cambi idea: Ci ho pensato, sai? Sei sveglio, sai parlare,
hai letto molti libri: dovresti fare il deputato.
Provaci: la politica bella, una missione, lavori per gli altri, puoi aiutare
tanta gente a migliorare .
Aveva stima dei politici.
Naturalmente, di quelli rossi.
Per primo Nenni.
Poi Luigi Longo che era quasi delle nostre parti, di Fubine.
E poi Giancarlo Pajetta.
Un giorno Pajetta aveva parlato in piazza Sant'Anna, accanto al negozio.
La mamma and a sentirlo.
Torn entusiasta: E un leone.
Ma che camicia sporca! E che cravatta ridotta a un cordino.
Non si va cos, in piazza .
Li pensava tutti onesti, i politici.
E raccontava di quando aveva voluto regalare un paio di guanti alla moglie del
sindaco: Volevo darglieli perch mi sta simpatica.
Ma lei si offesa.
Mi ha quasi sbattuto la porta del negozio in faccia .
Ricordi da niente.
Ma mi soffocavano.
Mio dio, com'era stato possibile distruggere tutto questo? Che impresa titanica
ci era riuscita! E adesso dovevamo aspettarci il peggio.
Passai correndo davanti al cinema dove avrei dovuto parlare dei ragazzi senza
scarpe.
Il manifesto col mio nome, lo stemma del comune e una grande banda tricolore
sulla sinistra, mi regal dell'ansia.
Che cosa potevo dire alla gente che sarebbe venuta? Forse potevo raccontare dei
fantasmi, buoni, cari fantasmi incontrati in quel mio vagare all'alba.
E di quelli orribili che temevo di vedermi venire incontro.
E cos raccontai dei ragazzi senza scarpe che erano morti per ridarci la libert
e l'onore.
Ma la libert l'avevamo usata male.
E l'onore, spesso, l'avevamo perduto.
Cos, adesso, la politica era screditata.
Molta gente la rifiutava.
E facile rifiutare qualcosa se inefficiente e corrotto.
Nasceva di qui il nostro rischio terribile.
S, che pericolo orrendo corriamo tutti quando una democrazia ha un volto
irriconoscibile.
Quando vissuta come un impasto di incapacit, stupidit, affarismo, arroganza,
tangentismo, prevaricazione da parte di troppi ras, di troppi boss, di troppi
don Rodrigo.
Prima o pOi, Si alza qualcuno con il pugnale in mano.
E il pugnale sgozza questa democrazia snervata.
E di solito il tagliatore di gole fa il suo lavoro tra gli applausi della gente.
Li avevamo traditi cos, i ragazzi senza scarpe.
E anche tutti i ragazzi dell'altra parte, quelli in camicia nera.
Pure molti dei ragazzi neri erano morti mentre cercavano la loro politica
pulita.
Ma era dei ragazzi rossi che, quel giorno, dovevamo parlare.
Allora lessi una lettera che avevo ricevuto qualche giorno prima da un amico che
non conoscevo: Enrico Penati, gi partigiano.
Mi raccontava di aver riletto, dopo tantissimi anni, il mio primo libro, Guerra
partigiana tra Genova e il Po.
Sentite che cosa diceva.
L'avevo letto a suo tempo (trent'anni fa?), ma, rileggendolo adesso, ne ho
riportato un'impressione profonda.
La rilettura ha avuto l'effetto di un improvviso ripristino dei collegamenti
nervosi con un'intera epoca.
Epoca che avevo, s, vissuto, ma che tutti questi anni avevano appannato e
sospinto in una zona nebbiosa della memoria.

Quasi che, senza volerlo e senza saperlo, avessi messo in moto un meccanismo di
censura e di rimozione.
Fatto ancor pi grave se era capitato a me che, senza poi aver compiuto alcunch
di speciale, sono sempre rimasto dalla stessa parte e in modo abbastanza
coerente.
Ero da 'quella' parte allora (il tuo libro vi fa cenno) e lo sono ancora oggi...
Ma questo tuo libro che, ripeto, avevo gi letto senza riportarne sensazioni
particolari, oggi mi ha dato i brividi.
Mi sono domandato: abbiamo fatto tutto questo? Ci siamo battuti contro fascisti
e tedeschi con qualcosa che era poco pi di un temperino a testa? Abbiamo
rischiato la pelle in quelle condizioni insostenibili per tutti quei lunghissimi
venti mesi? S, lo abbiamo fatto.
Ma allora, da dove nasce questa differenza di reazione dalla prima alla seconda
lettura? E perch sono invecchiato? Tutti invecchiamo.
Ma se oggi rileggo Il silenzio del mare o Il sergente nella neve sono certo che
non mi trasmettono un'emozione maggiore della prima volta.
E allora? Forse la risposta sta nella consapevolezza della 'nostra' sconfitta.
E nella tentazione di lasciarsi andare al pensiero che quello che stato fatto
non sia servito a niente.
Io penso che occorra reagire a questa tentazione.
Non penso affatto che non sia servito a niente.
Nella peggiore delle ipotesi, ma proprio nella peggiore!, servito a noi.
A quelli di noi che c'erano.
A noi che non abbiamo chinato la testa e piegato la schiena.
Poteva finir cos il viaggio nel mio passato di bambino.
Com'ero stato, dopo quel passato? Anch'io avevo tenuto alta la testa? Ed ero
capace di non arrendermi pure oggi, di fronte agli spettri che mi venivano
addosso? Davanti allo schifo delle mummie che non si riusciva a seppellire e
alla paura dei barbari che volevano prenderne il posto?
Il Mago Merlino.
Gennaio 1993.
TRA i tagliagola pronti a sgozzare madama Democrazia poteva esserci qualcuno
della Lega? Forse uno c'era: il professor Gianfranco Miglio.
Ho qualche ricordo di lui.
Il primo risale al 15 marzo 1988.
I domenicani di Bologna mi avevano invitato a un dibattito sulla crisi dei
partiti.
A telefonarmi era stato padre Michele Casali, che dirigeva il Centro San
Domenico, un frate massiccio con una faccia da maciste intelligente, dominata da
due gigantesche sopracciglia alla Breznev.
Mi disse, amichevole e ironico: Non pu non venire da noi.
Lei sar l'unico non accademico della serata e potr discutere con ben due
professori: il costituzionalista Roberto Ruffilli e il politologo Gianfranco
Miglio .
Ci andai di corsa perch non capitava tutti i giorni di confrontarsi con dei
pezzi da novanta della riforma istituzionale.
Ruffilli era anche senatore della Dc e, per conto di Ciriaco De Mita, aveva
messo nero su bianco le prime idee della Balena per far sopravvivere la
repubblica e i partiti, sia pure rinnovati.
Era un romagnolo di Forl, mite, spiritoso, senza boria.
Mi avvert subito: Guardi che io non sono un costituzionalista.
Se ne cerca uno, eccolo: il professor Miglio.
E stato uno dei miei maestri all'Universit Cattolica e il preside della Facolt
di Scienze Politiche dove mi sono laureato .
Miglio assisteva, sogghignando bonario.
Aveva 70 anni compiuti da poco e li portava con formidabile gagliardia.
Mi era capitato d'incontrarlo in altre occasioni, per era la prima volta che lo
scrutavo da vicino.
Mi colp il suo cranio mussoliniano dotato di alette laterali, ossia di un paio
di orecchie quasi marziane che davano all'insieme un che di allegramente
diabolico.

Se non vi basta questa descrizione, comperatevi uno degli ultimi libri di


Miglio.
L'ha pubblicato la Mondadori e s'intitola: Come cambiare.
Le mie riforme.
Un bel libro, breve, chiaro, semplice.
E con un optional importante: la foto del professore, nell'ultima di copertina.
Una foto che parla da s: Miglio ci osserva con uno sguardo che d i brividi e
un sorriso che ti scaraventa sui carboni ardenti.
Uno sguardo e un sorriso che dicono: attenzione, questa repubblica morta,
bisogna farne un'altra, la mia repubblica, la Repubblica del Mago Merlino.
Spiegher tra poco questa faccenda del Mago Merlino.
Adesso torno a quella sera bolognese, dai domenicani.
Devo confessare che non mi ricordo quasi pi niente di quel dibattito.
Parl Ruffilli e ci offr cose miti e intelligenti.
Parl Miglio e ci offr cose incendiarie e intelligenti.
Parlai io e impapocchiai una delle mie solite tirate sulla crisi dei partiti e
sui possibili, tanti finali di questa crisi.
Mi ricordo bene, per, quel che avvenne dopo.
Concluso il dibattito, padre Casali ci offr un rinfresco conventuale: spumante
italiano, succhi di frutta e qualche panino.
Fu a quel punto che proposi a Miglio le classiche domande dell'ignorante
voglioso di sfruttare la scienza del mago venuto da Como.
Chiesi: Professore, la crisi dei partiti pu sfociare in un regime autoritario?
E lui: Certo, possibile.
Un eventuale regime autoritario pu diventare la dittatura di un uomo solo? E
lui: Anche questo possibile .
Ma chi pu essere il dittatore italiano fabbricato dalla crisi partitica,
insomma, il nostro nuovo Mussolini?
Miglio mi osserv sornione-pensieroso, poi rispose pi o meno cos: I dittatori
emergono all'improvviso e, di solito, non sono mai persone conosciute, gi
presenti sulla scena politica da molto tempo.
Ce lo insegna la storia europea degli ultimi tre-quattrocento anni.
Il Mussolini nostrano di questo fine secolo oggi pu essere gi tra noi.
Ma nessuno lo conosce.
Oppure, s, un personaggio gi alla ribalta, ma non in modo tale da farci
pensare: ecco, sar la sua la faccia del regime autoritario, sar lui l'uomo che
lo incarner .
Allora conclusi, sorridendo: Dunque, potrebbe essere anche lei, professor
Miglio, il futuro dittatore...
Il Mago Merlino scoppi in una risata beffarda e mi diede una pacca sulla
spalla: Giovanotto, non scherziamo col fuoco!
Ci lasciammo in amicizia.
Miglio se ne and a dormire.
Ruffilli e io, invece, deambulammo nella notte di Bologna, in compagnia di
Antonio Ramenghi, capo della redazione di Repubblica.
Notte pacifica in una citt protettiva e dolcissima come una splendida reggiora
emiliana.
Se non ricordo male, Ruffilli non aveva scorta.
Del resto, perch avrebbe dovuto averla? Era un professore prestato alla
politica, nient'altro.
Ci salutammo davanti all'hotel Baglioni.
Non lo rividi pi.
Un mese dopo, il 16 aprile, fu assassinato dalle Brigate Rosse nella sua casa di
Forl.
///
In quella primavera del 1988, la Lega non contava nulla.
Era un partitino da quattro lire.
Una bicicletta, al confronto dei carri armati dei partiti storici.
Noi dei giornaloni ne parlavamo poco o niente.

Quel poco che poteva interessarci lo si ricavava da un foglio misero misero,


Lombardia autonomista, sottotitolo: La vos del popol lombard, la voce del popolo
lombardo.
Certo, la Lega Lombarda aveva gi un suo piccolo zoccolo duro, ma soltanto nella
Lombardia ricca, quella gonfia di dan: Varese, Bergamo, Como, Sondrio.
Qui, alle elezioni del giugno 1987, aveva raccolto 180 mila voti.
Quel che gli era bastato per mandare in Parlamento due dei suoi, non pi di due.
Alla Camera l'unico deputato era Giuseppe Leoni, anni 40, un architetto di
Marnago, in provincia di Varese.
A Palazzo Madama l'unico senatore era un tale Umberto Bossi, anni 46, da Cassano
Magnago, sempre nel Varesotto, senza professione e, dunque, da catalogare come
politico a tempo pieno.
Visto sulle foto, questo Bossi non faceva una gran figura.
Una faccia ossuta e sbirola.
Una chioma in disordine, da barbiere chiuso per ferie.
La cravatta sempre allentata.
L'aria di uno che, quando entra in un bar, si mette subito a litigare col
barista di Foggia che gli presenta un espresso mediocre: Uei, pirla d'un terun!,
non sei neanche buono di farmi un caffe come dalle parti tue?
Per il resto, era difficile farsi un'idea del tipo.
La lettura di Lombardia autonomista ti induceva a pensare che il Bossi avesse
soprattutto la fissa di liberare l'Italia del nord dai meridionali e Roma dai
partiti che erano in mano ai terroni.
Toh, ecco qua un po' di righe di un'intervista al Bossi stampata su quel foglio
nel 1987: I partiti come la Dc, il Pci e il Psi sono a maggioranza meridionale.
Basta con questa egemonia meridionalistica! Razzisti noi? I pellerossa erano
forse razzisti? E i neri? Sono razzisti i neri? I lombardi si son visti saltare
per aria la loro terra.
Hanno subito discriminazioni e affronti.
I loro politici li hanno traditi.
Morale? Il Bossi la gridava cos: Sono lombardo, voto lombardo .
Decisi di conservare quel giornale poich ero convinto che la Lega non ce la
saremmo pi levata di torno.
Ma non perch fosse un gruppuscolo razzista o lombardoso.
No, la forza e l'avvenire della Lega stavano fuori dalla Lega.
Stavano nei colossi partitici che la fronteggiavano.
Colossi con i piedi non d'argilla, ma di fango.
E di un fango impastato del peggio di questa repubblica:
, l'affarismo, la voracit malloppista, l'arroganza, l'inefficienza, il vuoto
ideale, il cinismo, insomma tutta quella robaccia che ho gi descritto mille
volte.
Sarebbe stata la lotta a questi partiti il vero propellente della Lega.
E la spinta che l'avrebbe fatta grande.
Cos, nel giugno 1987, scrissi: C' un sentore di marcio, in questa prima
vittoria leghista.
Ma non viene dalla Lega che esiste e, dunque, merita di esistere.
Quel sentore viene dallo sfasciume politico di un sistema che erutter (
probabile) altre dieci, cento, mille leghe .
Miglio conobbe Bossi due anni dopo, ossia l'anno successivo al nostro dibattito
dai domenicani.
Era il 1989.
Miglio dir poi a Giorgio Ferrari, autore di un bel libro, Gianfranco Miglio,
storia di un giacobino nordista,
E stampato dalla Liber: Bossi venne trovarmi a Como, a casa mia.
Mi fece una buona impressione.
Non era un professorino.
Era enormemente semplice, era naif, ed essendo naif aveva un approccio molto
elementare e sincero con la politica, insieme a un chiodo fisso, quello del
federalismo, che aveva ereditato quando era stato catturato dall'autonomista
Bruno Salvadori.

In fondo , rivel Miglio a Ferrari, Bossi stato costretto a fare politica: la


morte di Salvadori lo lasci in un mare di debiti, principalmente dovuti alla
rivista che insieme avevano creato.
E per questo che Bossi non ha concluso gli studi di medicina.
E si dedicato a tempo pieno al lavoro politico: prima che una vocazione,
stata una necessit .
Quando rividi Miglio per un altro dibattito, il legame tra i due, ormai, era di
ferro.
E la Lega stava quasi ogni mattina sui giornali.
Un po' per le sparate del Bossi, un po' per quelle di Miglio.
Il professore aveva incontrato una seconda giovinezza.
E si divertiva a stupire il prossimo, e a spaventare le mummie del partitismo,
con le sue provocazioni luciferine.
Bastava dargli un colpo di telefono e lui, dalla sua bella casa sopra Como, ti
scodellava un'intervista di quelle toste.
Volete un esempio di come si diffondeva il Migliopensiero? Immaginate una
riunione all'Espresso.
Rinaldi diceva: In questa parte del giornale sento che manca qualcosa di pepato.
Chi potremmo intervistare? Qualcuno proponeva: Miglio.
E Rinaldi: Ma s, sparer di certo qualche cazzata memorabile.
Facciamolo chiamare dalla redazione di Milano .
I nostri di Milano chiamavano Miglio e lui, ta-ta-t, mitragliava qualcosa che
l'Ansa e i quotidiani avrebbero poi, immancabilmente, ripreso: L'Espresso
pubblica un'intervista di Gianfranco Miglio che sostiene...
Quel nuovo dibattito, stavolta soltanto tra Miglio e me, si tenne il sabato 30
novembre 1991 a Como, Villa Olmo.
Lo scopo: presentare un mio libro, Il regime.
Miglio, molto gentile, aveva accettato l'invito di un circolo comasco di
sinistra, Il bosco incantato .
Faceva un freddo boia.
Un vento gelido spazzava il lago.
Io non stavo bene e, dopo il dibattito, stetti anche peggio: colpa del freddo,
non del professore, naturalmente.
A questo punto, confesso che uso la parola dibattito in modo improprio.
In realt, al termine di quell'incontro, compresi che mi ero limitato a
intervistare in pubblico il professor Miglio.
E nient'altro.
Del resto, interrogarlo fu un piacere.
Il professore ci regal uno show formidabile.
Spar a zero sui partiti e sui politici professionali, ringhiando sardonico: La
professione dell'uomo politico indegna di un uomo libero .
Raccont di Cossiga, suo buon amico, e delle due pulsioni cossighiane:
l'ambizione e la vendetta.
Pronostic il trionfo della Lega.
Ci annunci che, quando fosse venuto il momento, lui si sarebbe candidato al
Senato per Bossi.
E infine ci consegn il suo messaggio.
Era un messaggio realistico, ma molto allarmante.
Disse Miglio, con noncuranza: per poter costruire, bisogna prima distruggere,
per procurare ordine, bisogna prima fare disordine.
Dunque, basta col quieto vivere! Al diavolo la prudenza! C'era una sola virt da
praticare: il coraggio.
Spieg: Soltanto se tutti vinceremo la vilt e daremo prova di coraggio,
salveremo noi stessi e il paese in cui viviamo.
S, disse pi o meno cos, usando queste parole che chiudono quel suo libro che
ho gi citato, il Come cambiare.
Quando l'incontro si concluse, una giovane signora di Como disse a Miglio:
Professore, lei mi fa paura .
Lusingato, Miglio chiese: E perch mai? .
Perch mi ricorda il Mago Merlino.
Voglio dire che in lei c' qualcosa che mi sfugge, m'inquieta, mi allarma e mi
pu regalare, di colpo, qualche sorpresa spiacevole.

Miglio non se la prese, anzi, sogghign soddisfatto: Toh, non ci avevo pensato:
il Mago Merlino...
Anch'io non ci avevo pensato.
Ci pensai e ripensai qualche mese dopo, quando mi capit sotto gli occhi
l'opinione di Miglio sull'esecuzione di un tal Richard Harris, condannato negli
Stati Uniti per assassinio e giustiziato nella camera a gas del penitenziario di
San Quintino.
Era l'aprile 1992 e il Mago Merlino disse a Gianluca Maurizi, di Paese sera: Un
paese in cui vige una vera civilt del diritto deve ammettere la possibilit di
togliere la vita a chi commette reati particolarmente gra,' vi .
E ancora: La pena di morte una punizione come tante altre, anzi, in
definitiva, pi umana dell'ergastolo.
E poi: E ora di finirla con la coglioneria illuministica dell'uomo buono per
natura rovinato dalle istituzioni cattive.
E non mi venga a parlare di recupero del reo.
Il dettato costituzionale non pu essere preso alla lettera.
Lo confesso: preferisco una giustizia rapida, anche a costo di qualche errore, a
una giustizia scrupolosissima, ma lenta .
Anche Bossi si spavent.
E corse a dichiarare, nel microfono di Radio Radicale: Il problema non la pena
di morte, ma la certezza della pena.
E poi, nella Lega, Miglio un indipendente .
Come a dire: il Mago Merlino parla per s.
Ma il Mago del Lago non parlava soltanto per s.
Quanti elettori della Lega non la pensavano come lui? E quanti elettori di altri
partiti, distantissimi dalla Lega, non la vedevano nello stesso modo? Meglio la
camera a gas, meglio una forca, che una giustizia lenta. . .
Toh, ecco uno dei messaggi che risalivano dalle budella di quest'Italia
impaurita da troppe paure.
Un'Italia che rischiava di diventare feroce.
D'accordo, la voglia di forca c'era, nascosta nella pancia di noi italiani.
Non ce l'aveva messa la Lega n il Mago Merlino.
Ma mi angosciava la scoperta che, se non la Lega, almeno un Mago Merlino
mostrasse il coraggio cinico di farlo venire alla luce, quel messaggio.
E di diffonderlo.
Anche con il proposito, immagino, di raccogliere altri voti, sempre pi voti.
Non era mica scemo Miglio.
N uno che cianciasse a vanvera.
Sapeva come parlare all'elettorato leghista e a quello che si sperava lo
diventasse.
Premere su certi tasti, far leva su certe pulsioni, poteva essere molto
rischioso.
Ma perch preoccuparsene? Le destre, i fascismi, i movimenti conservatori duri
non se n'erano mai preoccupati.
E cos, un anno dopo, Miglio estern di nuovo e con toni persino pi forcaioli.
Il 2 aprile 1993, disse a Guido Tiberga della Stampa: Il nostro sistema
giuridico il pi garantista e garantito del mondo.
Bisogna cambiarlo, renderlo pi veloce.
Bisogna finirla con questa giustizia al rallentatore, con i tre gradi di
giudizio.
La vera sentenza dev'essere quella di primo grado.
E le dico questo: meglio che un innocente sia punito ingiustamente piuttosto
che un colpevole la faccia franca .
Stupito, Tiberga gli chiese: Sta dicendo che meglio un innocente in galera che
un colpevole a piede libero?
E Miglio: Non ho detto in galera: ho detto punito.
E ora di finirla con la cultura degli avvocati.
Se un legale si accorge che il suo cliente colpevole, dovrebbe essere lui per
primo a dire: alt, rinuncio alla sua difesa.
Il colpevole colpevole.
Alla faccia del Mago Merlino! Che bel programmino Ci offriva, la testa pi
lucida della Lega.

E dava un brivido di paura il pensare che Bossi & Miglio, questa Coppia
Inquietante, potessero presentarsi come gli uomini mandati dalla Provvidenza (e
dagli elettori) a ricostruire l'Italia distrutta dai partiti.
Esisteva un'altra strada per far nascere una nuova repubblica? S, forse c'era.
Per bisognava scovarla in fretta.
Prima che troppi Maghi Merlini avessero la forza di drizzare sulle rovine
d'Italia il loro trofeo di forche.
O la loro collezione di cappi.
Un cappio.
Poi un secondo cappio.
Poi un altro ancora.
Ben saldati in una catena sguaiata e crudele.
Come quel cappio che, lo vedremo tra poco, venne fatto oscillare nell'aula di
Montecitorio da uno degli allievi di Bossi e di Miglio.
Gi le mani dal Santissimo!
Gennaio 1993.
MA quanti alleati avevano il Senatur e il Mago Merlino! I telegiornali del
regime, per esempio, si comportavano da formidabili quinte colonne della Lega.
Il Tg1 democristo, il Tg2 craxista e, qualche volta, il Tg3 curziano mi
apparivano sempre di pi i loro agenti all'Avana.
Loro , nel senso delle Camicie Grigie di Bossi, s'intende.
Al loro servizio.
Al lavoro per loro.
Pagati da noi, fessi d'italiani, anche dai tantissimi non leghisti, perch ci
raccontassero che cosa succedeva nel mondo, in realt che cosa facevano? Beh, mi
sembra chiaro: ogni sera scavavano il cunicolo che avrebbe condotto Bossi il
Barbaro, il Barbarissimo, nel cuore del potere politico nazionale, il triangolo
d'oro tra Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama.
E il grottesco era che lo scavavano senza volerlo e senza saperlo, i tre talponi
televisivi! I primi due col badile della loro ottusa propaganda per la Balena e
il Garofano.
Il terzo con la scavatrice di una malizia faziosa, tutta schierata in difesa
della Quercia.
Se ripenso a certi tig, mi vien da sogghignare sulla disputa bizantina che, nel
gennaio 1993, dilag sulla Stampa a proposito della cosa che stava morendo in
Italia.
La cosa in procinto di tirar le cuoia era un regime oppure no? Sembrava un
regime, ma non lo era, oppure era un regime, per non gli somigliava?
Quanti intelligenti articoli sprecati, caro Ezio Mauro.
Non c'erano dubbi che il cadaverissimo in decomposizione fosse un regime.
E una delle prove provate, insieme all'arroganza dei tangentisti partitici, era
l'esistenza dei telegiornali Rai.
D'accordo, non risultavano tutti uguali, questi tig.
Ma nel complesso, la cosiddetta informazione sfornata dalle cucine della poco
rinomata Trattoria Pip (Pedull & Pasquarelli) era considerata da molti una
sbobba di regime davvero immangiabile, un rancio di bugie di Stato che nessuna
democrazia avrebbe potuto n allestire n tollerare.
E tuttavia che scricchiolii provenivano da quelle cucine! Adesso che il regime
si disfaceva come una Pompei di cartapesta sotto la cenere rovente del vulcano
di Mani Pulite, stava cominciando a crollare anche il suo sottosistema
televisivo.
La Rai era sull'orlo del crack finanziario.
Gli appalti di viale Mazzini sembravano puzzare di mazzettismo.
E nelle redazioni serpeggiava la rivolta degli schiavi contro i campieri
insediati dai partiti con il compito di mantenere l'ordine nei lotti di
pertinenza.
Mercoled 3 febbraio, la rivolta spinse alle dimissioni il Campierissimo del
Tg1, quel Bruno Vespa che mi aveva citato in tribunale per aver osato scrivere
che il suo editore era il signor Forlani Arnaldo, e che aveva perso anche l.

Al posto del Campierissimo venne nominato, anzi, rinominato direttore del Tg1 un
signore perbene, Albino Longhi, che aveva gi guidato il tig democristiano un
secolo prima, tra il 1982 e il 1987.
L'uscita dal sepolcro di questo Lazzaro Televisivo venne salutata cos dal
Popolo, quotidiano della Dc: Sorpresa!, la Rai c'.
I gufi che non si rassegnano al nuovo vento antilottizzazione hanno ricevuto una
grande lezione di autonomia e responsabilit...
Imparate, gente, da Bruno Vespa, che ha preso atto del grave momento
dell'azienda, rimettendo l'incarico di direttore del Tg1.
E c' da imparare anche da questo consiglio d'amministrazione Rai che, con uno
scatto d'orgoglio, ha scelto un nuovo direttore al di fuori del consueto manuale
Cencelli.
Eh, s, perch Albino Longhi, direttore del tig 'democristiano', non l'ha
piazzato l nessun partito, ma se l' dato la Rai.
Il vento, insomma, cambiato .
Vi giuro che questo proclama non me lo sono inventato io.
E non neppure uno scherzo di Michele Serra su Cuore.
E nemmeno l'ha scritto qualche agente leghista infiltrato nella redazione del
foglio dic.
No, stava proprio stampato sul Popolo di gioved 4 febbraio 1993, pagina 9,
nella sezione Mass Media, a firma di Walter Guarracino e con un titolo che
bisogna rileggersi: Rai, prova di autonomia: Vespa lascia, arriva Longhi .
Il quale Longhi non se la meritava, questa prosa di marmo.
E credo che il primo a disperarsi per il saluto del Popolo sia stato proprio
lui: l'Albino Risuscitato, 63 anni portati con pazienza padana, faccia da
mezzadro senza arroganze, un tempo capace di pentirsi pubblicamente per aver
dedicato a un discorso di Ciriaco De Mita ben nove minuti di un tig durato, in
tutto, venticinque.
///
Nel frattempo al Tg2 il pentolone craxista veniva scoperchiato pensate un po' da
chi? Ma s, dalla compagna socialista Alda D'Eusanio, la mezzobusta
dell'edizione notturna.
Non l'avete mai vista? Peccato, perch per un pezzo questo piacere non ce
l'avrete pi.
L'Alda di Notte leggeva le notizie col tono distaccato di chi voleva farti
capire che non bisognava credere neppure alla met della met di quanto vi stava
propinando.
Dal video, la signora Alda ci strizzava l'occhio con snobistica lievit, perch
non era per niente stupida.
E sapeva che era imprudente esagerare nel far la fronda al regime, per moribondo
che fosse.
Poi, un giorno, qualcosa dovette disturbare davvero l'Alda di Notte.
Tanto che decise di togliere, di colpo, il coperchio dal pignattone messo a
cuocere dal direttore del Tg2, Alberto La Volpe, e dalla sua vice, Giuliana Del
Bufalo.
Quel che si vedeva nel pignattone l'Alda lo raccont a Maria Latella, del
Corriere della Sera.
Volete un'indice che v'invogli a cercare e a leggere per intero quella
testimonianza di vita televisiva? Capitolo 1.
La Banda degli Avantisti, ossia i paracadutati al Tg2 dall'Avanti!, tutta gente
che ha fatto carriere fulminanti, con promozioni a raffica concentrate in pochi
mesi .
Capitolo 2.
Gli Emarginati, ovvero i giornalisti che non essendo di provatissima fede prima
craxiana e poi martellista, non hanno pi addirittura lavorato .
Capitolo 3.
Il Tradimento del Duo La Volpe & Del Bufalo.
Loro dei propagandisti craxiani? Balle, spieg l'Alda, sfiorando il tema delle
quinte colonne: Se c' stato un tig che ha massacrato Craxi, questo stato il
Tg2.
Cinque minuti al giorno d'intervista al capo significava randellare il Psi e
buttare a mare ogni tentativo d'informazione, anche di parte .

Capitolo 4.
Intino e i suoi.
Ovvero gli uomini e le donne di Ugo Intini, che l'Alda insisteva nel chiamare al
singolare, Intino.
Seguiva un elenco di signore e signori che non voglio riprodurre, per non farmi
sequestrare il libro: Al Tg2 erano loro ad avere il potere.
La Giuliana Del Bufalo si fidata di loro.
Ma la banda, dopo un periodo di grande amore, l'ha massacrata .
Bello, vero, questo flash sulla tiv di regime? Sentite l'ultima notazione
dell'Alda: C' gente che non ha capito che un'epoca si chiusa e continua a
sperare nelle vendette.
Ah, profetica signora D'Eusanio.
Quando raccontai sull'Espresso del pentolone che lei aveva scoperchiato, non
passarono quarantott'ore che Albertone il Direttore la convoc imbestialito e le
disse: da stasera, niente pi tig per lei, signora! Non ci fu verso di fargli
cambiare idea.
Cos, l'Alda di Notte spar dal video.
Passando all'istante, forse senza troppo merito, tra le file delle vittime del
regime.
Qualche giorno dopo, la signora D'Eusanio mi scrisse una lettera simpatica e
intelligente.
Mi arrogo il diritto di citarne la conclusione: I colleghi amici mi raccomandano
silenzio e prudenza.
Ebbene, sar imprudente, ma desidero sottoporre alla sua valutazione l'ipotesi
che in Rai non sia cambiato nulla, proprio nulla; che Intino tenga ancora
saldamente il timone; che i dirigenti e buona parte dei giornalisti siano ancora
avvinti alla logica del vecchio sistema; che il direttore del Tg2 ne sia la
Vestale.
Vorrei sbagliarmi, ma la vicenda, che mi ha fatto ammalare, non sembra prestarsi
a letture diverse.
Grazie, comunque, dottor Pansa.
Chiss che non sia presto costretta a chiedere asilo politico al suo giornale...
E Curzi? Gi, che debbo dire del compagno Sandro Curzi, direttore del Tg3? Beh,
di lui non debbo dire pi niente, avendo gi detto tutto nel mio libro
precedente.
Continuava a essere l'unico comunista d'Europa ad acquistare potere invece che a
perderne.
Furbo, furbissimo, giocava per se stesso.
E quando gliene restava un po' di voglia, giocava per il Pds.
Allora sapeva essere di una malizia sfacciata.
Taceva quel che lui riteneva utile tacere a vantaggio della Quercia.
E strillava quel che lui decideva conveniente per la Quercia strillare.
Faceva bene o male a condursi cos? Faceva male, non c' dubbio.
Per un sacco di ragioni che voi sapete quanto me.
Ma provate a farmi un'altra domanda: avrebbe potuto, il compagno Curzi,
comportarsi in modo diverso? Rispondo: no, non avrebbe potuto.
C'era questo, d'infernale, nel sistema Rai: tutti dovevano recitare una parte
obbligata.
E finch il sistema non fosse schiantato, la dovevano recitare e basta.
E recitandola, gettavano altra benzina sui roghi gi accesi dal leghismo.
Si condannavano a essere le talpe di Bossi.
Lavoravano gratis per lui.
Per la sua vittoria.
E per la loro sconfitta.
Ne ero cos convinto che, a un certo punto, decisi di fare una scelta.
Una scelta da niente, ma per me importante.
Una scelta che, abbiate pazienza!, vi spiegher pi avanti.
A volte mi chiedevo se noi della carta stampata in mano ai privati fossimo
meglio o peggio dei televisionisti di Stato.
Beh, a questo punto dovrei dire: non fatemi parlare! La lettura dei giornali,
compreso quello che contribuivo a fare, spesso mi dava il capogiro.
Un frullato, certo, di notizie, ma con una dose gigantesca di aria fritta.
E poi un frullato sbattuto nel ventilatore e schiaffato tutt'intorno.

Schizzi di frullato dovunque.


O panna montata sulla faccia dei lettori.
Una giostra che non si fermava mai.
Messa in moto da noi pazzi che la facevamo girare ora in un senso ora
nell'altro.
Cos, il lettore non capiva che cosa fosse importante e che cosa no.
Tutto si consumava con velocit nevrotica.
Il giorno dopo, la giostra veniva rimessa in moto.
In fretta, sempre pi in fretta! Bisognava essere rapidi.
Aggressivi.
Stupefacenti.
Strillatori.
Urlanti.
Sempre nuovi.
Ritmati.
S, forza col ritmo! Bisognava stampare dei giornali quasi televisivi.
Certo, si doveva imparare dalla tiv.
Guardare a come faceva la tiv.
Fare come la tiv.
Ti veniva da urlare: basta, lasciatemi scendere dalla giostra!
Non c'era pi il tempo per riflettere.
Se ci fosse stato, forse (ma non per niente sicuro) qualche errore non
l'avremmo commesso, noi dei giornali privati.
Per esempio, nel raccontare le tangenti di Tangentopoli, sarebbe stato giusto
domandarsi: ma i nostri editori, i gruppi industriali padroni delle testate che
noi avevamo in cura, ne avevano pagate di mazzette? E quando? E a chi? E
facevano parte anche loro del sistema malloppiero che si andava schiantando? E
una volta accertato che, s, i pagatori di tangenti stavano pure in casa nostra,
com'era possibile raccontare, sui giornali di loro propriet, ma scritti da noi,
anche questo capitolo della storia?
C'era una risposta a queste domande.
Risposta che lascio ai lettori il piacere di definire: realistica, cinica,
opportunistica, obbligata.
La risposta diceva: ma in che mondo vivi, tu che ti fai domande simili? Certo
che le tangenti le avranno pagate anche i tuoi padroni-editori.
E prima o poi avrai pure questa rogna da grattarti.
Ma finch la rogna non si presenta, non andare a cercartela da solo.
Lascia che la scovi una procura della repubblica.
E dopo non truffare i lettori con il tuo silenzio: raccontala, la rogna
casalinga, scrivine, giudicala.
Altro non ti concedono le maledette regole del gioco.
Voglio dirlo.
S, voglio dirlo proprio io che, tanti anni fa, avevo buttato l l'immagine del
Giornalista Dimezzato.
Il terremoto di Tangentopoli ci faceva scoprire tutti, me compreso,
assolutamente dimezzati.
Dimezzati perch, com'era giusto, frugavamo negli armadi dei partiti alla
ricerca degli scheletri.
Per davanti agli armadi dei nostri editori eravamo tanti chierichetti in chiesa
davanti al tabernacolo: non tocca a te aprirlo, gi le mani dal Santissimo!,
lascia fare al prete, a don Antonio Di Pietro, a monsignor Saverio Borrelli.
Mi sentivo anch'io cos.
Chierichetto paralizzato sul pi bello.
Giornalista a met.
E l'unica assoluzione che riuscivo a darmi era ben poca cosa.
Mi dicevo: quando toccher pure a chi immagini, dovrai essere severo con lui
quanto lo sei nei confronti dei politici che tieni sotto tiro.
E se stai chiedendo a certi capipartito di andarsene, di ritirarsi, di lasciare
il campo a gente nuova, dovrai domandarlo pure a chi sai tu, quando si aprir
l'armadio di casa tua.

In quel gennaio del 1993 mi capit di chiedere a Occhetto, di nuovo!, di


andarsene dal vertice del Pds.
Perch ero cos tignoso, ostinato, carogna? Perch pensavo, e penso, che la
sinistra non avrebbe potuto salvarsi nel disastro italiano se non fosse anche
riuscita a presentare al pubblico dei leader nuovi.
Delle facce politicamente meno rugose.
Delle figure in grado di far dire agli italiani: beh, pure loro hanno voltato
pagina! E temevo che, se questo non fosse accaduto, la sinistra sarebbe stata
incapace di sopravvivere di fronte all'ondata di destra che, in Italia, stava
montando dietro le facce del Barbaro con lo Spadone e del suo Mago Merlino.
Scrissi nel gennaio 1993: a sinistra c' un'intera generazione partitica che ha
fatto il suo tempo.
Non parlo soltanto dei politici corrotti.
Parlo di molti politici onesti.
S, pure questi nostri eroi erano stanchi.
Si doveva rendergli l'onore delle armi, ma poi mandarli in pensione.
Se fossero rimasti sulla scena, non si sarebbe mai chiuso quel contenzioso
infinito di frustrazioni, risentimenti, errori che costituivano l'ostacolo pi
forte al nuovo da costruire.
Basta con questo libro, letto e riletto mille volte.
Bisognava cominciarne uno diverso, tutto da scrivere.
Anche a sinistra, nelle troppe sinistre.
Anche al vertice della Quercia.
Occhetto prese di nuovo cappello.
E protest con l'ingegner De Benedetti.
Subito.
Senza perdere un giorno.
Era incavolatissimo contro Rinaldi che faceva, sostenne lui, un Espresso tutto
mirato a distruggere i partiti.
E contro di me che lo tormentavo, lo attaccavo, lo assillavo con le mie
incomprensibili richieste di dimissioni.
Mi meritai anche una letteraccia affettuosa del suo ex addetto stampa, il mio
amico Iginio Ariemma.
E una telefonata del suo nuovo addetto, Massimo De Angelis: Ma perch scrivi
queste cose malvagie? Vieni a cena da me che ne parliamo .
La cena per non risolse nulla.
Me ne tornai convinto che anche De Angelis, giovane, intelligente, colto, non
afferrasse il nocciolo del mio discorso aggressivo: i partiti, anche il Pds,
cos com'erano, non ce la facevano pi, bisognava cambiarli tutti, e forse
inventarne dei nuovi, se volevamo garantirci una democrazia fondata su un
parlamento.
E se c'importava fermare l'ondata dei barbari.
Occhetto rispose, senza nominarmi, in un'intervista a Tonino Satta del Sabato.
Satta gli domand: C' anche chi, come qualche giornalista, le chiede di
ritirarsi perch pure lei farebbe parte del vecchio sistema.
E Occhetto: Se si parla di nomenklatura, non credo ci si possa limitare ai
politici.
Considero i giornalisti, i commentatori, parte integrante della classe
dirigente.
E proprio per questo credo che l'esigenza di un ricambio riguardi anche loro.
Qualcuno dei Catoni che, in nome del rinnovamento, m'invita al ritiro, con i
suoi articoli ha esaltato la nascita e il consolidamento del craxismo e dello
yuppismo.
Alla faccia della coerenza!
Che pasticcione, questo Achille! Confondeva nomi e storie molto diverse.
Quanto a noi Catoni da mandare a casa, la faccenda era molto semplice.
Siccome eravamo quasi tutti lavoratori dipendenti da aziende editoriali, sarebbe
bastato chiedere agli editori di pertinenza il nostro licenziamento in tronco.
S, una firma.
Una liquidazione.
E il problema del ricambio si sarebbe risolto in un amen.

Perch Occhetto non lo domandava all'Ingegnere, invece di rognare senza


costrutto sui miei Bestiari?
In realt, mandarci a casa in quel modo non era poi cos facile.
Una delle ragioni la compresi una sera che stavo al ristorante con un amico, sul
momento disoccupato partitico.
Stavamo mangiando quando entrarono il socialista Valdo Spini e l'indaffarata
Fernanda Contri, governatrice di Palazzo Chigi per incarico di Amato.
Per qualche istante, parlammo di politici e giornalisti D'un tratto, la signora
Fernanda, indicando me, disse impetuosa: Anche loro dovrebbero andarsene, no? Ma
Spini la gel: Loro a casa? Ma loro hanno vinto.
Sono loro i vincitori!
Era davvero cos? Voltiamo pagina e andiamo a leggere quale risposta suggerisce
il diario.
Mi zittisce il giornalista?
Gennaio-febbraio 1993.
ANAS: si sarebbe chiamata cos una delle tombe di lusso di questo regime che,
schiantandosi, ci avrebbe consegnato alle Camicie Grigie della Lega? Tra il
gennaio e il febbraio 1993 sembr proprio di s.
Scrissi nel diario sembr perch volevo tenere a freno la mia attitudine
malvagia di Catone a mezzo stampa.
E poi perch desideravo allenarmi a stare in riga sotto il motto Usi a obbedir
tacendo come avrebbe voluto il ministro Martelli.
Il quale, nel gabinetto di Grazia e Giustizia, stava meditando su che tipo di
manette scegliere per noi squadristi violatori di segreti istruttori.
Ma se la tomba targata Anas un giorno fosse stata eretta, avrebbe di sicuro
avuto una statua-simbolo: quella del fu ministro dei Lavori Pubblici 1989-1992,
Giovanni Prandini, detto Gianni, anni 53, democristiano dapprima fanfaniano, poi
forlaniano, adesso senza collare correntizio, ma sempre alla testa di un clan
tutto suo, i Prandinisti.
Un clan fortificato a Brescia.
Con il supercomando a Leno.
E un programma di battaglia: ridare l'onore alla Dc e scalzare da piazza del
Ges quel cattolico piagnone-moralista di Martinazzoli, bresciano di citt e,
puah!, pure avvocato.
Me lo ricordavo, il Prandini, nel santuario bianco piantato al centro di quella
piazza romana.
Fu l che mi capit di vederlo da vicino la prima volta.
Era il gennaio 1989 e si stava preparando il congresso destinato a concludersi
con la decapitazione pubblica di Ciriaco De Mita.
Quel giorno mi affannavo a intervistare Arnaldo Forlani con lo sciocco
accanimento di chi pretende di cavar l'acqua da una pietra, quando nella stanza
del Coniglio Mannaro entr il Coniglione Selvaggio, ossia Prandini.
Di lui mi colpirono due cose: lo strabiliante panciotto verde bandiera e il tono
da energico padrone nel rivolgersi all'amico Arnaldo che pure, oib, era il
presidente del partito.
Il Coniglione aveva urgenza di conferire con il Coniglio che, invece, mi
offriva le sue astute vacuit con lentissime acrobazie verbali.
Il Coniglione, allora, cominci a innervosirsi, sia pure con stile burberoaffettuoso.
Aveva la faccia di chi telepaticamente intimava all'Arnaldo: Smettila di
soffiare aria nel taccuino di questo rompiballe che ci nemico.
Forlani e io ci guardammo tristemente solidali: d'accordo, l'intervista si
poteva chiudere l, ci saremmo incontrati al congresso, arrivederci e grazie!
Il Coniglio Mannaro vinse.
De Mita decadde prima da segretario e poi da presidente del Consiglio.
Nell'estate 1989 a Palazzo Chigi s'insedi Andreotti che ebbe al fianco, come
nuovo ministro dei Lavori Pubblici, indovinate chi? Prandini, proprio lui.
Il quale si rivel subito un superministro.

Anzi, a sentire Guido Bodrato, uno dei quattro superministri padroni del governo
di Giulio VI, con Paolo Cirino Pomicino, Carmelo Conte e Francesco De Lorenzo.
Che tempi, quelli, per il Coniglissimo dell'Appaltissimo! Tempi di ferro e di
fuoco.
Soprattutto per i pochi giornali e giornalisti che s'azzardarono a far le bucce
all'Imperatore di Porta Pia, sede del ministero appaltistico.
Ne sa qualcosa Repubblica che, per merito di Enzo Cirillo, ficc per prima il
naso negli angoloni miliardari dell'Anas.
E ne sa qualcosa anche l'ingegner De Benedetti al quale, nell'estate 1991,
accadde quanto segue
Dunque, l'Ingegnere si trovava in vacanza in Sardegna, nella sua villa di
Romazzino, sulla Costa Smeralda, quando gli telefon un tipo che si present
come il segretario del ministro Prandini.
Che voleva, il signor segretario? Semplice: voleva informare l'Ingegnere che il
Ministro avrebbe gradito d'esser invitato a cena quella sera stessa.
De Benedetti rispose di no, che lui quella sera non poteva.
Il segretario, per, non moll la presa: e quando potr, Ingegnere? Lui rispose:
beh, provi a telefonarmi domani, vedr quando ho una sera libera...
Chiaro il messaggio, no? De Benedetti, che non aveva mai incontrato Prandini,
non sentiva nessuna voglia d'incontrarlo proprio a Romazzino, quando se ne stava
in vacanza.
Ma il segretario, tignoso, si rifece vivo: e allora, quando si pu fare questa
cena con il Ministro? De Benedetti si rassegn.
Tre sere dopo, Prandini con signora, pi un politico bresciano anch'egli con
signora, si presentarono a Romazzino.
E pazienza, tutti a tavola! Una tavola con un bel po' di persone, almeno una
dozzina.
Non appena seduto, il Ministro, abituato a entrare in campo a gamba tesa, disse
papale papale: Ingegnere, lei non pensa che sarebbe ora di far smettere Cirillo?
Sorpreso, De Benedetti rispose che non capiva.
Prandini sogghign: e va bene, Ingegnere, lei vuol fare il furbo; allora le
chiedo: lei conosce Scalfari, sa chi ? De Benedetti: certo che lo so.
E Prandini: allora d'accordo di dire a Scalfari che faccia smettere Enzo
Cirillo, un giornalista di Repubblica? S, che lo faccia smettere di scrivere su
di me? A quel punto l'Ingegnere, sempre pi sorpreso, disse a voce alta davanti
a tutti: una cosa del genere non mi sogno nemmeno di farla e non la far! Un
silenzio pieno d'imbarazzo cal sulla cena.
Poi Prandini e il suo seguito se ne andarono.
E il Ministro e l'Ingegnere non s'incontrarono pi.
Eh, s, Cirillo dava molto fastidio al Ministro.
E i fastidi diventarono fastidioni quando cominci a scrivere della nicchia
d'oro nella quale stava rintanato il costruttore anconetano Edoardo Longarini,
devoto a Forlani e devotissimo a Prandini.
Questo terziario prandiniano arriv al punto di offrire al Coniglissimo un
giornale tutto suo in terra bresciana, la Gazzetta di Brescia, subito
soprannominata La Pranda , vale a dire la Pravda di Prandini.
La Pranda avrebbe dovuto radere al suolo gli altri due quotidiani esistenti in
citt, ritenuti dal Coniglissimo poco propensi a cantare la gloria delle sue
opere politico-ministeriali.
E invece...
Invece, tutto and a ramengo.
Che panorama di agonie nel febbraio 1993! Forlani, in attesa del miracolo di
risorgere, piangeva al sentir Prandini strillare: La stagione di Arnaldo
finita! Longarini aveva persino assaggiato il carcere.
La Pranda era stata costretta a chiuder bottega.
Alla segreteria dic c'era nientemeno che l'avvocato Martinazzoli, antitesi
bresciana del granitico Gianni.
Quanto a Prandini, il 5 aprile 1992 era stato, s, rieletto alla Camera con
46.843 preferenze, ma non l'avevano pi voluto nel governo.
E dunque faceva il deputato nudo.

Oddio, proprio nudo no, perch a differenza del deputato Sgarbi, lui le mutande
le indossava ancora.
Erano mutande blindate, coi bordi in tondino e la scritta: La mia Anas stata
l'Oxford degli appalti!
Com'era possibile che Brescia, alle prese con ras partitici di questo tipo, non
diventasse una delle roccaforti della Lega? E lo divent sempre di pi, di mano
in mano che i magistrati andavano scoprendo che cosa nascondevano le mutande
prandiniane.
Eppure Prandini, onore al merito!, non moll la presa.
Soprattutto nei confronti del bravo Cirillo.
Ancora alla fine del febbraio 1993, il Coniglissimo incaric i suoi legali di
chiedere all'Ordine dei giornalisti di mazzolare per bene quel cronista.
E sapete perch?
Ascoltate e fate un pensierino su quanto poteva essere arrogante e comico il
regime moribondo.
L'ex ministro voleva la punizione di Cirillo per il suo comportamento
persecutorio di aggressione, denigrazione e sfacciata calunnia.
Tale campagna, strill Prandini, va avanti da alcuni anni e non risponde
certamente a una corretta funzione dell'informazione sia pur critica E d corpo
a fondati dubbi su non ben chiari interessi personali.
Accidenti, proprio il Prandini osava parlare di interessi personali! Beh,
mettiamoci una croce sopra, a queste arroganze.
La stessa che il Coniglissimo ci mise verso la fine del maggio 1993, quando
decise di lasciare per sempre la Dc.
Per andare dove? E per fare che cosa? Ah, le vie della politica erano infinite.
Quasi quanto quelle del Signore.
E Prandini, chiss, ci avrebbe fatto saltar sulla sedia con qualche sorpresa.
///
Arrivato a questo punto, voglio dirlo: non erano tutti uguali i dic che
cadevano con il regime.
In un'altra delle roccaforti della Lega, a Mantova, gli elettori della Balena
ebbero sotto gli occhi un dramma molto diverso da quello prandiniano.
E questo dramma venne alla luce il mercoled 17 febbraio 1993, con un discorso
alla Camera dei deputati, intenso, sofferto.
Volete sentirne il passo che mi colp di pi? Disse quel deputato: Politicamente
e moralmente ho perduto.
Non sono stato in grado di vigilare e di impedire l'affarismo e la corruzione.
Per quest'ultima responsabilit politica, non certo per i risvolti penali, credo
sia giusto farmi da parte per lasciare spazio a persone pi accorte e capaci di
affrontare la drammatica situazione che abbiamo dinanzi.
Ho tratto da tempo una conclusione personale, con grande sofferenza, non
aderendo alla nuova Dc e rinunciando di conseguenza a ogni ruolo negli organismi
di partito, a qualsiasi livello, per adesso e per il domani.
Ho dichiarato la mia disponibilit a continuare a fare il parlamentare come
indipendente nel gruppo della Dc fino alla rapida conclusione di questa
legislatura.
Ma sono pronto, se richiesto, ad anticipare anche il distacco personale...
Parl cos Bruno Tabacci, anni 46, da Quistello (Mantova), eletto deputato nel
collegio Mantova-Cremona.
Me lo ricordo bene, il Tabacci.
Un tipo mezzo calvo e mezzo biondo.
Occhi chiari-freddi.
Aria da barone austroungarico.
Stretta di mano secca e forte.
All'epoca di De Mita segretario, era stato il proconsole di Ciriaco a Milano.
Uno dei famosi colonnelli spediti in missione per riformare la Dc.
Il colonnello Tabacci aveva governato i dic lombardi tra il 1985 e il 1987.
Poi, dal luglio 1987 al gennaio 1989, era stato presidente della giunta
regionale della Lombardia.

Anni di fango, i suoi.


Con la fogna tangentizia che scorreva ogni giorno pi lutulenta e impetuosa.
Molti pensavano che il Tabacci fosse rimasto pulito.
Il classico dic di provincia, figlio di povera gente, che s'era fatto tutto da
solo, che citava sempre don Primo Mazzolari.
Anch'io lo ritenevo senza macchia: quasi un giglio sul letamaio.
Poi i giudici di Mani Pulite pizzicarono pure lui.
Ma per una faccenda da poco, se non ricordo male.
Era colpevole? O innocente? L'avrebbe detto l'inchiesta e poi, semmai, il
Tribunale.
Il TabacC1, comunque, non aveva cercato di sottrarsi all'indagine.
Anzi, aveva chiesto alla Camera di votare l'autorizzazione a procedere contro di
lui.
E nel chiederlo aveva parlato in quel modo che colpiva, che non poteva non
colpire.
Infatti, il Colonnello di Mantova si era difeso accusandosi.
Di scarsa vigilanza.
D'incapacit ad arginare la corruzione nel suo partito, nel suo sistema.
Con parole scabre e un tono che gelava.
Autocritica e condanna politica: tutto da solo.
Come nelle tragedie del comunismo, sotto Stalin, e non sotto De Mita, Andreotti,
Forlani.
Bisognava ringraziarlo, il Tabacci.
Soprattutto perch non aveva parlato soltanto di s e per s.
L'autoritratto del Colonnello valeva per tantissimi altri politici di questa
Prima Repubblica morente.
Intendo quelli onesti, per terrorizzati e incapaci di trar le conseguenze di
questa morte lenta, per soffocamento da liquame tangentizio.
E anche quelli che vedevano e sapevano, ma, a differenza del Tabacci, restavano
a bocca chiusa.
Gli omertosi.
Gli onesti pavidi.
Gli struzzi dalle mani pulite.
I don Abbondio che si defilavano tremebondi, biascicando: in fondo, quei nostri
colleghi ladri hanno rubato anche per il partito...
Quanti erano, in Parlamento, gli onesti paralizzati dalla paura? Tanti,
tantissimi.
Certo molti di pi dei parlamentari inquisiti o sospettati di tangentismo.
Ma allora c'era una verit da affermare: queste erano Camere da impeachment
morale per complicit od omissione.
Proprio cos: non avevano pi legittimit etica a rappresentare il corpo
elettorale.
E stavano distruggendo, da sole, la loro ragion d'essere e di durare, al di l
delle responsabilit penali dei singoli parlamentari.
E ogni giorno di pi l'avrebbero persa, questa ragion d'essere, di mano in mano
che le bombe incendiarie lanciate dagli aerei di Mani Pulite avessero aperto
nuovi crateri, portando le fiamme delle inchieste in luoghi insospettabili.
Eppure, troppi partiti fingevano di non vederli, questi incendi che ogni giorno
si rinnovavano e si estendevano.
Ma gli incendi c'erano.
E bruciavano ras ritenuti incombustibili.
In quei giorni, nella Dc cadde a Torino l'indistruttibile Vito Bonsignore.
A Roma l'impero di Sbardella croll del tutto.
Stava per scoccare l'ora di Prandini.
Ma anche il segretario del Psdi, Carlo Vizzini, era finito sotto inchiesta.
In un solo giorno, poi, il venerd 19 febbraio, il fuoco mise alle corde pi di
un potente.
Si dimise il ministro della Sanit, Francesco De Lorenzo.
Si dimise il ministro delle Finanze, Giovanni Goria.
Giusi La Ganga, folgorato da un appalto ospedaliero ad Asti, annunci che
lasciava l'incarico di capogruppo del Psi.
Venne arrestato Enzo Carra, ve lo ricordate?, la barbuta Voce della Dc , il
luttuoso portavoce di Forlani.

E l'incendio divamp anche nel piccolo bosco dell'Edera.


Qui, sotto le foglie gloriose, si scoprivano mazzette dopo mazzette.
Il gioved 18 febbraio, a Milano, Giorgio La Malfa, angosciato, chiese scusa
agli elettori: Noi repubblicani speravamo di non essere toccati da Tangentopoli.
Altrimenti non avrei parlato con tanta forza del partito degli onesti.
C'eravamo illusi.
Per questo, accetteremo tutto ci che la magistratura far .
Il Pri ci spalanc in faccia il suo dramma.
Enzo Bianco, realistico e preveggente, sugger: Sciogliamo il partito.
Gli replic Libero Gualtieri, galantuomo anche lui: E un'assoluta idiozia
politica.
E un'autentica mascalzonata morale.
Che strazio inutile! Anche l'Edera, ormai, era una foglia secca, quasi ridotta
in cenere.
Quel venerd mettemmo in pagina sull'Espresso il sondaggio che avevamo chiesto
alla Cirm di Nicola Piepoli, sulle intenzioni di voto degli italiani.
Calava in modo drastico la fiducia nei partiti del passato, soprattutto nella Dc
e nel Psi.
Occhetto perdeva un solo punto percentuale.
Saliva il consenso per i movimenti nuovi: i barbari della Lega dall'8,'7 al 14
per cento, e la Rete, dall'1,9 al 5 per cento.
Era facile immaginare che il sondaggio avrebbe dato un'altra scossa isterica
alle anime morte del Parlamento.
Il formicaio sarebbe andato in tilt? Ma era gi in tilt! Anche se un po' di
queste anime morte vararono, quasi di soppiatto, il primo articolo della Legge
Irpina contro la libert di stampa.
Scrissi in quei giorni, forse con un eccesso di fiducia: questa legge infame non
passer.
L'Undicesimo Parlamento non sarebbe vissuto quanto bastava per fabbricare il
bavaglio ai giornali.
Neppure il comprensibile parlamentarismo di Oscar Luigi Scalfaro poteva tenere
in vita, a lungo, quel che era gi morto.
Il Colonnello di Mantova aveva inciso una lapide per tutti: Politicamente e
moralmente abbiamo perduto .
Dunque, Scalfaro doveva darsi coraggio e mandare un duro messaggio alle Camere
affinch votassero subito la nuova legge elettorale.
E dar loro un termine tassativo.
Soltanto cos avrebbe salvato il proprio onore.
E con l'onore la speranza in una Seconda Repubblica.
Che in quel febbraio fece un altro passo verso di noi nel corso di una confusa
cerimonia funebre in un hotel della capitale.
Ergife 1944.
12 febbraio 1993.
QUELL hotel era l'Ergife, mega albergo sul confine di Roma, tra schifezze
urbane, smog, traffico da strizzacervelli e un fetore di partitismo morente.
Nell'entrare, mi chiesi subito: chi pagher il conto dell'Ergife? Non intendevo
il conto politico, bens il conto vero, spese pi Iva, il costo del funerale di
Bettino Craxi come segretario del Psi e del battesimo di Giorgio Benvenuto, il
suo erede.
Difatti, la verit pi lampante che ti assaliva all'Ergife era che il Psi di
soldi non ne aveva pi.
Stop.
Tutto finito.
Tan-tan: la sentite come suona la cassa? Vuota.
Ragnatele al posto delle tangenti.
Certo, l'Imperatore del Garofano se ne andava lasciando il partito senza un
bottone.
Sparite le mazzette, il piatto piangeva.
Piangeva miseria.
Miseria nera.
Come aveva detto, nel lontanissimo 1983, Rino Formica? Il convento povero, ma
i frati sono ricchi.

