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14.

Ceramici
biocompatibili

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14.1 Materiali inorganici biogeni

I materiali biogeni, cioè quelli costruiti da organismi viventi, sono, in generale,


costituiti da minerali inorganici combinati con polimeri organici. Una
particolare famiglia di biomateriali è quella dei biominerali. L’aspetto più
rilevante è che questi materiali, pur avendo una semplice struttura inorganica,
si presentano altamente ingegnerizzati, cioè con particolari forme,
dimensioni, orientazioni, ecc.
I biominerali, proprio per le loro caratteristiche, sono oggetto di grande
interesse da parte di chimici e scienziati dei materiali. Materiali inorganici
innovativi possono essere ottenuti concentrandosi sullo studio di nuovi
materiali con nuove strutture, e quindi nuove proprietà, oppure migliorando
l’abilità nel fabbricare materiali già noti; quest’ultimo approccio può trovare
grande giovamento dalla comprensione dei meccanismi che la natura utilizza.

Di seguito è riportata una serie d’esempi che illustrano come alcune sostanze
siano largamente diffuse nel mondo naturale e come possono essere
adattate a svolgere i compiti più diversi.

Carbonato di Calcio: Il carbonato di calcio (CaCO3), nelle sue varie forme


cristalline, svolge sia funzioni di carattere strutturale (es.: esoscheletro), sia
funzioni più particolari quali, ad esempio, l’uso di piccolo cristalli come
dispositivi inerziali (sensibili alle accelerazioni) nell’apparato uditivo. Anche i
trilobiti usarono tale materiale nella forma di singoli cristalli in struttura
esagonale compatta nel loro apparato visivo. Forme amorfe di carbonato di
calcio possono essere utilizzate come riserve di calcio.

Fosfato di Calcio: questo minerale è spesso utilizzato nelle ossa e nei denti.

Ossidi di Ferro: una classe di batteri presenta delle piccole inclusioni di


magnetite (Fe3O4) in forma cristallina; questo permette loro di rimanere
allineati con il campo magnetico terrestre. Batteri che vivono nell’emisfero
Nord presentano le stesse inclusioni, ma orientate in senso opposto, di quelli
che vivono nell’emisfero Sud.
Alcuni molluschi hanno denti che contengono goetite (α-FeOOH) e
lepidocricite (β-FeOOH) e alcuni addirittura magnetite, che rende i loro denti
magnetici.

Solfuri di Ferro: recentemente è stato scoperto che alcuni batteri sono in


grado di sintetizzare cristalli ferromagnetici di Fe3S4 (greigite) disponendoli a
formare una catena.

Silice: differentemente dagli altri solidi descritti, la silice si trova sempre


depositata in forma amorfa. Il suo maggiore utilizzo si trova nella sintesi di
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esoscheletri di organismi unicellulari ed è presente nelle spine di molti
vegetali. L’utilizzo di una forma amorfa invece che cristallina può essere
dovuto alla possibilità di modellare facilmente la struttura e di adattarla a
nuove esigenze senza degradare le proprietà di resistenza.
Come esempio si può considerare il caso della Stephanoeca diplocostata
Ellis, un organismo unicellulare; questa è costituita esteriormente da un
“cesto” formato da piccole strisce curve di silice di struttura tipo gel
disordinata. La saldatura di nuove strisce di silice alla struttura esistente
avviene per mezzo di una “colla” costituita da materiale organico e silice la
quale provvede a rafforzare la giunzione. Un aspetto però ancora da chiarire
è come queste bacchette di silice possono essere fabbricate in una forma
allungata e curva.

14.2 Classificazione dei ceramici biocompatibili

I materiali ceramici hanno importanti applicazioni biomediche soprattutto in


ortopedia e dentistica. I materiali ceramici per ortopedia e dentistica
presentano il vantaggio di una analogia chimica con il materiale dentale
naturale. Nel caso di applicazioni in ortopedia è richiesto anche che il
materiale possegga proprietà meccaniche adeguate, in particolare che
supporti stress compressivi e tensili. I bioceramici sono stati classificati in tre
grandi gruppi in funzione delle loro proprietà, Tabella 14.1.

