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Bohemian bourgeois and abstract space in Social Innovation.

Remarks from some Italian cases


Guido Borelli

Oh, an equal chance and an equal sale


but equally, there’s no equal pay.
There’s room on top – if you tow the line.
And if you believe all this you must be out of your mind.
There’s only room for those the same,
those who play the leeches game.
Don’t get settled in this place:
the lodger’s terms are in disgrace

The Style Council, The Lodgers (or She Was Only a Shopkeeper’s Daughter), 1985.

1. Un paradigma “generico” per le scienze sociali?

Periodicamente nel mondo delle scienze sociali emergono dei concetti che si rivelano
capaci di concentrare per un periodo di tempo più o meno lungo l’attenzione non solo degli
studiosi e dei ricercatori, ma anche quello dei policy maker, insieme a un vasto schieramento
di professional.
Si tratta di concetti che talvolta sembrano assumere il valore di assunti paradigmatici,
ovvero – per utilizzare la terminologia di Thomas Kuhn (1976) –, di: «conquiste scientifiche
universalmente riconosciute che, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e
soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca». Va tuttavia considerato
che per le scienze sociali, si pone il problema della possibile coesistenza di più paradigmi
entro un medesimo ambito disciplinare1, il che renderebbe meno efficace il carattere di
univocità del paradigma stesso. Alla fine, per le scienze sociali ciò che conta è il livello e
l’ampiezza della condivisione di uno specifico paradigma all’interno di una comunità
scientifica, a discapito eventualmente di altri. Nel caso della Social Innovation (SI), più che di
1
Secondo l’autore de A Sociology of Sociology, Robert W. Friedrichs (1970), nelle scienze sociali esistono
(almeno) due paradigmi tra loro in conflitto: la posizione del sacerdote e quella del profeta. Il sacerdote è
distaccato, elitario, obiettivo, e considera l’ordine sociale così com’è. Il profeta, invece, è un moralista che
condanna il mondo dal punto di vista di uno migliore che egli desidera inaugurare. Mentre il sacerdote è
freddo e scientifico, rivendicando l’autorità di una posizione di neutralità di valore, il profeta è un attivista,
con una visione dell’uomo come soggetto creativo, capace di responsabilità personale verso norme morali
che trascendono il suo tempo e il suo luogo.

1
paradigma sembrerebbe maggiormente appropriato parlare di un concetto preteorico il cui
carattere si è rivelato capace di produrre “immagini del mondo” e “visioni che orientano”
l’azione sociale. Non sembra quindi affatto esagerato parlare sia di un trionfale ingresso della
SI nel campo delle scienze sociali, sia della correlativa costituzione di una nuova intrapresa
accademico-professionale per la spartizione di risorse e posizioni dominanti. Tutto ciò è
dimostrato non solo dal vasto ed eterogeneo corpus letterario prodotto, ma anche dalla
consistente attenzione dedicata della programmazione politica comunitaria che – a partire
dalla grande crisi del 2008 e facendo perno su principi come sostenibilità , efficienza,
inclusione, flexicurity, protezione sociale, partenariato tra pubblico e privato – ha individuato
nella SI un efficace concetto all’interno del quale possono essere ricondotti e trattati molti dei
principi su elencati. Questa combinazione ha favorito una sostenuta concentrazione di
progetti e di declinazioni operative della SI da parte di una nutrita schiera di professional
dell’europrogettazione, abili nel combinare le vocazioni di terza missione delle università
insieme all’imprenditorialismo creativo dalla galassia dei vari spin-off, fab lab e start-up per
confezionare proposte che – a detta loro – funzionano e innovano e, in alcuni casi si rivelano
capaci di produrre risorse economiche per l’implementazione dei progetti.
L’effetto complessivo di questa concentrazione si è tradotto in un processo di mutuo
rafforzamento tra i componenti e ha generato il modello teorico della tripla elica (Etzkowitz,
Leydesdorff, 1995; 1997; 1998; 2000), per descrivere i processi di interazione e di
interdipendenza tra i tre attori fondamentali della SI: le università e i centri di ricerca, i
governi, e le aziende. Questo modello si è poi evoluto, con l’aggiunta della società civile e dei
mezzi di informazione come quarta elica (quadruple helix, Carayannis, Campbell, 2009) per
incentivare lo sviluppo economico sostenibile in coevoluzione con la società della conoscenza.
Successivamente, le eliche sono divenute cinque (quintuple helix) per includere modelli di
innovazione nei quali anche gli ambienti naturali della società e dell’economia sono intesi
come motori per la produzione di conoscenza e per l’innovazione (Carayannis et. al., 2012).
La progressiva inclusione di dispositivi teorici ed empirici per l’innovazione, la pletora di
soggetti e di competenze professionali e disciplinari coinvolte, la moltiplicazione dei campi e
dei livelli di sperimentazione, hanno prodotto un considerevole allargamento degli orizzonti
applicativi della SI, al punto che il termine stesso si connota oramai come un concetto bon à
tout faire per le politiche sociali. Come è tipico di tutti i concetti che viaggiano sulla cresta
dell’onda del mercato accademico-professionale, è parallelamente fiorita una cospicua

2
letteratura2 che o si è posta il problema di tipizzare la vasta latitudine applicativa della SI 3
(Marques, Morgan, Richardson, 2018), o si è interessata a ricostruire come questo concetto
abbia viaggiato nel corso del tempo, risalendo sino agli albori del XIX Secolo (Godin, 2012), o
si è dedicata a distinguere tra differenti approcci continentali (p. es.: organizzativo-
manageriale quello anglo-americano; orientato al policy-making e all’advocacy quello euro-
canadese e, forse, anche quello cinese, cfr. Busacca, 2019). Ciò che accomuna questi studi e
queste ricerche – pure nella loro eterogeneità – consiste in:

a) una generica condivisione intorno ai fini della SI, perseguiti attraverso un nuovo
protagonismo sociale, auspicabile per contrastare lo strapotere delle politiche
economiche neoliberiste;
b) una generica idea di società a cui sono attribuite competenze e attitudini diffuse tali da
potere affrontare (e, sperabilmente, risolvere) problemi sociali complessi attraverso
modalità e percorsi descritti altrettanto genericamente (Busacca, 2019, p. 5);
c) una fede pressoché illimitata nello sviluppo e nel potenziale democratico delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Sotto questo riguardo,
l’innovazione (sociale) è sinonimo di “innovazione tecnologica” come dispositivo per
l’inclusione e per la condivisione di valori;
d) come conseguenza dei punti precedenti, un atteggiamento acritico che attribuisce alla
SI un ruolo “genericamente positivo” per la produzione dal basso di agende di policy
incentrate sull’inclusione e sull’occupazione in un contesto di sharing economy e di
knowledge economy.

Con queste premesse la SI si dimostra pienamente capace sia di creare da sé il proprio


oggetto di ricerca e di applicazione (carattere performativo), sia di ricondurre ai propri
schemi una moltitudine di fatti sociali ricorrenti nelle società contemporanee (carattere
funzionalista), sia di presentarsi come attività democraticamente desiderabile (carattere
normativo). Stupisce, però , che all’interno di una così ampia latitudine applicativa, «la SI
continui a non essere analizzata in sé e per sé, ma in quanto soluzione (…e che continui a
essere) trattata come intrinsecamente positiva (senza porre) il problema delle sue
motivazioni e dei suoi obiettivi, che sono assunti come dati: risolvere nuovi e gravi problemi
sociali» (Busacca 2019, p. 45, enfasi aggiunta). Sotto questo riguardo, parafrasando il celebre
2
Per un esaustivo resoconto della letteratura sulla SI, cfr. Howaldt et al. (2014). Cfr. anche Busacca (2019).
3
I tre autori ipotizzano che la mancanza di una chiara definizione di SI permette a studiosi, autori, politici e
professional di proiettare significati differenti, garantendone così una continua attrattività . Cfr. Busacca
(2019, p. 4).
3
mantra dei policy analyst potremmo domandarci: «se la soluzione è la SI, il problema qual è?».
La risposta che generalmente si tende a offrire consiste nel riconoscimento che la SI si afferma
come soluzione “dal basso” a nuovi problemi che non hanno ancora trovato una adeguata
risposta nelle organizzazioni pubbliche e/o private. A nostro parere non sembra una risposta
molto convincente. Lo è anche per Busacca (ibid., p. 51, enfasi aggiunta) che va vicino a
ipotizzare una risposta pertinente, sostenendo che la SI «si è trasformata in una strategia di
politiche sociali» e che «i valori e le ideologie costituiscono il fondamento di una strategia». Il
richiamo all’ideologia sembra particolarmente appropriato: «l’ideologia può essere vista come
il terreno su cui (…) i soggetti collettivi sono dall’ideologia definiti, (l’ideologia) diventa il
luogo di costituzione della soggettività collettiva. L’ideologia condiziona le scelte e i
comportamenti e si presenta nelle forme della vita quotidiana» (ibid., pp. 51-52). È difficile
non essere d’accordo, soprattutto quando, poche righe dopo, Busacca tira addirittura in ballo
l’egemonia gramsciana per suggerire una interpretazione utile per comprendere in che modo
potrebbe formarsi l’ideologia sottesa nelle pratiche di SI. Purtroppo Busacca si ferma qui e si
accontenta di cercare delle ideologie di “secondo livello” all’interno dell’ideologia egemone.
Manca, in questo caso, la rappresentazione di una ideologia alternativa per la SI e di una
conseguente soggettività antagonista degli innovatori sociali.

2. Siamo davvero tutti pluralisti? Un paradigma antagonista per la Social Innovation

Un punto di partenza per iniziare a riflettere su una possibile postura critica nei confronti
della SI non può che partire dalle sue intersezioni con l’economia di mercato e con lo
sfruttamento lavorativo. Qui non c’è autore che non dichiari apertamente che si tratta di un
tema tanto importante quanto trascurato e, pertanto, assai scivoloso. Non vi è dubbio che il
filone di studi più ricco di suggestioni sia quello che si colloca all’incrocio tra le importanti
ristrutturazioni delle economie capitaliste degli ultimi decenni (e, in particolare, della
recessione mondiale dell’ultimo decennio) e l’emergere di nuove (e conseguenti) forme di
ristrutturazione sociale. Il decennale lavoro di Arnaldo Bagnasco (2008; 2016) che ha per
oggetto le trasformazioni del ceto medio in Italia, rappresenta un efficace resoconto di come:

«i migliori risultati ottenuti dal capitalismo più liberista (…insieme alla) difficoltà dei sistemi con forme
più concertate di regolazione, (abbia spinto) ovunque gli assetti regolativi in direzione del mercato (…)
Non è dunque semplicemente un ritorno del mercato a spiegare i diversi rendimenti, ma piuttosto una
regolazione di mercato innestata su tradizioni e specificità istituzionali (…) Per quel che riguarda
l’Europa continentale, si può dire che sta sperimentando una dose maggiore di mercato, combinandola
con le sue tradizioni di regolazione politica» (Bagnasco, 2008, p. 32).

