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FOTO JEAN-PIERRE BONNOTTE /GAMMA-RAPHO VIA GETTY IMAGES

Domenica

La

DOMENICA 14 AGOSTO 2011/Numero 339

di Repubblica

 

l’immagine

 

Quando la fotografia divenne a colori

MICHELE SMARGIASSI

 

cultura

Brodskij, poesie, disegni e gatti

VIKTOR EROFEEV e NICOLA LOMBARDOZZI

ALAIN DELON

Bello

Il

delle

Donne

Amori e dolori, rimorsi e rimpianti Tutti al femminile

Le confessioni di un divo

MARIO SERENELLINI

PARIGI

S ono tante, anzi, tutte. Tutte perfette, quasi astratte: da concorso di bellezza, un seriale One Miss Show, bellez- ze in gara con lui. Ma, stringi stringi, passandolo al se- taccio psicoanalitico, il granserraglio d’una vita d’a-

mori si riduce a due. Due donne chiave: la madre e la figlia.

A loro volta risucchiate in uno, uomo: il “figliopadre” Alain De- lon. Il figlio assurto a star per «dar soddisfazione» alla madre, dalle sopite aspirazioni d’attrice, ansiosa di vederlo trionfare sul grande schermo, e il padre che ha trovato in Anouchka, da lui avuta a cin- quantacinque anni, la staffetta ideale, il Delon 2 di domani.

(segue nelle pagine successive)

BRIGITTE BARDOT

I l mioamico Alain Delon è una belva, uno di quegli animali su-

perbi e non addomesticabili in via d’estinzione. Il suo sorriso

carnivoro e tellurico è uno scacco matto ulteriore, come il blu

del suo sguardo che perfora, scandaglia, strega e seduce. “Lui

è”. In tutta semplicità e senza interrogatori alla Shakespeare

...

! Co-

nosce il mondo intero e il mondo intero lo conosce. Ha girato con gli attori più prestigiosi e i più celebri registi, rimane il più grande e l’ul- timo rappresentante di un’era di talenti, di cui conserva in fondo al

cuore una nostalgia malinconica. Difficile, anche per lui, ammette- re e accettare l’attuale mediocrità, la nostra società disumanizzata.

(segue nelle pagine successive)

 

spettacoli

 

I predatori del cinema perduto

MAURIZIO FERRARIS e CLAUDIA MORGOGLIONE

 

i sapori

 

Ferragosto, abbuffata sotto il sole

LICIA GRANELLO e MICHELE SERRA

 

l’incontro

Di Gregorio, “L’età non è un limite”

MARIA PIA FUSCO

Repubblica Nazionale

36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

la copertina

Alain Delon

Ha finalmente autorizzato una biografia, dopo averne mandate tante all’indice Ha deciso di parlare di sé
Ha finalmente autorizzato una biografia, dopo averne mandate tante all’indice
Ha deciso di parlare di sé attraverso ciò che conosce meglio: le sue compagne,
mogli, amanti.Ma alla fine il più bello degli attori confessa a “Repubblica”
che forse solo due di loro sono davvero importanti: la madre e la figlia
Bardot], 50 anni
LE IMMAGINI
L’uomo
che amava
le donne
Nella foto grande,
Alain Delon
nel 1965 in Francia
Nella foto piccola
a sinistra, l’attore
da bambino
con la madre
“Mounette”
mentre fa il bagnetto
in una tinozza di rame
© Alain Delon
collection privée
In copertina,
Delon a Parigi
nel maggio del 1969

MARIO SERENELLINI

(seguedalla copertina)

  • L es femmes de ma vie(Le donne della mia vita), pri- ma autobiografia ufficiale, uscita in Francia da Didier Carpentier non rivela nulla di nuovo, se non a sua insaputa, sull’ultimo divo del pianeta, lesto nel bloccare biografie non autorizzate come quella di Bernard Violet di dodici anni fa. In 162

pagine e 200 immagini, accompagnate da esclamativi appun-

ti di suo pugno («Duomo di Milano: Rocco e i suoi fratelli, con

la mia Annie [Girardot]», «Mia Bri

[Brigitte

... d’amore puro e d’amicizia fedele e sincera»), il lussuoso volu- me appare, insieme, un funereo album di nozze (multiple) e una solare sinossi d’epilogo, come la sequenza finale de L’uo- mo che amava le donnedi Truffaut: anche se Delon si riconfer- ma l’uomo che amava se stesso e il libro potrebbe intitolarsi,

non Le donne della mia vita, ma I Delon delle mie donne. Per- ché, a scandire il foto-défilé di coppie, cronologico e di pedante classificazione — donne del cuore, partner (da Monica Vitti ne L’eclisse a Claudia Cardinale nel Gattopardo), amiche (Edith Piaf,

Juliette Gréco

)

e, persino, le adorate cagnette,

... che, a differenza delle donne, gli sono «rimaste fe- deli» — c’è sempre lui, in testa a ogni capitolo, con primi piani dal fascino malandrino, specchi d’ac- qua di clic narcisi. Ma nello snodo figlio-padre Delon si scrolla di dosso ogni icona, svelando quella sua umanità disar- mata, senza carismatiche finzioni, che i più intimi, co- me la sua “Bri”, gli riconoscono: tenerissimo, terso, senza più maschere, quando, finalmente, si fa vivo al te- lefono da una località misteriosa, dopo settimane d’as- siduo assedio, iperprotetto da coorti d’assistenti e uffici stampa. «Quando Nathalie e io abbiamo divorziato, do- po le riprese di Frank Costello faccia d’angelo— risuona la sua bella voce, appena grattata dall’età — nostro figlio Anthony aveva quattro anni. La mia stessa età il giorno del divorzio dei miei genitori, quando “Mounette”, mia madre, mi ha messo in un collegio cattolico. Ero angosciato: mai avrei voluto far rivivere a mio figlio quel che avevo provato io da bambino». Ora Anthony ha quarantotto anni, la nuova emergenza si chiama Alain-Fabien, diciassette anni (difficil- mente controllabile, come al recente “revolver party” nella vil- la svizzera del padre), di cui ha ottenuto lo scorso settembre l’affidamento dopo una lunga battaglia legale contro l’ultima ex, Rosalie Van Breemen, che nel 1990 gli aveva dato Anou- chka, oggi unica scintilla in un universo di bellezze al passato. «Uno dei più grandi momenti della mia vita» è stato per lui il tapis rouge percorso insieme a Cannes, una simbiosi che l’at- tore ha voluto replicare in teatro, nei mesi scorsi, in Une journée ordinaire, sullo struggente distacco tra figlia e padre. Altra au- tobiografia, che stavolta pesca nel profondo, nel suicidio sim- bolico e spavaldo dell’arruolamento tra i paracadutisti, a di- ciassette anni, per la guerra in Indocina, riscatto da un’infan- zia dolorosa lontano dalla madre, e nel suicidio annunciato, sei anni fa, dopo l’abbandono di Rosalie e l’allontanamento dei due figli. Ma “Mounette” e Anouchka, la madre e la figlia di De- lon, si sono date, a distanza, una complicità d’amore, risolle- vando l’attore da solitudini stremate. «È stata mia figlia a ri- mettermi in piedi, quando, ancora ragazzina, mi ha detto:

“Papà, non voglio che te ne vada, desidero essere al tuo brac- cio il giorno del mio matrimonio”. Sono parole che valgono tonnellate di antidepressivi». Sua figlia. Sua madre. Gli unici amori perduti e ritrovati. Gli altri sono tutti perduti, specie i primissimi. Lui ancora anonimo, dinoccolato nella facile bohème di Pigalle anni Cinquanta, loro già dive e più adulte, come Brigitte Auber di Hitchcock o Michèle Cordoue, sposa e musa di Yves Allégret, che spingerà il marito a farlo esordire nel premonitore Quando s’immischia la donna. Sfioriti e lontani anche gli amori più mediatizzati. Anni Ses- santa, Nathalie («l’unica che ho sposato: ha anche conservato il mio cognome, ultima prova d’amore. Merci, Madame De- lon!»). Anni Settanta, “Mimì”, cioè Mireille Darc («quindici an- ni di vita di coppia, felicemente ricomposta in teatro nel 2007 in Sur la route de Madison»), suo sostegno incondizionato du- rante l’affaire Stefan Markovic, amante di Nathalie, trovato uc- ciso nell’ottobre 1968, «un complotto politico d’oltre cortina, in cui hanno cercato inutilmente di trascinarmi come pedina sporca». E, ancora, Anne Parillaud — poi sposata e lanciata da Luc Besson in Nikita— due stagioni di torrida passione, che in- ducono Delon «pazzo d’amore», come lui stesso confida, a far- sene pigmalione negli unici film da lui diretti, Per la pelle di un poliziottoe Braccato. In tanta costellazione rimangono ancor oggi in un angolo di pudore due amori, il più famoso e il più segreto, Romy Schnei- der e Dalida, entrambe morte drammaticamente, le prime a riapparire e tappezzare le pareti del camerino, invidiabile al- tarino del cuore, quando Delon torna al teatro. Nel libro, Romy e Dalida hanno lo stesso spazio delle altre. Ma non è così nei ri- cordi e nei sentimenti dell’attore. «Romy è il grande amore del- la mia vita, l’amore dei miei vent’anni. Io m’affacciavo al cine- ma, lei era la star internazionale, la Sissi di tutti. Ci siamo co- nosciuti e innamorati sul set di Christine, nel ’58. Ci siamo sco- perti una stessa infanzia solitaria: è come se avessimo ripreso a crescere insieme. Le platee ci sono state immediatamente so- lidali, ci hanno battezzato gli eterni fidanzati». Fidanzamento ininterrotto, se Romy ha lasciato scritto «Parigi è stata per me, prima di tutto, Alain Delon» e se Delon le dedica il programma di Variations énigmatiques, suo ritorno alle scene nel 1996, con le parole: «Angelo mio bello, ovunque tu sia, stasera come nel passato sono accanto a te». «E alla prima — rivela l’attore — avevo appeso in camerino l’abito, da me recuperato, che in-

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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37