Tabella 14.1 – Categorie di ceramici biocompatibili

categoria esempio
inerti allumina, zirconia
bioreattivi idrossiapatite, biovetro
riassorbibili Ca3(PO4)2

La classificazione si riferisce sostanzialmente alla reattività chimica con


l’ambiente fisiologico circostante (in vivo). Bioceramici relativamente inerti,
come l’allumina, Al2O3, tendono a mostrare bassi livelli di reattività. Questi
sono misurati in tempo di stabilità chimica; per Al2O3 questa è dell’ordine di
104 giorni (oltre 250 anni). I bioceramici bioreattivi, come il biovetro,
presentano un livello molto più elevato di reattività, con picchi di reattività
dell’ordine di 100 giorni. Infine i bioceramici riassorbibili, come il trifosfato di
calcio, hanno livelli di reattività che mostrano un valore massimo dell’ordine di
una decina di giorni, Figura 14.1. I ceramici bioreattivi sono materiali in
gradeo di stabilire un legame chimico con i tessuti ossei. Gli impianti si
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fissano direttamente al tessuto osseo, senza interposizione di tessuto fibroso.
Questo comportamento è comune ad alcuni vetri, ad alcuni ceramici calcio-
fosfatici, e a vetro-ceramici. Le proprietà meccaniche dei ceramici bioreattivi
non consentono la costruzione di componenti strutturali, per cui questi
materiali sono impiegati in strutture porose per guidare i processi riparativi del
tessuto osseo, come il riempimento di difetti ossei, o come riporti
osteoconduttori applicati via plasma spray o per elettroforesi su componenti
metallici, per consentirne la stabilizzazione sul sito di impianto.

Figura 14.1 – Andamento della reattività di bioceramici in funzione del tempo


in ambiente fisiologico

Uno dei primi esempi di bioceramici utilizzati con successo in medicina è


quello del trifosfato di calcio Ca3(PO4)2 e risale al 1920. A quest’epoca è stato
dimostrato che il tempo medio per riparare tessuti ossei in conigli era
accelerato del 30% impiantando questa sostanza. Va però notato che non
tutti i sali di calcio portano a un risultato positivo. Ad esempio, l’idrossido di
Ca, Ca(OH)2, tende a stimolare la formazione di ossa immature.

L’era moderna dei bioceramici viene fatta risalire al 1963 quando protesi
ossee sono state preparate con un composto noto come Cerosium formato
da un alluminato ceramico impregnato con una resina epossidica. La porosità
del ceramico era pari a quella delle ossa naturali, circa il 48%, in modo da
riprodurre proprietà fisiche vicine a quelle delle ossa.

Il calcio trifosfato rappresenta l’esempio prinicipale di bioceramico


riassorbibile, ma i ceramici studiati negli anni ’60 puntavano alla messa a

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punto di ceramici inerti. E’ solo verso i primi anni ’70 che sono stati messi a
punto ceramici reattivi in superficie, come il biovetro. Il biovetro consiste
essenzialmente di un materiale vetroso studiato per aderire direttamente alle
ossa; è costituito da silice reattiva, ossido di calcio e gruppi fosfato in
ambiente di pH alcalino. Una composizione tipica è 45% in peso SiO2, 24.5%
CaO, 24.5% Na2O, e 6% P2O5. L’uso di questi materiali in ortopedia è
abbastanza limitato a causa della lenta cinetica delle reazioni superficiali e al
corrispondente lento sviluppo dei legami all’interfaccia. Per fare un esempio,
prima che la forza dell’interfaccia di un biovetro raggiunga quella del
tradizionale poli-metil-metacrilato (PMMA), che fa presa in circa 10 minuti, ci
vogliono 6 mesi. I biovetri però hanno trovato applicazione in dentistica e
nella chirurgia dell’orecchio, Figura 14.2.

Figura 14.2 – Rappresentazione dell’utilizzo di biovetro come protesi per la


trasmissione del suono a contatto con la membrana del timpano

14.3 Proprietà meccaniche e biocompatibilità

E’ utile definire quali sono le proprietà meccaniche dei bioceramici utilizzando


alcuni parametri, come il modulo elastico di Young, E, la resistenza alla
trazione (tensile strength, TS), o infine la duttilità, definita come la
percentuale di elongazione al punto di frattura. Di seguito riportiamo alcuni
valori per materiali utilizzati in ortopedia o dentistica, Tabella 14.2.

