Sei sulla pagina 1di 14

SPINOZA

Racconto di Via del mercato


Singer crea una trama tra la vita da lui immaginata e quella di Spinoza.
Nasce nello stesso anno di pubblicazione di Galilei del trattato sui massimi sistemi del mondo, la sua
famiglia viene dalla Spagna.
Subito considerato mente sveglia, nel 1639 inizia gli studi nella comunità giudaica di Amsterdam studiando
l’antico testamento classi su scrittura del giudaico fino all’interpretazione biblica.
È anche il momento di Descartes.
Uriel da costa nega l’immortalità dell’anima scomunicato ma poi decide di accostarvisi e per essere
riammesso deve rinnegare ciò che ha detto esasperato torna a casa e si uccide ciò colpisce Spinoza.
Da ciò matura il suo distacco dalla comunità trova ulteriore maestro in Franciscus Van den Enden
cacciato dai gesuiti per le sue idee repubblicane tanto che finirà impiccato per congiura contro il re sole.
Nella scuola che istituisce si iscrive Spinoza e inizia anche a darvi ripetizioni, finisce poi a gestire l’attività del
padre.
Anche a causa del maestro deve rispondere al tribunale della sua comunità 1656 espulso a vita dalla sua
comunità.
Avrà contatti con varie declinazioni della fede cristiana e continuerà la collaborazione con la scuola di Van
den Enden, dove per altro recita delle opere messe in scena in questa scuola.
Per vivere lavora come tornitore di lenti (è il secolo dell’ottica); negli stessi anni approfondisce conoscenze
scientifiche in particolar modo su Cartesio.
1658 pubblica il “trattato sull'emendazione dell'intelletto”.
Si sposta da Amsterdam, pubblica nel 1563 le sue riflessioni su Cartesio, “principi di filosofia cartesiana”.
1675 trattato teologico – politico.

29/04/20
Il contesto
Idea di Nietzsche di filosofia come maggior espansione del concetto di storia un pensiero prende forma
dal cotesto dove nasce.
Prima parte del trattato teologico di Spinoza mira a mostrare l‘importanza di vedere il testo biblico in
relazione alla sua storia.
L’importanza del contesto aumenta per la filosofia politica considerando che molti testi di tale ambito
nascono come risposta al contesto.
Inoltre, i concetti cambiano e variano in base al contesto.
Nasce nel 1632 ad Amsterdam in un contesto: le province unite erano in corso di indipendenza, quelle nord
erano calviniste, a sud si aveva maggioranza cattolica. Le province del nord avevano dichiarato la loro
indipendenza già da inizio ‘600 seppur il conflitto si riapra nel 1618 con la Guerra dei trent’anni si ha
definita indipendenza con Westfalia nel 1648.
Internamente le 7 province avevano ciascuna un loro governo e un’assemblea generale con un reggente
che finisce per stare nelle mani della classe nobiliare olandese che vuole dare ereditarietà a tale carica si
oppongono dei repubblicani guidati da De Ligt (controlla).
Equilibrio creatosi si spezza con l’invasione francese che riporta gli Orange al poterede ligt si salva ma
viene ucciso dalla folla.
Da ciò Spinoza viene sconvolto, si dice abbia preparato un cartello con scritto “ultimi dei barbari” da
affiggere.
È tuttavia secolo d’oro dei Paesi Bassi, anche per la tolleranza religiosa, fino a delle guerre sfortunate contro
l’Inghilterra a seguito delle quali perde il suo potere commerciale.
Si può nominare a livello di pensiero Grozio e Descartes che si trasferisce nei Paesi Bassi per pubblicare
liberamente.
Nell’arte si hanno invece Rembrandt e Verner.
È un’epoca di grandissima vivacità in moltissimi campi sa scientifici che di pensiero.
A livello economico si ha ad Amsterdam la più grande banca d’Europa, le compagnie delle Indie e colonie in
America del nord.
Tale prosperità rafforza l’indipendenza dei Paesi Bassi.
La persecuzione
Comunità e sette calviniste contro i cattolici ortodossi.
Sempre più insistente il voler usare il potere politico per difendere e fa valere la posizione calvinista.
Si ha da un lato l’invito ad esporsi a livello di pensiero, dall’altro il fatto dell’intolleranza e del clima di
persecuzione in cui ci si trova.
Strauss ragiona sui due livelli di un testo filosofico leggibile in due modi e due livelli di interioritàsi collega
al comportamento che i filosofi assumono in momenti del genere come quello della libertà ma con
persecuzione.
È lo stesso Spinoza ad utilizzare come stemma sul suo epistolario il disegno di una rosa con scritto “caute
“(cautamente), suo motto ma più in generale dovuto al clima in cui scriveva e al suo considerare come
legittimo l’utilizzo dello stratagemma nello scrivere e nel farsi largo in una realtà in cui mascherarsi tornava
utile.

04/05/20
Spinoza è un escluso dal suo contesto sua vita è poco eclatante e molte sue opere sono inconcluse: è
una vita composta eppure è stata esecrata in vita e poi per secoli successivi.
Visto come nel futuro non come un avversario di pensiero ma come un empio da rifiutare elemento
principale è la sua scomunica del ’56 dalla comunità ebraica il documento si conclude con l’avvertimento
di stare lontano e non parlare con Spinoza.
Accusato di ateismo: avviene nella sua vita e ne abbiamo testimonianza da una lettera di un suo ex-
discepololo critica nel suo credere che la sua interpretazione delle sacre scritture sia quella corretta, lo
chiama eretico e gli consiglia di riappacificarsi con la Chiesa.
Critica soprattutto che Spinoza toglierebbe all’uomo il libero arbitrio rendendolo così simile alle bestie
ricorrente nelle condanne del pensiero spinoziano a partire dal ‘600.
Spinoza rispondeosserva come l’allievo sia membro e propugnatore della chiesa romana.
Pierre Bayle dedica una parte del suo “Dizionario storico e critico” a Spinoza lo definisce come ateo di
sistema:
 Il dio spinoziano ha un’infinità di attributi, tra cui estensione e pensiero, ed è causa di tutte le
cose ma non differisce da esse;
 Se dio è esteso, vuol dire ridurlo alla materia, soggetto di tutte le corruzioni e perciò
incompatibile con la perfezione e immutabilità di Dio;
Ciò che i pensatori del tempo percepiscono è che Spinoza sia un materialistaciò equivale al fare di lui un
pensatore che non riesce a rendere conto dell’immutabilità di Dio e perciò fa di lui un ateo egli nega così
la creazione e la differenza tra creatore e creature: per questo il sistema spinoziano è un sistema di
ateismo.

