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Il castello (20-07-2013)

Certi posti sono difficili da raggiungere. Chi ci riesce non è che sia più bravo
degli altri, è solo più fortunato. Il caso, non il talento, o il destino conduce la
nostra esistenza. Partimmo in molti con l'obiettivo di arrivare al castello. Io fui
l'unico ad arrivarci. Lungo il cammino incontrammo molti ostacoli, i più valorosi
di noi li affrontavano generosamente, a beneficio di tutti gli altri, ma quasi
sempre pagavano con la vita il loro eroismo.
I meno forti morivano semplicemente per strada. Quando non ce la facevano
più uscivano dal cammino e sparivano tra la fitta vegetazione dei boschi.
Rimanemmo un gruppetto di cinque. Giunti in prossimità del castello i miei
quattro compagni furono presi da un'irrefrenabile allegria, si ubriacarono e
perirono intossicati dall'alcol. Rimasi solo davanti alla porta del castello. Entrai.
Mi trovai in una stanza quadrata, priva di finestre. Nella parete di fronte c'erano
due porte, sopra di loro un cartello diceva “per entrare senza pericoli scegli la
porta giusta”. Davanti ad ogni porta c'era un uomo. Quello di sinistra aveva un
cartello attaccato al petto con la scritta “io mento”, il cartello dell'altro uomo
diceva “io dico il vero”. Pensai: prima chiedo a quello che mente di dirmi qual'è
la porta giusta e lui mi dirà una menzogna, supponiamo che dica la porta A, poi
chiedo all'altro se la porta A è quella giusta. Se lui mi dirà di no allora sceglierò
la porta B, se mi dirà di sì vuol dire che anche lui mente, quindi dovrei scegliere
ancora B. Così feci e dall'altra parte scoprii che anche l'altra porta conduceva
nello stesso luogo.
Già mi aspettavo una serie di paradossi tipo quelli di Alice nel Paese delle
meraviglie, ma non fu così. Mi trovavo sotto un lungo porticato, la gente
camminava rapida, sapeva dove andare e cosa fare. Sentivo rumori di stoviglie,
di elettrodomestici in funzione, voci, vagiti, rantoli, urla, fischi, tonfi. Oltre agli
odori di cibo percepivo profumi raffinati che persone riccamente vestite
rilasciavano nell'aria. Vene di umidità solcavano qua e là le pareti più oscure
del portico, non perfettamente pulito e spazzato.
Chiesi a un paggio poco indaffarato la ragione degli uomini davanti alle due
porte d'ingresso.
“Ah, quelli! Sono ancora là? Niente, sono serviti una volta per il gioco dei
paradossi. Si vede che nessuno gli ha mai detto che potevano andarsene.”
Non sapendo dove andare presi una direzione a caso. Cercavo il castellano e ne
chiesi notizia a un signore ben vestito, anziano, con un parrucchino.
“Il castellano? Non c'è nessun castellano in questo momento, l'ultimo è stato
ucciso ieri.”
“Ucciso?” dissi incredulo, come se fosse impossibile che un castellano possa
venire ucciso come un qualsiasi altro essere vivente.
“Sì, con una martellata in testa.”
“Una martellata? E da chi?”
“Non si sa. È stato trovato morto nella sua camera da letto da un cameriere.
Aveva il cranio sfondato.”
“Chi conduce le indagini?”
“Il colonnello Steve, il capo della polizia. Eccolo che viene”. Ringraziai il mio
informatore e mi diressi verso il colonnello. Era costui un uomo basso, calvo,
tarchiato, con una faccia che sembrava scolpita nel granito. Poteva avere dai
cinquanta ai settant'anni. Difficile stabilirlo.
“Colonnello, ho saputo della tragica morte del castellano, le mie condoglianze.”
“Grazie, ma vede, ci siamo un po' abituati a queste tragedie, tutti i castellani
qui finiscono in questo modo.”
“Cioè uccisi?”
“Sì, con una martellata in testa.”
“Ma da chi?”
“Guardi, io ho già visto tre castellani perire così. Ogni volta ho indagato a
fondo. Niente. Non un indizio, una traccia. Un sospetto. I castellani qui sono
sempre ben voluti, sono generosi, giusti, la loro morte non favorisce nessuno.
Non vedo nessun movente per il delitto.”