4
Questa trasformazione è avvenuta all’interno di un framework regolativo in cui il mercato
ha giocato un ruolo di particolare importanza. Ciò è avvenuto in almeno due aree: quella
comunemente definita welfare state e quella relativa alla regolazione delle politiche
economiche. È opinione condivisa che per comprendere i mutamenti avvenuti negli ultimi
decenni nelle forme di stratificazione sociale sia necessario considerare con la necessaria
attenzione i cambiamenti intervenuti nell’organizzazione del lavoro. Più nello specifico,
occorre considerare i modi attraverso i quali l’avvento dell’impresa-rete e delle piattaforme
digitali ha inaugurato forme specifiche di governo del lavoro, dove lo sfruttamento delle
competenze più diverse si è riverberato nella proliferazione di inedite forme contrattuali
soggette a instabilità e a improvvisi mutamenti. Le nuove condizioni lavorative richiedono da
un lato maggiori professionalità e competenze, ma, dall’altro lato, sono assai meno durevoli di
quelle precedenti e possono non risolversi in carriere prevedibili. Oggi, quando si parla
di platform capitalism, ci si riferisce indifferentemente sia a tecno-professionisti capaci di
muoversi attraverso le reti per mettere a valore la cooperazione sociale, sia a lavoratori
precari che percepiscono un salario da working poor e i cui cicli lavorativi sono scanditi da
algoritmi. Ciò che è originale, in nuova piramide che secondo Standing (2015) si estende dalle
élite plutocratiche al lumpenprecariato, è che la differenza tra un tecno-professionista e un
precario si basa anche su forme di autorappresentazione delle soggettività da parte dei
lavoratori stessi e non più esclusivamente su indicatori relativamente oggettivi riguardanti il
reddito o il tasso di occupazione/disoccupazione ma, soprattutto per gli individui più giovani
(che, come vedremo, sono l’anima costituiva della SI), per quelle che Barbera et al. (2008, p.
149, passim), definiscono come nuove strategie di ceto medio. Su questo punto ritorneremo più
estesamente nel paragrafo successivo.
Stretta in questa contingenza economica, politica e sociale, la SI trova una confortevole
sistemazione entro una costellazione di politiche pubbliche formulate e implementate da
gruppi informali che si attivano per rappresentare interessi particolari che né le democrazie
rappresentative, né le istituzioni di governo, né i rappresentanti degli interessi organizzati
sono in grado di (o interessati a) considerare nel loro policy making. Questa immagine ha un
forte orientamento normativo che predetermina un ampio e democratico consenso sulle
pratiche della SI e sull’operato degli innovatori sociali. In questi termini, gli innovatori sociali
possono legittimamente essere rappresentati (e autorappresentarsi) come il “sale dei gruppi
di pressione”, il che concretamente significa che essi operano in una società pluralista.
Partendo dai bisogni dei cittadini, essi si adoperano costruire forme politiche capaci di

5
contrastare o, almeno mitigare, gli influssi del liberismo rampante o, come scrive
garbatamente Bagnasco (cfr. supra), in grado di ricondurre gli assetti regolativi della società
in aree non totalmente assoggettate alle logiche del mercato. Ciò che è veramente innovativo è
che gli innovatori perseguono questo obiettivo utilizzando “socialmente” gli stessi strumenti
(tecnologici) e gli stessi meccanismi (il libero scambio) che il mercato mette a loro
disposizione. Questo fatto è particolarmente evidente se si osserva che (quasi) tutta la
letteratura – sicuramente quella mainstream – considera la SI all’interno di un free-market
framework, nel quale gli attori/innovatori sociali si muovono come una forza equalizzata,
contrattando e scambiando preferenze, riflettendo esattamente i motivi dominanti dei mercati
capitalisti4 e la loro derivazione dalle teorie economiche ortodosse, da Adam Smith in poi 5.
Secondo Jessop et al. (2013, p. 111), le pratiche di SI, anche quando muovono da visioni
“socialiste”, non riescono a liberarsi da posture simpatetiche con il mercato. Questi autori
hanno correttamente etichettato questa visione (ristretta) della SI come “liberalismo
compassionevole“, perché «privilegia l’impresa sociale come agente chiave per il
cambiamento sociale». Detto in altre parole, le pratiche di SI sono fatalmente esposte alla
tendenza a ridurre il mutualismo e l’autogestione nell’alveo dei rapporti sociali dominanti.
Posta la questione in questi termini, sembra abbastanza difficile che una linea critica
(radicale) alla SI possa svilupparsi all’interno del “classico” framework pluralista à la Robert
Dahl (1971) adottato dalla maggioranza degli studiosi sociali. Il padre fondatore del
pluralismo e della poliarchia ci ha da tempo6 tramandato l’idea, forte e desiderabile che
nonostante l’economia competitiva capitalista rappresenti l’ambiente naturale per il
progresso della democrazia, dobbiamo comunque rifiutarci di considerare lo stato e le
politiche pubbliche come dei semplici dispositivi asserviti alle logiche del capitale. Charles
Lindblom (1965) aveva già precedentemente rafforzato questo concetto facendo riferimento
all’intelligenza della democrazia e sostenendo che la dispersione del potere decisionale è una
condizione desiderabile per le democrazie mature perché le interazioni tra mercato e società
4
Anche quelli più “attenuati” e “aggettivati”. Secondo Barbera e Parisi (2019, pos. 170) «l’innovazione
sociale disegnerebbe le basi per un “capitalismo dal volto umano”, dove mercato e bisogni sociali trovano
un nuovo equilibrio, la ricerca del successo personale si sposa con i bisogni dei più deboli e la società si
riappropria del suo spazio, obiettivi autonomi e processi di riproduzione sociale. Il capitalismo
“aggettivato” (civico, sostenibile, inclusivo, verde, ecc.) costituisce il naturale approdo di queste
rappresentazioni».
5
Al riguardo le istituzioni europee si rivelano «più realiste del re». I programmi europei, dell’OCSE e del
Forum economico mondiale descrivono l’innovazione sociale come un’arena di potenziale sviluppo per il
mercato e le attività profit. (Fougère et. al. 2017, p. 833, cit. in Barbera, Parisi, 2019, pos. 261).
6
Judge et al. (1995, p. 13) sostengono che alla fine degli anni ‘60, era oramai particolarmente chiaro che
l’approccio pluralista rappresentava la posizione intellettuale preferita da parte dell’establishment
dell’American Political Science Association (APSA) e che tale posizione si è rapidamente diffusa in tutti
regimi democratici occidentali.
6
avvengono in condizioni di mutuo aggiustamento partigiano e non attraverso l’esercizio
dell’egemonia del primo settore.
Ora, se la mission della SI è, come abbiamo già riportato: «la soluzione “dal basso” a nuovi
problemi che non hanno ancora trovato una adeguata risposta nelle organizzazioni pubbliche
e/o private», allora – nonostante tutti i reiterati e appassionati richiami alla reciprocità ,
all’inclusione, alla condivisione e alla deliberazione, al welfare di comunità – non possiamo
non rilevare che si tratta di una costellazione di pratiche che si inscrivono entro un’ideologia
sociale che si fonda sull’archetipo del governo democratico-deliberativo della società , ma che
subisce in ultima istanza, l’egemonia dell’economia di mercato, con tutti i suoi dispositivi
regolativi e tecnologici, come unico spazio di esistenza e di interazione sociale. A questo
punto, se pensiamo di risolvere ampi e strutturati problemi sociali attraverso le pratiche di SI
così come sono proposte sinora, cioè senza non solo confrontarci con la questione di chi e
come abbia determinato la base della struttura del valore e delle disuguaglianze sociali, ma
addirittura utilizzando le stesse logiche che tali disuguaglianze riproducono, allora potremmo
eventualmente essere assaliti dal dubbio di prenderci in giro da soli.
Critiche radicali alla SI sono possibili solo mettendo in gioco una teoria alternativa del
politico, ovvero ipotizzando delle possibili forme di organizzazione politica alternative alle
relazioni tra stato e mercato che operano a livello mondiale e, di conseguenza, a livello locale.
Senza una rappresentazione chiara di questa teoria l’anti-liberismo vagheggiato dai
sostenitori della SI rischia di ridursi sul piano retorico all’idealizzazione dei concetti di
solidarismo e di condivisione vagheggiati, per esempio, dalla sharing economy mentre, sul
piano sostanziale, si rivelano per quello che rischiano di essere: nuove forme di precarietà che
spalancano le porte allo sfruttamento capillare e alla formazione di moloch monopolistici. Una
teoria alternativa del politico ci porta inevitabilmente a mettere in questione l’accettazione
acritica dell’ideologia pluralista su cui la SI trae la propria legittimazione. Questo non significa
rigettarne tout court le tesi perché, seguendo le riflessioni di Gregory Mc Lennan (1989, pp.
17-18) le tesi pluraliste sono in grado di offrirci, più di quanto le altre teorie disponibili non
facciano, una serie di certezze. Si tratta di:

a) una convincente rappresentazione sociologica della competizione tra differenti gruppi


di interesse;
b) una accettabile concezione dello stato come meccanismo politico responsabile del
bilanciamento delle domande sociali;

7
c) un resoconto desiderabile del funzionamento delle culture civiche democratiche,
attraverso il riconoscimento del valore della partecipazione politica;
d) una solida metodologia di ricerca empirica.

Se, invece, noi adottiamo, come faremo da qui in seguito, un approccio marxista per
costruire una posizione critica nei confronti – implicitamente e in termini generali – delle
teorie pluraliste della società e – esplicitamente e concentrandoci su alcune questioni
specifiche – delle pratiche di SI, allora emergono alcuni punti di debolezza dell’approccio
pluralista. Si tratta di:

a) la tendenza a disinteressarsi sistematicamente della nozione di potere, considerandola


non suscettibile di rigorosa definizione, osservazione e misurazione;
b) la riluttanza a riconoscere che l’esercizio del potere precede il – e non consegue al –
processo di innovazione, al punto che qualsiasi studio condotto con la cassetta degli
attrezzi elaborata dagli studiosi della SI manca di cogliere e di svelare la latenza delle
relazioni di potere;
c) la sottovalutazione delle estese e penetranti forme di esercizio strutturale del potere
che nelle società complesse agiscono sulle volontà e sui bisogni (non semplicemente
sugli interessi) dei destinatari, producendo un’inclinazione all’adesione, indipendente
dalle precondizioni materiali.

