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INTRODUZIONE
Un uomo che vuole la verit diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettivit diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due? Robert Musil

1.USCIRE DALLA TORRE DAVORIO


Gli studiosi che decidono di comunicare con il grande pubblico devono scontrarsi inevitabilmente con due pregiudizi: lidea che chi lo fa sottragga energie al suo vero compito - la ricerca - e lidea che lo scienziato non sappia mai farsi capire, come se il suo universo mentale fosse cos lontano da quello delluomo comune da aver bisogno come minimo di un traduttore. Per fortuna, in entrambi i casi, si tratta solo di pregiudizi. Una domanda legittima piuttosto sarebbe: per un ricercatore davvero necessario comunicare il proprio lavoro? La risposta ovviamente s, e i motivi di questa necessit sono molteplici. Sicuramente in primo luogo perch, se i cittadini non conoscono o non apprezzano quello che si fa nelle universit, negli istituti di ricerca o nei laboratori, difficile che limpresa scientifica possa trovare il sostegno e i talenti di cui ha bisogno in assenza di una comunicazione pubblica della stessa. Poi perch la divulgazione pu aiutare a informare altri ricercatori delle proprie attivit, superando le barriere che dividono ambiti disciplinari diversi: la ricerca oggi sempre pi specializzata, e, in conseguenza di questo, ogni ricercatore fa parte del pubblico quando si parla di qualcosa che esula dal suo settore. Infine, ma non meno importante, anche perch il desiderio di far conoscere i risultati delle proprie ricerche, o pi in generale del campo di studi nel quale si lavora, unesigenza assolutamente naturale, e che, seppure taciuta, accomuna la stragrande maggioranza dei ricercatori. Inoltre a tutti pu essere richiesto di raccontare o commentare il proprio lavoro per rispondere alla richiesta di un giornalista, presentare le proprie attivit a possibili finanziatori, per collaborare in modo efficace con lufficio stampa della propria istituzione -, perci acquisire familiarit con le tecniche della comunicazione pubblica pu risultare utile. E qual il primo passo per comunicare la scienza?
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Sicuramente uscire dalla torre davorio del proprio laboratorio/universit/studio. A rendere cos popolare Konrad Lorenz fu la sua straordinaria capacit di coinvolgere i lettori nellavventura delletologia, e, in tempi pi vicini a noi, lo stesso accaduto per la biologia a Richard Dawkins, o per lastrofisica a Stephen Hawking o Margherita Hack. Uno scienziato appassionato del proprio lavoro che davvero voglia comunicare la propria attivit certamente la persona pi adatta a provarci rispetto a qualsiasi giornalista. Limportante che impari a farlo nel modo giusto. Ma si pu imparare a comunicare? Anche qui la risposta ovviamente s, ma accompagnata da una buona e da una cattiva notizia: la buona notizia che le regole per farlo in modo efficace sono poche e sono semplici, la cattiva notizia che applicarle non n facile n automatico. Piero Angela, che nella sua pi che trentennale carriera di divulgatore ha ottenuto otto lauree honoris causa e numerosi riconoscimenti in Italia e allestero (tra cui il Premio Kalinga per la divulgazione scientifica attribuitogli dall'UNESCO e una medaglia d'oro per la cultura della Repubblica Italiana), in un suo scritto di qualche anno fa spiegava che, per comunicare, la divulgazione deve saper affrontare alcuni problemi: da un lato comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un diverso linguaggio, dall'altro essere non solo chiari ma anche non-noiosi, pur mantenendo integro il messaggio. Per queste ragioni, paradossalmente, si pu dire che essere facili difficile. Tutti, infatti, sono capaci di parlare o di scrivere in modo oscuro e noioso, mentre riuscire a interessare il pubblico molto pi impegnativo. Impegnativo, ma possibile mettendo nellimpresa la giusta dose di passione e, soprattutto, imparando le regole base della comunicazione pubblica. Da qui lutilit di un seminario come questo.