Bene, adesso i fratacchioni arricchiti dal malloppismo stavano in galera o alla


macchia.
E il convento crollava sotto il . terremoto di Mani Pulite, tra la disperazione
di tanta bella gente che aveva avuto il tup, ossia l'ardire, di credersi
padrona d'Italia.
Ai disperati dell'Ergife, Craxi offr un funerale senza pathos.
Non c'erano lacrime, sul viso del leader.
Soltanto una smorfia.
Di rabbia impotente.
O forse di disprezzo disgustato.
Anche per quel finale burocratico, da bancarotta condominiale.
Niente pi templi greci.
Niente piramidi telematiche.
Niente vessilli rosso Garibaldi.
Niente Va pensiero sull'ali dorate.
Niente di niente.
A parte quel rosario dei morti che Bettino recit in proprio onore: Ho guidato
il partito in dieci campagne elettorali, in sei congressi nazionali, in sei
congressi dell'Internazionale socialista, per quattro anni ho guidato il governo
del paese, per due anni una missione dell'Onu. . .
Il Craxi dell'Ergife mi ricord il Mussolini del teatro Lirico, Milano 16
dicembre 1944.
Anzi, Bettino stava peggio di Benito.
Non aveva pi nessuna Val Padana da difendere, perch se l'erano gi inghiottita
i barbari di Bossi.
E una sfilata per Roma nell'anno di rabbia 1993 avrebbe richiesto il triplo
delle autoblindo allora messe in campo da quei Brambilloni in camicia nera della
Legione Muti. . .
E cos l'addio craxiano prese subito il timbro di una maledizione.
Dopo di me, grid l'Imperatore, verr il caos, la brutalit giudiziaria, il
disordine reazionario, il golpe, il fascismo.
Morale? Compagne e compagni, io adesso ho ben altro da fare.
Ho da difendermi in un clima infame.
Prover anche a difendere questo partito che rischia di morire.
Se me ne rester il tempo.
E se ne avr la voglia.
Quanto a voi, disperati dell'Ergife, tentate di rinnovarvi.
Ammesso che siate ancora in grado di farlo.
Gi, ma i rinnovatori dov'erano? L'unico accreditato, il Martelli, aveva gettato
la spugna proprio in quei giorni.
Il marted 9 febbraio, il Latitante di Lusso del Psi, l'architetto Silvano
Larini, test rientrato in Italia, aveva vuotato il sacco dentro il computer del
giudice Di Pietro.
E da quel sacco gonfio di vecchie storie era uscito anche l'affare del conto
svizzero denominato Protezione.
Lo stesso giorno, Martelli, con stupefacente baldanza, dichiar all'Ansa: La
verit, finalmente!, inizia a venire a galla.
A questo punto, chieder di essere ascoltato dalla procura di Milano, per poter
smentire ogni possibile insinuazione .
Ventiquattr'ore dopo, nel pomeriggio di mercoled 10 febbraio, Martelli si
dimise.
Da ministro della Giustizia.
E anche dal Psi.
Incredibile! Un infarto! Un k.o. che ti scaraventa a un chilometro dal ring!
Accidenti, ecco un altro cadavere politico, sommerso e portato lontano
dall'ondata di Tangentopoli.
All'Ergife pi d'uno pens che, a spingerlo tra i gorghi, fosse stato proprio il
suo pap partitico.
Come aveva detto Craxi? Di Martelli far poltiglia.
S, pol-tiglia! E quell'altro ammonimento, come suonava? Pensi al suo di onore,
il compagno Martelli! Promesse subito mantenute.

Con un tempismo cos perfetto da far gridare al complotto anche il pi candido


dei martellisti.
Craxi aveva teleguidato quel Larini, un famiglio sconosciuto alle masse
socialiste.
Eccola, la bomba a tempo dell'Imperatore.
E quando il tempo era venuto, zip!, il telecomando aveva fatto il suo dovere,
come quello di Cosa Nostra sull'autostrada di Capaci.
Calunnie correntizie, certo.
Uguali a quelle che i craxiani dell'Ergife scaraventavano su Martelli.
Povero Claudio, stava annegando fra i terrori: per lo scontro con Craxi, per
l'inchiesta di Milano, per la mafia.
Cos era andato in tilt.
Ed era stato travolto da un furioso impulso a fuggire.
Una fuga decisa in solitudine, che aveva lasciato nudi e al palo i suoi compagni
rinnovatori.
All'Ergife costoro apparivano i pi disperati.
Anche perch ricondotti, di colpo, a una nullit esistenziale.
Enrico Manca era ridiventato uno spettro tramista.
Il Mauro Del Bue un inutile ras emiliano.
Il Mario Raffaelli un alpinista in solitaria.
E il Bruno Pellegrino? Poveraccio, aveva ballato una sola estate nei panni
dell'Intini di un leader che non ci sarebbe stato pi.
Su questo Leader Inesistente fiorirono subito le Leggende dell'Ergife.
Ma perch dire che lui non ci sar pi? Falso!, Claudio dar battaglia: sei mesi
di riposo all'estero, poi la fondazione di un nuovo partito.
Macch, il partito c' gi.
E il Partito Radicale.
Non la vedete, qui, all'hotel, l'Emma Bonino, neosegretaria della Rosa? Sta
spiegando a tutti: Martelli un nostro iscritto, gli garantiremo noi il diritto
alla difesa e alla politica.
E ancora: illusioni!, Claudio ha chiuso con la politica.
Nato con Craxi, morto con lui.
E se mai uscir dal sepolcro, sbatter la faccia contro un'Italia che non vorr
pi riconoscerlo: Martelli chi?, mica quello del Conto Protezione?
Erano i post-craxiani ad alimentare quest'ultima leggenda.
Ma loro,
pi che disperati, si mostravano indaffarati.
Avevano da seppellire, nel giro di una notte, i candidati che infastidivano
l'Imperatore Caduto.
Gino Giugni? Ma era vecchio, vecchissimo, il 1 di agosto avrebbe fatto ben 66
anni! E poi era troppo autocritico! Pensate che, un giorno, aveva osato dire:
Noi socialisti non sappiamo se siamo le vittime di qualcuno o i carnefici di noi
stessi .
Obiezione: bella, per, questa immagine del Giugni, l'uomo ha la testa e la
faccia giuste per diventare il Martinazzoli del Psi...
Ma i neocraxisti alzavano le spalle, senza rispondere.
Perch, ormai, stavano seppellendo anche Valdo Spini.
Che sciocco, questo giovane Mastrolindo fiorentino, con la sua ossessione del
partito pulito e povero.
Per levarselo dai piedi (ecco un'altra leggenda dell'Ergife), Giuliano Amato gli
aveva offerto il ministero della Giustizia, ancora caldo delle chiappe
martelliane.
E lui aveva rifiutato!
Per fare che cosa? Spini lo and strillando per tutto l'Ergife: Il candidato,
adesso, sono io! Poi si diffuse in una pericolosa elencazione di impegni
ripulitori: una segreteria tutta nuova, una direzione idem, uno stile opposto a
quello che, in sedici anni, aveva portato il Psi dall'hotel Midas all'hotel
Ergife, alba e tramonto di un partito, con la truppa militante sempre pi
debole, screditata, disperata.
Faceva tenerezza, Valdo.
Con quel ciuffo da studente trenta-e-lode.

Con quella faccia dolce-bonaria da Walter Matthau sull'Arno.


Con quella sua voglia di riuscire che l'aveva fatto bollare cos dalle
malelingue craxiane: Spini, il Carrierino dei Piccoli.
Con quel suo pap, lo storico Giorgio Spini, chi non ha studiato su un suo libro
alzi la mano!, che a 76 anni s'inerpicava sui tavoli dell'Ergife per carpire le
parole del figliolo alla pattuglietta di socialisti puliti o presunti tali.
Certo, Valdo aveva molti titoli di merito.
Era il compagno inascoltato.
Il socialista senza collare.
Il dirigente che non aveva mai potuto dirigere.
Dunque, sarebbe stato il frate trappista giusto per obbligare il Psi a un
soggiorno duro in trappa, luogo di pentimenti, preghiere e diete posttangentizie.
Ma esisteva questo Psi voglioso di purificazione? A molti sembrava un sogno
sempre svanito.
Un'astrazione iperminoritaria.
Un fantasma partorito da generosi allucinati.
E comunque la disperazione del post-craxismo era profonda, s, per ben poco
saggia.
E infine, a decapitare la candidatura Spini provvide Amato, gonfio d'irritazione
perch Valdo non aveva smentito con energia la leggenda della Giustizia
offertagli purch sgombrasse il campo a un'altro candidato.
Afferrato un telefono, il presidente del Consiglio gli sibil: Caro Valdo, un
cretino non pu fare il segretario del Psi!
Cos, la nomenklatura sopravvissuta all'Imperatore fece salire le quotazioni
dell'uomo sbagliato al posto sbagliato.
Ossia di Giorgio Benvenuto, baby pensionato della Uil, grande burocrate
improvvisato al ministero delle Finanze.
Giorgio era il Compagno che Ride.
Ah, come rideva Giorgio non rideva nessuno.
E quel suo fervore da autunno caldo, non ve lo ricordate? Era uno scudo spaziale
adatto contro ogni eventualit sciagurata.
Dunque, ma s, che fosse lui a governare sui ruderi dell'impero craxiano.
Almeno sino al prossimo congresso.
Benvenuto venne convinto e sospinto da padrini formidabili: Formica, Amato,
And, La Ganga, De Michelis, Signorile.
E allora, il venerd 12 febbraio, un anno meno cinque giorni dall'inizio di Mani
Pulite, nelS, la megacripta dell'Ergife i naufraghi del Garofano vennero
condotti a un'elezione destinata a dare un leader finto a un partito che non
esisteva pi.
Un partito senza capi veri.
Senza speranze.
Senza futuro.
Senza soldi.
Con pochi iscritti e pochi voti.
E, soprattutto, con pochissime certezze.
Quella pi nitida era che il segretario nuovo avrebbe gestito una catastrofe.
Coraggio, compagne e compagni, all'Ergife si era t visto soltanto l'inizio del
disastro.
L'Uomo che Ride, poi, fece meglio del previsto.
E rivel un carattere che tanti, io per primo, non avevamo immaginato
possedesse.
Un carattere che affrett la sua fine come segretario e che, tuttavia, serv a
mettere in chiaro quanto grande fosse il crack ereditato da Craxi.
Ma questa una storia che vedremo pi avanti.
Adesso il momento di raccontare qualcosa su un eccellente che avrebbe dovuto
esserci, all'Ergife.
E che invece, mica scemo l'Eccellente!, si guard bene dall'andarci.
Il Sopravvissuto.
Febbraio 1993.
CHI era l'eccellente che all'Ergife latitava? Ma che domanda!, era il cavalier
Silvio Berlusconi.

Accidenti, che assenza pesante la sua.


Certo, quello non era un congresso, ma soltanto un'assemblea nazionale del
Garofano.
E tuttavia trattavasi di assemblea storica, visto l'addio che vi veniva dato al
pi caro amico politico di Silvio.
Per questo, la sedia vuota del Cavaliere mi sugger un filmetto dal titolo: Il
morto, il becchino e il sopravvissuto .
Li avevo incontrati tutti e tre insieme dieci anni prima, dieci anni giusti,
figuratevi un po', nel febbraio 1983.
Il Morto, allora, era vivo, vivissimo: Craxi Bettino, in quel momento dittatore
del Psi e alla vigilia di entrare, trionfante, a Palazzo Chigi.
Intervistarlo era un piacere e, ma s, un onore.
Me lo offrirono quelli di Canale 5, allora meno in trincea di oggi: Stiamo
organizzando un dibattito tiv con Craxi.
Ci stai a interrogarlo con altri due? Chiesi: Chi so no? .
Leo Valiani ed Enzo Bettiza.
D'accordo, ci sto.
Entrato che fui negli studi del Biscione, a Milano 2, vidi per la prima volta il
Becchino: l'architetto Larini Silvano.
Il quale aveva un look lontano anni luce da quello dei seppellitori.
Aitante.
Abbronzatissimo.
La camicia aperta sul collo massiccio.
Un catenone d'oro.
I capelli rasati a zero, stile lagunare d'assalto.
Che forza, il Larini! Sembrava lui il padrone del vapore.
Molto di pi del terzo personaggio: il cavalier Berlusconi Silvio, accorso di
persona a ricevere Craxi e non ancora, s'intende, nei panni del Sopravvissuto.
Anche il cronista pi distratto avrebbe capito subito che Silvano era l'amicone
sia di Silvio che di Bettino.
Un amicone riservato e di poche parole.
Ma con certe occhiate da giaguaro e un sorriso sardonico che rivelavano
un'esistenza ardimentosa e complessa.
Fu sotto lo sguardo giaguaresco del Larini e quello gaudioso del Berlusca che
intervistammo Craxi.
Un'intervista del tutto libera e quasi per beneficenza: in quel tempo, infatti,
Berlusconi, ancora in fase risparmiosa, ricompensava gli interroganti con un
orologetto marca Blitz, e via andare! Quando le telecamere vennero spente, Craxi
mi disse, infuriato: Che domande da cane rabbioso! E pensare che ero stato io a
fare il tuo nome a Silvio perch t'invitasse alla mia intervista...
A salvarmi fu il futuro Becchino: Ma no, siete andati benissimo! Splendido
spettacolo! Anche Berlusconi si dichiar felice.
Poi i tre amiconi sparirono dalla nostra vista, quasi allacciati l'uno
all'altro.
Li guardai con un pizzico d'in t vidia.
Che trio, ragazzi! S, che fichissimo trio, Bettino, Silvio e Silvano.
A legarli dovevano essere tante cose, ma soprattutto il potere e il piacere.
Il potere di chi sente d'avere in mano l'Italia.
E il piacere di starsene insieme, di far festa incontrandosi, di celebrare uniti
il Santo Natale, di godersi insieme la buona stella, quella stella fortunata
che, c'era da giurarlo, non sarebbe impallidita mai.
Dieci anni dopo, che strage! Craxi era un morto politico.
Larini si era rivelato il suo becchino e anche uno dei primari affossatori
dell'affarismo partitico di marca socialista.
Berlusconi, invece, si era salvato.
E oggi era davvero il Grande Sopravvissuto.
Perch? Eh, perch, perch...
Ci vorrebbe una biblioteca intera per spiegare questi tantissimi perch.
Perch, dei tre, lui era il pi bravo nell'essere se stesso.
Il pi intelligente.
Il pi furbo.
Il pi fantasioso.
Il pi tenace nel lavoro.

Il pi attento ai passi falsi.


Il pi abile nella scelta dei collaboratori.
Il pi sottile nel tessere la tela delle alleanze.
Il pi generoso nella politica delle mance.
E anche, diciamolo!, il pi fortunato nell'imbattersi in persone di livello che
si erano profondamente, sinceramente, perdutamente innamorate di lui, del
Cavaliere.
Una di queste persone di gran livello era Giorgio Bocca, scrittore e storico.
E mentre penso all'innamoramento di Giorgio per Silvio, chiss perch mi torna
alla mente un articolo che nell'agosto 1989 avevo letto sul Giorno, allora
diretto da Francesco Damato.
L'aveva scritto, pensate un po', proprio il Carra di Forlani che, quattro anni
dopo, avremmo visto ammanettato da quei barbari dei giudici di Mani Pulite.
Si chiedeva il Carra: ma perch Bocca rimane a Repubblica?, perch non se ne va?
abbandoni al loro destino Scalfari e la sua banda, si sottragga al terrorismo
psicologico del Partito Trasversale.
Che ingenuo, il Carra! Non aveva capito nulla di Bocca.
Il quale se ne stava da papa nella Repubblica di Scalfari.
Un pulpito formidabile per un predicatore laico.
Ma soprattutto un palcoscenico decisivo per una star molto attenta alla propria
immagine ed esperta come poche dei modi per alimentarla e rafforzarla.
A Bocca non importava nulla del Partito Trasversale, che per altro esisteva
soltanto negli incubi dei Carra d'Italia.
E non gli importava neppure di Scalfari.
A lui importava soltanto che Repubblica vendesse sempre pi copie.
E che su queste copie apparisse, il pi possibile, la predica di Bocca.
Quanto al resto, che Repubblica fosse diretta da Tizio o da Caio o che l'editore
di Repubblica fosse il signor A piuttosto che il signor B, questi erano dettagli
senza peso nel mondo di Giorgio.
Una sola volta Bocca derog da questa visione del mondo, del tutto
giorgiocentrica.
Fu quando Berlusconi, tra il 1989 e il 1990, tent d'impadronirsi di Repubblica.
Allora Giorgio si scaten, entrando in guerra anche lui con una bandiera che
gridava: De Benedetti e Berlusconi sono uguali, uno vale l'altro.
Il che significava (mica eravamo fessi!): come editore meglio il Cavaliere
dell'Ingegnere.
Difatti, per settimane e settimane, Bocca ci scaravent addosso un tormentone
filo-berlusconiano.
Telefonista instancabile, chiamava da Milano la redazione di Roma e, con
l'arroganza burbera delle star, ringhiava, a chi gli capitava sotto: ma
lasciamolo andare a fondo, questo De Benedetti!, e con lui Scalfari! E
smettiamola di fare un giornale al servizio dei comunisti! Trattiamo con
Berlusconi, ci accorgeremo che un signor editore! E dal suo punto di vista,
Bocca aveva ragione.
Lui poteva ben dirlo che il Cavaliere era un signor editore .
Lui lavorava per le sue tiv, dove gli opinion-leader che, opinionando,
piacevano al Cavaliere, venivano trattati come pu trattarli soltanto un vero
signore.
Naturalmente, quando Berlusconi perse e Repubblica rimase a De Benedetti, Bocca
si guard bene dal dire: addio, ragazzi!, restateci voi con quest'editore amico
delle Botteghe Oscure! Giorgio non fece una piega. 3 Non chiese al Berlusca di
farlo scrivere su quel foglio per moderati in pensione che era il Giornale
diretto da Montanelli o di affidargli una rubrica su Sorrisi e Canzoni.
Continu a predicare sul fogliaccio di piazza Indipendenza e sull'Espresso.
Del resto, non era lui l'alfiere della teoria che tutti gli editori sono uguali?
Una teoria che, come vedremo, Bocca ci ripresent in un altro momento cruciale
della storia che sto raccontando. '7
///
Mentre Bocca faceva la quinta colonna di Berlusconi a Repubblica, un'altra star
del giornale, di statura pi modesta ma pur sempre star, disse addio a Scalfari.
Lo disse di brutto, da un giorno all'altro, e senza troppe spiegazioni.

Del resto, che spiegazioni doveva dare, Giuseppe Turani, detto Peppino?
Era chiaro perch aveva deciso di andarsene: lui non s'era innamorato di
Berlusconi, bens della teoria del Ritorno delle Grandi Famiglie.
Che cosa affermava, questa teoria? Semplice: la battaglia di Segrate non era
stata ingaggiata da Berlusconi per mangiarsi la Monda dori, ma per rimettere su
quel trono editoriale appunto le vecchie famiglie del ceppo di Arnoldo, in
particolare quelle guidate da Leonardo Mondadori e da Luca Formenton.
Entusiasta e fervoroso, Turani and a esporre la teoria a Fluff, la trasmissione
tiv di Andrea Barbato.
Poi la svilupp in un libro scritto con Delfina Rattazzi e stampato dalla
Rizzoli nel dicembre 1989.
Infine lasci Repubblica per darsi tutto alla medesima Rizzoli e, in
particolare, al rizzoliano Corriere della Sera.
E mentre ponzava e riponzava sulla Teoria delle Famiglie, Turani trov il tempo
per apparire alla tiv di Berlusconi in una delle trasmissioni propagandistiche
contro la legge Mamm, allora in gestazione.
Si chiamava, pensate un po', Telecomando libero.
Che spettacolo, amici! C'era Guglielmo Zucconi, il conduttore, che borbottava un
po' costernato: Lo facciamo per campare! C'era il socialista Aldo Aniasi che
deprecava la vecchiezza di quella legge.
E c'era Turani che strillava contro il killeraggio di cui era vittima il povero
Berlusca.
Gridava: che cosa c'entra il Parlamento con gli spot televisivi? Ma
s'occupassero di cose pi importanti, i nostri padri della patria! E poi perch
quel divieto di incroci fra stampa e tiv? Non lo sapevano, i nostri politici,
che chi fa i giornali ha qualcosa da insegnare a chi fa televisione e viceversa?
Ma a intenerire Peppino erano soprattutto le Famiglie.
E i due maturi giovanotti che le guidavano.
Turani li present cos sul suo mensile Uomini & Business: Sono poveri, e non
hanno altri interessi che non siano la Mondadori, i suoi giornali, le sue
riviste, i suoi libri .
S, erano davvero dei simpatici, poveri ragazzi, Leonardo & Luca.
E infatti, di l a non molto, sparirono dalla scena, loro e le Grandi Famiglie,
sommersi dall'imperialismo del Cavaliere che, alla fine, risult l'unico, vero
padrone della Mondadori
Scocciatissimo per essere stato smentito dalla storia, Turani cominci a sparare
su Berlusconi dalle pagine del Corriere.
Poi, all'inizio del 1993, decise di trasferirsi di nuovo a Repubblica e
proseguire la sparatoria dal fortino di piazza Indipendenza.
Scalfari, un po' troppo generoso, lo accolse a braccia aperte, commossO da
un'intervista del Peppino a Umberto Brunetti, direttore di Prima Comunicazione.
Fu un'intervista-fiume con un momento d'intensa commozione.
Per spiegare la sua partenza dal Corriere, Peppino esclam: M' presa la voglia
di casa mia .
Casa mia, quale? domand quel serpente del Brunetti.
E lui, con una faccia impagabile da ganassa: L'Espresso, la Repubblica, via
Po...
I miei adorabili vecchi: Scalfari, Caracciolo, Bocca.
E tanti altri.
Li conosco da vent'anni, da una vita.
E dopo una filippica sull' avanzare di un giornalismo di gente incolta, grezza,
che fa dei discorsi da osteria, singhiozz ancora: Prima che questa ondata
oceanica di giornalisti stercorari prevalga, io voglio tornare tra i miei, con i
miei adorabili vecchi .
Viva, dunque, il figliol prodigo! Che tornava in famiglia, senza per
abbandonare sulla porta di un convento il suo Uomini & Business.
Ossia il mensile di cui Turani era ed direttore e comproprietario, anzi socio
di minoranza di un socio di maggioranza relativa che si chiamava e si chiama
Luigi Abete, presidente della Confindustria.

Non era un po' singolare che una star del giornalismo economico fosse socio, in
un giornale, del numero uno confindustriale? Anche la raccolta pubblicitaria
affidata alla Seat (leggi Biagio Agnes, presidente della Stet) si prestava
all'uso dello stesso aggettivo: singolare.
Ma quando l'Espresso os occuparsene, Turani s'incavol.
E il luned 8 febbraio mand a Rinaldi un fax tacitiano che recitava (cito a
memoria): Ho letto il vostro servizio e volevo dirvi che siete proprio dei pezzi
di merda! Cin-cin!, alla salute del giornalismo stercoraro che, avanzando, gli
dava tantissima angoscia.
Nel frattempo, il Sopravvissuto aveva altri cavoli per la testa. Gli stava
cadendo addosso il regime nel quale era cresciuto e diventato forte.
Il suo amico del cuore, povero Bettino!, rischiava di finire alla Baggina del
partitismo.
Venivano alla ribalta uomini nuovi e forze mai viste all'opera.
La pi importante di queste era la Lega.
Forza barbarica.
Forza terribile.
Sarebbe stata amica o nemica di Berlusconi? Ecco un problemino mica da niente
per il Sopravvissuto.
Posso dir la mia? Se esisteva in Italia un superleghista di testa, di cuore e di
pancia, questo era il Berlusca nell'aprile 1990 aveva gridato a Carlo
Caracciolo, suo avversario nella battaglia di Segrate: Non mi metterete mai al
tappeto.
Vi spaccher le ossa in tutti i tribunali d'Italia.
Vi perseguiter.
Fonder anche un partito per combattervi.
Anzi, un partito c' gi: la Lega Lombarda!
Due anni dopo, domandai a Bossi di queste presunte simpatie leghiste del
Cavaliere.
E lui, borbottando, rispose: Mah! Berlusconi l'ho visto una sola volta e mi ha
detto: caro Bossi, se diventassi io il presidente della
Lega, prendereste anche pi voti! Ma la sua mi sembra una simpatia da salotto.
Se davvero ci vuole bene, si faccia avanti, il Berlusconi.
A lui i mezzi non mancano.
E la mia questua per trovare dei fondi per la Lega non sar pi cos faticosa...
Si fece avanti, il Cavaliere? E chi pu dirlo.
Certi passi, se si azzardano, non si raccontano mai in giro.
Quel che apparve chiaro, a partire dal 1993, fu che Berlusconi aveva preso a
diffondere un suo nuovo Vangelo.
Recitava cos: le facce dei vecchi potenti della politica sono consumate,
usurate, impresentabili; bisogna assolutamente trovare delle facce nuove.
Lo disse all'inizio di gennaio al direttivo della Confindustria.
E volle ripeterlo, il 9 febbraio, in una megaintervista a Sergio Luciano, della
Stampa: Il nuovo sistema elettorale dovrebbe creare condizioni che non
consentano il formarsi di una casta politica composta da professionisti della
politica, da politici di professione.
A governare dovrebbe essere chiamato chi, essendo affermato in una professione,
dopo aver governato possa tornare a svolgerla come prima .
E ancora: Il problema sar trovare uomini nuovi e capaci, da chiamare alla
politica dal mondo delle imprese, delle professioni, dell'universit .
Primi passi nel buio.
Annusate.
Tastatine.
Dita fatte scorrere su profili sconosciuti.
Profili da conoscere, da valutare.
E dietro quei profili, forze da soppesare.
Amiche? Avversarie? Neutrali? Un'altra faticaccia, per il Cavaliere.
In pubblico, gli uomini suoi erano pi giulivi di Mike Bongiorno davanti ai
prosciutti Rovagnati, cotti e firmati: splendido momento!, viva le novit!,
ottimismo ottimismo! Il 16 febbraio, all'aeroporto di Linate, Fedele
Confalonieri mi strill: La partitocrazia finita.

E noi siamo tutti pi liberi, caro Pansa! In privato, per, i berlusconiani te


la dipingevano molto pi grigia: Berlusconi non per niente pi libero, i
partiti continuano a chiedere, a lamentarsi, a pretendere come prima, e le
concessioni televisive si possono anche revocare, no?
Su chi puntare, allora? Su Pannella il Riciclatore? Su Amato il Restitutore di
Vecchie Sicurezze? Su Bossi il Barbaro? Gli uomini del Bossi, poi, erano ancora
dei barbari tutti da misurare.
E che spesso ti regalavano sorprese un po' acide.
Il giorno dopo la megaintervista alla Stampa, Ezio Mauro mand Massimo
Gramellini a Montecitorio, per sentire che cosa dicevano da quelle parti
dell'invocazione berlusconiana: dateci dei politici non professionali!
E il capogruppo della Lega, Marco Formentini, rispose secco: La politica
dovrebbe essere l'impegno di una vita intera.
Nelle grandi democrazie cos.
I tecnici sono utili, ma non bastano.
Berlusconi, se diventasse ministro, ci perderebbe: uno che utilizza talmente
bene i politici! Perch mai dovrebbe passare sull'altra sponda?
Vogliamo provare a tradurre in leghistese stretto? Uei, Berlusca, lascia
lavorare l'Umberto e i suoi ragazZ1, caso mai saranno loro a pensare al tuo
biscione e alle sue tiv!
La vergine Fiat.
22 febbraio 1993.
QUEL luned stavo ad Avellino con il mio amico Giovannino Russo.
Non ci vedevamo da molti anni, da quando lavoravamo tutti e due al Corriere
della Sera, come inviati speciali: lui esperto del Mezzogiorno, io esperto di
quasi niente e quindi sbattuto quasi dappertutto, le bombe sui treni e le giunte
rosse, le sparatorie delle Br e le avventure della Balena Bianca.
Ad Avellino ci aveva convocati Mario Guida, libraio-editore in Napoli.
Lo scopo: il solito dibattito, questa volta su due libri, quello di Giovannino
sul Sud e il mio sui bugiardi.
Giornata di tanta neve.
Poi freddissima.
A Napoli il Vesuvio tutto bianco.
Paesaggi polari sull'autostrada.
Ad Avellino le strade lastricate di ghiaccio.
E quasi nessuno ad aspettarci alla Biblioteca Provinciale.
Insomma, un mezzo
forno.
Per di pi gelido.
Presuntuoso, pensai: sar stata la Dc locale a dire ai suoi di lasciarci soli?
Prima di cominciare, telefonai all'Espresso.
Rinaldi mi disse: Hanno arrestato Mattioli .
Mattioli quello della Fiat? .
Proprio lui, l'uomo della finanza di corso Marconi, il pezzo pi grosso dopo
Romiti.
Francesco Paolo Mattioli l'avevo visto una sola volta da vicino, nella primavera
del 1988, in una casa di Torino dove c'era una festa di vip in onore di Cesare
Romiti e del libro-intervista che avevo scritto con lui, Questi anni alla Fiat.
Mattioli era simpatico, brillante, un romanaccio alla mano.
L'opposto di Vittorio Ghidella, il capo dell'auto, anche lui alla festa.
Ghidella se ne stava seduto a un tavolo defilato, in un crocchio di uomini tutti
suoi.
Lo vidi silenzioso, accigliato, un po' torvo.
Sembrava infuriato per quella corve in onore di un libro del suo avversario
Romiti, un libro di cui non doveva fregargli nulla.
E che di certo giudicava reticente, se non bugiardo.
E dunque pessimo.
Romiti, invece, ci teneva molto a quell'intervista di 380 pagine.

Gli era piaciuto il botta-e-risposta, pi smilzo, che avevo scritto con Luciano
Lama per Laterza.
E voleva far di meglio.
Con un libro tutto suo.
Anche contro il parere del padrone della Fiat.
Che non era lui, come molti di solito pensavano, bens la famiglia Agnelli.
Romiti mi diede l'impressione di essere un manager molto leale verso questa
propriet.
Lo compresi subito, prima ancora di cominciare le tantissime ore di
registrazione.
Mi chiese: Che titolo ha pensato per questo libro? Risposi: La mia Fiat .
E un bel titolo.
Per non si pu usare.
Perch? .
Perch la Fiat non mia, ma degli Agnelli.
Fu cos che poi scegliemmo un titolo che cantava di meno, Questi anni alla Fiat.
Prima di passare alle stampe, il racconto di quegli anni venne letto anche da
Gianni e Umberto Agnelli.
E cominciarono i guai.
L'Avvocato non trov motivi per opporsi alla pubblicazione.
Si limit a domandarsi: questo libro serve alla Fiat o no? Risposta: serve molto
a Romiti e poco o niente alla Fiat, anzi, sar fonte di polemiche a non
finire...
Comunque, concluse l'Avvocato, caro dottor Romiti mi faccia il regalo di queste
due, soltanto due, ritoccatine e poi le dar il mio imprimatur.
A Umberto Agnelli, invece, il libro non piacque per niente.
Il ritratto che di lui faceva Romiti gli sembrava un po' sprezzante, persino
irridente.
Per quel che ne so, Umberto disse, incavolato: dopo l'uscita di questa roba, non
potr pi fare il presidente della Fiat quando sar venuto il mio turno...
A infastidirlo era il racconto di come lui, Umberto, nella crisi Fiat del luglio
1980, fosse stato messo da parte su richiesta di Enrico Cuccia, il re di
Mediobanca.
E di come avesse dovuto ingoiare la fulminea ascesa di Romiti, divenuto unico
amministratore delegato del gruppo e gestore altrettanto unico della svolta.
Umberto rogn molto anche su un passo poi rimasto a pagina 232.
Vi si parlava di suo fratello Giovanni, leader riconosciuto del capitalismo
italiano.
Diceva Romiti: Agnelli lo per quel che ha alle spalle, cio per la forza del
gruppo Fiat.
Ma lo soprattutto per quel che lui come persona, per la sua figura, per
l'autorit che esprime.
Mi creda: non basta essere il capo della Fiat per essere anche il numero uno del
capitalismo italiano .
Umberto ci vide, a torto, un attacco alla sua figura.
Come se Romiti gli dicesse: caro dottor Umberto, il giorno che prender il posto
di suo fratello, qui, in corso Marconi, non creda di diventare, solo per la
sedia nuova che occuper, il capo dei padroni d'Italia...
Il libro poi venne varato con correzioni minime.
Un po' per la durezza di Romiti.
E un po' per la fermezza di Giorgio Fattori, leader della Rizzoli, che tagli
corto: Basta!, se questo libro non esce, sar un bel guaio.
Ormai sono in troppi a sapere che c'...
Ma molto pes l'abilit mediatoria di un mio vecchio amico, Alberto Nicolello,
allora capo dell'ufficio-stampa Fiat.
Alberto aveva seguito sin dall'inizio tutto il percorso del libro e, forse, non
ne poteva pi.
Basta!, mandiamoli in libreria, Questi anni alla Fiat, senn diventiamo tutti
pazzi. . .
Facciamo un passo indietro di un paio di mesi.
E torniamo al gennaio 1988.

Prima di cominciare la registrazione, una domenica mattina, nel suo ufficio di


corso Marconi, dissi a Romiti: Adesso io le far molte domande e lei mi dar
molte risposte.
Nel rispondermi, immagini di essere dentro una stazione di polizia inglese .
E perch mai? chiese lui.
Perch prima d'interrogare un indiziato, la polizia inglese lo avverte cos: lei
ha il diritto di dire quello che vuole, ma si ricordi che tutto ci che dice
potr essere usato contro di lei.
Romiti mi sganci il suo sorriso pi grintoso e rispose: Le dir quel che penso.
E me ne prender la responsabilit .
Quando attaccammo a parlare di tangenti, Romiti fece un quadro feroce della
corruzione in Italia.
E mi consegn un'affermazione dura, quasi profetica: Debbo dire che mi allarma
molto l'inerzia di quasi tutti i partiti davanti a questa patologia distruttiva
della legittimit di un sistema politico.
E la corruttela che sta delegittimando i partiti, non il presunto superpotere
degli imprenditori.
Tutta la politica, anche quella buona, rischia d'essere uccisa da questo male.
Eppure, quasi nessun politico muove un dito.
E allarmante e sorprendente.
Enrico Berlinguer aveva fatto questa battaglia.
Ma dopo la sua morte, neppure il Pci la conduce con la stessa energia .
D'accordo, ma che cosa succedeva alla Fiat nell'inferno tangentizio italiano?
Assolutamente niente, rispose Romiti, perch la Fiat non ha mai pagato una
mazzetta.
Del resto, spieg lui, non ci vengono mai fatte richieste del genere, perch si
conosce gi qual la nostra risposta: no!
Passarono quattro anni.
Ed emerse Tangentopoli.
C'era anche la Feroce tra i pagatori di mazzette? Il 6 maggio 1992, a Milano, i
giornalisti lo chiesero a Umberto Agnelli, vicepresidente della Fiat.
Lui rispose: No, non abbiamo mai pagato tangenti, almeno per quanto risulta a me
.
Antonio Galdo, del Mattino di Napoli, domand a Umberto: E pronto a mettere la
mano sul fuoco? E lui: Sicuramente sulle questioni importanti.
Ne sarei stato informato .
Quella stessa sera, alle ore 23, venne arrestato Enso Papi, amministratore
delegato della Cogefar-Fiat.
L'accusa: corruzione.
Rinchiuso a San Vittore, Papi fece scena muta.
Il 23 giugno fu rinviato a giudizio, sempre per corruzione, insieme a un altro
manager Fiat, Vittorio Del Monte, direttore generale della Cogefar, che invece
aveva scelto di parlare.
Nodo del processo: l'aver pagato una tangente di 560 milioni per ottenere lavori
al Policlinico di Pavia.
Il 30 giugno Papi usc da San Vittore.
Quel giorno, un marted, si svolse a Torino l'assemblea Fiat.
L'Avvocato fece un po' di schermaglia: Le inchieste che riguardano la Fiat?
Tutte le notizie di ci che avviene in fase istruttoria sono frutto di illazioni
.
Gli chiesero: Che ci dice delle tangenti che sarebbero state pagate dall'Iveco?
E Romiti: Ci rifiutiamo di sottoporre all'attenzione di questa assemblea
osservazioni sulla base di indiscrezioni giornalistiche diffamatorie .
Gli chiesero ancora: Avete dato finanziamenti ai partiti? E lui: No, non ci sono
mai stati .
Il 17 luglio, quand'era gi libero, Papi rispose per quattro ore alle domande di
Di Pietro.
Poi parlarono altri due manager Fiat, arrestati alla fine di luglio: Giancarlo
Cozza, amministratore delegato della Fiat Ferroviaria Savigliano, e Luigi
Caprotti, concessionario Iveco per Milano.
Cozza raccont di un conto in Svizzera da dove le mazzette passavano ai partiti
di governo su indicazione di Sergio Radaelli, cassiere del Psi ambrosiano.

Pass l'estate.
Su Tangentopoli calarono le prime foschie autunnali.
E nella nebbietta di Milano cedette, di colpo, anche Romiti.
Avvenne il mercoled 29 settembre, in un dibattito sotto le volte austere
dell'antico seminario voluto da san Carlo Borromeo.
Romiti sedeva accanto all'arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria
Martini.
E lasci tutti a bocca aperta con questa confessione sul tangentismo: Queste
vicende hanno coinvolto molti imprenditori, toccando anche un gruppo delle
dimensioni del nostro...
Come cittadini e come imprenditori non ci si pu non vergognare, di fronte alla
societ, per quanto successo.
E io sono il primo a farlo.
Io sono stato scosso personalmente da questi avvenimenti.
No, non ho paura di dirlo.
Avrei paura di non dirlo.
E di fronte al cardinal Martini, la pi alta carica religiosa e morale di
Milano, non potevo non parlarne .
Ben otto mesi dopo, alla fine del maggio 1993, Vittorio Borrelli scrisse sul
Mondo: Nel settembre dello scorso anno, ospite del cardinal Martini, Romiti ha
detto di vergognarsi e ha chiesto scusa a nome dell'azienda.
Peccato soltanto che non sia passato subito dopo negli uffici della procura
della repubblica di Milano.
Forse, all'epoca, l'immagine della grande industria poteva ancora uscirne
diversamente .
Posso commentare anch'io? Peccato che, all'epoca, n Mondo, settimanale Rizzoli e
dunque nell'orbita Fiat, si fosse ben guardato dal consigliare Romiti a farlo,
quel passo in procura.
E un commento carogna? Ma no, andate avanti con la lettura del diario e capirete
il perch di queste righe del tutto candide.
In seguito, Romiti ci and, alla procura di Milano.
Ci and quando la bufera di Mani Pulite ormai soffiava violenta su corso
Marconi.
E l'illibatezza tangentizia della Fiat appariva senza pi dubbi quel che era:
una finzione.
C'era una volta la vergine Fiat : fu questo il titolo che Toni Pinna appose a
una mia innocua articolessa sul lungo balletto di smentite, mezze smentite,
mezze ammissioni, ammissioni che i capi di corso Marconi ci avevano offerto per
mesi e mesi.
Il pezzo usc sull'Espresso il luned 1 marzo.
In copertina c'erano Agnelli e Romiti, disegnati da un diabolico giovanotto
tedesco.
Era Sebastian Kruger, un pittore arruolato da tempo, grazie a Emanuele Pirella
che lo aveva gi visto all'opera su Stern e Der Spiegel.
Il titolo strillava: Colpo di spugna?
Tre giorno dopo, Rinaldi entr nella mia stanza e, cosa che non aveva mai fatto,
chiuse la porta che stava sempre spalancata.
Mi disse: Sai tenere un segreto? M'incavolai: Ma che domanda mi fai?.
Bene: la Fiat ci toglie la pubblicit.
Pare siano dodici miliardi, tra noi e Repubblica.
In pi ha annullato un ordine di computer Olivetti, pare per altri quindici
miliardi.
Tutto per la copertina e per il tuo articolo.
Restai di sale e mi venne da reagire come i bambini: Non vero.
Mi stai prendendo per il culo.
Dimmi la verit .
Te l'ho detta, la verit! .
Ma non possibile! .
Certo che possibile .
Si pu rimediare? Rinaldi sospir: Ci sta provando Carlo Caracciolo.
Per questo dobbiamo far finta di nulla...

Picchiai un pugno sul tavolo, imprecando: ma allora l'Italia non era cambiata
per niente! Perlomeno l'Italia dei padroni del vapore! Ma s, ci volevano i
barbari, accidenti a loro! Che arrivassero, questi barbari, a far piazza pulita
di tutto.
Ero sgomento.
E Claudio pi di me.
Si sentiva responsabile di questo danno grave al giornale e all'editore.
Per i nostri scoop su Tangentopoli, e per un po' di nostre copertine, eravamo
gi stracoperti di querele e di citazioni per danni, soprattutto da parte di
Craxi.
E adesso arrivava la mazzata con targa Fiat.
Ragionammo tra di noi.
Claudio rifletteva a voce alta cos: il paese non ha pi un centro, se anche la
Fiat reagisce in questo modo vecchio, arrogante.
E poi: forse ci siamo spinti troppo in avanti con l'Espresso.
Chi ci segue? La Malfa caduto.
Il Pds comincia ad avere dei guai sul fronte tangentizio.
La Fiat ci bastona in questo modo.
Per fortuna che De Benedetti un pazzo e ci lascia fare.
Ma sta crollando il mondo in cui siamo cresciuti anche noi.
In quel mondo, continu Rinaldi, io ho diretto come ho voluto prima l'Europeo,
poi Panorama e adesso l'Espresso.
Ma, poi, che cosa accadr? Chi verr, dopo quelli che anche noi stiamo
contribuendo a distruggere? Qualcuno mi ha raCcontato che l'altro giorno
Scalfari,
al tavolo della riunione mattutina, sbottato cos: se vincono la Lega e la
Rete, io prendo il passaporto e scappo in Svizzera!
Cercai di contraddire Claudio.
E di tranquillizzarlo.
A me lo sgomento stava gi passando.
Ma io ero molto, molto pi irresponsabile di lui.
E poi, che fortuna amici!, non ero io il direttore dell'Espresso.
Tuttavia, gli scricchiolii che sentivamo venire dal colosso Fiat erano davvero
orribili.
Stava cedendo non un muro, ma una muraglia: la Muraglia Torinese.
Cedeva sotto l'urto del disonore tangentizio.
E sotto il numero delle auto invendute.
Uno spettacolo da farti accapponar la pelle.
In plu, su altri muri, importanti anch'essi, s'intravedevano crepe mai viste.
Parlo dei muri di un rosso palazzo di Roma: le Botteghe Oscure.
L'affare Greganti.
27febbraio 1993.
QUANDO la prima crepa s'intravide, un avvocato di Milano, Gianfranco Maris,
ottimo penalista, gi senatore del Pci e difensore di un indagato in
Tangentopoli, se ne usc con un'immagine che mi colp: E una storia degna di
Kafka! Ma era davvero una storia kafkiana? Chiss.
Se lo era, doveva averla scritta un Kafka sconosciuto, tutto padano.
Era padano il primo personaggio, Lorenzo Panzavolta, nato e residente a Ravenna,
anni 71.
Che bella faccia, la sua.
Faccia asciutta da romagnolo sveglio.
Da uno che s'era fatto tutto da solo, lavorando e lavorando, e dunque temprato
dalle asprezze della vita e per forza di cose tanto deciso e duro da essere
chiamato Panzer.
Il quale Panzer era cresciuto dentro la famosa C.M.C., primaria cooperativa
rossa di costruzioni in Ravenna.
Poi, nel 1963, l'aveva chiamato il Serafino Ferruzzi per affidargli le attivit
edilizie del gruppo, ossia la Calcestruzzi SpA.
Prima direttore, poi amministratore delegato e infine presidente, il Panzavolta
si era imposto per le sue solide qualit, tanto da essere definito da Raul
Gardini uomo d'ordine e calcestruzzo .

Tuttavia non esisteva uomo d'ordine o panzer romagnolo che fosse in grado di
sottrarsi ai taglieggiatori di Tangentopoli.
E cos anche Panzavolta dovette presentarsi al dottor Di Pietro, il 30 gennaio
1993.
Interrogato, il Panzer rispose: Per quanto riguarda la desolforazione delle
centrali elettriche Enel, ammetto che anch'io mi sono trovato coinvolto nella
dazione di denaro ai partiti.
Ad appalto assegnato, il socialista Bartolomeo De Toma mi precis l'entit del
denaro che dovevo versare al sistema partitico: l'1,50 per cento rispetto al
valore dell'appalto, diviso in varie tranches .
De Toma , continu il Panzer, mi disse anche che questo denaro era di pertinenza
della Dc e del Psi.
Io chiesi informazioni se una quota dovesse finire al Pds, allora Pci, e ci in
quanto, in precedenza, avevo sentito dire che anche il Pds era nel giro.
Ma il De Toma mi disse che nella spartizione di denaro vi erano soltanto la Dc e
il Psi.
E io ne presi atto.
Meticoloso, il Panzer fece un po' di conti.
Un miliardo e 250 milioni alla Dc in due rate.
Idem per il Psi.
Totale della tangente: 2 miliardi e mezzo.
Poi and da Balzamo, il cassiere del Garofano, allora vivo e vegeto: Era al
corrente di quanto aveva trattato il De Toma , spieg il Panzer a Di Pietro.
E mi disse di scegliere se effettuare il pagamento in contanti a lui oppure con
altra soluzione.
Balzamo mi diede anche un numero di conto bancario a Ginevra, con un nome di
fantasia.
E l feci versare, nel 1990, i primi 625 milioni destinati al Psi.
Panzavolta and poi in pellegrinaggio al santuario democristiano e si present a
san Severino, ossia al senatore Citaristi, segretario amministrativo: Costui mi
chiese: preferisce pagare in contanti o all'estero? Anche con lui scelsi di
pagare estero su estero, poich mi era difficile procurarmi dei fondi neri.
Citaristi, allora, mi consegn gli estremi di un altro conto corrente, sempre in
Svizzera .
Il Panzer vers qui i 625 milioni, destinati agli orfanelli di piazza del Ges.
Gli altri 625 + 625 per Dc e Psi, a saldo dell'intera tangente, s'impegn a
sganciarli nella primavera del 1992.
' Deposizione schietta, a parere della procura.
Il Panzer si vide annullato l'ordine di cattura gi bell'e pronto e se ne torn
a Ravenna con la berlina presidenziale della Calcestruzzi.
Passarono tre giorni e, la mattina del 2 febbraio, eccolo di nuovo di fronte a
Di Pietro.
Stavolta il Panzer raccont di altre tangenti, sempre alla Dc e al Psi, e dei
regali natalizi che un consigliere socialista dell'Enel, Valerio Bitetto, faceva
agli amici, mettendoli per in conto alla Calcestruzzi: Ogni anno erano dai 13
ai 15 milioni.
In sostanza , ringhi il Panzer, la Calcestruzzi ha pagato circa 60-70 milioni
di spese sostenute dal Bitetto .
E adesso guai a chi dice che Babbo Natale non c'!
Erano finiti i racconti del Panzer? Macch Verso la fine del febbraio 1993,
Panzavolta torn da Di Pietro.
E gli disse che, per quell'appalto Enel di desolforazione, lui aveva pagato
anche il Pci.
Come, anche il Pci? Certo, anche il Pci! Una prima rata di 621 milioni.
Versata su di un conto svizzero.
Un conto cifrato.
Ecco la banca e il numero del conto.
Ecco il nome in codice: Gabbietta.
Conto e numero indicati da chi al Panzer? Il
Panzer disse: dal signor Primo Greganti, anni 49, da Jesi (Ancona), ma a Torino
da ragazzo, gi segretario amministrativo della federazione torinese del Pci,

poi funzionario dell'amministrazione centrale del partito e, quindi,


imprenditore in proprio.
E dove il Panzer aveva ricevuto dal Greganti nome e numero del Gabbietta?
Durante un incontro in un bar di Ravenna, come in un film.
///
Il venerd 26 febbraio, Antonio Carlucci, allora di Panorama, entr in possesso
di questa notizia.
Priva, per, del nome di Greganti.
Panorama la lanci il sabato 27.
La stessa sera i tig la diffusero.
Un conto svizzero dell'ex Pci.
Ordine di custodia cautelare per il gestore.
Nome e cognome del gestore? Segreto.
Telefonai a un collega di Repubblica: Ma chi 'sto gestore? .
Qui a Milano non si riesce a saperlo.
Io conosco soltanto l'iniziale del cognome: G. Ma sento dire Galantini o
Gelatini.
I tig, nel frattempo, si misero a trasmettere la prima, fulminea smentita del
Bottegone.
La pronunci Occhetto, lo stesso sabato sera, subito dopo il corteo dei Consigli
di fabbrica unitari, a Roma.
Su uno sfondo di bandiere rosse, pi un abbraccio con lacrime fra Pietro Ingrao
e Sergio Garavini, Occhetto grid: Smentisco nel modo pi categorico.
Non abbiamo mai avuto conti in Svizzera.
D'ora in poi, quereleremo tutti coloro che parlano del fatto che noi abbiamo un
conto in Svizzera come Pds!
La domenica 28 i quotidiani strillarono la notizia del conto svizzero, conto
rosso.
La Repubblica, un metro pi avanti degli altri, parlava di un Signor G. .
Allora, tocc a D'Alema smentire di nuovo.
Disse a Italia Radio: I nostri compagni devono stare tranquilli e sereni.
Perch a noi non risulta in alcun modo che ci fosse un conto svizzero del Pci.
E non risulta in nessun modo che noi abbiamo chiesto o fatto chiedere tangenti
ad alcuno o che ne abbiamo intascate .
Quel pomeriggio, telefonai a un amico che frequentava i piani alti del
Bottegone.
Era sgomento: Mai sentito parlare di conti in Svizzera! N di questo Galantini o
Gelatini.
Ma perch non lo cercano? Perch non lo fanno presentare subito? Come se
l'avesse ascoltato, la sera di domenica il Greganti, ancora sconosciuto
all'Italia dei media, buss allo studio di un ottimo avvocato di Torino, il
professor Gilberto Lozzi, un tecnico senza etichette politiche, docente di
procedura penale all'ateneo subalpino.
E gli chiese di condurlo, l'indomani, dal dottor Di Pietro.
Sempre quella sera, il Greganti s'imbatt in un amico.
E gli disse: Il conto che hai visto sui giornali soltanto mio.
Mander una lettera al Pds per autosospendermi .
Hai ancora la tessera del partito? .
Certo che ce l'ho.
Sono iscritto alla sezione di San Raffaele Cimena.
Venne il luned 1 marzo.
Che tormentone, al vertice del Pds.
E soprattutto alla base.
Tempesta di telefonate a Italia Radio.
All'Unit.
Al centralino delle Botteghe Oscure.
Alle federazioni.
Migliaia di compagni volevano essere sicuri di poter essere sicuri.
Un conto svizzero del partito? Per incassare tangenti? Come la Dc e il
Psi? Impossibile! S, diteci che impossibile!

Il nervosismo and alle stelle quando, alle 14 di quel luned, il compagno


Greganti si materializz nei corridoi della procura di Milano.
Eccolo, piccoletto, tarchiato, barbuto con moderazione, di passo svelto.
Eccolo sotto l'occhio impietoso di una telecamera.
Con la faccia di chi sa di dover andare a San Vittore.
E per questo cammina come in trance.
Sbandando.
Di qua.
Poi di l.
Mi colp proprio questa camminata.
E poi quella faccia.
Una faccia da politico clandestino incappato in una retata.
Choccato.
Forse disperato.
Per ancora pieno di dignit.
Con un lampo di risentita fierezza nello sguardo.
Il Signor G. non disse nulla n a Di Pietro n al giudice Italo Ghitti. o,
meglio, disse: mi avvalgo della facolt di non rispondere alle vostre domande.
Avrebbe meditato in carcere sul da farsi.
Mentre entrava in cella a iniziare la meditazione, il Pds continu ad alzare il
muro tra lui e il partito.
A Barbara Palombelli, di Repubblica, D'Alema spieg: Si tratta di una
provocazione, di una montatura .
Poi tir in ballo i servizi segreti e precisamente il Sismi .
Quindi ribad: Passeranno giorni in cui ci sar un po' di confusione, ma poi
tutto si risolver per il meglio.
Io dormo tranquillo.
E continuer a dormire tranquillo .
Lo stesso giorno, a una folla di cronisti, Marcello Stefanini, senatore di
Pesaro-Fano e tesoriere del Pds, disse papale papale: Il Pds non ha conti in
Svizzera, n ha mai autorizzato nessuno ad aprirli.
Lo posso affermare con assoluta certezza anche per quel che riguarda il Pci,
secondo quanto ho potuto apprendere dal mio predecessore, il compagno Renato
Pollini .
///
Cominci cos un bombardamento pesante di smentite.
A ogni ora e dovunque.
In conferenza stampa al Bottegone.
In Parlamento.
Sui giornali.
Alla radio.
Alla tiv.
Bombe potenti.
Ma sganciate con un po' di panico.
Lo stesso che avvertivo in qualche amico del Pds che mi telefonava per
chiedermi: Che cosa scriverete, voi dell'Espresso?
Tuttavia, nel Pds c'era anche qualcuno che rifiutava l'immagine del Signor G.
come figlio di nessuno.
Dicevano: il Greganti?, ma solo un onesto operaio dell'amministrazione del
partito.
Uno dei compagni con la valigia .
Raccoglitori e trasportatori di somme erogate da fonti coperte.
Tangenti? Non sempre.
Offerte di sottoscrittori eccellenti da tutelare col segreto.
Utili di intermediazioni.
Denaro ricavato da affari di origine lontana.
E loro, le formiche alla Greganti, su e gi con le valigette, per far vivere il
partito.
Era cos? Oppure il Greganti bisognava considerarlo un millantatore, per di pi
cos formidabile da fregare anche il Panzer? Un Panzer romagnolo con una fama di
gran furbo, tanto accorto da non sganciare neppure cento lire senza avere la

matematica certezza che sarebbero andate nella direzione giusta e con vantaggio
per l'azienda?
Mi facevo anch'io queste domande.
E pi me le facevo, pi il giallo del Signor G. m'intrigava.
Giallo politico.
Giallo esistenziale.
Mica una delle solite storiacce di Tangentopoli.
Mi tornava alla mente ci che avevo detto a Occhetto quella sera a Reggio
Emilia.
Ma cercavo di scacciarlo dalla memoria, per non farmi imprigionare da una
pulsione quasi sportiva: chi aveva ragione?, lui o io?, chi avrebbe vinto?,
Occhetto o quell'irresponsabile del Pansa?
La mattina del 2 marzo, proprio Occhetto rassicur i segretari regionali del Pds
convocati a Roma.
E annunci una querela al Corriere per il titolo Arrestato il cassiere del Pds .
Il muro s'alzava a vista d'occhio.
E il bombardamento difensivo cresceva d'intensit.
D'Alema era il pi ferreo.
A Maria Teresa Meli del Giorno disse: Se arrivasse un avviso di garanzia a un
dirigente del Pds per questa faccenda, allora vorrebbe dire che siamo al colpo
di Stato .
Poi s'infuri per la diffusione dei verbali del Panzer: E una violazione del
segreto istruttorio.
Io ho sempre deplorato questo costume.
Come noto, del resto, io non sono del partito dei giudici, ma del partito
dello Stato di diritto .
Non fu l'unico, D'Alema, ad andar gi duro con i giudici.
Livia Turco strill alla signora Meli: Ormai nessuno mi potr venire a dire che
i magistrati non hanno un teorema da dimostrare .
E quale sarebbe, questo teorema? .
Che tutto il sistema dei partiti corrotto, che nessuna forza politica, nemmeno
la nostra, pulita.
Insomma, aveva proprio ragione D'Alema... .
E perch? .
Perch giusto non appiattirsi sul partito dei giudici.
Lui lo ha sempre detto.
E ha fatto bene a dirlo, perch i magistrati non possono fare politica!
Poi la signora Turco diede un calcio mica da poco al Greganti: Lo conoscevo,
Primo.
Era il mio segretario amministrativo quando stavo alla federazione di Torino.
Diceva sempre: non ci sono soldi, non ci sono soldi...
Aveva iniziato facendo l'operaio.
Per ho saputo dai giornali che adesso ha una villa fuori Torino e un ufficio in
via Veneto.
Come avr fatto a permettersi questo tenore di vita?
Voci dissonanti? Quasi zero.
Me ne ricordo una, quella di Renato Nicolini: Tutto ci che deve uscir fuori,
esca fuori .
Lanfranco Turci, migliorista sardonico, chios: Per certi versi, alcune reazioni
del nostro vertice assomigliano a quelle di Craxi.
Quasi le stesse parole.
Una di queste parole era: complotto! Persino Pietro Folena afferm: E stato il
ministro della Difesa, il socialista Salvo And, a far circolare la voce del
conto svizzero, prima ancora che Panzavolta fosse interrogato .
Ma il 3 marzo il muro era ormai cos alto che dal pulpito televisivo di Milano,
Italia, D'Alema pot azzardare, con fredda sicurezza: Fra tre giorni di Greganti
non si parler pi .
L'indomani, nel gremitissimo Palasport di Bologna, Occhetto afferm con
orgoglio: Il Pds non un cittadino di Tangentopoli.

Passarono cinque giorni e, finalmente, Greganti disse al dottor Di Pietro: Il


conto Gabbietta mio, non del partito .
Giubilo al Bottegone.
Persino il tesoriere Stefanini si mostr in grado di sorridere: Certo, sorrido
perch sono tranquillo.
Perch non dovrei essere tranquillo? Se uno innocente, lo .
Ma l'Italia che tifava per il Pds non aveva ancora finito di soffrire.
Al Tg3 delle 22.30, Bianca Berlinguer annunci, con un po' d'enfasi: Greganti ha
sostenuto che il conto Gabbietta non suo .
Accidenti, ma avete sentito che cosa dice quella? dovette chiedersi qualche
milione di telespettatori.
Qualcuno si sent mancare: Se lo dice il tig di Curzi, sar vero, madonna mia!
Macch: era soltanto una papera.
Di quelle micidiali.
Da pre-infarto.
E a met telegiornale, Bianca, un po' confusa, la rettific: No, Greganti ha
detto che il conto suo!
Fine della storia? Per niente.
Aveva sbagliato, il D'Alema di Milano, Italia: previsione cannata.
Di Greganti si sarebbe ancora sentito parlare.
E a niente sarebbero servite le telefonate ansiose anche se amichevoli che mi
arrivavano all'Espresso dalle Botteghe Oscure: Ma basta con questo signor G. !
Gli date troppo spazio.
Fate del giornalismo, non del fumo! Un fumo dietro il quale non c' nessun
arrosto, credeteci...
Soltanto fumo e niente arrosto? Chiss.
La cucina degli arrosti, comunque, non stava alle Botteghe Oscure.
Stava molto pi a nord.
Nelle stanze del dottor Di Pietro & C., premiata ditta Mani Pulite.

Pintacuda & nipoti.


28febbraio 1993.
BAFFO a spazzolone, occhi da bambino, faccia da carabiniere buono, Nando dalla
Chiesa mi domand, con un po' d'impaccio: Verresti a presentare il mio nuovo
libro? .
Di che libro si tratta? .
E il libro-intervista che, qualche anno fa, tu mi avevi suggerito di fare.
Adesso l'ho scritto, con un bravo giornalista che conosci, Pietro Calderoni.
Il titolo : Milano-Palermo, la nuova resistenza.
Va bene, ci sto.
Potremmo combinare un'altra intervista, stavolta in pubblico: io domando e tu
rispondi.
E dove pensi di farla, questa presentazione? .
A Milano, in un teatro .
Hai gi in mente quale? Nando mi guard, timido-sornione: Beh, potremmo andare
al Lirico .
Lo fissai stupefatto: Al Lirico?! Sei pazzo: quella una piazza d'armi.
Non ti starai montando la testa? gli chiesi.
E lui, sempre sornione: Ma no!, guarda che, di questi tempi, il Lirico io lo
riempio tutto.
Come un uovo .
Era la met di dicembre del 1992 e sembravano davvero tempi d'oro per la Rete di
Leoluca Orlando e anche per Nando dalla Chiesa.
Il 5 aprile, Nando era diventato deputato di Milano-Pavia con una campagna al
risparmio, ma con 36 mila voti di preferenza.
Un boom formidabile per una recluta parlamentare, per un politico non
professionista, senza apparato n clientele n mazzette n santi in paradiso
dentro i giornali e le tiv pubbliche e private.
Logico che pensasse a un teatro come il Lirico per presentare un libro.. .

Tutta la Rete, del resto, era in fibrillazione su grandi progetti.