LE IMMAGINI Alain Delon con le donne della sua vita IL LIBRO 1. Dalida © Philippe
LE IMMAGINI
Alain Delon
con le donne
della sua vita
IL LIBRO
1.
Dalida
© Philippe Barbier
2.
Monica Vitti
durante le riprese
de L’eclisse (1962)
di
Michelangelo
Les femmes de ma vie (Le donne della mia vita), con la prefazione di Brigitte Bardot
che pubblichiamo in queste pagine, è uscito in Francia da Didier Carpentier
(162 pagine e 200 immagini, 29,90 euro). Tutte le fotografie — per la maggior parte
inedite e provenienti dalla sua collezione privata — sono accompagnate da appunti
scritti a mano dallo stesso Alain Delon. Dalla mamma “Mounette” alla figlia Anouchka,
da Romy Schneider ad Anne Parillaud, da Jane Fonda a Claudia Cardinale e Annie
Girardot: in ogni immagine il divo è ritratto insieme a una delle donne che lo hanno
accompagnato nella vita. In Italia il volume si può trovare alla libreria Hoepli di Milano
Antonioni,
© Philippe Barbier
3.
Simone Signoret,
© Gamma-Rapho
4.
Annie Girardot
durante le riprese
di
Rocco
e i suoi fratelli (1960),
© Philippe Barbier
5.
Romy Schneider
© Gamma-Rapho
6.
Jane Fonda,
© Philippe Barbier
7.
Marianne Faithfull
© Gamma-Rapho
8.Claudia Cardinale,
© Philippe Barbier
9.
Edith Piaf,
© Gamma-Rapho
Infine, con Brigitte
Bardot in una foto
con i loro autografi
© Philippe Barbier
1
2
3
5
6
9
“Quando Romy Schneider è morta,
davanti alla sua bara, ho voluto
fissare per l’eternità la sua ultima
immagine: in tre polaroid,
4
che da allora conservo
nel portafogli, qui, sul mio cuore”
8
dossava Romy al nostro debutto parigino in Peccato che sia una
...
se cancellato e lei, da un momento all’altro, potesse uscire dal-
le quinte». Questo non c’è nel suo libro. «Non c’è nemmeno
puttanacon la regia di Luchino Visconti
come se il tempo fos-
7
Il mio amico belva fragile
che, al funerale, nel 1982, non mi sono fatto vedere (per non da-
re in pasto ai paparazzi il mio dolore), ma pochi istanti prima,
davanti alla sua bara, ho voluto fissare per l’eternità la sua ulti-
ma immagine: in tre polaroid, che da allora con-
servo nel portafogli, qui, sul mio cuore.
Foto che mai nessuno ha visto né vedrà
mai». Rimpiange di non averla sposata?
«Sì. Ma sarebbe per questo cambiato il
suo destino? Non penso nemmeno che
avrebbe accettato il passare degli anni. È
brutto confessarlo, ma non avrei voluto
vederla a settant’anni. Preferisco che sia
partita così, che ci abbia lasciato nel pieno
della bellezza, restando un mito».
Anche Dalida, idillio furtivo nel 1963 sot-
to il cielo di Roma, è oggi una leggenda tra-
gica: «Mi è rimasto il rimorso: se mi avesse
telefonato, quel 2 maggio 1987, avrei forse
trovato le parole per dissuaderla dal suici-
dio». Vi eravate conosciuti per caso quando
non eravate nessuno, lei facchino alle Halles
e Dalida, ancora Yolanda Gigliotti, Miss Egit-
to 1954: all’alba, a due passi dall’Arc de
Triomphe, sul pianerottolo delle vostre minu-
scole mansarde i primi incontri, le confidenze
sottovoce, la voglia di futuro. «Parole parole pa-
role. Con la storia tutta nostra alle spalle, ci sia-
mo ritrovati nel 1973 per registrare insieme la
canzone: chi ha mai sospettato che, dietro l’iro-
nia del testo, ripetevamo le nostre vere parole
d’amore?».
Parole parole
«Les femmes de ma vie sono quelle che ho
BRIGITTE BARDOT
(seguedalla copertina)
subito, è impaziente, ha fretta. Ma se dà l’idea di un uo-
mo che morde la vita con gran gusto, sa anche accarez-
L ui, che si è dato per obiettivo il superamento di sé,
l’intransigenza, la grandeur, il talento, la voglia in-
finita di perfezione e bellezza. Quando si mostra
zare la morte
...
Forse sarà lei l’ultima “donna della sua
in pubblico — di rado: e questa è la sua forza — spazza
via tutto quel che gli si trova attorno. È uno tsunami!
Ma dietro la facciata si nasconde un uomo estrema-
mente fragile, una tenerezza segreta traboccante d’amo-
re, un dono di sé a quelli che ama, ai figli, il suo sangue,
l’avvenire del suo passato. Con loro gioca le sue ultime
carte, lui, che è stato perpetuamente alla ricerca dell’as-
soluto, dell’insondabile, della rarità, di ciò che non si tro-
va: lui, che con tanto sdegno disprezza la facilità, la men-
zogna, il tradimento, la decadenza.
Alain è vero, autentico e insopportabile: vuole tutto, e
vita”?
Per cicatrizzare le sue numerose ferite, profonde e se-
grete, si rifugia, in solitudine, in seno a una natura a sua
immagine, con i suoi cani, i suoi gatti, lontano dalle paz-
ze folle
...
forte e fragile, è un’aquila a due teste. Come per tutti gli
esseri d’eccezione, la sua vita e il suo favoloso destino so-
Quest’uomo unico, magnifico, coraggioso,
no comunque la prova di questa frase superba di Mada-
me de Staël: «La gloria è il lutto accecante della felicità».
Traduzione di Mario Serenellini
© Editions Didier Carpentier
© RIPRODUZIONE RISERVATA
...
amato, che mi hanno amato e alle quali devo tutto quel che so-
no». Una centralità tolemaica, con rotazione di ruoli-satelli-
te? Ad esempio, gli incitamenti di Romy alla lettura di roman-
zi, teatro, filosofia, di cui poi lei, da brava tedesca, pretendeva
il resoconto, primo contatto di Delon con i libri (dai tempi del-
le funeste, ripetute espulsioni da scuola) davanti al caminet-
to, la sera, dopo giornate trascorse in campagna, lei a cavallo,
lui a esercitarsi alla pistola. «Le donne sono sempre state il cen-
tro e la guida della mia vita — ribalta prontamente Delon — È
nei loro occhi che ho cercato ogni volta l’approvazione di me
stesso». Di qui, storiche guasconerie, come l’approdo in eli-
cottero bianco, da lui pilotato, al Festival du policier di Cognac
nel 1995 o le acrobazie senza controfigura in Ventiduesima
vittima, nessun testimone per impressionare il flirt di turno,
Kiki (Catherine Bleynie). Les femmes de ma vie continua a in-
dorare il guscio di star, anche se lo charme vero del Delon del-
le donne sta forse altrove: nelle brecce scoperte della sua pa-
rabola fotogenicamente intatta, nel difficile coraggio della
fragilità, nello strazio fuori copione di tre polaroid.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

l’immagine Anniversari Un secolo e mezzo fa membri della Royal Society i di Londra guardavano sbalorditi
l’immagine
Anniversari
Un secolo e mezzo fa
membri
della Royal Society
i
di Londra guardavano
sbalorditi
la prima fotografia
non in bianco e nero
della storia:
un nastrino di tartan
Così incominciava,
tra sfide, gelosie
e fenomeni di massa,
la lunga corsa
per catturare
la tavolozza
della natura
MICHELE SMARGIASSI
L a prima fotografia a colori
della storia non esiste. Non
è mai materialmente esi-
stita, neanche quando ap-
parve, centocinquant’an-
ni fa, davanti agli occhi sa-
pienti e stupiti dei membri della Royal
Society di Londra. Quel nastrino di tar-
tan scozzese leziosamente annodato a
farfalla fluttuava sullo schermo, pro-
dotto impalpabile dell’incrocio dei fa-
sci luminosi di tre lanterne magiche,
ciascuna delle quali proiettava una dia-
positiva monocroma: una verde, una
azzurra, una rossa. James Clerk
Maxwell, fisico e matematico, in quel
1861 aveva risolto col metodo della sin-
tesi additiva il problema che assillava
da vent’anni i chimici e gli ottici: cattu-
rare la tavolozza della Natura.
E così la prima fotografia a colori del-
la storia fu anche la prima delle imma-
gini virtuali. Il cerchio si chiude, tutte le
foto che vediamo oggi sui monitor sono
fatte così: mosaici di pixel di colori se-
parati che, mescolati dal nostro occhio
imperfetto, producono l’illusione di
sfumature infinitamente diverse. Que-
sto anniversario dunque non è solo no-
stalgia, è il riconoscimento di una pro-
fezia. Maxwell offrì alla società vittoria-
na, così sospettosa verso le figure, un as-
saggio della nostra civiltà delle immagi-
ni sintetiche.
Del resto, l’Ottocento bramava, re-
clamava il suo arcobaleno da tasca. Il
mondo si era accorto di possedere i co-
lori solo quando Daguerre bruscamen-
te glieli tolse. Quanto giubilo nelle stra-
de di Parigi nel gennaio del 1839 per la
«meravigliosa esattezza» della fotogra-
Quando il mondo riprese colore
fia appena inventata, peccato che i bou-
levard, sulle lastrine di rame argentato,
risultassero grigi come visti da un dalto-
nico. Il colore era una promessa che la
fotografia solo molto faticosamente
mantenne. Ci vollero decenni di tenta-
tivi, genialità, vicoli ciechi, imposture e
colpi di fortuna.
Furono gli scienziati, non i fotografi,
a incaponirsi. Ci provarono in tutti i mo-
di. Insistendo su una strada senza usci-
ta: cercavano sostanze chimiche in gra-
do di catturare direttamente le tinte de-
gli oggetti, in un colpo solo. Prima di
Maxwell, un pastore battista di We-
stkill, a nord di New York, di nome Levi
Hill, giurò di esserci riuscito: a partire
dal 1851 pubblicò opuscoli, cercò di
raccogliere fondi, si guadagnò una cele-
brità mondiale, ma non riuscì mai a for-
nire le prove di quanto affermava, e
morì in odore di ciarlataneria. Solo nel
1933 il ritrovamento dei suoi hillotype
dimostrò che qualche risultato, forse
per un caso che non riuscì a padroneg-
giare, il reverendo Hill l’aveva ottenuto.
Andò ben diversamente al fisico Ga-
briel Lippman, che prese il Nobel per un
pappagallino che era riuscito a fotogra-
fare in tutto lo splendore del suo piu-
maggio, nel 1892, con il metodo interfe-
renziale, una specie di ologramma:
“Mamma,
non portarmi via
la mia Kodachrome”,
cantavano Simon
e Garfunkel
splendido, ma impraticabile. La strada
giusta era quella intuita da Maxwell:
non si possono strappare alla natura le
sue infinite sfumature, si può solo si-
mularle artificialmente, partendo dalle
tre tinte base. Bisognava «mettere in
Ma anche il rullino
più famoso del mondo
è stato ucciso
dalla svolta digitale
mano al sole una tavolozza con tre co-
lori già pronti, e chiedergli di usare solo
quelli», scrisse Ducos du Hauron, po-
liedrico inventore francese che bre-
vettò il suo metodo a tre negativi sepa-
rati nello stesso giorno del 1869 in cui
un altro bello spirito, Charles Cros, fa-
ceva la stessa cosa col suo, del tutto
identico. Quando si dice che un’inven-
zione è matura.
Ma al secolo delle masse non interes-
sava che un paio di scienziati riuscisse-
ro a catturare i colori: pretendeva che
tutti potessero farlo. Facilmente, co-
modamente. E qui entrarono in scena i
grandi fratelli dell’immagine di massa,
i Lumière, padri del cinema che nel
1903 fabbricarono uno strano “sandwi-
ch” di fecola di patate, sali d’argento e
carbone dal quale si otteneva, magica-
mente, una diapositiva dai delicatissi-
mi colori pastello. Quel che più conta-
va, la loro lastra Autochrome poteva fi-
nalmente essere usata con qualsiasi
macchina fotografica comune. Fu un
trionfo: nel 1909, a Parigi, prima esposi-
zione mondiale di fotografie a colori.
Restava un ultimo ostacolo sulla
strada della diffusione di massa: la ri-
producibilità. Gli Autochrome, come i
dagherrotipi, erano copie uniche. Ma
era già l’era della concorrenza indu-
striale: tra le due guerre, la corsa alla
stampa a colori diventò una sfida quasi
politica fra Usa e Germania, ossia fra
Kodak e Agfa. Vinse la prima, sul filo di
lana: la pellicola Kodachrome, destina-
ta a regnare per oltre settant’anni, vie-