LABC DELLA COMUNICAZIONE AL PUBBLICO


Un linguaggio diverso una diversa visione delle vita. Gustave Flaubert

CAPITOLO PRIMO

1.DALLA COMUNICAZIONE SPECIALISTICA A QUELLA PUBBLICA


Sfortuna vuole che il tipo di comunicazione che gli scienziati sono abituati a tenere sia molto lontana da quella adatta per comunicare con il resto della societ: mentre la scienza procede per ipotesi e osservazioni, il pubblico procede per narrazioni legittimate dalla verosimiglianza. Imparare a scrivere un articolo scientifico fa parte del tirocinio di ogni ricercatore. Fin dallOttocento, la redazione di un lavoro segue infatti regole ben precise, pensate apposta per comunicare dati e argomentazioni nel modo pi efficace. Nella sua forma canonica, con la successione costante di parti, dallabstract alla bibliografia, larticolo scientifico studiato in modo tale che la comunicazione risulti il pi possibile priva di ambiguit: il linguaggio impersonale e privo di narrazione, la sintassi semplificata, la semantica rigida, il linguaggio estremamente specializzato, la concisione estrema. Purtroppo, per, le ottime ragioni per cui un articolo deve essere scritto in questo modo fanno anche s che la letteratura scientifica sia praticamente illeggibile al di fuori della cerchia specialistica. La comunicazione pubblica risponde a esigenze diverse, segue regole diverse, ha luogo in un contesto diverso. Gran parte delle difficolt nel dialogo con la societ deriva proprio dal non tenere conto di queste differenze.

2.COMPETERE PER LATTENZIONE


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La prima grande differenza, spesso sottovalutata, che mentre la comunicazione fra specialisti presuppone tutta lattenzione del lettore, il quale avendo bisogno di quelle informazioni gi interessato, in quella pubblica il lettore (o lascoltatore, o lo spettatore) non ha in genere un particolare motivo di interesse per prestare attenzione a ci che gli si racconta. Non deve stare a sentire, perci la sua attenzione deve essere conquistata. In altre parole: non il pubblico che si deve interessare alla scienza, ma la scienza che deve cercare di rendersi interessante agli occhi del pubblico. E se oggi c una merce pregiata, questa lattenzione della gente. A competere per accaparrarsela sono in tanti e in genere ben equipaggiati, ma pi sono i soggetti a parlare, meno attenzione viene prestata alle singole voci. La competizione quindi dura e tende a farsi sempre pi difficile: loverdose di informazioni cui il pubblico sottoposto tende a renderlo insensibile alla maggior parte dei messaggi, che, per farsi udire, diventano sempre pi gridati e semplificati, proposti in formati sempre pi brevi e veloci, nella speranza che almeno qualcosa colpisca lattenzione e passi. Ora, le notizie che passano pi facilmente sono quelle che toccano corde forti, che hanno a che fare con la salute, lutilit economica, la paura, la meraviglia. Se quello di cui vogliamo parlare non tocca nessuna di queste corde si pu trovare un legame - una scusa, a essere onesti per tirarne in ballo almeno una. Per raccontare una novit in geofisica, per esempio, sempre meglio cercare di collegarla con terremoti o vulcani, oppure, il classico trucco per far parlare di un congresso scientifico notoriamente quello di mettere da parte una buona notizia per loccasione: i titoli dei giornali parleranno solo di quella, ma alla fine si parler anche del congresso. Il segreto dunque partire dagli interessi gi esistenti nel pubblico, e da quelli portare pian piano il discorso altrove.

3.

LA FORZA DELLE EMOZIONI

Rendere il proprio tema appetibile al pubblico uno sforzo obbligatorio, non qualcosa da guardare con perplessit o disprezzo. Nella comunicazione pubblica lemozione non infatti un mezzuccio per catturare lattenzione o qualcosa di manipolatorio: una comunicazione emotivamente piatta non passa, e quindi
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viene letta/ascoltata/vista distrattamente, con la conseguenza inevitabile di essere subito dimenticata. Questo semplice fatto, gi insegnato dai retori del mondo antico, stato peraltro riscoperto dalle neuroscienze, che hanno rivalutato il ruolo delle emozioni nelle nostre capacit cognitive. Se un argomento appare privo di carica emotiva questa va cercata, naturalmente senza strafare. La si pu trovare nelle circostanze della scoperta, nella connessione con un personaggio o un evento particolari, in unipotesi suggestiva anche se ancora inesplorata. In generale ci sono molti modi per dare emozioni a un argomento, alcuni nobili, altri meno, ma il modo migliore probabilmente resta tirare fuori le proprie emozioni, cercando per quanto possibile di trovare un punto di contatto con quelle del proprio interlocutore: meraviglia per il funzionamento della natura, curiosit intellettuale, ricerca di grandi risposte ai problemi dellesistenza. Va tutto bene, limportante ricordare che lasciar trasparire le proprie emozioni aiuta a compiere un passaggio fondamentale, che quello che va dal comunicare qualcosa al comunicare con qualcuno, senza il quale la fuga dalla torre davorio resta impossibile la capacit di costruire un dialogo con il pubblico fondamentale.