Una mattina del gennaio 1993, mi telefon Orlando: Ho bisogno di parlarti.
Posso venire all'Espresso? .
Vieni quando vuoi.
Ci mise qualche giorno a comparire, perch era travolto dagli impegni.
Poi si fece vivo il mercoled 20 gennaio.
E non da solo, ma con una squadra molto composita.
C'era lui, Leoluca.
Il suo addetto-stampa, Gaspare Nuccio, deputato di Palermo, un giovane barbuto
con l'aria del furetto.
Poi Pietro Folena, anch'egli deputato, ma del Pds, un combattente di quelli veri
nell'orribile trincea siciliana.
E poi, sorpresa!, Carlo Vizzini, segretario del Psdi.
Ma s, proprio Vizzini, in compagnia di un giovane professore universitario di
Palermo, anch'egli socialdemocratico, che era stato assessore nella giunta di
Orlando.
E che voleva, tanta illustre compagnia? Me lo spieg Orlando: semplice, voleva
fare un quotidiano nazionale, non della Rete, attenzione!, bens per raccontare
e dare voce a tutto il nuovo che stava sprizzando dal crollo del regime.
Un quotidiano che avrebbe dovuto compiere il percorso inverso a quello
tradizionale dei grandi giornali italiani, prodotti al Nord e spediti al Sud.
Il giornale immaginato da Orlando doveva nascere a Palermo e arrivare sino a
Milano, in Veneto, in Piemonte.
Chiesi: Avete gi un editore?.
No, disse Orlando, per abbiamo gi individuato il direttore .
E chi ? .
Sei tu .
Io? .
S, tu: Giampaolo Pansa.
Dissi subito di no.
Per tanti motivi che qui sarebbe presuntuoso elencare.
Orlando insistette: Guarda che la nostra idea forte.
I tempi sono giusti.
Un mercato c'.
Grandissimo.
Lo so bene io che giro di continuo l'Italia.
E tu sei il giornalista adatto.
L'editore lo cercheremo quando tu accetterai.
Perch tu , esclam Orlando, scuotendo il ciuffo, accetterai, ne sono sicuro!
Errore: non accettai.
Per misi Orlando e i suoi amici in contatto con l'uomo giusto, un manager dai
capelli bianchi e di poche parole, che di quotidiani ne sapeva pi del diavolo:
Andate a consultarlo.
Poi deciderete.
Ma senza di me .
Continuammo a parlare per un po'.
Orlando e Folena ci davano dentro.
Vizzini, invece, mi sembr il pi guardingo.
Aveva una faccia grigia, lo sguardo quasi spaventato.
Pensai: Che strana compagnia! Vizzini a fine corsa.
Gli altri, soprattutto Orlando, la corsa l'hanno appena cominciata.
Curiosa, questa politica italiana.
L'anticamera era occupata dalla scorta di Leoluca.
Polizia di Stato.
Marcantoni con la faccia da ragazzi.
E pistole Beretta che sembravano cannoni.
Avrete capito che la Rete mi considerava un amico.
Non proprio uno dei loro, ma quasi.
E la Rete mi piaceva.
Mi piaceva, soprattutto, la sua base militante: giovane, entusiasta, piena di
fantasia, con una gran voglia di costruire una politica diversa e un'Italia che
si lasciasse alle spalle tutta la melma del passato partitico.
Dalla Chiesa era uno dei leader giusti per questa base.

E il luned 15 febbraio, non al Lirico, ma al Piccolo Teatro di Milano,


presentammo il suo libro.
Lui e io sul palcoscenico.
Sala stracolma.
Tantissimi giovani.
E tante donne.
Proposi a Nando molte domande.
Su molte cose.
Non gli chiesi nulla, invece, del prossimo referendum sulla legge elettorale.
Che cos'avrei dovuto chiedergli? Dalla Chiesa era uno dei leader referendari.
Come Orlando, del resto.
Avrebbe di sicuro fatto campagna per il s.
E avrebbe votato s.
Invece, accadde tutto il contrario.
Che cantonata, la mia!
Il voltafaccia della Rete, come vedremo tra poco, venne deciso un paio di
settimane dopo la serata al Piccolo.
Ma prima di studiarla da vicino, quest'inversione a U sull'autostrada della
riforma elettorale, debbo parlare di un prete che abbiamo gi incontrato: padre
Ennio Pintacuda, gesuita a Palermo, consigliere politico e spirituale di
Orlando.
Padre Ennio, mi benedica! Ogni volta che incontravo Pintacuda, da me a lui
correva quest'invocazione, scherzosa ma non tanto.
A padre Ennio volevo e voglio bene.
L'avevo visto combattere nella Sicilia insanguinata dalla mafia.
L'avevo ammirato mentre resisteva a Cosa Nostra e all'arroganza del partitismo.
Cos, anche se non ci credevo molto, lo pregavo sempre di assolvermi dai miei
peccati di laico confuso, ma incallito.
Lo feci anche verso la met di marzo, all'aeroporto di Fiumicino.
Pintacuda andava in Veneto per qualche meeting politico-religioso ed era
attorniato da un gruppetto di giovani della Rete.
Questa volta, dopo la solita richiesta, aggiunsi: E poi, padre, illumini questi
ragazzi di Orlando che vogliono votare no al referendum elettorale del 18
aprile! Pintacuda continu a sorridermi, ma se ne stette zitto.
I suoi occhi mi scrutavano sornioni.
Per lui taceva.
Ah, se taceva!
Il perch del silenzio di Pintacuda me lo spieg un amico di Teramo, Leo Nodari,
un medico che era stato uno dei leader della Rete in Abruzzo e poi aveva pensato
bene di andarsene.
Mi chiese Leo: Ma tu la leggi MicroMega, la rivista che fa Paolo Flores
d'Arcais? .
Certo che la leggo .
Non raccontare balle! La leggi male, distrattamente.
Altrimenti non ti saresti lasciato scappare un saggio di Pintacuda sul numero
del novembre 1992.
Almeno per il titolo: 'Il nemico riformista'.
Vattelo a cercare.
Capirai da dove nasce il voltafaccia della Rete sul referendum elettorale.
E il perch del silenzio sornione di padre Ennio quel pomeriggio a Fiumicino.
Eccolo, quel saggio.
Era una requisitoria sottile, astuta e spietata che attaccava cos: Non credo
che si debba enfatizzare la riforma elettorale come valore in s.
Una riforma elettorale che resti nel quadro dell'attuale sistema politico
potrebbe, al massimo, produrre qualche modesto aggiustamento, se non peggiorare
ancora le cose.
Non esiste oggi in Parlamento un'aggregazione di forze tali da garantire che la
eventuale riforma elettorale s'inserisca nel quadro di una democrazia del futuro
che superi i limiti della democrazia rappresentativa, formalistica, di stampo
liberale: un sistema, insomma, che non risponde alla sete di giustizia sociale,

in particolare di una giustizia distributiva senza di cui non possibile fare


comunit, gettare le basi di una democrazia effettiva .
Disse ancora, padre Ennio: Dobbiamo renderci conto che ci troviamo in una fase
prerivoluzionaria, nella quale il riformismo non ha pi senso.
Siamo ormai oltre la crisi del sistema rappresentativo, oltre la crisi della
partitocrazia.
Siamo al regime.
Con questo termine intendo un'aggregazione d'interessi economico-politici che
soffoca la tradizionale rappresentanza politica, soggioga i partiti e distrugge
le basi della convivenza democratica.
Di fronte al regime, risalta l'arcaicit delle posizioni di soggetti come il
movimento referendario, i 'Popolari per la riforma' ecc.
Queste forze, portatrici di un progetto importante nel recente passato, si
rivelano ora insufficienti a rispondere alle esigenze di una fase
prerivoluzionaria .
E ancora: In questo clima politico-culturale, restare su posizioni riformiste
significa fare la parte degli utili idioti.
Significa mettere in sala di rianimazione questo sistema degradato .
Quanto a Mario Segni e ai suoi amici , e in particolare Pietro Scoppola e
Augusto Barbera, vestali di un diritto ormai mortificato, anzi inesistente ,
Pintacuda concluse: Io non credo in questo subdolo sogno del riformismo, caro
soprattutto ad alcuni intellettuali.
Deve essere chiaro che il riformismo da bandire.
E completamente fuori della storia.
In questo momento, anzi, esso il male peggiore, perch vorrebbe concedere i
tempi supplementari a un regime moribondo .
///
Caspita, che sciabolate.
Alcune cos cattive da non riconoscere, quasi, lo stile abituale di padre Ennio.
Ma come? Proprio lui ci riscodellava l'anatema contro gli utili idioti ? E quel
grido a bandire il riformismo, subdolo sogno fuori della storia? Ma dove l'avevo
gi incontrato questo look predicatorio, questo linguaggio da direzione
strategica? Meglio lasciar perdere.
Sta di fatto, per, che Pintacuda aveva una forte influenza sulla Rete.
M'avevano raccontato: Leoluca non fa un passo senza prima consultare padre
Ennio.
E cos i frutti del seme gettato con Il nemico riformista si videro prestissimo.
Orlando cominci a scoprirsi il 15 gennaio 1993 in un forum con la redazione
dell' Unit.
Disse: Sulla riforma elettorale c' un grande conformismo parolaio Se dici di
essere per la proporzionale, vieni bollato co me un conservatore.
Se ti dichiari a favore del maggioritario, vieni per ci stesso iscritto al
partito del nuovo...
Nessuno pu pensare che i problemi del paese si risolvano cambiando un articolo
della legge elettorale .
Pass un mese e la lezione di padre Ennio risult del tutto assimilata.
Il sabato 27 febbraio, a Roma, Orlando annunci che la Rete avrebbe fatto
campagna per il no.
Il suo argomento-principe fu questo: Con la vittoria del s, avremmo due norme
elettorali diverse per Camera e Senato.
E in attesa che si faccia una nuova legge elettorale, Scalfaro non potr
sciogliere il Parlamento, rimanendo cos prigioniero degli uomini di
Tangentopoli .
Il giorno dopo, Dalla Chiesa, intervistato da Gian Antonio Stella, del Corriere,
non mostr alcun imbarazzo a ripresentare l'argomento di Orlando e a completarlo
cos: se vince il s, gli uomini di Tangentopoli Si prenderanno due anni di
tempo prima di varare la nuova legge elettorale.
E in questi due anni cercheranno di bloccare i giudici, di mettere il bavaglio
alla stampa, di varare nuove norme sul segreto istruttorio, di depenalizzare i
reati di Tangentopoli .
La campagna della Rete per il no era gi tutta qui, nella traduzione politica
dell'anatema pintacudiano contro il riformismo.

Quello che venne dopo fu soltanto un sovrappi di asprezze verbali.


Il 7 marzo Orlando spieg a Giovanni Valentini, di Repubblica: Segni
prigioniero della Dc.
Ed molto pi che un conservatore.
Se vincer il s, il regime della corruzione ne verr rafforzato .
E dei suoi nuovi compagni di strada, il nero Fini e il rosso Garavini, che
poteva dirci Leoluca? Lui disse questo: Riteniamo che sarebbe insopportabile
l'uscita dalla scena di due voci 'fastidiose' come il Msi e Rifondazione che si
oppongono alla corruzione .
Pensai con un brivido: Orlando si ammattito!
L'8 marzo, Dalla Chiesa riscrisse per Cuore la sua intervista al Corriere e ci
aggiunse: I referendum erano un grimaldello per iniziare a scardinare il
sistema.
Ora non voglio che diventino il mezzo per sostenere il regime.
Pochi giorni dopo, Orlando precis i suoi bersagli personali: Temo la
diabolicissima triade Cossiga-Segni-Andreotti, una triade che segue logiche
massoniche, Occhetto, non cercare di nascondere che, votando s, stai con Segni
e Cossiga.
E tutti e tre state con Andreotti e Craxi .
Poi il 15 marzo, sul Messaggero, scand: Sarei stato un traditore se fossi
rimasto sul fronte del s assieme agli uomini di Tangentopoli .
Tre giorni dopo, per, emerse che Craxi non stava con Segni, come andava
giurando l'allievo di padre Ennio.
Macch, il Maxi-Inquisito di Tangentopoli si era schierato con Orlando,
annunciando al paese: Voter no .
Tra i nipotini di Pintacuda serpeggi un dubbio: Craxi era dentro la storia o
fuori?
Ma Orlando, leader carismatico, alla testa di un movimento generoso che per
appariva sempre di pi un one man party , il partito di un solo uomo, era in
grado di fugare ogni perplessit.
Il suo argomento decisivo fu di grande e semplice efficacia: se la proporzionale
fosse sopravvissuta, la Rete, erano i sondaggi a dirlo, come minimo avrebbe
triplicato voti e seggi.
Portando alla Camera pi di trenta deputati e a Palazzo Madama una decina di
senatori.
Una notevole forza d'urto per un capo dalle grandi ambizioni.
Un capo che avrebbe visto moltiplicata anche la propria forza e sempre pi
sfolgorante la propria leadership.
Certo, all'interno di un Parlamento impotente, sfasciato.
Ma questo era un prezzo che Orlando forse era disposto a pagare.
Sono troppo carogna? Ma allora voglio esserlo sino in fondo.
Per quel che ho capito poi, Dalla Chiesa fu come obbligato ad accettare la linea
di Orlando.
E venne anche messo davanti a una scelta con pochissimo tempo per decidere.
Lo sventurato disse di s.
E di l nacquero tanti guai che ebbero un peso non da poco sulla battaglia che
si apr dopo i referendum: lo scontro con la Lega per il sindaco di Milano.
Debbo fare un esempio? Eccolo.
Se Nando non avesse abbandonato l'area referendaria, forse Segni non avrebbe
presentato una sua lista a Milano, con un candidato-sindaco inventato l per l,
l'Adriano Teso.
E forse una parte dei voti del centro non si sarebbero dispersi al primo turno,
per poi cascare, al secondo, nel calderone della Lega.
Ma la storia, come c'insegnavano i nostri maestri delle elementari, non si fa n
con i se n con i forse E sempre con i se non si fa neppure la cronaca di questo
tumultuoso anno dei barbari.
Allora passiamo a un altro fattaccio.
Che tuttavia presentava, anch'esso, l'obbligo di qualche nuova domanda sempre
impiccata allo stramaledetto se .
Droghieri a Brooklyn.

4 marzo 1993.
All'iniZio di marzo, un luned pomeriggio Rinaldi mi disse: Leggi un po' qui .
Era uno dei verbali d'interrogatorio che ci arrivavano, chiss come, dal ciclone
di Mani Pulite.
Questa volta il protagonista era un manager di spicco, Paolo Scaroni,
amministratore delegato della Techint, uno dei colossi mondiali
dell'impiantistica.
Interrogato il 28 gennaio 1993 dal sostituto procuratore Piercamillo Davigo, lo
Scaroni aveva raccontato che cosa era stato costretto a subire passando per il
tritacarne di Tangentopoli.
E quel che raccontava ti faceva schiumare di rabbia.
Per chi aveva ricattato lo Scaroni.
Ma anche per lo Scaroni che aveva accettato il ricatto.
Vogliamo pizzicare qua e l? Disse quel manager a Davigo: Verso la fine del 1985
o l'inizio del 1986, fui convocato un giorno dall'onorevole Balzamo, segretario
amministrativo del Psi, il quale, dopo avermi richiesto notizie sulla Techint,
mi spieg di essere a conoscenza dell'appalto che ci eravamo aggiudicati in
Somalia.
Mi disse: se volevamo la tranquillit nella gestione del predetto appalto e, in
futuro, la possibilit di poter concorrere ad altri appalti di enti pubblici
senza essere discriminati, dovevamo adeguarci a pagare delle somme di denaro al
Psi.
Il Balzamo mi spieg che ormai il Psi aveva inserito suoi uomini in tutti i
posti chiave delle pubbliche amministrazioni pi importanti.
E che questi suoi uomini, a richiesta della segreteria nazionale del Psi, erano
in grado di 'stoppare' qualsiasi iniziativa del gruppo Techint qualora non ci
fossimo adeguati a entrare nel sistema .
Fu cos che Scaroni vers al Psi, in complesso, la somma di circa 2,5 miliardi .
Erano pochi? Erano tanti? Un giorno, il capo della Techint venne convocato a
Roma da un funzionario di Balzamo e si sent chiedere: Ma lei, che cos'ha fatto
a Craxi? Lo Scaroni dovette stringersi nelle spalle per poi rispondere: Niente,
perch? E l'altro: Perch qualche sera fa, all'hotel Raphael, l'ho sentito
sbraitare contro la Techint e anche contro di lei.
Craxi imprecava: questo Scaroni non affidabile, non rispetta gli impegni, fa
il furbo!
Per capire che cosa fosse accaduto, il dottor Scaroni chiese un colloquio a
Balzamo.
Con quale risultato? Disse al giudice il capo della Techint: Stranamente,
l'onorevole Balzamo non mi ricevette.
Io caddi ancora di pi in prostrazione.
Non sapevo pi come fare, quando, eravamo nella primavera 1991, un giorno venni
chiamato da tale Bartolomeo De Toma, il cui nome gi conoscevo come persona
potente del Psi, il quale mi convoc nei suoi uffici di Milano, vicino alla
stazione .
Che cosa disse questo De Toma allo Scaroni? A sentire il verbale,
l'amministratore della Techint la mise gi cos: Il De Toma si dimostr al
corrente dei miei problemi, e in particolare dell'inimicizia che Craxi aveva
dimostrato nei miei confronti, e disse che lui 'forse poteva risolvere la
situazione'.
Mi disse in particolare che la situazione della Techint agli occhi del Psi era
grave, che rischiava di essere esclusa da tutte le future commesse e che il
partito mi rimproverava per il fatto che eravamo 'taccagni, nel senso che non
versavamo denaro sufficiente al Psi.
Insomma, mi fece capire che la ragione per cui Craxi ce l'aveva con noi era
perch voleva pi soldi dall'impresa .
Raccont ancora lo Scaroni: Nell'ottobre 1991 venni riconvocato di nuovo dal De
Toma il quale mi chiese a che punto stavo con i versamenti.
Io gli spiegai che avevo gi versato 600 milioni.
A questo punto, De Toma mi disse che la rimanente somma di 200 milioni dovevo
darla personalmente a lui in contanti, perch vi erano delle necessit urgenti
per il Psi di Milano.

Io ne presi atto e in effetti versai nelle mani del De Toma, nel mio ufficio di
Milano, corso Venezia, la somma di lire 200 milioni in contanti .
Nel leggere quel verbale, sobbalzando a ogni riga, mi venne in mente il
droghiere di Brooklyn.
Ma s, il classico droghiere che avevamo visto tante volte nei film di mafia.
Dunque, il droghiere riceveva la visita di un giovanotto, esattore della
famiglia di Cosa Nostra che aveva il controllo del quartiere.
Costui gli diceva: Vuoi lavorare tranquillo? Dacci un tanto al mese .
Il droghiere nicchiava e, dopo un po', vedeva ritornare il giovanotto in
compagnia di un tizio pi anziano.
Il giovanotto tirava fuori la pistola e la premeva sulla pancia del droghiere,
mentre l'altro gli ringhiava: Non fare il furbo, senn lui, con quella calibro
38, ti bucher dappertutto .
Il droghiere, allora, pagava.
Una volta, due, tre, quattro.
Sempre pi terrorizzato.
Senza avere la forza di rivolgersi al pi vicino distretto di polizia.
Paolo Scaroni non era un droghiere.
Era un giovane, brillante supermanager che, dopo aver lavorato all'estero, era
tornato in Italia a guidare un'importante azienda moderna.
Ma nella sua deposizione al sostituto Davigo questo bocconiano modello si
rivelava tale e quale il droghiere di Brooklyn.
La violenza che l'assaliva era la stessa.
La forza della minaccia quasi identica.
E la sua inerzia del tutto eguale.
Anche lui si faceva spremere come un limone.
Senza trovare il coraggio di mandare a quel paese gli esattori del Garofano.
E poi di correre dal primo magistrato di turno alla procura della repubblica.
Povero droghiere Scaroni della premiata Drogheria Techint! Perch non si era
ribellato?
Ce n'erano tanti, di perch.
Paura di subire ritorsioni.
Speranza di cavarne dei vantaggi.
Supina accettazione del sistema.
Complicit politica nei confronti di questo sistema.
E anche, voglio dirlo, uno stato d'animo da chissenefrega.
Nel senso che il costo della tangente, alla fine, sarebbe ricaduto sul groppone
di qualcun altro, per esempio lo Stato, ossia il contribuente.
S, davvero tante ragioni.
Ma su un fatto non ci pioveva: nasceva di certo anche da quell'inerzia impaurita
la tragedia degli imprenditori vittime-complici di Tangentopoli.
D'accordo, molte imprese avevano trafficato con la corruzione.
E con le mazzette ai politici erano riuscite a sbaragliare i concorrenti e ad
aumentare i profitti.
Ma le altre? Quelle che avevano subito? Interrogato dai giornali, l'imprenditore
Giancarlo Lombardi rispose: Rimprovero ai miei colleghi il peccato d'omissione:
il non aver denunciato le situazioni di malaffare e l'aver permesso che si
radicassero.
Ed Ernesto Gismondi, gi vicepresidente della Confindustria: A dare il via
all'operazione Mani Pulite stato un piccolo imprenditore.
E invece sarebbe stato un segnale importante se a spezzare il circolo vizioso
avesse provveduto un'azienda di primissimo piano .
Ahim, non era andata cos.
Anche la terribile Fiat aveva piegato il capo, se vero che Francesco Paolo
Mattioli aveva detto a Enso Papi: Cerca di non pagare, ovvero, in caso di
necessit, paga il meno possibile .
Ma allora di una cosa ero certo: l'impresa italiana non poteva uscire viva da
Tangentopoli se non affrontava il tema della propria codardia civile.
E se non urlava a se stessa: mentre l'imprenditore Libero Grassi si faceva
ammazzare da Cosa Nostra pur di non subire il pizzo, noi droghieri di Brooklyn
sganciavamo miliardi senza fiatare! A parte il bla-bla sull'etica negli affari.
E sulla supremazia del libero mercato.

Dunque, forza con l'autocritica, signori! Erano su questa buona strada i don
Abbondio della Confindustria? Mi pareva proprio di no, se dovevo stare a quanto
andava dicendo, in quel marzo 1993, il loro numero uno, Luigi Abete, il
presidente.
Intervistato da Giovanni Minoli a Mixer, sapete che cosa ebbe la faccia di
sostenere quel cardinalone dell'Abete? Che tra le cause prime del dilagare di
Tangentopoli bisognava mettere l'insufficiente controllo dei partiti
d'opposizione.
Proprio cos, e accidenti al consociativismo! E il giorno dopo, nel rispondere a
Enzo Biagi che per il Corriere gli chiedeva: Ma lei era informato di tutti
questi traffici? , il candido Abete balbett: No, per il semplice fatto che non
vero che tutti ne fossero al corrente .
Ma dove stava l'Abete quando il fior fiore dell'impresa italiana portava mattoni
d'oro all'erigenda piramide di Tangentopoli? Forse stava a Torino, dal professor
Sergio Pininfarina, altro capo di Confindustria, a prendere lezione di Non vedo,
non sento, non parlo E cos adesso poteva balbettare: non ero al corrente, mi
ero distratto lottando contro la cultura vetero-marxista e per l'abolizione
della scala mobile
S, aveva ragione il vecchio Walter Mandelli, imprenditore subalpino di antica
scuola proletaria, nel ringhiare: Qui c' un intero sistema che ha mostrato la
corda.
Ed arrivato il momento di cambiare .
Certo, cambiare i padroni del vapore partitico, ma anche quelli del vapore
economico.
No, non sarebbero bastate le pulizie di Pasqua nelle quali si diceva ferreamente
immarcescibilmente impegnato il don Abbondio di viale Astronomia.
Qualche giorno dopo aver scritto quel che pensavo dell'Abete donabbondista, alla
Freccia Alata di Fiumicino incontrai il rubicondo Paolo Mazzanti, addetto stampa
del medesimo.
Mi venne addosso tutto giulivo, gridolinando: Ti arriver una lettera dove ti
spieghiamo che esiste anche un sant'Abbondio! Sono ancora qui ad aspettarla,
quella lettera.
Del resto, in Confindustria, poveracci!, avevano troppi diavoli per capello da
trovare il tempo per risposte spiritose.
E poi, dai giornali, quelli l volevano ben altro.
Che cosa volessero, lo si seppe quasi subito, dall'iniZio di marzo.
Volevano che le imprese proprietarie di carta stampata dessero un bel giro di
vite ai direttori delle loro testate: basta con tutte quelle pagine su
Tangentopoli!, un po' di misura, accidenti!, gettate acqua sul fuoco e non
benzina, ma s, parlate d'altro, che i lettori si staranno di certo stancando
delle avventure di Di Pietro & C. E poi tutta questa robaccia, questi scoop,
queste carte giudiziarie fatte arrivare a cani e porci, vanno s in quel posto
ai partiti, ma anche alle aziende, al buon nome dell'industria italiana.
E alla fine, diceva sempre il supercomando di viale Astronomia, l'unica a trarne
vantaggio sar la Lega, la stramaledetta Lega, la pericolosissima Lega. ..
Capite?, adesso si preoccupavano della Lega e del fascismo in grigio che poteva
nascere dalla nausea per gli orrori del partitismo e la vilt di chi l'aveva
subito.
Sarebbero dovuti entrare in allarme prima, molto prima, i padroni del vapore
confindustriale.
Adesso, forse, i buoi erano gi scappati dalla stalla.
E nello scappare si erano tramutati in bufali inferociti, con in groppa dei
barbari pronti a travolger tutto.

Parte terza.

Borrelli il golpista.
7marzo 1993.
ERA tormentato, il dottor Borrelli, quella sera del Ferragosto 1992 in val
Ferret.

Tormentato dal timore di sbagliare e di veder cadere sul fronte di Tangentopoli


qualche innocente.
Mani Pulite stava dilagando.
Ogni inchiesta ne generava delle altre.
E per molti politici il solo essere indagati per corruzione imponeva l'uscita di
scena, la fine della carriera.
Posso dirlo? In quella sera di festa e di pace, al Rifugio Elena, Francesco
Saverio Borrelli, 62 anni, capo della procura di Milano, mi parve angosciato
soprattutto da questo: dalla forza terribile di Mani Pulite.
Gli dissi: Sa che cosa mi ricorda questa tempesta giudiziaria? Mi ricorda il
gioco della guerra di noi bambini, tanti anni fa.
Era un gioco senza armi, ma con una regola spietata: ti ho toccato con la mano,
dunque tu sei morto e devi abbandonare il campo...
Borrelli mi rispose: Ecco da dove viene il mio tormento .
Ma c'era anche dell'altro ad angustiare il dottor Borrelli.
Provo a ricordarlo cos.
L'inchiesta, mi spieg, era appena agli inizi.
E minacciava di andare avanti per anni.
La procura di Milano non aveva problemi organizzativi, poich la squadra dei
magistrati inquirenti sarebbe stata via via rafforzata da giudici esperti.
Tuttavia, aggiunse Borrelli, il problema dei problemi nasceva se ci si metteva a
osservare l'inchiesta da un punto di vista diverso: quello del sistema
istituzionale e partitico.
Quanto avrebbe retto sotto una grandinata ininterrotta di arresti e di accuse?
Per quanto tempo ancora poteva accettar di restare su quel filo del rasoio, su
quella corda tesa? Borrelli, la sera di Ferragosto, se lo domand.
E me lo domand.
Ma entrambi scoprimmo di non possedere una risposta.
Mi sentii rassicurato da quei tormenti.
Anche perch confermavano l'immagine che, nel tempo, mi ero costruito di
Borrelli.
Il contrario del giudice giustiziere.
L'opposto del fanatico in toga che si ritiene il redentore di una societ
colpevole.
Borrelli rifiutava quasi con orrore queste figure.
Le rifiutava anche esistenzialmente.
E non poteva che essere cos per questo borghese tranquillo, moderato, riservato
ai limiti della timidezza.
Un uomo consapevole dei propri doveri di magistrato, per assolutamente restio a
brandirli come una spada.
Un protagonista suo malgrado, ma capace d'interpretare questo ruolo non cercato
senza pompose esibizioni di grinta, con il rigore del signore vecchio stile.
Quella sera, al fondo di uno dei bracci estremi della Valle d'Aosta, al confine
con una Svizzera che mi sembrava il paradiso in terra, mi scoprii garantito
anche dalla calma del dottor Borrelli.
Eppure stava gi da mesi sotto i colpi di obice del fronte partitico.
E dei media bugiardi che lo spalleggiavano, sparacchiando raffiche di veleno.
E non era che al principio, perch, proprio alla fine di quell'agosto, dal
bunker politico di Craxi partirono contro il pool di Milano altri colpi
micidiali.
Sparati tutti per dimostrare, ancora una volta, che Mani Pulite era un complotto
giudiziario con uno scopo nefando: distruggere i partiti e, primo fra tutti, il
Psi e il suo capo.
Ve li ricordate, i famosi corsivi di Craxi contro il dottor Di Pietro, stampati
sull'Avanti! alla fine agosto? Mesi dopo, chiesi a Villetti, direttore
defenestrato dello storico foglio socialista: Ma perch Bettino aveva voluto
scriverli? Villetti sospir: Gliel'ho chiesto anch'io, qualche settimana dopo, a
Berlino, durante il congresso dell'Internazionale socialista.
E lui m'ha dato una spiegazione che m'ha lasciato secco: li ho voluti scrivere
perch pensavo che qualche compagno si togliesse la vita! Domandai a Villetti:
Pensava a Sergio Moroni, che poi si sarebbe davvero ucciso in quei giorni? E
Villetti: No.
Gli ho fatto anch'io questa domanda.

E Bettino mi ha risposto che non aveva temuto per Moroni, ma per qualcun altro.
Per non ha voluto dirmi a chi pensava.
Aveva aggiunto soltanto d esser convinto che, nell'inchiesta di Milano, i
magistrati avessero commesso delle illegalit.
E che proprio per questo il partito non poteva dare l'impressione di restare
inerte e di non saper rincuorare i compagni.
Io l'ascoltavo perplesso , aveva concluso Villetti.
Craxi mi diceva tutto questo con parole e modi che rivelavano un grande stato di
tensione.
Lui era convintissimo dell'esistenza di un complotto contro 'Ia sua persona',
come ripeteva di continuo.
E questo lo faceva vivere in uno stato permanente di ansia, di angoscia.
Bah, per ansioso che fosse, e sia pure quasi strozzato dall'angoscia, Craxi,
tuttavia, era un politico di quelli tosti che sapeva dove puntare i suoi
cannoni.
Cos non credo di sbagliare se dico che i corsivi craxiani contro Di Pietro
erano, a ben guardare, diretti soprattutto contro Borrelli.
Craxi conosceva alla perfezione come funzionano le procure.
Dunque, anche quel mastino del dottor Di Pietro, se si fosse trovato sulla testa
un capo che frenava, sarebbe
tornato a coltivar patate nel Molise.
Ma come mai il dottor Borrelli non frenava? Non sapendo rispondere a questa
domanda, in quell'estate non soltanto Craxi, ma anche tutto il partitismo
minacciato da Mani Pulite, and in tilt.
Cominci a immaginare i mandanti pi strani per il complottatore Borrelli, per
quel golpista dall'aria troppo cheta.
E soprattutto prese a fabbricare i fantasmi dai quali, poi, si sarebbe fatto
perseguitare per mesi e mesi: un secondo piazzale Loreto, il bis del processo di
Norimberga, il Terrore dei Nuovi Giacobini...
Alla fine dell'agosto 1992, Borrelli si dichiar moderatamente stupefatto degli
assalti di Craxi e dei craxini che lo fiancheggiavano.
Spieg a Chiara Beria, dell'Espresso: Se c' una cosa che mi ha amareggiato
l'accusa di essere stati strumenti contro l'una o l'altra parte politica o
addirittura contro il sistema dei partiti.
Io credo nella societ liberaldemocratica nella quale viviamo.
E credo che i partiti siano delle entit insostituibili e insopprimibili, anche
se devono perdere il loro versante affaristico e, come stato detto con
efficacia, rassegnarsi a dimagrire.
Anzi, proprio questa mia convinzione sul ruolo dei partiti mi spinge a sperare
che si apra, finalmente, un dibattito serio sul modo meno traumatico per uscire
da questa grave crisi .
Ma non c'era ragione che valesse contro il panico di troppi politici.
Gli obici del partitismo cominciarono a sparare etichette pesanti.
Bastava metter la testa dentro Montecitorio, e poi inserirsi nello struscio
sciroccoso e avvelenato del Transatlantico, per essere bombardati da leggende
ringhianti.
Borrelli? Ma lo sapeva tutta Milano che lui era plagiato dalla Rete di Orlando!
E Gherardo Colombo? Ah questo era culo e camicia con quel khomeinista di Nando
dalla Chiesa.
E il Davigo? Idem come sopra.
E il famoso Di Pietro? Beh, lui era missino.
No, di una destra clandestina, presidenzialista.
Macch, democristiano.
S, dic andreottiano.
E Gerardo D'Ambrosio? Sul suo conto non c'era d'aver dubbi: un vecchio Pci.
E Italo Ghitti, giudice delle indagini preliminari? Un agente segreto di
Forlani.
No, di Martinazzoli.
Nemmeno della Curia ambrosiana...
Lo sviluppo di Mani Pulite fece poi giustizia di queste invenzioni grottesche.
Ma Borrelli non ebbe pace Il 29 gennaio 1993, sul Messaggero, un galantuomo del
Pds, Gerardo Chiaromonte, che non era mai stato tenero con i giudici milanesi,
lo rimbecc per aver osato dire la sua su un assurdo progetto craxiano, una

commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti dei partiti: Sarebbe, a dir


poco, di buon gusto se egli tacesse su questioni che debbono essere discusse e
decise nelle sedi opportune.
Il 24 febbraio, sempre Chiaromonte, sull'Avanti!, ordin: i magistrati non
parlino sulle proposte del Parlamento.
E il 7 marzo sull'Unit, ancora lui disse a Borrelli: No, signor procuratore,
lei non pu e non deve enunciare pareri sulla cosiddetta soluzione politica per
Tangentopoli.
Quattro giorni dopo, il compagno Gerardo sarebbe stato contraddetto, sempre
sull'Unit, da uno schietto intervento del senatore Carlo Smuraglia, anch'egli
del Pds.
Ma come?, disse Smuraglia, qui si sta preparando una soluzione politica che
minaccia di annullare gran parte del lavoro svolto da Borrelli e dai suoi
colleghi, e loro non dovrebbero parlare? Forse che, per essere magistrati, si
perdono alcuni diritti costituzionali come quello di manifestare la propria
opinione?
Ma anche stavolta, come nella primavera 1992, era stato tracciato un solco.
E in tanti, mettendosi al coperto di Chiaromonte, accorsero a difenderlo con lo
spadone o lo spadino.
Us lo spadone Napoleone Colajanni sul Giorno: I giudici stanno cercando
d'intimidire il Parlamento .
Us lo spadino, ma uno spadino per niente elegante, anzi, volgare, il direttore
del Mattino di Napoli, Pasquale Nonno, giornalista intelligente ma guastato
dall'eccessiva intimit con troppi clan democristiani: Borrelli 'pare 'nu
cardillo', come diciamo a Napoli.
Cinguetta quotidianamente.
Ora commenta, ora allude, ora risponde a muso duro a chiunque osi avanzare
qualche critica...
Sembra che il procuratore si stia dando da fare, una dichiarazione oggi e una
domani, per mettere insieme una quantit di 'frasi celebri sufficiente a
consentire a Panorama la pubblicazione di un altro libretto come quello dedicato
a Di Pietro.
E magari a guadagnarsi anche una trasmissione su Rai Tre.
Auguri .
Cos scrivevano certe mummie del giornalismo partitico soltanto qualche mese fa.
E ci davano dentro, con i loro corsivi affannati in difesa dei rispettivi santi
patroni.
Qualche giorno dopo, Nonno si esib di nuovo e sempre in prima pagina: Il
procuratore Borrelli, detto 'Cardillo', ha cinguettato ancora.
Se l' presa con Martinazzoli questa volta.
Il segretario dc non avrebbe capito il senso del documento dei giudici di Milano
contro il decreto Amato...
Ma se si aspetta il parere dei giudici per decidere se un decreto legge
costituzionale o no, la democrazia in questo paese non avr molto respiro .
Il secondo gracidio del Nonno (da gracidare: ripetere a lungo e con monotona,
fastidiosa insistenza il verso della rana) venne stampato il venerd 12 marzo
1993.
Eravamo gi al di l di una data che di certo ricorderete: domenica 7 marzo.
Bella domenica.
Gioiosa-rabbiosa
domenica marzolina che aveva visto milioni d'italiani qualunque ruggire di
rabbia contro il colpo di spugna preparato dal governo Amato per ripulire la
faccia a molti eroi di Tangentopoli.
Me la ricordo, quella domenica.
Anche perch vinsi una scommessa con Rinaldi.
Gli dissi: Vedrai che, questo colpo di spugna, Scalfaro non lo far passare.
Grazie al cielo, lui ancora capace di sentire le urla di rabbia dei cittadini
senza potere .
Claudio mi rispose, scoraggiato: Tu hai troppa fiducia nella gente.
Il sistema dei partiti sta di nuovo trionfando.
Una volta passato questo decreto, non ci metteranno niente a votare quello sulla
stampa, la Legge Irpina, come l'hai chiamata tu .

Replicai: Scommettiamo .
D'accordo, scommessa fatta.
Vinsi io.
Anzi, vinse la gente.
Vinse Scalfaro.
E vinsero i giudici di Milano.
Borrelli per primo.
Il trainer di Mani Pulite , come lo chiamava, nei titoli, il Nonno partenopeo.
Con l'aggiunta di un occhiello dal viscidume furbo: Francesco Saverio Borrelli
tra le righe e oltre le righe .
E Il giorno dopo, entrarono in azione i grossi calibri.
Cannoni da far paura, anche se molto diversi tra loro, voglio dirlo e
sottolinearlo.
Che per sparavano tutti contro il documento della procura milanese, letto alla
tiv, la sera di quella domenica, proprio da Borrelli.
Eccovi un telegrafico blob di parole.
Spadolini (presidente del Senato): C' un limite a tutto, anche al potere
giudiziario.
Conso (ministro della Giustizia): Quel documento una cosa inaudita.
Martinazzoli (sceriffo della Balena Bianca): Se la giustizia giudica un sistema,
allora rischia il deragliamento.
Giugni (senatore socialista e futuro ministro): E un pronunciamento, ovvero un
gesto quasi golpista.
Gargani (quello della Legge Irpina): C' un golpe di alcuni giudici che hanno
fatto strame del codice .
Pannella (candidato-tutore degli orfanelli di Craxi): Domenica scorsa, Borrelli
ha invitato in procura, come fosse casa sua, le sei reti tiv per leggere un
proclama giacobino, non degno di un magistrato.
E un arbitrio! Per otto mesi ho sostenuto Di Pietro, ma adesso passo
all'opposizione!
Ruggiti di leoni o di formiche? L'avremmo capito in futuro.
Ma a Milano, all'Universit Bocconi, luned 8 marzo per Borrelli fu un trionfo e
per Amato un inferno.
Forse non era bene che un giudice diventasse un eroe nazionale.
E il primo a pensarla cos era proprio Borrelli.
Eppure, talvolta, per non morire disperata, per liberarsi della vergogna, per
non farsi strozzare dalle mummie, una societ poteva aver bisogno di simboli
civili.
Grazie, golpista Borrelli!
L'uomo del cappio.
16marzo 1993.
BEN altri simboli, invece, ci propose proprio in quei giorni la Lega di Bossi.
E in Parlamento, nientemeno.
Da uno degli scranni di Montecitorio presidiati dai 55 deputati agli ordini del
capogruppo Marco Formentini, 63 anni, un signore massiccio con un sorriso da
squalo bonario, eletto a Milano e considerato il numero 3 del leghismo
istituzionale, dopo Bossi e Miglio.
Ma prima di parlar di quel simbolo, bisogna riandare ad alcuni eventi che, in
qualche modo, prepararono il clima giusto, la temperatura politico-umorale
adatta all'esibizione della cosa.
Eventi soltanto in apparenza
verbali.
Perch mai come in quei frangenti, le parole ebbero sostanza di fatti perentori,
di gesti segnati da una rabbia fredda.
E anche da un disprezzo quasi sadico per chi andava considerato un avversario.
E da un'idea della lotta politica come aggressivit violenta.
Quei gesti furono tutti di un personaggio gi incontrato in questo diario: il
Mago Merlino del leghismo, ossia il professor Miglio.
Un Miglio, scusate il bisticcio, al meglio (o al peggio) della propria forma.

Un Miglio ormai perfettamente in orbita nella stratosfera della comunicazione


politica, grazie a tre propellenti formidabili: un'intelligenza da vampiro, una
cultura da sotterrare tre quarti del Parlamento e nove decimi di noi cronisti,
una voglia sfrenata, allegra, simpaticamente malvagia di stupire il prossimo.
Questo mago, del tutto speciale e sempre capace di darti brividi d'angoscia,
aveva ripreso a esternare con volutt proprio nei giorni del mancato colpo di
spugna.
Il luned 8 marzo, interrogato da Giovannino Cerruti della Stampa, annunci che,
stante la situazione politica del paese, la Lega era senz'altro pronta a menare
le mani.
E se si tratter di menare le mani, disse subito Miglio, siamo in condizione di
sfondare molti portoni: all'uopo, arriveranno dalle vallate del Nord tutte le
nostre legioni .
Non poteva esserci momento pi adatto a darsi da fare: I sostenitori del vecchio
regime non si sono resi conto che l'opinione pubblica sdegnata e tutti i
tentativi di colpi di spugna sono destinati a produrre scontri.
Amato, poi, ha tendenze golpiste: usa la sua conoscenza della Costituzione per
calpestarla.
Bisogna armarsi, contro questi soggetti...
E una metafora? chiese, allarmato, Giovannino, intendendo dire: lei parla per
parlare, professor Miglio. . .
E il Mago Merlino, prontissimo e furbo: S .
Lei pensa che siamo in una situazione rivoluzionaria? .
Prerivoluzionaria.
La classe politica coinvolta in un colossale caso di associazione a
delinquere.
Vedrete: presto ci finiranno dentro anche Forlani e il De Mita dell'Irpinia.
I terroristi erano poche decine.
I corrotti saranno 60, 90 mila.
Cerruti gli ricord che, quello stesso giorno, a Milano erano accaduti tre
fatti.
Primo: gli insulti scagliati contro Amato dagli studenti della Bocconi.
Secondo: una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia con la comparsa di
un cartello che gridava: Ai politici ladri non solo le manette, ma anche il
cappio al collo .
Terzo: un sondaggio che affermava: i ferri ai polsi dell'ex portavoce di
Forlani, Carra, per 63 milanesi su cento erano una cosa giusta.
Il Mago comment: Perbacco! Sono tutti segnali positivi di una situazione
prerivoluzionaria.
L'opinione pubblica ha capito di avere di fronte una classe politica di
criminali.
E noi della Lega siamo tanti: siamo la massa, determinata e compatta.
Siamo il martello che spaccher il sistema .
Due giorni dopo, al Senato, Miglio si lasci stuzzicare dai cronisti che gli
chiedevano di commentare le parole pronunciate in aula da Amato, deciso a
difendere il ministro Conso dal linciaggio post-colpo di spugna abortito.
E il Mago, sogghignando, ci offr questa lezione da corso accelerato in storia
delle rivoluzioni o delle rivolte: Il linciaggio la forma di giustizia nel
senso pi alto della parola.
La voglia di piazzale Loreto una forma alta di giustizia.
C' la giustizia dei legulei, che il modo d'imbrogliare il prossimo.
E c' la giustizia popolare che si esprime nei moti rivoluzionari.
Quando il sistema non garantisce pi giustizia, il popolo che si riappropria
del diritto di punire.
Se questa classe politica di criminali non se ne va, si entra in una fase
rivoluzionaria e allora i gesti rivoluzionari vanno compresi .
Pass qualche altro giorno e il Mago si offr a Luigi Manconi, per una lunga
intervista alla Stampa, presentata ai lettori il 15 marzo.
Anche qui cultura e disprezzo a gog.
Parole smaglianti e pensieri da brivido.
Gli disse Manconi: Dalle sue parole emerge una concezione della politica come
malvagit...
E il Mago, felice: S.

Che la politica sia maligna del tutto normale, per un machiavelliano come sono
io.
Soltanto gli spiriti deboli credono che la politica sia il luogo della
collaborazione.
La politica il regno della sopraffazione .
Manconi, allora, lo inzig sul razzismo della Lega.
E il Mago, impassibile, cominci a mitragliare un'altra lezione: Prima di tutto,
dico che una tendenza razzista, cio l'identificazione del nemico come
appartenente a una stirpe diversa, sempre stata presente nella lotta
politica...
Manconi, testardo, si prov a far traballare Miglio chiedendogli di una vecchia
storia: qualche anno prima, Bossi aveva espulso dalla Lega un omosessuale perch
omosessuale.
Miglio si scompose, ma solo un tantino: Gli omosessuali sono degli ammalati.
La loro una forma di malattia largamente diffusa, di tipo genetico.
No, non possono essere considerati normali...
Manconi lo incalz: Condivide la scelta di Bossi di espellerlo? Il Mago
traccheggi, poi si decise a rispondere.
No.
Espellere dal movimento l'omosessuale, no, perch non credo che faccia danno.
Da cariche di responsabilit s.
Perch un debole, un ammalato e specialmente perch tratta con i giovani!
Caspita, ma che cos'era, questo Mago Merlino? Un autoritario? Un razzista? Un
fascista in grigio? Un puritano con la pistola in tasca, sia pure caricata a
parole? Su questa faccenda del puritano, Miglio si sofferm in quei giorni
parlando con Ugo Magri, di Epoca.
Sentite questo scambio di opinioni.
Miglio: Bisogna estirpare a tutti i costi l'enorme cancro che si formato nella
vita politica.
Magri: Per cos facciamo morire anche la creatura .
Miglio: Che crepi! Magri: Dopo c' il rischio di soluzioni autoritarie .
Miglio: Non sono autoritarie.
Sono puritane.
Uno Stato in cui i magistrati per vent'anni acquistano un potere molto maggiore
di quello ordinario per fare pulizia e giustizia, uno Stato puritano.
E noi per vent'anni dobbiamo dimenticarci la parola 'perdono'...
Leggevo e rabbrividivo.
Ma mi davo anche del fesso.
S, del fesso o dell'ingenuo o dell'incapace per non aver visto, sin
dall'inizio, che minestrone velenoso stava cuocendo nel pentolone della Lega.
E pensare che i barbari di Bossi li avevo anche difesi contro il partitismo
ladrone che li avrebbe voluti, subito, morti.
Quando Martelli, alla tiv, aveva bollato i leghisti come baluba .
Quando Occhetto li aveva accusati di becerume .
Quando Intini aveva ringhiato sugli elettori impazziti che li votavano.
E alla fine del 1992, nello scrivere per l'Espresso una previsione sull'anno che
cominciava, dissi che la vecchia nomenklatura partitica, gli Intoccabili,
avrebbero costruito i pretesti pi vari per depotenziare i movimenti nuovi.
Aggiunsi: Per Bossi si dir che vuole la secessione del Nord.
E dunque che attenta all'unit nazionale.
E che, cos agendo, fa da sponda al separatismo mafioso in Sicilia. Ma allora si
guardi le spalle, la Lega, movimento potenzialmente fuori legge .
Questo avevo scritto.
Ma adesso ero costretto a dirmi: certo, gli Intoccabili erano delle brutte
bestie, per anche questi leghisti non scherzavano, quanto a brutture.
E, soprattutto, sembravano bene incamminati sulla strada per diventare anch'essi
degli Intoccabili, con la medesima dose di arroganza aggressiva e di disprezzo
per gli altri.
D'accordo, non rubavano, non s'ingrassavano di tangenti, almeno per il momento.
Per che altissima idea di se stessi avevano, i barbari di Bossi! E che
formidabile complesso di superiorit stavano mettendo in mostra! Dunque, alla

larga, s, alla larga da questi nuovissimi uomini della provvidenza, da questi


improvvisati, pasticcioni, ma superbi Salvatori della Patria
Obiezione: il Mago Merlino, per, non era tutta la Lega.
E non era neppure l'ideologo della Lega, come si affann a spiegare in quei
giorni Francesco Speroni, capogruppo del Carroccio al Senato.
Contro-obiezione: ma non era neppure un bizzarro ottantenne isolato.
Anzi, Miglio gridava quello che tanti leghisti avevano in testa, ma non osavano
strillare.
Mi colp quel che il sociologo Giuseppe De Rita disse il 16 marzo a Lietta
Tornabuoni, della Stampa: Ho la sensazione che Miglio non sia tanto un cattivo
profeta, quanto un amplificatore d'idee che nel corpo sociale ci sono, esistono.
E mi spaventa la presenza forte dei vecchi, ultrasettantenni che si pongono come
leader o punti di riferimento.
Mi spaventano perch i vecchi che diventano aggressivi o estremisti per sentirsi
ancora vitali, non hanno visione del futuro n sono portatori di speranza.
Ma la violenza di cui Miglio si fa amplificatore reale.
Ho l'impressione che la carica di rancore e lo spirito di vendetta che aleggiano
sulla nostra societ, coinvolgano molti .
Gi, il rancore.
Il grande rancore italiano.
Un rancore che, a somiglianza di un'onda grigiastra e torbida, montava dentro
una societ definita da De Rita invecchiante, invecchiata .
Un rancore gelido e poi, chiss, furioso, che conquistava anche molti giovani.
Come quel giovanissimo deputato leghista che, il mercoled 16 marzo, rivelandosi
un perfetto allievo del cattivo maestro Miglio, mostr la cosa in Parlamento.
La cosa era un cappio.
Un cappio vero.
Da forca in piazza.
Di corda robusta, capace di strozzare all'istante anche un omone come quello che
lo esibiva.
E di farlo dondolare, impiccato, per ore e ore, senza spezzarsi, anche sotto
robuste raffiche di vento.
Un cappio dal collare larghissimo, terminante in una vistosa serpentina e poi
ancora in un tratto di fune che si allungava sul banco parlamentare come un
verme macabro.
Un attrezzo mortuario ben confezionato da mani esperte.
Roba da linciaggio di prima classe.
Arnese per un boia dal mestiere svelto: il primo morto, non la vedete la
faccia nerastra e quel metro di lingua penzoloni?, sotto un altro, infilategli
la capoccia qui dentro, adesso dar una bella stirata anche a lui...
Il cappio dondolava.
Da sinistra a destra.
Da destra a sinistra.
Poi venne fatto salire e scendere.
Su e gi.
Gi e su.
In faccia ai deputati.
Ma soprattutto in faccia al banco del governo.
E in particolare al presidente Amato.
L'Uomo del Cappio sembrava in preda a una forza maligna.
La faccia stravolta, da vero boia texano.
Le labbra urlanti parole incomprensibili.
Le mani scosse da un tremito che faceva vibrare il cappio, dandogli una carica
vitale quasi mostruosa.
Quando vidi il tutto alla tiv, presi un appunto: Puzza di fascismo .
Poi accadde quel che bene ricordare.
Urla di reazione.
Rissa.
Rabbia del presidente Napolitano.
Accorrere di commessi.
Il capogruppo leghista Formentini che, come scriver Mino Fuccillo su
Repubblica, non ferma, n copre, n soffoca, anzi, urla e invita a urlare.

L'urlo, rivolto al governo, mafia, mafia, mafia! Poi l'uscita in massa dei
deputati della Lega, l'uno con le mani sulle spalle dell'altro, a formare un
trenino, soffiante scherno e improperi .
E poi ancora una baraonda di bugie su quel cappio.
Di adesso vi spieghiamo che significato aveva quel gesto .
Di ma state attenti a non esagerare nel giudizio .
Di non stiamo a farne un caso, accidenti! Ma anche qualche parola schietta,
senza infingimenti.
Un deputato leghista di Genova, Sergio Castellaneta, un medico di 59 anni, disse
a Fuccillo: Guarda, scrivilo che per quelli la forca ci vuole davvero.
Per quelli chi? Per quelli che dicono che Benvenuto un volto nuovo, per quelli
che rubano e hanno rubato .
Ma allora, onorevole, era davvero una forca? E lui: Per chi se la merita, per
chi merita il cappio...
Ah, mi stavo dimenticando dell'Uomo del Cappio.
Era Luca Leoni Orsenigo, un marcantonio comasco, nativo di Cant, 31 anni fatti
il mese prima, ragioniere, perito commerciale, un negozio a Merone di
attrezzature per la ricetrasmissione, figlio di un primario medico, borghesia
agiata.
Infanzia politica? Confusa: Prima votavo un po' di tutto .
Poi l'incontro con la Lega nel 1986.
Militante leghista l'anno dopo.
Consigliere comunale a Como nel 1990.
Infine miracolato dal boom di Bossi: eletto alla Camera nel 1992 con 7215
preferenze.
Il suo cappio aveva un precedente, meno lugubre: una torta sacker.
Qualche mese prima, nel settembre 1992, in pieno consiglio comunale, lui l'aveva
tirata fuori a sorpresa.
Gridando alla giunta: Questa l'ultima che vi permettiamo di spartire .
Gi, ma dalla torta alla corda per impiccati non era mica un salto da poco.
Come c'era arrivato?
Il gigantesco Luca lo spieg cos ad Alessandro Caprettini, del Giorno: Ci ho
pensato su.
Un atto del genere avrebbe fatto parlare pi di un nobilissimo e fermo discorso.
Se avessi deciso per il discorso, quante righe avrei avuto dai giornali? Poche.
O nessuna.
C'era solo quel modo per attrarre l'attenzione.
Ho faticato a trovare la corda.
Nei negozi di Como c'erano solo corde sportive, colorate, non adatte.
Poi l'ho trovata.
Il nodo scorsoio l'ho fatto fare a un amico alpinista.
In aula, il cappio, stato facilissimo farlo entrare.
L'ho messo in una busta e via .
Disse ancora l'Uomo del Cappio: Se non si entra duri nel gioco, non si smuove
nulla.
Ecco perch siamo Lega di lotta e di governo .
E poi: Formentini, naturalmente, lo sapeva.
Lo avevo avvertito .
Infine: Ma quale cappio per impiccare Amato! Il cappio simboleggia la corda che
il governo sta stringendo al collo dell'economia, in particolare di quella
padana...
Caspita, il cappio significava questo? Non c'eravamo arrivati.
Ma l'Orsenigo continu, imperterrito: Non ho paura delle sanzioni della Camera.
Io ho ricevuto dagli elettori della Lega un mandato e lo porter sino in fondo.
Sono qui per combattere...
Ma no che non ho pensato alla pena di morte! Sono un pacifista, io! Ripeto che
il significato del cappio era chiarissimo.
Se poi la stampa e la televisione di regime vogliono equivocare, facciano pure .
Poi sapete che cosa fece, questo balillone forcaiolo? Da qualche parte, in
ufficio, in uno studio, sullo sfondo della bandiera leghista, si mise in posa
per un fotoreporter, sempre tenendo in mano la corda.
Stavolta, per, l'Orsenigo aveva infilato dentro il cappio la propria crapa.

E con quel cordame al collo fissava il fotografo con uno sguardo, lasciatemelo
dire, stolido e bieco.
Da vero impiccato alla forca della stupidit.
Il forcaiolo di Como venne sospeso da Napolitano per sette giorni.
Formentini lo difese con un proclama.
Bisogna rileggerlo perch, spesso, i proclami dicono molto delle persone che li
scrivono: Un gesto di voluta teatralit, che intendeva sottolineare il distacco
del paese reale e della Lega Nord dall'insulsa difesa del governo fatta da Amato
nel dibattito sulla moralizzazione pubblica, proprio mentre continuano a
fioccare avvisi di garanzia, stato punito in maniera esagerata.
Con tale gesto s'intendeva sottolineare che 40 anni di malgoverno hanno
strozzato l'Italia .
Bossi, pi furbo, sospese anche lui l'Orsenigo per sette giorni.
Poi rugg: Un gesto goliardico, il suo.
Fuori luogo in un momento come questo.
E incompatibile con l'atteggiamento da tenere in Parlamento .
A quel punto Formentini fece una rapidissima marcia indietro e farfuglio: Del
cappio non sapevo niente.
Cio, mi avevano detto che qualcuno voleva tirarlo fuori, ma ho pensato che Si
trattasse di un giocattolo.
Comunque, mi sono raccomandato: state attenti a non fare cazzate.
Quando successo il fatto, io stavo alle spalle di Orsenigo e non mi sono
accorto di nulla.
Ho poi visto la tiv e debbo dire che e stata una brutta cosa .
Vi piace questo ritrattino della famigliola leghista? Ah, dopo il pap e lo zio,
manca il nonno.
Ossia Mago Merlino.
Lui, il professor Miglio, sogghign: I nostri seguaci hanno apprezzato
l'allusione del cappio.
Poi aggiunse: Se fossi stato alla Camera, avrei aiutato l'Orsenigo a far ballare
la corda .
Vesuviopoli.
24 marzo 1993.
RIPENSAVO al rancore.
Al rancore che l'Italia stava covando per questo regime putrefatto.
Per le piaghe nascoste, i peccati segreti, i vizi coperti, le vergogne
impensabili che i giudici andavano scoprendo, giorno dopo giorno.
In un incalzare d'inchieste, di catture, di confessioni che, sera dopo sera,
tig dopo tig, ricadevano dentro le case degli italiani, sempre pi stupefatti,
indignati, sconvolti.
Pensavo a tutto questo e mi chiedevo se, davvero, il rancore fosse un sentimento
soltanto da vecchi, come sosteneva De Rita.
O se invece non fosse uno stato d'animo ormai capace d'imprigionare tantissima
gente di tutte le et: anche i giovani che, pure, non avevano memoria di quel
che era stato il partitismo nell'et del trionfo.
E, fortunati loro!, potevano sottrarsi al confronto tra la verit laida di oggi
e la pompa bugiarda di ieri.
Tra i volti orribili che le indagini andavano mettendo a nudo e le maschere
sussiegose che l'ufficialit della politica ci aveva presentato sul trono per
anni e anni.
Io non provavo rancore.
Non sono tipo da rancori.
Sono un candido capace di furie improvvise.
E anche di grandi collere che, talvolta, mi spingono a rotture dolorose.
Ma il rancore no, quello non riesco a provarlo.
Non l'ho mai provato.
Talvolta mi avrebbe fatto comodo saperlo provare.
Mi sarei sentito meno inerme di fronte a certi brutti ceffi.
Invece il rancore non cosa per me.
E i rancorosi mi fanno paura.
Tuttavia, capivo che si era quasi obbligati a provar rancore di fronte a certi
abissi di vilt civile.

E di fronte all'improvvisa scoperta di quanto grande fosse il tradimento di cui


si erano macchiati tutti pezzi da novanta della politica italiana.
Personaggi, ma s, davvero da cappio.
Cappio morale, s'intende.
Cappio inteso come gesto estremo di rifiuto per una vergogna troppo grande.
Fu questo il pensiero che mi crebbe dentro nella primavera del 1993, quando
cominci a esplodere Napoli.
Ci chiedevamo tutti, da un pezzo: ma Napoli, quando esplode? Ci sar pure un Di
Pietro a Napoli! Ma Napoli non esplodeva.
Poi successe tutto di colpo.
Napoli esplose.
E avrebbe continuato a esplodere.
Allora ci domandammo, di nuovo: Vesuviopoli poteva essere l'eruzione capace di
distruggere ci che restava della Prima Repubblica? Forse s.
Non s'era mai vista una cos grande tempesta di cenere rovente rovesciarsi sulle
statue di tutti gli dei di Partenope: Pomicino, Di Donato, De Lorenzo, Scotti,
Gava.
Mi ero imbattuto in tutte queste statue e me li ero trovati sulla strada, questi
dei.
Me lo ricordo Pomicino un giorno d'aprile del 1991, in una sala di Napoli.
Io strillavo: il partitismo cadr all'improvviso, com' crollato, di colpo, il
muro di Berlino.
Lui mi rispondeva con un ghigno sorridente: i partiti dureranno pi di VOi
giornalisti che volete distruggerli.
Io insistevo: il regime ci soffoca.
E lui ribatteva: ma quale regime?, la solita fantasia da giornalismo fazioso!
E Di Donato? Mi ero scoperto orgoglioso di fare l'imputato su sua richiesta:
diffamazione, attacco all'onore di un politico perbene! Lui non c'era, in aula.
Ma aveva mandato un principe del foro affinch chiedesse la mia condanna.
A vincere ero stato io e, adesso, quel principe doveva difendere lui,
l'onorevole, sorpreso dalla bufera partenopea.
Una bufera annunciata dal grido di rabbia di una platea di disoccupati
napoletani che, al Rosso Nero di Michele Santoro, si erano messi a scandire
con furia, in faccia a Di Donato e all'Alma Cappiello: Lavoro a noi, Di Pietro a
voi!
E Scotti? Certo, ero stato duro con lui, nel luglio 1992, quando, dopo soli
venticinque giorni da ministro degli Esteri, aveva mandato al diavolo l'incarico
di rappresentare l'Italia nel mondo.
E per che cosa? Beh, per conservare la poltrona di deputato di Napoli-Caserta
con relativa immunit parlamentare.
Avevo scritto: ecco un mediocre della politica, un professionista piccolo
piccolo del partitismo italiota.
Scotti mi aveva spedito una lettera secca: Signor Pansa, ho letto con tanta
amarezza quanto scrive su di me! terribile la sua tracotante sicurezza.
Le auguro di non essere mai tormentato dal dubbio nella ricerca umana della
verit e della giustizia possibile...
Non aveva torto, Scotti.
Il giornalismo d'opinione spesso ti obbliga a sembrar pi sicuro di quanto
davvero tu sia...
E allora sospendo questa sfilata di ricordi per raccontare di uno dei
protagonisti di Vesuviopoli.
Ossia di Alfredo Vito, 47 anni.
Deputato dic.
Uomo di Gava.
Supervotato a Napoli e noto come Mister Centomila Voti.
Il primo parlamentare pentito di questo fine-regime.
Si era offerto lui ai giudici.
Aveva confessato storie sporche.
Si era dimesso dalla Camera.
Il tutto, sostenne, per aver scoperto, sia pure molto in ritardo, il fascino
dell'onest.