“Lo so che è ridicolo chiederlo, ma ci sono dei fantasmi nel castello?”
“Vuole scherzare? Quelle sono cose da medioevo. No, Le ripeto, nessun
movente. Io sono un vecchio detective, so che ogni delitto ha una ragione,
lontana finché vuole, imprevedibile, futile, assurda, pazzesca, ma c'è e prima o
poi viene alla luce. Qui no, mi duole ammetterlo. Ma a proposito, non le ho
chiesto le sue generalità. Io qui rappresento la polizia e devo......”
“Sì, certo. Sono Josef van Baf, esperto in armi antiche. Una lettera, spedita da
questo castello, mi ha convocato per oggi ad un incontro con il castellano,
presumo per qualche incarico di lavoro.”
“Un armiere, dunque. Sì, in effetti abbiamo un'armeria, ormai in disuso da
tempo, che il castellano voleva ripristinare, ma, guardi, c'è un'altra cosa che
deve sapere prima di decidere se accettare l'incarico di armiere. Oltre al
castellano, che viene ucciso regolarmente ogni quattro anni con una
martellata, muore anche l'armiere. Non so che relazione ci sia tra i due omicidi,
ma è così.”
“Per curiosità, come viene ucciso l'armiere?”
“Oh, in qualsiasi modo: veleno, pugnalata, soffocato nel sonno.” disse con
indifferenza il colonnello.
“Mentre il castellano sempre con una martellata in testa, vero? Sembrerebbe
quasi un rito. Bene, se Lei è d'accordo vorrei dare un'occhiata all'armeria. Ah,
senta, l'arma del delitto, il martello, è stata trovata?”
“No, come tutte le altre volte. Venga, l'accompagno all'armeria.”
Ci incamminammo lungo un portico del castello, sempre brulicante di gente
indaffarata. Chiesi alla mia guida le ragioni del trambusto.
“Questa sera ci sarà il banchetto funebre, durante il quale verrà eletto il nuovo
castellano.”
“Ma scusi, sapendo come andranno le cose, chi ha ancora il coraggio di
candidarsi?”
“La gente è egoista, disse, spreme da tutto e da tutti, fino in fondo. Meglio
quattro anni da potenti che tutta una vita da servi, no?”
Ci fermammo davanti a una porta polverosa, con tutta l'aria di non essere stata
usata da parecchio tempo. Il colonnello cercò in un mazzo di chiavi quella
adatta e aprì la porta. Ci trovammo in un vasto locale, arredato all'antica. La
luce, che entrava da due finestre munite di grosse inferiate, illuminava le
vetrine disposte lungo le pareti e il grande tavolo al centro della stanza.
Facemmo lentamente il giro del salone osservando le armi esposte nelle
vetrine, anche queste con l'aria di non essere state aperte da tanto tempo.
Tornati alla porta d'ingresso il colonnello disse:
“Devo tornare in ufficio, Lei rimanga pure, cominci a catalogare le armi. Sono
certo che il nuovo castellano le confermerà l'incarico. Ah, dimenticavo: dove
alloggia?” Gli dissi che non avevo ancora un alloggio.
“Allora vada dalla Valchiria, l'affittacamere. È l'unico posto dove si può trovare
da dormire.”
Rimasto solo nella stanza cominciai a studiare più in dettaglio le armi esposte.
Erano tutte armi precedenti all'invenzione della polvere da sparo. C'erano vari
tipi di mazze ferrate, chiamate Stelle del mattino, molto usate fino al XVI
secolo, poi cadute in disuso, poi ricomparse nella prima guerra mondiale.
Venivano usate dagli austriaci per finire i soldati italiani non ancora morti per i
gas velenosi. C'erano le classiche mazzafrusto, cioè una o più palle munite di
punte metalliche, legate con una catena a un bastone rinforzato, poi asce
danesi, picche, alabarde, balestre, martelli d'arme.
Martelli d'arme? Ce n'erano due, uno senza manico, l'altro completo. L'arma è
costituita da una testa di martello da una parte e dall'altra da una punta a
“becco di corvo”, il manico è rinforzato. Nel XV secolo quest'oggetto era il più
temibile fra le armi da botta, capace di scaricare una enorme forza su un
bersaglio ridotto, per esempio su una giuntura o un punto preciso
dell'armatura. Peso approssimativo dell'oggetto più di tre chili.