4.IL POTERE DELLE NARRAZIONI


La mente umana sembra essere stata creata apposta per costruire narrazioni, che sono il nostro modo pi naturale di ricevere informazioni. Le immagini mentali create dalle storie sono preziosi riferimenti cognitivi, dal momento che organizzano le esperienze dando loro coerenza. Non solo. Se avvincente, una storia costringe a leggere o ad ascoltare fino alla fine. Inoltre anche un ottimo alleato della memoria: in ambito scientifico, basti pensare alla muffa di Fleming, alla mela di Newton o al pendolo di Galileo. Il potere di una narrazione verosimile molto forte, perch aiuta la mente a vedere qualcosa che accade, e tutti noi tendiamo a credere in quello che vediamo, anche se solo con limmaginazione. Non per caso che un articolo, nel giornalismo anglosassone, si chiama story. Qualunque sia il mezzo, il formato, lo scopo e il contenuto, comunicare la scienza al pubblico vuol dire saperla trasformare in una storia.
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Se si guarda infatti alla divulgazione scientifica che funziona, non troviamo mai qualcosa che assomiglia a un lavoro scientifico tradotto in un linguaggio pi semplice. Pi o meno dissimulata troviamo sempre una storia, oppure un fatto, un concetto o un ragionamento travestiti da storie. Ma come si fa a trasformare un report scientifico in una storia? Occorre innanzitutto sapere cos che rende una storia tale, ovvero: in una storia c sempre una vicenda, con dei fatti, dei personaggi, un tempo e un luogo dellazione. Anche nella sua forma pi semplice, quindi, una storia contiene in s le risposte alle famose cinque domande che il giornalismo anglosassone suggerisce di inserire negli attacchi di tutti gli articoli, ovvero: cosa (what), chi (who), quando (when), dove (where), e perch (why). Il narratore rifugge le astrazioni, e comunque si attiene sempre a un vecchio detto molto in voga in ambito giornalistico: Spiegare le idee attraverso i fatti e i fatti attraverso le idee. La necessit di coinvolgere il pubblico impone lo scardinamento della forma canonica del lavoro scientifico. Al posto della successione consequenziale di concetti che normalmente lo caratterizzano, troviamo la piramide rovesciata della scrittura: si comincia con un attacco in grado di colpire emotivamente, si passa subito al cuore della storia, poi ai dettagli, e solo se c ancora spazio si pu pensare di inserire le premesse, altrimenti si chiude, magari con una frase che rimandi allattacco con cui si era aperto il pezzo. La bellezza del racconto sta nel fatto che questo non deve per forza rispettare la successione degli eventi, ma pu concedersi parentesi, approfondimenti, flashback, analogie, metafore. Il testo, nella sua forma narrativa, parlato, attento a seguire il percorso immaginario e i ritmi mentali dellascoltatore. Inoltre, soprattutto se la narrazione costruita per proporre un argomento a riviste illustrate o a canali tv, il testo dovr contenere al suo interno elementi che si prestino facilmente ad una rappresentazione scenica: la disponibilit di buone immagini - o comunque la possibilit di iconizzare largomento e renderlo fruibile per mezzo di rappresentazioni visive - si rivela spesso lelemento decisivo per i media per scegliere o meno di coprirlo.

5.TRADURRE I DISCORSI SCIENTIFICI


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Le maggiori difficolt che si possono incontrare quando si voglia fare divulgazione riguardano la forma, pi che il contenuto del messaggio. In primo luogo c la questione del linguaggio. La scienza vive di linguaggi specifici, fatti di vocaboli che spesso non hanno neppure una traduzione diretta, nel senso che non esistono sinonimi in grado di renderne il senso in maniera semplice, a meno di non ricorrere a lunghe perifrasi. Ma in un pezzo giornalistico, invece, importante evitare i termini tecnici, o, quando non se ne pu fare a meno, comunque spiegarli. Quindi c un problema che riguarda le conoscenze pregresse che il pubblico dovrebbe avere prima di accostarsi al pezzo: la scienza una fitta rete di conoscenze collegate le une alle altre, e spesso quindi difficile capire un argomento senza conoscerne le premesse. Anche se nella comunicazione giornalistica in genere c poco spazio per inquadrare gli argomenti, non si deve mai presupporre che il pubblico sappia gi tutto: seppure non si potr dare al lettore/ascoltatore lintera mappa cognitiva sullargomento, nel pezzo vanno sempre inserite almeno le informazioni indispensabili per capire il messaggio che ci si proposti di comunicare. In linea generale, occorre sempre ricordare che se la comunicazione innanzitutto dialogo - anche se immaginario - con il proprio interlocutore, per comunicare qualcosa sempre bene immedesimarsi in chi deve ricevere il messaggio, per capire che difficolt potrebbe incontrare. Il giornalista, non essendo un esperto, in genere le avverte, mentre lo scienziato dovr fare uno sforzo di immedesimazione maggiore.