///
Vito stava da quarantott'ore sui giornali, ma non si era ancora concesso, con
calma, a un'intervista.
Dissi a Rinaldi: Proviamo a cercarlo noi? .
D'accordo, veditela tu.
Un collega di Napoli mi diede il telefonino di Vito.
Ma era sempre occupato.
Finalmente, la sera di luned 22 marzo lo trovai libero.
Mi rispose un tizio dalla voce incerta.
Dissi: Sono Pansa, dell'Espresso.
Lei l'onorevole Vito?.
S, sono Vito.
Gli spiegai che ci sarebbe piaciuto intervistarlo.
Lui cominci a nicchiare, senza dire n s n no.
Aveva una voce nasale.
Da sacrestano del partitismo.
Da piccolo burocrate dell'affarismo politico.
Ma anche da condannato a morte.
Mi sembrava di vederlo tremare.
Insistevo e Vito continuava a nicchiare.
Balbett: Certo, lei una persona cos nota. . .
Ma ci devo pensare bene.
Ho bisogno di riflettere.
Domani le far sapere qualcosa .
Per convincerlo, mi diffusi nel solito bla-bla: non le chieder notizie sulla
sua inchiesta, vorrei farla parlare di questa tragedia della politica, lei pu
offrirci una testimonianza importante. . .
Vito mormor: Dottore, grazie Lei mi fa del bene.
Mi richiami domani .
Lo richiamai.
E Vito accett.
Sempre con quella voce d'oltretomba, disse: Io per non posso venire a Roma.
Lei dovr mandare qualcuno a Napoli .
Mandare qualcuno? Niente affatto, verr io a intervistarla .
Lei?! mi soffi, da vecchio marpione.
S, io.
C'incontrammo il giorno dopo, in un hotel di Napoli.
Era la prima volta che lo vedevo, don Alfredino Vito.
E lo trovai come l'avevo immaginato.
E come mi suggeriva la sua voce.
Piccoletto.
Molliccio.
Sdato.
Impaurito.
Ma anche scaltro, scaltrissimo.
Dialettico.
Astuto nei silenzi come nei messaggi diretti a chi sapeva lui.
A sentire gli imprenditori napoletani che sfilavano davanti ai giudici, Vito era
una delle cavallette pi voraci nell'assalire le imprese per spolparle.
Una sanguisuga per conto di Mamma Dc.
O, meglio, per conto di alcuni dei clan politico-personali che a Napoli alzavano
le insegne della Dc.
Si scopr, poi, che aveva incassato miliardi.
Eppure, visto da vicino, aveva l'aria del Signor Nessuno; Chiss perch, mi
ricord uno di quei personaggi che s'incontrano nei romanzi di Le Carr.
Ometti grigi, topolini in bombetta, ombre pi che figure.
Poi giri la pagina e scopri che comandano un pezzo dei servizi segreti di Sua
Maest.
Vito, ormai, comandava soltanto su se stesso.
Aveva parlato con la procura di Napoli.
E dunque, per i ras partitici, non era pi nessuno.

Anzi, a esser precisi, era ben di peggio: era un Nessuno con l'Aids del
pentitismo.
Vito, per, sembrava contento del suo passo.
Dettato, sostenne, da una crisi di coscienza.
Dalla convinzione che un'et politica era finita, travolta dalle proprie
nefandezze.
Sempre pi sudato, dettandomi adagio le risposte, spieg: Allora mi son detto:
Alfredo, tuo dovere farti da parte.
Io l'ho fatto.
Adesso aspetto gli altri.
Anche gli altri politici inquisiti debbono ritirarsi, restituire il maltolto e
rinunciare a qualsiasi carica pubblica.
Ripeto: io l'ho fatto.
E sono l'unico, sinora.
L'unico stupido.
L'unico pazzo.
Ma sono convinto che, di mano in mano che crescer l'insofferenza della gente,
altri miei colleghi mi seguiranno.
Vedr.
Non resta che aspettare...
Gli chiesi: E Gava, il suo capocorrente, che cosa le ha fatto sapere? Vito si
strinse nelle spalle: Niente.
Credo sia rimasto molto sorpreso del mio gesto.
Forse avrebbe voluto che gliene parlassi.
Ma comunque non mi ha chiamato .
Non un po' curioso, questo silenzio di Gava, dopo tanti anni di onesto
servizio? Lui balbett: Mah...
Credo che Gava abbia compreso il mio dramma personale.
Del resto, lui non l'unico a non avermi telefonato.
Non mi ha telefonato nessuno, del partito.
Parlo dei capi, naturalmente .
Osservai: Forse saranno infuriati contro di lei, l'eroe di Vesuviopoli, il
tangentista pentito che ha voluto dare un esempio...
Vito arross: Un esempio? Non ho questa presunzione.
Ho solo voluto rispondere a un'esigenza morale.
E chiudere con onore la mia carriera.
Una carriera, lo scriva per favore, sempre da vincente.
Nel 1985, elezioni regionali, pi di 120 mila voti.
Nel 1987, prima elezione alla Camera, quasi 155 mila.
Nel 1992, seconda elezione a Montecitorio, 104 mila voti.
Che ne dice?
Che ne dico? Dico che le tangenti sono un olio che unge tante ruote...
Vito s'indign quietamente: Niente affatto! Con le tangenti, semmai, si comprano
le tessere.
A pacchi interi.
Ma i voti molto pi difficile comprarli .
Gli chiesi: Mi racconti di queste tessere comprate .
Ma lui non volle farlo.
Scoprii dopo che ne aveva gi parlato ai giudici, il 18 marzo.
Spiegando: ogni corrente pagava il proprio pacco di tessere.
E pi soldi aveva, pi tessere comprava dalla Dc nazionale.
E pi forte era la somma versata a Piazza del Ges, pi alta era la percentuale
dei voti congressuali che ogni corrente si vedeva riconosciuta.
A farla corta: pi tangenti s'incassavano, pi potere si aveva nel partito
Vito aggiunse un dettaglio che gi si conosceva, ma che, raccontato da lui,
aveva tutt'altro sapore: tra i tesserati figuravano anche persone che non
abitavano pi a Napoli o che erano morte.
S, morte.
Defunte Trapassate.
Nell'aldil.
Ma sempre con tessera democristiana.

Pagata con una tangente.


///
Un mondo finito.
Un cimitero , come aveva esclamato, disfatto, Martinazzoli.
Con qualche morto che ancora camminava.
Con qualche mummia tuttora deambulante..Ma la tempesta di cenere stava
ricoprendo tutti gli dei di Partenope.
Chiesi a Vito di parlarmi di loro.
Di Pomicino, di Scotti, di Gava, di De Lorenzo, di Di Donato.
Lui dapprima rogn che non voleva inoltrarsi nell'esame di casi personali.
Poi si limit a dire, gelido: Beh, loro hanno avuto pi potere di me.
E sono molto pi responsabili di me per questo sistema sfasciato.
Mi auguro che facciano le stesse riflessioni che ho fatto io .
Questi cinque signori sono migliori o peggiori di lei? Vito sorrise amaro:
Domanda tremenda! Rispetto al me stesso di prima, le ripeto che loro hanno avuto
cariche e responsabilit molto maggiori.
La mia risposta finisce qui. . . .
Eh, no, caro Vito, non ci lasci a bocca asciutta: questi cinque big hanno ancora
un avvenire politico? Don Alfredino medit, alla ricerca della risposta pi
contorta, da doroteo doc: Allo stato delle cose, credo che abbiano quasi tutti
problemi di gestione dell'attuale, dell'oggi....
Un bel rebus, onorevole Vito.
Le rifaccio la domanda cos: tra due anni si parler ancora di loro? Lui divenne
gelido: Sempre di meno .
Stavo per chiedergli qualche altra cosa, quando Vito ebbe un moto
d'insofferenza, l'unico nel nostro incontro: Ma insomma, lei che cosa pretende
da me? Sono andato dai giudici.
Mi sono dimesso.
Restituir i malloppi che ho incassato per il partito e la corrente.
Sono rimasto solo.
Rischio la pelle.
E non ho neppure la scorta.
Che cosa posso fare di pi? Adesso tocca agli altri.
Debbono fare come ho fatto io.
Debbono distaccarsi dal passato.
Ma questo distacco, per essere vero, deve passare per l'incontro con i
magistrati.
Insomma, i politici debbono andare al palazzo di giustizia e vuotare il sacco.
Tutti! Quelli della maggioranza, Dc e Psi per primi.
E quelli dell'opposizione, ossia del Pds e del Msi.
A quel punto bisogner affrontare un problema che non napoletano, ma italiano:
ricostruire una classe dirigente.
Sar meno difficile, se noi vecchi ci metteremo da parte.
Se questo non avviene, il percorso sar lungo.
E molto travagliato...
Travagliato anche dalla nascita di un leghismo meridionale, di una Lega del Sud?
Vito ci pens sopra.
Se non fingeva, doveva essere molto angosciato.
Scosse la testa: No, Bossi qui non pu attecchire.
La sua Lega troppo antimeridionalista.
E tuttavia al Sud c' lo spazio per un forte localismo che sia capace di
raccogliere e rappresentare la sfiducia e la protesta del Mezzogiorno .
Chiesi: Lei immagina una rivolta senza capi? E Vito: Ah, qui pu succedere
qualsiasi cosa! La disoccupazione cresce.
L'industria pubblica in disarmo.
Quella privata sta in brutte acque.
Il costo del credito pi alto che al Nord.
La spesa pubblica ferma.
La criminalit organizzata strangola la libera iniziativa.
Se non paghi il pizzo, ti sparano.
E sullo sfondo ci sta una classe politica in difficolt, a dir poco

Eh, s, onorevole Vito: davvero dir poco....


Allora dir che a Napoli la vecchia classe dirigente sta crollando.
Tutta insieme.
All'improvviso.
Questo mi spaventa.
E ci vorr del tempo prima che emergano nuovi leader.
Io non ne vedo in giro.
Per chi voteranno i centomila che l'altr'anno hanno votato per me? Non lo so,
non lo so!
///
Era davvero al tappeto questa sanguisuga dorotea? Difficile dirlo.
Certe mummie apparivano indistruttibili.
Ma Vesuviopoli continu a esplodere.
I vip del partitismo affondarono quasi tutti in una fogna di guai.
Emerse un mare di sospetti che conducevano tutti in una direzione sola: la
camorra.
Anche dei giudici risultarono inquinati.
Persino il marmoreo direttore del Mattino arriv alla fine della corsa, per
ragioni soltanto politico-editoriali, s'intende.
Eppure, i vecchi ras avevano ancora la forza di ringhiare.
Il 29 maggio, Di Donato, nell'uscire dal palazzo di giustizia milanese, dopo un
interrogatorio da Di Pietro, ebbe il fegato di parlare cos ai giornalisti:
Ricordatevi che nella rivoluzione francese gli epuratori vennero epurati molto
in fretta.
Vi consiglio la lettura dell'opera di Francois Furet.
Sapete quanto dur al potere Robespierre, prima d'essere ghigliottinato? Un
anno.
Gli chiesero: Si riferisce ai giudici? E lui, sogghignando: No, per carit.
Mi riferisco a voi giornalisti.
La nostra categoria sta gi pagando.. .
Eh, s, per mummie cos coriacee forse ci voleva proprio Bossi.
E magari quell'armadione comasco dell'Orsenigo.
Ma Napoli era ancora un osso troppo duro per i barbari del Nord.
La sera del 1 aprile, Bossi, con un pullman carico di suoi deputati, si present
sotto il Vesuvio, convocato da Gad Lerner per una puntata partenopea di Milano,
Italia.
Ma fece una magra figura.
Generico.
Contraddittorio.
Un po' trombone.
Qualche volta messo alle strette non soltanto dal pubblico, ma persino da un
Mastella roboante.
S, alla larga dal Sud.
Lo pens di certo, quella sera, il Barbarissimo di Pontida.
Del resto, al Nord c'era un gran boccone che lo ingolosiva.
Il boccone di Milano, come poi racconteremo.
Morte di Belzeb.
27 marzo 1993.
No, visto e rivisto in tiv, il Bossi continuava a essere per niente bello.
La faccia sbilenca.
I tratti un po' andanti.
Le labbrone quasi volgari.
L'aspetto arrangiato di quelli che escono di casa senza mai essere in ordine: la
chioma nemica del pettine, la giacca qualunque, la cravatta mica giusta e sempre
allentata sotto il colletto sempre sbottonato.
Quando poi s'infuriava, doveva avere una superproduzione di saliva e, senza
volerlo, diventava sputazzante.
Eppure, il Bossi era un arcangelo, bellissimo, fresco, croccante, se messo al
confronto con certe mummie del regime che sfilavano davanti alle telecamere.
Non pi per cantare le glorie di se stessi, n per lanciare al paese proclami di
rassicurante arroganza, bens per difendersi.

E spesso da accuse tanto nefande da lasciare interdetto pure chi li aveva


combattuti e li conosceva bene.
Mi colpirono le facce che vidi, una domenica di marzo, a una trasmissione di
Enzo Biagi.
C'era Riccardo Misasi, gonfio, piangente lacrime vere.
E poi un Pomicino col ViSO chiazzato di rosso, sempre irruento, certo, ma di
un'irruenza appannata, senza speranza.
E ancora un De Lorenzo isterico, infuriato con l'Italia che non lo aveva mai
capito, lui, un tipo da premio Nobel.
E infine un Goria spento, quasi schiacciato da un terribile succedersi di
sciagure senza perch.
Ma anche questi ras in disarmo mi sembrarono vivi vivissimi, quando, la sera del
10 giugno 1993, mi capit di vedere, sempre alla tiv, Giulio Andreotti.
Era una brutta sera per lui.
Doveva difendersi da una nuova, orribile accusa: l'essere stato il mandante
dell'assassinio di Mino Pecorelli, un giornalista attorniato da troppe ombre e
ucciso da un killer sconosciuto nel marzo 1979.
A intervistare Andreotti, incalzandolo con domande intelligenti ma non proterve,
era Corrado Augias.
E mentre Andreotti offriva le proprie risposte, la telecamera lo esplorava,
centimetro per centimetro, con una minuzia crudele.
Talvolta, l'esplorazione diventava cos sadica che mi sorpresi a domandarmi: ma
perch quest'uomo, famoso per la sua astuzia perfida, si sottopone a una tortura
persino pi perfida della sua astuzia? S, che cosa lo obbligava a offrirsi
senza difese a questa sevizia mediatica?
Provai sgomento per l'Andreotti che mi veniva incontro dal teleschermo.
Invecchiato di cent'anni.
Smagrito.
Sfatto.
Le occhiaie tumefatte.
La pelle avvizzita, proprio da mummia.
La mascagna in disordine e fitta di capelli bianchi.
Due tagli sulle guance.
Uno spavento.
La faccia di un morto.
Gli occhi di un annegato.
Occhi che ti fissavano, vitrei, da sotto il pelo dell'acqua.
Soltanto la voce era quella di sempre.
Appena un tantino pi incerta.
Una voce che pronunciava una difesa concitata, da disperato: un complotto,
un attacco della mafia perch io l'ho combattuta, siamo tornati ai tempi dei
Borgia...
Bastava guardarlo, questo Andreotti, per capire tutto.
Intendo non delle accuse che lo schiacciavano, bens di quel che era accaduto in
Italia: una rivoluzione, il crollo di un regime, la fine dei capi d'una volta,
il loro annientamento d'immagine prima ancora che giudiziario.
Qualche giorno dopo, sul Mattino di Napoli, la cronaca di Teresa Bartoli per la
presentazione di Andreotti visto da vicino, il bel libro di Massimo Franco, mi
regal un particolare in pi che la tiv, quella sera, non aveva mostrato:
Andreotti teneva i piedi serrati l'uno contro l'altro, sotto la sedia, a
bloccare un riflesso nervoso che gli faceva ballare le gambe in modo
incontrollato .
Come non potevano tornarmi alla mente le parole che avevo ascoltato da
Ciancimino nel giugno 1992: Andreotti uno dei padroni d'Italia, ma qualcuno ha
cominciato a tagliargli le dita...
Le dita? Adesso si era passati al taglio delle mani.
E non soltanto con lui.
Tutto il clan andreottiano si trovava nelle peste.
E la successione dei colpi era micidiale.
Il 18 marzo, a Roma, furono arrestati Giuseppe Ciarrapico e Mauro Leone.
Poi nella rete di un'inchiesta romana fin Claudio Vitalone.

Il fratello Wilfredo fu costretto a tagliare la corda, per non dover varcare il


portone di Regina Coeli.
Verso la fine di maggio, a Catania, venne incarcerato Nino Drago, gi deputato e
sindaco, per trent'anni uomo simbolo del potere democristiano nella Sicilia
orientale, il numero due della corrente di Giulio nell'isola, dopo Lima.
Si rese conto, Andreotti, che avevano cominciato a tagliarli le mani? Domanda da
un milione di dollari Se ripenso a quel che ancora diceva e scriveva nel marzo
1993, debbo rispondere: forse no.
Proprio il giorno che gli arrestarono il Ciarra, mi capit di leggere
sull'Europeo un'impassibile intervista andreottiana.
Ancora una volta, pur nella tempesta italiana, Andreotti applicava come un
automa il manuale che lui solo avrebbe potuto scrivere, Usi e costumi del
Perfetto Mandarino di Marmo.
E, a giudicare da quell'intervista di Stelio Solinas, il manuale recitava cos.
Punto primo: far finta di cadere sempre dalle nuvole.
E difatti, di fronte al disastro di Tangentopoli, Andreotti, nuovo marziano a
Roma, afferm senza batter ciglio: Certamente le ombre sono molto pi cupe di
quanto pensassi.
L'estensione della corruzione ha sorpreso anche me che, credetemi, non vivo
sulla luna
Punto secondo: dare una stilettata a quei politici che tentavano onestamente di
traghettarci dalla prima alla seconda Repubblica.
La stilettata era per Scalfaro che, essendo vissuto nel sistema partitico,
adesso, a sentire il Mandarino, non aveva titolo per incitare i politici a
rinnovarsi.
Disse Andreotti, con malizia: Ancora un anno fa, Scalfaro, nelle sue vesti di
presidente della Camera, era il pi strenuo difensore del Parlamento e della
dignit di chi lo impersonava.
Mi riesce difficile interpretarlo oggi come fustigatore della situazione .
E poi, non senza qualche ragione in generale, ma con torto marcio per quel che
riguardava Scalfaro: Sa che cosa mi colpisce maggiormente della demonizzazione
che oggi si fa del sistema? Che i pi virulenti nelle critiche sono quelli che,
per decenni, ne hanno fatto parte .
Il terzo punto del manuale raccomandava: rendere pi torbida l'aria.
In che modo? Per esempio col proporre Francesco Cossiga, il Picconatore Supremo,
quale costruttore del nuovo corso.
Disse Andreotti.
E fuor di dubbio che siamo di fronte a un passaggio di consegne, a una
staffetta.
Detto questo, non si capisce, per, chi debba prendere il testimone, non vedo
l'lite in grado di guidare il nuovo corso senza improvvisazioni.
Cossiga una personalit fuori dalla mischia.
E in quanto tale potrebbe esercitare un ruolo coagulante...
Ma qui eravamo al marmismo pi sfacciato.
Difatti, Andreotti aveva sempre trattato Cossiga come una specie di cugino
pazzo.
In preda a cicli d'umore che cambiavano a sorpresa.
Uno a cui poteva girargli storta all'improvviso e allora, sibilava il Mandarino,
ragazzi miei !, eran dolori per tutti.
Adesso, per, i dolori, grandi, orribili dolori, stavano arrivando per lui.
I primi bussarono al santuario del Vecchio Mandarino il sabato 27 marzo 1993.
Quattro giorni prima, pi o meno alle quattro del pomeriggio, mentre me ne
tornavo a piedi all Espresso, vidi in piazza del Pantheon due uomini che, di l
a poco, sarebbero entrati negli incubi notturni di Andreotti.
Uno era Gianni De Gennaro, il direttore della Dia, l'Fbi italiano.
L'altro era Giancarlo Caselli, il nuovo procuratore della repubblica a Palermo.
Ci salutammo.
De Gennaro non l'avevo mai incontrato: aveva una faccia perfetta da grande
sbirro moderno, intelligente, sfrontata.
Caselli mi sembr quello di sempre, con l'aspetto dell'intellettuale giacobino,
ma del genere dolce, molto dolce.

Non lo vedevo da tempo, da ben prima che Si offrisse volontario per la trincea
di Palermo. Lo trovai magrissimo, affilato, i capelli tutti bianchi su un viso
ancora da ragazzo.
Gli dissi: Ti vedo bene, Giancarlo.
Come va? Caselli mi rispose con una smorfia, come per dire: lasciamo perdere,
meglio non parlarne. . .
Pu sembrare incredibile, ma Caselli e De Gennaro, due tra gli uomini pi a
rischio di morte in Italia, se ne stavano l, su quella piazza romana, come due
tizi qualunque, vogliosi di una chiacchiera al caff.
Chiss, forse piazza del Pantheon era circondata da scorte invisibili.
O forse davvero cos: anche nelle vite blindatissime ci sono, grazie al cielo,
momenti come quelli.
Mi resi conto che il magistrato e il superpoliziotto dovevano ancora dirsi cose
di lavoro e me ne andai.
Due giorni dopo, rividi Caselli nella sede della Stampa Estera.
Eravamo l a presentare il libro di Antonio Roccuzzo, Gli uomini della giustizia
nell'Italia che cambia.
Decine di giornalisti lo bombardarono di domande su Palermo e sulle inchieste
palermitane.
Ma non gli scucirono niente di niente.
Passarono ancora due giorni e, la sera del sabato 27 marzo, i tig annunciarono
un'esplosione atomica: per Andreotti un'informazione di garanzia e anche la
richiesta di autorizzazione a procedere per associazione mafiosa.
Luogo dell'esplosione: la procura di Palermo.
Mi dissi, forse ingenuamente: ecco perch Caselli e De Gennaro avevano l'aria di
chi ha il sorcio in bocca, e perch Caselli mi era apparso tanto teso e
silenzioso! Telefonai a Rinaldi e lui esclam: Incredibile.
Provo un senso di vertigine.
Gli risposi: Sono stordito anch'io.
Forse questa davvero la lapide mortuaria sulla tomba della Prima Repubblica.
E in pericolo non c' soltanto Andreotti: c' anche il partito di Andreotti .
///
Certo, il pericolo per il Vecchio Mandarino era grandissimo: rischiava non
soltanto un processo per associazione mafiosa, ma il capovolgimento della
propria immagine, preludio possibile della morte politica.
Per a rischiare molto di pi, anche la distruzione fisica e la scomparsa dalla
scena italiana, era la Dc.
La Balena ansimava, straziata dai colpi di fiocina che le arrivavano dalla
procura di Palermo e dalle deposizioni dei pentiti Francesco Marino Mannoia e
Tommaso Buscetta.
Neppure i critici pi feroci del potere democristiano, neppure i cronisti pi
accaniti nello scandagliare la polimafia di Sicilia, avevano mai dipinto un
quadro tanto infernale.
Ma adesso leggevamo quelle carte giudiziarie con lo sgomento di chi si stava
imbattendo in una storia incredibile, eppure del tutto verosimile.
Davanti a queste carte, in quel marzo 1993, c'era una prima verit da affermare:
eravamo appena agli inizi.
E dovevamo essere pronti a vedere di peggio, molto di peggio.
Questa certezza ci veniva dall'esperienza di Tangentopoli: sulle prime una
piccola fogna, poi un diluvio di melma.
Sarebbe accaduto cos anche con l'indagine sulla polimafia.
S, sarebbero emerse storie persino pi incredibili del sospetto di mafia su
Andreotti.
Er inevitabile, e giusto, che accadesse.
La Prima Repubblica era stata il dominio anche di una politica nascosta e
schifosa, la Politica del Serpente.
Per conquistarci una Seconda Repubblica solo dei cittadini, dovevamo scovarli
uno per uno questi serpenti.
E tagliare la testa a tutti.
Ecco una prova durissima.
Ma ecco il fosso che dovevamo saltare, il muro che bisognava abbattere, se
volevamo restare un paese libero

Messo in chiaro questo, la domanda era: come usciva la Dc dalle carte


giudiziarie di Palermo? Il partito affidato allo sceriffo Martinazzoli sembrava
strutturato su due livelli Uno palese: la lotta politica, le conferme
elettorali, il buongoverno e il malgoverno, le buone e le cattive azioni di
migliaia di dirigenti e di militanti bianchi.
E poi un livello occulto: L'incontro con il potere mafioso.
A fare da legame tra i due livelli, secondo l'inchiesta di Palermo c'era il capo
pi storico di tutti: il Mandarino, sette volte presidente del Consiglio, il piU
ammirato, il pi votato.
Adesso i racconti di Mannoia e Buscetta ci proponevano un sospetto mostruoso:
questo leader aveva fondato il proprio potere nella Dc e in Italia anche
sull'alleanza con gli assassini di Cosa Nostra.
Un'alleanza saldata lungo il seguente percorso: Andreotti era forte nel suo
partito, e dunque nella partitocrazia italiana, perch aveva il sostegno di
Salvo Lima, mafioso effettiVo secondo Mannoia (uomo d'onore dell'antica famiglia
di Matteo Citarda di viale Lazio ) e fatto votare dalla cupola di Cosa Nostra,
ossia da Stefano Bontade Tot Riina e Pippo Cal.
Ecco descritto nelle carte giudiziarie lo schema perfetto della polimafia.
Uno schema che si poteva precisare cos: Andreotti si serviva della forza di
Cosa Nostra come si avvaleva dell'aiuto di tante altre forze, palesi o nascoste,
della societ italiana.
Che cos'era quest'indifferenza rispetto ai mezzi da usare? Provai a farmi delle
domande.
Forse era realismo da potere spinto al di l di ogni limite.
Oppure un cinismo cos totale, profondo, da farti accettare, tra i mezzi della
politica, anche il delitto.
Oppure ancora, l'inevitabile conseguenza di un dato storico (la mafia che vuole
sempre allearsi con chi comanda nel partitismo e nello Stato).
Una conseguenza che, negli anni, aveva finito col diventare, persino per il
Mandarino, un legame di ferro dal quale non era stato pi possibile liberarsi.
Voglio dirlo: la lettura delle carte giudiziarie poteva anche suggerirci
l'ipotesi di un Andreotti-Belzeb che, da alleato, diventava prigioniero di Cosa
Nostra.
Un Belzeb condannato a inginocchiarsi dinanzi a diavoli che disponevano di un
potere pi forte del suo: quello fondato sugli squadroni della morte, capaci di
sparare a chiunque, persino agli amici che non servivano pi, per esempio Lima.
E cos, nel tempo, anno dopo anno, Giulio Belzeb (era sempre la nostra ipotesi
a suggerircelo) si era visto imporre obblighi nefandi.
Aggiustare processi affinch gli ergastoli si tramutassero in assoluzioni.
Ricevere nel proprio studio dei capi-assassini.
Scendere in Sicilia da clandestino per presentarsi quasi da imputato agli uomini
della Cupola.
E sentirsi dire da Bontade, dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella e come
sosteneva il pentito Mannoia: In Sicilia comandiamo noi.
Se non volete cancellare completamente la Dc, dovete fare come diciamo noi.
Altrimenti vi toglieremo non soltanto i voti siciliani, ma anche quelli di tutto
il Mezzogiorno .
E ancora: Non provatevi a fare interventi o leggi speciali.
Se ci provate, accadranno altri fatti gravissimi .
E Andreotti non era l'unico a stare in questo cerchio maledetto.
Mannoia e Buscetta spingevano sulla scena della polimafia democristiani di ogni
rango.
Lima e Ciancimino, per cominciare.
E poi almeno altri dieci, morti e vivi, alcuni pi volte ministri.
Erano i volti del potere bianco, a Palermo e a Roma, dagli anni Cinquanta a
questo strabiliante 1993.
Erano i gemelli dei capi dic che, in Campania e in Calabria, dovevano
difendersi dal sospetto d'essersi alleati con altre cupole di assassini, quelle
della camorra e della 'ndrangheta.
Non esisteva paese dell'Occidente dove il partito-cardine del sistema fosse al
centro di una tela di ragno cos orrenda e tanto sporca di sangue.
Ecco perch la Dc poteva morire.

Ecco perch la Balena sembrava in agonia sulla spiaggia della crisi italiana.
Pronta per essere spolpata dalle truppe leghiste, le pi fresche, le pi forti,
le pi vogliose di ereditare il potere bianco.
Quanto ad Andreotti, lo confesso, non sapevo che cosa pensare.
E quando esplose il sospetto per Pecorelli, mi scoprii sempre pi smarrito.
C'era davvero un complotto per strappare dalla scena il Mandarino e per
liquefare il sistema partitico della Prima Repubblica? Io non lo vedevo questo
complotto.
E non riuscivo a immaginarne i complottatori.
Forse l'Italia era come l'andava descrivendo il povero sceriffo Martinazzoli,
poco incline, mi pare, alle teorie complottarde: Da noi, spesso, ci sono pi
congiurati che congiure .
Ma allora la politica italiana, il potere partitico di governo, l'insieme di
poteri che per quarant'anni aveva comandato sulla repubblica, era davvero come
talvolta l'avevamo immaginato nei nostri incubi.
Un gigantesco pozzo nero pieno di cadaveri.
Una folla stracolma di assassinati.
Un inferno dove mafiosi, ministri, servizi segreti e killer s'incontravano, si
baciavano e poi dettavano legge.
Davanti a questo incubo, che cosa potevo suggerire ad Andreotti? Non mi sentivo
in grado di suggerirgli nulla.
La sua carriera politica era finita.
E lui si era scoperto solo, disperatamente solo.
Provavo per il Mandarino sgomento e piet.
Bonzi della videopolitica.
8 aprile 1993.
UNA sera di met marzo venne a trovarci, all'Espresso, Mario Segni.
Voleva far quattro chiacchiere sul referendum elettorale e sulla battaglia che
stava per cominciare.
Lo trovai con le gomme un po' sgonfie, cogitabondo sul da farsi, cauto nelle
previsioni.
Intravedeva sull'orizzonte grandi difficolt: D'accordo, forse vinceremo.
Ma come? E con che percentuale? Vedo fiorire attorno a me molti no, tanti,
troppi...
Anche Rinaldi, abituato a spaccare il capello in quattro, non la vedeva facile.
E tu, che dici? mi domand Segni.
Irruento come al solito, gli dissi: Vai tranquillo.
Vincerai a mani basse.
Gli italiani ti daranno una valanga di s!
E poi? chiese ancora Segni.
Beh, il poi devi dircelo tu.
Mariotto, allora, disegn il percorso seguente: Il governo Amato dar le
dimissioni.
Ci sar da fare un governo nuovo.
Poi una legge elettorale nuova.
E infine, in autunno, le elezioni.
Questa mi sembra la via d'uscita normale.
Ma che cosa accadr in questo mese, da qui al 18 aprile?
In quel mese non accadde niente.
Nel senso di niente che non fosse normale e pacifico.
Niente di traumatico.
Niente bombe.
Niente golpe.
Niente omicidi politici.
Niente attentati di mafia.
A parte questo, successero tre fatti rilevanti.
Il fatto numero uno fu che Segni (cito lui per tutti i referendari) vinse
davvero a mani basse.
Il fatto numero due fu che, nei trenta giorni di campagna, ci scoprimmo tutti un
po' eccessivi, passionali, dai colori accesi.

A cominciare da me, lo dico non per vanagloria, bens con un pizzico


d'autocritica.
Non scrissi molte cose, sul referendum, anche perch l'Espresso esce una volta
la settimana.
Per ne scrissi una che fece arrabbiare qualche lettore.
Era una storiaccia di fantapolitica, dove immaginavo quel che sarebbe accaduto
in Italia se avessero vinto gli altri .
Il titolo diceva gi tutto: Se vince il no, si salvi chi pu.
Quel pezzo mi valse qualche lettera pepata.
E una pepatissima.
Eccola, ce l'ho qui, davanti a me.
Mittente: Giampaolo Provenzano, da San Lucido (Cosenza).
Data: 20 aprile 1993, ossia due giorni dopo la vittoria del s.
Cominciava cos: Caro dottor Pansa, avevo impacchettato tutti i suoi libri, che
erano ordinati nella mia disordinatissima libreria, con l'intento di spedirli a
lei, come forma di civile protesta.
Poi ho deciso di conservarli in bella evidenza, con scritto sotto: 'A
dimostrazione pratica dell'imbroglio del 18 aprile'.
S, proprio cos: sono rimasto particolarmente colpito
dall'ormai famoso articolo con quello 'scenario da incubo' sull'Espresso della
settimana passata.
Per uno come me, comunista militante, che ha sempre guardato a lei con grande e
incondizionata stima, stato un duro colpo non riconoscersi pi, cos
d'incanto, in una persona a cui, negli anni, tramite gli scritti, tutti gli
scritti, mi ero sostanzialmente affezionato.
Cos, oggi, 20 aprile, nella solitudine della mia casa e nella sofferenza della
sconfitta, ho deciso di scriverle e di prospettarle questo 'scenario da incubo'
dopo che ha vinto il S .
Lo scenario era molto intelligente, spiritoso, scritto benissimo.
Due mesi dopo, quando ho telefonato a Provenzano per chiedergli se mi
autorizzava a pubblicare la sua lettera, ho scoperto che lavorava all'ufficio
delle imposte.
Beh, avrebbe potuto, potrebbe fare il giornalista molto meglio di tanti di noi.
Il suo scenario era diviso in due parti.
La seconda mi offriva una vera e propria fantacronaca di segno opposto alla mia.
Ma la prima conteneva una fotografia acuta e spietata di quel che si era visto
alla tiv nelle ore successive alla vittoria del S.
Eccone un brano.
Che si conclude con una domanda alla quale, poi, risponder.
Provenzano scriveva: Luned 19 aprile, ore 21.
Continua l'impazzimento dei bugiardi di regime.
I pinocchi del Tg2 sono, come sempre, pi pinocchi degli altri.
Per decine di volte, va in onda la festa del S in piazza Navona.
L'on.
Segni stappa lo champagne con a fianco l'immancabile Patuelli.
Le tribune referendarie ci propongono i soliti noti.
Pannella corre da uno studio all'altro.
Si gode la vittoria.
Dichiara in continuazione che adesso il problema di non toccare il governo
Amato che cos bene ha fatto, soprattutto in campo economico.
A Milano, Italia l'on.
Bossi mette all'incasso il voto del Nord, mentre un cinico, impacciato e
totalmente isolato D'Alema farfuglia ancora di doppio turno, confondendo i
propri sogni con la realt.
Il colpo finale lo regala il progressista Tg3, intervistando il Grande
Picconatore, anche lui rinnovatore del S, anzi, vincitore morale con la 'bomba
istituzionale'.
Disgustato, mi butto nelle braccia della concorrenza.
Emilio Fede brillantissimo, come se fosse scoppiata la terza guerra mondiale.
Costanzo ospita tutti i cantori del vecchio regime craxiano, oggi cantori del
rinnovamento.
Anche l appare uno spiritato Enzo Bianco.

Pontifica su conservatori e progressisti, scoprendo che tutti sono progressisti


e il polo conservatore un'invenzione.
Enrico Mentana elettrico pi del solito.
Abbiamo vinto, proclama impettito, al pari dei dirigenti della Confindustria,
noti appartenenti al polo progressista e rinnovatori della prima ora.
Ancora pi disgustato, decido di passare alla concorrenza locale.
E su questi schermi trovo assessori, sindaci, onorevoli, senatori della mia
Calabria, responsabili principali dell'abbandono della mia terra, che, felici e
contenti, parlano del felice futuro che verr.
C'erano tutti, ma proprio tutti! C'era anche il suo ex direttore, Eugenio
Scalfari.
Mancava solo lei, caro Pansa.
Problemi di coscienza, dottor Pansa?
///
Prima di rispondere a Provenzano, ho l'obbligo di ricordare il Rilevante Fatto
Numero Tre accaduto nei trenta giorni di campagna referendaria: la scoperta che
la televisione era diventata un luogo decisivo per la politica.
Di pi, il Luogo Cruciale, Risolutivo, Vitale, L Dove Si Stabiliva Chi Avrebbe
Vinto e Chi Avrebbe Perso.
Beh, non era esattamente cos.
Ma per quel poco o tanto che lo fosse, si trattava d'una scoperta tardiva.
Una vera scoperta dell'acqua calda.
Gi fatta.
E tutto, in proposito, gi detto e gi visto.
Anche per quel che atteneva ai pericoli della politica in tiv.
Qualche anno prima, Oscar Mamm, che se ne intendeva, ci aveva regalato
un'immagine raggelante: La televisione pu essere la piazza Venezia del Duemila.
E anch'io, come altri, ci avevo scritto sopra il mio bla-bla.
Un bla-bla con il brivido, al cospetto delle furenti, ossessive, ansiogene
esternazioni televisive di un presidente della repubblica chiamato Francesco
Cossiga.
Eppure, adesso, l'acqua calda veniva riscoperta da tanti scopritori.
A cominciare da quelli che la mettevano a scaldare.
Toh, guarda guarda, che breve, acuto saggio dal titolo Elogio della
videopolitica, autore: Maurizio Costanzo, editore: Panorama del 2 maggio 1993.
Scrisse Mister Bont Loro: A conti fatti, viene da dire che la politica si fa in
televisione e che, di conseguenza, i politici sempre di pi stanno cercando di
adeguarsi al mezzo che ospita le loro idee.
I politici diventano pi televisivi, la televisione diventa pi politica.
Quando la televisione diventa pi politica, la politica diventa pi televisiva,
con tutti i difetti e i pregi che la televisione porta con s...
Siete in preda a un capogiro? Allora fermatevi un istante perch devo sottoporvi
un'altra asserzione di Costanzo.
Riposati? Bene, sentite qui: Sono rimasti solo il Transatlantico di Montecitorio
e la televisione gli unici due posti dove far politica .
Che ne dite? Io dico: sbagliato! Proprio la battaglia del 18 aprile aveva
dimostrato l'esatto contrario.
Grazie al cielo, i luoghi della politica si stavano moltiplicando, in Italia.
E anche i protagonisti della politica.
Italiani qualunque, cittadini senza potere che si davano, da soli, il potere di
far politica.
Fuori dalle chiese partitiche ufficiali.
Fuori dalle rivendite autorizzate.
Fuori dal Transatlantico.
E anche fuori dalla tiv.
La quale tiv era diventata, s, un luogo cruciale, per riservato a pochi.
A chi aveva dei santi in paradiso.
A chi non era sgradito n alla Rai n al Berlusca.
A chi poteva esibire il patentino rilasciato da qualche partito, di governo o
d'opposizione.
Ai soliti pochi, insomma.

E proprio perch riservata a pochi, la tiv stava diventando, era diventata,


un'arma pericolosa.
E lo sarebbe diventata sempre di pi.
Come tutte le armi che non sono a disposizione di tutti.
Caro lettore di San Lucido, carissimo Provenzano, sa perch mancavo, quella
sera, nella gran baldoria televisiva del 19 aprile? No, non era per problemi di
coscienza .
La ragione era tutt'altra.
Era che avevo stabilito, da un pezzo, di non prestarmi pi al gioco truccato
della videopolitica riservata a pochi.
E dunque avevo deciso di non andarci pi, in tiv.
S, pi! Fino a che non fosse cascato il regime, perlomeno questo regime
televisivo.
Ma che cosa vuol dire? mi chiedevano, stizziti, gli amici.
E allora rispondevo parlando della Rai, perch con le tiv di Berlusconi il
conto era chiuso da molto tempo, per reciproca incompatibilit: Alla tiv della
Rai non ci voglio pi andare fino a quando qualcosa non comincer a cambiare.
Ossia fino al giorno in cui si vedr che l il vecchio regime sta levando le
tende.
Che la lottizzazione finita.
Che le mummie dei vari tig vanno in pensione, loro e i loro cari .
Replicavano i miei amici: Sei un don Chisciotte.
E ti freghi da solo.
E io: E vero, forse sono un don Chisciotte in guerra contro dei mulini
d'acciaio.
Per non vero che mi frego.
Anzi, tutto il contrario.
Mi difendo.
Curo la mia immagine.
Evito di confondere la mia faccia dentro quell'impasto di facce tutte
irriconoscibili a forza di comparire tutte, tutti i giorni, su tutte le reti del
pubblico e del privato.
Chiaro?
Qualche amico testardo insisteva: Chiaro per niente.
Sei un autolesionista.
Perch fai questo sacrificio? Allora dovevo rispondere che il mio, in fondo, era
un sacrificio da poco.
Quelli di Rai-Uno e Rai-Due manco si sognavano d'invitarmi.
Non erano mica scemi.
E avevano ben chiare in testa le liste compilate dalla Dc e dal Psi: questo s,
questo no.
Per Rai-Tre, invece, si scriveva di una formidabile connection tra quella rete e
il gruppo Espresso-Repubblica.
Ma chi ne scriveva era un bugiardo o un distratto.
Per esempio, quale giornalista dell'Espresso era di casa in quel canale? Non
rispondetemi: Barbato.
Perch Andrea era un televisivo della Rete Tre che poi aveva una rubrica in via
Po e non il contrario.
Per quanto riguarda me, poi, avevo maturato un sospetto.
Riguardava l'astutissimo Curzi, direttore del Tg3.
Mi dicevo: lo accusano di essere rosso e allora lui, per apparirlo di meno, si
guarda bene dall'invitare al suo tig dei giornalisti che passano per rossi.
Semplice ed efficace, no?
Fu cos che decisi di tagliar corto: basta, me ne sto a casa.
Qualche volta dovetti fare un po' di fatica per spiegare questa scelta
casalinga.
Mi accadde con Enzo Biagi, che mi aveva invitato a un suo programma sul tramonto
di Craxi.
Dopo avermi ascoltato, Enzo mi obiett: Ma io non sono n la Rete Uno n la Rai.
Io sono il tuo amico Biagi .
Dal suo punto di vista, aveva ragione.

Per io continuai nella parte del don Chisciotte.


Ricavandone un vantaggio mica da poco: quello di passare certe serate
formidabili, facendomi delle ghignate salutari alle spalle di qualche pezzo da
novanta del quinto potere.
Volete un nome? E sia: Costanzo, proprio l'autore del panoramico Elogio della
videopolitica .
///
Che risate, amici! Sghignazzate di libert, formidabili per la salute e
l'equilibrio mentale.
Momenti di travolgente buonumore, ben incardinati su un pensiero: io, l, non
c'ero.
S, non c'ero tra quelli che vedevo cadere sul fronte di uno dei paradossi
dell'Italia affondata nell'anno dei barbari: lo strapotere televisivo che
distruggeva se stesso con l'eccesso di arroganza barbara, impiccandosi alla
corda della propria furbizia da barbaro volgare.
A me successe la sera dell'8 aprile, nell'imbattermi in una puntata del teatrino
di Costanzo (d'ora in poi indicato con la sigla M.C.), quello che si chiama Uno
contro tutti.
L'Uno, da solo sul palco, era Leoluca Orlando.
I Tutti stavano in platea.
Poi c'era M.C., in veste di arbitro molto speciale.
Nel senso che mi sembrava non un moderatore, bens un trappolatore ai danni di
Orlando.
E un'immagine troppo dura? D'accordo, tenter di attenuarla con l'aggettivo
involontario .
S, Trappolatore Involontario per superlavoro televisivo e/o opinionistico.
Difatti, M.C. lo si trovava dappertutto: su testate quotidiane e settimanali a
strapiovere e, naturalmente, in tiv, il suo pulpito numero uno.
Un attivismo reso frenetico da una serie di interventi speciali, come
l'incendiaria assemblea del Vietato Vietare , in difesa del fatturato
pubblicitario di Sua Emittenza.
L'assemblea di vip televisivi, all'insegna di un fervoroso Date un obolo a
Berlusconi! , si era svolta la sera prima.
E dunque lo sfiancatissimo M.C. doveva aver deciso di riposare con l'Uno contro
tutti.
Non prima, per, d'aver montato la trappola ai danni dell'ingenuo Leoluca (ecco
uno che doveva fare un po' di dieta tiv, per non trasformarsi del tutto nella
caricatura del Sindaco della Primavera di Palermo).
La trappola consisteva nel mettere Orlando non contro tutti, bens contro due
schierati in prima fila: il Ministro e l'Onorevole.
Il primo era l'andreottiano Vitalone, ancora nel governo e non ancora indagato.
Di costui, l'Ultima Raffica di Giulio, non occorre dir niente.
Una volta conclusa la torrenziale requisitoria contro l'Orlando colpevole del
martirio di Andreotti e di Falcone, Vitalone pot fuggire dal teatro senza
ascoltare la replica di Leoluca, grazie alla complicit del Trappolatore.
Il quale strillava, giulebboso: ha un impegno, il ministro!, ha un impegnoooo! !
!
Scomparso Vitalone, M.C. regal la scena all'Onorevole.
Ossia a Sgarbi.
E qui mi fermo.
S, mi fermo perch neppure un Dario Argento della scrittura potrebbe
raccontarvi lo Sgarbi di quella sera.
Cos sconvolto da sembrare drogato.
Tanto furioso da rasentare l'ictus in diretta.
Mitragliatore alla cieca d'insulti: Porco , Stronzo , Mafioso , Vaffanculo ,
Maiale .
E il Trappolatore? Ah, lui fingeva amarezza, profonda amarezza! Ma in realt se
la godeva, in trip da indice d'ascolto.
Dava mostra d'inquietarsi, e tantissimo, nel veder la videopolitica fatta
strame.
E quasi si disperava per l'esibizione dell'Onorevole Isterico.

Per aveva il faccione biforcuto di chi ha sperato nella piazzata isterica per
schiaffarla dentro il ventilatore della sua tiv.
Posso confessarlo? Che risate su quello show di M.C.
E nello sghignazzare mi dicevo: sta' a vedere che met di quelli in platea si
alzano e se ne vanno, per rispetto verso se stessi.
E invece niente, tutti seduti, impitoniti sotto le telecamere.
Tutti, o quasi tutti, a testa china davanti allo strapotere di quel gestore d'un
colosseo televisivo.
Ma che dico un gestore? Un dittatore.
Un padrone assoluto.
Un dio in terra.
Che, togliendoti il biglietto d'ingresso al suo circo, aveva lo stramaledetto
potere di renderti invisibile.
S, era duro, durissimo dover tornare a casa e dire ai propri cari: sapete, ho
fatto una pernacchia a M.C. e lui mi ha escluso per sempre dal Maurizio Costanzo
Show!
Allora mi sono ridetto: sta' a vedere che se ne va almeno la Marina Salamon,
giovane imprenditrice, messa a far la bella statuina fra il Ministro e
l'Onorevole.
Certo, questa si sarebbe alzata per dare un ceffone al Bonzo Trappolatore,
strillando: Ma in che posto mi ha invitata? !
Per anche lei, cos indipendente, cos determinata, cos vestita di rosso,
rimase a chiappe inchiodate.
Seduta.
Una meravigliosa gatta di marmo.
Forse pretendevo troppo.
Forse le signore che davano i ceffoni non esistevano pi.
Soprattutto nella tiv della videopolitica, sacro bordello, suburra di lusso,
pattumiera di tutte le nostre vanit.
San Marco dei Riciclati.
19 aprile 1993.
LA videopolitica aveva delle maschere fisse.
Pupazzoni che si ripresentavano di continuo sul teatrino televisivo.
Facce che ritrovavi dappertutto.
Zap!, cambiavi canale per non vederle a Pegaso, Rai Due, e, accidenti, te le
ritrovavi tali e quali sulle reti del Berlusca.
A dibattere con il cerimonioso Letta, un ciambellano immortale lavato con
Perlana.
O sotto le domande di un sudaticcio Mentana, lo stakanovista del TgS, sempre pi
livido e brutto da vedere, come se stare al servizio di Sua Emittenza gli
provocasse, ahim! un invecchiamento precoce.
Due di quelle maschere mi vennero incontro insieme, mi pare su Rai Due,
nell'ammucchiata postreferendaria del 19 aprile.
La scena era questa.
Dietro una scrivania parlamentare, troneggiava un Marco Pannella massicciostatuario.
Con una faccia da imperatore romano della decadenza.
La chioma candida eppure ancor giovane.
Gli occhi dardeggianti sguardi che m'inquietavano sempre, candidi e violenti,
fanciulleschi e torbidi.
Insomma, un Pannella-monumento, occupante l'intero teleschermo con la possanza
di un campione di rugby che abbia deciso di diventare il dittatore dello Stato
libero di Bananas.
Con lui, ma davanti alla scrivania, seduto di sbieco, stava un Claudio Martelli
pi che mai signorino avvizZito.
La faccetta color cuoio.
La zazzera alla Tigellino.
LO sguardo compunto e l'atteggiamento ambiguo, tra il servile e l'astuto.
Come di chi voglia trasmetterci un messaggio silenzioso: quello che comanda
lui, Marco, per il pi furbo sono io che non comando ancora, ma che,
prestissimo, comander.

Quando andai a sbattere contro questa scena, mi dissi: una scena che ho gi
visto, ma non rammento n quando n dove...
Poi, di colpo, la memoria mi torn.
Certo, l'avevo vista dieci, cento, mille volte, per tanti anni, in tanti
congressi, assemblee, convegni, comitati centrali del Psi craxiano.
Stesso quadretto, stesso Martelli, ma, al posto di Pannella, un altro politico
massiccio, adesso in deliquio: Bettino Craxi.
Proprio cos: Bettino pontificava, con il braccio destro proteso in avanti, la
mano ruotante a serpentina e le dita a vellicare l'aria, e nel pontificare
alternava pause gonfie di suspence a blitz verbali.
Accanto a lui Martelli, intento a trasmetterci il suo solito messaggio: Bettino
il capo di oggi, ma io sar il capo di domani perch ho pi stoffa di lui, pi
astuzia di lui, pi avvenire di lui.
Che destino cinico e baro, quello del Delfino di piazza Duomo.
Cresciuto e vissuto all'ombra di un colosso, era stato travolto dal crollo
dell'imperatore proprio quando aveva deciso di combatterlo.
Adesso ci riprovava, mettendosi all'ombra di una delle star politiche del 1993,
l'imperatore Marco I.
E cos le malelingue socialiste si affrettarono a coniare per Claudietto un
soprannome perfido: Hillary, come la moglie di Bill Clinton, il presidente Usa.
Per dire che Martelli aveva sempre bisogno di un maritone partitico, di uno
sposo a cui appoggiarsi, di un letto politico a due piazze nel quale infilarsi,
perch, da solo, non ce la faceva.
Tant' vero che, quando ci aveva provato, era caduto nel pozzo del Conto
Protezione, l, sul fondo, dove biancheggiavano le ossa del banchiere Roberto
Calvi e la chioma candida del vivo, vivissimo Licio Gelli.
Eravamo convinti che da quel pozzo Martelli non sarebbe pi riemerso.
E invece, eccolo di nuovo qua, stavolta travestito da Delfino Pannelliano.
Cos, L'Hillary di un Marco sempre pi presidenziale riprese a spiegarCi come Si
doveva rinnovare l'Italia.
In quei giorni ce lo spieg dappertutto.
Con una stressante maratona d'interviste.
Alla radio, in tiv, sui giornali, compreso l'Espresso, perch anche noi fummo
incapaci di resistere al fascino di quell'Hillary pannelliana.
E nello spiegarcelo, Martelli polemizz, giudic, previde, insinu.
E fece il tutto con la solita compunzione ispirata che, per, non c'incantava
pi.
Quel che diceva, infatti, suonava pi falso di prima.
Accadde, per esempio, quando, al Rosso e Nero di Michele Santoro, os, s, os
vantarsi d'aver messo in moto lui l'inchiesta su Tangentopoli.
O quando, nel pomeriggio del 19 aprile, ebbe la faccia di dichiarare all'Ansa:
finita l'epoca condizionata dallo strapotere dei partiti militarizzati,
ideologizzati, acchiappatutto e con regole tutt'altro che trasparenti e lineari
.
Come se lui, il Martelli, a quel potere fosse stato estraneo perch faceva il
farmacista a Gessate (Milano) e non aveva altro rapporto con il Psi che il
piacere di sollazzarsi al baraccone televisivo di Gerry Scotti, deputato del
Garofano per Milano-Pavia.
Che fegato, il Delfino! E che formidabile propagandista per la Lega e per i
barbari del Bossi.
Gente che lui, come ricorderete, quando occupava ancora una delle poltronissime
del Psi, aveva definito, sprezzante, dei baluba .
Senza rendersi conto che quelli l non erano per niente n primitivi n rozzi,
bens dei destroni pericolosi, capacissimi di fargli, prima o poi, a lui, al
furbo Martelli, un pacchetto difficile da dimenticare.
Bombardato da queste comparsate tiv a ripetizione, mi capit di pensare: ma
basta!, il troppo stroppia.
Fu quello che, il pomeriggio del 19 aprile, ringhi al Delfino il vecchio Pietro
Ingrao, dalle telecamere del Tg3: Non accetto lezioni di rinnovamento da
Martelli!
Certo, la disperazione era un'orribile consigliera.

Per, attenti!, non si poteva cantare in tutti i cortili, come tentava di


cantare il Delfino.
E il cortile della Seconda Repubblica lo volevamo limpido e pulito.
Senza troppi gattopardi.
Con pochi, pochissimi riciclati.
E libero di tutti quei portaborse che ci avevano afflitto, talvolta pi
arroganti dei loro padroni.
Come il Sergino Restelli, l'assistente del Delfino, che proprio in quei giorni,
il mercoled 21 aprile, dovette varcare il portone di San Vittore.
Ma che aveva combinato, il Sergino, con la sua abbronzatissima faccia da teppa
ambrosiana, per da teppa allegra e compagnona? Semplice: aveva intascato dallo
Scaroni della Techint (sempre lui!, Limone Spremuto), una cosettina da niente.
Un duecento milioni.
Cash.
In nero.
Su di un conto svizzero.
Per Martelli? Macch, per se stesso.
Per la borsa del portaborse.
Mentre il Sergino entrava in galera e il Delfino nell'orbita di Pannella,
davanti alla baraonda post-18 aprile mi venne d'immaginare una scena.
Era la mattina del 20 aprile 1993.
All'alba, tra le cinque e le sei, in largo del Nazareno, dentro l'ufficio
spartano di Segni, erano entrati di soppiatto dieci signori.
Primi ad arrivare Occhetto e D'Alema, del Pds.
Poi Benvenuto e Giugni, del Psi.
Quindi Giorgio Bogi, segretario reggente del Pri.
E ancora Francesco Rutelli e Carlo Ripa di Meana dei Verdi.
Infine tre ospiti a sorpresa: Pannella, con l'eterna Gauloise tra le labbra;
Dalla Chiesa, con un sorriso da ragazzo; lo sceriffo Martinazzoli,
impenetrabile.
A tutti Segni parl cos: Ieri, con la vittoria nel referendum elettorale,
stato un giorno di festa per milioni d'italiani.
E anche per tutti noi.
O per quasi tutti, chiedo scusa a Dalla Chiesa.
S, un giorno di festa liberatoria, di liberazione.
Sarebbe un crimine dare a questa data di libert un seguito caotico, impotente,
disperato.
Ma allora dobbiamo accordarci subito, prima di uscire da questa stanza, per
arrivare al pi presto alle nuove leggi elettorali per il Senato e per la
Camera.
Se no, verr come un fulmine il giorno che malediremo la nostra vittoria.
Perch sar una vittoria tradita, capace di produrre soltanto rancore e
vendette.
Perch saremo ritenuti colpevoli dell'ultimo grande scippo che i partiti della
Prima Repubblica hanno compiuto ai danni degli italiani: lo scippo della
speranza .
Immaginavo che tutti si dicessero d'accordo.
Anche Martinazzoli che, nella mia fantasia, parlava cos: Non ci faremo
imprigionare da quest'errore terribile.
Ha ragione Segni: dobbiamo dimostrare che il tempo dell'astuzia partitica non
illimitato.
La tragedia della Prima Repubblica, gi mediocre, diventata intollerabile e
rischiosa.
E dunque conviene calare il sipario.
La Dc far la sua parte.
Voteremo immediatamente le nuove leggi elettorali .
Subito dopo, gli Undici firmarono il Patto del Nazareno, un accordo tra
gentiluomini scandito su quattro punti: l) per il Senato legge uninominale
maggioritaria a un turno con la correzione proporzionale del 25 per cento; 2)
idem per la Camera, ma con due turni, il secondo di ballottaggio; 3) rapida
formazione di un governo straordinario, lontano dalle nomenklature partitiche,
con il compito di accelerare al massimo il varo delle leggi elettorali; 4)

approvazione di queste leggi entro l'agosto con l'impegno a votare il primo


parlamento della Seconda Repubblica non oltre l'autunno.
Era una fantasia, un sogno.
Nella realt, quasi tutto congiurava a favore del Grande Scippo.
Il Maxi-Scippo della vittoria conquistata il 18 aprile.
Certo, milioni di s avevano seppellito la vecchia repubblica.
Ma i partiti di questo regime erano ancora gli stessi.
Con gli stessi vizi.
Le medesime vilt.
Le impotenze di sempre.
Dentro questa nuvola nera, c'era poi un grumo torbido.
Erano i tanti parlamentari inquisiti per reati connessi a Tangentopoli.
Gente impaurita.
Sicuri, quasi tutti, di non essere pi rieletti.
E dunque di finire in carcere.
E per questo ossessionati da un incubo: la Grande Retata.
Costoro si stavano organizzando per resistere il pi possibile dentro
Montecitorio e Palazzo Madama.
E per allontanare le elezioni.
Nel tentativo di farcela, a chi si erano affidati? Al Santo Patrono dei
Riciclati, che si offriva pure come Santo Protettore degli Inquisiti: Pannella.
Un Pannella che, a ogni passo, gridava: Viva questo Parlamento! Calcando
soprattutto sul questo .
Eccoli, gli scippatori del 18 aprile.
Molto determinati a farlo, il Maxi-Scippo.
Poi c'erano gli scippatori involontari, mossi da ragioni meno nefande, per
ugualmente dannosi.
Mi facevano incavolare soprattutto quelli che incontravo dentro una sinistra che
vedevo sempre molto impreparata.
Impreparata a che? Agli indispensabili comportamenti maggioritari.
Al realismo intelligente capace di produrre alleanze in grado di conquistare il
successo elettorale.
A quella cultura della vittoria che la sinistra italiana non aveva mai voluto
darsi, che aveva sempre rifiutato.
Per restare inchiodata alla cultura della sconfitta.
Sia pure della sconfitta tutelata e garantita dagli accordi con la maggioranza,
con le forze dei vincitori.
E dalle nicchie di potere che questi accordi assegnavano ai perdenti.
Insomma, la tutela assicurata da quella formula parlamentare definita da
un'orrenda espressione in politichese, talmente difficile da pronunciare che non
mi va neanche pi di scriverla: il con-so-cia-ti-vi-smo.
Ma, arrivati a questo punto, la sinistra italiana, quella del S e quella del
No, aveva poco tempo per darsela, una cultura della vittoria.
Doveva conquistarla in fretta.
Se non voleva che il leghismo, gi incalzante, diventasse del tutto trionfante,
offrendo una base popolare a quell'ondata di destra che gi spazzava mezza
Europa.
E, sulla carta, questo corso accelerato di cultura della vittoria non era per
niente difficile.
Bastava copiare il compito gi fatto da altre democrazie europee.
E mettere in pratica ci che imponevano poche, semplici regole.
La regola principale diceva: vince quasi tutto il pi forte.
Vale a dire chi ha pi voti nei singoli collegi uninominali.
Ossia chi riesce a costruire l'alleanza pi robusta.
E a far emergere dall'incontro di pi gruppi o aree politiche i candidati con il
maggior sex-appeal nei confronti di vasti strati di elettori, che per la
sinistra erano, certo, quelli di sinistra, ma anche, per non dir soprattutto,
quelli collocati al centro.
Elettori, questi ultimi, che bisognava assolutamente conquistare per poter
vincere.
E conquistarli con candidati di sinistracentro.
Possibilmente facce nuove.
Persone stimate.