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Tabella 14.2 – Proprietà meccaniche di alcuni materiali biocompatibili

Materiale E (GPa) TS (MPa) duttilità


Ti-6Al-4V (lega) 110 895 10
Lega di oro per dentistica - 350 30
Allumina 380 - -
Polietilene 0.5 35 350
Ossa 20 150 1.5
Collagene 1.3 75 9

I materiali che si vogliono utilizzare per rimpiazzare quelli naturali devono


tendere il più possibile a questi valori.

L’altro aspetto essenziale è quello della biocompatibilità, ossia della


compatibilità a lungo termine con liquidi fisiologici. Modifiche che possano
occorrere nell’impianto o attorno ad esso non devono essere pericolose dal
punto di vista fisiologico. Il biomateriale non deve rilasciare ioni tossici,
neppure gradualmente nel tempo, o quanto meno questi ioni non devono
accumularsi in punti in cui produrrebbero una risposta immunologica. Da un
punto di vista biomeccanico, un impianto non deve perturbare la distribuzione
degli sforzi nei tessuti adiacenti. Quindi la ricerca è orientata alla messa a
punto di materiali che risultino “invisibili” ai sensori chimici del sistema
immunitario. Meglio ancora se il materiale risulta “attraente” per la fisiologia
dell’organismo. Il recente successo degli impianti basati su idrossiapatite è
dovuto alla analogia col minerale osseo e alla conseguente integrazione una
volta impiantato nello scheletro.

14.4 Materiali biologici

Idrossiapatite - L’idrossiapatite ha formula Ca10(PO4)6(OH)2, ed è il


componente primario delle ossa e delle cartilagini calcificate, rappresentando
il 43% in peso dei tessuti ossei. Ha importanti caratteristiche fisico-chimiche
quali la stabilità, l’inerzia, e la biocompatibilità. Il modulo elastico della
idrossiapatite è due ordini di grandezza più grande di quella del collagene, il
componente polimerico primario delle ossa.

Collagene - Il collagene, una proteina polimerica naturale, è il materiale


strutturale più importante nei vertebrati. Costituisce il 36% delle ossa,

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essendo il secondo componente in peso dopo l’idrossiapatite. Vari tipi di
collagene si distinguono per le diverse distribuzioni di amminoacidi nelle
catene polimeriche.

Nel collagene sono presenti intrecci molecolari che possono essere intra-
molecolari tra due o tre polipeptidi nella catena o inter-molecolari. Una certa
abbondanza di questi intrecci nei tendini e nei legamenti portano un
comportamento meccanico relativamente rigido. La pelle, al contrario, è
altamente viscoelastica, con comportamento meccanico simile a quello della
gomma. La Figura 14.3 mostra il diverso comportamento meccanico di
tendini, legamenti e della pelle. E’ interessante notare che l’invecchiamento
della pelle è il risultato dei continui intrecci molecolari che riducono la
deformabilità e l’elasticità.

Dentina - La dentina è la parte interna dei denti ed è una sostanza più


mineralizzata delle ossa essendo composta per circa l’80% da idrossiapatite
in una matrice organica che forma il restante 20%. Circa il 90% di questa
matrice organica è collagene. A causa dell’elevato contenuto di idrossiapatite,
la dentina è un materiale relativamente fragile.

Chitina - Dopo il collagene, la chitina è il secondo componente in termini di


abbondanza nei tessuti connettivi nel mondo animale. La chitina è simile
chimicamente alla cellulosa e possiede una struttura lamellare simile a quella
del legno o delle ossa. Il suo componente inorganico è l’aragonite (la forma
ortorombica di CaCO3).