I due martelli non erano chiusi in vetrina come le altre armi, ma appoggiati in
terra, sotto una delle due finestre. I miei pensieri cominciarono a correre, ma
non arrivarono a niente di concreto. Il castellano era stato ucciso con un colpo
di martello, qui c'erano due martelli, ma in una stanza chiusa da molto tempo.
Erano sotto una finestra, ma questa aveva delle inferriate e nemmeno con un
lungo braccio dall'esterno si sarebbe potuto raggiungere uno dei due strumenti.
Troppi ma. E poi chi ha detto che era stato usato uno di quei due martelli?
Esaminai quello senza manico: era totalmente coperto di polvere. Non poteva
essere stato usato la notte prima. L'altro, invece, era solo parzialmente
impolverato. Estrassi una lente d'ingrandimento dal mio zaino e guardai la
testa del martello. Sulla parte a forma di becco di corvo c'erano dei graffi nel
metallo, dovuti all'usura dell'oggetto.
Analizzando attentamente i graffi notai nel loro solco una colorazione più scura,
forse ruggine microscopica. Estrassi sempre dal mio zaino, uno spillo e raspai
uno dei microscopici solchi nel metallo. Dal fondo del piccolo graffio si staccò
una sostanza color prugna, né secca, né liquida. Una sostanza coagulata.
Sangue. Trovata l'arma del crimine.
Ora dovevo però sapere come era riuscito l'assassino ad impadronirsi del
martello, visto che l'unica porta d'ingresso non era stata usata recentemente,
le due finestre non consentivano l'entrata e non c'erano, all'apparenza, ingressi
segreti. Rimisi al suo posto il martello e uscii dall'armeria tirandomi dietro la
porta, che si chiuse con uno scatto. Andai a cercare la Valchiria.
Descrizione del castello: è un grande edificio quadrato di tre piani, con un
cortile interno di circa cento metri per lato, sul quale si affacciano tre ordini di
portici, corrispondenti ai piani. Come nei monasteri, insomma. Un monastero-
condominio per gente comune.
Sotto i portici si aprono i negozi, gli uffici, gli spazi comuni, i servizi. Le
abitazioni occupano i due piani superiori. A occhio potrebbero esserci duecento
appartamenti.
Nel grande cortile, come in una piazza, c'è di tutto: bancarelle, fontane,
giardinetti, cani, gazebo, panchine, pensionati, gendarmi, compratori. Chiesi a
una guardia dove avrei potuto trovare la Valchiria: lato est, secondo piano,
numero diciotto. Grazie, arrivederci.
La Valchiria era un donnone biondo ossigenato, seno opulento, fianchi, braccia,
mani, labbra, naso opulenti. Era una taglia forte in tutto. Mi accolse con
cordialità, mi presentò la vecchia madre, la sorella vedova, il nipote
quindicenne, il gatto e finalmente la mia camera. Entrando si sedette subito sul
mio letto.
“Uff.., è faticoso portare in giro il corpo, nutrirlo, curarlo, fargli fare moto, farlo
riposare.”
“Credo che con la psiche sia peggio. Quella vuole essere intrattenuta,
tranquillizzata, coccolata. Bisogna sempre tenerla d'occhio se no si deprime, o
si eccita troppo, o si annoia.”
“Sì, è vero, il corpo e la psiche sono due fardelli per il puro essere, ma non
possiamo farne a meno.”
“Oh, sì che si può: con la morte. Chi ci assicura che dopo la morte uno non
rimanga puro spirito? Magari c'è una dimensione del reale dove si vive così,
senza materia e senza un io individuale. Io non sarei più Josef....”
“Ah, così si chiama, Lei? mi interruppe, io mi chiamo Ilona, piacere.”
“Piacere. Dicevo che non siamo più delle individualità.”
“Vuol dire che entriamo in un pastone omogeneo, come delle gocce che si
riuniscono nel mare dell'Essere? Suggestivo, ma a quel punto che m'importa di
essere libera dal corpo e dalla psiche se non sono più Ilona?”
“Era solo un ipotesi, per compiacerla. Personalmente non credo nell'aldilà; per
noi esseri umani esiste solo l'aldiqua, il qui ed ora, < hic et nunc>, per citare
certi antenati.”
“Bene, qui mangiamo alle sette, alle dodici e alle diciannove. Non sono
ammesse visite femminili notturne. È richiesto un comportamento decoroso.”