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DOMENICA 14 AGOSTO 2011

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39

LE TAPPE / 1 Da sinistra in senso orario, la prima foto a colori: Nastro scozzese
LE TAPPE / 1
Da sinistra in senso
orario, la prima
foto a colori: Nastro
scozzese (sintesi
additiva di James
Clerk Maxwell, 1861);
Veduta di Angoulème
(eliocromia di Charles
Cros e Luis Ducos
du Hauron, 1872);
Natura morta
(Autochrome
dei Fratelli Lumière,
1903)
LE TAPPE / 2
Sopra, Pappagallo (procedimento
interferenziale di Gabriel Lippman,
1891); a destra, Ragazzo nero
di
Cincinnati (Kodachrome
di
John Vachon, 1935)
Nell’altra pagina, Autoritratto
(Polacolor di Andy Warhol, 1963)
ne messa sul mercato nel 1935. Ma,
benché riproducibile, era ancora una
diapositiva: e l’Agfa si prese la rivincita
l’anno dopo con l’Agfacolor, primo ve-
ro negativo a colori.
E qui, il paradosso. Ingrato, il mondo
si pentì, e preferì continuare a vedersi
daltonico. I rotocalchi come Life erano
già tecnicamente in grado di stampare
foto a colori, ma è proprio negli anni
Trenta che fiorisce, rigorosamente in
bianco e nero, il grande fotogiornali-
smo. Liquidata la tecnica, fu un proble-
ma di estetica, o forse di ideologia. I cri-
tici d’arte, da Warburg al nostro Ventu-
ri, rifiutarono le «infedeli» riproduzioni
a colori dei dipinti. Diffidenti verso il co-
lore anche tutti i grandi della Leica, che
pure di soppiatto qualche scappatella
tricromatica se la concessero. Paul
Strand: «Colore e fotografia non hanno
nulla in comune», Walker Evans: «Il co-
lore tende a corrompere la fotografia»,
Edward Weston, il più cauto: «Sono
mezzi differenti per scopi differenti»,
Henri Cartier-Bresson: «Gamma trop-
po limitata di toni».
Temevano tutti l’ingovernabilità di
quella presenza troppo invadente,
troppo esuberante e chiassosa, e ple-
bea. «La fotografia a colori può essere
solo bella, o insopportabile», senten-
ziava il critico Claude Lemagny. So-
spettavano forse anche un’ideologia
autoritaria dietro l’apparente maggior
realismo delle emulsioni cromatiche.
Non avevano tutti i torti. Fu il nazismo a
utilizzare intensivamente le nuove pel-
licole per la propaganda: anche i Lager,
fotografati a colori, furono fatti passare
per puliti e quasi confortevoli campeg-
gi. «Colorare il mondo è sempre un
mezzo per negarlo», sostenne Roland
Barthes nei suoi Miti d’oggi. Tre anni fa
il Comune di Parigi fu travolto da pole-
miche feroci per aver messo in mostra i
fotocolor scattati tra il 1940 e il 1944 dal
collaborazionista André Zucca: baciata
dai toni caldi del sole, sovrastata da cie-
li azzurri, squillante di verdi ippocasta-
ni e di rossi accesi (bandiere con svasti-
ca comprese) la capitale sotto il tallone
di Hitler appariva troppo gradevole e
rassicurante.
Solo una generazione diversamente
inquieta, negli anni del pop, riuscì a tra-
scinare la fotografia cromatica nel terri-
torio dell’arte; anche il fotogiornalismo
incalzato dalla televisione cedette. Ma
nel frattempo, ingoiate da milioni di In-
stamatic, la Kodachrome e le sue sorel-
le erano già diventate l’accessorio indi-
spensabile della vita familiare. Non rea-
lismo, ma nostalgia consolatoria: ogni
generazione ha il suo colore. Ancora og-
gi i ricordi dei figli del boom italiano
hanno le tinte surreali delle pellicole
Ferrania. «Ti fa pensare che tutto il
mondo sia una giornata di sole», canta-
vano Simon e Garfunkel implorando:
«mamma non portarmi via la mia Ko-
dachrome». Be’, anche il rullino Koda-
chrome alla fine se n’è andato, nel 2009,
ucciso dalla svolta digitale. Ma i colori
restano. Sempre più necessari, sempre
più irreali: pompati da un clic di Photo-
shop, infiammano i nostri album elet-
tronici su Facebook. Mamma prenditi
pure la Kodachrome, ma non portarci
mai via i nostri occhiali rosa.
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40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

CULTURA * A San Pietroburgo, nella “kommunalka” dove viveva, sta per nascere un museo per celebrare
CULTURA *
A San Pietroburgo, nella “kommunalka” dove viveva,
sta per nascere un museo per celebrare la dote meno conosciuta
del Nobel finito al confino perché inviso al regime sovietico
Schizzi, bozzetti, caricature per rendere più leggera la malinconia
dei versi e dei pensieri. Fogli sparsi accanto alla risposta
che diede al suo giudice: “Chi sono? Un essere umano”
NICOLA LOMBARDOZZI
SAN PIETROBURGO
Q ualche schizzo, due tratti di penna, un paio di figuri-
ne leggere che sdrammatizzano la profondità dei
versi. Al secondo piano di Litejnj Prospekt 24/27, in
un palazzo che risuonò a lungo di rime vietate e di
critiche coraggiose al regime sovietico, i foglietti con i disegni im-
provvisati di Iosif Brodskij sono il tesoro più atteso. Dopo una mo-
stra itinerante durata quasi un anno, i bozzetti del poeta divente-
ranno l’attrazione principale della casa museo in tormentato al-
lestimento da oltre dieci anni. Poeta e dunque «parassita» per le
logiche di regime, condannato ai lavori forzati e poi a una vita da
esiliato, Brodskij è adesso uno degli autori più amati dai russi. An-
che per questo il comune di San Pietroburgo si aspetta un grande
successo dalla prossima apertura del museo a lui dedicato, alle-
stito proprio nelle due camere dell’appartamento all’interno 28,
in cui il poeta viveva con la famiglia, all’interno di una kommu-
nalka, le abitazioni collettive del sistema sovietico. Anni difficili
ma fecondi nei «dieci metri quadri più felici della mia vita» come
egli stesso li definì successivamente quando si divideva, famoso
e celebrato premio Nobel, tra l’Europa e gli Stati Uniti.
L’anteprima, del resto, ha dato già l’idea dell’amore e della cu-
riosità del pubblico: in migliaia sono arrivati da tutta la Russia per
la mostra “Orologio a polvere” allestita qualche mese fa in una sa-
la della Biblioteca nazionale con una raccolta inedita o quasi, di
disegni, schizzi, bozzetti di Brodskij raccolti con un lungo lavoro
I disegni segreti
del poeta
che amava i gatti
in giro per il mondo, tra gli amici del poeta e varie collezioni pri-
vate. In molti hanno scoperto quello che si sapeva da tempo. Ol-
tre che uno dei più straordinari poeti del Novecento, Brodskij era
un ottimo disegnatore. Amava adornare i suoi manoscritti con
schizzi improvvisati così come faceva del resto il suo punto di ri-
ferimento culturale più forte, Aleksandr Pushkin, padre immor-
tale della letteratura russa. La capacità tecnica la si vede a comin-
ciare dalla pagelle dei primi anni di scuola dove Brodskij disegna-
va accanto al voto 3 (sufficiente) degli elaborati e decoratissimi
numeri 5 (ottimo).
E poi gatti, fiori, autoritratti in tunica romana con tanto di co-
rona d’alloro, proprio come alcuni ritrovati a margine dei mano-
scritti di Pushkin, adornano i foglietti con le poesie più tristi e do-
lorose. Un sorriso e un po’ di autoironia per allontanare la malin-
conia. Perfino sul foglio dove scrisse «La vecchia sta da sola alla fi-
nestra
...
»,
una delle poesie più cupe su una donna “dekulakizza-
ta” finita in un gulag con tre figlie, disegnò se stesso come un gio-
vane dal sorriso presuntuoso che guarda compiaciuto i suoi versi
con un fiore nella cintura dei pantaloni.
E mentre già alla vigilia dell’esilio il successo delle sue poesie
diffuse in samizdat (le pubblicazioni clandestine) gli conferi-
va un ruolo fondamentale nella poesia russa di tutti i tempi, di-
segnava una vignetta che ridimensionasse la sua autostima cre-
scente: Pushkin vi è ritratto solenne a bordo di una elegante car-
rozza trascinata da un cavallo con la faccia di Brodskij con tanto
di sigaretta tra le labbra. Il cielo è stellato e un vigile urbano rivol-
ge allo strano convoglio un saluto militare.
Lo sfogo del disegno servì soprattutto per rendere più soppor-
tabili i diciotto mesi di lavori forzati impostigli dal regime in una
cittadina del nord siberiano nei pressi di Arkangel. In una lettera
da inviare ai genitori per tranquillizzarli disegna se stesso in for-
ma di centauro mentre trascina un aratro. Ai margini, perfino il fi-
lo spinato e le torrette d’avvistamento dei guardiani hanno un’a-
ria rassicurante da cartone animato.
Poi l’esilio, la fama, e disegni meno complessi e più
leggeri: tanti gatti ancora, fiori, caravelle con vele e
bandiere al vento. Secondo la sua decisa volontà di
minimizzare le sue sofferenze, di non sentirsi l’u-
nica vittima di un sistema ottuso e prevaricatore:
«Qualunque boat-people o tutti quei venditori
di accendini che vengono da chissà quale pae-
se, hanno un’esperienza dell’esilio ben più
drammatica della mia». Tutti i disegni, quel-
li simbolici e quelli di puro divertimento ar-
riveranno presto ad arredare le due stanze
dell’ex kommunalka. Insieme al celebre
dialogo tra il poeta e il suo giudice nel pro-
cesso che portò alla sua condanna.
Giudice: «Qual è la tua professio-
ne?»
Brodskij: «Traduttore e poeta».
Giudice: «Chi ti ha riconosciuto
come poeta? Chi ti ha arruolato nei
ranghi dei poeti?»
Brodskij: «Nessuno. Chi mi ha ar-
ruolato nei ranghi del genere umano?»
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DOMENICA 14 AGOSTO 2011

