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Il monte delle Forbici è una cima che si può raggiungere assai facilmente partendo dalla bocchetta

omonima, abbastanza nota ai frequentatori della Valmalenco perché si trova sul percorso che conduce al
rifugio Marinelli, appena sopra il rifugio Carate Brianza. È anche una cima estremamente panoramica, in
quanto abbastanza alta, con i suoi 2910 metri, da consentire un colpo d’occhio stupendo sull’intera testata
della Valmalenco, sul gruppo Scalino-Painale, sulla catena orobica, sul Monte Disgrazia ("desgràzia") e sulla
testata della Val Sissone (val de sisùm).

Il monte delle Forbici visto dalla valle di Musella. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itIl suo
nome è legato ad un curioso errore: infatti localmente è chiamato "bar oolt", letteralmente "caprone alto",
perché segna il confine superiore delle proprietà usufruibili per il pascolo da parte degli abitanti di Torre S.
Maria, mentre il vero, anzi, i veri monti delle Forbici ("sas di fòrbes") sono le cime segnate sulle carte come
cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono
chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”). Ormai, però, questa trasposizione è
entrata nell'uso, e difficilmente verrà corretta.

Il nostro monte, con il suo corpo massiccio, si pone sul confine fra l’alpe Musella (dal diminutivo della voce
lombarda "mosa", luogo paludoso) ed il Vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente,
da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si
apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco). C’è da aggiungere
che vi si sale seguendo un facile percorso recentemente segnalato con segnavia biancorossi con il
contributo della Comunità Montana di Sondrio. Si tratta, dunque, di un’escursione da prendere in
considerazione, che richiede poco meno di tre ore per essere effettuata, partendo da Campomoro (il
dislivello complessivo è di circa 970 metri).

Punto di partenza è, dunque, la diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa I pizzi
Roseg, Scerscen e Bernina si specchiano nel laghetto delle Forbici. Foto di Massimo Dei Cas
www.paesidivaltellina.itValmalenco (sgésa, a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (dalla voce
lombarda "fraccia", argine o terrapieno che contiene un torrente, m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco;
localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza
progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma
nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo
“Campofranscia”) e da qui, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (cammòor, 6 km da Campo
Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio.

Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e
portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante, a
quota 1940. Qui parte il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli, che dovremo seguire fino alla
bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes). Nel primo tratto esso sale, ripido, sull’aspro versante meridionale
del Sasso Moro (m. 3108), con qualche passaggio esposto protetto da corrimano.

Il sentiero volge, poi, gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici,
che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco,
riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale
passa il sentiero. Abbiamo l’impressione che sia lì, quasi a portata di mano, ma ci vorrà ancora un’ora e
mezza circa di cammino per raggiungerla. A sinistra della bocchetta, la massiccia mole del monte che
costituisce la nostra meta. Solo un po’ più avanti, guardando la sua cima, potremo scorgere quella
formazione rocciosa a forma di forbice che ne giustifica il nome.
Apri qui una panoramica sula testata della Valmalenco vista dal monte delle Forbici

Al termine del tratto pianeggiante, intercettiamo, sulla nostra sinistra, il sentiero che sale dall’alpe Musella.
Dobbiamo ora risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri” - "set suspìir"), ai
piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088). Dopo due ore circa di cammino
dalla partenza siamo, dunque, al rifugio carate Brianza ed alla bocchetta delle Forbici (m. 2660), che ci
introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen.

Il rifugio ("la caràte") era, in origine, un deposito costruito, nel 1916, dagli Alpini che erano di stanza alla
capanna Marinelli. Nel 1926 il comune di Torre S. Maria lo cedette all'Unione Escursionisti Caratesi, che lo
ristrutturarono ed ampliarono e lo inaugurarono il 15 agosto 1927.