Dalla storia pulita.


Ben radicati nella societ e non solo negli apparati partitici.
In grado di convincere anche quanti di sinistra non erano, ma risultavano
sensibili a un'idea della societ non moderata, non egoista, non forcaiola.
C'era, nella sinistra italiana, questa cultura della vittoria? Quasi niente.
C'era, almeno, la voglia di conquistarla? Molto poco.
Opinione mia, naturalmente.
Impressione che mi costruivo qua e l, leggendo, parlando, osservando le
formiche di tanti formicai rossi o rosa.
Spesso formicai impazziti.
Dove troppe formiche si facevano la guerra.
Guerra inutile.
Dannosa.
Vecchia.
Gonfia di antichi rancori.
Segnata da troppe ruggini.
E da cicatrici antiche, eppure esibite di continuo, a giustificare divisioni,
rotture, incapacit di allearsi.
Dieci anni fa, Occhetto mi ha fatto un torto... .
D'accordo, per Garavini deve prima scusarsi per quello che ha detto nel 1985,
quando stava in Cgil.
. .
Certo, con Orlando e Dalla Chiesa potrei anche parlarci, ma soltanto dopo che
avranno fatto ammenda per quel loro comportamento che...
Accidenti, che zaini pesanti.
Vecchi sacchi da montagna stracarichi di roba da buttare.
E la prima da buttare era proprio la paura di poter vincere, di dover vincere.
Come si vide subito in quei giorni, quando si form il primo governo del dopo18
aprile.
Paura di governare.
28 aprile 1993.
CHE sorpresa, quel governo! E soprattutto il capo di quel governo.
Prima si era fatto il nome di Leopoldo Elia, democristiano, gi presidente della
Corte Costituzionale.
Poi di Prodi.
Poi di Amato, da ritirar fuori dalla tomba.
Infine, verso le diciotto di luned 26 aprile, zacchete!: Carlo Azeglio Ciampi,
il governatore della Banca d'Italia.
Commenti e giudizi di quelle ore.
Il sottoscritto? Contento, dir poi perch.
Berlusconi? Entusiasta, lo
gridavano tutti i suoi tig.
Occhetto & D'Alema? Presi di contropiede e meditabondi.
Bossi? Infuriato.
Avrebbe poi gridato, in piazza del Duomo, a Milano: Pa re...
Pare...
Pare...
S, dico, pare, e qui misuro bene le parole, che il nome di Ciampi, s, proprio
di Ciampi, compaia iscritto nella lista segreta della P2! Roba da barbari.
Anzi, roba da Bossi.
Il quale, con lo spadone in mano, non si smentiva mai.
Nel Pds cominci subito un bailamme pericoloso.
Il marted 27 aprile, l'area di Ingrao fece sapere immantinente quanto segue:
Noi quel Ciampi non lo voteremo mai! Ma anche tra gli occhettiani c'era chi
rognava.
Quella sera mi telefon Mauro Zani, il capo dell'organizzazione.
L'avevo conosciuto quando guidava la federazione di Bologna.
Massiccio, sveglio, l'aria del commissario di polizia inglese, ovvero da mastino
quieto che per non molla la presa.
Mi spieg: Non potevamo accettare Prodi.
Dire Prodi come dire Martinazzoli.
Ossia come dire: Dc.

Era da pazzi regalare questa carta a un partito che stato l'asse centrale di
un regime che vogliamo far finire .
Chiesi: E Ciampi? .
Ciampi non certo il nuovo.
Anzi, Ciampi il trapassato.
Ed anche una mossa di lotta giapponese contro di noi!
Accidenti che umori grigi alle Botteghe Oscure! Ma,forse il colore sarebbe
cambiato.
Ciampi, infatti, voleva portare nel governo qualcuno del Pds, sia pure a titolo
personale.
E senza consultare il partito.
Chi erano i tre possibili ministri rossi? Persino le pietre di Roma lo sapevano.
Erano Vincenzo Visco, alle Finanze; Augusto Barbera, ai Rapporti con il
Parlamento; e il professor Luigi Berlinguer, rettore dell'Universit di Siena,
al ministero dell'Universit e della ricerca scientifica e tecnologica.
Non tutti erano d'accordo sul metodo di Ciampi nel fare la squadra governativa.
Nei partiti tirava un'aria nervosa: e noi, chi siamo?, la banda d'Affori, dove
il primo tamburo che Ciampi sceglie, si alza e va al governo, senza chiedere il
permesso alle supreme gerarchie? Anche nel Pds qualcuno ringhiava.
D'Alema arriv a dire: Un governo non si raccoglie come si raccolgono gli
eserciti di ventura.
E un'idea estranea alle democrazie occidentali!
Arriv la sera di mercoled 28 aprile.
Il governo era pronto? Certo che lo era.
Il dottor Ciampi l'avrebbe presentato in tiv, alle ore 20.
Scoccarono le 20, ma il governo non si vide.
Suonarono le 21 e del governo neanche l'ombra.
Al TgS, Mentana, abituato a drammatizzare tutto, strill eccitato: Attenzione!,
c' un intoppo improvviso.
Pare che il Pds pretenda, nientemeno!, che il ministero degli Esteri! C' un
giallo! Un vero giallo!
Per saperne di pi, telefonai a De Angelis, il portavoce di Occhetto.
Mi disse: Gli esteri?! Non mi risulta per niente.
E un falso, grande come una casa! Gli chiesi: Mi dici i nomi dei vostri che
vanno con Ciampi? Tanto tra qualche momento li sapremo. . .
Ma De Angelis divent tutto abbottonato.
E dovendo difendere la linea Quelli vanno con Ciampi solo a titolo personale ,
spar una risposta da farmi restare secco: Non so chi siano i ministri di area
Pds! .
Non lo sai? Ma vallo a raccontare a tua nonna! E lui, compunto: Ti giuro che non
lo so.
Comunque, faremo un comunicato! Pensai: accidenti, com' difficile far politica
in modo nuovo.
Verso le 22, comparve in tiv il dottor Ciampi.
E ci lesse i nomi del suo governo.
Quasi tutti ottimi nomi.
I tre ministri del Pds erano quelli.
I ministri socialisti erano pi o meno del giro di Amato.
A cominciare dalla Fernanda Contri per finire con Fabio Fabbri: premio fedelt.
Fabbri era diventato addirittura ministro della Difesa.
Accidenti, che culo, questo Pinocchietto di Parma.
Le aveva sempre sbagliate tutte, a cominciare dall'invito lanciato agli italiani
per il referendum del 9 giugno 1991.
Allora, per imitare il gran capo Bettino, Fabbri aveva strillato: Domenica, se
non volete andare al mare, fate una salutare passeggiata sull'Appennino.
O _rrestatevene a casa.
Purch non andiate a votare per quel referendum.
Un referendum che Pinocchietto aveva bollato cos: E il referendum dello spreco,
dello scippo, del premio alla ricchezza, della discriminazione, del raggiro .
S, l'aveva proprio sbagliata, Fabbri.

Dove non aveva mai commesso un errore era nel programmare la propria carriera.
Tant' vero che, adesso, da disciplinata mummia craxiana, si era trovato un
posto di prima classe sul traghetto di Carlo Azeglio il Livornese Freddo.
Un mistero per niente buffo che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto spiegare.
Pur oberato da qualche mummia, questo governo Ciampi mi piaceva.
Certo, avevo lo stesso timore di molti.
Di Rinaldi, per esempio, che la sera del 28 aprile disse: Tutti questi
professori nei ministeri economici! Ci peleranno vivi.
Ci copriranno di tasse.
Ci torchieranno fino all'ultima lira! Io toccavo ferro e mi dicevo: beh, a me il
Carlo Azeglio mi d fiducia.
Mi sembra un italiano medio.
Pi o meno uno come noi.
E comunque non mi dava ansia.
Anzi, calmava un pochino i miei timori di cittadino e di risparmiatore a
rischio.
E poi sembrava deciso a farla, questa nuova legge elettorale.
E in fretta.
Per farci votare prima possibile.
Per questo mi riconobbi nell'articolo di fondo che Mario Tronti
scrisse per l'Unit dell'8 maggio.
Siccome Tronti un professore che scrive da professore, provo a riassumere il
senso delle sue parole cos.
Il governo Ciampi non era l'ultimo governo del vecchio regime.
Non era neppure il primo governo del nuovo.
Era un governo di garanzia, un governo neutrale al cospetto della Grande
Mutazione che ci aspettava.
Ben detto.
In pi, io mi sentivo garantito anche dai ministri che conoscevo.
A cominciare dai tre ministri del Pds.
Purtroppo, durarono poco, questi tre.
O meglio, non durarono quasi niente.
Pass un giorno ed esplose la vergogna delle vergogne: l'assoluzione di Bettino
Craxi alla Camera.
Ne parler, tra qualche pagina.
Ma qui devo raccontare che cosa mi capit la sera del 29 aprile.
E che cosa appresi dopo.
Quella sera accadde che mi chiamarono da Italia Radio, la radio del Pds.
Ci stai a parlare subito di questa faccenda di Craxi? D'accordo.
Allora, via.
Abbiamo in diretta il condirettore dell'Espresso, Giampaolo Pansa.
Che cosa ci dici, Pansa? Dissi quel che pensavo, che era una vergogna,
un'indecenza, una porcheria, che la gente faceva bene a indignarsi.
Poi aggiunsi: spero per che questo voto non crei problemi al governo Ciampi.
Guai se li crea! Il voto della Camera appartiene tutto al passato, alle mummie,
ai morti del vecchio regime.
Non dobbiamo consentire al morto di afferrare il vivo.
E mi auguro che il Pds non ordini ai suoi ministri di piantar in asso Ciampi...
A quel punto, erano le 20.15, venni interrotto dal direttore di Italia Radio,
Carmine Fotia.
Lui stava alle Botteghe Oscure, nel rosso dell'uovo.
E collegandosi disse: Giampaolo, il tuo augurio gi superato dai fatti.
Un istante fa Occhetto ha annunciato che il Pds ritira l'appoggio al governo e
riporta a casa i tre ministri...
M'incavolai e dissi, quasi gridando: Mi sembra un errore molto, molto, molto
grave!
Cavolo, eccola qua, la solita paura di governare! Eccola spuntare un'altra volta
la cultura della sconfitta.
Sapevo che i tre ministri la pensavano esattamente come me.
E che avrebbero voluto restare dentro la squadra di Ciampi.
Attenti!: non per conservare la poltrona, bens per ragioni molto meno personali
e assai pi rispettabili.

Diciamo ragioni di buonsenso politico.


Per Berlinguer lo sapevo di persona.
Per quel che riguarda Visco, lui poi disse a Paolo Forcellini dell'Espresso: Il
Pds nato per portare la sinistra al governo, ma qualche volta mi viene il
dubbio che il suo gruppo dirigente lavori per tenerla, comunque, all'opposizione
e in posizione minoritaria.
Nel Pds la sindrome di chi teme sempre e continuamente di venire ingannato, una
sindrome da vecchio comunista accerchiato, dura a morire.
E ogni volta si rinviano le scelte importanti a un'altra occasione .
Barbera si spieg cos: Adesso che siamo usciti dal governo, al Pds ci dicono
che dobbiamo aspettare il programma di Ciampi per decidere se astenerci o no.
Ma il programma viene determinato anche dai ministri, vero? E quindi anche noi
avremmo dato il nostro contributo.
Ma ci hanno costretti ad andarcene.
E poi: Se c' un colpevole, tutta la direzione del Pds che, in una riunione
tristissima, ha lasciato riemergere i compagni sconfitti nel referendum, in
paradossale sintonia con il revival partitocratico del voto su Craxi.
Il partito si arreso ai nemici della riforma.
Non ha capito che la piazza chiedeva un impegno per il cambiamento, non una
trincea all'opposizione .
In quei giorni, mi capit di parlare con pi di un dirigente della Quercia.
A tutti facevo la stessa domanda: E vero o no quel che andate dicendo? Ossia che
il voto del 29 aprile per Craxi stato anche un voto contro il Pds al governo,
per obbligarlo a uscirne, per far dimettere i suoi ministri? Loro mi
rispondevano: S, vero .
A quel punto ribattevo: Ma perch allora non ci siete rimasti, dentro il
governo? Loro allargavano le braccia e mi offrivano discorsi cos intorcinati
che non mi riesce di ricordarli pi.
All'inizio di maggio, ritrovai quell'argomento nelle parole di un vecchio saggio
della sinistra, Vittorio Foa, intervistato per l' Unit da Giancarlo Bosetti.
Disse Foa: In verit, il voto per Craxi rappresentava, nella sostanza, la
volont di fermare il processo innovativo avviato con le scelte politiche di
Scalfaro e con il governo Ciampi.
Era un avvertimento contro questo governo.
Con quel voto, il Parlamento riaffermava le pretese della vecchia nomenklatura e
del vecchio sistema dei partiti.
La conseguenza, concluse Foa, avrebbe dovuto essere quella di andare avanti con
determinazione, a sostenere il cammino di Ciampi .
L'intervista aveva un bel titolo: Sinistra, non avere paura di vincere .
C'era da mangiarsi le mani! Soprattutto nel sentire quel che mi capit di
sentire in quei giorni da pi di un esponente del Pds.
Parlavano con me fuori taccuino , come si dice in gergo giornalistico.
Ossia in privato e senza nome.
Ma dicevano parole che voglio ricordare in questo diario.
Il voto del 29 aprile, ecco un'opinione raccolta prima della fuga dal governo,
ha prodotto quasi una rottura rivoluzionaria tra Parlamento e paese.
Il Parlamento si delegittimato.
Dunque, bisogna gestire in modo giacobino questo passaggio.
Bisogna stare dentro il governo, contrattare la legge elettorale, poi andare a
presentarla davanti al Parlamento.
Ponendo la fiducia e dicendo: votate in modo palese, cos l'Italia sapr chi
rifiuta la legge elettorale.
Se il Parlamento vota, la legge passa.
Se il Parlamento non la vota, andiamo tutti a casa, ma la gente, almeno, sapr.
E ci sar il discredito su chi ha votato no alla legge voluta dal referendum.
Un altro dirigente si confess cos: Al posto di Occhetto, sai che cosa farei?
Andrei su tutte le piazze d'Italia a dire: dopo il voto per Craxi il 29 di
aprile, il governo Ciampi che dovr presentarsi alla Camere non pi quello di
prima.
Con un Parlamento cos screditato da quel voto, un governo a termine, con un
compito determinato: fare la riforma elettorale.
I nostri ministri restano dentro il governo.
Per garantire che la riforma venga realizzata nel modo pi corretto.

E per cercare di far passare la nostra linea, quella del doppio turno con il
ballottaggio.
Ma Occhetto non lo far.
Meno che mai lo far D'Alema.
Sono l'uno prigioniero dell'altro.
Achille ossessionato da Massimo, ha il terrore di un suo golpe.
D'Alema non stima Occhetto.
E vero quel che scrivete sui giornali: lo ritiene oscillante, ciclotimico,
ansioso, troppo incerto, non pi capace di dirigere il partito.
Nel Pds, ormai, comanda pi D'Alema che Occhetto.
Ma D'Alema non ha il coraggio di scalzarlo.
Teme un trauma nella base.
E soprattutto d'essere accusato di interesse personale, di carrierismo, di
scatenare una guerra soltanto per conquistare la poltrona di segretario...
Mica male per un Pds che avrebbe dovuto essere il baluardo numero uno contro
l'ondata leghista in arrivo.
La vergogna.
29aprile 1993.
QUEsT ondata ricevette un impulso formidabile la sera di gioved 29 aprile.
Quando, alla Camera, Craxi venne sottratto all'inchiesta di Mani Pulite su
alcune delle accuse pi gravi e pi fondate.
Fu un piccolo golpe.
Un blitz a sorpresa, dietro lo schermo del voto segreto.
Un'incursione quasi militare, che mi sollecit un ricordo d'infanzia.
Un ricordo del settembre 1943.
Gran Sasso.
Campo Imperatore.
Ecco le Cicogne dei par tedeschi.
Ecco il colonnello Skorzeny.
Atterrano.
Liberano il prigioniero.
E se lo portano, in volo, verso la Germania.
Un uomo tutto occhi nella faccia sparuta, la barba lunga, smagrito.
Un uomo che sorrideva felice nel salire sulla Cicogna del colonnello.
Ah, com'era felice il cavalier Benito Mussolini!
Che serata orribile, quella del 29 aprile.
Sera di sorpresa traumatica.
Sera di paura.
Paura per il governo appena nato e che gi rischiava di dissolversi.
Paura per il vuoto che poteva crearsi.
Paura per quella Camera dov'era accaduto qualcosa di oscuro.
Dove c'erano state pattuglie parlamentari che, nel segreto dell'urna, avevano
giocato un gioco molto sporco: dare una mano agli amici di Bettino per innescare
un processo diabolico con un finale caotico.
Che provo a disegnare cos.
Dunque, assoluzione di Craxi.
Indignazione della gente per il Parlamento.
Crisi del governo Ciampi.
Scioglimento delle Camere.
Nuove elezioni subito.
E con la vecchia legge proporzionale.
Affinch le vecchie, ma anche le nuove parrocchie partitiche, potessero portare
a casa il loro bottino.
226
Un complotto? Ma s, dopo tante fantasie complottarde fondate sul niente, ecco
un complotto vero.
Fu la parola che Rinaldi volle scrivere sulla copertina dell'Espresso, rifatta
alla svelta nella notte tra quel venerd e il sabato.
La faccia sbattuta in copertina era quella di Craxi disegnata da Kruger.
Immagine gi usata qualche tempo prima, ma che stavolta venne ingrandita e resa
debordante, con un effetto grafico che lasci di stucco anche noi.

La scritta diceva: Craxi.


Il complotto dei colpevoli.
Poi, in grande: Bestiale.
Un bestiale, era chiarissimo, riferito al complotto e non al Prigioniero Salvato
dal Complotto.
Copertina forte.
E anche copertina politica, indignata, quasi rabbiosa per la vergogna di quel
voto.
E che tuttavia non piacque per niente a qualche lettore.
A volte per ragioni inespresse e difficili da individuare.
Ricordo quel che mi scrisse un abbonato di Bolzano, Italo Mauro: Questa vostra
copertina veramente ignobile e, dal punto di vista giornalistico, un
autogol.
Non aggiungo altro perch immagino che vi siano giunte numerose proteste.
E se cos non fosse, vorrebbe dire che noi lettori siamo diventati dei
poveracci...
Poi, per, il lettore di Bolzano qualcosa d'altro lo aggiunse: L'impressione,
brutalmente evidenziata da questa copertina, che anche l'Espresso sia
nient'altro che l'altra faccia, con gli stessi difetti, ma capovolti, di quella
che chiamate la vecchia classe dirigente da spazzare via...
In attesa di capire se fosse davvero cos, quel sabato mattina ribaltammo la
prima parte del giornale.
E a me tocc descrivere come appariva Montecitorio dopo il voto per Craxi.
Allora immaginai di fotografarlo da un aereo che volava ad alta quota, per
dotato di sensori in grado di scrutare ogni dettaglio.
Che cosa vedevo? Vedevo una voragine buia, un gi 227 gantesco buco nero gonfio
di vuoto.
Una voragine devastata da un'esplosione quasi nucleare.
Era stato questo il voto del 29 aprile.
Una scelta terrificante che aveva portato a compimento un'autodistruzione in
corso da un pezzo.
Prima di quel gioved, quasi tutti i partiti italiani erano gi disgregati,
frammentati, al limite dello spappolamento.
E nell'insieme offrivano di se stessi l'immagine tetra che andavo annotando
nelle pagine di questo diario.
Ma quel che vedevo adesso, mi obbligava a prendere atto di una realt cento
volte pi cupa.
E pi pericolosa.
Si era toccato un altro fondo.
Loro avevano fatto un passo in pi verso l'annientamento di se stessi.
Erano dei suicidi.
Sul fondo dell'abisso si scorgeva la poltiglia di almeno tre Dc.
C'era la Dc che sul Popolo del 30 aprile, con la firma di Sergio Mattarella,
parlava di errore grave nel voto che aveva liberato Craxi.
Era la Dc dello Sceriffo di Brescia.
Uno sceriffo dalla pistola troppo dolce e, dunque, inadatto a ripristinare
l'ordine tra le bande che gli devastavano il territorio di Balena City.
Poi c'era la Dc degli inquisiti, che la sera del 29 aprile avrebbe voluto
precipitarsi all'hotel Raphael.
A bere lo champagne di Craxi.
Nella speranza di ripetere il colpo quando al Senato fosse scoccata l'ora di
decidere su Andreotti.
E c'era la Dc delle anime morte.
Allo sbando.
Incerta sul da farsi.
Terrorizzata dal rischio di sparire.
Un partito, quest'ultimo, alla ricerca di un santo a cui votarsi.
Chi poteva essere, il santo salvatore? Santa Rosy Bindi? O San Piccone, al
secolo Francesco Cossiga? Oppure l'eretico, ma santo, Mariotto Segni? Che fine
penosa, ma anche ridicola, per il partito padrone d'Italia.
Qualche giorno dopo, Martinazzoli mi disse: Sembra ancora un melodramma, il
nostro.
E invece la situazione tragica!

Dentro l'abisso, poi, si scorgevano due o tre Psi.


Il partito che Benvenuto si era illuso di costruire era un morticino in fasce,
che quasi non esisteva.
L'Uomo che Ride aveva messo in mostra una tenacia di cui pochi lo credevano
capace.
E sembrava deciso a tener duro, in quel castello dei fantasmi che era il
palazzone di via del Corso.
Anche di fronte ai fantasmi che ancora lo frequentavano.
Il fantasmone di De Michelis, per esempio, ringhiante a tutti: Benvenuto? Tra
pochi giorni questo demagogo del cazzo lo manderemo a spasso! E a vedere giusto
non era l'Uomo che Ride, bens proprio il fantasmone di Avanzo di Balera.
Per Malvenuto il conto alla rovescia era gi cominciato.
E si sarebbe concluso presto, prestissimo.
Lo si capiva dall'umore tetro di chi aveva risposto al suo appello dicendogli: e
sta bene!, vengo con te, proviamo a vincere questa scommessa.
Uno di questi era Giuliano Cazzola, bolognese imprevedibile e geniale.
Tanto coraggioso, o tanto pazzo, da lasciare il vertice della Cgil per
inoltrarsi tra i fantasmi di via del Corso.
E quel che stava vedendo l, gli dettava un Taccuino , pubblicato sull'Avanti!
e, una volta, sull'Espresso, fitto di annotazioni sulla crisi del regime che
evocavano ombre raggelanti.
Volete qualche assaggio? Da quando sono passato alla politica, non riesco a
liberarmi di un pensiero che mi ossessiona.
Ricordo Giovanni Gentile.
Per tutto il ventennio fascista, seppe mantenere un atteggiamento di dignitoso
distacco, senza lasciarsi coinvolgere dalla macchina di potere del regime.
Poi, in nome di chiss quale senso di lealt e di malinteso codice d'onore,
ader alla Repubblica di Sal.
Venne giustiziato dai partigiani.
E ancora: Quanti si oppongono ai cambiamenti, e ne ostacolano il corso,
divengono dei reazionari.
Come tali cadranno sotto il piombo dei plotoni d'esecuzione.
Per fortuna loro, la rivoluzione democratica italiana si fa con le armi dello
Stato di diritto .
E ancora, alla fine di maggio, al momento di sbaraccare da via del Corso con un
Benvenuto sconfitto: E io dove sar domani? Ho fatto parte del governo Badoglio.
Comincia la dura fatica della Resistenza.
E un'altra vita .
Era stato profetico, Cazzola.
Il giorno prima del voto su Craxi mi aveva detto: Il Psi un disastro.
E Benvenuto non mi sembra all'altezza.
I soldi non ci sono.
Se il 6 giugno c' un'altra catastrofe elettorale, il Psi sparisce.
Oppure se lo prende chi trova i soldi per tenerlo in vita .
A prenderselo, il 29 maggio, fu Ottaviano Del Turco, nuovo segretario dopo
l'Uomo che Ride.
Li aveva i soldi? Forse s.
O forse no, per si rifiutava di pensare che fossero decisivi.
Ce l'avrebbe fatta, Ottaviano, a far vivere il suo Psi? E quanto avrebbe pesato
l'esistenza del terzo Psi? Un partito sommerso, questo.
Di inquisiti, ma non solo.
Che vedeva in Craxi ancora un leader e non un ex capo condannato a una vita da
recluso.
Tra l'hotel romano e la casa milanese, con la variante dell'aereo privato di
Berlusconi che lo trasportava da una prigione all'altra.
Nella voragine, poi, si scorgevano i frammenti dell'ex polo laico.
Un Pri schiantato dal tangentismo e con un Giorgio La Malfa indagato e
ammutolito.
Un Pli dissolto anch'esso dalle mazzette e affidato a un segretario nuovo,
Raffaele Costa, da Mondov.

Costa gi meditava di scaraventare i resti del partitino in una pentola dove


stava bollendo l'Unione di Centro, ovvero la Cosa Azzurra, impasto moderato
zeppo di facce e faccine anche dic, repubblicane, socialdemocratiche.
E infine un Psdi pi morto che vivo, dove l'erede partitico di Vizzini, il
barbuto magistrato Enrico Ferri, si obbligava a questue umilianti presso la base
alla ricerca dei conquibus indispensabili per non defungere subito.
Meno alla frutta sembravano altri gruppi minori, anch'essi per alle prese con
quel ventaccio lugubre che soffiava nella voragine.
C'era il gruppo di Marco Pannella, sempre pi somigliante a certe Compagnie
della Misericordia: presunti salvatori degli inquisiti di Tangentopoli, ma
soprattutto furbi speranzosi di campare aggregando ci che restava degli assi
ereditari, parlo di quelli politici s'intende, lasciati da chi s'avviava a
essere morto e sepolto.
C'era il minifantasma dei Verdi.
Poche forze.
Molti leader.
Troppe incertezze.
Scarso futuro.
Tranne quello di dissolversi in alleanze nuove e pi vaste, le uniche in grado
di offrire speranze, progetti e leader buoni da votare.
C'era, infine, il Msi.
Capace ancora di colpi di mano, come quello di certo tentato il 29 aprile con un
voto pro Craxi e pro sfascio.
Ma lacerato sul proprio destino: diventare cossighisti o rimanere anticaglie del
fascismo.
Infine, c'erano le immagini del Pds.
Un corpo pi compatto e un partito rispettabile, ricco di un formidabile fattore
umano, ma anch'esso lacerato dall'esplosione del 29 aprile.
In due, tre, forse quattro frammenti.
Ecco il frammento di Pietro Ingrao e Aldo Tortorella: i comunisti democratici
avevano gi gridato un no preventivo al governo Ciampi e adesso pretendevano le
elezioni anticipate.
Poi il frammento del Pds migliorista: la sua distanza da Ingrao & C. si era
fatta incolmabile, ai limiti del distacco.
Poi il vecchio centro, ormai spartito tra Occhetto e D'Alema, generali che non
s'intendevano pi, si disistimavano, si combattevano.
Su questa Quercia, poi, incombeva un crack d'immagine.
Ql ello inevitabile per un partito che, partecipando al governo Ciampi con una
squadra d'assoluta eccellenza, aveva deciso una svolta storica e poi se l'era
rimangiata di colpo.
Certo, lo choc del golpe a Montecitorio era stato fortissimo.
E tuttavia era inevitabile chiedersi quello che tanti si chiedevano: si pu
andare lontano rinchiudendosi nel bunker del Bottegone e cancellando, nel volger
di poche ore, molte scelte buone? E per avere in cambio che cosa, poi? La
possibilit di costruire un fronte inzeppato di troppe forze diverse? Un
conglomerato che tenesse insieme tutto e tutti a sinistra? Un minipachiderma
troppo vecchio e troppo appesantito da questo vecchio? E perci incapace di
attrarre i voti del nuovo che esisteva anch'esso sul centro della societ
italiana, un centro alla ricerca di una via politica che non fosse n quella
della Lega n quella dei gattopardi sopravvissuti al regime? Se era questo
l'antiquato pasticcio a cui pensavano i leader delle Botteghe Oscure, tanto
valeva chiuder bottega subito e ritirarsi a scrivere le proprie memorie.
Chi si trov benissimo nella voragine fu la Lega.
Siccome ingrassava sulla rabbia degli italiani per il regime, il 29 aprile
decise di gettar benzina su quella rabbia, votando di nascosto per l'assoluzione
di Craxi.
Un gioco sporco, l'ho gi detto, fondato su un calcolo di gran cinismo: creare
disordine per aumentare l'incasso della propria bottega elettorale.
Forse non fu l'unica a farlo, questo calcolo.
E pi di un sospetto scatt anche verso Rifondazione e il Msi, per un totale di
circa ottanta deputati.
Il primo politico a esternarlo con ruvida chiarezza fu Piero Fassino, del Pds.

Intercettato dal Tg3 la sera del 29 aprile, mentre usciva dal Bottegone, Fassino
afferm: per Craxi ci sono stati voti sottobanco dai leghisti, dai missini e dai
compagni di Cossutta e Garavini...
Tutti, naturalmente, smentirono indignati.
Ma per la Lega smentire non fu un'impresa da poco.
Che cos'avevano combinato, un po' di deputati leghisti, nell'aula di
Montecitorio, in quel Parlamento che qualche giorno prima il professor Miglio
aveva definito, con il solito gusto per l'orrido, la vasca dove nuotano i
coccodrilli dei partiti ? Beh, era avvenuto che non pochi coccodrilloni leghisti
si erano comportati come raccont un deputato di Bossi a un giornalista del
Messaggero.
Un deputato che volle restare anonimo, pur consentendo al cronista, Alberto
Gentili, di registrare la sua onesta
confessione.
Disse l'Anonimo Leghista: Quindici, forse venti, di noi hanno votato contro
l'autorizzazione a procedere per Craxi.
Non ho nulla di cui pentirmi perch io non l'ho fatto.
Non ho votato a favore di Craxi perch ho una coscienza e ragiono secondo
coscienza.
Non me la sono sentita di partecipare a un'operazione indegna.
Ho detto s alle richieste di autorizzazione a procedere contro l'ex segretario
del Psi.
E come me, credo, si comportata la maggioranza del gruppo .
E gli altri? chiese Gentili.
L'Anonimo Leghista continu: Ho sentito ripetere che era un'occasione ghiotta,
che votare per l'assoluzione sarebbe stato il modo per fare lo sgambetto a
Ciampi.
E per spingere 1 opinione pubblica a ribellarsi e andare subito alle elezioni
anticipate.
Io ho pensato: forse una buona idea sotto il profilo politico-tattico, ma
moralmente indegna.
E alla fine non ce l'ho fatta a votare no
Ma oltre ai barbari di Bossi, c'erano altri due gruppi presunti colpevoli: la
Rete e il Pds.
Su quest'ultimo, Gentili raccolse le opinioni di due deputati del Psi e della
Dc.
Il primo, Felice Borgoglio, sostenne: Una parte di quei no venuta dai deputati
del Pds dichiaratamente avversi alla partecipazione del loro partito al governo
Ciampi .
Il secondo, Pier Luigi Castagnetti, disse: Sconcerta che, con immediatezza
perlomeno sospetta, il Pds abbia collegato il risultato dei voti con il ritiro
dell'appoggio al governo .
Comunque sia, Craxi visse una sera di festa.
Oddio, di festa relativa, visto quel che accadde.
Ma che gli regal il piacere di rivedere un vecchio amico, l'amico dei tempi
belli.
Tempi dissolti del tutto sotto una tempesta che lui non aveva mai provato: di
monete.
Proprio cos, di monete.
Da cinquanta.
Cento.
Duecento.
Cinquecento lire.
Tintinnanti e rimbalzanti sul tetto della sua blindata quasi fossero,
santamadonna!, dei proiettili sparati da uno squadrone di squadristi.
Il Berlusca assediato.
Maggio 1993.
ZIM, zim!, facevano le monete lanciate verso il Raphael.
E tum, tum! facevano ricadendo sul tetto della blindata di Craxi.

Il povero Nicola, il fedelissimo autista di Bettino, ma che dico autista, molto


di pi, un amico, un fratello, quasi un padre, fissava a bocca aperta quel
bombardamento.
Mai vista, una cosa cos! Ma allora era la fine del mondo! O era il mondo
capovolto! E chi era questa gente? Questi giovanotti tenuti a distanza dalla
polizia? Squadristi venuti da fuori? O romani istigati dai giorna li? Comunisti
spediti sin l dall'ex compagno Occhetto? E che cosa cantavano, sull'aria di
quella vecchia canzone, Guantanamera? Cantavano: Craxi in galera / Bettino Craxi
in galera...
Orribile serata, quella del 29 aprile.
E povero Craxi.
Chi ebbe modo di vederlo, dentro il Raphael, non lo trov per niente incline a
festeggiare il voto della Camera.
Raccont poi, ad Antonio Padellaro, Margherita Boniver, fedelissima: Mi sono
fermata pochi minuti al Raphael.
Non abbiamo certo stappato lo champagne.
Bettino aveva un'aria preoccupata, incupita come dal presagio di un disastro
inevitabile
Insomma, assoluzione e dissoluzione , come avrebbe recitato, l'indomani, un
titolo perfetto del Corriere.
E sotto quel titolo, un ritratto craxiano, di qualche ora prima, a Montecitorio,
scolpito da Francesco Merlo: Non s'era mai visto un Craxi cos disperato, cos
profondamente inquieto, cos apparentemente indifeso: appoggiato a una parete,
la camicia aperta sulla pancia, la famosa canottiera in mostra, la patta
sbottonata, la cravatta di maglina rossa ridotta peggio di uno straccio .
Fu cos che lo vide Silvio Berlusconi? Lo dir, un giorno, qualche storico.
Uno storico che dovr risolvere anche un rebus: la sera del 29 aprile, l'amico
Silvio si present al Raphael senza che nessuno lo precettasse, sospinto
soltanto da un'amicizia solidale? Oppure venne convocato, o invocato se
preferite, dall'amico derelitto? Fonti berlusconiane sostengono che Sua
Emittenza venne invocato.
Fattosi prestare un telefonino da un cronista infiltratosi nell'hotel, Bettino
chiam Silvio, che del resto aveva casa a pochi metri da largo Febo.
E
1 amico rispose.
Secondo un cronista coi fiocchi, Augusto Minzolini della Stampa, Berlusconi lo
si vide nei paraggi del Raphael attorno alle 22 .
Tra quelli che lo videro, c'era anche una tiv privata romana.
E questa tiv riusc pure a intervistarlo.
A domanda, Berlusconi rispose con parole che lui stesso, il giorno dopo, rifer
a Sergio Luciano, sempre della Stampa: Sono amico di Bettino Craxi da vent'anni,
e, da amico, personalmente sono contento per lui.
Mi sembra che basti.
Che rispetto potremmo avere di noi stessi se, essendo amici di qualcuno da anni,
dovessimo voltargli le spalle proprio nei momenti della cattiva sorte e della
difficolt?
C'era qualcosa da aggiungere? Forse s.
Luciano stuzzic il Cavaliere cos: A lei sembra che basti.
Ma a molti altri sembrer il contrario: quel saluto apparir un'ammissione del
ruolo di 'imprenditore di regime' che da alcune parti le si vuole attribuire...
Berlusconi scatt: Basta con queste accuse, con queste calunnie.
Chi pensa e dice queste cose, capovolge la realt.
Non stato Craxi a portare al successo il gruppo Fininvest.
L'abbiamo raggiunto, il successo, vincendo la concorrenza di tutti gli altri
gruppi editoriali italiani .
E ancora: Accanto a questa guerra, abbiamo dovuto combatterne un'altra, tutta
politica, contro i fortissimi gruppi di pressione della sinistra democristiana e
dei comunisti.

Dentro la politica abbiamo trovato un antidoto in coloro che, come Craxi, forse
anche per un ragionamento politico, ma certamente non solo per quello, hanno
avuto e dato fiducia ai valori economici della televisione commerciale.
Che, non dimentichiamolo, ha creato ricchezza e occupazione a vantaggio di tutto
il paese .
Cos parl Berlusconi, nei giorni che vedevano mezza Italia gridare Vergogna!
per il golpetto di Montecitorio.
E nel parlare in quel modo, il Cavaliere apriva il suo cuore e mostrava
all'Italia il proprio dramma: aveva costruito un impero che dava lavoro a
migliaia di italiani e adesso i nemici di sempre, i comunisti e i sinistri dic,
congiuravano per strapparglielo, per distruggerlo, per dissolverlo.
Era cupo, Berlusconi, nella primavera del 1993.
E anche intristito, indignato, sanguinante nell'intimo.
Del resto, come poteva non esserlo, nel misurare l'abissale distanza tra se
stesso e il mondo che gli si accaniva contro? E, nel misurare questo abisso tra
il bene e il male, trov un'immagine stupefacente per descrivere tutto il bene
aggrumato intorno alla Sua Persona.
Disse a Panorama: Siamo come l'operosa e tranquilla Svizzera, noi della
Fininvest.
Badiamo solo a lavorare, a crescere, a creare ricchezza e nuovi posti di lavoro,
senza dare fastidio a nessuno.
I nostri telegiornali e le nostre riviste danno voce al pluralismo senza
esclusioni preconcette, non fanno campagne denigratorie nei confronti di
chicchessia.
Perch, allora, continuano ad attaccarci?
Si poteva dir di meglio? Ah, certo che si poteva.
Panorama, per la penna di Tino Oldani, dimostr che era possibile essere pi
berlusconiani di Berlusconi: Il paragone con l'operosa e tranquilla Svizzera
rende giustizia solo in parte alla diversit del gruppo Fininvest.
Il successo delle sue tiv, sulle quali ogni giorno 40 milioni di italiani si
sintonizzano per almeno due ore e mezzo, e quello dei suoi periodici (33 per
cento del mercato) rivelano che si tratta di un punto di riferimento
importante...
E per chi? Come per chi? Sentitelo, l'Oldani di Panorama: Per quella vasta
categoria di italiani che, al di l delle diverse convinzioni politiche, ha una
solida etica del lavoro, crede nelle regole del mercato, tollerante, diffida
dei pessimisti di professione e non intende ripetere gli errori commessi negli
ultimi anni in nome del dirigismo consociativo.
I sociologi direbbero che questa una filosofia positiva, la tipica filosofia
del ceto medio di una societ avanzata, fatta di traguardi ambiziosi, ma anche
di sacrifici.
Esattamente ci che Berlusconi va ripetendo da anni , puntualizz l'Oldani.
Una filosofia economica e politica che per l'esatto contrario di quella
finora predicata dai leader della lobby che lo vuole ridimensionare,
sottraendogli risorse importanti, per poi costringerlo alla resa sul piano
economico.
Un vero scoop, questo di Panorama.
Che forse chiar al medesimo Berlusconi la ragione profonda dell'aggressione di
cui si sentiva vittima.
Ma certo!, lui era l'uomo simbolo del Ceto Medio Avanzato.
Logico, quindi, che i neocomunisti, gli stalinisti del Duemila e i loro alleati,
ne volessero la distruzione, la scomparsa.
Insomma, una storia vecchia.
Un conflitto storico.
Il solito scontro epocale tra due etiche, due filosofie, due civilt.
Una guerra antica quanto il mondo.
Che adesso ricominciava.
In quella primavera, Sua Emittenza affond, a poco a poco, nella sindrome
dell'assedio.
Il 10 maggio, a Milano, alla consegna dei diplomi di un master in comunicazione
d'impresa, disse: Avremmo voluto essere in tutta Europa, questo era il nostro
sogno.

Ma la macchina politica con cui ci siamo scontrati in questi anni, ci ha


impedito di essere fisicamente altrove quando ve n'era bisogno: ci ha costretti
a essere qui, in trincea, per resistere e per esistere .
Ventun giorno dopo, il luned 31 maggio, sbrait per quasi 18 minuti al Processo
del Luned, torrentizio, instancabile, interminabile, straripante , come attest
Aldo Biscardi.
Sbrait, naturalmente, contro gli assedianti: Nipotini di Stalin , facce da
federale , lobbisti e professionisti della mistificazione e della falsificazione
.
Il 1 giugno Sua Emittenza diffuse un proclama che, curiosamente, possedeva lo
stesso timbro di quello craxiano del giugno 1989.
Aveva scandito, allora, Bettino: C' in Italia un gruppo editoriale che conduce
contro la mia persona una campagna di odio e di denigrazione...
E adesso Silvio scandiva: Siamo oggetto di una campagna di falsificazioni,
intimidazioni e diffamazioni che vede protagonista la Santa Alleanza della
televisione di Stato e del gruppo Espresso .
E il 10 giugno, parlando al Rotary Club dell'Adda, raccont di se stesso e della
Fininvest mescolando la rabbia e lo sconforto, annot Alberto Costa del
Corriere.
Nel racconto saettarono parole come accerchiamento , autentica caccia alle
streghe , campagna di stampa all'insegna della disinformazione, capitalismo
cannibalesco, quello degli avversari, naturalmente.
Ossia il gruppo delle sinistre e di quel partito trasversale che capeggiato da
Scalfari e dal principe Caracciolo, cio di coloro che puntano a un'Italia
dirigista e statalista .
Si sentiva solo, il Cavaliere, in questo conflitto epocale.
E quasi crocefisso.
Certo, aveva armi potenti: i suoi giornali e le sue tiv, affidati a uomini
dalla fedelt indiscutibile.
Poteva mandare all'attacco delle famose teste di cuoio, come lo Sgarbi, perfetto
per uno squadrismo televisivo senza possibilit di replica e ben tutelato
dall'immunit parlamentare.
Godeva dell'appoggio di quotidiani che erano dei veri amici: il Giorno di un
Paolo Liguori un po' spompato e, soprattutto, l'Indipendente dello scalciante
Vittorio Feltri.
Ah, quanto piaceva il Feltri al Cavaliere! E quanto piaceva il Cavaliere al
Feltri! Anche perch, quanto a berlusconismo, l'Indipendente batteva davvero
tutti.
Al punto di far sembrare persino il Giornale montanelliano l'organo milanese del
Partito Trasversale di Scalfari.
Ma Feltri non era soltanto uno dei baluardi propagandistici di Sua Emittenza.
Era molto di pi.
Era un personaggio complesso, quasi tutto da scoprire.
Posso azzardare un'ipotesi? Forse sarebbe stato lui il giornalistasimbolo
dell'epoca barbara che si annunciava.
I connotati giusti li aveva tutti.
Un direttore bravissimo nell'assalto.
Pi trucido di cento leghisti.
Penna veramente carogna.
Sfrontato nella sua grossolanit, quasi voluta, cercata, costruita.
Geniaccio dell'insulto, l'unico capace di stare alla pari col Bossi.
E se mai l'impotenza e la vilt degli avversari della Lega avessero fatto del
Bossi un dittatore lumbard, eccolo gi pronto il suo ministro della Propaganda:
Feltri Vittorio, da Berghem.
Al suo confronto, gli altri uomini-media di Sua Emittenza erano dei tetri
burocrati del biscionismo.
Anche se tutti insieme, poveretti!, ci davano dentro, in difesa del Berlusca,
ciascuno col proprio stile: dal Monti di Panorama, un sussiegoso dottor
Balanzone sempre l a dar ripetizioni a tutti di giornalismo anglosassone, al
Mentana del TgS, mitraglista con faccia da scippatore ribaldo, anche se un po'
troppo ganassa, come dicono a Milano, uno spavaldo finto, che non aveva mai
l'aria di credere sino in fondo nel verbo berlusconiano...
Certo, poteva disporre di questo e d'altro, il Cavaliere.

Ma c'era un vuoto nel suo arsenale: gli amici politici.


Craxi aveva gi un piede nell'esilio.
La Dc, tanto curata dal povero Letta, sembrava in via d'estinzione.
E quel poco che resisteva attorno alla Sceriffo di Brescia, si rivelava
ferocemente contrario alle urgenze di Sua Emittenza.
Pannella? Bah, ancora troppo debole, e poi indecifrabile, imprevedibile, infido.
Cossiga? Beh, meglio tenerlo buono, l'ex Pazzo del Colle, e che la Mondadori gli
stampasse pure i suoi discorsi, per dove volesse andare a parare, questa
illustre mina vagante, bisognava ancora scoprirlo...
E allora? Allora, l'abbiamo gi detto, era indispensabile acchiappare un nuovo
alleato.
S, un nuovo punto d'appoggio nel frantumarsi del vecchio regime che mandava in
pezzi pure il sistema televisivo cresciuto su di esso.
Era la Lega, questo amico da ritrovare.
Ma la Lega era anche un territorio tutto da esplorare.
Non bastava esser dei protoleghisti, istintivi, di pelle, di umori, come lo era
il Berlusca.
Bisognava conoscerlo, e molto da vicino, il mondo di Bossi.
Anche nelle persone, nei nomi, nelle facce.
Per esempio, chi era il deputato leghista che si occupava, pro tempore,
dell'emittenza tiv? Come chi era , Cavaliere? Non lo ricordava, quel ragazzone
comasco, che aveva sbattuto un cappio in faccia alla Camera? Ma s, era lui, il
Leoni Orsenigo! Non l'aveva letta la sua intervista al Giorno, proprio mentre i
neostalinisti l'aggredivano? Che risposte da manuale, l'Uomo del Cappio.
Risposte da berlusconiano perfetto.
E dunque, avanti!, che gli ambasciatori Fininvest sondassero per bene i barbari
del Bossi.
A cominciare dallo squalo bonario che era sceso in lizza per la sindacatura di
Milano.
S, quel Formentini che a un primo test ( Le piace o non le piace il gusto di
Sua Emittenza? ) non aveva mica dato, lo ricorderete, una bella risposta.

Parte quarta.

Squalone.
30 aprile 1993.
Uei, Pansa, ma non mi riconosci? .
Scusami, sto rinscemendo e non ricordo chi sei... .
Sono Marco Formentini, il Formentini! Gi, ci siamo persi di vista tanti anni
fa.
Prova a far memoria: il Bassetti, la programmazione regionale, io lavoravo col
Piero, tu stavi al Giorno, ti occupavi della Lombardia e venivi sempre da noi a
cercar notizie!
Era vero: anno 1964 e dintorni, n Giorno di Pietra, il diario della Lombardia
che mi aveva fatto scarpinare dappertutto, da Como a Mantova, da Pavia a
Sondrio.
A raccontare il sogno bassettiano, un sogno da Kennedy della Padania.
Non avevo ancora trent'anni.
E Formentini, il Formenta , stava poco al di sopra dei trenta.
Era il segretario o il capogabinetto di Bassetti.
Svelto, cordiale, amichevole.
Un primo della classe, ma non borioso.
Ottima laurea.
Niente maniglie politiche, prigioniero anche lui, come me, del maledetto fascino
del Piero.
Dopo qualche anno, sul finire dei Sessanta, ero passato a occuparmi d'altro:
bombe, estremismo nero e rosso, terrorismo, mafia.
E il Formenta era sparito dal mio orizzonte.
Adesso, eccolo qua, a Montecitorio.
Invecchiato come tutti.

Ma sempre cordiale e alla mano.


Uno zione dalla mascella buona , lo descrisse poi qualcuno.
E anche uno squalo bonario, per il sorriso largo una spanna e irto di dentoni
robusti, ma non crudele come quello del Vittorione Sbardella, che avevo
battezzato lo Squalo e basta, senza aggettivi.
Chiesi: E che ci fai, qui, alla Camera? Il Formenta finse d'inalberarsi: Un
giornalista politico come te mi fa una domanda del genere? Sono deputato della
Lega.
Anzi, i miei colleghi, bont loro, mi hanno voluto presidente del gruppo .
Della Lega? Ma non eri socialista? .
Socialista? Beh, s, ma tanti anni fa , si difese subito, scoccandomi una
guardataccia.
Quasi gli avessi chiesto: ma tu, una volta, non spacciavi la droga?
Quel giorno, forse eravamo verso la fine del 1992, compresi subito quale fosse
la dote numero uno del deputato Formentini: la felicit.
Una dote rara, una qualit assolutamente fuori dell'ordinario in quell'isterica
piazza di un paese nevrotico che era il Transatlantico.
Non potevi farci un passo senza sbattere contro gente stracarica di problemi e
con il pelo ritto: nervosi, stressati, furenti, incattiviti, frustrati,
impauriti, depressi, angosciati e angoscianti.
Il Formentini, anche se non da solo, certo, faceva eccezione.
S, era felice.
Felice di se stesso.
Felice di essere l.
Di fare quel mestiere.
Di farlo per la Lega del Bossi.
E di farlo dal posto di prima fila che il Bossi gli aveva assegnato.
Ci prendevo, nel veder cos il vecchio Formenta , un vecchio relativo, di appena
62 anni? S, forse ci prendevo.
Un giorno chiesi a Maurizio Valentini, dell'Espresso, che era andato alla Camera
per intervistarlo: Come ti sembrato Formentini? E Maurizio: Molto, molto
soddisfatto di stare a quel posto.
Sai a chi mi ha fatto pensare? A un capocantiere.
Spiccio, imperativo, persino un po' tronfio.
Per contento.
Dei muratori, del cantiere e di Formentini a capo del cantiere .
Il Formenta era felice anche perch, come quasi tutti i deputati della Lega, si
considerava un miracolato.
L'ho gi scritto e lo riscrivo senza ironia.
Non avevamo sempre detto: la partitocrazia immobile, presenta da un'eternit
le stesse facce, non c' ricambio tra i suoi quadri e tutto coperto da una
crosta ammuffita di vecchie mummie? Bene, il Bossi aveva saputo innescare un
meccanismo che era tutto l'opposto.
E come accade negli eserciti giovani, aveva distribuito gradi e incarichi ai
primi arrivati o ai secondi.
Formentini non apparteneva al nucleo storico dei lumbard.
Ma quando si era imbattuto in Bossi, aveva ricevuto in regalo dalla Provvidenza
un formidabile tredici al Totocalcio.
Nel senso che si era visto subito iscrivere al vertice leghista, con il grado di
generale.
In seguito, nel corso della battaglia per Milano, lui avrebbe schernito la gente
degli altri partiti: Volete rinnovarvi? Ma allora dovete fare come noi: dieci
anni a pane e acqua prima di veder qualcosa...
Per al Formenta era andata pi di lusso: due soli anni di trantran nel leghismo
ambrosiano e subito la gloria.
Si era nel 1987.
Formentini, anni 57, si sentiva affondare nel grigio.
Aveva lavorato molto, fatte tante esperienze soprattutto all'estero, coltivato
pi di un sogno, ma si ritrovava quasi con un pugno di mosche.
Allora scrisse un libretto.
Titolo: Saggio sulla questione italiana.
Sottotitolo: Democrazia occidentale o paese del terzo mondo ?

Una robina.
Che conteneva un altro sogno: dar vita a una nuova forza politica, l'Unione
Democratica e Popolare.
Per fare che cosa? Per rimuovere il fardello delle strutture che soffocano la
vita della Nazione.
Un fardello che andava rimosso chiamando a raccolta gli italiani, per rispondere
ai problemi concreti della societ italiana: la libert e la sicurezza della
popolazione, le strategie dello sviluppo economico dell'epoca postindustriale,
la creazione di nuove attivit e di nuove occasioni di lavoro .
Acqua fresca.
Un bla-bla da treno.
A parte un punto: l'Unione doveva costituirsi al di fuori, anzi, contro i
partiti esistenti, nessuno escluso .
Per poi scendere a viso aperto nel pieno della lotta politica .
Caspita, non era quasi il ritratto della Lega? Fatale, dunque, che l'incontro
avvenisse.
Era la primavera del 1990.
Qualcuno segnal il librino al Bossi, gi senatore.
Lui mand a chiamare il Formenta .
E cominci a prendergli le misure.
In quella fase, il Barbaro con lo Spadone di spade ne aveva.
Gli mancavano i cervelli.
Quello di Formentini gli piacque.
Detto fatto: abile e arruolato! Raccont Marco il Miracolato a Renzo Di Rienzo,
dell'Espresso: Ero andato a quel colloquio politicamente depresso.
Ne uscii vedendo la luce in fondo al tunnel .
Il primo passo per uscire dal tunnel fu l'adesione alla Lega.
Dir poi Formentini al Giornale di Montanelli: Nel 1990, dopo dieci anni che non
andavo pi a votare, ho aderito alla Lega Lombarda.
E stato come uscire da un buco nero politico.
E ho scoperto che tanti hanno vissuto la mia stessa vicenda .
Il secondo passo fu l'incarico di responsabile economico agli ordini diretti del
Senatur.
Il terzo passo, stavolta nella luce piena, il 5 aprile 1992.
Elezioni politiche.
Boom leghista al Nord.
Formentini eletto deputato di Milano-Pavia, con 8854 preferenze.
Il secondo dopo Bossi.
A una distanza astronomica dai 239 mila voti dell'Umberto, il pi votato in
Italia.
Ma pur sempre secondo.
Viva il Formenta parlamentare, che d'ora in poi chiamer Squalone.
Per la sua apparente paciosit.
Per la sua conclamata propensione alla politica dura, s, ma non all ultimo
sangue.
Per il suo barbarismo in doppiopetto, pi pomposo che selvaggio.
///
Fu allora che nacque la Triade Leghista.
Primo: Bossi.
Secondo: Miglio.
Terzo: Formentini.
Era davvero cosi? Macch, cominci a giurare lo Squalone.
E per il Chi ? ufficiale degli ottanta parlamentari bossiani (ossia I cento
giorni della Lega, di Raffaello Cantieri e Achille Ottaviani, prefazione di
Franco Rocchetta, quello della Liga Veneta nonch presidente federale della Lega
Nord) Formentini dett una risposta di prudente modestia: Nella Lega c' Bossi.
Poi c' la Lega.
Non ci sono numeri due, n tre, n quattro .
C'era scolpita una regola di vita in queste diciannove parole: mai strafare,
calma e gesso, vietato montarsi la testa e, soprattutto, cedere sempre il passo
all'Umberto.

Certo, anche a un talpone furbo come il Formentini poteva succedere che la


frizione slittasse.
Ossia di pisciar fuori dal vaso, non per vizio, neh!, ma soltanto per eccessivo
entusiasmo.
Allo Squalone questo accadde quando era da pochissimo alla Camera, nel settembre
1992.
Fu allora che strill: meglio non comprare pi Bot e Cct, perch la bomba
rischia di esplodere.
Seguirono giorni furenti, con rogne a non finire.
Anche giudiziarie.
Tanto che dovette giurare a se stesso di non far mai pi acqua fuori dal
seminato.
Lo incontravo in aereo, sul Milano-Roma e sul Roma-Milano.
E lo scrutavo.
Cordiale con tutti.
Quasi cerimonioso.
Senza neppure quella puntina d'arroganza o di gusto per l'isolamento altero che
avevo sempre finito con lo scoprire nei politici professionisti visti in volo,
anche in quelli migliori.
E dopo averlo scrutato, mi dicevo: sempre felice! S, felice e molto diverso
dal Bossi.
Un Bossi perennemente tenuto sulla corda da chiss quale demone interno.
Pronto a schiumar di rabbia, ad accendersi in fiammate stizzose, a dar fuori da
matto con quel suo vocione rauco, spesso, gonfio di gutturali.
Lo Squalone, invece, era tutto l'opposto: paziente, guardingo, disposto a
mediare, da vero burocrate che sa sempre trovare una scappatoia, con l'aria di
farla apparire una splendida via di mezzo.
Qualche volta mi chiedevo: non si saranno mica divise le parti, quei due? Come
nei film dove i commissari di polizia lavorano in coppia.
Uno estremamente incazzoso, che ti schiaffa la luce negli occhi, ti urla addosso
e poi ti picchia.
L'altro che dice: su, non prendertela, fumati 'sta sigaretta mentre ti faccio
venire un panino...
Ma poi accadeva sempre qualcosa che mi obbligava a dirmi: quali parti?, non ci
sono due parti in commedia, ce n' una sola, quella del Bossi.
L'unico a comandare.
L'unico a decidere.
E anche Squalone doveva aspettare che il Bossi si decidesse a decidere.
Con il rischio di far pessime figure.
Ricordate quando l'Orsenigo tir fuori il cappio a Montecitorio? Formentini,
capogruppo, avrebbe dovuto bloccarlo all'istante.
Invece non si mosse.
L, immobile, mentre il Cordaio Comasco rendeva quel servizio da scemo alla
Lega.
Un commenda di marmo paralizzato dall'indecisione: il Bossi l'avrebbe presa bene
o male, l'esibizione forcaiola? Si sbaglia quasi sempre ad aspettare gli ordini
dei capi.
Quella volta Squalone se ne accorse a sue spese.
Ma forse non impar la lezione come invece sarebbe stato da furbi fare.
Cos, nel febbraio 1993, quando si cominci a parlare di probabili elezioni
comunali a Milano, molti, anche tra i possibili votanti della Lega, si
domandarono: se Squalone viene candidato sindaco e vince, che sindaco sar? Un
primo cittadino leghista, s, ma con testa e gambe tutte sue? Oppure risulter
soltanto un impiegato alle dipendenze del capufficio Bossi?
Certo, Formentini un bel po' di qualit le aveva per tirar su voti dalla Milano
inviperita contro i partiti.
Una Milano moderata, anche destrona, per tranquilla, tutta lavoro-casa-leggeordine, stufa di ruberie, inefficienze, programmi buoni soltanto a prenderti per
i fondelli, e vogliosa di veder per le strade pi vigili urbani e meno
marocchini lavavetri, zingari accattoni, drogati scippatori e autonomi del
Leoncavallo...

