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Proposta di pubblicazione sul Nordest (a più di quattro decenni da Tre

Italie di Arnaldo Bagnasco e a trent’anni da La città diffusa di Francesco


Indovina)

Cari amici e amiche,


ho pensato che i tempi siano maturi per mettere a frutto un corposo insieme di riflessioni che
in questi anni ho avuto il piacere di condividere con voi.
L’argomento è, ovviamente, il Nordest. Il tema vorrebbe essere quello di disegnare lo stato
dell’arte di questo territorio a oltre quaranta anni dalla sua consacrazione operata da Arnaldo
Bagnasco con il volume Le tre Italie (e da trenta da La città diffusa di Francesco Indovina).
Come sapete, il libro di Bagnasco ha non solo aperto un campo di studio nella sociologia
economica, ma ha letteralmente inventato un modello di sviluppo territoriale, descrivendolo in
modo magistrale nelle sue componenti socioeconomiche. Gli studi di Bagnasco e della sua scuola
ci hanno mostrato in modo estremamente efficace come – in un preciso momento della storia – la
contingenza economica mondiale si sia felicemente incrociata con una società locale
particolarmente vocata a raccogliere gli stimoli del nuovo modello di produzione che andava in
quegli anni affermandosi nel mondo: il modo di produzione flessibile.
Il Nordest è in breve divenuto uno dei «tipi ideali» di questo modo di produzione ed è divenuto
oggetto di studi e ricerche, anche in ambito internazionale (si veda l’importante lavoro di Piore e
Sabel, The Second Industrial Divide, 1984).
Da quel momento gli studi e le conoscenze sul Nordest si sono stratificate e diversificate. Tra
questi possiamo citare, senza pretese di esaustività, i lavori dei politologi, che hanno ricostruito le
forme di consenso su cui si è costituito il successo produttivo del Nordest (tra tutti si vedano i
lavori di Ilvo Diamanti). Gli urbanisti (Francesco Indovina ha coniato il termine “città diffusa”
appositamente per il Nordest) hanno descritto minuziosamente le conseguenze territoriali e
spaziali di quel modello di sviluppo. Sono nate istituzioni – tra cui la Fondazione Nordest – che si
sono fatte carico di portare avanti attività conoscitive, di monitoraggio e di previsione futura della
performance territoriale del suo modello nel suo complesso.
Questi studi e queste attività, insieme a numerosi altre, hanno contribuito nella loro globalità a
produrre una rappresentazione del Nordest che sì è consolidata negli anni a seguire.

Il punto dal quale vorrei partire è una semplice domanda: «il modello storicamente consolidato
del Nordest, insieme alle rappresentazioni ad esso associate è ancora efficace (il modello) e
appropriato (le rappresentazioni)?».
Per rispondere a questa domanda occorre in primo luogo considerare che il modello definito da
Bagnasco e poi generalizzato da altri studiosi e ricercatori, seppure impeccabile sul piano analitico,
sconta – soprattutto nel caso di Bagnasco – un limite importante: quello di essere costituito
intorno al paradigma della sociologia economica, lasciando fuori dal campo analitico1 numerose
importanti questioni.
Per quanto mi interessa, una questione che non ha mai richiamato la dovuta attenzione è
quella dell’impatto sociale del modello Nordest. Si tratta di una questione che può essere

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Intenzionalmente: Bagnasco lo scrive in modo chiaro, in modo da prevenire eventuali critiche.
riassunta nella (semplice?) domanda «che effetto ha avuto questo modello di sviluppo sulla
società locale che, con ruoli e competenze diverse se ne è fatta carico sino ai livelli di eccellenza (e
di parossismo, aggiungerei io) raggiunti?».
La mia formazione mi porta a credere che se dobbiamo occuparci dell’impatto sociale del
modello di sviluppo del Nordest (del modo di produzione flessibile), allora l’unità di analisi deve
essere la vita quotidiana e le sue interrelazioni con il lavoro.