“TRATTATO TEOLOGICO – POLITICO”


Nel suo trattato teologico conosce benissimo i rischi di tale testo ci dice le cause del suo scrivere
nell’introduzione: ovvero la degenerazione dalla religione in superstizione dovuta alla paura sia delle forze
naturali che umane.
La via per il rimedio passa per la distinzione di due piani di conoscenza (nell’etica saranno tre):
 Conoscenza rivelata
 Conoscenza naturale e ricavabile dall’uomo
Queste due non si contraddicono ma vanno a pari passo approdo di ciò è la liberazione totale della
ricerca individualeregola fondamentale della società è che solo gli atti e mai i pensieri possono essere
perseguiti.
Nel trattato parla del rapporto chiesa-stato, dell’interpretazione delle scritture, si pone a fianco ai
repubblicani ecc. reagisce al contesto storico – politico.
Sappiamo che quando inizia a scriverlo era al quarto capitolo dell’Etica in cui si parlava delle passioni e del
loro potere, doveva poi parlare della libertà umana rispetto a tali passioniperciò pensa che essa possa
essere aiutata da delle situazioni civili e correlata allo stesso tempo al pregiudizio religioso che porta allo
spauracchio della vita eterna e a comportarsi a modo.
Vi è un dialogo serrato con l’Etica sebbene sia più coinvolto nel trattato.
Esigenze che guidano il trattato:
 Indagare l’immaginazione religiosa: porta pregiudizi ma è necessaria alla mente serve un’analisi
del potere della ragione come eventuale fonte di libertà;
 Esercizio della ragione e quindi l’ottenimento della libertà è difficile perciò serve cercare le
situazioni esterne più idonee a ciò
 Considerando che la libertà è minacciata dalla superstizione serve mostrare le modalità del
raggiungimento della pace e dell’ordine
Fatto ciò potrà tornare al capitolo quinto dell’etica serve un’analisi più concreta che è quello che fa qui.
È immerso nell’urgenza di riforma della filosofia per eliminare il pregiudizio teologico cosiccome lo scontro
temporale-spirituale.
Il trattato non è un manifesto del partito repubblicano e Spinoza non si identifica con esso, né con i
filosofi/scienziati e neppure con i teologi la sua è una libertà da costruire da zero per arrivare a una
religione vera e alla conoscenza razionale.
Sarà Hegel a rivalutare per primo Spinoza dicendo che filosofare è “spinozare”.

Obiettivi del trattato guardiamo la lettera XXX a Oldenburg in cui Spinoza dà notizia della composizione
del trattato e degli obiettivi di essa:
 Denunciare i pregiudizi dei teologi
 Difendere la libertà di parola messa sotto torchio da chi porta avanti posizioni religiose
 Difesa dall’accusa di ateismo
Corti d’Olanda colpirono l’opera di censura ma ciò non impedì la sua grande circolazione.
Prefazione
Termine stato nell’originale latino è res pubblica: Boudin sancì tale termine per riferirsi allo stato
moderno.
Testo inizia con citazione al Nuovo Testamento Dio ci ha dato il suo spirito ovvero a carità.
Lettera a pag 1518parla del passaggio di Giovanni volendo mostrare che a distinguere i cristiani è un
genere di vita, cosa che la religione vera deve formare segno unico della vera fede è la carità come
Giovanni dice.
In essa vuole indagare l’origine della superstizione la rifà alla nascita di paura e speranza che
coinvolgono tutti gli uomini soprattutto il volgo.
Paura e speranza sono passioni particolari perché rivolti ai beni incerti della fortuna hanno a che fare col
futuro (paura fondamentale anche per Hobbes) Spinoza critica la paura come passione ostile alla ragione,
mente Hobbes vede tra le due un’alleanza in quanto una attua ciò che l’altra suggerisce cioè l’uscita dallo
stato di natura.

05/05/20
Vuole interrogarsi sull’origine della superstizioneper capire il ragionamento ci si può rivolgere all’Etica
nella parte III, proposizione 50 si trova una riflessione sulla genesi della superstizione.
Terza parte dedicata agli affettiprospettiva scientifica nell’esaminare la natura e potenza degli affetti: per
questo quasi tutti i filosofi di morale vengono criticati per cui l’uomo avrebbe dominio sui propri affetti.
L’uomo non lo avrebbe perché corrotto dal peccato o da altri elementi.
Falsa convinzione di possibile controllo assoluto sugli affettiper Spinoza la natura affettiva è differente e
nessuno ha saputo determinare natura e potere si deve inaugurare un nuovo metodo di indagine degli
affetti: questo avviene nella terza parte dell’Etica.
Dei 48 affetti che considera solo 3 sono fondamentali e sono gioia, tristezza e desiderioda essi ricava
tutti gli altri per limitazione reciproca e successione tra loro.
In realtà si può dire che il desiderio è il principale in quanto spinge costantemente l’uomo verso il futuro; se
questo non può espandersi può ritorcersi verso sé stesso quindi verso la tristezza oppure può stabilizzarsi in
letizia, in gioia da tale moto risultano tutti gli altri affetti.
Gille Deleuze dedica a Spinoza molte pagine.
Speranza e Paura: caratterizzate dall’incertezza verso il futuro, perciò sono tra le passioni più violente. A
loro Spinoza si oppone no perché distraggono dal godimento del presente (stoicismo) ma perché bloccano
il perfezionamento di sé attuato nella letizia.
Causa della nascita della superstizione è la paura che raccoglie in sé anche la speranza, accompagnandosi
sempre vicendevolmente. Mostra così che tutti gli uomini sono per natura schiavi della superstizione.
Mente e corpo sono composto instabile soggetto a molte cause conosciute solo in maniera ridotta: vera
natura umana è la trasformazione, solo il saggio sa essere costante conoscendo la massima letizia ovvero la
massima esistenza e si ancora a ciò che massimamente è da desiderare proprio perché espande la propria
letizia.
Le moltitudine tuttavia oscillano tra i due estremi: inquietudine frequente e costante. Politicamente la
completa sottomissione del popolo è chimerica: la massa rimane inquieta e pericolosa costante rivolta e
conflitto: la plebe cerca sempre la speranza in qualcosa di nuovo.
Altro elemento: contro la paura e speranza cerca anche di decapitare un dispositivo della politica
modernala speranza è fuga dal mondo; manca a Spinoza ogni apologia del principio “speranza”: è un
attacco al paolinismo e al cuore del cristianesimo secondo cui la speranza evangelica è vittoria contro la
morte.