“Cosa intende per decoroso?”
“Mah, niente. È un modo di dire ormai obsoleto. Il decoro, una volta, consisteva
nel non offendere la sensibilità borghese. Oggi non c'è più nessuna sensibilità
da proteggere.”
“E questo la preoccupa?”
“Nemmeno minimamente. Nel mondo ci sono ben altre classi sociali di cui
preoccuparsi.”
“Lei è atea, nichilista, ottimista o qualunquista?”
“Sono un'ex idealista. Ora direi che sono una nichilista moderata con tendenza
al qualunquismo estremo.” Se ne andò a testa alta.
Mi piacque la Valchiria, un po' meno la mia stanza, che era buia, umida, troppo
stretta e troppo alta: un parallelepipedo verticale con una finestrella in alto,
quasi appiccicata al soffitto. Mi sdraiai sul letto duro e cominciai a pensare.
“Cosa mi aspetto da questa situazione? Se rimango qui corro il rischio di essere
assassinato come gli altri armieri. Cosa ci guadagno a correre questo rischio?
Uno stipendio. Tutto qui? L'unica, per non farsi uccidere, è trovare l'assassino.
Dovrei fare il detective più che l'armiere, e da solo, perché il colonnello sembra
ammosciato. Va bene, ci sto, corro il rischio.”
Presa la decisione mi addormentai sul colpo. Durante la notte sentii dei lievi
rumori nella mia stanza, poi un piccolo grido soffocato. Qualcuno stava
frugando nel mio zaino. Le persone come me che vivono prevalentemente
senza fissa dimora devono necessariamente prendere delle precauzioni: la
prima è non portare mai con sé cose di grande valore, la seconda prendersi
qualche soddisfazione sugli eventuali violatori di bagagli.
Rispetto al secondo punto avevo installato nel mio zaino un piccolo congegno:
all'infilare la mano nell'imboccatura superiore dello zaino si tocca
inevitabilmente una comune trappola per topi che chiudendosi sulle dita
intruse le inietta di inchiostro blu. Ci vogliono dei giorni prima che la tinta
sparisca, lasciando quindi la possibilità di individuare prima o poi il colpevole.
Sorrisi dentro di me e mi riaddormentai.
La mattina dopo alle sette in punto entrai nella sala da pranzo, erano già tutti
pronti per la prima colazione. Con lo sguardo feci un giro sulle mani dei
presenti e vidi subito che il curioso visitatore notturno era il nipote quindicenne.
Aveva infatti le dita della mano destra macchiate di inchiostro blu. Sapevo che
nelle scuole del regno si usa l'inchiostro nero, quindi non ebbi dubbi sulla sua
colpevolezza.
Finita la spartana colazione mi avvicinai al ragazzo. Era costui di corporazione
un po' mingherlina, nonostante la parentela col DNA della Valchiria. Capelli
biondi naturali, occhi azzurri, pelle bianca, ma troppo magro e slavato per
essere un buon rappresentante della razza ariana. Con un pretesto lo feci
venire in camera mia, gli mostrai la trappola, gli feci vedere come funzionava e
spontaneamente ammise la sua colpevolezza. Chi l'aveva mandato? Nessuno,
disse. Cosa cercava? Qualche moneta. Per sé? No, per sua mamma, che era
poverissima. Lui, lei e la nonna dovevano vivere della carità della Valchiria, che
non era cattiva però tutt'altro che generosa.
Gli chiesi se voleva lavorare al mio servizio all'armeria e accettò di buon grado.
Il nuovo castellano era un arzillo vecchietto, sorridente, un po' svanito, ma
amante delle armi antiche e mi confermò subito l'incarico di armiere. Con
l'aiuto del ragazzo, che si chiamava Bando, cominciai quello stesso giorno a
pulire dalla polvere le vetrine e il pavimento dell'armeria. In un angolo Bando
incontrò una piccola penna d'oca. In passato serviva a lubrificare gli ingranaggi
delle balestre. Ma questa era nuova. Come c'era finita là dentro?
Passai il resto della giornata a catalogare le armi, il ragazzo mi portò dei panini
e mentre trafficavo intorno a quel vecchiume riflettevo a voce alta, dimentico
della presenza di Bando.
“Come può essere entrato qui?”
“Chi?” chiese Bando.
“L'assassino.”