Questi tre punti scavano un solco profondo che separa la bonomia delle pratiche di SI e le
forme latenti e strutturali di potere operanti a livello sociale. In primo luogo, l’esercizio del
potere può essere praticato in modo tale che il conflitto divenga latente e, per questo motivo,
l’esistenza di consenso intorno alle pratiche di SI non può in alcun modo essere considerata
una ragione sufficiente per escludere forme di strumentalizzazione dell’agire e di
manipolazione del consenso stesso. Secondariamente, il potere può essere esercitato anche in
una forma più sottile: quella di dare forma alle preferenze degli individui in modo che non
esistano né conflitti evidenti, né conflitti dissimulati intorno alle pratiche di SI. Qui si pone la
questione dei condizionamenti strutturali imposti dalle economie capitaliste e dallo stato che
non solo soffocano sul nascere le sfide, ma costruiscono delle gabbie cognitive socialmente e
culturalmente strutturate con lo scopo di produrre negli individui delle rappresentazioni del
sé strumentalizzate e degli interessi surrettizi, spesso contrari a quelli reali.
Nonostante l’evidente difficoltà empirica di distinguere tra gli interessi reali e quelli
manipolati, è difficile non immaginare che possa esistere un consenso falso o artefatto,

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condizionato da un gruppo dominante e/o sottoposto a forme di manipolazione culturale e
ideologica. Un’analisi critica radicale deve perciò essere molto attenta a come le declinazioni
del capitalismo vadano arricchendosi di declinazioni e di dispositivi sempre più astratti
(sharing economy, gig economy, platform capitalism, cloud economy, artificial Intelligence) e, di
pari passo con la produzione di retoriche idilliache circa il futuro della nostra società . Come
questa del co-fondatore della rivista Wired, il futurologo Kevin Kelly (2017, pos. 2988, enfasi
aggiunta), che abilmente mistifica Marx:

«quando le masse popolari che detengono i mezzi di produzione lavorano verso un obiettivo comune e
condividono pubblicamente il proprio risultato, quando contribuiscono al lavoro senza richiedere un
salario e ne godono i frutti gratuitamente, non è irragionevole parlare di “nuovo socialismo”».

Il “nuovo socialismo” di Kelly, nel riprendere altre celebri precognizioni marxiane è però
decisamente vicino alla distopia immagine da Terry Gillam nel film Brazil (1985). È il caso
dell’innata tendenza del capitalismo a creare monopoli. Seguendo KellY, quando le masse
popolari (che detengono i mezzi di produzione) condivideranno il loro lavoro su un cloud
innervato dalla Artificial Intelligence, ciò avverrà a un prezzo:

«il valore della rete aumenterà ) più velocemente all’aumentare delle dimensioni. Più (sarà ) grande la
rete, più sarà allettante per i nuovi utenti, i quali la renderanno ancora più grande, quindi più attraente e
così via (…) Un’azienda quando entra in un circolo virtuoso simile, tende a crescere talmente tanto in
breve tempo da sopraffare la concorrenza emergente. Per questo motivo, in futuro è probabile che
saremo governati da un’oligarchia di due o tre intelligenze commerciali principali, di grandi dimensioni,
generaliste e basate sul cloud» (ibid., pos. 873-881, enfasi aggiunta).

Kelly accoglie positivamente anche la rivoluzione temporale attuata dal capitalismo,


perennemente proteso, (di nuovo qui la parodia di un altro aforisma marxiano), a ridurre a un
«batter d’occhio» il tempo di rotazione del capitale. La più aggiornata esperienza del tempo,
secondo Kelly (ibid., pos. 2582, enfasi aggiunta):

«è quella dell’istante. La velocità del futuro sarà quella degli elettroni. Potremo prenderci delle pause da
questi ritmi ma rimarrà una nostra scelta, perché la tecnologia della comunicazione tende verso lo
spostamento su richiesta di qualsiasi cosa, fenomeno che a sua volta predilige l’accesso alla proprietà».

Infine – correttamente – Kelly (ibid., pos. 1220) intuisce la direzione che va prendendo il
nuovo sistema di relazioni tra il lavoro vivo e il lavoro morto, che insieme qualificano il nuovo
modo di produzione della cloud economy:

«sono le nostre stesse invenzioni che ci assegnano i lavori che svolgiamo: ogni piccola automazione di
successo genera nuove occupazioni, delle quali non avremmo mai fantasticato se la tecnologia non ci
avesse imbeccato».

Torniamo qui al punto di partenza di questo paragrafo: è abbastanza chiaro che qualsiasi
posizione si intenda sostenere, è imprescindibile confrontarci (e aggiornarci continuamente)

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con gli impatti sociali generati dall’organizzazione del lavoro. Con l’intento di portare degli
elementi empirici a favore di una teoria critica della SI, di seguito proverò a isolare un paio di
questioni che ritengo rilevanti. La prima riguarda la produzione di soggettività degli
innovatori sociali. La seconda ha a che fare con la produzione di spazio “astratto” nelle reti
della SI. Per entrambe le questioni cercherò di evidenziare alcuni aspetti controversi che si
situano al di fuori dalle concettualizzazioni largamente battute della SI e – procedendo per
inferenze empiriche e percorsi metodologici poco battuti dalla ricerca mainstream –, cercherò
di fare emergere alcune criticità .

3. Gli innovatori sociali: nuova élite o cognitariato emergente?

Nella loro dettagliata ricerca sull’arcipelago della SI in Italia, Barbera e Parisi (2019, pos.
286), tra le possibili interpretazioni della SI declinata in termini di auto-imprenditorialità
come principale, se non unico orizzonte delle possibilità di benessere delle persone, prendono
in considerazione che essa possa eventualmente rivelarsi come una possibile manifestazione
del Nuovo spirito del capitalismo (Boltanski, Chiappello, 2014). Nello specifico, la SI potrebbe
consistere in un efficace dispositivo che, nelle mani delle imprese, consentirebbe di sussumere
e di mettere a profitto nuovi processi lavorativi, attingendo finanche alle forme più radicali di
contestazione capitalista. Seguendo l’evoluzione storica proposta da Boltanski e Chiappello
(ibid.), si sarebbe portati a dire che la critica all’organizzazione gerarchica del lavoro espressa
durante il maggio studentesco del Sessantotto, insieme alla critica all’alienazione e alla
parcellizzazione del lavoro che ne derivava, rappresenti un efficace esempio di come il
capitalismo si riveli pienamente capace di piegare a proprio vantaggio qualsiasi forma di
innovazione (sociale) ai fini della propria organizzazione produttiva 7. Sotto questo riguardo, il
management del fattore umano presente nelle pratiche di SI potrebbe essere legittimamente
considerato come un aggiornato dispositivo rivolto a riprendere il controllo di un lavoro vivo
insofferente all’ordine (precedentemente) costituito nell’impresa.
Tale formidabile capacità del sistema capitalista si fonda su una sottile strategia di
produzione e controllo delle soggettività degli attori sociali. Questa è una tesi sostenuta con
particolare convinzione dai teorici del biopotere (Foucault, 2004) ed è riferita all’espansione

7
Per chiarire la portata di queste trasformazioni, Antonio Gramsci ne I Quaderni del carcere (1948, 15, II,
62) ha introdotto il concetto di rivoluzione passiva per evidenziare la capacità delle classi “dominanti” di
cambiare segno a rivendicazioni, punti di vista dei “dominati” per trasformarle in parte integrante e
compatibile con i nuovi rapporti di potere definiti dopo una fase di crisi.
10
dei modi di produzione capitalisti e alle modalità attraverso le quali la “vita” possa essere
interamente dominata dai dispositivi che lavorano alla sua alienazione. Si tratta di un concetto
sviluppato a fondo da Negri e Hardt (1995, 77) attraverso il riconoscimento che «lo Stato e il
capitale non governano più attraverso meccanismi disciplinari, ma attraverso reti di
controllo». Per Negri e Hardt (ibid.), non sono solo le reti di controllo a diventare oggetto di
attenzione, ma lo divengono soprattutto le nuove modalità espressive del lavoro vivo e le
circostanze attraverso le quali il capitale ha allocato e riorganizzato fuori della fabbrica il
processo produttivo (Negri, 2008). Secondo questa prospettiva, è la vita stessa (linguaggio,
affetti, capacità di relazione come caratteristiche specifiche dell’individuo) che viene messa al
lavoro in tutte le sue declinazioni biometriche, bioetiche, biotecnologiche (Negri, Hardt, 2003).
Queste trasformazioni hanno portato alla ribalta il concetto di moltitudine – un attore
collettivo auto-organizzato – che fa la sua comparsa come formazione di classe emergente. La
moltitudine è una composizione proteiforme di lavoro vivo dove convivono figure
scarsamente qualificate e professionisti dell’innovazione e della creatività . Nella moltitudine il
lavoro vivo si realizza attraverso lo sfruttamento della cooperazione: cooperazione non degli
individui, ma delle loro soggettività : sfruttamento dell’insieme delle soggettività , delle reti che
compongono l’insieme e dell’insieme che comprende le reti. Da un lato troviamo assenza di
diritti, precarietà e invisibilità politica, dall’altro lato ricchezza di relazioni sociali,
cooperazione e rinnovamento. Lungo questa prospettiva, chi sono, allora, gli innovatori
sociali? Qual è la differenza tra un innovatore sociale e un lavoratore precario?
Per rispondere a questa domanda i lavori di Barbera e Parisi (2019) e di Bandinelli (2015)
sono di grande utilità . e è di grande utilità . La ricerca di Barbera e Parisi (2019) riferisce i
risultati di una indagine compiuta via web nel 2015 presso 388 innovatori sociali italiani 8.
Tale ampiezza ha prodotto un campione di intervistati molto eterogeneo, attivo in campi
altrettanto eterogenei «tutti congruenti con le esperienze descritte: economia collaborativa,
cittadinanza attiva, beni comuni, innovazione culturale, coworking, makers e artigiani digitali»
(ibid., pos. 1596). Da questa eterogeneità emergono alcune variabili ricorrenti e prevalenti:
a) la prevalenza di innovatori sociali localizzati in aree urbane di dimensioni medie e
medio-grandi. Il contesto urbano sembra particolarmente favorevole per facilitare le
relazioni tra la rete degli innovatori sociali. Citando Burroni e Trigilia (2010, p. 10,
8
La metodologia utilizzata per individuare gli innovatori sociali utilizzata da Barbera e Parisi (2019, pos.
1575) è quella reputazionale del “fiocco di neve“: «individuate due persone molto conosciute e in grado di
dare un buon impulso all’avvio della rilevazione (è stato richiesto) di indicare altre due persone da
includere nella lista». Agli intervistati, Barbera e Parisi (ibid, pos. 1582, enfasi aggiunta) hanno domandato
«indicaci persone che conosci e che come te sono attive nel campo dell’innovazione sociale con ruoli
imprenditoriali, direttivi o progettuali».
11
enfasi iniziale aggiunta), Barbera e Parisi (2019, pos. 1797), assumono che «gli spazi
urbani contano non in sé, ma in quanto abilitano spazi di interazione informale e di
organizzazione relazionale». Questa considerazione (che non ci trova d’accordo) è di
particolare interesse e solleva questioni che riprenderemo nel paragrafo successivo;
b) un’età media molto bassa. L’età mediana del campione analizzato da Barbera e Parisi è
di 37 anni, con una percentuale consistente di millenial (che è la prima generazione
“nativa digitale” perché esposta in modo consistente alle tecnologie informatiche e
comunicative;
c) una elevata scolarizzazione: l’84% degli intervistati possiede una laurea e il 33,2% un
master o un titolo di dottorato;
d) provenienza da famiglie a elevato capitale culturale: i genitori degli innovatori sociali
sono laureati al 61% i padri e al 58% le madri. Barbera e Parisi (ibid., pos. 2052)
ritengono la famiglia di origine un fattore molto importante, soprattutto in termini di
classe sociale: «le classi agiate sembrano insegnare più spesso ai propri figli stili
orientati all’auto-attribuzione sia nel bene, sia nel male»;
e) gli indicatori di (auto)valutazione dell’operato: fanno riferimento sia agli impatti
(outcome) intesi come effetti generati dalle pratiche di SI, sia ai risultati (output)
economici associati. Scrivono Barbera e Parisi (ibid., pos. 2188): «è un imprenditore.
Per lui il guadagno è un segnale della buona riuscita di queste azioni a impatto sociale».

