Sei sulla pagina 1di 3

Collège Sismondi

Gruppo di italiano

Marco LODOLI
PETER

Una storia vale l'altra, è solo questione di innamorarsi di una che le faccia
sparire tutte, una sola, da portare fino in fondo. Così ha detto il produttore,
l'ultima volta che Peter gli ha sottoposto un soggetto. Quell'uomo ha
leggiucchiato le prime pagine, il finale, ha scosso la testa e ha restituito a
Peter i fogli battuti a macchina senza errori e decentemente rilegati: mi
dispiace.
Sono due anni che Peter vive a Roma e per ora tutti gli hanno detto solo mi
dispiace. Prima viveva in un paese vicino a Zurigo, insegnava italiano
privatamente e a settembre trascorreva una settimana a Venezia, per vedere
al festival tanti film e bere tanti cappuccini. Il giorno che ha compiuto
trent'anni ha fatto la valigia ed è venuto a Roma a toccare il muro di
recinzione di Cinecittà. I risparmi dovevano bastare fino a quando sarebbe
riuscito a vendere la prima sceneggiatura. In una cameretta ha scritto storie
di gente che gestisce minuscoli laghi sportivi, storie di paesi che scompaiono,
furti di elefanti, scioperi generali del pensiero, storie di santi che invecchiano
e di fantini che ingrassano. In testa ha un vulcano e ansiosamente la lava
nuova copre quella vecchia. Tanto una storia vale l'altra, ma nessuna valeva
qualcosa, almeno a dar retta ai produttori.
Finché a Peter sono accadute due cose: ha pressoché finito i soldi e ha
conosciuto Eleonora. Eleonora aveva sessant'anni, vestiva di seta e portava
degli scarponi con la suola di sughero: aveva i capelli gonfi e biondi, sopra, e
sotto radi e neri. Parlava da sola, a bassavoce, in italiano e in inglese.
Peter l'ha incontrata in un bar a Ponte Milvio, una notte in cui non c'era più
niente da scrivere e faceva troppo caldo per rimanere nella camera in affitto.
Lei teneva al guinzaglio tre vecchi bastardoni e beveva vino frizzante, un ca-
lice dopo l'altro. Quando hanno annusato le scarpe di Peter, i cani hanno
iniziato a ringhiare. Quella notte Peter ha dormito nel grande letto di Eleonora
e dei bastardi, in un attico pieno di tappeti polverosi e di posacenere
stracolmi. Lei gli ha accarezzato per ore la pancia e il codino dei capelli, gli ha
detto “tesoro”. Il giorno seguente Peter ha disdetto la camera e ha portato lì
valigia e macchina da scrivere.
Per più di un mese Peter e Eleonora hanno vissuto come marito e moglie,
mangiando sofficini a pranzo e a cena, guardando molto la televisione,
portando fuori i cani a pisciare, la notte. Come marito e moglie hanno parlato
poco o niente. Peter ha buttato giù due raccontini da sviluppare: un fiume che
si asciuga tra i paesi e le campagne prima di arrivare al mare e un astronauta
che dallo spazio telefona di continuo per un gioco a premi. Eleonora aveva
una certa difficoltà a sbarazzarsi della spazzatura e a cambiarsi d'abito:
spesso dormiva vestita, con quei sugheri ai piedi, abbracciata a Peter o a uno
dei tre cani. Nel sonno parlava di gioielli e feste, di smalto rosso per le unghie
e anche di città americane. Detroit, gridava, oppure: Caracas. Una mattina si
è svegliata con la faccia dura, e con la voce dura ha detto che andava ad
abitare in una clinica e che Peter poteva rimanere in quella casa a occuparsi
dei cani, a tener loro compagnia. Ha lasciato duecento euro sul tavolo di
marmo all'ingresso, ha chiamato un taxi ed è scomparsa.
Il primo cane è morto di malinconia dopo una settimana: non mangiava, si
nascondeva; Peter l'ha tirato fuori da dietro la lavatrice rotta, l'ha messo in un
sacco di plastica nera e, scortato dagli altri due bastardi, l'ha portato in
braccio fino a Villa Glori. In mezzo al boschetto degli ulivi, lì l'ha sepolto.
Perlomeno ho una casa, pensa la sera Peter mentre, controllato dagli sguardi
delle bestie, cerca un po' di spiccioli abbandonati sotto ai mobili e nei vasi.
Indietro non torno, tra le montagne non torno, presto una qualunque delle mie
storie andrà bene, il produttore si innamorerà. Ogni giorno Peter prende in
bagno una delle cento spazzole e striglia quelle due schiene puzzolenti. Poi
cuoce il riso, scongela la carne tritata e apparecchia le scodelle per sé e per i
cani. Più tardi accende la televisione in cerca di un programma che piaccia
