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Quinta meditazione

Introduzione (Landucci)

Le essenze matematiche
La ricerca della veritàsi sposta ora sulle cose materiali, ma anche in questo caso muovendo dalle
idee che ne abbiamo, indipendentemente dal fatto se esistano o meno, al di fuori di noi, cose
corrispondenti ad esse.

Di un corpo percepiamo in modo chiaro l’estensione o grandezza, la figura, la posizione, il


movimento ecc, ovvero le caratterisitche quantitative (le cosidette qualità primarie); le idee di esse
sono innate. Cartesio mostra che non sono nè avventizie (abbiamo idee anche di figure
geometriche delle quali non abbiamo mai trovato esempi sensibili), né fattizie (possiamo infatti
pensarle ma non possiamo maniporlarle a nostro piacere).

Gli enti matematici sono quindi in se stessi “nature” o “essenze” o “forme” immutabili, eterne.
Indipendentemente dall’esistere o meno dei corpi, gli enti matematici sono qualcosa (= non
niente) appunto perché se ne dimostrano delle verità. Queste sono verità in sè: un teorema lo
scopriamo, non lo inventiamo ed era già vero prima che venisse scoperto. Gli enti e le verità
matematichehanno un tipo particolare di essere (non diciamo esistenza per riservare questo
termine ad eventuali cose esterne a qualsiasi mente): una sussistenza in sé che fa tutt’uno con la
loro validità intrinseca.

Questa concezione, platonica, era in alternativa alla concezione costruttivistica e


convenzionalistica della matematica, intesa come costruita da noi, come sostenevano Hobbes e
Gassendi, fra gli obiettori delle meditazioni.

Viene cosi risolto uno dei dubbi della meditazione 1 che era stato fatto dipendere dall’ipotesi del
Dio ingannatore: “e allora, come posso sapere se egli non abbia fatto inmodo che non ci siano
affatto…figure grandezze e luoghi?”

Risolto sul fondamento della veracità di Dio “ho già dimostrato che è vero tutto ciò che conosco
chiaramente” ricorda cartesio, rimandando alle due meditazioni precedenti.

Concepisco chiaramente, attarverso la dimostrazione del suo teorema, che gli angoli interni del
triangolo sono uguali a 180 gradi, quindi - data la veracità di dio - è vero che gli angoli interni al
triangolo sono 180 gradi. Questa verità non è inventata da me o da chiunque altro né è stata
ricavata in modo osservativo: data la veracità di dio, essa è una verità in se, non dipendente da
convinzioni umane o da costatazioni empiriche.

Se avessero ragione Hobbes e gassendi, noi tutti ci inganneremmo ogni volta che percepiamo le
verità matematiche.

Per quanto riguarda le cose materiali, risulta la possibilità che esse esistano (come viene detto
all’inizio della meditazione 6) appunto perché la loro essenza è l’estensione, quindi di natura
matematica, e conoscere l’essenza di qualcosa è già sapere che può anche esistere realmente, in
quanto dotato appunto di una propria natura intrinseca.

Siamo ancora nel campo della possibilità, non della realtà (non ancora). La realtà la si accerta
dunque attraverso lo scrutinio delle nostre idee, senza bisogno di informazioni di fatto.

Un’altra dimostrazione ancora dell’esistenza di Dio


Questa è di nuovo una parentesi, introdotta per analogia con le dimostrazioni matematiche.

Secondo l’idea che ne abbiamo, dio è per essenza l’ente perfettissimo, cioè dotato di tutte le
perfezioni; ma è perfezione anche quella di esistere. Negare che dio non esista equivale a
sostenere che l’ente perfettissimo manca di una perfezione e questa sarebbe una grande
contraddizione. L’errore dell’ateismo sarebbe logico. Una definizione di dio è questa: l’ente alla
cui essenza appartiene di esistere o la cui esistenza è necessaria; ché altrettanto non è pensabile
di nient’altro.

L’analogia di questa dimostrazione con le dimostrazioni matematiche è nella connessione


logicamente necessaria fra una essenza ed una sua proprietà: fra Dio e la sua esistenza, dunque,
così come tra il triangolo e i 180 gradi. Occorre ovviamente che anche l’idea di dio sia innata, ma
cartesio lo dimostra dicendo che di essa non possiamo modificare nulla. La questione decisiva

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relativamente a dio, l’alternativa tra teismo e ateismo è dunque se ‘idea che ne abbiamo sia o no
fattizia.