11/05/20
Ci fa vedere la connessone speranza – paura - superstizione che è strumento più efficace per condurre
all’obbedienza la moltitudinefondamento di ogni assolutismo è a paura.
Politica della razza, della paura sistematica dell’altro dipinto come terrificante: la politica deve farsi carico
della paura, non può far finta di nullanon deve tuttavia fondarsi su di essa o sulla speranza che non
garantiscono pace e libertà in modo duraturo.
Servirsi della superstizione e mascherare con la religione la paura con cui tenere sottomesse le persone è la
causa di conflitto religiosotema attuale nel ‘600.
Tuttavia, va oltre la critica si domanda come creare una politica che eviti tale conflitto, coincide col fine di
Hobbes o Boudin ciò che lo distingue nel discorso teologico – politico e nei rapporti tra i due, è
l’individuazione delle cause di queste lotte di religionenon sono la diversità di opinione ma il fatto che le
autorità civile intervengano a dare verità legale ad alcune di queste opinioni.
Se le azioni fossero punite ma le opinioni impunite le dispute religiose non avrebbero alcuna valenza
politico – giuridica.
Si è in una situazione in cui non vale più la bivalenza papato – impero, vi è stata la frattura della riforma e si
deve gestire un nuovo cosmo fratturato.
Paragrafo 8esordisce con un elogio alla libertà di opinione dei paesi bassiprobabilmente artificio
retorico.
Concedere libertà si può dare senza danno per la pietas, ovvero per la religione.
Ragioni per cui scrivecontrasto dottrinale tra i cristiani al quale corrisponde però una conformità nella
condotta di vita. Simile alla risposta al suo ex - allievo Burgh: dice che giustizia e carità sono i segni della
vera fede universale che si gioca sul piano della condotta di vita.
Fondamento di tale dottrina deve essere a sola scritturaattacco alla religione scolastica: condivide coi
suoi contemporanei tale avversione. Essa era responsabile di un connubio tra teologia e filosofia.

4 parti, 3 nel blocco teologico che è analisi dei fondamenti della religione, una in quello politico, analisi del
diritto del potere sovrano:
 capitoli dall’1 al 6 è polemica in cui discute il significato della profezia i mezzi con cui è comunicata,
i problemi dell’elezione degli ebrei, il contenuto della legge divina, il valore delle cerimonie sacre e
il significato di miracolo.
 Dal capitolo 7 al 10: espone metodo di interpretazione della sacra scrittura facendone una
particolare applicazione ad alcuni libri.
 Dal capitolo 11 al 15: senso della parola di dio, significato degli apostoli e relazione fede-filosofia.
Senso della parola di do sta in un concetto semplice riferito agli apostoli: ovvero obbedire a dio con
fede e carità. Sulla base di ciò mette a fuoco come si debba lasciare a tutti la libertà sul giudizio dei
concetti di fede e come si debba giudicare la fede di ciascuno solo in base alle scritture.
Si deve separare la filosofia governata dalla verità dalla teologia governata dall’obbedienza
nessuna è ancella dell’altra.
 Si allontana da Hobbes per quanto riguarda il potere sovrano: sono stati classicamente avvicinati
tra loro ma Spinoza dice che nessuno può essere privato dal suo diritto di natura.

CAPITOLO SESTO
Capitolo dedicato ai miracoli che fa nascere temi traversali.
Uno degli esempi biblici di miracolo è quello di miracolo come portento, di fatto non spiegabile e riportabile
all’azione di una divinità esempio è la richiesta di Giosuè che il sole si fermi.
Per Spinoza il miracolo deriva dall’ignoranza del volgo che vede qualcosa di insolito nella natura e lo
attribuisce all’azione di dio che si inserisce nell’ordine della naturaimmagina due potenze quella di dio e
quella delle cose naturali, che sono però create e determinate da dio. Di conseguenza molti uomini hanno
finto miracoli per convincere di essere in grazia a dio.
Ci si convince che l’uomo sia il fine della natura e che il proprio dio sia maggiore degli altri dei.
Dio sarebbe il potere di una maestà regale che sottomette la forza e l’impeto della natura, egli può
sospendere quando vuole il corso ordinario della natura (importante uso di un linguaggio politico).
Utilizza il termine “immaginazione”contrapposizione dio-natura è immaginaria: sono la stessa potenza.
L’immaginazione non è strumento della conoscenza di dioi miracoli non dimostrano nulla di dio, che anzi
si esprime meglio nell’ordine fisso di natura con cui dio stesso si identifica. Se i miracoli esistessero
sarebbero prova dell’esistenza di dio.

12/05/20
Concetto di dio-natura come unica sostanza infinita e riduzione di ogni cosa a modo della sostanza negando
così ogni antropocentrismo.
Qui si vede come abbia in mente qualcosa che superi l’idea di dio personale, non come nelle religioni
storiche ovvero un dio personale e dotato di volontà ma è la natura che coincide con dioessa è l’unica
sostanza libera, noi ne siamo causati e dipendenti; di essa ci sfugge il senso.
Pur non essendo tali temi sistematizzati, l’idea di un dio personale risulta annullata e perciò la religione non
si distingue dalle superstizioni; alla Freud la differenza tra le due è che la superstizione è privata mentre la
religione è pubblica.
Non nega l’eternità, più volte dice di guardare le cose sub species eternitatiseternità come qui ed ora:
noi sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, che non significa vivere per sempre né salvarsi dalla
mortenon implica un’infinità durata ma implica la pienezza della vita, sperimentabile nei momenti di
sofferenza o felicità piena. Vi è quindi non un’opposizione di quantità ma di intensità.
L’uomo è anzitutto animale desiderante, fatto di cupiditasessa si misura tramite il “conatus” ovvero lo
sforzo nel perseverare nel proprio esistere. È termine fisico, ricavato da Galilei, che indica la quantità di
moto, di forza aumentabile o diminuibilele passioni tristi (odio, invidia, gelosia) abbassano il potere
d’esistere e così precludano la pienezza; la gioia aumenta il potere d’esistere.
Tema del desiderio non contraddistingue solo l’uomo non essendoci tra lui e la natura della discontinuità,
l’uomo non è causa finale o privilegiato da dio (VS antropocentrismo)questo è frutto di un’opinione
immaginativa.
Non v’è dunque provvidenza che favorisca l’uomo, essa coincide con l’ordine della natural’uomo non è
dunque padrone della natura e quindi l’uso del lessico politico qui è molto significativoaccosta l’idea di
dio come sovrano a cui corrisponde una natura assoggettata a Dio: c’è continuo interscambio tra concetti
ontologici e quelli politici che si plasmano a vicendail modo con cui si è concepito il sovrano è simile a
quello di un dio, ma anche viceversa avendo visto dio come sovrano della naturaparallelismo teologico –
ontologico - politico. Questo meccanismo Spinoza si propone di disattivareciò vuol dire anche portare
l’uomo giù dal trono su cui si è posto con l’antropocentrismo e anche far venir meno la differenza tra res
extensa e cogitans pensando questa come superiore all’estensione della materia.