Apri qui una fotomappa della salita al monte delle Forbici

Ora, prima di salire alla cima, concediamoci un breve fuori-programma e, seguendo i segnavia bianco-rossi,
che segnalano il percorso per la discesa nel Vallone di Scerscen, scendiamo al laghetto delle Forbici, che si
trova in un’ampio pianoro poco sotto la bocchetta. La partenza di questo itinerario è segnalata su un masso,
posto a sinistra del sentiero per la Marinelli, a poca distanza dalla bocchetta delle Forbici, con la scritta
“Ponte-Cimitero Alpini”. In pochi minuti, eccoci sulla riva orientale del laghetto delle Forbici (m. 2618), nel
quale, durante le belle giornate con calma di vento, si specchia l’imponente testata della Valmalenco. Uno
spettacolo che lascia senza fiato. Poco oltre, troviamo un secondo e più piccolo laghetto (m. 2611). Da qui
possiamo distinguere chiaramente la forca d’Entova (buchèta d’éntua, termine che significa, Il laghetto di
Scarolda. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itetimologicamente, posto fra due corsi d'acqua,
dai termini lombardi "ent" ed "ova"), che si trova sul crinale che separa la valle di Scerscen dall’alta
Valmalenco, a sinistra della marcata punta del Sasso d’Entova (sasa d’éntua), alla cui destra si distingue il
pizzo Malenco. Guardando ancora più a destra, vediamo la vedretta di Scerscen inferiore, delimitata, a
nord, dalla massiccia dorsale che comprende, da sinistra, il pizzo Glüschaint (m. 3594), La Sella (m. 3854), i
pizzi Gemelli (m. 3500 e m. 3501) ed il pizzo Sella (m. 3511). Seguono i colossi della testata del Bernina, cioè
i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4050), e la
Cresta Güzza (m. 3869).

Torniamo, ora, alla bocchetta e ridiscendiamo al rifugio Carate Brianza. Vicino al rifugio, a sud, troviamo il
cartello che indica la partenza del sentiero segnalato per il monte delle Forbici, dato a 50 minuti. Si tratta di
un percorso agevole, ben segnalato, che si snoda sull’ampio crinale settentrionale della cima, dove si
alternano formazioni rocciose ad incantevoli pianori. Saliamo, quindi, con qualche breve strappo, verso sud,
mentre il panorama, alle nostre spalle, si allarga. Ecco comparire, a destra della Cresta Güzza, i pizzi Argient
(forma dialettale per "Argento"; nell'ottocento veniva chiamato Piz Ladner, poi anche Piz Blondina, m.
3945) e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995), mentre le cime di Musella (m.
3079 e 3094) lasciano intravedere solo la cima del più orientale pizzo Palù (toponimo assai diffuso, che
deriva da "palude"; m. 3906).
Apri qui una panoramica sul monte Disgrazia e la Val Sissone dal monte delle Forbici

Dopo tre quarti d’ora circa, guadagniamo il breve pianoro sommitale, sorvegliato da un ometto. Grandioso
il panorama. Alle già menzionate cime della testata della Valmalenco si aggiungono, ad ovest, il Monte
Disgrazia (m. 3678), inconfondibile con la sua mole decisamente più imponente La cima del monte delle
Forbici. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itrispetto a quella delle cime che fanno da contorno
(a sinistra il pizzo Cassandra, piz Casàndra o Casèndra, m. 3226, ed a destra il monte Pioda, sciöma da
piöda, m. 3431).

Più a destra, la testata della Val Sissone, con le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di
alberi), la punta Baroni (m. 3203) ed il Monte Sissone ("sisùn"in Val Masino, "còrgn de sisùm", in
Valmalenco, m. 3331). A seguire, le cime di Rosso (m. 3369) e di Vazzeda (m. 3927) e la cima di Val Bona (m.
3033). In mezzo, fra quest’ultima e le precedenti, uno bello scorcio sul gruppo delle Sciore, in Svizzera.

Proseguendo verso destra, il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus) è nascosto dalla massiccia
mole del Sasso Nero (umèt, m. 2921), che si propone in primo piano, ad occidente. Il massiccio del Sasso
Nero è un po’ il gemello di quello del monte delle Forbici, e separa il Vallone di Scerscen dall’alta
Valmalenco.

Guardiamo, ora, a sud: oltre la dorsale monte Caldenno (m. 2669)-Sasso Bianco (m. 2490)-monte Canale
(m. 2523), ecco la sezione centrale della catena orobica. A nord-est, poi, a dominare la scena, in primo
piano, è il massiccio Monte Moro (m. 3108), alle cui spalle, sulla destra, si distinguono bene i pizzi Canciano
(m. 3073) e Scalino (m. 3323), fra i quali è ben visibile il ghiacciaio dello Scalino.