Questo argomento è a priori (o ontologico), a differenza delle dimostrazioni della 3 meditazione.


Già avanzato da Anselmo da Aosta e screditato da San Tommaso. Dopo cartesio conosbbe
succeso per un secolo, fino a Leibniz, prima di venire investito di critiche di Hume e Kant.

QUi nelle meditazioni è presentato come un argomento ad hominem, contro chi ritenesse certe le
verità matematiche ma non l’esistenza di Dio. Anche nel caso che non fossero vere le
dimostrazioni della meditazione 3, dovrei comunque essere “certo dell’esistenza di dio almeno
altrettanto quanto finora lo sono sempre stato delle verità matematiche”. Quindi questo
argomento non è da considerare alla pari con le dim della meditazione 3.

Validazione del criterio di verità


La parte finale della meditazione spiega in che cosa consista la garanzia che dio fornisce alla
nostra conoscenza. La sua veracità ci assicura che non ci inganniamo a ritenere vero quanto
concepiamo chiaramentte e distintamente. Ma può sembrare che in tal modo non si sia poi
guadagnato molto perché anche senza sapere nulla della veracità divina noi diamo l’assenso a
quanto conosciamo come evidente. La differenza invece è fondamentale.

È un dato di fatto, siamo fatti così: non riusciamo a rifiutare l’assenso all’evidenza. Questo però
attiene alla nostra psicologia. La questione filosofica, relativa alla conoscenza umana è normativa:
comportarsi in questo modo è corretto o no? Da qui l’ipotesi dell’inganno sistematico, introdotta
quado non sapevamo se quell’impulso fosse affidabile o no.

La veracità divina dunque ci fornisce la giustificazione che prima mancava: ci assicura che
possiamo tranquillamente comportarci in quel modo in cui di fatto ci comportiamo.

Questa è la soluzione del dubbio sulla verità dell’evidenza che era stato formulato nella prima
meditazione, quando ci si era chiesti se per caso non accada che io mi inganni anche ogni volta
che sommo 2 e 3. In più però l’assenso spontaneo si rivolge all’evidenza attuale, quando sia
presente, perché solo in tal caso essa ci si impone non lasciandoci scelta.. ma la nostra
attenzione varia in continuazione. Come mantenere la fiducia nelle evidenze che abbiamo avuto?
Quasi mai le nostre evidenze sono puntuali: per tutto ciò che non sia una mera rivelazione
occasionale, ci sono infatti i giudizi a cui arriviamo, ma ci sono pure le ragioni per cui ci arriviamo,
le quali possono essere anche molto complicate. È normale ricordarsi delle conclusioni e non
delle ragioni che le giustificano. Sappiamo che abbiamo compreso chiaramente e distintamente p,
ma perché avevamo concluso con p? In questa situazione potremmo essere assaliti ogni volta dal
dubbio: e se fossimo fatti in modo da ingannarci? Avremmo solo delle opinioni stabili.

La veracità di dio elimina questo dubbio e ci garantisce l’affidabilità della conoscenza e dei nostri
patrimoni di conoscenza.

Introduzione (Scribano)

5. L’INNATISMO, L’ESSENZA DELLE COSE MATERIALI E L’ESISTENZA DI DIO

Cartesio può usare ora per i suoi scopi la veracità divina che ha dimostrato nella quarta
meditazione. L’analisi del pezzo di cera aveva già mostrato che quello che conosciamo
chiaramente e distintamente nella materia sono le caratteristiche geometrico-matematiche.
Sarebbe stato prematuro trarre conclusioni sull’essenza della materia perché non avevamo
ancora garanzia che le idee chiare e distinte fossero vero, cioè che ciò che si conosceva
chiaramente e distintamente come l’essenza delle cose materiali lo fosse veramente. Ora invece
grazie alla veracità divina è possibile assicurare che ciò che è conosciuto come l’essenza delle
cose materiali lo è in effetti.