“Perché dovrebbe essere entrato?”
“Per prendere il martello.”
“C'era proprio bisogno di usare uno di questi martelli?”
“Su uno ho visto delle tracce di sangue, o così mi è sembrato.”
“Il castello è pieno di martelli, alla portata di tutti.”
“D'accordo, forse hai ragione, però perché uccidere il castellano con un
martello? E l'armiere che cosa c'entra?”
“Adesso devo andare.”
“Dove?”
“Dai miei compagni, abbiamo una riunione importante.”
Continuai il mio lavoro poi tornai alla pensione per la cena. Ilona venne a
sedersi al mio tavolo.”Cosa ne pensa dei delitti che accadono qui nel castello?”
le chiesi direttamente.
“Mah, ne so quanto Lei. Delitti strani, nessuno sembra guadagnarci qualcosa. I
castellani sono dei vecchi qualsiasi, non fanno male a una mosca, sono solo un
simbolo.”
“E gli armieri?” chiesi.
“Ah, quelli, sono sempre stati dei ficcanaso. Forse riuscivano a scoprire
qualcosa e perciò venivano eliminati. Lei stia attento, non si immischi.”
Avevo notato che Bando, durante la cena, si era comportato in modo strano.
Lanciava in giro occhiate preoccupate, mangiava macchinalmente come chi ha
la testa altrove, non rispondeva quasi alle domande di sua madre. Dopo cena lo
invitai in camera mia.
“Stasera ti vedo un po' inquieto, teso, preoccupato. Qualcosa non va?”
“Sì, sono preoccupato, anzi spaventato.”
“Avanti, parla, di me ti puoi fidare.”
“Oggi c'è stato il grande consiglio dei giovani.”
“Che cos'è?”
“Un'organizzazione di giovani benestanti. Sono dei rivoluzionari, ma solo in
teoria. Non si sporcano le mani in azioni rivoluzionarie, colpiscono solo i simboli
del potere.”
“I simboli. Il castellano è un simbolo. Sono loro che li uccidono?”
“Sì. Per far parte dell'organizzazione bisogna sottomettersi al rito di iniziazione.
Il candidato deve uccidere l'armiere per dimostrare che è veramente un
rivoluzionario, poi, forse, verrà scelto per uccidere il castellano.”
“Perché sei spaventato? Fai parte dell'organizzazione?”
“Non ancora, ma devo.................”
Fummo interrotti dalla Valchiria che mandò Bando a fare una commissione nel
lato sud del castello.
Nei giorni successivi non ebbi più occasione di parlare col ragazzo. Mi immersi
nel mio lavoro senza più pensare ai delitti. Passò un anno, il lavoro di
catalogazione e restauro delle armi era ormai finito. Avevo tempo per altre
cose.
Un giorno passeggiavo sulle mura del castello, vedevo attraverso i merli la
pianura sottostante, ben coltivata, fertile, pulita. Dava un senso di benessere,
di pace, di normalità. Forse è quella la vera normalità. La vita nel castello
invece era tesa, lugubre, triste, come certe famigliole che incontravo ogni
tanto. La madre indaffarata, infastidita, delusa, il padre distratto, annoiato,
frustrato, i figli insofferenti, litigiosi. Nessuno è sereno in queste famiglie.
Perché tanta insoddisfazione? Sono vittime dell'educazione capitalistica. Hanno
possibilità di redenzione? Nessuna, credo.
Non avevo più voglia di vivere nel castello, progettai di partire e lo dissi alla
Valchiria. Il giorno prima della partenza ero in armeria. Bando venne con un
sacchetto di panini.
“Te li manda la Valchiria, disse. Così te ne vai. Perché? Qui hai tutto, o forse hai
paura di essere ucciso?”
“No, non è per questo, è che non ho più nessuna ragione di stare qui. Per me la
cosa principale nella vita non è fare qualcosa di importante, ma riuscire a non
morire di noia, o più che di noia, di indifferenza. L'indifferenza ti stordisce, ti
soffoca poco a poco, ti spegne. Perché dovrei interessarmi alla vita del
castellano, al benessere di queste famiglie, alla salute del mio intestino, al
futuro del mondo? Cosa cambierebbe nella banalità della mia vita, o in quella
degli altri?”
“Certe cose valgono più di altre.”