Idea di necessità e causalità VS libertà: forte riferimento all’ordine di natura. Si rifà di nuovo al miracolo
visto tradizionalmente come inveramento dell’essenza di dio però se si desse corrisponderebbe a una
rottura dell’ordine e quindi all’inesistenza di Dio.
In tale ordine della natura ci dice cosa è libertà e cosa necessità nell’Etica: libera è una cosa che esiste solo
per propria necessità, necessaria o coatta se dovuta ad altro.
Ma se esiste una sola sostanza solo essa è libera perché è causa di sé, mentre i singoli modi sono
determinati da altro e quindi sono necessarinon v’è nulla di contingente, ci appare tale per i limiti della
nostra conoscenza. Dio è libero perché si basa sulle proprie regole.
Lettera di Spinoza a Schuller (pag 1622) in cui risponde alle critiche sulla sua concezione di libero arbitrio
che se non c’è per esempio fa crollare l’idea di peccatopone la libertà non nella libera decisione ma nella
“libera necessità”. La libertà umana è vista come una mera credenza.
Ciò non implica che manchino spazi di libero agire umano, ma è sbagliato pensare questo come libero
arbitriouomo è libero quando conosce la struttura del reale cioè è guidato dalla ragione, vista come
stadio di conoscenza appunto.
Ne parla nella fine dell’Etica con l’amor dei intellectualisessere consapevoli dell’ordine è diverso dal
pensare che l‘agire umano sia già determinato (guarda Foucault)Spinoza muove dal considerare l’uomo
come animale non solo razionale ovvero non avente il controllo totale del reale, non è solo mente ma
anche corpo e la possibilità della sua mente non è solo la ratio intesa come calcolo (diverso da Hobbes).
Ci parla anche di intuizione dell’amor deipensandolo come razionale sprecheremo tutte le energie al
pensare una filosofia morale che allontani le passioni che non avrebbe senso perché l’uomo è mosso dalle
passionidi conseguenza se non si concepisce l’uomo come abbandono alla pulsione si passa all’amor dei,
quindi a quello della natura quindi a quello di sé.
Amor dei intellectualis = ci si pensa dentro processi di cui si è parte che però non possiamo controllare
totalmente, implica che l’elemento passionale (amor) si accompagni a uno razionale (intelletto). Quindi
non ragiona ma intellettointelligere come andare dentro e raccogliere. È capacità di amare che mette
assieme mente e corpo, inscindibilielaborare le passioni e comprenderle è ciò che è in gioco, non
dominarle per eliminarle.
Modificando le passioni con questo amor dei intellectualis quindi comprendendo il mondo e l’ordine in cui
si sta, la libertà diventa coscienza della necessitàma solo con questo lungo percorso con cui
abbandonare passioni tristi e aumentare il proprio conatus avvicinandosi così alla libertà che non è
assoluta poiché l’unica assoluta è la natura.

13/05/20
La sacra scrittura non vuole fornire una spiegazione delle cause naturali ma solo di spingere gli uomini alla
devozione, di raccontare qualcosa di dio che sia comprensibile agli uominisono spiegazione che seguono
il criterio di comprensione degli uomini (Mosè che gonfia il mare è il vento) cercando di colpire
l’immaginazione e non la ragione.
Ciò che accade nella Bibbia accade sempre secondo natura e secondo ragione, andando assieme natura e
ragione
Diversi sono gli scopi della bibbia e della filosofia sono diverse ma non opposte.
Nella mente non c’è alcuna volontà di intendere, amare ecc.nozione tradizionale di libertà fa fatica.
Autore che si concentra molto sulla libertà ma elabora una sistematica che ci porta a dubitare del poter
mettere in atto tale libertà.
Spinoza determinista o filosofi della libertà assoluta? Nell’etica dice che nella mente non esiste alcuna
volontà assoluta, gli uomini pensano di averla essendo consapevoli mentre non pensano alle cause da cui
sono disposti a volere qualcosaarrivati a ciò si utilizza spesso la “volontà di dio” che lui definisce asilo
dell’ignoranza.
Mente e corpo sono la stessa cosa, concepita prima sotto il modo del pensiero poi sotto il modo
dell’estensione: nessuno ha determinato il potere del corpo cioè cosa possa e cosa non possa fare.
Tanto la decisione della mente tanto l’appetito del corpo sono una sola cosapossiamo chiamare
decisione ciò che dall’altro alto chiamiamo determinazione corporea: sotto l’attributo dell’estensione
parliamo di determinazione, sotto quello del pensiero si parla invece di decisione.
Pensiamo che sia la mente a controllare il corpo mentre nessuno ha pensato a cosa può fare il corpo.
Passo del trattato teologicoin un capitolo dedicato al popolo di Israele ci dà un paragrafo ontologico
dandosi alla definizione di alcuni termini: direzione di dio ovvero l’ordine di natura, il conseguirsi delle cose
di natura; tutto ciò che l’uomo si procura questo stesso gli è offerto dalla potenza divina essendo essa tutta
la natura e quindi l’uomo. L’uomo non è monade ma sempre in relazione, è composizione lui stesso.
Essere eletti da dio = nessuno sceglie per sé una regola di vita né può compiere qualcosa se non per
decisione divinadio sceglie qualcun rispetto ad altri per una certa opera.
Chiama in causa il problema teologicoalcuni spunti: uno storicoqui si confronta con la faccenda del
libero arbitrio, tema motivo di tensione tra cattolici e protestanti, tra importanza delle opere e dominio
della fede nel luteranesimo. Vuole mantenere distanze da chi pensava al libero arbitrio ma ciò non vuol dire
che accetta il luteranesimo, pur sente dosi vicino all’idea che la vera religione sia basata non sulle azioni
umane.
Non si può giudicare nessuno senza le opere però, e va contro la predestinazionecritica la scelta assoluta
di bene e male assieme a quella di peccato originale, ciò che conta è l’azione qui e ora.
Dio ha determinato tutto solo perché corrisponde con l’ordine della natura; cerca di reagire anche al
problema della presenza del male che sta contro l’idea di dio.
Secondo tema è del pensiero politico: papa e imperatore, che nel loro conflitto si limitavano. Passaggio
all’età moderna si ha con una scissione di tale unità e quando alla tradizione che voleva la ragione e
giustizia in dio si passa a una che insiste sulla volontà di dio, sul fatto che decida per volontà assoluta e
imperscrutabile. Si inizia a pensare che la ragione era solo notifica della sua volontà.
Ciò vuol dire che la prima ci porta a una razionalizzazione col poter prescindere da dio, la seconda ci porta a
un assolutismo che regge il cosmo, idea che sarebbe stata inconcepibile per il medioevo.
Alla base di ciò ci sta la visione di dio come giudice da cui conquistare benevolenza con le opere, e chi lo
pensa invece come giudice che ha già deciso.
Spinoza ci dice che ciò si fonda sul fatto che sia impossibile vivere senza desiderare la salvezza ma sia
impossibile conoscere tutte le cause reali e perciò si crea una volontà assolutasi antropomorfa dio e si
cade nel fanatismo.
Serve un metodo storico politico per l’analisi del testo biblico che deve essere letto come una storia; inoltre
per alcuni passi conciliabili o meno con una visione di dio si possono leggere alla luce della storia naturale.
C’è chi para di doppia causalitàci fa vedere come il determinismo non si giochi in un solo ordine, vi è una
causalità universale e una tra gli uomini che, messe assieme consentono di conoscere le cose. Sembra
offrire degli elementi per il determinismo ma sembra di rendere conto anche della libertà umana, creando
un sistema a doppio senso.