La compresenza di questi indicatori all’interno di una singola soggettività generica – quella


del social innovator – restituisce un profilo sociologico abbastanza inedito. L’aspetto che
caratterizza maggiormente questo profilo è la contemporanea carenza di un’identità
professionale ben definita (come imponeva, invece, il capitalismo industriale) e il suo
combinarsi con una pluralità di narrazioni indispensabili per dare senso alla vita lavorativa.
Questa condizione può essere fonte sia di ansia, di frustrazione e di depressione (Standing,
2015, p. 29), sia di apertura, di creatività e – appunto – d’innovazione. Saremmo tentati a dire
che la SI sia l’esito di una evoluzione in linea con le intuizioni da tempo espresse da Richard
Sennett (199) ne L’uomo flessibile: qualcosa che ha a che fare con l’affermarsi di nuove identità
sociali, più fluide ed eterogenee rispetto alla suddivisione dell’umanità in categorie legate alle
classi sociali, tipica del passato. Quindi potremmo pensare che la SI rappresenti uno dei
molteplici byproduct del nuovo modo di regolazione9 del sistema capitalistico, denominato
9
Facendo riferimento a una scuola di pensiero nota come scuola della regolazione (Aglietta, 1976, 1997),
un modo di regolazione consiste in una serie di misure in grado di regolare i comportamenti di tutte le
categorie di individui — capitalisti, lavoratori, dipendenti statali, finanzieri e tutti gli altri agenti politico-
12
accumulazione flessibile (Harvey, 1993), che, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, ha
progressivamente rimpiazzato i modelli di regolazione fordisti-keynesiani.
Queste nuove ricombinazioni sociali sono state magistralmente colte da Pierre Bourdieu
(1983, ed. or. 1979) nella sua ricerca su la distinzione che, da una posizione critica si sinistra
(ma non radicale) non rinuncia a suddividere l’umanità in classi, ma più semplicemente la
riposiziona all’interno di nuove classi e delle relative ristrutturazioni delle relazioni sociali.
Nonostante siano trascorsi più di quaranta anni dalla pubblicazione di questa ricerca –
divenuta oramai un “classico” degli studi sociali – è sorprendente notare quanto l’acutezza
dello sguardo del sociologo francese possa tornarci oggi utile per gettare luce sulla natura
sociale dei social innovator. Sulla base degli indicatori proposti da Barbera e Parisi (2019),
Bourdieu (1983, p.146; 358, passim) non avrebbe dubbi nell’indicare i social innovator nella
categoria della piccola borghesia di tipo nuovo che, ai tempi della scrittura de La distinzione,
descriveva così:

«artigiani o commercianti di lusso, di cultura o d’arte. esercenti di boutique, di confezioni, rivenditori


dell’usato, mercanti di vestiti e di gioielli esotici o di oggetti rustici, commercianti di dischi, antiquari
arredatori, designer, fotografi, o persino restauratori e padroni di “osterie alla moda”, vasai della
Provenza e librai d’avanguardia, impegnati a produrre, oltre la fine degli studi, la mancata separazione
tra lavoro e tempo libero, il dilettantismo e lo spirito militante, tipici della condizione studentesca, tutti
questi venditori di beni o servizi culturali trovano in professioni caratterizzate da grandi ambiguità – in
cui il successo dipende dalla distinzione sottile e disinvolta del venditore e dei suoi prodotti almeno
quanto dalla natura e dalla qualità delle merci – un mezzo per ottenere il massimo rendimento da un
capitale culturale nel quale la competenza tecnica conta meno della familiarità con la cultura della classe
dominante e dalla padronanza dei contrassegni e degli emblemi della distinzione e del gusto. Sono tutti
aspetti che predisponevano questo nuovo tipo di artigianato e di commercio a elevato investimento
culturale di mettere a profitto l’eredità culturale trasmessa direttamente dalla famiglia a fungere da
rifugio per i rampolli della classe dominante».

Successivamente, Alain Accardo (2020a, ed. or., 2003; 2020b) – allievo di Bourdieu – ha
precisato e aggiornato la natura di queste nuove identità sociali attraverso il concetto di
piccolo borghese gentiluomo. Accardo sostiene che mentre nella corsa all’accaparramento del
capitale industriale e finanziario, la grande borghesia ha mantenuto i suoi vantaggi classici, in
materia di capitale simbolico e culturale, essa è stata invece superata dalla piccola borghesia.
Analogamente a Boltanski e Chiappello, Accardo (2020b) fa risalire questa trasformazione alle
contestazioni sessantottesche e osserva che questo incedere ha portato la classe media (che si
è estesa per contagio simbolico alle classi popolari urbanizzate): «a percepirsi come una

economici — in modo tale da permettere ai processi di accumulazione di continuare a funzionare e di


riprodursi. In genere, queste misure si materializzano attraverso norme, consuetudini, leggi, reti di
regolazione, e sono gli strumenti attraverso i quali una società capitalista è in grado di garantire un certo
livello di coerenza dei comportamenti individuali rispetto alle aspettative di riproduzione del capitale.

13
monade incapace di attribuire a se stessa un’altra parola d’ordine, un altro ideale di vita,
rispetto a quelli proclamati dai sommi sacerdoti dell’egoismo piccolo-borghese della prima
metà del XX Secolo». Lungo questa prospettiva analitica, vi è più che una analogia tra la
piccola borghesia e la composizione sociale prevalente degli innovatori sociali, riportata da
Barbera e Parisi (2019, pos. 2595) per i quali: «l’origine sociale degli intervistati è nei gruppi
superiori o intermedi della stratificazione sociale (…) molti innovatori provengono da
ambienti cosmopoliti e ricchi di risorse».
Come talvolta accade, importanti ricerche sociologiche (o parti di queste) assumono una
portata che oltrepassa il proprio ambito accademico e tracimano – grazie soprattutto ai media
popolari, alla narrativa e ai film10 – nel discorso quotidiano. È così che i social innovator
trovano altrettante analogie con i bobos – bohemian bourgeois – descritti dal giornalista del
New York Times David Brooks (2000):

«ciò che stavo osservando è una conseguenza culturale dell’era dell’informazione. In quest’era le idee e
la conoscenza sono vitali per il successo economico almeno quanto le risorse naturali e il capitale
finanziario. Il mondo intangibile dell’informazione si fonde con il mondo materiale del denaro, e nuove
frasi che combinano le due cose, come "capitale intellettuale" e "industria culturale", entrano in auge.
Quindi le persone che prosperano in questo periodo sono quelle che possono trasformare idee ed
emozioni in prodotti. Si tratta di persone altamente istruite che hanno un piede nel mondo bohémien
della creatività e un altro piede nel regno borghese dell’ambizione e del successo mondano. I membri
della nuova élite dell’era dell’informazione sono bohémien borghesi. Oppure, per prendere le prime due
lettere di ogni parola, sono i Bobos».

Utilizzando quella che l’autore stesso definisce «una sociologia del fumetto», Brooks (ibid.)
descrive in modo indulgente una piccola borghesia attratta dal misticismo e dalle nuove
tecnologie, la cui principale ambizione principale è la contraddizione riconciliata: «denaro e
coscienza sociale, spirito critico ed edonismo, culto del corpo e sessualità sfrenata,
anticonformismo e perbenismo, multiculturalismo e consumo di massa». Si tratta di
soggettività che emergono con precisione nella ricerca di Carolina Bandinelli (2015). Veronica
di Milano, che «vuole fare abiti che durino nel tempo, secondo una “filosofia” diversa da quella
dominante nell’industria della moda»; Johanna che vive in appartamento in stile minimale nel
quartiere più hipster di Londra, a fianco di un «negozio che vende filoncini di pane integrale a
2.80 sterline l’uno», vuole «creare una linea di abiti coinvolgendo la comunità »; Alfredo che ha
mollato il lavoro in una grande banca dove guadagnava bene e ha investito tutti i suoi
risparmi «per fondare un’impresa sociale che promuove il cambiamento in Italia», sono –
secondo Bandinelli (ibid.) – i cosiddetti changemakers:
10
Anche attraverso la musica: nel 2006 il cantautore francese Renaud ha dedicato loro una canzone dal
titolo Les Bobos. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=LZzR7-apnKA

14
«una nuova generazione di uomini e donne spesso colti, provenienti da famiglie della classe media,
laureati in discipline che spaziano dall’economia alla comunicazione, dall’ingegneria al design, convinti
che l’impresa sia il tramite attraverso cui attualizzare i propri valori etici e politici».