5.1 L’innatismo
La matematica è l’esempio per eccellenza di conoscenza chiara e distinta e la matematica è
costituita esclusivamente di idee innate. La tesi secondo la quale nella mente ci sono idee innate
è la base di tutta la teoria della conoscenza di cartesio. Su di essa infatti poggia la pretesa di
costruire una scienza indipendente dall’esperienza e allo stesso tempo capace di descrivere
adeguatamente la realtà. L’innatismo era già stato anticipato nella terza meditazione analizzando
l’unica idea innata, quella di dio, che fino a quel momento era stata accertata come innata. Le
idee innate, al contrario delle idee avventizie, non si presentano alla mente in modo involontario e
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al contrario delle idee fattizie, il loro contenuto si impone alla mente come immodificabile e
necessario. Cartesio riprende qui la teoria innatista e ne spiega l’implicazione ontologica: le idee
innate descrivono una realtà indipendente dal pensiero, denotano essenze immutabili ed eterne.

Per stabilire se una idea sia innata, avventizia o fattizia, cartesio nella quarta e quinta meditazione
chiede di considerare se la mente sia attiva o passiva quando stiamo evocando una idea e
quando stiamo formando il contenuto rappresentativo di quella idea.

La mente è attiva per quanto riguarda l’evocazione di una idea: nelle idee innate e fattizie (decido
io se pensare ad un triangolo o costruire l’immagine di pegaso) ma non nelle idee avventizie (non
decido io se vedere il sole o no); per quanto riguarda il contenuto: la mente è attiva nelle idee
fattizie ma passiva in quelle innate ed avventizie (non decide lei che la somma degli angoli del
triangolo è 180 e che il sole è luminoso).

La teoria delle idee innate si basa sulla resistenza di un certo contenuto del pensiero all’attività
della mente (contro le idee fattizie) pur in assenza di qualcosa di esistente che si imponga alla
mente (contro le idee avventizie).

Distinzione tra idea innata e idea fattizia:

- Il contenuto di una idea innata non può essere modificato. Significa che il giudizio, sempre
volontario, non può mai essere indifferente di fronte al vero. 

Cartesio esplicita la tesi della non manipolabilità del contenuto delle idee innate. Le
caratteristiche che appartengono ad un ente descritto da una idea innata sono legate tra loro
da una implicazione logica, e non è possibile negare una proprietà dell’ente descritto da una
idea innata perché si cadrebbe in contradizione. Nelle idee fattizie invece posso togliere o
aggiungere le proprietà.

- Nelle idee innate vige la logica della scoperta. Nel caso di una figura geometrica, il geometra
può proseguire nella scoperta delle sue caratteristiche e continuare a dimostrare teoremi che
non sapeva. Le idee innate sono sistemi aperti. Le idee fattizie invece sono sistemi chiusi, in
esse ritrovo solo quello che vi ho messo nell’atto in cui le ho create

Entrambi i criteri mostrano che ciò di cui l’idea innata si riferisce rimane là, indipendentemente dal
fatto che qualcuno lo pensi oppure no. La resistenza del contenuto delle idee innate all’attività
della mente impone di ipotizzare che ad esse corrispondano le essenze delle cose indipendenti
sia dalla loro esemplificazione, sia dalla libera attività della mente. Le idee fattizie e avventizie
sono oscure e confuse, non hanno alcuna realtà se non in quanto pensate; le idee innate inveece,
le essenze delle cose, anche se non sono esemplificate, fanno parte dell’essere reale e per questo
possono esistere.

Esempio delle essenze denotate dalle idee innate sono le essenze della matematica: “esistono in
me una infinità di cose …. Come per esempio quando io mi immagino un triangolo, sebbene non
ci sia…”

Ma anche l’idea di dio presenta le stesse caratteristiche: “conosco un’infinità di cose in dio, delle
quali non posso nulla diminuire o cambiare”.

Lateroia cartesiana della matematica si inscrive in una ripresa del modello platonico e cartesio ne
è consapevole: così tanto che in apertura rimanda all’argomento platonico della reminescenza:
“mi sembra di non apprendere nulla di nuovo ma piuttosto di ricordare ciò che sapevo prima”.
Nella teoria cartesiana, la matematica è il regno della scoperta di qualcosa che ha una realtà
indipendententemente dal fatto che sia conosciuta o no.