18/05/20
Passiamo alla seconda parte incentrata sulla società, sul diritto e sulla politica.

CAPITOLO 16ESIMO
Qui e non nell’etica ci parla di come il consenso stia alla base dello stato fondato sul diritto soggettivole
cose non possono essere così semplici, un patto è espressione di libero consenso e volontà.
Un patto volontario rischia qui la contraddizione, tanto più che parlerà di democrazia.
Capitolo fondamentale ponendo appunto i fondamenti della riflessione di questo blocco.
Res publica: si riferisce alla realtà storica dello stato moderno; l’idea è di affrontare un discorso sulla cosa
pubblica in generale e su quali siano i fondamenti di tale cosa, di tale vivere comune.
Vuole cercare fin dove si possa estendere la libertà di pensiero, affermata nei primi capitoli, in uno stato
perfetto (“ottimo”).
Scientificamente parte dai fondamenti: anzitutto il “diritto naturale di ciascuno” = diritto che appartiene a
tutti a prescindere da stato e religione, effettivamente naturale precivile; è la regola di naturaci parla di
determinazione naturale di ciascuno ad esistere in un certo modo: il diritto naturale è quindi
determinazione che ciascuno ha.
Tale diritto si estende fin dove si estende il potere della natura, quindi di Dio. Ma siccome la potenza di
tutto è l’insieme degli individui ne consegue che il diritto di natura dei singoli si estende fino a dove può
estendersi la sua potenza determinata.
È suprema legge di natura che le cose si sforzino a preservarsi, quindi ognuno ha il diritto di preservare il
proprio essereuomini e altri individui della natura non hanno differenze tra loro: si opera per pieno
diritto qualsiasi cosa che agisce come è determinata dalla natura, non potendo altro.
Quindi vive a pieno diritto tanto chi agisce secondo la ragione tanto chi segue il proprio appetitus.
Prospettiva naturale avaloriale, cioè non si hanno concetti di male o bene: nulla è imputabile.
Così il diritto naturale non viene dalla ragione ma dal desiderio e dalla potenzaunica cosa è il
conservare sé stessi secondo le leggi dell’appetito non avendo la ragione quando nati.
Ciascuno desidera l’utile e considera nemico chi impedisce il soddisfacimento del suo animo.
Il diritto di natura proibisce dunque solo ciò che nessuno desidera e nessuno può: non vieta dunque lotte,
ire ecc.restrizioni su ciò vengono dalla ragione umana che però non racchiude l’ordine della natura:
consegue che tutte le nostre opinioni derivano da una visione di una sola parte che tradisce l’ordine totale
della natura.
Contrattualismi pensano le forme della società poste dall’uomo e dalla loro ragione; Tommaso pensava a
una naturalità della giustizia invececontrattualismo rifiuta l’unità di ordine voluto da dio, si inizia a
pensare a una convenzione creata dall’uomo. Il contrattualismo assieme al giusnaturalismo pensa a un
insieme di diritti naturali per gli uomini. Utilizza inoltre un metodo razionalistico, astratto rispetto
all’insieme storico.
“Diritto di ciascuno si estende fin dove arriva la sua potenza determinata”potenza di una cosa ha come
restrizione solo i limiti della sua natura; non vi sono differenza tra virtù e potenza secondo Spinoza: ovvero
la virtù dell’uomo è la stessa essenza dell’uomo in quanto la capacità di fare certe cose.
Così virtù=potenza=diritto per cui quest’ultimo è capacità di fare certe cose mediante le leggi della natura;
quindi il diritto naturale è insieme di regole di natura con cui l’individuo, sia uomo che non, può agire ed
esistere, come perseverare nel proprio stato.

19/05/20
Per individuo intende le cose singolari, i modi della sostanza determinati da altro e per questo limitati nel
temponella seconda parte dell’Etica cerca di capire la natura dei corpi in generale, avendo come obiettivo
l’unione corpo-mente umana.
Parlando però in generale di individuo non ha in mente l’uomo, è una cosa singola dotata d’esistenza: la
natura stessa è però un composto quindi un individuo che non cambia nonostante cambino i suoi modi in
cui si differenzia al suo interno.
Ma cosa è che mi individua come individuoè il conatus a definire la costituzione di ogni cosa. Ogni
individuo è tensione a un limite, un poter esistere, non è una forma.
Ciò riferito all’uomo ci sta dicendo che l’uomo non può vivere senza desiderio, passione fondamentale che
muove l’uomo verso il futuro; mentre gioia e tristezza muovono verso il minore o maggiore spinta ad
esistere.
Da ciò consegue che se si ha pari desiderio delle stesse cose ci fa confliggere tra di noi (≈Hobbes); ci
sottolinea come però nulla ci aumenti il nostro essere più che stare con un altro uomounisce un
pessimismo verso l’esistenza (ciò che dice del suo tempo), con un’antropologia positiva per cui l’umanità
non è condannata, ma che si configura come aperta a una potenzialità e come luogo di espansione di una
potenza.
Giocano ruolo fondamentale il fatto di vivere in società, in comunità e sotto una legge comune.
Proposizione 20 dell’Etica: essere ragionevoli è uno sviluppo della propria potenzialitàche l’uomo sia
spinto a non esistere è impossibile, se non costretto dall’esterno.
Ci dice che l’uomo è parte della natura-dio, essendo tutto parte dell’assoluta e infinita potenza di Dioessa
non è altro che l’insieme dell’essenze dei singoli individui: proprio per la determinazione di ogni cosa
possiamo dire che la sostanza è composta dalle parti, non come somma infinita ma tutto parte in termini
univoci; l’infinita potenza della sostanza che si auto esplica in ogni cosa dà vita a una necessità però
anarchica cioè senza centro, dà vita a un movimento innocente (alla Nietzsche) in cui tutto è auto
generazione tanto della sostanza così dai modi, non v’è un principio centrale e una fine (anarchico=senza
arche).
Conclusione è di carattere eretico: l’uomo contribuisce con la sua potenza a comporre quel dio del quale è
creaturatesi ontologica, teologica ma ha anche implicazioni politiche avendo l’idea di spodestare il dio
sovrano, che ci sta dicendo che non è diverso da Dio.
Non può essere somma perché la sostanza non è finita e determinata ma è sempre in movimento.
Non ci si può aspettare che l’uomo sia soggetto sia del dio che di un re (≠ Leviatano di Hobbes) a che
sovrano pensa dunque Spinoza?

CAPITOLO IV - Cos’è la legge?