Prima di addentrarci in questo campo di ricerca specifico dobbiamo comunque rispondere alla
prima questione: «che ne è del modello Nordest oggi? È ancora valido?». Questa domanda porta
un insieme di sotto-questioni del tipo: «esiste ancora in termini di originalità e di specificità
economica socio-territoriale o si è dissolto in un modello di sviluppo “generico”, valido per
situazioni anche differenti tra loro?». O: «sì è evoluto e ha mutuato delle caratteristiche globali,
pure mantenendo una propria specificità? Se la risposta è affermativa, allora cosa è stato superato
e cosa si è evoluto?». Domande di questo tipo prevedono ulteriori sotto-articolazioni.
Credo che una periodizzazione condivisa sarebbe utile per aiutarci a sistemare la questione. Da
studioso di Lefebvre, propenderei per una periodizzazione realizzata attraverso il metodo
regressivo-progressivo. Considerato che sappiamo che la storia inizia alla metà degli anni Sessanta
del secolo scorso, allora potrebbe risultarci utile partire dal contemporaneo e ricostruire a ritroso
le vicende, sino ad arrivare al momento genealogico iniziale. Poi, compiuta questa discesa
analitico- descrittiva, potremmo passare a risalire in modo esplicativo per ricostruire il processo di
sviluppo tenendo conto di tutta una serie di variabili (sociali, politiche, culturali, antropologiche)
che lo studio di Bagnasco ha deliberatamente tenuto fuori dal quadro interpretativo. Ovviamente,
il compito è più facile, rispetto al lavoro di Bagnasco, perché l’orizzonte temporale è più ampio e
ricco di letteratura e di conoscenze. Fino a un certo punto, però. Perché dobbiamo maneggiare un
processo che è in movimento: tale movimento può essere bene ricondotto a fasi, ma non è
scontato il riconoscimento di queste fasi. Qui c’è già una bella sfida.
La seconda parte – quella dell’impatto sociale – è quella che mi ha portato a proporvi di
partecipare a un gruppo di studio e di ricerca, cercando di rispettare più possibile i vostri interessi
in corso. L’obiettivo è realizzare una pubblicazione collettanea, di chiara impostazione sociologica,
da proporre a un editore internazionale.
Ho pensato a ciò di cui vi occupate e mi sembra ci siano numerosi punti di intersezione. Li
elenco non in ordine e, soprattutto, non in modo prescrittivo. Prendetelo come un inizio di
discussione.
Maurizio potrebbe scrivere qualcosa sull’etica del lavoro. Ovvero, cogliere l’occasione per
studiarsi per bene Weber (L’etica protestante del lavoro) e raccontarci, sulla base delle proprie
esperienze come si sono modificati i comandamenti lavorativi nell’arco di tempo che a noi
interessa prendere in considerazione.
Daphné si occupa di immigrazione attraverso lo studio di un soggetto non convenzionale (e,
probabilmente, meno scontato): la comunità di studenti indiani che frequentano l’Università di
Padova (una delle più antiche del mondo) a scopi “estrattivi”. Qui comunità transeunti,
conoscenze e lavoro si combinano in modo – a mio giudizio – coerente con gli scopi che ci siano
prefissati.
A Olga lascerei volentieri il compito di leggere le trasformazioni sociali attraverso l’opera
letteraria e cinematografica, particolarmente fertile negli ultimi venti anni nel Nordest. Poiché
sono (siamo?) convinto che il racconto ci permette di cogliere delle sfumature analitiche
impossibili da immaginare diversamente, il valore di questo approccio è fuori discussione. Ad Olga
chiederei di occuparsi della mutazione antropologica della popolazione del Nordest negli ultimi
cinquanta anni, prendendo in considerazione come centro di interesse, la vita quotidiana.
Cassandra, che sta conducendo una ricerca sugli spazi del coworking, potrebbe ampliare
(metodologicamente) il proprio interesse di ricerca e occuparsi degli spazi di lavoro in generale. Se
il capannone ha rappresentato la quintessenza spaziale del Nordest produttivo, come si è evoluto
questo spazio produttivo e qual è (quali sono) le forme più aggiornate di spazialità produttiva? In
particolare, se la proliferazione di capannoni è il principale motivo della diffusione territoriale,
come si riarticola questa relazione evolutiva?
Mersida, che vorrebbe occuparsi di overtourism per la propria tesi di dottorato, può scrivere su
Venezia. Per me Venezia è il centro storico della città diffusa (uno dei centri storici, ovviamente, la
città diffusa è policentrica. Sicuramente il più importante) e, passatemi la banalità, un grande
parco a tema frequentato da milioni di turisti. Ricordiamoci anche che il Veneto è la prima regione
turistica (per numero di presenze) in Italia e il turismo è una forza produttiva. Non a caso, lo
sfruttamento turistico procede parallelamente con il rinascimento economico del Nordest (a
questo proposito, Maurizio ha scritto cose interessanti su Venezia. Le abbiamo pubblicate in
“Perdersi a Venezia”, 2018).
Last but not least, Michela si sta occupando con me di una ricerca per un’azienda di lavatrici
orbitante nel distretto della Inox Valley. Michela ha una buona competenza di letteratura
industriale. Che ne è dei distretti produttivi? Esistono ancora? O hanno seguito la profezia di Marx,
secondo cui «tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria?». Ovviamente, non ci interessa solo (e
tanto) la parabola evolutiva distrettuale, ma soprattutto tutto quello che si è trascinata dietro di
essa.

