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COSTITUZIONE, STATO E STORIA


la Costituzione come fenomeno storicamente definito

Nel senso pi ampio del termine, la Costituzione pu essere definita come la struttura fondamentale dello Stato, il complesso delle norme e delle istituzioni su cui esso si regge. Stando a questo significato, che poi quello comunemente diffuso, si pu affermare che ogni Stato abbia una sua costituzione, che poi la sua fisionomia organica, il suo modo stesso di essere, di costituirsi, cosicch lintero corso della civilt ci appare come un susseguirsi di costituzioni (la definizione di a.C. per lEnciclopedia Europea). E questo cos vero che ci siamo abituati a chiamare costituzione anche le leggi che larconte Solone impose nel 594 a.C. alla polis ateniese. Chi ha formulato la precedente definizione, ci avverte per che opportuno intendere il concetto di Costituzione in un senso pi limitato e storicamente definito, che poi quello affermato dallarticolo 16 della Dichiarazione dei Diritti dellUomo del 1789. In questo, che rimane il pi celebre tra i testi costituzionali moderni, troviamo scritto: Ogni societ nella quale la garanzia dei diritti non assicurata, n la separazione dei poteri fissata, non ha una Costituzione. In questo secondo senso, in quanto cio documento che sancisce i fondamentali diritti dei cittadini (nei confronti dello Stato) ed organizza, sempre a garanzia dei cittadini, lattribuzione e lesercizio del potere dello Stato medesimo, la Costituzione ci appare allora come una precisa tappa evolutiva nella storia della civilt occidentale di origine europea. La situazione che vede oggi praticamente tutti gli Stati esistenti dotati di una Costituzione costituisce in effetti il punto di approdo di un movimento ideale e politico nato in Europa (e Stati Uniti, ancora prima) sul finire del XVIII secolo. Per apprezzare il significato del fenomeno costituzionale (in generale, ma questo vale anche per la comprensione della Costituzione vigente nel nostro paese), necessario dunque aver presente levoluzione della societ e dello Stato che ne formano il contesto. LA NASCITA DELLO STATO MODERNO

caratteristiche originali dello Stato moderno

In quasi ogni tipo di societ umana possiamo ritrovare, oltre ad un territorio sul quale insediata una popolazione, una qualche forma di organizzazione politica. Con questo termine intendiamo da un lato un insieme di norme, un sistema giuridico ispirato alla realizzazione dei fini generali della societ e finalizzato a regolare i comportamenti di questa popolazione; dallaltro lesercizio (magari solo eventuale: per lo pi basta la minaccia del suo uso) della forza per imporre tali norme alla popolazione e per difendere lintero sistema da eventuali attacchi esterni. A partire dal XIV secolo, in Europa prende forma una particolare forma di organizzazione politica (lo Stato moderno) che si differenzia sia dal sistema feudale (dalla cui crisi esso emerge)

che dagli antichi regni od imperi per alcuni fondamentali caratteri.


lo Stato come ente sovrano: dal feudalesimo alle grandi monarchie

Prima e fondamentale caratteristica dello Stato moderno la sovranit. Lo Stato moderno sovrano nel senso che non riconosce alcun potere al di sopra di s e possiede (o comunque rivendica) il monopolio della forza necessaria ad imporre le leggi. Tale sovranit presenta allora necessariamente due facce: una rivolta verso linterno, e questo significa che nessun soggetto pu sottrarsi al potere dello Stato (eventuali altri poteri esercitati allinterno dei confini statali possono esistere solo in quanto decisi ed attribuiti dallo Stato). Laltra faccia della sovranit rivolta verso lesterno: lo Stato non tollera ingerenze nel proprio territorio da parte di altri soggetti, cosicch ogni Stato si concepisce come indipendente dagli altri allinterno della comunit internazionale. Lidea di sovranit fu elaborato dal filosofo francese Jean Bodin, che affermava gi nel 1576: per sovranit si intende quel potere perpetuo ed assoluto che proprio dello Stato (I Sei Libri Della Repubblica, 1576). Non si trattava di un semplice costrutto teorico, ma di un concetto utile a sintetizzare ed esplicitare un processo storico reale. Nella societ feudale lunit ideale era conferita dalla presenza di istituzioni di stampo universalistico come lImpero e la Chiesa; ma il potere politico, nei fatti, era caratterizzato da una grande frammentazione: feudi e signorie, vescovadi e congregazioni religiose, corporazioni artigiane e liberi comuni, comunit di villaggio e associazioni mercantili riducevano lorganizzazione sociale a complessi intrecci di privilegi e rapporti di dipendenza personale o di ceto. Nel sistema piramidale del vassallaggio feudale, il principe legava a s i baroni in un rapporto di obbligazione personale, e lo stesso avveniva tra i baroni e la classe dei cavalieri che esercitava il controllo diretto (ma non sovrano) sulla massa dei contadini: il potere dei re sul territorio era in questo modo solo indiretto. Ma a partire dalla fine del secolo XIII le grandi dinastie di Francia, Inghilterra e Spagna avviarono un processo di rafforzamento del potere regale, piegando alla piena sottomissione i centri di potere di livello inferiore, fino ad affermare la propria piena ed effettiva sovranit sul territorio, ed affrancandosi, nel contempo, dallingerenza dellautorit religiosa. Questo processo storico non arriv invece a compimento in quelle zone del continente europeo (come la Germania e lItalia) dove Stati regionali e citt indipendente offrivano una pi forte resistenza. Il processo di gestazione dello Stato moderno pu dirsi avviato a compimento verso la met del secolo XVII. Significativo, in questo senso, il trattato di Westfalia, che pose termine nel 1648 alla guerra dei trentanni: primo atto della moderna diplomazia internazionale, questo trattato vide la partecipazione dei maggiori Stati europei che per la prima volta si riconoscevano
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il mondo come comunit di Stati sovrani

reciprocamente come entit sovrane ed indipendenti, membri di pari dignit di una comunit internazionale.
la sovranit come caratteristica perenne dello Stato

Il mondo come oggi lo conosciamo, come sistema di Stati indipendenti e sovrani, nasce in questo periodo, n sembra prossimo il suo tramonto. Anche se luso effettivo della forza poco frequente e rimane un rimedio di ultima istanza, lo Stato non cessa mai di imporre e rivendicare la propria sovranit. I tentativi di costituzione di contropoteri (la lotta armata di gruppi rivoluzionari, i moti secessionisti di una porzione del territorio, lemergere di una criminalit organizzata) vengono sempre repressi duramente e danno luogo a conflitti sanguinosi. Anche il riconoscimento odierno delle autonomie locali e delle specificit regionali, e la crescente rilevanza delle organizzazioni internazionali, pur se interpretabili quali sintomi di un futuro declino dello Stato come organizzazione politica della societ, non sono altro, sul piano giuridico, che il prodotto della volont sovrana degli Stati stessi, frutto di loro autonome scelte o di accordi. Una seconda e appariscente caratteristica degli Stati moderni il loro funzionare attraverso un vasto e complesso apparato: linsieme di uomini e risorse di cui lo Stato si serve in effetti lo strumento, la base materiale della sua sovranit. Il processo attraverso il quale il sovrano si impone come unica fonte del potere non , in effetti, che la storia della creazione di una serie di strutture di potere, ancora oggi centrali nella vita di qualunque societ. a. un esercito professionale permanente sostituisce il precedente sistema della cavalleria nobiliare e delle compagnie di ventura, che costitutiva un apparato militare frammentato e nelle mani della nobilt, di cui il sovrano poteva disporre solo indirettamente. Con un proprio esercito il monarca rende effettiva la propria sovranit: con esso pu controllare il territorio, ingaggiare guerre dinastiche, perseguire lespansione territoriale o la difesa del suo regno; e questo toglie alla classe nobiliare una gran parte del suo potere e della sua ragion dessere. b. vengono gradualmente sottratti alla nobilt (per la quale costituivano cariche ereditarie) ed affidate a personale legato contrattualmente al potere regio anche le funzioni amministrative: la gestione del patrimonio statale, lesazione dei tributi, lamministrazione della giustizia, il controllo del territorio e delle attivit economiche private, lerogazione di servizi pubblici, e cos via. Nasce cos quel nucleo di burocrazia statale che nei secoli successivi si sarebbe sviluppato in seguito alla crescente complessit della vita sociale e alla conseguente assunzione di funzioni (soprattutto come erogatore di servizi) da parte dello Stato. c. la centralizzazione del potere e la crescita sul controllo dei diversi soggetti da parte del centro si riflette nella formazione di

lo Stato come apparato

lesercito

la burocrazia

la legislazione e la magistratura

il fisco

un sistema giuridico uniforme. Lo Stato si presenta ora come lunica autorit legittimata a produrre ed applicare leggi; e queste ultime non sono pi il riflesso della tradizione o dellautoregolamentazione di singoli settori sociali (come le norme corporative), ma lesplicito prodotto della volont del sovrano. Consuetudini locali e giurisdizioni particolari cedono il passo alluniformit di trattamento per tutti i diversi soggetti. Questo processo di codificazione da parte dello Stato, richiedendo a sua volta la formazione di ceti di giuristi e magistrati, comporta anchesso unespansione dellapparato statale d. La crescita dellapparato burocratico e giurisdizionale e, soprattutto, di quello militare (date anche le nuove costose tecnologie basate sulle armi da fuoco e le navi da guerra) comportano costi notevoli e la necessit quindi per il sovrano di ottenere un flusso costante di entrate attraverso la costituzione di un sistema fiscale permanente che solo leffettivo esercizio della sovranit pu far funzionare (e che a sua volta alimenta lespansione di un apposito apparato burocratico). Lultima caratteristica che lorganizzazione politica della societ acquisisce con lo sviluppo dello Stato moderno, e che ancora oggi avvertiamo come fondamentale, lidentificazione tra Stato e nazione. Per nazione intendiamo una comunit di persone unite da legami di lingua, religione, tradizioni, valori, cio -in senso lato- culturali. Mentre i vecchi imperi avevano una struttura cosmopolita ed ospitavano al proprio interno una pluralit di nazioni, e mentre le antiche citt libere dellEuropa medioevale (o i piccoli Stati dellItalia e della Germania) si estendevano in un ambito puramente locale o regionale, le grandi monarchie di Francia, Inghilterra, Spagna basano il proprio significato ideale proprio sullidentificazione nazionale, sulla capacit del sovrano di cementare intorno sl trono una grande comunit etnicoculturale. Il sentirsi francesi (o inglesi o tedeschi) favorisce un legame ideale dei cittadini con lautorit ben pi forte ed immediato del rapporto di obbligo personale nei confronti del signore feudale. Nel corso del tempo, la dimensione nazionale si dimostra ottimale non solo sul piano culturale, ma anche su quello economico: i confini che uno Stato difende ed entro il quale sovrano delimitano infatti uno spazio che si rivela sempre pi adatto ad ospitare e incentivare le correnti di scambi commerciali e le attivit produttive della nuova epoca, in contrapposizione allambito puramente locale dellagricoltura di sussistenza dellEuropa medioevale. I caratteri innovativi dello Stato moderno (sovranit interna, dimensione nazionale, uniformit giuridica, presenza di complessi apparati burocratici fiscali e militari, predominio delle strutture organizzative sui singoli, indipendenza esterna) permangono immutati sino ai nostri giorni, e costituiscono lessenza del potere
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Stato e nazione

levoluzione dello Stato moderno: forme di Stato e forme di governo

politico cos come ancora oggi lo percepiamo. Nella cornice di queste caratteristiche strutturali permanenti, lo Stato non ha per mai cessato di evolvere e di assumere forme diverse, tanto vero che gli studiosi delle istituzioni individuano differenti forme di Stato e forme di governo. Con la prima espressione, ci si riferisce al rapporto tra lo Stato, in quanto apparato detentore del potere, e la societ, intesa come insieme degli individui e delle loro relazioni, e quindi al ruolo e alle funzioni che lo Stato intende assumere nei confronti della societ stessa. Con la seconda espressione si prende in considerazione invece, in senso pi ristretto, lorganizzazione interna dello Stato, il modo cio in cui il potere politico viene distribuito ed esercitato. Entrambi questi aspetti sono da tenere presenti quando si esaminano le vicende delle Costituzioni, poich queste ultime altro non sono che lenunciazione dei principi generali che uno Stato intende darsi rispetto sia al primo che al secondo ordine di problemi. I REGIMI ASSOLUTISTICI
lo Stato assoluto: mancanza di limiti e accentramento del potere