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41

VIKTOR EROFEEV C he lo si voglia o meno, Brodskij resta senz’altro il più grande poe-
VIKTOR EROFEEV
C
he lo si voglia o meno, Brodskij resta senz’altro il più grande poe-
ta russo della seconda metà del Ventesimo secolo. Se Stalin ave-
va acclamato Majakovskij come il più grande poeta sovietico, fu
proprio grazie alla sua avversione per il potere sovietico, che gli
procurò l’esilio in un villaggio dell’estremo nord della Russia,
che Brodskij ebbe l’opportunità di diventare un genio. L’intelli-
ghenzia liberale degli anni Sessanta lo vide dapprima come un
martire, ma approfondendo la conoscenza della sua poesia, ne
scoprì poi la forza del talento. «Anche se a malincuore, non si può
non riconoscere il suo genio», confessò una volta in una conver-
sazione privata Bella Akhmadulina, uno degli astri poetici del-
l’epoca del disgelo kruscioviano. A differenza di un’intera pleia-
de di poeti suoi contemporanei, Iosif Brodskij mostrò un’auten-
tica incondizionata libertà nei confronti del potere, ma anche
della cultura internazionale, cantando, come fece Cechov, il
dramma esistenziale della vita umana, senza temerne le intrin-
seche contraddizioni.
Genio prematuramente scomparso — oggi avrebbe avuto set-
tant’anni — ci sollecita a indagare tutti gli aspetti della sua vita e
della sua opera. Così scopriamo che affollava i manoscritti dei
suoi versi e i suoi taccuini con una moltitudine di brillanti e deli-
ziosi disegni. Una mostra di disegni a penna, allestita a San Pie-
troburgo nella sede della Biblioteca nazionale, avvicina inevita-
bilmente Brodskij al più grande maestro della poesia russa, Alek-
sandr Pushkin. Esaminando i lavori, si ha l’impressione che in
Iosif
Brodskij
Genio ragazzino
immune al potere
TACCUINI
entrambi i poeti le rime scaturiscano insieme coi disegni e che
disegni e immagini poetiche si combinino e si completino a vi-
cenda. Tuttavia, mentre Pushkin ritrae di preferenza testo-
line e spalle di incantevoli dame, Brodskij sembra pre-
diligere i gatti, suoi animali diletti, e nei suoi di-
segni le dame sono assenti. Entrambi si dedica-
no a tratteggiare il proprio autoritratto: Pushkin di
profilo, Brodskij en face. E il volto di Brodskij, simi-
le a quello di un patrizio romano, si distingue per la
sua nobiltà. Quanto ai temi politici, nelle pagine dei
manoscritti di Pushkin scorgiamo i ritratti di alcuni
amici impiccati, eroi del moto decabrista del 1825, men-
tre in quelle di Brodskij ritroviamo un’autentica caricatu-
ra del busto di Lenin. Tali busti ai tempi dell’Unione Sovie-
tica erano disseminati ovunque nei palazzi pubblici.
Brodskij, i cui versi sono indubitabilmente filosofici, ritrae
nei suoi disegni minuti dettagli di vita quotidiana: tavoli, stovi-
glie, suppellettili. Quest’amore per i semplici oggetti della sfera
più intima lo distingue radicalmente da un altro poeta, Vladimir
Majakovskij, valente caricaturista e appassionato propagandi-
sta politico, che ritraeva immagini di capitalisti in cilindro, vit-
time di trionfanti combattenti rossi pronti a conficcare la punta
delle loro baionette nel grasso ventre dei nemici di classe. Persi-
no durante la deportazione, confinato dal potere per un anno e
mezzo nella provincia di Archangelsk, Brodskij si appassionò al-
la scoperta della vita rustica: era giovane, tutto lo incuriosiva e
aveva tutta la vita dinanzi a sé.
Lo rammento a Mosca, appena tornato dal confino, giovane,
bello, la chioma fulva, l’aria un po’ altera, mentre attraversava-
mo in taxi la città notturna, che borbottava sottovoce. Mi voltai
a guardarlo. «Non è nulla… — disse — Sto componendo», qua-
si a giustificarsi, stranamente timido. Ecco che nella fisiologia
compositiva, quel suo borbottio notturno, quei disegni sui fogli
e nelle raccolte samizdatda lui stesso prodotte, decorati dall’e-
stro della sua fantasia, appaiono come un trampolino nel mon-
do della sua poesia, che di anno in anno diveniva sempre più
matura e raffinata.
Della poesia di Brodskij quello che amo di più è il periodo le-
I disegni
di
queste pagine
sono i taccuini
ningradese, al quale si riferiscono anche i disegni dei mano-
scritti. Sarà Brodskij stesso a rievocare una volta in America, con
una nostalgia insolita per un poeta caduto in disgrazia, quel pe-
originali
di
Iosif Brodskij
esposti
nella mostra
Orologio a polvere
a San Pietroburgo
Il ritratto
è di Tullio Pericoli
riodo della sua vita, quando viveva in una stanzetta di dieci me-
tri quadri in una kommunalka e frequentava la grande Anna
Achmatova, immergendosi nella scoperta della poesia di lingua
inglese e prediligendo fra tutti Auden. Non saprei dire che cosa
disegnasse quando viveva a New York e viaggiava per la sua ama-
ta Italia. Forse, ormai non disegnava quasi più. Era diventato im-
portante; il volto da quello di un patrizio si era trasformato in
quello di un imperatore della poesia russa. Era stato insignito del
Nobel. Per i disegni gli restava sempre meno tempo. Si dedica-
va alla stesura di ampi saggi e all’insegnamento e quelle occu-
pazioni fagocitavano il suo tempo. Ma ricordando Brodskij,
mentre osservo i suoi disegni, non faccio che ripensare al teme-
rario ragazzo dalla testa fulva, che scoprendo dentro di sé il gio-
vane vino della poesia, ne adornava le etichette con le sue ridenti
immagini.
Traduzione di Nadia Cigognini
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42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