Apri qui una panoramica sul monte Disgrazia visto dal monte delle Forbici

Più a destra, cioè ad est, dietro la dorsale che separa la Valmalenco dalla Val Painale (alta Val di Togno),
compaiono la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3137). Tornando a guardare a nord, infine,
godiamo di un superbo colpo d’occhio sul Vallone di Scerscen e, a destra, del nascosto e misterioso laghetto
di Scarola, rinserrato fra le scure rocce strapiombanti del versante orientale del Sasso Nero.

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Il rifugio Carate Brianza ed il Sasso Moro. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Rifugio Carate-Brianza

SALITA AL SASSO MORO

Punti di partenza ed arrivo

Tempo necessario
Dislivello in altezza

in m.

Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)

Rifugio Carate Brianza-Forca di Fellaria-Sasso Moro

2 h e 30 min.

490

EE

SINTESI. Seguendo le indicazioni di un cartello a lato del rifugio Carate Brianza, procediamo su traccia di
sentiero verso ovest-nord-ovest, tagliando il versante meridionale ai piedi delle cime di Musella. Seguiamo
gli abbondanti segnavia biancorossi (ma anche triangoli gialli, perché percorriamo una variante bassa della
VI tappa dell'Alta Via della Valmalenco), che ci aiutano a districarci in una fascia di blocchi e sfasciumi. Nella
seconda parte della traversata pieghiamo verso destra (sud-est) e ci portiamo al centro del vallone che sale
alla forca di Fellaria, poi su quello di destra (per noi). Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante
destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est,
verso l’evidente depressione della forca. Dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci
affacciamo alla forca di Fellaria (2819 m.). Invece di scendere per l'ampio vallone che porta alla piana di
Fellaria, cerchiamo, alla nostra destra (sud) una traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti,
che attacca il versante settentrionale del Sasso Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti
dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti, per evitare lunghi e faticosi giri (non ci sono segnavia).
Nel primo tratto di salita la traccia attacca direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve
traversata, in diagonale, salendo solo leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti ,
per la quale accediamo ad un primo ripiano. Dalla porta non proseguiamo diritti, ma volgiamo a sinistra,
sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa
accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi
bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Non proseguiamo diritti
verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e dirigendoci verso
est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una pozza d’acqua.
Percorso questo pianoro, gli ometti ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e
ci portano ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Superato il
canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio, fra due
roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca.
Puntiamo in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag, guadagna l’ampio
cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra (non, dunque, in
direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più meno, al centro, finché
giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna la quota 3069.
Riprendiamo il cammino, verso il torrione del Sasso Moro, che vediamo ad est, seguendo una debole
traccia, che si affaccia ad un saltino di rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta,
e ci troviamo a sinistra di una porta sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della
conca di Musella, un ripido canalino. Proseguiamo rimanendo sotto il crinale, fino a giungere in vista di un
nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno, all’altezza del limite alto. Con i ramponi ne
attraversiamo il limite alto (poco più di una superficie gelata), oppure lo aggiriamo a monte (con grande
cautela perché sotto massi e terriccio si trova ghiaccio). Poco prima del limite del nevaio, sfruttiamo un
canalino che sale ad un balcone superiore di sfasciumi. Qui giunti, percorriamo quasi in piano l’ampio
terrazzo e passiamo a destra di un microlaghetto. Scendiamo poi leggermente, passando a monte di chiazze
di nevaio e raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime
rocce sotto la cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti. Invece di puntare al
limite inferiore delle rocce della cupola sommitale, traversiamo a destra, portandoci ad una bocchetta cui
giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve
tratto al versante del canalino, restando a sinistra rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco
roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul terriccio. Superato questo breve passaggio un po’
esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale,
in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la traccia di sentiero che sale dalle roccette sopra
menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo
pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via percorsa, per non avere perplessità nella discesa).