La forma che lo Stato moderno presenta nella fase della sua fondazione quella dellassolutismo. Il termine assoluto deriva dal latino absolutus che significa privo di legami, cio di controlli. Il potere del monarca privo di limiti appunto perch esso non viene controllato da altri soggetti: la stessa legge che il sovrano emana non costituisce per lui un limite, perch egli pu a piacimento revocarla o modificarla. Il suo potere sul territorio e sugli abitanti ha la medesima natura ed estensione di quello del proprietario sui propri beni. A questa illimitatezza del potere si accompagna il suo totale accentramento. Il potere politico pu essere visto, infatti, come la somma di pi poteri (o funzioni) diversi: il potere di fare le leggi (funzione legislativa), il potere di applicare leggi e di decidere in base ad esse sui concreti problemi (funzione esecutiva), il potere di farle rispettare e risolvere in base ad esse le controversie (funzione giurisdizionale). Ebbene, il monarca assoluto concentra nelle proprie mani quei tre poter: a lui compete, direttamente od indirettamente, decretare, decidere, giudicare, usare la forza. Fondazione della sovranit, mancanza di limiti e concentrazione del potere appaiono quindi, in questa fase storica, come due facce della medesima medaglia Le possibilit di controllo che il monarca in grado di esercitare sui propri sudditi appaiono ai contemporanei talmente impressionanti da spingere il filosofo Hobbes a paragonare il nuovo Stato al biblico mostro Leviatano (questo il titolo dellopera del 1651 nella quale il filosofo scozzese analizza le forme nuove assunte dal potere politico). Daltra parte, proprio Hobbes ad indicare la fonte di legittimazione del potere assoluto del monarca, ovverosia le ragioni che giustificano lesistenza

la legittimazione dello Stato assoluto

dello Stato, la motivazione che rende agli occhi degli individui sopportabile la sottomissione al suo potere. Afferma infatti Hobbes: Lessenza dello Stato proprio questa: disporre di tanta potenza e di tanta forza a lui conferite che col terrore da esse suscitato in grado di modellare le volont di tutti i singoli in funzione della pace, in patria, e dellaiuto reciproco contro i nemici di fuori. Formalmente, i monarchi continuano ad appellarsi allautorit divina come fonte del proprio potere, ribadendo cos la concezione teocratica della sovranit (il potere politico giustificato in quanto facente parte dellordine complessivo ed immutabile del creato, che discende dalla volont di Dio). In effetti, emerge con sempre maggior chiarezza che il potere dello Stato trova la sua giustificazione nella propria capacit di garantire ordine (la pace interna) e sicurezza (il reciproco aiuto verso lesterno) allo svolgimento della vita sociale. Il potere politico non si fonda dunque sullautorit della fonte da cui proviene, ma sulle funzioni che esso si dimostra in grado di esercitare.
lassolutismo tra dispotismo e razionalit

Ai nostri occhi di cittadini dotati di diritti, il concetto di assolutismo appare difficilmente separabile dallidea del dispotismo, di un sistema di governo dove chi detiene il potere lo esercita in modo autoritario ed arbitrario. In effetti, per, anche se Luigi XIV, nel momento di maggior splendore dellassolutismo francese, amava dire lo Stato sono Io, questa forma di governo solo eccezionalmente scade a livello di regime personalistico. Come sottolinea Max Weber, nella sua fondamentale analisi delle istituzioni della societ moderna, proprio in quanto le grandi monarchie assolute vengono costruendo il proprio potere politico valendosi di un apparato materiale complesso ed organizzato, quel potere tende a perdere limpronta personalistica che ancora osserviamo nella fase nascente dello Stato moderno, quella dei conflitti dinastici, e a presentarsi come sempre pi impersonale. Lo Stato pu esistere e perpetuarsi non in quanto fondato (come prospettava Machiavelli ne Il Principe) sulle capacit di singoli individui, ma in quanto regolato da un sistema di norme e sorretto da unorganizzazione stabile, nella quale procedure e finalit sono dotate di continuit anche se le persone che ricoprono i vari ruoli cambiano. Lautorit viene sempre pi identificata con la forza astratta della legge che con la presenza carismatica di un re. Potremmo concludere che lidea di sovranit emerge non solo attraverso il progressivo rendersi autonomo del potere politico rispetto a quello ideologico/spirituale della Chiesa e a quello economico dei proprietari feudali, ma anche attraverso il progressivo suo rendersi indipendente in quanto organizzazione) dalle singole individualit. Lo stesso processo di codificazione attraverso il quale il monarca assoluto traduce in norme generali il proprio potere, pu essere giudicato come una fase di razionalizzazione dei sistemi di regolazione sociale. Ci tanto pi vero quanto pi i rapporti sociali (ed in modo speciale lo sviluppo delle attivit produttive di
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ricchezza) si presentano complessi e in evoluzione, abbandonando la staticit, la condizione di pura riproduzione dellesistente che, nella societ contadina, giustificava lancorarsi del diritto alle sicurezze della tradizione e il suo richiamarsi ad una remota volont divina. Nel mondo moderno la legge si avvia invece a divenire lo strumento dinamico di governo della societ, norma capace di adeguarsi, controllare, pilotare la lo sviluppo del corpo sociale; lordinamento giuridico si avvia sempre pi ad essere un sistema di diritto positivo (cio, letteralmente, posto, voluto dalla volont dello Stato). Levoluzione dei regimi assolutistici legata allatteggiamento che, nei diversi paesi, la monarchia assunse nei confronti una societ che si stava evolvendo attraverso la disgregazione delle strutture feudali. In Inghilterra, ad esempio, Enrico IV ed Enrico VII procedettero nel corso del XVII secolo alla pressoch totale distruzione del potere dei baroni e delle istituzioni feudali. E nel corso del XVIII secolo assistiamo alla comparsa di forme di assolutismo riformatore, che promuove e garantisce forme di sviluppo economico, normativo e sociale ( il caso di Maria Teresa dAustria e Giuseppe II nellImpero Austro-ungarico). Nella maggior parte dei casi, invece, la monarchia scelse di difendere gli interessi della antica aristocrazia terriera, cooptandola allinterno delle nuove strutture amministrative o favorendo la sua trasformazione in uno strato sociale parassitario ed improduttivo (ne un esempio storico la nobilt di corte della Francia di Luigi XVI). LIBERALISMO E COSTITUZIONE
Costituzione e Stato liberale

Le Costituzioni compaiono sul finire del XVIII secolo, in opposizione allassolutismo, e sanciscono la trasformazione dello Stato moderno, nel corso del secolo XIX, in Stato liberale. La nuova forma di Stato caratterizzata fondamentalmente da due elementi: a) il riconoscimento agli individui di alcune fondamentali libert, garantite nei confronti del potere statale e b) laffermazione del principio della divisione dei poteri come modalit di distribuzione ed esercizio del potere politico. La Costituzione appunto il documento nel quale questi princpi vengono affermati e la norma alla quale il monarca accetta di sottomettersi. Anche in questo caso ci troviamo di fronte allaffermazione di alcuni elementi strutturali che si affermano come permanenti e che ancora oggi costituiscono un carattere di fondo delle societ occidentali. Lideale di libert si afferma in Europa anzitutto sul piano religioso: da un lato attraverso lesperienza della Riforma, lo scisma protestante che aveva tra le sue motivazioni la contestazione del monopolio dellinterpretazione delle Sacre Scritture da parte della chiesa di Roma; dallaltro attraverso la

lidea di libert

progressiva affermazione del concetto di tolleranza che vede alfine, con la Legge sulla Tolleranza del 1689 in Inghilterra, il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato di confessioni religiosi diverse e quindi della libert di culto per i sudditi. Il senso di questa conquista ben espresso da Spinoza nel suo Trattato teologico-politico del 1670: Siccome, poi , lindole delluomo cos varia che chi si acquieta a questa chi a quella opinione, onde la medesima cosa suscita nelluno il sentimento religioso e muove laltro al riso, dalle cose sopra dette concludo doversi lasciare a ciascuno la libert di giudizio e la facolt di interpretare a suo modo il fondamento della fede, giudicando esclusivamente dalle opere se questa sia santa od empia. Cos tutti potranno obbedire a Dio in piena e perfetta libert, e soltanto la giustizia e la carit saranno da tutti tenute in pregio. Nel corso del secolo XVIII, questa visione liberale si estende anche ad altri campi della vita morale ed intellettuale: il movimento dellIlluminismo, sulla base di un atteggiamento razionalista ed illuminista, sviluppa lidea di libert di pensiero proponendo, in nome del progresso dellumanit, una critica serrata alle concezioni tradizionali nei diversi campi del sapere e allautorit culturale della Chiesa. Nella seconda met del XVIII secolo comincia infine ad affermarsi lidea che il modo migliore per far funzionare le attivit produttive, base materiale della vita sociale, quello di affidarne la gestione alle libere scelte dei singoli soggetti in regime di concorrenza reciproca ( questo il nucleo della dottrina economica del liberismo, che approfondiremo nel paragrafo seguente).
il giusnaturalismo

Principio di tolleranza e ideali di libert trovano nel frattempo un loro pi preciso inquadramento teorico attraverso lo sviluppo, a partire dal sec. XVII, del giusnaturalismo, la corrente filosofica (rappresentata da pensatori quali Grozio, Spinoza, Hobbes) che affermava lesistenza di alcuni fondamentali diritti naturali che competono ai singoli individui per natura, che sono quindi innati e preesistono, in quanto tali, a qualunque ordinamento politico e giuridico. Tali diritti sono visti come una sfera invalicabile rispetto alle pretese del potere del monarca o addirittura, in una visione pi impegnativa, come la motivazione stessa dellesistenza di un potere sovrano. Come ritroviamo scritto nella Dichiarazione di Indipendenza Americana (1776), base della Costituzione promulgata nel 1787: Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verit: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti; che tra questi diritti sono la vita, la libert e la ricerca della felicit; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati .... Ed anche nella Dichiarazione dei Diritti dellUomo (1789), base della Costituzione promulgata in Francia nel 1791: Art. 1: Gli uomini nascono e si mantengono liberi e uguali nei diritti Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sullutilit comune. Art. 2:
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Il fine di ogni associazione politica la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili delluomo. Questi diritti sono la libert, la propriet, la sicurezza e la resistenza alloppressione.
un nuovo mondo

Queste affermazioni vengono continuamente ricordate come lo spartiacque ideale tra due concezioni del mondo: quella tradizionale della societ medioevale e contadina, nella quale gli interessi e lautorit delle istituzioni (la Chiesa, la corporazione, la famiglia) sovrastano e dirigono le vite individuali; e quella della societ moderna, nella quale il motore della vita sociale non sono le istituzioni ma linterazione di individui che prendono autonomamente le proprie scelte. Nella vecchia societ le distinzioni sociali sono rigide e a carattere ereditario; i privilegi di casta limitano al minimo la mobilit sociale (le possibilit di ascesa e cambiamento per gli individui); nella nuova societ emerge un criterio meritocratico di attribuzione del successo sociale, non pi legato allo status predeterminato per nascita ma alle capacit e alle scelte dellindividuo. Il vecchio mondo orientato al rispetto di un ordine trascendente e della tradizione; il nuovo mondo dinamico ed ispirato a uno spirito razionale e progressista. Queste nuove strutture e nuovi valori non possono evitare di riflettersi sulla concezione che gli uomini si fanno del potere politico e del suo ruolo verso la societ: e le Costituzioni liberali me costituiscono appunto il proclama. Il 4 Agosto 1789 a Versailles lAssemblea Nazionale Costituente decretava, pochi giorni prima della promulgazione della Dichiarazione dei Diritti dellUomo, labolizione del sistema feudale e, quindi, dei vincoli di dipendenza personale ai quali erano ancora soggetti i contadini. Questa data fondamentale nella storia della societ occidentale perch segna, almeno sul piano simbolico, linizio di unera che rinnega i rapporti di dipendenza personale e la soggezione di un uomo a un altro uomo per ragioni non dipendenti dalla sua volont. Pi in generale, vengono rinnegati i privilegi di casta e di sangue e le discriminazioni che vietano a singoli e gruppi sociali laccesso a determinate possibilit di vita. La libert, intesa come principio universale di autodeterminazione degli individui, deve tradursi necessariamente in una condizione di uguaglianza degli uomini tra di loro, nel senso di uguali possibilit e pari trattamento da parte della legge. Ma ci che ritroviamo negli articoli di tutte le costituzioni moderne non solo, e non tanto, laffermazione della libert degli uomini nei confronti di altri uomini, quanto la garanzia di alcune libert per ogni individuo nei confronti dello Stato. Le Costituzioni liberali sanciscono cio una limitazione del potere politico, la cui sovranit era originariamente concepita come assoluto. Di tale limitazione possibile individuare logicamente tre aspetti, nella realt profondamente intrecciati tra di loro.