Secondo cartesio, come abbiamo visto nell’analisi della cera nella seconda meditazione, tutta la
nostra esperienza è intessuta di idee innate e senza di esse l’esperienza stessa sarebbe
impossibile. Cartesionon inventa la tesi secondo la quale alcune idee rappresentano cose che
appartengono all’ente reale mentre altre rappresentano cose che non esistono o che non possono
esistere. Tuttavia cartesio risolve in modo originale il problema di distinguere le idee degli enti cui
corrisponde una vera essenza e che quindi possono esistere, dalle entità fittizie. Vuole distinguere
quindi le entità vere della matematica dagli enti fittizi, per escludere che la matematica sia frutto
dell’artificio umano.

Perché una idea rappresenti qualcosa che appartiene all’essere reale, deve superare 3 test:

- la definizione di quell’ente non deve implicare contraddizione

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- Una idea è innata quando è impossibile negare uno qualunque degli elementi che la
compongono senza cadere in contraddizione

- Quando di essa si possono scoprire facoltà che non erano conosciute

Dalla teoria della matematica consegue che la teoria cartesiana della verità si precisa come
adeguazione del pensiero alla cosa conosciuta: le operazioni matematiche sono vere quando
descrivono adeguatamente gli enti reali cui si riferiscono, ovvero le essenza della matematica e
della geometria. Se dio è verace, le essenze geometrico-matematiche non possono essere
difformi da come il mio intelletto le intende. Essere vere, nel caso delle idee chiare e distinte,
implica già corrispondenza del pensiero alla cosa, anche se le cose stesso conosciuto non
fossero esemplificate in natura.

Siamo così a cuore dell’obiettivo cartesiano: la veracità divina e l’innatismo svelano il loro vero
ruolo: garantire che la scienza umana descrive la struttura reale del mondo, e, nello stesso tempo,
che essa può farlo in totale assenza di informazioni sulla reale esistenza del mondo. “ed ora…ho il
mezzo per acquistare una scienza perfetta riguardo ad una infinità di cose che appartengono alla
natura corporea…”. Questo obiettivo viene garantito dalla veracità divina, che garantisce “che
tutto ciò che io riconosco chiaramente e distintamente appartenere ad una cosa le appartiene, in
effetti”, ad una “cosa”, appunto. Le idee innate si riferiscono a cose, parlano di realtà e sono
legittimate a farlo grazie alla veracità divina.

L’inganno divino è temibile per una filosofia che pretenda che le idee dicano la verità su come il
mondo è fatto. Ora che conosce la natura della matematica, il meditante è in grado di valutare
quale rischio avrebbe corso la scienza se dio, oltre che onnipotente, non fosse verace.

5.2 L’essenza delle cose materiali


Cartesio fino ad ora ha parlato della matematica in quanto tale, dando per scontato che essa
descriva l’essenza della materia. Cartesio ritiene di aver già dimostrato nella seconda meditazione
che ciò che l’intelletto umano conosce come costitutivo della natura della materia sono le
essenze descritte dalla matematica, e che, una volta raggiunta la veracità divina, nessun ostacolo
c’è al riconoscimento che l’essenza dei corpi si riduce alle loro caratteristiche quantificabili.
Tuttavia anche nella meditazione 5 c’è un argomento in favore della tesi secondo la quale la
matematica descrive l’essenza della materia. L’argomento è molto rapido: “io immagino
distintamente la quantità che i filosofi chiamavano quantità continua”. L’immaginazione, per
cartesio, è la facoltà che per definizione è deputata solo alla conoscenza di ciò che è materiale.
Nella seconda med aveva detto che “immaginare non è se non contemplare la figura o l’immagine
di una cosa corporea”. L’immaginazione funziona sempre con immagini e ha un duplice aspetto:

- può rievocare immagini percepite con i sensi e in questo caso il suo contenuto è dipendente
dalla sensibilità

- Può tradurre in immagini fisiche idee puramente intellettuali, come quelle della geometria,
adeguandosi interamente alle caratterisitche delle idee innate, cioè decidere se immaginarle ma
non cosa

Questo spiega perché cartesio può allargare all’immaginazione la chiarezza e distinzione: proprio
per la capacità di tradurre in immagini mentali le idee chiare e distinte dell’intelletto, anche
all’immaginazione viene attribuita questa distinzione.