Clicca qui se vuoi aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del Sasso Moro

Tutti gli escursionisti che si siano trovati a salire ai più famosi rifugi della Valmalenco, la Carate Brianza, la
Marinelli, la Bignami, hanno potuto avere un incontro ravvicinato, forse senza rendersene conto, con il
poderoso ed impressionante massiccio del Monte Moro: i sentieri percorsi per raggiungerli, infatti, ne
tagliano, nella prima parte, il fianco basso meridionale od orientale, e passano sotto paurosi e scuri
strapiombi che, in alcuni punti, possono sfiorare i mille metri. Dal rifugio Carate Brianza ("la caràte"), in
particolare, guardando verso sud est si può ammirare lo scenario dominato da questo colosso, scuro al
mattino e nelle ore centrali della giornata, rosseggiante sul far del tramonto (per gli elementi ferrosi
presenti nel serpentino dominante), che appare in tutta la sua estensione anche a chi, dal rifugio Bignami,
guardi a sud mentre percorre il Il Sasso Moro visto dall'alpe Fellaria. Foto di Massimo Dei Cas
www.paesidivaltellina.itsentiero che porta alla bocchetta di Caspoggio.

La salita alla cima di questo gigante (m. 3108), che separa l’ampia conca di Musella da quella occupata dagli
invasi di Campomoro e Gera (dighe de la gère e dighe de cammòor), è piuttosto impegnativa, e richiede
sicura esperienza escursionistica (meglio, se possibile, una guida), ma regala scenari straordinariamente
aperti e suggestivi, offrendo, nel contempo, la possibilità, a chi si sentisse meno sicuro, di fermarsi all’ampia
cima secondaria di nord-ovest, di poco più bassa (m. 3069) ed ugualmente panoramica, oltre che
decisamente più facile da raggiungere.

Punto di partenza dell'ascensione, che richiede esperienza escursionistica, è la forca di Fellaria, posta a
2819 metri, facile porta di accesso che congiunge il bacino di Fellaria, che confluisce nella Val Lanterna, da
quello di Musella, che confluisce nel vallone di Scerscen. Le cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad
est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas
di fòrbes”) e la cima di Caspoggio ci negano, a nord, la visione della testata della Valmalenco mentre a sud e
a sud est la visuale è chiusa dagli scuri ed accigliati roccioni del versante settentrionale del Sasso Moro, che
incutono un certo timore. Ad est, invece, la visuale raggiunge, alle spalle del piz Varuna e della cima
Fontana, un’ampia sezione delle cime della Valfurva. Ad ovest, infine, il Sasso Nero, (umèt), gemello
dall’aspetto meno severo del Sasso Moro, si frappone fra il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche
piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), le cime di Rosso e di Vazzeda ed il massiccio delle Sciore, a
sinistra, la punta di Fora (sasa de fura o sasa ffura) e la triade Sassa d’Entova, pizzo Malenco e pizzo
Tremoggie (piz di tremögi; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la
denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), a destra.

Vediamo, ora, come giungere fin qui passando per il rifugio Carate Brianza. Dobbiamo lasciare l’automobile
nei pressi del rifugio Campomoro o Il rifugio Carate Brianza e, sullo sfondo, il Sasso Moro. Foto di Massimo
Dei Cas www.paesidivaltellina.itdel bar-ristoro Poschiavina, e scendere, per una strada asfaltata che si
stacca sulla sinistra dalla principale, alla diga di Campomoro, attraversandone, sul camminamento, la
corona e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo
sottostante, a quota 1940. Qui parte, segnalato da un cartello, il più frequentato sentiero per i rifugi Carate
Brianza e Marinelli.

Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto
esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge, poi, gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un
più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi
pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes) e, poco
sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver
intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella, dobbiamo risalire una serrata sequenza di
dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri”), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella
(m. 3088).

Dopo due ore circa di cammino siamo, dunque, al rifugio, posto pochi metri sotto la bocchetta delle Forbici
(m. 2660), che introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen (il termine “Scérscen”
deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio
catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della
Valmalenco.. Le cime di Musella. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itGuardando da qui verso
sud-est possiamo ammirare i poderosi contrafforti del Monte Moro, che mostra in primo piano l’anticima di
quota 3069, mentre la cime è più defilata, sulla destra. Alla destra del rifugio troviamo il cartello che indica
la partenza del sentiero per la forca di Fellaria ed il rifugio Bignami. Invece di salire alla bocchetta delle
Forbici, dunque, imbocchiamo questo sentiero, che si dirige verso est-nord-est, e che è segnalato da
segnavia diversi (soprattutto bianco-rossi, ma anche triangoli bianchi con bordo giallo, ad indicare che si
tratta della variante C della sesta tappa dell’Alta Via, e segmenti bianchi).