libert ed uguaglianza giuridica tra gli uomini

la limitazione del potere politico

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la separazione dei poteri

In primo luogo, nello Stato liberale vige la separazione dei poteri. La dottrina, elaborata dallilluminista francese Montesquieu nellopera Esprit des Lois (1748) a partire dallesperienza storica inglese, prevede che le tre fondamentali funzioni del potere politico (quella legislativa, esecutiva, giudiziaria) siano affidate a differenti organi (rispettivamente: Parlamento, Governo, Magistratura); e lo schema delineato, pur con diverse varianti che vanno a definire differenti forme di governo, stato applicato con fedelt in quasi tutti i sistemi costituzionali degli ultimi due secoli. Il postulato generale di Montesquieu che perch non sia possibile abusare del potere occorre che le cose siano disposte in modo tale che il potere sia limitato dal potere: il frazionamento del potere e listituzione di una serie di contrappesi tra le diverse sedi nelle quali esso ripartito dovrebbe servire da antidoto rispetto agli arbitrii. In particolare, il principio della divisione dei poteri volto a limitare lutilizzo arbitrario del potere di coercizione da parte del potere esecutivo (cio luso della forza pubblica da parte dello Stato), subordinandolo da un lato ai limiti previsti da norme generali ed astratte emanate dallorgano legislativo e sottoponendolo, dallaltro lato, al controllo di un organo giudiziario indipendente. Cos ad esempio, lHabeas Corpus, latto emanato nel 1679 dal parlamento inglese, e che costituisce lantecedente diretto dellelaborazione di Montesquieu, autorizzava il magistrato ad emettere unordinanza con la quale si intimava alla forza di polizia di portare limputato di fronte ad una Corte che verificasse la legittimit dellarresto: una procedura, dunque, volta a impedire la detenzione arbitraria dei cittadini. In secondo luogo, una fondamentale garanzia delle libert individuali viene data dal fatto che, con la Costituzione, il monarca stesso accetta di osservare determinate regole: la legge non costituisce pi solo uno strumento di comando del potere sui cittadini, ma diventa una regola alla quale anche il potere statale si sottomette. questa la nascita di quello che oggi chiamiamo lo Stato di diritto (per contrapporlo allo Stato di polizia, come era lAssolutismo, nel quale il potere di coercizione era utilizzato senza regole e quindi potenzialmente in modo arbitrario). La subordinazione dellesercizio del potere ad una legge che lo regola costituisce una decisiva evoluzione di quel principio di legittimazione che abbiamo visto nascere con lo Stato moderno: tale principio assume il valore di garanzia, per il cittadino, della razionalit ed impersonalit dellapparato politico La subordinazione dello Stato alla legge si traduce, sul piano dellorganizzazione istituzionale, nella sottomissione del potere esecutivo del Governo del Re al controllo del Parlamento. Nel Bill Of Rights, la legge approvata dal Parlamento inglese nel 1689, poco tempo dopo la conclusione della gloriosa rivoluzione di
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lo Stato di diritto e la supremazia della legge

Parlamento e Governo

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Cromwell, viene detto, ad esempio: il preteso potere dellautorit reale di sospendere le leggi o lesecuzione delle leggi, senza il consenso del Parlamento, illegale, o che una esazione di denaro per la corona o al suo uso [...], senza il consenso del Parlamento, [...] illegale. Governo e Parlamento rappresentano, in questa fase storica, gli interessi di due forze politiche e sociali differenti, e due diversi princpi di legittimazione del potere: il Governo emanazione della Corona, listituzione che controlla il potere materiale dello Stato che ancora risiede nelle mani del monarca per forza dinastica; il Parlamento, di carattere elettivo, rappresenta gli interessi della societ civile e ne difende i diritti dettando quelle norme generali alle quali, in una, anche il monarca accetta di sottomettersi. Possiamo quindi concludere che la formula di Montesquieu rispecchia una situazione di bipolarismo del sistema di potere, destinata in seguito a estinguersi: una sorta di compromesso storico in cui coesistono il potere tradizionale della corona, su base dinastica, legittimato (solo) dalla tradizione o dal ricorso alla volont divina, ed un potere a base elettiva, legittimato dal consenso del corpo sociale (o almeno di una sua parte)
consenso politico e teoria del contrattualismo

Pi in generale, il discorso sulla limitazione del potere politico appare come laspetto pi radicale del liberalismo e che solo il movimento democratico svilupper integralmente. Per la prima volta nella storia, infatti, viene accettata lidea che i governanti, per esercitare il potere politico, debbano godere del consenso da parte di chi governato. Infatti, come afferma John Locke, uno dei maggiori teorici del liberalismo, la societ politica o civile si ha solo quando un certo numero di uomini si riunisce in ununica societ, in modo tale che ciascuno rinuncia al potere esecutivo delle leggi di natura, e lo affida allautorit pubblica. [...] Egli, da quel momento, autorizza la societ, o il potere legislativo, che la stessa cosa, a emettere leggi in vece sua, secondo le esigenze del benessere pubblico, leggi alla cui esecuzione egli tenuto a collaborare come se le avesse dettate lui stesso. Allo stesso modo, Rousseau afferma che alla base dellesistenza di un qualsiasi potere politico vi un contratto sociale (tale il titolo della sua opera del 1761), con il quale ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la direzione suprema della volont generale, e questo allo scopo di trovare una forma di associazione che difenda e protegga, con la forza comune, la persona e i beni di ogni associato. Questa visione del rapporto tra individui e potere politico (il contrattualismo) si riallaccia esplicitamente al pensiero giusnaturalista. Identificando la fonte del potere politico nella per lo meno implicita volont del corpo sociale, essa fornisce la giustificazione teorica della possibilit di un controllo sul potere da parte di chi ne in ultima istanza titolare. Il passaggio dal regime assolutistico allo Stato liberale si attua

levoluzione del

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movimento costituzionale

il costituzionalism o inglese

le costituzioni americane e francese

le monarchie costituzionali europee

mediante ladozione, nei diversi paesi, di carte costituzionali: per molto tempo, anzi, liberalismo e costituzionalismo verranno considerati concetti praticamente sinonimi. Seguiamone allora brevemente la storia. LInghilterra pu essere considerata come il laboratorio dove, sul finire del secolo XVII, vengono forgiate le principali istituzioni liberali: questo processo non si traduce per nella redazione di una vera e propria costituzione, bens nella modifica graduale di norme consuetudinarie e in una serie di leggi particolari come lHabeas Corpus o il Bill Of Rights. I documenti archetipi del costituzionalismo moderno sono invece da un lato le costituzioni degli Stati americani che nel 1776 avevano dichiarato la propria indipendenza dalla madrepatria inglese, dallaltro la serie di Costituzioni (1789, 1791, 1793, 1795) che si alternarono durante la convulsa evoluzione della Rivoluzione francese. Il valore epocale di questi testi sta nel loro carattere di pronunciamenti solenni e nel recepimento esplicito e coerente dei motivi ispiratori dellideologia liberale, che fino allora erano vissuti solo allinterno del dibattito filosofico. Nondimeno, lesperienza americana e quella francese presentano notevoli diversit. Lo storico G. Floridia, confrontandole due costituzioni, sottolinea che quella nordamericana guarda al potere come a un pericolo per i diritti individuali consegnati dalla tradizione ed emergenti dalla realt socioeconomica, e accettandolo quindi come un male necessario, da limitare con rigorose garanzie negative; la francese, invece, [...] considera lautorit (quella della Nazione, attraverso i suoi rappresentanti e mediante la legge) come lo strumento per la realizzazione in positivo dei nuovi princpi in una societ che, di fatto, ne ancora largamente lontana. Questo diverso orientamento da porre in relazione con la diversa struttura sociale dei due paesi ed, in particolare, con lassenza nel primo e la persistenza nel secondo delle vecchie istituzioni feudali e dei gruppi ad esse legati. Il regime napoleonico, involuzione autoritaria dei princpi rivoluzionari, ebbe comunque il merito di aver esportato il costituzionalismo nel continente europeo, costituendo una serie di repubbliche [***]. Dopo le guerre napoleoniche, le monarchie europee tentarono di orchestrare un ritorno al regime assolutistico ( questo il periodo detto della Restaurazione). Ma le idee liberali si erano ormai radicate nellopinione pubblica e presso i ceti borghesi. Dal compromesso tra le mire restauratrici di monarchia e aristocrazia e le propensioni liberali della borghesia e di parte dellintellettualit, deriv (in Francia, Spagna, Italia, Grecia, e altrove) la concessione di carte costituzionali di ispirazione liberale. Si trattava comunque di un liberalismo moderato, con forti limitazioni al controllo del potere monarchico da parte del Parlamento: veniva infatti riconosciuto il carattere elettivo di uno solo dei suoi rami, mentre il re conservava il diritto di nominare i membri dellaltra camera. Questa forma di governo definita solitamente monarchia costituzionale (o limitata), per distinguerla dalla monarchia
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liberale che ne rappresenta levoluzione. I questultima (che rappresenta poi la forma di governo delle attuali residue monarchie) il Re privo di un resale potere politico, ed il Governo sottoposto completamente al controllo del Parlamento, del quale deve ottenere la fiducia, con una pi piena attuazione dei princpi liberali. COSTITUZIONE E MERCATO CAPITALISTICO Il campo nel quale con pi forza e pi immediate conseguenze si impone il sistema di valori liberale quello delleconomia.
leconomia precapitalistica

NellEuropa preindustriale lattivit produttiva si trova in gran parte dislocata nelle campagne ed condotta da famiglie contadine, proprietarie della terra e dei mezzi di produzione, prevalentemente in funzione dellautoconsumo. Il basso livello di sviluppo tecnologico consente la formazione solo di una esigua eccedenza rispetto ai bisogni di sopravvivenza della popolazione; questo sovrappi alimenta un modesto commercio col settore artigianale delle citt (anchesso organizzato nella forma di produzione autonoma, sotto il controllo delle corporazioni) e, soprattutto, viene assorbito sotto forma di rendita dalla classe nobiliare: dalla spesa di questa rendita per lacquisto di prodotti di lusso dipende lespansione dei traffici continentali e coloniali. Lo sviluppo del commercio spinge lo strato ricco dei contadini -nel settore agricolo- e uno strato di mercanti -nel settore tessilead adottare nuovi criteri di organizzazione della produzione, impiantando attivit orientate alla vendita sul mercato che utilizzano lavoratori salariati e permettono, attraverso la propriet dei mezzi di produzione, il controllo diretto del processo produttivo. La ricerca del massimo rendimento tramite questa via si traduce in flusso di innovazioni in entrambi i settori (la Rivoluzione Agricola e poi quella Industriale) che incrementano vertiginosamente la produttivit del lavoro. Lavvio di questo processo, che ha luogo inizialmente in Inghilterra lungo il secolo XVIII, produce una serie di conseguenze irreversibili. La crescente produttivit si traduce in riduzione dei prezzi delle merci di largo consumo, il che rende non pi competitiva la arcaica produzione contadina e artigianale, elimina progressivamente il ruolo dellautoconsumo e spinge la massa della popolazione a rifornirsi sul mercato dei beni necessari alla propria sussistenza. I produttori autonomi, rovinati dalla concorrenza capitalistica e obbligati a procurarsi un reddito monetario, si riducono al rango di lavoratori dipendenti, che vendono la propria forza-lavoro in cambio di un salario determinato contrattualmente. Di contro, la classe dei capitalisti-imprenditori arriva ad acquisire il monopolio dei mezzi di produzione, e in virt di tale condizione non solo si appropria del sovrappi prodotto ma acquisisce il potere di organizzare ed eventualmente modificare i metodi produttivi. Nel frattempo, il mercato si afferma come meccanismo istituzionale

il modo di produzione capitalistico

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dominante di regolazione e coordinamento delle diverse attivit: non solo infatti le imprese producono ci che viene domandato, ma anche i redditi che danno luogo a tale domanda dipendono dai prezzi (salari, interessi, rendite) che sul mercato vengono pagati per lutilizzo delle risorse produttive (lavoro, capitale, risorse naturali) ai rispettivi proprietari. Anche il lavoro e lutilizzo delle risorse naturali diventano dunque oggetto di contrattazione. In definitiva, lobiettivo di fondo della produzione non pi (come era per i produttori autonomi) la soddisfazione diretta dei bisogni, ma lottenimento di un profitto monetario per le imprese, come differenza tra i costi sostenuti per la produzione ed il prezzo di vendita ottenuto sul mercato. decisivo il fatto che tale profitto, non viene speso (come accadeva per i redditi delle vecchie classi dominanti) per sostenere un consumo di lusso, ma viene al contrario destinato a nuovi investimenti, dando cos lavvio ad un processo di sviluppo economico senza pi soste. Il possesso del capitale genera dunque profitto che a sua volta si tramuta in capitale (processo di accumulazione).
le richieste di liberalizzazione dellattivit economica