Ciò che non è immaginabile, come l’anima e dio, non è sicuramente materiale; ciò che è
immaginabile ha a che fare con i corpi. Le figure geometriche posso essere tradotte
immaginativamente e qyesto è la prova che esse costituiscono l’essenza dei corpi.

Quindi, l’intelletto mostra che la matematica descrive essenze vere, l’immaginazione che queste
essenze descrivono adeguatamente la natura della materia, tuttavia l’intelletto e l’immaginazione,
uniti assieme, possono solo assicurare che la materia può esistere, ma non che esiste in effetti. La
prova dell’esistenza della materia può fornirla solo la sensibilità, come cartesio dimostra nella
meditazione 6.

5.3 La prova a priori dell’esistenza di Dio


Accanto all’analisi dell’essenza delle cose materiali, si riapre il capitolo delle dimostrazioni
dell’esistenza di dio.

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Premessa maggiore: definizione di Dio: Dio è l’ente perfettissimo

Premessa minore: definizione di esistenza: l’esistenza è una perfezione

Conclusione: Dio esiste, dal momento che chi negasse l’esistenza di dio ne contraddirrebbe la
definizione.

Perché è necessaria una nuova dimostrazione? E perché si trova nella med 5?

Seconda domanda: nel titolo accosta dio e materia. È una contrapposizione motivata:

1) La prima motivazione va cercata nella struttura della prova, costruita in analogia stretta con la
struttura dei teoremi della matematica. Il ruolo che nel teorema geometrico è sostenuto dalla
definizione della figura, nella dimostrazione dell’esistenza di Dio è svolto dalla definizione di
Dio: Dio è l’ente perfettissimo e l’esistenza di dio viene dedotta dalla sua definizione, come
dalla definizione del triangolo vengono dedotte le sue proprietà. Il sillogismo è chiamato a
priori perché assume come premessa ciò che precede e quindi la dimostrazione dell’esistenza
di dio, come le prove della matematica, è una dimostrazione a priori.

2) La seconda ragione: per cartesio la sua validità come la validità dei teoremi geometrici,
dipende dal fatto che l’idea di dio, come le idee delle figure geometriche, sia una idea innata,
e che ad essa corrisponsa perciò una essenza indipendente dal pensiero.

La prova cartesiana della quinta meditazione chiama alla mente la prova di Anselmo: “dio è l’ente
di cui non si può pensare il maggiore”.

Tommaso aveva respinto questa invocando l’illegittimità di inferire da una esistenza pensata una
esistenza fuori dal pensiero. Anche ammettendo che la definizione di Tommaso imponga di
pensarlo esistente, non vuol dire che dio esista nella realtà.

Cartesio darà ragione a Tommaso per la critica, ma dirà che il proprio argomento sfugge a tale
critica. Dice “sebbene io concepisca dio con l’esistenza, sembra che non ne segua che un dio
esiste”; però, si risponde da solo: “dal fatto che io non posso concepire dio senza esistenza,
segue che l’esistenza è inseparabile da lui e pertanto che egli esiste veramente: e non perché il
mio pensiero possa fare che la cosa vada così né perché imponga alle cose necessita; ma al
contrario perché la necessità della cosa stessa, cioè l’esistenza di dio, determina il mio pensiero a
concepirlo così”.

Nell’attribuire a dio l’esistenza, non si pretende di passare dal pensiero alle cose e quindi di
imporre le leggi del pensiero ad una realtà che può ignorarle, ma al contrario, sono le cose che si
impongono con la loro necessità al mio pensiero: è l’essenza del triangono che mi impone di
pensare l’equivalenza dei suoi tre angoli interni a due retti, come è l’essenza di dio che mi impone
di pensarlo esistente.