Ciò che colpisce, nella maggior parte delle biografie riportate da Barbera e Parisi e da
Bandinelli, è la presenza (o, meglio, la copresenza) di atteggiamenti ribelli e di arrampicata
sociale, come se i social innovator si rivelassero capaci di produrre una propria soggettività
attraverso un ethos sociale che combina la controcultura degli anni Sessanta e lo yuppismo
degli anni Ottanta. Si tratta di persone che, parafrasando Brooks (2000): «coltivano con
metodi biologici piante aromatiche sul loro (inquinato) balcone di casa, non mancano di
partecipare ai corsi di formazione universitari per "arricchirsi", vanno in vacanza in una
fattoria biodinamica (in Toscana) e sfoggiano il look dei Chiapas».
Al di là delle complicate ipocrisie e dei vanitosi autocompiacimenti dei social innovator,
l’etica del lavoro che li caratterizza trasuda di jouissance perché, nonostante sia saldamente
vincolata alla produzione di plusvalore (anche in condizioni di auto-sfruttamento), si
autoassolve attraverso valori ideali e gratificazioni simboliche:

«Se ci si accontenta di profitti di sussistenza, cambia radicalmente la prospettiva professionale; se si


accettano meno soldi per sé e meno margini per le imprese, in cambio di risultati sociali, questa
combinazione è entusiasmante» (intervista a coworker, cit, in Barbera, Parisi, 2019, pos. 2800)

Dall’inchiesta di Barbera e Parisi, oltre le gratificazioni simboliche, non è possibile


conoscere con esattezza il livello (o i livelli) retributivi dei social innovator. Non sappiamo se
ci troviamo di fronte a una schiera di freelance con stipendi da working poor o a professional
élite con utili comparabili a quelli di un manager aziendale, o – se il guadagno resta una
variabile di un certo rilievo, come in effetti pensiamo – ci troviamo di fronte a un insieme
molto variegato di casi.
A questo proposito, è ancora la lettura di Bourdieu (1983, pp. 366-367) a rammentarci
quali possono essere le condizioni del successo di ciò che il sociologo francese definisce un
bluff sociale, che, in una certa misura, da un lato fa parte della distinzione sulla base della
quale si legittimano e si rivendicano le nuove professioni, mentre dall’altro lato è l’esito della
strumentalizzazione dell’agire attraverso sottili strategie che danno forma alle preferenze
degli individui. Lo stile di vita della piccola borghesia intellettuale contiene una deliberata
strategia per sottrarsi a un destino compatibile con le premesse contenute nei propri
curricula scolastici, senza tuttavia disporre pienamente della posizione, del capitale sociale e
del senso degli investimenti posseduti dalle classi dominanti. Queste ultime trovano nella
piccola borghesia intellettuale un alleato prezioso per consolidare il proprio dominio,

15
concedendo a questa piccola ma importante frazione di classe emergente una relativa
legittimità del proprio stile di vita, per sfruttarlo economicamente a proprio vantaggio 11.
Enzeberger (1983, p. 12) ha colto efficacemente questa prerogativa:

«la frenetica produttività della piccola borghesia, la sua capacità di rinnovamento, dovrebbero spiegarsi
facilmente con il fatto che ad essa non rimangono altre alternative. È intelligente, piena di talento,
inventiva perché da questo dipende la sua sopravvivenza. I detentori del potere non hanno bisogno di
esserlo: essi lasciano che siano gli altri a inventare, comprano l’intelligenza e attraggono i migliori talenti
nella loro sfera. Al proletariato, invece, viene sottratta ogni produttività autonoma. “Voi non avete
bisogno di pensare!” tuonava già I.W. Taylor, piccolo borghese e padre della razionalizzazione,
rivolgendosi agli operai impegnati nella produzione, e questo, naturalmente, non vale solo per
l’Occidente. Così, anche il favoloso talento della piccola borghesia, come la maggior parte delle sue
qualità , si spiega ex negativo».

Ciò che ci sembra carente in gran parte della letteratura dedicata alla SI è la consapevolezza
che il capitalismo opera non solo attraverso l’oppressione ma anche attraverso l’adesione
degli individui al sistema che li sfrutta, sostenuto da ipotetiche speranze di successo
individuale. Un’ipotesi alternativa della SI di cui sentiamo il bisogno dovrebbe – invece –
partire dalla constatazione che la “vera” posta in gioco è l’appropriazione da parte di ciascuno
della propria soggettività : questo lavoro di "socio-analisi" dovrebbe mirare a stabilire quali
sono le condizioni per riprendere in mano l’organizzazione della quotidianità e per
appropriarsi della vita sociale, mettendo fine al divario tra il dominio capitalista e la
stagnazione dei rapporti sociali. Questa riflessione porterebbe il percorso della SI alla
realizzazione di una società disalienata, ludica e padrone delle proprie soggettività . Da mosca
cocchiera del capitalismo la SI potrebbe proporre come una concreta apertura verso il
possibile per mostrare il cammino pratico per cambiare la vita, che rimane la parola d’ordine,
lo scopo e il senso di qualsiasi trasformazione della società in chiave socialista.

4. Lo spazio della Social Innovation

11
Bourdieu (1983, p. 369) cita a questo proposito il caso «di quei rivoluzionari del maggio 1968, diventati
psicologi aziendali e costretti – per accettare la loro posizione ambigua e per accettarsi, accettando
l’ambiguità di questa posizione – a inventare quei discorsi e quelle pratiche sapientemente ambigue, che
erano come inscritte fin dall’inizio nella definizione stessa della loro posizione (…) Costretti a vivere
quotidianamente lo scarto tra le loro aspirazioni messianiche e la realtà della loro pratica, costretti a
coltivare l’incertezza della loro identità sociale, per poterla accettare, e condannati, per ciò stesso, a
interrogarsi sul modo di nascondere un’interrogazione ansiosa su se stessi, questi intellettuali di servizio
sono predisposti a provare con particolare intensità gli umori esistenziali di un’intera generazione
intellettuale, che, stanca, di sperare disperatamente una speranza collettiva, cerca un ripiegamento su se
stessa, di un narcisismo mistico, il sostituto della speranza di cambiare il mondo sociale, o anche solo di
comprenderlo».
16
La cospicua letteratura sulla SI ha sinora trascurato (o considerato assai marginalmente)
un elemento chiave: lo spazio inteso come spazio prodotto per consentire l’integrazione delle
forze produttive e per dislocare i rapporti sociali di produzione. Barbera e Parisi (cfr. supra),
lo dichiarano esplicitamente: «gli spazi urbani contano non in sé». Noi qui, siamo invece più
inclini a considerare la prospettiva seguita da Henri Lefebvre (1978) ne La produzione dello
spazio. Il quel lavoro, Lefebvre ha sostenuto che «i discorsi sullo spazio implicano una
ideologia che maschera tale uso, come pure i conflitti inerenti all’impiego interessato al
massimo di un sapere apparentemente disinteressato, ideologia che non si chiama con il suo
nome, e si confonde con il suo sapere, per coloro che accettano tale prassi». In primo luogo,
secondo il filosofo francese (ibid., p. 109):

«pensare lo spazio come uno “sfondo” o una scatola, nella quale mettere qualsiasi cosa, purché il
contenuto sia più piccolo del contenente, il quale a sua volta non ha altra funzione che quella di
conservare il contenuto: questo è certamente l’errore iniziale».

È significativo notare che Barbera e Parisi (2019, pos. 2461, passim), nella loro indagine
riconoscono (sia pure con importanti eccezioni) la prevalenza dello spazio urbano come
contesto generativo/operativo delle più interessanti esperienze di SI. Tuttavia, in questi
resoconti l’urbano compare come un milieu generico, considerato tuttalpiù in base a una serie
di fattori che contribuiscono a favorire l’appropriazione dei vantaggi connessi alla vicinanza
del focolaio creativo (Bourdieu, 1983, p. 366) dei valori culturali, come è il caso di una più
intensa offerta culturale e degli stimoli forniti dalla frequentazione di gruppi anch’essi
ascrivibili all’élite culturale dominante. Per quanto ci riguarda, se la SI è una cornice che
contribuisce a generare (e a generarsi in) un particolare spazio, allora ci dovremmo
immediatamente domandare quale forma abbiano assunto la produzione e il controllo di
questo spazio in relazione ai processi capitalistici che stanno alla base delle pratiche di SI.
Intorno a questo punto, la letteratura mainstream sulla SI è davvero di scarso aiuto. Si direbbe
che restino ancora una volta valide le considerazioni di David Harvey (1989, p. X):

«troppo frequentemente lo studio dell’urbanizzazione viene separato dallo studio dei cambiamenti
sociali e dallo sviluppo economico, come se questa potesse essere considerata o come un effetto
collaterale, o come un prodotto secondario di più importanti e fondamentali cambiamenti sociali. Le
susseguenti rivoluzioni nelle relazioni spaziali e sociali, nelle abitudini dei consumatori, negli stili di vita
e altro ancora, che hanno caratterizzato la storia capitalista possono – viene qualche volta suggerito –
possono essere compresi senza alcuna profonda investigazione delle radici e della natura dei processi
urbani. Anche se è vero che questo giudizio generalmente viene espresso tacitamente, peccando di
omissione piuttosto che di commissione, il pregiudizio antiurbano presente negli studi macroeconomici
e macrosociali risulta troppo persistente per stare tranquilli. È per questa ragione che sembra
meritevole indagare il ruolo dei processi urbani nella radicale ristrutturazione che si sta sviluppando,
recentemente, nella distribuzione geografica delle attività umane e nelle dinamiche politico- economiche
del mutevole sviluppo geografico».

17
In sostanza, Harvey ci suggerisce di considerare con maggiore attenzione (o di smettere di
far finta di non vedere) i processi di riconfigurazione produttiva dello spazio urbano
riconducibili alla radicale ristrutturazione dei processi produttivi degli ultimi anni. Se siamo
d’accordo a considerare la SI come parte non banale del più complesso mosaico socio-
produttivo proprio dell’attuale società capitalista, allora non possiamo mancare di riflettere
adeguatamente su come il paesaggio fisico e sociale dell’urbanizzazione sia modellato secondo
precisi criteri funzionali ai processi in atto di estrazione di valore. Nonostante si tratti di
un’operazione non semplice – perché i processi di trasformazione urbana sono scossi da
mutamenti sempre più repentini e immateriali che mettono in crisi le nostre capacità
descrittive – alcune notazioni sono possibili. Partendo dall’astratto verso il concreto, ne
possiamo individuare almeno tre.

4.1 Lo spazio generico della Social Innovation


La prima notazione ha a che fare con quello che Harvey definisce «peccato di omissione
piuttosto che di commissione».
Sotto questo riguardo la letteratura mainstream sulla SI relega la spazialità alla dimensione
statica dell’esistenza (cfr. infra, par. 4.2) e riduce le trasformazioni spaziali a uno specchio
capace di riflettere solo il dinamismo delle interazioni sociali. Questa interpretazione si
legittima implicitamente sulla consapevolezza (e sull’acquiescenza, appunto) che le esigenze
dell’accumulazione capitalistica abbiano completamente spogliato lo spazio della sua vitalità
per sostituirlo con una spazialità omogenea e manipolata. Per fare emergere un punto di vista
alternativo, possiamo partire dalla lettura delle opere del Marx “maturo” (il primo volume de
Il Capitale e i Grundrisse) elaborata da Henri Lefebvre (1978). Il sociologo francese inizia il
proprio ragionamento in modo molto tradizionale, considerando lo sviluppo capitalistico
come un processo di astrazione che assorbe l’attività produttiva concreta per trasformarla in
lavoro astratto. Il contributo decisivo che egli aggiunge a questa tesi sta nel riconoscimento
che lo spazio, in quanto supporto essenziale del processo di produzione di valore, si appropria
della dimensione storica della vita umana per confinarla in uno spazio astratto, cioè nello
spazio omogeneo dell’accumulazione capitalista.
La produzione di una trama spaziale conformata alle necessità dell’accumulazione
capitalista implica certamente una serie di pratiche spaziali da questa determinate, ma
introduce anche delle forme di conflitto per l’appropriazione tra gruppi che lottano per
appropriarsi di questi spazi. In chiave storica, Lefebvre (1978, p. 76) riprende la lotta di classe