SPETTACOLI I venti minuti di “2001: Odissea nello spazio” tagliati per rabbia da Kubrick. Lo spezzone
SPETTACOLI
I venti minuti di “2001: Odissea nello spazio” tagliati
per rabbia da Kubrick. Lo spezzone censurato di “Metropolis”
di Fritz Lang. Il quarto d’ora della “Dolce vita” eliminato da Fellini. Fino all’ultimo
caso, pochi giorni fa: “The White Shadow”, il primo film scritto da Hitchcock
Ecco come per tenacia, passione o fortuna, si ritrovano i capolavori scomparsi
del cinema
perduto
CLAUDIA MORGOGLIONE
D alle viscere della terra.
Da magazzini sommersi
dalla polvere, ai quattro
angoli del globo. Da un
archivio che nessuno
aveva mai spulciato. Da
un’eredità, una battaglia legale, un re-
stauro. I capolavori perduti del cinema,
interi o a spezzoni, vengono alla luce
così. Per caso, per fortuna, per la tena-
cia di appassionati e studiosi. Gioielli
poi destinati ai festival, agli extra dei
dvd, qualche volta alle sale. E spesso la
storia di questi ritrovamenti di grandi
autori — da Alfred Hitchcock a Stanley
Kubrick, da John Ford a Orson Welles,
da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini
— è avventurosa quanto il materiale re-
cuperato: un vero e proprio film sul
film.
Il dibattito sul valore di queste sco-
perte è aperto. Specie quando a saltare
fuori non sono opere sconosciute, ma
sequenze inedite di cult stranoti come
La dolce vita: su blog e siti specializzati i
cinefili si dividono tra gli entusiasti,
convinti come Martin Scorsese che
«ogni fotogramma sparito fa sparire un
pezzetto della nostra cultura»; e gli scet-
tici, secondo i quali una scena elimina-
ta deve restare tale. Forse perché, come
sosteneva il leone della vecchia Hol-
lywood Howard Hawks, «se si fanno
due riprese buone, poi se ne fanno due
mediocri e una brutta»: alla faccia della
sacralità dell’arte. Alcuni reperti, però,
hanno un’importanza tale da mettere
d’accordo entrambe le fazioni: pochi
giorni fa, ad esempio, sono ricomparsi i
primi tre rulli di The White Shadow
(1923), diretto da Graham Cutts ma at-
tribuibile a Hitchcock, che ne fu aiuto
regista, sceneggiatore e scenografo.
L’opera, storia di due gemelle dall’op-
posto temperamento, apparteneva a
uno stock di 75 pellicole (tra cui
Upstreamdi John Ford, dramma senti-
mentale del 1927) abbandonate da an-
ni nell’Archivio cinematografico della
Nuova Zelanda. Erano state donate nel
1993 dalla famiglia del defunto Jack
Murtagh, un proiezionista che invece di
distruggere le pellicole, come d’abitu-
dine nei primi decenni del Novecento,
le collezionava. Ma il riconoscimento è
avvenuto solo adesso: «Uno dei ritrova-
menti più significativi di sempre», se-
condo David Sterritt, presidente della
statunitense National Society of Film
Critics. Qui in Italia sarà proiettato, il
prossimo ottobre, alle “Giornate del
muto” di Pordenone.
Spesso poi, i recuperi avvengono in
modo rocambolesco. Come la scoper-
ta, lo scorso dicembre, di quasi venti
minuti inediti di 2001: Odissea nello
spazioin una miniera di sale del Kansas
(il sottosuolo è ideale per la conserva-
zione dei vecchi film). Sequenze che
Stanley Kubrick tagliò per rabbia, dopo
una prima proiezione col pubblico an-
data malissimo. I fan del regista, adora-
tori feticisti di ogni suo ciak, ne discuto-
no da anni. Peccato che la Warner Ho-
me Video, titolare dei diritti, abbia per
ora deciso di non pubblicarle: «Il film
così com’è rispecchia la volontà del suo
autore — è scritto in un comunicato
della società — e noi non lo vogliamo
cambiare».
Il caso più fortunato riguarda invece
la comica A Thief Catcher (1914), titolo
perduto della filmografia del Charlie
Chaplin attore e interprete di Charlot,
scovata per puro caso dal collezionista
Paul Gierucki a una fiera dell’antiqua-
riato. Mentre la caccia più tenace è
quella che ha portato al ritrovamento
della copia integrale di Metropolis, coi
28 minuti eliminati all’epoca, per moti-
vi politici, contro la volontà di Fritz
Lang: è rispuntata tre anni fa al Museo
del cinema di Buenos Aires grazie alla
testardaggine di un cinefilo, Fernando
Pena. Da due decenni chiedeva ai cura-
tori di controllare se nei loro magazzini
ci fosse questo tesoro nascosto: e alla fi-
ne, forse per levarselo di torno, i re-
sponsabili hanno deciso di acconten-
tarlo. Per la gioia di chiunque ami il ci-
nema.
E quello delle pellicole sepolte in luo-
ghi lontani è un elemento ricorrente.
Racconta Gian Luca Farinelli, direttore
della Cineteca nazionale di Bologna:
«Uno dei posti più incredibili che ho vi-
sitato è la Cineteca di Montevideo: un
magazzino quasi abbandonato; i cu-
stodi mi consegnarono le chiavi per en-
trare e trovai di tutto. Ad esempio una
versione mai vista, non censurata, di
Diario di una donna perduta con Loui-
se Brooks». Non solo scenari esotici,
però. A volte il bottino, banalmente, ar-
riva da un lavoro di restauro: «L’anno
scorso, mentre ripulivamo La dolce vi-
ta, abbiamo ritrovato la penultima ver-
sione del film, montata da Fellini, con
quindici minuti in più. Compare un’in-
tera scena con Mastroianni, che antici-
pa sorprendentemente i toni intimisti
di 8½». Ci sono poi casi di recupero ben
più estremi, come quello che ha riguar-
dato La rabbia (1963). Una bella fetta
della straordinaria prima parte (docu-
mentaristica) del film, diretta da Pier
Paolo Pasolini, fu eliminata dai produt-
tori; ma tre anni fa Giuseppe Bertolucci
l’ha ricostruita in base alle indicazioni
della sceneggiatura originale, serven-
dosi di immagini di repertorio dell’Isti-
tuto Luce. Un’operazione coraggiosa,
per salvare una grande opera dall’oblio.
E chissà se dal buio emergerà The
Other Side of the Wind, l’ultima fatica
incompiuta di Orson Welles, con prota-
gonista John Huston nel ruolo di un
vecchio regista. Il film è al centro di un
intrigo internazionale, una disputa sui
diritti che ha coinvolto negli anni la mo-
glie di un produttore iraniano (Welles
ottenne fondi dal fratello dello Scià di
Persia), l’attrice croata sua ultima com-
pagna, la figlia Beatrice, il cineasta Pe-
ter Bogdanovich. In gennaio fu annun-
ciato che la querelle si sarebbe risolta in
poche settimane, sbloccando final-
mente il film. Invece nulla: il capolavo-
ro, maledetto come colui che lo girò, re-
sta nel limbo dei “quasi” ritrovati.
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DOMENICA 14 AGOSTO 2011

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43

La sindrome dell’inedito dal Laocoonte a Maigret MAURIZIO FERRARIS U no può ovviamente chiedersi cosa ci
La sindrome dell’inedito
dal Laocoonte a Maigret
MAURIZIO FERRARIS
U no può ovviamente chiedersi cosa ci
facessero 17 minuti di 2001: Odissea
nello spazio in una miniera di sale nel
Kansas, ma tant’è: c’è stato questo ritrova-
mento, che ricorda un poco quello dei mano-
scritti del Mar Morto, se non altro per l’am-
biente salino in cui ha avuto luogo. Scoperte
di
questo genere non sono affatto infrequen-
ti, e spesso producono, per dir così, un’azione
a scoppio ritardato. Per esempio, l’opera ri-
trovata può far scomparire opere preceden-
temente note. È stato il caso delle cosiddette
opere “esoteriche” di Aristotele, quelle che lui
adoperava a lezione, diversamente da quelle
“essoteriche”, destinate alla circolazione
pubblica. Scomparse per alcuni secoli, le ope-
OMBRE E RABBIA
A sinistra, cinque fotogrammi
re esoteriche, quando vennero ritrovate, fe-
cero sì che non si leggessero (e non si copias-
sero più) le opere essoteriche, oggi in gran
parte perdute.
Talora invece dobbiamo rivedere la nostra
immagine dell’autore. Per molti anni, il letto-
re italiano ha visto in Simenon soltanto l’au-
tore di Maigret, ignorando il romanziere non
di
The White Shadow (1923)
di
genere. Non necessariamente, però, la re-
scritto da Alfred Hitchcock;
in basso, tre immagini
de La rabbia (1963)
visione è una crescita di immagine, potrebbe-
ro riemergere dall’oblio testi che demolisco-
no la reputazione di un autore, o quantome-
di
Pier Paolo Pasolini
LOUISE E MARCELLO
A sinistra, due scene inedite
del Diario di una donna perduta (1929)
di Georg Wilhelm Pabst
con Louise Brooks;
sotto, una scena
de La dolce vita (1960)
eliminata da Federico Fellini
Chissà se dal buio
emergerà “The Other
Side of the Wind”,
l’ultima fatica
di Orson Welles
no la diminuiscono (come saggiamente te-
meva padre Leo Van Breda, a lungo responsa-
bile dello sconfinato lascito manoscritto di
Husserl: come escludere che in quella monta-
gna di pagine non si nascondesse qualche
stupidaggine?).
In altri casi viene da chiedersi chi davvero
sia l’autore, non tanto perché la scoperta
comporti una sorta di autorialità (di qui le ter-
re, le stelle e le specie animali o vegetali che
hanno preso il nome dal loro scopritore), ma
perché ci può essere l’intervento di un secon-
do autore. Come in Grizzly Man(2005) di Wer-
ner Herzog, che ha selezionato e montato le
più di cento ore di riprese del naturalista Ti-
mothy Treadwell, che per tredici anni aveva
osservato i grizzly in Alaska, ma che alla fine
era stato divorato da un esemplare particolar-
mente vorace.
Venendo poi ai ritrovamenti di portata epo-
cale, si pensi al Laocoonte scoperto a Roma nel
1506, dove si vedono l’eroe e i suoi figli avvinti
dai serpenti. Apprezzato e ammirato da rina-
scimentali e barocchi, quel gruppo statuario
finì per mettere in discussione l’idea stessa del-
la “compostezza” come carattere del classico,
visto che Laocoonte e figli si agitano come for-
sennati. Questo effetto, il più potente, ebbe
però luogo duecento anni dopo il ritrovamen-
to, quasi come una nuova rivelazione.
Il che ci suggerisce quanto fragile e com-
plessa sia la nozione di “capolavoro”. Perché
non solo il Laocoonte, ma ogni opera ha un la-
to nascosto, cioè qualcosa del “capolavoro
sconosciuto” (per riprendere il titolo di una
bellissima novella di Balzac, a sua volta relati-
vamente sconosciuta). Soprattutto, ritrova-
menti e inediti dimostrano oltre ogni ragio-
nevole dubbio quanto sia vero che non c’è
nulla di tanto inedito quanto gli editi. Perché
moltissimi autori e opere noi li conosciamo
semplicemente per sentito dire e affiorano al-
la nostra mente solo quando si trovano delle
opere disperse o dimenticate. E solo allora ci
accorgiamo del fatto che tante opere note noi
le ignoriamo peggio che se fossero sepolte in
una miniera di sale nel Kansas.
con John Huston
La pellicola è al centro
di un intrigo
internazionale
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44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