Quello che manca all’argomento di Anselmo è la teoria innatista, dalla quale la validità della prova
della meditazione 5 dipende. Se l’idea di dio che serve da premessa alla prov è una idea innata,
essa rappresenta una vera ed immutabile natura. Ma le vere ed immutabili nature, come
sappiamo, fanno parte dell’essere reale ed è per questo che se una di esse - quella di dio -
contiene in sé l’esistenza, questa esistenza non è solo un’esistenza pensata ma è già una
esistenza indipendente dal pensiero, che si impone al pensiero stesso. Per questo il passaggio
dall’idea di dio all’esistenza di dio fuori dalla mente non compie un salto ontologico dal pensiero
all’essere, ma prende atto di come le cose stanno.

Perché quindi è necessaria una nuova dimostrazione?

L’analogia tra teoremi della matematica e dimostrazione a priori dell’esistenza di dio, consente di
costruire un nuovo argomento per la necessità della fondazione metafisica della fisica.

5.4 Esistenza di Dio e verità delle idee


Cartesio grazie all’analogia dunque riesce ad impostare un nuovo percorso meditativo rivolto a chi
non lo abbia accompagnatto lungo le tappe precedenti. Se prendiamo uno scienziato che ritiene
che l’evidenza delle proprie dimostrazioni è sufficiente a garantire la verità (e quindi ritiene la
scienza autofondata e indipendente dalla metafisica), a costui si chiede che conceda che la prova
a priori dell’esistenza di dio ha la stessa cogenza delle dimostrazioni della matematica, sul quale
modello è costruita.

Grazie all’analogia:

- Cartesio ha ottenuto il risultato che un matematico coerente non può essere ateo

- Vuole mostrare al matematico hche senza l’accetazione dell’esistenza di dio, la sua matematica
non può aspirare a quello statuto di scienza e di certezza perfetta che invece egli le attribuisce

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L’esistenza di dio è PIU certa delle dimostrazioni della matematica. È vero ch dei teoremi della
matematica non si può dubitare nel momento in cui si presta attenzione ad essi, nel momento
cioè in cui li si dimostra. Però di essi è possibile dubitare quando si ha solo il ricordo di aver
dimostrato un teorema e se ne possiede solo la conclusione, ovvero quando non si ha sotto gli
occhi tutta la catena dimostrativa. È allora che si crea uno spazio psicologico per il dubbio. Solo
dimostrando che dio esiste e non è inganatore questo dubbio non è più possibile.

Un matematico ateo quindi può avere la certezza di ciò che sta dimostrando, nel momento in cui
lo dimostra, ma appena si passa ad una dimostrazione successiva si crea uno spazio psicologico
nel quale sarà possibile dubitare. Se il matematico è convinto che dio esiste e non è ingannatore,
non andrà mai incontro a quel dubbio.

5.5 Il circolo vizioso


Nella distinzione tra evidenza attuale e ricordo di evidenza cartesio indicherà la chiave per
respingere l’accusa di essere caduto in un circolo vizioso nel tentativo di garantire la verità della
scienza con la veracità divina.

L’accusa è la seguente:

Dio è chiamato a garantire le cose chiare e distinte; però la dimostrazione dell’esistenza di dio è
compiuta attarverso cose chiare e distinte. Allora delle due una: o le idee chiare e distinte che
servono per la dim di dio non hanno bisogno di garanzia, quindi nessuna idea chiara e distinta ha
bisogno di garanzia, quindi la dimostrazione è inutile; oppure le idee chiare e distinte hanno
bisogno tutte di garanzia, ma allora non è possibile garantirle perché niente può garantire che le
idee chaire e distinte usate siano anche vere.

Cartesio ha risposto chiarendo che la perfetta certezza coincide con l’impossibilità - psicologica -
di dubitare di qualcosa sotto qualunque condizione, poiché l’impossibilità di dubitare di una
proposizione sotto qualunque condzione si ha solo quando è impossibile concepire una
qualunque ragione di dubbio: assoluta indubitabilità psicologica e indubitabilità normativa
coincidono.

L’indubitabilità assoluta degli assiomi ri regge sul presupposto che gli assiomi (eccetto il cogito)
non dicono niente sulle cose. Solo quando a partire da essi si fanno le dimostrazioni, si produce
scienza e si parla della realtà extramentale: si entra così nel regno della corrispondenza tra il
pensiero e le cose nella quale consiste la verità. È a questo livello che può insinuarsi il dubbio che
le dimostrazioni non descrivano correttamente la realtà e quindi siano false.

Vedi libro e altro? Non chiarito

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