Ma, pur fornito di tante qualit, avrebbe avuto Squalone anche quella di non
essere il lavavetri di Bossi, il suo marocchino, il drogato della droga
iperleghista?
Formentini si mosse subito bene.
E piacque.
Soprattutto perch sembrava tutto l'opposto di Bossi.
Tanto che il Giornale di Montanelli, per la penna di Federico Bianchessi, l'8
marzo lo descrisse cos: Formentini assomiglia a Bossi come l'Apollo del
Belvedere assomiglia a Sgarbi nudo.
Non vaneggia millenarismi in chiave lombarda, secessioni o pogrom.
Viaggia a mille miglia da Miglio.
Sa leggere un bilancio.
E ha persino il colletto della camicia ben stirato .
Il candidato-sindaco ricambi con dichiarazioni distensive.
Persino verso il Pds, ciumbia! Spieg, sempre a Bianchessi: Il Pds milanese
uno dei pi vivi e avanzati, proteso al moderno.
Si sta evolvendo.
Abbandona il polo cattocomunista per approdare a quello progressista-laico.
Va nella direzione giusta.
E dunque un interlocutore possibile .
Imprudente, questo Formentini! Che gli fossero tornate in corpo le sue vecchie
voglie di socialista lombardiano? Che disastro se fosse stato davvero cos.
Come poteva piacere ai salotti moderati che aveva il compito di conquistare?
Salotti strapieni di gente titolata, dai doppi o tripli cognomi, come quelli che
l'Indipendente elenc nella cronaca di uno dei pranzi elettorali per lo
Squalone, hotel Cavalieri, 200 coperti, 70 mila lire a testa: I conti Negri
d'Oleggio, Rubina Marinotti, i gioiellieri Buccellati, Achille Linneo Colombo
Clerici, Madina Branca (quelli del Fernet), il conte Caproni, il giovane
Federico Tronchetti Provera, Fiammetta Preti Piletti, della dinastia che ha dato
vita al The Ati...
Ma s, forse Squalone aveva bisogno di una stirata.
Una stiratina.
Una scampanellata d'avviso.
Per decisa.
Anche se era di una fedelt assoluta al Bossi.
E se, parlando del Bossi, diceva, sospiroso: E un pezzo di me! E se, nel
muoversi, sembrava far di tutto per dar ragione a quella linguaccia perfida del
Gianni Prosperini, ex leghista, che diceva di lui: Formentini un robot
telecomandato da Bossi.
O alla sorella-nemica dell'Umberto, l'Angela Bossi, che strillava: E un Signor
Obbedisco!
Umberto il Barbarissimo la stirata gliela diede verso la fine di aprile.
E col suo stile brutale.
Per prima cosa, il Bossi present anche la propria candidatura a sindaco,
ringhiando: Decideremo non all'ultimo giorno, e nemmeno all'ultima ora, ma
all'ultimo secondo, chi sar il candidato della Lega a Milano .
Poi il 29 aprile grid, neppure tanto in cifra, che il Formentini non poteva
funzionare se la partitocrazia avesse candidato un vero big: Allora devo
scendere in campo io, perch quella di Milano sar la battaglia finale; da una
parte la Lega, dall'altra il regime.
Milano come Stalingrado: ci bombarderanno con un mare di fuoco, ma alla fine
vinceremo .
E ancora: L'Armata Brancaleone della partitocrazia sta marciando su Milano.
Ma Milano sar la loro Stalingrado!
Stalingrado? Ecco l'inventore di questo slogan di guerra: Bossi, non
Martinazzoli, come molti credettero.
Bossi, poi, continu incalzante, parlando con il suo biografo, Daniele
Vimercati, che lo intervistava per il Giornale del 30 aprile: Il sindaco di
Milano dovr essere della Lega, altrimenti la partitocrazia avr partita vinta
in tutto il paese.

Quando saremo a Palazzo Marino, tratteremo con il potere romano da pari a pari.
E prenderemo per il bavero il presidente della Repubblica perch, con la mossa
di mandare Ciampi a Palazzo Chigi, ha dimostrato di non essere al di sopra delle
parti, di giocare con la maglia del regime.
Gli diremo, alla milanese: 'U, t, va fora di ball!'.
E lo costringeremo a ritirare le sue truppe .
E con un sindaco come Bossi, che cosa sarebbe accaduto? Il medesimo Bossi
dettagli quanto segue: Milano diventer la capitale d'Italia.
Ritireremo la delegazione al Parlamento, perch quella Camera e quel Senato non
hanno pi alcuna legittimit.
Il Senato lo faremo a Milano.
E allora tutto potr accadere .
Formentini abbozz.
E a Federico Bianchessi, sempre del Giornale, farfugli: No, non affatto per
paura di perdere che Bossi si candida anche lui.
Io resto candidato.
Decideremo il 6 maggio chi scender in campo .
Ma quel demonio del Bossi non era ancora contento.
Quando decise, una volta per tutte, che ad andare in pista doveva essere
Squalone, gli stracci il programma.
Nel senso letterale, obbligandolo a mandare al macero migliaia e migliaia di
opuscoli.
Piombato all'improvviso nella sede milanese della Lega, il Barbarissimo ordin
di rifarne subito un altro.
Quello gi pronto, scrisse n Giornale, lo riteneva flappo: Buona, ordinaria
amministrazione, la promessa d'una vita in pantofole, una Milano sicura, ma un
po' noiosa.
Ci voleva qualcosa che graffiasse di pi, che facesse intravedere una stagione
di grandeur. . .
S, grandeur! Formentini abbozz un'altra volta.
E strill, felice: Bossi ha aggiunto varie cose.
Che condivido pienamente! Milano deve pensare in grande.
Milano come Parigi.
Grandi opere.
Culminanti con un grande progetto: la riapertura dei Navigli...
Ah, il Naviglio come la Senna! E poi luce, vita, negozi aperti la sera.
Una citt che vive giorno e notte, come in tutta Europa! Cos promise Squalone.
E Bossi fu pronto a ricambiarlo: Formentini sar l'uomo della grandeur
ambrosiana.
Se vince lui, Milano s'aggancer all'Europa.
Se vince uno degli altri, questa citt diventer Medio Oriente.
Ma non ho dubbi: vincer Formentini.
E sar Formentini il nostro De Gaulle!
E dopo tanti tira-e-molla, anche il cauto Squalone si convinse che avrebbe vinto
lui.
Disse a Di Rienzo, dell'Espresso, con buon anticipo: Disputer la finale contro
Nando dalla Chiesa.
E poi sar una passeggiata arrivare fino a Palazzo Marino .
Bestiario sull'Ingegnere.
7 maggio 1993.
PROPRIO nei giorni in cui il Bossi stracciava il programma a Formentini,
qualcuno stracci qualcosa anche a me: la convinzione, candida, ingenua, un po'
da fesso, di lavorare in un fortino che il maremoto di Tangentopoli non avrebbe
lambito mai.
Il 29 aprile, gioved, si teneva a Ivrea l'assemblea dell'Olivetti.
A un certo punto, venne chiesto a De Be nedetti: Lei non ha mai pagato tangenti
o finanziato partiti? Lui rispose: Mai.
Non ho mai corrisposto finanziamenti a partiti politici o a entit a essi
collegate.
E nessun amministratore, dirigente o funzionario dell'Olivetti mai stato
coinvolto in questo tipo di processi .
Il 30 aprile, venerd, trovai sui giornali le parole dell'Ingegnere.

Misi via un paio di ritagli, pensando: speriamo di non dovercene occupare.


Durante la giornata, quando ci ripensai, mi ridissi: speriamo bene!, s,
speriamo che non siano dichiarazioni avventate.
Obbligate, forse, ma rischiose.
Il mai di De Benedetti mi suonava troppo uguale al mai di Romiti.
Nel rifletterci, chiedevo a me stesso: ti sei domandato, qualche volta, se
l'Ingegnere avesse sganciato anche lui le sue mazzette? Certo che me l'ero
chiesto.
E mi ero risposto cos: le avr pagate di sicuro.
Forse tante.
Forse poche.
Ma era molto probabile che le avesse pagate.
Altre volte, invece, inclinavo verso l'opinione opposta: forse no, lui non aveva
voluto sganciare.
Del resto, nel 1985, con la Sme era accaduto cos, no? Un boss partitico
dell'epoca gli aveva detto: se lei vuol prendersi la Sme, deve darmi tot.
De Benedetti aveva risposto no.
E la Sme non era riuscito a comprarla.
Mi chiesi anche: abbiamo indagato su tante tangenti, per mai su quelle,
ipotetiche ma possibili, pagate dal nostro azionista.
Risposta: andiamo!, neanche dieci Superman del giornalismo indipendente
sarebbero stati capaci di tanto.
Sempre quel 30 aprile, per, c'era sui giornali un'altra notizia.
Anzi, su di un giornale: l'Avvenire, quotidiano cattolico di Milano.
Il titolo diceva: Anche De Benedetti nell'inferno di Tangentopoli .
Contenuto del pezzo: presunte mazzette versate dalla Sasib e da una sua
controllata, la Luzi, due societ del gruppo Cir.
Il 1 maggio, sabato, lo scoop dell'Avvenire rimbalz su altri giornali.
Il Corriere titol: De Benedetti e le tangenti.
Accuse e secche smentite.
Il Giornale: Bufera anche sul gruppo De Benedetti .
E n Giorno, che era il pi tosto: De Benedetti, soldi al Pci.
Una societ del Gruppo avrebbe pagato per appalti ferroviari .
Questo era il titolo di prima pagina.
A pagina 8, altro titolo: Per mazzette a Roma.
Sotto inchiesta pure il gruppo De Benedetti .
In complesso, le notizie non erano molte.
E le smentite della Sasib nette e dure.
Tant' vero che la bufera sembr finire l.
Passarono cinque giorni senza novit.
La sera del 6 maggio, gioved, Rinaldi mi disse: La redazione di Milano ci
avverte che sta per uscire un verbale di un anno fa, giugno 1992, che riguarda
la Sasib.
L'amministratore delegato, Giancarlo Vaccari, si era presentato da Di Pietro per
confessare di aver dato tangenti alla Dc e al Psi.
Domani questo verbale star su tutti i giornali.
Che facciamo? .
Beh, dobbiamo occuparcene.
Rinaldi mi chiese: Come? Questo numero dell'Espresso quasi tutto chiuso.
Dovremmo trovare qualcosa di nuovo, delle carte che non siano gi finite agli
altri giornali.
Non ce la faremo mai .
Dissi a Claudio: Allora posso occuparmene io.
In che modo? .
Posso scriverci il Bestiario .
E per dire cosa? .
Che De Benedetti deve andare alla procura della repubblica e raccontare tutto
delle tangenti che ha pagato.
Rinaldi mi guard sbarrando gli occhi: E una cosa da pazzi.
Non l'ho mai visto fare da nessuno. . .
Gli dissi: E che significa? Da pazzi o no, facciamolo noi.
Ma s, lo far io .
Claudio ci pens su per quattro, cinque secondi.

Poi esclam: Facciamolo.


Fallo tu, come ti sembra giusto farlo .
Il 7 maggio, venerd, scrissi il Bestiario su De Benedetti.
Si concludeva cos: caro Carlo, devi raccontare che cos'hai incontrato nel tuo
lavoro di capo d'impresa.
I serpenti che hai scoperto sotto le foglie.
Il marcio che sei stato in grado di respingere e quello che hai dovuto
accettare.
Questo racconto lo devi a quelli che lavorano con te.
Lo devi alla tua immagine di imprenditore e di cittadino Ma lo devi soprattutto
al nostro paese.
Tu sai che la crlsi italiana non avr uno sbocco limpido se resteranno zone
buie, verit non dette, storie inesplorate.
Allora, scegli i tempi e i modi per renderlo, questo servizio all'Italia.
Per armati di coraggio e fallo.
Rinaldi lesse il Bestiario e sospir: Ottimo.
Che Iddio ce la mandi buona .
Non era felice di pubblicarlo.
Del resto, io non ero stato per niente felice di scriverlo.
Forse eravamo davvero pazzi.
Per non potevamo non essere pazzi.
Dovevamo esserlo.
Per rispetto verso i lettori.
Per essere credibili come giornalisti.
Per poter continuare a scrivere delle tangenti degli altri.
Di tutti gli altri.
E anche per tutelare il bene aziendale che ci era stato affidato: l'Espresso, la
sua attendibilit, la sua autonomia, la sua immagine.
E poi, accidenti!, non volevo andare in giro e sentirmi dire dal primo che
passava: Ah, voi di via Po, che bei mignottoni siete! Avete campato per mesi su
Mani Pulite.
Ma adesso che tocca al vostro padrone, tutti zitti e mosca!
Dissi a Claudio, ridendo un po' verde: Eccoti uno scoop fabbricato tutto in
casa! E lui, pi verde di me: Gi.
E adesso che titolo ci mettiamo? .
Il titolo lo far Toni.
Pinna lesse il Bestiario sul video.
Nel leggere ringhiava basso: Ottimo.
Ci voleva.
Guai a non farlo .
Poi il titolo gli venne di getto: E adesso, Ingegnere / devi farci sapere...
Claudio lo approv: Va bene.
Voi avete lavorato, ma adesso devo lavorare io.
E a me tocca il lavoro peggiore.
Dovr informare De Benedetti.
Glielo dir domani, quando l'Espresso sar gi stampato.
Un Bestiario cos non posso farglielo trovare sul giornale luned mattina, come
una sorpresa nell'uovo di Pasqua .
Rinaldi torn a casa, a Milano.
E il sabato 8 maggio chiam De Benedetti al telefono e lo avvis.
Mi raccont poi che lui aveva detto soltanto: Ah s? Potevate dirmelo prima.
Vi avrei fatto notare che non sono nemmeno consigliere della Sasib. . .
Gli chiesi: Come ti sembrato De Benedetti? E lui: Abbacchiato.
E un po' freddo .
Quel sabato andai anch'io a Milano.
Per strada, incontrai un amico che mi disse: Sta per scoppiare un grosso casino
per l'Olivetti.
Un tizio finito davanti a Di Pietro, il segretario di un direttore generale
delle poste o dell'azienda dei servizi telefonici, non lo so con esattezza, pare
abbia detto: l'Olivetti ha pagato tangenti per piazzare le sue macchine.
Avete qualcosa su questo, nell 'Espresso di luned? .
No, niente , risposi.

Poi dissi, fra me e me: Accidenti, meno male che l'ho scritto, quel Bestiario .
La sera di domenica 9 maggio andai a cena con due amici.
Uno di loro era un dirigente della Mondadori.
Cominciarono a sfottermi con affetto: E allora? Sull'Espresso avete scritto
qualcosa a proposito della Sasib? Quanto lungo? S, quanto lungo il vostro
silenzio sulle tangenti dell'Ingegnere? Mi misi a ridere.
Perch ridi, sciagurato? .
Perch domani sull'Espresso troverete un Bestiario intitolato: 'E adesso,
Ingegnere, devi farci sapere...' Mi guardarono sbalorditi: Ci stai prendendo in
giro? .
Macch.
E il giorno che dovesse mai toccare a Berlusconi o a Confalonieri, vorrei
leggere su Panorama un pezzo del direttore che dice: e adesso, Cavaliere, devi
farci sapere...
Il luned 10 maggio tornai a Roma, al mio posto di lavoro.
Ti ha cercato De Benedetti , mi disse subito la segretaria.
Va bene.
Lo richiamer quando la riunione sar finita.
Richiam lui, verso mezzogiorno.
Era cordiale, come al solito: Ho letto.
E ti dico subito che hai scritto un bellissimo articolo.
Ma dovevate dirmelo prima.
Me lo doveva dire Claudio, e anche tu che sei il condirettore.
Perch farmelo trovare sul giornale? Tanto pi che nessuno, tantomeno nei
giornali della Fiat e figurati in quelli di Berlusconi!, creder mai che
l'abbiate fatto senza dirmelo .
Gli risposi che non potevamo, che non dovevamo, che non era nel gioco delle
parti il dirglielo.
De Benedetti mi replic: Non vi avrei mai limitato.
Puoi immaginare che avrei fatto qualcosa per fermarvi? Per, sapendo che
scrivevi questo, avrei fatto subito qualcosa.
L'avrei fatta prima .
Non avevo il diritto di chiedergli che cos'avrebbe voluto fare prima .
E non glielo chiesi.
Del resto, io mi ero regolato come mi era sembrato giusto, scrivendo quel che
avevo scritto.
La mia parte finiva l.
Per non ci voleva molto a capire.
Forse De Benedetti aveva gi cominciato a far qualcosa.
O aveva gi deciso di farlo.
Per esempio, di andare da Di Pietro.
Ma adesso, qualunque decisione avesse preso, poteva indurre qualcuno a dire: fa
cos perch persino quelli dell'Espresso gli hanno detto di farlo...
Arrivai anche a pensare: chiss, sia pure senza volerlo, abbiamo messo
nell'angolo De Benedetti.
Se non gli fosse mai passato per la testa di presentarsi alla procura, ed era
suo diritto fare anche questa scelta, adesso in qualche modo sarebbe stato
costretto ad andarci.
Quella mattina mi telefon un vecchio amico.
Un giornalista del nostro gruppo.
Molto sensibile alle questioni di etica. Molto convinto del
lavoro di Mani Pulite.
Disse: Ho letto, ho letto.
Che cosa ne pensi? Abbiamo fatto bene o male? Lo sentii un po' incerto.
Gli domandai: Pensi che non dovevo scriverlo? Rimase in silenzio.
Poi rispose: No, questo no.
Ma forse dovevate dirglielo, all'Ingegnere.. . .
Come potevamo? Non era possibile.
E non dovevamo.
La sera, un altro giornalista mi telefon da Milano: Qualcuno dei giudici di
Mani Pulite pensa che il tuo Bestiario sia stato concordato con De Benedetti.
Lui voleva presentarsi alla procura.

Ma gli avevano fatto sapere di aspettare perch avevano tra le mani il caso
Fiat.
Il tuo Bestiario l'hanno preso come una pressione su di loro, per spingerli a
ricevere l'Ingegnere .
Cavolo!, pensai, siamo proprio sputtanati, noi giornalisti.
Mai che qualcuno pensi: quel tizio ha scritto quella tal cosa soltanto perch
voleva, e poteva, scriverla.
Senza secondi fini.
Senza uno scopo nascosto.
Per conto di nessuno.
Per conto soltanto di se stesso.
Ma cos andava il mondo.
Soprattutto per colpa nostra.
Di noi giornalisti.
E delle nostre troppe carte false.
Dunque, pazienza! Bisognava dar per scontato che molti ci considerassero sempre
al servizio di qualcuno.
E complottatori di qualche complotto.
Come accadde in quei giorni, quando Rinaldi decise di fare una copertina su
Occhetto.
Con la scritta: Occhettopoli .
Occhettopoli.
I 10 maggio 1993.
OCCHETTOPOLI? S'incazzeranno a morte, Occhetto e i suoi! dissi a Rinaldi.
Lui sospir, voglioso: E un bel
titolo.
E poi un'immagine nuova, nessuno l'ha mai usata.
Ce l'ho in mente da domenica.
Potremmo metterci l'Occhetto disegnato da Kruger.
Ti sembra un disegno cos crudele? .
Bah, crudele no: Achille ha soltanto l'aria del cocker bastonato.
E l'aspetto che spesso ha e che lo fa simpatico.
Qualcuno l'ha pure scritta, questa storia del cocker, non mi ricordo chi.
E poi quel ciuffo alla Fonzie e gli occhioni rivolti al cielo...
No, crudele no.
Per quel disegno li far infuriare due volte, caro Claudio.
Lui concluse: E va bene.
Pensiamoci su.
E soltanto luned .
Ci pensammo.
Ci ripensammo.
Perdemmo qualche minuto per discutere se mettere o no l'accento su Occhettopoli.
Poi lasciammo perdere gli accenti: troppe sottigliezze per un settimanale.
Comunque, la copertina dell'Espresso in uscita il luned 17 maggio sarebbe stata
quella.
Osserv Claudio: La materia c'.
Non una storia campata in aria .
Ma s, era un'accusa forte.
Per non a vanvera.
Occhettopoli esisteva e come! Anche se era una citt diversa da Tangentopoli.
Per rendersene conto, bastava tornare indietro di poche settimane.
E rivedere il brutto mese d'aprile che la Quercia aveva dovuto passare.
Un mese che si era aperto con l'arresto di Angelo Basilico, segretario della
federazione di Varese.
L'accusa: concussione, per una tangente connessa alla costruzione di un
complesso commerciale e residenziale, spartita con altri politici.
Basilico si era dimesso dall'incarico otto giorni prima dell'arresto, dopo la
cattura di un compagno, il vicesindaco del Pds di Busto Arsizio.
Date le dimissioni, non aveva tagliato la corda, ma era tornato a casa, a
Saronno.
Nel tornarsene aveva detto: Preoccupazioni? Ma no, sono sereno.
Ho un conto in banca con quattro milioni.

E l'unica cosa che possiedo una Uno che mi ha regalato mia madre.
Quando lessi che l'avevano preso, ne fui sbalordito: Ma come? Basilico un
tangentista?
Avevo un bel ricordo di lui.
Sabato 14 dicembre 1991, Varese, dibattito sul mio Regime con Walter Veltroni,
organizzato dal Pds della citt.
Basilico mi aspettava in federazione.
Calvo, ma con una faccia giovane, degna dei suoi 36 anni.
Anni tutti spesi per il partito e nel Varesotto.
Un pezzo d'Italia che, mese dopo mese, si era intriso di leghismo, al punto di
diventare una delle piazzeforti dei lumbard.
Del resto, il Bossi era di Cassano Magnago e risiedeva in citt.
Il nemico in casa.
E che nemico!
Basilico, estroverso, allegro, pragmatico, fu molto schietto con Veltroni e me:
la Lega stava divorando gli altri partiti.
E conquistava i giovani.
Un mare di giovani.
Che si scoprivano leghisti per tanti motivi, ma soprattutto per uno: la Lega gli
appariva l'unico movimento politico capace di organizzare la rabbia giovanile.
Se un giovane non trovava lavoro, diventava leghista.
Se un giovane voleva contestare il sistema di potere imperante in Italia,
diventava leghista.
Se un giovane voleva ribellarsi contro chi non era pi giovane e comandava,
diventava leghista.
Mi disse Basilico: Qui la Lega fa paura.
Ce l'abbiamo addosso.
La vediamo in faccia tutti i giorni.
E a combatterla siamo rimasti soltanto noi e un po' di preti .
Sempre lui mi spieg che Bossi stava organizzando la Lega come una volta era
stato organizzato il Pci.
Un partito che il Barbaro conosceva bene: lo aveva frequentato e, forse, ci era
pure stato iscritto.
Come si muovevano i suoi? Quando decidevano di insediarsi in un comune, facevano
due cose.
Affittavano una sede in centro, proprio in centro.
E al balcone, o alla finestra, esponevano subito la bandiera.
Potevano non esserci ancora i mobili, ma la bandiera s, e doveva essere be 262
ne in vista.
Era un avviso alla gente, pi efficace di cento manifesti: eccoci qui, siamo
arrivati.
Anche la tecnica per incontrarla, questa gente, per conoscerla, per agganciarla,
copiava esperienze antiche.
Niente dibattiti noiosi.
Niente comizi che finivano l.
Ma feste popolari.
Incontri all'aperto.
Picnic.
Serate danzanti.
Sempre sotto il segno del bandierone lumbard
Che brutta bestia, questa Lega.
E che bestia intelligente.
Quando con Veltroni andai alla Camera di commercio per presentare il mio libro,
mi resi conto che il Barbaro faceva davvero paura.
Un mare di gente, tanti interventi e nessuno che osasse tirar fuori la questione
Lega.
Allora decisi di farlo io.
Cominci un dibattito caldissimo e allarmato.
Sotto lo sguardo da furetto del Basilico.

Un mondo finito.
Dodici mesi dopo, nel dicembre 1992, la Lega conquist il comune di Varese,
anche sull'onda di una spaventosa Tangentopoli locale, con cinquantaquattro
arresti, quasi tutti nella Dc e nel Psi.
Sindaco di Varese divenne un leghista.
Con l'appoggio del Pds! E adesso, l'uomo del Pds che avrebbe dovuto guidare la
lotta politica contro tutto questo era finito in carcere (innocente? colpevole?)
proprio per malloppismo.
///
Dopo Varese, tocc a Napoli.
Anche qui mazzette rosse, come dicevano i titoli dei giornali, sbrigativi ma non
inesatti.
Un inferno spalancato da una catena di confessioni, tra le prime quella di
Alfredino Vito, ve lo ricordate? Un inferno certo enormemente pi ridotto di
quello che inceneriva gli dei di Partenope, nei santuari della Dc, del Psi, del
Pli.
Ma pur sempre un luogo di fiamme, tormenti, angosce.
Un deputato del Pds, Berardo Impegno, messo al tappeto da un'informazione di
garanzia.
Altri dirigenti della Quercia inquisiti.
Due ex consiglieri del Pds arrestati.
Verso il 10 aprile, il vertice delle Botteghe Oscure fu costretto a mandare in
quell'inferno un commissario.
E fu Antonio Bassolino.
Qui devo fermarmi, perch ho un obbligo da assolvere.
In quella serata dell'8 settembre, alla Festa dell' Unit di Reggio Emilia,
avevo detto a Bassolino: Ma ti rendi conto che un ciclone sta per investire
tutti i partiti, compreso il tuo? Tu sei un combattente vero.
Ma rischi di fare la fine del giapponese nella giungla: lui continuava la guerra
da solo, senza sapere che la guerra era gi finita .
Bene, Bassolino si rivel un combattente duro.
Anche nella giungla di Napoli.
Ma qui scopr che la guerra non era finita.
E che lui non era il solo a combattere.
E che in quella guerra qualche battaglia importante la si poteva vincere.
Insomma, su questo punto ebbe ragione lui e torto io.
La giungla sotto il Vesuvio, per, era di quelle maledette.
La pi orribile.
Piante carnivore e serpenti velenosi dappertutto.
Oppure, una vera giungla d'asfalto, terreno di battaglia per bande politicocamorristiche che si combattevano con ferocia, si sparavano, si ammazzavano.
Quindici giorni dopo il suo arrivo in quel carnaio, Bassolino raccont a Stefano
Bocconetti, dell'Unit, che cos'aveva trovato.
E cominci descrivendo la devastazione politico-morale della propria trincea: La
federazione sembrava un palazzo bombardato, dopo una guerra...
Poi spieg con drammatica schiettezza l'inferno napoletano e la parte del Pds in
quell' inferno: A Napoli il sistema marcio targato Dc e Psi.
E a questi una mano l'ha data anche il Pli. l la cupola.
L vanno cercati i rapporti organici tra politica e camorra.
Noi siamo stati gli antagonisti di quel sistema.
L'abbiamo sempre com 264
battuto.
E spesso siamo stati gli unici a combatterlo.
Non credo, dunque, sia possibile anche solo il confronto fra noi e il vertice di
quella cupola camorristica.
Per. . .
Su questo per, il Giapponese sost un istante, quasi a raccogliere le forze per
sputar fuori quel che gli bruciava dentro sul Pci e sul Pds: Per che ci sono
stati fenomeni di vera e propria degenerazione del costume politico e personale.
E allora penso che abbiamo a che fare con problemi seri e gravissimi.

Proprio perch siamo stati il Pci e siamo il Pds, da noi, oppositori di quel
sistema, i cittadini hanno il diritto di pretendere l'assoluta integrit
politica e morale, collettiva e individuale .
Bocconetti gli domand: In queste ore stanno venendo fuori nomi di altri
militanti coinvolti nelle inchieste.
Dunque, non finita? E Bassolino, schietto: Io non mi sento di escludere che
possa esserci dell'altro.
I giudici facciano la loro parte.
A noi spetta operare una rottura drastica con comportamenti che hanno deturpato
la nostra immagine .
///
Mentre Bassolino si dibatteva nell'inferno napoletano, al nord il signor G. , il
compagno Primo Greganti, teneva duro nell'inferno di San Vittore.
Su questo uso dell'immagine tener duro per Greganti, torner pi avanti, quando
racconter del mio incontro con l'uomo del conto Gabbietta.
Ma qui debbo riferire subito la precisazione lessicale che lui mi sottopose.
Diceva cos: non che io tenessi duro nel senso che tacevo, io rispondevo agli
interrogatori dicendo la verit, solo che questa mia verit o non era quella che
i giudici volevano sentire o era una verit che non li convinceva...
Sta di fatto che Greganti continu a dire che sia il conto Gabbietta sia tutti
gli affari annessi e connessi erano roba sua, pertinenze della sua impresa, e
non del Pds.
Un rebus, almeno per me.
E anche un giallo umano-politico che m'appassionava molto.
Tanto che un giorno, avendo incontrato un dirigente della Quercia che, come
tanti al Bottegone, aveva conosciuto bene il Greganti, gli chiesi: Non voglio
sapere da te chi sia davvero Greganti, perch tu non me lo diresti mai.
Ma una cosa me la puoi raccontare.
Facciamo l'ipotesi che il compagno G. avesse quel conto e manovrasse quel denaro
per il partito: lo dir mai? Lui rispose: Se lo conosco bene, star zitto.
Non c' dubbio.
E troppo orgoglioso e sicuro di s per decidersi a parlare.
E poi non vorrebbe mai recare un danno al partito .
Silenzioso il barbuto Greganti, parl invece il barbuto Caporali.
Ossia Giulio Caporali, 54 anni, ingegnere, gi dirigente delle ferrovie, gi
iscritto per pi di vent'anni al Pci, consigliere d'amministrazione dell'Ente
Ferrovie sino al 1988, quando incapp, con altri del consiglio, nell'affare
delle lenzuola d'oro.
Condannato per quella storia e poi ripescato nel 1993 dal team di Mani Pulite,
si decise a parlare E mise nei guai l'ex amministratore del Pci, Renato Pollini.
Lo mise dicendo ai giudici: gli ho portato delle tangenti riservate al Pci sugli
appalti ferroviari.
Erano precisi e pesanti i racconti di Caporali.
Ma quando cominciarono a filtrare, il gioved 29 aprile, Pollini smend tutto.
A 68 anni, era ormai in pensione questo storico amministratore del Bottegone.
Dopo aver servito sotto tre segretari (Berlinguer, Natta e Occhetto), alla
nascita del Pds non aveva voluto salire sulla Quercia e si era ritirato.
Lasciando il ricordo di un impeccabile comunista italiano, gi sindaco di
Grosseto per quasi vent'anni, e di un integerrimo curatore della complessa
amministrazione del Partitone Rosso.
Era lui a dire la verit? O la verit la diceva Caporali?
Nel Pds cominciarono a lapidarlo, il barbuto ingegnere, sospeso dal partito il
25 novembre 1988.
E quante ne dissero.
Che era stato espulso per indegnit.
Che la condanna gi ricevuta diceva tutto di lui.
Che i soldi li aveva incassati per s.
Che con quei soldi si era comprato una tenuta a Montepulciano.
Che diceva bugie per vendetta.
Un giovane deputato di Rifondazione, Nichi Vendola, strill: E un mascalzone.
E Pollini continu a smentirlo.

Disse il 6 maggio: Caporali ha inventato di sana pianta rapporti e colloqui con


lui che io non ho mai avuto e che mai mi sarei sognato di avere .
Sment anche Occhetto, con una smentita globale, che partiva dal signor G. La
sera di luned 10 maggio, intervistato a Mixer da Giovanni Minoli, disse: Non ho
mai visto n conosciuto Primo Greganti.
Non perch ci sia niente di male.
Ma quelli erano gli anni di Tien-an-Men e noi preparavamo la svolta.
Eravamo divorati da una passione politica incredibile e come gruppo dirigente
non ci occupavamo dell'amministrazione .
Minoli lo incalz: Non sapevate nulla di queste operazioni? E Occhetto:
Assolutamente nulla! Poi, ma era un vecchio vizio, grid al complotto: C' una
campagna di stampa orchestrata da forze conservatrici e reazionarie, palesi e
occulte, che ritengono disdicevole per questo paese che un partito della
sinistra, che ha antiche radici ma che si profondamente rinnovato, rimanga in
piedi!
La mattina successiva, 11 maggio, marted, chiesi a Claudio: Hai sentito
Occhetto a Mixer? Pensa che cosa grider dopo avere visto la copertina su
Occhettopoli...
Quel pomeriggio, Pollini fu arrestato e portato da Firenze a San Vittore.
L'accusa: violazione della legge sul finanziamento dei partiti e corruzione, in
concorso con Caporali e Fausto Bartolini, gi dirigente delle cooperative rosse,
incarcerato anche lui.
Il Pds fece muro.
Un muro pi alto di quello tirato su per tener lontano il Greganti.
Un muro, stavolta, per difendere Pollini.
Dissensi? Pochissimi, almeno quelli dichiarati.
Ferdinando Imposimato, gi magistrato, deputato del Pds eletto a Napoli-Caserta,
disse a Francesco Verderami del Corriere: La prima cosa che il Pds deve fare
seguire l'esempio di Romiti: andare dalla magistratura per dire ci che si sa.
Perch lo stillicidio delle notizie e delle smentite avr un effetto devastante.
La seconda cosa che il partito dovr fare mandare a casa Occhetto.
La sua intervista a Mixer sul partito dal volto pulito dimostra quantomeno una
grave leggerezza politica .
Lo stesso giorno, Raffaele Capitani, della redazione emiliana dell' Unit,
raccolse qualche testimonianza molto allarmata tra i dirigenti di base della
Quercia.
Paolo Giovannini, segretario di una sezione del Pds del Reggiano, disse: tra i
militanti c' una convinzione molto diffusa che un coinvolgimento esista.
La sensazione che, per mantenere una struttura burocratica ed elefantiaca come
quella del vecchio Pci, le sottoscrizioni fossero necessarie e utili, ma non
bastassero.
In molti c' il sospetto che, per far fronte a quella situazione, si siano
aperte le porte a mezzi poco legittimi.
Ripeto che sono ipotesi, sentimenti , concluse Giovannini.
Parl poi un amareggiato Danilo Bassoli, segretario del Pds di San Faustino, a
Modena: Il caso Pollini chiama in causa il gruppo dirigente.
Infatti, delle due l'una: o quando hanno smentito hanno detto il falso; oppure
non sapevano niente e allora ci si chiede dov'erano e cosa facevano...
Anche questi compagni, tutta via, batterono e ribatterono sul tasto della
diversit del
Pci-Pds.
Una diversit , disse Giovannini, che resta, che rimane salva.
E di ci bisogna essere fieri.
Ma i dirigenti nazionali seguitarono a smentire Sment Fabio Mussi, a Rosso e
Nero, messo davanti a una piazza veneta di leghisti assatanati e urlanti anche
formidabili imbecillit, come quella che la Resistenza era un'invenzione della
propaganda comunista.
Sment Nilde Iotti: C' un disegno per far fuori il Pds, l'ultimo partito
popolare rimasto in piedi .

Sment D'Alema che, di fronte all'elenco dei pidiessini coinvolti in inchieste


sulla corruzione in varie citt (72 inquisiti, dei quali 39 arrestati) rispose:
E un calcolo della minchia un'assurda generalizzazione .
Il 13 maggio, intervistato per l'Unit da Stefano Di Michele, torn a parlare
Occhetto.
E spieg: Noi non facciamo parte del sistema della spartizione delle tangenti ".
Di Michele, allora, gli ripresent l'elenco degli inquisiti, a cominciare dai
maxi-casi di Milano e Napoli.
Ma lui replic: Un insieme di casi non sono un sistema tangentizio.
Quando si faranno i processi si vedra la differenza qualitativa tra noi e gli
altri .
Di Michele gli disse ancora: Alcuni vi chiedono di fare come Romiti, ossia di
andare dai giudici e dire tutto quello che Si sa...
Che cosa rispondi? E Occhetto: Che non abbiamo nulla da dire oltre a quello che
abbiamo gi detto.
Che non ho nessun dossier n memoria da portare ai giudici come ha fatto Romiti
.
Poi torn a tuonare il cannone di D'Alema.
Il venerd 14 maggio, parlando agli universitari dell'associazione Aurora,
spieg che era un falso storico inserire il Pci nel sistema delle tangenti.
Oggi si fa finta di dimenticare che quel sistema era stato messo in piedi da
entl, aziende e partiti di governo per combattere il Pci.
Aggiunse: Le tangenti non servivano a pagare le segreterie di partito, come
pensa quella bravissima persona di Giampaolo Pansa che per non capisce niente,
bens per sostenere un potere parallelo a quello dei partiti, fatto di apparati,
di posizioni personali o di cordate .
E adesso, forse, si era all'ultimo atto di quel complotto.
Mi disse quel giorno un dirigente del Pds: Comincio a pensare che i giudici
vogliano incastrarci a tutti i costi.
E che voi giornalisti, anche senza rendervene conto, gli stiate dando una mano
di quelle! Anche pi duro fu D'Alema.
Parlando ad Altamura il sabato 15 maggio, si scagli contro il Corriere, La
Stampa, Repubblica e le monnezze spacciate da noi dell'Espresso, giornali di
propriet di tutti i carcerati di Tangentopoli, preoccupati che, nel crollo
della vecchia politica, una grande forza di sinistra sia rimasta in piedi .
Lo stesso sabato, alla Fiera di Roma, Occhetto, l convenuto per un incontro di
Verso l'Alleanza Democratica, si accost a Ferdinando Adornato, nostro collega
all'Espresso.
Doveva aver saputo della copertina perch gli sibil: Miserabili! Banda di
miserabili! Adornato, che ignorava quale copertina avessimo preparato, cadde
dalle nuvole: Achille, ma che mi stai dicendo? E Occhetto, sempre pi nero:
Occhettopoli! Adornato (frastornatissimo): Occhettopoli?! Ma che vuol dire? E
Occhetto (furioso): S, questo avete osato scrivere: Occhettopoliiiii!
Infuriato a Ivrea.
20 maggio 1993.
SMAGLIANTE e malvagia, la nostra copertinaccia su Occhettopoli and nelle
edicole la mattina di luned 17 maggio.
Ma nel frattempo (ecco la disgrazia dei settimanali!) la storia o, per esser
meno megalomani, la cronaca ci aveva gi regalato un nuovo evento.
E su tutto un altro fronte.
Il fronte era quello dell'Olivetti. E l'evento era il seguente: il pomeriggio di
domenica 16, De Benedetti aveva salito le scale del dottor Di Pietro.
Giunto al cospetto dell'Inquisitore, l'Ingegnere aveva esclamato: eccomi!,
giudice, anch'io ho pagato le mie tangenti.
Quante? Pi o meno una ventina di miliardi.
Un preannuncio dell'evento stava sul Corriere della Sera gia la mattina di
quella domenica.
A pagina 10.
Accanto a un titolo che sembrava fatto apposta per la nostra storia di copertina
( Tangenti a Como.
Pds, in cella capogruppo alla Regione Lombardia ), ne squillava un altro a sei
colonne: Anche De Benedetti dai giudici? .

A causa della mia mania per i particolari paradossali, mi colp un passaggio


della cronaca di Gianluca Di Feo e Dario Di Vito: Almeno nove miliardi sarebbero
usciti dalle casse di Ivrea per finire nei forzieri dei partiti.
Con un esattore tutto particolare: Giuseppe Lo Moro, in codice 'Pietro', nato in
Calabria e residente, ironia della sorte, in via Debenedetti
Il luned 17 maggio, la confessione dell'Ingegnere tracim da tutte le prime
pagine dei quotidiani.
Rinaldi se li stava leggendo uno per uno quando ricevette una telefonata da De
Benedetti: Avete visto? Ho fatto quello che mi avete detto di fare...
Chiesi a Claudio: Com'era il tono della telefonata? .
Bah, un po' ironico.
Poi disse, quasi tra s: Un bel guaio.
Fino a qualche tempo fa c'era il Pds a sembrare illibato.
E c'era pure l'Ingegnere.
Adesso anche loro stanno in Tangentopoli.
Insomma, adesso tutti uguali! A parte uno, che non voglio nominare.
E il trionfo di Cossiga.
Non era lui che voleva la Grande Confessione?
Chiesi a Claudio: Che facciamo? .
Lo sai gi, no? Faremo molte pagine su questa storia di famiglia.
Ho in mente un titolo per la copertina: 'Noi e lui', ossia noi e Carlo, il
nostro editore.
E per sbattere Carlo in copertina, useremo, come per Occhetto, il disegno di
Kruger.
Era da un pezzo che ce l'aveva mandato da Amburgo: adesso arrivato il momento
di stamparlo.
Io scriver.
Ma tu devi fare la parte pi ingrata. . . .
Quale? chiesi un po' allarmato.
Beh, visto che avevi scritto il Bestiario sull'Ingegnere, adesso ti tocca
intervistarlo.
Sentiremo se lui ci sta.
Se d'accordo, vai a Ivrea e chiedigli quello che ti passa per la testa.
A Ivrea? Per intervistare il padrone del giornale? Non ne avevo mica voglia.
Dissi a Rinaldi: Ma che intervista posso fare all'Ingegnere? Quel che c' da
sapere, sta gi sui quotidiani di stamane.
E poi, mi vedi, no? Certo, ha fatto quello che anch'io gli avevo chiesto di
fare.
Ma adesso mi sento imbufalito per questa storia.
E sono infuriato con lui.
Sono deluso, in modo ruvido, perch lui ha parlato di racket dei partiti di
governo, per non ha avuto il coraggio di denunciarlo subito, il racket, neppure
ai suoi giornali.
E sono anche depresso per l'insieme della faccenda.
Sai che cosa sento, Claudio? Un'incrinatura tra noi e lui, o tra me e lui.
Come se qualcosa, di colpo, si sia rotto...
Mandaci un altro a Ivrea.
O vacci tu .
Rinaldi mi stette a sentire.
Poi concluse: Ottimo.
272
Sei nello stato d'animo perfetto per una splendida, furente, tostissima
intervista all'Ingegnere.
Dammi retta: va' a Ivrea e digli quello che hai detto adesso a me .
Il marted 18 maggio cominciammo a preparare la prima parte dell'Espresso,
quella dedicata a lui e noi.
Il mio malumore non si attenuava.
Poi mi raccontarono che, dalla tiv di Berlusconi, Sgarbi aveva cominciato ad
attaccarmi: mi accusava di aver preparato il terreno a De Benedetti col mio
Bestiario.

Allora mi feci la prima risata della settimana.


E cominciai a tirarmi su di morale.
La seconda risata me la regal, la mattina di mercoled 19, un'intervista di
Monti, il direttore di Panorama, stampata sul Giorno.
Tema: le copertine di Panorama e dell'Espresso tutt'e due dedicate a Occhetto e
alle mazzette rosse.
Un redattore di Liguori chiedeva al Ragazzone di Segrate: E ora a chi toccher
il faccione deformato in copertina? E il Ragazzone rispondeva giulivo: Voglio
sperare che quelli dell'Espresso saranno cos brillanti anche con l'ingegner De
Benedetti .
Il Ragazzone intendeva dire: brillanti come lo sono stati con Occhetto.
Ma s che lo saremo stati, brillanti, o Ragazzone Giulivo.
Quel che non si sapeva immaginare era quanto sarebbe stato brillante lui, il
giorno che fosse toccata al suo Berlusca.
Quella mattina incontrammo tutti i colleghi dell'Espresso.
Rinaldi raccont come la pensava sulle tangenti dell'Ingegnere.
Poi pass la palla a me perch spiegassi in che modo vedevo la faccenda.
Dissi: questa storia non ci tocca, non deve toccarci.
Nel senso che il giornale e i giornalisti che lo fanno sono sempre quelli di
prima.
Dunque, dobbiamo andare a testa alta.
E non facciamoci zittire da nessuno! Poi aggiunsi: questa un'altra delle
storie che stanno cambiando l'Italia.
S, l'Italia sar sempre meno quella di prima.
Tante forze, tanti partiti e anche tanti personaggi stanno entrando di corsa nel
passato.
Questa storia spinge anche De Benedetti tra i personaggi del passato, figure di
una fase della vita italiana che si va chiudendo, che si gi chiusa.
La mattina di gioved 20 maggio andai a Ivrea.
Prima di prendere l'aereo per Torino, lavorai un paio d'ore a preparare le
domande per l'intervista.
Faccio sempre cos, da tantissimi anni.
Da quando il mio primo caposervizio, alla Stampa, Bruno Marchiaro, il mio
maestro professionale, raccomandava a noi pivelli: Non fate come quello scemo
che, un giorno, si trov a intervistare il Papa e gli chiese: di che cosa
parliamo, Santit? Ma nel preparare le domande per De Benedetti mi torn il
malumore: dio mio, mi toccava sempre scriver di tangenti, e stavolta di queste
tangenti!
A Torino trovai brutto tempo.
A Ivrea pioveva.
Una pioggia sottile, quasi autunnale.
Il verde della Serra annegava tra nuvole grigie.
E anche il mio umore, ormai, era sul brutto.
Quando De Benedetti mi vide, disse: Tu non hai voglia di farla, questa
intervista.
Te lo leggo in faccia! .
E vero, non ne ho nessuna voglia .
E allora non facciamola! esclam lui.
Chi ci obbliga? Eh, no, a quel punto bisognava ballare.
E ballammo, tutt'e due.
Ne venne una buona intervista.
Domande schiette, spesso incazzate.
Risposte schiette, altrettanto incazzate.
Soprattutto nel finale.
Quando dissi all'Ingegnere: il giorno che la rivoluzione di Tangentopoli sar
conclusa, dovranno sgombrare il campo non solo molti politici, ma anche molti
imprenditori, e pure tu dovrai andartene a casa...
E quando chiusi l'intervista informandolo che lo consideravo un personaggio del
passato.
Lui replic: Andarmene? Sembra un invito, il tuo.
E anche un po' duro.

Ti rispondo in questo modo: decider di smettere il mio impegno in Olivetti il


giorno in CU1 pensassi di non essere pi utile all'Olivetti.
Oggi cos non .
Quanto al personaggio del passato, siccome ho 58 anni sono certamente del
passato, come te che sei mio coetaneo.
Ma non per quello che ho fatto, n per quello che intendo fare ancora.
E allora non mi viene neanche in mente di farmi da parte!
Quando usc quel numero dell'Espresso, De Benedetti mi telefon: Adesso che mi
sono letto l'intervista sul giornale, mi rendo conto che, in fondo, tu e io
abbiamo fatto una cosa unica nell'editoria italiana.
Da nessuna parte s' mai visto un giornalista che dica al proprio azionista:
vattene a casa! L per l non seppi che cosa rispondergli.
Mi sembrava ridicolo metterci a fare, l'uno all'altro, dei complimenti.
Ammoniva mia madre: mai essere complimentosi tra persone che si conoscono e si
stimano.
Stop.
Fine delle confessioni.
Anche perch c'era molta gente che se ne fotteva di come la pensassi su questa
storia.
Con pieno diritto, naturalmente.
E altra gente ancora, anch'essa con diritto pieno, pienissimo, nella storia c
inzuppava il pane.
Giorno per giorno, misi da parte un pacco di ritagli e di appunti che, se
soltanto mi fosse venuta la voglia di farne un sunto, ne sarebbe uscito un altro
libro.
Ma questa voglia non ce l'avevo, non ce l'ho.
Perch debbo rovistare nel bidone berlusconiano dei Fede, dei Mentana, degli
Sgarbi? E me l'ha forse ordinato il medico d'immalinconirmi su questo epigramma
di Gaio Fratini, stampato sull'Opinione liberale: Nel 'Faccia a faccia' con
Giampaolo Pansa / al sicuro si sente l'Ingegnere / come se fosse l'Espresso
ambita casa / di tolleranza e lui maitresse e cassiere...
E chi mi obbliga a considerare un avvenimento politico il convegno che Pannella
subito organizz, nell'auletta dei gruppi di Montecitorio? Basta e avanza
ricordarne lo slogan pannellista: De Benedetti e Scalfari sono gli eredi di
Craxi e Andreotti, sono loro i nuovi padroni, il nuovo potere, il nuovo regime .
Di uno, per, voglio parlare.
Perch il grande giornalista che : Giorgio Bocca.
Quella mattina di luned 17 maggio, Rinaldi domand a Bocca: Vuoi scrivere
qualcosa sulla faccenda di De Benedetti? Lui rispose, brusco e secco: No .
E ci sped una rubrica su Ingrao.
Pass qualche giorno e poi, quando il numero su De Benedetti stava in edicola da
qualche ora, Giorgio si fece intervistare da Pino Corrias per la Stampa del 25
maggio.
E spieg che no, lui non dovevano metterlo tra gli infuriati e i delusi per le
ammissioni di De Benedetti.
E a domanda rispose: Non sono caduto nello sconforto, non mi si aperto un velo
inaspettato, perch non sono un cretino, non ho vissuto in un altro mondo.
Queste cose le sapevo benissimo.
E adesso le scriver .
Perfidamente, Giancarlo Lehner, sull'Avanti! comment: Notevole il salto dei
tempi verbali: sapevoscriver.
Lo avevo notato anch'io, questo scambio di binari: imperfetto, futuro, sapevo
tutto e adesso lo racconter.
E pensai di dire a Bocca: certo, noi cretini, noi vissuti in un altro mondo,
siamo stati zitti e adesso siamo pieni di rabbia; ma tu che sapevi tutto, perch
non l'hai scritto subito? Perch annunci: lo scriver adesso? Un po' tardi,
anzi, troppo tardi, non vero?
S, pensavo di dirgli queste cose.
Poi non gli dissi nulla perch Bocca ci mand, finalmente!, un suo scritto
sull'affare Olivetti.

Accidenti, lui sapeva davvero.


Infatti ci spieg: Io da almeno quarant'anni ho amici che lavorano nella grande
industria, anche nella Olivetti, che hanno avuto e forse hanno ancora il compito
di ungere le ruote.
Poi concluse la sua lezione ammonendoci che non dovevamo partecipare alla rissa
tra De Benedetti e Berlusconi .
Inutile spiegargli che non era una rissa, tantomeno soltanto tra quei due.
E che la nostra polemica, costante, dura, contro il Biscione, le sue tiv e la
sua abbuffata pubblicitaria, era una battaglia politica, di libert, di
autodifesa civile.
S, sarebbe stata fatica sprecata.
Bocca ci avrebbe risposto con il consiglio sussiegoso che c'impart in quel suo
Antitaliano : Non vedo perch noi giornalisti dobbiamo farci coinvolgere al
punto di insultarci e diffamarci a vicenda.
Penso che sarebbe l'ora che i giornalisti per primi si convincessero che essi
sono responsabili solo di ci che firmano, non di ci che dicono e fanno i loro
editori .
Davvero per niente cretino, Bocca.
Ecco una posizione popolare, anche se tenuta in equilibrio su un presupposto che
a me, a noi, a molti, sembrava del tutto errato: che ci trovassimo, erano parole
sue, dentro un contenzioso fra persone, fra interessi, trasformato in una rissa
spesso cattiva, spesso gratuita fra giorna llsti .
Eppure, i suoi applausi corporativi li ebbe, Giorgio.
Un giovane collega mi disse: Bocca ha ragione.
In pratica sostiene: n con lo Stato n con le Brigate Rosse .
Gli risposi con una battutaccia: No, lui dice: sia con lo Stato che con le
Brigate Rosse .
Difatti lui se ne stava ben insediato su entrambi i fronti: l'Ingegnere e il
Cavaliere, Espresso-Repubblica e Mondadori, pi tiv del Biscione.
Una formidabile polizza-scudo.
Ma basta, con questa rissa, mamma mia! In quei giorni mi resi conto che
rischiavamo un po' tutti di andare a sbattere contro una roccia dura.
Una roccia che ci attendeva e molto pericolosa.
Anzi, quella roccia ci era gi addosso e rischiava di sfasciare la nostra barca
di carta.
Ce lo spieg un giornalista intelligente, Alberto Ferrigolo, sul Manifesto del
25 maggio: Col numero di ieri dell'Espresso sembra quasi infrangersi l'idea che
un gruppo di giornalisti aveva di s.
Quella di far parte di un gruppo industriale che si concepiva davvero
incompatibile con il regime e che, d'improvviso, si svegliato e ha scoperto,
invece, di esserne stato in qualche modo parte, anche se inconsapevole .
Avrebbe resistito, la nostra barca? I lettori ci avrebbero ancora creduto?
Potevamo davvero considerarci al riparo dalle tempeste che si abbattevano sul
nostro editore? Non sapevo, non so rispondere.
Speravo, spero di s.
Ma talvolta mi sorprendevo a dirmi che, forse, la campana era suonata per tutti.
Ed era finita un'epoca.
Era finita un'Italia e un'altra ne stava nascendo.
Non potevo non domandarmi se avevamo il diritto di starci anche noi.
Galoppini dei ladroni.
21 maggio 1993.
DAI con la fisa! E la fisarmonica, in quell'inizio d'estate, dava una carica di
travolgente magone alla balera emiliana.
A grande richiesta Tango rosso! Come cantava il refrain? Il Pci non c' pi /
non c' pi il Pci! E poi: Che malinconia / quando muore un'utopia .
Bello, quest'attacco di un reportage sulla Stampa di
Igor Man, dedicato a Pietro Ingrao che lasciava il Pds.
Ma non solo in Emilia si ballava, e si piangeva, con Tango rosso.
Raccont Igor: A Borgo Hermada, verso Terracina, la commessa con gli occhi
storti, la nonna che ballava col nipotino, accennavano a mezza voce il refrain,
s'avviluppavano del Tango rosso, gli occhi allagati di lacrime, come Ingrao al
momento dell'addio al suo partito...

Ma no, che il Pci c'era ancora.


E, naturalmente, c'era il Pds.
E c'erano un bel po' di lettori dell'Espresso iscritti o simpatizzanti del Pds.
Ad alcuni di loro, la copertina su Occhettopoli non and gi per niente.
E qualcuno di questi ce lo volle dire subito subito.
Con fax e lettere spedite a Rinaldi o a me.
Il primo fax mi arriv il 21 maggio.
Veniva da Ravenna, mittente l'ingegner Vittorio Savini: Caro Pansa, complimenti
per aver aderito al club dei promotori della 'Nuova Guerra Fredda' .
Firmato: Un ex lettore.
Post-scriptum: La disinformazione si fa anche dando un rilievo spropositato a
notizie vere .
Il messaggio era illustrato con una vignetta di Elle Kappa comparsa in quei
giorni sull'Unit.
C'erano i due soliti personaggi.
Uno diceva: L'Espresso dovrebbe informarsi meglio sul sistema delle tangenti .
E l'altro: Magari dal suo proprietario .
Il secondo fax, spedito dalla federazione del Pds di Avezzano, era di un
abbonato, Antonio Rosini.
Diceva: Gentile dottor Pansa, soprattutto per simpatia verso di lei che nel
1992 mi sono abbonato all'Espresso.
Pero di fronte al comportamento scorretto e anche immorale che si conduce contro
il Pci-Pds sulle tangenti, violando la testardaggine dei fatti, non posso non
protestare e farmi la domanda se debbo continuare a dare la mia modesta lira per
un organo come il vostro.
Il Pci-Pds aveva e ha centinaia di migliaia di aderenti.
Se qual( uno di questi ha agito male, come si fa a dire che era un sistema messo
in piedi dal Partito e dai suoi dirigenti a tutti i livelli?
Poi arriv a Rinaldi una lettera da Cesena, mittente Sergio Smeraldi, abbonato:
Occhettopoli, la copertina pubblicata questa settimana dall'Espresso di cui sono
sempre stato affezionato lettore e sostenitore, mi indigna profondamente.
E l'articolo del sig.
Giampaolo Pansa mi riempie di amarezza e perplessit, perch ho capito che un
pover'uomo confuso e frustrato che non sa pi dove parare.
Disdico l'abbonamento del settimanale e non comprer pi il quotidiano la
Repubblica: questa l'unica protesta che pu fare un lettore serio .
Ecco un altro lettore emiliano, Giorgio Archetti, da Casalecchio di Reno: Ho
colto nel numero in edicola il 17 maggio, la volont di accomunare il partito
nel quale sono orgoglioso di militare a quel sistema immorale messo in opera dal
Psi e dalla Dc.
Lo avete fatto per spianare la strada a interessi che non sono sicuramente
quelli collettivi.
Vi chiedo di sospendere il mio abbonamento .
Leggiamone ancora una? Veniva da Millesimo (Savona) e ce la spediva l'abbonato
Natale Pastorino: Egr.
Direttore, Le rimando l'ultimo numero, senza aprirlo, dopo aver visto la
copertina...
In questa ben orchestrata campagna in cui tutti sono ladri, e quindi nessuno
colpevole, intravedo un inizio di rivincita di quelli dell'intrigo e del racket.
Auguri anche a voi.
Naturalmente, non rinnover l'abbonamento .
Una piccola grandinata.
Ma una grandinatina gentile al confronto della bufera che commci a soffiare
dall'alto comando del Pds.
Mi ci trovai dentro di persona, alla tempesta.
Perch la sera del 17 maggio, quando Occhettopoli stava da qualche ora in
edicola e De Benedetti pagatore di mazzette su tutti i giornali, mi capit
d'intervistare in pubblico Massimo D'Alema.
A Siena, cinema Moderno (stracolmo), organizzazione a cura del Pds locale.
In prima fila il sindaco Pierluigi Piccini che poi, nel ballottaggio del 20
giugno, avrebbe trionfato, e il rettore dell'Universit di Siena, Luigi
Berlinguer.

Mi ero preparato a uno scontro all'arma bianca, ma volarono soltanto pochi


coltelli freddi.
D'Alema era pallido: Ho l'influenza virale , mi annunci.
Se mordo, intossico! Non era la sera giusta anche per un fatto: quella mattina i
giudici avevano impacchettato due big del Monte dei Paschi e uno era del Pds.
Per un'ora e passa, parlammo di politica-politica.
Poi si and sul tangentismo.
Spiegai come la vedevo.
C'erano due circuiti, come per i film americani.
Circuito A: la corruzione come sistema per tenere in piedi il blocco dei padroni
d'Italia.
Circuito B: tangentismo minore, la marmellata dove aveva messo le mani anche il
Pci-Pds.
Poi chiesi a D'Alema: Come pensate che vi veda la gente a cui chiedete voti e
sostegno?
Pur aMitto dalla virale, D'Alema fu se stesso.
A cominciare dall'esordio: Risponder alla tua domanda tranquillamente, ma il
tuo settimanale non ne uscir coSi tranquillamente...
Poi diede le risposte di sempre, con stupefacente sicurezza.
I casi che toccavano il Pds erano soltanto due: Milano e Napoli.
Per il resto, il Pds aveva meno indagati delle comunicazioni giudiziarie al solo
Citaristi, il cassiere della Dc.
Poi si scaten sulla campagna di stampa ( La prova? Le due copertine
dell'Espresso e di Panorama, entrambe su Occhetto) e contro il volantinaggio dei
verbali di Mani Pulite.
E Greganti pi Caporali? Storie che non riguardavano il partito.
A intervista conclusa, D'Alema, nell'andarsene, mi sugger: Indagate su
Caporali.
Sui suoi investimenti a Montepulciano.
E scoprirete chi .
Lo stavamo gi facendo, ma non glielo dissi.
Gli risposi, invece: Avete un giornale.
Si chiama l'Unit.
Fatela fare a loro, questa inchiesta .
Lui sorrise beffardo: Veltroni restio.
E non so perch .
Ma il buferone, quello vero, soffiava dalle Botteghe Oscure.
Un luned di battaglia, il 17 maggio, contro Occhettopoli.
Schieramento massiccio.
Grossi calibri tutti in linea di tiro: Visani, Fassino, Mussi, Zani, Angius.
Il quale grid, con la voce che gli tremava: Una vergogna! Visani, seppur
disgustato, volle precisare: Noi non pensiamo a un complotto.
E abbiamo fiducia nei giudici.
Ma c' una campagna politico-giornalistica che monta contro di noi!
Poi, quando i cronisti cominciarono a far domande sui conti svizzeri di Greganti
e sui soldi che andavano e venivano per la frontiera, la voce di Visani
(raccont La Stampa) si fece sempre pi seccata e meno spavalda: Di tutto questo
abbiamo saputo solo dopo che Greganti ne ha parlato con i giudici.
Non posso, dunque, dire nulla di pi.
E chiaro? Perch non so nulla di pi, n io n nessun altro .
E Occhetto? Lui era andato a Trieste, per un comizio.
E sull'aereo, nello sfogliare la stampa, s'infuri di nuovo per la copertina
dell'Espresso.
Forse si sentiva anche ferito dalla caricatura di Kruger, anche se non lo
rappresentava di certo come un gangster (cos scrisse sull' Unit Alfredo
Reichlin, che doveva aver dimenticato in tass gli occhiali).
E dopo aver domandato se quello non era un giornale di quel De Benedetti che
aveva giusto confessato le mazzette pagate, si rivolse ad Alberto Leiss, il
giornalista dell' Unit che lo seguiva nei viaggi, e parl come il Ragazzone di
Panorama: Voglio vedere se la prossima settimana pubblicheranno un'altra
caricatura con un titolo: Padronopoli .