CAPITOLO SECONDO
PROGETTARE LA COMUNICAZIONE
Il piano di Alice, effettivamente, non faceva una grinza, semplice e ben congegnato: il suo unico punto debole era che non aveva la minima idea di come realizzarlo. Lewis Carroll

1.PARTIRE CON IL PIEDE GIUSTO


Nessuna comunicazione si pu improvvisare. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la comunicazione non solo un fatto di intuizione o di estro.
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I talenti naturali sono rari, e, nella comunicazione, la soggettivit e il colpo di genio entrano in campo solo dopo che unattenta analisi ha messo in luce gli obiettivi e i vincoli della comunicazione stessa. Se non si possiede un naturale (e raro) talento per la scrittura, progettare la comunicazione mette al riparo almeno dagli errori pi comuni. Chiarire il proprio obiettivo perci il primo passo da fare: potr sembrare banale, ma la prima domanda da porsi resta Perch lo faccio?. Voglio comunicare perch ho avuto unidea e voglio ottenere fondi da un finanziatore? La mia comunicazione sar orientata a persuadere il finanziatore delle opportunit che gli deriverebbero dal successo della mia ricerca. Voglio comunicare perch ho interesse che si parli del mio lavoro in ambito scientifico? La mia comunicazione sar volta a spiegare le novit che la mia ricerca porta nel mio campo di studi. E cos via: definire i propri obiettivi significa decidere a chi rivolgersi, e, conseguentemente, come meglio comunicare ci che si ha da dire. Il pubblico, infatti, eterogeneo, e ogni pubblico ha bisogno di un messaggio, un mezzo e un linguaggio ad hoc: una comunicazione buona un po per tutti quasi sempre anche un po cattiva per tutti. Una volta individuato il proprio pubblico, bisogna chiarirsi gli obiettivi che si vuole ottenere. In genere gli obiettivi di una comunicazione rientrano in una o pi di queste categorie: trasferimento di informazioni, visibilit, dialogo, persuasione. La divulgazione scientifica in senso stretto normalmente ricomprende un po tutte queste categorie tranne lultima, che invece utile quando ci si rivolge ai propri stakeholder. A questo punto bisogna saper rispondere ad almeno due domande circa il proprio pubblico: chi ?, che cosa sa gi dellargomento?. Identificare un segmento di pubblico significa capire su quale livello di complessit ci si pu attestare e quali sono i mezzi migliori per raggiungerlo (banalizzando, per esempio quotidiani e tv per gli adulti, internet per gli adolescenti, musei e mostre per i bambini). La parte pi facile quella che a prima vista potrebbe sembrare la pi difficile, cio capire cosa il pubblico sa gi dellargomento, perch almeno in linea di massima - ne sapr poco.

Tutti noi possiamo essere infatti paragonati a un quattordicenne curioso, o gi di l, in tutti quei campi che sono al di fuori della nostra competenza professionale. Quindi, a questo punto, s pu mettere a fuoco il messaggio. Il messaggio lestrema sintesi di ci che si vuole dire, e, per essere efficace, dovrebbe stare in una sola frase. A partire da questo messaggio, che possiamo vedere come il contenuto, possibile costruire la narrazione, che altro non sar se non il contenitore del nostro messaggio, veicolo attraverso il quale questo arriver al nostro pubblico.

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COME SI COSTRUISCE UNA STORIA?