ovvio che i nuovi ceti commerciali ed imprenditoriali fossero direttamente interessanti allinstaurazione di un regime di piene libert dei traffici e della produzione. Per essi era essenziale, al fine di ampliare la propria libert di manovra ed il proprio campo di azione, che venissero eliminati gli impedimenti ad una libera attivit economica di mercato: le norme corporative che limitavano la concorrenza e linnovazione nelle attivit manifatturiere, le istituzioni feudali che legavano gli uomini alla terra e frenavano la mobilit della forza-lavoro o che riservavano alluso comune porzioni rilevanti dei terreni del villaggio, impedendone lo sfruttamento privatistico, le imposte che sottraevano reddito agli investimenti produttivi per andare a mantenere gli elementi oziosi della societ (la corte, il clero), i dazi che chiudevano laccesso ai mercati, le privative e i monopoli che il re, per procurarsi entrate, concedeva in certi settori a singoli soggetti negando laccesso a possibili concorrenti,. Ma questa richiesta di eliminazione dei vincoli e laccioli aveva un significato e una risonanza pi ampia che non i limitati interessi di una classe. I Fisiocratici prima, Adam Smith poi, mostrarono con forza di argomenti come la libert di azione dei soggetti privati operanti su un mercato fossero la miglior soluzione possibile per quanto riguardava la produzione, la distribuzione e lutilizzazione della ricchezza. Smith mise in evidenza come gli imprenditori capitalisti, proprio per il fatto di perseguire egoisticamente il profitto, fossero spinti dalla reciproca concorrenza ad organizzare la produzione nel modo pi efficiente possibile, al fine di contenere i costi e poter praticare i prezzi pi bassi possibile: le imprese meno efficienti, incapaci di ottenere i profitti o addirittura di coprire i costi, vengono in questo modo progressivamente eliminate dal mercato. Oltre
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la teoria del mercato concorrenziale e la mano invisibile

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questo effetto allinterno del singolo settore di produzione, la concorrenza opera inoltre in modo da produrre un equilibrio tra i diversi settori, in modo tale da arrivare a ripartire tra di essi la capacit produttiva complessiva della societ (il lavoro, i mezzi di produzione e le risorse naturali esistenti) e da adeguare lofferta delle singole merci alla domanda espressa dai consumatori. Anche in questo caso, la libert delle imprese di perseguire il profitto a produrre leffetto: se infatti, rispetto alla richiesta esistente, la produzione si trova ad essere eccessiva in alcuni settori produttivi ed insufficiente in altri, i prezzi delle merci tenderanno a scendere nel primo caso ed aumentare nel secondo, e con essi i profitti delle imprese. Le imprese saranno costrette a chiudere o spinte a lasciare i settori a basso profitto e invogliate a investire nei settori ad alto rendimento; la capacit produttiva e lofferta tenderanno allora l a contrarsi, qui ad espandersi, facendo l risalire qui scendere i prezzi. Il processo prosegue fino a quando il profitto (come percentuale di rendimento rispetto al capitale investito) non si allineato in tutti i settori ad un valore medio: questa condizione indica che lofferta di merci ora proporzionata alla rispettiva domanda, cio che siamo in una situazione di equilibrio. Smith commenta che ognuno si sforza continuamente di trovare limpiego pi vantaggioso per qualsiasi capitale di cui possa disporre. In verit egli mira al suo proprio vantaggio e non a quello della societ. Ma la ricerca del proprio vantaggio lo porta naturalmente, o piuttosto necessariamente, a preferire limpiego pi vantaggioso alla societ; in questo modo egli condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non rientrava nelle sue intenzioni. Questa mano invisibile appunto il sistema dei prezzi generati da un mercato di concorrenza, i quali prezzi agiscono per gli operatori come indicatori di scarsit.
concorrenza e sviluppo

C un ultimo, e in prospettiva decisivo, effetto della concorrenza: la ricerca del profitto spinge continuamente le singole imprese a introdurre innovazioni; da un lato quelle che migliorano i processi produttivi ed aumentano la produttivit del lavoro, riducendo in questo modo i costi; dallaltro lato quelle che conducono allesistenza di nuovi prodotti. Le imprese concorrenti sono costretti ad imitare limpresa innovatrice, per non lasciare ad essa il dominio del mercato, e in questo modo il progresso tecnico si diffonde: anche in questo caso la ricerca del profitto privato ha leffetto virtuoso di consentire alla massa dei consumatori di soddisfare nuovi bisogni o di acquistare a prezzi ridotti una maggior quantit di merci. In conclusione: la mirabile attivit di coordinamento di un complesso sistema produttivo e lo spettacolare processo di crescita esponenziale della capacit produttiva appaiono entrambi conseguenze delloperare di un sistema di decisioni decentrate di soggetti in situazione di reciproca concorrenza. Da questo impianto concettuale deriva un corollario

Stato e mercato

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secondo i liberisti

fondamentale per ci che riguarda il ruolo dello Stato in uneconomia capitalistica. Lo Stato deve, semplicemente, limitarsi a fornire e rendere sicuro il quadro normativo entro il quale agir la libera iniziativa privata: emanazione delle leggi, repressione dei reati e soluzione delle controversie, difesa del territorio nazionale. Esso deve astenersi dallutilizzare il proprio potere per prelevare tributi (a parte quelli necessari per i costi derivanti dallesercizio delle sue ridottissime funzioni). Deve, infine, evitare di imporre ai privati decisioni relative a problemi di produzione, distribuzione, utilizzazione della ricchezza. I singoli, infatti, sono i migliori giudici dei propri bisogni, ed il mercato il miglior sistema immaginabile per lorganizzazione coerente delle loro decisioni. facile individuare la piena coerenza di una tale dottrina economica (definita da allora liberismo), che esalta lautonomia privata e la decisione individuale e vuol ridurre al massimo le ingerenze del potere pubblico, e i capisaldi del liberalismo sul piano politico. precisamente nella direzione del liberismo che si muove, durante la Rivoluzione Industriale e per buona parte del secolo XIX, lazione dello Stato nei paesi europei: liberalizzazione delle attivit economiche, immissione sul mercato dei grandi patrimoni della Corona e della Chiesa, drastica riduzione delle imposte, smantellamento degli antichi meccanismi di tutela dei lavoratori e dei piccoli produttori. Di questo orientamento troviamo una traccia precisa, quantunque indiretta, anche nei pronunciamenti costituzionali del periodo liberale. Anche se le istituzioni capitalistiche (limpresa, il mercato, la concorrenza) non vengono regolamentate o tutelate esplicitamente, troviamo per la proclamazione del carattere inviolabile della propriet e della libert del proprietario nel suo utilizzo: ad un sistema come quello contadino dove la propriet spesso indivisa o inalienabile o gravata da obblighi di vario tipo, subentra un regime nel quale il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo (articolo 832 del nostro Codice Civile emanato nel 1942), e nel quale tutte le propriet senza alcuna eccezione sono inviolabili (art. 29 dello Statuto Albertino). Del resto gi Locke affermava che lo scopo ultimo e principale dellassociazione di uomini in societ politiche e della loro sottomissione ad un governo, il mantenimento della propriet, che nello stato di natura molto deficiente e precario. A completamento dei diritti del proprietario, troviamo poi la libert contrattuale, cio la possibilit dei soggetti privati di regolare consensualmente i propri rapporti, trasferendo i diritti sulle cose (come nel contratto di compravendita) ed assumendo obbligazioni (come nel contratto di lavoro subordinato). Nel loro insieme, la libert di siglare contratti e quella di utilizzare a proprio piacimento i beni costituiscono per lappunto la condizione necessaria e sufficiente per lesistenza di un sistema
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le Costituzioni e il capitalismo: la tutela della propriet e della libert contrattuale

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di imprese e il funzionamento dei mercati; la illimitata tutela di questi strumenti implica a priori, daltro canto, limpossibilit dellazione dello Stato in campo economico. I princpi liberali affermatisi nelle costituzioni del secolo XIX sono, in conclusione, da giudicare come il presupposto giuridico dellesistenza e dellaffermazione del modo di produzione capitalistico. IL PROCESSO DI DEMOCRATIZZAZIONE
le Costituzioni come un istituto evolutivo

La Costituzione nasce come strumento per arginare ed organizzare il potere politico a garanzia della libert dei cittadini. Il corso della storia mostra per che si tratta di uno strumento flessibile, capace di dar voce ad altri e diversi princpi di organizzazione dello Stato e del suo rapporto con la societ: e in questo consiste la vitalit storica di questa istituzione e la posizione privilegiata che essa venuta ad occupare nella storia di tutti i paesi moderni. Lo Stato liberale che si afferma nel corso del secolo XIX si trasforma, nel secolo XX in una nuova forma denominata Stato democratico. Si parla per pi spesso di Stato liberaldemocratico: in effetti, nella nuova fase le caratteristiche fondamentali della fase liberale (laffermazione dei diritti di libert individuali e lorganizzazione dello Stato sulla base del principio della separazione dei poteri) vengono conservate. Il carattere innovativo della nuova forma di Stato consiste nellaffermazione della democrazia, ovverosia, secondo il significato letterale del termine greco, nellattribuzione del potere politico (kratos) al popolo, cio allinsieme dei cittadini (demos). Lidea della sovranit popolare, il concetto cio che sono i cittadini nel loro insieme i titolari del potere politico e che lapparato statale al quale essi sono soggetti pu esistere solo in quanto rappresenta i cittadini e ne ha il consenso, non altro, in fin dei conti, che uno svolgimento di alcuni presupposti del liberalismo. Lidea che gli uomini sono per natura liberi implica infatti che il loro assoggettamento ad un potere non pu avvenire che in base alla loro volont: Rousseau esprime tale necessit con lidea di un contratto sociale che deve stare alla base della formazione di un governo. Daltro canto, se la libert viene intesa come mancanza di privilegi e discriminazioni, questo comporta che il consenso richiesto quello di tutti i cittadini. Ad ogni modo, liberalismo e democrazia restano orientamenti politici distinti. Se il liberalismo pone laccento sui diritti civili (di libert) per i singoli, intesi come garanzia dallingerenza nella sfera privata del potere statale, la democrazia, pur senza rifiutare il lascito liberale, ha come obiettivo lottenimento per i cittadini dei pieni diritti politici, del diritto cio di partecipare alla vita dello Stato, alla formazione della volont generale. I due

il concetto di democrazia

la sovranit popolare

liberalismo e democrazia

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problemi (libert dallo Stato e libert di essere presenti nello Stato) sono indipendenti: il potere statale pu accettare di riconoscere una sfera di libert per i propri cittadini senza per questo necessariamente aprirsi alla partecipazione democratica. Dopo i pronunciamenti radicali della prima costituzione francese del 1791, questa in effetti lesperienza del continente europeo: il processo di allargamento del diritto di voto fino alla conquista del suffragio universale lento, difficile e spesso osteggiato dalle elites dominanti, che temono limbarbarimento della vita politica dovuta alla sua massificazione e, soprattutto, un possibile attentato agli interessi della propriet.
la difficile affermazione degli ideali democratici

Se consideriamo ad esempio il nostro paese, vediamo che al momento dellUnit il diritto di voto limitato per censo, per sesso e per et, e riguarda 600.000 cittadini (non pi del 2% della popolazione complessiva). Nel 1882, con il dimezzamento dellammontare di imposta pagata necessario per essere elettori, accedono al voto 2 milioni di persone (quasi il 7%). Nel 1912 il diritto di voto esteso a tutti i cittadini maschi non analfabeti o che abbiano prestato il servizio militare (siamo cos al 22% della popolazione). Nel 1919 (e quasi contemporaneamente in molti altri Stati europei), questi limiti vengono eliminati e viene concesso il suffragio universale maschile. Le donne accedono al voto solo nel 1946, in occasione del referendum repubblicano: vota cos il 61% dei cittadini. La platea di elettori si estende ulteriormente (fino a comprendere il 72% della popolazione) con la riduzione della maggiore et e lammissione al voto dei diciottenni. Anche in questo caso, per comprendere la dinamica delle istituzioni sul piano politico, necessario esaminare levoluzione sul piano economico e sociale, a quella sottostante. Laffermazione del modo di produzione capitalistico in Europa e negli Stati Uniti nel corso del XIX secolo aveva completamente ridisegnato la struttura sociale. Il potere economico si era concentrato nelle mani della borghesia imprenditoriale, mentre le vecchie classi nobiliari o si erano convertite ad un ruolo imprenditoriale, o erano andate in rovina, o si erano ridotte ad un ruolo marginale di rentiers affittando la terra ad uso dei pi attivi imprenditori. Ma soprattutto era cambiata la condizione economico-sociale della massa della popolazione. Lantico strato di artigiani e la classe dei contadini indipendenti avevano perso al propria indipendenza, sotto gli attacchi della concorrenza delle pi produttive imprese capitalistiche. Queste masse, spossessate dei propri tradizionali mezzi di sussistenza e moltiplicate dal processo di crescita demografica (a sua volta resa possibile dalla Rivoluzione Agricola capitalistica e dalla accresciuta produzione di alimenti che questa aveva messo a disposizione) erano andate a ingrossare le fila della nuova classe sociale, il proletariato: nelle nuove economie in via di industrializzazione, la massa della popolazione, priva di autonomi mezzi di sussistenza, si trovava a
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un nuovo soggetto sociale: il proletariato