18
tra la borghesia politicamente vittoriosa che si rivelò capace di “rompere” lo spazio
aristocratico del Marais, nel centro della Parigi storica, integrandolo nella produzione
materiale, installando laboratori nei palazzi sontuosi «degradando e animando alla sua
maniera questo spazio, “popolarizzandolo”» (ibid.).
Identificare oggi i tratti caratteristici di questo spazio astratto non è difficile. Si tratta di
spazi generici (cfr. supra, par. 1) come possono esserlo i vari co-working, i fab lab, gli spin-off,
gli incubatori d’impresa, e come sono astratti e generici tutti i resoconti spaziali della
letteratura mainstream sulla SI. Sotto questo riguardo, la città della SI si ritrova abbastanza a
proprio agio con l’idea di città generica cinicamente descritta venticinque anni fa da Rem
Koolhaas (1995): una città ridotta a «una riflessione sui bisogni e sulle capacità di oggi (…una
città che) è ugualmente interessante e priva d’interesse in ogni sua parte». Non stupisce
quindi che il potere dell’astrazione si concentri in questi spazi attraverso la loro attitudine a
riconfigurare il loro valore d’uso in forme più adatte alle esigenze dello scambio commerciale.
Tutto quello che riusciamo a intravvedere, nelle scarne narrazioni spaziali riguardanti la SI di
cui disponiamo, riguarda la sovrapposizione tra lo spazio concreto della vita quotidiana e lo
spazio astratto della cooperazione produttiva: questi non costituiscono più una dicotomia,
bensì un continuum spazio-temporale tra lavoro astratto e valorizzazione differenziata di ogni
spazio. Rappresentano le due sfaccettature di un medesimo spazio, risultano gerarchicamente
collegate e tendono a presentarsi come difficilmente separabili una dall’altra.
La messa al bando dello spazio nelle riflessioni scientifiche sulla SI finisce per eludere –
come sottolineano in termini generali sia Lefebvre, sia Harvey (cfr. supra) – le caratteristiche
“pratiche” di questo stesso spazio per diventare «una specie di assoluto alla maniera dei
filosofi» (Lefebvre, 1978, p. 109). Ne consegue che – riprendo ancora da Lefebvre (ibid.) –
nell’a-spazialità caratteristica di gran parte delle riflessioni scientifiche, i social innovator
finiscono per coincidere con astrazioni dalla propria presenza, dal proprio corpo. Quello di cui
sentiamo la mancanza, in questo caso, è una riflessione che consideri lo spazio come parte
costituente della morfologia sociale, non come una forma passiva destinata a ricevere quello
che vi si mette dentro. Detto diversamente, non disponiamo di riflessioni che ci aiutino a
capire in che modo, nello spazio astratto della SI, si insediano e si dispongono i desideri e i
bisogni della nuova piccola borghesia intellettuale (di cui assumiamo qui che i social
innovator rappresentino una frazione caratterizzante). Sino a che punto possiamo
considerare questi spazi come una loro “espressione” e quanto, invece, sia loro assegnato da
strategie superiori, uno spazio manipolato?

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4.2 Social Innovation, secondo e terzo circuito del capitale
Il funzionamento di quella che potremmo definire «la madre di tutte le manipolazioni
spaziali» ci è stato efficacemente raccontato quasi quarant’anni fa da Sharon Zukin (1982), nel
suo approfondito studio sui loft newyorkesi. Secondo Zukin i processi di riqualificazione
urbana innescati dagli insediamenti delle nuove classi emergenti “culturalmente agiate”
rappresentano non solo un palcoscenico creativo e uno spazio produttivo delle città
contemporanee, ma anche un terreno soggetto agli interessi delle maggiori forze sociali,
economiche e politiche. Nella sua ricerca Zukin sosteneva che il legame tra l’arte e la
preservazione degli spazi urbani aveva prodotto delle strategie di rivitalizzazione che
introducevano una nuova strategia culturale di accumulazione: il modo artistico di produzione
e suggerivano un importante punto di svolta nella politica economica urbana. Tuttavia, lungi
dall’essere una risposta ai problemi sociali o estetici, il modo artistico di produzione ha
rappresentato un’ulteriore strategia del capitale urbanizzato per creare un particolare clima
favorevole agli investimenti: la riconquista di una porzione di città dismessa da parte della
upper class e degli alti valori immobiliari. Protagonisti involontari del modo artistico di
produzione furono gli artisti che nel secondo dopoguerra avevano iniziato a trasferirsi negli
spazi industriali dismessi della metropoli americana contribuendo alla riqualificazione di
parti derelitte della città . Una volta rivitalizzata l’area, gli artisti sono stati rimpiazzati dalla
borghesia cittadina che riteneva molto “cool” lo stile di vita bohemien degli artisti. In questo
modo interi isolati che costituivano un annoso problema spaziale e sociale si sono trasformati
nel volgere di un paio di decenni in lussuose residenze per le nuove classi emergenti. Questo
fenomeno, che si esteso in tutto il pianeta è considerato oggi sia come un modello di
riqualificazione urbana attraverso le attività culturali, sia come un potente generatore di
gentrification e non potrebbe trovare descrizione più efficace dell’aforisma attribuito a Leo
Castelli, il famoso gallerista che rese celebri gli artisti pop americani: «il mondo dell’arte viene
ricostruito da ogni generazione secondo un nuovo modello. Basta chiederlo a un agente
immobiliare» (Jones, 2007).
Ora, nel leggere le biografie riportate da Carolina Bandinelli (2015, pos. 548), si sarebbe
tentati di dire che il mondo dell’innovazione sociale abbia rimpiazzato quello della classe
creativa (Florida, 2002), senza tuttavia modificarne le logiche di fondo. Miranda, giovane
architetto:

«ha fondato la sua piccola impresa, così piccola che ha una sola dipendente: lei stessa. Si occupa di
sviluppare progetti di design partecipativo in quartieri periferici e non-luoghi di vario genere: un
parchetto dimenticato, una sala per la comunità in una casa popolare, l’aula dove si fanno le riunioni per
gli alcolisti anonimi, un marciapiede che scorre tra i casermoni. “Non volevo che il destino delle persone

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fosse determinato dal posto in cui vivono. Se nasci in un quartiere popolare orribile, e hai intorno cose
orribili, come puoi essere una persona costruttiva? Positiva?».

Miranda vive e lavora a Londra, in Hoxton Square, nel Borough of Hackney, «uno dei
quartieri più hipsterizzati di Londra» (ibid.), beve «succo di banana e kiwi, la cui etichetta
giura di non contenere conservanti e additivi di alcun genere» (ibid.) ed è vestita con «un
maglione largo e colorato, dei jeans strettissimi arrotolati appena sopra la caviglia e un paio di
scarpe stringate» (ibid.). Miranda è parte di quella élite di social innovators che hanno
idealmente risposto all’appello lanciato il 4 novembre 2010 dall’allora primo ministro inglese,
David Cameron che annunciò pubblicamente il progetto di trasformare l’East End di Londra in
un incubatore tecnologico in grado di rivaleggiare con la Silicon Valley. Nel suo discorso,
Cameron immaginava «un hub che si estendeva da Shoreditch e Old Street fino al Parco
Olimpico» (Rayner, 2018), e citava le tesi di Richard Florida, secondo le quali i giovani creativi
si sarebbero raggruppati in zone con un’alta qualità di vita e vivacità culturale. In realtà , i
commentatori del mondo dell’arte (ibid.) tendono a datare la rinascita di Hoxton a prima: al
periodo “creativo”, quando nel 1993 il 22enne gallerista Joshua Compston mise in scena la sua
prima Fete Worse Worse Than Death, una sorta di fiera paesana. All’inaugurazione della Fete,
l’artista Damien Hirst, capofila del gruppo dei Young British Artists, vestito da clown faceva
pagare ai partecipanti 1 sterlina per fare un esperimento di pittura e 50 centesimi per
guardare il suo pene, che per l’occasione era stato dipinto a colori. Prima di allora, Hoxton a la
zona di Shoreditch erano – nei ricordi del novantenne bassista di jazz Peter Ind, che nel 1984
aveva aperto il Bass Clef Club in Hoxton Square – «molto accidentati: qualcuno è stato ucciso
dietro l’angolo, le auto in sosta erano puntualmente saccheggiate. Mi ricordava i vari club di
New York City quando ci vivevo negli anni ‘50. Molti erano anche davvero modesti, se non
addirittura ruvidi» (ibid.). Nel 2016, Knight Frank Global Property ha riferito che gli affitti degli
uffici di Shoreditch erano aumentati del 24% rispetto all’anno precedente, e nel 2017
Shoreditch era diventato il quartiere tecnologico più costoso del mondo, con affitti
mediamente di 64,60 sterline (quasi 80 euro) per metro quadrato. Si tratta di valori più alti
del Mid-Market district di San Francisco e quasi il doppio di quelli di una zona equivalente di
Brooklyn. Secondo il quotidiano laburista The Guardian (ibid.), già alla data dei giochi olimpici
del 2012, Hoxton non sembrava più un quartiere artistico e a basso costo, ma una esclusiva
start-up tecnologica. Nel 2014 il produttore di musica ed eventi Elliott Jack, insediatosi in
Hoxton Square dal 2002, ha realizzato che la trasformazione del quartiere stava mettendo
sotto pressione il suo piccolo ufficio: «quando ho lasciato Hoxton, era pieno di startup
tecnologiche che stavano facendo salire gli affitti in modo esorbitante. A un certo punto il

21
nostro padrone di casa non ci ha più rinnovato l’affitto, ha ristrutturato l’edificio, ha affittato a
tecnici che lavorano per Facebook o in start-up operanti nel campo dell’intelligenza artificiale
e delle scienze della vita che pagano un affitto doppio rispetto a quanto pagavamo noi» (ibid.).
Secondo Knight Frank Global Property, nonostante i possibili impatti della Brexit, i padroni di
casa della zona est di Londra possono comunque aspettarsi che le entrate dei loro uffici
aumentino di un altro 11,4% nei prossimi tre anni.
Questi i dati. A questo punto, se ci venisse il desiderio di intraprendere una analisi che non
si limitasse alle apparenze, potremo allora partire dal considerare che i “quartieri innovativi”
rappresentano certamente un palcoscenico stimolante e uno spazio produttivo funzionale agli
stili di vita della piccola borghesia intellettuale emergente, dedita all’innovazione sociale.
Tutto ciò non dovrebbe però distoglierci eccessivamente dal fatto che, come abbiamo già
scritto (cfr. supra), questi stessi spazi rappresentano un terreno soggetto agli interessi delle
forze sociali, economiche e politiche egemoni (Zukin, 1982). Con la dovuta attenzione,
possiamo osservare che è attraverso lo studio delle relazioni che si costruiscono su questo
terreno che possiamo comprendere in che modo si articola il conflitto sotterraneo per la
promozione, lo sviluppo e il controllo dello spazio urbano. Così considerata, la presunta
centralità degli innovatori sociali passa necessariamente in secondo piano, così come a suo
tempo era stato per i “creativi” (Borelli, 2009): essi, agendo come ignave pedine della
competizione urbana, finiscono per divenire dei surrogati di interessi situati ben oltre il
proprio campo d’azione.
Miranda vive e lavora in uno spazio totalmente impregnato dalle logiche neoliberali e
gentrificatorie dell’accumulazione capitalista, ma «approccia il problema dell’ineguaglianza
strutturale della società neoliberale agendo in un determinato (altro) quartiere, in una certa
(altra) scuola, con un certo (altro) gruppo di persone» (Bandinelli, 2015, pos. 567, testo in
parentesi aggiunto). Seguendo le intuizioni di Brooks (2000) sui Bobo, Miranda «è la
contraddizione riconciliata: denaro e coscienza sociale, spirito critico ed edonismo (…
Miranda) combina la controcultura degli anni Sessanta e lo yuppismo degli anni Ottanta in un
unico ethos sociale».
Se il modo di produzione innovativo ci appare ben allineato con il modo di produzione
artistico descritto da Zukin (1982), rileviamo che entrambi sono debitori a Lefebvre (1978,
pp. 323-324) che, attraverso la precedente definizione di momento urbano (Lefebvre, 1973)
aveva ben colto, quasi cinquanta anni fa, le caratteristiche di questo modo di produzione:

22
«il settore ‘immobiliare (insieme all’edilizia) cessa di essere un circuito secondario, un ramo aggiunto e
per molto tempo arretrato del capitalismo industriale, e passa in primo piano (...) il capitalismo ha preso
possesso del suolo, lo ha mobilitato, e il settore tende a diventare centrale»

In Lefebvre si fa strada l’idea di un ‘secondo circuito’ del capitale, distinto da quello


teorizzato da Marx, che attraverso il real estate costituisce un circuito separato. Sostenendo il
concetto che gli investimenti nel settore immobiliare spingono le politiche di crescita delle
città in modi assai specifici, Lefebvre suggerisce che gli investimenti immobiliari non sono
(solo) un caso particolare di trasformazione dello spazio – una derivata del circuito primario –
ma un processo di riproduzione nel quale le attività sociali non riguardano solo le interazioni
tra gli individui ma anche tra gli spazi. Lefebvre ha compreso che le attività di real estate
rappresentano una tipologia di investimento concorrente con altre nelle decisioni di
allocazione di capitale da parte degli investitori. Egli ha teorizzato in questo modo due aspetti:
in primo luogo che il mercato immobiliare è a tutti gli effetti parte integrante del più vasto
mercato dei capitali e, in secondo luogo, che il settore del real estate, contrariamente alle
attività industriali e commerciali, non necessita della combinazione dei fattori di produzione
in una struttura. Successivamente, Harvey (1989), ha meglio precisato questo aspetto,
arrivando a riconoscere tre distinti circuiti del capitale. Al tradizionale circuito legato ai
processi produttivi e al circuito secondario rappresentato dagli investimenti immobiliari,
Harvey ha aggiunto un terzo circuito costituito dagli investimenti relativi all’innovazione
tecnologica e alle sue infrastrutture. L’insorgenza del secondo e del terzo circuito del capitale
si giustifica, secondo Hervey nella necessità del sistema capitalista di trovare delle soluzioni al
cronico problema della sovraccumulazione prodotto dal primo circuito. In altri termini, il
secondo e il terzo circuito del capitale rappresentano delle soluzioni fattibili (anche se
temporanee) per risolvere il problema costituito dall’eccessivo accumulo di capitale in
relazione alle possibilità di un suo riutilizzo profittevole all’interno del primo circuito. In
questo modo, come il secondo circuito mette a profitto la distinzione spaziale dei social
innovator emergenti, parimenti il terzo circuito del capitale – poiché comprende gli
investimenti in tecnologia e in innovazione, insieme a un ampio ventaglio di spese sociali –
pone delle condizioni alle pratiche di SI. Si tratta, in quest’ultimo circuito, di un settore che
dovrebbe essere in buona parte mediato dallo stato attraverso le politiche per l’innovazione
tecnologica e il welfare. Tuttavia, il crescente consenso raccolto dalle forme di partnership
pubblico-privato e di privatizzazione dei servizi pubblici in nome di una maggiore efficienza,
rappresenta un indicatore abbastanza evidente della tendenza a delegare al terzo circuito del
capitale – e quindi alle logiche di mercato – servizi precedentemente erogati dal settore

23
pubblico. Seguendo Bandinelli (2015), il cambiamento che guida l’azione degli innovatori
sociali si configurerebbe come un’azione persuasiva che, invece di opporsi alle logiche
dell’economia neoliberale cerca di ridefinirle sostituendone i contenuti, ma lasciandone
inalterata la struttura. Così «l’economia imprenditoriale e competitiva viene accettata, purché
sia dirottata verso obiettivi sociali, e la traduzione della sfera sociale in indicatori economici è
auspicabile, se tali indicatori servono a misurare e dare valore a azioni con impatto positivo»
(ibid., pos. 599-605).
In buona sostanza, la nuova piccola borghesia intellettuale a cui i social innovator
appartengono si autorappresenta come prospera ma non avida, in grado di soddisfare le
aspettative più tradizionaliste senza tuttavia apparire conformista e il suo motto potrebbe ben
essere: «gli affari non sono fatti per fare soldi, ma per fare qualcosa che ami: la vita dovrebbe
essere un hobby esteso». Il desiderio di lavorare in attività e in luoghi cool come loro stessi
ritengono di essere, li incanala in scelte spaziali il cui esito finale sono i processi predatori che
la produzione di rendita immobiliare mette inesorabilmente in atto. Hoxton Square e
Shoreditch sono l’esempio perfetto di trasformazioni urbane sideralmente lontane dalle
comunità locali ideali che aveva in mente Jane Jacobs (1961) – costituite da un fitto tessuto di
interazioni, incentivate da uno spontaneo pot-purri urbano fatto di edifici, cortili, strade, vicoli
e di attività sociali ed economiche che in questi spazi avevano luogo. Sembrano piuttosto, al di
là delle apparenze superficiali, una via di mezzo tra parchi tecnologici e Common Interest
Development (CID), in cui gli spazi lavorativi/abitativi e quelli pubblici sono pianificati nei
minimi dettagli e completamente privatizzati12. Il ground zero della gentrification, per usare
l’efficace metafora coniata da Alex Rayner (2018)
4.3. Il coworking del General Intellect
La terza e ultima notazione riguarda la dimensione micro di queste trasformazioni: il luogo
di lavoro. Secondo l’analisi critica di Antonio Negri (2018), oggi la metropoli si relaziona alla
moltitudine come una volta la fabbrica lo faceva rispetto alla classe operaia. Ciò porta a
considerare gli stili di vita degli innovatori sociali in modo più approfondito, considerando
attentamente le trasformazioni che negli ultimi anni hanno interessato il lavoro vivo, il
capitale fisso e il luogo di lavoro. Addentrandoci più all’interno delle questioni che abbiamo
12
Nel novembre 2016, Mark Wilson, CEO di Aviva, ha dichiarato a una rivista specializzata di marketing:
«credo che ora possediamo circa metà Hoxton Square». Aviva ha acquistato gli edifici al 28-30 e al 43-44 di
Hoxton Square, il 31-37 di Hoxton Street all’angolo nord-est, un edificio per uffici da 8,5 milioni di sterline
all’angolo sud-est, un altro edificio per magazzini con permesso di costruire uffici nella vicina Coronet
Street, e il 33-35 in Hoxton Street. Quest’ultimo ospita un incubatore di start-up per il personale Aviva e di
alcune aziende indipendenti. Aviva lo chiama Digital Garage, ed è il primo passo del progetto dell’azienda
per la costruzione di un campus tecnologico aziendale simile all’hub di Amazon a Seattle o alle acquisizioni
di Google a Chelsea in New York City (Rayner, 2018).
24
sollevato nei due paragrafi precedenti (cfr. supra 4.1 e 4.2), ci approssimiamo al “concreto”
dello spazio della SI e siamo portati a osservare che una parte non trascurabile di queste
relazioni avviene all’interno di ambienti che integrano in maniera indefinita la vita lavorativa
e la vita quotidiana, il lavoro produttivo e il tempo libero, gli spazi di lavoro e gli spazi di
ricreazione. Lungo questa prospettiva le differenze tra abitazione e luogo di lavoro tendono a
farsi più sfumate: vivere e lavorare si intrecciano in una inedita forma di produzione di valore.
Se «abitare la casa» o «abitare il posto di lavoro» sono divenuti concetti che tendono non più a
una netta separazione di natura fordista o alle quattro funzioni santificate dal movimento
moderno – lavorare, abitare, spostarsi e ricrearsi –, ma spingono verso la produzione di spazi
polifunzionali adatti a ospitare stili di vita sempre più relazionati alla produzione di valore,
allora il concetto di abitazione diviene indeterminato e polisemico. Tutto è “casa”. Scrive Negri
(2015):

«quando consideriamo l’abitazione dal punto di vista soggettivo – attraverso la digitalizzazione della
società e l’informatizzazione della città – è possibile lavorare a casa in una situazione in cui gli elementi
architettonici e le reti comunicative sono innestati nel tessuto della stessa abitazione. Se la città ha mille
tempi, mille temporalità diverse che hanno a che fare con il lavoro, ciò è dovuto non semplicemente a
precarietà e mobilità della forza-lavoro ma alla penetrazione materiale del comunicare nelle abitazioni
ed al singolarizzarsi in esse. Il General Intellect abita, ha trovato casa. Ma è una dimora miserabile (…)
Analizzare gli scarti prodottisi fra il vecchio posto di lavoro in fabbrica e una situazione nella quale
l’abitazione diventa l’“involucro” del nuovo posto di lavoro significa interrogare le forme di vita
contemporanee – se è vero che la produzione è ormai legata interamente alle forme di vita».