le tendenze Casual chic Lunghi vestiti a fiori, caftani, sandali ultrapiatti e mini pochette che contengono
le tendenze
Casual chic
Lunghi vestiti a fiori, caftani, sandali ultrapiatti
e mini pochette che contengono solo cellulare
e rossetto.Da Ibiza a Mykonos, ma anche
alle Eolie, le feste vista mare impongono
un rigoroso galateo. A partire dal look:
finto stropicciato e rivisitato con eleganza
IRONICI
Miu Miu interpreta
con ironia
i suoi gioielli
per l’estate
come questi
orecchini laccati
IRENE MARIA SCALISE
A rriva direttamente da Ibiza ed è la nuova mania
dell’estate. Unisce un lieve tasso alcolico, abiti
leggeri e la voglia di divertirsi sino all’alba. Ecco
il “beach party”: termine tecnico che sta a indi-
care una festa ambientata rigorosamente sulla
spiaggia di qualche località di mare all’ultima
moda. Per sopravvivere allegramente, però, ci vuole un fisico
bestiale. Spesso, infatti, il beach party comincia al tramonto e
termina all’alba. In totale, tra un chiringuito, uno spritz e una
colonna sonora di musica lounge, un percorso netto di quasi
dodici ore senza passare dal via.
Ma tant’è. Gli aspiranti ospiti, ben lungi dal dare segnali di
cedimento di fronte al tour de force, aumentano di giorno in
giorno. E chi sino a oggi non ha partecipato almeno a un bea-
SEXY
Abito mini
ma con frange
di
chiffon di seta
lavorato con la tecnica
tie&die. Di Dior
ch party, assicurano i massimi esperti di tendenze, farebbe
meglio a recuperare il tempo perduto. Per fortuna non è mai
troppo tardi per correre ai ripari: c’è persino un sito internet de-
dicato all’argomento: www.beachparty.it. Si tratta di una sor-
ta di social network della movida in grado di fornire in tempo
reale informazioni agli utenti interessati a partecipare a qual-
siasi genere di festa. Chiunque decida d’iscriversi riceverà tut-
te le notizie riguardanti orario, indirizzo e date dei vari incon-
tri sulle spiagge italiane. Di più. Se desidera pubblicizzare una
festa, potrà inserire la notizia sul database del portale.
Anche su Facebookimpazzano i “gruppi” dedicati alle feste
ACQUA
In oro bianco
e oro giallo
18 carati
con 58 diamanti,
un’acquamarina
e 13 grani
di
opale
di
fuoco
Piaget
FIORATA
Tutti in spiaggia
dal tramonto all’alba
È un abito lungo
stile impero
di chiffon di seta
tutto a fiori
il look D&G
per le sere
in spiaggia
VELATA
marine. L’ultima novità sono i beach party online, la deriva
estrema per chi in vacanza proprio non riesce ad andare ma
vuole comunque sognare. Nella società degli eventi, in prati-
ca, il beach party si trasforma nel corrispondente marino di
vernissage, inaugurazioni e aperitivi. L’elemento che entusia-
sma, assicurano i partecipanti con una certa esperienza alle
spalle, è che in queste serate è tutto perfettamente organizza-
to. Una macchina oliata che non lascia nulla al caso: mai una
bibita troppo calda o (tanto per dire una cosa teoricamente
possibile) della sabbia fastidiosa che possa rovinare il diverti-
mento. Gli organizzatori di beach party sono dei professioni-
sti del mestiere. Autentici guru del divertimento a cinque stel-
le. Una spiaggia, è bene precisarlo, non è uguale all’altra. All’e-
stero sono Ibiza, Mykonos e Formentera a dettare le regole. Ma
anche l’Italia si difende con la riviera romagnola, Napoli, la Sar-
degna e le isole più piccole come Panarea e Stromboli.
Le feste in spiaggia impongono un rigoroso galateo da se-
guire. Anche nel look. Presentarsi con i tacchi dodici, per esem-
pio, è rigorosamente vietato salvo rare quanto temibili ecce-
zioni. Idem per gioielli tradizionali, abiti luccicanti e look trop-
po seriosi. Quello che può funzionare meglio è un certo stile
shabby chic, definizione mutuata dall’arredamento che sta a
indicare qualcosa di stropicciato e malconcio ma elegante-
mente rivisitato. Via libera, dunque, a vestiti lunghi e fiorati,
caftani e stoffe trasparenti. Non possono mancare gli occhiali
da sole dalle forme più stravaganti, anche se le suddette feste
si svolgono nelle tenebre, sandali ultrapiatti e coloratissimi e
mini pochette decisamente graziose ma utili solo per conte-
nere cellulari e rossetto.
Emilio Pucci abbina
al bikini un abito-pareo
in chiffon di seta sottile
come un velo
SFUMATI
INFRADITO
In acetato, con lenti sfumate,
gli occhiali da sole
di Sonia Rikiel disponibili
in rosso, nero e naturale
Sergio Rossi
rende chic
il classico
sandalo
in plastica
colorata perfetto
per la spiaggia
Piatto in Pvc,
con suola
in morbida pelle
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DOMENICA 14 AGOSTO 2011

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45

CAPRI RÉTRO In suede blu con cinturini il sandalo infradito a tema “Capri” proposto da Chanel
CAPRI
RÉTRO
In suede blu
con cinturini
il sandalo
infradito
a tema “Capri”
proposto
da Chanel
Molto femminili
e sofisticati
gli occhiali
da sole
di Marc Jacobs
con divertenti
pois colorati
PICCOLA
È in gros grain
la pochette
con fibbia
firmata
e smaltata
pensata
da Fendi
COLORATA
Who’s Who propone
una mini tuta a fiori
Perfetta da indossare
in spiaggia
AMERICANA
Anna Molinari /Blumarine
“Trasparenze e tinte brillanti
la parola d’ordine è leggerezza”
Lungo abito
in seta e lurex
con scollatura
all’americana
e spacco
Louis Vuitton
MACULATA
Caftano lungo
in seta lamé
stampa maculata
con scollo
a barchetta
e plissettatura
Di Blumarine
LAURA ASNAGHI
A nna Molinari, lei che con la sua linea
ra gioiello oppure tanti bracciali gold. Fonda-
Blumarine è cultrice degli abiti gla-
mour, che abbigliamento suggerisce
mentali però sono gli occhiali, grandi e avvol-
genti da diva».
per un beach party?
E per la festa a bordo piscina?
«È importante un abbigliamento casual-
chic, con colori brillanti che esaltino l’abbron-
zatura. Spesso si pensa che in queste occasio-
ni una donna debba scoprirsi a tutti i costi e
«Un abito lungo, in seta, con spalle scoper-
te. Per le più audaci consiglio una stampa ma-
culata. L’importante è che l’abito sia essenzia-
le, rigoroso e senza fronzoli. Ai piedi, un san-
sfoggiare abiti con spacchi e décolleté abissa-
li. Io no. Una donna è molto più elegante e fa-
scinosa se lascia intravedere o immaginare le
forme. Dunque via libera a trasparenze, tagli
anatomici e lunghezze strategiche dell’orlo».
dalo dal tacco vertiginoso che a metà sera può
essere tolto per camminare a piedi nudi».
Quando disegna abiti per l’estate a che
donne si ispira?
Ma esiste un abito passepartout per i bea-
ch party?
«Penso sempre a tante donne. E di ognuna
cerco di cogliere il lato più interessante: il co-
raggio dirompente di Coco Chanel, l’indipen-
«No. Bisogna sempre tenere conto del con-
testo. A Miami valgono codici estetici diversi
da quelli di un party su una spiaggia esotica o
di una festa a bordo piscina».
Tracciamo un identikit dell’abito giusto
per questi tre tipi di feste.
denza di Katherine Hepburn, l’anticonformi-
smo di Lady D, la seduzione di Marilyn, la ma-
liziosa ingenuità di Brigitte Bardot, la bellezza
dolce di Audrey Hepburn e quella sofisticata di
Grace Kelly, l’eleganza di Jackie Kennedy e la
frizzante energia di Twiggy».
«Miami è una meta sempre più gettonata da
chi ama le spiagge ma anche le gallerie d’arte e
tutta la zona con l’architettura déco. Quindi è
perfetto un abito in pizzo macramè corto, con
colori vivaci, come giallo, arancio e viola. Pen-
sando all’accessorio, sicuramente la mia ulti-
ma creazione, Elettra Bag, preziosa clutch ri-
vestita di pizzo della stessa tonalità dell’abito.
Completerei con un paio di décolleté con cin-
turino e tacco altissimo».
E una icona di oggi chi è?
«Un modello interessante è Kate Middle-
ton: ha uno stile fresco ed elegante. Un’altra
donna di fascino è Rania di Giordania, che co-
niuga estrema semplicità e grande stile in ogni
occasione».
Per un beach party quale tipo di make up
bisogna scegliere?
La spiaggia esotica?
«Qui un tocco più romantico non guasta.
Sceglierei un abito in chiffon con stampe mul-
ticolor, di estrema leggerezza e adattabilità.
«La parola d’ordine è leggerezza. Il trucco
deve essere il più naturale possibile. Un po’ di
mascara per valorizzare gli occhi e un tocco di
gloss trasparente per le labbra. I capelli devo-
no essere morbidi e sciolti per non appesanti-
re troppo il look».
Gli accessori giusti possono essere una cintu-
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Repubblica Nazionale

46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

i sapori

Con chi vuoi

46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di

Fritto di paranza

Nell’irresistibile finger food estivo convivono alicette e moscardini, incipriati di farina e cotti rapidamente in olio extravergine leggero (ligure o lombardo)

46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di

Insalata russa

La ricetta originale — piselli, carote, patate — diventa fresca e stuzzicante con briciole di tonno, capperi e cetrioli sott’aceto, maionese acidulata al limone

46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di

Spiedo

Per tutti gli appassionati dell’arrosto rotante immancabili sono maiale (maialino da latte, porchetta), agnello e pollo. Tutta sarda la tradizione della pecora

Passi per il prosciutto e melone. Va bene i pomodori col riso. Al limite l’insalata russa. Ma chi pensa che il menù estivo debba essere light è costretto ad arrendersi alla festa. Perché non c’è caldo

che tenga: bisogna esagerare

LICIA GRANELLO

razia! Ma tutta la pasta al forno te sei magnata?!» Gianni Di Gregorio, alias Giovanni, prota- gonista del film Pranzo di Ferragosto, sigilla in una frase il concetto stesso di Feriae Augusti, festa varata in età imperiale da Augusto in persona: un giorno dedicato per legge a riposo, svago, vacanza da regole e restrizioni, alimentari in primis. Che c’è di più trasgressivo per un diabetico di una teglia di lasagne? Si scrive Ferragosto, si legge pranzo speciale, specialissi- mo. Poco importa il luogo, la compagnia e perfino la disponibilità economica. Perché nulla è più trasversale e democratico del menù delle ferie di Augusto. Se le altre feste imprescindibili — Natale, Capodanno — rappresentano vere esibizioni di gastronomia muscolare a colpi di cavia- le e champagne, tortellini da manuale della perfetta sfoglina e arrosti succulenti, super cotechini e panettoni costosi come foie gras, a Ferragosto trionfa la creatività della cucina a basso impatto econo- mico. Dovrebbe essere la storia di un gastro-disastro annunciato: riesce quasi sempre come uno dei pran- zi più golosi dell’anno. Da una parte all’altra d’Italia, non c’è prato, spiaggia, terrazzo, riva di lago o par- co cittadino che sfugga all’occupazione rituale e affamata di famiglie e gruppi di amici, coppie consoli- date e conoscenze dell’ultimo momento, aggregati e coordinati secondo l’imperativo del chi porta co- sa. Il menù divide i partecipanti in due categorie distinte e complementari: prima e al momento, formi-

«G

che e cicale, la cura paziente e la performance in diretta. I praticanti della cucina dotta sacrificano il po- meriggio del 14 per preparare parmigiana e pasta al forno, pesche ripiene e panna cotta, verdure in car-

Pranzo

pione e torte salate, pomodori farciti e tiramisù, ricette che si completano con il riposo in frigorifero.