Non si tratta di un sentiero marcato, anzi la traccia, in molti punti, si perde in un dedalo caotico di massi,
grandi e piccoli, ma non rischiamo di perderci, in quanto i segnavia sono addirittura sovrabbondanti,
soprattutto nella prima parte, e ci guidano, si può ben dire, passo per passo. Oltretutto ben presto
giungiamo in vista della meta, in quanto la forca ci appare come l’evidente sella che chiude il vallone di
sfasciumi verso il quale ci stiamo dirigendo. Il vallone è delimitato a sud dalle propaggini che scendono
verso nord-ovest dalla cima del Sasso Moro ed a nord dalle cime di Musella.

Il sentiero comincia la traversata a mezza costa sul fianco sinistro (per noi) del vallone, cioè su quello
settentrionale, salendo molto gradualmente. I magri pascoli cedono ben presto il passo ad una fascia di
massi di dimensioni medio-piccole. Guardando davanti a noi, abbiamo l’impressione che la traccia debba
effettuare la traversata rimanendo su questo versante e raggiungendo la sella con un arco di cerchio.
Invece, ad un certo punto, i segnavia ci fanno piegare a destra e scendere leggermente, raggiungendo il
cuore del vallone, dove si trova una fascia di grandi massi.

È, questo, il tratto più faticoso della salita: i segnavia ci guidano, ma, per diversi minuti, dobbiamo, con
cautela, districarci in una congerie di massi di dimensioni rilevanti, portandoci gradualmente sul lato
opposto (destro) del vallone. Su un terreno del genere ci si deve muovere sempre con calma ed attenzione,
perché un piede messo malamente o uno scivolone in un buco possono essere all’origine di infortuni anche
seri. Qualche pausa, per riprendere fiato, ci consente di osservare le cime di Musella occidentali che, viste
da qui, assumono un aspetto quasi gotico, mostrandosi come un irto sistema di guglie e pinnacoli.

Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con
andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Prima di
raggiungerla, passiamo a sinistra di un’ampia finestra dalla quale appaiono, alla nostra destra, il monte
Disgrazia e, sul fondo, uno scorcio della catena orobica.
Poi, dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca e, senza scendere
subito, percorriamo, verso destra, il corridoio pianeggiante che ci porta al suo lato meridionale,
raggiungendo il punto d'attacco per la salita.

Apri qui una panoramica sulla forca di Fellaria

Inizia, ora, la parte decisamente più complessa della salita. Sul lato di destra della forca, troviamo una
traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti, che attacca il versante settentrionale del Sasso
Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti,
per evitare lunghi e faticosi giri: nessun segnavia ci sarà d’aiuto. Nel primo tratto di salita la traccia attacca
direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve traversata, in diagonale, salendo solo
leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti che fungono un po’ da stipiti ideali, per la
quale accediamo ad un primo ripiano, che ci apre, ad ovest, una prima splendida, anche se limitata, finestra
sul monte Disgrazia, sulle cime di Chiareggio, sul monte Sissone, sulle cime di Rosso e di Vazzeda e sul
gruppo delle Sciore. Più a destra, oltre alla punta di Fora ed alla triade Entova-Malenco-Tremoggia,
compaiono il pizzo Gluschaint (che significa “luminoso”, per l’aspetto che mostra sul versante elvetico) e le
cime gemelle della Sella. Dietro le gotiche cime di Musella, infine, cominciano a far capolino i pizzi Roseg
(da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere).

Apri qui una panoramica della forca di Fellaria

Dalla porta non proseguiamo diritti, come forse istintivamente tenderemmo a fare, ma volgiamo a sinistra,
sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa
accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi
bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Anche qui non
proseguiamo diritti verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e
dirigendoci verso est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una
pozza d’acqua, che ci regala uno splendido effetto di specchio che ha come protagoniste cime di Musella,
cima di Caspoggio e pizzo e Zupò (l’inseparabile gemello, l’Argient, resta, invece, ancora nascosto). Percorso
questo pianoro, i segnavia ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e ci portano
ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Prima di attaccare il
canalino, guardiamo a sinistra, in basso: scorgeremo uno splendido laghetto di un azzurro intenso, sperduto
in un mare di sfasciumi.