La scelta della storia, fra le tante che si possono costruire a partire da uno stesso argomento, va fatta in base al pubblico, al mezzo, allo spazio disponibile e ai propri scopi. Non ci sono regole per costruire una narrazione, ma alcuni consigli possono risultare utili. Per iniziare occorre trovare un punto di vista che susciti unemozione, perch catturare lattenzione qualcosa che si deve fare allinizio. Naturalmente si dovr fare attenzione a non giocarsi tutte le carte migliori allinizio, perch il sentiero narrativo va lastricato di monete doro, informazioni nuove e interessanti che, come tante esce, attirino linterlocutore verso la conclusione del pezzo, dove pure sarebbe opportuno fargli trovare qualche sorpresa per accommiatarsi nel migliore dei modi. Dopo lincipit ad effetto andrebbe unesposizione dei fatti breve e chiara, per far capire di che cosa si vuole parlare, sempre ricordandosi, per, che una storia che funziona non consiste in una semplice serie di fatti messi in ordine, che la narrazione che prende non quasi mai sequenziale, ma consequenziale: deve avere una trama, e, se non c molto spazio, seguire un solo filo. Infine, paga in genere rifarsi alla domanda o alla situazione iniziali, chiudendo il cerchio della narrazione. Se il racconto si apre con una domanda, la fine deve contenere la risposta. Il finale dovrebbe inoltre lasciare al pubblico qualcosa, in genere unesplicitazione del messaggio che ci si era proposti di comunicare in fase di progettazione, perch lultima cosa che si legge o si ascolta in genere quella che si ricorda pi facilmente, e che continuer a riecheggiare nella mente.
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3.QUANTO SEMPLIFICARE?
La spiegazione il minimo comune denominatore di qualsiasi tipo di comunicazione della scienza e il primo metro con il quale viene giudicata. Essere chiari senza banalizzare non facile, ma neppure impossibile. Per capire fino a che punto legittimo spingersi, si pu fare mentalmente un rapido bilancio dei costi e dei benefici della semplificazione: se semplificare ulteriormente significa stravolgere il messaggio, allora bisogna fermarsi; ma se essere precisi e rigorosi vuol dire non essere chiari o perdere linteresse del pubblico, meglio semplificare ancora. Spesso preferibile che il pubblico afferri il senso del discorso, piuttosto che alcuni suoi contenuti con precisione. Sempre riguardo la semplificazione, dobbiamo tornare un attimo sulla questione dei termini tecnici. Abbiamo gi detto che i termini tecnici, per quanto possibile, vanno evitati. Qualsiasi comunicazione, infatti, deve usare codici condivisi. Volendo essere pi precisi, possiamo dire che il criterio per decidere se usare un termine tecnico o meno lutilit, ovvero se, nel corso della narrazione, questo termine deve essere usato molte volte: in questo caso pu essere utile spiegarlo allinizio e utilizzarlo poi senza creare difficolt al pubblico. Sempre nellottica della semplificazione, va fatto un discorso a parte riguardo i numeri, le formule e le unit di misura. La regola da seguire in questo caso molto semplice: a meno che non siano proprio indispensabili - e quasi mai lo sono - niente numeri ma, soprattutto, niente formule. Quanto alle unit di misura, invece, le cose sono un po pi complesse. Nella scienza ricorrono spesso dimensioni cos grandi o cos piccole che i non addetti ai lavori le concepiscono con difficolt. Duecento milioni di anni, 1 nanometro, 10 megapascal, per una persona che non abituata a usare queste unit di misura non hanno alcun significato. Basta metterne in fila due o tre in un discorso per disorientare irreparabilmente il lettore o lo spettatore. Per questo meglio usare le analogie. Per far capire le dimensioni di una molecola di DNA, per esempio, si pu spiegare che, se fosse ingrandita cento milioni di volte, i suoi atomi sarebbero grandi come palline da
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golf e che il patrimonio genetico di un uomo sarebbe lungo 80mila chilometri, circa due volte e mezzo la lunghezza del meridiano terrestre. Analogamente, per spiegare oggetti che non appartengono alla quotidianit delle persone, si pu ricorrere alle metafore: le particelle nucleari ad esempio possono diventare palline, virus e batteri invasori o le placche della crosta terrestre tasselli di un mosaico, sempre a patto che, dopo essere servita a dare unidea dellargomento, la metafora venga smontata fino ad arrivare a una spiegazione pi corretta.

4.IL TESTO: BREVE, CHIARO ED EFFICACE

Le regole fondamentali della buona scrittura giornalistica sono sintetizzabili in altrettanti concetti concernenti la forma della scrittura stessa, ovvero: brevit, chiarezza ed efficacia. Circa la brevit in generale possiamo dire che:

pi un testo lungo pi abusa di una risorsa scarsa com il tempo del destinatario, diminuendo le possibilit che questultimo non solo lo legga o ascolti fino in fondo, ma anche che cominci a leggerlo o ascoltarlo; la regola che le possibilit che qualcosa venga letto o ascoltato sono direttamente proporzionali alla sua sinteticit; da questo discende un corollario importante: la fatica di scrivere un buon pezzo inversamente proporzionale allo spazio a disposizione.