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doversi procurare da vivere vendendo agli imprenditori la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Le condizioni del mercato del lavoro, formalmente basato su liberi contratti ma nei fatti caratterizzato da una perenne eccedenza di offerta di lavoro e dallo strapotere economico degli imprenditori capitalisti, aveva posto in essere una situazione di sfruttamento della classe lavoratrice e di peggioramento delle sue condizioni di vita.
le organizzazioni di massa e le richieste di partecipazione

La comunanza di condizioni allinterno dei posti di lavoro (la fabbrica) e di vita (la citt), la mancanza di propriet da difendere, lagire in una societ ormai sensibilizzata al problema dei diritti avevano favorito il sorgere di rivendicazioni e la diffusione di sentimenti di solidariet allinterno della classe operaia, con la conseguente nascita di organizzazioni per la difesa delle condizioni dei lavoratori: i sindacati (affiancati da un movimento cooperativo). Queste organizzazioni di massa erano divenute rapidamente importanti e non avevano tardato ad avere un riflesso sul piano politico attraverso la costituzione dei primi partiti operai (in Italia il Partito Socialista nasce nel 1892). Partiti e sindacati operai erano in larga parte ispirati dallideologia socialista, ma ad essi non tardarono ad affiancarsi partiti popolari di ispirazione cattolica (come il Partito Popolare nel nostro paese nel 1919). I partiti socialisti e cattolici, con il loro carattere di organizzazioni di massa, non tardarono a porre tra le loro rivendicazioni quella della partecipazione alla vita politica attraverso lallargamento del diritto di voto. Lo Stato democratico viene a caratterizzarsi per la presenza di una serie di nuove istituzioni e valori. Se il popolo sovrano e ai cittadini nel loro insieme spetta la titolarit del potere politico, ad essi non compete per necessariamente l esercizio diretto di tale potere.. La democrazia diretta, attraverso la discussione e la votazione in assemblee, era pensabile nelle ristrette dimensioni del demos ateniese del V secolo a.C., ma improponibile, per evidenti ragioni tecniche, per un sistema politico di dimensioni nazionali. Tranne casi eccezionali, nei quali per decidere su alcune questioni di fondo della vita del paese, diventa necessario sentire direttamente la volont dei cittadini (a questa funzione assolve listituto del referendum), la sovranit popolare si esplica tramite rappresentanti scelti dai cittadini con il metodo delle elezioni: si tratta quindi di un sistema di democrazia indiretta o delegata. Le periodiche elezioni diventano cos il momento centrale della vita politica di un paese, loccasione nella quale il popolo manifesta direttamente il proprio orientamento. Dato poi che, di norma, i rappresentanti politici del popolo non sono revocabili e, per la durata della loro carica, esplicano le proprie funzioni senza essere obbligati a consultare o chiedere direttive ai propri elettori, le consultazioni elettorali diventano lunico strumento giuridicamente efficace a disposizione dei cittadini per effettuare un controllo su tali rappresentanti. Il voto si afferma

le istituzioni democratiche: il voto e le elezioni

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cos come lo strumento minimo e irrinunciabile a disposizione del cittadino per la partecipazione politica.
la centralit del Parlamento

Il dualismo di potere (con una divisione tra Governo di nomina regia e un Parlamento eletto dal basso) che caratterizzava lo Stato liberale scompare, e lintero sistema politico viene, direttamente od indirettamente a dipendere dalla volont popolare. Infatti, o il Governo si trova sottoposto, attraverso listituto della fiducia al controllo del Parlamento ( questa la forma di governo detta parlamentare), oppure esso dipende da un Presidente eletto direttamente dal popolo ( il caso delle repubbliche presidenziali). Questo processo di democratizzazione dello Stato si configura come ulteriore limitazione dei poteri discrezionali dellesecutivo, lindispensabile completamento del principio della supremazia della legge introdotto dallideologia liberale. In un sistema basato sul presupposto che il potere di tutti diventa inconcepibile che un re possa detenere il potere politico in base a giustificazioni quali linvestitura divina o il diritto di sangue di una certa dinastia. In effetti, laffermazione dello Stato democratico coincide con il passaggio dalla monarchia alla repubblica; e in quei pochi paesi (Gran Bretagna, Belgio, Spagna, ad esempio) dove ancora oggi listituzione monarchica sopravvive, il re ridotto a una figura simbolica e di rappresentanza, dotata di scarsi poteri sul piano politico. I partiti politici costituiscono un elemento fondamentale della vita politica in un sistema democratico. La loro funzione storica stata quella di permettere alle classi popolari, prima escluse dalla vita politica, di organizzarsi ed esprimere i propri orientamenti. Il ruolo dei partiti in questo senso duplice. Anzitutto, grazie allesistenza di queste organizzazioni gli individui possono riconoscersi e contrapporsi in ordine a programmi politici generali. Senza questi punti di riferimento, che i partiti hanno la possibilit di elaborare e propagandare, il cittadino si troverebbe isolato, disinformato, non consapevole. In secondo luogo, se con il voto il cittadino pu scegliere tra diversi uomini e programmi, con la partecipazione alla vita del partito (la militanza), il cittadini pu contribuire alla formazione di quei programmi, o addirittura mettersi a disposizione della comunit come candidato. I partiti sono rimasti, per tutto il secolo XX, i fondamentali strumenti di partecipazione; questo ha portato a far assumere loro funzioni istituzionali centrali nel funzionamento del sistema politico. Sono infatti i partiti che selezionano e propongono i candidati alle elezioni; e sono essi che forniscono ai governi i programmi da seguire, che stabiliscono quindi gli obiettivi della azione dello Stato. ladesione ai principi di libert e di uguaglianza porta, sul piano della partecipazione politica, allaffermazione del pluralismo, cio
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dalla monarchia alla repubblica

i partiti politici

il pluralismo politico

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dellidea che i diversi orientamenti politici hanno uguale diritto di essere affermati e perseguiti. La politica lattivit umana che ha per oggetto la determinazione dei fini della collettivit e delle strade per raggiungerli: in quanto tale essa presuppone valori e orientamenti diversi. In uno Stato democratico troveremo quindi diversi e contrapposti programmi e partiti politici; la scelta che necessario compiere tra i diversi orientamenti viene effettuata dagli elettori al momento delle votazioni, in base al criterio maggioritario: vince chi ottiene pi consensi (pi voti) e la minoranza si adegua alle decisioni della maggioranza. Come avviene in campo economico, anche in politica assistiamo ad una forma di competizione; ed anche in questo campo la competizione pu lasciare il passo ad accordi (le cosiddette coalizioni) basate su reciproche concessioni e convergenze. Competizione e coalizioni sono le modalit tipiche della vita politica: quel che irrinunciabile, affinch un sistema possa continuarsi a definire democratico, che nessuna delle forze in campo arrivi ad assicurarsi posizioni di monopolio impedendo la presenza di orientamenti alternativi.
le autonomie locali

Lo Stato moderno nasce come organizzazione per sua natura centralistica: laffermazione della sovranit intesa come sottomissione dellintero territorio nazionale ad un unico sistema centrale di direzione e controllo. Le possibili articolazioni territoriali dello Stato (comuni, provincie) assolvono una funzione puramente esecutiva di decisioni prese al centro, e dipendono gerarchicamente da questultimo ( questo il cosiddetto decentramento amministrativo). Le nuove esigenze di partecipazione democratica spingono invece al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali. Questo termine si riferisce a enti territoriali che a) vengono eletti dai cittadini di quel territorio e che b) godono di una maggiore o minore autonomia, che possono cio prendere decisioni e determinare il proprio indirizzo allinterno di determinate materie di rilevanza locale. Questa possibilit di decentramento del potere politico e di autogoverno delle comunit locali costituisce una espansione della democrazia, in quanto consente ai cittadini una maggior partecipazione alle decisioni e un pi ravvicinato controllo sui propri rappresentanti. Lo Stato democratico, portando alle sue estreme conseguenze laffermazione dei princpi di libert ed eguaglianza, completa dunque quello che possiamo definire un rivolgimento copernicano nel rapporto tra governanti e governati. Il potere sembra perdere le sue radici autoritarie e dispotiche, per essere rimesso nelle mani degli individui che compongono la societ. La possibilit di partecipare al potere politico e di controllarlo si afferma, dora in poi, come il principale criterio di legittimazione dello Stato agli occhi dei cittadini. Quanto detto fin qui non deve per ingenerare limpressione che tale rivolgimento sia effettivo, completo e definitivo. Lautonomia

democrazia come progetto

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e la libert di scelta degli uomini rimane un obiettivo da raggiungere pi che un risultato acquisito: il potere economico detenuto da una minoranza continua ad esser un mezzo di pressione potente; i mass media costituiscono un fattore di condizionamento decisivo dei valori e degli orientamenti delle persone; le organizzazioni hanno una capacit di comunicazione e convincimento sempre superiore a quella dei singoli (daltra parte solo esse hanno la capacit di affrontare i problemi sempre pi complessi della societ); il peso di Stati stranieri pi grandi e potenti permane come limite oggettivo alla sovranit nazionale; lillusione che esista una verit oggettiva, e che questa corrisponda alla mia idea, sempre in agguato; gli individui continuano ad essere pesantemente limitati dalla propria ignoranza; e nessuno, in definitiva, pu dirsi libero dallambiente e dalla cultura nella quale avvenuta la sua formazione. Le moderne Costituzioni, che riconoscono ai cittadini i pieni diritti politici e impongono allo Stato una struttura democratica, sono da interpretare allora come lapertura di una possibilit di azione pi che come il segno di una avvenuta consegna del potere al popolo. IL FASCISMO
una risposta autoritaria al processo di democratizzazio ne

Il processo di democratizzazione in Europa nel XX secolo non fu lineare ed incontrastato. Le classi dominanti temevano che lavanzata dei partiti operai e popolari potesse tradursi in una espropriazione di risorse, in una limitazione allesercizio del potere economico, in un eccesso di protezione sociale per le classi subordinate: la rivoluzione bolscevica del 1917 e la nascita di uno Stato sovietico rendevano del resto palpabili quei timori. Ancora pi esposti si sentivano quei ceti sociali intermedi sviluppatisi con lindustrializzazione, lurbanizzazione, lespansione degli apparati burocratici: commercianti, impiegati, professionisti, militari e cos via. Negli Stati dove le istituzioni liberali e democratiche avevano messo meno solide radici (Germania, Italia, Spagna, Portogallo) si instaurano allora, per reazione allaccresciuto peso politico degli strati popolari e dei loro partiti, dei regimi autoritari, che gli storici denominano genericamente, sulla base dellesperienza italiana, fascisti. Lo Stato fascista si presenta per quasi tutti i suoi aspetti come lantitesi delle istituzioni democratiche e liberali. Il pluralismo soppresso, e i diversi partiti posti fuori legge: un partito unico, la cui dottrina viene assunta come ideologia ufficiale dello Stato si impadronisce del potere, esercitando anche, attraverso proprie milizie private (le SS in Germania, i Fasci di combattimento in Italia) funzioni di ordine pubblico e repressione. Le elezioni vengono abolite o ridotte a votazioni obbligatoriamente plebiscitarie nei confronti dellunica lista possibile; il Parlamento, quando non viene chiuso, perde qualunque funzione effettiva, soprattutto quelle di controllo nei confronti del Governo.
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le istituzioni del regime fascista