T
L

sforzo P

Deformazione [%]
Figura 14.3 – Curve sforzo-deformazione per tendini (T), legamenti (L) e pelle
(P)

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14.5 Bioceramici: classificazione per composizione

14.5.1 Ceramici basati su Al2O3

Ceramici a base di allumina sono utilizzati per chirurgia ortopedica, nelle


protesi dell’anca e del ginocchio, e in odontoiatria in otturazioni dentali. Un
uso così vasto è dovuto alla combinazione di una buona resistenza
meccanica, una buona biocompatibilità, una forte resistenza all’usura, e una
eccellente resistenza alla corrosione. Oltre alle allumine sinterizzate
policristalline, alcune applicazioni odontoiatriche sono basate su zaffiro a
cristallo singolo.
Per assicurare la massima resistenza alla frattura, il trattamento del materiale
è cruciale. La dimensione dei grani deve mantenersi al di sotto dei 4 µm e la
purezza chimica deve essere maggiore del 99.7%. Si calcola che a tutt’oggi
siano state impiantate nel mondo più di due milioni di articolazioni in allumina.

14.5.2 Ceramici basati su ZrO2

La zirconia, ZrO2, è divenuta una valida alternativa all’allumina come


ceramico con proprietà strutturali per via della sua elevata resistenza alla
frattura. La zirconia possiede infatti uno dei più elevati coefficienti di frattura
per ceramici monolitici. Per questa ragione teste femorali in zirconia si sono
rivelate particolarmente resistenti. Anche dal punto di vista dell’attrito la
zirconia si è dimostrata superiore all’allumina. Sono state effettuate oltre
500.000 protesi in zirconia.

14.5.3 Ossidi semplici

Molti ossidi sono stati utilizzati a livello sperimentale come bioceramici, in


particolare in miscela: CaO ⋅ Al2O3, CaO ⋅ TiO2, CaO ⋅ ZrO2, come impianti
porosi e non-porosi nei muscoli e nei tessuti connettivi. E’ però risultato che
l’allumina pura ha un comportamento e una affidabilità superirori.

14.5.4 Idrossiapatite

E’ curioso che un così ovvio candidato come biomateriale come


l’idrossiapatite non sia stato considerato seriamente per molti anni. Come
detto in precedenza, l’idrossiapatite, Ca10(PO4)6(OH)2, è il componente
principale delle ossa. Ha le intrinseche proprietà di essere stabile, inerte e
biocompatibile. La relativamente bassa durezza e resistenza
dell’idrossiapatite hanno fatto sì che abbia suscitato poco interesse, almeno
in forma di materiale massivo. Le cose sono cambiate completamente
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quando si è cominciato ad usarla in forma di film sottile. Un rivestimento
sottile di questo materiale bioreattivo è risultato infatti di grande interesse in
numerose protesi, in primo luogo per la sostituzione totale dell’articolazione
dell’anca. I rivestimenti sono effettuati mediante plasma spray su leghe (ad
esempio Ti-6Al-4V). Ottime prestazioni sono state ottenute con film di
spessore di circa 25-30 micrometri. La forza dell’interfaccia tra la protesi e
l’osso è di 5-7 volte superiore che nel caso di protesi non rivestita. Lo
sviluppo di questa interfaccia è dovuta alla mineralizzazione dell’osso
direttamente alla superficie dell’idrossiapatite, senza necessità di strati di
tessuto fibroso. Il successo di questa tecnica ha portato a un uso
generalizzato dell’idrossiapatite come rivestimento di protesi dell’anca, Figura
14.4.

Figura 14.4 – Parte superiore di protesi dell’anca in lega di titanio rivestita di


idrossiapatite.

Un altro utilizzo di successo dell’idrossiapatite è nella messa a punto di


biomateriali compositi dove la componente ceramica è a base di
idrossiapatite e fosfato tricalcico mentre quella organica è costituita da
collagene. In questo modo si ottiene un materiale di composizione assai
simile a quella delle ossa. Questi materiali compositi hanno mostrato
eccellenti risultati per impianti su tessuto osseo. Immagini di microscopia a

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scansione a effetto tunnel (STM) hanno mostrato una estesa infiltrazione del
nuovo tessuto osseo direttamente all’interno del ceramico.

14.5.5 Fosfato tricalcico

Abbiamo detto in precedenza che questa sostanza inorganica, Ca3(PO4)2, è


stata una delle prime ad essere utilizzate in campo biomedicale. Oggi il
fosfato tricalcico, anche indicato come TCP, resta uno dei materiali migliori
nella categoria dei ceramici riassorbibili. Viene usato in combinazione con
l’idrossiapatite come descritto sopra.