Su tutto questo restano delle questioni che intravvedo ma che da un lato non saprei bene a chi
affidare e, da un altro lato, mi fanno pensare che – forse – rischiano di diventare eccessive. Due,
però, sono (almeno per me) importanti: la politica e l’underworld.
Per quanto riguarda la prima, ho in mente non soltanto la trita e ritrita transizione tra la
Democrazia Cristiana del “Veneto bianco” e il leghismo rampante della Liga Veneta. Mi solletica di
più il fatto che il Veneto è stato l’incubatore dell’eversione politica di sinistra, del brigatismo e di
altre forme antagoniste di politica militante. Anche questo è un capitolo coevo con lo sviluppo
economico del Nordest ed è, a mio giudizio, uno dei grandi temi (colpevolmente) ignorati dalla
sociologia economica di quei tempi. Chi potrebbe scrivere di questo? Tomasello?
Il secondo è un altro tema di grande importanza. Il Nordest ha prodotto la prima (e forse unica)
mafia di origine non meridionale: la mala del Brenta. Carlotto ha perfettamente raccontato –
romanzandola – l’emergente vocazione del Nordest a divenire una delle capitali europee del
terziario avanzato della malavita. Intorno al successo deregolato e “fai-da-te” del Nordest è
cresciuta parallelamente un’organizzazione altrettanto efficiente ed efficace per la gestione degli
affari intrattabili (non solo prostituzione, droga, sfruttamento dei migranti, ma anche smaltimento
rifiuti, riciclaggio e usura). Idem come sopra per quanto riguarda la scarsa attenzione dedicata a
questo tema. Chi potrebbe scrivere di questo? Gianni Belloni? Lo stesso Carlotto?

A tutti chiederei (oltre alla loro non scontata adesione, ovviamente) una riflessione sui temi che
vi ho proposto. Avrei in mente che ciascun saggio contenesse una parte teorica e uno studio di
caso. Altra cosa che ho in mente: vorrei che ciascuno di voi documentasse la propria parte di
ricerca con un video (o spezzoni di video, interviste, filmati di repertorio, ecc.). Ho in progetto di
realizzare un documentario e ho chiesto un piccolo finanziamento nella call annuale per la ricerca.
Il documentario sarebbe un supplemento della pubblicazione, consultabile online su piattaforma
informatica.
Una volta che mi avrete risposto, indiremo un doodle per fare una prima riunione.

Dimenticavo: cosa scrivo io? Bè: mi occuperei del testo di apertura (che penso come un keynote
della pubblicazione), ovvero delle quattro ecologie del Nordest che, per chi non le ha sentite
ancora abbastanza, sono: 1) il litorale della città diffusa (da Roslina Mare a Lignano Sabbiadoro); 2)
lo sprawl centrale; 3) le colline pedemontane; 4) il sistema infrastrutturale (l’armatura della
mobilità).

A presto
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