Mentre alla vigilia, i seguaci di fritture e barbecue, non vanno al di là del reperimento degli ingredienti.

L’importante è farlo

  • di Ferragosto

Tutto rimandato alla tarda mattinata del 15, quando si allestiscono braci, gratelle e condimenti. Se- condo i comandamenti dell’antropologia, il rito della griglia è di spettanza maschile, ricordo della mi- tologia guerriera, del rapporto diretto tra cibo e fuoco senza la mediazione delle pentole, strumenti suc- cessivi, che prevedevano un accudimento femminile. Un’eredità tradotta in bistecche e salsicce, sar- doni e melanzane, provole traditrici (si squagliano in un attimo) e peperoni bruciacchiati. Il bello è che per una volta nessuno ci obbliga a scegliere: primo o secondo, carboidrati o proteine, pranzo o cena. Possiamo assaggiare di tutto e di più. E bere con l’allegra certezza di avere il tempo per ri- portare il tasso alcolico a quota zero, regalandoci un dopo pranzo sonnolento o un pomeriggio da spor- tivi. Se siete anguria-dipendenti, tagliatela a lingottini, da tuffare nel cioccolato fondente sciolto a ba- gnomaria (o nel microonde, con molta attenzione). Poi, tutto in frigo, fino al momento dei dolci. In un sol colpo, conquisterete i palati dell’intera tavolata, farete scorta di potassio anti-crampi e non darete altri motivi alla bilancia per rovinarvi la mattina del 16.

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Grigliata mista

Solo l’imbarazzo della scelta per i campioni della cottura alla brace. Sulla griglia, salsicce e costolette, peperoni e melanzane da ungere con oli aromatizzati

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Parmigiana

Il trionfo del Mediterraneo in teglia: melanzane fritte, bi-fritte o alla piastra, mozzarella di bufala o fiordilatte Va preparata rigorosamente il giorno prima

46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di

Insalata di riso

Tramontata finalmente la moda del parboiled, si parte dal super riso integrale, rosso (selvaggio) o nero (Venere) Dentro, dadini di formaggi e salumi, sottaceti, uova sode

Repubblica Nazionale

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47

Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli stomaci più delicati, qualche foglia di basilico a fuoco
Peperonata
Peperoni arrostiti e sbucciati
per gli stomaci più delicati,
qualche foglia di basilico
a fuoco spento. Per invogliare
i bambini, frullatura
a mo’ di salsa con crostini
LA RICETTA
Gualtiero Marchesi è il cuoco
che ha reinventato la cucina
tradizionale italiana in chiave
moderna. Tra i suoi piatti
simbolo, la squisita costoletta
alla milanese in versione puzzle
Costoletta milanese
Ingredienti per 4 persone
4
costolette di vitello spesse
• • •
30 gr di burro chiarificato
120 gr di mollica di pan carrè
2
uova,
• •
sale q.b. e pepe bianco
Grattugiare il pan carrè in un
setaccio a trama larga. Sbattere
le uova con una forchetta. Tagliare
le costolette a dadi, mantenendo
l’osso. Impanare in uovo e pan
grattato. Scaldare e salare il burro
in padella. Rosolate la carne 2’
per lato. Ricomporre le costolette
nei piatti e servire caldissime
DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

Prosciutto & melone

Solo la frutta matura permette di sbizzarrirsi con l’affettato, grazie all’effetto dolce-succoso che arrotonda perfino le ruvidezze degli insaccati umbri e toscani

DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

Pomodori ripieni

I più rossi e sodi perdono semi e polpa ma guadagnano farciture sfiziose e creative:

riso, pasta, verdure, ragù Qualche ora di riposo ne concentra il sapore

DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli
DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

Stoici come i nostri avi

di fronte alla grande bouffe

MICHELE SERRA

S connesseuna dopo l’altra dalle loro antiche ragioni agrico- le, tutte le nostre feste, o quasi, sono ridotte a ricorrenze ga-

stronomiche (e cioè: sono ben connesse alle moderne ra-

gioni del consumo obbligatorio). Il pranzo di Ferragosto, per evi-

denti ragioni climatiche, ha qualcosa di stoico. Nell’afa urbana o sotto il solleone, il profluvio di teglie roventi, griglie sfrigolanti, for- ni accesi risulta spavaldamente contronatura. Ho il ricordo indelebile di un’orgia a base di arancini su una spiaggia siciliana, con una temperatura africana, come se clima e cibo si alleassero per brutalizzare insieme il genere umano. Ho vi- sto teglie di pizza da un ettaro che tenevano in ostaggio villeggianti inermi (anche i non consenzienti) di fronte a un mare, quello li- gure, solitamente dai costumi sobri. E sul litorale ravennate, con gli uomini saldamente inerti attorno al tavolaccio, ho visto grup- pi di donne sortire da borsoni e frigobar una quantità di cibo mo- struosa, con porzioni pro-capite di gramigna e salsiccia che avreb- bero stordito un gigante, fritture di pesce che olezzavano fino alla costa croata, eserciti di bottiglioni di vino rosso e, verso le quattro del pomeriggio, sotto un sole bruciante, interi cocomeri che an- davano a gorgogliare dentro stomaci già dilatati a dismisura, e gli uomini abbattersi a dormire in pineta e risvegliarsi verso le sette per chiedere se era rimasto qualcosa per cena. Il dosaggio dei pasti quotidiani, nella media dei ristoranti e del- le trattorie, si sta lentamente adeguando ai tempi, e a parte le por- zioni decisamente più piccole quasi nessuno mangia più, come un tempo, antipasto primo secondo dolce caffè e ammazzacaffè. Non così al tavolo della festa, che si concede ancora quantità tara-

te sul metabolismo dei nostri avi lavoratori, ciascuno dei quali ave- va un fabbisogno calorico più o meno doppio del nostro. Il pran- zo di Ferragosto, poi, si avvale del vizio specifico di cadere nel cuo- re di un periodo dell’anno dai ritmi allentati e dalle regole molto indulgenti. Né le radici religiose della festa (l’Assunta) né quelle contadine (una sorta di saluto all’estate declinante) ci sono così familiari, anche perché l’artificiosità della vita urbana e industria- le nasconde a quasi tutti noi la solennità delle stagioni. Ed ecco che l’abbuffata resta il solo tratto rituale evidente, con vaghe tracce (nei barbecue, nella vampa dei fornelli) dei grandi fuochi rituali che in mezza Europa illuminavano la notte di mezzo agosto, qua- si in simmetria terricola con le stelle cadenti. Ovviamente ciascuno si regola, per l’occasione, come meglio crede. Quasi obbligatori, anche per ragioni familiari, la cena di Na- tale e il cenone di Capodanno, quasi inevitabile almeno una man- giata a Pasqua, il pranzo di Ferragosto è soggetto a vaste deroghe, e a diserzioni anche consistenti. L’estate 2011, mutevole e piutto- sto fresca, aiuta a concepire un Ferragosto leggero, divagante co- me le soffici nuvole bianche che non ci hanno quasi mai abban- donato per l’intera estate. Siamo pronti per un Ferragosto non troppo oberato dai riti di massa. Per esempio: saltare il pranzo (si rimane al mare, o si cammina in montagna) per poi concedersi, con quattro amici scelti, una felice cena di Ferragosto in un risto- rantino di buona qualità e soprattutto con pochi coperti, rigoro- samente senza musica in diffusione. Festa vera, insomma, e una vacanza insperata anche per stomaco, fegato, pancreas e tutti gli altri lavoratori del metabolismo.

DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli
DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

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DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

Cheese cake

Dalle crostate agli sformati, la ricotta regna sovrana nelle torte estive (anche in versione salata) Compagni di ricetta: miele, uvetta, pinoli, canditi, cacao

DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Peperoni arrostiti e sbucciati per gli

Sorbetto

Gelatiera o frullatore per il non-gelato di sola frutta, ghiaccio e zucchero (ma sarebbe meglio fruttosio), che i più trasgressivi battezzano con acquavite (vodka o grappa)

Repubblica Nazionale

FOTO MILESTONE

48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA

DOMENICA 14 AGOSTO 2011

l’incontro

Registi operai

L’infanzia a Trastevere, la gavetta come assistente sul set, sceneggiatore per Matteo Garrone. Poi tre anni fa l’esordio con “Pranzo di Ferragosto”

È subito un caso, replicato dal successo

del suo secondo film dedicato alle donne che, dice, “amo moltissimo ma ne sono succube

Gianni Di Gregorio

FOTO MILESTONE 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 l’incontro Registi operai L’infanzia a

Colpa di mia madre Per questo la rendo sempre così cattiva nelle storie che racconto, per esorcizzarla”

MARIA PIA FUSCO

ROMA

  • L a sua fortuna è stata che nessun produttore e nes- sun regista volevano fare un film in cui la più giova-

ne delle protagoniste doveva avere 84

anni e le altre dai novanta in su. «Ci pro- vavo a vendere la sceneggiatura, la cal- deggiavo con tutte le mie forze, chiede- vo duemila, tremila euro, datemi quel- lo che vi pare. Macché. Allora ho deciso. Nessuno vuole fare il film? Lo faccio io». Così nel 2008, a quasi sessant’anni, Gianni Di Gregorio esordisce felice- mente come regista e attore con Pranzo

  • di Ferragosto. È subito un caso, un suc-

cesso e non solo in Italia, qualcosa di

sconvolgente per uno che raramente era uscito da Trastevere, il quartiere ro- mano dove è nato nel 1949.