Scrisse di seguito Leiss, ma non si capiva se era una sua opinione o il pensiero
del segretario: Gi, Padronopoli.
Saranno coincidenze, ma i proprietari dei giornali che, questo luned, hanno
scelto la Quercia come bersaglio polemico--dalla Fiat di Agnelli al gruppo De
Benedetti a Berlusconi -sono tutti affezionati sponsor del sistema di potere,
basato sull'asse Dc-Psi, che crollato sotto i colpi delle inchieste .
Lo stesso concetto venne ribadito e indurito il 18 maggio da D'Alema, che si era
gi spostato a Napoli.
Disse: alcuni giornalisti che si accaniscono contro il Pds e fanno il loro
mestiere cercando di coinvolgere anche l'ex Pci nell'economia sommersa delle
tangenti non sono nient'altro che galoppini dei ladroni .
Che tosto, Baffino d'Acciaio.
Ma aveva detto proprio cos? Chiss.
La notizia, data dalla Stampa, ebbe un titolo diverso, dal sapore pi antico: I
giornalisti? Galoppini dei padroni .
La furia di Occhetto stent a placarsi.
Anzi, ebbe un ritorno di fiamma quando lesse la mia intervista a De Benedetti.
Avevo chiesto all'Ingegnere: L'Olivetti ha mai dato soldi al Pci o al Pds? E
lui: Mai.
Devo anche aggiungere che non me li hanno mai chiesti .
Cos, nel farsi intervistare da Maurizio Marchesi di Epoca, all'ennesima domanda
su quei ribaldi dell 'Espresso, rispose, un po' sprezzante: Il loro padrone ha
dichiarato di aver pagato tangenti, ma non a noi, bens alla Dc e ai socialisti.
Se fosse indetto un referendum nel paese per chiedere agli italiani se non
calunnioso paragonarmi a Craxi, sono sicuro che lo
stravincerei .
///
283 Ma quel balordo mese di maggio aveva in serbo altre sorprese per i capi
della Quercia.
Una dapprima sembr orribile per poi diventare liberatoria, quasi trionfale.
Il 19 maggio, il sindaco di Genova, Claudio Burlando, 39 anni, ingegnere, uomosimbolo del Pds in citt, un giovane dirigente di ottima fama e comprovata
illibatezza, venne arrestato per abuso d'ufficio e truffa aggravata.
Idem per Vittorio Grattarola, 36 anni, architetto e assessore, anch'egli
pidiessino.
Una fenomenale topica dei magistrati.
I quali scoprirono, s, la Tangentopoli genovese, fitta di dic e socialisti, ma
nel giro di cinque giorni dovettero rimandare in libert Burlando e il compagno,
si presume con tante scuse.
Il Pds si stava gi caricando di una rabbia quasi craxiana per i Torquemada dei
palazzi di giustizia, quando, il 28 maggio, a Torino, ecco una nuova mazzata.
E che mazzata! Nel 1989, cos sosteneva l'ipotesi accusatoria, la Cogefar-Fiat
si era vista chiedere da un dirigente del Pci, Antonio De Francisco, gi
amministratore della federazione torinese, nonch sindaco di Settimo, una
mazzetta da 500 milioni.
Ne aveva ottenuti la met, pi dieci milioni di interesse, in totale 260.
Versati su un conto in Svizzera, cifrato Idea , aperto da Giancarlo Quagliotti,
gi dirigente del Pci.
E di qui passati sui conti svizzeri Sorgente e Gabbietta del compagno Greganti.
Il quale, nel 1991, li aveva poi fatti filtrare in Italia e consegnati a De
Francisco.
Il quale li aveva destinati non certo a se stesso, essendo di un'onest a tutta
prova, ma a qualche uso politico.
Un uso sconosciuto o molto difficile da individuare.
Per la ragione, semplice e triste, che il compagno De Francisco era morto.
Ecco un altro rompicapo, capace di far dannare per mesi una robusta task-force
di sostituti procuratori tra la Mole e il Duomo.
Pure questo enigma subalpino andava messo sulla lista di Occhettopoli? A costo
di prendere una formidabile cantonata, scrivo: s, sono incline a pensarla cos.

Anche se talvolta mi domandavo: possibile?, non era il colmo per un dirigente


del Pci incassare una tangente da Agnelli, farsi pagare in Svizzera e poi farsi
rispedire a casa quel denaro del diavolo?
Su questa somma diabolica, il Bottegone si tramut, un'altra volta, nel Castello
kafkiano delle Smentite.
Affari e conti personali di singoli compagni, nient'altro.
Lo disse Occhetto.
Lo ridisse D'Alema.
Che il 4 giugno, a Torino, aggiunse un'informazione: Comunque, lo statuto del
Pci non proibiva agli iscritti di tenere conti a Lugano o a Locarno o altrove .
Parole diverse, pi schiette e, posso dirlo?, dettate da realismo e
intelligenza politica, furono invece quelle di un giovane dirigente, piccoletto,
asciutto, la faccia da ragazzo serio e arguto: Sergio Chiamparino, segretario
della federazione torinese del Pds.
Il 3 giugno disse a Massimo Novelli e a Vera Schiavazzi di Repubblica: Episodi
come quello dei 250 milioni versati dalla Fiat su un conto svizzero, dimostrano,
se saranno confermati, che ci furono 'donazioni' di imprese riconducibili al
Pci, fatte non come tangenti, ma per ottenere l'adesione del partito a una sorta
di patto consociativo .
Se cos , continu il segretario torinese, tempo che l'attuale direzione del
partito, e quanti hanno avuto ruoli significativi nel Pci, se ne assumano la
responsabilit politica collettiva.
Poi chiariscano agli italiani quali sono le differenze fra questo e
Tangentopoli.
E infine s'impegnino a voltare pagina nei comportamenti e nelle persone.
Nelle persone? Ma era matto, 'sto Chiamparino? Che cosa chiedeva: le dimissioni
di Occhetto? 0, pi matto che mai, dell'intero gruppo dirigente del Pds? Lui,
turbato ma tranquillo, rispose: Non tocca a me dire una cosa simile.
Io dico che, se da un lato il Pci prima e il Pds ora non parteciparono mai al
sistema spartitorio insieme ai partiti di governo, dall'altro questo non basta
pi a spiegare tutto ci che avviene e il tentativo di coinvolgere il nostro
partito in un patto consociativo, al quale, evidentemente, non abbiamo saputo
sottrarci del tutto .
///
Sei giorni dopo, mi telefon il professor Lozzi.
Era il difensore di Greganti.
Quando il signor G. stava in carcere, gli avevo detto: Il giorno che Greganti
uscir da San Vittore e avr voglia di fare un'intervista, mi piacerebbe essere
io a fargliela.
Vuole trasmettergli questa richiesta? Quella mattina l'avvocato mi avvis:
Greganti pronto a parlare con lei .
Quando? .
Subito.
Presi un aereo al volo e andai a Torino, catapultandomi, molto incuriosito,
nello studio di Lozzi.
Come mi vide, Greganti mi strizz l'occhio.
Ma non era un simpatico segno d'intesa.
E soltanto un tic , mi spieg lui, un tic che mi venuto nei tre mesi di San
Vittore.
Il tic dava un sapore in pi alla sua faccia.
Una bella faccia barbuta, prima da contadino, poi da operaio, quindi da
dirigente del Pci e, infine, da piccolo imprenditore.
Tante esperienze per un tipo che mi sembr subito abbastanza speciale.
Un tipo tosto.
Del genere non mi arrendo mai .
Orgoglioso.
L'approccio sorridente-spavaldo, ma non arrogante.
Un politico dalla testa ai piedi.
Rosso di dentro e di fuori.
Un buon esemplare del fattore umano che aveva fatto grande il Pci e, ora,
impediva al Pds di sfasciarsi come gli altri partiti.

Il Greganti cominci a rispondere alle domande con rapida precisione, ma anche


con accorta cautela.
Si capiva che aveva una fifa blu dei giudici.
E che era terrorizzato dall'eventualit di poter tornare in galera.
Chiese: Le interessa sapere qualcosa su San Vittore?.
No, oggi no.
Mi scocc uno sguardo di riprovazione delusa: E un luogo infernale.
Un giornalista come lei non pu ignorare certe cose.
In quell'inferno io ho retto abbastanza bene.
Ma altri...
Ho incontrato certi potenti, della politica o dell'impresa, soprattutto delle
imprese di Stato: gente distrutta dalla perdita del potere e dei simboli del
potere, le comodit, l'auto blu, le segretarie, gli assistenti, ma soprattutto
dal crollo dei loro protettori.
Pensi a uno come Nobili, che era presidente dell'Iri: sta in cella e vede, in
quei televisorini scassati, bianco e nero, che Andreotti accusato di tutto: di
mafia, del bacio a Tot Riina, dell'assassinio di Pecorelli...
Il signor G. ne parlava con tristezza solidale: come di amici sfortunati,
lasciati dentro una voragine nera da cui lui era scampato.
Uno, soprattutto, gli era rimasto in mente: il socialista Gabriele Cagliari,
messo da Craxi alla presidenza dell'Eni, ossia alla testa di una vera e propria
fabbrica di mazzette.
Cagliari era stato spedito a San Vittore otto giorni dopo di lui.
E ci stava ancora.
Sul resto, Greganti fu molto guardingo.
Quei 260 milioni della Fiat? Conoscendo De Francisco, un compagno eccezionale,
una figura esemplare, le rispondo cos: se erano davvero denari Fiat, non poteva
che trattarsi di un contributo volontario.
Sobbalzai: Non ce la vedo la Feroce a dare un contributo volontario al Pci di
Torino .
E lui, prontissimo: E io non vedo De Francisco che si mette a fare un'estorsione
alla Fiat!
Ma che fine avevano fatto, quei milioni? Ricordai a Greganti le parole di
Giorgio Ardito, gi segretario della federazione del Pci: Forse sono serviti a
ripianare qualche vecchio debito del partito.
Una cosa certa: quella somma non mai arrivata in federazione.
E, per quanto ne so, escludo pure che abbia preso la strada per Roma .
Greganti si strinse nelle spalle, per dire: che cosa posso saperne, io?, mi
sono limitato a trasferirli in Italia, quei 260 milioni, per fare un piacere a
un vecchio compagno.
Solo dopo mi disse qualcosina di pi: De Francisco non se li certo tenuti per
s.
Ne avr fatto un uso politicamente finalizzato.
Magari per tappare un buco antico, di una struttura societaria o associativa
collaterale al vecchio Pci .
E i 621 milioni del Panzavolta, trovati sul conto Gabbietta? Ah, quella non era
una somma per il partito, bens per la Lubar, societ del Greganti, a supporto
della sua attivit in Cina.
In pratica un investimento della Calcestruzzi, ossia del gruppo Ferruzzi, sul
lavoro della Lubar a cui quelli di Ravenna erano molto interessati. . .
Dissi di nuovo: Anche questo non lo creder mai nessuno .
E Greganti: Lei pu credere quello che vuole.
Io ho lavorato seriamente sul mercato cinese a favore del gruppo Ferruzzi.
Ne ho le prove.
E le porter al processo .
A farla corta, tutto chiaro per il Greganti.
E niente struttura parallela, quasi clandestina, una cellula di compagni
incaricati di trovare denaro per il partito.
Era la tesi dell'accusa.
Greganti avrebbe voluto rispondere: Balle! Poi il ricordo di San Vittore gli
fece dire soltanto: Il Pci uscito dalla clandestinit nel 1945.
E mi stupisce che qualcuno non se ne sia ancora accorto .

Piuttosto, c'era un'altra verit, disse Greganti: molti dirigenti del Pci si
occupavano troppo poco di problemi finanziari.
Ed era possibile, purtroppo!, s, purtroppo! che il vertice politico non sapesse
un tubo di quel che facevano quei poveri cristi dell'amministrazione.
Greganti fu poi perfetto nell'approvare tutti i muri alzati tra lui e il Pds,
tutte le paratie stagne, tutte le smentite: Erano giuste cautele.
E le Botteghe Oscure hanno sempre detto la verit.
La stessa verit che io ho sempre detto ai giudici .
Quel che gli bruciava era un'altra storia: che qualcuno lo considerasse uno di
Tangentopoli.
Disse, con rabbia: Io mi sento prigioniero di Tangentopoli senza colpa.
E sono diverso dagli squali di Tangentopoli.
Io non ho rubato.
Io non mi sono arricchito sulla pelle dei cittadini.
Io non ho spolpato l'Italia.
E voglio che i miei compagni, i miei amici, i miei vicini di casa continuino a
salutarmi.
E che le mie figlie possano guardarmi in faccia tranquille.
Caro Pansa questa la battaglia che voglio vincere .
Certo, il Greganti non era un barbaro.
N di quelli vecchi n, tanto meno, di quelli nuovi.
C'era, per, un problema: se non diceva la verit, finiva per dare una mano a
tutti i barbari.
Era il caso del signor G.? Mi ricordai quel che aveva detto di lui il sostituto
procuratore Tiziana Parenti: Greganti ha sempre parlato.
Ma con mezze ammissioni e molte confusioni.
Quando parla, Greganti dice, non dice e confonde: in ogni caso dice meno che pu
.
Scendeva il buio su Torino.
Un buio innaturale, color piombo, percorso da un ventaccio che sapeva di
pioggia, di tanta pioggia.
Difatti si scaten un nubifragio.
Tornai all'aeroporto mentre l'acqua flagellava i manifesti del ballottaggio
Castellani-Novelli.
Anch'io mi sentivo in ballottaggio tra il compagno Greganti e la dottoressa
Parenti.
E mi dissi: forse ha ragione lei, il sostituto Parenti, con quel suo ritrattino
del signor G.
Via dei Georgofili.
2 7 maggio 1993.
LA prima autobomba esplose la sera di venerd 14 maggio a Roma, in via Fauro, ai
Parioli.
Fece diciotto feriti e provoc crolli e lesioni in alcuni palazzi.
La seconda autobomba esplose a Firenze, tra l'una e le due di notte di gioved
27 maggio, in via dei Georgofili, a un passo dalla Galleria degli Uffizi e da
piazza della Signoria.
Cinque persone morirono e ventinove rimasero ferite.
Tutta quell'area della citt ne riport danni gravissimi.
La terza autobomba sarebbe dovuta esplodere verso il mezzogiorno del 2 giugno,
Festa della Repubblica, a Roma, via dei Sabini, a un centinaio di metri da
Palazzo Chigi e a duecento da Montecitorio.
Ma fu individuata e disinnescata in tempo.
Dopo la prima bomba, quella di via Fauro, provai sgomento e perplessit.
Perch mai un attentato in quella zona di Roma? E volevano davvero uccidere
Maurizio Costanzo che registrava il suo show in un teatro vicino?
Dopo la seconda bomba,
dolore.
Avevo gi visto troppi
Visti in carne e ossa,
Visti sui luoghi delle

quella di Firenze, mi sentii invadere dall'angoscia e dal


morti per bomba.
povere carni straziate, ossa maciullate.
stragi.

Visti per obbligo di servizio, perch il mestiere mi obbligava a scriverli, quei


servizi: in piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, alla
stazione di Bologna.
E poich ne avevo visti troppi, di morti per bomba, m'ero illuso di non vederne
pi.
E invece, eccoli, i poveri morti di via dei Georgofili.
Mi venivano incontro dallo schermo della tiv.
Entravano nella mia stanza all'Espresso.
Mi consegnavano il racconto delle loro vite spezzate.
Mi facevano passare e ripassare all'infinito attraverso quell'istante che li
aveva scaraventati nel nulla.
E mi costringevano a urlare di rabbia e di orrore.
Dopo la terza bomba, quella di Roma, la bomba non esplosa, mi sentii afferrato
dalla paura.
L'avevo provata tante volte, la paura.
Nel tempo del terrorismo rosso.
Soprattutto dopo l'assassinio di un mio giovane amico, Walter Tobagi.
Mi dicevo: adesso forse toccher a me.
Ma la paura che provai dopo la terza autobomba era molto diversa.
E anche molto pi forte.
Non era soltanto la paura di essere coinvolto in una strage.
No, era qualcosa di pi stressante: era l'angoscia di dover vivere le
conseguenze di un succedersi di stragi.
Mi sentivo prigioniero di domande che, stranamente, neppure dopo Firenze mi ero
proposto.
Mi chiedevo: e se adesso, di bombe, ne mettono due, tre, cinque, dieci? Che cosa
potr accadere a tutti?
Mi dicevo ancora: le bombe generano il panico.
E il panico un collaudato distruttore della libert.
Ma allora, ecco un altro dei miei tanti banalissimi pensieri, guai a farsi
prendere dal panico.
E cos consigliavo, anZ1, ordinavo a me stesso: devi far finta di nulla,
dobbiamo tutti far finta di nulla.
E continuare a vivere come se niente di orribile stesse accadendo.
La normalit, pensavo, la nostra difesa pi forte.
E tuttavia. ..
E tuttavia, se volevo scrivere il mio diario di questo anno dei barbari e da
barbari, prima di cominciare non potevo non andare a Firenze.
Dovevo andarci per non sentirmi troppo lontano dai morti di via dei Georgofili.
Per vivere almeno qualche ora l dove erano vissuti.
Per non correre il rischio di dimenticarli troppo in fretta.
E quindi di tradirli.
E di seppellirli anche nelia fossa della mia memoria, nel buio della mia
indifferenza, come alieni che non appartenevano al mio mondo, come vecchie cose
inutili di cui era facile sbarazzarsi in un amen.
Andai a Firenze il sabato 5 giugno.
Mezzogiorno d'estate.
Nuvole candide nell'azzurro sopra Palazzo Vecchio.
Perfetti grappoli bianchi, quasi dipinti.
Un dedalo di vie strette, a serpentina, l'una che si attorciglia all'altra.
Una gran folla attorno a queste stradine.
Tantissimi turisti.
I negozi aperti.
I bar strapieni.
Il solito, maledetto assalto delle auto.
Il rombare delle motorette.
Il rumore, l'allegria, il caos felice del mezzogiorno di un sabato, nel mese di
giugno, a Firenze.
Poi, oltrepassati i posti di blocco, il silenzio.
Un silenzio improvviso.
Totale.
Innaturale dentro questo pezzo di citt.
E nel silenzio le tante memorie di quella notte di fuoco.

I fiori per Nadia e Caterina, le due bambine uccise.


Fiori gi coperti di polvere.
Fiori diventati terrei.
Color della morte.
Con i fiori, le lettere delle compagne di scuola.
Ciao, Duchessa, la nostra classe non sar mai pi la stessa.
Addio Nadia, addio Caterina, ci rivedremo in cielo.
Tutto ormai grigiastro.
Perch la zona era stata chiusa.
E nessuno poteva rinnovare quei fiori.
N portare nuovi messaggi d'amore.
Ecco la finestra da dove Dario Capolicchio aveva guardato il mondo per l'ultima
volta, con i suoi occhi giovani.
L'aveva guardato urlando, mentre il fuoco lo avvolgeva.
E dopo averlo guardato, era ricaduto all'interno, dentro la stanza dove aveva
vissuto, dove aveva amato, e che diventava la sua tomba.
C'erano delle striature nerastre attorno alla cornice della finestra.
Lunghe tracce nere, separate, molto nette alla base, pi sottili nelle estremit
verso l'alto e il basso.
Come se una mano gigantesca si fosse decisa a lasciare una traccia infernale del
suo passaggio sulle mura di quella casa.
Lunghe, feroci impronte di un diavolo.
Mi ricordai di una foto che ci avevano portato all'Espresso.
Dovevano averla scattata qualche minuto dopo l'esplosione della bomba.
In alto si vedeva la finestra del giovane Capolicchio.
La stanza era rossastra per il fuoco che la divorava.
E dalla stanza erompeva, diretta verso il cielo, un'enorme vampata di fuoco.
Pareva di sentirne il soffio.
Quel rombo soffocato, ma terribile delle fiamme quando vengono risucchiate
all'esterno da un luogo dove hanno gi bruciato tutto.
E di fronte alla finestra, l'accademia dei Georgofili.
Sventrata.
Le stanze diventate caverne.
Caverne buie affacciate sulla strada con le loro grandi occhiaie nere e vuote.
Osservavo le caverne e mi sentivo cambiare.
S, cammino sui detriti di via dei Georgofili e non sono pi io.
Sono il bambino di tanti anni fa.
Un bambino con la paura delle bombe.
Gli americani buttano le bombe per abbattere il ponte sul Po.
Ma le bombe cadono anche sulle case.
E le distruggono.
Hanno distrutto persino la casa della nonna.
La nonna viva, ma la sua casa non c piU.
La sua casa una caverna buia.
Con due grandi occhiaie nere.
Uguale a questa dei Georgofili.
E poi i muri delle altre case trafitti dalle schegge.
Bucati dai rottami che l'esplosione aveva sparato tutt'intorno.
Centinaia di fori.
Come dopo un mitragliamento a bassa quota.
La trattoria dell'Antico Fattore ridotta a un portico di macerie.
E la pensione Quisisana, quella di Camera con vista? Dove sar?
Non sapevo a chi chiederlo.
I vigili del fuoco si scambiavano ordini sottovoce.
E lavoravano senza far rumore.
Sul Lungarno quattro donne stavano sedute su un gradino.
Parlottavano rassegnate di una perizia che si doveva fare.
Si indicavano un negozio in apparenza intatto.
Ma la saracinesca era gonfiata.
Tutta ingobbita in avanti.

Era passato anche di qua il soffio di quel gigante crudele che aveva portato la
guerra in Firenze, sotto un cielo di un blu quasi finto, punteggiato di nuvole
bianche quasi dipinte.
Una guerra voluta da chiss chi.
E chiss perch.
Nell'andarmene da via dei Georgofili, ma s, voglio raccontarvela questa
stupidaggine, mi guardai le scarpe.
Erano coperte di polvere.
La polvere color piombo di quella strada scaraventata nel passato, dentro la
guerra.
E nel guardarmi le scarpe impolverate, mi venne una domanda sciocca: ma ci sar
venuto, il Bossi, in pellegrinaggio da queste parti?
Domanda stupida, vero? Ma, forse, non tanto stupida.
A questo punto, per, debbo spiegarne il perch.
Come usare le bombe.
2 giugno 1993.
No, il Barbaro non c'era andato, in via dei Georgofili.
Dai giornali, almeno, risultava cos.
Non c'era andato, immagino, perch non aveva nessun bisogno di vedere n di
capire.
Aveva gi visto tutto, alla tiv.
E aveva gi capito tutto.
Con il suo solito, fenomenale, unico, penetrante fiuto politico.
Con la sua tagliente capacit di giudizio, affilata, affilatissima pi dello
spadone di Alberto da Giussano.
E adesso quel fiuto e quel giudizio affilato facevano del Barbaro l'unico
italiano a non avere nessun dubbio, proprio nessuno!, su chi avesse compiuto
quella strage e perch.
Il capo della Lega lo rivel la stessa sera del 27 maggio, diciannove-venti ore
dopo la bomba di via dei Georgofili.
Lo rivel alla sua gente, raccolta al Teatro Carcano, a Milano, dove infuriava
la battaglia elettorale di cui tra poco ci occuperemo.
Una battaglia che vedeva testa a testa il candidato di Bossi, ossia Formentini,
e Nando dalla Chiesa, sostenuto da una coalizione variegata, che andava dai
laici progressisti della Lista per Milano a Rifondazione, passando per i Verdi,
la Rete e il Pds.
Al Carcano, Bossi parl subito di Firenze.
Era tutto chiaro: si trattava di tritolo di Stato .
Obiettivo: Milano.
Proprio cos: Milano.
E se la bomba l'avevano fatta esplodere a Firenze e non qui, sotto il Duomo, era
per la semplicissima ragione che, altrimenti, sarebbe stato troppo evidente che,
con quella strage, si voleva fare eleggere Dalla Chiesa sindaco della citt.
Ringhi il Barbaro: Hanno capito che le elezioni a Milano sono la battaglia
delle battaglie.
E allora vogliono favorire quello l con i baffi, un democristiano comunista
consociativo, la partitocrazia mascherata .
Chiesero a Bossi: Ma perch le bombe dovrebbero favorire Dalla Chiesa? .
Bossi rispose, esponendo, forse per la prima volta, lo slogan elettorale sul
quale avrebbe pi insistito, ma anche il suo slogan pi volgare, pi da vecchio
partitismo, arrogante e, voglio dirlo subito, persino un po' fascista.
Se fascismo anche aggredire un avversario e bastonarlo con argomenti falsi, al
punto di costringerlo in panni non suoi.
Per esempio accusandolo di essere parte di un piano subdolo, un piano che non
esiste, un piano che sta soltanto nella fantasia bugiarda degli accusatori.
Sentite che cosa grid Bossi quella sera al Carcano: Le bombe favoriscono Dalla
Chiesa non certo per merito suo, ma per l'eredit lasciatagli da suo padre
morto.
Dalla Chiesa rappresenta la lotta alla criminalit organizzata.
Se il nemico numero uno la mafia, la gente lo voter.
Poi rassicur i leghisti: Ma la strategia della tensione non funzioner come
vent'anni fa.

Questa volta la gente non si spaventa.


S'incazza! Il cambiamento non si pu fermare perch necessario .
E quando qualcuno gli fece notare che i sondaggi davano in testa Dalla Chiesa,
Bossi alz le spalle: Se tirano le bombe, vuol dire che i dati dei giornali sono
falsi.
E poi a noi piacciono i giochi.
Il vero divertimento, comunque, sar quando lo metteremo nel culo a Dalla
Chiesa!
Bombe e sondaggi: sarebbe diventato questo il tasto preferito da Bossi nella
battaglia di Milano.
Il capo leghista torn a parlarne il 2 giugno, il giorno dell'autobomba
disinnescata in via dei Sabini a Roma.
Intervistato da Giancarlo Loquenzi dell'Indipendente, Bossi sfoder una
sicurezza pi tracotante del solito: La bomba di Roma? Ma quella l'hanno messa
proprio loro, chiaro.
L, proprio davanti a Palazzo Chigi, per poter dire: 'Vedete? Colpiscono anche
noi'.
Io me lo immagino quasi, uno di loro, alle quattro e un quarto di mattina,
travestito, che mette la sua bombettina nella Cinquecento.
Sono loro a mettere le bombe.
E qualcosa che rinfranca il regime.
Solo chi vota Lega gira le spalle alle bombe .
L'hanno messa proprio loro, immagino uno di loro che...
Ma loro chi? Chi erano questi loro? Ma che domanda! Bossi non aveva certo
bisogno di dar troppe spiegazioni: loro erano i vecchi partiti, l'insieme della
partitocrazia che temeva di finire per mano leghista, i suoi servizi segreti, la
delinquenza ai suoi ordini, insomma la vecchia Italia politica ormai sul ciglio
del baratro e decisa a tutto, anche a uccidere, pur di non crepare l sotto.
Era quello che stavano facendo anche a Milano.
Disse Bossi a Loquenzi: C' chi mette le bombe e c' chi pubblica sondaggi
truffaldini.
La strategia la stessa: spaventare la gente e porre un argine all'unico
fattore di cambiamento, la Lega.
Il giornalista dell'Indipendente chiese: Bombe e sondaggi sono dunque manovrati
dalle stesse mani? E Bossi: Io dico che rispondono a una stessa manovra
terroristica: le bombe targate mafia sono una sorta di pubblicit subliminale
per Dalla Chiesa, il cui cognome, per virt paterne, ha l'odore dell'antimafia.
E il sistema che reagisce contro il cambiamento tirando le bombe .
///
Ascoltavo e mi dicevo: beh, la teoria del Bossi non del tutto nuova.
E neppure del tutto campata in aria.
Gi le stragi degli anni Settanta e Ottanta ci avevano indotto a pensare che la
strategia delle bombe potesse avere un obiettivo semplice e chiaro:
destabilizzare per stabilizzare, creare disordine per mantenere, intatto, il
vecchio ordine.
La bomba contro il cambiamento, insomma.
O la bomba che veniva dal passato
Era capitato di scriverlo pure a me, subito dopo la strage di Firenze, sia pure
con tanti dubbi.
Dubbi che, poi, mi erano cresciuti dentro, a dismisura, nei giorni successivi.
Al punto di farmi dire in un Bestiario: nessuno sa niente di queste bombe e meno
di tutti ne sappiamo noi giornalisti; se incontrate qualcuno di noi che vi dice:
so tutto! mandatelo a quel paese perch un pataccaro.
Ma Bossi quella vecchia teoria sullo stragismo adesso la cucinava, da vero
barbaro, in una salsa fetida e a scopo elettorale.
E il suo percorso mentale lastricato di cinismo partitico poteva essere
riassunto cos.
Punto di partenza: la conquista di Milano decisiva per la Lega.
Se qui la Lega vince, pu marciare su Roma.

Se perde, deve chiudere bottega.


Dunque, Milano va presa a tutti i costi.
Ossia con tutti i mezzi.
Ogni mezzo lecito.
Ogni slogan da usare.
Anche quello che si pu costruire sulle bombe di Roma e sulla strage di Firenze.
Le bombe le mette il regime.
Il regime poi grida: la mafia a volere le stragi.
Dalla Chiesa l'uomo dell'antimafia.
Dunque votate Dalla Chiesa.
Conclusione dichiarata: Dalla Chiesa che trae vantaggio dalle bombe.
Conclusione non dichiarata: chiss, forse Dalla Chiesa uno di quelli che le
mettono, le bombe.
Niente male per un partito che si proponeva come l'emblema del nuovo contro il
vecchio.
E che diceva, anzi, di essere lui stesso il nuovo.
Una formula che, in seguito, alcuni leghisti ad honorem spacciarono come loro.
Ma il cui copyright spetta di diritto a Roberto Maroni, deputato leghista di
Varese: Noi siamo per il cambiamento perch siamo il cambiamento stesso (I cento
giorni della Lega, 1992).
Il Bossi, per, poteva permettersi questo e altro.
Bossi poteva tutto e il contrario di tutto.
Bossi era il Super-Barbaro che non soltanto aveva inventato la Lega, ma che era
la Lega.
Vecchi partiti, giornali, scuole di politologia ci avevano messo un po' a
capirlo.
E adesso che s'erano decisi ad aprire gli occhi, il barbarismo leghista stava
gi tutto schierato sotto le loro finestre, davanti alle loro tende, pronto a
conquistare il potere nella Seconda Repubblica.
E il capo che li guidava aveva l'aria di essere un tipo molto sicuro di s.
Una sicurezza che Bossi, generoso, metteva al servizio del movimento nato dalla
sua testa.
Disse un giorno al Corriere: La Lega solida come una roccia.
E poi ci sono io.
Fintantoch c' un leader come me, nessuno pu temere di essere tradito .
Questa sicurezza lo metteva al riparo da un certo tipo di angoscia che non
risparmia neppure i politici pi sfrontati: quella di dover mollare il mazzo, il
posto, il potere, in caso di sconfitta.
Sentite che cosa rispose Bossi, il 3 giugno 1993, al Loquenzi dell'Indipendente
che gli chiedeva: C' nella Lega qualcuno che potrebbe mettere in discussione la
sua segreteria in caso di sconfitta a Milano? Bossi replic, e mi pareva di
vederlo sogghignante: Ma cosa vuole che me ne importi! Io sarei addirittura
contento, non sono uomo legato al potere.
Io sono legato alla politica, questo s, ma potrei farla da qualsiasi posizione.
Comunque , concluse beffardo, non mi sembra che ci sia nessuno che pensa a
questo.
Tutta la strategia della Lega negli ultimi cinque anni sono io che l'ho
elaborata.
Io e nessun altro .
Dunque, un capo assoluto, il Barbaro.
Il solo a comandare, nella Lega.
L'unico a poter decidere su tutto: linea politica, nomina dei sottocapi,
incarichi da assegnare, candidature da gettare in campo, fedeli da premiare e
traditori da spedire all'inferno.
Con un controllo ferreo su due punti-chiave della Lega: il gruppo parlamentare e
la ricerca e la destinazione dei finanziamenti.
Quando i sociologi cominciarono ad annusare quella roba strana che era il
leghismo scoprirono il sole a mezzogiorno: la Lega era forte e vinceva anche
perch S1 presentava come un gruppo politico formidabilmente centralizzato, per
molto aziendalista, ossia ben organizzato e aperto alle immissioni dall'esterno.
Quest'ultima caratteristica, molto importante e capace di produrre grandi
risultati per un partito in crescita, fu descritta bene da Leonardo Morlino,
dell'Universit di Firenze, in un'intervista a Giancarlo Bosetti, per l' Unit

del 25 giugno 1993: C' un aspetto fondamentale dell'organizzazione della Lega


che la distingue dai vecchi modelli: il reclutamento dei dirigenti.
Si sempre detto: la Lega non ha una classe dirigente, quando arriver al
governo non sar in grado di trovare le persone adatte e cos via...
Quello che la nostra ricerca sta mettendo in luce che i leghisti, con grande
facilit, quando ne hanno bisogno avvicinano personalit perlopi moderate, che
sanno non ostili, e avanzano loro proposte di assumere questo o quell'incarico.
E un modello di reclutamento vicino a quello delle aziende: si cerca all'esterno
senza che questo crei alcuna difficolt all'interno.
Neppure tra i soci militanti della Lega, tra quelli che, a differenza delle
altre due categorie d'iscritti, i soci ordinari e i soCi sostenitori,
costituiscono il nodo centrale, la figura chiave dell'organizzazione leghista .
Ve li ricordate i vecchi partiti? La loro chiusura verso l'esterno, a tripla
chiave? Il lentissimo ricambio dei gruppi dirigenti? La diffidenza occhiuta
verso chi, per competenza professionale, per stima sociale, poteva essere di
grande aiuto al partito, ma non aveva alle spalle la gavetta, la trafila, il
fango delle trincee sezionali, tante assemblee di sezione, tante campagne di
tesseramento, tanti bollini sulla tessera, tanti congressi da delegato? Mi rendo
conto che, senza volerlo, scrivo con in testa il confronto tra vecchio Pci e
nuova Lega.
Ma appunto questo il parallelo che poteva aiutarci di pi a capire di che
nuova pasta fosse il barbarismo leghista che si annunciava.
Restava l'enigma di quel capo.
Di pi, il mistero di questo re della Lega.
Un monarca assoluto.
Un dittatore.
Un fuhrer lumbard come non s'era visto nessuno nella Prima Repubblica.
Neppure Palmiro Togliatti aveva comandato il Pci con un polso altrettanto duro.
Nemmeno Enrico Berlinguer, monarca solitario, aveva regnato sul Partito Rosso
come Bossi sulla Lega.
E anche Craxi, al confronto, appariva un duce di cartapesta rispetto al Barbaro.
Del resto, questi tre leader avevano sempre incontrato un limite: nel Pci quello
della potentissima burocrazia interna e dei partiti regionali, soprattutto
l'emiliano-romagnolo e il toscano; nel Psi il correntismo e poi, dopo la
liquefazione delle correnti, il brulicare dei clan personali, resi pi forti
dall'affarismo e in crescita continua grazie all'energetico delle tangenti.
Bossi non aveva di questi problemi, n di questi ostacoli.
Certo, c'era il professor Miglio che pontificava, che le sparava grosse, che
rompeva l'anima al capo, creandogli rogne a non finire con l'elettorato pi
tranquillo e dabbene.
Certo, c'era il Franco Rocchetta, il capo della Liga Veneta, promosso per forza
di cose a presidente federale della Lega Nord, che si sentiva alla pari con
l'Umberto e strillava di continuo: Bossi Bossi, ma Rocchetta Rocchetta .
Ma per il resto l'esercito era di una fedelt assoluta.
Boiardi non ne esistevano ancora.
Mazzettisti vogliosi di potere politico non se ne vedevano.
E dunque il Barbarissimo poteva a buon diritto gridare: La Lega sono me!
Gi, ma di che cos'era pieno questo me ? .
Incontro col Barbaro.
4 giugno 1993.
UNA volta che mi capit d'incontrare a lungo Bossi, mi portai a casa due
impressioni su di lui.
Intendo sul Bossi essere umano, pi che leader politico.
La prima me lo rendeva del tutto simile ad altri uomini che avevo visto nei
panni di capopartito: l'ossessione di poter essere vittima di una congiura, il
terrore di vedersi azzerare da un complotto.
Considerato da questo lato, il Bossi non sembrava per niente un leader nuovo.
Anzi, mi apparve vecchio, vecchissimo: il gemello magro del grosso Bettino
Craxi, il cugino lumbard del Pannella abruzzese, anche lui sempre a caccia di
complottatori interni ed esterni al suo partito.

La seconda impressione, invece, mi consegnava un Bossi tutto diverso dalle


mummie partitiche che in quel momento stavano ancora in sella, ma avevano gi
una formidabile strizza in corpo: la sua sicurezza nella vittoria.
Vittoria della Lega.
E, soprattutto, vittoria del Bossi.
Era il 30 gennaio 1992 e stava per cominciare la campagna elettorale per il 5
aprile.
Con Rinaldi, ci eravamo chiesti: Chi sar il protagonista di questa battaglia?
Bossi, non c' dubbio.
E lui il pericolo pubblico numero uno del partitismo italiano.
L'incubo elettorale.
L'uomo da bruciare.
E allora faremo a Bossi l'unica nostra vera intervista elettorale .
Andai ad aspettarlo davanti al suo ufficio, in Senato.
Aspettai a lungo.
Ma non per colpa di Bossi.
Il volo da Milano a Roma su un'aereo di linea, e non sui jet privati che
piacevano tanto ai malloppisti governativi, era tragicamente in ritardo.
Poi la coda per il tass a Fiumicino, visto che la Lega aborriva, con ragione,
le berline blu.
Mentre aspettavo, mi tenne compagnia l'addetto stampa di Bossi.
Era Luigi Rossi, una cariatide del giornalismo parlamentare.
Me lo ricordavo democristiano, un dic di destra, di quelli che se vedevano un
comunista gli rinfacciavano tutto il rosso del mondo, da Lenin in poi.
E mi pareva pure di averlo letto molte volte come pastonista di giornali tutti
schierati con la Balena allora trionfante.
Adesso si era tramutato in leghista.
E in quell'aprile sarebbe pure diventato deputato per la Lega in Emilia-Romagna.
A quanti anni? Beh, cuccatevi questa sorpresa e fate attenzione alla cifra: anni
82, otto-due, alla faccia del nuovo che avanzava.
Quel nostro antenato, tuttavia, il mestiere di addettostampa lo conosceva bene.
E nel vedermi un po' nervoso, mi disse: Sta' tranquillo.
Ti ho promesso che intervisterai Bossi e l'intervista ci sar.
Difatti, il leader, finalmente, si materializz.
Aveva la faccia triturata dal ritardo Alitalia.
Per il resto, mi sembr in buona forma.
A dicembre si era imbattuto in un piccolo incidente cardiaco, forse da stress
politico, ma l'avevano afferrato in tempo e tratto a riva: S, adesso sto bene.
Mi hanno anche ridato il permesso di fumare: sessanta sigarette in sei mesi
invece che in un giorno! Eccomi qua, pronto per la guerra elettorale .
Parlammo subito di che cosa? Ma delle congiure, naturalmente.
Ringhi quasi allegro: So di essere nel mirino di tutti i partiti.
E ho gi sentito i loro colpi.
Hanno cominciato a darsi da fare allargando i cordoni della borsa per comprare
gente nostra.
Robetta.
Non sono riusciti a sgretolarci.
E a questo punto, i partiti non ne hanno pi di grossi trucchi da utilizzare.
Il pi grosso stato l'operazione Castellazzi.
L'ha fatta il Psi.
Ma i partiti possono comprare solo chi disposto a farsi comprare.
E nella Lega ce n'era uno solo: il Franco Castellazzi.
Quello l, afferm con disprezzo il Bossi, era un uomo che aveva sempre in testa
i soldi.
Ripeteva: in Lombardia un assessore si mette a posto per tre generazioni! Me lo
ricordavo il Castellazzi.
Era un pavese sui cinquant'anni, massiccio, con barba risorgimentale, famoso per
due motivi: aveva fondato la Lega a Pavia e possedeva, o gestiva, un dancing
nell'Oltrep dove si era sperimentato per la prima volta in Italia lo
spogliarello maschile.
L'avevo incontrato in un dibattito quando era gi presidente del gruppo leghista
alla Regione Lombardia.
Un politico riverito e potente.

Vestiva come un banchiere, con panciotto e gemelli d'oro incorporati.


E nel parlare, distribuiva una pappa indefinibile: leghista?, craxoide? dorotea
in salsa lombarda?
Quando Bossi si mise in testa, a ragione o a torto, che il Castellazzi voleva
fargli la forca, decise di mandarlo al tappeto.
Il Castellazzi, incauto!, replic proclamando una scissione dalla Lega.
La data? Gioved 10 ottobre 1991.
Fu allora che il Bossi lo uccise.
Non con lo spadone, s'intende.
Ma con l'isolamento.
S, gli fece attorno un cordone sanitario cos stretto che il barbuto manager di
spogliarelli ne fu strozzato.
Una volta che lo vide tutto blu e con la lingua di fuori, il Bossi gli prepar
una corona funebre imbullonata con parole che vale la pena di ricordare.
Perch sono una delle chiavi per aprire la porta segreta del Barbaro: quella
capace di condurci dentro quest'uomo dalle molte nature, complesso, suscitatore
d'inquietudini e, temo, pericoloso.
Vai con il nastro! Castellazzi? Un uomo losco.
Che sia disonesto di idee non ci piove .
Era un annetto che il tipo trafficava con i partiti .
Soprattutto trafficava con i socialisti .
La sua base? Quattro gatti, il manipolo che io avevo definito il Partito delle
Poltrone .
Un cancro da eliminare .
Quel tipo aveva voglia di macchine blu, di potere .
Aveva un passato politicamente un po' confuso: liberale, gruppi di protesta
fiscale.
Al primo impatto non convinceva.
Ma avevo difficolt a far funzionare Pavia e l'ho preso con noi .
I segnali che poi ci vennero da Pavia erano micidiali: da una parte lui,
circondato da tre scherani; dall'altra la base .
L'uomo era lanciato a rompere, a distruggere .
Ci siamo liberati di un trafficante .
La Lega le mele marce le schiaccia .
Siamo una macchina efficiente che non tollera mestatori .
Le scissioni.
Ma le scissioni le inventano i giornali.
Queste sono quattro formiche su un piede del gigante leghista .
///
Guardavo il Barbaro, nel suo ufficetto al Senato, quasi un bugigattolo a
mezzadria con il Partito Sardo d'Azione, e capivo che non si sentiva tranquillo.
Sulla mela marcia dell'Oltrep aveva fatto tredici: nessuna Lega nuova, niente
di niente che fosse capace di durare.
Ma altri complotti potevano aspettarlo.
Gli chiesi: Non teme giochi coperti? .
Bah, possono usare la Falange Armata.
Ne ha sentito parlare? Secondo me, la P2 moderna.
E uno dei gironi infernali che stanno sotto questo Stato.
Dopo la nostra vittoria di Brescia, di nuovo circolata la voce che mi
ammazzeranno.
Ma io sono tranquillo.
Non giro scortato.
Non possiedo auto blindate.
E per fortuna ho una moglie d'aspetto fragile, ma molto forte.
E poi il Barbaro possedeva uno scudo che nessun altro aveva: !a sicurezza di
vincere. Per la verit, anche certi vecchl partiti erano sicuri di essere loro a
vincere e di battere la Lega.
E proprio nei giorni che videro la decapitazione del Castellazzi, si sentirono
grida di giubilo per la presunta scissione del Manager Spogliarellaro.
Giubilo da fessi.
Giubilo da mummie.

Giubilo che attestava la tragicommedia del partitismo nostrano.


Loro giuravano che la Lega stava morendo e invece la Lega stava diventando un
mostro nuovo, un Frankenstein del tutto sconosciuto.
Loro stragiuravano di essere forti e non si accorgevano di essere quasi morti.
Non archeologia riportare alla luce quel che dissero, nell'ottobre 1991,
alcuni capataz socialisti in preda ad euforia da Castellazzi.
Li ascolt, per Repubblica, Barbara Palombelli.
Sentite un po' quel che grid Bobo Craxi, allora segretario cittadino di Milano:
Per fortuna si comincia a capire che anche le Leghe non sono immuni dalle lotte
di potere, dalle correnti e dalle divisioni.
Somigliano proprio alla Dc.
E un gi visto.
E allora dov' il cambiamento? E Giuseppe Garesio, segretario piemontese del
Garofano, ai giorni nostri pluri-inquisito e davvero al tappeto: La nostra
fortuna che a Torino non abbiamo a che fare con un furbo come Bossi, ma con un
cantante fallito come Gipo Farassino.
I capi della Lega sono l'avvocato fallito, l'attore fallito, il politico
fallito.
E poi il Psi torinese ha uno zoccolo duro che ha resistito a tutto.
Resister anche alla Lega .
E Giusy La Ganga: I piemontesi sono sobri e orgogliosi: non premieranno un
movimento lombardo .
E il deputato genovese Mauro Sanguineti: Chi vota Lega non vota un partito.
Vota una scheda bianca con pi forza.
Per questo credo che sar un fenomeno passeggero...
Il Barbaro se la rideva.
E mi consegn una previsione che si rivel quasi esatta: Fatti i conti, dopo il
5 aprile penso che avremo in Parlamento 60 deputati e quasi 30 senatori.
A essere cauti, un totale di 70-80 parlamentari .
Confrontiamo la schedina bossiana con il risultato della partita elettorale: 55
deputati e 25 senatori, totale 80.
Eletti con voti strappati a chi? Bossi, in quel fine gennaio, rispose cos: Un
po' a tutti.
A Craxi perch l'onda lunga socialista finita ed rimasta solo l'onda
lunghissima dei debiti dello Stato.
E poi a quel disastro che l'ex Pci.
Sar meno facile erodere la Dc.
La Balena strapotente e offre conservazione e stabilit.
Sar un osso duro.
Ma le nostre fanterie attaccheranno anche la Dc.
E le porteranno via dei voti .
Bossi continu a vincere anche dopo il 5 aprile.
Mi aveva detto: Noi siamo l'annuncio di morte della partitocrazia e non faremo
il puntello di questo regime .
E pOi: Visto che l'intervista si sta concludendo, le do una notizia: il sistema
non tiene pi, dopo le elezioni del 5 aprile i partiti si spaccheranno, vedremo
un grande blocco disintegrarsi in migliaia di schegge. .. .
Come ricorderete, si era alla fine del gennaio 1992 Mani Pulite era soltanto
un'aspirazione vaga.
E il dot tor Di Pietro quasi uno sconosciuto.
Il blocco del vecchio partitismo sarebbero stati i giudici di Milano a
sgretolarlo, prima e pi di tutti.
Eppure il Barbaro sembrava quasi intuire il ciclone giudiziario che avrebbe
cominciato a soffiare presto, prestissimo, di l a due settimane.
Tra i moltissimi effetti del ciclone, tutti non cercati dalla procura di Milano
che voleva soltanto ripristinare la legalit calpestata dall'affarismo
partitico, ci fu quello di moltiplicare i fattori di successo della Lega.
Erano gi una montagna le ragioni per cui tanti elettori votavano per Bossi.
Con la scoperta del gigantesco letamaio di Tangentopoli, queste ragioni
divennero tantissime e sempre pi forti e per un numero di elettori ogni giorno
piU grande.
Insomma, io la dico cos: non stato Bossi il padre del dottor Di Pietro, n la
Lega stata la madre di Mani Pulite.

Semmai, accaduto il contrario: stato l'enorme liquame del letamaio di


Tangentopoli a concimare il terreno gi seminato dalla Lega e a consentire al
Barbaro un raccolto strepitoso.
E il Barbarissimo continu a vincere.
E vincendo rafforzo il proprio comando sulla Lega.
Un partito sempre pi centralista.
Tutto raccolto attorno al leader.
Un leader dall'aria sempre un po' schiva, quasi menefreghista, l'aspetto e i
modi di chi si meraviglia di continuo del proprio ruolo di capo.
Ma anche un furbo.
Pronto a rifiutare ogni
accenno di culto della personalit.
Per aizzatore di folle come pochi.
Incendiario di entusiasmi.
Un campione nell'usare l'aggressivit e la volgarit per gasare il proprio
pubblico e strapparne il consenso.
Avete capito quello che voglio dire? Beh, se non sono stato chiaro, eccovi lo
slogan musicale, in stile Lega-reggae, della campagna elettorale 1992: Mi sun
lumbrd e me giran i ball / Ma ariva il Boss e ve spaca gli oss! Provo a
tradurre: maledetti partiti, sono lombardo e mi fate girare i coglioni / ma
adesso arriva il Bossi e vi spacca gli ossoni!
E come spaccatore verbale di ossa, il Barbaro si dimostr imbattibile.
Vinceva e insultava.
Continuava a vincere e gi botte con le parole.
Rafforzava la vittoria e seguitava a pestare insulti con rabbia.
I democristiani? Una cesta di lumache schifose che filano una volta a sinistra e
una volta a destra.
Oppure: I soliti porci .
Oppure: I sieropositivi della partitocrazia .
Mario Segni? Una lumaca schifosa come la Dc.
Oppure: Un travestito della politica .
E il presidente della Repubblica, Scalfaro? Il Rasputin che abita al Quirinale.
E Ciampi? Un massone e piduista , il capo della banda del buco , il leader di
Baraccopoli , un salumiere.
I socialisti? Marcantoni da galera.
E Giorgio La Malfa? La Malfa, Le Mafie...
Come si chiama quello l? E Occhetto? Un saltimbanco incoerente , il leader del
partito-ombra del capitale .
Basta? D'accordo, basta.
Un momento, per, c' ancora un insulto che occorre registrare.
Perch venne scagliato contro una persona perbene, un politico nuovo, un candido
idealista che, di l a pochissimo, si sarebbe trovato in battaglia contro il
Frankenstein della Lega.
Parlo di Nando dalla Chiesa: Un tagliaborse , secondo il Barbaro, il capitano
Cocciolone di Palazzo Marino .
Certo, ebbe un gran coraggio, Nando, a scendere sul ring contro il Capo dei
Barbari.
E contro un gruppo di politici presunti nuovi, ma dalla boria aggressiva cos
antica da commissionare, o accettare con benigna soddisfazione, questo brano di
prosa littoria di cui, adesso, ci delizieremo.
Brano scovato a pagina 94 della gi citata Bibbia del leghista in Parlamento, I
cento giorni della Lega.
La sera di gioved 8 ottobre 1992, Umberto Bossi ha offerto improvvisamente una
cena a tutta la sua truppa romana, compresi gli impiegati e le segretarie.
Era la prima volta che accadeva...
Nella piccola trattoria dalle parti di Montecitorio, Bossi si alza e passa in
rassegna la truppa.
Conosce tutti, s'informa dei famigliari e butta l battute soddisfatte, perch
riconosce che la truppa compatta.
Arcicompatta, un blocco unico.
Un blocco di gente entusiasta ed euforica, anche se consapevole che non sar
facile rimettere in movimento il sistema Italia.

Non sar facile far quadrare il bilancio dello Stato e i bilanci delle famiglie,
impedendo uno sfascio gi in atto.
Questi uomini adesso stanno lavorando freneticamente, perch credono in quello
che fanno e perch sentono che il loro momento.
Stanno correndo in salita, tecnici, intellettuali, organizzatori, giovanissimi e
anziani, venuti fuori dal nulla politico o dal nulla cui stata ridotta la
politica.
Sono certi, ormai, che governeranno il Paese.
Sul quando, tutti concordano nel prevedere tempi brevi.
Sul come, decider e giudicher la storia.
Al governo d'Italia, dunque, a Roma! Ma non era pi vero, nel 1993, che tutte le
strade portassero a Roma.
Per conquistare Roma ladrona, Roma capoccia, Roma antica baldracca, i barbari di
Bossi dovevano, prima, passare per Milano.
Forza, allora, con la battaglia ambrosiana.
Per la conquista di Palazzo Marino.
S, Palazzo Marino / ti faremo il culettino! Palazzo socialista / sei il primo
della lista! Palazzo craxiano / ci dovrai baciare il banano!
Un Baffone da linciare.
20 giugno 1993.
GUARDATELO l, il piagnone Dalla Chiesa! E pensare che mi hanno rimproverato
perch in piazza Duomo gli ho dato del cornuto.
Ma io glielo rid di nuovo.
Quattro volte cornuto! Anzi, otto volte cornuto! Come i punti di distacco che ha
da Formentini!
Era la notte tra il 6 e il 7 giugno.
Per la Lega, notte di vittoria a Milano.
Vittoria strappata alla grande nel primo turno.
E vittoria da ristrappare con sicurezza, con matematica certezza, nel secondo
turno o ballottaggio che fosse.
Vittoria che gi s'intravedeva laggi, sul traguardo del 20 giugno, pronta,
bella e calda.
E dunque, notte di baldoria leghista, di sbronze parolaie da strepitoso
successo.
Come aveva detto il Barbaro? Milano sar la loro Stalingrado.
Verso la fine di maggio, per l'esattezza il mercoled 26, il segretario della
Dc, Marty il Triste, si era impadronito dello slogan.
E aveva gridacchiato: Milano sar la Stalingrado della Lega! Intendeva dire che
l'operosa metropoli ambrosiana sarebbe stata la tomba di Bossi e delle sue
camicie grigie.
E invece, ti, nella tomba c'era finito lui, mentre il Barbaro trionfava.
Sempre in quella notte tra il 6 e il 7, il Barbaro si trov davanti al taccuino
di Giovannino Cerruti, inviato della Stampa, un giornalista che si era occupato
molto della Lega, tenace come un piccolo trapano.
E anche il Barbaro si fece trapanare.
Cerruti gli ricord che due sere prima, nel chiudere la campagna leghista, aveva
gridato: Sono convinto che Formentini stravincer su quel cornuto di Dalla
Chiesa! E gli ricord altres che qualche ora dopo sempre lui, il Bossi, si era
scusato, sia pure di malavoglia, biascicando: Un cornuto pu sempre scappare.
E adesso? Ah, ma adesso, tutto cambiava di nuovo.
Adesso, la Milano che si stava liberando rendeva possibile, giusto, piacevole,
entusiasmante rimangiarsi le scuse.
E il Barbaro torn a gridare nel taccuino di Giovannino: S, Dalla Chiesa un
cornuto! Quattro volte cornuto! Otto volte cornuto!
Che giorni strani erano quelli per Bossi.
La vittoria lo confermava grande leader.
Ma al tempo stesso lo denudava, via tiVU, davanti all'Italia: il Barbaro era
anche un uomo fragile, un tipo dai nervi facili a saltare, un insicuro che
doveva corazzarsi con l'aggressivit.

Umberto Bossi: un dittatore emotivo.


Dove l'avevo letto questo telegrafico ritratto? Su Sette, se non ricordo male.
Sintesi azzeccata.
In tre parole, tutto.
Lo si cap meglio la sera del 7 giugno.
Rai, Rete Tre, prima puntata di Milano, Italia condotta da Gianni Riotta.
Seduto accanto a un Formentini sulle spine per l'imbarazzo, Bossi, stravolto dal
successo, ci mostr com'era fatto di dentro.
Fu arrogante.
Minaccioso.
Intollerante.
Aggressivo.
Capace d'insulti gridati.
Gonfio di furia.
Prevaricatore.
Volgare.
Stizzito al calor bianco.
E a Nando dalla Chiesa, che gli stava di fronte, url quasi di tutto.
Persino anticipatore delle Brigate Rosse.
E a Riotta, sospettato di non essere imparziale: Ma io scendo dal palco e a
quello gli tiro una sedia in testal E alla Rosy Bindi, che rimproverava qualcosa
alla Lega: Ma state zitti, voi democristiani, che siete ladri, ladri!
E Bossi non era stato diverso nel confronto a distanza con Ezio Mauro, il
direttore della Stampa: Ma s, verr a Torino, per vedere se ha ragione lei, ma
facciamo passare un paio di giorni che cos deposito la rivoltella che ho in
tasca! E sempre lui, nell'euforia da vittoria elettorale, era esploso in
bollettini di guerra da vero capo dei barbari: Abbiamo preso la prima regione,
il Friuli.
E sono cadute in mano nostra le citt di.. .
Che serate piene di verit! Pur destinato a perdere, Dalla Chiesa una vittoria
l'aveva gi conquistata: era riuscito a dimostrare che il nuovo della Lega
poteva essere peggio del vecchio partitismo.
Certo, il Barbaro non era una mummia del Caf.
E le sue truppe non potevano essere accusate di spolpare l'Italia, se non altro
perch si trovano ancora lontane dalla polpa vera.
E tuttavia la campagna leghista a Milano, lo stile nel godersi la vittoria e,
soprattutto, quelle terribili, pubbliche sedute davanti allo psicoanalista
televisivo, indussero molti a proporsi, per la prima volta, domande allarmate,
riflessioni inquiete, interrogativi ansiosi sul barbarismo leghista e sul capo
dei barbari.
Chi era davvero questo Frankenstein sinora mai visto? La creatura era di certo
un po' orrenda, ma nell'insieme appariva nuova, nuovissima.
Eppure, se la osservavi da vicino, se la scrutavi con cura mentre reagiva
all'urto di un'opinione contraria, o nel fuoco di un faccia-a-faccia tiv,
allora ti accorgevi subito che Frankenstein era assemblato con pezzi vecchi.
Talvolta vecchissimi.
Rugginosi.
Coperti di muffa.
E dal fetore antico.
C'era una prova che avvalorasse questa sensazione visiva? Certo che c'era.
La prova fu la campagna della Lega contro quel Dalla Chiesa che aveva osato
proporsi ai milanesi con uno slogan candido: Un sindaco coi baffi .
E che, proprio sul finire della battaglia, la sera del 18 giugno, si era
chiesto, e ci aveva chiesto, sempre da candido eroe, candido di un candore che
ti fa amare la politica: Ma ci sar pure un'alternativa tra il cappio leghista e
Tangentopoli!
Il Barbaro si avvent subito sui baffi di Dalla Chiesa.
E cominci col gridare: Dalla Chiesa un Baffo spento .
Poi un Baffo storto .
Poi ancora un Baffo sporco .
Un baffo agli ordini del baffo di Occhetto.

Avrebbero perso, quei due baffi.


Nonostante l'armata che li sosteneva.
Il Barbaro la descrisse cos al suo biografo, Daniele Vimercati, cronista del
Giornale montanelliano: Ci sono i vecchi arnesi della sinistra bolscevica.
I khomenisti della Rete.
I reduci della Dc e del Psi.
Ma la forza pi pericolosa il partito trasversale del potere finanziario,
l'asse perverso De Benedetti-Agnelli che vuole spartirsi il paese d'intesa con
il Pds e gli sgherri del Tg3.
Questi ce l'hanno a morte con tutti quelli che gli si mettono di traverso, si
chiamino Lega o Berlusconi .
Caspita, ma questo nuovissimo Barbaro parlava come il vecchissimo Intini! E
sentitelo nel passaggio successivo: Quanto ad Agnelli, stia attento: ci ha
fregato a Torino con i suoi uomini della Stampa che hanno condizionato 1
opinione pubblica.
Ma noi apriremo il mercato alle auto giapponesi, cos vedremo che fine fa il
grande industriale .
Quanto a Ciampi, c'era pure lui nel fronte controrivoluzionario, secondo
l'immagine del Vimercati: un Ciampi, grid Bossi, che quand'era in Bankitalia
come controllore faceva schifo! In attesa di regolare i conti con Ciampi e i
pachidermi del capitalismo, bisognava darci dentro con i baffi di Nando.
Forza, disegnateli giusti, 'sti baffi! Primo disegno (dell'Indipendente,
quotidiano berlusconian-leghista): baffoni staliniani, sotto due occhi che erano
falci-e-martelli.
Secondo disegno (del Giornale berlusconiano): baffi ridotti a un grumo sempre di
falci-emartelli.
Pi una chioma dello stesso impasto.
Che macchietta il sindaco coi baffi! url l'Indipendente.
E poi: Dalla Chiesa, un Pinocchio coi baffi .
Umberto Simonetta spieg: Ma no, i baffi di Dalla Chiesa non hanno niente in
comune con quelli di Stalin: ricordano piuttosto quelli di Carletto Dapporto
quando recitava la macchietta di Agostino .
Dieci giorni dopo, Simonetta si corresse: Dalla Chiesa? Sotto i baffi niente .
Ma i leghisti doc non risultarono per niente d'accordo.
Sotto quei baffi qualcosa c'era! E sapete chi c'era? Proprio Baffone, quello del
1948.
Formentini spieg: Io non ho mai detto che Dalla Chiesa cornuto.
Semmai direi che un cavallo di Troia.
Del comunismo .
La prova? Ecco un pieghevole della Lega, subito riprodotto dall'Indipendente.
C'era una matrioska: Dalla Chiesa.
Dentro una matrioska pi piccola: Occhetto.
E dentro Occhetto il compagno Stalin.
Tutti e tre baffuti.
Soggiogato, Giorgio Forattini disegn su Panorama il corteo dei sostenitori di
Nando.
Un Martinazzoli che alla domanda: Venite da lontano? rispondeva: No, solo dalla
Chiesa.
Un Occhetto balilla rosso inalberante il faccione di un Nando luttuoso con la
scritta: Vota .
Un D'Alema con il cartello Greganti for president.
E infine il solito Mario Capanna armato di chiave inglese e con un maglione
rosso griffato Leoncavallo .
Titolo dell'affresco: Addatorn Baffone .
A questo punto, come doveva essere chiamata la squadra di candidati-assessori
allestita da Baffo Rosso? Il soviet di Dalla Chiesa , titol l'Indipendente.
Oppure: La corte di Dalla Chiesa: 15 comunisti e 14 ex .
Ma il professor Marco Vitale, sul momento ancora testa d'uovo del Borghini, per
gi in marcia verso la Lega, volle dire di pi.
Come sono le idee di Dalla Chiesa? gli domand Marta Boneschi dell'Indipendente.
E il muscoloso Vitale rugg: In parte corrette.
In parte demagogiche, fumose, piagnucolose .
Poi esplose: E un programma di stampo bulgaro o albanese!