Circa la chiarezza, invece, vanno ricordate alcune norme sempre valide:

cominciate le frasi con soggetto e verbo, lasciando tutte le subordinate a destra. Una frase pu anche essere lunga, ma risultare chiara se soggetto e verbo anticipano subito tema e significato; osservate sempre la legge della vicinanza, che dice di tenere insieme soggetto, verbo e complemento oggetto, il nome con il suo aggettivo, la preposizione e il suo soggetto. Non allontanateli con troppi incisi, obbligando il lettore a fare su e gi per tenere insieme la frase. Se avete molte informazioni da dare, non pretendete di farlo in un solo periodo;
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evitate le relative a grappolo. Non dovrebbero mai esserci due che o il quale nello stesso periodo. Semmai mettete un punto e cominciate una nuova frase; ogni paragrafo uninformazione. Questa non una regola, ma certo una buona norma. Inoltre va detto che il paragrafo pi incisivo se la prima frase da linformazione e le successive la spiegano; quando il tema o il ragionamento si fanno complicati, fatevi aiutare da parole e paragrafi brevi; ricordate che sono solo duemila le parole condivise dal 90% della popolazione italiana, e settemila quelle condivise dal 52%, mentre altre tredicimila parole correnti sono note ad appena il 25% della popolazione. Quindi attenzione alla scelta del lessico.

Parlando infine dellefficacia, diciamo che un testo efficace se aderisce con naturalezza ai contenuti e riesce a coinvolgere il lettore o lascoltatore in modo diretto e personale. Ecco perci alcuni consigli per ottenere questo risultato:

date al vostro testo una voce vera, vivace e inconfondibile. Chi legge deve avere lillusione che stiamo parlando proprio a lui; parlate, quando possibile, in prima persona, usando possibilmente il noi per non frapporre distinzioni con il lettore, mettendovi invece dalla sua parte; preferite sempre i verbi ai sostantivi, e usateli nella forma attiva: danno pi forza alle frasi. Per lo stesso motivo siate parsimoniosi con gli avverbi, che invece diluiscono il significato del verbo; fate attenzione alla punteggiatura, che d struttura e senso al testo: ascoltate sempre quello che state scrivendo, e controllate come suona; il lettore deve avere la sensazione di scivolare con naturalezza di frase in frase. Curate quindi molto i passaggi da una frase allaltra.
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Forse seguendo questi consigli non diventerete automaticamente come Piero Angela, ma certamente sarete sulla buona strada per farvi capire dal vostro pubblico, e in questo modo uscire dalla torre davorio in cui, spesso, chi fa scienza si trova rinchiuso suo malgrado.

CAPITOLO TERZO
Comunicare attraverso i giornalisti
Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa. Leo Longanesi

1. GIORNALISTI E SCIENZIATI: DUE CULTURE A CONFRONTO Per parlare alla societ bisogna essere presenti sui media. Oltre al pubblico che potremmo definire generalista, attraverso i media si raggiungono anche le imprese, i portatori di interesse, i rappresentanti del mondo politico. Le chiavi daccesso ai media sono i giornalisti, la cui competenza specifica - oltre quella di essere in grado di usare le parole e gli argomenti giusti - sapere ascoltare la societ, intuendone interessi, opinioni, umori e valori. Purtroppo, con una certa frequenza fra scienza e giornalismo si creano malintesi e dissapori, causati probabilmente dalle differenze che intercorrono fra queste due culture: i ricercatori tacciano i giornalisti di superficialit, mentre i giornalisti accusano gli scienziati di non farsi capire; come lopinione pubblica, il giornalista si aspetta dalla scienza risposte e certezze, mentre la scienza in genere produce soprattutto domande alle quali tenta di rispondere; la prima cosa che
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il giornalista cerca in una storia unemozione, mentre il ricercatore tenta di vederla - e perci venderla - con la maggiore neutralit possibile; i giornalisti preferiscono scrivere di singoli ricercatori che hanno fatto una scoperta, mentre i ricercatori vedono la scienza come unimpresa cumulativa e cooperativa; il giornalista alla ricerca di controversie, i ricercatori di consenso; i giornalisti ritengono che voci diverse, meglio se discordanti, diano un quadro pi completo, i ricercatori pensano che essere accurati voglia dire parlare con una sola voce autorevole; i giornalisti hanno sempre fretta, perch lavorano con scadenze ravvicinatissime, devono stare negli spazi assegnati, siano essi battute di testo o minuti di trasmissione, e devono comunque portare a casa il risultato. I ricercatori invece lavorano al ritmo imposto dalla natura delle loro ricerche, che possono avere (e spesso hanno) anche esito negativo. Tutte queste differenze culturali portano spesso a grossi malintesi, ma esserne consci probabilmente il primo passo per evitarli.