Apri qui una panoramica dalla quota 3069

Superato il canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio,
fra due roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca.
Guardando a nord, nessuna cima della testata della Valmalenco, dal pizzo Gluschaint al pizzo Varuna,
manca ora all’appello. Cominciamo a descrive un arco a sinistra, in direzione del crinale; passiamo, così,
poco a sinistra di una portina (m. 3020 circa) che si affaccia su un salto roccioso: da essa la visuale si apre
sulla media Valmalenco, con il Sasso Alto (“sas òlt”, o monte Motta), il monte Canale e, sul fondo, le Orobie
centrali. Puntiamo, dunque, in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag,
guadagna l’ampio cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra
(non, dunque, in direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più meno, al
centro, finché giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna
la quota 3069. Lo raggiungiamo dopo circa 50 minuti di cammino dalla forca.

Apri qui una panoramica dal laghetto del Sasso Moro

Amplissimo, da qui, il panorama, analogo a quello che si può godere dalla cima del Sasso Moro, che ora si
mostra, a sud-est, come un vicino torrione scuro e minaccioso. In particolare, a sud lo sguardo raggiunge
Primolo, mentre verso ovest possiamo vedere non solamente la Carate Brianza e la bocchetta delle Forbici,
ma anche, al di là di questa, il laghetto delle Forbici. Fin qui possiamo giungere senza particolari problemi,
purché prestiamo attenzione agli ometti (cosa ancor più necessaria nella discesa per la medesima via).
Potremmo anche essere paghi, perché sicuramente la meta è di primario valore panoramico, e comunque
fa molto chic poter rispondere, a chi chiede “Dove sei stato?”, “Sulla quota 3069”, gustando poi lo stupore
dell’interlocutore di fronte ad un’indicazione che sorprenderà anche i più esperti conoscitori di cime
malenche.

Se, invece, vogliamo proseguire, procediamo così. Innanzitutto vinciamo un moto di delusione: eravamo
convinti di trovarci, a quota 3069, ormai in prossimità della cima e di dover affrontare solo un ultimo sforzo
rimanendo sul crinale. Invece il crinale che ci separa dalla vetta è tutt’altro che semplice: sale e scende con
salti piuttosto arditi e la via alla cima non è certo diretta. Vinta la delusione, vinciamo anche la repulsione: la
salita al torrione terminale del Sasso Moro, visto da qui, appare di impegno alpinistico. Così, in realtà, non
è, ma per scoprirlo dobbiamo proprio arrivare a ridosso dei suoi bastioni. Non ci resta, ora, che vincere la
stanchezza, perché i saliscendi si snodano su un terreno che richiede concentrazione, quindi il recupero di
una certa freschezza, che è possibile solo dopo un’adeguata sosta. Consiglio, quindi, di approfittare della
bella calotta della quota 3069 per recuperare energie. Ricordo, infine, che da qui fino all’attacco diretto del
torrione non troveremo più neppure ometti.

Apri qui una panoramica dal laghetto del Sasso Moro

Riprendiamo il cammino, verso il torrione, seguendo una debole traccia, che si affaccia ad un saltino di
rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta, e ci troviamo a sinistra di una porta
sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della conca di Musella, un ripido
canalino. La tentazione è quella di guadagnare il crinale e seguirlo fino allo strappo finale, ma è del tutto
sconsigliabile, per i salti che questo propone e che da qui non vediamo. Proseguiamo, dunque, rimanendo
sotto il crinale, fino a giungere in vista di un nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno,
all’altezza del limite alto.
È, questo, il punto di maggiore difficoltà dell’escursione: se abbiamo con noi i ramponi (cosa consigliabile) li
calziamo attraversandone il limite alto (poco più di una superficie gelata); in caso contrario, potremmo
sentirci poco sicuri e propendere per un aggiramento a monte, che sfrutta le roccette ed il terreno smosso.
Teniamo, però, presente che questa soluzione è assai più faticosa di quanto potremmo a prima vista
immaginare, perché terriccio e massi spesso poggiano su un fondo ghiacciato, che non vediamo, per cui
tengono molto meno di quanto potremmo prevedere. Attenzione, in particolare, a non appoggiarci a massi
di una certa consistenza che siano a monte rispetto a noi, per evitare di farceli scivolare letteralmente
addosso. In un modo o nell’altro, comunque, raggiungiamo il lato opposto del nevaietto; non, però, il suo
limite estremo; fermiamoci un po’ prima, per sfruttare un canalino che sale ad un balcone superiore di
sfasciumi.