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questorgano, spesso peraltro subordinato od identificato con le strutture direttive del Partito, ad accentrare completamente il potere. Le principali libert civili vengono limitate con linstaurazione di un vero e proprio stato di polizia: le forze dellordine e i tribunali vengono mobilitati per reprimere le manifestazioni di dissenso; la stampa e le attivit artistiche vengono tenute sotto controllo attraverso la censura.
la costruzione del consenso

Accanto a queste strutture di controllo poliziesco e repressione, altre ne troviamo deputate a costruire intorno allo Stato fascista il necessario consenso di massa. In primo luogo, i regimi fascisti non intaccano se non in minima parte la sfera dellattivit economica, lasciando intatte i diritti dei proprietari e le libert dei commerci e delle imprese (ma impedendo lattivit sindacale e demolendo le resistenze della classe lavoratrice); questo favore nei confronti dei detentori del potere economico viene accompagnato spesso da politiche protezionistiche, di fornitura di appalti pubblici, di difesa dei monopoli. In secondo luogo, lo Stato ed il Partito fascista cercano di ingabbiare la societ civile attraverso la creazione di organizzazioni di massa per il tempo libero, lo sport, la cultura, e con listituzione di enti pubblici in svariati campi (attivit assistenziali, culturali, e cos via). Ogni regime fascista tenta poi, tipicamente, di cementare le coscienze attraverso la diffusione di una ideologia nazionalista e aggressiva; importante, a questo proposito, (e anticipatrice di tendenze attuali) poi lutilizzazione martellante dei mass media (a quel tempo soprattutto il cinema e la radio, ma anche le grandi manifestazioni di piazza). Infine, una funzione fondamentale nei regimi fascisti ha sempre il fascino carismatico delluomo forte, capo del partito e centro del potere statale, che incarna ed esprime lideologia del regime. Una figura di questo tipo, in grado di assumere il ruolo di salvatore della patria e di risolutore dei problemi del paese riesce a far presa sulle masse, del resto, proprio nelle situazioni in cui il desiderio di partecipazione alla vita politica, la disponibilit ad assumersi responsabilit, la consapevolezza della necessit di scelte collettive sono deboli nella massa degli individui: in questo consiste la fragilit delle istituzioni democratiche cui accennavamo in precedenza. Non casuale infatti che i regimi fascisti abbiano successo in paesi di democrazia giovane e non in quelli di democrazia consolidata come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia: nei paesi del primo tipo le Costituzioni liberali si rivelarono incapaci di arginare il fenomeno autoritario e di fornire risposte alternative; esse finirono rapidamente eliminate o svuotate di significato. In definitiva, i fascismi (non solo quelli europei del periodo tra le due guerre mondiali, ma anche le pi recenti riedizioni sudamericane, come lArgentina di Peron o il Cile di Pinochet) si possono interpretare come il risultato del tentativo di spezzoni

fascismo e debolezza della democrazia

carattere instabile dei regimi fascisti

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importanti della societ di dare una risposta autoritaria e repressiva allo svolgersi dei conflitti sociali, per evitare di affrontarli sul piano della dialettica democratica. Ad ogni modo, questi regimi si presentano, pi che come una precisa fase evolutiva dello Stato moderno, come delle ricadute storiche, delle tragiche parentesi allinterno di un pi profondo processo di democratizzazione. Il carattere instabile e temporaneo di questi regimi da attribuire in parte alla loro dipendenza dallesistenza di singole forti personalit, ma soprattutto alla difficolt di mantenere la pace sociale con luso prevalente di strumenti repressivi. GLI STATI SOCIALISTI E LO STATO SOCIALE
il socialismo e luguaglianza di fatto

La struttura e le funzioni dello Stato moderno (e quindi anche la struttura ed il contenuto delle sue Costituzioni) sono state via via modellate dallinflusso di alcune grandi ideologie (o dottrine politiche), cio grandi sistemi di valori che propongono determinati modelli di societ e, di conseguenza, un certo ruolo per lo Stato. Abbiamo gi parlato, in questo senso, del liberalismo e della democrazia. Unaltra fondamentale corrente del pensiero politico moderno che ha fortemente influenzato levoluzione della societ e dello Stato il socialismo, che si forma nel corso del XIX secolo e che ha nel filosofo ed economista tedesco Karl Marx il maggior teorico. Il socialismo ha come concetto cardine luguaglianza, ma concepita in modo diverso da come la intende il pensiero liberale e democratico; anzi, possiamo dire che il socialismo nasce da una critica radicale alla visione liberale. vero che il liberalismo, afferma questa critica, pone come obiettivo la libert e luguaglianza degli individui, con leliminazione delle discriminazioni e dei privilegi dellepoca precedente. Ma si tratta di unuguaglianza puramente formale, cio della mancanza di impedimenti sul piano giuridico; questo sistema concede in astratto a tutti le medesime possibilit, ma non si preoccupa se di fatto, in concreto, tali possibilit possono essere sfruttate; e questo dipende, fondamentalmente, dalle risorse di cui il singolo soggetto dispone. Il liberalismo ha abolito i rapporti personali di dipendenza ma non ha intaccato la distribuzione ineguale del potere economico; definendo libera la propriet privata, ha in effetti reso possibile che questa si concentrasse nelle mani di una minoranza, assoggettando la maggioranza della popolazione al bisogno economico e ponendola quindi in condizioni di dipendenza. La classe dei capitalisti ha infatti il monopolio dei mezzi di produzione mentre la massa della popolazione costretta a cedere la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Una reale condizione di uguaglianza tra gli uomini potr aversi solo in seguito ad una socializzazione dei mezzi di produzione, soppiantando il regime di propriet privata. Questo esito, secondo le previsioni di Marx, sarebbe stato inevitabile per due ragioni: perch il progresso tecnico, promosso dagli stessi
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imprenditori al fine di accrescere i propri profitti, andava nel senso di una crescente intensit e complessit dei metodi produttivi che avrebbe comportato necessariamente una loro gestione sociale; e perch la tendenza ad un crescente sfruttamento della classe lavoratrice avrebbe acuito il conflitto di classe, e spinto i lavoratori a un sovvertimento rivoluzionario dei rapporti sociali.
socialismo rivoluzionario e riformista

Questa analisi influenz notevolmente lo sviluppo del movimento operaio, e fu alla base della nascita delle organizzazioni sindacali e dei partiti socialisti di orientamento rivoluzionario (il movimento dellInternazionale Socialista fu fondato nel 1864). Dopo la repressione del movimento rivoluzionario della Comune di Parigi nel 1870, il movimento socialista si scisse in due tronconi. Allala comunista, che propugnava linstaurazione di un regime socialista attraverso la presa violenta del potere, si contrappose un orientamento socialdemocratico (o riformista), che si poneva come obiettivo il miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice allinterno delle istituzioni democraticoliberali e dei rapporti di produzione capitalistici. I rivoluzionari raggiunsero in effetti il potere in Russia nel 1917, sotto la guida di V.I. Lenin, instaurando il primo esempio di Stato socialista (lUnione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: i soviet erano le organizzazioni di base dei lavoratori russi). Varianti di questo modello si ebbero poi, dopo la Seconda Guerra mondiale, in Cina (1949), Cuba (1959), e, a seguito della decisiva partecipazione dellURSS nel conflitto mondiale contro i regimi fascisti, in vari paesi dellEuropa orientale. Anche gli Stati socialisti si dotarono di una Costituzione, ma questa aveva contenuti ben differenti da quelle dei regimi liberal-democratici. Prendendo a modello la Costituzione sovietica del 1936, vediamo che veniva sancita, anzitutto, la soppressione della propriet privata almeno per quanto riguardava le attivit economiche di media-grande dimensione: le decisioni relative alla produzione, circolazione e distribuzione della ricchezza veniva assunte centralmente dallo Stato, sulla base di procedure di pianificazione (per questo si parlava di questi sistemi come di economie centralizzate o pianificate). Largo spazio veniva dato ai diritti sociali dei lavoratori e alla regolamentazione degli interessi socioeconomici, mentre scarsa considerazione e insufficienti garanzie venivano riservate ai diritti di libert individuali. Anche il principio della divisione dei poteri veniva rinnegato, a favore di una totale concentrazione dei poteri in mano a ristretti organi di governo (un presidium di 39 persone), ed una sovrapposizione tra organi dello Stato ed organi del Partito, al quale veniva riconosciuto ufficialmente un ruolo dirigente nella vita politica. La partecipazione politica dei cittadini, data la mancanza di pluralismo, si ritrovava ridotta alla partecipazione alle elezioni ed era in pratica controllata dalle strutture del Partito.

i regimi comunisti

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Questi elementi mettono in evidenzia i pesanti limiti dellesperienza dei paesi socialisti, che pure per molti decenni rappresentarono un punto di riferimento ed un sostegno sia per il movimento dei lavoratori nei paesi industrializzati che per le lotte di liberazione anticoloniale nel terzo mondo dopo lultimo conflitto mondiale. La natura autoritaria e repressiva delle strutture statali, , lo scarso rispetto per i diritti individuali e per le esigenze della societ civile, limpedimento al pluralismo e ad una effettiva partecipazione politica, sommati allincapacit del sistema economico pianificato di sostenere elevati ritmi di sviluppo e garantire soddisfacenti livelli di vita alla popolazione, sono gli elementi che, alla fine degli anni 80, hanno portato al crollo di pressoch tutti questi regimi e allesaurimento dellesperienza socialista come particolare forma di Stato.
capitalismo e Stato sociale

Le rivendicazioni del movimento operaio e il messaggio socialista non si esaurirono per nellesperienza rivoluzionaria. Nei maggiori paesi industrializzati, la crescita del proletariato industriale e lo sviluppo delle sue organizzazioni si tradusse nella richiesta del soddisfacimento di bisogni primari a cui il sistema economico capitalistico non pareva in grado di rispondere spontaneamente. Con la Rivoluzione Industriale non si verifica infatti solo un cambiamento nel modo di produrre e distribuire la ricchezza: si modificano anche fondamentali comportamenti e strutture di vita della popolazione. Nelle societ preindustriali la cura delle persone (il vitto e lalloggio), lallevamento dei figli e listruzione, lassistenza ai vecchi e ai malati, laiuto ai poveri e agli invalidi erano assicurati da una serie di istituzioni tradizionali: la famiglia estesa anzitutto, e poi la Chiesa e la carit privata. Lavvento del capitalismo rese le condizioni di vita delle masse lavoratrici pi dure e soprattutto pi precarie rispetto a quelle della civilt contadina. Privati della possibilit di soddisfare le necessit della vita con una produzione di autoconsumo, gli individui rimanevano alla merc di un insicuro salario: malattia, vecchiaia, invalidit si traducevano in fonti di privazione e povert. Nello stesso tempo la vita sociale si era spostata nelle citt, in case di ridotte dimensioni, in quartieri periferici a basso livello di igiene. La drastica separazione tra luoghi di produzione e luoghi di consumo, insieme agli estenuanti orari di lavoro riducevano drasticamente la possibilit di vita familiare e comunitaria. Daltro canto, i singoli imprenditori non erano disposti a farsi carico degli emergenti bisogni dei loro salariati. Diventava in questo modo inevitabile che di tali questioni cominciasse a farsi carico la collettivit: si sviluppa in questo modo, gradualmente, lo Stato sociale. Con tale espressione intendiamo lo Stato che non si limita ad assolvere funzioni di ordine (emanazione ed applicazione di norme giuridiche e difesa dei confini)ma eroga servizi alla popolazione: sanit, pensioni e previdenza, istruzione di base, edilizia popolare, trasporti di massa, assistenza ai soggetti deboli (anziani, invalidi).
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i diritti sociali e la loro progressiva estensione