2.

CHE COS UNA BUONA NOTIZIA?

Fra un ricercatore e un giornalista, il giudizio sullimportanza di un fatto spesso molto diverso, perci, per comunicare attraverso i media, occorre capire che cosa ha pi valore in una notizia agli occhi di un giornalista. Nelle redazioni ci si basa sullintuito, ma ci sono alcune componenti che una notizia deve sicuramente avere per essere considerata tale. Innanzitutto, c la soglia dimensionale. Non si scrive un articolo su un po di pioggia che cade, ma certamente lo si scrive se ne cade cos tanta da far straripare i fiumi e inondare le citt. Quindi, qualora si voglia far passare un pezzo su un dato argomento, deve riguardare qualcosa di grosso, o almeno darne limpressione. Quindi necessario lelemento della novit. Non si fa un servizio giornalistico sulla pericolosit dei pesticidi, perch ormai cosa risaputa, ma non c dubbio che ci sarebbe interesse a farlo qualora si scoprisse che un dato antiparassitario provatamente responsabile di una malattia genetica o dellinsorgenza di un determinato tipo di tumore. Da questo discende che, se si ha interesse a dare risalto a una ricerca sui media, necessario enfatizzare gli elementi di novit che essa porta nel proprio ambito. C poi lelemento relativo allattualit della notizia stessa. Lesistenza di un legame fra la notizia scientifica e un grande avvenimento del momento le conferisce la qualit
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dellattualit, candidandola alla pubblicazione molto pi di altre notizie di pari valore. Se non vi un legame diretto con quello che succede nella societ, pu essere utile trovare un aggancio per costruirlo.

3.COME SI ACCEDE AI MEDIA?


Se i media sono mezzi e non fini il primo passo scegliere quelli giusti, cio quelli pi diffusi e ascoltati dal pubblico al quale si vuole parlare, pi adatti a trasmettere il proprio messaggio. Ma come si accede ai media? Se non si possiede un contatto con un giornalista - o se si vuole unampia diffusione alla propria notizia - il primo strumento un comunicato stampa, ovvero una breve presentazione della notizia spedita via fax o via e-mail. Farlo costa poco, ma anche lutilit limitata: le redazioni, infatti, sono inondate da comunicati stampa di ogni tipo, e convincere un giornalista che la notizia importante in modo anonimo, e, per giunta, avendo a disposizione solo venti-trenta righe lunghezza massima di un comunicato, oltre la quale verr quasi certamente cestinato - non affatto semplice. Fatte queste premesse, a volte lunico strumento che si ha a disposizione, perci occorre conoscerne le regole. La prima cosa importante lordine dei contenuti: prima le conclusioni, cio la notizia con tutte le informazioni essenziali, a partire dalla pi importante; poi lo scopo della ricerca; quindi risultati e implicazioni. Il testo dovrebbe essere strutturato per paragrafi e blocchi di quattro/cinque righe ciascuno, a ciascuno dei quali corrisponda un argomento, con una forma grafica che agevoli la lettura veloce (in maiuscolo i titoli, in corsivo i sommarietti, in neretto le parole chiave). Une-mail o una telefonata possono aiutare a preparare linteresse e lattenzione dei giornalisti, ma seppure il comunicato non dovesse produrre un pezzo sar stato comunque un modo per prendere un primo contatto che, in altre occasioni, potrebbe portare frutti. Se invece si hanno contatti diretti con un giornalista, uscire dallanonimato del comunicato stampa organizzando un incontro a tu per tu - che pu andare dal caff al bar, alla conferenza stampa, alla visita al laboratorio - paga certamente di pi. Ma, naturalmente, bisogna avere qualcosa di importante da dire (e/o da mostrare) perch il tempo una risorsa scarsa, soprattutto per i giornalisti.
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Se non si ha fra le mani una notizia davvero grossa, bene pensare almeno a unesperienza da offrire al giornalista: la presenza di un personaggio noto da intervistare, la visita a un laboratorio con attrezzature davvero speciali, lescursione su un vulcano o il sopralluogo ad uno scavo archeologico. Limportante invitarlo a vedere o sentire qualcosa che possa interessarlo, e, sfruttando questo interesse, comunicargli quello che vorremmo venisse pubblicato. Da non dimenticare che, una volta che si riusciti ad attirare lattenzione di un giornalista, bisogna essere pronti a dargli dellaltro. La parola dordine facilitargli il lavoro, perci si tratta di raccogliere e preparare appositamente materiali che lo aiutino a valutare largomento e poi scrivere larticolo o preparare il servizio: approfondimenti, esempi semplici ed efficaci, rassegne stampa, fotografie con didascalie, materiali video, e - naturalmente - la disponibilit a rilasciare unintervista. A quel punto lavorare sui tempi del giornalista importantissimo. I giornalisti sono sempre costretti a lavorare con tempi strettissimi: se dicono di avere unora per chiudere il pezzo in genere vero, e perdere unoccasione potrebbe significare non averne altre. Quindi occorre comprendere i vincoli di questo lavoro: lintervistato pu chiedere di poter ricontrollare i propri virgolettati prima che vengano pubblicati - a patto di accordarsi in anticipo con il giornalista in questo senso senza pretendere di farlo ex post -, ma non lintero pezzo. E non solo perch i tempi realmente non lo consentano, ma anche perch - nella maggioranza dei casi - lautore di un pezzo lo fornisce alla sua redazione grezzo, e sar poi il caporedattore o il caposervizio a deciderne la forma definitiva, quindi non avrebbe senso leggerlo o vederlo prima, perch la forma non sarebbe comunque quella definitiva. Quindi inutile sorprendersi se nel pezzo o nel servizio non c tutto quello che stato detto durante lintervista: un bravo giornalista sa rendersi conto di quanti dettagli il lettore o lo spettatore sia disposto a digerire, e quindi inserir solo quelli.