14.5.6 Silicati e vetri

Come noto i silicati sono abbondanti in natura, e silicati e vetri hanno


numerose applicazioni industriali. Le specifiche necessità in campo
biomedico però ne limitano l’utilizzo come biomateriali. I silicati cristallini
hanno trovato pochissime applicazioni in questo campo; più interessanti sono
invece le applicazioni basate su silicati vetrosi, in particolare nel campo dei
biovetri, i materiali più classici nel gruppo dei materiali bioreattivi o bioattivi. E’
stato dimostrato che questi materiali possono legarsi ai tessuti ossei e in
alcune condizioni anche ai tessuti molli. I materiali bioreattivi modificano la
propria composizione e struttura superficiale come conseguenza dell’innesto,
formando uno strato di idrossicarbonato apatite (HCA) che fornisce una
interfaccia con cui legarsi ai tessuti. La composizione chimica simile della
fase minerale delle ossa e dell’HCA spiega la buona adesione che si viene a
creare.
La composizione tipica della silice bioreattiva è la seguente: 45% SiO2,
24.5% CaO, 24.5% Na2O, e 6% P2O5. Rispetto ai vetri tradizionali è da notare
l’elevato contenuto di ossido di fosforo, P2O5, un componente che ha un ruolo
cruciale nella bioattività. In generale, anche il rapporto tra CaO e P2O5 deve
essere ben controllato, e i risultati migliori sono stati ottenuti con rapporti di
5:1 tra questi due ossidi.
I vetri bioattivi sono utilizzati soprattutto in dentistica e alcune applicazioni
mediche.

14.5.7 Vetro-ceramici

La distinzione tra materiali ceramici e vetri sta essenzialmente nella


cristallinità dei ceramici raffrontata alla natura amorfa dei vetri. Una forma
sofisticata di ceramici cristallini sono i vetro-ceramici che sono prodotti come
normali materiali vetrosi ma trasformati poi in forma cristallina attraverso
accurati trattamenti termici. Il vantaggio della iniziale fase vetrosa è che il
manufatto può essere formato in forme complesse e precise in modo
economico mediante tecnologie convenzionali del vetro. La successiva
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cristallizzazione produce una microstruttura finale con grani molto fini e poca
o nessuna porosità. Questo produce delle ottime proprietà meccaniche nel
materiale risultante.
I vetro-ceramici per applicazioni biomediche hanno composizioni simili a
quelle dei biovetri. Vetro-ceramici a base di silice con basso contenuto di
metalli alcalini sono stati usati a lungo per innesti chirurgici. Va notato che la
composizione sia dei biovetri che dei vetro-ceramici è molto importante:
piccole aggiunte di componenti come Al2O3 o TiO2 possono inibire il legame
con il tessuto osseo.

14.6 Bioceramici: classificazione per applicazione

14.6.1 Applicazioni ortopediche

La principale applicazione in campo ortopedico è la sostituzione della


articolazione dell’anca che viene effettuata con successo in un gran numero
di casi, Figura 14.5. Le sollecitazioni sulla struttura di una protesi di anca
possono arrivare ad essere 5-6 volte il peso corporeo. Occorre inoltre tenere
conto della fatica della struttura a seguito del ciclo del passo. La protesi di
anca è costituita da uno stelo metallico che può essere in lega di titanio,
cromo, in acciaio, ecc. infisso nella diafisi femorale a cui è fissata una testina
sferica. Il giunto articolare è in polietilene mentre materiali bioreattivi vengono
utilizzati per il rivestimento e la stabilizzazione dei componenti nei siti di
impianto. Uno dei problemi è costituito dal rilascio di piccoli detriti derivanti
dall’usura del giunto protesico. Per questo motivo grande attenzione è stata
attribuita alle proprietà di attrito e frizione dei materiali utilizzati.

Figura 14.5 – Rappresentazione schematica della sostituzione totale


dell’articolazione dell’anca. Nelle operazioni senza cementazione la parte

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superiore della testa del femore è ricoperto con uno strato sottile di
idrossiapatite.