I primi interventi in campo pensionistico si ebbero nella Germania di Bismarck nel 1885-90; ma fu con il Piano Beveridge del 1942 in Inghilterra che inizia una fase (durata un cinquantennio) di continua espansione dellazione pubblica in campo sociale. Basti pensare che in Italia i dipendenti del complesso delle pubbliche amministrazioni (Stato, enti locali, servizio sanitario) ammontano oggi a 3 milioni e mezzo di persone, un sesto cio del totale degli occupati. Il carattere strutturale e non episodico del nuovo ruolo dello Stato dimostrato proprio dal fatto che, a iniziare da quella tedesca di Weimar del 1919, le Costituzioni del secolo XIX cominciano a riconoscere esplicitamente una serie di nuovi diritti: i cosiddetti diritti sociali, inerenti cio a prestazioni da parte dello Stato in campo sociale. Limitati inizialmente al campo della previdenza (sistemi di tutela assicurativa contro vecchiaia ed invalidit) e dellassistenza (aiuto dei soggetti privi di mezzi), la sfera dei diritti sociali si estese gradualmente al campo dellistruzione e formazione, per arrivare a ricomprendere, in tempi pi recenti, tematiche quali la tutela della salute e quella dellambiente, o la promozione delle pari opportunit per quel che riguarda le differenze di genere. Nel contempo tali diritti, che erano nati come interventi a favore di alcuni soggetti o gruppi sociali particolarmente bisognosi, vennero progressivamente allargati fino ad essere riconosciuti a tutti i cittadini ( questo il cosiddetto universalismo dello Stato sociale). La coerenza tra assetto democratico dello Stato e suo ruolo sociale evidente: luno sembra dover scivolare inevitabilmente nellaltro. Lingresso sulla scena politica dei partiti che rappresentavano le masse popolari e lavoratrici, spingeva in questa direzione. Risult quasi obbligatorio che lo Stato democratico assumesse gradualmente le nuove vesti di Stato sociale. Del resto, gli ideali di giustizia sociale e di uguaglianza di fatto possono facilmente essere interpretati come necessario completamento dei principi liberal-democratici di uguaglianza formale e di eliminazione delle discriminazioni tra gli uomini. In questo modo, per, lo Stato viene ad assumere un ruolo che antitetico, inconciliabile con quello che invece gli assegnava lideologia liberale. Se infatti per il liberalismo lo Stato deve astenersi dallagire nei confronti della societ e lasciare che la vita degli individui sia quella che deriva dalle loro spontanee decisioni, per il socialismo compito dello Stato proprio intervenire per modificare quelle condizioni. Come sintetizza N. Bobbio, il liberalismo libert (di azione) dallo Stato, il socialismo libert (dai bisogni) attraverso lo Stato. La contrapposizione ancora pi evidente se si pensa che, per realizzare (a favore di alcuni) obiettivi di giustizia sociale che non scaturiscono spontaneamente dai comportamenti individuali, lo Stato deve necessariamente limitare la libert di altri: pensiamo alla sceltra

liberalismo, democrazia e socialismo

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di impedire a unimpresa di inquinare, o di licenziare, o di acquisire una posizione di monopolio sul mercato, o a quella di esigere imposte secondo criteri definiti dallo Stato stesso, e cos via. In effetti, il problema di fondo nelle nostre societ resta ancora oggi quello di capire come conciliare due esigenze (libert e giustizia) che possono facilmente confliggere, come accordare decisioni private e intervento pubblico, quali limiti porre agli individui e al potere centrale. COSTITUZIONE, STATO ED ECONOMIA
i limiti del mercato e il ruolo economico dello Stato

Emerge, dagli accenni fatti precedentemente, che il ruolo attivo dello Stato importante soprattutto in campo economico: tanto vero che si parla dei sistemi economici dei principali paesi industrializzati come di economie miste, cio di unorganizzazione della vita economica a met strada tra il capitalismo puro regolato da un libero mercato e leconomia pianificata. Questa situazione non dipende solo dellinflusso delle idee socialiste, ma pi in generale, dellemergere, soprattutto nel corso del XX secolo, di importanti limiti dellazione del libero mercato. In primo luogo, uneconomia di mercato promuove effettivamente lefficienza, laccumulazione e lo sviluppo tecnico solo se in essa dominano le condizioni della concorrenza perfetta: cio se nei diversi mercati esistono imprese numerose e di piccole dimensioni ognuna delle quali non in grado di influenzare il mercato ed costretta quindi a competere utilizzando al meglio le proprie risorse. La tendenza naturale delle imprese a cercare di dominare il mercato, e la stessa natura del progresso tecnico, che porta a utilizzare in modo crescente impianti complessi e necessita di sempre pi notevoli investimenti, favoriscono lo sviluppo delle grandi imprese e spingono i mercati verso forme di monopolio od oligopolio (uno o pochi venditori sul mercato). In queste condizioni, i prezzi praticati dalle imprese risultano pi elevati di quanto sarebbero in regime di concorrenza, e la domanda di conseguenza si contrae: si verifica cio una situazione di scarsit artificiale. Ci rende il mercato una forma di organizzazione economica non efficiente; e richiede che lo Stato intervenga a ripristinare le condizioni della competizione economica (da una parte con leggi anti-trust, dallaltra gestendo attraverso imprese pubbliche quelle attivit che per la loro natura tecnica richiedono ununica linea di produzione: il caso del sistema ferroviario). Anche per altre ragioni il mercato appare un meccanismo di regolazione imperfetto. Da un lato, esistono produzioni che sarebbero utili per il sistema ma che le singole imprese non trovano conveniente attivare: ad esempio la costruzione di una rete stradale, la creazione di un sistema di formazione
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monopoli e legislazione antitrust

beni che il mercato non riesce a produrre (o a non produrre)

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professionale, il miglioramento delle condizioni igieniche di un territorio, la ricerca scientifica di base, la trasmissione di programmi televisivi. Beni di questo tipo sono liberamente disponibili, ed difficile pretendere il pagamento di un prezzo, cosicch la loro produzione non d luogo a profitto. Spetta quindi allo Stato, se lo considera opportuno, attivarne (od incentivarne, tramite facilitazioni fiscali, ad esempio) la produzione. Daltro canto, invece, le imprese possono trovarsi a consumare risorse o a generare svantaggi per la collettivit senza sopportare i costi relativi, di modo tale che il costo privato (quello contabilizzato dalle imprese) risulta inferiore al costo sociale e conduce a una espansione del consumo e della produzione superiore al livello desiderabile: il caso dellinquinamento ambientale, della congestione del traffico, dellattivit edilizia incontrollata che deturpa il paesaggio. Anche in questo caso lo Stato a dover intervenire, questa volta allo scopo di limitare o regolamentare e sottoporre a controlli lattivit in questione.
disuguaglianze e redistribuzione della ricchezza

Un altro evidente difetto del sistema capitalistico riguarda la distribuzione della ricchezza.. Gli alti redditi derivanti dal possesso di immobili o titoli finanziari non riflettono spesso alcun contributo personale alla produzione. Il possesso per via ereditaria dei grandi patrimoni non ha poi una precisa giustificazione economica I redditi da lavoro, anche se correttamente stabiliti in base a regole di mercato, possono risultare inferiori al minimo vitale reputato socialmente dignitoso (anche per lintervento di fattori quali la numerosit della famiglia, gli impedimenti a lavorare per malattia, e cos via). Le sperequazioni nella dotazione di risorse iniziali si riflettono poi vistosamente sulle possibilit di scelta dellindividuo, condizionando ad esempio le scelte nel campo dellistruzione e della formazione. Per tutte queste ragioni (che sono poi alla base di molte rivendicazioni popolari ed operaie nei confronti del sistema capitalistico), lo Stato chiamato ad intervenire operando una seppur parziale redistribuzione del reddito: o attraverso la prestazione gratuita di servizi alla massa della popolazione e lerogazione di trasferimenti in denaro (pensioni, sussidi), o attraverso la predisposizione di un sistema fiscale progressivo, che fa pagare le imposte, necessarie a coprire i costi di tali servizi e trasferimenti, in misura crescente al livello di reddito, addossandone quindi lonere alle classi abbienti. Il difetto principale del sistema di libero mercato comunque la sua tendenza allinstabilit (lalternarsi di momenti di boom e crisi economiche) e soprattutto a generare disoccupazione, un fenomeno che, in una societ dove la massa della popolazione dipende per vivere dal lavoro salariato, diventa fonte di un forte disagio umano. Gli economisti ortodossi affermavano che la disoccupazione pu essere solo di origine volontaria: essa dipenderebbe cio dalla pretesa di un salario eccessivo da parte dei sindacati dei lavoratori, che indebolisce la domanda di

instabilit, disoccupazione e politiche economiche keynesiane

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forza-lavoro da parte delle imprese, inducendole a sostituire il lavoro con macchine. Leconomista inglese J.M. Keynes, negli anni 30 elabor una spiegazione alternativa e pi convincente. La quantit di lavoro richiesta dalle imprese (occupazione) dipende essenzialmente (escludendo gli effetti del progresso tecnologico) dal livello della produzione decisa dalle imprese stesse; questultima, a sua volta, dipende dal livello complessivo della domanda espressa dal sistema economico, cio dagli acquisti effettuati (dal reddito monetario speso sul mercato) . Escludendo per semplicit la richiesta di beni e servizi proveniente dallestero (esportazioni) e da parte dello Stato (spesa pubblica), la domanda consta di consumi (acquisti di beni di consumo da parte delle famiglie) o di investimenti (acquisti di nuovi mezzi di produzione da parte delle imprese in vista di un ampliamento della produzione). La natura di questi due tipi di domanda molto differente: le decisioni di consumo delle famiglie dipendono dal reddito di cui esse si trovano a disporre, ma i redditi vengono pagati (dalle imprese) nella misura in cui viene effettuata una produzione; le decisioni di investimento da parte delle imprese sono invece libere, e sono limitate solo dalla quantit di moneta che le banche possono mettere loro a disposizione attraverso il credito. Risulta quindi evidente che la variabile decisiva nel determinare il livello dellattivit economica sono le decisioni di investimento da parte delle imprese: se le imprese investono, la produzione si avvia, vengono assunti lavoratori e pagati redditi, avvengono spese in beni di consumo (ulteriore domanda), viene indotta nuova produzione e occupazione, e cos via, con un effetto di moltiplicazione dello stimolo iniziale di spesa. Se le imprese diminuiscono i loro investimenti, il circuito comincia a funzionare in senso contrario: meno produzione, meno occupazione, meno redditi, meno consumi, meno produzione; si avvia cio una recessione economica. Il carattere problematico di questa situazione data dal fatto che le imprese non decidono i propri investimenti secondo un criterio razionale, ma in base alle aspettative che esse nutrono rispetto allandamento futuro della domanda e dei profitti. Incertezza ed aleatoriet stanno dunque alla base del comportamento delle economie di mercato. In base a questa analisi, Keynes individuava, quale mezzo per ottenere la piena occupazione e ridurre linstabilit delleconomia, un preciso ruolo dello Stato: questi, nel caso ad esempio di una depressione, esso avrebbe dovuto sostenere la domanda o direttamente (attraverso un incremento della spesa pubblica) o indirettamente (attraverso un miglioramento delle condizioni del credito alle imprese: ad esempio un abbassamento del costo del denaro); viceversa, lo Stato avrebbe dovuto pensare a contenere la domanda quando le decisioni di spesa dei privati fossero cresciute troppo rapidamente. Linsieme di questo tipo di interventi oggi denominato comunemente politica economica keynesiana, ed in effetti ha caratterizzato lazione dello Stato in tutto il dopoguerra, facendo assumere alloperatore
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pubblico un ruolo decisivo nella regolazione dei sistemi economici, in perfetta antitesi con limpostazione liberista..
lo Stato sociale keynesiano

C da notare, inoltre, che limpostazione keynesiana sembrava combaciare perfettamente con le preoccupazioni di tipo sociale di cui abbiamo parlato precedentemente: uno dei modi pi facili, ed apprezzati dallelettorato, di attivare la spesa pubblica era infatti quella di effettuare trasferimenti alle classi meno agiate o assumere personale per erogare alle stesse servizi pubblici. Processo di democratizzazione, affermazione dei diritti sociali ed esigenze di controllo di un mercato imperfetto convergono dunque nel favorire un potenziamento del ruolo economico dello Stato. Lo Stato sociale keynesiano sembr cos per un lungo periodo rispondere ad esigenze di buon funzionamento delleconomia di mercato e insieme generare il necessario consenso politico presso la massa degli elettori Le Costituzioni liberal-democratiche del XX secolo non disciplinano in modo esplicito questo aspetto del rapporto tra Stato e societ. Esse affermano per, in modo pi o meno esplicito, la possibilit di una propriet pubblica e quindi lesistenza di un settore pubblico delleconomia. Inoltre la propriet privata, pur riconosciuta universalmente, non viene pi vista come un diritto inviolabile, ma se ne ammette la possibile limitazione in vista di un interesse pubblico (con il ricorso, al limite, anche alla nazionalizzazione). LEVOLUZIONE COSTITUZIONALE DELLO STATO ITALIANO Alla luce delle indicazioni generali fornite sullevoluzione del ruolo dello Stato e del contenuto delle Costituzioni nellepoca moderna forse possibile comprendere meglio, per analogia e per contrasto, i caratteri della storia costituzionale del nostro paese, e le radici storiche della carta costituzionale attualmente in vigore.