4.SCEGLIERE IL MEZZO GIUSTO


Ma meglio cercare di contattare i giornali quotidiani, le riviste, le radio o le televisioni?
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Ovviamente la risposta : dipende, dal risultato che si vuole ottenere, dai mezzi che si hanno e dal pubblico che ci si propone di raggiungere. Ricordiamo qui che la televisione lunico mezzo potenzialmente in grado di parlare a tutti, in quanto medium generalista seguito dal 98,5% degli italiani; che la radio ascoltata dalla met del pubblico televisivo ma con una presenza maggiore di giovani rispetto alla tv e un picco di ascolto fra le 7 e le 8 del mattino; che la stampa generalista, bench difficile da raggiungere, ancora un ottimo veicolo di comunicazione pubblica nonostante la crisi dei lettori che lha colpita negli ultimi anni, in quanto, attraverso le rassegne stampa, arriva comunque ad un numero di lettori di molto superiore a quello risultante dalle vendite; che, mettendo insieme le testate pi note della stampa specializzata (dal popolare Focus al colto Le Scienze, passando per i vari Newton ed Explora), in Italia si sfiora il milione e mezzo di copie mensili vendute, a indicare un fenomeno in piena crescita.

TESTI CONSIGLIATI:
Alberto Angela, Impero, Mondadori, 2010 - storia antica C. W. Ceram, Civilt sepolte. Il romanzo dell'archeologia, Einaudi, 2006 - archeologia 3. James Kakalios, La fisica dei supereroi, Einaudi, 2007 - fisica 4. James Watson, La doppia elica, Garzanti, 2004 - biologia 5. Joe Schwarcz, Come si sbriciola un biscotto?, Longanesi, 2005 chimica 6. Konrad Lorenz, L'anello di re Salomone, Adelphi, 1989 - etologia 7. Margherita Hack, Notte di stelle, Sperling & Kupfer, 2010 astronomia 8. Piergiorgio Odifreddi, C' spazio per tutti, Mondadori, 2010 geometria 9. Richard Fortey, Terra. Una storia intima, Codice, 2005 - geologia 10. Simon Singh, L'ultimo teorema di Fermat, BUR, 1999 matematica
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INOLTRE SI SEGNALANO:
http://ec.europa.eu/research/science-society/pdf/communicatingscience_en.pdf (Manuale di Giovanni Carrada da cui sono state tratte le presenti dispense)
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http://ec.europa.eu/research/science-society/sciencecommunication/index_en.htm

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