anche a loro, di solito un vecchio film in bianco e nero calma tutti.
Una notte il telefono suona e suona tra gli ululati, forte come un allarme.
Ricordati che quando i cani sono finiti te ne devi andare, immediatamente,
grida Eleonora e attacca.
Da una settimana il produttore si fa negare - la segretaria ride mentre dice
per la decima volta mi dispiace ma il dottore oggi non c'è ma domani
neanche.
Un pomeriggio un motorino urta uno dei due cani, proprio davanti al parco.
Sembra niente, sembra solo spavento, il cane cammina bene, ringhia, morde
la mano di Peter che lo accarezza, ma il giorno dopo nel boschetto di Villa
Glori c'è un'altra fossa piena, una seconda croce fatta con i legnetti dei
ghiaccioli.
Ora Peter non scrive più nulla, l'unica occupazione è salvare l'ultimo cane,
salvare quella casa e la vita a Roma. Dall'Austria una vecchia amica gli ha
mandato un po' di soldi chiusi in una lettera: non disperarti, Peter, non
mollare, e non mi chiedere più soldi. Peter compra le cose più buone,
gamberetti surgelati, cioccolata, chili di pizzette rosse, perché gli sembra che
la bestia mangi di meno, che lo faccia per dispetto. Compra anche una pallina
di gomma rossa da lanciare in fondo al corridoio: talvolta, trascinando un po'
le zampe e digrignando i denti, il cane la va ad acchiappare, ma più spesso la
guarda con disprezzo, ed è Peter a doverla recuperare. Gli ha fatto venti
iniezioni di ricostituente, come ha consigliato quel ladro del veterinario. A
Peter trema la mano quando deve infilare l'ago nella pelle, sotto quel pelo
grigio, anche se il cane ormai rimane tranquillo, quasi rassegnato. Poi Peter
resta un'ora sdraiato accanto a lui a sperare e a proiettare con la mente film
sul soffitto. Di casa esce sempre più di rado, teme che il cane gli muoia
mentre stanno fuori, e che al ritorno la chiave non giri più nella serratura.
Una notte Peter ha sognato una spiaggia: c'era una doccia chiusa piantata in
riva al mare, mentre dal cielo cadeva una pioggia fitta e fredda. Lui e il cane
guardavano quella doccia arrugginita, e non c 'era altro, non si capiva altro.
Peter si è svegliato di soprassalto, ha messo il guinzaglio alla bestia che
ansimava ed è uscito. Mentre chiudeva la porta ha sentito il telefono squillare
nell'appartamento vuoto, ma non è tornato dentro ad ascoltare le grida e le
minacce di Eleonora.
Giù in strada c'era una gran trambusto: stavano per girare una scena di un
vero film. La cinepresa era circondata di cavi contorti e persone agitate. Due
tralicci carichi di riflettori inondavano di luce il marciapiede opposto, dove
alcuni uomini aspettavano a braccia conserte. Altre comparse, altre
comparse, strillava un tizio in un megafono, voglio un viavai che non finisce
più. Lei con il cane, sì, lei con quel codino, faccia il passante, cammini per i
fatti suoi e non guardi in macchina: tra un minuto esatto si gira. E dopo un
minuto Peter e l'ultimo cane passavano sul marciapiede con le gambe
tremanti in mezzo a tanti sconosciuti, senza meta e sotto un fascio di luce
bianca.
All'alba l'ultimo cane è morto.
Peter ha fatto la valigia e poi ha infilato il cane in uno dei sacchi di plastica
nera. Faticosamente l'ha sepolto a Villa Glori, tra i soliti ulivi argentati.
Davanti a quelle tre tombe s'è messo in ginocchio sulla sua valigia e ha
domandato: farabutti, ora che faccio, a che penso, dove dormirò? Gli veniva
in mente solo la doccia chiusa nel diluvio.
Uscendo dal parco con gli occhi bassi, Peter s'è accorto d'essere seguito da
una cagnetta con il muso rotondo e la coda mozza. Si è chinato per scartarle
l'ultimo cioccolatino che teneva in tasca e dire: bella Lisa. La cagna gli ha
messo le zampe sulla spalla e ha inclinato la testa. Aveva un alito buono, da
ragazza. Nessun collare, nessuno che la cercasse.
Vattene, ha detto Peter, ma lei lo seguiva. E allora Peter ha pensato: un cane
vale un cane e una storia vale l'altra, poi la vita sceglie e manda, e tutto
continua.
Così in quel pomeriggio umido, seduto su una panchina con il suo cane caldo
sulle ginocchia, Peter lo svizzero ha cominciato a scrivere a matita su un
quaderno. Con una strana gioia s 'incamminano nelle pagine bianche le
parole dell'unica storia possibile - la sua, la nostra -, la storia infinita di ogni
passante, di ogni nuvola passeggera.