Apri qui una panoramica della testata della Valmalenco vista dal Sasso Moro

Qui giunti, possiamo dire di essere a buon punto. Percorrendo quasi in piano l’ampio terrazzo,
raggiungiamo un bellissimo microlaghetto, alla nostra sinistra, che ci risolleva sicuramente il morale.
Oltrepassato il microlaghetto, scendiamo leggermente, passando a monte di chiazze di nevaio e
raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime rocce sotto la
cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti: qui giunge, infatti, la via di salita
sopra menzionata, che risale, diritta, il canalone di sfasciumi direttamente dall’alpe di Fellaria. Se sia più
semplice o meno faticosa della via qui descritta, non saprei dire.

Ci resta da scegliere, ora, per quale via attaccare la cima. Gli ometti segnalano una traccia che risale, a zig-
zag, il ridico versante di sfasciumi, portando ad alcune roccette (attaccabili in due punti). Non sono
eccessivamente difficili, ma, non essendo attrezzate con corde fisse, possono risultate ostiche, anche
perché non sempre asciutte. Ecco una soluzione di ripiego che ci permette di evitare la seppur breve
arrampicata. Invece di puntare al limite inferiore delle rocce, traversiamo a destra, portandoci ad una
bocchetta cui giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Si tratta del canalino che sfruttarono, il 5
settembre 1912, i primi salitori del Sasso Moro, A. Balabio, R. Rossi e F. Barbieri, i quali si staccarono dal
sentiero per la bocchetta delle Forbici dopo il primo gradino, piegando a destra e raggiungendo un canale di
sfasciumi che cominciarono a risalire, fino ad una biforcazione, alla quale presero a destra, giungendo al
punto nel quale ci troviamo, poco sotto la cima.

Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve tratto al versante del canalino, restando a sinistra
rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul
terriccio. Superato questo breve passaggio un po’ esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto
breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale, in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la
traccia di sentiero che Ultimo tratto prima della cima del Sasso Moro. Foto di Massimo Dei Cas
www.paesidivaltellina.itsale dalle roccette sopra menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci
porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via
percorsa, per non avere perplessità nella discesa).

Spettacolare il panorama. A nord, a sinistra della triade Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), pizzo
Malenco (m. 3441) e pizzo delle Tremogge (m. 3441; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate,
localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), la testata della
Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e
3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m.
4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995, la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906
e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più
modesto pizzo Varuna (m. 3453). Davanti a queste possenti cime quasi sfigurano le pur belle e frastagliate
cime di Musella (occidentale, m. 3094, centrale, m. 3088 ed orientale, m. 3079) e la cima di Caspoggio (m.
3136).

A destra del piz Varuna lo sguardo corre alle cime del versante orientale della Valle di Poschiavo e, alle loro
spalle, alla cima Viola (m 3347) ed alla cima Piazzi (m. 3439), che si vede appena, alla sua destra. Sul fondo,
ad est, alle spalle del monte Spondascia (2867), le cime del gruppo dell’Ortles-Cevedale. Proseguendo verso
destra, si scorge il gruppo dell’Adamello e, in primissimo piano, quello dello Scalino, con il pizzo Canciano
(m. 3103), la cima di Val Fontana (m. 3228) ed il pizzo Scalino (m. 3323). Alla sua destra riescono ad
emergere la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136), seguite dal crinale che scende fino alla
Corna Mara (m. 2807). In primo piano si distinguono invece, sul versante che separa la Valmalenco dalla
Microlaghetto. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itVal di Togno, il passo degli Ometti, il monte
Acquanera (m. 2806) e l’appuntito pizzo Palino (m. 2686). Ai piedi di questo versante si stende, ampia e
luminosa, l’alpe Campagneda, seguita dall’alpe Prabello e dall’alpe Largone (o Argone, probabilmente dal
termine ligure “arg”, che significa “bianco”).