Ciò che Spinoza qui dice è in parte discordante rispetto alla seconda parte del trattato facendo pensare che
l’opera dovesse compiersi con il capitolo quindicesimo e che i restanti siano stati aggiunti poi.
Definisce la legge partendo da quella divina vista come quella che sta nella Bibbia: parte da concezione
comune ma si differenzia da essa.
È legge umana che gli uomini decidano dal loro diritto di natura e che si uniscano recedendo dal loro
dirittoe sebbene tutto si basi sull’ordine di natura, la causa prossima di queste leggi sono gli uomini, pur
essendo a loro volt causati dall’ordine naturale.
Per legge si intende un mandato, una regola di vita che l’uomo per qualche fine prescrive a sé o agli altri.
Distingue tra fine vero e uno comunemente riconosciuto: i legislatori per costringere tutti ugualmente
stabilirono un fine fantoccio per il volgo, ne consegue che la legge diventa un qualcosa stabilita da uomini
per altri uomini.
Il fine fattizio è quello rispetto a cui ha senso parlare di premio e punizione, non comprendendo
solitamente il vero significato di legge ovvero vivere in agio e sicurezza.
Legge apparentemente posta per comando di altri, la legge naturale invece non è altro che l’ordo naturae:
le legge umana ha per fine sicurezza e benessere, staccati da premio e punizione che sono date dai
legislatori come mezzi di comprensione a chi non capisce la vera finalità della legge.
Stabilito ciò, passa a distinguere tra legge umana e legge divina: la seconda concerne il sommo bene cioè la
cognizione di dio (amor dei). Essa è comune a tutti, è innatanon è altro se non l’ordine eterno della
natura la cui contemplazione è il sommo bene per l’uomo.
Non è però legge promulgata da un dio legislatore, spesso pensata così nella tradizione.

CAPITOLO XVI
PARAGRAFO 5: Cosa porta a una dimensione collettiva?
Farà riferimento nel capitolo quinto all’utilità economica del mettersi assieme, altrimenti vivrebbero
fisicamente in miseria e senza la possibilità di sviluppare la ragione.
Io diritto di natura deve diventare dunque di tutti, dall’appetito i ciascuno alla volontà di tutti: ma sarebbe
vano tentativo se basato solo su appetito perché spinge tuti in direzioni diverse, quindi dovettero pattuire
qualcosa tramite ragione frenando l’appetito per difendersi a vicenda.
Difficile mettere assieme riferimento alla volontà e al contratto con altri elementi del pensiero
spinozianoproposizione 38 quarta parte dell’Etica: gli uomini in quanto soggetti agli affetti finiscono uno
contro l’altro pur in realtà avendo necessità dell’aiuto reciprocoperciò vi è necessità di abbandonare il
diritto naturale (non fa riferimento a un contratto): nessun affetto può essere represso se non da un affetto
più forte e questo è che non si fa del male a qualcun altro per il timore di ricevere un danno più grande di
quello procuratoserve un potere di coercizione che eserciti un affetto.
20/05/20
Difende l’utilità della società sia come soddisfazione dei bisogni sia per vivere liberamente quindi secondo
ragionepositività della convivenza.
Nella prefazione del trattato che nessuno se non chi ha traferito il suo potere di difendersi può essere
sovrano di qualcun altrochi ha il sommo potere ha diritto su tutto ciò che può, e sono i soli difensori del
diritto e della libertà e che tutti devono obbedire ai mandati di solo questo potere.
Ma nessuno può essere privato di tutto il diritto naturale, altrimenti cessa di essere un uomo.
In che modo attuare il patto per entrare in comunità?
Esempio del ladro come in Hobbes: se faccio un patto con un ladro sono sotto minaccia e quindi tale atto
che non rispecchia il mio utile non sono tenuto a rispettarlo; Hobbes dirà l’opposto.
Al primo posto come preoccupazione è il fare rispettare i patti, non basta la semplice parola dataserve un
bene maggiore o timore di un male maggiore, quest’ultimo va aggiunto in modo che il patto non sia solo
parole ma quindi servono premi per chi rispetta e punizioni per chi infrange; ovvero serve un potere che sta
sopra per costringere a rispettare tali leggi.
Trasferimento di potenza avviene o per costrizione, nel caso di conquista di uno stato, o spontaneamente:
chi lo avrà possederà un sovrano diritto coincidente con la potenza di fare ciò che vuole.
Serve una potenzialità di coercizione affinché lo stato sia durevole e sicuro.
È la società, non il sovrano, che rivendica a sé il diritto di ciascuno di giudicare del bene e del male: potendo
dunque creare leggi e regole comuni che rimangono valide se si utilizzano le minacce.
Questo si chiama stato e chi è protetto dalle sue leggi si chiama cittadino.
In che modo pensa a una fedeltà al patto? Se l’accordo raggiunto rispetterà tali condizioni, senza
repugnanza del diritto naturale, ogni patto sarà rispettatopatto fondamentale è il passaggio di tutta la
propria potenza alla società (≠sovrano) e sarà essa, come tutto, che avrà il sommo diritto di natura e questo
coincide con il potere sovrano (=” summum imperium”).
Un diritto della società di tale genere si chiama democrazia che si definisce come l’assemblea degli uomini
con diritto sovrano, tenuto quindi in modo collegiale, su tutto ciò che puòil potere non è tenuto ad
alcuna legge ma tutti gli devono obbedienza.
Avendo dato ogni diritto alla società, per utilità e per consiglio della ragione, si è tenuti, per non andare
contro la società e contro la ragione, a obbedire assolutamente a tutti i mandati anche se essi sembrano
assurdialtrimenti si mina la stabilità della società: la quale necessità della nullatenenza dei diritti da parte
dei suoi membri. Obbedire a tutto ha sottointeso il fatto che il potere sovrano non ha nessun interesse a
comandare qualcosa di assurdo o sbagliato perché altrimenti perderebbe il potere stessoè interesse aver
in cura il bene comune e agire sempre per dettato della ragione.
Tanto meno tale assurdità può capitare in uno stato retto in forma democraticaconclusione è che il
compito del potere sovrano è quello detto sopra e quello dei cittadini è seguire i mandati del potere
ciecamente.
Esiti sono simili a quelli di Hobbes ma i modi e i mezzi sono radicalmente diversi.
Cosa rimane ai sudditi e cosa può portare i sudditi a vivere in tale modo?
Dice che qualcuno penserà che tali sudditi siano servi: gli uomini sono però servi se trascinati dal proprio
desiderio, liberi invece se si segue la propria ragione.
L’azione su mandato toglie certo in qualche modo la libertà, apparentemente, ma non è essa a rendere
servi bensì lo scopo dell’azione: non è agire su mandato a renderci servi, ma è lo scopo a renderci servi.
Se il fine non è l’utile (sia materiale che quello che si esplica nella vita secondo ragione) di chi agisce ma
quello di chi comanda la gente sarà serva, ma nella società di Spinoza si agisce, obbedendo, per il proprio
bene.
Una sorta di condizione del potere è la sua utilità e da ciò può derivare la sua instabilitàciò che qui
Spinoza ci propone è una costruzione del proprio modello che va passo dopo passovuole trovare un
equilibrio nella sua società tra sicurezza e libertà di pensiero.
Democrazia gli sembra il potere più vicino alla natura perché la potenza è trasferita ma senza togliere il
diritto di decidere in futuroil trasferimento è quello del diritto naturale non di tutto il diritto. Così tutti
rimangono uguali come primatutti si è sudditi ma tutti partecipano alla deliberazione ossia tutti sono allo
stesso tempo parte del poter sovrano.
Inoltre, lo stato democratico gli lascia mostrare l’utilità della libertà nell’ordinamento politico, è la forma
che mette maggiormente a frutto la libertàper questo tralascia gli altri diritti sovrani (monarchia e
aristocrazia).
Nella democrazia inoltre non c’è scarto tra suddito e sovrano essendo la stessa figura alla fine.
Si occupa poi del diritto privato, ovvero quello positivo; con giustizia come la volontà di attribuire a ciascuno
ciò che gli compete per diritto civile.
Nemico è che sta fuori dalla comunità e non riconosce il diritto di questanon è l’odio a creare il nemico
ma il diritto.
Lesa maestà: nella tradizione è delitto sommo, tentativo di trasferire il potere sommo a qualcun altro.
Diritto divino: inteso come le tavole date a Mosè, non c’è nello stato di naturanessuno vi è tenuto prima
della rivelazione, lo stato di natura è diverso da quello di religione ma è da concepire come privo di legge, di
religione e di torto. Tale diritto non è la lex divina del capitolo quarto che può essere ottenuta anche solo
con l’ordine di ragione.
Se il potere sovrano non volesse obbedire al diritto divino ciò gli sarebbe lecito: ma a suo danno e pericolo
pur senza contraddizione del diritto naturale e civilec’è sempre da tenere a mente il suo dover essere
utile e comunque basato sui singoli.