Poteva bastare quest'armamentario da Quarantotto? No che non bastava!, dissero i


leghisti doc.
Era d'uopo puntare anche sull'attualit.
Ovvero sul regista occulto alle spalle di Dalla Chiesa: non il baffo, ma il
Ciuffo di Palermo, lui, Leoluca Orlando.
La Lega comunic: E il puparo di Palermo che tira i fili dell'omino coi baffi .
Sull'Indipendente, Marino Bastianini copi il tema e lo svilupp cos, da vero
barbaro della penna: E il puparo che gli muove le braccia.
Sempre che i milanesi, al ballottaggio, non gli taglino i fili.
E lo rispediscano, a braccia penzoloni, ai prediletti studi di sociologia .
Ma Orlando, lo si sapeva, no?, era quasi un mafioso.
E guidava un partito oggettivamente mafioso e che usa metodi mafiosi .
Un partito (era sempre la Lega a parlare) dallo statalismo straccione .
Dunque, anche Baffo Storto era un paramafioso? Il Barbaro di dubbi dimostr di
non averne o quasi.
Il 29 maggio, tornando a parlare della strage di Firenze, disse: Fanno scoppiare
il tritolo e ne incolpano la mafia.
Il tutto per far votare Dalla Chiesa figlio, il finto antimafioso, intorno al
quale la partitocrazia sta scavando l'ultima trincea per fermare la Lega .
Il 1 giugno Bossi pest pi duro: Dalla Chiesa viene aiutato dalle bombe.
Perch ha un cognome che, non per merito suo, suona come simbolo dell'antimafia
.
E poi: Bisognerebbe denunciare per mafia i giornali che pubblicano sondaggi
falsi .
E ancora: Dietro Dalla Chiesa e Novelli, due democristiani-comunisti, c' la
vera faccia del regime che politico-mafiosa .
Ma fu la sera di venerd 4 giugno, in piazza del Duomo, nel comizio di chiusura
della campagna elettorale, che il Barbaro espose pi compiutamente la sua Teoria
della Bomba di Regime.
Secondo il resoconto del Giornale di Montanelli, cominci rivelando alla folla
leghista che l'autobomba esplosa a Roma in via Fauro era destinata a lui: Una
forza di fuoco americana, che arrivava dalla Germania, doveva far saltare in
aria il palazzo del Lido di Venezia dove si teneva l'assemblea della Lega.
Ma io sono andato via prima e la bomba stata destinata a Maurizio Costanzo,
per spaventare la gente.
Le bombe non sono della mafia.
Sono 'Ioro', a meno che la cupola mafiosa non sia in Sicilia, ma, come diciamo
noi da un pezzo, in piazza del Ges.
Allora, s, sono bombe della mafia.
Oggettivamente queste bombe fanno il gioco di Dalla Chiesa che ha il cognome
antimafia.
Sono bombe per spaventare la gente in cabina elettorale.
E se la gente si lascia spaventare ne arriveranno altre.
Insomma, se la Lega non vince, chi ha messo le bombe, cio lo Stato, penser che
la gente si lascia intimidire.
Penser che, alle elezioni politiche, si potr tornare ai ferrivecchi.
E allora avremo altre bombe, un sacco di bombe!
Caspita, che armi grottesche e nefande per conquistare Milano! Del resto, se un
barbaro non usa metodi barbari che barbaro ? Se poi l'avversario portava un
cognome cos fastidioso, il barbarismo poteva superare ogni limite.
Il direttore dell'Indipendente, un Feltri ormai del tutto bossizzato, quando era
in vena di gentilezze bollava Dalla Chiesa come l'orfano del generale .
Ma di solito era pi greve.
In tiv, a Carte scoperte, gli disse in faccia: I Dalla Chiesa sono come le
patate: il meglio sta sottoterra .
Il 21 giugno, a campagna elettorale finita, Feltri prov a battere se stesso.
E nel rispondere al lettore Antonio Falcinella, scrisse: Se vero quanto
scritto nel documento della magistratura che accusa Andreotti, i Dalla Chiesa
non sono come le patate (che hanno la parte migliore sottoterra), ma come la
gramigna: cattivi sopra e sotto .

Ma Feltri, per quanto si applicasse, era soltanto un dilettante in


cialtronaggini.
Il vero, l'unico professionista restava il Barbaro.
Alla chiusura della campagna per il ballottaggio, la sera del 18 giugno, per
l'intero comizio chiam l'avversario non Dalla Chiesa, ma Dalla Cosa Nostra .
Aggiunse: A me quell'uomo d fastidio.
E un ipocrita.
Un personaggio da salotto.
Non sapevo neppure che facesse il deputato.
Mi sono dovuto informare per saperlo.
E un democristiano-comunista.
E un affare cinese.
E un indefinibile .
Che cosa mancava ancora? Ah, ma certo, mancava lo psicanalista che ci spiegasse
chi era davvero Dalla Chiesa.
Fu Feltri a convocarlo.
Era il dottor (o professor) Piero Rocchini, che diede il meglio di s affinch i
lettori dell'Indipendente, la mattina di domenica 20 giugno, potessero scegliere
a ragion veduta tra Dalla Chiesa e Formentini.
Di Nando l'illustre Rocchini scrisse: Considera le proprie ipotesi verit
incontestabili...
Sembra nascondere una notevole rigidit e una grande fame di potere...
Gi qui dovrebbe suonare un campanello d'allarme per gli elettori: i repressi (o
meglio, i mal repressi) non possono essere considerati affidabili...
Dietro la facciata della pecora (a tratti depressa) sbuca fuori un lupo
represso.
Queste caratteristiche vanno collegate poi alla difficile posizione di ogni
erede di un padre famoso: in ogni momento vive il rischio di rimanere soltanto
il figlio di quel genitore, senza una propria identit distinta.
Si ha allora la sensazione che, per esistere, bisogna fare pi e meglio di quel
modello a un tempo irraggiungibile e oppressivo, in una rincorsa senza fine .
E Formentini? Ah, per lo Squalone il luminare and sul velluto: Solidit ,
concretezza , possibilit di dialogo .
Insomma, oro, lo Squalone valeva l'oro che pesava.
Dunque, non potevano esserci dubbi, tra un buon ragioniere , il pacioso
Formentini, e un tiranno represso , ovvero quell'indigeribile Dalla Chiesa.
Che cos'era tutto questo? L'insieme di tanti pomeriggi di tanti giorni da cani?
Lo spettacolo pi vomitevole di un'annata da barbari? 0, pi realisticamente, un
assaggio della politica che i barbari prossimi venturi ci avrebbero servito in
tavola tutti i giorni? Una risposta la diede proprio il Barbarissimo.
E sempre a Giovanni Cerruti, che aveva la diabolica astuzia di metterlo in
mutande.
E che espose le mutande bossiane sulla Stampa di domenica 20 giugno.
Giovannino cominci a stuzzicarlo ricordandogli le critiche di Scalfari su
Repubblica.
Bossi s'incavol subito: Ha anche scritto che forse prendo eccitanti.
Robe da querela.
Ma sappia che ho le endorfine al posto giusto.
Io sono un popolano.
Non sto nei salotti.
E ho una potenza fisica enorme! Cerruti comment: Un vero capo dei barbari...
E Bossi, un po' tronfio: Se barbari sta per il cambiamento, se barbari vuol dire
non avere cultura bizantina, mi sta benone.
Meglio barbari che bizantini.
Barbari che calano da Milano e vogliono diventare generali e centurioni a Roma!
Io la mlsl gl pi piatta.
D'accordo, Bossi aveva molti meriti.
Era uno dei protagonisti della rivoluzione di libert che poteva portarci alla
Seconda Repubblica Guidava un movimento complesso, impasto di tante realt
diverse.

E molti elettori della Lega erano sicuramente migliori di molti capi della Lega
e, soprattutto, del Lider Maximo, del Barbarissimo, del Bossi datato giugno
1993.
Ma era con questo Bossi che dovevamo fare i conti
Con lui e con quelli come lui.
E questo Bossi non mi piaceva Non mi piaceva per niente.
Come leader politiCo, pOl, mi faceva anche un po' paura.
Per una ragione molto semplice: sulla bocca di Bossi sentivo un alito orribile
di nuovo fascismo.
Fascismo in grigio.
30giugno 1993.
FASCISMO.
Un nuovo fascismo.
Perch usare questa parola? Una parola che anche a me, talvolta, suonava fuori
tempo, logorata dall'uso e dall'abuso che ne avevamo fatto per tanti anni.
Gi, perch?
Avrei potuto scrivere: intolleranza.
Oppure: aggressivita verbale spinta sino al disprezzo.
O ancora: voglia di mettere sotto chi pi debole di te e di farla pagare a chi
diverso da te.
E anche: il gusto barbaro di aggredire la persona dell'avversario politico.
Di obbligarlo a indossare panni non suoi.
Di trasformarlo in un altro da indicare alla folla come un pupazzo da impiccare
e bruciare.
Certo, potevo anche spiegarmi in questo modo.
Eppure, mi venne quella parola semplice e chiara che, da sola, spiegava tutto:
fascismo.
Fu per essere contro a tutto questo che decisi di votare per Dalla Chiesa
sindaco sin dal primo turno e, poi, di rivotarlo al ballottaggio.
Mi fidavo di lui, come persona e come politico.
E vero, il 18 aprile non avevo capito la sua scelta sul referendum elettorale.
E sulle prime mi ero detto: al diavolo Nando e la sua battaglia per Milano.
Verso la fine di aprile, lui mi aveva fatto chiedere se volevo essere uno dei
garanti della sua candidatura, ma gli avevo risposto di no.
Poi, a poco a poco, avevo cambiato idea.
Ero pronto a cambiarla per tantissime ragioni.
Volete che ve ne dica una a caso? Nando era stato uno dei primissimi, a Milano,
a denunciare la corruzione partitica.
Anche quella delle cosiddette giunte rosse.
E mentre lui e i suoi amici di Societ Civile si svenavano nella loro guerriglia
di piccoli Davide contro i tanti Golia del mazzettismo, il Bossi si trastullava
nell'epica impresa di cambiare in lumbard i nomi delle citt, con audaci
incursioni di vernice nera su tutti i cartelli stradali che gli capitava
d'incontrare: Com , Berghem , Vares , e via spennellando, di statale in statale,
nel sacro nome di Alberto da Giussano, fantasma di un eroe che forse non era
esistito mai.
Ma la ragione pi forte che mi spingeva a votare per Nando sindaco era un'altra.
Lui mi sembrava un essere umano che non si sentiva diverso dal resto del mondo.
Un cittadino prestato alla politica e con un mestiere al quale poteva tornare in
qualsiasi momento.
E, soprattutto, un tipo non autoritario n violento.
Mi dicevo: ecco una virt grande in un'epoca come questa, dove troppe cose,
dalla tiv spazzatura alla pulizia etnica, sono impastate nell'aggressivit
feroce verso chi non come te.
Posso dirlo con schiettezza? La Lega, invece, e soprattutto il vertice della
Lega, il suo re barbaro e molti dei suoi vassalli, mi sembravano diventare,
giorno dopo giorno, del tutto congeniali a quell'umanit aggressiva, a met
strada tra la tiv spazzatura e la pulizia etnica.
Le sparate violente del Bossi.
Le teorie di Miglio sul linciaggio e la pena di morte.
Il cappio dell'Orsenigo esibito a Montecitorio...

Inutile che ci ritorni, perch vi ho gi descritto tutto.


La campagna leghista per conquistare Milano mi aiut ad aprire gli occhi del
tutto.
Grazie, barbari! S, grazie per avermi fatto intravedere con chiarezza quale
poteva diventare l'aria politica e il clima civile a Milano, prima, e in Italia,
poi, se il leghismo d'assalto fosse stato capace di vincere l'intero piatto e
prendere il potere.
Qualcuno aveva capito ben prima di me.
Ricordo un articolo di Luigi Manconi, pubblicato sull'Espresso, diretto da
Giovanni Valentini, il 12 maggio 1991.
Il titolo ammoniva: Sinistra, non farti ingannare dalla Lega .
Aveva scritto Manconi: La Lega un sistema di interessi e di valori, ma
soprattutto un linguaggio: ovvero comunicazione di messaggi e mobilitazione di
sentimenti.
Un linguaggio fatto di semplificazione brutale e di gesti aggressivi, di
pregiudizi e di luoghi comuni, di perbenismo che si fa tracotanza e di
autodifesa che si traduce in intolleranza verso tutti i diversi
Manconi, poi, si sofferm sullo slogan pi noto della Lega.
Come attesta il biografo di Bossi, Vimercati, nel libro scritto a quattro mani
con il Senatur, quel grido di guerra era nato nel febbraio 1991, nella pianura
nebbiosa di Pieve Emanuele (Milano), nel fuoco del primo congresso delle leghe
dell'Italia del nord.
Nel bel mezzo della relazione conclusiva, il Bossi aveva gridato: I partiti non
ci fregheranno, perch la Lega ce l'ha duro.
Duroooo! Comment poi Manconi: Quella voglia incontinente di esibizionismo
genitale non era un pittoresco modo di dire.
Era una foto porno con l'autoscatto, ma anche un'attendibile carta d'identit.
In quel ritratto si riconoscono i segni di una cultura corrente che ha, anche,
le sue buone ragioni (gli orrori della partitocrazia, i fallimenti dello
statalismo, le prevaricazioni del centralismo...), ma che si esprime, in primo
luogo, come intolleranza: e che di essa si alimenta e in essa si specchia.
Questo mi sembra il punto.
La Lega razzista? Ma no.
La Lega fascista? Ma quando mai.
E, tuttavia, la Lega , propriamente, una organizzazione dell'intolleranza .
Vi sembra sospetta, quest'analisi di Manconi, gi pericoloso estremista? E
allora sentite che cosa scrisse, dopo la battaglia di Milano, Claudio Magris, in
un limpido articolo di fondo per il Corriere del 24 giugno, titolo: Sul
Carroccio vincente: Timorosi di passare per antiquati e ancor pi di sentirsi
tali, molti cercano di scorgere anche nei gesti, atteggiamenti ed espressioni
pi volgari del leader della Lega o di altri suoi esponenti un linguaggio
pregevolmente concreto, che sarebbe aristocratico o patetico deplorare, come se
la volgarit consistesse in alcune parole e non invece nel modo di essere, di
sentire la vita e di guardare agli altri.
In molti casi, not Magris, quelle trivialit non erano una vivacit sboccata,
che pu essere simpatica, ma esprimevano una reale mancanza di rispetto per
l'altro, senza il quale non vi civilt n politica civile.
La forma la sostanza di ci che siamo, il nostro essere.
Perci ridicolo, per timore di venir scavalcati da un nuovo stile, affannarsi
ad applaudirlo e a dargli buone pagelle .
///
322
Eppure, quanti applausi, in quel giugno ambrosiano, per il leghismo trionfante.
E che assalto al Carroccio! Mica per aggredirlo, neh! Ma per trovare un posto al
sole dei vincitori.
Fosse pure un posticino.
Uno strapuntino.
Un angoletto per sistemarsi anche di sbieco.
E per poter dire: Bossi, sono anch'io dei tuoi.
E molti, a onor del vero, non si limitarono ad applaudire o a dar buone pagelle.

No, fecero di pi, certi leghisti ad honorem.


Fecero la loro parte in battaglia.
Da piccole vedette lombarde.
Tutti sul pero a gridare: il nemico laggi, quello coi baffi, quel sociologo
da strapazzo, quel burattino nelle mani del puparo di Palermo, quel cavallo di
Troia del baffonismo comunista.
E strillando, questi lumbard sul pero, facevano scongiuri: guai se dovesse
diventare il sindaco di Milano!
Stavano in tanti sul pero.
E di tutti i generi.
Laici e cattolici, per esempio.
Che pena, i primi, che grigiore! S, i laici si rivelarono di scarsa fantasia.
Montanelli, strano!, rimase sul moscio: Dalla Chiesa? Un Clintonino della Bovisa
.
Fece meglio un illustre avvocato, Vittorio Dotti, il legale di Berlusconi,
candidato con i pattisti di Adriano Teso, ferro di lancia ambrosiano di Mariotto
Segni: Milano in mano a Dalla Chiesa? E un pericolo enorme.
E una sciagura.
I professori di sociologia sono deleteri.
E lui non ha nulla in comune con suo padre!
Non c' malaccio, dite? Bah, era ancora acquetta fresca.
Come quella che ci distribu Philippe Daverio, famoso mercante d'arte,
ingaggiato dallo Squalone per fare l'assessore alla cultura.
Con la vittoria gi in tasca, il Daverio scrisse a Dalla Chiesa una lettera
aperta con questa chiusa per niente all'altezza di un intellettuale europeo del
suo rango: Per fortuna di Milano non ce l'hai fatta: sarebbe tornata la
caricatura di Baffone.
Poi spieg a Gianni Riotta, che lo intervistava per il Corriere: Lo lasci dire a
una faccia di tolla come me: il vero snob oggi Bossi, non quelli di Capalbio.
Quando Bossi dice 'gabina' uno snobismo raffinato.
E voi giornalisti abboccate .
Ma s, riconosciamolo: tra quelli di vedetta sul pero, i pi tosti furono i
cattolici.
Ecco Mario Segni (al Costanzo Show): Dalla Chiesa un fanatico khomeinista.
L'Ombretta Fumagalli in Carulli (dappertutto): E un khomeinista .
Giampaolo D'Andrea (alto papavero dic con ufficio a piazza del Ges): E
khomeinista .
Caspita, non si poteva cambiare disco? Certo che si poteva.
Sentite che cosa strill la vedetta Vittorio Messori, star dell'editoria
cattolica: E moralista, antimafioso di professione nonch sociologo.
E poi: I comunisti non pentiti, che sono la maggioranza dietro Dalla Chiesa,
vorrebbero ritentare sulla pelle di Milano ci che ben riuscito in Albania, in
Cambogia, in Angola .
Finalmente, un vero grido di guerra! Che tuttavia sembr il miagolio di un gatto
bagnato rispetto al ruggito leonino del direttore di Studi Cattolici, Cesare
Cavalleri.
Questo studioso, anch'egli baffuto ma con avarizia, stava in cima al pero da
superbo Vedettone Lumbard.
E qui rugg: Dalla Chiesa? Un professorino aureolato dal cognome del padre a cui
diede molti dispiaceri.
Alla testa di un'accozzaglia di dinosauri veteromarxisti, di verdi schizoidi, di
occhettiani belanti .
Imbattibile, vero?, Baffetto Tirchio.
S, imbattibile da tutti, tranne che da se stesso.
Dopo altri quattro giorni passati a far la guardia sul pero, Baffetto Tirchio
lanci il ruggito pi bestiale di questa campagna bestiale. Allarme!, nella
squadra di Dalla Chiesa c'era il professor Renato Boeri, medico illustre e
presidente di una Consulta Bioetica tenacemente favorevole all'eutanasia .

Gli ospiti del Pio Albergo Trivulzio sono avvertiti, strill Cavalleri, dopo la
gestione dell'ingegner Mario Chiesa, il problema dell'assistenza sar risolto da
Dalla Chiesa incoraggiando l'autosoppressione degli assistiti.
Boeri, persona civile, volle rispondere con una lettera a questo spot da pompe
funebri lanciato sulla prima pagina dell'Indipendente.
Ma Baffetto Tirchio, sempre pi sul necrofilo, tagli corto: Non sono abituato a
discutere di ricette di cucina con i cannibali .
Ma s, persino il Barbaro, con i suoi proclami da Terza Guerra Mondiale,
sembrava un allegrone al confronto di questi suoi cupi tifosi.
E lo stesso effetto mi fece Cossiga, che pure era un campione in fatto di
esternazioni calibro 45.
Calato a Milano verso la met di giugno per presentare la pubblicazione dei
propri discorsi presidenziali, non rifiut di dir la sua su Dalla Chiesa e sulla
Lega.
Intervistato da Feltri, dipinse cos Nando: E un poveretto, questo figlio del
generale.
E gli vogliamo dar Milano in mano? A uno che non capisce neanche che stanno
gettando palate di fango sul nome che porta? Poi, a Emanuela Rossi del Giorno,
complet il ritratto cos: E un ragazzo confuso.
Nel cuore e nella mente.
E poi appartiene a una formazione integralista, antidemocratica e faziosa, che
non pu sposarsi con le tradizioni di Milano .
Il matrimonio giusto, secondo Cossiga, era invece quello tra il signor Bossi e
la sciura ambrosiana.
A Feltri spieg: La Lega oggi un grande partito nazionalpopolare, certo un
contenitore anche di proteste, ma pure espressione di gente perbene, di operai,
di artigiani, di professionisti...
Poi si concesse il bis con la Rossi del Giorno: La Lega un grande movimento di
massa, un partito nazional-regionale.
E sarebbe sciocco metterla nel ghetto.
E deplorevole considerarla fascista, come sembra voler fare una parte della Dc .
Emanuela Rossi gli chiese: Tra Dalla Chiesa e Formentini per chi voterebbe? E
Cossiga, magnanimo: Per Dalla Chiesa no.
Voterei Formentini per necessit, ma mi ha anche l'aria del buon padre di
famiglia .
Quest'aspetto da zione o da paparino che Squalone esibiva, soggiog anche un
lupo di gran classe, Marco Vitale, grintoso, mago dei bilanci, consulente
prezioso per imprese grandi e piccole, combattente di tante battaglie civili.
Nel gennaio 1987 aveva scritto su Societ Civile, la rivista voluta da Nando
dalla Chiesa, un pezzo rimasto famoso.
Correvano i tempi di Pillitteri a Palazzo Marino.
E il titolo diceva: Ho sognato Radetzky sindaco.
Diceva Vitale: vorrei per sindaco uno che prima di essere eletto sia passato
attraverso molte prove che dimostrino, al di l di ogni ragionevole dubbio, che
si tratta dell'uomo giusto.
Anzi, del migliore.
E o non il primo cittadino di una grande, grandissima meravigliosa citt?
Era quest'uomo, il Formentini? Oppure esistevano molti ragionevoli dubbi che lo
fosse? Ma Vitale non si lasci catturare dai dubbi, bens da Squalone.
E accett di fare il suo assessore al Bilancio, quasi un sindaco-ombra.
In questi panni, pag il suo tributo a Bossi.
Bossi fascista? Non credo, anzi lo escludo, disse a Giovanni Cerruti della
Stampa.
E del Bossi sempreduro, del suo linguaggio, che ci dice, professore? Vitale
spar questo stupefacente santino: E un linguaggio che ha portato chiarezza nel
Paese e nella politica.
E poi, via!, ha ridato dignit al brianzolo, una lingua che sa di lavoro.
E basta con il dialetto romano!
Chi c'era ancora sul pero? Ah, c'erano due grandi firme di Repubblica, i due
Giorgi di piazza Indipendenza: Forattini e Bocca.
Forattini era sempre stato un leghista d'istinto.

Trucidone come Bossi.


Affascinato dal sesso aggressivo quanto Bossi.
E con la matita puntata sugli stessi obiettivi di Bossi: un tempo i ras dei
partiti di governo, adesso l'unico ras partitico rimasto pi o meno saldo,
Occhetto, con gli annessi e i connessi.
La vignetta che disegn per l'edizione straordinaria di Repubblica, luned 21
giugno 1993, diceva tutto per il presente e per il futuro.
Bossi, in divisa da domatore, faceva lavorare a colpi di frusta un cavallo con
la faccia di Dalla Chiesa, sul quale ballava un clown con la faccia di Occhetto.
La didascalia forattiniana spiegava: Teatro alla Scala: i pagliacci di
Leoncavallo.
Chiaro, no? Quando il capo della Lega si fosse deciso a partire all'attacco del
Pds e della sua marmellata rosso sangue (proprio cos disse Bossi al biografo
Vimercati, 22 giugno, n Giornale montanelliano), Forattini sarebbe stato con
lui.
Anche il secondo dei Giorgi di Scalfari, Bocca, era leghista da un pezzo.
E continu a restarlo.
Il luned 7 giugno, dopo il primo turno a Milano, mand i suoi complimenti a
Bossi con un articolo su Repubblica: Grazie, barbari .
Poi visse giorni di gloria.
Formentini sindaco lo benedisse, sia pure in compagnia con l'altro Giorgio: Le
sole salvezze di Repubblica sono Bocca e Forattini .
E la borghesia milanese che spasimava di salir sul Carroccio lo elesse suo
ambasciatore alla corte di Umberto I da Giussano.
A quel punto, Bocca cominci a confondere epoche storiche e personaggi.
A Renzo Rosati, di Panorama, spieg: La Lega mi ricorda noi partigiani quando
scendemmo dalle montagne.
Ci chiedevano che cosa avremmo fatto delle prefetture, delle questure, e noi non
capivamo un accidente, ma tenevamo fermi due principi: non ruberemo, cercheremo
di amministrare onestamente .
Nel sogno di questo miracoloso ritorno al passato, Bocca guard Scalfari e lo
scambi per un prefetto repubblichino o per un ministro di Sal, sopravvissuto
al ventennio nero.
Disse, sempre a Rosati: Scalfari ha vissuto per vent'anni in simbiosi con un
sistema politico fallito: ora, di fronte a uno come Bossi, non sa come
comportarsi .
E poi: Scalfari in politica ha sempre preso delle cantonate spaventose.
Confonde la realt con i propri desideri.
Ma adesso c' gente che, almeno nella Pianura Padana, ha detto decisamente no al
vecchio regime .
E infine: Scalfari per vent'anni ha convissuto con il potere, ogni giorno fa una
telefonata a Martinazzoli, mentre a Bossi non incute alcuna soggezione e con la
Lega non ha rapporti.
Per questo li tratta come pezze da piedi .
Dunque, fucilazione sulla piazza di Dongo per il gerarca di piazza Indipendenza?
E con un plotone di partigiani leghisti guidato dal leghista partigiano Bocca?
Macch.
Giorgio si lament di non essere stato capito dall'intervistatore, e verg una
lettera di scuse a Scalfari da stampare su Repubblica: Ah, la mia imperdonabile
ingenuit! Ah, la mia dabbenaggine.
Mi sono sbagliato e me ne duole molto perch di Scalfari sono amico, e amico
vero, da pi di vent'anni .
Quindi scrisse una seconda lettera, a Panorama, molto, molto dispiaciuta.
Infine, quattro giorni dopo, stavolta sull'Indipendente, torn come niente fosse
a dar piattonate a Scalfari: Questa fobia per la Lega cretina.
Scalfari si trova di fronte a fatti politici che lo sorprendono, Scalfari non
comprende i leghisti, non sa chi sono.
In quello che ho scritto io non c' nessuna somiglianza con quello che ha
scritto lui .
Finito con Repubblica? S, anzi, no.
In piazza Indipendenza si mise in mostra anche un neutralista d'acciaio: Massimo
Riva, gi senatore eletto nelle liste del Pci-Pds.

Mancandogli il coraggio rivoluzionario di Bocca, lui non poteva certo votare per
lo Squalone.
Avrebbe, dunque, votato per Dalla Chiesa? Men che meno!
Il 9 giugno, in un fondo dal titolo aznavouriano, Com' triste Milano... , Riva,
tristissimo, bocci Nando in tutte le materie.
Guardiamo il tabellone dei voti: Un giovanotto che forse sa anche predicare
bene, ma, in pratica, non ha gestito mai neppure una parrocchia, un khomeinista,
pi adatto a fare il sindaco di Teheran che quello di Milano, campione di una
sinistra che ha voluto presentarsi sotto la bandiera del radicalismo, insomma il
capofila di una ventata di dilettantismo politico e di improvvisazione
amministrativa .
Che fare, allora? Riva annunci che preferiva aspettare un'occasione migliore,
votando per una volta scheda bianca .
Ma s, confesso che pensai anche a Riva quando scrissi sull'Espresso: tragica
scelta, quella degli snob di sinistra che il 20 giugno metteranno scheda bianca.
Brutta la loro fuga, la loro resa.
Andate pure al mare.
Ma poi non piangete sulla Milano, e sull'Italia, che troverete al ritorno.
I fantasmi e il sangue.
Luglio 1993.
C'ERA fango a Pontida, quella domenica di luglio.
Fango tosto, fango bergamasco, fango che, se ti avvinghiava il piede, addio
camminata verso il raduno dei lumbard.
Ma c'era anche un bel cielo blu.
E un sole, accidenti!, quasi da Terronia.
E nel blu e sotto il sole vibravano le note delle nuovissime canzoni della Lega.
Che forte, il maestro Carlo Ambrogio Garavaglia, da Milano.
E che bombe le sue musiche.
Tutte ispirate al Carlo Cattaneo (1801-1869), quello delle Cinque Giornate: O
Pontida o Pontida, Vento del nord-ovest, Adorata bandiera lombarda.
Non mancavano gli inni di protesta: Presto, scacciam dagli scranni, Giustiziere
dal cielo discendi, Traditor sull'altra sponda...
Sotto il cielo blu e tra il fango, i leghisti videro avanzare uno sconosciuto
che, tuttavia, inalberava una faccia nota.
Chi era quel pellegrino vestito di uno spolverino scuro, jeans neri e scarpe da
jogging che l'inviato dell'Indipendente, Mario Sechi, poi descrisse palesemente
incuriosito dalla folla vociante che agitava le bandiere rosso-crociate di
Alberto da Giussano >,? Ma come chi era ? Era lui, proprio lui, certamente lui:
il maestro Franco Zeffirelli, anni settanta, da Firenze.
Uno Zeffirelli entusiasta che aveva sfidato il fango di Pontida per conoscere
Umberto Bossi e il popolo della Lega .
Interrogato dal Sechi, il Maestro estern cos: La Lega mi interessa molto.
Questi uomini, i nostri contemporanei che l'hanno espressa, mi piacciono.
E
gente pesantemente calunniata.
Hanno detto di loro cose incredibili, che non hanno alcun fondamento.
Qui non c' nessuna traccia di fascismo e di razzismo.
L'inviato di Feltri chiese: E il linguaggio colorito della Lega, le aggrada?
Compiaciuto, il Maestro rispose: Mi pare una franchezza di linguaggio che era
ora di adottare.
Qui la gente parla come mangia, per fortuna! .
E il programma di Bossi, lo condivide? Perentorio, il Maestro diede la propria
benedizione: L'Italia non omogenea, n etnicamente n culturalmente.
Dunque le idee della Lega si possono applicare ovunque!
Districatosi dal fango di Pontida, il grande regista torn a Roma, nella casa
accanto alla tomba di Cecilia Metella.
Qui venne rintracciato da Maurizio Caprara, del Corriere della Sera, che aveva
pensato di inzigarlo su quel pellegrinaggio a Pontida.
E il Maestro estern di nuovo il proprio freschissimo entusiasmo: I leghisti
sono le sole persone pulite che esistono oggi.

Possono indicare la via per una vera democrazia.


Lui, poi, intelligentissimo.
S, lui, Bossi! Questa sua violenza estrema, da Masaniello, da ciompo, il suo
stile.
Non uno che parli a casaccio.
Dice che la Lega ce l'ha duro? E chi se ne frega! Bossi mi piace.
Mi attrae questa meravigliosa violenza con la quale lui smaschera i comunisti!
Quel demonio di Caprara incit Zeffirelli a dettargli dei confronti tra la Lega
e altri movimenti nuovi.
Ma il Maestro, che in passato aveva goduto fama di tifoso dic e poi di
simpatizzante craxiano, non volle sprecare troppe parole: Non ho interesse per
Leoluca Orlando.
E nemmeno per Segni, una signorina di buona famiglia che fa politica perch la
faceva pap.
E Rosy Bindi? domand Caprara.
Il Maestro reag con uno strillo sprezzante: Ah, Rosy Bindi una lavoratrice
domestica che adesso capa di tutti i cristiani d'Italia .
Ma allora, Maestro, lei si arruoler nella Lega? A quel punto il Pellegrino di
Pontida si fece un tantinello cauto: Non detto che io voglia fare il leghista.
Il desiderio di conoscere una donna bella e intelligente di cui si parla, non
significa volerla sposare.
Poi gorgogli un suo personalissimo inno di protesta: Faccio anch'io parte di un
popolo tartassato.
Lo Stato un orco.
E un mostro infame.
Dall'alito greve e pesante...
Ma come, anche Zeffirelli era tentato dalla Lega? Non finiva pi di stupirci
l'Italia dell'estate 1993.
Sembrava di vivere dentro un romanzo di fantapolitica, ma anche in un romanzo
nero, e talvolta macchiato di sangue, scritto da un autore capace di ogni
follia.
E in questo romanzo-verit, ogni mattina l'Italia cambiava.
Con un succedersi di colpi di scena che ti toglievano il fiato e ti obbligavano
a chiederti se quelle che vedevi erano storie vere o allucinazioni popolate di
fantasmi.
Era un'invenzione romanzesca o un fatto di cronaca il crollo repentino
dell'impero Ferruzzi, uno dei pilastri del capitalismo famigliare nella Prima
Repubblica? Il colosso di Ravenna si sgretol all'improvviso, sollevando una
nube gigantesca gonfia di debiti per centinaia di miliardi.
Colpa di chi? Del delirio d'onnipotenza di Raul Gardini? O degli errori del suo
giovane delfino Carlo Sama? Forse l'unico a non avere colpe gravi era il Panzer,
ve lo ricordate? S, il Lorenzo Panzavolta dell'affare Greganti.
E tuttavia anche il Panzer dovette varcare il portone di San Vittore.
Pare si fosse dimenticato di raccontare al giudice Di Pietro una delle tangenti
che aveva pagato.
Poi tocc a Giuseppe Garofano, il Cardinale , un altro big del gruppo Ferruzzi,
gi presidente di Montedison.
Dopo mesi di latitanza, si fece arrestare a Ginevra, ma accett di tornare
subito in Italia.
E qui, con un interrogatorio di nove ore, apr il capitolo pi nero nella storia
infinita di Tangentopoli: l'Enimont.
Anche al Sud il tangentismo vomitava storie tra le pi nefande.
A Vesuviopoli le mazzette sui farmaci incassate dal clan De Lorenzo fecero
urlare di rabbia gli italiani.
Pure sulle medicine avevano succhiato sangue i vampiri della politica e, ahim,
dell'universit.
In quei giorni si scopr che la corruzione aveva davvero intaccato quasi tutto.
Illustri baroni della medicina confessarono d'aver incassato centinaia di
milioni sporchi.
Uno di loro, il professor Antonio Vittoria, preside della facolt di Farmacia a
Napoli, si uccise con il veleno.

L'ex ministro Cirino Pomicino, invece, non bevve del veleno ma del fiele, quando
si vide sequestrare dai giudici l'attico di 400 metri quadrati nel quale viveva.
Quella casa piccina picci gli fu poi restituita.
In compenso, gli vennero posti sotto sequestro i regali milionari ricevuti da un
industriale farmaceutico.
E lo stesso accadde all'ex ministro De Lorenzo.
Ma come, non erano doni di un amico? Per niente, aveva dichiarato ai giudici
l'amico in questione, Giampaolo Zambeletti: erano tangenti travestite da regali.
Possibile? Certo, era possibile tutto nell'estate del 1993.
Anche quel che accadde a Torino.
Qui, due socialisti ormai in disarmo, i deputati Giusy La Ganga e Giuseppe
Garesio, andarono alla procura e, di fatto, denunciarono la Fiat nella persona
di Cesare Romiti.
Strillarono, i due orfanelli di Craxi: la Fiat ci ha offerto del denaro senza
che noi avessimo mosso un dito, ecco la nefandezza del Super-Comando di corso
Marconi, che adesso gridava di essere stato concusso, cio obbligato, vessato,
intimidito da noi politici taglieggiatori.
Un altro che confess fu il costruttore Salvatore Ligresti, strapotente anche
nel giro assicurativo: per poter fare le polizze a tutti i dipendenti dell'Eni,
aveva sganciato un mazzettone di ben 13 miliardi alla Dc e al Psi.
Un terzo big dell'impresa che si scopr dentro un mare di pasticci fu Vittorio
Ghidella, gi capo della Fiat Auto, inguaiato da una complicatissima storia che
gli aveva fruttato l'accusa di malversazione continuata in danno dello Stato.
Arrestato, assaggi per qualche giorno il carcere di Turi dove, in altre epoche,
erano passati Antonio Gramsci e Sandro Pertini.
Uno che, invece, non era un big dell'impresa, ma una sua azienda in parte la
possedeva, proprio in quei giorni decise di liberarsi da ogni impegno di natura
produttiva.
Era il famoso Larini, ve lo ricordate?, che vendette la sua quota della
Borsalino, prestigiosa fabbrica di cappelli in Alessandria.
Quelle che non avevano pi nulla da vendere erano le aziende-partito.
Giorno dopo giorno, si scoprivano senza soldi e anche senza futuro.
La Dc, travolta dal voto di giugno, sembr sul punto di tirar le cuoia.
Mentre lo sceriffo Martinazzoli tentava d'immaginare un'estrema via d'uscita, al
Sud e al Nord qualcuno cominci a gettare le basi di nuove chiese politiche post
democristiane.
Clemente Mastella immagin una Dc meridionale.
La pi rapida Rosy Bindi fond ad Abano Terme il Partito Popolare.
E il 26 luglio Marty il Triste si decise: aveva ragione Rosy, al posto della Dc
sarebbe nato il Partito Popolare Italiano.
A sinistra non stavano molto meglio.
Quelli di Rifondazione, pur usciti vincitori dal voto di giugno, si liberarono
del segretario in carica, il cupo Sergio Garavini, per consegnarsi nelle mani di
un leader ancora pi tetro, Armando Cossutta.
A met luglio, Giorgio Benvenuto lasci per sempre il Psi: caso unico di un
segretario che, in meno di sei mesi, aveva guidato un partito per poi
abbandonarlo al suo destino.
Nell'andarsene, disse: Non c' pi speranza per il Psi.
Siamo alla catastrofe.
Al Nord il partito si disintegrato.
A Milano abbiamo perso nove elettori su dieci, a Torino otto su dieci.
E la Lega continua ad avanzare, anzi galoppa! Del Turco, seccatissimo, gli
rispose: Che presunzione insopportabile, quella di Giorgio! Dovranno essere
milioni di persone a dire che l'idea socialista finita, non una sola! Nel
frattempo, torn a farsi vivo Craxi.
Ma soltanto per attaccare chi lo accusava.
E per scagliare su di noi una profezia terrificante: Di questo passo l'Italia si
avvia, velocemente, verso la peggiore America Latina .
Anche altri leader di sinistra vivevano giorni stressanti.
La sera di gioved 15 luglio, Occhetto fu addirittura ricoverato in ospedale per
un collasso.
Alzatosi dal letto, si ritrov alle prese con i problemi di sempre.
Certo, la Quercia se l'era cavata bene nel voto di giugno.

Non al Nord, d'accordo, perch a Torino e a Milano il Pds aveva sfiorato il


disastro e patito il sorpasso di Rifondazione.
Ma il sole della vittoria aveva tonificato Baffo di Ferro nel centro Italia e
anche al Sud, dove il giapponese Bassolino si era rivelato un combattente non
soltanto testardo, ma capace di intercettare un bel po' di voti sfuggiti alla Dc
e al Psi.
E tuttavia. . .
Eh, s, tuttavia restavano troppo domande aperte davanti allo stressato
Occhetto.
E la prima gli chiedeva: che cosa intendi fare con Alleanza Democratica? Proprio
il giorno del suo collasso, A.D. si era costituita a Roma come un movimento
federativo di sinistra-centro, con un leader quasi inevitabile, Mario Segni, e
con una speranza: essere il germe di un'alleanza progressista pi vasta, l'unica
in grado di proporsi agli italiani come alternativa al blocco di centro-destra
della Lega.
Ottima proposta, quella di A.D., ma con un problema.
Anzi, con due.
Problema numero uno: aveva un futuro, Alleanza Democratica, senza l'apporto del
Pds, alleato dal peso decisivo? Problema numero due: il Pds poteva sperare di
vincere il confronto con la Lega da solo, senza aggregarsi al polo di A.D.?
Mentre alle Botteghe Oscure si maceravano nella ricerca di una risposta, il
romanzo di fantapolitica dell'estate 1993 ci offr altre sorprese.
Alla Rai, finalmente!, arriv il vento della rivoluzione italiana.
E il vento port un presidente non fabbricato dal partitismo, Claudio Dematt.
E anche un consiglio d'amministrazione di soli cinque saggi: c'era persino il
mio vecchio amico e maestro professionale Paolo Murialdi!

Scrivo persino per lo stupore allegro che mi diede questa nomina.


Ma s, il vecchio Paolo, un grande professionista del giornalismo pulito, un
liberal di sinistra vero, un italiano di carattere che si era sempre rifiutato
d'intrupparsi nel regime...
Adesso entrava nel diroccato bunker della Rai con una gran voglia di cambiare le
cose e, anche, di fare qualche pulizia.
Dematt espresse questa voglia con la parola delottizzare.
S, la Rai era un'azienda che non soltanto doveva essere risanata, ma
delottizzata.
E quel bocconiano, con una simpatica faccia da spaghetti-western, cominci
subito col dire che, se i tre direttori dei tig avessero lasciate libere le
loro poltrone, l'Italia avrebbe molto apprezzato quel gesto di suprema eleganza.
Il Longhi, del Tgl, non ci pens su due volte: si dimise e part per le ferie.
Il La Volpe, del Tg2, giur che l'avrebbe seguito a ruota.
Solo Curzi, il padre-padrone del Tg3, disse che no, lui non riteneva di
lasciare.
Insomma, qui la rivoluzione era, per il momento, rimandata.
A Napoli, invece, la storia svolt.
Con l'arrivo al Mattino di Sergio Zavoli, l'imprevisto successore del Nonno
travolto dal crollo del partitismo che l'aveva messo e tenuto in sella.
Sono un tantino retorico? E sia, viva la retorica!, quando serve a regalarti un
po' di speranza.
E di speranza ce ne voleva tanta, nell'estate del 1993.
Un'estate scomodissima, troppo simile a un letto di chiodi.
Gonfia di timori per il futuro.
Dominata da presagi angoscianti: una nuova strage mafiosa?, un collasso
improvviso del baraccone statale?, un crack recessivo drammatico con milioni di
disoccupati per le strade?, un gesto folle dei barbari del vecchio regime,
sempre pi incarogniti nella loro determinazione di non mollare il potere?
Ogni mattina, l'italiano qualunque doveva vincere una nuova paura.
Ma si sentiva invaso anche da rabbie sempre diverse.
Come quella che in tanti provammo davanti al gioco sporco dell'estate 1993:
l'Operazione Mani Legate.

Ossia l'offensiva scatenata contro i giudici di Mani Pulite, accusati di essere


dei torturatori che usavano il carcere per strappare confessioni a quei poveri
cristi degli inquisiti.
Chi ha letto questo diario, sa che non si trattava di un'operazione nuova.
Ma quella messa in atto a partire dal luglio 1993 ebbe un avallo sorprendente.
Offerto, nientemeno, che dallo stimato presidente della Repubblica, Scalfaro
Oscar Luigi.
Alle spalle di Scalfaro (inconsapevole?, imprudente?, usato contro la sua
volont?) si mossero truppe forti guidate dal Gargani della Legge Irpina, lo
ricordate? Truppe che sventolavano le bandiere dei vecchi partiti, quelli di
governo e, ahim, anche quelle di una parte del Pds.
E Di Pietro, simbolo dei giudici da ammanettare, prov per la prima volta il
sapore del fango quando ti viene sbattuto in faccia per farti desistere da un
impegno ormai insopportabile per il barbarico vecchiume del passato che non
voleva passare.
Poi, di colpo, il crollo del regime sembr acquistare una velocit sconosciuta,
come se qualcuno avesse deciso che quel poco che ne restava dovesse disgregarsi
pi in fretta e dentro un alone di morte.
La mattina di marted 20 luglio, a San Vittore, l'ex presidente dell'Eni,
Cagliari, si soffoc infilando la testa dentro un sacchetto di plastica.
Le sue ultime lettere, testimonianza disperata della cecit di una nomenklatura
incapace di reggere alla propria fine, furono anch'esse scagliate contro i
giudici di Mani Pulite.
Allo scopo, ancora una volta, di fermarli con il grido ipocrita: ecco dove porta
l'orrore di questa Norimberga! Che vergogna, quel grido.
E che impudiche le mummie che urlavano le loro mummiose oscenit.
Erano le stesse mummie e le medesime oscenit che ci avevano assalito dopo il
suicidio del deputato Moroni, lo ricordate? Nessuna di loro si era sparata.
N aveva ficcato la testa dentro un sacco di plastica.
E adesso si ripresentavano sulla scena, persino pi spudorate e pi forti di un
anno prima.
In Parlamento, i vecchi barbari, sempre capeggiati dal Gargani e spalleggiati
dai giornali ancora abbarbicati al regime (ma stavolta anche da tutti i tig di
Berlusconi), accelerarono i lavori per impedire la Grande Retata e sottrarre gli
inquisiti politici al rischio del carcere.
Sul fronte opposto, il pi gelido dei nuovi barbari, Miglio, url: nessuna piet
per Cagliari.
Senza distinguere tra il Cagliari presidente dell'Eni, che di piet ne meritava
davvero poca, e il detenuto Cagliari, stritolato dal congegno spietato del
canile di San Vittore.
Tre giorni dopo, la mattina di venerd 23 luglio, Raul Gardini si uccise con un
colpo di pistola, nella reggia milanese di piazza Belgioioso.
Quella sera, il suo ex braccio destro, Sama, pi altri personaggi legati al
disastro Ferruzzi, vennero arrestati.
Era la conseguenza anche delle confessioni di Garofano, un racconto capace di
spalancare il pi spaventoso pozzo nero del tangentismo.
Un pozzo che, forse, nascondeva un enigma persino pi nero, pi sporco, pi
terribile.
Cos, sul finire di luglio, si vissero giorni popolati come mai di fantasmi.
Quelli di chi aveva scelto di uccidersi.
E quelli che le nostre paure ci facevano intravedere nell'ombra.
Ancora una volta provai una sensazione di angoscia.
Soprattutto per un sospetto, suggerito dai sentimenti collettivi che vedevo
contrapporsi dopo i suicidi di Cagliari e di Gardini.
L'agonia del regime ci stava regalando un clima sempre pi da guerra civile.
Un clima che rendeva accettabili persino le spietate sentenze dei nuovi barbari.
Ma di questo clima, alle mummie del vecchio barbarismo non importava nulla.
Loro volevano soltanto sopravvivere e vendicarsi in extremis della sconfitta
subita.
S, volevano legare le mani ai giudici.
E poi tappare la bocca a noi giornalisti.
E infine allontanare il pi possibile le elezioni per un nuovo parlamento.
Al diavolo tutto il resto.

E che la repubblica finisse pure in un vicolo cieco.


L'importante era guadagnare qualche mese di potere e di immunit.
S, c'era da urlare di rabbia.
E da gridare: ma allora volete farci diventare tutti leghisti! S, volete che ci
arruoliamo tutti nelle truppe del Barbarissimo di Pontida che vi sterminer! Ma
il Bossi di truppe forti ne aveva gi, eccome! Ai barbari di Pontida erano in
molti a guardare con speranza rabbiosa.
E anche con un eccesso di entuiiasmo fanatico che mi spaventava.
Per restare ai personaggi incontrati in questo diario, mi lasci secco il grido
di guerra lanciato da Forattini: La Lega la forza barbarica, dura, pura e
sana, che stavamo aspettando! Caspita, che aggettivi sfrenati.
Passi per il dura, roba gi sentita.
Ma quel pura e sana mi davano un brivido.
Anche Turani, che aveva stampato sul suo Uomini & Business l'urlo forattiniano,
mi pareva ben avviato sulla strada del leghismo, pur se voglioso di tener pi
riparato il suo colpo di fulmine.
Bocca, invece, si era ormai calato del tutto in un ruolo trionfale: il Nonno dei
Leghisti d'Italia.
Un nonno affettuosissimo.
Di schiettezza burbera.
Sempre a disposizione per un consiglio, un rimprovero, una lezione di storia,
una comparsa difensiva.
Queste tre star di Repubblica le ritrovai nella sapida cronaca di Marco
Gregoretti, di Panorama, dedicata a una cena in onore del Barbarissimo e del suo
Squalone.
La citt: Milano.
La data: 8 giugno.
Il luogo: la casa di Delfina Rattazzi, nipote dell'avvocato Agnelli.
Ospiti da onorare: appunto Bossi e Formentini, divenuti, di colpo, le prede pi
ambite di quelle signore che oso chiamare le Dame del Regime.
Nel senso che, dopo aver aperto le loro case ai big del partitismo di una volta,
adesso che quei big si erano tramutati in barboni della politica, erano pronte a
darsi tutte ai nuovissimi barbari di Pontida.
A sentire l'informato Gregoretti, il Daverio aveva tentato di metterle in
guardia, quelle dame.
Dicendo: Queste signore non hanno capito una cosa: se Bossi va a casa loro, fa
un rutto e le uccide .
Ma alla faccia del Daverio neoleghista, n il Barbarissimo n Squalone erano
tipi da rutti.
E la cena a casa Rattazzi ci spalanc uno spioncino sull'impasto socioculturale
che la vittoria della Lega avrebbe scodellato.
E anche sulle contraddizioni di un'epoca destinata a sbalordirci per novit e
sbandamenti.
Pensate un po': quella sera, le tre star di Repubblica, giornale schierato
contro la Lega, stavano l, a far pappa e ciccia con i due capi del leghismo.
Anche il mix conversativo fu sorprendente.
E rivelatore dell'incontro fra mondi ancora lontani e che, tuttavia, avevano
preso ad annusarsi.
Disse la padrona di casa: Non vero che sono l'amante di Bossi! Poi, rivolta al
Barbarissimo: Sai, Bossi, dicono che siamo amanti.
E il Senatur, dandole di gomito , replic: Dai, amante, passami il vino!
Ma no!, non era questa la Lega.
Spieg Bossi a Marco Gregoretti: Noi siamo una forza politica che vive in
strada.
E sappiamo che i cambiamenti arrivano dal basso.
Mai da salotti .
E dal basso, ossia dagli elettori, arriv il primo, fortissimo mutamento, quello
del 20 giugno.
La Lega 51 ritrov con ben settanta sindaci, tre presidenti di amministrazioni
provinciali (Gorizia, Pavia e Mantova?, un presidente di consiglio regionale,
quello del Friull-Venezia Giulia.

Dei settanta sindaci, 40 erano in Lombardia, 13 in Veneto, 6 in Piemonte, 5 in


Emilia, 3 in Liguria e 3 in Friuli-Venezia Giulia.
La provincia pi leghista risult quella di Pavia, gi provincia rossa, un tempo
governata da un robustissimo Pci.
Adesso erano della Lega i sindaci di Pavia, Vigevano, Voghera e Mortara.
E le sezioni leghiste spuntavano dappertutto.
Mentre gli iscritti ai vecchi partiti sparivano o si decimavano, i tesserati di
Bossi crescevano.
A Milano, fra aprile e la met di luglio, ci fu un boom che non si vedeva da
tempo: da 9 a 18 mila iscritti.
No, non era conquistata nei salotti, questa vittoria.
Se non l'avessi gi capito da solo, l'avrei compreso leggendo quel che mi
scrisse all'Espresso un lettore proprio di Vigevano che si firmava con nome e
cognome, pi la qualifica di iscritto alla Lega .
Disse quel lettore: Caro dottor Pansa, vedo che lei ci critica e ci sfotte
perch pensa che noi diventeremo i padroni politici dell'Italia e vuole subito
marcare il punto nei confronti dei futuri vincitori.
Dal suo punto di vista, fa bene.
E anche dal nostro, se mi consente.
Perch, quando saremo a Roma, avremo bisogno di una stampa libera che ci stia
sul collo con lealt.
Non tutti nella Lega la pensano cos, ma molti, mi creda, la vedono come la vedo
io.
Ma per aiutarla a fare meglio 'il cane da guardia', come lei ha scritto molte
volte, desidero spiegarle perch noi della Lega stiamo vincendo e continueremo a
vincere.
La legga, questa mia spiegazione, ci rifletta e poi ne faccia l'uso che crede.
Vinciamo e vinceremo per tanti motivi , continu quel lettore leghista.
Perch siamo una bandiera nuova, non compromessa con il vecchio regime che sta
crollando nel pantano delle sue colpe.
Quel pantano che voi dell'Espresso avete descritto per tanto tempo cos bene da
meritarvi il nostro ringraziamento: sono stati i giornali come il vostro, e lo
dico senza ironia, i pi forti propagandisti della Lega.
Poi vinciamo perch siamo persone nuove che, salvo qualche eccezione, sono
sempre state estranee o contrarie ai partiti della Prima Repubblica.
Poi vinciamo perch siamo un gruppo nuovo, fuori dai giri che hanno fatto e
disfatto a loro piacere per quarant'anni: un gruppo estraneo alle oligarchie
politiche, economiche e intellettuali che sono state dominanti nella repubblica
che adesso muore, quelle oligarchie che anche lei ha descritto nei suoi libri.
Poi vinciamo perch siamo dei politici nuovi anche come estrazione sociale.
Siamo professionisti, imprenditori, impiegati, dirigenti, pensionati.
Insomma, gente del ceto medio, del tutto omogenei agli elettori ai quali ci
rivolgiamo e che anche per questo hanno deciso di votarci.
Poi vinciamo perch siamo una forza politica che si creata dal basso, che
emersa dalla gente normale, dagli italiani qualunque come li chiama lei.
Una forza semplice, popolare, istintiva, senza arroganze, senza puzza sotto il
naso.
Qualche volta siamo anche una forza ignorante, ma sempre meglio essere ignoranti
che ladri, non vero, dottor Pansa? Infine vinciamo perch la gente ci
considera i vendicatori di tutto il marciume della partitocrazia.
E siccome questa partitocrazia non stata per niente sconfitta, la gente
continuer a votare Lega per consentirci di fare davvero piazza pulita .
La lettera si concludeva cos: Abbiamo messo fuori gioco la Dc e il Psi.
Adesso batteremo il Pds.
La nostra vittoria camminer su un'ondata di destra in Italia? Anzi, la nostra
vittoria sar la vittoria del centro-destra? Io non lo credo, perch noi siamo
una forza anche popolare.
Ma se fosse cos, che importa? Il centro-destra sta vincendo in tutta Europa.
Perch l'Italia deve sempre fare eccezione? E poi la sinistra, quella che piace
tanto a lei, ha delle colpe storiche nei confronti della democrazia italiana.
E stata una sinistra di regime.
Colpevole di molte delle colpe del regime.
E noi della Lega gliele faremo scontare .

///
Davvero molto chiaro, questo lettore leghista dell'Espresso.
E anche molto informato su quel che si diceva nel vertice della Lega.
Difatti, proprio in quei giorni, Bossi dichiar quale sarebbe stata la prossima
campagna dei leghisti e l'obiettivo che avrebbe colpito.
Era il nemico rosso , la marmellata rosso sangue .
Insomma, il Pds di Occhetto.
E Occhetto capo del Pds.
Il Barbarissimo lo spieg con rude schiettezza a Umberto Brindani, di Panorama,
in un'intervista che venne diffusa il 26 giugno: Partiamo dalla situazione del
Nord in questo giugno 1993.
Qui a sinistra c' il partito comunista, suddiviso in Pds e Rifondazione.
Il centro occupato da noi.
Resta poi una marginale area di destra.
La Dc era qui in mezzo, ma noi l'abbiamo eliminata.
Questi nel Nord non esistono pi.
Adesso si tratta di entrare qui...
Bossi tracci un segnaccio sull'area occupata da Pds e Rifondazione: S, adesso
dovremo entrare qui.
Questo il livello del federalismo.
Questo il 1995 .
Domand Brindani: E l'anno del partito unico? E Bossi: Noi siamo l'alternativa
di sistema.
Io penso clle nascer la sinistra federalista.
Cominceremo a organizzare ci che dovr sostituire l'area del Pds .
Che cosa vuol dire? domand ancora Brindani.
E il Barbarissimo, sbuffando: Vuol dire che noi vinciamo e gli altri lo pigliano
nel culo!
Allarmante? Beh, fino a un certo punto.
Se la sinistra era cos debole, cos vecchia, cos divisa e cos priva di
fantasia e, insieme, di realismo da farsi battere dal Bossi, cavoli della
sinistra, no? Certo, a vedersi, non sarebbe stato piacevole.
Ma la lotta politica in democrazia, ha questo di bello: che quando uno perde,
quasi sempre perde soprattutto per colpa sua.
Molto pi allarmante, semmai, fu la conclusione dell'intervista.
L dove il Barbarissimo si lasci andare a un confessione di quelle che, se non
sei proprio bollito, ti fanno drizzar le orecchie e puntare il fucile.
Disse Bossi: Io non sono cos attento ai valori formali, non me ne frega niente.
La gente vuole il cambiamento e noi dobbiamo fornirgljelo.
Che non mi vengano a fare i bei discorsi a me...
No, non ancora il momento delle buone maniere.
Non siamo ancora al governo.
E poi voi tutti avete sbagliato a non capire una cosa: i moderati di oggi sono
diversi da quelli di ieri.
Sono moderati che vanno in piazza .
Chiese Brindani: Moderati non moderati? E Bossi: Perch? Diciamo che sono
moderati maschi invece che moderati femmine .
A questo punto il cerchio era chiuso.
Ecco la strategia leghista, nuda e cruda.
Le mummie del partitismo non volevano andarsene.
Il vecchio regime non voleva morire.
Il passato non voleva passare.
Ma allora i nuovi barbari della Lega avrebbero obbligato i vecchi barbari della
partitocrazia a lasciare il potere.
Con le buone.
O con le cattive.
Certo, anche con le cattive.
Bisognava forzare il passaggio verso il futuro.
A tutti i costi.
Con la mano dura.
E al diavolo i valori formali !

Non me ne frega niente, dei valori formali , confessava Umberto il Barbaro.


E sembrava di sentirlo aggiungere: sapete quanto gliene importa, alla gente, dei
vostri valori formali! Questi cosiddetti valori non l'hanno difesa dalla mafia,
dalle tangenti, dall'inefficienza, dalle tasse ingiuste, dallo sfascio dello
Stato.
Cos, la gente diventata pi leghista della Lega.
Ed sconvolta dalla rabbia.
Una rabbia che tramuta tanti italiani qualunque in moderati maschi , moderati
che vanno in piazza .
Era questo il futuro che ci aspettava? Un moderatismo d'assalto? Un centrodestra voglioso di far vincere il nuovo a qualsiasi costo? E gli orrori dei
vecchi barbari avrebbero reso sopportabile il pagare qualunque prezzo pur di
veder trionfare i barbari nuovi?
Il Barbarissimo aveva parlato chiaro.
E sembrava avere in testa dei propositi altrettanto netti.
Molto meno chiari mi parevano le parole e i propositi di chi dichiarava di voler
fermare i barbari, anche per difendere i valori formali che Bossi considerava
cartaccia da buttare.
E assolutamente confuse mi sembravano le risposte delle tante sinistre, e dei
tanti democratici di sinistra-centro, che avrebbero dovuto sconfiggere la Lega
nella contesa per il potere in Italia.
Per questo temevo di cadere, dalla padellaccia del vecchio regime, dentro la
brace del nuovo regime leghista.
Per questo mi sentivo inquieto.
Per questo vedevo sull'orizzonte italiano minacciose nuvole nere.
Gonfie di pioggia cattiva.
Di grandine al veleno.
Di tempesta brutta, brutta, brutta.
Fine.