“Ma il valore che cos'è? È un concetto che si fonda su un altro concetto che a
sua volta si fonda su un altro ancora e così via. Alla fine della catena non c'è
altro che il vuoto. Per molti c'è la paura, per altri la libertà. La libertà, quando
non c'è più nulla da cui liberarsi, è un peso insopportabile. È necessario
liberarsi della libertà e accettare il vuoto, semplicemente. Tutto quello che
metti nel vuoto è fuffa, stupidaggini. Non ti serve a nulla riempire il vuoto
perché il vuoto non esiste, è un'illusione della cultura. Non c'è il vuoto del
frigorifero, perché non c'è nessun frigorifero da riempire. Capisci?”
Bando mi guardava attento, senza capire, lo leggevo nei suoi occhi. Non
vedevo la luce dell'intelligenza come la vidi un giorno negli occhi di un gruppo
di bambini a cui avevo spiegato il concetto di frazione.
”Non ti interessa sapere quando e da chi sarà ucciso il castellano?” mi chiese.
“No.”
“E l'armiere?”
“Ah, già, anche l'armiere. Quando?”
“Oggi.”
“Bene, io sono pronto. Intanto che aspetto che arrivi l'assassino, mangio questi
panini.”
Stavo per prenderne uno quando bussarono alla porta ed entrò un ragazzo un
po' più grande di Bando. Era Karl, il figlio del colonnello Steve, il capo della
polizia. Lo conoscevo solo di vista, ma sapevo che era un personaggio
negativo, prepotente, violento, impunito.
“Ero passato a salutarti e la Valchiria mi ha detto che eri qui. Ti manda questi
panini.”
“Grazie. Anche Bando mi ha appena portato dei panini, anche questi da parte
della Valchiria. Allora, visto che sono tanti, vi invito a mangiarne uno con me.
Avanti, tu Karl prendine uno dei tuoi e tu Bando uno dei tuoi. Cominciate pure.”
I due ragazzi erano immobili di fronte ai rispettivi panini. Si guardavano
fissamente, studiandosi, aspettando. Anch'io aspettavo e pensavo.
Soffoco in questa sfera che è la vita umana, dalla quale non si può uscire se
non con la morte. Ci si deve accontentare delle sterili verità della fisica e della
metafisica. Un'insopportabile spettacolo di impotenza. Voglio uscire da
quest'aria mefitica, ma non so come, questo è il problema.
È possibile che uno dei ragazzi mi abbia portato dei panini avvelenati. È anche
possibile che loro siano solo uno strumento inconsapevole. Chi è il mandante?
La Valchiria? È possibile che anche la Valchiria sia uno strumento.
L'avvelenatore allora dovrebbe essere uno della casa, Bando è della casa e sua
madre con cui non ho mai scambiato una parola e sua nonna, la madre della
Valchiria. Oppure può essere uno venuto dall'esterno, un finto passante
bisognoso di andare in bagno, o il fornaio, l'imbianchino, il portalettere. Perché
tutti costoro vorrebbero uccidermi?
Supponiamo che l'assassino sia uno dei due ragazzi. Costui non mangerebbe
mai il suo panino, sapendolo avvelenato. L'altro invece allungherebbe subito la
mano per prenderne uno dei suoi. Nessuno allungò la mano sui panini.
Rimasero immobili. Li misi ancora alla prova.
“Magari non vi piacciono i panini che avete portato. Scambiateveli e
mangiatene uno. Io, per non far torto a nessuno, ne mangio uno e uno.” Presi
un panino da entrambi i sacchetti ed i ragazzi ne presero uno dal sacchetto
dell'altro. Eravamo tutti e tre in piedi, con i panini in mano, immobili,
aspettando di vedere chi avrebbe fatto la prima mossa. Mi venne in mente una
vecchia canzone di Paolo Conte, Hesitation, ma non volli distrarmi. Bando alzò
lievemente un sopracciglio. Cosa poteva significare? Karl dilatò appena appena
le narici. Di fuori si sentì un tonfo. Nella stanza la tensione era alta.
“Beh, ragazzi, è evidente che in questo momento nessuno di noi ha fame.
Lasciatemeli, li mangerò domani durante il viaggio. Ora vado a letto.”
Ci separammo. Passai la notte tranquillamente e all'alba lasciai il castello. A
mezzogiorno mi fermai sotto un albero frondoso e mangiai tutti i panini.