25/05/20
Il sovrano sta dunque al di sopra del diritto divino.
CAPITOLO XVII
Questione del trasferimento del diritto: muove dall’impossibilità di trasferire il diritto al potere sovrano,
perché non si può cessare d’essere uominisembra entrare in contrasto col capitolo precedente.
Dice che quello detto prima rimane per lo più teorico.
È l’obbedienza a fare il suddito e non la ragione di essa.
Il massimo potere ce l’ha chi riesce a dominare anche l’animo e le decisioni dei suoi sudditi.
Ma come munirsi contro le passioni che muovono gli uomini e come convincerli a preferir l’utile pubblico a
quello privato? Questo è l’obiettivo di Spinoza.
Ai pacta sunt servanda di Hobbes contrapponeva l’utilità per cui lo stesso motivo di creazione poteva essere
anche motivo di distruzione dello stesso.
Confronto Spinoza-Hobbes: in entrambi tutte le forme sono sullo stesso pianodemocrazia preferibile per
Spinoza, la monarchia per Hobbes. Ma sappiamo che quelle di Spinoza sono solo teoriche, qui ci fa capire
che il potere del sovrano non potrà mai essere assoluto.
Riprende il concetto di trasferimento: nostra potenza rimane nostra, non possiamo disumanizzarci ma
possiamo autorizzare qualcun’altro a servirsi in nostro nome della nostra potenza. C’è un trasferimento di
potenza tale da far timore a tutti i membri, però questo processo non è irreversibile.
A possedere la sovranità è comunque il popolo, e il sovrano è suo portatore.
Non è contrattualista se intendiamo qualcuno che spiega l’origine di un obbligo politico irreversibile.