Se dividesse la sua vita in capitoli, que- sto sarebbe l’inizio del terzo, il più im- previsto. «Già mi stupiva la popolarità che avevo raggiunto a Roma, ma quan- do a Berlino, Parigi o Londra qualcuno

  • mi riconosceva per strada ho avuto atti-

  • mi di vero panico, oddio che sta succe-

dendo, mi sono messo quasi paura. E quando proiettarono il film a New York, al Moma, l’idea che il mio lavoro fosse a pochi passi da Picasso e da altri grandi dell’arte mi faceva sentire un extraterre- stre caduto in un mondo meraviglioso». Gianni Di Gregorio nella vita è esatta- mente come nei suoi film. Simpatico, gentile, disponibile, lo sguardo diretto, la timidezza sfumata nella tendenza a ri- dere soprattutto di se stesso, un’incredi- bile capacità di stupirsi, sottolinea il rac- conto della sua vita con costante ironia. Soprattutto quando ricorda il primo pe- riodo. «Una noia mortale. Il periodo del- l’infanzia e dell’adolescenza è stato dif-

‘‘

ficile. Ho avuto un’educazione formale, mio padre era uno di quegli uomini con la mentalità dell’Ottocento, mi compra- va tanti libri. Figlio unico, me ne stavo lì a leggere, solo. La mia tendenza a ridere, lo sviluppo del lato comico è nato lì, per difendermi dalla solitudine, da ’sta casa tenebrosa, con la carta da parati, i tappe- ti, le tende pesanti». Roma negli anni Cinquanta era anco- ra una città sicura, un bambino di sei, sette anni poteva passeggiare tranquil- lamente con i compagni di scuola e Gianni, che veniva dalla parte alta di Tra- stevere, considerata più borghese, sco- prì l’altra faccia del quartiere, quella po- polare. «Mi piaceva sentire la gente nei bar e nelle botteghe, passavo molto tem-

po con loro. Fu un altro modo per uscire dalla solitudine, la scoperta di un’altra vita. In quel periodo cominciò a svilup- parsi la mia voglia di comunicare». Sarà anche per via di Trastevere e della sua doppia anima che Di Gregorio è arrivato a una constatazione: «Io sono diviso in due. Sono in parte un intellettuale, tra virgolette, uno che lavora con la testa, ma sono anche un operaio. Ho fatto una

lunga gavetta sui set come ultimo degli

assistenti, facevo l’autista, portavo i caffè, spostavo gli arredi». Più “intellettuale” forse la passione giovanile per il teatro e la scelta di iscri- versi all’Accademia Alessandro Fersen, una scuola importante in quegli anni. Scelta accolta con orrore in famiglia. «Mio padre non si rassegnava. Poi ho cominciato a lavorare come aiuto in teatro e nel cinema. Erano gli anni Set- tanta, si faceva tanto cinema d’autore ma anche western, polizieschi, com- medie. Lavoravo tantissimo, guada- gnavo bene e portavo i soldi a casa, e mio padre si è un po’ pacificato». Il cinema ha prevalso sul teatro, so- prattutto quando, sul set de Il diario di un maestrodi Vittorio De Seta, ha capito che un film poteva raccontare la realtà e avvicinarsi alla verità della vita. A trent’anni Gianni decide di tentare un lavoro “con il cervello”. «Mi sono seduto alla scrivania e ho cominciato a scrivere sceneggiature. È il secondo capitolo del- la mia vita, durato anni. Ho collaborato con tanti, ho scritto di tutto, anche pic- coli film. Fino al 2000, all’incontro con Matteo Garrone, importantissimo». Non è stato il regista a rivolgersi allo sce- neggiatore, ma il contrario, perché dopo aver visto il cortometraggio di Garrone Terra di mezzo Di Gregorio ricorda di non aver resistito all’impulso di cercar- lo. «Ho capito che il ragazzo aveva un ta- lento particolare. Io ero già grandino, Matteo ha vent’anni meno di me, eppu- re gli ho chiesto di lavorare con lui e ho

collaborato a tutte le sue sceneggiature ma ho anche seguito le riprese, sono tor- nato a respirare la polvere del set, ho riu- nito le due anime. Matteo è stato deter- minante, solo un pazzo come lui poteva convincermi a fare la regia». Ma l’elemento che ha segnato la vita di Di Gregorio è un altro: la mamma. Sullo schermo, in Pranzo di Ferragosto e in Gianni e le donne, è impersonata da Va- leria De Franciscis Bendoni, scelta senza esitazioni. «Quando l’ho conosciuta, do- po dieci minuti era come mia madre. “Visto che sei lì, prendimi quello, fammi questo favore…” Come con mia madre. Era una donna bellissima, rompicoglio- ni stratosferica». In Pranzo di Ferragosto la mamma, e non solo quella di Gianni, è decisamente protagonista. In Gianni e le donnela mamma ritorna, anche se il film «viene da una riflessione che avevo den- tro da tempo sul fatto che, con gli anni, le donne non ti guardano più, sull’autobus diventi trasparente, devi darti fuoco per attirare l’attenzione di una bella ragazza. Non è stato facile, dopo il successo di Pranzo di Ferragosto, fare il secondo film. Mi sentivo responsabilizzato, la

Col passare del tempo non ti guardano più, diventi trasparente

Ma un uomo deve fare i conti con i propri limiti: l’anomalia sono i settantenni in cerca di giovani fanciulle

FOTO MILESTONE 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 l’incontro Registi operai L’infanzia a

paura “e adesso che faccio” è durata me- si. Alla fine la riflessione sul tempo che passa mi è sembrata così naturale che ho deciso di raccontarla». Gianni e le donneè uscito dopo che da mesi sui media si parlava di settantenni ben diversi da Gianni, uomini che non avevano nessun problema a circondarsi di giovani fanciulle, tanto che il film è sembrato quasi una provocazione. «Giuro che quando l’ho scritto il caso delle escort non era esploso. So che oggi, con i mezzi e le pillole a disposizione, tut- to si può fare. Ma un uomo dovrebbe fa- re i conti con se stesso, con i propri limi- ti, pacificarsi. L’anomalia sono i settan- tenni in cerca di ragazze giovani, mi au- guro siano pochi. La normalità dovreb- be essere quella che raccontiamo nel film. E il fatto che sia piaciuto a tanti è un buon segno, almeno c’è un’Italia che ve- de le donne in modo diverso, più sano». Gianni e le donne sarà anche «un atto d’amore» per le donne in genere, ma la mamma c’è ed è piuttosto ingombrante. «Credevo di averla esorcizzata, di esser- mi liberato di certi complessi nei suoi confronti con il primo film sulle mamme multiple. Invece, durante le riprese un mio amico, Gianni Tabet, è venuto sul set e ho visto che rideva. Gli ho chiesto perché. “Tua madre è morta quindici anni fa, ma la sua presenza riemerge di continuo. Per te non è morta”. Sono ri- masto malissimo, ma ha ragione lui». E nel secondo film riemerge con la so- lita petulanza ma anche con sublimi momenti di perfidia, come quando co- munica di aver venduto la nuda pro- prietà della casa sottraendola al figlio. «Ho un po’ esagerato nella finzione, ma è vero che mia madre mi ripeteva spes- so “lascio tutto ai preti!”. Mi terrorizza- va, conoscendola sapevo che sarebbe stata capace di farlo». E dopo un silen- zio: «Se cerco nella memoria trovo l’im- magine di mio padre che mi prendeva per la manina ed era spesso affettuoso. Mia madre no, lei era sempre dominan- te. È vero, nel secondo film l’ho resa an- cora più cattiva. Se tornasse in un terzo chissà che mostro ne farei!», conclude ridendo e sorseggiando vino bianco, una costante, con la sigaretta, nella vita e sullo schermo. «Magari ero portato al bere, è diventata un’abitudine nel pe- riodo in cui accudivo mia madre, mi oc- cupavo delle sue amiche e, avendo già la mia famiglia, non era facile, bevevo sempre di più. Oggi è il mio sostenta- mento». È naturale che una presenza mater- na così forte abbia influenzato il suo rapporto con le donne. «Amo moltissi- mo le donne, ma ne sono succube. Pen- so che casi come il mio siano frequenti

nella cultura mediterranea, soprattut- to per i figli unici. Sono sposato, ho due figlie, e anche nel matrimonio sono succube, mi piace provare una sorta di devozione. Mia moglie ride, sopporta le mie crisi. È un’artista, dipinge, è sta- ta lei a fare la scenografia dei miei due film, ha seguito le disavventure senti- mentali del personaggio con diverti- mento, senza gelosia». In Gianni e le donne c’è una specie di coro di commento. Sono gli avventori del bar di Trastevere, «quelli veri, più au- tentici di qualunque attore. Mi hanno fatto impazzire, “domani non vengo”, “oggi non mi va”, mi facevano i dispetti, ma li trovo fantastici. Uno di loro, quello che interpreta l’elegantone che ha la sto- ria con la tabaccaia, è rimasto fregato. Mi chiede sempre di lei, si è innamorato: il cinema è entrato nella vita». Preso dall’impegno di accompagnare il film nel mondo e godersi il successo, Gianni Di Gregorio rinvia il pensiero di un possibile terzo film. Ma c’è una rifles- sione che gli gira per la testa. «Gianni e le donneè piaciuto di più al pubblico fem- minile che agli uomini, forse si sono sen- titi toccati sul problema dell’età. “Io non sono così”, mi dicono. L’età avanza, ma c’è un lato molto bello. Per come sono fatto io, che ho due figlie, mi viene da ri- dere a pensare alle ragazze: se mai ci so- no le signore di mezza età. Lo dico ai miei amici che idealizzano le donne giovani, cerco di spiegare che c’è un mondo che si apre proprio adesso, un’infinità di donne bellissime di cinquanta, ses- sant’anni, spesso sole, disponibili. Su quelle bisogna puntare, sono più vicine a noi, la comunicazione è molto più faci- le e piacevole. L’età non è una chiusura, è un’apertura a tanti possibili, nuovi in- contri importanti». E se fosse questa la ri- flessione per un altro film?

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