Lungo questa prospettiva, le attitudini lavorative degli innovatori sociali producono lo


spazio astratto – non più esclusivamente lavorativo o abitativo, non più totalmente privato o
collettivo – funzionale a una nuova idea di capitalismo personale o di versioni alternative del
capitalismo cooperativo. Questa tensione mette in primo piano la produzione di spazi di
lavoro (i vari coworking, fab lab, spin-off, etc.) funzionali al nuovo modo di produzione
cognitivo, ma riduce le relazioni spaziali a semplici funzioni delle nuove forme di produzione
reticolare e cognitiva nelle quali la vita quotidiana è parte integrante del sistema di
produzione.
La straordinaria crescita degli spazi collettivi destinati alle attività lavorative caratteristica
dell’ultimo decennio è la testimonianza della tendenza alla ri-territorializzazione fisica delle
pratiche di lavoro “nomadi”: parafrasando Negri (2015), potremmo dire che «la fabbrica si è
trasferita nel coworking». Nel momento in cui il coworking si trasforma nell’involucro del
nuovo posto di lavoro, la cui funzione è incentivare pratiche spaziali tra soggetti diversi che
partecipano a un flusso di cooperazione lavorativa, ciò avviene con importanti conseguenze
che interessano il modo in cui si lavora perché «perché ormai non si lavora più su indicazioni

25
precise e determinazioni seriali, ma piuttosto dentro un certo ambito di libertà,
una costituenza di vita e di lavoro, un dispositivo di progettualità autonoma» (ibid.).
L’autonomia a cui si riferisce Negri si sviluppa nell’ambito di una cooperazione astratta che è
profondamente diversa dalla contiguità fisica che vigeva nella fabbrica: «sulla contiguità fisica
il padrone poteva esercitare disciplina, sulla cooperazione astratta può al massimo esercitare
controllo» (ibid.). La metropoli odierna dei coworking è un modello di urbanizzazione
radicalmente differente sia dal regime della grande fabbrica, sia dai successivi modelli
distrettuali: è una realtà nella quale le logiche di accumulazione e di produzione di valore
sono costruite intorno a pratiche di cooperazione produttiva della forza-lavoro disseminata
sul territorio. Per queste ragioni, l’ottimismo comunitario del coworking non ci sembra
sufficiente per occultare la natura ipercompetitiva e socialmente frammentata del nostro
periodo storico. Non è tutto oro ciò che luccica: così Rebekah Campbell (2014) descrive la
propria esperienza di coworker in New York:

«tutto sembrava semplice, e all’inizio il posto sembrava un’utopia. Eravamo nel cuore della comunità
tecnologica di New York, circondati da persone funky che progettavano prodotti che potevano cambiare
il mondo. Tutti sembravano ambiziosi e si divertivano molto. Le scrivanie erano disposte in lunghe file
l’una di fronte all’altra con i punti di alimentazione al centro. Lo spazio aveva un lato tranquillo (non si
parlava) e un lato rumoroso dove i gruppi potevano sedersi e conversare. Abbiamo deciso di lavorare
sul lato tranquillo e di usare una sala riunioni quando avevamo bisogno di parlare. Parte dell’attrattiva
dello spazio di coworking risiedeva nella speranza di incontrare team imprenditoriali dai quali si potesse
imparare. Ma per la maggior parte, gli altri coworker erano aspiranti senza un reale interesse per le
attività imprenditoriali. Erano lì più per l’atmosfera del luogo che per il lavoro che si svolgeva. Le
persone mi contattavano chiedendomi se potevano collaborare con noi – anche quando non c’era una
ragione per farlo. L’essere nella stessa “comunità ” era un invito implicito per chiunque a interrompere il
nostro lavoro, per proporci un’idea o per chiedere consigli. Molti di questi progetti erano stravaganti o
peggio, ma hanno dato ai loro proprietari la possibilità di inseguire il sogno di una start-up per un paio
di mesi prima di tornare alla vita aziendale (…) C’erano più di duecento aziende che operavano dal
nostro spazio di coworking e alcune di quelle più serie hanno sfruttato a loro vantaggio la stretta
collaborazione con la comunità . Conoscevo almeno altre tre start-up che stavano anche loro costruendo
motori di raccomandazione per gli acquisti in loco, e i membri del loro team invitavano sempre i membri
del nostro gruppo a pranzo. Il mio punto di rottura è arrivato quando un concorrente ha cercato di
allettare uno dei nostri ingegneri con un’offerta di lavoro più redditizia. A quel punto, ci siamo
trasferiti».

L’esperienza di Campbell ci aiuta a comprendere che, oltre le sharing rhetorics, l’etica dei
lavoratori freelance è ben più affine alla nuova borghesia intellettuale che non alla moderna
classe operaia industriale: il mobbing ha sostituito la lotta di classe. Lungo questa prospettiva.
lo spazio del coworking opera come un dispositivo assoggettato alla «potente forza biopolitica
di un sistema che, per il riconoscimento sociale, fa leva tanto sulla passione e tanto sulla
freddezza, in un contesto fatto di limitata sindacalizzazione e politicizzazione e pochissima
auto-riflessività » (Gandini, 2015). Bauman (2018, pp. XXII-XXIII) ha colto molto bene questa

26
attitudine, propria di un sistema sociale sempre più inadatto a di collegare il perfezionamento
individuale a quello sociale:

«ciascun individuo si trova costretto a cercarsi o a costituirsi soluzioni individuali ai problemi prodotti
dalla società , e poi a metterle in pratica, sulla base del proprio intelletto e delle proprie risorse
individuali. L’obiettivo non è più una società migliore (non essendoci speranze concrete per
migliorarla), ma il miglioramento della propria posizione individuale nell’ambito di quella società
sostanzialmente e sicuramente impossibile da correggere. Al posto di premi comuni per gli sforzi
collettivi di riforma sociale, rimaneva solo un bottino da conquistare a scapito dei concorrenti».

Ciò che manca è una riflessione approfondita da parte dei soggetti coinvolti nell’apparente
successo del coworking – i ricercatori, i politici, gli investitori privati, i coworker stessi – che si
dimostri realmente intenzionata a intraprendere un’analisi critica della cosiddetta economia
della condivisione e a considerare le contraddizioni interne che le retoriche del tipo:
«lavorerai e vivrai in una rete di persone come te» abilmente occultano. L’impressione è che
dietro l’ottimismo comunitario delle sharing rhetorics si nasconda la nuda realtà di una società
sempre più frammentata e un individualismo dilagante, un mondo socioeconomico di
crescente solitudine, isolamento e disuguaglianza. Qualcosa di molto simile a ciò che per
Sherry Turkle (2012) equivale a: “stare insieme da soli”.

5. Are social innovators the masters of their own subjectivity or are they the fly
coachman of predatory capitalism?

Occuparsi attivamente di SI dovrebbe significare impegnarsi in processi di trasformazione


sociale dedicati al raggiungimento di una società migliore. Nonostante il termine “migliore”
sia assolutamente indeterminato e preda delle più disparate interpretazioni soggettive,
possiamo comunque convenire sul fatto che un’attività per la quale valga sicuramente la pena
impegnarsi sia quella che permette a ciascuno di noi di realizzare appieno la propria
soggettività . Una via possibile per approssimare questo obiettivo è immaginare che il
percorso per realizzare una società migliore debba avvenire a livello individuale e attraverso
degli stili di vita e dei valori che contrastino l’alienazione, lo sfruttamento e la monotonia
mortifera somministratici dal capitalismo neoliberista. Ora, se né lo stato, né il libero mercato
sono ritenuti in grado operare efficacemente nei confronti di un obiettivo di così vasta
magnitudine, allora il progetto di realizzare la felicità umana attraverso la realizzazione di una
società richiede necessariamente altre forme organizzative e altre strategie d’azione. Posta la
questione così in termini generali, la SI è parte di queste forme e strategie.

27
Sino a qui la visione mainstream e quella radicale della SI coincidono abbastanza. Le strade
divergono immediatamente quando si prendono in considerazione i percorsi praticabili per
«contrastare l’alienazione, lo sfruttamento e la monotonia mortifera somministratici dal
capitalismo neoliberista». I teorici mainstream, come abbiamo visto – pur tra mille distinzioni
(cfr supra, par. 1) – assumono nei confronti del capitalismo una posizione “riformista”: il
capitalismo può essere “socializzato dall’interno”, ovvero adottando un approccio capitalista
per riformare il capitalismo stesso: una via di mezzo tra il TINA di Margareth Thatcher e il
fight fire with fire. Per la critica radicale questa posizione è impraticabile perché il sistema
capitalista pone in opera (e rinnova continuamente) dei vincoli – politici, economici, giuridici,
tecnologici, sociali – che operano come dei dispositivi per rimuovere le pressioni antagoniste
e/o per favorire determinati gruppi di potere. Una pratica radicale dalla SI non può
prescindere dal contrastare questo sistema.
Si tratta di posizioni inconciliabili che aprono delle contraddizioni profonde e numerose.
Una via suggerita da Mao Tse Tung (1977, pp. 233-237 ed. or., 1937), secondo cui, nello studio
di qualsiasi processo complesso che contenga più di due contraddizioni, è necessario ricercare
la contraddizione principale. Determinata questa, è poi più agevole affrontare i problemi. Nel
caso della SI la contraddizione principale potrebbe non essere, come sembrerebbe a prima
vista, la contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio nelle pratiche sociali. Se
prendiamo per vera la natura individualista e antisistemica della SI, allora la contraddizione
principale nelle pratiche di SI è quella individuata da Gandini (2015, cfr. supra): la scarsa auto-
riflessività dei social innovator. Un possibile punto di attracco potrebbe essere quello di
occuparci maggiormente del quotidiano dei social innovator avendo ben chiaro in mente che
occuparci del loro quotidiano significa fornire le basi per un reale processo di innovazione
sociale. Tuttavia, la vita quotidiana dei social innovator, così come l’abbiamo conosciuta attraverso
le biografie che abbiamo letto, è talmente assorbita, sottoposta e subordinata agli imperativi
economici al punto da soccombere sotto le leggi dello scambio. Non ci stupisce affatto che tale
quotidianità vada di pari passo con la proliferazione di quartieri gentrificati, con l’enorme successo
della (falsa) ideologia della condivisione, con la ricerca dello “straordinario”, con la (apparente)
trasgressione delle regole.
Il problema che potrebbe apparirci evidente nella contraddizione tra il vivere nel quartiere
popolato da hipster borghesi e creativi e l’occuparsi del «parchetto dimenticato, dell’aula dove si
fanno le riunioni per gli alcolisti anonimi, (del) marciapiede che scorre tra i casermoni» (Bandinelli,
2015, cfr. supra) si presta a non essere ridotto alla manifestazione di una soggettività
compassionevole o, nel peggiore dei casi, ipocrita. Può altrettanto bene prestarsi a rappresentare

28
un’intensa esperienza nella propria vita quotidiana, al punto di offrire la possibilità di una critica del
quotidiano stesso. Il parchetto dimenticato, l’aula dove si fanno le riunioni per gli alcolisti anonimi,
il marciapiede che scorre tra i casermoni possono rappresentare delle esperienze relative a forti
sensazioni, infrangere il continuum mercificato del proprio presente e generare le premesse per una
vita quotidiana diversa. Il compito della SI che auspichiamo è dare impulso a tutti quei movimenti
di utenti o di cittadini che non hanno ancora trovato né un’espressione né un linguaggio propri, e
molto spesso sono rinchiusi all’interno di ambiti (sociali, spaziali, culturali) talmente ristretti che
sfugge loro il significato politico delle proprie azioni. Un approccio radicale alla SI ci porta a
considerare che una società che si intende trasformare in direzione del socialismo non può
coesistere né con il potere restrittivo del capitalismo che, eretto al di sopra della società intera,
imprigiona e fagocita la spontaneità delle pratiche sociali, né con la mercificazione dello spazio che
esso costruisce a propria misura e utilità. In termini lefebvriani, potremmo concludere affermando
che un progetto di SI o coincide con un progetto totale di vita o non è altro che una delle molteplici
dimensioni esistenziali corrotta dai sistemi egemoni.

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