Guardando a sud, riconosciamo, in posizione centrale, quasi come baricentro della media Valmalenco, il
monte Motta o Sasso Alto (m. 2336), e, alle sue spalle, a guardia della bassa Valmalenco, il monte Canale
(m. 2522), sul limite sud-orientale dell’ampia alpe di Arcoglio (termine connesso con “arco”, in riferimento
alla forma della valle). Sul fondo, lontane e difficilmente distinguibili dall’occhio non esperto, le cime della
sezione centrale delle Orobie. Proseguendo verso destra, i Corni Bruciati (m. 3114 e 3097) ed il pizzo
Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226) preparano il noto profilo del (m. 3678), cui fa da valletto,
sulla destra, il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), seguito dalla punta Baroni (m. 3203) e dal monte
Sissone (m. 3330). A ovest, infine, le cime di Rosso e di Vazzeda (m. 3366 e 3301), seguite dalla cima di Val
Bona (m. 3033), dal monte Rosso (m. 3088) e dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m.
3214). Chiude questa splendida parata di cime la Sassa di Fora (m. 3318) e, davanti a lei, la pianeggiante
sommità del Sasso Nero (m. 2919).

Le 4 ore e mezza circa di cammino necessarie per salire fin qui passando per la Bignami (e superando un
dislivello di circa 1200 metri) sono, dunque, ampiamente ripagate. Ci attende, ora, la discesa, che richiede
attenzione uguale, se non maggiore, rispetto alla salita. Innanzitutto ripercorriamo correttamente l’ultimo
strappo prima della cima: riportiamoci all’ometto, discendiamo per il canalino e pieghiamo a destra sul
sentirono fino alla bocchetta del canalino che sale dalla conca di Musella.

Panorama dal sentiero per il Sasso Moro

Scendiamo poi per sfasciumi al corridoio e, salendo leggermente, ripassiamo a monte del laghetto, appena
oltre il quale ritroviamo la parte sommatale del canalino che scende al nevaio. Riattraversato il nevaio,
proseguiamo salendo fino alla sella di quota 3020, che si affaccia sul versante di Musella, affrontando, poi, i
modesti salti di roccette che superiamo per la via più facile (stando leggermente a destra), fino a
riguadagnare il cupolone della quota 3069 (il grande ometto, visibile per buona parte del ritorno, è
comunque un punto di riferimento che ci impedisce di perderci per altre vie).

Attenzione anche alla seconda parte della discesa, che, pur, sviluppandosi su terreno più semplice,
nasconde l’insidia di perdersi fra vallette e canaloni che possono portare a salti di roccia pericolosi. In
sintesi, dal grande ometto procediamo così (seguendo gli altri ometti): scendiamo stando sulla sinistra
(senza esporci al salto del crinale); se non ci ritroviamo, possiamo stare anche sulla destra, descrivendo
però un arco verso sinistra che ci porta a scendere alla ben visibile piana sottostante, percorrendo la quale
verso ovest ritroviamo la via segnata dagli ometti. Ora pieghiamo a destra riprendendo la discesa. Sotto di
noi, due canalini; dobbiamo imboccare quello di destra. Quando, nella discesa, vediamo, in basso a destra,
il laghetto azzurro pieghiamo leggermente a destra, passando a ridosso (sulla sinistra) di un roccione scuro
e percorrendo un ripido canalino, per poi piegare decisamente a sinistra e guadagnare una seconda piana.
Qui ripassiamo presso la pozza (che rimane alla nostra destra), procedendo per un tratto in piano verso
ovest, fino a giungere in vista di una terza piana, alla quale scendiamo volgendo a destra. Ora dobbiamo
cercare, sulla destra, la coppia di ometti, oltrepassata la quale inizia la diagonale che taglia il versante di
sfasciumi. Perdendo quota solo leggermente (evitiamo di scendere nel canalone a valle del versante), ci
affacciamo al versante che guarda direttamente al corridoio della forca di Fellaria. Un ultimo tratto di
discesa zigzagante ci porta finalmente alla forca, dalla quale possiamo tornare al rifugio Carate Brianza.