Stato ed economia nelle Costituzioni moderne

il ritardo italiano nella edificazione di una monarchia nazionale

La penisola italiana, dopo aver dato i natali al pi grande impero dellantichit, non vide invece la nascita, come in altre parti dEuropa, di una grande monarchia nazionale. Questo anche per le resistenze offerte, oltre che dalla presenza nel territorio dello Stato della Chiesa, dal radicamento delle esperienze, di carattere pi circoscritto, prima dei Comuni poi degli Stati regionali del periodo rinascimentale. La riconquista di una coscienza nazionale e la nascita di un movimento per la liberazione dal dominio straniero e la costituzione di uno Stato nazionale (il Risorgimento italiano) risalgono ai primi decenni del secolo XIX, e risultano debitrici agli stimoli forniti dallesperienza repubblicana imposta al centronord della penisola dallespansione napoleonica. Il Risorgimento italiano fu caratterizzato dallintrecciarsi di due

lo Statuto

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Albertino

ispirazioni: quella mazziniana, improntata ad un liberalismo apertamente democratico (e repubblicano), e quella liberalmoderata, legata alle mire espansionistiche della dinastia sabauda e allazione politica del Cavour. Fu questultima linea a prevalere, e lo Stato italiano vide la luce nel 1861 in seguito ad una serie di annessioni da parte del Regno del Piemonte. In questo modo, il nuovo Stato non elabor una propria Costituzione, ma si trov ad ereditare quella concessa nel 1848 da Carlo Alberto al regno sabaudo: lo Statuto Albertino. Si trattava di una Costituzione non ottenuta in seguito a moti di rivendicazione, n votata dal basso, ma concessa dal sovrano proprio allo scopo di prevenire eventuali rivendicazioni liberali: questo spiega il carattere moderato di questa carta (come di molti altri paesi in quel periodo) rispetto ai modelli storici francese ed americano. Era accolto il principio della divisione dei poteri, ma il Governo restava saldamente nelle mani del Re, che nominava del resto i componenti del Senato. I deputati venivano invece eletti, ma il suffragio conservava una base molto ristretta (avevano diritto a partecipare alle elezioni non pi del 2% della popolazione): in questo modo la rappresentanza politica spettava solo allaristocrazia terriera e alla medio-grande borghesia. Non erano previste n forme di decentramento n altri meccanismi di partecipazione politica. I diritti di libert personale erano riconosciuti, ma senza particolari garanzie. Nei decenni successivi si assistette ad uno spostamento del baricentro politico verso il Parlamento, poich divenne prassi che il Governo dovesse ottenere la fiducia delle due Camere. Registriamo cio una evoluzione dalla monarchia costituzionale alla monarchia liberale. Il problema centrale del nuovo Stato rimaneva per quello di avvicinarsi realmente al Paese ed ottenere il consenso dellintero corpo sociale: i cattolici infatti, in seguito allabbattimento dello Stato Pontificio e dellincameramento dei beni ecclesiastici, rimanevano ostili allordinamento liberale e si rifiutavano di partecipare alla vita politica del nuovo Stato; il movimento operaio e quello contadino venivano guardati con sospetto dalle autorit e le loro organizzazioni osteggiate. Lo Stato rimaneva un apparato di potere fortemente accentratore, e soprattutto il Meridione avvertiva la nuova condizione come una sorta di sottomissione coloniale. Allinizio del secolo Giolitti tent di promuovere una evoluzione in senso democratico del sistema politico italiano, cercando una collaborazione con i socialisti di Turati. Vennero decisi interventi pubblici nel campo previdenziale, e nel 1919 su ebbero le prime elezioni a suffragio universale (maschile: le donne erano escluse dal voto). Ma proprio il successo elettorale dei partiti di massa (socialisti e popolari), la grande ondata di scioperi e rivendicazioni del
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una democrazia incompiuta

debolezza del quadro democratico ed avvento del fascismo

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biennio 1919-21, le inquietudini del dopoguerra, gli echi della rivoluzione sovietica crearono una situazione di tensione e confusione che favor lemergere del violento e demagogico partito nazionale fascista (PNF). Le vecchie classi dirigenti e gli strati di borghesi benpensanti assistettero con simpatia alle azioni squadristiche dei fascisti contro gli uomini e le organizzazioni popolari, contando sul fatto di poter manovrare e mantenere sotto controllo il loro movimento in vista di una restaurazione liberal-moderata. Ma furono i fascisti ad imporre la propria logica, e nel 1922, dopo la minacciosa marcia su Roma, il loro leader Mussolini veniva nominato capo del Governo.
le istituzioni del regime

Dal 1925 in poi il fascismo edifica, attraverso una serie di leggi, il proprio regime senza peraltro ripudiare formalmente lo Statuto Albertino. Con la legge 2263 del 1925 i poteri vengono concentrati nelle mani del duce, abolendo listituto della fiducia ed attribuendo al Governo anche la funzione legislativa (il che esautorava in pratica il Parlamento). Il 1926 lanno decisivo per la costruzione del nuovo sistema: con la legge 2008 il Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza restringe le libert civili, scioglie tutti i partiti di opposizione, istituisce la censura ed un tribunale speciale per i reati politici, reintroduce la pena di morte. Nel 19** le amministrazioni locali elettive vengono abolite, ed il sindaco sostituito da una podest nominato dal prefetto. La legge 563 istituisce il sistema corporativo, con la soppressione delle libert sindacali e la creazione di un sindacato unico di diritto pubblico (controllato dal PNF), autorizzato a siglare contratti collettivi con forza di legge. Con la legge 2693 del 1928 il Gran Consiglio del Fascismo viene riconosciuto come organo dello Stato e guida degli altri organi costituzionali. Il 24 marzo del 1929 si svolgono delle elezioni farsa, che attribuiscono il 99% dei voti ad una lista unica di candidati fascisti. Con la legge 129 del 1939 il Parlamento viene trasformato in Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sede di rappresentanza di categorie sociali e non pi organo eletto dai cittadini. Il Re, connivente a questa evoluzione, continua formalmente ad essere riconosciuto come vertice dello Stato. Il regime fascista spinse lItalia in una assurda guerra fianco dei nazisti, e venne travolto dal suo finale disastroso, perdendo la base del consenso di cui per un ventennio aveva goduto. Tra il luglio 1943 e laprile 1945, lItalia fu teatro di guerra e di un convulso trapasso di potere. Il Re tent di liquidare Mussolini e di pilotare il ritorno al sistema dello Statuto. I tedeschi risposero invadendo il centro-nord della penisola e aiutando i fascisti nella istituzione di una sedicente Repubblica Sociale. Gli eserciti alleati contrastarono lazione nazista occupando la penisola a partire dal Sud. Le forze antifasciste sopravvissute nella clandestinit alle persecuzioni del regime avevano nel frattempo organizzato nel centro-nord un movimento armato di resistenza (le squadre partigiane) alloccupazione nazista: confluirono in questo

il crollo del regime e la Resistenza

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movimento i partiti socialista e comunista, la neonata Democrazia Cristiana, il Partito Liberale e il Partito dAzione di ispirazione liberal-democratica. Questi stessi partiti costituirono, nel settembre 1943, il Comitato di Liberazione Nazionale, che avrebbe guidato il paese verso la costruzione del nuovo stato, dopo aver assunto il potere provvisoriamente allindomani della liberazione di Roma da parte dellesercito alleato nel giugno 1944.
la nascita del nuovo Stato

Nel giugno 1946 (contrastando le posizioni del Re che fino allultimo aveva tentato unindolore restaurazione dello Statuto) il popolo italiano fu chiamato a due fondamentali votazioni: con un referendum si chiedeva ai cittadini di scegliere la monarchia o la repubblica come forma del nuovo Stato; contemporaneamente si dovevano eleggere i componenti di unAssemblea Costituente. Per la prima volta nella storia del paese si votava a suffragio universale. I risultati di questi due pronunciamenti sono noti: sul primo fronte si registra una vittoria di stretta misura dellopzione repubblicana, con una contrapposizione netta tra un Sud filo ed un centro-nord anti monarchico. Sul secondo fronte assistiamo a una netta affermazione delle forze animatrici della resistenza (la sinistra socialcomunista ed il centro cattolico, in misura molto pi contenuta le minoranze laiche e liberali), le quali rimarranno, con modesti spostamenti di forza, protagoniste indiscusse dello scenario politico italiano fino ai tempi pi recenti. Queste vicende politiche interne si svolgono sullo sfondo di uno scenario internazionale preciso: la divisione del mondo (in seguito al trattato di Yalta del 1944) in due sfere di influenza sottoposte allinfluenza delle due potenze vincitrici del conflitto. Nasce allora la contrapposizione, che caratterizzer la storia del pianeta fino alla fine degli anni 80: quella tra il blocco dei paesi socialisti, sotto la guida dellUnione Sovietica, e quello dei paesi occidentali a regime liberal-democratico, sotto legemonia degli Stati Uniti. LItalia si trova nella singolare situazione di paese fortemente inserito allinterno del blocco occidentale, ma allo stesso tempo confinante con la Iugoslavia socialista e con al suo interno il Partito Comunista pi forte dellOccidente. Questo contesto influ profondamente, nei diciotto mesi che seguirono, sullelaborazione della nuova carta costituzionale. Per quel che riguarda anzitutto la configurazione del rapporto Stato-societ, assistiamo infatti ad un originale ed avanzato tentativo di conciliare differenti ispirazioni ideologiche: il principio liberale della tutela dei diritti individuali, con un sistema di garanzie molto pi rigido che nel passato; il principio democratico della sovranit popolare e della partecipazione politica, attraverso il riconoscimento non solo del suffragio universale ma anche del ruolo di istituzioni quali i partiti, lassociazionismo, le autonomie locali; il principio socialista della giustizia sociale e laffermazione della necessit di un ruolo attivo dello Stato nella protezione dei soggetti sociali deboli (il lavoro
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i princpi di fondo della Costituzione repubblicana

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dipendente, le donne, i minori).


la forma di governo

Per quel che riguarda invece la forma di governo, la scelta di un sistema di democrazia parlamentare, caratterizzato dalla preminenza di un Parlamento eletto a base strettamente proporzionale, dalla difficile modificabilit della carta costituzionale e da un sistema preciso di controlli e bilanciamenti tra i diversi organi dello Stato, ubbidisce ad unesigenza fondamentale: ripudiare lesperienza fascista ed impedire per il futuro linstaurazione di regimi autoritari o una qualsivoglia forma di accentramento del potere. Da questo punto di vista, la Costituzione del 1946 pareva lunica soluzione istituzionale in grado di garantire lequilibrio tra una maggioranza centrista egemonizzata dalla Democrazia Cristiana e sottomessa allegemonia statunitense e la forte opposizione socialcomunista, legata allUnione Sovietica. Aver richiamato le radici e lorigine della nostra Costituzione non esaurisce il nostro compito. importante infatti imparare ad percepire ed analizzare la Costituzione non solo come un documento ma anche come un processo. Anzitutto nel senso che, soprattutto nella prima parte (diritti e doveri dei cittadini) ma anche nella seconda (ordinamento della Repubblica), la Costituzione appare formata, pi che da regole definite una volta per tutte, da norme programmatiche, cio da obiettivi generali, programmi che spetta al legislatore e alla quotidiana azione del governo rendere concreti. Esiste cio un problema di attuazione della Costituzione, e quindi la necessit di esaminare con attenzione in che modo e in che grado questa attuazione si verificata, e per quali ragioni. In secondo luogo, la Costituzione viva perch si riferisce a un organismo sociale, economico, ideale e politico che cambia. Nel giro di quarantanni, lItalia diventato, da paese semi-agricolo che era, una potenza industriale ed oggi ormai terziarizzata; ha conosciuto una enorme espansione e modificazione dei consumi e dei modi di vita; ha visto svilupparsi le citt e spostarsi milioni di persone dal Sud al Nord della penisola; da paese di emigranti si trovato ad essere luogo di ricezione di uomini di altri paesi; stata scossa da grandi movimenti sociali; ha visto sgretolarsi il quadro internazionale che condizionava la sua stessa vita politica; andata stringendo rapporti sempre pi stretti con la comunit dei paesi europei. Ebbene, la Costituzione del 1946 apparsa in grado di funzionare come sistema regolatore di grandi cambiamenti, dimostrando una ricchezza di ispirazione e una lungimiranza non sospettabili; solo di recente si cominciato da pi parti a mettere in discussione alcuni aspetti del suo progetto originario. La comprensione piena dei motivi dellattuale dibattito richiede dunque unanalisi sistematica e critica dei singoli punti del messaggio costituzionale ed, insieme, la consapevolezza dei mutamenti storici che di quel messaggio possono relativizzare il

la Costituzione in cammino

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significato. questo uno dei compiti che questo libro intende affrontare. 88000 97000 99000

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