26/05/20
Rapporto politica-religione: capitoli 17-18-19
Seconda parte del XVII, Spinoza si occupa di discutere l’idea di un fondamento divino della maestà
regalevuole smontare tale idea assieme all’idea che la maestà si sottoposta al diritto divinovuole una
separazione.
Supporta gli argomenti con tesi storiche e storico-esegetichediscute esempi relativi all’antichità greca e
romana e poi a quella ebraica riferendosi al testo biblico.
Alcuni paragrafi si concentrano sui tentativi basati su superstizione di fondare potere regio, greco e
romano, a livello divino; segue poi una critica contro il proposito moderno di imitare la teocrazia
ebraicabibbia da subito parla di uno stato degli ebrei voluto da dio tramite Mosè nella forma di
un’alleanza fra dio e popoloidea succosa per i moderni che volevano la società come fatta da un patto.
Alleanza con rilascio dei comandamenti, vere leggi: solo poi ebbero dei re, inizialmente l’ordinamento
politico era diversa; non facile capire quale esso fosse ma nel ‘500/’600 era un vero topos, la “res publica
ebraorum”.
Giuseppe Flavio la descrive come teocrazia, presentandola come esempio dell’antichità positivo ma
soprattutto superiore agli altri esempiera una repubblica di diretta erogazione divina, aveva sigillo di una
legge rivelata.
Diversi usi di tale vicenda: alcuni verso una difesa dell’ordinamento repubblicano privo di re, altri verso una
legittimazione della subordinazione del diritto politico a quello divino, quindi ai luogotenenti in terra di
quest’ultimo: i sacerdoti.
Anche Hobbes nel Leviatano si sofferma sul tema della teocrazia e ne parla come regno di dio, come civile
cioè regno vero di cui dio è stato re: pur accettando alcuni aspetti delle conclusioni hobbesiane, Spinoza ne
contesta altri.
Spinoza critica il modello, essendo per lui solo n utile esempio: di certo la teocrazia ebraica non poteva
avere un privilegio divino che la rendesse perfetta.
Analizza alcuni assaggi per mostrare che la teocrazia non era democrazia, monarchia ma, secondo lui,
un’aristocrazia dove potere civile e religioso erano distinti ed equilibratitanto che il ministero sacerdotale
dipendeva dal diritto civile; tolti i 10 comandamenti i sacerdoti chiedevano responsi a dio quando il potere
civile ne aveva bisogno.
Osserva come il diritto di interpretare le leggi e comunicare i responsi divini era nelle mani dei sacerdoti,
ma dall’altra parte il potere di determinare la cosa pubblica secondo tali comandamenti spettava a qualcun
altro come Mosè ecc.
Anche Hobbes argomenta una separazione tra potere civile e religioso: tuttavia sostiene che
l’interpretazione delle leggi è comunque prerogativa della sovranità, quindi non subordinata come in
Spinoza ma proprio suala teocrazia stava nella sovranità civile e ciò permetteva al sovrano di riunire in sé
sia il potere civile che quello religioso (Leviatano ha in mano spada e pastorale).
Entrambi vogliono togliere possibilità alla religione di rendere esecutive le loro decisioni; Spinoza però
capisce che non si può spogliare una confessione dalla sua funzione di interpretazione divina, subordinata
però a potere civile.
Tronca ogni idea di applicabilità della teocrazia negli stati moderni, discutendolo non come modello ma
come realtà storicadando però degli insegnamenti utili.
Innanzitutto, mette in chiaro il fatto che Dio non ripugni un’autorità sovrana.
Nascono sette religiose in lotta tra loro solo dopo che i sacerdoti pretendono di invadere il campo civile;
prima dell’avvento dei re, c’era il potere popolare e la storia di Israele non era segnata da guerre ma da
lunghi periodi di pace.
Deduce che è pericoloso dare ai sacerdoti il diritto di legiferare in ambito politicol’esperienza ebraica,
assieme ad altre, insegnano la pericolosità di questa possibilitàquesto porterebbe a un governo
violentissimo, perché va assieme alla perdita di libertà d’opinione dei cittadini.
I cittadini hanno libertà di giudizio e opinione, ma non d’azione (≠Hobbes che pensa serva un’autorità anche
in materia di pensiero per decidere cosa sia vero)ne consegue che non si può escogitare nulla di più
sicuro per lo Stato se non ricondurre ogni culto religioso alle sole opere, ossia a carità e giustizia e per il
resto lasciare libertà di giudizio al singolo.
Sulle opere sarà il potere civile a giudicare ciò che è lecito e ciò che è illecitoil potere religioso non può
fare ciò.
Ciò che trae dalla teocrazia ebraica è che per un popolo abituato al governo popolare è pericoloso eleggersi
un monarca perché le conseguenze sfuggono di manorimane tuttavia nocivo il regicidio e il
tirannicidioè pericoloso allo stesso modo, perché il popolo abituato al monarca non starà sotto
un’autorità minore. Rimanda alla rivoluzione inglese con la decapitazione di Carlo I.
Tuttavia, ragionando di fatto, se una rivoluzione e una resistenza si dà bisogna prenderla come legittima
non essendo stato il sovrano in grado di mantenere il consenso.
Risona qui Macchiavelli nell’opera a Lorenzo De Medici, dicendo che il principe era frutto di lunga
esperienza delle cose moderne.
La bibbia per Spinoza è innanzitutto un’opera storica in cui il popolo ebraico non è eletto ma ha storia di cui
la bibbia fornisce materiale rispetto alla genesi e sicurezza dei principati.
CAPITOLO XIX
Il culto religioso si deve accordare con la pace statale se si vuole obbedire a dione fa anche una questione
religiosala separazione è forma più piena di obbedienza a quella vera religione fatta di obbedienza e
carità.
I poteri sovrani sono sol interpreti e difensori del diritto sia civile che divino: negarlo significa mirare a
conquistare il potere civile e minare la stabilità statale.
Suo obiettivo è mostrare che la religione diventa diritto solo per decreto del potere civile, che Dio non si
identifica con un regno in terra o con alcuna chiesa che abbia potere politico e che il culto religioso debba
accordarsi con l’utile statale e quindi essere determinato solo dal potere sovrano che deve esserne
interprete.
Per la chiesa cristiana, tale concezione significa opporsi al diritto canonico che valutava e dirigeva il
comportamento dei fedeli. È diverso dal diritto ecclesiastico che regola i rapporti stato-chiesa, quello
canonico è interno al campo dei fedeli.
La religione è dunque diritto solo per mano del sovranoprecisa che parla del culto esteriore e non
dell’interiorità che fa parte del diritto di natura.
Al capitolo settimo dell’etica parla della religionenon consistendo di atti esteriori non è competenza del
diritto: vito che ciascuno può decidere come vuole ognuno avrà diritto di giudicare in materia religiosa.
Regno di dio è quello dove giustizia e carità hanno forza del diritto e del mandatociò può avvenire solo
nello stato essendo in esso la differenza giusto/ingiusto.
Dio non ha alcun regno se non per intervento dello Statoregno di dio non è particolare e uno solo, non
esercita potere sugli uomini se non grazie al potere civile che decida il lecito e l’illecito.
L’obbedienza è quindi non nella religione finché lo stato non le dà potere civileuna comunità religiosa è
di fatto, esiste ma se poi vuole imporre le “verità” a cui arriva allora esce dal seminato.

27/05/20
CAPITOLO XX
Argomentazioni che consigliano il rispetto di prerogative come la libertà di pensierolo scrive in aperta
sfida a quei governi contrari a ciò.
Cerca la Libertas filosofandi nello stato, non trovandola nella chiesa.
Parla tuttavia di libertà, ma non tolleranzaessa non è un valore in sé, ma si fonda nella concezione di chi
di volta in volta governa.
La questione è quella del diritto alla libertà di pensierose si limita il pensiero dell’uomo questo diventa
distruttivo per lo Stato.
Mostra che non si può dividere ciò che si sente da ciò che si dicenon si può voler imporre cosa sia giusto
e cosa sbagliato: impensabile un controllo diretto perché c’è una vera e propria differenza tra gli uomini.
Potere sovrano può dare l’interpretazione che abbai vincolo di legge e avrà diritto di voler questa rispettata
sul piano delle opere ma non potrà costringere gli uomini a degli affetti.
Provare a fare ciò suscita opposizione nei suoi confrontigli uomini non sanno tacere, l’unico modo dello
stato per controllare gli uomini negli affetti è la violenza estrema. Solo così si può fare in modo che gli
uomini non dicano ciò che pensano.
Le parole possono essere portatrici di lesa maestàsi deve capire se bisogna porre qualche limite: Spinoza
non ne pone alcuno se non mostrare che il porre un limite ottiene terribili conseguenze e mali.
Il fine dello stato non è controllare gli uomini ma liberarli dal timore, affinché ciascuno conservi il suo diritto
naturaleper non rendere gli uomini bestie o automi si deve lasciarli la libertà di pensiero, cosa che
distanzia l’uomo dall’animale.
Gli uomini per formare uno stato hanno dato il potere a tutti, a pochi o a uno solosiccome i giudizi sono
vari gli uomini non potrebbero vivere assieme se non cedessero il diritto d’agire, ma non di pensare.
Nessuno può agire contro la decisione del sovrano, ma ciascuno può sentire e giudicare in modo diverso
purché ciò sia detto senza inganno, ira o odio.
Criticare una legge che penso sia ingiusta è u servizio importantissimo ma devo farlo adeguandomi a quella
legge senza infrangerla. Si compie lesa maestà se si agisce cercando di sobillare il popolo contro il
magistrato, dandosi da fare per abrogare personalmente quella legge.
Se si parte dal principio per cui diritto=potenza, se il sovrano induce il popolo a ribellarsi, egli non ha alcuna
norma giuridica cui appellarsise ci si ribella vuol dire che si ha la potenza di farlo, perché questa è tornata
dopo essere stata persa dal sovrano.