14.6.2 Riparazioni ossee e fratture

Difetti ossei estesi sono rappresentati da cavità di dimensioni dell’ordine del


centimetro nello scheletro. Storicamente questi difetti sono stati riparati
prelevando tessuto osseo da un’altra parte del corpo dello stesso individuo o
da donatori esterni. Entrambi i processi comportano problemi. Recentemente
sono stati riportati esempi di utilizzo di bioceramici per questo utilizzo. Uno di
questi si basa su idrossiapatite e fosfato tricalcico; una alternativa è
rappresentata da irdossiapatite corallina ottenuta dal corallo mediante un
processo termochimico che converte il carbonato di calcio prodotto
dall’organismo marino in fosfato di calcio (idrossiapatite). L’aspetto
interessante di questa tecnica è che la struttura microporosa del corallo viene
mantenuta, ben adattandosi a quella del tessuto osseo.
La riparazione di difetti e fratture con bioceramici promette di essere uno dei
campi applicativi più interessanti nel prossimo futuro dato che non richiede
materiali capaci di sostenere elevati carichi meccanici (un problema con molti
ceramici che tendono a fratturarsi); in questo campo i bioceramici avranno un
ruolo come sistemi per il rilascio di proteine compatibili con i tessuti ossei.

14.6.3 Applicazioni dentistiche

Le porcellane dentali sono state utilizzate per circa due secoli nella
riparazione di malattie e carie dentali. Circa l’80% delle protesi fisse
impiantate sono costituite da porcellane fuse su metalli. Oggi le porcellane
sono usate anche per il trattamento di denti rotti o per ripristinare il colore
originale dei denti. Le porcellane per applicazioni odontoiatriche sono
generalmente ottenute per mescolamento di due componenti, di solito un
feldspato allumosilicato di potassio (leucite) fuso parzialmente e un
allumosilicato di metalli alcalino terrosi fuso completamente. La leucite è
aggiunta per aumentare il coefficiente di espansione termica in modo da
eguagliare quello della lega metallica di cui è composta la protesi
(tipicamente una lega 80Ni-20Cr). L’altro componente della miscela controlla
le proprietà di fusione del materiale. Alcuni additivi garantiscono le proprietà
ottiche, inclusi il colore e la fluorescenza. Una buona adesione tra la
porcellana e la lega dipende da un buon rapporto tra le rispettive espansioni
termiche ma anche dalla formazione di una interfaccia di un monostrato di
Cr2O3 per assicurare una buona adesione del ceramico al metallo.

Una alternativa ai materiali tradizionali è rappresentata dai vetro-ceramici che


offrono numerosi benefici come facilità di preparazione, elevata resistenza,
controllo della lucentezza, resistenza all’abrasione e agli shock termici,
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nonché agli attacchi chimici. Uno di questi vetro-ceramici è composto di
cristalli di mica trattati con fluoro a cui viene aggiunto il 7% di ZrO2 per
aumentare la durata e la lucentezza.

Biovetri sono utilizzati per riparazioni dentistiche e per la cura di malattie


peridentali.

Infine, materiali ceramici hanno applicazione nei cementi dentali. Questi


hanno composizioni chimiche molto varie. Spesso questi cementi funzionano
come blocchi meccanici, più che mediante adesione chimica. Un esempio è
rappresentato da una matrice di fosfato di zinco. Il maggior costituente è
polvere di ossido di zinco, ZnO, trattato con acido fosforico liquido. Questo
sistema è pure usato come “base” nei casi in cui il riempimento ceramico va
posto a contatto con i tessuti molli della polpa del dente, in modo da
proteggerlo dal rilascio di ioni. In questo campo vengono sempre più utilizzate
resine composite costituite da un polimero organico (resina), da un materiale
ceramico (tipicamente quarzo, silice colloidale, o silicati vetrosi) e un agente
legante tra questi due componenti. Il successo di queste resine è soprattutto
dovuto all’aspetto estetico in quanto il colore della resina può essere variato
sino ad uguagliare quello dei denti naturali. Rispetto alle amalgame
metalliche inoltre non esistono problemi di rilascio di mercurio.

14.7 Bibliografia

J. F. Shackelford, Advanced Ceramics – Bioceramics, Gordon and Beach


Science Pub., Amsterdam 1999

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